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SAN FRANCESCO DEL DESERTO

Ode

San Francesco del Deserto,


romitaggio lagunare,
d’un settemplice filare
di cipressi ricoperto;

questo vento vien dal mare


e disfiora il tuo Convento,
e d’un lieve movimento
ti fa l’acqua scintillare.

S’ode un vivo cinguettare


per le tue paludi intorno,
e nel pieno mezzogiorno
una navicella appare.

Essa muove piano piano


sovra l’alighe palustri;
fra quei tremuli ligustri
lenta va verso Burano.

Da Burano non lontano


giunge suono di campane,
che le belle popolane
chiama al desco rusticano.

Sosta l’opra della mano


che tessea merletti vaghi;
hanno tregua fili ed aghi
nel tepore meridiano.

Sulla lastre, che fragore


di sonanti zoccoletti,
o Burano dei merletti
o Burano dell’amore!

Ma non giunge quel rumore


qui, nell’ombra claustrale,
nel silenzio sempre uguale,
sempre uguale a tutte l’ore.

Qui la pace delle aurore


dura tutta la giornata:
solitudine beata
per chi vive e per chi muore.

“O beatitudo sola,
o beata solitudo”!
Sull’antico muro ignudo
sta la mistica parola;

la parola, che consola


il mio spirito dolente
e lo culla dolcemente,
come suono di viola.

Siimi tu lucente scudo,


siimi tu divina scuola,
“O beatitudo sola,
o beata solitudo”!

Angiolo Orvieto
Il miracolo degli uccelli

In un’altra circostanza, mentre Francesco attraversava insieme con un frate le paludi di


Venezia, trovò una grandissima moltitudine di uccelli, che se ne stavano tra le fronde a
cantare.
Come li vide, disse al compagno: “I fratelli uccelli stanno lodando il Creatore; perciò
andiamo in mezzo a loro a recitare insieme le lodi del Signore e le ore canoniche”.
Andarono in mezzo a loro e gli uccelli non si mossero. Poi, siccome per il gran garrire non
potevano sentirsi l’un l’altro nel recitare le ore, il santo si rivolse agli uccelli e disse: “Fratelli
uccelli, smettete di cantare fino a quando avremo finito di recitare le lodi prescritte”.
Quelli tacquero immediatamente e se ne stettero zitti, fino al momento in cui, recitate a
bell’agio le ore e terminate debitamente le lodi, il santo diede la licenza di cantare. Appena
l’uomo di Dio ebbe accordato il permesso, ripresero a cantare secondo il loro costume.

(Dalla Leggenda Maggiore di San Bonaventura, VIII 9 : FF 1154).


Incontro con il Sultano d’Egitto

Francesco era ripieno di tale eccesso di amore e di fervore di spirito che, venuto nell'esercito
cristiano, accampato davanti a Damiata, in terra d'Egitto, volle recarsi, intrepido e munito solo
dello scudo della fede, nell'accampamento del Sultano d'Egitto. Ai Saraceni che l'avevano fatto
prigioniero lungo il tragitto, egli ripeteva: “Sono cristiano, conducetemi davanti al vostro signore”.
Quando gli fu portato davanti, osservando l'aspetto di quell'uomo di Dio, la bestia crudele si sentì
mutata in uomo mansueto, e per parecchi giorni l'ascoltò con molta attenzione, mentre predicava
Cristo davanti a lui e ai suoi. Poi, preso dal timore che qualcuno dei suoi si lasciasse convertire al
Signore dall'efficacia delle sue parole, e passasse all'esercito cristiano, lo fece ricondurre, con
onore e protezione nel nostro campo; e mentre lo congedava, gli raccomandò: “Prega per me,
perché Dio si degni mostrarmi quale legge e fede gli è più gradita”.

(Giacomo da Vitry : FF 2227)


Cantico delle Creature (o di Frate Sole)

Altissimu, onnipotente, bon Signore,


Tue so' le laude, la gloria e l'honore et onne benedizione.
Ad Te solo, Altissimo, se konfane,
e nullu homo ène dignu Te mentovare.

Laudato sie, mi' Signore, cum tutte le Tue creature,


spezialmente messor lo frate Sole,
lo quale è iorno et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de Te, Altissimo, porta significazione.

Laudato si', mi' Signore, per sora Luna e le stelle:


in celu l'ài formate clarite e preziose e belle.

Laudato si', mi' Signore, per frate Vento


e per aere e nubilo e sereno et onne tempo,
per lo quale a le Tue creature dài sustentamento.

Laudato si', mi' Signore, per sor'Acqua,


la quale è multo utile et humile e preziosa e casta.

Laudato si', mi' Signore, per frate Focu,


per lo quale ennallumini la notte:
et ello è bello e iocundo e robustoso e forte.

Laudato si', mi' Signore, per sora nostra matre Terra,


la quale ne sustenta e governa,
e produce diversi frutti con coloriti flori et herba.

Laudato si', mi' Signore, per quelli ke perdonano per lo Tuo amore
e sostengo infirmitate e tribulazione.
Beati quelli ke 'l sosterrano in pace,
ka da Te, Altissimo, sirano incoronati.

Laudato si', mi' Signore, per sora nostra Morte corporale,


da la quale nullu homo vivente po' skappare:
guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le Tue santissime voluntati,
ka la morte secunda no 'l farrà male.

Laudate e benedicete mi' Signore e rengraziate


e serviateli cum grande humilitate.

(FF 263)
Il miracolo degli uccelli

In un’altra circostanza, mentre Francesco attraversava insieme con un frate le paludi di


Venezia, trovò una grandissima moltitudine di uccelli, che se ne stavano tra le fronde a
cantare.
Come li vide, disse al compagno: “I fratelli uccelli stanno lodando il Creatore; perciò
andiamo in mezzo a loro a recitare insieme le lodi del Signore e le ore canoniche”.
Andarono in mezzo a loro e gli uccelli non si mossero. Poi, siccome per il gran garrire non
potevano sentirsi l’un l’altro nel recitare le ore, il santo si rivolse agli uccelli e disse: “Fratelli
uccelli, smettete di cantare fino a quando avremo finito di recitare le lodi prescritte”.
Quelli tacquero immediatamente e se ne stettero zitti, fino al momento in cui, recitate a
bell’agio le ore e terminate debitamente le lodi, il santo diede la licenza di cantare. Appena
l’uomo di Dio ebbe accordato il permesso, ripresero a cantare secondo il loro costume.

(Dalla Leggenda Maggiore di San Bonaventura, VIII 9 : FF 1154).


San Francesco e il Natale a Greccio

L’aspirazione più alta di Francesco, il suo desiderio dominante, la sua volontà più ferma era
di osservare perfettamente e sempre il santo Vangelo e di seguire fedelmente con tutta la
vigilanza, con tutto l’impegno, con tutto lo slancio dell’anima e il fervore del cuore
l’insegnamento del Signore nostro Gesù Cristo e di imitarne le orme.
Meditava continuamente le sue parole e con acutissima attenzione non ne perdeva mai di
vista le opere. Ma soprattutto l’umiltà dell’incarnazione e la carità della passione aveva
impresse così profondamente nella sua memoria, che difficilmente voleva pensare ad altro.
A questo proposito dobbiamo raccontare, richiamando devotamente alla memoria, quello
che realizzò tre anni prima della sua gloriosa morte, a Greccio, il giorno del Natale di nostro
Signore Gesù Cristo.
C’era in quella contrada un uomo di nome Giovanni, di buona fama e di vita ancora migliore,
ed era molto caro al beato Francesco perché, pur essendo nobile e molto onorato nella sua
regione, stimava più la nobiltà dello spirito che quella della carne. Circa quindici giorni
prima della festa della Natività, il beato Francesco lo fece chiamare, come faceva spesso, e
gli disse: “Se vuoi che celebriamo a Greccio l’imminente festa del Signore, precedimi e
prepara quanto ti dico: vorrei fare memoria di quel Bambino che è nato a Betlemme, e in
qualche modo intravedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza
delle cose necessarie a un neonato; come fu adagiato in una mangiatoia e come giaceva sul
fieno tra il bue e l’asinello”. Appena l’ebbe ascoltato, quell’uomo buono e fedele se ne andò
sollecito e approntò, nel luogo designato, tutto secondo il disegno esposto dal santo.

E giunse il giorno della letizia, il tempo dell’esultanza! Per l’occasione sono qui convocati
frati da varie parti; uomini e donne del territorio preparano festanti, ciascuno secondo le sue
possibilità, ceri e fiaccole per rischiarare quella notte, che illuminò con il suo astro
scintillante tutti i giorni e i tempi. Arriva alla fine il santo di Dio e, trovando che tutto è stato
predisposto, vede e se ne rallegra. Si accomoda la greppia, vi si pone il fieno e si introducono
il bue e l’asinello. In quella scena si onora la semplicità, si esalta la povertà, si loda l’umiltà.
Greccio è divenuta come una nuova Betlemme.
Questa notte è chiara come pieno giorno e deliziosa per gli uomini e per gli animali! La gente
accorre e si allieta di un gaudio mai assaporato prima, davanti al rinnovato mistero. La selva
risuona di voci e le rupi echeggiano di cori festosi. Cantano i frati le debite lodi al Signore, e
la notte è tutto un sussulto di gioia.
Il santo di Dio è lì estatico di fronte alla mangiatoia, lo spirito vibrante pieno di devota
compunzione e pervaso di gaudio ineffabile. Poi viene celebrato sulla mangiatoia il solenne
rito della messa e il sacerdote assapora una consolazione mai gustata prima.

Francesco si veste da levita, perché era diacono, e canta con voce sonora il santo Vangelo:
quella voce forte e dolce, limpida e sonora è un invito per tutti a pensare alla suprema
ricompensa. Poi parla al popolo e con parole dolcissime rievoca il neonato Re povero e la
piccola città di Betlemme. Spesso, quando voleva pronunciare Cristo con il nome di “Gesù”,
infervorato di immenso amore, lo chiamava “il Bambino di Betlemme”, e quel nome
“Betlemme” lo pronunciava come il belato di una pecora, riempiendosi la bocca di voce e
ancor più di tenero affetto. E ogni volta che diceva “Bambino di Betlemme” o “Gesù”, passava
la lingua sulle labbra, quasi a gustare e deglutire tutta la dolcezza di quella parola.
Vi si moltiplicano i doni dell’Onnipotente, e uno dei presenti, uomo virtuoso, ha una mirabile
visione. Vide nella mangiatoia giacere un fanciullino privo di vita, e Francesco avvicinarglisi
e destarlo da quella specie di sonno profondo. Né questa visione si discordava dai fatti
perché, a opera della sua grazia che agiva per mezzo del suo santo servo Francesco, il
bambino Gesù fu risuscitato nel cuori di molti, che l’avevano dimenticato, e fu impresso
profondamente nella loro memoria amorosa. Terminata quella veglia solenne, ciascuno
tornò a casa sua pieno di ineffabile gioia.

(Tommaso da Celano, Vita prima 84-86 : FF 466-470)


sta la mistica parola;

la parola, che consola


il mio spirito dolente
e lo culla dolcemente,
come suono di viola.

Siimi tu lucente scudo,


siimi tu divina scuola,
“O beatitudo sola,
o beata solitudo”!

Angiolo Orvieto
Incontro con il Sultano d’Egitto

Francesco era ripieno di tale eccesso di amore e di fervore di spirito che, venuto nell'esercito
cristiano, accampato davanti a Damiata, in terra d'Egitto, volle recarsi, intrepido e munito solo
dello scudo della fede, nell'accampamento del Sultano d'Egitto. Ai Saraceni che l'avevano fatto
prigioniero lungo il tragitto, egli ripeteva: “Sono cristiano, conducetemi davanti al vostro signore”.
Quando gli fu portato davanti, osservando l'aspetto di quell'uomo di Dio, la bestia crudele si sentì
mutata in uomo mansueto, e per parecchi giorni l'ascoltò con molta attenzione, mentre predicava
Cristo davanti a lui e ai suoi. Poi, preso dal timore che qualcuno dei suoi si lasciasse convertire al
Signore dall'efficacia delle sue parole, e passasse all'esercito cristiano, lo fece ricondurre, con
onore e protezione nel nostro campo; e mentre lo congedava, gli raccomandò: “Prega per me,
perché Dio si degni mostrarmi quale legge e fede gli è più gradita”.

(Giacomo da Vitry : FF 2227)