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DITTI DI CRETA

L’ALTRA ILIADE
IL DIARIO DI GUERRA DI UN SOLDATO GRECO. CON LA
STORIA DELLA DISTRUZIONE DI TROIA DI DARETE FRIGIO
E I TESTI BIZANTINI SULLA GUERRA TROIANA

Coordinamento di Emanuele Lelli Testi greci e latini a fronte

BOMPIANI
IL PENSIERO OCCIDENTALE
BOMPIANI
IL PENSIERO OCCIDENTALE
Direttore
GIOVANNI REALE
l volume raccoglie i seguenti testi:

Ditti di Creta, Diario della guerra di Troia


Premessa e Introduzione di Valentina Zanusso
Nota critica di Lorenzo M. Ciolf i
Libro I, di Enrico Cerroni
Libro II, di Shanna Rossi (1-27) e Lorenzo Bergerard (28-52)
Libro III, di Daniele Mazza
Libro IV, di Nicoletta Canzio
Libro V, di Lorenzo M. Ciolf i
Libro VI, di Valentina Zanusso

Darete Frigio, Storia della distruzione di Troia


Introduzione e traduzione di Nicoletta Canzio

Testi bizantini sulla guerra di Troia


Introduzioni di Lorenzo M. Ciolf i,
Traduzioni di Lorenzo Bergerard, Lorenzo M. Ciolf i
ed Emanuele Lelli
DITTI DI CRETA
L’ALTRA ILIADE
IL DIARIO DI GUERRA DI UN SOLDATO GRECO
CON LA STORIA DELLA DISTRUZIONE DI TROIA
DI DARETE FRIGIO E I TESTI BIZANTINI SULLA
GUERRA TROIANA: GIOVANNI MALALA,
COSTANTINO MANASSE, GIORGIO CEDRENO,
CIRIACO D’ANCONA

Testi greci e latini a fronte


Traduzioni e note di Lorenzo Bergerard, Nicoletta Canzio,
Enrico Cerroni, Lorenzo M. Ciolf i, Daniele Mazza,
Shanna Rossi, Valentina Zanusso

Coordinamento
di Emanuele Lelli

BOMPIANI
IL PENSIERO OCCIDENTALE
Direttore editoriale Bompiani
Elisabetta Sgarbi

Direttore letterario
Mario Andreose

Editor Bompiani
Eugenio Lio

ISBN 978-88-58-77052-8

© 2015 Bompiani/RCS Libri S.p.A.


Via Angelo Rizzoli 8 - 20132 Milano

Realizzazione editoriale: Vincenzo Cicero – Rometta Marea (ME)

Prima edizione digitale 2015 da prima edizione Il Pensiero Occidentale marzo 2015
SOMMARIO

Ditti di Creta, Diario della guerra di Troia 7

Darete Frigio, Storia della distruzione di Troia 729

Testi bizantini sulla guerra di Troia 827

Indice generale 1011


a Giovanni Reale
DITTI DI CRETA
DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA
PREMESSA

Fino alla primavera del 1907, quando Bernard Pyne Gren-


fell ed Arthur Surridge Hunt pubblicarono, nel secondo vo-
lume dei Tebtynis Papyri, la porzione di un rotolo databile
con certezza alle ultime decadi del II secolo d.C., sul cui
verso era vergato l’inusitato testo “of the Greek Dyctis”, gli
studiosi di quasi cinque secoli si erano interrogati, come ac-
cade spesso, persino con accese polemiche, sull’esistenza del
testo greco che uno sconosciuto autore, Lucio Settimio, in-
dicava come fonte della sua storia ‘alternativa’ della guerra
di Troia: l’Ephemeris belli Troiani.
Chi era il Lucius Septimius che compariva in un’epistula
dedicatoria presente in una classe di manoscritti medievali
dell’opera, e al quale veniva attribuito lo scritto fin dall’e-
ditio princeps del 1470, presso l’editore di Colonia Ulrich
Zell?
Settimio affermava, appunto nell’epistula, di aver “tra-
dotto” dal greco l’opera di un leggendario Ditti Cretese, sol-
dato al seguito di Idomeneo, che avrebbe redatto un “diario”
delle vicende troiane, ben fededegno, se solo si pensa al fatto
che l’autore sarebbe stato presente agli avvenimenti.
A quale epoca apparteneva Settimio? Chi era l’Aradio
Rufino a cui aveva dedicato la propria opera? Esisteva
uno scritto greco originale, come affermava l’autore lati-
no? E, se sì, si poteva pensare davvero ad un autore ante
Homerum?
Questi i principali interrogativi che, dagli umanisti italia-
ni del ‘400 e ‘500 fino ai severi filologi prussiani di fine ‘800,
10 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

avevano ingombrato il campo degli studi su questa interes-


sante e per molti versi disarmante opera1.
Gli studiosi si erano innanzitutto divisi tra chi riteneva
veritiere le parole di Settimio (Dederich), e chi riteneva che
il suo fosse esclusivamente un espediente letterario (Meister,
Mommsen). Il testo latino del non altrimenti noto Lucio
Settimio, d’altra parte, veniva attribuito ora al III, ora al
VI secolo (Dunger, Meister), via via per ragioni di stile, di
lingua, di consonanze con altri autori.
L’Ephemeris, in altri termini, rappresentò per molti se-
coli un terreno di esercitazioni accademiche ed incursioni fi-
lologiche sul testo latino, con sempre più numerose proposte
di emendamenti e congetture (von Hortis, Vonck, Herelius).
La scoperta di un Ditti greco, confermata nel 1966 dal ri-
trovamento – in un papiro ossirinchita – di un altro brandel-
lo dell’opera, sgombrò finalmente il campo dalle polemiche
e dai dubbi sulla derivazione del testo latino da un originale
greco. L’opera cominciò così ad essere studiata e analizzata
in modo diverso, e molti interrogativi sembrano aver trova-
to risposte soddisfacenti.
Alan Cameron, ad esempio, ha proposto di identificare il
nostro Septimius con il poeta novellus Settimio Sereno (di
cui è ignoto il praenomen), operante – sembra – fino alla
metà del III secolo: un lemma del catalogo dell’abbazia di
Bobbio registra infatti libros Septimii Sereni duos, unum
de ruralibus (si tratta sicuramente degli Opuscula ruralia
del poeta Settimio Sereno), alterum de Historia Troiana, in
quo et habetur historia Daretis2.
Un Aradio Rufino, del resto, è noto a Roma come prae-
fectus urbis tra il 312 e il 3133.
1
Rassegna degli studi in Bessi 2005.
2
Cameron 1980.
3
Notato già in Rossbach 1905.
PREMESSA 11

Altri studiosi si sono rivolti, finalmente, al carattere gene-


rale dell’opera4, ai rapporti con le fonti, sia latine5 sia greche
– in primis Omero6 – e, recentissimamente, alla fortuna7.
L’intento di questo lavoro, sia nell’Introduzione, che nel
commento ai singoli libri, è quello di indagare criticamen-
te i modelli dell’originario Ditti greco, analizzando, da una
parte gli elementi letterari attribuibili alla tradizione greca
e, dall’altra, le inserzioni di Settimio.

Valentina Zanusso

4
Merkle 1989, e anche Timpanaro 1987.
5
Ancora e soprattutto Merkle 1989.
6
Venini 1981.
7
Prosperi 2013.
INTRODUZIONE

1. Tutti i Cretesi sono bugiardi

Che il noto ‘paradosso del mentitore’, attribuito dalla


letteratura filosofica ad Eubulide di Mileto, avesse le sue
antiche radici nel luogo comune per cui “i Cretesi sono
bugiardi”, un luogo comune risalente, per alcuni, al leg-
gendario Epimenide, e già in epoca classica talmente dif-
fuso da far parte, ormai, dell’immaginario collettivo, lo
garantiscono numerosissime testimonianze.
Forse già in un incertum alcaico (15 Voigt:ȱϳȱ̍ΕχΖȱΘχΑȱ
ΌΣΏ΅ΘΘ΅Α), attestato dal paremiografo Zenobio (5,30), si
stigmatizzava il tópos della ‘falsità’ dei Cretesi. Callimaco,
in apertura del primo Inno (v 8), richiamava apertamente
l’incipit dell’“oracolo” attribuito – appunto – ad Epimeni-
de:ȱ̍ΕϛΘΉΖȱΦΉϠȱΜΉІΗΘ΅΍ȱ(3 B 1 D.-K.). Non solo Aristotele
(Conf. soph. 180 b2-7) e Diogene Laerzio (2,108, attri-
buendolo appunto ad Eubulide) avrebbero reso celebre il
sillogismo imperfetto, ma anche San Paolo, impiegandolo
nell’Epistola a Tito (1,2) e trasmettendolo ai Padri cristiani
(Hieron. ep. 70,1; Tert. anim. 20).
Anche nel mondo romano, del resto, si alludeva con
disinvoltura al motivo, evidentemente assai diffuso (Ov.
am. 3,10,19 nec fingunt omnia Cretes; ars 1,298 quamvis
sit mendax Creta, negare potest). Plutarco vi fece più volte
riferimento (Lys. 20,2; Aem. Paul. 26,2) e, com’era natu-
rale, il proverbio – nella forma canonizzata “tutti i Cretesi
sono bugiardi”, o in altre forme – entrò ben presto a far
14 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

parte delle raccolte paremiografiche e lessicografiche an-


tiche (Hesych.ȱΎ 4086; Zen. 4,62; Diog. 5,58) e bizantine
(Sud. Ύȱ 2407; Greg. Cypr. M. 3,87; Apost. 10,7)1. Nell’in-
terpretamentum di Zenobio (4,62), del resto, si attribuiva
l’origine del motivo proverbiale alla falsità con cui era sta-
ta gestita la famosa contesa per le armi di Achille fra Aiace
ed Odisseo, proprio da parte di Idomeneo, il ‘capo’ al cui
seguito aveva militato Ditti, il quale “dopo aver ottenuto
da ognuno la promessa di conformarsi a ciò che sarebbe
stato deciso, designò se stesso come vincitore”.
Sembra legittimo, dunque, chiedersi se la scelta di un
Ditti proprio di Creta sia casuale.
Se cioè – a meno di non prestare una forse acritica fi-
ducia alle parole del narratore di questa Ephemeris – l’a-
nonimo autore che si cela dietro le spoglie del soldato gre-
co al seguito di Idomeneo, appunto, cretese, non abbia
intenzionalmente scelto di legare il suo ambiguo destino
di ‘storiografo’ ad un alter ego antonomasticamente e pre-
giudizialmente riconosciuto ‘bugiardo’. Proprio lui che,
al termine della prima, più lunga, sezione del racconto,
avrebbe dichiarato:
quae in bello evenere Graecis ac barbaris, cuncta
sciens perpessusque magna ex parte memoriae tradidi.
Il nostro autore segreto voleva forse creare con il suo
lettore un ulteriore gioco di specchi? Voleva accentuare la
paradossalità di un’opera che – già di per sé – ponendosi
prima di Omero e per molti versi (anche se mai apertis ver-
bis) contro Omero, si metteva in evidente confronto con il
più letto e apprezzato autore dell’antichità?
1
Vd., per Epimenide, Colli 1978, 263; per la storia dell’espressio-
ne nell’immaginario proverbiale (e collettivo) greco: Tosi 287; Prover-
bi greci, 436.
INTRODUZIONE 15

Quasi a voler prendere le distanze dall’irriverente con-


fronto? Quasi a voler sottolinearne il lusus tutto lettera-
rio? Quasi, in una metaletteraria tapinósis, a voler far in-
tendere, già tra le righe dell’intestazione dell’opera, che il
cretese Ditti avrebbe sì raccontato quam verissime potero
(1,13) le vicende della più famosa e importante guerra del
mondo antico, ma – tant’è – sempre di un cretese si sa-
rebbe trattato, e dunque… quel che avrebbe letto il suo
pubblico avrebbe dovuto essere preso con molta cautela2.
Quam verissime potero, che compare in una sorta di
‘prologo ritardato’, a metà del primo (attuale) libro della
versio latina, è in effetti l’unica affermazione programma-
tica che il nostro autore greco – o forse i tagli di Settimio
– ci ha lasciato.
L’epistula di Settimio, infatti, il quale si professa avidus
verae historiae, accentua sicuramente i tratti di veridicità
storiografica dell’opera che sta traducendo, secondo i più
canonici argumenta di sottolineatura dell’importanza del
tema riscontrabili in ogni prefazione.
Anche il prologus, attribuito – nella finzione letteraria –
non a Ditti, ma all’anonimo traduttore greco che avrebbe
redatto il testo di cui abbiamo potuto, dal secolo scorso,
leggere alcuni brani, mette in campo l’analogo espedien-
te: Nerone, princeps ellenizzante e illuminato che si rende
conto di aver ‘scoperto’ un capolavoro dimenticato della
storiografia addirittura preomerica, iussit in Graecum ser-
monem ista transferri, e quibus Troiani belli verior textus
cunctis innotuit.
L’insistenza sulla veridicità del racconto, dunque, è più
attribuibile al traduttore greco (in realtà, con tutta proba-

2
Si è soffermata, recentissimamente, proprio su questa possibilità
di doppio livello di lettura Prosperi 2012.
16 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

bilità, il vero e proprio autore segreto dell’Ephemeris) e


a quello latino, Settimio. Così sarà anche per i bizantini,
da Giovanni Malala a Giorgio Cedreno, che invocheranno
l’auctoritas di Ditti proprio come fonte storiografica più
veritiera rispetto a Omero3.
Nella finzione letteraria della persona scribens, dunque,
al cretese Ditti rimane solo quell’unica professione di ve-
ridicità, affermata quasi di sfuggita, e che offre – a ben
vedere – ancora un terzo livello di lettura:
eorum [scil. i duci greci] ego secutus comitatum
ea quidem, quae antea apud Troiam gesta sunt, ab
Ulixe cognita quam diligentissime rettuli et reliqua,
quae deinceps insecuta sunt, quoniam ipse interfui,
quam verissime potero exponam.
Se Ditti narrerà i fatti avvenuti a Troia, di cui è stato
diretto osservatore, quam verissime poterit, di quel che è
avvenuto prima, degli antehomerica di cui non ha avuto
parte, egli dichiara di avere una fonte tutta particolare:
Ulisse. Proprio l’eroe iliadico che, nella tradizione mitica
e nell’immaginario popolare, più di ogni altro era caratte-
rizzato dalla fama di essere un ‘mentitore’ di professione.
Proprio l’eroe che, per menzogne e inganni verbali, si era
distinto in tanti e tanti episodi, ciclici – come l’inganno
per scoprire Achille e l’inganno a Palamede4 – e omerici –

3
Evidenzia il tema della verità in relazione alla “fiction in the form
of history” Merkle 1996. Un lavoro che, al di là di un accattivante
titolo (The Truth and Nothing but the Truth: Dictys and Dares), appare
per molti versi deludente.
4
Nonché, in Ditti, l’inganno per attirare Ifigenia in Aulide all’insa-
puta di Agamennone: 1,20-21; e ancora, la messa in scena del suicidio
di Aiace che le truppe greche sembrano inclini ad attribuire proprio
al Laerziade: 5,15. Per entrambi gli episodi vd. infra.
INTRODUZIONE 17

basti pensare a Dolone o ai falsi racconti odissiaci appena


giunto ad Itaca.
Come se l’anonimo autore greco, che per ragioni di
datazione del papiro non può essere posto oltre la fine
del II secolo5, avesse seguito due binari paralleli di dia-
logo con i suoi lettori: quello ‘storiografico’, ove segui-
va tutti i canoni della storiografia razionalistica, e quello
‘metaletterario’, ove si divertiva a lasciar intendere , fra
le righe, che i contenuti del suo racconto potevano non
essere veritieri.
Intorno al 165 d.C.6 Luciano di Samosata pubblicava
un’operetta tutta particolare, dedicata alla storiografia.
Stando alle sue parole, si assisteva – in quei tempi – ad
una vera e propria ossessione per opere di storia: storia
generale, locale, biografia, annalistica. Luciano, esplicita-
mente schierato in favore di una storiografia tucididea, ra-
zionalistica e ‘oggettiva’, prendeva di mira gli storici – o i
sedicenti storici – che si davano a partigianeria e faziosità,
nonché coloro che adornavano con eccessivi orpelli retori-
ci i propri scritti. L’opuscolo eserciterà un’influenza note-

5
Vd. già Grenfell-Hunt 1907, 9ss.; Ihm 1909; Jacoby in FGrHist
49 F 7; Eisenhut 1969 e ancora Eisenhut 1973, 134-9. Timpanaro
1987, 169-170, n.7, argomenta, accanto all’evidenza dei papiri, che,
per far sì che la storia del ritrovamento dell’opera di Ditti in caratteri
fenici, della traslitterazione (o traduzione) in greco, e del collocamen-
to in una biblioteca pubblica, così come narrato nel Prologus, potesse
essere creduta (“o almeno ritenuta ‘non male inventata’ anche dai let-
tori che non vi credevano”), dovevano essere trascorse alcune decine
di anni da quei fatti: l’età più adatta è dunque, secondo Timpanaro,
l’età degli Antonini.
6
Nel secondo paragrafo dell’operetta Luciano richiama esplicita-
mente “le attuali vicende militari di Armenia”, riferendosi alla scon-
fitta di Alegeia (162 d.C.) e alla successiva riconquista dell’Armenia
(163), fornendo dunque un inequivocabile terminus per la datazione.
18 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

vole proprio sulla storiografia bizantina, sui cronografi in


particolare, e anche oltre, fino alla riscoperta umanistica7.
Ma se si ripercorrono i ‘precetti’ lucianei su “come sia
più opportuno comporre un’opera storiografica”, si sco-
pre, altresì, una straordinaria analogia con quanto sem-
bra aver messo in atto proprio il nostro autore segreto
dell’Ephemeris.
Luciano (7) aveva innanzitutto sottolineato
ΦΐΉΏφΗ΅ΑΘΉΖȱ ·ΤΕȱ Γϡȱ ΔΓΏΏΓϠȱ ΅ЁΘЗΑȱ ΘΓІȱ ϡΗΘΓΕΉϧΑȱ
ΘΤȱ ·Ή·ΉΑ΋ΐνΑ΅ȱ ΘΓϧΖȱ πΔ΅ϟΑΓ΍Ζȱ ΦΕΛϱΑΘΝΑȱ Ύ΅Ϡȱ
ΗΘΕ΅Θ΋·ЗΑȱ πΑΈ΍΅ΘΕϟΆΓΙΗ΍ǰȱ ΘΓϿΖȱ ΐξΑȱ ΓϢΎΉϟΓΙΖȱ ΉϢΖȱ
ЂΜΓΖȱ πΔ΅ϟΕΓΑΘΉΖǰȱ ΘΓϿΖȱ ΔΓΏΉΐϟΓΙΖȱ Έξȱ ΔνΕ΅ȱ ΘΓІȱ
ΐΉΘΕϟΓΙȱΎ΅Θ΅ΕΕϟΔΘΓΑΘΉΖǯȱ

“quale enorme sbaglio commettono i più quando,


invece di raccontare come siano andati i fatti, si at-
tardano negli elogi dei capi e dei generali, esaltando
i propri e deprimendo oltre misura quelli nemici”.
Appare significativo constatare – come del resto è stato
più volte fatto – che proprio “Ditti” riserva ai capi achei
un trattamento non certo generoso, mettendone in risalto
debolezze e avidità, mettendo invece in ottima luce so-
prattutto uno dei capi avversari (che pure definisce barba-
ri), cioè Antenore8.
Luciano aveva proseguito mettendo in guardia lo scrit-
tore di storia dal confondere i propri compiti con quelli
del poeta (8):
σΘ΍ȱΦ·ΑΓΉϧΑȱπΓϟΎ΅Η΍ΑȱΓϡȱΘΓ΍ΓІΘΓ΍ȱБΖȱΔΓ΍΋Θ΍ΎϛΖȱΐξΑȱ
Ύ΅Ϡȱ ΔΓ΍΋ΐΣΘΝΑȱ ΩΏΏ΅΍ȱ ЀΔΓΗΛνΗΉ΍Ζȱ Ύ΅Ϡȱ Ύ΅ΑϱΑΉΖȱ

7
Ancora fondamentale lo studio (con traduzione, che qui si riprodu-
ce) di Canfora 1974, che mette in luce le peculiarità del testo lucianeo.
8
Vd. Timpanaro 1987, 184-7.
INTRODUZIONE 19

ϥΈ΍Γ΍ǰȱϡΗΘΓΕϟ΅ΖȱΈξȱΩΏΏΓ΍ǯȱǽǯǯǯǾȱΐν·΅ȱΘΓϟΑΙΑǰȱΐκΏΏΓΑȱ
ΈξȱЀΔνΕΐΉ·΅ȱΘΓІΘΓȱΎ΅ΎϱΑǰȱΉϢȱΐχȱΉϢΈΉϟ΋ȱΘ΍ΖȱΛΝΕϟΊΉ΍Αȱ
ΘΤȱ ϡΗΘΓΕϟ΅Ζȱ Ύ΅Ϡȱ ΘΤȱ ΔΓ΍΋Θ΍ΎϛΖǰȱ ΦΏΏȝπΔΉ΍ΗΣ·Ή΍ȱ ΘϜȱ
ϡΗΘΓΕϟθȱΘΤȱΘϛΖȱοΘνΕ΅ΖȱΎΓΐΐЏΐ΅Θ΅ǰȱΘϲΑȱΐІΌΓΑȱΎ΅Ϡȱ
Θϲȱπ·ΎЏΐ΍ΓΑȱΎ΅ϠȱΘΤΖȱπΑȱΘΓϾΘΓ΍ΖȱЀΔΉΕΆΓΏΣΖǯȱ

“Certa gente sembra ignorare che altri sono i pre-


supposti e le regole della poesia, altri della storia.
[…] È un gran male, anzi grandissimo, se uno non sa
distinguere il campo della storia da quello della po-
esia, ma introduce nella storia i ricercati ornamenti
di quella, il mito, l’encomio e le connesse iperboli”.
E ancora, ironicamente (14):
ΉϩΖȱ ΐνΑȱ Θ΍Ζȱ ΅ЁΘЗΑȱ ΦΔϲȱ ̏ΓΙΗЗΑȱ ΉЁΌϿΖȱ όΕΒ΅ΘΓȱ
Δ΅Ε΅Ύ΅ΏЗΑȱ ΘΤΖȱ ΌΉΤΖȱ ΗΙΑΉΚΣΜ΅ΗΌ΅΍ȱ ΘΓІȱ ΗΙ·Ȭ
·ΕΣΐΐ΅ΘΓΖǯȱ ϳΕλΖȱ БΖȱ πΐΐΉΏχΖȱ ψȱ ΦΕΛχȱ Ύ΅Ϡȱ ΔΉΕϠȱ
ΔϱΈ΅ȱΘϜȱϡΗΘΓΕϟθȱΎ΅ϠȱΘХȱΘΓ΍ΓϾΘУȱΉϥΈΉ΍ȱΘЗΑȱΏϱ·ΝΑȱ
ΔΕνΔΓΙΗ΅Ъȱ

“Uno di loro, dunque, incominciò subito dalle


Muse, esortando le dee a porre mano al suo lavoro.
Tu vedi come è pieno di gusto tale esordio, come è
calzante in un’opera storica e adatto a tale genere
letterario?”.
Proprio l’assenza (o quasi) di divinità e di Muse, del so-
prannaturale insomma, e la razionalizzazione quasi osses-
siva di tutte le vicende che, in Omero e non solo, presen-
tavano aspetti divini, è da tempo9 stata individuata come
una delle caratteristiche principali – probabilmente la più
contrastivamente evidente – dell’Ephemeris dittiana.
“Quanto alla lingua e allo stile – continuava Lucia-
no (43) – incominci il suo scritto astenendosi da quel

9
Già Rossbach 1905, 589, e tutti gli studiosi successivi.
20 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

modo violento ed emotivo, dai periodoni enormi, dai


ragionamenti contorti, insomma da ogni altro ritrovato
retorico” (ΘχΑȱ ΈΉȱ ΚΝΑχΑȱ Ύ΅Ϡȱ ΘχΑȱ ΘϛΖȱ οΕΐ΋ΑΉϟ΅Ζȱ ϢΗΛϾΑǰȱ
ΘχΑȱ ΐξΑȱ ΗΚΓΈΕΤΑȱ πΎΉϟΑ΋Αȱ Ύ΅Ϡȱ ΎΣΕΛ΅ΕΓΑȱ Ύ΅Ϡȱ ΗΙΑΉΛϛȱ
Θ΅ϧΖȱ ΔΉΕ΍ϱΈΓ΍Ζȱ Ύ΅Ϡȱ Φ·ΛϾΏ΋Αȱ Θ΅ϧΖȱ πΔ΍ΛΉ΍ΕφΗΉΗ΍ȱ Ύ΅Ϡȱ ΘχΑȱ
ΩΏΏ΋Αȱ ΘϛΖȱ Ϲ΋ΘΓΕΉϟ΅Ζȱ ΈΉ΍ΑϱΘ΋Θ΅ȱ ΐχȱ ΎΓΐ΍ΈϜȱ ΘΉΌ΋·ΐνΑΓΖȱ
ΦΕΛνΗΌΝȱΘϛΖȱ·Ε΅ΚϛΖ).
Da quando è stato possibile leggere il papiro greco, si
è chiaramente potuto constatare quale fosse la linearità,
persino, a volte, la eccessiva semplicità, quasi – appunto –
diaristica – dello stile di Ditti.
La scarsissima presenza di dialoghi nell’opera sembra
anch’essa, d’altra parte, trovare un’eco nello scritto di
Luciano, che raccomandava di usarli “con parsimonia”
(58), e “solo in questo caso impiegare la capacità retorica”
(ΔΏχΑȱπΚΉϧΘ΅ϟȱΗΓ΍ȱΘϱΘΉȱΎ΅ϠȱϹ΋ΘΓΕΉІΗ΅΍ȱΎ΅ϠȱπΔ΍ΈΉϧΒ΅΍ȱΘχΑȱ
ΘЗΑȱΏϱ·ΝΑȱΈΉ΍ΑϱΘ΋Θ΅).
Luciano poi aveva sottolineato (60):
Ύ΅ϠȱΐχΑȱΎ΅ϠȱΐІΌΓΖȱΉϥȱΘ΍ΖȱΔ΅ΕΉΐΔνΗΓ΍ǰȱΏΉΎΘνΓΖȱΐνΑǰȱ
ΓЁȱ ΐχΑȱ Δ΍ΗΘΝΘνΓΖȱ ΔΣΑΘΝΖǰȱ ΦΏΏȝπΑȱ ΐνΗУȱ ΌΉΘνΓΖȱ
ΘΓϧΖȱϵΔΝΖȱΪΑȱπΌνΏΝΗ΍ΑȱΉϢΎΣΗΓΙΗ΍ȱΔΉΕϠȱ΅ЁΘΓІǯȱ

“Se per caso viene in taglio un mito, riferiscilo


pure, ma non prendere posizione a sostegno del
suo valore: lascia decidere a chi vorrà pensarla, in
proposito, a proprio piacimento. Tu non correre
rischi e non propendere né per una soluzione né
per l’altra”.
È stato notato, e giustamente, che Ditti impiega spes-
so uno stilema di ‘versioni alternative’, delle quali l’una
costituisce la spiegazione di un evento legata ad un qual-
che fattore divino, l’altra ad un motivo concreto/umano.
Senza prendere posizione. Si pensi a quando, per la peste
INTRODUZIONE 21

scoppiata in Aulide, si forniscono al lettore due spiega-


zioni, una ‘umana’ e una ‘divina’ (irane caelesti an ob mu-
tationem aeris: 1,19); o a quando, ancora per una pesti-
lenza, quella cantata anche nel primo libro dell’Iliade, si
riproduce lo schema incertum alione casu an, uti omnibus
videbatur, ira Apollinis (2,30).
Com’è noto, il papiro di Ditti è vergato sul recto di un
documento databile intorno al 170 d.C.10
Il nostro autore segreto, che certo intendeva la propria
opera come uno scritto di storia, anche se di storia anti-
chissima e avvolta dalla leggenda, aveva forse letto l’opu-
scolo lucianeo? Volle forse mettere in pratica i precetti del
poligrafo di Samosata, quasi punto per punto, pur poten-
do – invece – comporre un’opera in cui sarebbero potuti
comparire iperboli e personaggi divini, dialoghi inverosi-
mili e incontri prodigiosi?
L’ipotesi, mi sembra, merita di essere vagliata. Anche
alla luce di un ultimo ‘gioco’ che il nostro autore potreb-
be aver riservato proprio al suo ‘precettore’ Luciano.
Quest’ultimo, fra i vari autori criticati nel libello, aveva
preso di mira (16):
ΩΏΏΓΖȱ Ένȱ Θ΍Ζȱ ΅ЁΘЗΑȱ ЀΔϱΐΑ΋ΐ΅ȱ ΘЗΑȱ ·Ή·ΓΑϱΘΝΑȱ
·ΙΐΑϲΑȱ ΗΙΑ΅·΅·АΑȱ πΑȱ ·Ε΅ΚϜȱ ΎΓΐ΍ΈϜȱ ΔΉΊϲΑȱ
Ύ΅Ϡȱ Λ΅ΐ΅΍ΔΉΘνΖǰȱ ΓϩΓΑȱ Ύ΅Ϡȱ ΗΘΕ΅Θ΍ЏΘ΋Ζȱ ΩΑȱ Θ΍Ζȱ ΘΤȱ
Ύ΅ΌȝψΐνΕ΅ΑȱΦΔΓ·Ε΅ΚϱΐΉΑΓΖȱΗΙΑνΌ΋ΎΉΑǯȱ

“uno che aveva composto un puro e semplice


hypòmnema degli avvenimenti, scritto in una prosa
quanto mai pedestre, come l’avrebbe potuto com-
porre un soldato che annotasse i fatti giorno per
giorno”.

10
Vd. supra, n. 5.
22 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

Mi piace ipotizzare che il nostro anonimo autore greco,


negli ultimi decenni del II secolo, abbia potuto prendere
proprio queste parole di Luciano come una scommessa
letteraria in cui misurarsi: comporre un’opera storiogra-
fica che rivaleggiasse addirittura con i poemi omerici per
il contenuto, seguendo i canoni che Luciano aveva stabi-
lito per quanto riguarda lo stile, i dialoghi, l’obiettività,
la presenza del mito e del divino, ma contraddicendo il
‘maestro’ almeno su un punto: il sottogenere storiografico;
scegliendo cioè quella forma ‘diaristica’ che Luciano aveva
definita inadatta alla storiografia vera e propria, relegan-
dola, al massimo, a “materiale ancora bruto e privo di arti
da riordinare e elaborare in un secondo momento” (48)11.
Una gara, pertanto, con il maestro e con se stesso, un se
stesso anepigraficamente mascherato – per giunta12 – proprio
da soldato13, leggendario soldato cretese che gettava, in un
ultimo rispecchiamento letterario, un’estrema ombra di cre-
dibilità su tutta l’opera. Questi due elementi, che cercherò di
mettere in luce nei brani esaminati in questo lavoro, vanno
affiancati, a mio avviso, all’impronta di ‘imprevedibilità’ che,
secondo Timpanaro, è la cifra peculiare dell’opera, spesso

11
ȱе̗ΔΓΐΑφΐ΅Θ΅, come ‘etichetta’ di scritti di storia, è spesso sino-
nimo diȱд̈ΚΉΐφΕ΍ΈΉΖ, ad esempio per indicare i più famosi commenta-
rii dell’antichità, quelli di Cesare: cfr. Schanz-Hosius I, 337.
12
Sui canoni e le modalità della letteratura anepigrafica è insostitu-
ibile il volume curato da Cerri 2000.
13
Non ci si può “inventare di certo un Ditti ‘democratico’”, come
afferma Timpanaro 1987,188. E tuttavia i ripetuti accenni alle anghe-
rie e ai soprusi dei capi, che sono i soli a curarsi durante la pestilenza
(2,30), che si spartiscono il bottino senza riguardo per le truppe, che
addirittura mormorano contro Achille ormai morto per il suo tentati-
vo di ‘vendere’ la vittoria ai Troiani in cambio delle nozze con Polis-
sena, fanno sicuramente della persona scribens una voce più vicina ai
soldati semplici che ai capi.
INTRODUZIONE 23

condotta proprio alla ricerca dell’aprosdóketon che possa


‘stupire’ il lettore, soprattutto quello esperto di Omero14.
Il clima letterario e culturale di quegli anni non offriva
di certo al nostro autore pochi modelli per opere ‘troiane’
di tipo innovativo o persino antiomerico. Tolomeo Chen-
no (dei cui rapporti con Ditti avrò modo di parlare pre-
sto), nei primi decenni del II secolo, aveva composto un
poema in 24 libri, esplicitamente intitolatoȱ ̝ΑΌϱΐ΋ΕΓΖ,
di cui il riassunto foziano (Bibl. 190) ci ha conservato le
puntuali riscritture e stravaganze. D’altra parte, già Dione
di Prusa, sempre tra la fine del I e l’inizio del II secolo,
aveva incentrato due orazioni – Su Omero (53) e Il discorso
troiano (11) – sulla figura e l’attendibilità del sommo po-
eta15. Filostrato (probabilmente il Giovane), nell’Eroico,
sorride – nei panni di uno scettico Fenicio – di fronte alla
credulità ‘omerica’ di un vignaiolo convinto dell’esisten-
za degli eroi dell’Iliade16. Luciano, nel Gallo, non rispar-
mia battute ironiche sulla credibilità di Omero. Ancora
Luciano del resto, e sempre nel De historia conscribenda
(40), sentenziava con un sorriso un po’ irriverente: “ad
Omero – sebbene abbia per lo più liberamente elaborato
il racconto su Achille – si è in genere indotti a credere
adducendo questo solo e forte argomento in favore della
veridicità: che non scriveva intorno ad un vivente e non si

14
Timpanaro 1987, 175-184. Giustamente Timpanaro critica le
tesi di chi – come Gianotti 1979 – vede invece, in opere come quelle
di Ditti e Darete, la progressiva perdita di contatto con il materiale
omerico arcaico, e dunque la possibilità di interessare il lettore con
elaborazioni fantasiose e romanzesche, che preluderanno ai Romances
medievali.
15
Si vedano le pagine introduttive di Vagnone 2003 nonché For-
naro 2002.
16
Cfr. Mestre 1990.
24 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

vede dunque perché avrebbe dovuto mentire”17.La secon-


da sofistica, in altri termini, aveva inserito anche Omero, e
con lui la storia della guerra più importante dei Greci, fra i
suoi ‘bersagli’ polemici e passibili di riscritture e riletture,
come numerosi studi recenti hanno ben messo in luce18.
Anche i Posthomerica di Quinto di Smirne, del resto, si
presentano in ultima analisi come ‘reazione’ classicista al
diffuso anti-omerismo – o para-omerismo, come preferirei
definirlo – dell’epoca19: reazione che, come spesso acca-
de, testimonia ancor più chiaramente la ‘rivoluzione’ in
corso20. Di queste riscritture para-omeriche il nostro Ditti
fece, a mio avviso, pienamente parte, così come a questo
filone letterario va assegnato lo scritto che va sotto il nome
di Darete Frigio, e che tuttavia potrebbe essere più tardo
rispetto alle opere e agli autori finora menzionati21.

17
ȱͳΐφΕУȱ·ΓІΑǰȱΎ΅ϟΘΓ΍ȱΔΕϲΖȱΘϲȱΐΙΌЗΈΉΖȱΘΤȱΔΏΉϧΗΘ΅ȱΗΙ··Ή·Ε΅ΚϱΘ΍ȱ
ЀΔξΕȱΘΓІȱ̝Λ΍ΏΏνΝΖǰȱόΈ΋ȱΎ΅ϠȱΔ΍ΗΘΉϾΉ΍ΑȱΘ΍ΑξΖȱЀΔΣ·ΓΑΘ΅΍ǰȱΐϱΑΓΑȱΘΓІΘΓȱ
ΉϢΖȱ ΦΔϱΈΉ΍Β΍Αȱ ΘϛΖȱ ΦΏ΋ΌΉϟ΅Ζȱ ΐν·΅ȱ ΘΉΎΐφΕ΍ΓΑȱ Θ΍ΌνΐΉΑΓ΍ǰȱ ϵΘ΍ȱ ΐχȱ ΔΉΕϠȱ
ΊЗΑΘΓΖȱ σ·Ε΅ΚΉΑаȱ ΓЁȱ ·ΤΕȱ ΉЀΕϟΗΎΓΙΗ΍Αȱ ΓЈΘ΍ΑΓΖȱ ρΑΉΎ΅ȱ πΜΉϾΈΉΘȝΩΑǯȱ
ͳΐφΕУȱ ·ΓІΑǰȱ Ύ΅ϟΘΓ΍ȱ ΔΕϲΖȱ Θϲȱ ΐΙΌЗΈΉΖȱ ΘΤȱ ΔΏΉϧΗΘ΅ȱ ΗΙ··Ή·Ε΅ΚϱΘ΍ȱ
ЀΔξΕȱΘΓІȱ̝Λ΍ΏΏνΝΖǰȱόΈ΋ȱΎ΅ϠȱΔ΍ΗΘΉϾΉ΍ΑȱΘ΍ΑξΖȱЀΔΣ·ΓΑΘ΅΍ǰȱΐϱΑΓΑȱΘΓІΘΓȱ
ΉϢΖȱ ΦΔϱΈΉ΍Β΍Αȱ ΘϛΖȱ ΦΏ΋ΌΉϟ΅Ζȱ ΐν·΅ȱ ΘΉΎΐφΕ΍ΓΑȱ Θ΍ΌνΐΉΑΓ΍ǰȱ ϵΘ΍ȱ ΐχȱ ΔΉΕϠȱ
ΊЗΑΘΓΖȱσ·Ε΅ΚΉΑаȱΓЁȱ·ΤΕȱΉЀΕϟΗΎΓΙΗ΍ΑȱΓЈΘ΍ΑΓΖȱρΑΉΎ΅ȱπΜΉϾΈΉΘȝΩΑǯȱ
18
Si vedano, per tutti, Baumbach-Bär 2007 e, ancora in corso di
stampa, Amato-Scafoglio 2014, entrambi con numerosissimi contributi.
19
Mi permetto qui di rinviare all’introduzione del volume Bom-
piani: Quinto di Smirne, Il seguito dell’Iliade, Milano 2013, dove ho
affrontato il rapporto culturale tra Quinto, i suoi modelli, e la seconda
sofistica.
20
Si vedano in particolare le pagine LXXVI-LXXIX.
21
Vd. ora Canali-Canzio 2014, nonché, con riferimento anche alla
fortuna dell’operetta daretiana, Prosperi 2013. Va detto che Sebastia-
no Timpanaro fu sempre convinto dell’esistenza di un ‘Darete greco’,
e che propese per collocare anche questo autore nello stesso arco tem-
porale del Ditti greco e delle opere para- e anti-omeriche ricordate.
INTRODUZIONE 25

2. Ditti e Settimio: un confronto possibile

A partire dalla scoperta dei Papiri di Tebtynis e di Ossi-


rinco, nella primavera del 1907, è stato possibile accedere
a frammenti dell’originario Ditti greco e confrontarvi in
maniera serrata e circoscritta la versio latina. Questo è l’in-
tento della seguente sezione, che tenta di indagare critica-
mente i modelli dell’originario Ditti greco, evidenziando,
laddove possibile, da una parte i tasselli attribuibili a ri-
chiami e allusioni letterarie alla tradizione greca e, dall’al-
tra, le inserzioni attribuibili a Settimio.
Convenzionalmente, al testo greco – quello dei papiri,
ma anche quello ‘ricostruito’ ipoteticamente – farò riferi-
mento come “Ditti”; al testo latino, come “Settimio”.
Oltre alla versio latina, tre importantissimi autori bizan-
tini – che coprono un arco temporale di oltre settecento
anni, dal V al XIII secolo – possono essere impiegati per
la ricostruzione dell’Ephemeris greca: Giovanni Malala e
Giorgio Cedreno, che tra V e XII secolo ‘saccheggiano’
Ditti per le loro Cronografie, e Costantino Manasse, che
nel suo Breviario storico in versi impiega ancora, per molte
sezioni, l’Ephemeris greca.
I bizantini sembrano essersi attenuti più letteralmen-
te al testo di Ditti: dunque ci consentono di recuperare
termini chiave greci che possono servirci ad instaurare
analogie e confronti con i modelli greci di Ditti (Ome-
ro, i tragici). Dal testo latino possiamo invece recuperare
le sequenze dell’ordo narrativo, che offrono interessanti
spunti di confronto con le diverse strategie narrative di
poemi del ciclo, di Quinto, e ancora dei tragici. In questo
modo, dal confronto fra Ditti, Settimio e i bizantini, in
due delle sequenze narrative più significative dell’intera
opera – la morte di Achille e quella di Euripilo – si ap-
26 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

prezzano chiaramente le modalità di traduzione e riscrit-


tura alle quali il testo di Ditti è stato sottoposto, nonché le
possibili intersezioni testuali con i suoi modelli. Vi sono
intarsi sicuramente tragici, che Ditti derivava, a quanto
pare, non solo dalle tragedie giunte integre fino a noi, ma
anche da altri drammi, che dunque dovevano ancora cir-
colare ai suoi tempi (ad esempio l’Euripilo sofocleo). Vi è
un confronto puntuale con i poemi del Ciclo, certamente
più contenutistico che formale, incentrato soprattutto su
attese narrative frustrate (fra tutte: l’arrivo di Neottole-
mo nella Troade). Vi è, in Settimio, una versio che non
sembra contemplare, per questa sezione e, dunque, per
i cinque libri dichiaratamente tradotti ad litteram, tagli
o modifiche strutturali; ma al tempo stesso sono più che
evidenti le trasformazioni stilistiche del testo, da una am-
plificazione retorica che comporta insistite aggettivazio-
ni e duplicationes di sostantivi e verbi, ad un’attenzione
peculiare ad aspetti tecnico-militari, con il ricorso ad un
sermo castrensis che appare senz’altro assente in greco.
Significative, poi, le coincidenze fra le puntuali traduzio-
ni di alcuni termini, da parte di Settimio, e i Glossarii
greco-latini che la tradizione scolastica tardo-antica ci ha
conservato: quasi potessimo scorgere il lavoro del tradut-
tore sui ‘dizionari’ dell’epoca.
Il papiro di Tebtynis, che ha vergato sul verso un do-
cumento databile al 206 d.C., inizia per noi in corrispon-
denza dell’attuale capitolo nono del quarto libro del testo
latino (IV,9 = PTeb I,1-18). Nei primi capitoli del libro si
sono consumate le vicende di Pentesilea e di Memnone: i
Troiani sono dunque caduti in uno stato di abbattimento,
mentre i Greci sono ormai convinti che la caduta di Troia
sia imminente.
INTRODUZIONE 27

At post paucos dies Graeci instructi armis processere


in campum lacessentes, si auderent, ad bellandum
Troianos.
ψΐΉǽΕЗΑȱǯȱǯȱǯȱΓЁȱΔΣǾΑΙȱΔΓΏΏЗΑȱΓϡȱк̈ΏΏ΋ΑΉΖȱΎ΅ǽȱǯȱǯȱǯȱ
ΉϢ@ȢIJϲʌİįϟΓΑσΕΛΓΑΘ΅΍ʌȡȠ>țĮȜȠϾΐΉΑΓ΍

Il testo latino sembra innanzitutto semplificare, nella


notazione temporale post paucos dies, la litote offerta dal
greco (con le sicure integrazioni di Grenfell e Hunt, d’o-
ra in poi G.-H.)ȱψΐΉǽΕЗΑǯȱǯȱǯȱΓЁȱΔΣǾΑΙȱΔΓΏΏЗΑ: un caso
piuttosto raro, come vedremo, nella generalizzata tenden-
za di Settimio ad amplificare retoricamente il suo model-
lo. Anche Malala (5,27,35), tuttavia, riduce la sua fonte in
ϴΏϟ·ΝΑȱΈξȱψΐΉΕЗΑȱΈ΍΅ΈΕ΅ΐΓΙΗЗΑ. Per una formula simi-
le vd. invece 3,15: nec multi transacti dies.
Il tecnico procedere in campum, invece, che ricalca for-
mule diffuse nella storiografia latina22, sostituisce il più
neutroȱ ΉϢǾΖȱ Θϲȱ ΔΉΈϟΓΑȱ σΕΛΓΑΘ΅΍, che tuttavia ha matri-
ce omerica (e.g. Il. 2,465:ȱ πΖȱ ΔΉΈϟΓΑȱ ΔΕΓΛνΓΑΘΓ; 24,401:
ώΏΌΓΑȱΔΉΈϟΓΑΈΉ)23; ilȱΔΉΈϟΓΑȱ per eccellenza, del resto, in-
teso come piana destinata a duelli e battaglie, anche nei
tragici, è quello di Troia (Aesch. Ag. 526; Soph. Phil. 1376,
1435), come lo sarà, significativamente, in Const. Man.
Syn. 1416.
Se appare lecito ipotizzare dalȱΘΓІȱǯǯǯȱв̄Λ΍ΏΏνΝΖȱΔΕΓ-
Ύ΅ΏΓΙΐνΑΓΙȱ ’ȱ Š•Š•Šȱ Žȱ Š•ȱ ΘΓϿΖȱ ̖ΕЗ΅Ζȱ в̄Λ΍ΏΏνΝΖȱ ΉϢΖȱ
ΔϱΏΉΐΓΑȱ ΔΕΓΎ΅ΏΓΙΐνΑΓΙ del Cedreno (130 C Dind.)

22
In Livio: procedere ad pugnam: 7,9,8; 36,44,2; in medium cam-
pi: 6,23,1; 4,18,4; in aciem: 21,55,2; 9,27,2; 6,22,9; 27,46,12; 4,32,3;
27,13,13; nei Bella del corpus Caesarianum: procedere ad dimicandum:
Al. 39, Hisp. 29; ad pugnam: Hisp. 40. Notevole, invece, in Aen. 5,287
tendit…in campum.
23
Vd. ancora Il. 2,801; 3, 252; 24,329.
28 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

che nel lacunoso ΔΕΓǽ del papiro si sia perduto proprio


un ΔΕΓΎ΅ΏΓϾΐΉΑΓ΍ riferito ai Greci, va sottolineata l’am-
plificatio che la pericope offre in Settimio, con l’insistita
idea di sfida al valore dei Troiani (si auderent) da parte
dei Greci. L’equivalenza di ΔΕΓΎ΅ΏΓІΐ΅΍ e lacesso, d’al-
tra parte, sembra confermata dai Glossari, ove troviamo
ΔΕΓΎ΅ΏΓІΐ΅΍: lacesso, provoco (CGL III, p. 418) e lacessit:
ΔΕΓΎ΅ΏΉϧΘ΅΍ȱ(p. 120).
Le successive pericopi del testo greco davano conto in
modo assai succinto degli avvenimenti: era Alessandro a
guidare i Troiani, visto che una figura (evidentemente im-
portante) “non c’era più” (forse Memnone? Ettore?); lo
seguivano Deifobo e altri fratelli, ma le sorti della battaglia
erano sfavorevoli ai Troiani: “molti di loro” venivano evi-
dentemente uccisi e altri “catturati vivi”, tra i quali Troilo
e un altro figlio di Priamo (Licaone, come si evince da tutti
gli altri autori che seguono Ditti): costoro venivano giusti-
ziati da Achille in persona, al cospetto degli Achei.
ψ·ΉϧΘΓȱ Έξȱ ΅Їȱ ΘЗΑȱ Ά΅ΕǽΆΣΕΝΑȱ ǯȱ ǯȱ ǯȱ ǾΓΖȱ ΐ΋ΎνΘ΍ȱ
ϷΑΘΓΖǰȱ οΔΓΐνǽȱ ǯȱ ǯǾȱ πΔΉΏΌϱΑΘΝΑȱ ο΅ΙΘΓϧΖȱ ΘЗΑȱ ǽȱ ǯȱ ǯȱ
ǯȱ ǾΘ΅΍ȱ ΔΓΏΏΓϠȱ ΔΣΑΙȱ ΅ЁΘЗΑȱ ΉϢΖȱ ǽǯȱ ǯȱ ǯȱ ǯȱ ̉ЗΑΘǾΉΖȱ Έξȱ
Ώ΅ΐΆΣΑΓΑΘ΅΍ȱΘЗΑȱΔ΅ϟǽΈΝΑȱǯȱǯȱǯȱǾ̖ΕΝϟΏΓΖǰȱΓЃΖȱπΑȱ
ΐνΗУȱΘЗΑȱв̄ǽΛ΅΍ЗΑȱǯȱǯȱǯȱв̄ǾΛ΍ΏΏΉϿΖȱΗΚΣΊΉ΍ǯ

Se Malala e Cedreno offrono una narrazione altrettan-


to stringata, quello di Settimio è un testo ben più denso.
Dai bizantini e da Settimio sembra potersi evincere che in
Ditti vi fosse il termineȱΦΈΉΏΚΓϟ. Ma mentre i tre testi greci
si limitano ad elencare i nomi dei Priamidi che accorrono
ad affrontare Achille (rispettivamente, in Malala: Paride,
Deifobo, Licaone e Troilo; in Cedreno: Paride, Deifobo,
Troilo e Licaone; in Ditti doveva essere ricordato il solo
Alessandro, visto l’ψ·ΉϧΘΓ singolare, e successivamente Li-
INTRODUZIONE 29

caone e Troilo), Settimio amplifica il sempliceȱψ·ΉϧΘΓȱ con


una coppia endiadica:
quis dux Alexander cum reliquis fratribus militem
ordinat atque adversum pergit.
Il motivo della fuga dei Troiani addirittura prima che i
due eserciti piombino l’uno contro l’altro, assente in Ma-
lala e Cedreno, e sottolineato da Settimio
sed priusquam ferire inter se acies aut iaci tela coe-
pere
era forse presente già in Ditti, come possiamo ricostrui-
re dal lacunosoȱπΔΉΏΌϱΑΘΝΑȱο΅ΙΘΓϧΖȱΘЗΑ, probabilmente
ΗΘΕ΅Θ΍ЗΑ oȱ Ώ΅ЗΑ (per acies)24. Ma lo spazio del papiro
consente di affermare con sicurezza che, ancora una volta,
l’immagine dei dardi che non si iniziano neanche a lan-
ciare è solo del testo latino. Estremamente breve anche
lo spazio in cui poteva essere contenuto il motivo della
fuga dei Troiani, forse Ά΅ΕΆΣΕΝΑȱΚΙ·ϱΑΘΝΑ, come pen-
sano G.-H. Anche in questo caso Settimio chiosava il testo
greco con una coppia di immagini: desolatis ordinibus25,
e – forse: ma il nesso è abbastanza comune – con l’allitte-
rante fugam faciunt26.
Ancor più esteso il rimaneggiamento di Settimio della
stringata notazione di Ditti, seguito invece dai bizantini,

24
Ma vd. CGL, p. 358:ȱΏ΅ϱΖ: populus; p. 438:ȱΗΘΕ΅ΘϱΖ: exercitus.
25
Non sembra trattarsi di un tecnicismo, che nel sermo castren-
sis latino è perturbatis ordinibus (e.g. Caes. Gall. 2,11; 4,33; 5,37); la
iunctura non è attestata né in Livio, né in Sallustio, né in Tacito. Ma è
forse di qualche rilievo notare l’analogia con il nesso virgiliano desolati
manipli di Aen. 11,870, scena in cui si descrive la ritirata dei Rutuli
dopo la morte di Camilla.
26
Cfr. ThLl VI,2, 1470,40ss. (e.g.: Cic. dom. 67; Liv 1,56,4; 10,44,4).
30 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

sul massacro di “numerosi” Troiani costretti alle rive dello


Scamandro:
caesique eorum plurimi aut in flumen praeceps dati,
cum hinc atque inde ingrueret hostis atque undique
adempta fuga esset. Capti etiam Lycaon et Troilus
Priamidae, quos in medium productos Achilles iu-
gulari iubet.
Più ad verbum appare la successiva pericope, benché
Settimio non ritenga di specificare, attraverso il nesso vi-
vum capere, tipico anche in latino di un certo linguaggio
militare27, la sfumatura del grecoȱΊЗΑΘǾΉΖȱΈξȱΏ΅ΐΆΣΑΓΑΘ΅΍,
che ricaviamo dalȱΊЗΑΘΉΖȱΈξȱΚ΅ΑΉΕΓϠȱπΏφΚΌ΋Η΅Αȱ di Ma-
lala e dalȱΘΓϿΖȱΐξΑȱΊЗΑΘ΅ΖȱΉϨΏΉ del Cedreno.
Lo scarto più significativo fra Ditti e Settimio è però la
scena in cui vengono ‘giustiziati’ Troilo e Licaone. In Ditti
è chiaramente Achille, in persona, a compiere l’esecuzione
dei due Priamidi, “in mezzo ai Greci” radunati, come di
consueto, lungo le navi. Un particolare confermato dai bi-
zantini. In Settimio, invece, Achille “ordina di giustiziare”
i due, in medium productos. Non convince, in proposito,
la proposta di Viereck di emendare il papiro inȱΗΚΣΊΉ΍Αȱ
ΎΉǽΏΉϾΉ΍, proprio sulla scorta di Settimio ma contra i bi-
zantini.
Ci si può chiedere se quella di Settimio sia stata una
scelta legata ad un diversa caratterizzazione del personag-
gio Achille o, più semplicemente, se l’autore latino avesse
in mente le immagini delle esecuzioni pubbliche romane,
ove la modalità della iugulatio era la più diffusa. Si pensi,
infine, alla possibile suggestione della pagina sallustiana
in cui Cicerone iubet. . . laqueo gulam fregere i congiu-
27
Per Livio: 3,8,10; 25,16,23; 28,20,6; 32,30,12; 35,51,4; 42,66,9;
per il corpus Caesarianum: Gall. 8,35; Afr. 39, 95; Hisp. 16,23,41.
INTRODUZIONE 31

rati catilinari (Cat. 55)28. Forse non è un caso che l’ana-


loga iunctura iugulari iubet compaia già in 3,14, allorché
Achille fa immolare davanti all’urna che contiene le ceneri
di Patroclo alcuni prigionieri troiani. Da notare, infine, la
precisione lessicale iugulare/ΗΚΣΊΉ΍Α, ancora confermata
dai Glossari:ȱΗΚΣΊΝ: iugulo, interemo, cedo, occido, truci-
do, neco (p. 448) e iugulat: ΗΚΣΊΉ΍ȱ(p. 93).
La scena dei Troiani che fuggono e rimangono bloccati
allo Scamandro e quella dell’esecuzione di Troilo e Licao-
ne costituiscono probabilmente un tassello di intertestua-
lità omerica. Nella prima parte di Il. XXII, infatti, Achille,
che ancora infuria per vendicare Patroclo, continua l’a-
vanzata nella piana di Troia, in una situazione del tutto
analoga a quella di Ditti 4,9 = PTeb I,1-11. Il PelideȱΘΓϿΖȱ
ΐξΑȱ ΔΉΈϟΓΑΈΉȱ ΈϟΝΎΉ (3), mentre ψΐϟΗΉΉΖȱ Έξȱ πΖȱ ΔΓΘ΅ΐϱΑȱ
ΉϢΏΉІΑΘΓ (8); di quelli che fuggono e si nascondono sotto
le ripe del fiume Achille ΊΝΓϿΖȱ . . .ȱΈΙЏΈΉΎ΅ȱΏνΒ΅ΘΓ, e li
consegna ai compagni, per immolarli a Patroclo davanti
alle navi (27-33); quindi si imbatte proprio in Licaone, che
già aveva sconfitto in una precedente occasione e aveva
risparmiato: il Priamide lo scongiura anche stavolta di non
ucciderlo, ma Achille, benché il nemico sia nudo e in gesto
di supplica, gli affonda nel collo la spada (116: ΒϟΚΓΖ; pri-
ma il troiano aveva esclamato, rivolto ad Achille, e presago
della sua imminente fine,ȱΗϿȱ . . .ȱΈΉ΍ΕΓΘΓΐφΗΉ΍Ζ, 89), una
modalità di esecuzione piuttosto rara nell’Iliade, che sem-
bra in qualche modo riecheggiata proprio dalloȱ ΗΚΣΊΉ΍ȱ
di Ditti. Achille getta quindi il corpo di Licaone nello
Scamandro, in pasto ai pesci (122-135). Diversi elementi,
come si vede, fanno pensare che l’autore dell’Ephemeris

28
Sulla matrice sallustiana di molte iuncturae presenti in Settimio
vd. Merkle 1989, 118-122.
32 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

tenesse presente questo brano omerico, a cominciare pro-


prio dalla morte di Licaone.
Solo uno spunto si offriva invece, nell’Iliade, sulla mor-
te di Troilo (24,257), uno dei più giovani figli di Priamo,
al quale è dedicato un brano molto patetico nell’Eneide
(1,474 ss.) e una tessera sicuramente intertestuale in Po-
sth. 4,418-435 (ove, durante i giochi in onore di Achille,
vengono offerte come premio le armi appunto di Troilo):
sia nel brano virgiliano sia in quello di Quinto, la morte
di Troilo è paragonata alla falciatura di un papavero o di
una spiga di grano29: dunque un’immagine che ancora una
volta ricorda loȱΗΚΣΊΉ΍ȱdi Ditti. Nel Troilo di Sofocle e in
Apollod. ep. 3,32 il giovane moriva invece in un agguato,
sempre per mano di Achille (frr. 618-635 Radt); stando
alla versione del mitografo, nella stessa notte, Achille pe-
netrava a Troia e catturava Licaone.
Sulla versione della morte di Troilo seguita da Ditti va
detto che, se nelle più famose fonti letterarie (da Omero a
Virgilio) il Priamide cadeva sconfitto in duello da Achille,
nella stragrande maggioranza delle rappresentazioni ico-
nografiche Troilo era vittima di un’imboscata, e la sua ucci-
sione era eseguita sull’altare, spesso con evidenti modalità
rituali e cerimoniali: quella di Ditti è dunque una scelta
in linea con la tradizione iconografica, ma con l’omissione
dell’imboscata da parte del Pelide30. Nell’Excidium Troiae
di Darete, infine, Troilo era ucciso da Achille perché, ri-

29
Una similitudine che compariva – non per Troilo – già in Omero
(Il. 8,306-8), quindi nella Gerioneide di Stesicoro (S 15,44-47 Davies),
in Apoll. Rh. 3,1396-1403, e probabilmente in Catull. 11,21-24: vd.
ora Lazzeri 2008, 254-274.
30
Sull’iconografia di Troilo vd. LIMC s.v Troilos, VIII,1, 91-94 e
VIII,2, per le immagini; Paribeni 1966, 1007-11; Zindel 1974, 30-80;
D’Agostino 1985, 1-8.
INTRODUZIONE 33

masto imbrigliato nel proprio cavallo, non riusciva a di-


fendersi dall’eroe né a fuggire (33): dum acriter proeliantur,
equus vulneratus corruit, Troilum implicitum excutit. Eum
cito Achilles adveniens occidit 31.
Ancora un brano di Il. XXII può forse offrire un riscon-
tro per l’integrazione diȱψ·ΉϧΘΓȱΈξȱ΅ЇȱΘЗΑȱΆ΅ΕǽΆΣΕΝΑȱǯȱǯȱǯȱ
ǾΓΖȱΐ΋ΎνΘ΍ȱϷΑΘΓΖ: che sia Alessandro a guidare le schiere
troiane è certo. Per la figura che “non è più” (notazione as-
sente nei bizantini), dunque è morta, si è pensato a Mem-
none (̏νΐΑΓΑǾΓΖ: già G.-H.; Jacoby, Eisenhut)32; sembra
però più opportuno pensare ad Ettore, che appunto Ales-
sandro sarebbe l’unico ad aver titolo di sostituire nella
guida dei Troiani. Proprio in Il. 22,384 si legge la clausola
ӥΎΘΓΕΓΖȱΓЁΎνΘвȱπϱΑΘΓΖ, in bocca ad Achille che aspetta
di vedere come i Troiani reagiranno, “ora che Ettore non
è più”. Si potrebbe dunque integrare il tutto ψ·ΉϧΘΓȱΈξȱ΅Їȱ
ΘЗΑȱΆ΅ΕǽΆΣΕΝΑȱв̄ΏνΒ΅ΑΈΕΓΖǰȱӥΎΘΓΕǾΓΖȱΐ΋ΎνΘ΍ȱϷΑΘΓΖ. E
si confronti, e contrario, il verso di Quinto di Smirne che
descrive i Troiani ancora in preda allo spavento, pur di
fronte al corpo di Achille ormai morto (3,184):ȱДΖȱ̖ΕЗΉΖȱ
ΚΓΆνΓΑΘΓȱΎ΅ϠȱΓЁΎνΘвπϱΑΘвв̄Λ΍Ώϛ΅ǯȱ
Della brutale esecuzione di Troilo e di Licaone, in Ditti
era probabilmente fornita una motivazione precisa, come
si può ricostruire dalla versione di Settimio:
ΐ΋ΈΉǽȱǯȱǯȱǯǾȱΔ΅ΘΕϲΖȱΔνΐΜ΅ΑΘΓΖȱЀΔνΕȱǽ
indignatus nondum sibi a Priamo super his, quae se-
cum tractaverat, mandatum.

31
Vd. Darete, Storia, 121-2.
32
Ihm, 12, chiama in causa un brano di Giovanni di Antiochia
(p. 8 Heinrich) per confortare l’integrazioneȱ ̏νΐΑΓΑǾΓΖDZȱ ΔΉΗϱΑΘΓΖȱ
΅ЁΘΓІȱǽscil. ̏νΐΑΓΑΓΖǾȱΚΙ·χȱΘЗΑȱв̌ΑΈЗΑȱΎ΅ϠȱΚϱΑΓΖȱΔΓΏϾΖǯȱ
34 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

Al contrario dei bizantini, che omettono il particola-


re, Settimio appare più attento alla caratterizzazione di
Achille come iratus amator: la vicenda sottesa al furore del
Pelide è quella del suo amore per Polissena, la giovanissi-
ma figlia di Priamo che Achille ha visto per caso durante
una tregua, mentre accompagnava ad un sacrificio la ma-
dre Ecuba. Achille, captus amore della bellissima fanciulla,
ha proposto a Priamo un patto separato in cambio della
mano di Polissena. Ma il sovrano di Troia non ha ancora
dato seguito alle lettere segrete che l’eroe gli ha inviato. Di
qui, dunque, il furor di Achille. Sarà proprio questo il filo
conduttore dei capitoli centrali del quarto libro.
Da notare, nel testo latino, il chiarimento Priamo per
l’originaleȱΔ΅ΘΕϱΖ, un procedimento assai diffuso in Set-
timio, soprattutto nella specificazione di nomi personali.
La pateticità della morte di Troilo, dai tragici a Virgilio
e oltre (ma non in Omero!) tratteggiato come uno dei più
bei giovani troiani, reciso come un fiore dalla falce della
guerra prima ancora che potesse dimostrare il suo valo-
re, era in qualche modo ‘recuperata’ da Ditti, stando alle
tracce del papiro e alla versione di Settimio, nella scena
dei funerali del giovane figlio di Priamo, e del pianto di
lutto su di lui. Ilȱ ΔνΑΌΓΖȱ su Troilo non sembra attestato
altrove nella tradizione omerica o para-omerica, neanche
nel dramma sofocleo, che – come ipotizzato già da Brunck
– poteva essere satiresco (vedi il troppo ardito fr. 620 R. ),
ed offre la possibilità di un confronto solo con l’episodio
virgiliano di Enea che contempla, commuovendosi, le raf-
figurazioni del tempio di Giunone a Cartagine, ove rico-
nosce le storie della guerra di Troia, tra le quali – appunto
– la morte di Troilo, lì ucciso da Achille, mentre fugge,
amissis armis, l’impari duello.
Questo dunque il testo di Ditti:
INTRODUZIONE 35

ΔνΑΌΓΖȱΈǾξȱΓЁȱΐ΍ΎΕϲΑȱΘΓϧΖȱπΑȱв̌ΏϟУȱǽȱǯȱǯȱǯȱΦΔΓΏΓΐνǾ
ΑΓΙаȱ ώΑȱ ·ΤΕȱ σΘ΍ȱ ΑνΓΖȱ Ύ΅Ϡȱ ·ǽΉΑΑ΅ϧΓΖȱ ǯȱ ǯȱ ǯǾȱ ΘΓІȱ
ΥΔΣΑΘΝΑȱΘЗΑȱǽȱǯȱǯȱǯǾȱ΍ΎΝΑȱǽǯȱǯȱǯȱǾȱΉΗΉΑȱΓЄΘΉȱΉΘΝΗǽȱǯȱǯȱǯȱ
ǾȱΘΓϿΖȱΑΉΎΕ˜ϿΖȱ

Nessuna menzione del lutto su Troilo nel Cedreno. Ma-


lala sembra avere invece conservato il brano di Ditti quasi
ad litteram:ȱ Ύ΅Ϡȱ ΐν·΅ȱ ΔνΑΌΓΖȱ πΑȱ ΘХȱ в̌ΏϟУȱ ΔΉΕϠȱ ̖ΕΝϪΏΓΑȱ
ώΑаȱώΑȱ·ΤΕȱσΘ΍ȱΑνΓΖȱΎ΅Ϡȱ·ΉΑΑ΅ϧΓΖȱΎ΅ϠȱБΕ΅ϧΓΖ. La rielabo-
razione di Settimio punta, come ci si poteva aspettare, ad
effetti ancor più patetici33:
quae ubi animadvertere Troiani, tollunt gemitum
et clamore lugubri Troili casum miserandum in mo-
dum deflent recordati aetatem eius admodum imma-
turam, qui in primis pueritiae annis cum verecundia
ac probitate, tum precipue forma corporis amabilis
atque acceptus popularibus adolescebat.
Si tratta di una vera e propria riscrittura, da quanto
possiamo vedere. La scena del pianto è amplificata in ben
tre proposizioni: da notare l’aggettivazione (lugubri … mi-
serandum) assente nel Ditti greco e in Malala. Anche recor-
dati sposta l’ottica della descrizione non sul dato oggettivo
della giovane età di Troilo, ma sul sentimento di pietà da
parte dei Troiani. Immatura, che non possiamo confronta-
re con l’eventuale corrispondente greco di Ditti, in lacu-
na, richiama chiaramente il motivo delle mortes immaturae
virgiliane, delle quali Troilo è il primissimo esempio nel
poema. Forse nell’ΥΔΣΑΘΝΑȱ originale possiamo scorgere
l’apprezzamento di “tutti” i Troiani nei confronti del figlio
di Priamo, come pare lecito dal confronto con l’acceptus
popularibus di Settimio, mediato da Sallustio34: un motivo
33
Vd. Merkle 1989, 115-6.
34
Cfr. Iug. 7,1,3; 7,2,3: già Ihm, 13.
36 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

che doveva risaltare, visto il generale disprezzo del popo-


lo troiano per i Priamidi, insistentemente evidenziato da
Ditti. Troilo, in ciò accomunato forse al solo Ettore, era
l’unico dei figli di Priamo a godere del favore del popolo:
la sua morte è dunque pianta da tutti. L’immagine di Troi-
lo che viene strappato alla giovinezza ha un riscontro, ma
– sembra – solo tematico, in Posth. 4,430-2:
ДΖȱΙϡϲΑȱ̓Ε΍ΣΐΓ΍ΓȱΌΉΓϧΖȱπΑ΅Ώϟ·Ύ΍ΓΑȱΉϨΈΓΖ
̓΋ΏΉϟΈ΋ΖȱΎ΅ΘνΔΉΚΑΉΑǰȱσΘдΩΛΑΓΓΑǰȱΉϢΗνΘ΍ȱΑϾΐΚ΋Ζȱ
Αφ΍Έ΅ǰȱΑ΋Δ΍ΣΛΓ΍Η΍ΑȱϳΐЗΖȱσΘ΍ȱΎΓΙΕϟΊΓΑΘ΅ǯ

Non appare possibile, tuttavia, ipotizzare integrazioni


per Ditti dal testo di Quinto.
Anche in Darete, ove pure il corpo di Troilo viene
recuperato subito dopo la morte da Memnone (il qua-
le nell’Excidium giunge a Troia prima che in altri testi),
compare solo un riferimento al magnificum funus con cui
Priamo onora suo figlio (e lo stesso Memnone, nel frat-
tempo ucciso da Achille) e al dolore di Ecuba, maesta,
quod duo filii eius fortissimi, Hector et Troilus, ab Achil-
le interfecti essent (34). Quest’ultimo elemento, come si
vedrà, è funzionale in Darete ad introdurre l’agguato ad
Achille.
Nell’ultima parte della perduta pericope greca, infine,
poteva essere menzionata una scena di funerali o di recu-
pero dei caduti (ΑΉΎΕΓϿΖ).
Con l’inizio dell’episodio dell’agguato ad Achille,
dall’attuale capitolo decimo del quarto libro di Settimio
(IV,10 = PTeb I,18-31), il rapporto fra il testo greco di Ditti
e le riscritture latina e bizantine si fa più complesso, segno
che la vicenda d’amore e morte che coinvolgeva Achille e
Polissena offriva la possibilità di essere retoricamente rie-
laborata più di altre.
INTRODUZIONE 37

Le prime pericopi di questa sezione, in realtà, sia in Set-


timio sia nei bizantini, ricalcano piuttosto da vicino il testo
che possiamo ricostruire dalle tracce del papiro:
Έ΍΅·ǾΉΑΓΐνΑΝΑȱΈξȱϴΏǽϟ·ΝΑȱψΐΉΕЗΑȱǯȱǯȱǯȱд̄ΔϱǾΏΏΝȬ
ΑΓΖȱ̋ΙΐΆΕ΅ϟΓǽΙȱǯȱǯȱǯȱπǾΑȱΈξȱΘХȱΌΙ΍Αǽǯȱǯȱǯȱ̓ǾΕϟ΅ΐΓΖȱ
ЀΔξΕȱǽ̓ΓΏΙΒνΑ΋ΖȱǯȱǯȱǯȱΚνǾΕΓΑΘ΅ȱΔΕϲΖȱд̄Λ΍ǽΏΏν΅ȱǯȱǯȱ

da cui:

Deinde transactis paucis diebus solemne Thymbra-


ei Apollinis incessit et requies bellandi per indutias
interposita. Tum utroque exercitu sacrificio insisten-
te Priamus tempus nactus Idaeum ad Achillem su-
per Polyxena cum mandatis mittit.
̏ΉΘΤȱ Ένȱ Θ΍Α΅Ζȱ ψΐνΕ΅Ζȱ πΑϟΗΘ΅Θ΅΍ȱ ψȱ ΘЗΑȱ ΦΑ΅Ȭ
Ό΋ΐΣΘΝΑȱοΓΕΘφǰȱΎ΅ϠȱΦΑΓΛχȱ·ν·ΓΑΉȱΘΓІȱΔΓΏνΐΓΙǰȱ
ΌΙΗ΍ЗΑȱ ·ΉΑΓΐνΑΝΑǰȱ ΌΙϱΑΘΝΑȱ ΘХȱ ̋ΙΐΆΕ΅ϟУȱ
д̄ΔϱΏȱΏΝΑ΍ȱ πΑȱ ΘХȱ ΩΏΗΉ΍ȱ ΘХȱ ΦΔϲȱ ΐ΍ΎΕΓІȱ ϷΑΘ΍ȱ ΘϛΖȱ
ΔϱΏΉΝΖȱΘЗΑȱ̇΅Α΅ЗΑȱΎ΅ϠȱΘЗΑȱ̖ΕЏΝΑǯȱǻŠ•ǯȱśǰŘŞǼ

̏ΉΘΤȱ Θ΅ІΘ΅ȱ ΦΑνΗΘ΋ȱ ψȱ ΘЗΑȱ ΦΑ΅Ό΋ΐΣΘΝΑȱ οΓΕΘφǰȱ


ΦΑΓΛχΑȱ ΚνΕΓΙΗ΅ȱ ΔΓΏνΐΓΙǰȱ ϶ΘΉȱ Έχȱ ΔΣΑΘΝΑȱ πΑȱ
ΉϢΕφΑϙȱ ΌΙϱΑΘΝΑȱ ΘХȱ ̋ΙΐΆΕ΅ϟУȱ д̄ΔϱΏΏΝΑ΍ǰȱ ̇΅Ȭ
Α΅ЗΑȱ Ύ΅Ϡȱ ΘЗΑȱ ̖ΕЏΝΑǰȱ πΑȱ ΘХȱ ΦΔϲȱ ΐ΍ΎΕΓІȱ ΘϛΖȱ
ΔϱΏΉΝΖȱΩΏΗΉ΍ǯȱǻŽ›ǯȱŗŘşȱǼ

All’indicazione temporale (“pochi giorni dopo”) del-


la scena fa seguito quella spaziale: il santuario di Apollo
Timbreo, ove sia i Greci sia i Troiani facevano sacrifici,
come è detto in III,1 (sine ullo insidiarum metu hi aut illi
multis immolationibus Thymbraeo Apollini supplicabant).
Qui i testi bizantini forniscono maggiori particolari sulla
posizione del tempio, forse riprendendo proprio la prima
descrizione di esso posta da Ditti nell’attuale incipit del
terzo libro. Lo scarto più sensibile fra Ditti-Settimio e i bi-
38 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

zantini, infatti, avviene proprio sull’impiego del materiale


mitico relativo alla storia di Achille e Polissena.
Ditti, in ciò seguito fedelmente da Settimio, aveva sa-
pientemente dosato i non numerosi (a dire il vero) elementi
narrativi della vicenda in più sequenze del racconto35: pri-
ma l’incontro casuale di Achille con la figlia di Priamo, le
fasi dell’innamoramento dell’eroe, la confessione ad Auto-
medonte e la trattativa segreta con Priamo ed Ettore per la
mano della fanciulla; poi le vicende della morte di Patroclo,
dell’ira feroce di Achille e della sua imboscata ad Ettore,
la morte di quest’ultimo, e il riscatto del corpo da parte di
Priamo, che offre ad Achille anche Polissena, lì presente, ma
nell’occasione rifiutata dal Pelide (attuale libro III); quindi,
dopo le vicende di Pentesilea e di Memnone, entrambi uc-
cisi in duello da Achille, la conclusione della vicenda, con
il tranello ai danni dell’eroe attirato di nuovo nel santuario
di Apollo Timbreo per trattare fatalmente della mano di
Polissena (libro IV). In questa disposizione degli eventi, il
filone ‘erotico’ relativo all’eroe più importante dei Greci
si intrecciava in più punti con gli avvenimenti bellici, ne
era parte integrante, funzionale a creare una certa suspen-
ce narrativa, e costituiva l’occasione per mettere in campo
una serie di espedienti retorici d’effetto, a cominciare dal
topos dell’amore nato dagli sguardi, fino alla significativa
Ringkomposition che vedeva il tempio di Apollo Timbreo
scenario iniziale e conclusivo della vicenda36.

35
Le simmetrie strutturali dell’Ephemeris sono studiate in modo det-
tagliate da Merkle 1989,126 ss.; in particolare, per le vicende di Achille
e Polissena, cfr. 206-223. Proprio questo segmento mitico è stato defini-
to “un romanzo nel romanzo”, perché presenta caratteristiche narrative
in parte autonome rispetto alla fabula principale (Milazzo 1984).
36
Nelle pur ridotte dimensioni del testo dell’Excidium, si può af-
fermare che anche Darete abbia inteso diluire gli elementi narrativi
INTRODUZIONE 39

Nulla di tutto ciò nei cronografi bizantini, che liquida-


no la storia di Achille e Polissena in un’unica sequenza,
sintetica, collocata dopo gli avvenimenti bellici più signifi-
cativi (morte di Patroclo, Ettore, Pentesilea e Memnone),
quasi unicamente a giustificare l’agguato e la morte dell’e-
roe. Una scelta narrativa, certo, in linea con la semplicità e
‘annalisticità’ dei testi in questione.
Questo confronto, a livello di strategie narrative, con-
sente di cogliere lo scarto tra la rielaborazione di Ditti
condotta dai bizantini e quella condotta da Settimio. Se
in Malala e in Cedreno il testo greco preso a modello è
spesso più fedelmente impiegato ad litteram, in Settimio
la retoricizzazione e amplificazione (spesso patetica) della
fonte è una costante; ma mentre nei bizantini l’ordo narra-
tivo è piegato alle esigenze della semplicità cronografica,
nella versione latina le strategie narrative di Ditti appaio-
no rispettate. L’una e le altre riscritture sono quindi utili
a due diversi livelli: da Settimio possiamo ricavare, con
una certa affidabilità, quale fosse l’organizzazione della
materia mitica e quale – soprattutto – l’alternarsi delle se-
quenze; dai bizantini possiamo trarre spunto per ipotesi
di ricostruzione testuale e per l’individuazione di quali

relativi ad Achille e Polissena, la cui vicenda si conclude sempre nel


tempio di Apollo Timbreo (34). E vd. Darete, Storia, n.181. L’‘inno-
vazione’ di Darete – almeno stando alle nostre fonti – tuttavia, consi-
ste nel fare di Ecuba la protagonista dell’inganno ai danni di Achille:
Ecuba, addolorata per la morte dei suoi due più amati figli Troilo e
Ettore, decide di adescare il Pelide attraverso Polissena e con l’aiuto
di Paride: in tal modo la responsabilità del tranello è attribuita alla
perfidia di una donna. Così è anche nel testo dell’Ostrakon di Mons
Claudianus 412, un curioso testo in trimetri giambici ed esametri ove
si leggono tracce proprio della versione daretiana di questa scena, e
che è stato da alcuni indicato come un frammento dell’originale greco
dell’Excidium: per la questione vd. Pavano 1998.
40 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

termini pregnanti potessero essere presenti nel Ditti gre-


co perduto.
Venendo dunque al confronto fra il papiro e la versione
latina, è opportuno evidenziare altri elementi. La lacuno-
sissima sequenza
ǯȱǾΑΘΓΖȱΌϱΕΙΆΓΖȱǽΔΓΏϿΖȱǯȱǯȱǯǾȱΔΕΓΈ΍ΈϱΑΘΓΖȱΘǽϲΑȱǯȱǯȱǯǾ
ΘΓΙȱΔΓΏϿȱд̄ΏΉΒ΅ǽΑΈΕ

insieme alla considerazione del ristretto spazio in lacuna


fra le tracce leggibili, consente di affermare, da una parte,
che Settimio ha operato la consueta amplificatio del mo-
dello, con un’inedita resa diȱΌϱΕΙΆΓΖȱin indignatio37, e con
l’aggiunta di un’intera pericope funzionale a collegare il
clima di sospetto dei Greci nei confronti di Achille (o nei
confronti di un tranello ai suoi danni: né il testo latino né
ovviamente quello greco sono chiari su questo punto) ad
un precedente episodio38:
ad postremum indignatio exorta (namque antea ru-
morem proditionis ortum clementer per exercitum
in verum traxerant), ob quae simul concitatus militis
animus leniretur;
dall’altra, di constatare il ‘taglio’ di una pericope – o, al-
meno, della menzione – riservata ad Alessandro, inequivo-
cabilmente presente nel testo greco. In che modo Paride
potesse essere inserito in questa sequenza, d’altra parte,
tra il crescente sospetto nel campo acheo e la decisione di
inviare come osservatori Ulisse, Diomede e Aiace, è diffi-
cile ipotizzare. Forse proprio un precedente colloquio o
incontro o trattativa di Achille con Alessandro, scoperta
dai Greci? O forse i Greci (o alcuni di loro) hanno scor-
37
Vd. CGL II, p. 328ȱΌϱΕΙΆΓΖ: tumultus, turba.
38
Sottolineato anche da Merkle 1989, 117-118.
INTRODUZIONE 41

to aggirarsi vicino al tempio Alessandro, che comparirà in


Ditti e in Settimio pochissime righe più avanti? Quest’ul-
tima è l’ipotesi più probabile, che si evince dai testi bizan-
tini, ove sono i capi greci che, scorgendo Ideo [inviato dal
re a trattare con Achille] vicino al tempio, si preoccupano
per un possibile agguato e inviano Ulisse, Diomede e Aia-
ce ad avvisare il Pelide.
Il topico terzetto di ‘ambasciatori’ si apposta davanti al
boschetto sacro del tempio, “aspettando” l’eroe per “an-
nunziargli … di non fidarsi dei barbari”:
̄ϥ΅ΖȱΗϿΑȱ̇΍ΓΐφΈΉ΍ȱǽΎ΅Ϡȱд̒ΈΙΗΗΉϧȱǯȱǯȱǯȱΘǾϲΑȱΏϱ·ΓΑȱ
σΐΉ΍Α΅Αȱ ΅ЁΘϲǽΑȱ ǯȱ ǯȱ ǯȱ ΩΏΗΓǾΙΖȱ БΖȱ Δ΅Ε΅··ΉϟΏΝΗ΍Αȱ
ο΅ΙǽȱǯȱǯȱǯȱΐχǾȱΘΓϧΖȱΆ΅ΕΆΣΕΓ΍ΖȱΔΉ΍ΗΘΉІΗ΅΍

Appare difficile contestualizzare ilȱ ΘǾϲΑȱ Ώϱ·ΓΑ imme-


diatamente precedente ad σΐΉ΍Α΅Αȱ ΅ЁΘϲǽΑ (opperientes…
Achillem, in Settimio), che potrebbe – stando a Malala: ΘϲΑȱ
ΔΉΕϠȱ΅ЁΘϛΖȱΏϱ·ΓΑȱ– essere riferito alle trattative su Polissena
(5,28,52): ma ciò richiederebbe un punto prima diȱσΐΉ΍Α΅Α,
con la relativa durezza dell’assenza di un soggetto o di una
qualsiasi coordinazione (e.g. ΓϡȱΈξ). Ancora in Malala sem-
bra esservi tuttavia la traccia di una specifica decisione pre-
sa dal consiglio dei capi Achei, da riferire ad Achille:
Ύ΅Ϡȱ πΔνΐΜ΅ΐΉΑȱ ΔΕϲΖȱ ΅ЁΘϲΑȱ ΦΔϱΎΕ΍Η΍Αȱ Έ΍Τȱ ΘΓІȱ
ΦΈΉΏΚΓІǯǯǯȱ ϣΑ΅ȱ ΅ЁΘХȱ Δ΅Ε΅··ΉϟΏΝΗ΍ȱ ΐχȱ Ό΅ΕΕΉϧΑȱ
ο΅ΙΘϲΑȱΘΓϧΖȱΆ΅ΕΆΣΕΓ΍ΖȱΐϱΑΓΑȱdzȱϣΑ΅ȱ΅ЁΘХȱΉϥΔΝΗ΍ȱ
ΘχΑȱΦΔϱΎΕ΍Η΍Αǯȱ

Qui il significato diȱΦΔϱΎΕ΍Η΍Ζ, impiegato due volte a


così breve distanza, non può essere quello di “ambasce-
ria”, ma di “risposta”39: evidentemente di un consiglio dei
39
Si vedano CGL II, p. 223:ȱΦΔϱΎΕ΍Η΍Ζ: responsum; p. 367 μνΑΝ:
mansito, maneo.
42 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

capi tenuto per far fronte alla situazione di malcontento o


sospetto. E si veda la versione latina:
Aiax cum Diomede et Ulixe ad lucum pergunt hique
ante templum resistunt opperientes, si egrederetur,
Achillem, simulque uti rem gestam iuveni refer-
rent, de cetero etiam deterrerent in colloquio clam
cum hostibus agere.
Anche Settimio ha forse conservato una traccia di tale
episodio? A che cosa fa riferimento la rem gestam che i
tre achei dovrebbero riferire ad Achille (iuveni), oltre a
metterlo in guardia dall’appartarsi solitario con i nemici?
E si noti l’analogia di senso tra il rem gestam … referrent
di Settimio e l’ΉϥΔΝΗ΍ȱ ΘχΑ ΦΔϱΎΕ΍Η΍Α di Malala. Si tratta
delle spie di un rabberciamento frettoloso e poco chiaro di
un episodio originariamente più dettagliato? C’è un col-
legamento tra queste pericopi e la presenza della figura
di Alessandro prima della ‘spedizione’ di Aiace, Ulisse e
Diomede nel Ditti greco?
L’impressione generale è che in questa sequenza narra-
tiva sia stato operato, dai bizantini ma anche da Settimio,
un rimaneggiamento del modello; ma non è escluso che il
papiro di Tebtynis appartenga a un ramo della tradizione
che presentava un testo greco in questo punto sensibil-
mente differente da quello seguito dagli altri.
Aiace, Ulisse e Diomede, in ogni caso, non riuscivano
ad avvisare Achille dell’agguato di Paride. Così, nella più
lacunosa parte del papiro (attuale capitolo undicesimo del
quarto libro), si consuma la più sorprendente e determi-
nante vicenda dell’opera: l’assassinio di Achille.
Sfortunatamente, proprio nella sequenza che più
avrebbe potuto fornire spunti per un’analisi dettagliata
delle differenze a livello di pathos retorico e narrativo tra il
INTRODUZIONE 43

testo greco e la versione latina, il papiro si presenta estre-


mamente lacunoso (IV,11 = PTeb I,32-53):
Δ΅Ε΅·]ϟΑΉΘ΅΍д̄ΏνΒ΅ΑΈΕΓ>Ȣ@ȕȦȝϲΑ

Se, tuttavia, il riferimento all’altare dove avviene l’aggua-


to ad Achille – in un significativo parallelismo con l’assassi-
nio di Priamo davanti all’altare di Atena da parte di Neotto-
lemo – è posto a così breve distanza dall’arrivo di Alessan-
dro sulla scena, è lecito rilevare come Settimio avesse, come
di consueto, inserito elementi nuovi rispetto al modello:
Interim Alexander compositis iam cum Deiphobo
insidiis pugionem cinctus ad Achillem ingreditur
confirmator veluti eorum, quae Priamus pollicebatur
moxque ad aram, quo ne hostis dolum persentisceret
aversusque a duce, adsistit.
Il particolare di Alessandro “voltato” rispetto al Pelide,
quo ne hostis dolum persentisceret, sembra impossibile da
collocare nel papiro, spatio brevius. Come fanno evincere
proprio Malala e Cedreno, Ditti offriva probabilmente un
quadro rapido degli eventi:ȱ ̓ΣΕ΍Ζȱ ǯȱ ǯȱ ǯȱ Δ΅ΕΤȱ ΘϲΑȱ ΆΝΐϲΑȱ
ϣΗΘ΅Θ΅΍. Forse in modo estremamente conciso, era pre-
sente in Ditti anche la dissimulazione di Paride, menziona-
ta dai bizantini (БΖȱϵΕΎУȱΆΉΆ΅΍ЗΑȱΘΤȱΐΉΘдȱ΅ЁΘΓІȱΎ΅ϠȱΘΓІȱ
д̄Λ΍ΏΏνΝΖȱΉϢΕ΋ΐνΑ΅) e da Settimio, ove è tuttavia sicura-
mente variata con la menzione di Priamo (veluti confirma-
tor eorum, quae Priamus pollicebatur).
Seguiva la scena dell’agguato, di cui possiamo legge-
re, nel papiro, solo la brevissima sequenza di Deifobo che
proditoriamente abbraccia Achille:
̇΋΍ΚǾϱΆΓΙȱд̄Λ΍ΏΏΉϧǯȱǯȱǽ

ricostruibile, in quanto identica nell’ordo verborum, soprat-


tutto dal Cedreno (130 A:ȱΔΉΕ΍ΔΏΉΎΓΐνΑΓΙȱΈξȱ̇΋΍ΚϱΆΓΙ
44 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

ΘϲΑȱ д̄Λ΍ΏΏν΅ȱ Ύ΅Ϡȱ Ύ΅Θ΅Κ΍ΏΓІΑΘΓΖ) ma anche da Malala


(5,28,65:ȱΔΉΕ΍ΔΏ΅ΎνΑΘΓΖȱΈξȱΘΓІȱ̇΋΍ΚϱΆΓΙȱΘХȱд̄Λ΍ΏΏΉϧ).
Mentre in Cedreno non è chiaro se sia Deifobo a scaglia-
re il primo colpo, e Paride quello fatale (“con il pugnale
che si era portato”,ȱ ϶ȱ πΔΉΚνΕΉΘΓȱ ΒϟΚΓΖ, particolare che
in Settimio è ‘spostato’ all’inizio della caratterizzazione di
Paride: pugionem cinctus), in Malala è chiaramente Paride
a colpire due volte Achille, mentre Deifobo lo tiene fermo.
Quest’ultimo quadro è anche in Settimio, ove, con tutta
probabilità – stando anche al confronto con i bizantini –
l’abbondante aggettivazione, e l’insistenza sull’inermità
di Achille, sono tratti innovativi e amplificanti rispetto al
modello:
Dein, ubi tempus visum est, Deiphobus amplexus
inermem iuvenem quippe in sacro Apollinis nihil
hostile metuentem exosculari gratularique super
his, quae consensisset, neque ad eo divelli aut omit-
tere, quoad Alexander librato gladio procurrensque
adversum hostem per utrumque latus geminato ictu
transfigit.
Questa scena, centrale nell’opera, ricordava sicura-
mente, almeno al lettore romano, la descrizione svetonia-
na dell’assassinio di Giulio Cesare: anch’egli avvicinato
proditoriamente da un congiurato in gesto di conciliazio-
ne, abbracciato, e pugnalato improvvisamente alle spalle
(Caes. 82):
Assidentem conspirati specie officii circumsteterunt,
ilicoque Cimber Tillius, qui prima parte susceperat,
quasi aliquid rogaturus propius accessit renuentique
et gestu in aliud tempus differenti ab utroque umero
togam adprehendit; deinde clamantem “ista quidem
vis est!” alter e Cascis aversum vulnerat paulum in-
fra iugulum.
INTRODUZIONE 45

Settimio, tuttavia, come è chiaro dall’accostamento dei


due brani, non tiene presente il passo svetoniano. Un in-
dizio del suo metodo di lavoro, e dello spettro di fonti e
modelli impiegati.
Quasi nulla è possibile ricostruire delle successive righe
del testo greco: è menzionato, probabilmente, di nuovo
Achille (38); è indicato poi il momento, sembra, della fuga
di Paride e Deifobo dal bosco sacro di Apollo Timbreo
(41), o di Odisseo e Aiace che scorgono i due Priamidi
allontanarsi dal bosco, come in Malala, che appare ripro-
porre in modo più fedele la sequenza.
Nella descrizione della morte, doveva ricorrere in Dit-
ti, con tutta probabilità, il termineȱ σΎΏΙΘΓΖȱ per definire
il momento in cui al Pelide “si scioglievano le membra”,
come fanno pensare i bizantini e l’altrettanto raro disso-
lutum di Settimio40. Si trattava, evidentemente, contro
l’uso comune o semplicemente denotativo del termine41,
di un intarsio omerico, a richiamare l’epico (e formula-
re) ·ΓϾΑ΅Θ΅Ȧ·Ιϧ΅ȱΏϾΉΗΌ΅΍ȱdi tante descrizioni della mor-
te (Il. 4,469; 5,176; 7,12; 16,400; 22,335, etc.). Un caso
esemplare, questo, di come la versio latina e le riscritture
bizantine possano fornire un elemento (quasi) sicuro di
confronto con i modelli greci di Ditti, per valutarne il gra-
do di allusività letteraria.
Alcuni elementi significativi differenziano la scena
dell’uccisione di Achille in Ditti-Settimio da quella in
Darete: Achille si reca al santuario con Antiloco; l’ag-
guato non è condotto dal solo Alessandro (né è menzio-
nato Deifobo), ma da una schiera di numerosi Troiani
40
Raro nel senso di “infermo”, “ferito”: cfr. ThLl V,1, 1501,75ss.;
per dissolvo in senso di infermità o morte di un uomo, ib., 1496-7 (a
partire da Lucr. 4,756).
41
Per cui vd. L.-S.-J., s.v.
46 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

contro i quali i due Greci – che dunque non sono ar-


mati – si difendono strenuamente, ma alla fine hanno la
peggio.
Odisseo, come era naturale che volesse la tradizione del
carattere dell’eroe, è il primo ad accorgersi che nel bo-
sco è accaduto qualcosa di nefasto: “ΓЁΎȱΦ·΅ΌϱΑȱΘ΍ȱΉϢΗϠΑȱ
πΕ·΅ΗΣΐΉΑΓ΍ȱ ΓЈΘΓ΍аȱ ΉϢΗνΏΌΝΐΉΑȱ ΔΕϲΖȱ ΘϲΑȱ в̄Λ΍ΏΏν΅”,
esclama rivolto ad Aiace e Diomede, in Malala (5,28,72),
a sua volta ripreso da Giovanni di Antiochia “Φ·΅ΌϱΑȱΘ΍ȱ
ΉϢΗϠΑȱ πΕ·΅ΗΣΐΉΑΓ΍”, particolare invece ignorato dal Ce-
dreno. E in Settimio:
quo visus Ulixes: “non temere est, inquit, quod hi
turbati ac trepidi repente prosiluere”.
Sulla base di Malala, già G.-H. proposero di integrare
la lacuna del papiro di r. 41ȱΓЁΎȱǽΦ·΅ΌϱΑǾȱΓЁΘΓ΍ȱǯȱǯȱǯȱπΔ΍Ǿ
ΛΉ΍Ε΋ΗΣΐΉǽΑΓ΍ȱ ΉϢǾΗΉΏΌϱΑΘΉΖ. Ihm, 18, che pure stampa
[Φ·΅ΌϱΑ], si chiede se, sulla base di Tzetze, Posth. 405
ΗΛνΘΏ΍΅ȱσΕ·΅ȱϥΈΝΐΉΑȱ(parla Ulisse), non si possa pensare
anche ad altro.
Certo è che la versio latina sembra in questo punto di-
stanziarsi notevolmente da Ditti42, introducendo un con-
cetto di fatalità che connota in senso più fosco il testo43.
Entrati nel bosco, Ulisse, Aiace e Diomede scoprivano
Achille, colpito a morte, ma che “ancora respirava”:
ΔΉΕ΍ΗΎΓΔΓϾΐΉΑΓ΍ȱϳΕЗǽǯȱǯȱǯȱǾȱΘϛΖȱΉϡΕΎΘϛΖȱΘΓІȱΆΝΐΓІȱ
ǽȱǯȱǯȱǯȱπΐǾΔΑνΓΑΘ΅ǯȱ

Fedeli ad litteram, sembra, le riscritture di Malala e Cedre-


no, così come il testo di Settimio, ove tuttavia è omesso il
42
Nei Glossari: temere:ȱΦΗΎΉΔΘЗΖǰȱΔ΅Ε΅Ώ΅ΆЗΖȱ(p. 196).
43
Non temere è nesso ricorrente in Sallustio: Iug. 82,1,2; 93,5,2;
ep. 2,1,5.
INTRODUZIONE 47

particolare – significativo a quanto si è detto – dell’altare


di Apollo come scena del delitto:
Dein, ingressi lucum, circumspicientesque uni-
versa animadvertunt Achillem stratum humi exan-
guem atque etiam tum seminecem.
Nel testo greco perduto, sembra certo che vi fosse il
riferimento cruento ad Achilles moriens, come si evin-
ce dall’exsanguem di Settimio e daȱ Ύ΅Όϙΐ΅·ΐνΑΓΑ e
ϐΐ΅·ΐνΑΓΑ dei bizantini. Notevole, infine, la resa e con-
trario diȱπΐǾΔΑνΓΑΘ΅ȱcon seminecem.
Era Aiace, a questo punto, cugino dell’eroe, a rivolgersi
ad Achille. Le sue parole, tanto amare quanto severe, sot-
tolineano il carattere straordinario di Achille, ma anche la
sua debolezza. E non è un caso, probabilmente, che fosse
proprio Aiace a pronunciarle:
ΔΕϲΖȱ ϶Αȱ ̄ϥ΅Ζȱ ΉϨǽΔΉΑȱ ǯȱ ǯȱ ǯȱ ΩǾΏΏΓΖȱ ΗΉȱ ΦΑΌΕЏΔΝΑȱ
ωΈϾΑ΅ǽΘΓȱǯȱǯȱǯΔΣǾΑΘΝΑǰȱΦΏΏвψȱΗχȱΔΕΓΔνΘΉ΍΅ȱǽΦΔЏȬ
ΏΉΗνȱΗΉǯȱ

Il testo, riprodotto in maniera, a quanto sembra, molto


letterale da Malala e dal Cedreno, che consentono di in-
tegrarlo con una certa sicurezza, è in parte amplificato da
Settimio44:
Tum Aiax: “fuit, inquit, confirmatum ac verum per
mortales nullum hominum existere potuisse, qui te
vera virtute superaret, sed, ut palam est, tua te in-
consulta temeritas prodidit”.
Una duplicatio rende la – probabilmente – singola
espressione “era dunque vero che…”, ricostruibile dai

44
Proprio su questo brano si sofferma, con analoghe conclusioni,
anche Merkle 1989, 114-5.
48 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

bizantini (ώΑȱΩΕ΅ȱΦΏ΋ΌЗΖ, Malal. 5,28,75;ȱΩΕвȱώΑ: Cedr.


130 B): confirmatum ac verum; il motivo del “nessun al-
tro uomo (avrebbe potuto ucciderti)” è per iperbole am-
pliato in per mortales nullum hominum existere potuisse.
Dobbiamo invece pensare, vista la concordanza fra Malala
(ωΈϾΑ΅ΘΓȱ ΎΘΉϧΑ΅ϟȱ ΗΉȱ ΦΏΎϜȱ Έ΍΅ΚνΕΓΑΘ΅) e Settimio (qui
te vera virtute superaret), che anche nel Ditti greco fosse
menzionata l’idea del ‘superamento in virtù’, accanto a
quella della ‘morte’, l’unica che invece, con una semplifi-
cazione, si legge nella riduzione di Giorgio Cedreno (130
B). Ma Settimio preferisce evitare il concetto di morte per
Achille, e intensificare la pericope con il nesso allitterante
vera virtute, di matrice forse liviana (spesso in discorsi di-
retti: 4,31,5; 32,33,10; 42,47,5; 24,14,7). Sicura aggiunta,
anche per ragioni di spazio nel papiro, era in Settimio l’as-
severazione ut palam est, assente, del resto, nei bizantini.
Ma il centro delle considerazioni di Aiace era senz’altro
l’ultima battuta. Quel che da Settimio viene reso con una
magistrale sententia, ancora allitterante, tua te inconsul-
ta temeritas prodidit 45, era, in Ditti, un più semplice, ma
altrettanto efficace,ȱ ψȱ Ηχȱ ΔΕΓΔνΘΉ΍΅ȱ ǽΦΔЏΏΉΗνȱ ΗΉ, come
possiamo con certezza ipotizzare da Malala e Cedreno,
che qui riprendono evidentemente ad verbum.
Temeritas, nei Glossari, è solo l’ultima scelta per il
pregnanteȱΔΕΓΔνΘΉ΍΅, accostato prima di tutto a proter-
via e procacitas, nonché a petulantia (CGL II, p. 419). Il
termine latino si attagliava senz’altro alla situazione e,
più in generale, all’ethos di Achille. Ma il termine gre-
45
Possibile un’eco dall’Invectiva in Sallustium 12: quae si tu mihi
ut vitia obicis, temeritas tua reprehendetur, non mea vitia culpabuntur
(che, tuttavia, sembra derivare a sua volta da Cic. dom. 88: si popu-
lus Romanus… temeritatem atque iniuriam suam restitutione mea re-
prehendisset.
INTRODUZIONE 49

co non era stato, sicuramente, scelto a caso dall’autore


dell’Ephemeris.
Nei capitoli iniziali dell’Etica a Nicomaco (7,8 1150 b19
ss.) Aristotele sta esaminando le deviazioni dalla tempe-
ranza; fra queste vi è, appunto, laȱΔΕΓΔνΘΉ΍΅:
“Dell’intemperanza (ΦΎΕ΅Ηϟ΅) una forma è l’im-
petuosità (ΔΕΓΔνΘΉ΍΅), l’altra la debolezza (ΦΗΌν-
ΑΉ΍΅). Alcuni, infatti, dopo aver deliberato, non
perseverano in ciò che hanno deliberato a causa
della passione; altri invece sono guidati dalla pas-
sione per non aver deliberato. Certuni infatti sono
come coloro che, essendo stati sollecitati in passato,
ora non si lasciano più sollecitare: così essi, o perché
avvertono prima la passione, o perché la prevedo-
no, o perché svegliano precedentemente se stessi,
vale a dire il loro ragionamento, non se ne lasciano
sopraffare, sia essa piacevole o dolorosa. Ma sono
soprattutto gli uomini facilmente irritabili e di tem-
peramento sanguigno (ϴΒΉϧΖȱΎ΅ϠȱΐΉΏ΅·ΛΓΏ΍ΎΓϟ) ad
essere intemperanti nella forma dell’intemperanza
impetuosa (ΔΕΓΔΉΘϛȱΦΎΕ΅Ηϟ΅Α): gli uni, infatti, per
la loro precipitazione, gli altri per la loro violenza
non persistono nella regola, per il fatto che sono
portati a seguire l’immaginazione”.
Uno dei paradigmi dell’intemperanza, nell’immagina-
rio antico, è proprio Achille, da Platone (rep. 3,391c), a
Plutarco (quom. ad. poet. 19c; 31b-c), al famoso brano
oraziano (finalizzato alla coerenza dell’ethopoia con la tra-
dizione) di ars 119-12146:
†honoratum† si forte reponis Achillem,
impiger, iracundus, inexorabilis, acer,
iura neget sibi nata, nihil non arroget armis.
46
Vd. Brink 1971, 200s.
50 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

Orazio, del resto, aveva impiegato proprio uno dei ter-


mini con cui i glossari rendonoȱΔΕΓΔνΘΉ΍΅ in un altro fu-
gace ritratto di Achille: epod. 17,14 pervicacis …Achillei.
Già nell’Achilles di Accio si leggeva, dell’eroe, ne tum cum
fervat pectus iracundiae (fr. 2 Ribbeck). Ed è sempre da-
gli acciani Mirmidoni (fr. 1 Ribbeck = 1 D’Antò, da Non.
432,31) che ci è giunto un frammento in cui il Pelide – for-
se non a caso, se si considera la nota tendenza all’erudizio-
ne anche linguistica di Accio47 – discute con il suo interlo-
cutore Antiloco sull’esatta definizione del sentimento che
lo ispira: non pertinacia, ma pervicacia. Sembra quasi che
l’Achille acciano voglia chiarire il senso della tradizione
che attribuiva all’eroe quella ΔΕΓΔνΘΉ΍΅, a volte conside-
rata positiva, a volte negativa48:
Tu pertinaciam esse, Antiloche, hanc paredicas,
ego pervicaciam aio et ea me uti volo;
nam pervicacem dici me esse et vincere
perfacile patior, pertinacem nihil moror
haec fortis sequitur, illam indocti possident.
Tu addis quod vitio est, demis quod laudi datur.
La caratterizzazione del Ditti greco, dunque, rispon-
deva ad una tradizione culturale ben determinata, e a un
lessico, forse, che proprio ad Aristotele si ispirava.
Delle parole di Aiace va ancora sottolineata, nella resa
di Settimio, la sostituzione dell’idea di ‘tradimento’ a quel-
la di ‘rovina’, presente in Ditti greco, come si evince dai
bizantini. Il prodidit di Settimio accentua il carattere fosco
della morte di Achille, la dimensione dell’inganno, anti-
cipando in qualche modo la battuta finale che l’eroe, in
punto di morte, pronuncia in risposta ad Aiace:
47
Vd. Bagordo 2002, 39-50.
48
Sul personaggio di Achille in Accio: Zehnacker 2002.
INTRODUZIONE 51

Έ΍Τȱ̓ΓΏΙΒνΑǾ΋ΑȱΘ΅ІΘΣȱΐΉȱΉϢΕ·ΣΗ΅ΑΘΓȱд̄ΏνǽΒ΅Α-
ΈΕΓΖȱΎ΅Ϡȱ̇΋ϟΚΓΆΓΖȱΈϱΏУǯ

Ancora una volta le integrazioni al testo greco sembra-


no sicure, stando ai bizantini. Le ultime parole di Achille,
né solenni né eroiche, suonavano come un atto di accusa
ai suoi assassini, e come una denuncia – appunto – dell’in-
ganno subito. Parole che nella loro crudezza fornivano
ovviamente l’aggancio narrativo al proseguimento della
vicenda.
Ulisse, Aiace e Diomede, in un ultimo affettuoso ge-
sto, abbracciavano Achille morente e, una volta spirato,
lo prendevano sulle spalle per riportarlo nel campo acheo:
ΗΙΐǾΔΏ΅ΎνΑΘΉΖȱΈв΅ЁΘХȱωΗΔΣΗ΅ΑΘΓȱǽǯȱǯȱǯȱǾΉΖȱΑΉΎΕϲΑȱ
Έξȱǽ·ΉǾΑϱΐΉΑΓΑȱǽǯȱǯȱǯȱπǾΔвЕΐУȱΚνΕΉ΍Αȱ

Il particolare dell’abbraccio, omesso dai bizantini, è va-


lorizzato da Settimio, e ampliato con un insolito exosculati.
Settimio inoltre – come del resto Malala – chiarisce come
sia Aiace a portare sulle proprie spalle il corpo del cugino:
Tum exspirantem eum duces amplexi cum magno
gemitu atque exosculati postremum salutant. De-
nique Aiax exanimem iam umeris sublatum e luco
effert.
L’attuale capitolo dodicesimo del quarto libro di Set-
timio (IV,12 = PTeb I,52-II,62) ospita la narrazione degli
scontri nati per difendere il corpo di Achille: i Troiani,
infatti, resisi conto dell’insperata sortita di Paride, si pre-
cipitano fuori dalle mura per assalire i tre eroi, ma a difesa
di questi giungono finalmente le schiere dei Greci, che nel
frattempo hanno compreso quel che è accaduto. L’incipit
della sequenza è, nel papiro, all’estremità inferiore, e dun-
que estremamente lacunoso. Il momento in cui i Greci si
52 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

rendono invece conto dei fatti e intervengono in forze, è il


brano meglio conservato:
Γϡȱ к̈ΏΏΉΑΉΖȱ Έξȱ ΗΙΑ΍ΈϱΑΘΉΖȱ Θϲȱ ·ΉΑϱΐΉΑΓΑȱ ΦΑ΅-
Ώ΅ΐΆΣΑΓΙΗ΍Αȱ ΘΤȱ ϵΔΏ΅ȱ Ύ΅Ϡȱ ΘΓϧΖȱ ΘϲΑȱ в̄Λ΍ΏΏν΅ȱ
ΎΓΐϟΊΓΙΗ΍Αȱ ȕΗΙΑ΋Δ΅ΑΘΝΑȱ ΈвΦΏΏφΏΓ΍Ζȱ Δ΅Ε΅ΈΓϿΖȱ
̄ϥ΅ΖȱΘΓϧΖȱΔΉΕϠȱΘϲΑȱ̇΍ΓΐφΈ΋ΑȱΚΙΏΣΗΗΉ΍ΑȱΘϲΑȱΑΉΎΕϲΑȱ
ΆΣΏΏΉ΍ȱ ΔΕЗΘΓΑȱ ӣΗ΍ΓΑȱ д̄ΈϾΐ΅ΑΘΓΖȱ ёΎΣΆ΋Ζȱ
ΦΈΉΏΚϱΑǰȱΐΉΘΤȱΈξȱΘΓІΘΓȱ̐ΣΗΘ΋ΑȱΎ΅Ϡȱд̄ΐΚϟΐ΅ΛΓΑǰȱ
̍΅ΕЗΑȱψ·ΉΐϱΑ΅Ζǯȱ̓΅ΕϟΗΘ΅ΑΘ΅΍ȱΈв΅ЁΘХȱ̄ϥ΅ΖȱΎ΅Ϡȱ
̕ΌνΑΉΏΓΖȱ ΎΘΉϟΑΓΑΘΉΖȱ ΘΓϿΖȱ ΔΕΝΘΓΗΘΣΘ΅Ζǯȱ ̆Ή΍-
ΘϱΑΝΑȱ Έξȱ ΦΎϱΗΐΝΖȱ ΔΓΏΏЗΑȱ ΚΙ·ǽȱ ǯȱ ǯȱ ǯȱ ǾΘ΅΍ȱ ΘЗΑȱ
Ά΅ΕΆΣΕΝΑȱ Ύ΅Ϡȱ Φΐ΅ΛΉϠȱ ΦΑϙΕ΋ΐνΑΝΑȱ Ύ΅Ϡȱ ΐ΋ΎνΘ΍ȱ
ΦΑΌϟΗΘ΅ΗΌ΅΍ȱ ΈΙΑ΅ΐνΑΝΑȱ Έ΍ЏΎΓΙΗ΍Αȱ ΅ЁΘΓϿΖȱ ρΝΖȱ
πΑȱΘΉϟΛΉΗ΍Αȱπ·νΑΓΑΘΓǯ

Sfortunatamente, come si vede, il brano è però anche


uno dei meno significativi del pur breve testo greco che
possiamo leggere: una serie di nomi e di duelli, che nel
testo latino sono tuttavia amplificati mediante la sottoline-
atura di particolari tecnici militari49 e l’enfasi nella descri-
zione della strage:
Contra Graeci cognita re arreptis armis tendunt ad-
versum, paulatimque omnes copiae productae, ita
utrimque certamen brevi adolevit. Aiax tradito his,
qui secum fuerant, cadavere eius infensus Asium
Dymantis, Hecubae fratrem, quem primum obvium
habuit, interficit. Dein plurimos, uti quemque intra
telum, ferit, in quis Nastes et Amphimachus reper-
ti Cariae imperitantes. Iamque duces Aiax Oilei et
Sthenelus adiuncti multos fundunt atque in fugam
cogunt. Quare Troiani, caesis suorum plurimis nu-
squam ullo certo ordine aut spe reliqua resistendi

49
Per producere copias: Caes. B.C. 2,1; Tac. ann. 1,63,2; per il nesso
certus ordo: Caes. B.C. 3,101; Al. 20.
INTRODUZIONE 53

dispersi palantesque ruere ad portas neque usquam


nisi in muris salutem credere. Quare magna vis ho-
minum ab insequentibus nostris obtruncantur.
Non possiamo avvalerci, inoltre, da questo punto della
narrazione, né di Malala né del Cedreno: il primo perché,
nella cornice del racconto di Teucro a Neottolemo sui
fatti di Troia, proprio con la morte di Achille conclude
la narrazione (5,24-28); il secondo perché, dopo la morte
di Achille, passa immediatamente al duello tra Filottete
e Paride. Darete, invece, fornisce un’altra versione delle
vicende immediatamente successive alla morte del Pelide:
Alessandro vorrebbe far scempio del corpo dell’eroe, ma
Eleno lo convince a restituirlo ai Greci. In modo tanto
sintetico quanto in linea con la tradizione (questa volta)
omerica, Darete prosegue affermando che Agamemnon
eos [scil. Achille e Antiloco] magnifico funere effert Achil-
lique sepulchrum ut faciat a Priamo indutias petit ibique
ludos funebres facit (34).
Il confronto con il testo di Settimio, d’altra parte, evi-
denzia, come si è detto, alcuni punti. La struttura sintattica
della prima pericope è perfettamente riprodotta da Setti-
mio. Così, anche, per l’immagine di Aiace che consegna ad
altri il corpo di Achille per andare a combattere in prima
persona; ma mentre in Ditti il Telamonio affidava il cor-
po del Pelide ai soldati al seguito di Diomede, in Settimio
sono indicati più sbrigativamente hi qui secum fuerant.
Da questo punto Settimio non risparmia innumerevoli
aggiunte alla più semplice struttura del testo greco: Aia-
ce uccide Asio, figlio di Dimante e fratello di Ecuba, per
primo. L’aggiunta dein plurimos, uti quemque intra telum,
ferit, in quis … serve ad introdurre l’altra coppia uccisa da
Aiace: Naste e Anfimaco, capi dei Carii. Intervengono, a
dar man forte al Telamonio, Aiace d’Oileo e Stenelo, “uc-
54 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

cidendo quelli delle prime file”, prosegue laconico Ditti. E


Settimio, di nuovo con una coppia: multos fundunt atque
in fugam cogunt. A questo punto i Troiani, vedendo che
molti dei loro alleati – uno stranoȱ·Ή΍ΘϱΑΝΑȱin Ditti, il più
neutro suorum in Settimio – hanno la peggio, si ritirano
entro le mura: ma la scena, come è chiaro dal confronto fra
i due testi, si presenta in modo assolutamente più colorito
in Settimio, che a seguire inserisce un’ulteriore intera pe-
ricope: quare magna vis hominum ab insequentibus nostris
obtruncantur, con quel nostris che non si ritrova nel Ditti
greco, né in questo né in altri passi, e che è invece una
caratteristica – di ovvia tradizione storiografica latina, e in
particolare cesariana – di Settimio.
Due i problemi testuali del brano. A fronte del cor-
rotto ΗΙΑ΋Δ΅ΑΘΝΑ del papiro, Viereck ha propostoȱΗΙΑ-
΅ΔφΑΘΝΑ.ȱǀΗΙΑ΅ΜΣΑΘΝΑǁȱΈвΦΏΏφΏΓ΍Ζ (“andarono incon-
tro. Una volta congiuntisi fra di loro…”): una soluzione
accettata da Jacoby, che tuttavia non piace a Ihm, e che
– a quanto pare – non sembra compresa da Eisenhut, il
quale scrive in apparato:ȱΗΙΑ΅ΔφΑΘΝΑȱ siveȱΗΙΑ΅ΜΣΑΘΝΑ
sive simil. Vie., e ritiene che la lezione del papiro sia la
corruzione di una glossa scivolata nel testo, e che il senso
richiederebbe un ΆΓ΋ΌΓІΗ΍Αǯȱ
Per il termine con cui è descritto lo stato di prostrazio-
ne dei Troiani e dei loro alleati (ΦΑϙΕ΋ΐνΑΝΑ), si è pensato
adȱΦΐ΅ΛΉϟ (G.-H.), ma anche ad Ωΐ΅ȱΐΣΛϙȱ(Ihm, che nel
papiro legge la sequenza ΅ΐ΅ΐ΅Λ΋).
A livello di tradizioni mitiche, l’episodio della lotta per
il corpo di Achille doveva avere grande rilievo già nel ciclo
epico, come testimoniano i riassunti di Proclo (Chrest. 172
Seve.), ma anche Quinto di Smirne (3,211ss.): il recupero
del corpo del Pelide, infatti, sarebbe stato uno degli ar-
gomenti principali sulla base del quale Aiace e Ulisse si
INTRODUZIONE 55

sarebbero contesi le armi di Achille. Nella versione ‘ome-


rica’ della morte in duello, quella che leggiamo in Quin-
to, è Aiace, prima di ogni altro, ad accorrere nel punto in
cui Glauco, Enea ed Agenore hanno circondato il corpo
dell’eroe; Aiace uccide numerosi guerrieri: Agelao, Testo-
re, Occitoo, Agetrato, Aganippo, Zoro, Nisso, Erimanto
e Glauco; ferisce anche Enea; accanto a lui sopraggiunge
Ulisse, che uccide Pisandro, Areio, Atimnio, Oresbio, pri-
ma di essere ferito al ginocchio da Alcone; Aiace, furioso,
colpisce Paride, ed è a questo punto che i Troiani si ritira-
no e i Greci possono riportare alle navi il corpo di Achille.
I personaggi troiani nominati in questa scena sembrano
derivare invece dalla tradizione omerica. In Il. 16,717-25 è
l’unica menzione significativa di Asio, fratello di Ecuba: si
tratta in realtà di Apollo che, nelle sembianze di Asio, ap-
pare ad Ettore incitandolo ad andarsi a scontrare con Pa-
troclo. Nel brano omerico si insiste sull’anziana età dello
zio di Ettore: “Ettore, perché lasci la mischia? Non devi./
Oh se, quanto sono meno forte, tanto fossi più forte di te,
sì che malconcio lasceresti la guerra!”. La presenza di Asio
come guerriero in campo, dunque, in questo momento
della vicenda, ha probabilmente in Ditti il significato del
ricorso troiano alle estreme difese, agli ultimi eroi anche
anziani che accorrono in battaglia.
La specificazione che Asio sia fratello di Ecuba non è
superflua: un altro Asio, figlio di Irtaco, era un diverso
capo troiano, di cui spesso si fa menzione nell’Iliade. Non
appare superflua neanche la menzione di Dimante come
padre di Asio (e di Ecuba): sulla genealogia di Ecuba, in-
fatti, già discutevano gli eruditi antichi, tanto che Tiberio
amava proporre il tema ai grammatici del suo tempo (Suet.
Tib. 70). Le linee genealogiche erano due: una ‘frigia’, che
faceva Ecuba e Asio figli di Dimante, e discendenti del
56 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

fiume Sangario; una ‘tracia’, che li riteneva figli del re Cis-


seo50. Questa seconda versione è quella preferita dai tra-
gici, mentre la prima è omerica. Ditti segue qui, pertanto,
la linea omerica, sorprendendo ancora una volta il lettore.
Naste e Anfiloco, infine, sono ricordati nel catalogo tro-
iano (Il. 2,867-75), e anche in questo caso si può eviden-
ziare, probabilmente, un senso preciso e pregnante per
la loro menzione da parte di Ditti. Di Anfimaco, infatti,
“figlio glorioso di Nomione”, Omero afferma che “anda-
va in guerra ricco d’oro come una fanciulla,/ stolto!, ché
l’oro non valse a salvarlo da triste rovina,/ ma cadde sotto
la mano dell’Eacide, piede rapido,/ nel fiume: il violen-
to Achille si portò via quell’oro”. Pur nella differente fine
dell’eroe, dunque, Anfimaco rappresentava – stando all’i-
potesto omerico – un esempio di guerriero giovanissimo,
che andava in campo agghindato come una fanciulla; per
lui Omero aveva riservato una delle apostrofi topicamente
rivolte ai giovani guerrieri inesperti (primo fra tutti Patro-
clo). Ditti sembra farne, proprio collocandolo accanto al
vecchio Asio, un ulteriore simbolo delle forze troiane or-
mai allo stremo, che ricorrono ad anziani e a giovanissimi.
Nella sequenza successiva al recupero del corpo di
Achille erano narrati il pianto per l’eroe e il suo rogo fu-
nebre (IV,13 = PTeb II,64-76). Si trattava, nella tradizione
epico-omerica, di uno degli episodi più significativi del
ciclo: i capi achei, e con essi tutto l’esercito, nonché le
schiave di guerra, e infine la stessa Teti accompagnata dal-
le Nereidi, piangevano sul feretro di Achille. Dopo il rogo,
sul quale venivano sacrificati anche prigionieri troiani, Teti
bandiva giochi funebri mettendo in palio le ricchezze del

50
Cfr. Apoll. epit. 3,35; e soprattutto la discussione di Eust. ad Il.
16,717 1082,62ss.
INTRODUZIONE 57

figlio scomparso. Questa doveva essere la materia degli


ultimi libri dell’Etiopide, stando al riassunto di Proclo, e
sarebbe stato l’argomento dei libri III e IV dei Posthome-
rica di Quinto.
Il racconto di Ditti, però, che non offre alcuna menzio-
ne dei giochi in onore del Pelide, riserva a questo punto
una delle differenze più sorprendenti rispetto alla versio-
ne omerica. Dopo un brano di ‘raccordo’ tra la scena del
campo di battaglia e quella delle navi del campo greco, che
sembra tutta attribuibile a Settimio (sed ubi clausis portis
finis caedendi factus est), il testo latino – che conviene esa-
minare per primo, visto che il papiro, in questa sezione,
si presenta pesantemente sfigurato – ci dà un quadro ben
diverso dello stato d’animo dei Greci per e dopo la morte
del Pelide:
Graeci Achillem ad naves referunt. Tuncque de-
flentibus cunctis ducibus casum tanti viri, plurimi
militum haud condolere, neque, uti res exposcebat,
tristitia commover, quippe quis in animo haeserat
Achillem saepe consilia prodendi exercitus inisse
cum hostibus; ceterum interfecto eo summam mi-
litiae orbatam et ademptum complurimum; et viro
egregio bellandi ne honestam quidem mortem aut
aliter quam in obscuro oppetere licuerit.
Solo i capi greci sono in lutto per Achille: la maggior
parte dei soldati, invece, non sono dispiaciuti, perché
serbano il risentimento nei confronti dell’eroe che ave-
va cercato, per l’amore di Polissena, di tradire l’esercito.
L’unica preoccupazione che pervade i soldati è quella di
non avere più in forze il più irresistibile campione greco.
Il lacunoso testo di Ditti, benché, come di consueto, più
scarno rispetto alla versione latina, è altrettanto e chiara-
mente efficace:
58 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

πΔΉϠȱ ΈвπΑΉ·ΎϱΑΘΉΖȱ ώΏΌΓΑȱ ΉϢΖȱ ΘΤΖȱ ΗΎ΋ΑΤΖȱ ΘϲΑȱ


ΑΉΎΕϲΑȱ д̄Λ΍ΏΏνΝΖȱ ΓЁΈǀΉǁϠΖȱ ΘЗΑȱ Ώ΅ЗΑȱ ΔΣΌΓΙΖȱ
ΗΙΑΉΗΘνǽΑ΅ΒΉǯȱǯȱǯȱǾȱΓЁΈξȱǽǾ΅ΑΘΓȱЀΔΓΔΘΉϾΗ΅ΑǽΘΉΖȱǯȱ
ǯȱǯǾΎ΅Θв΅ЁΘΓІȱ

Nessuna menzione neanche del lutto dei capi. Solo l’at-


teggiamento drammaticamente indifferente dei soldati, e
il loro rancore per i sospetti di tradimento. A fronte delle
amplificazioni di Settimio, che menziona il lutto almeno
dei capi, e dalle quali forse trapela un tentativo di edulco-
rare la brutalità del modello greco (notevole il commento
del narratore uti res exposcebat), il testo di Ditti si pone
in netto contrasto con la tradizione epico-omerica. Il con-
fronto più puntuale, in questo caso, è con il testo di Quin-
to, ove l’insistenza sul motivo del ‘compianto’ generale da
parte dei Greci è martellante:ȱΔΣΑΘΉΖȱ gemono sul corpo
di Achille (3,388), mentre proprio “le genti si sciolgono
in lacrime”ȱ Ώ΅ЗΑȱ ΐΙΕΓΐνΑΝΑ (3,401); Δ΅Ηϟȱ si spezza il
cuore, e continuamente piangono; e, ancora, davanti alla
pira dell’eroe, si dirà:ȱ ΓЁΈνȱ Θ΍Ζȱ ώΉΑȱ ΦΑΤȱ ΗΘΕ΅ΘϲΑȱ ΉЁΕϿΑȱ
ΩΈ΅ΎΕΙΖȱ(4,16). Se Quinto ebbe come modello l’Etiopide,
possiamo affermare che Ditti prese di mira proprio la se-
zione del poema attribuito ad Arctino per questa sorpren-
dente e cruda versione paraomerica.
È Aiace, sia nel Ditti greco sia in Settimio, a prendersi
cura più di ogni altro dei funerali del cugino, raccogliendo
per tre interi giorni, sull’Ida, la legna per la pira:
πΒ΅ΔνΚΉΕΓǽΑȱ ǯȱ ǯȱ ǯǾȱ ΘϲΑȱ д̄Λ΍ΏΏν΅ǰȱ πΚвǽ϶Αȱ Ύ΅Ϡȱ ΘϲΑȱ
̓ΣΘΕǾΓΎΏΓΑȱπΒνΚΉΕΓǽΑǰȱΎ΅ǾϠȱπΔϠȱΘΕΉϧΖȱψΐνΕ΅ǾΖȱǯȱǯȱǯǾȱ
Ά΅ΏΏΓȱǯȱǯȱǯȱΚΓΖȱǯȱǯȱΘϜȱΈξȱΔΙΕλȱΔ΅ΕφΈΕΉΙΗ΅Αȱ̄ϥǽ΅ΖǾȱ
Ύ΅ǽϠȱǯȱǯȱǾȱΈ΍΅ΑΙΎΘΉΕΉϾΗ΅ΖȱΘΤΖȱΔΣΗ΅ΖȱψΐνΕ΅Ζ

igitur propere ex Ida adportata ligni vis multa atque


in eodem loco, quo antea Patroclo, bustum extruunt.
INTRODUZIONE 59

Dein imposito cadavere subiectoque igni iusta funeri


peragunt Aiace praecipue insistente, qui per tridu-
um continuatis vigiliis labore non destitit, quam
reliquiae coadunarentur.
La tradizione omerica, di contro, come possiamo evin-
cere ancora una volta da Quinto, attribuiva ad uno sforzo
corale la raccolta della legna per la pira del Pelide (3,675:
ΔΣΑΘΉΖȱϳΐЗΖȱπΐϱ·΋Η΅Α).
Achille (3,14; così anche in Il. 23,125-6) aveva indi-
cato nel promontorio del Sigeo, ove egli stesso aveva
innalzato il tumulo di Patroclo, il luogo in cui avrebbe
voluto essere sepolto, se fosse perito a Troia. I Greci, ri-
spettando la sua volontà, erigono la pira funebre proprio
in quel luogo. Appare dunque certa l’integrazione (già
G.-H.) delle rr. 70-71 del papiro. Sorprende, in Quinto,
la mancata menzione del tumulo di Patroclo accanto a
quello per Achille, che invece è sepolto insieme ad Anti-
loco figlio di Nestore (3,739ss.). In Od. 24,78 – nonché
in Strab. 13,1,32; Tzetz. Posth. 466s. e Schol. Lyc. 273 –
Patroclo, Achille e Antiloco erano sepolti in un tumulo
comune al Sigeo.
L’ultima pericope dell’attuale capitolo tredicesimo di
Settimio era incentrata sul dolore di Aiace per il Peli-
de, cui era legato da vincoli di sangue, di amicizia, e di
enorme ammirazione. Semplice e lineare il testo greco di
Ditti:
΍Θ΍ΘΝȱΎ΅ϠȱΚϟΏΓΑȱΎ΅ϠȱΗΙ··ΉΑǽǯǾ΅ȱǯȱǽǯȱǯȱǯǾȱΔΣΑΘ΅ΖȱΘΓϿΖȱ
ΏΓ΍ΔΓϿΖȱϊΕΝ΅ΖȱΦΏΎϜȱЀΔΉΕǽΆΣΏΏΓǾΑΘ΅ǯ

Ben più elaborata e complessa la versio di Settimio, che


insiste sugli aspetti patetici ed enfatizza ogni particolare
che possiamo confrontare (si veda, per tutti, l’esemplare
resa diȱΚϟΏΓΑȱ con amicissimum, e l’elaborato sanguine co-
60 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

niunctum per ΗΙ··ΉΑφΖ, nei Glossari chiosato con propin-


quus 51):
solus namque omnium paene ultra virilem modum
interitu Achillis consternatus est, quem dilectum
praeter ceteros animo summis officiis percoluerat,
quippe cum amicissimum et sanguine coniunctum
sibi, tum praecipue plurimum virtute ceteros ante-
cedentem.
Il quattordicesimo capitolo del testo latino contiene,
in modo piuttosto succinto, due sequenze di diversa im-
portanza e funzione (IV,14 = PTeb II, 76-89). All’entu-
siasmo dei Troiani per la notizia della morte del Pelide
segue l’arrivo di Euripilo, figlio di Telefo, che giunge in
soccorso di Priamo con le sue schiere di Misii e Cetei. A
entrambe le sequenze la tradizione omerica riserva uno
spazio notevole. In Quinto, ad esempio, l’esultanza per la
morte di Achille, introdotta da un verso in parte analogo
alla pericope del Ditti greco (4,17:ȱ̖ΕЗΉΖȱΈв΅ЇΘвΦΏϟ΅ΗΘΓΑȱ
π·φΌΉΓΑ), è descritta attraverso il dialogo fra due anoni-
mi Troiani: il primo si vanta dell’inaspettata gioia (4,20-1:
ΩΉΏΔΘΓΑȱǯȱǯȱǯȱΛΣΕΐ΅), sicuro che i Greci, ora che Achille è
morto (29: Έ΅΍ΎΘ΅μνΑΓΙȱв̄Λ΍ΏϛΓΖ), si daranno alla fuga;
il secondo, più saggio (33: ΔϾΎΑ΅ȱΚΕΓΑνΝΑ), ricorda che
i Greci hanno anche altri forti eroi disposti a morire per
la vittoria: non è il caso di illudersi sulla fine della guerra.
Quinto, in questo modo, gettava un’ombra di presenti-
mento negativo anche sull’esultanza troiana del momento.
Non a caso, nei Posthomerica, la narrazione delle vicende
in questo punto si ferma, e il resto del quarto libro è dedi-

51
CGL II, p. 439. Si noti che in Dar. 35, quando Agamennone
propone di concedere le armi di Achille ad Aiace, lo fa perché si tratta
di un propinquus eius [scil. del Pelide].
INTRODUZIONE 61

cato all’episodio dei giochi funebri per il Pelide; nel libro


successivo, inoltre, proprio la messa in palio delle armi
di Achille scatena uno degli episodi più drammatici della
versione omerica, il risentimento di Aiace e il suo suicidio.
Solo all’inizio del libro sesto (6,116ss.) è collocato l’arrivo
di Euripilo, e le sue prime gesta, al fianco di Paride. In so-
stanza la collocazione dell’arrivo di Euripilo a Troia, come
del resto di quello di Neottolemo, era oggetto di varianti
funzionali alle strategie narrative dei diversi autori: forse
negli Hectoris lytra di Ennio, ad esempio, Euripilo compa-
riva già nell’ambasceria guidata da Priamo per il riscatto
del corpo di Ettore, ed era oggetto del commento di un
personaggio (Patroclo o Achille) che ne sottolinea il va-
lore: certe Eurupulus hic quidem est: hominem exercitum!
(da Cic. Tusc. 2,38)52. Nessuna menzione di Euripilo, infi-
ne, in Darete, ove nel duello ‘finale’ Neottolemo combatte
con Pentesilea.
Profondamente diversa la versione che ritroviamo in
Ditti: l’assenza, nella tradizione paraomerica, delle gare
in onore di Achille, e la conseguente mancanza di moti-
vazione per il risentimento di Aiace – che solo dopo la
caduta di Troia si scontrerà con Odisseo per avere come
bottino il Palladio, e, dopo aver subito l’affronto di esse-
re posposto al Laerziade, “sarà trovato morto” (l’esercito
sospetterà proprio di Achille e Diomede) – rendevano la
narrazione certamente più veloce, e creavano un effetto di
potenziamento dell’entusiasmo troiano, in seguito ai due
eventi considerati estremamente positivi.
Questo dunque il testo, come di consueto semplice ma
incisivo, di Ditti, che è vergato su una delle parti più lacu-
nose del papiro di Tebtynis:

52
Fr. CLXXI b Jocelyn, collocato fra gli incerta.
62 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

Λ΅ǽΕΤǾȱΈвώΑȱΔΓΏΏχȱπΔϠȱΘΓϧΖȱ̖ΕΝΗϠΑȱǽǯȱǯȱǯȱǾȱд̄Λ΍ΏΏνΝΖȱ
ΔΉΗϱΑΘΓΖǯȱΓЁȱ·ΤΕȱόΏΔ΍ΊΓΑȱΉǽȱǯȱǯȱǯǾ΅ȱǯȱǯȱǯȱΐ΋ΈǽξǾȱΔΉȬ
Ε΍ΓΑΘǽȱǯȱǯȱǯȱΘǾχΑȱд̄ΏΉΒΣΑΈΕΓΙȱπΔϟΑΓ΍΅ΑȱΓΑǽǯȱǯȱǯȱǾȱΐ΋ȱ
ΈΙΑΣΐΉΑΓΖȱΉΔǽǯȱǯȱǯȱǾΈΕΓΑȱǽǯȱǯȱǯȱǾΑΘΝΑ

Molti potrebbero essere, come si vede, i confronti con


i brani di Quinto citati supra: e probabilmente si può pen-
sare, ancora una volta, ad un ipotesto comune nel ciclo
epico. Non ci aiutano, in questo punto, i bizantini, che
non menzionano questo episodio.
Abbastanza fedele, anche se con le consuete amplifica-
zioni e duplicazioni, la versione di Settimio:
Contra apud Troianos laetitia atque gratulatio cun-
ctos incesserat interfecto quam metuendo hoste;
hique Alexandri commentum laudantes ad caelum
ferunt, scilicet cum insidiis tantum perfecerit, quan-
tum ne in certamine auderet quidem.
Da notare la trasformazione delȱ Λ΅ǽΕΤǾȱ dzȱ ΔΓΏΏφ in
coppia endiadica (laetitia atque gratulatio)53; la resa com-
mentum di πΔϟΑΓ΍΅, che si riscontra anche nei Glossari (II,
p. 310); la probabile accentuazione del μχȱΈΙΑΣΐΉΑΓΖȱ(scil.
“vincere in campo”) in auderet, un concetto attraverso cui
Settimio aveva già amplificato un’altra pericope (4,9: la-
cessentes, si auderent, ad bellandum perȱΔΕΓǽΎ΅ΏΓϾΐΉΑΓ΍).
Dopo il quadro dell’esultanza troiana, dunque, è im-
mediatamente introdotto l’arrivo di Euripilo, ma in modo
indiretto: a Priamo, che lo aveva chiamato in soccorso,
giungono messaggeri per annunciare la presenza del figlio
di Telefo, e nipote di Eracle:
Ω··ΉΏΓ΍ʌĮȡĮ>ȖϟΑΓΑΘ΅΍ȆȡȚΣΐУǾǰȱΦΔ΅··νΏΏΓΑΘΉΖ
ǼЁΕϾΔΙΏΓΑIJ>ϲΑȉȘȜνΚΓΙ@Ȇȡϟ΅ΐΓΖȖΤΕĮЁΘϲΑ
53
Di contro all’equivalenzaȱΛ΅ΕΣ: gaudium attestata nei Glossari:
II, p. 475.
INTRODUZIONE 63

ʌȡϠΑ к̈ΎΘΓΕ΅ ʌ>İıİϧΑ ʌĮȡİțΣΏΉΗΉ@ ϳΐΓΏΓ·φΗ΅Ζ


țĮϠȀĮııΣΑΈΕ΅Α>țĮϠʌνΐ@ȥĮȢĮЁΘХIJχΑȤȡȣ-
ıϛΑΩΐΔΉΏΓΑ>@πΔвΦΑΈΕΉϟθǯȱ
Ditti sembra dunque non aver sfruttato – almeno espli-
citamente – il modulo dell’ ‘arrivo dell’eroe’, attestato
fin dall’epica arcaica per Pentesilea (ώΏΌΉȱΈвȱд̄ΐ΅ΊЏΑ)54
e quasi formularmente impiegato da Settimio, per Pen-
tesilea (4,2: per eosdem dies… Penthesilea… supervenit),
Memnone (4,4: sequenti die Memnon… supervenit) e ora
per Euripilo, in variatio, perché riferito al nuntius:
Inter quae nuntius Priamo supervenit Eurypylum
Telephi ex Mysia adventare, quem rex multis an-
tea inlectum praemiis, ad postremum oblatione de-
sponsae Cassandrae confirmaverat.
Nella versio latina sono evidenti innanzitutto alcune
semplificazioni: nuntius perȱΩ··ΉΏΓ΍, rex perȱ̓Εϟ΅ΐΓΖ. La
struttura della prima pericope riproduce il testo greco, ma
anticipa – ed enfatizza – il riferimento ai doni che Priamo
ha promesso all’eroe, oltre alla mano di Cassandra: così
a multis antea inlectum praemiis segue, come aggiuntiva
pericope (che modifica la semplice coordinazioneȱ Ύ΅Ϡȱ ǯǯǯȱ
Ύ΅Ϡȱ di Ditti): sed inter cetera, quae ei pulcherrima miserat,
addiderat etiam vitem quandam auro effectam, et ob id per
populos memorabilem.
Si tratta, in particolare, del tralcio di vite d’oro che, se-
condo alcune versioni, Zeus aveva fatto realizzare da Efe-
sto e aveva poi donato a Troo – capostipite della stirpe
troiana, padre di Ilo, da cui discendevano Laomedonte e
quindi Priamo – in cambio del figlio Ganimede, ‘rapito’
54
Per Euripilo Quinto impiega l’immagine degli dèi che condu-
cono l’eroe a Troia, in favore di Priamo (6,119-120); si vedano invece
Tzetz. Posth. 518:ȱπΔϛΏΌΓΑ; Apollod. ep. 5,12:ȱΦΚ΍ΎΑΉϧΘ΅΍ǯ
64 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

fra gli dèi. Una versione, questa del dono della vite d’oro,
che si riscontra – accanto a quella del dono di cavalli ‘fa-
tati’55 – non solo nella scoliastica antica56, ma già nell’Ilias
parva (fr. 29 Bernabè). Nella Nékya omerica (Od. 11,521),
del resto, l’ombra di Achille ricordava che uno degli av-
versari più temibili di suo figlio Neottolemo, Euripilo,
era stato inviato a Troia, insieme al suo popolo, proprio
·ΙΑ΅ϟΝΑȱΉϣΑΉΎ΅ȱΈЏΕΝΑ.
Priamo, che aveva ereditato l’oggetto aureo dall’avo,
lo promise in dono ad Astioche, sua sorella e madre (da
Telefo) di Euripilo, per convincerla a inviare il figlio in
soccorso dei Troiani benché Telefo, oramai morto, avesse
giurato ai Greci che nessun Misio avrebbe mosso guerra
contro di loro. Astioche, corrotta dal dono, inviò Euripilo
a Troia, dove costui avrebbe trovato la morte.
Nulla possiamo dire su quale versione fosse contenu-
ta nell’Euripilo di Sofocle, di cui possediamo un papiro
(POxy 1175 + 2081b: frr. 206-222 Radt), che si leggeva
ancora nel II sec. d.C.57 Difatti, il brano (fr. 211 R. ) in cui
un personaggio femminile (chiaramente Astioche), dopo
la morte dell’eroe, lamenta la propria sventura attribuen-
do a se stessa la responsabilità di essersi fatta persuadere
(v. 5 σΔΉ΍ΗΉΑ) ad inviare il figlio a Troia, è estremamente
lacunoso, e non offre menzione di quali doni siano stati
promessi alla donna da Priamo (v. 3 ̓Εϟ΅ΐΓΑ).
Uno scolio alla satira sesta di Giovenale (655), piutto-
sto rabberciato, attribuisce le vicende di Astioche ad Erifi-
le, altro simbolo della corruzione femminile legata all’oro,
55
Schol. ad Eur. Or. 1391.
56
Schol. ad Od. 11,520; ad Eur. Or. 1391; ad Troad. 822; Ptol.
Chenn. nov hist. p. 37 Roulez. Non ho trovato riscontri iconografici
a tale versione.
57
Vd. ancora, utilissimo, Pearson 1917, I, 146-165; Carden 1974.
INTRODUZIONE 65

per giunta fraintendendo l’origine della vite aurea: ergo


cum non posset aliter Priamus eum sollicitare, fecit vitem
ex auro et misit ad uxorem eius Eurypilen. Sembra dunque
che sul particolare della vite d’oro non vi fosse estrema
chiarezza, almeno a partire da un certo periodo (nessuna
traccia nei mitografi latini, in primis Igino).
Sia Settimio sia Ditti – a quanto dobbiamo conclude-
re dal brevissimo spazio in lacuna del papiro, solo una
quindicina di lettere – si limitano ad accennare al prezio-
so dono, ma con una sensibile differenza. In Ditti la vite
aurea sembra indicata come qualcosa di ben noto, con il
determinativo. In Settimio, invece, la pericope etiam vitem
quandam auro effectam, sembra relativa ad un elemento di
cui non solo non si è fatta alcuna precedente menzione,
ma di cui si ha una relativa conoscenza anche dal punto
di vista del narratore. Si deve pensare che Settimio non
conoscesse in modo preciso il retroterra mitico del simbo-
lico oggetto? La successiva pericope, et ob id per populos
memorabilem, aumenta i dubbi sull’effettiva comprensio-
ne del testo greco da parte di Settimio.
Questa specificazione sembra assente in Ditti: si tratta
dunque di una sostituzione intenzionale o del tentativo di
far fronte ad un riferimento piuttosto oscuro?
Oltre ai ricchi doni, Priamo promette ad Euripilo sua
figlia Cassandra in sposa: un particolare, anche questo, di
cui non abbiamo altre menzioni (nulla si dice nei fram-
menti del ciclo né in Quinto), e che da Eustazio (ad Od.
11,520s.) sarà semplificato nella promessa da parte di
Priamo di concedere all’eroeȱ ΐϟ΅Αȱ ΘЗΑȱ ΌΙ·΅ΘνΕΝΑ. Ma
è anche possibile che Ditti abbia enfatizzato, con il nome
di Cassandra, una versione in cui la promessa sposa per
Euripilo era semplicemente “una delle figlie” di Priamo.
Sembra notevole rilevare che, su un piatto bronzeo di età
66 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

imperiale (Londra, Br. Mus. 91), è raffigurata Cassandra


che cerca di allontanare Euripilo da Neottolemo: forse
una traccia iconografica della rarissima versione esplicita-
ta da Ditti?
I Troiani, entusiasti per l’arrivo dell’eroe, lo accolgono
benevolmente, con sempre maggiori speranze di vittoria,
caduto ormai anche Achille:
Ύ΅ϠȱΔ΅Ε΅·ϟΑΉΘ΅΍ȱΉΘǽǯȱǯȱǯΘΓϿΖȱ̏ΙΗΓϿΖȱΎ΅Ϡȱ̍΋ΘνΓΙΖȱ
ǯȱ ΉΛΓΑΘΓȱ ΈΉȱ ǽǯȱ ǯȱ ǯǾȱ ΉЁΚΕϱΑΝΖȱ ЀΔ΅ΑΘφΗ΅ΑΘΉΖȱ ΘЗΑȱ
ΐΉΏΏϱΑΘΝΑȱ ΦΐΉϟΑΓΙΖȱ πΏΔϟΈ΅Ζȱ д̄Λ΍ΏΏνΝΖȱ Ύ΅Θ΅Ȭ
ΆΏ΋ΌνΑΘΓΖǯȱ

La versio di Settimio, con le consuete amplificazioni,


offre un interessante esempio delle modalità di rielabora-
zione dal greco al latino:
ceterum Eurypylus virtute multis clarus Mysiacis
modo Ceteisque instructus legionibus summa laeti-
tia a Troianis exceptus spes omnes barbaris in melius
converterat.
L’πΔвΦΑΈΕΉϟθȱ di Ditti, infatti, non può non riferirsi ad
Euripilo, ma sembra appartenere, nel testo greco, ad una
pericope precedente a quella in cui si accenna all’arrivo
dell’eroe, introdotta dal Ύ΅Ϡ: costui deve aver “meritato” o
“ricevuto in dono (l’oggetto menzionato)” appunto “per
il suo valore”. Settimio, a quanto pare, sposta la menzio-
ne della virtù di Euripilo nella successiva pericope: virtute
multis clarus58. Concludono il quadro della gioia troiana il
riferimento (romanizzato: legionibus) alle truppe di Euri-
pilo e quello alle migliori speranze (ΦΐΉϟΑΓΙΖȱ πΏΔϟΈ΅Ζȱ ƿȱ
spes omnes … in melius).

58
Sull’equivalenzaȱΦΑΈΕΉϟ΅: virtus cfr. CGL II, p. 225.
INTRODUZIONE 67

Sul fronte opposto il racconto si focalizza sull’erezione


del tumulo di Achille (IV,15 = PTeb II,90-106). Ma alla
gioia dei Troiani per la morte dell’eroe non corrisponde,
ancora una volta, fra i Greci, un dolore diffuso. Anzi: Aia-
ce, da solo, si vede costretto a “pagare” le genti del pro-
montorio Sigeo per aiutarlo ad innalzare il tumulo al cugi-
no, visto che nessuno vuole farsene carico. Una notazione
sorprendente, che muta radicalmente il senso di un dato
– d’altra parte ineliminabile – della tradizione mitica, cioè
la realizzazione della tomba di Achille al Sigeo, luogo sim-
bolico che doveva essere teatro di eventi importanti della
vicenda troiana, quali l’arrivo e il pianto di Neottolemo,
il segnale dato da Sinone alla flotta greca, o il sacrificio di
Polissena59. La distanza dalla tradizione omerica – rappre-
sentata, ancora una volta, da Quinto: 3,740ss. – era dun-
que enorme.
Il testo di Settimio appare seguire piuttosto da vicino
quello di Ditti:
ΓϡȱΈξȱк̈ΏΏ΋ΑΉΖȱΗΙΑΏνΒ΅ΑΘΉΖȱΘΤȱϴΗΘν΅ȱд̄Λ΍ΏΏνΝΖȱ
ΉϢΖȱ ЀΈΕϟ΅Αȱ ΚνΕΓΙΗ΍Αȱ ΌΣΔΘΓΑΘΉΖȱ πΑȱ ̕΍·ΉϟУǰȱ
ΗϿΑȱ Έв΅ЁΘХȱ Ύ΅Ϡȱ ̓΅ΘΕϱΎΏΓΙȱ ΑΉΙǯȱ ǯȱ ǯȱ Ύ΍ΐΉΓȱ ǯȱ ǯȱ
ΑΘΓΖȱ ΘΓϿΖȱ Ώ΅ΓϿΖȱ ̄ϥ΅ΑΘΓΖȱ πΔΉϠȱ ΐ΋ΈξΑȱ ΅ǽȱ ǯȱ ǯȱ ǯȱ ǯȱ ǯȱ Ǿȱ
д̄Λ΍ΏΏΉϧȱΔΓ΍φΗ΅ΗΌ΅΍ȱΌ΅ΑϱΑΘ΍ȱ·ΉϟΑΉΗΌ΅΍ȱσΎΈΓΗ΍Ζȱ
Α΅ΓІȱ д̄Λ΍ΏΏνΝΖȱ ЀΔϲȱ ̄ϥ΅ΑΘΓΖȱ ΘЗΑȱ πΑȱ ̕΍·ΉϟУȱ
Ύ΅Θ΅ΗΎΉΙΣΗ΅΍ȱΐ΍ΗΌϲΑȱΏ΅ΆϱΑΘΝΑǯ

Interim Graeci ossa Achillis urna recondita adiun-


ctaque simul Patrocli in Sigeo sepeliere. cui sepul-
chrum etiam extruendum ab his, qui in eo loco ha-
59
Un’altra versione – pare minoritaria – collocava il sepolcro di
Achille in un’“isola Bianca” forse nel Ponto Eusino (Apollod. ep. 5,4);
qui, e non nelle isole dei Beati, portava invece Achille la madre Teti,
nell’Etiopide (come si evince dal riassunto di Proclo Chrest. 172 Seve.
= argum. Bernabé).
68 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

bebant, mercede Aiax locat indignatus iam de Gra-


ecis, quod nihil in his dignum doloris iuxta amissio-
nem tanti herois animadverteret
Nessuna enfasi sull’urna che raccoglie le ossa di Achille
e Patroclo, descritta invece in toni ben diversi sin da Od.
24,71-9 (un’urna d’oro, opera di Efesto e dono di Dio-
niso) e poi da Quinto (3,731-2: “un’urna molto ampia e
solida,/ d’argento, tutta adornata di oro lucente”); note-
vole lo scioglimento diȱσΎΈΓΗ΍Ζ (locatio nei Glossari 60) in
mercede…locat e di ΘΓϿΖȱΏ΅ΓϿΖȱ (ma non possiamo essere
sicuri di quale termine vi fosse vicino) in hi qui in eo loco
habebant (o habitabant, con EVP). Sicuramente amplifica-
ta, infine, la pericope indignatus iam de Graecis, quod nihil
in his dignum doloris iuxta amissionem tanti herois ani-
madverteret, che rendeva la ben più semplice (ce lo dice lo
spazio del papiro, benché sfortunatamente lacunoso)ȱπΔΉϠȱ
ΐ΋ΈξΑǯ
Il leggendario Achilleion della Troade, dunque, che an-
cora al tempo dei Pisistratidi e oltre continuava ad eserci-
tare un fascino simbolico e ad alimentare rivendicazioni
cultuali (ma anche politico-economiche) fra Lesbi e Ate-
niesi61, che era stato visitato da Alessandro Magno e da
Giulio Cesare62, era ridotto, in Ditti, a un forzato – e mer-
cenario – omaggio del solo Aiace.
L’ultima sequenza che possiamo leggere sul papiro di
Tebtynis è relativa all’arrivo di Neottolemo a Troia. Sul
figlio di Achille, nato da Deidamia dopo la partenza del
60
II, p. 289.
61
È quanto sembra evincersi già da una pagina straboniana
(13,1,38-39 599-600C). Cfr. Antonelli 2000, 9-58; Aloni 2006, in par-
ticolare 87ss.
62
Rispettivamente: Arr. an. 1,2,12; Plut. Alex. 15 e Lucan. 9,950-
99.
INTRODUZIONE 69

padre per Troia, soprannominato, come il padre, “Pirro”,


cioè il rosso (di capelli), la tradizione omerica è piuttosto
concorde. Nel ciclo, le vicende che lo riguardano iniziano
nella Piccola Iliade, di cui possiamo intuire lo svolgimento
seguendo il riassunto di Proclo (206 Seve.), nonché l’ar-
gumentum del P. Ryl. 22 (= arg. 2 Bernabè). Dopo la mor-
te del Pelide, Calcante prediceva che Troia sarebbe stata
conquistata una volta che Neottolemo e Filottete avessero
partecipato alla guerra. A questo punto i Greci inviavano
due ambascerie (ove compaiono quasi sempre Odisseo e
Diomede), rispettivamente a Sciro nella Ftiotide e a Lem-
no, per ‘recuperare’ gli eroi. I Troiani, in risposta, invoca-
vano l’aiuto di Euripilo, che però veniva ucciso proprio
dal giovanissimo Neottolemo. Le vicende si presentava-
no in questi termini anche nei drammi attici dedicati al
tema, in primis gli Scirii e il Filottete sofoclei. Una variatio
dell’ordo degli avvenimenti avrebbe condotto Quinto di
Smirne, che nei Posthomerica anticipa il ‘recupero’ di Ne-
ottolemo a quello di Filottete (contra il ciclo e Sofocle),
probabilmente per dare maggiore risalto alla spedizione
sciria, rispetto a quella lemnia, in quanto più suscettibi-
le di effetti patetici (la figura di Deidamia e del vecchio
Licomede)63. In Darete, infine, l’arrivo di Neottolemo è
legato alla sorte delle armi di Achille, che Agamennone
consegna senza avere dubbi ad Aiace, ma che il Telamonio
rifiuta, perché nessuno può avere titolo a possederle più di
Neottolemo; così Agamennone dà incarico a Menelao di
andare a Sciro e portare a Troia il figlio di Achille: vicen-
da che si conclude nel giro di poche righe, con l’arrivo di
Neottolemo (35-36).

63
Mi permetto di rinviare alle pagine dell’introduzione di Quinto,
Il seguito..., XL ss.
70 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

Qual è l’atteggiamento di Ditti nella strutturazione de-


gli eventi? Come si è visto, l’arrivo di Euripilo precede,
solo in questa versione, l’arrivo di Neottolemo (nonché
quello di Filottete): il punto di vista sembra quasi focaliz-
zato sulle speranze dei Troiani, che con la morte di Achil-
le e l’arrivo dell’Eraclide confidano in una rapida vittoria.
Ditti sembrerebbe dunque aver accentuato, attraverso
questa inversione degli eventi, il rovesciamento repentino
dei destini della guerra che avviene dopo l’arrivo di Neot-
tolemo. Tuttavia anche questo momento, come era acca-
duto per la morte e i funerali del Pelide, non offre spunti
epicamente patetici, perché l’arrivo di Neottolemo non
è presentato come un intenzionale recupero dei Greci,
ma come un evento quasi casuale, o – almeno – del quale
non si fornisce alcune spiegazione. Perché Pirro giunge a
Troia? Chiamato da chi? Avvisato come? Ditti non offre
al lettore nessuno spunto per rispondere a queste doman-
de, ed esclude dal suo orizzonte narrativo gli episodi della
profezia di Calcante, dell’ambasceria a Sciro, del saluto
fra l’eroe, Deidamia e Licomede. Se ciò è dovuto a una
strategia narrativa, va riconosciuto in essa uno spregiu-
dicato antiepicismo; se si tratta invece di una sutura mal
riuscita fra gli avvenimenti che erano oggetto della fine
dell’Etiopide e quelli dell’inizio della Piccola Iliade, occor-
re prendere atto di un’operazione letteraria quanto meno
discutibile, se non infelice.
Pirro, dunque, quasi per caso, “giungeva in quel tem-
po” a Troia, e trovava sul promontorio del Sigeo la tomba
del padre, appena finita di costruire, con un sincronismo
che ricorda quelli tipici dei drammi attici. Solo a questo
punto apprendeva la tragica fine del padre:
πΑȱ Έξȱ ΘХȱ ΅ЁΘХȱ ΛΕϱΑУȱ ̓ϾΕΕΓΖǰȱ ϶Αȱ ̐ΉΓΔΘϱΏΉΐΓΑȱ
πΎΣΏΓΙΑǰȱ Ύ΅Θ΅ΑΘφΗ΅Ζȱ ΉЀΕϟΗΎΉ΍ȱ ΘϲΑȱ ΘΣΚΓΑȱ Ύ΅Ϡȱ
INTRODUZIONE 71

ΘϲΑȱΑ΅ϲΑȱ·΍ΑϱΐΉΑΓΑȱΎ΅ϠȱΔΣΑΘ΅ȱΔΙΌϱΐΉΑΓΑȱ΅ЁΘΓІȱ
ΌΣΑ΅ΘΓΑȱΎ΅ΌΓΔΏϟΗ΅ΖȱΘΓϿΖȱΗϿΑȱ΅ЁΘХȱΏ΅ΓϿΖȱǻώΗ΅Αȱ
Έξȱ̏ΙΕΐ΍ΈϱΑΉΖȱΓЈΘΓ΍ȱΐΣΛ΍ΐϱΑȱΘ΍ȱσΌΑΓΖǼȱΦΔΓΏΉϟΔΉ΍ȱ
πΔ΍ΐΉΏ΋ΘχΑȱΘЗΑȱσΕ·ΝΑȱ̘ΓϟΑ΍Ύ΅ǯȱ

Il lettore rimane ancora una volta frustrato e sorpreso


della freddezza con cui Neottolemo affronta l’accaduto.
Né segni di pianto né risentimento sono menzionati da
Ditti, o aggiunti da Settimio nella rielaborazione latina.
Un’immagine di durezza – quasi di distacco – che può es-
sere certamente finalizzata alla caratterizzazione del per-
sonaggio Neottolemo nel segno della crudeltà e della spie-
tatezza, ma che certo appare radicalmente meno ‘patetica’
rispetto alla tradizione omerica che faceva della scena di
Neottolemo al Sigeo, di fronte alla tomba del padre, una
delle più simboliche della vicenda riguardante il figlio di
Achille (Posth. 9,46-74). Del resto, anche nel testo di Da-
rete, quando Neottolemo giunge da Sciro a Troia, vehe-
menter circa patris tumulum lamentatus est. E in Malala,
al termine del discorso di Teucro, che racconta a Neot-
tolemo la morte di Achille,ȱ̓ϾΕΕΓΖǰȱΦΎΓϾΗ΅Ζ, πΗΘνΑ΅ΒΉȱ
Δ΍ΎΕЗΖȱ(5,29,1).
Altro elemento della tradizione mitica omerica (ma an-
che tragica) che scompare nella versione di Ditti è l’appa-
rizione dell’ombra di Achille a Neottlemo, proprio davan-
ti al tumulo: quell’ombra che chiederà a Pirro di ricercare
una spietata vendetta sacrificando Polissena. Una scena,
invece, presente già nella Piccola Iliade:ȱ Κ΅ΑΘΣΊΉΘ΅΍, ri-
porta Proclo (Chrest. 206 Seve.).
Il testo di Ditti, dunque, non sembra amplificato da
Settimio, né a livello sostanziale né a livello formale:
Per idem tempus Pyrrhus, quem Neoptolemum me-
morabant, genitus Achille ex Deidamia Lycomedis
superveniens offendit tumulum extructum iam ex
72 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

parte maxima. Dein, percontatus exitum paternae


mortis, Myrmidonas (gentem fortissimam et incli-
tam bellandi) armis atque animis confirmat, impo-
sitoque faciendo operi Phoenice ad naves atque ad
tentoria parentis vadit.
Da notare, oltre alla specificazione exitum paternae mor-
tis perȱ΅ЁΘΓІȱΌΣΑ΅ΘΓΑ, l’insistenza sul tumulus di Achille,
“che ancora non è ultimato”, e i cui lavori saranno lasciati
in custodia a Fenice. In Ditti manca il particolare ‘tecni-
co’ della costruzione del sepolcro, espresso – forse – dal
semplice ma pregnante participio presenteȱ·΍ΑϱΐΉΑΓΑ, ma
compare, con una certa sorpresa, stando al testo di poche
righe precedente (tuttavia lacunoso), la coppia ΘϲΑȱΘΣΚΓΑȱ
Ύ΅Ϡȱ ΘϲΑȱ Α΅ϱΑ. Un “tempio” dunque, un “sacrario”, è in
fase di costruzione al Sigeo, accanto al tumulo di Achille:
forse una traccia di un’autoptica visita al simbolico luogo,
dove dal III sec. a.C. l’Achilleion aveva assunto le funzio-
ni, come si è detto, di un vero e proprio ‘luogo sacro’?
Ancora da rilevare, infine, la consueta amplificatio
dell’apposizione ai Mirmidoni, daȱΐΣΛ΍ΐϱΑȱΘ΍ȱσΌΑΓΖȱa gens
fortissima et inclita bellandi, e l’elegante specificazione che
Neottolemo, giunto fra i suoi, non li prepara solo militar-
mente (Ύ΅ΌΓΔΏϟΗ΅Ζ: armis), ma li rincuora: animis.
Nell’ultima sequenza che leggiamo sul papiro di Tebtynis
si narrano, ancora una volta molto sinteticamente, le vicen-
de successive all’approdo di Neottolemo nella Troade. Il
giovanissimo eroe giungeva nell’accampamento greco, alle
navi del padre. Qui il primo incontro era con Briseide/Ip-
podamia. Una scelta, questa del narratore, che rimandava
ancora l’incontro di Neottolemo con i duci achei, contra-
riamente a quanto avviene in Quinto di Smirne.
Solo dopo l’omaggio (mancato) al sepolcro di Achille
e l’incontro con Briseide, dunque, Neottolemo giungeva
INTRODUZIONE 73

finalmente dagli Atridi e dagli altri capi, e da questi veniva


accolto, rispondendo, a quanto pare dall’ultimo rigo del
papiro, anch’egli con un discorso ben composto, sicura-
mente di incitamento:
πΏΌАΑȱ ǽΈξȱ ΉϢΖǾȱ ΘΤΖȱ ΘΓІȱ Δ΅ΘΕϲΖȱ Αϛ΅Ζȱ Ύ΅Ϡȱ ΘχΑȱ
ΗΎ΋ΑχΑȱ ǽΉЀΕϟΗΎΉ΍ȱ е̌ΔǾΔΓΈΣΐΉ΍΅Αȱ ΚϾΏ΅Ύ΅ȱ ΘЗΑȱ
в̄Λ΍ΏȱΏνΝΖȱ ΔǽΣΑΘΝΑȱ ǯȱ ǯȱ ǯȱ Ǿ΍ΈϱΑΘΉΖȱ ΈвΓϡȱ Ά΅ȱΗ΍ΏΉϧΖȱ
ΔΣΑΘΉΖȱ Δ΅Ε΅Ύǽ΅ΏΓІΗ΍ȱ ΘϲΑǾȱ ̐ΉΓΔΘϱȱΏΉΐΓΑȱ ·ΉΑȬ
Α΅ϟΝΖȱ ΚνΕΉ΍Αǯȱ ϳȱ Έǽξȱ ΘΓϿΖȱ ΅ЁǾΘϲΑȱ ΔΓ΍ΎϟΏΝΖȱ
Δ΅Ε΅ΐΙΌ΋Η΅ΐνΑΓΙΖȱǯȱǯȱǯ

ibi custodem rerum Achillis Hippodamiam animad-


vertit. Moxque adventu eius cognito in eundem lo-
cum a cunctis ducibus concurritur; hique, ut aequum
animum haberet, deprecantur. quis benigne respon-
dens etc.
La pericope sull’incontro con Briseide sembra impiega-
ta ad litteram da Malala, nel brevissimo riepilogo delle vi-
cende troiane di Neottolemo inserito nel ritratto dell’eroe
(5,9):ȱ̅Ε΍Η΋ϟΈ΅ǰȱΚϾΏ΅Ύ΅ȱΘЗΑȱΘΓІȱв̄Λ΍ΏΏνΝΖȱΔΣΑΘΝΑ. Fe-
dele anche la resa di Settimio, che invece enfatizza il mo-
mento dell’incontro con i capi achei, con l’aggiunta della
notazione in eundem locum a cunctis ducibus concurritur.
Per deprecantur come resa diȱ Δ΅Ε΅Ύǽ΅ΏΓІΗ΍ȱ si veda
CGL II, p. 44 deprecantes:ȱΔ΅Ε΅Ύ΅ΏΓІΑΘΉΖ, benché in II,
p. 395 si leggaȱΔ΅Ε΅Ύ΅ΏЗ: oro, obsecro, rogo, quaeso. Set-
timio sembra aver scelto in questo caso l’area semantica
più marcata.
Sicuramente più forte, invece, ilȱ ·ΉΑΑ΅ϟΝΖȱ ΚνΕΉ΍Αȱ di
Ditti rispetto al frequentissimo aequum animum habere im-
piegato da Settimio64: risuonava certamente, inȱ·ΉΑΑ΅ϟΝΖ,
il legame tra padre e figlio che è uno dei Leitmotive della
64
Cfr. CGL II, p. 262:ȱ·ΉΑΑ΅ϟΝΖ: fortiter.
74 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

vicenda di Neottolemo. In tal modo i capi achei rinfranca-


vano il giovane per la perdita del Pelide, e questo sembra
essere, nell’Ephemeris, l’unico spunto in tal senso, per una
scena che in Quinto (e probabilmente nell’epos arcaico
nonché nel dramma attico) sarà ben altrimenti sviluppata
(7,674-734; 8,1-44).
Notevole, infine, la resa diȱΔΓ΍ΎϟΏΝΖ in benigne, che di
nuovo sposta l’ambito semantico e simbolico della scena:
se in Ditti è lecito scorgere un riferimento al fatto che il
discorso di Neottolemo sia “ben congegnato”, “fatto ad
arte”,ȱΔΓ΍ΎϟΏΝΖ, in Settimio un più neutro benigne fa della
risposta dell’eroe un tratto di accondiscendenza65. In re-
altà, se si guarda proprio al discorso che – indirettamente
– Neottolemo rivolge ai capi achei, alla sua strutturazione
e alla retorica che chiaramente traspare da esso, sembra
quanto mai appropriato il termine di Ditti, e non il be-
nigne di Settimio. Il discorso di Neottolemo, anzi, con la
concatenazione quasi sillogistica delle affermazioni, sem-
bra ricordare un monologo di dramma attico, ricco di sen-
tentiae e di entimemi. Il papiro ci nega tuttavia la possibi-
lità di ricostruire in termini precisi il testo greco.
Il caso ha voluto che gli unici due papiri che ci con-
sentono di leggere porzioni del testo greco di Ditti siano
entrambi relativi al libro IV, e quasi contigui. Se infatti il
papiro di Tebtynis si interrompe circa a metà dell’attuale
capitolo 15, il papiro di Ossirinco 2539 offre un brano –
pur estremamente lacunoso – del capitolo diciottesimo.
Gli eventi, dall’arrivo di Neottolemo, che arringa i Gre-
ci e si distingue subito in battaglia, proseguono in modo
serrato: Enea si rifiuta di combattere accanto ad Alessan-

65
Nei Glossari, ovviamente,ȱΔΓ΍ΎϟΏΓΖȱcorrisponde a varius, al mas-
simo, con sfumatura poetica, a Daedaleus: cfr. CGL II, p. 411.
INTRODUZIONE 75

dro, che ritiene reo di sacrilegio; i due eserciti si scontra-


no, ed Euripilo uccide Peneleo e Nireo. A questo punto,
nell’ultima sequenza dell’attuale capitolo diciassettesimo,
Neottolemo sbalza Euripilo dal carro e, sceso anche lui, lo
uccide con la spada. Il cadavere di Euripilo viene portato
alle navi, e i Troiani, sconvolti e disperati, si danno alla
fuga.
Qui inizia il capitolo diciottesimo, e il brano tràdito in
P. Oxy. 2539 (editori Barns e Parsons), datato non oltre
l’ultimo ventennio del II secolo, dunque di qualche decen-
nio anteriore al papiro di Tebtynis:
ǾΘΝΑȱ ЀΔξΕȱ ̈ЁΕǽΙΔϾΏΓΙȱ ǯȱ ǯȱ ǯȱ ΘΓǾϧΖȱ ̖ΕЗΗ΍ȱ Έ΍Έǽȱ ǯȱ ǯȱ Ǿ
ΌΣΜ΅ΑΘΉΖȱΔνΐǽΔΓǾΙǽΗ΍ȱǯȱǯȱǯǾΑΘ΅΍ȱΈξȱΎ΅Ϡȱ̓΋ΑνΏΉΝΖȱǽȱ
ǯȱǯȱǾ΅ȱΦΔϲȱΘϛΖȱΔϾΕ΅ΖȱΉϢΖȱΘΤȱΗΎǽǯȱǯȱǯ

Il testo offre subito un problema di difficile soluzione


(si ricordi, tra l’altro, che né Malala né Cedreno presenta-
no questi avvenimenti), se lo si confronta con la versio di
Settimio:
igitur postquam fusis hostibus ad naves revertere
Graeci, ex consilii sententia Eurypyli cremata ossa
atque urnae condita patri remittunt, scilicet memo-
res beneficiorum atque amicitiae. Cremati etiam per
suos Nireus atque Peneleus, seorsum singuli.
Manca, come si vede, in Settimio il riferimento ai Tro-
iani, che doveva essere contenuto, probabilmente, in un
periodo oveȱǾΘΝΑȱpoteva costituire un participio al geniti-
vo assoluto, riferito all’assemblea dei Greci, e.g. ёΏΏφΑΝΑȱ
ΆΓΙΏΉΙΗΣΑǾΘΝΑȱ ЀΔξΕȱ ̈ЁΕǽΙΔϾΏΓΙȱ (decisero di non)ȱ ΘΓǾ
ϧΖȱ̖ΕЗΗ΍ȱ˜›œŽȱΈ΍ΈǽϱΑ΅΍ȱ (così già Barns-Parsons). Si deve
dunque evincere che Settimio – come in rarissimi altri casi
– aveva omesso di menzionare i Troiani. Altro dato che
possiamo ricavare dallo spatium dopoȱΉϢΖȱΘΤȱΗΎ[. . . (for-
76 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

seȱΗΎΣΚ΋, come propongono Martin e Stephanie West)66,


molto breve, è la sicura assenza, in Ditti, della motivazione
per cui i Greci restituiscono a Telefo il corpo di Euripilo,
cioè la fedeltà e l’amicizia che avevano con lui a suo tempo
sancito: a fronte dell’ampio scilicet memores beneficiorum
atque amicitiae, dunque, nel testo greco poteva essere pre-
sente, al massimo, un unico sostantivo positivo. Forse pro-
prio lo scilicet di Settimio tradisce questa ennesima ampli-
ficatio. Viceversa, alla notazione spaziale su dove fossero
recate le ceneri dei due greci, si sostituisce, in Settimio, la
specificazione seorsum singuli.
Ma c’è ancora un altro problema: la menzione del pa-
dre di Euripilo, in questo caso, sembra inopportuna o al-
meno sorprendente. Telefo, infatti, come si evince anche
dal capitolo quindicesimo (ove è alla madre di Euripilo
che si rivolge Priamo, non al padre), e come è pacifico in
tutte le versioni mitiche a noi note, è a quel tempo oramai
morto. Non si vede, dunque, come possano essergli rese le
spoglie del figlio.
Sulla sorte del corpo di Euripilo la tradizione greca
sembra non soffermarsi in modo particolare: nulla si evin-
ce dal riassunto di Proclo dell’Ilias parva (206 Seve.); nulla
in Apollodoro (ep. 5,12); nulla in Darete e nei bizantini,
ove – come si è già detto – è assente l’episodio di Euri-
pilo; nulla, sorprendentemente, in Quinto, che dedica ad
Euripilo oltre un libro dei Posthomerica, ma che, dopo la
scena dell’uccisione dell’eroe da parte di Neottolemo, con
la lancia del padre Achille (8,204-222), non fa più menzio-
ne del Telefide. Il solo modello a cui Ditti avrebbe potuto
66
Eisenhut 1969, 117, tuttavia, dalla fotografia del papiro, ritiene
che le tracce della lettera seguente il sigma siano compatibili anche
con unoȱ Ι: propone dunque ΉϢΖȱ ΘΤΖȱ ЀΈΕϟ΅Ζ, cioè nelle urne di cui
spesso si parla in contesti di cremazione.
INTRODUZIONE 77

attingere, dunque, sembra essere l’Euripilo sofocleo. Nel


dramma, da quanto possiamo ricostruire, una delle scene
più importanti (almeno quanto a estensione) era incentra-
ta sulla morte dell’eroe: forse in seguito ad un presagio
negativo (il canto di un corvo: fr. 208 R.), Astioche atten-
deva con apprensione l’esito del duello tra il figlio e Neot-
tolemo; giungeva quindi unȱΩ··ΉΏΓΖȱa dare la ferale noti-
zia (fr. 209): Euripilo era stato ucciso dalla stessa lancia di
Achille che aveva, a suo tempo, sanato la ferita del padre
Telefo (fr. 210,19-28), dunque con una immagine simile a
quanto avrebbe scritto Quinto; qui iniziava un kommòs
tra Astioche e il Coro (forse di donne troiane o cetee);
•ȂΩ··ΉΏΓΖ riprendeva la parola dopo circa venti versi e
completava il racconto della morte di Euripilo (fr. 210,49
ss.), rispondendo alla domanda di Astioche sull’eventuali-
tà che i Greci avessero fatto scempio del figlio: il corpo di
Euripilo era invece salvo, le donne troiane avevano avvol-
to con drappi e bende il feretro e Priamo, “parlando pa-
role paterne”, lo aveva compianto come un figlio proprio,
con un lamento che il messaggero riporta testualmente (fr.
210,76 ss.). La versione sofoclea, come si vede, è dunque
diversa da quella di Ditti: probabilmente per sfruttare le
potenzialità patetiche del motivo del ΔνΑΌΓΖȱ troiano su
Euripilo, Sofocle si soffermava (o introduceva ex novo?)
su un segmento mitico che, nel resto della tradizione a noi
nota, non sembra essere stato sfruttato. Se Ditti aveva an-
cora accesso all’Euripilo sofocleo, dunque, intese distan-
ziarsene, con una versione sicuramente meno patetica.
Forse non a caso erano scelti i nomi dei due guerrieri
uccisi da Euripilo nel suo ultimo assalto, il secondo dei
quali è integrabile grazie a Settimio67. Peneleo è, nell’I-

67
Vd. Pellè 2002.
78 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

liade, un re del contingente beota (2,494): dopo alcune


apparizioni, dove si distingue per particolare alterigia in-
superbendo contro i Troiani (14,487 ss.), uccide Lìcone
(16,335-341), ma nel libro successivo è uno dei Greci che
fuggono dall’impeto di Ettore (17,597ss.). Nireo compare
solo nel Catalogo (2,671-5): “l’uomo più bello che venne
sotto Ilio,/ fra tutti gli altri Danai, dopo il Pelide perfetto./
Debole egli era però; lo seguiva piccolo esercito”. Nel pri-
mo sbarco dei Greci in Misia, Nireo aveva ucciso la moglie
di Telefo, Iera, che combatteva a fianco del marito.
Proprio Nireo e Peneleo sono i due capi greci (oltre a
Macaone) uccisi da Euripilo nei Posthomerica di Quinto.
Peneleo (7,103-5) è abbattuto con la lancia68. Nireo, a cui
Quinto dedica numerosi versi, amplificando il tema della
sua bellezza, che però non può giovargli in campo, veni-
va anch’egli colpito con l’asta (6,372ss.); per il suo corpo
si accendeva una mischia furiosa, in cui trovava la mor-
te anche Macaone; erano Teucro e Aiace ad allontanare
i Troiani e, finalmente, a dare gli onori funebri a Nireo
(e Macaone), non senza un’ultima sottolineatura della sua
bellezza, unita però alla fragilità69. La menzione di questi
due eroi in quanto uccisi da Euripilo, dunque, accosta il
testo di Quinto a quello di Ditti: entrambi, su questo pun-
to, seguivano una medesima tradizione.
Nella sequenza successiva iniziava un tassello impor-
tante della vicenda troiana: il passaggio di Eleno alla parte
greca. Sarà proprio Eleno, nella tradizione paraomerica,
a fare da tramite fra i Greci e i ‘traditori’ troiani Enea ed

68
Secondo altri autori (Verg. Aen. 2,424; Tryph. 180) Peneleo so-
pravviveva fino alla caduta di Troia.
69
In Darete (21) invece, Nireo è ucciso da Enea, senza alcun com-
mento del narratore.
INTRODUZIONE 79

Antenore. Nella versione omerica, invece, Eleno si sde-


gna con Priamo perché questi gli ha preferito Deifobo
come sposo di Elena, dopo la morte di Paride: così si ritira
sull’Ida; ma Calcante rivela ai Greci che solo le sue profe-
zie possono svelare a quali condizioni Troia potrà cadere;
l’ennesima spedizione di Odisseo ‘cattura’ o ‘costringe’
Eleno a rivelare questa profezia70.
Crise, il sacerdote troiano di Apollo, proprio colui che
aveva aperto l’Iliade con la vicenda del riscatto della figlia
Criseide, torna ora nel campo greco – quasi a chiudere un
cerchio – per informare gli Atridi che Eleno vuole conse-
gnarsi prigioniero. Si tiene un nuovo consiglio, e si decide
di inviare da Eleno, che si è rifugiato nel tempio di Apollo
(Timbreo?) custodito da Crise, la solita coppia Ulisse e
Diomede. Dal testo di Settimio sia gli editori principes del
papiro, coadiuvati dai West, sia Eisenhut, hanno cercato
di integrare le non poche lacune:
At postero die per Chrysem cognoscitur Helenum
Priami fugientem scelus Alexandri apud se in tem-
plo agere. Moxque ob id missis Diomede et Ulixe
tradidit sese
̖Ϝȱ Έξȱ οΒϛΖȱ ΔǾ΅Ε΅·ΉϟΑΉΘ΅΍ȱ ̙ΕϾΗ΋Ζȱ ΉϢΖȱ ΘΓǽϿΖȱ
ёΏΏφΑΝΑȱ Ά΅Η΍ΏΉϧΖȱ ΦΔ΅Ǿ··νΏΏΝΑȱ ̸ΏνΑΓΑȱ ΘϲΑȱ
̓ǽΕ΍ΣΐΓΙȱ Δ΅ΕΉϧΑ΅΍Ǿȱ πΑȱ ΘХдȱ ̄ǾΔϱΏΏΝΑΓΖȱ ϡΉΕХȱ
ΚΉϾȱ·ǽΓΑΘ΅ȱ Έ΍Τȱ д̄ΏνΒ΅ΑΈΕΓΑȱ ΦΗΉǾΆφΗ΅ΑΘ΅ȱ ΉϢΖȱ
ΘϲΑȱΌΉϲΑǯȱǽǯǯǯȱΓϡȱΆ΅Η΍ΏΉϧΖȱ̇΍ΓǾΐφΈ΋ΑȱΎ΅Ϡȱд̒ΈΙΗΗν΅ȱ
ΔΕΓΔǽνΐΔΓΙΗ΍Αȱ ΅ЁΘΓІȱ πΔϠȱ ΗϾΏΏǾ΋Μ΍Αǯȱ д̈ΏΌΓІΗ΍Αȱ
Έξȱ΅ЁΘΓϧǽΖȱΔ΅Ε΅ΈϟΈΝΗ΍Αȱ΅ЁΘϱΑȱ

70
Quint. 10,345ss.; Apollod. ep. 5,9; Serv ad Aen. 2,166; Tzetz.
Posth. 571-579; nella Piccola Iliade (arg. 1 Bernabè) e nel Filottete so-
focleo (604-613; 1337-1342) la cattura di Eleno e le sue profezie erano
premessa anche per il ‘recupero’ di Filottete.
80 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

Settimio elimina, dal testo greco, alcuni particolari,


quali l’indicazione di Apollo come dedicatario del tem-
pio, la specificazione che Crise si rivolge “ai (capi greci)”,
sostituita ad un più impersonale cognoscitur; non, però,
il riferimento a Priamo, funzionale a distinguere l’Eleno
priamide da un pur noto Eleno greco (Il. 5,707). Si noti la
possibilità di restaurareȱΦΗΉǾΆφΗ΅ΑΘ΅ȱgrazie alla pregnan-
te resa scelus, che tuttavia non è completato dal sicuroȱΉϢΖȱ
ΘϲΑȱΌΉϲΑȱdi Ditti. Di nuovo, nella seconda sequenza, Ditti
doveva esplicitare il soggetto del ̇΍ΓǾΐφΈ΋ΑȱΎ΅Ϡȱд̒ΈΙΗΗν΅ȱ
ΔΕΓΔǽνΐΔΓΙΗ΍Α, che diviene un implicito missis Diomede
et Ulixe in Settimio. L’articolato participio congiunto con
cui, nel testo greco, iniziava la scena del dialogo fra Odis-
seo e Diomede da una parte ed Eleno dall’altra, infine, vie-
ne eliminato, non senza una durezza espressiva. Di nuovo
il tradidit sese latino consente di ricostruire con una certa
sicurezza un originarioȱΔ΅Ε΅ΈϟΈΝΗ΍Αȱ΅ЁΘϱΑ. Più ipotetica,
invece, l’integrazione πΔϠȱΗϾΏΏǾ΋Μ΍Α, che in Settimio non
sarebbe presente.
Si apre a questo punto il problema più grande che
emerge (ed emerse già, ovviamente, dall’editio del 1966)
dal confronto fra il testo greco e quello latino: una grande
porzione di testo – più estesa di quelle a cui pure il con-
fronto fra PTeb e Settimio ci aveva abituati – che compare
nella versio, e, al contempo, espressioni greche di cui non
sembra esservi traccia nella medesima versio:
tradidit sese, deprecatus prius, uti sibi partem ali-
quam regionis, in qua reliquam vitam degeret semo-
tam ab aliis concederent. Dein ad naves ductus ubi
consilio mixtus est, multa prius locutus non metu,
ait, se mortis patriam parentesque deserere, sed de-
orum coactum aversione, quorum delubra violari ab
Alexandro neque se neque Aeneam quisse pati qui
INTRODUZIONE 81

metuens Graecorum iracundiam apud Antenorem


agere senemque parentem.
a fronte di
ΔΕΓ΅΍ǾΘΓϾΐΉΑΓΖȱ ΓЁȱ ΐνΑΝΑȱ ǽǯǯǯȱ ΆǾ΅Η΍ΏνΝΑȱ σΈΓΒΉΑȱ
Ύ΅ΏΉǽΗΣΑΘΝΑȱǯǯǯȱΔ΅ΕǾ΅·ϟΑΉΘ΅΍

Tre ipotesi, tutte legittime, sono possibili, di fronte


a questo confronto. Si può pensare, innanzitutto, che
sia accaduto un guasto di tipo meccanico nella trasmis-
sione del testo greco (si tratta pur sempre di un textus
unicus), tra il rigo 14 e il 15: di qui la mancanza della pe-
ricope. Uno scenario, tuttavia, da postulare con estrema
cautela.
Più plausibile sembra – ed è sembrato agli studiosi –
che ci troviamo di fronte ad una pesante rielaborazione
di Settimio, il quale ha inteso inserire nel testo un brano
incentrato sull’opposizione otium/potere, sul ‘ritiro isola-
to’ di Eleno, nel solco, forse, di una tematica cara – ad
esempio – al Seneca tragico, ma non solo.
Una terza possibilità, certamente estrema, è ipotizzare
che il brano di Ditti restituito da questo papiro ossirinchi-
ta non appartenga al ramo della tradizione dell’Ephemeris
greca a cui apparteneva l’antigrafo di Settimio: proprio
questo brano sarebbe dunque la prova dell’esistenza di
due redazioni distinte dell’opera.
Nell’impossibilità di confrontare il papiro con i bizan-
tini, la seconda ipotesi è certamente la più probabile: ma
non si possono scartare, a priori, le altre due.
In ogni caso, dopo il rigo 15, che contiene appunto una
pericope assente in latino, è possibile riscontrare alcuni
lemmi che ritroviamo anche in Settimio:ȱ ·ΓΑΉϧΖ per pa-
rentes; la menzione di Alessandro; ΔǾ΅ΕΤȱд̄ΑΘφǽΑΓΕ΍ȱ per
apud Antenorem.
82 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

Con il tema del venturo tradimento da parte di Enea ed


Antenore, che costituiva la svolta della vicenda troiana, si
interrompe il papiro e, per noi, la possibilità di confronta-
re il testo di Settimio e quello di Ditti. Almeno fino ad una
prossima ‘scoperta’ papiracea.

3. Settimio e Ditti: il ‘traduttore’ all’opera

La modalità di approccio utilizzata nel raffronto tra i papi-


ri e le corrispondenti sezioni della versio latina, può risul-
tare fruttuosa per analizzare due casi – che appaiono chia-
ramente esemplari – del rapporto fra Ditti e i suoi modelli
greci. Nell’episodio del sacrificio di Ifigenia (1,19-23), pur
attenendosi alla versione tradizionale del mito, Ditti crea
un sorprendente mosaico di fonti mitografiche e letterarie.
Ma anche in questo ‘collage’ si possono forse recuperare
tessere intertestuali interessanti ed elementi originali in li-
nea con le strategie narrative dell’intera opera. Anche l’e-
pisodio del ‘suicidio’ di Aiace è fra i più significativamente
alternativi dell’opera (5,14-5): qui Ditti sembra davvero
volersi distanziare da tutta la tradizione precedente, epica
e tragica, lasciando addirittura la sua ‘firma’ nella spiega-
zione, indirizzata al lettore doctus, di questa scelta: Aiace
non poteva morire prima della presa di Troia; senza di lui,
dopo la morte di Achille, i Greci non avrebbero potuto
impossessarsi della città.

3.1. Il sacrificio di Ifigenia

Il primo libro dell’Ephemeris si conclude con il raccon-


to di uno degli episodi mitici più noti e più ‘frequentati’
INTRODUZIONE 83

dell’antichità: il sacrificio di Ifigenia alla vigilia della par-


tenza dell’esercito greco radunato in Aulide71.
Il passo è successivo ad una sezione riservata ad un sin-
tetico catalogo delle navi (1,17) e ad un breve capitolo nel
quale si dà razionalisticamente e ‘geo-morfologicamente’
conto della presenza massiccia di fanti più che di cavalli in
virtù della scarsezza di pascoli tipica della Grecia, si ram-
menta l’assenza del licio Sarpedone (schierato al fianco dei
Troiani ma forse troppo noto per non essere menzionato
affatto), si chiosa con l’indicazione temporale del quin-
quennio impiegato per radunare l’esercito (1,18).
All’episodio di Aulide Settimio dedica ben cinque ca-
pitoli (1,19-23), dotati di una certa articolazione e, sotto
diversi aspetti, innovativi rispetto alla copiosa tradizione
precedente su questo mitema.
In Omero l’episodio del sacrificio non viene menzionato
in maniera esplicita: un possibile riferimento obliquo alla
vicenda si potrebbe ravvisare in Iliade 1,106-108, ove Aga-
mennone, nel corso della celeberrima assemblea iniziale
nella quale viene interrogato Calcante sulle cause della pe-
ste che flagella il campo acheo, all’infausto vaticinio dell’in-
dovino, ribatte apostrofandoloȱΐΣΑΘ΍ȱΎ΅ΎЗΑ, “indovino di
mali”, poiché le sue profezie gli hanno sempre riservato dei
mali. Lo scolio proprio a questo verso (F23 Bernabè = I 41
Erbse) ci conserva una preziosa sintesi del mito72. Altrove
nel poema (9,145) compare il nome di Ifigenia (nella più
antica variante Ifianassa) tra le figlie di Agamennone, ma
nessun accenno a questo particolare segmento mitico.
71
Si vedano in generale le pagine introduttive di Stockert 1992,
con ampia bibliografia.
72
Diversamente Pulleyn 2000, 155-156; ma giàȱΓϡȱΔ΅Ώ΅΍Γϟ, come fa
notare Eustazio (ad Il. 1, 106 59, 42 ss), percepivano in questa iunctu-
ra il riferimento ai fatti di Aulide.
84 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

Nell’ambito del Ciclo, l’episodio doveva essere materia


dei perduti Canti Ciprii; la sintesi del brano ci è offerta da
Proclo nell’ottavo dei suoi argumenta (EGF p. 32, ll. 55-63
= Chrest. pp. 77-85 Seve.).
Il patetismo della vicenda di Ifigenia ispirò gli omonimi
drammi delle tre grandi vette del teatro attico di V secolo:
oltre ovviamente al celeberrimo racconto che del sacrificio
fa il coro dell’Agamennone (vv 184-247), sono note un’Ifi-
genia attribuita ad Eschilo (TrGrF III F94), una a Sofocle
(TrGrF IV F305-312), nonché le Ifigenie euripidee (in Tau-
ride e in Aulide) pervenuteci integralmente73.
Anche a Roma i tragediografi della prima stagione tea-
trale dedicarono all’eroina delle opere che, come di con-
sueto per la tragedia latina arcaica, sono tràdite in veste
frammentaria74. Esile quanto sopravvive dell’Ifigenia ne-
viana (fr. 16 Ribbeck), un solo verso che tuttavia sembra
denunciare una netta ispirazione alla Taurica euripidea, o
meglio, alla versione mitica portata con essa in scena da
Euripide: Passo velod hinc vivum, Aquilo, <Orestem> in
portum /perferas.
Più consistente il lascito dell’Ifigenia enniana (frr. XCI-
II- CII Joc.) che invece risulta incentrata sull’argomento
dell’Ifigenia in Aulide (rispetto alla quale, tuttavia, molte-
plici sono le divergenze).
Imprescindibile, forse anche per Settimio come si ve-
drà, il ricordo della testimonianza di questo exemplum mi-
tico funzionalizzato ad illustrare vividamente i mala a cui
73
Per l’Ifigenia Taurica, oltre all’oramai classico Platnauer 1938, si
vedano ora Cropp 2000 e Kyriakou 2006. Per l’Aulica il già citato Sto-
ckert 1992. Si vedano anche gli studi di Lushnig 1988, Kovacs 2003 e
Gurd 2005, con osservazioni di carattere generale.
74
Una panoramica nella introduzione al dramma enniano in Jo-
celyn 1967, 318-24.
INTRODUZIONE 85

può suadere la religio, in Lucrezio, collocato per di più in


apertura, immediatamente successivo al prologo, e dun-
que in grande evidenza (1,84-100).75
Un breve passaggio del grande poema ovidiano è dedi-
cato al sacrificio della vergine (met. 12,24-38), che nell’at-
mosfera e nel lessico sembra ricordare il precedente lucre-
ziano, ma che abbraccia la versione del mito con il ‘lieto
fine’ del plot della Taurica euripidea e del dramma neviano.
Preziosa per valutare quale fosse la versione del mito
più diffusa nel I/II secolo d.C. appare la testimonianza
dei mitografi greci e latini: Apollodoro, del quale per que-
sta sezione si conserva la sola epitome (3,21-22) in cui si
rintraccia per un verso il consueto tentativo di registrare
versioni divergenti, per l’altro una distanza significativa
da Ditti, come si vedrà, nel ritratto di Agamennone; Igi-
no (fab. 98) nello stile asciutto che lo caratterizza, dà una
versione che ingloba un cospicuo numero di dettagli, nella
sostanza simile a quella di Settimio, ma distante in alcuni
tratti.
Tra gli auctores che trattano il mito, rilevante, per con-
verso, risulta l’assenza di questo segmento nella Historia di
Darete Frigio, nel quale è sostituito da un genericissimo:
Agamemnon Dianam placat. Si è pensato (Canzio 2014,
100-101) che questa omissione intenzionale si situasse nel-
la condotta razionalistica dell’autore e gli consentisse di
evitare la menzione dell’intervento divino di Diana, con-
templato, come vedremo, in tutte le versioni più tarde. Si
è inoltre ipotizzato che Darete, non solo conoscesse ovvia-
mente l’episodio, ma vi alludesse, creando nel lettore una

75
Si veda per questo passo l’ancora fondamentale commento di
Bailey 1910, 614-15, nonché Perutelli 1996. Sulla figura di Ifigenia
da Ennio a Lucrezio vedi ancora: Rychlewska 1957 e Harrison 2002.
86 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

sorta di orizzonte d’attesa frustrato, utilizzando il verbo


placo, che ricorreva anche nell’allusione virgiliana a que-
sto episodio mitico di Aen. 2,116; fondamentale risulterà
il commento di Servio a questo locus.
Infine, per concludere nella panoramica delle fonti sin
qui condotta, anche per questo mitema fertile è il terreno
di confronto con i cronografi bizantini, Malala e Cedre-
no, che riportano entrambi l’episodio. Il primo (5,40 ss.)
restituisce una versione più sintetica (circa 16 righe), il se-
condo (124d-125c) più diffusa (circa 24 righe): se di fatto
le varianti mitiche sposate sembrano sostanzialmente con-
gruenti con la versio di Settimio, emergono tuttavia conso-
nanze e dissonanze che inducono ad un’analisi più attenta
delle diverse sequenze e dei passaggi del racconto peculia-
ri dell’articolazione che esso assume nell’Ephemeris.
Dalle fonti enumerate emergono sostanzialmente due
versioni del mito: l’una che presuppone che Ifigenia sia
stata effettivamente sacrificata per permettere alla flotta
achea di salpare, ma che è, di fatto, rappresentata dal solo
Lucrezio, in quanto i famosi versi dell’Agamennone eschi-
leo, a ben vedere, mostrano una certa reticenza nel rac-
conto dell’akmè del sacrificio, pur dandolo per assodato
ed essendo esso il motore fondamentale della vendetta di
Clitemestra76; l’altra che vede la vergine sostituita in extre-
mis da Artemide con una cerva77, more Biblico, e portata
in salvo nel paese dei Tauri, dove presta servizio come sa-
cerdotessa della dea e, in alcuni casi, viene resa persino

76
Ai vv 248-50 il coro sostiene di non aver visto e quindi di rinun-
ciare a narrare il momento concreto dello sgozzamento –ȱΘΤȱΈвȱσΑΌΉΑȱ
ΓЄΘвȱΉϨΈΓΑȱΓЄΘвȱπΑΑνΔΝȱ –, pur sostenendo che le téchnai di Calcante
non sono prive di compimento.
77
Secondo ulteriori versioni trasformata in gru, in toro o orsa: vd.
Anton. Lib. met. 27; schol. Lyc. 183 che si rifà a Nicandro e Fanodemo.
INTRODUZIONE 87

immortale. Quest’ultima è la variante più diffusa, attestata


nel Ciclo, come documentato da Proclo, e che domina le
scene greche e romane.
Ditti si accorda a questa tradizionale versione del mito,
ma non rinuncia ad introdurre elementi e variazioni in li-
nea con i propri caratteri narrativi e con la propria costru-
zione del racconto.
Il capitolo diciannove esordisce con gli antefatti, narra
il motivo scatenante dell’ira di Diana: l’uccisione da parte
di Agamennone di un animale sacro alla dea.
Interessante che Settimio narri innanzitutto l’uccisio-
ne dell’animale, ponendola come premessa dell’episodio,
dando quindi immediatamente al lettore la chiave della
lues che seguirà. Il racconto presenta dunque una sequen-
zialità logica e cronologica, in accordo con la sistematici-
tà e la razionalità tipiche della costruzione dittiana. Nella
maggior parte delle altre trattazioni del mito, all’opposto,
il lettore non conosce la causa (qui, come vedremo, della
peste) che trattiene gli Achei in Aulide prima che Calcante
dia il proprio vaticinio.
Il solo Proclo, nell’argumentum che sintetizza questo
episodio così come veniva narrato nei Kýpria (EGF p.
32, ll. 55-63 = Chrest. pp. 77-85 Seve.), mostra una se-
quenza simile (ma contenutisticamente sensibilmente di-
versa):ȱ Θϲȱ ΈΉϾΘΉΕΓΑȱ ωΌΕΓ΍ΗΐνΑΓΙȱ ΘΓІȱ ΗΘϱΏΓΙȱ πΑȱ ̄ЁΏϟΈ΍ȱ
в̄·΅ΐνΐΑΝΑȱ πΔϠȱ Ό΋ΕЗΑȱ Ά΅ΏАΑȱ σΏ΅ΚΓΑȱ ЀΔΉΕΆΣΏΏΉ΍Αȱ
σΚ΋ΗΉȱΎ΅ϠȱΘχΑȱ̡ΕΘΉΐ΍Αǯ
Sorprendente quanto i cronografi bizantini omettano
questo particolare fondamentale del mito. Se Malala non
accenna affatto al colpevole atto di Agamennone, impu-
tando l’impossibilità di salpare esclusivamente ad una
tempesta sopraggiunta ex abrupto, per placare la quale
Calcante vaticina, senza ulteriori spiegazioni, la necessi-
88 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

tà di sacrificare la figlia del comandante, Cedreno inse-


risce in maniera quasi avventizia questo elemento come
spiegazione secondaria e marginale di “alcuni”:ȱ Γϡȱ Έξȱ ΓЁȱ
Έ΍Τȱ ΘϲΑȱ ΛΉ΍ΐЗΑ΅ȱ ΘΓІΘϱȱ Κ΅Η΍ȱ ΗΙΐΆϛΑ΅΍ǰȱ ΦΏΏΤȱ Έ΍Τȱ Θϲȱ
΅Ϩ·΅ȱ ΐΉ·ϟΗΘ΋Αȱ Δ΅ΕΤȱ Θϲȱ ϡΉΕϲΑȱ ΘϛΖȱ ̝ΕΘνΐ΍ΈΓΖȱ ΘΓΒΉІΗ΅΍ȱ
Ύ΅Ϡȱ ΦΑΉΏΉϧΑȱ ΘϲΑȱ ̝·΅ΐνΐΑΓΑ΅ǰȱ Ύ΅Ϡȱ πΔϠȱ ΘΓϾΘУȱ ΐκΏΏΓΑȱ
ΏΓ΍ΐ΍ΎχΑȱ ΑϱΗΓΑȱ ·ΉΑνΗΌ΅΍ǯȱ Ci si potrebbe chiedere se il
fatto che i bizantini sorvolino su questo aspetto celi una
precisa finalità narrativa, poiché in concreto produce l’im-
mediata conseguenza di oscurare la luce negativa in cui
viene proiettato, con esso, il personaggio di Agamennone.
Tuttavia, appare più sensato pensare, data la notevole sin-
tesi che caratterizza i cronografi rispetto a Settimio in que-
sta sezione, che ciò sia stato dettato dall’esigenza di tra-
scurare una certa dose di particolari. I bizantini avranno
probabilmente scelto di includere gli snodi fondamentali
della vicenda tralasciando quanto, nella loro prospettiva,
avesse un peso minore: un atto di hýbris, come si configu-
ra nella maggior parte delle fonti, aveva forse, per il loro
retaggio culturale, uno scarso valore e poteva dunque, a
buon diritto, essere omesso senza forti ripercussioni sulla
coerenza narrativa del brano.
Proprio in virtù di questa omissione, non risulta per-
tanto semplice capire se questa scena fosse contemplata
nell’Ephemeris greca, ma considerando la aderenza par-
ticolare di Settimio al testo greco per ciò che concerne la
tessitura narrativa, tanto più in questa primissima parte
dell’opera, sembra si possa comunque ipotizzare che la se-
quenza avesse un analogo svolgimento anche in Ditti.
L’atmosfera che regna tra le schiere achee è quella di
impazienza, festinatio, di salpare alla volta di Troia, un’im-
pazienza che farà emergere, per converso, con maggiore
forza la frustrazione dell’esercito che domina la scena suc-
INTRODUZIONE 89

cessiva. L’inquietudine degli Argivi è un tratto che ben


focalizzava Ennio, come ci attesta uno dei frammenti più
estesi della sua Ifigenia (fr. 200 Jocelyn) tràdito da Gellio
(19,10,12): il coro formato da soldati78 lamenta il lungo
periodo di inattività
neque domi nunc nos nec militiae sumus / imus huc,
hinc illuc; quom illuc ventum est, ire illinc lubet.
Di Agamennone si precisa la carica di comandante su-
premo dell’esercito (quem a cunctis regem omnium decla-
ratum supra docuimus), un ruolo che perderà a causa della
propria renitenza al sacrificio, e che riacquisterà solo nel
momento in cui gli Achei, che pure lo rispettavano non
diversamente da un genitore (optimum consultorem sui
non secus quam parentem miles omnis percolebat), si saran-
no assicurati che i suoi sentimenti paterni non siano più
d’intralcio agli interessi della spedizione che, in quanto co-
mandante, ha il compito di curare e preporre ad ogni cosa
(1,23). Agamennone è stato nominato pubblicamente e
‘democraticamente’ rector omnium al capitolo sedicesimo,
con una modalità di votazione dal sapore realistico (con la
quale tuttavia non sembrano esservi riscontri nei testi anti-
chi): ciascun soldato era chiamato ad indicare su tavolette
un nome a sua scelta e ne risultava vincitore Agamennone
consensu omnium. Questa scelta assolutamente concorde
dell’esercito acheo, ribadita anche in questa pericope da a
cunctis, viene effettuata su parametri diversi dal valore mi-
litare, ma orientati per lo più in senso economico-politico:
ancora al capitolo sedicesimo, difatti, Settimio commenta
l’elezione di Agamennone giudicandola meritata, per il
78
Una delle maggiori innovazioni rispetto all’Ifigenia in Aulide, a
cui il dramma pare ispirato, ove, come si ricorderà, il coro era formato
da fanciulle di Calcide.
90 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

fatto che la guerra si muoveva per conto degli interessi di


Menelao e propter magnam opum vim, che gli aveva gua-
dagnato la massima considerazione al di sopra degli altri
re greci. Si tratta certamente di un tratto, questo, di rea-
lismo e pragmatismo militare e politico, eppure non del
tutto estraneo alla tradizione precedente: si pensi alle ana-
loghe conclusioni sulla potenza di Agamennone in Tucidi-
de (1,9,3-4): lo storiografo ateniese attribuisce all’Atride
un dominio esteso su isole e città, sulla scorta di un noto
passo del secondo libro dell’Iliade (2,101-109), e proprio
in virtù di tale dominio egli sarebbe stato in grado di ra-
dunare l’esercito acheo, al quale avrebbe ispirato terrore79.
Le dinamiche di attribuzione e, soprattutto in questo
passo, di sottrazione e restituzione della carica di coman-
dante sono un particolare che accomuna in maniera preci-
pua la trattazione dittiano-settimiana con quelle di Malala
e Cedreno. Viceversa nelle altre fonti questo particolare
tratto, se vogliamo, di impronta squisitamente milita-
re non sembra si possa reperire. Una divergenza si nota
tuttavia tra Settimio e Malala: in quest’ultimo difatti, la
proclamazione di Agamennone sembra avvenire solo al
termine di questa sezione dedicata ad Ifigenia e non pri-
ma:ȱΎ΅ϠȱΏΓ΍ΔϲΑȱΦΑ΋·ΓΕΉϾΌ΋ȱΆ΅Η΍ΏΉϿΖȱπΎΉϧȱπΔϠȱΔΣΑΘΝΑȱϳȱ
в̄·΅ΐνΐΑΝΑȱπΎȱΘΓІȱπΒΔΉΈϟΘΓΙ. Ciò comporta certamente
l’assenza di una ‘macchia’ sull’immagine di questo perso-
naggio che, come si vedrà, in Settimio non risulta sempre
così nitida.
L’uccisione dell’animale viene qui presentata come
evento fortuito e casuale, non all’interno di una battuta di
caccia organizzata:

79
Evidenzia il riferimento economico-pragmatico tucidideo già
Hornblower 1991, 31-33.
INTRODUZIONE 91

longius paulo ab exercitu progressus (scil. Agamem-


non), forte conspicit circa lucum Dianae pascentem
capream etc.
Gli avverbi sottolineano l’accidentalità della circostan-
za, che non appare tale, viceversa, ad esempio in Proclo,
Apollodoro e Igino, ove si sottolinea che l’uccisione dell’a-
nimale ha avuto luogo all’interno di una battuta di cac-
cia (rispettivamente:ȱπΔϠȱΌ΋ΕЗΑ in Proclo,ȱΎ΅ΘΣȱΌχΕ΅Α in
Apollodoro, in venando in Igino, cum venatur in Servio).
Si tratta di un elemento che contribuisce a connotare come
‘preterintenzionale’ l’atto da parte di Agamennone80. Una
sfumatura che appare in qualche modo analoga a quanto
si legge nella rievocazione che della vicenda fa l’Elettra so-
foclea (v. 567): Agamennone, infatti, si allontana momen-
taneamente dall’accampamento ΌΉκΖȦȱΔ΅ϟΊΝΑȱΎ΅ΘвΩΏΗΓΖǯȱ
L’animale che l’eroe iaculo transfigit è da Settimio in-
dicato come caprea. Il significato di questo termine non
è assolutamente scontato o banale e oscilla tra quello di
“capra selvatica” e di “capriola”81, ma nei glossari risulta
essere traduzione diȱΈΓΕΎΣΖ.
Le fonti, d’altro canto, ci restituiscono due varianti che
ben si accordano l’una proprio al significato di “capra”,
l’altra a quello di “capriola”, dunque “cerva”.
80
Sembra risuonare in questa scena dittiana l’eco delle considera-
zioni aristoteliche sul concetto diȱΥΐ΅ΕΘϟ΅ȱproprio dei protagonisti dei
‘migliori drammi’ (poet. 1453a) e in generale dell’uomo (E.N. 1135b).
81
In Varrone (ling. 5,101): caprea a similitudine quadam caprae, ma
nelle numerose occorrenze pliniane sembra sia accostata per lo più
alla capriola poiché ricorre spesso in binomio con cervus/i (8,228,06;
10,191,01; 11,124,01; 11,191,04; 11,222,03; 29,067,08). L’assimilazio-
ne con il capriolo sembra sia suggerita in maniera particolare anche
dall’aggettivo che accompagna il termine in Virgilio (Aen. 10,725,
fugax) e da Orazio (epod. 12,26), ove è un paragone antonomastico:
“come l’agnello teme il lupo capreaeque leones”.
92 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

Il passo più antico per tradizione diretta è quello


dell’Elettra sofoclea (vv 564-69): il drammaturgo si soffer-
ma sul particolare descrivendo persino il manto screziato
della cerva (ΗΘ΍ΎΘϲΑȱΎΉΕΣΗΘ΋ΑȱσΏ΅ΚΓΑ). Nel riassunto dei
Kýpria Proclo riferisce che Agamennone avrebbe colpito
una cerva (Ά΅ΏАΑȱ τΏ΅ΚΓΑ). Apollodoro, dà due diverse
interpretazioni dell’ira di Artemide: secondo alcuni pro-
prio l’uccisione di una cerva (σΏ΅ΚΓΑ) durante una bat-
tuta di caccia ad Icario, alla quale aveva aggiunto un’e-
spressione dispregiativa alla dea, secondo altri il mancato
sacrificio, da parte del padre Atreo, dell’“agnella d’oro”,
l’animale nato tra le sue greggi che egli aveva promesso di
sacrificare alla dea ma che invece tiene per sé custoden-
dolo in un’urna. In Igino l’ira di Diana trattiene le truppe
in Aulide quod Agamemnon in venando cervam eius viola-
vit superbiusque in Dianam est locutus. In Servio infine (in
Aen. 2,116), si parla di una cerva sacra alla dea: Agamem-
non Dianae cervam cum venatur occidit ignarus.
Sul fronte opposto, troviamo la testimonianza di una
enigmatica figura di erudito alessandrino, Tolomeo Chen-
no, che, all’alba del II sec. d.C., nella suaȱΎ΅΍ΑχȱϡΗΘΓΕϟ΅ȱ
epitomata da Fozio (cod. 190 ed. Budé), collage mitogra-
fico sospettato di para-erudizione, laddove riferisce che al
comando dell’esercito acheo vi sarebbe stato Palamede in
luogo di Agamennone, dà come motivazione proprio l’o-
micidio, da parte di costui, di unaȱ΅ϩ·΅ȱΦ·Εϟ΅Αȱ(p. 150b).
Lo schol. ad Hom. Il. 1,108-110 (F 23 (I) Bernabé) parla
dell’uccisione della “sacra capra allevata nel bosco sacro
di Artemide”:ȱ ΘχΑȱ ϡΉΕΤΑȱ ΅Ϩ·΅ȱ ΘχΑȱ ΘΕΉΚΓΐνΑ΋Αȱ πΑȱ ΘХȱ
ΩΏΗΉ΍ȱ΅ЁΘϛΖ (cfr. Settimio: circa lucum Dianae). Come si è
già accennato, tra i bizantini il solo Cedreno riporta in ma-
niera cursoria e, attribuendolo ad un generico ΓϡȱΈν, que-
sto particolare e, come si è visto, l’animale menzionato è
INTRODUZIONE 93

una capra, per di più di grandi dimensioni,ȱ΅ϩ·΅ȱΐΉ·ϟΗΘ΋Α


(forse perché selvatica e dunque una caprea?).
In conclusione sembra si possa inferire che la versio-
ne più antica del mito, attestata nei ̍ýpria (per il tramite
di Proclo), in Sofocle, nei mitografi (che, come si sa, si
accostano al mito con un intento più documentario che
non mitopoietico) e in Servio, sia quella che attribuisce
ad Agamennone l’uccisione di una cerva. La diffusione di
questa variante è confermata anche da un’evidenza icono-
grafica: un affresco pompeiano (Pompei VI 15,1), la sola
rappresentazione conservata per questo segmento miti-
co82, raffigura proprio Agamennone, con la spada sguaina-
ta, nell’atto di uccidere quella che appare indubbiamente
una cerva. A partire da un certo periodo si sarebbe diffusa
una variante alternativa, quella della capra, la cui più anti-
ca testimonianza è data da Tolomeo Chenno, seguito dallo
scolio iliadico, e dal Cedreno. Questi ultimi si rifanno evi-
dentemente a Ditti: fatto noto per il Cedreno e dichiarato
per lo scoliasta che parla dell’episodio come narrato dai
ΑΉЏΘΉΕΓ΍ (tecnicamente gli autori da Callimaco in poi)
e (appunto) da Ditti: πΑΘΉІΌΉΑȱ Γϡȱ ΑΉЏΘΉΕΓ΍ȱ ϳΕΐ΋ΌνΑΘΉΖȱ
ϡΗΘΓΕΓІΗ΍Αȱ ϵΘ΍ȱ ΎΘΏǯȱ e ancora: ψȱ ϡΗΘΓΕϟ΅ȱ Δ΅ΕΤȱ ΔΓΏΏΓϧΖȱ
ΘЗΑȱΑΉΝΘνΕΝΑȱΎ΅ϠȱΔ΅ΕΤȱ̇ϟΎΘΙϞȱΘХȱ·ΕΣΜ΅ΑΘ΍ȱΘΤȱ̖ΕΝϞΎΣ.
In Ditti si parlava dunque di una ĮϥΒ? È possibile, ma è
altresì possibile che lo scoliasta e Cedreno leggessero il
Cretese per il tramite della traduzione di Settimio, ove il
termine latino caprea, di significato ambivalente, data l’as-
sonanza con il più noto capra, certamente più familiare ad
un greco, abbia indotto in confusione.
Resterebbe tuttavia escluso da questo quadro Tolomeo
Chenno, la cui testimonianza fa invece propendere per la

82
Vedi Touchefeu- Krauskopf 1981, 262.
94 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

diffusione in questa tradizione para-omerica (si ricordi che


il Chenno è noto per il poema Antiomero), in cui anche
Ditti si inscrive, di una variante che sostituisce peraltro ad
un animale nobile come la cerva uno che nell’immaginario
collettivo e popolare era ritenuto intemperante e ‘pazzo’83.
In Settimio, unica motivazione (in base a questa sezione
iniziale) a destare l’ira divina, risulta essere l’abbattimento
‘ingenuo’, come si vedrà, da parte di Agamennone di una
capra selvatica/capriola che, trovandosi nel lucus sacro a
Diana, era animale consacrato alla dea.
L’Atride è difatti descritto come imprudens religionis:
l’aggettivo è certamente da intendere come “mancante di
prudentia”, di avvedutezza, di cautela. In definitiva non
sembra si possa inferire che il comportamento di Aga-
mennone derivi da una hýbris deliberata, dalla precisa vo-
lontà di trasgredire un monito divino noto, ma piuttosto
da un’imprudenza appunto, quella di chi non ha valutato
attentamente le conseguenze del proprio agire. In que-
sto senso ben si accorda al commento di Servio (ad Aen.
2,116), che lo giudica ignarus (vedi supra). Non concor-
da del tutto con questa interpretazione il Merkle (1988,
154-56), il quale ravvisa in Agamennone il protagonista
dell’intera sezione, che si configurerebbe come una sorta
di ‘parabola tragica’ dell’eroe, articolata in tre momenti:
empietà, oracolo, destituzione dal comando. La tradizio-
ne, del resto, conferisce grande rilevanza all’hamartìa, per
seguire l’imprinting tragico di Merkle, dell’Atride. Nelle
fonti greche e latine, difatti, vi sono due elementi, che si
83
Per questa credenza si vedano Varr. r. r. 2,3,5; Plinio 8,202 (Ar-
chelaus) = 28, 153; Geop. 18,9-5. Per la disamina di questa credenza
e per un’indagine a tutto campo sul patrimonio folklorico antico in
prospettiva comparata con quello del Meridione italiano, si veda ora
Lelli 2014.
INTRODUZIONE 95

combinano tra di loro e si intrecciano in diversi modi, a far


scaturire l’ira della dea: l’uccisione di un animale (sacro o
meno) e un classico achreios logos, con cui Agamennone
si sarebbe vantato di tale uccisione a dispetto di Artemide
oppure avrebbe provocato la divinità.
Nei Kýpria, stando alla testimonianza di Proclo (Ch-
rest. 80 Seve.), Agamennone, colpita la cerva durante una
battuta di caccia (cfr. supra), avrebbe detto di “superare
anche Artemide”:ȱ ЀΔΉΕΆΣΏΏΉ΍Αȱ σΚ΋ΗΉȱ Ύ΅Ϡȱ ΘχΑȱ ӣΕΘΉȬ
ΐ΍Α. Nell’Elettra sofloclea, dopo aver abbattuto l’animale
nel sacro bosco della dea “pronunciò parole di vanto”
(vv. 564-69) (πΎΎΓΐΔΣΗ΅ΖȱσΔΓΖȱΘ΍ȱΘΙ·ΛΣΑΉ΍ȱΆ΅ΏЏΑ). In
Apollodoro il vanto di Agamennone sembra il solo moto-
re dell’ira della dea: πΔΉϠȱΎ΅ΘΤȱΌφΕ΅ΑȱπΑȱэ̌Ύ΅ΕϟУȱΆ΅ΏАΑȱ
σΏ΅ΚΓΑȱ ΉϨΔΉΑȱ ΓЁȱ ΈϾΑ΅ΗΌ΅΍ȱ ΗΝΘ΋Εϟ΅Ζȱ ΅ЁΘχΑȱ ΘΙΛΉϧΑȱ
ΓЁΈвв̄ΕΘνΐ΍ΈΓΖȱΌΉΏΓϾΗ΋Ζ, “dopo aver colpito una cerva
durante una battuta di caccia a Icaria, disse che neppu-
re Artemide, se avesse voluto, avrebbe potuto salvarla”.
Nello scolio iliadico invece, i due motivi si sommano, con
la già citata variante della capra:ȱΈ΍ΤȱΘϲȱΚΓΑΉІΗ΅΍ȱ΅ЁΘϲΑȱ
ΘχΑȱϡΉΕΤΑȱ΅Ϩ·΅ȱΘχΑȱΘΕΉΚΓΐνΑ΋ΑȱπΑȱΘХȱΩΏΗΉ΍ȱ΅ЁΘϛΖȱΎ΅Ϡȱ
ΔΕϲΖȱ ΘΓϾΘУȱ Ύ΅ΙΛ΋ΗΣΐΉΑΓΑȱ ΉϢΔΉϧΑȱ ϵΘ΍ȱ ΓЁΈξȱ ψȱ ӣΕΘΉΐ΍Ζȱ
ΓЂΘΝΖȱ ΪΑȱ πΘϱΒΉΙΉ, “perché aveva ucciso la sacra capra
allevata nel sacro bosco della dea e oltre a ciò si era van-
tato che neanche Artemide l’avrebbe colpita in questo
modo”. In Tolomeo Chenno troviamo la sola uccisione
della capra, di cui si è già detto. In Igino il motivo dell’uc-
cisione dell’animale sacro alla dea si combina con quello
della superbia: quod Agamemnon in venando cervam eius
violavit superbiusque in Dianam est locutus. In Servio,
Agamennone colpisce, come si è detto, ignarus, la cer-
va di Diana, per cui e contrario scompare il motivo della
hýbris e anzi si esalta quello della inscitia. Malala (vedi su-
96 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

pra), omette in toto questo elemento, mentre il Cedreno,


che, come si ricorderà, lo inserisce come spiegazione al-
ternativa, di pochi, calca sull’abbattimento dell’animale,
in questo caso la capra, vicino ad una zona sacra ad Arte-
mide, con un infinito sostantivato che ricorda la pericope
dello scolio iliadico:ȱΈ΍ΤȱΘϲȱ΅Ϩ·΅ȱΐΉ·ϟΗΘ΋ΑȱΔ΅ΕΤȱΘϲȱϡΉΕϲΑȱ
ΘϛΖȱ̝ΕΘνΐ΍ΈΓΖȱΘΓΒΉІΗ΅΍ȱΎ΅ϠȱΦΑΉΏΉϧΑȱΘϲΑȱ̝·΅ΐνΐΑΓΑ΅.
Si segnala la vaghezza al riguardo dell’Agamennone eschi-
leo (vv. 201-202) e delle Ifigenie euripidee (IT. 20-21; IA.
89-91).
In definitiva nelle fonti sembra ben attestato l’aspetto
della superbia e del vanto di Agamennone, che in Setti-
mio, a giudicare da questa prima sequenza, non trova spa-
zio, a confermare, in linea con quello che sembra essere
il significato più calzante di imprudens, la sostanziale in-
volontarietà del gesto e a dare una prima pennellata che,
accostandosi ad altre all’interno dell’episodio, comporrà il
ritratto dell’Atride ‘padre pietoso’.
La seconda sequenza presenta le immediate conse-
guenze del gesto di Agamennone: Neque multo post ira-
ne caelesti an ob mutationem aeris corporibus pertemptatis
lues invadit. Atque interim in dies magis magisque saeviens
multa milia fatigare et promiscue per pecora atque exerci-
tum grassari. Prorsus nullus funeri modus neque requies; uti
quidque malo obvium fuerat, vastabatur.
Le primissime parole di questa sezione rappresentano
una sorta di aprosdòketon per il lettore, che dopo esse-
re stato indotto a considerare causa certa della lues così
vividamente descritta l’uccisione della caprea da parte di
Agamennone, apprende, accanto alla spiegazione tradizio-
nale – e irrazionale – (ira deae), anche una motivazione ‘fi-
siologica’ e che presuppone una prospettiva razionalistica
(ob mutationem aeris). Si tratta di un procedimento che
INTRODUZIONE 97

l’autore mette in campo anche altrove. In 2,30, sezione


dedicata al racconto delle vicende che occupano il primo
libro dell’Iliade, alla vigilia dell’altra ben più nota pesti-
lenza, Settimio accosta alla motivazione tradizionale dell’i-
ra di Apollo, sulla quale tuttavia tutti sembrano concordi
(uti omnibus videbatur), la possibilità che esistesse un’altra
non ben circoscrivibile spiegazione: incertum alione casu
an, uti omnibus videbatur, ira Apollinis morbus gravissimus
exercitum invadit etc.84
Le pericopi appaiono del tutto simili sintatticamente
(due disgiuntive) e in entrambi i casi si dà maggior rile-
vanza alla spiegazione tradizionale e irrazionale: in 1,19
mettendola in prima posizione e legandola alla spiegazio-
ne di fatto già fornita nella sequenza precedente; in 2,30
inserendo la precisazione uti omnibus videbatur. Eppure
Settimio non rinuncia ad inserire un dubbio di matrice
razionalistica, in linea con la sua vocazione alla concretez-
za e al razionalismo. Timpanaro (1987,174) intravede in
questa scelta una sorta di lusus con il lettore, che ben sa,
nonostante la motivazione venga presentata come incerta,
che essa risiede nell’ira della divinità e la vedrà di fatto
confermata dal resto del racconto.
Dal punto di vista mitico l’intera sequenza introduce
nel mitema di Ifigenia una variante di peso, che presenta
rarissimi confronti: il motivo della pestilenza, appunto. La
maggior parte della tradizione parla diȱΩΔΏΓ΍΅, “impossi-
bilità di navigare” dovuta a venti contrari o ad una tem-
pesta. Così nei Kýpria epitomati da Proclo: μ΋ΑϟΗ΅Η΅ȱΈξȱψȱ
ΌΉϲΖȱπΔνΗΛΉΑȱ΅ЁΘΓϿΖȱΘΓІȱΔΏΓІȱΛΉ΍ΐЗΑ΅ΖȱπΔ΍ΔνΐΔΓΙΗ΅,

84
Vedi anche, più avanti, 3,15, a proposito di Pentesilea quae regi-
na Amazonibus incertum pretio an bellandi cupidine auxiliatum Priamo
adventaverat.
98 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

“la dea infuriata li trattenne dalla navigazione inviando


tempeste”. Lo scolio omerico più volte citato parla pa-
rimenti di ΩΔΏΓ΍΅. Per questa sezione si dispone anche
della celeberrimaȱ ΔΣΕΓΈΓΖȱ dell’Agamennone, in cui il
coro si dilunga nella descrizione dei venti sfavorevoli che
si associano ad una tempesta (vv. 192-197): ΔΑΓ΅ϠȱΈȝΦΔϲȱ
̕ΘΕΙΐϱΑΓΖȱΐΓΏΓІΗ΅΍ȱȦȱΎ΅ΎϱΗΛΓΏΓ΍ǰȱΑφΗΘ΍ΈΉΖǰȱΈϾΗΓΕΐΓ΍ǰȱ
Ȧȱ ΆΕΓΘЗΑȱ ΩΏ΅΍ȱ Ȧȱ Α΅ЗΑȱ ΘΉȱ Ύ΅Ϡȱ ΔΉ΍ΗΐΣΘΝΑȱ ΦΚΉΈΉϧΖǰȱ Ȧȱ
Δ΅Ώ΍ΐΐφΎ΋ȱ ΛΕϱΑΓΑȱ Θ΍ΌΉϧΗ΅΍ȱ Ȧȱ ΘΕϟΆУȱ Ύ΅ΘνΒ΅΍ΑΓΑȱ ΩΑΌΓΖȱ
в̄Ε·ΉϟȬȦΝΑȱ “i venti provenienti dallo Strimone, causa di
cattivo indugio, fame, sosta forzata e sbandamento d’uo-
mini, distruzioni di navi e gomene, allungando il tempo,
disseccavano, logorandolo, il fiore degli Argivi”. Come
si noterà, la descrizione così vivida e pregnante di Eschi-
lo può essere quasi assimilata a quella di una pestilenza
che strazia, mettendoli a dura prova, i corpi degli Achei;
unaȱ ΩΔΏΓ΍΅ la sua, che assume quasi i connotati di una
lues e che difatti pochi versi prima (v. 188), è definita, con
uno degli arditi composti neologismi eschilei,ȱ ΎΉΑ΅··φΖȱ
letteralmente “che svuota lo stomaco”85. In Malala è di
nuovo unȱΛΉ΍ΐЏΑȱ ad essere d’ostacolo agli Argivi. Cedre-
no invece, pur attribuendo, come si è detto, la versione
dell’abbattimento dell’animale e dell’ira della dèa solo ad
“alcuni”, accenna ad unaȱ ΏΓ΍ΐ΍Ύχȱ ΑϱΗΓΖȱ che ne sarebbe
conseguita. Si tratta di un tratto che sancisce una significa-
tiva distanza tra Settimio e Malala su un particolare estre-
mamente distintivo e avvicina d’altro canto la trattazione
del nostro autore a quella di Cedreno. Dalla concordanza
dei due autori sembra dunque si possa dedurre che questa
fosse la versione di Ditti, anche in base alla estrema sinte-

85
Fraenkel 1950,115 sintetizza il dibattito sul valore, discusso, di
questo aggettivo.
INTRODUZIONE 99

ticità che si è detto contraddistinguere Malala in questo


episodio. Ulteriore testimone di questa variante, tuttavia,
si rammenti, successivo, è Servio, che accanto alla scom-
parsa dei venti per opera della dèa, accenna anche ad una
pestilenza: quam ob rem dea irata flatus ventorum, qui ad
Troiam ducebant, removit. Quam ob rem cum nec navigare
possent, et pestilentiam sustinerent.
Il motivo della pestilenza che si abbatte sull’esercito ri-
chiama alla mente inanzitutto l’analoga piaga che flagella
l’esercito acheo all’incipit dell’Iliade e che nell’Ephemeris
viene narrata nel già citato capitolo 30 del secondo libro.
Se la peste in Omero viene descritta metaforicamente, at-
traverso i dardi scagliati da Apollo che colpiscono dappri-
ma il bestiame e poi gli uomini (Il. 1,43-52), in Settimio
(e presumibilmente anche in Ditti), il motivo dell’anda-
mento del contagio che dagli animali si diffonde agli esseri
umani viene conservato, ma in generale la descrizione del
morbo presenta tratti più realistici e numerose affinità, a
ben vedere, con la analoga sequenza di Ifigenia:
– 1,19: Neque multo post irane caelesti an ob muta-
tionem aeris corporibus pertemptatis lues invadit.
Atque interim in dies magis magisque saeviens mul-
ta milia fatigare et promiscue per pecora atque exer-
citum grassari. Prorsus nullus funeri modus neque
requies; uti quidque malo obvium fuerat, vastabatur.
– 2,30: Neque multi fluxerant dies incertum alione
casu an, uti omnibus videbatur, ira Apollinis mor-
bus gravissimus exercitum invadit principio gras-
sandi facto a pecoribus, dein malo paulatim magis
magisque ingravescente per homines dispergitur.
Tum vero vis magna mortalium corporibus fatigatis
pestifera aegritudine infando ad postremum exitio
interibat.
100 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

Ad un serrato confronto lessicale, non poche, tanto più


in una modesta porzione testuale, appaiono le affinità: se
della disgiuntiva iniziale si è già riferito (vedi supra), da
notare ancora l’utilizzo in entrambi i casi dei verbi invado
e grassor, della locuzione magis magisque, del motivo della
diffusione anche al bestiame, che in 1,19 è unito promiscue
con l’esercito e in 2,30, più similmente all’Iliade, è il punto
di partenza del contagio. Si noti l’analogia, tra corporibus
pertemptatis e corporibus fatigatis. La movenza stessa con
cui esordiscono i due passi è analoga, litotica e contenu-
tisticamente sovrapponibile: neque multo post in 1,20; ne-
que multi fluxerant dies in 2,30. Affine, in conclusione, la
descrizione dell’inasprirsi del morbo: in 1,19 in dies magis
magisque saviens; in 2,30 dein malo paulatim magis magi-
sque ingravescente.
Sembra dunque indubitabile che i due brani siano in
Settimio l’uno il ricordo dell’altro, suggerito all’autore
dall’analogo contesto: un morbo che colpisce l’esercito
inibendo le operazioni militari.
La sequenza successiva introduce altri dettagli innova-
tivi nel mitema in questione: viene qui presentato il motivo
tradizionale della consultazione della divinità attraverso la
mediazione di un indovino. Il vate degli Achei per eccel-
lenza è, nella tradizione omerica, Calcante. In linea con
questa tradizione tutte le altre fonti che si occupano del
mito di Ifigenia fanno fronte compatto su questo dettaglio
e attribuiscono la profezia del sacrificio proprio al figlio
di Testore. In Settimio, viceversa, il profeta acheo viene
sostituito da una mulier deo plena. Si tratta di un elemen-
to assolutamente originale, che non ha paralleli, eccezion
fatta per il Cedreno (che difatti abbiamo detto essere il
più vicino a Settimio in questo episodio). Nel cronografo
tuttavia, la scena mostra un’articolazione diversa: dappri-
INTRODUZIONE 101

ma Calcante vaticina la necessità del sacrificio di Ifigenia;


Agamennone si rifiuta; a questo punto interviene una don-
na, che èȱΗΙΑУΈΤȱΔΕΓΚ΋ΘΉϾΓΙΗ΅ȱcon Calcante e ribadisce
l’esigenza assoluta di questa immolazione, condicio sine
qua non per stornare la tempesta.
In generale, tra due autori che si pensa abbiano attinto
ad un modello comune, quello che mostra una maggiore
densità del tessuto narrativo e una maggiore articolazione,
si considera depositario della versione più vicina al mo-
dello in questione; certamente Cedreno è più ricco di par-
ticolari per questa sequenza che scandisce in due diverse
fasi, costituendo una sorta di trait d’union tra Settimio,
in cui compare solo la mulier, e il resto della tradizione,
ove appare solo Calcante: nel Compendium del bizantino
entrambi i personaggi trovano posto. L’effetto che si pro-
duce è quello di un rafforzamento dell’ineluttabilità del
sacrificio da un lato, e dall’altro di enfasi sull’immagine di
Agamennone come ‘padre pietoso’.
Si può dunque a buon diritto ritenere che in Ditti tro-
vassero collocazione entrambe le figure e che Settimio
abbia preferito inserire solo quella che, come sembra dal
Cedreno, risulta essere risolutiva ai fini della scelta di sa-
crificare la fanciulla da parte dell’esercito, ma non, come
si vedrà, di Agamennone.
Merkle (1988,155) sostiene che la sostituzione abbia il
precipuo scopo di attribuire ad un estraneo la ‘responsa-
bilità’ degli eventi e ‘assolvere’ Calcante, considerando an-
che il fatto che la profezia non risulterà del tutto veritiera,
mentre un forte connotato del vate è appunto l’attendibili-
tà. Questa osservazione non sembra tener conto che anche
nella tradizione omerica, e anzi tanto più in questa, Cal-
cante incarnava per antonomasia l’affidabilità, e, inoltre,
come si è detto, Ditti presumibilmente includeva entrambi
102 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

i personaggi. Sembra dunque opportuno ricercare altrove


le motivazioni di questa scelta, che in ogni caso appaiono
piuttosto oscure; indubbiamente questa mulier deo plena
non può non riportare alla mente certe figure di ‘magare
ellenistiche’, che al pubblico di Ditti non dovevano sem-
brare così distanti.86
La profezia della donna viene riportata in maniera obli-
qua, attraverso delle infinitive che hanno per soggetto la
stessa Diana: eam namque ob necem capreae... sacrilegii
poenam ab exercitu expetere, nec leniri..., alternate ad una
relativa qua maxime laetabatur e ad una temporale priu-
squam auctor tanti sceleris filiam natu maximam vicariam
victimam immolavisset.
Sembra che il registro stilistico si elevi ed acquisti so-
lennità, in combinazione con una veste retoricamente più
curata: si sottolinea l’espressione auctor tanti sceleris, che
sostituisce in Cedreno e in Malala la semplice ripetizio-
ne del nome “Agamennone”, e che si distingue per una
particolare aulicità, tanto più in un autore genericamente
poco incline alle forme ricercate; si osservano inoltre ben
due allitterazioni: exercitu expetere e vicariam victimam,
quest’ultima iunctura implicata ulteriormente con maxi-
mam in un triplice omoteleuto.
Si tratta di un registro che ben si addice ad un vatici-
nio: la donna è ispirata dalla divinità ed è dunque solo un
medium tramite il quale il dio si esprime, ovviamente in
uno tono comprensibilmente elevato. L’innalzamento sti-
listico induce a riflettere sulle doti tecniche di Settimio,
che sceglie scientemente un registro medio probabilmente

86
Si pensi già agliȱΦ·ϾΕΘ΅΍ȱΎ΅ϠȱΐΣΑΘΉ΍Ζȱ‘di strada’, menzionati sin
da Platone (res. 364c) o alla Simeta delle Incantatrici teocritee e al
Pellegrino del (coevo) omonimo dialogo lucianeo.
INTRODUZIONE 103

accordandosi al proprio modello greco, ma non è incapa-


ce di sfoderare una certa abilità allorché la situazione lo
richieda.
Che in questa sezione Settimio abbia compendiato
l’intero discorso della donna riportato da Ditti in forma
diretta? È di certo una possibilità, che tuttavia non trova
conferme o sostegno nei bizantini.
Sia Settimio che Cedreno indicano colei che dovrà es-
sere immolata come la primogenita di Agamennone: filiam
natu maximam; ΘχΑȱΔΕЏΘ΋Αȱ̝·΅ΐνΐΑΓΑΓΖȱΌΙ·΅ΘνΕ΅. Si
tratta di un particolare che non trova riscontri nella tradi-
zione precedente se non in Lucrezio (1,93-94), nell’ambito
di un’espressione estremamente patetica ove sembra anzi
funzionalizzato a marcare ulteriormente la drammaticità
di cui è pregna la scena: nec miserae prodesse in tali tempo-
re quibat / quod patrio princeps donarat nomine regem, “né
alla misera poteva essere d’aiuto in quel momento aver do-
nato per prima al re il nome di padre”.
Nelle precedenti trattazioni del mito la primogenitu-
ra non veniva evocata e si parlava semplicemente di “sua
figlia Ifigenia”, (come nello scolio iliadico, in Proclo, in
Igino), oppure della più bella tra le figlie dell’Atride. Così,
nel prologo dell’Ifigenia in Tauride euripidea (vv. 20-21).
Anche tra i mitografi Apollodoro si allinea con il motivo
della ‘più bella’: tra le figlie di Agamennone deve essere
sacrificata ψȱΎΕ΅Θ΍ΗΘΉϾΓΙΗ΅ȱΎΣΏΏΉ΍. In Settimio e in Ce-
dreno, ancora una volta abbinati in un tratto innovativo,
questo motivo tradizionale, estetico e soggetivo, viene so-
stituito da un criterio oggettivo e razionale, quello della
maggiore, che ben si attaglia al contesto in cui, come si
vedrà, il patetismo e la soggettività non trovano sfogo.
La quarta sequenza illustra le reazione dell’esercito e di
Agamennone e la sua conseguente destituzione dal comando.
104 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

Il brano si apre con la diffusione all’intero esercito


del vaticinio, dapprima rivelato esclusivamente ai capi
preoccupati per l’aggravarsi del morbo (sollicitis ducibus
nella sequenza precedente). Merkle (1988,156) individua
nell’incipit un’espressione di ascendenza virgiliana: quae
vox ut ad exercitum venit: Aen. 2,119 vulgi quea vox ut
venit ad auris. In Virgilio, per di più, il verso in questione è
immediatamente successivo a quello in cui si fa riferimen-
to al sacrificio di Ifigenia (2,116: Sanguine placastis ventos
et virgine caesa).
Colpisce in questo passaggio la descrizione della reni-
tenza di Agamennone, il quale non cede alle preghiere,
alle ingiunzioni, finanche alle ingiurie degli altri duces, ed
è per questo privato del comando. Si tratta di un elemen-
to ancora una volta innovativo rispetto alla maggior parte
della tradizione, che non accenna ad una destituzione. Il
solo autore precedente a Ditti che mostra un simile ri-
scontro, è Tolomeo Chenno (con il quale altre analogie
sono state messe in evidenza, vedi supra), nella suaȱΎ΅΍Αχȱ
ϡΗΘΓΕϟ΅ȱ epitomata da Fozio (cod. 190 ed Budè):ȱ ̖ΓІȱ Ένȱ
ΐχȱ ΦΑ΅ΗΛΓΐνΑΓΙ (scil. Agamennone), ϴΕ·΍ΗΌνΑΘΉΖȱ Γϡȱ
к̈ΏΏ΋ΑΉΖ ΦΚΉϟΏ΅ΑΘΓ ΅ЁΘΓІȱΘϲȱΎΕΣΘΓΖǰȱΎ΅ϠȱΎ΅ΘνΗΘ΋Η΅Αȱ
Ά΅Η΍Ών΅ȱ ̓΅Ώ΅ΐφΈ΋Α, “Poiché questi non si rassegnava,
i Greci, irati, gli tolsero il comando, e nominarono capo
Palamede”. La similarità nei due autori è accresciuta dal-
la nomina in entrambi di Palamede (che, come si vedrà,
in Settimio sarà seguito da Diomede, Aiace Telamonio e
Idomeneo). Anche in questo aspetto si sottolinea la con-
sonanza di Settimio con il Cedreno (di contro Malala per
ora non accenna ad una reazione di Agamennone), che
consente di attribuire questo tratto al Ditti greco; si leg-
ge difatti nel Compendium del bizantino:ȱΎ΅ϠȱΈ΍ΗΘΣΗΉΝΖȱ
·ΉΑΓΐνΑ΋ΖȱΎ΅Ό΅΍ΕΉϧΘ΅΍ȱΐξΑȱ̝·΅ΐνΐΑΝΑȱΘϛΖȱΆ΅Η΍ΏΉϟ΅Ζǰȱ
INTRODUZIONE 105

̓΅Ώ΅ΐφΈ΋Ζȱ Έξȱ ΦΑΘȝ΅ЁΘΓІȱ ΔΕΓΛΉ΍ΕϟΊΉΘ΅΍, “Ed essendo


sorto un dubbio, Agamennone viene privato del coman-
do, mentre Palamede viene nominato al suo posto”.
Ampio spazio è dunque riservato da Settimio alla de-
scrizione dell’ostinazione di Agamennone, e alle fasi suc-
cessive in cui si articola il tentativo di persuasione degli
altri capi: la preghiera (eumque primo orare); la coercizio-
ne (recusantemque ad postremum cogere, uti malo obviam
properaret); le offese (plurimis conviciis insecuti); la consta-
tazione dell’impossibilità di piegarlo e il ricorso all’arma
della destituzione (Sed ubi ostinate renuere vident nec ulla
vi queunt flectere, plurimis conviciis insecuti, ad postremum
regio honore spoliavere). Una climax il cui vertice risiede
proprio nella spoliazione dell’onore del comando che Set-
timio punta a mostrare come soluzione estrema eppure
inevitabile, a fronte di una marcatissima insistenza sull’in-
capacità da parte di Agamennone di abdicare al ‘padre’ e
far prevalere il ‘comandante’.
La riluttanza così ferma e tenace di quello che di fatto,
come sosteneva Merkle (1988,154), si configura come il
protagonista assoluto dell’episodio, è dunque un ulteriore
elemento che ne consolida la dimensione di pietas pater-
na. Specularmente opposte al ritratto settimiano sono le
fonti nelle quali risulta più immediato il convincimento
di Agamennone e corroborato altresì da un giudizio net-
to dell’autore. Tra queste figura la celeberrima párodos
dell’Agamennone eschileo (vv. 201-27).
Non sorprende che in Eschilo vi sia uno svolgimento
simile, proprio in virtù del fatto che l’omicidio delibera-
to di Agamennone costituirà per Clitemestra il principale
motivo della propria vendetta e sarà invocato a più riprese
in questa veste nel corso dell’intera trilogia. Nell’Elettra di
Sofocle, di contro, l’episodio viene brevemente rievocato
106 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

dalla protagonista, che mira a giustificare il gesto paterno,


e conseguentemente, a considerare ingiustificata la ven-
detta materna; questo è il presupposto per il quale l’eroina
sottolinea la riluttanza del padre e il suo cedere alle pres-
sioni a cui a lungo è sottoposto: (ΦΑΌȂЙΑȱΆ΍΅ΗΌΉϠΖȱΔΓΏΏΤȱ
ΎΦΑΘ΍ΆΤΖȱ ΐϱΏ΍Ζȱ Ȧȱ σΌΙΗΉΑȱ ΅ЁΘφΑǰȱ ΓЁΛϠȱ ̏ΉΑνΏΉΝȱ ΛΣΕ΍Α).
L’Ifigenia in Aulide euripidea si impernia in tutta la prima
parte, com’è noto, proprio sul dilemma di Agamennone:
udito il vaticinio, come rammenta nella sezione prologica
sospetta di interpolazione (vv. 49 ss.), non aveva esitato
a congedare l’intera armata, non potendo immaginare di
osar sacrificare sua figlia (vv. 94-96); crollava infine sotto
le pressioni di Menelao, indotto a inviare un messaggio
fraudolento a Clitemestra con il ben noto inganno delle
nozze con Achille (vv. 97-105); ora però, tornando in sé, si
pente del messaggio e affida ad un fedele servo una lettera
nella quale rovescia il senso della precedente (vv. 107-63);
il messo viene intercettato da Menelao, e, con il soprag-
giungere di Agamennone, scaturisce un aspro diverbio
tra i due fratelli, interrotto dalla comparsa di un ánghelos
che dà la notizia dell’arrivo di Clitemestra. Le parti ora
si invertono e, mentre Menelao è mosso a compassione
dalle lacrime del fratello e accetta di risparmiare la fan-
ciulla, Agamennone torna al proprio iniziale proposito e
si risolve a mettere in atto il piano. L’articolazione risulta
perfettamente allineata con i caratteri precipui del teatro
euripideo: a fronte di un ‘eroe-non eroe’, come appare
Agamennone87 (ma accanto a lui anche Menelao), che per-
de la monoliticità e la solidità epiche, cedendo ai propri
affetti privati, per poi tuttavia celare i propri dubbi per-

87
Sulla figura e i caratteri di Agamennone nel dramma euripideo
vedi Vretska 1961 e Siegel 1981.
INTRODUZIONE 107

sonali sotto l’egida della guerra e, oramai imbrigliato nella


situazione, assecondare in modo meschino e poco ‘virile’
l’inganno meditato, emergerà violentemente il coraggio
della fanciulla, la quale, dopo l’iniziale comprensibile esi-
tazione, si avvierà, mostrando un eroismo ben più spiccato
di suo padre, incontro al proprio destino.
Nel mondo romano, colpisce il celebre passo lucrezia-
no, ove l’exemplum mitico è finalizzato ad illustrare i mali
cui possa condurre la religio; proprio la religio rispetto alla
quale Agamennone in Settimio è imprudens, rappresenta,
nel poeta, la dimensione alla quale l’eroe non può sottrarsi
e a cui deve, volente o nolente, cedere. Lo stato di pro-
fonda afflizione in cui versa è tuttavia condensato il quel
pregnante maestum di v. 89 che non a caso disvela chiara-
mente a Ifigenia l’inganno in cui è stata tratta. Una religio
che evidentemente, viceversa, non costituisce più, in Ditti,
un vincolo così coercitivo. Lapidario e sintetico il com-
mento di Ovidio (met. 12,29-30), per il quale Agamenno-
ne abdica immediatemente al ruolo di padre preferendo
salvaguardare gli interessi pubblici: Postquam pietatem pu-
blica causa rexque patrem vicit. Più vicino per alcuni versi
alla versione dittiano-settimiana Igino, che accenna ad una
prima riluttanza di Agamennone, immediatamente messa
da parte dagli astuti convincimenti di Odisseo: re audita
Agamemnon recusare coepit. Tunc Ulixes eum consiliis ad
rem pulchram transtulit.
In definitiva il rifiuto netto e la chiusura totale si regi-
strano in via esclusiva nell’episodio così come ci è trasmes-
so da Settimio e proprio l’ostinazione del comandante in-
duce i capi a ricorrere a soluzioni estreme anche sul piano
militare.
Che l’ambito militare sia uno di quelli più curati da
Settimio, come riflesso evidentemente del fatto che si pre-
108 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

sumeva che Ditti fosse un soldato semplice al seguito del


contingente cretese, è indiscusso. Decisamente alla sfera
militare deve essere ricondotto il periodo successivo: Ac
ne tanta vis exercitus sine rectore effusius ac sine modo mi-
litiae vagaretur, praeficiunt ante omnes Palamedem, dein
Diomedem et Aiacem Telamonium, quartum Idomenea. Ita
per aequationem numeri atque partium quadripertitur exer-
citus.
L’attenzione al pragmatismo e al realismo militari è
manifesta nella considerazione che dà l’avvio al periodo
stesso: Ac ne tanta vis exercitus sine rectore effusius ac sine
modo militiae vagaretur. .., “E perché un esercito così vasto
non vagasse, senza un comandante, in maniera disordina-
ta e senza disciplina miltare...”. Si tratta di un particolare
che non compare né in Cedreno né in Tolomeo Chenno,
le sole fonti che si prestino ad un confronto sul dettaglio
della destituzione.
Come si è osservato, nei tre autori in questione, la carica
sottratta all’Atride viene attribuita a Palamede, in primis,
che in Settimio è affiancato da Diomede, Aiace Telamonio
e Idomeneo. È forse un tratto di quello che Forsdyke88 de-
finisce “military rationalism”. L’espressione coniata dallo
studioso rimanda del resto a due caratteri precipui dell’o-
pera, imprescindibili dal suo stesso (presunto) statuto: un
impianto diaristico e un autore che avrebbe partecipato in
prima persona agli eventi narrati in qualità di soldato; tali
fattori tra loro combinati avrebbero necessariamente pro-
dotto una particolare enfasi sul dato realistico, immediata
conseguenza dell’autopsia, e una attenta cura dell’ambito
militare. Caratteristiche che dunque non sorprende rin-
tracciare a più riprese nell’opera.

88
Forsdyke 1956,153-57.
INTRODUZIONE 109

Ancora come dato di realismo di matrice militare (e


forse in particolar modo di ascendenza romana) si può
classificare la pericope che chiude la sequenza: Ita per ae-
quationem numeri atque partium quadripertitur exercitus.
Emerge con forza la mentalità alla base della gerarchia mi-
litare romana che attribuiva a chi era dotato di imperium
il comando di un certo numero di uomini, determinando
una rigida divisione dell’esercito in unità contraddistinte
per l’appunto dal numero dei componenti (in legioni, cen-
turie, manipoli)89.
La sequenza successiva introduce nella vicenda un altro
personaggio noto alla maggior parte della tradizione: Ulis-
se, al quale spetta di escogitare un piano per risolvere la
situazione di stallo determinata dal rifiuto di Agamenno-
ne. È un ruolo, quello di polýtropos o, per dirla con Livio
Andronico, di versutus, che questo personaggio eredita
dalla tradizione epica, ma che è qui riletto in chiave ‘frau-
dolenta’, sulla scia della negatività di cui si tinge l’astuzia
di Odisseo nella tragedia attica, ove spesso la sagacia e l’in-
telligenza del Laerzìade si convertono in inganno e slealtà
(si pensi, per citare uno dei drammi più marcati in questo
senso, al Filottete sofocleo).
Non è ignota alla tradizione la figura di Odisseo come
medium dell’inganno in cui è tratta Ifigenia, ma non ri-
corre in modo trasversale nelle diverse fonti. Proclo non
vi fa accenno nel proprio resoconto dei Kýpria. Nell’Ifige-
nia in Tauride euripidea, invece, l’eroina prologhízΓusa fa
un puntuale riferimento alle téchnai di Odisseo, mediante
le quali era stata sottratta alla madre col celebre pretesto
del matrimonio (vv. 24-25). Nell’Aulica, al contrario, non
si fa menzione del Laerzìade come latore del messaggio

89
Per questi aspetti tecnici un cofronto possibile in Veg. 2,1-5.
110 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

che Agamennone si rimprovera nel prologo di aver inviato


alla moglie, tuttavia costui lo include, assieme a Menelao
e a Calcante, tra coloro che sono al corrente dell’ingan-
no (vv. 106-107)90; eppure il ruolo di pressante e malevolo
consigliere dell’Atride è svolto da Menelao. Nella perduta
Ifigenia sofoclea, che sembra proponesse la materia ap-
punto dell’Aulica euripidea, Odisseo compare similmente
tra i personaggi che si fanno complici della frode (fr. 305
Radt). In Apollodoro sembra sia lo stesso Agamennone
ad inviare Odisseo e Taltibio da Clitemestra, fingendo di
aver promesso Ifigenia ad Achille come ricompensa per
aver partecipato alla spedizione. Interessante, tra i Latini,
la testimonianza di Igino, ove, analogamente alla Taurica,
le astuzie di Ulisse persuadono Agamennone, inizialmente
restìo, e lo stesso Ulisse, in questo caso con il tradiziona-
le compagno di avventure Diomede, viene inviato da Cli-
temestra, che convince con la menzogna. Ancora Servio
(ad Aen. 2,116), riconosce ad Ulisse il ruolo di medium
del raggiro. Di nuovo, tra i cronografi bizantini, che in-
cludono entrambi il personaggio di Odisseo, si constata
la maggiore aderenza del racconto di Cedreno a Settimio,
a conferma del fatto che questa dovesse essere la versione
contenuta in Ditti. In Malala, viceversa, il passaggio risulta
assai breve e compendioso.
Originale e dettagliata, per converso, la struttura della
sequenza in Settimio (e in parte in Cedreno, come si è det-
to), ove si osserva un’articolazione più complessa, con una
sorta di ‘inganno nell’inganno’, ad enfatizzare il carattere
menzognero e malevolo della figura di Ulisse.
Dapprima il Laerzìade, fingendo di non tollerare l’osti-
nazione di Agamennone, parte, inducendo a credere in un

90
Stockert 1992,205-06.
INTRODUZIONE 111

proprio ritorno in patria; dissimula in realtà un piano ben


preciso: simulata ex pertinacia Agamemnonis iracundia et
ob id domuitionem confirmans magnum atque insperabi-
le cunctis remedium excogitavit. Si noti la focalizzazione
sul punto di vista dei soldati che emerge dall’espressione
magnum atque insperabile cunctis remedium: il sacrificio
rappresenta per l’esercito la sola possibilità di partire e
portare a termine l’impresa, di qui l’utilizzo di remedium,
che fa luce anche sul giudizio in realtà negativo, come si
vedrà, che si cela nella pietas di Agamennone. Un analo-
go procedimento in Igino, ove Ulixes eum (scil. Agamen-
none) consiliis ad rem pulchram transtulit. Ulisse si reca
dunque in assoluta segretezza a Micene (in netto contrasto
con l’ambientazione argiva attestata nei tragici; non così
in Cedreno, in cui si parla di Argo), ove consegna a Cli-
temestra (che Cedreno, per il suo pubblico, ignaro forse
oramai del mito, ‘glossa’ essere la moglie di Agamennone)
una lettera, fintamente attribuita ad Agamennone, nella
quale questi esortava ad inviare la figlia maggiore Ifigenia
(il dettaglio della primogenitura si ripete sia in Settimio sia
in Cedreno) in Aulide, come promessa sposa del valoroso
Achille (il valore dell’eroe viene sottolineato dal Cedreno,
di nuovo una glossa destinata ad un pubblico per il quale
la figura del Pelìde non era più così familiare), insieme ad
una cospicua dote di nozze (particolare originale, attestato
anche in Cedreno), per celebrare la promessa di matrimo-
nio prima della partenza.
Ulisse riesce così, attraverso varie menzogne, a mettere
in scena una ‘commedia’ (argumentum) che persuade Cli-
temestra, la quale gli affida serenamente la fanciulla (pas-
saggio tagliato in toto dal Cedreno).
Grazie alla ben nota abilità ‘oratoria’ di Ulisse, carat-
tere peculiare dell’eroe che emerge con forza sin dall’epos
112 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

omerico (si pensi solo al discorso in assemblea del secon-


do libro dell’Iliade), e che lo contraddistingue anche in
tragedia, dove assume, come si è detto, una dimensione
singolarmente negativa, Clitemestra si rasserena e prova
sollievo e gioia (laeta) nel consegnare sua figlia all’eroe.
Con la consegna della fanciulla ad Ulisse, Ditti esclude
una delle più macroscopiche varianti euripidee: come si
sa, difatti, nell’Ifigenia in Aulide, è la stessa Clitemestra a
condurre la figlia in Aulide, e proprio sulla presenza della
regina è costruita tutta la seconda parte del dramma. In
questo caso, dunque, Ditti si allinea alla versione tradizio-
nale, mostrando una certa distanza da un dramma che al
contrario, come si vedrà, fornirà in altri casi, assonanze e
spunti di confronto.
Concluso l’‘affare’, Ulisse torna in pochi giorni in Au-
lide, e si palesa ex improviso sul luogo del sacrificio con
Ifigenia. L’effetto che la vista della fanciulla ha su Agamen-
none sancisce l’akmé della pietas paterna che lo ha fin qui
contraddistinto: Quis cognitis Agamemnon affectione pa-
ternae pietatis motus an ne tam inlicito immolationis sceleri
interesset, fugam parat. Anche in questo passo, come aveva
già fatto per spiegare l’abbattersi della lues poche righe pri-
ma (vedi supra), Settimio fornisce una duplice spiegazione
dell’eccezionalità della reazione, una maggiormente irra-
zionale ed emotiva, un’altra leggermente più concreta: per
un verso la pietas di padre, per l’altro il desiderio, comun-
que ad essa correlato, di non essere presente al sacrificio.
La fuga alla quale l’Atride tenta di darsi è certamente un
atto estremo e assolutamente disdicevole per un coman-
dante, e, sebbene il lettore sia indotto a solidarizzare con
questo padre che si rifiuta non solo di partecipare ma an-
che di vedere l’immolazione di sua figlia, il giudizio di chi
scrive, che, si ricordi, reputa l’inganno di Ulisse un reme-
INTRODUZIONE 113

dium magnum et insperabile, non doveva essere certamen-


te positivo. Come segnala anche Timpanaro (1987,186),
Agamennone in generale non trova in Ditti-Settimio una
raffigurazione positiva (si pensi ai comportamenti sopraf-
fattori con Crise e al sospetto di collusione con l’omicidio
di Palamede) e, nonostante, come si vedrà, l’esercito nutra
ancora un profondo rispetto nei suoi confronti, l’atteggia-
mento che qui mostra si può in ultima istanza ricondurre
ad incoerenza, indecisione, viltà, che ben si inquadrano in
questo profilo negativo. Mentre stupisce l’assenza di que-
sto particolare significativo in Cedreno, deve essere valo-
rizzata, viceversa, la presenza di un elemento analogo in
Malala, che consente, in definitiva, di ricondurre questo
tratto (nella medesima veste che presenta in Settimio o in
una simile) a Ditti. Il retore antiocheno difatti, parla di
lacrime amare versate dall’Atride proprio alla vista della
fanciulla:ȱ Ύ΅Ϡȱ οΝΕ΅ΎАΖȱ ΅ЁΘχΑȱ ϳȱ ̝·΅ΐνΐΑΝΑȱ πΏΌΓІΗ΅Αȱ
σΎΏ΅ΙΗΉȱΔ΍ΎΕЗΖ. Occorre tuttavia notare che Malala con-
divide questo tratto con l’Aulica euripidea, ove, conforme-
mente all’éthos del personaggio, Agamennone, come ci è
rivelato nel racconto finale del sacrificio affidato al messo,
scoppia in lacrime alla vista della figlia, coprendosi, secon-
do la canonica gestualità (o artificio scenico?91) il volto (vv.
1549-50) In Settimio tuttavia, questo rifiuto del sacrificio
da parte di Agamennone si traduce in un vero e proprio
tentativo di fuga che sarà stornato solo dall’abilità oratoria
di Nestore. Risulta così più chiaro come la pietas paterna
non sia rappresentata in modo assolutamente positivo ma
si traduca in atteggiamenti di viltà e codardia, nonché di
scarsa coerenza da parte del rex, il quale non mantiene
con fermezza nemmeno la propria iniziale posizione ma,

91
Sul significato di questa gestualità vd. Katsouris 1981,122ss.
114 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

in un’indecisione che ben poco si addice ad un comandan-


te supremo, si lascia convincere a tornare sui propri passi.
L’intervento di Nestore il quale, appresa la cosa, tiene
un lungo discorso, una vera e propria orazione, che Setti-
mio include (anacronisticamente) nel genere suasorio (ad
postremum persuadendi genere), costituisce un ulteriore
tratto di innovatività nella trattazione. Non trova riscon-
tro, difatti, in alcuna delle fonti a nostra disposizione,
comprese le cronache bizantine. La figura del “cavaliere
Gerenio” è certamente, come rileva Timpanaro (1987,185)
tra le più positive dell’opera, e presenta connotati squisita-
mente epici. Lo contraddistinguono, come nell’Iliade, una
profonda saggezza e, anche in questo caso, una singolare
loquacità e abilità oratorie, doti che, nell’insieme, lo ren-
dono, nell’Ephemeris come lo era nell’epos, un equilibra-
to e affidabile consigliere, tuttavia forse, in generale più
evanescente rispetto alla tradizione epica. Settimio rimar-
ca altresì la vis suasoria di Nestore, come attributo che lo
contraddistingue in particolar modo tra gli altri Greci: in
quo (scil. persuadendi genere) praeter ceteros Graeciae viros
iucundus acceptusque erat. Come non ricordare gli epiteti
che già Omero riservava a questo personaggio (ψΈΙΉΔφΖ
Il. 248, Ώ΍·ϿΑȱ ̓ΙΏϟΝΑȱ Φ·ΓΕ΋ΘφΑ Il. 4,293) e la fama di
abile oratore che egli conserva nell’immaginario collettivo
fino ad esempio a Cicerone, il quale, nel Brutus (40), pur
osservando che l’eloquenza in qualità di disciplina nac-
que in Grecia in un periodo relativamente tardo, tuttavia
ammette che le abilità oratorie non erano ignote, ma anzi
riconosciute ed apprezzate sin da Omero, e menziona per
l’appunto la soavità dell’eloquio di Nestore e la potenza di
quello di Ulisse?
Il brano successivo introduce nell’episodio una dimen-
sione che spesso è stata negata all’Ephemeris, e che in ef-
INTRODUZIONE 115

fetti in linea generale non appare enfatizzata, ma che in


specifiche circostanze, come è chiaro in questo passo, può
trovare spazio: quella del divino e dell’irrazionale.
La scena si apre sui preparativi del sacrificio, che si
svolgono in un luogo appartato (remotis procul omnibus),
affidati a tre personaggi che compaiono a più riprese nelle
diverse trattazioni del mito: Ulisse (di cui si è già detto),
Menelao e Calcante. Nelle fonti che descrivono più dif-
fusamente la scena del sacrificio, questi tre eroi non com-
paiono (se non altro insieme) tra i ministri del rito, che
anzi non hanno un volto e vengono evocati per lo più solo
in qualità di officianti: aózoi e thytéres nell’Agamennone
eschileo (vv. 231 e 240); in Lucrezio ministros (v. 90), ana-
logamente ministri, in lacrime, in Ovidio (12,31). I tre si
trovano menzionati come al corrente del raggiro nell’Auli-
ca euripidea (vv. 106-107). In questo dramma, inoltre, nel
racconto del sacrificio (vv. 1532-1614), del quale, come è
noto, la porzione finale si giudica frutto di una più tar-
da elaborazione92, tra gli officianti compaiono Calcante e
Achille: il primo (vv. 1565-67).
Settimio, forse anche Ditti, ma data l’assenza del parti-
colare nei bizantini appare difficile affermarlo con ragione-
vole certezza, sceglie invece di esplicitare i nomi degli of-
ficianti, che coincidono con quelli di personaggi di primo
piano dell’opera. Si potrebbe così inferire che le dinami-
che tra i capi, i loro ruoli nella vicenda e i comportamenti
che assumono, atti a rivelare aspetti fondamentali del loro
éthos, siano i punti focali dell’episodio così come ci viene
narrato nell’Ephemeris, ove in generale, ben poco spazio
viene concesso ad una delle dimensioni basilari in altre

92
Sulla vexata quaestio del prologo si vedano almeno Stockert
1992,66 ss. e Willink 1971.
116 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

trattazioni del mito, il patetismo. A fronte di descrizioni in


cui il dramma e l’emotività hanno il sopravvento (si pensi
solo a quelle tragiche e a quella lucreziana), in cui l’epi-
sodio si innerva sulla pietas che la fanciulla suscita negli
astanti, in vista di un coinvolgimento emotivo del fruitore
(lettore/spettatore), nell’Ephemeris questo parametro non
emerge affatto, né viene data in alcun modo voce alla fan-
ciulla, ben lungi dall’assumere lo spessore di eroina (come
nei drammi euripidei), o di vittima obtorto collo (come in
Lucrezio), ma appiattita allo statuto di kophòn prósopon,
in balia delle decisioni dei capi e dell’esercito, piegata alla
crudele legge militare, senza che tuttavia venga dato alcun
rilievo proprio all’efferatezza di questa legge ‘non scritta’,
ma tacitamente vigente e vincente.
Ci si potrebbe chiedere per quale motivo Ditti-Settimio
abbia scelto di non sfruttare le potenzialità drammatiche
offerte dal mito in questione e dare una risposta esaustiva
sembra assai impervio. Certamente si osserverà che le trat-
tazioni cui si è fatto riferimento appartengono a generi di-
versi, poetici, che nel páthos e nel dramma trovano la loro
ragion d’essere. Ma in ultima analisi non va dimenticato
che le scelte dittiano-settimiane nella trattazione dell’epi-
sodio di Ifigenia ben si inquadrano nei caratteri precipui
della linea narrativa che emerge dall’opera tout court, ove
la crudeltà e l’efferatezza della guerra non sono messe in
rilievo e descritte con patetismo, bensì appartengono ad
una dimensione biotica in cui l’autore, in quanto soldato,
è immerso e alla quale è in qualche modo assuefatto.
In questo momento immediatamente precedente al
fatale rito, si inserisce una sequenza estremamente inno-
vativa che non trova paralleli nelle fonti sin qui invocate
a confronto: una serie di segni atmosferici che turbano
la linearità e la razionalità del racconto e vi includono in
INTRODUZIONE 117

modo massiccio una delle dimensioni da sempre negate


all’Ephemeris, quella del soprannaturale. La solennità e
l’ineluttabilità del sacrificio vengono infatti interrotte ex
abrubto da un turbamento dell’aere: il giorno si oscura, il
cielo inizia a coprirsi di nubi, quindi tuoni improvvisi, ful-
mini, un terremoto e, in ultimo, nel generale turbamento,
si ottenebra la luce; infine, un brusco acquazzone e una
grandinata. Nonostante nell’Ephemeris le concessioni al
soprannaturale, all’irrazionale ed in generale al divino, si-
ano ben poche, tuttavia, come giustamente rileva anche
Timpanaro (1987,173-74), non sono in toto soppressi pro-
digi, oracoli (come quello di Calcante in questo specifico
caso) e omina di vario genere93, che affondano le proprie
radici in una storiografia aperta al prodigioso e al sorpren-
dente, come quella di matrice erodotea e più tardi tragica,
in Grecia e, a Roma, liviana94.
Non stupisce tuttavia, nel quadro che è stato così esa-
minato, che, accanto ad una sezione nella quale fa capoli-
no l’incombere della divinità, si inserisca prepotentemen-
te una dimensione del tutto umana e concreta come quella
che emerge nelle righe successive.
Menelao e gli altri ministri preposti al sacrificio sono
sconvolti dalla tempesta che si è scatenata e vi intravedono
una segnale divino, ma le loro preoccupazioni sono rivolte
al possibile fallimento dell’impresa che ne potrebbe scaturi-
re e, secondo una prospettiva improntata ad una concretez-
za e ad un razionalismo di matrice squisitamente militari, al
danno che potrebbe essere arrecato all’esercito. In questo
93
Si pensi all’oracolo sul Palladio (5,5), a quello relativo alla gua-
rigione di Telefo (2,10), o sull’invasione delle locuste a Creta (6,11).
94
Per una disamina di alcuni dei principali prodigi atmosferici, si
veda Benedetti 2008 che, tra i fenomeni analizzati si sofferma in parti-
colare sui terremoti (3,10,6; 4,21,5; 22,5,8; 24,10,10; 40,45,3).
118 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

improvviso trapasso trapela il “razionalismo militare” di


cui si è parlato, che permea l’opera e che non può cedere
in toto il passo al timor dèi che pure è affiorato poco prima.
Trapela attraverso un’osservazione implicitamente sogget-
tiva del narratore, che attribuisce a Menelao le presumibili
angosce di un comandante in una simile circostanza. Ap-
pare chiaro così, che Ditti-Settimio, pur non sconvolgendo
del tutto il mito tradizionale, in cui la divinità era motore
dell’intera vicenda, e concedendo, in tale prospettiva, una
certa rilevanza anche a questa dimensione, non rinuncia a
corredarlo di una serie di constatazioni ed osservazioni ri-
conducibili, in ultima analisi, alla propria radice militare.
Di nuovo, tuttavia, nella sequenza successiva, la divini-
tà si palesa, in una modalità che non può certo dar adito
a dubbi: nel turbamento e nell’esitazione generali, giunge
un segnale chiaro a fornire la chiave dell’ira divina scate-
natasi negli istanti precedenti, una vox quaedam luco emis-
sa. Emanata dal boschetto sacro a Diana (lucus), una voce
non ben identificata, comunica le volontà della dèa, in
modo inequivocabile: il nume respinge (aspernari) questo
genere di sacrificio e per questo bisogna tenersi lontano
dal corpo della vergine (abstinuendum a corpore virginis),
difatti la dèa ne prova pietà (misereri namque eius deam);
d’altronde, a ricompensa di un delitto di tal fatta, Aga-
mennone avrebbe ricevuto la giusta dose di pene da sua
moglie dopo aver ottenuto la vittoria a Troia (ceterum pro
tanto facinore satis poenarum Agamemnoni ab coniuge eius
post Troianam victoriam conparatum); pertanto devono
apprestarsi ad immolare ciò che gli si para innanzi al po-
sto della vergine (Itaque curarent id, quod in vicem virginis
oblatum animadverterent, immolare).
Innanzitutto lo stratagemma della voce che proviene
direttamente dal dio appare assolutamente singolare ed
INTRODUZIONE 119

innovativo, a fronte di una tradizione compatta che non


presenta paralleli in questo senso. Nessuna delle fonti sin
qui esaminate propone una versione analoga; anche i cro-
nografi bizantini omettono in toto il particolare: Cedreno,
in una pericope che ha il sapore di rabberciamento mal
riuscito e quasi anacolutico, si limita a dire, immediata-
mente dopo aver parlato dello stratagemma di Odisseo,
che, essendo la fanciulla in procinto di essere sacrificata,
si scoperse una cerva in prossimità dell’altare e fu sacrifi-
cata al posto della vergine, ma non dà alcuna spiegazione
in proposito. Malala, d’altro canto, sembra optare per una
soluzione che si avvicina a quanto dirà Settimio nelle righe
successive, ma se ne allontana per altri versi: come accadrà
qualche riga più in là in Settimio, una cerva irrompe all’im-
provviso sul luogo del rito; qui in modo ancor più marcato
si dice che taglia la strada (Έ΍νΎΓΜΉȱΘχΑȱϳΈϲΑ) correndo in
mezzo ai capi, all’esercito, al sacerdote e alla fanciulla stes-
sa. Dinnanzi alla scena che risulta in qualche modo prodi-
giosa, interviene la spiegazione di Calcante che invita ad
immolare la cerva in vece di Ifigenia (Ύ΅ϠȱοΝΕ΅ΎАΖȱ΅ЁΘχΑȱ
ϳȱϡΉΕΉϿΖȱΎ΅ϠȱΐΣΑΘ΍Ζȱ“ΘχΑȱσΏ΅ΚΓΑ”ȱΉϨΔΉΑǰȱϵΘ΍ȱ“Δ΍ΣΗ΅ΑΘΉΖȱ
ΩΒ΅ΘΉȱΉϢΖȱΌΙΗϟ΅ΑȱΦΑΘϠȱΘϛΖȱΔ΅ΕΌνΑΓΙȱΘϜȱ̝ΕΘνΐ΍Έ΍”). È pa-
lese dunque che l’articolazione della scena in Malala sareb-
be di per sé più razionalistica, in quanto non implichereb-
be un segnale divino così macroscopico come può risultare
l’intrusione della voce diretta del dio, eppure Settimio (in
tal caso sembra davvero impervio attribuire questa scelta
a Ditti data l’incongruenza con i cronografi) preferisce far
ricorso ad un elemento diverso ed extra vagante, che apre
un nuovo squarcio verso quel mondo soprannaturale nega-
to dalla maggioranza degli studiosi.
Un’ulteriore pietra di paragone nel mondo romano può
essere individuata in un celeberrimo passo delle Georgiche
120 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

di Virgilio. Nel primo libro, nell’ambito della sezione riser-


vata ai segni celesti (vv. 351-514), ed in particolar modo a
quelli riguardanti il sole e la luna, si inserisce la digressione
sui presagi delle guerre civili: il sole si nasconde dopo l’assas-
sinio di Giulio Cesare, che prelude alla notte interminabile
degli scontri interni alla repubblica. Il brano (vv. 466-88)
contempla un accumulo di fatti prodigiosi che sconvolgono
l’ordine cosmico e geologico: tra questi si distingue una vox
quoque per lucos vulgo exaudita silentis / ingens. Non può
non balzare agli occhi e alle orecchie l’analogia con la set-
timiana vox quaedam luco emissa, che risulta peraltro ancor
più densa di significato se si ricorderanno le già citate tessere
virgiliane che puntellano i capitoli precedenti (vedi supra).
Da non trascurare probabilmente anche un altro locus,
forse persino simillimus per contesto e contenuto: il sacri-
ficio di Isacco, narrato in Gen. 22,1-19. Anche in questo
caso ad un padre viene richiesto di sacrificare il proprio
figlio, e, com’è noto, anche in questo caso, il Dio lo salverà.
Il medium della salvazione è una voce, quella dell’Angelo di
Dio, che, qui dal cielo, ovviamente, si rivolge direttamente
ad Abramo, intimandogli di non colpire il ragazzo. L’origi-
nalità di questo tratto in Settimio e l’analogia strutturale e
contenutistica con il locus biblico inducono a postulare un
raffronto che non sembra eccessivamente peregrino.
Il contenuto del messaggio viene riportato in discorso
indiretto, analogamente a quanto era avvenuto per la falsa
lettera di Odisseo e al suo interno sorprende rintraccia-
re, tra le diverse disposizioni del dio, un’anticipazione sul
futuro mitico e narrativo della vicenda: ceterum pro tanto
facinore satis poenarum Agamemnoni ab coniuge eius post
Troianam victoriam comparatum. Se di primo acchito que-
sta pericope potrebbe apparire un’inserzione dello stesso
Settimio, a ben vedere, tuttavia, si potrebbe ritenere che
INTRODUZIONE 121

fosse essa stessa parte del messaggio divino, una sorta di


oracolo sul futuro, che renderebbe, agli occhi di un lettore
di certo consapevole degli sviluppi mitici, ancor più veri-
tiera ed affidabile la vox luco emissa. Un espediente, quello
dell’anticipazione degli esiti della vicenda, che appartie-
ne in maniera peculiare all’ambito tragico – basti pensa-
re, solo per citare alcuni dei drammi più noti, al prologo
dell’Alcesti (vv. 43-6) e dell’Ippolito (vv. 64-71) euripidei
– e che qui sembra funzionalizzato a gettare un’ulteriore
ombra sul personaggio di Agamennone.
Le ultime righe del passo si soffermano su un Leitmotiv
che scandirà, in una progressione costante, le restanti se-
quenze dell’episodio: dein coepere venti atque fulmina alia-
que, quae in magno caeli motu oriri solent, consenescere. In
seguito allo sconvolgimento dell’aere, e persino dell’ordi-
ne cosmico, che si è verificato nei momenti precedenti al
sacrificio, una volta che l’intervento della divinità ha stor-
nato il nefando scelus, inizia un ininterrotto percorso verso
la luce, in una climax che troverà la propria akmè nella ras-
serenazione definitiva che segue il sacrificio della cerva e la
salvezza della fanciulla (quis peractis, sedata lues, instarque
aestivi temporis reseratum est caelum). Un iter progressivo
dalla tenebra alla luce che consente di individuare un fil
rouge che renda ancor più organico l’episodio.
La sequenza successiva prevede un brusco cambiamen-
to di scena e l’ingresso di un nuovo personaggio, sinora
solo evocato, Achille.
Il coinvolgimento attivo di Achille è una delle caratte-
ristiche più peculiari dell’Ifigenia in Aulide euripidea95 e

95
E dei drammi ad essa ispirati: il fr. 131 Joc. dell’ Ifigenia enniana,
coincide con i vv. 956 ss. del modello euripideo, in cui è Achille a
parlare, una volta scoperto l’inganno.
122 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

sembrerebbe essere mutuato proprio da questo dramma.


D’altro canto, è uno dei tratti di maggior divergenza ri-
spetto ai cronografi bizantini ove il Pelìde non compare.
L’intreccio drammatico euripideo, viceversa, non risulta
nella sostanza lontano da quello settimiano, ma lo sarà
negli esiti e nelle modalità. Come in Settimio, anche in
Euripide Achille viene a conoscenza dell’inganno tramato
ai danni della fanciulla sfruttando il proprio nome, ma,
com’è noto, ciò avviene grazie all’incontro con la stessa re-
gina (che in Euripide aveva accompagnato Ifigenia e aveva
insistito per essere presente alle sue presunte nozze): in un
dialogo di equivoci e di disvelamenti squisitamente tragico
(vv. 801-56), il raggiro sarà progressivamente rivelato. In
Settimio (ove la fanciulla, come si ricorderà, è stata affidata
ad Ulisse), ciò avviene attraverso una lettera, segretamente
(seorsum) inviata dalla Tindaride ad Achille, e corredata
da una grande quantità d’oro96, nella quale ella affida sua
figlia e, con lei, la propria casata, all’eroe (Achilles litteras
seorsum missas sibi a Clytemestra cum auri magno pondere
accepit, in quis ei filiam atque omnem domum suam com-
mendaverat). Una volta venuta alla luce la macchinazione
di Ulisse, Achille non esita a mettere da parte tutto (omis-
sis omnibus) e ad affrettarsi sul luogo del sacrificio (propere

96
Timpanaro 1987,199, come si è più volte ricordato, include tra i
caratteri peculiari dell’opera una complessiva de-eroizzazione, che po-
trebbe affondare le proprie radici nella generale de-eroizzazione che
gli eroi epici hanno subito nell’immaginario collettivo grazie all’influs-
so del dramma attico ed in particolar modo euripideo. Uno dei tratti
di questa de-mitizzazione cui Ditti-Settimio farebbe maggiormente ri-
corso è la venalità e l’avidità. Se in generale questo aspetto non sembra
appartenere ad Achille, tuttavia non può non essere messo in rilievo il
fatto che la regina, per raccomandare a lui Ifigenia, senta il bisogno di
accompagnare la propria lettera con una cospicua dote in oro.
INTRODUZIONE 123

ad lucum pergit) ove intima a Menelao e agli altri presenti


di non toccare la fanciulla, avanzando anche delle minac-
ce. La salvazione è presente anche in Euripide, come si
ricorderà, ma l’intreccio risulta certamente più comples-
so e inoltre il tentativo del Pelìde fallirà, e sarà anzi uno
degli avvenimenti che indurranno Ifigenia a raccogliere il
proprio coraggio e ad andare incontro volontariamente al
sacrificio, mostrando la temperie eroica di cui si è detto.
Ditti-Settimio, facendo tesoro di un personaggio che
oramai, a partire dal dramma euripideo, doveva essere
entrato nell’immaginario collettivo tra i protagonisti del
mitema in questione, lo include nella propria trattazione,
ma, ovviamente, lo flette alle proprie esigenze e lo plasma
armonizzandolo alle proprie strategie narrative: un Achil-
le che, non più legato agli intrecci del dramma euripideo,
si reca d’impulso sulla ‘scena del delitto’ e, essendo già in-
tervenuta la divinità a gettare nel dubbio e nell’esitazione i
capi, sfrutta proprio il loro sbalordimento e sbigottimento
(mox attonitis his atque obstupefactis), per trascinare via la
fanciulla.
La scena si tinge dunque di un’allure quasi comica, poi-
ché in realtà, a ben vedere, le minacce e le intimidazioni di
Achille non hanno effetto su Menelao e sugli astanti, i qua-
li sembrano esitare e sbalordire piuttosto a causa della vox
luco emissa poco prima, e potrebbero persino non aver
minimamente percepito l’intervento così acceso dell’eroe,
sebbeno lui intenda il contrario.
Achille, pertanto, verrebbe impiegato esclusivamente
come medium meccanico per sottrarre fisicamente la fan-
ciulla dalla scena del sacrificio, al quale comunque non
sarebbe più destinata oramai, non già grazie all’exploit
dell’eroe, ma agli ordini chiaramente impartiti dalla divi-
nità.
124 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

Si tratterebbe dunque di uno dei tanti aprosdóketa con


i quali Ditti-Settimio attiva il suo lusus metaletterario con
il lettore, frustrando i suoi orizzonti di attesa: al pubblico
di Ditti era ben nota l’articolazione dell’episodio in Euri-
pide; l’eroismo (vano) di Achille viene qui messo, per così
dire alla berlina, apparendo inutile ed, in qualche modo,
sopra le righe.
Per ciò che concerne la sostituzione di Ifigenia, a fronte
di una tradizione nella quale essa è operata dalla dèa in
modo ‘spettacolare’ e misterioso, Ditti opta per una scena
e una modalità molto più concrete e pragmatiche: sempli-
cemente Achille abstrahit, “trascina via” la fanciulla.
Ciò che prenderà il suo posto si presenta in modo mi-
sterioso ma senza clamore agli occhi degli astanti nella se-
quenza successiva: mentre tutti sono ancora incerti sul da
farsi, e anzi si interrogano sulle enigmatiche parole della
divinità e su che cosa si debba immolare, una bellissima
cerva si ferma proprio davanti all’altare97. I presenti dun-
que, pensando che si tratti della vittima sacrificale che
era stata annunciata e che era comparsa per volere divino
(divinitus oblatam), la catturano e la sacrificano. Che la
loro deduzione sia esatta viene confermato dall’ennesimo

97
Se nelle fonti sin qui esaminate l’animale che prende il posto di
Ifigenia è sempre una cerva (Kýpria tramite lo scolio iliadico e Proclo,
Apollodoro, Ovidio, Igino, Servio, Ifigenie euripidee), è bene ricorda-
re che in altre versioni, più tarde, del mito, si raccontava altresì che la
fanciulla fosse stata trasformata in gru, in toro, in orsa (così in schol.
Lycophr. 183) o in agnello (Anton. Lib. met. 27); gli stessi autori rac-
contano che Artemide la condusse sull’Isola Bianca ove Achille, che vi
aveva preso sede dopo la morte, la sposò, trasformandola in una dèa.
Secondo un’altra versione le nozze si erano già consumate prima della
partenza e Neottolemo sarebbe persino stato figlio proprio di Achille
ed Ifigenia.
INTRODUZIONE 125

passo verso la luce, la rasserenazione del cielo che risulta


limpido come nel periodo estivo e, infine, dall’acquietarsi
della pestilenza (sedata lues). Simile appare la sequenza in
Cedreno (cfr. supra); viceversa affine è l’apparizione della
cerva in Malala, ma diversa la modalità con cui viene pre-
scelta come vicaria victima per il sacrificio: in questo caso,
difatti, non essendo stata preannunciata come in Settimio
da una voce ‘fuori campo’, interviene di nuovo Calcante
a rivelare la volontà divina: (Ύ΅ϠȱοΝΕ΅ΎАΖȱ΅ЁΘχΑȱϳȱϡΉΕΉϿΖȱ
Ύ΅Ϡȱ ΐΣΑΘ΍Ζȱ “ΘχΑȱ σΏ΅ΚΓΑ”ȱ ΉϨΔΉΑǰȱ ϵΘ΍ȱ “Δ΍ΣΗ΅ΑΘΉΖȱ ΩΒ΅ΘΉȱ
ΉϢΗȱΌΙΗϟ΅ΑȱΦΑΘϠȱΘϛΖȱΔ΅ΕΌνΑΓΙȱΘϜȱ̝ΕΘνΐ΍Έ΍”).
Si noti come di nuovo il paragone biblico offra uno
spunto analogo: in Gen. 22,13, nell’ambito del già citato
sacrificio di Isacco, Abramo, alzando gli occhi, improvvi-
samente vede un montone impigliato in un cespuglio e de-
cide autonomamente di offrirlo a Dio in vece di suo figlio,
nonostante la voce dell’Angelo non gli abbia chiesto una
vittima in cambio del giovane Isacco.
Se la sostituzione con una cerva sembra un elemento
ricorrente in diverse versioni, le modalità con cui essa av-
viene mutano sensibilmente. Nei Kýpria (così nello scolio
iliadico e in Proclo) è la stessa Artemide a sottrarla in ex-
tremis dall’altare; allo stesso modo in Apollodoro la dèa
colloca al suo posto sull’altare una cerbiatta. Le fonti latine
(Ovidio e Igino) sfociano ancor più nel magico-esoterico:
Diana avviluppa la fanciulla in una nube e la trascina via.
Ditti-Settimio dunque, per l’ennesima volta, sembra
proporre una versione che escluda una macroscopica in-
gerenza della divinità, e contemplare invece una massiccia
responsabilità da parte dell’uomo.
126 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

3.2. La morte di Aiace Telamonio

Protagonista di numerosi episodi dell’Ephemeris, Aiace


Telamonio è probabilmente uno dei pochissimi personag-
gi greci, forse l’unico, ad essere rappresentato con tratti
sempre chiaramente positivi, accostabile, in ciò, solo al
troiano Antenore98.
Nella tradizione omerica, le sue vicende, in particolare
dopo la morte di Achille, si erano fissate in un cartone
destinato a costituire un punto di riferimento per diversi
autori e diversi generi letterari, se pur con alcune varianti:
dopo i giochi funebri in onore di Achille, Aiace e Odisseo
si contendevano le armi dell’eroe; il giudizio sfavorevo-
le ad Aiace (pronunciato dagli Atridi, dai Greci tutti, o
da prigionieri troiani) provocava in questi risentimento e
follia (ispirata da Atena), che lo spingevano a tentare una
strage e quindi a uccidersi.
La gamma delle fonti alle quali Ditti poteva accedere
era estremamente ampia e abbracciava svariati generi let-
terari ed entrambe le culture classiche, quella greca e quel-
la romana. Il primo accenno è già nella Nékyia odissiaca
(11,543-547). L’episodio è certamente noto a due poemi
del ciclo: la Piccola Iliade e l’Etiopide; dà il titolo ad un per-
duto dramma eschileo (TrGrF F174-178), ma costituisce
anche l’antefatto del dramma sofocleo probabilmente più
antico tra quelli giunti sino a noi, l’Aiace. A Roma entram-
bi gli esponenti di spicco della fase arcaica della tragedia,
Pacuvio ed Accio, vi dedicano un’opera, l’Armorum iudi-
cium. Il mito si ritrova inoltre nelle Metamorfosi di Ovidio.
Ancora una parte cospicua del quinto libro dei Posthome-
rica di Quinto di Smirne sarà dedicata all’episodio.

98
Lo sottolineava già Timpanaro 1987,186s.
INTRODUZIONE 127

In base a questa ricca tradizione, si possono distinguere


tre diverse versioni. La prima, attestata anche in Sofocle,
vede Aiace imporsi per il possesso delle armi, Odisseo
contrapporvisi con fermezza fin quasi allo scontro fisico
che sarà scongiurato dall’istituzione di un ‘tribunale’ da
parte di Agamennone, formato dai Greci che assegneran-
no le armi al Laerziade.
Le altre due, più articolate, prevedono l’intervento dei
Troiani nel giudizio e sono attestate rispettivamente dalla
Piccola Iliade e dall’Etiopide: secondo la prima gli Achei
inviavano delle spie ad ascoltare i discorsi delle giovani
Troiane che stanno appunto parlando dei meriti dei due
eroi, assegnando la vittoria ad Odisseo. Nella seconda ver-
sione Agamennone chiedeva un parere ad alcuni prigio-
nieri Troiani su chi dei due avesse provocato più dolori al
loro popolo; i prigionieri indicavano Odisseo, e l’Atride
lo premiava. Nei Posthomerica, ad esempio, viene istituito
un vero e proprio tribunale di prigionieri troiani che sono
chiamati a giudicare i meriti dei due eroi reclamati da essi
stessi in prima persona, tramite una sofistica contrapposi-
zione di discorsi speculari.
Il segmento del dibattito sembra piuttosto diffuso nel
versante tragico della tradizione (c’era in Eschilo, nell’A-
iace di Teodette, nei due drammi di Pacuvio e Accio),
dove l’immediatezza espressiva e la lexis agonistikè favo-
riscono e incoraggiano l’utilizzo di questo strumento. Ma
due importanti scene si ritrovano anche nel XIII libro
delle Metamorfosi di Ovidio e nel V libro di Quinto di
Smirne.
La follia insinuata da Atena e il massacro degli armenti
achei sono particolari assenti nell’Etiopide, e compaiono
per la prima volta nella Piccola Iliade, ma questa versione
è resa celebre e diffusa dall’Aiace di Sofocle, tanto da dive-
128 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

nire comune a tutte le rielaborazioni teatrali successive.99


L’ultimo tratto della vicenda riguarda il compianto dei
Danai tutti, tra i quali spiccano Teucro e Tecmessa: si trat-
tava, anche in questo caso, di un modulo che sembra com-
parire dalla tragedia, e che viene sfruttato in seguito solo
nei Posthomerica di Quinto.
Questa era dunque la tradizione epico-omerica – ma
anche tragica – sulla morte di Aiace, assolutamente so-
vrapponibile all’immaginario iconografico che ci è dato
conoscere100. Aiace, qui, è rappresentato, in decine di te-
stimonianze, in due tipici schemi: di fronte ad Odisseo,
con le armi di Achille poggiate in mezzo, e, a volte, Aga-
mennone come giudice dietro di esse; nell’atto di gettarsi
sulla propria spada.
Assolutamente diverso era, d’altro canto, l’episodio
della morte di Aiace in Darete Frigio. Qui, dopo la morte
di Achille, un Aiax nudus si lanciava nella mischia contro i
Troiani, e riceveva una ferita mortale da Paride, che lo rag-
giungeva con una freccia sul latus nudum. A questo punto
Aiax saucius Alexandrum persequitur, nec destitit,
nisi eum occideret. Aiax, fessus vulnere, in castra re-
fertur, sagitta exempta moritur.
Si tratta, com’è chiaro, di un unicum in tutta la tradizio-
ne antica (come spesso in Darete): Aiace muore colpito da
Paride, ma riesce a vendicare la morte del cugino Achille.
Il tutto nel consueto racconto senza pathos e senza com-
menti di Darete101.

99
Mentre si ignora se questo elemento fosse presente nelle perdute
Thrèssai di Eschilo (TrGrF F83-85), ove il F 83 è attribuito ad una
rhesis anghelikè che descrive il suicidio di Aiace.
100
Touchefeu 1981.
101
Vd. Canzio 2014,125-6.
INTRODUZIONE 129

Quanto ci offre il racconto di Settimio, nonché le ri-


scritture di Malala e Cedreno, si fa chiaramente riconosce-
re come un’operazione letteraria, di stampo ellenistico se
non neosofistico, che ‘gioca’ con la precedente tradizione,
pressoché concorde, e strizza l’occhio al lettore colto sulle
modalità di questo lusus. Lo schema narrativo che costi-
tuiva la fabula della vicenda che portava Aiace al suicidio
è mantenuto, nei tratti essenziali. Evidenti sono però le
varianti con le quali Ditti modifica profondamente non
solo i suoi modelli, ma un’intera tradizione culturale che
aveva fatto di Aiace il simbolo dell’eroe monoliticamente
orgoglioso.
Innanzi tutto, il tempo e la scena. Come si è visto nel
primo capitolo, alla morte di Achille, “perduto per il suo
amore verso Polissena”, stando alle parole dello stesso
Aiace, non si svolgono funerali enfaticamente solenni in
campo greco: i soldati manifestano un profondo risenti-
mento per colui che avrebbe voluto ‘vendere’ la vittoria a
Priamo in cambio di una donna. È ancora Aiace, da solo,
assoldando alcuni abitanti del Sigeo, a far erigere un tu-
mulo per suo cugino.
È chiaro che, in questo quadro, nessun gioco funebre
in onore dell’eroe poteva essere previsto. Non si parla,
dunque, delle armi di Achille, presumibilmente rilevate
da Neottolemo, giunto in Troade appena dopo la morte
del padre (4,15). Non si svolge, subito dopo la morte del
Pelide, alcuno scontro fra Aiace ed Odisseo.
Aiace continua le sue gesta fino alla presa della città, fino
a quando i Greci si impossessano delle ricchezze di Troia
e si spartiscono il bottino e le prigioniere. Tra gli oggetti
preziosi da dividere fra i capi achei c’è anche il Palladio, lo
xóanon antichissimo che Zeus fece precipitare sulla collina
dove Ilo stava fondando Ilio. Una delle profezie sulla ca-
130 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

duta di Troia, com’è noto, indicava nel possesso della sta-


tuetta un requisito indispensabile per conquistare la città.
Nell’Ephemeris tuttavia, nonché nei bizantini, il Palladio
non è ‘rapito’ da Odisseo e Diomede, in un’altra delle to-
piche spedizioni notturne della coppia, ma sottratto prodi-
toriamente ai Troiani da Antenore, in combutta con i capi
achei, e consegnato nottetempo proprio ad Odisseo (5,8)102.
È a questo punto, di fronte alla questione dell’assegna-
zione del Palladio, che Ditti colloca e rimodula lo sche-
ma del confronto/scontro fra Odisseo e Aiace: entrambi
pretendono l’oggetto sacro, e i capi sono indecisi sul da
farsi. Si ripropongono nei tratti essenziali i momenti dello
scontro verbale fra i due, dell’incertezza nella decisione da
parte dei capi, dello sconforto di Aiace dopo l’assegnazio-
ne dell’oggetto conteso ad Odisseo, infine della morte del
Telamonio.
Queste sequenze, però, erano profondamente rimodu-
late da Ditti, per quanto possiamo ricostruire dalla versio
latina e dai bizantini.
Già il disinvolto incipit della sequenza, che occupa i
capitoli quattordicesimo e quindicesimo del quinto libro,
lascia leggere fra le righe una compiaciuta consapevolezza
dell’autore nell’offrire al lettore una versione assolutamen-
te diversa della contesa fra Odisseo e Aiace, frustrandone
le attese:
Interim super Palladio ingens certamen inter se
ducibus exortum Aiace Telamonis expostulantes in
munus sibi etc.

102
Un ulteriore elemento di distanza rispetto al ciclo omerico:
nell’Ilioupersis, in particolare, era contenuto il racconto sull’origine
e il rapimento della statuetta sacra. Vd. le distese osservazioni di De-
biasi 2004,146-155.
INTRODUZIONE 131

L’Aiax expostulans che il lettore ‘omerico’ si aspettava


forse qualche pagina prima come reclamante le armi di
Achille, delle quali invece non si è mai parlato, appare qui
reclamare il Palladio, probabilmente proprio il trofeo per
ottenere il quale i Greci non hanno ‘speso’ nessuna forza.
Aiace lo chiede per i meriti che dichiara di aver raggiunto
per l’esercito e per l’impresa.
Le allusioni di Ditti alla coscienza letteraria del lettore
continuano: “quasi tutti – infatti – sembrano acconsentire
alla richiesta”, non solo perché riconoscono i meriti milita-
ri del Telamonio, significativamente rappresentati dalle vi-
giliae da lui compiute accanto alle truppe, ma soprattutto,
uti ne laederetur animus tanti viri.
Risuona già, in queste parole, il presentimento della
fine tragica dell’eroe. Ditti, chiaramente, sta giocando con
la ‘maschera’ del personaggio già fissata da secoli di lette-
ratura e iconografia.
Alle richieste di Aiace si oppongono, ancora una volta
non a caso, Odisseo e Diomede: dunque non il solo Laer-
ziade, ma la coppia al completo, che nella tradizione ome-
rica (non nella versione di Ditti, però!) aveva sottratto ai
Troiani il Palladio. Di nuovo Ditti sta alludendo ad un par-
ticolare del mito, così come era trattato pressoché in tutta
la tradizione letteraria e iconografica, mutandone però il
contesto e la funzione.
Odisseo e Diomede “insinuano che sia merito loro aver
recuperato la statuetta”: ma Aiace, nonché il lettore di Dit-
ti, sa benissimo che così non è: contra Aiax adfirmare non
labore aut virtute eorum rem gestam, Antenorem namque
contemplatione communis amicitiae abstulisse.
A questo punto il primo colpo di scena: Diomede a cer-
tamine destitit, riconoscendo ad Aiace l’onore che merita.
132 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

L’attenzione di Ditti si sposta dunque tutta sullo scon-


tro fra Aiace ed Odisseo. Quest’ultimo non solo non desi-
ste dalla richiesta, ma ha in serbo un colpo tanto scorretto
quanto micidiale. Se l’esercito greco continua ad appari-
re totalmente schierato dalla parte del Telamonio, infatti,
sono però i capi achei a dover decidere sull’assegnazione,
in primis Agamennone e Menelao. Proprio ai due Atridi
si rivolge Odisseo, in modo indiretto in Settimio, con un
discorso diretto in Malala, sottolineando come solo per il
suo intervento Elena sia stata riconsegnata nelle mani di
Menelao – che ancora la ama, afferma Settimio con una
lieve ironia – dopo esser stata strappata proprio ad un ac-
cesso di ira di Aiace, che avendola scorta fra le figlie di
Priamo sarebbe stato sul punto di ucciderla per vendicare
i tanti dolori e lutti sofferti dai Greci:
igitur Ulixes cum Aiace summa vi contendere in-
ter se atque invicem industriae meritis expostulare
adnitentibus Ulixi Menelao atque Agamemnone ob
servatam paulo ante opera eius Helenam. Namque
post captum Ilium Aiax recordatus eorum, quae tan-
ti tempestatibus propter mulierem experti perpessi-
que essent, primus omnium interfici eam iusserat.
iamque adprobantibus consilium Aiacis multis bo-
nis Menelaus amorem coniugii etiam tun retinens
singulos ambiundo orandoque ad postremum per-
fecerat, uti intercessu Ulixis Helena incolumis sibi
traderetur.
Nel discorso indiretto di Odisseo si distende dunque
un’analessi narrativa, che svela la ragione ultima, total-
mente ‘privata’ e poco rispettosa dei meriti militari dei
due, che deciderà la contesa.
L’episodio di Aiace che vorrebbe uccidere Elena non
sembra presente nel Ciclo, né vi si fa menzione in altre fon-
INTRODUZIONE 133

ti, ove invece (ad esempio nell’Ilioupersis, ma non solo) era


Menelao che minacciava Elena e la trascinava per i capelli.
In uno specchio istoriato di fattura etrusca, della prima
metà del IV sec. a.C. (British Museum 627), tuttavia, si
vede, accanto al più diffuso schema di Menelao che sem-
bra voler punire Elena, anche la figura di Aiace (AIVAS,
nell’inscriptio) in gesto di minaccia: una testimonianza di
come questa variante fosse già diffusa anche in occidente
in età piuttosto alta103.
Proprio questa sequenza – il confronto fra Aiace ed
Odisseo – è oggetto di un chiaro rimaneggiamento da
parte di Malala. Il cronografo, infatti, amplia in modo
macroscopico la sezione dei discorsi diretti dei due eroi,
quasi a voler essere fedele alla tradizione omerica e dram-
matica delle rheseis contrapposte: ad un iniziale discorso
di Aiace si oppongono ben due discorsi di Odisseo, in cui
egli ripercorre tutti i suoi meriti e insiste, anche in que-
sto caso, sul ‘recupero’ di Elena104. Funzionali anche ad
inserire particolari narrativi in flash back che Malala riser-
va alle narrazioni in prima persona degli eroi, e non alla
voce narrante della Chronographia, questi lunghi discorsi
di Odisseo sono chiaramente dovuti al bizantino, e non

103
Touchefeu 1981,332.
104
Sul contenuto dei discorsi dei due eroi, nelle fonti che li tra-
mandano (Sofocle, Ovidio, Quinto e Malala, soprattutto), si potrebbe
condurre un approfondito studio: ad essere messi in risalto, nell’uno
e nell’altro autore, sono di volta in volta le opposizioni forza fisica/in-
telligenza, lealtà/inganno, o anche le imprese compiute da entrambi;
a volte è possibile cogliere strategie ‘oratorie’ precise, come quando
l’Odisseo di Quinto, in riposta ad Aiace che gli rinfaccia di aver egli
da solo salvato il corpo di Achille dai nemici, sposta il piano dell’at-
tenzione sul concetto generale che sia più efficace l’intelligenza della
forza, quasi evitando di tornare sull’argomento.
134 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

all’Ephemeris greca da lui comunque seguita nella sostan-


za narrativa. Ma torniamo alla versio latina.
Di nuovo, con una iunctura tutta allusiva allo schema
tradizionale del ‘giudizio’ delle armi, che aveva dato il ti-
tolo a testi drammatici e moduli iconografici105, Settimio
– e, con tutta probabilità, Ditti – introduce la scena in cui
gli Atridi decidono di assegnare il Palladio ad Odisseo:
itaque, uti iudicio amborum merita expectantes. Come
non poteva risuonare, all’orecchio del lettore esperto, il
richiamo alle óplon kríseis della tradizione tragica greca
e romana?106
In questo tessuto intertestuale, si inserisce tuttavia il
pervasivo elemento dittiano della materialità, del realismo
bellico che si è sottolineato più volte: l’errore più grande
degli Atridi, infatti, è quello di aver sottovalutato non solo
la grandezza delle imprese dell’eroe, ma anche l’importan-
te riserva di vettovaglie che Aiace ha procurato all’esercito
dalla Tracia.
La decisione degli Atridi, del resto, provoca una netta
spaccatura fra i duces. Ed è qui che incomincia a farsi stra-
da, in Aiace, l’idea della vendetta:
Interim Aiax indignatus et ob id victus dolore animi
palam atque in ore omnium vindictam se sanguine
eorum a quis impugnatus esset, exacturum denuntiat.

105
Vd. ancora, in particolare, Touchefeu 1981,324-7.
106
Nella versione attestata dall’Etiopide, nella tradizione omerica
(cfr. ad esempio gli scholl. ad Od.11, 547) e ripresa dai Posthomerica
erano i prigionieri troiani a scegliere fra i due eroi: in questo modo si
declinava ogni responsabilità dei Greci in merito al suicidio di Aiace.
In Ditti, chiaramente, è assente questo scrupolo, anzi si insiste sulla
complicità degli Atridi nella vicenda. Anche il ruolo di moderatore
del dibattito non era affidato, nella Piccola Iliade, ad Agamennone, ma
a Nestore: elemento che di nuovo sarà ripreso da Quinto.
INTRODUZIONE 135

Ditti vuole di nuovo frustrare le attese del lettore. La


narrazione sembrerebbe avviarsi verso il tradizionale fi-
nale della follia dell’eroe, ma non è così. Agamennone,
Menelao e Odisseo, nel timore che Aiace possa vendicarsi
di loro, schierano delle sentinelle intorno alle loro tende.
L’atmosfera si fa ancora più cupa, perché, scesa la notte,
Aiace continua a inveire contro i duces. Finché il finale ci
riserva la sorpresa più notevole:
ubi nox aderat, discedentes uno ore omnes lacerare
utrumque regem neque abstinere maledictis, quip-
pe quis magis libido desideriumque in femina quam
summa militiae potiora forent. At lucis principio Aia-
cem in medio exanimem offendunt perquirentesque
mortis genus animadvertere ferro interfectum. Inde
ortus per duces atque exercitum tumultus ingens ac
dein seditio brevi adulta, cum ante iam Palamedem
virum domi belloque prudentissimum nunc Aiacem,
inclitum tot egregiis pugnis, atque utrosque insidiis
eorum circumventos ingemescerent. Ob quae supra-
dicti reges, veriti ne qua vis ab exercitu pararetur,
intus clausi firmatiue per necessarios manent.
Alle prime luci dell’alba Aiace è trovato morto nella
propria tenda, ucciso da una spada che – chiaramente –
non è la sua. Coerentemente con lo spirito dell’Ephemeris,
non è fatta menzione di interventi divini. La responsabilità
della morte dell’eroe, anzi, non solo a livello ‘morale’, ma
sul piano concreto della realizzazione, è attribuita dall’e-
sercito agli Atridi e a Odisseo: le truppe, anzi, instaurano
un parallelo fra la morte misteriosa di Palamede, narrata
nel primo libro, e quella di Aiace. Entrambi personaggi
scomodi o invisi a Odisseo, entrambi trovati uccisi in cir-
costanze poco chiare. Il Laerziade e gli Atridi, a questo
punto, debbono chiudersi nelle loro tende, circondati dal-
136 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

le truppe in vera e propria rivolta: Odisseo, preoccupato


per il risentimento crescente, aspetterà la notte e lascerà il
campo greco per fare ritorno in patria. Il Palladio rimarrà
in custodia a Diomede. Tutte queste sequenze ricompaio-
no fedelmente in Giorgio Cedreno, molto sinteticamente,
e in Giovanni Malala.
È con questo sorprendente finale, dunque, che Ditti
‘rovescia’ il motivo del suicidio di Aiace, riscrivendo un
tassello del mito troiano che era divenuto tanto diffuso
quanto simbolico nell’immaginario antico107. A conclusio-
ne dell’episodio, dopo aver descritto come Neottolemo
abbia provveduto ad erigere il tumulo per l’eroe presso
il promontorio Reteo108, e senza fare la minima menzione
del dolore e del lutto di Tecmessa o Teucro, arriva anche
la ‘firma’ alessandrina di Ditti, fortunatamente conservata
da Settimio:
quae si ante captum Ilium accidere potuissent, pro-
fecto magna ex parte promotae res hostium ac dubi-
tatum de summa rerum fuisset.
Come sarebbe stato possibile conquistare Troia sen-
za l’apporto fondamentale di Aiace? È chiaro che, “se le
vicende della sua morte fossero accadute prima”, non si
sarebbe giunti alla conclusione della guerra. Il fatto stesso

107
Si pensi anche solo al proverbioȱ̄ϢΣΑΘΉ΍ΓΖȱ·νΏΝΖ, “per chi ride
irrazionalmente”, riferito proprio al momento in cui Aiace, “dopo
aver legato e frustato due montoni credendo che fossero gli Atridi,
resosene conto, si uccide” (Zen. 1,43).
108
Sull’atteggiamento dei Greci di fronte alla sepoltura di Aiace si
apprezzava la divergenza più netta tra la tradizione epica della Picco-
la Iliade e quella tragica della pièce sofoclea, ove uno dei motivi più
rilevanti, nel finale, era il disaccordo tra i Greci intorno alle spoglie
dell’eroe, disaccordo incarnato nella tragedia da Agamennone.
INTRODUZIONE 137

di porsi una domanda simile rivela l’intento metaletterario


di Ditti: in nome del realismo ‘bellico’ che è la nota domi-
nante dell’Ephemeris, Ditti si chiede – e chiede divertito
al lettore – come sia possibile che in tutti gli autori prima
di lui sia stata ‘raccontata’ una versione così inverosimile
della vicenda di Aiace.
L’episodio della morte del Telamonio, dunque, si rivela
con tutta evidenza uno dei più significativi della modalità
di cosciente e allusiva riscrittura della tradizione omerica
da parte di Ditti, delle sue strategie narrative ricche di su-
spance e di attese frustrate e di sorprendenti rovesciamen-
ti di motivi consolidati. Ditti, a questo livello, ci appare
senz’altro come autore maturo e capace.

4. La fortuna

Quale immagine di Ditti fu consegnata alla successiva tra-


dizione letteraria?
È Giovanni Malala, nel V secolo, a darci il primo, più
esteso e più lusinghiero ritratto dello storico antehomeri-
cus, del quale si serve abbondantemente nella sua Crono-
grafia, spesso citandolo esplicitamente (5,29; 5,31). Quasi
al principio della narrazione riguardante i fatti troiani, il
retore antiocheno menziona la principale fonte che inten-
de seguire in questa parte dell’opera:
̍΅ΌАΖȱ ϳȱ ΗΓΚЏΘ΅ΘΓΖȱ ̇ϟΎΘΙΖȱ ϳȱ πΎΘϛΖȱ ̍ΕφΘ΋Ζȱ
ЀΔΉΐΑ΋ΐΣΘ΍ΗΉΑȱΐΉΘΤȱΦΏ΋ΌΉϟ΅ΖȱΘΤȱΔΕΓ·Ή·Ε΅ΐΐνΑ΅ȱ
Ύ΅Ϡȱ ΘΤȱ ΏΓ΍ΔΤȱ ΔΣΑΘ΅ȱ ΘЗΑȱ πΔϠȱ Θϲȱ ͕Ώ΍ΓΑȱ πΔ΍ȱΗΘΕ΅Ȭ
ΘΉΙΗΣΑΘΝΑȱ ̴ΏΏφΑΝΑǯȱ ͂Α·ΤΕΐΉΘΤȱ ΘΓІȱ ͑ΈΓΐΉΑνΝΖȱ
ΘΓІȱΔΕΓΐΣΎΓΙΘЗΑȱ̇΅Α΅ЗΑΘΓІȱΎ΅ΘΉΏΌϱΑΘΓΖΉϢΖȱΘϲΑȱ
ΔϱΏΉΐΓΑȱ Χΐ΅ȱ ΘΓϧΖȱ ΩΏΏΓ΍Ζȱ ̝Λ΅΍ΓϧΖаȱ ЀΔΓ·Ε΅ΚΉϿΖȱ
·ΤΕȱ ΅ЁΘΓІȱ ΘΓІȱ ͑ΈΓΐΉΑνΝΖȱ πΘϾ·Λ΅ΑΉΑȱ ϳȱ ΅ЁΘϲΖȱ
138 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

̇ϟΎΘΙΖȱ Ύ΅Ϡȱ οΝΕ΅ΎАΖȱ ΦΎΕ΍ΆЗΖȱ ΘΤΘΓІȱ ΔΓΏνΐΓΙȱ Ύ΅Ϡȱ


ΗΙ··Ε΅ΜΣΐΉΑΓΖǰȱ БΖȱ Δ΅ΕАΑȱ ΘϱΘΉȱ πΑΘΓϧΖȱ ΛΕϱΑΓ΍Ζȱ
πΎΉϟΑΓ΍ΖȱΐΉΘΤȱ̴ΏΏφΑΝΑǯȱ

Ditti è dunque caratterizzato dallaȱ ΦΏφΌΉ΍΅, nonché


dallaȱΦΎΕ΍Άϟ΅. “Essendo presente agli avvenimenti”, Ditti
ha potuto narrarli in modo più veritiero di Omero. Così,
tutti gli autori bizantini che seguiranno Ditti come fonte
primaria, anche senza citarlo apertamente, in un confron-
to più o meno esplicito con il sommo poeta affermeranno
di voler narrare i fatti “secondo gli storici”, Ύ΅ΌАΖȱ ΘΓϧΖȱ
ϡΗΘΓΕφΗ΅Η΍, per esempio, come scrive Costantino Manasse
nel suo poema ‘breve’ sulla storia del mondo (Syn. 1111).
Nella Costantinopoli del X secolo a Ditti è dedicata
una voce del lessico Suda (Έȱ 1117-8), ove accanto alle no-
tizie ricavate da quello che doveva essere il prologo dell’o-
pera greca (con informazioni aggiuntive rispetto a quelle
già fornite da Malala, dunque derivate da altra fonte, forse
ancora diretta) non si dànno giudizi di merito sulla storio-
grafia del cretese.
Nessun giudizio anche in uno scolio di Areta, allievo di
Fozio e poi vescovo di Cesarea, ad un passo dell’orazione
XI di Dione di Prusa, ove si afferma che Omero fu il pri-
mo a narrare i fatti troiani,ȱΓЁΎϷΑȱΘΝΑȱΈξȱοΘνΕΝΑȱΔΓ΍΋ΘЗΑȱ
ΓЁΈξȱΗΙ··Ε΅ΚνΝΑ. Significativamente, Areta ‘corregge’ il
Crisostomo, ricordando che, se di poeti prima di Ome-
ro non vi è traccia, c’è tuttavia almeno unȱ ΗΙ··Ε΅ΚΉϾΖ:
proprio Ditti di Creta, che ha narrato le imprese deiȱ ›ŽŒ’ȱ
Ά΍ΆΏϟΓ΍ΖȱǯǯǯȱΗΙΐΚЏΑΓ΍ΖȱΎ΅ΘΤȱΔΣΑΘ΅ȱе̒ΐφΕУ. Areta cono-
sceva ancora il testo di Ditti? Forse no. Ma la sua premura
di accostarlo ad Omero, mantenendone vivo il valore, ci
dice molto della fama di storico veritiero ed importante,
nel ‘canone’ tardoantico prima e bizantino poi, di cui an-
cora godeva il cretese Ditti in quei secoli.
INTRODUZIONE 139

Di lì a poco, del resto, il Ditti e il Darete latini sarebbe-


ro stati presi come punti di riferimento dalla nascente let-
teratura romanza, che ne avrebbe fatto le fonti privilegiate
delle Chansones di argomento troiano: il ‘veritiero’ Ditti,
in questo modo, avrebbe per molti secoli – almeno fino
all’inizio del Quattrocento, addirittura sostituito Omero
nell’Occidente latino109.
Le ragioni ultime di questo fenomeno sono difficilmen-
te circoscrivibili. Si è addotta la motivazione della lingua:
il latino, nella cui traduzione questi testi sono giunti sino ai
nostri giorni, ne avrebbe consentito una diffusione ed una
circolazione molto maggiori rispetto allo stesso Omero e
ad opere greche di argomento omerico. Parallela e com-
plementare a questa considerazione è sicuramente quella
relativa alla scarsissima diffusione dei poemi omerici per
tutto il Medioevo.
Recentemente poi, Ditti e Darete sono stati inclusi in
un sottogenere letterario denominato Pseudo-documenta-
rismo110. Si tratta di opere in cui l’autore presenta dei con-
tenuti (fittizi) come veritieri ed autentici celandosi dietro
la loro autorità. Anche questa classificazione, in realtà, non
aiuta né fornisce argomenti ulteriori a favore di un ricono-
scimento della superiorità conferita in particolare a Ditti
e a Darete: Hansen, il coniatore del termine ed euretès del
sottogenere, in realtà non fa altro che circoscrivere una ca-
tegoria letteraria all’interno del genere della fiction, e non
spiega come mai, viceversa, le versioni mitiche riportate
da Ditti e Darete siano state così a lungo trattate come
109
Il capitolo sulla fortuna di Ditti e Darete in età mediolatina è ora
affrontato dalla già citata Prosperi 2013 (e già 2012, 45 ss.) dalla quale
derivo il materiale relativo alla ricezione di Ditti in età umanistica e
nei secoli successivi.
110
Hansen 2003, 302.
140 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

vera e propria storia, sia stata loro tribuito uno statuto di


veridicità assoluta.
Come rileva giustamente la Prosperi111, viceversa, il fe-
nomeno di ricezione dell’Ephemeris può essere compreso
solo se si guarda alla tessitura dell’opera e ai presuppo-
sti cognitivi che essa implica: Ditti (come anche Darete)
mette in campo un finissimo lusus con Omero, un sottile
gioco di allusioni e di scarti rispetto alla versione del “di-
vino” che può essere compreso e deve essere indirizzato
esclusivamente ad un lettore che coincida con un esperto
conoscitore di Omero. Nel momento in cui i fruitori di
queste opere (in primis i loro traduttori) persero familiari-
tà con Omero, l’efficacia dell’ironia ad esse sottesa si perse
del tutto, e furono inevitabilmente fraintese, considerate,
in ultima analisi, delle vere e proprie narrazioni storiche.
Lo stesso Settimio presta il fianco a questo meccanismo
nel momento in cui fa precedere la propria versio da un’e-
pistola che duplica lo stratagemma autenticativo del pro-
logo112 e ingenera nei lettori un’ulteriore deviazione nella
sua ricezione.
Una nuova e decisiva consacrazione di Ditti e Darete
a veri e propri storici della guerra di Troia è data dai
caratteri stessi delle loro opere, che ben poco spazio ri-
servano al soprannaturale e al divino, ma aderiscono (in
termini di polemica anti-omerica che tuttavia non viene,
come si è detto, più compresa) ai princìpi della storio-
grafia razionalistica di matrice tucididea e al principio
definito da Bernard Williams “requisito esplicativo”113,

111
Prosperi 2013,17 ss.
112
Vd. Prosperi 2013,19 con relativi studi sul meccanismo di redu-
plicatio dell’epistola.
113
Prosperi 2013,20.
INTRODUZIONE 141

in base al quale non esiste evento, per quanto remoto,


che possa sottrarsi alle stesse leggi che regolano gli even-
ti moderni.
Fu proprio l’adesione ai dettami della storiografia clas-
sica il presupposto fondamentale che consentì a Ditti e a
Darete di essere inseriti dai Padri della Chiesa, tra tutti
Eusebio, nel novero dei primi storici greci. In dipendenza
proprio dalla periodizzazione eusebiana, Isidoro di Sivi-
glia, nel VI secolo, afferma che apud gentiles primus Da-
res Phrygius … historia medidit, inaugurando un filone di
compilazioni medievali di storia universale in cui figurerà
costantemente il nome di Darete, a volte accostato a quel-
lo di Ditti, i quali, sebbene estremamente diversi, furono
naturaliter letti in parallelo, complementari l’uno all’altro,
a formare un dittico sulla materia troiana. Proprio nel pe-
riodo medievale la diffusione di questi testi subì un incre-
mento notevole, fornendo lo spunto per una serie di opere
che ne derivarono in maniera più o meno diretta (si pensi,
per il XII secolo, al grande poema in sei libri dell’erudito
inglese Giuseppe Iscano, il De bello troiano, o all’Ilias in
distici del francese Simon Capra Aurea).
Un punto nodale e di svolta per la propagazione delle
opere dittiana e daretiana è certamente costituito dal-
la composizione, ancora nel XII secolo, del Roman de
Troie ad opera di Benoît de Sainte-Maure. Si tratta del
testo più letto e copiato del tempo, che ispirò a sua vol-
ta riprese e rielaborazioni, diede impulso alla tradizione
manoscritta dei due testi e agì in maniera determinante
sulla fortuna di entrambi, che l’autore dichiara aperta-
mente come modelli, denigrando l’autorità di Omero in
quanto non testimone diretto degli eventi. Essi, inoltre,
vengono presi in considerazione in maniera complemen-
tare da Benoît, il quale attinge all’uno qualora l’altro non
142 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

lo soddisfi, sebbene tuttavia, sembri maggiore l’influenza


di Darete114.
Un fenomeno ulteriore va certamente rilevato: la fama
del Roman non solo lo rese protagonista di riprese, ma
allo stesso tempo oggetto di polemiche da parte di chi
scelse di travalicarne l’autorità per rivolgersi recta via alle
sue fonti. Questo il caso dell’Historia destructionis Troiae
di Guido delle Colonne (1287 ca.), il quale, optando per
un racconto in prosa della distruzione di Troia, in pole-
mica con i poeti e con lo stesso Benoît – che pure non
cita mai esplicitamente –, e rifacendosi direttamente ai
suoi modelli, restituisce loro quello statuto storiografico
che in parte era stato accantonato da opere di fiction come
lo stesso Roman. Uno statuto che passerà decisamente in
secondo piano nel Trecento, allorché la materia troiana si
trasformerà univocamente in leggenda e come tale verrà
trattata, ad esempio, dal Boccaccio, autore in età giovani-
le, del Filostrato, poema in cui, sebbene la cornice si possa
dichiarare ispirata al Roman, l’intento risulta decisamente
diverso da quello storico-documentario. Ancora inclini ad
affermare l’autorità di Darete, ma ora soprattutto di Ditti,
due contemporanei di Boccaccio: Benzo d’Alessandria e
Guglielmo da Pastrengo, protoumanisti settentrionali, che
nelle loro storie universali, guardando direttamente ad Isi-
doro, si riferiscono ancora e Ditti e Darete come Historio-
graphigentilium.
Esemplificativa della fama di veridicità tribuita a Ditti
e Darete è la posizione di Petrarca. In questo senso si può
richiamare il contributo di Petrarca alla redazione di un
codice (Par. Lat. 5690) in cui il vescovo Landolfo Colonna
aveva fatto trascrivere l’Ephemeris in apertura di una serie

114
Questa la conclusione di D’Agostino 2006,50.
INTRODUZIONE 143

di testi storiografici veri e propri (Floro e le Decadi I, III


e IV di Livio): un chiaro indizio del fatto che anche lui
annoverasse Ditti tra gli storici.
Si deve altresì citare il celebre passo del Trionfo del-
la Fama (iia, 107-111) in cui Petrarca cita Darete e Ditti
come contraddittori l’uno rispetto all’altro, dichiarando
così l’impossibilità di accedere alla assoluta verità dei fatti;
in contraddizione sì, ma non di meno storici:
e Dare e Dite
fra lor discordi e non è chi’l ver cribri;
così rimansi ancor l’antica lite
di questi e d’altri e gli argomenti interi,
ché le certe notizie son fallite
La prima stroncatura decisa ai nostri due autori pro-
viene da uno dei più insigni e celebri umanisti del tempo,
Coluccio Salutati, che ne denigrò non solo l’autorità, defi-
nendoli apocrifi, ma criticò aspramente anche Guido delle
Colonne che li compendiò nella propria opera:
In qua quidem re, cum duos habeamus auctores,
gnosium Dictym phrigiumque Dareta, tacuit omni-
no grecus ille quod quaeris; alter vero troianus pau-
cissimis habitum Hectoris explicavit (…) Homerus
autem diciteum fuisse terribilem (…) Aliud autem
apud Latinos non memini me legisse, nisi penes Gui-
donem de Columna Messana, qui, Dictym Dareta se-
cutus, librum qui Troianus vulgo dicitur ex dua bu-
sillis hystoriis compilavit et ex duobus apochryphis
unum fecit, quem omnes quos eruditos vidi flocci
faciunt, ut pote carentem tam gravitate quam fide.
Tuttavia, nonostante il lapidario giudizio di uno degli
spiriti più illuminati del tempo, la fede nella veridicità di
Ditti a Darete sopravvisse anche nella generazione succes-
144 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

siva, come testimonia l’umanista padovano Sicco Polen-


ton, che li colloca tra gli storici e ne mostra una conoscen-
za diretta.
Della diffusione e della fama di Ditti e Darete in età
umanistica si è occupato Momigliano115, il quale ha ope-
rato una distinzione netta tra ‘alta’ e ‘media’ cultura uma-
nistica, sostenendo che la prima ne avesse immediatamen-
te accantonato la veridicità storica, mentre la seconda ne
avesse mantenuto lo statuto di storici sino al XVI secolo.
La Prosperi116 si scaglia contro questa rigida divisione di
Momigliano, mettendo in evidenza quanto fosse ben più
nutrita la schiera dei sostenitori umanistici – se non di alto
profilo come i detrattori – dei due autori. Un sostegno,
dato da quella “media cultura”, che conferisce nuovo im-
pulso e dignità allo studio di Ditti a Darete nel corso del
Quattro e del Cinquecento. A riprova di ciò l’elevato nu-
mero di edizioni che si susseguono per tutto il XV secolo
(Vd. infra § 5) nonché la prima edizione congiunta dei due
testi (Messina 1498, ristampa Venezia 1499): edizioni che
professano l’indiscussa veridicità storica dei due testi e la
loro capacità di recuperare un segmento di storia remota
altrimenti irrimediabilmente offuscato dall’alone del mito.
Una svolta decisiva alla consacrazione di Ditti e Dare-
te come storiografi in Italia viene impressa nel 1570 dal
poligrafo aretino Tommaso Porcacchi, che li traduce per
farne il primo volume di una Collana historica graeca, pri-
ma sezione di una Collana historica universale per i tipi di
Giolito de’ Ferrari. In questa edizione essi precedevano i
massimi storiografi greci (Erodoto, Tucidide, Senofonte,
Gemistio Pletone, Polibio, Dionigi di Alicarnasso, Giu-

115
Momigliano 1960,47.
116
Prosperi 2013,28.
INTRODUZIONE 145

seppe Ebreo, Plutarco, Appiano, Arriano, Dione Cassio):


l’indiscutibile attendibilità storica che non solo l’autore,
ma anche il pubblico, tributava a questi due testi, emerge
dunque nitidamente dalla disposizione e dalla scelta degli
autori.
Un riflesso della fiducia che letterati e pubblico del tem-
po accordavano alle opere di Ditti e Darete si può inoltre
scorgere nel dibattito che ha animato l’ambiente intellet-
tuale italiano nell’ultima parte del XVI secolo, seguìto alla
pubblicazione delle Gerusalemme liberata. Nell’ambito di
questa querelle, difatti, si colloca la replica del letterato
ferrarese Camillo Pellegrino alla Crusca, nella quale so-
stiene fermamente la veridicità della guerra di Troia pro-
prio in virtù delle testimonianze di Ditti e Darete:
Chiara cosa è, che mi si farà buono, che la guerra di
Troja sia stata cosa vera, e reale; e reale parimente
lo sdegno d’Achille; reale dico, se non vogliamo, che
l’argomento della Iliade sia fondato sopra una cosa
del tutto vana (…) E colui, che per avventura vo-
lesse questo negarmi, sarà convinto dalla istoria di
Darete Frigio, e di Dite Cretense, autori intervenuti
nel fatto dell’armi, e ricevuti, e tradotti da Corne-
lio Nipote, e da Quinto Settimio Romano, che ne’
paralleli di quelle, tirati con la poesia di Omero, si
conoscerà l’alterazione di molti particolari, e alcun
particolare non alterato.117
Sempre nell’ambito dell’aspro dibattito sul Tasso, in
senso del tutto contrario si esprime uno dei più feroci

117
Camillo Pellegrino, Replica di Camillo Pellegrino, alla risposta
de gli Accademici della Crusca, fatta contro il Dialogo dell’epica poesia,
in Mantova, per Francesco Osanna, 1586, stampato in T. Tasso, Ope-
re, Pisa, 1827, vol. 18,5-6. Vd. anche Prosperi 2013,35.
146 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

detrattori della Gerusalemme, Leonardo Salviati. Questi,


proprio facendo leva su Omero, individua la stretta di-
pendenza di Ditti e Darete dal “divino” poeta, rispetto
al quale i due autori si rendono colpevoli di averne solo
romanzato il contenuto intrudendovi delle varianti frutto
della successiva produzione tragica; sostiene inoltre con
due diverse argomentazioni, l’una interna e l’altra ester-
na alle stesse opere, la loro sostanziale falsità: innanzitutto
l’assenza di menzione in Aristotele, il quale, se ne avesse
avuto notizia, non l’avrebbe mai passata sotto silenzio; in
secondo luogo le grandi incongruenze che presentano l’u-
no rispetto all’altro, che renderebbe impossibile credere
ad una partecipazione di entrambi alla guerra di Troia118.
La diffidenza nei confronti di Ditti e Darete viene riba-
dita e accentuata da un altro grande intellettuale del tem-
po, Antonio Possevino, il quale alla fine del XVI secolo,
nella Sectio quarta, de historicis, vel suppositiis, vel non ve-
racibus della sua Bibliotheca selecta, critica la sterilità delle
narrazioni dittiana e daretiana, incompatibile, a suo giudi-
zio, con la ricchezza della materia trattata.
Nel XVII secolo la fama di storici affidabili di Ditti e
di Darete sembra crollare definitivamente. La condanna
definitiva arriverà tuttavia solo all’inizio del XVIII da par-
te del filologo Giacomo Perizonio, che pubblicherà, agli
albori del secolo, una Dissertatio de Historia Belli Troiani,
con un sintetico quanto lapidario incipit:
Nullus extitit Dictys Cretensis, qui Troianas res illis
temporibus scripserit, quod tradiderunt Graeci se-
quiori saevi, et Recentiores Eruditi.119

118
La Prosperi 2013,37-38 riporta per intero gli strali del Salviati.
119
Perizonius 1702. Vd. anche Prosperi 2013,37.
INTRODUZIONE 147

***
Omero, il “divino” Omero, e con lui tutto il ciclo epico,
avevano rappresentato per un millennio – di fatto – la
versione ‘ufficiale’ del più importante mito dei Greci: la
guerra di Troia e le vicende degli eroi in quella protagoni-
sti. Nonostante il dramma attico avesse sfruttato (e spesso,
probabilmente, ideato) versioni differenti da quella ome-
rica, così come, forse, avevano fatto Stesicoro e parte della
lirica arcaica – anche se non appare prudente attribuire al
Reggino, e in genere ad una datazione ‘alta’, ogni mito di-
vergente da Omero – nonostante Erodoto avesse applica-
to categorie razionalizzanti ai fatti narrati dall’epos120 e gli
alessandrini, da Callimaco ad Apollonio, avessero rintrac-
ciato fra le loro fonti antiquarie particolari e rarità ‘anti-
omeriche’, il “divino poeta” era sempre il più frequentato,
il più letto dal grande pubblico, a cominciare dalla scuola,
e soprattutto il più rappresentato in tutte le forme artisti-
che di cui abbiamo testimonianza.
Il mito troiano era Omero, e Omero era il mito troia-
no. Sicuramente per la maggior parte dei lettori antichi e
in tutto l’immaginario popolare di antonomasie, proverbi,
exempla retorici.
Accanto, più spesso che contro, a questa tradizione
omerica sul mito troiano, esisteva, come si è detto già dalla
lirica arcaica, una tradizione che è stata definita a volte
“antiomerica” (Timpanaro) o “antagonista” (Prosperi),
ma che è forse più opportuno definire ‘para-omerica’.
Innestando nella fabula omerica elementi sorprendenti,
all’insegna di una riscrittura che tutti potevano confrontare
con il testo del “divino poeta”, molti autori, probabilmen-

120
In questo senso la Prosperi (2012,44-45) legge nel pur Home-
rikòtatos Erodoto il primo “storico antiomerico”.
148 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

te molti di più di quanti possiamo anche solo immaginare,


tentarono strade nuove nella già tradizionale via maestra
del mito troiano: strade spesso colorate a tinte fosche, fat-
te di agguati e di tradimenti in luogo di duelli campali e
leali disfide; strade adombrate da sentimenti ribelli delle
truppe e da tradimenti reciproci fra i “capi”; strade che
avrebbero portato, dopo la fine del mondo antico, ad esiti
romanzeschi fortunatissimi, che in qualche modo avreb-
bero assicurato anche a questo ‘alternativo’ mito troiano
una sopravvivenza non scontata, accanto ad Omero.
Di questa tradizione para-omerica, arcaica, classica ed
ellenistica, l’anonimo autore che si cela dietro la maschera
ambigua del cretese Ditti sembra riannodare (quasi) tutti i
fili. Come un grande bacino collettore, la sua Ephemeris ci
ha conservato – insieme all’Historia di Darete – un ricchis-
simo bagaglio di sorprendenti versioni mitiche e allusive
tessere intertestuali, che aspettano ancora, per la maggior
parte, uno studio moderno che le valorizzi e ne metta in
luce le peculiarità letterarie e culturali121.

Valentina Zanusso

121
Ancora non pubblicata, e di fatto scarsamente reperibile, la dis-
sertazione di Marblestone 1970.
NOTA CRITICA
LA TRADIZIONE MANOSCRITTA

Accantonate per un momento le questioni inerenti al Ditti gre-


co trasmessoci dal Ptebt 268 (Pack2 338) e dal POxy 25391,
al passaggio dalla versione in fenicio fino a quella in latino e
al numero di libri in cui era originariamente divisa l’opera2, si
tenterà ora di offrire una rapida panoramica sulla tradizione
medioevale del testo del Ditti settimiano3. Questa, oltre a per-
mettere una migliore comprensione dei problemi filologici delle
Ephemerides dell’eroe cretese, aprirà anche la strada alla rifles-
sione e al dibattito sulla loro ricezione e sulla loro fortuna fino
ai nostri giorni.
In questa prospettiva, è necessario dire subito che Ditti Cre-
tese non godette della felice sorte che arrise invece al “collega”
Darete Frigio, nonostante – almeno fino al IX-X secolo – i due
compaiano comunemente in coppia. Ad esempio, nei cataloghi
delle collezioni librarie medioevali, si può ancora leggere: «192.
historia Homeri, ubi dicit Dictys et Dares Phrygius» (inventario
della biblioteca di Saint Riquier, anno 831); «25. Hystoriam dic-
tis et daretis. in I sced.» (biblioteca di San Gallo, seconda metà

1
Si vedano, rispettivamente, B. P. Grenfell – A. S. Hunt – E. J. Goodspeed
(edd.), The Tebtunis Papyri. Part II, London 1907, e J. W. B. Barns – P. Par-
sons – J. Rea – E. G. Turner (edd.), The Oxyrhynchus Papyri. Part XXXI,
London 1966.
2
Su quest’ultimo punto si rimanda a W. Lapini, I libri dell’Ephemeris
di Ditti-Settimio, Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik, 117/1997, pp.
85-89.
3
Vale la pena sottolineare che, ad oggi, non si ha alcuna notizia di te-
stimoni del Ditti greco oltre ai già menzionati frammenti papiracei. Questa
condizione rende ancor più difficile valutare la conoscenza e l’eventuale cir-
colazione delle Ephemerides a Bisanzio.
150 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

del IX secolo); «466.67. libros Septimi Sereni duos, unum de


ruralibus, alterum de historia Troiana, in quo et habetur histo-
ria Daretis» (biblioteca di Bobbio, fine del IX secolo)4. Il testo
di Darete si impose nei gusti del pubblico e venne trascritto in
molte copie, mentre di Ditti conosciamo soltanto sei testimoni
riferibili al periodo anteriore al XII secolo e fino al XIV secolo.
Si tratta, in particolare, di: St. Gallen, Stiftsbibliothek, 197-I,
sec. IX (G ovvero ī); Roma, Biblioteca Nazionale Centrale, Vitt.
Em. 1613, sec. IX (codex Aesinas, E); Zürich, Zentralbibliothek,
Z.XIV.14, sec. IX; Strasbourg, Bibliothèque Universitaire, 14-I,
sec. XI (S); Milano, Biblioteca Ambrosiana, C 72 inf., sec. XI-
XII (R); Bruxelles, Bibliothèque Royale, 3920-3923, sec. XII
(H); Bern, Burgerbibliothek, 367, sec. XIII (B).
Comparso già nei lavori di A. Dederich negli anni Trenta
del XIX secolo, il manoscritto di San Gallo guadagnò il centro
della scena nell’edizione critica di Ditti Cretese, curata da F.
Meister nel 1872 per la collezione della Bibliotheca Scriptorum
Graecorum et Romanorum Teubneriana5. Considerato dall’edi-
tore come codex optimus – secondo schemi lontani da quelli
della moderna filologia –, questo venne praticamente utilizzato
come unica fonte per la ricostruzione del testo ed oscurò per-
tanto gli altri testimoni allora noti6.
L’anno 1907, come si è detto precedentemente, segnò una
svolta importante per il testo dittiano. Non solamente per il ritro-
vamento del papiro di Tebtunis, ma anche perché in quell’anno
C. Annibaldi pubblicò la collazione delle Ephemerides condotta
su un nuovo, importante manoscritto, da questi rinvenuto cin-

4
Rispettivamente, G. Becker, Catalogi Bibliothecarum antiqui, Bonnae
1885, pp. 28, 54 e 69-70.
5
F. O. Meister (ed.), Dictys Cretensis Ephemeridos belli Troiani libri sex,
Lipsiae 1872.
6
Scrive S. Timpanaro: «le lezioni di qualche altro codice erano citate dal
Meister solo saltuariamente, e col sospetto pregiudiziale che si trattasse di
congetture più o meno felici, non di tradizione genuina» (S. Timpanaro, Per
la critica testuale dell’Ephemeris di Ditti-Settimio, in Lanx satura Nicolao Ter-
zaghi oblata. Miscellanea philologica, Genova 1963, pp. 325-342, in part. 326).
NOTA CRITICA 151

que anni prima nella biblioteca del conte Balleani a Jesi (da qui
il nome Aesinas, con il quale il codice è universalmente noto)7.
Infatti, oltre a veicolare l’unico frammento antico delle opere
minori di Tacito – altrimenti leggibili solo in testimoni di età
umanistica –, tale volume, conservato da non molti anni presso la
Biblioteca Nazionale di Roma sotto la segnatura Vitt. Em. 1631,
offriva ai ff. 1r-51v «il testo migliore dell’autore Ditti Cretese»8.
La nuova scoperta incentrò il dibattito solamente su quale, traī
ed E, fosse testimone di un testo qualitativamente superiore.
Per una più attenta valutazione del valore filologico dei ma-
noscritti di Ditti bisognerà però attendere fino al 1958 quan-

7
Breve notizia ne veniva infatti data già in C. Annibaldi, Di un nuovo
codice dell’Agricola e della Germania di Tacito, Atene e Roma, 5/1902, pp.
737-738.
8
C. Annibaldi, L’Agricola e la Germania di Cornelio Tacito nel ms. latino
n. 8 della biblioteca del Conte G. Balleani in Jesi, Città di Castello 1907, p. 63.
Non sarà inutile ricordare brevemente alcune vicende della storia di questo
manoscritto. Nonostante il dibattito sia ancora vivo, sembra ormai lecito ipo-
tizzare che il fascicolo in carolina veicolante una sezione dell’Agricola facesse
parte del celeberrimo codice di Hersfeld, sulle tracce del quale molto si affa-
ticò l’umanista Poggio Bracciolini e che giunse in Italia nel 1455 nel bagaglio
di Enoch d’Ascoli (su tale argomento si veda F. Stok, Le vicende dei codici her-
sfeldensi, Atti dell’Accademia Nazionale dei Lincei. Classe di Scienze Morali,
Storiche e Filologiche, s. VIII 28/1985, pp. 281-319). Anche in merito all’o-
rigine del codex Aesinas le opinioni sono discordi: alcuni sostengono l’ipotesi
di una provenienza tedesca (sebbene per il tramite di un antigrafo inglese
o italiano; cfr. P. Lehmann, Paläographische Beurteilung des Codex Hersfel-
densis, in R. Till [ed.], Handschriftliche Untersuchungen zu Tacitus Agricola
und Germania mit einer Photokopie des Codex Aesinas, Berlin-Dahlem 1943
[Deutsches Ahnenerbe, 1], in part. p. 13); altri invece propendono per la Fran-
cia (e in particolare la valle della Loira; cfr. B. Bischoff, Das benediktinische
Mönchtum und die Überlieferung der klassischen Literatur, Studien und Mit-
teilungen zur Geschichte des Benediktiner-Ordens, 92/1981, pp. 165-190, in
part. p. 181). Attualmente il codice si presenta come il frutto del restauro cui
provvide Stefano Guarnieri (m. 1495), cancelliere perugino e fratello di Fran-
cesco che fu scrittore della Camera Apostolica; i danni ora visibili si devono
all’alluvione fiorentina del 4 novembre 1966. Per una messa a punto della
questione si veda F. Niutta, Sul codice Esinate di Tacito, ora Vitt. Em. 1631
della Biblioteca Nazionale di Roma, Quaderni di Storia, 43/1996, pp. 173-202.
152 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

do W. Eisenhut pubblicò una nuova, e ancor valida, edizione


critica delle Ephemerides9. Attento a passare in rassegna tutte
le questioni fino ad allora sollevate, lo studioso si concentrò
nella prefazione sulla tradizione manoscritta e, con l’intento di
superare le sterili diatribe sull’eventuale codex optimus, tentò
di ricostruire un preciso stemma codicum. Tra i codici, infat-
ti, egli volle riconoscere due grandi famiglie, denominate Ȗ e
İ, facenti riferimento rispettivamente al codice di San Gallo e
all’Esinate10:Ȗsi caratterizza per una lunga serie di omissioni e
varie corruttele mentre ε mostra pochi errori distintivi e in più
passaggi è testimone di varianti di chiara natura congetturale;Ȗ
trasmette il prologo dell’opera, omettendo completamente l’e-
pistola di Settimio a Q. Aradio Rufino, mentre ε, al contrario,
veicola l’epistola settimiana ma non il prologo11.
Purtroppo, in questa sede non è possibile addentrarsi mag-
giormente nella discussione delle scelte editoriali che sono die-
tro ogni singola variante. In ogni caso basti segnalare la propen-
sione, di Eisenhut ma fatta propria anche da altri filologi, per
il testo della famiglia del Sangallensis. Fu proprio in un simile
contesto che S. Timpanaro avanzò acute critiche all’edizione
del 1958. Egli non solo mise in dubbio la tenuta della ricostru-

9
W. Eisenhut (ed.), Dictys Cretensis, Ephemeridos belli Troiani libri a L.
Septimio ex Graeco in Latinum sermonem translati, Lipsiae 1958.
10
Non sarà inutile ribadire la singolare casualità che ha fatto sì che fino
all’Umanesimo il ramo ε sia rappresentato solamente dal codice Esinate. L’u-
tilizzo della classificazione in famiglie stemmatiche ha contribuito inoltre agli
studi sulla riprese del tema troiano nella letteratura medioevale e rinascimen-
tale. A titolo d’esempio: Benzo di Alessandria, autore dell’opera enciclope-
dica Chronicon, lesse Ditti Cretese nella versione ε (si rimanda per ogni ap-
profondimento all’interessante M. Petoletti, Benzo d’Alessandria e le vicende
della guerra troiana: appunti sulla diffusione della Ephemeris belli Troiani di
Ditti Cretese, Aevum, 73/1999, pp. 469-491) mentre Benoit de Saint-Maure,
autore del celebre e fortunato Roman de Troie, ebbe sotto gli occhi un testo
dittiano della famiglia Ȗ.
11
Se – si potrebbe obiettare – il contenuto della lettera e quello del pro-
logo sembrano talvolta potersi sovrapporre, è invece importante sottolineare
le forti diversità tra queste due sezioni, sia per la forma che per il contenuto.
NOTA CRITICA 153

zione della famiglia İ, sulla quale – a suo giudizio – gravava


l’ambiguità di alcuni rapporti tra manoscritti profondamente
contaminati dall’altro ramo della tradizione, ma inoltre segnalò
undici passaggi in cui la lezione di İ era da preferire12. L’im-
portanza e l’influenza di questo contributo appare evidente dal
fatto che nella seconda edizione di Eisenhut (1973) ben sette
proposte dello studioso italiano furono accolte a testo.
Da allora, la situazione del testo di Ditti Cretese non ha fatto
significativi passi in avanti13. Questo è il testo qui riprodotto.
Per concludere, si vuole accennare a qualche altro testimone
dittiano del XIV secolo, degno di nota per le sue caratteristiche
o per la sua storia.
Della famiglia Ȗ abbiamo: il Vat. lat. 1860 della Biblioteca
Apostolica Vaticana (K), posseduto e postillato da Zanobi da
Strada (circa 1312-1361) e successivamente da Tommaso Pa-
rentucelli (poi papa Niccolò V; 1397-1455), e il Par. lat. 5690
della Bibliothèque Nationale de France di Parigi, un’ampia enci-
clopedia storica contenente Ditti, Floro e tre decadi di Tito Li-
vio, allestita per Landolfo Colonna (circa 1250-1331) e quindi
passata nelle mani di Francesco Petrarca (1304-1374)14.
Della famiglia ε abbiamo invece: il Vat. Urb. lat. 1120 del-
la Biblioteca Apostolica Vaticana (U), il Par. lat. 5691 della Bi-
bliothèque Nationale de France di Parigi, vergato dal bidello
dell’Università di Pavia Pantalemone da Crema, e il codice Aldini
228 della Biblioteca Universitaria di Pavia, quest’ultimo riferibile
al XV secolo.

Lorenzo M. Ciolfi

12
Per ogni approfondimento si rimanda integralmente a S. Timpanaro,
Per la critica testuale…, cit.
13
In questo volume seguiamo, tranne casi segnalati in nota, l’edizione di
Eisenhut 1973.
14
La bibliografia su questo splendido manoscritto è assai vasta ed artico-
lata. Basti qui rimandare al contributo di L. Speciale alla voce “Tito Livio”
dell’Enciclopedia dell’Arte Medievale Treccani.
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DICTYS CRETENSIS
EPHEMERIS BELLI TROIANI
DITTI DI CRETA
DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA
EPISTULA

PROLOGUS

LIBER PRIMUS
LETTERA PREFATORIA

PROLOGO

LIBRO PRIMO

Traduzione e note di Enrico Cerroni


EPISTULA

L. SEPTIMIUS Q. ARADIO, S. D.

Ephemeridem belli Troiani, Dictys Cretensis, qui in ea


militia cum Idomeneo meruit, conscripsit litteris punicis,
quae tum Cadmo et Agenore auctoribus per Graeciam
frequentabantur. Dein post multa saecula collapso per
vetustatem apud Gnosum, olim Cretensis regni sedem,
sepulchro eius, pastores cum eo devenissent, forte inter
ceteram ruinam loculum stagno affabre clausum offendere
ac thesaurum rati mox dissolvunt. Non aurum, neque
aliud quicquam praedae, sed libri ex philyra in lucem
prodierunt. At ubi spes frustrata est, ad Praxim dominum
loci eos deferunt, qui commutatos litteris Atticis, nam
oratio Graeca fuerat, Neroni Romano Caesari obtulit, pro
quo plurimis ab eo donatus est. Nobis cum in manus forte
libelli venissent, avidos verae historiae cupido incessit ea,
uti erant, Latine disserere, non magis confisi ingenio, quam
ut otiosi animi desidiam discuteremus. Itaque priorum
quinque voluminum, quae bello contracta gestaque sunt,
eundem numerum servavimus, residua quinque de reditu
Graecorum in unum redegimus atque ita ad te misimus.
Tu Rufine mi, ut par est, fave coeptis atque in legendo
Dictym ...
LETTERA

(LUCIO) SETTIMIO SALUTA QUINTO ARADIO RUFINO

Ditti di Creta, che aveva militato insieme a Idomeneo1 sot-


to Troia, compose un diario di quella guerra in lettere fe-
nicie, che allora erano in uso in Grecia, introdotte da Cad-
mo e Agenore2. Molti secoli dopo, crollato per il peso del
tempo il suo sepolcro presso Cnosso, un tempo sede del
re cretese3, dei pastori, capitati lì, in mezzo ad altre rovine
si imbatterono per caso in una cassa di stagno chiusa ad
arte; convinti fosse un tesoro, la aprirono subito. Alla luce
vennero4 né oro, né altro che avesse aspetto di un bottino,
bensì dei rotoli di tiglio5. Svanite le speranze, consegnaro-
no il reperto a Prassi, signore locale, che fece traslitterare
il testo in caratteri greci – infatti si trattava di un discorso
scritto in greco – e lo offrì all’imperatore romano Nerone,
che per questo lo riempì di doni6. Giuntoci in mano per
caso il libretto7, ci prese tal desiderio, già avidi di una sto-
ria vera, di tradurre l’opera in latino8, confidando nell’in-
gegno, non più che per dissipare l’accidia dell’animo ozio-
so9. Così abbiamo conservato lo stesso numero dei primi
cinque libri, sulle cose accadute in guerra, mentre gli altri
cinque, sul ritorno dei Greci, li abbiamo riassunti in uno
solo10 e li abbiamo mandati a te così. Tu, mio Rufino, se-
conda l’impresa11 e nel leggere Ditti…12
PROLOGUS

Dictys, Cretensis genere, Gnoso civitate, isdem tempo-


ribus, quibus et Atridae, fuit, peritus vocis ac litterarum
Phoenicum, quae a Cadmo in Achaiam fuerant delatae.
Hic fuit socius Idomenei, Deucalionis filii, et Merionis ex
Molo, qui duces cum exercitu contra Ilium venerant, a
quibus ordinatus est, ut annales belli Troiani conscriberet.
Igitur de toto hoc bello sex volumina in tilias digessit
Phoeniceis litteris. Quae iam reversus senior in Cretam
praecepit moriens, ut secum sepelirentur. Itaque, ut ille
iusserat, memoratas tilias in stagnea arcula repositas eius
tumulo condiderunt. Verum secutis temporibus, tertio
decimo anno Neronis imperii, in Gnoso civitate terrae
motus facti cum multa, tum etiam sepulchrum Dictys ita
patefecerunt, ut a transeuntibus arcula viseretur. Pastores
itaque praetereuntes cum hanc vidissent, thesaurum
rati sepulchro abstulerunt. Et aperta ea invenerunt tilias
incognitis sibi litteris conscriptas continuoque ad suum
dominum, Eupraxidem quendam nomine, pertulerunt.
Qui agnitas, quaenam essent, litteras Rutilio Rufo, illius
insulae tunc consulari, obtulit. Ille cum ipso Eupraxide
ad Neronem oblata sibi transmisit existimans quaedam in
his secretiora contineri. Haec igitur cum Nero accepisset
advertissetque Punicas esse litteras, harum peritos ad
se evocavit. Qui cum venissent, interpretati sunt omnia.
Cumque Nero cognosset antiqui viri, qui apud Ilium
PROLOGO13

Ditti, di stirpe cretese della città di Cnosso, visse nella me-


desima epoca degli Atridi, esperto della lingua e delle let-
tere fenicie, che erano state portate in Grecia da Cadmo.
Fu amico di Idomeneo, figlio di Deucalione, e di Merio-
ne14, figlio di Molo, che erano andati come comandanti
con l’esercito contro Ilio, e da loro ricevette l’ordine di
scrivere annali della guerra di Troia. Compose così in let-
tere fenicie sei volumi15 in rotoli di tiglio sull’intera guerra.
Tornato anziano a Creta, in punto di morte ordinò che
fossero sepolti insieme a lui. Perciò, come egli aveva or-
dinato, chiusero nel suo tumulo le suddette tavolette di
legno riposte in una cassa di stagno. Trascorsi i secoli, nel
tredicesimo anno dell’impero di Nerone, nella città di
Cnosso ci fu un terremoto che aprì molti sepolcri, fra cui
quello di Ditti, sicché la cassa fu vista da passanti. Alcuni
pastori, passando di lì, dopo aver notato la cosa, pensando
fosse un tesoro, la portarono via dal sepolcro. Apertala,
vi trovarono tavolette iscritte in lettere loro sconosciute e
le portarono subito al loro padrone, un tale di nome Eu-
prasside16. Questi, riconosciuto di che alfabeto si trattas-
se, consegnò lo scritto a Rutilio Rufo, allora consolare17 di
quell’isola. Egli spedì a Nerone quanto gli era stato porta-
to, insieme allo stesso Euprasside, pensando che vi fossero
contenuti dei segreti. Quando Nerone le ricevette e si ac-
corse che erano lettere fenicie18, convocò degli esperti di
quella lingua, che arrivarono e tradussero19 tutto. Appena
Nerone seppe che si trattava delle memorie di un antico
178 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

fuerat, haec esse monumenta, iussit in Graecum sermonem


ista transferri, e quibus Troiani belli verior textus cunctis
innotuit. Tunc Eupraxidem muneribus et Romana civitate
donatum ad propria remisit. Annales vero nomine Dictys
inscriptos in Graecam bibliothecam recepit, quorum
seriem, qui sequitur, textus ostendit.
PROLOGO 179

eroe, che era stato a Troia, ordinò di tradurre l’opera in


greco, per offrire a tutti un racconto più veritiero della
guerra di Troia. Allora rimandò a casa Euprasside, colmo
di doni e della cittadinanza romana. Collocò gli annali a
firma di Ditti nella biblioteca greca20; il testo che segue ne
riproduce l’ordine narrativo.
1. Cuncti reges, qui Minois Iove geniti pronepotes Graeciae
imperitabant, ad dividendas inter se Catrei opes Cretam
convenere. Catreus namque ex Minoe postrema sua
ordinans, quidquid auri atque argenti, pecorum etiam fuit,
nepotibus, quos filiae genuerant, ex aequo dividendum
reliquerat, excepto civitatum terrarumque imperio; haec
quippe Idomeneus cum Merione, Deucalionis Idomeneus,
alter Moli, iussu eius seorsum habuere. Convenere autem
Clymenae et Nauplii Palamedes et Oeax. Item Menelaus,
Aeropa et Plisthene genitus, a qua Anaxibia soror, quae
eo tempore Nestori denupta erat, et Agamemnon maior
frater, ut vice sua in divisione uteretur, petiverant. Sed
hi non Plisthenis, ut erat, magis quam Atrei dicebantur;
ob eam causam quod cum Plisthenes admodum parvus
ipse agens in primis annis vita functus, nihil dignum ad
memoriam nominis reliquisset, Atreus miseratione aetatis
secum eos habuerat neque minus quam regios educaverat.
In qua divisione singuli pro nominis celebritate inter se
quisque magnifice transiere.

2. Ad eos re cognita omnes ex origine Europae, quae in


ea insula summa religione colitur, confluunt benigneque
salutatos in templum deducunt. Ibi multarum hostiarum
immolatione more patrio celebrata exhibitisque epulis
largiter magnificeque eos habuere itemque insecutis
[Adunata dei principi greci a Creta per la spartizione del-
le ricchezze di Catreo]21

1. Tutti i re discendenti di Minosse, figlio di Zeus, che go-


vernavano sulla Grecia, si radunarono a Creta per dividere
tra loro le ricchezze di Catreo22. Catreo, infatti, figlio di Mi-
nosse, nel dare le sue ultime disposizioni, aveva lasciato da
dividere in parti eguali ai nipoti, nati dalle figlie23, quanto
avesse in oro e argento, anche bestiame, eccetto il potere
su terre e città; questo, infatti, per sua volontà lo ebbero
Idomeneo con Merione, il primo figlio di Deucalione, l’al-
tro di Molo. Giunsero dunque Palamede24 ed Eace, figli
di Climene e di Nauplio, e Menelao25, figlio di Erope e di
Plistene; da questo ramo chiedevano la propria parte nella
divisione anche la sorella Anassibia, che in quel tempo era
andata in sposa a Nestore, e il fratello maggiore Agamen-
none. Questi ultimi tre fratelli erano considerati figli non
di Plistene, come in effetti erano, ma di Atreo, per questo
motivo: quando morì Plistene ancor nel fiore degli anni,
senza lasciare disposizione testamentaria, Atreo, mosso a
compassione per la loro giovane età, li aveva presi con sé
e li aveva educati come fossero figli di re. Così in quella
divisione tutti si erano comportati correttamente come la
celebrità del loro nome voleva.

2. Appresa la notizia, tutti quelli che erano del casato


d’Europa, onorata con gran scrupolo in quell’isola, si uni-
rono ad essi e li accolsero benignamente nel tempio26. Lì,
fatto sacrificio di molti animali secondo l’usanza del paese,
e apprestato un gran banchetto, offrirono loro un largo e
182 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

diebus. Reges Graeciae etsi ea, quae exhibebantur, cum


laetitia accipiebant, tamen multo magis templi eius
magnifica pulchritudine pretiosaque exstructione operum
afficiebantur, inspicientes repetentesque memoria singula,
quae ex Sidona a Phoenice, patre eius, atque nobilibus
matronis transmissa magno tum decori erant.

3. Per idem tempus Alexander Phrygius, Priami filius,


Aenea aliisque ex consanguinitate comitibus, Spartae in
domum Menelai hospitio receptus, indignissimum facinus
perpetraverat. Is namque, ubi animadvertit regem abesse,
quod erat Helena praeter ceteras Graeciae feminas miranda
specie, amore eius captus ipsamque et multas opes domo
eius aufert, Aethram etiam et Clymenam, Menelai adfines,
quae ob necessitudinem cum Helena agebant. Postquam
Cretam nuntius venit et cuncta, quae ab Alexandro
adversus domum Menelai commissa erant, aperuit, per
omnem insulam, sicut in tali re fieri amat, fama in maius
divulgatur: expugnatam quippe domum regis eversumque
regnum et alia in talem modum singuli disserebant.

4. Quis cognitis Menelaus, etsi abstractio coniugis


animum permoverat, multo amplius tamen ob iniuriam
adfinium, quas supra memoravimus, consternabatur. At
ubi animadvertit Palamedes regem ira atque indignatione
stupefactum consilio excidisse, ipse naves parat atque
omni instrumento conpositas terrae adplicat. Dein pro
LIBRO I 183

magnifico trattamento per molti giorni. I re della Grecia


godevano con letizia di ciò che era loro offerto, tuttavia
molto di più erano colpiti dalla magnifica bellezza di quel
tempio e dal prezioso apparato di opere d’arte, che osser-
vavano una per una, e si ricordavano essere state mandate
tutte tramite nobili matrone da Sidone di Fenicia, patria
d’Europa, per decorarlo27.

[Rapimento di Elena da parte di Alessandro Paride; alle-


stimento di un’ambasceria greca a Troia]

3. Nel medesimo tempo Alessandro28 frigio, figlio di Pria-


mo, ricevuto come ospite a Sparta a casa di Menelao, in-
sieme a Enea e ad altri compagni legati per consanguinei-
tà, aveva perpetrato un fatto gravissimo29. Egli, infatti, no-
tata l’assenza del re, siccome Elena era tra tutte le donne
di Grecia di particolare bellezza30, preso da amore31 per
lei, la portò via da casa sua, insieme a molte ricchezze, e
ad Etra32 e Climene, parenti di Menelao, le quali vivevano
con Elena come ancelle. Quando giunse a Creta un mes-
saggero e rivelò tutto quello che Alessandro aveva fatto
contro la casa di Menelao, la storia, come al solito in simili
casi, si diffuse in tutta l’isola: correva voce che il palazzo
reale era stato conquistato, il regno distrutto e altre dicerie
simili33.

4. Menelao, messo al corrente di questo, per quanto fosse


scosso per il rapimento della moglie, molto più era turbato
per l’offesa recata dalle parenti34, che abbiamo su ricor-
dato. Ma Palamede, non appena notò che il re, sconvolto
da ira e indignazione, era fuor di senno, fa preparare lui
stesso delle navi e, attrezzate di ogni mezzo, le predispone
184 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

tempore regem breviter consolatus, positis etiam ex


divisione quae in tali negotio tempus patiebatur, navem
ascendere facit atque ita ventis ex sententia flantibus,
paucis diebus Spartam pervenere. Eo iam Agamemnon
et Nestor omnesque, qui ex origine Pelopis in Graecia
regnabant, cognitis rebus confluxerant. Igitur postquam
Menelaum advenisse sciunt, omnes in unum coeunt. Et
quamquam atrocitas facti ad indignationem ultumque
iniurias rapiebat, tamen ex consilii sententia legantur
prius ad Troiam Palamedes, Ulysses et Menelaus hisque
mandatur, uti conquesti iniurias Helenam, et quae cum ea
abrepta erant repeterent.

5. Legati paucis diebus ad Troiiam veniunt. Neque tum


Alexandrum in loco offendere; eum namque properatione
navigii inconsulte usum venti ad Cyprum appulere, unde
sumptis aliquot navibus Phoenicem delapsus Sidoniorum
regem, qui eum amice susceperat, noctu insidiis necat,
eademque, qua apud Lacedaemonam, cupiditate
universam domum eius in scelus proprium convertit.
Ita omnia, quae ad ostentationem regiae magnificentiae
fuere indigne rapta, ad naves deferri iubet. Sed ubi ex
lamentatione eorum, qui casum domini deflentes reliqui
praedae aufugerant, tumultus ortus est, populus omnis ad
regiam concurrit. Inde, quod iam Alexander abreptis quae
cupiebat, ascensionem properabat, pro tempore armati ad
naves veniunt ortoque inter eos acri proelio cadunt utrinque
plurimi, cum obstinate hi regis necem defenderent, hi, ne
LIBRO I 185

a salpare. Consolato brevemente il re come la circostanza


voleva, lo fece salire sulla nave, insieme alle cose toccategli
nella divisione che il tempo permetteva di portare35, e grazie
al favore dei venti giunsero a Sparta in pochi giorni. Lì infat-
ti erano confluiti Agamennone e Nestore e tutti quelli della
casa di Pelope che regnavano in Grecia. Quando seppero
dell’arrivo di Menelao, si radunarono tutti da lui e benché
l’atrocità del fatto li spingesse all’indignazione e al desiderio
di vendicare l’offesa, tuttavia per decisione del consiglio36
furono prima mandati a Troia in ambasceria Palamede,
Ulisse e Menelao perché, deplorate le ingiurie, recuperasse-
ro Elena e le cose che erano state sottratte con lei37.

[Avventure di Alessandro a Cipro; l’ambasceria giunge a


Troia e Priamo decide di attendere il ritorno di Alessandro]

5. Gli ambasciatori giungono a Troia in pochi giorni, ma lì


non trovarono Alessandro; questi, infatti, nella fretta della
navigazione, incorso in venti sfavorevoli, era approdato a
Cipro38, da dove, prese alcune navi, era finito da Fenice39,
re di Sidone, che lo aveva accolto in amicizia; egli però lo
uccise di notte a tradimento e derubò la casa con la stessa
avidità di cui aveva dato prova a Sparta40. Così ordinò di
sottrarre indegnamente e portare alle navi tutte le cose che
erano a ostentazione della magnificenza regale. Ma quan-
do dal lamento di quelli che, scampati alla deportazione,
compiangevano la sorte del re, sorse un tumulto, il popolo
corse tutto alla reggia. Poiché Alessandro già preparava
la partenza con le cose che aveva sottratto, uomini armati
giungono per tempo alle navi e, sorta un’aspra battaglia
tra loro, cadono moltissimi da ambo le parti, mentre ten-
tavano gli uni di vendicare ostinatamente la morte del re
186 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

amitterent partam praedam summis opibus adniterentur.


Incensis deinde duabus navibus Troiani reliquas strenue
defensas liberant. Atque ita fatigatis iam proelio hostibus
evadunt.

6. Interim apud Troiam legatorum Palamedes, cuius


maxime ea tempestate domi bellique consilium valuit,
ad Priamum adit conductoque consilio, primum de
Alexandri iniuria conqueritur, exponens conmunis
hospitii eversionem, dein monet, quantas ea res inter
duo regna simultates concitatura esset, interiaciens
memoriam discordiarum Ili et Pelopis aliorumque, qui
ex causis similibus ad internecionem gentium usque
pervenissent. Ad postremum belli difficultates contraque
pacis commoda adstruens non se ignorare, ait, quantis
mortalibus tam atrox facinus indignationem incuteret;
ex quo auctores iniuriae ab omnibus derelictos impietatis
supplicia subituros. Et cum plura dicere cuperet, Priamus
medium eius interrumpens sermonem, «Parcius, quaeso,
Palamedes», inquit. Iniquum etenim videtur insimulari
eum qui absit, maxime cum fieri possit, uti, quae criminose
obiecta sunt, praesenti refutatione diluantur. Haec atque
alia huiusmodi inferens differri querelas ad adventum
Alexandri iubet. Videbat enim, ut singuli, qui in eo consilio
aderant, Palamedis oratione moverentur, ut taciti, vultu
tamen admissum facinus condemnarent, cum singula miro
genere orationis exponerentur atque in sermone Graeci
regis inesset quaedam permixta miserationi vis. Atque
ita eo die consilium dimittitur. Sed legatos Antenor, vir
hospitalis et praeter ceteros boni honestique sectator,
domum ad se volentes deducit.
LIBRO I 187

e gli altri facevano di tutto pur di non perdere il bottino


fatto. Bruciate allora due navi, i Troiani liberarono le altre
difese strenuamente. E così, sopraffatti ormai i nemici dal-
la stanchezza, riescono a fuggire.

6. Frattanto, tra i legati giunti a Troia Palamede, la cui


opinione era tenuta a quei tempi in grandissimo conto sia
per questioni domestiche sia in affari di guerra, si recò da
Priamo e dapprima si lamentò davanti al consiglio dell’of-
fesa di Alessandro, facendo risaltare la violazione dei patti
d’ospitalità, poi lo ammonì, quante ostilità la questione
avrebbe suscitato tra i due regni; nel discorso richiamava
anche la memoria delle discordie tra Ilio e Pelope41 e altri
ancora, che per cause simili avevano condotto alla rovina
i loro popoli. Infine aggiungendo le difficoltà della guerra
e di contro i vantaggi della pace, disse che non ignora-
va in quanti uomini suscitasse indignazione un misfatto
così atroce; perciò gli autori dell’ingiustizia, abbandonati
da tutti, avrebbero subito i castighi dell’empietà. E poi-
ché avrebbe voluto dire molte più cose, Priamo, inter-
rompendo a metà il suo discorso42, disse: «desidero più
moderazione, Palamede»; sembrava ingiusto accusare chi
era assente, soprattutto se, presente, avrebbe potuto fa-
cilmente difendersi dalle accuse che gli venivano mosse.
Frapponendo queste e altre osservazioni Priamo ordinò di
differire la questione fino all’arrivo di Alessandro. Vedeva,
infatti, che i presenti al consiglio, pur senza proferir paro-
la, ma con chiari segni sul volto, condannavano il misfatto,
catturati dalla straordinaria oratoria del re greco in cui era
mescolata decisione a compassione. E così il consiglio quel
giorno fu sciolto43. Ma Antenore44, uomo ospitale e più
degli altri amante del bene e dell’onore, offrì ospitalità agli
ambasciatori, che volentieri l’accettarono.
188 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

7. Interim paucis post diebus Alexander cum supra dictis


comitibus venit Helenam secum habens. Cuius adventu,
tota civitas cum partim exemplum facinoris exsecrarentur,
alii iniurias in Menelaum admissas dolerent, nullo omnium
adprobante, postremo cunctis indignantibus tumultus
ortus est. Quis rebus anxius Priamus filios convocat
eosque, quid super tali agendum negotio videretur,
consulit: qui una voce minime reddendam Helenam
respondent. Videbant quippe, quantae opes cum ea
advectae essent: quae universa, si Helena traderetur,
necessario amitterent. Praeter ea permoti forma mulierum,
quae cum Helena venerant, nuptias sibi singularum iam
animo destinaverant, quippe qui lingua moribusque
barbari nihil pensi aut consulti patientes praeda atque
libidine transversi agebantur.

8. Igitur Priamus, relictis his senes conducit, sententiam


filiorum aperit, dein cunctos, quid agendum esset, consulit.
Sed priusquam ex more sententiae dicerentur, reguli
repente consilium irrumpunt atque inconditis moribus
malum singulis minitantur, si aliter, quam ipsis videretur,
decernerent. Interim omnis populus indigne admissam
iniuriam atque in hunc modum multa alia cum exsecratione
reclamabant. Ob quae Alexander cupidine animi praeceps
veritus, ne quid adversum se a popularibus oriretur,
stipatus armatis fratribus impetum in multitudinem facit,
multos obtruncat. Reliqui interventu procerum, qui in
LIBRO I 189

[Ritorno di Alessandro a Troia: tumulto della città; Pria-


mo raduna in consiglio i figli e poi gli anziani]

7. Intanto, pochi giorni dopo, giunge Alessandro con i


compagni su ricordati e portando con sé Elena45. Al suo
arrivo l’intera popolazione in parte si dava a esecrare il mi-
sfatto, altri si affliggevano per le offese recate a Menelao,
e nessuno approvava la cosa, alla fine per l’indignazione
di tutti sorse un tumulto46. Priamo, ansioso per queste ra-
gioni, convocò e consultò i figli, per decidere il da farsi
a questo proposito. Questi risposero a una voce che non
bisognava in nessun caso restituire Elena. Infatti vedeva-
no quante ricchezze erano state portate insieme a lei, che
avrebbero giocoforza perso interamente se Elena fosse
stata restituita. Oltre a questo, turbati dalla bellezza delle
donne che erano giunte con Elena, ognuno di loro le aveva
già destinate in animo suo alle nozze47. Barbari nella lingua
e nei modi, non abituati alla riflessione e alla saggezza, era-
no trascinati dal desiderio di preda e dalla lussuria48.

8. Allora Priamo, congedatili, radunò gli anziani, rivelò


loro l’opinione dei figli, poi consultò tutti sul da farsi. Ma
prima che, secondo l’uso, fossero espressi i loro pareri,
i principi fecero irruzione all’improvviso nel consiglio e
minacciarono bruscamente disgrazia ai presenti, nessuno
escluso, se avessero deciso diversamente da come sembra-
va loro opportuno. Nel frattempo il popolo si opponeva
compatto contro il misfatto commesso e in questo modo
contro molti altri soprusi, con maledizioni. Per tali ragio-
ni Alessandro, acceso dall’ira, temendo che da parte del
popolo sorgesse qualcosa contro di lui, seguito dai fratelli
armati fece un’irruzione in mezzo alla folla e ne uccise pa-
recchi. Gli altri furono salvati per intervento dei nobili che
190 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

consilio fuerant, duce liberantur Antenore. Ita infectis


rebus populus contemptui habitus non sine pernicie sua
domum discedit.

9. Dein secuta die rex hortatu Hecubae ad Helenam


adit eamque benigne salutans bonum animum uti
gereret hortatur. Quae cuiusque esset, requirit. Tum illa
Alexandri se adfinem respondit, magisque ad Priamum
et Hecubam, quam ad Plisthenis filios genere pertinere,
repetens ordinem omnem maiorum. Danaum enim atque
Agenorem et sui et Priami generis auctores esse, namque
ex Plesiona, Danai filia, et Atlante Electram natam, quam
ex Iove gravidam Dardanum genuisse. Ex quo Tros et
deinceps insecuti reges Ilii. Agenoris porro Taygetam.
Eam ex Iove habuisse Lacedaemona. Ex quo Amiclam
natum et ex eo Argalum, patrem Oebali, quem Tyndari,
ex quo ipsa genita videretur, patrem constaret. Repetebat
etiam cum Hecuba materni generis adfinitatem. Agenoris
quippe filium Phoenicem et Dymae, patris Hecubae,
et Ledae consanguinitatis originem divisisse. Postquam
memoriter cuncta retexuit, ad postremum flens orare,
ne, quae semel in fidem eorum recepta esset, prodendam
putarent. Ea secum domo Menelai apportata, quae propria
fuissent, nihil praeter ea ablatum. Sed utrum immodico
amore Alexandri, an poenarum metu, quas ob desertam
domum a coniuge metuebat, ita sibi consulere maluerit,
parum constabat.
LIBRO I 191

erano nel consiglio guidati da Antenore49. Così il popolo,


senza aver concluso nulla, se ne tornò alle proprie case,
disprezzato e non senza sua grave iattura.

[Priamo chiede un parere anche ad Elena, che si rifiuta di


tornare in Grecia]

9. Il giorno dopo, il re, su esortazione di Ecuba, andò da


Elena e la esortò con saluti benevoli a essere ben disposta,
le chiese poi chi fosse e chi fossero i suoi50. Allora lei rispo-
se di essere congiunta di Alessandro e di sentirsi più legata
a Primo e a Ecuba che ai figli di Plistene, ripercorrendo
così l’origine della sua famiglia. Capostipiti della sua stir-
pe, e di quella di Priamo, erano Danao51 e Agenore, infatti
da Plesione, figlia di Danao, e Atlante era nata Elettra52
che, ingravidata da Giove, aveva generato Dardano53. Da
questi nacque Troo54 e i successivi re di Ilio. Da Ageno-
re era nata Taigete55, che aveva avuto da Giove Lacede-
mone56, da cui era nato Amicla e da cui Argalo, padre di
Ebalo57, che era noto fosse padre di Tindaro58, di cui lei
era figlia. In aggiunta a questo ricordava la sua parentela
con Ecuba da parte di madre. Il figlio di Agenore, Fenice,
divideva le origini con Dimante59, padre di Ecuba, e con
Leda60. Dopo che ebbe esposto tutto quanto a memoria,
alla fine scoppiata in pianto, la pregava che non la tradis-
sero, una volta che fosse stata accolta solennemente da
loro61. Dalla casa di Menelao erano state portate via solo le
cose che appartenevano a lei, null’altro. Tuttavia non era
ben chiaro se avesse deciso di parlare in questo modo per
lo sfrenato amore che aveva per Alessandro, o se per paura
delle pene che temeva di ricevere per aver abbandonato il
tetto coniugale62.
192 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

10. Igitur Hecuba, cognita voluntate, simul ob generis


coniunctionem complexa Helenam, ne proderetur, summis
opibus adnitebatur, cum iam Priamus et reliqui reguli non
amplius differendos legatos dicerent neque resistendum
popularium voluntati, solo omnium Deiphobo Hecubae
adsenso, quem non aliter atque Alexandrum Helenae
desiderium a recto consilio praepediebat. Itaque
cum obstinate Hecuba nunc Priamum, modo filios
deprecaretur, modo complexu eius nulla rationis divelli
posset, omnes qui aderant in voluntatem suam transduxit.
Ita ad postremum bonum publicum materna gratia
corruptum est. Deinde postero die Menelaus cum suis in
contionem venit, coniugem et quae cum ea abrepta essent
repetens. Tunc Priamus inter regulos medius adstans facto
silentio optionem Helenae, quae ob id in conspectum
popularium venerat, offert, si ei videretur domum ad suos
regredi. Quam ferunt dixisse neque se invitam navigasse,
neque sibi cum Menelai matrimonio convenire. Ita reguli
habentes Helenam non sine exsultatione ex contione
discedunt.

11. His actis Ulixes contestandi magis gratia quam aliquid


ex oratione profuturus cuncta, quae ab Alexandro contra
Graeciam indigne commissa essent, retexuit; ob quae
ultionem brevi testatus est. Dein Menelaus ira percitus
atroci vultu exitium minatus consilium dimittit. Quae ubi
ad Priamidas perlata sunt, confirmant inter se clam, uti per
LIBRO I 193

10. Allora Ecuba, appresa la sua volontà, abbracciatala


anche in nome della parentela, si adoperava poi in ogni
modo perché non fosse tradita, mentre ormai Priamo e gli
altri principi cominciavano a dire che era il caso di soddi-
sfare gli ambasciatori e di non contrastare più la volontà
del popolo. Solo Deifobo63 era d’accordo con Ecuba, non
diversamente da Alessandro, allontanato da rette vedu-
te per la passione per Elena64. Così Ecuba, supplicando
ostinatamente con abbracci Priamo e i figli che Elena non
poteva esser strappata per nessuna ragione, riuscì a con-
vincere tutti i presenti65. Per via della grazia di una don-
na a tal punto fu mandato in rovina il bene pubblico66. Il
giorno successivo Menelao andò in assemblea con i suoi
per reclamare la moglie e le cose sottrattegli insieme a lei.
Allora Priamo, stando in mezzo ai re, fatto silenzio, offrì a
Elena, che era venuta per questo al cospetto dei concitta-
dini, la possibilità di tornare a casa dai suoi, se avesse vo-
luto. Tramandano che lei avesse risposto che era arrivata
per mare fin lì non senza volerlo e che non le stava bene di
tornare unita in matrimonio con Menelao. I principi, per-
tanto, tenendosi Elena non senza esultare, se ne andarono
dal raduno.

[I principi greci lasciano il consiglio avanzando minacce;


Antenore storna la congiura ordita dai figli di Priamo]

11. Allora Ulisse, più per volontà di contestare che per


sortire qualcosa con la sua orazione, ricordò a tutti le in-
famie commesse da Alessandro contro la Grecia; alla luce
di questo giurò di far presto vendetta. Menelao, acceso
d’ira, minacciando rovina con volto durissimo67 lasciò il
consiglio. Quando notizie di questi fatti giunsero ai figli
194 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

dolum legatos circumveniant. Credebant quippe, quod non


frustra eos habuit, si legati imperfecto negotio revertissent,
fore, uti adversum se grande proelium concitaretur. Igitur
Antenor, cuius de sanctitate morum supra memoravimus,
Priamum convenit, coniurationemque factam conqueritur:
filios quippe eius non legatis, sed adversus se insidias
parare, neque id se passurum. Dein non multo post legatis
rem aperit. Ita exploratis omnibus adhibito praesidio, cum
primum opportunum visum est, inviolatos eos dimittit.

12. Dum haec apud Troiam aguntur, disseminata iam


per universam Graeciam fama omnes Pelopidae in unum
conveniunt atque interposita iuris iurandi religione,
ni Helena cum abreptis redderetur, bellum se Priamo
inlaturos confirmant. Legati Lacedaemonam redeunt de
Helena eiusque voluntate narrant, dein Priami filiorumque
eius adversum se dicta gestaque, grande praeconium fidei
erga legatos Antenoris praeferentes. Quae ubi accepere,
decernitur uti singuli in suis locis atque imperiis opes belli
parent. Igitur ex consilii sententia opportunus locus ad
conveniendum et in quo de apparatu belli ageretur, Argi,
Diomedis regnum, deligitur.
LIBRO I 195

di Priamo, decisero segretamente di tendere un agguato


mortale agli ambasciatori. Credevano, infatti, come poi
realmente accadde, che se fossero tornati a casa a mani
vuote avrebbero poi scatenato una guerra in grande sti-
le contro di loro. Antenore, allora, della cui probità di
costumi abbiamo fatto cenno prima, andò da Priamo e
deplorò la congiura: sosteneva che i suoi figli stessero tra-
mando contro di lui, e non contro gli ambasciatori, e che
non l’avrebbe dovuto tollerare. Non molto dopo palesò la
cosa agli ambasciatori. Dopo una opportuna ricognizione
e con una scorta li fece andar via sani e salvi al momento
opportuno.

[Tutti i discendenti di Pelope si radunano ad Argo per


prepararsi a muovere guerra a Troia]

12. Mentre a Troia si svolgevano questi eventi, sparsasi la


fama per tutta la Grecia, tutti i discendenti di Pelope con-
vennero in un sol luogo e giurarono di far guerra a Priamo
se non fosse stata restituita Elena con tutto ciò che era sta-
to rubato68. Gli ambasciatori tornarono a Sparta, raccon-
tarono di Elena e della sua volontà, ma anche delle parole
e dei gesti offensivi nei loro confronti ricevuti da Priamo
e dai suoi figli, lodando molto, invece, la correttezza di
Antenore verso di loro. Come ricevettero questi messaggi,
si stabilì che ciascuno predisponesse i mezzi necessari alla
guerra nella propria città e regno. Per decisione dell’as-
semblea si scelse allora Argo, regno di Diomede69, come
luogo per radunarsi e in cui svolgere i preparativi della
guerra.
196 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

13. Ita ubi tempus visum est, primus omnium ingenti


nomine virtutis atque corporis Aiax Telamonius advenit,
cum eo Teucer frater. Dein haud multo post Idomeneus
et Meriones, summa inter se iuncti concordia. Eorum ego
secutus comitatum ea quidem, quae antea apud Troiam
gesta sunt, ab Ulixe cognita quam diligentissime rettuli,
et reliqua, quae deinceps insecuta sunt, quoniam ipse
interfui, quam verissime potero exponam. Igitur post
eos, quos supra memoravimus, Nestor cum Antilocho et
Thrasymede, quos Anaxibia susceperat, supervenit. Eos
Peneleus insecutus cum Clonio et Arcesilao consanguineis,
dein Prothoenor et Leitus Boeotiae principes, itemque
Schedius et Epistrophus Phocenses, Ascalaphus et
Ialmenus Orchomenii, tum Diores et Meges Phyleo
genitus, Thoas ex Andraemone, Eurypylus Euaemonis
Ormenius et Leonteus.

14. Post quos Achilles Pelei et Thetidis, qui imbutus belli


ex Chirone dicebatur. Hic in primis adulescentiae annis,
procerus, decora facie, studio rerum bellicarum omnes iam
tum virtute atque gloria superabat, neque tamen aberat ab
eo vis quaedam inconsulta et effera morum impatientia.
Cum eo Patroclus et Phoenix, alter propter coniunctionem
amicitiae, alter custos atque rector eius. Tlepolemus dein
Herculis, eum insecuti sunt Phidippus et Antiphus, insignes
armorum specie, avo Hercule, post eos Protesilaus Iphicli
cum Podarce fratre. Adfuit et Eumelus Pheraeus, cuius
pater Admetus quondam vicaria morte coniugis fata propria
protulerat, Podalirius et Machaon Triccenses, Aesculapio
geniti, adsciti ad id bellum ob sollertiam medicinae
artis. Dein Poeantis Philocteta, qui comes Herculis post
LIBRO I 197

[Rassegna dei principi che si riuniscono ad Argo]

13. Quando parve giunto il tempo, primo di tutti, famoso


per valore e possanza, arrivò Aiace Telamonio, insieme
a lui suo fratello Teucro. Poi, dopo non molto, Idome-
neo e Merione, uniti in grande amicizia. Giunto anch’io
con loro, scrissi con la maggior accuratezza possibile i
fatti accaduti a Troia prima del mio arrivo, riferitimi da
Ulisse, e d’ora in poi racconterò nel modo più veritiero
possibile le cose che seguirono, alle quali partecipai70.
Allora, dopo quelli, che ho nominato prima, sopraggiun-
sero Nestore con i figli Antiloco71 e Trasimede72, nati
da Anassibia, poi Peneleo73, con Clonio74 e Arcesilao75,
quindi Protenore76 e Leito77, principi di Beozia, così an-
che Schedio e Epistrofo78 Focesi, Ascalafo e Ialmeno79 di
Orcomeno, poi Diore80 e Megete81 nato da Fileo, Toan-
te82 figlio di Andremone, Euripilo83 di Euemone, di Or-
meno, e Leonteo84.

14. Dopo di loro fu la volta di Achille, figlio di Peleo e Teti,


che si diceva ammaestrato85 da Chirone86. Questi, alto e
dal bel volto, già nei primi anni dell’adolescenza superava
tutti nell’applicazione all’arte della guerra sia per valore
sia per gloria e non gli mancava una forza temeraria e una
ferina rozzezza di maniere87. Con lui Patroclo e Fenice,
uno per vincolo di amicizia, l’altro suo tutore e precetto-
re. Di seguito vennero Tlepolemo88, Fidippo e Antifo89,
insigni per splendore delle armi, discendenti di Ercole;
dopo di loro Protesilao90 figlio di Ificlo insieme al fratello
Podarce. C’era anche Eumelo91 di Fere, Podalirio e Ma-
caone92 di Tricca, nati da Esculapio, convocati in quella
guerra per la loro capacità nell’arte medica. Poi Filottete,
figlio di Peante, che come compagno di Ercole dopo la sua
198 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

discessum eius ad deos sagittas divinas industriae praemium


consecutus est, Nireus pulcher, ex Athenis Menestheus et
Aiax Oilei ex Locride, Argis Amphilochus et Sthenelus,
Amphiarai Amphilochus, Capanei alter, cum his Euryalus
Mecistei. Dein ex Aetolia Thessandrus Polynicis; postremi
omnium Demophoon atque Acamas. Fuere cuncti ex
origine Pelopis. Sed eos, quos memoravimus, plures alii
ex suis quisque regionibus, partim ex regum comitibus,
alii ipsius regni participes insecuti sunt, quorum nomina
singillatim exponere haud necessarium visum est.

15. Igitur ubi omnes Argos convenere, Diomedes hospitio


cunctos recipit, necessariaque praebet. Dein Agamemnon
grande auri pondus Mycenis adportatum per singulos
dispertiens promptiores animos omnium ad bellum, quod
parabatur, facit. Tum communi consilio super condicione
proelii ius iurandum interponi hoc modo placuit. Calchas,
Thestoris filius, praescius futurorum, porcum marem in
forum medium adferri iubet, quem in duas partes exsectum
orienti occidentique dividit, atque singulos nudatis gladiis
per medium transire iubet. Dein mucronibus sanguine
eius oblitis, adhibitis etiam aliis ad eam rem necessariis,
inimicitias sibi cum Priamo per religionem confirmant:
neque prius se bellum deserturos, quam Ilium atque omne
regnum eruissent. Quis perfectis pure lauti Martem atque
Concordiam multis immolationibus sibi adhospitavere.
LIBRO I 199

ascesa tra gli dèi aveva ottenuto le sue divine saette, quale
premio del suo valore, il bel Nireo93, Menesteo94 da Atene
e Aiace d’Oileo dalla Locride, da Argo Anfiloco e Stenelo,
Anfiloco d’Anfiarao, l’altro Capaneo, con questi Eurialo
di Mecisteo. Dopo dall’Etolia arrivò Tessandro95 figlio di
Polinice; per ultimi Demofonte e Acamante96. Erano tutti
della stirpe di Pelope. A quelli che ho ricordato seguirono
parecchi altri, dalle proprie regioni, o perché compagni
dei re o partecipi dei regni, ma i loro nomi non mi è parso
necessario riportare uno per uno.

[Sacrificio e giuramento]

15. Allora, quando tutti si radunarono ad Argo, Diomede


ricevette tutti ospitalmente, e offrì il necessario. Poi Aga-
mennone, che aveva portato da Micene una gran quantità
di denaro97, dandone un poco a ciascuno, rincuorò tutti in
vista della guerra. Si decise di comune accordo di tenere
giuramento per la guerra nel modo seguente. Calcante98,
figlio di Testore, indovino, ordinò di portare al centro del-
la piazza un maiale maschio e, squartatolo in due, pose
una parte verso oriente, una verso occidente; volle poi che
tutti, sguainate la spade, vi passassero in mezzo. Fatto que-
sto, bagnata la punta delle spade nel sangue dell’animale
e adempiute altre formalità atte alla situazione, giurarono
solennemente inimicizia a Priamo: non avrebbero abban-
donato la guerra prima di aver distrutto Ilio e l’intero re-
gno. Assolti questi riti e lavatisi per essere immacolati da
impurità, con molti sacrifici placarono il dio Marte e la
Concordia99.
200 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

16. Dein in templo Iunonis Argivae rectorem omnium


declarari placuit. Igitur singuli in tabellis, quas ad
deligendum belli principem quem cuique videretur
acceperant, Punicis litteris Agamemnonis nomen
designant. Ita consensu omnium secundo rumore summam
belli atque exercitus in se suscipit, quod ei et propter
germanum, cuius gratia bellum id parabatur, et propter
magnam opum vim, quibus praeter ceteros Graeciae
reges magnus atque clarus habebatur, merito acciderat.
Dein duces praefectosque navium Achillem, Aiacem et
Phoenicem destinant. Praeponuntur etiam campestri
exercitui Palamedes cum Diomede et Ulixes, ita ut inter
se diurnas, vigiliarumque vices dispertiant. His peractis,
ad parandas opes atque instrumenta militiae, singuli sua
in regna discedunt. Interim belli studio ardebat omnis
Graecia: arma, tela, equi, naves, atque haec omnia toto
biennio praeparantur, cum iuventus partim sua sponte,
alii aequalium ad gloriam aemulatione munia militiae
festinarent. Sed inter haec summa cura vis magna navium
praecipue fabricatur, scilicet ne multa millia exercituum,
undique versum in unum collecta, incuria navigandi
tardarentur.

17. Igitur peracto biennio ad Aulidam, Boeotiae, nam is locus


delectus fuerat, singuli reges pro facultate opum regnique,
instructas classes praemittunt: ex quis primus Agamemnon
LIBRO I 201

[Elezione di Agamennone a comandante supremo]

16. Poi si decise di proclamare il comandante supremo


nel tempio di Giunone Argiva100. Allora indicarono uno
per uno in lettere fenicie101 sulle tavolette che avevano ri-
cevuto per eleggere il capo della spedizione, ciascuno in
piena libertà di scelta, il nome di Agamennone. Pertanto
per consenso unanime egli assunse il comando supremo
dell’esercito tra grida di ammirazione, meritamente sia per
via del fratello, a causa del quale si preparava quella guer-
ra, sia per la gran ricchezza di beni, per le quali era tenuto
in gran considerazione tra gli altri re di Grecia102. In un
secondo momento destinarono Achille, Aiace e Fenice al
comando delle navi103. All’esercito di terra, invece, fu po-
sto a capo Palamede insieme a Diomede e Ulisse, in modo
che si dividessero tra loro i turni di comando del giorno
e delle notte. Assolte queste incombenze, ciascuno tornò
nel suo regno a preparare le risorse e i mezzi per la guer-
ra. Così ardeva l’intera Grecia per brama di guerra: armi,
frecce, cavalli, navi e tutte queste cose vennero preparate
nell’arco di due anni, mentre la gioventù affrettava i dove-
ri di guerra in parte di sua volontà, in parte per emulazio-
ne nella gloria dei coetanei. Ma frattanto fu fabbricata con
estrema cura una gran quantità di navi, affinché la nume-
rosa armata, raccolta da ogni parte, non fosse ritardata per
carenza di imbarcazioni.

[Catalogo delle truppe]

17. Allora, trascorsi due anni, ciascun re inviò in Aulide104


di Beozia, infatti quello era il luogo scelto, le flotte armate
secondo le risorse del proprio regno105: di questi primo
202 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

ex Mycenis naves C, aliisque LX, quas ex diversis


civitatibus, quae sub eo erant, contraxerat, Agapenorem
praeficit, Nestor XC navium instructam classem, Menelaus
ex omni Lacedaemona naves LX, Menestheus Athenis
L, XL Elephenor ex Euboea, Aiax Telamonius Salamina
XII, Diomedes Argis LXXX navium classem, Ascalaphus
et Ialmenus Orchomenii naves XXX, Oileus Aiax XL,
item ex omni Boeotia Arcesilaus, Prothoenor, Peneleus,
Leitus, Clonius naves L, XL ex Phocide Schedius et
Epistrophus, dein Thalpius et Diores cum Amphimacho
et Polyxeno Elide aliisque civitatibus regionis eius naves
XL, Thoas ex Aetolia XL, Meges ex Dulichio et ex insulis
Echinadibus XL, Idomeneus cum Merione ex omni Creta
classem navium LXXX, ex Ithaca Ulixes XII, XL Prothous
Magnes, Tlepolemus Rhodo aliisque circa eam insulis
IX, XI Eumelus Pheraeus, Achilles ex Argo Pelasgico L,
III Nireus ex Syme, Podarces et Protesilaus ex Phylaca
aliisque, quibus praeerant, locis, naves XL, XXX Podalirius
et Machaon, Philotecta Methona aliisque civitatibus
naves VII, Eurypylus Ormenius XL, duas et XX Guneus
Perrhaebis, Leonteus et Polypoetes ex suis regionibus XL,
XXX ex insulis Co Crapathoque cum Antipho Phidippus,
Thessandrus, quem Polynicis supra memoravimus, Thebis
naves L, Calchas ex Acarnania XX, Mopsus Colophona
XX, Epios ex insulis Cycladibus XXX. Easque magna vi
frumenti aliorumque necessariorum cibi replent. Quippe
ita ab Agamemnone mandatum acceperant, scilicet ne tanta
vis militum necessariorum penuria fatigaretur.

18. Igitur inter tantum classium apparatum equi atque


currus bellici ob locorum condicionem multi, sed pedestres
milites pars maxima, ob eam causam, quia per omnem
Graeciam multo maiore egestate pabuli, equitatus usus
LIBRO I 203

Agamennone aveva portato cento navi da Micene e poi


sessanta che aveva fatto fabbricare in altre sue città, e ne
fece capitano Agapenore106. Nestore mandò una flotta di
novanta; Menelao da Sparta sessanta; Menesteo da Atene
cinquanta; Elpenore d’Eubea quaranta; Aiace Telamonio
di Salamina dodici; Diomede da Argo ottanta; Ascalafo
e Ialmene da Orcomeno trenta; Aiace Oileo107 quaranta;
Archesilao, Protenore, Penelo, Leito e Clonio, da tutta la
Beozia108, cinquanta; Schedio e Epistrofo di Focide109 qua-
ranta; Toante d’Etolia110 quaranta; Megete di Dulichio e
di altre isole Echinadi111, altre quaranta; Idomeneo e Me-
rione da tutta Creta, ottanta112; Ulisse da Itaca113, dodici;
Pròtoo Magnete114 quaranta; Tlepolemo115 da Rodi e dalle
altre isole vicine, nove; Eumelo116 undici; dai Pelasgi ne
vennero cinquanta; Nireo117 di Sime tre; Podarce e Prote-
silao118 da Filaca e dalle altre loro terre, quaranta; Podali-
rio e Macaone119 trenta; Filottete120 da Metone e da altre
città, sette; Euripilo di Ormeno121 quarantadue; Guneo122
dai Perrebi ventidue; Leonteo e Polipete123 quaranta dalle
loro regioni; Antifo e Fidippo124 dalle isole Nisiro, Cràpa-
to e Coo, trenta; Tessandro125 di Polinice, di cui s’è fatto
menzione sopra, da Tebe cinquanta; Calcante d’Acarna-
nia venti; Mopso126 di Colofone venti; Epeo127 dalle isole
Cicladi trenta. Caricarono tutte queste navi di grano in
grande abbondanza, come pure delle altre cose necessa-
rie per vivere, secondo gli ordini di Agamennone, affinché
non mancassero le provvigioni a un così gran numero di
soldati.

18. In così grande apparato di imbarcazioni, erano mol-


ti i cavalli e i carri da guerra, secondo la tradizione dei
vari luoghi, ma la maggior parte erano soldati di fanteria,
per la seguente ragione: in tutta la Grecia, a causa della
204 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

prohibetur. Praeterea fuere multi, qui ob artis peritiam


necessarii nautico apparatui credebantur. Per idem tempus
Lycius Sarpedon neque pretio neque gratia Phalidis,
Sidoniorum regis, inlici quivit, ut societatem militiae nostrae
adversus Troianos sequeretur, quippe quem iam Priamus
donis amplioribus eisque postea duplicatis fidissimum sibi
retinuerat. Omnium autem classium numerus, quem ex
diversis Graeciae regnis contractum supra exposuimus,
toto quinquennio praeparatus instructusque est. Ita cum
nulla iam res profectionem, nisi absentia militis retardaret,
cuncti duces veluti signo dato una atque eodem tempore
Aulida confluunt.

19. Interim in ipsa navigandi festinatione Agamemnon,


quem a cuntis regem omnium declaratum supra docuimus,
longius paulo ab exercitu progressus forte conspicit
circa lucum Dianae pascentem capream imprudensque
religionis, quae in eo loco erat, iaculo transfigit. Neque
multo post irane caelesti an ob mutationem aeris
corporibus pertemptatis lues invadit. Atque interim in dies
magis magisque saeviens multa milia fatigare et promiscue
per pecora atque exercitum grassari. Prorsus nullus
funeri modus neque requies; uti quidquid malo obvium
fuerat, vastabatur. Quis rebus sollicitis ducibus mulier
LIBRO I 205

scarsezza di pascoli, l’allenamento dei cavalli è proibitivo.


Furono molti anche gli esperti nella navigazione, necessari
a una flotta così grande. Nel medesimo tempo né dietro
ricompensa né tramite i favori di Falide128, re di Sidone, fu
possibile convincere il licio Sarpedone129 a unirsi alla no-
stra spedizione contro i Troiani: Priamo se lo era già accat-
tivato con doni maggiori, poi duplicati. Il gran numero di
navi, che ho esposto prima, messo assieme dai diversi re-
gni della Grecia, fu preparato e istruito nell’arco di cinque
anni. Così, dal momento che nulla ritardava la partenza,
se non l’assenza dei soldati, tutti i principi come datosi un
segnale arrivarono contemporaneamente ad Aulide.

[Agamennone uccide una cerva sacra a Diana, la quale


provoca un’epidemia; un’indovina predice ad Agamenno-
ne che per placare la peste deve sacrificare sua figlia e, al
suo rifiuto, viene deposto dalla carica]

19. Frattanto, nella fretta dell’avvio della navigazione,


Agamennone, che ho detto prima era stato dichiarato
da tutti comandante supremo, per caso allontanatosi un
po’ dall’esercito scorse in un bosco sacro di Diana una
capriola che pascolava e, ignaro della norma del culto che
era in quel luogo, la trafisse con un dardo130. Per questo
fatto dopo non molto, per ira della dea o per mutazione
dell’aria131, una pestilenza invase i corpi messi duramente
alla prova132. Di giorno in giorno aggravandosi sempre più
l’infezione, colpiva gli uomini a migliaia infuriando indif-
ferentemente sia sugli uomini sia sugli animali e non si ve-
deva assolutamente requie al male; qualunque cosa fosse
toccata dal male, era destinata alla rovina133. Una donna,
con poteri trasmessi dal dio134, rivelò ai principi, molto
206 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

quaedam Deo plena Dianae iram fatur: eam namque ob


necem capreae, qua maxime laetabatur, sacrilegii poenam
ab exercitu expetere, nec leniri, priusquam auctor
tanti sceleris filiam natu maximam vicariam victimam
immolavisset. Quae vox ut ad exercitum venit, omnes
duces Agamemnonem adeunt, eumque primo orare
recusantemque ad postremum cogere, uti malo obviam
properaret. Sed ubi obstinate renuere vident nec ulla vi
queunt flectere, plurimis conviciis insecuti, ad postremum
regio honore spoliavere. Ac ne tanta vis exercitus sine
rectore effusius ac sine modo militiae vagaretur, praeficiunt
ante omnes Palamedem, dein Diomedem et Aiacem
Telamonium, quartumque Idomenea. Ita per aequationem
numeri atque partium quadripertitur exercitus.

20. Neque interim ullus finis vastitatis, cum Ulixes simulata


ex pertinacia Agamemnonis iracundia et ob id domuitionem
confirmans magnum atque insperabile cunctis remedium
excogitavit. Profectus namque Mycenas nullo consilii
participe falsas litteras tamquam ab Agamemnone ad
Clytemestram perfert, quarum sententia haec erat:
Iphigeniam, nam ea maior natu erat, desponsam Achilli,
eumque non prius ad Troiam profecturum, quam promissi
fides impleretur; ob quae festinaret eamque et quae nuptiis
usui essent, mature mittere. Praeterea multa pro negotio
LIBRO I 207

preoccupati della cosa, che Diana, sdegnata per l’uccisio-


ne della capriola a lei molto cara, pretendeva dall’eserci-
to una punizione per il sacrificio commesso e che non si
sarebbe placata prima che l’autore del misfatto avesse in
cambio sacrificato la sua figlia maggiore. Come questa no-
tizia arrivò all’esercito135, i principi andarono insieme da
Agamennone, lo pregarono a lungo e, benché lui costante-
mente si tirasse indietro, infine gli ingiunsero di rimediare
a così gran flagello. E siccome lui restava ancora in tale
ostinazione e non riuscivano con alcun tipo di forza a far-
gli cambiare idea, passati alle offese, da ultimo gli tolsero
l’incarico di condottiero136. Affinché un così grande eser-
cito non restasse senza capo e senza disciplina militare,
elessero capo prima di tutti Palamede137, dopo di lui Dio-
mede, e Aiace Telamonio e per quarto Idomeneo; sicché il
comando dell’esercito fu diviso fra questi quattro.

[Ulisse si allontana dal campo e, con uno stratagemma,


riesce a condurvi Ifigenia; Agamennone sta per fuggire
ma è trattenuto da Nestore]

20. Nel frattempo non si vedeva fine della devastazione,


quando Ulisse, simulata collera per l’ostinazione di Aga-
mennone, e per questo dicendosi pronto a tornare a casa,
escogitò un rimedio grande e insperato alla grande di-
sgrazia. In gran segreto se ne andò a Micene portando a
Clitemestra lettere contraffatte a nome di Agamennone,
il cui senso era che lui aveva dato in sposa la sua figlia
maggiore Ifigenia ad Achille e che non voleva andare a
Troia se non avesse prima celebrato la promessa di ma-
trimonio; inoltre scriveva che non indugiasse a mandarla
con quanto fosse necessario per le nozze. Aggiungendo
208 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

locutus ementito argumento fidem fecerat. Quae ubi accepit


Clytemestra, cum propter gratiam Helenae, tum maxime,
quod tam celeberrimi nominis viro filia traderetur, laeta
Iphigeniam Ulixi committit. Isque confecto negotio paucis
diebus ad exercitum revenit, atque ex inproviso in luco
Dianae cum virgine conspicitur. Quis cognitis Agamemnon
affectione paternae pietatis motus an ne tam inlicito
immolationis sceleri interesset, fugam parat. Eumque, re
cognita Nestor, longam exorsus orationem, ad postremum
persuadendi genere, in quo praeter ceteros Graeciae viros
iucundus acceptusque erat, a proposito prohibuit.

21. Interim virginem Ulixes et Menelaus cum Calchante,


quibus id negotium datum erat, remotis procul
omnibus sacrificio adornant, cum ecce dies foedari
et caelum nubilo tegi coepit, dein repente tonitrua,
corusca fulmina et praeterea terrae marisque ingens
motus atque ad postremum confusione aeris ereptum
lumen. Neque multo post imbrium atque grandinis vis
magna praecipitata. Inter quae tam taetra nulla requie
tempestatis, Menelaus cum his, qui sacrificium curabant,
metu atque haesitatione diversus agebatur, terreri quippe
primo subita caeli permutatione idque signum divinum
credere, dein, ne inceptum omitteret, detrimento militum
commoveri. Igitur inter tantam animi dubitationem vox
quaedam luco emissa: aspernari numen sacrificii genus et
ob id abstinendum a corpore virginis, misereri namque
LIBRO I 209

molte altre cose, non senza falsità, aveva reso verosimile la


cosa. Clitemestra, accettata la proposta, lieta per motivo
di Elena e ancor più lieta che sua figlia sarebbe andata in
sposa a un personaggio così famoso, ben volentieri affidò
Ifigenia a Ulisse. Sbrigata la cosa, questi tornò con lei in
pochi giorni all’esercito138. Fu visto inaspettatamente nel
bosco di Diana con la fanciulla; e Agamennone, quando
lo venne a sapere, mosso dall’affetto paterno si prepara
a fuggire, per non essere presente a quello scellerato sa-
crificio139. Appresa la cosa, Nestore, che di tutti gli altri
greci era il più convincente e brillante oratore140, con molti
discorsi lo distolse dal proposito.

[Segni atmosferici precedenti al sacrificio: una voce inti-


ma di non sacrificare la fanciulla]

21. Nel mentre Ulisse e Menelao insieme con Calcante, ai


quali era stato dato il compito141, allontanati tutti, adorna-
rono la vergine per il sacrificio, quand’ecco il dì iniziò a
oscurarsi e il cielo a essere coperto da nuvole, allora all’im-
provviso tuoni, fulmini corruschi e inoltre un gran moto di
terra e mare e alla fine nella confusione dell’aria era sorta
una luce. Dopo non molto precipitò una gran scarica di
piogge e grandine. Menelao e gli altri che erano pronti per
il sacrificio erano presi da paura ed esitazione, temevano
sia per l’improvviso mutamento del cielo, che credevano
un segno divino, sia per le conseguenze da parte dell’eser-
cito, se il sacrificio non avesse avuto luogo142. In così tan-
ta indecisione, si sentì una voce proveniente dal bosco143:
diceva che la dea non teneva più a quel sacrificio, mossasi
a compassione della fanciulla, e che dovessero pertanto
astenersi dal toccarla, e al suo posto pensassero a sacrifica-
210 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

eius deam; ceterum pro tanto facinore satis poenarum


Agamemnoni ab coniuge eius post Troianam victoriam
comparatum. Itaque curarent id, quod in vicem virginis
oblatum animadverterent, immolare. Dein coepere venti
atque fulmina aliaque, quae in magno coeli motu oriri
solent, consenescere.

22. Sed cum haec in luco aguntur, Achilles litteras


seorsum missas sibi a Clytemestra cum auri magno
pondere accepit, in quis ei filiam atque omnem domum
suam commendaverat. Quae postquam et Ulixis
consilium patefactum est, omissis omnibus propere ad
lucum pergit, magna voce Menelaum et qui cum eo erant,
inclamans, ab inquietudine Iphigeniae cohiberent sese,
comminatus perniciem, ni paruissent. Mox attonitis his
atque obstupefactis ipse supervenit reformatoque iam
die virginem abstrahit. Interim deliberantibus cunctis,
quidnam vel ubi esset, quod immolari iuberetur, cerva
forma corporis admiranda ante ipsam aram intrepida
consistit. Eam praedictam hostiam rati oblatamque
divinitus comprehendere moxque immolant. Quis peractis
sedata lues instarque aestivi temporis reseratum est
caelum. Ceterum virginem Achilles atque hi, qui sacrificio
praefuere, clam omnes regi Scytharum, qui eo tempore
aderat, commendavere.
LIBRO I 211

re quello che lì avessero trovato al posto della vergine; ad


Agamennone sarebbe stata poi riservata dalla moglie una
conveniente punizione per una così grande scellerataggi-
ne, dopo la vittoria sui troiani. Subito iniziarono a placarsi
i venti, le saette e tutte le altre perturbazioni che sogliono
nascere coi grandi movimenti dei cieli.

[Achille viene a conoscenza dell’inganno e, mentre tutti


si interrogano sul da farsi, trascina via Ifigenia]

22. Ma mentre si svolgevano queste cose nel bosco, Achil-


le ricevette la lettera mandatagli da Clitemestra insieme
con una gran quantità di oro144, nella quale gli aveva affi-
dato sua figlia e l’intera sua casa. Dopo che la faccenda e il
piano di Ulisse gli furono chiari, messa da parte ogni cosa,
si recò in fretta al bosco, chiamando a gran voce Mene-
lao e quelli che erano con lui, che non facessero del male
ad Ifigenia, minacciando morte se non avessero ubbidito.
Mentre quelli se ne stavano ancora attoniti e smarriti, egli
sopraggiunse rapidamente e, rischiaratasi già l’aria, con-
dusse fuori la fanciulla145; e intanto mentre tutti si chiede-
vano che cosa mai e dove fosse ciò che la dea ordinava di
sacrificare, in quell’istante si fermò davanti all’altare sen-
za paura una bellissima cerva; immaginando, allora, che
quella fosse l’ostia offerta dalla dea per il sacrificio, la pre-
sero e la sacrificarono subito146. Non appena ebbero fatto
questo la peste cessò e l’aria tornò serena, come di solito
l’estate. Achille e quelli che volevano sacrificare Ifigenia la
consegnarono in segreto al re degli Sciti che si trovava in
quel luogo147.
212 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

23. At ubi duces sedatam vim mali animadvertunt


ventorumque flatus navigandi prosperos atque aestivam
maris faciem, omnes laeti Agamemnonem adeunt, eumque
interitu filiae permaestum consolati honorem regni
rursus concelebrant. Quae res pergrata atque accepta
per exercitum fuit, eum quippe optimum consultorem
sui non secus, quam parentem miles omnis percolebat.
Sed Agamemnon sive eorum, quae praecesserant, satis
prudens, seu humanarum rerum necessitatem animo
reputans, et ob id adversus infortunia firmissimus,
dissimulato quod ei acciderat, honorem suscipit, atque eo
die duces omnes ad se in convivium deducit. Dein haud
multis post diebus exercitus ordinatus per duces, cum
opportunum iam tempus navigandi ingrueret, ascendit
naves repletas multis rebus pretiosissimis, quae ab incolis
regionis eius offerebantur. Ceterum frumenta, vinum
aliaque cibi necessaria Anius et eius filiae praebuere, quae
Oenotropae et divinae religionis antistites memorabantur.
Hoc modo ex Aulide navigatum est.
LIBRO I 213

[Agamennone ottiene di nuovo il comando e la spedizio-


ne parte]

23. Ma quando i comandanti notarono che la peste era


cessata e i venti erano tornati favorevoli, tutti quanti lieti
andarono da Agamennone, lo confortarono che la figlia
si era salvata, e vollero che fosse ancora eletto capo della
spedizione, il che avveniva non senza la soddisfazione e
la gioia di tutto l’esercito, che molto l’amava stimandolo
padre e ottimo consigliere. Agamennone, sia che fosse di-
venuto lungimirante per l’accaduto, sia che considerasse
la fatalità degli eventi umani, fattosi comunque più saldo
rispetto alle avversità della sorte, facendo finta di aver di-
menticato il fatto, accettò l’incarico e, quello stesso gior-
no, invitò tutti i principi a un banchetto148. Entro pochi
giorni, quando il tempo si fece favorevole alla navigazione,
l’esercito si imbarcò sulle navi, nell’ordine impartito dai
comandanti; su queste già molte cose di gran valore erano
state caricate, offerte dagli abitanti di quel paese. Il grano,
il vino e le altre vettovaglie erano state donate all’esercito
da Anio e dalle figlie, che erano note come sacerdotesse
capaci di trasformare l’acqua in vino149: e così si partì da
Aulide.
LIBER SECUNDUS
LIBRO SECONDO

Traduzione e note di Shanna Rossi (1-27)


e Lorenzo Bergerard (28-52)
1. Postquam ad Mysorum regionem universas classes venti
appulere propere omnes signo dato, naves litori admovent.
Dein egredi cupientibus, a custodibus loci eius obviam
itum est: eos namque Telephus, qui tum Mysiae imperator
erat, quo omnis regio ab incursione maritimorum hostium
defensaretur, litori praefecerat. Igitur ubi descendere
prohibentur, neque prius permittitur terram contingere,
quam regi quinam essent, nuntiaretur: nostri primo quae
dicebantur neglegere, et singuli navibus egredi. Dein
postquam a custodibus nihil remittebatur, et summa vi
resisti et prohiberi coeptum est, duces omnes iniuriam
manu vindicandam rati arreptis armis evolant navibus,
incensique ira custodes caedere, neque versis his atque in
fuga parcere, sed uti quisque fugientem comprehenderat,
obtruncare.

2. Interim ad Telephum, qui primi fuga Graecos evaserant,


veniunt: irruisse multa milia hostium, eosque caesis
custodibus litora occupasse multa praeterea singuli pro
metu suo adicientes, nuntiant. Dein re cognita Telephus
cum his quos circum se habebat, aliisque, qui in ea
festinatione in unum conduci potuere, propere Graecis
obviam venit, ac statim condensatis utrimque frontibus
vi magna concurritur. Dein uti quisque in manus venerat,
interficitur. Cum interim his aut illis ex casu suorum
perculsis vehementius invicem instaretur. Sed in ea
[I Greci nella Misia di Telefo]1

1. Dopo che i venti fecero approdare tutte le flotte nel pae-


se dei Misii, presto tutte le navi, dato il segnale, si accosta-
rono al lido. Poi, volendo sbarcare, incontrarono i guar-
diani del luogo. Infatti Telefo, che a quel tempo regnava in
Misia,2 li aveva preposti a guardia della costa, per difende-
re tutta la regione dall’incursione dei nemici provenienti
dal mare. Dunque, non appena ai nostri viene proibito di
scendere e di toccare terra prima di annunciare al re chi
fossero, essi in un primo momento non si curarono delle
cose che quelli dicevano e scesero dalle navi uno per uno;
ma poiché i guardiani non lo permettevano e cominciaro-
no a resistere e a opporsi a gran forza, tutti i comandanti,
pensando di dover vendicare l’offesa, presero le armi, bal-
zarono fuori dalle navi e, accesi d’ira, uccisero i guardiani
e non risparmiarono neanche quelli voltisi in fuga, anzi,
non appena uno aveva preso un fuggiasco, lo sgozzava.

2. Nel frattempo, coloro che per primi erano sfuggiti ai


Greci, giungono da Telefo: gli annunciano che hanno fatto
irruzione molte migliaia di nemici e che, uccisi i guardia-
ni, hanno occupato le coste, ciascuno aggiungendo molti
dettagli, sotto l’effetto della paura.3 Dunque, compresa la
questione, Telefo, con questi che aveva intorno e con altri
che in quella concitazione riuscì a radunare, andò rapida-
mente incontro ai Greci e subito, serrati i fronti da ambo
le parti, si viene allo scontro con grande veemenza.4 E non
appena uno capitava sotto mano, veniva ucciso. Mentre si
incalzava con violenza, a vicenda, percossi questi o quel-
218 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

pugna Thessandrus, quem Polynicis supra memoravimus,


congressus cum Telepho, ictusque ab eo cadit, multis
tamen hostium ante interfectis, in quis Telephi comitem,
quem rex ob industriam virium atque ingenii inter duces
habebat, strenue dimicantem obtruncaverat; atque ita
paulatim elatus secundo belli eventu et ob id maiora
viribus aggressus interficitur. Atque eius cruentum corpus
Diomedes, quod ei iam tum a parentibus coeptum cum
eo societatis ius perseverabat, umeris extulit: idque igni
crematum, quod superfuerat, patrio more sepeliit.

3. At ubi animadvertere Achilles et Aiax Telamonius


magno suorum detrimento eventum belli trahi, exerci-
tum in duas partes dispertiunt. Ac pro tempore
cohortati suos, tanquam restauratis viribus acrius hostes
incurrunt, ipsi duces principes certaminis. Cum modo
insequerentur fugientes, modo ingruentibus semet
instar muri opponerent. atque ita omni modo primi aut
inter primos bellantes praeclaram iam tum virtutis suae
famam apud hostes atque inter suos effecere. Interim
Teutranius, Teutrante et Auge genitus, frater Telephi
uterinus, ubi animadvertit Aiacem tanta adversum suos
gloria dimicantem, propere ad eum convertit ibique
pugnando ictus telo eius occubuit. Eius casu Telephus
non mediocriter perculsus, ultionemque fraternae mortis
expetens, infestus aciem invadit atque ibi, fugatis quos
adversum ierat, cum obstinate Ulixem inter vineas, quae
ei loco adiunctae erant, insequeretur, praepeditus trunco
vitis ruit. Id ubi Achilles procul animadvertit, telum
iaculatus femur sinistrum regi transfigit. At Telephus
LIBRO II 219

li, a caso,5 Tessandro, che sopra abbiamo ricordato come


figlio di Polinice,6 scontratosi con Telefo e da lui colpito,
cadde, dopo aver tuttavia ucciso molti nemici: tra questi
aveva sgozzato un compagno di Telefo, che il re stimava
tra i capi per l’operosità e l’ingegno, e che combatteva va-
lorosamente. E così Tessandro, a poco a poco insuperbi-
tosi dei primi successi, e per questo, aspirando a cose più
grandi delle sue forze, viene ucciso.7 E il suo corpo insan-
guinato, poiché conservava il vincolo di ospitalità contrat-
to fin dai genitori, se lo caricò sulle spalle Diomede;8 e
dopo averlo cremato, seppellì ciò che era rimasto secondo
il costume patrio.9

3. Ma quando Achille e Aiace Telamonio si accorgono che


la battaglia si protraeva con grande danno dei loro, divi-
dono l’esercito in due parti.10 Ed esortati i soldati secondo
le circostanze, dopo aver ricostituito le forze, si scagliano
contro i nemici più aspramente, gli stessi comandanti, capi
della lotta, ora inseguendo i fuggiaschi, ora opponendosi
a guisa di muro a coloro che attaccavano. E così, in ogni
modo, per primi, o combattendo tra i primi, si procuraro-
no una fama di virtù, sia presso i nemici, sia presso i loro.
Frattanto Teutranio, figlio di Teutrante e Auge, fratello
uterino di Telefo,11 non appena vide Aiace che combatteva
contro i suoi con vanto tanto grande, in fretta gli si rivolse
contro e combattendo lì, morì colpito da un suo dardo.
Telefo, colpito non poco dalla caduta di quello, bramando
vendetta per la morte fraterna, minaccioso assalì la schiera
e là, messi in fuga coloro contro cui era andato, mentre
inseguiva ostinatamente Ulisse tra le vigne che erano state
introdotte in quel luogo, inciampando in un tronco di vite,
cadde. Quando Achille da lontano se ne accorge, scagliato
un dardo, trafigge il femore sinistro del re. Ma Telefo, ri-
220 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

impigre resurgens, ferrum ex corpore extrahit, et protectus


concursu suorum, ab instanti pernicie liberatus est.

4. Iamque diei plerumque processerat, cum utraque


acie intenta proelium sine ulla requie iugi certamine ac
strenue adversum se ducibus fatigaretur. Namque nostros
multorum dierum navigio aliquantum exhaustos maxime
praesentia Telephi debilitaverat. Is namque Hercule
genitus, procerus corpore, ac pollens viribus divinis
patris virtutibus propriam gloriam aequiperaverat. Igitur
adventante nocte cunctis cupientibus requies belli facta. Ac
Mysi ad se domum, nostri ad naves digrediuntur. Ceterum
in ea pugna utriusque exercitus interfecti multi mortales,
sed et vulnerati pars maxima, prorsus nullo aut perpaucis
clade belli eius expertibus. Dein secuta die, legati invicem
de sepeliendis, qui in bello ceciderant, mittuntur: atque
ita indutiis interpositis collecta corpora atque igni cremata
sepeliuntur.

5. Interim Tlepolemus et cum fratre Antipho Phidippus,


quos Thessalo genitos, nepotes Herculis supra memo-
ravimus, cognito Telephum in iis locis imperitare, fiducia
cognationis ad eum veniunt eique quinam essent, et
quibuscum navigassent, aperuere. Dein multa invicem
consumpta oratione ad postremum nostri acrius incu-
sare, quod tam hostiliter adversum suos versaretur.
Agamemnonem namque et Menelaum Pelopidas, non
alienos generis sui, eum exercitum contraxisse. Dein
quae circa domum Menelai ab Alexandro commissa
LIBRO II 221

alzandosi prontamente, estrae il ferro dal corpo e, protet-


to dall’accorrere dei suoi, viene liberato da un’imminente
rovina.

4. Era ormai trascorsa la gran parte del giorno, quando


entrambe le schiere, intente in una battaglia senza tre-
gua, erano fiaccate dalla lotta inesauribile, combattendo i
capi strenuamente l’uno contro l’altro. Infatti soprattutto
la presenza di Telefo aveva indebolito i nostri, piuttosto
esausti per la navigazione di molti giorni. Egli infatti, nato
da Ercole, di alta statura e vigorosa forza, aveva eguaglia-
to con la propria gloria le divine virtù paterne. Pertanto,
all’arrivo della notte, visto che tutti lo desideravano, ci fu
una tregua dalla guerra. E i Misii tornano a casa loro, i
nostri alle navi. Del resto in quella battaglia furono uccisi
molti uomini di entrambi gli eserciti, la gran parte furono
feriti: nessuno o pochi furono esenti da quella strage12. Poi,
il giorno seguente vengono inviati da una parte e dall’altra
dei messi a proposito della sepoltura dei caduti. E così,
stipulata la tregua, i corpi, radunati e cremati, vengono
seppelliti.13

5. Frattanto Tlepolemo e Fidippo, con il fratello Antifon-


te, che abbiamo ricordato sopra come figli di Tessalo e
nipoti di Ercole,14 venuti a sapere che in questi luoghi co-
mandava Telefo, fiduciosi nella parentela, giunsero presso
di lui e gli rivelarono chi mai fossero e con chi navigas-
sero. Poi, concluso il lungo colloquio, alla fine i nostri si
lamentarono piuttosto aspramente che egli si comportasse
da nemico contro propri congiunti: infatti avevano riunito
quell’esercito Agamennone e Menelao, discendenti di Pe-
lope, non estranei alla sua stirpe.15 Poi lo rendono edotto
su quanto aveva fatto Alessandro intorno nel palazzo di
222 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

essent raptumque Helenae docent. Atque decere eum


cum propter consanguinitatem, tum praecipue ob scelus
violati communis hospitii Graecis ultro ferre auxilium, in
quorum gratiam ipsius etiam Herculis plurima laborum
monumenta per totam Graeciam existere. Ad ea Telephus,
etsi dolore vulneris inmodice adflictabatur, benigne
tamen respondens ipsorum potius ait culpa factum, quod
amicissimos et iunctos sibi generis adfinitate regno suo
adpulsos ignoraverit; praemittendos etenim fuisse, per
quos cognito eorum adventu obviam ire gratulantem
oportuerit; atque amice hospitio receptos, donatosque
muneribus, cum commodum ipsis videretur, remittere.
Ceterum militiam adversum Priamum recusare; Astyochen
enim Priami iunctam sibi matrimonio ex qua Eurypylus
genitus, artissimum adfinitatis pignus intercederet. Dein
propere popularibus, uti ab incepto desisterent, nuntiari
iubet. Atque ita nostris liberam egrediendi navibus
potestatem permittit. Tlepolemus et qui cum eo venerant
Eurypylo traduntur hique perfectis quae cupierant ad
naves pergunt nuntiantes Agamemnoni ac reliquis regibus
pacem concordiamque cum Telepho.

6. Quae ubi accepere, apparatum belli laeti omittunt. Dein


ex consilii sententia Achilles cum Aiace ad Telephum
pervenere, eumque iactatum magnis doloribus consolati,
ut viriliter incommodum ferret deprecabantur. At
Telephus, ubi aliquantum requies doloris intercesserat,
Graecos incusare, quod ne nuntium quidem adventus
LIBRO II 223

Menelao, e sul rapimento di Elena: per tale motivo sareb-


be stato opportuno che egli, non solo per il legame di pa-
rentela, ma anche e soprattutto per la violazione del vinco-
lo di ospitalità, portasse aiuto di buon grado ai Greci, ad
opera dei quali per tutta la Grecia sorgevano numerosissi-
mi monumenti proprio delle fatiche di Ercole.16 A quelle
cose Telefo, sebbene fosse smisuratamente afflitto dal do-
lore della ferita, rispondendo tuttavia gentilmente,17 disse
che l’azione malvagia era stata compiuta piuttosto per col-
pa loro, dato che non era a conoscenza che persone molto
amiche e a lui congiunte dal legame di parentela, fossero
sbarcate nel suo regno, e disse che si sarebbero dovuti
mandare avanti degli ambasciatori grazie ai quali, saputo
del loro arrivo, sarebbe stato opportuno andargli incontro
rallegrandosi, e dopo averli ricevuti amichevolmente come
ospiti, e datogli dei doni, sembrando ad essi stessi un gesto
gentile, congedarli.18 Quanto al resto, rifiutava di marciare
contro Priamo: Astioche, la figlia di Priamo, si era unita
a lui in matrimonio e da essa era nato Euripilo, pegno di
profondissimo legame.19 Poi, in fretta ordina che fosse an-
nunciato ai concittadini di abbandonare l’impresa. E così
ci concesse la libera facoltà di sbarcare. Tlepolemo e quelli
che erano andati con lui, vengono affidati a Euripilo e que-
sti, portato a termine quanto avevano in animo, si dirigono
alle navi, annunciando ad Agamennone e agli altri re la
pace e la concordia con Telefo.

6. Non appena apprendono tali cose, lieti, tralasciano i


preparativi di guerra. Poi, per decisione dell’assemblea,
Achille e Aiace andarono da Telefo e, consolato costui,
travagliato da grandi dolori, lo pregavano di sopportare
il disagio virilmente. Ma Telefo, non appena ebbe un po’
di tregua dal dolore, accusò i Greci di non aver mandato
224 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

sui praemisissent. Dein percontatur, quinam et quanti


Pelopidae in ea militia essent doctusque multis precibus
orat, ut ad se omnes veniant. Tum nostri facturos se quae
vellet polliciti, desiderium regis reliquis nuntiavere. Igitur
omnes Pelopidae, praeter Agamemnonem et Menelaum,
in unum congregati ad Telephum veniunt, multumque
gratulationis atque laetitiae praesentia sua regi obtulere.
Ac deinde muneribus largiter donati hospitio recipiuntur.
Neque tamen miles reliquus qui apud naves erat,
munificentiae regis expers fuit: namque ex numero navium
frumentum aliaque necessaria adfatim portabantur.
Ceterum rex ubi Agamemnonem fratremque eius abesse
animadvertit, multis precibus Ulixem deprecatur, uti ad
eos acciendos pergeret. Hi itaque ad Telephum veniunt ac
more regio invicem acceptis datisque donis Machaonem
et Podalirium, Aesculapii filios, venire ac vulneri mederi
iubent; qui inspecta cura, propere apta dolori medicamina
inponunt.

7. Sed ubi tritis aliquot diebus tempus navigandi remorari


ac ventis adversantibus mare in dies magis magisque saevire
occepit, Telephum adeunt eumque de opportunitate
temporis consulunt. Atque ab eo docti initio veris ex his
locis ad Troiam navigandi tempus esse, reliqua adversa,
cunctis volentibus Boeotiam revertuntur ibique subductis
navibus singuli in regna sua hiematum discedunt. Interim
in eo otio regi Agamemnoni cum Menelao fratre exercere
discordias vacuum fuit, ob proditam Iphigeniam. Is
namque auctor et veluti causa luctus eius credebatur.
LIBRO II 225

avanti neppure un messo per il loro arrivo. Poi gli doman-


da chi mai e quanti Pelopidi ci fossero in quell’esercito e,
con molte preghiere, chiede che tutti vadano da lui. Allora
i nostri annunciarono agli altri che avrebbero fatto ciò che
egli voleva, tenendo fede al desiderio del re. Dunque tutti
i Pelopidi, eccetto Agamennone e Menelao, radunatisi in
un sol luogo, vanno da Telefo, e danno al re, con la loro
presenza, molta gioia e gratitudine.20 E così vengono rice-
vuti ospitalmente con grandi doni. E nemmeno la truppa
rimasta alle navi mancò di conoscere la generosità del re,
infatti presso ogni nave veniva portato in abbondanza fru-
mento e altri beni necessari. Tuttavia non appena il re si
accorge dell’assenza Agamennone e suo fratello, chiede a
Ulisse con molte preghiere di andare a chiamarli21. E così
questi giungono da Telefo e, scambiatisi i doni secondo il
costume regale, ordinano che Macaone e Podalirio, figli
di Esculapio, vengano a medicargli la ferita; questi, dopo
averla esaminata con cura, vi pongono medicamenti adatti
al dolore.22

7. Ma quando, trascorsi alcuni giorni, il tempo incominciò


a impedire la navigazione e il mare a infuriare ogni giorno
di più per i venti contrari, vanno da Telefo e gli chiedono
consiglio sulla stagione opportuna.23 Ed edotti sul fatto
che il tempo di navigare da questi luoghi fino a Troia è
l’inizio della primavera e che le altre stagioni sono contra-
rie, tornano in Beozia tutti d’accordo e là, tirate in secco le
navi, ognuno va a svernare nel proprio regno.24 Frattanto
in mezzo a quell'ozio ci fu tempo, per il re Agamennone,
di venire a lite con il fratello Menelao, per la consegna di
Ifigenia. Infatti egli credeva che fosse Menelao l'istigatore
e la causa del suo dolore.25
226 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

8. Per idem tempus, ubi de coniuratione universae Graeciae


apud Troiam conpertum est, auctoribus nuntii eius Scythis
barbaris, qui mercandi gratia per omnem Hellespontum
commutare res cum accolis sueti ultro citroque vagabantur,
metus atque maeror universos invasere, cum singuli,
quibus ab initio Alexandri facinus displicuerat, male
actum adversus Graeciam, et ob id paucorum pravitate in
communem perniciem praecipitatum iri testarentur. Inter
quae tam sollicita, magna cura plurimi ex omni ordine
electi ad contrahenda ex finitimis regionibus auxilia ab
Alexandro aliisque pessimis consultoribus dimittuntur
hisque mandatur, uti quam primum expedito negotio
remearent: quod ea gratia maxime a Priamidis festinabatur
uti propere instructo exercitu tempus profectionis
antecaperent, atque omne quod parabatur bellum, in
regiones Graeciae transportaretur.

9. Dum haec apud Troiam geruntur, Diomedes incepti


eorum certior factus magna celeritate per omnem
Graeciam pervagatus universos duces convenit: eisque
consilium Troianorum aperiens monet atque hortatur,
uti quam primum instructi rebus bello necessariis ad
navigandum festinarent. Neque multo post re cognita
Argos ab omnibus convenitur. Ibi Achilles regi indignatus,
quod propter filiam renueret profectionem, ab Ulixe in
gratiam reductus est. Is namque diu maesto ac luctu
LIBRO II 227

[Troia si prepara alla guerra]

8. Nel medesimo tempo, quando a Troia si venne a sapere


della cospirazione della Grecia intera, grazie alla notizia
da parte di alcuni barbari Sciti, i quali in virtù del com-
mercio, avvezzi allo scambio con i popoli vicini per tutto
l’Ellesponto, vagavano da una parte e dall’altra,26 la paura
e il dolore assalirono tutti, mentre ciascuno, tra quelli che
dal principio avevano biasimato il misfatto di Alessandro,
dichiarava che a causa della malefatta contro la Grecia e
della cattiveria di pochi, sarebbero stati gettati nella di-
sgrazia comune.27 Frattanto, con grande e così sollecita
preoccupazione, moltissimi uomini, scelti da ogni rango,
vengono mandati da Alessandro e da altri suoi pessimi
consiglieri a reclutare aiuti dai popoli confinanti, e a questi
viene ordinato, sbrigata la questione, di tornare indietro
quanto prima. Quel favore veniva così tanto sollecitato dai
Troiani, perché, istruito in fretta l’esercito, potessero anti-
cipare il momento della partenza e trasferire in territorio
greco la guerra in preparazione.

[I principi greci allestiscono una flotta di cinquanta navi]

9. Mentre a Troia avvengono queste cose, Diomede, venu-


to a sapere dell’intenzione di quelli, vagando con grande
sollecitudine per tutta la Grecia, va da tutti i comandanti
e, spiegandogli la decisione dei Troiani, li ammonisce e li
esorta ad affrettarsi a mettersi in mare, disponendo quan-
to prima il necessario per la guerra. Non molto dopo, ap-
presa la situazione, giungono tutti in Argo. Là Achille, in-
dignato col re, il quale si rifiutava di partire per la faccenda
della figlia, fu riconciliato con lui da Ulisse. Infatti egli,
228 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

obsito Agamemnoni insinuans, quae circa filiam eius


evenissent, animum atque ornatum regis reformavit.
Igitur cunctis praesentibus, quamquam a nullo officia
militiae neglegebantur, praecipue tamen Aiax Telamonius
et Achilles cum Diomede curam maximam studiumque
inportandi belli susceperant; hisque placet, uti praeter
contractam classem naves quibus loca hostilia incursarent,
praeparentur. Ita diebus paucis, quinquaginta navium
classem instructam omni genere conpingunt. Ceterum ab
incepto militiae eius octavo iam anno ad hoc usque tempus
consumpto, initium noni occeperat.

10. At ubi instructae omni modo classes et mare navigii


patiens neque ulla res impedimento erat, Scythas, qui
forte mercandi gratia eo adpulerant, conductos mercede,
duces profectionis eius delegere. Per idem tempus
Telephus dolore vulneris eius, quod in proelio adversum
Graecos acceperat, diu adflictatus, cum nullo remedio
mederi posset, ad postremum Apollinis oraculo monitus,
uti Achillem atque Aesculapii filios adhiberet, propere
Argos navigat. Dein cunctis ducibus causam adventus
eius admirantibus oraculum refert atque ita orat, ne sibi
praedictum remedium, ab amicis negaretur. Quae ubi
accepere Achilles cum Machaone et Podalirio adhibentes
curam vulneri brevi fidem oraculi firmavere. Ceterum
Graeci multis immolationibus deos adiutores incepto
invocantes Aulidam cum praedictis navibus veniunt.
Atque inde propere navigare incipientibus dux Telephus
LIBRO II 229

facendo sapere ad Agamennone, da lungo tempo afflitto


e avvolto nel dolore, quel che era accaduto a sua figlia, gli
restituì vigore e dignità di re.28 Essendo dunque tutti pre-
senti, malgrado i doveri militari non venissero trascurati
da nessuno, tuttavia si erano assunti l’incarico grandissimo
di portare guerra soprattutto Aiace Telamonio, Achille e
Diomede; e a questi sembrò opportuno, oltre alla flotta ra-
dunata, di preparare delle navi con cui fare incursioni nei
territori nemici. E in pochi giorni costruiscono una flotta
di cinquanta navi, fornite d’ogni genere di cose. Del resto,
era già trascorso l'anno ottavo dall’inizio dell’impresa, e si
era al principio del nono.29

[Guarigione di Telefo; arrivo dei Greci a Troia]

10. E quando le flotte erano perfettamente allestite e il


mare calmo, e non vi era alcun impedimento, assoldaro-
no come guide degli Sciti,30 i quali erano approdati là per
caso, per scopi commerciali. Nel medesimo tempo Telefo,
a lungo tormentato dal dolore della sua ferita, ricevuta in
battaglia contro i Greci, poiché non riusciva a guarire con
nessun rimedio, alla fine, ammonito dall’oracolo di Apollo
a ricorrere ad Achille e ai figli di Esculapio, presto si mette
in mare verso Argo. Poi riferisce l’oracolo a tutti i capi che
si meravigliavano della sua venuta e li prega affinché non
gli sia negato dagli amici il rimedio predetto. Non appena
appresero tali cose, Achille, Macaone e Podalirio confer-
marono la parola dell’oracolo, ponendo rimedio alla feri-
ta in breve tempo.31 Riguardo al resto i Greci, invocando
con molti sacrifici dei favorevoli all’impresa, con le navi
suddette, giungono in Aulide e da lì, mentre si dava inizio
prontamente alla navigazione, viene nominato comandan-
230 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

ob acceptam gratiam factus. Ita ascensis navibus ventos


nacti paucis diebus ad Troiam pervenere.

11. Per idem tempus Sarpedon Lycius Xanthi et


Laodamiae, frequentibus nuntiis a Priamo accitus cum
magna armatorum manu adventabat. Is ubi animadvertit
procul magnam vim classium admotam litori, ratus
ut negotium erat, propere suos instruit Graecosque
degredi incipientes invadit. Neque multo post re cognita
Priamidae arreptis armis accurrunt, cum interim Graeci
infensis hostibus, et omni modo instantibus neque degredi
sine pernicie neque arma capere turbatis omnibus et ob
id cuncta impedientibus possent. Ad postremum tamen,
hi quibus in ea festinatione armandi semet potestas fuit,
confirmati inter se invicem acriter hostes incurrunt. Sed
in ea pugna Protesilaus, cuius navis prima omnium terrae
admota erat, inter primos bellando ad postremum telo
Aeneae ictus ruit. Occidere etiam duo Priami filii neque
reliqua multitudo utraque ex parte cladis eius expers fuit.

12. Ceterum Achilles et Aiax Telamonius, quorum virtute


Graeci sustentabantur, magna gloria dimicantes metum
hostibus et fiduciam suis effecere. Neque amplius resisti
LIBRO II 231

te Telefo, in virtù del favore ricevuto. E così, saliti sulle


navi, approfittando dei venti,32 in pochi giorni arrivarono
a Troia.

[Arrivo del contingente licio guidato da Sarpedone; mor-


te di Protesilao]

11. Nel medesimo tempo il licio Sarpèdone33, figlio dello


Xanto e di Laodamia, richiamato da Priamo con frequenti
messi, si avvicinava con una grande schiera di armati. Egli,
non appena scorge da lontano la grande flotta che si acco-
sta al lido, immaginando di che cosa si tratta, prontamente
ordina i suoi in battaglia e attacca i Greci che incomincia-
no a sbarcare. Capita la situazione, non molto dopo, pre-
se le armi, accorrono anche i Troiani, mentre i Greci non
possono né sbarcare senza danno, data l’ostilità dei nemici
e il loro incalzare in ogni modo, né prendere le armi, es-
sendo tutti sconvolti e per questo del tutto impediti. Infine
però, coloro ai quali in quella concitazione riuscì di ar-
marsi, fattisi coraggio a vicenda, con ardore affrontarono
i nemici. Ma in quello scontro Protesìlao, la cui nave era
stata la prima tra tutte ad avvicinarsi al lido, combattendo
tra i primi, infine cadde, colpito da un dardo di Enea.34
Morirono anche due figli di Priamo,35 e neppure la restan-
te moltitudine, da entrambe le parti, fu esente dalla strage.

[Aristìe di Achille e Aiace Telamonio; assalto di Cicno]

12. Tuttavia Achille e Aiace Telamonio, dal coraggio dei


quali i Greci erano sostenuti, combattendo con grande
vanto ispirarono timore nei nemici e fiducia nei loro uo-
232 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

iam apud eos poterat, quin paulatim decedentibus his,


quos adversum ierant, ad postremum cuncti fugarentur. Ita
libero ab hostibus tempore Graeci subductas naves atque
in ordinem compositas tuto collocant. Dein ex omnibus
Achillem et Aiacem Telamonium, quorum virtute maxime
fidebant, custodes deligunt hisque tutelam classium atque
exercitus per latera atque cornua distribuentes tradunt.
Igitur ordinatis dispositisque omnibus Telephus, cuius
ductu ad Troiam navigatum est, magna sui apud exercitum
gratia domum discedit. Neque multo post circa Protesilai
sepulturam nostris occupatis, nihilque tali tempore hostile
metuentibus Cycnus, cuius haud procul a Troia regnum
erat cognito adventu nostro, clam atque insidiis Graecos
invadit eosque ancipiti malo territos sine ullo ordine ac
disciplina militari fugere coegit. Dein propere reliqui
quibus non ea humatio demandata erat, re cognita, armati
eunt contra. In quis Achilles congressus cum rege eumque
et magnam vim hostium interfecit, conversis in fugam hoc
modo liberatis.

13. Ceterum sollicitis ducibus et multorum clade ob


crebras hostium incursiones anxiis decernitur, uti primum
finitimas Troiae civitates cum parte exercitus adeant,
eosque omni modo incursent. Ita omnium primam Cycni
regionem invadunt, vastantque circum omnia. Sed ubi
Neandriensium civitatem, quae regni caput filiorum Cycni
nutrix memorabatur, nullo resistente invasere atque ignem
LIBRO II 233

mini. E al loro cospetto, ormai, non si poteva resistere più


a lungo senza che a poco a poco, retrocedendo coloro con-
tro i quali erano andati, venissero messi tutti in fuga. Così
i Greci, mentre sono liberi dai nemici, mettono al sicuro
le navi tirate in secco e disposte in ordine. Poi fra tutti
scelgono come guardiani Achille e Aiace Telamonio, del
cui coraggio si fidavano moltissimo, e a questi affidano la
difesa delle flotte e dell’esercito, distribuendo le truppe in
ali e corni.36 Dunque ordinata e disposta ogni cosa, Telefo,
sotto la cui guida avevano navigato fino a Troia, con gran-
de gratitudine da parte dell’esercito, ritorna a casa. Non
molto dopo, essendo i nostri impegnati nella sepoltura
di Protesìlao e nulla temendo di ostile in tale circostanza,
Cicno, il cui regno non era lontano da Troia, saputo del
nostro arrivo, di nascosto e con insidia attaccò i Greci e li
costrinse a fuggire senza ordine e disciplina militare, atter-
riti da una duplice disgrazia.37 Ma presto gli altri, a cui non
era stato dato il compito della sepoltura, capita la situazio-
ne, si fecero avanti armati; fra questi Achille, scontratosi
col re, uccise lui e gran parte dei nemici, liberando in tal
modo i Greci in fuga.38

[Assalti dei Greci a popolazioni limitrofe]

13. Quanto al resto, poiché i capi erano preoccupati e in


ansia per la strage di molti soldati, dovuta alle frequen-
ti incursioni dei nemici, si decise di assalire dapprima le
città confinanti con Troia e di fare in esse incursioni in
ogni modo. Così, per prima invadono la regione di Cic-
no e la devastano tutta intorno. Ma quando invasero la
città dei Neandriesi, che si diceva fosse madrepatria dei
figli di Cicno, e cominciarono ad appiccare il fuoco non
234 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

subicere coepere, cives eius multis precibus lacrimisque


orare, uti ab incepto desisterent; per omnia humana
atque divina nixis genibus deprecantes, ne delicta pessimi
ducis civitatem innoxiam et paulo post fidam sibi luere
paterentur. Hoc modo per miserationem servata civitas.
Ceterum regios pueros Cobin et Corianum eorumque
sororem Glaucen expetentibus Graecis tradidere, quam
nostri Aiaci ob fortia facta eius exceptam reliquae praedae
habendam concedunt. Neque multo post Neandrienses
supplices et cum pace ad Graecos conveniunt amicitiam
et omnia quae imperavissent facturos polliciti. Quis
perfectis Graeci Cillam adgressi expugnavere. Neque
tamen Carenen, quae haud procul aberat, contingunt in
gratiam Neandriorum, qui domini civitatis eius, fideles
atque amicissimi nobis ad hoc tempus permanserant.

14. Eadem tempestate oraculum Pythii Graecis perfertur:


concedendum ab omnibus, uti per Palamedem Apollini
Zminthio sacrificium exhiberetur. Quae res multis grata ob
industriam et amorem viri, quem circa omnem exercitum
exhibebat, nonnullis ducum dolori fuerat. Ceterum
immolatio centum victimarum, sicuti praedictum erat,
pro cuncto exercitu exhibebatur praeeunte Chryse, loci
eius sacerdote. Interim re cognita Alexander congregata
armatorum manu ad prohibendum venit. Eum duo Aiaces,
LIBRO II 235

incontrando resistenza alcuna, i cittadini li implorarono


con molte preghiere e lacrime di desistere dall’impresa,
in nome di ogni cosa umana e divina, cingendogli le gi-
nocchia,39 di non permettere che i delitti di un pessimo re
distruggessero una città innocente e nell’imminente futu-
ro a loro fedele.40 E in questo modo per pietà la città fu
salvata. Tuttavia i Greci chiesero di consegnare loro i figli
del re, Cobino e Coriano, e la loro sorella Glauce, la qua-
le i nostri concessero come prigioniera ad Aiace, oltre al
restante bottino, per le sue azioni valorose.41 E non molto
dopo i Neandriesi, supplici, accordarono ai Greci pace e
amicizia e promisero loro che avrebbero fatto ogni cosa
gli avessero comandato. Compiute queste imprese, i Gre-
ci, assalita Cilla, la espugnarono. Tuttavia non toccarono
Corone, che era poco lontano, in grazia dei Neandriesi, i
quali erano padroni di quella città e si erano mantenuti
fedeli e amici a noi fino a quel momento.

[Sacrificio ad Apollo Sminteo; ferimento di Filottete e


sua cacciata]

14. A quel tempo viene annunciato ai Greci un oracolo di


Apollo: tutti dovevano concedere che venisse offerto un
sacrificio ad Apollo Sminteo tramite Palamede. La qual
cosa fu gradita a molti per lo zelo e l’amore che a lui tut-
to l'esercito dimostrava, ma provocò risentimento in non
pochi comandanti.42 Tuttavia l’immolazione delle cento
vittime43 fu fatta in favore di tutto l’esercito, così come
era stato prescritto, presiedendo Crise, il sacerdote di quel
luogo. Nel frattempo Alessandro, venuto a sapere il fat-
to, radunata una schiera di armati, giunse per impedire
la cerimonia44. Ma i due Aiaci, prima che si avvicinasse
236 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

priusquam ad templum adpropinquaret, interfectis plu-


rimis fugavere. Sed Chryses, quem sacerdotem Zminthii
Apollinis supra diximus, utriusque exercitus offensam
metuens, quisque partium ad eum venerat, cum his se
adiunctum esse simulabat. Interim in eo sacrificio Philocteta
haud procul ab ara templi eius adstans morsu serpentis
forte contingitur. Dein ab omnibus, qui animadverterant,
clamore sublato Ulixes adcurrens serpentem interficit.
Neque multo post Philocteta cum paucis, uti curaretur,
Lemnum insulam mittitur: namque in ea sacri Vulcano
antistites dei inhabitare ab accolis dicebatur solitos mederi
adversus venena huiusmodi.

15. Per idem tempus Diomedes et Ulixes consilium de


interficiendo Palamede ineunt, more ingenii humani,
quod imbecillum adversum dolores animi et invidiae
plenum anteiri se a meliore haud facile patitur. Igitur
simulato quod thesaurum repertum in puteo cum eo
partiri vellent, remotis procul omnibus persuadent,
uti ipse potius descenderet eumque nihil insidiosum
metuentem adminiculo funis usum deponunt ac propere
arreptis saxis, quae circum erant, desuper obruunt. Ita vir
optimus acceptusque in exercitu, cuius neque consilium
umquam neque virtus frustra fuit, circumventus a quibus
minime decuerat indigno modo interiit. Sed fuere, qui
eius consilii haud expertem Agamemnonem dicerent ob
amorem ducis in exercitum et quia pars maxima regi ab eo
LIBRO II 237

al tempio, uccisi numerosissimi soldati, lo misero in fuga.


Ma Crise, che sopra abbiamo ricordato come sacerdote di
Apollo Sminteo, temendo un danno di entrambi gli eser-
citi, fingeva di essere amico con ciascuna delle parti che si
avvicinava a lui. Intanto, durante quel sacrificio, Filottete,
che stava non lontano dall’altare del tempio, viene mor-
so da un serpente. Quindi, sollevatosi il clamore di tutti
coloro che se n’erano accorti, Ulisse, accorrendo, uccide
il serpente.45 E non molto dopo Filottete viene mandato
sull’isola di Lemno, con pochi uomini, perché fosse cura-
to: infatti in quell’isola sacra a Vulcano si diceva abitasse-
ro dei sacerdoti del dio, capaci di curare da veleni di tale
specie.46

[Uccisione a tradimento di Palamede da parte di Ulisse


e Diomede]

15. Nel medesimo tempo Diomede e Ulisse si consulta-


no sull’uccisione di Palamede, com’è proprio della natura
umana, la quale, debole di fronte ai risentimenti dell’ani-
mo e piena di invidia, non sopporta facilmente di essere
superata da una migliore di lei.47 Dunque, avendo finto di
aver trovato in un pozzo un tesoro che volevano spartire
con lui, allontanati tutti, lo persuadono a scendere il più
possibile e calano quello, che non teme alcuna insidia, con
l’aiuto di una fune, e prontamente, afferrati i sassi lì intor-
no, lo ricoprono dall’alto.48 Così quell’uomo eccellente e
caro all’esercito, il cui consiglio e la cui virtù non furono
mai vani, ingannato da chi meno doveva, morì in modo
indegno.49 Ma ci fu chi diceva che Agamennone avesse
partecipato a quella decisione, per via della benevolenza
di Palamede nei confronti dell’esercito, e perché la gran
238 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

cupiens tradendum ei imperium palam loquebantur. Igitur


a cunctis Graecis veluti publicum funus eius crematum
igni, aureo vasculo sepultum est.

16. lnterim Achilles ministras, et veluti officinam belli


proximas Troiae civitates ratus sumptis aliquot navibus
Lesbum adgreditur, ac sine ulla difficultate eam capit
et Phorbanta, loci eius regem, multa adversum Graecos
hostiliter molitum interficit atque inde Diomedeam,
filiam regis, cum magna praeda abducit. Dein Scyrum
et Hierapolim urbes refertas divitiis, cunctis suorum
poscentibus vi magna adgressus paucis diebus sine ulla
difficultate excindit. Ceterum, qua pergebat, agri referti
iugi pace depraedati omnibusque vexati neque quicquam,
quod amicum Troianis videretur, non eversum aut
vastatum relinqui. Quis cognitis, finitimi populi ultro ad
eum cum pace adcurrere ac ne vastarentur agri, dimidio
fructuum pacti dant fidem pacis atque ab eo accipiunt.
His actis Achilles ad exercitum regreditur, magnam vim
gloriae atque praedae adportans. Eodem tempore rex
Scytharum cognito adventu nostrorum, cum multis donis
adventabat.

17. Ceterum Achilles haud contentus eorum, quae


gesserat Cilicas adgreditur; ibique Lyrnesum paucis
diebus pugnando cepit. Interfecto deinde Eetione, qui his
locis imperitabat, magnis opibus naves replet, abducens
Astynomen, Chrysi filiam, quae eo tempore regi denupta
LIBRO II 239

parte di esso, desiderando di essere guidato da lui, parla-


va apertamente di affidargliene il comando.50 Dunque da
tutti i Greci, come un pubblico funerale, dopo essere stato
cremato col fuoco, fu sepolto in un'urna d'oro.51

[Achille assale alcune città limitrofe]

16. Frattanto Achille, convinto che le città vicine fossero


alleate di Troia e quasi sue officine di guerra, scelte alcune
navi, assale Lesbo e senza alcuna difficoltà la conquista, e
uccide Forbante, il re di quel luogo, comportatosi in modo
ostile contro i Greci, e da lì porta via Diomedea, la figlia
del re, assieme ad un grande bottino.52 Dopo distrugge, in
pochi giorni e senza alcuna difficoltà, Sciro e Ierapoli, città
colme di ricchezze, assalendole con grande violenza, chie-
dendoglielo tutti i suoi soldati. D’altronde, ovunque si di-
rigeva, i campi venivano depredati della loro pace perenne
e vessati in ogni modo, e non ve n’era alcuno che, sem-
brando alleato dei Troiani, non venisse lasciato sconvolto
e devastato. Venuti a conoscenza della situazione, i popoli
vicini accorrono da lui pacificamente e, affinché i campi
non vengano devastati, promettendogli metà del raccolto,
gli danno garanzia di pace, e da lui la ricevono. Compiute
queste imprese, Achille torna all’esercito, portando con sé
gran quantità di gloria e di bottino. Nel frattempo il re de-
gli Sciti, saputo del nostro arrivo, giungeva con molti doni.

17. Tuttavia Achille, non contento di quelle sue imprese,


attacca i Cilici, e là combattendo, in pochi giorni prese
Lirnesso. Poi, ucciso Eezione, che regnava in quei luoghi,
riempie le navi di ogni ricchezza, portandosi via Astinome,
la figlia di Crisio, che a quel tempo era sposata col re.53
240 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

erat. Propere inde Pedasum expugnare occoepit, Lelegum


urbem, sed eorum rex Brises ubi animadvertit in obsidendo
saevire nostros, ratus nulla vi prohiberi hostes aut suos
satis defendi posse, desperatione effugii salutisque attentis
ceteris adversum hostes domum regressus, laqueo interiit.
Neque multo post capta civitas atque interfecti multi
mortales et abducta filia regis Hippodamia.

18. Per idem tempus Aiax Telamonius Thracum


Chersonesum omni modo infestabat. Sed ubi rex eorum
Polymestor virtutem atque gloriam viri cognovit, diffidens
rebus suis, deditionem occepit. Tuncque Polydorus,
Priami filius, quem rex recens natum clam omnes alendum
ei transmiserat, merces pacis ab eo traditur. Aurum etiam,
aliaque dona huiuscemodi ad conciliandum hostium animos
adfatim praebebantur. Dehinc frumentum per omnem
exercitum totius anni pollicitus naves onerarias, quas ob
id Aiax secum habuerat, replet. Multis execrationibus
amicitiam Priami adversum Graecos renuens in pacis
fidem receptus est. His actis Aiax iter ad Phrygas convertit
ingressusque eorum regionem Teuthrantem dominum
locorum solitario certamine interficit ac post paucis dies
expugnata atque incensa civitate magnam vim praedae
trahit, abducens Tecmessam, filiam regis.
LIBRO II 241

Presto da lì comincò a espugnare Pedaso, la città dei Lele-


gi, ma il loro re Brise, quando si accorse della ferocia dei
nostri durante l’assedio, pensando che non era possibile
con alcuna forza frenare i nemici e difendere i suoi, dispe-
rando di fuggire e salvarsi, mentre gli altri erano impegnati
contro i nostri, ritiratosi in casa, s'impiccò. E non molto
dopo la città fu conquistata e furono uccisi molti uomini e
Ippodamia, la figlia del re, fu portata via.54

[Aiace Telamonio attacca il Chersoneso tracio; Polime-


store gli concede in pegno Polidoro; Aiace attacca anche
la Frigia]

18. Nel medesimo periodo Aiace Telamonio rovinava in


ogni modo il Chersoneso tracio. Ma quando il re di quei
luoghi, Polimestore, conobbe il coraggio e la fama dell’uo-
mo, non fidandosi delle proprie forze, si consegnò a lui.
E allora Polidoro, il figlio di Priamo, che il re di nasco-
sto, appena nato, affidò a quello perché lo allevasse, venne
consegnato ad Aiace come pegno per la pace.55 Venivano
offerti in abbondanza anche oro e altri doni di tal specie
per ingraziarsi gli animi dei nemici.56 Promettendogli d’o-
ra in poi ogni anno frumento per tutto l’esercito, riempie
le navi da carico, che Aiace per quel motivo aveva con sé.
Rifiutando con molti giuramenti l’amicizia di Priamo con-
tro i Greci, fu obbligato alla pace.57 Compiute queste cose,
Aiace dirige il cammino verso i Frigi e, entrato nella loro
regione, uccide in singolar tenzone Teutrante, il padrone
di quei luoghi, e dopo pochi giorni, espugnata e incendia-
ta la città, porta via un grande bottino, prendendosi anche
Tecmessa, la figlia del re.58
242 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

19. Igitur ambo duces multis vastatis atque expugnatis


regionibus ipsi clari atque magnifici ingenti nomine,
per diversa loca quasi de industria eodem tempore ad
exercitum remeavere. Dein per praecones conductis in
unum cunctis militibus ducibusque progressi in medium,
singuli laborum atque industriae documenta in conspectu
omnium exposuere. Quae ubi Graeci animadvertere,
favore ingenti ac laudibus eos prosecuti, mediosque
statuentes ramis oleae coronavere. Dein consilium de
dividenda praeda haberi coeptum Nestore et Idomeneo
in decernendo optimis auctoribus. Itaque cunctorum
sententia ex omni praeda, quam Achilles adportaverat,
exceptam Eetionis coniugem Astynomen, quam Chrysi
filiam supra docuimus, ob honorem regium Agamemnoni
obtulere. Ipse etiam Achilles praeter Brisei filiam
Hippodamiam, Diomedeam sibi retinuit, quod eiusdem
aetatis atque alimonii non sine magno dolore divelli
poterant et ob id iam antea genibus Achillis obvolutae,
ne separarentur, magnis precibus oraverant. Ceterum
reliqua praeda viritim ob singulorum merita distributa
est. Dein quae Aiax adportaverat, Ulixes et Diomedes
regatu eius in medios intulere. Ex quis auri atque argenti
quantum satis videbatur Agamemnoni regi datur; ac
deinde Aiaci, ob egregia laborum eius facinora Teuthrantis
filiam Tecmessam concedunt. Ita divisis in singulos quae
supererant, frumentum per exercitum dispertiunt.
LIBRO II 243

[Achille ed Aiace tornano tra l’esercito, mostrano il botti-


no e sono incoronati con rami di ulivo; divisione del bot-
tino e delle prigioniere]

19. Dunque entrambi i capi, illustri e splendenti di gran


fama dopo aver devastato ed espugnato molte regioni,
attraverso luoghi diversi, ritornarono all’esercito quasi
d’accordo, nello stesso momento. Poi, riuniti tramite gli
araldi tutti i soldati in un sol luogo, ciascuno, venendo
nel mezzo, mostrò al cospetto di tutti le prove delle loro
fatiche e del loro zelo. Quando i Greci videro quelle cose,
salutandoli con grandissimo favore e lodi, li incoronarono
in mezzo all’esercito con rami di ulivo. Poi l’assemblea
cominciò a considerare l’opportuna divisione del bottino,
affidandolo a Nestore e Idomeneo, ottimi consiglieri.59 E
così per decisione unanime, di tutto il bottino che aveva
portato Achille, una parte fu offerta ad Agamennone per
onore regale, eccetto Astinome, la moglie di Eezione, che
sopra abbiamo indicato come figlia di Crisio. Lo stesso
Achille oltre alla figlia di Brise, Ippodamia, tenne per sé
anche Diomedea, per il fatto che le fanciulle, avendo la
stessa età ed essendo cresciute insieme, non potevano es-
ser separate se non con grande dolore, e aggrappate alle
sue ginocchia, già lo avevano implorato con grandi pre-
ghiere di non separarle. Quanto al resto, il rimanente bot-
tino fu distribuito singolarmente per meriti di ciascuno.
Poi, le cose che aveva portato Aiace, Ulisse e Diomede, da
lui pregati, portarono nel mezzo. Tra quelle cose tanto oro
e argento vengono dati al re Agamennone quanto parve
opportuno; e poi ad Aiace, per le sue opere egregie, con-
cedono Tecmessa, la figlia di Teutrante; e così, diviso per
ciascuno ciò che era rimasto, distribuiscono il frumento
all’esercito.
244 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

20. His actis fidem pacti, quod cum Polymestore


intercesserat, traditumque Polydorum refert. Ob quae
cunctis decernitur, ut Ulixes cum Diomede profecti ad
Priamum Helenam cum abreptis recuperarent, atque ita
Polydorum regi traderent. Igitur his pergentibus Menelaus,
in cuius gratiam id negotium gerebatur, legationis officium
eius pariter cum supradictis capit. Itaque habentes
Polydorum ad Troianos veniunt. Sed ubi animadvertere
populares electos ac magni nominis viros adventasse,
propere senes omnes, quorum consilium haberi solitum
erat, in unum conducunt, Priamo a filiis domi retento.
Igitur reliquis praesentibus Graecorum Menelaus verba
facit: secundo iam se ob eandem causam venisse. Cum
multa alia adversum se domumque suam admissa, tum
magno cum gemitu filiae orbitatem per absentiam coniugis
conqueri, quae cuncta ab amico quondam et hospite
non secundum meritum suum evenisse. Eam seniores
lamentationem immodicam cum lacrimis accipientes
ad omnia quae ab eo dicebantur, tanquam iniuriae eius
participes, adnuere.

21. Post quem Ulixes medius adstans huiuscemodi


orationem habuit: «Credo ego vos, Troiani principes,
satis compertum habere, nihil temere Graecos, nihil
inconsultum incipere solere, ac semper his iam tum a
maioribus provisum atque elaboratum, uti facta gestaque
eorum laus potius, quam culpa sequeretur. Et ut a me
consulta omittam, hoc iam licet recognoscere. Iniuriis
contumeliisque Alexandri paulo ante laesa Graecia non
LIBRO II 245

[Tentativo di trattativa con Priamo tramite Polidoro]

20. Stabilita la pace con queste azioni, Aiace riferisce che


aveva trattato con Polimestore, e che gli era stato conse-
gnato Polidoro. Per la qual cosa tutti decidono che Ulisse
e Diomede vadano da Priamo a riprendersi Elena con i
beni rapiti, e che consegnino Polidoro al re.60 Dunque av-
viandosi questi, Menelao, nel cui interesse quell’affare si
svolgeva, al pari loro si assume il compito dell’ambasceria.
E così, portando con sé Polidoro, vanno dai Troiani. Ma
quando il popolo si accorse che stavano arrivando degli
uomini scelti e di gran fama, presto tutti i vecchi, di cui
era solito comporsi l’assemblea, si concentrano in un sol
luogo, mentre Priamo era trattenuto in casa dai figli. Al-
lora Menelao, presenti gli altri Greci, comincia a parlare:
veniva già per la seconda volta per la stessa ragione. Poi-
ché molte altre avversità aveva incontrato, lui e la sua casa,
allora lamentava con grande dolore la stato di privazione
della figlia per l’assenza della moglie,61 tutte cose accadute
a causa di uno un tempo amico e ospite, non per propria
colpa. I vecchi, accogliendo quel lamento smisurato con
lacrime, annuivano a tutto ciò che egli diceva quasi fossero
partecipi della sua ingiuria.

21. Dopo di lui, Ulisse, stando nel mezzo, tenne un discor-


so di tal fatta: “Io credo che voi, principi Troiani, abbiate
appurato a sufficienza che i Greci nulla a caso, nulla di
sconsiderato sono soliti intraprendere, ma sempre cose
previste e elaborate dai loro antenati, affinché ai loro fatti
e imprese segua la lode piuttosto che il biasimo. E per tra-
lasciare le decisioni passate, già questo bisogna riconosce-
re: pur essendo poco tempo fa la Grecia stata offesa con
le ingiurie e le contumelie di Alessandro, non fece ricorso
246 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

ad vim neque ad arma decursum est, quod iracundiae


refugium esse solet. Nam de consilii sententia, legati ad
recipiendam Helenam, ut meministis, cum Menelao
venimus. Quibus praeter superbas verborum minas et
insidias occultas nihil a Priamo neque ab eius regulis
remissum est. Imperfecta igitur re, ut opinor, consequens
fuit arma capere, iusque per vim extorquere, quod amice
impetrare nequitum est. Itaque parato exercitu ac tot
egregiis atque inclitis ducibus, ne sic quidem proelium
adversum vos inire consilium fuit, sed imitati morem
modestiamque solitam iterato ad vos ob eandem causam
oratum venimus. Cetera in manu vestra sita sunt, Troiani,
neque nos pigebit concessisse vobis, si modo sana mens
est decretis salubribus priora male consulta corrigere.

22. Per deos immortales , reputate cum animis vestris,


quanta clades, et veluti contagio huiusce exempli orbem
terrarum occupatura sit. Quis enim posthac, cui virile
negotium est, recordatus Alexandri facinus non omnia
suspecta atque insidiosa ab amico metuere cogetur? aut
quis frater fratri aditum patefaciet? quis hospitem aut
cognatum non tamquam hostem cavebit? Denique si
haec, quod haud spero, probaritis, omnia foederis iura ac
pietatis apud Barbaros et Graecos clausa erunt. Quocirca,
Troiani principes, bonum atque utile est Graecos receptis
universis, quae per vim extorta sunt amice atque uti par
est domum dimitti neque opperiri, quoad duo regna inter
se amicissima manus conserant. Quae cum considero,
dolendam hercule vicem vestram puto, qui innoxii et culpae
eius vacui nati paucorum libidini paulo post alieni sceleris
LIBRO II 247

alle armi e all’esercito, che sogliono essere il rifugio dell’i-


ra. Con una decisione del consiglio, venimmo come amba-
sciatori, con Menelao, a riprendere Elena, come ricordate.
Ma a quelli non fu reso nulla, da Priamo e dai suoi princi-
pi, tranne che superbe minacce e occulte insidie. Dunque,
stando così le cose, fu conseguente, come credo, prendere
le armi ed estorcere con la forza ciò che non poté essere
ottenuto amichevolmente. Pertanto, allestito l’esercito con
tanti egregi e illustri comandanti, neppure così abbiamo
deciso di attaccare battaglia contro di voi, ma seguendo il
costume e la modestia usata, siamo venuti a pregarvi una
seconda volta, per la medesima ragione. Il resto, Troiani,
è nelle vostre mani, e non rincrescerà a noi l’avervi con-
cesso, se solo la vostra mente è sana, di correggere con
salutari decreti le vostre precedenti cattive decisioni.

22. Per gli dei immortali, considerate con l’animo vostro


quanta strage potrebbe occupare il mondo intero, con
questo cattivo esempio. Chi infatti d’ora in poi, avendo
un ruolo di comando, ripensando al misfatto di Alessan-
dro, non sarà costretto a temere ogni cosa dell’amico come
sospetta e insidiosa? Quale fratello spalancherà la porta
al fratello? Chi non si guarderà dall’ospite o dal cognato
come se fosse un nemico?62 Infine, se mai riteneste giuste
queste cose – poiché non ci spero – tutti i patti di concor-
dia e di pietà tra greci e barbari, saranno rotti. Di con-
seguenza, o principi Troiani, è giusto e vantaggioso che i
Greci, ricevute indietro tutte le cose che gli furono estorte
con la forza, siano amichevolmente mandati a casa, come
conviene, e che non aspettino che due regni molto amici
giungano allo scontro. Mentre considero tali cose, ritengo
la vostra sorte, per Ercole, dolorosa: persone innocenti,
nate libere dalla colpa di dissolutezza di pochi, saranno
248 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

poenas subire cogemini. An vos soli ignoratis, ut affectae


sint vicinae atque amicae vobis civitates, vel quae in dies
residuis praeparentur? Nam captum Polydorum, atque
apud Graecos retineri cognitum vobis est. Qui, si Helena
cum abreptis nunc saltem revocetur, inviolatus Priamo
restitui poterit, alio pacto bellum differri non potest neque
finis bellandi fiet, quin aut omnes Graeciae duces, qui
singuli ad eruendam civitatem vestram satis idonei sunt,
mortem obierint, aut, quod magis spero confore, capto
Ilio crematoque igni posteris etiam exemplum impietatis
vestrae relinquatur. Quapropter dum adhuc res integra in
manibus vobis est, etiam atque etiam providete».

23. Postquam finem loquendi fecit, magno silentio


cunctis, ut in tali negotio fieri solet, alienam sententiam
expectantibus, cum se quisque minus idoneum auctorem
crederet, Panthus clara voce: «Apud eos, ait, Ulixe, versa
facis, quibus praeter voluntatem mederi rebus potestas
nulla est». Dein post eum Antenor: «Omnia, quae
memorata a vobis sunt, scientes prudentesque patiemur
neque voluntas consulendi abest, si potestas concederetur.
Sed, ut videtis, summae rei alii potiuntur, quibus cupiditas
utilitate potior est». Quae ubi disseruit, mox per ordinem
duces omnes, qui ob amicitiam Priami quique mercede
conducti auxiliarem exercitum duxerant, introduci
iubet. Quis ingressis Ulixes secundam exorsus orationem
iniquissimos appellare universos, neque dispares Alexan-
dri, quippe qui a bono honestoque elapsi auctorem
pessimi facinoris sequerentur. Neque ignorare quemquam,
quin, si tam atrox iniuria probanda sit, fore, uti malo
LIBRO II 249

costrette tra poco a scontare le pene dell’altrui malvagità.


Oppure voi soli non sapete come sono state trattate le città
vicine e a voi amiche? O che cosa si stia preparando per
le restanti? Sapete che Polidoro è prigioniero dei Greci.
Egli, se almeno ora verrà restituita Elena con i beni rapi-
ti, potrà essere restituito, inviolato, a Priamo, ma se verrà
stabilito altro, la guerra non potrà essere differita e non ci
sarà una fine alla guerra, senza che tutti i capi della Grecia,
ognuno dei quali basta a distruggere la vostra città, vadano
incontro alla morte; o senza che, come spero bene, presa
ed incendiata Ilio, sia lasciato anche ai posteri l’esempio
della vostra empietà. Pertanto, finché la faccenda è ancora
tutta intera nelle vostre mani, più e più volte provvedete.”

23. Dopo che Ulisse finì di parlare, nel grande silenzio ge-
nerale, come è solito accadere in quelle situazioni, aspet-
tando tutti l’opinione altrui, ciascuno ritenendosi il con-
sigliere meno adatto, Panto, a chiara voce, disse: “Ulisse,
parli a coloro che non hanno alcun potere se non la volon-
tà di provvedere alla faccenda.” E dopo di lui Antenore:
“Tutte le cose che voi avete ricordate, essendone coscien-
ti, prudenti, ce ne assumeremo la responsabilità, e non ci
manca la volontà di deliberare, se ce ne viene concessa
la facoltà. Ma, come vedete, altri hanno il potere, per i
quali la cupidigia è più efficace del pubblico interesse.”
Non appena ebbe esposto tali cose, subito comandò di far
entrare in ordine tutti i capi, che avevano condotto delle
truppe ausiliarie, per amicizia con Priamo, o assoldati da
lui. Questi, una volta entrati, Ulisse, cominciando un se-
condo discorso, lì chiamò tutti iniquissimi e non diversi
da Alessandro, poiché, sottrattisi alla bontà e all’onestà,
seguivano il fautore di una pessima scelleratezza. Né al-
cuno doveva ignorare che, se fosse stata approvata un’in-
250 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

exemplo disseminato per mortales ipsos etiam, qui haud


longe abessent, similia aut graviora hisce sequerentur.
Ea ut erant atrocia, cuncti inter se taciti reputare animo;
atque ita exemplum huiusmodi abhorrentes indignatione
rerum permoveri. Dein solito more perrogatis seniorum
sententiis pari consensu omnium Menelaum indigne
passum iniuriam decernitur, solo omnium Antimacho in
gratiam Alexandri adversum reclamante. Ac statim qui de
omnibus nuntiatum ad Priamum mitterentur, electi duo
hique inter cetera quae mandata erant, etiam de Polydoro
docent.

24. Ea ubi rex accepit, maxime consternatus filii nuntio,


ante ora omnium corruit. Dein a circumstantibus refectus
paulisper erigitur; atque ire in consilium cupiens, ab
regulis cohibitus est. Ipsi namque relicto patre conventum
inrumpunt ad id tempus quo Antimachus multis in
contumeliam Graecorum praeiactis probris tum demum
dimitti Menelaum aiebat, si Polydorus redderetur,
postremo eundem casum atque exitum utriusque
custodiendum. Adversum quae cunctis silentibus Antenor
resistere ac ne quid huiusmodi decerneretur, magna vi
repugnare. Sed postquam invicem, multa consumpta
oratione certamen eorum ad manus processerat, omnes
qui aderant inquietum ac seditiosum Antimachum
pronuntiantes e curia eiecere.

25. Sed ubi Priamidae ingressi sunt, Panthus Hectorem


obsecrans, nam is inter regulos cum virtute tum consilio
bonus credebatur, hortari, uti Helena nunc potissimum,
LIBRO II 251

giuria tanto atroce, sarebbe accaduto che in poco tempo


anche i più estranei avrebbero seguito cose simili o più
gravi, come per un cattivo esempio diffusosi tra i mortali.
Tutti, in silenzio, tra sé e sé ritenevano quelle cose atroci
e, provando avversione per un esempio di tal fatta, erano
colpiti da indignazione. Poi, completata la votazione dei
vecchi, secondo il costume solito, si decide all’unanimità
che Menelao era stato indegnamente offeso, tra tutti solo
Antimaco opponendosi, in grazia di Alessandro. Ma su-
bito, scelti tra tutti due uomini da mandare ad informare
Priamo, questi, oltre alle cose deliberate, lo rendono edot-
to anche su Polidoro.

24. Non appena il re apprese quelle cose, assai spaven-


tato dalla notizia del figlio, sviene sotto gli occhi di tutti.
Poi, fatto rinvenire dagli astanti, a poco a poco si rialza;
e, desiderando andare all’assemblea, ne venne impedito
dai principi. Infatti, abbandonato lo stesso padre, essi
irrompono nel luogo della riunione, nel momento in cui
Antimaco, tra le molte offese scagliate contro i Greci, di-
ceva che Menelao sarebbe stato infine lasciato andare, se
Polidoro fosse stato restituito: un medesimo destino e una
medesima fama sarebbe toccata a entrambi. A queste cose,
tacendo tutti, Antenore reagì, e perché non si prendes-
se una decisione di tal fatta, si oppose con gran vigore.
Ma poiché, esauritasi la lunga discussione da entrambe
le parti, la disputa era passata alle mani, tutti i presenti
cacciarono fuori all’assemblea Antimaco, proclamandolo
turbolento e sedizioso.

25. Ma non appena entrarono i figli di Priamo, Panto, scon-


giurando Ettore – questi infatti tra i principi era ritenuto un
uomo buono per saggezza e per virtù – lo esortava a resti-
252 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

cum Graeci supplices ob banc causam venissent,


cum amicitia redderetur; neque parum Alexandro ad
explendum amorem, si quem circa Helenam habuerat,
transactum. Quocirca versari ante omnium oculos oportere
praesentiam regum Graecorum eorumque facta fortia ac
recens partam gloriam erutis amicissimis Troiae civitatibus.
Ob eam etiam causam Polymestorem exemplum admissi
abhorrentem ultro Graecis Polydorum tradidisse. Ex quo
etiam verendum, ne quid tale commentae ac finitimae
regiones perniciosa consilia adversum Troiam molirentur,
nihil exploratum neque fidum, contra insidiosa cuncta,
atque adversa in obsidione fore. Quae si omnes, ita uti res
est, animo reputarent et Helena cum gratia remissa maius
atque artius amicitiae pignus inter duo regna coalesceret.
Quae ubi accepit Hector, recordatione fraterni facinoris
tristior aliquantum suffusisque cum maerore lacrimis,
Helenam tamen prodendam minime rebatur, quippe
supplicem domus et ob id fide interposita tuendam. Si
qua autem cum ea erepta docerentur, cuncta restituenda.
Namque pro Helena Cassandram sive Polyxenam, quam
legatis videretur, nuptum cum praeclaris donis Menelao
tradendam.

26. Ad ea Menelaus iracunde atrox: «Egregie Hercule


actum nobis est, siquidem proprio spoliatus commutare
matrimonium pro arbitrio hostium meorum cogor».
Adversum quem Aeneas: «Ac ne haec quidem, ait,
concedentur contradicente ac resistente me reliquisque
qui adfines amicique Alexandro in rem eius consulimus.
LIBRO II 253

tuire pacificamente Elena all’istante, visto che i Greci erano


venuti supplici a questo scopo; Alessandro non aveva avuto
poco tempo per soddisfare il suo amore, se presso Elena
aveva avuto amore; quindi era opportuno occuparsi della
presenza dei re Greci sotto gli occhi di tutti, e delle loro
violente imprese e della loro recente gloria, riportata con
la distruzione delle città amiche a Troia. E anche, che per
quella ragione Polimestore aveva seguito l’orribile esempio
di consegnare Polidoro ai Greci di propria iniziativa. E an-
che, che a partire da ciò c’era da aver paura che le regioni
vicine, escogitata una cosa di tal genere, macchinassero de-
cisioni dannose contro Troia, e che non c’era nulla di certo
e fidato, e che in uno stato di assedio ci sarebbero state
tutte insidie e avversità. Se tutti considerassero tali cose per
come sono, e non accettassero di lasciar sospesi più a lungo
gli ambasciatori, e se Elena venisse restituita con favore, tra
i due regni si stringerebbe un maggiore e più saldo vincolo
di amicizia.63 Non appena Ettore udì queste cose, piuttosto
triste al ricordo dell’azione del fratello e, sparse lacrime con
tristezza, tuttavia pensava che Elena non andasse tradita,
poiché ella in casa lo aveva supplicato, ed egli si era impe-
gnato a proteggerla. Se invece essi erano informati su quali
cose erano state portate via insieme a lei, tuute andavano
restituite. E infatti al posto di Elena si sarebbe dovuta dare
in sposa a Menelao, con magnifici doni, Cassandra o Polis-
sena, quale sembrava opportuno agli ambasciatori.64

26. A quelle parole Menelao, feroce nell’ira: «Egregiamen-


te mi comporterei, per Ercole, se, spogliato del mio, fossi
costretto a cambiare matrimonio, per la volontà dei miei
nemici!». E a quello Enea: «Ma neppure questo – disse – ti
sarà concesso finché non siamo d’accordo e ci opponiamo
io e gli altri, che parenti e amici di Alessandro, decidiamo
254 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

Sunt enim atque erunt semper qui domum regnumque


Priami tueantur neque amisso Polydoro orbitas Priamum
insequetur tot talibusque filiis superstitibus. An solis qui
ex Graecia sunt raptus huiusmodi concederetur, quippe
Cretae Europam quidem a Sidona, Ganymedem ex hisce
finibus atque imperio rapere licuerit? Quid Medeam
ignoratisne a Colchis in Iolcorum fines transvectam? Et
ne primum illud rapiendi initium praetermittam, Io ex
Sidoniorum regione abducta Argos meavit. Hactenus
vobiscum verbis actum, at nisi mox cum omni classe ex
hisce locis aufugeritis, iam iamque Troianam virtutem
experiemini, domi quippe iuventus perita belli abunde
nobis est, atque in dies auxiliorum crescit numerus».
Postquam finem loquendi fecit, Ulixes placida oratione:
«Et hercules ulterius, ait, differri inimicitias haud integrum
vobis est. Date igitur belli signum, atque ut in inferendis
iniuriis, ita et in inchoando proelio fite auctores; nos
sequemur lacessiti». Talibus invicem consumptis verbis
legati consilio abeunt. Ac mox per populum disseminatis
quae adversum legatos Aeneas dixerat, tumultus oritur
scilicet per eum universam Priami domum odio regni eius
pessimo intercedendi exemplo eversum iri.

27. Igitur ubi legati ad exercitum revenere, cunctis ducibus


dicta gestaque Troianorum adversum se exponunt.
Itaque decernitur, uti Polydorum in conspectu omnium
LIBRO II 255

sulle sue questioni. Infatti ci sono e ci saranno sempre co-


loro che difenderanno il regno di Priamo e, se perdessi-
mo Polidoro, Priamo non resterà privo di figli, restandone
tanti e tali. Oppure solo ai Greci un rapimento di tal specie
è permesso? E perché gli sarebbe stato concesso di rapire
Europa da Sidone a Creta, Ganimede da questi confini e
da questo dominio? E che dire di Medea? Forse non sape-
te che essa fu portata via dai confini della Colchide nel pa-
ese degli Iolchi? Per non tralasciare quel primo rapimen-
to, quando Io, condotta via dal paese dei Sidoni, andò ad
Argo. Fin qui abbiamo agito con voi per mezzo delle pa-
role, ma se non fuggite subito da questi luoghi con tutta la
flotta, da un momento all’altro farete esperienza della virtù
troiana, giacché abbiamo abbondante gioventù esperta di
guerra e di giorno in giorno cresce il numero delle truppe
ausiliarie.»65 Dopo che finì di parlare, Ulisse, in tono placi-
do: «Non c’è più possibilità per voi di differire le ostilità.
Date, dunque, il segnale di guerra e, come nell’offesa re-
cata, così anche nell’inizio della guerra siate voi gli autori.
Noi, una volta assaliti, ci comporteremo di conseguenza.»
Esauritesi tali parole da una parte e dall’altra, gli ambascia-
tori si allontanano dall’assemblea. E subito, diffusesi tra il
popolo le cose che Enea aveva detto agli ambasciatori, si
alza un tumulto: per lui, tutta la casa di Priamo sarebbe
andata in rovina, per avversione contro il suo regno e per
la pessima maniera di intervenire in assemblea.

[Uccisione di Polidoro]

27. Dunque, quando i legati tornarono all’esercito, espon-


gono a tutti i comandanti le parole e gli atti dei Troiani
contro di loro. E così si decide di uccidere Polidoro al
256 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

atque ante ipsos muros necarent. Neque ulterius dilatum


facinus, quippe productus in medium visentibus ex muris
plerisque hostium lapidibus ictus fraternae impietatis
poenas luit. Ac mox unus ex praeconibus nuntiatum
Iliensibus mittitur, uti Polydorum sepeliendum peterent.
Missusque ad eam rem Idaeus cum servis regiis foedatum
ac dilaniatum lapidibus Polydorum matri eius Hecubae
refert. Interim Aiax Telamonius, ne quid quietum
finitimis Troiae regionibus, atque amicis relinqueretur,
hostiliter eas ingressus Pityam Zeleamque, civitates divitiis
nobiles, capit, neque contentus his Gargarum Arisbam,
Gergitham, Scepsim, Larissam admiranda celeritate
depopulatur. Dein doctus ab incolis, multa cuiusque
pecora in Idaeo monte stabulari, exposcentibus, qui cum
eo erant, cunctis cito agmine montem ingressus interfectis
gregum custodibus magnam vim pecorum abducit. Dein
nullo omnium adversante, cunctis qua pergebat in fugam
versis, ubi tempus visum est, cum magna praeda ad suos
convertit.

28. Per idem tempus Chryses, quem sacerdotem Sminthii


Apollinis supra docuimus, cognito filiam suam Astynomen
cum Agamemnone degere, fretus religione tanti numinis,
ad naves venit, praeferens dei vultus, ac quaedam
ornamentorum templi eius, quo facilius recordatione
praesentis numinis veneratio sui regibus incuteretur. Dein
LIBRO II 257

cospetto di tutti e davanti alle stesse mura. E l’azione non


venne rimandata oltre. Così fu condotto nel mezzo, din-
nanzi a coloro che osservavano dalle mura, colpito da nu-
merose pietre da parte dei nemici, scontò la pena dell’em-
pietà fraterna.66 E subito uno tra gli araldi viene mandato
ad annunciare agli abitanti di Ilio che potevano chiedere la
sepoltura di Polidoro.67 Ideo, mandato con alcuni servi del
re a occuparsi della faccenda, riporta a sua madre Ecuba
Polidoro, sporco e dilaniato. Frattanto Aiace Telamonio,
perché nulla fosse in quiete nei paesi vicini e amici di Tro-
ia, assaltando ostilmente Pitia e Zelea, città nobili per ric-
chezze, le conquista e, non contento di queste, saccheggia
con mirabile celerità Gargaro, Arisba, Gergeta, Scepsi e
Larissa. Poi, avvisato dagli abitanti del paese che sul mon-
te Ida vi erano molti capi di bestiame d'ogni genere, per
insistente richiesta di quelli che erano con lui, salendo con
tutta la truppa sul monte, dopo aver ucciso i custodi delle
greggi, porta via una gran quantità di bestie. Poi, non con-
trastandolo nessuno, volti in fuga tutti ovunque andasse,
quando gli sembrò il momento opportuno, torna dai suoi
con un grande bottino.

[Crise reclama invano da Agamennone la restituzione di


sua figlia]

28. In quel torno di tempo Crise68, che già abbiamo appre-


so essere sacerdote di Apollo Sminteo, essendosi risaputo
che sua figlia Astinome viveva con Agamennone, venne
alle navi pieno di fiducia nella sacralità di un così grande
nume, e recando innanzi l’effigie del dio e certi ornamenti
del suo tempio, al fine di incutere più facilmente rispetto
di sé nei sovrani col rammentar loro che la divinità era lì
258 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

oblatis auri atque argenti donis plurimis, redemptionem


filiae deprecatur; obsecrans uti magnificarent praesentiam
dei, qui secum oratum eos ob sacerdotem proprium
venisset. Praeterea commemorat, quae in dies adversum se
ab Alexandro eiusque consanguineis, ob exhibitam per se
paulo ante immolationem, inimica hostiliaque pararentur.
Quae ubi accepere, reddendam filiam sacerdoti, neque
ob id accipiendum praemium, universis placet: quippe
qui cum per se amicus fidelisque nobis, tum praecipue ob
religionem Apollinis nihil non mereri crederetur. Namque
multis iam documentis ac fama incolarum, obsequi numini
eius per omnia destinaverant.

29. Quae postquam Agamemnon accepit, obviam cuncto-


rum sententiis ire pergit. Itaque atroci vultu exitium
sacerdoti comminatus, ni recederet, perterritum senem,
atque extrema metuentem, imperfecto negotio ab
exercitu dimittit. Hoc modo conventu dissoluto, singuli
reges ad Agamemnonem adeunt, eumque multis probris
insequuntur quippe qui ob amorem captivae mulieris,
seque et, quod indignissimum videretur, tanti numinis
deum contemptui habuisset. Ac mox universi exsecrati
deseruere, ob idque et memores Palamedis, quem gra-
tum acceptumque in exercitu, haud sine consilio eius,
Diomedes atque Ulixes dolo circumventum necavissent.
Ceterum Achilles in ore omnium, ipsumque et Menelaum
contumeliis lacerabat.
LIBRO II 259

presente69. Quindi, offerti moltissimi doni d’oro e d’argen-


to, implorò di riscattare la figlia, supplicandoli di onorare
la presenza del dio, il quale era venuto a pregarli assieme
a lui perché era il suo sacerdote. Inoltre rammentò loro
quali azioni odiose e malvagie Alessandro e i suoi fratel-
li andavano preparando di giorno in giorno a suo danno
a causa del sacrificio celebrato poco prima grazie a lui70.
Dopo che seppero queste cose, tutti decisero di restitu-
ire la figlia al sacerdote, senza per questo accettare nes-
sun riscatto71, giacché egli era ritenuto degno di ogni bene
per l’amicizia e la fedeltà dimostrata nei nostri confronti e
soprattutto a causa della sacralità di Apollo. Infatti, sulla
base di molte prove e di ciò che dicevano gli abitanti del
luogo, già avevano stabilito di obbedire in tutto al suo dio.

29. Ma Agamennone72, dopo che seppe tutto ciò, si oppo-


se all’opinione generale. E così, avendo minacciato con la
faccia truce di mettere a morte il sacerdote se non se ne
fosse andato, mandò via dall’accampamento il vecchio, il
quale, terrorizzato e timoroso dell’irreparabile, se ne andò
senza aver concluso nulla73. Scioltasi così l’assemblea, i
capi uno a uno andarono da Agamennone e lo investirono
con ripetuti insulti, perché, per amore di una prigionie-
ra, aveva tenuto in dispregio loro e – cosa che sembrava
sommamente indegna – un dio di tale importanza. Subito
dopo tutti defezionarono, lanciando maledizioni per que-
sto fatto e perché si ricordavano di Palamede, che fra le
truppe era molto amato e che Ulisse e Diomede avevano
ucciso con l’inganno – e su indicazione di Agamennone74.
Per il resto Achille, che era sulla bocca di tutti, ingiuriava
e lui e Menelao.
260 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

30. Igitur Chryses ubi iniuriam perpessus ab Agamemnone


domum discessit, neque multi fluxerunt dies, incertum
alione casu, an, uti omnibus videbatur, ira Apollinis,
morbus gravissimus exercitum invadit, principio grassandi
facto a pecoribus: dein malo paulatim magis magisque
ingravescente, per homines dispergitur. Tum vero vis
magna mortalium corporibus fatigatis pestifera aegritudine
infando ad postremum exitio interibat. Sed regum omnino
nullus neque mortuus ex hoc malo neque adtemptatus
est. Ceterum postquam nullus morbi modus, et in dies
plures interibant, cuncti duces converso iam in se quisque
timore, in unum coeunt: ac dein flagitare Calchanta, quem
futurorum praescium memoravimus, uti causam tanti mali
ediceret. Ille enim perspicere se originem huiusce morbi,
sed haud liberum esse cuiquam eloqui: ex quo accideret,
uti potentissimi regis contraheret offensam. Post quae
Achilles reges singulos adigit, ut interposita iurisiurandi
religione confirmarent, nequaquam se ob ea offendi. Hoc
modo Calchas, ubi cunctorum animos in se conciliavit,
Apollinis iram pronuntiat: eum namque ob iniuriam
sacerdotis infestum Graecis, poenas ab exercitu expetere.
Dein perquirente Achille mali remedium, restitutionem
virginis pronunciat.

31. Tum Agamemnon coniectans quod mox accidit,


concilio tacitus egressus, cunctos quos secum habuerat, in
armis esse iubet. Id ubi Achilles animadvertit, commotus
rei indignatione, simul pernicie defessi exercitus anxius,
LIBRO II 261

[Pestilenza in campo acheo; Calcante ne rivela il motivo]

30. Quindi, dopo che Crise, subíto l’oltraggio da Aga-


mennone, tornò a casa, non passarono molti giorni che
(è incerto se per caso o – come pareva a tutti – per l’ira
di Apollo75) una gravissima pestilenza penetrò nell’accam-
pamento: dapprima fu attaccato il bestiame, poi, mentre
il male a poco a poco si aggravava sempre più, il morbo
si propagò tra gli uomini76. Grandissimo era il numero di
soldati che, una volta fiaccati nel corpo dalla pestilenza,
finivano col perire di una morte atroce. Ma nessuno dei
capi morì di questo male né ne fu assalito77. Del resto, dal
momento che il morbo era inarrestabile e di giorno in gior-
no ne morivano sempre più, i comandanti, temendo ormai
ognuno per sé stesso, si riunirono78: ed eccoli quindi chie-
dere insistentemente a Calcante, il quale – come abbiamo
detto – conosceva il futuro, di rivelare la causa di cotanto
male. Egli diceva di capire l’origine di questo morbo, ma
di non essere libero di rivelarlo ad alcuno, perché da ciò si
sarebbe attirato l’avversione del più potente tra i re. Do-
podiché Achille spinse i capi uno a uno ad affermare, sotto
il sacro vincolo del giuramento79, che in nessun modo essi
si irritavano di queste cose. E così Calcante, quando si fu
guadagnato la benevolenza di tutti gli animi, rivelò la col-
lera di Apollo: costui infatti, adirato coi Greci per l’offesa
arrecata al suo sacerdote, reclamava la punizione dell’eser-
cito. Quindi, interrogato da Achille, rivelò che il rimedio
di quel male era la restituzione della vergine.

31. Allora Agamennone, prospettatosi ciò che di lì a poco


accadde, uscito in silenzio dalla riunione, ordinò a tutti
i suoi di armarsi. Ma Achille, non appena se ne accorse,
agitato dallo sdegno per quel fatto e nel contempo preoc-
262 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

defunctorum corpora miserandum in modum confecta


undique in unum colligi iubet, atque in conventu ante
ora omnium proici. Quo spectaculo adeo commoti reges
gentesque omnes, uti adversum Agamemnonem ab cunctis
pergeretur, duce atque auctore Achille, et si perstaret,
suadente exitio vindicandum. Quae ubi regi nunciata,
pertinacia animi, an ob amorem captivae, cuncta extrema
ratus experiri, nihil remittendum de sententia destinaverat.

32. Ea postquam Troiani cognovere, simul ex muris


conflagrationem corporum assiduam crebrasque sepul-
turas animadvertere, doctique etiam reliquos incommodo
cladis eius debiles agere, cohortati inter se arma capiunt,
ac propere cum manu auxiliari effusi portis pergunt
advorsum. Ac dein per campos exercitu bipartito, Troianis
Hector, Sarpedon auxiliaribus duces facti. Tum nostri,
visis contra hostibus, armati atque instructi pro negotio
simplici fronte aciem composuere, circa cornua divisis
ducibus: dextrum Achilles cum Antilocho, alterum Aiax
Telamonius cum Diomede curabant, medios accepere
Aiax alter, et Idomeneus dux noster. Hoc modo exercitu
utrimque composito, pergunt obviam. At ubi in manus
LIBRO II 263

cupato per il pericolo che l’esercito, esausto com’era, stava


correndo, ordinò che i corpi dei morti, ridotti in quello sta-
to pietoso, fossero ammassati in un unico luogo ed esposti
agli sguardi di tutti in assemblea. I capi e i contingenti
furono a tal punto toccati da questo spettacolo che, come
un sol uomo, si diressero contro Agamennone, guidati e
incoraggiati da Achille, il quale suggeriva che venisse mes-
so a morte nel caso che si fosse opposto. E il re, quando
ciò gli fu annunziato, vuoi per ostinazione vuoi per amore
della prigioniera, ritenendo di affrontare tutte le estreme
conseguenze, decise di non dover in alcun modo recedere
dal proposito80.

[I Troiani approfittano della difficoltà dei Greci per dare


battaglia]

32. Quando i Troiani seppero queste cose (dalle mura si


accorsero dei continui roghi di cadaveri, e nello stesso
tempo furono informati del fatto che anche gli altri erano
in condizioni precarie a causa di quel disgraziato flagello),
essendosi incoraggiati l’un l’altro, presero le armi e subito,
riversatisi fuori dalle porte con un manipolo di ausiliarî,
andarono all’attacco81. Quindi, dopo che in campo aperto
l’esercito venne diviso in due parti82, Ettore fu a capo dei
Troiani e Sarpedone degli ausiliarî. Poi, quando si videro i
nemici davanti, i nostri, armati e opportunamente ordinati
per la battaglia, si schierarono su un’unica linea di fronte,
coi comandanti disposti presso alle ali: di quella destra si
occupava Achille con Antiloco; di quella sinistra Aiace Te-
lamonio con Diomede; i soldati di mezzo furono assegnati
all’altro Aiace e al nostro capo Idomeneo. Schierato così
l’esercito da ambo le parti, avanzarono incontro al nemico;
264 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

ventum est, cohortati suos quisque, acie conflixere. Tum


vero in aliquantum tracto certamine plurimi utriusque
partis cadunt, praecellentibus in ea pugna Barbarorum
Hectore et Sarpedone, Graecorum Diomede cum Menelao.
Dein nox, communis amborum requies, proelium diremit.
Igitur reducto exercitu corpora suorum cremata igni
sepeliunt.

33. Quis perfectis, Graeci statuunt inter se Achillem,


cuius in adversis Graecorum casibus sollicitudo praecipua
videbatur, regem omnium confirmare. Sed Agamemnon
anxius, ne decus regium amitteret, in consilio verba facit:
Sibi maxime cordi esse exercitus incolurmitatem; neque
ulterius differre, quin Astynome parenti remitteretur,
maxime si restitutione eius instantem perniciem subter-
fugerent: nec quicquam deprecari amplius, si modo in
locum eius Hippodamiam, quae cum Achille degeret,
vicarium munus amissi honoris acciperet. Quae res,
quamquam atrox omnibus et indigna videbatur, tamen
connivente Achille cuius id praemium pro multis et
egregiis facinoribus fuerat, effectum habuit. Tantus amor
erga exercitum curaque in animo egregii adulescentis
insederat. Igitur adversa cunctorum voluntate, neque
tamen quoquam palam recusante, Agamemnon, tam-
quam ab omnibus concessa res videretur, lictoribus ut
LIBRO II 265

e quando si venne allo scontro, mentre ognuno esortava


i suoi, si combatté ordinatamente83. Allora, protrattasi la
battaglia per un bel pezzo, ci furono moltissimi caduti da
ambo le parti; e i migliori furono Ettore e Sarpedone tra i
barbari, Diomede e Menelao tra i Greci. Quindi la notte,
comune momento di requie per entrambi, fece interrom-
pere i combattimenti; e dunque, ritiratosi l’esercito, sep-
pellirono i corpi dei loro compagni dopo averli cremati.

[Contesa tra Achille ed Agamennone]

33. Al termine di questi eventi84 i Greci stabilirono di co-


mune accordo di nominare capo supremo85 Achille, la cui
sollecitudine per loro nelle avversità sembrava straordina-
ria. Ma Agamennone, timoroso di perdere il prestigioso
titolo di re, prese la parola in consiglio e disse che l’in-
columità dell’esercito gli stava particolarmente a cuore,
che non si sarebbe ulteriormente rimandato il momento
di riconsegnare Astinome al padre (soprattutto se per
mezzo della sua restituzione fossero sfuggiti all’imminente
pericolo)86, e che non chiedeva niente di più, se non di
ricevere in luogo di Astinome (in sostituzione del dono
perduto e dell’onore che esso rappresentava) quell’Ippo-
damia che viveva con Achille. E la cosa, sebbene sembras-
se a tutti turpe e indegna, fu nondimeno mandata a effet-
to con l’acquiescenza di Achille87, il quale aveva ricevuto
quel premio in ricompensa delle molte e illustri azioni di
guerra: tanto grandi nell’animo di quel nobile giovane
erano l’amore e la sollecitudine per i soldati88. E pertanto
Agamennone, avendo contro di sé la volontà generale, ma
senza che nessuno gli opponesse un aperto rifiuto, ordinò
ai littori89 – come se la cosa fosse accettata da tutti – di
266 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

Hippodamia abstraheretur imperat; hique brevi iussa


efficiunt. Interim Astynomen Graeci per Diomedem atque
Ulixem cum magna copia victimarum ad fanum Apollinis
transmisere. Dein perfecto sacificio, paulatim vis mali leniri
visa, neque amplius adtemptari corpora; et eorum qui
antea fatigabantur, tanquam sperato divinitus levamine,
relaxari. Ita brevi per universum exercitum salubritas
vigorque solitus renovatus est. Mittitur etiam Philoctetae
ad Lemnum portio praedae eius, quam Graeci per Aiacem
atque Achillem advectam inter se viritim distribuerant.

34. Ceterum Achilles memor iniuriae supradictae


abstinendum publico consilio decreverat, odio maxime
Agamemnonis, abolitoque amore quem circa Graceos
habuerat; scilicet quod eorum patientia post tot bellorum
victorias, ac facta fortia, Hippodamia concessum pro
laboribus praemium per iniuriam abducta esset. Dein
venientes ad se duces, aditu prohibere, neque cuiquam
amicorum ignoscere, qui se adversum Agamemnonis
contumelias, cum defendere liceret, deseruissent. Intus
igitur manens, Patroclum et Phoenicem, hunc morum
magistrum, alterum obsequiis amicitiae carum, et aurigam
suum Automedontem secum retinebat.

35. Per idem tempus apud Troiam exercitus sociorum,


quique mercede conducti auxiliares copias adduxerant,
tempore multo frustra trito, taedione an recordatione
LIBRO II 267

portar via Ippodamia; e costoro eseguirono l’ordine ce-


lermente90. Frattanto i Greci, grazie a Diomede e Ulisse,
fanno giungere Astinome, con un gran numero di vitti-
me, al tempio di Apollo. Quindi, dopo che fu compiuto
il sacrificio, parve che la violenza del male a poco a poco
si placasse; che i corpi non venissero più attaccati, e che
quanti prima pativano fossero liberati dalle pene, come se
gli dèi avessero loro mandato il sollievo sperato. Così in
breve tempo il vigore e la salute abituali rinacquero in tut-
to l’esercito. Anche a Filottete fu inviata una parte di quel
bottino che, portato da Aiace e Achille, i Greci si erano
spartito tra loro individualmente.

34. D’altra parte Achille, memore dell’offesa di cui si è


detto, aveva deciso di non prender parte alla pubblica as-
semblea, pieno di odio verso Agamennone, e disamora-
to dai Greci, certo perché avevano tollerato, dopo tante
vittorie e azioni coraggiose, che Ippodamia, premio delle
sue fatiche, gli venisse ingiustamente sottratta. E dunque
si rifiutava di ricevere i capi che venivano da lui, e non
perdonava nessuno degli amici che, benché potessero op-
porsi alle offese di Agamennone, lo avevano lasciato solo.
Pertanto, chiuso nella sua tenda, teneva con sé – oltre al
suo auriga Automedonte – Patroclo e Fenice91, maestro
di buoni costumi quest’ultimo, amico caro e servizievole
quello.

[Rivolta in campo troiano di ausiliari e alleati]

35. Intanto presso i Troiani l’esercito degli alleati e le trup-


pe ausiliarie che erano al soldo, trascorso molto tempo
in modo inconcludente, per noia o per il ricordo dei loro
268 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

suorum domi seditionem occipiebant. Quod ubi


animadvertit Hector, coactus necessitate, militibus, ut in
armis essent, iubet; ac mox ubi signum daret, sequerentur
sese. Igitur postquam tempus visum est, et omnes in armis
nunciabantur, iubet egredi, ipse dux atque imperator
militiae. Res postulare videtur eorum reges, qui socii atque
amici Troiae, quique ob mercedem auxiliares ex diversis
regionibus contracti Priamidarum imperium sequebantur,
edicere. Primus igitur portis erumpit Pandarus Lycaone
genitus, ex Lycia; dein Hippothous et Pylaeus Lethi, ex
Larissa Pelasgidarum; Acamas †. . .† Piros ex Thracia,
post quos Euphemus Troezenius Ciconiis imperitans;
Pylaemenes Paphlagonius, patre Melio gloriosus; Odius
et Epistrophus, filii Minii, Alizonorum reges; Sarpedon,
Xantho genitus rector Lyciorum, ex Solemo; Nastes et
Amphimachus Nomionis de Caria; Antiphus et Mesthles
genitore Talaemene, Maeonii; Glaucus Hippolochi Lycius,
quem sibi Sarpedon, quod praeter ceteros regionis eius
consilio atque armis pollebat, participem bellicarum
rerum adsciverat; Phorcys et Ascanius Phryges; Chromius
et Ennomus Mygdones ex Mysia; Pyraechmes Axii
Paeonius; Amphius et Adrastus Merope geniti, ex
Adrestia; Asius Hyrtaci de Sesto, dein alius Asius, Dymante
genitus, Hecubae frater, ex Phrygia. Hos omnes, quos
memoravimus, secuti multi mortales inconditis moribus,
ac dispari sono vocis, sine ullo ordine aut modo proelia
inire soliti.
LIBRO II 269

cari, stavano dando inizio a una rivolta. Ma non appena


Ettore se ne fu accorto, costretto dalla necessità, ordinò
ai soldati di tenere le armi a portata di mano, e, quando
fosse stato dato il segnale, di seguirlo subito. Così, quando
sembrò esser venuto il momento e gli fu annunziato che
tutti erano armati, ordinò di avanzare: lui stesso era il co-
mandante in capo delle truppe.
L’occasione sembra richiedere92 che si facciano i nomi
dei capi di coloro che, come alleati e amici dei Troiani
nonché come truppe ausiliarie mercenarie, convenuti da
varie regioni, militavano sotto il comando dei Priamidi.
Per primo si lanciò fuori dalle porte Pandaro, figlio di Li-
caone, proveniente dalla Licia, quindi i figli di Leto, Ip-
potoo e Pileo, Pelasgi di Larissa, e Acamante e Piro dalla
Tracia; e dopo di loro Eufemo di Trezene, che comandava
sui Ciconii; Pilemene Paflagonio che si gloriava d’esser fi-
glio di Melio; Odio ed Epistrofio, figli di Mino, i re degli
Alizoni; Sarpedone, nato da Xanto, capo dei Lici di So-
limo; e poi Naste ed Amfimaco, figli di Nomione, dalla
Caria; Antifo e Mestle, Meoni, figli di Talemene; e Glauco
il Licio, figlio di Ippoloco, che Sarpedone prese con sé
facendolo partecipare alle azioni di guerra, perché supe-
rava gli altri conterranei per saggezza e bravura nell’uso
delle armi; e poi i Frigi Forci e Ascanio; i Migdoni Cromio
ed Ennomo, dalla Misia; e Pirecme Peonio, figlio di Axio;
Amfio e Adrasto, figli di Merope, da Adrestia; e Asio figlio
di Irtaco da Sesto; e quindi l’altro Asio, figlio di Dimante e
fratello di Ecuba, dalla Frigia93. Tutti questi che abbiamo
ricordato erano seguiti da molti uomini dai rozzi costumi
e dalle parlate discordi, che erano abituati a entrare in bat-
taglia senza alcun ordine né maniera94.
270 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

36. Quod ubi nostri animadvertere, in campum progressi


more militiae aciem ordinant, magistro ac praeceptore
componendi Menestheo Atheniensi: ordinant autem per
gentes atque regiones singulas, seorsum manente Achille
cum Myrmidonum exercitu. Is namque, quamquam
ob illatam ab Agamemnone iniuriam et abductam
Hippodamiam, nihil animi remiserat, tamen maxime
indignatus quod, reliquis ducibus ad cenam deductis, solus
contemptui habitus intermitteretur. Ceterum ordinato
exercitu, ac tunc primum omnibus copiis adversum se
instructis hostibus, ubi neutra pars committere audet,
paulisper in loco retentis militibus, tamquam de industria
utrimque receptui canitur.

37. Iamque Graeci regressi ad naves, arma deponere ac


singuli per loca solita corpus cibo curare occeperant,
cum Achilles ultum ire cupiens iniurias ignaros consilii
sui nostros, et ob id otiose agentes, clam invadere
temptat. At ubi Ulysses a custodibus, qui eruptionem
eius praesenserant, rem comperit, propere duces circum-
cursans magna voce monet, atque hortatur uti armis
LIBRO II 271

[I due eserciti schierati a battaglia]

36. I nostri, non appena si accorsero di ciò, una volta entrati


in campo secondo la prassi militare95 ordinarono lo schie-
ramento in base alle indicazioni dell’ateniese Menesteo96,
cui spettava il compito di comporre le fila; si schierarono
quindi secondo il popolo e il luogo di provenienza, mentre
Achille con l’esercito dei Mirmidoni restava in disparte.
Egli, che peraltro nel suo animo non aveva minimamente
deposto il rancore per l’offesa arrecatagli da Agamennone
e per il fatto che Ippodamia gli era stata portata via, era
tuttavia più che mai indignato perché, mentre gli altri capi
erano stati invitati a cena, lui solo, in segno di disprezzo,
era stato trascurato97. Ad ogni modo – dopo che l’esercito
fu ordinato e i nemici, per la prima volta al completo, gli si
furono schierati contro – dal momento che nessuna delle
due parti osava ingaggiare la battaglia, i soldati restarono
per poco al loro posto e quindi, come a farlo di proposito,
da entrambe le parti si suonò la ritirata98.

[Achille tenta un attacco al proprio esercito per vendicar-


si dell’offesa ricevuta da Agamennone; i Troiani inviano
Dolone]

37. E già i Greci, tornati alle navi, avevano iniziato a de-


porre le armi e – uno alla volta, secondo l’ordine abituale
– a ristorarsi col cibo, quand’ecco che Achille, desideroso
di andare a vendicarsi delle offese, tentò di attaccare di na-
scosto i nostri, che erano ignari della sua intenzione e per
questo si comportavano con noncuranza. Ma Ulisse, infor-
mato della cosa dalle sentinelle, che si erano accorte per
tempo dell’attacco, senza indugio, correndo da un coman-
272 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

arreptis tuerentur sese, dein consilium, inceptumque


Achillis singulis aperit: quo cognito, clamor ingens oritur,
festinantibus ad arma cunctis ac seorsum sibi singulis
consulentibus. Ita Achilles praeverso de se nuncio, ubi
omnes in armis sunt, neque conata procedere queunt,
intentato negotio ad tentoria regreditur. Ac mox duces
nostri rati repentino suorum clamore moveri Ilienses, et ob
id novi quid negotii incepturos, augendae custodiae causa,
mittunt duos Aiaces, Diomedem atque Ulixem. Hique
inter se regionem, qua aditus hostibus erat, dispertiunt.
Quae res non frustra eos habuit. Namque apud Troiam
Hector causam tumultus eorum cupidus persciscere
filium Eumedi Dolonem multis praemiis promissisque
inlectum ad postremum, uti exploratum res Graecorum
egrederetur, mittit: isque non longe a navibus avidus
ignara cognoscendi, dum cupit suscepti negotii fidem
complere, in manus Diomedis, qui eum locum cum Ulixe
custodiebat, devenit; ac mox ab his comprehensus refert
cuncta atque occiditur.

38. Dein diebus aliquot in otio tritis, productio utriusque


exercitus praeparatur: divisoque inter se campo, qui
medius inter Troiam atque naves interiacet, ubi tempus
bellandi videbatur, magna cura universus miles instructus
armis utrimque procedere. Dein signo dato, densatis
frontibus, conflixere acies, composite Graecis ac singulis
LIBRO II 273

dante all’altro, li avvisa e li esorta a gran voce a prendere le


armi e a proteggersi; quindi rivela ad ognuno l’intenzione
e il proposito di Achille. E una volta che ciò fu risaputo si
levò un forte clamore, perché tutti insieme si affrettavano
a prendere le armi, e ognuno singolarmente si preoccupa-
va per sé stesso. Pertanto Achille, essendo stato preceduto
dalla notizia del suo attacco, dal momento che tutti erano
armati e il suo piano non poteva aver successo, tornò alle
tende avendo rinunciato in partenza all’impresa99. Subito
dopo i nostri capi, pensando che i Troiani vengano solleci-
tati da quell’improvviso clamore, e che dunque intrapren-
deranno qualche nuova azione, inviano i due Aiaci, Dio-
mede e Ulisse ad aumentare la guardia. Costoro si sparti-
scono la zona attraverso la quale era possibile l’entrata ai
nemici; e questa cosa non fu inutile. Infatti a Troia Ettore,
bramoso di conoscere la causa della loro agitazione, invia
il figlio di Eumede Dolone a spiare i Greci, dopo averlo
allettato con molti premi e promesse. Egli, non lungi dal-
le navi, volendo ardentemente conoscere ciò che gli era
ignoto, nonché rispettare lealmente l’impegno preso, cade
nelle mani di Diomede, il quale sorvegliava quel luogo as-
sieme a Ulisse; e così viene subito catturato da loro, rivela
ogni cosa ed è ucciso100.

[Scontro tra Greci e Troiani]

38. Quindi, consumati alcuni giorni nell’inattività, entram-


bi gli eserciti prepararono l’attacco. Si divisero il campo sito
a metà strada fra Troia e le navi, e, quando parve giunto il
momento di combattere, tutti quanti i soldati, ordinati con
grande cura, avanzarono in armi. Quindi, dopo che fu dato
il segnale, si serrarono i primi ranghi e le schiere si scontra-
274 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

per distributionem imperia ducum exsequentibus; contra,


sine modo atque ordine Barbaris ruentibus. Ceterum in
ea pugna interfecti utriusque partis multi mortales, cum
neque instantibus cederetur et exemplo strenuissimi
cuiusque, qui iuxta steterat, aequiperare gloriam festinaret.
Interim vulnerati graviter ex ducibus bello decedere coacti
sunt barbarorum, Aeneas, Sarpedon, Glaucus, Helenus,
Euphorbus. Polydamas; nostrorum Ulixes, Meriones,
Eumelus.

39. Ceterum Menelaus, forte conspicatus Alexandrum,


magno impetu inruit, quem evitans neque diutius sustinere
ausus Alexander fugam capit. At ubi procul animadvertit
Hector, concurrens cum Deiphobo, comprehendere
fratrem, eum verbis maledictisque acrioribus insecuti ad
postremum cogunt, uti progressus in medias acies eundem
Menelaum, conquiescentibus reliquis, solitario certamine
lacesseret. Igitur reducto ad bellandum Alexandro,
progressoque ante aciem, quod signum lacessentis
videbatur, postquam procul animadvertit Menelaus,
nunc demum occasionem invadendi inimicissimum sibi
maxime oblatam ratus et iamiamque confidens omnium
iniuriarum poenas lui sanguine eius, omnibus animis
advorsum pergit. Sed ubi eos contra se tendere paratos
armis atque animis uterque exercitus animadvertit, signo
dato recedunt cuncti.
LIBRO II 275

rono: i Greci erano disposti con criterio e ognuno segui-


va i comandi del generale cui era stato assegnato; invece i
barbari si slanciavano senza ordine né maniera. Per il resto
in quella battaglia morirono molti uomini da entrambe le
parti, poiché non si cedeva agli avversari che incalzavano,
e, se si aveva come vicino di posto uno molto coraggioso,
si faceva di tutto per seguirne l’esempio ed eguagliarne la
gloria. Nel frattempo furono costretti a ritirarsi dal com-
battimento, perché gravemente feriti, questi comandanti
stranieri: Enea, Sarpedone, Glauco, Eleno, Euforbo, Poli-
damante; e, dei nostri, Ulisse, Merione, Eumelo.

[Duello tra Menelao e Alessandro]

39. Allora Menelao, avendo per caso scorto Alessandro,


si slancia con grande impeto; e Alessandro, schivandolo
e non osando affrontarlo più a lungo, si dà alla fuga. Ma
Ettore, non appena da lontano se ne avvide, accórse con
Deifobo: i due afferrarono il fratello, lo investirono con
parole e insulti particolarmente pungenti101, e infine lo
costrinsero a farsi avanti in mezzo ai soldati e, se gli altri
avessero approvato, a sfidare Menelao a singolar tenzo-
ne. Così Alessandro fu ricondotto in battaglia e avanzò
davanti allo schieramento, il che sembrava un segno di
provocazione; allora Menelao se ne accorse da lontano e,
ritenendo che finalmente gli si offrisse l’occasione di af-
frontare il suo più grande nemico e ormai fiducioso che
Paride avrebbe pagato col sangue il fio di tutte le offese, si
diresse verso di lui pieno di ardore102. E quando sia l’uno
che l’altro esercito si accorse che quelli, opportunamente
armati e intimamente decisi, andavano allo scontro, dato il
segnale, tutti si ritrassero.
276 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

40. Iamque uterque pleno gradu advorsum cedens intra


iactum teli pervenerant, cum Alexander praevenire
cupiens, simulque ratus primo iaculi eventu locum vulneri
inventurum, praemittit hastam, eaque illisa clipeo facile
decussa est. Dein Menelaus magno impetu iaculatur, haud
sane dissimili casu; namque parato iam ad cavendum
ictumque declinante hoste, telum humi figitur. At ubi
novis iaculis manus utriusque redarmatae sunt, pergunt.
Tum demum Alexander ictus femur cadit ac ne mox
hosti ultionem cum summa gloria concederet, pessimo
exemplo intercessum est. Namque cum ad interficiendum
eum educto gladio prorueret Menelaus, ex occulto sagitta
Pandari vulneratus, in ipso impetu repressus est. Igitur
ab nostris clamore orto, simulque cum ira indignantibus,
quod duobus seorsum adversum se, hisque maxime
quorum gratia bellum conflatum esset, decernentibus
repente a Troianis pessimo more intercederetur, rursus
globus barbarorum ingruens Alexandrum e medio rapit.

41. Interim in ea permixtione, dum nostri haesitant,


Pandarus procul adstans multos Graecorum sagittis
configit. Neque prius finis factus, quam Diomedes
atrocitate rei motus progressusque comminus telo hostem
prosterneret. Hoc modo Pandarus certaminis foedere
violato atque interemptis multis ad postremum poenas
scelestissimae militiae luit. Ceterum corpus eius liberatum
LIBRO II 277

40. Avanzando l’uno incontro all’altro a passi svelti103, era-


no già entrambi venuti a tiro, quando Alessandro, deside-
rando anticiparlo e anche pensando che lo avrebbe ferito
al primo lancio dell’arma, scagliò l’asta ed essa, avendo ur-
tato sullo scudo, fu facilmente respinta. Quindi Menelao
scagliò la sua con grande violenza, e con esito non dissimi-
le; infatti l’avversario, ormai guardingo, schivò il colpo e
l’arma si conficcò in terra104. Ma, come le mani di entram-
bi furono riarmate di nuovi dardi, continuarono. Allora
soltanto Alessandro, colpito alla coscia, cadde e, per non
concedere subito al nemico una gloriosissima vendetta, si
intervenne nel peggiore dei modi. Infatti Menelao, nel bal-
zare in avanti col gladio sguainato per ucciderlo, raggiun-
to non si sa come dalla freccia di Pandaro, fu costretto a
fermarsi proprio mentre stava attaccando105. E così, tra le
urla dei nostri – adirati e indignati per il fatto che i Troiani
all’improvviso si frapponevano tra due che si sfidavano a
singolar tenzone (tanto più che costoro erano responsabili
di aver suscitato la guerra) – un drappello di barbari ac-
corse precipitosamente e strappò Alessandro di lì106.

[Morte di Pandaro; tregua invernale]

41. Frattanto in questa confusione, mentre i nostri esita-


vano, Pandaro, appostato lontano, trafisse di frecce molti
Greci. Né la cosa ebbe fine prima che Diomede, colpi-
to dall’atrocità di quanto stava avvenendo, si avvicinò e
abbatté il nemico con l’arma107. In questo modo, essendo
stato violato l’accordo tra i due eserciti combattenti e per
questo essendo stati uccisi molti uomini, Pandaro pagò
il fio della sua scelleratissima milizia108. Poi il suo corpo,
dopo essere stato allontanato dal campo di battaglia, fu
278 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

ex acie Priamidae igni cremant: reliquiasque socii traditas


sibi Lyciam in solum patrium pertulere. Interim uterque
exercitus signo dato manus conserunt pugnantesque vi
summa atque ancipiti fortuna bellum ad occasum solis
producunt. Sed ubi nox adventabat, utrimque reges
subducta haud longe acie custodibus idoneis exercitus
communivere. Ita per aliquot dies tempus bellandi
opperientes, militem frequentem armatum frustra
habuere. Namque ubi hiems adventare, et imbribus crebris
compleri coepere campi, barbari intra muros abeunt. At
nostri nullo palam hoste digressi ad naves munia hiemis
disponunt moxque bipertito campo, qui reliquus non
pugnae opportunus erat, utraque pars aratui insistere,
serere frumenta aliaque, quae tempus anni patiebatur
parare. Interim Aiax Telamonius instructo milite quem
secum adduxerat, habens etiam nonnullos de exercitu
Achillis, ingressus Phrygiae regionem, multa hostiliter
vastat, capit civitates ac post paucos dies praeda auctus ad
exercitum victor revenit.

42. Isdem fere diebus barbari, nostris per conditionem


hiemis quietis, nihilque hostile suspicantibus, paravere
eruptionem, quis Hector dux atque audendi auctor
factus. Is namque omnes copias instructas armis cum
luce simul porta educit, ac protinus cursu pleno ad naves
LIBRO II 279

cremato dai Priamidi; i resti furono consegnati agli alle-


ati e trasportati in Licia, nel suolo natìo. Nel frattempo
entrambi gli eserciti vennero allo scontro e, combattendo
con grandissima foga e con esito incerto, continuarono la
guerra fino al tramonto. Ma, come iniziò a farsi notte, da
ambo le parti i capi fecero ritirare gli schieramenti a poca
distanza, e misero valide sentinelle a difesa degli accam-
pamenti. E così per alcuni giorni, aspettando il momento
di combattere, mantennero inutilmente un buon numero
di soldati in assetto di guerra. Infatti, come sopraggiunse
l’inverno e i campi iniziarono ad allagarsi per le piogge fre-
quenti, i barbari si ritirarono tra le mura. Ma i nostri, poi-
ché il nemico non si faceva vedere, tornarono alle navi e
assegnarono i lavori invernali; e poco dopo, essendo stata
divisa in due la rimanente porzione di campo – quella non
adatta alla battaglia –, entrambe le parti si misero ad arare,
procurandosi in questo modo frumento e altro – compa-
tibilmente con la stagione109. Frattanto Aiace Telamonio,
quando le milizie che egli aveva condotto con sé furono
approntate, spintosi – anche con alcuni uomini dell’eserci-
to di Achille – nel territorio della Frigia, devastò con furia
molti luoghi, espugnò città e, pochi giorni dopo, ricco di
bottino tornò vincitore all’accampamento.

[Sortita dei Troiani]

42. All’incirca negli stessi giorni i barbari, dato che i nostri


per via della tregua invernale110 restavano tranquilli e non
sospettavano nessun atto ostile, prepararono una sortita:
fu Ettore a guidarli e a spingerli a osare. Egli infatti con la
prima luce del giorno fece uscire dalla porta le truppe in
assetto di guerra, e senza indugio ordinò che si dirigessero
280 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

tendere atque invadere hostes iubet. At Graii infrequentes


tum incuriosique ab armis turbari simul et fugientibus,
quos primus hostis incesserat, quo minus arma caperent
impediri; tum caesi multi mortales. Iamque fusis qui
in medio fuerant, Hector ad naves progressus ignem in
proras iacere ac saevire incendiis ceperat nullo nostrorum
auso resistere; qui territi atque improviso turnultu
exsangues genibus Achillis, auxilium renuentis, tamen
advolvebantur: tanta repente mutatio animorum nostros
atque hostes incesserat.

43. Interea Aiax Telamonius adveniens, cognito apud


naves Hectore, magna armorum specie ibidem apparuit ac
dein mole sua urgens hostem multo sudore ad postremum
navibus extra vallum detrudit. Tum iam cedentibus acrior
insistens, Hectorem, qui adversus eum promptius steterat,
ictum immani saxo ac mox consternatum deicit. Sed eum
concurrentes undique plurimi multitudine sua tectum
bello atque Aiacis manibus eripiunt, seminecemque intra
muros ferunt, male prospera eruptione adversus hostes
usum. Ceterum Aiax saevior ob ereptam e manibus gloriam
assumptis iam Diomede et cum Idomeneo Aiace altero
territos dispersosque sequi; ac fugientes nunc telo eminus
prosternere, modo apprehensos obterere armis, prorsus
LIBRO II 281

di gran carriera alle navi e attaccassero i nemici. Allora i


Greci, poco numerosi in quel momento e negligentemente
disarmati, furono gettati nello scompiglio, e nello stesso
tempo i fuggitivi, che erano stati attaccati per primi dal
nemico, impedivano loro di prendere le armi: molti uo-
mini furono uccisi in quell’occasione. E quando già erano
stati dispersi quelli che stavano nel mezzo, Ettore, essen-
do avanzato fino alle navi, aveva iniziato a gettare il fuoco
alle prore e ad imperversare con gli incendi, mentre nes-
suno dei nostri osava resistere111. E questi ultimi, pallidi
di terrore per l’improvvisa scorreria, si avvinghiavano alle
ginocchia di Achille112, benché costui negasse il proprio
aiuto. Tanto grande fu il repentino cambiamento di stato
d’animo sopravvenuto in noi e nei nemici.

43. Frattanto Aiace Telamonio, al suo ritorno, avendo sa-


puto che Ettore si trovava presso le navi, si mostrò colà
nello splendore delle armi e poi, rovesciando sul nemico
la massa delle proprie forze, con gran fatica alla fine lo
allontanò dalle navi, al di fuori della palizzata113. Allora
mentre, sempre più ardimentoso, già inseguiva i fuggitivi,
con un enorme masso colpì Ettore, il quale troppo riso-
lutamente gli aveva sbarrato il passo, e lo fece cadere a
terra allibito. Ma, accorsi in gran numero da ogni parte
e affollatiglisi intorno per proteggerlo, lo sottrassero alla
battaglia e alle mani di Aiace, e lo portarono mezzo morto
all’interno delle mura114, dopo che aveva tentato la rovino-
sa sortita contro i nemici. D’altra parte Aiace, ancor più
smanioso per il fatto che la gloria gli era stata strappata
dalle mani, avendo preso con sé Diomede, Idomeneo e
il secondo Aiace, si mise ad inseguire i nemici terroriz-
zati e dispersi, e ora abbatteva i fuggitivi da lontano coi
dardi, ora, quando li afferrava, li massacrava con le sue
282 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

nullo, qui in ea parte fuerat, intacto. Inter quae tam trepida


Glaucus Hippolochi, Sarpedon atque Asteropaeus, ad
morandum hostem paulisper ausi resistere, mox vulneribus
gravati locum amisere. Quis versis, barbari nullam spem
reliquam salutis rati sine rectoribus neque usquam certo
ordine palantes effusique ruere ad portas, eoque arto et
properantium multitudine impedito ingressu, cum super
alium alius ruinae modo praecipitarentur, supervenit cum
supradictis ducibus Aiax. Tum magna vis barbarorum
trepida impeditaque inter se caesa extinctaque, in quis
Priami filiorum Antiphus et Polites, Pammon, Mestorque
atque Euphemus Troezenius dux egregius Ciconum.

44. Ita Troiani paulo ante victores, ubi adventu Aiacis


fortuna belli mutata est, versis ducibus poenas luere
militiae inconsultae. At postquam adventante vespera
signum nostris receptui datum est, victores laetique ad
naves regressi mox ab Agamemnone cenatum deducuntur.
Ibi Aiax conlaudatus a rege, donis egregiis honoratur.
Neque reliqui duces facta gestaque viri silentio remittunt,
quippe singuli extollentes virtutem memorare fortia facta,
eversas ab eo tot Phrygiae civitates abductasque praedas
et ad postremum in ipsis navibus adversum Hectorem
egregiam pugnam liberatasque igni classes. Neque cuiquam
dubium, quin ea tempestate, tot egregiis ac pulcherrimis
eius facinoribus, spes omnes atque opes militiae in tali viro
LIBRO II 283

armi: di quanti capitarono da quella parte non se ne salvò


proprio nessuno. E in questa grande agitazione, Glauco,
figlio di Ippoloco, Sarpedone e Asteropeo, avendo osato
resistere per qualche tempo, al fine di fermare il nemico,
poco dopo, gravemente feriti, abbandonarono il campo. E
quando costoro furono volti in fuga, i barbari, ritenendo
che senza i comandanti non vi fosse alcuna speranza di
salvezza, senza alcun ordine, smarriti e dispersi si avventa-
rono alle porte, e lì sopraggiunse Aiace coi suddetti capi,
mentre i Troiani, come in una frana, cadevano uno sopra
l’altro perché l’ingresso era stretto e impedito dalla massa
di gente che vi si precipitava. E allora moltissimi barba-
ri, tremando di paura e intralciandosi a vicenda, furono
colpiti e uccisi; tra di loro c’erano quattro dei figli di Pria-
mo: Antifo, Polite, Pammone e Mnestore, e poi Eufemo di
Trezene, l’illustre capo dei Ciconi.

44. E così, dopo che, con l’arrivo di Aiace, le sorti della


battaglia erano cambiate e i capi dell’esercito erano stati
volti in fuga, i Troiani, poco prima vittoriosi, pagarono il
fio dello sconsiderato attacco.115 Ma quando, sul far della
sera, i nostri ricevettero il segnale della ritirata, tornati alle
navi lieti e vittoriosi furono subito invitati a cena da Aga-
mennone. Lì il re elogiò Aiace e – in segno di onore – gli
fece doni di eccezionale pregio. Né gli altri capi achei tac-
quero delle sue gesta, ché uno alla volta, esaltando il suo
valore, ricordavano le sue audaci imprese: le tante città
della Frigia espugnate, i bottini di guerra e infine lo stra-
ordinario scontro con Ettore, proprio alle navi, e le flotte
salvate dal fuoco. E in quella situazione – viste le tante
azioni splendide ed eccezionali da lui compiute – nessuno
dubitava che ogni speranza e ogni risorsa dell’esercito fos-
se posta in un uomo simile.
284 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

sisterentur. Ceterum proras duarum navium, quibus illatus


ignis eam partem tantummodo consumpserat, Epios brevi
restituit. Tumque Graeci rati post malam pugnam Troianos
ulterius nihil hostile ausuros, quieti ac sine terrore egere.

45. Per idem tempus Rhesus Eione genitus, haud alie-


nus a Priami amicitia, pacta mercede cum magnis
Thracum copiis adventabat. Is incedente iam vespera
paulisper moratus apud paeninsulam, quae anteposita
civitati continenti eius adiungitur; secunda circiter vigilia
ingressus Troianos campos explicitisque tentoriis ibidem
opperiebatur. Quod ubi Diomedes cum Ulixe, vigilias
in ea parte curantes procul animadvertere, rati Troianos
a Priamo exploratum missos, arreptis armis, mox presso
gradu circumspicientesque omnia pergunt ad eum locum.
Tum fatigatis ex itinere custodibus, et ob id somno
pressis, eosque et interius progressi in ipsis tentoriis regem
interficiunt. Dein nihil ultra audendum rati, currum eius,
et cum egregiis insignibus equos ad naves ducunt. Ita
reliquum noctis in suis quisque tabernaculis requiescentes
transigunt. At lucis principio reliquos duces conveniunt,
eos facinus ausum expletumque docent. Ac mox rati
barbaros incensos caede regis affore, iubent omnes
frequentes apud arma agere opperirique hostem.
LIBRO II 285

Per il resto Epio in poco tempo riparò le due prore


di due navi che in quella parte soltanto erano state dan-
neggiate dal fuoco lanciato. E allora i Greci passavano il
tempo tranquilli e privi di timore, ritenendo che i Troiani
dopo l’infausta battaglia non avrebbero osato un ulteriore
attacco.

[Arrivo di Reso; spedizione di Diomede ed Ulisse]

45. In quel torno di tempo Reso, figlio di Eioneo116, visti i


rapporti amichevoli che intratteneva con Priamo, avendo
pattuito un compenso117, avanzò con un numeroso eser-
cito. Egli, quando ormai imbruniva, si trattenne per un
po’ nella penisola che fronteggia la città ed è collegata al
suo territorio118; alla seconda vigilia119 entrò nella piana di
Troia e lì, dispiegate le tende, si mise ad aspettare120. Ma da
lontano si accorsero di ciò Diomede e Ulisse, che si occu-
pavano del servizio di guardia in quella zona, e, pensando
che i Troiani fossero stati mandati da Priamo a spiare121,
afferrate subito le armi, a passi lenti e con grande circo-
spezione si diressero verso quel luogo. Allora, dopo aver
superato le guardie che erano stanche del viaggio e perciò
sopraffatte dal sonno, si addentrarono ulteriormente e uc-
cisero il re proprio nel padiglione122. Quindi, non ritenen-
do di dover prendere altre iniziative audaci, portarono alle
navi il suo carro e i cavalli assieme alle preziose insegne123.
Così ognuno passò il resto della notte nella propria tenda
riposando. Ma sul far del giorno si incontrarono con gli
altri capi, e li informarono dell’audace azione compiuta.
Poi, pensando che i barbari adirati per l’assassinio del re
stessero arrivando, ordinarono a tutti di mettersi diligen-
temente in assetto di guerra e di aspettare il nemico.
286 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

46. Neque multo post Thraces, ubi expergefacti e somno


regem interemptum, foedam faciem intra tentoria
animadvertere et vestigia abducti currus manifesta
sunt, raptim ac sine ullis ordinibus, ut quemque fors
conglobaverat, ad naves evolant. Quibus procul visis,
nostri conferti inter se atque imperia servantes eunt
obviam. Sed Aiaces duo in aliquantum acie progressi,
primos Thracum invadunt atque opprimunt. Dein reliqui
duces, ut quisque locum ceperat, caedere singulos et ubi
conferti steterant, bini aut amplius congregati impetu suo
dissolvere ac mox dispersos palantesque interficere uti
nullus reliquus caedis fieret. Ac statim Graii, exstinctis qui
adversum ierant, signo dato ad tentoria eorum pergunt. At
illi qui custodes castris relicti soli supererant, visis contra
hostibus, terrore ipso miserandum in modum effeminati,
omnibus amissis ad moenia confugiunt. Tum undique
versus nostri inruentes, arma, equos, regias opes et ad
postremum uti quidque sors dederat praeripiunt.

47. Hoc modo victores Graii deletis cum imperatore


Thracibus, onusti praeda atque victoria, ad naves
digrediuntur, cum interim Troiani ex muris respectantes
nequicquam pro sociis intra moenia tamen trepidarent.
Igitur barbari tot iam adversis rebus fracti legatos
inducias postulantes ad Graecos mittunt, ac mox nostris
conditionem approbantibus interposito sacrificio fidem
LIBRO II 287

46. Non passò molto tempo che i Traci, svegliatisi, videro


il re ucciso nel padiglione – il volto deturpato – e si pale-
sarono le tracce del carro trascinato via; essi allora si slan-
ciarono verso le navi, precipitosamente e senza un ordine,
come la sorte li aveva raggruppati. E non appena essi ap-
parvero da lontano, i nostri, stretti l’uno all’altro e rispet-
tosi dei comandi, si fecero loro incontro. Ma i due Aiaci,
essendo avanzati un po’, attaccarono i primi dei Traci e li
uccisero. Quindi gli altri comandanti, a seconda del posto
occupato, ammazzarono i nemici a uno a uno, e, dove era-
no rimasti serrati, a gruppi di due o più scompaginavano
i nemici col loro impeto e subito li uccidevano dispersi
e sparpagliati124, sicché nessuno scampò alla strage125. E
come furono eliminati tutti i loro aggressori, fu dato il se-
gnale e immediatamente i Greci si diressero alla volta dei
padiglioni dei Traci. Ma quelli che erano stati lasciati da
soli a guardia dell’accampamento, all’apparire dei nemici,
si trasformarono in pietose femminette per lo spavento,
abbandonarono ogni cosa e si rifugiarono presso le mura.
Allora i nostri, avventandosi da ogni parte, depredarono le
armi, i cavalli, le ricchezze del re e insomma tutto ciò che
la sorte offriva.

[I Troiani chiedono una tregua; ritorno di Filottete]

47. E così, dopo che i Traci furono annientati assieme al


loro capo, i Greci, carichi di bottino e onusti di gloria,
si allontanarono alla volta delle navi, mentre i Troiani, al
riparo delle mura, osservavano invano dall’alto, pur trepi-
dando per gli alleati. Allora i barbari, ormai fiaccati da tan-
te avversità, inviarono legati ai Greci a chiedere una tregua
e, avendo súbito i nostri approvato le condizioni, sanciro-
288 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

pacti firmavere. Eodem fere tempore Chryses, quem


sacerdotem Zminthii Apollinis supra memoravimus,
ad exercitum venit actum gratias super his, quae in se
recepta filia benigne ab nostris gesta erant, ob quae tam
honorifica, simul quod Astynomen liberaliter habitam
cognaverat, reductam secum Agamemnoni tradit. Neque
multo post Philocteta cum his, qui partem praedae ad eum
portaverant, Lemno regreditur invalidus etiam tum neque
satis firmo gressu.

48. Interea consilium Graecis agentibus Aiax Telamonius


in medium progressus docet oportere mitti ad Achillem
praecatores, qui eum imperatorum verbis atque exercitus
peterent remittere iras ac repetere solitam cum suis gratiam;
minime quippe aspernandum talem virum, nunc vel
maxime, cum secundis rebus Graeci et paulo ante victores
non ob utilitatem sed honoris merito gratiam eius peterent.
Inter quae deprecari etiam Agamemnonem, daret operam
simul voluntatemque agendo negotio adhiberet; namque
tali tempore in commune ab omnibus consulendum,
praesertim procul ab domo, locis alienis atque hostilibus,
neque se aliter inter tam gravia bella undique versus
inimicis regionibus, quam concordia tutos fore. At ubi
finem loquendi fecit, cuncti duces laudare consilium viri
simulque praedicantes ad caelum tollere, scilicet quod
LIBRO II 289

no il rispetto dell’accordo con un sacrificio. Più o meno


contemporaneamente Crise, che già abbiamo ricordato
essere il sacerdote di Apollo Sminteo, venne all’accampa-
mento a ringraziare degli atti di benevolenza compiuti dai
nostri nei suoi confronti dopo la restituzione della figlia; e
in cambio di tanto onore, avendo inoltre saputo che Asti-
nome era stata trattata con rispetto, dopo averla presa con
sé la restituì ad Agamennone126. Poco dopo Filottete, as-
sieme a coloro che gli avevano portato una parte di botti-
no, tornò da Lemno ancora invalido e non ben saldo sulle
gambe127.

[Ambasceria ad Achille]

48. Frattanto i Greci tennero un consiglio e Aiace Tela-


monio, fattosi avanti, spiegò che bisognava mandare ad
Achille degli ambasciatori128 che, riportando le parole dei
comandanti e dell’esercito, gli chiedessero di deporre la
collera e riprendere coi suoi gli amichevoli rapporti di sem-
pre; infatti un uomo simile non era affatto da disprezzare,
soprattutto ora che la situazione era propizia129 e i Greci,
da poco vittoriosi, chiedevano la sua amicizia non perché
fosse utile, ma a titolo di onore. Tra l’altro Aiace chiede-
va ad Agamennone di adoperarsi e di mettere tutta la sua
buona volontà affinché la cosa andasse a buon fine: in una
simile circostanza, infatti, bisognava che tutti pensassero
al bene comune130, specialmente ora che erano lontano da
casa, in luoghi stranieri e ostili; e tra guerre così cruen-
te, in regioni interamente nemiche, soltanto la concordia
avrebbe dato loro sicurezza. Alla fine del discorso tutti i
comandanti lodarono il suggerimento dell’uomo e, cele-
brandolo, lo portarono alle stelle perché surclassava tutti
290 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

cum virtute corporis tum ingenio universos anteiret. Post


quae Agamemnon docere se et ante ad reconciliandum
Achillem multos misisse et nunc nihil aliud cordi esse.
Ac mox Ulixem atque ipsum Aiacem orare, susciperent
negotium atque ad eum nomine omnium irent, maxime
quod Aiax cognatione fretus impetraturus veniam facilius
credebatur. Igitur his operam suam pollicentibus, iturum
se una Diomedes sponte ait.

49. His actis, Agamemnon afferre hostiam lictores iubet


ac mox sublata super terram, cum duo, quibus imperatum
erat, suspensam retinerent, gladium vagina educit eoque
bifarium excisam hostiam in conspectu, uti diviserat,
collocat. Dein ferrum sanguine oblitum manu retinens,
inter utramque sacri partem medius invasit. Interim
Patroclus, cognito quod parabatur, in consilium supervenit.
At rex sicut supra diximus transgressus ad postremum
iurat inviolatam a se in eum diem Hippodamiam mansisse;
neque cupiditate ulla aut desiderio lapsum, sed ira, qua
plurima mala conficiuntur, eo usque processisse. His addit
cupere se praeterea, si ipsi etiam videretur, filiarum quae
ei cordi esset, in matrimonium dare decimamque regni
omnis ac talenta quinquaginta doti adiungit. Quae ubi
accepere, qui in consilio erant, admirari magnificentiam
regis maximeque Patroclus, qui cum oblatione tantarum
opum, tum praecipue laetus, quod intacta Hippodamia
affirmaretur, ad Achillem venit eique universa gesta atque
acta refert.
LIBRO II 291

sia nelle virtù fisiche che in quelle intellettuali131. Quindi


Agamennone spiegò che anche prima aveva mandato mol-
ti da Achille per riconciliarlo, e ora non c’era altro che gli
stesse a cuore. E subito chiese ad Ulisse ed Aiace di pren-
der su di sé l’incarico e di andare da lui a nome di tutti,
soprattutto perché si credeva che Aiace, potendo contare
sulla parentela132, avrebbe ottenuto il perdono con una
certa facilità. Allora, mentre costoro garantivano il loro
impegno, Diomede133 spontaneamente disse che sarebbe
andato anche lui.

49. Dopo di ciò Agamennone diede ordine ai littori di


portare una vittima sacrificale e, sollevatala da terra senza
indugio, mentre due uomini a ciò designati la tenevano so-
spesa, egli sguainò il gladio, la tagliò in due e così divisa la
mise bene in vista. Quindi tenendo in mano l’arma cospar-
sa di sangue passò in mezzo alle due parti della vittima134.
Frattanto Patroclo, venuto a conoscenza di ciò che si pro-
gettava, si presentò in consiglio. Ma il re, dopo aver com-
piuto il passaggio che dicevamo, alla fine giurò di non aver
toccato Ippodamia fino a quel giorno: non aveva sbagliato
a causa di una passione amorosa o di un desiderio, ma era
arrivato fino a quel punto per colpa dell’ira, che è respon-
sabile della maggior parte del male che si compie135. A ciò
aggiunse che, se Achille era d’accordo, desiderava anche
dargli in sposa la figlia che lui avesse più cara, e aggiunse
in dote la decima parte dell’intero regno e cinquanta ta-
lenti136. Quando coloro che erano in consiglio appresero
ciò, si meravigliarono della generosità del re, specialmente
Patroclo, il quale, lieto per le grandi ricchezze donate e
soprattutto per il fatto che si garantiva l’illibatezza di Ip-
podamia, andò da Achille e gli riferì tutto l’accaduto.
292 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

50. Dein ubi rex ea quae audierat volutare animo ac


deliberare secum ipse occepit, supervenit cum supradictis
Aiax. Tum ingressos eos ac iam benigne salutatos sedere
hortatur iuxtaque se Aiacem. Qui tempus loquendi nactus
familiariter et ob id liberius incusare atque increpare,
quod in magnis discriminibus suorum nihil iracundiae
remiserit, potueritque cladem exercitus perpeti, cum
eum multi amici, plurimi etiam affinium obvoluti genibus
deprecarentur. Post quem Ulixes illa quidam deorum
esse ait, eorum autem, quae in consilio acta essent, ordine
exposito, quae etiam Agamemnon pollicitus quaeque
iurasset, ad postremum orat, ne preces omnium neve
oblatas nuptias aspernaretur; moxque eorum omnium,
quae una offerebantur, enumerationem facit.

51. Tum Achilles longam exorsus orationem, primum


omnium acta gestaque sua exponere; ac dein admonere,
quantas aerumnas pro utilitate omnium pertulerit, quas
civitates aggressus ceperit cunctis interim requiescentibus
ipse anxius ac dies noctesque bello intentus et, cum neque
militibus suis neque sibi ipse parceret, asportatas nihilominus
praedas in commune solitum redigere. Pro quis solum
omnium se electum, qui tam insigni iniuria dehonestaretur:
solum ita contemptum, a quo Hippodamia tot laborum
pretium per dedecus abstraheretur neque in ea culpa
solum esse Agamemnonem, sed maxime ceteros Graecos,
qui immemores benificiorum contumeliam suam silentio
praeterierint. Postquam finem loquendi fecit, Diomedes:
LIBRO II 293

50. Successivamente, quando il re iniziò a considerare e a


soppesare tra sé e sé le cose che aveva udito, giunse Aia-
ce coi predetti137. Allora essi entrarono, Achille li accol-
se benevolmente e ordinò loro di sedere – Aiace al suo
fianco. Costui, avendo colto l’opportunità di parlargli in
modo amichevole e perciò più libero, prese ad accusarlo
e a biasimarlo perché, malgrado i grandi pericoli cui era-
no esposti i suoi, non aveva minimamente deposto l’ira e
aveva potuto sopportare la strage dell’esercito138, mentre
molti amici e anche moltissimi parenti lo supplicavano av-
vinghiandosi alle sue ginocchia. Dopo di lui Ulisse disse
che quelle erano cose che competevano agli dei, invece,
esposte con ordine le cose che erano accadute in consiglio,
quelle che Agamennone aveva promesso e quelle che ave-
va giurato, gli chiese di non disprezzare le preghiere né la
proposta di matrimonio; quindi fece l’elenco di quanto gli
veniva offerto tutto insieme139.

51. Allora Achille iniziò un lungo discorso e per prima


cosa espose le sue azioni e le sue imprese. Poi rammentò
quante fatiche aveva sostenuto a vantaggio di tutti, qua-
li città aveva attaccato e conquistato (anche quando tutti
riposavano lui si preoccupava, giorno e notte intento alla
guerra); e rammentò altresì che, sebbene non avesse ri-
guardo per i suoi soldati né per sé stesso, tuttavia era solito
mettere in comune il bottino che portava. Ma in cambio
di ciò egli solo fra tutti era stato scelto per essere disono-
rato da un affronto così evidente; lui solo disprezzarono al
punto di togliergli indegnamente Ippodamia, il compenso
di tante fatiche; né Agamennone era l’unico ad aver colpa
di ciò, ma colpevoli erano soprattutto gli altri Greci che,
dimentichi dei benefici, lasciarono passare sotto silenzio il
suo affronto140. Quando egli finì di parlare, Diomede disse:
294 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

«Praeterita, ait, omittenda sunt neque oportet prudentem


meminisse transactorum, quando ea, etsi maxime cupias,
nequeas revocare». Interea Phoenix et cum eo Patroclus
circumstantes genas atque omnem vultum iuvenis, manus
adosculari, contingere genua, rediret in gratiam atque
animos remitteret, cum propter praesentes, qui eum
oratum venissent, tum praecipue ob bene de se meritum
reliquum exercitum.

52. Igitur Achilles praesentia talium virorum, precibus


familiarium ac recordatione innoxii exercitus tandem
flexus ad postremum facturum se quae vellent respondit.
Dein hortatu Aiacis tum primum post malam iracundiam
Graecis mixtus consilium ingreditur atque ab Agamemnone
regio more salutatur. Interea reliquis ducibus favorem
attollentibus, gaudio laetitiaque cuncta completa sunt.
Igitur Agamemnon manum Achillis retentans eumque
et reliquos duces ad cenam deducit. Ac paulo post inter
epulas, cum laeti inter se invitarent, rex Patroclum
quaesiit, ut Hippodamiam cum ornamentis, quae dederat,
ad tentoria Achillis deduceret; isque libens mandata efficit.
Ceterum per id tempus hiemis saepe Graeci atque Troiani
singuli pluresve, ut fors evenerat, inter se sine ullo metu in
luco Thymbraei Apollinis miscebantur.
LIBRO II 295

“Le cose passate vanno messe da parte e chi è saggio non


deve rammentare gli eventi trascorsi giacché, quand’anche
tu lo desideri in sommo grado, non potrai farli tornare141.”
Frattanto Fenice e Patroclo142 stando attorno al giovane
gli baciavano le guance e l’intero volto nonché le mani,
e gli toccavano le ginocchia chiedendogli di riconciliarsi
e di deporre l’animoso risentimento: lo facesse per i pre-
senti che erano venuti a pregarlo e soprattutto per il resto
dell’esercito, che aveva ben meritato di lui.

52. E così Achille, piegato finalmente dalla presenza di


uomini simili, dalle preghiere degli amici e dal pensiero
che l’esercito era privo di colpe, rispose che avrebbe fatto
ciò che volevano143. Allora, su esortazione di Aiace, per la
prima volta dopo la sciagurata ira, rientrò nel consiglio,
confuso tra gli altri Greci, e Agamennone lo salutò come
si conviene a un re. Nel mentre, per le grida di giubilo
degli altri comandanti, tutto si riempì di gioia e di letizia.
Quindi Agamennone tenendo Achille per mano lo portò
a cena assieme agli altri. Poco dopo, durante il banchetto,
mentre se la godevano lietamente tra di loro, il re chiese
a Patroclo di condurre nella tenda di Achille Ippodamia
con i gioielli che le aveva dato, e lui eseguì volentieri l’or-
dine. Per il resto in quell’inverno spesso i Greci e i Troiani,
uno alla volta o a gruppi di più persone – come capitava –,
frequentavano promiscuamente il bosco di Apollo Tim-
breo144 senza alcun timore.
LIBER TERTIUS
LIBRO TERZO

Traduzione e note di Daniele Mazza


1. Interim per totam hiemem dilato condicionibus in
tempus bello Graeci cuncta, quae in tali otio militia
exposcebat, intenti animo summis studiis festinabant.
Namque pro vallo multitudo universa variis bellandi
generibus per duces populosque instructa et ob id more
optimo diversis ad officia sua quibusque, hinc iaculis
hastarum vice fabricatis, neque ponderis aut mensurae
inferioribus, et quibus ea non erant praeustis sudibus, illinc
sagittis certantes inter se invicem ad multum diem exercere,
alii saxis utebantur. Sed inter sagittarios maxime anteibant
Ulysses, Teucer, Meriones, Epios, Menelaus. Neque
dubium, quin inter hos tamen praecelleret Philocteta,
quippe Herculis sagittarum dominus et destinata feriundi
arte mirabilis. At Troiani cum auxiliaribus laxiores militia
neque circa exercitum solliciti socordius agitare ac saepe
sine ullo insidiarum metu hi aut illi multis immolationibus
Thymbraeo Apollini supplicabant. Isdem fere diebus
nuntius adportatur universas prope Asiae civitates
descivisse a Priamo atque eius amicitiam execrari. Namque
facinoris exemplo suspectis iam per universos populos
gentesque circa hospitium omnibus, simul quia omnibus
[Tregua invernale]1

1. Nel frattempo, rimandate per tutta la durata dell’inverno


le operazioni belliche in base alla tregua, i Greci, fermi
nel proposito, si affrettavano con grandissimi sforzi a tutte
quelle attività che, in tale periodo di riposo, la milizia
richiedeva2. L’intero esercito fu dunque fatto schierare
nelle varie specialità di combattimento, davanti al muro
del campo, in base ai capi ed alle genti3, e perciò ognuno
con compiti ben precisi, nel modo più opportuno; i soldati
si esercitavano per gran parte del giorno, lottando tra di
loro: da una parte con giavellotti fabbricati a somiglianza
di lance e non minori di peso e dimensione, e quelli che
ne erano sprovvisti con pali dalle punte indurite al fuoco;
da un’altra parte con frecce; altri ancora si servivano di
sassi. Tra gli arcieri erano di gran lunga i primi Ulisse,
Teucro, Merione, Epeo, Menelao. Non v’è dubbio che,
tra tutti questi, il migliore fosse Filottete, poiché era il
detentore delle frecce di Ercole e straordinariamente abile
nel colpire il bersaglio4. Invece i Troiani ed i loro alleati,
meno disciplinati nel regime militare e trascurati per quel
che riguarda l’esercito, se ne stavano in ozio5; e spesso sia
i Troiani sia i Greci si recavano – senza alcun timore di
imboscate – a supplicare Apollo Timbreo. Più o meno in
quei giorni giunse la notizia che quasi tutte le città dell’Asia
avevano abbandonato Priamo e rinnegato l’alleanza con
lui. Tra la totalità dei popoli e delle genti circostanti infatti
tutti quanti, già diffidenti della sua amicizia per l’esempio
della prevaricazione compiuta, erano stati impressionati
dalla distruzione di molte città nella regione e da ultimo
300 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

proeliis Graecos victores cognitum et eversio multarum in


ea regione civitatum in animis haeserat et ad postremum
grave odium filiorum regnique eius incesserat.

2. At apud Troiam forte quadam die Hecuba supplicante


Apollini Achilles adveniens visere cerimoniarium morem
cum paucis comitibus supervenit. Erant praeterea cum
Hecuba matronae plurimae, coniuges principalium
filiorumque eius, partim honorem atque obsequium
reginae tribuentes, reliquae tali obtentu pro se quaeque
rogaturae supplicabant. Etiam Hecubae filiae nondum
nuptae Polyxena et Cassandra, Minervae atque Apollinis
antistites, novo ac barbaro redimitae ornatu effusis
hinc atque inde crinibus precabantur suggerente sibi
Polyxena apparatum saeri eius. Ac tum forte Achilles
versis in Polyxenam oculis pulchritudine virginis capitur.
Auctoque in horas desiderio, ubi animus non lenitur, ad
naves discedit. Sed ubi dies pauci fluxere et amor magis
ingravescit, accito Automedonte aperit ardorem animi; ad
postremum quaesiit, uti ad Hectorem virginis causa iret.
Hector vero datarum se in matrimonium sororem mandat,
si sibi universum exercitum proderet.
LIBRO III 301

avevano concepito un grave odio nei confronti dei suoi


figli e del suo dominio, anche perché si era risaputo che i
Greci erano risultati vincitori in tutti gli scontri6.

[Achille si innamora di Polissena]

2. Capitò un giorno che Ecuba si recasse a supplicare


Apollo nei pressi di Troia, e Achille sopraggiunse con
qualche commilitone per osservare il rituale delle ceri-
monie7. Erano inoltre presenti insieme ad Ecuba
numerose matrone, consorti dei notabili delle città e
dei suoi figli: alcune di esse partecipavano alla pubblica
adorazione in segno di ossequio e reverenza nei confronti
della regina, altre per impetrare – dietro tale pretesto –
la grazia per loro stesse8. Anche le figlie ancora nubili di
Ecuba, Polissena e Cassandra, in qualità di ministre del
culto di Minerva ed Apollo, recitavano delle preghiere,
coronate di ornamenti inusitati e barbarici9, agitando qua
e là le chiome disciolte: ed era Polissena ad approntare
l’apparato di quella cerimonia10. Allora Achille, rivolto
casualmente lo sguardo su Polissena, viene rapito dalla
bellezza della ragazza11. E accresciutosi il desiderio con il
passare delle ore, dal momento che il suo animo non trova
sollievo, se ne torna alle navi. Ma dopo che sono passati
pochi giorni e l’amore si fa più gravoso da sopportare,
fatto venire Automedonte gli rivela la passione che gli
infiamma l’animo; infine gli chiede di andare da Ettore
per la ragazza12. Ettore allora gli fa sapere che gli avrebbe
concesso la sorella in sposa, se gli avesse consegnato a
tradimento l’intero esercito.
302 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

3. Dein Achilles soluturum se omne bellum pro Polyxena


tradita pollicetur. Tum Hector: aut proditionem ab
eo confirmandam, aut filios Plisthenis atque Aiacem
interficiendos, alias de tali negotio nihil se auditurum. Ea
ubi Achilles accepit, ira concitus exclamat: se, cum primum
tempus bellandi foret, primo proelio interempturum. Dein
animi iactatione saucius huc atque illuc oberrans interdum
tamen, quatenus praesenti negotio utendum esset,
consultare. At ubi eum Automedon iactari animo atque in
dies magis magisque aestuare desiderio ac pernoctare extra
tentoria animadvertit, veritus, ne quid adversum se aut
in supradictos reges moliretur, Patroclo atque Aiaci rem
cunctam aperit. Hique dissimulato quod audierant cum
rege commorantur. Ac forte quodam tempore recordatus
sui convocatis Agamemnone et Menelao negotium, ut
gestum erat, desideriumque animi aperit: a quis omnibus
ut bono animo ageret respondetur, brevi quippe dominum
eum fore eius, quam deprecando non impetraverit. Quae
res eo habere fidem videbatur, quoniam iam summa rerum
Troianarum prope occasum erat. Omnes namque Asiae
civitates exsecratae amicitiam Priamidarum ultro nobis
auxilium societatemque belli offerebant. Quis ab ducibus
nostris benigne respondebatur: satis sibi esse praesentium
copiarum neque auxiliorum egere, amicitiam sane, quam
LIBRO III 303

[Trattative segrete di Achille per avere in sposa Polissena;


fallimento]

3. Allora Achille promette di far cessare completamente le


ostilità in cambio della consegna di Polissena. Al che Ettore
gli risponde di confermare solennemente il suo tradimento
oppure di uccidere Aiace e i figli di Plistene, altrimenti non
avrebbe voluto più sentir parlare di tale accordo13. Non
appena Achille sente queste parole, esclama in preda all’ira
che lo avrebbe ammazzato nella prima battaglia, appena
venissero riaperte le ostilità. In seguito, aggirandosi qua e
là con l’animo tormentato dall’incertezza, si domandava
ripetutamente fino a che punto dovesse spingersi in
quell’affare. Ma quando Automedonte si rende conto che
si arrovellava nell’intimo e avvampava di passione ogni
giorno di più, e che trascorreva le notti fuori dalle tende,
per assicurarsi che non macchinasse qualche azione contro
di sé o contro i re summenzionati rivela l’intera faccenda
a Patroclo e ad Aiace. E questi, senza far trapelare quanto
hanno appreso, non lasciano più solo il re. E ad un dato
momento, ritornato per caso in sé, convoca Agamennone
e Menelao e rivela loro come si era svolta la trattativa ed
il desiderio del suo animo: e tutti costoro gli rispondono
di stare di buon animo, perché a breve sarebbe stato il
padrone di colei che con le preghiere non aveva ottenuto.
E questa assicurazione gli sembrava avere fondamento,
poiché ormai il potere dei Troiani volgeva al declino.
Infatti tutte le città dell’Asia, ripudiata l’amicizia con i figli
di Priamo, ci offrivano aiuto e alleanza in guerra. Veniva
loro cortesemente risposto da parte dei nostri comandanti
che erano sufficienti le truppe di cui già disponevano,
né avevano penuria di ausiliari; mentre per conto loro
accettavano senz’altro l’offerta di amicizia, ed i sovrani
304 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

offerent, ultro suscipere, voluntatemque erorum fore


gratam omnibus. Scilicet quia fluxa fides, et animi parum
spectati neque tam subita mutatio sine dolo credebatur.

4. Iamque exactis hibernis mensihus ver coeperat


cum Grai edicto prius, uti omnis miles in armis esset,
mox signo belli edito exercitum in campis productum
ordinant; neque ea a Troianis segnius agebantur. Igitur
ubi utrimque instructae acies adversum processere atque
intra teli iactum ventum est, cohortati suos quisque
manus conserunt in medio locatis equitibus et ob id
primis congressis. Tumque primum reges nostri atque
hostium ascensis curribus bellum ineunt adscito sibi
quisque auriga ad regendos equos. Sed primus omnium
Diomedes invectus Pyraechmem, regem Paeonum, hasta
fronte ictum interficit, dein ceteros, quos ob virtutem
rex secum stipatores habuerat, conglobatos inter se
atque ausos resistere partim telo eminus fundit, alios
curru per medios concito humi obterit. Dein Idomeneus
adhibito equis Merione Acamanta Thracum regem deicit,
ruentique telo occurrit atque ita inteficit. Sed ubi Hector
situs in parte alia medios suorum fundi accipit, dispositis
satis strenuis, ubi pugnabat, accurrit auxilio laborantibus
LIBRO III 305

sarebbero stati grati a tutti loro. Naturalmente risposero


così perché la lealtà di quelli sembrava volubile e i loro
animi poco affidabili, ed un così repentino mutamento di
atteggiamento non privo di insidie.

[Ripresa delle ostilità]

4. Trascorsi i mesi invernali era ormai iniziata la primavera,


quando i Greci, dato l’ordine che tutti i soldati si armassero,
appena mostrato il segnale d’inizio della guerra fanno
avanzare in campo l’esercito e lo dispongono; ed i Troiani
non erano in questo meno solleciti. Quando poi da ambo le
parti le truppe schierate sono avanzate l’una contro l’altra
e giungono a distanza di tiro, dopo l’arringa tutti attaccano
battaglia, con i cavalieri (che per questo si erano radunati
per primi) disposti al centro14. Allora per prima cosa i
nostri re e quelli dei nemici, dopo aver chiamato ciascuno
il proprio auriga per condurre i cavalli, montano sui carri
ed attaccano battaglia. Primo fra tutti si fa avanti Diomede
ed uccide il re dei Peoni Pirecme15, colpendolo alla fronte
con l’asta, e poi gli altri, che per il loro valore il re aveva
tenuto con sé come scorta, e che avevano serrato le schiere
e avevano osato resistergli, in parte uccide a distanza a
colpi di lancia e in parte schiaccia a terra, spingendo a
tutta velocità il carro in mezzo a loro. Poi Idomeneo, con
Merione assegnato ai cavalli16, sbalza a terra il re dei Traci
Acamante e lo trafigge con un fulmineo colpo di lancia, e
così lo uccide17. Ma quando Ettore (che si trovava in un
altro punto) si rende conto che i suoi compagni posti nel
mezzo soccombevano, schierato un numero sufficiente
di soldati valorosi nella posizione in cui combatteva si
precipita in aiuto ai commilitoni in mal partito, prendendo
306 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

Glaucum secum ac Deiphobum et Polydamanta habens.


Neque dubium, quin deleta a praedictis regibus ea pars
hostium foret, ni adventu suo Hector nostrosque ulterius
progredi ac suos fugere cohibuisset. Ita Graeci prohibiti
caede reliquorum represso gradu adversum eos, qui
supervenerant, constitere.

5. Ac mox cognito per universum exercitum proelio in ea


parte reliqui duces confirmati, ubi quisque pugnaverat,
undique eo confluunt. Densatur utrimque acies et proelium
renovatum est. Igitur Hector ubi plurimos suorum adesse
et satis tutum se intellegit, tollit animos. Dein clamore
magno singulos suorum nomine appellans confidentius
in hostem pugnare hortatur; ac progressus intra aciem
Diorem et Polyxenum Elios satis impigre pugnantes
vulnerat. At ubi eum Achilles ita in hostem promptum
animadvertit, simul subvenire his, quos adversum bellabat,
cupiens et memor paulo ante repulsae in Polyxena contra
tendit; progressusque in medio Pylaemenem Paphlaganum
regem impedimento sibi oppositum comminus fundit non
alienum sanguinis Priamidarum. Perhibebatur quippe hic
etiam ex his, qui a Phineo Agenoris originem propriam
memoria repetebant, a quo etiam Olizonen genitam,
postquam adoleverit deductam in matrimonium Dardani.
LIBRO III 307

con sé Glauco, Deifobo e Polidamante. E senza dubbio


quella parte dei nemici sarebbe stata annientata dai re
sopra ricordati, se Ettore con il suo arrivo non avesse
impedito ai nostri di avanzare ulteriormente, ed ai suoi di
darsi alla fuga. Così i Greci, ostacolati nell’uccisione degli
altri nemici, frenarono la loro avanzata e ristettero per
fronteggiare quelli che erano sopraggiunti.

[Achille cerca il duello con Ettore, ma viene ferito]

5. E appena si è diffusa in tutto l’esercito la notizia della


battaglia che si svolgeva in quella parte i restanti capi,
preso coraggio, vi accorrono da qualunque punto stessero
combattendo. Le fila si infoltiscono da entrambe le parti, e
la battaglia si riaccende. Allora Ettore, poiché comprende
che sono sopraggiunti molti dei suoi e che è abbastanza
sicuro, insuperbisce. Quindi chiama per nome, a gran
voce, alcuni dei suoi compagni, e li esorta a combattere
con maggiore ardimento contro il nemico; e penetrato
in mezzo alla schiera nemica ferisce gli elei Diore e
Polisseno18, che stavano combattendo alacremente. Ma
Achille, come lo vede così smanioso di battersi col nemico,
gli muove contro, sia per il desiderio di soccorrere quelli
contro cui combatteva sia memore del rifiuto recentemente
ricevuto a proposito di Polissena; e avanzato nel mezzo
uccide da breve distanza Pilemene re dei Paflagoni che gli
si frapponeva ostacolandolo19, ed era consanguineo della
famiglia di Priamo. Infatti anch’egli si fregiava di essere
tra quelli che, secondo quanto si tramandava, derivavano
l’origine della propria stirpe da Fineo figlio di Agenore,
dal quale era nata anche Olizone, che una volta raggiunta
l’età da marito era stata concessa in moglie a Dardano20.
308 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

6. Ceterum Hector postquam ad se agmine infesto tendi


videt, causas odii recordatus non ulterius impetum viri
experiri ausus ex acie subterfugit. Tumque Achilles
insecutus quantum acies hostium patiebatur, ad
postrernum iaculatus aurigam eius interfecit, postquam
Hector per aliam partem relicto curru aufugerat. Dein
ereptum sibi e manibus inimicissimum omnium dolens
rursus vehementius saevire extractoque ex corpore
aurigae iaculo fundere obvios ac prostratos, cum alios
invaderet, desuper proculcans obterere. Inter quae tam
trepida cunctis fugientibus Helenus quaesitum ex occulto
vulneri locum ubi nactus est, manum Achillis procul atque
improvisus sagitta transfigit. Ita vir egregius bellandi,
cuius adventu territus fugatusque Hector, multi mortales
cum ducibus extincti, clam atque ex occulto vulneratus eo
die finem bellandi fecit.

7. Interim Agamemnon, et cum eo Aiaces duo inter


ceteram stragem ignotorum nacti plurimos Priami
filiorum interficiunt, atque Agamemnon Aesacum cum
Deiopite, Archemachum, Laudocum et Philenorem, Aiax
Oilei et Telamonius Mylium, Astyonoum, Doryclum,
Hippothoum atque Hippodamanta. At in alia belli parte
Patroclus et Lycius Sarpedon locati in cornibus nullis
propinquorum praesentibus signo inter se dato solitarii
LIBRO III 309

6. Tuttavia Ettore, quando vede la schiera nemica muovergli


contro, ricordatosi del motivo dell’ostilità dell’eroe e non
osando sostenerne oltre l’attacco, si ritrae alla chetichella
dalla mischia. Allora Achille, avendolo inseguito per
tutta l’ampiezza dello schieramento nemico, dopo che
Ettore aveva abbandonato il carro per cercare rifugio
altrove, uccise infine l’auriga con un colpo di lancia21. Poi,
rammaricandosi che il nemico che più di tutti osteggiava gli
fosse sfuggito dalle mani, tornava ad infierire con maggiore
violenza e strappato il giavellotto dal corpo dell’auriga
abbatteva tutti quelli che gli si paravano davanti, e una volta
a terra li faceva a pezzi, passandoci sopra mentre andava
ad assalirne altri. In così gran concitazione, mentre tutti
si danno alla fuga, Eleno, appena ha trovato la posizione
che cercava per il colpo a tradimento, trafigge da lontano
e a sorpresa la mano di Achille22. Così quell’eroe che era
maestro nel guerreggiare, dalla cui avanzata Ettore era
stato impaurito e volto in fuga, dopo aver sterminato molti
uomini con i loro condottieri terminò per quel giorno i
combattimenti, per essere stato ferito di nascosto e da un
riparo celato.

[Patroclo uccide Sarpedone]

7. Frattanto Agamennone e con lui i due Aiaci raggiungono


ed ammazzano, tra l’uccisione di altri combattenti
anonimi, molti figli di Priamo: in particolare Agamennone
uccide Esaco con Deiopite, Archimaco, Laudaco e File-
nore; Aiace Oileo e il Telamonio invece Milio, Astinoo,
Doriclo, Ippotoo e Ippodamante23. Ma in un altro settore
della battaglia Patroclo e Sarpedone il licio, schierati
alle estremità dei due eserciti e senza commilitoni nelle
310 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

certaminis extra aciem processere, moxque telis adversum


iactis, ubi uterque intactus est, curru desiliunt atque
arreptis gladiis pergunt obviam. Iamque crebris adversum
se ictibus congressi, neque vulneratus quisquam, multum
diei consumpserant, cum Patroclus amplius audendum
ratus colligit sese in arma et cautius contectus ingressusque
hostem complectitur, manu dextra poplitem succidens,
quo vulnere debilitatum, atque exsectis nervis invalidum
propulsat corpore ruentemque interficit.

8. Quod ubi animadvertere Troiani, qui iuxta steterant,


gemitu magno clamorem tollunt, relictisque ordinibus
signo dato arma in Patroclum vertunt, scilicet Sarpedonis
interitu publicam cladem rati. At Patroclus praeviso
hostium agmine telum positum humi propere rapit
compositusque in armis audentius resistit. Tum ingruentem
Deiphobum hasta comminus tibiam ferit atque excedere
ex acie coegit interfecto prius Gorgythione fratre eius.
Neque multo post adventu Aiacis fusi reliqui, cum interim
Hector edoctus quae acciderant, supervenit ac mox
conversam suorum aciem pro tempore restituit increpatis
ducibus ac plerisque ex fuga reductis. Ita praesentia eius
animi tolluntur et proelium incenditur. Tum vero inclitis
ex utraque parte ducibus confirmato exercitu, confligunt
LIBRO III 311

vicinanze, dato tra di loro il segnale del duello individuale


escono dalla mischia e subito dopo aver scagliato la lancia
uno contro l’altro, poiché erano entrambi illesi, saltano
giù dal carro e si fanno incontro con le spade alla mano24.
E si erano avventati uno sull’altro con fitti colpi senza che
nessuno restasse ferito, ed ormai buona parte del giorno
era trascorsa, quando Patroclo prende la decisione di
rischiare il tutto e per tutto, si ripara dietro lo scudo e così
ben protetto si lancia in avanti e si avvinghia al nemico,
troncandogli con la destra il garretto: poi lo incalza,
fiaccato com’è da questa ferita e immobilizzato per i
legamenti troncati, e lo uccide mentre stramazza a terra.

8. Appena i Troiani che si trovavano nelle vicinanze se


ne rendono conto, fanno levare uno strepito per il gran
lamentarsi, e rotte le righe al segnale vanno all’attacco
di Patroclo, poiché evidentemente consideravano che
dall’uccisione di Sarpedone derivasse una sciagura per la
comunità25. Ma Patroclo, scorta la schiera nemica prima
che arrivi, afferra prontamente la lancia che giaceva al
suolo, si dispone in posizione di combattimento e resiste
con grande coraggio. Allora da breve distanza ferisce con
l’asta Deifobo alla gamba, mentre si stava avventando su di
lui, e lo costringe a ritirarsi dal campo, dopo aver ucciso il di
lui fratello Gorgitone26. E non molto dopo, poi che gli altri
furono sbaragliati dall’arrivo di Aiace, sopraggiunge Ettore
(nel frattempo informato dell’accaduto) e consolida per un
po’ le posizioni del suo schieramento, che si era appena
volto in fuga, redarguendo i comandanti e richiamando
la maggior parte di loro dalla fuga27. Così il morale delle
truppe viene risollevato dalla sua presenza, e la battaglia si
infiamma. Proprio allora le schiere cozzano con particolare
violenza, perché i soldati sono rincuorati dalla presenza da
312 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

acies, nunc hinc, nunc inde cedentibus instantes et, ubi


acies nutaverat, praesidiis accurrentibus. Interea utriusque
exercitus cadunt plurimi neque fortuna belli mutatur.
Sed postquam miles per multum diem bello intentus
magis magisque fatigabatur, et diei vesper erat, utrisque
cupientibus pugna decessum.

9. Tum apud Troiam circa Sarpedonis cadaver cunctis


deflentibus ac praecipue feminis luctu atque gemitu
omnia completa sunt, quis non alii casus acerbissimi,
ne interitus quidem Priamidarum, prae desiderio eius
cordi insederant. Tantum in eo viro praesidium et
interfecto spes ablata credebatur. At Graeci in castra
regressi primum omnium Achillem revisunt eumque de
vulnere percontati, ubi sine dolore agere vident, laeti ad
postremum narrare occipiunt Patrocli facta fortia, dein
reliquos, qui vulnerati erant, per ordinem circumeunt; ita
inspectatis omnibus ad tentoria sua quisque digreditur.
Interim Achilles regressum Patroclum extollere laudibus,
dein monere, uti reliquo quoque bello memor rerum, quas
gesserat, hostibus vehementius ingrueret. Hoc modo nox
consumitur. At lucis principio corpora suorum quisque
collecta igni cremant, dein sepeliunt. Sed postquam dies
LIBRO III 313

ambo le parti di rinomati condottieri, e quando i nemici


indietreggiano da una parte o dall’altra li incalzano, mentre
laddove le linee vacillano accorrono i rinforzi. Intanto
moltissimi cadono in entrambi gli eserciti, ma le sorti della
battaglia non mutano. Ma quando oramai i soldati, che
erano stati intenti a combattere per buona parte del giorno,
diventavano via via più esausti, e si era fatta sera, lo scontro
(come entrambe le parti desideravano) ebbe fine.

[Lamenti a Troia per la morte di Sarpedone. Roghi dei


defunti]

9. Allora a Troia l’intera città fu sommersa di lamenti e


gemiti, poiché tutti – e soprattutto le donne – piangevano
attorno al cadavere di Sarpedone: e nessun’altra mise-
revole disgrazia, neppure la morte dei figli di Priamo,
occupava il loro cuore più del rimpianto che provavano
per lui28. Una così gran difesa vedevano in quell’uomo,
e nella sua morte la perdita di ogni speranza29. Invece i
Greci, rientrati nell’accampamento, si recano a visitare
(primo fra tutti) Achille, si informano della sua ferita e
infine, quando vedono che non è sofferente, prendono
lietamente a raccontare le valorose gesta di Patroclo;
poi fanno il giro degli altri che sono stati feriti, secondo
l’ordine: dopo che tutti sono stati visitati, ciascuno si
ritira nelle proprie tende. Nel frattempo Achille ricopriva
di elogi Patroclo, che era tornato, e si raccomandava poi
che anche durante il resto della guerra attaccasse con la
massima forza i nemici, memore delle imprese che aveva
compiuto30. In questo modo trascorre la notte: alle prime
luci dell’alba ciascuno raccoglie e brucia sulla pira i corpi
dei suoi commilitoni, e poi dà loro sepoltura. Ma dopo che
314 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

aliquot triti et vulnerati convaluerant, arma expedire et


producere militem placet.

10. Sed barbari more pessimo nec quicquam compositum,


nihil aliud quam turbata atque insidiosa cupientes clam
atque ante tempus egressi proelium praevertere. Tuncque
effusi ruinae modo clamorem inconditum simul et tela in
hostes coniciunt semermes etiam tum atque incompositos.
Caesi itaque nostrorum multi, in quis Arcesilaus Boeotius
et Schedius Crissaeorum uterque duces optimi; ceterum
vulnerata pars maxima, Meges etiam et Agapenor, alter
Echinadibus imperator, Agapenor Arcadiae. Inter quae
tam foeda tanta inclinatione rerum Patroclus fortunam
belli vincere adgressus, dum hortatur suos simul atque
instat hostibus promptiore quam bellandi mos est, telo
Euphorbi ictus ruit. Statimque Hector advolans opprimit
ac desuper vulneribus multis fodit; moxque enititur
abstrahere proelio, scilicet insolentia gentis suae inludere
cupiens per universa genera dehonestamenti. Quod ubi
Aiaci cognitum est, relicto ubi pugnaverat propere accurrit,
iamque eripere cadaver occipientem proturbat hasta.
Interim Euphorbus a Menelao et Aiace altero summo
studio circumventus scilicet auctor interempti ducis morte
LIBRO III 315

nel giro di qualche giorno i soldati esausti dalla fatica e


feriti si furono rimessi, si decide di prepararsi alla battaglia
e di far uscire in campo le truppe.

[I Troiani contrattaccano. Ettore uccide Patroclo]

10. Ma i barbari, che non amano nulla che sia secondo le


regole e altro non desiderano che confusione e tradimento,
erano usciti di nascosto e prima del tempo (comportamento
inqualificabile31) e attaccarono in anticipo. Allora, lanciato
un urlo belluino pari allo schianto di una frana, scagliano
contemporaneamente le aste contro i nemici, che ancora
non avevano finito di armarsi e di schierarsi. Così vengono
uccisi molti dei nostri, tra cui il beota Arcesilao e Schedio
dei Crisseoi, entrambi condottieri eccellenti; degli altri, la
maggior parte viene ferita, come anche Mege e Agapenore,
il primo generale delle isole Echinadi, Agapenore dell’Ar-
cadia32. Tra così grandi disastri ed in tale critica situazione
Patroclo, nel tentativo di rovesciare le sorti della battaglia,
mentre sprona i suoi e al contempo si spinge tra i nemici
in modo più risoluto di quanto si usi in guerra, viene
colpito dalla lancia di Euforbo e cade. Subito Ettore gli si
fa sopra, precipitandosi come in volo, e dall’alto lo crivella
di molti colpi; si dà subito da fare per trascinarlo fuori
dalla mischia, smaniando di accanirsi su di lui con ogni
genere di deturpamenti, secondo l’intemperanza tipica
del suo popolo33. Non appena Aiace se ne rende conto,
abbandonata la posizione in cui combatteva accorre al-
l’istante e lo mette subito in rotta con la sua lancia,
mentre cominciava già a trascinar via il cadavere. Intanto
Euforbo, circondato con grande sollecitudine da Menelao
e dall’altro Aiace in quanto responsabile dell’uccisione del
316 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

poenas luit. Deinde occipiente vespera proelium dirimitur


male et cum dedecore plurimis nostrorum interfectis.

11. Sed postquam reductae utrimque acies et iam in


tuto miles noster erat, cuncti reges Achillem conveniunt
deformatum iam lacrimis atque omni supplicio lamentandi.
Qui modo prostratus humi, nunc cadaveri superiacens
adeo reliquorum animos pertemptaverat, ut Aiax etiam,
qui solandi causa adstiterat, nihil luctui remitteret. Nec
Patrocli tantum mors gemitum ilium cunctis incusserat,
sed praecipue recordatio vulnerum per loca corporis
pudibunda, quod exemplum pessimum per mortales tum
primum proditum est numquam antea a Graecis solitum.
Igitur reges multis precibus atque omni consolationis
modo tandem Achillem flexum humo erigunt. Dein
Patrocli corpus elutum mox veste circumtegitur maxime
ob tegenda vulnera, quae multimodis impressa haud sine
magno gemitu cernebantur.

12. His actis monet, uti custodes vigilias agere curarent,


ne qua hostes detentis circa funus nostris more solito
inruerent. Ita per distributionem officia sua quisque
procurantes igni plurimo in armis pernoctant. At lucis
principio placet, uti ex omni ducum numero quinque in
LIBRO III 317

comandante, ne paga il fio con la morte34. Quindi, sul fare


della sera, la battaglia ha termine con danno e disonore,
per le moltissime perdite tra i nostri.

[Dolore di Achille e funerali di Patroclo]

11. Ma una volta che da ambo le parti le truppe si sono


ritirate, e quando ormai i nostri soldati erano al sicuro, i
re si recano tutti insieme da Achille, il cui aspetto era già
sconvolto dal pianto e da tutte le pene del lutto. Ed un po’
si buttava a terra, un po’ si lasciava cadere sul cadavere,
e aveva turbato gli altri al punto che perfino Aiace (che
gli si era messo accanto per consolarlo) si abbandonava
completamente al dolore35. E non era stata solo la morte
di Patroclo a suscitare in tutti quel grande cordoglio, ma
soprattutto il pensiero delle ferite inflitte su parti del corpo
di cui si dovrebbe aver pudore, il cui ignobile esempio
allora per la prima volta fu diffuso tra i mortali, mentre
mai in precedenza i Greci ne avevano avuto esperienza.
Con molte preghiere ed incoraggiamenti di ogni genere
i re riescono infine a far rialzare Achille, che era prono al
suolo. Poi il corpo di Patroclo, dopo essere stato lavato,
viene avvolto in una veste, soprattutto per coprire le ferite
in vario modo inferte, che era impossibile contemplare
senza molto pianto.

12. Fatto questo, Achille dà ordine che le sentinelle si


occupino dei turni di guardia, perché i nemici non facciano
irruzione da qualche lato (come al loro solito) mentre i
nostri sono occupati nella celebrazione del funerale36.
Così passano la notte in armi, ciascuno attendendo alle
sue mansioni per l’erezione delle grande pira, in base alla
318 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

montem Idam vaderent silvam caesum, qua Patroclus


cremaretur, decretum quippe ab omnibus erat, funus eius
publice curaretur. Iere igitur Ialmenus, Ascalaphus, Epios
et cum Merione Aiax alter. Moxque Ulixes et Diomedes
busto locum dimetiuntur quinque hastarum longitudine
totidemque in transverum. Advecta deinde ligni copia
bustum exstruitur impositumque desuper cadaver igni
supposito cremant exornatum iam decore omni pretiosae
vestis; id namque Hippodamia et Diomedea curaverant,
quarum Diomedea nimium iuveni et omni affectu dilecta
fuerat.

13. Ceterum paucis post diebus refectis ex labore


vigiliarum ducibus cum luce simul exercitus in campum
productus per totum diem in armis agit opperiens
barbarorum adventum. Qui muris despectantes postquam
nostros paratos proelio vident, eo die certamen distulere.
Ita occasu solis Graeci ad naves regressi. At vix principio
diei Troiani rati etiam nunc incompositos Graecos, armati
portis evolant temere et cum audacia, uti antea soliti,
instantesque circa vallum certatim tela iaciunt crebra
magis quam cum effectu nostris ad evitandos tantum ictus
LIBRO III 319

divisione dei compiti. Ma alle prime luci del giorno si decide


che cinque tra tutti i capi si rechino sul monte Ida a tagliare
gli alberi col cui legno sarebbe stato cremato Patroclo,
dal momento che era stato deciso all’unanimità che gli si
tributasse un funerale a spese pubbliche. Andarono dunque
Ialmeno, Ascalafo, Epio, ed il secondo Aiace insieme a
Merione37. Poi Ulisse e Diomede misurano il sito per il
rogo, cinque aste di lunghezza e pari larghezza38. Quindi,
fatta portare una gran quantità di legna, viene eretta la
catasta, vi si pone sopra il cadavere, gli accendono sotto il
fuoco e lo cremano, dopo averlo sfarzosamente abbigliato
di una ricca veste; quest’ultima cosa a cura di Ippodamia
e Diomedea, delle quali Diomedea era stata molto cara al
giovane, che l’aveva amata con grande affetto39.

[I Troiani tentano una sortita]

13. Per il resto, dopo qualche giorno che i comandanti si


furono riposati dalla fatica delle veglie, l’esercito viene fatto
schierare sul campo al sorgere del sole e passa la giornata
in armi in attesa dell’arrivo dei barbari. Ma essi, quando
vedono, osservando dall’alto delle mura, i nostri pronti
alla battaglia, rimandano lo scontro per quel giorno. Così,
al calar del sole, i Greci fanno ritorno alle navi. Ma era a
stento sorto il giorno seguente quando i Troiani, stimando
che i Greci non avessero ancora terminato i preparativi40,
si precipitano in armi fuori dalle porte con audacia e
avventatezza, come anche in precedenza erano soliti fare,
si fermano attorno alla palizzata dell’accampamento e
scagliano a gara giavellotti, piuttosto con abbondanza
che con efficacia di tiro, poiché i nostri si erano disposti
in modo tale da evitare questi colpi così fitti. Quando
320 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

compositis. Igitur ubi ad multum diem barbari intenti


iaculis fessi iam neque ita vehementes animadvertuntur, ex
parte una nostri erumpunt, incursantesque sinistrum latus
fundunt fugantque; neque multo post ex alio abnuentibus
iam barbaris, ac sine ulla difficultate versis.

14. Ita plurimi barbarorum, ubi vertere terga, foede et


vice inbellium ab insequentibus proculcati ad postremum
dispereunt, in quis Asius, Hyrtaco genitus, et cum
Hippothoo Pylaeus, hi Larisaeis, Asius Sesto regnantes.
Eodem die vivi a Diomede capiuntur duodecim, ab
Aiace quadraginta. Captus etiam Pisus et Evander
Priamidae. In ea pugna Graecorum Guneus interfectus
rex Cyphius, vulneratus etiam Idomeneus dux noster.
Ceterum ubi Troiani muros ingressi clausere portas et finis
instandi factus est, nostri spoliata armis hostilia cadavera
adportataque in flumine praecipitant memores paulo ante
in Patroclo insolentiae barbarorum; dein captives omnes,
uti quem ceperant, in ordine Achilli offerunt. Isque vino
multo sopita iam favilla reliquias in urnam collegerat,
decretum quippe animo gerebat, secum in patrium
solum uti adveheret vel, si fortuna in se casum mutaret,
una atque eadem sepultura cum carissimo sibi omnium
contegi. Itaque eos, qui oblati erant, deduci ad bustum,
una etiam Priami filios ibique seorsum aliquantum a favilla
iugulari iubet, scilicet inferias Patrocli manibus. Ac mox
LIBRO III 321

dunque i barbari, intenti per gran parte del giorno a


scagliare lance, appaiono ormai stanchi e non più tanto
impetuosi, i nostri irrompono da un lato e col loro attacco
infrangono e disperdono la linea sinistra del nemico; e non
molto dopo anche dall’altra parte, mentre i barbari ormai
rinunciano al combattimento41 e si volgono in fuga senza
alcuna resistenza.

14. Così molti barbari dopo aver volto le spalle, incalzati


dagli inseguitori con gran spargimento di sangue ed a guisa
di vigliacchi, finiscono per perire: tra costoro Asio figlio di
Irtaco e Pileo, insieme ad Ippotoo, questi ultimi sovrani
dei Larisei, Asio di Sesto42. Quello stesso giorno vengono
catturati vivi dodici nemici da Diomede, e quaranta da
Aiace43. Sono fatti prigionieri anche Piso ed Evandro, figli
di Priamo44. In quella battaglia, tra i Greci, viene ucciso
Guneo re dei Cifii45, e ferito anche il nostro capo Idomeneo.
Inoltre una volta che i Troiani, rientrati tra le mura, hanno
chiuso le porte ponendo fine all’inseguimento, i nostri,
dopo aver spogliato delle armi i cadaveri dei nemici, li
trascinano fino al fiume e ve li buttano, memori del recente
accanimento dei barbari su di Patroclo; quindi offrono ad
Achille tutti i prigionieri nell’ordine in cui li avevano presi.
Questi intanto, già spenta con abbondante vino la brace
della pira, aveva raccolto i resti in un’urna: aveva infatti
in animo l’intenzione di portarla con sé al patrio suolo,
oppure, nel caso la sorte volgesse a suo sfavore, di venire
ricoperto dalla stessa sepoltura con il compagno a lui più
caro tra tutti46. E così dà ordine che i prigionieri che gli
erano stati offerti venissero condotti sul luogo del rogo,
e insieme anche i figli di Priamo, e che venissero sgozzati
un poco in disparte dalla cenere, appunto come offerte
funebri ai mani di Patroclo47. Poi getta ai cani i corpi dei
322 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

regulos canibus dilaniandos iacit confirmatque, se non


prius desinere pernoctando humi, quam in auctorem tanti
luctus sui sanguine vindicasset.

15. Sed nec multi transacti dies, cum repente nuntiatur


Hectorem obviam Penthesileae cum paucis profectum.
Quae regina Amazonibus incertum pretio an bellandi
cupidine auxiliatum Priamo adventaverat, gens bellatrix,
et ob id ad finitimos indomita, specie armorum inclita
per mortales. Igitur Achilles paucis fidis adiunctis secum
insidiatum propere pergit atque hostem securum sui
praevortit, tum ingredi flumen occipientem circumvenit.
Ita eumque et omnes, qui comites regulo dolum huiusmodi
ignoraverant, ex improviso interficit. At quendam filiorum
Priami comprehensum mox excisis manibus ad civitatem
remittit nuntiatum quae gesta erant. Ipse cum caede
inimicissimi, tum memoria doloris ferox spoliatum armis
hostem, mox constrictis in unum pedibus vinculo currui
postremo adnectit, dein ubi ascendit ipse, Automedonti
imperat, daret lora equis. Ita curru concito per campum,
qua maxime visi poterat, praevolat hostem mirandum in
modum circumtrahens, genus poenae novum miseran-
dumque.
LIBRO III 323

principi, perché li sbranino, e dichiara solennemente che


non avrebbe smesso di dormire per terra prima di essersi
vendicato col sangue dell’autore di un lutto per lui così
grave48.

[Achille uccide Ettore in un’imboscata]

15. Ma non erano passati molti giorni, quando fu


annunciato all’improvviso che Ettore era uscito con pochi
compagni incontro a Pentesilea. Non è chiaro se costei,
regina delle Amazzoni, fosse venuta ad aiutare Priamo
dietro compenso o per desiderio di guerra: si tratta di un
popolo bellicoso e per questo feroce nei confronti dei vicini,
rinomato tra i mortali per la bellezza delle armi49. Achille
allora, presi con sé pochi compagni fidati, si dirige subito
a tendergli un’imboscata e passa avanti al nemico ignaro
di ogni pericolo, e poi lo circonda mentre si apprestava ad
oltrepassare il fiume. Così uccide, cogliendoli di sorpresa,
il principe stesso e tutti i suoi compagni, che erano ignari
di tale tranello50. Ma rimanda in città uno dei figli di
Priamo che aveva catturato, dopo avergli mozzato le mani,
perché annunciasse quel che era successo, mentre egli,
reso efferato tanto dall’aver ucciso il suo acerrimo nemico,
quanto dal ricordo del dolore provato, spogliato delle
armi il nemico ne lega poi tra loro i piedi e li collega infine
al suo carro, e quando vi sale ordina ad Automedonte
di frustare i cavalli. Così, spinto a tutta velocità il carro,
vola per il campo (il posto dove meglio poteva essere
visto) trascinando tutt’intorno il nemico in modo davvero
impressionante, tipo di punizione inusitato e penoso51.
324 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

16. At apud Troiam ubi spolia Hectoris desuper ex muris


animadvertere, quae Graeci praecepto regis ante ora
hostium praetulerant, et filius Priami praemissus ab Achille
rem ut gesta erat disseruit, tantus undique versus per
totam civitatem luctus atque clamor editur, ut aves etiam
consternatae vocibus alto decidisse crederentur nostris cum
insultatione reclamantibus. Ac mox portis ex omni parte
urbs clauditur. Foedatur regni habitus atque in modum
lugubrem funestumque obducta facies civitatis. Cum sicut
in tali nuntio adsolet, repente concursus trepidantium
fieret in eundem locum ac statim sine ulla certa ratione
per diversum fuga. Nunc planctus crebri, modo urbe tota
silentium ex incerto. Inter quae et spes extremas multi
credidere cum nocte simul Graecos moenia invasuros
excisurosque urbem securos interitu tanti ducis, nonnulli
etiam pro confirmato habere Achillem exercitum eum, qui
duce Penthesilea Priami rebus auxilio venerat, partibus
suorum adiunxisse, postremo omnia adversa hostilia
fractas ablatasque opes, nullam salutis spem interempto
Hectore in animo habere, quippe is solus omnium in ea
civitate adversum tot milia imperatoresque hostium varia
semper victoria certaverat. Cui fama bellandi inclito per
gentes numquam tamen vires consilio superfuerant.
LIBRO III 325

[Disperazione a Troia]

16. Ora a Troia, quando scorsero dall’alto delle mura i resti


di Ettore che i Greci, per comando del re, avevano esposto
innanzi alla vista dei nemici, e quando il figlio di Priamo
che era stato inviato da Achille ebbe riportato come erano
andate le cose, si levò per tutta la città, da ogni lato, un
lamento funebre così alto che anche gli uccelli – si credeva
– avevano abbandonato il cielo, spaventati dalle grida,
tanto più che urlavano anche i nostri, lanciando insulti52.
Subito la città si serra dietro alle porte, da tutti i lati. La
disposizione d’animo del popolo si avvilisce, e l’aspetto
della città diventa luttuoso e sconsolato. Come capita
abitualmente in caso di notizie di questo genere la gente,
dopo essere all’improvviso accorsa, trepidante, in uno
stesso luogo, subito si disperdeva in direzione opposta,
senza alcuna vera ragione. Un attimo prima echeggiavano
ovunque i lamenti, e subito dopo per tutta la città regnava
un silenzio di sconcerto. In tutto questo molti dettero
credito a previsioni esagerate: che appena scesa la notte
i Greci, sentendosi sicuri per la morte di un così grande
condottiero, sarebbero penetrati tra le mura e avrebbero
distrutto la città; alcuni tenevano anche per certo che
Achille aveva tratto dalla sua parte l’esercito che era venuto
in soccorso a Priamo sotto il comando di Pentesilea,
insomma che tutto fosse contro di loro e le loro truppe
sconfitte e disperse53. Non nutrivano nell’animo alcuna
speranza di salvezza dopo l’uccisione di Ettore, poiché
era lui, solo fra tutti in quella città, che aveva combattuto
contro tante migliaia di nemici ed i loro capi, con vittorie
sempre alterne54. Ed in lui, che pure era illustre tra i popoli
stranieri per la sua fama di combattente, la forza bruta mai
aveva avuto la meglio sul raziocinio.
326 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

17. Interim apud Graecos, ubi Achilles ad naves redit


et cadaver Hectoris in ore omnium est, dolor, quem ob
Patrocli interitum paulo ante perceperant, nece metuendi
hostis et ob id praecipua laetitia circumscribitur. Ac tum
universis placet, uti in honorem eius, quoniam abesset
hostilis metus, certamen ludis solitum celebraretur. Neque
minus tamen reliqui populi, qui non certaturi spectandi
gratia convenerant, instructi armis paratique adessent,
ne qua scilicet hostis quamvis fractis rebus solito tamen
insidiandi more inrueret. Igitur Achilles victorum praemia,
quae ei videbantur maxima, statui imperat. Et postquam
nihil reliquum erat, reges omnes ad considendum hortatur,
ipse medius atque inter eos excelsior. Tum primum
quadriiugis equis Eumelus ante omnes victor declaratur,
bigarum praemia Diomedes meruit, secundo post eum
Menelaus.

18. Ceterum ad certandum qui sagittarum arte maxime


praevalebant Meriones atque Ulixes duos erexere malos,
quis religatum linum tenuissimum atque ex transverso
extentum utriusque capiti adnectebatur, media columba
sparto dependebat; eius contingendae certamen maxi-
mum. Tum reliquis incassum tendentibus Ulixes cum
Merione destinatum confixere. Quibus cum a reliquis favor
attolleretur, Philocteta non columbam se, verum id, quo
LIBRO III 327

[Giochi funebri in onore di Patroclo]

17. Intanto tra i Greci, quando Achille fa ritorno alle


navi ed il cadavere di Ettore si trova al cospetto di tutti,
il dolore che avevano poco tempo prima avvertito per
la morte di Patroclo viene lenito dall’uccisione di quel
temibile nemico e dalla grande gioia che ne deriva. Allora
convengono tutti che, dal momento che era venuto meno
il timore del nemico, si celebrasse in onore di Patroclo
la tradizionale competizione atletica55. Nondimeno si
stabilì che quanti erano convenuti non per partecipare
alle gare, ma per seguirle da spettatori, presenziassero
armati e preparati al combattimento, naturalmente perché
il nemico (pur essendo allo sbando) non attaccasse, con
una delle sue solite aggressioni a tradimento. Achille
comanda dunque che si dispongano quei premi che gli
sembravano migliori. E quando non restava più altro da
fare, invita tutti i re a sedersi in gruppo, mentre egli sedeva
in mezzo a loro, nella posizione più elevata56. Allora, come
prima gara, nella corsa con le quadrighe di cavalli viene
proclamato vincitore al primo posto Eumelo, mentre per
le bighe consegue il premio Diomede, e Menelao arriva
secondo dopo di lui57.

18. Poi quelli che più di tutti eccellevano nel tiro con
l’arco, Ulisse e Merione, eressero per gareggiare due pali,
ai quali era legato, fissato all’estremità di ciascuno, un filo
di lino leggerissimo e teso obliquamente, ed a metà una
colomba era legata con una corda di sparto; la grande sfida
consisteva nel colpirla. Allora, dopo che gli altri avevano
provato invano a tirare, Ulisse e Merione colpirono il
bersaglio. E mentre a costoro veniva tributato il plauso
degli altri, Filottete dichiara che lui invece non avrebbe
328 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

religata esset, sagitta excisurum promittit. Admirantibus


deinde difficultatem regibus, fidem promissi non felicius
quam sollertius confirmavit; ita dirupto vinculo columba
cum maxima populi adclamatione decidit. Praemia
certaminis eius Meriones atque Ulixes tulere. Achilles
duplici extra ordinem munere Philoctetam donat.

19. Cursu longo certantibus Oilei Aiax victor excipitur,


post quem secundus Polipoetes. Duplici campo Machaon,
singulari Eurypylus, saltu Tlepolemus, disco Antilochus
victores abeunt. Praemia luctandi intacta permansere,
quippe Aiax arripiens medium Ulixem deicit, qui
ruens pedibus eius circumvertitur, atque ita praepedito
obligatoque nixu Aiax paene iam victor ad terram ruit.
Cestibus reliquoqus manuum certamine idem Aiax
Telamonius palman refert. Cursu in armis postremo
Diomedes praevaluit. Dein ubi praemia certaminis
persoluta sunt, Achilles primum omnium Agamemnoni
domum, quod ei honoratissimum videbatur, offert,
secundo Nestori, Idomeneo tertio, post quos Podalirio et
Machaoni, dein reliquis pro merito ducibus, ad postremum
eorum sociis, qui in bello occiderant; hisque mandatum,
uti, cum tempus fuisset, domum ad necessarios eorum
perferrent. Postquam certandi praemiorumque finis factus
et iam diei vesper erat, ad sua quisque tentoria discessere.
LIBRO III 329

colpito la colomba, ma reciso con una freccia ciò a cui


essa era legata58. Ai re, che erano sorpresi per la difficoltà
dell’impresa, egli mostrò non meno rapidamente che
con successo il compimento della sua promessa; sicché
la colomba, allo spezzarsi della corda, cadde a terra tra
altissime grida di approvazione della gente. Merione ed
Ulisse riscossero i premi per quella gara; Achille regala a
Filottete un dono doppio, fuori programma59.

19. Tra quelli che competono nella corsa lunga risulta


vincitore Aiace figlio di Oileo, dopo al quale arriva
secondo Polipete. Nella corsa doppia esce vincitore
Macaone, in quella singola Euripilo, nel salto Tlepolemo,
nel lancio del disco Antiloco60. I premi per la lotta restano
non assegnati, poiché Aiace, afferrando alla vita Ulisse, lo
fa cadere, ma questi cadendo gli si avvinghia ai piedi, e
venendo in tal modo ostacolato, impedito e destabilizzato,
Aiace (che quasi aveva già vinto) finisce per crollare a
terra61. Nel pugilato, e nell’altra gara di mani, è sempre
Aiace Telamonio ad ottenere la palma. Per finire, Diomede
vinse nella corsa in armi62. Una volta assegnati i premi per
tutte le gare, Achille offre prima di tutti ad Agamennone il
dono che gli sembrava più prestigioso, poi per secondo fa
un regalo a Nestore, per terzo a Idomeneo, dopo i quali a
Podalirio e Macaone, e poi ai restanti comandanti, in base
ai loro meriti, ed infine ai compagni di coloro che erano
caduti in guerra; a costoro viene assegnato il compito,
quando fosse giunto il momento, di recapitarli in patria
ai parenti dei defunti63. Dopo di che le competizioni e la
premiazione ebbero fine, ed era ormai sera: ciascuno fece
ritorno alle proprie tende64.
330 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

20. At lucis principio Priamus lugubri veste miserabile


tectus, cui dolor non decus regium, non ullam tanti nominis
atque famae speciem reliquam fecerat, manibus vultuque
supplicibus ad Achillem venit, quocum Andromacha, non
minor quam in Priamo miseratio. Ea quippe deformata
multiplici modo Astyanacta, quem nonnulli Scamandrium
appellabant, et Laodamanta parvulos admodum filios prae
se habens regi adiumentum deprecandi addiderat, qui
maeroribus senioque decrepitus filiae Polyxenae umeris
innitebatur. Dein sequebatur vehicula plena auri atque
argenti pretiosaeque vestis, cum super murum despectantes
Troiani comitatum regis oculis prosequerentur. Quo viso
repente silentium ex admiratione oritur ac mox reges
avidi noscere causas adventus eius procedunt obviam.
Priamus ubi ad se tendi videt, protinus in os ruit pulverem
reliquaque humi purgamenta capiti aspargens. Dein orat,
uti miserati fortunas suas precatores secum ad Achillem
veniant. Eius aetatem fortunamque recordatus Nestor
dolet, contra Ulixes maledictis insequi et commemorare,
quae ad Troiam in consilio ante sumptum bellum ipse
adversum legatos dixerat. Ea postquam Achilli nuntiata
sunt, per Automedontem eum accersi iubet, ipse retinens
gremio urnam cum Patrocli ossibus.

21. Igitur ingressis ducibus nostris cum Priamo rex genua


Achilli manibus complexus:
LIBRO III 331

[Priamo chiede ad Achille il corpo di Ettore]

20. Ma alle prime luci dell’alba Priamo, miserabilmente


avvolto in abiti di lutto, a cui il dolore non aveva serbato
il fasto regale né alcuna traccia di una reputazione così
illustre, si reca da Achille con mani e volto disposti in
atteggiamento di supplica; e con lui era Andromaca, che
ispirava non meno compassione di Priamo. Ella infatti,
sconciato in vario modo il proprio sembiante, tenendo
davanti a sé i figlioletti ancora piccoli, Astianatte (che
alcuni chiamavano Scamandro) e Laodamante65, forniva
un aiuto nella supplica al re, che reso infermo dai lutti
e dall’età avanzata si appoggiava sulle spalle della figlia
Polissena66. Poi seguivano carri colmi di oro ed argento
e di vesti preziose, mentre i Troiani, osservando dall’alto
delle mura, seguivano con lo sguardo il corteo del re. A
questa vista per lo stupore si diffonde subito il silenzio,
poi i re gli si fanno incontro, desiderosi di conoscere le
ragioni del suo arrivo. Priamo, come li vede avvicinarsi,
subito si getta sul viso la polvere ed il restante sudiciume
del suolo, cospargendosene il capo67. Quindi li prega che,
compatite le sue sventure, vengano con lui da Achille in
qualità di intercessori68. Nestore, considerate la sua età
e la sua triste sorte, ne ha pietà; al contrario Ulisse lo
attaccava e rammentava le parole che quello stesso Priamo
aveva detto in assemblea contro gli ambasciatori, prima
dell’inizio della guerra69. Achille, una volta informato di
ciò, dà ordine attraverso Automedonte che Priamo venga
introdotto: lui intanto teneva in grembo l’urna con le ossa
di Patroclo.

21. Poi che furono entrati i nostri comandanti insieme a


Priamo, il re strinse tra le sue mani le ginocchia di Achille70
332 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

«Non tu mihi, inquit, causa huiusce fortunae, sed deorum


quispiam, qui postremam aetatem meam, cum misereri
deberet, in hasce aerumnas deduxit confectam iam ac
defatigatam tantis luctibus filiorum. Quippe hi fisi regno
per iuventutem, cum semper cupiditates animi quoquo
modo explere gestiunt, ultro sibi mihique perniciem
machinati sunt. Neque dubium cuiquam, quin contemptui
sit adulescentiae senecta aetas. Quod si interitu meo
reliqui huiusmodi facinoribus temperabunt, me quoque,
si videtur, exhiheo poenae mortis, cui misero confectoque
maeroribus omnes aerumnas, quibus nunc depressus
infelicissimum spectaculum mortalibus praebeo, cum
hoc exiguo spiritu simul auferes. Adsum en ultro, nihil
deprecor, vel si ita cordi est, habe in custodia captivitatis,
neque enim mihi quicquam iam superioris fortunae
reliquum est, quippe interfecto Hectore cuncta regni
concidere. Sed si iam Graeciae universae ob meorum
male consulta satis poenarum filiorum sanguine et meis
aerumnis persolvi, miserere aetatis ac deos recordatus
retorque animos ad pietatem: concede parvulis saltem non
animam parentis, sed cadaver deprecantibus. Veniat in
animum recordatio parentis tui omnes curas vigiliasque in
te tuamque salutem impendentis. Sed illi quidem cuncta
secundum sua vota proveniant longeque aliter neque mei
similem senectam degat».
LIBRO III 333

e disse: «Non tu sei per me la causa di questa sorte


disgraziata, ma qualcuno tra gli dei, che ha trascinato la
mia estrema vecchiaia (già affranta ed esausta per la perdita
di tanti figli) tra questi travagli, mentre avrebbe dovuto
averne pietà . Ma davvero questi miei figli, nutrendo fiducia
nella condizione regale per la loro giovane età (quando i
desideri dell’animo sempre premono imperiosamente per
venire soddisfatti in qualunque modo), hanno ordito di
loro iniziativa la rovina per loro stessi e per me. E nessuno
può dubitare che l’età avanzata sia oggetto di disprezzo
da parte dei giovani72. Giacché se con la mia morte quelli
che restano porranno un freno a misfatti di questo tipo,
io consegno alla pena capitale (se ciò sembra utile) anche
me stesso, che sono infelice e stremato dal cordoglio, e
tu mi toglierai, insieme con questo flebile soffio vitale,
tutte le pene che mi opprimono, e per cui offro oramai ai
mortali uno straordinario spettacolo di infelicità. Ecco, mi
presento spontaneamente, non ti chiedo alcuna grazia per
me: se ti fa piacere tienimi pure prigioniero. D’altronde
nulla più mi rimane della felicità precedente, poiché
con la morte di Ettore è crollato il mio intero regno73.
Ma se ormai col sangue dei miei figli ed il mio dolore ho
pagato all’intera Grecia un risarcimento sufficiente per
le scellerate iniziative dei miei, abbi compassione della
mia età e, ricordandoti degli dei, volgi il tuo animo alla
pietà: non è la vita del padre che devi concedere a questi
bimbetti che ti supplicano, ma soltanto il suo cadavere. Ti
sovvenga nell’animo il ricordo di tuo padre e di tutte le
angosce e le notti insonni in cui è incorso per te e per la
tua salvezza. Ma possa a lui riuscire tutto secondo le sue
preghiere, e possa trascorrere una vecchiaia radicalmente
diversa ed in nulla simile alla mia74».
334 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

22. Interea dum haec commemorat, paulatim animo


deficere ac dissolvi membris, dein obmutescere occipit,
quod spectaculum longe miserrimum omnibus, qui tum
aderant, dolori fuit. Dein Andromacha parvulos Hectoris
filios ante Achillem prosternit, ipsa fletu lamentabili orans,
uti sibi cadaver coniugis intueri saltem concederetur. Inter
haec tam miseranda Phoenix Priamum sustollere atque
uti animum reciperet hortari. Tum rex ubi in aliquantum
refovit spiritum, nixis genibus atque utraque manu caput
dilanians: «Ubi nunc illa est, ait, quae apud Graecos
praecipue erat iusta misericordia? an solum in Priamum
circumscribitur?».

23. Iamque omnibus dolore permotis Achilles decuisse


ait filios eum suos initio ab eo, quod admiserint, facinore
cohibere neque ipsum concedendo tanti delicti participem
fieri. Ceterum ante id decennium non ita defessum senecta
fuisse, ut suis despectui esset, sed obsedisse animos eorum
desiderium rerum alienarum, neque ob mulierem solum
unam, sed Atrei atque Pelopis divitiis inhiantes raptum
res more incondito perrexisse; pro quis aequissimum esse
eiusmodi poenas vel etiam graviores pendere. Namque
ad id tempus Graecos secutos morem in bellis optimum,
quoscumque hostium pugna conficeret, sepulturae resti-
tuere solitos, contra Hectorem supergressum humanitatis
LIBRO III 335

22. Mentre ricorda queste vicende, a poco a poco gli viene


meno il coraggio e gli manca la forza nelle membra, e
poi comincia a tacere, e questo spettacolo, di gran lunga
il più pietoso, riuscì doloroso a tutti i presenti. Quindi
Andromaca fa inginocchiare i piccoli figli di Ettore
davanti ad Achille, e prega in prima persona, con lacrime
degne di compatimento, che perlomeno le si permetta di
contemplare il cadavere del marito. In questa situazione
così penosa Fenice fa alzare Priamo e lo esorta a farsi
coraggio. Allora il re, dacché si fu un po’ rinfrancato,
inginocchiatosi e percuotendosi il capo con entrambe
le mani, disse: «Che fine ha fatto la ben nota capacità
di compatire unita alla giustizia, che soprattutto tra i
Greci era dato trovare? O forse è limitata unicamente nei
confronti di Priamo75?»

23. Ormai erano tutti commossi per il suo dolore: Achille


disse che meglio sarebbe stato se fin dall’inizio avesse
distolto i suoi figli dal crimine che avevano commesso,
senza rendersi lui stesso, con la sua condiscendenza,
complice di un così grande misfatto76. D’altra parte, dieci
anni prima, non era ancora stato fiaccato dalla vecchiaia al
punto da non venire tenuto in alcun conto dai suoi: invece
era la brama dei beni altrui che si era impadronita delle
loro menti, e avevano compiuto tali atti non solo per via
di una donna, ma con l’aspirazione ad impadronirsi delle
ricchezze di Atreo77 e Pelope78, con una condotta inaudita;
ed ora era assolutamente giusto che pendessero su di loro
pene di tal fatta, o anche più gravi. Infatti i Greci avevano
osservato fino a quel momento il migliore costume di
guerra, ed avevano l’uso di restituire qualunque nemico
avessero ucciso in battaglia perché ricevesse sepoltura,
mentre al contrario Ettore, trasgredendo la misura
336 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

modum, Patroclum eripere proelio ausum, scilicet ad


inludendum ac foedandum cadaver eius, quod exemplum
poenis ac suppliciis eorum eluendum, ut Graeci ac reliquae
posthac gentes memores ultionis eius moremque humanae
condicionis tuerentur. Non enim Helenae neque Menelai
gratia exercitum relictis sedibus parvulisque procul ab
domo, cruentum suo hostilique sanguine inter ipsa belli
discrimina huiusmodi militiam tolerare, sed cupere
dinoscere, barbarine Graecine summa rerum potirentur,
quamquam iustam causam fuisse inferendi belli etiam pro
muliere. Namque uti ipsi raptu rerum alienarum laetarentur,
ita maxime dolori esse his, qui amiserint. Ad haec multa
infausta detestandaque imprecari confirmareque se
capto Ilio ante omnes tanti admissi poenas sanguine eius
expetere, ob quam patria parentibusque carens Patroclum
etiam, solitudinis suae levamen maximum amiserit.

24. Dein consiliatum cum supradictis ducibus surgit.


Quis omnibus una atque eadem sententia est, scilicet uti
acceptis quae allata essent corpus exanime concederet.
Quod ubi satis placuit, singuli ad sua tentoria discedunt.
Moxque Polyxena ingresso Achille obvoluta genibus
eius sponte servitium sui pro absolutione cadaveris
pollicetur. Quo spectaculo adeo commotus iuvenis, ut, qui
LIBRO III 337

dell’umanità, aveva osato portare Patroclo fuori dalla


mischia, certo allo scopo di infierire sul suo cadavere e
sconciarlo. Era questo esempio che andava cancellato
con le loro pene e i loro supplizi, perché da allora in poi
i Greci e gli altri popoli, memori del castigo di Ettore,
mantenessero un atteggiamento confacente a degli esseri
umani79. Non era infatti80 per Elena né per Menelao che
l’esercito aveva lasciato le case ed i figli piccoli e sopportava
una simile vita militare lontano dalla patria, grondando del
sangue proprio e dei nemici, tra pari pericoli di guerra,
ma piuttosto per il desiderio di stabilire se a prevalere
sarebbero stati i barbari o i Greci81 (per quanto anche una
donna fosse una giusta causa per muovere guerra). Infatti
come loro si saranno compiaciuti di acquisire col furto i
beni altrui, così quello stesso furto era riuscito grandemente
doloroso a coloro che dei beni erano stati privati. Riguardo
a queste molte, sventurate e detestabili colpe, si augurava e
dichiarava solennemente che, caduta Ilio, avrebbe cercato
soddisfazione di un così grande misfatto, prima che in ogni
altro, nel sangue di colei a causa della quale lui, che già
era privato della patria e dei genitori, aveva anche perso
Patroclo, principale conforto della sua solitudine.

24. Quindi si alza, per consigliarsi con i summenzionati


capi. E tutti hanno la medesima opinione, cioè che, accettati
i doni che erano stati portati, restituisse il corpo senza vita
di Ettore82. Una volta approvata la proposta, ciascuno di
loro se ne va alle proprie tende. Appena Achille rientra,
Polissena si getta alle sue ginocchia e spontaneamente
promette di diventare sua serva in cambio del rilascio del
cadavere83. A questa vista il giovane è tanto commosso da
non curarsi neppure di trattenere le lacrime al ricordo del
figlio e del padre84, lui che pure, a causa della morte di
338 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

inimicissimus ob mortem Patrocli Priamo eiusque regno


esset, tum recordatione filii ac parentis ne lacrimis quidem
temperaverit. Itaque manu oblata Polyxenam erigit
praedicta prius mandataque cura Phoenici super Priamo.
Sed rex nil se luctus neque praesentium miseriarum
remissurum ait. Tum Achilles confirmare non prius cupitis
eius satis futurum quam mutato in melius habitu cibum
etiam secum sumeret. Ita rex veritus, ne quae concessa
videbantur, ipse recusando impediret, demisse omnia
quaeque imperarentur facienda decrevit.

25. Igitur ubi excussus comis pulvis totusque lautus est, mox
a iuvene ipseque et qui cum eo venerant, cibo invitantur.
Dein ubi satias omnes tenuit, hoc modo Achilles disseruit:
« Refer nunc iam mihi, Priame, quid tantum causae fuerit,
cur deficientibus quidem vobis in dies copiis militaribus,
ingravescentibus autem calamitatibus atque aerumnis
Helenam tamen in hodiernum retinendam putetis neque
velut contagionem infausti ominis reppuleritis? quam
prodidisse patriam parentesque et, quod indignissimum
omnium est, fratres sanctissimos cognoveritis. Namque
hi execrati facinus eius ne in militiam quidem nobiscum
coniuraverunt, scilicet ne, quam audiri incolumem nollent,
ei per se reditum in patriam quaererent. Eam igitur, cum
cerneretis malo omnium civitatem intravisse vestram, non
eiecistis? Non cum detestationibus extra muros prosecuti
LIBRO III 339

Patroclo, era acerrimo nemico di Priamo e del suo regno.


Così, porgendole la mano, fa alzare Polissena85, dopo aver
chiesto a Fenice di prendersi cura di Priamo. Ma il re dice
di non voler allentare in nulla il lutto e l’infelicità in cui
si trova. Allora Achille dichiara che non avrebbe avuto
soddisfazione nelle sue richieste, prima di aver preso anche
del cibo con lui, dopo che avesse ricomposto il proprio
aspetto. Così il re, temendo di precludersi da solo col
suo rifiuto quanto sembrava ormai accordato, decise che
andava eseguita con umiltà qualsiasi cosa gli ordinasse86.

[Dialogo tra Achille e Priamo]

25. Quindi, dopo che si fu scossa via dai capelli la polvere


e si fu completamente lavato, egli ed il suo seguito vennero
subito invitati a prendere del cibo dal giovane. Quando
poi furono tutti sazi, Achille così parlò: «Adesso dimmi
ormai, Priamo, qual è il motivo così grave per cui, anche se
le vostre truppe si assottigliano di giorno in giorno mentre
si aggravano le vostre iatture e tribolazioni, nondimeno
riteniate fino ad oggi di dover trattenere Elena presso di voi,
e non l’abbiate piuttosto cacciata come la contaminazione
di un presagio funesto87. Proprio lei che, come sapevate,
aveva tradito la patria ed i genitori e, cosa più oltraggiosa
di tutte, i suoi divini fratelli. Costoro infatti, in odio al
suo crimine, non hanno neppure voluto arruolarsi con
noi in questa spedizione militare, evidentemente per
non trovarsi a procacciare coi propri sforzi il ritorno in
patria a una di cui neppure vorrebbero sentir dire che è
sana e salva88. Non l’avete dunque cacciata, costatando
che era entrata nella vostra città per la rovina di tutti
quanti? Non l’avete scortata fuori dalle mura, in mezzo
340 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

estis? Quid illi senes, quorum filios pugna in dies conficit.


Nonne adhuc persenserunt eandem causam extitisse
tantorum funerum? Itane ergo divinitus vobis eversa mens
est, ut nullus in tanta civitate reperiri possit, qui fortunam
labentis patriae dolens de pernicie publica cum exitio
eius transigat? Ego quidem aetatis tuae contemplatione
atque harum precum cadaver restituam neque unquam
committam, ut, quod in hostibus reprehenditur crimen
malitiae, ipse subeam».

26. Ad ea Priamus renovato fletu quam miserabili non


sine decreto divum adversa hominibus inruere ait, deum
quippe auctorem singulis mortalibus boni malique esse
neque quoad beatum esse licitum sit, cuiusquam in eum
vim inimicitiasque procedere. Ceterum se diversi partus
quinquaginta filiorum patrem beatissimum regum omnium
habitum, ad postremum Alexandri natalem diem, evitari
ne dis quidem praecinentibus potuisse. Namque Hecubam
foetu eo gravidam facem per quietem edidisse visam,
cuius ignibus conflagravisse Idam ac mox continuante
flamma deorum delubra concremari omnemque demum
ad cineres conlapsam civitatem intactis inviolatisque
Antenoris et Anchisae domibus. Quae denuntiata cum
ad perniciem publicam expectare aruspices praecinerent,
inter necandum editum partum placuisse. Sed Hecubam
more femineae miserationis clam alendum pastoribus in
LIBRO III 341

alle maledizioni? Che cosa dicono i vecchi, i cui figli la


battaglia stermina giorno per giorno? Non si sono ancora
resi conto che una sola è stata la causa di tante morti? È
dunque a tal punto distorta dalla volontà degli dei la vostra
mente, che non si riesca a trovare nessuno, in una città così
grande, che commiserando la sorte della patria vacillante
voglia sbarazzarsi della rovina comune, sopprimendola?
Io, per conto mio, in considerazione della tua età e delle
preghiere di costoro restituirò la salma e mai consentirò
a macchiarmi di bassezza d’animo, quella tara che si
rimprovera nei nemici.»

26. A queste parole Priamo, con lacrime rinnovate e quanto


mai degne di commiserazione, dice che non è senza la
volontà degli dei che le avversità si abbattono sugli uomini,
che è certo un dio che causa il bene e il male per ciascun
mortale, e fino a che è permesso che duri la sua felicità
nessun effetto possono conseguire contro di lui la forza e
l’ostilità di alcuno89. Quanto a lui, padre di cinquanta figli
da madri diverse, era stato considerato il più felice tra tutti
i re fino al giorno della nascita di Alessandro, che non si
era potuta evitare nonostante le rivelazioni profetiche degli
dei. Infatti ad Ecuba, che era incinta di lui, parve in sogno
di aver partorito una fiaccola, dalle cui fiamme il monte Ida
prendeva fuoco e che poi, divampando l’incendio, venivano
bruciati i templi degli dei ed infine veniva ridotta in cenere
tutta quanta la città, mentre restavano intatte e senza
danni le dimore di Antenore ed Anchise. Rese di pubblico
dominio queste visioni, dal momento che gli aruspici90
rivelarono che si riferivano alla rovina della comunità, si
era frattanto deciso che il bambino, appena nato, venisse
soppresso. Ma Ecuba, secondo l’indole compassionevole
propria delle donne, lo aveva segretamente affidato a dei
342 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

Idam tradidisse. Eum iam adultum, cum res palam esset,


ne hostem quidem quamvis saevissimum, ut interficeret,
pati potuisse, tantae scilicet fuisse eum pulchritudinis
atque formae. Quem coniugio deinde Oenonae iunctum
cupidinem cepisse visendi regiones atque regna procul
posita. Eo itinere abductam Helenam urgente atque
instigante quodam numine cunctorum civium animis, sibi
etiam laetitiae fuisse, neque cuiquam, cum orbari se filio
aliove consanguineo cerneret, non acceptam tamen, solo
omnium adversante Antenore, qui initio post Alexandri
reditum filium suum Glaucum, quod eius comitatum
secutus erat, abdicandum a penatibus suis decreverit, vir
domi belloque prudentissimus. Ceterum sibi, quoniam ita
res ruerent, optatissimum adpropinquare naturae finem
omissis iam regni gubernaculis atque cura; tantum se in
Hecubae filiarumque recordatione cruciari, quas post
excidium patriae captivas incertum cuius domini fastus
manerent.

27. Dein omnia, quae ad redimendum filium advectaverat,


ante conspectum iuvenis exponi imperat. Ex quis quicquid
auri atque argenti fuit tolli Achilles iubet, vestis etiam quod
ei visum est; reliquis in unum collectis Polyxenam donat et
cadaver tradidit. Quo recepto rex in gratiamne impetrati
funeris an si quid Troiae accideret securus iam filiae,
LIBRO III 343

pastori del monte Ida, perché lo allevassero91. Una volta


adulto, anche quando la cosa venne rivelata, neppure
il più efferato dei nemici avrebbe sofferto di ucciderlo
– tanto era avvenente e ben fatto! Poi, dopo che si fu
unito in matrimonio con Enone, si impossessò di costui
il desiderio di vedere terre e regni lontani. Elena, rapita
durante quel viaggio, per costrizione ed istigazione di
qualche divinità divenne motivo di rallegramento per gli
animi di tutti i cittadini, e perfino per lui stesso, Priamo,
e non risultava sgradita ad alcuno, neppure se la persona
in questione si vedeva privare a causa sua di un figlio o
di un altro congiunto: l’unico fra tutti ad osteggiarla era
Antenore, uomo particolarmente saggio sia nelle faccende
di guerra che di pace, il quale subito dopo il ritorno di
Alessandro aveva deciso di espellere dalla sua famiglia
suo figlio Glauco, che lo aveva seguito come compagno di
viaggio92. Per quel che lo riguardava, dal momento che la
situazione aveva preso quella piega disastrosa, l’avvicinarsi
della morte era per lui una prospettiva graditissima, e
aveva ormai abbandonato il timone e la cura del regno;
a tormentarlo era solo il pensiero di Ecuba e delle figlie,
che dopo la distruzione della patria, ridotte in schiavitù,
attendeva l’altero disprezzo di chissà quale padrone93.

27. Quindi dà ordine che si portino al cospetto del giovane


tutti i beni che aveva recato per riscattare il figlio. Da essi
Achille ordina di prendere tutto l’oro e l’argento, e delle
vesti quelle che gli parve opportuno; raccolti insieme
gli altri oggetti ne fa dono a Polissena94, e consegna il
cadavere. Ricevuto il quale il re, come ringraziamento per
aver concesso la sepoltura che aveva richiesto oppure per
poter stare finalmente tranquillo della sorte della figlia,
nel caso a Troia capitasse qualche sventura, abbraccia le
344 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

amplexus Achillis genua, orat, uti Polyxenam suscipiat


sibique habeat. Super qua iuvenis aliud tempus atque
alium locum tractatumque fore respondit; interim cum
eo reverti iubet. Ita Priamus recepto Hectoris cadavere
ascensoque vehiculo cum his, qui se comitati erant, ad
Troiam redit.
LIBRO III 345

ginocchia di Achille e lo prega di prendere e tenere con


sé Polissena95. Ma il giovane risponde che di lei si sarebbe
discusso in un altro momento ed un altro luogo; dispone
che nel frattempo faccia ritorno insieme con lui. Così
Priamo, ricevuto il cadavere di Ettore e montato sul carro,
rientra a Troia con quelli che lo avevano accompagnato.
LIBER QVARTUS
LIBRO QUARTO

Traduzione e note di Nicoletta Canzio


1. Sed postquam Troianis palam est regem perfecto
negotio inviolatum atque integro comitatu regredi,
admirati laudantesque Graeciae pietatem ad caelum
ferunt, quippe quis animo ita haeserat nulla spe
impetrandi cadaveris ipsumque et qui cum eo fuissent
retineri ab Graecis, maxime ob Helenae, quae non
remitteretur, recordationem. Ceterum viso Hectoris
funere cuncti cives sociique adcurrentes fletum tollunt,
divellentes comam foedantesque ora laniatibus, neque
in tanta populi multitudine quisquam in se virtutis aut
spei bonae fiduciam credere illo interfecto, qui inclita per
gentes fama rerum militarium, in pace etiam praeclara
pudicitia, ex qua haud minorem, quam reliquis artibus
gloriam adeptus erat. Interea sepelivere eum haud longe
a tumulo Ili regis quondam. Dein exorto quam maximo
ululatu postrema funeri peragunt, hinc feminis cum
Hecuba deflentibus, hinc reclamantibus Troianis viris et
ad postremum sociorum gentibus. Quae per dies decem
concessa bellandi requie ab ortu solis ad usque vesperam
per Troianos gesta nullo usquam remisso lugendi officio.
[Ritorno di Priamo a Troia; funerali di Ettore]1

1. Ma2 dopo che i Troiani ebbero saputo che il re, portata


a termine l’impresa, faceva ritorno senza aver subito alcun
danno e con il suo seguito al completo, colti dallo stupore
e lodando la clemenza dei Greci, li portarono alle stelle,
poiché erano convinti che non avrebbero avuto alcuna
speranza di riscattare il cadavere, e che proprio il re e
coloro che lo avevano seguito sarebbero stati trattenuti dai
Greci, soprattutto per il ricordo Elena, che non era stata
restituita3. D’altra parte, alla vista del cadavere4 di Ettore
tutti quanti i cittadini e gli alleati accorsi levarono un
pianto, strappandosi le chiome e sfigurandosi i volti, e in
una così grande folla nessuno in cuor suo riponeva fiducia
nel valore o sperava in un buon esito, dopo la morte di
quell’uomo che5 brillava tra le genti per la fama delle sue
imprese in guerra, e che in tempo di pace si distingueva
anche per la sua moralità irreprensibile6, dalla quale aveva
ottenuto una gloria non minore di quella per le altre sue
doti7. Nel frattempo lo seppellirono non lontano dal
sepolcro di Ilo8, un tempo re. Poi, levatosi il più alto grido di
lamento, portarono a termine gli ultimi riti per la cerimonia
funebre, mentre da una parte le donne si struggevano in
pianto insieme con Ecuba, dall’altra gli uomini di Troia
e infine le genti alleate gridavano9. I Troiani10 poterono
occuparsi del rito senza trascurare alcuna pratica di lutto
perché erano stati loro concessi dieci giorni di tregua11, dal
sorgere del sole fino al tramonto.
350 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

2. Interim per eosdem dies Penthesilea, de qua ante


memoravimus, cum magna Amazonum manu reliquisque
ex finitimo populis supervenit. Quae postquam inter-
emptum Hectorem cognovit, perculsa morte eius regredi
domum cupiens ad postremum multo auro atque argento
ab Alexandro inlecta ibidem opperiri decreverat. Dein
exactis aliquot diebus copias suas armis instruit. At
seorsum ab Troianis ipsa suis modo bellatoribus satis
fidens in pugnam pergit: cornu dextro sagittariis, altero
peditibus instructo, medios equites collocat; in quis ipsa.
Contra ab nostris ita occursum, ut sagittariis Menelaus
atque Ulixes et cum Teucro Meriones, peditibus Aiaces
duo, Diomedes, Agamemnon, Tlepolemus et cum Ial-
meno Ascalaphus opponentur, in equites ab Achille
et reliquis ducibus pugnaretur. Hoc modo instructo
utrimque exercitu conflixere acies. Cadunt sagittis reginae
plurimi neque ab Teucro secus bellatum. Interim Aiaces et
qui cum his erant pedites, contra quos steterant, caedere
ac restantes detrudere umbonibus, moxque repulsos
obtruncare. Neque, quoad deletae peditum copiae, finis
fit.
LIBRO IV 351

[L’arrivo di Pentesilea]

2. In quegli stessi giorni sopraggiunse12 Pentesilea13, della


quale abbiamo fatto menzione in precedenza14, insieme
con un grande drappello di Amazzoni15 e con altre genti
provenienti dai territori vicini. Costei, dopo aver appreso
che Ettore era stato ucciso, nonostante fosse scossa dalla
sua morte e desiderasse far ritorno in patria, aveva infine
deciso di trattenersi a Troia dopo essere stata adescata
da Alessandro con una gran quantità di oro e argento16.
Poi, trascorsi alcuni giorni, armò le proprie truppe. Ella
stessa però, poiché riponeva molta fiducia soltanto nei
suoi guerrieri, si gettò nella mischia in disparte dai Troiani:
dopo aver disposto gli arcieri nell’ala destra e i soldati di
fanteria nell’altra, pose nel mezzo i cavalieri17; lei stessa era
tra questi. Dall’altra parte i nostri si opposero in modo tale
che contro gli arcieri fossero schierati Menelao, Ulisse e
Merione insieme con Teucro; contro i soldati di fanteria i
due Aiaci, Diomede, Agamennone, Tlepolemo, e Ascalafo
insieme con Ialmeno; contro i cavalieri Achille e gli altri
comandanti. Con le truppe così disposte da una parte e
dall’altra gli eserciti si scontrarono18. Moltissimi caddero
sotto le frecce della regina, e non meno valorosamente
combatté Teucro19. Nel frattempo i due Aiaci e coloro che
li seguivano facevano strage dei fanti, contro i quali si erano
schierati, con gli scudi20 scacciavano quelli che facevano
resistenza, e subito dopo averli respinti li sgozzavano21.
Non si fermarono fino a quando non furono annientate le
truppe di fanteria.
352 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

3. Achilles inter equitum turmas Penthesileam nactus


hasta petit, neque difficilius quam feminam equo
deturbat manu comprehendens comam atque ita graviter
vulneratam detrahens. Quod ubi visum est, tum vero
nullam spem in armis rati fugam faciunt. Clausisque
civitatis portis nostri reliquos, quos fuga bello exemerat,
insecuti obtruncant, feminis tamen abstinentes manus
parcentesque sexui. Dein uti quisque victor, interfectis
quos adversum ierant, regrediebatur, Penthesileam visere
seminecem etiam nunc admirarique audaciam. Ita brevi ab
omnibus in eundem locum concursum placitumque, uti,
quoniam naturae sexusque condicionem superare ausa
esset, in fluvium reliquo adhuc ad persentiendum spiritu
aut canibus dilanianda iaceretur. Achilles interfectam eam
sepelire cupiens mox a Diomede prohibitus est. Is namque
percontatus circumstantes, quidnam de ea faciendum esset,
consensu omnium pedibus adtractam in Scamandrum
praecipitat, scilicet poenam postremae desperationis atque
amentiae. Hoc modo Amazonum regina deletis copiis,
quibuscum auxiliatum Priamo venerat, ad postremum
ipsa spectaculum dignum moribus suis praebuit.
LIBRO IV 353

[Achille uccide Pentesilea]

3. Achille, raggiunta Pentesilea tra le schiere della


cavalleria, l’attaccò con l’asta e la disarcionò 22 con la stessa
facilità con la quale si disarciona una donna qualsiasi23,
afferrandole la chioma con la mano e trascinandola dopo
averla ferita in modo così violento. Come i Troiani videro
ciò, pensando allora di non poter riporre alcuna speranza
nell’aiuto delle truppe alleate, si diedero alla fuga. Una volta
chiuse le porte della città24, i nostri, inseguendo i rimanenti
che la fuga aveva sottratto allo scontro, li sgozzarono,
tenendo tuttavia le mani lontano dalle donne25, con un
riguardo per il loro sesso26. In seguito, mentre ciascun
vincitore si ritirava dopo aver ucciso i propri nemici, i
Greci contemplarono Pentesilea morente27 e persino in
quel momento si stupivano della sua insolenza28. Così, in
breve tempo, tutti quanti si radunarono dove ella giaceva
e decisero che fosse gettata nel fiume mentre le rimaneva
l’ultimo soffio di vita per essere cosciente, o che fosse
data in pasto ai cani29, poiché aveva osato oltrepassare
la condizione della propria natura e del proprio sesso30.
Achille, che desiderava seppellirla pur avendola ridotta
in fin di vita31, fu subito ostacolato da Diomede32. Questi
inoltre, dopo aver chiesto ai presenti cosa bisognasse fare
di lei, con il consenso di tutti la gettò nello Scamandro
trascinandola per i piedi, ovviamente come castigo per
l’ultimo atto di disperazione e follia33. In questo modo
la stessa regina delle Amazzoni, dopo l’annientamento
delle truppe con le quali era giunta in soccorso di Priamo,
offrì infine lo spettacolo34 di una punizione degna del suo
carattere.
354 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

4. At sequenti die Memnon, Tithoni atque Aurorae


filius, ingentibus Indorum atque Aethiopum copiis
supervenit, magna fama, quippe in unum multis milibus
armatis vario genere spes etiam votaque de se Priami
superaverat. Namque omnia circum Troiam et ultra, quae
visi poterant, viris atque equis repleta splendore insignium
refulgebant. Eos omnes iugis Caucasi montis ad Troiam
duxit, reliquos neque numero inferiores imposito Phala
duce atque rectore mari misit. Qui adpulsi Rhodum, ubi
animadvertere insulam Graecis sociam, veriti, ne re cognita
incenderentur naves, ibidem opperiebantur; ac mox divisi
in Camirum et Ialysum, urbes opulentas. Neque multo
post Rhodii Phalam incusare, quod paulo ante eversa ab
Alexandro Sidona, patria sua, auxilium ei, a quo laesus
sit, ferre cuperet. Quo animos exercitus permoverent,
confirmare haud dissimiles barbarorum videri eos, qui
tam indignum facinus defenderent. Multa praeterea, quae
accensura vulgum et pro se facturi essent, disserere. Quae
res haud frustra fuit. Phoenices namque, qui in eo exercitu
plurimi aderant, permoti querelis Rhodiorum an cupidine
diripiendarum rerum, quas secum advexerant, Phalam
lapidibus insecuti necant distributique per supradictas
urbes aurum ac reliqua praedae inter se dispertiunt.
LIBRO IV 355

[Arrivo di Memnone]

4. Ma il giorno successivo, insieme con le ingenti truppe


degli Indiani e degli Etiopi35, giunse36 il figlio di Titone
e di Aurora37, Memnone38 dalla nobile fama: aveva
infatti superato le attese e persino i voti di Priamo su di
lui per aver armato in vario modo e in un solo esercito
molte migliaia di uomini39. E infatti tutti i territori che
si potevano osservare intorno e al di là di Troia, riempiti
di soldati e cavalli, risplendevano per il lustro di uomini
distinti. Memnone li condusse tutti a Troia attraverso le
creste del monte Caucaso, e inviò per mare i restanti, non
inferiori nel numero, dopo aver loro assegnato Falante40
come guida e timoniere. Questi, approdati a Rodi, non
appena si accorsero che l’isola era alleata dei Greci, pur
temendo che i Rodiesi, una volta venuti a conoscenza della
cosa, incendiassero le navi, vi si trattennero, ma in seguito
si divisero tra le ricche città di Camiro e Ialiso. Non molto
tempo dopo i Rodiesi iniziarono ad accusare Falante
perché desiderava prestare soccorso ad Alessandro, colui
dal quale era stato oltraggiato con la distruzione, avvenuta
poco tempo prima, di Sidone, la sua patria41. Per scuotere
gli animi dell’esercito, i Rodiesi affermavano che coloro
che difendevano un atto così indegno non sembravano
diversi dai barbari42. Sostenevano inoltre molti argomenti
per infiammare la folla e per agire a proprio vantaggio.
Queste ragioni non furono vane. Infatti i Fenici, che in
quell’esercito erano i più numerosi, scossi dalle denunce
dei Rodiesi o per il desiderio di impadronirsi dei beni che
avevano portato con sé43, uccisero Falante a sassate dopo
averlo incalzato, e tra loro si spartirono l’oro e quel che
rimaneva del bottino, dopo aver distribuito il resto tra le
città sopra menzionate.
356 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

5. Interim exercitus, qui cum Memnone venerat, positis


per locos patulos castris – nam intra moenia haud facile
tanta vis hominum retineri poterat – diversi suo quisque
genere exercebantur. Neque in eadem arte simplex
atque idem modus, sed ut quemque regionis suae mos
adsuefecerat, ita telis aliis in alium modum formatis,
scutorum etiam et galearum multiformi specie horrendam
belli faciem praebuerant. At ubi triti aliquot dies et miles
bellum cupit, simul cum luce exercitus omnis signo dato in
proelium ducitur cumque his Troiani et qui intra moenia
socii fuerant. At contra Graeci instructi pro tempore
opperiri, debilitati aliquantum animos metu ingentis
atque incogniti hostis. Igitur ubi intra teli iactum ventum
est, tum vero barbari clamore ingenti ac dissono ruinae in
modum inrumpunt, nostri confirmati inter se satis impigre
hostium sustentavere. Sed postquam acies renovatae
atque in ordinem reformatae sunt et iaci hinc atque inde
tela coepere, cadunt utriusque exercitus plurimi, neque
finis fit, quoad Memnon curru vectus adhibito secum
fortissimo quoque medios Graecorum invadit, primum
quemque obvium fundens aut debilitans. Ita iam plurimis
nostrorum interfectis duces, ubi fortuna belli eversa
neque spes reliqua nisi in fuga est, victoriam concessere.
Eo die incensae deletaeque naves omnes forent, ni nox,
LIBRO IV 357

5. Nel frattempo gli uomini armati che erano giunti con


Memnone si esercitavano in vario modo, ciascuno secondo
la sua abitudine, dopo aver posto l’accampamento in luoghi
aperti, giacché l’interno delle mura difficilmente poteva
contenere un così grande numero di guerrieri; pur nella
medesima arte di esercitarsi, non vi era un solo modo, ma
come l’usanza del proprio luogo aveva plasmato ciascuno,
così essi, con armi foggiate in modo diverso e con le varie
forme degli scudi e degli elmi, avevano mostrato l’orribile
volto della guerra44. Ma quando, col trascorrere di alcuni
giorni45, i soldati ebbero il desiderio di pugna, una volta
dato il segnale46 al sorgere del sole, tutto l’esercito fu
condotto sul campo di battaglia, e con questo anche i
Troiani e gli alleati che si erano trovati all’interno delle
mura. Di contro i Greci, pur essendo pronti ad attendere
in base alle circostanze, erano piuttosto scoraggiati dal
timore per un numero smisurato di nemici sconosciuti.
Pertanto, quando si giunse a tiro di dardo47, i barbari con
un grido alto e confuso48 si slanciarono come un turbine,
e i nostri, dopo essersi confortati a vicenda, resistettero
con sufficiente prontezza all’assalto dei nemici49. Quando
però le schiere furono ristabilite e disposte in ordine e si
iniziarono a scagliare i dardi da ambo le parti, moltissimi
uomini di entrambi gli eserciti caddero a terra, e non si
pose fine allo scontro fino a quando pure Memnone
non irruppe nel folto dei Greci a bordo del carro assai
resistente che aveva portato con sé, respingendo o
fiaccando chiunque si trovasse dinanzi. Così, alla morte di
moltissimi tra i nostri, quando le sorti dello scontro erano
rovesciate e non rimaneva alcuna speranza se non quella
della fuga, i comandanti concessero la vittoria. Quel giorno
tutte quante le navi sarebbero state incendiate e distrutte,
se la notte, rifugio per chi è in affanno50, non avesse fatto
358 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

perfugium laborantium, ingruentes hostes ab incepto


cohibuisset. Tanta in Memnone bellandi vis peritiaque et
nostris adversae res.

6. Igitur Graeci, postquam requies est, perculsi inter se


ac summae rerum diffidentes per universam noctem
quos in bello amiserant sepelivere. Dein consilium futuri
certaminis adversum Memnonem ineunt; ac placet sorte
eligi nomen ducis cum eo bellaturi. Tunc Agamemnon
Menelaum excipit, Ulixem, Idomeneum; reliquorum sors
agi coepta Aiacem Telamonium votis omnium deligit.
Ita refectis cibo corporibus reliquum noctis cum quiete
transigunt. At lucis principio armati instructique pro
negotio egrediuntur. Neque segnius a Memnone actum,
cum quo Troiani omnes. Ita hinc atque inde ordinato
exercitu proelium initum. Plurimi utriusque partis, ut in
tali certamine, cadunt aut icti graviter proelio decedunt.
In quo bello Antilochus Nestoris obvius forte Memnoni
interficitur. Moxque Aiax, ubi tempus visum est, inter
utramque aciem progressus lacessit regem, praedicto prius
Ulixi et Idomeneo, ab ceteris uti se defenderent. Igitur
Memnon ubi ad se tendi videt, curru desilit confligitque
LIBRO IV 359

desistere dal loro proposito i nemici all’assalto51. Così


grandi erano il vigore e l’abilità di Memnone in guerra, e
così avversa era ai nostri la situazione.

[Memnone è ucciso da Achille. Sconforto dei Troiani]

6. Allora i Greci, dopo aver stabilito una tregua,


seppellirono durante tutta la notte coloro che avevano
perso in battaglia, sconvolti dall’orrore della carneficina52
e senza alcuna fiducia nell’esito dell’impresa. Dunque
presero una decisione sul futuro scontro con Memnone,
e sembrò loro opportuno che il nome del comandante
che avrebbe combattuto contro di lui fosse scelto tirando
a sorte. Allora Agamennone escluse Menelao, Ulisse e
Idomeneo; il sorteggio da parte degli altri guerrieri, che
aveva avuto inizio, designò Aiace Telamonio, come tutti
desideravano53. Così, dopo aver ristorato i corpi con il
cibo, trascorsero il resto della notte riposando. Ma allo
spuntare del giorno uscirono armati e schierati per il
proprio compito, e lo stesso fece con eguale prontezza
Memnone, al cui fianco erano tutti i Troiani. E così,
schierati gli eserciti da entrambe le parti, la battaglia ebbe
inizio. Come di solito avviene in uno scontro del genere,
moltissimi caddero da entrambe le parti o si ritirarono
dal combattimento perché gravemente feriti. In quella
battaglia Antiloco, figlio di Nestore, trovatosi per caso
faccia a faccia con Memnone, fu ucciso54, e in seguito
Aiace, quando gli parve il momento opportuno, avanzato
nello spazio tra i due eserciti, assalì il re dopo aver ordinato
a Ulisse e a Idomeneo di difenderlo dagli attacchi degli
altri. Allora Memnone, come si accorse che si tendeva un
agguato contro di lui, saltò giù dal carro e si schierò a piè
360 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

pedes cum Aiace magno utriusque partis metu atque


expectatione, cum dux noster summa vi umbonem scuti
eius telo in aliquantum foratum gravis atque summis viribus
ingruens impulit vertitque in latus. Quo viso regis comites
adcurrere Aiacem exturbare nitentes. Tum Achilles, ubi
barbaris intercedi videt, pergit contra et nudatum scuto
hostis iugulum hasta transfigit.

7. Ita praeter spem interfecto Memnone animi hostium


commutantur et Graecis aucta fiducia. Iamque Aethio-
pum versa acie nostri instantes caedunt plurimos. Tum
Polydamas renovare proelium cupiens circumventus
ad postremum atque ictus inguina ab Aiace interficitur,
Glaucus Antenoris adversum Diomedem adstans Aga-
memnonis telo cadit. Tum vero cerneres hinc Aethiopas
cum Troianis per omnem campum sine ordine atque
imperio fugientes multitudine ac festinatione inter se
implicari cadere ac mox palantibus equis proculcari, hinc
Graecos resumptis animis sequi caedere impeditosque
dissolvere atque ita confodere laxatos. Redundant circa
muros campi sanguine et omnia, qua hostis intraverat,
armis atque cadaveribus completa sunt. In ea pugna Priami
filiorum Aretus et Echemmon ab Ulixe interfecti, Dryops,
Bias et † Chorithan ab Idomeneo, ab Aiace Oilei Ilioneus
cum Philenore, itemque Thyestes et Telestes a Diomede,
LIBRO IV 361

fermo contro Aiace, con grande timore e trepidazione


da entrambe le parti, quando il nostro comandante55,
slanciandosi con tutte le sue forze e smisurato impeto,
colpì l’umbone del pesante scudo del nemico, che fu
trapassato in buona parte da una freccia, e lo fece cadere
a lato. Alla vista di ciò i compagni d’armi del re corsero in
suo aiuto nello sforzo di scacciare Aiace. Allora Achille,
quando vide i barbari dirigersi contro di lui, si volse dalla
parte opposta e trapassò con la lancia la gola del nemico,
priva della protezione dello scudo56.

7. Così, contro ogni aspettativa, in seguito all’uccisione


di Memnone l’ardore dei nemici venne meno e crebbe il
coraggio nel cuore dei Greci, e subito i nostri, dopo aver
rovesciato lo schieramento degli Etiopi, fecero strage di
moltissimi uomini incalzandoli. E allora Polidamante, che
desiderava rinnovare lo scontro, fu alla fine ucciso da Aiace
dopo essere stato sopraffatto e colpito al basso ventre57, e
Glauco, figlio di Antenore, cadde colpito da una freccia
di Agamennone mentre si opponeva a Diomede. In quel
momento avresti potuto vedere da una parte gli Etiopi58
in fuga con i Troiani lungo tutto il campo di battaglia, in
disordine e privi di un comandante, mentre in massa e
in tutta fretta si mescolavano tra loro, cadevano e subito
erano schiacciati dagli zoccoli dei cavalli che vagavano
senza meta; dall’altra i Greci, che con rinnovato coraggio
li seguivano, li sterminavano, liberavano gli uomini carichi
di bagagli e li colpivano dopo averli alleggeriti59. I campi
intorno alle mura grondarono di sangue e tutti i luoghi
attraverso i quali il nemico era penetrato si riempirono di
armi e cadaveri60. In quello scontro tra i figli di Priamo
Areto ed Echemmone furono uccisi da Ulisse, Driapsi,
Bia e † Corita61 da Idomeneo, Ilioneo e Filenore da Aiace
362 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

ab Aiace altero Antiphus, Agavus, Agathon atque Glaucus


ab Achille Asteropaeus. Neque prius finis factus, quam
Graecos satias et ad postremum fatigatio incessit.

8. At ubi ab nostris in castra recessum est, missi ab


Troianis, qui peterent eorum, qui in bello ceciderant,
humandi veniam. Collectos suos quisque igni cremant
et more patrio sepeliunt seorsum ab ceteris cremato
Memnone, cuius reliquias urnae conditas per necessarios
regis remisere in patrium solum. At Graeci lautum bene
cadavere Antilochi iustisque factis Nestori tradunt eumque
orant, ferret animo aequo fortunae bellique adversa. Ita ad
postremum corpora sua quisque curantes vino atque epulis
per multam noctem Aiacem simulque Achillem laudibus
celebrant atque ad caelum ferunt. At apud Troiam, ubi
requies funerum est, non iam dolor in casu Memnonis,
sed metus summae rerum et desperatio incesserat, cum
hinc Sarpedonis interitus, inde secuta paulo post Hectoris
clades spes reliquas animis abstulissent neque, quod
postremum in Memnone fortuna obtulerat, reliquum iam
existeret. Ita confluentibus in unum tot adversis curam
omnem exsurgendi omiserant.
LIBRO IV 363

Oileo, e parimenti Tieste e Teleste perirono per mano


di Diomede, Antifo per mano dell’altro Aiace, e Agavo,
Agatone, Glauco e Asteropeo furono uccisi da Achille62.
E ciò non cessò prima che la sazietà e poi la stanchezza si
impadronissero dei Greci63.

8. Ma quando i nostri si ritirarono nell’accampamento,


furono inviati degli uomini dai Troiani per chiedere il
permesso di seppellire coloro che erano caduti in battaglia.
Dopo averli radunati, una volta cremato in disparte il
corpo di Memnone, le cui ceneri, raccolte in un’urna,
furono inviate in patria tramite i familiari del re, ognuno
bruciò i propri cadaveri o li seppellì, secondo l’uso patrio.
I Greci, invece, dopo aver reso i dovuti onori funebri,
consegnarono a Nestore il corpo di Antiloco, ben lavato,
e lo pregarono di sopportare di buon grado le avversità
della sorte e della guerra. Così infine, mentre ciascuno
onorava i corpi dei propri caduti, per buona parte della
notte, con il vino e un banchetto, essi colmarono di lodi
Aiace e Achille e li innalzarono al cielo. Ma a Troia, una
volta terminate le cerimonie funebri64, non si era diffuso
soltanto il dolore per la morte di Memnone, ma anche la
paura e la disperazione per l’esito dell’impresa, poiché
prima l’uccisione di Sarpedone, poi la sconfitta di Ettore,
avvenuta poco dopo, avevano sottratto agli animi le
speranze rimaste, e non rimaneva più nulla, poiché la sorte
aveva offerto un ultimo appiglio nell’aiuto di Memnone.
Così, nel confluire di così tante avversità, i Troiani avevano
rinunciato a ogni intento di risollevarsi65.
364 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

9. At post paucos dies Graeci instructi armis processere in


campum lacessentes, si auderent, ad bellandum Troianos.
Quis dux Alexander cum reliquis fratribus militem
ordinat atque adversum pergit. Sed priusquam ferire inter
se acies aut iaci tela coepere, barbari desolatis ordinibus
fugam faciunt. Caesique eorum plurimi aut in flumen
praeceps dati, cum hinc atque inde ingrueret hostis atque
undique adempta fuga esset. Capti etiam Lycaon et Troilus
Priamidae, quos in medium productos Achilles iugulari
iubet indignatus nondum sibi a Priamo super his, quae
secum tractaverat, mandatum. Quae ubi animadvertere
Troiani, tollunt gemitus et clamore lugubri Troili casum

Col. i
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LIBRO IV 365

[Riprende lo scontro. Achille uccide Troilo]66

9. Pochi giorni dopo67 però i Greci, schierati in armi,


avanzarono nel campo di battaglia68 con il proposito di
incitare i Troiani a combattere, se mai questi avessero
osato69. Alla loro testa Alessandro, insieme con i fratelli
rimasti, dispose i soldati e avanzò, ma prima che gli
schieramenti iniziassero a colpirsi tra loro o a scagliare
dardi, i barbari si diedero alla fuga dopo aver abbandonato
le file70. Tra loro moltissimi furono sterminati o gettati a
capofitto nel fiume, mentre il nemico incombeva da una
parte e dall’altra e dovunque era preclusa ogni possibilità
di fuga. Furono catturati anche Licaone71 e Troilo72,
figli di Priamo, che Achille, dopo averli fatti avanzare,
ordinò di sgozzare sotto gli occhi di tutti, adirato per il
fatto che Priamo non gli avesse dato alcuna risposta su
ciò di cui avevano discusso73. Quando i Troiani vennero a
conoscenza dell’accaduto, levarono gemiti74 e con grida di

[……….] a questi il vigore / trascorsi


[non molti giorni] i Greci
[armati...] giunsero sul campo di battaglia pro-
[vocando (i Troiani) allo scontro...] [...] guidava poi i bar-
[bari Alessandro, poiché Ettore] era morto
[e poiché gli eserciti al seguito di quest’ultimo non] erano ancora
giunti in loro aiuto, /
[moltissimi tra i barbari che si erano dati alla fuga] furono colpiti (e) nel
[fiume Scamandro, ancora vivi,] furono gettati. Tra i fi-
[gli di Priamo Licaone e] Troilo, che
[subito, una volta condotti in mezzo agli Achei,] Achille sgozzò, e non
[...] dopo che il padre aveva inviato un messaggero (per discutere)
degli accordi
[che aveva preso con lui. Un dolore] non lieve nel cuore di coloro (che
erano) a Ilio
366 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

miserandum in modum deflent recordati aetatem eius


admodum immaturam, qui in primis pueritiae annis cum
verecundia ac probitate, tum praecipue forma corporis
amabilis atque acceptus popularibus adolescebat.

10. Deinde transactis paucis diebus solemne Thymbraei


Apollinis incessit et requies bellandi per indutias interposita.
Tum utroque exercitu sacrificio insistente Priamus tempus
nactus Idaeum ad Achillem super Polyxena cum mandatis
mittit. Sed ubi Achilles in luco ea, quae inlata erant, cum
Idaeo separatim ab aliis recognoscit, cognita re apud naves
suspicio alienati ducis et ad postremum indignatio exorta.

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LIBRO IV 367

dolore piansero la morte di Troilo, degna di compassione,


ricordando la vita ancora acerba di colui che viveva i primi
anni della sua giovinezza con modestia e onestà, e in quel
tempo cresceva amato e gradito al popolo75, soprattutto
per il suo piacevole aspetto76.

[Achille ferito a morte in un agguato]

10. In seguito, trascorsi pochi giorni, si celebrò una


cerimonia in onore di Apollo Timbreo e grazie a una tregua
si cessò di combattere. Allora, mentre entrambi gli eserciti
si occupavano dei sacrifici, Priamo, colta l’occasione,
mandò Ideo presso Achille con l’incarico di discutere del
matrimonio con Polissena77.
Quando però Achille si appartò nel bosco con Ideo,
in disparte dagli altri, per discutere di ciò che era stato
addotto come pretesto, presso le navi, tra i soldati venuti
a conoscenza della cosa, sorse il sospetto, cui seguì
l’indignazione, che il comandante fosse un traditore78.

[sorse alla morte di Troilo] poiché era ancora giovane e no-


[bile e ...] ... tra tutti quanti
[…………]
[…………] e non [...]
[…………] i morti [...]
[… trascorsi] pochi
[giorni si celebrò una festa in onore] di Apollo Timbreo e
[si stabilì una tregua dallo scontro] nel [...]
[...] Priamo a causa di Polissena
[inviò Ideo per riferire un messaggio] ad Achille
[quando quest’ultimo] si ritirò nel boschetto sacro con lui, un grande
turbamento [si levò tra i Greci, come se Achille] avesse tradito
l’esercito
368 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

Namque antea rumorem proditionis ortum clementer per


exercitum in verum traxerant. Ob quae simul uti concitatus
militis animus leniretur, Aiax cum Diomede et Ulixe ad
lucum pergunt hique ante templum resistunt opperientes,
si egrederetur, Achillem, simulque uti rem gestam iuveni
referrent, de cetero etiam deterrerent in colloquio clam
cum hostibus agere.

11. Interim Alexander compositis iam cum Deiphobo


insidiis pugionem cinctus ad Achillem ingreditur
confirmator veluti eorum, quae Priamus pollicebatur
moxque ad aram, quo ne hostis dolum persentisceret
aversusque a duce, adsistit. Dein ubi tempus visum est,
Deiphobus amplexus inermem iuvenem quippe in sacro
Apollinis nihil hostile metuentem exosculari gratularique
super his, quae consensisset, neque ab eo divelli aut
omittere, quoad Alexander librato gladio procurrensque
adversum hostem per utrumque latus geminato ictu

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LIBRO IV 369

In precedenza, infatti, avevano diffuso come vera la voce


di un tradimento, che si era sparsa lentamente tra le file
dell’esercito. Per questo motivo, per acquietare gli animi
adirati dei soldati, Aiace si recò con Diomede e Ulisse nel
bosco, e lì79 essi si fermarono dinanzi al tempio in attesa
che uscisse Achille, sia per riferire al giovane l’accaduto, sia
per dissuaderlo dall’avere colloqui segreti con i nemici80.

11. Nel frattempo Alessandro81, quando ormai l’agguato


con Deifobo era stato teso, cintosi col pugnale si avvicinò
ad Achille fingendosi garante delle promesse di Priamo82,
e subito dopo si fermò presso l’altare83, di spalle rispetto
al comandante, perché questi non potesse accorgersi
dell’inganno del nemico84. Allora, quando il momento
parve opportuno, Deifobo, abbracciato il giovane
inerme85, poiché questi non temeva alcun attacco nel
tempio di Apollo, lo baciava e si congratulava con lui
per gli accordi raggiunti, e non si separava da lui né lo
lasciava andare, finché Alessandro, facendo oscillare la
spada e scagliandosi contro il nemico, non lo trapassò
da parte a parte con un doppio fendente86. Quando però

[…] molto Alessandro […]


[…] con […]
[…] Aiace, Diomede
[e Odisseo ...] rimasero ad aspettarlo […]
[... fuori dal boschetto sacro] per riferirgli la risposta
[e per intimargli] di non fidarsi dei barbari
[…] e […]
[…] sopraggiunse Alessandro
[…] l’altare di Apollo […]
[… dopo che Deifobo ebbe abbracciato(?)] Achille […]
[…]
370 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

transfigit. At ubi dissolutum vulneribus animadvertere,


e parte alia, quam venerant, proruunt, re ita maxima et
super vota omnium perfecta, in civitatem recurrunt. Quos
visos Ulixes: “non temere est, inquit, quod hi turbati
ac trepidi repente prosiluere”. Dein ingressi lucum
circumspicientesque universa animadvertunt Achillem
stratum humi exsanguem atque etiam tum seminecem.
Tum Aiax: “fuit, inquit, confirmatum ac verum per mortales
nullum hominum existere potuisse, qui te vera virtute
superaret, sed, ut palam est, tua te inconsulta temeritas
prodidit”. Dein Achilles extremum adhuc retentans
spiritum: “dolo me atque insidiis, inquit, Deiphobus
atque Alexander Polyxenae gratia circumvenere”. Tum

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LIBRO IV 371

compresero che Achille era stato indebolito dalle ferite,


si precipitarono verso una strada diversa rispetto a quella
da dove erano giunti, e in fretta tornarono in città, dopo
aver portato a termine un compito così arduo in un modo
al di sopra delle aspettative di tutti. Nel vederli87 Ulisse
disse: “Non mi pare un caso che costoro88 ad un tratto
si affrettino in preda al turbamento e all’inquietudine”89.
Allora, inoltratisi nel bosco90 con aria assai circospetta,
videro Achille steso a terra, pallido e ancora con un soffio
di vita91. In quel momento Aiace disse: “È certo, e senza
ombra di dubbio, che presso i mortali non sia esistito
alcun uomo in grado di superarti in valore, ma, come è
chiaro, la tua avventata sconsideratezza ti ha tradito”92.
Allora Achille, conservando ancora l’ultimo soffio di vita
che gli rimaneva, disse: “Con l’inganno e con un agguato
Deifobo e Alessandro mi hanno accerchiato a causa del
mio amore per Polissena”93. Poi, mentre esalava l’ultimo

[…]
[…]
[…] Achille
[…] del boschetto
[…]
[... dopo averli visti Odisseo disse] «non è un buon segno che questi
[…] dopo aver attaccato» una volta recatisi
[dunque nel boschetto e] guardandosi intorno con massima cautela,
(i tre) videro
[Achille che giaceva al di qua] dell’altare
[mentre sanguinava e respirava ancora] Aiace gli disse:
[«era proprio vero che nessun altro] tra gli uomini poteva
[ucciderti, poiché per valore primeggiavi tra tutti], ma la temerarietà ti
[ha mandato in rovina»; quello rispose: «a causa di Polissena] mi
fecero questo
372 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

exspirantem eum duces amplexi cum magno gemitu atque


exosculati postremum salutant. Denique Aiax exanimem
iam umeris sublatum e luco effert.

12. Quod ubi animadvertere Troiani, omnes simul


portis proruunt eripere Achillem nitentes atque auferre
intra moenia scilicet more solito inludere cadaveri eius
gestientes. Contra Graeci cognita re arreptis armis
tendunt adversum, paulatimque omnes copiae productae,
ita utrimque certamen brevi adolevit. Aiax tradito his, qui
secum fuerant, cadavere eius infensus Asium Dymantis,
Hecubae fratrem, quem primum obvium habuit, interficit.
Dein plurimos, uti quemque intra telum, ferit, in quis

ǽΒ΅ΑΈΕΓΖȱΎ΅΍ȱ̇Ή΍ΚΓΆΓΖȱΈΓΏΝȱΗΙΐǾΔΏ΅ΎΉΑΘΉΖȱΈȱ΅ΙΘǽΝǾȱ΋ΗΔщǽ΅ǾΗщ΅ΑщΘΓщ
ǽ΅ΙΘΓΑȱΘΓȱΘΉΏΉΙΘ΅΍ΓΑȱΓ΍ȱ΋·ΉΐΓΑǾΉΖȱΑΉΎΕΓΑȱΈΉщȱǽ·ΉǾΑщΓΐΉщΑΓΑщ
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Col. ii
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LIBRO IV 373

respiro, i due comandanti lo abbracciarono con profondi


gemiti, e con un bacio gli diedero l’estremo saluto. Infine
Aiace, dopo averlo caricato sulle spalle, ormai privo di
vita, lo portò via dal bosco94.

[Scontro per il corpo di Achille]95

12. Quando i Troiani videro ciò, si precipitarono tutti


insieme verso le porte con l’intento di sottrarre Achille e
portarlo all’interno delle mura96, impazienti di oltraggiare
il suo cadavere, naturalmente secondo le loro consuete
abitudini97. Di contro i Greci, venuti a conoscenza del
loro proposito e afferrate le armi, li attaccarono e a poco
a poco furono condotte fuori tutte le truppe, così in breve
tempo scoppiò uno scontro da entrambe le parti. Aiace,
dopo aver consegnato il cadavere di Achille a coloro che lo
avevano accompagnato, in preda all’ira uccise Asio98, figlio
di Dimante e fratello di Ecuba, che per primo si trovò
dinanzi. In seguito colpì moltissimi uomini, chiunque
fosse a portata di freccia: tra questi furono rinvenuti i

[Alessandro e Deifobo, dopo avermi attirato con l’inganno.] /


Lo abbracciarono
[per l’ultima volta i capi,] quando ormai era morto
[e Aiace ...] dopo averlo sollevato per portarlo sulle spalle [...]
[... i Troiani, dopo aver visto ciò] il cadavere ...
[... per oltraggiarlo (?)] ma i Greci, dopo aver compreso
ciò che stava succedendo presero le armi e (accorsero in aiuto di)
coloro che si prendevano cura del cadavere di Achille /
dopo che si furono uniti tra loro
Aiace, una volta affidato agli uomini al seguito di Diomede il compito
di sorvegliare il corpo
374 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

Nastes et Amphimachus reperti Cariae imperitantes.


Iamque duces Aiax Oilei et Sthenelus adiuncti multos
fundunt atque in fugam cogunt. Quare Troiani caesis
suorum plurimis nusquam ullo certo ordine aut spe reliqua
resistendi dispersi palantesque ruere ad portas neque
usquam nisi in muris salutem credere. Quare magna vis
hominum ab insequentibus nostris obtruncantur.

13. Sed ubi clausis portis finis caedendi factus est, Graeci
Achillem ad naves referunt. Tuncque deflentibus cunctis
ducibus casum tanti viri plurimi militum haud condolere,
neque, uti res exposcebat, tristitia commoveri, quippe
quis in animo haeserat Achillem saepe consilia prodendi

Ά΅ΏΏΉ΍ȱΔΕΝΘΓΑȱ̄Η΍ΓщΑȱ̇Ιΐ΅ΑΘΓΖȱ̈Ύ΅Ά΋щΖȱ΅ΈΉΏΚΓΑȱΐщǽΉ
Θ΅ȱΈΉȱΘΓΙΘΓȱ̐΅ΗΘ΋ΑȱΎ΅΍ȱ̄ΐΚ΍ΐ΅ΛΓΑȱ̍΅ΕΝΑȱ΋·ΉΐΓΑ΅Ζ
Δ΅Ε΍ΗΘ΅ΑΘ΅΍ȱΈȱ΅ΙΘΝȱ̄΍΅ΖȱΎ΅΍ȱ̕ΌΉΑΉΏΓΖȱΎΘΉ΍ΑщΓщΑщΘщǽΉΖȱΘΓΙΖȱ
ΔΕΝΘΓΗΘ΅Θ΅щΖщȱ·щΉ΍ΘΓщΑщΝщΑщȱΈΉȱ΅ΎΓΗΐΝΖȱΔΓΏΏΝщΑщȱΚΙщ·щǽΓΑΘΝΑ
ΘΉȱΘΝΑȱΆ΅ΕΆ΅ΕΝΑȱΎ΅΍ȱ΅ΐ΅ΛΉ΍ȱ΅Αщ΋щΕщǽ΋ǾΐщΉщΑщǽΝΑȱΎ΅΍
ΐ΋ΎΉΘ΍ȱ΅ΑΌ΍щǽΗǾΘщ΅ΗΌ΅΍ȱΈΙΑ΅ΐΉΑΝщΑȱΈ΍ΝΎΓΙщΗщǽ΍Αȱ΅Ι
ǽΘǾΓΙΖȱΉΝΖщȱǽΉΑǾȱΘщΉǽ΍ǾΛщΉщΗщ΍ȱΉ·ΉΑΓΑΘΓȱΉΔщΉ΍ȱΈȱΉΑΉǽ·ΎΓΑ
ΘΉΖȱ΋ΏΌΓΑȱǽΉ΍ΖǾȱΘ΅ΖȱΗΎ΋Α΅ΖȱΘΓΑȱΑΉΎщǽΕΓǾΑщȱ̄щΛ΍ΏǽΏΉΝΖȱȱΓΙ
LIBRO IV 375

corpi di Naste e Anfimaco99, alla guida dell’esercito della


Caria. Così i comandanti Aiace d’Oileo e Stenelo insieme
dispersero molti tra i nemici e li costrinsero alla fuga. Per
questo motivo i Troiani, dopo aver perso moltissimi dei
loro uomini, sparsi in disordine ed errando senza alcuna
speranza di resistenza a loro rimasta, si lanciavano verso
le porte e non riponevano fiducia in alcuna via di salvezza
se non nella protezione delle mura100. Per questo motivo
un gran numero di uomini fu sterminato mentre i nostri li
incalzavano101.

[Funerali e sepoltura di Achille]

13. Ma quando, una volta chiuse le porte, si pose fine


allo scontro, i Greci portarono Achille verso le navi. E
allora, nonostante tutti i comandanti piangessero la morte
di un uomo così importante, moltissimi tra i soldati non
si dolevano, né erano sconvolti dalla tristezza, come la
situazione richiedeva, poiché erano sicuri in cuor loro
che in precedenza Achille avesse elaborato un piano coi
nemici per tradire l’esercito102; d’altronde, dopo il suo

uccise per primo Asio, figlio di Dimante e fratello di Ecuba, e dopo


di lui Naste e Anfimaco, capi della Caria.
Giunsero in suo aiuto Aiace Oileo e Stenelo, che uccisero coloro
che si trovavano nelle prime file, dopo che molti uomini vicini si
furono dati a una disordinata
fuga e i barbari furono uccisi senza avere la possibilità di combattere,
poiché ormai non erano più in grado di opporsi, (i Greci) inseguirono
i restanti
finché essi non furono all’interno delle mura. Quando giunsero
nell’accampamento (portando) il cadavere di Achille, nessuno
376 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

exercitus inisse cum hostibus; ceterum interfecto eo


summam militiae orbatam et ademptum complurimum;
et viro egregio bellandi ne honestam quidem mortem aut
aliter quam in obscuro oppetere licuerit. Igitur propere
ex Ida adportata ligni vis multa atque in eodem loco, quo
antea Patroclo, bustum extruunt. Dein imposito cadavere
subiectoque igni iusta funeri peragunt Aiace praecipue
insistente, qui per triduum continuatis vigiliis labore non
destitit, quam reliquiae coadunarentur. Solus namque
omnium paene ultra virilem modum interitu Achillis
consternatus est, quem dilectum praetere ceteros animo
summis officiis percoluerat, quippe cum amicissimum
et sanguine coniunctum sibi, tum praecipue plurimum
virtute ceteros antecedentem.

Έщ΍ΖȱΘΝΑȱΏ΅ΝщǽΑǾȱΔщ΅щΌщΓΙщΖȱΗΙΑщΉΗΘΉǯȱΑǽ΅ΒΉȱǯȱǯȱǯȱǯȱǯȱǯȱǯȱǯȱ
ǽǯǾȱǯȱǯȱΓǽΙǾΈȱΉȱǯȱǽǯǾȱǯȱǽǯǾ΅ΑΘΓȱΙΔΓΔΘΉΙΗ΅ΑǽΘΉΖȱΓΘ΍ȱǯȱǯȱǯȱǯȱǯȱǯ
ǽǯǾȱǯȱǯȱǯΑщΘ΍ǽǯǾȱȱ΅щΕщȱǯȱΖȱΉ΍ΛΉΑщǽǯǾȱǯȱΎ΅Θȱ΅ΙΘΓΙȱǽǯǾΚ΋ǽǯȱǯȱǯȱǯȱǯȱǯȱǯȱǯȱǯ
ǽǯȱǯǾȱǯȱǯȱΉщǽǯǾȱǯȱǯȱǯȱǯȱǽǯȱǯȱǯǾΛщ΅щǽǯǾ΋щȱǯȱǽǯȱǯȱǯǾΉΖȱΘΓΙȱ΅ΑΈΕǽΓΖȱǯȱǯȱǯȱǯȱǯȱǯȱǯ
ǽǯǾȱǯȱǯȱǯȱǯȱǯȱǯȱ΍щ΋щȱǯȱΉȱǯȱΑΉщǽǯȱǯȱǯȱǯǾΉщ΍Αȱǯȱǯȱǯȱǯȱǯȱǯ΋щȱǯȱǯȱǯǽǯȱǯȱǯȱǯȱǯȱǯ
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Άщ΅щΏщΏщΓщȱǯȱǯȱǯΚщΓщΖȱΘщ΋ȱΈΉȱΔщΙΕ΅ȱΔ΅Ε΋ΈΕΉΙΗΉΑȱ̄΍ǽ΅ΖǾȱΎщ΅щǽ΍ȱǯȱǯ
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LIBRO IV 377

assassinio, pensavano che la totalità dell’esercito avesse


perso la propria guida e che fosse stata sottratta la cosa
più importante; si dolevano anche del fatto che a un uomo
eccellente in battaglia non fosse stato neppure permesso
di andare incontro a una morte dignitosa, o diversa da una
fine senza gloria. Dunque portarono in fretta una gran
quantità di legna dal monte Ida, e innalzarono una pira
nello stesso luogo in cui in precedenza ne avevano costruita
una per Patroclo. In seguito, una volta posto il cadavere
su di essa e appiccato il fuoco, portarono a termine i riti
funebri103, soprattutto per l’insistenza di Aiace, che dopo
aver vegliato per tre giorni senza sosta non si piegò alla
fatica fino a quando i resti di Achille non furono raccolti
in un’urna104. Infatti lui solo tra tutti si costernò – quasi
oltre la misura che si addice a un uomo – per la morte
di Achille, che con affetto in cuor suo aveva rispettato
più degli altri negli estremi onori, non solo perché era un
amico assai stretto, legato a lui da vincoli di sangue105, ma
anche, e soprattutto, perché superava di gran lunga gli
altri guerrieri col suo coraggio.

tra gli eserciti gemette per il dolore […]


nemmeno […] poiché avevano sospettato che […]
[…] riguardo a lui […]
[…] dell’uomo […]
[…]
[…] davano la sepoltura ad Achille, accanto al quale portavano [...]
anche Patroclo e per tre giorni...
[…] Aiace sorvegliò la pira e […]
[…] dopo aver vegliato tutti i giorni […]
[…] (Achille) amico e parente […]
che superava tutti gli altri eroi in valore.
378 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

14. Contra apud Troianos laetitia atque gratulatio cunctos


incesserat interfecto quam metuendo hoste; hique
Alexandri commentum laudantes ad caelum ferunt,
scilicet cum insidiis tantum perfecerit, quantum ne in
certamine auderet quidem. Inter quae nuntius Priamo
supervenit Eurypylum Telephi ex Mysia adventare,
quem rex multis antea inlectum praemiis, ad postremum
oblatione desponsae Cassandrae confirmaverat. Sed inter
cetera, quae ei pulcherrima miserat, addiderat etiam
vitem quandam auro effectam, et ob id per populos
memorabilem. Ceterum Eurypylus virtute multis clarus
Mysiacis modo Ceteiisque instructus legionibus summa
laetitia a Troianis exceptus spes omnes barbaris in melius
converterat.

ǽΏΓǾΑщΘщ΅ȱΛ΅щǽΕ΅ǾȱΈȱ΋ΑȱΔΓΏΏ΋ȱΉΔщ΍ȱΘΓ΍Ζȱ̖ΕΝΗ΍Αщȱǽǯȱǯȱǯȱǯȱǯȱǯȱǯ
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LIBRO IV 379

[Esultanza a Troia per la morte di Achille. Arrivo di


Euripilo]

14. Al contrario, nell’animo di tutti quanti i Troiani


si erano diffusi giubilo e gioia per un nemico ucciso
piuttosto che da temere106; costoro portarono alle stelle
Alessandro lodandone l’astuzia, naturalmente tanto per
aver ucciso Achille con un agguato, quanto per non aver
osato nemmeno sfidarlo107. Nel frattempo giunse un messo
al cospetto di Priamo per informarlo dell’arrivo del figlio
di Telefo dalla Misia, Euripilo108, che il re di Troia, dopo
aver allettato con molti doni in precedenza, aveva infine
convinto offrendogli la mano di Cassandra. Ma tra le altre
cose assai belle che gli aveva inviato, aveva aggiunto pure
un tralcio di vite d’oro, per questo degno di memoria
presso quei popoli109. D’altronde Euripilo, noto a molti110
per il suo coraggio e pur avvalendosi soltanto dell’aiuto di
truppe provenienti dalla Misia e da altri paesi, dopo essere
stato accolto con somma gioia tra i Troiani aveva mutato
in meglio tutte le speranze dei barbari111.

Era grande la gioia nel cuore dei Troiani […]


[…] dopo la morte di Achille non speravano infatti […]
[…] che non eccelleva (?) […]
il proposito di Alessandro […]
[…] che non poteva […]
[…] giunsero dei messaggeri presso Priamo
annunciando l’arrivo di Euripilo, figlio di Telefo.
Priamo infatti lo aveva chiamato in aiuto prima che Ettore morisse,
dopo essersi impegnato a dargli la mano di Cassandra e
dopo avergli inviato il tralcio di vite d’oro […]
per il suo valore e giunse […] i Misii
e i Cetei. Lo accoglievano [...] benevolmente […]
andando incontro a lui, poiché le circostanze facevano sperare
in una sorte migliore dopo la morte di Achille. I Greci,
380 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

15. Interim Graeci ossa Achillis urna recondita adiunctaque


simul Patrocli in Sigeo sepelivere. Cui sepulchrum etiam
extruendum ab his, qui in eo loco habebant, mercede Aiax
locat indignatus iam de Graecis, quod nihil in his dignum
doloris iuxta amissionem tanti herois animadverteret. Per
idem tempus Pyrrhus, quem Neoptolemum memorabant,
genitus Achille ex Deidamia Lycomedis superveniens
offendit tumulum extructum iam ex parte maxima.
Dein percontatus exitum paternae mortis Myrmidonas
gentem fortissimam et inclitam bellandi armis aque animis
confirmat, impositoque faciendo operi Phoenice ad naves
atque ad tentoria parentis vadit. Ibi custodem rerum
Achillis Hippodamiam animadvertit. Moxque adventu eius

ΗΙǽΑΏǾΉщΒ΅ΑǽΘǾΉΖȱΘ΅щȱΓщΗщΘΉ΅ȱ̄Λ΍ΏΏΉΝΖȱΉ΍ΖȱΙΈΕ΍΅ΑȱΚΉΕΓΙ
Η΍ΑȱΌǽ΅ǾΔΘΓΑΘΉΖȱΉΑȱ̕΍·΍ΝȱΗΙΑȱΈȱ΅ΙΘΝȱΎ΅΍ȱ̓΅ΘΕΓΎΏΓΙȱ
ΑΉщΙщȱǯȱΎщ΍щΐщΉщΓщǽǯȱǯǾΑщΘщΓщΖщȱΘΓΙΖȱΏ΅ΓΙΖȱ̄΍΅ΑΘΓΖȱΉΔ΍ȱΐ΋ΈΉщΑщ
΅ǽǯȱǯǾȱǯȱǯȱΏȱǯȱǽǯǾ΋щΗΘΓΙȱǯȱǯȱǯȱǯȱ̄Λ΍ΏΏΉ΍ȱΔщΓщ΍щ΋Η΅ΗΌ΅΍ȱΌ΅ΑΓΑΘǽ΍
ǽ·Ή΍ǾΑΉщ[[ΗщȱΘȱΌщ]]΅΍ȱΉΎΈΓщǽΗǾΉщ΍щΖȱΑ΅ΓΙȱ̄Λ΍ΏΏΉΝΖȱΙΔΓȱ̄΍΅ΑΘΓΖȱ
ΘΝщΑщȱΉΑщȱ̕ǽ΍Ǿ·щ΍щΝщȱΎщ΅Θ΅ΗΎΉΙ΅Η΅΍ȱΐ΍ΗΌΓΑȱΏ΅ΆΓΑΘΝΑȱΉΑ
ΈΉщȱΘΝȱ΅ΙΘΝȱΛΕΓΑΝȱ̓ΙΕΕΓΖȱΓΑȱ̐ΉΓΔΘΓΏΉǽΐǾΓΑȱΉΎ΅ΏΓΙΑщ
Ύ΅щΘщ΅щΑǽΘǾ΋щΗщ΅ΖȱΉΙΕ΍ΗΎ΍ȱΘΓΑȱΘ΅ΚΓΑȱΎ΅΍ȱΘΓǽΑǾȱΑ΅ΓΑȱ·΍ΑΓ
ΐǽΉǾΑΓΑȱΎщ΅щ΍щȱΔ΅ΑǽΘǾ΅щȱΔΙΌΓΐΉΑΓΖȱΘΓΑȱ·ΉΑǽΓǾΐΉΑΓΑȱ΅Ιȱ
ΘΓǽΙȱΌǾ΅щΑ΅ΘǽΓǾΑщȱΎ΅щΌΓΔΏ΍Η΅ΖȱΘΓΙΖȱΗΙΑȱ΅ΙΘΝȱΏ΅ΓΙΖȱ΋Ηщ΅щΑщ
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LIBRO IV 381

[Neottolemo giunge fra i Greci]

15. Nel frattempo i Greci seppellirono le ossa di Achille


presso il Sigeo, dopo averle raccolte in un’urna e unite a
quelle di Patroclo112. Per lui Aiace dietro compenso fece
costruire a coloro che risiedevano in quel luogo anche un
sepolcro113: costui era ormai sdegnato per il comportamento
dei Greci, poiché comprendeva che nessun sentimento
nel loro animo fosse indice di afflizione114 per la perdita di
un così valoroso eroe115. Nello stesso tempo, al suo arrivo
Pirro, che altri ricordavano con il nome di Neottolemo,
nato da Achille e Deidamia, figlia di Licomede116, trovò il
sepolcro ormai costruito quasi del tutto. Dunque, dopo
aver fatto alcune domande sulla morte di suo padre,
rincuorò e rafforzò con le armi i Mirmidoni, popolo assai
valoroso e famoso per la sua arte di combattere117, e una
volta affidato a Fenice l’incarico di occuparsi dell’opera, si
diresse verso le navi e le tende di suo padre. Lì seppe che
Ippodamia custodiva i beni di Achille118. In seguito, dopo
dopo aver raccolto le ossa di Achille in un’urna,
le portarono presso il Sigeo per seppellirle insieme con quelle di Patroclo,
[…] di Aiace che voleva punire (?) gli eserciti per il fatto che non
[…] (avessero mostrato alcun segno di dolore?) […] di creare per il
defunto Achille
[...] che da Aiace il compito di costruire un tempio per Achille
fosse affidato agli abitanti del Sigeo, che avevano preso un compenso
per il loro lavoro.
In quel tempo giunse Pirro, che chiamavano anche Neottolemo,
il quale, una volta arrivato, trovò il sepolcro e il tempio già costruiti,
e dopo essersi informato su ogni cosa, come pure sulla morte
di Achille, una volta armati i soldati che erano con lui
– erano questi Mirmidoni un popolo bellicoso –, ne affidò
la guida a Fenice. Una volta giunto
presso le navi e la tenda del padre trovò
Ippodamia, incaricata di custodire tutti i beni di Achille [...]
382 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

cognito in eundem locum a cunctis ducibus concurritur;


hique, uti animum aequum haberet, deprecantur. Quis
benigne respondens nec sibi ait ignoratum esse omnia, quae
divinitus confierent, forti pectore patienda, neque cuiquam
super fatum vivendi concessam legem, turpem namque ac
detestandam viris fortibus condicionem senectae, contra
imbellibus optabilem. Ceterum sibi eo leviorem dolorem
esse, quod non in certamine neque in luce belli Achilles
interfectus esset, quo fortiorem ne optasse quidem
quemquam existere nunc vel in praeteritum excepto uno
illo Hercule. Addit praeterea: solum virum dignum ea
tempestate, sub cuius manibuse exscindi Troiam deceret,
neque tamen abnuere, quod imperfectum a patre relictum
esset, a se atque a circumstantibus perfici.

16. Postquam finem loquendi fecit, in proximum diem


certamen pronuntiatum. Duces omnes, ubi tempus visum
est, solito ad Agamemnonem cenatum veniunt, in quis
Aiax cum Neoptolemo, Diomedes, Ulixes et Menelaus
hique inter se eundem locum cenandi capiunt. Interim
inter epulas plurima iuveni patris fortia facinora numerare
virtutemque eius commemorando efferre laudibus. Quis

Ή΍ΈщΓщΑΘΉщΖȱΈȱΓ΍ȱΆǽ΅ǾΗ΍Ώ΍ΖȱΔ΅ΑΘΉǽΖǾȱΔ΅Ε΅Ύǽ΅ΏΓΙΗ΍ȱΘΓΑ
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ΘΓщΑщȱΔΓщ΍щΎщ΍ΏΝΖȱΔ΅Ε΅ΐΙΌ΋Η΅ΐΉΑΓΙǽΖȱǯȱǯȱǯȱǯȱǯȱǯȱǯ
LIBRO IV 383

aver saputo del suo arrivo, tutti i comandanti si radunarono


nello stesso luogo; costoro lo pregarono di rassegnarsi alla
morte del padre. A questi Neottolemo, rispondendo con
benevolenza, disse di sapere che tutto ciò che accade per
volontà divina deve essere sopportato con animo forte,
e che a nessuno è concessa la condizione di vivere oltre
quanto stabilito dal fato, poiché per gli uomini valorosi la
condizione di vecchio è vergognosa e degna di disprezzo,
mentre è, al contrario, preferibile per i vili. Del resto, per
lui il dolore sarebbe stato più sopportabile poiché Achille,
del quale pensava che né allora né in precedenza potesse
esistere guerriero più forte, fatta eccezione per il solo
Eracle, non era stato ucciso in un duello, e nemmeno nello
splendore della pugna119. Aggiunse inoltre che soltanto
quell’uomo era degno di quel momento cruciale, sotto le
cui mani era giusto che Troia fosse distrutta, e tuttavia non
negava che quanto era stato lasciato incompiuto dal padre
sarebbe stato portato a termine da lui e da coloro che lo
circondavano.

16. Dopo che Neottolemo ebbe finito di parlare, lo scontro


fu annunciato per il giorno successivo. Quando parve
il momento opportuno, tutti i comandanti, tra i quali
erano Aiace, Neottolemo, Diomede, Ulisse e Menelao, si
recarono presso la tenda di Agamennone per prendere
parte a un banchetto, come loro solito, e occuparono posti
vicini tra loro. Nel frattempo, durante il pranzo, narravano
al giovane Neottolemo le gesta valorose di suo padre, assai
numerose, ed esaltavano Achille con elogi, ricordandone

[…] tutti i re incoraggiarono Neottolemo


a sopportare nobilmente (la situazione), ed egli […] coloro
che con molte parole lo avevano confortato […]
384 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

Pyrrhus non mediocriter laetus accensusque industria


enisurum se omni opere respondit, quo ne indignus patris
meritis existeret. Dein ad sua quisque tentoria quietum
abeunt. At postero die simul cum luce iuvenis castris
egressus offendit Diomedem cum Ulixe. Quos salutatos
quid causae foret; hique aiunt interponendam dierum
moram ad reficiendos militum eius animos, longo itinere
maris torpentibus etiam nunc membris et ob id nequaquam
satis firmo nisu, ut solitis viribus agerent.

17. Itaque ex eorum sententia biduum interpositum, quo


transacto omnes duces regesque suis quisque militibus
instructis exercitum ordinant atque ad pugnam vadunt. In
quis Neoptolemus regens medios circum se Myrmidonas
statuit atque Aiacem, quem adfinitatis merito parentis loco
percolebat. Interim Troiani vehementer moventur, maxime
quod suis in dies deficientibus auxiliis novus adversum se
miles pararetur cum memorando duce. Tamen Eurypyli
hortatu arma capiunt; is namque adiunctis secum regulis
copias suas Troianis mixtas porta educit. Atque ita ordinata
acie medium sese locat. Tum primum Aeneas parato
certamine intra muros manet execratus quippe Alexandri
LIBRO IV 385

il coraggio. A costoro Pirro, assai lieto e ardente di zelo,


rispose che si sarebbe impegnato con tutte le sue forze
non per essere indegno dei meriti di suo padre. In seguito
ciascuno si ritirò nella sua tenda per riposare. L’indomani
però il giovane, uscito dall’accampamento in pieno giorno,
si imbatté in Diomede e Ulisse. Dopo averli salutati chiese il
motivo del loro arrivo, e questi risposero che era necessario
frapporre un indugio di alcuni giorni per ristorare gli animi
dei suoi soldati, poiché i loro corpi erano ancora intorpiditi
dal lungo viaggio per mare, e non potevano sopportare lo
sforzo per attaccare con il loro consueto vigore.

[Neottolemo uccide Euripilo]

17. E così, secondo la loro richiesta, fu frapposta una


tregua di due giorni, trascorsi i quali tutti i comandanti e
i sovrani, ciascuno dopo aver schierato le proprie truppe,
ordinarono l’esercito e marciarono verso lo scontro.
Tra questi Neottolemo, che era a capo delle file centrali
dell’esercito, stabilì che lo circondassero i Mirmidoni e
Aiace, che egli meritatamente onorava come un padre
in virtù della loro parentela120. Nel frattempo i Troiani
rimasero assai turbati, soprattutto perché un nuovo
nemico si schierava al fianco di un glorioso comandante,
mentre le loro truppe ausiliarie erano decimate di giorno
in giorno. Tuttavia, per esortazione di Euripilo presero
le armi; costui infatti, dopo aver stretto un’alleanza con
i figli del re, condusse fuori dalle porte le proprie truppe
unite a quelle dei Troiani, e così, una volta disposto questo
schieramento, si pose nel mezzo. Allora per la prima
volta Enea, nonostante fossero stati fatti i preparativi per
lo scontro, rimase all’interno delle mura, poiché aveva
386 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

facinus commissum in Apollinem, cuius sacra is praecipue


tuebatur. Sed ubi signum bellandi datum est, manus
conserunt magna vi utrimque decertantes caduntque
plurimi. Interim Eurypylus obvium forte nactus Peneleum
proturbat hasta atque interficit; inde multo saevior Nirea
adgressus moxque obtruncat. Iamque deturbatis, qui in
acie steterant, medios adgrediebatur, cum Neoptolemus
re cognita comminus advolat deiectumque curru hostem
et ipse desiliens gladio impigre interficit. Tum ablatum
propere cadaver atque ad naves iussu eius perlatum.
Quod ubi animadvertere barbari, quibus spes omnis
in Eurypylo fuerat, sine certo ordine aut rectore fuga
proelium deserunt atque ad muros revolant; tum plurimi
eorum in fuga interfecti.

18. Igitur postquam fusis hostibus ad naves revertere


Graeci, ex consilii sententia Eurypyli cremata ossa atque
urnae condita patri remittunt, scilicet memores bene-

ȱȱȱȱȱȱȱǾΆщǽȱ
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ΑǾΘΝΑȱЀΔξΕȱ̈щЁΕщǽΙΔϾΏΓΙȱ΅ЁΘΓІȱΘϲȱΗЗȬ
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LIBRO IV 387

condannato il gesto di Alessandro contro Apollo121, di cui


egli guidava soprattutto i sacrifici122. Ma quando fu dato
il segnale, attaccarono battaglia combattendo con grande
coraggio da entrambe le parti, e moltissimi perirono.
Intanto Euripilo, venuto a trovarsi per caso dinanzi a
Penelo, lo respinse con la lancia e lo uccise; da lì si rivolse
contro Nireo con ancor più furia, e lo uccise subito dopo.
E ormai, una volta scacciati coloro che erano in prima
fila123, attaccava i soldati al centro dello schieramento,
quand’ecco che Neottolemo, resosi conto della situazione,
si precipitò per combattere corpo a corpo e, scendendo
con un balzo lui stesso dopo aver gettato giù dal carro il
nemico, lo uccise con la spada senza esitazione124. Allora
il cadavere fu in fretta portato via dal campo di battaglia e
condotto presso le navi per ordine di Neottolemo. Quando
i barbari, che avevano riposto ogni speranza in Euripilo,
compresero quanto era accaduto, abbandonarono lo
scontro fuggendo in ordine sparso e senza una guida, e
corsero indietro in direzione delle mura; allora moltissimi
tra loro furono uccisi durante la fuga.

[I Greci restituiscono il corpo di Euripilo a Telefo. Eleno


si rifugia presso i Greci]125

18. Dunque i Greci, una volta messi in fuga i nemici,


fecero ritorno presso le loro navi, e dopo aver cremato e
riposto in un’urna i resti di Euripilo126, secondo il parere

[…]
[…]
[…] a proposito di Euripilo […]
di restituire il suo corpo] ai Troiani. [(I Greci,) dopo aver raccolto le
ossa in un’urna
388 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

ficiorum atque amicitiae. Cremati etiam per suos Nireus


atque Peneleus, seorsum singuli. At postero die per Chrysem
cognoscitur Helenum Priami fugientem scelus Alexandri
apud se in templo agere. Moxque ob id missis Diomede et
Ulixe traditit sese deprecatus prius, uti sibi partem aliquam
regionis, in qua reliquam vitam degeret semotam ab aliis
concederent. Dein ad naves ductus ubi consilio mixtus
est, multa prius locutus non metu, ait, se mortis patriam
parentesque deserere, sed deorum coactum aversione,
quorum delubra violari ab Alexandro neque se neque

ΕΉϧǾȱΌщΣΜ΅ΑΘΉΖȱΔνΐǽΔΓǾΙщǽΗ΍ΑȱΐΑφΐΓΑΉΖȱΘϛΖȱΚ΍Ώϟ΅ΖǯȱΗΙΏȬ
Ών·ΓǾΑΘ΅΍ȱΈξȱΎ΅Ϡȱ̓΋ΑνщΏщΉΝΖщȱǽΎ΅Ϡȱ̐΍ΕνΝΖȱȱΓϢΎΉϧΓ΍ȱΘΤȱϴΗȬ
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ΔǾ΅щΕщ΅щ·щΉщϟΑΉΘ΅΍ȱ̙ΕϾΗ΋ΖȱΉϢΖȱΘΓǽϿΖȱΘЗΑȱ̴ΏΏφΑΝΑȱΆ΅Η΍ΏΉϧΖȱ
ΦΔ΅Ǿ·ǽ·ǾνΏΏΝΑȱ̸ΏΉΑΓΑȱΘϲΑȱ̓щǽΕ΍ΣΐΓΙȱΔ΅ΕȂ΅ЁΘХȱΉϨΑ΅΍ȱπΑ
ΘХȱ̝ǾΔщϱΏΏΝΑΓΖȱϡΉΕǽХǾȱΚΉϾ·ǽΓΑΘ΅ȱΈ΍ΤȱΘϲΑȱ̝ΏνΒ΅ΑΈΕΓΑ
ΦΗΉǾΆщφΗ΅ΑΘ΅ȱΉϢΖȱΘϲΑȱΌΉϱΑǯȱΓщǽϡȱΈξȱΘ΅ІΘ΅ȱΐ΅ΌϱΑΘΉΖȱ̇΍ΓȬ
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̝ΏνΒǾ΅ΑΈΕΓΑȱΉǽȱȱȱȱȱȱȱȱȱǻ̄ϢΑΉϟ΅ΖǼ
LIBRO IV 389

dell’assemblea, li restituirono a suo padre, naturalmente


memori dei favori e dei rapporti di amicizia con lui. Dai
rispettivi soldati furono cremati anche i corpi di Nireo e
Penelo, ciascuno per conto proprio. Il giorno successivo
però l’esercito greco venne a sapere da Crise127 che Eleno,
il figlio di Priamo, si trovava presso di lui nel tempio128,
poiché voleva sottrarsi all’empietà di Alessandro. In
seguito, inviati Diomede e Ulisse per questo motivo129,
Eleno si consegnò a loro, non senza averli prima implorati
di concedergli una parte della regione dove potesse
trascorrere il tempo che gli rimaneva da vivere in disparte
dagli altri130. Infine fu condotto presso le navi, ove si unì
all’assemblea, e dopo aver parlato a lungo disse di non
aver abbandonato la patria e i genitori per paura della
morte, ma perché costretto dall’avversione degli dèi, i
cui templi disse che erano stati profanati da Alessandro,

(le) inviarono al padre [memori del legame d’amicizia. I compagni


riunirono anche le ossa di Penelo e [Nireo
(per portarle) dalla pira presso le navi. [ Il giorno seguente
Crise giunse presso [i capi dei Greci
annunciando che Eleno, il figlio di Priamo, [si trovava presso di lui
nel] tempio di Apollo, dove si era rifugiato [a causa dell’empietà di
Alessandro] nei confronti del dio. [Costoro, dopo aver saputo ciò,
mandarono Diomede e Odisseo [a catturarlo.
Una volta arrivati (Eleno) [si consegnò a loro
chiedendo prima (un posto) dove stare [e trascorrere quanto gli
rimaneva, cosa che ad alcuni tra
i capi parve opportuna. [Dopo che costoro lo ebbero chiamato presso
le navi
(Eleno) giunse senza [alcuna preoccupazione. Quando partecipò
all’assemblea
diceva [che, spinto dall’avversione degli dèi
abbandonava la patria] e i parenti
[…]
Alessandro […] [Enea?
390 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

Aeneam quisse pati. Qui metuens Graecorum iracundiam


apud Antenorem agere senemque parentem. De cuius
oraculo imminentia Troianis mala cum cognovisset, ultro
supplicem ad eos decurrere. Tunc nostris festinantibus
secreta dinoscere, Chryses nutu uti silentium ageretur
significat atque Helenum secum abducit. A quo doctus
cuncta Graecis uti audierat refert, addit praeterea tempus
Troiani excidii idque administris Aenea atque Antenore
fore. Tum recordati eorum, quae Calchas edixerat, eadem
cuncta congruentiaque animadvertunt.

19. Dein postero die egresso utrimque milite ad bellandum


plurimi Troianorum cadunt, sed ex sociis pars maxima. At
ubi vehementius ab nostris instatur et omni ope bellum
finire in animo est, signo dato dux duci occurrit atque
in se proelium convertunt. Tunc Philocteta progressus
adversus Alexandrum lacessit, si auderet, sagittario
certamine. Ita concessu utriusque partis Ulixes atque
Deiphobus spatium certaminis definiunt. Igitur primus

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Σ·Γ΍ȱΔǾ΅щΕΤȱ̝ΑΘφǽΑΓΕ΍ȱΎ΅ϠȱΘХȱ·ΉΕ΅΍ХȱΔ΅ΘΕϠȱΈ΍ΤȱΛΕ΋ΗΐϲΑ
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LIBRO IV 391

gesto che né lui né Enea avevano potuto tollerare131.


Costui, poiché temeva la collera dei Greci, si era rifugiato
presso Antenore con l’anziano padre, ma – diceva Eleno –
dopo aver appreso dei mali che incombevano sui Troiani
attraverso un vaticinio di quest’ultimo, stava per giunta
accorrendo da loro per implorarli. Allora, sebbene i
nostri fossero impazienti di conoscere le oscure parole
dell’oracolo, Crise con un cenno chiese di far silenzio e
condusse Eleno via con sé. Dopo essere stato informato
il sacerdote riferì ai Greci ogni cosa così come l’aveva
udita, aggiungendo inoltre che il momento della caduta di
Troia era vicino, e che questa sarebbe avvenuta con l’aiuto
di Enea e Antenore. Quindi i Greci, memori di quel che
Calcante aveva annunciato, si resero conto che le due
profezie coincidevano perfettamente.

[Filottete uccide Alessandro]

19. Allora il giorno seguente, una volta usciti i soldati di


entrambe le parti per combattere, moltissimi tra i Troiani
caddero, ma perì un altissimo numero di alleati. Anzi,
quando i nostri incalzarono con maggior violenza e furono
risoluti a porre fine alla guerra con ogni sforzo, dato il
segnale si decise che un comandante si opponesse all’altro,
assumendosi le sorti dello scontro. Quindi Filottete,
avanzando, sfidò Alessandro in un combattimento con
le frecce, se mai questi avesse osato raccogliere la sfida132.

[…] [temendo l’ira dei Greci si


trovava] presso Ante[nore e l’anziano padre, grazie a un oracolo
conoscendo [ i mali che incombevano […] sulla patria […]
392 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

Alexander incassum sagittam contendit, dein Philocteta


insecutus sinistram manum hosti transfigit, reclamanti
per dolorem dextrum oculum perforat ac iam fugientem
tertio consecutus vulnere per utrumque pedem traicit
fatigatumque ad postremum interficit, quippe Herculis
armatus sagittis, quae infectae Hydrae sanguine haud sine
exitio corpori figebantur.

20. Quod ubi animadvertere barbari, magna vi inruunt,


eripere Alexandrum cupientes, multisque suorum
interfectis a Philocteta negotium tamen peragunt, atque in
civitatem reportant. Tumque Aiax Telamonius insecutus
fugientes ad usque portam pergit. Ibi caesa vis multa
hostium, cum festinantibus inter se et singulis evadere
inter primos cupientibus magis in ipso aditu multitudine
sua detinerentur. Interim multi eorum, qui primi evaserant,
super muros siti collecta undique cuiuscemodi saxa super
clipeum Aiacis deicere congestamque quam plurimam
terram desuper volvere, scilicet ad depellandum hostem.
Cum supra modum gravaretur egregius dux, facile scuto
decutiens haud segnius imminere. Denique Philocteta
eos, qui in muris locati erant, eminus sagittis proturbat
LIBRO IV 393

Così, col permesso di entrambe le parti Ulisse e Deifobo


delimitarono lo spazio per lo scontro. Allora Alessandro
per primo scagliò una freccia a vuoto, poi Filottete
attaccandolo trapassò con la freccia la mano sinistra del
nemico, e mentre questi gridava per il dolore gli perforò
l’occhio destro. Dopo averlo subito raggiunto durante la
fuga con un terzo colpo lo trascinò per entrambi i piedi, e
infine lo uccise quando ormai era sfiancato dagli attacchi133,
perché davvero era armato delle frecce di Ercole, che
ferivano mortalmente poiché intinte nel sangue dell’Idra134.

[Attacco dei Greci alle mura di Troia]

20. Non appena i barbari si resero conto di ciò, si


precipitarono con grande violenza con l’intento di portar
via il cadavere di Alessandro, e sebbene molti tra loro
fossero stati uccisi da Filottete, riuscirono tuttavia a portare
a termine l’impresa e lo ricondussero in città. Quindi Aiace
Telamonio, incalzati i fuggitivi, proseguì fino alla porta. Lì fu
uccisa una moltitudine di nemici, dal momento che questi,
sebbene si affrettassero tutti insieme e ciascuno desiderasse
essere tra i primi ad evadere, si accalcavano presso la stessa
entrata a causa del loro grande numero135. Nel frattempo
molti tra coloro che per primi erano evasi, dopo essere
saliti sulle mura, lanciavano contro lo scudo di Aiace
pietre di ogni sorta raccolte qua e là, e dall’alto facevano
rotolare mucchi di guerra nel maggior numero possibile,
naturalmente per respingere il nemico. Nonostante il nobile
condottiero fosse gravato oltre misura dai cumuli di terra,
liberandosene con un semplice movimento dello scudo
continuava a incombere con pari violenza. Infine Filottete
respinse lontano coi suoi dardi coloro che si erano appostati
394 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

multosque interficit. Neque secus ab reliquis in parte alia


res gestae. Atque eo die excisa eversaque moenia hostium
forent, ni nox iam ingruens nostros ab incepto cohibuisset.
Qui ubi ad naves regressi sunt, laeti Philoctetae facinoribus
et ob id maximam animo fiduciam gestantes, summo
favore ac laudibus ducem celebrant. Qui simul cum luce
adiunctis sibi reliquis ducibus in proelium egressus hostes
metu sui adeo deterruit, ut vix se moenibus defensarent.

21. Interim Neoptolemus apud tumulum Achillis,


postquam in auctorem paternae caedis vindicatum
est, initium lugendi sumit, una cum Phoenice atque
omni Myrmidonum exercitu comas sepulchro deponit
pernoctatque in loco. Per idem tempus filii Antimachi,
de quo supra memoravimus, adiuncti Priami rebus ad
Helenum veniunt eumque ut ad amicitiam cum suis redeat
deprecati, ubi nihil proficiunt, ad suos remeantes Diomedi
atque Aiaci alteri itineris medio occurrunt. Ab quis
comprehensi perductique ad naves, quinam essent et rem
ob quam venerant omnem expediunt. Tum recordati patris
eorum et quae adversum legatos dixerit molitusque sit,
tradi eos popularibus atque ante conspectum barbarorum
produci iubent, dein lapidibus iniectis necari. Interim
Alexandri funus per † partem aliam portae † ad Oenonem,
LIBRO IV 395

sulle mura, e ne uccise molti; dalla parte opposta gli altri


fecero lo stesso. Quel giorno le mura dei nemici sarebbero
state abbattute e distrutte, se subito la notte incombente non
avesse trattenuto i nostri dal loro proposito. Non appena
questi fecero ritorno presso le loro navi, felici per le gesta
di Filottete e riponendo per questo la massima fiducia nel
loro animo, celebrarono il loro comandante con lodi e con il
massimo appoggio. Questi, unitosi agli altri comandanti allo
spuntar del giorno e uscito con l’esercito per combattere,
con il timore che incuteva spaventò i nemici a tal punto che
questi a stento riuscivano a difendersi sulle mura.

[Pianto di Neottolemo sulla tomba di Achille. Enone


muore di dolore per Paride]

21. Nel frattempo Neottolemo, dopo essersi vendicato


dell’assassino di suo padre, iniziò a piangere presso la
tomba di Achille, e insieme con Fenice e tutto l’esercito
dei Mirmidoni depose delle ciocche di capelli136 presso il
sepolcro e trascorse lì la notte. Nello stesso momento i
figli di Antimaco, che abbiamo ricordato in precedenza,
dopo essersi accordati con Priamo, giunsero presso Eleno
e lo supplicarono di riconciliarsi coi suoi compatrioti, e
mentre tornavano senza successo presso i loro compagni
incontrarono Diomede e Aiace. Da questi furono catturati
e condotti presso le navi, e rivelarono la loro identità e
ogni motivo per il quale erano giunti. Allora Diomede e
Aiace, ricordando il loro padre, le parole da lui rivolte agli
ambasciatori e ciò che aveva fatto, ordinarono che questi
fossero consegnati ai compagni e che fossero condotti al
cospetto dei barbari, e infine che fossero uccisi a sassate.
Frattanto i familiari condussero il cadavere di Alessandro,
396 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

quae ei ante Helenae raptum nupserat, necessarii sui,


uti sepeliretur, perferunt. Sed fertur Oenonem viso
cadavere Alexandri adeo commotam, uti amissa mente
obstupefieret, ac paulatim per maerorem deficiente animo
concideret. Atque ita uno eodem funere cum Alexandro
contegitur.

22. Ceterum Troiani, ubi hostis muris infestus magis


magisque saevit, neque iam resistendi moenibus spes
ulterius est aut vires valent, cuncti proceres seditionem
adversus Priamum extollunt atque eius regulos. Denique
accito Aenea filiisque Antenoris decernunt inter se, uti
Helena cum his, quae ablata erant, ad Menelaum duceretur.
Quod postquam Deiphobus cognovit, traductam ad se
Helenam matrimonio sibi adiungit. Ceterum ingressus
consilium Priamus, ubi multa ab Aenea contumeliosa
ingesta sunt, ad postremum ex consilii sententia iubet ad
Graecos cum mandatis belli deponendi ire Antenorem.
Qui ex muris signum ostendens legationis, ubi a nostris
recessum est, ad naves venit. Ubi benigne salutatus
atque exceptus summum fidei benevolentiaeque erga
Graeciam testimonium capit maximeque a Nestore, quod
Menelaum insidiis Troianorum appetitum consilio suo
atque auxilio filiorum servaverit; pro quis Troia eversa
LIBRO IV 397

attraverso †un’altra facciata della porta†137, presso Enone


– che egli aveva sposato prima di rapire Elena – perché
fosse seppellito. Si dice però che alla vista del cadavere
di Alessandro Enone fu turbata a tal punto da rimanere
accecata dalla follia, fino a morire per il dolore poiché le
forze a poco a poco le venivano meno. Così fu seppellita
insieme col cadavere di Alessandro138.

[Antenore ed Enea stringono un patto segreto con i


Greci]

22. Del resto i nobili troiani, mentre i nemici infierivano


sempre più dinanzi alle mura, e quando ormai non vi era
più alcuna speranza di continuare a resistere all’interno
della città o le forze non bastavano, guidarono tutti una
rivolta139 contro Priamo e i re suoi figli140. In seguito,
dopo aver mandato a chiamare Enea e i figli di Antenore
decisero tra loro di restituire a Menelao Elena e ciò che
era stato sottratto141. Dopo che Deifobo ebbe saputo
ciò, condusse Elena con sé e si unì a lei in matrimonio.
D’altronde Priamo, che aveva preso parte all’assemblea,
nella quale Enea disse molte cose infamanti, per volere
del consiglio ordinò alla fine che Antenore si recasse
presso i Greci con l’incarico di comunicare la resa. Costui
giunse presso le navi mostrando dalle mura il segnale
dell’ambasceria, dopo che i nostri si furono allontanati.
Antenore fu salutato e accolto amichevolmente, e
soprattutto Nestore diede prova della sua totale fiducia
e delle sue buone intenzioni nei confronti della Grecia,
poiché proprio lui, grazie alla propria saggezza e all’aiuto
dei figli, aveva salvato Menelao, minacciato dalle insidie dei
Troiani; prometteva molti vantaggi per i Greci in seguito
398 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

multa praeclara polliceri hortarique, uti dignum memoria


pro amicis adversum perfidos moliretur. Tunc longam
exorsus orationem semper, ait, principes Troiae poenam
ob male consulta divinitus consequi. Dein subiungit
Laomedontis adversum Herculem famosa periuria
insecutamque eius regni eversionem. Qua tempestate
Priamus parvulus admodum atque expers omnium, quae
gesta erant, petitu Hesionae regno impositus est. Eum
male iam inde desipientem cunctos sanguine et iniuriis
insectari solitum, parcum in suo atque appetentem alieni,
quo exemplo veluti pessima contagione imbutos filios
eius neque sacro neque profano abstinuisse. Ceterum se
eadem stirpe, qua Priamum Graecis conciunctum, animo
semper ab eo discerni. Hesionam quippe Danai filiam
Electram genuisse, ex qua ortus Dardanus Olizonae
Phinei iunctus Erichthonium dederit, eius Tros, dein ex eo
Ilus, Ganymedes et Cleomestra, ex Cleomestra Assaracus
atque ex eo Capys Anchisae pater. Ilum dein Tithonum
et Laomedontem genuisse, ex Laomedonte Hicetaonem,
Clytium, Lampum, Thymoetem, Bucolionem atque
Priamum genitos rursusque ex Cleomestra et Aesyete
se genitum. Ceterum Priamum cuncta iura adfinitatis
proculcantem magis in suos superbiam atque odium
exercuisse. Postquam finem loquendi fecit, postulat, uti,
quoniam a senibus legatus pacis missus esset, darent de suo
numero, cum quis super tali negotio disceptaret. Electique
LIBRO IV 399

alla distruzione di Troia, e li esortava a intraprendere per


gli amici qualcosa che fosse degno di essere ricordato,
ordendo un piano contro i Troiani sleali. Allora, durante
il suo lungo discorso, disse che per volere divino i sovrani
di Troia avevano sempre pagato il prezzo delle loro cattive
decisioni142. Continuò narrando il famoso tradimento di
Laomedonte ai danni di Ercole e la successiva distruzione
del suo regno143. In quel tempo Priamo, che era piuttosto
giovane e non aveva partecipato alle operazioni condotte,
fu messo a capo del regno su richiesta di Esione. Antenore
diceva inoltre che costui, ormai in preda alla follia, fosse
solito perseguitare tutti con stragi e offese, che fosse
parsimonioso coi suoi beni e avido di quelli altrui, e che
con il suo esempio i figli non avevano risparmiato né le
cose sacre né quelle profane, come se fossero infettati dal
morbo di una depravazione senza limiti144. Egli affermava
di essersi sempre distinto da Priamo nelle inclinazioni, pur
appartenendo a quella stessa stirpe per la quale Priamo
era legato ai Greci. Infatti Esione, figlia di Danao, aveva
generato Elettra, dalla quale era nato Dardano: costui,
unitosi a Olizona, figlia di Fineo, generò Erittonio; da lui
nacque Troo, e da questi Ilo, Ganimede e Cleomestra, e da
Cleomestra Assaraco, e da lui Capi, padre di Anchise145.
Dunque da Ilo nacquero Titone e Laomedonte, da
Laomedonte Icetàone, Clitìo, Lampo, Timete, Bucolione e
Priamo, mentre lui, Antenore, era nato da Cleomestra e da
Esiete146. Diceva del resto che Priamo, poiché disprezzava
tutti le leggi imposte dal vincolo di parentela, era stato
superbo e aveva sfogato il proprio odio più verso i suoi
familiari che verso gli estranei. Dopo aver posto fine al suo
discorso, chiese di scegliere alcuni uomini dell’esercito
con i quali si potesse discutere di questi accordi, poiché lui
era stato inviato dagli anziani come ambasciatore di pace.
400 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

Agamemnon, Idomeneus, Ulixes atque Diomedes, qui


secreto ab aliis proditionem componunt. Praeterea placet,
uti Aeneae, si permanere in fide vellet, pars praedae et
domus universa eius incolumis, ipsi autem Antenori
dimidium bonorum Priami regnumque uni filiorum eius,
quem elegisset, concederetur. Ubi satis tractatum visum
est, Antenor ad civitatem dimittitur, referens ad suos
composita inter se longe alia, in quis, donum Minervae
parari a Graecis eosque cum gratia cupere recepta Helena
acceptoque auro bellum omittere atque ad suos regredi.
Ita composito negotio Antenor traditoque sibi Talthybio,
quo res fidem acciperet, ad Troiam venit.
LIBRO IV 401

Furono scelti Agamennone, Idomeneo, Ulisse e Diomede,


che in disparte dagli altri ordirono il tradimento. Si decise
inoltre che a Enea, se avesse voluto prestar fede alla parola
data, fosse concessa una parte del bottino e che tutta la
sua famiglia fosse risparmiata, ma che allo stesso Antenore
fossero destinati la metà dei beni di Priamo e il regno per
uno dei suoi figli, che lui avrebbe scelto. Quando parve che
le condizioni fossero state trattate a sufficienza, Antenore
fu rimandato in città, riferendo ai suoi di aver raggiunto
ben altri accordi: disse che i Greci stavano preparando un
dono in onore di Minerva e che desideravano porre fine
alla guerra e tornare presso i loro familiari, non senza aver
ripreso Elena e ricevuto dell’oro. Così, dopo aver concluso
questi accordi, Antenore giunse a Troia portando con sé
Taltibio, perché la cosa fosse credibile.
LIBER QUINTUS
LIBRO QUINTO

Traduzione e note di Lorenzo M. Ciolf i


1. Antenore Talthybioque civitatem ingressis cuncti
populares sociique cognita re propere concurrunt,
cupientes dinoscere, quae apud Graecos actitata essent.
Quis Antenor in proximum diem relata differt; atque ita
dimisso conventu disceditur. Cum inter epulas Talthybius
interesset, filios suos monere Antenor nihil his in vita
custodiendum, quam uti antiquissimam ducerent cum
Graecis amicitiam, dein singulorum probitatem, fidem
atque innocentiam commemorando admiratur. Ita finito
convivio tum disceditur. At lucis principio, omnibus iam
in consilio expectantibus audire, si quis modus tantis malis
fieret, cum Talthybio ipse venit neque multo post Aeneas,
dein Priamus cum residuis regulis. Denique ubi ea, quae
a Graecis audierat, dicere iussus est, hoc modo disseruit:

2. «Grave, Troiani principes vosque socii, grave bellum


nobis extitisse adversum Graeciam, gravius vero multoque
[Ritorno a Troia di Antenore e banchetto da lui organiz-
zato]1

1. Antenore e Taltibio2 erano appena rientrati in città


quando, diffusasi la notizia, tutti i cittadini e gli alleati si
radunano frettolosamente con il desiderio di conoscere
quanto fosse stato trattato presso i Greci. Antenore dif-
ferisce al giorno successivo il resoconto; così, sciolta l’a-
dunanza, si torna a casa. Dal momento che anche Talti-
bio stava partecipando al banchetto, Antenore esortava i
propri figli a non curarsi d’altro nel corso della vita più
dell’antichissimo rapporto di amicizia con i Greci e poi,
passandole in rassegna, apprezzava la probità, la lealtà e
l’integrità di ognuno di loro3. E così terminato il ricevi-
mento, si fa ritorno a casa.

[Convocazione dell’assemblea]
Ma alle prime luci del giorno, quando nell’assemblea tutti
i convenuti ormai attendevano di conoscere se ci fosse una
qualche soluzione per quei mali così gravosi, quello si pre-
sentò insieme con Taltibio; non molto dopo arrivò Enea,
quindi Priamo con il resto dei principi. Dunque, non ap-
pena gli fu ordinato di riportare ciò che aveva ascoltato dai
Greci, Antenore parlò in questo modo4:

[Discorso di Antenore]

2. «Dannoso, principi troiani e voi alleati, dannoso è stato


per noi lo scatenarsi della guerra contro la Grecia, e anco-
406 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

durius, mulieris causa hostes effectos quam amicissimos,


qui inde iam a Pelope orti adfinitatis etiam iure nobis
coniuncti sunt. Namque si praeterita mala summatim
attingere oporteat, en unquam civitas nostra depressa
aerumnis ad requiem emersit? Unquamne nobis defuere
fletus aut sociis imminutae calamitates? Quando non amici
parentes propinqui filii denique in bello amissi? Et, ut ex
me reliquorum luctuum memoriam recenseam, quidnam
in Glauco filio toleravi? Cuius interitus, quamquam
acerbus mihi, tamen non ita dolori fuit, quam tempus
illud, quo adiunctus Alexandro ad raptum Helenae
comitatum sui praebuit. Sed praeteritorum satias, futuris
saltem parcendum ac consulendum est. Graeci homines
custodes fidei ac veritatis, principes benevolentiae atque
officiorum. Testis his rebus Priamus, qui ipso strepitu
discordiarum fructum tamen misericordiae eorum tulit;
neque inferendo bellum quicquam prius temeratum
ab his, quam perfidiam in ipsa legatione insidiasque ab
nostris experti sunt. In qua re, dico enim quod sentio,
Priamus eiusque filii auctores, in his etiam Antimachus,
qui recens amissis liberis iniquitatis suae poenas luit.
Haec omnia in gratia Helenae gesta, scilicet eius mulieris,
quam ne Graeci quidem recipere gestiunt. Retineatur
igitur in civitate ea foemina, ob quam nulla gens, nulli
usquam populi amici aut non infesti huic regno. Nonne
sponte supplices, ut recipiant eam, rogabimus? Non omni
modo satisfaciemus laesis iam totiens per nos? Non in
futurum saltem reconciliabimus tales viros? Ego quidem
LIBRO V 407

ra più dannoso e molto più duro l’aver reso a causa di una


donna nemici e non amici intimi coloro che, discendenti
della stirpe di Pelope, ci sono legati per parentela5! E in-
fatti, se fosse necessario ripercorrere per sommi capi i mali
passati, quando mai la nostra città oppressa dalle calamità
ebbe un po’ di pace? Quando mai ci sono mancate le la-
crime o gli alleati hanno avuto una tregua dalle sofferen-
ze? Quando non abbiamo perso in guerra amici, genitori,
parenti e addirittura figli? E, per riportare alla memoria
attraverso il mio lutto quelli altrui, cosa ho sopportato per
mio figlio Glauco? Sebbene dolorosa per me, la sua mor-
te non fu la causa del mio male quanto l’occasione stessa
nella quale, facendo da spalla ad Alessandro, egli offrì il
suo supporto per il rapimento di Elena6. Ma mettiamo da
parte il passato: facciamo per lo meno attenzione e pren-
diamo buone decisioni per il futuro! I Greci sono uomini
di parola e leali, campioni di benevolenza e di senso del
dovere7. Testimone di ciò è Priamo che, pur in un momen-
to cruciale della contesa, ha ottenuto prova della loro mi-
sericordia8; e dichiarate le ostilità, nessuno di loro mosse
all’attacco prima di aver avuto prova della nostra perfidia e
delle insidie da noi macchinate contro la loro ambasceria9.
Di quell’episodio – dico infatti ciò che penso – Priamo e i
suoi figli sono responsabili10, e fra questi Antimaco che ora
paga il fio della sua iniquità attraverso la scomparsa dei
figli. E tutte queste cose sono state compiute per Elena,
di quella donna cioè che nemmeno i Greci desiderano ri-
prendersi12! Ma ammettiamo pure che resti in città, lei per
la quale alcun popolo ci è più amico o non è in contrasto
con questo regno. Supplici, non chiederemo forse che se
la riprendano? Non ci scuseremo in ogni modo con quelli
che sono stati lesi così tante volte da noi? Non ci riconci-
lieremo con tali uomini almeno per il futuro? Quanto a
408 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

abibo hinc iam et discedam longius neque committam, ut


ulterius intersim malis nostris. Fuit tempus, quo manere
in hac civitate iucundum erat; socii, amici, propinquorum
salus, patria denique incolumis adtinuere in hunc diem.
Contra nunc quid horum non imminutum aut in totum
sublatum nobis est? Non feram me cum his morari,
quorum opera cuncta mihi cum patria concidere. Et eos
quidem, quos in bello fortuna eripuit, utcumque iam
sepelivimus, concedentibus ultro veniam hostibus, sed
postquam deorum arae atque delubra sanguine humano
per scelus infecta sunt, hoc etiam amisimus, quippe,
quis maiora supplicia post mortem carissimorum, quam
in amissione subeunda sunt. Quae ne accidant, nunc
saltem providete. Auro atque huiusmodi aliis praemiis
redimenda patria est. Multae in hac civitate dites domus,
singuli pro facultatibus in medium consulamus, postremo
offeratur pro vita hostibus, quod mox interitu nostro
ipsorum futurum est. Templorum etiam, si necesse erit,
ornamentis pro incolumitate patriae utendum est. Solus
suas opes intus custodiat Priamus, solus divitias potiores
civibus suis teneat, his etiam, quae cum Helena rapta sunt,
incubet, videritque, quem ad finem utendum putet patriae
calamitatibus. Nos victi iam sumus malis nostris».
LIBRO V 409

me, partirò da qui, me ne andrò lontano e farò in modo


di non partecipare ulteriormente ai nostri mali. Ci fu un
tempo in cui era dolce stare in questa città; fino ad oggi
ci hanno trattenuto gli alleati, gli amici, il benessere del-
la famiglia, in breve una patria incolume13. Al contrario,
ora, quali di queste cose non sono state violate o non ci
sono state sottratte nella loro interezza? Non sopporterei
di trattenermi con gli uomini a causa dei quali tutti i miei
beni stanno seguendo il destino della patria14. Grazie alla
concessione dei nemici abbiamo potuto seppellire in qual-
che modo quelli che il destino ci ha strappato durante la
guerra ma, dopo che le are degli dei e i santuari sono sta-
ti contaminati dal sangue umano per il nostro crimine15,
abbiamo perso anche questo: dopo la morte degli affetti
più cari, ci saranno sofferenze più grandi di quelle prova-
te nell’averli persi. Ora almeno fate in modo che ciò non
accada16! Con l’oro e con altre offerte di questo tenore si
deve affrancare la patria17. In questa città ci sono molte
case ricche: che ognuno di noi contribuisca per il pubblico
interesse secondo le proprie disponibilità, poi si offra ai
nemici, in cambio della vita, quello che gli apparterrebbe
in ogni caso subito dopo il nostro annientamento. Se sarà
necessario, bisogna investire per la salvezza della patria
anche le decorazioni dei templi! Soltanto Priamo tratten-
ga le proprie ricchezze, lui solo salvaguardi l’oro che ha
messo avanti ai propri concittadini, vegli pure su quegli
oggetti che sono stati saccheggiati insieme ad Elena: vedrà
come sfruttare al meglio le calamità della patria18! Siamo
ormai vinti dai nostri stessi mali!19».
410 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

3. Haec atque alia cum lacrimis disserente eo cuncti


simul gemitum edunt, tendentes ad caelum manus
annuere, tot adversis rebus Priamum singuli vel inter se
omnes finem miseriarum deprecantes, ad postremum
uno ore patriam redimendam clamant. In quis Priamus
dilanians caput fletu quam miserabili non solum iam se
ait odio dis, verum suis hostem effectum, quippe cui non
amicus antea, non propinquus, non denique civis inveniri
posset, qui aerumnis suis ingemesceret. Namque optasse
haec non nunc demum, verum vivis Alexandro atque
Hectore agi coepta. Sed quoniam praeterita revocare nulli
concessum, praesentium habendam rationem spemque
futuris adhibendam. Se namque omnium, quae haberet,
ad redemptionem patriae potestatem dare. Quam rem
Antenori agendam permittere. Ceterum se, quoniam odio
iam suis esset, abire e conspectu consentientem his, quae
inter se decernerent.

4. Tum separato rege placet, uti Antenor ad Graecos


redeat exploratum voluntatem certam adiunctusque ei, uti
voluerat, Aeneas. Ita composita re disceditur. Sed media
ferme nocte Helena clam ad Antenorem venit suspicans
LIBRO V 411

[Reazione di Priamo]

3. Mentre illustrava tra le lacrime queste e altre cose, tutti


quanti emettono in coro un lamento e si mostrano d’accor-
do levando le mani al cielo e implorando Priamo – indivi-
dualmente e collettivamente – perché dopo così tanti mali
ponesse fine alle avversità; infine chiedono gridando all’u-
nisono che la patria venga riscattata20. In questa circostan-
za Priamo, strappandosi i capelli e in un pianto alquanto
miserabile, non solo ritiene di essere odiato dagli dei ma
anche di essere divenuto un nemico per i suoi Troiani dal
momento che non si poteva trovare nessuno, né dei vecchi
amici né dei parenti né tantomeno un concittadino che
piangesse per le sue afflizioni. Infatti avrebbe voluto che
tali discorsi non fossero intrapresi soltanto ora, ma quando
erano ancora vivi Alessandro e Ettore. Ma poiché a nessu-
no è concesso di far rivivere il passato, si deve provvedere
al presente e sperare per il futuro. Pertanto consegnò tutto
ciò che era in suo possesso per salvare la patria ed affidò
la gestione di tale affare ad Antenore. Quindi, visto l’odio
dei concittadini nei suoi confronti, sparì dal loro cospetto,
deciso ad accettare tutto ciò che avrebbero deliberato tra
di loro21.

[Elena chiede ad Antenore di intercedere per lei]

4. Allontanatosi il re, allora si deliberò che Antenore ri-


tornasse dai Greci per capire le loro vere intenzioni, e che
Enea lo accompagnasse come lui stesso aveva desiderato22.
Così sistemata la faccenda, si scioglie l’adunata23.
Ma verso la mezzanotte Elena fa una visita clande-
stina ad Antenore perché sospettava che sarebbe stata
412 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

tradi se Menelao et ob id iram derelictae domus metuens.


Itaque eum orat, uti inter cetera sui quoque apud Graecos
commemorationem faceret ac pro se deprecaretur. Cete-
rum, ut cognitum est, post Alexandri interitum invisa ei
apud Troiam fuere omnia desideratusque ad suos reditus.
At lucis initio, quibus imperatum erat, ad naves veniunt,
decretum civium cunctis narrant. Itaque, cum quis antea,
ad confirmanda, quae tempus monebat, secedunt. Ibi
cum multa de republica ac summa rerum dissererent,
voluntatem quoque Helenae docent veniamque orant et
ad postremum confirmant inter se proditionis pactionem.
Dein ubi tempus visum est, cum Ulixe et Diomede ad
Troiam veniunt cohibito Aiace ab Aenea, scilicet ne qua
insidiis opprimeretur talis vir, quem solum barbari non
secus quam Achillem metuebant. Igitur postquam duces
Graeci in civitate conspecti sunt, cuncti cives tollunt
spe animos existimantes finem belli atque discordiarum.
Itaque propere senatus habitus, ubi nostris praesentibus
decernitur primum omnium Antimachum ex omni
Phrygia exulandum, scilicet auctorem tanti mali. Dein
super condicione pacis tractari coeptum.
LIBRO V 413

riconsegnata a Menelao e temeva pertanto l’ira suscitata


dalla circostanza di aver abbandonato la propria casa.
Pertanto lo prega di ricordare ai Greci anche lei tra le
altre cose e di intercedere per la sua salvezza24: d’altro
canto, come si sapeva, successivamente alla morte di
Alessandro detestava ogni cosa di Troia e desiderava
tornare dai suoi25.

[Primo incontro dei negoziati di pace]


Sul fare del giorno, quando cioè era stato stabilito, i due
eroi si presentano alle navi e riferiscono a tutti la deci-
sione dei concittadini; dunque si appartano con gli stes-
si interlocutori di prima26 per discutere delle azioni che
le circostanze richiedevano. In tale occasione, dopo aver
dibattuto molti punti sulla città27 e sulla situazione gene-
rale, li informano anche della volontà di Elena e chiedono
perdono per lei; infine, concordano tra loro le modalità
di consegna della città. Poi, quando sembrò opportuno,
fanno ritorno a Troia insieme ad Ulisse e Diomede; ad
Aiace ciò fu impedito da Enea come se temesse che tale
eroe – il solo che i barbari temevano alla stregua di Achil-
le28 – potesse cadere vittima di un qualche agguato. Allo-
ra, dopo che i comandanti greci furono avvistati in città,
tutti i cittadini riempiono il cuore di speranza confidan-
do ormai nella fine delle ostilità e delle disgrazie. Quindi
l’assemblea fu convocata in fretta e lì, alla presenza dei
nostri, si decreta come prima cosa che Antimaco dovesse
essere bandito dall’intera Frigia in quanto responsabile di
una così grande disgrazia29. Poi si cominciò a trattare delle
condizioni di pace.
414 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

5. Inter quae repente strepitus ex Pergamo, ubi regia


Priamo erat, clamorque ingens editur. Qua re turbati,
qui in consilio erant, foras prosiliunt, credentes insidias
temptatas solito ab regulis; itaque in templum Minervae
propere concedunt. At paulo post ex his, qui ex arce
descenderant, cognoscitur Alexandri filios, quos ex
Helena susceperat, casu camerae extinctos. Hique erant
† Bunomus, Corythus atque Idaeus. Quare consilio dilato
duces nostri ad Antenorem abeunt ibique acceptis epulis
pernoctant. Praeterea cognoscunt ab Antenore editum
quondam oraculum Troianis maximo exitio civitati fore, si
Palladium, quod in templo Minervae esset, extra moenia
tolleretur. Namque id antiquissimum signum caelo lapsum,
qua tempestate Ilus templum Minervae extruens prope
summum fastigium pervenerat ibique inter opera, cum
necdum tegumen superpositum esset, sedem sui occupa-
visse; idque signum ligno fabrefactum esse. Hortantibus
dein nostris, uti secum ad ea omnia eniteretur, facturum
se, quae cuperent, respondit. Atque his praedicit publice
se in consilio super qualitate eorum, quae postulaturi
essent, exertius disserturum, scilicet ne qua suspicio sui
apud barbaros oriretur. Ita composito negotio cum luce
simul Antenor ac reliqui proceres ad Priamum vadunt,
nostri ad naves redeunt.
LIBRO V 415

[Morte dei figli di Elena. La profezia del Palladio]

5. In quel mentre si diffonde all’improvviso un gran clamo-


re e uno strepito si leva da Pergamo30, lì dove si trovava la
reggia di Priamo. Turbati da questo accadimento, quelli che
erano nel consiglio si riversano in strada, credendo si trat-
tasse di uno di quegli attentati orditi solitamente dai prin-
cipi, e si recano correndo al tempio di Minerva31. Ma poco
dopo si viene a sapere da quelli che di corsa erano scesi dal-
la rocca che i figli di Alessandro, quelli che aveva avuto da
Elena, erano morti per il crollo del soffitto della loro stanza.
Si trattava di Bunomo, di Corito e di Ideo32. Dopo che per
questo fatto la seduta venne sospesa, i nostri comandanti si
recano a casa di Antenore e, una volta cenato, si fermano lì
per la notte. Inoltre, apprendono da Antenore dell’esistenza
di un certo oracolo che riguardava i Troiani: la città sarebbe
andata incontro alla più totale rovina se il Palladio che era
conservato nel tempio di Minerva, fosse stato portato fuori
dalla cinta muraria33. Si trattava appunto di un’antichissima
statua caduta dal cielo proprio quando Ilio era giunto quasi
alla sommità del tempio che stava edificando per Minerva
e, dal momento che non era stato ancora realizzato il tetto,
aveva trovato la propria collocazione nel mezzo della co-
struzione34. La statua era realizzata in legno35. Dal momento
che i nostri lo pressavano perché collaborasse con loro per
impadronirsi di quell’oggetto, Antenore rispose che avreb-
be fatto ciò che desideravano. E inoltre anticipò loro che in
consiglio avrebbe parlato apertamente e con grande energia
contro il contenuto delle proposte che loro avevano formu-
lato così da non far nascere nei barbari un sospetto nei pro-
pri confronti36. Sistemata così la questione, alle prime luci
del giorno Antenore e gli altri notabili fanno visita a Priamo
mentre i nostri ritornano alle navi.
416 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

6. Dein, ubi iusta pueris facta sunt, post diem tertium


Idaeus supradictos duces accitum venit. Quis praesentibus
Panthus ceterique, quorum consilium praevalebat, multa
disserere atque docere ea, quae antea gesta essent temere
et inconsulta, non per se, quippe qui contempti disiectique
ab regulis arbitrio alieno agerent. Ceterum quod arma
adversus Graecos tulissent, non sponte factum, namque
qui sub imperio alieno agerent, expectandum his atque
exsequendum esse nutum eius, qui teneat. Ob quae
dignum esse Graecos data venia consulere eis, qui semper
auctores pacis fuerint. Ceterum a Troianis ob male consulta
satis poenarum exactum. Dein multo hinc atque inde
habito sermone ad postremum de modo praemiorum agi
coeptum. Tum Diomedes quinque milia talentorum auri
ac totidem argenti optat, praeterea tritici centena milia;
eaque per annos decem. Tum silentio habito a cunctis
Antenor non Graecorum more agere eos adversum se
ait, sed barbaro, namque quod impossibilia postularent,
palam fieri praetextu pacis bellum eos instruere. Ceterum
auri tantum atque argenti ne tum quidem, priusquam in
auxilia conducta dilaceraretur, civitati fuisse. Quod si
permanere in eadem avaritia vellent, superesse Troianis,
uti clausis portis incensisque intus deorum aedificiis ad
postremum idem sibi cum patria exitium peterent. Contra
Diomedes: «Non civitatem vestram consideratum Argis
venimus, verum adversum vos dimicaturi. Quocirca, siue
LIBRO V 417

[Secondo incontro dei negoziati di pace]

6. Dopo tre giorni da quando si erano concluse le esequie di


quei ragazzi37, Ideo viene ad annunciare l’arrivo dei suddet-
ti capi38. Alla loro presenza, Panto39 ed altri, dei quali era ri-
conosciuta l’avvedutezza, discussero di molte cose e spiega-
rono che ciò che si era verificato fino ad allora era stato fatto
con avventatezza, senza un disegno preciso e non per loro
volontà dal momento che, spregiati e divisi dai principi, ave-
vano agito secondo il desiderio altrui40. Non avevano preso
le armi contro i Greci spontaneamente: infatti chi vive agli
ordini di qualcuno deve attenersi alle disposizioni ed ese-
guire la volontà di chi è al comando. Per tali ragioni era giu-
sto che i Greci, concessa la pace, perdonassero coloro che
erano stati da sempre sostenitori della pace41. D’altra parte
i Troiani avevano già sofferto molte pene a causa di errate
decisioni42. Quindi, dopo che il discorso ebbe toccato molti
e diversi argomenti, si cominciò infine a trattare su come
pagare il riscatto. Allora Diomede si dichiara favorevole alla
somma di cinquemila talenti d’oro ed altrettanti d’argento,
oltre a centomila misure di grano: il tutto versabile in die-
ci anni43. Tutti quindi rimasero in silenzio. Antenore disse
loro apertamente che non si stavano comportando da Gre-
ci bensì da barbari44 e, chiedendo cose impossibili, sotto il
pretesto della pace creavano in maniera chiara presupposti
per la guerra. La città non aveva una tale quantità di oro e di
argento, neppure prima delle spese per ingaggiare i rinforzi
alleati45. Nel caso avessero voluto continuare con una siffat-
ta cupidigia, ai Troiani non sarebbe rimasto altro che atten-
dere alla fine la propria distruzione con quella della patria,
dopo aver serrato le porte e dato fuoco ai santuari cittadi-
ni46. Risponde Diomede47: «Non siamo giunti da Argo48 per
prenderci cura della vostra città ma per combattere contro
418 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

etiam nunc bellare in animo est, parati Graeci, sive, ut


ais, igni dabitis Ilium, non prohibebimus, quippe Graecis
affectis iniuria ulcisci hostes suos finis est». Tum Panthus
in proximum diem veniam deliberandi orat. Ita nostri ad
Antenorem abeunt atque inde in aedem Minervae.

7. Interim cognoscitur in apparatu rerum divinarum


portentum ingens, namque aris composita sacrorum
consueta, mox subiectus ignis non comprehendere neque
consumere, uti antea, sed aspernari. Qua re turbati
populares, simul uti fidem nuntii noscerent, ad aram
Apollinis confluunt. Atque ibi superpositis extorum
partibus ubi flamma admota est, repente cuncta, quae
inerant, disturbata ad terram decidunt. Quo spectaculo
perculsis atque attonitis omnibus subito avis aquila stridore
magno immittit sese atque extorum partem eripit moxque
supervolans ad naves Graecorum pergit, ibique raptum
omittit. Id vero barbari non iam leve aut in obscuro,
sed palam perniciosum credere. Interim Diomedes cum
Ulixe dissimulantes, quae gerebantur, obambulare in foro
circumspicientes laudantesque praeclara operum civitatis
eius. At apud naves auspicio tali monitis omnium animis
Calchas, uti bonum animum gererent, hortatur, brevi
quippe dominos fore eorum, quae apud Troiam essent.
LIBRO V 419

di voi! Di conseguenza se ora avete intenzione di battervi,


i Greci sono pronti; altrimenti, se come dici darete fuoco
ad Ilio, non ci opporremo: poiché per dei Greci che, come
noi, hanno subito un’ingiustizia, il fine è la vendetta sui ne-
mici». Allora Panto chiede il permesso di procrastinare la
discussione al giorno successivo. Così i nostri si recano da
Antenore, e di lì al tempio di Minerva.

[Infausti presagi per Troia]

7. Nel frattempo si viene a conoscenza di un grande pro-


digio durante l’allestimento dei sacrifici religiosi: infatti il
fuoco prontamente acceso non avvolgeva né consumava
le vittime rituali disposte sugli altari – come sempre pri-
ma di allora – ma se ne teneva lontano. Turbati da questo
avvenimento, i cittadini si precipitano all’ara di Apollo49
per sapere se fosse vero ciò che viene loro raccontato. E
non appena viene portata la fiamma sulle parti di interiora
accatastate lì sopra, tutte le offerte presenti cadono im-
provvisamente a terra sconquassate50. Proprio quando tut-
ti erano stati sconvolti da questa visione ed erano rimasti
attoniti51, ecco che un’aquila piomba all’improvviso e con
grande stridore, strappa una parte di interiora, si dirige
in volo verso le navi dei Greci dove lascia cadere la sua
preda52. I barbari non ritennero certo l’episodio di poco
conto o di oscuro valore ma lo considerarono chiaramen-
te un segno catastrofico53. Celando le proprie intenzioni54,
Diomede e Ulisse intanto passeggiavano per il foro osser-
vando e lodando le meraviglie dell’architettura di quella
città. Tuttavia, alle navi, Calcante esortava all’ottimismo
gli animi eccitati da un tale prodigio: in breve tempo sa-
rebbero stati padroni di ciò che si trovava a Troia55.
420 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

8. Ceterum Hecuba re cognita placatum deos egreditur


ac praecipue Minervam atque Apollinem, quis cum dona
multa, tum victimas opimas admovet. Sed in adolendo,
quae sacra aris reddebantur, eodem modo restingui ignes
ac repente interire visi. Inter quae tam sollicita Cassandra
deo plena victimas ad Hectoris tumulum transferri
imperat, deos quippe aspernari iam sacrificia indignatos
ob commissum paulo ante scelus in Apollinem. Ita tauris,
qui immolati erant, ad rogum Hectoris, sicuti imperabatur,
adportatis moxque igni subiecto, consumuntur cuncta.
Inde, ubi iam vesperarat, domum discessum. Atque eadem
nocte Antenor clam in templum Minervae venit. Ibi multis
precibus vi mixtis Theano, quae ei templo sacerdos erat,
persuasit, ut Palladium sibi traderet, habituram namque
magna eius rei praemia. Ita perfecto negotio ad nostros
venit hisque promissum offert, verum id Graeci obvolutum
bene, quo ne intellegi a quoquam posset, vehiculo ad
tentoria Ulixis per necessarios fidosque suos remittunt. At
lucis principio postquam senatus coactus et nostri ingressi
sunt, Antenor veluti iracundiam Graecorum metuens
veniam eorum orare, quae adversum eos pro patria
exertius disseruisset. Dein Ulixes: non se his moveri neque
indignari, sed quod finis in tractando non adhiberetur,
LIBRO V 421

856. Informata dei fatti, Ecuba esce per placare gli dei, so-
prattutto Minerva ed Apollo ai quali porta molti doni e
sacrifica splendide vittime57. Ma allo stesso modo, nel bru-
ciare le offerte consacrate che erano state disposte sugli
altari, le fiamme sembrano affievolirsi e spegnersi veloce-
mente. Nel corso di eventi così preoccupanti Cassandra,
invasata da un dio, ordina di spostare le vittime al tumulo
di Ettore dal momento che gli dei indignati disprezzava-
no i sacrifici per il crimine commesso poco prima contro
Apollo58. E così come era stato comandato, quando i tori
immolati furono trasportati alla tomba di Ettore, tutto si
consuma velocemente una volta acceso il fuoco.

[Il ratto del Palladio]


Quindi, siccome si era già sul far della sera, ognuno rientra
a casa. Ma in quella stessa notte Antenore si recò di nasco-
sto al tempio di Minerva e lì, con molte preghiere e pre-
potenze, convinse la sacerdotessa di quel tempio, Teano59,
a consegnargli il Palladio con la promessa che avrebbe ot-
tenuto una grande ricompensa per quell’azione60. Portata
a termine l’impresa, egli torna dai nostri e gli offre quanto
promesso; dopo aver ben coperto la statua cosicché nessu-
no potesse riconoscerla, i Greci la inviano su un carro alle
tende di Ulisse attraverso suoi uomini fidati61.

[Terzo e conclusivo incontro dei negoziati di pace]


Alle prime luci dell’alba, dopo che il consiglio si fu riunito
e che i nostri furono entrati, Antenore chiede perdono ai
Greci per aver parlato con grande irruenza contro di loro
nella difesa della sua patria, come temesse la loro collera.
Poi fu il turno di Ulisse: egli non si è impressionato né adi-
rato per tali parole ma solo perché quelle creavano ostacoli
422 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

maxime cum opportunum ad navigandum tempus brevi


praetervolet. Tum multo invicem habito sermone ad
postremum binis milibus talentorum auri atque argenti
rem decidunt. Quod uti ad suos referrent, Graeci ad
naves abeunt. Ibi conductis ducibus cuncta dicta gestaque
exponunt. Palladium ablatum per Antenorem docent.
Dein ex omnium sententia reliquus miles rem cognoscit.

9. Ob quae placet universis mitti Minervae donum quam


honoratissimum. Tum accitus ad eam rem Helenus
cuncta, quae clam se gesta erant, ac si praesens adfuisset,
ordine exponit additque finem iam advenisse Troianarum
rerum, quippe quo maxime sustentaretur summa civitatis
eius, Palladium fuisse; quo ablato exitium ingruere.
Ceterum donum Minervae fatale Troianis esse, equum
ligno fabrefactum forma ingenti, cuius magnitudine muri
solvendi essent, adnitente atque administro Antenore.
Dein recordatus parentem Priamum residuosque fratres
fletum edit miserabilem, consternatus per dolorem
atque obstupefactus ruit. Tum Pyrrhus collectum eum
refectumque animi ad se deducit custodesque addit veritus,
ne qua per eum hostibus, quae gesta erant, patefierent.
Quod ubi Helenus persensit, Pyrrhum, uti bonum animum
gereret, hortatur, securum sui secretorumque; namque se
cum eo etiam post patriae excidium multis tempestatibus
LIBRO V 423

alla conclusione delle trattative... tanto più che a breve la


stagione adatta alla navigazione sarebbe volata via! Allora
rianimata dalle due parti la discussione, ci si accorda alla
fine per la somma di duemila talenti d’oro e una quantità
pari d’argento62. I Greci fanno ritorno alle navi per riferire
la cosa ai compagni. Riuniti lì i comandanti, espongono
tutto ciò che era stato detto e fatto: li informano che il Pal-
ladio è stato sottratto da Antenore. Quindi, per decisione
unanime, anche il resto della truppa è informato dei fatti.

[La costruzione del cavallo]

9. Per queste ragioni tutti stabiliscono di inviare a Minerva


il più splendido dono possibile. Mandato a chiamare per
tal fine, Eleno espone in ordine tutto ciò che era stato fat-
to in sua assenza come se fosse stato presente e aggiunge
inoltre che era ormai arrivata la fine della potenza troiana
poiché il Palladio era il massimo sostegno della città: por-
tato via quello, incombeva la rovina63. D’altronde il dono
per Minerva sarebbe stato fatale per i Troiani: un cavallo64
in legno di enormi dimensioni, la cui grandezza sarebbe
stata la ragione – su proposta e pressione di Antenore –
dell’abbattimento delle mura65. Poi, ricordandosi di suo
padre Priamo e dei fratelli ancora in vita, il principe scop-
pia in un pianto miserevole e crolla a terra costernato e
stordito dal dolore66. Dopo averlo fatto alzare e ritorna-
re in sé, Pirro lo porta alla propria tenda e assegna delle
guardie alla sua custodia, temendo che attraverso di lui i
nemici potessero venire a conoscenza di ciò che era stato
escogitato. Non appena Eleno se ne rese conto, invita Pir-
ro a stare tranquillo e senza paura, per se stesso e per i loro
segreti: infatti, anche dopo la caduta di Troia, egli sarebbe
424 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

in Graecia moraturum. Itaque ut Heleno placuerat, multa


materies, quae apta huiusmodi fabricae videbatur, per
Epium atque Aiacem Oilei advecta.

10. Interim firmatores pactae pacis ad Troiam eunt decem


lecti duces, Diomedes, Ulixes, Idomeneus, Aiax Telamonius,
Nestor, Meriones, Thoas, Philocteta, Neoptolemus atque
Eumelus. Quos ubi in foro animadvertere populares,
laeti animos tollunt finem iam aerumnarum credentes.
Itaque singuli pluresve, uti quisque occurrerat, benigne
adeunt, salutant gratulantes atque exosculantur. Tum
Priamus pro Heleno orare Graecos multisque adhibitis
precibus commendare carissimum sibi et inter ceteros
dilectum magis propter prudentiam. Dein ubi tempus
visum est, convivium publice coeptum in honore ducum
adscitaeque pacis Antenore deserviente Graecis atque
omni modo benigne exhibente cuncta. At lucis initio senes
omnes in aedem Minervae conveniunt, in quis Antenor
refert missos a Graecis super conditionibus praedictae
pacis decem legatos viros. Quos ubi deduci in senatum
placuit et dextrae invicem datae atque acceptae sunt,
statuunt inter se, uti proximo die campi medio atque in
ore omnium aras statuant, in quis fidem pacis iurisiurandi
religionibus firmarent. Quis perfectis Diomedes atque
Ulixes iurare occipiunt permansuros se in eo, quod sibi
cum Antenore convenisset, testesque in eam rem Iovem
LIBRO V 425

restato con lui in Grecia per molti anni67. Dunque, come


aveva stabilito Eleno, Epeo ed Aiace Oileo trasportano i
molti materiali ritenuti adatti ad una siffatta opera68.

[Si sigla il trattato di pace]

10. Nel frattempo Diomede, Ulisse, Idomeneo, Aiace Te-


lamonio, Nestore, Merione, Thoante, Filottete, Neotto-
lemo ed Eumelo, i dieci comandanti scelti per firmare il
trattato di pace, si recano a Troia69. Non appena i cittadini
si accorsero della loro presenza nel foro, felici si ripresero
d’animo confidando ormai nella fine dei dolori70. Dunque,
singolarmente o a gruppi, non appena ne avevano incro-
ciato uno, si avvicinavano con gioia, lo salutavano e lo ba-
ciavano con gratitudine. Allora Priamo prega i Greci per
la salvezza di Eleno e con molte preghiere affida loro il
figlio che gli era carissimo e più amato fra tutti, soprattut-
to per la saggezza71. Quindi, quando giunse il momento,
in onore dei comandanti e della pace conclusa si diede
inizio ad un banchetto ufficiale durante il quale Antenore
serviva i Greci e si adoperava affinché tutto si svolgesse al
meglio sotto ogni aspetto. All’alba tutti gli anziani si riu-
niscono al tempio di Minerva72: a quelli Antenore illustra
che quei dieci ambasciatori erano stati inviati dai Greci
per ratificare le predette condizioni di pace. Non appena
fu deciso di farli entrare nell’assemblea e vennero strette
reciprocamente le destre, stabiliscono di comune accor-
do di allestire il giorno seguente al centro della piana, e
quindi visibili a tutti, gli altari sui quali sancire con sacri
giuramenti il trattato di pace. Una volta preparato il tutto,
Diomede e Ulisse73 per primi giurano che avrebbero man-
tenuto fede a ciò che era stato concordato con Antenore74
426 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

summum Terramque matrem, Solem, Lunam atque


Oceanum fore. Dein excisis in partes duas hostiis, quae ad
eam rem admotae erant, ita uti pars ad solem, residuum
ad naves spectaret, per medium transeunt. Dein Antenor
in eadem verba placitum confirmat. Ita perfecto negotio
ad suos quisque abeunt. Ceterum barbari Antenorem
summis efferre laudibus, advenientem singuli quasi deum
venerari, solum quippe omnium credere auctorem pacis
eius adscitaeque cum Graecis amicitiae. Ita sopito iam
exinde bello passim, uti quisque partium voluerat, nunc
Graeci cum Troianis rursusque hi apud naves amice agere.
Interim ubi foedus intervenerat, cuncti barbarorum socii,
qui bello residui erant, gratulantes interventu pacis ad
suos discedunt ne opperientes quidem praemia tantorum
discriminum atque aerumnarum, scilicet veriti, ne qua
pacti fides apud barbaros dissolveretur.

11. Interim apud naves, uti Heleno placuerat, equus


tabulatis extruitur per Epium fabricatorem eius operis.
Cui edito in immensum ima, quae sub pedibus erant,
rotis interpositis suspenderat, scilicet quo adtractu motus
facilius foret. Quem offerri donum Minervae maximum
omnium ore agitabatur. Ceterum apud Troiam auri
atque argenti praedictum pondus per Antenorem atque
LIBRO V 427

e che il sommo Giove, la madre Terra, il Sole, la Luna


e l’Oceano ne sarebbero stati testimoni. Dunque, tagliate
in due parti le vittime che erano state portate per questo
scopo e disposte l’una verso il sole e l’altra verso le navi,
vi passano in mezzo75. Poi Antenore conferma il patto con
le stesse parole. Concluso il rito, ognuno torna da dove
era venuto. I barbari esaltavano Antenore con grandissime
lodi76 e, quando si avvicinava, lo onoravano quasi come un
dio perché lo ritenevano tra tutti l’unico fautore di quel-
la pace e dell’amicizia sancita con i Greci. Così, chiuse le
ostilità da entrambi gli schieramenti come le parti avevano
stabilito, i Greci frequentavano ora amichevolmente gli
abitanti di Troia mentre questi ultimi si spingevano fino
alle navi77. Nel torno di tempo in cui l’accordo era stato
siglato, tutti gli alleati dei barbari che erano sopravvissu-
ti alla guerra78, felicitandosi per l’arrivo della pace, fanno
ritorno in patria senza nemmeno attendere la ricompensa
per un così grande impegno e per così tante sofferenze,
come se avessero paura che i barbari non avrebbero man-
tenuto fede al patto79.

[Il cavallo viene condotto in città]

1180. Nel frattempo presso le navi, come era stato stabilito


da Eleno, con tavole di legno il cavallo viene assemblato
da Epeo, il realizzatore dell’opera81. Una volta completato,
era di notevole altezza ed era stato collocato su ruote, fis-
sate poi sotto gli zoccoli, cosicché fosse più facile spostarlo
per trazione82. A detta di tutti si trattava della più gran-
de offerta votiva mai fatta a Minerva83. A Troia, invece,
nel tempio di Minerva, si stava accumulando la quantità
di oro e di argento pattuita con estrema attenzione e per
428 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

Aeneam summo studio in aedem Minervae portabatur. Et


Graeci, postquam auxilia sociorum dimissa cognitum est,
impensius pacem atque amicitiam agitavere nullo exinde
barbarorum interfecto aut vulnerato, quo magis sine ulla
discordiarum suspicione apud hostes fuere. Dein equum
compactum adfabre confixumque ad muras movent
praenuntiato Troianis, uti cum religione susciperent,
Minervae scilicet sacrum dicatumque. Quare magna
vis hominum portis egressa summa laetitia sacrificioque
donum excipit attrahitque propius moenia. Sed postquam
magnitudine operis impediri per portas ingressum
animadvertere, consilium destruendorum desuper muro-
rum capiunt, neque quisquam secus prae tali studio
decernebat. Ita inviolatum multis tempestatibus murorum
opus Neptunique, ut perhibebatur, atque Apollinis maxima
monumenta nullo dilectu civium manibus dissolvuntur.
Sed postquam maior pars operis deiecta est, consulto a
Graecis intercessum, confirmantibus non se passuros
intra moenia induci equum, priusquam praedictum auri
atque argenti pondus susceperint. Ita intermisso opere
semirutisque moenibus Ulixes cunctos civitatis Troianae
artifices ad reficiendas naves conducit. Composita dein
universa classe, ubi cuncta navigia instructa et praemium
persolutum est, iubent nostri peragere incepta. Itaque
destructa murorum parte cum ioco lasciviaque induxere
equum feminis inter se atque viris certatim adtrahere
festinantibus.
LIBRO V 429

mezzo dello zelo di Antenore ed Enea84. E i Greci, venuti


a conoscenza della partenza delle truppe degli alleati, si
compiacquero della pace e dell’amicizia con grandissimo
entusiasmo, senza più uccidere né ferire alcuno dei barba-
ri così da non fornire ai nemici il pretesto per sospettare
una loro ribellione. Quindi spingono fin sotto le mura il
cavallo, portato a termine e rifinito con grande maestria,
avendo già chiesto ai Troiani di accoglierlo con la massi-
ma devozione in quanto oggetto consacrato per dedica a
Minerva85. Pertanto una moltitudine di uomini uscita dalle
porte riceve il dono con grande letizia e sacrifici e lo trasci-
na più vicino alle mura. Ma poiché tutti si erano resi conto
che era impossibile far passare il manufatto attraverso le
porte a causa della mole, prendono la decisione di abbat-
tere completamente un tratto di mura. Nessuno esprimeva
pareri contrari in merito a tale deliberazione. Così le mura
inviolate per così tanti secoli86, magnifica opera monumen-
tale di Nettuno – come si racconta – e di Apollo87, vengo-
no sbriciolate senza alcun rispetto dalle mani degli stessi
cittadini. Ma allorché la maggior parte della costruzione
era stata abbattuta, fu imposta dai Greci un’interruzione
dei lavori: infatti non avrebbero loro permesso di portare
il cavallo all’interno delle mura prima di aver percepito la
quantità d’oro e d’argento prestabilita88. Arrestate così le
attività e abbattute parzialmente le mura, Ulisse conduce
tutti i carpentieri della città di Troia a fare la manutenzio-
ne delle navi89. Riparata quindi l’intera flotta, non appena
tutte le imbarcazioni furono equipaggiate e il riscatto fu
saldato, i nostri ordinano di terminare quanto era stato co-
minciato. Quando il tratto di mura fu distrutto, il cavallo
fu trainato all’interno con gioia e spensieratezza da donne
e uomini che rivaleggiavano tra di loro per ardore.
430 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

12. Interim Graeci, ubi cuncta navibus imposita sunt,


incensis omnium tabernaculis ad Sigeum secedunt, ibique
noctem opperiuntur. Fessis dein multo vino atque somno
barbaris, quae utraque per laetitiam securitatemque
pacis intervenerant, multo silentio ad civitatem navigant,
servantes signum, quod igni elato Sinon ad eam rem clam
positus sustulerat. Moxque omnes postquam intravere
moenia divisis inter se civitatis locis, ubi signum datum est,
magna vi caedere eos, quos fors obiecerat, atque obtruncare
passim per domos atque vias, loca sacra profanaque et,
si qui persenserant, priusquam armare se aut aliud pro
salute capere quirent, opprimere. Prorsus nulla requies
stragis atque funerum, cum palam et in ore suorum liberi
parentesque magno inspectantium gemitu necarentur
moxque ipsi, qui spectaculo carissimorum corporum
interfuerant, miserandum in modum interirent. Neque
segnius per totam urbem incendiis gestum positis prius
defensoribus ad domum Aeneae atque Antenoris. Interim
Priamus re cognita ad aram Iovis anteaedificialis confugit,
multique ex eo loco ad reliqua deorum templa, in quis
LIBRO V 431

[La caduta di Troia]

12. Nel frattempo i Greci, non appena tutti i loro averi


furono caricati sulle navi, danno fuoco alle loro tende, si
ritirano al capo Sigeo90 e lì attendono la notte. Una volta
che i barbari furono sfiniti dal molto vino e dal sonno –
entrambe conseguenze del rilassamento e della sicurezza
della pace91 –, i Greci salpano molto silenziosamente verso
la città tenendo d’occhio il segnale che, con una torcia ac-
cesa, Sinone aveva discretamente collocato in una posizio-
ne sopraelevata per servire allo scopo92. E subito dopo che
tutti entrarono all’interno della cinta muraria e si divisero
tra loro i settori della città, al segnale stabilito fecero stra-
ge con grande violenza di quelli che il caso gli aveva fatto
trovare davanti. Dappertutto compivano massacri: nelle
case, nelle strade, nei luoghi sacri e in quelli profani. E
qualora qualcuno si fosse reso conto degli eventi, lo ucci-
devano prima che potesse armarsi o afferrare qualcosa per
difendersi. Per di più non ci fu alcuna tregua alla strage
e alle uccisioni. Nemmeno quando, crudamente e sotto
lo sguardo dei propri cari, figli e genitori venivano uccisi
tra i profondi lamenti di coloro che guardavano; subito
dopo, anche coloro che erano stati presenti al massacro di
quegli amatissimi corpi trovavano la morte in una manie-
ra miserevole93. Non meno alacremente si procedette ad
appiccare incendi in ogni parte della città, ma solo dopo
aver collocato delle guardie a difesa delle dimore di Enea
e di Antenore94.

[Destino di Priamo, Deifobo e Cassandra]


Priamo nel frattempo, resosi conto della situazione, si pre-
cipita all’altare di Giove che si trovava davanti al suo pa-
432 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

Cassandra in aedem Minervae. Sed postquam universos,


qui in manus venerant, foede atque inultos obtruncavere,
occipiente luce domum, in qua Helena erat, adgrediuntur.
Ibi Menelaus Deiphobum, quem post Alexandri interitum
Helenae matrimonium intercepisse supra docuimus,
exsectis primo auribus brachiisque ablatis deinde naribus
ad postremum truncatum omni ex parte foedatumque
summo cruciatu necat. Dein Priamum Neoptolemus sine
ullo aetatis atque honoris dilectu retinentem utraque
manu aram iugulat. Ceterum Cassandram Oilei Aiax e
sacro Minervae captivam abstrahit.

13. Hoc modo consumptis cum civitate barbaris,


deliberatio inita super his, qui ab deorum aris auxilium
vitae imploraverant decretumque ab omnibus, uti per vim
avulsi necarentur: tantus dolor iniuriae et ob id studium
extinguendi Troiani nominis incesserat. Ita comprehensi,
qui cruciatum praedictae noctis subterfugerant, tre-
pidantes ac vice pecorum interficiuntur. Dein more belli
per templa ac semiustas domos populatio rerum omnium
et per dies plurimos, ne quis hostium evaderet, studium in
requirendo. Interim ad coacervandum auri atque argenti
materiam opportuna loca destinantur et alia ob pretiosam
LIBRO V 433

lazzo95; molti altri si erano spostati dalla reggia verso gli al-
tri templi degli dei: tra questi, Cassandra si rifugiò in quel-
lo dedicato a Minerva96. Ma, sul far del giorno, dopo che
ebbero sterminato orribilmente tutti quelli che gli erano
capitati sotto mano senza che nessuno potesse vendicar-
li97, i Greci fanno irruzione nella casa in cui c’era Elena. Lì
Menelao uccide tra grandissimi tormenti Deifobo98 (di cui
abbiamo precedentemente ricordato il matrimonio con
Elena, dopo la scomparsa di Alessandro99): dopo avergli
reciso prima le orecchie, poi le braccia e il naso, fu massa-
crato e dilaniato in ogni parte del corpo100. Quindi, sen-
za alcun rispetto per l’età ed il rango, Neottolemo sgozza
Priamo mentre costui si aggrappava con entrambe le mani
all’altare. Quanto a Cassandra, Aiace d’Oileo la porta via
dal sacello di Minerva come prigioniera101.

[Stragi e saccheggi a Troia]

13. Eliminati in questo modo i barbari insieme con la cit-


tà , si aprì la discussione in merito a quelli che avevano
implorato protezione presso gli altari degli dei e si decise
all’unanimità di prenderli con la forza e di metterli a mor-
te: il dolore dell’affronto era stato tanto grande e, per tale
motivo, era sorto il desiderio di far sparire il nome stesso di
Troia103. Catturati in questo modo, quelli che erano scam-
pati ai tormenti della notte sono uccisi tremanti di paura,
come bestiame104. Poi, come si è soliti fare in guerra, nei
templi e nelle case consumate a metà dalle fiamme si fece
saccheggio di ogni cosa e per parecchi giorni ci si adoperò
nelle ricerche affinché nessun nemico si salvasse105. Intan-
to spazi adeguati sono destinati all’accumulo degli oggetti
in oro e in argento, altri alle vesti preziose.
434 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

vestem. Igitur ubi satias Troiani sanguinis tenuit et urbs


incendiis complanata est, initium solvendae per praedam
militiae capiunt, primo a feminis captivis puerisque adhuc
imbellibus. Itaque ex his prima omnium Helena sine
sorte Menelao conceditur, dein Polyxena suadente Ulixe
per Neoptelemum Achilli inferias missa, Agamemnoni
Cassandra datur, postquam forma eius captus, quin palam
desiderium fateretur, dissimulare nequiverat, Aethram
et Clymenam Demophoon atque Acamas habuere.
Reliquarum sors agi coepta atque ita Neoptolemo
Andromacha adiunctis, postquam id evenerat, filiis eius
in honorem tanti ducis, Ulixi Hecuba obvenere. Hactenus
nobilium feminarum cessere servitia. Alii, ut quemque
sors contigerat, praedam aut ex captivis, quantum pro
merito distribuebatur, habuere.

14. Interim super Palladio ingens certamen inter se


ducibus exortum Aiace Telamonis expostulante in munus
sibi pro his, quae in singulos universosque virtute atque
industria sua contulerat. Qua re coacti paene omnes, simul
uti ne laederetur animus tanti viri, cuius praeclara facinora
vigiliasque pro exercitu in animo retinebant, concedunt
Aiaci renitentibus solis omnium Diomede atque Ulixe
LIBRO V 435

[La distribuzione dei prigionieri]


Dunque quando furono sazi del sangue troiano e la città
fu spianata dagli incendi106, iniziano a congedare gli effet-
tivi con il bottino, cominciando prima dalle prigioniere e
dai fanciulli ancora inermi. Fra loro, prima di tutti, Elena
è assegnata a Menelao senza sorteggio107, poi Polissena –
su consiglio di Ulisse108 – è inviata ad Achille negli Inferi
per mano di Neottolemo109; Cassandra è destinata ad Aga-
mennone che, catturato dalla bellezza di lei, non aveva po-
tuto esimersi dal manifestare palesemente tale desiderio.
Demofonte e Acamante ebbero Aethra e Climene110. Delle
altre si cominciò a tirare a sorte: così a Neottolemo tocca-
rono Andromaca e i figli di lei che gli vennero assegnati
dopo che era stato già effettuato il sorteggio in conside-
razione del valore di un così grande condottiero111; Ulisse
ebbe Ecuba. A questo punto cominciò la schiavitù delle
donne dell’aristocrazia troiana. In accordo con quello che
la sorte aveva stabilito, gli altri ebbero bottino o schiavi,
distribuiti secondo il merito di ciascuno.

[Contesa per il Palladio tra Aiace ed Ulisse]

14. Nel frattempo scoppiò tra i comandanti un'accesa


contesa per il Palladio112 poiché Aiace Telamonio lo chie-
deva per sé in dono a fronte di ciò che era stato compiuto
per i singoli e per tutta la collettività grazie alla sua virtù
e alla sua caparbietà. Quasi tutti si sentivano obbligati a
non recare offesa all’animo di un così valente eroe e, dal
momento che custodivano nel cuore le celebri imprese e i
sacrifici di quell’uomo per la salvezza dell’esercito, lo con-
cedono ad Aiace. Fra tutti solamente Diomede ed Ulisse113
436 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

sua quippe opera insinuantibus id ablatum. Contra Aiax


adfirmare non labore aut virtute eorum rem gestam,
Antenorem namque contemplatione communis amicitiae
abstulisse. Tum Diomedes honori eius per verecundiam
concedens a certamine destitit. Igitur Ulixes cum Aiace
summa vi contendere inter se atque invicem industriae
meritis expostulare adnitentibus Ulixi Menelao atque
Agamemnone ob servatam paulo ante opera eius Helenam.
Namque post captum Ilium Aiax recordatus eorum, quae
tantis tempestatibus propter mulierem experti perpessique
essent, primus omnium interfici eam iusserat. Iamque
adprobantibus consilium Aiacis multis bonis Menelaus
amorem coniugii etiam tunc retinens singulos ambiundo
orandoque ad postremum perfecerat, uti intercessu
Ulixis Helena incolumis sibi traderetur. Itaque uti iudicio
amborum merita expectantes, quis etiam nunc bellum in
manibus atque hostiles multae nationes circumstreperent,
nullo dilectu virorum fortium, spretisque Aiacis egregiis
facinoribus ac frumenti, quod ex Thracia advexerat, per
totum exercitum distributione Ulixi Palladium tradunt.

15. Quare cuncti duces, qui memores virtutum Aiacis nihil


praeferendum ei censuerant quique secuti gratiam Ulixi
LIBRO V 437

si mostrarono contrari, facendo presente che il Palladio


era stato sottratto grazie a loro. Al contrario, Aiace so-
steneva che l’impresa era stata portata a termine non per
l’intelligenza e la mano di quelli ma per il fatto che Ante-
nore aveva rubato il Palladio in nome della loro reciproca
amicizia. Allora Diomede rinuncia alla contesa, facendo
per rispetto un passo indietro davanti al prestigio di quel-
lo. Dunque Ulisse e Aiace si contendevano con estremo
impeto la preda e la esigevano per i meriti delle proprie
azioni. Menelao ed Agamennone si schierarono a favore
di Ulisse per il fatto che Elena era stata tratta in salvo poco
prima per suo intervento114. Dopo la presa di Ilio, infatti,
ricordandosi di quello che in così tante circostanze aveva-
no patito e sopportato per colpa di quella donna, Aiace
primo fra tutti aveva fatto pressioni per ucciderla e, pur se
molti valorosi già approvavano la proposta di Aiace, alla
fine Menelao, che conservava anche allora l’amore per la
sposa, dopo essersi avvicinato ad ognuno per pregarlo,
aveva ottenuto che Elena gli fosse consegnata incolume
proprio grazie all’intercessione di Ulisse.

[Il Palladio è attribuito ad Ulisse]


E dunque valutando come in un processo i meriti di en-
trambi, nonostante la guerra fosse ancora in corso115 e
molti popoli facessero sentire la propria voce ostile, senza
alcuna valutazione critica dei due eroi e con disprezzo per
le splendide imprese di Aiace e per la distribuzione all’in-
tero esercito del grano che costui aveva fatto arrivare dalla
Tracia116, consegnano il Palladio ad Ulisse117.

15. Per tale motivo tutti i comandanti si dividono in fazio-


ni secondo le proprie convinzioni: chi memore delle virtù
438 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

impugnaverant talem virum, studio in partes discedunt.


Interim Aiax indignatus et ob id victus dolore animi
palam atque in ore omnium vindictam se sanguine eorum
a quis impugnatus esset, exacturum denuntiat. Itaque ex
eo Ulixes, Agamemnon ac Menelaus custodiam sui augere
et quo tutiores essent, summa ope invigilare. At ubi nox
aderat, discedentes uno ore omnes lacerare utrumque
regem neque abstinere maledictis, quippe quis magis libido
desideriumque in femina quam summa militiae potiora
forent. At lucis principio Aiacem in medio exanimem
offendunt perquirentesque mortis genus animadvertere
ferro interfectum. Inde ortus per duces atque exercitum
tumultus ingens ac dein seditio brevi adulta, cum ante iam
Palamedem virum domi belloque prudentissimum nunc
Aiacem, inclitum tot egregiis pugnis, atque utrosque insidiis
eorum circumventos ingemescerent. Ob quae supradicti
reges veriti, ne qua vis ab exercitu pararetur, intus clausi
firmatique per necessarios manent. Interim Neoptolemus
advecta ligni materia Aiacem cremat reliquiasque urnae
aureae conditas in Rhoeteo sepeliendas procurat brevique
tumulum extructum consecrat in honorem tanti ducis.
LIBRO V 439

di Aiace aveva stabilito che nulla si dovesse porre davanti


a lui e chi aveva contestato quell’eroe così valoroso per
ottenere il favore di Ulisse. Nel frattempo, indignato e vin-
to nell’intimo dal dolore per questo fatto, Aiace dichiara
apertamente e alla presenza di tutti che si sarebbe vendi-
cato con il sangue di quelli dai quali era stato avversato. E
per questo motivo Ulisse, Agamennone e Menelao rinfor-
zarono la propria scorta e si preoccuparono per la propria
incolumità con ingenti mezzi. Non appena scesero le tene-
bre, mentre si allontanavano tutti quanti denigravano ad
una sola voce i due re, senza risparmiare le imprecazioni
dal momento che quelli avevano considerato la passione e
il desiderio per una donna più importanti dell’intera cam-
pagna militare.

[La morte misteriosa di Aiace]


Allora sul fare del giorno trovano Aiace esanime nel mez-
zo dell’accampamento e, ricercando la causa della morte,
si accorsero che era stato ucciso da un colpo di spada118.
Un grande tumulto scoppiò quindi tra i comandanti e l’e-
sercito e, nell’arco di un breve tempo, una vera e propria
ribellione poiché già prima avevano pianto Palamede,
uomo assai coscienzioso in tempo di pace e in tempo di
guerra, e ora si trovavano a piangere Aiace, illustre per
i combattimenti tanto straordinari: entrambi sopraffatti
dalle macchinazioni di quelli. Dunque, temendo che fosse
preparata dall’esercito qualche rappresaglia, i suddetti re
si barricano nelle tende con la protezione degli amici. Nel
frattempo, dopo aver trasportato del legname, Neottole-
mo si occupa della cremazione di Aiace, fa in modo che i
resti raccolti in un’urna d’oro fossero seppelliti al Reteo119
e consacra al sì valente condottiero il tumulo che in breve
440 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

Quae si ante captum Ilium accidere potuissent, profecto


magna ex parte promotae res hostium ac dubitatum de
summa rerum fuisset. Igitur Ulixes veritus vim offensi
exercitus clam Ismarum aufugit atque ita Palladium apud
Diomedem manet.

16. Ceterum post abscessum Ulixi Hecuba, quo servitium


morte solveret, multa ingerere maledicta imprecarique
infesta omina in exercitum. Qua re motus miles lapidus
obrutam eam necat sepulchrumque apud Abydum
statuitur appellatum Cynossema ob linguae protervam
impudentemque petulantiam. Per idem tempus Cassandra
deo repleta multa in Agamemnonem adversa praenuntiat:
insidias quippe ei ex occulto caedemque domi per suos
compositam; praeterea universo exercitui profectionem
ad suos incommodam exitialemque. Inter quae Antenor
cum suis Graecos orare, omitterent iras atque urgente
navigii tempore in commune consulant. Praeterea omnes
duces ad se epulatum deducit ibique singulos quam
maximis donis replet. Tunc Graeci Aeneae suadent,
secum uti in Graeciam naviget, ibi namque ei simile cum
LIBRO V 441

tempo aveva fatto costruire120. Se tali eventi si fossero ve-


rificati prima della caduta di Ilio, certamente la situazione
dei nemici sarebbe in gran parte migliorata e si sarebbe
dubitato addirittura dell’esito degli eventi. Dunque, te-
mendo la forza distruttiva di un esercito indignato, Ulisse
fugge in segreto a Ismaro121 e in questo modo il Palladio
resta a Diomede122.

[Infauste profezie sul ritorno dei Greci. Morte di Ecuba]

16. Dopo la partenza di Ulisse, Ecuba, desiderosa di met-


tere fine alla schiavitù con la morte, scaglia molte male-
dizioni e nelle preghiere invoca terribili sciagure sull’e-
sercito. Provocate da quelle parole, le truppe la uccidono
sommergendola di pietre e le innalzano presso Abido un
sepolcro, chiamato Cinossema in ricordo dell’esuberanza
insolente ed impudente della lingua di lei123. Allo stesso
tempo Cassandra, invasata dal dio124, annuncia molte av-
versità ad Agamennone (si tramavano segretamente delle
insidie contro di lui e a casa i suoi cari preparavano il suo
omicidio125) e inoltre un ritorno in patria gravoso e funesto
per tutto l’esercito.

[I preparativi della partenza dei Greci]


Tra questi avvenimenti Antenore, per sé ed i suoi uomini,
invita i Greci a mettere da parte la collera e a prendere del-
le decisioni in comune visto che il momento di salpare si
avvicinava126. Poi invita tutti i comandanti a mangiare alla
sua tenda e lì riempie ognuno di quanti più doni possibi-
le127. Allora i Greci consigliano ad Enea di prendere il lar-
go con loro per la Grecia: lì infatti avrebbe avuto le stesse
442 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

ceteris ducibus ius regnique eandem potestatem fore.


Neoptolemus filios Hectoris Heleno concedit, praeterea
reliqui duces auri atque argenti quantum singulis visum
est. Dein consilio habito decernitur, uti per triduum funus
Aiacis publice susciperetur. Itaque exactis his diebus
cuncti reges comam tumulo eius deponunt. Atque exin
contumeliis Agamemnonem fratremque agere eosque non
Atrei sed Plisthenidas et ob id ignobiles appellare. Quare
coacti, simul uti odium sui apud exercitum per absentiam
leniretur, orant, uti sibi abire e conspectu eorum sine
noxa concedant. Itaque consensu omnium primi navigant
deturbati expulsique ab ducibus. Ceterum Aiacis filii,
Aeantides Glauca genitus atque Eurysaces ex Tecmessa,
Teucro traditi.

17. Dein Graeci veriti, ne per moram interventu hiemis,


quae ingruebat, ab navigando excluderentur, deductas in
mare naves remigibus reliquisque nauticis instrumentis
complent. Atque ita cum his, quae singuli praeda
multorum annorum quaesiverant, discedunt. Aeneas apud
Troiam manet. Qui post Graecorum profectionem cunctos
ex Dardano atque ex proxima paene insula adit, orat,
uti secum Antenorem regno exigerent. Quae postquam
praeverso de se nuntio Antenori cognita sunt, regrediens
ad Troiam imperfecto negotio aditu prohibetur. Ita coactus
LIBRO V 443

prerogative degli altri comandanti e la loro stessa autorità .


Neottolemo concede ad Eleno i figli di Ettore129 mentre
gli altri comandanti gli attribuirono quanto oro e argento
sembrò opportuno ad ognuno. In seguito, tenutasi un’as-
semblea, si decide di celebrare per tre giorni i funerali so-
lenni di Aiace. Così, passati questi giorni, tutti quanti i re
depongono la propria chioma sulla tomba di lui130; quindi
ricoprono di insulti Agamennone e il fratello, li chiamano
figli non di Atreo ma di Plistene, e pertanto ignobili131.
Colpiti da quest’insulto ma anche per lenire l’odio dell’e-
sercito nei loro confronti con la loro partenza, chiedono il
permesso di congedarsi incolumi da lì. Dunque con l’ap-
provazione di tutti salpano per primi, espulsi e scacciati
dai comandanti132. Quanto ai figli di Aiace – Eantide, figlio
di Glauca, ed Eurisace, figlio di Tecmessa133 –, essi sono
affidati a Teucro134.

17. Quindi i Greci, temendo che con l’indugiare avrebbe-


ro perso l’occasione di mettersi in mare per l’arrivo immi-
nente dell’inverno135, mettono le navi in acqua e le riforni-
scono di remi e di tutti gli altri strumenti di navigazione. E
così partono, ognuno con il bottino che aveva accumulato
nei molti anni.

[Vicende di Enea e di Antenore]


Enea rimane a Troia136. Dopo la partenza dei Greci, si reca
da tutte le genti della stirpe di Dardano137 e della vicinissi-
ma penisola138 e li esorta a scacciare insieme a lui Antenore
dal regno. Ma dopo che ciò fu saputo da Antenore – che
era stato informato di ciò da un messaggero –, al suo ri-
torno e senza aver portato a termine la missione, ad Enea
fu precluso l’accesso in città139. Così, senza altra possibili-
444 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

cum omni patrimonio ab Troia navigat devenitque ad mare


Hadriaticum multas interim gentes barbaras praevectus.
Ibi cum his, qui secum navigaverant, civitatem condit
appellatam Corcyram Melaenam. Ceterum apud Troiam
postquam fama est Antenorem regno potitum, cuncti,
qui bello residui nocturnam civitatis cladem evaserant, ad
eum confluunt brevique ingens coalita multitudo. Tantus
amor erga Antenorem atque opinio sapientiae incesserat.
Fitque princeps amicitiae eius rex Cebrenorum Oenideus.

Haec ego Gnosius Dictys comes Idomenei conscripsi


oratione ea, quam maxime inter tam diversa loquendi
genera consequi ac comprehendere potui, litteris Punicis
ab Cadmo Danaoque traditis. Neque sit mirum cuiquam,
si quamvis Graeci omnes diverso tamen inter se sermone
agunt, cum ne nos quidem unius eiusdemque insulae
simili lingua sed varia permixtaque utamur. Igitur ea,
quae in bello evenere Graecis ac barbaris, cuncta sciens
perpessusque magna ex parte memoriae tradidi. De
Antenore eiusque regno quae audieram retuli. Nunc
reditum nostrorum narrare iuvat.
LIBRO V 445

tà, egli salpa da Troia con tutti i suoi averi e, dopo esser
passato per molti popoli barbari, giunge al mare Adriati-
co140. Lì insieme ai compagni con i quali aveva affrontato
la navigazione fonda una città chiamata Corcira Melena141.
D’altronde, dopo che a Troia si sparse la voce che Anteno-
re aveva preso il potere, tutti quelli che nel conflitto erano
scampati alla distruzione notturna della città si recano da
lui e in breve tempo un enorme numero di uomini si ra-
duna142: tanto grande era l’amore per Antenore e la fama
della sua saggezza143! Enideo, il re dei Cebreni, diviene il
primo tra i suoi amici144.

[Epilogo]
Io, Ditti di Cnosso, compagno di Idomeneo145, ho scritto
queste cose nella forma che ho potuto comprendere e pa-
droneggiare tra così tante e differenti lingue, nell’alfabeto
punico che ci è stato donato da Cadmo e Danao146. Che
nessuno si meravigli se i Greci, si esprimono tra di loro
ognuno in lingue diverse: neppure noi di una stessa iso-
la utilizziamo una sola lingua ma qualcosa di variegato e
composito! Dunque conoscendo tutto quello che durante
la guerra è capitato ai Greci e ai barbari e avendolo vissuto
in prima persona, in larga parte lo ho trasmesso a futura
memoria. Di Antenore e del suo regno ho riferito quanto
sono venuto a sapere147. Ora è il caso di narrare il ritorno
dei nostri148.
LIBER SEXTUS
LIBRO SESTO

Traduzione e note di Valentina Zanusso


1. Postquam impositis cunctis, quae singuli bello
quaesiverant, ascendere ipsi, solutis anchoralibus navigant.
Dein a puppi secundante vento paucis diebus pervenere
ad Aegaeum mare, ibi malta imbribus ventisque, et ob
id saeviente mari indigna experti passim, uti fors tulerat,
dispalantur. In quis Locrorum classis, perturbatis per
tempestatem officiis nautarum et inter se implicatis ad
postremum fulmine comminuta aut incensa est, et rex
Locrorum Aiax, postquam natando evadere naufragium
enisus est, aliique per noctem tabulis aut alio levamine
fluitantes, postquam ad Euboeam devenere, Choeradibus
scopulis appulsi pereunt. Eos namque re cognita Nauplius
ultum ire cupiens Palamedis necem, per noctem igni elato
ad ea loca deflectere tamquam ad portum, coegerat.

2. Per idem tempus Oeax Naupli filius, Palamedis frater


cognito Graecos ad suos remeare Argos venit, ibi Aegialen
atque Clytemestram falsis nuntiis adversum maritos armat
praedicto ducere eos secum ex Troia uxores praelatas his.
[Tempeste in mare disperdono la flotta; morte di Aiace;
inganno di Nauplio]1

1. Poi che, caricato sulle navi ciò che ciascuno aveva con-
quistato in guerra, vi salgono anch’essi, levate le ancore,
prendono il mare2. In seguito, con il vento a favore da
poppa, in pochi giorni, giungono nel mare Egeo, dove,
tra piogge e venti, subendo pertanto a più riprese molte
sciagure immeritate, nel mare in burrasca, come la sorte
aveva deciso, si disperdono. Tra costoro, la flotta locrese,
sconvolti e confusi tra loro i compiti dei marinai durante
la tempesta, viene infine fatta a pezzi e incendiata da un
fulmine, e il re dei Locresi Aiace3, dopo aver tentato di
scampare a nuoto il naufragio, e altri nella notte che si
mantenevano a galla con tavole o con altro fasciame, spinti
sugli scogli Cheradi4, periscono. Nauplio5, difatti, saputo
ciò, desideroso di vendicare l’uccisione di Palamede, agi-
tando del fuoco nella notte li aveva deviati verso quei luo-
ghi e li aveva spinti lì come fosse un porto6.

[Ritorni travagliati di altri eroi greci: Diomede, Agamen-


none, Menesteo, Demofonte e Acamante; Diomede salva
Eneo e torna in patria; ritorno di Idomeneo]

2. Nello stesso momento Eace7, figlio di Nauplio e fratello


di Palamede, saputo che i Greci tornavano dai loro fami-
liari, giunge ad Argo, dove, con false notizie, arma contro
i mariti Egialea e Clitemestra8, dicendo loro che essi por-
tavano con sé da Troia concubine a quelli sottratte. Ag-
450 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

Praeterea addere ea, quis mobile suasu natura muliebre


ingenium magis adversum suos incenderetur. Itaque
Aegiale advenientem Diomedem per cives aditu prohibet.
Clytemestra per Aegisthum adulterio sibi cognitum
Agamemnonem insidiis capit eumque interficit. Brevique
denupta adultero Erigonen ex eo edit. Interim Talthybius
Orestem Agamemnonis filium manibus Aegisthi ereptum
Idomeneo, qui apud Corinthum agebat, tradit. Eo
Diomedes expulsus regno et Teucrus prohibitus Salamina
a Telamone, scilicet quod fratrem insidiis circumventum
non defendisset, conveniunt. Interim Menestheus cum
Aethra Pitthei et Clymena filia eius ab Atheniensibus
recipitur, Demophoon atque Acamas foris manent.
Ceterum ubi plures eorum qui mare insidiasque suorum
evaserant, apud Corinthum fuere, cavent, uti iuncti
inter se singula aggrederentur regna belloque aditum ad
suos patefacerent. Eam rem Nestor prohibet suadens
temptandos prius civium animos neque committendum,
uti per seditionem Graecia omnis intestinis discordiis
corrumperetur. Neque multo post cognoscit Diomedes in
Aetolia ab his, qui per absentiam eius regnum infestabant,
Oeneum multimodis afflictari. Ob quae profectus ad ea
loca omnes, quos auctores iniuriae reppererat, interficit
metuque omnibus circum locis iniecto facile ab suis
receptus est. Inde per omnem Graeciam fama orta suos
quisque reges accipiunt summam in his, qui apud Troiam
bellaverant, virtutem, neque in resistendo cuiusquam
LIBRO VI 451

giungeva inoltre quanto potesse ancor di più infiammare


contro i mariti la mente femminile, per sua stessa natura
incline a lasciarsi persuadere9. Così Egialea, tramite i cit-
tadini, impedisce a Diomede, che stava tornando, di en-
trare in città . Clitemestra11, tramite Egisto12, guadagnato
alla propria causa con l’adulterio, prende Agamennone
nelle proprie trame13 e lo uccide. Sposata in breve tempo
all’adultero14, da lui partorisce Erigone15. Frattanto Tal-
tibio consegna Oreste16, figlio di Agamennone17, sottrat-
to alle mani di Egisto, a Idomeneo, che si trovava presso
Corinto18. Qui si radunano Diomede, espulso dal regno,
e Teucro, allontanato da Salamina da Telamone, poiché
non aveva vendicato il fratello travolto in agguato19. Frat-
tanto20 Menesteo21, con Etra, figlia di Pitteo, e Climene22,
sua figlia, viene accolto dagli Ateniesi, mentre Demofon-
te e Acamante23 rimangono fuori. Inoltre, molti di coloro
che avevano scampato il mare e le trame dei familiari24,
dopo essersi ritrovati a Corinto, stabiliscono di attaccare,
stretti in alleanza, i diversi regni, e aprono così la strada
della guerra ai propri familiari. Cosa che Nestore impedi-
sce convincendo a mettere prima alla prova gli animi dei
cittadini25, e a non fare in modo che, con una rivolta, tutta
la Grecia sia corrotta da discordie intestine. Non molto
tempo dopo, Diomede viene a sapere che in Etolia Eneo26
veniva maltrattato in diversi modi da coloro che, per la
sua assenza, ne devastavano il regno. Perciò, partito per
quei luoghi, uccide tutti coloro che aveva scoperto esse-
re responsabili delle offese e, diffuso il terrore in tutte le
regioni circostanti, viene infine accolto di buon grado dai
suoi27. Essendosene diffusa notizia in tutta la Grecia, cia-
scuno accoglie i propri re, considerando grande il corag-
gio in coloro che combatterono presso Troia e pensando
che nessuno avesse forze a sufficienza per opporre loro
452 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

vires idoneas existimantes. Ita nos quoque cum Idomeneo


rege Cretam patrium solum summa gratulatione civium
remeavimus.

3. Dein ubi Orestes transactis pueritiae annis officia viri


exsequi coepit, orat Idomeneum, uti secum ex ea insula
quam plurimos mitteret; cupere namque se Athenas
navigare. Itaque collecto numero eorum, quos idoneos
credebat, Athenas venit; ab his auxilium contra Aegisthum
orat. Dein ad oraculum adit responsumque fert, uti
matrem et cum ea Aegistum interficiat; ex quo fore, uti
regnum patrium reciperet. Huiusmodi numine armatus
cum praedicta manu ad Strophium venit. Is namque
Phocensis, cuius filia in matrimonium Aegisthi denupserat,
indignatus, quod spreto priore coniugio Clytemestram
superduxerit et regem omnium Agamemnonem insidiis
interfecerit, ultro ei auxilium adversum inimicissimos
obtulerat. Itaque conspirato inter se cum magna manu
Mycenas veniunt statimque, quod Aegisthus aberat,
primo Clytemestram interficiunt multosque alios, qui
resistere ausi erant. Dein cognito Aegisthum adventare,
insidias ponunt eumque circumveniunt. Inde per omnem
Argivorum populum dissensio animorum exorta, quod
diversa inter se cupientes ad postremum in partes
discederent. Per idem tempus Menelaus adpulsus Cretam
cuncta super Agamemnone regnoque eius cognoscit.
LIBRO VI 453

resistenza. Così anche noi, insieme ad Idomeneo, abbiamo


fatto ritorno al patrio suolo di Creta con grande gioia dei
cittadini28.

[Vendetta di Oreste; arrivo di Menelao a Creta e conclu-


sione delle vicende di Oreste]

3. In seguito quando Oreste, trascorsi gli anni della fan-


ciullezza, ha iniziato a perseguire i doveri di un uomo,
prega Idomeneo di inviare da quell’isola quanti più uomi-
ni possibili; desiderava infatti salpare per Atene. Perciò,
radunato un certo numero di uomini che credeva idonei,
giunge ad Atene e chiede aiuto a costoro contro Egisto.
Poi fa visita all’oracolo e ne riporta questo responso: uc-
cidere sua madre e, con essa, Egisto; grazie a ciò avrebbe
ottenuto il regno paterno. Armato di un tale nume, si reca
da Strofio con il suddetto manipolo. Difatti questo focese,
la cui figlia si era unita in matrimonio ad Egisto, indignato
poiché, ripudiata la prima unione, questi aveva risposa-
to Clitemestra e aveva ucciso a tradimento Agamennone,
sovrano assoluto, gli aveva offerto ulteriore aiuto contro i
suoi acerrimi nemici. Perciò, accordatisi sul da farsi, rag-
giungono Micene con un folto esercito e subito, dal mo-
mento che Egisto era assente, uccidono per prima Clite-
mestra e molti altri che avevano osato opporre resistenza.
Poi, saputo che Egisto tornava, lo uccidono tendendogli
un agguato. Insorse di qui discordia negli animi di tutti i
cittadini poiché, avendo pareri tra loro diversi, finiscono
per dividersi in fazioni. Nello stesso momento, Menelao,
approdato a Creta, viene a conoscenza di tutte le vicende
di Agamennone e del suo regno29.
454 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

4. Interea per omnem insulam, postquam cognitum


Helenam eo venisse, multi undique virile ac muliebre
secus confluunt advenientes dignoscere, cuius gratia orbis
paene omnis ad bellum conspiravisset. Ibi inter cetera
Menelaus perfert Teucrum expulsum patria civitatem
apud Cyprum Salamina nomine condidisse. Multa etiam
apud Aegyptum miranda refert et Canopi gubernatoris
sui, qui ibi morsu serpentium interierat, extructum
magnificum monumentum. Dein ubi tempus visum est,
Mycenas navigat. Ibi multa adversum Orestem molitur. Ad
postremum multitudine popularium cohibitus ab eo quod
coeperat negotio restitit. Inde placet cunctis Orestem
super eo facinore causam dicere apud Athenienses,
ubi Ariopagitarum iudicium severissimum per omnem
Graeciam memorabatur. Apud quos dicta causa iuvenis
absolvitur. Erigona quae ex Aegistho edita erat, ubi
fratrem absolutum intellegit, victa dolore immodico
laqueo interiit. Menestheus liberatum Orestem parricidii
crimine purgatumque more patrio cunctis remediis, quae
ad oblivionem huiusmodi facinoris adhiberi solita erant,
Mycenas remittit; ibique regnum ei concessum. Dein
transacto tempore accitu Idomenei Cretam venit neque
multo post Menelaus. Ibi multa in patruum severe per
eum ingesta, quod sibi per dissensionem popularium
multimodis periclitanti ipse etiam insidiatus esset. Ad
postremum intercessu Idomenei uterque conciliatus sibi
Lacedaemona discedit. Ibi Menelaus, sicuti convenerat,
Hermionam in matrimonium Oresti despondit.
LIBRO VI 455

4. Frattanto poi che si viene a sapere in tutta l’isola che


Elena era arrivata lì, in molti, maschi e femmine, vi si river-
sano per venire a contemplare per quale oggetto la quasi
totalità del mondo sia venuta a battaglia. Qui Menelao,
tra le altre cose, racconta che Teucro, espulso dalla patria,
aveva fondato presso Cipro una città di nome Salamina30.
Racconta anche molte cose stupefacenti sull’Egitto, e che
era stato edificato uno splendido monumento funebre in
onore del suo timoniere Canopo, morto per il morso di
un serpente31. Poi, quando gli sembra essere il momen-
to opportuno, salpa per Micene. Qui ordisce molte trame
contro Oreste. In ultimo, ostacolato dalla folla dei citta-
dini, desistette dal piano che aveva concepito. Dunque,
per volere di tutti, si decreta che Oreste debba pronun-
ciare un discorso su quel crimine, in propria difesa, da-
vanti agli Ateniesi, ove si tramanda vi fosse il tribunale de-
gli Areopagiti, il più severo di tutta la Grecia. Dopo aver
pronunciato il discorso al loro cospetto, il giovane viene
assolto; Erigone, che era nata da Egisto, quando viene a
conoscenza dell’assoluzione del fratello, vinta dal dolore,
si dà la morte con iniquo laccio32. Menesteo33 rispedisce
Oreste, liberato dall’accusa di parricidio e depurato con
tutti i rimedi previsti dal costume dei padri, che erano so-
litamente impiegati per cancellare un crimine di questo
genere, a Micene; qui gli viene affidato il regno. Poi, tra-
scorso del tempo, su invito di Idomeneo, giunge a Creta, e
poco dopo arriva anche Menelao. Lì Oreste scaglia molte
accuse contro lo zio paterno, poiché anche lui lo aveva
insidiato mentre era in pericolo in vari modi a causa del di-
saccordo del popolo. In ultimo i due, riconciliatisi per me-
diazione di Idomeneo, partono per Sparta. Qui Menelao,
come d’accordo, promette Ermione in sposa ad Oreste34.
456 DITTI, DIARIO DELLA GUERRA DI TROIA

5. Per idem tempus Ulixes Cretam appulsus est duabus


Phoenicum navibus mercedis pacto acceptis, namque suas
cum sociis atque omnibus, quae ex Troia habuerat, per
vim Telamonis amiserat scilicet infesti ob inlatam per eum
filio necem, vix ipse liberatus industria sui. Percontantique
Idomeneo, quibus ex causis in tantas miserias devenisset,
erroris initium narrare occipit: quo pacto appulsus
Ismarum mul