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Il libro

Nel 212 d.C., con un decreto dell’imperatore Caracalla, veniva concessa la


cittadinanza romana a tutti gli abitanti liberi dell’impero. Una decisione
rivoluzionaria, che tuttavia portava a termine un processo avviato quasi
mille anni prima da Romolo, il leggendario fondatore di Roma, il quale, con
un gesto inconsueto per le civiltà antiche, aveva invitato gli stranieri, i
diseredati, i profughi e gli esiliati a unirsi a lui, trasformandoli di fatto in
cittadini romani. Fu questa straordinaria apertura, questa disponibilità ad
accogliere nuovi arrivati a fare di un piccolo e insignificante villaggio sorto
sulle rive del Tevere una potenza in grado di dominare un territorio che si
estendeva dalla Spagna alla Siria, dalla Germania al Sahara?
A partire da questo interrogativo, Mary Beard, docente a Cambridge, in
SPQR ci offre una nuova visione della storia di Roma, una storia
caratterizzata da incredibili miti fondativi e grandi istituzioni politiche e
sociali, da straordinarie conquiste militari e stupefacenti opere
architettoniche, nonché, naturalmente, dalle gesta delle personalità più
celebri del mondo romano: da Cicerone impegnato a sventare la congiura di
Catilina a Giulio Cesare che oltrepassa il Rubicone, a Ottaviano trionfatore
su Marco Antonio.
Ma anche una storia che le innumerevoli testimonianze, non solo
letterarie, ci consentono di conoscere fin nei minimi dettagli, rendendoci
partecipi della vita quotidiana – quasi sempre difficile – della gente
comune, degli intrighi e delle lotte per il potere, delle atroci violenze che
accompagnavano le imprese belliche, come pure dell’estrema vitalità e
grandezza di un mondo globalizzato e in perpetuo movimento, dove uomini
e merci, libri e idee, mode e religioni circolavano liberamente da una regione
all’altra dell’impero. Una brulicante miscela di lusso sfrenato e sporcizia,
malattie impossibili da debellare e orrende carneficine nelle arene, amore
per la libertà e sfruttamento servile, orgoglio civico e spietata guerra civile.
Ma soprattutto un melting pot culturale da cui sono scaturiti temi,
riflessioni e idee che ancora oggi riverberano una luce capace di illuminare
le nostre discussioni sui diritti civili e gli abusi del potere, la democrazia e
le controversie religiose, le migrazioni e i pregiudizi xenofobi.
Se, come scrive Mary Beard, «dall’incontro dialettico con la storia di
Roma, la cultura occidentale ha raccolto un’eredità variegata e molteplice»,
il dialogo continuo e fruttuoso con gli antichi romani rimane un punto di
riferimento imprescindibile per il modo in cui giudichiamo noi stessi.
L’autrice

Mary Beard insegna al Newnham College di


Cambridge ed è curatrice per l’antichità classica del
«Times Literary Supplement». Accademica di fama
internazionale, è fellow della British Academy e
membro dell’American Academy of Arts and
Sciences. Tra i suoi numerosi libri, molti dei quali
tradotti in italiano, ricordiamo Il Partenone (2006), Il
Colosseo. La storia e il mito (2008) e Prima del fuoco.
Pompei, storie di ogni giorno (2011).
Mary Beard
SPQR
Storia dell’antica Roma
SPQR

LA ROMA DELLE ORIGINI E I SUOI VICINI


IL SITO DI ROMA
L’ITALIA ROMANA
LA ROMA IMPERIALE
IL MONDO ROMANO
Prologo
LA STORIA DI ROMA

La storia dell’antica Roma è importante. Ignorare i romani non significa


semplicemente chiudere gli occhi di fronte a un passato remoto. Roma ci
aiuta ancora a definire il modo in cui comprendiamo il nostro mondo e
pensiamo a noi stessi, dai massimi sistemi fino alle commedie umoristiche.
Dopo duemila anni, costituisce ancora il fondamento della cultura e della
politica occidentali, di ciò che scriviamo e del modo in cui vediamo il
mondo e il posto che in esso occupiamo.
L’assassinio di Giulio Cesare, alle idi di marzo del 44 a.C., ha costituito
fino a oggi il modello, e talvolta l’ambigua giustificazione, per l’uccisione
dei tiranni. I confini e le suddivisioni territoriali dell’impero romano
determinano la geografia non solo dell’Europa odierna ma anche di diverse
regioni al di fuori del continente. Se Londra è la capitale del Regno Unito lo
si deve principalmente al fatto che i romani ne fecero la capitale di una loro
provincia, la Britannia, un luogo pericoloso che, nella loro concezione, si
trovava oltre il grande Oceano che circondava il mondo civilizzato. Roma ci
ha lasciato in eredità idee di libertà e di cittadinanza, ma anche sistemi di
sfruttamento imperiale, oltre a gran parte del lessico della politica
moderna, da «senatore» fino a «dittatore». Ci ha prestato i suoi slogan,
come timeo danaos et dona ferentes («temo i Dànai, e più quando offrono
doni»), panem et circences e dum anima est spes est («finché c’è vita c’è
speranza»). E ha suscitato, quasi nella stessa misura, soggezione, derisione
e orrore. I gladiatori continuano a sbancare i botteghini come hanno
sempre fatto. Il grande poema epico di Virgilio sulla fondazione di Roma,
l’Eneide, ha avuto certamente più lettori nel XX secolo di quanti ne abbia
avuti nel I secolo a.C.
La storiografia dell’antica Roma, tuttavia, ha subìto profonde
trasformazioni nel corso degli ultimi cinquant’anni, e ancor più nei quasi
duecentocinquanta trascorsi dalla pubblicazione del capolavoro di Edward
Gibbon, Storia della decadenza e caduta dell’impero romano, una pionieristica
ricerca che ha dato avvio allo studio moderno della storia romana nel
mondo di lingua anglosassone. Queste trasformazioni si devono, almeno in
parte, a nuovi modi di considerare le vecchie testimonianze, e alle diverse
domande che ci poniamo su di esse. La convinzione di essere storici
migliori dei nostri predecessori non è altro che un mito pericoloso. Non lo
siamo affatto. Ma ci accostiamo alla storia di Roma con priorità e obiettivi
differenti (come l’identità di genere o i problemi del rifornimento
alimentare), che permettono a quel lontano passato di parlarci in una lingua
nuova.
Numerose e straordinarie scoperte (nel terreno, sott’acqua, e persino
nelle biblioteche) ci forniscono informazioni sull’antica Roma che nessuno
storico moderno avrebbe mai potuto conoscere. Possediamo, per esempio, il
manoscritto con un commovente testo composto da un medico romano che
aveva perduto tutti i propri beni in un incendio, ritrovato nel 2005 in un
monastero greco. Abbiamo relitti di navi naufragate nel Mediterraneo
prima di giungere a Roma, con il loro carico di sculture, mobili e vetri
destinati alle case dei ricchi, nonché di anfore di vino e olio d’oliva per tutti
gli abitanti della città. Proprio mentre scrivo queste pagine, gli archeologi
stanno esaminando i ghiacciai della Groenlandia per rintracciare, persino
lassù, i segni dell’inquinamento prodotto dalle miniere romane. Altri
studiosi stanno analizzando al microscopio gli escrementi umani trovati in
una latrina di Ercolano, per individuare la dieta dei romani. Si è così
accertato, per esempio, che si mangiavano moltissime uova e ricci di mare.
La storia di Roma è sempre stata riscritta, e continua a esserlo; per certi
aspetti, oggi sappiamo più cose dell’antica Roma di quante ne sapessero gli
stessi romani. La sua storia, in altre parole, è un work in progress, un
progetto in costruzione: questo libro, che ha per titolo la celebre sigla SPQR
(Senatus PopulusQue Romanus), è il mio contributo a tale progetto, ed
espone le ragioni per cui lo ritengo importante. È nato da un interesse
personale per la storia romana, dalla convinzione che un dialogo con
l’antica Roma sia ancora utile e fruttuoso, e dal desiderio di capire come un
minuscolo e insignificante villaggio dell’Italia centrale sia riuscito a
diventare una potenza dominante su un immenso territorio, esteso su tre
continenti.
In questo libro si esaminano lo sviluppo e l’ascesa di Roma, nonché i
fattori che le hanno permesso di mantenere così a lungo la sua posizione
egemone; non si trattano invece il suo declino e la sua caduta, sempre
ammesso che si possa davvero parlare di declino e caduta nel senso inteso
da Gibbon. Ci sono diverse possibilità di individuare un momento
appropriato per concludere una storia di Roma: alcuni hanno scelto la
conversione al cristianesimo di Costantino, sul suo letto di morte, nel 337
d.C.; altri il sacco della città nel 410 d.C., a opera di Alarico e dei suoi
visigoti. La mia termina con un momento culminante nel 212 d.C., quando
l’imperatore Caracalla decise di concedere la piena cittadinanza romana a
ogni libero abitante dell’impero, iniziando ad annullare la differenza tra
conquistatori e conquistati e portando a compimento un processo di
estensione dei diritti e dei privilegi propri dei cittadini di Roma avviato
quasi mille anni prima.
In SPQR , tuttavia, non c’è solo ammirazione. Nel mondo classico (romano
e greco) ci sono molte cose che suscitano il nostro interesse e richiedono la
nostra attenzione. Il nostro mondo sarebbe incomparabilmente più povero
e rozzo se non continuassimo a confrontarci con l’epoca classica. Ma
l’ammirazione è una cosa diversa. Felice di essere una figlia del mio tempo,
mi irrito quando sento parlare di «grandi» conquistatori romani o persino
del «grande» impero di Roma. Ho cercato di vedere le cose anche dalla
prospettiva opposta. Perciò, in questo libro si affrontano alcuni miti e
alcune mezze verità su Roma con cui io stessa, al pari di molti altri, sono
cresciuta. I romani non hanno concepito fin dal principio un ambizioso
piano di conquista mondiale. Benché in seguito abbiano presentato il
proprio impero come l’esito di una sorta di destino manifesto, le ragioni che
stanno all’origine della loro espansione militare nel bacino del
Mediterraneo e al di là di esso rimangono ancora oggi uno dei più
complessi interrogativi della storia. Nella creazione dell’impero, i romani
non hanno assalito e schiacciato popolazioni innocenti che vivevano in
pacifica armonia prima che apparissero all’orizzonte le legioni di Roma. I
romani erano senza dubbio brutali e spietati. La conquista della Gallia a
opera di Giulio Cesare è stata paragonata, non senza motivo, a un
genocidio, e già allora fu criticata dagli stessi romani in questi termini. Ma
Roma non si espanse in un mondo di comunità che vivevano in pace l’una
con l’altra, bensì in un mondo di endemica violenza, rivalità fra centri di
potere sostenuti dalla forza militare (non vi erano in effetti alternative) e
mini-imperi. La maggior parte dei nemici di Roma era altrettanto
militarizzata; ma, per ragioni che cercherò di spiegare nelle prossime
pagine, non riuscì a vincere.
Roma non fu semplicemente la rozza sorella minore della Grecia classica,
interessata solo alle necessità pratico-organizzative, all’efficienza militare e
all’assolutismo, in contrapposizione all’amore dei greci per la ricerca
intellettuale, il teatro e la democrazia. Ad alcuni romani faceva comodo
fingere che fosse così, e anche molti storici moderni hanno avuto la
tendenza a presentare il mondo classico nei termini di una dicotomia tra
due culture profondamente diverse. Come vedremo, è una scelta sbagliata,
da entrambe le prospettive. Le città-stato greche desideravano vincere le
proprie battaglie esattamente come i romani, e la maggior parte di esse non
conobbe il breve esperimento democratico realizzato da Atene. Ben lungi
dall’essere irriflessivi difensori della potenza imperiale, parecchi autori
romani figurano tra i più tenaci e severi critici dell’imperialismo. «Dove
hanno fatto il deserto, dicono d’aver portato la pace»: queste parole, spesso
ripetute per stigmatizzare le conseguenze della conquista militare, sono
state scritte nel II secolo d.C. dallo storico Tacito, a proposito del potere
romano in Britannia.
La storia di Roma pone una sfida difficile. Non c’è una sola storia di
Roma, soprattutto dopo che il mondo romano si fu espanso ben oltre
l’Italia. La storia di Roma non equivale alla storia della Britannia romana o
dell’Africa romana. La mia attenzione si concentra in particolare sulla città
di Roma e sull’Italia romana, ma cercherò anche di osservare Roma da un
punto di vista esterno, dalla prospettiva di coloro che vivevano nei vasti
territori dell’impero, come soldati, ribelli o ambiziosi collaboratori. Inoltre,
si deve scrivere un diverso tipo di storia a seconda del momento trattato.
Per le vicende della Roma più antica e per il periodo in cui da piccolo
villaggio si trasformò in una delle principali potenze della penisola italiana,
non disponiamo di resoconti coevi scritti da romani. La storia risulta quindi
una coraggiosa opera di ricostruzione, costretta a spremere quanto più
possibile da ogni singola testimonianza, che si tratti di un frammento di
ceramica o di poche lettere incise sulla pietra. Appena tre secoli più tardi il
problema appare rovesciato: come ordinare una gigantesca massa di
testimonianze spesso contraddittorie, che rischiano di saturare e
confondere una narrazione chiara e comprensibile? La storia romana
richiede poi un particolare tipo di immaginazione. In un certo senso,
indagare l’antica Roma dalla prospettiva del XXI secolo è come camminare
su una corda da funambolo: un esercizio di delicato equilibrismo. Se si
guarda giù da una parte, tutto sembra rassicurante e familiare: si sentono
chiacchierate alle quali potremmo facilmente prendere parte, su argomenti
come la natura della libertà o i problemi sessuali; vediamo edifici e
monumenti che possiamo riconoscere e assistiamo a una vita familiare non
dissimile dalla nostra, con tanto di adolescenti difficili; ascoltiamo battute
che possiamo ancora «cogliere». Dall’altra parte, invece, tutto sembra
estraneo e diverso. Non si tratta soltanto della schiavitù, della sporcizia
(nell’antica Roma non esisteva nulla di anche lontanamente paragonabile
alla raccolta dei rifiuti), delle carneficine di esseri umani nelle arene o delle
stragi provocate da malattie che oggi curiamo senza la minima difficoltà; si
tratta altresì dei neonati gettati giù da una rupe, delle spose-bambine e
degli appariscenti sacerdoti eunuchi.
Inizieremo a esplorare questo mondo a partire da un momento
particolare della storia di Roma, sul quale i romani non hanno mai cessato
di interrogarsi e gli scrittori moderni – dagli storici ai drammaturghi – non
hanno mai smesso di discutere. Esso ci offre la migliore introduzione ad
alcuni personaggi chiave dell’antica Roma, alla profondità delle riflessioni
dei romani sul proprio passato, ai diversi modi in cui noi stessi continuiamo
a riviverlo cercando di dargli un senso, nonché alle ragioni per cui la storia
di Roma, il suo Senato e il suo Popolo sono ancora oggi importanti.
L’ORA DI GLORIA DI CICERONE
SPQR: 63 a.C.
La nostra storia dell’antica Roma inizia verso la metà del I secolo a.C., più di
seicento anni dopo la sua fondazione. Inizia con promesse di rivoluzione,
con una cospirazione terroristica per distruggere la città, con operazioni
segrete e arringhe pubbliche, con una battaglia combattuta da romani
contro altri romani, e con cittadini (innocenti o no che fossero) arrestati e
sommariamente giustiziati in nome della sicurezza della patria. L’anno è il
63 a.C. Da una parte troviamo Lucio Sergio Catilina, un insoddisfatto
aristocratico in bancarotta, che, a quanto si credeva, aveva architettato un
piano per assassinare i magistrati eletti di Roma e bruciare la città stessa,
cancellando nel contempo tutti i debiti, dei ricchi come dei poveri. Dall’altra
parte Marco Tullio Cicerone, il celebre oratore, filosofo, sacerdote, poeta,
politico e arguto narratore, una delle vittime designate della congiura; un
uomo che, per tutta la vita, non smise mai di sfruttare le proprie doti
oratorie per vantarsi di come aveva smascherato il terribile complotto di
Catilina e salvato lo stato. Fu il suo momento di massima gloria.
Nel 63 a.C. Roma era una metropoli con oltre un milione di abitanti, più
vasta di qualsiasi altra città d’Europa prima del XIX secolo; e, sebbene non
avesse ancora imperatori, dominava su un impero che si estendeva dalla
Spagna alla Siria, dalla Francia meridionale al Sahara. Era una caotica
miscela di lusso e sporcizia, di libertà e sfruttamento, di orgoglio civico e
spietata guerra civile. Nei capitoli seguenti torneremo molto indietro nel
tempo, fino ai primi giorni della città e alle prime imprese, belliche e non
solo, del popolo romano. Rifletteremo su ciò che si cela dietro alcune storie
della Roma arcaica che ancora oggi ci colpiscono, come quella di «Romolo e
Remo» o quella dello «stupro di Lucrezia». E ci porremo domande che gli
storici si sono fatti fin dall’antichità. Come, e perché, una piccola e
insignificante città dell’Italia centrale è riuscita a diventare più grande di
ogni altra città dell’antico Mediterraneo e a dominare un impero così
esteso? C’era per caso qualcosa di speciale nei romani? Con la storia di
Roma, però, non è opportuno iniziare il racconto dal principio. È soltanto a
partire dal I secolo a.C. che possiamo esplorare Roma nei più vividi dettagli
attraverso gli occhi degli stessi contemporanei. Un numero
straordinariamente elevato di testi proviene da quest’epoca, dalle lettere
private ai discorsi pubblici, dalla filosofia alla poesia: epica ed erotica,
erudita e di strada. Grazie a tutto ciò, possiamo ancora seguire il tran-tran
quotidiano e gli affari dei grandi uomini politici. Possiamo ascoltare le loro
trattative e spiare i loro compromessi, osservare i loro tradimenti e le loro
pugnalate alla schiena, reali o metaforiche. Possiamo persino assaporare la
loro vita privata: i bisticci coniugali, i problemi finanziari, il dolore per la
morte di figli amatissimi o talvolta di uno schiavo particolarmente
apprezzato. Nessun periodo nella precedente storia dell’Occidente può
essere conosciuto altrettanto bene o così in profondità (l’Atene classica non
ci ha lasciato testimonianze ugualmente ricche e diversificate). Soltanto più
di un millennio dopo, nella Firenze rinascimentale, troviamo un luogo che
possiamo conoscere in modo così dettagliato.
Per di più, è proprio nel I secolo a.C. che gli autori romani iniziarono a
studiare sistematicamente i primi secoli della loro città e del loro impero.
L’interesse per il passato di Roma risale senza dubbio a un periodo ancora
precedente: possiamo leggere, per esempio, un’analisi dell’ascesa di Roma
scritta da un greco residente nella capitale attorno alla metà del II secolo
a.C. Ma è soltanto a partire dal I secolo a.C. che gli studiosi e i critici romani
cominciarono a porsi gran parte delle domande che ci facciamo ancora oggi.
Affiancando alla ricerca erudita una buona dose di immaginazione
ricostruttiva, delinearono un quadro della Roma arcaica dal quale ancora
oggi dipendiamo. Ai nostri giorni vediamo la storia romana, almeno in
parte, attraverso gli occhi del I secolo a.C. In altre parole: la storia di Roma,
come noi la conosciamo, comincia qui.
1. I possenti archi e le colonne del Tabularium, incorporati nel Palazzo di Michelangelo, si
stagliano ancora a un’estremità del Foro romano. Eretto soltanto un paio di decenni prima
del consolato di Cicerone nel 63 a.C., deve essere sembrato allora una delle più splendide
opere architettoniche di Roma. La sua funzione è meno chiara. Era senz’altro un edificio
pubblico, ma non necessariamente l’«archivio di stato» (tabularium), come si ritiene
spesso.

Il 63 a.C. è una data rilevante in questo secolo cruciale. Fu l’anno in cui la


città si trovò sull’orlo della catastrofe. Negli oltre mille anni che
percorreremo in questo libro, Roma dovette affrontare numerose sconfitte e
gravi pericoli. Attorno al 390 a.C., per esempio, una banda di predatori galli
occupò la città. Nel 218 a.C. il condottiero cartaginese Annibale attraversò
le Alpi con i suoi trentasette elefanti e inflisse terribili perdite ai romani,
che riuscirono a sconfiggerlo solo dopo grandissimi sforzi. Le stime romane
dei caduti nella battaglia di Canne, nel 216 a.C. (settantamila morti in un
solo pomeriggio), fanno di questo scontro una carneficina pari a quella di
Gettysburg o del primo giorno della Somme, se non addirittura maggiore.
Nel terzo decennio del I secolo a.C., lasciando un ricordo quasi altrettanto
terribile nell’immaginario romano, un esercito improvvisato composto da
ex gladiatori ed evasi, sotto il comando di Spartaco, si dimostrò un osso
davvero duro per alcune mal addestrate legioni romane. I romani non
furono mai così invincibili in battaglia come tendiamo a credere o come essi
volevano far credere. Nel 63 a.C., comunque, dovevano affrontare un nemico
interno, un complotto terroristico nel cuore stesso dell’establishment
cittadino.
Possiamo ripercorrere la storia di questa crisi fin nei minimi dettagli,
giorno per giorno, addirittura ora per ora. Sappiamo perfettamente dove si
è svolta gran parte degli eventi, e in certi casi possiamo ancora osservare gli
stessi monumenti che dominavano la scena nel 63 a.C. Possiamo seguire le
operazioni segrete con cui Cicerone ottenne le sue informazioni sul
complotto, e come Catilina fu costretto a lasciare la città e a riunirsi con il
suo esercito improvvisato per affrontare le legioni romane in una battaglia
che gli costò la vita. Possiamo anche ascoltare una parte delle discussioni,
delle polemiche e degli interrogativi che la crisi sollevò e che a distanza di
oltre duemila anni ripropone. La dura risposta di Cicerone (comprese le
esecuzioni sommarie) esprime in forma particolarmente chiara questioni
che ci preoccupano ancora oggi. È legittimo eliminare dei «terroristi»
scavalcando le giuste procedure di legge? Fino a che punto si possono
sacrificare i diritti civili in nome della sicurezza nazionale? I romani non
smisero mai di discutere sulla «congiura di Catilina», come venne chiamata.
Catilina era un uomo assolutamente malvagio, oppure si può dire qualcosa
in sua difesa? A quale prezzo si evitò la rivoluzione? Gli eventi del 63 a.C., e
gli slogan allora coniati, hanno continuato a riecheggiare per tutto il corso
della storia dell’Occidente. Alcune delle parole pronunciate durante gli
infuocati dibattiti che seguirono la scoperta del complotto sono ancora
impiegate nella nostra retorica politica e, come vedremo, continuano a
comparire sui volantini, sugli striscioni, e persino nei tweet, dell’odierna
protesta politica.
2. La sigla S PQR si trova ancora oggi incisa per tutta la citta di Roma, dai tombini ai cestini
per la spazzatura. Risale già ai tempi di Cicerone, ed è quindi uno dei più duraturi
acronimi della storia. Come prevedibile, ne sono state fatte anche numerose parodie; la
più famosa è: «Sono Pazzi Questi Romani».

Giusta o sbagliata che fosse, la «congiura» ci catapulta nel centro


pulsante della vita pubblica romana del I secolo a.C., nelle sue convenzioni,
nelle sue polemiche e nei suoi conflitti. Ci permette così di osservare in
azione il «Senato e il Popolo Romano», le due istituzioni il cui nome rientra
nella sigla che costituisce il titolo di questo libro: SPQR (Senatus PopulusQue
Romanus). Sebbene talvolta in aspra opposizione, sono queste le due fonti
principali dell’autorità politica nella Roma del I secolo a.C. Insieme,
formavano una sintetica definizione del legittimo potere dello stato, che è
rimasta in uso per tutta la storia romana e continua a esserlo nell’Italia del
XXI secolo. In modo ancora più estensivo, il Senatus (senza l’aggiunta di
PopulusQue Romanus) ha dato il proprio nome a numerose assemblee
legislative in tutto il mondo, dagli Stati Uniti al Ruanda.
Tra i protagonisti di questa crisi figurano alcuni dei personaggi più
celebri della storia di Roma. Gaio Giulio Cesare, allora trentenne, diede un
deciso contributo al dibattito sul modo in cui dovevano essere puniti i
congiurati. Marco Licinio Crasso, il plutocrate famoso per avere detto che
non ci si poteva definire ricchi se non si possedeva denaro sufficiente per
assoldare un esercito privato, ebbe un ruolo piuttosto misterioso dietro le
quinte. Ma al centro del palcoscenico, come principale avversario di
Catilina, stava l’uomo che possiamo conoscere meglio di chiunque altro in
tutto il mondo antico. I discorsi, i saggi, le lettere, le battute e i
componimenti poetici di Cicerone riempiono le pagine di decine di volumi
in moderni caratteri di stampa. Fino ad Agostino (santo cristiano, prolifico
teologo e insaziabile indagatore di se stesso), vissuto
quattrocentocinquant’anni dopo Cicerone, non c’è nessun altro uomo la cui
vita pubblica e privata sia documentata così bene da consentirci di
ricostruire una biografia plausibile secondo i parametri moderni. Ed è in
larga misura attraverso gli occhi, gli scritti e i pregiudizi di Cicerone che
possiamo osservare il mondo romano del I secolo a.C. e buona parte della
storia di Roma fino alla sua epoca. Il 63 a.C. fu il momento di svolta della
sua vita: le cose per lui non andarono mai più così bene. La sua carriera si
concluse vent’anni dopo, con una catastrofe. Ancora fiducioso nella propria
importanza – sebbene il suo nome, evocato di tanto in tanto, fosse meno
illustre di un tempo –, Cicerone fu ucciso nel corso delle guerre civili che
seguirono all’assassinio di Giulio Cesare nel 44 a.C.: la sua testa e la sua
mano destra vennero appese nel centro di Roma perché tutti le vedessero e
ne facessero ulteriore scempio.
La morte raccapricciante di Cicerone annunciava una rivoluzione ancora
più profonda, che iniziò con una forma di potere politico popolare, anche se
non esattamente una «democrazia», e terminò con un autocrate seduto sul
trono di Roma e l’impero romano sotto il comando di un solo uomo.
Sebbene Cicerone nel 63 a.C. possa avere «salvato lo stato», la verità è che lo
stato, nella forma in cui egli lo conosceva e lo concepiva, non era destinato a
vivere ancora a lungo. All’orizzonte si profilava un’altra rivoluzione, che
avrebbe avuto ben più successo di quella di Catilina. Al «Senato e il Popolo
Romano» si aggiunse ben presto la figura dominante dell’«imperatore»,
incarnata in una serie di autocrati che, adulati o maltrattati, obbediti o
ignorati, hanno caratterizzato per diversi secoli la storia dell’Occidente. Ma
di queste vicende ci occuperemo in seguito. Ora dobbiamo addentrarci in
uno dei momenti più memorabili, cruciali e rivelatori di tutta la storia
romana.
Cicerone contro Catilina
Il conflitto tra Cicerone e Catilina era in parte uno scontro tra due differenti
ideologie e ambizioni politiche, ma era altresì lo scontro tra due uomini con
un retroterra sociale e culturale profondamente diverso. Entrambi stavano
al vertice, o quasi, della politica romana; ma la somiglianza finisce qui.
Anzi, le loro contrapposte carriere costituiscono un esempio illuminante di
quanto fosse multiforme e variegata la vita politica nella Roma del I secolo
a.C.
Catilina, l’aspirante rivoluzionario, era partito da una posizione più
tradizionale, privilegiata e apparentemente più sicura, tanto nella vita
quanto nella politica. Proveniva da un’illustre e antica famiglia le cui origini
risalivano ai tempi mitici dei padri fondatori di Roma. Si raccontava che il
suo antenato Sergestus fosse scappato dall’Oriente in Italia insieme a Enea
dopo la fine della guerra di Troia, prima ancora che la città di Roma fosse
fondata. Tra i suoi nobili antenati, il bisnonno era stato un eroe delle guerre
puniche, rimasto celebre anche per essere stato il primo uomo ad avere
partecipato a una battaglia con una mano artificiale (probabilmente una
sorta di uncino di metallo per rimpiazzare la mano destra, persa in una
precedente battaglia). Lo stesso Catilina aveva avuto un brillante inizio di
carriera ed era stato eletto a diverse magistrature minori; ma nel 63 a.C. si
trovava sull’orlo della bancarotta. Una serie di crimini era stata associata al
suo nome, dall’assassinio della sua prima moglie e di suo figlio fino a
presunti rapporti sessuali con una sacerdotessa vergine. Comunque, quali
che fossero i suoi costosi vizi, i problemi finanziari derivavano in parte dai
suoi ripetuti tentativi di assicurarsi l’elezione al consolato, la massima
carica dello stato.
A Roma, le elezioni potevano essere un affare alquanto oneroso. Nel I
secolo a.C. si richiedeva una forma di munifica generosità che non sempre è
facile distinguere dalla corruzione. La posta in gioco era molto alta. Chi
vinceva le elezioni aveva l’opportunità di recuperare le proprie spese,
legalmente o illegalmente, sfruttando le prerogative della carica ottenuta.
Chi perdeva (e, come nel caso degli scontri militari, anche su questo terreno
le sconfitte furono assai più numerose e gravi di quanto si ammetta di
solito) sprofondava ancora di più nei debiti.
Proprio in tale situazione si trovava Catilina dopo essere uscito sconfitto
dalle elezioni al consolato per gli anni 64 e 63 a.C. Sebbene la versione
tradizionale della storia sostenga che già prima avesse imboccato quella
direzione, ora non aveva altra scelta che ricorrere alla «rivoluzione»,
all’«azione diretta» o al «terrorismo», o comunque preferiate chiamarla.
Unendo le proprie forze a quelle di altri aristocratici che si trovavano in
analoghe ristrettezze, cercò di conquistare l’appoggio dei poveri e degli
scontenti all’interno della città, mentre nel frattempo reclutava al suo
esterno un esercito improvvisato. E non sembrava esservi limite alle sue
sconsiderate promesse di annullamento dei debiti (una delle forme di
radicalismo più disprezzabili agli occhi della classe dei proprietari terrieri
romani) o alle sue roboanti minacce di far fuori gli uomini politici più
importanti e di dare alle fiamme l’intera città.
Così almeno Cicerone, che riteneva di essere tra le vittime designate
della congiura, riassunse le motivazioni e gli obiettivi del suo avversario.
Cicerone aveva un retroterra completamente diverso da quello di Catilina.
Come tutti i politici romani di primo piano apparteneva a una ricca famiglia
di proprietari terrieri. Ma non era originario della capitale, bensì della
piccola città di Arpino, ad almeno un giorno di viaggio – all’epoca – da
Roma. Prima di lui nessun membro della sua famiglia, per quanto
importante a livello locale, aveva rivestito un ruolo di primo piano sulla
scena politica romana. Privo dei vantaggi e dei privilegi sui quali poteva
contare Catilina, Cicerone dovette affidarsi alle proprie doti naturali, alle
sue relazioni altolocate – assiduamente coltivate – e alla sua capacità di
affermarsi e raggiungere il successo grazie alla propria eloquenza. In altre
parole, il suo diritto alla fama si fondava sul fatto di essere una stella di
prima grandezza fra gli avvocati delle corti romane: la celebrità e gli
importanti sostenitori che ciò gli assicurava garantirono allo stesso tempo la
sua facile elezione a tutte le magistrature minori, esattamente com’era
avvenuto nel caso di Catilina. Ma nel 64 a.C., mentre Catilina usciva
sconfitto, Cicerone riuscì a vincere le elezioni al consolato per l’anno
successivo.
Questo prestigioso successo non era stato affatto scontato. Nonostante la
celebrità, Cicerone doveva superare lo svantaggio di essere un homo novus,
come i romani chiamavano chi non poteva vantare una patente di antica
nobiltà politica; e sembra che a un certo punto abbia addirittura
considerato la possibilità di siglare un patto elettorale con Catilina,
malgrado la sua poco raccomandabile reputazione. Alla fine, però, gli
elettori più influenti gli fecero cambiare idea. Il sistema elettorale romano
concedeva apertamente e sfrontatamente un peso maggiore al voto dei
ricchi; e molti di costoro devono aver pensato che Cicerone fosse una scelta
migliore di Catilina, nonostante il loro snobistico disprezzo per le sue
origini. Alcuni avversari lo definirono un semplice «inquilino» a Roma, «un
cittadino a metà»; ma uscì vincitore dalle urne elettorali. Catilina arrivò
soltanto terzo. Al secondo posto, e quindi anch’egli eletto al consolato, si
piazzò Gaio Antonio Ibrida, zio di un ben più famoso Antonio (vale a dire,
Marco Antonio), la cui reputazione risultò essere non particolarmente
migliore di quella di Catilina.
A quanto pare, verso l’estate del 63 a.C. Cicerone era già stato informato
di una precisa minaccia rappresentata da Catilina, che si era di nuovo
candidato alle elezioni per il consolato. Sfruttando la sua autorità di
console, Cicerone rinviò la successiva tornata elettorale e, quando infine
lasciò che si svolgesse, si presentò ai seggi accompagnato da una guardia
armata e indossando, ben visibile sotto la toga, una corazza da legionario.
Fu un gesto teatrale, e la combinazione di indumenti civili e militari era
un’allarmante incongruenza, come se un politico di oggi entrasse in
parlamento in giacca e cravatta ma con un mitra in spalla. Ottenne però il
risultato voluto. Queste tattiche di intimidazione, combinate al programma
smaccatamente populista di Catilina, ne assicurarono la nuova sconfitta
elettorale. Presentarsi come uno squattrinato che si impegnava in difesa di
altri squattrinati non gli poteva certo ingraziare gli elettori dell’aristocrazia
romana.
Poco dopo le elezioni, all’inizio dell’autunno, Cicerone iniziò a ricevere
informazioni ben più concrete e chiare riguardo a un violento complotto.
Già da parecchio tempo aveva raccolto vari indizi attraverso le confidenze
dell’amante di uno dei «complici» di Catilina, una donna chiamata Fulvia,
che era diventata una sorta di agente doppiogiochista. Ora, grazie a un
ulteriore tradimento nello schieramento avversario, e con l’intermediazione
del ricco Marco Crasso, Cicerone era entrato in possesso di un pacco di
lettere che incriminavano direttamente Catilina e alludevano alla
spaventosa carneficina che era stata architettata; e queste informazioni
furono presto confermate dalla notizia che a nord della città si stava
raccogliendo un esercito a sostegno dell’insurrezione. Infine, dopo essere
sfuggito, grazie all’avvertimento di Fulvia, a un attentato pianificato per il 7
novembre, Cicerone convocò il Senato per il giorno seguente al fine di
denunciare formalmente Catilina e costringerlo a fuggire da Roma con la
coda fra le gambe.
Già in ottobre i senatori avevano emanato un decreto con cui esortavano
Cicerone (o lo autorizzavano), in qualità di console, «a garantire che allo
stato non occorresse alcun danno», grosso modo l’equivalente antico dei
moderni «poteri d’emergenza» volti a «prevenire il terrorismo». Un
provvedimento, comunque, non meno controverso. L’8 novembre
ascoltarono Cicerone esporre l’intero caso contro Catilina, con un attacco
impetuoso e perfettamente informato. Fu una mirabolante combinazione di
rabbia, indignazione, autocritica e prove circostanziate. Prima ricordò
all’assemblea il ben noto passato di Catilina; poi si rammaricò astutamente
di non avere reagito con sufficiente rapidità alla minaccia; e per finire
descrisse il complotto in tutti i dettagli: in quale casa si erano riuniti i
cospiratori, in quali giorni, l’identità dei partecipanti e i loro piani precisi.
Catilina si presentò davanti all’assemblea per difendersi in prima persona.
Chiese ai senatori di non credere a nulla di quanto era stato detto e fece
qualche battuta sulle modeste origini di Cicerone, confrontandole con i
propri illustri antenati e le loro splendide imprese. Ma probabilmente si
rese conto che la sua posizione era senza speranza. Nella notte fuggì dalla
città.
In Senato
Lo scontro tra Catilina e Cicerone in Senato è il momento culminante di
tutta la vicenda: i due avversari si trovano uno di fronte all’altro
nell’istituzione che rappresenta il cuore pulsante della politica romana. Ma
come dobbiamo immaginarci questo scontro? Il più celebre tentativo
moderno di raffigurare ciò che accadde quel giorno è un quadro
dell’Ottocento di Cesare Maccari (si vedano la tavola 1 e la figura 3 a).
Un’immagine che si accorda perfettamente con la nostra concezione
tradizionale dell’antica Roma e della sua vita pubblica: ampia e solenne,
formale ed elegante. Un’immagine che avrebbe di certo deliziato Cicerone:
Catilina se ne sta seduto in disparte, con la testa piegata, come se nessuno
volesse parlargli o anche soltanto avvicinarglisi. Cicerone, invece, è il
protagonista della scena: in piedi, accanto a quello che sembra un braciere
fumante davanti a un altare, declama il suo discorso di fronte all’attento
pubblico dei senatori togati. Gli indumenti indossati dai romani nella vita
di tutti i giorni (tuniche, mantelli e talvolta persino calzoni) erano assai
meno variati e variopinti. La toga, tuttavia, era l’abito formale e ufficiale: i
romani stessi si definivano orgogliosamente gens togata, «la gens che
indossa la toga», benché qualche straniero talvolta potesse sorridere alla
vista di questo strano e ingombrante indumento. La toga era bianca, con
l’aggiunta di una striscia di porpora (in latino, trabea) per distinguere chi
rivestiva una carica pubblica. La nostra parola candidato deriva dal latino
candidatus, in riferimento alle toghe di un bianco immacolato che i romani
indossavano durante le campagne elettorali per fare maggiore impressione
sugli elettori. In un mondo in cui bisognava mettere in mostra il proprio
rango, le raffinatezze del codice vestiario si spingevano ben oltre: sulla
tunica che i senatori portavano sotto la toga era cucita una larga fascia di
porpora, mentre una più stretta distingueva quella dei membri del gradino
immediatamente inferiore della società romana, i «cavalieri». Calzature
particolari caratterizzavano queste due classi. Maccari ha raffigurato in
modo efficace le toghe eleganti dei senatori, per quanto sembri avere
dimenticato di indicare le importanti bordature di porpora. Per quasi tutto
il resto, il quadro non è altro che un’affascinante fantasia dell’evento e della
sua ambientazione. Innanzitutto, Cicerone è presentato come un anziano
uomo di stato dai capelli bianchi, e Catilina come un giovane e tetro
mascalzone, quando invece erano entrambi sulla quarantina (Catilina aveva
solo un paio d’anni in meno di Cicerone). In secondo luogo, nell’assemblea
sono presenti troppo poche persone; a meno che non ne immaginiamo altri
fuori dalla scena, ci sono appena una cinquantina di senatori ad ascoltare il
decisivo discorso.

3. In questo quadro di Cesare Maccari, Cicerone è nel pieno della sua arringa, e parla
apparentemente senza l’aiuto di appunti. La scena coglie alla perfezione una delle
principali aspirazioni dell’aristocratico romano, quella di essere un vir bonus dicendi
peritus, un «uomo abile nel parlare».

Alla metà del I secolo a.C. il Senato era composto da circa seicento
membri, i quali avevano tutti precedentemente rivestito cariche pubbliche
(e si deve intendere persone solo di sesso maschile, in quanto nell’antica
Roma nessuna donna rivestì mai una carica pubblica). Chiunque avesse
ricoperto il ruolo di questore (e ne venivano eletti venti ogni anno) otteneva
automaticamente un seggio a vita nell’assemblea. I senatori si riunivano
regolarmente per dibattere, dare consigli ai consoli ed emanare decreti, che
venivano in genere seguiti e applicati, per quanto, non avendo forza di
legge, rimanesse sempre aperta la questione di ciò che sarebbe potuto
accadere se un decreto del Senato fosse stato cassato o semplicemente
ignorato. Senza dubbio la partecipazione alle sedute del Senato oscillava,
ma in questa particolare occasione doveva essere stata altissima. Quanto
all’ambientazione del quadro, appare certamente romana, ma la gigantesca
colonna che si eleva fino a scomparire dalla vista e gli sfarzosi e colorati
marmi che rivestono le pareti sono senz’altro esagerati e fuori luogo per la
città di allora. La nostra immagine moderna dell’antica Roma come un
abbagliante e sconfinato sfavillio di marmo non è del tutto sbagliata; ma
appartiene a un periodo successivo, iniziato con l’avvento degli imperatori e
il primo sfruttamento sistematico delle cave di marmo di Carrara, più di
trent’anni dopo la congiura di Catilina.
La Roma del tempo di Cicerone contava oltre un milione di abitanti, era
ancora costruita per la gran parte in mattoni o pietre locali, e si estendeva in
un labirinto di strade tortuose e vicoli bui. Un visitatore proveniente da
Atene o da Alessandria d’Egitto, dove molti edifici erano realmente come
quelli raffigurati da Maccari, avrebbe giudicato il luogo tutt’altro che
imponente, per non dire squallido. Era un tale focolaio di malattie che un
medico di un’epoca successiva scrisse che per studiare la malaria non c’era
bisogno di leggere i manuali di medicina: bastava fare un giro per la città.
Nei quartieri più malfamati il mercato immobiliare offriva miserabili
abitazioni per i poveri ma lauti guadagni per proprietari privi di scrupoli.
Lo stesso Cicerone aveva investito ingenti somme in questo mercato, e una
volta, scherzando, disse, mosso non dall’imbarazzo ma da un senso di
superiorità, che persino i topi avevano fatto i bagagli e avevano
abbandonato uno dei suoi fatiscenti e pericolanti condominii con
appartamenti in affitto.
Alcuni ricchi avevano iniziato ad attirare l’attenzione di passanti e
visitatori con le loro lussuose case private, colme di pitture raffinate,
eleganti statue greche, mobili alla moda (i tavolini a una sola gamba erano
un oggetto che destava particolare invidia e preoccupazione), persino
colonne di marmo importate. C’era anche un certo numero di imponenti
edifici pubblici, costruiti (o rivestiti) in marmo, che lasciavano presagire la
futura grandiosità di Roma. Ma l’edificio in cui si svolse la riunione dell’8
novembre non aveva nulla di particolarmente spettacolare.
Cicerone aveva convocato i senatori, come spesso avveniva, in un tempio;
in questo caso una vecchia e modesta costruzione dedicata al dio Giove,
vicino al Foro, nel cuore della città, di consueta pianta rettangolare (e non la
struttura circolare immaginata da Maccari), probabilmente piccolo e mal
illuminato, con lanterne e torce a compensare solo in parte la mancanza di
finestre. Dobbiamo figurarci parecchie centinaia di senatori ammassati in
uno spazio estremamente esiguo, alcuni seduti su sedie o panche
provvisorie, altri in piedi che, senza dubbio, cercavano di farsi spazio
sgomitando sotto una veneranda statua di Giove. Fu certamente uno dei
momenti più drammatici della storia romana, ma, altrettanto certamente,
privo di quell’atmosfera di eleganza con la quale siamo abituati a
immaginarlo.
Trionfo e umiliazione
Gli eventi successivi non sono diventati tema dei quadri di appassionati
pittori. Catilina lasciò la città per ricongiungersi con i suoi sostenitori, che
avevano messo insieme un esercito raccogliticcio fuori Roma. Nel
frattempo, Cicerone organizzò una brillante operazione segreta per
smascherare i cospiratori ancora presenti nella capitale. I quali, mal
consigliati, come poi risultò, avevano cercato di coinvolgere nel complotto
una delegazione di galli venuti a Roma per lamentarsi dello sfruttamento
cui erano sottoposti dai governatori provinciali romani. Questi galli, quale
che fosse la vera ragione (forse null’altro che un fiuto istintivo per
riconoscere il vincitore), decisero di collaborare segretamente con Cicerone
e gli fornirono informazioni decisive su nomi, luoghi e piani, nonché
un’altra serie di lettere incriminanti. Seguirono degli arresti, e le solite
scuse poco convincenti. Quando la casa di uno dei cospiratori fu trovata
piena di armi, il suo proprietario protestò la propria innocenza affermando
di essere un collezionista.
Il 5 dicembre Cicerone convocò nuovamente il Senato per discutere quel
che si dovesse fare con le persone arrestate. Questa volta i senatori si
riunirono nel tempio della dea Concordia, chiaro segno del fatto che gli
affari dello stato erano tutt’altro che concordi e armoniosi. Giulio Cesare
propose audacemente che i cospiratori fossero imprigionati: o, come
sostiene una versione, fino a quando, terminata la crisi, potessero essere
adeguatamente processati, oppure, secondo un’altra versione, per tutta la
vita. Nel mondo antico le pene detentive non erano la scelta normale, e le
prigioni non erano altro che luoghi in cui venivano custoditi i criminali
prima di essere giustiziati. Multe, esilio e morte rappresentavano le pene
abitualmente comminate dai romani. Se nel 63 a.C. Cesare propose
veramente il carcere a vita, sarebbe stata probabilmente la prima volta nella
storia dell’Occidente in cui l’ergastolo veniva chiesto quale alternativa alla
pena capitale, sebbene senza successo. Fondandosi sui poteri d’emergenza
che gli aveva concesso il decreto del Senato, nonché sull’aperto sostegno di
parecchi senatori, Cicerone fece giustiziare sommariamente i cospiratori,
senza accordare loro nemmeno un processo dall’esito già predeterminato.
Con atteggiamento trionfale, ne annunciò la morte alla folla acclamante con
un eufemismo condensato in una sola parola: vixere, «sono vissuti»; vale a
dire, «sono morti».
Nel giro di poche settimane le legioni di Roma sconfissero nell’Italia
settentrionale l’esercito di scontenti guidato da Catilina, il quale combatté
coraggiosamente alla testa dei suoi uomini. Il comandante romano, il
console collega di Cicerone Antonio Ibrida, il giorno della battaglia finale
sostenne di avere dolori ai piedi e affidò il comando al suo vice, suscitando
sospetti circa le sue vere simpatie. E non fu il solo a vedere messa in dubbio
la propria posizione. Fin dall’antichità, si sono fatte le più sfrenate e senza
dubbio inconcludenti speculazioni su quali e ben più importanti uomini
possano avere segretamente appoggiato Catilina. Fu davvero l’agente del
subdolo Marco Crasso? E quale fu la reale posizione di Cesare? La sconfitta
di Catilina fu comunque una grande vittoria per Cicerone; e i suoi
sostenitori gli conferirono l’appellativo di pater patriae, «padre della patria»,
uno degli onori più ambiti in una società estremamente patriarcale come
quella romana. Ma la gioia del successo durò poco. Già nel suo ultimo
giorno da console, due avversari politici gli impedirono di pronunciare il
consueto discorso di commiato davanti al popolo romano, sostenendo che
«chi ha punito altre persone senza permettere loro di essere ascoltate non
ha il diritto di essere egli stesso ascoltato». Pochi anni dopo, nel 58 a.C., il
popolo romano avrebbe votato una legge che prevedeva l’espulsione di
chiunque avesse condannato a morte un cittadino romano senza processo.
Cicerone partì da Roma appena prima che fosse approvato un altro decreto
che lo condannava espressamente all’esilio.
Fino a questo punto della vicenda il popolo romano non aveva avuto un
ruolo prominente. Il «popolo» (la P della sigla SPQR ) era un organismo ben
più ampio e indefinito del Senato, formato, in termini politici, da tutti i
cittadini romani maschi; le donne non avevano diritti politici ufficialmente
riconosciuti. Nel 63 a.C. a Roma c’erano circa un milione di cittadini, oltre a
pochi altri fuori di essa. In pratica, il popolo si riduceva alle poche migliaia,
o poche centinaia, che decidevano di presentarsi in città per elezioni,
votazioni o altri appuntamenti politici. Quale fosse l’influenza esercitata dal
popolo è sempre stata, fin dall’antichità, una delle questioni più controverse
e dibattute della storia romana; ma due cose sono certe. Primo, in questo
periodo, soltanto il popolo poteva eleggere i magistrati dello stato; anche
l’appartenenza alla più alta aristocrazia non consentiva di assumere una
carica pubblica (come, per esempio, il consolato) senza l’elezione popolare.
Secondo, soltanto il popolo, e non il Senato, poteva fare le leggi. Nel 58 a.C.
i nemici di Cicerone sostennero che, nonostante l’autorità di cui si era
ritenuto investito in virtù del decreto senatoriale sullo stato d’emergenza,
l’esecuzione dei seguaci di Catilina aveva violato il diritto fondamentale di
ogni cittadino romano a un regolare processo. Il popolo aveva tutto il diritto
di esiliarlo.
Colui che un tempo era stato chiamato «padre della patria» trascorse un
anno infelice nel nord della Grecia (la sua poco onorevole
autocommiserazione non suscita alcuna simpatia), finché il popolo votò il
suo ritorno. Fu accolto dalle acclamazioni dei suoi sostenitori, ma la sua
casa romana era stata demolita e, a confermare il senso politico del gesto, al
suo posto era stato eretto un santuario alla Libertà. Cicerone non si riprese
mai completamente da questo smacco.
Scrivere la storia
Possiamo raccontare questa storia in modo così dettagliato per una ragione
molto semplice: gli stessi romani ne hanno scritto moltissimo, e buona
parte di ciò che hanno scritto si è conservato. Gli storici moderni spesso si
lamentano di quanto poco sappiamo su certi aspetti del mondo antico:
«Pensate soltanto a ciò che non conosciamo circa la vita dei poveri, o
riguardo al punto di vista delle donne». È un atteggiamento anacronistico e
fuorviante. Gli autori della letteratura romana furono quasi esclusivamente
di sesso maschile; o, perlomeno, ci sono giunte solo pochissime opere di
donne (la perdita dell’autobiografia di Agrippina, la madre dell’imperatore
Nerone, deve essere annoverata tra le più tristi per la letteratura classica).
Questi scrittori erano quasi tutti benestanti, anche se alcuni poeti romani,
proprio come fanno ancora oggi diversi poeti, fingevano di soffrire la fame
nelle soffitte. Per di più, i lamenti di questi storici fanno perdere di vista il
punto veramente essenziale.
La cosa più straordinaria a proposito del mondo romano è proprio il fatto
che così tanta parte di ciò che i romani hanno scritto sia sopravvissuto per
oltre due millenni. Possediamo la loro poesia, le loro lettere, i loro saggi,
discorsi e opere storiche, cui ho già precedentemente accennato, ma anche
novelle, trattati geografici, satire e montagne di scritti tecnici sui più svariati
argomenti, dalle malattie e la medicina alle macchine ad acqua. La
conservazione di questo patrimonio si deve in gran parte alla dedizione dei
monaci medievali, che hanno copiato e ricopiato a mano quelle che
ritenevano le opere più importanti, o utili, della letteratura classica, cui si
aggiunge un significativo, ma spesso dimenticato, contributo degli studiosi
islamici medievali, che tradussero in arabo un certo numero di testi
filosofici e scientifici. E grazie agli sforzi degli archeologi – nei cui scavi
sono emersi innumerevoli papiri dalle sabbie e dalle antiche discariche
dell’Egitto, tavolette lignee per scrittura dagli accampamenti militari
romani nell’Inghilterra settentrionale e stele tombali iscritte da tutti i
territori dell’impero – possiamo leggere le lettere e osservare la vita
quotidiana di abitanti molto più ordinari del mondo romano. Abbiamo
biglietti inviati a casa, liste della spesa, libri contabili e iscrizioni incise sulle
tombe. Sebbene si tratti soltanto di un’esigua parte di ciò che un tempo era
esistito, abbiamo comunque accesso a un patrimonio di letteratura romana
(e, più in generale, di fonti scritte romane) più ampio di quanto una singola
persona sarà mai in grado di conoscere a fondo e padroneggiare nel corso
della sua vita.
Quali sono dunque le fonti che ci permettono di conoscere così bene il
conflitto tra Cicerone e Catilina? La storia ci è pervenuta attraverso diverse
vie, ed è proprio questa varietà a renderla tanto ricca. Ci sono brevi
resoconti nelle opere di diversi storici romani (compresa una biografia dello
stesso Cicerone), tutti scritti almeno un centinaio d’anni dopo gli eventi
narrati. Ben più importante, e rivelatore, è un lungo trattato (di circa una
cinquantina di pagine nella traduzione in una moderna lingua europea) che
contiene una descrizione e un’analisi dettagliate del Bellum Catilinae (La
guerra contro Catilina), per citare quello che fu, quasi certamente, il suo
titolo antico, scritto negli anni Quaranta del I secolo a.C. (ossia solo
vent’anni dopo la cosiddetta «guerra») da Gaio Sallustio Crispo. Anch’egli,
come Cicerone, homo novus, nonché amico e alleato di Giulio Cesare,
Sallustio godeva di una reputazione tutt’altro che immacolata: la sua attività
di governatore in Africa era stata segnata da un livello intollerabile di
corruzione ed estorsione, anche per i parametri romani. Ma, nonostante la
sua non del tutto onorevole carriera, o forse proprio a causa di ciò, il saggio
di Sallustio costituisce una delle analisi politiche più profonde e penetranti
che ci siano giunte dal mondo antico.
Sallustio non ha soltanto narrato nei dettagli la storia della progettata
ribellione, le sue cause e il suo esito. Ha fatto della figura di Catilina il
simbolo emblematico dei più diffusi difetti della Roma del I secolo a.C.
Secondo Sallustio, la tempra morale dei romani era stata distrutta dal
successo e dalla ricchezza che la città aveva ottenuto, dall’avidità e dalla
brama di potere cresciuta dopo la conquista del Mediterraneo e
l’annientamento di tutti i possibili rivali. La svolta cruciale era avvenuta
ottantatré anni prima della congiura di Catilina, quando, nel 146 a.C., le
legioni romane avevano distrutto Cartagine, la città natale e base operativa
di Annibale sulla costa settentrionale dell’Africa. Dopo questo evento, così
pensava Sallustio, non era rimasta più alcuna seria minaccia al dominio
romano. Catilina, ammetteva Sallustio, aveva forse posseduto qualità
positive, come il coraggio dimostrato in battaglia o le sue straordinarie doti
di resistenza («la sua capacità di sopportare la fame, il freddo o la mancanza
di sonno era stupefacente»). Ma incarnava gran parte di ciò che c’era di
marcio e sbagliato nella Roma del suo tempo.
Oltre al saggio di Sallustio possediamo altri documenti interessanti, che,
in sostanza, derivano dallo stesso Cicerone e riportano la sua versione dei
fatti. Alcune lettere indirizzate al suo amico più caro, Tito Pomponio Attico
(un uomo molto ricco che non entrò mai direttamente nell’agone politico
ufficiale, ma spesso ne tirò le fila da dietro le quinte), fanno riferimento alle
sue relazioni, all’inizio amichevoli, con Catilina. Nel 65 a.C., per esempio,
tra notizie di carattere familiare, come la nascita di suo figlio («Voglio
comunicarti che sono diventato padre...»), e l’allusione all’arrivo di nuove
statue dalla Grecia per abbellire la sua casa, Cicerone riferisce che stava
prendendo in considerazione la possibilità di difendere Catilina in
tribunale, nella speranza che in seguito potessero collaborare. Come sia
stato possibile che lettere così private siano poi diventate di pubblico
dominio rimane per molti aspetti un mistero. Molto probabilmente, un
membro della famiglia di Cicerone ne mise a disposizione dopo la sua
morte alcune copie, che subito circolarono nelle mani di lettori curiosi,
sostenitori e avversari. Nel mondo antico non fu mai pubblicato nulla,
almeno nel nostro senso stretto del termine. Ci restano in tutto quasi mille
lettere, scritte o ricevute dal grande oratore nel corso degli ultimi vent’anni
della sua vita. Queste missive, che rivelano la sua autocommiserazione
durante l’esilio («Tutto quello che posso fare è piangere!») e il suo dolore
per la morte della figlia subito dopo il parto, e che trattano i temi più
svariati – da ruberie di vario genere e divorzi eccellenti fino alle ambizioni
di Giulio Cesare –, costituiscono uno dei più interessanti corpus di scritti
che ci siano giunti dall’antica Roma.
Altrettanto interessante, e forse ancora più sorprendente, è un lungo
poema che lo stesso Cicerone compose per celebrare le imprese del proprio
consolato. Non si è conservato in modo completo; ma all’epoca era, lodato o
denigrato, ben noto, tanto che una settantina di versi viene citata da altri
autori antichi o dal medesimo Cicerone in opere successive. Contiene uno
dei più celebri, e scadenti, versi di poesia latina, passato attraverso i Secoli
Bui: O fortunatam natam me consule Romam («O Roma fortunata, nata sotto il
mio consolato»), con una rima piuttosto zoppicante. Come se non bastasse,
sembra che – con un’altra sfacciata, anche se leggermente ridicola, caduta di
modestia – vi figurasse un’«assemblea degli dèi» nella quale il nostro
sovrumano console discuteva con il divino consesso riunito sul monte
Olimpo come affrontare la congiura di Catilina.
Nel I secolo a.C. a Roma la fama e la reputazione non dipendevano
soltanto dal semplice passaparola, ma soprattutto da una vera e propria
propaganda, talvolta orchestrata in modo alquanto complesso e perfino
bizzarro. Sappiamo che Cicerone cercò di convincere un suo vecchio amico,
Lucio Lucceio, a scrivere un resoconto celebrativo della sconfitta di Catilina
e degli eventi immediatamente successivi («Sono divorato da una brama
incredibile» scrisse in una lettera «di vedere il mio nome illustrato e
glorificato da un’opera tua»); e sperava inoltre che un poeta greco allora di
moda, del quale aveva assunto la difesa in un complesso caso relativo al suo
permesso di residenza, avrebbe composto un poema epico sul medesimo
tema. Alla fine, fu costretto a scrivere di propria mano un poetico tributo a
se stesso. Un esiguo gruppo di critici moderni ha cercato, senza riuscire a
dimostrarsi convincente, di difendere la qualità letteraria dell’opera, e
persino del verso che ne è diventato il simbolo riassuntivo (O fortunatam
natam...). La maggior parte dei critici romani di cui ci è nota l’opinione in
proposito derideva tanto la vanità dell’impresa quanto la pomposità del suo
linguaggio. Perfino uno dei più grandi ammiratori di Cicerone,
appassionato studioso delle sue tecniche oratorie, si rammaricava che
«avesse superato a tal punto il limite». Altri scrittori ridicolizzarono
allegramente il poema o ne fecero una parodia.
Ma la fonte più diretta per gli eventi del 63 a.C. è costituita dalle
trascrizioni dei discorsi che Cicerone tenne proprio in quei giorni. Due di
essi furono pronunciati in occasione di riunioni pubbliche del popolo
romano, il primo per aggiornarlo sul progresso delle indagini sulla congiura
di Catilina e il secondo per annunciare la vittoria contro i dissidenti. Un
altro rappresenta il contributo dato da Cicerone al dibattito svoltosi in
Senato il 5 dicembre per decidere la pena appropriata da comminare alle
persone arrestate. Infine, il discorso più celebre di tutti, quello pronunciato
in Senato l’8 novembre, nel quale denunciava Catilina con parole che
possiamo immaginare declamate come nel quadro di Maccari.
Lo stesso Cicerone fece probabilmente circolare copie di questi discorsi
poco dopo averli pronunciati, scrupolosamente trascritti da un piccolo
esercito di servitori. E, al contrario dei suoi tentativi poetici, divennero
rapidamente ammirati e spesso citati classici della letteratura latina, nonché
esempi incomparabili di grande retorica, che, sino alla fine dell’antichità, gli
scolari romani e tutti gli aspiranti oratori dovevano imparare a memoria e
imitare. Erano letti e studiati persino da chi non conosceva perfettamente la
lingua latina. Questo almeno accadeva nell’Egitto romano ancora
quattrocento anni più tardi. Le più antiche copie pervenuteci di questi
discorsi si trovano su papiri risalenti al IV o V secolo d.C., oggi soltanto
piccoli frammenti di rotoli un tempo ben più lunghi. Uno di essi contiene il
testo originale latino e una traduzione parola per parola in greco. Possiamo
facilmente immaginarci un greco d’Egitto che si affatica sul papiro per
comprendere la lingua e lo stile di Cicerone.
Anche molti altri studenti successivi si sono affaticati su questi testi. I
quattro discorsi In Catilinam (Contro Catilina), o Catilinarie, come oggi
vengono spesso chiamati, sono entrati a far parte delle tradizioni educative
e culturali dell’Occidente. Copiati e diffusi dai monasteri medievali, sono
stati utilizzati per far esercitare generazioni di studenti nella lingua latina, e
sono stati scrupolosamente analizzati come opere letterarie dagli
intellettuali e dai professori di retorica del Rinascimento. Ancora oggi
mantengono il proprio posto nei manuali di insegnamento del latino e
continuano a costituire un modello di persuasività oratoria, sulle cui
tecniche si fonda gran parte dei più celebri discorsi moderni, compresi
quelli di Tony Blair e Barack Obama.
Le prime parole del discorso pronunciato da Cicerone l’8 novembre (la
Prima Catilinaria) sono diventate tra le più citate e immediatamente
emblematiche del mondo romano: Quo usque tandem abutere, Catilina,
patientia nostra? («Fino a quando, Catilina, continuerai ad abusare della
nostra pazienza?»). E a queste segue, poco oltre nello stesso testo, il solenne
e altrettanto celebre motto O tempora, o mores («Oh tempi, oh costumi»). In
effetti, la frase Quo usque tandem... doveva essersi già saldamente impiantata
nella coscienza letteraria romana quando Sallustio scriveva il suo resoconto
della «guerra», appena vent’anni dopo gli eventi. Anzi, lo era così tanto che,
con salace o scherzosa ironia, Sallustio poteva metterla in bocca a Catilina:
Quae quo usque tandem patiemini, o fortissimi viri? («Fino a quando lo
sopporterete, o uomini di grande coraggio?»), parole con cui il
rivoluzionario Catilina sallustiano sprona i suoi seguaci, ricordando loro le
ingiustizie subite da parte dell’élite. Sono, naturalmente, pura invenzione.
Gli autori antichi mettevano sempre in bocca ai propri protagonisti discorsi
scritti da loro stessi, proprio come gli storici di oggi tendono ad attribuire
determinati sentimenti o motivazioni ai propri personaggi. L’ironia qui sta
nel fatto che a Catilina, il più acerrimo nemico di Cicerone, vengono fatte
pronunciare proprio le più celebri parole del suo avversario.
Questa è soltanto una delle numerose ironie e paradossali «citazioni
errate» che hanno caratterizzato la storia della celebre frase ciceroniana.
Sono riaffiorate spesso nella letteratura latina, ogni volta che entravano in
scena progetti rivoluzionari. Pochi anni dopo Sallustio, Tito Livio intraprese
la stesura di una storia di Roma dalle origini, suddivisa in 142 «libri»
(un’opera monumentale, benché un «libro» comprendesse quanto poteva
stare su un singolo rotolo di papiro e corrispondesse piuttosto alla
lunghezza di un moderno «capitolo»). Ciò che Livio aveva da dire su
Catilina è purtroppo andato perduto. Ma quando cerca di descrivere
precedenti conflitti civili, come in particolare la «cospirazione» di un certo
Marco Manlio, che nel IV secolo a.C. avrebbe incitato i poveri di Roma a
ribellarsi contro l’oppressivo dominio dei patrizi, Livio offre una versione
modificata delle parole di Cicerone, facendo dire a Manlio, il quale cercava
di convincere i propri seguaci che, pur essendo poveri, avevano la forza per
ottenere la vittoria: Quo usque tandem ignorabitis vires vestras? («E fino a
quando misconoscerete le vostre forze?»).
Il punto essenziale qui non è semplicemente la ripresa di una celebre
frase, né l’uso della figura di Catilina come simbolo della peggiore
scelleratezza, sebbene gli sia spesso riservato questo ruolo nella letteratura
romana: il suo nome finì per diventare l’epiteto preferito per indicare un
imperatore impopolare; e, circa mezzo secolo dopo la sua morte, Publio
Virgilio Marone gli riservò un posto nella sua Eneide, mostrandolo mentre
viene torturato nell’Aldilà, «spettri di Furie temente». Ben più importante è
il modo in cui lo scontro tra Catilina e Cicerone divenne un modello efficace
per comprendere i fenomeni di disobbedienza civile e di insurrezione
all’interno della storia romana, e anche in senso più generale. Quando gli
storici romani parlano di rivoluzione, alla base del loro racconto si cela
sempre l’immagine di Catilina, obbligandoli persino a qualche strana
inversione cronologica. Come rivelano le sue accuratamente scelte parole, il
Marco Manlio di Livio, un nobile postosi alla guida di una rivoluzione
predestinata al fallimento e sostenuta da una plebe impoverita, è in gran
parte una proiezione della figura di Catilina nelle vicende della Roma più
antica.
L’altra versione della storia
Non esiste per caso un’altra versione della storia? Grazie alle dettagliate
informazioni fornite dalla sua penna, il punto di vista di Cicerone risulterà
sempre quello predominante. Ma ciò non significa necessariamente che sia
vero in senso assoluto, o che sia l’unico modo di considerare la vicenda. Gli
studiosi si sono domandati per secoli quanto sia prevenuta la versione
offertaci da Cicerone, e hanno individuato prospettive e interpretazioni
alternative sotto la superficie della versione ciceroniana. Ce lo conferma lo
stesso Sallustio. Infatti, sebbene il suo resoconto si basi in gran parte sugli
scritti di Cicerone, mettendo le celebri parole Quo usque tandem in bocca a
Catilina anziché a Cicerone, ha probabilmente voluto ricordare ai suoi
lettori che i fatti e la loro interpretazione erano, come minimo, fluttuanti.
Una prima e ovvia domanda da porsi è se il discorso noto come Prima
Catilinaria riproduca realmente ciò che Cicerone disse l’8 novembre ai
senatori riuniti nel tempio di Giove. È difficile immaginare che sia tutta
un’invenzione. Come avrebbe potuto, altrimenti, mettere in circolazione
una versione che non aveva nulla a che fare con quanto aveva detto? Ma,
quasi certamente, non è nemmeno una trascrizione letterale. Se pronunciò
il proprio discorso con l’aiuto di una qualche forma di appunti scritti, il
testo che ci è giunto si colloca presumibilmente a metà strada tra ciò che
ricordava di avere detto e ciò che avrebbe voluto dire. E, anche se avesse
parlato leggendo un testo sostanzialmente completo, quello che fece poi
circolare tra amici, colleghi e persone sulle quali voleva fare particolare
impressione sarà stato di sicuro ricorretto e migliorato, dandogli maggiore
compattezza e inserendo qualche brillante frase a effetto, che durante il
discorso poteva essergli sfuggita di mente.
Molto dipende anche dal momento preciso e dal motivo per cui venne
fatto circolare. Da una delle sue lettere ad Attico sappiamo che Cicerone
stava predisponendo la trascrizione di copie della Prima Catilinaria nel
giugno del 60 a.C., ossia quando doveva ormai essere ben consapevole che
le polemiche per l’esecuzione dei «cospiratori», da lui ordinata, non si
sarebbero spente. A Cicerone potrebbe essere sembrato desiderabile e
opportuno usare il testo scritto del discorso a propria difesa, anche se ciò
imponeva alcune strategiche correzioni e aggiunte. In effetti, i ripetuti
riferimenti a Catilina come se si trattasse di un nemico straniero (hostis, in
latino) potrebbero essere uno dei modi in cui Cicerone intendeva replicare
ai propri avversari: definendo i cospiratori come nemici dello stato
affermava implicitamente che non meritavano la protezione della legge
romana in quanto avevano perduto i propri diritti civili (compreso quello a
un regolare processo). Questo, naturalmente, potrebbe essere stato un
punto ricorrente anche nella versione orale del discorso pronunciato l’8
novembre. Non possiamo saperlo. Ma sono convinta che tale definizione
assunse un’importanza molto maggiore nella versione scritta e definitiva.
Questi problemi ci spingono a cercare con rinnovato sforzo altre versioni
della storia. Una volta esclusa la prospettiva di Cicerone, è forse possibile
farsi un’idea di quale fosse il punto di vista di Catilina e dei suoi
sostenitori? Le parole e i giudizi di Cicerone dominano in modo
preponderante il corpus delle nostre testimonianze relative alla metà del I
secolo a.C. Ma è sempre utile cercare di leggere la sua versione, o qualsiasi
altra versione della storia romana, andando, per così dire, «controcorrente»,
per penetrare nelle sue più piccole crepe utilizzando i frammenti di altre
testimonianze da essa indipendenti, e domandarci se altri osservatori
possano aver visto le cose in modo diverso. Coloro che Cicerone descrisse
quali mostruose canaglie erano davvero così malvagi come ci vuole far
credere? In effetti, ci sono sufficienti elementi per sollevare alcuni concreti
dubbi su quanto stava realmente accadendo.
Cicerone presenta Catilina come un fuorilegge con spaventosi debiti di
gioco, dovuti esclusivamente alla sua immoralità. Ma la situazione non può
essere stata così semplice. A Roma, nel 63 a.C., era in atto una sorta di crisi
debitoria e permanevano problemi economici e sociali ben maggiori di
quanto Cicerone fosse pronto a riconoscere. Altra notevole impresa del suo
«grande consolato» era stata la revoca di una proposta che prevedeva la
distribuzione di terre della penisola a un certo numero di poveri della città.
In altre parole, se Catilina si comportava come un fuorilegge, aveva
probabilmente una buona ragione per farlo, e poteva contare sul sostegno
di molte persone comuni spinte da analoghe difficoltà ad accettare
provvedimenti disperati.
Come possiamo accertarlo? Ricostruire un quadro dell’economia di oltre
duemila anni fa è ancora più difficile che ricomporre quello della politica;
ma possiamo cogliere alcuni inaspettati indizi. Le informazioni che si
possono ricavare dalle monete coniate in questo periodo sono
particolarmente rivelatrici, sia per quanto riguarda la situazione di allora sia
per quanto riguarda la capacità degli storici e archeologi moderni di
combinare il materiale in loro possesso nei modi più ingegnosi. Le monete
romane possono essere spesso datate con estrema precisione, perché,
proprio in questo periodo, erano ridisegnate ogni anno e «firmate» dai
magistrati annuali responsabili della loro emissione. Erano coniate
utilizzando una serie di stampi incisi singolarmente a mano, di cui si
possono ancora riconoscere minime differenze di dettaglio sulle monete in
nostro possesso. Siamo così in grado di calcolare la quantità di monete che
si potevano mediamente produrre con un singolo stampo (prima che fosse
troppo consumato per incidere un’immagine ben delineata); e se
disponiamo di un numero sufficiente di monete possiamo calcolare quanti
stampi sono stati impiegati per realizzare una determinata emissione. In
questo modo possiamo farci un’idea abbastanza precisa di quante monete
fossero coniate ogni anno: maggiore era il numero degli stampi, maggiore
era anche quello delle monete, e viceversa.
In base a questi calcoli, il numero di monete coniate alla fine degli anni
Sessanta del I secolo a.C. appare subire una contrazione talmente drastica
da determinare una netta riduzione del numero complessivo di monete in
circolazione in confronto agli anni subito precedenti. Le ragioni di questa
contrazione non possono essere accertate. Come la maggior parte degli stati
prima del XVIII secolo (o anche dopo), Roma non seguiva alcun tipo di
politica monetaria, né disponeva di istituzioni finanziarie capaci di
svilupparla e metterla in pratica. Le conseguenze di questo fatto sono ovvie.
Avesse o non avesse dilapidato le sue ricchezze con il gioco d’azzardo,
Catilina (e molti altri insieme a lui) avrebbe potuto comunque trovarsi a
corto di denaro; mentre chi aveva già dei debiti doveva affrontare le
pressanti richieste dei creditori, anch’essi a corto di soldi.
4. Questa moneta d’argento fu coniata nel 63 a.C. Raffigura un cittadino romano che getta
una scheda elettorale dentro un’apposita giara. Le differenze di dettaglio tra i due esempi
riprodotti illustrano perfettamente le differenze tra i vari stampi dai quali erano ricavati.
Sulla moneta è inciso anche il nome del magistrato responsabile della zecca per
quell’anno: Longinus.

Tutto ciò si aggiungeva agli altri tradizionali fattori che potevano


spingere gli strati più umili e indigenti alla protesta o a schierarsi con chi
faceva promesse di radicali cambiamenti: l’enorme disparità tra i ricchi e i
poveri, le squallide condizioni in cui viveva gran parte della popolazione e
la malnutrizione, per non dire l’inedia, cui era ridotta.
Anche se Cicerone presenta con disprezzo i seguaci di Catilina come
reprobi, criminali e indigenti, la stessa logica interna del suo resoconto,
come pure di quello di Sallustio, fa sorgere dei dubbi. Infatti, l’uno e l’altro
affermano esplicitamente o implicitamente che il sostegno di cui godeva
Catilina si dissolse non appena si diffuse la notizia che intendeva dare alle
fiamme la città. Se questo è vero, non abbiamo a che fare con squattrinati e
gente disperata che non aveva nulla da perdere nel caso di una completa e
catastrofica conflagrazione. È ben più probabile che tra i suoi sostenitori
figurassero gli strati più umili e poveri, che avevano tuttavia un certo
interesse per la sopravvivenza della città.
Cicerone, naturalmente, doveva fare apparire il più grave possibile la
minaccia costituita da Catilina. Nonostante il suo successo politico,
occupava una posizione precaria al vertice della società romana, circondato
da famiglie aristocratiche che vantavano, proprio come Catilina, una
discendenza diretta dai padri fondatori di Roma o addirittura dagli dèi. La
famiglia di Giulio Cesare, per esempio, faceva orgogliosamente risalire la
propria stirpe alla dea Venere; un’altra famiglia, più sorprendentemente,
pretendeva di discendere dall’altrettanto mitica Pasifae, la moglie del re
Minosse, dal cui straordinario accoppiamento con un toro era nato il
mostruoso Minotauro. Per assicurare la propria posizione all’interno di
queste cerchie, Cicerone aveva cercato senza dubbio di riportare qualche
spettacolare successo durante il suo consolato. Una decisiva vittoria militare
contro un nemico barbaro sarebbe stata l’ideale, e ciò che la maggior parte
dei romani avrebbe auspicato. Roma fu sempre uno stato militare, e la
vittoria in guerra rappresentava la via più sicura alla gloria. Cicerone, però,
non era un soldato: si era affermato e distinto nelle corti dei tribunali, non
guidando l’esercito in battaglia contro nemici pericolosi, o semplicemente
sfortunati. Aveva bisogno di «salvare lo stato» in qualche altro modo.
Alcuni attenti osservatori romani notarono che la crisi giocava
nettamente a vantaggio di Cicerone. Un anonimo opuscolo, nel quale viene
sferrato un duro attacco contro l’intera carriera del celebre oratore, e
conservato unicamente perché un tempo si riteneva a torto che fosse uscito
dalla penna di Sallustio, dichiara esplicitamente che Cicerone «sfruttò i
problemi dello stato per la propria gloria», giungendo persino a sostenere
che il suo consolato fu «la causa della congiura» anziché la sua soluzione.
Senza tanti giri di parole: la vera questione per noi non è se Cicerone abbia
esagerato i pericoli della congiura, bensì fino a che punto lo abbia fatto.
5. Questa stele funeraria romana, del IV secolo a.C., ci mostra un semplice modo per
battere moneta. La moneta da incidere è collocata tra due stampi, poggiati su un’incudine.
L’uomo raffigurato a sinistra sta per sferrare un colpo con un pesante martello per
imprimere lo stampo sulla moneta. Come indicano le tenaglie tenute in mano dall’aiutante
a destra, la moneta era stata precedentemente scaldata per agevolare l’operazione.

I critici moderni più integralisti ritengono che l’intera congiura non sia
altro che il frutto dell’immaginazione di Cicerone: nel qual caso, l’uomo che
affermava di essere un «collezionista d’armi» diceva la verità, le lettere
incriminanti erano dei falsi, la delegazione dei galli si era fatta beffe del
console e i presunti tentativi di assassinio erano soltanto fantasie
paranoiche. Un giudizio così radicale non sembra tuttavia plausibile. Ci fu,
dopotutto, uno scontro tra gli uomini di Catilina e le legioni romane, che
non può certo essere considerato una finzione. È alquanto più probabile
che, quali che fossero le sue originarie motivazioni, Catilina – radicale
lungimirante o terrorista privo di scrupoli – fosse stato spinto a misure
estreme, almeno in parte, da un console che voleva la rissa ed era in cerca di
gloria. Cicerone potrebbe essersi sinceramente convinto, a prescindere
dalle informazioni in suo possesso, che Catilina rappresentasse una grave
minaccia per la sicurezza di Roma. Come sappiamo da molti esempi più
recenti, è proprio in questo modo che agiscono la paranoia politica e
l’interesse personale. Non potremo mai esserne certi. La «congiura» resterà
sempre un esempio perfetto del classico dilemma interpretativo: c’era
davvero un «complotto contro lo stato», oppure la crisi, almeno in parte, era
un’invenzione dei conservatori? Serve inoltre a ricordarci che nella storia
romana, come nella storia di qualsiasi altra civiltà, dobbiamo sempre tenere
desta la nostra attenzione per cogliere le tracce dell’altra versione della
storia: che è anche il punto di partenza di questo libro.
Il nostro Catilina?
Lo scontro tra Cicerone e Catilina ha sempre fornito un modello
esemplificativo dei conflitti politici. Non è certo una semplice coincidenza
che il quadro raffigurante gli eventi dell’8 novembre fosse stato
commissionato a Maccari, insieme ad altri dipinti con episodi di storia
romana, per la sala di Palazzo Madama che solo alcuni anni prima era
diventata la sede del Senato italiano; presumibilmente, si volevano
ricordare ai moderni senatori una vicenda e una lezione esemplare della
storia. E, nel corso dei secoli, le giustificazioni e le colpe della «congiura», i
difetti e le virtù rispettivamente di Catilina e Cicerone, e il difficile rapporto
tra sicurezza nazionale e libertà civili sono stati aspramente discussi, e non
soltanto da parte degli storici.
Talvolta la storia è stata del tutto riscritta. Secondo una tradizione
medievale toscana, Catilina sarebbe sopravvissuto alla battaglia contro le
legioni romane e, diventato un eroe locale, avrebbe avuto una complicata
storia d’amore con una donna chiamata Belisea. Un’altra versione gli
attribuisce un figlio di nome Uberto, facendone così l’antenato della
dinastia degli Uberti a Firenze. In modo ancora più fantasioso, la tragedia
intitolata Catilina di Prosper de Crébillon, rappresentata per la prima volta
attorno alla metà del XVIII secolo, immagina una relazione amorosa tra
Catilina e Tullia, la figlia di Cicerone, con tanto di segreti convegni amorosi
in un tempio romano.
Quando è stata riproposta in romanzi o sul palcoscenico, la congiura di
Catilina è stata adattata in base all’orientamento politico dell’autore e alla
situazione politica del tempo. Il primo dramma di Henrik Ibsen, scritto
all’indomani delle rivoluzioni europee degli anni Quaranta dell’Ottocento,
ha come tema proprio gli eventi del 63 a.C. Qui, un Catilina rivoluzionario è
contrapposto alla corruzione del mondo nel quale vive, mentre Cicerone, il
quale non avrebbe potuto immaginare cosa peggiore, è lasciato quasi
totalmente fuori dagli eventi, senza mai apparire sulla scena e a malapena
menzionato. Al contrario, per Ben Jonson, che scrive all’indomani della
Congiura delle polveri, b Catilina è un sadico antieroe sotto le cui grinfie
sono cadute così tante vittime che, nella fervida immaginazione dell’autore,
è necessaria un’intera flotta per condurle nell’Aldilà attraversando il fiume
Stige. Anche il suo Cicerone non è un personaggio gradevole, quanto
piuttosto un fastidioso scocciatore; anzi, talmente noioso che, in occasione
della prima messa in scena dell’opera, nel 1611, molti spettatori lasciarono il
teatro durante la sua interminabile denuncia di Catilina.

6. Nel 2012, alcuni manifestanti ungheresi che protestavano contro il tentativo del partito
Fidesz di riscrivere la costituzione mostrarono striscioni con la celebre frase di Cicerone,
in latino. Ma queste parole non sono state impiegate soltanto in campo politico. In una
famosa polemica fra intellettuali, Camille Paglia sostituì il nome di Catilina con quello del
filosofo francese Michael Foucault: «Fino a quando, o Foucault...?».

Jonson non rendeva giustizia alle doti persuasive dell’oratoria


ciceroniana, almeno a giudicare dal perdurante uso delle sue parole,
continuamente citate e riadattate. Infatti, la Prima Catilinaria, e in
particolare il suo celebre incipit (Quo usque tandem...), continuano ad
aleggiare sulla retorica politica del XXI secolo, stampati sugli striscioni o
condensati nei 140 caratteri di un tweet. Basta soltanto inserire il nome del
proprio specifico obiettivo, e il gioco è fatto. Anzi, proprio mentre stavo
scrivendo questo libro, è stata postata una lunga serie di tweet e di altri
messaggi in cui il nome Catilina stava a rappresentare, per citare solo
qualche esempio, i presidenti degli Stati Uniti, della Francia e della Siria, il
sindaco di Milano e lo stato di Israele: Quo usque tandem abutere, François
Hollande, patientia nostra? È impossibile accertare quanti di coloro che oggi
citano queste parole sappiano effettivamente da dove provengano, o quale
fosse il vero significato dello scontro fra Cicerone e Catilina. Alcuni
possono forse essere dei classicisti animati da una passione politica; ma è
alquanto improbabile che ciò possa valere per tutti i contestatori e i
manifestanti. Il modo in cui queste parole vengono usate rimanda a
qualcosa di diverso dall’erudizione classica, e probabilmente di più
importante. È il segno che, sotto la superficie della politica occidentale, il
vago ricordo del conflitto tra Cicerone e Catilina serve ancora da modello
esplicativo per le nostre lotte politiche. L’eloquenza di Cicerone, anche se
compresa solo in parte, continua a plasmare il linguaggio della politica
moderna.
Cicerone ne sarebbe deliziato. Quando scrisse al suo amico Lucceio per
chiedergli di celebrare le imprese del proprio consolato, sperava di
raggiungere una fama eterna: «L’idea di essere menzionato dai posteri mi
spinge ad avere qualche speranza nell’immortalità», come scrisse egli
stesso con un tocco di affettata modestia. Lucceio, come abbiamo visto, non
accolse la richiesta. Forse ne fu dissuaso dalla sfacciata pretesa di Cicerone
di «trascurare le regole della storia» al fine di presentare gli eventi in modo
glorioso ancor più che accurato. Alla fine, però, Cicerone si è conquistato da
sé una ben maggiore immortalità per le sue imprese del 63 a.C. di quella
che gli avrebbe mai potuto assicurare Lucceio, e le sue parole sono ancora
vive oggi, a oltre duemila anni di distanza.
Nei prossimi capitoli incontreremo molti altri analoghi conflitti politici,
con tanto di interpretazioni contrastanti e, talvolta, scomodi echi nella
nostra stessa epoca. Ma ora è giunto il momento di lasciare il terreno
relativamente solido del I secolo a.C. e addentrarci nelle meno illuminate
profondità della storia romana. Come ricostruivano Cicerone e i suoi
contemporanei i primi anni della propria città? Perché consideravano
importanti le proprie origini? Che cosa significa domandare: «Dove inizia
Roma?». Che cosa possiamo veramente sapere noi, o i contemporanei di
Cicerone, della Roma più antica?
a. Il richiamo alle tavole rimanda all’inserto e quello alle figure alle immagini nel testo.
b. Complotto fallito dei cattolici inglesi contro il re Giacomo I (1605). [NdT]
II
IN PRINCIPIO
Cicerone e Romolo
Secondo una tradizione romana, il tempio di Giove, dove Cicerone l’8
novembre del 63 a.C. pronunciò la sua orazione contro Catilina, era stato
innalzato settecento anni prima da Romolo, il padre fondatore della città.
Romolo e i nuovi membri della sua minuscola comunità stavano
combattendo contro i loro vicini, un popolo noto con il nome di sabini, sul
luogo che poi divenne il Foro, il centro politico della Roma ciceroniana. Le
cose si stavano mettendo male per i romani, ormai costretti alla ritirata. In
un ultimo tentativo di cogliere la vittoria, Romolo rivolse la propria
preghiera a Giove (in realtà non semplicemente a Giove, bensì a Giove
Stator, vale a dire «Giove che rende saldi gli uomini»): promise alla divinità
che, se i romani avessero resistito alla tentazione di darsi alla fuga e
avessero tenuto il terreno contro il nemico, avrebbe costruito un tempio in
suo onore. Così avvenne, e sul luogo stesso della battaglia venne eretto il
Tempio di Giove Statore, il primo di una lunga serie di templi e santuari
edificati per celebrare l’aiuto divino che contribuiva ad assicurare la vittoria
militare di Roma.
Questa almeno è la storia raccontata da Tito Livio e da molti altri autori
romani. Gli archeologi non sono ancora riusciti a identificare con certezza i
resti di questo tempio, che, in ogni caso, all’epoca di Cicerone doveva avere
subìto numerose ricostruzioni, soprattutto se le sue origini risalgono
realmente ai tempi della fondazione di Roma. Ma non c’è alcun dubbio che,
quando vi convocò il Senato, Cicerone sapeva esattamente ciò che stava
facendo. Aveva in mente il precedente di Romolo e aveva scelto quel luogo
per ribadire un punto essenziale. Voleva che i romani restassero «saldi» di
fronte al loro nuovo nemico, Catilina. Infatti, è esattamente questo che
disse alla fine del suo discorso, quando (senza dubbio indicando con un
gesto della mano la statua del dio) fece appello a Giove Statore e ricordò al
suo pubblico la fondazione del tempio:

E tu, Giove, che qui fosti posto da Romolo con gli stessi auspicii con i quali
fondò la città, tu, che ben a ragione invochiamo con il nome di Statore
dell’Urbe e dell’Impero, tieni lontano quest’uomo e questi sgherri dal tuo
tempio e dagli altri dell’Urbe, dalle case dei romani, dalle mura, dalle vite, dai
beni di tutti i suoi abitanti.

Ai suoi concittadini non sfuggì naturalmente l’implicita deduzione che


Cicerone si presentava come un nuovo Romolo; anzi, gli si poté
sarcasticamente rinfacciare questo collegamento: alcuni colsero
l’opportunità per deridere la sua provenienza da un piccolo municipio
chiamandolo «il Romolo di Arpino».
Quello di Cicerone era un richiamo tipicamente romano ai padri
fondatori, alle emozionanti storie della Roma arcaica e al momento stesso
della sua fondazione. Ancora oggi, l’immagine della lupa che allatta il
piccolo Romolo e il suo fratello gemello Remo simboleggia le origini di
Roma. La celebre statua bronzea che raffigura questa scena è una delle
opere d’arte romana più copiate e immediatamente riconoscibili, riprodotta
su migliaia di cartoline, tovagliolini, portacenere, calamite e altri souvenir,
nonché presente su tutti i muri della città e come emblema della squadra di
calcio della Roma.
Poiché ci è così familiare, siamo facilmente spinti a considerare per così
dire scontata la storia di Romolo e Remo (o piuttosto di Remo e Romolo, per
seguire l’ordine di solito stabilito dai romani stessi) e ci dimentichiamo che
si tratta di una delle «leggende storiche» di fondazione più strane che si
conosca per qualsiasi epoca e località del mondo intero. Ed è certamente un
mito o una leggenda, sebbene i romani ritenessero che fosse, in sostanza,
storia. La lupa che allatta i gemelli è, in una vicenda già molto peculiare, un
episodio talmente bizzarro che anche gli stessi autori antichi hanno talvolta
espresso un sano scetticismo sulla provvidenziale presenza di questo
animale pronto a salvare con il suo latte la coppia dei bambini abbandonati.
Il resto del racconto è una strabiliante miscela di dettagli sconcertanti: non
soltanto l’inconsueta idea di due fondatori (Romolo e Remo), ma anche una
serie di fatti ed eventi tutt’altro che eroici (omicidi, stupri e rapimenti), e la
stessa composizione della città, i cui primi cittadini erano in gran parte
criminali e disertori.
Alcuni storici moderni sono stati talmente colpiti da questi sgradevoli
particolari da supporre che l’intera storia fosse stata concepita come una
forma di contro-propaganda a opera dei nemici e delle vittime di Roma,
minacciate dalla sua aggressiva espansione. È un tentativo estremamente
ingegnoso, per non dire disperato, di spiegare le incongruenze del racconto,
ma non coglie il punto essenziale. Quale che sia il momento o il luogo in cui
è nata, gli scrittori romani non hanno mai cessato di raccontare, analizzare e
discutere la storia di Romolo e Remo. Qui era in gioco ben più che la mera
questione di come fosse sorta in origine la città. Affollandosi nel vecchio
tempio di Romolo per ascoltare il nuovo «Romolo di Arpino», i senatori
sapevano perfettamente che la storia della fondazione di Roma suscitava
domande molto più vaste e profonde, le quali riguardavano il significato
stesso dell’essere romano, le caratteristiche specifiche del popolo romano e,
questione altrettanto urgente, i difetti e gli errori ereditati dai propri
antenati.

7. Quale che sia la vera data della lupa, i due gemelli sono certamente un’aggiunta
posteriore del XV secolo, fatta per dare espressione più concreta al mito di fondazione.
Copie di questa scultura sono disseminate in tutto il mondo, in gran parte per volere di
Benito Mussolini, che ne fece dono a moltissimi paesi come simbolo di «romanità».

Per comprendere gli antichi romani è necessario comprendere da dove


essi stessi ritenevano di provenire e analizzare sino in fondo il significato
della storia di Romolo e Remo, nonché dei temi essenziali di altre storie di
fondazione, con tutte le loro finezze e ambiguità. Infatti, i due gemelli non
erano gli unici candidati all’onore di rappresentare i primi romani. Nel
corso dell’intera storia dell’Urbe, la figura dell’eroe troiano Enea, fuggito in
Italia per fondare Roma come nuova Troia, ha aleggiato sulla scena. Ed è
altrettanto importante cercare di capire cosa si celi dietro queste storie.
«Dove è sorta Roma?»: ecco una domanda che si è rivelata altrettanto
affascinante e stimolante per gli storici antichi come per i loro moderni
successori. L’archeologia ci offre un quadro della Roma più antica molto
diverso da quello che ci presentano i miti romani. Ed è un quadro
sorprendente, spesso labirintico e controverso. Persino la celebre statua
bronzea della lupa è oggetto di intense discussioni. Si tratta, come si è
generalmente pensato, di una delle più antiche opere d’arte romana giunte
fino a noi? Oppure, come si è sostenuto in una recente analisi, si tratta in
realtà di un capolavoro del Medioevo? In ogni caso, gli scavi effettuati nel
corso degli ultimi cento anni al di sotto della città odierna hanno portato
alla luce alcune tracce, risalenti probabilmente al 1000 a.C., del minuscolo
villaggio sul fiume Tevere destinato a diventare infine la Roma di Cicerone.
Assassinio
Non c’è una sola storia di Romolo. Ce ne sono diverse versioni, talvolta
incompatibili. Cicerone, un decennio dopo il suo scontro con Catilina, ne ha
presentata una nel suo trattato De re publica. Come molti altri politici dopo
di lui, proprio quando il suo potere stava tramontando, Cicerone trovò
rifugio nella teoria politica (e in un atteggiamento alquanto pomposo e
sentenzioso). In questo trattato, nel contesto di una più ampia discussione
filosofica sulla natura del buon governo, si occupa della storia della
«costituzione» romana fin dai suoi inizi. Tuttavia, dopo un conciso
resoconto sull’avvio della vicenda (nel quale evita goffamente la questione
relativa al fatto se Romolo fosse davvero figlio del dio Marte, e solleva dubbi
su altri elementi fantastici della storia), si impegna in un’approfondita
discussione sui vantaggi geografici offerti dal sito scelto da Romolo per il
suo nuovo insediamento. Scrive Cicerone:

In quale altro modo dunque Romolo avrebbe potuto mostrarsi più ispirato, nel
mettere insieme i vantaggi delle città marittime e nell’evitarne gli svantaggi, se
non col porre l’abitato lungo la riva di un fiume dal corso costante e dall’ampia
foce?

Il Tevere, spiega, rendeva agevole l’importazione di merci dall’estero e


l’esportazione di qualsiasi surplus locale; e i colli sui quali si ergeva la città
fornivano non soltanto una difesa perfetta dagli attacchi nemici ma anche
un ambiente salubre e sano nel mezzo di una «regione pestilenziale». Era
come se Romolo avesse saputo che un giorno la sua fondazione sarebbe
diventata il centro di un grande impero. Cicerone dimostra qui una buona
sensibilità geografica, e molti altri autori hanno in seguito sottolineato
l’importanza della posizione strategica del sito, che garantiva un concreto
vantaggio sui rivali locali. Ma evita patriotticamente di ricordare che, per
tutta l’antichità, il «fiume dal corso perenne» fece di Roma anche la vittima
regolare di disastrose inondazioni, e che, malgrado le colline, la
«pestilenza» (o malaria) fu una delle principali cause di morte per gli
abitanti della città (e fu così fino alla fine del XIX secolo).
La versione ciceroniana della storia della fondazione non è la più famosa.
Quella che sta alla base di quasi tutti i resoconti moderni risale in sostanza
a Livio. Considerando che si tratta di un autore la cui opera risulta ancora
fondamentale per la nostra comprensione della Roma arcaica, si sa
sorprendentemente poco dell’«uomo Livio»: era originario di Padova
(Patavium), iniziò a scrivere il suo compendio di storia romana negli anni
Venti del I secolo a.C. ed era in rapporti sufficientemente stretti con la
famiglia imperiale da incoraggiare il futuro imperatore Claudio a dedicarsi
alla storiografia. Inevitabilmente, la vicenda di Romolo e Remo ha un posto
importante nel suo Primo libro, con un racconto senz’altro meno dettagliato
sul piano geografico rispetto a quello di Cicerone ma narrativamente più
vivace e variopinto. Livio inizia con i due gemelli, e segue la storia in modo
rapido e vivace fino alle successive imprese del solo Romolo, quale
fondatore e primo re di Roma.
I due bambini, racconta Livio, erano nati da una sacerdotessa vergine di
nome Rea Silvia nella città italica di Alba Longa, sui Colli albani, poco a sud
del luogo in cui poi sorse Roma. Rea Silvia non aveva assunto questa carica
votata alla castità di propria volontà, ma vi era stata costretta in seguito a
una lotta intestina per il potere, nella quale suo zio, Amulio, era riuscito a
impadronirsi del trono di Alba Longa dopo averne cacciato il padre di lei,
Numitore. Amulio aveva poi sfruttato la copertura del sacerdozio (un
evidente onore) per impedire la scomoda comparsa di un possibile erede
del fratello e quindi suo rivale. Ciononostante, questa precauzione non ebbe
successo, perché Rea Silvia ben presto rimase incinta. Secondo Livio, disse
di essere stata violata dal dio Marte. Livio sembra condividere in proposito
gli stessi dubbi di Cicerone, e suggerisce che Marte avrebbe potuto essere
una conveniente dissimulazione per nascondere un rapporto
esclusivamente umano. Ma altri scrittori parlavano con convinzione di un
fallo uscito dalle fiamme del sacro fuoco che Rea Silvia stava curando.
Non appena la sacerdotessa ebbe partorito i gemelli, Amulio ordinò ai
suoi servi di gettarli nel Tevere e lasciarli affogare. Ma i due bambini
sopravvissero. Infatti, come spesso avviene in questo genere di storie
presenti anche in altre culture e civiltà, gli uomini ai quali era stato affidato
l’ingrato compito non vollero o non ebbero il coraggio di seguire alla lettera
gli ordini ricevuti. Perciò, anziché lasciarli dentro una cesta in mezzo al
fiume, li posero vicino al punto in cui era arrivata l’acqua, straripata dal suo
letto. Prima che i due gemelli fossero travolti dalla corrente verso una sicura
morte, giunse a salvarli la celebre lupa. Livio fu uno di quegli storici romani
scettici che cercarono di razionalizzare questo episodio particolarmente
inverosimile della storia. La parola latina per «lupa» (lupa) era usata anche
come termine colloquiale per «prostituta» (lupanare era il nome consueto
del «bordello»). Non poteva forse darsi che una prostituta locale, anziché
una bestia selvaggia, avesse trovato e allattato i gemelli? Quale che fosse la
vera identità della lupa, ben presto un buon pastore trovò i ragazzi e li prese
con sé. Sua moglie era forse una prostituta?, domandava ancora Livio.
Romolo e Remo crebbero insieme alla sua famiglia, restando ignari della
propria identità per parecchi anni, finché, quando erano ormai adulti,
vennero fortuitamente riuniti al proprio nonno, il deposto re Numitore.
Dopo averlo rimesso sul trono di Alba Longa, decisero di fondare una
propria città. Ma presto cominciarono a litigare, con conseguenze
disastrose. Livio sostiene che la stessa rivalità e ambizione che aveva
guastato le relazioni tra Numitore e Amulio si era tramandata per
generazioni fino a Romolo e Remo.
I due gemelli si trovarono in disaccordo sul luogo preciso nel quale
stabilire la loro nuova fondazione: in particolare, su quale dei diversi colli
che in seguito comporranno la città (ce ne sono, infatti, ben più dei celebri
sette) si dovesse costruire il centro del primo insediamento. Romolo scelse
quello chiamato Palatino, dove poi sorse la residenza principale degli
imperatori e da cui deriva il nostro termine palazzo. Durante la litigata,
Remo (che aveva optato per il colle dell’Aventino) in segno di offesa
oltrepassò con un salto il perimetro difensivo che Romolo stava tracciando
per definire il sito da lui prescelto. Circolavano diverse versioni su quanto
avvenne dopo, ma la più nota e comune (secondo Livio) era che Romolo
avesse reagito uccidendo suo fratello, diventando così l’unico capo del
luogo che da lui prese il nome. Mentre sferrava il terribile colpo fratricida,
avrebbe gridato (per citare le parole di Livio): «Così d’ora in poi perisca
chiunque altro varcherà le mie mura». Era un motto perfetto per una città
che si sarebbe successivamente presentata come uno stato bellicoso, ma le
cui guerre erano sempre combattute in risposta alle aggressioni altrui, e
quindi sempre «giuste».
Il ratto delle sabine
Remo era morto. La città che aveva contribuito a fondare era formata da un
esiguo pugno di amici e compagni di Romolo. Aveva bisogno di nuovi
cittadini. Perciò Romolo dichiarò Roma un asylum («asilo») e incoraggiò la
plebaglia e i diseredati di tutto il resto d’Italia a unirsi a lui: schiavi in fuga,
criminali già condannati, esiliati e profughi. Si raccolse in questo modo un
numero più che sufficiente di uomini. Ma per procurarsi delle donne, così
racconta Livio, i romani dovettero ricorrere a uno stratagemma... e a un
rapimento. Invitarono i popoli confinanti, i sabini e i latini, a prendere
parte, insieme a tutte le loro famiglie, a una festività religiosa con
accompagnamento di divertimenti. Nel bel mezzo della cerimonia, Romolo
diede ai suoi uomini il segnale convenuto per rapire le giovani donne dei
loro invitati e farne le proprie mogli.
Nel XVII secolo il pittore Nicolas Poussin, famoso per le sue
ricostruzioni di episodi dell’antica Roma, ha colto perfettamente la scena:
Romolo, in piedi su un alto podio in atteggiamento solenne, osserva le
violenze che vengono compiute sotto di lui, su uno sfondo di architetture
monumentali non ancora ultimate. I romani del I secolo a.C. avrebbero
facilmente riconosciuto quest’immagine della Roma arcaica. Pur
raffigurandola talvolta come un villaggio di capanne e paludi, pieno di
pecore, spesso trasformavano la Roma delle origini in una splendida e già
completa città di stile classico. L’episodio del rapimento è stato riproposto
in varie forme artistiche e letterarie nel corso della storia. Per esempio, il
musical Sette spose per sette fratelli, del 1954, ne offre una parodia (in questo
caso le mogli vengono rapite durante un tipico barn raising americano). E
nel 1962, come diretta risposta al terrore suscitato dalla crisi dei missili
cubani, Pablo Picasso rielaborò in modo ancora più cruento la versione di
Poussin in un dipinto facente parte di una serie dedicata a questo tema (si
veda la tavola 3).
Gli autori romani continuarono incessantemente a discutere questa parte
della storia. Un drammaturgo vi dedicò un’intera tragedia, che purtroppo,
tranne un singolo frammento, non è giunta fino a noi. Si interrogavano sui
suoi particolari, chiedendosi, per esempio, quante donne erano state rapite.
Livio non si pronuncia, ma le stime vanno da trenta fino alla
artificiosamente precisa e inverosimilmente alta cifra di 683 (a quanto pare
proposta dal principe africano Giuba, che fu condotto a Roma da Giulio
Cesare e vi trascorse buona parte della sua giovinezza studiando ogni
genere di argomento erudito, dalla storia romana alla grammatica latina).
Più di ogni altra cosa, comunque, ciò che maggiormente li turbava era
l’evidente criminalità e violenza dell’episodio. Si trattava, dopotutto, del
primo matrimonio romano, e a esso si richiamavano gli studiosi quando
cercavano di spiegare alcune complicate caratteristiche ed espressioni
tipiche delle forme tradizionali della cerimonia nuziale: il grido celebrativo
«O Talassio», per esempio, si diceva derivare dal nome di uno dei giovani
romani protagonisti dell’evento. Si doveva quindi concludere che
l’istituzione romana del matrimonio traesse la propria origine da uno
stupro? Qual era la linea di confine tra un rapimento e uno stupro? E, più in
generale, che cosa rivelava questo episodio sulla bellicosità di Roma?

8. Questa moneta d’argento, dell’89 a.C., raffigura, su un lato, due cittadini romani che
rapiscono due donne sabine. Il nome del magistrato responsabile della coniatura di questa
serie, a malapena leggibile sotto la scena figurata, era Lucio Titurio Sabino, cosa che
probabilmente spiega la scelta del motivo iconografico. Sull’altro lato è riprodotta la testa
del re sabino Tito Tazio.

Livio difende questi primi romani. Ribadisce che avevano rapito soltanto
donne non sposate; qui era l’origine del matrimonio, non dell’adulterio. E
sottolineando il fatto che i romani non avevano scelto le proprie donne ma le
avevano prese a caso, sostiene che stessero semplicemente ricorrendo a uno
stratagemma necessario per garantire il futuro della loro comunità, e che gli
uomini avessero fatto seguire al rapimento discorsi amorevoli e promesse
d’affetto alle loro nuove consorti. Presenta inoltre l’iniziativa dei romani
come una reazione all’irragionevole comportamento dei loro vicini. I
romani, afferma Livio, avevano inizialmente fatto la cosa più giusta,
chiedendo ai popoli confinanti un trattato che gli avrebbe dato il diritto di
sposarsi con le loro figlie. Livio si riferisce qui esplicitamente (e del tutto
anacronisticamente) al diritto legale del conubium o «matrimonio misto»,
che in un’epoca molto più tarda era un elemento normale dei trattati di
alleanza di Roma con gli altri stati. I romani erano ricorsi alla violenza
soltanto dopo che la loro richiesta era stata irragionevolmente rifiutata. In
altre parole, si trattava di un ulteriore caso di «guerra giusta».
Altri scrittori presentavano le cose in modo diverso. Alcuni
individuarono alle origini stesse della città tutti i segnali rivelatori della
successiva bellicosità romana. Il conflitto, sostenevano, non era stato
provocato; e il fatto che i romani avessero preso soltanto trenta donne (se
questo è il numero reale) dimostrava che la guerra, e non il matrimonio, era
il loro obiettivo fondamentale. Sallustio accenna a questa possibile lettura.
Nella sua Storia di Roma (una trattazione di ambito più generale rispetto
alla sua Guerra contro Catilina, di cui rimangono solo alcune brevi citazioni
in opere di altri autori), si immagina una lettera (ed è naturalmente soltanto
immaginata) scritta da uno dei più fieri nemici di Roma, nella quale si
denuncia il comportamento predatorio mantenuto dai romani per tutto il
corso della loro storia: «Fin dal principio non hanno posseduto altro che
quello che hanno rubato: la loro casa, le loro mogli, le loro terre, il loro
impero». Forse l’unica via d’uscita era attribuire la colpa agli dèi. Che altro
ci si poteva aspettare, sostenne un altro scrittore romano, visto che il padre
di Romolo era Marte, il dio della guerra?
Il poeta Publio Ovidio Nasone vedeva le cose in modo ancora diverso.
Grosso modo coetaneo di Livio, era tanto irriverente e sovversivo quanto
Livio era rispettoso e tradizionalista, e finì per essere bandito nell’8 a.C., in
parte per lo scandalo suscitato dal suo licenzioso poema sull’arte amatoria.
In quest’opera Ovidio ribalta completamente la storia liviana del rapimento
e descrive l’episodio come un primitivo modello di corteggiamento: un
esempio di ars amatoria, non un mero stratagemma. I romani di Ovidio, per
prima cosa, «scegliendo ciascuno con gli occhi la ragazza che vuole»,
quando viene dato il segnale si lanciano su di essa con «mani bramose».
Subito iniziano a sussurrare dolci paroline nelle orecchie delle proprie
prede, il cui terrore non fa che aumentare il loro fascino erotico. Le festività
e gli spettacoli di intrattenimento, come ricorda spiritosamente il poeta,
sono sempre stati ottimi posti per trovare una ragazza, fin dai primi giorni
di Roma. Detto altrimenti: Romolo ebbe davvero un’idea eccezionale per
ricompensare i suoi fedeli soldati. «Se mi darai vantaggi come questi»
scherza Ovidio «sarò soldato anch'io.» Ma i genitori delle ragazze, così
continua la storia, non trovarono affatto divertente o romantico il
rapimento. Entrarono in guerra contro Roma pretendendo la restituzione
delle loro figlie. I romani riuscirono a sconfiggere facilmente i latini, ma
non ebbero lo stesso successo con i sabini, e il conflitto proseguì, fino a
quando gli uomini di Romolo si trovarono esposti a un pesante attacco nella
loro città. A quel punto Romolo fu costretto a chiedere l’aiuto di Giove
Statore affinché i suoi concittadini non si dessero alla fuga, come Cicerone
ricordava al proprio pubblico, senza tuttavia menzionare che quella guerra
era scoppiata a causa del ratto delle sabine. Le ostilità infine cessarono
grazie all’intervento di quelle medesime donne, ormai soddisfatte della
propria sorte di mogli e madri romane. Si presentarono coraggiosamente
sul campo di battaglia e pregarono i propri mariti e padri nei due rispettivi
schieramenti di deporre le armi. «Preferiamo morire noi stesse»
proclamarono «piuttosto che vivere senza di voi, come vedove o come
orfane.»
La loro iniziativa ebbe successo. Non soltanto venne stipulata la pace,
ma, a quanto pare, la stessa Roma divenne una città romano-sabina, una
singola comunità sotto il comando condiviso di Romolo e del re sabino Tito
Tazio. Condiviso, in realtà, solo per pochi anni, perché (con una morte
violenta che divenne una tipica caratteristica della politica di potere
romana) Tazio fu assassinato in una città vicina durante una ribellione in
parte scatenata per sua stessa iniziativa. Romolo tornò a governare da solo:
primo re di Roma, regnò per oltre trent’anni.
Fratello contro fratello, nuovi arrivati e antichi cittadini
Sotto la superficie di queste storie si celano alcuni dei temi più importanti
della successiva storia di Roma, come pure alcune delle più profonde ansie
culturali dei suoi abitanti. Gli uni e le altre possono rivelarci molte cose sui
valori e le preoccupazioni dei romani, o almeno di quelli sufficientemente
ricchi e indipendenti per avere del tempo libero; le ansie culturali sono
spesso un privilegio dei ricchi. Uno di questi temi, come abbiamo visto, era
la natura del matrimonio. Quanto brutale era destinato a essere,
considerate le sue origini? Un altro, già individuabile nelle parole delle
donne sabine che cercavano di riconciliare i propri padri e mariti, era la
guerra civile.
Uno degli enigmi più difficili da sciogliere di questa leggenda di
fondazione riguarda la presenza di due fondatori, Romolo e Remo. Gli
storici moderni hanno proposto ogni genere di soluzione per spiegare la
ridondante presenza dei due gemelli. Potrebbe rimandare a un qualche
fondamentale dualismo nella cultura romana, per esempio tra classi diverse
di cittadini o tra differenti gruppi etnici. Oppure potrebbe riflettere il fatto
che in seguito a Roma vi furono sempre due consoli. O ancora, potrebbero
essere coinvolte ben più profonde strutture mitiche, e Romolo e Remo
sarebbero una versione dei gemelli divini che si ritrovano nelle mitologie di
tutto il mondo, dalla Germania all’India vedica, nonché nel racconto biblico
di Caino e Abele. Tuttavia, quale che sia la soluzione prescelta (e le
speculazioni moderne non sono molto convincenti), rimane il fatto che uno
dei due gemelli è effettivamente superfluo, e infatti Remo viene ucciso da
Romolo, oppure, secondo un’altra versione, da un suo scagnozzo, il giorno
stesso in cui viene fondata Roma.
Per molti romani, che non risolvevano il problema definendo la storia un
«mito» o una «leggenda», questo era l’aspetto più sgradevole della
fondazione della città. Per Cicerone doveva esserlo certamente, tanto che
nella sua versione delle origini di Roma esposta nel De re publica non lo
menziona neppure; Remo appare all’inizio della vicenda, insieme a Romolo,
ma in seguito sparisce semplicemente dalla scena. Un altro scrittore, lo
storico Dionigi di Alicarnasso (una città sulla costa dell’odierna Turchia),
residente a Roma nel I secolo a.C., preferì descrivere Romolo come
inconsolabilmente afflitto per la morte del fratello («aveva perduto la
volontà di vivere»). Un altro ancora, chiamato Egnazio, aggirava il problema
in modo persino più audace. La sola cosa che sappiamo a proposito di
questo autore è che avrebbe completamente rovesciato la storia
dell’omicidio, affermando che Remo visse addirittura più a lungo di
Romolo.
Era un tentativo disperato, e senza dubbio non convincente, di sottrarsi
al cupo messaggio del racconto: ossia che il fratricidio era profondamente
radicato nella politica romana, e che le terrificanti guerre civili che
segnarono la storia di Roma fin dal VI secolo a.C. (l’assassinio di Giulio
Cesare nel 44 a.C. è solo un esempio fra i tanti) erano in qualche modo già
scritte nel suo destino. Infatti, come avrebbe potuto una città fondata sul
fratricidio sfuggire alle faide e agli omicidi tra cittadini? Il poeta Quinto
Orazio Flacco fu uno dei molti autori che risposero a questa domanda nel
modo più ovvio. Scrivendo attorno al 30 a.C., all’indomani del decennio di
scontri che erano seguiti alla morte di Cesare, si lamentava con queste
parole:

È la necessità, feroce, intendo, che agita questo popolo di Roma, il delitto, la


morte di un fratello. È quel sangue innocente di Remo che colò su questa terra
a maledire i figli e i loro figli.
9. La storia di Romolo e Remo raggiunse i più remoti angoli dell’impero romano. Questo
mosaico del IV secolo d.C. proviene da Aldborough, nell’Inghilterra settentrionale. La lupa
è raffigurata come una creatura dolce e mansueta. I due gemelli, che galleggiano
pericolosamente a mezz’aria, sembrano un’aggiunta posteriore, proprio come quelli della
lupa capitolina.

La guerra civile, potremmo dire, scorreva nel sangue dei romani.


Senza dubbio, Romolo poteva essere presentato, e spesso lo fu, come un
eroico padre fondatore. Il disagio provato da Cicerone per la sorte toccata a
Remo non gli impedì di indossare il mantello del primo re di Roma nel suo
scontro con Catilina. E, malgrado l’ombra dell’assassinio, le immagini dei
gemelli allattati dalla lupa erano diffuse in tutto il mondo romano, a partire
dalla capitale (dove un tempo si trovava nel Foro un gruppo statuario che li
raffigurava, mentre un altro ornava il Campidoglio) fino agli angoli più
remoti dell’impero. Infatti quando, nel II secolo a.C., gli abitanti dell’isola
greca di Chio vollero dimostrare la propria fedeltà a Roma, una delle loro
prime iniziative fu quella di erigere un monumento che ritraeva, per citare
le loro stesse parole, «la nascita di Romolo, fondatore di Roma, e di suo
fratello Remo». Questo monumento, purtroppo, non è sopravvissuto. Ma ne
abbiamo notizia perché gli abitanti di Chio fecero eternare la loro decisione
su una lastra di marmo, che invece ci è pervenuta. In ogni caso, Romolo
restava un personaggio di indubbia tensione morale e politica.
Audace, sebbene in modo diverso, era anche l’idea dell’asylum,
dell’accoglienza che Romolo, al fine di trovare nuovi abitanti per la sua città,
era disposto a offrire a tutti: stranieri, criminali e disertori. Questa scelta
presentava degli aspetti positivi. In particolare, rifletteva la straordinaria
apertura della cultura politica romana e la sua disponibilità ad accogliere
nuovi arrivati, una caratteristica che la distingue da quella di ogni altra
antica civiltà occidentale a noi nota. Nessuna città greca fu mai altrettanto
ricettiva; Atene, in particolare, limitò rigidamente l’accesso alla
cittadinanza. Questo non significa tributare omaggio a un presunto
temperamento «liberale» dei romani nel senso moderno del termine. Essi
conquistarono estesi territori dentro e fuori l’Europa, talvolta con
spaventosa brutalità; e spesso mostrarono xenofobia e disprezzo nei
confronti dei popoli definiti «barbari». Ciononostante, nel corso di un
processo unico in tutti gli imperi dell’epoca preindustriale, agli abitanti dei
territori conquistati (o «province», per usare la terminologia latina) venne
gradualmente concessa la piena cittadinanza romana, con tutti i diritti e le
protezioni giuridiche che essa comportava. Un processo che culminò nel 212
d.C., quando l’imperatore Caracalla la concesse a ogni abitante libero
dell’impero.
Già prima di allora, molte delle élite provinciali erano riuscite a inserirsi
nella gerarchia politica della capitale. Il Senato si trasformò gradualmente
in quello che oggi definiremmo un organismo decisamente multiculturale,
e molti degli imperatori romani non erano di origine italiana: il padre di
Caracalla, Settimio Severo, fu il primo imperatore di origine africana;
Traiano e Adriano, che regnarono mezzo secolo prima, provenivano dalla
provincia romana della Spagna. Quando, nel 48 d.C., l’imperatore Claudio
(la cui paterna immagine deriva piuttosto dal romanzo Io, Claudio di Robert
Graves che dal suo autentico aspetto) sostenne davanti a un Senato
leggermente riluttante che ai cittadini della Gallia doveva essere concesso il
diritto di diventare senatori, non mancò di ricordare che Roma si era aperta
agli stranieri fin dai suoi primi giorni. Il testo del suo discorso, comprese le
interruzioni che a quanto pare persino un imperatore doveva sopportare, fu
iscritto su una lastra di bronzo ed esposto nella stessa provincia, in quella
che è l’odierna città di Lione, dove si è conservato sino a oggi. Claudio, a
quanto pare, non ebbe, come Cicerone, la possibilità di apportare correzioni
in vista della pubblicazione.
Uno sviluppo analogo si ebbe anche con la schiavitù. A Roma essa era,
per certi aspetti, brutale quanto i metodi impiegati dai romani nelle
conquiste militari. Ma per molti schiavi romani, specialmente per coloro che
lavoravano entro un contesto domestico urbano anziché con la schiena
piegata nei campi o nelle miniere, non si trattava per forza di una
condizione immutabile. Gli veniva concessa abbastanza regolarmente la
libertà, oppure potevano acquistarla con il denaro che erano riusciti a
mettere da parte; e, se il loro padrone era un cittadino romano, ottenevano
anch’essi la piena cittadinanza, senza alcuna particolare discriminazione
rispetto a quanti erano nati liberi. La differenza con l’Atene classica è,
ancora una volta, netta e profonda: nella città greca ben pochi schiavi
venivano liberati, e quei pochi non ottenevano in tal modo la cittadinanza
ateniese, ma restavano relegati in una sorta di limbo giuridico. Questa
pratica di emancipazione degli schiavi (o «manomissione») era una
peculiarità così caratteristica della cultura romana che già allora gli
osservatori ne furono profondamente colpiti e la considerarono un
elemento decisivo del successo di Roma. Come notò un re macedone nel III
secolo a.C., era proprio in questo modo che «i romani avevano ingrandito il
loro paese». L’ampiezza di questo processo di emancipazione era tale che,
nel II secolo d.C., alcuni storici scrissero che la maggior parte della
popolazione libera della città di Roma aveva almeno uno schiavo tra i propri
antenati.
La storia dell’asylum concesso da Romolo è un chiaro indizio di
quest’apertura, e suggerisce come la multiforme e diversificata
composizione di Roma risalga proprio alle sue stesse origini. Anche tra i
romani vi era chi condivideva l’opinione del re macedone a proposito della
politica inclusiva di Romolo quale chiave del successo della città, ed era
orgoglioso dell’istituzione dell’asylum. Non mancavano tuttavia voci
dissonanti, che sottolineavano un aspetto assai meno lusinghiero della
storia. Non erano soltanto i nemici di Roma a cogliere l’ironia di un impero
che faceva risalire le proprie origini a criminali e furfanti italici. La
riconoscevano anche parecchi romani. Alla fine del I o all’inizio del II
secolo d.C., il poeta satirico Decimo Giunio Giovenale, che amava
ridicolizzare le vanterie dei romani e biasimare lo snobismo che era un altro
aspetto della vita della capitale, derise gli aristocratici che mostravano
orgogliosamente un albero genealogico antico di secoli. E terminò uno dei
suoi componimenti con una frecciata maligna sulle origini di Roma. Su cosa
si basava tutta quella vanagloria? Roma era stata fin dall’inizio una città
formata da schiavi e disertori («Chiunque fosse il vostro più antico
antenato, era o un pastore o qualcosa che preferisco non menzionare»).
Cicerone potrebbe alludere alla stessa cosa quando, in una lettera al suo
amico Attico, si mette a scherzare sulla «feccia» di Romolo. Stava facendosi
beffe di un suo contemporaneo, il quale, a suo dire, «prende la parola in
Senato come se operasse nella Repubblica di Platone» (riferendosi allo stato
ideale del filosofo greco) «e non tra il fecciume della città di Romolo».
In breve, i romani, nel bene o nel male, si potevano sempre considerare
avviati sulle orme di Romolo. Quando Cicerone si atteggiò a nuovo Romolo
nel suo discorso contro Catilina, fu ben più che un autoglorificante appello
al padre fondatore di Roma (pur essendo anche questo); fu soprattutto un
richiamo a una storia che scatenava ogni genere di discussioni e dibattiti fra
i suoi contemporanei su chi fossero veramente i romani, su ciò che Roma
rappresentava e su quali fossero le sue spaccature interne.
Storia e mito
Le orme di Romolo erano scolpite nel paesaggio romano. Al tempo di
Cicerone, si poteva fare ben più che una semplice visita al tempio romuleo
di Giove Statore; si poteva entrare nella grotta in cui si pensava che la lupa
avesse allattato e accudito i gemelli, e si poteva ammirare l’albero
(ripiantato nel Foro) presso il quale si diceva che i due bambini fossero stati
depositati dal fiume. Si poteva addirittura vedere la sua stessa casa, una
piccola capanna di legno e canne sul colle Palatino: un resto visibile della
Roma primitiva in quella che era diventata una metropoli brulicante. Si
trattava, naturalmente, di una ricostruzione, come osserva tra le righe un
visitatore del I secolo a.C.: «Non vi aggiungono nulla per renderla più
venerabile; ma se una qualche parte di essa risulta danneggiata, dal cattivo
tempo o semplicemente per la sua antichità, viene riparata e restaurata
nella forma più somigliante possibile all’originale». Di questa capanna non
sono stati trovati resti archeologici, cosa niente affatto sorprendente, visti i
materiali con cui era costruita. Ma si conservò in qualche modo, come
monumento commemorativo delle origini della città, almeno fino al IV
secolo d.C., epoca in cui viene citata in un elenco dei luoghi più
caratteristici di Roma.
Questi «resti» concreti (il tempio, l’albero di fichi e la capanna
scrupolosamente restaurata) erano simbolo e prova della storicità della
figura di Romolo. Come abbiamo visto, gli autori romani non erano degli
sciocchi creduloni, e mettevano in dubbio parecchi dettagli delle storie
tradizionali pur continuando a narrarle (il ruolo della lupa, l’ascendenza
divina ecc.). Ma non espressero mai il minimo dubbio sul fatto che Romolo
fosse realmente esistito, che avesse preso decisioni cruciali per lo sviluppo
futuro di Roma (come la scelta del luogo dove sarebbe sorta la città) e che
avesse creato in modo sostanzialmente autonomo alcune delle sue
istituzioni fondamentali. Lo stesso Senato, secondo alcuni racconti, era
stato creato da Romolo, così come la cerimonia del «trionfo», la sfilata della
vittoria con cui si celebravano i più grandi (e sanguinosi) successi in
battaglia. Quando, alla fine del I secolo a.C., su una serie di lastre di marmo
esposte nel Foro venne iscritto un elenco di tutti i generali romani che
avevano celebrato un trionfo, il nome di Romolo figurava in cima: «Romolo,
il re, figlio di Marte, nell’anno primo, il primo di marzo, per una vittoria sul
popolo di Caenina». Si commemorava così la rapida sconfitta di una vicina
città latina da cui erano state rapite alcune donne, e senza alcuno
scetticismo circa la parentela divina del re.
Gli studiosi romani si sforzarono di definire con precisione le imprese di
Romolo e stabilire una cronologia accurata delle prime fasi della storia di
Roma. Una delle controversie più dibattute al tempo di Cicerone riguardava
il momento esatto in cui era stata fondata la città. Quanti anni aveva
esattamente Roma? Le menti più brillanti ed erudite si impegnarono con
tutto il proprio ingegno a contare a ritroso partendo dalle date che
conoscevano per stabilire quelle che non conoscevano e sincronizzare gli
eventi della storia romana con la cronologia della storia greca. In
particolare, cercarono di ancorare la propria storia al ciclo quadriennale dei
Giochi Olimpici, che offriva una precisa e fissa intelaiatura di riferimento
(sebbene, come viene oggi riconosciuto, fosse esso stesso, almeno in parte,
il frutto di precedenti speculazioni erudite). Era un dibattito complesso e
assai specializzato. Ma le diverse opinioni confluirono progressivamente su
una data attorno alla metà dell’VIII secolo a.C., raggiungendo altresì la
conclusione che la storia greca e quella romana erano «iniziate» grosso
modo nello stesso periodo. La data, divenuta poi canonica e ancora
riportata in molti manuali moderni, deriva in parte da un trattato di
argomento cronologico scritto nientemeno che da Attico, il grande amico e
corrispondente epistolare di Cicerone. Non ci è pervenuto, ma si suppone
assegnasse la fondazione della città al terzo anno del sesto ciclo delle
Olimpiadi, vale a dire al 753 a.C. Altri calcoli erano ancora più precisi,
fissando anche il giorno esatto: il 21 aprile, giornata in cui i romani
celebrano ancora oggi l’anniversario della città, con sfilate pacchiane e finti
combattimenti di gladiatori.
10. Trovato in territorio etrusco, questo specchio (la parte riflettente si trovava sul lato
opposto), risalente al IV secolo a.C., sembra presentare una raffigurazione
dell’allattamento di Romolo e Remo da parte della lupa. Se questa interpretazione è
corretta, sarebbe una delle più antiche attestazioni del celebre mito. Tuttavia, alcuni
studiosi moderni, forse troppo scettici, hanno preferito riconoscervi una scena tratta da
un mito etrusco, oppure due divinità romane, i gemelli Lares Praestites.

Il confine tra mito e storia è spesso incerto (basti pensare a personaggi


come re Artù o Pocahontas), e, come vedremo, lo è in modo particolare
nella cultura romana. Comunque, malgrado tutto l’acume storico profuso
dai romani a proposito di questa vicenda, abbiamo molte e decisive ragioni
per considerarla, dalla nostra prospettiva, sostanzialmente come un puro
mito. In primo luogo, non vi fu un unico momento fondativo della città di
Roma. Ben poche città sono state fondate con un singolo atto, da un solo
individuo. Sono di solito l’esito di lunghi e graduali mutamenti nella
popolazione, nei modelli di insediamento, nell’organizzazione sociale e nel
senso di identità. Quasi tutte le storie di «fondazione» sono costruzioni a
posteriori, che proiettano in un remoto passato un microcosmo, o una
versione considerata primitiva, di una fase successiva della città. Lo stesso
nome «Romolo» è un indizio rivelatore. Sebbene i romani ritenessero
generalmente che avesse dato il proprio nome alla nuova città, possiamo
affermare con una certa sicurezza che è vero il contrario: «Romolo» è
un’ingegnosa costruzione derivata da «Roma». «Romolo» non era altro che
l’archetipico «Signor Roma».
Per di più, gli scrittori e gli studiosi del I secolo a.C. che ci hanno
tramandato la loro versione delle origini della città non disponevano, in
merito alle fasi più antiche della storia romana, di testimonianze dirette
maggiori o più precise di quelle in nostro possesso; anzi, per certi aspetti,
ne avevano probabilmente meno. Non vi erano archivi o documenti
superstiti. Le poche iscrizioni arcaiche su pietra, per quanto di notevole
valore, non erano così antiche come spesso immaginavano gli storici
romani, che, come scopriremo alla fine di questo capitolo, talvolta non
erano in grado di comprendere il latino arcaico. È pur vero che avevano
accesso ad alcune precedenti opere storiche per noi perdute, ma la più
antica di esse era stata scritta attorno al 200 a.C. Tra questa data e quella
delle origini della città restava quindi un abisso, che poteva essere colmato
soltanto con l’aiuto di un eterogeneo corpus di storie, canti,
rappresentazioni drammatiche popolari e di quel mutevole e talvolta
contraddittorio amalgama che compone la tradizione orale, costantemente
adattata nella sua infinita ripetizione al mutare delle circostanze e del
pubblico. Della storia di Romolo si possono riconoscere poche labili tracce
fino al IV secolo a.C.; poi, a meno che non si faccia rientrare in scena la
bronzea lupa, le orme svaniscono.
Naturalmente, proprio perché è, a rigor di termini, di natura mitica
anziché storica, la vicenda di Romolo sintetizza in modo perfetto alcune
questioni culturali centrali dell’antica Roma e risulta di fondamentale
importanza per comprendere la storia romana, nel suo senso più ampio. I
romani, diversamente da quanto essi stessi pensavano, non avevano
soltanto ereditato le priorità e gli interessi del fondatore della loro città.
Proprio il contrario: nel corso di una secolare rinarrazione e riscrittura della
vicenda, avevano essi stessi costruito e ricostruito la figura fondante di
Romolo come possente simbolo delle loro inclinazioni, dei loro dibattiti,
delle loro ideologie e delle loro preoccupazioni. In altre parole, e per
tornare alle riflessioni di Orazio, la guerra civile non era stata la
maledizione e il destino di Roma fin dalla sua fondazione; Roma stessa
aveva proiettato sul suo fondatore la propria angosciosa ossessione di un
ciclo apparentemente infinito di conflitti civili.
A ogni modo, restava sempre la possibilità di adattare o riconfigurare il
racconto, anche quando aveva ormai raggiunto una forma letteraria
relativamente fissa. Abbiamo già visto, per esempio, come Cicerone
preferisse stendere un velo sull’assassinio di Remo, e come Egnazio lo
negasse categoricamente. Ma la narrazione della morte di Romolo offertaci
da Livio illustra perfettamente come la storia delle origini di Roma potesse
essere facilmente plasmata per farne l’immagine riflessa di eventi assai più
recenti. Il re, scrive Livio, regnava ormai da trent’anni quando, nel corso di
una violenta tempesta, fu improvvisamente coperto da una nuvola e poi
scomparve. Gli sconsolati romani ne dedussero immediatamente che il re
era stato loro sottratto per essere trasformato in un dio (il sistema religioso
politeistico romano permetteva in certi casi di oltrepassare il confine tra
l’umano e il divino, anche se ciò ci può sembrare piuttosto ingenuo). Ma,
come ammette lo stesso Livio, alcuni all’epoca raccontavano una storia
diversa, ossia che il re era stato assassinato, massacrato a morte dai
senatori. Livio non inventò di sana pianta queste parti della sua storia: già
prima di lui, per esempio, Cicerone aveva menzionato l’apoteosi di Romolo,
sebbene con un certo scetticismo; e negli anni Sessanta del I secolo a.C. un
politico troppo ambizioso era stato minacciato di dover subire «il destino di
Romolo», cosa che, presumibilmente, non significava essere trasformato in
un dio. Tuttavia, scrivendo a pochi decenni di distanza dall’assassinio di
Giulio Cesare, anch’egli ucciso a coltellate dai senatori e poi elevato allo
stato di divinità (con un proprio tempio nel Foro), Livio ci offre un racconto
particolarmente tendenzioso ed enfatico. Se si ignorano questi echi
dell’omicidio di Cesare, non si riesce a cogliere il più profondo significato
del testo.
Enea e altro ancora
La storia di Romolo e Remo è di volta in volta affascinante, enigmatica e
profondamente rivelatrice dei più essenziali interessi romani, o almeno di
quelli dell’aristocrazia. E, a giudicare dalle iconografie delle monete o dai
temi dell’arte popolare, la conoscenza di queste vicende era molto diffusa,
anche se i contadini affamati non passavano certo il tempo a occuparsi delle
particolarità del ratto delle sabine. Ma un ulteriore problema, che si
aggiunge a questo già intricato quadro della leggenda sulle origini di Roma,
è rappresentato dal fatto che quella di Romolo e Remo non era l’unica storia
di fondazione della città. Ce n’erano molte altre, che convivevano una di
fianco all’altra. Alcune erano semplici varianti dello schema standard, altre
presentavano alternative che a noi sembrano francamente stravaganti. Una
versione di origine greca, per esempio, introduceva nella vicenda il celebre
Ulisse e altri echi dell’Odissea di Omero, sostenendo che il vero padre
fondatore di Roma fosse un uomo chiamato Romus, frutto della relazione di
Ulisse con la maga Circe, la cui mitica isola veniva talvolta immaginata in
un qualche punto al largo delle coste italiane. Era un ben architettato,
benché poco plausibile, sfoggio di imperialismo culturale, che dava a Roma
un’ascendenza greca.
La leggenda alternativa, altrettanto profondamente radicata nella storia e
nella letteratura romana, è quella dell’eroe troiano Enea, fuggito da Troia
dopo la mitica guerra tra greci e troiani che fa da sfondo all’Iliade. Scappato
dalla città in fiamme con il figlioletto per mano e l’anziano padre sulle
spalle, e dopo lunghe peripezie, Enea alla fine approdò in Italia, giacché era
destinato a rifondare la sua città natale sulla penisola. Portava con sé le
tradizioni della madrepatria e persino alcuni preziosi cimeli che era riuscito
a salvare dalla distruzione.
11. Mosaico del IV secolo d.C., dal pavimento delle terme della villa romana di Low Ham,
nel sud dell’Inghilterra, decorato con una serie di scene tratte dall’Eneide di Virgilio: Enea
che arriva a Cartagine, Didone ed Enea a caccia e, nella scena qui riprodotta, la passione
amorosa tra la regina cartaginese e l’eroe troiano.

Questa storia suscita altrettanti problemi, difficoltà e incertezze di quella


di Romolo, e le medesime irrisolte domande su quando, dove e perché sia
stata creata. Tali interrogativi sono ulteriormente complicati, ma anche
enormemente arricchiti, dall’Eneide, il grande poema in dodici libri di
Virgilio, scritto durante il regno del primo imperatore romano, Augusto,
una delle opere più conosciute della letteratura mondiale. La sua è
diventata la storia di Enea per antonomasia. E ha lasciato in eredità al
mondo occidentale alcuni dei suoi più potenti motivi letterari e artistici,
come la tragica storia d’amore fra Enea e Didone, la regina di Cartagine,
dove Enea approda nel corso del suo lungo viaggio da Troia verso l’Italia.
Quando Enea decide finalmente di seguire il proprio destino e partire per
l’Italia, abbandonando la regina, Didone si suicida gettandosi nelle fiamme
di una pira. «Ricordati di me, ricordati di me», recita la sua ossessiva aria
nella versione musicale composta da Henry Purcell nel XVII secolo. Il
principale problema sta nel fatto che spesso risulta molto difficile capire
quali elementi della storia dobbiamo a Virgilio (compresa, quasi
certamente, buona parte dell’incontro con Didone) e quali invece
appartengono a un substrato più tradizionale.
Non c’è dubbio che la figura di Enea come fondatore di Roma aveva
assunto veste letteraria (lasciando anche il proprio segno sul paesaggio) già
prima del I secolo a.C. Vi sono alcuni fugaci riferimenti a Enea in questo
ruolo negli autori greci del V secolo a.C. Nel II secolo a.C., gli ambasciatori
dell’isola greca di Delo che chiedevano un’alleanza con Roma sembrano
essersi curati di ricordare ai romani, per riuscire più convincenti, che Enea
si era fermato a Delo durante il suo viaggio verso occidente. In Italia,
Dionigi di Alicarnasso era convinto di avere visto la tomba di Enea, o
almeno un antico monumento a lui dedicato, nella città di Lavinio, non
lontano da Roma: «senz’altro degna di visita», come osservò lui stesso.
Esisteva anche una storia piuttosto diffusa secondo la quale tra i preziosi
oggetti conservati nel tempio della dea Vesta, nel Foro romano (dove alcune
sacerdotesse vergini, come la Rea Silvia della leggenda romulea, curavano
un fuoco sacro che non si doveva mai spegnere), vi fosse la statua di Pallade
Atena che Enea aveva portato con sé da Troia. O almeno questo è ciò che
raccontavano i romani. C’erano numerosi altri candidati rivali all’onore di
avere salvato questa celebre immagine, e quasi ogni città del mondo greco
pretendeva di possedere l’autentica reliquia. Non c’è nemmeno bisogno di
dire che la storia di Enea è altrettanto mitica di quella di Romolo. Ma gli
studiosi romani si interrogavano sul rapporto tra queste due leggende di
fondazione e si sforzarono di accordarle sul piano storico. Romolo era il
figlio, o magari il nipote, di Enea? E, se Romolo era il fondatore di Roma,
come poteva esserlo anche Enea? La difficoltà maggiore stava nella scomoda
discrepanza fra la data che i romani assegnavano alle origini della propria
città (nell’VIII secolo a.C.) e quella comunemente assegnata alla caduta di
Troia (anch’essa considerata un evento storico), nel XII secolo a.C. Nel I
secolo a.C. si era ormai raggiunta una certa coerenza elaborando un
complesso albero genealogico, che collegava Enea e Romolo, rispettando le
«giuste» date: Enea era considerato il fondatore non di Roma, bensì di
Lavinio; e suo figlio Ascanio il fondatore di Alba Longa, la città dalla quale
in seguito Romolo e Remo vennero cacciati prima di fondare Roma. E venne
creata una fantomatica e smaccatamente fittizia dinastia di re albani per
colmare il vuoto temporale tra Ascanio e la magica data del 753 a.C. Questa
è appunto la versione tramandata da Livio.
Il punto centrale della storia di Enea riecheggia, o meglio esagera, il
soggiacente tema dell’asylum di Romolo. Se Romolo aveva accolto chiunque
arrivasse nella sua nuova città, la storia di Enea si spinge addirittura al
punto di affermare che i «romani» in realtà erano originariamente
«stranieri». È un carattere per certi aspetti paradossale dell’identità
nazionale, in netto contrasto con i miti di fondazione di molte città
dell’antica Grecia, come per esempio Atene, orgogliosamente convinte che
la propria originaria popolazione fosse spuntata per miracolo dalle
profondità della loro stessa terra. Anche altre versioni della fondazione di
Roma sottolineano ripetutamente questa origine straniera. Così, in un
episodio dell’Eneide, Enea visita il sito della futura città di Roma e lo trova
già occupato da primitivi predecessori dei romani. Chi sono costoro? Sono
un gruppo di coloni al comando di un certo re Evandro, esiliato
dall’Arcadia, nel Peloponneso greco. Il messaggio è chiaro: per quanto si
risalga indietro nel tempo, gli abitanti di Roma sono sempre giunti da un
qualche altro luogo.
Questo messaggio è riassunto in modo estremamente elegante in una
strana etimologia riportata da Dionigi e altri autori. Gli intellettuali greci e
romani erano affascinati dalle ricerche etimologiche, convinti che fornissero
la chiave per comprendere non soltanto l’origine di una parola ma anche il
suo significato più profondo. Le loro analisi sono talvolta corrette, ma in
altri casi completamente sbagliate e fantasiose. Ma anche i loro errori sono
spesso rivelatori, come in questo caso specifico. Dionigi, all’inizio del suo
racconto, esamina un altro gruppo di abitanti ancora più primitivi del sito
che sarebbe poi diventato Roma: gli Aborigeni. L’etimologia di questa
parola avrebbe dovuto essere ovvia ed evidente: si trattava di uomini che
abitavano il luogo «fin dall’inizio» (ab origine). Dionigi, in effetti, cita questa
possibile spiegazione, ma (come molti altri autori) assegna un pari o
persino maggiore valore all’idea, davvero improbabile, che la parola derivi
non da origo, bensì da errare («errare, vagabondare»), e inizialmente sarebbe
stata scritta Aberrigines. Queste genti, conclude Dionigi, erano dunque
«vagabondi senza fissa dimora».
Che serissimi studiosi antichi potessero chiudere gli occhi di fronte
all’ovvia etimologia e accogliere la sciocca tesi che faceva derivare Aborigenes
da errare per mezzo di una grafia alternativa non deve essere considerata la
prova di una loro ottusità. Dimostra invece quanto fosse radicata l’idea che
«Roma» fosse sempre stata un concetto etnicamente mobile e malleabile, e
che i «romani» fossero sempre stati in movimento.
Archeologia di Roma arcaica
Le storie di Romolo e degli altri fondatori ci dicono molte cose su come i
romani vedevano la propria città, ma anche sui loro valori e i loro difetti. Ci
mostrano inoltre come gli autori latini discutevano il proprio passato e
studiavano la propria storia. Ma non ci dicono nulla, o al massimo molto
poco, su ciò che pretendono di descrivere, vale a dire l’aspetto della Roma
più antica, e il momento e i modi attraverso i quali è diventata una
comunità urbana. Un fatto appare ovvio. Roma era già una città molto
antica quando Cicerone rivestì il consolato nel 63 a.C. Se quindi non
rimangono testimonianze scritte del periodo fondativo e le leggende
tradizionali non sono affidabili, come possiamo ricavare informazioni
concrete sulle origini della città? Esiste un modo per gettare un po’ di luce
sui primissimi anni del piccolo villaggio presso il Tevere che divenne in
seguito la capitale di un impero mondiale?
Per quanto ci si sforzi, è impossibile ricostruire un quadro narrativo
coerente, in grado di sostituire le leggende di Romolo o di Enea.
Estremamente difficile – benché troppo spesso si affermi il contrario – è
anche stabilire datazioni precise per le più antiche fasi della storia romana.
Ma possiamo lo stesso farci un’idea più accurata del contesto generale entro
il quale la città si è sviluppata e ricavare da questo mondo qualche
immagine sorprendentemente viva (e altre ancora più seducentemente
sfuggenti).
Un modo per raggiungere questo obiettivo è lasciare da parte le storie di
fondazione e cercare indizi nascosti nelle pieghe della lingua latina o nelle
istituzioni romane più antiche in grado di riportarci alla realtà della Roma
arcaica. In questo ambito, la chiave di volta è costituita da quello che spesso
viene semplicemente, ma erroneamente, definito il «conservatorismo» della
cultura romana. Roma non fu più conservatrice della Gran Bretagna del XIX
secolo. In entrambe, la spinta innovatrice radicale fiorì in dialettico
rapporto con ogni genere di tradizione e retorica conservatrice.
Ciononostante, la cultura romana era effettivamente caratterizzata da una
certa riluttanza a sbarazzarsi completamente dei suoi antichi costumi,
tendendo invece a preservare ogni genere di «fossile» (religioso, rituale,
politico o di qualsiasi altro tipo) persino quando il suo significato originario
era ormai perduto e dimenticato. Come ha acutamente osservato uno
scrittore moderno, i romani erano come quelle persone che acquistano ogni
nuovo elettrodomestico da cucina ma non sanno disfarsi dei loro vecchi
apparecchi, che continuano ad ammucchiarsi sul banco senza però essere
mai utilizzati. Gli studiosi, antichi e moderni, hanno spesso sospettato che
in alcuni di questi fossili si celino importanti testimonianze per ricostruire
l’aspetto della Roma più antica.
Un esempio illuminante è offerto da un rito che si celebrava ogni anno
nel mese di dicembre, noto con il nome di Septimontium. Che cosa accadesse
durante questo rito non è del tutto chiaro, ma un erudito romano osserva
che Septimontium era il nome dell’insediamento prima che assumesse
quello di «Roma». Un altro studioso fornisce un elenco dei «colli» (montes)
coinvolti nello svolgimento del rito: Palatino, Velia, Fagutale, Suburra,
Cermalo, Oppio, Celio e Cispio. Il fatto che ne vengano menzionati otto
indica che nel corso della trasmissione di questa tradizione si deve essere
prodotta qualche confusione. Cosa ancora più importante, la peculiarità di
questo elenco (Palatino e Cermalo fanno entrambi parte del colle
generalmente chiamato Palatino), insieme all’idea che Septimontium fosse il
precedente nome di Roma, ha fatto supporre che questi nomi riflettessero
l’esistenza di villaggi separati anteriori allo sviluppo della città vera e
propria. E la mancanza nell’elenco di due colli altrimenti sempre presenti, il
Quirinale e il Viminale, ha spinto alcuni storici a compiere un ulteriore
passo. Gli scrittori romani di solito parlano di queste due colline
definendole con il termine colles anziché con il più consueto montes (il
significato dei due termini è pressoché lo stesso). Tale distinzione è forse
l’indizio della presenza di due separate comunità linguistiche in un qualche
momento della più antica storia di Roma? E per spingere il ragionamento
ancora più in là: nella storia di Romolo si riflettono e si fondono le versioni
di due diversi gruppi, uno sabino (collegato ai colles) e uno romano
(associato ai montes)?
È possibile. Non c’è dubbio che il Septimontium sia connesso al passato
più remoto di Roma. Ma esattamente a quale passato, e in quale modo, è
difficile dirlo. Le ipotesi che si possono fare non sono più solide di quanto
io stessa le abbia fatte apparire, e probabilmente ancor meno. Perché,
dopotutto, dovremmo credere all’asserzione degli eruditi romani, secondo i
quali Septimontium era il più antico nome della città? Forse non era altro che
una soluzione dettata dalla disperazione di dover spiegare una cerimonia
arcaica che li lasciava frastornati esattamente come lo siamo noi. E
l’insistenza sulle due comunità fa nascere il sospetto che sia dettata dal
desiderio di salvare come «storia» almeno una parte della leggenda di
Romolo.
Ben più concrete e tangibili sono le testimonianze archeologiche. Se si
scava nelle profondità della città di Roma, sotto i monumenti ancora visibili,
emergono tracce di insediamenti molto più antichi e primitivi. Al di sotto
del Foro sono stati trovati i resti di un antico cimitero, la cui scoperta,
all’inizio del XX secolo, destò un’eccitazione enorme. Alcuni defunti erano
stati cremati, e le loro ceneri deposte in semplici urne vicino a brocche e
vasi che originariamente contenevano cibi e bevande (un uomo aveva
accanto a sé una piccola quantità di pesce, montone e maiale, e forse anche
di zuppa). Altri erano stati inumati, talvolta in semplici bare ricavate da un
tronco di quercia. Una bambina di circa due anni era stata sepolta con
indosso un vestito ornato di perline e un braccialetto d’avorio. Analoghi
ritrovamenti sono stati fatti in altre zone della città antica. In uno strato
molto al di sotto delle grandi dimore poi costruite sul Palatino, per
esempio, sono state rinvenute le ceneri di un giovane uomo, sepolto con
una lancia in miniatura, forse come simbolo di ciò che era stato in vita.
L’archeologia ci offre spesso testimonianze più ricche e dettagliate per i
morti che per i vivi. Ma i cimiteri implicano l’esistenza di una comunità, e se
ne possono presumibilmente ritrovare i resti in alcuni gruppi di capanne
del cui perimetro resta ancora qualche leggera traccia negli strati più antichi
di diverse zone della città, compreso il colle Palatino. Non possiamo dire
nulla di preciso sul loro aspetto (a parte il fatto che erano costruite in legno,
argilla e paglia), e ancor meno sul genere di vita che vi si conduceva. Ma
possiamo colmare qualche lacuna gettando uno sguardo appena fuori
Roma. Uno degli esempi meglio conservati e più accuratamente scavati di
questo tipo di strutture è stato trovato a Fidene, pochi chilometri a nord del
centro della città, negli anni Ottanta del XX secolo. È una costruzione
rettangolare, di circa sei metri per cinque, in legno (di quercia e di olmo) e
terra pressata (realizzata con il metodo detto pisé de terre, ancora in uso ai
nostri giorni), circondata da un portico approssimativo, formato dal tetto
sporgente. Al suo interno si trovavano un focolare centrale, alcune grandi
giare di terracotta (più una di minori dimensioni, che sembra essere stata
un contenitore per argilla modellabile), nonché resti di cibi (cereali e
fagioli) e di animali domestici (pecore, capre, mucche e maiali). La scoperta
più sorprendente è stata quella di un gatto, morto (forse era legato a una
catena) in un grande incendio che distrusse l’intero edificio: si tratta della
più antica testimonianza nota di gatto domestico in Italia.
Dalla bambina sepolta con il suo vestitino migliore al povero
«acchiappatopi» che nessuno si preoccupò di liberare dalla catena quando
scoppiò l’incendio, possiamo trarre vivaci immagini della vita di quei tempi
remoti. Il problema sta nel quadro che queste molteplici immagini ci
permettono di comporre. I resti archeologici dimostrano con chiarezza che,
dietro la Roma che conosciamo, c’è una lunga e ricca preistoria; ma è molto
difficile stabilire precisamente quanto lunga.

12. Tipica urna cineraria, di cui si sono trovati numerosi esempi nelle necropoli arcaiche di
Roma e dell’area circostante. Con la forma di una semplice capanna, queste case dei morti
sono una delle nostre migliori guide per ricostruire l’aspetto delle abitazioni dei vivi.
Il problema nasce in parte dalle stesse condizioni dello scavo
archeologico al centro della città. Il sito di Roma è stato così intensamente
costruito e ricostruito nel corso dei secoli che si ritrovano tracce
dell’occupazione più antica soltanto nei luoghi che risultano non essere
stati toccati. Le fondazioni create nel I e II secolo d.C. per sostenere i
giganteschi templi marmorei del Foro hanno cancellato gran parte di ciò
che stava sotto la superficie; in altre zone di Roma, le cantine dei palazzi
rinascimentali produssero i medesimi effetti, se non addirittura peggiori.
Perciò possiamo soltanto cogliere qualche istantanea, ma non il quadro
generale. Qui l’archeologia diventa una materia estremamente difficile, e
l’interpretazione dei dati, sebbene continuino a emergere costantemente
nuove testimonianze, rimane quasi sempre discussa e controversa. Per fare
solo un esempio, si dibatte ancora se i piccoli pezzi di cannicciato ricoperto
di argilla trovati in scavi effettuati nel Foro verso la metà del XX secolo
indichino che anche qui si trovasse un insediamento di capanne, o se invece
vi furono inavvertitamente scaricati insieme ad altri calcinacci qualche
secolo più tardi per ottenere una nuova superficie livellata dell’intera zona.
Si deve osservare che, pur essendo appropriata per un cimitero, quest’area
era piuttosto umida e paludosa come sito di un villaggio.
La datazione precisa di questi resti archeologici è ancora più controversa;
ciò spiega l’uso intenzionalmente vago del termine arcaico nel corso delle
ultime pagine. Non si può mai sottolineare abbastanza il fatto che non
possediamo alcuna data sicura per tutto il materiale proveniente dagli strati
più antichi di Roma e delle zone circostanti, né si può ignorare che la
datazione di quasi ogni ritrovamento importante continua a essere
aspramente dibattuta. Ci sono voluti decenni di paziente lavoro – attraverso
l’analisi di elementi diagnostici come la ceramica lavorata a tornio (ritenuta
posteriore a quella lavorata a mano) e l’occasionale presenza nelle tombe di
ceramica greca (la cui datazione risulta relativamente più chiara) nonché
l’accurato confronto tra i materiali dei diversi siti – per stabilire uno schema
cronologico approssimativo relativo al periodo dal 1000 al 600 a.C.
Sulla base di questo schema, le più antiche sepolture nel Foro
risalirebbero all’incirca al 1000 a.C., e le capanne sul Palatino al 750-700 a.C.
(data prossima al 753 a.C., come molti hanno notato). Ma anche queste
datazioni sono tutt’altro che certe. Recenti metodi di datazione scientifica
(compresa quella al «radiocarbonio», che calcola l’età dei materiali organici
misurando la quantità residua dell’isotopo radioattivo del carbonio)
sembrano indicare che siano tutte troppo «basse», almeno di un centinaio
d’anni. La capanna di Fidene, per esempio, secondo i criteri archeologici
tradizionali, si dovrebbe datare alla metà dell’VIII secolo a.C.; ma la
datazione al radiocarbonio ci riporta indietro verso la fine del IX secolo a.C.
Attualmente, le datazioni sono oscillanti, persino più del consueto: nel
complesso, Roma sembra diventare più vecchia.
Quel che è certo è che, nel VI secolo a.C., era ormai una comunità
urbana, con un centro e alcuni edifici pubblici. Prima di allora, per le fasi
più antiche, possediamo sufficiente materiale appartenente al periodo noto
come Bronzo Medio (1700-1300 a.C.) per affermare che un certo numero di
individui già abitava il sito, anziché semplicemente «passarvi attraverso».
Per il periodo successivo, possiamo supporre con buona dose di sicurezza
che si sviluppassero villaggi di maggiori dimensioni, con gruppi familiari
dominanti capaci di acquisire una crescente ricchezza (come si può dedurre
dai corredi funerari), e che a un certo punto questi villaggi si fondessero in
una sola comunità, il cui carattere urbano nel VI secolo a.C. appare ormai
definito. Non possiamo sapere con certezza quando gli abitanti di questi
insediamenti separati iniziarono a considerarsi appartenenti a un’unica
città. E non abbiamo la benché minima idea su quando iniziarono a
chiamarla Roma.
L’archeologia, però, non si limita a date e origini. Il materiale scavato
nella città, nell’area a essa circostante e in altre zone più lontane, può dirci
cose molto importanti sul carattere del più antico insediamento.
Innanzitutto, ci rivela che Roma aveva intensi contatti con il mondo esterno.
Ho già menzionato il braccialetto d’avorio della bambina sepolta nel
cimitero e la ceramica greca (corinzia o ateniese) venuta alla luce durante
gli scavi. Ci sono anche indicazioni di contatti con il Nord, nella forma di
gioielli e altri oggetti decorativi di ambra importata: non sappiamo come
questi manufatti abbiano raggiunto l’Italia centrale, ma sono
indubbiamente la prova di un contatto, diretto o indiretto, con la regione
del Baltico. Fin dai tempi più remoti la Roma arcaica aveva dunque ampi
contatti, come suggerisce lo stesso Cicerone quando ne sottolinea l’ottima
posizione strategica.
In secondo luogo, c’erano parecchie somiglianze, ma anche alcune
fondamentali differenze, tra Roma e i suoi vicini. Tra il 1000 e il 600 a.C. la
penisola italiana appare estremamente variegata. Vi risiedevano molte
popolazioni indipendenti, con origini, lingue e tradizioni culturali diverse.
Meglio documentati sono gli insediamenti greci dell’Italia meridionale:
città come Cuma, Taranto e Napoli, fondate a partire dall’VIII secolo a.C. da
immigrati delle principali città della Grecia, chiamate comunemente
«colonie» (senza avere però caratteri «coloniali» nel senso moderno del
termine). Sotto ogni aspetto, gran parte dell’Italia meridionale e la Sicilia
erano parte integrante del mondo greco, con tradizioni artistiche e letterarie
degne della madrepatria. Non è un caso che alcuni dei più antichi esempi di
scrittura greca, se non addirittura i più antichi in assoluto, siano stati
scoperti proprio qui. Alquanto più difficile è ricostruire la storia degli altri
abitanti della penisola: a nord gli etruschi, a sud, quasi alle porte di Roma, i
latini e i sabini, più oltre gli osci, che formavano la popolazione originaria di
Pompei, e, al di là di essi, i sanniti. Della letteratura di questi popoli, se ne
possedevano una, non si è conservato nulla; e per le nostre informazioni
dipendiamo interamente dai ritrovamenti archeologici, dalle iscrizioni su
pietra e bronzo (talvolta comprensibili, in altri casi indecifrabili) e da opere
romane scritte molto più tardi, spesso ammantate da un orgoglioso senso di
supremazia; si spiega così l’immagine tradizionale dei sanniti, presentati
come rozzi, barbari, non urbanizzati e pericolosamente primitivi.
I ritrovamenti archeologici dimostrano, comunque, che nelle sue fasi più
antiche Roma era un insediamento tutt’altro che fuori dall’ordinario. Lo
sviluppo da villaggi sparsi a singola comunità urbana, che possiamo vedere
a Roma, sembra essersi verificato grosso modo nello stesso periodo in tutta
la regione a sud di essa. Anche il materiale archeologico rinvenuto nelle
necropoli, con ceramiche locali e spille bronzee, nonché oggetti di
importazione, offre un quadro coerente. Semmai, ciò che è stato trovato a
Roma appare meno ragguardevole e meno indicativo di ricchezza di quanto
è stato scoperto in altre zone. Per fare solo un esempio, qui non è stato
rinvenuto nulla di paragonabile agli straordinari ritrovamenti fatti in alcune
tombe della vicina Palestrina, anche se ciò potrebbe dipendere dalla
sfortuna o, come hanno sospettato alcuni archeologi, dal fatto che parte
delle più eccezionali scoperte del XIX secolo sono state rubate e sono finite
immediatamente sul mercato clandestino. Una domanda che dovremo
continuare a porci nei prossimi due capitoli è dunque la seguente: quando
Roma ha cessato di essere una città qualsiasi?
L’anello mancante
L’ultima questione che dobbiamo affrontare in questo capitolo, però, è se il
materiale archeologico debba essere considerato separatamente dalle
tradizioni mitiche su Romolo e Remo esaminate nelle pagine precedenti. È
forse possibile collegare il frutto delle nostre ricerche sulla più antica storia
di Roma con le storie raccontate dagli stessi romani, o con le loro complesse
speculazioni sulle origini della città? Possiamo forse rintracciare una certa
dose di storia all’interno del mito?
È una tentazione seducente, che ha influenzato buona parte delle
ricerche moderne su Roma arcaica, tanto degli storici quanto degli
archeologi. Abbiamo già esaminato il tentativo di individuare nella storia
del Septimontium un riflesso della duplice natura della città (romana e
sabina), particolarmente evidenziata nel mito di Romolo. La recente
scoperta di una struttura difensiva in forma di terrapieno ai piedi del
Palatino ha scatenato ogni sorta di fantasiose speculazioni sulla possibilità
che fosse stato trovato l’autentico muro che Remo aveva scavalcato, andando
per questo incontro alla propria morte, il giorno stesso della fondazione di
Roma. Questa, naturalmente, non è altro che una fantasia archeologica.
Non c’è dubbio che siano stati trovati antichissimi terrapieni, e questa è di
per sé una scoperta importante (anche se rimane da stabilire la loro precisa
relazione con l’arcaico insediamento di capanne sulla cima del Palatino). Ma
non hanno nulla a che fare con Romolo e Remo, figure del mito e non della
storia. E i tentativi di «accomodare» la datazione della struttura e dei
ritrovamenti associati per farla coincidere con il 21 aprile 753 a.C. (sto
esagerando soltanto un po’) appaiono particolarmente ingenui se non
addirittura frivoli.
In tutta la città di Roma c’è un solo luogo in cui è possibile stabilire un
collegamento diretto tra i resti materiali arcaici e la tradizione letteraria. E
questo collegamento non compone un armonico accordo tra i primi e la
seconda, ma apre un problematico baratro. Il luogo si trova a un’estremità
del Foro, vicino alle pendici del Campidoglio, a pochi minuti di distanza dal
tempio di Giove Statore (dove Cicerone aveva denunciato la congiura di
Catilina), e accanto alla piattaforma (rostra) dalla quale gli oratori si
rivolgevano al popolo. Qui, prima della fine del I secolo a.C., venne inserita
nella pavimentazione del Foro una serie di lastre di una particolare pietra
nera (lapis niger) a formare un rettangolo di circa 4 per 3,5 metri, segnato
lungo il perimetro da un basso bordo di pietra.
Tra il XIX e il XX secolo l’archeologo Giacomo Boni (a quel tempo una
celebrità capace di rivaleggiare con Heinrich Schliemann, lo scopritore di
Troia, e senza la macchia della dubbia fama di frode che circondava
quest’ultimo) effettuò degli scavi sotto lo strato di pietra nera e trovò i resti
di alcune strutture molto più antiche: un altare, parte di una grande
colonna a sé stante e un piccolo cippo di pietra con un’iscrizione in latino
arcaico praticamente indecifrabile, con ogni probabilità uno dei più antichi
documenti che possediamo di questa lingua. Il sito era stato
intenzionalmente ricoperto di terra, e nel riempimento si sono trovati
oggetti di ogni genere, di carattere straordinario e anche di uso quotidiano,
da coppe in miniatura, perline e astragali, fino a raffinate ceramiche
decorate ateniesi del VI secolo a.C. La spiegazione più ovvia per questi
ritrovamenti, che sembrano includere dediche di tipo religioso, è che si
tratti di un arcaico santuario, forse del dio Vulcano. Venne poi ricoperto
quando, nel I secolo a.C., il Foro fu ripavimentato; ma per preservare la
memoria del sacro sito sottostante venne posta sopra di esso la pietra nera.

13. Ricostruzione del santuario arcaico trovato da Giacomo Boni sotto il lapis niger nel
Foro. Sulla sinistra si vede un altare (a forma di U quadrata, attestata in questo periodo
anche in altre zone d’Italia); sulla destra quel che rimane di una colonna e, appena
riconoscibile dietro di essa, il cippo iscritto.
Gli autori romani delle epoche successive conoscevano perfettamente la
pietra nera e avevano diverse idee sul suo significato. «La pietra nera»
scrisse uno di loro «segna un punto sfortunato.» E sapevano che sotto di
essa c’era qualcosa, antico di secoli: non un santuario religioso, come oggi
sostengono con relativa sicurezza gli archeologi, bensì un monumento
associato a Romolo o alla sua famiglia. Molti erano convinti che fosse la
tomba del padre fondatore; altri, forse disturbati dal fatto che, se Romolo
era diventato un dio, non poteva certo avere una tomba, pensavano si
trattasse di quella di Faustolo, il padre adottivo dei due gemelli; altri ancora
ne facevano la tomba di uno dei compagni di Romolo, Ostilio, nonno di uno
dei successivi re di Roma.
Sapevano anche, o per averla vista prima che venisse interrata o
semplicemente per tradizione orale, che là sotto c’era un’iscrizione. Dionigi
ne riporta due versioni: l’epitaffio di Ostilio, «che attestava il suo coraggio»,
oppure un’iscrizione eretta dopo una delle vittorie di Romolo «che
ricordava le sue imprese». Ma non era certamente né l’una né l’altra cosa.
Né tantomeno era, come asserisce Dionigi, «scritta in lettere greche»;
doveva trattarsi invece, bona fide, di una forma arcaica di latino. Ma ci offre
uno splendido esempio di quanto gli storici romani sapessero o non
sapessero del loro passato sepolto, e altresì di quanto amassero immaginare
le tracce di Romolo ancora presenti sulla superficie della propria città, o
appena al di sotto di essa. Ciò che ci dice questo testo (per quanto riusciamo
a comprenderlo) ci conduce alla fase successiva della storia romana e alla
serie di quasi altrettanto mitici re che sarebbero succeduti a Romolo.
III
I RE DI ROMA
Inciso nella pietra
L’iscrizione scoperta nel 1899 sotto la pietra nera nel Foro contiene la parola
re, in latino rex: RECEI , come appare nell’arcaica forma linguistica qui
attestata. Questa sola parola spiega la celebrità dell’iscrizione e ha
radicalmente trasformato il modo in cui da allora in poi si è concepita la
storia della Roma arcaica.
Il testo dell’iscrizione è per molti aspetti alquanto frustrante. È
incompleto, dato che almeno un terzo della parte superiore del cippo non si
è conservato. Ed è di fatto incomprensibile. Il latino impiegato qui è già
particolarmente difficile, ma la sezione mancante rende quasi impossibile
comprenderne appieno il significato. Anche se possiamo affermare con
certezza che non contrassegna la tomba di Romolo (o di chiunque altro), la
maggior parte delle interpretazioni è poco più che un coraggioso tentativo
di ricavare un qualche senso dalle poche singole parole riconoscibili sulla
pietra. Secondo una ragguardevole teoria moderna, si tratterebbe di una
sorta di avviso che vietava di lasciare che gli animali aggiogati depositassero
letame vicino al santuario, cosa che avrebbe costituito un cattivo presagio. È
estremamente difficile anche assegnargli una data precisa. Il solo modo di
datarlo consiste nel confrontare il testo e la scrittura con i pochi altri esempi
di latino arcaico a noi noti, per la gran parte di altrettanto incerta datazione.
Le varie proposte si dispongono su un arco di oltre trecento anni, da circa il
700 fino al 400 a.C. Stando al pur fragile consenso attuale, l’iscrizione
risalirebbe alla seconda metà del VI secolo a.C.
Malgrado queste lacune, gli archeologi hanno riconosciuto
immediatamente che la parola RECEI (declinata nel caso dativo, significando
«al/per il re») conferma ciò che sostengono gli scrittori romani: ossia, che
per due secoli e mezzo, e precisamente fino alla fine del VI secolo a.C.,
Roma fu comandata da «re». Livio, e moltissimi altri autori insieme a lui,
elenca una serie canonica di sei re successivi a Romolo, a ognuno dei quali
viene attribuito un certo numero di specifiche imprese e realizzazioni. Le
pittoresche storie di questi re (con il loro sfondo di eroici guerrieri romani,
rivali assassini e regine cospiratrici) occupano la seconda parte del Primo
libro delle Storie di Livio. Dopo Romolo salì al trono Numa Pompilio, una
figura pacifica alla quale era attribuita la creazione di quasi tutte le
istituzioni religiose di Roma; a Numa seguì Tullo Ostilio, celebre per la sua
bellicosità, e poi Anco Marzio, il fondatore del porto marittimo di Roma,
Ostia («foce del fiume»). Il trono passò quindi a Tarquinio Prisco (o
«Tarquinio il Vecchio»), che edificò il Foro e il Circo Massimo, poi a Servio
Tullio, riformatore politico e creatore del censo romano, e infine a Tarquinio
il Superbo (o piuttosto «l’Arrogante»). Fu il comportamento tirannico di
quest’ultimo, e della sua famiglia, a scatenare una rivoluzione che portò al
rovesciamento della monarchia e all’affermazione della «libertà» e della
«libera Repubblica di Roma». Tarquinio era un autocrate paranoico che
eliminava spietatamente tutti i suoi rivali, e un crudele sfruttatore del
popolo romano, che costringeva a spezzarsi la schiena lavorando per i suoi
fanatici progetti edilizi. Ma, come sarebbe avvenuto più e più volte nella
storia di Roma, uno stupro fu la goccia che fece traboccare il vaso: nel caso
specifico, quello della virtuosa Lucrezia, di cui si rese colpevole uno dei figli
del re.
14. L’iscrizione arcaica sul cippo trovato sotto il lapis niger poteva essere facilmente
scambiata per greca, e in effetti alcuni antichi osservatori caddero in questo errore. Si
tratta invece di latino arcaico, scritto con lettere molto simili a quelle greche, e ad
andamento bustrofedico (le linee si leggono alternativamente da sinistra a destra e da
destra a sinistra).

Prudenti studiosi del XIX secolo hanno espresso fortissimi dubbi sul
valore storico di queste storie, sostenendo che non vi sono per questi re
testimonianze più solide e concrete di quelle che possediamo per il
leggendario Romolo: l’intera tradizione si fondava su confusi ricordi orali e
miti in gran parte fraintesi, per non parlare delle successive fantasie
propagandistiche sponsorizzate da molte delle più importanti famiglie di
Roma, che manipolavano o inventavano regolarmente la «storia» più antica
della città per attribuire ai propri antenati un ruolo glorioso nel suo
svolgimento. Mancava ormai soltanto un breve passo (concretamente
compiuto da molti illustri storici ottocenteschi) per arrivare alla conclusione
che a Roma non c’era mai stata una «fase monarchica», che i suoi celebri
sette re erano soltanto creazioni dell’immaginazione dei suoi abitanti, e che
l’autentica storia della Roma arcaica era completamente perduta.
Questo scetticismo fu spazzato via dal RECEI dell’iscrizione sul cippo
scoperto da Boni. Nessuna argomentazione (come, per esempio, il fatto che
qui rex si riferisce non a un re nel senso consueto, bensì a una successiva
carica religiosa indicata con il medesimo termine) poteva più negare ciò che
ormai appariva inconfutabile, ossia che Roma un tempo era stata
caratterizzata da un qualche genere di monarchia. La scoperta trasformò la
natura del dibattito sulla storia di Roma arcaica e, naturalmente, sollevò
nuove domande e nuovi problemi.
Ancora oggi, questa iscrizione pone al centro la questione dei re romani e
ci spinge a domandarci cosa possa significare il concetto di monarchia nel
contesto di una piccola comunità arcaica formata da poche migliaia di
abitanti che vivevano in capanne di paglia e canne costruite sulla cima di
alcuni colli nei pressi del fiume Tevere. La parola re implica quasi
certamente qualcosa di più formale e solenne di quanto potremmo
immaginarci. Ma i romani di epoca successiva vedevano, o immaginavano, i
loro primi governanti in molti modi diversi. Da un lato, dopo la drammatica
caduta di Tarquinio il Superbo, i re rimasero, per tutto il corso della storia di
Roma, oggetto di odio e disprezzo. L’accusa di aspirare a farsi rex
equivaleva, per qualsiasi romano, a una condanna a morte; e nessun
imperatore avrebbe mai tollerato di essere chiamato re, anche se qualche
cinico osservatore poteva chiedersi quale fosse la differenza. Dall’altro lato,
gli scrittori romani facevano risalire gran parte delle loro più importanti
istituzioni politiche e religiose proprio al periodo monarchico: se, nel
racconto leggendario, la città era stata concepita sotto Romolo, la sua
gestazione avvenne sotto la guida dei re, da Numa fino al secondo
Tarquinio. Per quanto detestati, ai sovrani veniva riconosciuto l’onore di
avere creato Roma.
15. In questo quadro del 1784, intitolato Il giuramento degli Orazi, Jacques-Louis David
raffigura una leggenda sul regno di Tullo Ostilio, quando Roma era in guerra con la vicina
Alba Longa. Due coppie di tre gemelli, in entrambi gli schieramenti, decidono di
affrontarsi in nome delle loro comunità. David immagina il momento in cui gli Orazi
romani ricevono le spade dal proprio padre. Solo uno di essi tornerà vittorioso, e subito
ucciderà sua sorella (qui ritratta piangente), per essere stata fidanzata con un nemico. Era
una storia, tanto per gli antichi romani quanto per i francesi del XVIII secolo, che
celebrava il patriottismo ma ne metteva anche in discussione il costo.

Il periodo monarchico è intrappolato in quell’indefinibile territorio in cui


si incrociano e si dissolvono i confini tra mito e storia. Indubbiamente, i re
successivi a Romolo hanno una consistenza ben più reale di quella del loro
capostipite. Se non altro, hanno nomi all’apparenza autentici, come «Numa
Pompilio», in netto contrasto con il fittizio «Romolo» o «Signor Roma»,
come lo si potrebbe tradurre. Ciononostante, le storie di cui sono
protagonisti sono piene di elementi palesemente mitici. Si diceva, per
esempio, che Servio Tullio, proprio come Romolo, era stato concepito da un
fallo emerso da un fuoco. È sempre davvero difficile individuare quali fatti
concreti si possano celare nelle narrazioni letterarie giunte fino a noi.
Eliminare solo gli elementi più palesemente di fantasia per considerare
quanto rimane come il nucleo storico significa riprodurre proprio
quell’approccio ingenuo contro il quale si erano schierati a ragione gli
studiosi scettici del XIX secolo. Il mito e la storia sono connessi in modo
molto più profondo e inestricabile. Tra i due punti estremi si apre un vasto
arco di possibilità e rimane un ampio spazio ignoto. L’uomo chiamato dalle
nostre fonti Anco Marzio è forse effettivamente esistito, ma non ha mai
compiuto alcuna delle cose che gli sono attribuite? E queste ultime sono
forse opera di una o più persone di cui non conosciamo il nome? E si
potrebbe facilmente continuare.
È chiaro, tuttavia, che verso la fine del periodo monarchico (diciamo
attorno al VI secolo a.C., anche se una datazione precisa rimane difficile
come sempre) iniziamo a muoverci su un terreno più solido. Come indicano
le spettacolari scoperte di Boni, diventa per la prima volta possibile stabilire
un legame tra le storie che i romani raccontavano sul proprio passato e i
ritrovamenti archeologici, e comporre una narrazione storica nel senso
moderno del termine. Inoltre, ed è un fatto di notevole importanza,
possiamo persino osservare qualche frammento di questa storia dal punto
di vista dei vicini e dei nemici di Roma. Le imprese di Servio Tullio sono
quasi certamente raffigurate in una serie di pitture scoperte in una tomba
della città etrusca di Vulci, circa centodieci chilometri a nord di Roma.
Datate attorno alla metà del IV secolo a.C., queste pitture rappresentano la
più antica testimonianza diretta che possediamo su Servio, precedente di
parecchi secoli a ogni altra a noi nota. Per comprendere questa fase della
storia di Roma è necessario sfruttare al massimo le poche preziose
testimonianze in nostro possesso. Ed è ciò che faremo nelle prossime
pagine.
Re o capi?
Gli scettici del XIX secolo avevano ottime ragioni per mettere in dubbio i
racconti relativi al periodo monarchico. A proposito dei re, gli elementi
contraddittori sono davvero troppi, e, com’è ovvio, questo vale soprattutto
per la loro cronologia. Anche se gli concediamo una vita inconsuetamente
sana e lunga, rimane impossibile che soltanto sette re (incluso Romolo)
occupino gli oltre duecentocinquant’anni (dalla metà dell’VIII secolo alla
fine del VI secolo a.C.) che gli assegnano gli scrittori romani. Altrimenti,
bisognerebbe attribuire a ognuno di essi un regno di oltre trent’anni in
media. Nessuna monarchia moderna ha mai vantato un simile grado di
longevità dei suoi rappresentanti.
La soluzione più semplice è ipotizzare che il periodo monarchico sia
durato in realtà molto meno di quanto asserito dai romani, oppure che vi
siano stati più re di quelli ricordati dalle fonti (in effetti ci sono, come
vedremo, un paio di potenziali candidati per questi «re dimenticati»). Ma è
altresì possibile che la tradizione scritta sul periodo in esame sia molto più
distorta e fuorviante di quanto facciano supporre queste semplici soluzioni,
e che, quale che sia l’esatta cronologia, la natura stessa della monarchia
romana sia radicalmente diversa rispetto a quella che possiamo ricavare
dalle opere di Livio e di altri autori.
Il problema principale sta nel fatto che gli storici romani tendevano
sistematicamente a modernizzare il periodo monarchico e a esagerarne le
imprese, come se lo osservassero attraverso una sorta di patriottica lente
d’ingrandimento. Stando ai loro racconti, i primi romani possedevano già
istituzioni come il Senato e le assemblee popolari, caratteristiche della
struttura politico-istituzionale che la città aveva circa mezzo millennio più
tardi; e per la successione al trono (che non era ereditaria) avrebbero
seguito complesse procedure legali che comportavano la nomina di un
interrex (un «re provvisorio»), il voto del popolo per la scelta del nuovo re e
infine la ratifica senatoriale. Allo stesso modo, le lotte di potere e le rivalità
che immaginavano caratterizzare questi momenti di transizione potrebbero
perfettamente descrivere l’atmosfera che si respirava alla corte
dell’imperatore di Roma nel I secolo d.C. Così, il resoconto che ci offre Livio
dei maneggi e degli intrallazzi successivi all’assassinio di Tarquinio Prisco
(la sua astuta moglie Tanaquil ne aveva tenuto nascosta la morte fino a
quando era riuscita ad assicurare il trono al suo favorito, Servio Tullio)
ricorda fin troppo chiaramente ciò che fece Livia dopo la morte
dell’imperatore Augusto nel 14 d.C.. Anzi, le somiglianze tra i due episodi
sono così stringenti che alcuni studiosi hanno supposto che Livio, il quale
aveva iniziato a scrivere la propria opera negli anni Venti del I secolo a.C.,
non possa avere terminato questa parte prima del 14 d.C. e che debba
essersi ispirato agli eventi di quell’anno per il suo racconto.
Anche le relazioni con i popoli vicini sono presentate sotto questa luce
grandiosa, con tanto di trattati, ambasciatori e formali dichiarazioni di
guerra. Parimenti, i conflitti sono descritti come scontri tra possenti legioni
romane e altrettanto possenti eserciti nemici; leggiamo di cariche della
cavalleria contro i rispettivi fianchi, di falangi di fanteria costrette a
indietreggiare, della confusione e del panico scoppiato tra le forze
nemiche... e di molti altri cliché (o verità) dell’antica tecnica bellica. Anzi,
questo stile narrativo si insinua persino tra le pagine di molti manuali
moderni, nei quali si parla tranquillamente di cose come la «politica estera»
di Roma nel VII e VI secolo a.C.
A questo punto è necessario un richiamo alla realtà. In qualsiasi modo
decidiamo di descriverla, la comunità urbana dei primi romani rimane,
quanto a dimensioni, in un ambito che va dal minuscolo al piccolo. Come
noto, stabilire la consistenza demografica di siti preistorici è alquanto
difficile; l’ipotesi più probabile è che la popolazione «originaria» di Roma
(quale che sia il momento preciso in cui il gruppo di piccoli insediamenti
iniziò a pensarsi come «Roma») ammontasse a poche migliaia di individui.
Secondo calcoli moderni, quando venne cacciato l’ultimo re, verso la fine
del VI secolo a.C., la regione ospitava tra i ventimila e i trentamila abitanti.
Si tratta soltanto di un’ipotesi, basata sulle dimensioni dell’area, la quantità
di territorio allora probabilmente controllata da Roma e il numero di
individui che possiamo ragionevolmente supporre fosse in grado di
sostenere. È comunque assai più verosimile delle cifre esagerate riportate
dagli autori antichi. Livio, per esempio, cita il più antico storico romano,
Quinto Fabio Pittore (vissuto attorno al 200 a.C.), secondo il quale alla fine
del periodo monarchico vi erano ottantamila cittadini adulti di sesso
maschile, il che indica una popolazione complessiva di oltre duecentomila
persone. Si tratta di una cifra assolutamente impossibile per una nuova
comunità dell’Italia arcaica (si osservi che è di poco inferiore a quella della
popolazione complessiva dei territori di Atene e Sparta all’apice della loro
potenza, verso la metà del V secolo a.C.), e non si possiede alcuna
testimonianza archeologica di una città di simili dimensioni in questo
periodo; l’unico merito di tale cifra è di corrispondere alla grandiosa visione
che tutti gli antichi scrittori avevano della Roma arcaica.
Non c’è bisogno di dire che è impossibile farsi un’idea precisa delle
istituzioni di questo piccolo insediamento protourbano. Tuttavia, a meno
che non fosse radicalmente diversa da ogni altra arcaica città del
Mediterraneo antico (o di qualsiasi altro luogo), Roma dev’essere stata
caratterizzata da una struttura molto meno complessa e articolata di quella
suggerita dalla tradizione. Nel contesto storico della fase più antica della
città, procedure elaborate come la temporanea reggenza di un interrex, le
votazioni popolari e la ratifica senatoriale appaiono davvero inverosimili;
tutt’al più, vi si può riconoscere una drastica riscrittura della storia arcaica
in un linguaggio alquanto posteriore. L’attività militare ci offre un altro
esempio illuminante. Qui è sufficiente un’occhiata alla geografia per farci
fermare a riflettere. Osserviamo semplicemente la collocazione di queste
eroiche battaglie: sono tutte combattute entro un raggio di circa una
ventina di chilometri dalla città di Roma. Nonostante il modo in cui sono
raccontate, come se fossero versioni in miniatura delle guerre contro
Annibale, furono probabilmente più simili, in termini moderni, a razzie di
bestiame. Potrebbero persino non essere state imprese «romane» nel senso
più ristretto del termine. Nella maggior parte delle comunità arcaiche, ci
volle molto tempo prima che le varie forme di violenza privata, da una
giustizia sommaria fino alla vendetta e alle faide armate, fossero
pienamente sottoposte al controllo statale. Conflitti dei generi più diversi
erano di solito guidati da singoli individui con il proprio seguito, per così
dire antichi equivalenti dei nostri «signori della guerra»; e non vi era una
distinzione precisa tra ciò che veniva compiuto in nome dello «stato» e ciò
che si realizzava in nome di un qualche potente capo. Questa doveva essere
certamente la situazione nella Roma arcaica.

16. Questa iscrizione della fine del VI o dell’inizio del V secolo a.C., trovata nel 1977
quaranta chilometri a sud di Roma, è una delle migliori testimonianze sull’uso di milizie
private nella città arcaica. È una dedica al dio Marte (l’ultima parola della seconda linea,
che, nel latino di allora, è scritta MAMARTEI ) da parte dei SUODALES di Publio Valerio
(POPLIOSO VALESIOSO, nella seconda parte della prima linea), forse da identificare con uno
dei consoli semileggendari del primo anno della repubblica, Publio Valerio Publicola. I
suoi SUODALES (sodales, in latino classico) potrebbero essere, eufemisticamente, i suoi
«compagni», o, più realisticamente, i membri della sua «banda».

Che cosa rimane dunque dei re e della parola rex nell’iscrizione trovata
nel Foro? Rex può senz’altro significare «re» nel senso moderno del termine,
un senso grosso modo simile a quello che aveva per i romani del I secolo
a.C. I quali, proprio come noi, avrebbero avuto in mente non soltanto
l’immagine di un potere autocratico e dei suoi simboli, ma anche una
concezione teorica della monarchia come forma di governo, da
contrapporre, per esempio, a quella della democrazia o dell’oligarchia. È
alquanto improbabile che qualcosa di analogo fosse invece nella mente di
coloro che, parecchi secoli prima, fecero incidere quell’iscrizione. Per questi
ultimi, la parola rex avrebbe ugualmente significato un potere e un
predominio individuale, ma in un modo meno strutturato, meno
«costituzionale», per così dire. Quando ci riferiamo alla realtà concreta,
piuttosto che ai miti, di questa fase arcaica della storia di Roma, appare più
opportuno considerarla in termini di capi e leader carismatici anziché di re,
ipotizzando una forma di organizzazione di tipo chiefdom a piuttosto che
una struttura di tipo monarchico.
Storie di fondazione: religione, tempo e politica
Per gli scrittori latini, i re che succedettero a Romolo furono parte
integrante del lungo processo di fondazione della città. Come Romolo,
anche questi sovrani erano considerati figure storiche (sebbene certi autori
mettessero in dubbio alcune delle incredibili storie che su di essi venivano
raccontate). Ma, ancora una volta, appare chiaro che buona parte delle
tradizioni giunte fino a noi, ben lungi dal corrispondere alla realtà, sono
un’affascinante proiezione nel più remoto passato delle priorità e delle
preoccupazioni dei romani di un’epoca posteriore. Non è difficile
individuare molti dei temi e degli interessi che abbiamo già incontrato nella
storia di Romolo. Di questi re, per esempio, si diceva che avessero origini
assai diverse: Numa, come Tito Tazio, era sabino; Tarquinio Prisco
proveniva dall’Etruria ed era figlio di un esiliato della città greca di Corinto;
Servio Tullio era, secondo coloro che rifiutavano la storia del fallo
miracoloso, figlio di uno schiavo o almeno di un prigioniero di guerra (le
dispute sulla sua parentela erano talmente accese che, di tutti i generali
ricordati sugli elenchi del Foro per avere celebrato un trionfo, il suo è
l’unico nome che non sia accompagnato da quello del padre). Anche se
talvolta vediamo dei romani (di solito i personaggi «cattivi» delle storie
tradizionali) lamentarsi del fatto che stranieri e gente di umile origine
stessero impadronendosi dei loro diritti di nascita, il messaggio generale è
assolutamente chiaro: persino al vertice massimo dell’ordinamento politico,
i «romani» potevano essere originari di altri luoghi; e anche chi aveva umili
origini, persino un ex schiavo, poteva salire al gradino più alto.
Anche durante la monarchia Roma continuò a essere lacerata da violente
guerre civili e da aspri conflitti familiari. La successione al trono era
particolarmente pericolosa e cruenta. Su sette re, tre sarebbero stati
assassinati, uno fu colpito da un fulmine divino come punizione per una
colpa religiosa, mentre Tarquinio il Superbo venne rovesciato e cacciato
dalla città; soltanto due morirono nei propri letti. Furono i figli di Anco
Marzio, infuriati per essere stati scavalcati nella successione al trono, ad
assoldare gli assassini di Tarquinio Prisco. Servio Tullio fu ucciso per
analoghe ragioni da Tarquinio il Superbo, in combutta con la stessa figlia
del re. In un finale davvero raccapricciante, la figlia aveva deliberatamente
calpestato con il proprio carro il cadavere del padre «portando le tracce del
parricidio sul carro insanguinato, imbrattata essa pure e spruzzata di
sangue, fino ai Penati suoi e del suo sposo». Questo tema riprende e
ribadisce l’idea che i conflitti civili siano un fattore inestinguibile della
politica romana, ma mette in luce un’altra linea di frattura della cultura
politica romana: il modo in cui il potere era trasmesso da una persona a
un’altra, o da una generazione all’altra. È opportuno notare a questo
proposito che, mezzo millennio dopo, la prima dinastia dei nuovi autocrati
di Roma, gli imperatori da Augusto a Nerone, ebbe un’analoga, se non
peggiore, storia di morti violente, per assassinio o presunto assassinio,
all’interno della propria famiglia.
Il periodo monarchico, comunque, non si limitò a rimettere in scena le
questioni sollevate da Romolo. Per seguire la logica del racconto, alla fine
del suo regno la fondazione della città era ancora tutt’altro che conclusa.
Ciascuno dei suoi successori diede il proprio specifico contributo,
assicurando in questo modo che, quando infine la monarchia venne
rovesciata, Roma era ormai dotata di quasi tutte le sue istituzioni più
caratteristiche e distintive. Di queste, le più importanti erano attribuite a
Numa Pompilio e Servio Tullio. Servio Tullio aveva ideato il sistema di
conteggio e suddivisione per rango del popolo romano chiamato census. Tale
sistema rimase per secoli alla base dell’ordinamento politico romano,
garantendone un fondamentale principio gerarchico: vale a dire, che i ricchi
avevano per diritto più potere dei poveri. Ma, prima di lui, Numa aveva
definito e stabilito, praticamente da solo, la struttura della religione
ufficiale romana, con la creazione di istituzioni destinate a lasciare la
propria impronta, e il proprio nome, in tempi e spazi che vanno ben oltre i
limiti di questo libro. Così, per fare un solo esempio, ancora oggi il titolo
ufficiale del papa cattolico (pontifex, «pontefice») deriva da quello di uno dei
sacerdozi la cui istituzione era attribuita a Numa.
Riflettendo sull’ascesa della propria città al dominio su tutto il
Mediterraneo e su molte altre regioni ancora più lontane, alcuni storici
romani attribuirono questo straordinario successo non solo al suo talento
militare. A loro giudizio, i romani avevano trionfato perché avevano avuto
gli dèi al proprio fianco: la loro devota fedeltà religiosa fu la garanzia del
loro successo. Rovesciando i termini dell’assioma, ogni fallimento da essi
subìto poteva essere attribuito a qualche colpa nei loro rapporti con gli dèi:
probabilmente avevano trascurato dei cattivi presagi, condotto in modo
sbagliato un importante rituale o violato qualche regola religiosa. Il loro
sentimento di pietà divenne un vanto nelle loro relazioni con il mondo
esterno. All’inizio del II secolo a.C., per esempio, quando un ufficiale
romano scrisse alla città greca di Teo, sulla costa occidentale dell’odierna
Turchia, per garantire ai suoi abitanti l’indipendenza politica (perlomeno
nel breve periodo), fu proprio questo il messaggio che ribadì. Possiamo
ancora leggere le sue alquanto enfatiche parole, incise su un blocco di
marmo esposto nella città greca:

Il fatto che noi romani abbiamo ritenuto, in modo assoluto e consistente, che la
devozione verso gli dèi sia di primaria importanza è dimostrato dal favore che
essi ci hanno proprio per questo concesso. Inoltre, siamo certi anche per molte
altre ragioni che il nostro grande rispetto nei confronti delle cose divine sia
apparso evidente a tutti.

Insomma, la religione avallava la potenza romana.


Di ciò si trovano già alcuni indizi nella storia di Romolo. Ancor prima
dell’erezione del tempio di Giove Statore, egli aveva consultato gli dèi per
decidere il punto esatto su cui fondare la nuova città; fu in parte un
disaccordo su come interpretare i segni divini osservati nel volo degli uccelli
a scatenare il fatale litigio tra Romolo e Remo. Ma è al suo successore, il
pacifico Numa Pompilio, che spettava l’onore di essere l’autentico
«fondatore della religione romana».
Questo non fa però di Numa una figura sacra del tipo di quelle di Mosè,
Buddha, Gesù o Maometto. La religione tradizionale romana era molto
diversa da ciò che oggi intendiamo generalmente con il termine religione.
Gran parte del lessico religioso moderno (comprese le stesse parole
religione e pontefice) deriva dal latino, e proprio questa circostanza ci
impedisce di riconoscere alcune delle profonde differenze che distinguono
la religione romana dalla nostra. Essa non era definita da una particolare
dottrina, rivelata in un libro sacro, e nemmeno ordinata in quello che
definiremmo un sistema di credenze. I romani sapevano che gli dèi
esistevano; non credevano in essi nel senso interiorizzato caratteristico di
quasi tutte le moderne religioni universali. Allo stesso modo, la religione
romana non mostrava un interesse particolare per l’etica e la salvezza
individuale. Suo principale campo d’azione era invece l’esecuzione di rituali
che avevano lo scopo di mantenere in perfetto e stabile equilibrio i rapporti
tra Roma e gli dèi, al fine di assicurarne il successo e la prosperità. Il
sacrificio di animali era un elemento fondamentale di quasi tutti questi riti,
che per il resto erano estremamente diversificati. Alcuni erano così strani e
bizzarri che smentiscono meglio di qualsiasi altra testimonianza lo
stereotipo moderno sul carattere rigidamente formale e composto dei
romani: per esempio, in occasione della festa dei Lupercali, celebrata a
febbraio, giovani completamente nudi correvano per la città colpendo con
un frustino qualsiasi donna in cui si imbattessero (è la festa ricreata nella
scena d’apertura del Giulio Cesare di Shakespeare). Nel complesso, era una
religione basata più sulla prassi che sulla fede, ossia fondata più su un
sistema di pratiche rituali che su un sistema di credenze.
Conformemente a ciò, l’opera di fondazione religiosa di Numa si esplicò
in due ambiti diversi, ma reciprocamente connessi. In primo luogo, creò
una serie di collegi sacerdotali per eseguire o supervisionare i riti principali,
compreso, in un settore per il resto quasi esclusivamente maschile, quello
delle vergini vestali, le quali avevano il compito di tenere accesa la fiamma
del sacro focolare cittadino che si trovava nel Foro. In secondo luogo, stabilì
un calendario di dodici mesi, che forniva l’intelaiatura per il ciclo annuale di
festività, giorni sacri e vacanze. Un aspetto di fondamentale importanza per
qualsiasi comunità organizzata è la capacità di dare una struttura al tempo,
e a Roma questo onore è assegnato a Numa. Per di più, malgrado tutte le
successive innovazioni e perfezionamenti, il moderno calendario
occidentale rimane un discendente diretto di questa antichissima versione
romana, come dimostrano gli stessi nomi dei nostri mesi. Di tutte le cose
che ci immaginiamo di avere ereditato dall’antica Roma, dalle reti fognarie
alla toponomastica e alle cariche della Chiesa cattolica, il calendario è
probabilmente la più importante e spesso dimenticata. Ma costituisce un
sorprendente anello di congiunzione tra il più antico periodo monarchico di
Roma e il nostro mondo. È impossibile sapere se un uomo chiamato Numa
Pompilio sia effettivamente esistito, e ancor meno se abbia compiuto tutte
le cose che gli sono attribuite. Gli studiosi romani dedicarono una notevole
attenzione al suo regno, accettando alcuni aspetti della tradizione e
negandone categoricamente altri. Per esempio, non avrebbe potuto essere il
discepolo del filosofo greco Pitagora, come sosteneva una ben consolidata
tradizione popolare; infatti, ribadivano, secondo ogni plausibile cronologia,
Pitagora era vissuto più di un secolo dopo Numa (o, secondo la datazione
moderna, nel VI anziché nel VII secolo a.C.). In ogni caso,
indipendentemente dal carattere leggendario o almeno fantomatico di
Numa, una cosa sembra certa: una qualche forma di calendario a lui
attribuita è il prodotto di un periodo molto antico nella storia di Roma.
17. Testa della statua di una vergine vestale, riconoscibile dal suo caratteristico copricapo,
risalente al II secolo d.C. Le vestali erano uno dei pochissimi collegi sacerdotali femminili
della religione pubblica romana. Erano anche uno dei pochi collegi religiosi «a tempo
pieno», che viveva in una casa accanto al tempio della dea Vesta, con il suo focolare sacro,
all’interno del Foro. Le vestali erano votate alla castità, pena la morte.

La più antica versione scritta a noi nota di calendario romano (sebbene


anch’essa non anteriore al I secolo a.C.) ce ne offre una conferma. È un
documento straordinario, dipinto sulla parete di un edificio nella città di
Anzio, circa cinquantasei chilometri a sud di Roma, e ci fornisce
un’immagine concreta, anche se in parte sorprendente, di come i romani
del tempo di Cicerone concepivano e strutturavano il proprio anno. Nulla di
altrettanto complesso avrebbe potuto essere presente nella Roma arcaica. Si
possono individuare tracce di profondi e molteplici sviluppi nel corso dei
secoli, compresi alcuni mutamenti radicali nell’ordine di successione dei
mesi e nel punto prescelto come inizio dell’anno: infatti, in quale altro
modo i mesi di novembre e dicembre (il cui nome significa rispettivamente
«nono mese» e «decimo mese») avrebbero potuto essere collocati in questo
calendario, e nel nostro, come undicesimo e dodicesimo mese? Ma ci sono
anche tracce di un’origine antica in questa versione del I secolo a.C.
Si fonda sostanzialmente su un sistema di dodici mesi lunari, con
l’inserzione di un mese aggiuntivo (lontano predecessore del nostro giorno
in più in un anno bisestile) a determinati intervalli per accordare questo
calendario con il ciclo dell’anno solare. La principale difficoltà con cui si
scontrano i calendari primitivi di tutte le civiltà consiste nel fatto che i due
sistemi più ovvi e naturali per il computo del tempo sono reciprocamente
incompatibili: dodici mesi lunari, da luna nuova a luna nuova, equivalgono a
poco più di 354 giorni, cifra che non può essere accordata con i 365 giorni e
un quarto dell’anno solare, corrispondente al periodo che la terra impiega
per completare un’orbita attorno al sole, da un equinozio di primavera a
quello successivo. L’inserzione di un mese aggiuntivo dopo un certo
numero di anni rappresenta un metodo pratico e immediato per risolvere
questo problema, utilizzato da molte civiltà arcaiche.
Non meno eloquente è il ciclo di feste religiose riportato nel calendario.
Il suo nucleo essenziale potrebbe effettivamente risalire al periodo
monarchico. Senza dubbio, la maggior parte di queste feste, nella misura in
cui siamo in grado di ricostruirne la forma, riguarda il sostegno degli dèi
nelle attività stagionali dell’allevamento e dell’agricoltura: semina, raccolto,
immagazzinamento ecc.; in altre parole, proprio le preoccupazioni che ci
aspetteremmo avere la massima importanza in una piccola comunità
arcaica del Mediterraneo. Quale che sia il significato che queste feste
potessero avere assunto nella metropoli del I secolo a.C. (la maggioranza
dei cui abitanti aveva ben poco a che fare con greggi, mandrie o raccolti),
esse ci forniscono probabilmente un’istantanea delle priorità dei romani
più antichi.
Un diverso genere di priorità si riflette invece nelle istituzioni politiche
di cui si attribuiva la creazione a Servio Tullio, alle quali ora si conferisce
talvolta, ma impropriamente, il sontuoso nome di «Costituzione Serviana»,
in parte perché ebbero un ruolo fondamentale nei successivi sviluppi della
politica romana. Servio sarebbe stato il primo a organizzare un censo dei
cittadini romani, registrandoli ufficialmente nell’organismo civico e
classificandoli in diverse categorie sulla base della loro ricchezza. Fatto
ancora più importante, collegò questa classificazione a due ulteriori
istituzioni: l’esercito romano e l’organizzazione del popolo per lo
svolgimento di votazioni ed elezioni. I dettagli precisi sono di una
complessità praticamente inestricabile, e sono stati dibattuti fin
dall’antichità. Intere carriere accademiche si sono costruite, o distrutte,
nell’inutile ricerca delle specifiche disposizioni introdotte da Servio Tullio e
del loro successivo sviluppo. Ma le linee principali sono sufficientemente
chiare. L’esercito doveva essere formato da 193 «centurie», suddivise in base
al tipo di equipaggiamento dei soldati. Tale equipaggiamento era
strettamente correlato alla classificazione secondo il censo, sulla base del
seguente principio: «Quanto più si è ricchi, tanto più sostanzioso e costoso
è l’equipaggiamento che ci si può procurare». Partendo dall’alto, c’erano
ottanta centurie di uomini appartenenti alla prima classe, quella dei più
ricchi, che combattevano con un armamento pesante in bronzo; a questa
seguivano altre quattro classi, che portavano un armamento
progressivamente più leggero, fino alla quinta classe, composta da trenta
centurie, che combatteva armata soltanto di fionde e pietre. C’erano poi
altre diciotto centurie di cavalleria scelta, più alcune squadre speciali di
genieri e di suonatori. Al fondo di questa gerarchia stava una singola
centuria formata dai cittadini più poveri, esentati dal servizio militare.
18. Il mese di aprile, dal più antico calendario romano giunto sino a noi, dipinto sulla
parete di un edificio di Anzio, poco a sud di Roma. Si tratta di un testo con una
impaginazione alquanto complessa, con ventinove giorni dall’alto in basso. Nella colonna
di sinistra, una sequenza di lettere (A-H) indica una serie regolare di giorni feriali. Nella
seconda colonna, altre lettere (C, F, N ecc.) indicano la tipologia del giorno considerato
(per esempio, C, abbreviazione di comitialis, significa che in quel dato giorno si poteva
tenere un’assemblea). Le parole nella colonna di destra designano le singole festività, la
maggior parte delle quali sono di carattere agricolo. I ROBIG(ALIA) , per esempio,
proteggevano i raccolti dalla ruggine delle piante; i VINAL(IA) si celebravano in occasione
della nuova vendemmia. Sebbene questa versione risalga soltanto al I secolo a.C., i suoi
princìpi essenziali sono molto più antichi.

Servio Tullio avrebbe utilizzato queste medesime strutture come base


per la creazione della principale assemblea elettorale del popolo romano: i
comizi centuriati, che al tempo di Cicerone si riunivano per eleggere i
magistrati superiori, consoli compresi, per votare le leggi e per decidere
l’entrata in guerra. Ogni centuria disponeva di un unico voto, per cui alle
centurie dei ricchi venne (intenzionalmente?) assegnata una schiacciante e
intrinseca superiorità politica. Infatti, se rimanevano unite, le ottanta
centurie della prima classe, più le diciotto della cavalleria scelta, potevano
superare con il proprio voto tutte le altre classi messe insieme. In altre
parole, gli elettori ricchi avevano un potere di voto nettamente maggiore di
quello dei loro concittadini poveri. Questo si doveva al fatto che, nonostante
il loro nome (il quale farebbe supporre che erano composte ciascuna da
cento uomini), le centurie avevano dimensioni molto diverse l’una dall’altra.
I cittadini più ricchi erano effettivamente inferiori per numero rispetto ai
poveri, ma erano suddivisi in ottanta centurie, in confronto alle sole venti o
trenta delle classi meno abbienti, o all’unica centuria della classe più
povera. Il potere era radicato nella ricchezza, tanto sul piano individuale
quanto su quello cittadino.
19. Il censimento romano. In questo dettaglio di un bassorilievo della fine del II secolo a.C.
è raffigurata la registrazione dei cittadini. Sulla sinistra, un funzionario seduto annota le
informazioni sulla ricchezza dell’uomo che gli sta di fronte. Sebbene i termini esatti della
procedura non ci siano interamente chiari, il rapporto con l’organizzazione militare è qui
indicato dalla presenza di un soldato sulla destra.

Nello specifico, questa ricostruzione non è soltanto estremamente


complicata ma anche anacronistica. Mentre, come abbiamo visto, alcune
innovazioni attribuite a Numa potrebbero non essere fuori posto nella
Roma più arcaica, questa è una palese proiezione nel passato di usi e
istituzioni appartenenti a un’epoca nettamente posteriore, alle quali è stato
assegnato un padre fondatore nella persona di Servio Tullio. L’elaborato
metodo di valutazione dei beni implicato dal sistema del censo è
assolutamente inconcepibile per la città arcaica; e le complesse strutture
dell’organizzazione centuriata nell’esercito e nelle assemblee appaiono
totalmente sproporzionate per l’organismo cittadino del periodo
monarchico e il tipo di guerre che allora si combattevano (non è infatti
questo il modo in cui si effettuavano razzie sul villaggio più vicino). Quali
che fossero i mutamenti introdotti da «Servio Tullio» nel sistema di
votazione e nelle tecniche di combattimento, non potevano certamente
essere quelli che gli attribuisce la tradizione romana.
Riproiettando tutto ciò nel periodo formativo della propria città, gli
autori romani sottolineavano però l’importanza di alcune istituzioni e
rapporti fondamentali nella cultura politica romana, come essi stessi la
concepivano. Nel sistema del censo riconoscevano il riflesso del potere dello
stato sul singolo cittadino, nonché la caratteristica cura riposta dai
magistrati romani nel lavoro di documentazione, conteggio e
classificazione. Ponevano inoltre in risalto un tradizionale legame tra i
compiti politici e militari del cittadino, nella misura in cui, per molti secoli,
i cittadini romani furono anche, per definizione, soldati romani, e in
ossequio a un assioma caro a buona parte dell’aristocrazia: la ricchezza
portava con sé privilegi ma anche responsabilità politiche. Nel De re publica
Cicerone ce ne offre una conferma quando riassume gli obiettivi politici di
Servio Tullio con parole d’approvazione:

Distribuì il resto della popolazione in cinque classi ... e tali classi distinse in
modo che i voti venissero a trovarsi non in potere della massa, ma dei
possidenti terrieri, e, ciò che va tenuto sempre presente nell’ordinamento di
uno stato, si dette cura che la maggioranza non avesse anche il maggior
potere.

Di fatto, questo principio finì per essere aspramente contestato nel


mondo politico romano.
Re etruschi?
Servio Tullio fu il penultimo re di Roma, schiacciato fra Tarquinio Prisco e
Tarquinio il Superbo. Gli studiosi romani ritenevano che questi ultimi tre
sovrani avessero regnato sulla città nel VI secolo, finché il Superbo venne
infine deposto nel 509 a.C. (secondo la datazione più comunemente
accettata). Come abbiamo visto, alcune narrazioni relative a questo periodo
non erano meno mitologizzate della storia di Romolo. In più, ci sono delle
circostanze impossibili sul piano cronologico (o, perlomeno, una longevità
davvero improbabile). Persino alcuni storici antichi facevano fatica ad
accettare l’idea che ci fosse un intervallo di circa centocinquant’anni tra la
nascita di Tarquinio Prisco e la morte di suo figlio Tarquinio il Superbo, e
sostennero talvolta che il secondo Tarquinio non fosse il figlio, bensì il
nipote, del primo. Comunque, da questo punto in poi, diventa più facile
collegare ciò che leggiamo in Livio e altri autori con ciò che è stato
rinvenuto negli scavi archeologici. Così, per esempio, sono state riportate
alla luce le tracce di un tempio (o di più templi) che sembra risalire al VI
secolo a.C. proprio nel luogo in cui gli storici romani di epoche successive
affermavano che Servio Tullio avesse fondato due importanti santuari.
Questo non vuol dire che possiamo proclamare di avere trovato i templi di
Servio Tullio (qualsiasi cosa ciò possa davvero significare), ma
semplicemente che c’è una maggiore e crescente convergenza tra le diverse
testimonianze in nostro possesso.
Agli occhi dei romani, comunque, due cose in particolare distinguevano
questo gruppo di re dai loro predecessori. In primo luogo, la storia
particolarmente sanguinosa che li caratterizzava: Tarquinio Prisco fu
assassinato dai figli del suo predecessore; Servio Tullio fu posto sul trono da
un colpo di stato architettato da Tanaquil e poi ucciso da Tarquinio il
Superbo. In secondo luogo, la loro origine etrusca. Per i due Tarquini, si
tratta di discendenza diretta. Si riteneva infatti che Tarquinio Prisco fosse
emigrato a Roma dalla città etrusca di Tarquinia, insieme alla moglie
etrusca, Tanaquil, in cerca di fortuna, in quanto temeva che il suo sangue
straniero, ereditato dal padre greco, gli avrebbe impedito di fare carriera
nella città natale. Quanto a Servio Tullio, sembra che fosse piuttosto il
protetto di Tarquinio Prisco e Tanaquil. Tra le molteplici versioni che si
tramandavano sulle origini di questo re, Cicerone è uno dei pochi a
insinuare che fosse un figlio illegittimo di Tarquinio Prisco.
Come spiegare tale ascendenza etrusca è un interrogativo che ha fatto
spesso scervellare gli storici moderni. Perché a questi re viene attribuita tale
origine? Ci fu forse un periodo in cui a Roma regnarono sovrani etruschi?
Finora abbiamo rivolto la nostra attenzione ai vicini meridionali di Roma,
che figurano nelle storie di fondazione di Romolo e di Enea: i sabini, per
esempio, o la piccola città di Alba Longa, fondata dal figlio di Enea e luogo
di nascita di Romolo e Remo. Ma, poco a nord di Roma, estesa su quella che
è l’odierna Toscana, si trovava la patria degli etruschi, il popolo più ricco e
più potente d’Italia nel periodo in cui prese forma la prima comunità
urbana di Roma. L’uso del plurale (etruschi) ha qui un valore preciso: questo
popolo, infatti, non costituiva un singolo stato bensì un gruppo di città e
cittadine indipendenti, che condividevano la medesima lingua e cultura
artistica. L’estensione della loro potenza mutò nel corso del tempo, ma al
loro apice gli insediamenti etruschi, nonché una chiara influenza etrusca,
sono riconoscibili nell’Italia meridionale fino a Pompei e oltre.
I visitatori moderni dei siti archeologici etruschi sono rimasti spesso
incantati dal loro fascino. Le spettrali necropoli delle città etrusche, con le
loro tombe riccamente dipinte, hanno catturato la fantasia di generazioni di
scrittori, artisti e turisti, da D.H. Lawrence allo scultore Alberto Giacometti.
Anzi, gli stessi studiosi romani di epoche successive (dopo che le città
etrusche erano cadute una a una sotto il dominio di Roma) considerarono
l’Etruria sia un affascinante ed esotico oggetto di studio, sia la terra
d’origine di alcune loro consuetudini nel cerimoniale, nel vestiario e nelle
pratiche religiose. Comunque, al tempo della Roma più antica, questi «paesi
etruschi», per riprendere il titolo del libro di Lawrence, erano ben più
potenti, ricchi e influenti della stessa Roma. Avevano intensi rapporti
commerciali in tutto il Mediterraneo e anche oltre, come dimostrano i
ritrovamenti archeologici di ambra, avorio e persino di uova di struzzo,
nonché i numerosissimi vasi di ceramica ateniese classica provenienti dalle
tombe etrusche (ne sono stati rinvenuti più in Etruria che nella stessa
Grecia). Questa ricchezza e questa influenza poggiavano sulla presenza di
importanti risorse minerarie. Nelle città etrusche c’erano così tante opere
bronzee che, ancora nel 1546, nel solo sito di Tarquinia ne fu trovata una
quantità tale che, una volta fusa, produsse tremila chili di bronzo da
impiegare per la decorazione della chiesa di San Giovanni in Laterano a
Roma. Per scendere a una scala ben più piccola, ma non per questo meno
significativa, recenti analisi hanno dimostrato che un frammento di ferro
scoperto sull’isola di Ischia (l’antica Pithecusa), nel golfo di Napoli,
proveniva da un centro etrusco dell’isola d’Elba; per esprimerci in termini
moderni, si trattava verosimilmente di un elemento del loro commercio
«d’esportazione».

20. Frammenti di statue in terracotta a grandezza naturale da un tempio del VI secolo a.C.
spesso associato al nome di Servio Tullio. Raffigurano Minerva e il suo protetto Ercole
(riconoscibile dalla pelle di leone sulle sue spalle). Gli etruschi erano noti per la loro
grande perizia nella statuaria in terracotta; qui è evidente anche l’influenza dell’arte greca,
a dimostrazione dei contatti di Roma con il mondo esterno.

La vicinanza all’Etruria fu certamente un fattore che contribuì all’ascesa


di Roma, all’accrescimento della sua ricchezza e della sua potenza. Ma
dietro l’immagine di questi re etruschi non si cela per caso qualcosa di più
sinistro? Si potrebbe sospettare che i legami tra gli etruschi, i due Tarquini e
Servio Tullio nascondano un’invasione e una conquista etrusca di Roma,
probabilmente nel corso della loro espansione verso la Campania. In altre
parole, la tradizione patriottica romana riscrisse questo periodo inglorioso
della storia romana, presentandolo non come la conseguenza di una
conquista bensì del semplice trasferimento di Tarquinio Prisco e della sua
successiva ascesa al trono. La scomoda verità era invece che Roma era
diventata un dominio etrusco.
È una tesi acuta e brillante, ma alquanto improbabile. Innanzitutto,
sebbene vi siano chiare tracce di arte e di altri prodotti etruschi a Roma,
nonché alcune iscrizioni nella loro lingua, non è stata trovata alcuna
testimonianza archeologica che confermi l’ipotesi di una conquista in
grande scala. Insomma: stretti rapporti tra le due culture sono indubbi, ma
parlare di una conquista appare fuori luogo. In realtà, lo stesso modello di
«conquista statuale» risulta inappropriato per descrivere il genere di
relazioni che dobbiamo immaginare tra queste comunità confinanti; o
almeno non è il solo modello valido. Come ho già detto, era un mondo di
grandi uomini e signori della guerra: potenti individui che si muovevano
con una certa libertà tra le varie città della regione, talvolta in forma pacifica
e in altri casi presumibilmente no. Accanto a questi vi erano gli altrettanto
mobili membri delle loro milizie, e poi mercanti, artigiani itineranti e
migranti di ogni sorta. È impossibile sapere con certezza chi fosse il
«Fabius» romano, il cui nome è iscritto nella tomba in cui fu sepolto nella
città etrusca di Caere (l’odierna Cerveteri); e lo stesso vale per il «Titus
Latinus» a Veio o l’ibrido «Rutilus Hippokrates» a Tarquinia, con un primo
nome latino e un secondo greco. Ma ci dimostrano chiaramente che si
trattava di comunità abbastanza aperte.
È tuttavia la storia di Servio Tullio a fornirci la testimonianza più viva e
diretta sui signori della guerra, le milizie private e le diverse forme di
migrazione, pacifiche o meno, che devono avere caratterizzato queste
comunità arcaiche. Ma tale testimonianza non ha nulla a che fare con
l’immagine di Servio Tullio come riformatore della costituzione romana e
creatore del censo. Al contrario, sembra offrire un punto di vista etrusco, e
proviene dalle labbra dell’imperatore Claudio, in occasione di un discorso
pronunciato in Senato nel 48 d.C. per esortarne i membri a concedere
l’ingresso nel loro consesso ai più illustri uomini della Gallia. Per sostenere
la sua posizione Claudio ricordò che persino i primi re appartenevano a una
«stirpe straniera». Quando arriva a Servio Tullio, le cose si fanno ancora più
interessanti.
Claudio era un profondo conoscitore della storia etrusca. Tra le sue
numerose ricerche erudite figuravano uno studio in venti libri sugli
etruschi, scritto in greco, e un dizionario di etrusco. In questa specifica
occasione, non riuscì a resistere alla tentazione di spiegare ai senatori
riuniti (i quali forse iniziarono a sentirsi come il pubblico di una
conferenza) che, fuori da Roma, circolava un’altra storia su Servio Tullio.
Non era quella di un uomo giunto al trono grazie all’aiuto, o ai complotti,
del suo predecessore Tarquinio Prisco e della moglie di questi, Tanaquil. A
detta di Claudio, Servio Tullio era un avventuriero armato,

che i nostri autori latini dicono nato dalla schiava Ocresia e che gli autori
etruschi descrivono come sodale di Celio Vibenna e compagno di ogni sua
avventura. Dopo alterne vicende con i resti delle milizie di Celio lasciò
l’Etruria e occupò il colle Celio al quale egli stesso diede il nome, prendendolo
da quello del suo capo; dopo avere mutato come già dissi il proprio nome con
quello di Servio Tullio (in etrusco si chiamava Mastarna) ottenne il regno con
grande beneficio per lo stato.

Le notizie riferite da Claudio sollevano innumerevoli domande. La prima


riguarda il nome Mastarna. Si tratta di un nome proprio, oppure del
corrispondente etrusco del latino magister, che in questo contesto
significherebbe qualcosa di simile all’inglese boss? E chi è il Celio Vibenna
che avrebbe dato il proprio nome al colle Celio? Costui, insieme a suo
fratello Aulo Vibenna, ricompare spesso nelle antiche trattazioni sulla
storia della Roma arcaica, sebbene, ahimè, in forme contraddittorie e
tipicamente mitiche: talvolta Celio è considerato un amico di Romolo, in
altri casi i due Vibenna sono collocati al tempo dei Tarquini; un autore
romano di epoca tarda riteneva persino che Aulo fosse diventato re di Roma
(era dunque uno dei re dimenticati?). Dal discorso di Claudio sembrerebbe
che Celio non fosse giunto mai a Roma. Ma ciò che appare chiaro è il
carattere generale del quadro da lui descritto: milizie rivali, signori della
guerra itineranti, fedeltà personali, identità mutevoli; un quadro molto
diverso da quello che ci si potrebbe immaginare sulla base delle riforme
costituzionali attribuite a Servio Tullio dalla maggior parte degli autori
romani.
Ricaviamo la stessa impressione dalle pitture che un tempo decoravano
una grande tomba nei pressi di Vulci. Oggi nota come Tomba François (dal
nome dell’archeologo che la scoprì nell’Ottocento: si veda la tavola 7), deve
essere stata la cripta di una ricca famiglia locale, almeno a giudicare dalle
sue dimensioni e dalla sua pianta, con dieci camere funerarie sussidiarie
che si aprono lungo un passaggio d’entrata e attorno a un atrio centrale,
nonché dalla notevole quantità di oro che vi è stata ritrovata. Per chi si
occupa della storia più antica di Roma, però, ciò che rende eccezionale
questa tomba è il ciclo pittorico nell’atrio centrale (databile probabilmente
alla metà del IV secolo a.C.), il cui tema principale è costituito da scene
tratte da episodi bellici della mitologia greca, soprattutto la guerra troiana.
A queste fanno da contrappunto quelle relative a scontri di carattere più
locale. Tutti i personaggi sono identificati accuratamente con il proprio
nome, e di una metà di essi è indicata anche la città di provenienza
(dell’altra metà si può supporre che siano uomini di Vulci, origine che non
era necessario indicare in modo esplicito). Sono presenti i due fratelli
Vibenna, Mastarna (l’unico altro riferimento certo che possediamo su
questo personaggio) e un certo Gneo Tarquinio «da Roma».
21. Un altro campo in cui gli etruschi erano particolarmente esperti era la lettura dei segni
inviati dagli dèi nelle viscere degli animali sacrificati. Questo fegato di bronzo (risalente al
III secolo a.C.) era un modello per l’interpretazione di quelli delle vittime. Il fegato è
accuratamente suddiviso in settori, e sono indicate le divinità associate a ciascuno di essi,
per aiutare a comprendere il significato delle particolari caratteristiche o difetti che vi si
potevano riscontrare.

Nessuno è finora riuscito a individuare con esattezza che cosa sia


raffigurato in queste scene, ma non è difficile cogliere lo spirito che le
permea. Ci sono cinque coppie di combattenti: in quattro di queste, un
personaggio locale (tra cui Aulo Vibenna) sta trafiggendo con la spada uno
«straniero». Tra le vittime figurano Lares Papathnas di Bolsena e il già citato
Gneo Tarquinio di Roma. Quest’ultimo deve essere senza dubbio legato in
qualche modo ai due Tarquini re di Roma, anche se, secondo la tradizione
letteraria romana, il prenome di entrambi era Lucio e non Gneo. L’ultima
coppia raffigura Mastarna che con la sua spada taglia i lacci che legano i
polsi di Celio Vibenna. Un fatto curioso (e probabilmente un indizio per
comprendere la storia) è che tutti i vittoriosi personaggi locali, tranne uno,
sono nudi, mentre i loro nemici sono vestiti. Secondo la spiegazione più
frequente, le pitture raffigurano qualche celebre bravata locale, nel corso
della quale i fratelli Vibenna e i loro amici erano stati presi prigionieri,
denudati e legati, ma erano poi riusciti a fuggire e a vendicarsi dei loro
nemici.
Questa è la più antica testimonianza diretta che ci sia giunta sui
personaggi protagonisti delle storie di Roma arcaica. E ci giunge
dall’esterno, o almeno dai margini della tradizione letteraria romana. Ciò,
naturalmente, non la rende a tutti i costi vera: la tradizione mitica di Vulci
potrebbe essere stata altrettanto mitica di quella di Roma. Ciononostante, i
dati che da essa ricaviamo ci forniscono un quadro del mondo guerriero di
queste arcaiche comunità urbane ben più verosimile della grandiosa
immagine tratteggiata dagli autori romani e da alcuni loro epigoni moderni.
Era un mondo di chiefdoms e bande guerriere, non di eserciti organizzati e di
politica estera.
Archeologia, tirannia... e stupro
Nel VI secolo a.C. Roma era ormai una piccola comunità urbana. È spesso
difficile stabilire quando un semplice agglomerato di case e capanne
diventa una città, che percepisce se stessa come una comunità, con
un’identità comune e aspirazioni condivise. Ma la concezione di un
calendario romano, che implica una cultura religiosa e un ritmo di vita
comuni e condivisi, risale molto probabilmente al periodo monarchico.
Anche i resti archeologici confermano che nel VI secolo a.C. Roma si era
dotata di edifici pubblici, di templi e di un «centro cittadino»: chiare
indicazioni di una vita urbana, sebbene, secondo i nostri parametri, ancora
su scala modesta. La cronologia di questi resti rimane controversa: non vi è
una sola testimonianza sulla cui datazione tutti gli archeologi siano
d’accordo; e le nuove scoperte modificano in continuazione il quadro
generale (anche se non così profondamente come sperano gli autori di tali
scoperte!). In ogni caso, oggi soltanto il più ostinato e accecato degli scettici
negherebbe il carattere urbano di Roma in questo periodo.
Questi resti archeologici sono disseminati in diverse aree della città,
sepolti sotto costruzioni successive; ma è nella zona del Foro che possiamo
farci un’immagine più chiara dell’aspetto della Roma arcaica. Nel VI secolo
a.C. il livello del Foro era stato artificialmente alzato ed erano state eseguite
alcune opere di drenaggio, in entrambi i casi per proteggere l’area dalle
inondazioni del Tevere, e vi erano state sovrapposte almeno due successive
pavimentazioni di pietrisco, in modo che potesse fungere da spazio centrale
comune per l’intera comunità. L’iscrizione citata all’inizio di questo capitolo
è stata rinvenuta a un’estremità del Foro, sotto le pendici del Campidoglio,
in quello che doveva essere stato un antico santuario, con un altare esterno.
Quale che sia il significato preciso del testo, si trattava certamente di una
comunicazione pubblica, il che implica la presenza di una comunità
strutturata e di un’autorità riconosciuta. All’estremità opposta del Foro, gli
scavi nei livelli più profondi, sotto un intricato complesso di successivi
edifici religiosi, compresi quelli associati alle sacerdotesse di Vesta,
sembrano riportare al VI secolo a.C. o persino a un periodo precedente.
Poco più lontano sono state trovate alcune tracce di una serie di grandi case
private appartenenti grosso modo alla stessa epoca. Sono tracce molto
vaghe, ma ci offrono ugualmente la possibilità di intravedere la vita che
conducevano alcuni cittadini piuttosto benestanti nelle loro dimore
costruite vicino al centro civico della città.
È difficile stabilire fino a che punto si possano accordare queste
testimonianze archeologiche con la tradizione letteraria sugli ultimi re di
Roma. È senza dubbio esagerato sostenere, come vorrebbero farci credere
gli archeologi, che una delle case del VI secolo a.C. costruite vicino al Foro
fosse realmente la «Casa dei Tarquini», anche ammettendo che essa sia mai
esistita. Ma non è neppure probabile che sia soltanto un caso se le
narrazioni romane sull’ultima fase dell’epoca monarchica mettono in risalto
le imprese edilizie promosse dai re. A entrambi i Tarquini era attribuita
l’inaugurazione del grande tempio di Giove sul colle del Campidoglio (gli
scrittori romani confondevano facilmente questi due re), nonché la
costruzione del Circo Massimo e l’apertura di negozi e portici intorno al
Foro. A Servio Tullio, oltre la fondazione di parecchi templi, era attribuita
l’edificazione di un muro difensivo che circondava tutta la città. La
costruzione delle mura sarebbe un segno irrefutabile di un’identità
condivisa, ma i resti più antichi di quelle che oggi sono chiamate Mura
Serviane non risalgono a prima del IV secolo a.C.
L’espressione coniata in Italia negli anni Trenta del XX secolo per
indicare questo periodo, «La Grande Roma dei Tarquini», non è
probabilmente così fuorviante come sembra (sebbene tutto dipenda, è
ovvio, da ciò che si intende esattamente con il termine grande). Roma era, in
termini tanto assoluti quanto relativi, tutt’altro che «grande». Ma era una
comunità ben più estesa e urbanizzata di quanto non fosse stata cent’anni
prima, avendo senza dubbio tratto vantaggio dalla sua ottima posizione per
gli scambi commerciali e dalla sua prossimità alla ricca Etruria. Per quanto
possiamo giudicare dalle testimonianze in nostro possesso, nella metà del
VI secolo a.C. Roma aveva un’estensione senz’altro maggiore rispetto agli
insediamenti latini a sud di essa e almeno pari a quella delle principali città
etrusche a nord, con una popolazione probabilmente attorno a venti o
trentamila abitanti, sebbene non potesse vantare nulla di anche
lontanamente paragonabile allo splendore di alcune città greche dell’Italia
meridionale e della Sicilia, e fosse molto più piccola di queste. In altre
parole, Roma doveva essere uno dei principali protagonisti a livello
regionale, ma non si distingueva ancora in modo particolare.
Non tutti gli sviluppi urbani che i romani ascrivevano ai Tarquini furono
«splendidi» nel senso più stretto del termine. Fu la preoccupazione
tipicamente romana per le infrastrutture della vita urbana a spingere gli
autori latini a magnificare la loro costruzione di un impianto fognario: la
Cloaca Maxima. Quanta parte di ciò che ancora sopravvive di questa celebre
struttura risalga effettivamente al VI secolo a.C. è tutt’altro che chiaro: le
sezioni in muratura oggi visibili, e che continuano a trasportare parte delle
acque di scolo della città moderna e degli scarichi dei suoi bagni, sono di
parecchi secoli più recenti; appare inoltre probabile che i primi tentativi di
realizzare un sistema fognario siano ancora più antichi, e risalgano al VII
secolo a.C. Ma nell’immaginario romano la Cloaca Maxima rimase sempre
una meraviglia degli ultimi re: «un’opera straordinaria, che le parole non
sono in grado di descrivere», afferma entusiasta Dionigi, il quale con ogni
probabilità aveva in mente ciò che si poteva vedere ai suoi tempi, nel I
secolo a.C. Ma c’era anche un lato oscuro: non era soltanto una meraviglia,
ma altresì un ricordo materiale della crudele tirannia che secondo i romani
contrassegnò la fine del periodo monarchico. Con toni particolarmente
foschi e immagini sfolgoranti, Plinio il Vecchio (il prodigioso enciclopedista
romano oggi famoso soprattutto per essere rimasto vittima dell’eruzione
del Vesuvio nel 79 d.C.) descrive come la popolazione della città fosse
talmente prostrata dal lavoro di costruzione della fognatura che molti
preferivano togliersi la vita. Il re, per tutta risposta, faceva inchiodare i corpi
dei suicidi su delle croci, nella speranza che la vergogna della crocifissione
servisse come deterrente per chi avesse intenzione di fare la stessa cosa.
La vera causa che portò al rovesciamento della monarchia, tuttavia, non
fu lo sfruttamento del lavoro dei poveri, bensì una violenza sessuale: lo
stupro di Lucrezia compiuto da uno dei figli del re. Questo stupro è
probabilmente altrettanto mitico del ratto delle sabine: due episodi di
violenza contro le donne che contrassegnano l’inizio e la fine del periodo
monarchico. Per di più, gli scrittori romani che narrarono questa storia
furono quasi di certo influenzati dalla tradizione letteraria greca, che spesso
legava il culmine e la caduta delle tirannie a crimini di tipo sessuale. Si
raccontava, per esempio, che ad Atene, nel VI secolo a.C., le avances del
fratello più giovane del tiranno nei confronti dell’amante di un altro uomo
avessero provocato il rovesciamento della dinastia dei Pisistratidi.
Comunque, mitico o no che fosse, lo stupro di Lucrezia segnò una svolta
nella politica romana, e il suo significato etico è stato alquanto dibattuto. La
vicenda è stata continuamente ricreata e immaginata nella cultura
occidentale, da Botticelli a Tiziano, Shakespeare e Benjamin Britten;
Lucrezia ha persino il suo piccolo posto tra circa mille eroine della storia
mondiale nell’installazione femminista di Judy Chicago The Dinner Party.
Livio ci offre un racconto molto vivace di questi ultimi momenti della
monarchia. Inizia con un gruppo di giovani romani che cercano di trovare
un modo di passare il tempo durante l’assedio della vicina città di Ardea.
Una sera, mentre, piuttosto ubriachi, stavano facendo una sfida su chi
avesse la moglie migliore, uno di loro, Lucio Tarquinio Collatino, propose di
tornare in città (che si trovava a pochi chilometri di distanza) per controllare
ciò che stavano facendo le donne: in tal modo, proclamò, si sarebbe provata
la superiorità della sua Lucrezia. E così avvenne: infatti, mentre le altre
mogli vennero sorprese a gozzovigliare in assenza dei loro mariti, Lucrezia
stava facendo esattamente ciò che ci si aspettava da una virtuosa donna
romana: lavorava al telaio, in compagnia delle sue domestiche. E subito si
adoperò per preparare la cena a suo marito e ai suoi ospiti.
Ma ci fu un terribile epilogo. Infatti, così leggiamo, in quell’occasione
Sesto Tarquinio fu afferrato da una fatale passione per Lucrezia, e poco
tempo dopo si ripresentò una sera nella sua casa. Dopo essere stato
gentilmente ricevuto, si recò nella stanza da letto della donna e,
minacciandola con un coltello, pretese di avere un rapporto sessuale con lei.
Poiché il timore della morte non serviva a nulla, Tarquinio fece leva su
quello del disonore e minacciò di ucciderla insieme a uno schiavo (visibile
nel quadro di Tiziano; si veda la tavola 4), facendo sembrare che fosse stata
colta nella più odiosa forma di adulterio. Di fronte a questa possibilità,
Lucrezia si piegò; ma, quando Tarquinio rientrò ad Ardea, la donna inviò un
messaggero per informare il marito e suo padre di quanto era accaduto.
Quindi si uccise.
22. Un segmento ancora esistente della Cloaca Maxima. L’impianto originario non poteva
essere nulla di paragonabile all’imponente struttura di questa più tarda ricostruzione, ma
proprio questa è l’immagine che avevano in mente gli scrittori latini quando parlavano del
progetto di Tarquinio. Alcuni romani si vantavano di percorrerla con una barca a remi.

La storia di Lucrezia rimase sempre un’immagine straordinariamente


potente per la cultura etica romana. Per molti romani essa rappresentava un
caso illustre ed esemplare di virtù femminile. Lucrezia aveva
volontariamente pagato con la propria vita la perdita, come dice Livio, della
sua pudicitia, della sua «castità», o meglio della «fedeltà» che, almeno da
parte della donna, definiva la relazione tra marito e moglie. Tuttavia, altri
autori antichi trovavano più difficile accettare questa storia. C’erano poeti e
scrittori satirici che, piuttosto prevedibilmente, mettevano in dubbio l’idea
che la pudicitia fosse davvero ciò che un uomo desiderava in una moglie. In
un epigramma piuttosto licenzioso, Marco Valerio Marziale – autore, alla
fine del I secolo d.C., di una serie di acuti, brillanti e sconvenienti versi –,
afferma scherzosamente che sua moglie di giorno poteva fare la Lucrezia
finché voleva, purché di notte si fosse trasformata in una puttana. In un
altro motto di spirito, si domanda se le varie Lucrezie sono davvero quel che
sembrano; persino la celebre Lucrezia, continua Marziale, si allietava con la
lettura di poesie erotiche quando suo marito non guardava. Ben più seria
era la questione della sua colpevolezza e delle ragioni del suo suicidio.
Secondo alcuni, si poteva sospettare che fosse preoccupata più per la sua
reputazione che per un’autentica pudicitia, che certamente riguardava la
colpevolezza o l’innocenza della sua anima, non del suo corpo, e non
sarebbe stata affatto toccata da false accuse di rapporti sessuali con uno
schiavo. All’inizio del V secolo d.C. sant’Agostino, che aveva una
conoscenza approfondita dei classici pagani, si chiedeva se Lucrezia fosse
stata realmente violentata: dopotutto, alla fine non aveva forse
acconsentito? Non ci vuole molto per riconoscere qui alcune delle nostre
stesse argomentazioni sulla violenza sessuale e sulle questioni di
responsabilità che ancora solleva.
Allo stesso tempo, questa vicenda era considerata un momento politico
di fondamentale importanza, perché conduceva direttamente all’espulsione
dei re e alla creazione della libera repubblica. Non appena Lucrezia si fu
accoltellata, Lucio Giunio Bruto, che aveva accompagnato il padre di lei,
estrasse il pugnale dal suo corpo e, mentre i parenti della donna erano
ancora troppo sconvolti per proferire parola, giurò di liberare per sempre
Roma dai re. Questa era, naturalmente, almeno in parte, una profezia ex
eventu, in quanto il Bruto che nel 44 a.C. aveva guidato il colpo di stato
contro Giulio Cesare per le sue ambizioni monarchiche pretendeva di
discendere direttamente da questo Bruto. Dopo essersi assicurato il
sostegno dell’esercito e del popolo, che era disgustato dallo stupro e stanco
del lavoro per la costruzione della fognatura, Lucio Giunio Bruto costrinse
Tarquinio e i suoi figli ad andare in esilio.
Ma i Tarquini non abbandonarono il campo senza combattere. Secondo il
racconto di Livio, inverosimilmente movimentato, Tarquinio il Superbo
cercò di organizzare una controrivoluzione a Roma; poi, fallito questo
tentativo, unì le proprie forze a quelle di Lars Porsenna, re della città
etrusca di Chiusi, che mise sotto assedio Roma per riportarvi la monarchia.
Ma venne sconfitto dall’eroismo dei suoi abitanti, fieri della propria nuova
libertà. Leggiamo, per esempio, del coraggioso Orazio Coclite, che da solo
difese il ponte sul Tevere per fermare l’avanzata dell’esercito etrusco (alcuni
dicevano che avesse sacrificato la propria vita, altri che fosse tornato in
patria accolto come un eroe); o dell’audacia di Clelia, una giovane presa in
ostaggio insieme ad altre donne da Porsenna, che era riuscita a fuggire
attraversando a nuoto il fiume. Livio sostiene che gli etruschi rimasero così
colpiti dalla tempra dei romani che alla fine abbandonarono semplicemente
Tarquinio al suo destino. Circolavano tuttavia anche versioni meno
patriottiche. Plinio il Vecchio non era l’unico studioso a credere che Lars
Porsenna fosse divenuto re di Roma per almeno un certo tempo; in tal caso,
potrebbe essere un altro dei re dimenticati, e la fine della monarchia
potrebbe essere stata molto diversa.

23. La pudicitia, intesa come virtù fondamentale della donna, era promossa in numerosi
contesti. Questa moneta argentea dell’imperatore Adriano, coniata negli anni Venti del II
secolo d.C., mostra la Pudicitia personificata, compostamente seduta come ci si aspettava
da una brava moglie romana. Attorno alla sua figura, le parole COS III celebrano il terzo
consolato di Adriano, alludendo a uno stretto legame tra il prestigio pubblico degli uomini
e il corretto comportamento delle donne.

Abbandonato da Porsenna, così continua il racconto, Tarquinio cercò


aiuto altrove. Fu definitivamente sconfitto negli anni Novanta del V secolo
a.C. (le date precise variano), insieme ad alcuni alleati che era riuscito a
procurarsi nelle vicine città latine, nella battaglia del lago Regillo, poco
lontano da Roma. Fu un momento trionfante della storia romana, e senza
dubbio almeno in parte avvolto nel mito: si suppose infatti che gli dèi
Castore e Polluce fossero stati visti combattere nello schieramento romano
e poi strigliare i propri cavalli nel Foro. In ringraziamento del loro aiuto,
venne eretto nel Foro un tempio a essi dedicato. Questo edificio, ricostruito
più volte, è ancora oggi uno dei monumenti più distintivi del Foro, a eterna
memoria di come i romani rovesciarono la monarchia.
La nascita della libera repubblica romana
La fine della monarchia fu anche la nascita della libertà e della libera
repubblica romana. Nei secoli successivi la parola rex mantenne una
connotazione estremamente negativa, di autentico insulto, nella politica
romana, sebbene si ritenesse che molte delle istituzioni più caratteristiche
avessero avuto origine proprio nel periodo monarchico. Si possono così
citare numerosi casi in cui l’accusa di ambire alla regalità condusse a rapida
conclusione la carriera di un uomo politico. Il suo stesso nome regale ebbe
conseguenze disastrose per lo sfortunato vedovo di Lucrezia, il quale,
essendo imparentato con i Tarquini, fu ben presto mandato in esilio. Anche
nelle guerre esterne i re rappresentavano i nemici più desiderabili. Nei
secoli seguenti si ebbe sempre un fremito d’eccitazione quando, in
occasione di una processione trionfale, un re nemico veniva condotto in
tutta la sua maestosità per le strade della città ed esposto al dileggio e al
disprezzo della popolazione. Inutile dirlo, erano oggetto di abbondanti
sarcasmi anche quei romani che portavano casualmente il cognomen di Rex.
La caduta di Tarquinio (attorno alla fine del VI secolo, secondo la
tradizione) significò per Roma un nuovo inizio: la città ripartì dal principio,
questa volta come «repubblica» (in latino res publica, letteralmente «cosa
pubblica») e con un’intera serie di nuovi miti di fondazione. Secondo una
ben consolidata tradizione, per esempio, il grande tempio di Giove sul colle
del Campidoglio, edificio che diventò uno dei simboli principali della
potenza romana e venne poi imitato in molte città romane all’estero, venne
dedicato nel primo anno della nuova repubblica. Senza dubbio era stato
consacrato e in gran parte costruito all’epoca dei re da artigiani etruschi; ma
il nome del suo dedicante ufficiale, inciso sulla facciata, era quello di uno
dei capi della nuova repubblica. Comunque, quale che sia la cronologia
esatta della sua costruzione (che, bisogna riconoscerlo, non si può
accertare), la nascita di questo tempio venne fatta coincidere con quella
della repubblica e il tempio stesso divenne un simbolo della storia
repubblicana. Anzi, per diversi secoli si mantenne l’uso di piantare ogni
anno un chiodo nello stipite della sua porta, non soltanto per segnare lo
scorrere del tempo dell’epoca repubblicana ma anche per ancorare
fisicamente questo tempo nella stessa struttura del tempio.
Anche di alcune caratteristiche apparentemente naturali del paesaggio di
Roma si pensava che avessero avuto origine nel primo anno della
repubblica. Molti romani sapevano, proprio come i moderni geologi, che
l’isoletta in mezzo al Tevere era, in termini geologici, una formazione
relativamente recente. Ma come, e quando, era emersa? Ancora oggi non si
è data una risposta definitiva a questa domanda; una tradizione romana,
comunque, la datava all’inizio stesso della repubblica, affermando, per
spiegarne l’origine, che si era formata gettando nel fiume il grano coltivato
nelle terre private dei Tarquini. Poiché il livello dell’acqua era molto basso, il
grano si accumulò sul letto del fiume e gradualmente, con l’aggiunta dei
depositi salini e di altri detriti, formò un’isola. Insomma, sembrerebbe
quasi che la città avesse potuto prendere forma concreta soltanto con la
rimozione della monarchia.

24. Le tre colonne sopravvissute di una tarda ricostruzione del tempio di Castore e Polluce
si stagliano ancora con grande evidenza nel Foro romano. Il resto del tempio è quasi
completamente distrutto, ma la base inclinata dei suoi gradini, spesso utilizzati dagli
oratori per rivolgersi al popolo, è ancora visibile (in basso a sinistra). La piccola porta ci
ricorda che le fondamenta dei templi erano usate per ogni sorta di funzioni. In questo caso
specifico, gli scavi hanno mostrato che qui un tempo si trovava il negozio di un
barbiere/dentista.

Nacque anche una nuova forma di governo. Subito dopo la cacciata di


Tarquinio il Superbo, Bruto e, anteriormente al suo già imminente esilio,
Collatino, marito di Lucrezia, divennero i primi consoli di Roma. Questi
sarebbero stati i più importanti e caratteristici magistrati della nuova
repubblica. Assumendo gran parte dei compiti dei re, i consoli dirigevano la
politica della città e guidavano i suoi soldati in guerra: a Roma non ci fu mai
una separazione ufficiale tra ruoli militari e quelli civili. Sotto questo
aspetto, malgrado fossero presentati come l’antitesi dei re, i consoli
rappresentavano la continuazione del potere monarchico; nel II secolo a.C.
un acuto analista greco riconobbe nei consoli l’elemento «monarchico» del
sistema politico romano, e Livio ribadisce che le loro insegne erano
praticamente uguali a quelle dei re che li avevano preceduti. Ma i consoli
erano anche l’incarnazione di parecchi princìpi essenziali, decisamente non
monarchici, del nuovo sistema politico. In primo luogo, erano eletti
interamente dal voto popolare; in secondo luogo, restavano in carica per un
solo anno, e tra i loro doveri figurava quello di presiedere (come sappiamo
che fece Cicerone nel 63 a.C.) alle elezioni dei loro successori. Terzo,
detenevano la propria carica congiuntamente. I due pilastri fondamentali
del governo repubblicano erano che le cariche dovevano sempre rimanere
temporanee e che, tranne in casi eccezionali in cui era necessario affidare
per un breve periodo tutta l’autorità a un solo uomo, il potere doveva essere
sempre condiviso, tenuto in modo collegiale. Come vedremo, nei secoli
seguenti questi due pilastri vennero sempre più incessantemente ribaditi e,
allo stesso tempo, diventarono sempre più difficili da mantenere.
I consoli davano il proprio nome all’anno in cui svolgevano il proprio
mandato. È ovviamente inutile ricordare che i romani non avrebbero potuto
impiegare il moderno sistema occidentale di datazione utilizzato in questo
libro. «VI secolo a.C.» per loro non avrebbe significato nulla. Talvolta i
romani datavano gli eventi partendo, come punto di riferimento iniziale,
«dalla fondazione della città» (ab urbe condita), almeno da quando ebbero
raggiunto un certo accordo su quest’ultima data. Ma normalmente si
riferivano agli anni con i nomi dei consoli in carica. Per esempio, l’anno che
noi definiamo 63 a.C. era per i romani quello del «consolato di Marco Tullio
Cicerone e Gaio Antonio Ibrida»; analogamente, il vino fatto «quando era
console Optimio» (cioè il 121 a.C.) era noto per la sua ottima qualità. Al
tempo di Cicerone, i romani avevano compilato una lista di consoli
sostanzialmente completa risalente fino agli inizi della repubblica, che
venne ben presto esposta nel Foro accanto a quella dei generali che avevano
celebrato il trionfo. Fu per lo più questa lista a permettere ai romani di
fissare la data precisa della fine della monarchia, in quanto doveva
necessariamente coincidere con quella del primo consolato.
La repubblica, in altre parole, non era soltanto un sistema politico. Era
una complessa rete di relazioni incrociate fra politica, tempo, geografia e
panorama urbano. Lo svolgersi del tempo era direttamente ancorato al
susseguirsi dei consoli eletti anno per anno; gli anni stessi erano
contrassegnati dai chiodi piantati nel tempio di Giove, la cui dedicazione
era fatta risalire al primo anno della repubblica; persino l’isola in mezzo al
Tevere era letteralmente un frutto dell’espulsione dei re. E alla base di tutto
stava un unico e supremo principio: la libertas.
L’Atene del V secolo a.C. ha donato al mondo moderno l’idea della
democrazia, dopo la deposizione dei «tiranni» e la creazione delle
istituzioni democratiche alla fine del VI secolo a.C.: una coincidenza
cronologica con il rovesciamento della monarchia a Roma che non passò
inosservata agli antichi, desiderosi di presentare la storia di queste due città
come se corresse in parallelo. La Roma repubblicana ci ha lasciato in eredità
l’altrettanto importante idea della libertà. La prima parola del Secondo libro
delle Storie di Livio, con cui inizia la storia di Roma dopo la caduta della
monarchia, è libero; e le parole libero e libertà sono ripetute otto volte nelle
prime righe. L’idea che la repubblica fosse stata fondata sulla libertas
risuona fortemente in tutta la letteratura romana, e ha continuato a
echeggiare nei movimenti radicali dei secoli successivi, in Europa e in
America. Non è certo un caso se il motto della Rivoluzione francese (Liberté,
egalité, fraternité) pone la «libertà» al primo posto; se George Washington
proclamò di restaurare «il sacro fuoco della libertà» in Occidente; se gli
estensori della Costituzione degli Stati Uniti la firmarono con lo
pseudonimo di «Publius», preso dal nome di Publio Valerio Publicola, uno
dei primi consoli della repubblica. Ma come doveva essere definita la libertà
romana?
Questa rimase una questione controversa nella cultura politica di Roma
per i successivi ottocento anni, dalla repubblica fino all’impero, quando il
dibattito politico ruotò spesso attorno al problema se, e fino a che punto, la
libertas potesse davvero essere compatibile con l’autocrazia. Era in gioco la
libertà di chi? Come si poteva efficacemente difenderla? Come si potevano
ricomporre le contrastanti concezioni della libertà del cittadino romano?
Praticamente tutti i romani si sarebbero dichiarati difensori della libertas,
proprio come oggi la maggior parte di noi si dichiara a sostegno della
«democrazia». Ma attorno al suo significato vi furono scontri costanti e
feroci. Abbiamo già visto che, quando Cicerone venne condannato all’esilio,
la sua casa venne abbattuta e al suo posto innalzato un santuario dedicato a
Libertas. Non tutti lo avrebbero approvato. Lo stesso Cicerone racconta che,
durante la rappresentazione di una commedia su Bruto, il primo console
della repubblica, il pubblico scoppiò in applausi quando uno dei
personaggi recitò queste parole: «Tullio, che consolidò la libertà dei
cittadini». Esse si riferivano a Servio Tullio e insinuavano che la libertà
potesse avere avuto a Roma una preistoria prima della repubblica, grazie
all’opera di un «buon re»; ma Marco Tullio Cicerone, per chiamarlo con il
suo nome completo, era convinto – forse a ragione – che gli applausi fossero
indirizzati a lui.
Conflitti di questo genere saranno trattati dettagliatamente nei prossimi
capitoli. Ma, prima di raccontare la storia dei secoli iniziali della repubblica
romana (le guerre in patria, le vittorie per la «libertà» e quelle militari sulle
popolazioni italiche vicine), dobbiamo esaminare più da vicino la storia
della nascita della repubblica e la creazione del consolato. Come si può
immaginare, non fu il processo lineare che la versione ufficiale, sopra
riferita, lascia supporre.

a. Chiefdom, o, in francese, chefferie, talvolta tradotto in italiano con il termine potentato,


indica, nel linguaggio etnologico e archeologico, l’ordinamento politico-territoriale e il
complesso delle funzioni politiche esercitate dal capo nelle società tradizionali
prestatuali. [NdT]
IV
IL GRANDE BALZO IN AVANTI
Due secoli di mutamenti: dai Tarquini a Scipione Barbato
Com’è realmente nata la repubblica? Gli antichi storici romani erano
maestri nel trasformare un magmatico caos storico in una narrazione
coerente e compatta, ed erano sempre pronti a immaginare che le proprie
istituzioni più peculiari fossero ben più antiche di quanto erano in realtà.
Ai loro occhi, la transizione dalla monarchia alla repubblica fu un processo
tanto lineare quanto può esserlo qualsiasi rivoluzione: i Tarquini fuggirono;
la nuova forma di governo emerse già pienamente formata; il consolato
venne immediatamente istituito, dando al nuovo ordinamento un sistema
cronologico fin dal primo anno. In realtà, l’intero processo deve essere stato
molto più graduale, e confuso, di quanto la tradizione faccia supporre. La
«repubblica» nacque lentamente, attraverso uno sviluppo durato decenni,
se non secoli. E fu più volte reinventata.
Anche lo stesso consolato non risale all’inizio del nuovo regime. Livio
ricorda che la più alta carica dello stato, il cui compito originario era quello
di piantare ogni anno il chiodo nel tempio di Giove, era inizialmente
costituita dal «pretore massimo» (praetor maximus), benché il termine
pretore fosse in seguito utilizzato per indicare un magistrato di grado
inferiore sottoposto all’autorità dei consoli. Si conoscono per questo primo
periodo anche altre cariche al vertice della gerarchia politica, che
complicano ulteriormente il quadro generale. Tra queste vi sono quella di
«dittatore», di solito definita come un incarico temporaneo per affrontare
un’emergenza militare (priva della moderna connotazione negativa data a
questa parola), e quella dei «tribuni militari con potere consolare»,
espressione appropriatamente tradotta da uno storico moderno con il
termine colonnelli.
Rimangono ancora molti punti interrogativi: quando esattamente fu
inventata la carica più importante della repubblica? O, viceversa, quando e
perché a una carica già esistente venne dato il nuovo nome di «consolato»?
O ancora: quando venne definito il fondamentale principio repubblicano
secondo cui il potere dev’essere sempre collegiale? «Pretore massimo» fa
pensare a una struttura gerarchica, non a un sistema paritario. A ogni
modo, quali che siano le date precise, la lista di consoli su cui si fonda la
cronologia della repubblica (risalendo con una serie ininterrotta fino a
Lucio Giunio Bruto e Lucio Tarquinio Collatino nel 509 a.C.) era, almeno
nelle sue parti più antiche, il frutto di un esteso lavoro di adattamento, di
ardite deduzioni, di acute ipotesi e, molto probabilmente, di pura
invenzione. Lo stesso Livio, alla fine del I secolo a.C., ammise che era quasi
impossibile stabilire con sicurezza la cronologia della successione dei
consoli per questo primo periodo. Era, concludeva Livio, semplicemente
troppo distante e remoto.
Un altro interrogativo riguarda la violenza del processo che portò alla
caduta della monarchia. I romani immaginavano un cambio di regime
sostanzialmente incruento. Lucrezia era stata la vittima più illustre e
tragica; tuttavia, sebbene in seguito vi fossero stati degli scontri, a Tarquinio
fu consentito di fuggire sano e salvo. Le testimonianze archeologiche fanno
supporre che entro la città il cambio di regime non fu invece così pacifico.
Nel Foro e anche in altre aree sono stati portati alla luce alcuni strati di
macerie bruciate verosimilmente databili attorno al 500 a.C. Potrebbero
essere soltanto le tracce di una sfortunata serie di incendi accidentali. Ma la
loro consistenza giustifica anche l’ipotesi che il rovesciamento dei Tarquini
possa essere stato piuttosto cruento, e che gran parte degli episodi di
violenza sia stato patriotticamente eliminato dalla versione tradizionale.
La prima attestazione conosciuta della parola console, infatti, è posteriore
di due secoli. Compare nel primo esempio giunto fino a noi delle migliaia e
migliaia di espressivi epitaffi incisi nelle tombe di tutto l’impero, a un
tempo pretenziosi e umili, che ci forniscono ricche e preziose informazioni
sulla vita dei loro intestatari: le cariche che avevano rivestito, i mestieri che
avevano fatto, i loro obiettivi, le loro aspirazioni e le loro preoccupazioni. Il
nostro epitaffio commemora un uomo chiamato Lucio Cornelio Scipione
Barbato ed è inciso sul lato anteriore del suo enorme sarcofago, che un
tempo si trovava nella tomba di famiglia degli Scipioni poco fuori Roma
(non era di solito concesso erigere tombe all’interno della città). Barbato fu
console nel 298 a.C., morì attorno al 280 a.C. e quasi certamente fu il
fondatore di questo imponente mausoleo, smaccata esibizione della
potenza e del prestigio della sua famiglia, una delle più illustri di Roma. La
sua sembra essere la prima di oltre una trentina di sepolture presenti
all’interno del mausoleo, e il suo sarcofago fu collocato nella posizione più
prestigiosa, proprio di fronte alla porta d’ingresso.
L’epitaffio fu composto poco dopo la sua morte. Si dispone su quattro
linee e rappresenta il più antico testo narrativo di carattere storico e
biografico che ci sia giunto dall’antica Roma. Per quanto breve, segna un
fondamentale punto di svolta per la nostra comprensione della storia
romana. Ci fornisce infatti informazioni sostanzialmente contemporanee
alla carriera di Barbato, ben diverse dalle sottili ricostruzioni e dai vaghi
indizi sepolti nel suolo o dalle moderne supposizioni su «ciò che dev’essere
accaduto» di cui è ammantata la storia della caduta della monarchia. Ci
offre un riflesso eloquente dell’ideologia e della visione del mondo
dell’aristocrazia romana di quell’epoca:

Cornelio Lucio Scipione Barbato, generato da Gnaeus suo padre, uomo forte e
saggio, il cui aspetto era pari alla sua virtù, che fu console, censore ed edile fra
voi – catturò Taurasia Cisaunia nel Sannio – soggiogò tutta la Lucania e ne
tradusse ostaggi.

Chiunque sia l’autore di questo epitaffio (probabilmente uno degli eredi


di Barbato) ha saputo individuare alla perfezione i momenti salienti della
carriera del defunto. A Roma (apud vos, «fra voi») era stato eletto console e
censore (al quale spettava il compito di registrare i cittadini e stabilire la
loro ricchezza); era anche stato edile (carica di minore importanza la cui
funzione principale, nel I secolo a.C., e probabilmente già prima, era il
mantenimento della città e il suo rifornimento, nonché l’organizzazione di
giochi e spettacoli pubblici). Sul campo, poteva vantarsi dei suoi successi
militari nell’Italia meridionale, a oltre trecento chilometri di distanza da
Roma: aveva conquistato due città dei sanniti, una popolazione con la quale
i romani furono ripetutamente in guerra all’epoca di Barbato; e aveva
sottomesso la regione della Lucania, prendendo diversi ostaggi al nemico
(sistema regolarmente utilizzato dai romani per avere la garanzia di un
«buon comportamento»).
Queste imprese confermano l’importanza della guerra nell’immagine
pubblica dell’élite romana, ma sono anche l’indizio dell’espansione militare
di Roma all’inizio del III secolo a.C., ben oltre i territori limitrofi alla città.
In una battaglia combattuta nel 295 a.C., tre anni dopo il consolato di
Barbato e alla quale egli stesso prese parte, i romani sconfissero un esercito
di italici a Sentino, non lontano dall’odierna Ancona. Fu la più grande e
sanguinosa battaglia combattuta fino ad allora sulla penisola italiana, e di
rilevanza tutt’altro che regionale, tanto che se ne diffuse la notizia molto
rapidamente ed estesamente, anche per i rudimentali mezzi di
comunicazione di quel tempo (messaggeri, passaparola e, in rare occasioni,
un sistema di fuochi di segnalazione). Seduto nel suo studio sull’isola greca
di Samo, a centinaia di chilometri di distanza, lo storico del III secolo a.C.
Duride la ritenne un evento degno di essere ricordato, e possediamo un
breve frammento del suo racconto.
25. Il maestoso sarcofago di Barbato dominava la grande tomba degli Scipioni. La sua
grezza pietra locale (tufo) e il suo aspetto semplice, quasi rustico, sono in netto contrasto
con i sarcofagi di marmo raffinatamente scolpiti usati dall’élite romana nei secoli
successivi. Ma nel III secolo a.C. questo era il meglio che si poteva acquistare.

Ugualmente rivelatrici sono le altre caratteristiche che l’epitaffio mette in


risalto come meritevoli di lode: il coraggio e la saggezza di Barbato, e la
perfetta coincidenza tra il suo aspetto esteriore e la sua virtus. Questa
parola può significare «virtù» nel senso moderno del termine, ma era
spesso usata con un senso più specifico, per indicare la serie di qualità che
definivano un «uomo» (vir): dal punto di vista romano, quindi, virtus
equivale piuttosto a «virilità, coraggio». In ogni caso, Barbato era un uomo
che mostrava queste qualità nel suo stesso volto. Sebbene l’immagine tipica
dell’uomo romano non sia certamente quella di una persona che si cura del
proprio aspetto esteriore, in questa società aperta, competitiva e di scontri
personali ci si attendeva che un personaggio pubblico avesse un’apparenza
degna del suo ruolo. Quando camminava per il Foro o si alzava per
rivolgersi al popolo, le sue qualità interiori erano rivelate dal suo stesso
aspetto e portamento. Quanto a Barbato, a meno che non avesse
semplicemente ereditato il soprannome dal padre, doveva sfoggiare una
splendida barba, fatto che al tempo doveva essere sempre più inconsueto.
Secondo una tradizione, i barbieri avevano iniziato a lavorare a Roma nel
300 a.C., e da allora in poi, per molti secoli, i romani tenevano il volto rasato.
La Roma di Barbato era molto diversa dalla Roma dei primi giorni della
repubblica, ben due secoli prima, e non era più una città come tutte le altre.
Piuttosto estesa anche per i canoni di allora, ospitava una popolazione che,
in base a una stima ragionevole, si aggirava tra le sessantamila e le
novantamila persone. Ciò la poneva grosso modo allo stesso livello dei più
grandi centri urbani del mondo mediterraneo: Atene, a quest’epoca, aveva
una popolazione nettamente inferiore alla metà di quella di Roma, e in tutta
la sua storia non aveva mai superato la cifra di quarantamila abitanti
all’interno delle mura cittadine. Inoltre, Roma controllava direttamente una
vasta distesa di territorio che si estendeva da una costa all’altra della
penisola italiana, con una popolazione complessiva di oltre mezzo milione
di abitanti, e, indirettamente (attraverso una serie di accordi e alleanze), un
territorio ancora più vasto, preannuncio del suo successivo impero. La
Roma di allora era organizzata in un modo che Cicerone e i suoi
contemporanei, oltre due secoli dopo, avrebbero facilmente riconosciuto.
Oltre ai due consoli annuali, c’era un’articolata serie di cariche inferiori,
comprese quelle dei pretori e dei questori (i romani erano soliti chiamare
queste cariche «magistrature», ma la loro funzione non era principalmente
di tipo giuridico). Il Senato, composto in larga misura da coloro che avevano
in precedenza rivestito una carica pubblica, agiva come un consiglio
permanente, e l’organizzazione gerarchica dei cittadini e i comizi centuriati,
falsamente attribuiti a Servio Tullio ed elogiati da Cicerone, formavano
l’ossatura della macchina politica romana.
Si potevano riconoscere altri aspetti familiari, come un esercito suddiviso
in legioni, i rudimenti di un sistema ufficiale di coniazione e la costruzione
di infrastrutture capaci di rispondere alle dimensioni e all’importanza della
città. Nel 312 a.C. venne realizzato il primo acquedotto per il rifornimento
idrico urbano, con un percorso in gran parte sotterraneo di circa quindici
chilometri dalle vicine colline (nulla di paragonabile alle straordinarie e
altissime costruzioni a cui ci fa spesso pensare la parola acquedotto). Esso fu
opera di un contemporaneo di Barbato, il solerte Appio Claudio Cieco, che
nello stesso anno inaugurò anche la prima importante strada romana, la Via
Appia, che conduceva da Roma a Capua. Per quasi tutta la sua lunghezza la
pavimentazione era, nel migliore dei casi, fatta di acciottolato, e non con i
grandi blocchi di pietra su cui ancora camminiamo. Ma era un’utile strada
per gli eserciti romani, una comoda via di comunicazione in periodi più
pacifici e un simbolo concreto della potenza e del controllo di Roma sul
territorio italiano. Non fu certo un caso se Barbato decise di costruire il suo
grande mausoleo di famiglia proprio su un fianco di questa via, appena
fuori dai confini cittadini, affinché tutti i viaggiatori che entravano o
uscivano da Roma potessero ammirarlo.
Fu nel corso di questo periodo cruciale, dalla caduta dei Tarquini fino
all’epoca di Scipione Barbato (circa 500-300 a.C.), che prese forma gran parte
delle più caratteristiche istituzioni di Roma. I romani non si limitarono a
definire i princìpi fondamentali della politica e delle libertà repubblicane,
ma iniziarono anche a sviluppare i presupposti, le strutture e, per così dire,
un modus operandi per la futura espansione imperiale. Ciò comportò una
formulazione rivoluzionaria dell’identità romana, che fissò per secoli la sua
concezione della cittadinanza, differenziò Roma da ogni altra città-stato
dell’antichità e influenzò profondamente la visione moderna dei diritti e
delle responsabilità del cittadino. Non è certo un caso se tanto Lord
Palmerston quanto John F. Kennedy hanno orgogliosamente utilizzato
l’espressione Civis Romanus sum come slogan per la propria epoca. In poche
parole, Roma iniziò allora a essere e apparire «romana» come noi la
intendiamo, e come gli stessi romani la intendevano. La grande domanda è:
come, quando e perché ciò è avvenuto? E quali testimonianze possediamo
per spiegare, o anche soltanto descrivere, il «grande balzo in avanti»
compiuto da Roma? La cronologia rimane incerta, e risulta del tutto
impossibile ricostruire una narrazione storica coerente e affidabile. Ma si
possono comunque individuare le tracce di fondamentali mutamenti tanto
all’interno della città quanto nelle sue relazioni con il mondo esterno.
Gli storici romani di epoche successive ci offrono un quadro molto chiaro
e drammatico della storia del V e del IV secolo a.C. Da un lato, raccontano
una serie di violenti conflitti sociali all’interno della stessa Roma: tra un
gruppo ereditario di famiglie «patrizie», che avevano il monopolio del
potere politico e religioso, e la massa dei cittadini, o «plebei», che ne erano
del tutto esclusi. Gradualmente (con una complessa e appassionata serie di
vicende, in cui figurano scioperi, ammutinamenti e ancora un altro stupro) i
plebei riuscirono a ottenere il diritto o, come essi avrebbero detto, la libertà
di condividere il potere con i patrizi in grado quasi paritario. Dall’altro lato,
descrivono una serie di fondamentali vittorie in battaglia grazie alle quali
quasi tutta la penisola italiana era stata sottoposta al controllo romano. La
prima di esse fu riportata nel 396 a.C., quando la grande rivale locale di
Roma, la città etrusca di Veio, cadde dopo decenni di guerra, e l’ultima circa
un secolo dopo, quando la sconfitta dei sanniti fece di Roma la principale
potenza dell’Italia, attirando l’attenzione dello storico Duride di Samo. Non
fu tuttavia una storia di vittorie ed espansione senza ostacoli. Poco dopo la
sconfitta di Veio, nel 390 a.C., una banda di predatori «galli» mise a sacco la
città. Chi fossero esattamente questi «galli» è impossibile dire; gli autori
romani non si preoccupavano di fare precise distinzioni tra coloro che
appariva più conveniente raccogliere insieme sotto la definizione di «tribù
barbare» del Nord, né si mostravano interessati ad analizzare i motivi che le
spingevano a muoversi. Secondo Livio, comunque, gli effetti del sacco di
Roma furono così devastanti che la città dovette essere nuovamente fondata
(ancora una volta), sotto la guida di Marco Furio Camillo: condottiero,
dittatore, «colonnello», vittima di «esilio» e «secondo Romolo».
In questo caso ci troviamo su un terreno ben più solido di quello su cui
abbiamo camminato finora. Senza dubbio, nel 300 a.C. dovevano passare
ancora molti decenni prima della nascita della più antica letteratura
romana, e i successivi resoconti su questo periodo sono zeppi di miti,
abbellimenti e pure invenzioni. Camillo è probabilmente una figura non
meno fittizia di Romolo, e abbiamo già visto come lo stesso Catilina usò le
proprie parole come se fossero state quelle di un antico rivoluzionario
repubblicano, la cui memoria non avrebbe mai potuto sopravvivere.
Ciononostante, la fine di questo periodo si trova ormai sulla soglia della
storia e della storiografia come noi stessi la intendiamo, a un livello
nettamente superiore rispetto a quello di un semplice epitaffio in quattro
linee. Per esprimerci in termini più precisi, quando il senatore Quinto Fabio
Pittore, nato attorno al 270 a.C., decise di scrivere il primo resoconto
dettagliato del passato di Roma, avrebbe potuto benissimo ricordarsi di
avere chiacchierato in giovinezza con testimoni oculari degli eventi della
fine del IV secolo a.C. o con uomini appartenenti alla generazione di
Barbato. L’opera di Fabio Pittore non ci è giunta, fatta eccezione per qualche
citazione in autori successivi, ma era ben nota nel mondo antico. Il nome di
Fabio Pittore e una breve sinossi del suo testo sono stati ritrovati dipinti sui
muri di una delle pochissime biblioteche antiche scavate dagli archeologi, a
Taormina, in Sicilia: una sorta di combinazione tra una pubblicità e un
catalogo librario. Duemila anni dopo, possiamo ancora leggere Livio, che
aveva letto Fabio Pittore, il quale aveva parlato con uomini che ricordavano
per esperienza diretta com’era il mondo attorno al 300 a.C.: una fragile
catena che ci riporta fino alla più remota antichità.
Ci restano anche, in misura sempre maggiore, frammenti di
testimonianze coeve, che possiamo confrontare con i dati fornitici dagli
storici romani o utilizzare per tracciare un quadro diverso e alternativo.
L’epitaffio che riassume la carriera di Barbato è uno di essi. Trattando
questo periodo, Livio afferma che i romani stipularono un’alleanza con la
Lucania (anziché soggiogarla) e ricorda gli scontri guidati da Barbato in
un’altra zona dell’Italia settentrionale, peraltro senza grandi successi.
Ovviamente, è probabile che l’epitaffio esagerasse le imprese di Barbato, e
che l’élite romana preferisse presentare un’«alleanza» nei termini di una
«sottomissione»; ma può comunque servirci a correggere il resoconto,
leggermente confuso, fornitoci da Livio. Possediamo un certo numero di
altre simili testimonianze frammentarie, tra cui una serie di sorprendenti
pitture databili a questo periodo, che raffigurano episodi relativi alle guerre
in cui aveva combattuto Barbato. La testimonianza più straordinaria e più
rivelatrice è tuttavia offerta dall’ottantina di brevi sentenze riunite nella
prima raccolta scritta di regole e prescrizioni (o «leggi», per usare il
pomposo termine impiegato da quasi tutti gli scrittori antichi), composta
verso la metà del V secolo a.C. e faticosamente ricostruita grazie al secolare
e scrupoloso lavoro degli studiosi moderni. Questa raccolta è nota con il
nome di «Leggi delle Dodici Tavole», dalle dodici tavole di bronzo sulla
quale era stata incisa ed esposta al pubblico. Ci permette di aprire una
finestra sulle preoccupazioni dei romani dei primi tempi repubblicani, dai
timori per i sortilegi magici fino a intricate questioni come, per esempio, se
fosse lecito seppellire un uomo al quale non fossero ancora stati levati i
denti d’oro che gli erano stati impiantati (fornendoci un’indiretta
informazione sulle capacità degli antichi dentisti, confermata
dall’archeologia).
Dobbiamo perciò rivolgere la nostra attenzione alle Dodici Tavole prima
di esaminare i successivi radicali mutamenti, interni come esterni.
Ricostruire la storia di questo periodo è un lavoro affascinante e talvolta
eccitante, e parte del divertimento sta proprio nel domandarsi come si
possano comporre alcune tessere di questo puzzle incompleto e nello
scoprire la differenza tra realtà e fantasia. A ogni modo, è già stato
ricollocato al proprio posto un numero sufficiente di tessere per lasciarci
affermare con sicurezza che a Roma la svolta decisiva si ebbe nel IV secolo
a.C., durante la generazione di Barbato e Appio Claudio Cieco e quella dei
loro immediati predecessori, e che quel che allora accadde, per quanto sia
difficile da ricostruire nei dettagli, ha stabilito un modello per la politica
romana, sia interna che estera, destinato a durare per secoli.
Il mondo delle Dodici Tavole
Il regime repubblicano iniziò piuttosto in sordina che con il botto. Gli
storici romani avevano numerosi e appassionanti episodi da raccontare sul
nuovo ordinamento politico, su grandiose guerre combattute nei primi
decenni del V secolo a.C. e su straordinari eroi e malvagie canaglie, che
sono diventati tema anche di molte leggende moderne. Lucio Quinzio
Cincinnato, per esempio, che più di duemila anni dopo la sua morte ha dato
il proprio nome alla città americana di Cincinnati, sarebbe rientrato da un
esilio temporaneo attorno alla metà del V secolo a.C., venendo poi
nominato dittatore e guidando le armate romane alla vittoria contro i propri
nemici; dopodiché, si sarebbe nobilmente ritirato nella sua fattoria senza
aspirare a una maggiore gloria politica. Viceversa, Gaio Marcio Coriolano,
che ha ispirato l’omonima tragedia di Shakespeare, era, a quanto pare, un
eroe di guerra, che, attorno al 490 a.C., aveva tradito la propria patria
passando al nemico; e avrebbe invaso la sua stessa città natia se la madre e
la moglie non fossero intervenute per dissuaderlo. Ma la realtà storica ci
appare alquanto diversa, e di ben minori proporzioni.
Quale che fosse stata l’organizzazione politica di Roma al momento della
caduta dei Tarquini, gli scavi archeologici dimostrano chiaramente che, per
la gran parte del V secolo a.C., la città non poteva certo dirsi prospera e
fiorente. Un tempio del VI secolo a.C., talvolta collegato al nome di Servio
Tullio, fa parte del gruppo di edifici bruciati in una serie di incendi attorno
al 500 a.C., e non venne ricostruito per vari decenni. Si osserva anche una
netta riduzione nelle importazioni di ceramica greca (un affidabile
indicatore del livello di prosperità). In poche parole, se la fine del periodo
monarchico può essere giustamente condensata nell’espressione «La
Grande Roma dei Tarquini», i primi anni della repubblica furono
caratterizzati da un’atmosfera molto meno grandiosa. Le eroiche guerre che
figurano in modo così preminente nelle pagine degli storici romani possono
anche avere avuto una grande importanza nell’immaginario romano, ma
rimangono comunque dei conflitti di carattere locale, combattuti entro un
raggio di pochi chilometri dalla città. La cosa più probabile è che si trattasse
di tradizionali razzie tra comunità vicine, poi anacronisticamente
presentate come scontri militari veri e propri. Senza dubbio, erano perlopiù
spedizioni condotte ancora su iniziativa semiprivata, e guidate da
condottieri indipendenti. Questo, almeno, è ciò che ci fa supporre un
celebre episodio avvenuto all’inizio degli anni Settanta del V secolo a.C.,
quando 306 romani erano caduti vittime di un’imboscata. Si diceva che tutti
costoro erano membri di una sola famiglia, quella dei Fabi, accompagnati
dai loro dipendenti, tirapiedi e clienti; insomma, più una grossa gang che un
vero e proprio esercito.

26. Il contadino che salvò lo stato. Questa statua del XX secolo, che si trova a Cincinnati, in
Ohio, mostra Cincinnato che restituisce le insegne della sua carica pubblica e torna
all’aratro. Molte storie romane lo presentavano secondo questa immagine di patriota
severo, ma c’era anche un’altra immagine, quella di irriducibile avversario dei diritti della
plebe e dei poveri di Roma.

Le Dodici Tavole ci offrono il miglior antidoto contro questi successivi


racconti eroicizzanti. Le originarie tavole bronzee non sono giunte fino a
noi. Ma il loro contenuto è stato almeno parzialmente conservato, perché i
romani continuarono a considerare questa eterogenea collezione di regole il
punto iniziale della loro illustre tradizione giuridica. Ciò che era stato inciso
nel bronzo venne ben presto ricopiato in forma manoscritta e, come ci
racconta Cicerone, continuava a essere imparato a memoria dagli studenti
del I secolo a.C. Anche quando avevano ormai perduto da tempo ogni
valore pratico, le leggi delle Dodici Tavole seguitarono a essere ripubblicate,
e vennero scritti numerosi saggi eruditi sul significato delle singole
sentenze, sulla loro importanza giuridica e sulla loro forma linguistica (con
grande irritazione di alcuni avvocati del II secolo d.C., che ritenevano i loro
fin troppo colti colleghi eccessivamente interessati alle difficoltà
linguistiche delle più antiche leggi romane). Di questa voluminosa
letteratura non ci è pervenuto quasi nulla in modo completo. Ma ne
rimangono varie citazioni o parafrasi nelle opere di altri autori che si sono
invece conservate; ed esaminando approfonditamente queste frammentarie
testimonianze, sparse negli angoli più remoti della letteratura latina, gli
studiosi sono riusciti a individuare le circa ottanta sentenze contenute nelle
celebri tavole del V secolo a.C.
È stato un lavoro estremamente tecnico, e ci sono ancora feroci
discussioni sulla forma precisa delle sentenze, sulla misura in cui possano
essere considerate una selezione rappresentativa del documento originale e
sull’accuratezza delle citazioni riportate dagli autori romani. È indubbio che
si sia operata una certa modernizzazione: il latino appare arcaico, ma non
abbastanza per corrispondere a quello del V secolo a.C., e in certi casi le
parafrasi degli autori romani rivelano il tentativo di accordare il senso
originario con le procedure legali a loro contemporanee. In altri casi, anche
i giuristi più eruditi fraintendevano ciò che leggevano nelle Dodici Tavole.
L’idea che un debitore insolvente rispetto a diversi creditori potesse essere
condannato a morte, e il suo corpo spartito tra questi in porzioni stabilite in
base alla cifra dovuta, sembra appunto il frutto di un simile
fraintendimento (o almeno questa è la speranza di molti studiosi moderni).
Allo stesso tempo, tali citazioni ci offrono la via più diretta per entrare nella
società della metà del V secolo a.C., osservare le sue case e le sue famiglie,
ascoltare le sue preoccupazioni e conoscere i suoi orizzonti intellettuali.
È una società assai più semplice, e con orizzonti ben più ristretti, rispetto
a quella che farebbe immaginare la descrizione di Livio. Ciò risulta
chiaramente tanto dalla lingua e dalle forme espressive quanto dal
contenuto delle sentenze. Anche se le traduzioni moderne si sforzano di far
sembrare tutto abbastanza chiaro e preciso, l’originaria formulazione latina
è ben lungi dall’esserlo. In particolare, la mancanza di sostantivi concreti e
di una chiara distinzione del referente pronominale rende spesso quasi
impossibile capire chi sia attore e chi destinatario dell’azione. Facciamo un
esempio concreto. Il testo latino della prima sentenza [1,1] recita: Si in ius
vocat ito ni it antestamino igitur em capito (in latino classico: Si in ius vocat, ito.
Ni it, antestamino: Igitur quem capitur), che, tradotto letteralmente, suona:
«Se egli chiama in giudizio, egli deve andare. Se egli non va, egli deve
chiamare dei testimoni, poi lo si catturi», e significa presumibilmente, come
viene reso di solito: «Se uno è chiamato in giudizio, vada. Se non va, si
prendano testimoni: poi lo si catturi». Ma questo non è ciò che dice
letteralmente il testo. Insomma, tutto indica che chi ha redatto questa e
molte altre sentenze delle Dodici Tavole stava ancora lottando con la
difficoltà di dare formulazione scritta a precise regolamentazioni, e che le
convenzioni dell’argomentazione logica e dell’espressione razionale erano
ancora allo stato nascente.
Ciononostante, lo stesso tentativo di una registrazione formale di questo
tipo rappresenta un passo fondamentale di quel processo che oggi spesso
definiamo formazione statale. In molte società arcaiche un punto di svolta
cruciale è proprio la codificazione della legge, per quanto ancora in forma
molto rudimentale e parziale. Nell’Atene del VII secolo a.C., per esempio,
l’opera compiuta da Dracone, sebbene oggi sia diventata sinonimo di
severità e durezza («draconiano»), costituisce per la Grecia il primo
tentativo di mettere per iscritto disposizioni che si erano tramandate
oralmente; e già mille anni prima, a Babilonia, il codice di Hammurabi
aveva avuto lo stesso scopo. Le Dodici Tavole si inseriscono sostanzialmente
in questo schema. Non rappresentano in alcun modo un codice legale
completo e integrale, e con ogni probabilità non sono mai state intese in
questo senso. A meno che le citazioni che ci sono pervenute non distorcano
radicalmente il quadro, non risulta essere presente alcuna disposizione
inerente al diritto pubblico e costituzionale. Ciò che vi appare presupposto
è piuttosto il rispetto di procedure condivise e pubblicamente riconosciute
per risolvere controversie di vario genere, con l’aggiunta di qualche
riflessione su come affrontare gli eventuali ostacoli pratici e teorici che si
potevano presentare. Che cosa si doveva fare, per esempio, se l’imputato era
troppo anziano per recarsi di persona a sostenere le accuse della parte lesa?
Risposta: quest’ultimo doveva fornire un animale per il suo trasporto. Come
ci si doveva comportare se il colpevole era un bambino? In tal caso, la pena,
anziché l’impiccagione, poteva essere ridotta a una semplice bastonatura,
una distinzione che preannuncia le nostre concezioni sulla non
responsabilità criminale dei minori.
I temi trattati da queste regolamentazioni ci mostrano un mondo di
molteplici disuguaglianze. C’erano diversi tipi di schiavi, dai debitori
insolventi caduti in una sorta di asservimento per debiti fino ai veri e propri
schiavi, probabilmente (sebbene sia soltanto un’ipotesi) catturati nel corso
di guerre o razzie. E la loro inferiorità era esplicitamente codificata: la pena
per un’aggressione contro uno schiavo è solo la metà di quella stabilita per
l’aggressione contro un uomo libero; uno schiavo poteva essere condannato
a morte per un reato che a un uomo libero non sarebbe costato più di una
bastonatura. Ma alcuni schiavi potevano ottenere infine la libertà, come
risulta chiaro dal riferimento a un ex schiavo, o «liberto» (libertus).
C’era una precisa gerarchia anche all’interno della popolazione di
condizione libera. Una sentenza stabilisce la distinzione tra patrizi e plebei,
un’altra quella tra assidui (coloro che possedevano delle proprietà) e
proletarii (coloro che erano privi di proprietà), il cui unico contributo alla
città era la produzione di figli (proles). Un’altra ancora allude a «patroni» e
«clienti» e a un rapporto di dipendenza e reciproci obblighi tra cittadini
ricchi e poveri, che rimase fondamentale per tutto il corso della storia
romana. Il principio essenziale è che il cliente dipendeva dal suo patrono
per protezione e assistenza, finanziaria o di altro genere, in cambio di una
serie di servizi, tra i quali il sostegno nelle elezioni. La letteratura latina di
epoche successive è piena dell’altisonante retorica dei patroni sulle virtù di
questo rapporto, come anche delle tristi lamentele dei clienti per le
umiliazioni che devono subire per procurarsi un misero pasto. La sentenza
delle Dodici Tavole dichiara soltanto: Patronus si clienti fraudem fecerit, sacer
esto («Se il patrono inganna il suo cliente, sia consacrato alla divinità» [8,21],
qualsiasi cosa ciò effettivamente significhi).
Nella maggior parte dei casi, le Dodici Tavole si occupano di problemi
domestici, con particolare attenzione alla vita familiare, ai difficili rapporti
di vicinato, e alle questioni relative alla proprietà privata e alla successione
dei beni. Sono stabilite precise procedure per l’abbandono o l’uccisione di
bambini deformi (una pratica comune in tutta l’antichità, eufemisticamente
chiamata «esposizione» dagli studiosi moderni), per l’appropriata
esecuzione dei funerali e per la trasmissione dell’eredità. Vi sono
disposizioni che proibiscono alle donne di ferirsi il volto nelle
manifestazioni di lutto, oppure di erigere le pire funerarie troppo vicino alla
casa di qualcuno, o ancora di seppellire oggetti d’oro (tranne le protesi
dentali) insieme al cadavere. Un altro tema importante sono i danni causati
volontariamente o per caso. Era un mondo in cui la gente voleva sapere
come doveva comportarsi se per caso l’albero del vicino faceva troppa
ombra sulla sua proprietà (soluzione: doveva essere tagliato fino a una
specifica altezza), o se gli animali di costui entravano sul suo terreno
facendone scempio (soluzione: il danno doveva essere ripagato oppure si
dovevano consegnare gli animali). Si aveva paura delle effrazioni dei ladri
notturni (che dovevano essere puniti in modo più severo di quelli diurni),
delle devastazioni dei propri campi compiute da bande di vandali, e ci si
preoccupava dell’eventualità che un innocente potesse rimanere
accidentalmente ferito da colpi vaganti. E, se tutto questo suona troppo
familiare, era anche un mondo in cui la gente temeva la magia. Che cosa si
doveva fare se qualche nemico o rivale operava una stregoneria sul tuo
raccolto o ti lanciava contro una maledizione? Purtroppo, il rimedio previsto
in tal caso è andato perduto.
A giudicare dalle Dodici Tavole, attorno alla metà del V secolo a.C. Roma
era una città agricola, abbastanza sviluppata e articolata per stabilire
distinzioni fondamentali tra liberi e schiavi e tra diverse classi di cittadini, e
sufficientemente evoluta per definire una serie di procedure formali atte a
risolvere le controversie, regolare i rapporti sociali e familiari e imporre
alcune regole essenziali su determinate pratiche, come la sepoltura dei
morti. Ma non c’è nulla più di questo. La formulazione estremamente
rudimentale delle disposizioni, in certi casi ambigua o addirittura
fuorviante, ci spinge a mettere in dubbio, almeno in parte, i riferimenti di
Livio e altri autori antichi a complicate leggi e trattati emanati e stipulati in
quest’epoca. Anche l’assenza, almeno dalla selezione di sentenze giunta
fino a noi, di qualsiasi riferimento a un magistrato pubblico, fatta eccezione
per una vergine vestale (la quale, in quanto sacerdotessa, era sottratta
all’autorità del proprio padre), non avvalora l’idea di un apparato statale
complesso ed efficiente. Per di più, non si fa praticamente alcuna allusione
al mondo esterno a Roma, a parte un paio di clausole su come debbano
essere applicate determinate regole nel caso di un hostis (ossia di uno
«straniero» o di un «nemico»: il medesimo termine latino,
significativamente, può indicare entrambe le cose) e un possibile
riferimento alla vendita come schiavi «in un paese straniero al di là del
Tevere» quale punizione massima per i debitori. È probabile che questa
raccolta fosse deliberatamente indirizzata a questioni di natura interna
piuttosto che esterna. Allo stesso modo, nelle Dodici Tavole non si
rintraccia alcun indizio che ci faccia pensare a una comunità che dava
particolare importanza alle relazioni esterne, che fossero di dominio,
sfruttamento o amicizia.
È l’immagine di un mondo e di una città lontanissimi da quelli dell’epoca
di Cicerone, o anche di Scipione Barbato e Appio Claudio Cieco, poco più di
un secolo dopo, con i suoi edifici pubblici, la nuova strada che conduceva a
Capua e le vanterie sugli ostaggi lucani. Che cosa era mutato, e quando?
Il conflitto delle classi
Innanzitutto, che cosa era avvenuto nella politica romana? Le Dodici Tavole
furono una delle conseguenze di ciò che oggi è spesso definito il conflitto
delle classi, o «ordini» (la parola latina ordo ha, tra i suoi vari significati,
quello di «rango sociale»), che, secondo gli autori latini, dominò la politica
interna di Roma nei due secoli successivi alla caduta della monarchia.
Questo conflitto fu la lotta dei plebei per l’ottenimento dei pieni diritti
politici e dell’uguaglianza rispetto ai patrizi, i quali si mostrarono sempre
piuttosto restii a rinunciare al proprio monopolio ereditario del potere. Nei
secoli successivi i romani videro in tale conflitto un’eroica difesa della
libertà politica del comune cittadino, ed esso ha lasciato il proprio segno
anche sulla politica e il vocabolario politico del mondo moderno. Il termine
plebeo continua ad avere per noi un significato particolarmente forte: ancora
nel 2012, un politico conservatore inglese, accusato di avere insultato un
poliziotto chiamandolo pleb (abbreviazione di plebeian), è stato costretto a
rassegnare le dimissioni dal governo.
Fu soltanto pochi anni dopo la fondazione della repubblica, all’inizio del
V secolo a.C., che i plebei cominciarono a protestare per la loro esclusione
dal potere e per lo sfruttamento cui erano sottoposti dai patrizi. Per quale
motivo combattere le guerre di Roma – continuavano a domandare – se tutti
i frutti e i guadagni del loro servizio finivano nelle tasche dei patrizi? Come
potevano considerarsi cittadini a pieno titolo, quando erano vittime di
punizioni casuali e arbitrarie e condannati addirittura alla schiavitù se non
riuscivano a pagare i propri debiti? Che diritto avevano i patrizi di tenere
sottomessi i plebei come una classe inferiore? O, per citare le parole che
Livio mette in bocca a un riformatore plebeo, con toni che ricordano
sorprendentemente l’opposizione del XX secolo all’apartheid:

Perché non fate approvare una legge per proibire ai plebei di vivere vicino ai
patrizi, di camminare nella stessa strada, di andare alle stesse feste o di stare
fianco a fianco nel Foro?

Oppressi dal problema dei debiti, nel 494 a.C. i plebei misero in atto la
prima di una lunga serie di secessioni di massa dalla città, una sorta di
combinazione tra un ammutinamento e uno sciopero, sperando di
costringere i patrizi ad accettare un processo di riforme. Fu una mossa
vincente, perché diede avvio a un’altrettanto lunga serie di concessioni che
eliminarono progressivamente le più sostanziali differenze tra patrizi e
plebei, e diedero un nuovo assetto alla struttura del potere politico della
città. Due secoli più tardi, dei privilegi patrizi non restava altro che il diritto
di detenere qualche veneranda carica sacerdotale e di indossare un
particolare tipo di calzature.
La prima riforma approvata nel 494 a.C. fu la nomina dei tribuni della
plebe (tribuni plebis), cui spettava il compito di rappresentare e difendere gli
interessi dei plebei. Quindi fu costituita un’assemblea speciale riservata
esclusivamente ai plebei (comizi tributi). Come i comizi centuriati, anche i
comizi tributi votavano per gruppi, ma il loro sistema di composizione era
profondamente diverso: non si fondavano su una gerarchia definita dalla
ricchezza. Al contrario, le circoscrizioni elettorali erano definite su base
geografica, con gli elettori distribuiti in tribù (tribus), o suddivisioni
regionali del territorio romano (il concetto latino non ha nulla a che fare con
il significato di raggruppamento etnico che il termine tribù ha assunto
nell’uso moderno). Infine, dopo un’ultima secessione, con una riforma
approvata nel 287 a.C., e alla quale avrebbe potuto assistere personalmente
lo stesso Scipione Barbato, alle decisioni prese da questa assemblea fu
conferito automatico valore di legge per tutti i cittadini romani. In altre
parole, a un’istituzione plebea venne concesso il diritto di legiferare in
nome dello stato e anche su di esso.
Tra il 494 e il 287 a.C., in un clima turbolento intriso di retorica, scioperi e
minacce di violenza, tutte le magistrature e le cariche sacerdotali più
importanti furono una dopo l’altra aperte ai plebei e la loro condizione di
inferiorità venne smantellata. I plebei riportarono una delle loro più celebri
vittorie nel 326 a.C., allorché venne abolita la schiavitù per debiti,
stabilendo il principio che la libertà era un diritto inviolabile di ogni
cittadino romano. Un’altra decisiva pietra miliare, anche se più strettamente
politica, era stata posta quarant’anni prima, nel 367 a.C. Dopo decenni di
ostinati rifiuti e inflessibili pretese dei patrizi più irriducibili, secondo i
quali «sarebbe stato un crimine contro gli dèi permettere a un plebeo di
diventare console», si decise di aprire ai plebei uno dei due posti di console.
A partire dal 342 a.C. si accettò che entrambi i consoli potessero essere
plebei, se così decretato dalle elezioni.
Gli eventi senza dubbio più drammatici dell’intero conflitto si legano alla
stesura delle Dodici Tavole, verso la metà del V secolo a.C. Le «leggi» che si
sono preservate possono anche apparire estremamente brevi, allusive e
persino un po’ aride, ma, almeno secondo la storia narrata dai romani,
furono redatte in un’atmosfera tragica, intrisa di inganni, accuse di tirannia,
tentati stupri e omicidi. Per molti anni, così si raccontava, i plebei avevano
richiesto che le «leggi» cittadine fossero rese pubbliche, sottraendole al
monopolio dei patrizi, che ne avevano fatto uno strumento segreto a
vantaggio dei propri interessi. Nel 451 a.C. si decretò la sospensione delle
normali magistrature politiche e la nomina di dieci uomini (decemviri), ai
quali era affidato il compito di raccogliere, sistemare e pubblicare le leggi.
Nel primo anno di lavoro, i decemviri riuscirono a completare dieci tavole di
leggi, ma l’opera non era ancora terminata. Di conseguenza, venne
nominato un nuovo comitato per l’anno successivo, che tuttavia si dimostrò
di orientamento molto diverso, decisamente conservatore. Questo secondo
comitato redasse le ultime due tavole, introducendo una famigerata
clausola che proibiva i matrimoni tra patrizi e plebei. Sebbene l’iniziativa
che aveva portato alla stesura delle leggi fosse stata in origine mossa da uno
spirito riformista, si trasformò nel più radicale tentativo di mantenere
rigidamente separati i due gruppi: «la legge più disumana», come la
definisce Cicerone, del tutto contraria allo spirito di apertura romano.
Ma il peggio doveva ancora venire. Il secondo decemvirato (i Dieci
Tarquini, come è talvolta definito) iniziò a comportarsi come una banda di
tiranni, senza escludere nemmeno la violenza sessuale. In una sorta di
replica dello stupro di Lucrezia (che aveva portato alla fondazione della
repubblica), un membro del comitato, il patrizio Appio Claudio (un
antenato del costruttore della celebre Via Appia) pretese di unirsi
sessualmente con una giovane donna plebea, opportunamente chiamata
Virginia, non ancora sposata ma già promessa. Poi venne architettato un
piano di inganno e corruzione. Appio costrinse uno dei suoi tirapiedi a
sostenere che costei fosse una sua schiava e che fosse stata rapita dal suo
sedicente padre. Il giudice preposto al caso era lo stesso Appio, il quale si
espresse naturalmente in favore del suo complice, e iniziò ad attraversare il
Foro per catturare Virginia. Nella confusione che ne seguì, il padre della
ragazza, Lucio Virginio, afferrò un coltello che si trovava nella vicina bottega
di un macellaio e la trafisse a morte esclamando: «Figlia mia, con l’unico
mezzo che mi è consentito io ti restituisco la libertà».
27. Una carica che rimase quasi sempre riservata ai patrizi era quella del flaminato (antichi
sacerdoti di alcune delle divinità principali). Un gruppo di questi sacerdoti, riconoscibili
grazie al loro strano copricapo, è raffigurato sull’Ara Pacis di Augusto (cfr. fig. 65).

La storia di Virginia è sempre apparsa ancora più inquietante di quella di


Lucrezia. Non soltanto mette insieme l’omicidio di ambito familiare con la
brutalità del conflitto di classe ma solleva anche, inevitabilmente, la
questione del prezzo che si deve pagare per la castità. Che modello di
genitorialità paterna è mai questo? Chi era il vero colpevole? I princìpi più
elevati dovevano essere fatti valere anche a un prezzo così spaventoso? In
ogni caso, il tentato stupro si rivelò ancora una volta la scintilla per un
nuovo mutamento politico. L’esposizione del cadavere di Virginia e un
appassionato discorso rivolto dal padre ai commilitoni provocarono lo
scoppio di rivolte, ammutinamenti, lo scioglimento del tirannico
decemvirato e infine, come scrive Livio, portarono al recupero della libertà.
Nonostante la macchia di tirannia, le Dodici Tavole vennero conservate, e
vennero ben presto considerate il venerando modello della legislazione
romana, fatta eccezione per il divieto di matrimonio fra patrizi e plebei, che
fu quasi subito abrogato.
La storia del conflitto fra patrizi e plebei rappresenta uno dei più radicali
e coerenti manifesti del potere e della libertà del popolo che ci siano giunti
dal mondo antico, ben più radicale di qualsiasi cosa giuntaci dalla
democratica Atene d’epoca classica, i cui principali scrittori, quando non
avevano nulla di esplicito da dire sul tema, si mostravano comunque
generalmente ostili alla democrazia e al potere popolare. Considerate nel
loro complesso, le richieste dei plebei compongono un programma
sistematico di riforma politica, fondato su diversi aspetti della libertà del
cittadino, dalla libertà di partecipare al governo dello stato e di
condividerne i vantaggi fino alla libertà dallo sfruttamento e alla libertà di
informazione. Non sorprende affatto che, in molti paesi, i movimenti della
classe operaia del XIX e dell’inizio del XX secolo abbiano trovato un
memorabile precedente, e una retorica vincente, nella storia del conflitto fra
patrizi e plebei, nel modo in cui il popolo romano riuscì a ottenere
concessioni dall’aristocrazia ereditaria dei patrizi e ad assicurarsi pieni
diritti politici. Né tantomeno sorprende che i primi sindacati abbiano
guardato alle secessioni della plebe come a un efficace modello per
l’organizzazione di scioperi.
Ma la storia di questo conflitto, così come ci viene narrata dai romani, è
davvero corretta? E in quale luce pone il «grande balzo in avanti» di Roma?
Qui diventa molto più difficile ricomporre le tessere del mosaico, anche se
il quadro generale, e alcune date particolarmente importanti, appaiono
abbastanza certi. Molti elementi della storia, come ci è pervenuta, devono
essere sbagliati, profondamente modernizzati da autori successivi o, specie
per le prime fasi del conflitto, ancora avvolti più dal mito che dalla storia.
Virginia è probabilmente una figura non meno leggendaria di Lucrezia.
Inoltre c’è un’imbarazzante contraddizione tra le sentenze delle Dodici
Tavole e la complessa vicenda dei decemviri. Se questa raccolta è il frutto
diretto degli scontri tra patrizi e plebei, perché, nei frammenti che ci sono
pervenuti, si ha soltanto un solo riferimento a questa contrapposizione
(relativamente al divieto di matrimonio fra membri delle due classi)? Gran
parte delle argomentazioni, e ancor più della retorica, dei primi riformisti
plebei rappresenta di sicuro una fantasiosa ricostruzione degli scrittori del I
secolo a.C., influenzata dai sofisticati dibattiti della loro epoca, anziché
essere il riflesso del mondo delle Dodici Tavole, e costituisce probabilmente
una testimonianza importante più per l’ideologia politica popolare di un
periodo successivo che per il conflitto fra patrizi e plebei. Per di più,
sebbene i romani fossero convinti che l’esclusione dei plebei dal potere
risalisse alla caduta della monarchia, ci sono diverse ragioni per supporre
che essa si sia determinata soltanto nel corso del V secolo a.C. La lista
canonica dei consoli, per esempio, pur essendo in parte fittizia, contiene,
per l’inizio del V secolo a.C., diversi nomi di origine chiaramente plebea
(compreso quello del primo console, lo stesso Lucio Giunio Bruto), che
invece scompaiono del tutto nella seconda metà del secolo.
Detto questo, non c’è dubbio che il V e il IV secolo a.C. furono a lungo
caratterizzati da scontri sociali e politici tra una minoranza privilegiata
ereditaria e il resto della popolazione. Più di cinquecento anni dopo, la
distinzione formale tra famiglie patrizie e plebee esisteva ancora, come uno
di quei «fossili» di cui ho parlato prima, con un sentore di snobismo e nulla
più. Sarebbe difficile spiegare la persistenza di tale distinzione se la
differenza tra i due gruppi non fosse stata in precedenza un segno
caratteristico di potenza politica, sociale ed economica. Ci sono altre valide
ragioni per ritenere il 367 a.C. un anno di svolta, sebbene non nel senso in
cui si immaginavano gli storici romani.
A loro giudizio, si produsse allora quella svolta rivoluzionaria in cui si
decise non soltanto che il consolato doveva essere aperto ai plebei, ma
anche che uno dei due consoli doveva essere sempre un plebeo. Se questo è
vero, la legge fu violata nel momento stesso in cui venne emanata, visto che,
negli anni successivi, parecchie volte due nomi patrizi sono registrati come
consoli. Livio riconobbe il problema e sostenne, in modo poco convincente,
che i plebei si accontentavano di avere ottenuto il diritto al consolato e non
si davano molto pensiero di essere eletti. È assai più probabile che non vi
fosse alcuna disposizione relativa all’obbligatorietà di un console plebeo, e
che il 367 a.C. sia l’anno in cui venne stabilito su base permanente il
consolato come più importante carica dello stato, presumibilmente aperta
sia ai patrizi che ai plebei.
Questa ricostruzione si accorda con altri due indizi importanti. In primo
luogo, anche secondo la tradizione storica romana, per la maggior parte
degli anni tra il 420 e il 367 a.C. come supremi magistrati dello stato
figurano i misteriosi «colonnelli». Le cose cambiano definitivamente nel
367: da questo momento in poi i consoli rappresentano la norma per tutto il
resto della storia romana. In secondo luogo, è molto probabile che il Senato
raggiungesse la sua forma definitiva proprio in questo periodo. Gli autori
romani davano quasi per scontato che le origini del Senato risalissero ai
tempi di Romolo, come consiglio degli «anziani» (senes), e che nel V secolo
a.C. fosse ormai un’istituzione pienamente sviluppata, che operava in
sostanza come ai tempi di Cicerone. Una voce estremamente tecnica di un
antico dizionario romano sottintende una versione molto diversa, facendo
supporre che soltanto verso la metà del IV secolo a.C. il Senato sia stato
costituito come organismo permanente con membri nominati a vita,
cessando di essere semplicemente un gruppo di amici e consiglieri riunito
ad hoc per aiutare i magistrati in carica (quali che essi fossero), senza
mantenere una propria continuità di anno in anno, o persino di giorno in
giorno. Se questa versione è corretta (e, naturalmente, non tutte le
informazioni fornite da testi di natura tecnica lo sono), confermerebbe
l’idea che il sistema politico romano abbia assunto la propria forma
caratteristica verso la metà del IV secolo a.C. Anche se elementi precorritori
come le assemblee e il censo potevano essere già da lungo presenti, Roma,
per almeno un secolo dopo il 509 a.C., non ebbe ancora una forma
tipicamente «romana».
Quindi ciò che troviamo descritto sulla tomba di Barbato non è la
carriera tradizionale di un membro tradizionale dell’aristocrazia romana,
anche se in seguito venne considerata proprio in questo modo. Sepolto
all’inizio del III secolo a.C., Barbato fu in realtà il rappresentante
dell’ancora relativamente nuovo ordinamento repubblicano tanto in patria
quanto, come ora vedremo, all’esterno di essa.
Il mondo esterno: Veio e Roma
L’espansione della potenza romana in Italia fu un processo straordinario. È
facile restare abbagliati, o sbigottiti, dal successivo impero romano
d’oltremare, che, al suo apice, arrivò a estendersi su oltre tre milioni di
chilometri quadrati, e dare per scontato che l’Italia fosse romana. Ma la
trasformazione, avvenuta tra il 509 a.C. e gli anni Novanta del III secolo
a.C., della piccola città sul Tevere in un organismo politico esteso su oltre
7500 chilometri quadrati, capace di esercitare un effettivo controllo su
almeno metà della penisola italiana, appare almeno altrettanto
stupefacente. Come si è prodotta? E quando?
Per quanto ne sappiamo, attorno al 400 a.C. le relazioni di Roma con il
mondo esterno erano praticamente irrilevanti. I suoi rapporti commerciali
con il mondo mediterraneo non si differenziavano da quelli di una qualsiasi
città italica. Le sue relazioni dirette erano prevalentemente locali,
soprattutto con le comunità latine a sud, con le quali Roma aveva in comune
la medesima lingua e l’idea di una medesima origine, nonché parecchie
festività religiose e luoghi sacri. Si può soltanto dire che, alla fine del VI
secolo a.C., i romani esercitassero già qualche tipo di controllo su alcune
comunità latine. Cicerone e Polibio (uno storico greco acuto osservatore di
Roma, del quale riparleremo più dettagliatamente nel prossimo capitolo)
affermano di avere visto documenti, o «trattati», risalenti a questo periodo,
lasciando supporre che Roma fosse allora il centro guida di questo piccolo
mondo latino, dagli orizzonti ancora alquanto limitati. Come abbiamo visto,
anche la storia del V secolo a.C. mostra un quadro di scontri militari di
cadenza grosso modo annuale, ma di portata limitata, malgrado i grandiosi
tratti con i quali sono stati poi dipinti e lodati. Molto semplicemente, la
piccola città di Roma non sarebbe sopravvissuta se per diversi decenni di
seguito avesse subìto perdite ingenti.
La svolta si ebbe all’inizio del IV secolo a.C., con due eventi che hanno
un ruolo fondamentale, e profondamente mitologizzato, in tutte le antiche
narrazioni sull’espansione di Roma: la distruzione della vicina città di Veio
sotto la guida dell’eroico Camillo, nel 396 a.C., e la distruzione di Roma per
mano dei galli nel 390 a.C. I motivi dello scontro tra Roma e Veio ci sono
completamente ignoti, ma esso fu descritto come se fosse l’equivalente
italiano della guerra di Troia: i dieci anni di assedio che occorsero per
conquistare la città (che corrispondono ai dieci anni dell’assedio di Troia) e
la penetrazione dei romani dentro la città attraverso un tunnel scavato sotto
il tempio di Giunone (che corrisponde al trucco del cavallo di Troia). La
portata di questa conquista (termine probabilmente eccessivo) dev’essere
stata assai più modesta. Non fu uno scontro tra superpotenze: Veio era una
città fiorente, poco più piccola di Roma, appena quindici chilometri al di là
del Tevere.
Le conseguenze della vittoria romana furono però significative, anche se
non nel senso suggerito dagli autori romani, i quali mettevano in risalto la
riduzione in schiavitù della popolazione, la requisizione di tutti i suoi beni
come bottino di guerra e la completa distruzione della città.
Trecentocinquant’anni dopo, il poeta Properzio evocò una desolante
immagine di Veio, abitata soltanto da poche pecore e qualche «ozioso
pastore». Tuttavia, poiché è possibile che Properzio non abbia mai visitato il
luogo, si tratta più di una lezione morale sui pericoli della sconfitta che di
una descrizione accurata, anche perché le testimonianze archeologiche
mostrano una realtà molto diversa. Benché ci possano essere stati crudeli
saccheggi, asservimento della popolazione al momento della vittoria
romana e insediamento di nuovi coloni, la maggior parte dei santuari
continuò a sussistere come in precedenza e la città non venne del tutto
abbandonata; le stesse informazioni riguardo alla condizione delle fattorie
indicano un quadro di continuità piuttosto che di rottura.
Il vero cambiamento avvenne su un altro piano. Roma annesse Veio e il
suo territorio, aumentando in un sol colpo il proprio di quasi il 60 per cento.
Poco dopo, furono create quattro nuove tribù geografiche di cittadini
romani, per includere Veio, i suoi abitanti originari e i nuovi coloni.
Abbiamo vaghe tracce di altri importanti sviluppi avvenuti circa nello
stesso periodo, forse a questo connessi. Secondo Livio, fu proprio in vista
dell’assedio di Veio che i soldati romani vennero pagati per la prima volta,
utilizzando i proventi della tassazione. Vero o no che sia (e quale che fosse il
metodo di pagamento, che non era certamente in moneta, dato che a Roma
ancora non esisteva), può senz’altro essere considerato l’indizio dello
sviluppo verso un’organizzazione più centralizzata dell’esercito romano e
del declino della guerra privata.
Ma alla vittoria fece presto seguito la sconfitta. Nel 390 a.C. un gruppo di
galli (forse una tribù messasi in movimento alla ricerca di terre, oppure, più
probabilmente, una ben addestrata banda di mercenari in cerca di
occupazione più a sud) sbaragliò un esercito romano nei pressi del fiume
Allia, non lontano dalla città. A quanto pare, i romani si diedero
semplicemente alla fuga, e i galli si misero in marcia per conquistare Roma.
Un racconto apocrifo descrive come un virtuoso plebeo, appropriatamente
chiamato Marco Cedicio («annunciatore di disastri»), avesse sentito la voce
di un dio sconosciuto che lo avvertiva dell’arrivo dei galli; ma le sue parole
furono ignorate perché era un uomo di bassa condizione. Fu una dura e
severa lezione per i patrizi, i quali impararono così che gli dèi
comunicavano anche con i plebei.
La tradizione avvolse la conquista della città in una strana atmosfera,
inserendovi diversi atti di eroismo per mitigare l’onta della vasta
distruzione. Un altro plebeo diede prova della pietas della propria classe
facendo scendere dal suo carro moglie e figli per farvi salire le vergini
vestali, che stavano evacuando la città per portare in salvo i loro sacri
emblemi e amuleti nella vicina città di Cerveteri. Molti anziani aristocratici
decisero di affrontare l’ineluttabile e rimasero tranquillamente seduti
davanti alle loro case ad aspettare i galli, i quali all’inizio credettero che
fossero delle statue e poi si misero a massacrarli. Nel frattempo, Camillo,
che era stato mandato temporaneamente in esilio per una presunta
appropriazione di spoglie di guerra, fece ritorno in patria appena in tempo
per impedire ai romani di pagare un enorme riscatto ai galli, dissuadendo i
suoi concittadini dall’idea di abbandonare la città e trasferirsi a Veio, e
convincendoli a rifondare la città. O almeno questa è una versione della
storia. Secondo una versione meno onorevole, i galli se ne erano andati via
da Roma in trionfo con il riscatto.
28. Un disegno dell’inizio del XX secolo (ricavato da una più antica fotografia) dei resti
delle Mura Serviane vicino alla stazione ferroviaria di Roma Termini. Alcuni segmenti di
queste fortificazioni accolgono ancora i turisti che escono dalla stazione, pur essendo
tristemente nascoste da alcune inferriate.

È questo un altro tipico caso di esagerazione romana. Le varie storie


entrate a far parte della memoria culturale romana erano il serbatoio
inesauribile di fondamentali lezioni di patriottismo: il dovere verso la patria
superiore persino a quello verso la famiglia, il coraggio di fronte a una
sicura sconfitta, il rischio di misurare il valore della città a peso d’oro. La
catastrofe si radicò così saldamente nell’immaginario popolare romano che,
nel 48 d.C., alcuni irriducibili vi si richiamarono ancora come
argomentazione (o come ultimo disperato tentativo) contro la proposta
dell’imperatore Claudio, che voleva aprire le porte del Senato ai galli. Non
c’è tuttavia alcuna testimonianza archeologica che confermi l’enorme
distruzione immaginata dai romani di epoche successive, a meno che le
tracce di incendio oggi datate attorno al 500 a.C. siano in realtà, come
pensavano un tempo gli archeologi, i resti di una scorreria gallica avvenuta
circa un secolo più tardi.
L’unico segno concreto del «sacco» dei galli sul paesaggio romano fu la
vasta cinta di mura, di cui alcune possenti sezioni sono visibili ancora oggi,
che venne eretta, dopo la partenza dei nemici, con la pietra ricavata dai
nuovi territori di Roma attorno a Veio. C’erano tuttavia molte ragioni per cui
questa sconfitta appariva agli storici romani un utile episodio sul quale
richiamare l’attenzione. Creava lo sfondo per le paure di invasori calanti
dalle Alpi, di cui Annibale fu senza dubbio il più pericoloso, ma non certo
l’unico. Contribuiva a spiegare perché sopravvivessero così poche
informazioni sulla Roma arcaica (tutti i documenti erano andati in fiamme),
e quindi, nella prospettiva antica, segnava l’inizio della «storia moderna». E
serviva anche a spiegare perché, persino alla fine del periodo repubblicano,
la città, malgrado la sua fama mondiale, avesse ancora l’aspetto, per così
dire, di una disordinata tana di coniglio, con un dedalo di caotiche viuzze: i
romani erano stati costretti a ricostruire in fretta la città dopo la partenza
dei galli. Infine, aveva aperto un nuovo capitolo nelle relazioni di Roma con
il mondo esterno.
I romani contro Alessandro Magno
Quel che seguì fu un’autentica rivoluzione nelle dimensioni, nella portata,
nella localizzazione geografica e negli effetti delle «guerre» combattute da
Roma. Senza dubbio, il sistema delle campagne militari su ritmo annuale
rimase inalterato. Gli scrittori antichi fornivano una lunga ed esaltante lista
di battaglie combattute nel IV secolo a.C., celebrando, e certamente
esagerando, eroici successi e ammettendo solo qualche vergognosa disfatta
e alcune poco onorevoli vittorie a tavolino. La battaglia delle Forche
Caudine, nel 321 a.C., nella quale i sanniti dell’Italia meridionale avevano
sonoramente sconfitto i romani, rimase quasi altrettanto celebre della
battaglia sul fiume Allia o del sacco di Roma settant’anni prima, per quanto
non fosse stata affatto una battaglia. I romani erano rimasti intrappolati in
una stretta gola di montagna, senza riserve d’acqua, e si erano
semplicemente arresi.
Tuttavia, tra il sacco di Roma nel 390 a.C. e la battaglia di Sentino nel 295
a.C., il numero di uomini impiegato in questi scontri aumentò in misura
notevolissima. E le campagne militari erano condotte in zone sempre più
lontane da Roma. Mentre Veio sorgeva ad appena quindici chilometri di
distanza, Sentino si trovava a oltre duecento chilometri, al di là degli
Appennini. Anche gli accordi stabiliti tra Roma e la città sconfitta ebbero
conseguenze di grande portata per il futuro. Alla fine del IV secolo a.C. la
potenza militare di Roma era ormai tale che Livio ritenne opportuno
confrontarla con quella del conquistatore del mondo Alessandro Magno, il
quale, tra il 334 e il 323 a.C., aveva guidato l’esercito macedone in una
inarrestabile marcia di vittorie dalla Grecia fino all’India. Livio si
domandava chi avrebbe vinto se, per pura ipotesi, i romani e i macedoni si
fossero dati battaglia: un dilemma militare che i generali da salotto ancora
oggi cercano di risolvere.
In questo periodo in Italia ci furono due conflitti particolarmente
importanti. Il primo fu la cosiddetta «guerra latina», combattuta contro il
vicino popolo dei latini dal 341 al 338 a.C. Poco dopo si ebbero le «guerre
sannitiche» (nelle quali Barbato ottenne le sue vittorie), combattute, in
diverse fasi, tra il 343 e il 290 a.C. contro un gruppo di comunità che
risiedevano sulle montagne dell’Italia meridionale; si trattava di comunità
di sanniti, che erano certo meno rozzi e primitivi di quanto piacesse
raffigurarli ai romani, ma indubbiamente meno urbanizzati di quelli che
abitavano in altre regioni della penisola. Entrambe queste «guerre» sono
costruzioni in certo modo artificiali, in cui vengono isolati due particolari
nemici, e il loro nome viene usato per conferire una precisa determinazione
ai ben più diffusi ed endemici conflitti dell’epoca, a partire da un punto di
vista decisamente romanocentrico (nessun sannita combatté mai una
«guerra sannitica»). Detto questo, non c’è dubbio che essi rivelino alcuni
importanti cambiamenti.
Secondo la versione tradizionale, la guerra latina fu provocata da una
rivolta dei latini contro la supremazia esercitata dai romani nella regione.
Fu un conflitto di natura locale, ma ebbe una portata considerevole, anzi
rivoluzionaria, per gli accordi stabiliti alla sua conclusione tra i romani e
alcune comunità latine. Infatti si concedeva la cittadinanza romana a un
vasto numero di sconfitti, in parecchie città disseminate in tutta l’Italia
centrale, in una proporzione che superava di gran lunga il precedente
stabilito a Veio. Che fosse un gesto di generosità, come affermavano molti
scrittori romani, o un meccanismo di oppressione, come potrebbero avere
giudicato coloro che si ritrovavano imposta la cittadinanza romana, si trattò
comunque di un passo decisivo nella trasformazione di ciò che voleva dire
essere «romano». E determinò, come vedremo fra poco, radicali
cambiamenti nella struttura del potere.
Una cinquantina d’anni dopo, i lunghi decenni delle guerre sannitiche si
conclusero con più della metà della penisola italiana sottomessa a Roma in
varie forme, dai trattati di «amicizia» al controllo diretto. Gli scrittori
romani descrissero queste guerre presentandole come il conflitto tra due
stati per il predominio sull’Italia. Certamente non furono questo, ma le
nuove dimensioni del conflitto stabilirono il parametro per il futuro. Nella
battaglia di Sentino i romani dovettero affrontare un vasto raggruppamento
di nemici (alleanza è un termine probabilmente troppo formale): oltre ai
sanniti, gli etruschi e i galli giunti dal Nord della penisola. Il numero dei
combattenti sembra avere attirato l’attenzione di Duride di Samo, il quale
forniva l’implausibile cifra di centomila caduti tra i sanniti e i loro alleati.
Gli autori romani la consideravano una vittoria particolarmente eroica e
gloriosa. Divenne persino, due secoli più tardi, il tema di una sciovinistica
tragedia romana, con un coro tragico di soldati e il sacrificio della propria
vita da parte di un comandante romano per assicurare il successo del suo
esercito. Ma anch’essi discussero, esattamente come gli storici moderni,
sulla reale dimensione di questa gigantesca battaglia. Livio non aveva
tempo da perdere con le cifre di Duride o con quelle ancora più esagerate
incontrate nelle sue ricerche. È impossibile accertare se la cifra di sedicimila
uomini per l’esercito romano (più altrettanti alleati), da lui fornita, sia
corretta. Ma una cosa è certa: questo, dal punto di vista militare, era un
mondo ormai diverso da quello delle piccole schermaglie del V secolo a.C.
È un mondo sul quale possiamo aprire una finestra grazie a una
straordinaria scoperta fatta durante gli scavi condotti negli anni Settanta
dell’Ottocento in un’area che all’epoca doveva rappresentare l’estrema
propaggine dell’antica Roma: un affascinante frammento di pittura
proveniente da una tomba, da datare probabilmente all’inizio del III secolo
a.C. Originariamente doveva essere ben più estesa e coprire un’intera
parete: è suddivisa in una serie di registri sovrapposti, che si ritiene
raffigurino episodi di questi conflitti tra Roma e i sanniti. Se questa
interpretazione è corretta, si tratterebbe della prima pittura, nella storia
dell’arte occidentale, che raffigura una concreta e identificabile campagna
militare (a meno che una scena di combattimento piuttosto generica,
dipinta in una tomba dell’Italia meridionale, sia in realtà, come hanno
ottimisticamente sostenuto alcuni archeologi, un’orgogliosa
rappresentazione della vittoria sannita alle Forche Caudine; si veda la tavola
6).
L’interpretazione di questa pittura parietale è molto controversa; oggi
appare purtroppo estremamente erosa, ma le linee essenziali del disegno
sono chiare. Il registro più basso raffigura un combattimento corpo a corpo
in cui campeggia un uomo con un elaborato elmo, che sfonda nel registro
superiore; in alto a sinistra è ancora visibile un imponente muro merlato. Le
due scene meglio conservate mostrano entrambe un uomo con una corta
toga che tiene in mano una lancia. Uno di essi (e forse entrambi) è
identificato come «Q. Fabius», probabilmente quel Quinto Fabio Massimo
Rulliano che fu ufficiale comandante a Sentino e diede a Barbato il compito
prestigioso (l’unico a noi noto) di «far avanzare le riserve dalle retrovie».
Qui, a quanto sembra, è raffigurato (con un seguito di accompagnatori
rappresentati in proporzioni nettamente più piccole) mentre discute con un
certo «Fannius», un guerriero privo di armi, ma in abito militare, con tanto
di pesanti schinieri e, in un caso, con un elmo piumato, il quale stende la
propria mano destra, vuota. Si tratta del sannita Fannius, che si arrende a
un rappresentante della gens togata (già qui, nel III secolo a.C., raffigurata
proprio in questo modo?).
Osservati in queste semplici e stilizzate immagini, i romani non
sembrano in grado di sostenere un confronto con Alessandro Magno. Ma
proprio questa è la domanda che solleva Livio nella lunga digressione che
inserisce subito dopo il racconto dello straordinario recupero operato dai
romani a seguito dell’umiliazione delle Forche Caudine. Non gli sfuggì che
le guerre sannitiche si svolsero in Italia più o meno nello stesso periodo in
cui il re macedone era impegnato nelle sue campagne in Oriente. All’epoca
di Livio, i generali romani avevano già da tempo cercato di emulare
Alessandro. Avevano imitato il suo caratteristico taglio di capelli, si erano
proclamati «Magno», e tanto Giulio Cesare quanto Augusto, il primo
imperatore, avevano compiuto un pellegrinaggio alla tomba di Alessandro
in Egitto; Augusto, così si diceva, aveva accidentalmente rotto il naso della
mummia mentre le rendeva omaggio. Perciò non sorprende che Livio abbia
posto una questione di classico genere controfattuale: chi avrebbe vinto se
Alessandro avesse diretto il proprio esercito a occidente e attaccato i
romani anziché i persiani?
Alessandro, ammette Livio, fu un grande generale, benché non privo di
difetti, come, tra gli altri, la smodatezza nel bere. Ma i romani avevano il
vantaggio di non dipendere da un unico capo carismatico. La loro catena di
comando si articolava in profondità ed era sostenuta da una straordinaria
disciplina militare. Inoltre, continua Livio, potevano contare su un numero
ben maggiore di truppe ben addestrate e, grazie alle alleanze stipulate in
tutta Italia, ottenere rinforzi praticamente a volontà. In poche parole, la
risposta di Livio è questa: se avessero dovuto affrontarlo, i romani
avrebbero battuto Alessandro.
Espansione, soldati e cittadini
Pur se in modo tortuoso, Livio, che talvolta appare piuttosto lento e
laborioso nelle sue analisi, offre una puntuale risposta a due essenziali
domande: che cosa rese, in questo periodo, gli eserciti romani così vincenti,
e com’è riuscita Roma a estendere tanto rapidamente il proprio controllo su
gran parte dell’Italia? Questo è uno dei rari casi in cui Livio scava al di sotto
della superficie del racconto, per mettere in luce fattori sociali e strutturali,
dall’organizzazione del comando romano alle risorse umane su cui Roma
poteva contare. Può essere utile spingere innanzi il ragionamento di Livio,
per riflettere più a fondo, e in retrospettiva, sui momenti formativi
dell’impero romano.
Due fatti sono chiari, che smentiscono alcuni fuorvianti miti moderni
sulla potenza e sul «carattere» dei romani. In primo luogo, essi non erano
per natura più bellicosi dei loro vicini e contemporanei, proprio come non
erano per natura più bravi di loro nel costruire strade e ponti. È vero che la
cultura romana attribuiva un valore altissimo (e, per noi, piuttosto difficile
da accettare) al successo in battaglia. Coraggio, audacia e brutale violenza
in combattimento erano ripetutamente celebrati: a partire dal generale
vittorioso che sfilava per le strade acclamato dalla folla nella sua trionfale
processione fino ai semplici soldati che esibivano le cicatrici delle ferite
riportate in battaglia nella speranza di dare maggior peso alle loro posizioni
durante i dibattiti politici. Verso la metà del IV secolo a.C. la base della
tribuna per gli oratori che si trovava nel Foro fu decorata con gli arieti
bronzei delle navi da guerra nemiche catturate dalla città di Anzio durante
la guerra latina, a simboleggiare il fondamento militare della potenza
politica romana. Rostra, il termine latino per «arieti», divenne il nome della
tribuna ed è stato ereditato da gran parte delle lingue europee (it. rostro,
ingl. rostrum).
Sarebbe però ingenuo immaginarsi che le altre popolazioni dell’Italia
fossero sostanzialmente diverse. Erano gruppi molto eterogenei, ben più
diversificati (per lingua, cultura e organizzazione politica) di quanto faccia
pensare la definizione di «italici». Comunque, sulla base di quel poco che
sappiamo della maggior parte di essi – dall’equipaggiamento militare
trovato nelle loro tombe o dagli occasionali riferimenti letterari ai loro
bottini di guerra, ai loro sistemi di combattimento e alle loro atrocità –,
risultano altrettanto militarizzati dei romani e probabilmente anche
altrettanto avidi di guadagno. Era un mondo di endemica violenza, in cui le
schermaglie con i vicini si ripetevano di anno in anno, i saccheggi
rappresentavano una significativa fonte di guadagno per tutti e la maggior
parte delle controversie era risolta con la forza. L’ambivalenza semantica
della parola latina hostis coglie perfettamente il confondersi della
distinzione tra «straniero» e «nemico». Lo stesso vale per l’espressione
latina che traduciamo di solito «in patria e all’estero»: domi militiaeque, in
cui il termine reso «all’estero» significa in realtà «in campagna militare».
Essere fuori dal territorio della propria patria significava sempre (almeno
potenzialmente) essere in guerra.
In secondo luogo, i romani non pianificarono la conquista e il controllo
dell’Italia. Nessuna cricca romana si riunì, in qualche momento del IV
secolo a.C., davanti a una mappa per progettare una conquista nel senso
territoriale che associamo agli stati-nazione imperialisti dell’Ottocento e del
Novecento. Innanzitutto, per quanto banale possa sembrare, non avevano
mappe. Che cosa questo significhi per il modo in cui i romani, o qualsiasi
altro popolo «precartografico», hanno concepito il mondo che li circondava,
o quello al di là del proprio orizzonte, rimane uno dei grandi misteri della
storia. Ho ripetutamente parlato dell’espansione della potenza romana
attraverso la penisola italiana, ma non sappiamo quanti (o, per essere più
realistici, quanto pochi) romani a quest’epoca concepissero la propria patria
come parte di una penisola, in modo sostanzialmente simile a noi. Una
versione ancora rudimentale di tale concezione si riflette probabilmente in
alcune testimonianze letterarie del II secolo a.C., le quali parlano
dell’Adriatico come del Mare Superiore e del Tirreno come Mare Inferiore;
si osservi tuttavia che l’asse d’orientamento è diverso dal nostro, essendo
quello Est-Ovest anziché quello Nord-Sud.
I romani di quest’epoca consideravano la propria espansione nei termini
di un mutamento nelle relazioni con altri popoli piuttosto che in quelli di
un controllo del territorio. Certo, la crescente potenza di Roma trasformò in
modo radicale il paesaggio italiano. E non c’era nulla che potesse stimolare
questa trasformazione più profondamente di una nuova strada romana che
si allungava attraverso campi deserti, o dell’annessione e distribuzione di
terre a nuovi coloni. È comodo e conveniente misurare la potenza romana in
Italia sulla base dell’area geografica dominata. Ma il dominio romano si
esercitava innanzitutto sulle persone, non sui luoghi. Come Livio vide
perfettamente, le relazioni stabilite dai romani con queste popolazioni
furono la chiave per l’impulso della prima espansione.
A tutti coloro che venivano sottomessi i romani imponevano un solo
dovere: fornire truppe all’esercito. In effetti, per la maggior parte delle
comunità sconfitte da Roma e accolte, o costrette, in una qualche forma di
«alleanza», l’unico obbligo di lungo termine sembra essere stato quello di
fornire un certo numero di soldati e provvedere al loro mantenimento.
Queste popolazioni non erano sottoposte ad altre forme di dominio: non
c’erano forze di occupazione romane né governi imposti dai romani. Non
possiamo sapere perché venne scelto tale sistema di controllo, ma è
improbabile che fosse l’esito di un calcolo strategico particolarmente
meditato. Era un’imposizione che dimostrava in modo adeguato il dominio
di Roma, ma che richiedeva pochi uomini e poche strutture amministrative
per la sua gestione. Le truppe fornite dagli alleati erano arruolate,
equipaggiate e in parte anche comandate da loro stessi. Qualsiasi altra
forma di tassazione sarebbe stata per i romani ben più difficile e faticosa da
imporre; e il controllo diretto delle popolazioni sconfitte ancora di più.
Il risultato finale può essere stato certamente inatteso, ma fu di enorme
importanza. Infatti, questo sistema di alleanze divenne un efficace
strumento per integrare i nemici sconfitti nella sempre più possente
macchina militare di Roma; allo stesso tempo, offriva agli alleati una
vantaggiosa partecipazione nelle imprese romane, in virtù del bottino e
della gloria che avrebbero ottenuto in caso di successo. Una volta messa in
moto questa invincibile macchina da guerra, i romani seppero renderla
autosufficiente, in un modo mai messo in atto così sistematicamente da
nessun’altra città antica. Infatti, in quest’epoca, il fattore più decisivo non
stava nella strategia, nell’equipaggiamento, nelle capacità o nel valore, bensì
nel numero di uomini che si era in grado di schierare. Alla fine del IV
secolo a.C. i romani avevano a propria disposizione quasi mezzo milione di
soldati (si confronti questa cifra con i circa cinquantamila uomini su cui
poteva contare Alessandro Magno nelle sue campagne orientali, o con i
forse centomila persiani che invasero la Grecia nel 481 a.C.). Questo li
rendeva praticamente invincibili in Italia: potevano perdere una battaglia,
ma non una guerra. Come disse un poeta romano negli anni Trenta del I
secolo a.C.: «Il popolo romano è stato spesso battuto e schiacciato in molte
battaglie, ma mai in una guerra decisiva».
Il modo in cui i romani definivano le proprie relazioni con le varie
popolazioni italiche ebbe anche altre conseguenze di vasta portata. Gli
«alleati», il cui unico obbligo era fornire soldati, erano certamente la
categoria più numerosa, ma non l’unica. Ad alcune comunità dell’Italia
centrale i romani concessero la cittadinanza romana. Talvolta ciò
comportava i pieni diritti e privilegi del cittadino romano, compreso il
diritto di votare o candidarsi alle elezioni, pur rimanendo cittadino di una
comunità locale. In altri casi si limitava alla concessione di una forma più
limitata di diritti, alla quale venne dato il nome di civitas sine suffragio,
«cittadinanza senza voto». Erano sottoposte a questa formula popolazioni
che vivevano nei territori conquistati in insediamenti chiamati colonie
(coloniae). Nonostante il nome, questi insediamenti non avevano nulla in
comune con le colonie nel senso moderno del termine, e si trattava
piuttosto di città nuove (o ingrandite) abitate da una popolazione mista di
residenti locali e coloni provenienti da Roma. Pochi di loro godevano della
piena cittadinanza romana. La maggior parte era sottoposta al cosiddetto
«diritto latino». Quest’ultimo non corrispondeva a una cittadinanza vera e
propria, ma era costituito da una serie di diritti che si ritenevano essere stati
condivisi dalle città latine fin da tempi immemorabili, e in seguito
formalmente definiti come diritto di matrimonio con romani, diritto di
stipulare contratti, diritto di libero movimento e così via. Era una posizione
intermedia tra quella di cittadino a pieno titolo e quella di hostis,
«straniero».
Ancora una volta, è difficile sapere come sia nato questo complesso
meccanismo. Gli autori romani del I secolo a.C., seguiti dai moderni
studiosi di diritto, lo consideravano di solito parte di un sistema
estremamente specializzato e scrupolosamente calibrato di diritti e
responsabilità civiche. Ma questo è per certo il frutto di una più recente
razionalizzazione giuridica. È davvero inverosimile che gli uomini del IV
secolo a.C. si siano fermati a discutere le precise conseguenze della civitas
sine suffragio o quali specifici privilegi si dovessero accordare a una colonia
«latina». Molto più probabilmente, improvvisarono le nuove relazioni che
instauravano con i diversi popoli del mondo esterno usando, e adattando, i
loro concetti, ancora rudimentali, di cittadinanza e di appartenenza etnica.
Le conseguenze, però, furono ancora una volta rivoluzionarie.
Estendendo la cittadinanza a popolazioni che non avevano connessioni
territoriali dirette con la città di Roma, i romani spezzarono e superarono il
vincolo, dato per scontato da quasi tutte le civiltà del mondo antico, tra la
cittadinanza e una singola città. In modo sistematico e senza precedenti,
resero possibile non soltanto diventare romani, ma anche essere cittadini di
due luoghi allo stesso tempo: la propria città natale e Roma. Inoltre,
fondando nuove colonie latine in tutta Italia, ridefinirono lo stesso termine
latino, che non indicò più un’identità etnica ma uno status politico non
connesso alla razza o alla geografia. Si creò così un modello di cittadinanza
e «appartenenza» di enorme importanza per la concezione romana del
governo, dei diritti politici, dell’identità etnica e dell’idea di «nazionalità».
Questo modello fu ben presto esteso oltremare e divenne il fondamento
dell’impero romano.
Cause e spiegazioni
Il simbolo più concreto e palpabile delle mutate relazioni di Roma con il
mondo esterno nel IV secolo a.C. è rappresentato dalle imponenti mura con
cui fu circondata la città dopo la partenza dei galli, che avevano un
perimetro di undici chilometri e, in certi punti, uno spessore di quattro
metri. La loro costruzione fu un progetto monumentale (per il quale
occorsero oltre cinque milioni di ore lavorative, secondo un calcolo recente)
e un orgoglioso simbolo della preminenza di Roma e della sua posizione
nel mondo. Fu senza dubbio in questo periodo, come affermano
unanimemente storici antichi e moderni, che iniziò l’espansione di Roma
oltre il territorio a essa immediatamente limitrofo. Né vi sono dubbi sul
fatto che l’espansione, una volta iniziata, fu sostenuta soprattutto con le
risorse di uomini garantite dalle alleanze che Roma stipulava dopo avere
ottenuto la vittoria.
Ma è molto difficile individuare la causa che ha messo in moto il
mutamento. Che cosa accadde all’inizio del IV secolo a.C. per dare avvio a
questa nuova fase di iniziativa militare romana? Nessun autore antico si
azzarda a dare una risposta, a parte l’improbabile idea che nei romani stessi
era stato impiantato il seme del dominio mondiale. Forse l’invasione dei
galli produsse nei romani la determinazione a non lasciar mai più ripetere
una simile catastrofe, spingendoli a prendere l’iniziativa anziché rimanere
costretti sulla difensiva. Forse furono sufficienti un paio di fortunate
vittorie negli endemici conflitti che caratterizzavano la regione, e il numero
maggiore di uomini garantito dalle alleanze stipulate dopo tali vittorie, a
dare la scintilla al processo di espansione. Quale che sia la causa effettiva,
appare probabile che i drammatici mutamenti nella vita politica interna
abbiano avuto un ruolo tutt’altro che insignificante.
Finora, nell’esame di questo periodo, ho trattato separatamente la storia
interna di Roma e quella della sua espansione. Ciò permette di presentare
un quadro più chiaro, ma rischia di oscurare l'influenza che ebbe la politica
interna sulle relazioni esterne, e viceversa. Nel 367 a.C. il conflitto delle
classi aveva ormai prodotto qualcosa di ben più profondo e significativo che
la fine della discriminazione politica nei confronti dei plebei. Aveva
sostituito una classe di governo definita dalla nascita con un’altra, definita
dalla ricchezza e dai risultati ottenuti. Qui ritroviamo, almeno in parte,
anche un elemento essenziale dell’epitaffio di Barbato: nonostante la
famiglia degli Scipioni fosse patrizia, ciò che conta sono le cariche rivestite,
le qualità personali dimostrate e le battaglie vinte. Nessuna impresa era più
visibile e celebrata della vittoria in battaglia, e il desiderio di gloria della
nuova élite fu certamente un fattore decisivo nell’intensificazione
dell’attività militare e nell’incitamento alla guerra.
Allo stesso modo, furono il dominio su popolazioni sempre più distanti e
le esigenze di un esercito conquistatore a suscitare gran parte delle
innovazioni che rivoluzionarono la vita della stessa Roma. Un esempio
illuminante ci è fornito dalla monetazione. Fin dai primi tempi della sua
storia, Roma aveva elaborato un sistema standard per determinare il valore
monetario mediante il peso del metallo: questo risulta evidente dalle Dodici
Tavole, che stabiliscono l’entità della pena in unità bronzee. Ma una vera e
propria monetazione non si ebbe sino alla fine del IV secolo a.C., quando
vennero emesse per la prima volta delle monete «romane», nell’Italia
meridionale, probabilmente per pagare le spese di guerra o la costruzione
di strade.
In termini più generali, se ci domandassimo che cosa ha trasformato il
mondo relativamente semplice delle Dodici Tavole nel mondo relativamente
complesso del 300 a.C., il fattore più decisivo sarebbero senza dubbio le
dimensioni del dominio romano e le esigenze organizzative di una guerra
condotta su vasta scala. I problemi logistici del trasporto, del rifornimento e
dell’equipaggiamento per una campagna militare di sedicimila soldati
romani (per attenerci alle cifre liviane), più gli alleati, richiedevano
un’infrastruttura assolutamente impensabile nella metà del V secolo a.C.
Anche se, parlando delle iniziative romane nel V secolo a.C., ho cercato di
evitare termini troppo modernizzanti come alleanza e trattato, alla fine del
secolo seguente la rete dei rapporti romani in tutta la penisola italiana e le
diverse forme di tali rapporti con le varie comunità rendono meno
inappropriato l’uso di questi termini. L’espansione militare di Roma
determinò lo sviluppo e il raffinamento delle sue strutture organizzative.
La tomba di famiglia di Scipione Barbato oggi ci appare grandiosamente
arcaica e – con la sua ruvida pietra locale, la decorazione ancora piuttosto
rozza e le grafie leggermente antiquate (consol al posto di consul, per
esempio) – può essere sembrata altrettanto pittoresca a qualsiasi romano
l’avesse visitata nel I secolo a.C. Ma, al tempo in cui visse, Barbato faceva
parte di una nuova generazione che definì un nuovo modo di essere romano
e un nuovo posto per Roma nel mondo. I suoi discendenti si spinsero
ancora più in là, ed è a loro che ora ci dobbiamo rivolgere.
UN MONDO PIÙ VASTO
I discendenti di Scipione Barbato
Scipione Barbato costruì la sua tomba in proporzioni grandiose, e nei
successivi centocinquant’anni vi fu sepolta una trentina di suoi discendenti.
La famiglia degli Scipioni vantava alcuni dei più illustri nomi della storia
romana, ma anche la sua giusta dose di perdenti e buoni a nulla. Ci sono
giunti più o meno intatti otto epitaffi, molti dei quali commemorano
personaggi normalmente trascurati dalla storia: coloro che non erano
riusciti ad affermarsi o che erano morti troppo giovani, e le donne. «Colui
che qui si trova sepolto non è mai stato superato per virtù. Appena
ventenne, fu consegnato alla tomba – casomai vi domandaste perché non
abbia rivestito alcuna carica politica», si legge, con un tono leggermente
difensivo, su un sarcofago databile alla metà del II secolo a.C. In un altro ci
si richiama alle imprese compiute dal padre del giovane defunto: «Suo
padre sconfisse il re Antioco». Ma alcuni hanno cose ben maggiori di cui
vantarsi. L’epitaffio del figlio di Barbato proclama: «Conquistò la Corsica e
la città di Aleria e dedicò per grazia ricevuta un tempio alle Tempeste». Una
tempesta aveva quasi distrutto la sua flotta, e questa era l’offerta di
ringraziamento che aveva dedicato alle divinità responsabili della sua
fortunata salvezza.
Altri membri della famiglia potevano vantare imprese ancora più
gloriose. Nel 202 a.C. Publio Cornelio Scipione Africano, un pronipote di
Barbato, inflisse ad Annibale la sconfitta definitiva: invase il territorio
cartaginese in Nordafrica, e nella battaglia di Zama, vicino a Cartagine,
sbaragliò l’esercito di Annibale, aiutato involontariamente anche dagli
elefanti del generale cartaginese, i quali, presi dal panico, si misero a
correre calpestando i suoi stessi soldati. Scipione Africano fu sepolto nella
sua tenuta nell’Italia meridionale, e la sua tomba divenne una sorta di meta
di pellegrinaggio per i romani di epoche successive. Ma è praticamente
certo che, tra i monumenti commemorativi del mausoleo di famiglia, si
trovavano un tempo quelli di suo fratello Lucio Cornelio Scipione Asiatico,
colui che «sconfisse il re Antioco» di Siria nel 190 a.C., di suo cugino Gneo
Cornelio Scipione Ispanico, console nel 176 a.C., e di suo nipote Publio
Cornelio Scipione Emiliano. Quest’ultimo, un membro adottivo della
famiglia, invase il Nordafrica e portò a termine l’opera iniziata da Scipione
Africano: nel 146 a.C. rase al suolo l’antica città di Cartagine e vendette
come schiavi gli abitanti ancora rimasti.
Le carriere di questi uomini ci mostrano il nuovo mondo della politica e
dell’espansione romana, sviluppatosi nel corso del III e del II secolo a.C.
Sono tra i principali protagonisti, nel bene o nel male, di quella serie di
campagne militari che assicurarono alla repubblica romana il controllo su
tutto il Mediterraneo e in territori ancora più lontani. I loro nomi piuttosto
complicati rispecchiano e riassumono alla perfezione questo nuovo mondo.
Barbatus si riferisce presumibilmente all’aspetto di colui che lo portava, ed
Aemilianus al padre naturale di costui, Lucius Aemilius Paullus, ma Africanus,
Asiaticus e Hispallus (derivante dal servizio prestato dal padre in Hispania,
vale a dire in Spagna) riflettono il nuovo orizzonte della potenza romana. Si
potrebbe a ragione parafrasare Scipio Africanus «Scipione, martello
dell’Africa».
Erano tutti uomini d’arme. Ma gli Scipioni non erano soltanto questo.
Come si può facilmente comprendere osservando la statua del poeta Quinto
Ennio, esposta orgogliosamente accanto a quelle di Africano e di Asiatico,
sulla facciata della tomba di famiglia, gli Scipioni furono protagonisti anche
della rivoluzione letteraria romana, patrocinatori e sostenitori della prima
generazione di autori latini. Non era certo un caso. Le origini della
letteratura romana sono infatti strettamente legate all’espansione oltremare
di Roma: «Con passo alato entrò la Musa in Roma bellicosa e fiera», scrisse
un autore del II secolo a.C. La creazione dell’impero e la nascita della
letteratura sono le due facce di una stessa medaglia.
Già da secoli i romani utilizzavano la scrittura per diversi scopi:
documenti e avvisi pubblici, leggi e regolamentazioni, certificati di
proprietà scarabocchiati su cocci di ceramica. Furono i crescenti contatti con
le tradizioni del mondo greco, a partire dalla metà del III secolo a.C., la vera
scintilla per la creazione e la conservazione di una letteratura nel senso
proprio del termine. La quale nacque nell’imitazione dei predecessori greci,
e nel dialogo, nella competizione e nella rivalità con loro, in un momento
davvero rivelatore: nel 241 a.C., proprio mentre i soldati e i marinai romani
stavano per vincere la loro prima guerra oltremare, nella Sicilia di cultura
greca, a Roma un uomo chiamato Livio Andronico si impegnava a adattare
in latino, da un originale greco, la prima tragedia rappresentata nell’Urbe,
messa in scena l’anno successivo, il 240 a.C.
Il retroterra culturale e la produzione scritta di Livio Andronico sono un
esempio tipico del mix culturale di questa prima letteratura e dei suoi
autori. Andronico produsse versioni latine non solo delle tragedie greche
ma anche dell’Odissea di Omero; era stato fatto schiavo come prigioniero di
guerra, probabilmente dalla città di Taranto, e in seguito liberato. Un
diverso background aveva invece Fabio Pittore, il senatore romano che
scrisse la prima storia di Roma: nato e cresciuto nell’Urbe, compose la sua
opera in greco (fu tradotta in latino solo in un’epoca successiva). Le prime
opere letterarie concretamente sopravvissute in forma grosso modo
completa, le ventisei commedie di Tito Maccio Plauto e Publio Terenzio
Afro, scritte tra la fine del III e l’inizio del II secolo a.C., sono versioni
accuratamente romanizzate di copioni greci, con sventurate storie d’amore
e grottesche vicende di scambi d’identità, spesso ambientate ad Atene, ma
ricche altresì di battute su toghe, bagni pubblici e parate trionfali. Anche
Terenzio, vissuto all’inizio del II secolo a.C., era ritenuto un ex schiavo,
originario di Cartagine.
Come suggerisce la statua sulla facciata della tomba, Scipione Africano
era uno dei patrocinatori di Ennio, celebre soprattutto per il suo
monumentale poema epico sulla storia di Roma, dalla fine della guerra
troiana fino ai suoi giorni, all’inizio del II secolo a.C.: anch’egli proveniente
dall’Italia meridionale, parlava fluentemente in latino, greco e nella sua
lingua madre, l’osco (cosa che ci aiuta a non dimenticare la diversità
linguistica della penisola italiana). Scipione Emiliano sfoggiava interessi
letterari ancora più profondi, tanto in latino quanto in greco. I suoi rapporti
con Terenzio erano talmente stretti che a Roma circolava la voce che fosse
lui il vero autore di alcune commedie. Il latino non era forse troppo
raffinato per un uomo come Terenzio? E tutti sapevano che Emiliano
conosceva a memoria i classici greci. Nel 146 a.C., mentre Cartagine
bruciava, un testimone oculare lo vide versare una lacrima e lo sentì recitare
un verso dell’Iliade sulla caduta di Troia e meditare che un giorno lo stesso
destino sarebbe potuto toccare a Roma. Fossero o no lacrime di coccodrillo,
le sue parole coglievano perfettamente nel segno.
29. Piatto romano del III secolo a.C. raffigurante un elefante, con una torretta da
combattimento sul dorso, accompagnato dal suo cucciolo. Quale che fosse il reale
vantaggio militare che assicuravano, gli elefanti entrarono presto nell’immaginario
popolare romano.

Quel testimone oculare era il più stretto degli amici letterati di Emiliano,
uno storico greco, residente a Roma, chiamato Polibio. Acuto e profondo
osservatore della politica romana, sia domestica che estera, con una
prospettiva unica su Roma, allo stesso tempo interna ed esterna, Polibio
occuperà un posto di primo piano nel resto di questo capitolo, perché è il
primo scrittore che abbia posto alcune delle fondamentali domande alle
quali cercheremo di rispondere. Come e perché i romani sono riusciti a
ottenere in così breve tempo la supremazia su gran parte del Mediterraneo?
Quali erano gli elementi distintivi del sistema politico romano? O, come
dice solennemente Polibio:

Chi mai, infatti, può essere tanto sciocco o pigro da non voler conoscere come
e con quale sistema di governo i romani abbiano vinto e ridotto sotto il proprio
esclusivo dominio quasi tutte le regioni della terra abitata, cosa che non
risulta essere avvenuta in precedenza?
Conquiste e conseguenze delle conquiste
I «trentacinque anni» indicati da Polibio coprono la fine del III e l’inizio del
II secolo a.C.; ma già sessant’anni prima i romani avevano dovuto affrontare
il loro primo nemico d’oltremare: Pirro, sovrano di un regno della Grecia
settentrionale, che nel 280 a.C. sbarcò in Italia in soccorso della città di
Taranto. Le vittorie contro i romani, sosteneva Pirro, gli erano costate
talmente tanti uomini che non avrebbe più potuto permettersene un’altra:
da questa celebre battuta è nata l’espressione «vittoria di Pirro», per
indicare una vittoria così dispendiosa da equivalere praticamente a una
sconfitta. La frase è senza dubbio conciliante con la versione romana dei
fatti, poiché Pirro rappresentò una minaccia molto seria per Roma.
Annibale, a quanto sembra, lo considerava il più grande condottiero
militare dopo Alessandro Magno; fu, almeno a giudicare da un ampio
numero di affettuosi aneddoti, un uomo affascinante ma anche
leggermente spaccone. Fu il primo a portare degli elefanti in Italia, e si dice
che una volta avesse cercato, benché senza successo, di spaventare un
romano che era andato a trovarlo facendo comparire improvvisamente da
una tenda una delle sue bestie. È anche il primo personaggio della storia di
Roma al quale possiamo attribuire un volto con una certa sicurezza.
Dall’invasione di Pirro al 146 a.C. – quando gli eserciti romani, al termine
della terza guerra punica (dal latino punicus, «cartaginese»), distrussero
Cartagine e, quasi simultaneamente, la ricca città greca di Corinto – Roma e
i suoi avversari furono coinvolti in guerre più o meno continue sulla
penisola italiana e oltremare. Uno storico antico individuò nell’anno «in cui
furono consoli Gaio Atilio e Tito Manlio» (235 a.C.) l’unico momento di
questo periodo nel quale non vi furono ostilità.
I conflitti più celebrati, e devastanti, furono le prime due guerre contro
Cartagine. La prima durò oltre vent’anni (dal 264 al 241 a.C.) e fu
combattuta per lo più in Sicilia e sui mari che la circondano, fatta eccezione
per una disastrosa spedizione romana in territorio cartaginese, in
Nordafrica. Si concluse con la sottomissione della Sicilia al controllo
romano, alla quale pochi anni dopo si aggiunsero la Sardegna e la Corsica,
sebbene l’epitaffio del figlio di Barbato esageri leggermente le sue imprese
nella «conquista» dell’isola. Un’eccezionale scoperta recente ha portato alla
luce dal fondo del Mediterraneo alcuni resti dell’ultima battaglia navale
combattuta fra i romani e i cartaginesi. Poco al largo della costa siciliana,
nel punto in cui si ritiene che le due flotte si siano scontrate, gli archeologi
che esplorano la zona fin dal 2004 hanno recuperato diversi rostri di bronzo
appartenenti alle navi affondate (per lo più romane, ma si è trovata anche
un’imbarcazione cartaginese), insieme ad almeno otto elmi di bronzo, uno
dei quali conserva tracce di una scritta in punico, probabilmente incisa dal
suo proprietario annegato, e numerose anfore che dovevano contenere i
rifornimenti delle navi (si veda la tavola 8).
30. Questo ritratto di Pirro, scolpito più di due secoli dopo la sua morte e proveniente da
una lussuosa villa appena fuori Ercolano, riproduce probabilmente un’immagine
realizzata quando era ancora vivo. Ci sono numerosi «ritratti» più antichi di romani o di
loro nemici, ma nessuno di essi può essere riferito con certezza a un preciso personaggio
storico. Questo è il primo caso in cui vediamo il vero volto di un protagonista della storia
romana.

La seconda guerra punica, che si protrasse dal 218 al 201 a.C., ebbe una
dimensione geografica ben più vasta. È oggi ricordata soprattutto per
l’eroica disfatta di Annibale, che attraversò le Alpi con i suoi elefanti (più
una mossa propagandistica che un vero vantaggio militare) e inflisse
durissime perdite ai romani in Italia sconfiggendoli in ripetute battaglie, la
più catastrofica delle quali fu quella di Canne, nel 216 a.C. Soltanto dopo
oltre un decennio di inconcludente guerriglia, il governo cartaginese,
sempre più dubbioso sull’utilità dell’impresa e ora minacciato dall’esercito
invasore di Scipione Africano, si decise a richiamare Annibale a Cartagine.
Non fu però semplicemente una guerra italiana e nordafricana. Era iniziata
con uno scontro fra romani e cartaginesi in Spagna, il che spiega le continue
guerre che Roma vi dovette sostenere per quasi tutto il II secolo a.C. Inoltre,
la possibilità che Annibale ricevesse aiuto dalla Macedonia spinse i romani
in una serie di scontri nella Grecia settentrionale, che si conclusero con la
sconfitta del re macedone Perseo nel 168 a.C. per opera di Emilio Paolo, il
padre naturale di Scipione Emiliano, e poco dopo con la sottomissione di
tutta la penisola greca al controllo romano.
Come se non bastasse, negli anni Venti del III secolo a.C. i romani si
impegnarono anche in una serie di intensi conflitti con i galli nell’Italia
settentrionale. Fecero altresì periodiche incursioni al di là dell’Adriatico, in
parte per risolvere il problema dei cosiddetti «pirati» (un termine con cui si
indicava qualsiasi «nemico a bordo di navi»), i quali erano sostenuti dalle
tribù e dai regni disseminati sulla costa opposta all’Italia, o almeno così si
diceva. E nel 190 a.C., al comando di Scipione Asiatico, i romani inflissero
una sconfitta decisiva al re di Siria Antioco «il Grande», il quale non
soltanto si ispirava al modello di Alessandro Magno e cercava di estendere
conseguentemente il suo regno, ma aveva addirittura dato ospitalità ad
Annibale, che, esiliato da Cartagine, si riteneva fornisse al re preziosissimi
consigli su come affrontare i romani.
Le campagne militari erano un elemento caratteristico della vita romana,
e gli autori romani, proprio come ho fatto anch’io, articolarono il racconto
della storia di questo periodo seguendo la successione delle guerre, alle
quali diedero nomi brevi e concisi (spesso utilizzati ancora oggi). Quando
Sallustio intitolò il proprio saggio sulla congiura di Catilina Bellum Catilinae
(La guerra contro Catilina), non faceva che riflettere, forse con un leggero
tono di parodia, la tradizione romana, che concepiva la guerra come il
principio strutturante della storia. Era una tradizione dalle origini molto
antiche. Del poema epico di Ennio sulla storia di Roma ci è rimasto un
frammento nel quale si fa esplicito riferimento alla «seconda guerra
punica», a cui l’autore aveva preso parte come alleato romano; il poema fu
scritto ancor prima che scoppiasse la terza guerra punica.
I romani destinavano un’enorme quantità di risorse alla guerra e, anche
da vincitori, pagavano un alto tributo in vite umane. Nel corso di questo
periodo, tra il 10 e il 25 per cento della popolazione adulta di sesso maschile
prestò servizio nell’esercito ogni anno, una proporzione nettamente
maggiore di quella di qualsiasi stato dell’epoca preindustriale e grosso
modo confrontabile con il tasso di leva della prima guerra mondiale. A
Canne combatté un numero di legioni doppio rispetto a quello che aveva
combattuto nella battaglia di Sentino, appena ottant’anni prima: un preciso
indizio della dimensione crescente di questi conflitti e della sempre più
complessa ed elaborata logistica per l’equipaggiamento, il rifornimento e il
trasporto. Un esercito come quello schierato dai romani e dai loro alleati a
Canne, per esempio, aveva bisogno di almeno cento tonnellate di grano al
giorno. I rapporti con le comunità locali che ciò implicava, il movimento di
centinaia di animali da soma, i quali complicavano ulteriormente le cose
consumando necessariamente una parte di quel che trasportavano, e le
difficoltà di raccolta e distribuzione sarebbero stati inconcepibili all’inizio
del secolo.
31. La disastrosa spedizione romana in Nordafrica durante la prima guerra punica fu
rivestita di un tratto eroico con la storia di Marco Attilio Regolo. Dopo la sconfitta subita
dai romani nel 255 a.C., i cartaginesi gli permisero di rientrare in patria per negoziare una
tregua, a patto che facesse ritorno a Cartagine. A Roma, Regolo esortò i suoi concittadini a
non stipulare alcun trattato di pace; poi, fedele alla sua promessa di romano, fece ritorno a
Cartagine per affrontare la morte. Questo dipinto del XIX secolo raffigura la sua partenza
da Roma, nonostante i disperati appelli della sua famiglia.

È difficile stabilire l’entità delle perdite: non esistevano conteggi


sistematici dei caduti sui campi di battaglia; e le cifre fornite dai testi
antichi devono essere considerate con estrema cautela, data la possibilità di
esagerazioni, fraintendimenti e di gravi errori di copiatura da parte dei
monaci medievali. Ciononostante, il novero complessivo delle perdite
romane indicato da Livio per tutte le battaglie combattute nei primi
trent’anni del II secolo a.C. (escludendo quindi le spaventose perdite subite
negli scontri contro Annibale) ammonta a poco più di cinquantacinquemila
uomini: una cifra troppo bassa. C’era probabilmente la tendenza patriottica
a diminuire l’entità delle perdite romane; non è chiaro se, oltre ai cittadini
romani, sono inclusi anche gli alleati; ed è alquanto probabile che alcune
battaglie e schermaglie non siano state registrate nell’elenco di Livio.
Infine, il numero di chi moriva soltanto in seguito per le ferite riportate in
battaglia deve essere stato estremamente alto (in generale, le armi antiche
ferivano più che uccidere sul colpo; la morte sopraggiungeva in seguito, di
solito per infezione). Ma ci fornisce un indizio sul costo umano di questa
guerra esclusivamente per i romani. Il prezzo pagato dagli sconfitti è ancora
più difficile da stabilire, ma fu probabilmente ancora maggiore.
Bisogna però guardare al di là di questa carneficina, per quanto
spaventosa possa essere stata, e indagare più a fondo la realtà e
l’organizzazione della guerra ed esaminare gli sviluppi della politica interna
che sta alla base dell’espansione romana, come pure le ambizioni romane e
il più ampio quadro geopolitico dell’antico Mediterraneo, che può averla
favorita. Polibio è la nostra guida più importante, ma possediamo altre
interessanti testimonianze coeve (spesso iscrizioni su pietra) che ci
consentono di delineare, almeno in parte, i rapporti tra i romani e il mondo
esterno. Ci sono giunte testimonianze che descrivono di prima mano lo
sbigottimento provato dagli inviati di piccole città greche al loro arrivo a
Roma; e possiamo ancora leggere i testi dei trattati stipulati tra i romani e
gli stati esteri. Il frammento più antico, datato al 212 a.C., fa parte di un
accordo ben più ampio tra Roma e un gruppo di città greche, e stabilisce
delle regole precise per la spartizione dei bottini di guerra: in sostanza, città
e case ai greci e beni mobili ai romani.
I successi militari d’oltremare ebbero importanti conseguenze anche per
la stessa Roma. La rivoluzione letteraria è soltanto una di esse. Alla metà
del II secolo a.C. i profitti di guerra avevano reso la popolazione dell’Urbe
la più ricca del mondo allora conosciuto. Migliaia e migliaia di prigionieri di
guerra fornivano la manodopera schiavizzata costretta a lavorare nei campi,
nelle miniere e negli opifici romani, che sfruttavano risorse su una scala
senza precedenti e alimentavano la produzione e la crescita economica
romana. Montagne di lingotti di metallo prezioso, presi (o rubati) alle ricche
città e ai regni d’Oriente, si riversarono nei ben protetti forzieri del tempio
di Saturno nel Foro, che aveva la funzione di «tesoro» (Aerarium) di stato. E
ne restava ancora abbastanza per riempire le tasche dei militari, dai grandi
generali fino al soldato semplice.
I romani avevano abbondanti motivi per festeggiare. Parte di questa
enorme ricchezza venne utilizzata per creare nuove infrastrutture
pubbliche e monumenti civici: dalle installazioni portuali e i giganteschi
magazzini sul Tevere ai nuovi templi eretti per celebrare l’aiuto degli dèi, i
quali avevano garantito le vittorie che avevano portato tale ricchezza. Ed è
facile immaginare le manifestazioni di gioia che si diffusero quando, nel 167
a.C., Roma divenne una città esentata dalle tasse: il tesoro traboccava
(grazie, in particolare, al bottino che aveva fruttato la recente vittoria sui
macedoni) al punto che si poté sospendere la tassazione diretta dei cittadini
romani tranne che in casi di emergenza, sebbene restassero sottoposti a
una serie di altre imposte, come i dazi doganali o una tassa speciale sulla
liberazione o «manomissione» degli schiavi.
Ma questi mutamenti avevano anche ripercussioni destabilizzanti. Non si
trattava soltanto della preoccupazione di qualche stizzoso moralista per i
pericolosi effetti di tutta questa ricchezza e di questo «lusso» (come allora si
diceva). L’espansione della potenza romana suscitò intensi dibattiti e
paradossi sulla posizione di Roma nel mondo, su cosa significasse il
termine romano ora che gran parte del Mediterraneo era sottomessa al
controllo di Roma, su dove passasse il confine tra barbarie e civiltà, e su
quale lato di questo confine si trovasse Roma. Quando, per esempio, alla
fine del III secolo a.C., le autorità accolsero la divinità della Grande Madre
adorata sugli altipiani dell’odierna Turchia e la fecero insediare in un
tempio a lei dedicato sul Palatino, con il suo seguito di sacerdoti castrati,
autoflagellanti e dai lunghi capelli, quanto c’era di veramente romano in
tutto questo?
Le vittorie, in altre parole, recavano con sé una serie di problemi e
paradossi. Ma la stessa definizione di «vittoria», e di «sconfitta», può essere
incerta. Tale incertezza appare in modo particolarmente chiaro nella storia
della battaglia di Canne. Se, da un lato, essa ci offre un’immagine della
strategia, delle tattiche e del concreto svolgimento delle battaglie antiche,
dall’altro, agli occhi di Polibio (e forse anche a quelli di Annibale), sollevava
la domanda se proprio la più celebre sconfitta subita da Roma non fosse in
qualche modo la più decisiva prova della sua potenza.
Canne e il volto sfuggente delle battaglie antiche
Nel 216 a.C. le autorità romane eseguirono un rito che Livio definisce
«assolutamente non romano». Seppellirono vive nel centro della città due
coppie di vittime umane, due greci e due galli. Fu la cosa più vicina ai
sacrifici umani cui i romani mai ricorsero, e l’imbarazzo di Livio nel
raccontare l’episodio è evidente. Ma non fu l’unica volta che vi fecero
ricorso: lo stesso rito era stato eseguito nel 228 a.C. in seguito a
un’invasione gallica dal Nord, e ancora nel 113, quando si era profilata una
nuova minaccia di invasione. Nel 216 a.C. l’esecuzione del rito fu
determinata dalla vittoria di Annibale a Canne, trecento chilometri a sud-
est di Roma, che, in un solo pomeriggio di scontri, aveva causato spaventose
perdite tra i romani (le stime oscillano fra quarantamila e settantamila, vale
a dire circa cento morti al minuto). Innumerevoli enigmi avvolgono
l’esecuzione di questo rito brutale. Perché sono state scelte vittime di
origine gallica e greca? C’è forse un rapporto, e quale, con l’analogo
seppellimento che subivano le vergini vestali colpevoli di avere violato il
loro voto di castità (cosa che pure avvenne nel 216 e nel 113 a.C.)? In ogni
caso, il sacrificio dimostra chiaramente il terrore e il panico che si diffusero
a Roma dopo la schiacciante vittoria di Annibale.
La battaglia di Canne, e l’intera storia della seconda guerra punica,
hanno sempre attirato l’attenzione di generali, esperti e storici. Forse
nessun’altra guerra è stata pensata e ripensata in così tanti studi e ricerche,
o scrupolosamente analizzata dagli strateghi militari del mondo moderno,
da Napoleone Bonaparte al feldmaresciallo Montgomery e a Norman
Schwarzkopf. Le cause che l’hanno scatenata restano ancora avvolte
nell’incertezza, che nessuna acuta ricostruzione o ardita ipotesi è riuscita a
dissolvere. A posteriori, per i romani divenne un altro scontro tra
superpotenze, degno di essere celebrato da poemi epici. L’Eneide di Virgilio
gli attribuisce addirittura un’origine mitica nella preistoria romana, quando
la regina cartaginese Didone, abbandonata dal suo amante Enea (ripartito
per quel viaggio che lo avrebbe portato a fondare Roma), si era suicidata
gettandosi su una pira funeraria e maledicendo lui e tutta la sua stirpe. In
realtà, è molto difficile individuare gli autentici obiettivi delle parti in
campo. Cartagine, grazie alla sua eccezionale posizione sulla costa
nordafricana, con gigantesche infrastrutture portuali e un’estensione
urbana maggiore di quella della Roma di allora, aveva vasti interessi
commerciali nel Mediterraneo occidentale e potrebbe avere avuto valide
ragioni per diffidare della crescente potenza della sua rivale. Gli autori
antichi e moderni hanno sottolineato, in diversi modi e gradi, le
provocazioni romane nei confronti di Annibale in Spagna e il rancore del
generale nemico nei confronti di Roma per la sconfitta nella prima guerra
punica. Secondo la stima più recente, ci sono più di trenta versioni diverse
sulle «vere» cause del conflitto.
Le scelte strategiche dei romani e dei cartaginesi sono state considerate
da molti studiosi particolarmente interessanti e rivelatrici. Per quanto
riguarda Annibale, non si tratta semplicemente dei consueti interrogativi
sulla via percorsa per far attraversare le Alpi alle sue truppe e ai suoi
elefanti, o se il sistema che avrebbe utilizzato per spaccare le rocce delle
montagne (quello di versarvi sopra dell’aceto) possa avere effettivamente
funzionato (con ogni probabilità, no). La vera questione è sempre stata
questa: perché mai, dopo la strabiliante vittoria di Canne, Annibale non
abbia proseguito la marcia per conquistare la città di Roma finché ne aveva
l’opportunità, e abbia invece lasciato ai romani il tempo per riprendersi
dalla sconfitta. Livio, nella sua rielaborazione letteraria, immagina che un
ufficiale di Annibale, chiamato Maarbale, gli abbia detto: «Tu sai vincere,
Annibale, ma non sai come sfruttare la vittoria». Montgomery è solo uno
dei tanti generali che si sono dichiarati d’accordo con Maarbale. Annibale
era un brillante soldato e un audace stratega che aveva avuto la vittoria
finale a portata di mano, ma, per qualche inspiegabile ragione (crollo
nervoso o qualche difetto caratteriale), non aveva saputo coglierla. Da qui
nasce il suo tragico fascino.
La vittoria finale dei romani evidenzia uno scontro ben più materiale e
pratico tra due diverse strategie e approcci militari: da una parte Quintus
Fabius Maximus Verrucosus Cunctator (gli ultimi tre nomi, «Massimo,
Verrucoso, Temporeggiatore», sono una tipica combinazione romana di
vanteria e realismo) e dall’altra Scipione Africano. Fabio, che prese il
comando subito prima della disfatta di Canne, evitò di affrontare Annibale
in battaglia campale e adottò una tattica attendista, che univa forme di
guerriglia e politica della terra bruciata, allo scopo di logorare l’avversario
(da qui il soprannome di «Temporeggiatore»). Secondo alcuni osservatori,
fu proprio questa astuta strategia a dare la vittoria finale ai romani.
Malgrado i suoi stretti rapporti con Scipione Africano, Ennio attribuiva a
Fabio l’onore di avere garantito la sopravvivenza di Roma: «un solo uomo ci
ha restituito lo stato temporeggiando [cunctando]». George Washington, il
«Fabio americano», com’è stato talvolta chiamato, scelse un’analoga
strategia all’inizio della guerra d’indipendenza americana, stuzzicando
piuttosto che affrontando direttamente il nemico; e persino la Fabian
Society della sinistra britannica ha adottato il suo nome e seguito il suo
esempio, per inviare questo messaggio: «Se vuoi che la rivoluzione abbia
successo, devi, proprio come Fabio, concederle tempo». Ma c’è sempre stato
chi lo ha ritenuto un indolente o un indeciso anziché un intelligente
stratega, in netto contrasto con il ben più audace Scipione Africano, che alla
fine riuscì a ottenere il comando e persuase il Senato a permettergli di
spostare la guerra in Africa e assestare qui il colpo finale ad Annibale. Per
descrivere questa riunione del Senato, Livio inscena un dibattito, in gran
parte immaginario, tra l’anziano e prudente Fabio e Scipione Africano,
l’energica stella nascente. Questo dibattito non individua semplicemente i
loro diversi atteggiamenti nei confronti della guerra, ma anche due diversi
modi di concepire la virtus romana. Virtus, «virtù» ma anche «virilità,
coraggio», significava necessariamente rapidità e vigore? Si può essere
eroici temporeggiando?
L’analisi strategica a posteriori può essere però fuorviante, specie quando
cerca di ricreare lo svolgimento di una determinata battaglia. Le discussioni
tattiche, con tutti gli splendidi schemi e diagrammi militari che
normalmente le accompagnano, offrono una versione assai addolcita della
guerra romana, avallando la nostra impressione di conoscere la realtà di
quelle battaglie ben più precisamente di quanto in effetti ne sappiamo, e
questo vale anche per una battaglia così celebre come quella di Canne.
Senza dubbio, Polibio (che potrebbe avere consultato dei testimoni oculari),
Livio e altri storici ce ne danno lunghi resoconti, che tuttavia sono
reciprocamente incompatibili in molti particolari, difficili da comprendere e
in certi casi quasi del tutto privi di senso. Non sappiamo neppure dove
esattamente abbia avuto luogo la battaglia, e le diverse localizzazioni
proposte sono soltanto il frutto del tentativo di accordare le contrastanti
informazioni degli autori antichi con la conformazione del territorio,
secondo l’aspetto che avrebbe dovuto avere a quel tempo, senza
dimenticare i mutamenti di corso del vicino fiume. Per di più, nonostante la
quasi mistica ammirazione moderna per la tattica di Annibale a Canne (che
è ancora descritta sui manuali delle accademie militari), essa non fu molto
più di un abile adattamento della strategia di accerchiamento delle retrovie
nemiche; una manovra che i generali dell’antichità cercavano sempre di
effettuare, se ne avevano l’opportunità, perché era il sistema più efficace per
circondare gli avversari e il solo modo affidabile per ucciderne o catturarne
il maggior numero possibile.
In effetti, è difficile immaginare che si potessero adottare tattiche più
complesse in una battaglia con oltre centomila uomini schierati in campo.
Come i comandanti possano avere impartito e fatto eseguire i propri ordini
agli eserciti, o persino come abbiano potuto essere informati di quel che
stava accadendo nelle varie zone in cui avvenne lo scontro, rimane un
mistero insolubile. Se a ciò si aggiunge la molteplicità delle lingue parlate
all’interno dell’esercito (si trattasse di mercenari di varia origine o di alleati
che non conoscevano il latino), la presenza di stravaganti protagonisti
(alcuni galli a quanto pare combattevano nudi), il fatto che la cavalleria
fosse costretta a manovrare e combattere senza l’ausilio delle staffe
(un’invenzione successiva) e, in alcune battaglie (ma non in quella di
Canne, visto che Annibale non ne aveva più nessuno a disposizione), il
panico degli elefanti feriti che si voltavano in fuga scompigliando le proprie
stesse linee, il quadro che se ne ottiene è quello di un completo caos. Emilio
Paolo aveva forse in mente qualcosa di simile quando osservò:

Una persona capace di schierare un esercito a battaglia contro il nemico come


si addice a un vero generale, sa anche organizzare con abilità e gusto dei giochi
e provvedere all’allestimento di un banchetto con la dovuta magnificenza.

Si ritiene generalmente che Paolo alludesse al nesso tra vittoria militare e


spettacoli; ma potrebbe anche aver voluto sottintendere che le doti di un
generale vittorioso non andavano molto oltre quelle di una competenza
organizzativa di base.
Ciononostante, la battaglia segnò effettivamente una svolta cruciale nella
seconda guerra punica, e altresì nella più ampia storia dell’espansione
militare romana, proprio perché i romani riportarono perdite gravissime e
rimasero quasi completamente privi di riserve monetarie. La principale
moneta bronzea, l’asse (as), subì una progressiva riduzione di peso nel
corso della guerra, da quasi 300 grammi ad appena poco più di 50. E Livio
racconta che nel 214 a.C. si richiese ad alcuni singoli romani di finanziare a
proprie spese l’equipaggiamento della flotta: illuminante prova del
patriottismo che alimentava lo sforzo bellico, dell’esaurimento del tesoro
pubblico, ma anche del denaro che ancora si trovava in mani private,
malgrado la crisi. Nelle stesse circostanze, quasi ogni altro stato
dell’antichità sarebbe stato costretto ad arrendersi. Nulla dimostra
l’importanza delle enormi riserve di cittadini e di rinforzi alleati su cui
poteva contare Roma meglio del fatto che abbia continuato a combattere. A
giudicare da ciò che fece dopo Canne, forse anche Annibale se ne rese
conto. Potrebbe non essere stata una perdita del proprio autocontrollo a
dissuaderlo dalla marcia sulla capitale. Sapendo che la riserva di uomini
garantita dagli alleati contribuiva in modo decisivo alla forza di Roma, si
impegnò nel lento e faticoso tentativo di persuadere gli alleati italici di
Roma a passare dalla sua parte; ottenne qualche successo, ma non riuscì
mai a creare una compagine sufficientemente grande per minacciare la
compattezza e la solidità romane.
Lo stesso pensiero deve avere avuto in mente Polibio quando decise di
inserire nelle sue Storie una lunga digressione sulla forza e la solidità del
sistema politico romano, nella forma che aveva al tempo della battaglia di
Canne. Lo scopo più generale della sua opera era spiegare perché i romani
avevano conquistato il mondo; e la spiegazione stava anche nella forza e
nella stabilità delle strutture politiche romane. La sua trattazione
rappresenta la prima descrizione grosso modo contemporanea della vita
politica romana giunta fino a noi (Polibio trattava un periodo da cui lo
separava un cinquantennio, ma vi inserisce anche osservazioni relative alla
sua epoca); ed è il primo tentativo di analisi teorica del funzionamento della
politica romana, che definisce ancora oggi i parametri della ricerca.
Polibio e la politica romana
Polibio, che conosceva Roma tanto da nemico quanto da amico, si trovava in
una posizione eccezionalmente favorevole per riflettere sull’ascesa della
città e sulle sue istituzioni. Nato da una famiglia appartenente
all’aristocrazia politica di una città del Peloponneso, era poco più che
trentenne quando, nel 168 a.C., Emilio Paolo aveva sconfitto il re Perseo; e si
ritrovò così tra i mille ostaggi greci portati a Roma nell’ambito delle
successive epurazioni politiche, o comunque per misure precauzionali. La
maggior parte di loro venne sottoposta a un leggero regime di arresti
domiciliari e dispersa in diverse città della penisola. Polibio, che era già
conosciuto come scrittore, fu più fortunato. Strinse presto rapporti
amichevoli con Scipione Emiliano e ottenne il permesso di rimanere a
Roma, dove divenne de facto il tutore del giovane con cui ebbe la stessa
intimità di «un padre con il figlio». Brani del consiglio dato da Polibio a
Emiliano venivano ancora citati, o distorti, più di duecento anni dopo: «Non
tornare mai dal Foro» lo avrebbe esortato «senza prima esserti fatto almeno
un nuovo amico».
Questi ostaggi vennero liberati attorno al 150 a.C. Ne rimanevano in vita
soltanto trecento, e si dice che un romano senza troppi peli sulla lingua si
sia lamentato che il Senato perdesse tempo a «discutere, a proposito di
alcuni poveri vecchietti greci, se debbano essere condotti alla tomba da
becchini romani oppure achei!». Ma Polibio si riunì ben presto ai suoi amici
nell’Urbe, seguendo l’esercito a Cartagine e fungendo da intermediario nei
negoziati che seguirono la distruzione di Corinto nel 146 a.C. Era ancora
impegnato nella stesura delle sue Storie, che alla fine costituirono un’opera
in quaranta libri, dedicata principalmente agli anni 220-167 a.C., con un
breve excursus sulla prima guerra punica e un epilogo per aggiornare la
narrazione fino al 146 a.C. Quale che fosse il pubblico al quale Polibio
intendeva rivolgersi, greco o romano, la sua opera divenne un riferimento
importante per i romani di epoche successive che cercavano di
comprendere l’ascesa della loro città. Quando scrisse la sua monumentale
storia di Roma, Livio la teneva di sicuro sulla propria scrivania.
Come si può facilmente comprendere, gli storici moderni si sono trovati
in difficoltà quando hanno dovuto decidere dove fissare il confine tra il
Polibio ostaggio e critico del dominio romano e il Polibio collaboratore dei
romani. Talvolta dovette senza dubbio trovare un delicato equilibrio tra le
sue diverse fedeltà, come quando diede sotto banco consigli a un illustre
ostaggio siriano su come sfuggire alla sua prigionia, e nelle sue Storie
ribadisce con forza che il giorno della fuga lui si trovava in casa, «a letto
malato». Comunque, quale che fosse la sua posizione politica, Polibio aveva
il vantaggio di conoscere la storia di Roma da un punto di vista sia interno
che esterno, ed ebbe inoltre l’opportunità di interrogare alcuni dei
principali protagonisti romani. Dissezionò l’organizzazione politica di
Roma (che, a suo giudizio, stava alla base del suo successo all’estero),
mettendo a frutto un paio di decenni di esperienze personali e tutta la
profondità della teoria politica greca, che aveva studiato in patria. La sua
opera, in effetti, è uno dei più antichi saggi di antropologia politica
comparata che siano giunti fino a noi.
32. Questa immagine di Polibio fu realizzata nel II secolo d.C., in una piccola città della
Grecia, da un uomo che affermava di essere un discendente del celebre storico. Unico suo
«ritratto» sopravvissuto, non può naturalmente riprodurre le sue vere fattezze. Si ispira
invece al modello dei guerrieri della Grecia classica del V secolo a.C., trecento anni prima
della sua epoca. A complicare ulteriormente le cose, l’originale è andato perduto e ne è
rimasto soltanto questo calco in gesso.

Così, le sue pagine sono una straordinaria combinazione di acute


osservazioni, perplessità e talvolta disperati tentativi di formulare
un’autonoma teorizzazione della politica. Sottopose a un’accurata analisi il
mondo romano in cui si trovò catapultato e i suoi nuovi amici romani.
Riconobbe, per esempio, la grande importanza della religione, o «timore
degli dèi», come fattore di controllo del comportamento dei romani, e
rimase molto colpito dall’efficienza sistematica dell’organizzazione romana;
questo spiega la sua importante (ma oggi spesso tralasciata) discussione dei
preparativi e dei dispositivi militari, con le loro regole fai da te
sull’allestimento di un accampamento, sul punto in cui doveva essere
piantata la tenda del console, su come predisporre le salmerie per le legioni
e sulla loro ferrea disciplina. E seppe anche rintracciare, al di sotto della
superficie di numerosi costumi e passatempi favoriti dai romani, il loro vero
significato sociale. Tutte le storie che deve avere ascoltato sul valore,
l’eroismo e lo spirito di sacrificio dei romani, continuamente rinarrate
attorno ai fuochi degli accampamenti, non erano raccontate soltanto a fini
di intrattenimento, sosteneva Polibio. La loro funzione era quella di
incoraggiare i giovani a imitare le valorose imprese dei propri antenati:
erano un elemento essenziale di quello spirito di emulazione, ambizione e
competizione che lo storico greco vedeva incarnato nell’aristocrazia romana.
Un altro riflesso di questo spirito, al quale dedica un lungo ma
leggermente macabro excursus, era visibile nei funerali degli «uomini
illustri». Anche in questo caso, Polibio deve avere assistito personalmente a
un certo numero di queste cerimonie, riuscendo così a coglierne il
significato più profondo. Il corpo del defunto, scrive, veniva portato nel
Foro e collocato sui rostra, di solito in posizione eretta, in modo che fosse
visibile a tutta la folla riunita. Nella processione che faceva seguito a questa
esposizione, i membri della famiglia del defunto indossavano maschere che
riproducevano le fattezze dei suoi antenati e abiti conformi alle cariche che
avevano detenuto (toga trabea ecc.), come se fossero tutti presenti «in carne
e ossa». L’orazione funebre, pronunciata da uno di loro, si apriva con
l’elogio delle imprese compiute dal defunto, e poi passava in rassegna
quelle di tutti gli altri personaggi, che ora stavano accanto a lui seduti su
sedie d’avorio, o perlomeno intarsiate d’avorio. «Ma quel che più importa»
conclude Polibio «è il fatto che i giovani vengono incitati a sopportare
qualsiasi cosa nell’interesse dello stato, al fine di ottenere la gloria che
accompagna gli uomini valorosi.»
È probabilmente una visione alquanto ottimistica dell’elemento
competitivo che caratterizzava la cultura romana. Una competizione fuori
da ogni controllo, però, contribuì piuttosto a distruggere che a preservare la
repubblica. Ma, anche prima del suo tramonto, si può supporre con una
certa sicurezza che, per ogni giovane romano ispirato a vivere emulando il
modello dei suoi antenati, ce ne fosse un altro oppresso dal peso della
tradizione e delle aspettative che lo circondavano, come lo stesso Polibio
avrebbe potuto notare se avesse scelto di tenere conto di tutte le storie che
parlavano di figli che uccidevano i propri padri. È tuttavia una visione che
troviamo perfettamente sintetizzata nelle parole di un altro epitaffio
proveniente dalla tomba degli Scipioni, che ci piace pensare Polibio possa
avere visto:

Ho procreato figli. Ho cercato di eguagliare le imprese di mio padre. Mi sono


meritato gli elogi dei miei antenati, soddisfatti che io appartenga alla loro
stirpe. La mia carriera ha nobilitato la mia linea familiare.

Al centro della discussione di Polibio, comunque, stavano questioni di


più vasta portata. Come si poteva definire e caratterizzare il sistema politico
romano nel suo complesso? Come funzionava? Roma non ebbe mai una
costituzione scritta, ma Polibio riconobbe nell’Urbe un perfetto e concreto
esempio di un antico ideale filosofico greco: quello della «costituzione
mista», capace di combinare i migliori aspetti della monarchia,
dell’aristocrazia e della democrazia. I consoli – che avevano il supremo
comando militare, potevano convocare le assemblee popolari e impartire
ordini a tutti gli altri magistrati (tranne ai tribuni della plebe) –
rappresentavano l’elemento monarchico. Il Senato, al quale, nell’epoca di
Polibio, spettavano il controllo delle finanze romane, la responsabilità dei
rapporti diplomatici con le altre città e, de facto, la supervisione della legge e
della sicurezza su tutto il territorio romano e alleato, rappresentava
l’elemento aristocratico. L’elemento democratico, infine, era rappresentato
dal popolo. I termini democrazia e popolo vanno intesi in un senso che non
coincide completamente con quello moderno; nel mondo antico non
esisteva il suffragio universale: donne e schiavi non avevano diritti politici
ufficialmente riconosciuti. Polibio si riferiva esclusivamente al gruppo dei
cittadini maschi nel suo complesso. Come nell’Atene classica, essi – e
soltanto essi – eleggevano i magistrati dello stato, approvavano o
respingevano le leggi, prendevano la decisione finale sull’entrata in guerra e
fungevano da corte giuridica per i reati più gravi.
Il segreto, sosteneva Polibio, stava in un delicato equilibrio di reciproco
controllo tra consoli, Senato e popolo, in modo che non potesse prevalere né
la monarchia, né l’aristocrazia, né la democrazia. I consoli, per esempio,
potevano avere un comando assoluto, per così dire monarchico, nelle
campagne militari, ma dovevano essere stati prima eletti dal popolo, e
dipendevano dal Senato per le sovvenzioni finanziarie; ed era il Senato a
decidere se a un generale vittorioso dovesse essere concessa la celebrazione
del trionfo al termine della campagna, così come era necessario un voto del
popolo per ratificare un trattato. Era proprio questo meccanismo di
reciproco controllo tra i vari elementi del sistema politico romano a
garantire, secondo Polibio, la stabilità interna su cui si fondava il successo
esterno di Roma.
È un’analisi molto acuta, capace di cogliere le più piccole differenze e
sfumature che distinguono un sistema politico dall’altro. Senza dubbio, per
certi aspetti Polibio cerca di ricondurre la vita politica romana a un modello
analitico greco che tuttavia non riesce a contenerla interamente. Attribuire
alla sua analisi termini come democrazia, per esempio, rischia di essere
davvero molto fuorviante. «Democrazia» (demokratia) era un concetto
indissolubilmente legato, nella sua origine linguistica e nei suoi risvolti
politici, al mondo greco. Non rappresentò mai un richiamo politico a Roma,
anche nel suo senso antico e più limitato, neppure per i politici romani più
radicali. Nella maggior parte dei testi che ci sono giunti, di orientamento
conservatore, il termine significa pressappoco «dominio della massa». Non
ha senso domandarsi quanto «democratica» fosse la politica della Roma
repubblicana: i romani combattevano e lottavano per la libertà, non per la
democrazia. Tuttavia, per altri aspetti, richiamando i suoi lettori a non
perdere di vista il popolo nella propria raffigurazione della politica romana
e a oltrepassare la superficie dell’autorità di cui erano investiti i magistrati
eletti e il Senato aristocratico, Polibio ha avviato un importante dibattito,
ancora oggi in pieno corso di svolgimento. Quale era la reale influenza del
popolo nella politica della Roma repubblicana? Chi aveva il vero controllo
di Roma? Come dobbiamo caratterizzare, secondo la nostra prospettiva
moderna, il sistema politico romano?
È piuttosto facile delineare un quadro della vita politica repubblicana
completamente dominato da una ricca minoranza. Il conflitto di classe ebbe
come esito non la rivoluzione popolare bensì la creazione di una nuova
classe di governo, formata da patrizi e plebei ricchi. Il primo requisito per
potere rivestire la maggior parte delle cariche politiche era la ricchezza.
Nessuno poteva permettersi di candidarsi alle elezioni senza superare un
esame finanziario che escludeva la maggior parte dei cittadini; non
sappiamo quale fosse la cifra richiesta, ma si può ragionevolmente supporre
che fosse posta al vertice della gerarchia censitaria, ossia al livello equestre.
Quando il popolo si riuniva per votare, lo stesso sistema di votazione era
concepito in modo da favorire i ricchi. Ne abbiamo già osservato il
funzionamento nel caso dei comizi centuriati, che eleggevano i magistrati
superiori: se le centurie dei ricchi si muovevano unite e compatte, potevano
determinare il risultato delle elezioni indipendentemente dal voto delle
centurie più povere. L’altra principale assemblea di Roma, organizzata
secondo la ripartizione geografica delle tribù, aveva in teoria una struttura
più egualitaria, ma, con il passare del tempo, nella pratica non fu
necessariamente così. Delle trentacinque suddivisioni geografiche che
vennero infine stabilite nel 241 a.C. (fino a quel momento il numero delle
tribù era aumentato man mano che la cittadinanza romana veniva estesa a
nuove regioni e comunità dell’Italia), soltanto quattro si trovavano entro la
città di Roma. Le altre trentuno si distribuivano sull’ormai molto esteso
territorio rurale romano. Poiché il voto doveva essere espresso
personalmente a Roma, il peso di coloro che si potevano permettere il lusso
di un viaggio in città era naturalmente schiacciante; il voto della
popolazione residente nell’Urbe aveva rilevanza soltanto per la minuscola
minoranza delle tribù urbane. Inoltre, a rigor di termini, queste assemblee
si riunivano unicamente per votare su una lista di candidati o su una
proposta avanzata da un magistrato superiore. Non si svolgeva alcuna
discussione generale; nessuna proposta di legge o emendamento poteva
provenire dal basso; in quasi tutti i casi di proposte di legge di cui siamo a
conoscenza, il popolo votò a favore di ciò che gli veniva indicato. Insomma,
non si trattava di potere popolare nel senso in cui lo intendiamo noi.
Ma questo non è il solo aspetto della questione. Oltre alle prerogative
ufficiali del popolo sottolineate da Polibio, possediamo chiare tracce di una
più ampia cultura politica nella quale la voce popolare aveva un ruolo di
primo piano. Il voto dei poveri contava, ed era avidamente corteggiato. I
ricchi di solito non erano uniti, e le elezioni erano aperte alla competizione.
Chi aspirava a cariche politiche o le rivestiva faceva ogni sforzo per
persuadere il popolo a votare in suo favore o ad approvare le sue proposte
di legge, e studiava a fondo le tecniche retoriche che consentivano di
raggiungere questo obiettivo. Chi ignorava o umiliava il popolo lo faceva a
proprio rischio e pericolo. Una delle peculiarità della scena politica
repubblicana consisteva nelle riunioni semiufficiali (contiones), spesso
tenute immediatamente prima delle assemblee elettorali, in cui magistrati
rivali cercavano di convincere il popolo ad appoggiare la loro posizione
(Cicerone, per esempio, pronunciò la seconda e la quarta orazione contro
Catilina in queste contiones). Non sappiamo con certezza quanto
frequentemente si tenessero o quale consistenza avessero. Ma numerose
testimonianze ci mostrano che erano animate da forti passioni politiche,
rumorosa partecipazione e gran baccano. Si raccontava che in un’occasione,
nel I secolo a.C., le grida erano talmente assordanti che una cornacchia, alla
quale era toccata la disgrazia di svolazzare sopra quell’assembramento,
fosse caduta a terra tramortita dal rumore.
Si raccontavano anche innumerevoli aneddoti sull’importanza e
l’intensità della propaganda, e su come si potevano conquistare o perdere i
voti del popolo. Polibio riferisce una curiosa storia sul re siriano Antioco IV
Epifane (che significa «rinomato» o meglio «dio manifesto»), figlio di
Antioco il Grande, che era stato «sbaragliato» da Scipione Asiatico. Da
giovane aveva vissuto a Roma per oltre dieci anni come ostaggio, per poi
essere scambiato con un parente più giovane (si trattava della stessa
persona alla quale Polibio diede in seguito consigli su come fuggire). Al suo
ritorno in Oriente, Antioco iniziò a sfoggiare una serie di abitudini che
aveva assunto durante la sua permanenza a Roma, il cui elemento comune
era un certo tocco popolare: chiacchierare con chiunque incontrasse, offrire
regali alla gente semplice e fare il giro delle botteghe degli artigiani. Ma,
cosa più stupefacente di tutte, indossava la toga e andava nella piazza del
mercato come se fosse un candidato alle elezioni, stringendo la mano ai
passanti e chiedendo il loro voto. Questo comportamento lasciò stupefatti
gli abitanti della sua elegante capitale Antiochia, che non erano abituati a
simili esibizioni da parte di un monarca e lo soprannominarono Epimanes
(«matto», con gioco di parole sull’epiteto Epifanes). Ma dimostra una cosa:
che a Roma Antioco aveva imparato quanto fosse importante il voto del
popolo.
Altrettanto illuminante è un aneddoto che ha come protagonista un altro
membro della famiglia degli Scipioni vissuto nel II secolo a.C., Publio
Cornelio Scipione Nasica. Un giorno, mentre stava promuovendo la propria
candidatura alla carica di edile ed era indaffarato a stringere le mani degli
elettori (una prassi comune, allora come oggi), gli capitò di toccare quella di
un uomo che recava nelle dita e nel palmo i segni del lavoro nei campi.
«Accidenti!» disse scherzando il giovane aristocratico. «Forse che ci
camminate sopra?» Le sue parole furono udite, e il popolino si convinse che
stesse deridendo la loro povertà e le loro fatiche. Il risultato, naturalmente,
fu che perse le elezioni.
Che tipo di sistema politico era dunque? L’equilibrio tra i diversi interessi
non era certamente così perfetto come lo fa apparire Polibio. I poveri non
avevano la minima possibilità di salire al vertice della politica romana, la
gente comune non poteva assumere iniziative politiche e si dava per
scontato che, quanto più ricco era un singolo cittadino, tanto maggiore
doveva essere il suo peso politico. Ma questa forma di squilibrio è ben nota
anche in molte cosiddette «democrazie» moderne: anche a Roma i ricchi e i
privilegiati rivaleggiavano per cariche e potere politico che potevano essere
garantiti soltanto da elezioni popolari e con l’appoggio della gente comune,
che non avrebbe mai avuto i mezzi finanziari per rappresentarsi da sola.
Come il giovane Scipione Nasica scoprì a proprie spese, il successo dei
ricchi era un dono elargito dai poveri. I ricchi dovevano imparare che
dipendevano dal popolo nella sua interezza.
Un impero fondato sull’obbedienza
Polibio non aveva il minimo dubbio che alla base del successo di Roma vi
fosse, fra le altre cose, la sua stabile «costituzione». Egli però aveva
conosciuto per esperienza diretta il lato tagliente della guerra romana, e
vedeva in Roma anche una potenza aggressiva, animata dall’ambizione
imperialistica di conquistare il mondo. Come ribadisce alla fine del suo
racconto della prima guerra punica, i romani «non soltanto concepirono
l’audace progetto di sottomettere e dominare il mondo intero, ma
riuscirono anche a portarlo a compimento». Non tutti erano d’accordo con
Polibio. Come riconosce lui stesso, c’erano persino alcuni greci convinti che
le conquiste di Roma erano avvenute «per puro caso» o «per circostanze
meramente fortuite». Molti romani sostenevano che la loro espansione
oltremare era stata l’esito di una serie di guerre giuste, nel senso di guerre
intraprese con il necessario appoggio degli dèi, per autodifesa o in soccorso
di loro alleati, che avevano ripetutamente chiesto l’aiuto di Roma. Non si
trattava mai di un’aggressione.
Se Polibio avesse potuto vedere, meno di cento anni dopo la sua morte, le
statue colossali dei generali romani che reggevano in mano un globo,
avrebbe senz’altro ritenuto che la storia gli aveva dato ragione. Un’idea di
predominio mondiale si cela dietro molte manifestazioni della potenza
romana nel I secolo a.C. e anche in seguito («un impero senza confini»,
come profetizza Giove nell’Eneide di Virgilio). Ma Polibio si sbagliava, come
dimostra chiaramente il suo stesso racconto degli eventi, nell’immaginare
che già in questo remoto periodo i romani fossero guidati da quella
ideologia imperialistica o da un qualche sentimento di destino manifesto.
C’erano sete di gloria, desiderio di conquista e pura brama dei profitti
economici assicurati dalle vittorie a tutti gli strati della società romana. Non
c’è nulla di cui sorprendersi se la prospettiva di un ricco bottino fu fatta
balenare davanti agli occhi del popolo quando, alla vigilia dello scoppio
della prima guerra punica, gli venne chiesto di votare a favore del conflitto
contro Cartagine. Ma, qualsiasi fantasia possa essere stata concepita negli
incontri degli Scipioni, nessuna di esse si spingeva al punto di elaborare un
piano di dominio mondiale.
Proprio come l’estensione del controllo sulla penisola italiana, anche
l’espansione oltremare nel III e II secolo a.C. fu più complessa di quanto
faccia supporre il consueto mito delle legioni romane che marciano
vittoriose alla conquista di territori stranieri. In primo luogo, i romani non
furono i soli attori di questa vicenda. Non invasero un mondo di popoli
amanti della pace, che pensavano esclusivamente ai propri affari fino al
giorno in cui giunsero questi famelici criminali. Per quanto scettici
possiamo giustamente dichiararci a proposito delle pretese romane di
entrare in guerra soltanto in risposta alle richieste di aiuto di amici e alleati
(questa è stata la giustificazione per molti dei conflitti più aggressivi della
storia), non c’è dubbio che parte della pressione per l’intervento romano
giungeva dall’esterno.
Il mondo del Mediterraneo orientale, dalla Grecia all’odierna Turchia e
oltre, fu il contesto in cui si svolse gran parte delle operazioni militari
condotte da Roma in questo periodo. Era un mondo di conflitti politici, di
alleanze mutevoli e di continua e spietata violenza fra stati rivali, non
diversamente dall’Italia arcaica, ma su una scala molto più grande. Questa
era l’eredità lasciata dalle fulminee conquiste di Alessandro Magno, che era
morto nel 323 a.C., prima di potere affrontare il problema di cosa fare con i
paesi che aveva sconfitto. I suoi successori, i cosiddetti «diadochi», crearono
dinastie rivali che si impegnarono in una serie più o meno ininterrotta di
guerre e controversie reciproche e con i più modesti stati e coalizioni che si
trovavano ai loro confini. Pirro fu solo uno di questi dinasti. Antioco
Epifane un altro: dopo la sua detenzione a Roma e i tentativi di politica
popolare intrapresi al suo rientro in patria, riuscì, nel corso di un regno di
dieci anni (dal 175 al 164 a.C.), a invadere l’Egitto (due volte), Cipro, la
Giudea (provocando tra l’altro la rivolta dei maccabei), la Partia e l’Armenia.
Più cresceva la percezione della potenza di Roma, più questi stati rivali
guardavano ai romani come a utili alleati nelle lotte di potere locali e ne
corteggiavano l’amicizia. Delegati dei paesi dell’Oriente si presentavano
continuamente a Roma nella speranza di ottenere sostegno morale o aiuti
militari. Questo è un tema ricorrente nelle trattazioni storiche su questo
periodo: si ricordava, per esempio, un infinito numero di delegati giunti a
Roma nei mesi precedenti la campagna di Emilio Paolo contro Perseo, al
fine di convincere i romani a fare qualcosa per contenere le ambizioni della
Macedonia. Ma l’esempio più vivo e illuminante di questi «corteggiamenti»
proviene da Teo, una città sulla costa occidentale dell’odierna Turchia. È
un’iscrizione della metà del II secolo a.C. nella quale si descrivono i
tentativi compiuti per coinvolgere i romani in una controversia locale –
della quale null’altro sappiamo – relativa a certi diritti territoriali tra la città
di Abdera, nella Grecia settentrionale, e un re locale chiamato Kotys.
Il testo è una sorta di «lettera di ringraziamento» incisa nella pietra,
indirizzata alla città di Teo dal popolo di Abdera. Gli abitanti di Teo, a
quanto sembra, avevano accettato di inviare a Roma due propri uomini,
quasi dei veri lobbisti nel senso moderno del termine, per ottenere il
sostegno romano alle ragioni di Abdera contro il re. Gli abderiti descrivono
dettagliatamente il modus operandi di questi due uomini, fino alle loro
regolari visite a domicilio ai più importanti membri del Senato. Si diedero
così tanto da fare che «si sfiancarono nel corpo e nella mente, passando
l’intera giornata a incontrare i romani più importanti e cercando di
persuaderli tributandogli continuamente omaggio»; e, quando andavano a
trovare qualcuno che sembrava essere schierato dalla parte di Kotys (il
quale pure aveva inviato delegati a Roma), «riuscivano a conquistare la sua
amicizia esponendo i fatti e facendogli ogni giorno visita nel suo atrio di
casa», vale a dire quella che era la sala centrale delle case romane.
Il silenzio dell’iscrizione sull’esito di questi tentativi fa supporre che le
cose non siano andate nel senso desiderato da Abdera. Tuttavia questo
vivido squarcio su delegati rivali che non si limitano a presentarsi in Senato,
ma perorano quotidianamente la propria causa andando nelle stesse case
dei senatori, ci permette di farci un’idea dell’insistenza con cui veniva
cercata l’assistenza romana. E le statue di singoli romani raffigurati come
«salvatori e benefattori», erette letteralmente a centinaia nelle città del
mondo greco, mostrano altrettanto bene con quale sfarzo potesse essere
celebrato l’intervento, se vittorioso. Oggi non possiamo più rintracciare la
doppiezza che si cela dietro queste parole: senza dubbio, non c’era soltanto
sincera gratitudine, ma anche paura e adulazione. Ma servono a ricordarci
che la semplice espressione «conquista romana» può nascondere un ampio
spettro di prospettive, di motivazioni e di aspirazioni in entrambe le parti
dell’equazione.
Inoltre, i romani non cercarono di annettere territori d’oltremare in
modo sistematico o di imporre meccanismi di controllo rigidamente
standardizzati. Questo spiega, almeno in parte, perché il processo di
espansione sia stato così rapido: non prevedeva la creazione di alcuna
infrastruttura di governo. Naturalmente, Roma traeva ricompense materiali
da coloro che aveva sconfitto, ma in modi ogni volta diversi, stabiliti ad hoc.
Nella sola prima metà del II secolo a.C. i romani imposero ad alcuni stati il
pagamento di indennità in denaro per un ammontare complessivo di oltre
seicento tonnellate di lingotti d’argento. In altri casi adottarono il sistema di
tassazione già impiegato dai precedenti sovrani del luogo. Talvolta si
inventavano nuovi modi per rastrellare rendite enormi. Per esempio, le
attività estrattive nelle miniere d’argento spagnole, un tempo parte del
dominio di Annibale, furono incrementate così intensamente che
l’inquinamento ambientale provocato dai processi di lavorazione può
essere ancora individuato nei carotaggi profondi dei ghiacciai groenlandesi.
E Polibio, il quale visitò la Spagna nella metà del II secolo a.C., parla di
quarantamila minatori, senza dubbio quasi tutti schiavi, impegnati in un
solo settore del territorio minerario (la cifra non deve probabilmente essere
intesa alla lettera: «quarantamila» era un modo comune per indicare «un
numero davvero grande», un po’ come il nostro «milioni»). Anche le forme
del controllo politico variavano: dai trattati di «amicizia», basati su una
politica di non ingerenza ma con la presa di ostaggi come garanzia di buon
comportamento, fino alla presenza più o meno permanente di truppe e
funzionari romani. Quanto avvenne dopo la sconfitta del re macedone
Perseo è soltanto un esempio di queste disposizioni. La Macedonia venne
divisa in quattro stati indipendenti e autonomi: pagavano le tasse a Roma,
ma in proporzione dimezzata rispetto a quelle imposte da Perseo; e, in
questo particolare caso, le miniere macedoni vennero chiuse per evitare che
le loro risorse potessero essere usate per costruire una nuova base di potere
nella regione.
Era, effettivamente, un impero coercitivo, nel senso che i romani ne
ricavavano un guadagno e si preoccupavano di assicurare che la loro volontà
potesse essere imposta ogni qualvolta lo ritenevano necessario, sempre con
la minaccia della forza sullo sfondo. Non era un impero fondato
sull’annessione territoriale, come gli stessi romani lo avrebbero in seguito
concepito. Non esisteva alcuna precisa intelaiatura giuridica di controllo e
regolamentazione, né alcun genere di ambiziosa visione. In quest’epoca,
persino la parola imperium, che alla fine del I secolo a.C. poteva significare
«impero» per indicare l’intera area sottoposta al governo diretto di Roma,
definiva ancora una nozione che si potrebbe riassumere come «il potere di
emanare ordini cui si obbedisce». E provincia, che divenne il termine
ufficiale per indicare una suddivisione precisamente definita dell’impero
posta sotto il controllo di un governatore, non era un termine geografico,
ma indicava una responsabilità di cui erano investiti i magistrati romani.
Responsabilità che poteva essere, e spesso era, un incarico di natura
militare o amministrativa in un luogo particolare. A partire dalla fine del III
secolo a.C. la Sicilia e la Sardegna iniziarono a essere regolarmente
designate come provinciae, e dall’inizio del II secolo a.C. due provinciae
militari in Spagna divennero un elemento fisso, anche se i loro confini
rimanevano fluidi. Ma poteva indicare altrettanto efficacemente, per
esempio, una responsabilità affidata al tesoro romano; nelle sue commedie
Plauto ricorre alla parola provincia per riferirsi scherzosamente ai doveri
degli schiavi. A quell’epoca, non veniva ancora inviato alcun romano a fare il
«governatore di provincia», come invece avvenne in seguito.
Quel che contava per i romani era se fossero in grado di vincere in
battaglia, e poi se fossero in grado, con la persuasione, l’intimidazione o la
forza, di imporre la propria volontà dove e quando volessero. Lo stile di
questo imperium è brillantemente riassunto nella storia dell’ultimo scontro
fra Antioco Epifane e i romani. Il re stava invadendo l’Egitto per la seconda
volta, e gli egizi avevano chiesto aiuto ai romani. Un inviato romano, Gaio
Popilio Lenate, si incontrò con Antioco fuori da Alessandria. Data la sua
lunga familiarità con i romani, il re si aspettava un incontro piuttosto
formale e civile. Invece, Lenate gli consegnò un decreto del Senato che gli
intimava di ritirarsi immediatamente dall’Egitto. Quando Antioco chiese un
po’ di tempo per consultarsi con i suoi consiglieri, Lenate raccolse un
bastone da terra e disegnò sulla sabbia un cerchio attorno al re, dicendogli
che non avrebbe potuto uscirne fino a quando non avesse dato la propria
risposta. Stupefatto, Antioco dovette suo malgrado acconsentire alle
richieste del Senato. Questo era un impero fondato sull’obbedienza.
L’impatto dell’impero
Era anche un impero della comunicazione, della mobilità, di
fraintendimenti e mutevoli prospettive, come rivela chiaramente un esame
più approfondito della storia della delegazione da Teo. È piuttosto facile
simpatizzare per la critica situazione dei più sfavoriti. I due uomini avevano
dovuto attraversare mezzo mare Mediterraneo con un viaggio che
richiedeva dalle due alle cinque settimane, a seconda della stagione
dell’anno e della qualità della nave, nonché della scelta di procedere anche
dopo l’oscurità (la navigazione notturna poteva far risparmiare una
settimana di viaggio, ma era alquanto pericolosa). Quando arrivarono a
Roma, si trovarono di fronte una città più grande, ma molto meno elegante
e sfarzosa, di parecchie altre da cui erano passati nel corso del loro viaggio.
Ci è giunta notizia di uno sfortunato ambasciatore greco al quale, più o
meno nello stesso periodo, capitò la disgrazia di cadere in una fogna
romana a cielo aperto fratturandosi una gamba; trascorse la maggior parte
della sua convalescenza facendo conferenze di teoria letteraria davanti a un
pubblico molto incuriosito.
Roma aveva anche strani e bizzarri costumi. È interessante osservare che
chi compose il testo dell’iscrizione non provò neppure a tradurre alcuni
termini tipicamente romani (come atria e patronus) e li trascrisse
semplicemente in grafia greca. E, quando tentò una traduzione, il risultato
può suonare alquanto improbabile. Per esempio, era detto che gli inviati
avevano fatto ogni giorno «obbedienza» ai romani: la parola greca qui
utilizzata, proskynesis, significa letteralmente «prosternarsi a terra» o
«baciare i piedi». Il riferimento è quasi di certo alla pratica romana della
salutatio, in cui clienti e dipendenti andavano a fare un saluto mattutino al
loro patrono, che tuttavia non prevedeva nessun bacio dei piedi, anche se
questi visitatori stranieri potrebbero avere riconosciuto in questa pratica
l’umiliazione che effettivamente implicava. Possiamo avanzare soltanto
ipotesi sul modo in cui stabilirono contatti o esposero il proprio caso. Molti
ricchi romani parlavano un po’ di greco, certamente meglio di quanto gli
inviati di Teo sapessero parlare latino, ma comunque non in modo fluente.
Era risaputo che i greci deridessero pesantemente i romani per il loro
terribile accento.
Tuttavia, quando i due delegati arrivarono in città, alcuni romani
potrebbero essersi sentiti a disagio. Infatti, anche se l’attenzione e il
riconoscimento della potenza romana erano gratificanti, questo era un
mondo nuovo, che forse li lasciava altrettanto perplessi dei loro visitatori.
Quale sensazione avranno provato vedendo questo interminabile fiume di
stranieri che giungevano dai luoghi più remoti, che parlavano troppo
velocemente in una lingua da loro compresa soltanto a malapena, e che si
mostravano profondamente inquieti per un piccolo e sconosciuto fazzoletto
di terra e pericolosamente pronti a inchinarsi e baciare i loro piedi? Se,
come dice Polibio, i romani avevano conquistato quasi tutto il mondo
conosciuto in appena cinquantatré anni, in quel medesimo periodo anche
Roma, e la cultura romana, erano state profondamente trasformate da
questa enorme espansione dei loro orizzonti.
Questa trasformazione comportò grandi movimenti di popoli e individui,
tanto in direzione di Roma quanto da Roma verso l’esterno, su una scala che
non aveva precedenti nel mondo antico. Quando schiavi provenienti da
tutto il Mediterraneo iniziarono a riversarsi in Italia e nella stessa Roma, fu
senz’altro una storia di sfruttamento, ma anche di coatte migrazioni di
massa. Le cifre fornite dagli autori antichi sui prigionieri catturati dai
romani in certe guerre possono essere certamente esagerate (per fare solo
un paio di esempi: centomila nella prima guerra punica e
centocinquantamila presi da Emilio Paolo da una sola regione del regno di
Perseo); e, in ogni caso, molti di essi non venivano trasportati direttamente
a Roma ma venduti a intermediari più vicini al luogo di cattura. Eppure si
può stabilire con una certa sicurezza che, all’inizio del II secolo a.C., il
numero dei nuovi schiavi che arrivavano sulla penisola come conseguenza
diretta delle vittorie oltremare superava mediamente le ottomila unità
all’anno, in un periodo in cui il numero totale dei cittadini romani adulti di
sesso maschile, dentro e fuori la città, si aggirava intorno a trecentomila.
Col passare del tempo, moltissimi di questi schiavi avrebbero ottenuto la
libertà e sarebbero diventati nuovi cittadini romani. Le conseguenze, non
soltanto per l’economia ma anche per la diversità culturale ed etnica del
corpo dei cittadini, furono enormi: la separazione tra romani e stranieri si
fece sempre più indistinta.
Allo stesso tempo, i romani si riversarono oltremare. Viaggiatori,
mercanti e avventurieri romani solcavano il Mediterraneo già da secoli.
«Lucio figlio di Gaio», un mercenario che, alla fine del III secolo, lasciò
un’iscrizione con il proprio nome sull’isola di Creta, non fu certo il primo
romano a guadagnarsi la vita facendo una delle professioni più antiche del
mondo. Ma, a partire dal II secolo a.C., migliaia di romani iniziarono a
trascorrere lunghi periodi lontano dalla penisola italiana. I mercanti romani
sciamarono nel Mediterraneo orientale per sfruttare le opportunità
commerciali che si aprivano in seguito alla conquista, dal commercio degli
schiavi e delle spezie ad ancora più lucrativi contratti per la fornitura di
armi. Antioco Epifane assunse addirittura un architetto romano, Decimo
Cossuzio, per affidargli la direzione di alcuni lavori edilizi ad Atene, e,
diversi decenni più tardi, possiamo rintracciare i discendenti e gli ex schiavi
di quest’uomo ancora attivamente impegnati nel mercato edilizio in Italia e
in Oriente. Ma furono i soldati, che ora prestavano servizio oltremare per
diversi anni, anziché essere richiamati per la tradizionale campagna estiva
nelle vicinanze di Roma, a costituire la maggioranza dei romani all’estero.
Dopo la seconda guerra punica, c’erano regolarmente più di trentamila
cittadini romani che prestavano servizio nell’esercito al di fuori dell’Italia,
dalla Spagna fino al Mediterraneo orientale.
Questo stato di cose sollevò un’intera serie di nuovi dilemmi. Nel 171
a.C., per esempio, il Senato ricevette una delegazione dalla Spagna che
veniva in rappresentanza di oltre quattromila persone, figli di soldati
romani e donne iberiche. Poiché non esisteva un diritto ufficiale di
matrimonio tra romani e ispanici, questi uomini erano, per utilizzare una
terminologia moderna, privi di cittadinanza. Non devono certamente essere
stati gli unici ad avere tale problema. In seguito, quando giunse in Spagna
per assumere il comando dell’esercito, si dice che Emiliano avesse cacciato
fuori dall’accampamento romano duemila «prostitute» (sospetto però che le
donne stesse potessero definirsi in tutt’altro modo). Nel caso presentato al
Senato nel 171 a.C. la delegazione si considerò in diritto di chiedere ai
romani la concessione di una città che quelle persone potessero considerare
come la propria, e probabilmente anche qualche chiarimento sulla loro
posizione giuridica. Furono insediate nella città di Carteia, sulla punta
meridionale della Spagna, alla quale, con il loro usuale talento per
l’improvvisazione, i romani conferirono lo status di colonia latina, definita
«una colonia di ex schiavi». Non possiamo naturalmente sapere quante ore
di discussione occorsero ai senatori per decidere che la bizzarra
combinazione di «latino» ed «ex schiavo» rappresentava la migliore
approssimazione disponibile per definire lo status giuridico di questi figli
di soldati romani, tecnicamente illegittimi. Ma l’episodio serve comunque a
mostrarci come i senatori dovettero affrontare il problema di stabilire che
cosa volesse dire essere un romano (almeno in parte) fuori dall’Italia.
Si può dire che, verso la metà del II secolo a.C., una larga maggioranza
dei romani adulti di sesso maschile aveva visto qualcosa del mondo esterno,
spesso lasciando un indefinito numero di figli nei luoghi dove si recava.
Insomma, i romani erano improvvisamente diventati la popolazione che
viaggiava di più nel Mediterraneo, più di quella di qualsiasi altro grande
stato, passato o presente, a eccezione dei macedoni di Alessandro Magno o
dei mercanti di Cartagine come possibili rivali. E, anche per chi non aveva
mai messo piede all’estero, si aprivano comunque nuovi orizzonti, nuove
visioni di località d’oltremare e nuovi modi di concepire e comprendere il
proprio posto nel mondo.
Le processioni trionfali dei generali vittoriosi erano, per così dire, una
spettacolare finestra sul mondo. Quando i romani si ammassavano lungo le
strade della città per ammirare e acclamare il ritorno dei loro eserciti
conquistatori, che sfilavano adorni dei guadagni e dei bottini riportati, non
era soltanto la loro stupefacente ricchezza a colpirli, anche se in certi casi
avrebbe lasciato comunque di stucco chiunque in qualsiasi epoca. Quando,
nel 167 a.C., Emilio Paolo ritornò dalla sua vittoria su Perseo, ci vollero
addirittura tre giorni per fare sfilare sui carri il bottino attraverso la città,
inclusi duecentocinquanta pieni di sculture e dipinti, e una tale quantità di
argento che occorsero tremila uomini per trasportarla, in
settecentocinquanta enormi vasi. Non stupisce, quindi, che Roma si poté
permettere di sospendere ogni tipo di tassazione diretta. Però, ciò che
catturava l’immaginazione popolare era anche l’abbagliante esibizione di
paesi e costumi stranieri. Nelle processioni, infatti, i generali facevano
mostrare elaborati dipinti e modelli tridimensionali, da loro stessi
commissionati, raffiguranti le loro eroiche battaglie e le città che avevano
conquistato, affinché il popolo potesse vedere con i propri occhi ciò che gli
eserciti romani avevano compiuto all’estero. Gli sguardi della folla si
fissavano sugli sconfitti re dell’Oriente, con il loro «abito nazionale» e i loro
strani paramenti regali, su meravigliose curiosità come la coppia di globi
costruiti dallo scienziato greco Archimede, rimasto ucciso nella seconda
guerra punica, e sugli animali esotici che talvolta diventavano le vere star di
tutto lo spettacolo. Il primo elefante a percorrere le strade di Roma apparve
nella parata per la vittoria su Pirro nel 275 a.C. C’era un abisso, come
osservò un autore successivo, rispetto al «bestiame dei volsci e alle greggi
dei sabini», che, appena un secolo prima, erano stati gli unici bottini.
Le commedie di Plauto e di Terenzio presentavano un quadro di genere
diverso, con qualche sottile e forse allarmante riflessione. È vero che i
copioni di argomento amoroso di tutte queste commedie, adattate da
originali greci, non sono oggi conosciuti soprattutto per la loro raffinata
sottigliezza. Il «lieto fine» di alcune storie di stupro può lasciare sbigottiti i
lettori moderni: «Buone notizie: lo stupratore era lo stesso fidanzato della
ragazza», per riassumere il dénouement di una di esse. È anche chiaro che le
rappresentazioni originali, in celebrazioni pubbliche di ogni genere, dalle
festività religiose agli afterparty dei trionfi, erano esibizioni turbolente e
rumorose, che attiravano un ampio settore della popolazione cittadina,
donne e schiavi compresi. Vi è qui una netta differenza rispetto all’Atene di
epoca classica, dove il pubblico teatrale, turbolento o no che fosse, anche se
più numeroso che a Roma era probabilmente limitato ai cittadini maschi.
Ciononostante, tutte queste commedie romane erano accomunate dal fatto
di esigere una medesima cosa dal pubblico che veniva a guardarle:
diventare consapevole della complessità culturale del mondo in cui viveva.
Questo si doveva, almeno in parte, al fatto che le commedie erano
ambientate in Grecia. Si dava per scontato che il pubblico avesse una
qualche idea concreta di questi luoghi stranieri, o perlomeno che ne
riconoscesse il nome. Le trame spesso toccano temi di grande diversità. Una
commedia di Plauto mette in scena un cartaginese che balbetta qualche
parola di punico, probabilmente in modo accurato ma comunque
incomprensibile. Un’altra presenta una coppia di personaggi travestiti da
persiani (e il fatto di ridere di attori che si suppone malamente travestiti da
persiani è più divertente che ridere di attori semplicemente definiti
persiani). Ma, con una raffinatezza davvero sorprendente in una fase così
precoce della letteratura romana, Plauto sfrutta ancora più a fondo il
carattere ibrido della sua opera e del suo mondo.
Una delle sue battute preferite, che ripete, in diverse varianti, nel prologo
di parecchie commedie, è la seguente: «Demofilo lo ha scritto, e Plauto lo ha
barbarizzato», riferendosi alla sua traduzione latina (lingua «barbara») di
un’opera del commediografo greco Demofilo. Questa battuta
apparentemente insignificante era, in realtà, un’intelligente sfida lanciata
agli spettatori. Per quelli di origine greca, offriva senza dubbio l’opportunità
di qualche risata a denti stretti a spese dei nuovi, barbari, reggitori del
mondo. A tutti gli altri, richiedeva lo sforzo concettuale di immaginarsi
come potevano apparire quando erano osservati da fuori. Per cogliere la
comicità delle situazioni, dovevano comprendere, anche se soltanto in
forma di battuta, che, agli occhi dei greci, i romani potevano sembrare dei
barbari.
33. Molti ritratti romani del II e del I secolo a.C. raffigurano i propri soggetti come anziani,
con il volto profondamente segnato e pieno di rughe. Oggi spesso definiti di stile
«veristico» (o iperrealistico), sono in realtà una forma di rappresentazione estremamente
«idealizzata», che celebra una particolare versione dell’aspetto che doveva avere un
autentico romano, in contrapposizione alla perfezione giovanile di gran parte della
scultura greca.

I sempre più vasti orizzonti dell’impero, in altre parole, incrinarono la


semplice gerarchia del «noi sopra loro», «la civiltà sopra la barbarie», su cui
si era fondata la cultura greca classica. I romani erano altrettanto capaci di
disprezzare e deridere i barbari sconfitti, contrapponendo la propria
immagine di uomini civili e raffinati a quella dei rozzi galli, capelloni e con
il corpo dipinto di guado, o di altre popolazioni ritenute inferiori. E lo
fecero spesso. Ma, da questo momento in poi, ci fu sempre un’altra corrente
di scrittori che meditarono in modo più sovversivo sulla posizione occupata
dai romani nel mondo e su dove pendesse l’ago della bilancia nell’equilibrio
fra ciò che era romano e ciò che era straniero. Quando, tre secoli più tardi,
lo storico Tacito sostenne che l’autentica virtù «romana» non si trovava più a
Roma bensì fra i «barbari» della Scozia, non faceva che sviluppare una
tradizione di pensiero che risaliva a questi primi giorni dell’impero e della
letteratura.
Come essere un romano
I nuovi orizzonti dell’impero contribuirono anche a creare (o almeno a
definire in modo più netto e ideologicamente significativo) l’immagine del
«romano all’antica». Quel carattere di persona terra terra e schietta che è
tuttora parte del nostro stereotipo della cultura romana. Ma ci sono buone
probabilità che anche tale carattere sia una creazione proprio di questo
periodo.
Alcune delle voci più schiette del III e del II secolo a.C. rimasero celebri
per i loro strali contro l’influenza corruttrice che la cultura straniera in
generale, e quella greca in particolare, avevano su tradizionali costumi e
princìpi etici romani; oggetto di questi strali erano la letteratura e la
filosofia, ma anche gli esercizi ginnici da effettuare nudi, certi cibi alla
moda e la depilazione. In prima linea c’era Marco Porcio Catone (detto
Catone il Vecchio), un contemporaneo e rivale di Scipione Africano, da lui
criticato perché, tra le altre cose, si esibiva in danze presso ginnasi e teatri
greci in Sicilia. Si dice che avesse anche definito Socrate un «terribile
chiacchierone», che avesse raccomandato un regime alimentare terapeutico
esclusivamente romano a base di verdure fresche e carne di anatra e
piccione (anziché qualsiasi cosa avesse a che fare con i dottori greci, che
erano capaci di ucciderti) e che avesse proclamato che la potenza romana
poteva essere annientata dalla passione per la letteratura greca. Secondo
Polibio, una volta Catone osservò che un evidente segno del deterioramento
della repubblica era visibile nel fatto che ormai un bel giovinetto costava
più di un terreno agricolo, qualche giara di pesce in salamoia più di un paio
di braccianti agricoli. Non era l’unico a pensarla così. Verso la metà del II
secolo a.C. un altro illustre personaggio riuscì a ottenere la demolizione di
un teatro costruito a Roma secondo il modello greco, sostenendo che per i
romani fosse più opportuno e formativo guardare le commedie stando in
piedi, come avevano sempre fatto, anziché da seduti, in ossequio alla
decadente moda orientale. In breve, questo era il ragionamento, ciò che
passava per «raffinatezza» greca non era altro che una pericolosa
«mollezza» (mollitia), capace di infiacchire la forza del carattere romano.
Si trattava semplicemente di una reazione conservatrice contro le idee
progressiste che venivano introdotte a Roma dall’esterno, uno scoppio di
«guerre culturali» fra tradizionalisti e modernizzatori? In parte,
probabilmente, sì. Ma era anche qualcosa di ben più complesso e
interessante. Nonostante tutto il suo brontolare, Catone aveva insegnato il
greco a suo figlio, e ciò che ci rimane dei suoi scritti (in particolare, un
saggio tecnico sull’allevamento e la gestione agricola, nonché sostanziosi
estratti dei suoi discorsi e della sua opera sulla storia dell’Italia) mostra che
era ben versato in quei trucchi retorici greci che proclamava di disprezzare.
Alcune delle affermazioni che si facevano sulla «tradizione romana», poi,
erano poco più che fantasie. Non c’è alcuna ragione per supporre che i
romani del venerando tempo antico avessero assistito agli spettacoli teatrali
stando in piedi. Le testimonianze in nostro possesso indicano esattamente
il contrario.
La verità è che la versione catoniana degli antichi e pragmatici valori
romani, se era una difesa di radicate tradizioni, era anche un’invenzione del
suo tempo. L’identità culturale costituisce sempre un concetto ambiguo, e
non abbiamo la minima idea di come i primi romani concepissero il proprio
peculiare carattere e ciò che li distingueva dai loro vicini. Ma quello
specifico e forte senso di austerità romana (che in epoche successive i
romani riproiettarono indietro sui loro padri fondatori e che è rimasto
un’efficace immagine della «romanità» ancora ai nostri giorni) fu il prodotto
di un profondo scontro culturale, svoltosi proprio in questo periodo di
espansione all’estero, su quel che significava essere romano in questo nuovo
e più vasto mondo imperiale, e nel contesto di un così ampio spettro di
alternative. In altre parole, la «grecità» e la «romanità» erano due poli allo
stesso tempo diametralmente opposti e inestricabilmente intrecciati.
È proprio ciò che vediamo, sotto una forma particolarmente vorticosa,
nella storia che Livio e altri autori raccontano a proposito dello sfarzo con
cui la Grande Madre dell’Asia Minore fu introdotta a Roma nel 204 a.C.,
verso la fine della seconda guerra punica. Fu un avvenimento tipicamente
romano. Un libro di oracoli romani che si riteneva risalire al regno dei
Tarquini raccomandava che Cibele, come la dea era anche chiamata, fosse
incorporata nel pantheon di Roma. La serie delle divinità adorate in città
era deliberatamente aperta ed elastica, e la Grande Madre era la dea della
patria ancestrale dei romani, la Troia di Enea: quindi, in un certo senso,
apparteneva all’Italia. Fu inviata una delegazione per prendere l’immagine
cultuale della dea e riportarla a Roma; per accoglierla fu scelto, come
richiesto dall’oracolo, «l’uomo migliore dello stato», che risultò essere
ancora un altro Scipione. Lo accompagnava una nobile donna romana
(secondo alcune versioni si trattava di una vergine vestale); l’immagine
venne fatta sbarcare dalla nave e poi trasportata dalla costa fino alla città da
una lunga fila di donne, che se la passarono di mano in mano. La dea fu
temporaneamente alloggiata nel santuario della Vittoria finché la
costruzione del suo tempio non fosse terminata. Per quanto ne sappiamo,
fu il primo edificio di Roma realizzato usando una delle più caratteristiche
tecniche edilizie romane, alla quale si devono molti dei successivi
capolavori architettonici di questa civiltà: l’opera cementizia.

34. Monumento del II secolo d.C. in memoria di un sacerdote della Grande Madre. La sua
immagine è molto diversa da quella dei tipici sacerdoti romani in toga (cfr. fig. 61): ha i
capelli lunghi, indossa pesanti gioielli ed è accompagnato da strumenti musicali
«stranieri», mentre il frustino e la verga sono un’allusione alle pratiche di
autoflagellazione.

Nulla avrebbe potuto deliziare maggiormente Catone, tranne che non


tutto era proprio come sembrava. L’immagine della dea non corrispondeva
affatto a ciò che i romani avrebbero potuto supporre. Era un grosso
meteorite nero, non una statua in forma umana. E il meteorite arrivava
accompagnato da un seguito di sacerdoti. I quali erano eunuchi autoevirati,
che portavano lunghi capelli, suonavano tamburelli e avevano la passione
dell’autoflagellazione. Era la cosa meno romana che ci si potesse
immaginare. E sollevò continuamente scomode domande su ciò che era
«romano» e ciò che era «straniero» e su dove passava il confine tra l’uno e
l’altro. Se era questo il genere di cose che arrivavano dalla patria ancestrale
di Roma, che cosa comportava per la definizione di «romano»?
VI
UNA NUOVA POLITICA
Distruzione
Il lungo assedio di Cartagine e la sua distruzione finale nel 146 a.C. furono
un episodio raccapricciante anche per la sensibilità antica, con spaventose
atrocità commesse da entrambi gli schieramenti. Gli sconfitti potevano
essere altrettanto spietati e crudeli dei vincitori. Una volta, si diceva, i
cartaginesi avevano fatto sfilare dei prigionieri romani sulle mura cittadine
e poi li avevano bruciati vivi e fatti a pezzi davanti agli occhi dei loro
camerati.
Cartagine sorgeva sulla costa mediterranea, vicino all’odierna Tunisi, ed
era difesa da un possente circuito di mura con un perimetro di quasi trenta
chilometri (le mura di Roma, costruite dopo l’invasione dei galli, avevano
una lunghezza inferiore alla metà di quelle cartaginesi). Fu soltanto
quando, dopo due anni di assedio, Scipione Emiliano riuscì a tagliarla fuori
dal mare, e quindi dall’accesso alle risorse, che i romani poterono
costringere il nemico alla resa per fame e conquistare così la città. L’unica
descrizione antica che ci sia giunta di questi ultimi momenti è zeppa di
impressionanti esagerazioni, ma rivela anche quanto doveva essere difficile
distruggere una città così solidamente costruita come Cartagine, e ci offre
altresì qualche dettaglio probabilmente realistico sulle carneficine che
accompagnarono la sconfitta. Nell’assalto finale, i soldati romani si
aprirono il varco risalendo strade fiancheggiate da edifici a più piani,
saltarono da un tetto all’altro, gettandone gli occupanti giù sul marciapiede
e dandoli alle fiamme man mano che avanzavano, finché le macerie così
prodottesi non gli bloccarono il passaggio. Vennero chiamate delle squadre
di apripista che liberarono la via per la nuova ondata d’attacco, facendosi
largo tra cumuli di rovine e di cadaveri: si potevano vedere le gambe dei
moribondi ancora in convulso movimento spuntare dalle macerie, mentre il
corpo e la testa erano sepolti sotto di esse. Le ossa trovate dagli archeologi
in questi strati di macerie (per non parlare delle migliaia di proiettili da
fionda in pietra e argilla che sono venuti in luce) indicano che questa
descrizione non è così esagerata come vorremmo sperare. Si ebbe la
consueta corsa al bottino, e non si trattava soltanto di oro e argento.
Scipione Emiliano si assicurò che il celebre trattato sull’agricoltura scritto
dal cartaginese Magone fosse salvato dalle fiamme. Riportato a Roma, il
Senato affidò a una commissione di linguisti l’eccezionale compito di
tradurre in latino i suoi ventotto volumi, in cui era trattato ogni possibile
argomento, dal modo di conservare le melagrane fino a quello di scegliere i
manzi migliori. E non mancavano riecheggiamenti mitici. La malinconica
citazione omerica pronunciata da Emiliano mentre osservava la distruzione
della città aveva il suo lato struggente. Ma era anche un vanto. Roma
reclamava ormai il proprio posto in quel ciclo di grandi potenze e
altrettanto grandiosi conflitti che era iniziato con la guerra di Troia. Quanto
a Cartagine, la sua parabola si era conclusa nello stesso modo in cui era
cominciata, ossia con un uomo che abbandonava la propria amata in favore
di Roma. Si raccontava che, proprio come l’eroe virgiliano Enea aveva
abbandonato Didone quando la città era ancora in fase di costruzione, così,
quando stava per essere distrutta, Asdrubale, il comandante dei cartaginesi,
si era infine consegnato ai romani, abbandonando la propria moglie. La
quale, dopo averlo denunciato e maledetto, si era gettata, novella Didone,
tra le fiamme di una pira funeraria.
Altrettanto devastante, pochi mesi dopo, fu il sacco di Corinto, che
distava da Cartagine quasi 1500 chilometri ed era la città più ricca della
Grecia. La sua prosperità si fondava sulla sua posizione geografica, perfetta
per il commercio, con porti alle due estremità della stretta striscia di terra
che separava il Peloponneso dal resto della Grecia. Al comando di Lucio
Mummio Acaico (come venne in seguito chiamato per la sua vittoria sugli
«achei»), le legioni romane ne saccheggiarono le magnifiche opere d’arte e
ne ridussero la popolazione in schiavitù, poi la rasero al suolo e la diedero
alle fiamme. Fu una devastazione talmente spaventosa che la massa di
metallo fuso da essa prodotta si diceva fosse all’origine di un materiale
molto apprezzato e costoso chiamato «bronzo corinzio». Gli esperti antichi
non credevano affatto a questa storia, ma l’immagine dell’eccezionale calore
sviluppato dall’incendio, capace di fondere prima il bronzo, poi l’argento e
infine l’oro, e legarli in un unico composto, è senza dubbio molto potente e
costituisce un illuminante esempio dello stretto legame che esisteva
nell’immaginario romano tra arte e conquista.
Mummio era un personaggio molto diverso da Emiliano, l’appassionato
ammiratore di Omero, ed è passato alla storia assumendo i caratteri quasi
caricaturali del tipico romano incolto. Polibio, che giunse a Corinto poco
dopo la sconfitta greca, rimase scioccato quando vide i soldati romani usare
il lato posteriore di pregiati dipinti come tavoli da gioco, probabilmente con
l’assenso del loro comandante. E quasi settecento anni dopo circolava
ancora una battuta su come, mentre controllava le operazioni di carico delle
preziose antichità, Mummio avesse detto ai capitani delle navi che ogni
pezzo danneggiato avrebbe dovuto essere sostituito con uno nuovo!
Insomma, era così ridicolmente rozzo da non rendersi conto che, in tal caso,
«nuovo in cambio del vecchio» non aveva alcun senso.
Ma anche questa storia, al pari di molte altre, era a doppio taglio.
Almeno un severo commentatore romano prese una posizione simile a
quella di Catone, sostenendo che per Roma sarebbe stato meglio se molte
più persone avessero seguito l’esempio di Mummio e si fossero tenute a
debita distanza dal lusso greco. Forse la famiglia di Mummio si era distinta
per una tradizione di particolare austerità, dato che un suo lontano
discendente fu l’imperatore Galba, celebre per la sua parsimonia e il suo
pragmatismo, che regnò per pochi mesi nel 68-69 d.C., subito dopo la
caduta dello stravagante Nerone. Comunque, quali che fossero le sue vere
opinioni, Mummio dispose delle spoglie corinzie con notevole cura. Alcune
furono esposte in templi in Grecia (come esempio di pietà e sottile
avvertimento per gli altri greci), molte vennero esposte a Roma o donate a
diverse città dell’Italia. Ne continuano ad affiorare testimonianze
archeologiche. A Pompei, nel recinto del tempio di Apollo, poco distante
dal Foro, è stato trovato nel 2002 il plinto di una statua su cui, sotto un più
tardo rivestimento di stucco, è stata scoperta un’iscrizione in osco, la lingua
locale: vi si proclama che ciò che (un tempo) poggiava su di esso era un
dono di L Mummis L kusul, ossia di «Lucio Mummio, figlio di Lucio,
console». Doveva essere qualche prezioso pezzo preso a Corinto.
Per quale motivo, nel giro di pochi mesi, i romani abbiano adottato
misure così brutali e spietate contro queste due grandi e celebri città è stato
fin da allora argomento di acceso dibattito. Dopo la vittoria di Africano
nella battaglia di Zama (202 a.C.), ultimo capitolo della guerra con
Annibale, Cartagine aveva accettato di ottemperare alle richieste romane.
Cinquant’anni più tardi, aveva appena terminato di pagare la gigantesca
indennità in denaro che i romani le avevano imposto. Questa finale
campagna di annientamento fu semplicemente un atto di vendetta,
compiuto con qualche scusa pretestuosa? Oppure i romani avevano fondate
ragioni per temere una nuova affermazione della potenza cartaginese,
economica o militare che fosse? Catone ne fu il più accanito avversario e,
come sappiamo, concludeva tutti i suoi discorsi, con noiosa ma in definitiva
persuasiva ripetitività, pronunciando le parole Carthago delenda est,
«Cartagine deve essere distrutta». Una volta, mentre si trovava in Senato,
mostrò alcuni fichi deliziosamente maturi che aveva tenuto raccolti nella
sua toga. Poi spiegò che arrivavano da una città ad appena tre giorni di
distanza: era una deliberata sottovalutazione della distanza tra Cartagine e
Roma (il viaggio più rapido non sarebbe potuto durare meno di cinque
giorni), ma era un simbolo perfetto della pericolosa vicinanza, e della
ricchezza agricola, di una possibile rivale; un gesto fatto apposta per
suscitare nuovi sospetti nei confronti di un antico nemico.
Corinto deve avere avuto un posto alquanto diverso nei piani romani. Era
stata una delle tante città greche che, perseguendo i propri obiettivi di
politica regionale, avevano ignorato alcune disposizioni, peraltro piuttosto
fiacche e niente affatto chiare, che i romani avevano emanato negli anni
Quaranta del I secolo a.C. per cercare di limitare le alleanze entro il mondo
greco. Cosa ancora più grave, i corinzi avevano bruscamente rispedito a casa
una delegazione di inviati romani. Nessun’altra città greca subì lo stesso
trattamento. Corinto fu punita per dare un esempio della sorte che sarebbe
toccata a chi commetteva atti di pubblica disobbedienza, anche se nel caso
specifico si era trattato di un’infrazione di piccolo conto? Oppure si aveva
l’autentico sospetto che sarebbe potuta diventare una base di potere
alternativa e concorrenziale nel Mediterraneo orientale? O ancora, come
insinua Polibio al termine delle sue Storie, i romani stavano semplicemente
iniziando a ricorrere al metodo dello sterminio? Quali che fossero le vere
motivazioni alla base della violenza del 146 a.C., gli eventi di quell’anno
vennero presto considerati un punto di svolta. Da un lato, segnarono l’apice
del successo militare romano. Roma aveva ormai annichilito tutti i suoi più
antichi, ricchi e potenti rivali nel mondo mediterraneo. Più di cento anni
dopo, Virgilio, nell’Eneide, presentò Mummio come colui che, conquistando
Corinto, aveva infine vendicato la sconfitta subita dai troiani di Enea per
mano dei greci nella guerra di Troia. Ma, dall’altro lato, gli eventi del 146
a.C. furono anche considerati l’inizio del collasso della repubblica e la
scintilla che diede avvio a un secolo di guerre civili, di violenze e assassinii
indiscriminati, che si conclusero con il ritorno a un governo autocratico. La
paura del nemico, così si sosteneva, era stata un’ottima cosa per Roma;
eliminata ogni concreta minaccia esterna, «il cammino della virtù fu
abbandonato in favore di quello della corruzione». Sallustio si espresse al
riguardo con molta eloquenza. Nell’altro suo saggio che ci è giunto,
dedicato alla guerra combattuta contro il re nordafricano Giugurta alla fine
del II secolo a.C., lo storico riflette sulle amare conseguenze della
distruzione di Cartagine: dall’avidità che si era insinuata in tutti i settori
della società romana («ognuno per se stesso»), alla frantumazione del
consenso tra ricchi e poveri e alla concentrazione del potere nelle mani di
pochi uomini. Tutto ciò era il segno della fine della repubblica. Sallustio fu
un acuto osservatore del potere romano, ma il collasso della repubblica,
come vedremo, non si spiega così facilmente.
L’eredità di Romolo e Remo?
Il periodo che va dal 146 a.C. all’assassinio di Giulio Cesare nel 44 a.C., e in
particolare gli ultimi trent’anni, segna uno dei vertici della letteratura,
dell’arte e della cultura romane. Il poeta Catullo scriveva quelle che ancora
oggi sono considerate tra le più intense poesie d’amore, indirizzate alla
moglie di un senatore romano, la cui identità, molto saggiamente, Catullo
nascose sotto lo pseudonimo di «Lesbia». Cicerone redigeva discorsi che
sono divenuti pietre miliari dell’arte oratoria, nonché trattati teorici sui
princìpi della retorica, del buon governo e persino della teologia. Giulio
Cesare componeva una descrizione elegantemente autocelebrativa delle sue
campagne in Gallia, che va annoverata tra i rarissimi resoconti di operazioni
militari scritti dai loro stessi comandanti che ci sono giunti dal mondo
antico. E la città di Roma, da disordinato e labirintico agglomerato, stava
trasformandosi nell’imponente capitale che tutti noi abbiamo in mente. Il
primo teatro permanente in pietra fu inaugurato nel 55 a.C.: aveva un
palcoscenico largo novantacinque metri, collegato a un vasto e nuovo
complesso di camminamenti, giardini adorni di sculture e portici sostenuti
da colonne di marmo (fig. 44). Oggi sepolto sotto la moderna piazza di
Campo de’ Fiori, un tempo occupava un’area nettamente più vasta di quella
su cui si estese poi il Colosseo.
35. Statua colossale, ora conservata a palazzo Spada a Roma, generalmente considerata
un ritratto di Pompeo; il globo che tiene nella mano sinistra lo rappresenta come
conquistatore del mondo. Nel XVIII e nel XIX secolo era un’opera assai celebrata, e
addirittura creduta erroneamente la stessa statua di Pompeo ai piedi della quale Giulio
Cesare era stato assassinato. Alcune macchie nel marmo furono ingenuamente credute le
tracce del sangue di Cesare.

Comunque, l’attenzione di molti autori romani era attirata più dal


progressivo declino politico e morale che da queste scintillanti imprese.
All’estero, le armate romane continuavano a riportare vittorie
estremamente lucrative, e talvolta altrettanto sanguinose. Nel 61 a.C. Gneo
Pompeo Magno («Pompeo il Grande», come egli stesso si definiva, in
imitazione di Alessandro) celebrò il trionfo per la sua vittoria sul re del
Ponto Mitridate VI, che un tempo occupava vasti territori attorno alle coste
del mar Nero e aspirava a conquistarne altri ancora. Fu uno spettacolo
ancora più strabiliante del trionfo celebrato da Emilio Paolo un secolo
prima. Gli oltre «75 milioni di dracme in monete d’argento» trasportati in
processione equivalevano alla rendita annuale complessiva delle tasse
riscosse nell’impero. Era una cifra sufficiente a nutrire due milioni di
persone per un anno, e buona parte di essa servì a finanziare la costruzione
di quel primo sfarzoso teatro. Alla metà del I secolo a.C. le campagne in
Gallia, condotte e raccontate da Cesare, sottomisero al controllo di Roma
parecchi milioni di persone, per non parlare di circa un altro milione di
uomini che Cesare sembra avere lasciato senza vita sul campo. Tuttavia, le
armi romane iniziavano a rivolgersi in misura sempre maggiore non contro
nemici stranieri bensì contro altri romani. Qui i troiani di Enea non
contavano più nulla; questa era l’eredità di Romolo e Remo, i gemelli
fratricidi. Il «sangue innocente di Remo», come scrisse Orazio nel
terzultimo decennio del I secolo a.C., stava prendendosi la propria vendetta.
Quando riflettevano su quest’epoca, gli storici romani lamentavano la
progressiva erosione di una politica fondata su princìpi di correttezza e
metodi non violenti. La violenza fu data sempre più per scontata come
strumento politico. La moderazione e le convenzioni tradizionali si
frantumarono, una dopo l’altra, finché mazze, spade e rivolte si sostituirono
quasi completamente alle urne elettorali. Allo stesso tempo, sempre
secondo Sallustio, pochi individui dotati di enorme potere, ricchezza e
sostegno militare iniziarono a dominare lo stato, finché Cesare venne
ufficialmente nominato «dittatore a vita», e poche settimane dopo
assassinato in nome della libertà. Ridotta ai suoi elementi più essenziali e
brutali, questa storia si articola in una serie di conflitti e momenti
culminanti che portarono alla dissoluzione del libero stato, una sequenza di
svolte che segnarono le fasi di una progressiva degenerazione della vita
politica, e una successione di atrocità che rimasero impresse per secoli
nell’immaginario romano.
Il primo di questi conflitti si aprì nel 133 a.C., quando Tiberio Sempronio
Gracco, un tribuno della plebe con progetti radicali di ridistribuzione della
terra ai poveri di Roma, decise di ricandidarsi per un secondo mandato
consecutivo. Per impedirlo, una banda priva di avallo ufficiale di senatori e
loro tirapiedi interruppe le elezioni, bastonò a morte Gracco e centinaia di
suoi sostenitori e gettò i loro cadaveri nel Tevere. Dimenticando
opportunamente le violenze che avevano contrassegnato il conflitto delle
classi, molti romani lo ritennero il primo scontro politico dalla caduta della
monarchia a essere risolto con il sangue e la morte di cittadini. E presto ce
ne fu un altro. Poco più di un decennio dopo, il fratello di Tiberio, Gaio
Sempronio Gracco, subì la stessa sorte. Aveva fatto approvare un
programma di riforme ancora più radicale, compresa una distribuzione
gratuita di grano per i cittadini romani, ed era riuscito a farsi eleggere
tribuno della plebe per due volte di seguito. Ma nel 121, mentre cercava di
impedire che la sua legge fosse smantellata, cadde vittima di un’altra e più
ufficiale banda di senatori. E questa volta si ammucchiarono nel fiume i
corpi di migliaia di suoi sostenitori. E accadde nuovamente nel 100 a.C.,
quando altri politici riformisti vennero picchiati a morte nello stesso Senato
e gli assalitori usarono come armi alcune tegole prese dal tetto dell’edificio.
Altre tre cruente guerre civili, o sollevazioni rivoluzionarie (il confine tra
le une e le altre è spesso incerto), si susseguirono nel corso di vent’anni,
componendo così un unico conflitto intermittente. Nel 91 a.C. una
coalizione di alleati italici, chiamati socii (da cui deriva il curioso, e
ingannevolmente armonioso, nome di «guerra sociale»), dichiarò guerra a
Roma. I romani riuscirono a sconfiggerli nel giro di un paio d’anni,
concedendo alla maggior parte di essi la piena cittadinanza. Ciononostante,
il numero delle vittime, tra uomini che un tempo avevano combattuto
fianco a fianco nelle guerre d’espansione di Roma, fu, secondo le stime
dell’epoca, di circa trecentomila. Per quanto possa essere esagerata, questa
cifra indica comunque un numero di perdite non lontano da quello del
conflitto contro Annibale. Prima ancora che la guerra sociale fosse
terminata, uno dei suoi protagonisti, Lucio Cornelio Silla, console nell’88
a.C., divenne il primo romano, fin dai tempi del mitico Coriolano, a guidare
l’esercito contro la propria città. Silla costrinse il Senato ad affidargli il
comando della guerra in Oriente e, quando, quattro anni dopo, ne tornò
vincitore, marciò nuovamente su Roma e si fece nominare dittatore. Prima
di dimettersi, nel 79 a.C., attuò un programma di riforme profondamente
conservatore e presiedette alla prima purga organizzata di nemici politici di
cui si abbia notizia nella storia romana. In queste liste di «proscrizione»
(vale a dire «notificazioni», come erano chiamate con gelido eufemismo),
distribuite per tutta l’Italia, figuravano i nomi di migliaia di uomini,
compreso circa un terzo di tutti i senatori, con una lauta taglia sulla loro
testa per chiunque fosse abbastanza crudele, avido o disperato da essere
pronto a ucciderli. Infine, le ripercussioni di questi due conflitti
scatenarono la celebre «guerra servile» di Spartaco, iniziata nel 73 a.C., che
rimane uno dei conflitti più celebrati di tutta la storia romana. Visto il loro
coraggio, questo piccolo pugno di schiavi-gladiatori in fuga deve essere
stato rinforzato da molti disaffezionati cittadini romani d’Italia; altrimenti
non sarebbero riusciti a tenere impegnate le legioni romane per quasi due
anni. Era, per così dire, una combinazione tra ribellione di schiavi e guerra
civile.
Negli anni Sessanta del I secolo a.C. l’ordine politico si stava ormai
frantumando anche nella stessa Roma, rimpiazzato da una violenza di
strada che divenne parte normale della vita quotidiana. La «congiura» di
Catilina fu soltanto uno dei tanti incidenti di questo genere. In ripetute
occasioni le sommosse cittadine impedirono lo svolgimento delle elezioni,
la corruzione dilagante condizionò le decisioni dell’elettorato e delle giurie
nei tribunali, e l’assassinio fu l’arma preferita per sbarazzarsi di un
avversario politico. Publio Clodio Pulcro, fratello della «Lesbia» di Catullo e
principale architetto dell’esilio di Cicerone nel 58 a.C., fu poi ucciso da una
banda paramilitare di schiavi al soldo di uno degli amici di Cicerone
durante una squallida rissa in un sobborgo di Roma (la cosiddetta
«battaglia di Bovillae», come venne esageratamente e ironicamente
chiamata). Chi fosse l’autentico responsabile della sua morte non fu mai
accertato, ma Clodio ricevette un’improvvisata cremazione nell’edificio del
Senato, che andò in fiamme insieme a lui. In confronto, un altro console
contestato, nel 59 a.C., fu più fortunato: venne semplicemente bersagliato di
escrementi e trascorse il resto del suo mandato barricato in casa.
In tale atmosfera, tre uomini (Pompeo, Giulio Cesare e Marco Licinio
Crasso) conclusero un patto informale mettendo insieme la loro influenza,
le loro conoscenze e il loro denaro al fine di guidare il processo politico a
proprio vantaggio. Questa «banda dei tre» o «mostro a tre teste», come lo
definì uno scrittore satirico di allora, pose per la prima volta la
responsabilità delle decisioni pubbliche in mani private. Con una serie di
accordi, corruzioni e minacce, i tre fecero in modo che le nomine al
consolato e ai comandi militari fossero destinate a uomini di loro
gradimento e che le decisioni fondamentali si accordassero alla loro
volontà. Questo patto durò circa un decennio, a partire grosso modo dal 60
a.C. (i patti privati non sono precisamente databili). Poi Giulio Cesare,
deciso a consolidare la propria posizione personale, scelse di seguire
l’esempio di Silla e prese Roma con la forza.
Ciò che avvenne in seguito è abbastanza chiaro, anche se i particolari
sono di una complessità quasi impenetrabile. Lasciata la Gallia all’inizio del
49 a.C., Cesare, come noto, attraversò il fiume Rubicone, che segnava il
confine dell’Italia, e marciò verso Roma. In quarant’anni le cose erano
molto cambiate. Quando Silla aveva rivolto il proprio esercito contro la città,
tutti i suoi alti ufficiali, tranne uno, si erano rifiutati di seguirlo. Quando
Cesare fece lo stesso, tutti, tranne uno, rimasero con lui. Era un simbolo
perfetto di quanto profondamente, e in così breve tempo, si fosse perso
ogni scrupolo. La successiva guerra civile, in cui Cesare e Pompeo, un
tempo alleati, si trovarono contrapposti, si estese per tutto il mondo
mediterraneo. La battaglia decisiva fu combattuta nella Grecia centrale, e
Pompeo venne ucciso poco tempo dopo sulla costa egizia, decapitato da
qualche doppiogiochista egizio che si era finto suo alleato.
È una potente storia di crisi politica e cruenta disintegrazione, anche
nella sua forma narrativa più concisa ed essenziale. Alcuni problemi di
fondo appaiono ovvi. Le istituzioni politiche romane, di scala ancora
relativamente modesta, poco mutate fin dal IV secolo a.C., non erano più
sufficienti per governare la penisola italiana. E ancor meno per controllare e
pattugliare un vasto impero. Come vedremo, Roma si affidò sempre più
all’impegno e al talento di singoli individui, la potenza, i guadagni e le
rivalità dei quali minacciavano però le stesse fondamenta su cui la
repubblica poggiava. E non esisteva alcun modo – neppure nella forma di
una forza di polizia – per impedire che i conflitti politici sfociassero in
violenza omicida in una gigantesca metropoli che, alla metà del I secolo
a.C., contava un milione di abitanti, e dove la fame, lo sfruttamento e le
enormi disparità di ricchezza non facevano che alimentare ulteriormente le
proteste, le rivolte e i crimini.
Ed è una storia che gli studiosi, antichi e moderni, raccontano con tutti i
vantaggi e gli svantaggi che comporta una visione in retrospettiva. Se già si
conosce l’esito finale, è facile presentare questo periodo come una serie di
bruschi e inevitabili passi verso la crisi o come un lento conto alla rovescia
tanto per la fine del libero stato quanto per il ritorno al dominio di un
sovrano assoluto. Ma l’ultimo secolo della repubblica non fu soltanto un
bagno di sangue. Come dimostra la fioritura della poesia, dell’arte e della
riflessione teorica, fu anche un periodo in cui i romani affrontarono le
questioni che stavano incrinando il loro sistema politico e formularono
alcune delle loro più brillanti soluzioni, compreso il principio, allora
estremamente radicale, secondo il quale lo stato aveva la responsabilità di
garantire la sussistenza dei propri cittadini. Per la prima volta, cercarono
una soluzione al problema di come si dovesse governare e amministrare un
impero, ed elaborarono un complesso codice procedurale per il dominio
romano. In altre parole, questo fu un periodo di straordinaria innovazione e
analisi politica. I senatori romani non rimasero ad assistere inerti alla
frantumazione delle loro istituzioni politiche, né si limitarono ad
alimentare le fiamme della crisi per un proprio vantaggio di breve termine
(benché vi fosse anche questo). Molti di loro, pur partendo da posizioni
politiche diverse, cercarono di trovare un rimedio efficace. Non dobbiamo
permettere che il nostro senno di poi, il loro finale insuccesso o la semplice
sequela di guerre civili ci impediscano di vedere l’importanza dei loro
sforzi, che sono il tema principale di questo e del prossimo capitolo.
Esamineremo più a fondo alcuni dei più celebri conflitti e personaggi di
questo periodo per scoprire quali fossero gli autentici motivi per cui i
romani discutevano e combattevano. Una parte delle risposte ci riporterà al
manifesto popolare di libertà incapsulato nei resoconti e nelle ricostruzioni
del conflitto di classe. Ma vedremo anche l’affiorare di nuove questioni,
dalle conseguenze della concessione generale della piena cittadinanza agli
alleati italici fino al problema di come si dovessero suddividere i profitti
dell’impero. Tutti questi temi sono inestricabilmente intrecciati: la vittoria
(o la sconfitta) degli eserciti impegnati all’estero aveva dirette ripercussioni
sul fronte interno; le ambizioni politiche di uomini come Pompeo e Cesare
erano la causa profonda di alcune guerre di conquista; non si ebbe mai una
netta separazione tra i ruoli politici e militari dell’élite romana.
Ciononostante, al fine di presentare un quadro più chiaro di questi cruciali
ma complessi sviluppi, il capitolo VII è dedicato alla politica estera di Roma
e all’ascesa di potentissimi dinasti, in particolare Pompeo e Cesare, nella
fase finale del periodo. In questo capitolo ci occuperemo invece soprattutto
delle vicende che riguardano Roma e l’Italia, concentrando l’attenzione
sulla parte iniziale del periodo, grosso modo (per ancorare la cronologia a
nomi celebri, che dominano ancora oggi la narrazione) da Tiberio Gracco a
Silla e Spartaco.
Tiberio Gracco
Nel 137 a.C. Tiberio Gracco (nipote di Scipione Africano, cognato di
Emiliano, ed eroe di guerra nell’assedio di Cartagine, dove era stato il primo
a scalare le mura nemiche) partì da Roma per unirsi alle legioni stanziate in
Spagna. Risalendo l’Etruria, rimase scioccato dallo stato delle campagne,
perché la terra era coltivata su scala industriale da schiavi stranieri che
lavoravano all’interno di grandi proprietà; i piccoli contadini, che avevano
costituito l’ossatura tradizionale dell’agricoltura italiana, erano scomparsi.
Secondo un opuscolo scritto dal fratello minore Gaio, citato in una biografia
di epoca molto più tarda, fu proprio questo il momento in cui Tiberio si
convinse della necessità di una riforma. Come poi disse lui stesso al popolo
romano, gran parte degli uomini che avevano combattuto nelle guerre di
Roma «sono detti padroni del mondo, ma non possiedono neppure una
zolla di terra». Per Tiberio, questo non era giusto.
Gli storici moderni, a differenza dei loro colleghi antichi, si sono
insistentemente domandati fino a che punto la scomparsa dei piccoli
proprietari terrieri corrispondesse alla realtà. Non è difficile immaginare
che una rivoluzione agricola di questo tipo possa essere stata una logica
conseguenza della guerra e dell’espansione romana. Durante il conflitto
contro Annibale, alla fine del III secolo a.C., eserciti rivali avevano percorso
avanti e indietro la penisola italiana per due decenni, con effetti devastanti
sulle campagne e le coltivazioni. Il servizio militare all’estero sottraeva gli
uomini all’agricoltura per lunghi anni, lasciando le famiglie dei contadini
senza manodopera. Entrambi questi fattori resero probabilmente i piccoli
proprietari particolarmente esposti alla possibilità di fallimento, bancarotta
o svendita totale ai ricchi, che sfruttavano la ricchezza acquisita grazie alle
conquiste oltremare per creare enormi proprietà terriere, coltivate come
grandi fattorie agricole da una vasta schiera di schiavi. Uno storico moderno
ha riecheggiato i sentimenti di Tiberio Gracco riassumendo la situazione
con queste scoraggianti parole: per quanto ricco potesse essere il bottino
che riportavano a casa, molti soldati avevano in realtà «combattuto per il
proprio dislocamento». Buona parte di essi si riversò a Roma o in altre città
cercando di tirare avanti in qualche modo, andando così a ingrossare le file
del proletariato urbano.
È uno scenario verosimile. Ma non ci sono testimonianze sicure per
confermarlo. A parte il tono propagandistico del viaggio rivelatore di
Tiberio attraverso l’Etruria (possibile che non si fosse mai allontanato
prima da Roma più di una sessantina di chilometri?), ci sono ben poche
tracce archeologiche del nuovo tipo di aziende agricole di cui parla, e molte,
invece, che attestano una diffusa sopravvivenza della piccola proprietà. Non
è neppure certo che le devastazioni della guerra o la mancanza di
manodopera maschile abbiano avuto gli effetti così catastrofici che spesso
ci immaginiamo. I terreni agricoli si riprendono abbastanza rapidamente da
questo genere di devastazioni, e alle famiglie contadine non mancavano
certo altre braccia per sostituire quelle degli uomini impegnati nel servizio
militare; e, se anche non fosse stato così, persino una famiglia di contadini
di condizioni relativamente umili avrebbe avuto i mezzi per assumere
qualche bracciante schiavo. In effetti, oggi molti storici ritengono che, se le
sue motivazioni erano sincere, Tiberio fraintese gravemente la situazione.
Comunque, quale che fosse la concreta realtà economica, Tiberio vide
certamente il problema secondo la prospettiva del trasferimento dei poveri
dalle loro modeste proprietà agricole. Così la pensavano anche i più
indigenti, se dobbiamo credere ai graffiti elettorali che lasciarono nelle
strade di Roma, in cui esortavano Tiberio a restituire «la terra ai poveri». E
fu proprio questo il problema che Tiberio decise di risolvere quando venne
eletto tribuno della plebe per il 133 a.C. Propose immediatamente
all’assemblea popolare una legge per ridare slancio alla piccola proprietà
distribuendo ai poveri alcuni lotti dell’ager publicus romano. Questa «terra
pubblica» faceva parte del territorio che i romani avevano occupato nel
corso della loro conquista della penisola. In teoria era a disposizione di un
ampio numero di persone, ma in pratica era stata in gran parte accaparrata
dai romani e dagli italici più ricchi, che ne avevano fatto, a tutti gli effetti,
una loro proprietà privata. Tiberio propose di restringere i loro
possedimenti a un massimo di 500 iugeri (circa 120 ettari) ciascuno,
affermando che questo era l’antico limite legalmente stabilito, e di
suddividere il resto in piccole unità da distribuire a chi non aveva terra o ne
era stato espropriato. Fu una riforma di stile tipicamente romano, che
giustificava un’azione radicale presentandola come un ritorno a costumi del
passato.
La proposta di Tiberio scatenò controversie sempre più accese e feroci.
Innanzitutto, dopo che uno dei suoi colleghi tribuni, Marco Ottavio, ebbe
ripetutamente posto il veto su di essa (questi «rappresentanti del popolo»
avevano ottenuto il diritto di veto già parecchi secoli prima), Tiberio
scavalcò la sua opposizione facendo votare dal popolo la sua destituzione
dalla carica. Tale mossa consentì l’approvazione della legge; venne nominata
una commissione di tre membri, piuttosto favorevole poiché vi cui
figuravano lo stesso Tiberio, suo fratello e suo suocero, con il compito di
presiedere alla riassegnazione delle terre. Subito dopo, quando il Senato, i
cui interessi coincidevano generalmente con quelli dei ricchi, accettò di
accordare solo una insignificante sovvenzione di denaro per finanziare
l’operazione (un metodo ben noto nella politica moderna), Tiberio si rivolse
nuovamente al popolo e lo persuase a votare l’utilizzo di un recente e
inaspettato tesoro entrato nelle casse dello stato per foraggiare la
commissione.
Per una fortunata coincidenza, il re di Pergamo Attalo III, poco prima
della sua morte, nel 133 a.C., con una realistica valutazione della potenza
romana nel Mediterraneo orientale e un’astuta mossa per difendersi dalle
minacce di assassinio a opera di rivali interni, aveva reso il «popolo
romano» erede delle sue proprietà e di un vasto regno, nell’odierna Turchia.
Questa eredità garantì tutto il denaro necessario per il complesso lavoro
della commissione, che comportava l’indagine, la misurazione e la
rilevazione dei terreni, nonché la selezione dei nuovi locatari e la fornitura
degli strumenti essenziali per il lavoro agricolo. Infine, quando si vide
attaccato in modo sempre più minaccioso e persino accusato di aspirare alla
monarchia (secondo una voce tendenziosa, aveva fissato bramosamente il
diadema regale e l’abito in porpora di Attalo), Tiberio decise di ricandidarsi
al tribunato della plebe anche per l’anno successivo; in tale veste, infatti,
non avrebbe potuto essere messo sotto processo. Ma questo fu davvero
troppo per alcuni dei suoi più preoccupati avversari, e una banda composta
da senatori e delinquenti di ogni risma, con armi improvvisate e senza
alcuna autorità ufficiale, interruppe le elezioni.
Le elezioni, a Roma, erano una procedura lunga e complessa.
Nell’assemblea popolare, che nominava i tribuni, gli elettori si riunivano in
un unico luogo, e le tribù votavano a turno, ciascun membro votando
individualmente, uno dopo l’altro (e si trattava, in tutto, di varie migliaia di
persone). Talvolta occorreva più di un giorno per completare le operazioni
di voto. Nel 133 a.C. le votazioni si stavano lentamente svolgendo sul colle
del Campidoglio, quando intervenne la banda senatoria. Si scatenò uno
scontro, nel corso del quale Tiberio venne malmenato e colpito a morte con
la gamba di una sedia. L’uomo che aveva organizzato questo linciaggio era
suo cugino, Publio Cornelio Scipione Nasica Serapione, ex console e capo di
uno dei principali collegi sacerdotali romani, quello dei pontefici. Si dice
che si fosse gettato in questa rissa mortale dopo essersi coperto il capo con
la toga, come facevano i sacerdoti romani quando sacrificavano animali agli
dèi. Cercava, probabilmente, di presentare l’assassinio come un atto
religioso.
La morte di Tiberio non fermò l’opera di ridistribuzione della terra. Un
altro tribuno prese il suo posto nella commissione, la cui attività negli anni
successivi è ancora rintracciabile grazie a una serie di pietre di confine che
delimitavano le intersezioni delle nuove unità territoriali, ciascuna incisa
con il nome dei commissari responsabili. Ma ci furono anche altre vittime,
in entrambi gli schieramenti. Alcuni sostenitori graccani furono messi sotto
processo da una corte speciale nominata dal Senato (non è chiaro con quale
accusa), e almeno uno di essi fu condannato a morte: fu chiuso in un sacco
pieno di serpenti velenosi; si tratta con ogni probabilità di una tradizione
ingegnosamente inventata per mascherare un arcaico e orribile rito romano
di punizione. Scipione Nasica venne ben presto opportunamente inviato
con una delegazione a Pergamo, dove morì un anno dopo. Scipione
Emiliano, che aveva reagito alla notizia dell’assassinio di Tiberio citando un
altro verso di Omero, attraverso il quale aveva insinuato di essere stato lui
stesso la causa della propria fine, rientrò in Italia dalla Spagna per
appoggiare la causa dei ricchi alleati italici che venivano espulsi dall’ager
publicus. Fu trovato senza vita nel suo letto nel 129 a.C., la stessa mattina in
cui avrebbe dovuto pronunciare un discorso in loro favore. Queste morti
inspiegate – e ce ne furono molte – suscitavano i sospetti dei cittadini. In
entrambi i casi appena citati si parlò di omicidio. Alcuni romani, come
facevano spesso quando non era disponibile alcuna testimonianza, allusero
a maligne influenze femminili dietro le quinte: il trionfante conquistatore di
Cartagine, sostenevano, era caduto vittima di un sordido omicidio
domestico per mano di sua moglie e di sua suocera, decise a impedire che
smantellasse l’opera di Tiberio Gracco, rispettivamente fratello e figlio delle
due donne.
36. Questa moneta d’argento della fine del II secolo a.C. mostra le procedure di votazione
nelle assemblee romane, con scrutinio segreto. L’uomo a destra sta depositando la sua
scheda elettorale nell’urna, collocata su una tavola rialzata o «ponte» (pons). A sinistra, un
altro uomo sta salendo sul «ponte» mentre riceve la sua scheda da un assistente che si
trova più in basso. La scritta «Nerva», sopra questa scena, fornisce il nome del funzionario
responsabile della coniazione.

Perché la riforma agraria di Tiberio incontrò un’opposizione così tenace?


Senza dubbio, entravano in gioco innumerevoli interessi personali. Alcuni
osservatori contemporanei (e parecchi altri dopo di loro) hanno sostenuto
che, ben lungi dall’essere sinceramente preoccupato per la triste condizione
in cui versavano i poveri, Tiberio era animato da un profondo risentimento
nei confronti del Senato, che lo aveva umiliato rifiutandosi di ratificare un
trattato da lui negoziato mentre prestava servizio in Spagna. Molti ricchi
proprietari devono avere provato grande rabbia per la perdita di terre che
da tempo consideravano parte delle loro proprietà private; viceversa, i
beneficiari delle distribuzioni appoggiavano appassionatamente la riforma.
Ne è chiara dimostrazione il massiccio afflusso in città di uomini da tutto il
territorio romano per votare in suo favore. Ma il conflitto non si limitava
soltanto a questo.
Lo scontro del 133 portò in primo piano due concezioni radicalmente
diverse del potere del popolo. Quando Tiberio lo persuase a votare la
deposizione del tribuno che si opponeva alla sua legge, la sua
giustificazione fu di questo tenore: «Se un tribuno della plebe non fa più ciò
che il popolo desidera, allora deve essere deposto». Si sollevò così una
questione che ci è ancora ben nota nei sistemi elettorali moderni. I membri
del parlamento, per esempio, devono essere considerati delegati degli
elettori, vincolati a seguire la volontà del loro elettorato, oppure sono dei
rappresentanti, designati per esercitare il proprio personale giudizio nelle
mutevoli circostanze di governo? Questa fu la prima volta, per quanto ne
sappiamo, in cui tale questione venne esplicitamente posta a Roma, e
trovarvi una risposta non era meno difficile di quanto lo sia oggi. Per alcuni,
le iniziative di Tiberio Gracco rendevano giustizia ai diritti del popolo; per
altri, minavano i diritti di un magistrato regolarmente eletto.
Analoghi dilemmi stavano al fondo della questione se Tiberio dovesse
essere rieletto al tribunato della plebe. Rivestire una carica per due anni
consecutivi non era un fatto senza precedenti, ma molti ritennero senza
dubbio che costituisse un pericoloso aumento dell’autorità individuale e
fosse un ulteriore indizio di ambizioni monarchiche. Altri sostenevano che
il popolo romano avesse il diritto di eleggere chi voleva, senza tenere conto
di quali fossero i regolamenti di voto. Per di più, se Attalo aveva lasciato il
proprio regno al «popolo romano» (populus romanus), non spettava forse a
esso, anziché al Senato, decidere come dovesse essere utilizzato il lascito? I
profitti dell’impero non dovevano andare a beneficio anche dei poveri oltre
che dei ricchi?
Scipione Nasica, con i suoi scagnozzi, le mazze e le gambe spezzate delle
sedie, non ne esce certo come una figura attraente, e il soprannome Vespillo
(«becchino») affibbiato al senatore che fece gettare i cadaveri nel Tevere è
una battuta sgradevole per qualsiasi sensibilità, antica come moderna. Ma
l’argomentazione nei confronti di Tiberio era di cruciale importanza, e
determinò il dibattito politico romano per tutto il resto del periodo
repubblicano. Cicerone, alla metà del I secolo a.C., definì il 133 a.C. un anno
decisivo proprio perché aveva aperto nella politica e nella società romana
una spaccatura che ai suoi tempi non si era ancora richiusa: «La morte di
Tiberio Gracco,» scrisse «e già prima la sua condotta politica durante il
tribunato, divise il popolo che era uno in due fazioni [partes]».
Questa è una semplificazione retorica. L’idea che a Roma avesse regnato
un pacifico consenso tra ricchi e poveri fino a quando Tiberio non era
intervenuto a frantumarlo è, nella migliore delle ipotesi, null’altro che una
nostalgica invenzione. Appare probabile, da quel poco che sappiamo dei
dibattiti del decennio precedente il 133 a.C., che altri politici avessero già
affermato i diritti della plebe sostanzialmente negli stessi termini. Nel 139
a.C., per esempio, un tribuno della plebe di orientamento radicale aveva
fatto approvare una legge che introduceva il voto segreto nelle elezioni. Non
abbiamo sufficienti testimonianze per dare maggiore consistenza all’uomo
responsabile di questa legge o esaminare più a fondo l’opposizione che
deve avere scatenato, per quanto Cicerone ci fornisca un indizio quando
scrive che «tutti sanno che la legge sul voto a scrutinio segreto ha privato gli
aristocratici di tutta la loro influenza» e tratteggia il promotore come «un
sudicio nessuno». Ma fu una riforma di cruciale importanza e costituì una
garanzia fondamentale di libertà politica per tutti i cittadini, sconosciuta
nei sistemi elettorali delle città greche classiche, democratiche o no che
fossero.
Ciononostante, furono gli eventi del 133 a.C. a cristallizzare l’opposizione
tra coloro che si facevano paladini dei diritti, della libertà e dei benefici del
popolo e coloro che, per esprimerci con le loro stesse parole, ritenevano più
prudente che lo stato fosse guidato dall’esperienza e dalla saggezza degli
«uomini migliori» (optimi), i quali, in pratica, coincidevano con i ricchi.
Cicerone usa la parola partes per indicare questi due gruppi (populares e
optimates, come venivano anche chiamati), ma non si trattava di partiti nel
senso moderno del termine: non avevano iscritti, leader ufficiali o
programmi condivisi. Rappresentavano due concezioni radicalmente
diverse dei fini e dei metodi di governo, che vennero di continuo a cozzare
l’una contro l’altra per quasi un intero secolo.
Gaio Gracco
Alla fine del I secolo a.C. lo scrittore satirico Giovenale scaricò tutto il
proprio disprezzo per la «masnada di Remo» che, come sentenziò con
parole rimaste celebri, voleva soltanto due cose: panem et circenses, «pane e
spettacoli». Come dimostra la frequenza con cui questa espressione viene
usata ancora oggi, era un brillante rifiuto dei limitati orizzonti della plebe
urbana, presentata da Giovenale come se fosse la discendenza del gemello
assassinato: non le interessavano altro che le corse dei carri e le
distribuzioni di cibo con le quali gli imperatori erano riusciti a corromperla
e quindi a depoliticizzarla. Era una cinica distorsione della tradizione
romana di approvvigionamento a spese dello stato degli alimenti primari
alla popolazione, prassi introdotta dal fratello minore di Tiberio, Gaio
Sempronio Gracco, tribuno della plebe per due anni consecutivi, il 123 e il
122 a.C.
Gaio non introdusse la distribuzione gratuita di grano o frumentatio. Per
essere precisi, propose al concilio della plebe una legge in virtù della quale
lo stato doveva vendere ogni mese una determinata quantità di grano a un
prezzo agevolato fisso ai singoli cittadini di Roma. Anche così, la portata e
l’ambizione di questa iniziativa erano enormi. E sembra che Gaio avesse
previsto e progettato la complessa infrastruttura necessaria per attuarla:
acquisti pubblici, centri di distribuzione, qualche tipo di controllo
d’identità (come si sarebbe potuta altrimenti limitare la legge ai soli
cittadini?), nonché deposito in nuovi magazzini pubblici costruiti presso il
Tevere e in spazi appositamente affittati in altri magazzini. I magistrati
pubblici di Roma potevano contare sull’assistenza soltanto di un
ristrettissimo numero di scribi, messaggeri e guardie del corpo. Quindi,
come per quasi tutte le altre responsabilità statali (fino a mansioni
estremamente specializzate, come ridipingere il volto della statua del dio
Giove nel suo tempio in cima al Campidoglio), la maggior parte del lavoro
di gestione e di distribuzione del grano fu probabilmente lasciata nelle
mani di appaltatori privati, che traevano i propri profitti dalla fornitura di
servizi pubblici.
L’iniziativa di Gaio Gracco nasceva in parte da un reale interesse per i
poveri della città. In anni di buon raccolto, il grano della Sicilia e della
Sardegna era più o meno sufficiente per nutrire circa
duecentocinquantamila persone; stima ragionevole, anche se leggermente
per difetto, della popolazione di Roma alla fine del II secolo a.C. Ma, a
quell’epoca, la resa dei raccolti poteva variare drammaticamente, e talvolta i
prezzi aumentavano ben oltre quanto molti comuni romani (negozianti,
artigiani, lavoratori giornalieri) potevano permettersi. Anche prima di Gaio
Gracco, lo stato in certi casi dovette prendere misure preventive per evitare
carestie nella città. Un’illuminante iscrizione trovata in Tessaglia, nel nord
della Grecia, ricorda la visita di un magistrato romano nel 129 a.C. Era
giunto, con il berretto in mano, «perché il suo paese in quel momento era
afflitto da una grave penuria», e andò via con la promessa di oltre tremila
tonnellate di frumento e dopo avere organizzato le complesse operazioni
per il loro trasporto.
Nella mente di Gaio, comunque, non c’erano soltanto fini caritatevoli, né
tantomeno la rigida logica, talvolta sostenuta a Roma, secondo cui una
popolazione affamata era una popolazione pericolosa. Il suo progetto
prevedeva anche un programma di condivisione delle risorse di stato.
Questo fu certamente il nodo di uno scontro fra Gaio e uno dei suoi più
implacabili avversari, il ricco ex console Lucio Calpurnio Pisone Frugi
(quest’ultimo nome significa, molto appropriatamente, «taccagno»). Dopo
l’approvazione della legge, Gaio vide Frugi fare la coda per ricevere la sua
assegnazione di grano e gli chiese perché stesse lì, visto che aveva
disapprovato così tenacemente il provvedimento. «Non vorrei» rispose
Frugi «che ti saltasse in mente di spartire i miei beni fra i singoli cittadini,
ma, nel caso lo facessi, pretenderei la mia parte.» Stava probabilmente
ritorcendo contro Gaio la sua stessa retorica. La discussione verteva su chi
potesse rivendicare un diritto sulla proprietà di stato e dove passasse il
confine tra ricchezza pubblica e ricchezza privata.
La distribuzione di grano a basso prezzo fu la riforma più importante e
influente di Gaio Gracco. Anche se nei decenni successivi venne emendata e
occasionalmente sospesa, il suo principio fondamentale rimase saldo per
secoli: Roma fu la sola città del Mediterraneo in cui lo stato garantiva ai suoi
cittadini una regolare distribuzione di derrate alimentari di prima
necessità. Il mondo greco, al contrario, aveva contato normalmente su
occasionali donazioni in periodi di carestia, o su sporadici gesti di
generosità da parte di ricchi cittadini. Ma le distribuzioni di cibo furono
soltanto una delle molte innovazioni di Gaio. A differenza di tutti i
precedenti riformisti romani, egli non si limitò a proporre una sola
iniziativa, ma ne sponsorizzò almeno un’altra dozzina. Fu il primo politico
romano, tralasciando i mitici padri fondatori, ad avere un vasto e coerente
programma, che contemplava provvedimenti specifici sul diritto di appello
contro la pena di morte, sull’illegalità della corruzione e su un piano di
distribuzione terriera molto più ambizioso di quello già proposto da suo
fratello Tiberio. Questo piano prevedeva il trasferimento in massa dei
cittadini in sovrannumero in diverse «colonie», non solo in Italia ma, per la
prima volta, anche oltremare. Appena un paio di decenni dopo essere stata
rasa al suolo e maledetta, Cartagine venne prescelta come nuova città da
ripopolare. Ma la memoria romana non era così corta, e questo particolare
progetto dovette essere presto cancellato, sebbene alcuni coloni vi fossero
già emigrati. Non è più possibile rintracciare tutte le leggi che Gaio propose
nello spazio di appena due anni, e ancor meno determinare con esattezza
quali fossero la loro struttura e i loro obiettivi. Fatta eccezione per una
sostanziosa sezione del testo di una legge che definiva quale
comportamento dovessero mantenere i magistrati romani all’estero e
forniva uno strumento per risarcire coloro che erano stati vittime di loro
abusi (ne faremo un’analisi più approfondita nel prossimo capitolo), i dati
in nostro possesso derivano in larga misura da digressioni occasionali o da
ricostruzioni molto più tarde. Ma in questo caso quel che conta è l’ampiezza
del programma. Per gli avversari di Gaio, tutto ciò puzzava pericolosamente
di ambizione al potere personale.
Nel complesso, il suo piano sembra indubbiamente costituire un
tentativo sistematico di riconfigurare le relazioni tra il popolo e il Senato.
Così almeno lo intese più di duecento anni dopo il suo biografo greco
Plutarco, quando raccontò quello che deve essere stato un plateale gesto
compiuto da Gaio mentre parlava in pubblico nel Foro. Prima di lui gli
oratori avevano pronunciato i propri discorsi rivolti verso l’edificio del
Senato, con gli ascoltatori ammassati nel piccolo spazio chiamato comitium,
proprio davanti a esso. Gaio ruppe le convenzioni dando la schiena al
Senato quando parlava al popolo, che ora poteva ascoltarlo nella piazza
aperta del Foro. Era, ammette Plutarco, soltanto una «lieve deviazione»
rispetto all’uso comune, ma fu una mossa rivoluzionaria. Non soltanto
permetteva la partecipazione di una massa di individui molto maggiore, ma
segnalava anche l’emancipazione e la libertà del popolo dal controllo del
Senato. Gli autori antichi, in effetti, attribuiscono a Gaio una sensibilità
eccezionale per l’ambientazione scenica della politica. Ecco un’altra storia:
in vista di un’esibizione di gladiatori nel Foro (uno dei luoghi preferiti per
questo tipo di spettacoli prima della costruzione del Colosseo, due secoli
dopo), alcuni romani d’alto rango fecero allestire dei posti a sedere
temporanei da affittare agli spettatori. La notte prima dello spettacolo, Gaio
li fece smontare, in modo che il popolo comune avesse sufficiente spazio
per guardare l’esibizione, senza dover pagare nulla.

37. Cornelia, madre dei Gracchi, insieme ai suoi giovani figli, in un quadro dipinto nel 1875
da Angelica Kauffmann. Cornelia è una delle poche donne romane a cui è attribuita una
profonda influenza sulla carriera politica dei figli. Si diceva che vestisse in modo meno
vistoso della maggior parte delle altre matrone: «I miei figli sono i miei gioielli», come lei
stessa usava dire. Qui Kauffmann la immagina mentre presenta Tiberio e Gracco (sulla
sinistra del quadro) a un’amica.

A differenza di suo fratello, Gaio riuscì in qualche modo a farsi eleggere


tribuno della plebe per due volte consecutive. Ma, per oscure circostanze,
non ci riuscì per una terza volta nel 121 a.C. In quel medesimo anno si
oppose strenuamente ai tentativi con cui il console Lucio Opimio, un
irriducibile che divenne una sorta di eroe per i conservatori, cercava di
annullare buona parte della sua legislazione. Nel corso di questi turbinosi
eventi Gaio fu ucciso – o si suicidò per prevenire un assassinio – da una
banda armata al comando di Opimio. La violenza non proveniva però da un
solo schieramento. Si era scatenata dopo che un assistente del console (a
quanto pare andando avanti e indietro con le interiora di un animale
appena sacrificato, cosa che aggiunse un macabro tocco a tutta la scena)
aveva gridato alcuni generici insulti ai sostenitori di Gaio («Lasciate passare
questi illustri cittadini, mascalzoni») e fatto un gesto ancora più volgare e
offensivo. I seguaci di Gaio lo avevano assalito e pugnalato a morte con i
loro stili per scrivere, e questo ci dimostra non soltanto che non erano già
armati ma anche che, pur essendo un gruppo di letterati, non erano
esclusivamente delle vittime innocenti. Per tutta risposta, il Senato emanò
un decreto che esortava i consoli a «garantire che allo stato non occorresse
alcun danno», concedendogli gli stessi poteri d’emergenza che furono poi
concessi a Cicerone in occasione dello scontro con Catilina, nel 63 a.C.
Opimio, cogliendo al volo l’opportunità, assoldò una milizia di suoi
sostenitori e mise a morte circa tremila graccani, alcuni direttamente sul
posto e altri dopo un processo improvvisato. Fu così stabilito un precedente
ambiguo e fatale.
Nei secoli successivi, infatti, si ricorse parecchie volte a questo decreto
per affrontare varie crisi, dai disordini civili ai presunti tradimenti. È
possibile che sia stato pensato come strumento per imporre una
regolamentazione sull’uso ufficiale della forza. In quest’epoca Roma non
possedeva ancora alcun tipo di polizia, né aveva i mezzi per tenere sotto
controllo la violenza, a parte quanto riuscivano a ottenere alcuni uomini
estremamente potenti. La disposizione atta a «garantire che allo stato non
occorresse alcun danno» potrebbe, in teoria, avere avuto lo scopo di
tracciare una linea di demarcazione tra le azioni non autorizzate di uno
Scipione Nasica e quelle sanzionate dal Senato. In pratica, fu un modo per
autorizzare i linciaggi della folla, una giustificazione partigiana per
sospendere le libertà civili e una foglia di fico giuridica per una premeditata
violenza contro i riformisti radicali. È ben difficile credere, per esempio, che
gli «arcieri cretesi» unitisi ai sostenitori locali di Opimio si trovassero a
portata di mano per puro caso. Ma il decreto rimase sempre controverso e
sempre suscettibile di ripercuotersi anche su chi lo aveva sostenuto, come
Cicerone scoprì in prima persona. Opimio fu debitamente messo sotto
processo; pur essendo stato prosciolto, la sua reputazione era ormai
incrinata. Quando ebbe il coraggio, o l’ingenuità, di celebrare la sua
eliminazione dei graccani restaurando sfarzosamente il tempio della dea
Concordia, nel Foro, qualcuno dallo spirito particolarmente realista
ricapitolò tutta la sanguinosa e triste vicenda incidendo sulla facciata le
seguenti parole: «Un atto di folle discordia ha prodotto un tempio della
Concordia».
Cittadini e alleati in guerra
Poco prima delle rivoluzionarie riforme di Gaio Gracco, attorno al 125 a.C.
un console romano in viaggio attraverso l’Italia insieme alla moglie si fermò
nella piccola città di Teanum (l’odierna Teano, circa centocinquanta
chilometri a sud di Roma). Sua moglie voleva riposarsi nelle terme urbane,
normalmente riservate agli uomini: il governatore della città le fece perciò
preparare in modo adeguato, cacciando fuori i clienti abituali. Ma la moglie
del console si lamentò, sostenendo che non erano state sistemate in tempo
e che non erano abbastanza pulite. «Perciò venne piantato un palo nel foro,
e lì fu portato Marco Mario, il più nobile personaggio del paese. Gli furono
tolti i vestiti, fu battuto con le verghe.»
Questa storia ci è pervenuta perché figura in un discorso di Gaio Gracco
che fu citato alla lettera da uno studioso del II secolo d.C. per analizzarne lo
stile oratorio. Era uno scioccante esempio di abuso di potere, menzionato a
sostegno di un’altra iniziativa politica di Gaio: l’estensione della
cittadinanza romana a un più vasto settore della popolazione dell’Italia.
Non era stato il primo a pensarla: la sua proposta si inquadrava all’interno
di un crescente e acceso dibattito sullo status degli alleati di Roma e delle
comunità latine in Italia. Ma il dibattito sfociò in aperto conflitto: molti
alleati si schierarono contro Roma nella cosiddetta «guerra sociale», uno dei
più cruenti ed enigmatici conflitti della storia romana. L’enigma consiste
innanzitutto nell’individuare quali fossero i veri obiettivi degli alleati.
Ricorsero alla violenza per costringere Roma a concedere loro la piena
cittadinanza? Oppure cercavano di rendersi indipendenti da Roma?
Insomma, volevano stare dentro oppure uscire fuori?
38. Palestrina (l’antica Praeneste). Le gigantesche strutture architettoniche della fine del II
secolo a.C. furono incorporate nel successivo palazzo rinascimentale, che conserva ancora
il tracciato fondamentale dell’antico santuario. Le rampe e i terrazzamenti inferiori sono
chiaramente riconoscibili.

Le relazioni tra Roma e le altre popolazioni dell’Italia si erano sviluppate


lungo direzioni diverse dal III secolo a.C. in poi. Gli alleati avevano senza
dubbio tratto notevoli benefici dalle campagne militari combattute al fianco
di Roma, nella forma dei bottini che si ottenevano con la vittoria e delle
opportunità commerciali che ne derivavano. Una famiglia della cittadina di
Fregelle, tecnicamente una colonia latina novantacinque chilometri a sud di
Roma, era così orgogliosa di queste campagne da decorare la propria casa
con fregi in terracotta che raffiguravano le lontane battaglie alle quali alcuni
suoi membri avevano partecipato. Su una scala ben più vasta, lo
spettacolare sviluppo architettonico di molte città italiane offre una
testimonianza concreta e tangibile della ricchezza accumulata dagli alleati.
A Praeneste, l’odierna Palestrina, distante soltanto una trentina di
chilometri da Roma, per esempio, venne costruito un nuovo e gigantesco
santuario dedicato alla dea Fortuna, un autentico capolavoro di architettura
scenografica – con una cavea teatrale, una serie di terrazzamenti, portici e
colonnati – capace di reggere il confronto con qualsiasi altro monumento
del mondo mediterraneo. Non è certo un caso se i nomi di molte famiglie di
questa città figurano tra quelli dei mercanti romani e italici che operavano
sull’isola di Delo, nell’Egeo, uno dei più grandi snodi commerciali del
tempo e importantissimo mercato di schiavi.
39. Ricostruzione dell’antico santuario di Praeneste, dalla quale risulta chiaro come la
forma semicircolare del palazzo rinascimentale rifletta quella del soggiacente tempio della
Fortuna. È interessante notare che fu costruito più di cinquant’anni prima del teatro di
Pompeo (cfr. fig. 44), quando nella stessa Roma non esisteva ancora nulla di proporzioni
così grandiose.

Per chi li vedeva in posti come Delo, c’era ben poca differenza tra romani
e italici, e i due termini erano usati in modo più o meno interscambiabile
per riferirsi a entrambi. Persino in Italia i confini si erano erosi e fatti incerti
e confusi. All’inizio del II secolo a.C. tutti coloro che erano stati «cittadini
senza suffragio» ottennero il diritto di voto. In un qualche momento
precedente alla guerra sociale, i romani potrebbero avere accettato il
principio secondo il quale chiunque avesse rivestito una carica pubblica in
una comunità di diritto latino poteva accedere alla piena cittadinanza
romana. In pratica, si chiuse sovente un occhio sugli italici che
rivendicavano semplicemente la cittadinanza o riuscivano a ottenerla
iscrivendosi nelle liste di censimento romano.
Ma questo genere di più stretta integrazione era soltanto un lato della
medaglia. La storia dell’umiliazione subita dal governatore di Teano
raccontata da Gaio è solo una delle numerose causes célèbres in cui singoli
romani, in un arco che va dalla mancanza di tatto alla pura crudeltà, furono
accusati di avere maltrattato o umiliato importanti membri delle comunità
alleate. Di un altro console si diceva che avesse fatto spogliare e frustare un
gruppo di dignitari locali per un semplice intoppo nelle disposizioni per i
suoi rifornimenti. Veri o no che siano, questi aneddoti (che, in definitiva,
derivano tutti da non comprovati attacchi di romani contro altri romani)
rivelano un’atmosfera dominata da recriminazioni, risentimenti e velenosi
pettegolezzi, ulteriormente alimentati da alcuni autoritari interventi dello
stato centrale e da un senso di esclusione politica, di status inferiore, nei
principali alleati. Il Senato iniziò a dare per scontato che poteva dettar legge
in tutta la penisola. La riforma agraria di Tiberio Gracco, per quanto possa
avere incontrato il favore dei romani più indigenti, era un’autentica
provocazione nei confronti dei ricchi italici che erano stati privati di parte
della loro terra (quella che apparteneva all’ager publicus), come anche di
quelli più poveri, che erano esclusi dalle assegnazioni. Gli stretti rapporti
personali che una fetta dell’aristocrazia italica aveva intessuto con illustri
cittadini romani (in quale altro modo avrebbe potuto ottenere l’aiuto di
Scipione Emiliano nella battaglia contro la riforma di Tiberio?) non
compensavano il fatto che essa continuava a non avere alcun ruolo
riconosciuto nella politica romana e nei suoi meccanismi decisionali.
Negli anni Venti del II secolo a.C. la «questione italica» si fece sempre
più scottante e divisiva, provocando numerosi scoppi di violenza. Nel 125
a.C. la popolazione di Fregelle cercò di staccarsi da Roma, ma venne
schiacciata da un esercito romano al comando di quel medesimo Lucio
Opimio che pochi anni dopo eliminò Gaio Gracco. I resti dei fregi scolpiti
che un tempo commemoravano orgogliosamente queste campagne
congiunte sono stati portati alla luce più di duemila anni dopo la
distruzione di Fregelle. Allo stesso tempo, a Roma, i timori sulle fiumane di
stranieri che avrebbero potuto inondare la città venivano eccitati in modi
che ci sono ben noti dalle moderne campagne xenofobe. Un avversario di
Gaio, nel corso di una contio (adunanza del popolo), adombrò visioni di una
Roma sommersa da ondate di immigrati. «Una volta che avrete concesso la
cittadinanza ai latini,» così si rivolse al suo pubblico «credete che rimarrà
qualche spazio per voi, come adesso, nelle assemblee, nei giochi o nelle
feste? Non vi rendete conto che si prenderanno tutto?» Vi furono anche
occasionali tentativi ufficiali di rimpatriare gli immigrati o di impedire che
gli italici si spacciassero per autentici cittadini romani. Sostenere troppo
apertamente la causa degli italici poteva rivelarsi pericoloso. Nell’autunno
del 91 a.C. Marco Livio Druso, che aveva proposto di estendere i diritti di
cittadinanza a un più ampio settore dell’Italia, venne assassinato nella sua
stessa casa, accoltellato mentre stava salutando un gruppo di visitatori.
Questo omicidio fu il preludio di una guerra vera e propria, di spietata
violenza. La svolta si ebbe alla fine del 91 a.C., quando un inviato romano
insultò gli abitanti di Ascoli, nell’Italia centrale. Per tutta risposta, costoro
uccisero l’inviato e tutti gli altri romani che lo accompagnavano. Questo
brutale atto di pulizia etnica stabilì il tono per ciò che accadde in seguito,
che non fu molto diverso da un’autentica guerra civile: «Può essere
chiamata, per ridurne l’odiosità, una guerra contro i socii; ma la verità è che
si trattò di una guerra civile, contro i cittadini», come riassunse poi uno
storico romano. E costrinse i romani a combattere in quasi tutta la penisola
italiana, inclusa Pompei, dove i segni lasciati dai colpi dell’artiglieria
romana, nell’89 a.C., sono ancora oggi visibili sulle mura della città. I
romani impegnarono un’enorme quantità di forze per sconfiggere gli italici
e ottennero la vittoria soltanto a caro prezzo e dopo che si era diffuso il
panico. Quando il corpo di un console che era rimasto ucciso in battaglia
venne riportato in città, Roma sprofondò in un cordoglio talmente disperato
da spingere il Senato a decretare che, in futuro, i caduti avrebbero dovuto
essere sepolti nel luogo in cui erano morti (una decisione presa anche da
alcuni stati moderni). Ma, nel complesso, il conflitto si concluse abbastanza
rapidamente, nel giro di un paio d’anni. La pace fu raggiunta grazie a una
semplice soluzione: i romani offrirono la piena cittadinanza a tutti gli italici
che non avevano preso le armi contro Roma o che erano pronti a deporle.
Questo dà senza dubbio l’impressione che l’obiettivo bellico di molti
alleati fosse stato quello di ottenere la piena cittadinanza romana, ponendo
fine alla loro esclusione dalla vita politica e alla loro condizione di
inferiorità. È così che la maggior parte degli autori antichi ha spiegato il
conflitto. «Chiedevano infatti di essere parte di quella città della quale
difendevano con le armi il dominio», come scrisse uno di essi, il cui
bisnonno era un italico che aveva combattuto al fianco di Roma. La riuscita
trasformazione degli italici in romani era brillantemente riassunta da una
storia molto popolare, che raccontava la carriera di un uomo proveniente
dalla regione del Piceno, nell’Italia centrale: ancora bambino, aveva fatto
parte della processione dei prigionieri in uno dei trionfi celebrati a Roma
per la vittoria sui nemici un tempo alleati; cinquant’anni dopo, divenuto
generale romano, aveva egli stesso celebrato un trionfo per la propria
vittoria contro i parti: il solo uomo ad avere partecipato a una parata
trionfale in entrambe le vesti, prima come vinto e poi come vincitore. Ma gli
autori romani possono essere stati troppo pronti a equiparare l’esito della
guerra con i suoi obiettivi o ad assegnare agli italici uno scopo che si
adattava ben più agevolmente alla successiva unità di Roma e dell’Italia.
Infatti, la propaganda e l’organizzazione dello schieramento italico
indicano che si trattò di un movimento di secessione, che aspirava a una
completa indipendenza da Roma. Sembra che gli alleati avessero già fatto i
primi passi in direzione della costituzione di uno stato rivale, chiamato
«Italia», con una città rinominata «Italica» come capitale e persino la parola
Itali incisa sui loro proiettili di piombo. Iniziarono a coniare monete che
raffiguravano la memorabile immagine di un toro, simbolo dell’Italia, che
incornava una lupa, simbolo di Roma. E un capo italico capovolse
astutamente la storia di Romolo e Remo bollando i romani come «lupi
pronti a strappare la libertà all’Italia». Questo non suona affatto come un
appello all’integrazione.
La soluzione più ragionevole dell’enigma consiste nel supporre che gli
alleati fossero una coalizione piuttosto eterogenea, con molteplici obiettivi
e una sostanziale divisione tra chi era deciso a resistere ai romani fino alla
morte e chi era più disposto a scendere a patti. Questo è senza dubbio vero.
Ma bisogna tenere conto anche di altri più sottili fattori, e soprattutto
dell’indicazione che – piaccia o non piaccia – era ormai troppo tardi per
l’indipendenza dell’Italia da Roma. La monetazione esibiva senza dubbio
un’iconografia antiromana; ma si fondava interamente sul sistema
monetario romano, e molti altri motivi iconografici utilizzati erano tratti
direttamente dalle emissioni romane. Insomma, era come se il solo
linguaggio culturale con cui gli italici potevano attaccare Roma fosse ormai
quello romano: prova illuminante di quanto fosse progredita l’integrazione
o, se si preferisce, la supremazia romana sull’Italia.
Quali che fossero state le cause della guerra sociale, le conseguenze delle
leggi approvate nel 90 e nell’89 a.C., con le quali venne concessa la piena
cittadinanza romana agli abitanti di quasi tutta la penisola, furono di
enorme portata: l’Italia divenne così quel che il mondo classico ebbe di più
simile a uno stato-nazione, e il principio che abbiamo visto all’opera già
secoli prima, ossia che i «romani» potevano avere doppia cittadinanza e due
identità civiche (quella di Roma e quella della loro città natale), divenne la
norma. Se le cifre riportate dagli autori antichi sono accurate, il numero dei
cittadini romani si triplicò in un sol colpo, superando il milione. I possibili
effetti e i problemi di questo incremento erano ovvi. Si aprì un feroce
dibattito, per esempio, su come si dovessero distribuire i nuovi cittadini
nelle tribù elettorali, compresa la proposta, che non ebbe successo, di
limitare l’influenza degli italici nelle assemblee registrandoli in un piccolo
numero di tribù extra, che avrebbero sempre votato per ultime. Ma i romani
non adattarono mai le loro istituzioni politiche e amministrative
tradizionali al fine di gestire il nuovo panorama politico. Non fu mai
elaborato alcun sistema per votare fuori da Roma, per cui, in pratica,
soltanto gli italici che avevano sufficiente tempo e denaro per viaggiare
potevano esercitare davvero i loro nuovi diritti politici. E le difficoltà di
registrare regolarmente questo elevato numero di cittadini sembrano essere
state quasi superiori alle loro capacità, sebbene si facesse qualche tentativo
per affidare parte del lavoro a funzionari locali. Un censimento completo
venne effettuato nel 70 a.C. (è dai suoi dati che si ricava la stima di circa un
milione sopra citata); ma non se ne fecero più fino al 28 a.C., all’inizio del
regno dell’imperatore Augusto. Questo vuoto è normalmente attribuito
all’instabilità politica, ma anche la difficoltà e la portata del compito devono
avere avuto senza dubbio una parte.
40. La moneta più aggressivamente antiromana coniata dagli alleati italici durante la
guerra sociale. La lupa romana è soggiogata dal toro italico, e il nome del funzionario
responsabile della coniazione è scritto in osco, una lingua italica. Sull’altro lato di questa
moneta d’argento è raffigurata la testa del dio Bacco, accompagnata dal nome, pure in
osco, di uno dei più importanti generali italici.

Un illuminante riflesso di alcuni spinosi problemi che restavano ancora


da risolvere quasi trent’anni dopo la guerra sociale si trova in un discorso
che Cicerone pronunciò nel 62 a.C. in difesa del poeta Archia, che aveva già
celebrato in versi le imprese di alcuni illustri romani (sfortunatamente o no,
nessun verso è sopravvissuto) e che, secondo quanto sperava Cicerone,
avrebbe composto un poema in lode della sua vittoria su Catilina. Archia
era nato ad Antiochia, in Siria, ma si considerava un cittadino romano, con
il nome di Aulo Licinio Archia, in quanto era emigrato in Italia ed era
diventato cittadino di Eraclea, e quindi, dopo la guerra sociale, aveva diritto
alla cittadinanza. Ma questa posizione gli fu contestata in tribunale. La
difesa, tuttavia, si trovò in difficoltà. Non c’era alcuna documentazione
scritta che Archia fosse un cittadino di Eraclea, perché gli archivi locali
erano andati bruciati durante la guerra sociale. Né vi era prova della sua
cittadinanza romana, in quanto il suo nome non figurava su alcuna lista di
censimento; in occasione dei due precedenti censimenti si trovava all’estero,
forse non casualmente, come potremmo pensare. Perciò Cicerone dovette
affidarsi ad alcuni testimoni pronti a fare da garanti e ai registri privati del
pretore, nel frattempo deceduto, che aveva originariamente accettato le
rivendicazioni di Archia.
Non sappiamo quale fu la decisione della giuria. Ritenne insufficienti le
giustificazioni addotte per la mancanza di documenti? Oppure comprese
che questo smarrimento di identità era esattamente il tipo di problemi che
si presentano spesso dopo una guerra civile? In ogni caso, la difesa
pronunciata da Cicerone fornisce una preziosa testimonianza delle
controversie e degli incubi amministrativi che devono essersi celati dietro
questa semplice e lapidaria frase: «La cittadinanza fu concessa agli alleati».
Fu una decisione straordinariamente coraggiosa da parte dei romani, anche
se erano stati in sostanza costretti a prenderla; ma ci furono probabilmente
molte altre persone che, come Archia, si trovarono intrappolate in
complessi intrichi legali, senza tuttavia avere le risorse o l’influenza per
assumere un avvocato del livello di Cicerone a sostenere la propria difesa.
Silla e Spartaco
Il comandante romano nell’assedio di Pompei (89 a.C.), dove il giovane
Cicerone aveva prestato servizio come ufficiale di grado minore, era Lucio
Cornelio Silla, detto Felix o, in modo ancora più pomposo, «il favorito della
dea Venere». Doveva affrontare un’opposizione ben organizzata all’interno
della città, almeno a giudicare da una serie di scritte, trovate sotto un più
recente strato di gesso sui muri delle strade, che, a quanto pare, contengono
istruzioni per la milizia locale sul posto dove adunarsi. Gli abitanti di
Pompei sembrano avere resistito ancora qualche tempo dopo che Silla si era
rivolto a obiettivi più importanti; ma Silla era comunque riuscito a lasciare
una forte impressione, tanto da spingere un graffitaro locale a
scarabocchiare il suo nome su un bastione delle mura.
Silla fu la figura più dominante e controversa di quasi un decennio di
guerra aperta dentro e fuori dalla città di Roma, nonché di un breve ma
sanguinoso periodo di regime autocratico. Nato da una famiglia patrizia
caduta in disgrazia, fu eletto console nell’88 a.C., all’età di circa
cinquant’anni. Gli scontri iniziarono quel medesimo anno, quando Silla
invase Roma con le truppe che aveva guidato nelle ultime fasi della guerra
sociale – che si preannunciava potenzialmente molto gloriosa e
remunerativa – per reclamare il comando nel conflitto contro Mitridate, già
in precedenza conferitogli e ora improvvisamente affidato a un suo rivale. E
continuarono quando ritornò vittorioso in Italia, nell’83 a.C., dove fu
costretto a combattere quasi due anni interi per strappare Roma agli
avversari che ne avevano ripreso il controllo durante la sua assenza. Mentre
Silla era via, a Roma le discordie interne erano state affrontate con la
violenza, gli assassinii e la guerriglia. Ed erano stati inviati generali rivali ad
assumere il comando nella guerra contro Mitridate, i quali erano più ostili
uno nei confronti dell’altro di quanto lo fossero nei confronti del nemico.
Era una situazione davvero grottesca e persino ridicola, se non fosse stata
anche fatalmente pericolosa.
41. Moneta argentea di Silla, coniata nell’84-83 a.C., che celebra la protezione divina di cui
godeva. Su un lato è raffigurata la testa della dea Venere, con, appena visibile sulla destra,
il figlio Cupido che regge un ramo di palma (simbolo di vittoria). Sul lato opposto, gli
oggetti riprodotti e l’iscrizione alludono ai successi garantiti da questa protezione:
IMPER(ATOR) ITERUM indica che Silla era stato pubblicamente salutato due volte (iterum)

come condottiero vittorioso (imperator) dalle sue truppe; e i due simboli al centro sono
racchiusi da altrettante armature, utilizzate come trofei di vittoria.

Di questo periodo, gli autori antichi dipingono un quadro dai toni foschi,
cruenti e confusi. In entrambe le invasioni di Silla si scatenarono feroci
scontri nel cuore stesso di Roma. Nella seconda, andò in fiamme il tempio
di Giove sul Campidoglio, il simbolo fondante della Roma repubblicana, e i
senatori non trovarono salvezza nemmeno all’interno del Senato. Quattro di
essi (compreso un antenato dell’imperatore Nerone) furono massacrati,
mentre erano ancora seduti sui loro scranni, dai nemici di Silla. Nel
frattempo, nella guerra contro Mitridate, un comandante dell’esercito venne
ucciso dal suo secondo, che poi si suicidò dopo che quasi tutte le sue truppe
avevano disertato. La gran parte dei disertori si unì alle forze di Silla, tranne
un paio di ufficiali che preferirono schierarsi con Mitridate, vale a dire con il
nemico che erano in teoria venuti a combattere.
I racconti più sinistri e raccapriccianti, però, riguardano le spietate
esecuzioni e il terrore scatenato dalle liste di proscrizione, redatte con
precisione burocratica. Il sadismo di Silla si sfogava a briglie sciolte. Se,
pochi anni prima, i suoi nemici avevano dato inizio alla macabra pratica di
appendere le teste delle proprie vittime ai rostri del Foro, Silla, si diceva, era
stato ancora più crudele, facendole apporre come trofei nell’atrio della sua
casa: un’odiosa parodia della tradizione che avevano le famiglie patrizie
romane di esibire in questo spazio di rappresentanza i ritratti dei propri
antenati. E denigrò ulteriormente l’uso di citare passi della letteratura greca
quando, essendogli stata mostrata la testa di una vittima molto giovane,
riprese un verso di Aristofane in cui si derideva un bambino che cercava di
correre prima ancora di avere imparato a camminare. «Non c’è stato
nessuno che mi abbia fatto un torto, che io non abbia ripagato in pieno»:
sono alcune delle parole che egli stesso scrisse per l’epitaffio della sua
tomba, davvero lontanissime da quelle degli epitaffi degli Scipioni. Ma
questa è soltanto una parte della storia. Bisogna anche riconoscere il
desiderio di molti di unirsi ai massacri per risolvere vecchi attriti o
semplicemente per reclamare la taglia sulle vittime. Uno dei più famigerati
e feroci fu Catilina, intento a persuadere Silla a inserire i nomi dei suoi
nemici personali nelle liste di proscrizione; dopo aver compiuto le sue
odiose nefandezze, si lavava delle tracce delle carneficine immergendo le
mani in una fontana sacra.
Come si spiega una simile violenza? Non basta sostenere che fosse meno
spaventosa rispetto a come è stata dipinta. Questo è vero, ma non in tutto e
per tutto. La gran parte delle narrazioni che ci sono giunte si fonda su
resoconti faziosi fatti da persone interessate a esagerare la crudeltà dei
propri nemici. È probabile, per esempio, che la denigrazione di Catilina
derivi dalla propaganda ciceroniana. Ma solo fino a un certo punto: le due
invasioni di Roma compiute da Silla, l’incendio del tempio di Giove, le
legioni schierate una contro l’altra e le liste di proscrizione non possono
essere considerati semplici invenzioni della guerra di propaganda. Né è
sufficiente domandarsi che cosa abbia spinto Silla a fare quel che fece. Le
sue motivazioni sono state immediatamente oggetto di dibattito. Era un
autocrate spietato e calcolatore? Oppure stava facendo un ultimo, disperato,
tentativo per restaurare l’ordine a Roma? Il punto è che, qualsiasi cosa si
celasse dietro le azioni di Silla (ed è impossibile saperlo oggi come già
allora), la violenza era molto più diffusa di quanto possa essere
ragionevolmente imputato all’influenza di un solo uomo.
I conflitti di questo periodo furono, per diversi aspetti, una prosecuzione
della guerra sociale: una guerra civile tra ex alleati e amici degenerata in
una guerra civile tra cittadini. E in questo processo si erose la fondamentale
distinzione tra romani e nemici stranieri (hostes). Nell’88 a.C. Silla proclamò
hostes i suoi rivali all’interno della città: era la prima volta che questo
termine veniva impiegato pubblicamente (come poi lo impiegò Cicerone)
contro un concittadino romano. Per tutta risposta, non appena Silla lasciò la
città, i suoi avversari lo dichiararono immediatamente un hostis. Questo
dissolvimento di distinzioni si riflette nei rovesci militari subiti nel
Mediterraneo orientale: le antiche certezze si ribaltarono così
profondamente che i soldati, una volta disertato dal proprio comandante
romano, potevano apparentemente vedere in Silla e in Mitridate due
possibili candidati per la loro nuova lealtà. E un distaccamento di forze
romane distrusse addirittura la città di Troia, la progenitrice di Roma. Era
l’equivalente mitico di un matricidio.
Conseguenza della guerra sociale fu anche la presenza di una numerosa
manodopera militare immediatamente a disposizione vicino a Roma,
formata da soldati con notevole esperienza nel combattere i loro amici e
parenti italici. Le recenti esplosioni di violenza all’interno della città, per
quanto controverse e brutali, erano state di portata relativamente piccola e
di breve durata. Ma, quando legioni armate alla perfezione presero il posto
delle bande di scagnozzi che avevano assassinato i sostenitori dei Gracchi,
Roma cadde facile preda di quella lunga e aperta guerra che contrassegnò
l’epoca sillana. Fu quasi un ritorno alle armate private della Roma arcaica:
singoli comandanti, appoggiati dal voto popolare o da decreti del Senato,
usavano le loro legioni per condurre le proprie lotte personali dove e
quando volevano.
Ma da questa vorticosa situazione emerse un eccezionale tentativo di
riscrivere la politica romana in senso radicalmente conservatore: un
completo rivolgimento mascherato da ritorno al passato. Nell’82 a.C.,
subito dopo essersi reinsediato in città, Silla predispose la propria elezione
a dittatore legibus scribundis et rei publicae constituendae («per scrivere le leggi
e ricostituire la repubblica»). La dittatura era un’antica magistratura
d’emergenza che conferiva il potere assoluto a un singolo individuo per un
periodo determinato con il compito di risolvere gravi crisi, spesso, ma non
sempre, di carattere militare. L’ultima persona a rivestire questa carica era
stata nominata più di un secolo prima, nel 202 a.C., per controllare lo
svolgimento delle elezioni, mentre entrambi i consoli erano fuori Roma. La
dittatura di Silla era di diversa natura per due motivi: primo, non prevedeva
un limite di tempo; secondo, contemplava un’amplissima serie di poteri
assoluti per promulgare o abrogare leggi, con garanzia di immunità da
azioni penali. Ed è esattamente ciò che fece per tre anni, per poi rassegnare
le dimissioni e ritirarsi nella sua villa sul golfo di Napoli, dove morì di
morte naturale nel 78 a.C. Se si pensa alla storia della sua vita, fu una fine
sorprendentemente tranquilla, per quanto molti scrittori antichi abbiano
raccontato con piacere quanto sia stata raccapricciante: la carne del suo
corpo fu invasa dai vermi, che si moltiplicarono con tale rapidità da non
poter essere più rimossi. Silla fu il primo dittatore nel senso moderno del
termine. Giulio Cesare fu il secondo. Questa particolare versione del potere
politico è una delle più dannose e corrosive eredità di Roma.
Silla avviò un programma di riforme di portata ancora maggiore di quello
di Gaio Gracco. Abrogò alcune recenti misure di carattere popolare,
comprese le distribuzioni di frumento a prezzo agevolato. Introdusse
inoltre una serie di procedure legali e regolamentazioni per l’eleggibilità
alle cariche pubbliche, molte delle quali ribadirono la posizione centrale del
Senato in quanto istituzione di stato. Vi fece entrare centinaia di nuovi
membri, portandone il numero da 300 a 660 (ma il totale non fu mai
rigidamente fissato), e con saggia decisione mutò il metodo del loro
reclutamento al fine di garantire il mantenimento delle sue nuove
dimensioni. Mentre in precedenza i senatori erano scelti individualmente
dai censori, da questo momento in poi chiunque avesse rivestito la carica di
questore sarebbe automaticamente entrato in Senato; allo stesso tempo, il
numero dei questori fu aumentato da otto a dieci: questo assicurava un
numero sufficiente di nuove reclute per sostituire i membri che morivano di
anno in anno. Silla stabilì inoltre un’età minima per l’eleggibilità alle
cariche politiche (nessuno, per esempio, poteva diventare questore prima di
avere compiuto trent’anni) e un preciso ordine nella loro successione;
nessuna carica poteva essere rivestita una seconda volta prima che fossero
passati dieci anni. Era un sistema ideato per impedire proprio
quell’accumulo di potere personale di cui egli stesso si era avvalso.
Queste riforme furono presentate come un ritorno ai tradizionali
costumi romani. In realtà, molte di esse erano tutt’altra cosa. Erano già stati
fatti alcuni tentativi per regolarizzare il sistema di assunzione delle cariche,
ma, in generale, più si risale indietro nel tempo, più queste norme appaiono
vaghe e fluide. Si ebbero anche alcune conseguenze inattese. L’aumento dei
questori risolse un problema (quello del reclutamento dei senatori), ma ne
creò immediatamente un altro. Poiché il numero dei consoli rimase fisso a
due, una quantità sempre maggiore di coloro che entravano nell’agone
politico non avrebbe mai potuto raggiungere il vertice. Senza dubbio, alcuni
non lo desideravano, e altri morirono prima di arrivare all’età minima per
l’elezione al consolato (di solito quarantadue anni). Ma era praticamente
garantito che questo sistema intensificasse la competizione politica e
producesse falliti pieni di risentimento, proprio come Catilina un paio di
decenni più tardi.
Una delle più famigerate riforme di Silla ci offre una vivida immagine del
suo modo di pensare. Fin dal tempo dei Gracchi, quasi tutte le riforme più
radicali erano state introdotte da uomini che rivestivano la carica di tribuno
della plebe. Perciò Silla, che ne doveva essere ben consapevole, decise di
limitare drasticamente l’autorità dei tribuni. Al pari della dittatura, anche
questa magistratura era stata in larga misura reinventata, probabilmente
nei decenni immediatamente precedenti a Silla. Era stata creata nel V secolo
a.C. per rappresentare gli interessi della plebe, ma alcuni dei suoi diritti e
dei suoi privilegi la resero nei secoli successivi molto ambita per chiunque
cercasse di conquistare potere politico. In particolare, dava il diritto di
proporre leggi all’assemblea popolare e il diritto di opporre il veto su
questioni di interesse pubblico. Questo diritto di veto deve avere avuto
originariamente una portata alquanto limitata. Non è pensabile, infatti, che
agli inizi del conflitto di classe i patrizi permettessero ai rappresentanti
della plebe di bloccare a loro piacimento qualsiasi decisione. Ma, quando
Marco Ottavio pose ripetutamente il proprio veto sulle leggi proposte da
Tiberio Gracco nel 133 a.C., si doveva ormai essere già affermato il principio
che i tribuni avevano un diritto di intervento praticamente illimitato.
I tribuni avevano appartenenze politiche assai diverse: Marco Ottavio e lo
scherano che uccise Tiberio Gracco con la gamba di una sedia erano suoi
colleghi al tribunato. In quest’epoca erano generalmente ricchi, e di sicuro
non erano i portavoce dei ceti inferiori. Ma la carica di tribuno conservava
un suo fascino popolare. Per il momento era ancora aperta soltanto ai
plebei, anche se i patrizi più decisi potevano sempre aggirare l’ostacolo
facendosi adottare da una famiglia plebea. Perciò Silla decise scaltramente
di renderla inappetibile per chiunque nutrisse ambizioni politiche; tolse ai
tribuni il diritto di promulgare leggi, ne ridusse il potere di veto e stabilì
che chi avesse rivestito il tribunato non poteva essere più eletto ad altre
cariche: un metodo perfetto per farne un binario morto. L’abrogazione di
tali restrizioni divenne il grido di battaglia dell’opposizione a Silla, e meno
di dieci anni dopo il suo ritiro dalla scena furono tutte annullate, aprendo la
via a una nuova generazione di potenti e illustri tribuni. Anche gli stessi
imperatori si vanteranno in seguito di possedere la «potestà tribunizia»
(tribunicia potestas), per sottolineare la loro cura verso il popolo di Roma.
A posteriori, tuttavia, il tribunato non costituisce il vero problema. Era il
disaccordo sulla natura stessa del potere politico a spaccare la politica
romana, non le prerogative di una carica specifica. Nel medio periodo, ben
più importanti, anche se meno visibili e apertamente controverse, furono
alcune decisioni pratiche di Silla circa lo smantellamento delle sue legioni,
che avevano prestato un lunghissimo servizio. Silla insediò molti ex soldati
nelle città italiche che avevano combattuto contro Roma nella guerra
sociale, e requisì le terre circostanti per garantire loro una possibilità di
sostentamento. Deve essere sembrato un facile modo di punire i ribelli, ma
spesso a perdere erano entrambe le parti: alcuni residenti locali vennero
privati dei loro possedimenti, mentre alcuni veterani erano più bravi a fare i
soldati che gli agricoltori e non riuscirono a vivere con il lavoro della terra.
Nel 63 a.C. si disse che questi ex soldati divenuti piccoli contadini falliti
ingrossavano le file dei seguaci di Catilina. Ma, già prima di allora, le varie
vittime delle disposizioni di Silla ebbero un ruolo di primo piano in quella
che, grazie anche a Stanley Kubrick e Kirk Douglas, era destinata a
diventare una delle più celebri guerre di tutta l’antichità.
Nel 73 a.C., al comando di Spartaco, una cinquantina di schiavi
gladiatori, fabbricandosi delle armi improvvisate con utensili da cucina,
fuggirono da una scuola per gladiatori di Capua e si diedero alla macchia.
Per due interi anni riuscirono a raccogliere nuovi sostenitori e a resistere
alle armate romane, e furono sconfitti soltanto nel 71 a.C.: i sopravvissuti
furono crocifissi lungo la Via Appia, in un raccapricciante spettacolo.
Oggi è difficile riconoscere, dietro tutte le passioni e le distorsioni
propagandistiche, tanto antiche quanto moderne, ciò che stava realmente
accadendo. Gli scrittori romani, per i quali le rivolte degli schiavi erano
probabilmente il segnale più allarmante di un mondo ribaltato, esagerano
enormemente il numero dei seguaci di Spartaco, giungendo persino a
parlare di centoventimila insorti. Le interpretazioni moderne hanno spesso
cercato di fare di Spartaco un eroe ideologico, che combatteva addirittura la
stessa istituzione della schiavitù. Questo è praticamente impossibile. Molti
schiavi volevano conquistarsi la libertà; ma tutte le testimonianze che ci
giungono dall’antica Roma indicano che lo schiavismo, in quanto
istituzione, era dato per scontato, anche dagli stessi schiavi. Se mai si
prefissero uno scopo preciso, l’ipotesi più probabile è che Spartaco e i suoi
seguaci intendessero rientrare nelle proprie rispettive patrie: nel suo caso
verosimilmente la Tracia, nella Grecia settentrionale; per molti altri la
Gallia. Un fatto, però, è certo: riuscirono a opporsi alle forze di Roma per un
tempo davvero troppo lungo.
Come si spiega questo successo? Non si trattava semplicemente del fatto
che le armate romane inviate contro Spartaco erano male addestrate. Né
tantomeno del fatto che i gladiatori avevano una disciplina e una capacità di
combattimento a lungo esercitata nelle arene, ed erano esaltati dal
desiderio di libertà. Le forze ribelli vennero quasi certamente rafforzate da
scontenti cittadini italici di condizione libera, che erano stati privati dei
propri beni, inclusi alcuni ex soldati di Silla, che probabilmente si sentivano
più a proprio agio nelle campagne militari – persino contro le legioni nelle
quali un tempo avevano prestato servizio – che in una fattoria. Osservata in
questa prospettiva, la rivolta di Spartaco non fu semplicemente una tragica
ribellione di schiavi: fu anche l’ultimo atto di una serie di guerre civili
cominciate vent’anni prima con il massacro dei romani ad Ascoli, che aveva
dato inizio alla guerra sociale.
Vite comuni
La storia dei conflitti politici di questo periodo tende a diventare la storia
dello scontro fra princìpi politici contrapposti e tra concezioni radicalmente
diverse del modo in cui Roma doveva essere governata. È una storia di
grandi idee, e quasi inevitabilmente diventa una storia di grandi uomini, da
Scipione Emiliano fino a Silla. Giacché è proprio così che gli autori romani,
dai cui racconti noi dipendiamo, l’hanno narrata, concentrandosi sugli eroi
e gli antieroi, le personalità eccezionali che hanno determinato il corso della
guerra e della politica. Si basarono inoltre su materiale, oggi in gran parte
perduto, proveniente dalla penna di quegli stessi protagonisti: i discorsi di
Gaio Gracco o (una delle più tristi perdite di tutta la letteratura classica)
l’autobiografia sfacciatamente autogiustificativa di Silla – in ventidue
volumi, che egli scrisse dopo il suo ritiro dalla scena –, consultata e citata di
tanto in tanto dagli autori successivi.
Ci manca invece la prospettiva di coloro che non facevano parte di questo
gruppo esclusivo: le idee e le aspirazioni dei semplici soldati o dei comuni
elettori, delle donne o (eccettuando le fantasiose descrizioni di Spartaco)
degli schiavi. Gli uomini che balzarono sui tetti di Cartagine, la gente che
incise i graffiti di incitamento a Tiberio Gracco e di sostegno alla riforma
agraria, il servitore dalla lingua sciolta che insultò i seguaci di Gaio, o le
cinque mogli di Silla, rimangono sullo sfondo o, tutt’al più, recitano una
piccola parte. Anche quando parlano in prima persona, le parole della gente
comune tendono a essere brevi e non impegnative: «A Lucio Cornelio Silla
Felix, dittatore, figlio di Lucio, dai suoi ex schiavi», come riporta
un’iscrizione incisa su un piedistallo in pietra; ma chi fossero precisamente
i dedicanti, che cosa stesse sopra il piedistallo e il motivo della dedica
rimangono oggetto di pura ipotesi. Analogamente, non sappiamo dire fino
a che punto, nel corso di questo periodo, la vita quotidiana di molti uomini
e donne comuni continuò a scorrere in modo più o meno normale, mentre i
potenti si scontravano con le proprie legioni. Oppure la violenza e la
dissoluzione dell’ordine civile hanno oppresso quasi costantemente la
maggior parte della popolazione?
Talvolta è possibile vedere gli effetti di questi conflitti sulla vita
quotidiana. Pompei fu una delle piccole città ribelli che dopo la guerra
sociale ottennero la cittadinanza romana, ma fu presto costretta ad
accogliere un paio di migliaia di ex soldati, ai quali vennero assegnate terre
che appartenevano alla popolazione locale. Non fu una combinazione felice.
Benché in numero nettamente inferiore rispetto ai cittadini originari, i
veterani fecero ben presto sentire la propria presenza in modo piuttosto
aggressivo. Un piccolo gruppo di costoro, molto ricchi, finanziò la
costruzione di un nuovo grande anfiteatro, sebbene quest’opera possa
essere stata apprezzata, più ancora che dagli abitanti originari della città,
dagli scagnozzi sillani, prevedibilmente appassionati di spettacoli
gladiatorii. Il registro delle cariche pubbliche di questo periodo mostra che
i nuovi coloni talvolta riuscirono a mettere fuori gioco le vecchie famiglie
locali. E negli anni Sessanta del I secolo a.C. Cicerone parla di antiche e
ormai croniche dispute a Pompei su temi come, per esempio, i diritti di
voto. Parecchi decenni dopo l’assedio di Silla, la città risentiva ancora degli
effetti a catena che esso aveva provocato.

42. Questa pittura di Pompei mostra un uomo che combatte a cavallo, e, sopra di lui, il
nome, in lingua osca e in scrittura con andamento sinistrorso, «Spartaks», ossia Spartaco.
Gli studiosi più prudenti hanno probabilmente ragione nel ritenere che questa scena
raffiguri un combattimento di gladiatori anziché uno scontro avvenuto durante la rivolta
di Spartaco. Ma, anche così, potrebbe essere l’unica raffigurazione coeva conservata del
celebre gladiatore.

La testimonianza più nitida dei rischi e dei dilemmi che tormentavano la


gente comune coinvolta in questi conflitti, comunque, ci è offerta da una
storia sullo scoppio della guerra sociale ad Ascoli nel 91 a.C. Un pubblico
appassionato, composto da romani e locali, stava assistendo a uno
spettacolo quando improvvisamente il dramma si spostò fuori dal
palcoscenico. Gli spettatori romani non avevano gradito l’atteggiamento
antiromano di un attore comico e lo avevano assalito con tale violenza da
lasciarlo morto per terra. L’attore che doveva esibirsi dopo questo
sventurato era un comico ambulante di origine latina, molto apprezzato dal
pubblico romano per le sue battute e le sue doti mimiche. Pur terrorizzato
dal pensiero che gli spettatori non romani ora si potessero scagliare contro
di lui, non poté fare altro che salire sul palco dove era appena stato ucciso il
suo collega e cercare di togliersi dai guai con una battuta. «Infatti non sono
romano,» esclamò «vado per l’Italia e cerco di catturare piaceri e risate
vendendo la mia abilità. Risparmiate perciò la rondine ... che ha avuto dagli
dèi il privilegio di fare senza pericolo il suo nido nelle case di tutti.» Queste
parole ottennero l’effetto voluto, e gli spettatori si rimisero a sedere per
guardare il resto dello spettacolo. Ma fu soltanto una breve pausa di
allegria: poco dopo, tutti i romani presenti in città furono uccisi.
È una storia toccante e rivelatrice, che ci trasmette il punto di vista di un
semplice attore comico di fronte a un pubblico normale, che in questa
particolare occasione non era soltanto animato dalla consueta ostilità, ma
potenzialmente pronto a uccidere. E ci ricorda ancora una volta quanto, in
tutto questo periodo, fosse sottile la linea di demarcazione tra normale vita
cittadina (andare a teatro per assistere a qualche esibizione comica) e
terribili carneficine. Talvolta le rondini non venivano risparmiate.
VII
DALL’IMPERO AGLI IMPERATORI
Cicerone contro Verre
Nel 70 a.C., un anno dopo la definitiva sconfitta dell’esercito di Spartaco,
mentre le lugubri croci dei suoi ultimi seguaci ancora punteggiavano la Via
Appia, Cicerone sostenne in un tribunale romano l’accusa contro Gaio Verre
per conto di un gruppo di ricchi siciliani. Scopo di Cicerone era assicurare a
questi ultimi un adeguato risarcimento per i furti e le depredazioni
compiuti da Verre quando era stato governatore dell’isola. Questa causa fu
il trampolino di lancio per la carriera di Cicerone, che riportò una
spettacolare vittoria sugli illustri avvocati e oratori che sostenevano la difesa
di Verre. Anzi, il suo successo fu talmente strepitoso che, dopo appena due
settimane di un processo che si era immaginato lungo e tortuoso, Verre
decise che l’esito era per lui senza speranza e, prima che la corte si potesse
nuovamente riunire dopo una pausa di festa, andò in esilio volontario a
Marsiglia, portandosi dietro buona parte dei suoi loschi guadagni. Qui visse
fino al 43 a.C., quando venne ucciso in una serie di proscrizioni seguite
all’assassinio di Giulio Cesare. La ragione della sua condanna, a quanto
pare, era di essersi rifiutato di consegnare a Marco Antonio parte del suo
prezioso bronzo corinzio.
Concluso il processo, Cicerone, non volendo che il suo duro lavoro
andasse sprecato, fece circolare in forma scritta ciò che aveva detto
all’apertura del processo, più gli altri discorsi che avrebbe pronunciato se la
causa fosse proseguita. Ne possediamo ancora il testo completo, copiato e
ricopiato per tutta l’antichità e il Medioevo come perfetto modello per la
denuncia di un avversario. È una lunga litania (che occupa parecchie
centinaia di pagine in una moderna edizione a stampa) di impressionanti
esempi del crudele sfruttamento cui Verre aveva sottoposto gli abitanti
della Sicilia, con diversi flashback su altre nefandezze che aveva compiuto
prima di arrivare sull’isola nel 73 a.C. È il più completo resoconto giunto
sino a noi dei crimini che i romani potevano commettere all’estero, sotto il
mantello protettivo del loro incarico ufficiale. Per Cicerone, il
comportamento di Verre, in Sicilia e nei suoi precedenti incarichi
d’oltremare, era una grottesca miscela di crudeltà, avidità e lussuria, si
trattasse di donne, di denaro o di opere d’arte.
Cicerone descrive, con estrema dovizia di dettagli, la seduzione di vergini
innocenti, le frodi fiscali, l’accaparramento delle riserve di frumento e il
sistematico furto dei più celebri capolavori artistici dell’isola, il tutto
corredato dai commoventi racconti delle vittime di Verre. Si dilunga, per
esempio, sulla triste condizione di un certo Heius, un tempo orgoglioso
proprietario di statue scolpite dai più famosi artisti della Grecia classica, tra
cui Prassitele e Policleto, preziosi cimeli che teneva in un «santuario»
all’interno della propria casa. Già altri romani le avevano ammirate, e se le
erano addirittura fatte prestare. Ma Verre lo obbligò a vendergliele a un
prezzo ridicolmente basso. Ancora peggiore, secondo l’aneddoto
culminante di questa antologia del crimine, fu la sorte di Publio Gavio, un
cittadino romano residente in Sicilia. Verre aveva fatto incarcerare, torturare
e crocifiggere Gavio, con la pretestuosa ragione che fosse una spia di
Spartaco. La cittadinanza romana avrebbe dovuto dispensarlo da tale
degradante punizione. Così, mentre veniva frustato, il disgraziato si mise a
urlare Civis Romanus sum, «sono un cittadino romano», ma senza esito.
Quando decisero di ripetere questa frase, tanto Palmerston che Kennedy
devono essersi dimenticati che il suo più antico e famoso utilizzo fu per
l’inutile appello di una vittima innocente condannata a morte da un
governatore romano farabutto.
Giudicare una causa giudiziaria antica duemila anni, di cui rimangono
soltanto le ragioni di una parte, molte delle quali scritte assai più tardi, è un
compito davvero impossibile. Come quasi tutti gli avvocati dell’accusa,
Cicerone esagerò senz’altro la perfidia di Verre, con una memorabile ma
talvolta fuorviante combinazione di oltraggi morali, mezze verità,
autoincensazione e sarcastiche battute (in particolare sul nome Verre, che
letteralmente significa «maiale» o forse «intrallazzatore»). E la sua
argomentazione è piena di falle, che un qualsiasi buon collegio difensivo
avrebbe potuto facilmente sfruttare. Per quanto spaventosa possa essere
stata la punizione riservata a Gavio, per esempio, nessun giudizioso
magistrato romano in Sicilia, in quel momento, avrebbe potuto tralasciare
di tenere gli occhi aperti su possibili agenti di Spartaco; il quale, secondo
una voce piuttosto diffusa, aveva intenzione di sbarcare sull’isola. Per
quanto Heius possa essersi rammaricato per la separazione dalle sue statue,
e a un prezzo così irrisorio, Cicerone concede almeno che esse furono
vendute, e non semplicemente rubate (in ogni caso, erano davvero quei
capolavori originali di cui si cantavano le lodi?). Ciononostante, la frettolosa
partenza dell’imputato dimostra che si riteneva sufficientemente colpevole
delle accuse rivoltegli per considerare una ritirata tattica in un comodo
esilio la soluzione migliore.
Questo è soltanto l’esempio più tristemente celebre dei numerosi
contrasti e dilemmi sulla natura del dominio romano oltremare esplosi
nell’ultimo secolo della repubblica. Attorno agli anni Settanta del I secolo
a.C., dopo che due secoli di guerre, negoziati, aggressioni e buona sorte
avevano sottomesso vasti territori al controllo di Roma, la natura stessa del
suo potere, come anche la concezione che avevano i romani dei loro
rapporti con il mondo di cui ora avevano il dominio, stavano mutando
profondamente. In termini generali, il rudimentale impero dell’obbedienza
si era almeno in parte trasformato in un impero dell’annessione. Il termine
provincia, anziché significare semplicemente «responsabilità» o «mestiere»,
ora iniziò a indicare una specifica regione posta sotto il controllo diretto di
Roma; e il termine imperium cominciò a essere usato di tanto in tanto nel
nostro senso moderno. Questa evoluzione semantica è il riflesso di una
nuova concezione del territorio romano e di una nuova struttura
organizzativa, che sollevò nuove domande su come dovesse essere inteso il
governo all’estero. Come si doveva comportare il governatore romano di
una provincia? Come erano definiti i suoi compiti? Quanta voce in capitolo
potevano avere le popolazioni provinciali, soprattutto per ottenere
riparazione in caso di malgoverno? E che cosa si intendeva per malgoverno?
Le questioni relative al governo provinciale arrivarono al cuore del dibattito
politico. Una testimonianza particolarmente preziosa, a questo proposito, è
il testo della legge in forza della quale Verre fu processato. Non ha la stessa
celebrità della sfavillante retorica di Cicerone, ma ci consente di osservare
più da vicino il modo con cui i romani cercarono di elaborare una struttura
giuridica e alcune disposizioni pratiche per garantire i diritti dei provinciali.
Ancora più controverso, e di cruciale importanza per il collasso finale del
governo repubblicano, era il problema di stabilire a chi dovessero essere
affidati il comando, il controllo e l’amministrazione dell’impero. Chi doveva
governare le province, riscuotere le tasse, prestare servizio negli eserciti
romani o comandarli? La tradizionale classe di governo, strutturata secondo
i princìpi del potere collegiale e temporaneo, sarebbe stata capace di
affrontare e risolvere i complessi problemi, amministrativi e militari, che
l’impero ora le sottoponeva? Alla fine del II secolo a.C., Gaio Mario, un
homo novus, attribuì pubblicamente la responsabilità di una serie di
sconfitte militari alla corruzione dei comandanti romani, sempre pronti ad
accettare una lauta bustarella. Egli stesso basò la propria carriera politica
sulla sua capacità di riportare sorprendenti vittorie proprio là dove costoro
avevano disastrosamente fallito, riuscendo a farsi eleggere console per ben
sette volte, di cui cinque di seguito.
Questo sistema di iterazione delle cariche fu poi proibito da Silla con le
riforme emanate alla fine degli anni Ottanta del I secolo a.C. Ma il
problema che ne stava alla base non scomparve. L’esigenza di difendere,
pattugliare e talvolta estendere l’impero incoraggiò, o costrinse, i romani ad
affidare enormi risorse finanziarie e militari a singoli comandanti per
diversi anni di seguito, minando le strutture tradizionali dello stato in
modo ancora più profondo di quanto avessero mai fatto le dispute interne
tra optimates e populares. Alla metà del I secolo a.C., sull’onda delle
conquiste d’oltremare, Pompeo il Grande e Giulio Cesare si erano sfidati per
ottenere il potere autocratico: al comando di quelli che erano in pratica
eserciti privati, avevano ignorato i princìpi repubblicani in modo ancora più
completo di Silla o Mario. E avevano aperto le porte al dominio di un solo
uomo, che l’assassinio di Cesare non riuscì a impedire.
In breve, come dimostra l’ultima parte di questo capitolo, fu l’impero a
creare gli imperatori, e non il contrario.
Governatori e governati
Verre è spesso considerato un esempio emblematico del dominio romano
all’estero durante questo periodo, anche ammettendo una vistosa
esagerazione da parte di Cicerone: una mela senz’altro bacata, ma cresciuta
su un albero anch’esso già malato. L’assioma tradizionale secondo il quale la
vittoria militare comportava necessariamente per il vincitore il bottino o il
pagamento di un indennizzo da parte dello sconfitto (come aveva fatto
Cartagine quando Roma aveva preteso esose riparazioni dopo la seconda
guerra punica) era duro a morire. Diversi governatori scoprirono che un
incarico oltremare poteva essere una facile opportunità per recuperare parte
delle spese sostenute per farsi eleggere a una carica pubblica a Roma, per
non parlare del facile accesso a piaceri di ogni genere, lontano dagli sguardi
dei propri colleghi a Roma.
In un appassionato discorso pronunciato dopo il suo ritorno da un
incarico minore in Sardegna, Gaio Gracco aveva avuto parole di fuoco nei
confronti dei suoi colleghi che vi si recavano con «anfore piene di vino e le
riportavano a casa piene d’argento»: una critica aperta dei loro arricchimenti
indebiti, e un’allusione al loro disprezzo per il vino locale. Il dominio
romano era generalmente alquanto blando rispetto agli standard dei più
recenti regimi imperiali: le popolazioni locali conservavano i propri
calendari, la propria monetazione, i propri dèi, i propri sistemi giuridici e di
governo. Ma, ogniqualvolta e ovunque si facesse più diretto, diventava uno
sfruttamento spietato e negligente, spesso inefficiente e privo di risorse
adeguate.
L’esperienza di Cicerone quale governatore della Cilicia alla fine degli
anni Cinquanta del I secolo a.C., descritta in tutti i più vividi particolari
nelle sue lettere ai familiari, sta in netto contrasto con le depredazioni
compiute da Verre in Sicilia, ma mostra comunque la caotica realtà del
governo provinciale, con i suoi endemici e cronici metodi di sfruttamento.
La Cilicia era una vasta regione di circa 64.000 miglia quadrate nelle foreste
dell’odierna Turchia meridionale, e a essa era congiunta l’isola di Cipro. Le
comunicazioni all’interno della provincia erano talmente carenti che,
quando Cicerone vi giunse per la prima volta, non riuscì neppure a sapere
dove si trovasse il suo predecessore, e tre distaccamenti delle due legioni
romane qui stazionate, sotto organico, sottopagate e leggermente sediziose,
sembravano essere «scomparsi». Si trovavano forse insieme al precedente
governatore? Nessuno lo sapeva.
A questo punto, Cicerone, che non aveva alcuna esperienza nell’esercito
fatta eccezione per un breve periodo di servizio giovanile durante la guerra
sociale, colse l’opportunità di conquistarsi un po’ di gloria militare. Dopo
una vittoriosa schermaglia contro alcuni ribelli locali nelle montagne, si
prese addirittura il gusto di porre il proprio accampamento nello stesso
luogo in cui l’aveva piantato Alessandro Magno quasi duecento anni prima.
«Un generale non inconsiderabilmente migliore di me o te», scrisse ad
Attico, con sottile ironia o altrimenti come semplice ovvietà. Ma, a parte
questa breve parentesi militare, Cicerone dedicò quasi tutto il resto del suo
tempo ad ascoltare cause giudiziarie che coinvolgevano cittadini romani, a
risolvere controversie tra provinciali, a controllare il comportamento del
suo esiguo personale, che sembrava essersi specializzato nell’offendere i
residenti locali e nell’accontentare le richieste di vari amici e conoscenti.
Un suo giovane collega di Roma lo assillò con la richiesta di far catturare
alcune pantere e inviarle nella capitale, perché fossero esibite, e massacrate,
negli spettacoli che vi stava allestendo. Cicerone rispose in modo evasivo,
sostenendo che vi era penuria di animali: avevano probabilmente deciso di
emigrare nella provincia vicina per sfuggire alle trappole, concluse
scherzando. Molto meno leggero fu il problema suscitato dai prestiti
contratti da Marco Giunio Bruto. L’uomo che sei anni più tardi si sarebbe
messo alla testa degli assassini di Cesare era in questo momento un
indaffaratissimo usuraio: prestava denaro alla popolazione di Salamina,
sull’isola di Cipro, con un tasso d’interesse del 48 per cento, del tutto
illegale. Cicerone simpatizzava chiaramente per i cittadini di Salamina e
ritirò il distaccamento di soldati romani che il suo predecessore aveva
«prestato» agli agenti di Bruto per aiutarli a riscuotere quanto era loro
dovuto; si diceva che avessero assediato la camera del consiglio di Salamina
e fatto morire di fame cinque consiglieri locali. Poi, però, per non offendere
l’altolocato creditore, Cicerone preferì chiudere gli occhi sull’intera
faccenda. La sua priorità fondamentale, comunque, era lasciare la provincia
e il posto di governatore non appena la legge glielo avesse consentito
(«questo lavoro mi annoia»). Terminato il suo anno di mandato, abbandonò
tutto, lasciando questa vasta regione nelle mani di un suo sottoposto, che,
per sua stessa ammissione, era «soltanto un ragazzo, probabilmente
stupido, privo di autorità e di autocontrollo»: ecco a cosa si riducevano tutti
gli ideali di un governo responsabile.
Questo lugubre quadro, tuttavia, non esaurisce la storia
dell’amministrazione provinciale romana. Per quanto possano avere pesato
le richieste romane su molti provinciali (e, con ogni probabilità, più sui
poveri – le cui tristi condizioni sono ignorate da quasi tutti gli autori antichi
– che sui ricchi, di cui si portò il caso all’attenzione di Cicerone), lo
sfruttamento non era del tutto fuori controllo. È fin troppo facile
dimenticare che l’unica ragione per cui ci è giunta notizia delle
malversazioni di Verre è che fu messo sotto processo, e disonorato, per
come si era comportato con i siciliani. E l’allusione di Gaio Gracco all’avidità
dei funzionari romani aveva lo scopo di mettere in risalto l’integerrimo
comportamento che lui stesso aveva mantenuto in Sardegna, come un uomo
che «riportava indietro vuote le borse piene d’argento con cui era partito» e
che non aveva mai allungato le mani su una prostituta o su un giovane
schiavo di bella presenza. La corruzione, l’accaparramento di denaro e il
turismo sessuale erano oggetto di pubbliche critiche: accuse regolarmente
scagliate contro rivali politici, e armi perfette per l’assassinio dei propri
avversari. Non erano, per quanto ne sappiamo, materia di celebrazione
pubblica o addirittura di tronfia vanteria.
Questi racconti di malefatte rientravano in un più vasto dibattito,
apertosi verso la fine del II secolo a.C., su quali dovessero essere le regole e
i princìpi etici del governo d’oltremare o, per esprimerci in termini più
generali, su come Roma dovesse rapportarsi con il mondo esterno ora che si
trattava non più soltanto di combattere contro popoli stranieri ma anche di
governarli. Questo fu un contributo nuovo e specificamente romano alla
teoria politica del mondo antico. Il primo trattato filosofico di Cicerone,
scritto nel 59 a.C. sotto forma di una lettera a suo fratello, è dedicato in gran
parte a mettere in risalto l’importanza dell’onestà, dell’integrità,
dell’imparzialità e della costanza nel governo delle province. E un secolo
prima, nel 149 a.C., era stato creato a Roma un tribunale penale
permanente, con il compito specifico di garantire agli stranieri risarcimenti
e il diritto di adire le vie legali contro le estorsioni subite a opera dei loro
governanti romani. Nessun antico impero mediterraneo aveva mai fatto
prima tentativi sistematici in questo senso. Lo si può considerare un segno
del fatto che la corruzione nel governo delle province si fosse diffusa
piuttosto precocemente; ma dimostra altresì che, quasi altrettanto presto,
c’era stata la volontà politica di affrontare la corruzione. La legge in forza
della quale venne condannato Verre, originariamente parte del programma
di riforma di Gaio Gracco, illustra molto bene quanta cura, precisione e
raffinata riflessione giuridica erano state dedicate a questo problema già
negli anni Venti del II secolo a.C.
Undici frammenti della legge di Gaio Gracco sui risarcimenti per i reati
di concussione (Lex Acilia repetundarum), incisi su lastre di bronzo, sono
stati scoperti attorno al 1500 nei pressi di Urbino. Due sono andati perduti e
ci sono noti solo da copie manoscritte, ma un altro frammento è stato
portato alla luce nel XIX secolo. Ricomposti grazie a un complesso lavoro
che ha tenuto occupati gli studiosi per mezzo millennio, questi frammenti
ci restituiscono circa la metà del testo originario, che definiva gli strumenti
legali a disposizione dei provinciali per recuperare il valore di ciò che era
stato loro estorto dai funzionari romani. È un documento di straordinaria
importanza per la comprensione delle pratiche e dei princìpi del governo
romano, e allo stesso tempo serve a ricordarci come le nostre informazioni,
in mancanza di analoghe casuali scoperte, siano irrimediabilmente filtrate
dalla tradizione storica romana. Infatti, benché gli autori romani
menzionino di tanto in tanto questa legge, non ci consentono di farcene
un’idea realmente corrispondente a quanto possiamo ricavare dalla lettura
del testo. Il quale si è preservato esclusivamente perché, alla fine del II
secolo a.C., i membri del consiglio di una città italica decisero di fare
incidere la legge di Gracco su lastre bronzee esposte al pubblico; nonché
grazie alla scoperta fortuita dei frammenti nel Rinascimento e al
riconoscimento della loro importanza.
Abbiamo qui un esempio estremamente accurato e preciso di legge
romana, che ci dimostra una raffinata capacità di formulazione giuridica,
quasi senza precedenti nel mondo classico, e una qualità che la distingue
radicalmente dai tentativi pionieristici ma ancora rozzi delle Dodici Tavole.
Il testo latino occupa circa dieci pagine a stampa moderna e considera ogni
aspetto della procedura di risarcimento, dalla definizione di chi aveva il
diritto di adire le vie legali («ogni uomo di diritto latino o di nazione
straniera, o entro la discrezione, il dominio, il potere o l’amicizia del popolo
romano») fino agli indennizzi che spettavano a chi vinceva la causa (i
risarcimenti sono valutati al doppio del valore della perdita subita, e viene
offerta la piena cittadinanza romana a un querelante vittorioso). È
contemplato ogni tipo di problemi. Viene promessa assistenza nella
conduzione della causa (una semplice forma di aiuto giuridico) a chi ne
aveva bisogno, come doveva essere certamente il caso degli stranieri. Sono
previste specifiche misure per recuperare denaro da uomini che, come
Verre, si davano alla fuga prima che fosse emesso il verdetto. Regole molto
rigide riguardavano i conflitti d’interesse: chiunque appartenesse allo
stesso «club» dell’imputato non poteva figurare tra i cinquanta giurati
assegnati a ciascun caso. È specificata persino la procedura esatta di
votazione. Ogni giurato doveva scrivere il proprio voto su una tavoletta di
legno di particolari dimensioni, e gettarla in un’apposita urna coprendo il
voto con le dita, e a braccio nudo, probabilmente per impedire qualsiasi
genere di contraffazione che potesse essere nascosta nelle maniche della
toga.
È difficile accertare quanto efficacemente funzionasse in pratica. Tra
l’approvazione della legge, negli anni Venti del II secolo a.C., e il processo
contro Verre, nel 70 a.C., ci sono noti soltanto poco più di trenta casi, quasi
la metà dei quali conclusasi con una condanna. Ma queste statistiche
incomplete sono solo una parte della storia. In realtà, persino la promessa
assistenza nella conduzione della causa non avrà particolarmente
incoraggiato le vittime ad attraversare mezzo mare Mediterraneo per
cercare di ottenere una riparazione, in una lingua poco conosciuta e
secondo l’altrettanto poco conosciuto sistema giuridico della potenza
regnante. Inoltre, i risarcimenti erano previsti soltanto per perdite di
carattere finanziario, non per altre forme di maltrattamento (non c’era
alcuna compensazione per atti di crudeltà o violenza sessuale, per
esempio). Ciononostante, questa legge ci mostra in maniera chiara che
politici radicali come Gaio stavano iniziando a preoccuparsi del mondo
esterno nella sua più vasta ampiezza, e a curarsi della difficile situazione
dei più svantaggiati e deboli non soltanto tra i cittadini romani ma anche tra
i sudditi dell’impero.
Senatori nel mirino
Alla base della Lex Acilia repetundarum, comunque, non c’erano soltanto
questioni umanitarie. Conformemente al suo programma, Gaio cercava
anche di sorvegliare le attività dei senatori. La sua riforma riguardava tanto
la sofferenza dei provinciali quanto la politica interna di Roma. Secondo i
regolamenti vigenti, soltanto i senatori e i loro figli potevano essere messi
sotto processo in quanto responsabili di fronte alla legge, sebbene molti
altri romani all’estero avessero l’opportunità di arricchirsi a spese dei locali.
E le giurie preposte a giudicarli potevano essere formate esclusivamente da
persone non appartenenti all’ordine senatorio, e scelte invece da quello dei
«cavalieri» (equites).
Era una distinzione di natura tecnica, ma di cruciale importanza. Gli
equites stavano al vertice della gerarchia romana della ricchezza: erano
grandi possidenti, in una misura che li separava nettamente dalla maggior
parte dei comuni cittadini, e avevano spesso stretti rapporti sociali e
culturali con i senatori, con i quali erano talvolta legati anche per nascita.
Costituivano un gruppo assai più ampio dei senatori (soltanto poche
centinaia), che attorno alla fine del II secolo a.C. contava diverse migliaia di
individui. Infatti, in termini strettamente giuridici, i senatori erano soltanto
il sottogruppo di cavalieri che erano stati eletti a cariche pubbliche ed erano
così entrati in Senato. Ma gli interessi dei due gruppi non sempre
coincidevano, e i cavalieri formavano una categoria molto più variegata al
proprio interno rispetto a quella dei senatori. Tra di essi vi erano molti
ricchi uomini di diverse città dell’Italia (il loro numero aumentò in modo
vertiginoso dopo la guerra sociale) che non si sarebbero mai sognati di
candidarsi alle elezioni a Roma, o uomini come Attico, l’influente amico di
Cicerone, che preferivano tenersi distanti dalla politica. Molti cavalieri si
dedicavano a quelle attività finanziarie e commerciali che erano
formalmente proibite ai senatori. Sebbene ci fossero, come sempre,
parecchi modi per aggirare questo ostacolo, una legge della fine del III
secolo a.C. proibiva ai senatori di possedere grandi navi commerciali in
grado di trasportare più di trecento anfore.
Alcuni cavalieri, grazie a un’altra legge di Gaio Gracco, si erano dedicati
al settore, potenzialmente molto remunerativo, della tassazione provinciale.
Era stato Gaio, infatti, il primo a stabilire che la riscossione delle tasse nella
nuova provincia d’Asia dovesse, al pari di molte altre responsabilità, essere
appaltata a imprese private, spesso di proprietà equestre. Questi appaltatori
erano chiamati publicani, ossia «fornitori di servizi pubblici» (questo
medesimo nome è utilizzato per indicare i riscossori delle tasse nelle
vecchie traduzioni del Nuovo Testamento, con grande confusione per i
lettori moderni). Era un sistema semplice, che richiedeva poco personale
allo stato romano, e rappresentò un modello per la riscossione delle tasse in
altre province nel corso dei successivi decenni (ed era già diffuso in altri più
antichi sistemi di riscossione). A Roma si tenevano periodiche aste di
specifici diritti di tassazione in singole province. La compagnia che faceva
l’offerta più alta otteneva la riscossione delle tasse, e tutto ciò che riusciva a
racimolare al di sopra della cifra stabilita andava a suo guadagno. Per dirlo
in altri termini, quanto più i publicani riuscivano a spremere i provinciali,
tanto maggiore era il loro profitto; e non potevano essere citati in giudizio
grazie alla Lex Acilia repetundarum di Gaio Gracco.
Questa legge aprì una spaccatura tra senatori ed equites. L’intento
originario era stato quello di garantire la protezione dei sudditi di Roma
attraverso il controllo sul comportamento dei senatori. Imponendo una
giuria esclusivamente equestre, intendeva assicurare che non vi fosse alcuna
possibile collusione tra un imputato di rango senatorio e una giuria
composta di suoi amici; a scanso di qualsiasi equivoco, ai cavalieri con
parenti stretti fra i senatori era proibito partecipare a questi processi. Ma il
risultato finale fu di mettere senatori e cavalieri gli uni contro gli altri e
talvolta persino di colpire, in questo fuoco incrociato, gli stessi provinciali
che la legge avrebbe dovuto proteggere. Si asseriva spesso, per esempio,
che, ben lungi dall’agire come arbitri imparziali della corruzione
senatoriale, i giurati equestri erano talmente compiacenti nei confronti
degli appaltatori delle tasse da formulare regolarmente un verdetto di
colpevolezza contro qualsiasi innocente governatore provinciale avesse
cercato di opporsi alle loro depredazioni. Un caso tristemente celebre ebbe
come protagonista un senatore, condannato per estorsione da una giuria
equestre corrotta, il quale aveva tale fiducia nella propria onorevole
reputazione e popolarità che andò in esilio nella stessa provincia in cui era
stato accusato di avere compiuto i suoi reati. Si può riconoscere qui una
punta di orgoglio senatorio. Ma, anche così, storie di questo tipo sono il
riflesso di una lunga controversia su chi dovesse avere la responsabilità di
giudicare il comportamento dei romani all’estero: i senatori o i cavalieri?
Nei decenni successivi all’approvazione della legge di Gaio Gracco,
riformatori di diversa convinzione politica riassegnarono di volta in volta la
composizione delle giurie a uno di questi due gruppi.
Era un problema ancora scottante quando Cicerone sostenne l’accusa
contro Verre nel 70 a.C., e diede a questo processo una sfumatura politica
ancora più intensa. Dieci anni prima, Silla, com’era prevedibile, aveva
affidato a giurie di rango senatorio la competenza non soltanto sui casi
relativi alla Lex Acilia repetundarum ma anche su altri reati come il
tradimento, l’appropriazione indebita e l’avvelenamento. All’epoca del
processo di Verre, la reazione contro questo orientamento stava facendosi
più forte e (almeno nel testo scritto) Cicerone esorta ripetutamente la giuria
a condannare l’imputato anche per dimostrare che i senatori sapevano
esprimere giusti verdetti nei confronti dei membri del proprio ordine. Ma
questo appello giungeva troppo tardi. Poco dopo la conclusione del
processo, una nuova legislazione, che fu di modello per il futuro, divideva la
composizione delle giurie tra senatori e cavalieri. Il processo di Verre fu
l’ultima volta in cui, in quel tribunale per i reati di concussione, una giuria
di senatori processò un senatore: un altro dei suoi titoli di gloria.
Roma in vendita
L’evidente corruzione, l’incompetenza e lo snobistico esclusivismo dei più
importanti senatori furono scottanti argomenti di dibattito nella vita
politica dell’ultimo secolo della repubblica: e sono il tema centrale del
saggio di Sallustio sulla guerra giugurtina, una spietata analisi dei
prolungati fallimenti di Roma nella disputa con il sovrano nordafricano che,
a partire dal 118 a.C., grazie a una combinazione di assassini dinastici,
intrighi e massacri indiscriminati, aveva iniziato a estendere il proprio
controllo sulla costa mediterranea dell’Africa. Il saggio è una trattazione
violentemente di parte, scritta circa settant’anni dopo la guerra, animata da
un forte spirito moralista, che presenta una ricostruzione degli eventi molto
drammatica e, almeno in termini moderni, parzialmente rielaborata in
forma letteraria. È un formidabile attacco contro i privilegi, la venalità e
l’altezzosità della classe senatoria, uscito dalla penna di un «uomo nuovo»
del Senato.
Alla fine del II secolo a.C. il territorio romano in Nordafrica era
suddiviso tra la provincia d’Africa (la regione circostante il sito di
Cartagine, amministrata direttamente secondo il nuovo modello da un
governatore romano) e le altre regioni, ancora inserite entro il quadro
dell’antico impero dell’obbedienza, compreso il vicino regno di Numidia.
Dopo la morte di un obbediente re numida nel 118 a.C., si aprì una lunga
lotta per il potere tra suo nipote Giugurta e un erede rivale, terminata nel
112 a.C., quando Giugurta riuscì a uccidere il suo avversario, insieme a un
grande numero di mercanti romani e italici che avevano avuto la sfortuna di
trovarsi nella medesima città proprio in quel momento: sono stati
generalmente considerati vittime del tutto innocenti, sebbene il racconto di
Sallustio lasci supporre che possano avere partecipato agli eventi come una
sorta di milizia armata. Fu un illuminante esempio dell’instabilità che
caratterizzava il vecchio metodo di controllo, sempre vulnerabile alla
disobbedienza da parte di alleati a cui i romani chiedevano fedeltà; una
disobbedienza che nasceva anche dal lungo contatto con Roma. Nel caso
specifico di Giugurta, un precedente periodo di servizio presso l’esercito di
Scipione Emiliano in Spagna, in qualità di comandante di un distaccamento
di arcieri numidi, gli aveva assicurato un’utile esperienza delle tattiche
militari romane e altrettanto utili conoscenze nella società romana.
Per vari anni, le risposte di Roma alle azioni di Giugurta erano state caute
da un lato e inconcludenti dall’altro. Il Senato aveva inviato diverse
delegazioni in Africa e aveva cercato, per quanto in modo piuttosto
discontinuo, di arbitrare un accordo tra Giugurta e il suo rivale. Fu soltanto
dopo il massacro dei mercanti che Roma si decise a dichiarare guerra, nel
111 a.C., mandando un esercito, il cui comandante ben presto riuscì a
stipulare un trattato di pace. Giugurta fu convocato a Roma, ma fu quasi
immediatamente rispedito in patria quando si scoprì che aveva architettato
l’assassinio di un cugino in Italia, nel timore che anche questi potesse
trasformarsi in un potenziale rivale. Le armate romane gli diedero la caccia
nuovamente in Africa, con risultati alterni. Nel 107 a.C. Giugurta era stato
in qualche modo ridimensionato, ma era ancora libero di muoversi.
I mediocri risultati ottenuti in Nordafrica sollevavano grandi domande. Il
Senato era davvero in grado di gestire l’impero e di proteggere gli interessi
di Roma oltremare? Se la risposta era negativa, quali doti erano necessarie,
e dove si potevano trovare? Per molti romani, la debolezza dei senatori di
fronte alle tentazioni della corruzione era una delle cause principali dei loro
insuccessi: «Città venale, destinata a una fine prematura, se troverà un
compratore!», come si raccontava che Giugurta avesse sentenziato lasciando
la città. Un’altra causa era la generale incompetenza della classe dirigente.
Secondo Sallustio, questa incompetenza era la conseguenza del suo angusto
elitarismo e del suo rifiuto di riconoscere il talento al di fuori del proprio
piccolo gruppo. L’esclusione dei plebei dalle cariche pubbliche era stata
superata già da molto tempo, ma, duecento anni dopo, così si sosteneva, la
nuova aristocrazia mista di patrizi e plebei era diventata in pratica quasi
altrettanto esclusivista. Le medesime famiglie monopolizzavano l’elezione
alle cariche più alte e ai comandi più prestigiosi, di generazione in
generazione, e non erano disposte a lasciare spazio a «uomini nuovi». Il
Senato era dominato dall’equivalente antico delle associazioni di ex
compagni di scuola.
Il saggio di Sallustio mette in risalto la storia di Gaio Mario, un «uomo
nuovo» ed esperto soldato, che prestò servizio in Africa nella guerra contro
Giugurta come secondo in comando di un aristocratico, Quinto Cecilio
Metello. Nel 108 a.C., Mario, che aveva raggiunto la carica di pretore, decise
di tornare a Roma e candidarsi alle elezioni per il consolato, nella speranza
di ottenere un importante comando militare, e chiese l’appoggio di Metello.
La risposta di Metello, almeno nella versione riportata da Sallustio, fu un
tipico esempio di altezzoso snobismo. La carica di pretore era già un ottimo
risultato per un uomo del suo rango, e Mario non doveva mettersi troppi
grilli per la testa, sogghignò Metello. Sallustio riassume questo
atteggiamento in modo ancora più tagliente nel saggio sulla congiura di
Catilina: «La maggior parte dell’aristocrazia riteneva che il consolato
venisse quasi profanato se un uomo nuovo, anche se di valore, l’avesse
conseguito». Mario era infuriato, ma non si lasciò persuadere. Tornò a Roma
per candidarsi al consolato. Eletto console (carica che, fatto senza
precedenti, avrebbe rivestito per ben sette volte), un voto dell’assemblea
popolare gli affidò il comando della guerra contro Giugurta.
Il racconto di Sallustio non può essere preso interamente alla lettera.
Giugurta può essere stato abilissimo a far scivolare denaro nelle tasche dei
senatori (fu una condanna decretata dai tribunali romani per avere
accettato una bustarella durante una delegazione in Africa a costringere
infine Opimio, l’assassino di Gaio Gracco, a ritirarsi in esilio). Ma i romani
tendevano a usare corruzione e bustarelle come comoda scusa
ogniqualvolta la guerra, le elezioni o i verdetti dei tribunali non andavano
nella direzione sperata. Un’aperta corruzione di questo genere era
probabilmente meno frequente di quanto essi stessi asserivano. Inoltre,
malgrado tutto lo snobismo della classe dirigente, c’era in pratica ben più
spazio per nuovi talenti di quanto facciano supporre le acide parole di
Sallustio. Le liste di nomi rimasteci (che per questo periodo risultano
alquanto accurate) indicano che circa il 20 per cento dei consoli eletti alla
fine del II secolo a.C. proveniva da famiglie che non avevano contato nei
propri ranghi nemmeno un console nei precedenti cinquant’anni, e forse
nemmeno prima.
La carriera di Mario ebbe un formidabile effetto sul corso della storia
repubblicana, in modi che lui stesso avrebbe ben difficilmente potuto
pianificare. Per prima cosa, quando tornò dall’Africa per assumere il
comando della guerra contro Giugurta, arruolò nel proprio esercito ogni
cittadino pronto a partire volontario. Fino ad allora, tranne in casi di
emergenza, i soldati romani erano stati reclutati soltanto tra famiglie di
possidenti. A causa di ciò, per qualche tempo si erano avuti problemi di
reclutamento, che potrebbero spiegare le preoccupazioni di Tiberio Gracco
per i poveri privi di terra: infatti, se non avevano terra, non potevano
prestare servizio nelle legioni.
Arruolando chiunque si presentasse volontario, Mario risolse il
problema, ma, in questo modo, creò un esercito dipendente, quasi
professionale, che destabilizzò la politica interna per un’ottantina d’anni.
Questi legionari di nuovo tipo dipendevano in misura sempre maggiore dai
propri comandanti non soltanto per ottenere una fetta del bottino ma anche
per assicurarsi, al termine del servizio militare, una liquidazione,
preferibilmente sotto forma di terra, che avrebbe loro garantito i mezzi per
iniziare una nuova vita. Le conseguenze di questo sistema si fecero sentire
in molti ambiti. I conflitti esplosi nella piccola città di Pompei dopo che
Silla vi ebbe installato i propri veterani nell’80 a.C. furono soltanto uno dei
numerosi casi di controversie, sfruttamento e risentimento locali. Da dove
si dovesse prendere la terra per questi soldati, e a spese di chi, divenne un
problema cronico. Ma fu la relazione creatasi tra i singoli generali e le loro
truppe a determinare le ripercussioni più profonde. In sostanza, i soldati
concedevano la loro assoluta fedeltà al proprio comandante in cambio della
promessa di una liquidazione: un compromesso che, nel migliore dei casi,
scavalcava l’interesse dello stato e, nel peggiore, trasformava le legioni in un
nuovo tipo di milizia privata fedele esclusivamente agli interessi del proprio
generale. Fu proprio in forza della nuova relazione tra legioni e comandanti
creata da Mario che i soldati di Silla, e poi di Giulio Cesare, seguirono il
proprio comandante e invasero la città di Roma.
Altrettanto decisivo per il futuro fu il ruolo assunto dal popolo
nell’assegnazione del comando militare a Mario: fu un voto dell’assemblea,
proposto da un tribuno, che, rovesciando la nomina fatta dal Senato, diede
a Mario il comando della guerra contro Giugurta. Questa procedura era
stata utilizzata precedentemente soltanto in rarissimi casi di emergenza.
Ma nel 108 a.C. si impose come una formidabile affermazione del diritto
che aveva il popolo nel suo complesso, ben più che il Senato, di decidere chi
doveva comandare gli eserciti di Roma. Mario non aveva quasi fatto in
tempo a ottenere la vittoria in Africa e a tornare a Roma con Giugurta in
catene, che un altro generale venne costretto alle dimissioni dal voto
popolare, dopo avere subìto una terribile sconfitta a opera di invasori
germanici d’oltralpe. In un’atmosfera di panico, in cui si ricorse persino a
riti propiziatori con sacrifici umani, il comando delle operazioni venne
assegnato di nuovo a Mario, il quale soddisfece le speranze del popolo
ricacciando indietro gli invasori.
Mario ebbe una triste fine. Aveva già quasi settant’anni quando, nell’88
a.C., un tribuno della plebe cercò di utilizzare il voto dell’assemblea per
fargli assegnare ancora una volta il comando militare di una nuova guerra;
ma non ebbe successo. Infatti, si trattava della guerra contro il re Mitridate
e il comandante rivale era Silla, che marciò su Roma per impedire che ciò
avvenisse. Mentre Silla si trovava ancora in Oriente, Mario morì, soltanto
poche settimane dopo avere iniziato il suo settimo consolato, al quale era
stato eletto come candidato «antisillano». Alcuni affermarono che, nel
delirio immediatamente precedente il decesso, Mario si fosse convinto di
avere ottenuto il comando contro Mitridate e avesse impartito ordini ai suoi
inservienti come se fossero soldati pronti a lanciarsi in battaglia. Era la
patetica fine di un vecchio in preda alle sue illusioni; ma il principio del
controllo popolare sulle nomine per gli incarichi esteri, di cui si era fatto
paladino, fu spesso riasserito nei successivi decenni. Le assemblee popolari
votarono ripetutamente l’assegnazione di enormi risorse a coloro che
ritenevano più adatti a garantire la difesa, o l’espansione, dell’impero di
Roma. In effetti, decretarono con il loro voto l’ascesa al potere di autocrati,
come dimostra perfettamente il caso di Pompeo; Pompeo il Grande, come
egli stesso si chiamava, o il Macellaio, come altri preferivano chiamarlo.
Pompeo il Grande
Nel 66 a.C., appena quattro anni dopo il processo di Verre, Cicerone si
rivolse al popolo romano in una contio sulla sicurezza dell’impero. Divenuto
nel frattempo pretore, e con gli occhi già puntati sul consolato, si espresse
in sostegno della proposta, avanzata da un tribuno, di affidare a Pompeo il
comando della prolungata e intermittente guerra contro il medesimo re
Mitridate con cui i romani combattevano, con risultati altalenanti, da ormai
più di vent’anni. I poteri conferiti a Pompeo prevedevano un controllo quasi
assoluto su una vasta fascia del Mediterraneo orientale per un periodo di
tempo illimitato, con più di quarantamila soldati a propria disposizione, e il
diritto di dichiarare guerra o concludere la pace e di stabilire trattati in
modo del tutto indipendente.
Cicerone potrebbe essere stato sinceramente convinto che Mitridate
rappresentasse una minaccia reale per la sicurezza di Roma e che Pompeo
fosse l’unica persona in grado di affrontare e risolvere il problema. Dal
centro del suo regno nel mar Nero il re aveva certamente riportato alcune
terrificanti vittorie sugli interessi romani nel Mediterraneo orientale,
compreso, nell’88 a.C., un tristemente celebre, e molto mitizzato, massacro
di decine di migliaia di romani e italici in un solo giorno. Sfruttando un
odio piuttosto diffuso per la presenza romana e offrendo ulteriori incentivi
(ogni schiavo che uccideva un padrone romano avrebbe ottenuto la libertà),
organizzò una serie di attacchi simultanei contro i residenti romani in varie
città della costa occidentale dell’attuale Turchia, da Pergamo, a nord, fino a
Cauno, la «capitale dei fichi» dell’Egeo, nel sud, uccidendo (secondo le
esagerate stime romane) tra ottantamila e centocinquantamila uomini,
donne e bambini. Anche tralasciando la realtà di queste cifre, fu comunque
un massacro pianificato e spietato; ma è difficile sfuggire all’impressione
che, negli anni Sessanta del I secolo a.C., dopo le campagne condotte da
Silla vent’anni prima, Mitridate rappresentasse più un elemento di disturbo
che un’autentica minaccia, e che per i circoli politici romani fosse diventato
un comodo nemico: uno spauracchio per giustificare campagne militari
potenzialmente remunerative, e un pungolo per criticare l’incapacità dei
propri rivali. Anche Cicerone ammise sostanzialmente di essere stato
condizionato da interessi commerciali a Roma, preoccupato dagli effetti
della prolungata instabilità (reale o immaginaria) in Oriente tanto sui suoi
guadagni privati quanto sulle finanze dello stato. Il confine tra i primi e le
seconde fu accuratamente cancellato.

43. Moneta argentea con la testa di Mitridate VI. I capelli mossi e gettati all’indietro
ricordano, senza dubbio intenzionalmente, la tipica acconciatura di Alessandro Magno.
Nel conflitto tra Mitridate e Pompeo il Grande si scontravano due nuovi aspiranti
Alessandro.
Sostenendo l’opportunità di questo comando speciale, Cicerone ricordò
gli strepitosi successi riportati da Pompeo un anno prima nella liberazione
del Mediterraneo dalle scorrerie dei pirati, proprio grazie ai notevoli poteri
che gli erano stati conferiti da un voto dell’assemblea popolare. Nel mondo
antico la pirateria rappresentava una minaccia endemica e, allo stesso
tempo, un simbolo di paura convenientemente indistinto, non molto
diverso dall’odierna espressione «terrorismo», nel quale si poteva far
rientrare qualsiasi cosa, dalla flotta di uno stato canaglia fino a piccoli
trafficanti di schiavi. Pompeo riuscì a sbarazzarsi dei pirati nel giro di
appena tre mesi (facendoci supporre che si trattasse di un obiettivo più
facile di come veniva dipinto) e, dopo la vittoria, attuò una politica di
reinsediamento, sorprendentemente illuminata per il mondo antico come
per quello moderno. Concesse agli ex pirati piccole proprietà terriere a
debita distanza dalla costa, nelle quali potevano condurre una vita onesta.
Anche se alcuni non se la passarono meglio dei veterani di Silla, uno di
quelli che invece si adattarono benissimo alla nuova vita è il protagonista di
un lirico cammeo nel poema virgiliano sull’agricoltura, le Georgiche, scritto
alla fine degli anni Trenta del I secolo a.C. Il vecchio uomo ora vive
pacificamente vicino a Taranto ed è diventato un esperto di orticoltura e
apicoltura. I suoi giorni da pirata sono solo un ricordo lontano: «Eppure,
piantando qualche legume fra gli sterpi e intorno gigli candidi, verbena e
gracili papaveri in cuor suo si sentiva ricco come un re».
L’argomentazione implicita di Cicerone, tuttavia, era che nuovi problemi
richiedevano nuove soluzioni. La minaccia che Mitridate rappresentava per
le entrate commerciali di Roma, per le sue rendite fiscali e per la stessa vita
dei romani residenti in Oriente esigeva un diverso approccio. Nel corso
degli ultimi due secoli, parallelamente all’espansione dell’impero si erano
già attuati profondi mutamenti nel sistema tradizionale delle magistrature
pubbliche, per affrontare più efficacemente le esigenze del governo
d’oltremare e per incrementare il personale disponibile. Il numero dei
pretori, per esempio, all’epoca di Silla era stato portato a otto; e si era
elaborato un sistema regolare in base al quale i magistrati eletti
assumevano, al termine del loro mandato, incarichi provinciali all’estero per
uno o due anni (in qualità di pro-consoli o pro-pretori). Tuttavia questi
incarichi restavano frammentari e di breve durata, mentre ciò di cui Roma
aveva bisogno per affrontare un nemico come Mitridate era un generale di
grande esperienza, investito di un comando duraturo sull’intera area che
poteva essere coinvolta nella guerra, e fornito di tutti i finanziamenti e i
soldati necessari per portare a termine il compito, senza essere ostacolato
dai consueti controlli.
Ci fu una prevedibile opposizione. Pompeo era un anticonformista
radicale e ambizioso, che aveva già violato quasi tutte le convenzioni della
politica romana a cui i tradizionalisti cercavano di rimanere sempre più
saldamente ancorati. Figlio di un «uomo nuovo», era salito ai vertici della
gerarchia militare sfruttando i sovvertimenti degli anni Ottanta del I secolo
a.C. Poco più che ventenne, era riuscito ad arruolare tre legioni formate da
suoi clienti e scagnozzi per combattere al fianco di Silla, e aveva ben presto
celebrato un trionfo per avere inseguito e annientato i rivali di Silla e altri
piccoli principi nemici in Africa. Fu allora che ricevette il soprannome di
adulescentulus carnifex, «giovane macellaio» piuttosto che enfant terrible. Non
era stato ancora eletto ad alcuna carica quando il Senato gli conferì il
comando in Spagna con il compito di sconfiggere un generale romano che
si era «nativizzato» con un grosso esercito (un altro tipico rischio per un
impero molto esteso). Di nuovo vittorioso, fu eletto console per il 70 a.C., a
soli trentacinque anni e scavalcando tutte le magistrature minori, in aperta
violazione delle regole stabilite di recente da Silla. Era talmente ignaro del
concreto funzionamento del Senato, cui doveva presiedere in qualità di
console, da essere costretto a chiedere a un amico erudito di scrivergli un
manualetto di procedura senatoriale.
Qualche traccia delle obiezioni sollevate contro l’affidamento di questo
nuovo comando a Pompeo può essere ricavata dallo stesso discorso di
Cicerone. Per esempio, l’enorme risalto che l’oratore dà al pericolo
immediato rappresentato da Mitridate («ogni giorno arrivano lettere che
riferiscono come i villaggi delle nostre province siano dati alle fiamme»)
indica chiaramente che qualcuno lo ritenesse assurdamente esagerato come
pretesto per affidare nuovi e quasi illimitati poteri a Pompeo. Questi
oppositori non ebbero successo, anche se devono essersi convinti che i loro
timori non erano infondati. Nel corso dei successivi quattro anni, con
l’autorità conferitagli dal suo nuovo comando, Pompeo ridisegnò la mappa
della parte orientale dell’impero romano, dal mar Nero, a nord, fino alla
Siria e alla Giudea, a sud. Naturalmente, non può aver fatto tutto questo da
solo, ma deve essersi avvalso dell’aiuto di centinaia di amici, funzionari,
schiavi e consiglieri. Ma questa particolare riscrittura della geografia
all’epoca fu sempre ascritta a Pompeo.
Il potere di Pompeo era, almeno in parte, il frutto delle operazioni
militari. Mitridate fu presto cacciato dall’Asia Minore e costretto a ritirarsi
nei suoi territori in Crimea, dove venne in seguito rovesciato da un colpo di
stato organizzato da uno dei suoi figli, e poco dopo si suicidò. Anche
l’assedio della fortezza di Gerusalemme, dove due rivali si contendevano
l’alto sacerdozio e il trono, venne portato a termine con successo. Ma,
soprattutto, il suo potere derivava da una sapiente combinazione di
diplomazia, intimidazione e appropriata esibizione della forza romana.
Pompeo trascorse parecchi mesi a trasformare la parte centrale del regno di
Mitridate in una provincia governata direttamente da Roma, a ridefinire i
confini di altre province, a fondare decine di nuove città e ad assicurarsi che
numerosi sovrani e dinasti locali fossero ridimensionati e ridotti
all’obbedienza secondo il vecchio stile di dominio imperiale.
Nel trionfo che celebrò nel 61 a.C., dopo il suo ritorno a Roma, proprio
nel giorno del suo compleanno (senza dubbio una coincidenza pianificata),
Pompeo avrebbe indossato un mantello appartenuto un tempo ad
Alessandro Magno. Dove mai avesse trovato questo falso non è dato sapere;
e non ingannò molti romani, che erano non meno scettici di noi
sull’autenticità di quell’indumento. Lo scopo doveva comunque essere non
soltanto quello di giustificare l’epiteto di «Grande» che aveva ripreso da
Alessandro, ma anche di paragonarne le ambizioni di gigantesca conquista
imperiale. Alcuni romani rimasero profondamente colpiti da questo
sfoggio, mentre altri ne furono altrettanto perplessi. Plinio il Vecchio,
vissuto poco più di un secolo dopo, ricorda con severa disapprovazione un
ritratto, commissionato dallo stesso Pompeo, fatto di madreperla: «la
sconfitta dell’austerità e il trionfo del lusso». Ma c’era un punto ancora più
importante. Questa celebrazione era la più formidabile manifestazione
finora mai vista dell’impero romano in termini territoriali, e persino
dell’ambizione romana alla conquista del mondo. Uno dei trofei portati in
processione, probabilmente nella forma di un grosso globo, recava la
seguente iscrizione: «Questo è un trofeo del mondo intero». E su un elenco
delle imprese di Pompeo, esposto in un tempio di Roma, si proclamava, con
tono rivelatore anche se troppo ottimistico, che costui «aveva esteso le
frontiere dell’impero fino ai confini della terra».
Il primo imperatore
Ci sono fondati motivi per definire Pompeo il primo imperatore di Roma.
Senza dubbio, è passato alla storia come l’uomo che alla fine sostenne la
causa della repubblica contro il potere sempre più indipendente di Cesare,
e quindi come un avversario del dominio imperiale. Ma il trattamento e gli
onori che gli furono riservati (o che pretese) in Oriente prefiguravano
concretamente molti degli elementi tipici dell’immagine e dello status
dell’imperatore romano. È quasi come se le forme e i simboli del dominio
imperiale – che pochi decenni dopo, sotto Giulio Cesare e ancor più sotto il
suo pronipote, l’imperatore Augusto, divennero elemento fisso in Italia e a
Roma – avessero avuto il proprio prototipo nel dominio di Roma all’estero.
Giulio Cesare, per esempio, fu il primo ad avere la propria testa
riprodotta su una moneta coniata a Roma. Fino a quel momento, le monete
romane avevano mostrato soltanto immagini di eroi da tempo defunti, e
questa innovazione fu una lampante esibizione del potere personale di
Cesare, seguita da tutti i successivi sovrani romani. Ma già un decennio
prima diverse città dell’Oriente avevano fatto coniare monete con la testa di
Pompeo. A quest’onore si aggiungevano altre stravaganti onorificenze e
addirittura varie forme di culto religioso. Ci è noto un gruppo di «adoratori
di Pompeo» (pompeiastae) sull’isola di Delo. Nuove città presero il suo
nome: Pompeiopolis, Magnopolis (dall’epiteto Magno). Venne acclamato come
«pari a un dio», «salvatore» e persino come «dio» tout court. A Mitilene,
sull’isola di Lesbo, un mese del calendario venne rinominato in suo onore,
proprio come, a Roma, furono successivamente rinominati dei mesi in
onore di Giulio Cesare e di Augusto.
C’erano dei precedenti per buona parte di questi riconoscimenti, presi
singolarmente. I re successivi ad Alessandro Magno, in territori estesi dalla
Macedonia fino all’Egitto, avevano frequentemente manifestato il proprio
potere in forma più o meno divina. Le antiche religioni politeistiche
consideravano il confine tra divino e umano in modo più flessibile e
permeabile rispetto ai moderni monoteismi. Diversi comandanti romani nel
Mediterraneo orientale erano stati talvolta onorati con l’istituzione di
festività religiose in loro nome, e Cicerone, in una lettera scritta ad Attico
dalla Cilicia, lascia intuire di avere rifiutato l’offerta di un tempio in suo
onore. Ciononostante, presi nel loro complesso, gli onori accordati a
Pompeo si collocavano su un livello di portata completamente nuova. È
difficile immaginarsi come, dopo questo genere di elevazione in Oriente e
dopo il potere indipendente che aveva esercitato riorganizzando vasti
territori, Pompeo sarebbe potuto tornare a Roma e diventare un semplice
senatore, alla pari di tutti gli altri. In apparenza, questo è proprio ciò che
fece. Non ci fu nessuna marcia sulla città nello stile di Silla. Ma, sotto la
superficie, si potevano riconoscere indizi di cambiamento anche a Roma.
Il grandioso progetto edilizio di Pompeo, con un teatro, dei giardini, dei
portici e delle sale riunioni, riccamente adornati di celebri opere scultoree,
fu un’innovazione di stile affatto imperiale. Era un progetto ben più vasto
dei singoli templi normalmente fatti erigere dai precedenti generali come
ringraziamento per l’aiuto ricevuto dagli dèi sul campo di battaglia.
Dedicato nel 55 a.C., fu il primo di una serie di giganteschi programmi
architettonici che divennero una caratteristica distintiva dei successivi
imperatori, i quali cercarono di lasciare la propria impronta, in marmo
sfavillante, sul panorama urbano di Roma, e a cui si deve la nostra odierna
immagine dell’antica città. Ci sono anche alcuni indizi che persino a Roma
Pompeo venisse presentato, proprio come i successivi imperatori, in veste
divina. Questo tema figurava già nel discorso pronunciato da Cicerone nel
66 a.C., nel quale questi si riferiva ripetutamente alle doti di Pompeo
definendole «divine» o «concesse dagli dèi», e metteva in risalto la sua
incredibilis ac divina virtus, «la sua straordinaria e divina virtù». Non è certo
quanto alla lettera si debba prendere l’espressione divina; ma nella cultura
romana non si ridusse mai a quella morta metafora che è oggi d’uso
piuttosto frequente. Come minimo, si riconosceva in Pompeo qualcosa di
più che semplicemente umano. Questo è senz’altro sottinteso anche in un
onore concessogli su proposta di due tribuni nel 63 a.C., in vista del suo
ritorno dall’Oriente: a Pompeo era permesso indossare l’abito di un
generale in trionfo quando assisteva alle gare nel circo.
Era una cosa ben più rilevante di quanto ci possa sembrare, e di certo
non soltanto una questione di dress code. Infatti, il costume
tradizionalmente indossato dal generale vittorioso durante la sua
processione trionfale era identico a quello della statua del dio Giove nel suo
tempio sul Campidoglio. Era come se la vittoria militare permettesse al
generale di entrare letteralmente negli abiti del dio, almeno per quel
giorno, e questo spiega perché lo schiavo che stava dietro di lui sul carro
trionfale doveva sussurrargli continuamente all’orecchio: «Ricordati che sei
(soltanto) un uomo». Permettere a Pompeo di indossare la regalia trionfale
anche in altre occasioni equivaleva a concedergli uno status divino al di
fuori di quel contesto rituale rigidamente definito. Deve essere sembrato un
passo alquanto rischioso, perché si diceva che Pompeo avesse goduto del
suo nuovo privilegio soltanto una volta; e, come osservò in maniera
sarcastica uno scrittore romano circa settant’anni dopo, «era già stata una
volta di troppo».
Come bilanciare le imprese e la celebrità del singolo individuo con la
teorica uguaglianza interna dell’aristocrazia e con i princìpi della
collegialità del potere era stato uno scottante dilemma per tutto il corso
della storia repubblicana. Molte storie mitiche sulla Roma arcaica pongono
il problema di audaci eroi che escono dai ranghi per affrontare da soli il
nemico. Dovevano essere puniti per disobbedienza oppure onorati per
avere dato a Roma la vittoria? Ma c’erano anche figure storiche che, già
prima di Pompeo, per la loro posizione di preminenza erano entrate in
conflitto con la tradizionale struttura di potere dello stato. Mario e Silla
sono gli esempi più ovvi. Ma, più di cento anni prima di loro, Scipione
Africano, malgrado tutte le sue strepitose vittorie, o piuttosto proprio a
causa di esse, aveva trascorso gli ultimi anni della sua vita in virtuale esilio,
dopo che i tribunali romani avevano cercato ripetutamente di
ridimensionarlo; si spiega così la sua sepoltura nell’Italia meridionale e non
nella grande tomba di famiglia degli Scipioni a Roma. Si diceva addirittura
che si proclamasse ispirato dagli dèi e che trascorresse la notte nel tempio
di Giove per sfruttare la sua speciale relazione con la divinità. Tuttavia, alla
metà del I secolo a.C., la posta in gioco si era fatta ben più alta, la sfera delle
operazioni e dei vincoli tanto più grande e le risorse di denaro e uomini
disponibili tanto più vaste, che l’ascesa di uomini come Pompeo risultò
praticamente inarrestabile.
44. Recente tentativo di ricostruzione del teatro di Pompeo, con la sua complessa scena e
una platea che poteva ospitare circa quarantamila spettatori, ossia poco meno della
capienza del Colosseo. Dietro la platea si trovava un piccolo tempio della dea Venus
Victrix («datrice di vittoria»), a memoria del favore concesso dagli dèi a Pompeo e della
vittoria militare che aveva permesso di finanziare la costruzione.

A fermare Pompeo fu infine un rivale, nella persona di Giulio Cesare,


membro di un’antica famiglia patrizia, con un programma politico nel solco
della tradizione radicale dei Gracchi e animato da ambizioni che portarono
direttamente al regime autocratico. Prima, però, questi due uomini fecero
parte di una famigerata alleanza a tre.
La Banda dei Tre
Nel 60 a.C., due anni dopo il suo rientro a Roma, Pompeo appariva piuttosto
irritato dal fatto che il Senato non aveva ancora ratificato ufficialmente la
sua sistemazione dell’Oriente, e anzi la procrastinava confermandola pezzo
per pezzo, anziché in blocco. E, come doveva fare allora ogni generale, era
in cerca di terre sulle quali collocare i suoi ex soldati. Marco Licinio Crasso,
che aveva guidato le truppe romane alla vittoria contro Spartaco ed era
considerato l’uomo più ricco di Roma, aveva da poco assunto la causa di
un’impresa di appaltatori statali in difficoltà, che avevano fatto un’offerta
troppo alta per ottenere il diritto di riscossione fiscale per la provincia
d’Asia, e ora stava cercando di fare avere loro il permesso di rinegoziare la
cifra pattuita. Giulio Cesare, che, dei tre uomini, era quello meno ricco e con
meno esperienza, voleva assicurarsi l’elezione al consolato per il 59 a.C. e un
importante comando militare al termine del mandato, anziché i semplici
compiti di pattugliamento sulle bande di briganti scorrazzanti per l’Italia
che il Senato aveva intenzione di affidargli. Una reciproca collaborazione
sembrò il modo migliore per raggiungere questi vari obiettivi. Perciò, con
un patto del tutto ufficioso, i tre unirono le loro forze, i loro contatti e le
loro ambizioni per ottenere ciò che volevano, a breve come a lungo termine.
Per molti osservatori dell’antichità questo fu un altro passo cruciale nella
frantumazione del governo repubblicano. Uno di essi fu il poeta Orazio,
quando, seguendo il tradizionale metodo di datazione romano, menzionò
«la guerra civile che iniziò l’anno in cui fu console Metello». Catone «il
Giovane» – pronipote di Catone «il Vecchio» –, uno dei più acerrimi nemici
di Cesare, sosteneva che la città era stata messa a soqquadro non quando
Cesare e Pompeo avevano litigato, bensì quando erano diventati amici.
L’idea che lo sviluppo politico fosse stato pilotato da dietro le quinte
sembrava, per certi aspetti, persino peggiore dell’aperta violenza che aveva
tormentato i precedenti decenni. Cicerone colse perfettamente la situazione
quando osservò che nel taccuino di Pompeo c’era un elenco non soltanto dei
consoli passati ma anche di quelli futuri.
Non fu tuttavia un’assunzione di potere così completa come farebbero
supporre queste osservazioni. Fra i tre uomini correva ogni genere di
tensioni, disaccordi e rivalità: e, se Pompeo possedeva veramente un
taccuino con l’elenco dei nomi preferiti dai tre per il consolato degli anni
ancora a venire, il meccanismo elettorale talvolta riusciva a scavalcarli
portando all’elezione di qualcun altro, niente affatto di loro gradimento.
Ciononostante, riuscirono a realizzare i loro obiettivi immediati. Cesare fu
eletto console per il 59 a.C. e, insieme a una serie di provvedimenti che
ricordavano fortemente i programmi di precedenti tribuni di orientamento
radicale, fece approvare leggi che favorivano Crasso e Pompeo. Si assicurò
anche il comando militare della Gallia meridionale, alla quale fu presto
aggiunta una vasta area sul versante opposto delle Alpi.
Per quasi tutto il decennio centrale del I secolo a.C. le macchinazioni dei
tre protagonisti di questo sodalizio restarono una delle forze principali
nella politica romana, anche se Cesare fece soltanto periodiche visite in
Italia e Crasso non ritornò mai dalla campagna che guidò nel 55 a.C. contro
l’impero partico, che aveva il proprio centro nell’attuale Iran e, per molti
aspetti, aveva preso il posto di Mitridate nelle paure dei romani. La sua
precoce morte rende più difficile stabilire il ruolo e l’importanza di Crasso
all’interno del trio. Ma la tragedia della sua sconfitta e della sua cruenta
decapitazione, cui si aggiungeva l’umiliazione della cattura delle insegne
cerimoniali dell’esercito, continuò a riecheggiare per anni. La vittoria
decisiva fu riportata dai parti nel 53 a.C. nella battaglia di Carre, presso
l’attuale confine tra la Turchia e la Siria. La testa di Crasso venne spedita
come trofeo alla residenza del re partico, dove venne immediatamente
utilizzata per fare le veci della testa di Penteo, decapitato da sua madre, in
una rappresentazione della tragedia Le baccanti di Euripide (ed è
interessante notare come rientrasse nel repertorio teatrale del pubblico
partico). Le insegne rimasero a fare orgogliosamente parte del bottino
partico fino al 19 a.C., quando l’imperatore Augusto, con un’abile iniziativa
diplomatica mascherata da successo militare, riuscì a riportarle a Roma.
Le polemiche e le controversie di questo periodo sono vivacemente
documentate, fin nei più piccoli dettagli, grazie soprattutto alle lettere di
Cicerone, talvolta scritte giorno per giorno e piene di voci incontrollate, di
presentimenti, indizi di complotti, mezze verità, pettegolezzi, riflessioni
ipotetiche e premonizioni. «La situazione politica mi allarma ogni giorno di
più» e «c’è puzza di dittatura nell’aria» sono tipici ritornelli, in mezzo a più
pratici riferimenti a prestiti e debiti e a trionfalistiche notizie sull’audace,
benché soltanto temporaneo, sbarco di Cesare in Britannia. Ci offrono una
straordinaria testimonianza sulla politica romana nel suo concreto
svolgimento, assolutamente unica per tutta l’antichità classica e
probabilmente per qualsiasi altra epoca storica fino al XV secolo della
nostra èra. Ma tendono anche a esagerare l’impressione di confusione e di
frantumazione politica; o almeno presentano un quadro che appare
difficilmente confrontabile con quello di periodi precedenti. Quanto
disordinato e spietato sarebbe potuto apparire il mondo di Scipione
Africano e Fabio il Temporeggiatore se si fossero conservate le loro note e
lettere private, e non soltanto il racconto retrospettivo di Livio e altri storici?
Per di più, l’enorme quantità di materiale uscito dalla penna di Cicerone
può ostacolare gravemente la nostra capacità di vedere oltre il suo punto di
vista e i suoi pregiudizi.

45. Moneta argentea coniata sotto il regno di Augusto per commemorare la restituzione
delle insegne romane catturate dai parti nella battaglia di Carre. Il personaggio partico
che in atto di sottomissione riconsegna le insegne indossa i tradizionali calzoni orientali.
Sull’altro lato è raffigurata, significativamente, la dea «Onore». In realtà, si trattò più di un
accordo negoziato che di una vittoria militare dei romani.

La carriera di Publio Clodio Pulcro è un esempio illuminante. Clodio si


scontrò per la prima volta con Cicerone in uno scandalo scoppiato alla fine
del 62 a.C., dopo che si era scoperto che un uomo si era intrufolato in una
solenne cerimonia religiosa riservata esclusivamente alle donne, cui
presiedeva la moglie di Giulio Cesare. Alcuni sospettavano che si fosse
trattato di un segreto appuntamento amoroso anziché di un semplice
scherzo, e Cesare si cautelò con un rapido divorzio, con la celebre
giustificazione che «la moglie di Cesare deve essere al di sopra di ogni
sospetto». Molti puntarono il dito contro Clodio, che fu processato, con
Cicerone tra i principali testimoni dell’accusa. Il processo si concluse con
l’assoluzione, e con un’eterna ostilità tra Clodio e Cicerone, il quale,
prevedibilmente, ma forse a torto, sostenne che una massiccia corruzione
aveva garantito il verdetto di non colpevolezza.
La fama di assoluta malvagità e scelleratezza che ha poi circondato
Clodio è quasi interamente il risultato dell’inimicizia di Cicerone. È passato
alla storia come il folle patrizio che non soltanto si era fatto adottare da una
famiglia plebea per potersi candidare al tribunato, ma aveva anche messo in
ridicolo l’intero procedimento scegliendo un padre adottivo addirittura più
giovane di lui. Una volta eletto, nel 58 a.C., architettò l’esilio di Cicerone per
il rigido atteggiamento che quest’ultimo aveva assunto nei confronti dei
seguaci di Catilina, introdusse una serie di leggi che colpivano al cuore la
base stessa del governo romano, e seminò il terrore nelle strade con la sua
milizia privata. Roma venne salvata da questo mostro soltanto quando
venne ucciso, nel 52 a.C., dopo avere scatenato una rissa con gli schiavi di
un amico di Cicerone, nella cosiddetta «battaglia di Bovillae». Non ci è
giunta alcuna descrizione alternativa di Clodio. Ma, senza dubbio, un’altra
versione della storia lo avrebbe dipinto come un riformista radicale nella
tradizione dei Gracchi (una delle sue leggi rese completamente gratuite le
distribuzioni di grano a Roma), linciato da un mascalzone reazionario e dai
suoi scagnozzi. Neppure la difesa sostenuta da Cicerone riuscì a ottenere
l’assoluzione dall’accusa di omicidio per il suo amico, che finì a fare
compagnia a Verre in esilio a Marsiglia.
La politica degli anni Cinquanta del I secolo a.C. è una curiosa
combinazione di business as usual, pericolose scissioni e ingegnosi, o
disperati, tentativi di adeguare le tradizionali regole politiche alle nuove
crisi che si dovevano affrontare. È difficile esprimere un giudizio su
Cicerone alla fine di questo decennio, chiuso al sicuro del suo studio,
impegnato a scrivere trattati teorici sulla politica romana in uno stile che
sarebbe stato familiare a Polibio, mentre a qualche centinaio di metri dalla
sua casa sul Palatino scoppiavano rivolte sempre più frequenti nel Foro e si
ripetevano episodi di violenza e incendi dolosi, compreso l’incendio della
sede del Senato per la pira funeraria di Clodio. Forse questo fu il suo
tentativo di ripristinare l’ordine, almeno nella sua mente. Altri preferirono
provvedimenti più pratici ed elaborarono audaci innovazioni. Nel 52 a.C.,
per esempio, dopo l’assassinio di Clodio, Pompeo venne eletto console
unico. Ancora fresco del ricordo della dittatura di Silla, il Senato, piuttosto
che nominare un dittatore al quale affidare la responsabilità di risolvere la
sempre più grave crisi, decise di conferire a un solo uomo una carica che
per sua stessa definizione era sempre stata esercitata in modo collegiale.
Questa volta la scommessa fu vinta. Nel giro di pochi mesi Pompeo non
solo riuscì a prendere il saldo controllo della città ma si affiancò anche un
collega, per quanto scelto nella cerchia della sua famiglia: era il suo nuovo
suocero.
Più problematiche furono le tattiche che adottò il console collega di
Giulio Cesare nel 59 a.C., Marco Calpurnio Bibulo, un accanito oppositore di
quasi tutte le nuove leggi che Cesare intendeva introdurre. Minacciato dai
seguaci di Cesare, bersagliato con il fin troppo classico simbolo del
disprezzo romano (gli escrementi) e sostanzialmente costretto a rimanere
confinato nella sua casa, non poté esprimere la sua opposizione in modo
aperto e regolare. Perciò rimase chiuso in casa e inviò messaggi in cui
annunciava di «osservare i cieli» in cerca di segni e presagi. Questa
dichiarazione aveva un preciso peso religioso e politico. Il sostegno degli
dèi era il fondamento della politica romana: suo assioma imprescindibile
era che non si poteva prendere nessuna decisione politica finché non fosse
stato accertato che non vi fossero auspici contrari. Tuttavia «osservare i
cieli» non era mai stato uno strumento per ostacolare a tempo indefinito
l’azione politica, e i seguaci di Cesare sostennero che Bibulo stesse
illegittimamente manipolando la prassi religiosa. La questione non fu mai
risolta. Tipico delle incertezze di quest’epoca, come anche delle difficoltà
con cui si scontravano i romani cercando di usare vecchie regole per
risolvere nuovi dilemmi, è il fatto che lo status di tutti gli affari pubblici
condotti nel 59 a.C. rimase non chiarito per diversi anni. Alla fine del
decennio Cicerone era ancora dubbioso circa la legalità dell’adozione di
Clodio e la sistemazione dei veterani di Pompeo. Le leggi erano state
approvate in modo regolare oppure no? Erano possibili risposte molto
diverse.
La questione politica più scottante di questo periodo, tuttavia, non
nacque direttamente a Roma bensì in Gallia, dove operava Cesare. Il quale,
dopo aver lasciato l’Italia nel 58 a.C. con un comando quinquennale, aveva
ottenuto nel 56 a.C. il rinnovo del comando per altri cinque anni, con il
caloroso sostegno, in pubblico almeno, di Cicerone, che sottolineò il
pericolo rappresentato dai galli proprio come un tempo aveva paventato la
minaccia costituita da Mitridate. Il resoconto che Cesare diede delle sue
campagne militari, pubblicato in sette libri con il titolo di Commentarii de
bello gallico, una versione corretta e rielaborata dei dispacci ufficiali che
inviava annualmente a Roma dal fronte, inizia con celebri parole di
matematica chiarezza: Gallia est omnis divisa in partes tres («La Gallia nel suo
complesso è divisa in tre parti»). Costituisce, insieme all’Anabasi di
Senofonte, scritta nel IV secolo a.C., il solo resoconto dettagliato di una
guerra scritto dal suo stesso protagonista che ci sia giunto dal mondo
antico. Non lo si può definire tuttavia un documento ideologicamente
neutro. Cesare era molto attento alla sua immagine pubblica, e il De bello
gallico fornisce una giustificazione scrupolosamente congegnata della sua
azione e uno sfoggio delle sue doti militari. Ma è anche uno dei primi
esempi di un genere che potremmo definire etnografia imperiale. A
differenza di Cicerone, le cui lettere dalla Cilicia rivelano un totale
disinteresse per l’ambiente locale, Cesare aveva una profonda curiosità per i
costumi stranieri che osservava, dal modo di bere dei galli, compresa la
barbarica proibizione del vino tra alcune tribù, fino ai rituali religiosi dei
druidi. È una magnifica descrizione, in prospettiva romana, di popolazioni
che Cesare stesso non era in grado di comprendere interamente, ma
rappresenta ancora oggi il punto di partenza essenziale per qualsiasi
trattazione moderna sulle culture dell’Europa settentrionale preromana:
una vera ironia della storia, giacché erano culture che egli avrebbe cambiato
per sempre.
Chiunque legga con attenzione il De bello gallico riconoscerà facilmente
come il decennio di guerra in Gallia fu originato tanto dalle autentiche
preoccupazioni romane per i nemici del Nord quanto dal desiderio che
aveva Cesare di superare per gloria militare tutti i suoi rivali. Alla fine,
Cesare sottomise al controllo romano un territorio ancora più vasto di
quello conquistato da Pompeo in Oriente, e attraversò addirittura quello che
i romani chiamavano «l’Oceano», la distesa d’acqua che separava il mondo
conosciuto dall’ignoto infinito, mettendo brevemente piede sulla remota e
quasi mitica isola della Britannia. Fu una vittoria simbolica che fece enorme
impressione a Roma, e che gli valse persino un’allusione in una poesia di
Catullo, nella quale si parla di andare «a vedere i trofei di Cesare il Grande,
/ o in Gallia, sul Reno, presso il mare / selvaggio, i Britanni estremi».
Con le sue imprese Cesare pose le fondamenta della geografia politica
dell’Europa moderna, oltre a lasciare quasi un milione di morti nell’intera
regione. Sarebbe sbagliato immaginare che i galli fossero innocenti pacifisti
brutalmente schiacciati dalle forze di Cesare. Un greco che visitò la regione
all’inizio del I secolo a.C. rimase scioccato alla vista delle teste dei nemici
disordinatamente appese all’ingresso delle case dei galli, pur concedendo
che, dopo qualche tempo, ci si faceva l’abitudine; e i mercenari gallici
avevano fatto buoni affari in Italia prima che la potenza di Roma ne
chiudesse il mercato. Ciononostante, le uccisioni di massa di tutti coloro
che ostacolavano il cammino di Cesare erano troppo persino per una parte
degli stessi romani. Catone, senza dubbio almeno parzialmente animato
dalla sua inimicizia verso di lui e mosso da motivazioni partigiane più
ancora che umanitarie, sostenne che Cesare dovesse essere processato dalle
tribù di cui aveva messo a morte donne e bambini. Plinio il Vecchio, che
cercò di stabilire il numero delle vittime di Cesare, ci appare
sorprendentemente moderno quando lo accusa di «crimini contro
l’umanità».
La questione principale era cosa sarebbe accaduto quando Cesare avesse
lasciato la Gallia, e come, dopo quasi dieci anni di assenza dalla capitale,
con tutto il potere e la ricchezza che aveva accumulato, potesse essere
reintegrato nella vita politica ordinaria. Come in molti altri casi, i romani
dibatterono questo problema in termini squisitamente giuridici. Ci furono
feroci discussioni tecniche sulla data precisa in cui si riteneva dovesse
concludersi il suo comando militare, nonché sulla possibilità, o meno, che si
ricandidasse direttamente, senza alcuna interruzione, per un altro
consolato. Infatti, se fosse tornato a essere un privato cittadino, senza
rivestire alcuna carica pubblica, avrebbe potuto essere messo sotto
processo, anche, tra le altre cose, per la dubbia legalità delle sue azioni nel
59 a.C. Da una parte erano schierati coloro che, per qualsiasi ragione,
personale o di principio, volevano ridimensionare Cesare; dall’altra Cesare e
i suoi seguaci, i quali sostenevano che questo trattamento era umiliante, che
la sua stessa dignitas (una combinazione tipicamente romana di autorità,
prestigio e diritto al rispetto) era attaccata. La domanda essenziale era
brutalmente chiara: Cesare, con più di quarantamila soldati a propria
disposizione e a soltanto pochi giorni di marcia dall’Italia, avrebbe seguito
l’esempio di Silla o quello di Pompeo?
Pompeo stesso si tenne prudentemente defilato quasi fino alla rottura
finale, e nel 50 a.C. cercava ancora di trovare un’onorevole via di uscita per
Cesare. Nel dicembre di quell’anno il Senato decretò, con 370 voti a favore e
22 contrari, che Cesare e Pompeo avrebbero dovuto lasciare
contemporaneamente i propri comandi. In quel momento Pompeo si
trovava a Roma; ma fin dal 55 a.C., grazie a un’altra geniale mossa, era stato
nominato governatore della Spagna, ed esercitava la propria funzione da
lontano, per mezzo di delegati: una soluzione senza precedenti, che
divenne poi un elemento standard del dominio degli imperatori. Il segno
più evidente dell’impotenza in cui era caduto il Senato in questo periodo è
offerto dal fatto che, di questo voto a schiacciante maggioranza, Pompeo
non tenne alcun conto, e Cesare, dopo qualche ulteriore e inutile negoziato,
decise di marciare sull’Italia.
Il dado è tratto
Attorno al 10 gennaio del 49 a.C., Giulio Cesare, con soltanto una delle
legioni che aveva comandato in Gallia, attraversò il Rubicone, il fiume che
segnava il confine settentrionale dell’Italia. La data esatta non è nota, e
neppure la collocazione precisa di questo fiume di storica importanza. Si
trattava, probabilmente, di un piccolo ruscello piuttosto che del furioso
torrente dell’immaginazione popolare; e, malgrado tutti gli sforzi compiuti
dagli autori antichi per abbellirla con spettacolari apparizioni di divinità,
misteriosi presagi e sogni profetici, la concreta realtà dell’episodio fu
probabilmente piuttosto ordinaria e banale. Per noi, «attraversare il
Rubicone» vuol dire «oltrepassare il punto di non ritorno». Ma non
significava la stessa cosa per Cesare.
Secondo uno dei suoi compagni di viaggio, Gaio Asinio Pollione
(senatore, storico e fondatore della prima biblioteca pubblica di Roma),
quando, dopo qualche esitazione, giunse in prossimità del Rubicone, Cesare
citò, in greco, due parole del commediografo ateniese Menandro, le quali,
nel lessico del gioco d’azzardo, significavano letteralmente: «che i dadi
siano gettati». Malgrado la consueta traduzione «il dado è tratto», che
allude di nuovo al compimento di un passo irrevocabile, la citazione di
Cesare era da intendersi piuttosto come un’espressione di incertezza, come
la percezione che ora tutto restava nelle mani degli dèi: lanciamo i dadi in
aria e vediamo dove vanno a cadere! Chi sa cosa accadrà dopo?
Quel che accadde furono quattro anni di guerra civile. Alcuni sostenitori
di Cesare a Roma si precipitarono nell’Italia settentrionale per unirsi a lui,
mentre Pompeo, posto al comando degli «anticesariani», decise di lasciare
l’Italia e proseguire la lotta dal suo centro di potere in Oriente. Nel 48 a.C.
le armate di Pompeo vennero sconfitte nella battaglia di Farsalo, nel nord
della Grecia, e lo stesso Pompeo venne assassinato poco dopo, mentre
cercava di trovare rifugio in Egitto. Comunque, nonostante la sua celebre
rapidità (celeritas era uno dei suoi motti preferiti), a Cesare occorsero altri
tre anni (fino al 45 a.C.) per sconfiggere definitivamente i suoi avversari
romani in Africa e Spagna, nonché per neutralizzare i problemi creati da
Farnace, figlio e usurpatore di Mitridate. Dal passaggio del Rubicone alla
sua morte, nel marzo del 44 a.C., Cesare fece solo brevi soggiorni a Roma; il
più lungo furono i cinque mesi che vi trascorse a partire dall’ottobre del 45
a.C. Agli occhi dei cittadini, divenne un dittatore quasi sempre assente.

46. Un ritratto di Giulio Cesare? Trovare un’autentica riproduzione del volto di Cesare, a
parte le minuscole immagini delle monete, è stato un obiettivo dell’archeologia moderna.
Ci sono centinaia di «ritratti» scolpiti dopo la sua morte, ma esempi contemporanei non
sono altrettanto frequenti o facili da individuare. Questo ritratto, conservato al British
Museum, era un tempo considerato uno dei principali esempi coevi, ma oggi si sospetta
che sia un falso.
Per certi aspetti, la guerra civile tra Pompeo e Cesare fu altrettanto
peculiare della guerra sociale. Quanti individui coinvolse direttamente è
impossibile dire. La priorità di molti abitanti dell’Italia, e dell’impero, era
probabilmente quella di evitare di farsi inavvertitamente intrappolare nelle
lotte tra armate rivali e tenersi fuori da quell’ondata di criminalità che la
guerra aveva scatenato in Italia. Solo occasionalmente la gente comune, di
solito ai margini della storia, ha l’opportunità di salire alla ribalta: così, per
esempio, il capitano di una nave mercantile, Gaio Peticio, che accolse
gentilmente a bordo un malridotto Pompeo sulla costa greca dopo la
battaglia di Farsalo; oppure un certo Soteride, un sacerdote eunuco che
lasciò incisi su una pietra i suoi timori per il proprio «partner», che si era
imbarcato insieme a un gruppo di volontari locali ed era stato preso
prigioniero. Quanto a coloro che partecipavano alla lotta, da una parte
c’erano i seguaci di Cesare, il quale promuoveva un programma politico di
orientamento popolare e tendeva chiaramente verso un regime autocratico.
Secondo Cicerone, questa era la direzione verso cui si indirizzavano
naturalmente le simpatie e gli interessi dei poveri. Dalla parte opposta stava
un eterogeneo gruppo di persone, che, per diverse ragioni, non gradiva ciò
che Cesare intendeva realizzare o temeva comunque il potere che stava
accumulando. Altri ancora, ma certamente pochi, rimanevano
irrealisticamente ancorati ad alti princìpi; come disse una volta Cicerone a
proposito di Catone, «prende la parola in Senato come se operasse nella
Repubblica di Platone e non tra il fecciume della città di Romolo». Soltanto in
seguito, nell’atmosfera di romantica nostalgia che caratterizzò l’epoca dei
primi imperatori, questi personaggi vennero completamente reinventati
nella veste di combattenti e martiri per la libertà, uniti dalla lotta contro
l’autocrazia. Per paradossale ironia, il loro capo rappresentativo, Pompeo,
era un autocrate altrettanto convinto di Cesare. Qualsiasi dei due
schieramenti avesse vinto, come osservò ancora Cicerone, il risultato
sarebbe stato sostanzialmente lo stesso: la schiavitù di Roma. Quella che
venne poi considerata una guerra tra la libertà e la monocrazia fu in realtà
una guerra tra due imperatori rivali.
47. La famiglia del Peticio che salvò Pompeo fu attiva per secoli nel commercio nel
Mediterraneo. Questa stele funeraria di un suo discendente, trovata in Italia
settentrionale, mostra un cammello carico di merce, che doveva essere un simbolo – quasi
un marchio di fabbrica – dei suoi affari oltremare.

Un profondo cambiamento era tuttavia evidente: ora la guerra civile


coinvolgeva quasi tutto il mondo conosciuto. Mentre nelle guerre tra Silla e i
suoi avversari si erano avuti solo occasionali episodi e sviluppi in Oriente, il
conflitto tra cesariani e pompeiani fu combattuto in tutto il Mediterraneo,
dalla Spagna fino alla Grecia e all’Asia Minore. Celebri uomini incontrarono
la morte in luoghi lontanissimi. Bibulo, lo sfortunato collega di Cesare nel
59 a.C., morì in mare nei pressi di Corfù, mentre cercava di imporre un
blocco navale sulla costa greca. L’assassino di Clodio, Tito Annio Milone,
abbandonò il suo esilio per unirsi a una rivolta pompeiana e morì nell’Italia
meridionale, colpito da un proiettile di pietra. Catone, non appena risultò
chiaro che Cesare sarebbe stato l’inevitabile vincitore, si uccise nella città di
Utica, sulle coste dell’odierna Tunisia, nel modo più cruento immaginabile.
Secondo il suo biografo, che scrisse centocinquant’anni dopo gli eventi, si
trafisse con la sua spada, ma la ferita non fu mortale. Malgrado gli amici e i
familiari cercassero di salvarlo, Catone cacciò via il dottore che avevano
chiamato e si estrasse le viscere dalla ferita ancora aperta.
L’Egitto aveva avuto una parte di primo piano nella vicenda. Fu qui che
Pompeo, l’uomo che un tempo aveva dominato il mondo romano, incontrò
la sua ignominiosa fine nel 48 a.C. Sbarcando sulle sue coste, si aspettava di
essere accolto a braccia aperte. Invece, fu decapitato dagli scagnozzi di un
dinasta locale, convinto che eliminare il capo dei nemici gli avrebbe fatto
ottenere i favori di Cesare. Ripensando a quel momento, molti romani,
compreso Cicerone, conclusero che per Pompeo sarebbe stato molto meglio
morire un paio d’anni prima, quando, nel 50 a.C., si era gravemente
ammalato. Invece, «la sua vita era durata più del suo potere». L’assassinio,
però, si rivelò una mossa completamente sbagliata per i suoi autori. Cesare,
giunto in Egitto pochi giorni più tardi, quando gli fu mostrata la testa
mozzata di Pompeo, a quanto si dice, scoppiò in lacrime, e poco dopo diede
il suo appoggio a un altro pretendente al trono d’Egitto. Si trattava della
regina Cleopatra VII, che diverrà celebre soprattutto per la sua alleanza,
politica e amorosa, con Marco Antonio in una fase successiva delle guerre
civili romane. Ma ora gli interessi della regina si concentravano su Cesare,
con il quale ebbe una relazione e – se dobbiamo credere alle sue
affermazioni – un bambino.
Tornato a Roma, Cesare celebrò trionfi in cui sfilarono in processione
spoglie, animate e inanimate, provenienti da tutto il mondo romano (cfr.
tavola 9). Nel trionfo del 46 a.C., celebrato durante uno dei suoi brevi
soggiorni in città, venne esibito non soltanto il ribelle gallico Vercingetorige
ma anche la sorellastra di Cleopatra, che si era schierata dalla parte
sbagliata durante le lotte per il trono egizio: fu fatta sfilare accanto a un
modello funzionante del faro di Alessandria. La vittoria di Cesare sul figlio
di Mitridate, Farnace, che era morto in battaglia nei pressi del mar Nero, fu
commemorata in questa medesima occasione con un unico cartello sul
quale era inciso uno dei più celebri motti di tutta la storia mondiale: veni,
vidi, vici. Ma nelle immagini delle vittime romane di Cesare si potevano
scorgere anche segnali allarmanti. Le processioni trionfali dovevano
celebrare le vittorie sui nemici stranieri, non sui cittadini di Roma. Cesare
fece mostrare scioccanti dipinti della morte di illustri figure dello
schieramento pompeiano: da Catone che si estraeva le viscere con le proprie
mani a Metello Scipione che si gettava nel mare. Il disgusto che molti
provarono di fronte a questo brutale trionfalismo si manifestò nelle lacrime
della folla mentre sfilavano quelle immagini. In retrospettiva, fu un
inquietante preannuncio della violenta fine di Cesare meno di due anni
dopo.
Le idi di marzo
Giulio Cesare fu assassinato il 15 marzo del 44 a.C., ossia, secondo il
sistema di datazione romano, nelle idi del mese. In diverse zone del
Mediterraneo la guerra civile non era affatto terminata. Sesto, il figlio di
Pompeo, comandava ancora almeno sei legioni in Spagna e continuava a
combattere per la causa del padre. Ma Cesare stava radunando una
gigantesca armata di quasi centomila soldati con lo scopo di attaccare
l’impero partico, per vendicare l’ignominiosa sconfitta subita da Crasso a
Carre e procurarsi una nuova opportunità di gloria militare, contro un
nemico straniero anziché romano. Fu proprio pochi giorni prima della sua
partenza per l’Oriente, fissata al 18 marzo, che venne ucciso da un gruppo
di circa venti senatori malcontenti, sostenuti, attivamente o passivamente,
da un’altra decina di membri del Senato.
Molto appropriatamente, l’evento si svolse nel nuovo palazzo del Senato,
che Pompeo aveva fatto erigere all’interno del suo grande complesso
teatrale, di fronte a una statua dello stesso Pompeo, che rimase imbrattata
del sangue di Cesare. Grazie, almeno in parte, alla rielaborazione fattane da
Shakespeare nella sua tragedia Giulio Cesare, l’assassinio del dittatore
romano nel nome della libertas è diventato il modello per l’estrema
opposizione alla tirannia e per tutti gli assassinii compiuti in nome di un
ideale. Non fu un caso, per esempio, se John Wilkes Booth usò la parola Ides
come nome in codice per il giorno in cui aveva progettato di uccidere
Abraham Lincoln. Basta però ripercorrere a ritroso la storia romana per
riconoscere immediatamente che questo fu soltanto l’ultimo di una serie di
omicidi di politici popolari e radicali, ma probabilmente ritenuti troppo
potenti, iniziata con il linciaggio di Tiberio Gracco nel 133 a.C. La domanda
da porsi è perciò la seguente: che cosa stava cercando di fare Cesare e che
cosa lo rese così inaccettabile a questo gruppo di senatori da fare apparire
l’assassinio la sola soluzione possibile?
Nonostante le sue rare visite a Roma, Cesare aveva avviato un vasto
programma di riforme, di portata ben superiore persino a quello di Silla.
Una di esse regola ancora oggi la nostra vita. Infatti, Cesare, con l’aiuto di
alcuni scienziati incontrati ad Alessandria, introdusse a Roma quello che è
poi diventato il moderno sistema occidentale di datazione. L’anno
tradizionale romano era di soli 355 giorni, e per secoli i sacerdoti romani
avevano avuto il compito di aggiungere a intervalli regolari un mese in più
per mantenere il calendario civico in accordo con il naturale scorrere delle
stagioni. Per qualche ragione (probabilmente una combinazione di
mancanza di esperienza e mancanza di volontà), non avevano saputo fare
calcoli corretti, con la conseguenza che l’anno calendariale e l’anno naturale
talvolta erano squilibrati di parecchie settimane: le feste per il raccolto
venivano a cadere quando le spighe stavano ancora crescendo e ad aprile il
clima sembrava piuttosto quello di febbraio (come in effetti era). Bisogna
quindi riconoscere che è sempre rischioso, relativamente al periodo
repubblicano, assumere che una certa data ci fornisca un’indicazione
corretta per dedurre la stagione dell’anno. Grazie alle conoscenze degli
scienziati alessandrini, Cesare corresse l’errore e fece introdurre un anno di
365 giorni, con un giorno aggiuntivo alla fine di febbraio ogni quattro anni.
Fu un risultato della sua visita in Egitto ben più importante e duraturo di
qualsiasi flirt con Cleopatra.
Altri provvedimenti si riallacciavano a temi già familiari nel secolo
precedente. Cesare promosse, per esempio, un grande numero di nuove
colonie d’oltremare, nelle quali collocò i poveri di Roma, inserendosi nel
solco dell’iniziativa di Gaio Gracco con il progetto di una prosperosa
fondazione a Cartagine. Ciò, probabilmente, gli consentì di far accettare la
riduzione dei beneficiari delle distribuzioni gratuite di grano,
restringendone il numero a centocinquantamila (quasi la metà rispetto a
quello precedente). Estese inoltre la cittadinanza romana a coloro che
vivevano nell’estremo settentrione d’Italia, al di là del Po, e propose la
concessione del diritto latino alla popolazione della Sicilia. Ma aveva piani
ancora più ambiziosi per una completa revisione del governo romano, che
prevedeva una generale regolamentazione (persino microgestione) di ogni
aspetto dell’organizzazione civica, a Roma e in tutta l’Italia. Si andava dalla
questione di chi potesse rivestire cariche nelle comunità locali italiche
(nessun becchino, lenone, attore o banditore d’asta, a meno che non si fosse
ritirato dal mestiere) alla manutenzione delle strade (i proprietari erano
responsabili della manutenzione del marciapiede davanti alla propria casa)
e alla gestione del traffico (nessun veicolo per il trasporto di merci pesanti
poteva circolare a Roma durante il giorno, fatta eccezione per le necessità
della costruzione o riparazione dei templi, o per la rimozione delle
macerie).
Cesare non si limitò a riscrivere il calendario, ma vi entrò a far parte in
prima persona. È possibile che il mese Quintilis sia stato rinominato Julius
(da cui il nostro luglio) soltanto dopo il suo assassinio; gli scrittori romani
non sono sempre precisi in termini di cronologia. Ma furono proprio onori
eccessivi di tal genere, approvati durante la sua vita da un Senato
compiacente, insieme alla sua più o meno ufficiale monopolizzazione del
processo democratico, a scatenare la fatale opposizione. Ci si era spinti ben
oltre la riproduzione della sua testa sulle monete. Gli fu permesso di
indossare il costume trionfale quasi ogni volta che lo volesse, compresa la
corona d’alloro, che trovava molto conveniente per nascondere la calvizie.
Sembra che gli fossero stati promessi anche dei templi e un apposito
sacerdozio in suo onore, e sue statue vennero collocate in tutti i templi
esistenti a Roma. La sua casa privata fu addirittura ornata con un timpano
(o frontone) triangolare, per farla assomigliare a un tempio, la casa di un
dio.
Ancora più gravi, nella prospettiva romana, erano i chiari indizi del fatto
che aspirasse a farsi re. In una celebre ma oscura occasione, appena un
mese prima del suo assassinio, il suo fedele luogotenente e console di
quell’anno, Marco Antonio, sfruttò il pretesto della festa dei Lupercalia per
offrire a Cesare una corona regale. Fu, ovviamente, un atto di propaganda
accuratamente coreografato, e potrebbe essere stato concepito per sondare
l’opinione pubblica. La folla che assisteva alla festa avrebbe acclamato o no
all’offerta della corona a Cesare? Già allora, la risposta di Cesare e il vero
significato dell’episodio furono oggetto di discussione. Cesare chiese ad
Antonio, come riteneva Cicerone, di mandare la corona al tempio di Giove,
il dio che – ribadì Cesare – era l’unico re di Roma? Oppure la corona fu
gettata alla folla e solo in seguito posta sulla statua di Cesare? Rimase
sospettosamente incerto se avesse detto «No grazie» oppure «Sì grazie».
Anche se la risposta fu «No grazie», la sua posizione di dittatore,
riconfermata in varie forme a partire dal 49 a.C., era ritenuta da alcuni
estremamente perniciosa. Fu nominato a tale carica per la prima volta per
un breve periodo, al fine di condurre le elezioni al consolato per l’anno
successivo: procedura perfettamente tradizionale, tranne per il fatto, del
tutto senza precedenti, che presiedette all’elezione di se stesso. Nel 48 a.C.,
dopo la vittoria nella battaglia di Farsalo, il Senato lo nominò nuovamente
dittatore per un anno, e poi, nel 46 a.C., per altri dieci anni. Infine, all’inizio
del 44 a.C., divenne dittatore a vita: per un comune osservatore, la
differenza tra la sua posizione e quella di un re doveva essere piuttosto
difficile da riconoscere. Grazie alle prerogative della dittatura, Cesare aveva
il diritto di nominare alcuni candidati per l’«elezione», e controllava le altre
elezioni da dietro le quinte, in modo ancor più efficiente di quanto avesse
fatto Pompeo con il suo taccuino di futuri consoli. Alla fine del 45 a.C. ci fu
un grande trambusto quando, proprio l’ultimo giorno dell’anno, venne
annunciata la morte del console in carica. Cesare convocò immediatamente
un’assemblea per fare eleggere uno dei suoi amici, Gaio Caninio Rebilo, al
posto vacante per appena mezza giornata. La cosa ispirò a Cicerone un vero
fiume di battute: Caninio era stato un console così vigile che «non era mai
andato una sola volta a dormire per tutta la durata del suo mandato»;
«Durante il consolato di Caninio puoi star sicuro che nessuno ebbe il tempo
di fare colazione»; «Chi erano i consoli quando fu console Caninio?». Ma
Cicerone era anche infuriato, come molti altri conservatori. Questa, infatti,
era una cosa ancora peggiore che pilotare le elezioni: significava non
prendere sul serio le magistrature elettive della repubblica romana.
La caratteristica di Cesare che oggi può sembrare la sua migliore qualità
era, per una vera ironia, quella più smaccatamente in contrasto con la
tradizione repubblicana. Egli dava grande risalto alla sua clementia
(«clemenza»). Preferiva perdonare i propri nemici anziché punirli, e faceva
sfoggio della propria rinuncia a punire crudelmente concittadini romani, a
patto che abbandonassero ogni forma di opposizione nei suoi confronti
(Catone, Metello Scipione e la maggior parte dei galli erano una questione
diversa, e si meritavano ciò che capitò loro). Cesare aveva perdonato
parecchi dei suoi futuri assassini, compreso lo stesso Bruto, che si erano
schierati con Pompeo durante la guerra civile. Per molti aspetti, la clementia
fu lo slogan politico della dittatura di Cesare. Ma suscitò più opposizione
che gratitudine, per la semplice ragione che, pur essendo per certi aspetti
una virtù, era comunque una virtù decisamente monarchica. Soltanto chi ha
l’autorità di poter fare altrimenti può esercitare la clemenza. La clementia, in
altre parole, era l’antitesi della libertas repubblicana. Si raccontava che
Catone, pur di sfuggirle, aveva preferito suicidarsi.
Perciò, non fu semplicemente ingratitudine quando Bruto e i suoi
compagni si lanciarono contro l’uomo che aveva dato loro una seconda
chance. In parte fu anche questo. In parte fu interesse personale e
malcontento, alimentato dal senso di dignitas degli assassini. Ma fu anche la
difesa di una certa concezione della libertà e dell’importanza delle
tradizioni repubblicane che risalivano, nella mitologia di Roma, fino al
momento in cui il lontano antenato di Bruto aveva contribuito al
rovesciamento dei Tarquini ed era diventato uno dei due primi consoli.
Questo punto è ribadito su una moneta d’argento fatta successivamente
coniare dagli assassini, che raffigura il pileus, o copricapo della libertà, che
gli schiavi indossavano quando venivano affrancati. Il messaggio era chiaro:
il popolo romano era stato liberato.
Era davvero così? Come vedremo, risultò essere una forma di libertà
alquanto strana. Se l’assassinio di Giulio Cesare divenne un modello
archetipico per il rovesciamento dei tiranni, ricordava allo stesso tempo che
rovesciare un tiranno non significava necessariamente abbattere la tirannia.
Nonostante tutti gli slogan, le spavalderie e i nobili princìpi, ciò che gli
assassini scatenarono, e il popolo subì, fu una lunga guerra civile e
l’imposizione definitiva del regime autocratico. Ma questa storia sarà
trattata nel capitolo IX. Prima dobbiamo occuparci di alcuni aspetti
altrettanto importanti della storia romana, che si celano dietro il
palcoscenico della politica e delle grandi notizie.

48. Moneta d’argento coniata dai «liberatori» di Roma un anno dopo l’assassinio di Cesare
(43-42 a.C.). Su un lato è celebrata la riconquista della libertà: il pileus, copricapo
indossato dagli schiavi di fresca liberazione, è fiancheggiato dalle spade che avevano
compiuto l’impresa; sotto è incisa la celebre data: EID MAR («idi di marzo», vale a dire 15
marzo). Sull’altro lato, la testa dello stesso Bruto sottintende un messaggio piuttosto
diverso: il ritratto di una persona vivente su una moneta romana era considerato un segno
di potere autocratico.
VIII
IL FRONTE INTERNO
Pubblico e privato
La storia di Roma è una storia di politica, di guerra, di vittoria e di sconfitta,
di cittadinanza e di tutto ciò che accadeva in pubblico tra un certo numero
di uomini prominenti. Nelle pagine precedenti ho presentato una versione
drammatica di questa storia, in cui Roma, da piccola e insignificante città
sulle rive del Tevere, si trasformò prima in un centro di potere locale e
infine in una potenza internazionale. Praticamente ogni aspetto di questa
trasformazione fu oggetto di aspre contese e in certi casi persino di veri e
propri scontri armati: i diritti del popolo rispetto al Senato, il significato
concreto della libertà e il modo in cui doveva essere garantita, il controllo
che si doveva esercitare, o meno, sui territori conquistati, l’impatto
dell’impero sulla politica e sui valori tradizionali di Roma. Nel corso di
questo vorticoso processo, venne in qualche modo creata una forma di
cittadinanza assolutamente nuova nel mondo antico. I greci avevano in
alcune occasioni condiviso la cittadinanza tra due città, ma sempre come
soluzione ad hoc. Ma l’idea che, come sostenevano i romani, essere cittadini
di due luoghi contemporaneamente fosse la norma rappresentò una delle
più importanti chiavi del successo romano sui campi di battaglia e in molti
altri campi, e continua ad avere rilevanza ancora oggi. Questa fu
un’autentica rivoluzione, e noi ne siamo gli eredi.
Ciononostante, in questa storia ci sono alcuni aspetti sfuggenti. Solo in
rari casi, nel grandioso racconto della storia romana fino al I secolo a.C.,
possiamo riconoscere la parte svolta dalla gente comune, dalle donne, dai
poveri o dagli schiavi. Nei capitoli precedenti abbiamo potuto osservare
solo qualche cammeo: il terrorizzato attore sul palco del teatro di Ascoli, il
servitore spaccone che, poco saggiamente, maltrattò i seguaci di Gaio
Cracco, il sacerdote eunuco preoccupato per il suo partner nella guerra
civile, e persino il povero gatto intrappolato nell’incendio che distrusse la
capanna di Fidene. Per i secoli successivi possediamo molte più
testimonianze su queste categorie di individui, che infatti avranno un posto
maggiore nella restante parte del libro. Invece, ciò che ci rimane per le fasi
più antiche della storia romana tende a darci una visione unilaterale delle
priorità anche degli stessi membri dell’élite. È facile farsi l’impressione che
i principali protagonisti fossero preoccupati soltanto dalle grandi questioni
del potere politico romano, a esclusione di ogni altra cosa, come se le
orgogliose conquiste, il valore militare e l’elezione alle magistrature
pubbliche di cui si vantano nei loro epitaffi fossero l’unico e assoluto scopo
della loro esistenza.
Non era affatto così. Abbiamo già conosciuto qualche altro aspetto delle
loro vite e dei loro interessi: li abbiamo visti divertirsi alle commedie di
argomento amoroso, scrivere e imparare poesie, e ascoltare conferenze
letterarie date da ambasciatori greci in visita a Roma. Non è difficile
immaginarsi, almeno in parte, la vita quotidiana di Polibio a Roma:
possiamo vederlo riflettere mentre assiste al funerale di un illustre
cittadino, o decidere astutamente di darsi malato il giorno in cui un suo
amico in ostaggio tenta di fuggire. Né è difficile cogliere il divertito piacere
con cui l’anziano Catone deve avere ripensato al suo exploit con i fichi
cartaginesi tenuti nascosti nella toga. Ma soltanto nel I secolo a.C. iniziamo
ad avere ricche testimonianze su tutte le cose che preoccupavano e
interessavano l’élite romana oltre alla guerra e alla politica.
Si va dalla curiosità per la lingua che parlavano (un prolifico studioso
dedicò venticinque libri alla storia del latino, alla sua grammatica ed
etimologia) fino a profonde riflessioni sull’origine dell’universo e a dibattiti
teologici sulla natura degli dèi. L’eloquente discussione di Tito Lucrezio
Caro sulla follia di temere la morte, nel suo poema filosofico De rerum
natura (La natura delle cose), è uno dei massimi vertici della letteratura
classica e un faro di buon senso ancora oggi (coloro che non esistono non
possono rammaricarsi della loro non esistenza, per riassumerne il tema di
fondo). Ma, senza dubbio, la testimonianza più significativa sugli interessi,
le preoccupazioni, i piaceri, i timori e i problemi di un illustre romano è
offerta dal migliaio di lettere della corrispondenza privata di Cicerone, edite
e pubblicate dopo la sua morte, nel 43 a.C., e da allora continuamente lette
e studiate.
Come abbiamo visto, sono piene di pettegolezzi sulle più alte sfere della
politica romana, e aprono un raro squarcio sulla prima linea del governo
provinciale, nell’esperienza fattane dallo stesso Cicerone in Cilicia. Ma, cosa
altrettanto importante, ci illuminano sulle altre preoccupazioni che aveva
Cicerone mentre era impegnato ad affrontare Catilina, a barcamenarsi con
la Banda dei Tre, a progettare raid militari contro popolazioni locali
particolarmente moleste, o a decidere da che parte stare durante la guerra
civile. Per tutto il corso di queste crisi politiche e militari, Cicerone si
preoccupava allo stesso tempo di questioni finanziarie, di doti e matrimoni
(il proprio e quello di sua figlia), si addolorava per la morte di persone
amate, divorziava dalla moglie, si lamentava per il mal di stomaco dopo
avere mangiato cibi insoliti a cena, cercava di rintracciare schiavi fuggiti e
acquistava splendide statue con cui ornare le sue numerose case. Per la
prima, e quasi unica volta in tutta la storia romana, queste lettere ci
permettono di osservare direttamente ciò che accadeva dietro la porta di
una casa romana.
In questo capitolo analizzeremo alcuni di questi molteplici temi
attraverso le lettere di Cicerone. Inizieremo con la sua esperienza della
guerra civile e della dittatura di Giulio Cesare, di volta in volta caotica e
cupamente divertente, e quanto più lontana si possa immaginare dagli
squillanti slogan sulla libertas e la clementia; poi passeremo ad alcune
questioni essenziali che rischiano di essere trascurate nel vortice delle
controversie politiche, dei negoziati diplomatici e delle campagne militari.
Quanto si aspettavano di vivere i romani? A quale età ci si sposava? Quali
diritti avevano le donne? Da dove arrivava il denaro che permetteva ai ricchi
e privilegiati di mantenere un tenore di vita di lusso sfarzoso? E come
vivevano gli schiavi?
L’altra faccia della guerra civile
Nel 49 a.C., dopo molte incertezze e malgrado la sua realistica percezione
che non ci fosse molta scelta tra Cesare e Pompeo, Cicerone decise di non
rimanere neutrale nella guerra civile ma di schierarsi con i pompeiani, e si
imbarcò per raggiungere il loro accampamento nella Grecia settentrionale.
Sebbene non facesse più parte della cerchia dei protagonisti, né in un
campo né nell’altro, era ancora una figura abbastanza importante, che
nessuno dei due schieramenti desiderava avere come nemico dichiarato. Ma
i suoi modi irritanti ne fecero un membro piuttosto impopolare della
cerchia di Pompeo. I suoi commilitoni non potevano sopportare il modo in
cui si aggirava per le caserme con piglio severo, cercando di placare la
tensione con fiacche battute; quando un candidato decisamente inadeguato
venne promosso a una posizione di comando per la sola ragione che era
«sensibile e mite», commentò acidamente: «Allora perché non lo
assumiamo come guardiano dei tuoi figli?». Il giorno della battaglia di
Farsalo, Cicerone adottò la tattica di Polibio e si dichiarò malato. Dopo la
sconfitta, anziché seguire i più irriducibili in Africa, tornò direttamente in
Italia in attesa di un’amnistia di Cesare.
Le lettere scritte da Cicerone in questo periodo, circa quattrocento in
tutto, aprono uno squarcio sullo squallore e il terrore della guerra civile,
nonché sulla disorganizzazione, i fraintendimenti, i tradimenti, le
ambizioni personali e persino il degrado di questo conflitto e delle sue
conseguenze. Rappresentano un utile antidoto agli abilmente congegnati
Commentarii de bello civili, che Cesare scrisse sul modello dei suoi
Commentarii de bello gallico, all’altisonante retorica e ai solenni princìpi che
lo scontro tra cesariani e pompeiani evoca ancora oggi. La guerra civile ebbe
anche il suo lato squallido.
Nel 49 a.C. l’indecisione di Cicerone era dovuta, almeno in parte, non a
un’ambivalenza politica ma a un’ambizione quasi grottesca. Era appena
rientrato dalla Cilicia e desiderava che il Senato gli accordasse la
celebrazione di un trionfo per la sua vittoriosa schermaglia di un anno
prima, e la procedura gli impediva di entrare in città o di congedare il suo
staff personale fino a quando non fosse stata presa la decisione. Era
preoccupato per la sua famiglia e incerto se sua moglie e sua figlia
dovessero rimanere a Roma. Potevano essergli di qualche utilità laggiù?
Avrebbero avuto cibo a sufficienza? Avrebbero dato una cattiva impressione
restando in città proprio mentre altre ricche donne se ne stavano andando?
In ogni caso, se voleva celebrare un trionfo, non aveva altra scelta che
trascorrere qualche mese girovagando fuori Roma, sempre più infastidito e
imbarazzato dal suo distaccamento di guardie del corpo ufficiali, che
portavano ancora le ormai afflosciate foglie dell’alloro che aveva ricevuto
per celebrare la sua piccola vittoria. Alla fine accettò l’inevitabile: i senatori
avevano in mente questioni ben più preoccupanti del suo «fronzolo», come
egli stesso talvolta lo definiva; rinunciò ai suoi sogni di trionfo e si unì a
Pompeo.
Anche quando fece rientro da quei poco gloriosi mesi passati in prima
linea, si trovava ancora di fronte alle rotture personali, le incertezze e la
diffusa violenza che erano parte integrante e quotidiana della grande storia
della guerra civile. Ci fu qualche contrasto con suo fratello Quinto, il quale
sembrava intenzionato a fare la pace con Cesare parlando male di Cicerone.
Ci furono sospetti sull’uccisione in Grecia di un suo amico, tenace
avversario di Cesare, che in una rissa scoppiata dopo una cena era stato
accoltellato a morte allo stomaco e dietro l’orecchio. Si trattava, come
sospettava Cicerone, semplicemente di una disputa personale per questioni
di denaro, essendo ben noto che l’assassino era a corto di soldi? Oppure
dietro questa morte c’era stata la mano di Cesare? Anche tralasciando la
violenza, riuscire a giocare bene le proprie carte e mantenere buoni rapporti
con lo schieramento vincente poteva rivelarsi alquanto increscioso e
seccante. E lo fu ancora di più quando, un paio d’anni dopo, Cicerone
dovette ospitare a cena Cesare in una delle sue ville prospicienti il golfo di
Napoli, dove molti ricchi romani avevano i propri lussuosi rifugi dalla
frenesia della città. In una lettera scritta all’amico Attico verso la fine del 45
a.C. descrive ironicamente tutte le difficoltà e i fastidi che ciò comportò,
fornendoci anche una delle immagini più vive rimasteci di Cesare non in
veste ufficiale (e un momento particolarmente favorevole della carriera di
Cicerone, secondo Gore Vidal). Cesare viaggiava con un battaglione di
almeno duemila soldati di guardia e di scorta, un onere davvero pesante
anche per il più generoso e tollerante dei padroni di casa: «Eccoti spiegata
una visita, ovvero una sorta di acquartieramento di truppe in una casa
privata», come scrisse lo stesso Cicerone. E a questo si aggiungeva il largo
seguito di schiavi ed ex schiavi che accompagnavano Cesare. Cicerone
racconta di avere fatto allestire tre sale da pranzo per il solo personale di
rango più alto e di avere preso speciali disposizioni per accogliere tutti gli
altri, scendendo progressivamente di rango. Cesare fece un bagno e una
seduta di massaggi, poi si distese sul triclinio per cenare, secondo la tipica
moda romana. Cesare aveva molto appetito, anche perché si era appena
sottoposto a un ciclo di emetici (un consueto metodo di disintossicazione
tra i ricchi romani, che includeva regolari vomitate); e preferì discorrere
piacevolmente di letteratura piuttosto che impegnarsi in argomenti di
carattere più «serio» (cfr. tavola 14).
Cicerone non ci dice, e forse nemmeno comprese, come i suoi stessi
schiavi e il suo personale domestico abbiano gestito questa invasione, ma si
congratula con se stesso per la serata ben riuscita, anche se non si augurava
certo una replica: «Il mio ospite non era tale da potergli dire: “Ti prego di
venire di nuovo a casa mia, quando ritornerai da queste parti”. Una sola
volta è già abbastanza». L’unica cosa che si può osservare è che intrattenere
un Pompeo vittorioso sarebbe stato quasi certamente un impegno
altrettanto oneroso.
Le lettere di Cicerone ci rivelano che le difficoltà della guerra e l’onere di
ospitare un dittatore erano soltanto una parte dei suoi problemi in quel
tempo. Nel periodo che va dall’attraversamento del Rubicone all’assassinio
di Cesare nelle idi di marzo del 44 a.C., la famiglia di Cicerone si frantumò.
In quei cinque anni, Cicerone divorziò da Terenzia, sua moglie da
trent’anni, e si risposò poco dopo. Cicerone aveva sessant’anni e la sua
nuova sposa, Publilia, appena quindici: la relazione durò solo qualche
settimana, e poi Cicerone la rimandò da sua madre. Nel frattempo, sua
figlia Tullia aveva divorziato dal suo terzo marito, Publio Cornelio
Dolabella, un fedele sostenitore di Cesare. Al momento del divorzio, Tullia
era incinta, e morì all’inizio del 45 a.C., poco dopo avere partorito un figlio,
che non le sopravvisse a lungo. Anche il figlio che aveva avuto
precedentemente da Dolabella era nato prematuro ed era morto dopo
appena qualche settimana di vita. Cicerone sprofondò nel dolore, cosa che
non aiutava certo la relazione con la sua nuova sposa, e si ritirò in solitudine
in una delle sue ville più isolate per decidere come commemorare sua figlia,
impegnato quasi da subito a pensare al modo migliore per accordarle una
sorta di status divino: come scrisse lui stesso, voleva assicurarle una
«apoteosi».
Mariti e mogli
Il matrimonio romano era, in sostanza, una procedura semplice e privata. A
differenza di quanto accade oggi, lo stato vi svolgeva soltanto un piccolo
ruolo. Nella maggior parte dei casi, un uomo e una donna erano ritenuti
sposati se dichiaravano di esserlo, e cessavano di essere sposati se entrambi
(o anche solo uno dei due) dichiaravano di non esserlo più. Questo, più
qualche festicciola per celebrare l’unione, era probabilmente tutto quanto
serviva per la maggior parte dei cittadini romani. Per i più ricchi, si
organizzavano spesso cerimonie più formali e dispendiose, che avevano uno
svolgimento piuttosto consueto per questi riti di passaggio: abiti particolari
(la sposa tradizionalmente vestiva di giallo), canti e processioni, e il
trasporto della nuova consorte oltre la soglia della casa del marito. Nel caso
dei ricchi avevano grande importanza anche considerazioni economiche, in
particolare la dote che doveva fornire il padre della sposa, e che doveva
essere restituita in caso di divorzio. Uno dei problemi di Cicerone in questo
periodo fu proprio il fatto di dovere rimborsare la dote di Terenzia, mentre
lo squattrinato Dolabella, a quanto pare, non aveva restituito quella di
Tullia, o almeno non integralmente. In compenso, il matrimonio con la
giovane Publilia gli avrebbe assicurato una cospicua fortuna.
A Roma, come in tutte le altre civiltà del passato, lo scopo essenziale del
matrimonio era la procreazione di figli legittimi, che ereditavano
automaticamente lo status di cittadini romani se entrambi i genitori lo
erano o se soddisfacevano le molteplici condizioni che regolavano il
matrimonio con stranieri. È proprio questo ciò che sta al fondo della storia
del ratto delle sabine, che presenta il primo matrimonio avvenuto nella
nuova città come una forma di «legittimo rapimento» a scopo di
procreazione. Lo stesso messaggio è continuamente ripetuto sulle stele
funerarie di mogli e madri per tutto il corso della storia romana. Un
epitaffio scritto verso la metà del II secolo a.C., per commemorare una
donna chiamata Claudia, descrive perfettamente questa immagine
tradizionale: «Qui sta la non graziosa tomba di una donna graziosa ... Amò
suo marito con tutto il suo cuore e gli diede due figli. Parlava in modo
aggraziato e aveva un portamento elegante. Amministrò la casa e filò la
lana. Questo è tutto quel che c’è da dire». Il ruolo della donna, in altre
parole, era quello di essere devota al proprio marito, di amministrare con
cura la casa e di contribuire all’economia domestica con lavori di filatura e
tessitura. Altri epitaffi elogiano donne che erano rimaste fedeli per tutta la
vita al proprio unico marito, ed esaltano le virtù «femminili» della castità e
della fedeltà. È evidente il contrasto con gli epitaffi di Scipione Barbato e
dei suoi discendenti maschi, nei quali figurano in primo piano le gesta
militari, le magistrature rivestite e l’importanza nella vita pubblica.
È impossibile stabilire con certezza fino a che punto questa immagine
della moglie romana sia più un pio desiderio che un’accurata riproduzione
della realtà sociale. A Roma c’era senza dubbio molta nostalgia, spesso
espressa a gran voce, per la severità dei tempi andati, quando le mogli
erano fatte rimanere al proprio posto. «Egnazio Metello prese una mazza e
bastonò a morte sua moglie perché aveva bevuto del vino» scrive, con
evidente approvazione, un autore del I secolo d.C. riferendosi a un episodio
completamente mitico che risaliva ai tempi del regno di Romolo. Persino
l’imperatore Augusto sfruttò a proprio vantaggio l’immagine tradizionale
della lavorazione della lana, in una sorta di equivalente antico delle foto di
rappresentanza, facendo posare sua moglie Livia davanti al telaio nella sala
frontale della loro casa, alla vista di tutti. Ma è molto più probabile che
questa severità dei tempi antichi fosse, almeno in parte, il frutto
dell’immaginazione dei moralisti di epoche successive, nonché un utile
appiglio per i romani che cercavano di affermare le loro tradizionali
credenziali.
Non meno problematica è l’immagine concorrente, affermatasi nel I
secolo a.C., di una nuova donna emancipata, che apparentemente poteva
condurre una libera vita sociale e sessuale, spesso adultera, senza
particolari vincoli da parte del marito, della famiglia o della legge. Alcune
di queste nuove figure femminili erano convenientemente relegate nel
mondo separato delle attrici, delle accompagnatrici e delle prostitute, come
nel caso di una celebre ex schiava, Volumnia Citeride, della quale si diceva
che fosse stata l’amante sia di Bruto sia di Marco Antonio, andando così a
letto con l’assassino di Cesare e con il suo più fedele sostenitore. Ma molte
altre erano mogli o vedove di illustri senatori romani.
49. Pittura murale romana che raffigura una scena idealizzata di un antico matrimonio,
mescolando figure umane e divine. Al centro si trova la sposa velata, sul suo nuovo letto
coniugale, incoraggiata dalla dea Venere, seduta accanto a lei. Al letto si appoggia
un’equivoca figura del dio Hymen, una delle divinità preposte alla protezione del
matrimonio. A sinistra, alcune donne preparano il bagno per la novella sposa.

La più tristemente celebre di tutte fu Clodia, sorella di Clodio, l’acerrimo


nemico di Cicerone, moglie di un senatore morto nel 59 a.C. e amante del
poeta Catullo, e di molti altri ancora. Girava voce che persino la stessa
Terenzia avesse avuto qualche sospetto sulle relazioni di Cicerone con la
sorella di Clodio. Clodia è stata di volta in volta criticata o ammirata come
una promiscua tentatrice, una diabolica manipolatrice, un’eroina
divinizzata e una folle criminale. Per Cicerone era «la Medea del Palatino»,
formula che collegava astutamente la strega omicida della tragedia greca
con il luogo di residenza di Clodia a Roma. Catullo, nelle sue poesie, si
riferisce a lei chiamandola Lesbia, non solo per celarne l’identità ma anche
per richiamarsi alla poetessa greca Saffo, originaria dell’isola di Lesbo:
«Viviamo, Lesbia mia, ed amiamoci, / e i brontolii dei vecchi austeri /
valutiamoli, tutti insieme, due soldi / ... / Dammi mille baci, e poi cento...»,
per citare l’inizio di una sua celebre poesia.
Per quanto vivaci e variopinte, queste testimonianze non possono essere
prese alla lettera. Si tratta, da un lato, di semplici fantasie erotiche e,
dall’altro, di un riflesso classico di comuni ansie patriarcali. Per tutto il
corso della storia, alcuni uomini hanno giustificato il proprio dominio sulle
donne alimentando e allo stesso tempo denunciando un’immagine di
donna pericolosa e trasgressiva, i cui crimini, promiscuità sessuale (con i
conseguenti scomodi interrogativi sulla paternità dei figli) e irresponsabile
ubriachezza, in larga misura immaginari, dimostrano la necessità di un
severo controllo da parte degli uomini. La storia dell’inflessibile
comportamento di Egnazio Metello con la moglie leggermente brilla e le
voci sulle selvagge feste di Clodia sono due facce della stessa medaglia.
Inoltre, in molti casi le fosche descrizioni di criminalità, potere ed eccessi
femminili spesso non riguardavano in realtà le donne che affermano di
descrivere, ma diventavano veicoli per un dibattito su qualcosa di alquanto
diverso.
Quando descrive alcune donne che avrebbero avuto un ruolo di primo
piano nella congiura di Catilina, Sallustio le presenta come spaventosi
simboli dell’immoralità decadente della società che aveva prodotto Catilina.
«Nessuno era in grado di dire se facesse meno caso del denaro o della
reputazione», dice a proposito della moglie di un senatore, e madre di uno
degli assassini di Cesare, come a esemplificare ciò che lo storico
considerava lo spirito dell’epoca. Quanto a Cicerone, sfruttò con successo
Clodia come bersaglio diversivo in una complicata causa in cui difendeva
dall’accusa di omicidio uno dei suoi più loschi giovani amici, il quale era
anche un ex amante della matrona. È proprio dal discorso che pronunciò in
quell’occasione che proviene la maggior parte dei dettagli più riprovevoli
sul comportamento di Clodia: dai suoi innumerevoli tradimenti alle
scatenate feste degenerate in orge. Cicerone cercava di discolpare il suo
cliente discreditando una gelosa Clodia, facendo di lei uno zimbello e la
principale responsabile. È senz’altro difficile immaginarsi Clodia nei panni
di una moglie e poi vedova di immacolata fedeltà e sempre chiusa tra le
mura domestiche; ma non è affatto detto che, se avesse letto la descrizione
che di lei aveva fatto Cicerone, vi si sarebbe davvero riconosciuta.
È chiaro, comunque, che le donne romane, nel complesso, godevano di
un’indipendenza nettamente maggiore rispetto alle donne della Grecia
classica o del Vicino Oriente, per quanto possa oggi sembrare limitata. Il
contrasto è particolarmente netto con l’Atene classica, dove le donne delle
famiglie ricche dovevano condurre una vita reclusa, lontana da qualsiasi
sguardo, di fatto segregata dagli uomini ed esclusa dalla vita sociale
maschile (i poveri, inutile dirlo, non avevano i soldi o lo spazio per una tale
separazione). C’erano, senza dubbio, fastidiose restrizioni per le donne
anche a Roma: l’imperatore Augusto, per esempio, le relegò nelle file
posteriori dei teatri e delle arene gladiatorie; nelle terme pubbliche, le zone
per le donne erano di solito molto più anguste di quelle riservate agli
uomini; e, in pratica, le attività maschili occupavano probabilmente le aree
più eleganti di una casa romana. Ma le donne non erano costrette a essere
pubblicamente invisibili, e la vita domestica non sembra essere stata
formalmente separata in spazi maschili e spazi femminili, con zone
reciprocamente interdette.
Di norma le donne cenavano insieme agli uomini, e non soltanto le
prostitute, le accompagnatrici e le intrattenitrici che facevano compagnia
agli uomini nei banchetti dell’Atene classica. Così, uno dei primi misfatti di
Verre nacque proprio da questa differenza tra costumi greci e romani. Negli
anni Ottanta del I secolo a.C., più di un decennio prima del suo
governatorato in Sicilia, mentre prestava servizio in Asia Minore, Verre e il
suo staff si fecero invitare a cena da uno sfortunato greco, e dopo aver
bevuto una notevole quantità di alcol gli chiesero di chiamare la figlia.
L’uomo si scusò dicendo che in Grecia le donne rispettabili non cenavano in
compagnia degli uomini, ma i romani si rifiutarono di credergli e si misero
a cercarla. Scoppiò una rissa, nel corso della quale una delle guardie del
corpo di Verre rimase uccisa e il padrone di casa fu colpito con dell’acqua
bollente; poco tempo dopo, venne condannato a morte e giustiziato per
omicidio. Cicerone racconta questo incidente in toni alquanto bizzarri,
quasi come una replica dello stupro di Lucrezia. Ma era stato causato anche
da una serie di fraintendimenti, ulteriormente aumentati dall’ebbrezza,
sulle convenzioni del comportamento femminile attraverso i confini
culturali dell’impero.
Una parte dei regolamenti giuridici che in questo periodo definivano il
matrimonio e i diritti delle donne è il riflesso di questa relativa libertà.
C’erano, effettivamente, alcune dure misure affermate sulla carta. Che un
tempo un uomo avesse il diritto di bastonare a morte sua moglie per il
«reato» di avere bevuto un bicchiere di vino può non essere stato altro che
un mito nostalgico. Ma diverse testimonianze indicano che un marito aveva
tecnicamente il diritto giuridico di mettere a morte la moglie colta in
flagrante adulterio. Tuttavia, non si conosce nemmeno un solo esempio di
una simile decisione, e i dati in nostro possesso ci portano in un’altra
direzione. La donna non assumeva il nome del marito, e non era
interamente sottoposta alla sua autorità giuridica. Dopo la morte del
proprio padre, una donna adulta poteva possedere legalmente proprietà,
comprare e vendere, ereditare, fare testamento e liberare schiavi: diritti che
in Gran Bretagna le donne hanno conquistato soltanto negli anni Settanta
del XIX secolo.
L’unica restrizione riguardava la presenza obbligatoria di un tutore
(tutor), incaricato di approvare ogni decisione o transazione che la donna
avesse intenzione di fare. È impossibile verificare se Cicerone, quando
attribuì questa disposizione alla intrinseca «debolezza di giudizio» delle
donne, fosse animato da un sentimento paternalistico o misogino o se
invece (come gli concedono generosamente alcuni critici) stesse soltanto
scherzando. Ma non c’è sicuramente il benché minimo indizio che ciò abbia
mai creato ostacoli a sua moglie: che fosse impegnata a vendere una serie di
case per raccogliere soldi da mandare a Cicerone in esilio o a riscuotere le
rendite delle sue proprietà, non viene mai menzionato alcun tutor. Infatti,
una delle riforme attuate da Augusto verso la fine del I secolo a.C. (o
all’inizio di quello successivo) fu proprio quella di esentare dalla
supervisione del tutor le cittadine di nascita libera che avevano avuto
almeno tre figli (le donne ex schiave dovevano averne avuti quattro per
ottenere lo stesso diritto). Fu un’intelligente applicazione di
tradizionalismo radicale: concedeva alle donne nuove libertà, ma soltanto se
avevano adempiuto al loro dovere tradizionale.
Stranamente, le donne godevano di molta meno libertà quando si
trattava del matrimonio. In primo luogo, non avevano la possibilità di
scegliere se sposarsi o rimanere nubili. La regola fondamentale era che
tutte le donne di nascita libera dovevano sposarsi. Non esistevano zitelle, e
soltanto dei gruppi speciali, come quello delle vergini vestali, potevano
scegliere di rimanere nubili (o vi erano costretti). Cosa ancora più
importante, la libertà nella scelta del marito poteva essere molto limitata,
sicuramente tra i ricchi e i potenti, i cui matrimoni erano regolarmente
combinati per cementare alleanze, di carattere politico, sociale o
finanziario. Ma sarebbe davvero ingenuo immaginarsi che la figlia di un
contadino intenzionato a fare un affare con un suo vicino, o la schiava che
veniva liberata per essere data in moglie al proprio ex proprietario (una
pratica piuttosto diffusa), avessero molta voce in capitolo.
Nel tardo periodo repubblicano le alleanze matrimoniali furono alla base
di alcuni decisivi sviluppi della politica romana. Nell’82 a.C., per esempio,
Silla cercò di assicurarsi la fedeltà di Pompeo «dandogli» in moglie la sua
figliastra, benché fosse allora già sposata con un altro uomo e incinta; ma
l’affare non andò in porto, perché la povera donna morì poco dopo durante
il parto. Vent’anni più tardi, Pompeo sigillò il suo accordo con Cesare nella
Banda dei Tre sposandone la figlia Giulia. Per Cicerone e sua figlia Tullia la
posta in gioco non era altrettanto alta, ma è chiaro che il consolidamento e
le buone relazioni della famiglia rimasero sempre una preoccupazione di
Cicerone, sebbene le cose non andassero necessariamente nel senso da lui
sperato.
Trovare un marito per Tullia era, per sua stessa ammissione, la cosa che
più lo preoccupava quando, nel 51 a.C., lasciò Roma per recarsi nella
provincia della Cilicia. Dopo due brevi matrimoni senza figli con uomini di
illustri famiglie, il primo finito per il decesso del marito e il secondo per
divorzio, bisognava trovarle un terzo marito. In questo caso le lettere di
Cicerone ci offrono un quadro vivace dei negoziati, con un’ampia lista di
candidati più o meno appetibili. Uno non sembrava essere intenzionato a
fare una proposta seria; un altro era di buone maniere; di un terzo scrisse
sconsolatamente «dubito che la nostra figliola possa essere persuasa»,
riconoscendo che Tullia aveva qualche voce in capitolo. Ma le comunicazioni
erano un grave problema. Poiché occorrevano circa tre mesi per recapitare
una lettera dalla Cilicia fino a Roma e altrettanti per il viaggio inverso,
Cicerone aveva grosse difficoltà a controllare lo sviluppo delle
contrattazioni e fu sostanzialmente costretto a lasciare la decisione finale
nelle mani di Terenzia e Tullia. Le quali non scelsero nessuno dei suoi
candidati preferiti, ma il recentemente divorziato Dolabella, uomo con
impeccabili credenziali aristocratiche, nonché, secondo i racconti romani,
un’affascinante canaglia, un seduttore inveterato e particolarmente basso di
statura. «Chi ha legato mio genero alla sua spada?», è una delle più celebri
battute di Cicerone.
Questo tipo di matrimoni combinati non significava necessariamente
un’unione grigia e senza sentimenti. Si è sempre ripetuto che Pompeo e
Giulia fossero molto legati l’uno all’altra, che nel 54 a.C. Pompeo fu
dilaniato dal dolore per la sua morte durante il parto, e che proprio questa
morte fu una delle cause della rottura politica fra Pompeo e Cesare. Il
matrimonio, in altre parole, ebbe fin troppo successo rispetto allo scopo per
cui era stato contratto. Molte delle prime lettere scritte da Cicerone a
Terenzia, che probabilmente aveva sposato con un analogo matrimonio
combinato, sono piene di espressioni di appassionata devozione e di amore,
qualsiasi sentimento vi si potesse nascondere dietro: «Vita mia, mia sola
nostalgia, a cui tutti solevano rivolgersi per avere un aiuto! E ora, Terenzia
mia, saperti così tormentata, così afflitta nel pianto e nell’umiliazione!» le
scrisse nel 58 a.C. dal suo esilio.
Viceversa, non mancano neppure ricche testimonianze di dispute
coniugali, risentimenti e delusioni. Tullia scoprì presto che Dolabella era
più canaglia che affascinante, e nel giro di appena tre anni la coppia si
separò. Ma, nella cerchia di Cicerone, il matrimonio senza dubbio più
disgraziato di tutti fu quello di suo fratello Quinto con Pomponia, sorella di
Attico, il grande amico di Cicerone.
Prevedibilmente, e forse ingiustamente, le lettere di Cicerone gettano
quasi tutta la colpa sulla moglie, ma ci offrono anche un’immagine affatto
moderna dei motivi di dissidio. Una volta, quando, di fronte a tutti gli
invitati, Pomponia improvvisamente sbraitò: «Io, per l’appunto la padrona
di casa, qui sono un’invitata!», Quinto replicò con la più classica delle
lamentele: «Eccoci al punto: io ogni giorno devo sopportare di questi scatti».
Dopo venticinque anni di simili strazi, decisero finalmente di divorziare.
Quinto avrebbe osservato: «Non esiste nulla di più piacevole di un letto
“celibe”». La reazione di Pomponia non ci è nota.
A ogni modo, è il secondo, breve, matrimonio di Cicerone con Publilia,
allora nemmeno quindicenne, a risaltare più di ogni altro. Cicerone e
Terenzia avevano divorziato, probabilmente all’inizio del 46 a.C. Quali che
fossero le principali ragioni della separazione (e gli scrittori romani si
lanciarono in ogni sorta di fantasiose speculazioni in proposito), l’ultima
lettera a lei indirizzata a noi nota, scritta da Cicerone nell’ottobre del 47
a.C., indica che i loro rapporti erano cambiati. Appena poche scarne righe a
una moglie che non vedeva da due anni (in parte perché si era unito alle
forze di Pompeo in Grecia), ridotte a un paio di istruzioni relative al suo
imminente arrivo. «Se nel bagno non c’è una vasca, che si provveda» è il
nocciolo essenziale. Appena un anno più tardi, dopo avere considerato altre
possibilità (compresa la figlia di Pompeo e una donna che reputava «la più
brutta che abbia mai visto»), Cicerone sposò una ragazza che aveva almeno
quarantacinque anni meno di lui. Era una cosa consueta?
Un matrimonio all’età di quattordici o quindici anni non era cosa fuori
dal comune per una ragazza romana. Tullia fu promessa al suo primo
marito quando aveva undici anni e lo sposò quando ne aveva quindici:
quando, nel 67 a.C., Cicerone scrive di avere promesso «la cara piccola Tullia
a Gaio Calpurnio Pisone», la parola piccola va intesa alla lettera. Attico
pensava già a un futuro marito quando sua figlia aveva appena sei anni. Ci
si può aspettare che l’aristocrazia abbia combinato alleanze matrimoniali
tra giovanissimi membri delle proprie famiglie. Ma anche gli epitaffi della
gente comune ci fanno conoscere molte ragazze date in spose quando
avevano quindici anni, e talvolta addirittura dieci o undici. Se questi
matrimoni venissero consumati o meno è una domanda inquietante, alla
quale non siamo in grado di rispondere. Analogamente, sembra che gli
uomini si sposassero per la prima volta tra i venticinque e i trent’anni,
generalmente con una differenza d’età di circa dieci anni per il primo
matrimonio; e alcune giovani spose si saranno trovate maritate a uomini
ancora più anziani al loro secondo o terzo matrimonio. Malgrado la relativa
libertà di cui godevano le donne romane, la loro sottomissione era senza
dubbio garantita da questo squilibrio tra un uomo adulto e quella che oggi
chiameremmo una sposa-bambina.
Detto questo, una differenza di quarantacinque anni suscitava
perplessità persino a Roma. Perché Cicerone aveva fatto questa scelta? Era
soltanto una questione di denaro? Oppure, come sosteneva Terenzia, c’era
anche la sciocca infatuazione di un uomo anziano? In effetti, dovette
rispondere a domande molto dirette su perché mai avesse deciso di sposare
una giovane vergine. Si diceva che, il giorno stesso del matrimonio, rispose
così a una di queste domande: «Non preoccupatevi, domani sarà una donna
adulta [mulier]». L’antico autore che citò questa risposta la ritenne un modo
brillante di allontanare le critiche e degna di ammirazione. Noi la
collocheremmo più probabilmente a metà strada fra spiacevolmente
grossolana e dolorosamente cupa: in ogni caso, segna in profondità la
grande distanza che separa il nostro mondo da quello dell’antica Roma.
50. Lapide funeraria romana di marito e moglie (I secolo a.C.), entrambi ex schiavi. Sulla
sinistra, il marito, Aurelius Hermia, si presenta come un macellaio del Viminale; sulla
destra, sua moglie, Aurelia Philematium, è definita «casta, modesta, e non toccata da
pettegolezzi». Colpisce la loro differenza di età: si erano incontrati quando lei aveva
appena sette anni, e, come dice il testo, il suo futuro marito «l’aveva presa sulle sue
ginocchia».
Nascita, morte e lutto
La tragedia colpì quasi immediatamente il nuovo matrimonio di Cicerone.
Tullia morì subito dopo avere partorito il figlio concepito con Dolabella.
Cicerone sembra essere stato talmente paralizzato dal dolore da non poter
fare altro che ritirarsi, senza Publilia, nella sua villa sull’isoletta di Astura,
poco a sud di Roma. Aveva sempre avuto un rapporto molto stretto con
Tullia, anzi, fin troppo intimo, se si crede ai selvaggi pettegolezzi messi in
circolazione da alcuni suoi nemici, i quali applicavano la tipica tattica
romana di attaccare i propri avversari puntando il dito sulla loro vita
sessuale. Era senz’altro un rapporto più stretto di quello che aveva con il
fratello minore di Tullia, Marco, il quale, in aggiunta ad altre debolezze di
minor conto, sembra non avere mai atteso alle conferenze filosofiche o
partecipato alla vita intellettuale di Atene, dove suo padre lo aveva mandato
a istruirsi. Con la morte di Tullia, Cicerone sentiva di avere perduto la sola
cosa che lo teneva legato alla vita.
La procreazione era un dovere pericoloso. Il parto rimase sempre la
principale causa di morte per le giovani donne romane, dalle mogli dei
senatori fino alle schiave. Conosciamo migliaia di casi, da persone di alto
rango come Tullia e Giulia, la moglie di Pompeo, a donne comuni
commemorate dai loro addolorati mariti e familiari su stele funerarie
provenienti da tutto l’impero. Un uomo residente in Nordafrica ricorda sua
moglie, che «visse per trentasei anni e quaranta giorni. Era al suo decimo
parto. Tre giorni dopo la nascita del bambino morì». Un altro uomo, in
quella che è oggi la Croazia, eresse un semplice monumento in memoria
della «sua compagna di schiavitù» (e probabilmente sua amante), che
«rimase in agonia quattro giorni per partorire, ma non vi riuscì e perse la
vita». Per inserire questi dati in una prospettiva più ampia, possiamo
osservare che le statistiche relative a periodi più recenti indicano che circa
una donna su cinquanta aveva la probabilità di morire durante il parto, e la
percentuale aumentava se si trattava di una ragazza molto giovane.
Morivano per tutti i diversi problemi connessi al parto che la moderna
medicina occidentale ha quasi completamente eliminato, dalle emorragie
alle occlusioni e alle infezioni (sebbene la mancanza di ospedali, dove,
come nel caso dell’inizio dell’età moderna in Europa, le infezioni si
trasmettono facilmente da una donna all’altra, avesse ridotto in qualche
modo quest’ultimo rischio). La maggior parte delle donne si affidava
all’aiuto di levatrici. Al di là di questo, l’intervento di un’ostetrica
probabilmente non faceva altro che aumentare i rischi. I parti cesarei, che,
nonostante un mito ancor oggi persistente, non hanno nulla a che fare con
Giulio Cesare, si eseguivano soltanto per estrarre un feto ancora vivo da una
donna morta o sul punto di morire. Nel caso in cui il nascituro fosse
rimasto bloccato all’interno dell’utero, alcuni dottori raccomandavano di
inserirvi un coltello e fare a pezzi il feto: procedimento al quale ben poche
donne sarebbero riuscite a sopravvivere.
La gravidanza e il parto devono avere dominato la vita di quasi tutte le
donne, comprese quelle che gli scrittori romani decisero di presentare come
spensierate libertine. Qualcuna sarà stata particolarmente angosciata dalla
sua incapacità di rimanere incinta o di portare a termine una gravidanza. I
romani attribuivano sempre alla donna la colpa della mancanza di figli in
una coppia, e questa era una delle più tipiche ragioni di divorzio. Si può
supporre (ma non è altro che un’ipotesi moderna) che proprio per questo
motivo il suo secondo marito abbia voluto divorziare da Tullia, che non
riuscì a dare alla luce un figlio fino a quando non fu quasi trentenne. Per la
maggior parte delle donne, comunque, era normale affrontare decenni di
gravidanze, senza alcun modo affidabile per evitarle, fatta eccezione per
l’astinenza sessuale. Esistevano alcuni rozzi e pericolosi metodi per
abortire. Un prolungato allattamento poteva ritardare la possibilità di una
nuova gravidanza per le donne che non si servivano di nutrici, come invece
facevano molte benestanti. E si consigliava una grande varietà di preparati e
strumenti contraccettivi, alcuni del tutto inutili (farsi ricoprire da vermi che
si trovano nella testa di una particolare specie di ragno peloso) e altri in
qualche modo efficaci (inserzione nella vagina di qualsiasi sostanza
appiccicosa). Ma quasi tutti gli sforzi contraccettivi erano neutralizzati dal
fatto che, secondo la scienza antica, i giorni successivi alla conclusione del
ciclo mestruale erano quelli più fertili, mentre è vero esattamente il
contrario.
51. Una levatrice romana del porto di Ostia è raffigurata all’opera su una lastra di
terracotta proveniente dalla sua tomba. La donna partorisce su una sedia, e la levatrice è
inginocchiata davanti a lei per prendere il neonato.

I bambini partoriti con successo andavano subito incontro a rischi ancora


più fatali di quelli che minacciavano le loro madri. I neonati che
sembravano deboli o disabili venivano «esposti», che spesso significava
essere abbandonati su un mucchietto di spazzatura. I figli non desiderati
subivano la stessa sorte. Alcune testimonianze fanno supporre che, in
generale, le femmine fossero meno desiderate dei maschi, in parte a causa
del costo della dote, che costituiva un onere gravoso per il bilancio di una
famiglia relativamente modesta. In una lettera su papiro proveniente
dall’Egitto romano, un marito scrive alla moglie incinta, dicendole di
allevare il nascituro se maschio, ma di sbarazzarsene se femmina. Con
quale frequenza ciò avvenisse, e quale fosse la precisa proporzione delle
vittime di sesso femminile rispetto a quelle di sesso maschile, è materia di
ipotesi, ma era comunque una pratica abbastanza frequente, visto che i
cumuli di rifiuti erano considerati un luogo dove procurarsi gratuitamente
degli schiavi.
I pericoli non terminavano nemmeno per i bambini che si decideva di
allevare. Secondo la stima più verosimile (basata principalmente su
statistiche relative a popolazioni di epoche successive con condizioni di vita
analoghe), circa la metà dei bambini moriva entro il decimo anno d’età, per
ogni genere di malattie e infezioni, comprese le comuni malattie infantili
oggi non più mortali. Questo significa che, sebbene alla nascita l’aspettativa
media di vita non dovesse superare i venticinque anni, un bambino che
oltrepassava la soglia dei dieci anni poteva attendersi una durata di vita non
molto diversa dalla nostra. In base a questa medesima stima, un ragazzo di
dieci anni avrebbe avuto in media ancora quarant’anni da vivere, e un uomo
di cinquant’anni poteva aspettarsi di viverne altri quindici. Nell’antica Roma
gli anziani non erano così rari come ci potremmo immaginare. Ma l’elevato
tasso di mortalità fra i più giovani aveva anche concrete conseguenze per le
gravidanze delle donne e le dimensioni della famiglia. Soltanto per
mantenere costante il livello della popolazione, ogni donna doveva partorire
in media cinque o sei figli. In pratica, questo porta il numero quasi a nove,
non appena si tenga conto di altri fattori, come la sterilità e la vedovanza.
Non erano certo condizioni favorevoli a una diffusa emancipazione
femminile.
Quali erano le ripercussioni di questi tassi di nascita e mortalità sugli
affetti all’interno della famiglia? Si è talvolta sostenuto che, data l’elevata
mortalità nei bambini, i genitori evitavano un profondo coinvolgimento
emotivo nei loro confronti. Una tipica, e agghiacciante, immagine del padre
nella letteratura romana pone in risalto il controllo esercitato sui figli, non il
suo affetto, dilungandosi sulle terribili punizioni che poteva infliggere per
la loro disubbidienza, fino al punto di metterli a morte. Non c’è, tuttavia,
quasi nessun indizio concreto in tal senso. È vero che un bambino appena
nato poteva non essere considerato una vera e propria persona fino a
quando non fosse stata presa la decisione di allevarlo e fosse stato
ufficialmente accolto entro la famiglia; si spiega così, almeno in parte,
l’atteggiamento apparentemente indifferente nei confronti di quello che noi
chiameremmo infanticidio. Ma le migliaia e migliaia di commoventi epitaffi
fatti incidere da genitori in memoria di loro giovani figli morti
prematuramente non mostrano affatto una mancanza di affetto. Ecco le
parole incise su una lapide trovata in Nordafrica: «La mia piccola bambola,
la mia adorata Mania, giace sepolta qui. Solo per pochi anni ho potuto darle
il mio amore. Ora suo padre piange continuamente per lei». Anche
Cicerone, nel 45 a.C., pianse a lungo per la morte di Tullia, sfogando il
proprio dolore ed esponendo i propri progetti per la sua commemorazione
in una straordinaria serie di lettere indirizzate ad Attico.
52. Un antico divaricatore vaginale romano, straordinariamente simile a quelli moderni.
Ma le concezioni che avevano i romani del corpo femminile e del suo ciclo riproduttivo
erano completamente diverse dalle nostre, dal modo in cui avveniva il concepimento a
quello con cui poteva essere evitato (o favorito).

Non sappiamo nulla di preciso sulla morte di Tullia, tranne che avvenne
nella villa di Cicerone a Tuscolo, appena fuori Roma; e nulla sappiamo del
suo funerale. Cicerone si ritirò quasi immediatamente nella solitudine del
suo rifugio sull’isola di Astura, dove si mise a leggere tutti i testi filosofici
che riusciva a procurarsi sul tema del dolore e della consolazione per la
perdita di propri cari, e scrisse persino un trattato sul lutto per se stesso,
prima di decidere, dopo un paio di mesi, che sarebbe dovuto tornare nella
casa dove Tullia era morta («Penso che vincerò me stesso ... e mi dirigerò
nella villa di Tuscolo. Il fatto sta così: o devo fare a meno per sempre di
quella proprietà terriera ... o non so quale differenza passi tra l’andare ora
colà oppure di qui a dieci anni»). Ormai aveva già iniziato a incanalare il suo
dolore nel progetto del monumento commemorativo, che non sarebbe stato
una «tomba» bensì un «santuario» o un «tempio» (fanum, che in latino ha
un significato esclusivamente religioso). Le principali preoccupazioni di
Cicerone riguardavano il luogo in cui doveva sorgere, la sua rilevanza e il
suo futuro mantenimento; ben presto progettò di acquistare una proprietà
alla periferia della città, vicino a dove oggi si trova il Vaticano, e fece un
preordine per alcune colonne.
Il suo scopo, ribadiva, era l’apoteosi di Tullia. Con questo termine,
Cicerone intendeva probabilmente l’immortalità in senso generico, senza
pretendere una sua vera e propria assunzione tra le divinità; ma è
comunque un’altra prova degli indistinti confini tra mortali e immortali che
caratterizzavano il mondo romano, e di come i poteri e gli attributi divini
fossero utilizzati per esprimere il prestigio e l’importanza di singoli
individui. C’è, tuttavia, una certa ironia nel fatto che, pur essendo sempre
più preoccupato, come molti suoi colleghi, per gli onori divini che venivano
concessi a Cesare, Cicerone si desse da fare per conferire una sorta di status
divino alla propria figlia defunta. Ma, alla fine, il progetto del santuario
sfumò nel nulla, perché l’intera area del Vaticano venne prescelta per
realizzare una parte ragguardevole del piano di sviluppo urbano concepito
da Cesare, e il sito individuato da Cicerone non poté più essere utilizzato.
L’importanza del denaro
Le ville di Astura e Tuscolo erano soltanto due delle circa venti proprietà
che Cicerone possedeva in Italia attorno al 45 a.C. Alcune erano residenze
molto eleganti. A Roma aveva una grande casa sulle pendici più basse del
Palatino, ad appena un paio di minuti dal Foro, e tra i suoi vicini figuravano
molti dei più illustri e ricchi rappresentanti dell’aristocrazia romana,
compresa la stessa Clodia. Le altre sue case erano sparse per tutta la
penisola, da Pozzuoli, nel golfo di Napoli, dove aveva ospitato Cesare in una
cena piuttosto affollata, sino a Formia, più a nord, dove possedeva un’altra
villa sul mare. Alcune erano piccole abitazioni o alloggi, strategicamente
disposti sulle strade che conducevano alle sue più grandi e lontane
residenze, dove poteva pernottare durante il viaggio senza essere costretto
ad andare in qualche ostello poco raccomandabile o a importunare i propri
amici. Altre, come la sua proprietà di famiglia ad Arpino, erano fattorie
produttive, anche quando vi era annessa una lussuosa residenza. Altre
ancora erano proprietà immobiliari date in affitto, come il fatiscente edificio
da cui erano fuggiti persino i topi, che gli fruttavano notevoli guadagni; altri
due grandi caseggiati di alloggi da affittare, nel pieno centro di Roma,
ancora più redditizi, avevano fatto parte della dote di Terenzia e, nel 45 a.C.,
in seguito al divorzio, Cicerone dovette restituirli.
Il valore complessivo delle sue proprietà si aggirava attorno ai tredici
milioni di sesterzi. Agli occhi di un comune cittadino romano, era un
patrimonio considerevole, sufficiente per sostenere venticinquemila
famiglie povere per un intero anno o per garantire a più di trenta individui
la ricchezza minima necessaria per essere eleggibile a una carica pubblica.
Ma non poneva Cicerone nel Gotha dei super-ricchi. In un interessante
brano sulla storia del lusso e delle esagerate spese di questi nuovi ricchi,
Plinio il Vecchio ricorda che, nel 53 a.C., Clodio aveva comprato, per
quindici milioni di sesterzi, la casa di Marco Emilio Scauro, un amico di
Cicerone che, negli anni Sessanta del I secolo a.C., era stato un funzionario
di Pompeo in Giudea, lasciando un ricordo di dubbia reputazione. Se ne
sono ipoteticamente individuate le fondamenta, sempre sulle pendici del
Palatino, vicino al punto dove oggi sorge l’arco di Tito: contiene circa una
cinquantina di piccole stanze e un bagno, presumibilmente per gli schiavi;
precedenti generazioni di archeologi le hanno fiduciosamente (ed
erroneamente) identificate come camere di un bordello nel pieno centro
della città. A un livello ancora più alto, la casa di Crasso valeva duecento
milioni di sesterzi: con una tale somma, avrebbe potuto finanziare senza
problemi un proprio esercito.
Nonostante qualche immaginoso tentativo, nessuna delle proprietà di
Cicerone è stata identificata con certezza sul terreno. Ma possiamo farci
comunque un’idea del loro aspetto dai suoi stessi racconti (inclusi i suoi
progetti di miglioramenti) e dalle testimonianze archeologiche
contemporanee. Le ricche residenze costruite dall’aristocrazia
tardorepubblicana sul colle del Palatino sono perlopiù in pessimo stato di
conservazione, per la semplice ragione che, nel corso del I secolo d.C., sopra
di esse venne eretto il palazzo imperiale, presto destinato a dominare
l’intero colle. Alcune delle tracce maggiormente ragguardevoli del periodo
più antico provengono dalla cosiddetta «Casa dei Grifi». Sono conservate
parecchie stanze di quello che doveva essere il piano terra di una imponente
casa dell’inizio del I secolo a.C., ancora parzialmente visibili sotto le
fondamenta delle posteriori strutture palaziali, con tanto di pareti dipinte
con brillanti colori e semplici mosaici pavimentali. Nella pianta e nella
decorazione, questa e altre case del Palatino non erano probabilmente
molto diverse da quelle di Pompei ed Ercolano, assai meglio conservate. A
proposito di queste residenze dell’aristocrazia romana, si tratti di senatori
romani o di pezzi grossi locali in altre città, è importante sottolineare che
non erano case private nel senso moderno del termine; non erano (o almeno
non esclusivamente) un luogo in cui fuggire dagli sguardi pubblici. C’erano,
senza dubbio, alcuni tranquilli rifugi, come quello di Cicerone ad Astura, e
certe parti della casa avevano un carattere più privato di altre. Ma, per molti
aspetti, l’architettura domestica serviva a promuovere la reputazione e
l’immagine pubblica dei più illustri romani, ed era all’interno delle loro
case che si svolgeva la maggior parte degli affari pubblici. L’atrium, o
grande sala in cui entrava di solito un visitatore subito dopo avere superato
la porta d’ingresso, era un punto di primaria importanza. Normalmente di
volume doppio rispetto agli altri ambienti, a cielo aperto, sfarzosamente
decorato con stucchi, pitture, sculture e prospiciente su magnifici
panorami, faceva da sfondo a numerosi incontri tra il padrone di casa e una
variegata moltitudine di subordinati, postulanti e clienti: da ex schiavi
bisognosi di aiuto a rappresentanti di delegazioni straniere, come quella di
Teo, che passavano da una casa all’altra per adulare i loro proprietari e
persuaderli alla propria causa. Oltre all’atrio, una tipica casa romana
comprendeva altre stanze di ricevimento, sale da pranzo, stanze da letto
(cubicula), passaggi coperti e giardini, se vi era spazio sufficiente; le pareti
delle varie stanze erano decorate in conformità alla loro funzione, da grandi
pannelli in pubblica vista fino a scene di carattere più intimo o erotico.
Quanto più era accolto nelle parti meno pubbliche della casa, tanto più
onorato era il visitatore. Gli affari con i colleghi e gli amici più stretti si
potevano svolgere, come dicevano i romani, in cubiculo, ossia in una di
quelle piccole e intime camere in cui si poteva anche dormire, ma che non
corrispondono perfettamente alla nostra camera da letto. Era in una di
queste stanze, possiamo supporre, che la Banda dei Tre stringeva i propri
accordi.
53. Le fondamenta di un più recente edificio soprastante (visibili sulla destra) hanno
sfondato quella che un tempo era stata una splendida stanza di una casa di epoca
repubblicana, la «Casa dei Grifi», sul Palatino. Il nome deriva dalle figure di grifoni in
stucco, una delle quali è visibile sul fondo. Il pavimento è decorato da un mosaico con un
semplice motivo a losanga. Le pareti sono articolate in pannelli colorati, a imitazione del
marmo. A lungo gli archeologi hanno pensato che questa fosse stata la casa di Catilina.
54. La pianta della «Casa del poeta tragico», a Pompei, fornisce una buona idea
dell’aspetto di una casa romana di moderata ricchezza, tra il II e il I secolo a.C. L’entrata,
piuttosto stretta, si incunea tra due negozi (a) che si affacciano sulla strada e conduce
nella sala principale, chiamata atrium (b). Al di là della sala di ricevimento ufficiale (c) si
trovavano una sala da pranzo (d) e un piccolo giardino colonnato (e). Tra le altre stanze,
alcune delle quali al piano superiore, vi erano i cubicula, dove venivano accolti gli ospiti
più importanti, per affari come per piacere.
La casa e la sua decorazione contribuivano a promuovere l’immagine del
proprietario. Ma questo sfoggio doveva essere accuratamente equilibrato
per evitare la possibile accusa di lusso eccessivo. Si alzarono molte
sopracciglia, per esempio, quando Scauro decise di utilizzare per l’atrio
della sua casa sul Palatino parte delle trecentottanta colonne che aveva fatto
trasportare a Roma per decorare un teatro provvisorio che egli stesso aveva
fatto allestire per alcuni spettacoli pubblici. Erano alte più di undici metri e
in marmo luculleo, una varietà greca particolarmente preziosa, così
chiamata dal nome di colui che per primo l’aveva fatta importare a Roma,
Lucio Licinio Lucullo (l’immediato predecessore di Pompeo nella guerra
contro Mitridate). Molti romani ritennero che Scauro avesse commesso un
grave sbaglio facendo adornare la sua casa in uno stile eccessivamente
lussuoso, più adeguato a monumenti pubblici. Sallustio non fu il solo a
pensare che questa immorale stravaganza fosse in qualche modo all’origine
di molti problemi di Roma.
Nelle sue lettere, in molte occasioni, Cicerone appare preoccupato su
come decorare appropriatamente le sue ville, su come proiettare
un’immagine di sé quale uomo raffinato, colto e conoscitore della cultura
greca, nonché, sebbene non sempre con successo, su come procurarsi le
opere d’arte che gli servivano a tal fine. Un intricato problema che dovette
affrontare nel 46 a.C. rivela alcune delle sue preoccupazioni. Un suo agente
aveva acquistato a suo nome in Grecia una piccola collezione di statue, che,
tuttavia, risultò troppo costosa (per lo stesso prezzo, spiega, avrebbe potuto
comprare un appartamento) e non adatta a ciò che aveva in mente.
Innanzitutto, c’era una statua del dio della guerra Marte, mentre Cicerone
voleva presentarsi come il grande difensore della pace. Peggio ancora, c’era
un gruppo di baccanti, le sfrenate, estatiche e ubriache seguaci del dio
Bacco, che non potevano certamente essere utilizzate per decorare una
biblioteca come Cicerone intendeva: in una biblioteca, spiegava, ci vogliono
delle Muse, non delle baccanti.
Non sappiamo se Cicerone sia riuscito a vendere queste statue, come si
augurava, o se siano invece finite in un magazzino in qualcuna delle sue
proprietà. Ma la vicenda è indicativa di come, a Roma, tanto gli spazi privati
quanto quelli pubblici fossero affollati di opere d’arte, originali o copie,
alimentando così un vivace commercio con il mondo greco. I resti materiali
di questo commercio sono documentati dai carichi non giunti a
destinazione, naufragati insieme alle navi romane che li trasportavano e
ritrovati dagli archeologi sul fondo del Mediterraneo. Una delle scoperte più
stupefacenti è quella di una nave affondata, probabilmente attorno al 60
a.C. (a giudicare dalle monete ritrovate), tra Creta e la punta meridionale
del Peloponneso, vicino all’isola di Antikythera (da cui deriva il nome
moderno della scoperta: «il relitto di Antikythera»). Trasportava sculture di
bronzo e di marmo, compresa una magnifica figurina di bronzo collocata su
una base girevole a molla, mobilio di lusso, eleganti coppe di vetro e,
soprattutto, il celebre «meccanismo di Antikythera»: un complicato
strumento di bronzo con un meccanismo a orologio, apparentemente per
calcolare i movimenti dei pianeti e altri eventi astronomici. Benché appaia
eccessivo definirlo, come talvolta è stato fatto, il primo computer del
mondo, doveva probabilmente essere destinato alla biblioteca di qualche
appassionato scienziato romano.

55. Alcune sculture recuperate dal relitto di Antikythera trasmettono l’impressione di


parziale disfacimento. Come nel caso di questo – un tempo magnifico – esempio, in alcune
parti il marmo si è corroso, mentre in altre si è preservato in perfette condizioni, a seconda
di come si erano depositate sul fondo del mare e se erano state protette o meno da uno
strato di sabbia.

Comunque, il rapporto fra i ricchi romani della tarda età repubblicana e


le loro proprietà era, per certi aspetti, piuttosto curioso. Cicerone e i suoi
amici si identificavano profondamente con le proprie case. Oltre alla
disposizione attentamente curata di sculture e altre opere d’arte, nell’atrio
delle case delle famiglie aristocratiche erano esposte le maschere in cera
(imagines) degli antenati che venivano indossate durante le processioni
funerarie. Sulle pareti dell’atrio di solito era dipinto l’albero genealogico
della famiglia, e vi potevano essere appese anche le spoglie che il
proprietario (o un suo antenato) aveva conquistato in battaglia, il simbolo
supremo della gloria romana. Viceversa, se la fortuna politica girava, anche
la casa poteva diventare un bersaglio. Quando, nel 58 a.C., Cicerone fu
costretto ad andare in esilio, Clodio e i suoi scagnozzi distrussero la sua
abitazione sul Palatino, e gravi danni subirono anche le sue ville di Formia e
Tuscolo. E non era certo il primo ad avere subìto questo genere di
punizione. In prossimità dell’inizio mitico di una lunga serie di tali casi, un
politico radicale chiamato Spurio Melio, verso la metà del V secolo a.C.,
venne condannato a morte e giustiziato e la sua casa abbattuta dopo che –
con una classica deduzione tipica dei conservatori romani – la sua
generosità verso i poveri aveva destato il sospetto che ambisse alla tirannia.
Per un altro aspetto, invece, il legame tra casa e famiglia era
sorprendentemente blando. A differenza, per esempio, dell’aristocrazia
britannica, che assegna tradizionalmente grande valore alla continuità nel
possesso delle proprie residenze di campagna, l’élite romana comprava,
vendeva e traslocava quasi in continuazione. È vero che Cicerone rimase
legato ad alcune proprietà di famiglia ad Arpino; ma acquistò la sua casa
sul Palatino soltanto nel 62 a.C., da Crasso, il quale l’aveva probabilmente
comprata come investimento e non per farne la propria residenza. In
precedenza, sul medesimo sito, sorgeva la casa di Livio Druso, nella quale
era stato assassinato nel 91 a.C. La villa di Tuscolo, nei venticinque anni
precedenti all’acquisto di Cicerone (all’inizio degli anni Sessanta del I
secolo a.C.), era passata da Silla a un senatore molto conservatore, Quinto
Lutazio Catulo, e infine a un ricco ex schiavo, chiamato Vettio. Al momento
della vendita, le maschere che si trovavano nell’atrio erano probabilmente
imballate e trasportate nella nuova abitazione. Curiosamente, le spoglie di
vittoria rimanevano invece nella casa in cui erano state appese e non
seguivano la famiglia di colui che le aveva conquistate. In uno degli attacchi
che poi lancerà contro di lui, Cicerone lamenta che Marco Antonio vivesse e
gozzovigliasse ubriaco nella casa che un tempo era appartenuta a Pompeo,
con ancora appesi alle pareti dell’ingresso i rostri catturati dalle navi
nemiche probabilmente nella campagna contro i pirati.
Questo volume di acquisti e vendite di proprietà immobiliari solleva
diverse domande. Le somme in gioco erano estremamente elevate. Nel 62
a.C. Cicerone dovette pagare più di tre milioni e mezzo di sesterzi per la sua
nuova casa sul Palatino; ma non abbiamo praticamente alcuna informazione
su come venissero effettuati simili pagamenti. Non è affatto probabile che
gli schiavi di Cicerone guidassero carri carichi di denaro per le strade di
Roma sotto scorta armata. L’intera transazione fa supporre invece o l’uso di
lingotti d’oro, che avrebbe almeno richiesto un minor numero di carri, o,
più verosimilmente, una qualche forma di certificazione o obbligazione
cartacea, presupponendo quindi un sistema bancario e creditizio
relativamente raffinato, di cui abbiamo però soltanto vaghe testimonianze.
Domanda di importanza ancora più essenziale e preliminare: da dove
arrivava tutto questo denaro? Subito dopo avere comprato la casa sul
Palatino, Cicerone, in una lettera al suo amico Publio Sestio, racconta in
maniera scherzosa di essere talmente pieno di debiti da essere «pronto a
unirmi a una cospirazione, se soltanto ce ne fosse una che mi voglia
accettare»: una salace allusione alla congiura di Catilina, appena un anno
prima. I prestiti avevano senz’altro un ruolo notevole, ma dovevano essere
saldati, spesso con molta rapidità. Cicerone, per esempio, era sul punto di
saldare a Giulio Cesare un prestito di quasi un milione di sesterzi, ma lo
scoppio della guerra civile rese la cosa imbarazzante.
Quali erano, dunque, le fonti di reddito di Cicerone? Come era riuscito,
da un retroterra locale relativamente benestante, a diventare uno dei grandi
ricchi di Roma, anche se non certamente il più ricco? Alcuni indizi e
allusioni nelle sue lettere ci aiutano a ricostruire parte del quadro.
Innanzitutto, un fatto di segno negativo: non c’è alcuna testimonianza
che Cicerone avesse concreti interessi di tipo commerciale. A rigor di
termini, ai senatori era impedito l’esercizio del commercio oltremare, e la
ricchezza dell’élite politica romana fu sempre ufficialmente definita dalla
terra, e in essa radicata. Ciononostante, alcune famiglie senatorie
partecipavano indirettamente a imprese commerciali, o attraverso relazioni
di parentela con famiglie non di rango senatorio o usando un proprio ex
schiavo come prestanome. La famiglia di Publio Sestio, il senatore con il
quale Cicerone scherzava a proposito dei propri debiti, ce ne fornisce un
esempio perfetto. Migliaia di anfore di vino con stampata la scritta «S ES » o
«S ES T» sono state rinvenute in tutto il Mediterraneo, dalla Spagna fino ad
Atene, con particolare concentrazione nella Gallia meridionale, dove un
relitto al largo di Marsiglia ha restituito circa millesettecento anfore. Sono la
concreta testimonianza di una vasta attività commerciale di esportazione
associata ad alcuni membri della famiglia dei Sestii, che sappiamo avere
posseduto alcune proprietà vicino alla città di Ansedonia, nell’Italia
settentrionale, dove è venuta alla luce un’altra concentrazione dello stesso
tipo di anfore con il medesimo stampo. Chiunque fosse ufficialmente a
capo di questa attività, i profitti giungevano senz’altro fino ai livelli
senatoriali della famiglia dei Sestii. Ma non si ha alcuna prova che Cicerone
fosse coinvolto in attività di questo genere, a parte qualche vaga e snobistica
diffamazione da parte dei suoi avversari sul fatto che suo padre aveva
lavorato nel settore delle lavanderie.
Parte del denaro di Cicerone arrivava, in modo del tutto tradizionale,
dalle rendite e dai prodotti dei suoi terreni agricoli, notevolmente
incrementati dalle proprietà che facevano parte della dote di Terenzia. Ma
Cicerone poteva contare su altre due primarie fonti di notevoli risorse. La
prima era costituita da lasciti ricevuti da persone che non appartenevano
alla cerchia dei suoi parenti più stretti. Nel 44 a.C. affermò di avere ricevuto
in questo modo la somma complessiva di venti milioni di sesterzi. Non
siamo in grado di identificare tutti i suoi benefattori; ma molti di questi
lasciti devono essere stati rimborsi ottenuti da coloro che aveva aiutato in
varie circostanze, ex schiavi che si erano arricchiti o clienti particolarmente
soddisfatti di come erano stati difesi in tribunale. Agli avvocati romani era
espressamente proibito ricevere compensi per i loro servizi; e si ripete
giustamente che il vero guadagno ottenuto da Cicerone per le cause di alto
profilo da lui sostenute fosse il prestigio pubblico. Ma spesso c’era anche un
ritorno economico, in qualche forma indiretta. Publio Silla, nipote del
celebre dittatore, non fece certamente cosa inusitata ricompensando
Cicerone per la sua difesa in un processo. Gli prestò due milioni di sesterzi
per l’acquisto della casa sul Palatino, e sembra che non sia stato mai chiesto
il saldo del debito.
56. Il sito del relitto di Marsiglia fu esplorato negli anni Cinquanta da una squadra di
subacquei in collaborazione con Jacques Cousteau. La fotografia mostra soltanto una
parte del carico di anfore provenienti dall’Italia che la nave stava trasportando.

La seconda fonte di ricchezza di Cicerone era la provincia che gli fu


assegnata. Pur vantandosi, forse giustamente, di non avere mai infranto la
legge per estorcere denaro ai provinciali, nel 50 a.C. egli lasciò la Cilicia con
le sacche piene di oltre due milioni di sesterzi in valuta locale. Non ci è dato
sapere in che modo li avesse accumulati: probabilmente una combinazione
tra spilorceria sul proprio fondo di spesa e guadagni ottenuti dalla sua
piuttosto insignificante vittoria, compresa la vendita dei prigionieri come
schiavi. Al termine del mandato, anziché portare il denaro con sé in Italia,
lo depositò presso una compagnia di publicani a Efeso, ricorrendo
evidentemente a qualche forma di trasferimento dei fondi non in contanti.
Ma la guerra civile fece ben presto naufragare qualsiasi progetto a lungo
termine egli avesse in mente su come utilizzarlo. All’inizio del 48 a.C.
Pompeo aveva bisogno per la guerra di tutto il denaro che si poteva
raccogliere, e Cicerone accettò di prestargli quei due milioni di sesterzi,
cosa che probabilmente contribuì ad aumentare la sua irritazione mentre si
trovava nell’accampamento. Non abbiamo alcun indizio per farci supporre
che abbia avuto mai indietro il suo denaro. I guadagni tratti da una guerra
combattuta contro un nemico straniero finirono, come già molti altri, per
finanziare una guerra tra romani.
«Proprietà umane»
Tra le proprietà di Cicerone c’erano anche esseri umani. Nelle sue lettere
egli menziona soltanto poco più di una ventina di schiavi in tutto: un
gruppo di sei o sette ragazzi usati come messaggeri, alcuni segretari,
soprintendenti e «lettori» (che leggevano per il loro padrone libri o altri
documenti a voce alta), nonché un attendente, un artigiano, un cuoco, un
domestico e uno o due contabili. In realtà, il personale di famiglia doveva
essere ben più numeroso. La gestione di venti proprietà presuppone un
personale minimo di almeno duecento individui, sebbene alcune di esse
non fossero che modeste casette e altre rimanessero inutilizzate per vari
mesi all’anno: bisognava curare i giardini, eseguire varie riparazioni,
rifornire di combustibile le fornaci, garantire la sicurezza; per non parlare
dei campi da coltivare nelle fattorie agricole. L’indifferenza dei padroni nei
confronti dei propri schiavi è ben rilevata dal fatto che Cicerone non si curi
affatto della maggior parte di essi; quelli che menziona nelle sue lettere,
come messaggeri e segretari, sono direttamente collegati alla scrittura e alla
consegna di queste ultime.
Secondo una stima alquanto approssimativa, alla metà del I secolo a.C. in
Italia potevano esserci tra un milione e mezzo e due milioni di schiavi, che
costituivano probabilmente circa il 20 per cento della popolazione totale. In
comune avevano la caratteristica essenziale di essere proprietà umane di un
altro essere umano; ma, a parte questo, avevano retroterra culturali e stili di
vita altrettanto diversificati di quelli dei liberi cittadini. Non esistevano
un’immagine e una realtà tipiche dello schiavo. Alcuni degli schiavi di
Cicerone, per esempio, erano stati probabilmente ridotti a tale condizione
dopo la sconfitta in guerra. Altri erano il frutto di uno spietato commercio
che lucrava sul traffico di individui provenienti dai margini dell’impero.
Altri ancora erano stati forse «salvati» dall’esposizione o nati da donne
schiave già di sua proprietà. Nel corso dei secoli successivi, parallelamente
al ridursi delle guerre romane di conquista, questo «allevamento interno»
divenne, in misura sempre maggiore, la principale fonte di rifornimento,
obbligando le schiave a un ciclo di gravidanze sostanzialmente identico a
quello delle donne libere. In termini più generali, le condizioni di vita e di
lavoro degli schiavi andavano da semplicemente atroci e disperate fino a
quasi agiate e lussuose. I numerosi e angusti cubicoli ricavati sotto
l’imponente casa di Scauro non erano la peggiore sistemazione che uno
schiavo poteva temere. Alcuni, impiegati in grandi produzioni industriali o
agricole, erano tenuti di fatto in prigionia. Molti venivano picchiati. In
effetti, la possibilità di subire punizioni corporali era proprio ciò che
contraddistingueva uno schiavo (mastigia era uno dei soprannomi più
comuni). C’era tuttavia una piccola minoranza di schiavi (che dominano
nelle testimonianze sopravvissute) il cui stile di vita quotidiano deve essere
sembrato più che invidiabile ai poveri e affamati liberi cittadini romani. Ai
loro occhi, gli schiavi che facevano da assistenti ai ricchi uomini nei lussuosi
palazzi, i loro dottori o consiglieri letterari, di solito schiavi colti di origine
greca, conducevano una vita comoda e agiata.
Anche l’atteggiamento della popolazione libera nei confronti dei propri
schiavi e della schiavitù in quanto istituzione era estremamente vario e
ambivalente. Nei proprietari, disprezzo e sadismo si univano a un certo
grado di timore e preoccupazione per la loro dipendenza e vulnerabilità,
come rivelano numerosi aneddoti e detti popolari. «Tutti gli schiavi sono
nemici»: ecco un tipico esempio di saggezza romana. Durante il regno
dell’imperatore Nerone, quando qualcuno ebbe la brillante idea di fare
indossare agli schiavi delle uniformi, la proposta fu rifiutata perché avrebbe
rivelato agli stessi schiavi quanto fossero numerosi. Tuttavia, ogni tentativo
di tracciare una chiara e coerente linea di demarcazione tra schiavi e liberi,
o di definire l’inferiorità degli schiavi (erano cose o persone?, come si
domandavano alcuni antichi teorici), era necessariamente ostacolato e
impedito dalla prassi sociale. In molti contesti, gli schiavi e i liberi
lavoravano a stretto contatto. Nelle officine, per esempio, gli schiavi
potevano essere amici e confidenti, oltre che un bene mobile. E facevano
parte della famiglia romana: la parola latina familia include costantemente i
suoi membri liberi e non liberi (cfr. tavole 16 e 17).
Per molti, la schiavitù era comunque una condizione soltanto
temporanea, cosa che aumenta ulteriormente la confusione concettuale.
L’abitudine romana di liberare un numero molto elevato di schiavi può
essere stata motivata da ogni genere di fredde considerazioni pratiche: per
esempio, era senza dubbio più economico dare agli schiavi la libertà
anziché mantenerli in vecchiaia, quando ormai non erano più produttivi.
Ma questo era un aspetto cruciale della diffusa immagine di Roma come
cultura aperta, e rese il corpo cittadino romano il più etnicamente
diversificato di tutto il mondo premoderno (e fu un’altra causa di
preoccupazione). La domanda era: i romani liberavano un numero eccessivo
di schiavi? Li liberavano per ragioni sbagliate? E quale ne era la
conseguenza per una certa idea della romanità?
Nella maggior parte dei casi in cui Cicerone cita non semplicemente di
sfuggita i suoi schiavi, il motivo è che qualcosa era andato storto, e le sue
reazioni rivelano parte delle ambiguità e delle tensioni del vivere
quotidiano. Nel 46 a.C. scrisse a un suo amico, allora governatore della
provincia dell’Illirico, sulla costa orientale dell’Adriatico, per confidargli un
problema. Il suo bibliotecario, uno schiavo di nome Dionisio, gli aveva
rubato alcuni libri e poi, temendo di essere scoperto, se l’era svignata. A
quanto pare, Dionisio era stato visto nell’Illirico (forse vicino alla sua casa
natale), dove aveva apparentemente affermato che Cicerone gli aveva
concesso la libertà. «Il danno materiale non è molto,» ammise Cicerone «ma
il mio dispetto è vivo.» Chiedeva al suo amico di tenere gli occhi aperti, ma,
a quanto sembra, inutilmente. Un anno dopo fu informato dal nuovo
governatore che il fuggitivo si era nascosto tra una popolazione locale, i
vardei, e che di lui non si sapeva più nulla, anche se Cicerone si immaginava
fantasiosamente di vederlo ricondotto a Roma ed esibito come prigioniero
in una processione trionfale.
Pochi anni prima aveva avuto lo stesso problema con un ex schiavo,
anch’egli bibliotecario, come racconta in una lettera ad Attico. Questo ex
schiavo, chiamato Crisippo (elegante e colto nome greco, reso famoso
soprattutto da un filosofo del III secolo a.C.), aveva ricevuto l’incarico di
accompagnare il figlio di Cicerone, Marco, allora circa quindicenne, e un
suo cugino poco più grande di lui dalla Cilicia a Roma. Ma a un certo punto
del viaggio Crisippo aveva abbandonato i due ragazzi. Chi se ne importa dei
suoi furtarelli, si lamentava Cicerone; la cosa insopportabile era la fuga,
dato che si riteneva che gli ex schiavi, anche dopo la concessione della
libertà, avessero degli obblighi nei confronti dei propri ex padroni. Cicerone
reagì ricorrendo a un cavillo legale per annullare la libertà di Crisippo e
riportarlo alla condizione di schiavo. Ma, naturalmente, ormai era troppo
tardi: Crisippo si era già dileguato.
È difficile giudicare quanto sia accurata la versione ciceroniana di queste
vicende. Era facile vendere libri rubati a Roma? Dionisio li aveva usati per
pagarsi la fuga? Cicerone credeva che li avesse ancora con sé (il mercato dei
libri non sarà stato certo molto fiorente tra i vardei)? Oppure questo furto
era il parto della paranoia e dell’ossessione di Cicerone per la sua
biblioteca? Quale che sia la verità, questi racconti ci offrono un utile
antidoto all’immagine del risentimento e della resistenza dello schiavo
personificata da Spartaco. Ben pochi schiavi arrivarono a uno scontro
frontale con le autorità romane, e ancor meno con le loro legioni. La
maggior parte reagiva ai propri padroni nello stesso modo dei due casi
citati, vale a dire fuggendo, dandosi alla macchia e, se interrogata,
rispondendo di essere stata già liberata, quasi sempre senza che vi fosse la
possibilità di controllare la veridicità dell’affermazione. Per quanto riguarda
Cicerone, se ne ricava l’immagine di un uomo per il quale il suo personale
di schiavi poteva realmente diventare una sorta di nemico interno, anche se
ciò per lo più si riduceva a piccoli furtarelli, e per il quale la differenza tra
schiavi che aveva liberato e schiavi ancora in suo possesso era ben meno
concreta di quanto molti storici moderni vorrebbero farci credere. Non deve
quindi sorprendere che, sebbene libertus (schiavo emancipato) sia il termine
consueto per un ex schiavo, in molte occasioni sia utilizzata la parola servus
(schiavo) anche per uno schiavo liberato. La sola eccezione significativa in
questo quadro è offerta dal rapporto di Cicerone con il suo schiavo
segretario Tirone, l’uomo al quale l’immaginario medievale attribuiva
l’invenzione di una ben nota forma di stenografia. Le origini di Tirone sono
completamente ignote, a meno che non si dia ragione ai pettegolezzi
romani, secondo i quali, dato il profondo affetto che Cicerone aveva per lui,
doveva essere un suo figlio naturale. Fu liberato con una sfarzosa cerimonia
nel 54 o nel 53 a.C., e divenne cittadino romano con il nome di Marco Tullio
Tirone. Il rapporto di Tirone con la famiglia di Cicerone è stato spesso
considerato il «volto accettabile» dello schiavismo romano. Molte lettere di
membri della famiglia a lui indirizzate (non ci rimane nessuna risposta)
sono colme di affetto, confidenze e spesso preoccupazione per la sua salute.
«Sono molto preoccupato per la tua salute» scrive Cicerone nel 49 a.C. «Ma
quantunque desideri intensamente di rivederti ... non cimentarti ad una
navigazione e ad un viaggio così lunghi ... se non ti senti bene in forze.» La
concessione della libertà fu salutata da gioiose felicitazioni e
autocongratulazioni. Quinto Cicerone, scrivendo al fratello dalla Gallia,
dove stava prestando servizio nell’esercito di Giulio Cesare, coglie il valore
di questo cambiamento di status:

Come sono lieto di quello che hai fatto per Tirone: immeritevole qual era di
quella condizione, tu ha voluto che fosse per noi un amico e non uno schiavo.
Leggendo la tua lettera, credilo, ho fatto un salto di gioia: te ne ringrazio e mi
congratulo.
Tirone sembra quasi incarnare il ruolo di una sorta di figlio sostitutivo
attorno al quale la famiglia, talvolta incrinata da dissensi, poteva
felicemente riunirsi. Ma, anche così, rimane una certa ambiguità, e la
schiavitù di Tirone non fu mai del tutto dimenticata. Parecchi anni dopo la
concessione della libertà, Quinto scrisse a Tirone per lamentarsi del fatto
che, ancora una volta, non gli era arrivata alcuna lettera da lui: «Ti ho dato
una bella bastonata, o almeno una silenziosa sgridata nella mia mente».
Solo un’innocua e bonaria presa in giro? Una battuta di cattivo gusto? O
invece un chiaro indizio che, agli occhi di Quinto, Tirone rimase sempre
qualcuno al quale si poteva comunque dare una bastonata?
Verso una nuova storia, di imperatori
Tirone sopravvisse al suo padrone. Cicerone, come vedremo nel prossimo
capitolo, incontrò una fine violenta nel dicembre del 43 a.C., e la stessa
sorte subì anche suo fratello Quinto. Tirone, a quanto sembra, visse fino al 4
a.C., e morì all’età di novantanove anni. Aveva trascorso gli anni successivi
alla morte di Cicerone promuovendo e curando la sua memoria,
contribuendo alla pubblicazione della sua corrispondenza e dei suoi
discorsi e scrivendo una biografia che, sebbene non si sia conservata,
divenne una fonte di informazione primaria per gli storici romani
posteriori. Pubblicò anche una vasta raccolta di sue battute. Un successivo
ammiratore di Cicerone affermò che la sua fama di persona spiritosa
sarebbe stata meglio servita se Tirone fosse stato un po’ più attento e
selettivo.
Tirone visse abbastanza a lungo per vedere l’affermazione di un nuovo
regime autocratico, con imperatori saldamente insediati sul trono di Roma,
mentre l’antica repubblica diventava un ricordo sempre più distante e
sfocato. Questo nuovo regime sarà il tema degli ultimi quattro capitoli del
nostro libro, che esaminano i circa duecentocinquant’anni che vanno
dall’assassinio di Cesare nel 44 a.C. fino al III secolo d.C., e più
precisamente alla svolta del 212 d.C., quando l’imperatore Caracalla
concesse la cittadinanza romana a tutti gli abitanti liberi dell’impero. E sarà
una storia molto diversa da quella dei primi sette secoli che abbiamo
studiato finora.
La storia romana di questo periodo è, per certi aspetti, molto più
familiare di tutta quella precedente. Fu nel corso di questi secoli che fu
edificata la maggior parte dei più celebri monumenti ancora ammirabili
nella città di Roma: dal Colosseo, eretto negli anni Settanta del I secolo d.C.
come sede di spettacoli di intrattenimento popolare, al Pantheon, innalzato
cinquant’anni dopo, sotto l’imperatore Adriano, il solo tempio antico
ancora visibile grosso modo nel suo stato originario (fu risparmiato grazie
alla sua trasformazione in chiesa cristiana senza significative ricostruzioni).
Persino nel Foro, dove si svolsero quasi tutte le grandi battaglie politiche
della repubblica, la maggior parte di quanto vediamo oggi fu costruita sotto
gli imperatori, non nell’età dei Gracchi, di Silla o di Cicerone.
Nel complesso, possediamo molte più testimonianze sul mondo dei
primi due secoli dell’èra cristiana, anche se nessun individuo può essere
conosciuto così a fondo come Cicerone. E questo non solo per la
sopravvivenza di una notevole mole di nuove opere letterarie, poetiche o
storiche, benché sia certamente molto voluminosa e di forme sempre più
diversificate. Ci rimangono biografie di singoli imperatori piene di
pettegolezzi; ciniche satire, dalla penna di Giovenale e altri autori, che
scaricano tutta la loro derisione sui pregiudizi romani; e fantasmagoriche
novelle, compreso il celebre Satyricon di Gaio Petronio Arbitro, prima amico
e poi vittima dell’imperatore Nerone, che – duemila anni dopo – Federico
Fellini ha trasposto in un altrettanto celebre film. È la boccaccesca storia di
un gruppo di bricconi che girano per l’Italia meridionale, con tanto di orge,
ostelli malfamati con i letti pieni di pulci, e un memorabile ritratto-parodia
di un ricco e volgare ex schiavo, Trimalcione, che, molti secoli dopo, per
poco non diede il proprio nome a un altro classico: il titolo provvisorio de Il
grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald era Trimalchio at West Egg.
Il vero e più profondo mutamento riguarda invece i documenti incisi su
pietra. Ne abbiamo già esaminati alcuni risalenti ai secoli precedenti, come
l’epitaffio di Scipione Barbato o l’iscrizione quasi indecifrabile del cippo del
Foro, con la menzione del termine rex. Ma nei secoli più antichi questo tipo
di documenti era piuttosto raro. A partire dal I secolo a.C., per ragioni che
nessuno è mai riuscito a spiegare per davvero, assistiamo a un’esplosione
delle iscrizioni su pietra e bronzo. In particolare, ci rimangono migliaia e
migliaia di epitaffi da tutte le regioni dell’impero, commemoranti persone
relativamente comuni, o almeno con mezzi sufficienti per permettersi di
commissionare un monumento a propria eterna memoria, per quanto
modesto. Queste iscrizioni talvolta si limitano a menzionare il nome e la
professione del defunto («venditore di perle», «pescivendolo», «levatrice»,
«panettiere»), e in altri casi raccontano le vicende di una vita intera. Una
stele particolarmente espressiva commemora una donna dalla pelle
candida, con splendidi occhi e seni minuti, la quale faceva parte di un
ménage à trois interrotto dalla sua morte. Ci sono anche migliaia di brevi
biografie di illustri cittadini incise sui plinti delle loro statue disseminate in
tutti gli angoli del mondo romano, nonché lettere di imperatori e decreti del
Senato orgogliosamente esposti in forma monumentale nelle più remote
comunità dell’impero. Se compito dello storico della Roma più antica è
spremere fino in fondo ogni singola testimonianza per ricavare tutto quanto
può dire, a partire dal I secolo a.C. il problema diventa come selezionare le
testimonianze che possono fornirci le informazioni più interessanti.
Una differenza ancora maggiore, tuttavia, nella ricostruzione di questa
fase della storia romana sta nel fatto che ora dobbiamo in larga misura fare
a meno del lusso, o del vincolo, della cronologia. Questo si deve in parte
all’espansione geografica del mondo romano. Non c’è una singola trama
narrativa che colleghi, in modo utile o rivelatore, la storia della Britannia
romana con quella dell’Africa romana. Ci sono innumerevoli microstorie e
numerose storie di diverse regioni che non si fondono in un insieme
coerente e che, esposte una per una, comporrebbero un libro tutt’altro che
chiaro e illuminante. Ma si deve anche al fatto che, dopo l’affermazione del
regime autocratico alla fine del I secolo a.C., per oltre due secoli a Roma
non ci furono mutamenti significativi. L’autocrazia rappresentava, in un
certo senso, la fine della storia. Ci fu, naturalmente, ogni genere di eventi:
battaglie, assassinii, fasi di stallo politico, nuove iniziative e invenzioni; e i
partecipanti avevano innumerevoli ed eccitanti storie da raccontare e
argomenti su cui dibattere. Ma, a differenza delle vicende della repubblica e
dell’affermazione del potere imperiale, che rivoluzionarono quasi ogni
aspetto del mondo romano, tra la fine del I secolo a.C. e la fine del II secolo
d.C. non si verificarono fondamentali cambiamenti nella struttura della
politica, dell’impero o della società romana.
Quindi, nel prossimo capitolo, inizieremo esaminando come, dopo
l’assassinio di Giulio Cesare, l’imperatore Augusto riuscì a fondare e
imporre saldamente un regime autocratico (forse la rivoluzione più decisiva
nella storia di Roma) e poi analizzeremo le strutture, i problemi e le
tensioni che sostennero e minarono quel sistema nel corso dei due secoli
successivi. Il variegato cast di personaggi include senatori dissidenti, clienti
ubriaconi delle taverne romane e cristiani perseguitati (e, agli occhi dei
romani, piuttosto seccanti). La grande domanda è: qual è il modo migliore
per comprendere il mondo dell’impero romano sotto il comando di un
imperatore?
IX
LE TRASFORMAZIONI DI AUGUSTO
L’erede di Cesare
Le idi di marzo del 44 a.C., quando Cesare venne assassinato, Cicerone era
probabilmente seduto in Senato, testimone oculare di un caotico e quasi
fallito omicidio. Una banda di una ventina di senatori si accalcò attorno a
Cesare con il pretesto di consegnargli una petizione. Un senatore di minor
conto diede il segnale per l’attacco inginocchiandosi ai piedi del dittatore e
tirandogli la toga. Gli assassini non furono molto precisi nei loro colpi, o
forse rimasero come storditi dal terrore. Uno dei primi fendenti sferrati con
la daga mancò l’obiettivo e diede a Cesare la possibilità di difendersi con la
sola arma che aveva a portata di mano: lo stilo appuntito della sua penna.
Secondo uno dei più antichi resoconti che ci siano pervenuti, scritto una
cinquantina d’anni dopo da Nicola Damasceno, uno storico greco di Siria
che si basava probabilmente su descrizioni di testimoni oculari, diversi
assassini rimasero colpiti da «fuoco amico»: Gaio Cassio Longino si lanciò
contro Cesare ma finì per ferire Bruto; un altro colpo non andò a segno,
prendendo invece la coscia di un congiurato.
Crollando a terra, Cesare gridò in greco a Bruto: «Anche tu, figlio?», che
era una minaccia («Ti prenderò, ragazzo!») oppure un amaro rimorso per la
slealtà di un giovane amico, o persino, come insinuò qualche sospettoso
contemporaneo, la finale rivelazione che Bruto era in realtà il figlio naturale
di Cesare e che quindi non commetteva semplicemente un assassinio ma un
parricidio. La celebre frase latina Et tu, Brute? («Anche tu, Bruto?») è
un’invenzione di Shakespeare. I senatori se la diedero a gambe; quanto a
Cicerone, se era davvero presente, non si sarà probabilmente comportato
più coraggiosamente degli altri. Ma la fuga era impedita da una folla di
migliaia di persone che, proprio in quel momento, stavano uscendo dal
vicino teatro di Pompeo, al termine di uno spettacolo di gladiatori. Quando
la folla ebbe notizia di quel che era accaduto, cercò di tornarsene al sicuro
della propria casa il più in fretta possibile, malgrado Bruto provasse a
rassicurarla che non c’era alcun motivo di preoccuparsi e che le notizie
erano buone, non cattive. La confusione aumentò ulteriormente quando
Marco Emilio Lepido, uno dei più stretti collaboratori di Cesare, lasciò il
Foro per adunare alcuni soldati stazionati appena fuori dalla città, e poco
mancò che si imbattesse in un gruppo di assassini provenienti dalla
direzione opposta per annunciare la loro vittoriosa impresa, seguiti a breve
distanza da tre schiavi che stavano portando su una lettiga il corpo di
Cesare a casa sua. Essendo soltanto in tre, la cosa non risultò facile, e si
raccontava che le braccia ferite del dittatore pendessero lugubremente fuori
dalla lettiga.
Quella sera Cicerone incontrò Bruto e altri «liberatori» sul Campidoglio,
dove si erano asserragliati. Cicerone non aveva fatto parte del complotto,
ma alcuni dissero che Bruto aveva gridato il suo nome mentre affondava la
spada nel corpo di Cesare; in ogni caso, come anziano e illustre statista,
poteva essere un’utile figura di rappresentanza da avere al proprio fianco
all’indomani dell’attentato. Il consiglio di Cicerone fu molto chiaro:
dovevano subito convocare il Senato sul Campidoglio. Ma costoro esitarono,
lasciando così l’iniziativa ai seguaci di Cesare, che seppero sfruttare l’umore
popolare, certamente non a favore degli assassini, nonostante le successive
fantasie di Cicerone, secondo il quale la maggior parte dei comuni romani
in definitiva era convinta che il tiranno dovesse essere abbattuto. La
maggioranza continuava a preferire le riforme di Cesare (assistenza ai
poveri, insediamenti oltremare e occasionali distribuzioni di denaro) alle
altisonanti idee di libertà, che avrebbero potuto benissimo non essere altro
che un alibi per gli interessi personali dell’aristocrazia e il perdurante
sfruttamento delle classi inferiori, come avrebbero facilmente potuto
confermare le vittime delle estorsioni di Bruto a Cipro.
Pochi giorni dopo, Antonio organizzò un impressionante funerale per
Cesare, che includeva anche un modello di cera sospeso sopra il suo corpo,
per permettere al pubblico di vedere più facilmente tutte le ferite che aveva
ricevuto e il loro punto preciso. Scoppiò una rivolta, che si concluse con
un’improvvisata cremazione del cadavere nel Foro: il combustibile venne
fornito in parte dalle panche di legno prese dalle vicine aule di tribunale, in
parte dai vestiti che i musicisti si strapparono di dosso e scagliarono nelle
fiamme, e in parte dai gioielli che le donne gettarono in cima alla pira
insieme alle toghe dei loro fanciulli. Non ci furono, almeno all’inizio,
rappresaglie. Dopo le dimostrazioni che avevano accompagnato il funerale
di Cesare, Bruto e Cassio ritennero più sicuro lasciare la città, ma non
furono privati delle loro cariche politiche (erano entrambi pretori). A Bruto
fu persino concesso, nella sua qualità di pretore, di allestire una festività in
absentia; ma i cesariani sostituirono quasi immediatamente la commedia
che aveva intenzione di presentare (dedicata al primo Bruto e alla cacciata
dei Tarquini) con un’altra che aveva un tema meno scottante, tratto dalla
mitologia greca. Accogliendo una proposta di Cicerone, il Senato aveva
precedentemente stabilito che si dovessero ratificare tutte le decisioni di
Cesare, in cambio di un’amnistia per gli assassini. Era certamente una
tregua alquanto fragile, ma per il momento riuscì a evitare lo scoppio di
ulteriori violenze.
Le cose cambiarono quando, nell’aprile del 44 a.C., giunse a Roma l’erede
designato di Cesare, che fino a quel momento era rimasto sull’altra sponda
dell’Adriatico, impegnato nei preparativi per l’invasione della Partia.
Nonostante tutte le voci e le accuse, e quale che fosse il reale status del
ragazzino che Cleopatra aveva astutamente chiamato Cesarione, Cesare non
aveva riconosciuto nessun figlio legittimo. Perciò, nel testamento, aveva
preso l’inconsueta decisione di adottare il proprio pronipote, dichiarandolo
figlio suo nonché principale beneficiario della sua fortuna. Gaio Ottavio
aveva allora appena diciotto anni e quasi immediatamente cominciò a
sfruttare il celebre nome che aveva acquisito grazie all’adozione facendosi
chiamare Gaio Giulio Cesare, anche se i suoi avversari, e, per evitare
confusioni, quasi tutti gli scrittori moderni, lo chiamavano Ottaviano (vale a
dire «ex Ottavio»). Lui stesso non adoperò mai questo nome. Perché Cesare
lo abbia prescelto rimarrà sempre un mistero; ma Ottaviano aveva
certamente interesse ad assicurare che gli assassini dell’uomo che adesso
era ufficialmente suo padre non la passassero liscia e che nessuno dei suoi
numerosi possibili rivali, in primis Marco Antonio, indossasse i panni del
dittatore defunto. Cesare era per Ottaviano il passaporto per il potere: dopo
che, nel gennaio del 42 a.C., un Senato compiacente decretò che Cesare era
diventato un dio, Ottaviano iniziò a sfoggiare il suo nuovo titolo e rango:
«figlio di un dio». Ne seguì un decennio di guerra civile.
Ottaviano – o Augusto, come venne ufficialmente chiamato dopo il 27
a.C. (un titolo appositamente coniato, che significa grosso modo
«venerato») – dominò la vita politica romana per più di cinquant’anni, fino
alla sua morte nel 14 d.C. Superando di gran lunga i precedenti di Pompeo e
Cesare, fu il primo imperatore romano a mantenere il comando sino alla
fine: il suo è stato il regno più lungo di tutta la storia romana, sorpassando
perfino quello dei mitici Numa Pompilio e Servio Tullio. In qualità di
Augusto, trasformò la struttura della politica romana e dell’esercito, il
governo dell’impero, l’aspetto di Roma e il senso profondo di ciò che
rappresentava la potenza, la cultura e l’identità romana.
Nel corso di questa acquisizione e conservazione del potere, si trasformò
anche lo stesso Augusto, con una stupefacente metamorfosi da ribelle e
spietato signore della guerra a responsabile statista, simboleggiata proprio
dall’astuto mutamento di nome. Il suo passato in qualità di Ottaviano era
stato contrassegnato da crudeltà, scandali e illegalità. Si era aperto la strada
nella politica romana nel 44 a.C., usando un esercito privato e tattiche quasi
da colpo di stato. Poi, insieme ad altri, aveva messo in atto un terribile
pogrom sul modello delle proscrizioni sillane, e, se dobbiamo credere alla
tradizione romana, le sue mani erano letteralmente lorde di sangue.
Secondo una storia particolarmente raccapricciante, aveva personalmente
strappato gli occhi a un senatore sospettato di complottare ai suoi danni.
Non molto meno scioccante per la sensibilità romana era la storia di come
avesse impersonato, con noncurante atteggiamento, il dio Apollo durante
uno sfarzoso banchetto – seguito da una festa in costume – svoltosi mentre
la popolazione era ridotta alla fame per le devastazioni della guerra civile.
Come sia riuscito a lasciarsi alle spalle tutto ciò e diventare il padre
fondatore di un nuovo regime, nonché, agli occhi di molti, l’imperatore
modello e il termine di confronto per giudicare i suoi successori, è una
domanda che si posero già parecchi osservatori romani. E gli storici vi
hanno riflettuto e discusso fin da allora, dissentendo tanto sulla radicale
trasformazione da lui operata e sulla natura del suo nuovo regime quanto
sul fondamento stesso del suo potere e della sua autorità. Come riuscì a
realizzare i suoi obiettivi?
Il volto della guerra civile
Alla fine del 43 a.C., in poco più di diciotto mesi dal ritorno di Ottaviano in
Italia, la politica romana era stata completamente ribaltata. Bruto e Cassio
erano stati assegnati a province orientali e avevano abbandonato l’Italia.
Ottaviano e Antonio si erano prima affrontati in una serie di scontri militari
nell’Italia settentrionale, poi avevano nuovamente raggiunto un accordo
stipulando con Lepido un «triumvirato per la costituzione del governo». Si
trattava di un accordo ufficiale, con durata quinquennale, che assegnava a
ognuno di essi un potere pari a quello dei consoli, assicurando loro la
possibilità di scegliere la provincia che preferivano e il controllo delle
elezioni. Roma era caduta nelle mani di una junta.
E Cicerone era morto. Aveva commesso l’errore di parlare troppo
apertamente contro Antonio, e, nella nuova serie di massacri che fu il
principale risultato del triumvirato, il suo nome, insieme a quello di altre
centinaia di senatori e cavalieri, finì sulle temutissime liste di proscrizione.
Nel dicembre del 43 a.C. venne raggiunto e decapitato da una banda di
scherani, mentre, portato su una lettiga, cercava di fuggire da una delle sue
ville di campagna nell’inutile tentativo di darsi alla macchia (inutile perché
uno dei suoi ex schiavi aveva rivelato i suoi spostamenti). Fu un altro
simbolico finale per la repubblica romana, appassionatamente discusso nei
secoli successivi. In effetti, gli ultimi istanti di Cicerone furono
incessantemente reinterpretati nelle scuole oratorie di Roma, nelle quali la
domanda se avrebbe dovuto implorare misericordia da Antonio oppure (in
modo ancora più scaltro) offrire di distruggere tutti i suoi scritti in cambio
della propria vita era un classico tema di discussione nel programma di
studio. In realtà, quel che accadde dopo la sua morte fu molto più macabro
e sinistro. La sua testa e la sua mano destra furono inviate a Roma e appese
ai rostri del Foro. Fulvia, moglie di Antonio, e precedentemente sposata con
Clodio, altro acerrimo nemico di Cicerone, corse ad ammirare il trofeo. Si
raccontava che, nella sua selvaggia esaltazione, avesse staccato la testa dai
rostri e vi avesse sputato sopra, e poi ne avesse estratto la lingua
trafiggendola più volte con uno spillone che teneva nei capelli.
Ogni fragile tregua venne ora dimenticata. Nell’ottobre del 42 a.C. le
forze riunite dei triumviri sconfissero Bruto e Cassio nei pressi della città di
Filippi, nell’estremo nord della Grecia (uno dei temi principali del Giulio
Cesare di Shakespeare); dopodiché i vincitori iniziarono a volgersi ancora
più accanitamente uno contro l’altro. Così, quando da Filippi rientrò in
Italia per supervisionare un massiccio programma di confische terriere con
lo scopo di fornire una liquidazione a migliaia di soldati in congedo
pericolosamente insoddisfatti, Ottaviano si trovò ben presto costretto ad
affrontare l’opposizione armata di Fulvia e di Lucio Antonio, fratello di
Marco Antonio. I quali si erano fatti paladini della causa dei proprietari
terrieri espropriati ed erano persino riusciti a ottenere il controllo della città
di Roma, anche se solo per breve tempo. Ottaviano li assediò rapidamente
nella città di Perugia. All’inizio del 40 a.C. furono costretti ad arrendersi per
fame; ma si era ormai preparata la scena per più di un decennio di ulteriori
guerre, inframmezzate da brevi tregue, tra due schieramenti opposti che
pretendevano entrambi di rappresentare gli eredi di Cesare.
È spesso difficile dare un senso coerente alle mutevoli coalizioni e agli
altrettanto mutevoli obiettivi dei vari protagonisti nelle diverse fasi di
questo conflitto. Si possono azzardare soltanto ipotesi su quale particolare
combinazione di indecisione, riallineamento politico e interesse personale
abbia spinto Dolabella, già genero di Cicerone, a cambiare schieramento
per ben due volte nel giro di pochi mesi, e ad assumere infine un comando
militare contro i liberatori in Oriente, ingannando, torturando e
giustiziando lo sfortunato governatore d’Asia, e trovando la morte nel 43
a.C., mentre cercava senza successo di affrontare Cassio in Siria. «Qualcuno
avrà mai il talento necessario per mettere tutto questo per iscritto in modo
che assomigli alla verità dei fatti e non alla finzione?», si domandò
successivamente uno scrittore romano, sottintendendo chiaramente che la
risposta era no. Ma per quanto confusi siano i ruoli impersonati dai
principali protagonisti, questo conflitto ci offre, più di ogni altro della
precedente storia romana, l’opportunità di comprendere cosa significasse
questo tipo di guerra per il resto della popolazione d’Italia, civile e militare,
e persino di ascoltare la voce di alcune vittime innocenti.
57. Un frammento dell’epitaffio della moglie fedele. Sfortunatamente, i nomi dei due
coniugi non sono conservati, ma è chiaro che il marito era un importante senatore. XORIS ,
in alto a sinistra, è ciò che rimane di UXORIS («moglie»). Nel testo sottostante è raccontato
l’aiuto prestato dalla moglie durante la fuga del marito; nella seconda linea, per esempio,
AURUM MARGARITAQUE allude all’«oro e le perle» da lei inviatigli.

I poveri contadini che avevano perduto la propria terra nelle confische


ordinate dai triumviri sono descritti nella prima opera importante di
Virgilio, le Egloghe. Anche se in seguito divenne uno dei «poeti laureati» del
regime augusteo, alla fine degli anni Quaranta del I secolo a.C. mise in
risalto le ripercussioni della guerra civile sulla vita un tempo idilliaca e
innocente dei pastori dell’Italia rurale, con sullo sfondo la figura potente e
spesso minacciosa di Ottaviano. Pur cantando della vita e degli amori del
loro mondo pastorale, alcuni di questi rustici personaggi risultano essere
risentite vittime di espropri. «Un empio soldato possederà maggesi così
coltivati? Un barbaro queste messi?» si lamenta uno di essi. «Ecco dove la
discordia ha trascinato gli sventurati cittadini; per costoro seminavamo i
campi.»
Altri scrittori posero l’accento sul risvolto umano delle proscrizioni in
una serie di storie su astuti nascondigli, commoventi suicidi e la coraggiosa
fedeltà o la crudele slealtà di amici, parenti e schiavi. Una moglie
particolarmente ingegnosa aveva salvato la vita di suo marito infilandolo in
un sacco per la biancheria sporca; un’altra aveva gettato il proprio in una
fogna, il cui fetore aveva fermato i suoi aspiranti assassini. Due fratelli
erano riusciti a nascondersi dentro un grande forno; ma alla fine i loro
schiavi li avevano trovati e ne avevano immediatamente ucciso uno (per
vendicarsi della sua crudeltà, possiamo supporre), mentre l’altro era
fuggito, cercando di darsi la morte gettandosi nel Tevere: ma era stato tratto
in salvo da un gentile pescatore, che aveva creduto che vi fosse caduto
accidentalmente. Questi racconti letterari sono quasi certamente conditi da
abbellimenti di vario genere e grandi atti d’eroismo. Ma non sono molto
diversi dalla descrizione che una moglie fedele ci ha lasciato sul suo
epitaffio, nel quale racconta di essersi presentata di persona da Lepido a
implorarlo per la vita del marito e di essersene ritornata, dopo essere stata
brutalmente maltrattata, «piena di lividi, come se fosse una schiava»: prova
non soltanto del coraggio della donna ma anche della quasi automatica
connessione tra schiavitù e punizioni corporali.
Abbiamo anche qualche traccia per ipotizzare cosa pensassero i semplici
soldati. Nella città di Perugia e attorno a essa sono state portate alla luce
decine di piccoli proiettili di piombo che le forze assedianti di Ottaviano e
quelle di Lucio Antonio e Fulvia all’interno della città si scagliarono
reciprocamente contro. Molti di questi proiettili erano prodotti in stampi su
cui erano incisi brevi messaggi per il nemico. Non era cosa inconsueta:
alcuni più antichi proiettili greci recano scritte come «Beccato» o «Ahia», e
altri risalenti all’epoca della guerra sociale frasi come «Per Pompeo» (si
intende il padre di Pompeo il Grande) o «Dritto nelle vostre budella». Ma i
proiettili trovati a Perugia sono molto più eloquenti. Alcuni sono
particolarmente irridenti: «Siete ridotti alla fame e fate finta di non
esserlo», si legge su un proiettile sparato dentro la città, che proprio dalla
fame fu poi costretta ad arrendersi. Molti altri contengono messaggi con
allusioni volgarmente oscene a prevedibili parti anatomiche dei loro nemici,
maschili o femminili: «Lucio Antonio, crapa pelata, e anche tu, Fulvia,
aprite il vostro buco di culo»; «Sto andando dritto nel culo della signora
Ottavio»; «Vado dritto nel clitoride di Fulvia» (landica, «clitoride», l’esempio
più antico di questo termine in latino). Questa inquietante sovrapposizione
di violenza militare e sessuale, nonché il luogo comune romano per indicare
la calvizie, sono probabilmente un tratto caratteristico dell’umorismo
sconcio e dissacrante diffuso tra i legionari al fronte: un misto di
spavalderia, aggressività, misoginia e malcelata paura.

58. Proiettili di piombo, lunghi solo qualche centimetro, che uccidevano il nemico
inviandogli contemporaneamente un messaggio. Per ESUREIS ET ME CELAS («Siete ridotti alla
fame e fate finta di non esserlo») sono state proposte anche traduzioni diverse, tra cui
alcune con un senso esplicitamente erotico («Mi desiderate ardentemente...»). Sulla destra,
si legge la prima attestazione del termine landica, qui scritto al rovescio.

Lucio Antonio e Fulvia riconobbero la propria sconfitta all’inizio del 40


a.C. Non possiamo sapere quale ruolo abbia avuto Fulvia nel comando
militare: infatti, per i suoi avversari, uno dei modi più semplici di attaccare
Lucio, proprio come in seguito attaccarono suo fratello, era sostenere che
stesse condividendo il comando con una semplice donna. In ogni caso,
Fulvia ritornò da Marco Antonio in Grecia e poco dopo morì. Per qualche
tempo il triumvirato fu in qualche modo rimesso in piedi, e, come impegno
per il futuro, il vedovo Antonio si risposò con Ottavia, la sorella di
Ottaviano. Fu, tuttavia, una vuota promessa, perché ormai Antonio era già
stato travolto da quella relazione che lo ha reso celebre: viveva
sostanzialmente insieme a Cleopatra, regina d’Egitto, che gli aveva appena
dato due gemelli. A ogni modo, la coalizione a tre si ridusse presto a due
soltanto, perché Lepido, che era sempre rimasto in posizione subordinata,
ne fu escluso nel 36 a.C. Quando, nel 31 a.C., si giunse alla resa dei conti
finale, non c’erano dubbi su quale fosse la posta in gioco: chi avrebbe
dominato sul mondo romano? Ottaviano oppure Antonio, con Cleopatra al
suo fianco?
Quando Cesare era stato assassinato, Cleopatra si trovava a Roma, ospite
in una villa del dittatore poco fuori città. Era quanto di più lussuoso si
poteva acquistare a Roma, anche se probabilmente non all’altezza del
magnifico scenario della sua residenza ad Alessandria. Dopo le idi di
marzo, fece in fretta i bagagli e rientrò in Egitto («La fuga della regina non
mi dà fastidio» scrisse Cicerone ad Attico, con evidente sottovalutazione).
Ma non si allontanò dalla politica romana, per ovvie e pressanti ragioni:
aveva ancora bisogno di appoggi esterni per consolidare la propria
posizione di sovrana d’Egitto, e aveva denaro e altre risorse a sufficienza
per ricompensare chiunque fosse pronto ad aiutarla. Prima ebbe una
relazione con Dolabella, l’ex genero di Cicerone; poi, dopo la sua morte,
mise gli occhi su Marco Antonio. La loro relazione è stata sempre
presentata in termini erotici, come una fatale infatuazione da parte di
Antonio o come una delle più grandi storie d’amore della storia
dell’Occidente. La passione può avere avuto un ruolo; ma il loro rapporto si
fondava su qualcosa di ben più prosaico: necessità militari, politiche e
finanziarie.
Nel 40 a.C. Ottaviano e Antonio si erano in pratica divisi tra loro l’intero
mondo mediterraneo, lasciandone soltanto una piccola fetta a Lepido. Così,
per buona parte del decennio successivo Ottaviano operò in Occidente,
sbarazzandosi dei suoi nemici romani che ancora restavano in circolazione
(compreso il figlio di Pompeo il Grande, principale collegamento ancora
vivente con le guerre civili del decennio precedente) e conquistando nuovi
territori al di là dell’Adriatico. Nel frattempo, in Oriente, Antonio condusse
campagne militari di più alto profilo contro la Partia e l’Armenia, con
risultati oscillanti, malgrado le notevoli risorse di cui disponeva Cleopatra.
A Roma giungevano notizie sempre più strabilianti sulla vita di lusso che
la coppia conduceva ad Alessandria. Circolavano storie fantasiose sui loro
decadenti banchetti e sulla loro famigerata scommessa su chi sarebbe
riuscito a organizzare la cena più costosa di tutte. Secondo un racconto
particolarmente critico, vinse Cleopatra, apparecchiando una tavola del
valore di dieci milioni di sesterzi (praticamente pari a quello della villa più
lussuosa di Cicerone), compreso il costo di una perla favolosa che, in uno
sfoggio di sfarzo esagerato ma del tutto inutile, fece sciogliere nell’aceto e
poi bevve. Altrettanto preoccupante, agli occhi dei tradizionalisti romani,
era la percezione che Antonio stesse iniziando a trattare Alessandria come
se fosse Roma, fino al punto di celebrarvi la cerimonia tipicamente romana
del trionfo, dopo avere riportato qualche vittoria di poca importanza in
Armenia. «Per il piacere di Cleopatra concesse agli egizi le venerande e
solenni cerimonie del suo stesso paese», come scrive Plutarco, riferendo la
principale critica che gli venne rivolta.
Ottaviano sfruttò queste paure nel 32 a.C., con un gesto molto
drammatico. L’anno prima Antonio aveva divorziato da Ottavia; Ottaviano
rispose impadronendosi del testamento di Antonio e leggendone in Senato
le parti più incriminanti. Si scoprì così che Antonio riconosceva Cesarione
come figlio di Giulio Cesare, che aveva intenzione di lasciare grandi
quantità di denaro ai figli che aveva avuto da Cleopatra e che voleva essere
sepolto ad Alessandria al fianco della regina, anche se fosse morto a Roma.
Nelle strade di Roma si diffuse la voce che fosse deciso ad abbandonare la
città di Romolo e a trasferire la capitale in Egitto. È su questo sfondo che
scoppiò di nuovo la guerra. All’inizio del conflitto, nel 31 a.C., il denaro
avrebbe probabilmente potuto garantire la vittoria ad Antonio: aveva a
propria disposizione una quantità nettamente maggiore di truppe e di
denaro. Ma Antonio e Cleopatra persero la prima battaglia navale, presso
Azio (il nome latino Actium significa «promontorio»), nella Grecia
settentrionale, e non riuscirono più a riprendere in mano l’iniziativa. Di
fatto, la battaglia di Azio, nel settembre del 31 a.C., una delle più decisive
per la storia mondiale, che sancì la fine della repubblica romana, fu uno
scontro piuttosto modesto, leggermente banale (anche se probabilmente
proprio gli scontri più decisivi sono più modesti e banali di quanto
tendiamo a immaginare). La facile vittoria di Ottaviano fu merito del suo
secondo in comando, Marco Agrippa, che riuscì a tagliare le linee di
rifornimento dei nemici, e di alcuni disertori ben informati che rivelarono i
piani avversari; ma vi contribuirono anche gli stessi Antonio e Cleopatra,
che scomparvero semplicemente dalla scena. Non appena si convinsero che
le forze di Ottaviano stavano prevalendo, si diedero frettolosamente alla
fuga, ritirandosi dalla Grecia in Egitto con una piccola squadra di navi e
abbandonando il resto dei propri soldati e marinai, che,
comprensibilmente, rinunciarono a combattere.
L’anno seguente Ottaviano fece vela su Alessandria per portare a termine
il lavoro. In quella che è stata spesso presentata come una tragica farsa,
Antonio, credendo che Cleopatra fosse già morta, si pugnalò, ma morì solo
dopo avere scoperto che era ancora viva. A quanto si dice, qualche giorno
dopo si suicidò anche la regina, facendosi mordere da un serpente che era
stato fatto entrare nei suoi alloggiamenti nascosto in un cestino di frutta.
Secondo la versione ufficiale, si tolse la vita per non dare a Ottaviano la
soddisfazione di esibirla nella sua processione trionfale: «Non sarò mai
costretta a subire un trionfo», avrebbe mormorato più e più volte. Ma le
cose non furono probabilmente così semplici o shakespeariane. Il suicidio
per morso di serpente non è cosa che si compia con facilità, e, in ogni caso, i
serpenti più velenosi sarebbero stati troppo pesanti e vistosi per essere
nascosti in un cestino di frutta, seppure di fattura regale. Anche se in
pubblico Ottaviano si rammaricò di avere perso il pezzo più prezioso per il
suo trionfo, in privato potrebbe avere pensato che la regina avrebbe creato
meno problemi da morta che da viva. Come hanno sospettato molti storici
moderni, potrebbe senz’altro avere facilitato la sua morte. Di certo non
volle correre alcun rischio con Cesarione, data la sua presunta paternità: il
ragazzo, che a quel tempo aveva sedici anni, venne fatto uccidere.
Nel trionfo che Ottaviano celebrò nell’estate del 29 a.C. venne mostrata
una replica a grandezza naturale della regina al momento della sua morte, e
anche in questa forma catturò l’attenzione della folla. «Era come se lei fosse
lì insieme agli altri prigionieri» scrisse uno storico di epoca successiva. La
processione fu uno spettacolo scrupolosamente coreografato che si
protrasse per tre giorni, ufficialmente per celebrare le vittorie di Ottaviano
nell’Illirico e contro Cleopatra ad Azio e in Egitto. Si evitò qualsiasi
menzione esplicita di Antonio o di ogni altro nemico delle guerre civili, né
si mostrarono le lugubri immagini di morti romani che Giulio Cesare aveva
inopportunamente sfoggiato nelle sue celebrazioni quindici anni prima. Ma
non poteva sussistere il minimo dubbio su chi fosse il vero sconfitto, o su
quali sarebbero state le conseguenze della vittoria di Ottaviano. Fu allo
stesso tempo una parata di vittoria e un rituale di incoronazione.
Vincitori e vinti
La storia della guerra tra Antonio e Ottaviano cela ben più di quanto
appaia. Quel che ci rimane è la versione autocelebrativa e autogiustificativa
scritta dai vincitori, ossia Ottaviano e i suoi amici. Ma la poca
verosimiglianza del suicidio con un serpente è soltanto uno dei tanti
momenti di questa storia a destare sospetti. Anche per quanto riguarda lo
stile di vita di Antonio e Cleopatra, era davvero così stravagante e
immorale, o antiromano? I racconti che ci sono giunti non sono tuttavia
complete invenzioni. Tra le fonti usate da Plutarco per la biografia di Marco
Antonio, scritta centocinquant’anni dopo la sua morte e piena dei più foschi
aneddoti sulla sua vita lussuriosa, c’era il discendente di un uomo che aveva
lavorato nelle cucine di Cleopatra e che avrebbe potuto benissimo
conservare un ricordo delle preferenze culinarie della corte. Ma è
assolutamente certo che, già allora e ancor più a posteriori, Augusto (come
iniziò ben presto a essere chiamato) sfruttò l’idea di una contrapposizione
tra le sue radicate tradizioni romane e occidentali e gli eccessi «orientali» di
Antonio e Cleopatra. Nella guerra delle parole, e nelle successive
giustificazioni che Augusto diede della sua ascesa al potere, fu uno scontro
tra le virtù di Roma e i pericoli e la decadenza dell’Oriente.
Il lusso della corte di Cleopatra fu sfrenatamente ingigantito, ed episodi
piuttosto innocenti ad Alessandria furono distorti fino all’inverosimile. Per
esempio, per quanto Antonio avesse deciso di celebrare la sua vittoria in
Armenia ad Alessandria, non c’è alcuna prova che si trattò di alcunché di
simile a un trionfo romano (le vaghe descrizioni che ci sono giunte
sembrano indicare semmai un riferimento a qualche rituale del dio
Dioniso). E i passi incriminati del testamento di Antonio dovevano essere
certamente stati selezionati ad hoc, a meno che non si trattasse di pure
invenzioni.
Anche la battaglia di Azio ebbe un posto significativo nelle successive
raffigurazioni. Fu presentata come uno scontro ben più grandioso di quello
che fu in realtà, e come il momento fondante del regime augusteo, che
ancora oggi si considera generalmente iniziato nel 31 a.C.; uno storico di
epoca successiva giunse addirittura a sostenere che «il 2 settembre», giorno
esatto dello scontro, era una delle poche date della storia romana degne di
essere ricordate. Una nuova città chiamata Nicopolis («città della vittoria»)
fu fondata vicino al luogo della battaglia, e venne eretto un grandioso
monumento prospiciente il mare, ornato con i rostri delle navi catturate e
con un fregio che raffigurava la processione trionfale del 29 a.C. Anche
Roma fu inondata di monumenti di ogni genere, da grandiose sculture a
preziosi cammei (cfr. tavola 19); e molti soldati che avevano combattuto
dalla parte vincente si fregiarono orgogliosamente dell’epiteto di Actiacus.
Per di più, nell’immaginario romano la battaglia di Azio fu quasi
immediatamente trasfigurata in uno scontro tra solide e disciplinate truppe
romane e orde selvagge di orientali. Sebbene Antonio avesse ricevuto
l’appoggio di parecchie centinaia di senatori, tutta l’attenzione si concentrò
su quella stravagante massa, con «truppe barbariche ed armi sgargianti»,
come scrive Virgilio, e su Cleopatra, che impartiva gli ordini agitando un
sistro egizio. Cleopatra era l’elemento cruciale di questo quadro. È difficile
dire se, come Fulvia, abbia realmente guidato le operazioni militari, come
affermano gli scrittori antichi. Ma era un bersaglio perfetto. Mettendo al
centro la regina egizia anziché Antonio, Ottaviano poteva presentare lo
scontro come parte di una guerra contro un nemico straniero e non romano,
il cui comandante, per di più, era non soltanto pericoloso, regale e
seducente, ma anche non naturale, agli occhi dei romani, in quanto
assumeva le funzioni maschili della guerra e del comando. Antonio poteva
addirittura sembrare la sua vittima, distolta dalla retta via del dovere
romano da una regina straniera. Quando Virgilio, nell’Eneide, scritta pochi
anni dopo la vittoria di Ottaviano, immagina la regina Didone «folle
d’amore» nel suo regno africano di Cartagine, che cerca di sedurre Enea e
sottrarlo al suo destino di fondatore di Roma, si riconosce ben più che una
pallida eco di Cleopatra.
59. Questo frammento del monumento alla vittoria recentemente scoperto nel sito della
battaglia di Azio mostra il carro trionfale di Ottaviano durante la processione del 29 a.C.
Due bambini, protetti dal suo braccio, lo accompagnano. Sono, con ogni probabilità, sua
figlia Giulia e Druso, figlio che la moglie Livia aveva avuto da un precedente matrimonio,
oppure i figli di Cleopatra e Marco Antonio.

Possiamo ricostruire una versione alternativa dell’intera vicenda? Nel


dettaglio, certamente no. Il problema, in questo caso, è che la prospettiva
dei vincitori è talmente predominante che è più facile sospettare la
veridicità della versione ufficiale che sostituirla con un’altra. Alcuni indizi,
tuttavia, suggeriscono prospettive diverse. Non è difficile prefigurare quale
sarebbe stata l’immagine di Ottaviano se ad Azio avesse vinto Antonio: un
giovane e sadico delinquente, con una pericolosa tendenza
all’autoincensazione. In effetti, alcuni dei più sgradevoli aneddoti sulla sua
giovinezza potrebbero derivare dalla propaganda di Antonio, compresa la
storia del banchetto in costume in cui Ottaviano aveva impersonato il dio
Apollo; il suo biografo Gaio Svetonio Tranquillo afferma in modo esplicito
che questa combinazione di sacrilegio e stravaganza era una delle principali
accuse rivoltegli da Antonio.
Allora alcuni furono abbastanza fatalisti, o realistici, da ritenere che non
avrebbe fatto molta differenza chi avrebbe vinto. Un curioso aneddoto su
dei corvi parlanti riassume piacevolmente quest’idea. Ottaviano, si
racconta, stava tornando a Roma dopo la battaglia di Azio quando si
imbatté in un semplice lavoratore che aveva addestrato un corvo a dire
«Salute, Cesare, nostro vittorioso comandante». Ottaviano rimase talmente
colpito che diede all’uomo una sostanziosa ricompensa in denaro. Ma si
scoprì che l’addestratore aveva un socio, il quale, non avendo ricevuto la sua
parte di denaro, si recò da Ottaviano e gli suggerì di chiedere al primo
uomo di mostrare anche l’altro suo corvo. I due opportunisti avevano
astutamente cercato di tenere i piedi in due staffe. Quando gli venne
portato davanti, il secondo corvo gracchiò: «Salute, Antonio, nostro
vittorioso comandante». Fortunatamente, Ottaviano riconobbe il lato
comico e ordinò semplicemente che il primo uomo dividesse il denaro con
il suo socio.
60. Stele funeraria di Marcus Billienus, che, nella battaglia di Azio, prestò servizio nell’XI
legione e assunse il nome di ACTIACUS per commemorare la sua partecipazione alla
vittoria. Sebbene la parte inferiore del testo sia perduta, ciò che rimane, insieme al luogo
di ritrovamento, indica che Billienus divenne consigliere locale (DECURIO) in un
insediamento di veterani nell’Italia settentrionale.

Scopo di questo aneddoto era dimostrare l’umanità di Ottaviano e la sua


generosità nei confronti di una coppia di innocui imbroglioni. Ma c’era
anche un messaggio politico. I due uccelli identici, con le loro frasi
praticamente identiche, sono un’allusione al fatto che tra Ottaviano e
Antonio c’era molto meno da scegliere di quanto faccia credere la versione
ufficiale della storia. La vittoria del secondo anziché del primo avrebbe
richiesto solo lo scambio di un corvo parlante con l’altro.
L’enigma di Augusto
È impossibile anche soltanto ipotizzare come Antonio avrebbe governato il
mondo romano se mai ne avesse avuto l’opportunità. Ma non c’è il minimo
dubbio che, chiunque fosse uscito vincitore dai lunghi anni di guerre civili,
il risultato non sarebbe stato un ritorno al modello tradizionale del potere
collegiale bensì una qualche forma di autocrazia. Già nel 43 a.C. lo stesso
Bruto, il «liberatore», faceva coniare monete con la riproduzione della sua
testa, inequivocabile prova della direzione in cui stava muovendosi (fig. 48).
Non era invece altrettanto chiaro quale forma avrebbe assunto il regime
autocratico o come avrebbe potuto imporsi con successo. Quasi di sicuro
Ottaviano non rientrò in Italia dall’Egitto con un piano autocratico già
perfettamente concepito e pronto da realizzare. Ma, attraverso una lunga
serie di esperimenti pratici, di improvvisazioni, false partenze, piccoli
insuccessi e, molto presto, un nuovo nome ideato per consegnare al passato
le associazioni violente del nome «Ottaviano», riuscì col tempo a creare un
modello di imperatore romano destinato a durare nei suoi dettagli più
significativi per i successivi duecento anni, e nel suo complesso ancora più a
lungo. Alcune sue innovazioni sono ancora oggi date per scontate come
elementi fondamentali dei meccanismi del potere politico.
Comunque, è sempre stato difficile dare una caratterizzazione precisa
del padre fondatore di tutti gli imperatori romani. Del resto, il nuovo nome
Augustus, che adottò subito dopo il suo ritorno dall’Egitto (e che useremo
anche noi nel resto del libro), riflette perfettamente questa evasività. È una
parola che evoca idee di autorità (auctoritas) e di appropriata osservanza
religiosa, riecheggiando il titolo di uno dei principali collegi sacerdotali
romani, quello degli augures. Aveva un tono solenne ed era priva delle
connotazioni sfortunate, fratricide o regali di Romulus, altro possibile nome
che si dice abbia rifiutato. Nessuno era mai stato chiamato in questo modo,
anche se il titolo era già stato utilizzato come epiteto altisonante nel
significato, grosso modo, di «santo». Tutti i successivi imperatori assunsero
«Augusto» come parte della propria titolatura. Ma la verità è che esso non
significava in realtà nulla. La traduzione «Venerato» ne coglie
sostanzialmente il senso.
Già al momento del suo funerale la gente discuteva su che cosa si fosse
fondato esattamente il regime di Augusto. Era una versione moderata di
autocrazia, basata sul rispetto del cittadino, sullo stato di diritto e sul
patrocinio delle arti? Oppure era qualcosa di non molto dissimile da una
tirannia macchiata di sangue, sotto il giogo di un capo spietato che non era
granché cambiato dai tempi delle guerre civili, accompagnata
dall’esecuzione di figure di alto rango, giustiziate per avere complottato
contro il capo o per essere andate a letto con sua figlia Giulia?
Amato o odiato, fu Augusto comunque, per molti aspetti, un
rivoluzionario dai tratti enigmatici e contraddittori. Fu uno dei più radicali
innovatori che Roma abbia mai visto. Esercitò un’influenza così forte sulle
elezioni che lo stesso processo democratico si dissolse: il nuovo e
imponente edificio terminato nel 26 a.C. per ospitare le assemblee venne
ben presto utilizzato per spettacoli gladiatorii anziché per le operazioni di
voto; e uno dei primi atti del successore di Augusto fu quello di trasferire
ciò che ancora rimaneva delle elezioni nel Senato, lasciando il popolo
completamente escluso. Tenne sotto controllo l’esercito arruolando e
licenziando direttamente i comandanti e assumendo egli stesso il governo
generale di tutte le province con una presenza militare. Cercò di gestire
anche il comportamento dei singoli cittadini in un modo interamente nuovo
e capillare – a cominciare dalla vita sessuale delle classi superiori, i cui
membri fino ad allora erano condannati all’insuccesso politico se non
procreavano un numero sufficiente di figli –, stabilendo persino che cosa si
dovesse indossare nel Foro: soltanto la toga, mentre tuniche, calzoni e caldi
mantelli erano proibiti. E, a differenza di chiunque altro prima di lui,
convogliò i meccanismi tradizionali del patrocinio letterario romano in un
programma concertato e ufficialmente sponsorizzato. Cicerone si era
sforzato di trovare poeti ai quali fare celebrare i suoi successi. Augusto, a
tutti gli effetti, aveva sul proprio libro paga scrittori come Virgilio e Orazio,
e le opere da essi prodotte ci offrono una memorabile ed eloquente
immagine di una nuova età dell’oro per Roma e il suo impero, con Augusto
al centro del palcoscenico. «Ho dato loro un impero senza fine» (imperium
sine fine), profetizza Giove per i romani nell’Eneide di Virgilio: epica
nazionale, immediatamente assurta al rango di classico e di parte essenziale
del curriculum scolastico della Roma augustea. E, duemila anni dopo,
continua a figurare in quello dell’odierno Occidente.
Tuttavia, Augusto non sembra avere abolito nulla. La classe dirigente
rimase la stessa (non si trattò di una rivoluzione nel senso ristretto del
termine), i privilegi del Senato furono per molti aspetti non rimossi ma
aumentati, e le antiche magistrature pubbliche (consolato, pretura ecc.)
continuarono a essere ambite ed esercitate. Gran parte delle leggi che sono
generalmente attribuite ad Augusto furono ufficialmente promulgate, o
almeno sponsorizzate, da questi funzionari regolari. Circolava la battuta che
i due consoli che avevano proposto una delle «sue» leggi per favorire il
matrimonio fossero entrambi scapoli. Quasi tutti i poteri ufficiali gli furono
conferiti da un voto formale del Senato, e vennero formulati in conformità
al tradizionale modello repubblicano, con la sola eccezione del titolo di
«figlio di un dio». Non viveva in un grandioso palazzo, ma in una casa sul
colle Palatino dove ci si sarebbe aspettati di trovare un semplice senatore, e
nella quale poteva capitare di vedere la moglie Livia lavorare al telaio. Il
termine più frequentemente utilizzato dai romani per definire la sua
posizione era princeps, che significa «primo cittadino» piuttosto che
«imperatore», come noi abbiamo scelto di chiamarlo, e uno dei suoi motti
più famosi era civilitas: «siamo tutti insieme cittadini».

61. Due diverse immagini di Augusto. A sinistra, è raffigurato nel ruolo di sacerdote, con
la toga tirata sopra la testa, com’era abituale quando si offriva un sacrificio. A destra, è
mostrato come un guerriero eroico e semidivino. Ai suoi piedi c’è una piccola immagine di
Cupido, a ricordare la discendenza dell’imperatore, attraverso Enea, dalla stessa dea
Venere.

Anche quando sembra essere al massimo della visibilità, la figura di


Augusto rimane sfuggente, e questo faceva probabilmente parte del suo
segreto. Una delle sue innovazioni più significative e durature fu quella di
inondare il mondo romano di suoi ritratti: il volto inciso sulle monete
tenute in tasca dalla gente, statue a grandezza naturale o di dimensioni
colossali in marmo e in bronzo collocate nelle piazze pubbliche e nei
templi, miniature sbalzate o incise su anelli, gemme e argenteria da tavola.
Fu un progetto attuato su una scala ben più vasta di quanto mai avvenuto in
precedenza. Non c’è nessun altro precedente uomo romano del quale si
conosca più di qualche possibile ritratto, e la gran parte di essi sono
comunque di incerta identificazione (la tentazione di dare un nome a teste
altrimenti anonime, o di trovare un volto per Cicerone, Bruto o altri celebri
personaggi, spesso risulta irresistibile, nonostante la mancanza di concrete
testimonianze). Anche per lo stesso Giulio Cesare, fatta eccezione per le
monete, abbiamo soltanto un paio di esempi di ritratto alquanto dubbi.
Viceversa, circa duecentocinquanta statue, senza contare le immagini incise
su gioielli e gemme, trovate in tutto il territorio romano, dalla Spagna alla
Turchia e al Sudan, raffigurano Augusto in diversi atteggiamenti, da quello
dell’eroico conquistatore a quello del sacerdote devoto.
Queste riproduzioni mostrano caratteristiche facciali talmente simili da
farci supporre che venissero inviati da Roma modelli ufficiali, allo scopo di
diffondere l’immagine dell’imperatore tra i suoi sudditi. Sono tutte
realizzate in uno stile idealizzante e con un aspetto giovanile, che
riecheggia l’arte classica dell’Atene del V secolo a.C., e stanno in netto
contrasto con l’esagerato «realismo» caratteristico dei ritratti di anziani
grinzosi e solcati di rughe dell’aristocrazia romana agli inizi del I secolo a.C.
(fig. 33). Sono tutte intese a mettere in contatto diretto con il proprio
sovrano una popolazione lontana e remota, che nella maggioranza dei casi
non lo avrebbe mai visto in carne e ossa. E, tuttavia, quasi certamente non
assomigliavano affatto al vero Augusto. Non soltanto non corrispondono
alla sola descrizione giuntaci del suo aspetto, che, fedele o no, ne mette in
risalto i capelli disordinati, i denti malridotti e le calzature rialzate che,
come molti altri autocrati di epoche successive, Augusto utilizzava per
nascondere la sua bassa statura; ma sono praticamente tutte uguali per
l’intero corso della sua vita, tanto che, all’età di oltre settant’anni, egli
continuava a essere raffigurato come un uomo nel pieno della giovinezza.
Era, tutt’al più, un’immagine ufficiale (o, per dirlo con parole meno
accomodanti, una maschera del potere), e il divario tra questa immagine e
l’imperatore reale, l’uomo celato dietro la maschera, è sempre rimasto
pressoché impossibile da colmare. Cosa niente affatto sorprendente,
parecchi ben informati osservatori antichi decisero che proprio l’enigma di
Augusto era il punto essenziale. Quasi quattrocento anni dopo, alla metà
del IV secolo d.C., l’imperatore Giuliano scrisse una brillante parodia dei
suoi predecessori, immaginandoli riuniti per uno sfavillante banchetto in
compagnia degli dèi. Si adunano tutti insieme, incarnando perfettamente
quelle che erano ormai diventate le loro caricature. Giulio Cesare ha una
tale brama di potere che sembra intenzionato a spodestare il re degli dèi e
organizzatore del banchetto. Tiberio appare terribilmente lunatico. Nerone
non tollera di essere privato della sua lira. Augusto figura come una sorta di
camaleonte impossibile da definire in una sola immagine, un astuto vecchio
rettile che muta di continuo colore, passando da giallo a rosso e a nero, ora
tetro e tenebroso, e un attimo dopo sfoggiante tutto il fascino della dea
dell’amore. Gli dèi non possono fare altro che consegnarlo a un filosofo per
farne una persona saggia e moderata.
Scrittori precedenti lasciano supporre che Augusto si compiacesse di
questo genere di canzonature. Per quale altro motivo avrebbe scelto per il
suo anello-sigillo, con il quale autenticava la propria corrispondenza
(l’antico equivalente di una firma), l’immagine della creatura più enigmatica
di tutta la mitologia greco-romana: la sfinge? Alcuni dissidenti romani,
seguiti da un certo numero di storici moderni, si sono spinti ancora più in
là, sostenendo che il regime augusteo fosse fondato sull’ipocrisia e la
menzogna, e si fosse abusivamente appropriato delle forme e del
linguaggio tradizionale repubblicano per mascherare una rigida e severa
tirannia.
Senza dubbio c’è qualcosa di vero in queste affermazioni. L’ipocrisia è
un’arma comunemente sfruttata dal potere. E in molti casi potrebbe essere
stato utile ad Augusto essere proprio come lo dipingeva Giuliano:
enigmatico, ingannevole ed evasivo, e dire una cosa intendendone un’altra.
Ma, altrettanto indubbiamente, non può esserci solo questo. Alle
fondamenta del nuovo regime doveva stare qualcosa di ben più solido di
una serie di enigmi, duplicità e inganni. Quali erano, quindi, queste
fondamenta? Come riuscì Augusto a imporle e consolidarle? Questo è il
vero problema.
È di fatto impossibile gettare lo sguardo dietro le quinte del regime
augusteo, malgrado tutte le testimonianze in nostro possesso. Questo è uno
dei periodi meglio documentati della storia romana. Possediamo numerosi
testi poetici coevi, la maggior parte dei quali, ma non tutti, cantano le lodi
dell’imperatore. La spiritosa parodia di Ovidio su come conquistare un
partner, giuntaci sotto il titolo di Ars amatoria, apparve così in contrasto con
il programma morale di Augusto da rappresentare uno dei motivi dell’esilio
del poeta nel mar Nero; ma lo fu anche la sua relazione con Giulia. E quasi
tutti gli storici e gli antiquari successivi considerarono Augusto un
interessante oggetto di studio, sia che riflettessero sul suo stile imperiale
sia che raccogliessero le sue battute e i suoi bon mots. Il botta e risposta con
gli addestratori di corvi è soltanto un esempio fra i tanti di una mini-
antologia delle sue prese in giro, che include anche qualche bonario e
paterno sfottò sull’abitudine che aveva sua figlia di strapparsi i capelli grigi
(«Dimmi, preferiresti avere i capelli grigi o essere calva...?»). Un altro
memorabile documento è la gustosa e aneddotica biografia scritta da
Svetonio un centinaio d’anni dopo la morte dell’imperatore: è la fonte delle
notizie sui suoi denti e i suoi capelli, come anche di molti più o meno
affidabili aneddoti e frammenti d’informazione, fino alla sua mediocre
ortografia, alla sua paura dei temporali e alla sua abitudine di indossare, in
inverno, quattro tuniche e una canottiera sotto la toga.
In questo mare di storielle, non abbiamo quasi alcuna testimonianza, e
nessuna di esse coeva, sugli aspetti pratici, le dispute e le decisioni che
guidarono la nuova politica di Roma. Le poche lettere private di Augusto di
cui Svetonio cita qualche passo ci offrono soltanto le sue osservazioni sulla
propria sfortuna al tavolo da gioco o sul menu del pranzo («Abbiamo
gustato, in carrozza, pane e datteri»), e nulla sulla sua strategia politica. Gli
storici romani si lamentavano sostanzialmente dello stesso problema che
tormenta gli storici moderni: quando cercavano di scrivere la storia di
questo periodo, si accorgevano che quasi tutte le cose più importanti si
erano svolte in privato e non, come un tempo, pubblicamente all’interno del
Senato o nel Foro, e che risultava molto difficile sapere cos’era realmente
accaduto, e ancor più darne una spiegazione.
Ciò che rimane, comunque, è il testo del curriculum vitae di Augusto,
scritto dallo stesso imperatore al termine della sua vita, nel quale riassume
le sue imprese (Res Gestae, titolo con cui è normalmente noto in latino e che
significa pressappoco «ciò che ho compiuto»). È un documento
autocelebrativo, fazioso e spesso edulcorato, che ammorbidisce
scrupolosamente, o ignora del tutto, le violente illegalità dell’inizio della
sua carriera. È altresì un resoconto unico, in circa dieci pagine a stampa
moderna, di ciò che il vecchio camaleonte voleva che i posteri sapessero dei
lunghi anni del suo principato, del modo in cui concepiva il proprio ruolo e
di come asseriva di avere trasformato Roma. È opportuno ascoltare le sue
sorprendenti parole prima di provare a scoprire ciò che si cela dietro di
esse.
«Res Gestae»
Una fortunata scoperta archeologica ci ha restituito questa versione della
vita di Augusto. Nel suo testamento, lo stesso imperatore richiese che fosse
incisa su due pilastri di bronzo posti all’entrata della sua grande tomba di
famiglia, a perenne memoria di ciò che aveva compiuto e quasi come
modello di riferimento per i suoi successori. I pilastri originari sono da
lungo tempo scomparsi, probabilmente fusi nel Medioevo per farne
cannoni o qualche altra arma; ma il testo venne inciso su pietra in altre
regioni dell’impero, per commemorare le imprese di Augusto anche al di
fuori di Roma. Sono stati ritrovati frammenti di quattro copie di questo
testo, di cui uno quasi completo scoperto ad Ankara.
Questa versione era stata incisa sulle mura di un tempio in onore di
«Roma e Augusto», sia nell’originale latino sia in una traduzione greca, a
beneficio della popolazione della zona, in larga maggioranza di lingua
greca, e si è conservata perché nel VI secolo d.C. il tempio venne
trasformato in chiesa cristiana e successivamente divenne parte di una
moschea. Si conoscono innumerevoli storie sugli eroici sforzi compiuti a
partire dalla metà del XVI secolo per copiare e decifrare le parole
dell’imperatore, finché, negli anni Trenta del Novecento, il presidente della
Turchia Kemal Atatürk fece orgogliosamente recuperare e conservare
l’intera iscrizione per commemorare l’anniversario dei duemila anni dalla
nascita di Augusto. Ma il semplice fatto che il testo meglio conservato delle
parole dell’imperatore si trovi a migliaia di chilometri di distanza da Roma
(equivalente, nel mondo antico, a oltre un mese di viaggio) ci dice molto sul
regime imperiale e sul suo volto pubblico.
62. Il mausoleo di Augusto a Roma, davanti al quale un tempo erano collocati i pilastri
bronzei con il resoconto delle sue imprese. Era di proporzioni ben più grandiose anche
delle più ricche tombe dell’aristocrazia repubblicana e fu uno dei più imponenti
monumenti di Roma per quasi tutto il lungo regno di Augusto. Il suo precoce
completamento fu in parte una misura precauzionale (la salute di Augusto destava molte
preoccupazioni) e in parte un’aggressiva affermazione del potere dell’imperatore, delle sue
aspirazioni dinastiche e della sua promessa di essere seppellito a Roma.

Le Res Gestae sono una ricca fonte di notizie sulla carriera di Augusto e
sul mondo romano di allora. Iniziano con una descrizione sostanzialmente
idealizzata della sua ascesa al potere, che omette del tutto qualsiasi
menzione dei pogrom («restituii a libertà la repubblica oppressa da una
fazione» sono le concise parole con cui si riferisce allo scontro con Antonio
o con Bruto e Cassio). Continua riferendo brevemente fatti come le sue
splendide processioni trionfali («nove re o figli di re» sfilavano prigionieri
davanti al suo carro, come si vanta lui stesso, con classico compiacimento
romano per la cattura di personaggi di rango regale) e la sua gestione delle
riserve romane di grano quando si stava profilando una carestia. Per alcuni
storici moderni la parte più importante del testo è quella in cui si riportano
i risultati dei censimenti dei cittadini romani ordinati da Augusto: il totale
era di 4.063.000 nel 28 a.C., salito a 4.937.000 nel 14 a.C. Questi sono i dati
più affidabili che possediamo sull’entità della popolazione di cittadinanza
romana lungo tutto il corso della storia di Roma, soprattutto perché,
essendo incisi su pietra, non sono esposti ai tipici errori che possono
facilmente commettere copisti negligenti nei manoscritti. Ciononostante, si
discute ancora aspramente se le cifre riportate includano soltanto gli
uomini o anche le donne e i bambini: se, in altre parole, la popolazione di
cittadinanza romana ammontava a circa cinque milioni (con una certa
approssimazione per difetto) o invece a più di dodici milioni.

63. Il tempio di Roma e Augusto ad Ankara, da cui proviene il testo più completo delle Res
Gestae (sullo sfondo si riconosce il minareto della moschea che fu in seguito costruita
parzialmente al suo interno). Il testo latino era iscritto su entrambi i lati dell’ingresso
principale, quello greco su uno dei muri esterni. Nessuna delle due versioni si è conservata
in modo completo, ma le parti mancanti della versione latina possono essere integrate con
quelle della versione greca e viceversa.

Non era questo, comunque, l’oggetto principale dello scritto di Augusto.


E molti altri possibili temi non sono minimamente trattati. Non c’è nulla
sulla sua famiglia, fatta eccezione per un riferimento agli onori tributati a
due suoi figli adottivi morti in giovane età. Non c’è nulla sul suo
programma di legislazione morale o sul suo tentativo di incrementare il
tasso di natalità, sebbene le cifre dei censimenti possano avere avuto il fine
di dimostrare i successi ottenuti in questo campo: forse erroneamente,
essendo alquanto più probabile che la creazione di nuovi cittadini e migliori
tecniche di conteggio siano la vera causa dell’incremento demografico,
anziché il monito imperiale alla classe superiore che non procreava
abbastanza. Si trova solo qualche vaga allusione a singole leggi o riforme
politiche. Circa due terzi del testo sono invece dedicati a tre specifici temi:
le vittorie e le conquiste di Augusto, i benefici che concesse al popolo
romano e gli edifici che fece costruire.
Circa due pagine del testo moderno delle Res Gestae elencano i territori
che aggiunse all’impero, i sovrani stranieri che sottomise a Roma e le
delegazioni che giungevano a riconoscere la potenza dell’imperatore.
«Ampliai il territorio di tutte le province del popolo romano con le quali
confinavano popolazioni riottose al nostro comando» proclama, con leggera
esagerazione, prima di passare a elencare, con quella che oggi può apparire
pedante lunghezza, i suoi successi imperiali e le sue vittorie militari in tutto
il mondo: l’Egitto reso un possedimento romano; i parti costretti a
riconsegnare le insegne militari romane perdute nel 53 a.C.; un esercito
romano arrivato fino alla città di Meroe, a sud del Sahara, e una flotta giunta
fino al mare del Nord; delegazioni che arrivavano da paesi remoti come
l’India, per non parlare di uno svariato gruppo di re spodestati che
imploravano misericordia, con nomi dal suono esotico che affascinavano
l’orecchio dei latini: «Artavasde re dei Medi, Artassare degli Adiabeni,
Dumnobellauno e Tincommio dei Britanni». E questo è soltanto un piccolo
frammento.
C’è qualcosa di molto tradizionale in tutto questo. Il successo militare era
stato un presupposto fondamentale del potere politico fin dai primordi
della storia romana. In questo ambito, Augusto superò tutti i suoi possibili
rivali, sottomettendo al proprio dominio un territorio più vasto di quanto ne
riuscì ad acquisire qualsiasi suo predecessore o successore. Tuttavia, era
anche una nuova forma di imperialismo. L’intestazione del testo iscritto (ciò
che più si avvicina al nostro concetto di titolo) recita: «Delle imprese del
divino Augusto, con le quali sottomise il mondo all’impero del popolo
romano». Pompeo, più di un secolo prima, aveva soltanto alluso a un simile
tipo di ambizione. Augusto trasformò esplicitamente la conquista globale
(e una visione territoriale «coerente» di un impero centrato su Roma,
anziché il vecchio mosaico di stati ubbidienti) in un fondamento razionale
per il suo dominio. Non ci è possibile sapere in che modo tutto questo
sarebbe stato recepito dal pubblico provinciale di Ankara. Ma è un’idea
riflessa anche in altri monumenti che Augusto promosse nella città di
Roma, come la celebre «carta» del mondo che fece commissionare insieme
al suo collega Marco Agrippa e poi fece esporre in pubblica vista. Non ne
rimane alcuna traccia, e l’ipotesi più probabile è che si tratti di qualcosa di
più simile a una pianta annotata delle strade romane che a una realistica
proiezione geografica nel senso odierno del termine (si veda la tavola 21).
Quale che fosse il suo aspetto preciso, era perfettamente in linea con la
visione augustea dell’impero. Come scrisse in seguito Plinio, scopo della
carta era rendere «il mondo [orbis] qualcosa di visibile per la città [urbs]», o
esibire il mondo come territorio romano sotto il comando dell’imperatore.
Nelle Res Gestae la generosità di Augusto nei confronti della gente
comune in patria occupa altrettanto spazio delle sue conquiste all’estero. La
sua ricchezza era quasi senza precedenti. Combinando l’eredità ricevuta da
Cesare con le ricchezze dell’Egitto, ottenute dopo la sconfitta di Antonio e
Cleopatra, e con l’occasionale mancanza di confine tra i fondi statali e i suoi
beni privati, poteva superare di gran lunga chiunque altro come benefattore
del popolo. Sono scrupolosamente elencate le sue regolari elargizioni di
denaro: la data della distribuzione, la cifra precisa assegnata a ciascuno
(spesso equivalente al salario di parecchi mesi per un lavoratore ordinario)
e il numero dei beneficiari: «Di queste mie elargizioni beneficiarono non
meno di duecentocinquantamila persone», come sottolinea lui stesso.
Vengono menzionati anche altri tipi di donativi e altre forme di patrocinio,
soprattutto spettacoli gladiatorii, «esibizioni atletiche», cacce a bestie
selvagge, con animali appositamente importati dall’Africa (un autore
successivo parla di quattrocentoventi leopardi in una sola occasione), e
persino una finta battaglia navale che divenne poi leggendaria. Fu infatti un
eccezionale trionfo di capacità ideativa e ingegneristica, perché, come
spiega orgogliosamente Augusto, fu inscenata su un lago artificiale di 500
per 350 metri, specificamente allestito «sull’altra sponda del Tevere» (l’area
dell’odierna Trastevere), e vi parteciparono trenta grandi navi da guerra e
un numero ancora maggiore di navi più piccole, con tutti i propri rematori e
tremila combattenti. Come afferma lui stesso, il popolo romano poteva
contare su almeno un grande spettacolo all’anno a spese dell’imperatore.
Non fu certo il solito bagno di sangue per il godimento popolare
immaginato dai film moderni sull’antica Roma, ma comportava comunque
un ampio investimento di tempo, denaro e impegno organizzativo, nonché
di vite umane e animali.
Il messaggio è chiaro. Era un assioma del regime augusteo che
l’imperatore esibisse la propria generosità verso la gente comune di Roma e
che questa, a propria volta, guardasse a lui come al suo patrono, protettore
e benefattore. Ribadì la medesima cosa quando assunse (o, più
tecnicamente, quando gli venne conferita) la «potestà tribunizia» a vita. Si
collegava in questo modo alla tradizione dei politici popolari, risalente
come minimo fino ai Gracchi, che difendevano i diritti e il benessere degli
abitanti più poveri della città.
La parte finale delle Res Gestae è dedicata alle sue costruzioni
architettoniche. Si trattava in parte di un gigantesco programma di restauri,
dalle strade agli acquedotti e al tempio di Giove sul Campidoglio, il
monumento fondativo della repubblica. Con straordinario sfoggio, Augusto
proclama di avere ristrutturato ottantadue templi in un singolo anno: cifra
non molto distante da quella totale dei templi di Roma, chiaramente intesa
a sottolineare la sua fervida devozione, benché faccia supporre che i lavori
concreti effettuati su ciascuno di essi non dovevano essere di notevole
portata. Ma, al pari di molti tiranni, sovrani e dittatori prima e dopo di lui,
Augusto si impegnò anche a costruire quella che divenne in pratica una
nuova Roma, edificando letteralmente il proprio potere. Le Res Gestae
descrivono un’integrale ristrutturazione del centro cittadino, per il quale
vennero sfruttate per la prima volta le cave di marmo dell’Italia
settentrionale e tutte le più lucenti, variopinte e costose pietre che l’impero
avesse da offrire. Trasformò la fatiscente vecchia città in un’autentica
capitale imperiale. Venne eretto un nuovo gigantesco Foro che rivaleggiava
con l’antico (se addirittura non lo superava), una nuova sede per il Senato,
un teatro (cui venne dato il nome di Teatro di Marcello, ancora ammirabile
oggi), portici, vaste sale pubbliche (chiamate basiliche) e strade pedonali,
nonché più di una dozzina di nuovi templi, uno dei quali in onore del suo
padre adottivo Giulio Cesare. Quando Augusto proclama, nelle parole citate
da Svetonio, di «avere trovato una città costruita di mattoni e di lasciarla di
marmo», è precisamente questo che intendeva. Le Res Gestae forniscono una
sorta di indice delle trasformazioni operate nel panorama urbano di Roma.
E rappresentano allo stesso tempo un chiarissimo modello per la
monocrazia. Il potere di Augusto, come egli stesso lo ha formulato, è
contrassegnato dalla conquista militare, dal suo ruolo di protettore e
benefattore del popolo di Roma e da costruzioni e ricostruzioni di vasta
portata; ed era sostenuto da enormi riserve di denaro, congiunte allo
sfoggio di un profondo rispetto per le antiche tradizioni romane. Fu sulla
base di questo modello che venne giudicato ogni imperatore dei successivi
duecento anni. Persino gli imperatori meno militaristici potevano sfruttare
il tema della conquista per affermare il proprio diritto al comando, come
fece l’anziano Claudio nel 43 d.C., quando esaltò la «sua» vittoria sull’isola
di Britannia, conseguita interamente da suoi subordinati. E ci fu una sorta
di costante competizione tra i successivi imperatori su chi potesse vantarsi
di essere il più generoso nei confronti della popolazione romana o su chi
avesse iscritto in modo più imponente la propria storia nello stesso tessuto
architettonico della città. La svettante colonna dell’imperatore Traiano, che
celebra le sue conquiste al di là del Danubio all’inizio del II secolo d.C., e
che riesce a ottenere il massimo impatto con la minima occupazione di
spazio, è un’ovvia vincitrice. Il Pantheon di Adriano è un altro esempio.
Terminato negli anni Venti del II secolo d.C., la superficie della sua cupola è
rimasta la più ampia al mondo fino al 1958 (quando è stata superata dal
palazzo del Centre des nouvelles industries et technologies a Parigi), e
dodici delle colonne originali del suo portico erano alte dodici metri
ciascuna, ricavate da un singolo blocco di granito grigio e trasportate dal
deserto egiziano con un viaggio di quattromila chilometri. In definitiva,
tutto questo risaliva ad Augusto.
64. Ricostruzione immaginaria del nuovo Foro di Augusto, di cui rimangono solo parziali
resti (oggi ammirabili soprattutto dalla via voluta da Mussolini, via dei Fori Imperiali, che
sovrasta quasi tutta la piazza del Foro). Per quanto inaccurato nei dettagli, questo disegno
restituisce il carattere elaborato e attentamente pianificato della nuova costruzione, in
netto contrasto con l’aspetto per certi versi fatiscente del vecchio Foro repubblicano.
Politica di potenza
Le Res Gestae furono sempre intese come una storia di successo, una
carrellata retrospettiva di imprese che avrebbe anche stabilito un modello
per il futuro. Evitano qualsiasi riferimento a difficoltà, conflitti o contrasti,
tranne che per sbarazzarsi brevemente degli avversari della guerra civile da
tempo defunti. Con la loro martellante serie di verbi e pronomi in prima
persona (ci sono quasi un centinaio di «me» e «mio») costituiscono il più
egocentrico di tutti i documenti pubblici romani prodotti fino ad allora,
composto nello stile di un autocrate che sembra dare per scontato il proprio
potere. Questa, però, è soltanto una parte della storia di Augusto,
considerata dalla prospettiva della sua gloriosa fine, dopo oltre quarant’anni
al potere. Appariva molto diversa quando egli era rientrato in Italia nel 29
a.C., ancora con il nome di Ottaviano, e ancora con la figura di Giulio Cesare
che incombeva pesantemente sulla scena. Cesare fu la sua principale via
d’accesso al potere e alla legittimazione, nonché al titolo di «figlio di un
dio», ma rappresentava anche un avvertimento del destino che poteva
attenderlo. Essere il figlio di un dittatore assassinato era benedizione a
metà. La grande domanda, in quel momento, era semplice: come sarebbe
riuscito Augusto a creare una forma di governo capace di vincere i cuori e le
menti, di disinnescare l’opposizione ancora non completamente
neutralizzata al termine della guerra e tale da consentirgli di restare in vita?
Parte della risposta riguardava il linguaggio del potere. Per ovvie ragioni,
Augusto non si definì con il titolo di re. Rifiutò con ostentazione anche il
titolo di «dittatore», distanziandosi dall’esempio di Cesare. La storia
secondo cui una volta una folla inferocita costrinse i senatori a barricarsi
nella sede del Senato, minacciandoli di darla alle fiamme con loro dentro se
non avessero nominato Augusto dittatore, diede ulteriore lustro al suo
rifiuto. Volle invece inquadrare tutti i suoi poteri nei termini delle regolari
magistrature repubblicane. Innanzitutto, questo significava essere eletto
ripetutamente console: complessivamente undici volte tra il 43 e il 23 a.C.,
più altre due volte negli anni successivi. Poi, a partire dalla metà degli anni
Venti del I secolo a.C., egli si fece accordare una serie di poteri formali
modellati su quelli delle tradizionali magistrature politiche romane ma non
coincidenti con essi: assunse la potestà tribunizia, ma non la carica di
tribuno, e «i diritti di un console» senza essere nominato al consolato. Si era
ormai ben lontani dalla tradizionale prassi repubblicana, soprattutto per
l’accumulo di molteplici titoli e cariche: non si era mai vista la potestà
tribunizia unita contemporaneamente all’autorità consolare; lo stesso vale
per l’assunzione nella sua persona di tutti i più importanti sacerdozi romani
e non di uno solo. Malgrado le successive accuse di ipocrisia, ben
difficilmente Augusto avrà sfruttato questi comodi e antichi titoli per
pretendere che questo fosse un ritorno alla politica del passato. I romani,
com’è naturale, non erano così indifferenti da non accorgersi che, dietro la
foglia di fico dei «diritti di un console», si celava un regime autocratico. Il
punto era che Augusto sapeva intelligentemente adattare il lessico
tradizionale al servizio di una nuova politica, giustificando e rendendo
comprensibile una nuova forma di potere attraverso la sistematica
riconfigurazione di un’antica terminologia.
Il suo regime fu inoltre presentato come un fatto inevitabile, come parte
integrante dell’ordine naturale e storico: in breve, come parte della realtà
effettiva. Nell’8 a.C. il Senato decise (chi può dire sulla base di quale
suggerimento?) che il mese di Sextilis, immediatamente seguente al mese di
luglio, dedicato a Giulio Cesare, fosse rinominato Augustus, agosto:
l’imperatore entrò nell’ingranaggio del regolare trascorrere del tempo, e
continua a restarvi. Appena un anno prima, il governatore della provincia
d’Asia aveva ragionato nei medesimi termini quando aveva persuaso la
popolazione locale ad accordare il proprio calendario con il ciclo vitale
dell’imperatore e di fare iniziare il proprio anno civico con il compleanno di
Augusto. Il 23 settembre, proclamò il governatore (le cui parole sono ancora
preservate su un’iscrizione), poteva «giustamente essere considerato
equivalente all’inizio di tutte le cose ... perché [Augusto] aveva dato un
aspetto diverso al mondo intero, un mondo che sarebbe andato incontro
alla rovina se ... egli non fosse nato». A Roma si usava forse un linguaggio
meno pomposo, ma anche qui mito e religione potevano essere sfruttati per
consolidare la posizione di Augusto. La sua pretesa di discendere
direttamente da Enea contribuì a raffigurare l’imperatore come il
compimento del destino di Roma, come il suo predestinato rifondatore.
Questo è senz’altro un elemento essenziale dell’Eneide di Virgilio, con i
suoi chiari riecheggiamenti tra la figura dell’imperatore e quella del
leggendario eroe fondatore. Ma può essere visto concretamente anche nel
programma scultoreo del nuovo Foro di Augusto. Vi figuravano imponenti
statue di Enea e di Romolo, e una statua di Augusto sul carro trionfale era
posta al centro della piazza. I portici e le arcate adiacenti ospitavano
dozzine di altre statue, che ritraevano «gli uomini illustri della repubblica»,
ognuna accompagnata da un breve testo che ne riassumeva i titoli di gloria:
da Camillo agli Scipioni, a Mario e a Silla. Il messaggio era chiaro: l’intero
corso della storia romana conduceva ad Augusto, che ora si poneva al centro
della scena. La storia della repubblica non era stata cancellata: era stata
trasformata in un innocuo sfondo per il potere augusteo, le cui radici
affondavano nelle stesse origini di Roma. Per dirlo in altre parole: Augusto
subentrò nel punto stesso in cui era crollata la precedente politica romana.
Era noto che fosse nato nel 63 a.C., l’anno della congiura di Catilina.
Svetonio afferma addirittura che suo padre fosse stato trattenuto dalla sua
nascita e non fosse perciò riuscito a giungere in tempo al Senato per
ascoltare una delle sfolgoranti orazioni di Cicerone. Ma, per quanto ne
sappiamo, il 23 settembre non vi fu nessuna seduta del Senato. Che la storia
fosse un’invenzione o meno, il punto decisivo era presentare il medesimo
giorno come la fine della politica repubblicana, dimostrata dalla corruzione
di Catilina, e l’inizio della vita dell’imperatore.
C’era, tuttavia, anche una ben più spietata Realpolitik. L’arte, la religione,
il mito, i simboli e il linguaggio, dalla poesia di Virgilio alla spettacolare
esibizione di sculture nel nuovo Foro, avevano un ruolo fondamentale nel
consolidamento del nuovo regime. Ma Augusto prese anche dei
provvedimenti più pratici per rafforzare la propria posizione, assicurandosi
la fedeltà esclusiva dell’esercito, escludendo i potenziali avversari dalle loro
reti di sostegno tra i soldati e il popolino e trasformando il Senato, che era
rimasto fino ad allora un’aristocrazia di dinasti concorrenti e possibili rivali,
in un’aristocrazia del servizio e dell’onore. Tipico caso di contestatore
diventato parte del sistema, Augusto si assicurò che nessuno potesse
facilmente seguire l’esempio della sua giovinezza: vale a dire, arruolare un
esercito privato e prendere il controllo dello stato.
Assunse il monopolio della forza militare, ma il suo regime non ebbe
nessuna somiglianza con le dittature militari dell’età moderna. In base ai
nostri parametri, in questo periodo Roma e l’Italia appaiono
sorprendentemente libere dalla presenza di militari. Quasi tutti i
trecentomila soldati romani erano stanziati a debita distanza di sicurezza,
vicino ai confini dell’impero e in aree di attivo impegno militare; soltanto
un esiguo numero di truppe, compresa la famigerata forza di polizia
chiamata «guardia pretoriana», era presente a Roma, che a tutti gli effetti
costituiva una zona demilitarizzata. Ma Augusto assunse un ruolo che
nessun romano aveva mai avuto prima: quello di comandante in capo di
tutte le forze armate, che nominava i suoi alti ufficiali, decideva dove e
contro chi combattere e reclamava per definizione come proprie tutte le
vittorie, chiunque avesse avuto l’effettivo comando sul campo di battaglia.
Consolidò la propria posizione anche spezzando i legami di dipendenza
e fedeltà personale tra gli eserciti e i loro singoli comandanti, grazie
soprattutto a un semplice e pratico sistema di riforma pensionistica. Questa
deve essere considerata una delle più significative innovazioni del suo
intero regime. Stabilì termini e condizioni uniformi di impiego nell’esercito,
con un periodo di servizio fissato a sedici anni (presto portato a venti) per i
legionari, ai quali, dopo il congedo, era assicurata a spese pubbliche una
liquidazione equivalente a dodici volte la loro paga annuale o
un’assegnazione di terreno di pari valore. Questo pose definitivamente fine
alla dipendenza dei soldati dai loro generali per la garanzia della propria
pensione, che, nell’ultimo secolo della repubblica, aveva ripetutamente
indotto i legionari ad anteporre la fedeltà verso il proprio comandante a
quella verso la stessa Roma. In altre parole, dopo secoli di milizie
semipubbliche, o semiprivate, Augusto nazionalizzò integralmente le
legioni romane e le escluse dalla politica. Anche se la guardia pretoriana
continuò a rappresentare una problematica forza politica, per la semplice
circostanza della sua vicinanza al centro di potere in Roma, nel corso dei
due secoli successivi soltanto in occasione di due brevi periodi di guerra
civile, rispettivamente negli anni 68-69 e 193 d.C., le legioni stanziate fuori
dalla città ebbero un ruolo di primo piano nell’insediare i propri candidati
sul trono di Roma.
Questa riforma fu una delle iniziative più costose affrontate da Augusto,
e anzi quasi insostenibile. A meno che non avesse commesso gravi errori di
calcolo, il semplice costo dell’operazione dimostra la massima priorità che
le assegnava. Secondo una stima approssimativa sulla base dei salari
militari a noi noti, la spesa annuale per le paghe regolari e per le
liquidazioni dell’intero esercito doveva ora ammontare a circa 450 milioni di
sesterzi. Questa cifra, secondo una stima ancora più approssimativa,
equivaleva a oltre la metà del gettito fiscale annuale dell’impero. Abbiamo
chiare testimonianze del fatto che, nonostante le enormi riserve dello stato
e dell’imperatore, fu alquanto difficile reperire il denaro necessario. Questa
è sicuramente una delle ragioni delle lamentele dei soldati ammutinatisi
sulla frontiera germanica subito dopo la morte di Augusto, i quali
protestavano per essere stati tenuti in servizio più a lungo dei vent’anni
stabiliti o per aver ricevuto un miserabile acquitrino anziché una dignitosa
fattoria. Allora come oggi, il metodo più semplice che aveva un governo per
ridurre la spesa pensionistica era quello di alzare l’età del pensionamento.
Sul piano interno, una medesima logica si celava dietro il graduale
declino e la successiva fine delle elezioni popolari. Non si trattava
principalmente di un attacco contro ciò che rimaneva della democrazia
romana, per quanto ciò ne fosse un’inevitabile conseguenza. Era,
soprattutto, un astuto modo di inserire un cuneo tra i potenziali rivali
dell’imperatore e qualsiasi tipo di ampio sostegno popolare o settario sul
quale avrebbero potuto contare all’interno della città. Le libere elezioni
avevano costituito il collante per la reciproca dipendenza tra i politici più
prominenti e il popolo nel suo complesso. Non appena iniziarono a contare
sull’assenso dell’imperatore e non sul voto popolare per ottenere cariche
pubbliche o altri tipi di promozione, gli individui più ambiziosi non furono
più costretti a conquistare il sostegno della popolazione e a costruirsi un
seguito personale, né ebbero più a disposizione una struttura istituzionale
entro la quale farlo. Lo scopo, come dichiarano più o meno esplicitamente
le Res Gestae, era che Augusto monopolizzasse il sostegno popolare,
tenendo i senatori debitamente fuori dal quadro.
Tuttavia, malgrado il suo eccezionale potere autocratico, Augusto aveva
ancora bisogno del Senato. Nessun sovrano assoluto regna veramente da
solo. L’impero romano aveva un’intelaiatura e una capillarità burocratica
molto leggere in confronto alla burocrazia di tutti gli stati moderni e anche
di alcuni antichi. Anche così, qualcuno doveva comandare le legioni,
governare le province, amministrare i rifornimenti di grano e acqua e, più in
generale, agire per conto di un imperatore che non poteva fare tutto. Come
avviene spesso nei casi di cambiamento di regime, la nuova guardia è più o
meno costretta a fondarsi su una versione accuratamente riformata di
quella vecchia, altrimenti – come abbiamo visto nella storia più recente – si
rischia di sfociare nell’anarchia.
In termini generali, Augusto ottenne l’acquiescenza e l’appoggio
senatoriale in cambio della concessione di onorificenze, prestigio e, in certi
casi, anche di nuovi poteri. Molte antiche incertezze vennero risolte, di
solito in favore del Senato. Fino ad allora i decreti senatoriali avevano avuto
soltanto valore consultivo e, se necessario, potevano essere ignorati o
trasgrediti, come avevano fatto Cesare e Pompeo nel 50 a.C., quando il
Senato aveva ordinato a entrambi di sciogliere i propri eserciti. A questi
decreti venne ora data forza di legge, ed essi, insieme ai pronunciamenti
dell’imperatore, divennero via via la principale forma di legislazione
romana. La spaccatura tra senatori e cavalieri che Gaio Gracco aveva aperto
negli anni Venti del II secolo a.C. era ormai completa. I due gruppi vennero
formalmente separati, e una nuova qualifica censuaria di un milione di
sesterzi, in confronto a quella di quattrocentomila richiesta ai cavalieri,
venne ora applicata a una «classe senatoria». Il rango senatorio venne
inoltre reso ereditario per tre generazioni. Questo significava che il figlio e
il nipote di un senatore potevano mantenere tutti i privilegi senatoriali
senza mai rivestire una carica pubblica. E questi privilegi aumentarono,
come anche i vincoli che dovevano contrassegnare la superiorità senatoria:
da una parte la garanzia di un posto in prima fila in tutti gli spettacoli
pubblici, dall’altra l’assoluta proibizione di fare l’attore.
In cambio, il Senato divenne qualcosa di più simile a un ramo
dell’amministrazione al servizio dell’imperatore. L’introduzione, voluta da
Augusto, di un’età di pensionamento per i senatori ne è soltanto uno dei
molti indizi. I senatori persero anche alcuni dei loro più importanti e
tradizionali simboli di gloria e prestigio. Per secoli, il vertice supremo
dell’ambizione romana, il sogno di ogni comandante, persino del poco
marziale Cicerone, era stato quello di celebrare un trionfo, sfilando per le
strade di Roma abbigliato come il dio Giove e accompagnato dal corteo
delle spoglie, dei prigionieri e delle truppe esultanti. Quando, il 27 marzo
del 19 d.C., Lucio Cornelio Balbo, un tempo scagnozzo di Giulio Cesare,
celebrò alcune vittorie che aveva riportato per conto di Augusto sulle
potenti popolazioni berbere presso le propaggini del Sahara, questa fu
l’ultima processione trionfale che vide come protagonista un comune
generale di rango senatorio. Da quel momento in poi, la cerimonia fu
riservata agli imperatori e ai loro parenti più stretti. Non era negli interessi
del regime autocratico condividere la fama e la gloria che un trionfo
conferiva: un’altra prova lampante che la vecchia repubblica era
definitivamente tramontata.
Fu anche un altro di quei casi in cui un mutamento radicale di pratiche e
abitudini venne fatto sembrare in qualche modo inevitabile. Come parte
della sua celebrazione del passato – e in quanto passato – Augusto ordinò
che nel Foro romano fosse esposto un elenco di tutti i generali che avevano
celebrato un trionfo, da Romolo fino a Balbo. Ne sopravvive una gran parte,
ritrovata in piccoli frammenti di un enorme puzzle marmoreo che furono
ricomposti, a quanto si dice, da Michelangelo nel XVI secolo per decorare il
nuovo Palazzo dei Conservatori che aveva riprogettato per il colle del
Campidoglio. L’opera era suddivisa in quattro pannelli, e, grazie alla
scrupolosa impaginazione prevista dai suoi incisori, il trionfo di Balbo è
registrato al fondo dell’ultimo pannello, senza lasciare nessuno spazio
vuoto per altri nomi. Qui non si trattava soltanto di simmetria del disegno,
e il messaggio era evidente: l’istituzione del trionfo non era stata interrotta
a metà strada; era giunta alla sua fine naturale. Non c’era più posto per
nessun altro.
Problemi di successione
Non tutto però andò per il verso voluto da Augusto. Anche attraverso
l’antica patina celebrativa che venne stesa sul suo regno, è possibile cogliere
un barlume di quello che avrebbe potuto essere un racconto alquanto più
torbido e tumultuoso. Nel 9 d.C., cinque anni prima della sua morte, Roma
subì uno spaventoso disastro militare in Germania per mano di ribelli locali
e combattenti per la libertà, che distrussero quasi per intero tre legioni. Ciò
non impedì ad Augusto di vantare orgogliosamente la pacificazione della
Germania nelle Res Gestae, ma la gravità della sconfitta sembra averlo
indotto a interrompere i progetti di conquista mondiale. Sul fronte interno,
l’opposizione al suo regno era più aperta e consistente di quanto appaia a
prima vista: circolavano opere letterarie offensive, che venivano requisite e
messe al rogo, e ci furono congiure alle quali scampò probabilmente tanto
grazie alla sua fortuna quanto alla sua accortezza. Svetonio cita diversi
dissidenti e cospiratori, ma, come sempre accade nel caso di complotti
falliti, è difficile determinare quali fossero le loro autentiche ragioni, tra la
politica e i rancori personali. La vittima designata non ha mai alcun
interesse a concedere ai suoi attentatori una versione imparziale.
In un caso appare probabile che il fattore principale del malcontento
fosse il mutato ruolo politico dell’aristocrazia e il controllo esercitato da
Augusto sulle elezioni. La storia di Marco Egnazio Rufo, nella forma che ci è
giunta, è prevedibilmente confusa nei dettagli, ma la trama essenziale è
sufficientemente chiara. Egnazio, in primo luogo, sfidò Augusto facendo
personali elargizioni al popolo. In particolare, quando rivestì la carica di
edile nel 22 a.C., utilizzò il proprio denaro per organizzare una rudimentale
squadra di pompieri per la città di Roma. Augusto disapprovò, ma decise di
battere in volata Egnazio mettendo a disposizione seicento schiavi di sua
proprietà. Pochi anni dopo, mentre Augusto si trovava all’estero, Egnazio
cercò di assumere il consolato senza avere ottenuto l’approvazione
dell’imperatore e quando non aveva ancora raggiunto l’età legale per questa
magistratura. Non si trattava certo di un complotto contro l’imperatore, il
quale, in ogni caso, non trovandosi a Roma, non avrebbe potuto essere
eliminato; e questa potrebbe essere la ragione per cui Egnazio pensava di
riuscire nel suo tentativo. Ma quando la sua candidatura fu rifiutata,
scoppiarono delle rivolte popolari. Egnazio fu giustiziato, per decisione del
Senato, presumibilmente con il benestare dell’assente imperatore.
Non ci è dato sapere quanti fra i suoi colleghi senatori abbiano
simpatizzato per Egnazio, e possiamo fare solo delle ipotesi. Non sappiamo
nulla del suo background e possiamo soltanto supporre quali fossero le sue
ragioni e i suoi obiettivi. Alcuni storici moderni ne hanno voluto fare una
sorta di paladino del popolo sul modello di Clodio e di altri tribuni della
tarda repubblica. Ma appare più probabile che protestasse contro l’erosione
dell’indipendenza dei senatori e affermasse il loro diritto a mantenere i
tradizionali legami con il popolo romano.
A parte la politica di prima linea, erano indubbiamente diffuse visioni
sovversive del mondo simbolico che Augusto cercava di promuovere, e
della sua nuova immagine di Roma. Il poeta Ovidio, vittima del lato più
crudele del regime augusteo, ci fornisce illuminanti indizi su quali
potessero essere le lagnanze mormorate dalla gente comune. Scrivendo dal
suo infelice esilio sulle coste del mar Nero, in una serie di poemi intitolati
Tristia, spesso più salaci che tristi, Ovidio si lancia in una spiritosa invettiva
contro la decorazione del tempio che dominava il nuovo Foro di Augusto,
che conteneva statue di Marte e Venere. Al pari del padre di Romolo e della
madre di Enea, Marte e Venere erano due divinità fondatrici di Roma. Ed
erano i due più celebri adulteri divini della mitologia classica. Fin dai tempi
di Omero si raccontava la storia di come il marito cornuto di Venere,
Vulcano, dio della metallurgia, avesse colto in flagrante gli imbarazzati
amanti, intrappolandoli astutamente in una rete di metallo che aveva
appositamente preparato. Non certo il simbolo più appropriato per la
moraleggiante nuova Roma di Augusto, dove l’adulterio era considerato un
crimine, insinuava il poeta. Anche alcuni dei più sofisticati sfoggi di civilitas
potrebbero essersi ritorti contro lo stesso imperatore. Se è vero che
Augusto, ogni volta che entrava o usciva dal Senato, salutava ogni senatore
per nome, l’intera procedura (ipotizzando dieci secondi per senatore e un
Senato relativamente pieno) avrebbe richiesto circa un’ora e mezzo tanto
all’ingresso quanto all’uscita. A qualcuno può essere apparsa più
un’esibizione di potere che di eguaglianza civica. Persino l’Eneide di Virgilio,
il poema epico promosso dallo stesso imperatore, solleva inquietanti
questioni. Enea, mitico antenato di Augusto e chiaramente tratteggiato
come una sorta di suo riflesso, appare come un eroe tutt’altro che franco e
leale. I lettori moderni sono probabilmente più turbati di quelli antichi dal
modo in cui Enea abbandona la sfortunata Didone, provocando il suo
spaventoso suicidio tra le fiamme della pira: il messaggio è che la mera
passione non deve ostacolare il perseguimento del proprio dovere
patriottico, e la minacciosa immagine di Cleopatra ribadisce l’assioma
celandosi dietro quella della regina di Cartagine. Ma la scena finale del
poema, nella quale Enea, ora stabilmente insediato in Italia, lascia
esplodere la sua rabbia e uccide brutalmente un nemico che si era arreso, è
sempre apparsa una conclusione inquietante. Queste ambiguità,
naturalmente, hanno reso l’Eneide un’opera ben più possente di quanto
avrebbero potuto fare migliaia di versi di sciovinistiche lodi. Ma continuano
a sollevare domande sul rapporto di Virgilio con il suo mecenate e con il
regime augusteo. Che cosa avrà pensato Augusto quando lesse, o ascoltò,
per la prima volta questi versi? Virgilio non poté mai saperlo né dirlo. Morì
nel 19 a.C., prima, a quanto si dice, di avere completato la revisione finale
del suo poema.
Il principale problema di Augusto, comunque, era quello di trovare un
successore. È certo che avesse intenzione di trasmettere il proprio potere.
La sua gigantesca tomba a Roma, già terminata nel 28 a.C., era la prova
lampante che lui, a differenza di Antonio, si sarebbe fatto seppellire sul
suolo italiano e che gli sarebbe succeduta una dinastia di imperatori.
Promosse anche l’idea di una famiglia imperiale, che includeva sua moglie
Livia. Il dominio autocratico spesso porta alla ribalta le donne, non perché
siano investite di qualche potere ufficiale, bensì perché, quando una
persona prende fondamentali decisioni per lo stato in privato, chiunque
viva a stretto contatto con quella persona viene ritenuto capace di esercitare
su di essa una notevole influenza. La donna che può sussurrare consigli e
suggerimenti nelle orecchie di suo marito detiene (o spesso si ritiene che
detenga) de facto più autorità del collega che può soltanto inviargli richieste
e rapporti ufficiali. In un’occasione, Augusto riconobbe in una lettera
indirizzata alla città greca di Samo che Livia aveva messo una buona parola
in suo favore da dietro le quinte. Ma lo stesso Augusto sembra avere
promosso ancora più attivamente il ruolo di Livia, facendone il cardine delle
proprie ambizioni dinastiche.
Livia aveva un’immagine ufficiale per la scultura romana (si veda la
tavola 12), esattamente come Augusto, e le era stata accordata una serie di
speciali privilegi legali, tra cui un posto in prima fila a teatro,
l’indipendenza finanziaria e, a partire dagli anni della guerra civile, il diritto
alla sacrosantitas («inviolabilità»), analoga a quella di cui godevano i tribuni.
Il concetto di sacrosantitas era stato elaborato al tempo della repubblica e
serviva a proteggere i rappresentanti del popolo da ogni possibile attacco.
Non appare altrettanto chiaro da cosa dovesse proteggere Livia, ma il fatto
nuovo e importante è che tale diritto era espressamente fondato sui diritti
attribuiti a un magistrato pubblico uomo. Questo significava introdurla
ufficialmente al centro della scena, più di quanto fosse mai accaduto a
qualsiasi altra donna prima di lei. In un poema dedicatole dopo la morte di
suo figlio Druso nel 9 a.C. viene addirittura chiamata Romana princeps: era
l’equivalente femminile di un titolo regolarmente attribuito ad Augusto,
Romanus princeps, ossia «primo cittadino di Roma», e significava
pressappoco first lady. Probabilmente un bizzarro quanto iperbolico
componimento scritto da un adulatore, e certamente non l’indizio di una
crescente emancipazione delle donne in generale, ma che dimostra
comunque l’importanza pubblica della moglie dell’imperatore all’interno di
un’aspirante dinastia imperiale.
Il problema stava nel fatto che la coppia non aveva figli. Quando si
sposarono, nel 37 a.C., Augusto aveva già una figlia da un precedente
matrimonio, mentre Livia aveva già partorito Tiberio e aspettava un altro
figlio, al quale venne dato il nome Druso. Malgrado tutta la loro successiva
rispettabilità, il loro matrimonio iniziò sotto un velo scandaloso, bollato da
Antonio come un indegno atto da donnaiolo. Presumibilmente per
vendicarsi di tutte le infamanti voci diffuse sulla sua immoralità, Antonio
ripeteva che i due si incontravano alle feste del marito di lei, a metà della
cena si appartavano in una vicina camera da letto e poi tornavano con i
capelli arruffati. Scandaloso o rispettabile che fosse, il matrimonio non
produsse prole: da Augusto, secondo Svetonio, Livia ebbe soltanto un feto
nato prematuro. Perciò l’imperatore fece tutto il possibile per assicurarsi
degli eredi che potessero essere presentati, nel caso, come legittimi
successori. Giulia, in quanto sua figlia naturale, fu il principale strumento
dei suoi piani. Fu data in sposa prima a suo cugino Marcello, morto quando
Giulia aveva appena sedici anni; poi a un amico e collega del padre, Marco
Agrippa, di oltre vent’anni più anziano; infine, in quella che doveva
sembrare un’unione perfetta, a Tiberio, figlio di Livia. E se la presenza di un
coniuge impediva la realizzazione dei suoi piani matrimoniali, Augusto
imponeva il divorzio. Soltanto in rare occasioni ci resta qualche traccia delle
sofferenze personali che questi piani producevano. A quanto pare, Tiberio
fu devastato dall’obbligo di separarsi da sua moglie Vipsania Agrippina,
figlia che Agrippa aveva avuto da un precedente matrimonio, per poter
sposare Giulia, che ora era la vedova di Agrippa (un classico esempio di
confusione dinastica). Si diceva che una volta, dopo il loro divorzio, Tiberio
avesse intravisto per caso Vipsania e che i suoi occhi si fossero riempiti di
lacrime; gli addetti alla sua sorveglianza fecero in modo che non la vedesse
mai più. Quanto a Giulia, è possibile che questa serie di matrimoni
combinati avesse qualcosa a che fare con la sua ben nota promiscua vita
sessuale. Una scioccante storia la vede organizzare sfrenate feste sui rostra
del Foro: per una compiaciuta, o piuttosto orribile, simmetria, era lo stesso
luogo da cui suo padre aveva sostenuto le sue restrizioni sull’adulterio. Vere
o no che fossero, le sue storie amorose furono una delle ragioni (un’altra fu
un presunto tradimento contro lo stato) che portarono, nel 2 a.C., al suo
esilio sulla piccola isola di Ventotene, dalla quale non fece mai più ritorno a
Roma.

65. Dettaglio del fregio processionale dell’altare dell’Ara Pacis di Augusto eretta nel 13
a.C. Il fregio mostrava la famiglia imperiale al completo: in questo dettaglio, sulla sinistra
è raffigurato Agrippa. La donna dietro di lui potrebbe essere la moglie che aveva allora,
Giulia, ma viene generalmente identificata con Livia.
Il risultato di questa pianificazione dinastica è che l’albero genealogico di
quella che è oggi chiamata dinastia giulio-claudia (Giulio era il nome di
famiglia di Augusto, e Claudio quello del primo marito di Livia) divenne
così complicato che appare quasi impossibile da rappresentare in forma
schematica, per non parlare della possibilità di ricordarlo in dettaglio. Ma,
anche così, gli eredi tanto desiderati non si materializzarono, e, quando lo
fecero, morirono troppo presto. Il matrimonio di Tiberio e Giulia diede un
solo figlio, che non sopravvisse all’infanzia. Augusto adottò i due figli che
Giulia aveva avuto dal matrimonio con Agrippa per poterli presentare come
suoi eredi (complicando ulteriormente l’albero genealogico). La loro
immagine, che sembrava il ritratto sputato del loro padre adottivo, fu
scrupolosamente diffusa in tutto il mondo romano, ma uno morì di malattia
nel 2 d.C., a soli diciannove anni, e l’altro nel 4 d.C., dopo essere rimasto
ferito durante una campagna militare in Oriente e prima che il suo
matrimonio (con un altro membro della famiglia) avesse potuto dare un
figlio. Alla fine, malgrado tutti i suoi sforzi, Augusto si ritrovò nel punto
dove sarebbe potuto rimanere fin dall’inizio, vale a dire con Tiberio, il figlio
di Livia, che divenne imperatore nel 14 d.C. Plinio il Vecchio non poté fare a
meno di notare in ciò un’altra ironia della storia. Tiberio Claudio Nerone, il
padre del nuovo imperatore, nella guerra civile si era schierato con Antonio
e, insieme alla sua famiglia, era stato tra gli assediati di Perugia. Augusto
morì, concludeva amaramente Plinio, «con il figlio del suo nemico come
proprio erede».
Augusto è morto. Lunga vita ad Augusto!
Augusto morì il 19 agosto del 14 d.C., poco prima del suo settantaseiesimo
compleanno, in una delle ville che aveva nell’Italia meridionale. Secondo
Svetonio, stava trascorrendo un periodo di vacanza sull’isola di Capri,
distraendosi con giochi eruditi insieme ai suoi ospiti: per esempio, tutti gli
ospiti romani dovevano vestirsi alla greca e parlare greco, mentre tutti gli
ospiti greci dovevano comportarsi come romani. Gli ultimi giorni furono
alquanto pacati. Rientrato sulla penisola, ebbe dolori allo stomaco, che alla
fine lo costrinsero a letto, dove poco dopo morì, fatto piuttosto
sorprendente, dato il destino di tanti suoi contemporanei. Successivamente
circolarono voci secondo le quali Livia aveva avuto un ruolo nella sua fine,
con qualche fico avvelenato, allo scopo di facilitare l’accessione al trono di
Tiberio, proprio come si era rumoreggiato che avesse affrettato la morte di
altri membri della famiglia per timore che ostacolassero le possibilità di
Tiberio di salire al potere. Fu comunque un altro caso di morte misteriosa
nel mondo romano – come lo era la maggior parte delle morti, quando non
avvenivano in battaglia, durante il parto o per incidente –, che fece nascere
numerosi sospetti e dicerie più o meno fondate. E il veleno fu sempre
considerato l’arma preferita delle donne. Non richiedeva forza fisica, ma
soltanto astuzia, e costituiva un terrificante rovesciamento del loro
tradizionale ruolo di nutrici.
Altri credevano, più ragionevolmente, che Livia avesse avuto un ruolo di
primo piano nell’agevolare la transizione da Augusto a Tiberio. Non appena
la morte del marito apparve imminente, fece chiamare suo figlio, che si
trovava al di là dell’Adriatico, a circa cinque giorni di viaggio. Nel frattempo
continuò a emanare ottimistici bollettini sulla salute di Augusto, finché,
una volta giunto Tiberio, poté annunciarne la morte; quando esattamente
sia morto Augusto rimarrà sempre materia di dibattito. Comunque, che
fosse avvenuta prima o dopo l’arrivo del suo erede, l’accessione al trono di
Tiberio fu relativamente tranquilla. Il corpo di Augusto fu trasportato per
oltre centocinquanta chilometri da Nola, dove era morto, fino a Roma, sulle
spalle degli uomini più illustri delle città attraversate lungo il viaggio. Non
ci fu alcuna cerimonia di incoronazione; in qualsiasi modo Augusto avesse
sfruttato il trionfo celebrato nel 29 a.C., non esisteva un rituale
specificamente romano per sancire l’accessione imperiale. Ma, quando
convocò una riunione del Senato per rendere pubblico il testamento, i
lasciti e le altre disposizioni di Augusto, nonché per discutere l’allestimento
dei funerali, Tiberio aveva già saldamente in mano le redini del potere quale
nuovo imperatore.
Alcune testimonianze fanno supporre che gli organizzatori del funerale
temessero possibili disordini. Per quale altro motivo avrebbero fatto
sorvegliare la cerimonia e il percorso della processione funeraria da guardie
armate? Ma tutto si svolse pacificamente, in un modo che sarebbe stato
sostanzialmente familiare a Polibio, per quanto su una scala assai più
grandiosa. Un modello in cera di Augusto, e non il suo corpo, fu collocato
sui rostra mentre Tiberio pronunciava l’elogio funebre. Nella processione
furono fatte sfilare immagini non soltanto degli antenati di Augusto ma
anche di altri illustri romani del passato, compresi Pompeo e Romolo, come
se Augusto discendesse da tutti loro. Dopo la cremazione, Livia (ora
chiamata Augusta, perché nel suo testamento Augusto l’aveva ufficialmente
adottata) ricompensò con un milione di sesterzi l’uomo che giurò di avere
visto Augusto innalzarsi in cielo. Ora Augusto era un dio.
Nella sua forma umana, l’imperatore rimase un enigma fino all’ultimo.
Tra le ultime parole rivolte ai suoi amici presenti, prima di un bacio di addio
a Livia, incluse una citazione tipicamente ambigua tratta da una commedia
greca: «Se ho recitato bene la mia parte, applauditemi». Quale parte aveva
recitato in tutti questi anni? E dov’era il vero Augusto? E chi aveva scritto il
suo copione? Tutte queste domande, allora come oggi, attendono una
risposta. Ancora ci domandiamo come Augusto sia riuscito a riplasmare
così radicalmente il panorama politico romano e a imporre la sua volontà
per più di quarant’anni (e con quali appoggi). Per esempio, chi decise le
caratteristiche della sua immagine ufficiale (o di quella di Livia)? Quale
genere di discussioni, e con quali partecipanti, sta dietro il nuovo modello
di servizio e pensionamento militare? Fino a che punto è stata la semplice
fortuna a farlo sopravvivere così a lungo?
Ciononostante, l’impianto generale che aveva messo in piedi per il ruolo
di imperatore durò per oltre duecento anni, ossia per il resto del periodo
trattato in questo libro. Ogni successivo imperatore che incontreremo fu, o
almeno impersonò, Augusto. Tutti assunsero il nome Augusto come parte
dei loro titoli imperiali, ed ereditarono il suo personale anello-sigillo,
trasmesso direttamente di successore in successore. Nel corso del suo
regno Augusto ne aveva cambiato il motivo inciso, prima in un ritratto di
Alessandro Magno e infine in quello di se stesso. Il volto di Augusto,
insomma, divenne la firma di ciascuno dei suoi successori. Per quanto
diversi possano essere stati i loro nomi, le loro idiosincrasie, le loro virtù, i
loro vizi o i loro retroterra culturali e sociali, furono tutti, nel bene o nel
male, reincarnazioni di Augusto, che operarono entro il modello autocratico
da lui creato e si trovarono a dover affrontare i problemi che egli aveva
lasciato irrisolti. È appunto a una parte di questi problemi che ora
rivolgeremo la nostra attenzione, cominciando con un’altra morte.

66. Versione semplificata della famiglia e dei discendenti di Augusto e Livia; gli imperatori
sono indicati in neretto. Le adozioni e i molteplici matrimoni, nonché la presenza di
diversi personaggi con il medesimo nome, rendono il quadro di una complessità
sconcertante. Ma proprio questa sconcertante complessità era parte integrante
dell’essenza della dinastia.
QUATTORDICI IMPERATORI
Gli uomini sul trono
Il 24 gennaio del 41 d.C., quasi trent’anni dopo la morte di Augusto nel
proprio letto, e quasi ottantacinque anni dopo l’assassinio di Giulio Cesare,
a Roma ci fu un altro violento omicidio. Questa volta la vittima fu
l’imperatore Gaio – o, per citare il suo nome completo, Gaio Giulio Cesare
Augusto Germanico –, che quattro anni prima era succeduto al suo prozio,
l’anziano Tiberio, sul trono di Roma. Fu il secondo di una serie di
quattordici imperatori (non contando i tre effimeri pretendenti nel breve
periodo di guerra civile tra il 68 e il 69 d.C.) che regnarono a Roma nei quasi
180 anni che intercorrono tra la morte di Augusto e quella dell’imperatore
Commodo, assassinato nel 192 d.C. Tra essi figurano alcuni dei nomi più
celebri della storia romana: Claudio, che succedette a Gaio e al quale è
assegnato un ruolo da protagonista come erudito e acuto osservatore della
politica di palazzo nei romanzi Io, Claudio e Il divo Claudio di Robert Graves;
Nerone, con la sua fama di omicida, suonatore di lira, persecutore di
cristiani e piromane; Marco Aurelio, l’«imperatore filosofo», le cui
meditazioni filosofiche, intitolate Pensieri, sono oggi un best seller; e
Commodo, le cui esibizioni nell’arena sono state ricreate, non del tutto
inaccuratamente, nel film Il gladiatore. Altri, nonostante tutti gli sforzi dei
biografi moderni, sono per noi soltanto dei nomi: l’anziano Nerva, per
esempio, che tenne il potere per appena diciotto mesi alla fine del I secolo
d.C.
L’assassinio di Gaio è uno degli eventi meglio documentati di questo
periodo della storia romana, e rappresenta certamente il resoconto più
dettagliato che ci sia pervenuto sulla caduta di un imperatore. Occupa circa
trenta pagine di testo in un’edizione moderna, ed è inserito come
digressione in una storia enciclopedica degli ebrei, scritta circa una
cinquantina d’anni dopo da Tito Flavio Giuseppe, un importante ribelle
ebreo al giogo romano negli anni Sessanta del I secolo a.C. (con il nome di
Joseph Ben Matthias), che poi cambiò schieramento, sul piano politico se
non su quello religioso, e finì per diventare quasi uno scrittore di corte. Per
Flavio Giuseppe, l’assassinio di Gaio fu una punizione divina scagliata
contro un imperatore che aveva deriso e maltrattato gli ebrei e addirittura
fatto erigere una statua di se stesso all’interno del Tempio. Comunque, a
giudicare dai dettagli circostanziati del suo racconto, deve avere avuto
accesso a una fonte scritta da qualcuno piuttosto vicino agli eventi del 24
gennaio.
Tiberio (14-37 d.C.)

Gaio (Caligola) (37-41 d.C.)

Claudio (41-54 d.C.)

Nerone (54-68 d.C.)


Vespasiano (69-79 d.C.)

Tito (79-81 d.C.)

Domiziano (81-96 d.C.)

Nerva (96-98 d.C.)


Traiano (98-117 d.C.)

Adriano (117-138 d.C.)

Antonino il Pio (138-161 d.C.)

Marco Aurelio (161-180 d.C.)


Lucio Vero (in coreggenza con Marco Aurelio, 161-189 d.C.)

Commodo (180-192 d.C.)


DINASTIE
Giulio-Claudi (14-68 d.C.)

Flavi (69-96 d.C.)

«dinastia adottiva» (96-192 d.C.)

67. Tre imperatori – Galba, Otone e Vitellio – ebbero un regno di breve durata tra la morte
di Nerone e l’accessione al trono di Vespasiano.

Il racconto dell’assassinio di Gaio che ci offre Flavio Giuseppe apre uno


squarcio illuminante sulla nuova atmosfera politica che si diffuse dopo
l’uscita di scena del primo Augusto: gli intrighi di palazzo, i vuoti slogan
della vecchia aristocrazia senatoria, i problemi della successione, i pericoli
che correva chi era assiso sul trono di Roma. Per di più, i vari giudizi, antichi
e moderni, sugli errori e i difetti di Gaio, sulle ragioni del suo assassinio e
su ciò che avvenne in seguito sollevano importanti questioni: per esempio,
su come venne creata la reputazione degli imperatori romani, su come era,
ed è, giudicato il loro successo o insuccesso e – cosa ancora più
fondamentale – su come il carattere, le qualità, i matrimoni e gli omicidi dei
singoli sovrani possano aiutarci a comprendere nella sua vasta complessità
la storia di Roma sotto il regime imperiale.
Dunque, come fu ucciso Gaio, e perché?
Che cosa andò storto con Gaio?
L’imperatore Tiberio, che nel 14 d.C. era succeduto, in modo
apparentemente tranquillo, al suo padre adottivo Augusto, si fece sempre
più solitario nel corso dell’ultimo decennio del suo regno, trascorrendo la
maggior parte del tempo sull’isola di Capri, quasi senza contatti con la
capitale. Quando, nel 37 d.C., dopo la morte di Tiberio, venne acclamato
imperatore, Gaio dev’essere apparso come un gradito cambiamento.
Appena ventiquattrenne, aveva tutti i titoli per stare al vertice della dinastia
giulio-claudia. Sua madre, Agrippina, era la figlia di Giulia, e pertanto la
nipote di Augusto per diretta discendenza. Suo padre, Germanico –
designato come futuro imperatore prima della sua precoce, e
prevedibilmente sospetta, morte –, era nipote di Livia e pronipote di
Augusto. Fu grazie ai suoi genitori che gli venne affibbiato il soprannome
Caligola («Stivaletto»), nome con il quale è generalmente conosciuto oggi.
Ancora bambino lo avevano portato in campagna militare, facendogli
indossare una piccola uniforme da soldato, con tanto di altrettanto
minuscole calzature militari, chiamate in latino caligae.
68. Questo busto raffigura Gaio in abiti militari, con una elaborata corazza. In testa porta
una corona di foglie di quercia, la corona civica, tradizionalmente conferita ai romani che
avevano salvato in battaglia la vita dei loro concittadini.

Il suo assassinio, dopo soli quattro anni di regno, per mano di tre soldati
della guardia pretoriana, fu altrettanto cruento e caotico di quello di Cesare.
Nel mondo antico era praticamente impossibile compiere un omicidio
mantenendosi a una distanza di sicurezza. Per uccidere bisognava di solito
avvicinarsi alla propria vittima e colpirla, spesso con grande spargimento di
sangue. Come dimostrano in modo lampante i casi di Cesare e Gaio, per chi
sedeva sul trono i maggiori pericoli giungevano proprio da coloro ai quali
era consentito stargli più vicino: mogli, figli, guardie del corpo, colleghi,
amici e schiavi. Ma altrettanto netta è anche la differenza tra i due
assassinii, un riflesso di quanto fossero mutate le cose dal tempo della
repubblica a quello degli imperatori. Cesare era stato accoltellato dai suoi
colleghi senatori, in una riunione pubblica, in piena vista, mentre veniva
presentata una petizione. Gaio fu massacrato in casa, completamente solo
in un vuoto corridoio, da alcune delle truppe scelte che avrebbero dovuto
garantire la sicurezza interna del regime. E, quando giunse sua moglie,
insieme alla figlioletta, e scoprì il corpo, vennero entrambe uccise.
L’imperatore, racconta Flavio Giuseppe, quel giorno aveva assistito ad
alcune esibizioni sul Palatino per la festa annuale in memoria di Augusto,
fissata in modo da coincidere con l’anniversario di matrimonio della prima
coppia imperiale. Al termine dello spettacolo mattutino, aveva deciso di
saltare il pranzo (secondo un’altra versione sentiva un po’ di nausea per
avere mangiato troppo la notte precedente) e di recarsi direttamente dal
teatro alle sue terme private. Mentre percorreva un passaggio che collegava
due settori all’interno del sempre più grande «complesso palaziale» (già
ben più vasto dell’abitazione relativamente modesta di Augusto), venne
assalito dai tre pretoriani. Il loro leader, Cassio Cherea, era a quanto pare
spinto da un risentimento personale. Era stato spesso al servizio
dell’imperatore, fungendo da torturatore per suo conto e imponendo la sua
volontà, ma in cambio Gaio lo aveva ripetutamente e pubblicamente deriso
per la sua effeminatezza («femminuccia» era uno dei nomignoli preferiti
con cui lo apostrofava). Questa fu la vendetta di Cherea.
È possibile che il complotto fosse mosso anche da princìpi più elevati e
che godesse di ampi sostegni fra i soldati e i senatori. Questo almeno fanno
supporre le numerose storie sulle nefandezze di Gaio. Sono
particolarmente celebri l’incesto con le sorelle e il suo folle progetto di
nominare senatore il proprio cavallo. I suoi vanagloriosi progetti edilizi
sono stati giudicati come qualcosa a metà strada tra un affronto alle leggi di
natura e un ridicolo sfoggio. (Provate a immaginarlo, come più di uno
scrittore ha descritto la scena, pavoneggiarsi a cavallo su una strada
costruita sopra un ponte di barche attraverso il golfo di Napoli, con indosso
la corazza di Alessandro Magno...) I suoi coraggiosi soldati dovettero subire
l’umiliazione di essere messi a caccia di conchiglie su una spiaggia francese.
E il suo allegro modo di minacciare l’ormai da tempo sofferente aristocrazia
divenne leggendario. Una volta venne visto scoppiare improvvisamente a
ridere durante un banchetto, mentre stava comodamente sdraiato accanto
ai due consoli. «Cosa c’è da ridere?» domandò gentilmente uno di essi. «È
solo il pensiero che, con un solo cenno del capo, potrei farvi sgozzare
immediatamente tutti e due» rispose Gaio. Se non lo avesse fatto Cherea, ci
avrebbe pensato qualcun altro a impugnare il coltello.
Comunque, quali che fossero le vere ragioni dell’assassinio, qui si
esprimeva una nuova politica: una banda di sicari che agivano in segreto e
un omicidio dinastico che richiedeva l’eliminazione anche dei parenti più
stretti della vittima. Nessuno si era scagliato contro la moglie di Giulio
Cesare. E ciò dimostrava che, malgrado Augusto fosse in gran parte riuscito
a escludere le legioni romane dalla politica, i pochi soldati di stanza in città
potevano esercitare un enorme potere se lo ritenevano necessario. Nel 41
d.C. non si trattò semplicemente di un gruppo di pretoriani scontenti che
assassinarono l’imperatore; la stessa guardia pretoriana impose
immediatamente il suo successore. Anche la scorta dell’imperatore, una
piccola milizia privata di germani, scelti perché la loro condizione di barbari
era considerata una garanzia contro la corruzione, ebbe un ruolo
sanguinoso negli eventi che seguirono.
Non appena trapelò la notizia dell’assassinio, i germani diedero prova
della loro spietata e rozza fedeltà. Piombarono sul Palatino, uccidendo
chiunque sospettassero di essere coinvolto nel complotto. Un senatore fu
massacrato perché la sua toga era macchiata del sangue di un animale
sacrificato per un rito eseguito quel giorno, suscitando l’impressione che
potesse avere partecipato all’uccisione dell’imperatore. E si misero a
terrorizzare la gente che stava ancora accalcandosi nel teatro dopo che
l’imperatore se n’era andato. Questi spettatori rimasero barricati dentro
l’edificio, finché intervenne un gentile dottore. Era venuto per medicare
quanti erano rimasti feriti nella confusione seguita all’assassinio, e riuscì a
far fuggire questi innocenti spettatori con la scusa di mandarli a prendere
attrezzature mediche.
Nel frattempo, i senatori si riunirono nel tempio di Giove sul
Campidoglio, il monumento simbolo della repubblica, ed espressero
solenni parole sulla fine della schiavitù politica e il ritorno della libertà.
Erano cento anni, secondo i loro calcoli, che la libertà era stata perduta
(pensavano probabilmente, quale momento di svolta, all’accordo stipulato
nel 60 a.C. da Pompeo, Cesare e Crasso, per formare la Banda dei Tre), e
perciò questo appariva un momento di favorevole auspicio per riprenderne
possesso. Il console Gneo Senzio Saturnino pronunciò un discorso
estremamente toccante. Era troppo giovane, come ammise lui stesso, per
ricordare la repubblica, ma aveva visto con i propri occhi «con quali mali le
tirannidi infestino uno stato». Con l’assassinio di Gaio era sorta una nuova
alba:

A capo dello stato non vi è più un despota che possa impunemente opprimere
la città ... Questa tirannia non era rinvigorita da altro all’infuori dell’indolenza
... Abbiamo ceduto alla seduzione della pace e abbiamo imparato a vivere
come prigionieri vinti ... Il nostro primo dovere è rendere i più alti onori a
coloro che hanno eliminato il tiranno.

Parole che suonavano forti e solenni, ma che si rivelarono vuote. Mentre


Saturnino le pronunciava, continuava a portare al dito il suo consueto
anello-sigillo, sul quale era inciso, con perfetta lealtà, il volto di Gaio. Un
osservatore, notando il contrasto tra le parole e il gioiello, salì sulla tribuna
e glielo strappò dal dito.
L’intera messinscena giungeva in ogni caso troppo tardi. La guardia
pretoriana, che aveva un’opinione molto bassa delle capacità del Senato e
nessun desiderio di ritornare alla repubblica, aveva già prescelto un nuovo
imperatore. La storia che si raccontava era che, terrorizzato dalla violenza e
dal tumulto, lo zio cinquantenne di Gaio, Claudio, si fosse nascosto in un
vicoletto buio. Ma fu ben presto scovato dai pretoriani e, nonostante il suo
timore di essere ucciso, acclamato come imperatore. La sua parentela con
Livia e Augusto lo rendeva un candidato legittimo, e si trovava
convenientemente al posto giusto. Seguirono nervosi negoziati, attenta
propaganda e imbarazzanti decisioni. Claudio concesse a ciascun
pretoriano una generosa elargizione: «primo fra i Cesari a comperare la
fedeltà delle truppe» osservò con sarcasmo il biografo Svetonio, come se
Augusto non avesse fatto sostanzialmente la stessa cosa. I senatori
rinunciarono a ogni idea di libertà repubblicana e ben presto non richiesero
altro che Claudio accettasse ufficialmente il trono da loro stessi, mentre la
maggior parte se la squagliò in fretta nella sicurezza delle proprie ville di
campagna. Anziché ricevere «i massimi onori possibili», Cherea e uno dei
suoi complici furono giustiziati, in quanto i consiglieri del nuovo
imperatore sostennero rigidamente che, pur essendo stata l’azione gloriosa
e meritevole, la slealtà doveva essere comunque punita per scoraggiare
possibili emulazioni. Claudio continuò ad affermare di essere un sovrano
riluttante, messo al potere contro la sua volontà. Forse era vero, ma
un’esibizione di riluttanza ha spesso fornito un’utile copertura a una
spietata ambizione. Ben presto, in tutto l’impero romano gli scultori
dovettero adeguarsi ai tempi e impegnarsi a riscolpire gli ormai inutili
ritratti di Gaio per farne versioni accettabili dell’aspetto del suo vecchio zio,
ora diventato il nuovo imperatore.
Questi eventi ci offrono una viva istantanea della politica dell’autocrazia
romana quasi trent’anni dopo la morte di Augusto. L’inutile arroccamento
del Senato sulla restaurazione della repubblica serve soltanto a dimostrare
che il vecchio sistema di governo era definitivamente tramontato, non
restando altro che una nostalgica fantasia immaginata da chi non ne aveva
mai avuto esperienza diretta. Come sottintende Flavio Giuseppe, chiunque
potesse sostenere con solenni parole un ritorno alla repubblica sfoggiando
al proprio dito un anello con il ritratto dell’imperatore in realtà non
comprendeva assolutamente che cosa fosse il governo repubblicano. La
confusione e la violenza che seguirono all’assassinio dimostrano non
soltanto con quanta facilità una pacifica rappresentazione teatrale
mattutina si potesse trasformare in un bagno di sangue, ma mettono anche
in risalto tutte le diverse visioni politiche che animavano il Senato, i soldati
e la gente comune. La maggior parte dei ricchi e privilegiati celebrava la
morte di un tiranno. I poveri, invece, piangevano per l’assassinio del loro
eroe. Flavio Giuseppe nota con particolare derisione la follia delle donne,
dei bambini e degli schiavi che «non volevano accettare la realtà» e
credevano gioiosamente alle false voci secondo cui Gaio era stato medicato
e rimesso in piedi e stava camminando nel Foro. Appare abbastanza chiaro
che quanti erano contenti di vedere Gaio tolto di mezzo non erano affatto
d’accordo su ciò che si dovesse fare in seguito. Ancora più numerosi erano
coloro che non gradivano per nulla vedere il proprio imperatore
assassinato.
Queste differenze d’opinione sfidano le ortodossie e sollevano alcune
questioni storiche di maggiore portata. Gaio era davvero il mostro che viene
sempre raffigurato? La gente comune, come suggerisce Flavio Giuseppe, era
stata abbindolata e conquistata da un imperatore ritenuto capace di
compiere gesti di stravagante generosità nei confronti della folla? (Una
volta, a quanto si diceva, dal tetto di un edificio del Foro si era messo
addirittura a gettare denaro ai passanti.) Forse sì. Ma ci sono valide ragioni
per nutrire sospetti su molte delle storie tradizionali giunte sino a noi sulla
perfidia di Gaio.
Alcune di queste sono semplicemente inverosimili. Anche tralasciando i
suoi istrionici exploit nel golfo di Napoli, avrebbe davvero potuto far
costruire un gigantesco ponte dal Palatino al Campidoglio, del quale non
rimane però la benché minima traccia? Quasi tutte queste storie sono state
scritte parecchi anni dopo la morte dell’imperatore, e le più bizzarre
appaiono tanto più deboli quanto più a fondo le si esamina. Quella sulle
conchiglie potrebbe benissimo risalire a una confusione sulla parola latina
musculi, che può significare sia «conchiglie» sia «capanne militari». Dunque,
i soldati non erano stati costretti a raccogliere conchiglie ma stavano in
realtà smantellando un accampamento temporaneo? E il primo riferimento
all’incesto che ci sia noto risale soltanto alla fine del I secolo d.C., mentre la
testimonianza più chiara in tal senso sembra essere il profondo dolore
provato per la morte della sorella Drusilla, cosa che ben difficilmente si può
considerare una prova decisiva di rapporti sessuali. L’idea diffusa da alcuni
scrittori moderni, secondo cui i suoi banchetti serali assomigliavano
piuttosto a delle orge, con le sue sorelle «sotto» di lui e sua moglie «sopra»,
deriva semplicemente da una traduzione errata delle parole di Svetonio, che
si riferisce alla collocazione dei posti a una tavola romana. Sarebbe da
ingenui immaginare che Gaio fosse un sovrano innocente e benevolo,
spaventosamente frainteso o deliberatamente dipinto in modo distorto. Ma
è altrettanto difficile non convincersi che, per quanto possano avere un
nocciolo di verità, queste storie su Gaio siano un’inestricabile combinazione
di fatti, di esagerazioni, di volute distorsioni e complete invenzioni,
composte in gran parte dopo la sua morte, e in larga misura a beneficio del
nuovo imperatore, Claudio, la cui legittimità al trono dipendeva in parte
dalla convinzione che il suo predecessore fosse stato giustamente
eliminato. Come era stato interesse di Augusto denigrare Antonio, così era
interesse del regime di Claudio, e di coloro che, sotto il nuovo imperatore,
volevano distanziarsi dal vecchio, scaricare disprezzo su Gaio, quale che
fosse la verità. Per dirlo in altre parole: Gaio potrebbe essere stato
assassinato perché era un mostro; ma è altrettanto possibile che sia stato
presentato come un mostro proprio perché era stato assassinato.
Ma supponiamo pure (tralasciando tutti i dubbi) che queste storie siano
vere, che la gente semplice fosse stata facilmente ingannata e che Roma si
fosse trovata sotto il comando di un pazzo sadico, una via di mezzo tra uno
psicopatico e uno Stalin. Il punto decisivo è che, a parte il fatto di ribadire
che ormai gli imperatori erano diventati un elemento fisso, l’uccisione di
Gaio non ebbe alcun effetto significativo sulla storia del regime imperiale.
Questa era una cosa che gli assassini del 41 d.C. avevano in comune con gli
assassini del 44 a.C., i quali pure avevano ucciso un autocrate (Giulio
Cesare) soltanto per finire nelle mani di un altro (Augusto). Nonostante
l’entusiasmo generato dall’assassinio di Gaio, la suspense, l’incertezza del
momento e l’amoreggiamento con gli ideali repubblicani, tanto breve
quanto irrealistico, il risultato finale fu che sul trono di Roma si sedette un
altro imperatore non molto diverso da quello che aveva rimpiazzato.
Claudio può avere goduto di una migliore e ben più pedante reputazione
postuma, soprattutto perché il suo figlio adottivo e successore, Nerone, non
aveva particolare interesse a denigrarne la memoria. Ma basta scavare un
po’ sotto la superficie, e anche per Claudio saltano fuori esempi di crudeltà
e criminalità (durante il suo regno, secondo un antico conteggio, furono
messi a morte 35 senatori, su un totale di circa 600, e 300 cavalieri); e, in
ogni caso, Claudio occupava il medesimo posto nella struttura di potere
romana.
È un’impressione che si ricava osservando i ritocchi apportati ai ritratti
del vecchio imperatore. Il mero calcolo economico avrà almeno in parte
dettato le astute alterazioni. Qualsiasi scultore che avesse appena terminato
una testa di Gaio non voleva certo vedere sprecato il proprio tempo e
denaro nell’inutile ritratto di un sovrano spodestato; meglio quindi
ritoccarlo subito per dargli l’aspetto del nuovo uomo sul trono. Parte dei
cambiamenti può anche essere dovuta a una forma di eliminazione
simbolica. I romani cercarono spesso di cancellare dalla memoria coloro che
erano caduti in disgrazia, demolendo le loro case, abbattendo le loro statue
e cancellando i loro nomi dalle iscrizioni pubbliche (spesso con rozzi colpi
di scalpello, non facendo altro che richiamare l’attenzione proprio sui nomi
che si vorrebbero dimenticati). Ma un altro punto sottinteso, proprio come
nell’aneddoto di Augusto e dei corvi, è che gli imperatori non erano molto
diversi l’uno dall’altro, e che bastavano soltanto pochi ritocchi superficiali
per trasformarne uno in quello successivo. Gli assassinii non erano che
piccole interruzioni nella più vasta trama del regime imperiale.
69. L’aspetto piuttosto peculiare di questo ritratto di Claudio, specialmente nei capelli, si
deve a un mutamento di identità: una testa di Gaio è trasformata in una del suo
successore. È un simbolo perfetto della cancellazione del precedente regime, il che mostra
allo stesso tempo che c’erano meno differenze tra i singoli imperatori di quanto siamo
abituati a credere.
«Buoni imperatori» e «cattivi imperatori»?
La storia tradizionale dei quasi duecento anni di regime autocratico che
intercorrono tra Tiberio e Commodo, in cui si succedono quattordici
imperatori appartenenti a tre dinastie imperiali, si concentra sulle virtù e i
vizi dell’uomo seduto di volta in volta sul trono, sul suo uso e abuso del
potere autocratico. È difficile immaginare la storia romana senza Nerone
che «suona la lira mentre Roma brucia» (o meglio, che suonava
irresponsabilmente la lira mentre la città veniva distrutta dalle fiamme
nello spaventoso incendio scoppiato nel 64 d.C.), che organizza un
pasticciato tentativo di assassinare sua madre facendola affogare durante
un naufragio (una singolare combinazione di ingegnosità, crudeltà e
assurdità), o che fa torturare i cristiani come se fossero i responsabili
dell’incendio, nella prima di una sporadica serie di violente reazioni alla
nuova religione. Ma Nerone è soltanto uno fra i numerosi protagonisti di
una vasta e variegata carrellata di sadismo imperiale.
L’imperatore Commodo, che, abbigliato da gladiatore, minaccia i
senatori seduti nei posti in prima fila del Colosseo brandendo davanti a loro
la testa di uno struzzo decapitato, è spesso citato come esempio riassuntivo
del grottesco sadismo di un’autocrazia corrotta. Un testimone oculare,
descrivendo l’episodio, ammette di essere rimasto terrorizzato, ma, allo
stesso tempo, così pericolosamente divertito da doversi cacciare in bocca
qualche foglia d’alloro presa dalla corona che indossava per fermare le risa.
Le stravaganze del solitario Tiberio nella sua piscina sull’isola di Capri, in
cui dei ragazzi («pesciolini») venivano a quanto pare obbligati a stuzzicargli
e mordicchiargli i genitali sott’acqua, ci mostrano la sessualità sfruttatrice
del potere imperiale (scena gioiosamente riprodotta nel film Caligola, girato
da Bob Guccione negli anni Settanta del secolo scorso). Ancora più
agghiacciante è la storia di come Domiziano trasformò il sadismo in un
passatempo solitario. Si dice che si chiudesse da solo nella sua stanza,
passando ore e ore a torturare mosche infilzandole con lo stilo. Una volta,
essendogli stato domandato: «C’è qualcuno con l’imperatore?», un
cortigiano rispose seccamente: «Nemmeno una mosca».
Ma ci sono anche sporadici esempi di eccezionale virtù imperiale. I
Pensieri filosofici dell’imperatore Marco Aurelio, benché siano, in gran
parte, poco più che un cliché («Non comportarti come se dovessi vivere
diecimila anni. La morte aleggia sopra di te»), raccolgono ancora oggi molti
ammiratori, acquirenti e sostenitori, dai guru dell’auto-aiuto all’ex
presidente degli Stati Uniti Bill Clinton. L’eroico buon senso comune di
Vespasiano, padre di Domiziano, merita di essere altrettanto conosciuto.
Salito al trono nel 69 d.C., dopo lo stravagante Nerone, era considerato uno
scaltro amministratore delle finanze imperiali, fino al punto di imporre una
tassa sull’urina umana, ingrediente fondamentale per l’antica industria
della pulitura e sgrassatura dei tessuti (una combinazione
convenzionalmente chiamata «follatura»). È praticamente certo che non
pronunciò mai la brillante battuta pecunia non olet, spesso attribuitagli, che
tuttavia ne coglie perfettamente lo spirito. Era anche noto per come
punzecchiava le pretenziosità imperiali, comprese le proprie. Al termine
della sua processione trionfale, celebrata nel 71 d.C., quando era ormai
sessantunenne, dopo essere stato tutto il giorno in piedi in una carrozza
sobbalzante sulla strada accidentata, avrebbe detto di essere stato
«giustamente punito per avere, alla sua età, desiderato il trionfo, come se lo
dovesse ai suoi antenati o se avesse mai potuto sperarlo».
Questi imperatori sono tra i personaggi più vividamente ritratti della
storia romana. Ma questi interessanti dettagli circostanziali, dalla piega
delle loro toghe alla pelata dei loro capi, possono distrarci dalle domande
ben più fondamentali già implicite nella storia di Gaio. Quanto è utile
vedere la storia romana in termini di biografie imperiali o dividere la storia
dell’impero in segmenti costituiti ciascuno da un imperatore (o da una
dinastia)? Quanto sono accurate le immagini tradizionali che di questi
imperatori sono giunte fino a noi? Che cosa spiegava esattamente il
carattere dell’imperatore? Le specifiche qualità dell’uomo assiso sul trono
in cosa lo rendevano diverso dagli altri?
I biografi e gli storici antichi credevano fermamente nell’importanza di
tali qualità, e appunto per questo si concentrarono sui difetti, gli errori, le
ipocrisie e il sadismo degli imperatori, e talvolta anche sulla loro robusta
pazienza o il loro tollerante buon umore. Svetonio, nella sua serie di
biografie intitolate I dodici Cesari, da Giulio Cesare fino a Domiziano
(includendo i tre effimeri pretendenti del 68-69 d.C.), dà grande spazio
proprio a quel genere di rivelatori aneddoti personali che ho appena citato,
e riserva particolare attenzione alle minuzie diagnostiche delle abitudini
alimentari dei suoi protagonisti, del loro modo di vestire, della loro vita
sessuale e dei loro detti memorabili, dalle battute fino alle ultime parole. È
qui che possiamo leggere dell’acne di Tiberio, delle ricorrenti indigestioni
di Claudio o dell’abit