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Tomás Luís De Victoria

Responsori

L’INGIUSTIZIA E LA MISERICORDIA
Luigi Giussani
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Se avessimo ascoltato sempre e soltanto il rock, o musiche


simili, prima di capire la musica classica ci vorrebbe
tempo. Al primo impatto non la si capirebbe. Sarebbe
come quando il mio povero papà mi trascinava, da pic-
colo, ad ascoltare la musica polifonica, che a lui piaceva
moltissimo, e io ero tutto arrabbiato, perché in mezzo a
quella che mi sembrava una enorme confusione di note,
di voci, non vedevo l’ordine, cioè non intuivo la chiave.
La prima volta che ho incominciato a capire qualcosa è
stato quando, a tredici anni, ho ascoltato un coro intona-
re il Caligaverunt di De Victoria. Dopo le prime note,
quando è entrata la seconda voce, ho avuto la chiave per
comprendere. E da allora la polifonia mi è piaciuta sem-
pre di più. Tutta.
Così ho cominciato a sentirmi inebriato da questa musi-
ca che sembra – e tante volte è – sempre identica a se
stessa, come ripetuta continuamente. Eppure non stanca
mai, perché scava l’orizzonte dell’animo e del cuore, li
riempie di luce e di calore, come deve essere stato il cuore
cristiano di De Victoria quando scriveva questi Responsori
della Settimana Santa. Tutti gli sforzi religiosi sono inter-
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pretativi del Mistero. Invece il metodo cristiano è ripetere


la parola ascoltata. Ripetere, cioè seguire. Non si può ripe-
tere una parola venti volte senza esserne cambiati.
De Victoria è un grande compagno di cammino che
Dio ci ha dato, il polifonista più grande, tanto quanto
umile, e per questo meno conclamato di altri. La voce
umana ha un potere infinitamente superiore a quello di
qualsiasi orchestra, e la polifonia rappresenta il vertice
espressivo della musica vocale.
I Responsori del Venerdì Santo di De Victoria sono,
nella nostra memoria, il punto di riferimento più alto, più
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profondo, più suggestivo del canto religioso.


I mottetti della Settimana Santa comunicano l’emozio-
ne consapevole e affezionata, adorante e dolorosa di quel-
lo che Cristo è per l’uomo. Il Caligaverunt è certamente
uno dei brani più belli: con l’animo attraversato da questa
musica sublime, possiamo capire bene ciò che a noi nor-
malmente manca e che qui è evidente. In esso non domi-
na il proprio sentimento di fronte a quell’Uomo che muo-
re, ma proprio il dolore di quell’Uomo, per quell’Uomo
che muore. «Si est dolor similis sicut dolor meus», se c’è
un dolore simile al mio: ma questo lo dice chi è sotto la
croce, la Madonna, san Giovanni. In primo piano viene
messa la realtà dell’Uomo-Dio ucciso, il dolore per Cristo.
Questo canto documenta un aspetto della coscienza dell’es-
sere peccatori non facilmente reperibile: quel «si est dolor»
è certamente il grido più umano che si possa ascoltare
nella musica, più umano e più umanamente religioso di
tutta la musica, insieme al pianto che segue: «sicut dolor
meus». La vera rottura che la coscienza del proprio pec-
cato realizza è il dolore di Cristo – come il dolore del
bambino di fronte al pianto di sua madre –: è l’altro che
domina, non la preoccupazione della propria tranquillità
meritata o della recuperata pace. È il dolore di Cristo
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– «voi tutti o popoli guardate se c’è un dolore simile al


mio» –, il dolore per Cristo, il dolore di fronte a Cristo
per come l’abbiamo trattato.
Ecco, a questo punto, un nuovo passo in cui ci intro-
duce De Victoria: l’affezione rifiutata, l’elezione rifiutata,
la trama intorno a lui, ancor più perfida perché fatta
dall’amico, dal discepolo. Contro di Lui sono gli anziani
del popolo, coloro che dovrebbero avere maturità e che
in quel momento si dimostrano peggio degli altri. I som-
mi sacerdoti, la religione, i farisei, la legge, gli intellettua-
li di allora: «Venite – dicono –, mettiamo veleno nel suo
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pane, e cancelliamolo dalla terra dei viventi», strappiamo-


lo via dal senso della vita, Lui non è necessario perché la
nostra vita abbia un senso – proprio Lui che è la radice
di tutto! –, strappiamolo dalla terra dei viventi, eliminia-
molo. E, poi, l’abbandono dei suoi: «Non siete stati capa-
ci di vegliare un’ora sola». Per questo il mondo è come
una grande tenebra nella quale la sorgente della luce è la
morte, paradosso supremo: la morte della vita, la morte
di Cristo.
Questo odio a Cristo, come disse Gesù stesso nel suo
ultimo discorso prima di morire, contraddistingue la sto-
ria; in esso si articola, diventa concreta, giorno per giorno,
attraverso tutti i poteri, da quello politico-economico a
quello «clericale», l’azione del padre della menzogna:
l’odio a Lui è il tema necessario a ogni potere umano che
non tragga la sua origine consapevole, umile e drammati-
ca dall’obbedienza al potere supremo che fa tutte le cose,
al destino di vittoria e di gloria proprio di Cristo, giustizia
di Dio. Il mondo è tutto posto nella menzogna, dice la
Bibbia. Ultimamente è la violenza che definisce il destino
di ogni potere: «Venite, mettiamo veleno nel suo pane così
da strapparlo via dalla terra dei viventi», che non si parli
più di Lui. Questo è il contenuto ultimo di tutta la peda-
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gogia che il mondo adotta in tutte le sue espressioni: non


fare più pensare a Cristo. Cristo è un nome anche onore-
vole, se volete, a cui si può pensare leggendo un libro, ma
totalmente esiliato dalla vita intera dell’uomo, quella con-
sociata, incominciando dalla famiglia, dall’educazione dei
bambini e continuando nella convivenza degli operai, del
lavoro.
E infine i Responsori ci introducono all’uccisione – il
colmo dell’ingiustizia –, accettata da Lui per amore verso
di noi. Gli amici o dormivano o l’hanno tradito; il mondo,
gli intellettuali, i religiosi, il potere hanno tramato. Anche
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il Padre lo ha abbandonato? No. È solo che la Sua obbe-


dienza doveva andare fino in fondo: «Padre, nelle Tue
mani affido il mio spirito».
Ma il tremendo e il pietoso, giustizia e misericordia,
come fanno a stare insieme? Come fa a stare insieme il
«tremendo», cui stiamo partecipando, quest’ingiustizia
che ascoltiamo nella polifonia di De Victoria, e il «pieto-
so» di Cristo, che ascoltiamo sul volto e nel cuore di Maria?
È un’ingiustizia perché «ero ogni giorno appresso di voi
nel tempio a insegnare», in piena luce in mezzo alla gente;
siete venuti a prendermi con l’inganno, di notte perché
siete ingiusti. Ma di fronte a quest’ingiustizia, più grande
di quest’ingiustizia, la Sua misericordia deborda i termini;
poiché non si è trovato nessuno che mi riconoscesse, «non
è ancora stato trovato il giusto che mi riconosca». L’unica
fu Maria. Ma è lo stesso per ciascuno di noi, perché c’è
qualcosa in noi – per quanto timido, confuso, contraddit-
torio – che ti riconosce, Gesù. Dobbiamo lasciare libero,
dobbiamo liberare questo angolo di sentimento esatto, di
giudizio vero, di affezione incipiente. Dobbiamo lasciare
libero il nostro cuore in quanto ha di originariamente
giusto di fronte a Cristo. A questo ci invita De Victoria
con le sue splendide note.
Vera Drufuca 487

La polifonia è un vertice: eppure, ricercare la verità,


vivere la verità è una musica ancor più grande delle sin-
fonie di Beethoven e anche dei mottetti di Palestrina e De
Victoria: a questo siamo chiamati.
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