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Storia della lingua italiana

Storia della lingua italiana


Università degli Studi di Firenze
11 pag.

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NASCITA LINGUA ITALIANA: nasce dal latino volgare

Il concetto che noi abbiamo oggi di lingua italiana unitaria è piuttosto recente, risale storicamente solo
dopo l’unificazione nel 1860. Tuttavia ancora nei primi del ‘900 non si era ben definita una lingua comune e
solo il 2.5% della popolazione parlava italiano.

L’italiano, lingua romanza, ha origine dal latino volgare, il cui lessico trova corrispondenza della maggior
parte delle lingua romanze, ovvero facenti parte della Romània, quell’area geografica che comprendeva:
penisola iberica, francia, italia, romania, parte della svizzera, isole baleari, corsica, sardegna e sicilia.

Il primo documento ufficiale redatto in italiano risale al 960 d.C: Il Placito Capuano, scoperto nel 1700.
Trattasi di un verbale notarile, scritto su una pergamena. Per la sua ufficialità gode della fama di “certficato
di nascita” della lingua italiana. Scoperto nel ‘700, fu riconosciuto come tale, solo nel 1900.

Per quanto riguarda i documenti antichi dell’italiano, il principale problema da porsi è l’intenzionalità dello
scrivente, ovvero della sua conoscenza linguistica. Chi ha scritto il documento voleva scrivere in Italiano o in
Latino? Per comprendere questo problema prendiamo ad esempio l’Indovinello Veronese: si tratta di un testo
in cui non si riesce a capire se colui che l’ha scritto volutamente abbandonasse un latino scorretto, adattando
forme popolari, oppure non ne fosse conscio. Nel Placito Capuano contrariamente all’Indovinello, lo
scrivente è pienamente conscio di stare usando due lingue diverse fra loro: il latino notarile e il volgare
parlato, erano quindi consci dei diversi scopi dei due codici linguistici.

APPENDIX PROBI: una raccolta di 227 parole, o forme o grafie, non corrispondenti alla buona norma,
trasmesse da un codice scritto a Bobbio nel 700 d.C, forse A.P. risale al III o IV sec, alcuni sostengono V o
VI. Probabilmente le raccolse un maestro, erano tutta una serie di forme scorrette tra i suoi scolari,
affiancandovi la forma corretta A non B.

PLACITO CAPUANO: testo notarile riguardante la disputa su la prorpeità legittima o meno di un terreno.
Scritto in latino notarile e volgare parlato.

IL DUECENTO

Il volgare venne eletto a lingua elevata una volta scelto come lingua di poesia. La prima produzione
letteraria medievale in Italia infatti fu poetica, ad opera della scuola siciliana presso la corte di Federico II
di Svevia, lo stesso Dante scrisse “regale solium erat Sicilia”. I poeti siciliani, come molti altri all’epoca,
imitarono la poesia provenzale, una poesia incentrata sull’amore intellettualizzato espresso in raffinate
forme stilizzate. Tuttavia, sostituirono alla lingua d’oc, il volgare siciliano. Le opere giungono a noi grazie
ai copisti toscani, i quali intervennero sulla forma della poesia volgare , sostituendo spesso termini siciliani
con termini toscani. Per questo motivo la forma toscanizzata fu presa per quella originale.

1. I PRIMI TESTI LETTERARI

I primi testi letterari si ebbero soltanto durante il 13esimo secolo d.C, presso la corte di Federico II, dalla
scuola poetica siciliana. Non mancano in precedenza documenti che hanno carattere poetico, o che si
presentano in versi, però in forma frammentaria e spesso legati alla poesia religiosa.

IL LIBRO SICILIANO: scoperto nel 1500 e poi perduto, contenente alcuni testi poetici siciliani.

2. DANTE, PRIMO TEORICO DEL VOLGARE

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Perché Dante teorico del volgare? Dante fu il primo a dedicare tanta attenzione alla lingua italiana,
soprattutto alla sua origine, e cercò di stabilire quale dovesse essere per raggiungere i massimi ridultati
dell’arte. Le idee di Dante sul volgare si leggono nel Convivio e nel De vulgari Eloquentia.

Nel Convivio il volgare viene celebrato come il “sole” destinato a splendere e sostituire il latino (lingua dei
classici che non tutti sono in grado di capire, perché comunque molto dotta). Dante ha molta fiducia nella
nuova lingua emergente, ne riconosce soprattutto i vantaggi rispetto ad una lingua meno efficace come il
latino.

Nel Convivio, scritto in volgare, il latino viene reputato superiore da Dante poiché è la lingua utilizzata
nell’arte; nel De Vulgari la superiorità del volgare viene riconosciuta in nome della sua naturalezza, ma la
letterarietà del latino diventa uno stimolo per la regolarizzazione del volgare.

Il De vulgari eloquentia viene composto in latino, prima della Commedia e durante l’esilio. Non viene
portato a compimento ma interrotto al terzo libro: costituisce il primo trattato sulla lingua e sulla poesia
volgare.

Non ebbe tuttavia una sorte felicissima, non se paragonato ad altre opere di Dante: venne infatti riscoperto
solo nel ‘500 e pubblicato in lingua italiana da Trissino. Fu uno dei testi ufficiali durante la disputa sulla
lingua durante il rinascimento, addirittura ne venne messa in dubbio l’autenticità.

La ricerca di una lingua volgare illustre viene fatta partire nel de vulgari eloquentia attraverso il racconto
biblico della torre di babele: il linguaggio è quell’elemento che distingue gli uomini dagli animali, tuttavia la
lingua non è un fattore stabile, anzi è mutevole, la grammatica delle lingue letterarie , come quella del greco
e del latino, per Dante è un prodotto artificioso per garantire stabilità alla lingua ch altrimenti non si
strutturerebbe. La ricerca quindi che Dante conduce a questo punto della sua riflessione si fa geografica:
partendo dallo studio delle lingue europee dell’epoca, restringe il campo a quelle parlate sul suolo italiano.
Le parlate italiane sono tante, troppe, Dante ricerca il volgare illustre. Per questa ricerca Dante e il suo
modo di portarla avanti, sarà definito il dialettologo ante litteram.

Arriva a condannare tutte le parlate, nessuna è degna di tanta levatura, persino il toscano, di cui non apprezza
i poeti come Guittone d’Arezzo, viene disprezzato. Le uniche parlate apprezzate sono il bolognese e il
siciliano, ma non nel loro uso popolare bensì nell’uso fattone presso le corti. Dante con la sua opera passa al
vaglio un’intera tradizione poetica volgare al solo scopo di ricavarne una lingua. La mobilizzazione della
lingua deve avvenire tramite la letteratura.

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LA QUESTIONE DELLA LINGUA CHE NOI CONOSCIAMO OGGI INIZIA A CONCRETIZZARSI
DAL

1300

Le tre Corone: Dante, Petrarca, Boccaccio

1. IL SUCCESSO DEL TOSCANO

Dante è autore di tale statura da aver meritato una trattazione autonoma rispetto agli scrittori della sua epoca
nel manuale di Migliorini. Tra le sue opere, dobbiamo sicuramente ricordare la Commedia, opera di
eccezionalità assoluta. Essa è scritta in una lingua diversa da quella del De vulgari eloquentia e lo stile è ben
piu vasto da quello utilizzato nella poesia stilnovista. La ricchezza tematica e letteraria della Divina
Commedia favorì la promozione del volgare, mettendo in chiara luce tutte le potenzialità di questa lingua.

Con la Commedia si inaugurò il periodo d’oro del toscano, lingua che poi si affermò come nazionale, grazie
anche ad altri due autori di quell’epoca, degni di massima ammirazione: Petrarca con il Canzoniere e
Boccaccio con il Decameron. Il fiorentino ebbe particolare fortuna per più ragioni, fra le quali il fatto che
Firenze fosse una città vivacissima all’epoca, intrecciava rapporti mercantili con il resto dell’Italia, occupava
una posizione mediana rispetto al resto dell’Italia, inoltre era molto simile al latino.

2. VARIETA’ LINGUISTICA DELLA COMMEDIA

Quando Dante iniziò a scrivere la Commedia, il vocabolario dell’Italiano era già completo per il 60%
rispetto ad oggi; alla fine del 1300 arrivò al 90% e poco fu aggiunto da allora.

Dante incrementò il patrimonio linguistico italiano, restituendo al lettore l’idea di una lingua ricca ed in sé
compiuta tanto quanto il latino.

Varietà linguistica divina commedia:

La DC è ricca di latinismi, provenienti dalla letteratura classica, dalle Sacre scritture, dalla filosofica
tomistica e dalla scienza medievale, accoglie ben volentieri però anche forestierismi e termini plebei :
plurilinguismo è infatti una delle categorie che sono utilizzate per definire la lingua poetica di Dante, in
contrapposizione con Petrarca, il quale appartiene al filone lirico della letteratura italiana, caratterizzato da
un lessico ampiamente selezionato. Sempre parlando della varietà linguistica, con Dante possiamo parlare di
polimorfia, una tendenza ad avere più forme dello stesso termine indiscriminatamente: tendenza conservatasi
fino ai giorni nostri.

3. LINGUAGGIO LIRICO PETRARCA

Il linguaggio del Petrarca è un linguaggio molto più selettivo. Nella sua opera il Canzoniere non contempla
nemmeno tutti i termini utilizzati da Dante. Ma del resto lo scopo stesso dell’opera non era quello né di
essere per tutti né rappresentare tutta la realtà culturale. Lo stesso titolo dell’opera (in latino) “Rerum
vulgarium fragmenta” ne definisce la natura: un divertimento elegante. La lingua naturale per Petrarca è il
latino, ricco di figure retoriche come chiasmi, antitesi, enjambements, anafore, allitterazioni e si trovano
binomi di aggettivi. Caratteristiche poi tipiche del linguaggio lirico italiano.

4. LA PROSA DI BOCCACIO

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Il più grande esempio di prosa trecentesca lo abbiamo con Boccaccio. Gli scenari di Boccaccio sono vari, e
vario è lo stile: nella sua ricerca verso il realismo non ha rinunciato ad una caratterizzazione anche
linguistica. La sua è una prosa ricca di ipotassi, ovvero di un’ampia struttura di subordinate, inversioni e
posposizioni dei verbi in clausola, ampia punteggiatura, pronome relativo ad inizio frase.

(Curiosità: Boccaccio è anche autore di uno dei più antichi testi in volgare napoletano, un’epistola databile
1339, nota appunto come Epistola napoletana.

IL QUATTROCENTO

1. UMANESIMO LATINO

L’espressione Umanesimo Latino fa riferimento al processo avviato da Petrarca nel 1300, per quanto
riguardava l’utilizzo del latino a scapito del volgare in contesti letterari. Imitando infatti i grandi
canonici della lingua latina (Virgilio, Ovio, Orazio e Seneca), il volgare venne in questo modo
screditato.

2. DISCUSSIONE DEGLI UMANISTI SULLA NASCITA DEL VOLGARE

Gli umanisti della seconda metà del’400 si interrogarono ampiamente sulle cause che avevano portato al
crollo di una civiltà così splendida quale era quella dei romani e alla perdita della lingua. Secondo Biondo
Flavio (studioso delle Roma anica), a Roma si parlava solo il latino. Questo si perse non tanto con la caduta
di roma e l’invasione da parte dei goti, ma a causa dei longobardi, considerati ampiamente più rozzi, arrivati
nel VI secolo (500 d.c). L’italiano era quindi frutto delle disgrazie storiche altomedievali. Questa testi fula
più accreditata e ripresa da Pietro Bembo nella sua opera Prose della volgar lingua (1525).

Altra teoria fu quella di Leonardo Bruni, umanista fiorentino: era convinto in realtà che a Roma si
utilizzassero due livelli linguistici di latino, l’una più alto dell’altro. La spinta del volgare sarebbe partita dal
latino volgare stesso, e sarebbe stata quindi una spinta del tutto endogena, che niente aveva a che fare con le
invasioni barbariche.

3. LEON BATTISTA ALBERTI E LA PRIMA GRAMMATICA

Lo sviluppo del volgare quale lingua elevata fu rallentano da tutti quegli umanisti che riponevano fiduca
nel latino. Una spinta decisiva su operata da Leon Battista Alberti, al tempo un intellettuale di spicco,
che si mossa controcorrente: sosteneva che il volgare fosse una lingua matura per affrontare argomenti
che esulavano dalla sola poesia. Leon Battista Alberti fu l’iniziatore del movimento chiamato
UMANESIMO VOLGARE. In questo contesto fu fondamentale la realizzazione della prima
grammatica del volgare: La Grammatichetta del 1440, tramandata da un unico codice apografo
(manoscritto che è copia di un altro) redatto per il Bembo. Leon Battista Alberti non screditava
assolutamente il ruolo del latino, anzi lo prendeva ad esempio per strutturare il volgare.

Caratteristica particolare della grammatica dell’Alberti è l’attenzione all’suo toscano del suo tempo.
Questa grammatica tuttavia non fu mai stampata.

Ulteriore sforzo da parte dell’Alberti su l’organizzazione del Certame coronario, nel 1441, una gara
poetica dovevano presentare opere in lingua volgare sul tema dell’amicizia. La giuria, compostada
umanisti, non assegnò alcun premio.

4. PROMOZIONE DELLA LINGUA TOSCANA

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Lorenzo de’Medici, Cristoforo Landino e Angelo Poliziano furono grandi sostenitori della lingua
toscana. Sarà soprattutto grazie a Lorenzo e Landino che potremo parlare di Umanesimo Volgare: grazie
alle sue produzioni poetiche e al lavoro del suo entourage, Lorenzo si fece promotore eccezionale del
volgare.

5. LA LINGUA DI COINE’

La lingua di coinè è una lingua scritta che mira all’eliminazione dei tratti locali, accoglie latinismi e si
appoggia al toscano. PRIMA FORMA SCRITTA DEL VOLGARE.

CINQUECENTO CON PIETRO BEMBO

Nel 500 il volgare si afferma decisamente come lingua dominante. In letteratura vediamo il fiorire di autori
come Tasso, Ariosto, Machiavelli e Guicciardini: il monopolio del latino (fatta eccezione per l’ambito
amministrativo, filosofico, matematico e medico[il volgare veniva utilizzato in questi ambiti per la
pubblicazione di opere di divulgazione]) è in erosione grazie anche ad una nuova fiducia da parte degli
intellettuali nel volgare, accresciuta dalla regolamentazione grammaticale allora in corso. In questi anni
furono stampate le prime grammatiche e furono realizzati i primi lessici.

Pietro Bembo, principe dei grammatici, sostenne la norma largamente accettata.

Un taglio netto con la tradizione latineggiante si ebbe nel 1501 quando Manuzio stampò due classici, Virgilio
ed Orazio, scegliendo un formato editoriale tascabile. Nello stesso anno venne pubblicato una versione del
Petrarca volgare curato da Bembo.

Le innovazioni introdotte da Bembo furono ancora più importanti, sulla forma linguistica dei Petrarca
volgare si sarebbero basate le teorie linguistiche esposte nelle Prose della volgar lingua (1525)*

*la prima grammatichetta tuttavia, è attribuibile a Leon Battista Alberti.

Compariva il segno dell’apostrofo, anche se erroneamente si era attestata la sua presenza in un’opera latina
giovanile, il De Aetna. In realtà in quest’opera l’uso che ne viene fatto è di abbreviazione, mentre nel
Petrarca volgare di Bembo, divenne il segno che si impose comunemente nella grafia odierna.

La questione della lingua in questi anni va inquadrata come la fase in cui le teorie estetico - letterarie si
collegano ad un progetto concreto di sviluppo delle lettere e alla sua esecuzione da parte del’industria
editoriale.

Le Prose della volgar lingua furono pubblicate nel 1525 a Venezia (all’epoca una delle città più importanti
per l’editoria insieme ad Amsterdam e Londra): del 1525 è l’editio princeps a cui poi ne seguirono altre.

Le Prose sono divise in tre libri, il terzo dei quali costituisce una vera e propria grammatica dell’italiano in
forma dialogica, una serie di norme e regole esposte in forma di dialogo.

Le Prose vengono collocate nel 1502, è un dialogo a ci prendono parte 4 persone, ognuna delle quali sostiene
una tesi diversa. Viene effettuata un’ampia analisi storico-linguistica, secondo la quale il volgare sarebbe
nato dalla contaminazione del latino da parte degli invasori barbari, e il riscatto del volgare sarebbe stato
possibile solo grazie al lavoro dei letterati. Quando Bembo parla di lingua volgare fa riferimento al toscano
del 1300, ovvero al toscano utilizzato dalle 3 corone. Il punto di vista delle Prose è squisitamente umanistico,
fondato sul primato della letteratura. La lingua non si acquisisce dal popolo, ma dalla frequentazione di
modelli scritti, i grandi trecentisti.

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Bembo fra le 3 Corone apprezzava particolarmente Petrarca, per la forte selezione linguistica lessicale; per
Boccacio il discorso è leggermente diverso per quanto riguarda quelle parti in cui emergeva particolarmente
il parlato; Dante non veniva particolarmente apprezzato soprattutto per le discese verso lo stile basso e
realistico.

Boccaccio era il modello linguistico da seguire per Bembo, ma non il Boccaccio del Decameron , si doveva
far riferimento allo stile di Boccaccio, fortemente latineggiante, dalle inversioni, dalle frasi gerundive.
Questo fu il modello assunto nelle Prose e imitato dallo stesso Bembo.

2. ALTRE TEORIE: QUELLA CORTIGIANA

Calmeta e Trissino

Per Calmeta l’italiano migliore è quello parlato nelle corti, specialmente quella di Roma, luogo al di sopra
del particolarismo municipale. La circolazione di genti favoriva il diffondersi di una lingua di conversazione
superegionale di qualità alta, di base toscana, ma disponibile ad apporti diversi. Nel cinquecento Roma era
una città cosmopolita . Per Calmeta, secondo Castelvestro, faceva riferimento ad una fondamentale
fiorentinità della lingua, la quale si doveva apprendere sui testi di Dante e Petrarca, affinata poi attraverso
l’uso della corte di Roma. Bembo obbiettava alla teoria cortigiana che quest’ultima fosse in realtà un’entità
molto difficile da definire in maniera precisa, non riconducibile all’omogenità. Proprio questo fatto fece si
che la teoria della lingua cortigiana non uscisse vincitrice da questo dibattito.

La teoria di Giovan Giorgio Trissino è strettamente collegata con la riscoperta del De vulgari eloquentia,
opera dantesca quasi del tutto sconosciuta per tutto il ‘400 e riscoperta successivamente all’interno di questo
dibattito. Trissino nel 1529 dette alla stampa il De vulgari in lingua italiana, non latina come voleva le genesi
dell’opera. La sua teoria negava la fiorentinità della lingua letteraria, e faceva appello alle stesse pagine in
cui Dante condannava il fiorentino. Tutta la teoria di Trissino si sviluppa guardando al passato, in funzione
della riscoperta e della riproposta del De vulgari. Inoltre propose l’introduzione all’interno dell’alfabeto di
due lettere di origine greca, epsilon e omega, per la diversa accentazione di queste vocali.

3. LA CULTURA TOSCANA DI FRONTE A TRISSINO E BEMBO

Alla cultura toscana non piacque la riproposta del De vulgari messa in circolazione da Trissino, tra le
reazioni fiorentine più interessanti emerse Niccolò Machiavelli, al quale è attribuito un testo Discorso o
dialogo intorno alla nostra lingua, in cui immagina un dialogo con Dante il quale si pente degli errori
commessi nel De vulgari. Esplicitamente non si fa mai riferimento a Trissino, eppure Machiavelli parla di
alcuni letterati non toscani 8nello specifico vicentini) che volevano indebitamente farsi maestri di lingua.
Viene inoltre rivendicato il primato linguistico di Firenze contro le pretese dei settentrionali. Il Discorso o
dialogo reastà inedito fino al 1700 quindi non ebbe ruolo nella disputa sulla lingua del 500.

Presto si sviluppò una polemica sull’autenticità del Del vulgari (mai sostenuta da Machiavelli), favorita dal
fatto che Trissino non rese mai pubblico il testo originale latino dell’opera. Il testo latino su stampato solo
nel 1577, a Parigi, per opera di Corbinelli.

Le due versioni, in latino ed italiano, furono unite solo nel 1729. Il motivo della sospettata non autenticità
dell’opera era il fatto che fosse ritenuto poco probabile che Dante esponesse idee tanto diverse nel De
vulgari, rispetto a quelle del Convivio e della Commedia.

La cultura fiorentina non riuscì ad opporsi in maniera convincente alle teorie di Bembo. La situazione mutò
con Benedetto Varchi, il quale pubblicò l’Hercolano (1570), esule da Firenze a causa della sue posizione
antimedicee, si era forma a Padova, dove aveva avuto modo di avvicinarsi alle teorie di Bembo,

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conoscendolo di persona. Varchi rivalutò il fiorentino parlato, e seppur concedendo molto all’ideale della
lingua scritta teorizzato da Bembo, affiancava a questo modello la lingua parlata di Firenze. Varchi revisionò
Bembo (Prose della volgar lingua) vanificando l’attenzione per il ruolo dei grandi scrittori. Nell’Hercolano
sanciva il principio secondo il quale esisteva un’autorità popolare da affiancare a quella dei grandi scrittori.
Varchi sostiene la ricchezza e la varietà della lingua parlata. Firenze si riappropriava del suo primato.

4. PRIME GRAMMATICHE

Prima di Bembo, Fortunio lo precedette nel 1516 stampando ad Ancona Le regole grammaticali della volgar
lingua. Numerose riedizioni del XVI secolo mostrano che questa grammatica ebbe gran seguito, almeno fino
a quando non furono disponibili delle grammatiche capaci di divulgare le teorie di Bembo.

Successivamente uscirono altre grammatiche, le quali non si proponevano di essere più valide in quanto a
teoria ma per praticità.

Fin dalla prima metà del’500 uscirono i primi lessici, antenati dei vocabolari, raccolte di termini, ottenuti da
spogli sugli autori più autorevoli (le 3 corone). Il più noto vocabolario metodico fu quello di Francesco
Alunno di Ferrara, 1548, La fabbrica del mondo. Il primo fu Le tre fontane di Liburnio.

La grammatica di Bembo influenzò l’opera di Ariosto, L’Orlando Furioso, il quale corresse l’ultima edizione
utilizzando la sua grammatica.

5. RUOLO DELLE ACCADEMIE

Le Accademie del’500 svolsero un ruolo fondamentale poiché al loro interno poterono organizzarsi molti
intellettuali dell’epoca e così vennero dibattuti i maggior problemi linguistici.

L’Accademia degli Infiammati fu fondata nel 1540 a Padova;

L’Accademia Fiorentina nata nel 1541, dal 42 divenne un organismo ufficiale, patrocinato da Cosimo
de’Medici.

L’Accademia della Crusca fu fondata nel 1582, a Firenze. Nel ’83 con Salviati, iniziarono i veri interessi
filologici. Entrambi si federo conoscere per la polemica mossa contro la Gerusalemme liberata di Tasso a
sostegno del primato dell’Ariosto. Ma dove si fece veramente le ossa su massacrando il Decameron
(1584-1586) di Petrarca, censurando ogni elemento considerato immorale ed anti religioso dal clima della
controriforma.

Nel 1590, l’Accademia deliberò di operare una censura sulla Commedia di Dante, uscì nel 1595.

6. LA CHIESA E IL VOLGARE

La necessità di una lingua più fruibile del latino effettivamente si fece sentire anche all’interno della Chiesa,
la quale svolse un ruolo nella questione sulla lingua dal Concilio di Trento del 1546 alla fine del Seicento.
Soprattutto era fondamentale nella catechesi e nella predicazione.

IL SEICENTO

L’Accademia della Crusca realizzò il primo grande vocabolario italiano senza il sostegno pubblico, in
un’Italia divisa in Stati diversi, ciascuno con la propria tradizione. Per secoli l’attività della Crusca fu
avversata, ma nessuno poté ignorarla. Il contributo più rilevante della Crusca si ebbe quando essa si indirizzò
alla lessicografia, dal 1591, anno in cui gli accademici si divisero gli spogli da compiere, mettendo a punto
un procedimento razionale di schedatura.

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Al momento della realizzazione del Vocabolario, Salviati era già morto, e dopo di lui non ci fu nessuna altra
figura di spicco all’interno dell’Accademia, che quindi da quel momento cominciò a effettuare un lavoro di
squadra, attenendosi alle regole fissate dall’ Accademia stessa.

Il Vocabolario degli Accademici della Crusca fu stampato nel 1612 a Venezia presso la tipografia di
Giovanni Alberti. Sul frontespizio portava l’immagine del buratto, un moderno strumento per separare la
farina buona dallo scarto (Crusca), con sopra scritto “il più bel fior ne coglie”, che allude alla selezione
operata sul lessico.

Il Vocabolario ebbe altre due edizioni, la seconda nel 1623, analoga alla prima, e la terza nel 1691 stampata
a Firenze divisa in tre tomi e con un aumento significativo del materiale.

L’opposizione al Vocabolario della Crusca si manifestò da subito con Paolo Beni, professore all’Università
di Padova, autore di un’Anticrusca (1612) in cui venivano contrapposti al canone di Salviati gli scrittori del
Cinquecento, in particolare Tasso, escluso dagli spogli della Crusca.

Beni polemizza soprattutto con la lingua di Boccaccio, ritenuta irregolare e plebea. Altra critica venne da
Alessandro Tassoni, modenese, che appose direttamente sul Vocabolario della Crusca delle postille
inviandole agli accademici, che comunque le usarono per fare correzioni. Il tema fondamentale del Tassoni è
l’improponibilità dell’arcaismo linguistico e il pregio della modernità. Infine Daniello Bartoli, scrittore
gesuita conosciuto anche con lo pseudonimo di Ferrante Longobardi, dimostrò che proprio nelle opere
trecentesche si trovavano elementi incoerenti con il canone grammaticale di Salviati. Nel Seicento la lingua
italiana acquisì meriti senza pari anche nel campo della scienza, grazie a Galileo, che aveva scritto in italiano
già da quando aveva 22 anni. La scelta tra le due lingue non era facile, perché l’italiano avrebbe tolto la
possibilità di diffondere i testi all’estero, ma fu un modo per staccarsi polemicamente dalla casta dottorale
alla ricerca di un pubblico nuovo. Galileo non usò mai uno stile basso o popolare, raggiungendo un tono
elegante perfettamente accoppiato alla chiarezza terminologica e sintattica. Più che coniare termini nuovi,
Galileo si affidò alla tecnificazione di termini già in uso, evitando di usare il greco e il latino e preferendo
parole semplici (macchie solari, candore della Luna,…). In questo periodo tuttavia ebbero fortuna anche le
denominazioni dotte prese dal greco (telescopio, microscopio, idrostammo,…). Nel Seicento ebbe grande
successo il melodramma, nato alla metà del secolo precedente nella Camerata dei Bardi a Firenze, convinta
che la tragedia greca fosse stata a suo tempo interamente cantata. Il melodramma creava un canto in grado di
far comprendere il testo senza deformarlo, come avviene nell’huridice del Peri e del Caccini, usato in
occasione delle nozze di Maria de’Medici. Il melodramma si caratterizza come spettacolo d’élite, in quanto
richiede allestimenti dispendiosi; quindi anche la lingua usata non sarà quella popolare, ma piuttosto quella
della corte. Con Marino e il marinismo, a partire dall’inizio del Seicento, le innovazioni si fanno ancora più
accentuate che nel Tasso, anche se gli schemi metrici e le cadenze ritmiche sono ancora quelli tipici di
Petrarca. Nel settore del lessico, la poesia barocca estende il repertorio dei temi e delle situazioni; ad
esempio, in campo botanico, accanto alla rosa (fiore barocco per eccellenza) vengono citate molte piante
diverse, spesso accompagnate da un epiteto: la bella clizia, il vago acanto, il biondo croco, il fresco giglio.
Viene usata anche un’ampia gamma di animali: nel Marino troviamo il pardo leggiadro, il fiero leone, l’aspra
pantera,… La prosa scientifica dopo l’avvento di Galileo, aveva studiato il regno animale, e la poesia
barocca riprese questi strumenti della scienza. Marino, nell’Adone introduce l’anatomia del corpo umano ed
utilizza termini anatomici dell’occhi, dell’orecchio, del naso (nervi, pupilla, cristallo, circolo visivo,…).
Questa presenza di termini scientifici indica la tendenza al rinnovamento. A partire dalla fine del Seicento
prese piede il giudizio sul cattivo gusto del Barocco, prima in Francia e poi in Italia. Dominique Bouhours,
gesuita francese, svolse la tesi secondo cui solo i francesi sono capaci di “parlare”, mentre gli spagnoli sono
solo in grado di “declamare”, gli italiani di “sospirare” e addirittura i tedeschi di “ragliare” e gli inglesi di
“fischiare”. Egli voleva promuovere il francese a lingua universale, mentre la lingua italiana era vista come
incapace di esprimere in modo ordinato il pensiero umano e veniva confinata a strumento della lirica
amorosa e del melodramma. La lingua italiana venne difesa solo nel secolo successivo con Orsi, Muratori e

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Salvini. In questo secolo nasce anche una letteratura dialettale consapevole, volontariamente contrapposta al
toscano. Michelangelo Buonarroti il Giovane, pronipote di Michelangelo, accademico della Crusca e
collaboratore all’impresa del Vocabolario, scrisse due opere teatrali in versi, la farsa rusticale Tancia (1611)
e la farsa in cinque giornate Fiera (1619) in cui utilizzò termini toscani popolari e rari

OTTOCENTO

PURISMO

La questione della lingua perdura anche nell’800, quando per ragioni esterofobiche e per contrastare
l’egemonia del francese per via del dominio napoleonico, si sviluppò un movimento chiamato Purismo: Il
Purismo fu un movimento caratterizzato per l’intolleranza verso verso ogni forma di innovazione e da una
marcata esterofobia, movimento cultore dell’epoca d’oro della lingua italiana, riconosciuto nel trecento.
Capofila del Purismo fu Cesari, un fervido conservatore. Tuttavia poco offriva il suo pensiero al di là di
un’esaltazione a priori della lingua trecentesca.

Tra tanti chi fu veramente in grado di opporsi a questa teoria del Purismo fu Vincenzo Monti, il quale
sbeffeggiò lo stesso Cesari. La critica assunse una dimensione ancora più ampia, quando Monti si scagliò
addirittura contro la Crusca: tra il 1817 e il 1824 uscì un’opera di Monti intitolata Proposte di alcune
correzioni ed aggiunte al Vocabolario della Crusca, pietra miliare dell’allora questione sulla lingua italiana,
questo scritto condannava i l Purismo, mettendo anzi in risalto la particolare situazione linguistica del nostro
Paese, caratterizzato dalla vitalità dei dialetti e dall’artificiosità della lingua letterari.

SOLUZIONE MANZONIANA ALLA QUESTIONE DELLA LINGUA

Manzoni come altri prima di lui parlava di lingua (l’Italiano) morta, una lingua di cui si faceva uso nella
letteratura, ma che aveva dei limit evidenti nel parlato tanto è che spesso si era costretti ad utilizzare il
volgare o addirittura il francese.

La teoria linguistica manzoniana segna una svolta nella questione della lingua: viene sviluppata durante la
stesura dell’opera che poi verrà chiamata Promessi Sposi, diverrà poi una vera teoria linguistica,
fondamentale anche in ambito sociale (dal momento che Broglio, dopo l’Unificazione, nel 1868 e al tempo
Ministro, interpellò proprio Manzoni sul problema di come educare gli italiana ad una lingua comune).

Alcune delle sue maggiori riflessioni non furono mai date alle stampe, curò edizioni molto più piccole.
Affrontò questa questione a partire dalla sua personale esperienza di romanziere. Iniziò fin dal 1821,
durante la redazione di quello che al temo si chiamava Fermo e Lucia, versione che Manzoni non dette mai
alle stampe. Questa prima fase di sperimentazione viene descritta da Manzoni in alcune lettere a Fauriel
come “eclettica”: ricercava uno stile duttile e moderno, non rinunciando alla letterarietà ne all’utilizzo di
termini di origine francese; nel 1823 nella stesura dell’introduzione al Fermo e Lucia lamentava la propria
naturale propensione verso il dialettismo; nella seconda fase della stesura del Fermo (opera edita pi tra il
1825 e 1827, chiamata per questo, ventisettana) venne chiama da Manzoni toscano-milanese: in questa fase
lo scrittore si orientava già preferibilmente verso una lingua toscana, utilizzando come fonti vocabolari,
come quella dell Crusca di Cesari, e da spogli lessicali. Il problema che tuttavia si trovò ad affrontare era
quello di capire quanto queste forme fossero obsolete o meno. Per questa ragione Manzoni andò a
risciacquare i cosi detti panni in Arno. Dal 1830, la riflessione Manzoniana si sviluppò con maggior
successo. L’esito fu l’edizione della quarantana, edita tra il 1840-42 dell’opera i Promessi Sposi, Il
linguaggio scelto dal Manzoni era il linguaggio dei fiorentini colti, spoglio di forme arcaiche, di latinismi e
dialettismi. Nel 1847, Manzoni auspicava che questa lingua sopperisse al problema dell’unificazione
linguistica del Paese, tanto è che nel 1868 pubblicò un’opera, dal titolo Dell’unità della lingua e dei mezzi di
diffonderla, in cui esponeva i motivi per cui auspicava questo.

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I Promessi Sposi risultarono essere un’opera dall’incredibile penetrabilità sociale (motivo del grande
successo) grazie ad una prosa elegante ma colloquiale: sembrava essere una prosa liberatasi dalla retorica.

NB: Con la formazione dell’Italia unita, per la prima volta la scuola elementare divenne obbligatoria e
gratuita, secondo l’ordinamento previsto per lo Stato sabaudo dalla legge Casati del 1859. La legge Coppino
del 1877 rese effettivo l’obbligo della frequenza, punendo gli inadempienti. Comunque è un dato certo che
nel 1861 almeno la metà della popolazione infantile evadeva l’obbligo scolastico a causa delle condizioni
estremamente arretrate. Nel 1906, evadeva l’obbligo il 47% dei ragazzi.

Le cause che hanno portato all’unificazione della lingua, secondo De Mauro sono:

• Azione unificante della burocrazia e dell’esercito;

• Azione della stampa periodica e quotidiana;

• E ffetti di fenomeni demografici quali l’emigrazione;

• Aggregazione attorno a poli urbani.

LE TEORIE DI ASCOLI

Nel 1837, Ascoli, fondatore della linguistica e della dialettologia italiana, contestò le posizioni di Manzoni.
In un intervento pubblicato come Proemio, era rivoto in particolare contro i sostenitori di Manzoni. Per
Ascoli, l’unità linguistica si sarebbe raggiunta unicamente quando lo scambio culturale si fosse fatto più fitto
e il paese moderno ed efficiente. Era erroneo quindi ricercare quest’Unità all’interno del fiorentino, per
Ascoli la lingua non esiste di per sé ma è il risultato di fattori sociali extralinguistici contingenti.

IL NOVECENTO

DAL NEOITALIANO DI PASOLINI ALLA LINGUA STANDARD

Paolini si inserisce nel dibattito della lingua italiana nell’immediato dopoguerra. Un suo intervento
all’interno di una conferenza venne poi inserito all’interno della rivisti sta “Rinascita” nel 1964. Quella di
Pasolini è una vera e propria analisi sociolinguistica della situazione dell’italiano. Partendo da premesse
marxiste e gramsciane, Pasolini sosteneva la nascita di una vera lingua comune nazionale i cui centri irradia
tori erano le città industriali del nord. La lingua di una borghesia egemone in grado di imporsi alle classi
subalterne. Delineava anche quelle che sarebbero state poi le caratteristiche del nuovo italiano:

• semplificazione sintattica, con caduta di espressioni idiomatiche e metaforiche, non utilizzate da


milanesi e torinesi;

• drastica eliminazione dei latinismi;

• una minor letterarietà della lingua stessa.

Diversi anni dopo questa discussione, Pasolini (poco prima che morisse) interviene nuovamente su temi
linguistici, in un contesto molto diverso, per rivendicare l’importanza dei dialetti, i quali dovrebbero essere,
a parer suo, difesi con la stessa strenua forza con cui i baschi in spagna difendono la loro autonomia, in
forma rivoluzionaria, e per lamentare un imbarbarimento del linguaggio giovanile. Pasolini, nell’intervento
del 1964 parlava di sé e di altri autori novecenteschi prediligendo gli esperimenti plurilinguistici,
confrontandone lo stile con quello “medio”, usato come termine di paragone negativo.

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Nel novecento si inseriscono scrittori come Calvino, Ginzuburg, Lampedusa, Cassola, Bassani, i quali
utilizzano uno stile medio. Vittorio Coletti parla di questi autori e dello loro stile medio come uno stile più
ricco ed immediato.

ITALIANO STANDARD: italiano astratto ed ufficiale (secondo la norma).

ITALIANO MEDIO: l’italiano medio è quella categoria di italiano definita da Sabatini (1985-1990), sulla
base di forme grammaticali ricorrenti nel parlato. Alcune caratteristiche sono:

1. l’uso di lui, lei e loro come soggetto;

2. gli generalizzato, al posto di le e loro;

3. diffusione di forme ‘sto, ‘sta;

4. espressione ridondante come a me mi;

5. ci utilizzato con il verbo avere ed altri (che c’hai?)

6. dislocazione con ripresa del pronome atono (lo che i libri costano; Paolo non l’ho più visto.)

7. che polivalente;

8. cosa interrogativo al posto di che cosa (già presente nei Promessi Sposi)

9. imperfetto al posto del congiuntivo;

Questo linguaggio, da Sabatini è definito italiano medio unitario, perché utilizzato anche da classi più colte,
ma principalmente nel parlato, o in forma scritta quando questa non abbia valore formale. Alcuni lo hanno
ribattezzato NEOSTANDARD (Berruto), il concetto risulterebbe sostanzialmente analogo.

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