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Lezione di “Storia della filosofia contemporanea (MI)” del 15 novembre 2005

Continuando il discorso sulle principali correnti filosofiche degli ultimi due secoli, faremo alcune
considerazioni riguardanti il Post-modernismo (nato soprattutto in Francia durante gli anni ‘50, ‘60 e
‘70 del XX secolo). I più influenti filosofi degli inizi della filosofia postmoderna furono Michel
Foucault, Jean-François Lyotard, e Jaques Derrida.
Questa scuola di pensiero identifica la modernità con:
1 lo sviluppo della scienza (dalla Rivoluzione Scientifica alla Scienza Moderna, e quindi, ad
esempio, si può spiegare la realtà senza dover ricorrere a Dio, come invece era ormai consuetudine fare
nel Medioevo)
2 il dominio della ragione (teorizzato dall’Illuminismo e quindi una ragione come istanza
suprema di discernimento tra bene e male, come criterio assoluto per distinguere il falso dal vero e
viceversa)
Ora, secondo il Post-modernismo, tale modernità è passata e bisogna altresì criticarla, prendere le
distanze da essa, in quanto istanza negativa che ha prodotto un effetto totalizzante ed omologante; ha
reso, cioè, tutti quanti gli uomini uguali, standardizzati.
Anche la Scuola di Francoforte si era mossa in questa direzione. Il senso de “La dialettica
dell’Illuminismo”, scritta negli anni ‘40 da Adorno e Horkheimer, è infatti proprio questo:
l’illuminismo, che pretendeva di rischiarare, si è invece rivelato un mito, che oscura le menti anziché
chiarificarle, poiché la ragione dell’età moderna è puramente strumentale, ovvero, non mette in
discussione la realtà così come essa è, ma si limita a trovare mezzi sempre più efficienti per realizzare
quei fini che la società ritiene migliori, quelle mete, progetti, visti dalla comunità come certi, indiscussi
e indiscutibili.
Ad esempio, se la società pone come obbiettivi fondamentali: più consumo, più climatizzatori, più
petrolio, più potere dei mass-media, la ragione strumentale si adopererà per offrire a tale società gli
strumenti sempre più validi e fruttuosi allo scopo di raggiungere quegli obbiettivi, quei fini, senza però
interrogarsi circa la loro sensatezza. In altre parole, manca una genuina analisi critica della società
costituita, della realtà presente, in nome di una società futura migliore, una visione di vita basata su altri
valori, alternativa (o, in gergo, controfattuale). Infatti, se non si hanno visioni di vita o progetti “altri”
da quelli costituiti, o imposti, dalla società non è possibile criticare e, in particolare, cambiare la
situazione presente, bensì ci si lascia direzionare laddove la società stessa vuole. Significativa, in
questo senso, è la riflessione di Erich Fromm circa le origini del nazismo: esso nascerebbe dalla
repressione della famiglia piccolo borghese capitalistica, e cioè dall’impedire all’individuo di crescere
autonomamente, di avere quindi progetti di vita alternativi da realizzare, in luogo dei quali si
instaurerebbe la ricerca, da parte dell’individuo, di un capo carismatico, di un führer che lo guidi e gli
dia mete e speranze, cioè, che decida per lui. Oggi, nell’epoca del consumismo, ad esempio, lasciando
consumare all’individuo tutto ciò che si può consumare (dal cibo al sesso, dalla tecnologia ai sentimenti
nelle trasmissioni tv) si riesce a tenere repressa la società, pur senza nessuna repressione fisica, senza
lasciarle il tempo di pensare e quindi di criticare la società presente, e di poter finalmente vedere
guerre, disastri ambientali e quant’altro si celi dietro tale logica di consumo.
Questi, dunque, sono gli aspetti e le considerazioni principali del Post-modernismo; esso esalta, di
contro all’omologazione da parte della ragione scientifica, la differenza, l’alterità, la “Torre di Babele”,
intesa come una positiva pluralità di linguaggi e non, cristianamente, come una punizione.
Infine, altri due aspetti della visione post-moderna:
2 la modernità è, inoltre, caratterizzata dalle grandi costruzioni storiche, con un loro preciso fine
predestinato (Cristianesimo: storia come cammino verso il Regno di Dio; Hegel: lo spirito che arriva ad
autocomprendersi, manifestando oggettivamente se stesso, facendosi, cioè, un mondo esistente; Marx:
storia destinata a giungere alla società comunista senza classi), quando invece non c’è “una” storia ma
un insieme di storie, differenti tra loro per valori, cultura, società, organizzazione, religione, ecc..
3 la modernità ha dato luogo ad una società “fallocratica” dove la ragione femminile non viene
tenuta in conto al di là dell’accudire casa e figli, bensì viene ridotta alla ragione maschile.

Hans Jonas (1903-1993)

E’ stato il filosofo che maggiormente si è occupato di quei temi che oggi fanno parte della bioetica,
cioè, di quell’etica che si occupa del problema dell’agire dell’uomo in relazione alla tecnologia e,
quindi, capace di condizionare aspetti essenziali della vita.
Basti oggi pensare anche a temi quali: fecondazione assistita, eutanasia, aborto, metodi contraccettivi,
ecc.. Occorre, secondo Jonas, per l’età tecnologica, un’etica nuova, non basta più fornire principi che
regolano i rapporti interpersonali, come si limitava invece a fare l’etica antica (es.: Cristianesimo,
Kant). Tutto ciò perché le nostre azioni hanno assunto una portata distruttrice elevatissima, impensabile
fino a 100 anni fa, e qui si può spaziare dalla bomba atomica, dai mezzi chimici, fino alle nostre più
piccole azioni (es.: accendere un climatizzatore fa aumentare il buco dell’ozono e mette in discussione
l’esistenza dei nostri nipoti). Dunque, l’etica deve occuparsi anche di questo agire tecnologico, non più
solo interpersonale, che può distruggere l’ambiente e l’umanità stessa.
Max Weber (1864-1920), considerato uno dei padri della moderna sociologia, aveva distinto:
4 etica dell’intenzione: una legge è moralmente buona quando è buona l’intenzione, quando
l’intenzione non è mossa da interessi personali (come sosteneva Kant)
5 etica della responsabilità: bisogna tener presente che ci sono casi di buone intenzioni ed esiti
totalmente negativi, bisogna guardare, quindi, alle conseguenze delle azioni e, cioè, assumersene la
responsabilità (es.: magari uccidere una persona per salvarne cento)
Jonas riprende tale distinzione, tipicamente weberiana, sostenendo l’etica della responsabilità, non a
caso la sua opera più conosciuta ha come titolo: “Il principio responsabilità” (1979). Bisogna, cioè,
essere responsabili verso le generazioni future, in quanto, con le nostre azioni, possiamo mettere in
discussione la loro esistenza. Egli si spinge fino a formulare un nuovo imperativo morale: "Agisci in
modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la sopravvivenza delle generazioni
future". Tale “principio di responsabilità” si basa sul fondamento metafisico secondo il quale l’essere è
meglio del non essere, l’esistere è preferibile al non esistere, ed ha come movente l’euristica della
paura, cioè bisogna cominciare ad insufflare nella gente la paura per le terribili conseguenze che le
nostre azioni potrebbero avere per le generazioni future (es.:fare film, canzoni, scrivere saggi,
filosofare in questa direzione in modo da far cambiare idea alla gente, seminando in essa la paura per
gli effetti delle loro azioni).
La paura, dunque, come elemento positivo che evita catastrofi naturali e fine della specie umana.

Altre osservazioni importanti di Weber:

La “desacralizzazione della vita”: il mondo, oggi, con la sua ragione imperante, ha desacralizzato
quello che prima era sacro.
Si pensi agli occhi attraverso i quali guardava la luna Leopardi e a come, in genere, oggi la guardiamo
noi, cioè, come un ammasso di pietre, sabbie e crateri; oppure a come nell’antichità si vedeva la
divinità in un ruscello o in un animale.
La ragione, secondo Weber, non può, inoltre, decidere dei valori ultimi che l’uomo deve seguire, non si
può dire razionalmente che cosa è bene, la scelta di valori ha carattere personale-irrazionale.

Martin Heidegger (1889-1976)


Edmund Husserl, di cui Heidegger fu allievo, sosteneva il bisogno della fenomenologia come metodo:
lasciare che le cose si manifestino “di per sé stesse come sono in loro stesse”, e quindi, sospendere il
giudizio (tale procedura è chiamata “epoché”), cioè, tutte le cose che ci vengono dalla tradizione,
mettere da parte i nostri pregiudizi, non essere prevenuti ma ritornare alle cose stesse.
Ciò è anche quello che Heidegger cerca di fare in “Essere e tempo”(1927): guardare l’uomo così come
egli è “già sempre” e “per lo più” lasciando stare le vecchie categorie.
L’anticipazione della morte (l’essere per la morte, essere consci che “riguarda me e può accadere anche
adesso” e non rimuovere la morte, come fanno tutti, cioè “sono gli altri che muoiono, per me c’è
tempo!”): segna il passaggio dalla vita inautentica alla vita autentica, e quindi, “scelgo di scegliere”, di
non farmi più condizionare dall’opinione pubblica o dai mass-media.
L’uomo è cura (la struttura di fondo dell’esistenza che riassume in sé tutti gli altri esistenziali):
6 non è prefissato o predeterminato
7 è un poter essere che progetta le sue possibilità
8 si prende cura delle cose e ha cura degli altri
9 comprende e interpreta il mondo (costruisce totalità di significati)
10 è chiamato a scegliere tra vita inautentica e vita autentica
11 è strutturalmente in rapporto con la sua possibilità estrema, la morte (anche quando cerchiamo
di rimuoverla, lo facciamo perché ne abbiamo comunque coscienza, essa fa parte di noi, “ognuno di noi
sa che deve morire”)
La temporalità dell’esistenza:
12 nella misura in cui l’uomo progetta il suo futuro, l’uomo è avanti a sé, futuro (parte su cui
Heidegger pone più l’accento)
13 anche il passato è in noi, l’uomo si trova gettato in una situazione data, e quindi è già in
14 e altresì l’uomo è sostanzialmente deietto e sperduto nel mondo, e quindi è presso
Dunque, l’esser-ci è temporalità. Il tempo non si aggiunge, dall’esterno, all’esistenza, come qualcosa in
cui saremmo inseriti, bensì la temporalità è costitutiva dell’esser-ci, anzi noi possiamo pensare il tempo
matematico-fisico (quello dell’orologio) soltanto perché noi stessi siamo temporalità.
Evidentemente la temporalità risulta essere un altro esistenziale.
La voce della coscienza:
15 non è la voce di Dio (come nella teologia cristiana)
16 non è il comando imperativo di una legge morale insita nella ragione e valida universalmente
(come in Kant)
17 non è il portato psichico dell’interiorizzazione di norme sociali imposte con violenza (divieti e
obblighi da parte dei genitori, del gruppo, dello stato, quindi esilio, galera, ecc.) all’individuo (come in
Nietzsche o Freud)
Bensì, è la voce che viene dall’interno di noi stessi e che ci chiama alla vita autentica, cioè al suo
proprio sé stesso, ad affrancarsi dal dominio del “si” (si dice, si fa, ecc.) e a scegliersi autenticamente.
Questi, dunque, i tratti principali del primo Heidegger, il secondo Heidegger si occupa dell’essere.
Uno dei limiti del secondo Heidegger: sembra che sia l’essere a decidere la nostra storia, il fatto che
siamo così, dominati dalla ragione strumentale, è il destino che ci ha mandato l’essere.
Inoltre, avendo Heidegger, per due anni, condiviso le tesi del nazismo, l’essere è apparso anche come
una sorta di giustificazione al nazismo.

Karl Jaspers (1883-1969)

Particolarità: prima di essere filosofo, è stato psichiatra.


Alcune opere principali:
18 “Psicopatologia generale” (1913), ancora adesso fondamentale per la nuova psichiatria moderna
19 “Psicologia delle visioni del mondo” (1919)
20 “Filosofia” (1932), in tre volumi, la sua opera filosofica fondamentale
21 “La fede filosofica” (1947)
22 “Sulla verità” (1948)
Jaspers è il fondatore della psicopatologia (la quale si occupa delle patologie psichiche) come disciplina
psicologica.
La vecchia psicopatologia ottocentesca:
23 era una branchia della psichiatria (inerente dunque la medicina)
24 ricercava le cause organiche (es.: deformazione del cervello, ecc.) per spiegare le malattie
ed aveva come scopo:
25 sviluppare tecniche mediche (es.: la pastiglia, ecc.) per curare i sintomi se la causa non si
trovava
Secondo Jaspers, bisogna cambiare il metodo di osservazione: il sintomo è un segno che indica un
diverso modo di elaborare l’esperienza.
Ad esempio, il folle (così come potevano esserlo ad esempio Van Gogh, San Francesco, un barbone o
una monaca di clausura) non ha disfunzioni organiche, non è che “gli manca una rotella”, egli, al
contrario, ha un altro modo di vedere la vita, di rapportarsi al mondo.
Quindi, il principio dell’anomalia psichica va cercato all’interno dell’individuo, nel suo modo di
interpretare la vita e il mondo che lo circonda. Tale anomalia psichica non è una disfunzione ma
segnala un certo modo di vedere il mondo e di progettarlo.
Wilhelm Dilthey (1833-1911), fondatore dello storicismo tedesco,
elabora la distinzione tra spiegare e comprendere:
La vita psichica è un processo, un accadere temporale e la psicopatologia studia lo sviluppo psichico, il
suo accadere, il suo modo di pensare, di vivere, non le cause organiche (di cui si occupano invece le
scienze naturali).
Quindi,
26 Spiegare: psicologia esplicativa, va alla ricerca delle cause organiche
27 Comprendere: psicologia comprensiva, cerca di immedesimarsi con quella persona, di
comprenderne la visione della vita
È possibile quindi spiegare ma non comprendere, per esempio, un suicida. Cioè, spiegare tramite cause
organiche, senza però entrare nella dinamica interna dell’individuo.

Pettinella Francesco, n° matric.: 3004590