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marazzini riassunto

dettagliato
Storia della lingua italiana
Università degli Studi di Firenze
15 pag.

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STORIA DELLA LINGUA ITALIANA
• 1) Origini e primi documenti dell’italiano

La Romània è l’area romanza del suo complesso, ed è costituita dai territori continentali della
penisola iberica, dalla Francia, dall’Italia, da una parte della Svizzera e dalla Romanìa. L’italiano
deriva convenzionalmente, come le altre lingue romanze, dal latino volgare, che non è una lingua
omogenea bensì una sorta di astrazione: in sostanza può essere considerato come l’equivalente del
latino plebeo di epoca repubblicana e del latino spontaneo di epoca imperiale, il latino cioè parlato
da Augusto a Romolo Augusto. Il latino non rimase sempre uguale a se stesso: si ha un’immagine
del latino parlato esposta a varie tensioni e influenze.
Il latino volgare conteneva molte parole presenti anche nel latino scritto; alti termini furono
innovazioni del parlato non attestate nelle scritture; in altri casi si ebbe un cambiamento della parola
latina letteraria, la quale assunse nel latino volgare un senso diverso. Es: l’italiano fuoco deriva da
FOCUS, ma che in latino non era un fuoco qualunque ma indicava il focolare domestico, mentre il
latino letterario aveva il termine IGNIS. Uno dei mezzi per ricostruire gli elementi del latino
volgare è la comparazione tra le lingue neolatine.
I documenti che rappresentano fonti dirette, cioè testi in cui la lingua parlata è stata riflessa, sono
per lo più materiali deperibili: alcuni rimangono poiché essi venivano copiati, ma ciò accadeva solo
per i documenti ritenuti importanti, mentre quelli delle persone sconosciute andavano quasi sempre
persi. Testimonianza importante sono le iscrizioni e i graffiti sui muri di Pompei del 79 d.C., che
rappresentavano elementi di parlato, di registro medio-basso della gente comune: danno indicazioni
sulle tendenza della lingua parlata, come la caduta della consonante finale. Per il microclima di un
certo ambiente si sono conservate anche per esempio le tavolette di legno di Vindolandia (vicino al
vallo di Adriano), in genere deperibili, e pure un corpus di lettere di papiri egizi.
• TESTI TRASMESSI
“Appendix Probi” : “appendice a Probo”. La grammatica di Probo è una lista di 227 parole o
forme o grafie in cui il maestro ha riportato tutti gli errori degli allievi i quali scrivevano
esattamente come parlavano, in cui compaiono forme intermedie tra il latino e il volgare italiano.
Testo databile intorno al III – IV – V secolo D.C. , è l’occasione per riflettere sulla presenza nel
latino volgare di una serie di tendenze aberranti rispetto alla norma classica.
Un po' come l’episodio della cena di Trimalcione di Petronio ci mostra le pronunce e i modi di
parlare del tempo, e stessa cosa fa Palladio nel trattato dell’agricoltura.
• TESTIMONIANZE INDIRETTE
Sostrato: fenomeno linguistico in cui le parlate preesistenti sulle quali si impose il latino grazie
all’espansione romana, finiscono per influenzarlo: quando i Romani si espandono, espandono la
loro lingua con i tratti regionali. Il sostrato ha agito nella frantumazione dei volgari italiani. Es.
Etrusco (unica lingua nella penisola italiana a non essere indoeuropea)
Superstrato: l’influenza esercitata da lingue che si sovrapposero al latino al tempo delle invasioni
barbariche: es. Goto, longobardo, franco. In Etruria nessun problema di superstrato poiché l’etrusco
è una lingua a parte, troppo distante dal latino, perciò non si ha un latino con tratti etruschi ma un
latino corretto, preciso, senza influssi.
All’epoca delle invasioni barbariche Per scrivere si usava il latino medievale, poiché mettere per
iscritto una lingua orale era un’operazione assai complessa.
Fino al 476 si parla di latino volgare, e si comincia a parlare di volgare vero e proprio solo dopo il
476 d.C, dopo la caduta ufficiale dell’impero romano.
In Italia ci sono pervenuti diversi testi dubbi, in cui non si sa se si tratta di latino scritto male o di
volgare. Solo i dotti erano davvero bilingue, mentre la maggior parte della popolazione non sapeva
bene il latino. In Francia le cose erano diverse, con il Giuramento di Strasburgo del iX sec
(Sacramenta Argentariae in latino). Si ebbe la prova che esisteva un volgare francese, prima
attestazione data dal confronto tra latino, francese e tedesco. In Italia la situazione era più
complicata, vi erano testi i cui caratteri erano dubbi se si trattasse di latino scritto male o di volgare.
PRIMI TESTI VOLGARI

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• L’indovinello veronese: testo in cui non si è certi se lo scrivente adoperasse un latino
scorretto o volutamente abbandonasse il latino corretto, adottando forme popolari.
Si tratta di un codice scritto in Spagna all’inizio dell’VIII secolo in cui gli scribi facevano le
prove di scrittura dell’inchiostro. Un testo è di sicuro latino, mentre l’altro è incerto: sembra
latino ma scritto da qualcuno che non sa bene la grammatica, forme che fa pensare al
volgare. Interpretato inizialmente come un canto di bifolchi, si è scoperto invece essere una
metafora che paragona l’aratura all’atto della scrittura: Bianca è la pagina, nero l’inchiostro,
la penna è come l’aratro e le dita sono simili ai buoi che trainano lo stesso aratro.
• L’iscrizione della catacomba romana di Commodilla: il graffito non porta alcuna
datazione cronologica, ma può essere fatto risalire al periodo tra il VI-VII secolo. Si trova
sulla cornice di un affresco nella cripta romana di Commodilla e recita la frase “non devi
dire ad alta voce i segreta” -> “non dicere ille secrita abboce”. Scritto da un sacerdote
maldestro. O da un amico per ricordargli che non deve dire ad alta voce i segreta, cose
relative nella messa.
L’anonimo graffito rivela il suo reale carattere di registrazione del parlato, là dove riporta il
raddoppiamento fonosintattico nell’espressione a bboce: la seconda B, più piccola, fu
aggiunta successivamente, mostrando la pronuncia col betacismo (passaggio da V a B). In
latino non è raddoppiato: chi scrive il testo è quasi sicuramente in un contesto volgare e non
latino. Inoltre si legge secreta perché la i è semplicemente una grafia per é da E latino. Ille
si tratta del dimostrativo latino adoperato in funzione di articolo (“i”), chiamato infatti
articoloide.
• L’iscrizione di San Clemente: iscrizione collocata nell’affresco del martirio di San
Clemente che si trasforma in una colonna. Nella descrizione della figura la voce narrante è
in latino, quella del parlato in volgare.
• Placito capuano: atto notarile proveniente dal monastero di Montecassino, il cui abate
rivendicava il diritto di usucapione sulle terre del monastero. Importante testimonianza, la
datazione è precisa, risale al 960, essendo un verbale relativo a una causa giudiziaria; inoltre
il volgare viene qui utilizzato nelle forme in cui compare il discorso diretto. Oltre al latino
compaiono 4 formule in volgare. È per così dire il primo documento che attesta sicuramente
l’uso del volgare: chi scrive sa dei 2 codici, uno latino e l’altro volgare, inoltre il testo
mostra una situazione di diglossia, di bilinguismo. A Capua vi è un tipo di volgare
meridionale (come sia nota dalla forma kille=kill); vi è poi un tratto neostandard, quello
della dislocazione a sinistra, in cui si focalizza il complemento oggetto più il pronome
anafonico. Altre formule molto simili sono attribuite ai notai che scrissero altri “placiti
campani”, poiché i notai erano la categoria sociale che aveva più frequentemente occasione
di usare la scrittura.
Tra il 960 e il 1612 è il periodo in cui si affermano i volgari, ma prevale quello fiorentino.
La prima testimonianza di toscano si ha con un testo pisano, un canto navale; mentre la prima
testimonianza di fiorentino si ha solo nel 1211 con un frammento di un canto di banchieri. Poi nel
1311 il fiorentino diventa lingua di riferimento della penisola.

• 2) IL DUECENTO
Il volgare comincia ad essere usato anche in letteratura, fatto testimoniato dalla prima scuola di
cui abbiamo notizie certe fu quella siciliana fiorita all’inizio del XIII secolo alla corte di
Federico II di Svevia: la scuola poetica siciliana. I poeti siciliani erano influenzati dalla poesia
in lingua d’oc dei provenzali, così imitarono la poesia provenzale trovadorica ma ebbero l’idea
di sostituire a quella lingua forestiera, un volgare locale, il volgare di Sicilia. Lo stesso
imperatore Federico poetò in quella lingua, benché non fosse siciliano di nascita. La corte
federiciana era una corte itinerante, un ambiente internazionale, tanto che alcuni tra i poeti
siciliani non erano affatto siciliani: ciò dimostra che la scelta del siciliano fu dotata di valore
formale infatti il volgare della poesia siciliana è altamente formalizzato. Furono proprio i poeti

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siciliani ad inventare la forma metrica del sonetto. Abbiamo diverse testimonianze dei sonetti
appartenenti alla scuola siciliana ma molti di questi non sono stati scritti come ci sono stati
tramandati: i trovatori provenzali erano molto attenti alle forme metriche, e così lo era anche per
i poeti siciliani per i quali la rima era sacra, sempre rispettata, eppure abbiamo esempi si poesia
in cui la rima non funzione bene, ma va per assonanza es amori/muri (ciò costituì un cruccio per
i poeti successivi). Questa rima viene giustificata con “rima siciliana” ( rima per l’occhio come
bòtte/botte);
ma in realtà amore > AMORE(M) in siciliano diventa “amuri” : la o diventa u e la e diventa i
Noi conosciamo così soltanto le poesie siciliane toscanizzate dai copisti: i copisti toscani
intervennero punto sulla forma linguistica della poesia siciliana con una vera operazione di
traduzione, eliminando per quanto possibile i tratti siciliani che sentivano come dissonanti,
riarrangiandoli nel proprio codice linguistico. Così la forma toscanizzata fu presa per quella
originale ed è l’unica che tutti conoscono. La sconfitta degli Svevi e l’avvento degli Angioini
portò con sé anche la distruzione fisica dei manoscritti meridionali e dunque i manoscritti
toscani restarono gli unici a conservare quella tradizione. Prova fondamentale è la testimonianza
di Giovanni Barbieri, studioso cinquecentesco della poesia provenzale che ebbe per le mani un
codice, il Libro Siciliano poi definitivamente perduto, contenente alcuni testi poetici siciliani:
Barbieri ricopiò una poesia originale di Protonotaro e un frammento della canzone di Re Enzo
di cui abbiamo entrambe le versioni, quella siciliana e quella toscanizzata, così da poter fare un
confronto.
Il volgare siciliano è un volgare illustre, un volgare ripulito dai registri bassi, costrutti e parole
locali; si arricchisce di un tono alto i cui tratti entrano anche nella nostra lirica. Il siciliano
illustre diventa una lingua astratta che funziona da modello ( per il dolce stil novo: Cavalcanti,
Guinizzelli e Dante). Dante salva il siciliano come candidato per la lingua nazionale, lo esalta
più del fiorentino.
Con la morte di Federico II di Svevia (1250) venne meno la poesia siciliana: la sua eredità passò
in Toscana e a Bologna, con i cosiddetti poeti siculo-toscani e gli stilnovisti. Importante era
anche la poesia religiosa, di cui il Cantico di frate sole di San Francesco ne è il più importante
esempio, monumento insigne di poesia, databile al 1223-1224, scritto in volgare con elementi
umbri. La tradizione delle “laudi” religiose ebbe comunque un grande sviluppo anche nel
Trecento e nel Quattrocento, utilizzati come preghiere cantate. In Italia settentrionale fiorì
inoltre nel Duecento una letteratura moraleggiante in volgare, soprattutto in area lombarda.
L’area Toscana in cui si ebbe la prima notevole espansione dell’uso del volgare scritto è quella
occidentale, fra Pisa e Lucca. In quest’area si sviluppò la poesia siculo-toscana che ebbe i suoi
centri a Pisa, Lucca, Arezzo e Firenze (Solo nella seconda metà del Duecento). Il loro stile
riflette quello dei poeti siciliani, come ad esempio l’uso delle -i finali al posto di -e.
Dante attribuì a Guido Guinizzelli la svolta stilistica che avrebbe portato a una nuova poesia
d’amore, che mantiene comunque gallicismi, sicilianismi, provenzalismi. Le prime esperienze
poetiche di Dante appaiono ben inserite nella poesia volgare di Firenze, sia per i temi sia per le
forme linguistiche. Nella Vita Nuova Dante commentando in prosa una scelta delle proprie
poesie, divenne egli stesso uno dei fondatori della prosa in volgare.
In fiorentino scrivono grandi poeti a livello mondiale di quel periodo: Dante, Petrarca e
Boccaccio. Tutto gira intorno a Firenze e non è un caso: Firenze in quegli anni era un centro
economico e politico importante, pieno di risorse economiche e culturali. Firenze ebbe uno
sviluppo culturale enorme nel corso del 1200, da cui prende vita la cultura volgare.
La popolazione si divide in letterati e illetterati:
• Letterati : coloro che conoscono il latino, che hanno una grande cultura di base
• Illetterati : coloro che non sanno il latino, ma hanno una cultura volgare; attraverso i testi
volgari attingono ai testi latini
Dante fu il primo che offre una riflessione metalinguistica dal suo punto di vista di letterato. Le
questioni della lingua sono legate all’uso letterario, non alla lingua popolare. Coloro che si
occupano di problemi linguistici sono scrittori davanti a instabilità linguistiche; l’ultimo è

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Manzoni quando scrive i Promessi Sposi. Dal 1861 con l’unità d’Italia la lingua diventa un
problema sociale, non solo letterario.
Dante fu il primo teorico del volgare ed esprime le sue riflessioni in 2 opere:
• De vulgari eloquentia: scritto in latino sul volgare durante l’esilio (nel 1303), lasciato
interrotto al II libro, è il primo trattato sulla lingua e sulla poesia volgare. Fino al
Cinquecento esso rimase sconosciuto, fu riscoperto solo nella prima metà di Cinquecento e
pubblicato nella traduzione italiana dal letterato Trissino. Nel primo libro Dante parte dalle
origini, dalla creazione di Adamo, stabilendo che fra tutte le creature l’unico essere dotato di
linguaggio è l’uomo, diversificandolo dagli animali, gerarchicamente inferiori, e dagli
angeli, superiori. L’origine del linguaggio e delle lingue viene ripercorsa attraverso il
racconto biblico della Torre di Babele. Dante procedendo dal generale al particolare,
procede seguendo la diversificazione geografico-spaziale delle lingue naturali, arrivando al
gruppo linguistico di comune origine costituito da:
Lingua del sì: italiano
Lingua d’oc : francese provenzale
Lingua d’oil: antico francese
Dante giunge infine all’area italiana: ricercando il modello del volgare passa in rassegna i
vari volgari presenti sulla penisola, individuando 14 tipi di volgari diversi, alla ricerca del
migliore: ma l’esame delle varie parlate si conclude con la loro sistematica eliminazione,
tutte nella loro forma naturale sono indegne del volgare illustre. Salva soltanto il siciliano e
il bolognese come i meno peggio, ma Dante sta cercando una lingua ideale, illustre, priva di
tratti locali e popolari, da prendere come modello. Ecco perché il toscano viene condannato
al pari di tutti gli altri volgari: Dante non apprezza la lingua popolare toscana, caratterizzata
da uno stile rozzo e plebeo. Per Dante inoltre, il latino non è una lingua viva, parlata, che
poi si è trasformata, ma la considera una lingua astratta, costruita dai dotti a tavolino, per
avere un sistema di comunicazione tra le varie lingue; il latino medievale era insomma una
lingua artificiale.
Il problema di Dante è quello di individuare quale volgare usare per scrivere in poesia.
Proprio come per il latino, la soluzione proposta da Dante è quella di una lingua che vada
costruita a tavolino, che abbia 4 caratteristiche:
-illustre: deve illuminare, avere un registro elevato in cui non compaiono tutti i tratti locali,
ma solo quelli comuni a tutta la penisola
-curiale: relativo alla curia, luogo dove si amministra la giustizia; un volgare come se fosse
utilizzato dai tribunali in un’Italia politicamente unificata
-aulico: aula=sala in cui riceve il re; lingua parlata come se ci fosse la corte
-cardinale: lingua che deve fare da cardine, modello di riferimento di tutti i volgari presenti
in Italia
- Convivio: prosimetro scritto in volgare, composto da parti in prosa e parti in poesia. È una
raccolta di 14 canzoni di argomento filosofico affiancate da un commento di Dante in prosa in
volgare. Il problema consiste nel parlare di filosofia in volgare, poiché dato il tema elevato,
solitamente se ne parlava rigorosamente in latino. Dante esprime varie argomentazioni:
1- motivo di coerenza: spiega in volgare un commento a un testo volgare
2- usando questa lingua egli raggiunge un numero maggiore di persone, perché in volgare
capiscono tutti, letterati e non
3 – il volgare è una lingua madre, uno strumento per accedere alla lingua superiore che è il latino
Nel Convivio il volgare viene celebrato come “sole nuovo”, destinato a splendere al posto del latino
per raggiungere quindi un più vasto pubblico. Il latino è comunque reputato superiore in quanto
usato nell’arte.

Nel Duecento il latino detiene ancora il primato assoluto nel campo della prosa, inoltre il volgare è
necessariamente influenzato dal latino. La prosa italiana nasce dunque nutrita di quello stesso latino
che sta cercando di soppiantare. Il libro di frate Ristoro, Composizione del mondo , è l’unico libro di
scienza che tenti la via del volgare.

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• 3) IL TRECENTO
Il successo della Commedia dantesca fu determinante per il successo del toscano; insieme allo
stesso Dante, altri 2 autori produssero opere scritte in fiorentino degne di suscitare la massima
ammirazione: il Canzoniere di Petrarca e il Decameron di Boccaccio, che formano con la
Commedia la triade celebrata delle “Tre corone”.
La lingua Fiorentina ebbe così successo poiché:
• Firenze era una potenza economica elevata: intrecciava rapporti mercantili con il resto
d’Italia
• Il fiorentino occupava una posizione mediana tra le parlate italiane ed era la lingua delle Tre
Corone
• Era abbastanza simile al latino e ciò garantiva una maggiore accessibilità ai letterati
• L’Italia era priva di una corte dominante, di una capitale e di una burocrazia centralizzata.
Dante: Migliorini ha definito Dante il “padre” del nostro idioma nazionale: se la lingua della sua
Commedia era stata capace di produrre un simile poema universale, significa che è di per sé matura
e dimostra la sua perfezione e duttilità. Il plurilinguismo è una delle categorie utilizzate per definire
la lingua poetica di Dante, disponibile ad accogliere elementi di provenienza disparata: latinismi,
termini forestieri e plebei; tale libertà nelle scelte lessicali deriva da una varietà di tono, data la
varietà delle situazioni della Commedia. Tutta questa fiorentinità sembra così contraddire le tesi del
De vulgari eloquentia.
Petrarca: caratteristica dominante del linguaggio poetico di Petrarca è la sua selettività, che esclude
molte parole usate da Dante nella Commedia; inoltre in contrapposizione al plurilinguismo
dantesco, Petrarca si colloca sul filone lirico della letteratura italiana, traducendosi nel
“monolinguismo” della lirica. Petrarca non si interessa molto della questione della lingua,
considerando il volgare non una lingua “naturale”, ma la lingua di un raffinato gioco poetico: la
lingua naturale dell’uomo colto, quella spontanea, è il latino. Tuttavia Petrarca sperimenta il volgare
nella sua più grande raccolta di opere, il Canzoniere, che ha comunque il titolo originale in latino,
rerum vulgarium fragmenta.
Boccaccio: Con Boccaccio si ebbe un salto di qualità nella prosa trecentesca. Nelle novelle di
Boccaccio ricorrono varie situazioni narrative in contesti sociali diversi, in cui tutte le classi si
muovono sulla scena: qua e là compaiono voci che introducono elementi diversi dal fiorentino: il
veneziano, il senese, il toscano rustico. Le novelle mostrano a volte una disposizione a concedere
spazio alla vivacità del dialogo, con sapiente aderenza ai moduli del parlato, con vivaci scambi di
battute. Tuttavia lo stile boccacciano per eccellenza è un linguaggio aulico, ricercato, difficile,
magniloquente, caratterizzato da una complessa ipotassi, da inversioni e dal sapore latineggiante,
che si trova soprattutto nelle cornici delle novelle e nella decima giornata, poiché tratta di un tema
elevato, mentre nel resto è piuttosto variegato.
Boccaccio raccoglie in alcuni codici il meglio di Dante, Petrarca e se stesso, ricostruendo il mito
delle Tre Corone, con l’idea di tramandare la triade ai posteri. Boccaccio e Petrarca, se danno lo
slancio al volgare, contrariamente ne determinano anche uno stacco, ponendo le basi
dell’Umanesimo.
Petrarca porta in Italia i classici latini (es il de architettura di Vitruvio) e con l’Umanesimo si ha la
riscoperta del latino classico e della classicità come momento augeo, dopodiché c’è stata
decadenza: vi era il principio di imitazione dei classici, si doveva scrivere il latino classico dei
grandi scrittori latini, prendendo come modelli per la prosa Cicerone e per la poesia Virgilio.
Diventa una letteratura dominata dal latino, facendo così subire al volgare un processo di arrest0o.

• 4) IL QUATTROCENTO
Petrarca, iniziatore dell’Umanesimo, porta in Italia i classici latini (es il de architettura di Vitruvio).
Con l’Umanesimo si ha la riscoperta del latino classico e della classicità come momento augeo,
dopodiché c’è stata una sorta di decadenza: vi era il principio di imitazione dei classici, si doveva
scrivere il latino classico dei grandi scrittori latini, prendendo come modelli per la prosa Cicerone e

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per la poesia Virgilio. Il confronto con il latino degli autori canonici lo orientò verso l’imitazione
dei grandi modelli letterari. Diventa una letteratura dominata dal latino, provocando così una crisi
del volgare che lo screditò agli occhi della maggior parte dei dotti. Il latino era preferito quanto
lingua più nobile, mentre l’uso del volgare risultava accettabile solo nelle scritture pratiche e
d’affari, mai nella scrittura d’arte.
Gli umanisti della prima metà del Quattrocento si interrogano sulle cause che avevano portato al
crollo di una civiltà così splendida quale quella degli antichi romani: la discussione sui rapporti tra
il latino classico e medievale vedeva schierarsi Biondo Flavio con Leonardo Bruni.
-Leonardo Bruni sosteneva che al tempo di Roma antica non si parlasse un latino omogeneo, ma ci
fosse due diversi livelli di lingua, uno alto letterario e uno basso popolare da cui si sarebbe
sviluppato l’italiano. Questa dicotomia tra latino e volgare era stata sempre presente, ed era
diastratica e diafasica: la lingua di registro alto era il latino, mentre quella di registro basso
utilizzata dai ceti bassi era quella da cui si origina il volgare. Dal latino classico si sarebbe
sviluppato il latino medievale e dal volgare basso i vari volgari. Il volgare nasce così da
un’evoluzione avvenuta all’interno del latino popolare, per una spinta interna, del tutto autonoma
dalla presenza di popoli invasori.
-Biondo Flavio pensava invece che al tempo di Roma si parlasse una sola lingua, il latino, e che
questa lingua si fosse corrotta per le invasioni barbariche, generando i volgari. La lingua italiana
risultava nata con un marchio negativo, come per Dante la mutevolezza delle lingue derivava dalla
maledizione babelica, ma a differenza della visione biblica dantesca, per gli umanisti come Flavio
si trattava di una sorta di maledizione laica, derivata dalla sola contaminazione dei popoli barbarici.
La tesi più accreditata nel Rinascimento fu quella risalente a Biondo, ripresa anche da Pietro
Bembo, che la fece sua nelle Prose della volgar lingua. La tesi di Bruni venne malinterpretata,
considerando l’ipotesi di due vere e proprie lingue distinte, classificate una come il latino classico e
letterario e l’altra come l’italiano; secondo questo parere l’italiano poteva così venire giudicato una
lingua antica quanto il latino, con esso coesistente da tempo memorabile.
Per gli umanisti il volgare era il demonio, a causa della preferenza indiscussa per il latino; tuttavia
con Leon Battista Alberti si ebbe un cambiamento di rotta, il quale manifestò grande fiducia nel
volgare ed elaborò un vero e proprio programma di promozione della nuova lingua, iniziando il
movimento definibile come Umanesimo volgare. Alberti è un personaggio poliedrico: scrittore,
architetto, matematico ecc, ed è bilingue: sa il latino e crede nel volgare.
Le maggiori critiche sul volgare mosse dagli umanisti sono principalmente il fatto che:
• il volgare non è utilizzato dalla maggior parte degli scrittori
• Una lingua per essere tale necessita di una grammatica e il volgare non la possiede
Alberti concorda con la tesi di Flavio sul fatto che il volgare nasce da una corruzione del latino,
tuttavia nulla vieta che questa lingua possa essere interessante, soprattuto perché comprensibile da
tutti. Alberti così obietta le critiche:
• Per il fatto che il volgare sia una lingua non usata dagli scrittori, Alberti organizza una gara
poetica, il Certame coronario, in cui i poeti sono invitati a scrivere un componimento in
volgare sul tema dell’amicizia, adoperando componimenti con metri di imitazione classica
(il piede alla latina); la giuria era composta da umanisti e non premiò nessuno, poiché
nessun opera era stata giudicata all’altezza di competere con la lingua latina.
• Alberti scrive poi la prima grammatica della lingua volgare per risolvere al problema della
lingua ufficiale volgare, che è anche la prima grammatica di una lingua volgare moderna:
l’autore vuole dimostrare che anche il volgare ha una sua struttura grammaticale ordinata,
come ce l’ha il latino. È una grammatica sincronica che descrive la lingua contemporanea
del fiorentino toscano. Fa scalpore poiché è la prima e l’ultima. La lingua di Alberti si basa
sull’osservazione: si nota subito poiché è preceduta da una serie di tavole in cui vi è la
descrizione dei fonemi, inoltre Alberti introduce il concetto di coppia minima, per la
semichiusa e la semiaperta. Individua 7 fonemi vocalici (tra latino e italiano non c’è questa
differenza). L’alfabeto ortofonico (dell’IPA) è quello che dà la pronuncia corretta, ma
Alberti non usa la terminologia moderna di fonemi ecc.

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Tuttavia la grammatichetta di Alberti ebbe una storia complicata, se ne perse traccia, non
circolò e non fu data alle stampe. Viene ricondotta ad Alberti solo negli anni 80 nel
Novecento. L’autore descrive il fiorentino 400esco, quello a lui contemporaneo, molto
diverso da quello del 300, in cui avviene una frattura. Ogni parola finisce per vocale tranne
qualche eccezione; poi sottolinea la vicinanza forte tra volgare toscano e latino. Egli scrive
per confutare l’idea di Bruni e dare al volgare un fondamento, uno statuto.
Alla fine del 400 non vi sono più dubbi se il volgare è una lingua che gli scrittori possono utilizzare.
Forte promozione della lingua volgare si ebbe con Lorenzo il Magnifico, con Cristoforo Landino e
Angelo Poliziano. Landino negò la naturale inferiorità del volgare rispetto al latino e invitò i
concittadini di Firenze a darsi da fare perché la città ottenesse il principato della lingua. Con la sua
traduzione in volgare della Naturalis historia di Plinio per dimostrare che la lingua Toscana era
ormai matura per trattare ogni argomento. Lorenzo il Magnifico inviò a Federico una raccolta di
poesie, la Raccolta aragonese, contenente l’elogio della lingua e della letteratura Toscana, in primo
luogo con Dante e Petrarca. La prosa ebbe meno uniformità della poesia .
Dal 300 al 400 si ha un cambiamento linguistico forte, conseguenza delle trasformazioni politiche
italiane: il passaggio dai comuni alle signorie, da stati municipali a stati regionali.
Nel Quattrocento le scriptae, l’insieme delle peculiarità grafiche della lingua scritta prima della
codificazione, tendono al conguaglio, cioè all’eliminazione dei tratti più vistosamente locali.
Nelle cancellerie si sviluppa la koinè regionale: fenomeno linguistico che indica una lingua comune
superdialettale; la koinè quattrocentesca consiste in una lingua scritta che mira all’eliminazione dei
tratti locali, accogliendo latinismi e appoggiandosi al toscano. Prima parte di potatura e seconda di
reintroduzione delle lingue di prestigio. Nelle cancellerie aumentarono le manifestazioni scritte del
volgare, a opera di funzionari, in genere notai. Ciò diede luogo a fenomeni complessi di coesistenza
delle due lingue, italiano e latino.
Il testo latino di Plinio viene tradotto da Landino in fiorentino 300esco e da Brancati in una koinè
napoletana, ricca di latinismi.
La situazione di Firenze era particolare e il prestigio fiorentino era troppo forte perché si abbia un
esito di koinè: si ha però un leggero spostamento di asse anche in Toscana; con lo spostamento dalla
campagna alla città di persone delle città confinanti e vicine a Firenze, verso l’inizio del 400
entrarono a Firenze tratti dei loro volgari (pisano, aretino, cortonese): es ghiaccio>diaccio,
schiacciare>stiacciare. Firenze così assorbe tratti delle lingue limitrofi, e il fiorentino del 400 risulta
dunque più toscanizzato, più vicino al fiorentino contemporaneo. Quello del 300 è il fiorentino
aureo, quello del 400 e 500 argenteo, con un’aggiunta di una 50ina di tratti nuovi.
Nel resto d’Italia e fuori è sentito però come un fiorentino di registro più basso: un fiorentino
degradato perché ha una collocazione diastraticamente più bassa, delle classi sociali inferiori. In
realtà è solo una varietà diatopica, ma sentita come diastratica. Molti scelgono comunque di
utilizzare il fiorentino aureo spontaneamente, anche alla fine del 400, come nell’opera
dell’Arcadia, di Sannarzaro, un poeta meridionale: l’opera appartiene al genere bucolico, nel quale
si alternano egloghe pastorali e parti in prosa; una prosa interessante perché è la prima prosa d’arte
composta fuori dalla Toscana, in una lingua appresa ex novo, prova del prestigio sempre più
crescente del volgare toscano. Inoltre tra Quattrocento e primo Cinquecento, esperimenti di
mistilinguismo tra latino e volgare furono frequenti, e si svilupparono soprattuto in 2 forme: il
macaronico e il polifilesco. Il macaronico nasce come linguaggio comico di divertimento
nell’ambiente universitario padovano, il cui nome deriva da un cibo, il maccarone, un tipo di
gnocco: consiste in una latinizzazione parodica di parole del volgare, con il risultato di sembrare un
latino pieno di “errori”. Si tratta comunque di una scelta volontaria dello scrittore, a scopo comico,
mediante la tecnica dell’abbassamento di tono. Iniziatore del genere fu Tifi Odasi, ma autore più
importante fu Teofilo Folengo. Il polifilesco invece, non ha alcun intento comico: il volgare che
viene combinato con il latino non è il dialetto locale, ma il toscano letterario, boccaccesco, con un
sapore settentrionale illustre; si parte dunque da un volgare già nobile e si cerca di avvicinarlo
quanto più possibile al latino.
Il problema che ci si poneva ora, fino a tutto il ‘500 era: quale volgare devo usare se voglio scrivere
in italiano? Diventa la cosiddetta questione della lingua del 500: bisognava scegliere un modello

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linguistico nazionale. La questione c’era in realtà da sempre, dal 960, ma diventa più forte alla fine
del ‘400 in quanto i fatti linguistici sono determinati dai fatti storici del periodo e alla fine del ‘400
si ha un’invenzione che diventa una vera e propria rivoluzione che incise profondamente sulla
cultura europea: l’invenzione della stampa a caratteri mobili. Tale scoperta provoca un completo
cambiamento sulla formazione del libro: tra le conseguenza di questa grande innovazione
tecnologica vi fu innanzi tutto una diminuzione del prezzo dei libri, con una aumento delle tirature
e una divulgazione mai vista prima. Con l’invenzione della stampa non si fanno più tante copie
quante ne servivano, ma si allarga il mercato e si cerca di venderne il più possibile. La stampa è
un’invenzione di Gutemberg: il primo libro composto a caratteri mobili, la Bibbia, uscì in
Germania, a Magonza, prima del 1456, e in breve tempo la tipografia si diffuse poi anche in altre
nazioni.
Se un’opera veniva copiata da un copista fiorentino e toscanizzava un’opera siciliana, questa non
poteva essere venduta al sud, ma occorreva una lingua nazionale, una lingua per amalgamarsi. Il
latino non rispondeva a questa richiesta, poiché gli illetterati non l’avrebbero compreso.

• 5) IL CINQUECENTO
Nel Cinquecento il volgare assunse piena maturità ottenendo il riconoscimento dei dotti. In questo
secolo assistiamo a un vero e proprio trionfo della letteratura in volgare, per un pubblico più ampio
di lettori. Nel Rinascimento il latino, comunque, resisteva saldamente al livello più alto della
cultura; la crisi umanistica del volgare era ormai superata e si avvertiva una certa fiducia nella
nuova lingua. Si ebbe anche la prima stabilizzazione normativa: si stamparono le prime
grammatiche dell’italiano e furono realizzati i primi lessici. Verso la metà del secolo si assiste al
definitivo tramonto della scrittura di koinè, caratterizzata da contaminazioni fra parlata locale,
latino e toscano. Il latino mantenne una posizione rilevante e per quanto riguarda il diritto e
l’amministrazione della giustizia, il latino aveva una netta prevalenza; mentre nella pratica di tutti i
giorni, il volgare a poco a poco trovava spazio, più o meno ufficialmente.
Sulla questione della lingua, coloro che ne discutono si dividono in 3 partiti che sostanzialmente
corrispondono a 3 soluzioni diverse, da città a città:
1. VENEZIA: Venezia divenne la capitale della stampa italiana e tale rimase a lungo: nel
Cinquecento e nel Seicento raggiunse oltre il 70% della produzione di titoli italiani. Tra il
1470 e il 1472 uscirono le prime edizioni a stampa degli autori massimi della letteratura
volgare: il Canzoniere di Petrarca, il Decameron di Boccaccio e la Commedia dantesca.
Uno degli editori più famosi, Aldo Manunzio, colui che inventò il corsivo (italics) inventa il
formato tascabile dei libri, che fu un contributo all’industria editoriale notevole, stampando
nel 1501 Virgilio e Orazio. Non a caso chi propone una soluzione alle questione della
lingua lavorava con lui, Pietro Bembo, una umanità dell’ultima generazione, che curò la
versione in piccolo formato di Petrarca volgare. Bembo non vuole trovare una lingua che sia
raggiungibile a tutti, ma che permetta allo scrittore di guadagnarsi il successo è l’eternità,
una lingua paragonabile al latino classico. Egli è un aristocratico e vuole una lingua che
garantisca l’aulicità alla scrittura, trasporta in chiave moderna l’idea del secolo precedente.
Quando Bembo parla di volgare intende senz’altro il toscano, ma non il toscano vivente,
quello parlato nella Firenze del Cinquecento, bensì il toscano letterario trecentesco dei
grandi autori di Petrarca e Boccaccio. Egli prende come modello per la poesia Petrarca, con
la sua lingua di alto registro, e per la prosa Boccaccio: quest’ultimo però viene limitato al
linguaggio raffinato delle cornici e a quello della decima giornata, unici casi di registri
elevati. Bembo non nega che i toscani siano avvantaggiati sugli altri italiani nella
conversazione, ma ciò è sentito come elemento di rischio, poiché i letterati fiorentini
rischiano di essere disponibili di più di altri ad accogliere parole popolari capaci di
macchiare la dignità della scrittura. La sua tesi poteva far dubitare che egli volesse così
parlare “ai morti più che ai vivi”, ma secondo Bembo, requisito necessario per la
nobilitazione del volgare era il rifiuto totale della popolarità. Ecco perché Bembo non
accettava integralmente il modello della Commedia di Dante, di cui non apprezzava le

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discese verso lo stile basso e realistico. La sua tesi la ritroviamo nella sua opera, le Prose
nella volgar lingua, del 1525, che ebbe una difficile e complicata pubblicazione. L’opera è
un forma di dialogo in 3 libri. Il primo libro consiste in un dialogo a cui prendono parte 4
personaggi, ognuno dei quali è portavoce di idee diverse: Giuliano de’Medici rappresenta la
continuità con l’umanesimo volgare, Federico Fregoso espone tesi storiche, Ercole Strozzi
rappresenta il latino contrapposto al volgare e infine Carlo Bembo, fratello dell’autore, è
portavoce delle idee di Pietro; qui ovviamente a vincere è proprio la tesi di Pietro Bembo. Il
terzo libro è invece una vera e propria grammatica dell’italiano, non sistematica, ma
diacronica perché descrive una lingua che non esiste più; ha anch’essa una forma dialogica,
che contiene una serie di regole esposte nella finzione del dialogo, dal quale emerge il
chiaro profilo dell’italiano teorizzato da Bembo. Nelle Prose viene inoltre svolta un’ampia
analisi storico-linguistica, secondo la quale il volgare sarebbe nato dalla contaminazione ad
opera degli invasori barbari.
2. FIRENZE: i fiorentini non accettano l’idea di Bembo, sul fatto che il fiorentino
contemporaneo sia degradato, perché attingere ai soli modelli di Petrarca e Boccaccio risulta
una scelta alquanto limitante: ormai quella è una lingua che non esiste più, che non è più
parlata. Prende così forma la posizione fiorentinista, condivisa anche da Machiavelli e
Martelli, secondo cui il volgare da utilizzare era proprio il fiorentino contemporaneo del
400/500 . Nella seconda metà del ‘500 Cosimo I nel Granducato di Toscana avanza la
promozione della nuova lingua: egli fonda l’Accademia fiorentina per trasmettere l’idea del
fiorentino contemporaneo con la traduzione di testi latini in fiorentino.
3. ROMA: Roma era una città cosmopolita, in cui si realizzava quindi la circolazione di genti
diverse che favoriva il diffondersi di una lingua di conversazione superregionale di qualità
alta, di base toscana, ma disponibile ad apporti diversi. Roma attinge così alle koinè
regionali, da cui deriva la teoria eclettica o cortigiana: una lingua comune che tenga conto
anche dei vari volgare italiani; una sorta di koinè della koinè. È una lingua di base fiorentina
poiché precedentemente fiorentinizzata, ma aperta alle influenze e al contributo delle altre
koinè: posso inserire una parola veneta nel vocabolario comune se questa è utilizzata e
compresa da tutti, anche se non fiorentina.i fatturati della lingua cortigiana, a differenza di
Bembo, non volevano restringersi all’imitazione del toscano arcaico, ma preferivano far
riferimento all’uso vivo di un ambiente sociale determinato, quale era la corte. Roma,
infatti, è un microlaboratorio in cui questo avviene: alla corte del papa si realizza la koinè
delle koinè; il papa che cambia sempre fa sì che a corte si conoscano e si parlino diverse
lingue mescolate, e si va incontro a un conguaglio nazionale.
La teoria di Trissino, legata alla riscoperta del De vulgari eloquentia, presenta analogie con
quella cortigiana; egli diede alle stampe il trattato dantesco in traduzione italiana e nello
stesso anno pubblicò il Castellano, un dialogo in cui sosteneva che la lingua poetica di
Petrarca era composta di vocaboli provenienti da ogni parte d’Italia e perciò non era quindi
definibile come fiorentina, bensì come italiana. La tesi di Trissino negava dunque la
fiorentinità della lingua letteraria e faceva appello alle pagine in cui Dante aveva
condannato la lingua fiorentina, in realtà malinterpretando la discretio dantesca.

Le 3 correnti rimasero attive per molto tempo, ma col 1527 la corrente eclettica cortigiana si
affievolisce: con il sacco di Roma, la città non poteva più garantire stabilità linguistiche.
Continuerà lo scontro tra bembiani e fiorentinisti, ma non si concluderà: finirà con un
compromesso. Il problema non era soltanto il modello, ma la possibilità di diffonderlo: in questo
caso la scelta di Bembo risultava la più economica, perché bastava avere una copia del Canzoniere
e del Decameron; la soluzione eclettica era più difficile da diffondere per chi non apparteneva alla
corte di Roma, e stessa cosa per il fiorentino. Perciò la soluzione di Bembo ebbe fortuna per molto
tempo perché era economicamente più vantaggiosa; tuttavia si arrivò a 2 compromessi:
• 1° compromesso: Benedetto Varchi, fiorentino allievo di Bembo, considerò le idee del
maestro come un tradimento delle premesse del classicismo volgare, in quanto si trattò di
una vera e propria riscoperta e rivalutazione del parlato. Per Varchi la pluralità dei linguaggi

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non va spiegata con la maledizione babelica, ma con la naturale tendenza alla varietà propria
della natura umana; essa non è una punizione, ma un vantaggio. Varchi perciò a differenza
di Bembo, affiancava alle sue idee l’importanza dell’oralità, della lingua parlata di Firenze,
considerando quella di Bembo, una proposta legata a una lingua morta, perciò non fattibile
nella realtà sociale. Opera più importante di Varchi è l’Hercolano, in cui sono contenute
liste di espressioni proverbiali fiorentine. Secondo Varchi:
-Bembo ha fatto una scelta aristocratica, poiché secondo lui il fiorentino del 500 ha troppe
influenze, è corrotto; si tratta dunque di una questione di registro
-I fiorentinisti devono tenere conto della dinamicità della lingua: la lingua varia per
soddisfare tutte le esigenze comunicative
-Nello spazio linguistico Varchi privilegia il fiorentino ma limitandolo a quello delle classi
alte
Varchi così propone come modello il fiorentino delle classi alte: quello dei letterati, o degli
illetterati colti (coloro che hanno comunque una certa cultura rispetto al volgare); così facendo
Varchi va incontro a entrambe le tesi rimaste, ma il compromesso non funzionò. Uno dei
principali problemi fu pensare un modo per diffonderlo.
• 2° compromesso: Lionardo Salviati, allievo di Varchi, studiò a fondo il Decameron di
Boccaccio e ne compì una “rassettatura”, cioè una censura moralistica, togliendo tutto
quanto vi potesse apparire immorale e antireligioso. La sua idea era che il fiorentino
contemporaneo non poteva essere accettato da tutta l’Italia; occorreva riferirsi a tutto il
fiorentino trecentesco, alla lingua che le Tre Corone hanno utilizzato; bisognava mettere
insieme tutti i testi scritti per coprire una porzione più ampia della popolazione. Restava
comunque il grande problema della diffusione: avere tante biblioteche che contenessero tutti
i testi del fiorentino trecentesco era complicatissimo. Ce ne era una sola in Italia, riunita da
Salviati, l’Accademia della Crusca, che nasce come luogo di ritrovo per i colti per discutere,
ma con l’ingresso di Salviati l’Accademia assume il ruolo di diffusione.
Le accademie, svolsero nel Cinquecento una funzione di primo piano, in quanto in esse si
organizzarono gli intellettuali e venivano dibattuti i principali problemi culturali e le
questioni linguistiche prevalenti. Importante era l’Accademia fiorentina, l’Accademia degli
infiammati e appunto l’Accademia della Crusca.
La diffusione molto ampia della lingua italiana nei libri del Cinquecento ha luogo nelle varie
discipline: nell’architettura, nella pittura, nella scultura; ma soprattutto nelle traduzioni dei classici,
che costituiscono un capitolo fondamentale per la storia dell’italiano. La traduzione fu il settore che
meglio funzionò come banco di prova delle capacità dell’italiano: nel campo delle scienze naturali
si continuava a tradurre la Storia naturale di Plinio e importane fu la traduzione degli Annali di
Tacito. Splendido esempio di prosa, è poi il trattato De principatibus di Machiavelli, scritto in un
fiorentino ricco di latinismi e di vere e proprie parole latine. Il volgare prevaleva nel settore della
scienza applicata e importante fu l’attività svolta da Galileo.
Al di fuori della letteratura, nei settori pratici, nel Cinquecento si assiste a una crescita sostanziale
dell’impiego della lingua italiana: aumentano le occasioni di scrivere, cresce l’uso della lingua, a
volte utilizzata anche da persone di scarsa cultura.
Fin dalla prima metà del Cinquecento la commedia si rivela il genere ideale per la realizzazione dei
un vivace mistilinguismo: la caratteristica più evidente della commedia è data dalla compresenza di
diversi codici per i diversi personaggi.
La Chiesa fu tra i protagonisti della storia linguistica nel periodo del Concilio di Trento alla fine del
Seicento. La lingua ufficiale della Chiesa restò il latino, ma il problema del volgare emerse nella
catechesi e nella predicazione. La riforma protestante aveva puntato proprio sulla lettura diretta
della Bibbia e in tale direzione si era mosso Lutero con la famosa versione in tedesco, prova
dell’enorme importanza per la storia della lingua e della letteratura germanica. I partecipanti del
Concilio vedevano così nella Bibbia in mano a tutti una rischiosa fonte errori e di eresie. Al latino
era riconosciuto il carattere di lingua universale: esso garantiva un’omogeneità interanzionale nel
messaggio della Chiesa. Il volgare, respinto dai “piani alti” della cultura ecclesiastica, confermava
viceversa il suo ruolo decisivo nel settore che risentiva direttamente del confronto con i fedeli: la

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predicazione. Il Concilio di Trento insisteva sul fatto che la predicazione in lingua volgare era uno
dei compiti a cui i parroci non dovevano assolutamente sottrarsi e che questa predicazione doveva
svolgersi durante la messa: unico momento in cui la comunicazione diretta con i fedeli richiedeva
l’uso di una lingua largamente comprensibile. Così anche la Chiesa dovette affrontare un Vera e
propria “questione della lingua”.

• 6) IL SEICENTO
L’Accademia della Crusca ebbe un’importanza eccezionale, non solo perché realizzò il primo
vocabolario italiano, ma anche il primo grande dizionario monolingue europeo. Il Vocabolario degli
Accademici della Crusca uscì dunque nel 1612 presso la tipografia veneziana di Giovanni Alberti.
Fu così funzionale che venne imitato nel resto nel mondo. Nel vocabolario ogni parola che compare
nel testo si scheda scrivendo il contesto della parola: l’insieme dei contesti della parola formano la
voce della parola. Nel 1612 si chiuse così la questione della lingua. L’impostazione del vocabolario
fu essenzialmente legata all’insegnamento di Salviati, ma al momento della realizzazione del
Vocabolario, Salviati era già morto, e dopo di lui non vi fu nessun’altra figura di spicco che potesse
raccoglierne l’eredità. Gli accademici fornirono il tesoro della lingua del Trecento, esteso al di là
dei confini segnati dall’opera delle Tre Corone.
L’attività della Crusca non fu certo esente da critiche: il primo avversario fu Paolo Beni, che scrisse
l’Anticrusca in cui polemizza contro la lingua usata da Boccaccio, indicandone le irregolarità e gli
elementi plebei, dando un giudizio complessivo negativo sulla prosa del Trecento, pur lodando il
Petrarca, e apprezzava invece i moderni, in particolar modo Tasso. Un altro critico della Crusca fu
Tassoni, autore de La secchia rapita, che era un accademico, perciò muove critiche dall’interno;
aveva posto molte postille direttamente sulle pagine del Vocabolario della Crusca. Tassoni mostrava
la sua ammirazione per scrittori moderni come Guicciardini e obiettava alla Crusca una certa
confusione nella grafia delle voci.
Le obiezioni alla Crusca erano principalmente 2:
-1: in certi casi la proposta dell’Accademia era municipale: bisognava disimparare una parola
conosciuta da tutti per impararne una fiorentina
-2: a volte la parola non dava indicazioni sulla diafasia (contesto). (la marca d’uso del De Mauro)
Il vocabolo ebbe varie edizioni: dopo iI 1612 uscì l’edizione del 1623, e poi quella del 1691,
vistosamente diversa fin dall’aspetto esterno, facendo un salto quantitativo.
Nel 1612 nasce quindi la lingua italiana, con un ampliamento dello spazio linguistico in diafasia,
ma non portato a termine. Le coordinate dei 5 assi della lingua sono: fiorentino del 300, classi colte,
registro elevato, scritto. Nel resto dello spazio linguistico nel parlato si parla il dialetto. Fino agli
anni 70 del Nocevento si ha come modello il fiorentino del Trecento, poi cambia il modello di
riferimento della lingua.
Costola dell’attività dell’Accademia della Crusca è la formazione della lingua scientifica, il cui
iniziatore fu l’accademico Galileo Galieli, a cui si deve la prosa del Seicento. Il latino funzionava
benissimo come strumento di comunicazione: scegliere l’italiano voleva dire dar fiducia a priori al
volgare. C’era la ricerca di un pubblico nuovo e Galileo scelse coscientemente il toscano, anche se
all’inizio aveva adoperato il latino. Galileo pur scegliendo il volgare, non si collocò mai al livello
basso o popolare, e seppe raggiungere un tono elegante, perfettamente accoppiato alla chiarezza
terminologica e sintattica; il volgare però aveva lo svantaggio di limitare la circolazione
internazionale, l’italiano era in quel momento molto meno vantaggioso del latino per una
comunicazione con gli scienziati degli altri Stati europei. Reinventa il linguaggio scientifico
italiano; ma le lingue specialistiche necessitano di una certa terminologia. Galileo si affida alla
tecnificazione di termini già in uso, preferendo parole semplici e italiane, ricercando una
corrispondenza biunivoca tra i concetti, eliminando le ambiguità, e bisognosa di univocità. Insisteva
sulla risemantizzazione, cioè dare a una parola un significato diverso: prendere una parola comune
e dargli un significato specifico. Galileo inventa la parola cannocchiale da cannone(tubo) +
occhiale; anche se oggi tutti lo chiamano telescopio.
Il Seicento è l’epoca del Barocco: la poesia barocca ha una notevole produzione di parole nuove;
avrebbe potuto incidere sulla lingua nazionale ma in realtà non è restato quasi niente.

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Alla fine del Seicento si sviluppò un giudizio negativo sul cattivo gusto del Barocco.

• 7) IL SETTECENTO
Nel Settecento l’italiano aveva una posizione di prestigio, soprattutto a Vienna, che era lingua di
corte; ma in particolar modo è il secolo della crescita di prestigio del francese, che aveva assunto
una posizione che lo rendeva in qualche modo erede dell’antico universalismo latino. Scrivere in
francese non significava solo essere la moda, ma anche essere intesi dappertutto senza bisogno di
traduzione, vantaggio di non poco conto. In certi casi, inoltre, il francese veniva usato da scrittori
dell’Italia settentrionale per appunti privati, abbozzi, lettere ad amici, ecc, derivazione di una libera
scelta di gusto e di costume. Alfieri per esempio era francese e torinese, impara l’italiano sui libri, e
i grandi autori del Settecento non sono di madrelingua italiana. Si pensava che il francese fosse la
lingua della chiarezza, l’italiano la lingua della passione emotiva, della poesia e della musicalità;
uno dei temi più dibattuti del Settecento era in relazione all’ordine naturale delle frasi: l’italiano,
contrariamente alla lineare sintassi francese, era caratterizzato da una grande libertà nella posizione
degli elementi del periodo, considerato un difetto strutturale.
Il francese fa così ingresso nella nostra lingua, e il suo arrivo può essere riferito a 3 fenomeni:
1. Fine 600-inizio700: prestigio in Francia di Luigi XIV; si diffondono e si integrano molte
parole
2. Illuminismo: che influisce in 2 modi
• sul lessico: importante in relazione a questo aspetto è l’uscita dell’Encyclopédie di Diderot
e d’Alambert, che ebbe 2 ristampe in Italia
• In Italia nei circoli c’era il problema dei neologismi: necessità di introdurre nuovi termini.
In Lombardia il francese era molto diffuso; nella rivista “Il caffè” di Alessandro e Pietro
Verri c’è un articolo in cui Verri spiega le ragioni del cambiamento della lingua, mostrando
una grande insofferenza nei confronti dell’autoritarismo fiorentino. La posizione che meglio
esprime gli ideali dell’Età dei Lumi è quella di Melchiorre Cesarotti, che nel Saggio sulla
filosofia delle lingue elenca una serie di enunciazioni teoriche: es nessuna lingua è pura,
tutte le lingue nascono da una combinazione casuale, nessuna lingua nasce da un ordine
prestabilito, nessuna lingua è perfetta e così via. Secondo Cesarotti inoltre la lingua scritta
prevale su quella orale, poiché gli scrittori sono liberi di introdurre termini nuov0i o di
ampliare il senso di vecchi. Per risolvere la questione della lingua Cesarotti proponeva di
istituire un Consiglio nazionale della lingua con sede a Firenze, che si sarebbe dovuto
occupare di studi etimologici e filologico-linguistici, avrebbe dovuto rinnovare criteri
lessicografici e, compito più importante, la compilazione di un vocabolario in due forme,
una più ampia e una più ridotta.
3. Rivoluzione francese: L’Italia era un territorio occupato dai francesi, la pressione francese
era molto forte ed intaccava uno dei livelli profondi della lingua, la sintassi. Si diffondono
costrutti di tipo francese per rispondere alle caratteristiche auliche della prosa italiana, come
quella di Boccaccio, piuttosto complessa. Il modello francese è più ipotattico, più semplice,
di facile lettura. A fine secolo si ha una reazione forte sulla pressione che genererà una
nuova questione della lingua.

Nel Settecento si comincia a pensare che anche la conoscenza della lingua italiana dovesse entrare
nel bagaglio di cui ogni uomo doveva essere provvisto. È questo il secolo in cui l’italiano entra per
davvero nella scuola in forma ufficiale; varie voci si levarono contro l’abuso del latino
nell’educazione dei fanciulli. Si insisteva sul fatto che ai giovani delle classi medie e popolari
serviva una cultura maggiormente legata alle esigenze dei commerci e delle attività pratiche, perciò
comincia una vera polemica contro il latino, accusato di essere il freno di questo progresso. Alla
fine del secolo furono avviate riforme nella scuola Lombardo-Veneta grazie a Maria Teresa
d’Austria. Dalla riforma austriaca nacque anche l’idea di una scuola comunale con il compito di
insegnare a leggere e scrivere. Tutto ciò non ottenne risultati immediati che coinvolgessero anche i
ceti bassi, così l’uso della lingua continuò per tempo a essere un fatto d’élite. Il toscano era
riservato alle situazioni ufficiali, ai libri, ma restava estraneo alle situazioni familiari, alla

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conversazione. Lo spazio della comunicazione familiare era occupato dai dialetti. La lingua italiana
si prestava poco alla conversazione naturale, perché era scritta ma poco parlata: questa situazione
faceva pensare che l’italiano non poteva essere classificato appieno tra le lingue vive o addirittura
era da classificare tra le morte; è giusto affermare che l’italiano non era una lingua morta , tuttavia
il suo status di strumento ipercolto lo manteneva ancorato al passato.
Il successo dell’opera italiana nel Settecento fu molto grande e ciò contribuì a formare lo stereotipo
dell’italiano come lingua della dolcezza, del canto, della poesia, in contrapposizione al francese,
lingua della razionalità e della chiarezza. Lo stile musicale italiano trovò paladini del calibro di
Voltaire, Rousseau e Diderot.
Notevole svolta ebbe la prosa letteraria, che era nel Settecento una prosa saggistica: essa si avvia
verso la semplificazione sintattica, confrontandosi con la tradizione francese e inglese, in cui Verri
dichiara la propria ammirazione per l’ordine della scrittura francese e per la brevità della scrittura
inglese.

• L’OTTOCENTO
All’inizio dell’Ottocento, per reazione contro l’egemonia della cultura francese, si genera una
nuova questione della lingua che prevede 3 schieramenti:
1. PURISTI: Il Purismo è un movimento caratterizzato dall’intolleranza di fronte a ogni
innovazione e da una marcata esterofobia. Capofila del purismo italiano era il veronese
padre Antonio Cesari, autore di libri religiosi, novelle, studi danteschi e per la sua attività di
lessicografo. Secondo Cesari bisognava ritornare al fiorentino del Trecento, di cui si
apprezzavano non solo gli autori letterari, ma anche le umilissime scritture quotidiane, le
note contabili, i libri dei mercati fiorentini. Altro purista è Puoti, che tenne una scuola libera
e privata, dedicata all’insegnamento della lingua italiana intesa in base a una concezione
puristica meno rigida di quella di Cesari, più disponibile verso gli autori del Cinquecento,
2. CLASSICISTI: I classicisti diffidavano di ogni discesa verso il livello basso della
comunicazione e guardavano alla tradizione letteraria nazionale nelle sue forme nobili.
Allargano il canone di autori a tutto il 500; non vedono grave l’inserimento di parole che
derivano dal latino, che hanno una matrice comune, omogenea. Classicista è Vincenzo
Monti, che ebbe la forza e l’autorevolezza per opporsi alle esagerazioni del Purismo; ma la
critica anti purista di Monti arrivò a colpire lo stesso Vocabolario della Crusca nella versione
fiorentina, ricercando gli errori compiuti dai vocabolaristi fiorentini. Anche Leopardi si
schiera dalla parte dei classicisti, nonostante fosse a cavallo tra i principi del classicismo e
quelli del romanticismo.
3. ROMANTICI: se nell’Illuminismo si guardava all’arte classica, nel Romanticismo si
ammirava l’epoca medievale; era un’epoca reazionaria, in cui vi era anche la rinascita della
poesia dialettale con Porta e Belli. All’interno nel movimento romantico troviamo
Alessandro Manzoni, il quale risponde al problema linguistico con il principio romantico
della verosimiglianza: per scrivere un romanzo storico occorre una lingua di conversazione,
che c’è in francese ma non in italiano. Così Manzoni affrontò la questione della lingua a
partire dalla sua esperienza di romanziere.
• Fermo e Lucia: edizione del 1821; fase “eclettica” perché egli cercava di raggiungere uno
stile duttile e moderno utilizzando il linguaggio letterario, ma inserendo francesismi e
lombardismi per il linguaggio medio, ma il risultato fu fallimentare e disomogeneo.
• Gli sposi promessi: edizione del 1825-27, la “ventisettana” fase toscano-milanese; la lingua
è più astratta ma anche più omogenea, ma lo scrittore provava fastidio nel non aver ancora
trovato la lingua che stava cercando.
• I promessi sposi: edizione del 1840-42, la “quarantana”; Manzoni arriva a Firenze e il
contatto diretto con la lingua Toscana gli suscitò una reazione decisiva: sente le lingua che
ha sempre cercato, una lingua viva, scorrevole, purificata da latinismi, dialettismi ed
espressioni letterarie di sapore arcaico. Fu la cosiddetta “risciacquatura dei panni in Arno”.
Così decide di riscrivere tutto in fiorentino ottocentesco delle classi borghesi. Non vi è
nessun cambiamento strutturale, solo linguistico.

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Nel 1847 in una lettera al lessicografo piemontese Giacinto Carena, Manzoni esprime la
propria posizione definitiva, auspicando che la lingua di Firenze completasse quell’opera di
unificazione. Nel 1868 rese pubbliche le ragioni per le quali gli pareva che il fiorentino
dovesse essere diffuso attraverso una capillare politica linguistica; intervento che cadeva in
anni decisivi, tra l’Unità d’Italia e la presa di Roma. Per la prima volta la questione della
lingua si collegava così strettamente a una questione sociale, finalizzata all’organizzazione
della scuola e della cultura nel nuovo Regno d’Italia. La nuova lingua era il fiorentino
ottocentesco delle classi borghesi, di registro medio, scritto. Ma quest’ultima fase della
riflessione linguistica manzoniana coincise però con una vivace polemica: dubbi di varia
natura sul primato assoluto dell’uso vivo di Firenze si mossero da Settembrini, Imbriani e
Fanfani.
L’Ottocento è il secolo dei dizionari: Cesari propose un’edizione arricchita del Vocabolario della
Crusca; fu poi pubblicato il Vocabolario della lingua italiana di Manuzzi, il Vocabolario universale
dell’italiano, il Dizionario di Tommaseo, e così via. Uno dei punti di forza. Del nuovo vocabolario
era la strutturazione delle voci. Quello di Tommaseo fu il primo vero vocabolario storico della
nostra lingua.
Al momento dell’Unità politica italiana, nel 1861, mancava quasi completamente una lingua
comune della conversazione: il numero degli italofoni, cioè coloro che erano in grado di parlare
italiano, era allora irriducibilmente basso, il 2,5% secondo De Mauro, e il 10% secondo Castellani.
Il 90% della popolazione italiana era dialettofona, non ha accesso alla lingua italiana. In generale
quindi solo una ridotta parte della popolazione era in grado di parlare italiano, tutti gli altri erano
confinati nell’uso del dialetto.
Manzoni pensava che i migliori metodi di diffusione fossero:
• Il vocabolario sincronico: che tratta del fiorentino 800esco parlato a Firenze con Broglio e
Giorgini, “nuovo vocabolario italiano secondo l’uso di Firenze”
• La scuola: strumento di diffusione del fiorentino; proponeva di mandare maestri fiorentini
nelle varie scuole e sentire la lingua di chi la parla davvero.
Con la formazione dell’Italia unita, per la prima volta la scuola elementare divenne ovunque
gratuita e obbligatoria, grazie alla Legge Casati del 1859; con la legge Coppino del 1877
invece si rese effettivo l’obbligo di frequenza per il primo biennio. Nel 1861 almeno la metà
della popolazione infantile evadeva l’obbligo scolastico.
I 2 metodi di Manzoni furono fallimentari: vi erano troppi analfabeti per leggere il
vocabolario. Le cause individuate da De Mauro che hanno portato all’unificazione
linguistica italiana sono:
• L’azione unificante della burocrazia e dell’esercito
• L’azione della stampa periodica e quotidiana
• Gli effetti di fenomeni demografici quali l’emigrazione
• L’aggregazione attorno a poli urbani
Tutti fatti che solo indirettamente hanno influito sulla lingua, e che appartengono a pieno
diritto alla storia sociale.

Nell’Ottocento il linguaggio giornalistico acquistò un’importanza superiore a quella che aveva


avuto in precedenza; proliferavano i periodici per raggiungere un pubblico nuovo; nella seconda
metà del secolo, il giornalismo diventò un fenomeno di massa.
Nel 1873 le idee e le proposte manzoniane furono contestate da Isaia Ascoli, fondatore della
linguistica e della dialettologia italiana. Ascoli critica Manzoni nel Proemio del fascicolo
dell’”Archivio Glottologico Italiano”. La polemica prende le mosse dal titolo del vocabolario di
Manzoni di cui contesta il termine “novo” invece che “nuovo” poiché era stato fiorentinizzato e gli
italiani che usavano “nuovo” avrebbero dovuto disimpararlo e imparare ad utilizzare l’espressione
“novo” solo perché si dice a Firenze. Ascoli escludeva così che si potesse disinvoltamente
identificare l’italiano nel fiorentino vivente e affermava che era inutile quanto dannoso aspirare a
un’assoluta unità della lingua: era impossibile diventare tutti fiorentini per decisione presa a priori.
Ascoli è severo con la Toscana, la giudica una terra fertile di analfabeti, guardava semmai a Roma.

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La sua proposta è quella della selezione naturale,di un modello dinamico, una soluzione
evoluzionista: occorre tener conto di tutte le realtà non solo quella del fiorentino; se una parola è
più funzionale anche se non è fiorentina, è giusto usare quella nel linguaggio comune.
Il processo di unificazione dell’italiano è più ascoliano che manzoniano: le parole più usate sono
entrate nella lingua, a discapito di quella fiorentina, poiché sentita più locale.

• IL NOVECENTO

Il Novecento è stato decisivo per la storia della lingua italiana, perché in esso si sono realizzati
mutamenti considerevoli nell’uso linguistico. I vari partiti come il socialista, comunista,
nazionalista, fascista, usavano tutti strumenti analoghi di comunicazione, facendo ricorso
all’oratoria dei comizi, o comunque a discorsi pubblici, mentre oggi sono trasmessi attraverso i
media, televisione e radio. È il secolo dello sviluppo eccezionale delle tecnologie: la radio, la
televisione; e si ha così il passaggio alla lingua orale, col boom economico del 1954 le persone
tramite la radio e la TV imparano la lingua oralmente.
Nel Novecento i dialetti rimasero vivi e vitali; pian piano la lingua nazionale si affiancò ad essi
anche nell’uso familiare e informale. L’italiano non fu più identico a quello di prima: subì un
processo di trasformazione, e anche il toscano può essere ormai considerato alla stregua di un
dialetto. Tramite alcuni testi è stato possibile compiere una verifica sulla situazione linguistica
italiana a 50 anni di distanza dall’unità d’Italia e a 100.
Il testo testimonianza a 50 anni di distanza è stato “idioma gentile” di de Amicis, prova che il
modello manzoniano funzionava solo a Firenze. Il testo racconta di un giovinetto di buona famiglia,
con un massimo grado di istruzione, persona su cui si può testare il modello di Manzoni: tuttavia se
il ragazzo va in un’altra città non ha le parole per definire le cose in italiano. Ciò significa che il
modello non ha funzionato, siamo sempre nella dimensione in cui l’italiano si usa solo per le cose
più elevate, mentre vi è sempre presente il dialetto.
2 sono i testi testimonianza dei 100 anni di distanza, una dall’alto una dal basso:
• “Nuove questioni linguistiche”(1964) di Pasolini in cui egli compie una vera e propria
analisi sociolinguistica della situazione dell’italiano. Secondo lui in Italia non esiste una
vera e propria lingua italiana nazionale: la lingua italiana non prende più a modello la
letteratura ma la lingua tecnologica con conseguente morte dei dialetti. Le caratteristiche
proprie dell’italiano nuovo sarebbero state: una semplificazione sintattica, una diminuzione
dei latinismi e una grande influenza della tecnica rispetto a quella letteraria. Pasolini parlava
molto di se stesso e degli autori del Novecento, e utilizzava come sistema di riferimento il
rapporto con la lingua media, considerata però come termine di confronto negativo,
equivalente di plurilinguismo, alla maniera di Gadda.
• “Lettera a una professoressa” (1967) della scuola di Barbiana di don Milani che denuncia la
scuola dell’obbligo; a seconda della classe di origine, la scuola media funziona o non
funziona. La scuola media non è pronta alla situazione culturale. A Barbiana un bambino
figlio di contadini aveva difficoltà linguistiche (vicino) a Firenze. C’era il presupposto che
tutti i fiorentini fossero italofoni a prescindere, invece no. Vi erano problemi a insegnare la
lingua: il 90% dei ragazzi che andavano a scuola non sapeva leggere e scrivere.

È progressivamente diminuito lo spazio del dialetto; l’italiano è in progresso, ma il dialetto non è


certo morto. L’uso del dialetto risulta maggiore presso i vecchi che presso i giovani, nel sud, nelle
campagne. Si ha un passaggio importante quando si modifica il programma scolastico:
• programma 1985 : problema -> se i bambini hanno problemi di lingua, vengono sfruttate le
loro conoscenze dialettali per fargli imparare meglio l’italiano
• Programma 1987 : problema -> alcuni alunni non sono in grado di muoversi nello spazio
linguistico

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