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Marcella

Andreoli


Andavamo in piazza Duomo

Nella testimonianza di Mario Chiesa





Sperling e Kupfer Editori


Trama

Un lungo dialogo, quasi una confessione, per ricordare un'epoca da
dimenticare. Andavamo in piazza Duomo è un racconto a due voci, che si
incalzano a vicenda, dove il pensiero di Mario Chiesa è continuamente
arricchito, scavato, perlustrato da Marcella Andreoli.
Non ci sono reticenze, ripensamenti, scrupoli, vergogne. Ci sono invece tutti
i riti, i simboli, i nomi, i luoghi, i soldi, tanti e dappertutto, di "un'Italia percorsa
o percossa da quella che una volta si chiamava l'onda lunga del craxismo". Si
evidenzia così uno scenario dominato da una "filosofia" della cosa pubblica che
ribattezza la politica tradizionale imprimendole nuovi connotati e che giunge a
rimodellare un'intera società. Mario Chiesa è uno dei prodotti di questa religione.
Il santuario è lì, al quarto piano di piazza Duomo, numero 19. Mario Chiesa ci
arriverà. Il suo lungo cammino diventa lo spunto per indagare gli angoli più
oscuri della Milano degli anni Ottanta. Un cammino interrotto il 17 febbraio
1992 quando l'ingegnere viene scoperto con una tangente in tasca. E iniziando a
seguire le mani che afferravano, trattenevano e ridavano denaro, vengono a galla
percorsi inimmaginabili: politici, culturali, sociali. Appaiono facce note, quasi da
cartellone, mentre altre, sconosciute e anonime, si accendono di improvvisa
notorietà. "Sono i Silvano Larini, i Giovanni Manzi, i Salvatore Ligresti, i Carlo
Tognoli, i Paolo Pillitteri, i Giancarlo Troielli e i loro pari."
Ma anche gli imprenditori, i brasseurs d'affaires, i costruttori, i faccendieri,
gli stilisti. Un corteo compatto, di dame, giullari e cavalieri, perennemente in
movimento sulla strada che conduceva a piazza Duomo, numero 19.
Marcella Andreoli è stata inviata speciale per l'Europeo e dal 1988 lo è per
Panorama. Da vent'anni si occupa di importanti e complesse inchieste: dalla
Rosa dei Venti alle Brigate Rosse, dal sequestro Moro alla P#b, fino a
Tangentopoli.


Premessa

Quando il 17 febbraio del 1992, l'ingegner Mario Chiesa, presidente
socialista del Pio Albergo Trivulzio, venne arrestato dai carabinieri con in tasca
una mazzetta ancora frusciante perché appena passatagli da un imprenditore,
forse nessuno immaginava che da quel mozzicone di cronaca avrebbe preso
avvio la più straordinaria indagine giudiziaria che mai sia stata condotta sulla
corruzione politica. Nessuno, e tantomeno gli uomini di partito, tutti ancora
convinti, grandi e piccoli, della loro assoluta impunità.
Ma è pur vero che talora i grandi eventi giudiziari possono nascere da fatti
minuti, da piccole imprudenze. In questo caso, poi, anche la casualità ha avuto
un suo ruolo. Se l'ingegner Mario Chiesa non fosse stato un uomo separato dalla
moglie, forse, chissà, Tangentopoli avrebbe tardato a crollare o non sarebbe
crollata con il fragore ormai a tutti noto. Sì, perché a monte di tutto c'è la signora
Laura, una donna testarda e arrabbiata. Soprattutto arrabbiata, perché il marito
Mario, da cui vive separata, a suo dire non le passa gli alimenti nell'entità
dovuta. E allora fa il diavolo a quattro. Un giorno, armatasi di cacciavite, arriva a
scassinarne lo scrittoio per trovare le prove che il marito tira sul conto. E là cosa
scopre? La documentazione relativa a due conti correnti aperti da Chiesa in
Svizzera. Di lì a poco porta il tutto alla magistratura.
E' per questo che l'autorità giudiziaria mette gli occhi su Mario Chiesa, un
nome che forse non avrebbe suscitato troppo interesse se non avesse chiamato in
causa il Trivulzio e soprattutto non fosse comparso su quei conti svizzeri, un
boccone appetibile per qualsiasi magistrato. Qualche indagine e poi l'idea:
troviamo un imprenditore disposto a recarsi nel suo ufficio con una mazzetta in
tasca...
Mario Chiesa è già stato processato e condannato, sei anni di reclusione. Ha
anche pagato il maltolto, compresi gli interessi, oltre sei miliardi. Ha raccontato
tutto. O, meglio, tutto ciò che interessava ai giudici. Ma nel suo sacco doveva
essere rimasta molta altra merce: insomma una storia. Sua e del mondo politico
in cui è cresciuto, ha fatto carriera, si è imposto. Chiesa non è uno qualunque:
poco prima di finire ammanettato, aveva cominciato a meditare di candidarsi a
sindaco di Milano e, non fosse stato per Tangentopoli, forse ce l'avrebbe fatta.
Intelligente, astuto, determinato, perfetto conoscitore del meccanismo della
politica moderna, il suo sacco si è col tempo riempito di segreti, di retroscena, di
personaggi: tutta merce di prima mano, un emporio non praticato dalla gente
comune, custodito gelosamente, dunque in gran parte sconosciuto.
Ecco, abbiamo cercato di penetrare in quello scrigno di memorie e mettervi
ordine. Attraverso lunghi colloqui, ci siamo inoltrati con l'aiuto di Chiesa nel
mondo in cui si è mosso per tanto tempo, alla ricerca di quanto potesse farci
capire cosa sia davvero accaduto, in questi terribili anni, sul proscenio della
politica o, meglio, dell'altra politica, quella che non si vede ma che conta, alla
fine, ben di più. Ne è scaturito un racconto inedito.
Lo sfondo contro il quale si muove la vicenda è un'Italia percorsa o
percossa da quella che una volta si chiamava l'onda lunga del craxismo, un'onda
che pareva non potersi mai smorzare nella risacca. E' uno sfondo dominato da un
leader politico di stampo nuovo, che fin dai suoi primi passi si propone di
sfondare gli steccati della politica tradizionale per arrivare a graffiare la società e
a imprimerle connotati tali da poterla coniugare con una condotta di partito
spregiudicata, arrivista, decisionista, arrogante o, per dirla con una parola fino a
poco fa in voga, rampante. Bettino Craxi, un po' alla volta, non si atteggia solo
come vate di una politica diversa, ma anche come un simbolo di costume, come
un profeta di vita.
Politicamente, fa di tutto per sbarazzarsi degli orpelli marxisti e infatti, per
abbattere il vecchio Marx, sfodera da ammuffiti archivi Joseph Proudhon,
emblema di un socialismo libertario che sarà presto dimenticato. Manovra per
trovarsi uno spazio vitale tra Dc e Pci e mettere a profitto questa rendita di
posizione. Prende di mira l'antifascismo e umilia la linea della fermezza contro il
terrorismo.
Combatte strenuamente l'autonomia della magistratura e spezza l'unità
sindacale. Cerca di relegare in un angolo l'ingombrante Parlamento, che non
esita a definire un "parco buoi".
Oltre la politica, impone liturgie e simboli che debbono fare di lui una sorta
riveduta, ma non corretta, di uomo della provvidenza.
Pile di biografie osannanti, costellazioni di ritratti, il tempio di Panseca da
cui pronuncerà il verbo al congresso di Rimini, l'alleanza con lo sfarzo e i
lustrini del mondo della moda e di quello dello spettacolo, da cui attinge le
ultime linfe per indurre gli italiani a credere che l'Italia è cambiata e che il
rampantismo ne è la stella polare. Fu un calcolo sbagliato? Già allora, nel 1987,
Gianni Vattimo scriveva che "probabilmente questa Italia craxiana non esiste,
come non esiste l'America degli yuppies".
Mario Chiesa è un prodotto del craxismo. E' uno che si è plasmato sui
canoni della filosofia che il leader sparge a piene mani: occupare il potere, tenere
strette in mano quante più postazioni di comando possibili, arricchirsi. Chiesa,
anzi, diventerà col tempo uno dei più abili e fedeli interpreti di quel messaggio.
Comportandosi a immagine e somiglianza del grande capo e riuscendo a
penetrare, grazie alla lucida intelligenza, nei segreti più reconditi di una politica
in grande trasformazione a cavallo degli anni Ottanta.
Per questo l'abbiamo scelto come guida nella nostra ricognizione.
Non solo dunque perché è l'uomo che ha aperto la porta di Tangentopoli, ma
soprattutto perché poteva farci guardare in profondità ben oltre quella soglia.
Con lui abbiamo avuto oltre venti ore di conversazione. Ne è nato un racconto a
due voci che si incalzano a vicenda e che, insieme, tentano una perlustrazione
della politica in quella che ormai si definisce l'era di Tangentopoli. Non è
dunque, questo, solo un libro su Mario Chiesa. E' piuttosto un dialogo sulla parte
meno nota della Milano degli anni Ottanta. Certo, Chiesa vi figura come
protagonista. Ma tra altri protagonisti. E la sua carriera è solo il filo conduttore
capace di inoltrarci piano piano nei meccanismi più riposti di un congegno
politico fino a poco fa inimmaginabile.
La tangente. Ecco un'altra protagonista del racconto. Man mano che il
dialogo procedeva, abbiamo potuto comprendere che la tangente non è una
semplice trasmissione illecita di denaro, un gesto che nasce e si esaurisce nel
momento, pur mille volte ripetutosi, dello scambio.
La tangente è il prodotto di una politica malata, ma a sua volta è la causa di
altre malattie. E' l'esito dello sfacelo morale e ideologico di un ceto dirigente, ma
è anche ciò che ha imbrigliato quel ceto nel suo stesso sfacelo vietandogli di
vedere una via d'uscita.
La tangente non è solo una forma di corruzione, ma un modo di essere del
potere. Richiede una organizzazione complessa, un codice comportamentale e
perfino un galateo, un apparato, un sistema, un insieme di alleanze, di teste
pensanti e di esecutori. Si è creata attorno un mondo che è anche una formidabile
galleria di ritratti di personaggi in carne e ossa, coi loro patemi, le loro bassezze,
le loro fortune e sfortune, i loro tic...
La tangente ha cambiato i connotati della politica. Basta pensare a come
segretamente ha scompaginato i tradizionali rapporti tra maggioranza e
opposizione. Andavamo in piazza Duomo racconta che spesso, grazie alla
tangente, maggioranza e opposizione superavano i propri steccati facendo
nascere coalizioni funzionali alla spartizione del maltolto. La tangente è venuta
così svuotando progressivamente il significato stesso del voto. Disegnando una
topografia politica occulta molto diversa da quella visibile.
Andavamo in piazza Duomo... Era là, al numero 19, la meta a lungo
inseguita non solo da Mario Chiesa, un traguardo per affermazioni personali.
Chiesa, ma non soltanto lui, sa che per contare bisogna raggiungere Bettino
Craxi nella sua postazione di comando. Sa che per farlo deve presentarsi con un
potere in mano perché il potere è merce di scambio, la carta da visita, il
presupposto dell'accettazione. Non tutti hanno accesso a piazza Duomo 19: solo
chi ha denaro e voti. Non tanto chi ha idee politiche. Per farsi strada nel partito,
bisogna avere soldi e un parco voti. Quelli si possono vendere in cambio di una
tutela o di una promozione, questi si possono manovrare secondo la convenienza
del momento. Chiesa rivela che su questa scia perversa la concorrenza è enorme:
se ne sono andati i militanti, sono venuti i clienti.
Lungo il suo percorso di avvicinamento a piazza Duomo, Chiesa capisce
sempre di più che il sistema è questo. Non vuole cambiarlo, per carità. Solo
razionalizzarlo, perfezionarlo: per proprio tornaconto, è chiaro. Il problema è
essere più bravi, più lesti degli altri. Perché tutti conoscono a menadito le regole
del gioco.
Ogni leader corre per sé e vede nell'altro un nemico: guai abbassare la
guardia. Così, se ti vengono a chiedere denaro per una ragione qualsiasi, per
esempio una manifestazione, bisogna avere il portafoglio gonfio, altrimenti
andranno a bussare da un'altra parte, certi del successo perché quando un leader
può sottrarre al concorrente una fetta di base significa irrobustire la propria.
Sgomitare. Farsi largo. Cavalcare l'onda lunga. Ma non è facile. I partiti, e
soprattutto il socialista, sono diventati partiti a libro paga. Che vuol dire? Ogni
capo ha un suo apparato, una sua corrente.
Ma non è una corrente di pensiero se non per le opinioni che solo il capo può
esprimere. Tutti gli altri fanno gregge, a mercede. Il libro paga, imposto dal
vertice e accettato dalla base, evita che si discuta, si dibatta, si dissenta. Lega e
omogeneizza il gruppo, lo rende forte. La piramide è questa e si riproduce in
scala.
Anche Chiesa avrà un suo libro paga. Utile, utilissimo quando la lotta tra le
fazioni interne è anche più dura di quella contro gli altri partiti, e il tragitto per
piazza Duomo non è una passeggiata.
Solo i grandi vi possono accedere con nonchalance. Sono i Silvano Larini, i
Giovanni Manzi, i Salvatore Ligresti, i Carlo Tognoli, i Paolo Pillitteri, i
Giancarlo Troielli e i loro pari. Ma anche industriali e brasseurs d'affaires, stilisti
e costruttori. L'empireo che domina la Milano degli anni Ottanta, una città che
partecipa disinvoltamente al nuovo corso, che cambia pelle, usi e costumi e
contribuisce a fare del craxismo anche un modo di vivere.
Quando Chiesa alla fine, varcata quella magica soglia, si troverà in
compagnia di quei personaggi, avrà tempo per sognare altri traguardi prima di
finire in manette, quel 17 febbraio 1992, svuotando piazza Duomo dei suoi
invidiati frequentatori. E perfino della mitica Enza.


1. "La Cesta"

Enza è Enza Tomaselli, una autentica istituzione. Perché è la segretaria di
Bettino Craxi e segue il leader socialista da una vita intera. Fin da quando
Bettino, assessore al Demanio al Comune di Milano, non aveva che ventisei
anni. Enza, che allora di anni ne aveva ventidue, era stata assunta, dopo la
licenza commerciale, come impiegata comunale. Un giorno ha raccontato che
andò da lei quel giovanissimo assessore e le disse: "Avrei bisogno di una
segretaria che lavori tanto e non faccia storie".
Enza chiese di essere messa alla prova. Era il 1962. Da quell'anno la piccola
impiegata del Comune non ha mai lasciato il suo capo. "Per un lungo periodo ho
lavorato a ritmi infernali, seduta alla scrivania fino alle dieci di sera, anche il
sabato".
Si è guadagnata, con il sudore e la fedeltà cieca al proprio capo, il posto di
guardiano di piazza Duomo 19, quarto piano, l'ufficio milanese di Craxi. Il luogo
dove egli si rintana il fine settimana, dal sabato al lunedì, compresa la domenica.
Solitamente per tre ore, dalle 11 alle 14. "Smista tutte le pratiche, poi riceve un
vortice di persone e cerca gli amici", parole di Enza.
Al 19 di piazza Duomo, per trent'anni, sono state decise le sorti di Milano.
Le alleanze politiche, le presidenze degli enti, anche i direttori di molti giornali.
E le fortune, o sfortune, di molti milanesi. Nel Partito socialista, ma non solo in
quello, è sempre bastato dire "piazza Duomo" per indicare uno dei punti
nevralgici del potere.
L'ultimo sindaco, Giampiero Borghini, prima di venire eletto dal consiglio
comunale, era salito al quarto piano e là, al cospetto di Craxi, aveva ricevuto
l'investitura di primo cittadino. Senza imbarazzo alcuno, tanto che ne era stato
dato l'annuncio alla stampa.
Ma correva l'anno 1991 mese di dicembre, e l'era di Tangentopoli era di là da
venire.



Il bunker di Craxi è di proprietà del Comune, 358 metri quadrati, canone
annuo di 40 milioni e 773 mila lire. Sorge a sinistra della piazza avendo di faccia
il Duomo. Ingresso modesto, discretamente presidiato dalla polizia, a poche
decine di metri dal Camparino e dalla Galleria.
Per un politico che abbia voluto contare, salire a quel quarto piano, bussare
all'Istituto europeo Studi sociali, come si legge sulla targhetta della porta, è stato
un passo obbligato. Ma anche estremamente difficile.
Era necessario avere dei pass formidabili. Perché Craxi ha sempre scelto
con cura amici e collaboratori. E perché Craxi, il burbero Craxi, ha sempre avuto
mille impegni. E poi, più tardi, mille grattacapi. Avevo messo le mie sorti nelle
mani di Enza. Per arrivare a tu per tu con Bettino, a tutti i costi. Enza è una
donna meravigliosa, fedele, molto intelligente e generosa. Dietro gli occhialoni
da miope nasconde due occhi vivacissimi che ti scrutano a fondo.
Conosce vita, morte, miracoli del gruppo dirigente del partito.
Conosce vizi e virtù degli imprenditori che ruotano attorno a Bettino, dei
finanzieri che stazionano in piazza Duomo per incontrarlo magari solo cinque
minuti, dei cialtroni che fanno a gara per parlare con lui.
Enza sa tutto di tutti: dai peones che portano a Craxi i cimeli di Giuseppe
Garibaldi, che lui tanto apprezza, ai grand commis che gli propongono cose
importantissime. Enza è il diario vivente di Bettino e di Bettino conosce tutti i
segreti, pubblici e privati.
A Craxi dà del tu. Ed è una delle poche persone che riesca a infilarsi nel suo
ufficio anche quando Bettino, preso dall'ira, urla come un ossesso, e pare che si
scateni un diluvio. Per Craxi ha grande affetto, grande riconoscenza, grandissima
stima. Nei lunghi colloqui che ho con lei, emerge il ritratto di un Bettino inedito.
Mi mette sull'avviso: "Guarda che alcune cose di Milano lui nemmeno le
conosce, i compagni gli raccontano un sacco di balle". Enza diventa il mio
confidente. E il mio supporter, indispensabile per arrivare lassù, al quarto piano.
Di un rapporto diretto con il segretario avevo assoluto bisogno.
Perché volevo arrivare in alto e liberarmi del vassallaggio dei padrini politici,
fosse il sindaco Carlo Tognoli prima o Paolo Pillitteri dopo, entrambi molto
abili, come tutti i fedelissimi di Bettino, nel creare prudenti barriere tra il grande
capo e i dirigenti del partito.
Enza, per fedeltà a Craxi, si è anche trasformata in una donna d'affari.
Insieme a Stefania e Bobo, i figli di Craxi, appare tra i fondatori della Gierre,
cooperativa di famiglia, di cui è vicepresidente Scintilla Ciccone, moglie di
Bobo. Amministra, con la collaborazione di un altro intimo di Craxi, il geometra
Filippo Panseca, ribattezzato lo "scenografo del Psi", la cooperativa Garofano
Rosso che si occupa di ricreazione, ideazione e progettazione di pubblicità in
ogni settore".
Inoltre controlla due scrigni di Craxi, che corrispondono a due immobiliari.
La Roccolo s.r.l., intestataria della casa di Bettino a Capiago Intimiano in
Brianza. E la Villa Europa, nella cui cassaforte c'è lo splendido rifugio bianco
del leader socialista ad Hammamet, in Tunisia. Società in parte controllata fino
al 1988 da un grande amico di Bettino, l'architetto Silvano Larini, accusato di
raccogliere tangenti per conto del Psi e di Craxi, e inseguito per mesi da un
mandato di cattura.
Enza, pur a digiuno di numeri, ha cercato di spiegare il suo ruolo di
amministratore partendo da una data ritenuta storica. Ma fornendo, a conti fatti,
una versione un po' vacillante. "Nel 1982, in piena epoca di terrorismo, Craxi ha
pensato di rendersi un po' meno visibile. Tra le precauzioni adottate c'è stata
quella di intestare ad altri le case di famiglia: così sono nate le immobiliari
intestatarie della casa di Capiago e di quella di Hammamet." Poche parole,
comunque, come è nel suo temperamento. Enza sa tacere. Si guarda attorno e
capisce, al volo. Finalmente, dopo molti incontri, aveva cominciato a nutrire
fiducia in me. Perché vedeva in me uno che voleva emanciparsi dal vassallaggio
degli amici di Bettino, uno che trottando era in grado di risolvere ogni tipo di
problema. Anche il più banale. "Guarda Mario che Anna, la moglie di Bettino,
mi ha detto che bisogna trovar casa a una sua vecchia amica.
Sai, la Bergonzoni, la cognata del conte Giorgio Borletti. E' una donna della
buona società. La sistemazione deve essere adeguata al suo censo." Chiesa ha già
assunto, dalla primavera 1986, la carica di presidente del Pio Albergo Trivulzio e
da quel ponte di comando controlla un patrimonio immobiliare inestimabile,
quasi mille appartamenti, soprattutto nel centro storico di Milano, che vengono
ceduti in affitto a equo canone. In base a criteri che lo stesso Chiesa, senza
infingimenti, definisce politici. Trovo un appartamento vicino alla centralissima
via Torino e lo affitto alla cognata del conte. Un investimento sicuro per me. Tre
gradini della scala per arrivare a Bettino li ho fatti. Ancora Enza: "Guarda Mario
che Stefania, la figlia di Bettino, deve sistemare i domestici filippini". E nel giro
di una settimana ecco l'appartamento anche per loro. Stessa trafila anche per
Dodo Torchia, il segretario di Bobo, figlio di Bettino. Sempre Enza: "Trovagli un
posto, Mario".
E Mario Chiesa fa saltar fuori due locali in via Moscova.
Tutte pratiche regolari, formalmente ineccepibili. In un anno ne seguivo
almeno un centinaio. Perché non solo Enza chiedeva favori.
Anche magistrati, giornalisti, politici: persone che non erano in cima alla
graduatoria del bisogno, per fortuna loro, ma che mettevano sul piatto della
bilancia il loro peso professionale.
Enza ha cominciato a conoscermi. E' una donna che sa pesare le persone. A
differenza di Bettino, non si è mai mossa da Milano e da piazza Duomo. Sa vita,
morte e miracoli del gruppo dirigente del Psi e dei quadri intermedi. Quelle
quattrocento, cinquecento persone che fanno il nerbo del partito. Mi assicura che
parlerà a Craxi di me.
Dice: di te, Mario, ci si può fidare.
Un giorno Enza mi telefona. "Fai un salto qui, ho bisogno di te." Prende il
discorso alla lontana. "E' di proprietà del Pio Albergo Trivulzio quel bel palazzo
in piazza del Carmine?"
Certo che è del Pat. "Una volta c'era lì un ristorante?" E' vero anche questo:
si chiamava Romantica. Appurato che poteva chiedermi il favore, Enza confida
che a Bettino sta a cuore un problema. Un compagno impegnato nella
ristorazione, e suo buon amico, vorrebbe rilevare l'ex Romantica per farne un
ristorante alla moda.
Quel locale aveva avuto una vita assai travagliata. Il Pio Albergo Trivulzio
era in credito di pigioni arretrate. Inoltre il primo affittuario aveva ceduto
abusivamente ad altri la locazione del ristorante. Una situazione davvero
ingarbugliata. Enza mi presenta l'amico di Craxi. E scopro che lo frequenta sin
dall'infanzia, compagni di giochi sui banchi delle elementari. Scopro che il mio
interlocutore è titolare di altri ristoranti frequentati da Bettino.
Come il famoso Angolo nel cuore del quartiere di Brera.
Il personaggio non è un venditore di fumo. Ha già parlato con i precedenti
gestori, ha espresso loro l'intenzione di liquidarli. Mi chiede un contratto di
affitto per dodici anni, "a buon prezzo", e intestato a una società. Contratto che
ovviamente io firmo subito.



Nel giro di pochi mesi, grazie anche alla concessione delle licenze edilizie in
tempi record, nasce La Cesta, ristorante alla moda.
E' la grande occasione per Chiesa. Finora la vestale di piazza Duomo 19 gli
aveva chiesto favori in nome e per conto dei famigliari del segretario socialista.
Ma ora la richiesta era arrivata, anche se mediata da Enza, direttamente da Craxi,
uomo che non ama chiedere piaceri ad alcuno. Se non quando si senta al sicuro.
Nel raccontare l'episodio, sul volto di Chiesa appare ancora un filo di
compiacimento. Perché Enza, concluso l'affare del ristorante La Cesta, gli fece
calorosi complimenti e perché gli confidò che Bettino ne era stato felicissimo.
Gli occhi di Chiesa sprizzano malizia e la risata è trattenuta a fatica. Sì, il pass
per piazza Duomo, che sembrava il tempio della politica, alla fine nasce proprio
così, sulla scia molto profana del do ut des, anche spicciolo.
Se aver trovato casa alla cognata del conte Borletti voleva dire, come egli
sostiene, aver fatto tre scalini per raggiungere il quarto piano, soddisfare una
esplicita richiesta di Craxi significava che Craxi si era, finalmente, accorto di lui
e che di lui ci si poteva fidare. La porta del sancta sanctorum di Bettino stava per
aprirsi. Ma ci erano voluti molti anni.
E grandi sgomitate. Sono diventato un uomo politico per puro caso.
Ingegnere elettrotecnico, laurea a 24 anni, lavoravo presso una società di Milano
che voleva mandarmi, dopo due anni di attività in sede, all'estero. Era il 1972. Di
voglia di fare le valigie per andare in Sud America non ne avevo proprio.
Contavo qualche amicizia nel Psi.
Tre giovani della mia età, Bruno Falconieri, Maurizio Ricotti e Valerio
Bitetto, colonnelli craxiani negli anni Ottanta, ma allora demartiniani di cartello
in un Psi governato dal professor Antonio De Martino.
Valerio Bitetto, proprio lui. L'ingegnere messo più tardi da Craxi in persona
nel consiglio di amministrazione dell'Enel perché "non scaldasse la seggiola" ma
raccogliesse voti e tangenti.
E' forse curioso, oppure drammatico, ma molti personaggi che danno avvio
a questa storia e alla carriera di Chiesa alla fine si ritroveranno tutti insieme in
piazza Duomo. E poi a San Vittore. Falconieri, che già lavorava in federazione,
mi diceva di iscrivermi al partito, "così potremo fare qualcosa insieme". Bitetto,
ingegnere dell'Enel che avevo conosciuto attraverso il mio lavoro, mi
sconsigliava di partire per il Brasile. "Ti potrei collocare in un ospedale." A me
l'idea appariva peregrina anche perché un ingegnere che lavora presso un
ospedale non poteva che essere un ingegnere di serie Z. Ma accettai.
Bitetto ne parlò con Giovanni Mosca, vice segretario del partito e
proconsole di De Martino a Milano. Saltò fuori il posto all'ospedale Sacco,
presieduto da un socialista, il vecchio Angelo Balzarini, il quale, ben contento di
fare un favore a Bitetto, ma soprattutto a Mosca, allora assai potente, mi fece
assumere con qualifica di capo ufficio tecnico e con un contratto di sei mesi.
Rinnovabile.
Il prezzo che pagai subito fu l'iscrizione al partito, sezione Musocco-Vialba
di Quarto Oggiaro, corrente demartiniana. La sezione, vecchia bottega con stufa
a legna, sorgeva in una delle vie più squallide di Milano, via Mambretti. Bitetto
mi portò in federazione per incontrare Mosca. Aria furba, aspetto contadino,
qualche difficoltà con la sintassi, atteggiamento bonario. Un colloquio di tre
minuti per dirmi: "Mi raccomando, fai un buon lavoro".
Craxi, autonomista, rappresentava per noi il peggio del socialismo.
Lo accusavamo di svendere la tradizione operaia e di sinistra del partito. Era
il tedesco, per antonomasia.

Eppure Chiesa, già in quegli anni, è sotto sotto un craxiano doc. Ma forse
non lo sa. Decisionista, spregiudicato, poco incline a lasciar spazio
all'opposizione, assume il controllo della sezione con piglio manageriale. Viene
visto con fastidio soprattutto dalla corrente di sinistra che in quel di Quarto
Oggiaro, quartiere tra i più desolati di Milano, alla periferia nord-ovest, ha una
propria roccaforte. I dibattiti sui quali i socialisti allora militanti si infervorano
riguardano i grandi temi della libertà, della democrazia, del socialismo, del Terzo
Mondo: non a caso la sezione Musocco-Vialba prenderà il nome di Allende in
onore al presidente cileno ucciso dai generali golpisti.
Chiesa, invece, ha già elaborato una sua filosofia. Quella della michetta,
che risulterà presto vincente. Che cosa interessa ai nostri iscritti? L'occupazione,
lo stipendio, la casa, non gli alti discorsi politici. Il futuro presidente del Pio
Albergo Trivulzio ha individuato un fertile terreno di lavoro: il tandem sezione-
ospedale.
Il Sacco rappresenta la più grande azienda del quartiere, quasi mille
dipendenti, tra infermieri, medici, impiegati, operai.
La sezione rappresenterà d'ora in poi il passaggio obbligato per quanti
vorranno farsi assumere nel nosocomio o vedersi riconosciuti passaggi di
carriera se dell'ospedale sono già dipendenti. Nel giro di pochi mesi Chiesa
diventa un capo popolo, amato e temuto. Non sono un folgorato dalla politica,
ma mi trovai segretario della sezione. Eletto plebiscitariamente, perché mi
votarono gli infermieri, i medici, i portantini del Sacco. Le tessere, una
quarantina, venivano allora pagate dagli iscritti. Il lavoro, compreso
l'attacchinaggio dei manifesti, era svolto da tutti. Anche dal sottoscritto. Non
avevo un'investitura dall'alto. E, in federazione, mi consideravano un compagno
poco obbediente. Cosa peraltro verissima.



Il potere me lo ero conquistato da solo. Sul campo. Scatenando invidie.
Balzarini, per primo, non poteva tollerare che il giovane ingegnere, assunto in
omaggio a Mosca, cominciasse a dettar legge non solo in sezione, ma anche nel
suo ospedale. Le assunzioni erano tutte mirate, i conflitti sindacali anche. Il mio
potere derivava dalla possibilità di controllare, contestualmente, il volano del
sindacato, la Uil, della sezione e del Sacco, nel cui consiglio di amministrazione
contavo sulla sponda socialista. Un mix che non poteva che produrre un potere
micidiale. Sull'intero quartiere, centodiecimila abitanti.
Il benzinaio della zona, militante della sinistra socialista, che si opponeva ai
miei progetti e cercava di contrastarmi, è vero che aveva visto dimezzarsi il
proprio incasso nel giro di ventiquattr'ore, ma non era stato necessario impartire
ai compagni l'ordine di non rifornirsi più al suo distributore. Non perché fossi
tollerante. Anzi. Soltanto non c'era bisogno che dicessi troppe cose.
I compagni capivano da soli.
E' anche vero che i compagni della sinistra socialista che teorizzavano un
accordo strategico con il Partito comunista, venivano presi di mira. Se
lavoravano al Sacco, li minacciavo di trasferimento. Se godevano di un distacco
sindacale, mi impegnavo affinché quel distacco venisse revocato.
Vicende che si svolgevano alla luce del sole. Senza scandalo perché la
realtà che ci circondava era pronta a seguirci, ad approvare i nostri metodi, a
manifestarci consenso. Mosca, quando mi chiamerà la seconda volta, non mi
dedicherà soltanto tre minuti. Ero diventato il proconsole di periferia. Gestivo il
potere in modo pesante, autoritario.
Lo ammette: è stato un politico diverso dagli altri. Non negli obiettivi, solo
nel metodo. Esempio: i suoi colleghi di partito pensano di circuire
l'amministratore di turno per averne dei vantaggi? E' una strada sbagliata.
Bisogna invece darsi da fare per imporre propri uomini nei punti nevralgici. Il
sistema non deve cambiare, deve perfezionarsi.
Lavora con successo perché la presidenza del Sacco vada a un comunista in
modo da eliminare, da un lato, l'ormai cronica conflittualità con Balzarini e,
dall'altro, da proporre se stesso quale unico punto di riferimento del Psi.
La strada è ormai spianata. Il suo gruppo, che definisce Falange tebana, si
muove compatto. Già a partire dalla metà degli anni Settanta. La Falange è il
nocciolo duro. Un'ottantina di persone che, in un partito come il nostro ormai
poverissimo di militanti, rappresentava una realtà di tutto rispetto. Ogni
compagno della Falange contava sull'appoggio di almeno una decina di amici.
Con la Falange avevo un rapporto di grande fraternità e di assoluta comunione.
La Falange si muove per protestare contro il presidente del Sacco perché
non aveva ancora bandito il concorso interno per il posto di capo ripartizione
tecnica che, dal 1972 al 1979, ho occupato come precario. La Falange si mobilita
per portare centinaia di persone ai comizi dei politici amici. O per far naufragare
le manifestazioni di leader socialisti ritenuti a noi poco vicini. Una volta venne il
mitico Riccardo Lombardi e trovò il vuoto.
Il mio potere è diffuso. Prendo il 95 per cento dei voti della sezione
Allende. Ma anche in altre tre vicine. La zona è sotto controllo. Le tessere sono
aumentate. A dismisura, millecinquecento iscritti. E comincio a pagarle, io.
Attraverso il mio ministro delle Finanze.
Il ministro delle Finanze si chiama Mario Sciannameo. Piccolo di statura,
viso incorniciato dalla barba, venuto dal Sud a Milano negli anni Sessanta con la
valigia di cartone, ora viaggia in Jaguar.
Possiede una potente impresa di pompe funebri che ha i propri uffici vicino
al cimitero Musocco, a due passi dunque dall'ospedale Sacco.
Sciannameo, che poi sarà incriminato con Chiesa nell'inchiesta Mani pulite, è
uomo dai modi spicci.
E' un simpatizzante socialista, sempre pronto a portare fasci di garofani
rossi alle manifestazioni organizzate da Chiesa. Ma non solo. Con Sciannameo
nasce una simpatia immediata. Si iscrive alla Allende per manifestare più che un
impegno politico una solidarietà.
Per convenienza, immagino. Sono l'ingegnere capo dell'ospedale nel quale
operano gli infermieri con i quali lui ha rapporti di lavoro.
Sono diventato un grande burocrate nel mondo della sanità milanese.
La mia parola conta anche in altri ospedali.
Sciannameo diventa un mio naturale alleato, felice che il mio peso politico
aumenti con il passare del tempo. Si fa un punto d'onore di manifestare
pubblicamente di essere collegato a Mario Chiesa, di aiutarlo in tutto e per tutto.
Anche mettendo mano al portafoglio. E poi iscrivendo di peso i suoi dipendenti
alla mia sezione, inondando di garofani le sale che affittiamo per i comizi,
pagando pranzi elettorali. E' ben felice di essere il mio ministro delle Finanze.
Non è folgorato dal socialismo. Però tenta di fare la scalata politica. Un
autentico sbaglio: si candida nel consiglio di zona, ma non verrà eletto. Sono
stato io a non farlo votare. La mia Falange si è mossa, all'unisono. Perché
Sciannameo doveva rimanere fermo nel suo ruolo. Quello delle Finanze,
appunto.
La filosofia della michetta in realtà ne nasconde un'altra.
Tutta da raccontare.

2. Maso chiuso

Ormai non vedevamo più Craxi come il tedesco per antonomasia. Non
rappresentava più l'affossatore delle tradizioni operaie del Partito socialista, il
liquidatore delle battaglie di sinistra. Il lavoro nella palestra di Quarto Oggiaro
mi aveva portato a condividere la linea politica del leader degli autonomisti.
Anch'io mi sentivo un destro. Anche se non avevo ancora una esplicita etichetta
di corrente.
Ero stato portato nell'agone politico da uomini legati al demartinismo,
avevo avuto la benedizione di Giovanni Mosca, vice di De Martino, contavo
amici fra i colonnelli di quel gruppo. Ma quando, nell'estate 1976, Craxi viene
eletto segretario, ho tutte le carte in regola per inserirmi a pieno titolo fra i
sostenitori del leader uscito vincitore dall'assemblea del Midas.
Ma, attenzione: sono già un politico accorto, in grado di capire che sarebbe
un errore spostarsi, seduta stante e soprattutto senza l'appoggio di un forte
gruppo, sul fronte craxiano. Verrei imbarcato sull'ultimo vagone, con l'incarico
di borracciere. Senza nessuna prospettiva. E senza alcun potere.
Il gruppo autonomista è fortemente elitario e impenetrabile. Un vero maso
chiuso le cui chiavi sono nelle mani di Bettino e di pochi fedelissimi, custodi
gelosi e arcigni dell'ortodossia autonomista e dei rapporti di amicizia con il
leader, ansiosi di plasmare con nuovi organigrammi il volto di Milano.
Antonio Natali, considerato uno dei padri dell'autonomismo e il grande
cassiere della corrente, alle accuse di aver fondato un clan inaccessibile
rispondeva sarcastico: "Non è vero. Siamo un gruppo di amici che ha condotto
assieme a Craxi durissime battaglie nel partito. Non dimentichiamoci che per
anni noi autonomisti siamo stati una minoranza braccata nel partito. Prima che
Craxi prendesse la segreteria ci davano per spacciati. Per questo ci consideriamo
gli uomini della lunga marcia".
A Palazzo Marino, sede del Comune di Milano, siede per la prima volta un
autonomista, Carlo Tognoli. Assessore ai lavori pubblici, sconosciuto ai
milanesi, ha preso il posto sullo scranno del sindaco Aldo Aniasi, il partigiano
Iso, forte di voti e di consenso popolare.
Ma, ahimè, demartiniano.
Craxi lo ha preferito al naturale erede di Aniasi, Umberto Dragone, di
bell'aspetto e ben amato dalla Milano colta. Ma Dragone, purtroppo per lui, è un
esponente della sinistra lombardiana.
Per Chiesa, ma non solo per lui, quel cambio di guardia a Palazzo Marino è
la conferma palese che nel maso chiuso del craxismo è stato elaborato il piano di
occupazione della città. E che gli uomini della lunga marcia stanno
raggiungendo il tanto atteso traguardo.


E' evidente che gli autonomisti usano la mano forte, non accettano di fare
sconti, vogliono portare subito all'incasso la vittoria politica del Midas. Aver
fatto eleggere Tognoli a sindaco ha un valore emblematico. E' un illustre
sconosciuto, la sua gavetta l'ha fatta a Cormano, paese dell'hinterland. Non ha
rapporti con gli intellettuali, né con la borghesia, né con il mondo
imprenditoriale.
Viene considerato un burocrate.
Lo scelgo come il mio ponte con il nuovo potere. E inizio a frequentarlo.
Gran lavoratore, eccezionale capacità di sintonizzarsi con la città, abilissimo
nell'uso dei mass media, diventerà in pochi anni un sindaco molto amato. E
anche il mio sponsor.
Dal canto suo, Tognoli vede in me uno che vuole fare politica, uno che pur
essendo stato demartiniano non aveva firmato cambiali in bianco col
demartinismo, uno che è alla ricerca di un riferimento politico certo, uno che non
chiede sostanzialmente nulla ma che può portare voti e consenso.
Invito Tognoli a un paio di manifestazioni nella mia zona e la sala è
strapiena di gente. Non ho problema alcuno con la mia base nel manifestare il
mio cambio di alleanze politiche interne. Il Psi è già in buona parte un partito di
clientele, la necessità di avere un referente politico è ben capita dai compagni
che mi sostengono. La componente di sinistra del partito, che all'interno del
Sacco aveva una propria roccaforte, si converte, anche se con gradualità.
Dopotutto, chi mi osteggia ha vita difficile. E a coloro che mi seguono regalo
amicizia e favori.
Un gruppo di contestatori non si piega, scrive un documento di denuncia dei
metodi di Chiesa e lo invia alla federazione e al segretario del partito. Parole
pesanti che rimangono senza risposta.
Chiesa è già potente. Ha normalizzato la sezione a tal punto che può
permettersi di non fare più il segretario. A quell'incarico destina persone a lui
vicine. E naturalmente fedelissime. E' il 1979. Tognoli mi chiede di aiutare Rino
Formica, allora segretario amministrativo del partito, autonomista di ferro, nella
campagna elettorale delle politiche di quell'anno. Formica non si era presentato
nel suo collegio in Puglia, dove avrebbe dovuto contendere i voti al leader della
sinistra Claudio Signorile. Aveva preferito un collegio a Milano.
La mia Falange si mette al lavoro, con determinazione. Formica terrà il
comizio di chiusura della campagna elettorale nella mia zona. Manifestazione,
con canti e balli, da me interamente organizzata. Il successo è strepitoso. Il mio
potere aumenta, automaticamente.
Non faccio più parte del gregge dei peones. Ho libero accesso al salotto con
il divano di raso bianco di Palazzo Marino, il salotto del sindaco. E posso
frequentare quello che in gergo si chiama via Olmetto, l'ufficio privato di
Tognoli, dove egli tira i fili del gruppo dei suoi amici, sempre più numerosi.
Anch'io ho un mio ufficio privato. In via Castelfidardo, in centro.
Lontano da Quarto Oggiaro. Due locali, al piano terra del numero 11.
Tavolo per le riunioni, telefono, ufficio per la segretaria.
La trasformazione del Psi da partito di militanti a partito di clientele ha reso
necessaria la ricerca di via Castelfidardo. La sezione, pur normalizzata e gestita
da compagni fedelissimi, non è luogo adatto a svolgere un certo tipo di politica.
Per esempio, non posso convocare le riunioni ristrette in sezione.
Perché il compagno di base che passa per strada e vede la luce accesa, se è
tentato di entrare mi obbliga a parlare d'altro, se non bussa e si sente emarginato
perché non è stato convocato, me lo ritroverò meno amico al momento buono.
Un controllo visivo della propria attività politica ha costi molto gravosi.
Altri esempi? Com'era possibile discutere della necessità di brigare per il
cambio di presidenza del Sacco? E sostenere che, per noi socialisti, era
preferibile avere un presidente comunista anziché uno del nostro partito?
Discorsi che potevo fare solo ai fedelissimi. E che faccio al sindaco e che il
sindaco condivide: regalando a costo zero al Partito comunista la presidenza del
Sacco, dove ero egemone, il Psi nella lottizzazione degli altri ospedali poteva
vantare un posto in più.
In via Castelfidardo ci ritroviamo in pochissimi. Non a serata fissa, ma a
seconda delle necessità. Ad esempio, per fare il punto sugli schieramenti interni
nella nuova logica di correnti o di gruppi tutti ormai di stretta osservanza
craxiana, ma l'uno contro l'altro armati. Noi siamo definiti "i falchi". Siamo
tognoliani doc. E dunque malvisti soprattutto dai seguaci di Paolo Pillitteri,
cognato di Craxi e in eterna competizione con il sindaco. Quel Pillitteri sul conto
del quale facevamo circolare giudizi poco lusinghieri. "E' entrato nel Psi per
spirito di bottega", era il tam-tam che, puntualmente, arrivava ai nostri.
In via Castelfidardo vedo a quattr'occhi primari o aspiranti primari che
cercano il mio appoggio. Per vincere un concorso o per ottenere un
trasferimento.
E' un ragazzo più che trentenne il primo medico che vince il concorso di
primario con l'appoggio di Mario Chiesa. Fa parte della Falange di Quarto
Oggiaro. Aveva conosciuto Chiesa quando svolgeva la funzione di aiuto al
Sacco. Ne era nato uno stretto sodalizio non interrotto dalla sua partenza
dall'ospedale milanese per quello di Castel Goffredo, nel mantovano, dove il
giovane aveva vinto il concorso per primario.
Era il 1978. Quel medico voleva rientrare da Castel Goffredo dove si sentiva
in esilio. All'ospedale di Sesto San Giovanni viene bandito il concorso di
primario di chirurgia. Il mio protetto lo vincerà, arrivando secondo (i posti in
realtà diventeranno due) e surclassando medici di fama perché io sono in grado
di garantire a un cattedratico della commissione esaminatrice l'assunzione di un
suo pupillo al Sacco.
Chiesa non è una mosca bianca: non è né il primo né l'ultimo che, attraverso
il volano del potere politico, riesca a interferire nella amministrazione degli enti
ospedalieri. Egli stesso ha svelato ai magistrati di Mani pulite le varie prassi in
vigore negli ospedali milanesi per far vincere al medico gradito il concorso di
primario.
"All'ospedale Fatebenefratelli", ha rivelato, "vige il sistema della bustarella.
Un posto di primario può costare anche cento milioni di lire, che l'interessato
versa a chi di dovere.
L'amministratore straordinario del Fatebenefratelli, il dottor Cesare
Molinari, (*) persona che stimo e che ritengo corretta e per bene, poco dopo
essere stato eletto in sostituzione di Alfredo Mosini, già presidente del
Fatebenefratelli, venendo a casa mia una mattina mi riferì che era molto seccato
poiché doveva presiedere una commissione di concorso pubblico per il posto di
primario e che il Partito socialista gli aveva suggerito di privilegiare l'attuale
primario incaricato poiché questi aveva già pagato a suo dire cento milioni allo
stesso Mosini." Per controllare l'esito dell'esame è necessario intervenire su
alcuni personaggi chiave. Primo, sul primario di ruolo nominato dal consiglio di
amministrazione. "Ovviamente", ha spiegato Chiesa, "sarà cura del presidente
dell'ospedale scegliere un primario fedele, nel senso che verrà scelta una persona
che accetterà di recepire le indicazioni del presidente. Ciò viene fatto non per
denaro ma per crediti di riconoscenza e quindi come forma di espressione di
potere." Secondo, bisogna agire "sul cattedratico sorteggiato per conto del
presidente nell'ambito di una cernita di nomi di altrettanti cattedratici
specializzati nella stessa materia oggetto di concorso.
Anche in questo caso il cattedratico verrà opportunamente influenzato al fine
di focalizzare la sua attenzione sul candidato gradito al consiglio di
amministrazione. A volte lo stesso cattedratico viene estratto dall'urna in modo
pilotato utilizzando il cosiddetto metodo della "pallina gelata". Si tratta di
prendere la pallina il cui numero corrisponde al cattedratico gradito nella lista di
quelli da scegliere come membri della commissione e inserirla nella ghiacciaia di
un frigorifero, togliendola poco prima di infilarla nell'urna in modo che chi la
estrarrà la potrà riconoscere al tatto e così trarre in inganno i presenti estraendo il
numero giusto senza farsi accorgere della combine."


Infine è necessario influire sul "primario di ruolo nominato dalle
organizzazioni sindacali di categoria dei medici il cui voto, comunque, non è
importante poiché la maggioranza ormai è a favore del candidato lottizzato".
L'ingerenza dei partiti, di tutti i partiti, non si limita agli ospedali. Ancora
parole di Chiesa ai magistrati: "Nel sistema di lottizzazione degli enti pubblici
sono compresi anche gli istituti clinici di perfezionamento, cioè gli ospedali
clinicizzati universitari". E persino "l'Istituto dei Tumori", vanto della città, "fa
riferimento ormai da dieci anni all'esponente socialista Nuccio Abbondanza". E'
una questione di potere che spesso si salda con un problema che, soprattutto a
partire dai primi anni Ottanta, diventerà spinosissimo: il problema dei quattrini. I
costi della politica cominciano a diventare stratosferici. Nelle fila del Psi, ma
non solo del Partito socialista, se ne vanno i militanti ed entrano i clienti,
personaggi anche di grande intelligenza ma che vedono nel partito una
scorciatoia per raggiungere mete personali.
Nel giro di pochi anni, è avvenuta una mutazione genetica: compagni
disposti a impegnarsi gratuitamente per le feste dell'Avanti! se ne trovano sempre
meno. E la stessa atmosfera di disincanto si respira in casa democristiana. Da
questa spirale allora si salvava il Pci perché i compagni comunisti di base
credevano ancora nelle cicogne che portano i bambini.
Che nei partiti avessero cominciato a circolare quattrini, e molti quattrini,
me ne ero accorto durante la campagna elettorale organizzata per Formica. Dalla
federazione mi era arrivato un buon contributo per pagare l'affitto della sala dei
comizi, il complesso musicale che aveva rallegrato una serata, la tipografia dove
erano stati stampati i manifesti.
Era la prima volta che mi passavano soldi, in contanti. Soldi non per
comperare i miei voti, perché io non ho mai fatto il borracciere a pagamento. Ma
quattrini per ripianare almeno in parte le spese che avevo sostenuto.
Ogni leader politico aveva il suo cassiere che elargiva fondi ai referenti
nelle sezioni.
Non c'era assolutamente il mito del risparmio: già vedevo i debiti di alcuni
circoli legati a uomini del mio partito azzerarsi d'un colpo. Alcune conversioni di
socialisti dell'ultima ora avevano il sapore più di un contratto che di una
folgorazione sulla via di Damasco.
Decollava il voto di scambio, cavallo vincente ma costosissimo.
Il Psi aumenterà le iscrizioni anno dopo anno. Nelle sezioni, che a Milano
sono una sessantina, gli iscritti erano stati mediamente un centinaio. Negli anni
Ottanta saranno cinquecento, anche mille.



Però le sezioni sono vuote e, spesso, con la porta sbarrata. Quei vecchi
iscritti si erano sempre pagati la tessera di tasca loro. Ora qualcuno doveva
mettere mano al portafogli per comperare le tessere dei nuovi compagni. Costoro
appartengono alle "truppe cammellate", pronte alla bisogna a far numero ai
comizi e alle manifestazioni e a partecipare disciplinati ai congressi di sezione,
di zona e cittadino. Truppe cammellate pronte a votare su ordinazione. Anche
nella mia zona si verifica il fenomeno del rigonfiamento delle tessere. Il mio
ministro delle Finanze, Sciannameo, se ne occupa personalmente. Ma non è, per
ora, una grande spesa. Perché molti degli iscritti sono dipendenti del Sacco e non
hanno il coraggio di dirmi in faccia che non intendono pagare la tessera.
E' in auge una pessima abitudine: anche il consigliere di zona e il candidato
alla più modesta carica pubblica sanno che non devono spendere una lira del
proprio, ma rivolgersi al maggiorente di turno per farsi pagare la campagna
elettorale. In cambio prometterà fedeltà assoluta. Il maggiorente accetterà senza
discutere nel timore che un concorrente possa soffiargli, con qualche bigliettone
da centomila, un punto di riferimento e un piccolo pacchetto di voti.
Spesso i compagni non chiedono i soldi per il partito ma per loro stessi.
Dietro la richiesta di un contributo per pagare l'affitto della sezione si nasconde
talora una banale domanda di quattrini per spese futili. Ma, ecco il punto,
sarebbe pericoloso non esaudire quelle domande. C'è sempre il tuo concorrente
più prossimo disposto a chiudere non uno ma due occhi pur di accontentare le
richieste più strampalate.
I quattrini circolano. Circolano davvero. E sono tanti. Ogni leader corre per
sé e vede nel vicino un nemico. La raccolta e la gestione delle risorse è
strettamente legata al potenziamento del proprio peso politico. Si crea nel Psi un
reticolo di centri di potere paralleli e in eterna guerra fra di loro.
Questo è il nerbo della mutazione genetica che sta investendo la politica. A
Milano e dovunque. Ma a Milano si finirà per decifrarne i più segreti
meccanismi, le ferree regole, la progressione inarrestabile. Un quadro ormai
allarmante. Al quale altri protagonisti di questa storia daranno spessore. Loris
Zaffra, per esempio. E Zaffra è uno dei personaggi che finirà per frequentare
piazza Duomo e San Vittore, nell'ultima scena.
Zaffra, astro nascente del socialismo meneghino, già segretario della Uil
lombarda, assumerà nel 1988 la carica di segretario regionale del Psi. Da quel
posto di osservazione privilegiato vedrà una situazione interna degna di essere
raccontata con le stesse parole da lui consegnate, dopo oltre cento giorni di
carcere, ai giudici di Milano: "All'interno del Partito socialista la situazione era
complicata nel senso che non esistevano dei punti di riferimento economici
istituzionalizzati. C'era una gran confusione, con una pluralità di referenti
ciascuno dei quali gestiva la sua parte. Gli organi istituzionali del partito
avevano cura esclusivamente delle spese correnti.
"Questa struttura parcellizzata sotto il profilo amministrativo corrispondeva
a una struttura analoga nel campo delle scelte politiche, nel senso che anche in
questo campo non era tanto il partito a contare in sede decisionale, quanto i
singoli soggetti muniti di potere, anche economico. All'interno del partito non
esistevano correnti, ma questi gruppi di riferimento che rappresentavano anche
dei gruppi di opinione.
"La gestione dell'amministrazione prescindeva dalle cariche formali, perché
punto di riferimento era la persona e non la carica.
Sicché poteva verificarsi anche uno spostamento del referente economico da
un ufficio all'altro a seconda delle trasmigrazioni delle persone che contavano di
più.
"Esisteva anche una non coincidenza sostanziale tra le funzioni reali e le
funzioni formali: per esempio, i funzionari di zona non venivano retribuiti dalla
federazione, ma dai loro referenti politici attraverso remunerazioni non formali
ma sostanziali che sfuggivano ai movimenti finanziari risultanti dalla contabilità
del partito.
"In sostanza, era come se esistessero separati bilanci facenti capo ai
rappresentanti politici più in vista, ciascuno dei quali aveva le sue spese e le sue
entrate separate dalle spese e dalle entrate del partito." Da dove parte questa
geometrica architettura di costosi e illeciti equilibri finanziari? E' la logica
conseguenza dell'appiattimento del partito sulla linea craxiana. La distinzione
non è più sui problemi ma sulle alleanze con i colonnelli di turno. I vecchi
militanti che si pagano la tessera di tasca propria vengono emarginati perché non
controllabili vista la loro autonomia, non solo politica ma anche finanziaria.
Andava bene chi era a libro paga. Un meccanismo perverso che ha distrutto, lo
ammetto, un patrimonio di passioni e di idee.
Anch'io avevo a libro paga fior di gente. Con questo sistema arriverò a
controllare il venti per cento del partito di Milano. Ma non è un sistema che ho
inventato io, è un sistema che sono costretto, pena la scomparsa dalla scena
politica, a seguire. Di mio, ci ho messo la sistematicità, ben sapendo che il
vertice del partito era pienamente d'accordo. Anzi ne era il beneficiario ultimo.
Perché un partito a libro paga è un partito ubbidiente in cui il dissenso non è
consentito pena il licenziamento. "Se ti comporti bene, farai carriera, magari il
consigliere dell'Usl, così potrai metterti via qualcosa per la pensione, o
comperare un bilocale." Il Psi diventerà un partito prostrato e asservito, in cui la
politica è delegata ad altri. A Bettino.


NOTE: (*) Nel corso di un confronto con Chiesa ha respinto la chiamata in
causa. (N'd'A')


3. E' cosa nostra

"Guarda, Mario, che dopo una lunghissima battaglia, in cui ho messo sul
tavolo tutto il mio peso politico, sono riuscito a darti il collegio di Milano-
Musocco." Sono le tre di notte e al telefono c'è Carlo Tognoli, il sindaco che in
pochi anni di permanenza a Palazzo Marino è riuscito non solo a entrare in
sintonia con la città e a trovare uno spazio sicuro quanto privilegiato nei mass
media, ma anche a guadagnare nel partito potere e influenza. E' la primavera del
1980, vigilia di elezioni amministrative.
Il Psi è già un partito formato da bande, l'una contro l'altra armate, cariche
di livore verso avversari che vengono individuati, paradossalmente, più
all'interno delle fila socialiste che nei partiti concorrenti. Tognoli è a capo di una
delle bande più potenti, in quegli anni. Perché ha un seguito sicuro fra i
compagni. Perché può contare su un suo fedelissimo, Ugo Finetti, messo a
dirigere la federazione socialista. Perché, innegabilmente, ha la stoffa
dell'amministratore e sa fare benissimo il mestiere di sindaco.
Le bande e le loro lotte intestine non sono contrastate dal potere centrale,
molto attento a contenere, nelle misure ritenute sopportabili, la crescita dei capi
locali. Craxi stesso non può vedere di buon occhio il consenso che l'oscuro
Tognoli, da semplice funzionario e da assessore senza peso, si è guadagnato in
soli quattro anni di amministrazione. E' ben vero che il segretario può vantare di
aver avuto la vista lunga perché era stata soltanto sua l'idea di imporre Tognoli ai
milanesi. Però, nemmeno Craxi era stato sfiorato dall'idea che il piccolo sindaco
avrebbe fatto carriera in così pochi anni.
Quella telefonata di Tognoli, in piena notte, testimonia la realtà politica di
quegli anni. Non è il partito che mi candida per le elezioni provinciali, ma è il
sindaco. E' Tognoli che mi dà il collegio, non il Psi. "Guarda, Mario, che dopo
una lunghissima battaglia sono riuscito a darti il collegio di Milano-Musocco." Il
mio è un rapporto diretto con lui, non con il partito. Da vassallo a valvassore, in
una logica in cui le istituzioni sono cosa nostra, al servizio degli interessi del
singolo politico e del suo clan.
Chiesa aveva fortissimamente voluto quella candidatura alla Provincia. Per
comprensibili ambizioni personali. Ma non solo per questo. Il salto nella politica
attiva era un passo obbligato, una carriera davvero necessitata. Persino la sua
stessa base non poteva sopportare l'idea di avere, nel proprio leader, un
riferimento politico sicuro ma senza radici nelle istituzioni. Insomma, Chiesa
doveva fare l'assessore. Fosse a Palazzo Marino o in Provincia, era lo stesso.
Purché entrasse anche lui nella stanza dei bottoni per acquisire potere per sé e
garantire spazi più ampi alla propria Falange. Chiesa non è più l'ingegner Chiesa.
E' il sistema: lo incarna, lo esemplifica.
Chiesa otterrà un lusinghiero successo elettorale, diciannovemila voti.
Quasi un plebiscito. E' il quarto degli eletti, in tutta la provincia. Avevo parlato
più volte con Tognoli del mio desiderio di entrare nelle istituzioni. Prima con
garbo, poi anche alzando la voce.
"Guarda che ne ho piene le tasche di continuare a lavorare senza che nessuno
mi dia qualcosa. Quando mi chiedete un favore, sono sempre pronto. Quando
avete bisogno di voti, sono sempre disponibile. Così non si può continuare. A me
cosa date?" Il sindaco mi tranquillizzava: ci penso io, puoi esserne certo.
Ma le sue promesse non erano affatto una garanzia, piuttosto la pacca sulla
spalla che si dà al giovanotto per non demotivarlo e per tenerlo tranquillo.
Probabilmente, quella famosa notte, Tognoli aveva messo sul tavolo tutto il suo
peso politico per far passare la mia candidatura. Ma sarebbe un errore pensare
che avesse agito solo per spirito di generosità.
Candidare Mario Chiesa significava per il sindaco incassare, a costo zero,
un successo politico. Perché io ero un suo fedelissimo che trottava senza
chiedere un soldo, perché il collegio che mi aveva dato lo avrei sicuramente
vinto grazie alla forza del consenso popolare che avevo guadagnato sul campo.
Infine, perché la mia crescita politica avrebbe avuto un riflesso immediato sulla
potenzialità del suo gruppo. E, come vedremo, non solo in termini di potere.
Ed ecco mettersi in moto la macchina elettorale per portare Chiesa alla
Provincia. La campagna per raccogliere voti è atipica. E già anticipatrice di
quanto avverrà negli anni successivi. Nella mia sezione lavoravano tutti per me.
Ed era la prima volta.
Perché le sezioni dovrebbero lavorare per portare consensi al partito, non al
singolo candidato. A Quarto Oggiaro raccoglievo quel che avevo seminato in
tanti anni. Con tenacia, costanza, impegno. E senza risparmiare energie.
Un infermiere voleva far assumere il figlio al Sacco? Benissimo, diamoci
da fare. Il compagno aveva bisogno di un alloggio perché era stato sfrattato?
Benissimo, cerchiamo di trovargli un appartamento in una casa popolare. Il
medico dell'ospedale gradiva un trasferimento da un reparto a un altro?
Benissimo, facciamo pressioni sull'amministrazione in modo da favorirlo.
Insomma, ero amato. E anni dopo, incontrando un vecchio compagno, ho
avuto il piacere di vedere che egli conservava ancora nel portafoglio il santino,
l'immaginetta con scritto il mio nome, che avevamo distribuito a migliaia in
campagna elettorale.
I soldi? In parte li avevo cacciati io. L'amico Dante Carobbi aveva passato
una cinquantina di milioni. Carobbi era il titolare di un'impresa di verniciatura
che lavorava al Sacco. Al resto aveva provveduto Sciannameo, il mio ministro
delle Finanze. Il quale aveva anche organizzato, me lo ricordo ancora, una cena
in un ristorante di piazzale Lotto, alla quale erano stati invitati i becchini del
Musocco. Cose da fare gli scongiuri.
Forte dei miei diciannovemila voti, arrivo in Provincia con la convinzione
di fare l'assessore. Ma in Provincia c'è il navigato Gianni Mariani, vicepresidente
da una vita e autonomista della prima ora, vecchia volpe attenta a seguire le
orme dei potenti, e che ben svolge il mandato senza alterare gli equilibri interni
del Psi.
La Provincia è l'ammortizzatore delle beghe che si scatenano a Palazzo
Marino. Qua il sindaco Tognoli governa il proprio feudo nel quale gli amici di
Craxi, ma soprattutto di Paolo Pillitteri, sono costretti a subire degli smacchi. Là,
in Provincia, il rapporto è rovesciato. E gli uomini del cognato di Bettino
possono prendersi alcune rivincite. E fare gli assessori.
Chiesa è arrivato finalmente nella stanza dei bottoni.
Ambizioso, ricco di voti, fortemente motivato, si porta appresso però
un'etichetta: quella di appartenere al gruppo di Tognoli, che se è un passe-partout
in Comune, è invece fortemente penalizzante in Provincia. Conseguenza: non
verrà eletto assessore. Potrà accontentarsi del ruolo di capogruppo. Un ruolo di
secondo piano, sulla carta. Ma che poi gli consentirà di vedere da vicino i
meccanismi del potere.
Si sa che il capogruppo non ha responsabilità alcuna nella gestione
dell'amministrazione. Il suo è un ruolo di coordinamento degli interventi della
propria delegazione in consiglio provinciale e di collegamento con le altre forze
politiche. La Provincia è guidata da una giunta di sinistra. La Democrazia
cristiana è all'opposizione.
Come a Palazzo Marino. Ma gli scontri tra i partiti di sinistra e i
democristiani mi risultano, immediatamente, più formali che sostanziali. Non c'è
consigliere di minoranza che alzi la mano per chiedere, per esempio, chiarimenti
sugli appalti delle opere pubbliche.
A me era bastata una settimana per capire l'esorbitante potere della
burocrazia interna proprio in materia di appalti. Le commissioni che se ne
occupavano erano composte, da anni e anni, dagli stessi alti funzionari: il
segretario generale, l'ingegnere capo, i suoi sottoposti. Più due assessori. Le
imprese che venivano invitate alle gare erano sempre le stesse.
Le delibere degli appalti passavano metodicamente all'unanimità. Le
differenziazioni, se sorgevano, non riguardavano le modalità di aggiudicazione
dei lavori, ma la scaletta delle priorità. La qualcosa si spiegava facilmente: il
consigliere eletto nel collegio di Lodi voleva che l'opera pubblica approvata
nella sua zona avesse la precedenza assoluta. Quello che aveva la propria base
elettorale al Gratosoglio, pretendeva la stessa cosa. E così via discutendo e
begando... Un banale scontro per fini elettoralistici.
Sulla sostanza, però, il silenzio è assoluto. Il potere della giunta è
onnipresente. Insignificante quello del consiglio, dove pur la minoranza
dovrebbe far pesare il proprio ruolo di controllo. Non bisogna essere delle aquile
per capire che il vero potere sta nelle segreterie di partito. E non è necessario
avere un fiuto da segugio per rendersi conto che volano tangenti.
Tangenti per la maggioranza. Ma anche destinate all'opposizione e alla
burocrazia interna. Affinché nessuno parli, discuta, contesti. E l'ingranaggio, così
ben oliato, non subisce ingrippature di sorta.
Chiesa fa capire bene quanto gli deve essere costato starsene zitto al pari
degli altri, ma senza partecipare, con gli altri, al grande banchetto. Già allora egli
non aveva fama di essere uno yesman. La sua disubbidienza era proverbiale
quanto la sua voglia di gestire personalmente il potere.
Il ruolo di capogruppo, fosse della delegazione socialista o comunista o
socialdemocratica, era insignificante nella spartizione tangentizia che veniva
decisa a monte, nelle segreterie di partito.
E, dunque, Chiesa è costretto a fare buon viso a cattiva sorte: sedersi al
banchetto, senza avere né coltello né forchetta tra le mani. No, non è che non
prendesse i soldi perché fosse un puro, ma perché non era ufficialmente abilitato
a raccoglierli. Tutto qui.
In compenso, ha acquisito il diritto a una serie di piccoli-grandi vantaggi.
Ha un tavolo fisso nel ristorante vicino alla sede della Provincia dove può
invitare, a spese dell'amministrazione pubblica, qualche suo compagno della
Falange. Circola a bordo di un'auto blu di servizio, un autista lo scarrozza dal
mattino alla sera. Anche quando si reca nelle sezioni e nei circoli in cui è
presente, infaticabile e assiduo.
Finché non accade il fatto Rocchi. Rocchi è Gino Rocchi, assessore
socialista alla Provincia, con delega all'educazione. Il personaggio, giovane e
scaltro, inciampa in un infortunio giudiziario legato a una cooperativa di area
socialista nel quale la magistratura sospetta degli illeciti. Insomma, una piccola
anticipazione di Tangentopoli. E' il 1983. Anno davvero cruciale.


Bettino Craxi diventava per la prima volta presidente del Consiglio. E io,
senza voler fare paragoni irriverenti, finalmente diventavo assessore, dopo tre
anni di gavetta. Al posto di Rocchi, legatissimo a Finetti e dunque tognoliano
come il sottoscritto.
Rocchi aveva scatenato le ire della Democrazia cristiana: incredibilmente e
ben prima dell'intervento della magistratura. Era stato accusato di aver preso in
affitto, a un prezzo considerato abnorme, lo stabile nel quale si erano da poco
trasferiti gli uffici del provveditorato agli studi.
Forse era stato passato il segno o invaso un campo altrui, senza il
preventivo consenso. La federazione socialista era scesa in campo, con
virulenza, per difendere Rocchi che, mi era stato detto, andava tutelato. A tutti i
costi.
Nel tentativo di trovare una soluzione di compromesso, incontro il
capogruppo della Dc in provincia con il quale avevo un buon rapporto, tanto che
ci eravamo scambiati in passato qualche confidenza sui ruoli delle rispettive
segreterie politiche.
I democristiani sono però irremovibili. "E' una mascalzonata, non possiamo
accettare questo gioco sporco sul provveditorato...".
Capisco che, improvvisamente, si è infranto l'idillio che aveva regnato per
ben tre anni in Provincia. Contestualmente, si muove la magistratura sulla storia
della cooperativa legata a Rocchi e Rocchi fa il bel gesto, si dimette da assessore
togliendo il Psi da una situazione di grave imbarazzo.
Corro a Palazzo Marino dal sindaco Tognoli per ricordargli le tante
promesse che mi aveva fatto. "Al primo rimpasto di giunta, avrai un
assessorato." Era arrivato il mio momento. Riuscii a guadagnare un brandello
dell'assessorato ai lavori pubblici.
Un brandello perché quell'assessorato, così ricco di fondi, viene diviso in
tre pezzi, come una preda. A un socialista va la competenza sul settore idraulico,
leggi tutti i lavori legati al risanamento idrico. A un comunista tocca la parte
relativa all'istruzione, con mandato di spesa per gli edifici scolastici. A me viene
affidata la responsabilità delle strade. Non è un granché. Però divento assessore
ai lavori stradali.
Ho anch'io una leva di comando. Un po' perché sono ingegnere e di
progettazione me ne intendo, un po' perché non voglio passare per fesso davanti
alla burocrazia, nel giro di una settimana comincio a dar fastidio. Chiedo ragione
degli appalti, dei progetti, delle imprese con le quali la Provincia ha buoni
rapporti.
E' lontana da me l'idea di cambiare le procedure. Ma vengo, forse, frainteso.
Allora mi chiama quella volpe di Mariani che con fare da buon padre di famiglia
prende il discorso alla lontana. Fa leva sulle lotte intestine del Psi, sul clima di
sospetto che attraversa i gruppi, e mi confida che è merito soltanto suo se io sono
arrivato a prendere quel posto di assessore. "Tognoli era contrario. Pillitteri
aveva posto il veto...".
Poi mi parla di un alto funzionario, un tizio che lavorava, sì e no, due ore al
giorno e che avevo deciso di far saltare. Mariani mi consiglia di non prendere
decisioni affrettate. "Caro Mario, stai calmo. Nella commissione d'appalto per la
manutenzione delle strade ci sei tu, e il compagno comunista. Ma non hai
bisogno di prendere iniziative perché quello che viene già fatto va davvero bene.
Te lo assicuro." Protesto, perché non voglio dare l'impressione di essere l'idiota
che sta lì a firmare, che si vede passare mazzette sotto il naso senza dire né ai né
bai. Mariani: "Non preoccuparti, non preoccuparti. Se sorgeranno problemi, ci
penserò io". Insomma, non avrei potuto spostare un birillo.
Corro anche dal sindaco. Per dirgli che avevo capito l'antifona.
"Guarda, Carlo, che in Provincia ne succedono di cotte e di crude.
Girano soldi, a bizzeffe. Secondo me, ci sono dei trucchi tremendi." E
Tognoli, con la scaltrezza e anche il tratto che lo contraddistinguono, mi diceva
che non ne sapeva niente. Ma che avrebbe preso informazioni per capirne
qualcosa...
Alla Provincia gli appalti venivano banditi nello stesso giorno.
Per tutte le strade. Apparentemente in modo regolare. Col massimo ribasso
sul prezzo base. Sembrava impossibile barare. Ma c'era molta puzza di bruciato.
Ed era palpabile l'intervento delle segreterie di partito. Per avere conferma dei
sospetti, bastava controllare l'elenco delle imprese invitate a partecipare alle
gare.
Le ditte che si accaparravano i lavori delle strade provinciali erano sempre le
stesse. Altre imprese, invece, vincevano regolarmente gli appalti delle opere
pubbliche di Milano. In pratica: il mondo imprenditoriale era diviso in gironi. A
uno competevano i lavori della provincia. All'altro, quelli della città. L'impegno
era reciproco: chi lavorava a Milano non doveva avanzare pretese in provincia.
Non erano consentiti sgarri, pena una serie di contestazioni burocratiche in grado
di sfiancare qualsiasi imprenditore. Gli stessi imprenditori si mettevano
d'accordo su chi, fra di loro, avrebbe vinto. Per non creare dissidi che avrebbero
turbato le gare, gli appalti avvenivano tutti nello stesso giorno. Un gruppo di
imprese era invitato a concorrere all'appalto dei lavori A, un altro gruppo
all'appalto dei lavori B. E così via. Per opere di particolare difficoltà e nelle quali
il guadagno era meno congruo, venivano invitate le imprese al di fuori del
cartello. Quelle che, magari, in precedenza avevano creato difficoltà.
E' chiaro che il potere vero stava nelle mani di chi compilava l'elenco delle
imprese da invitare. Io non ne avevo titolo. Né poteva metterci becco l'assessore
comunista al bilancio che con me era in commissione.
Ritornai da Mariani, per protestare. Non è possibile che gli assessori non
possano metter mano agli elenchi delle imprese. E lui, sempre da buon padre di
famiglia: "Non toccare nulla. Va bene così.
Ci pensa Natali".
Ovviamente, non era la prima volta che Chiesa sentiva parlare di Antonio
Natali, il grande vecchio, una quindicina di anni più di Bettino ma suo
fedelissimo seguace. Natali, morto nel marzo 1991, è stato un personaggio
mitico dell'autonomismo milanese, dall'astuzia riconosciuta e dal temuto pugno
di ferro. Per quindici anni alla presidenza della Metropolitana.
Natali è anche uno dei personaggi chiave dell'inchiesta Mani pulite,
chiamato in causa sin dalle prime battute dell'istruttoria quando il cassiere della
Democrazia cristiana di Milano, Maurizio Prada, ha rivelato che esisteva un
"metodo Natali".
Il presidente della Metropolitana aveva razionalizzato la spartizione delle
tangenti secondo uno schema variabile. A volte: metà, un quarto, un quarto.
Metà al Partito socialista, un quarto alla Dc e un quarto al Partito comunista. Più
qualche rivolo ai socialdemocratici e ai repubblicani che però ricevevano i
quattrini, non dalle imprese, ma direttamente dai cassieri politici, i controllori
dell'illecito traffico finanziario.
A volte la percentuale era diversa, stando alle parole del cassiere del Partito
comunista, Luigi Miyno Carnevale, vicepresidente della Metropolitana. "Natali
mi aveva spiegato che le imprese versavano una percentuale del tre per cento
sull'importo dei lavori. La percentuale veniva suddivisa prevalentemente tra Psi
e Dc e la posizione del Partito comunista era compensata attraverso la cessione
di lavori alle cooperative e quindi sostanzialmente a quell'epoca (*) non c'era
esborso diretto al mio partito." Quando Mariani mi fece cenno al ruolo di Natali
capii che non mi prendeva in giro. Ma non potevo esserne soddisfatto. Con il
presidente della Metropolitana c'era una vecchia ruggine. L'avevo già incontrato.
E l'approccio non era stato dei migliori.
Ero andato da lui per chiedergli una cortesia che pensavo mi fosse dovuta,
l'assunzione di un giovane ingegnere, mio fedelissimo.
La Metropolitana veniva utilizzata come serbatoio di assunzioni
politicamente mirate. Compagni che prendevano lo stipendio dalla MM senza
fare in Metropolitana nemmeno l'atto di presenza. Ovviamente compagni legati
al gruppo craxiano.
Natali mi tratta freddamente. "Fai inoltrare la domanda di assunzione.
Cercherò di fare qualcosa." Il tono è irridente, come se fossi un qualsiasi
mendicante di posti. "Sono una persona corretta", sostiene. "La Metropolitana è
in difficoltà, non ci sono quattrini per nuove assunzioni." Poi mi scruta e sputa il
rospo. "Caro Chiesa, ma tu cosa fai per noi? Non mi hai mai invitato nella tua
zona per una manifestazione, non fai nulla per Bettino. So che stai con Tognoli.
Anzi, passi per un "falco". Per uno che ce l'ha con noi. Ti pare giusto?"

NOTE: (*) Ci si riferisce al 1982. (N'd'A')


4. Il battesimo

"Assessore, faccia attenzione quando parla perché ogni sua parola rimbalza
nel corridoio. E' come se il suo ufficio non avesse le pareti." Stella mi aveva
messo sull'avviso. E poi, sorridendo, mi aveva anche dato un ottimo consiglio.
"Alzi il volume della radio se non vuol farsi sentire." Stella è Stella Monfredi,
una ragazza molto sveglia, figlia di meridionali che vivono a Quarto Oggiaro.
Avrebbe voluto fare il medico se i genitori avessero avuto qualche possibilità
economica in più. Iscritta al Psi come tutti i famigliari, sorella del segretario
della sezione Allende, è una delle punte di diamante della Falange. E' una delle
collaboratrici più preziose di Chiesa tanto che lo seguirà, ininterrottamente, fino
al Pio Albergo Trivulzio.
Facendo uno strappo alla regola, il vicepresidente della Provincia aveva
esaudito la richiesta dell'ingegner Chiesa di avere una segretaria tutta per sé. Non
ne avrebbe avuto titolo in quanto capogruppo. Ma, forse per acquietare un
compagno un po' troppo curioso e soprattutto poco obbediente, Mariani dà il
proprio assenso e Stella viene assunta, come segretaria dei gruppi politici.
Stipendio che non grava, ovviamente, sui bilanci dei partiti. Ma su quello
della Provincia. Stella forse aveva sentito, attraverso le pareti di carta velina del
mio ufficio, i discorsi che mi aveva fatto un assessore, sempre socialista, che mi
aveva preceduto. Vecchio notabile, nel partito da sempre, demartiniano. Con fare
paterno, costui mi aveva dato i suoi primi consigli. Non appena avevo assunto la
carica di assessore.
"Non devi sporcarti le mani. Devi startene fuori. Non avere preoccupazioni
di sorta. Io sono a tua disposizione. Ho l'esperienza giusta e adesso ho il
vantaggio che sono fuori dal giro. Io li conosco tutti. Sono dei veri mascalzoni."
Cosa potevo rispondere? Con parole di ringraziamento, è ovvio. Ma, già in
quegli anni, sapevo che non avevo bisogno del mezzano. A puttane ci volevo
andare da solo.



Era necessario non fare passi falsi. Che l'accordo sugli appalti coinvolgesse
tutti i partiti era palese. Su un ordine del giorno o su un documento di banale
significato poteva scatenarsi il finimondo.
Però, su quelle tre ditte che vincevano al ribasso le gare nel Lodigiano, e
quelle altre che vincevano gli appalti nel Nord di Milano, e così via, nessuno
alzava il dito.
L'anticamera del mio ufficio era piena di questuanti. Imprenditori con il
cappello in mano pronti a stringere alleanze e disposti a fare, senza successo, ore
di anticamera. E imprenditori che avevano sicuri rapporti con la burocrazia della
Provincia perché, spesso, il loro arrivo mi veniva preannunciato da qualche
ingegnere dell'ufficio tecnico. "Lo veda, lo veda, è una bravissima persona." Io
non volevo vedere nessuno, e non perché fossi uno stinco di santo. Volevo
soltanto non compiere passi falsi. E pertanto incontrare, conoscere, prendere
accordi con il migliore. Cioè, con il più serio e il più riservato per evitare che
circolassero, anche sul mio conto, i cicalecci che macchiavano già tanti colleghi.
La scelta cadde sul titolare di una impresa di costruzioni, cento miliardi di
fatturato, che lavorava in condizioni di monopolio nel varesotto.
L'avevo incontrato la prima volta in compagnia di Mariani quando eravamo
andati a inaugurare lo svincolo della strada di Vimercate sulla tangenziale est di
Milano. In quell'occasione, il costruttore mi aveva presentato la moglie, persona
amabile, che con garbo mi aveva dato dell'orso. "Guardi, assessore, che bei
lavori stradali.
Perché lei, caro assessore, se ne sta sempre rintanato in ufficio?
Sembra un orso, per davvero. E pensare che si parla tanto bene di lei, del suo
dinamismo. Sa, avrei un'idea, se lei permette. Ho un parente che lavora al
Corriere della Sera e che potrebbe scrivere qualcosa sul suo conto...".
Come mi aveva suggerito Stella, alzai il volume della radio quando
l'imprenditore fece il suo ingresso nel mio ufficio. Egli affrontò di petto il
problema. "Lei sa come va il mondo, vero? Noi abbiamo un accordo con le
segreterie di partito, però mi pare stupido che lei non prenda niente. Noi
imprenditori portiamo i soldi in corso Magenta, in via Nirone, in via Volturno,
(*) non vedo perché lei debba rimanerne fuori." Non lo cacciai dall'ufficio.
Sapevo perfettamente che, se non fosse venuto lui da me, avrei trovato un altro
suo pari. Gli chiesi, invece, qualche spiegazione. Avrei intascato la mazzetta su
tutte le gare di appalto? E lui, che era un esperto, mi spiegò, sorridendo, che non
potevo pretendere alcunché sulle gare al massimo ribasso in quanto "gli accordi
vengono presi in altra sede". Potevo avanzare pretese solo sulle gare che
dipendevano da me.
Le gare sulle quali l'ultima parola spetta all'assessorato diretto da Chiesa
rappresentano un vero business: la manutenzione anche delle strade. Ogni anno
vengono appaltati lavori per alcuni miliardi, due o tre, divisi in quattro lotti. Le
gare non sono al massimo ribasso, ma con la media mediata. Come poteva
Chiesa, che non era l'unico politico insediato nella commissione che presiedeva
alle gare, influenzare l'esito finale? La media mediata è una questione aritmetica
in cui il sopruso dovrebbe essere bandito.
Una spiegazione c'è, e la fornisce l'imprenditore di Varese. Da essa risulta
un dato di grande utilità per capire Tangentopoli: la trama della corruzione non
spazia solo tra il politica e l'imprenditore, investe anche buona parte della
burocrazia, o i suoi gangli più qualificati. Spesso è l'imprenditore che si sporca le
mani e si fa carico di estendere l'illecito fin dove sia necessario. "Lei non si
preoccupi, assessore", mi tranquillizzò il costruttore. "Faccia soltanto quello che
le suggerirà l'ingegnere capo e noi imprenditori le porteremo il cinque per
cento." Diceva noi per farmi capire che non solo lui, ma anche le imprese a lui
collegate contribuivano al pagamento di quella percentuale sui lavori.
Provai a insistere: "La media mediata non la faccio soltanto io.
Perché lei sa perfettamente che in commissione non spetta solo a me la
parola, ma anche all'altro assessore che, fra l'altro, è un comunista". "Non si
preoccupi, non si preoccupi". Invece, avevo un'altra preoccupazione. Forse più
forte della prima.
Mi ero ricordato il discorso che mi aveva fatto Mariani quando ero semplice
capogruppo e avevo subodorato il giro dei soldi. "Non preoccuparti", mi aveva
detto anche lui. "Ci pensa Natali." L'ombra del grande vecchio mi incuteva
qualche timore. Non andavo per caso a inserirmi, con quel mio cinque per cento,
in un gioco più grande di me?
Posi la domanda, indirettamente, al costruttore. Scusi, ma i partiti? I partiti
vengono esclusi? Da gran navigatore qual era, l'imprenditore mi rassicurò: "Su
questo punto, assessore, non avrà storie".
E così arrivò la mia prima tangente, duecento milioni tondi.
"Assessore, noi imprenditori glieli facciamo avere tramite un nostro uomo di
fiducia. Le consiglio di fare altrettanto. Mandi anche lei una persona di cui si
fida. Non prenda, mai, i soldi direttamente." Era una situazione quasi comica.
Affidai l'incarico a un amico di vecchia data, un geometra al di fuori del
giro politico, il quale si recò, di sera, a Trezzano sul Naviglio. Nella piazza
centrale del paese incontrò un uomo di cui gli avevo dato la descrizione fisica
fattami dall'industriale. Prese una busta, ermeticamente chiusa. Me la portò a
casa mia, la stessa sera.
Depositai i duecento milioni sul conto corrente.



Mi sentii un politico tutto d'un pezzo. Da cima a fondo. Ma non perché
avessi più soldi in banca. Ero già riuscito a raggranellare un buon gruzzolo senza
ricorrere alle tangenti: con lo stipendio rispettabile del Sacco e con l'acquisto e la
vendita di qualche appartamento. Inoltre, avevo una specie di compartecipazione
nella società del vecchio amico Carrobbi. Per ogni lavoro che riuscivo a
procurargli presso gli ospedali, egli mi riconosceva una provvigione.
Non una tangente. Quella, semmai, la pagava là dove otteneva il lavoro.
Seguendo la consueta prassi.
Avevo la sensazione di essere un autentico politico perché mi ero,
finalmente, sganciato da una sorta di tutela. La tutela, prevalentemente
economica e parzialmente politica, di un gruppo di maggiorenti.
Ero diventato assessore dopo anni di duro apprendistato. Grazie a quella
carica potevo raccogliere i primi quattrini e gestirli secondo miei, personalissimi,
criteri. E poiché il mio interesse ultimo non era quello di crearmi un patrimonio
per andare a passare il resto dei miei giorni ai Caraibi, ma di fare politica, di
conquistare sempre più potere e di salire la scala del partito, quei soldi mi
servivano.
Eccome.
Anche Chiesa attraversa una sorta di mutazione genetica parallela a quella
che investe il mondo politico. Ora i confini tra la sua storia personale e quella del
sistema che lo ha accolto sfumano davvero e la sua carriera, per la lucidità con
cui egli procede nella sua strada, diventa uno strumento formidabile per capire
cosa è, o cosa è stata, Tangentopoli.
Tangentopoli non appare più una deviazione della politica. E' la politica
come è venuta trasformandosi: e nel momento in cui cade, casca tutto. Senza
quattrini non sei nessuno. Soprattutto in politica. Erano lontanissimi i tempi in
cui qualche compagno della federazione mi passava un piccolo pacchetto da
centomila per organizzare le manifestazioni delle campagne elettorali. Non ero
più il proconsole di periferia che, con i soldi altrui, pagava l'affitto della sala
dove il senatore Formica aveva tenuto il comizio elettorale. Adesso ero
autonomo. Finanziariamente autonomo. E libero di pagare la sala, la banda, i
manifesti dei personaggi politici che sceglievo io di appoggiare.
Non era poco, davvero no. Mi consentiva di staccarmi dalla seggiola del
maggiorente di turno. E fare un salto di qualità: disporre personalmente di soldi
significa decidere di testa propria il tipo di investimento. Vuoi sulla corrente cui
appartieni, vuoi su singoli compagni.
Con le prime tangenti, il mio salto di qualità è immediato.



Collaboro alla campagna elettorale per far eleggere in Parlamento Francesco
Colucci e per portare più consensi a Bettino Craxi. Sono io che decido di
impegnare le mie truppe e di finanziarle per il bene di Colucci e per la gloria di
Bettino. E Colucci, ma anche Craxi, sanno che non mi possono pagare con un
rimborso spese bensì con un accordo politico che mi possa garantire oggi
l'assessorato in Provincia, domani un posto in Comune, dopodomani in Regione.
Non sono uno a cui devi comperare i voti. I voti li metto io sul tavolo di un
accordo politico più generale, quello in cui vengono definiti gli organigrammi
del potere. E', insomma, un rapporto paritario quello che finalmente si instaura
tra il sottoscritto e gli altri maggiorenti.
Ecco spiegato il motivo per il quale quando, otto anni dopo, il 17 febbraio
1992, Chiesa viene arrestato a causa di una misera tangente di sette milioni, la
magistratura troverà sui suoi conti correnti quasi undici miliardi di lire. Soldi
contanti, tutti su banche italiane. In Svizzera risulterà un deposito di un'inezia
rispetto a quel patrimonio di liquidità. Chiesa non pensava davvero di andarsene
ai Caraibi. Mirava a piazza Duomo 19.
Eravamo alla vigilia di un'altra campagna elettorale, quella del 5 aprile, e
Chiesa aveva deciso di non fare risparmi, sicuro che sarebbe stato un ottimo
investimento per il proprio futuro mettere a disposizione dei leader di partito,
oltre ai voti delle sue ormai fortissime "truppe cammellate", anche molti
quattrini.
Inoltre, non aveva preoccupazione alcuna nel mascherare il provento delle
tangenti. Il sistema era così ben funzionante, e da anni, da far sentire i
protagonisti di Tangentopoli al di sopra di ogni sospetto. E di ogni responsabilità
penale.
Però, quando, nel 1984, il nostro interlocutore consegna parte delle tangenti
ricevute al sindaco Tognoli, allora suo grande e unico punto di riferimento, il
sistema è ancora in fase di decollo anche se onnipresente. E passare di mano in
mano centinaia di milioni assume il sapore di una storia che sarebbe
imperdonabile non farsi raccontare. Portai i soldi a Tognoli in via Olmetto
perché era di domenica, se ben ricordo. E Tognoli, da quell'infaticabile
lavoratore che è, sgobbava anche nel giorno di festa. Nel suo ufficio privato,
perché Palazzo Marino aveva le porte sbarrate.
Gli consegno la busta con dentro i quattrini. Con naturalezza, come offrire
un caffè a un amico. Tognoli ringrazia, non pone nessuna domanda. Sa
benissimo che nella busta ci sono i soldi, ma non chiede né da dove vengano, né
da quale appalto siano saltati fuori, né quale sia stata la percentuale della
tangente. C'è un galateo delle mazzette. Si prende e si ringrazia, senza
dimostrare curiosità.
C'è soddisfazione da entrambe le parti. Per chi riceve, ed è ovvio.



Ma anche per chi dà. Perché vi è il desiderio di contribuire alle spese della
corrente e del partito in generale. E anche perché, nel momento in cui il tuo
punto di riferimento accetta un contributo dalle tue mani, significa che hai fatto
un altro salto di qualità.
Mi spiego: quel passaggio di soldi suggella un patto non scritto ma che sta
alla base della politica. Sei diventato assessore per merito mio e in relazione ai
rapporti di forza, nel partito, della nostra corrente. Dunque, sei entrato a pieno
titolo fra quelli che da oggi contano.
Inoltre Tognoli, come tutti i lead -er della sua statura, non avrebbe mai
accettato quattrini da uno di cui non si fidava ciecamente. Erano in uso decine di
metodi per ricevere soldi evitando il contatto diretto. Farseli consegnare, per
esempio, da terze persone, come procedevamo io e l'imprenditore di Varese.
C'è poi la gratificazione di aver instaurato un rapporto di assoluta
complicità in cui idee, organigrammi, disegni di potere e soldi si sovrappongono.
Ti senti partecipe di un gruppo ristretto, solidale in tutto e per tutto. Una specie
di cupola.
Insomma, la tangente è la consacrazione della propria appartenenza al
gruppo. Ecco perché quando Tognoli in seguito mi dirà: "Portali da Finetti", che
allora era segretario della federazione, protesterò. Mi sembrerà una diminuzione
del mio ruolo. Mai e poi mai avrei consegnato, se non dietro esplicita richiesta, i
quattrini a Finetti o peggio ancora a qualche altro sottoposto. Perché mi
interessava il rapporto di complicità con il sindaco e non con il segretario della
federazione o chicchessia.
Finetti non si sarebbe mai assunto un rischio, una responsabilità o un
impegno in mio favore se Carlo non fosse stato d'accordo. Pertanto era con il
sindaco che volevo perfezionare quel rapporto di complicità instaurato con il
passaggio della tangente.
Tognoli mi rassicurava. "Guarda che è la stessa cosa che tu li dia a me o a
Finetti." Aveva ragione lui, è evidente.
E lui era, anche nella questione tangenti, uno scudo protettivo.
Per esempio, era in grado di rispondere a quelle domande che il grande
vecchio Natali andava in giro a fare, con il suo stile indagatorio.
"Tizio dà i soldi o se li intasca per sé?"

Fra quei tizi c'ero anch'io, ovviamente.
Il grande vecchio voleva avere una mappa dei finanziamenti occulti alle
correnti. Per una forma di controllo. E quando Natali aveva chiesto al sindaco se
"quel Chiesa collabora al mantenimento del partito", Tognoli gli aveva detto la
verità. Garantendomi dal rischio di spiacevoli richieste. E, indirettamente,
facendomi salire di grado. Ero a tutti gli effetti un maggiorente che poteva
consentirsi il lusso di aprire il portafoglio.
All'epoca Chiesa aveva la vocazione del contabile. Su un foglietto teneva la
contabilità dei soldi passati ai politici.
Foglietto, in seguito, scoperto dalla magistratura e nel quale si legge che
Tognoli ha ricevuto, in due anni, dal 1984 al 1985, cento milioni e Finetti
trecentosettanta.
Successivamente Chiesa sborserà altri quattrini. Dodici milioni a Michele
Colucci, esponente di rilievo del Psi milanese e vicino a Tognoli, e ancora
settanta milioni allo stesso Tognoli che, abbandonata la carica di sindaco, viene
insediato alla segreteria regionale. Trecento milioni a Paolo Pillitteri, che
diventerà primo cittadino di Milano alla fine del 1986. E poi una serie di piccoli
contributi a personaggi politici di minor statura ma legati ai leader.
Insomma, Chiesa si prende le sue belle soddisfazioni. Ma non solo sotto il
profilo dei quattrini. Quel brandello di assessorato ai lavori stradali che aveva
conquistato con i denti gli permette anche di entrare in contatto con i grandi
gruppi industriali. Quello della Fininvest di Silvio Berlusconi, per cominciare. Il
gruppo Berlusconi aveva un problema alla Lacchiarella, insediamento alle porte
di Milano. Venne a trovarmi Sergio Roncucci, abile ed efficiente uomo di
collegamento tra Paolo Berlusconi, fratello di Silvio, e le istituzioni. Roncucci
mi porta al ristorante La Torre di Pisa e mi spiega il problema Lacchiarella. Da
tempo il gruppo berlusconiano aveva chiesto alla Provincia il permesso di
collegare, con uno svincolo, l'area della Lacchiarella con la vicina strada
provinciale.
Lavori che il gruppo imprenditoriale avrebbe fatto a propria cura e a proprie
spese, ma che non poteva iniziare se la Provincia non avesse approvato una
convenzione.
"Questo è il rapporto della Lacchiarella", mi spiegò Roncucci con il quale
divenni in seguito amico. La pratica era in regola. Mi impegnai per farla
accelerare. Niente di più, niente di meno. Senza chiedere soldi, né sentirmeli
offrire. Lo svincolo della Lacchiarella venne costruito. Con soddisfazione di
tutti, ovviamente.
Ero dunque entrato in rapporti diretti con gli uomini dell'entourage di
Berlusconi, un ulteriore passo in avanti. Non fosse altro perché quel gruppo era
potente e, soprattutto, aveva le porte aperte, lassù al quarto piano di piazza
Duomo.
Piazza Duomo, davvero un miraggio. Ma si può già dire vicina al nostro?

NOTE: (*) Rispettivamente, la sede del Psi, della Dc e del Pci a Milano,
(N'd'A')


5. La notte dei lunghi coltelli

No, non è ancora vicina piazza Duomo. Molti mastini ringhiano alla sua
soglia. "Gliela faremo vedere noi a quel nano." Rosilde Pillitteri, moglie di Paolo
e sorella di Bettino Craxi, era furibonda con Carlo Tognoli che lei chiamava
nano proprio per umiliarlo ricordandogli, puntigliosamente, la sua piccola
statura.
Aria da generalessa, fare sprezzante e imperioso, non sopportava che suo
marito, Paolo, fosse arrivato quinto alle elezioni amministrative del 1985.
Nonostante il peso della famiglia craxiana e i grandi progetti che sul nome di
Pillitteri, candidatosi per ereditare la carica di sindaco, erano stati costruiti.
Anche negli uffici della federazione il clima era ormai teso. A
Tognoli si rimproveravano molte cose: a cominciare dal consenso che si era
guadagnato sul campo per finire col peso che, man mano, assumeva all'interno
dello stesso partito.
Dire che Pillitteri, aspirante successore di Tognoli alla carica di primo
cittadino a Milano, era arrivato quinto è ancora dire poco. Occorre ricordare in
dettaglio i risultati di quella tornata elettorale per capire in pieno i motivi dell'ira
funesta di Rosilde Craxi e di tutto l'entourage autonomista.
Tognoli aveva preso oltre settantatremila preferenze. Pillitteri, soltanto
ottomila. Non solo: con quel risultato elettorale, Tognoli aveva dato la prova di
aver in mano le chiavi della città. Era riuscito a moltiplicare per cinque il
risultato ottenuto alle precedenti amministrative dove aveva guadagnato poco
più di quattordici mila voti.
Il Partito socialista è il partito egemone della città: 19,8 per cento dei
suffragi. Potere consolidato in ogni, anche piccolo, risvolto sociale.
E Craxi, dalla poltrona di Palazzo Chigi sulla quale è insediato ormai da due
anni, proietta su Milano l'ombra di un potere anche maggiore.
Spesso, poi, lo fa senza troppe cautele e senza troppi formalismi.
Un pretore chiude le televisioni di Silvio Berlusconi, suo grande amico col
quale trascorre nella villa in Brianza le feste di Capodanno? Poco importa: Craxi
convoca il consiglio dei ministri e viene varato, seduta stante, un decreto, poi
definito decreto Berlusconi, inventato ad hoc, cioè per consentire
sbrigativamente alla Fininvest di aggirare le decisioni pretorili.
E' una esibizione di potenza che però non sembra incutere troppi timori
reverenziali nel profondo dell'animo di Tognoli, il "nano". Il quale continua a
correre un po' troppo per se stesso, come gli rimprovera Rosilde. E, sulla sua
scia, anche altri.
In casa socialista, a Milano, è infatti in atto una guerra che diventerà
storica: la guerra di Pillitteri contro Tognoli. Ma non è, questo, soltanto lo
scontro tra due uomini politici. E' la spia che il partito è percorso da faide interne
ben più profonde e laceranti.
Per contenere il potere di Tognoli è stato eletto un nuovo segretario della
federazione. A Ugo Finetti, che dal 1978 ha ricoperto la carica ed è un
tognoliano doc, subentra un personaggio legatissimo a Pillitteri. E che come lui
proviene dalle fila del Partito socialdemocratico, abbandonato dieci anni prima,
nel 1975, su spinta di Bettino.
Si chiama Giovanni Manzi, l'uomo nuovo del Psi milanese. Viene dalla Sea,
la società che egli presiede e che gestisce gli aeroporti di Milano Linate,
Malpensa, Orio al Serio. E' un quarantenne pieno di grinta, grande organizzatore
di consensi, sostenuto nella scalata politica dalla moglie Anna, assidua
frequentatrice di Rosilde. E', insomma, quel famoso Manzi che diventerà, con la
sua latitanza a Santo Domingo, ai Caraibi, per sette lunghi mesi, uno degli
imputati più illustri di Tangentopoli. E lo ritroveremo, più avanti, quando la
storia si avvicinerà alla scena madre di piazza Duomo.
Per ora, primavera 1984, Manzi è il personaggio scelto per occupare, senza
abbandonare la proficua presidenza della Sea, la poltrona di corso Magenta, sede
della federazione socialista. Un anno e pochi mesi dopo, quel cambio di guardia
porterà i suoi frutti.
Ecco, dunque, la notte fra il 4 e il 5 agosto di quell'anno. Chiesa se la
ricorda benissimo, nei dettagli. La chiama la "notte dei lunghi coltelli". Pillitteri
era la punta avanzata delle truppe che lottavano contro Tognoli per
ridimensionarne il ruolo e soprattutto il potere. Alle spalle di Pillitteri c'era il
gruppo dei fedelissimi craxiani, quelli che potevano salire al quarto piano di
piazza Duomo e parlare, liberamente, con Bettino.
I fedelissimi erano guidati dal grande vecchio Natali che faceva pressioni su
Craxi per mettere in un angolo il sindaco così tanto votato dai milanesi. Era stato
proprio Natali a proporre il problema della incompatibilità tra cariche di partito e
ruoli istituzionali. In questo modo gli era già stato possibile sollevare Finetti,
eletto in Regione, dalla poltrona di corso Magenta. E far posto al fidato Manzi.
In quella notte fra il 4 e il 5 agosto, Natali ne scova un'altra delle sue. Al
direttivo provinciale, convocato per decidere le alleanze e gli organigrammi di
Palazzo Marino, fa approvare un ordine del giorno in base al quale viene deciso
che non era possibile prendere accordi sui nomi degli assessori alla Provincia, se
non dopo aver stabilito gli assetti della giunta di Milano.
Non è una semplice formalità. Sulle alleanze a Palazzo Marino non c'è
accordo alcuno tra Tognoli e il gruppo che sostiene Pillitteri.
Anzi. Tognoli non vuole far posto, in giunta, agli uomini del cognato di
Bettino. E, dunque, lo scontro è aspro.
Inoltre, c'è battaglia anche tra chi vorrebbe rifare la giunta di sinistra, forte
del buon accordo con i miglioristi milanesi, e chi crede che l'alleanza di
pentapartito sulla quale si regge Palazzo Chigi vada riprodotta, pari pari, a livello
locale.
Tognoli è un politico in chiara difficoltà. Non solo perché si trova contro il
gotha del craxismo, sceso in campo con la spregiudicata arguzia di Natali. Ma
anche perché, essendo in cattive acque, non può contare sulla solidarietà
compatta dei suoi uomini.
Risultato: Tognoli in quella riunione va in minoranza. E nel giro di poche
ore subisce un altro smacco. Fra in nomi degli assessori che dovranno guidare la
Provincia, quello di Mario Chiesa viene depennato con un frego. Insomma, il
braccio destro del sindaco viene fatto fuori, brutalmente. Una feroce lezione di
realpolitik: se osi metterti contro di noi, avrai la vita sempre più difficile.
Ero stato il primo degli eletti, ventunmila voti raccolti l'uno sull'altro, senza
badare al risparmio. Ero un assessore uscente, sicurissimo di ritornare in giunta.
Mi ritrovavo, invece, semplice consigliere. E nemmeno potevo contare su una
successiva elezione a capogruppo, viste le aspre lotte intestine.
Tognoli promette atroci vendette. Ma potrà permettersele solo in Comune,
dove ha il placet di Bettino quando lascia fuori dalla giunta Walter Armanini, un
commercialista sostenuto a spada tratta da Pillitteri. Craxi in persona telefona a
Tognoli, e io sono presente nel suo studio di Palazzo Marino. Urla: "Bisogna fare
la giunta.
Subito! Non mi importa se qualcuno rimane fuori".



No, non è un sostegno del grande capo. Piuttosto Craxi, che sta mietendo
grandi successi grazie al suo riconosciuto decisionismo, non poteva consentire
lungaggini nel suo feudo milanese. Doveva, invece, dare un segnale alla
Democrazia cristiana, che a Milano rientrava in giunta dopo anni e anni di
esclusione.
Tognoli mi incoraggia a starmene buono. "Adesso sistemo il Comune.
Poi dopo facciamo saltare la giunta in Provincia e tu farai l'assessore." Dice
proprio così. La mia posizione nel partito si faceva difficile. Molti dei
personaggi a me legati cominciavano a fare certi discorsi pericolosissimi, che si
possono tradurre in questo modo: se Tognoli non ha sostenuto Chiesa, non c'è
motivo alcuno perché noi gli si dia una mano. Nei futuri assetti di potere,
verremo lasciati fuori. Come lui.
Non avevano tutti i torti. In scadenza c'era la presidenza della Centrale del
Latte, dell'Azienda elettrica e tranviaria, dell'Istituto Case popolari, delle Unità
sanitarie locali. E ancora: Metropolitana, Società di Informatica, Banca del
Monte, Cassa di Risparmio, senza contare Piccolo Teatro e Scala.
Cosa avrebbero potuto pretendere gli uomini di un politico che, con
ventunmila voti, era riuscito a ottenere un misero scranno di consigliere
provinciale?
Lo scontro tra Tognoli e Pillitteri non solo esclude Chiesa dalla giunta
provinciale, ma gli procura un contraccolpo rovinoso all'ospedale Sacco, dove
pur era riuscito a collocare un suo fedelissimo nel ruolo di vicepresidente, Marco
Galeone, medico ed esponente della famosa Falange, il quale, però, vedendo la
mala parata passa armi e bagagli alla parte avversa, stringendo una alleanza
ferrea con l'assessore Bruno Falconieri che, a sua volta, aveva lasciato Tognoli
per stare con Pillitteri. Che spettacolo. A Galeone sarà stato fatto quel tipo di
discorso che si faceva in simili occasioni. "Amico mio, se ora vuoi continuare a
fare il vicepresidente, passa con Pillitteri che sarà il futuro sindaco.
Altrimenti, la prossima volta rimani a casa." Di fronte alle incertezze sul
tradimento, Chiesa cosa dirà? La risposta era bella e pronta: "Mario Chiesa è un
cadavere perché non è riuscito a fare l'assessore. Guarda, amico, che hai
quarantott'ore per decidere". Il solito stile.
Il Sacco per me era un avamposto. Importantissimo. Galeone, dal ponte di
comando della vicepresidenza, seguiva le mie indicazioni. In pratica, era un mio
fedele rappresentante.
Certo, gli avevo consentito spazi autonomi. Per intenderci: pur nella logica
di ferrea spartizione degli appalti, non andavo a chiedere rendiconti sugli
acquisti di bende o cerotti. "Sono qui a lavorare per prendere solo freddo",
avrebbe potuto essere la risposta di chicchessia.
Galeone ha però una caratteristica molto importante. Quando ho bisogno,
posso contare sul suo aiuto. E' un patto fra noi. Patto che si scinde, ovviamente,
con il suo trasmigrare in un'altra corrente.
Come non sentirsi in difficoltà? Correvo il rischio di perdere qualsiasi
autorevolezza nel "mio" ospedale, nella "mia" roccaforte, anche elettorale. Per
mantenere potere e influenza sul Sacco, nonostante gli impegni politici e
nonostante fossi in aspettativa, avevo chiesto e ottenuto di svolgere le funzioni di
direttore tecnico.
Mi avvalevo di collaboratori dello studio di Epifanio Li Calzi.
Ed ecco Li Calzi: è famoso, a Milano. Fra i maggiori contribuenti della città,
titolare con la moglie di un apprezzato studio di architettura, comunista, già
assessore al Comune di Milano, poi arrestato nell'inchiesta Mani pulite, ma
anche inquisito in precedenza per altri scandali edilizi, è un personaggio
emblematico di Tangentopoli. Chiesa lo ha scelto come interlocutore fidato per
una serie di motivi. Non ultimo, la militanza di Li Calzi nel Partito comunista,
che lo rende più apprezzabile e gradito alla presidenza del Sacco, targata Pci. Era
fondamentale che fosse un comunista. Con lui l'accordo che si stipula è robusto:
il tuo studio pensa alla progettazione dei lavori, io mi occupo della loro
realizzazione. Che voleva dire: non rompiamoci vicendevolmente le scatole. In
definitiva significava che la scelta delle imprese che poi avrebbero realizzato le
nuove opere dell'ospedale venivano scelte di comune accordo.
A Li Calzi non interessano le beghe interne del mio partito, non ha problemi
se Galeone passa da un'alleanza interna a un'altra. Perché Li Calzi ha buoni
rapporti sia con il sindaco Tognoli sia con l'aspirante sindaco Pillitteri. Più tardi,
nella giunta pillitteriana, assumerà l'incarico di assessore ai lavori pubblici.
Li Calzi rappresenta l'interlocutore ufficiale del Partito comunista su tutti i
problemi dell'edilizia sanitaria milanese e quindi egli tratta con chi è delegato a
rappresentare i socialisti.
Non gli importa chi sieda al di là del tavolo, un tognoliano o un pillitteriano,
bazzecole. L'importante è che l'accordo venga rispettato.
L'incontro con Li Calzi era stato propiziato da Michele Colucci, ancora sul
finire degli anni Sessanta. Ricordo che, ingenuamente, chiesi a Colucci che
senso avesse l'apertura di un rapporto con un comunista. Che cosa ci può
garantire? domandai. "Gli puoi parlare, è l'uomo giusto", era stata la sua risposta.
Lo vidi la prima volta a Cesano Boscone, dove era sindaco. Una stanza
misera. Lo presi in giro: tutto qui il tuo potere? Era già un uomo disincantato:
"Questi comunisti sono uno peggio dell'altro. Li manderei a quel paese." Perché
non lo fai? "Perché adesso mi servono." Collezionava auto d'epoca.
Il voltafaccia di Galeone, il mugugno nella base contro Tognoli che non era
stato ai patti, qualche battuta scherzosa dello stesso Li Calzi, non erano fatti che
Chiesa potesse permettersi il lusso di sottovalutare. Era ormai evidente che la
sua alleanza con il sindaco era incrinata. Molto seriamente.
Un primo scossone l'aveva subito prima ancora delle elezioni.
Chiesa era andato in via Olmetto per chiedere al sindaco l'appoggio per
candidarsi al Comune e diventarne assessore. Voleva fare un salto di qualità e ne
aveva diritto, visto il suo esemplare comportamento: voti e soldi, soldi e voti,
senza risparmio. Tognoli, quella volta, fece un passo falso. Mi promise, sì, il
posto in giunta. Ma, annunciandomelo, fece anche riferimento ad Alfredo
Mosini, presidente dell'ospedale Fatebenefratelli. "Tu e lui", disse, "farete gli
assessori." Come per scusarsi di avermi messo sullo stesso piano di un altro
compagno, mi fece una confidenza che la diceva lunga sulla volontà del sindaco
di portarmi in giunta.
"Sai, il padre di Mosini voleva che Alfredo seguisse l'azienda di famiglia.
Sono stato io a spingerlo a fare politica e devo dimostrargli che la scelta è stata
giusta. Ma non preoccuparti, perché io avrò due assessorati. Il secondo è tuo."
Faccio un po' di conti e capisco che Tognoli non ha la forza di portare in giunta
due uomini suoi. Non poteva scaricarmi, perché ero uno che gli aveva portato
soldi e avrei continuato a portarglieli. Ma non potevo più considerarlo il mio
punto di riferimento. Non strillai perché urlare in certe situazioni non serve.
Gli dissi che mi sarei candidato in Provincia per la seconda volta.
E lui: "Farai l'assessore. Oltre alle strade, ti daremo anche la competenza
sulle scuole". Sempre in quella logica di considerare le istituzioni cosa nostra.
Lasciai via Olmetto pensando che la mia alleanza con il sindaco era agli
sgoccioli e che lo avrei lasciato al momento più opportuno. Un giorno o l'altro,
gli avrei fatto pagare il conto. Mi sentivo fortemente in credito nei suoi
confronti.
Avevo organizzato una campagna elettorale senza badare a spese. Non più
barricato, come nel 1980, in sezione. Ma fuori. Non più pagando il panino ai
compagni che mi aiutavano, ma offrendo cene elettorali.
E non più soltanto nel quartiere, ma in tutta la provincia.
Risultato: mi ero attirato una schiera di nemici interni al partito.
In entrambi gli schieramenti.
Pillitteri e i suoi non potevano perdonarmi il fatto che nella mia zona non
avessero preso un voto che fosse uno. La mia zona, centomila elettori, nord-
ovest di Milano, era presidiata dalla Falange. I candidati considerati nemici
venivano boicottati. Come fossero di un altro partito. Non una presenza a un loro
comizio, a una loro manifestazione. Se avevo la fama di "falco", con quella
campagna elettorale l'avevo pericolosamente consolidata.
Il fronte tognoliano mi rimproverava, invece, di essermi dato troppo da fare.
Se fossi stato più saggio, avrei fatto una campagna elettorale più soft, più
contenuta. Il messaggio era di questo tenore: hai un collegio sicuro, non agitarti
più di tanto. Sei sicuramente fra i primi sette, quelli che entreranno in consiglio.
Che tu arrivi primo o settimo è la stessa cosa. Non dare eccessivo fastidio.
Mariani, il vicepresidente uscente, ansioso di raccogliere un grande
successo elettorale per poter ambire all'incarico di presidente, era stato
scavalcato nel proprio collegio da uno come Mario Chiesa. Mariani fece finta di
nulla, apparentemente. Ma incominciò a meditare vendette e fu ben contento di
essere poi uno degli organizzatori della notte dei lunghi coltelli.
Da parte sua, Chiesa comincia a render pan per focaccia.
Dov'era possibile. Per esempio, in consiglio provinciale, dove il suo voto
diventa una specie di leggenda. Spesso e volentieri alza la mano, sostiene di non
aver capito e invita i colleghi a ricominciare, daccapo.
La giunta, che è di sinistra, ha una maggioranza risicata, due soli voti.
Spesso qualcuno è assente, per i motivi anche più banali. E, dunque, le
rimostranze di Chiesa non possono essere prese sottogamba.
La disciplina di partito andava del tutto a ramengo.
Esiste un problema Chiesa. Un personaggio che è ormai entrato
nell'ingranaggio politico, che ne ha capito ogni segreto, che è portatore di
migliaia di voti, che conta su una propria efficientissima organizzazione. E che
orafa le bizze.
Tognoli, che lo ha fatto crescere, nutre qualche preoccupazione.
Chiesa sostiene che il sindaco ha più di un senso di colpa nei suoi confronti.
Ma è un sindaco accerchiato, che ha perduto, assieme alla giunta di sinistra, la
grande sponda dei miglioristi. Si era autodefinito "sindaco buono non per tutte le
stagioni", ma ha cambiato alleati per dar vita a un pentapartito, in sintonia con
gli equilibri che governano Palazzo Chigi.



Inoltre, Elio Quercioli, suo vice negli anni d'oro dell'amministrazione di
sinistra, è stato invitato a lasciare Milano, per un incarico che non suona come
promozione, a Botteghe Oscure.
Ancora: in occasione della distribuzione degli incarichi, si sono sparse
leggende più o meno fondate. L'assessore socialista designato alla Pubblica
istruzione sarebbe caduto in preda a disperazione quando è venuto a sapere che
"con la Pubblica istruzione non si comperano i banchi delle scuole".
Fondate o no, le leggende denunciano il grave deterioramento cui è andato
incontro il clima politico. Tognoli non solo si sentiva in colpa con me, ma anche
in credito.
In colpa perché sapeva di avermi fatto fesso, in credito perché io stesso gli
domandavo, spesso e volentieri, di spiegarmi i motivi per i quali i miei amici
avrebbero dovuto stare con lui, garantendogli consenso e migliaia di voti.
A volte alzavo la voce. Ma lui non si preoccupava più di tanto, preso
com'era dal problema più grave della morsa pillitteriana che lo metteva in un
angolo. Certo, aveva perfettamente capito che, se non mi avesse dato un
contentino, sarei salito sul primo tram.
E il contentino arriva. La presidenza del Pio Albergo Trivulzio, la famosa
Baggina, una delle istituzioni più prestigiose di Milano. E' la primavera 1986. E
il ritratto del socialismo milanese, disteso attorno a piazza Duomo, si fa sempre
più drammatico.

6. Lo dice Craxi

"Me lo ha detto Craxi." Paolo Pillitteri invocava, sempre più spesso, il nome
del segretario, e suo illustre cognato. In un partito ormai asservito, percorso da
continue battaglie per il potere, privo di spinte ideali, quel "me lo ha detto Craxi"
aveva un effetto straordinario.
Non dimostrarsi craxiani poteva costare caro. Sicuramente ti collocava fuori
della cerchia degli eletti. A pagarne sempre più le spese era il sindaco Carlo
Tognoli di cui, ridendo, si diceva che era caduto in disgrazia "perché aveva
cercato di guardare direttamente il sole". Cioè Bettino.
Gli si rimproverava, oltre a quello "sfacciato" consenso elettorale,
settantamila voti e passa ottenuti dopo nove anni di buona amministrazione, dal
1976 al 1985, l'ambizione di voler fondare una propria corrente, quella dei
tognoliani, un peccato mortale. Non era vero. Ma bastava il sospetto per vedersi
circondati dal cordone sanitario.
Il dissenso non era ammesso.
Il Psi vive della rendita politica di Palazzo Chigi. Il presidente del Consiglio
socialista ha intascato il successo del referendum sulla scala mobile,
fortissimamente voluto dal segretario comunista Enrico Berlinguer.
La ripresa economica, favorita da una congiuntura internazionale, ha reso
euforico il clima della Borsa.
Al congresso socialista di Verona del 1984 è stata eletta una mastodontica
assemblea nazionale. Quattrocento persone: duecento d'apparato, un centinaio di
parlamentari e, grande novità, un centinaio di "personalità dell'area socialista",
come vengono definiti i nuovi craxiani.
E' ben vero che già al congresso di Torino, nel 1978, erano stati cooptati in
comitato centrale intellettuali come Federico Mancini, Giorgio Ruffolo, Norberto
Bobbio, successivamente assai critico verso il craxismo.
"Ma, a parte il fatto che erano troppo pochi", per usare le parole spese in
quell'occasione da Claudio Martelli, "ci fu allora il problema di addebitarli alle
varie correnti in cui il Psi era all'epoca diviso." Adesso, suona altra musica.
Rettori di università, medici, architetti, stilisti, giuristi, banchieri, imprenditori,
brasseur d'affaires, manager pubblici e privati, personaggi del mondo dello
spettacolo, attori e registi, entusiasti di essere stati eletti nell'assemblea del Psi, si
dichiarano socialisti tout court. E dunque simpatizzanti di Bettino. E' l'epoca
dell'onda lunga di craxiana memoria, lontana anni luce da Tangentopoli quando
quel mastodontico organismo verrà definito da Rino Formica, con sferzante
ironia, "l'assemblea dei nani e delle ballerine".
Milano è tutta lottizzata. Dai socialisti, soprattutto. Ma anche i
democristiani non scherzano. A cominciare dagli istituti di credito.
Banca commerciale italiana: presidente dc, vicepresidente psi,
amministratore delegato un laico. Stessa combinazione al Credito italiano, alla
Cassa di Risparmio.
Non sfuggono alla morsa dei partiti le aziende pubbliche come la
Metropolitana, l'Azienda Trasporti, la Sea che sovrintende agli aeroporti, le
Farmacie municipali, la Centrale del Latte, la Sogemi, ente di gestione dei
mercati all'ingrosso, la municipalizzata della nettezza urbana. E chi più ne ha,
più ne metta.



Un socialista presiede l'Istituto autonomo Case popolari che con i suoi
centotrentamila appartamenti rappresenta una immobiliare di livello europeo. La
Sanità è stata spartita come un bottino di guerra, attraverso le nomine nelle Usl.
Il Psi ha occupato le istituzioni. Grazie alla famosa rendita di posizione, può
scegliere gli alleati, ora comunisti ora democristiani, in una logica di opportunità
non solo politica.
Il Psi ha occupato il mondo imprenditoriale. Il famoso cartello delle
imprese che si spartiscono i lavori pubblici sembra una dépendance del partito.
Non c'è ente che sfugga al processo di lottizzazione. Essere socialista ti dà
la garanzia di correre. Non per una testimonianza politica, ma per una
presidenza.
Non sfugge a questa logica il mondo della sanità. Anzi. Non c'è primario
d'ospedale che non abbia fatto, più o meno pubblicamente, la sua professione di
fede politica. Anche i medici di grande valore: nella graduatoria il merito conta
molto poco. Fai carriera se sei legato al partito. Diventi primario, non perché sei
un luminare, ma perché potrai garantire voti al momento buono.
Un famoso chirurgo come Vittorio Staudacher si dimette dalla presidenza del
più grande ospedale milanese, il Policlinico: "Me ne vado", dichiara, "perché
non si può lavorare in pace". Ma è uno dei pochi ad alzare la voce. Colpirne uno
per educarne cento. Ecco, si potrebbe parafrasare quel lugubre concetto dei
terroristi per illustrare la Milano degli anni Ottanta. Promuovere i fedelissimi per
testimoniare ai recalcitranti la filosofia del potere.
Se sei socialista puoi contare, avere spazio per esprimere le tue potenzialità.
I risultati sono eccezionali. Al craxiano leitmotiv non sfugge alcuna categoria.
Nemmeno la categoria dei magistrati.
Alcuni di costoro li conoscerò da vicino. Giudici ben lieti, per esempio, di
far parte della commissione di disciplina del Pio Albergo Trivulzio che io stesso
presiedevo. Sia chiaro: giudici per bene, ma che si sentono però gratificati da un
rapporto di simpatia, o di amicizia, con i maggiorenti del Partito socialista.
All'interno del Psi questa filosofia veniva esasperata. Chi non ci stava,
veniva cacciato. O costretto ad andarsene. Basti pensare al caso Tortoreto, un
intellettuale oltre che un compagno di vecchia militanza, contrarissimo nel 1976
alla elezione di Craxi a segretario.
Emanuele Tortoreto è davvero un caso emblematico e poco raccontato.
Docente di Diritto agrario, già partigiano in Giustizia e Libertà, entra nel Psi nel
dopoguerra.
Militante della corrente di sinistra, membro del direttivo, poi della
segreteria per tre anni, dal 1975 al 1978, assessore al decentramento del Comune
di Milano. E fino al 1984 esponente dell'assemblea regionale.
L'assemblea è presieduta con piglio sicuro da Antonio Natali che trova in
Tortoreto un naturale avversario. Tortoreto chiede insistentemente, e anche per
iscritto, la convocazione dell'organo di partito, ma senza nemmeno avere una
risposta. Questo si riunirà una sola volta, nel luglio 1978, ma solo per plaudire
alla elezione di Sandro Pertini a capo dello Stato. Una beffa.
Tortoreto tuttavia non demorde. Sempre per iscritto denuncia la
spregiudicata gestione degli appalti della Metropolitana milanese, presieduta da
Natali con la stessa sicurezza con la quale governa l'assemblea di partito.
Insomma, è, la sua, un anticipazione sulle illegalità di Tangentopoli.
Tortoreto ha intuito già allora il meccanismo delle tangenti, anche se non può
conoscerne l'effettiva entità. E presenta documenti al partito e anche al gruppo
consiliare di Palazzo Marino.
Batti e ribatti, la sua denuncia non può essere del tutto accantonata, data
anche la documentazione che egli è riuscito a esibire. Si rende obbligatoria una
riunione in casa socialista. Forse una delle ultime, sulla questione della moralità.
Per l'occasione, Tortoreto si troverà contro un duo fortissimo. Non solo,
com'era ovvio, Natali, ma anche un altro fedelissimo di Craxi.
Quel Silvano Larini, architetto, assiduo frequentatore di piazza Duomo,
leggendario imputato di Tangentopoli, latitante per mesi e mesi, e, si scoprirà,
titolare del conto corrente svizzero Protezione, che è a disposizione del partito.
Nonché di società immobiliari riconducibili alla famiglia Craxi.
Messi insieme, Larini e Natali, il gatto e la volpe, il viveur e il burocrate,
hanno un potere enorme. Tortoreto chiude con il Psi. Ora insegna diritto agrario
all'università di Bari. Dopo il caso Tortoreto, il caso Costantino. Il presidente
dell'Ordine degli architetti di Milano, Demetrio Costantino, viene brutalmente
emarginato: e non perché si mette contro Craxi, già, tanto per Bettino alcune
persone nemmeno esistono. Viene messo da parte per via della nota che va
pizzicando: una nota stonata, un raglio d'asino, che rovina l'armonia
dell'orchestra.
Il partito deve suonare un unico spartito. Non c'è spazio, proprio no, per il
dissenso. Siamo in un regime. Ben accetto da tutti, perché ognuno, nella propria
nicchia, trova e coltiva il suo particulare.
L'architetto Costantino, già segretario del Psi milanese, andrà persino in
tribunale, nel novembre 1991 e dunque tre mesi prima dello scoppio
dell'inchiesta Mani pulite, a testimoniare contro il malcostume.



"A Milano ormai bisogna pagare anche sugli atti dovuti. L'Ordine degli
architetti si batte da tempo per giungere a una completa revisione delle
procedure edilizie, in modo da garantire che si evitino abusi clamorosi e si
permettano tempi incontrollabili per le pratiche." Accuse che, prima di finire in
mano al giudice, erano piovute sulla città attraverso un'intervista.
Costantino, oltre che essere stato dirigente di partito, ha presieduto l'Iacp,
l'Istituto delle Case popolari. Quel suo ruolo gli viene ricordato, con sarcasmo,
nel corso di un convegno conviviale con colleghi e pubblici amministratori.
"Caro Costantino, dici che nei due anni di presidenza dello Iacp non hai mai
dato il via ad appalti men che puliti? Ti crediamo, l'abbiamo sempre saputo: sei
simpatico e bravo, ma pirla." Chi dissente non trova spazi. Chi vuol distinguersi
dalla norma è, appunto, un pirla. Il nostro era ormai diventato un partito nel
quale il dibattito era bandito, dove imperava il "me lo ha detto Craxi", suggello
definitivo per chiudere qualsiasi discussione.
Personaggi come Costantino non soltanto vengono allontanati dal partito.
Poi ci penserà il craxismo a buttarli fuori anche dal sistema di potere, o di
alleanze, facendogli attorno terra bruciata.
Nel momento in cui Costantino prende la parola contro il malaffare, sa
perfettamente che la sua professione è segnata da un marchio di infamia, che i
suoi progetti verranno fatti languire nei cassetti della burocrazia, che non verrà
mai chiamato a progettare un'opera pubblica. Il Beaubourg, se un giorno verrà
costruito anche a Milano, non sarà opera sua.
Una tragedia? Certo. Ma è accettata supinamente da quasi l'intero partito, e
anche dall'ottanta per cento della città. L'esempio più significativo lo si
rintraccia, da un lato, nel crescente appoggio al Psi da parte della Milano che
conta, perché c'è una corsa smodata a salire sul carro; e, dall'altro, nei dibattiti
del direttivo provinciale del Psi.
Sono dibattiti penosissimi in cui, non uomini politici, ma replicanti del
verbo craxiano, prendono la parola per osannare le idee del grande capo. Chi
dissente, anche timidamente, mai e poi mai entrerà in giunta e anche i suoi
uomini finiranno emarginati. Poco manca che passino per appestati, per gente
che potrebbe attirare su di sé e sugli altri la mala sorte.
E' il caso di Milani. Ebbene, quando Gianstefano Milani, capo di quella
corrente di sinistra che si contrappone alla maggioranza, anche se con
convinzione un po' altalenante, ha il suo bell'infortunio giudiziario con la
vicenda del costruttore Bruno De Mico, tutti pensano che ci sia di mezzo lo
zampino di qualche maggiorente.
Non sarà sicuramente vero, però quel caso offre un segnale preciso:
mettersi contro il gruppo significa perdere potere, e anche posti. E perfino
l'onorabilità. In pratica, nessuno si scandalizza per le tangenti, che sono una
pratica quotidiana. Piuttosto ci si chiede se Milani le abbia prese per davvero, le
tangenti, o se qualcuno, per punirlo, abbia buttato sul piatto una carta truccata.
Si sa che poi Milani, accusato dai magistrati di aver avuto a che fare con le
mazzette elargite dal costruttore, verrà aiutato dal voto della Commissione
parlamentare per le autorizzazioni a procedere. Ma il segnale, intanto, ha
funzionato.
Questa è però un'altra storia. Il punto è che deve imperare il principio
craxiano e irrinunciabile secondo cui i socialisti non si possono processare. Né in
piazza né, men che meno, in tribunale.
Il principio dell'impunità dei politici, e dei socialisti innanzitutto, deve
risuonare come un ritornello orecchiabile che corra sulla bocca di tutti e
convinca tutti che la musica non si cambia facilmente. In giro si sospetta, si
sussurra? E con questo?
Sospettino pure, ma sappiano che, tanto, non ci può fregare nessuno.
All'interno del partito, poi, si potrà anche giocare pesante per far fuori i
nemici del capo, come suggerirebbe il caso Milani, ma a condizione che questi
scossoni servano, alla fine, a confermare l'improcessabilità di un qualsiasi
militante socialista. La giustizia privata del gruppo deve prevalere su quella
togata dello Stato.
Tuttavia... Tuttavia il pericolo giustizia sotto sotto scuote il partito.
Perché dietro la sbandierata pacificazione delle correnti ribollono aspri
desideri di vendetta, rivalità esplosive, odi mal celati.
Terreno fertile per sempre possibili sbandamenti.
La cautela, dunque, era la regola. Per esempio, era obbligatorio dimostrare
che eravamo, se non proprio poveri, almeno a corto di denaro. Uno degli status
symbol era rappresentato dall'automobile.
Tutti noi avevamo auto di grossa cilindrata, ben nascoste nei box e intestate a
persone di fiducia.
Ci controllavamo a vicenda. "Ho visto Falconieri con una Volvo." Incontro
Falconieri e gli riferisco che l'hanno notato a bordo di una bella auto. "Non è
mia, non è mia", mi rassicura. "Lo sai che non possiedo nemmeno la macchina,
giro con quella del Comune guidata dall'autista." Eravamo, ufficialmente, tutti
nullatenenti. Ma con moglie ricca.
Il clima era intossicato. E alla fine prevalse la paura perché sapevi
benissimo che il tuo compagno di squadra poteva trasformarsi nel più
implacabile delatore capace di scrivere una lettera anonima al partito, e forse,
chissà, anche alla magistratura per denunciare non tanto una Volvo ma un
appalto.
Di lettere anonime ce n'era una inondazione tale da far pensare all'opera di
mani molto attive e super esperte. Più di una volta, ci assaliva il sospetto che,
quelle mani, si mettessero all'opera per risolvere in sedi extrapartitiche scontri
interni di difficile ricomposizione.
Il cicaleccio era assordante. "Sai, guarda che è stata aperta un'inchiesta sul
tizio..." era il pissi pissi-bao bao che circolava proprio negli stessi giorni in cui il
tizio in questione, in procinto di lasciare la segreteria della federazione per
tornare a tempo pieno alla presidenza di una società, sembrava avesse
disubbidito a un ordine venutogli dall'alto.
"Sai, pare che la Procura voglia veder chiaro nell'assessorato di Caio. L'ho
saputo in Procura." C'era anche chi ti soffiava all'orecchio la notizia del tuo
probabile coinvolgimento in inchieste giudiziarie. "Stai attento. Il tal giudice te
l'ha giurata, ha saputo un bel po' di cosette. Ma non preoccuparti, ci penso io."
Spesso altro non era che millantato credito. Il tuo interlocutore non aveva saputo
un bel niente, non conosceva nemmeno l'usciere della Procura della Repubblica.
Era il modo bastardo di far politica quando la politica era ormai morta. Morta e
sepolta.
Ebbi modo di avere conferma che mani esperte scrivevano lettere anonime
proprio in un incontro al Palazzo di Giustizia con un pubblico ministero. Stava
indagando sulla vendita di tre palazzi di proprietà del Pio Albergo Trivulzio da
me decisa per acquisire fondi per l'ente.
Il magistrato mi aveva fatto molte domande e chiesto dettagliate
informazioni. Io avevo portato ogni documento utile per spiegare la linearità
della vendita di quei palazzi. E il pubblico ministero, che poi chiese
l'archiviazione della pratica, guardando un faldone che aveva alle spalle della
scrivania disse: "Però, bisogna stare attenti". Capii che in quel faldone erano
contenuti documenti su documenti sul mio conto e che, magari, era stato qualche
buon amico a stilarli...
Ogni volta che qualcuno incappava in un incidente di percorso, fosse una
vera e propria bufera giudiziaria o un fascicoletto che lo colpiva di striscio,
nessuno si stracciava le vesti. Anzi, meglio la bufera: che bello, uno è stato fatto
fuori. Finalmente si è liberato un posto.
Esemplari le strizzatine d'occhio che si notarono quando, primavera 1990,
era apparsa sulla stampa la notizia del clamoroso coinvolgimento di Attilio
Schemmari nella storia poco edificante della Duomo Connection. Schemmari,
mio coetaneo, assessore da una vita e candidato alla poltrona di sindaco, era
dunque alle corde?
Benissimo. Si liberava per un altro la strada che porta a Palazzo Marino.
Schemmari, assessore all'Urbanistica del Comune di Milano, condannato nel
maggio 1992 a un anno e otto mesi per abuso d'ufficio, è stato inquisito per una
vicenda legata alla concessione di permessi edilizi per l'insediamento del
Ronchetto, alla periferia della città.

I carabinieri avevano incollato una microspia sotto la scrivania di Toni
Carollo, geometra, erede di un uomo ammazzato dalla mafia, e cresciuto insieme
alla famiglia Madonia della cupola di Cosa Nostra, senza peraltro incorrere in
guai con la giustizia.
Tra la fine del 1989 e l'inizio del 1990, quella microspia registrava
conversazioni destinate a far tremare Palazzo Marino: "Schemmari", si ascolta
sui nastri registrati, "da me ha preso già duecento milioni. Schemmari da me, per
il progetto di Ronchetto...
Schemmari ha preso duecento milioni da me, è un progetto fermo da due
anni. Schemmari da me, personalmente da me, c'ero andato con duecento
milioni, io resto ancora fermo due anni... Adesso... adesso, perché ho avuto
l'incontro con Pillitteri e Schemmari, forse andiamo alla firma dell'intera
convenzione, forse in questi giorni".
Carollo parlava anche dell'allora sindaco Pillitteri. "Ora ho chiesto
protezione politica, ho trovato protezione politica. L'ho trovata. Io ho un contatto
con Pillitteri, ci chiamiamo giornalmente con Pillitteri, il sindaco di Milano, ci
chiamiamo giornalmente... accelerando questa pratica qua." Ebbene, quelle
rivelazioni non ci avevano né rattristato né turbato. Sebbene rappresentassero il
segnale che la magistratura milanese iniziava a procedere senza più timori
reverenziali, la soddisfazione di veder trombato un concorrente primeggiava, in
noi, su qualsiasi altro sentimento.
In quella stessa inchiesta era saltata fuori nel corso di una perquisizione una
lettera in cui si faceva il nome di Chiesa. La lettera portava la firma di Bobo
Craxi, il figlio di Bettino, ed era indirizzata a uno degli imputati della Duomo
Connection, Sergio Domenico Coraglia, titolare della Monti immobiliare.
"Le invio, come d'accordo con l'ingegner Mario Chiesa, le cassette sugli
spot da trasmettere..." scriveva Bobo. La Monti immobiliare, che da anni
promuoveva la vendita delle sue case in Tv, aveva a disposizione molti spazi
pubblicitari sulle televisioni private, e a costi ridotti. Per quella lettera, alcuni
andarono in visibilio. Finalmente Mario Chiesa nei guai. E che guai: Duomo
Connection... Invece, mi ero semplicemente rivolto per chiedere un favore, a
nome del figlio di Bettino, a un mio conoscente, Renato Martignoni, socio di
Coraglia, che mi era stato presentato dal sindaco di Bollate, Elio Aquino. E chi
andava in visibilio sapeva che non c'era ombra di illecito.
Quando due anni dopo venni arrestato, Craxi mi ha definito un mariuolo ed
è stato un grave sbaglio. Poteva darmi del cretino, dello stupido, magari perché
mi ero fatto trovare con le mani nel sacco, sette miseri milioni di mazzetta. Ma
un mariuolo, no. Il gran capo sapeva benissimo come funzionavano le cose a
Milano.
I seguaci di Craxi, cui non spettava l'onere di liquidarmi pubblicamente,
avranno sicuramente applaudito a quell'epiteto craxiano. E anche se non li ho
potuti vedere, sono certissimo che abbiano brindato alle mie manette.
Tutti. Sia gli amici, sia i nemici. I nemici, perché a uno come me, che li
aveva boicottati senza riguardi, potevano pensare di restituire pan per focaccia,
impossessarsi del controllo delle sue truppe e assumerne il comando.
Gli amici, perché si toglievano dai piedi un personaggio che era diventato
troppo ingombrante. Nessuna solidarietà, infatti, neanche da loro. E questo dà la
misura del degrado dei rapporti interpersonali di questa classe politica.
Quel maledetto 17 febbraio 1992, se al posto mio fosse finito in galera un
altro dirigente socialista, un Manzi o un Falconieri per fare dei nomi a caso, la
reazione sarebbe stata dello stesso tipo.
Si toglieva dallo scacchiere della politica un personaggio che si era fatto
strada sgomitando, in un ambiente nel quale era bandita ogni forma di solidarietà
umana, dove la parola amicizia non aveva credito e neanche senso. La verità è
che noi quarantenni d'assalto siamo andati avanti armati fino ai denti, non
fidandoci l'uno dell'altro. Mai. E per anni.


7. Una portaerei

"Se vuoi, c'è la presidenza del Pio Albergo Trivulzio." Carlo Tognoli,
sindaco di Milano per ancora pochi mesi, mi aveva convocato nel suo ufficio di
via Olmetto. Era il febbraio 1986. La sua giunta verrà impallinata dieci mesi più
tardi. Da un pezzo, Paolo Pillitteri, destinato a succedergli sulla poltrona di
Palazzo Marino, andava predicando che Tognoli si dimostrava "sindaco
timoroso, incerto" e annunciava che il Partito socialista poteva contare su "molti
elementi di ricambio".
Pillitteri, forse per non rendere esplicito il proprio personale interesse a far
cadere la giunta Tognoli, aveva sostenuto la candidatura di un outsider, inventato
su due piedi. Rispondendo alle domande di un giornalista della Domenica del
Corriere, aveva annunciato che "la neoeletta in consiglio comunale, Alma
Cappiello, è una donna di grandi qualità". Diversivi, era chiaro.
Alma Cappiello, avvocato, occhi verdi, bel viso da zingara, era stata
catapultata a Palazzo Marino su diretta indicazione di Craxi.
Era il periodo in cui bisognava aprire il partito alle donne, almeno in
apparenza e al pari degli altri gruppi politici, molto attenti al voto femminile. E
la Cappiello, assai attiva e molto determinata, pareva assolvere benissimo al suo
compito.
Però nessuno avrebbe potuto considerarla un probabile sindaco.
Sicché, quando Pillitteri la candida a sostituire Tognoli nel ruolo di sindaco,
il messaggio che arriva dritto dritto all'uomo politico e ai suoi amici ha il sapore
non solo della sfida ma anche del sarcasmo.
Parole sferzanti, quelle di Pillitteri, e che non potevano essere state
pronunciate senza l'avallo del segretario del partito, attentissimo alle vicende
milanesi. Tognoli mi aveva chiamato nel cuore della notte. "Vieni domani, ho
trovato una cosa per te." Mi offriva la presidenza del Pio Albergo Trivulzio in
quella logica premiale in base alla quale si regala un posto a chi ti è stato utile e
potrà esserlo ancora nel futuro.
L'idea di andare a presiedere un ospizio di vecchi, nonostante le grandi
tradizioni della Baggina, non mi entusiasmava, per nulla.
Ricordo che feci questa osservazione: "Carlo, il Trivulzio non è neanche un
ospedale". Come dire, il bilancio dell'ente è modesto.
E gli affari, allora? Tognoli mi consigliò di ripensarci. In anticamera, prima
del colloquio avevo salutato Matteo Carriera, il vero uomo di Tognoli, la sua
ombra, molto esperto dei problemi legati ai vecchi e ai bisognosi perché da anni
presiedeva l'Ipab, l'ente di assistenza. Poi sarebbe finito in galera, anche lui, sulla
scia di Tangentopoli.
Carriera, piccolo di statura e un po' goffo, si vantava di aver diviso con
Carlo "anche i sogni, anche le angosce". "Non come voi", diceva a me e ad altri
compagni.
Quell'incarico che Tognoli ora mi proponeva mi sembrava una presa in giro,
giusto un posto adatto a quel tartufone di Carriera. Uscito dall'ufficio, incontrai
Loris Zaffra che si dimostrò al corrente della proposta appena fattami da Carlo.
Zaffra aveva già lasciato il sindacato, la Uil, per Palazzo Marino.
Mi ha offerto la Baggina, pensa che bella idea, gli confidai. Loris se ne uscì
con una delle sue. "Chi se ne frega, il nostro non è un mestiere. Prendilo come
una passeggiata. Finita la passeggiata, ognuno di noi torna alla propria attività."
In fondo, non era vero: la passeggiata sarebbe finita a San Vittore. Ma allora,
imperante il ritornello dell'impunità dei politici, chi l'avrebbe potuto
immaginare? Io insistevo: ho preso ventiduemila voti, sono stato assessore in
Provincia e adesso devo finire a presiedere un ente di serie B? E
Zaffra, con ironia: "Ricordati cosa sostiene da sempre Andreotti. Mai
dimettersi, mai rinunciare a un posto. Accetta la presidenza del Pat.
Poi ce la vendiamo bene, la barattiamo con un altro incarico".
Consigli preziosi, quelli di Loris. Ma non volevo proprio accettare quel
posto. Anche perché in cuor mio sapevo che, andando alla Baggina, mi
avrebbero poi soffiato l'assessorato alla Provincia che stavo aspettando. E con
tenacia.
Ecco, di nuovo, le istituzioni come cosa nostra. Ma l'idea non è solo dei
maggiorenti della statura di Tognoli, il sindaco. E' un'idea diffusa. Sulle labbra di
Zaffra si precisa: l'incarico pubblico non soltanto si occupa e si strizza come un
limone. Lo si baratta. Merce di scambio. Un giorno sì e uno no, Tognoli mi
rassicurava che ci sarebbe stato il ribaltone in Provincia e che il torto subito, con
la mia vergognosa esclusione dalla giunta, sarebbe stato riparato. Eravamo in
attesa del giorno della resa dei conti.
Ora la mia preoccupazione era che, arrivato finalmente quel giorno, sarei
stato nuovamente trombato perché qualcuno, aspirando a prendere il mio posto
di assessore, avrebbe alzato il dito per dire: "Cosa vuole quel Chiesa, è già
presidente della Baggina, no? Non vorrà pretendere anche un altro incarico".
L'assessorato era importantissimo. Anche sotto il profilo economico, cosa
che non era proprio da sottovalutare. I costi della politica erano sempre più alti.
In Provincia avevo stretto la prima, forte alleanza con gli imprenditori.
Anche con Ugo Fossati, titolare della Cic di Varese, che con una gentilezza che
me lo aveva reso ancora più simpatico, non aveva troncato i rapporti. Anzi
telefonava, incoraggiandomi. E usando, stranamente, quasi le stesse parole di
Tognoli: "Verrà riparato il torto. Sono sicuro che ritornerai in giunta".
Andai alla Baggina, verso sera. Per una visita. O meglio per una
ricognizione del posto. Non che avessi bisogno di sapere cos'era la Baggina.
Anni prima, mio padre ci aveva portato mio nonno. Per una settimana,
solamente. Quanto bastò perché rimanesse inorridito dal degrado dell'ambiente.
Arrivai che era quasi buio. Lo spettacolo che mi si presentò era davvero
nauseabondo, come la terribile puzza che esalava, ovunque. E poi decine di gatti,
mai visti tanti gatti in vita mia, lungo quei corridoi, sporchi e illuminati da una
luce fioca.
Tornai pensando che non sarei mai andato a presiedere quell'ente.



Manco se mi portano di peso, dicevo tra me e me. Tognoli, cui raccontai le
impressioni di quella visita, fu irremovibile. "Senti Mario, se ci vai bene. Se non
vuoi andarci, pazienza. C'è un altro disposto a prendere immediatamente il tuo
posto. Sappi che la giunta comunale deciderà oggi il nome del presidente della
Baggina. Fai un po' i tuoi conti." Concluse con una frase che era qualcosa di più
di un consiglio: "Se non accetti, commetti uno sbaglio".
Mi sentivo in trappola. E con l'acqua alla gola, ma volevo un'assicurazione.
Sapere con sicurezza se, una volta accettata la presidenza del Pio Albergo
Trivulzio, sarebbe stato mantenuto da parte di Tognoli l'impegno di riportarmi in
giunta provinciale.
"Ma questo te l'ho promesso mille volte." Accettai di andare alla Baggina
con la convinzione che avrei barattato la mia presidenza con il primo assessorato
che mi fosse stato offerto.
Quando, tre mesi più tardi, quell'assessorato mi verrà finalmente proposto,
ero già di tutt'altro parere. Eppure si trattava di un assessorato di grande potere,
quello dell'edilizia scolastica, dominus di appalti di decine e decine di miliardi.
La convinzione che avrei lasciato la Baggina era così diffusa che era già
stato individuato il mio successore, ovviamente un uomo legato a Pillitteri, visto
che Tognoli, ormai alle strette, contava sempre meno.
Ricordo un incontro, in ascensore, con l'assessore Falconieri, diventato nel
frattempo un pillitteriano doc. "Non hai capito niente della politica", mi
apostrofò. "Lasciare un assessorato per quel letamaio del Trivulzio, uscire dalle
istituzioni...". Gli sembrava uno sbaglio madornale.
Invece, era lui, e con lui tanti altri, che non aveva capito niente. Il Trivulzio
era sì un letamaio, un posto infame, ma poteva diventare una miniera d'oro. Ma
non tanto, o non solo, per le tangenti che sarebbero entrate in cassa, come del
resto in qualsiasi posto fossi andato, all'assessorato, alla Baggina o in un altro
ente.

Sotto il profilo del finanziamento, l'assessorato all'edilizia scolastica
garantiva sicuramente lucrosi e immediati guadagni. Ma la questione era ben
altra. E assai più importante dei soldi. Risultato: assunsi la carica di assessore
per soli tre mesi, quasi a tempo perso. E fino a quando uno dei craxiani doc,
Giorgio Gangi, sollevò il problema della incompatibilità tra la carica di assessore
e quella di presidente di un ente comunale. Ovviamente scelsi il Trivulzio.
Quegli imbecilli che mi avevano dato la presidenza della Baggina, per mia
fortuna non si erano accorti della straordinaria potenzialità, in termini elettorali,
del Pio Albergo Trivulzio. Mi avevano consegnato non un letamaio, ma una
portaerei.
Mi erano bastati tre mesi per capire che la politica degli anziani, se legata a
un ospizio delle dimensioni della Baggina, poteva contare su spazi enormi. Un
migliaio di degenti, un migliaio di dipendenti e, inoltre, un patrimonio
immobiliare eccezionale: mille tra appartamenti e negozi, per lo più ubicati nel
centro di Milano.
Nello scrigno del Trivulzio c'è anche l'orfanotrofio dei Martinitt, simbolo
della Milano generosa, e divenuto leggendario per aver ospitato il giovane e
allora povero Angelo Rizzoli, fondatore dell'omonimo impero editoriale. E, per
finire, un centro per gli anziani, a Merate.
Ai Martinitt erano impiegate cinquanta persone, a Merate duecento.
"Fatti un po' di calcoli, mi potevo considerare a capo di una vera e propria
flotta", era stato il pensiero di Chiesa. Avessi lavorato con passione, avessi usato
gli stessi metodi imparati al Sacco, sarei diventato una potenza. E quella flotta
sarebbe entrata sotto la mia giurisdizione politica. Nella logica, ovviamente, del
voto di scambio.
Nessuno aveva visto la Baggina sotto questa ottica. Non a caso, prima del
mio arrivo la presidenza era stata ceduta dai partiti a personaggi cui dovevano
riconoscenza ma che non erano nella politica a tempo pieno.
Per cominciare, era necessario prendere in mano la situazione del personale.
Per far funzionare il Trivulzio, innanzitutto. Il precedente consiglio di
amministrazione aveva stipulato un tacito accordo con il sindacato, rappresentato
essenzialmente da ex sessantottini, un accordo che garantiva allo stesso
sindacato un potere enorme. E inaccettabile, almeno per me.
Mi spiego: il sindacato aveva un'influenza decisiva nei due settori chiave
dell'amministrazione della Baggina, assunzioni del personale e gestione del
patrimonio immobiliare. I sindacalisti riuscivano a esprimere l'ultima parola
sull'infermiere e anche sul medico che dovevano varcare la soglia del Trivulzio.
Cento, centocinquanta assunzioni, tanto era il turnover del personale in un anno.
Attraverso un comitato interno, inoltre, le rappresentanze sindacali avevano
una forte influenza sulle assegnazioni degli appartamenti di proprietà della
Baggina. Col risultato che chi alzava di più la voce, o faceva più casino perché
vantava maggior seguito fra la base, riusciva a collocare parenti o amici in
splendidi appartamenti nel centro di Milano, a equo canone. E ancora: il monte
ore dei permessi sindacali raggiungeva la cifra record di trentaseimila, superiore
alla somma del monte ore di tutti gli ospedali milanesi messi insieme.
Ero scandalizzato da queste cifre, che ricordo a memoria, nonostante siano
trascorsi sei anni. Dovevo prendere provvedimenti, drastici. Per mettere il
sindacato fuori gioco.
Non rischiavo molto, per mia fortuna. Se mi fosse andata male, non sarei
rimasto in mutande: avrei potuto optare per l'incarico di assessore, almeno fino a
quando Gangi non era arrivato a sollevare il problema dell'incompatibilità tra le
mie due cariche. Questo pensiero mi dava una grande libertà di azione. E molta
spregiudicatezza.
Per far capire che avrebbe avuto vita grama chi ostacolava i disegni del
presidente, cominciai a non rinnovare i numerosissimi contratti a termine.
Licenziamenti in massa, denunciava il sindacato.
Per me si trattava di "necessaria riorganizzazione del personale". Ma la
sostanza era sempre la stessa: dal Pat venivano cacciati i rompiscatole, quelli che
si dichiaravano socialisti ma che socialisti non erano.
Volevo insomma far capire che il padrone ero io. La politica non c'entrava
nulla, almeno in quella prima fase. Era necessario impartire lezioni esemplari.
Ecco, in questa ottica, il perché del licenziamento in tronco di una
dottoressa specializzata in chirurgia estetica la quale, mentre un suo paziente
cadeva e si fratturava una costola, si trovava in centro a fare commissioni.
Spedisco a casa una settantina di infermieri che, con contratti di precariato,
erano in servizio anche da tre, quattro anni. Annullo vecchi contratti di
consulenza esterna. Non guardo in faccia nessuno.
Il mio messaggio deve essere chiaro e forte: tutti al lavoro perché voglio
rimettere ordine nella Baggina, trasformarla da puzzolente ospizio in una clinica
modello.
Ripeto: non guardavo in faccia nessuno. Quando, per esempio, mi telefona
un collaboratore di Tognoli per chiedermi di soprassedere al licenziamento della
dottoressa, rispondo in modo perfino sgarbato. Il mio timore era che il Corriere
della Sera, o un altro quotidiano milanese, potesse pubblicare un altro articolo
contro il Pio Albergo Trivulzio dove i vecchietti cadono per terra e si rompono
una costola perché il personale è a spasso nei negozi del centro.
In breve: prendo in mano le leve del potere senza troppi scrupoli.
Quando sostengono, i miei avversari, che sono diventato il padrone assoluto
della Baggina, dicono il vero. E infatti annullo subito con un frego la
commissione case, costituita con una vecchia delibera, e nella quale il sindacato
decide a chi concedere in affitto gli appartamenti. Tutto liscio? No.
I sindacati organizzano tre scioperi per contrastare le mie decisioni. Ma
poiché ho informato i dipendenti che prenderò nota dei nomi di coloro che
risultano assenti dal lavoro, gli scioperi falliscono. L'ultimo sembra un corteo
funebre.
Sui muri del Trivulzio appaiono intanto scritte furiose, "Chiesa brutto
bastardo", "Chiesa ladro mascalzone", "Chiesa socialista di merda, ti faremo la
pelle". In questura mi chiedono se voglio la scorta. Questo era il clima dei primi
mesi al Trivulzio.
Uso la stessa mano forte anche nei confronti dei membri del consiglio di
amministrazione. Personaggi nominati dalle segreterie di partito e che sono
arrivati alla Baggina sulla scia della lottizzazione. Un socialdemocratico, un
liberale, due democristiani, un repubblicano.
Alcuni di loro erano abituati all'autista, al bell'ufficio, alla segretaria. Via
ogni tipo di privilegio. I consiglieri non hanno diritto a nessun trattamento di
favore. Più tardi, con il pretesto della ristrutturazione degli uffici della
presidenza, riuscirò a sottrarre loro anche l'ufficio personale.
O accettate la mia logica, dicevo loro, oppure me ne vado. Era un modo per
contenere le pretese e i piccoli spazi di potere che erano riusciti, negli anni
precedenti, ad acquisire. Poi, è ovvio, li accontentavo su richieste di poco peso.
Sempre che mi venissero formulate in termini di cortesia.
"Sai, ho il nipote che si è appena laureato in medicina...". Certo, quel neo
medico entrava alla Baggina su corsia preferenziale. In compenso, se c'era da far
muro contro le richieste di quei rompiscatole del sindacato, il consiglio
d'amministrazione era compatto sulle mie posizioni.
Dietro queste parole di Mario Chiesa, che suonano davvero autoelogiative,
non si nasconde soltanto il desiderio di imporre un modo di agire imperioso,
fazioso e decisionista. Si cela anche una verità poco sondata e che la dice lunga
sulla gestione del Pio Albergo Trivulzio.
Nonostante che lo statuto dell'ente preveda la nomina di un vicepresidente,
Chiesa è riuscito a non farne eleggere mai uno. "Io", dice, "sono piuttosto abile
in queste vicende." Ma l'abilità, pur consumata, di un politico astuto e
determinato non può spiegare come esponenti di partiti di governo e di
opposizione (nel secondo consiglio di amministrazione eletto nel 1990 saranno
presenti anche rappresentanti del partito dei pensionati e del Pds) siano stati al
gioco di Chiesa. Senza batter ciglio.
Funzionari del Trivulzio vengono allontanati dal lavoro, come l'avvocato
Giorgio Mascaro, e tenuti a casa pur con lo stipendio perché, sotto sotto, non in
sintonia con la presidenza. E per giunta le gesta di Chiesa vengono denunciate in
un bollettino, opera delle ultime frange del sindacato. Eppure il consiglio di
amministrazione non si muove.
Arrivato sulla tolda della Baggina, gli obiettivi di Chiesa sono
principalmente due e tra loro intrecciati: rivoltare come un guanto il Trivulzio,
trasformarlo in una clinica svizzera per farne il suo biglietto da visita in
previsione di futuri appuntamenti elettorali.



Ripulire, razionalizzare. Soprattutto: acquistare potere. Potere reale.
Nel suo futuro Chiesa vede Palazzo Marino, assessore e poi, chissà, anche
sindaco. Espulsi dal Trivulzio quelli che egli chiamava senza infingimenti "i
rompiscatole non funzionali ai disegni del presidente", comincia la politica delle
assunzioni mirate.
Soprattutto nel campo medico. Alla Baggina c'erano sì e no quattro medici,
tutti legati alla Democrazia cristiana e professionalmente poco motivati perché
avevano fino ad allora lavorato in una struttura di serie B.
Per cambiare volto al Trivulzio bisognava cominciare proprio dal personale
medico, chiamando bravi professionisti, carichi di entusiasmo. Forte dei miei
contatti con il mondo sanitario milanese, mi metto al lavoro facendo ai miei
interlocutori un discorso molto semplice, molto concreto. Vieni a lavorare alla
Baggina, ti do carta bianca, potrai esprimere tutte le tue capacità professionali.
E' evidente che, come moneta di scambio, chiedo solidarietà e fedeltà
assolute. Ma alla fin fine quale sacrificio è mai dichiararsi amici del presidente
socialista dopo che sei diventato un fior di primario? Oppure rendere pubblica
una adesione al Psi quando si sa che è impossibile controllare il voto nell'urna?
I medici arrivano. E la Baggina decolla. Non è più il malandato ospizio per
vecchi dimenticati dalle famiglie, ma un centro geriatrico efficiente. Albergo e
ospedale, in grado di assistere i vecchi nella normalità della vita quotidiana ma
anche di intervenire, prontamente, sul piano sanitario. Quanti degenti erano
morti, in precedenza, per banali occlusioni intestinali durante il trasporto tra la
Baggina e il più vicino ospedale?
Il Trivulzio diventa un cantiere edile. Vengono costruiti nuovi padiglioni,
nuovi reparti, sale chirurgiche. Se si fa presente a Chiesa che tanto fervore
potrebbe far sorgere il sospetto che egli propiziasse così tanti lavori perché
interessato a riscuotere la regolare tangente sugli appalti; ribatte con una parola
sola: stronzate.
Il suo problema era costruire per guadagnarsi sul campo i galloni di grande
amministratore pubblico. I soldi? Certo, anche quelli. Ma come giusto corollario.
Egli è molto attento a curare la propria immagine. Un articoletto che metta in
dubbio l'esperienza della Baggina, lo manda su tutte le furie. Un complimento,
invece, lo entusiasma, gli dà un'incredibile carica.
Figurarsi quel giorno in cui Enza, la fedele segretaria di Craxi, si fa viva al
telefono. "Guarda che sta arrivando Antonio, il fratello di Bettino. Vuole visitare
il Trivulzio." Antonio Craxi è un seguace del guru Sai Baba e ama scrivere libri
che per il loro "utile interesse per la collettività" godono di contributi erogati dal
Comune di Milano. Cento milioni sono stati spesi per valorizzare la sua opera I
valori umani: un viaggio dall'io al noi, libro che è stato diffuso nelle scuole
medie. Corro ad accogliere Antonio Craxi, all'ingresso. Lo accompagno a
visitare i padiglioni, gli illustro i nuovi progetti, gli confido le difficoltà che ho
superato. Il fratello di Craxi si mostra entusiasta e mi spiega che è venuto a
ispezionare la Baggina per avere un esempio. Sta infatti meditando di aprire, sul
lago di Como, una struttura privata sia assistenziale che sanitaria per gli anziani.
Ha già individuato in un albergo dismesso e di proprietà della Regione il luogo
adatto per realizzare il suo progetto.
La segretaria di Bettino si era poi fatta viva un'altra volta, con mio sommo
piacere perché mi preannunciava un'altra visita illustre, quella del papà di Craxi,
l'avvocato Vittorio.
Arrivò un ometto, lucido, con l'aria furbissima e un buon eloquio.
"Sai, non pensare che venga qui per me. Proprio no. Sto cercando il posto
adatto per un mio amico, un commerciante. Ma non vorrei portarlo, come dire,
in un ospizio per vecchi." Sorrideva, Craxi senior.
Lo portai a visitare la casa-albergo del Trivulzio. Ovviamente per l'amico di
un personaggio così importante venne trovata in un batter d'occhio una camera
grande e soleggiata. E l'amico del padre di Craxi venne ricoverato.
Immediatamente.
Piazza Duomo era finalmente più vicina.

8. Cattiva pace

"Ti mando il compagno Garampelli. Trattalo bene perché con lui c'è un
rapporto solido. Garantisco sulla sua lealtà, correttezza e assoluta affidabilità."
Così mi aveva annunciato, al telefono, Alfredo Mosini, assessore e presidente di
uno dei maggiori ospedali milanesi, il Fatebenefratelli.
Ma quando arriva da me, il compagno Fabrizio Garampelli, maggior
azionista dell'impresa di costruzioni Ifg Tettamanti, non si fa scrupolo di
screditare, seduta stante, il povero Carlo Tognoli, oltretutto sul punto di saltare
dalla poltrona di sindaco. "Sono il più importante azionista di Critica sociale",
confida.
Il suo interesse per la rivista socialista, ma soprattutto per Tognoli, che la
dirige, è così vivo che, "sai, Chiesa", confessa, "sono io a pagare le bollette del
gas e della luce dell'ufficio di Carlo in via Olmetto".
Garampelli si dimostra felicissimo di farsi carico di quegli oneri per un
motivo molto semplice: quell'esborso di quattrini lo inseriva di diritto fra gli
amici di Tognoli. "Conosco Carlo così bene che penso io ad alcune spese."


Fra gli imprenditori c'era una vera e propria gara a presentarsi come gli
amici di questo o quell'altro uomo politico, solidali in tutto e per tutto con lui. "I
tuoi successi sono i miei successi, le tue idee sono anche le mie", in un vortice di
complicità.
Garampelli sa perfettamente che non gli permetterò di offrirmi una lira in
meno di tangente sugli appalti al Pio Albergo Trivulzio che avesse voluto
vincere. Sa che non avrebbe goduto di sconti confidando la sua amicizia con un
politico piuttosto che con un altro. E, infatti, mi propone il cinque per cento,
com'era nella prassi.
Eppure ci tiene a far sapere che è socialista, che è lietissimo delle vittorie
del partito, dei grandi successi di Bettino Craxi.
"Siamo diventati indispensabili", dice sorridendo di felicità e plaudendo alla
rendita di posizione del partito.
Insomma, vuole essere prescelto soprattutto in base alla sua qualifica di
imprenditore che con il Psi divide, assieme alle gioie e ai dolori, gli alti e i bassi.
E questo spiega molto bene la Milano degli anni Ottanta, in cui tutti cercavano di
salire sul carro del vincitore.
Fabrizio Garampelli, architetto, collezionista d'arte, in prima fila alle vernici
delle mostre alla Permanente e a Palazzo Reale, con il socio Franco Borroni è
titolare di una impresa, appunto la Ifg Tettamanti, che da una quindicina di anni
a Milano è riuscita ad accaparrarsi una grossa fetta degli appalti per le opere
pubbliche. Dalla metropolitana agli ospedali, alla sede del nuovo Piccolo Teatro.
Anche al Pio Albergo Trivulzio l'impresa di Garampelli la fa da padrone, da
tempo e ben prima dell'arrivo di Chiesa. E' la Ifg che provvede ai lucrosi lavori
di manutenzione ordinaria della Baggina. E' ancora la Ifg che sta ultimando la
ristrutturazione di un vecchio reparto. Sul cantiere, con l'incarico della direzione
dei lavori, fa ogni tanto la sua apparizione l'architetto Epifanio Li Calzi,
professionista esimio ma anche assessore ai Lavori pubblici del Comune di
Milano.
Non appena l'ingegner Chiesa si insedia alla presidenza del Pio Albergo
Trivulzio, Democrazia proletaria spedisce sul suo tavolo un nutrito fascicolo
contro la Ifg, nel quale viene messa in evidenza la costante presenza dell'impresa
di Garampelli e Borroni alla Baggina.
La storia è sospetta, sostiene Democrazia proletaria, che spedisce il dossier
anche alla Procura della Repubblica. "Ti diamo il cinque per cento su ogni
lavoro", mi ripete Garampelli. "E' la stessa percentuale che passo anche a
Mosini, sugli appalti che vinciamo al Fatebenefratelli", rivela senza pudore,
screditando anche il povero Mosini che, sicuramente su sua richiesta, me lo
aveva presentato.
Non mi sbilancio. E' vero che l'imprenditore godeva di grandi entrature nel
partito, che veniva considerato un vero famiglio, che in Comune la sua voce
contava moltissimo. Però, a fiuto, sento di non potermi fidare.
Troppe le chiacchiere sul suo conto, "imprenditore della Real Casa", si
diceva. Eccessiva la spregiudicatezza che dimostrava nel confidare i suoi
rapporti di amicizia, e di affari, con altri uomini politici.
Com'era più serio l'ingegner Fossati, con quell'aria professionale e quei
modi gentili. Fossati, ovviamente, si era già fatto vivo al telefono, e di persona,
quando avevo assunto la presidenza della Baggina.
Sarà lui il mio imprenditore di riferimento: puntuale, sia nella consegna dei
soldi che in quella dei lavori. Taciturno, perché mai e poi mai sarebbe andato in
giro a spifferare i nostri accordi. E, persino, fedele. Una qualità da non
sottovalutare in quel mondo in cui gli imprenditori, con la stessa disinvoltura con
la quale offrivano soldi ma, non stupiamoci, anche donne, scaricavano il politico
di turno per un cambio di alleanze a loro più favorevole.
Un mondo di lupi in cui gli imprenditori si professavano sempre vicini a un
partito. Da me venivano quelli che si dichiaravano socialisti. Dal democristiano,
mio pari grado, facevano anticamera quelli che dicevano di sentirsi presi dalla
causa della Dc. E dal comunista, messo dal partito a presiedere un ente, faceva
capolino l'industriale con l'Unità sotto il braccio.
Fossati era davvero di tutt'altra pasta. E poteva vantare anche una qualità
che mancava ai suoi colleghi: essere fuori dal giro delle imprese milanesi,
lontano dal chiacchiericcio oramai diventato assordante, "il tizio prende i soldi
da caio, mevio e sempronio".
Insomma, dava più garanzie. Di discrezione, innanzitutto.
Se avessi avuto qualche dubbio sulle virtù di Fossati, mi sarebbe bastato
quel colloquio con "il compagno Garampelli" per capire la distanza siderale tra
uno come il buon Ugo e un costruttore qualsiasi.
Chiesa ha un progetto ambizioso: aprire una corsia privilegiata per il suo
imprenditore di riferimento scalzando dal Pio Albergo Trivulzio, che si appresta
ad appaltare lavori per decine e decine di miliardi, il cartello delle vecchie
imprese, con in testa la Ifg Tettamanti.
Se riesce nel suo intento, il presidente della Baggina potrebbe incassare non
uno, ma due risultati in un colpo solo. Perfezionare quel rapporto di affari con
Fossati che tanto lo ha gratificato e dare una dimostrazione di forza sia dentro
che fuori il Trivulzio.
Emarginando la Ifg, non colpisce solo l'azienda di Garampelli. Ma va a
intaccare l'impero delle quattro sorelle, ovvero il cartello delle imprese che, in
società con la stessa Ifg, si spartiscono gli appalti degli ospedali.
Così, al primo appalto, l'ingegner Chiesa spinge Fossati a buttarsi
nell'arena. Con determinazione. E con una grande chance in mano. Il costruttore
conosceva la scheda segreta. Ma poi, attenzione, ci sarà un colpo di scena: un
episodio che descrive in modo esemplare i rapporti e le complicità fra impresa e
politica. Per poter favorire Fossati nell'aggiudicazione dell'appalto, ero ricorso
alla licitazione privata con il metodo della scheda segreta.
Nella scheda indicavo la percentuale di sconto minimo e di sconto massimo
sul prezzo base. Avrebbe vinto l'imprenditore che più si sarebbe avvicinato a
quelle cifre.
Conoscendo i dati della scheda, Fossati ebbe la meglio. Chiamò a raccolta
una trentina di imprese a lui collegate e si realizzò, come di consueto, la famosa
cordata.
Fossati, per precauzione, fece in modo che vincesse una ditta amica la
quale, in base ad accordi stipulati in precedenza, rinunciò all'appalto. Mi
indirizzò una lettera con la quale annunciava di non potersi aggiudicare i lavori
perché "assorbito da altri impegni".
Portai la lettera in consiglio di amministrazione e senza che alcuno fiatasse
aggiudicai l'appalto al buon Fossati. E Fossati mi portò immediatamente il
cinque per cento dell'importo base che era, ricordo, di un miliardo circa.
Sembrava fatta, apparentemente. Ma Garampelli, nonostante fosse
all'oscuro della scheda segreta, aveva concorso alla gara con l'assistenza della
cordata di aziende a lui vicine. Era il segnale che non voleva darsi per vinto e,
tanto meno, cedere il passo alla concorrenza.
Per fiaccare Garampelli che stava ultimando i lavori di costruzione di un
reparto, appaltati prima del mio arrivo alla Baggina, ricorro a mille astuzie.
Protesto sull'importo delle fatture, pianto grane sul cantiere, inveisco sul
direttore dei lavori, il fido Li Calzi.
Non voglio demordere dal progetto di privilegiare il mio imprenditore di
riferimento. Ma ecco, improvviso, il colpo di scena: è Fossati stesso a gettare la
spugna, con mia grandissima delusione.
Nel corso di un colloquio mi spiega che "è meglio una cattiva pace che una
lunga guerra".



Fossati, in realtà, si era accorto di non avere forza sufficiente per reggere
uno scontro, che si profilava durissimo, con quelle "quattro sorelle" abituate a
farla da padrone sulla piazza milanese. Dopo tutto, affrontava il lupo nella sua
tana, e per la prima volta.
Ciononostante la decisione del costruttore mi procurò molta delusione e tanta
stizza. Mi costringeva a subire la "cattiva pace", ovvero l'accordo stretto tra
Fossati e la Ifg sulla mia testa.
Non avevo altre strade che far buon viso a cattiva sorte.
Diversamente, avrei dovuto mandare a quel paese sia Fossati che Garampelli,
e liberalizzare le gare d'appalto facendo vincere il migliore.
Una decisione clamorosa e nel segno della trasparenza? Macché.
L'imprenditore di turno, qualsiasi nome avesse, appena vinta la gara, avrebbe
sicuramente bussato alla porta del mio ufficio. "Signor presidente, ecco per lei il
cinque per cento...".
Il mio problema, insomma, non era soltanto quello di riscuotere il dovuto,
ma di costruire bene e in fretta. Perché volevo fare della Baggina un ente
modello per aver titolo a candidarmi ad amministratore di Milano.
In altre parole: non potevo permettermi infortuni come il cantiere senza fine
della nuova sede del Piccolo Teatro. Anche perché alle mie spalle non avevo
architetti di grandissimo ingegno e amati dal partito.
Chiesa sta chiamando in causa Marco Zanuso, l'illustre autore del progetto
del nuovo Piccolo Teatro, milleduecento posti, bar, ristorante, una imponente
costruzione nel cuore di Milano. Approvata nel 1978, progettata due anni dopo,
cantieri aperti nel marzo 1983, la costruzione del teatro non è ancora stata
ultimata. Avrebbe dovuto essere pronta nel maggio 1987, per il quarantennale
del Piccolo.
Costo iniziale dell'opera, 18 miliardi e 754 milioni. Spesa finale prevista in
74 miliardi e 7 milioni. Gara vinta da un consorzio di imprese guidate dalla Ifg.
Duecento milioni di tangente pagata sull'ultimo appalto e consegnata da
Garampelli a un comunista e a un socialista, Epifanio Li Calzi e Sergio Radaelli,
il braccio destro di Pillitteri. Ripeto: volevo fare presto e bene. Per crearmi la
fama di ottimo manager. Ogni mattina, prima di salire in ufficio, facevo il giro
dei cantieri. E alla sera, pure. Per controllare che i lavori procedessero
celermente, niente varianti in corso d'opera, niente revisione prezzi.
Non volevo farmi prendere per il naso. E men che meno accettare la regola
non scritta in base alla quale gli imprenditori, una volta pagata la tangente ai
politici, avevano carta bianca sull'esecuzione dei lavori. Infatti, con quel cinque
per cento, i costruttori si sentivano egemoni in tutto per tutto.
"Vi abbiamo pagato, non vi basta?" era ciò che volevano rinfacciare agli
uomini di partito. Ma con me quel discorso non funzionava, per niente. Il
rapporto era chiarissimo: io vi ho dato il lavoro, voi mi avete passato la tangente.
Ma adesso la combine finisce.
La ristrutturazione dei vecchi cameroni e la costruzione dei nuovi reparti
della Baggina andavano eseguiti a tambur battente. Senza gli intoppi dello stuolo
di specialisti all'opera per inventare ritardi su ritardi. A sentire loro, un lavoro di
un anno si sarebbe concluso in cinque, salvo imprevisti. Con una lievitazione
delle spese impressionante.
Ma come prendere la situazione in mano? Alzando la voce, certamente.
Fossati e Garampelli, un duo che ormai andava d'amore e d'accordo, pretendeva
di imporre un direttore dei lavori a me non gradito. Indicavano nomi di tecnici
uno meno affidabile dell'altro, professionisti che non avrebbero controllato un
lavoro che fosse uno.

"Caro mio, adesso il direttore dei lavori lo scelgo io", urlai un giorno in
faccia a Fossati verso il quale nutrivo una punta di acredine perché si era
rifiutato di battersi contro la concorrenza milanese. Mi irritava il pensiero di aver
puntato su un cavallo che aveva rinunciato a correre.
Chiamai sui cantieri della Baggina il vecchio Meschia, ingegnere capo della
Provincia, in pensione da poco, persona per bene, fuori dal giro, che non avrebbe
fatto intrallazzi. Ma solo l'interesse mio e del Trivulzio.
Fossati e Garampelli, o al posto di quest'ultimo il socio Borroni, si
presentavano nel mio ufficio, tutti e due, sempre insieme. Si davano
l'appuntamento all'ingresso della Baggina e poi bussavano al mio ufficio, con in
mano il loro cinque per cento.
Sembravano Stanlio e Ollio, costretti a stare vicini per amore o per forza. E
mi facevano sorridere perché quel loro stare uniti rendeva ancora più evidente la
diffidenza che l'uno aveva nei confronti dell'altro.
Ma, insieme, erano una potenza. Bastava analizzare da vicino l'esito delle
gare d'appalto dei lavori della Baggina. Il duo riusciva ad aggiudicarseli
nonostante che i concorrenti fossero anche cento e più. Senza commettere,
apparentemente, degli illeciti. Perché gli appalti non erano truccati.
Mostravano una potenza che faceva impressione. Che cosa accadeva?
Fossati e Garampelli prendevano contatto con sei, sette grandi aziende: la
Torno, la Lodigiani, la Cogefar, la Mediolanum... le quali, a loro volta,
prendevano accordi con altre imprese più piccole e a loro collegate.
Grandi e piccole imprese partecipavano alla gara sapendo in partenza di
perdere. Avevano, anzi, il compito di perdere. Per evitare errori, spesso
consegnavano al duo Fossati-Garampelli le offerte in bianco. A loro l'onere di
compilarle e di spendere i soldi del francobollo per la spedizione al Trivulzio.
Insomma, una logica che definire mafiosa non mi sembra esagerato.
La Torno, la Lodigiani, la Cogefar, la Mediolanum erano ben liete di offrire,
non in un rapporto di sudditanza ma di razionalizzazione del mercato, la propria
collaborazione. Per i grandi appalti della Metropolitana, avrebbero potuto
chiedere, reciprocamente, la restituzione del favore.
Una sera, in un bellissimo salotto milanese sotto un dipinto della scuola di
Caravaggio, accadeva così che due o tre imprenditori bevessero un whisky,
facessero due chiacchiere in soavità e si congedassero lasciando, sulla consolle
dell'ingresso, un bel pacchetto di "inviti di gara" regolarmente firmati e timbrati
ma senza l'indicazione di una cifra.
Gli imprenditori concussi? Ma non scherziamo. Si sono divisi la torta degli
appalti con aritmetica precisione. Per capire la storia bastava fare una
semplicissima osservazione. Perché quell'impresa, sempre la stessa, o quella
cordata di imprese, sempre le stesse, vince da vent'anni gli appalti in
quell'ospedale, indipendentemente che il presidente sia democristiano, socialista
o comunista? E ancora: perché i progetti di queste imprese benedette dalla
fortuna riuscivano a ottenere l'approvazione della commissione edilizia del
Comune nel giro di pochi mesi?
Non è stato difficile convincere Antonio Di Pietro che gli imprenditori non
sono mammolette. Ero stato arrestato da oltre un mese e il magistrato mi chiama
per un interrogatorio.
Col dito alzato, il tono imperioso e l'occhio indagatore mi rivela che un
imprenditore, "uno che la sa lunga su di lei", ha spifferato ogni cosa. "Ha
raccontato la verità dalla a alla zeta." Chi è l'imprenditore, chiedo un poco
incredulo. "Garampelli, Garampelli, quello della Ifg Tettamanti." Figurarsi, non
poteva esser che lui. Non andava in giro, per conquistare simpatie e appalti, a
screditare il buon Tognoli, a spifferare che pagava tizio, caio e sempronio?
Aveva preso una gran paura, Garampelli, quando aveva saputo del mio
arresto, ma soprattutto quando la magistratura aveva scoperto i miei conti
correnti. Era corso da Di Pietro per raccontare ogni cosa, senza pudicizia alcuna.
Per fare la bella figura del semplice concusso.
"Garampelli sostiene di averle dato tre miliardi e rotti." Eh, no.
Non potevo accettare che proprio il compagno Garampelli, come lo aveva
chiamato Mosini nel presentarmelo, giocasse al ribasso.
Di miliardi, Garampelli me ne ha dati non tre e rotti. Me ne ha passati forse
di più. Di Pietro si mette a ridere, abbassa il dito e il suo tono di voce si fa
conciliante.


9. Salto di qualità

A Milano, via Castelfidardo e via Soresina distano, sì e no, un chilometro in
linea d'aria. Castelfidardo è a due passi dal quartiere Brera; Soresina sta a ridosso
del vivace corso Vercelli.
Un tragitto breve, se percorso in auto. Ma in questa storia risulta invece un
viaggio lungo tredici anni interi. E' iniziato quando Mario Chiesa, promettente
proconsole di periferia, intuisce la necessità di avere un proprio ufficio riservato
"perché non si può far politica sotto gli occhi di tutti", e così si procura i due
locali a pianterreno in via Castelfidardo. Era il 1974.
Poi, una bella mattina del 1987, Chiesa spinge il suo ministro delle Finanze,
il solito Sciannameo, che già aveva avuto un ruolo di rilievo per quell'iniziativa
di tredici anni prima, a comperare un altro pianterreno, scoperto al numero 13 di
via Soresina. E di metterglielo a disposizione, a prezzo simbolico, s'intende.
Veloci lavori di ristrutturazione, ed ecco decollare il circolo di via Soresina:
sala riunioni, ufficio per la segretaria e per i collaboratori e uno studio tutto per
lui, per Chiesa, ovviamente.
Porte laccate di rosso, due computer, fax, tre linee telefoniche.
Un archivio elettorale degno di un politico di rango. Schedario delle persone
che hanno chiesto un favore, da un posto di lavoro all'assegnazione di una casa
popolare. Due ragazze al lavoro sui computer per inserire ogni pratica.
Via Castelfidardo, con quella saletta di riunioni in cui pure erano state
decise cose di non poca importanza, nomine di alcuni primari o ferrei accordi di
corrente, sembra preistoria. "In via Castelfidardo, adesso, ci avrei portato solo le
donne", racconta Chiesa, con non celato compiacimento.
Quei due locali a pianterreno da ufficio riservato si trasformano dunque in
garçonnière. Nel codice politico ciò ha un solo significato: un salto di qualità,
enorme.
La presidenza del Pio Albergo Trivulzio gli aveva dato soldi e potere. E, di
conseguenza, autonomia politica e finanziaria.


Controllo ora il venti per cento del partito. E' un partito che ha del tutto
cambiato i propri cromosomi. La richiesta di quattrini da parte dei compagni è
diventata quasi insopportabile. Vengono a chiedere, per esempio, un contributo
per pagare la tipografia che ha stampato i manifesti, ma hai l'impressione che i
soldi potrebbero finire nel portafoglio di qualcuno.
Non c'è un solo compagno che sia disposto a muoversi senza avere in tasca
qualche bigliettone da centomila. In due o tre si presentano in via Soresina, occhi
furbi e fare sbrigativo, per spiegarti che controllano una trentina di voti, che
potrebbero organizzare un incontro nel tal cinema, che ovviamente "tu Mario, sei
l'unico politico che inviteremo a parlare perché, Mario, vogliamo aiutarti a
preparare il terreno per le elezioni".
Il discorso si chiude, inevitabilmente, con la richiesta di soldi.
Ma che altro possono chiedere? Ideali? Il Psi è diventato, per dirla con
Nenni, il partito degli assessori, ogni assessore ha la sua armata, le armate
scendono in campo solo se ben foraggiate.
Le richieste di quattrini erano sistematiche e cominciavano a diventare
esose: non più il contributo volontario, ma la domanda esplicita di finanziamenti
trimestrali di cinque, sei milioni alla volta. Richieste formulate senza scrupolo
alcuno. Probabilmente perché la sensazione che circolassero quattrini facili era
percepita dovunque, anche in basso.
E quei furbi che bussavano al portone di via Soresina erano sicuri di
andarsene con i centoni in tasca. Perché, se non avessero ottenuto il mio
contributo, avrebbero suonato a un altro ingresso ottenendo, seduta stante,
quanto chiedevano. E, forse, anche un milioncino in più, premio tangibile per
"aver tradito quel fetente di Chiesa".
Sulla piazza avevo un concorrente temibilissimo, Giovanni Manzi.
Anche lui amministratore pubblico, anche lui gran organizzatore di consensi,
anche lui a capo di "truppe cammellate". Stessa mia età, stessa spregiudicatezza.
L'unica diversità stava nel nostro cammino nel partito: il mio tutto in salita,
da proconsole a maggiorente, strada percorsa con caparbietà e senza appoggi
importanti. Manzi era, invece, decollato sin dall'inizio grazie all'appoggio di
Paolo Pillitteri, che lo aveva fatto, nel 1975, trasbordare dal Partito
socialdemocratico al Psi.
Ed ecco entrare in scena, a tutto tondo, uno dei personaggi più importanti di
Tangentopoli. E' Manzi, "il Dentone". Nomignolo affibbiatogli dai compagni sin
dagli anni Settanta, quando, presidente della Società della nettezza urbana, si
distingueva come un grande divoratore di soldi. Una curiosità: i sacchi di
plastica nera distribuiti nelle portinerie milanesi erano i più costosi al mondo.
E' Manzi, il latitante. Scappa, a metà giugno del 1992, per ripararsi ai
Caraibi. Gli è arrivata la notizia che un bel mandato di cattura per corruzione,
concussione, illecito finanziamento dei partiti, è stato spiccato da poche ore. Ha
il terrore del carcere, Manzi. E qualche suo amico trema all'idea che, una volta
finito a San Vittore, "Dentone" possa parlare senza ritegno.
Collocati fuori dal loro ambiente, anche se nel paradiso di Santo Domingo,
questi personaggi abituati all'uso del potere perdono grinta, e lucidità. A Manzi
arriva, un bel giorno di metà gennaio 1993, un foglietto scritto a mano in cui due
giornalisti del Corriere della Sera, corsi sulle sue tracce ai Caraibi, gli
promettono che "non sveleremo mai il luogo dove ci siamo incontrati". E lui
esce dalla sua tana, che è una splendida villa, si fa invitare a pranzo, mangia
un'aragosta alla griglia. E parla, parla, parla.
Due giorni dopo verrà arrestato dalla polizia locale. Non si opporrà
all'espulsione convinto che "si stia meglio a San Vittore che nelle carceri dei
Caraibi".
Una fine impensabile soltanto una decina di anni prima. Anno 1982: Manzi
si ritrova alla presidenza della Sea, la società che gestisce gli aeroporti milanesi,
un impero, un grande serbatoio di voti e di quattrini. Voti perché, al pari di
quanto accade al Pio Albergo Trivulzio, neanche un fattorino viene assunto dalla
società aeroportuale senza aver superato un esame politico. I quattrini, invece,
provengono dalle tangenti sui lavori faraonici relativi al progetto di
ristrutturazione dell'aeroporto Malpensa, chiamato con enfasi Malpensa
Duemila.
Manzi gode dell'appoggio di Pillitteri, ma è un prescelto da Bettino da
tempo immemorabile. Nel 1968 Craxi in persona, allora potente segretario della
federazione milanese ma non ancora leader nazionale, lo aveva chiamato a
dirigere il delicato ufficio organizzativo del partito.
Poi "Dentone" se ne andrà, una breve parentesi, con gli amici di Saragat,
per rientrare nel partito su una corsia privilegiata. E' un craxiano di lungo corso.
Non per nulla, quando si tratta di dare il primo altolà al sindaco Tognoli,
ecco scendere in campo proprio lui, "Dentone", chiamato a dirigere la
federazione socialista. E' la primavera del 1984: da quel ponte di comando
comincia, e gli basterà poco più di un anno, a logorare la giunta di sinistra.
Il Partito comunista, sostiene, non è un alleato fidato. Scandalo: "Si è
persino lamentato per l'uso della Scala per la nostra commemorazione di Filippo
Turati". Per noi tognoliani non era solo il "Dentone". Era l'odiato Manzi.
Eppure, in quel periodo in cui guidava la federazione, dovevamo dargli il
nostro obolo, insomma quattrini, in base alla regola non scritta che i maggiorenti
sono tenuti a versare contributi al partito. Non fosse altro che per tenere alte le
proprie quotazioni.
"Dagliene pochi, dagliene pochi", mi aveva suggerito Tognoli. Gli portai
venti milioni soltanto. Ma era come consegnare un'arma al nemico. Se qualcuno
di quei furbi che venivano a batter cassa da me fosse uscito da via Soresina
senza soddisfazione, ero certo che Manzi lo sarebbe venuto a sapere e che
avrebbe messo mano alla cassa, con generosità.
Manzi era più vicino di me al cuore del potere: era amico di Pillitteri,
poteva salire nel bunker di Bettino, al quarto piano di piazza Duomo 19. E
accontentava più d'uno, da quel ponte di comando della Sea.
Verissimo: Manzi festeggia il cinquantenario del primo volo su Malpensa
spendendo mezzo miliardo. L'organizzatore della manifestazione è il
pubblicitario Gabriele Pillitteri, fratello del futuro sindaco. Conferisce, poi, una
consulenza legale all'avvocato Libero Riccardelli, ex magistrato, già
parlamentare nelle fila degli indipendenti di sinistra ma buon amico dei
socialisti. E annuncia di aver assegnato uno studio sull'impatto ambientale
dell'aeroporto alla facoltà di architettura dell'Università di Milano, ma poi si
scopre che il contratto è stato intestato al preside, Cesare Stevan, e ad altri
docenti universitari.
Non basta. Permette ai consiglieri di amministrazione della Sea di triplicarsi
il gettone di presenza, oltre trecentomila lire.
La moglie, Anna, forza d'acciaio dietro un aspetto minuto, è sempre in
prima fila con Rosilde, consorte di Pillitteri. Si ritrovano entrambe nel gruppo
Grembiule rosso, costituito dalle signore del socialismo milanese che alla vigilia
di Natale, come le dame di San Vincenzo, si mettono a vendere vecchi oggetti
per poi devolvere il ricavato ad associazioni assistenziali.
Anna e Rosilde, una coppia eccezionale. Sono insieme anche la sera
dell'ultima inaugurazione della Scala, 7 dicembre 1992. Anna ha il marito
latitante, Rosilde il consorte colpito da un avviso di garanzia per gli stessi reati
che hanno spinto "Dentone" a fuggire ai Caraibi. La Sea è lo scrigno di Manzi.
Non c'è stato ingresso alla Sea che non sia stato finalizzato a scopi politici. Sono
stati assunti sindaci, assessori, consiglieri dei paesi dell'hinterland. E anche
dirigenti di partito per guadagnare il consenso loro e quello delle truppe a essi
collegate.
Quando Manzi si muove, la sua forza è notevole. La sua abilità, anche. La
sua tenacia, quasi uguale alla mia. E' sorretto dal grande vecchio Natali che vede
nello stile di Manzi quello adatto per azioni d'urto. Certo, Tognoli è forte non
solo perché, se scende in Galleria, un milanese su due lo saluta, non solo perché
riesce ad accontentare un po' tutti. Ma soprattutto perché può contare su quella
sponda formidabile che è Ugo Finetti, lo scaltro segretario della Federazione fino
all'arrivo di Manzi.
Bene, sono soprattutto le truppe di "Dentone" che vanno a picchettare e
occupare la federazione apparentemente in nome di chissà quali grandi ideali,
ma in realtà con l'obiettivo, poi raggiunto, di impossessarsi di un avamposto.
Bettino, dal quarto piano di piazza Duomo e dallo studio di Palazzo Chigi,
fa finta di non vedere per non prendere posizione. Ma la massima divide et
impera a Milano egli l'ha trasformata in una regola fissa. Per ricavarne più potere
possibile.
Tognoli, che non è mai stato un cuor di leone, abbassa la testa, si ritira in un
angolo, medita grandi vendette che rimarranno sulla carta. Perché Tognoli è alla
fin fine un prescelto da Craxi, si porta addosso il marchio di fabbrica: è stato un
ottimo sindaco, è vero, ma se Bettino non l'avesse designato, sarebbe rimasto un
travet.
Nella logica che impera nel Psi, i soldi erano diventati la nuova ideologia,
quella vincente. Soldi al partito, soldi al sindaco, soldi agli assessori, soldi ai
presidenti degli enti pubblici e giù giù fino alla più piccola sezione. Chiusa,
regolarmente, a qualsiasi dibattito, ma attentissima alle lotte intestine.
"Stanno begando sui soldi", ricordo ancora un furioso Gianstefano Milani
sulla soglia del direttivo provinciale. "Non sanno bene come dividerseli." Molti
di quei quattrini servivano a finanziare il partito, le "truppe cammellate", i
portaborse. Ma tanti prendevano altre strade. Quante tavole imbandite, in quegli
anni!
Ci sentivamo in una struttura coperta. Impenetrabile, soprattutto, per giudici
e carabinieri. La conferma della nostra potenza l'avemmo, palpabile, dopo
l'arresto di Antonio Natali. Doveva essere un segnale da far tremare i polsi.
Invece...
Antonio Natali viene arrestato nella primavera del 1985 con l'accusa di aver
intascato una tangente di trecento milioni, una bazzecola rispetto a quel che poi
emergerà dall'inchiesta Mani pulite. I soldi sono usciti dalle casse di una società,
la Icomec, che va in bancarotta per aver elargito, per ammissione degli stessi
amministratori, "troppe mazzette". Roberto Bisconcini, amministratore della
Icomec, rivela che Natali gli aveva chiesto quei milioni in cambio dell'appalto
dei lavori di costruzione di un tratto di metropolitana.
Due anni più tardi, Natali finisce in una storia analoga. I magistrati lo
accusano di aver incassato una tangente di quattrocentottanta milioni da una
ditta, la Codelfa, fallita per eccessiva generosità verso i politici.
E ancora: il conte Giorgio Borletti, finito in carcere per una vicenda legata
all'asta del Casinò di Sanremo, fa il nome del grande vecchio. "Natali mi
convocò nel suo ufficio e, con vigore, mi consigliò di essere generoso con il
partito. Pretendeva un miliardo tondo. Poiché mi rifiutai di passargli la tangente,
l'asta del Casinò che avevo vinto venne annullata." Ma non ritornerà in galera,
Natali, poiché gode della immunità parlamentare. Alle politiche del 1987, 69'680
elettori del collegio di Rho, alla periferia di Milano, gli hanno aperto, con il loro
voto generoso, il portone di Palazzo Madama, evitandogli una seconda visita a
San Vittore. Quando scattano le manette ai polsi di Natali il partito si mobilita.
Sappiamo che lui è dentro fino al collo nella storia della Icomec, sappiamo che è
un gran raccoglitore di mazzette, sappiamo che da lontano controlla con cipiglio
severo anche le tangenti incassate dai compagni. Non era forse vero che, con
fare apparentemente disinteressato, andava a informarsi se "quel Chiesa passa un
po' di soldi al partito"?
Il grande vecchio controllava la Metropolitana quasi da una vita, dal
lontano 1971. E la Metropolitana era un salvadanaio speciale, riservato,
inavvicinabile come una zona off limits. Nel partito correvano voci che "là,
girano miliardi su miliardi". Quasi una leggenda: tanti soldi, ma in corso
Magenta, sede del partito, pareva che arrivassero pochi spiccioli. Piangevano
sempre miseria.
Natali vuol dire, appunto, Metropolitana con annessi e connessi, tanto che
nessun socialista avrebbe osato nemmeno pensare di poter sostituire un giorno il
grande vecchio nel suo feudo. Ma Natali vuol dire soprattutto Bettino Craxi,
perché il rapporto tra i due è particolarmente saldo.
Il grande vecchio può vantare un vero e proprio primato: è stato lui a
iscrivere Craxi al Partito socialista, erano gli anni Cinquanta, e a spianargli poi la
strada: assessore al Demanio del Comune di Milano dopo un apprendistato nel
partito a Sesto San Giovanni, 1962. Primo centro-sinistra meneghino. Ed è
Natali l'inventore o il promotore del gruppo chiuso in cui ogni decisione viene
presa nella massima segretezza. Per l'arresto di Natali saltano gli steccati interni.
Le beghe fra le fazioni vengono disinnescate. Interviene per primo Finetti con un
comunicato di fuoco. Definisce "pentiti da strapazzo" gli imprenditori che hanno
messo nei guai Natali accusandolo di aver chiesto loro mazzette.
Tognoli propone in direttivo un documento di solidarietà con il grande
vecchio. E Carlo ci dice, a bassa voce, che tutto andrà per il verso giusto "perché
Bettino, al telefono, mi ha assicurato che ci penserà lui".
Quanto a me, faccio una serie di telefonate per raccogliere solidarietà.
Persino Milani, leader della sinistra, mi confessa che è una vicenda
inconcepibile, intollerabile".
L'intervento di Craxi non solo era richiesto da tutti, ma sembrava perfino
naturale che, da Palazzo Chigi, dopo che aveva già difeso altri compagni
inquisiti e aveva puntato il dito contro magistrati come Carlo Palermo perché, a
Trento, aveva tentato di metterlo sotto inchiesta, dicesse a voce alta che i
socialisti non si processano.
Mai e poi mai.
Insomma, risultava a tutti intollerabile che a Milano, il cuore pulsante del
Psi, i giudici potessero mettere le manette, impudentemente, a un socialista e per
di più del calibro di Natali.
Bettino chiese di poter avere un colloquio in carcere con il grande vecchio,
nel frattempo già trasferito in infermeria, un trasferimento che noi interpretammo
come il risultato di un primo intervento del capo su "chi di dovere".
Sia detto per inciso: circolavano voci, non so quanto fondate, che almeno
un magistrato di prestigio del tribunale milanese fosse vicino a Bettino e che
salisse anche lui, di tanto in tanto, in piazza Duomo 19.
Craxi motivò la sua richiesta di parlare con Natali adducendo "importanti
problemi di partito". Eppure il grande vecchio non aveva cariche ufficiali... Ma il
permesso venne ugualmente concesso.
I giudici acconsentirono infatti al colloquio. Non era giusto sentirci in una
botte di ferro? Come non dar ragione a Bettino quando teorizzava che i socialisti
non si processano?
Natali in poco tempo uscì dal carcere. Ricominciò, a pieno titolo, a tessere
le sue trame. E nel 1987 venne candidato al Senato "per sottrarlo alla
magistratura". Quell'incidente di percorso lo aveva reso ancora più potente e
Craxi, al quale noi attribuivamo la felice conclusione del caso, si era guadagnato
sul campo un'altra medaglia.
Davvero era il nostro capo, un capo in grado di fare la voce grossa, di
incutere, se non paura, qualche timore reverenziale. Ci aveva fornito la prova
della nostra impunibilità.
Conseguenza logica: l'arresto di Natali non sollevò alcun problema sulla
questione morale. Anzi, la vicenda Natali era stata interpretata come un
incoraggiamento a insistere, come un passe-partout. Credo che nemmeno un solo
dirigente di partito, socialista o di altri gruppi politici, pensò che continuando di
quel passo, tangente su tangente, appalto su appalto, un giorno si sarebbe aperta
una frana spaventosa. E, con la frana, le celle di San Vittore.
Il Psi risultava il partito vincente, il carro su cui salire. Il Psi era l'unico in
grado di "frenare lo strapotere dei giudici", come dicevamo allora con baldanza e
compiacimento.
Dalla nostra parte avevamo anche i radicali di Marco Pannella, e non solo
Claudio Martelli, attivissimi a raccogliere le firme per il referendum sulla
responsabilità civile dei giudici. Referendum più che legittimo. Ma in noi c'era
anche, o soprattutto, il desiderio, come dicevamo con strafottenza, "di bloccare
quei mascalzoni dei magistrati".
Il partito era ormai diventato un'azienda di famiglia, diretta da un padre-
padrone, i dipendenti a stipendio fisso o ricompensati con laute mance. E a quel
punto anche il più piccolo segretario di sezione avvertiva di godere di una sorta
di magica invulnerabilità.
Bastava guardarsi attorno. Non c'era, dovunque, la fila per apparire vicino
ai socialisti? Bastava andare alla prima della Scala per scoprire la metamorfosi di
Milano. I politici, ma soprattutto noi socialisti, sembravano benedetti dal cielo.
Anch'io, ormai, ero fra quelli che venivano invitati la sera di Sant'Ambrogio:
palco per me e i miei amici. Al pari dei politici di cartello, dei ministri, dei
presidenti delle aziende pubbliche. Mai visti, come allora, tanti boiardi di Stato.
E' allora che si inaugura la serie delle prime alla Scala, egemonizzate da
segretari di partito, portaborse, alti burocrati, finanzieri venuti spesso dal nulla,
le nuove star di un nuovo bon ton. La sera di Sant'Ambrogio una nuova Milano
celebra se stessa.
In un resoconto del settimanale Epoca, per l'inaugurazione del 1987, si
narra di "grida di sdegno della grande borghesia e dell'aristocrazia lombarda" che
per evitare "una prima ormai romana, ministeriale, aziendale, con i palchi
gremiti dagli sponsor, si arroccano ostentamente nei turni A e B".
"Con abiti meno firmati e più understatement Leopoldo Pirelli e Rosellina
Archinto, le famiglie Brivio Sforza, Borromeo e Visconti, rinunciano volentieri
all'ebbrezza di una serata a fianco di una first lady come Rosilde Craxi e si
abbassano a frequentare la Scala nelle repliche." Siamo nel momento del
massimo splendore del rampantismo. Il potere del denaro luccica e seduce. La
Fiumana, il famoso quadro, due metri e mezzo per quattro, simbolo insieme al
più famoso Quarto stato del socialismo ottocentesco cantato da Giuseppe
Pellizza da Volpedo, viene comperato, non da un ente pubblico, ma dal
presidente di un fondo comune di investimento, Angelo Abbondio, che poi lo
cederà alla pinacoteca di Brera. Costo: un miliardo e centocinquanta milioni.
Detraibili dalla cartella delle tasse perché andati in munificenza.
"Aspetta di vedere la Fiumana il presidente del Consiglio Bettino Craxi che,
si dice, avrà il privilegio di essere tra i primi a gustarselo in occasione di una
mostra dove, c'è da giurarlo, il dipinto di Pellizza da Volpedo sarà la star di
eccezione", annunciano i giornali. Copia della Fiumana campeggerà poi tra le
travi dell'ex fabbrica Ansaldo, alla periferia, per il congresso socialista.
E, appunto, sotto la copia (perché, dopo qualche polemica, l'originale
rimane nel museo) di quel dipinto di Pellizza da Volpedo, Craxi darà il
benservito al governo presieduto dal dc Ciriaco De Mita ("noi socialisti gli
chiediamo di portarci il caffè a letto") e inaugurerà il famoso Caf, l'alleanza tra
Craxi, Andreotti e Forlani.
In piena sintonia con i tempi, l'agenzia di pubblicità di Armando Testa,
chiamata a studiare la campagna elettorale socialista, lancia questo slogan: "Psi,
cresce l'Italia".
Cresce davvero? Una sorta di ebbrezza investe il Partito socialista, milanese
e non, i suoi protagonisti più in vista, la schiera dei loro supporter. E la città
tutta.
C'è il gallerista Philippe Daverio che dice: "La vita è più bella in prima
pagina". C'è quel furbo di Nicola Trussardi che, esaltato dall'amicizia di Craxi,
non solo disegna le nuove divise dei vigili meneghini ma un bel giorno dichiara:
"Sì, ora posso anche fare il sindaco di Milano". C'è il rampante della cultura, il
giovanissimo scrittore Giacomo Polin, che sgomita e confessa: "Siamo
ambiziosi, è la sete di potere che ci spinge"...
Pillitteri una sera si veste tutto Coveri e la sua Rosilde tutta Armani e
sfilano a braccetto. Verso Palazzo Marino? No, sulla passerella di un ristretto
cenacolo dell'alta moda, tra un pubblico estasiato e sotto i flash dei fotografi.

10. Cultura e famigli

Luana è davvero una bella donna. Era venuta a trovarmi al Pio Albergo
Trivulzio per lamentarsi di un'angheria subita da un suo amico: un inquilino del
Pat che aveva un contenzioso con la nostra amministrazione. Una banale storia
di affitti arretrati. Luana, occhi verdi, capelli neri... me la ricordo benissimo.
Usciamo stasera? le chiesi.
Dopo un mesetto mi telefona Sergio Radaelli. Lo conoscevo più di nome
che di persona. Lo consideravo l'eminenza grigia di Paolo Pillitteri, ormai
diventato sindaco dalla vigilia di Natale del 1986.
Un grand commis, infilato dal Psi nel consiglio di amministrazione della
Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde, ottimo conoscitore del mondo
imprenditoriale. E prezioso pontiere verso i democristiani ("con loro sì che si
ragiona") e alcuni comunisti.
Radaelli mi telefona non per chiedere informazioni, ma per farmi un
complimento: "Ho tentato con Luana, niente da fare. Sostiene che è innamorata
di te. Complimenti". Ecco come è nato il mio rapporto con Radaelli. Un rapporto
che si rivelerà prezioso. E soprattutto non conflittuale perché Sergio, che non
ambisce a fare l'assessore o il parlamentare, vede in me un amico e, anche, un
alleato. Il suo interesse è rivolto soprattutto alle presidenze delle banche, "lì,
dove il potere c'è davvero".
Sergio Radaelli è l'uomo dei conti bancari. Ne ha aperto uno anche in
Svizzera, da abile uomo d'affari qual è. Conto cifrato, Locris, nove miliardi e
rotti, Banca commerciale di Lugano. "Sono i soldi a disposizione del partito,
prevalentemente. Rappresentano la cassa del Psi", sostiene. E rivela che solo una
piccola parte di quei fondi sono suo patrimonio personale. Controllate pure,
invita i giudici.
E' stato l'uomo ombra, il confidente e anche il cassiere di Pillitteri. Ma ha
passato soldi anche a Tognoli, sicuramente con meno trasporto e meno
gratificazioni. Eppure Radaelli non è soltanto un elargitore di mazzette. E'
qualcosa di più. Radaelli aveva un solo grande difetto. Era così legato a Pillitteri
che arrivava a sostenere, con involontaria ironia, che Paolo aveva la disgrazia di
essergli toccato in sorte come cognato Craxi. Per il resto aveva idee chiarissime.
Diceva: i comunisti sono inaffidabili. Se ne salva uno soltanto, Luigi Miyno. Si
riferiva a Carnevale, il vice presidente della Metropolitana. "Quello sì che
ragiona bene e con lui si possono fare gli accordi."
E' stato un errore riportare in giunta i comunisti, era il suo ritornello; e
anziché far cadere su Pillitteri la responsabilità per il cambio di alleanze a
Palazzo Marino, se la prendeva con alcuni assessori socialisti. "Si fida troppo di
loro." Verso i democristiani aveva un occhio di riguardo. Probabilmente per la
stretta alleanza siglata con Maurizio Prada, presidente della Azienda tramviaria
milanese. Prada era il suo modello di alleato perfetto. "Se fai un accordo, lo
rispetta."L'accordo riguardava soprattutto le nomine negli enti e le tangenti.
Prada, da quel ponte di comando della presidenza dell'Azienda dei Trasporti,
gestiva il consistente flusso dei quattrini destinato ai partiti. Cinque per cento
sugli appalti. Soldi che spesso raccoglieva lo stesso Prada, potente segretario
amministrativo della Democrazia cristiana milanese, e che distribuiva con
curiale premura al Psi e al Pci. Oltre che, ovviamente, al suo partito.
"A volte ero in difficoltà", ha spiegato ai giudici. Perché il mitico Larini, il
gran frequentatore di piazza Duomo, scappava nella sua villa sull'isola di
Cavallo, vicino alla Corsica, o veleggiava con la barca verso la Polinesia. Erano
problemi seri che avevano trovato una soluzione di questo tipo: "Carnevale e io
trattenevamo momentaneamente i soldi in attesa del ritorno a Milano di Larini".
Con qualche complicazione nella contabilità. Radaelli è il personaggio che
mi aiuta a stringere l'alleanza con Pillitteri. Ormai era lui, Pillitteri, il
personaggio da seguire.
Tognoli era stato umiliato sul campo, ridotto prima a segretario regionale, poi
chiamato a dirigere un ministero, quello delle Aree urbane, che addirittura era
privo di sede. E soprattutto era ormai visto come il nemico dai craxiani doc.
Quelle centotredicimila preferenze che Tognoli aveva conquistato alle
politiche del 1987, soltanto sessantamila in meno rispetto al record che Bettino
aveva raggiunto sulla scia di quattro anni di presidenza del Consiglio, avevano
scatenato invidie e rancori.
Rosilde, in prima fila. La moglie di Paolo, ancora una volta, urlò al
"tradimento del nano". E minacciò vendette. Per me era il segnale che dovevo
cambiare alleanze. E in fretta.
Pillitteri è un uomo brillante, estroverso, salottiero. La cosa che mi
sconcertava di lui era che usava lo stesso tono sia quando parlava di politica sia
quando raccontava barzellette. Non capivi mai se stava scherzando o meno.
Angelo Cresco, deputato socialista veneto, lo ha definito "entraîneuse".
Sergio Saviane, giornalista e scrittore, "vitellone".
Giampaolo Pansa, castigamatti dei socialisti, "impudente, battutista,
puttaniere". Enzo Biagi, ricordando al primo cittadino la sua parentela con Craxi,
ha scritto che la firma di Pillitteri "ha un qualche valore soltanto da quando è
comparsa in un atto di matrimonio". E lui? Per niente adontato per tanti graziosi
epiteti, Pillitteri risponde con una boutade: "Anch'io ho deciso di usare uno
pseudonimo, ma invece di Gdt, che sta per Ghino di Tacco, adottato da Bettino,
scriverò la sigla Cdc, cognato di Craxi". Si è fatto fotografare per la rivista
Capital in pantaloni di pelle a cavallo di una Guzzi 750. Pillitteri amava i salotti.
E i salotti amavano i socialisti. Lo cercavi per una riunione e invece era nella
bella casa, in via Borgonuovo, della fascinosa Carla Venosta, architetto e
membro della assemblea nazionale del Psi, dove sfilava il bon ton socialista: lo
stilista Nicola Trussardi, l'oncologo Umberto Veronesi, lo scrittore Carlo
Castellaneta, il direttore della sede Rai di Milano, Mario Raimondi, il vigilante
di "Tele Pillitteri", il Tg regionale... Tutti ansiosi di ascoltare le sue battute.
Dalla Venosta faceva la sua apparizione anche Tognoli, ma quando il Cdc era
ospite in un'altra casa: nel salotto in via Cerva di Raffaella Curiel, per esempio,
buona amica sua e di Bettino. O dalla sarta Biki, in via Sant'Andrea. O
nell'appartamento in via Mercalli di Fulvia Levi Bianchi, la pittrice di enormi
tele e di grande fortuna, luogo deputato agli incontri importanti di area socialista.
In compagnia della infaticabile Rosilde eccolo dalla stilista Mariuccia
Mandelli, in arte Krizia, che nel suo teatrino di via Manin si premura di
organizzare le feste per il bon ton di Garofano City, un pubblico assai variegato:
il grande civilista Cesare Rimini, l'ex sovrintendente della Scala Carlo Maria
Badini, le onnipresenti contesse Marta Marzotto e Pecci Blunt... Tutti ad
aspettare Pilli e signora, metodicamente in ritardo, prima di sedersi a tavola.
Salotti di marca socialista anche quelli dell'infaticabile Chicca Olivetti,
dell'esuberante Caterina Caselli sposata Sugar, della determinata Rosa Giannetta,
moglie del sociologo Francesco Alberoni, dell'editore Saro Balsamo... Tutti in
gara per esibire il politico di turno e per vantarsi, soprattutto, di una visita di
Craxi. "Bettino ha promesso che verrà", è il ritornello che corre di bocca in
bocca.
Tutti insieme, appassionatamente, in un tourbillon di garofani... E profumo di
garofani anche alle nozze di Silvio Berlusconi con Veronica Lario celebrate alle
cinque del pomeriggio, al cospetto di pochi intimi, in un Palazzo Marino
appositamente aperto per loro.
Nelle vesti di officiante: Pillitteri, testimoni Bettino, Anna, Fedele
Confalonieri e Gianni Letta.
Tutti insieme, allegramente, fino allo scoppio di Tangentopoli. Anche nel
salotto di Andrea Cascella, lo scultore, si era in trepida attesa di Craxi. Lo
aspettavo io, ma anche Giampiero Cantoni, Andrea Talamona, Nicola Trussardi,
Gabriele Cagliari, Sergio Cusani, Giorgio Armani, il pittore che voleva avere una
mostra alla Triennale o alla Permanente. C'era la gara per accreditarsi come
famigli della Real Casa, in vista della nomina a un ente, a una banca, a un
ospedale. O, nel caso degli artisti, per ottenere uno spazio pubblico per una
personale. Cascella, artista superquotato non bisognoso di appoggio alcuno, era
anche lui, e soprattutto la sua compagna Laura Panno, felice di immergersi nel
milieu socialista. Il partito ricambiava. Come quando Cascella scolpisce La
Foppa, una fontana di grandi dimensioni, 16 metri di lunghezza, 7 di larghezza,
4,30 di altezza, 70 tonnellate di peso, costo 1 miliardo e 100 milioni. Chi è il
committente? La Metropolitana milanese, in barba alle polemiche prontamente
tacitate da un burbero Natali, presidente della MM, che urla: "La spesa per la
fontana non è un nostro capriccio, ma un obbligo di legge".
Il partito è generoso con gli artisti e gli intellettuali fedeli.
Enrico Baj, pittore oggi passato nelle fila della Lega, ma socialista negli anni
Ottanta, riceve in dono un centinaio di metri quadrati al pianoterra dello
splendido Palazzo Dugnani perché ne faccia nientemeno che un museo
permanente delle proprie opere.



Poi c'è la vicenda, emblematica e gustosa, di Renato Barilli, storico dell'arte
di fama e militante socialista, e del critico d'arte Flavio Caroli, confluito nel Psi
dopo una militanza nel Partito comunista. Barilli e Caroli ottengono dal Comune
l'affidamento della gestione della prestigiosa Rotonda Besana.
Insorge, scandalizzato, Raffaele De Grada, consigliere comunale e docente di
Brera: "Perché si è voluto affidare a sole due persone, entrambe del Psi, la
gestione di uno spazio milanese del quale potrebbero occuparsi altre trenta
persone in Italia?" Ironia della sorte o potere del Psi, lo stesso de Grada scriverà
poi a Bettino Craxi una lettera entusiasta in occasione del congresso
dell'Ansaldo. "Caro Bettino, offro le mie capacità e la mia persona per la buona
riuscita del progetto socialista." Anche nel mondo della cultura impera la regola:
o con noi o contro di noi. Il pittore che voleva ottenere lo spazio per una mostra
doveva passare per i salotti giusti. Le domande erano numerose. Ricordo che una
volta andai io stesso da Pillitteri per chiedergli un intervento in favore di un mio
amico pittore, Giugni, della scuola di Migneco.
"Caro Mario, siamo occupati sino al Duemila." Ma se eri un amico di
Bettino, come Antonio Recalcati che di Craxi è stato compagno di scuola, potevi
contare non su una, ma su due mostre, nella prestigiosa sede di Palazzo Reale.
Un giorno, camminando nei seminterrati del Pio Albergo Trivulzio, notai buttati
alla rinfusa vecchie tele e mobili antichi. Era un delitto lasciarli in quello stato.
Chiamai Laura Panno e Daniela Larini, sorella di Silvano, perché mi aiutassero
in un'impresa che mi frullava in testa: farne una mostra.
Scelta oculata: perché Laura, pittrice molto amica di Craxi tanto da poter
frequentare la sua villa di Hammamet, e Daniela, esperta in pubbliche relazioni
ma soprattutto membro di diritto della Real Casa, mi garantivano il collegamento
tra cultura e politica, tra arte e salotto.
Era a quel punto naturale chiedere la collaborazione di altri frequentatori
del cenacolo Cascella, tutti buoni amici di Bettino: da Talamona, presidente della
Banca del Monte, a Cantoni, presidente della Permanente e in procinto di
guidare la Banca Nazionale del Lavoro. Coinvolgemmo nell'iniziativa anche
Anna Craxi che chiese e ottenne una sponsorizzazione della Fininvest. Era fatta.
Uscivo dal guscio della politica tout court e mi inserivo in quel mondo,
metà salotto metà politica, che girava attorno a Bettino.
Soprattutto mi ero fatto amico di alcune ambasciatrici di Craxi.
Laura Panno, in particolare. Se sorgeva un problema, Laura alzava il
telefono, chiamava Craxi e, anche se era nel bel mezzo di una riunione, Craxi
rispondeva: "Lauretta, come stai?" Noi vedevamo che tutti ambivano a salire sul
nostro carro, e chi dissentiva ci appariva come un alieno. O un nemico da
distruggere.
Bettino, in questo, era abilissimo.
"Intellettuale dei miei stivali", sibilerà un Craxi adiratissimo per tacitare un
Ernesto Galli Della Loggia reo di dissidenza. "Questi intellettuali mi hanno
seccato. Cambiamoli!" aveva ringhiato il leader socialista contro Agostino
Marianetti e Ottaviano Del Turco, all'epoca non ancora craxiani doc. "Continuo
a credere che gli intellettuali non debbano essere organici ai partiti.
Tranne quelli che dai partiti siano stipendiati", erano state le parole
pronunciate da Claudio Martelli per commentare, beata sincerità, il
licenziamento del direttore del centro culturale Mondoperaio, Paolo Flores
d'Arcais.
"Questi intellettuali, un po' Arlecchino e un po' Pirandello: uno, nessuno,
centomila", ecco, invece, il verbo usato da Pillitteri per censurare il regista
Giorgio Strehler, colpevole di aver abbandonato il Psi per candidarsi, alle
politiche del 1987, come indipendente nelle liste del Pci. Pillitteri, le battute
come quella su Strehler, le raccontava ai fedelissimi riuniti attorno al tavolo del
Savini, tradizionale punto d'incontro del sindaco. Bettino convocava i suoi ogni
lunedì Al Matarel, ristorante del quartiere Garibaldi? Ebbene, Paolo invitava i
suoi al Savini, in Galleria. Tavolo fisso al primo piano, in una saletta riservata.
Pranzi con otto, dieci commensali, organizzati non per discutere di politica
perché quella, era notissimo, veniva decisa nel tavolo di serie A, Al Matarel. Ma
per creare un sodalizio tra quei colonnelli che riconoscevano nel sindaco un
leader. Il pettegolezzo la faceva da padrone.
Al Savini ci si trova anche più di una volta la settimana. Eppure siamo
coscienti di sedere a un tavolo di serie B. Ricordo che, quando qualcuno andava
in giro dicendo che era stato Al Matarel, si facevano indagini, inchieste interne e
poi si scopriva che non era vero niente. Al tavolo del Matarel sedevano solo gli
eletti, il nocciolo duro del craxismo, Natali, Larini, Troielli, Gangi...
Pillitteri, che a quel tavolo veniva invitato, si premurava di riferirmi le
conversazioni che vi si tenevano. Erano, per lo più, resoconti sui pensieri di
Craxi verso il tal o talaltro dirigente di partito. Frase classica: "Bettino è
incazzato con tizio". Oppure: "Bettino vuol far saltare caio". Un vero cicaleccio
il cui scopo era quello di dimostrare che Craxi ora approvava uno, ora l'altro. E
se tu eri collegato al politico inviso al grande capo, quel cicaleccio ti spingeva a
tagliare i ponti con il perdente di turno.
Mario Chiesa non è entusiasta di quel gran parlottare attorno al tavolo del
sindaco di cui apprezza, sostanzialmente, soprattutto la parentela con Craxi. Il
suo obiettivo, non va mai dimenticato, è sempre quello di liberarsi dal
vassallaggio dei generali per raggiungere il grande capo.
Salire, insomma, al quarto piano di piazza Duomo 19.
Al sindaco passa, come da regola vigente, il suo gruzzolo ("Misi duecento
milioni all'interno di un giornale e lo depositai sul tavolo del salotto di raso
bianco del sindaco a Palazzo Marino") per rinsaldare i rapporti. Ma l'uomo
scalpita. Non vuole rimanere bloccato nella corte pillitteriana. Però non ignora
che, stringendo l'alleanza con Pillitteri, un bel passo l'ha fatto. Non fosse altro
perché il sindaco ha il suo ufficio privato al numero 19 di piazza Duomo. Al
secondo piano, tuttavia, dove stazionano gli amici di Pilli: dal suo segretario,
quel Raffaele Politanò fuggito in Svizzera per evitare l'arresto ordinato dai
giudici di Monza, a Manzi il "Dentone", al furbo Radaelli. E dove regna
un'atmosfera per metà goliardica e per metà affaristica.
E' un ufficio che si è guadagnato una certa notorietà con l'inchiesta Mani
pulite. Perché era il ritrovo degli esattori di tangenti e di molti imprenditori. A
cominciare da Radaelli: "Il costruttore Garampelli venne indirizzato in piazza
Duomo 19 al secondo piano dove io ho l'ufficio e mi consegnò una busta bianca
contenente una somma di denaro". Per finire con Prada: "Ho ricevuto
dall'imprenditore Vincenzo Romagnoli circa cinquecento milioni in occasione
della campagna elettorale per le amministrative del 1990. I pagamenti sono
avvenuti negli uffici di piazza Duomo 19, secondo piano".
Al secondo piano ha anche l'ufficio Rosilde. Rosilde è una donna tutta d'un
pezzo, un maresciallo, a fianco del marito in ogni battaglia, vero stratega della
carriera politica di Paolo, in sotterranea lotta con la cognata Anna che l'ufficio ce
l'ha al terzo piano di piazza Duomo. Rosilde frequenta il mondo della moda,
tant'è che presiede Moda in Italy, una organizzazione che fa da contraltare a
Milano Collezioni. Promuove sfilate e ha il suo quartiere generale al salone della
Permanente.
Rosilde scende in campo con irruenza, prende la parola per attaccare
qualsiasi politico che tenti di contrastare il marito o il fratello. E' una craxiana
non solo di cognome, ma anche nel senso più stretto della parola.
E' Rosilde Pillitteri che telefona a Pietro Giorgianni, allora direttore del
quotidiano La Notte, e con voce alterata lo avverte che "la farò cacciare". Era la
vigilia di Natale del 1987, piena era craxiana. Un mese e mezzo prima,
incontrando Giorgianni a una manifestazione pubblica, Rosilde gli aveva puntato
un dito in faccia: "Io sono dura e lei dovrà fare i conti con me. Una volta o l'altra
questi conti li faremo, se lo ricordi".



Giorgianni, gran giornalista e onestuomo, aveva un unico torto: dalle
colonne del suo giornale di tradizioni conservatrici attaccava la giunta rosso-
verde che il marito di Rosilde stava varando in quel periodo a Palazzo Marino.
Poi aveva compiuto una gaffe ritenuta gravissima: in un servizio sulle
donne importanti di Milano, pubblicato dalla Notte, era stata citata Rosilde,
ovviamente, ma incorrendo in una dimenticanza imperdonabile. "Avete messo il
titolo di studio a quelle che hanno soltanto il diploma di maestra e non avete
scritto che io ho la laurea", tuonò al telefono.
"Tra le signore che erano state citate, il diploma di maestra l'aveva la
cognata, Anna Craxi, una donna che personalmente stimo per le sue molte
qualità", ha lasciato scritto Giorgianni in una memoria che è forse uno degli atti
di accusa più lucidi contro la Milano anni Ottanta. "Si dice che coi ricchi e coi
potenti si deve essere prudenti, ma c'è la dignità che vale più di tutto e quando
Rosilde Pillitteri mi gridò al telefono che mi avrebbe fatto cacciare, mi ribellai."
Giorgianni rispose che aveva anche lui una laurea "eppure non me ne vanto.
Tanto all'università una laurea e una sigaretta non si negano a nessuno". Un
amico avvicinò il direttore della Notte per avvisarlo che era stato condannato. "Il
clan Pillitteri ha chiesto la tua testa. Dicono che tra poco non sarai più direttore
della Notte." E così era stato. A dispetto della fedeltà del giornalista al suo
giornale, trentacinque anni di ininterrotta professione; a dispetto dei numeri visto
che Giorgianni aveva in tre anni riportato in pareggio il quotidiano, che perdeva
ben sei miliardi; e anche a dispetto dell'amicizia con il suo vecchio editore,
Edilio Rusconi.
"Edilio aveva un'antica militanza cattolica, ma il figlio Alberto era vicino a
potenti personaggi socialisti." Così in familiarità da ottenere dal sindaco la
concessione della sala Alessi di Palazzo Marino, il cuore del Municipio di
Milano, per una festa privata.
I Rusconi sostituiscono l'odiato Giorgianni con il fedele socialista Cesare
Lanza, un giornalista di origini genovesi che si è esibito in un libretto su Ghino
di Tacco, il bandito caro a Craxi, e che scrive articoli sul quotidiano del Psi,
l'Avanti! firmati con lo pseudonimo di Sergio Vincenzi. Era necessario che la
stampa suonasse all'unisono. Ed eccezione fatta per la Repubblica, il coro non
era stonato. Lanza era considerato uno dei nostri e come tale si comportava. Si
rivolse a me, come tanti giornalisti di vaglia, per avere in affitto, a equo canone,
un appartamento di proprietà del Pio Albergo Trivulzio.
Il neo direttore della Notte godeva già della locazione di 180 metri quadri,
in via Curtatone, di proprietà della Baggina.
Ciononostante, pretendeva che gli venisse concesso uno dei gioielli di
famiglia, un appartamento nella centralissima via della Spiga.
Pillitteri perorava la causa di Lanza. Ma il particolare, per me non
trascurabile, che su quell'appartamento avessero puntato gli occhi anche i
socialisti più vicini a Bettino, mi rendeva titubante.
Lanza era ricorso a mille astuzie: mi invitava da Alfio, il ristorante di via
Senato, e si presentava con splendide ragazze.
"Sono modelle", ammiccava. E con le modelle trascorrevamo allegre serate.
Un bel giorno, visto che non mi decidevo ad affittargli l'appartamento di via
della Spiga, Lanza passò dal dire al fare, anzi allo scrivere. "Mario Chiesa non
può candidarsi alle amministrative se non lascia immediatamente il comando del
Pio Albergo Trivulzio." In anticipo sui tempi, poneva il problema della
incompatibilità tra la presidenza di un ente pubblico e la eleggibilità a una carica
politica.
Lo accontentai, seduta stante. Due giorni dopo, mi telefonò Lina Sotis, altra
giornalista di cartello, che abitava e abita nell'appartamento sopra a quello che
Lanza si era guadagnato a suon di raccomandazioni e di articoli. La Sotis
pretendeva il rinnovo del suo contratto. A equo canone, s'intende. E anche lei fu
accontentata.

Come tantissimi altri giornalisti. Si presentavano preceduti, spesso, da una
telefonata del segretario di Pillitteri o dello stesso sindaco, molto attento ai
rapporti con la stampa. "Trattalo bene, è un amico". Se non li accontentavi, eri
certo che, più prima che poi, avrebbero scritto articoli di fuoco contro "i politici,
razza padrona".
Padroni lo sono davvero. Milano è ormai Garofano City. Gli uomini di Craxi
sono dappertutto: all'Irer, l'Istituto di Ricerca regionale, a Lombardia
Informatica, all'Azienda dei Trasporti, alle Farmacie, alla Cassa di Risparmio,
alla Banca commerciale, alla Banca popolare, alla Banca provinciale lombarda,
al Credito commerciale, alla Banca del Monte, all'Ibi, alla Banca nazionale del
Lavoro.
Nicola Trussardi, stilista della Real Casa e anche lui membro della
Assemblea nazionale del Psi, teorizza che "un industriale deve avere una
posizione politica e dare ai politici il contributo delle sue idee". La Scala, la
Borsa, il Conservatorio e persino piazza Duomo vengono messi a sua
disposizione come passerelle. E' uno schiaffo alla città. "L'esibizione di
Trussardi in piazza del Duomo, troppo gentilmente concessa, si può definire con
una sola parola: volgare", denuncia Lamberto Sechi, già direttore del settimanale
Panorama.
Una delle poche voci - la sua - fuori del coro. Ormai la "capitale del
riformismo", slogan socialista per reclamizzare la Milano degli anni Ottanta, e la
sua provincia rappresentano un'enclave di potere impareggiabile: 48 sindaci, 77
vicesindaci, 990 consiglieri comunali.
I socialisti sono corteggiatissimi. E anch'io ho i miei estimatori: non soltanto
fra gli imprenditori che fanno ore di attesa per parlarmi, per propormi affari e il
famoso cinque per cento. Ora cominciano a telefonarmi anche i vip. Paolo
Berlusconi, fratello di Silvio, per primo. Mi invita nel suo ufficio di via Rovani,
stupendi quadri alle pareti. Immagino che siano copie ben eseguite, ma è
Berlusconi a segnalarmi l'autenticità delle opere. "Quello è un vero Guardi,
quello un vero Canaletto." Con Berlusconi è impossibile non parlare di calcio. E
il calcio è un altro fronte che si interseca con la politica. Al pari della cultura. Le
partite di calcio sono come i salotti. Per la finale della Coppa dei Campioni a
Madrid, eccomi sull'aereo della Fininvest, interni di radica, poltrone
comodissime, accanto a Paolo Berlusconi, al produttore Vittorio Cecchi Gori,
all'assessore regionale all'urbanistica Ricotti, al figlio di Craxi, Bobo. E a una
splendida fanciulla.
Berlusconi mi invita a tenere riservato quell'invito "perché, sai, volevano
venire in tanti a Madrid e non potevamo accontentare tutti".
Mi sento molto gratificato, un cooptato del grande business. Anche se di
affari, poi, non ne abbiamo mai fatti. Paolo Berlusconi, che è un imprenditore
immobiliare, era interessato all'acquisto di alcuni palazzi del centro storico di
Milano di proprietà del Pio Albergo Trivulzio. In particolare, quello di piazza del
Carmine.
Anche Salvatore Ligresti, anche il gruppo Cabassi erano interessati ad
alcuni immobili di proprietà della Baggina. Non accontentai né Berlusconi, né
Ligresti, né Cabassi. Perché tutti costoro chiedevano di comperare i "gioielli di
famiglia", i palazzi più appetibili, mentre la mia politica andava esattamente nel
senso contrario.
Vendere i palazzi di minor pregio.
Inoltre, Ligresti e Berlusconi non rappresentavano soltanto una potenza
economica. I loro agganci politici, peraltro notissimi, mi avrebbero potuto creare
non poche difficoltà: o avrei dovuto esaudire ogni loro richiesta, senza sindacare,
oppure se avessi accontentato un Berlusconi e non un Ligresti, o viceversa,
chissà quali fulmini mi sarebbero piovuti sul capo.
Era preferibile aspettare di salire al quarto piano di piazza Duomo 19 prima
di prendere iniziative così delicate. Chiesa è ormai pronto al grande
appuntamento. Ha le carte in regola. Gli manca solo l'ultimo viatico, quello di
Anna Craxi che risulterà una carta vincente.
Il suo peso politico è aumentato. Il suo stile di vita è ormai quello del
boiardo di Stato. Avevamo un tavolo alla Torre di Pisa, io e Radaelli. Come
sempre, il buon Sergio sapeva tutto su Milano, affari e liti, ma anche amori e
intrighi. Pure lui frequentava quell'appartamento che un imprenditore prestava di
tanto in tanto ai politici. Aveva le finestre così vicine al Duomo che ti sembrava
di prendere le guglie fra le mani.
11. Nel bunker

Era stata Daniela, sorella di Silvio Larini, ad avvertirmi che la moglie di
Bettino voleva vedermi. La raggiunsi in via Bagutta, a due passi da via
Montenapoleone, in quel bel palazzo del Settecento, di proprietà del Comune,
diventato una piccola succursale del partito.
Perché in via Bagutta 12 hanno la propria sede non solo la mitica sezione
Centro del Psi, ma ben due fondazioni, entrambe presiedute da Anna Craxi: la
Dino Ferrari, che si occupa della ricerca sulla distrofia muscolare, e la Lega
italiana per la lotta contro la droga.

Non era la prima volta che incontravo Anna, donna gentile e assai accorta,
molto presa dal suo ruolo di first lady e attorniata, come il marito, da un gruppo
ristretto di fedelissime. Daniela Larini, innanzitutto, sempre presente in via
Bagutta insieme a Emanuela Dini, la moglie di Claudio, l'architetto messo alla
presidenza della Metropolitana da Craxi in persona, dopo l'infortunio giudiziario
subito dal grande vecchio Natali. Rappresentavano il volto umano del partito,
protese come apparivano alle opere buone.
Un singolare gineceo, questo. Nelle due associazioni presiedute da Anna
Craxi, si assiepano le consorti di molti personaggi che campeggiano sulla scena
di Tangentopoli. Oltre alla sorella di Silvano Larini, che di Tangentopoli è uno
degli imputati principali, oltre alla moglie di Claudio Dini che è rimasto
silenzioso in carcere per tre mesi filati, ecco Giorgina Susini, soprannominata
Bambi, moglie del costruttore Salvatore Ligresti, anche lui arrestato dal giudice
Di Pietro e autore di clamorose confessioni sulle tangenti passate alla
Democrazia cristiana e al Partito socialista. Ecco Xana De Mico, consorte di
quel costruttore Bruno De Mico che per aver elargito mazzette ai partiti si è poi
guadagnato, ma eravamo alla vigilia di Tangentopoli, il ruolo singolare di parte
lesa. Ecco, ancora, Marinella di Capua sposata a Umberto di Capua,
l'amministratore delegato della Abb, la Asea Italia Brown Boveri, ammanettato
per l'inchiesta Mani pulite...
Il gineceo craxiano spazia oltre via Bagutta. Perché un altro epicentro è
proprio in piazza Duomo, nello studio di Rosilde. Qua, Rosilde, sorella di
Bettino e moglie di Pillitteri, è vicepresidente di una associazione per
l'incremento della comunicazione alternativa, l'Aica, dove al suo fianco appare
Marisa Politanò, moglie di Raffaele Politanò, fuggito in Svizzera e già
portaborse del sindaco Pillitteri. E ancora: Rosilde è presidente del Comitato per
la rinascita del parco Sempione dove, al suo fianco, troviamo Nicoletta Diana,
moglie del commerciante di petroli coinvolto in Tangentopoli, Giuseppe Diana...
Chiesa guarda a questo gruppo di donne variopinto e invadente con molta
attenzione. E scopre subito che, per penetrarvi e trarne profitto, deve utilizzare
uno strumento operativo in cui ormai è espertissimo: favori. Come sempre: da
questa logica non sembra si possa mai uscire, nemmeno quando il vertice della
piramide è vicino.
Ebbene, Anna Craxi mi domanda un aiuto. Quasi una manna piovuta dal
cielo, per me. Da tempo ha chiesto al Comune e ad altri enti la disponibilità di
una cascina per aprire una comunità per i tossicodipendenti. Mi avverte che tanti
compagni le hanno promesso mari e monti, ma senza alcun risultato. "Sono
indifferenti alle nostre iniziative", si lamenta. E mi confida i nomi di quegli
assessori, "compagni nostri", che non pensano ai problemi della gente. "Tu,
Mario, invece, potresti darci una mano, per davvero."
Buon segno.
La moglie di Bettino aveva individuato una cascina al parco Lambro di
proprietà del Pio Albergo Trivulzio. Una struttura in ottimo stato che era, però,
abitata da un contadino munito di un regolare contratto di affitto con la Baggina.
Non ho mai sottovalutato il peso di Anna su Craxi. Perché Anna è la
persona che nelle poche ore che trascorre con il marito si lascia andare a giudizi
sui dirigenti del partito. Ne avevo avuto io stesso una prova quando mi aveva
fatto quelle rimostranze contro "i compagni che se ne fregano della gente". E poi
sarebbe stato sciocco non capire il ruolo che le donne del cenacolo di Anna
avevano, a loro volta, su Bettino, di cui erano molto amiche.
Anna poteva rappresentare un buon passaporto per arrivare, finalmente, al
cospetto di Craxi. In piazza Duomo. Non mi avrebbe intralciato nell'impresa,
come invece facevano i generali cinquantenni gelosi del loro rapporto diretto e
privilegiato con Bettino. Colucci, Natali, Gangi, lo stesso Tognoli ci facevano la
guerra: cercavano di eliminarci, noi che eravamo i protagonisti della nuova
generazione. Poiché volevano rimanere sulla scena come primi e unici attori,
impedire un ricambio del gruppo dirigente era la loro costante preoccupazione.
Occorreva dunque aggirarli tutti. E quel desiderio di Anna di avere a
disposizione la cascina del parco Lambro andava esaudito. Al più presto.
Rientrai velocemente al Pio Albergo Trivulzio, mi feci consegnare dall'ufficio
locazioni il dossier relativo alla cascina e, dopo averlo analizzato, corsi dal
contadino e gli feci una proposta.
"Il tuo contratto scadrà tra poco. Sono disposto a rinnovartelo solo per metà
cascina." Cosa poteva fare il malcapitato contadino se non annuire? Ecco così
accontentata Anna Craxi che vede realizzarsi il suo ambito progetto e che scopre
in Chiesa, un uomo un po' ruvido ma di parola, un prezioso alleato. Chiesa poi
seguirà le pratiche per la ristrutturazione di quella parte di cascina e controllerà
l'andamento dei lavori. Insomma, mostrerà il meglio di sé. Per me era un ottimo
investimento aiutare Anna. Era vero che non aveva ruolo alcuno nel partito, però
un personaggio a lei molto vicino, Angelo Rossi, contabile della Fondazione
amici Dino Ferrari, non era stato poi eletto assessore provinciale? Io non avevo
bisogno di spinte elettorali, ma di un pass per raggiungere Bettino. Invito Anna a
visitare il Pio Albergo Trivulzio per mostrarle le opere di ristrutturazione che
stavano avanzando. Coinvolgo Daniela Larini nella catalogazione dei quadri
della Baggina. Riesco a guadagnarmi la stima di Emanuela Dini, donna di
squisita gentilezza.
E, naturalmente, presenzio a tutte le manifestazioni organizzate dalla Dino
Ferrari: al Teatro Manzoni, alla Scala, alla Villa Cicogna Mozzoni a Varese... C'è
tutta la Milano che conta. I grandi costruttori, gli editori, i professionisti più
quotati, gli stilisti, gli architetti alla moda. Poi attori e cantanti, da Renato
Pozzetto, a Milva, a Ornella Vanoni, che con Anna parlava in milanese tanta era
la confidenza tra le due. Tutti felici di esserci, tutti a sgomitare nell'intento di
arrivare al cospetto di Craxi e riceverne un veloce cenno di saluto. E poi correre
al mega buffet.
Bettino arriva a benedire le manifestazioni di Anna e Anna, gentilissima, mi
fa preparare un posto in prima fila, accanto a Nicola Trussardi, per esempio.
Come dire "Mario Chiesa è uno che conta, ormai".
Anna era diventata la mia ambasciatrice. La andavo a trovare non solo nella
sede di via Bagutta, ma anche nel suo ufficio, al terzo piano di piazza Duomo 19,
dove ha la sede la federazione lombarda dell'Opera Montessori che Anna
presiede. Una bella scrivania d'epoca in noce, arredamento raffinato, luci
soffuse, una segretaria gentile.
No, niente a che vedere con l'atmosfera allegra che si respirava al piano di
sotto, dove Pillitteri e i suoi amici passavano ore e ore scherzando su "quei pirla
che non hanno ancora capito come gira il mondo".
E niente, assolutamente niente in comune con quell'aria manageriale che, di
lì a poco, Chiesa respirerà nelle stanze moquettate dell'ufficio al quarto piano. La
fida Enza, la segretaria del grande capo, è riuscita a infilare il nome di Chiesa
nell'agenda degli appuntamenti di Craxi. La storia del ristorante ceduto in affitto
a un amico del leader socialista, i risultati raggiunti da Chiesa nel partito dove
controlla il venti per cento delle tessere, i successi ottenuti alla Baggina rimessa
a nuovo in poco tempo, l'amicizia con Anna Craxi e il suo formidabile
entourage... Ce n'era abbastanza per rendere inevitabile l'appuntamento così
tenacemente atteso.
Il crescendo orchestrato da Chiesa in tanti anni sta dunque per esplodere
nell'ultima scena della nostra storia. La scena madre.
Chiesa è al settimo cielo. Ha alle spalle una carriera lunga e faticosa, ha
menato fendenti a destra e a manca, lasciando sul terreno morti e feriti. Ha soldi
da esibire e, ancora, una Falange da muovere. Ha ormai imparato a menadito
come funziona la piramide.
Tutte le carte in regola, dunque. Eppure, avvertirà di lì a poco che il vertice
di quella piramide non smentisce la regola imperante e che anche Chiesa
applicava da tempo: chi siede lassù si comporterà con Chiesa come Chiesa si è
comportato mille volte con i compagni più piccoli di lui. Forse, il nostro, si
ricorderà di via Castelfidardo, il suo primo fortilizio. Ecco, piazza Duomo era
una Castelfidardo moltiplicata per cento, per mille. Porta blindata, telecamere in
funzione, citofono per annunciare il proprio arrivo. Nessun rumore, nessun
cicaleccio, nemmeno una risata.
Il quarto piano incuteva già all'ingresso un timore reverenziale.
Pochi passi nel corridoio, seguendo una sorridente signorina, e poi l'attesa
nella grande sala. Quadri di Garibaldi e foto di Craxi appesi alle pareti, molti
libri e un paio di busti dell'eroe dei due mondi.
La liturgia era precisa: nella grande sala sedevano generalmente quattro o
cinque persone, in trepida attesa. Uno per volta venivano indirizzati in un
salottino attiguo all'ufficio di Enza, il quale comunicava direttamente con lo
studio di Bettino. Quando Enza ti invitava a prendere posto nel salottino non
avevi ancora la certezza che Craxi ti avrebbe ricevuto. Perché Craxi era capace
di alzarsi dal tavolo, passarti davanti e dirti "ci vediamo un'altra volta".
Nonostante che tu avessi fatto le tradizionali due ore di anticamera.

Nella grande sala c'era Carlo Tognoli che mi guardò con aria di mezzo
rimprovero come se volesse dirmi che non faceva fino incontrare Craxi senza il
suo viatico. Seduto su una poltrona se ne stava Giampiero Cantoni, presidente
della Permanente e destinato a diventare un grande banchiere, cioè il presidente
della Banca nazionale del Lavoro. C'era anche Silvano Larini, che passava da un
ufficio all'altro, con la massima disinvoltura: un'apparizione veloce perché lui,
Larini, c'era e non c'era, si vedeva poche volte e, quelle volte, dava l'impressione
di avere mille affari per la testa.
Il gran vecchio Natali se ne stava rintanato nel suo ufficio a pochi metri da
quello di Bettino.
Fui ricevuto per ultimo. Enza mi aveva detto che Craxi era rimasto molto
soddisfatto dalla celerità con la quale avevo "aggiustato" la questione del
ristorante di piazza del Carmine. Eppure Craxi non alzò nemmeno gli occhi dal
tavolo. Per lui, si sa, ogni cosa è dovuta. Anzi per tutti noi era una grazia se lui ti
chiedeva, o ti faceva chiedere, un favore.
Teneva la mano appoggiata alla testa, gli occhiali sulla fronte. Mi sentivo,
lo confesso, uno scolaretto. Mi ero preparato la mia bella lezione. Ma lui
nemmeno mi ascoltava e, da bravo padrone, mi chiede, a bruciapelo: "Che cosa
fai?" Come cosa faccio? Sto lavorando moltissimo, te l'avranno riferito, no?
rispondo farfugliando. Ti avranno detto dei risultati nel partito e dei successi alla
Baggina?
"Preferisco che tu mi racconti per bene ciò che voglio sapere, perché a
Milano mi raccontano un sacco di storie." Era la primavera del 1987, la vigilia
del referendum sulla responsabilità dei giudici.
"I tuoi vecchietti voteranno con noi perché mi dicono che non sono in grado
di votare? Dobbiamo pensare a qualcosa per farli votare." Non preoccuparti,
voteranno, voteranno bene perché mi farò carico di organizzarli...
Qualche anno prima, Craxi aveva ricevuto in quella stanza Valerio Bitetto.
Ne erano passati di anni, da quando Bitetto, giovane ingegnere assunto all'Enel,
aveva condotto per mano Mario Chiesa nella politica, collocandolo in un
ospedale, il Sacco, perché ne facesse il suo trampolino di lancio. Ora Bitetto, che
dell'Enel è diventato consigliere di amministrazione, frequenta piazza Duomo.
Poi, abbattuta Tangentopoli, si saprà anche perché Craxi lo aveva scelto:
intelligente e tenace, era l'uomo giusto per fare l'esattore d'alto bordo, controllare
gli appalti dell'Enel e tirarne fuori denari da versare al partito.
E infatti quando l'ingegnere compare davanti a Craxi per ringraziarlo per la
nomina al consiglio di amministrazione dell'Enel, si sente apostrofare così dal
grande capo: "Caro Bitetto adesso non stare lì a scaldare la sedia". Senza giri di
parole, il segretario gli spiega che quel posto deve garantire voti e denari al
partito.
Bitetto sarebbe stato valutato in base ai risultati ottenuti sul campo: in palio
c'è la ricandidatura nel prossimo consiglio di amministrazione. Anche a Chiesa
Craxi ha parlato di voti. E a buon intenditor...


Craxi sa già che non scaldavo la seggiola. Gli spiego che, proprio per
raccogliere voti, ho fondato un circolo a Quarto Oggiaro che mi è costato un
patrimonio. Ne sto allestendo un altro in zona Loreto, racconto. Craxi è
interessato alla politica dei circoli. "Il partito deve uscire dalla gabbia delle
sezioni, bisogna fondare club e associazioni, creare un rapporto più reale con la
città. Perché la fortuna del Psi dipende solo da me. Sempre io a tirare la carretta
e voi a non far nulla." Colloquio di cinque minuti, non di più. Ma era stato il mio
battesimo. Portavo in dote un grosso patrimonio elettorale e una consistente
capacità finanziaria che mettevo a disposizione del sistema craxiano. Ricevevo
un'investitura sul campo, le stellette di generale, che mi avrebbe finalmente
permesso di trattare alla pari Pillitteri e Tognoli. E gli altri.
Enza mi invita a fermarmi. Lei, che aveva sentito il mio colloquio con
Bettino perché Bettino non chiudeva quasi mai la porta che separa il suo studio
da quello di Enza, si mostra soddisfatta. "Ti è andata bene." Aveva ragione. I riti
di piazza Duomo, lo capirò ben presto, avevano un che di ruvido. Stando nella
grande sala non era difficile sentire le urla di Craxi, "scemo, cretino", rivolte non
all'ultimo dei socialisti, ma addirittura a dirigenti di partito e presidenti di enti.
Larini era l'unico che dava l'impressione di essere in grande familiarità con
Bettino. Ed era anche l'unico che scherzava in quell'ambiente un po' ministeriale.
Già, Larini. Uno strano personaggio che sulle prime rende strana, agli occhi
di Chiesa, anche piazza Duomo. A differenza di Chiesa, Larini di passaporti per
entrare nel sancta sanctorum ne ha tanti, e non deve nemmeno esibirli: sembra
quasi un pari grado di Craxi. Eppure, non è un uomo di partito, non ne ha scalato
la gerarchia, non ha fatto gavetta, non ha sgomitato. E' uno piovuto dall'alto. In
giro si sa che si comporta da manager ("ma non lo è", dice Chiesa, "manager è
chi produce"), che è ricco, che gira il mondo, che ha ville in Corsica e in
Polinesia, che frequenta il bel mondo e le belle donne. E si sa che è un prediletto
di Craxi.
Prediletto? Un eufemismo. Quando scoppia Tangentopoli, Larini è uno dei
primi ad andarsene, alla chetichella, e a svicolare davanti al mandato di cattura.
Certo, non è il solo: scappano anche Manzi e Troielli, altri quotati frequentatori
di piazza Duomo. Ma la fuga di Larini ha un sapore diverso: se si sta al verbo
craxiano, con lui scappa "un uomo di fiducia del partito"; se si sta ai giudici,
scappa invece un esattore del Psi, anzi un esattore di Craxi. Quando, dopo otto
mesi di latitanza, Larini ritorna dalla sua dorata latitanza, è noto ormai che, tra le
tante sfaccettature del personaggio, c'è anche il conto Protezione, numero
633369, Unione Banche svizzere, Lugano.
Con quel conto cifrato, si tocca un punto nevralgico del sistema politico
dell'era di Tangentopoli. Un nodo profondo che ancora lega insieme alcuni
misteri italiani tra i più oscuri. Chiama in causa il banchiere piduista Roberto
Calvi, quando era presidente del Banco ambrosiano prima di morire sotto un
ponte di Londra. Perché è su quel conto che Calvi mette a disposizione del Psi
una mastodontica tangente di sette milioni di dollari. Chiama in causa
direttamente la loggia P#b perché, quando i giudici nel 1981 rovistano
nell'archivio del venerabile Licio Gelli, è là che trovano un appunto in cui si cita
proprio il conto Protezione e lo si fa risalire a Bettino Craxi, tramite Claudio
Martelli. E' Larini che aveva aperto quel conto. Una volta consegnatosi, confessa
a Di Pietro: "Sì, il conto Protezione...
E' tutto vero".
Quando dunque Chiesa mette piede in piazza Duomo, Larini è un esattore
di statura, una fonte generosissima di introiti. Lo si sapesse, si capirebbe perché
può entrare al numero 19 senza bussare e perché è l'unico che può dar sulla voce
a Craxi. Davvero uno strano personaggio, Larini. Ma non solo perché è arrivato
fin là senza fare la gavetta. E' strano soprattutto perché la sua figura e le sue
attività assegnano a piazza Duomo un ruolo imprevisto. Se piazza Duomo è il
vertice del partito ufficiale, è anche il vertice di un partito parallelo, di cui i più
ignorano l'esistenza, ma che risponde direttamente al capo. Un partito i cui
funzionari non corrispondono alle cariche ufficiali, non debbono rendere conto a
nessuno se non al vertice, e non hanno incarichi pubblici ma segreti. Larini è uno
di loro, e fa il grande esattore. Ma ce ne sono altri, con altri compiti. Quel
Bartolomeo De Toma, per esempio, anche lui gran frequentatore di piazza
Duomo: il suo incarico è quello di sorvegliare il flusso delle tangenti per
assicurarsi che non finisca in mani altrui. Non nelle mani di altri partiti, ma in
quelle di altri gruppi dello stesso partito.
Chiesa, al confronto, è un principiante. Ma è sulla buona strada: può
sperare. Intanto, ha anche lui un posticino nel partito privato di Craxi. E vi si
impegna. Un giorno, era l'autunno 1989, Anna mi convoca al terzo piano di
piazza Duomo. Come sempre gentile, offre il tè e poi mi confida che ha un
progetto per il figlio Bobo. "E' giusto che scelga la sua strada, che faccia politica
a tempo pieno. Non è forse vero, Mario, che Bettino alla sua età era già
assessore?" Anna mi vuole complice nel suo progetto di portare Bobo a Palazzo
Marino.
Ovviamente mi dichiaro disponibile a dare tutto l'aiuto possibile. E'
un'occasione in più per rinsaldare i rapporti, ormai buoni, con piazza Duomo.
Ma non posso ancora immaginare quel che sarebbe successo poco dopo, di
lunedì, quando salgo al quarto piano di piazza Duomo. Bettino mi regala cinque
minuti. Il tempo necessario per ricordargli il mio lavoro nel partito, per
spiegargli il mio forte interesse a candidarmi a Palazzo Marino, per chiedergli la
garanzia di un posto in giunta.
"Secondo me, sei matto. Al Trivulzio hai fatto un ottimo lavoro, sei un
personaggio spendibile, perché vuoi candidarti alle amministrative?"
Io, che ambivo moltissimo a fare l'assessore, abbozzo uno "scusami, sai...".
Bettino tronca rapidamente: "Se vuoi candidarti fallo pure, ma non so se riuscirai
a fare l'assessore". Capisco l'antifona e mi rimangio ogni velleità. "Bravo, Mario,
ti garantisco che rimarrai alla presidenza della Baggina... E poi c'è Bobo che ha
bisogno di una mano." Sembrerà ridicolo, ma uscii da piazza Duomo felice di
essermi guadagnata la ricandidatura al Trivulzio.
La voce della candidatura del figlio di Craxi circola nel partito e crea un
notevole malumore soprattutto fra i papabili alla successione di Pillitteri che si
sentivano franare la terra sotto i piedi.
Dicevano: "Bettino è un satrapo", ma parlavano a bassissima voce e solo con
il compagno super fidato. Alzavano invece la voce contro chi, come Enzo Biagi
dalle colonne del Corriere della Sera, denunciava il nepotismo di Craxi.
Mugugno o no, critiche o meno, Craxi aveva deciso. E la sua decisione di
candidare Bobo dimostra che considera Milano il pollaio di casa. Il partito è
ormai cieco, muto, succube. E' un partito in cui al dibattito si sono sostituite la
rissa per conquistare un posto e la maldicenza per sgambettare il compagno
avversario.
Avevo due problemi: far digerire alla mia Falange il fatto che non mi
candidavo e convincere i miei seguaci a votare Bobo anziché Chiesa. Ricordo
una manifestazione, presenti un migliaio di persone, in cui dalla sala si alzarono
voci imploranti: "Mario, di' la verità, di' che è stato Craxi a non volerti a Palazzo
Marino". E Bobo, assai impressionato, prese il microfono: "Mi impegno in nome
del segretario nazionale del partito a ricompensare Mario Chiesa con un
riconoscimento ancora più grande".
Metto in moto la mia potente macchina elettorale. In via Soresina lavorano
una ventina di persone a tempo pieno: i miei due segretari particolari, le mie tre
segretarie, tramvieri in permesso sindacale, dirigenti della Uil distaccati per
l'occasione. Persone di serie A come Angelo Volpi, allora segretario regionale
della Uil tramvieri e, ora, responsabile nazionale. Le linee telefoniche sono
roventi: raggiungiamo tutti coloro che ci hanno chiesto un favore, i loro parenti, i
loro amici. Il mio schedario è una miniera di dati.
Il partito non ci dà una mano che sia una. Anzi. Gli altri candidati
assicurano l'appoggio a Bobo ma, sotto sotto, lavorano per sabotarlo. Ci
accorgiamo che il suo nome non figurava nelle terne delle preferenze fatte
circolare. Craxi, che non può accettare una sconfitta del figlio anche se era stato
trascinato nell'impresa dalla moglie, intuisce il trabocchetto e una settimana
prima del voto ordina a Pillitteri di appoggiare il nipotino.
Noleggio alcune automobili per consentire il recapito personale di migliaia
di volantini. Sei attacchini sono impegnati nella affissione dei manifesti.
Nessuno lavora gratis, ovviamente. Centomila lire a notte solo per ogni
attacchino. Le pago io. Come tutto il resto: ho speso quasi trecento milioni per
quella campagna elettorale.
Bobo Craxi sarà eletto con oltre novemila voti. Una vittoria di Bettino sul
partito. Una vittoria di Mario Chiesa. Anzi, è questo il suo capolavoro, che lo
rende vincente sui suoi avversari. Tognoli quando lo incontra, gli dice: "Se vedi
Bettino, digli che...". Pillitteri mi vede veramente come un suo pari grado. Infatti
mi convoca a Palazzo Marino per chiedermi un parere sui nomi dei candidati alle
presidenze degli enti. E poi il mio potere al Pio Albergo Trivulzio è cresciuto:
anzi è ora così forte che impongo un mio uomo nel consiglio di amministrazione.
La stampa mi è amica: ho affittato appartamenti a equo canone a giornalisti di
tutti i quotidiani e alla Rai più d'uno mi è riconoscente. Su Telelombardia faccio
le mie apparizioni. Maurizio Costanzo mi invita al suo show e mi presenta come
un grandissimo manager. E Salvatore Ligresti mi convoca nel suo ufficio e si
lascia andare a grandi confidenze.
"Bettino vuole che diamo una mano a Berlusconi per comperare la
Mondadori. Ne stiamo discutendo in Mediobanca." All'ultima manifestazione
della Dino Ferrari dopo il bagno della solita folla di presenzialisti, Anna mi
prende sottobraccio e invita me e Rosa, la mia compagna, a una cena riservata al
Saint Andrew's.
C'è Bettino, c'è Mike Bongiorno.
Quanta grinta, quanto fasto, quanta ebbrezza. E quanta impunità. Il Psi
guadagnava consensi e il Psi parallelo guadagnava fior di miliardi. Craxi poteva
ripetere "e la barca va..." e Chiesa poteva ambire a diventare il sindaco di
Milano. Tutti a piazza Duomo, dunque: Manzi, il "Dentone", che lucrava sugli
appalti di Malpensa Duemila; il re del mattone Ligresti, che elargiva più di un
miliardo l'anno; Zaffra, il segretario regionale, che incassava tangenti; Bitetto,
che sovrintendeva gli appalti dell'Enel; Troielli, che spillava denaro dalle
Ferrovie Nord; il vecchio Natali che spiava gli avversari; il geometra Filippo
Panseca che dal tempio craxiano poteva passare all'Accademia di Brera. E poi:
banchieri come Giampiero Cantoni, finanzieri come Sergio Cusani, stilisti come
Nicola Trussardi. E il fidato Larini, l'uomo del partito parallelo.
Tutti in fila ad aspettare la benedizione di Craxi. Fino al crollo di
Tangentopoli. Singolare la sorte di Mario Chiesa. Se è stato uno degli ultimi a
raggiungere piazza Duomo, è stato il primo a darle uno scossone. Senza il quale,
forse, gli altri eletti frequentatori di quel sacro luogo non avrebbero aggiunto,
alla sua, anche le proprie spallate: compresa quella, terribile, di Larini.
Ora, piazza Duomo è deserta. Via tutti. Nemmeno la mitica Enza continua
più a presidiarla. Anche la vestale del sancta sanctorum ha dovuto varcare la
soglia di San Vittore, una sorte che ha risparmiato pochi dei famigli di Craxi.
Appena entrata in cella, Enza si è difesa, ma soprattutto ha difeso il suo capo.
Quelle buste che Larini e altri lasciavano nella stanza accanto allo studio di
Bettino, lei non immaginava che fossero gonfie di bigliettoni. E, naturalmente,
niente ne sapeva Craxi perché altri venivano a prelevarle e, comunque, "la
segretaria è colei che custodisce i segreti del capo".
Anzi, ne può proteggere perfino l'ignoranza.


Fine