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Lisa Jane Smith

LA SETTA DEI VAMPIRI


LA MALEDIZIONE

Newton Compton editori


ROMANZO
Capitolo 1

Il centro commerciale era tranquillo. Niente


faceva presagire il terribile evento che stava per
accadere.
Sembrava un qualunque centro commerciale del
Nord Carolina in una domenica pomeriggio di dicembre.
Moderno. Pieno di decorazioni luminose. Affollato di
clienti consapevoli di avere solo dieci giorni a
disposizione per gli ultimi acquisti di Natale. Caldo e
accogliente, nonostante il freddo grigio del cielo
all'eterno. Sicuro.
Non il genere di posto dove poteva comparire un
mostro.
Keller superò un monitor che presentava La vera
storia di Babbo Natale con tutti i sensi tesi e vigili. E,
nel suo caso, significava un sacco di sensi. Le occhiate
che lanciava a se stessa nelle vetrine oscurate del
grande magazzino le mostrarono una ragazza in età da
liceo in tuta lucida, con i capelli neri e lisci che le
arrivavano ai fianchi e occhi grigi. Ma lei sapeva che
chiunque l'avesse osservata più da vicino avrebbe
notato qualcos'altro: una sorta di grazia furtiva nel suo
modo di camminare e un segreto bagliore nello sguardo
modo di camminare e un segreto bagliore nello sguardo
ogni volta che si concentrava su qualcosa.
Raksha Keller non sembrava del tutto umana. Ma
non c'era da sorprendersi, perché non lo era. Era una
mutaforma; e se la gente, guardandola, aveva
l'impressione di una pantera semi-addomesticata
lasciata libera, non si sbagliava affatto.
«Ok, ragazze». Keller sfiorò la spilla sul colletto, poi
premette un dito sul ricevitore quasi invisibile che
portava all'orecchio, tentando di tagliare fuori la musica
natalizia che riempiva il centro commerciale. «A
rapporto».
«Qui Winnie». La voce nel ricevitore suonò allegra,
quasi melodiosa, ma professionale. «Sono di sopra,
vicino a Sears. Ancora non ho visto niente. Forse non è
qui».
«Forse», ripeté Keller dentro la spilla - che non era
affatto una spilla, ma un dispositivo di comunicazione
estremamente costoso. «Ma a quanto pare adora fare
shopping, e i suoi genitori hanno detto che era diretta
qui. E la traccia migliore che abbiamo. Continua a
cercare».
«Qui Nissa». Questa voce era più pacata e
sommessa, quasi inespressiva. «Sono nell'area di
parcheggio, sto passando vicino all'entrata da Bingham
Street. Niente da segnalare... aspetta». Una pausa, poi
la voce evanescente riprese con una nota di tensione:
«Keller, abbiamo un problema. Una limousine nera si è
appena fermata davanti a Brody's. Sanno che lei è qui».
Keller sentì una morsa allo stomaco, ma mantenne il
tono della voce calmo: «Sei sicura che siano loro?»
«Sono sicura. Stanno scendendo dalla macchina un
paio di vampiri e... qualcos'altro. Un giovane, un
ragazzo, direi. Forse un mutaforma. Non ne sono certa;
non ho mai visto un tipo simile prima d'ora». La voce
era preoccupata, e questo preoccupò Keller. Nissa
Johnson era un vampiro con un cervello come la
Biblioteca del Congresso. Qualcosa che lei non
conosceva?
«Devo parcheggiare e venire a darvi una mano?»,
domandò Nissa.
«No», rispose Keller. «Resta in macchina;
potremmo averne bisogno per una fuga improvvisa. Ce
ne occuperemo io e Winnie. D'accordo, Winnie?»
«D'accordo, capo. In effetti, posso affrontarli da sola;
tu stai a guardare».
«Tu stai attenta a quel che dici, ragazza». Ma Keller
dovette soffocare il sorriso torvo che le stava stirando
le labbra. Winfrith Arlin era l'esatto opposto di Nissa:
una strega, e incline ad abbandonarsi ai sentimenti. Il
suo singolare senso dell'umorismo aveva rischiarato più
di qualche momento nero.
«Tenete gli occhi aperti tutte e due», disse Keller, di
nuovo seria. «Entrambe sapete cosa c'è in gioco».
«Sì, capo». Questa volta, entrambi i toni di voce
suonarono smorzati.
Loro sapevano.
Il mondo.
La ragazza che stavano cercando poteva salvare il
mondo - o distruggerlo. Non che lei ne fosse
mondo - o distruggerlo. Non che lei ne fosse
consapevole... ancora. Il suo nome era Iliana Harman,
ed era stata allevata come una umana. Non sapeva di
avere sangue di strega nelle vene e di essere una dei
quattro Poteri Selvaggi destinati a combattere contro
l'imminente risveglio delle tenebre."Sarà per lei una
bella sorpresa quando glielo diremo", pensò Keller.
Questo dando per scontato che la squadra di Keller
arrivasse a lei prima di quei tipi loschi. Ma ce
l'avrebbero fatta. Dovevano farcela. C'era una ragione
se erano state scelte per venire qui, quando ogni agente
del Circolo dell'Alba del Nord America sarebbe stato
felice di accettare quell'incarico.
Una ragione davvero semplice: loro erano le
migliori.
Formavano una strana squadra - un vampiro, una
strega e una mutaforma - ma erano imbattibili. E Keller
aveva solo diciassette anni, ma era già famosa per non
aver mai perso.
"E non ho intenzione di fallire adesso", pensò. «E
tutto, bambine», concluse. «Niente più chiacchiere
finché non individuiamo la ragazza. Buona fortuna». La
frequenza di trasmissione su cui comunicavano era
alterata, naturalmente, ma era inutile correre ulteriori
rischi. Quei brutti ceffi erano estremamente
organizzati.
"Non ha importanza. Vinceremo anche stavolta",
pensò Keller, sostando il tempo realmente sufficiente
per espandere i suoi sensi.
Era come entrare in un altro mondo. C'erano sensi
che un umano non riusciva nemmeno a immaginare.
che un umano non riusciva nemmeno a immaginare.
Infrarosso. Vedeva il calore generato dai corpi. Olfatto.
Gli umani non avevano alcun senso dell'olfatto, non
propriamente, almeno. Keller riusciva a distinguere la
Coca-Cola dalla Pepsi da un lato all'altro di una stanza.
Tatto. Come una pantera, Keller era dotata di peli
estremamente sensibili su tutto il corpo, specialmente
sul viso. Anche quando aveva forma umana, riusciva a
percepire le cose dieci volte più intensamente di un
semplice umano. Era in grado di orientarsi nel buio
totale attraverso la pressione che l'aria esercitava sulla
sua pelle.
Udito. Captava toni sia più alti che più bassi rispetto
a un umano, e localizzava un colpo di tosse di un
individuo in mezzo alla folla. Vista. La sua capacità
visiva notturna era... be', come quella di un gatto.
Per non parlare di più di cinquecento muscoli che
poteva azionare volontariamente.
E proprio in quel momento, ogni sua risorsa era
all'erta per rintracciare una ragazza in mezzo alla folla
brulicante del centro commerciale. Il suo sguardo
frugava i loro volti; le orecchie si drizzavano a ogni voce
giovanile; il naso passava al setaccio migliaia di odori in
cerca dell'unico identico a quello presente sulla
maglietta che aveva preso in camera di Iliana.
Si era appena immobilizzata dopo aver captato un
odore familiare, quando una voce si animò nel
ricevitore che portava all'orecchio.
«Keller, l'ho vista! Hallmark, secondo piano. Ma ci
sono anche quelli».
L'avevano trovata prima di loro.
Keller imprecò sottovoce. Poi diede le istruzioni
necessarie: «Nissa, porta la macchina sul lato ovest del
centro commerciale. Winnie, non ti muovere. Sto
arrivando».
La scala mobile più vicina era in fondo al centro. Ma
sulla piantina che aveva in mano, vide che Hallmark era
proprio sopra di lei, al livello superiore. E non poteva
perdere tempo.
Keller fletté le gambe per prendere lo slancio e
spiccò il salto.
Un unico balzo, dritto al livello superiore. Ignorò i
sussulti - e qualche grido - delle persone intorno a lei
mentre faceva scattare i muscoli. All'apice del balzo in
verticale, si afferrò alla ringhiera che delimitava il
passaggio pedonale del piano superiore. Rimase sospesa
per un secondo, poi si issò con un'agile mossa.
Altre persone si erano fermate a osservarla. Ignorò
anche quelle, scansandole per raggiungere il punto
vendita Hallmark.
Winnie era in attesa davanti al negozio accanto,
dando la schiena alla vetrina. Era di bassa statura, con
una nuvola di riccioli rossi sulla testa e un viso da
folletto. Keller si mosse nella sua direzione, attenta a
mantenersi fuori dall'orizzonte visivo del negozio
Hallmark.
«Che succede?»
«Sono in tre», le rispose Winnie con un sussurro
appena udibile. «Proprio come ha detto Nissa. Li ho
visti entrare e poi ho visto lei. L'hanno circondata, ma
visti entrare e poi ho visto lei. L'hanno circondata, ma
finora si sono limitati a parlarle». Con un guizzo degli
occhi verdi, lanciò un rapido sguardo di lato verso
Keller. «Solo tre, possiamo prenderli senza problemi».
«Già, è proprio questo che mi preoccupa. Perché
mandarne soltanto tre?».
Winnie diede una leggera scrollata di spalle. «Forse
perché sono come noi: i migliori».
Keller accusò la risposta con un battito di ciglia. Si
stava spostando di un centimetro alla volta, tentando di
allungare un'occhiata all'interno del punto vendita
Hallmark, fra le calze e gli animali imbalsamati esposti
in vetrina. Eccoli. Due tipi vestiti di nero, quasi in
uniforme, teppisti vampiri. Poi un altro, di cui Keller
riusciva a vedere solo in parte il profilo attraverso uno
scaffale di decorazioni natalizie.
E lei. Iliana. La ragazza che tutti volevano.
Era bellissima, in modo davvero incredibile. Keller
l'aveva vista in fotografia, ed era bella, ma adesso notò
che quel ritratto non le rendeva giustizia nemmeno
lontanamente.
I capelli biondo cenere e gli occhi viola rivelavano il
sangue Harman che le scorreva nelle vene. Aveva
anche fattezze così delicate e una grazia innata nei
movimenti che la rendevano piacevole da osservare,
come un gattino bianco che gioca nell'erba. Sebbene
Keller sapesse che aveva già diciassette anni, le parve
esile come una ragazzina. O una fatina. E in quel
momento era intenta ad ascoltare, con occhi grandi e
fiduciosi, qualunque cosa le stesse dicendo quel tipo di
cui intravedeva appena il profilo.
cui intravedeva appena il profilo.
Con sua grande rabbia, Keller non riuscì a cogliere
nemmeno una parola. Evidentemente stava
bisbigliando.
«E proprio lei», sussurrò Winnie dietro le spalle di
Keller, quasi in soggezione. «La Strega Bambina. È
proprio come la descrive la leggenda, proprio come
l'avevo immaginata». La voce adesso suonò indignata:
«Non posso sopportare di vederla parlare con loro. E...
blasfemo».
«Mantieni la calma», le sussurrò Keller,
continuando a osservare la scena all'interno del negozio.
«Voi streghe diventate così emotive quando si parla
delle vostre leggende».«Be', è doveroso. Lei non è solo
uno dei Poteri Selvaggi, è un'anima pura». La voce di
Winfrith tradì una nota di timoroso rispetto. «Deve
essere così saggia, gentile, lungimirante. Non posso
stare qui ad aspettare», concluse in tono più aspro. «E
non si dovrebbe permettere a quei teppisti di rivolgerle
la parola. Andiamo, Keller, possiamo occuparcene alla
svelta. Andiamo».
«Winnie, non...».
Troppo tardi. Winnie si stava già muovendo, dritta
dentro il negozio senza alcun tentativo di passare
inosservata.
Keller si lasciò sfuggire un'altra imprecazione. Ma
ormai non aveva scelta. «Nissa, tieniti pronta. La
situazione si fa emozionante», si affrettò a dire dentro
la spilla-trasmittente. Poi seguì la compagna.
Quando superò la soglia, Winnie stava puntando
verso il gruppetto intento a parlare. Di colpo allarmati, i
tre tipi alzarono lo sguardo. Keller notò l'espressione dei
loro volti e si preparò a spiccare un balzo.
Ma non arrivò mai a farlo. Prima che potesse
preparare i muscoli, il giovane che fino a quel momento
aveva solo intravisto si voltò - e cambiò ogni cosa.
Il tempo cominciò a scorrere al rallentatore. Adesso
Keller vide chiaramente il suo viso, come se avesse
avuto un anno intero per studiarlo. Non era sgradevole,
anzi, alquanto attraente. Doveva avere più o meno la
sua età; i lineamenti sembravano disegnati a pennello.
Una corporatura piccola ma solida, con muscoli visibili
anche sotto gli indumenti. I capelli neri - ispidi ma
lucidi, quasi come una pelliccia - gli ricadevano sulla
fronte in un modo volutamente in contrasto con
l'ordinata eleganza di tutto il resto.
E aveva occhi di ossidiana.
Completamente opachi. Di uno scintillante argento
nero, senza niente di chiaro o trasparente. Erano
impenetrabili. E non facevano che proiettare luce nera
su chiunque provasse a guardarvi dentro. Erano gli
occhi di un mostro, e ognuno dei cinquecento muscoli
volontari di Keller s'immobilizzò nella paura.
Non ebbe bisogno di ascoltare il ruggito di parecchi
toni più basso di qualsiasi frequenza che un orecchio
umano potesse captare. Né di vedere il vortice di
energia oscura che lo circondava come un'aura nera
bordata di fuoco. Lo sapeva già, istintivamente, e cercò
di trovare il fiato necessario per lanciare un grido
d'allarme a Winnie.
d'allarme a Winnie.
Non ne ebbe il tempo.
Riuscì solo a vedere il volto del ragazzo volgersi
verso Winnie e l'energia esplodere fuori di lui.
Non gli costò il minimo sforzo. Keller ebbe la
sensazione che fosse stato un semplice guizzo della
mente, come la coda di un cavallo che allontana una
mosca con un colpetto. Ma la forza oscura investì
Winnie e la sollevò in aria, a gambe e braccia distese,
mandandola a sbattere contro una parete coperta di
piatti e orologi in esposizione.
Lo schianto fu tremendo.
«Winnie! », gridò quasi ad alta voce Keller.
La ragazza cadde dietro il banco del registratore di
cassa, fuori del campo visivo di Keller. Non riuscì a
capire se fosse ancora viva. Urlando, la cassiera si
precipitò fuori dal bancone, rifugiandosi in fondo al
negozio. I clienti si sparpagliarono ovunque: alcuni
seguirono la cassiera, altri schizzarono in direzione
dell'uscita.
Keller indugiò sulla soglia, mentre la gente
terrorizzata le passava accanto. Poi indietreggiò
barcollando e appoggiò la schiena contro la vetrina del
negozio accanto, respirando affannosamente. Una
morsa di gelo le serrò le viscere. Un drago.
Quel ragazzo era un drago.
Capitolo 2

Si erano procurati un drago.


Il cuore le martellava nel petto. Chissà come, chissà
dove, il Popolo delle Tenebre ne aveva trovato uno e lo
aveva risvegliato. E lo avevano pagato - comprato - per
schierarsi dalla loro parte. Keller non voleva nemmeno
immaginare a quale prezzo. Un fiotto di bile le salì in
gola e inghiottì a fatica. I draghi erano i più antichi e
potenti fra i mutaforma, e i più malvagi. Si erano
addormentati tutti trentamila anni addietro, o meglio,
erano state le streghe a metterli a dormire. Keller non
sapeva con precisione come fosse successo, ma tutte le
antiche leggende riferivano che da allora il mondo era
notevolmente migliorato. E adesso ne era ricomparso
uno. Ma non doveva essere ancora completamente
sveglio. Dall'occhiata che gli aveva dato, il corpo era
ancora freddo, non irradiava molto calore. Doveva
conservare ancora una certa indolenza, non essere
mentalmente vigile.
Era l'occasione di tutta una vita.
In quell'istante Keller aveva già preso una decisione.
Non c'era tempo - né bisogno - di rifletterci su. Gli
abitanti del Mondo delle Tenebre volevano distruggere
abitanti del Mondo delle Tenebre volevano distruggere
il mondo umano. E ce n'erano tanti pronti a farlo, fra
vampiri, streghe oscure e ghoul. Ma questa era tutta
un'altra faccenda. Con un drago al loro fianco, il Mondo
delle Tenebre avrebbe facilmente annientato il Circolo
dell'Alba e tutte le altre forze che volevano salvare gli
umani dall'imminente fine del mondo. Non ci sarebbe
stata gara.
Quanto a quella ragazzina lì nel negozio, Iliana la
Strega Bambina, uno dei Poteri Selvaggi destinati a
salvare l'umanità, l'avrebbero schiacciata come un
insetto se non avesse chinato la testa davanti al drago.
Keller non poteva permettere che accadesse.
Pur continuando a seguire il filo dei propri pensieri,
Keller si stava trasformando. Era strano farlo in un
luogo pubblico, davanti alla gente. Andava contro tutte
le pratiche più profondamente radicate nel suo animo.
Ma non aveva tempo per riflettere sul da farsi.
Avvertì un senso di benessere. Era sempre così.
Una sensazione piacevolmente dolorosa, come quando
si viene liberati da una fasciatura stretta. Un sollievo.
Il suo corpo stava cambiando. Per un momento non
provò nulla, quasi non aveva consistenza. Era fluida, un
essere di pura energia, una forma non più definita della
fiamma di una candela. Era completamente... libera. Ed
ecco le spalle inarcarsi e le braccia diventare più
muscolose. Le dita si stavano ritraendo, lasciando il
posto a lunghi artigli ricurvi ed estensibili. Le gambe si
torsero, le giunture si alterarono. E dal punto sensibile
alla fine della colonna vertebrale, quel punto che
sentiva sempre incompleto quando aveva forma
umana, stava spuntando qualcosa di lungo e flessibile.
Frustò l'aria dietro di sé con gioia selvaggia.
La tuta che indossava era sparita. La ragione era
semplice: indossava solo indumenti realizzati con la
pelliccia di altri mutaforma. Persino i suoi stivali erano
ricavati dalla pelle di un mutaforma deceduto. Adesso
furono entrambi rimpiazzati dalla sua pelliccia, un
manto di velluto nero con rosette più scure. Si sentì
pienamente se stessa.
Le braccia - ora zampe anteriori - si posarono a
terra con un tonfo pesante e silenzioso. Un fremito
percorse la pelle del viso, dove baffi lunghi e sottili
stavano spuntando dalle guance. Le orecchie pelose si
tesero in posizione di all'erta.
Un ringhio rauco si sollevò dal torace, cercando la
via di fuga della gola. Ma lo soffocò - una reazione
istintiva. Fra tutti i predatori, la pantera è per natura la
migliore nel tendere gli agguati.
Anche la mossa successiva fu istintiva. Si prese un
momento per valutare la distanza fra sé e il ragazzo con
i capelli neri. Avanzò di un passo o due, le spalle basse.
Poi spiccò il balzo.
Rapido. Agile. Silenzioso. Il suo corpo era in
movimento. Saltò in altezza e in estensione, decisa a
cogliere la vittima totalmente alla sprovvista. Atterrò
sulla schiena del ragazzo, aggrappandosi con gli artigli
affilati come rasoi.
Le mascelle si chiusero sulla sua nuca. Era il tipico
modo di uccidere della pantera, con un morso alla spina
modo di uccidere della pantera, con un morso alla spina
dorsale. Il ragazzo lanciò un grido di rabbia e di dolore,
tentando di afferrarla mentre crollava a terra sotto il
peso del felino. Non sortì alcun effetto. Gli artigli erano
affondati troppo profondamente nella carne per
potersene liberare, e la pressione delle mandibole era
tale da frantumare le ossa. Un rivolo di sangue si versò
nella bocca della pantera, che lo leccò istintivamente
con la lingua ruvida e appuntita.
Altre grida. Keller era vagamente consapevole che i
vampiri la stavano attaccando, tentando di strapparla
via dal corpo del ragazzo, e che le guardie di sicurezza
stavano urlando qualcosa. Ignorò tutto il resto. Niente
era importante, se non bloccare quella preda viva sotto
gli artigli.
Sentì un improvviso brontolio provenire dal corpo
sotto di lei. Aveva una tonalità troppo bassa per essere
recepito da un orecchio umano, ma a Keller risultò sia
cupo che spaventosamente sonoro.
Poi il mondo esplose in un dolore straziante.
Il drago le aveva afferrato la pelliccia appena sopra
la spalla destra. Un'energia oscura crepitava all'interno
del suo corpo, bruciandola come fiamma viva. Era la
stessa forza oscura che aveva usato contro Winnie, solo
che adesso nasceva da un contatto diretto.
Il dolore era rovente, nauseante. Ogni terminazione
nervosa del corpo di Keller sembrava ardere, e la sua
spalla era ridotta a un solido bagliore rossastro. I
muscoli erano percorsi da spasmi involontari e un
sapore metallico le aveva riempito la bocca; ma non
mollò la presa. Resistette risolutamente, lasciando che
mollò la presa. Resistette risolutamente, lasciando che
le onde di energia percorressero il suo corpo, cercando
di distogliere la mente dalla sofferenza.
Quel che la spaventava non era solo la forza, ma
sentire la mente del drago sotto di essa. Avvertì un
terribile senso di gelo: un nucleo di odio e malvagità
irragionevoli che sembravano perdersi nelle nebbie del
tempo. Questa creatura era antica, e sebbene Keller
non sapesse dire cosa avesse a che fare con l'era
presente, sapeva su cosa era concentrata in quel
preciso momento.
Uccidere lei. Non c'era altro che gli interessava.
E naturalmente voleva riuscire nell'impresa. Keller
l'aveva intuito fin dall'inizio.
"Ma non prima che io uccida te", pensò.
Però doveva agire in fretta. Quasi certamente
c'erano altri membri del Popolo delle Tenebre
all'interno del centro commerciale. Quei tipi potevano
chiamare i rinforzi, e probabilmente li avrebbero
ottenuti.
"Non puoi... liberarti... di me", pensò.
Stava lottando per serrare le mandibole. Quel drago
era più coriaceo di un normale umano. Le mascelle di
una pantera erano in grado di frantumare il cranio di un
giovane bufalo. Proprio in quel momento, sentì i
muscoli cedere sotto i suoi denti, ma non riusciva
ancora a finirlo.
Resisti... resisti...
Un dolore cupo... accecante...
Stava perdendo conoscenza.
"Per Winnie", si disse.
Un'energia improvvisa colmò il suo essere. Il dolore
non aveva più importanza. Agitò la testa tentando di
spezzargli il collo, strattonandolo avanti e indietro con
forza.
Il corpo sotto di lei fu scosso da violenti spasmi.
Avvertì in esso un piccolo cedimento, quell'abbandono
che significava morte vicina. Keller provò un moto di
gioia selvaggia.
Poi qualcos'altro si fece strada nella sua
consapevolezza. Qualcuno la stava staccando dal drago.
Non maldestramente, come avevano provato a fare
quei teppisti. Questa persona agiva con mosse esperte,
toccando i punti di pressione per farle ritrarre gli artigli,
infilandole un dito tra le fauci, proprio sotto i corti
incisivi in mezzo ai canini micidiali.
"No!", pensò Keller. Dalla sua gola di pantera salì un
breve ringhio soffocato. Scalciò con le zampe posteriori
nel tentativo di strappare le viscere allo sconosciuto
assalitore.
No. La voce non le arrivò attraverso le orecchie. Era
nella sua mente. La voce di un ragazzo. E non tradiva
alcuna paura, nonostante il fatto che lei stesse ancora
raspando debolmente con le zampe posteriori, cercando
di ridurre il suo stomaco a striscioline sottili come
spaghetti. La voce era preoccupata e ansiosa, ma non
spaventata. Ti prego... devi lasciarlo.
Persino mentre diceva questo, continuava a
sollecitare altri punti di pressione. Keller stava già
perdendo le forze. D'un tratto, si sentì mancare, la
perdendo le forze. D'un tratto, si sentì mancare, la
presa sul drago si allentò.
E poi qualcuno la stava strattonando indietro, e d'un
tratto stava cadendo. Cinquanta chili di pantera nera
stavano atterrando su chiunque l'avesse tirata via con
la forza.
Un senso di vertigine...
La vista si annebbiò, il corpo sembrò diventare di
gomma. Trovò appena la forza sufficiente per girare la
testa verso il ragazzo che l'aveva strappata dalla sua
preda.
Chi era stato? Chi?I suoi occhi incontrarono lo
sfavillio di due iridi di oro verde.
Quasi gli occhi di un leopardo, e diedero a Keller una
scossa. Ma il resto del ragazzo era diverso: capelli
biondo scuro su un viso alquanto pallido e teso e
lineamenti scolpiti alla perfezione. Un umano,
naturalmente. E lo scintillio intenso di quegli occhi
sembrava comunicare preoccupazione piuttosto che
ferocia animale.
Non molte persone potevano sostenere in quel
modo lo sguardo di una pantera infuriata.
Udì ancora la sua voce mentale. Stai bene?
E poi, solo per un istante, accadde qualcosa. Fu
come se si fosse aperto un varco in una barriera. Keller
sentì nella testa non solo la voce del ragazzo, ma la sua
preoccupazione. Sentì... lui.
II suo nome... Galen. "Ed è qualcuno nato per
comandare", pensò. "Capisce gli animali. Un altro
mutaforma? Ma non riesco a intuire in quale animale si
trasforma. E non c'è alcun sentore di sete di sangue...".
trasforma. E non c'è alcun sentore di sete di sangue...".
Non capiva, e il suo cervello di pantera non era nelle
condizioni migliori per tentare: era arenato nel qui e
ora, e non voleva altro che finire quel che aveva
iniziato.
Distolse lo sguardo da Galen e lo fissò sul drago.
Sì, era ancora vivo, ma gravemente ferito. Un lieve
ringhio affiorò dalla gola di Keller. Anche i teppisti
vampiri erano ancora vivi; uno stava sollevando il ferito
da terra per trascinarlo via.
«Andiamo!», stava gridando con la voce resa
stridula dal panico. «Prima che il felino si
riprenda...».«La ragazza!», disse il secondo vampiro.
«Non abbiamo la ragazza». Si guardò intorno. Iliana era
ferma accanto a un espositore di statuine di porcellana,
graziosa e pallida come tutti gli altri. Si era portata
entrambe le mani alla gola e sembrava in stato di
shock.
Il secondo vampiro si mosse nella sua direzione.
"No", pensò Keller. Ma non riuscì a muovere le
zampe. Non le rimase che giacere a terra inerte e
osservare la scena con occhi fiammeggianti.
«No!», gridò qualcuno accanto a lei, questa volta ad
alta voce. Galen era scattato in piedi e si era messo fra
il vampiro e Iliana.
Il vampiro stirò la bocca in un sorriso
particolarmente sgradevole. «Non hai l'aria di un gran
lottatore, bel ragazzino».
Non era del tutto vero, lo corresse mentalmente
Keller. Galen non era bello; era splendido. Con quei
capelli biondi e la sua carnagione, sembrava un principe
uscito da un libro di fiabe. Un principe giovane e
alquanto inesperto. Ma mantenne la sua posizione, con
espressione decisa e risoluta.
«Non ti permetterò di darle fastidio», gli intimò.
"Chi diamine è questo ragazzo?", si domandò Keller.
Anche Iliana, pallida e con gli occhi sgranati, alzò lo
sguardo verso di lui. E Keller la vide... sciogliersi.
L'espressione tesa del viso si addolcì, le labbra si
schiusero. Gli occhi ebbero un fremito di luce. Poco
prima la ragazza si era irrigidita per il terrore di fronte
al vampiro, ma adesso il suo corpo si era un po'
rilassato. Di certo Galen aveva tutta l'aria del paladino
difensore, a differenza di Keller. Era pulito e in ordine,
tanto per dirne una. Il manto di Keller, invece, era
imbrattato di sangue, suo e del drago. Per di più, non
riusciva a soffocare piccoli ringhi rauchi di rabbia e
disperazione, esibendo zanne gocciolanti e un muso
macchiato di rosso.
Peccato che quel ragazzo stava per essere
massacrato.
Non era un lottatore. Keller aveva letto nella sua
mente e sapeva che non aveva l'istinto di una tigre. Il
vampiro l'avrebbe fatto a pezzi.
Il vampiro si mosse verso di lui.
E una voce dall'entrata del negozio disse: «Fermo
dove sei».
Capitolo 3

Keller girò di colpo la testa.


Nissa era ferma lì, calma e imperturbabile come
sempre, con una mano posata sul fianco. I corti capelli
color visone non erano nemmeno arruffati; gli occhi,
forse di un paio di tonalità più scuri, erano seri.
Nell'altra mano impugnava un bastone da
combattimento di legno duro, con una punta micidiale.
Keller emise un lieve brontolio di sollievo. Non ci si
poteva aspettare che Nissa fosse ricca d'inventiva, la
sua mente non funzionava in quel modo. Ma su
qualsiasi questione di logica era imbattibile, e aveva
nervi d'acciaio. Particolare non insignificante in quel
preciso momento, era una eccellente lottatrice.
«Se hai voglia di giocare, perché non provi con
me?», lo stuzzicò, roteando il bastone da
combattimento con mosse veloci ed esperte. Il legno
sibilò disegnando una figura complicata nell'aria, e finì il
suo numero con naturalezza sulla spalla della ragazza.
Nissa puntò lentamente l'estremità acuminata verso la
gola del vampiro.«E non dimenticarti che ci sono
anch'io». La voce arrivò da dietro il bancone e suonò
rauca e malferma, ma ancora risoluta. Winnie si stava
rauca e malferma, ma ancora risoluta. Winnie si stava
tirando su in piedi. Un colpo di tosse, poi raddrizzò le
spalle fronteggiando il vampiro. Un bagliore arancio di
energia pulsante divampò fra le sue mani a coppa.
Potere di strega.
"Sei viva", si rallegrò Keller, con un lampo di sollievo
negli occhi.
Lo sguardo del vampiro si spostò da una ragazza
all'altra. Poi si posò su Keller, distesa su un fianco, che
tentava debolmente di articolare le zampe. La coda
frustava furiosamente l'aria.
«Andiamo!», gridò l'altro vampiro, barcollante sotto
il peso del drago mentre cercava di guadagnare l'uscita.
«Portiamo Azhdeha fuori di qui. È lui la cosa più
importante».
Il primo vampiro esitò un istante, poi girò sui tacchi
e si precipitò dietro al compagno. Insieme, trascinarono
in fretta il drago fuori dal negozio.
Poco dopo erano spariti.
Con un ultimo ringhio affannoso, Keller cominciò a
ritrasformarsi. Questa volta si sentì come una lumaca
che scivola fuori dal guscio. Gli artigli sparirono, la coda
si atrofizzò e il corpo si ridusse nella sua forma umana.
«Capo! Tutto bene?». Winnie le si avvicinò, ancora
instabile sulle gambe.
Keller alzò la testa e i capelli neri ricaddero su
entrambi i lati del viso. Si sollevò irrigidendo le braccia
e si guardò intorno, valutando attentamente la scena. Il
negozio era tranquillo. Ed era anche ridotto a uno
sfacelo. L'impatto di Winnie contro la parete aveva
fatto crollare a terra la maggior parte dei piatti
decorativi e degli orologi esposti. C'erano decorazioni
natalizie sparse ovunque, piccoli frammenti scintillanti
di colore rosso, verde e viola. Era come trovarsi dentro
un gigantesco caleidoscopio. All'esterno, regnava la
confusione. Lo scontro era durato soltanto cinque
minuti, ma per tutto il tempo la gente non aveva fatto
che gridare e scappare dal negozio. Keller aveva notato
ogni dettaglio, ma lo aveva archiviato nella propria
mente come trascurabile: non c'era niente che avrebbe
potuto fare. Adesso, agenti della sicurezza
convergevano da ogni parte verso il negozio, e qualcuno
aveva sicuramente chiamato la polizia.
Fece ancora forza sulle braccia e riuscì ad alzarsi in
piedi.
«Nissa». Le faceva male la gola a parlare. «Dov'è la
macchina?»
«Proprio qui». Nissa indicò il pavimento.
«Direttamente sotto di noi, parcheggiata fuori del
negozio di biscotti Mrs. Fields».
«Ok. Portiamo fuori Iliana». Keller guardò la
ragazza con i capelli lucidi che fino a quel momento non
aveva pronunciato una sola parola. «Te la senti di
camminare?».
Iliana la fissò, senza aprire bocca. Scioccata e
spaventata, ne dedusse Keller. Be', sono successe
parecchie cose negli ultimi minuti.
«So che tutto questo potrà sembrarti assurdo, e
probabilmente ti starai chiedendo chi siamo. Ti
spiegherò tutto. Ma adesso dobbiamo andarcene di
spiegherò tutto. Ma adesso dobbiamo andarcene di
qui. Ok?». Iliana si ritrasse lievemente, scossa da un
tremito. Non proprio un'eroina, pensò Keller. Né svelta
di comprendonio. Ma poi decise di essere stata ingiusta.
Quella ragazza era la Strega Bambina, indubbiamente
aveva poteri nascosti.
«Coraggio». Galen si rivolse gentilmente a Uiana.
«Ha ragione; qui non sei al sicuro».
Iliana lo guardò con aria assorta, sembrò sul punto
di dargli ragione; poi, scossa da un fremito, chiuse gli
occhi e svenne.
Galen la afferrò prima che cadesse a terra.
Keller era senza parole.
«E troppo pura per affrontare situazioni del
genere», intervenne Winnie in sua difesa. «La violenza
e tutto il resto. Non significa essere fifoni».
Fu in quel preciso momento che Keller cominciò a
nutrire i primi seri dubbi sul nuovo Potere Selvaggio.
Galen abbassò gli occhi sulla ragazza abbandonata
fra le sue braccia come un giglio spezzato, e guardò
Keller.
«Io...».
«Tu porta lei; noi ti circonderemo per proteggervi»,
lo interruppe Keller. Era consapevole che i suoi capelli
erano ridotti a una massa arruffata, a un ciclone
burrascoso intorno al viso; che la tuta lucida era
strappata e sporca, e che la sua mano stringeva ancora
la spalla destra pulsante di dolore. Ma doveva aver
conservato la sua aria autoritaria, perché Galen non
disse una parola; si limitò a fare sì con la testa e si
diresse verso l'uscita. Nissa gli fece da apripista, Winnie
diresse verso l'uscita. Nissa gli fece da apripista, Winnie
e Keller da retroguardia. Erano pronte a combattere,
ma quando gli agenti della sicurezza armati di
ricetrasmittenti videro Nissa roteare il bastone, si
ritirarono in buon ordine. Le altre persone, spettatori
curiosi attirati dal trambusto, non solo si ritirarono ma
scapparono a gambe levate, gridando.
«Andiamo», li incitò Keller. «Veloci. Adesso».
Raggiunsero il punto vendita Mrs. Fields senza che
nessuno tentasse di fermarli.
Una ragazza con un grembiule rosso si appiattì
contro la parete mentre si infilavano dietro il bancone e
passavano nel retro del negozio, pieno di forni di
dimensioni industriali. Un ragazzo alto e dinoccolato
lasciò cadere a terra un vassoio di metallo,
disseminando sul pavimento i panetti di pasta cruda.
Continuarono a farsi strada verso la porta sul retro,
dove c'era la macchina, una limousine bianca in sosta
vietata lungo il marciapiede. Nissa tirò fuori un
portachiavi e premette un pulsante, e Keller udì lo
scatto di sblocco delle portiere.
«Dentro!», disse a Galen. Il ragazzo ubbidì. Winnie
girò intorno alla vettura per salire dall'altro lato, e Nissa
scivolò al posto di guida. Keller si infilò per ultima
nell'abitacolo, sibilando un «Andiamo!» mentre
chiudeva la portiera.
Nissa partì in quarta.
La limousine schizzò in avanti come un delfino,
proprio mentre un furgone della vigilanza guadagnava
terreno alle loro spalle e una macchina della polizia
compariva proprio davanti a loro. Nissa era un'autista
eccellente. La limousine deviò con uno stridio di gomme
e svicolò fuori da un'altra uscita dell'area di parcheggio.
Una seconda vettura della polizia puntò su di loro con le
sirene accese, mentre Nissa filava a zigzag in mezzo al
traffico. Un altro colpo di acceleratore, e la limousine
schizzò in avanti. La rampa di accesso alla superstrada
si defilò davanti a loro.
«Reggetevi», bofonchiò Nissa.
Stavano oltrepassando la rampa, l'avevano
superata. No, ancora no. All'ultimo istante, le ruote
della limousine stridettero tracciando un angolo di
novanta gradi, sballottando rudemente i passeggeri.
Keller soffocò una smorfia di dolore mentre la spalla
ferita sbatteva contro il finestrino. Ma eccoli sfrecciare
sulla rampa e imboccare la superstrada.
Un lieve ticchettio sul parabrezza annunciò le prime
gocce di pioggia. Sporgendosi in avanti per guardare
oltre la spalla di Nissa, Keller se ne rallegrò. Con quella
pioggia gelida e la nebbia grigia e fitta, probabilmente
nessun elicottero avrebbe dato loro la caccia. La grossa
vettura superò rombando le altre macchine che
occupavano la carreggiata; Winnie tenne lo sguardo
fisso sul lunotto posteriore, mormorando un sortilegio
per confondere e ritardare qualsiasi tentativo di
inseguimento.
«Li abbiamo seminati», disse Nissa. Keller si
abbandonò contro lo schienale con un sospiro di
sollievo. Per la prima volta da quando era entrata nel
centro commerciale, permise a se stessa di rilassarsi
centro commerciale, permise a se stessa di rilassarsi
veramente.
"Ce l'abbiamo fatta".Nello stesso istante, Winnie si
girò e batté il pugno sul sedile posteriore. «Ce l'abbiamo
fatta! Keller... abbiamo il Potere Selvaggio! Noi...». La
voce si spense appena vide l'espressione sul volto di
Keller. «E, be'... credo di aver disobbedito agli ordini».
Stavolta, il pugno che diede al sedile fu un gesto
d'imbarazzo; chinò di colpo la testa biondo rossiccia.
«Ehm, sono desolata, capo».
«Fai bene a esserlo», replicò Keller. Sostenne lo
sguardo di Winnie per un momento, poi aggiunse:
«Potevi farti uccidere, strega, e senza alcun valido
motivo».
Winnie fece una smorfia. «Lo so. Ho fallito. Mi
spiace». Ma subito sorrise timidamente a Keller. La sua
squadra sapeva come prenderla.
«Anch'io sono desolata, capo», intervenne Nissa dal
sedile anteriore, lanciandole un'occhiata di sbieco con i
suoi occhi scuri. «Non avrei dovuto lasciare la
macchina».
«Ma hai pensato che avremmo avuto bisogno di una
mano», concluse per lei Keller con un cenno di
apprezzamento, incontrando lo sguardo di Nissa nello
specchietto retrovisore. «Sono contenta che tu lo abbia
fatto».
Un leggero rossore di soddisfazione colorò le guance
dell'autista.
Galen si schiarì la gola.
«Ehm, perché lo sappiate, anch'io sono desolato.
Non intendevo partire alla carica in quel modo nel bel
Non intendevo partire alla carica in quel modo nel bel
mezzo della vostra operazione».
Keller lo guardò.
Il ragazzo stava sorridendo appena, con una certa
esitazione, come aveva fatto Winnie. Un sorriso
gradevole. Un angolo della bocca s'incurvava con
naturalezza verso l'alto, dandogli un'aria birichina in
quel momento estremamente serio. Gli occhi d'oro
verde erano spiacenti e speranzosi allo stesso tempo.
«A proposito, chi sei?», gli domandò Winnie
scrutandolo dall'alto in basso, sbattendo le lunghe ciglia
nere.«Ti ha mandato il Circolo dell'Alba? Pensavo che
fossimo sole a svolgere questa missione».
«È così, infatti. Faccio parte del Circolo dell'Alba, ma
non sono stati loro a mandarmi. Solo che... be', ero fuori
dal negozio, e non ho potuto restare lì fermo a
guardare...». La voce si spense. E anche il sorriso. «Sei
proprio arrabbiata, eh?», disse rivolgendosi a Keller.
«Arrabbiata?». Fece un lento sospiro. «Sono
furiosa».
Il ragazzo batté le palpebre, imbarazzato. «Io
non...».
«Tu mi hai fermata, quando avrei potuto
ucciderlo!».
Gli occhi d'oro verde si spalancarono scioccati, e
come ricordando il dolore. «Ma lui stava uccidendo te».
«Lo so», rispose Keller con rabbia. «Non ha
importanza quel che succede a me. Il fatto è che lui
adesso è libero. Non hai capito chi è?».
Winfrith assunse un'aria grave. «Io non so chi sia.
Mi ha colpita con qualcosa di poderoso. Energia pura,
come quella che uso io, ma cento volte più potente».
«E un drago», disse Keller. Notò le spalle di Nissa
irrigidirsi, mentre Winnie scuoteva la testa, incredula.
«Una specie di mutaforma che non si è vista nei paraggi
da circa trentamila anni».
«Può trasformarsi in un drago}».
Keller non sorrise. «No, no di certo. Non essere
sciocca. Non so cosa sia in grado di fare, ma è un drago.
Dentro di sé». Winnie divenne di colpo inquieta appena
la risposta cominciò a farle effetto. Keller tornò a
rivolgersi a Galen.«E tu hai permesso che un essere
simile rimanesse a piede libero nel mondo. Era l'unica
occasione per eliminarlo, nessuno riuscirà a coglierlo di
nuovo di sorpresa. Questo significa che tutto quel che
combinerà da ora in poi sarà colpa tua».
Galen chiuse gli occhi, come stordito. «Mi spiace. Ma
quando ti ho vista... non potevo lasciarti morire...».
«Io non sono indispensabile. Non so chi sei, ma sono
pronta a scommettere che anche tu non sei
indispensabile. L'unica a essere indispensabile, qui, è
lei». Keller indicò Iliana, distesa in una nuvola di capelli
biondo cenere sul sedile accanto a Galen. «E se credi
che quel drago non intenda provare di nuovo a rapirla,
sei pazzo. Sarei stata felice di morire sapendo di averla
liberata dalle sue grinfie».
Galen aveva spalancato di nuovo gli occhi, e Keller
aveva notato in essi una scintilla quando gli aveva detto
"non so chi sei". Ma alla fine, il ragazzo le disse, con
calma: «Non sono indispensabile. E sono desolato. Non
calma: «Non sono indispensabile. E sono desolato. Non
pensavo...».
«Proprio così! Non hai pensato! E adesso il mondo
intero dovrà soffrire».
Galen ammutolì, appoggiandosi allo schienale.
Keller si sentì strana: non le dispiaceva avergliele
cantate, si disse. Era quel che si meritava.
Ma il volto del ragazzo era impallidito, l'espressione
tetra, come se non solo avesse compreso quel che lei gli
aveva detto, ma ci avesse riflettuto sopra. E il dolore
che colmava il suo sguardo era quasi insopportabile.
Bene, si complimentò con se stessa Keller. Ma poi
ricordò il momento in cui aveva letto nella sua mente:
un luogo pieno di luce, caldo e aperto, senza recessi bui
o baratri insidiosi. Ora tutto questo sarebbe svanito,
lasciando il posto a un crepaccio oscuro, pieno di orrore
e vergogna. Un marchio che si sarebbe portato dietro
per il resto della vita.
"Bene, benvenuto nella realtà", pensò Keller; ma
sentì la gola serrarsi in una morsa dolorosa. Stizzita,
decise di guardare fuori dal finestrino.
«Vedi, è fondamentale per noi tenere Iliana al
sicuro», Winfrith stava tranquillamente spiegando a
Galen. Il ragazzo non ne chiese il motivo, e Keller aveva
già notato prima che non aveva chiesto come mai Iliana
fosse indispensabile. Ma Winnie volle dirglielo
comunque. «Lei è uno dei Poteri Selvaggi. Sai chi
sono?»
«E chi non lo sa al giorno d'oggi?», le rispose quasi in
un sussurro.
«Be', la maggior parte degli umani, per esempio. Ma
«Be', la maggior parte degli umani, per esempio. Ma
lei non è semplicemente uno dei Poteri Selvaggi: è la
Strega Bambina. Una persona che noi streghe abbiamo
aspettato per secoli. Le profezie dicono che riunirà i
mutaforma e le streghe. Sposerà il discendente della
Prima Dinastia dei mutaforma, e le due razze saranno
unite, e tutti i mutaforma entreranno nel Circolo
dell'Alba, e riusciremo così a evitare la fine del mondo
allo scadere del millennio». Winnie era ormai senza
fiato. Piegò di lato la massa di capelli biondo rossicci.
«Non sembri sorpreso. Chi sei Non lo hai ancora detto
esplicitamente».
«Io?», disse, con lo sguardo perso in lontananza.
«Non sono nessuno, se paragonato a voi». Poi, con un
sorrisetto beffardo che non raggiunse i suoi occhi,
concluse: «Non sono indispensabile».
Nissa lanciò un'occhiata preoccupata a Keller nello
specchietto retrovisore. Il capo si limitò a scrollare le
spalle. Certo, Winnie stava raccontando un po' troppe
cose a quel ragazzo non indispensabile. Ma non aveva
importanza. Non era dalla parte del nemico e, a ogni
modo, il nemico sapeva già tutto quel che aveva detto
Winnie. Avevano già identificato in Iliana il terzo Potere
Selvaggio; la presenza del drago ne era la prova. Non lo
avrebbero inviato se non ne avessero avuto la certezza.
Comunque, era ora di liberarsi di questo ragazzo
guastafeste. Di certo non potevano portarlo nel rifugio
sicuro destinato a ospitare Iliana.
«Ci sta seguendo qualcuno?», volle sapere Keller.
Nissa scosse la testa. «Li abbiamo seminati
chilometri fa».
«Sei sicura?»
«Assolutamente sicura».
«Ok. Prendi un'uscita qualunque, e facciamolo
scendere». Si rivolse a Galen: «Spero che troverai la
strada per tornare a casa».
«Voglio venire con voi».
«Spiacente. Abbiamo cose importanti da fare». Non
ebbe bisogno di aggiungere "e non sono affari che ti
riguardano" .
«Senti». Galen fece un profondo respiro. Il volto
pallido era teso e stanco, come se avesse perso tre notti
di sonno da quando era salito a bordo della limousine. E
negli occhi c'era qualcosa di molto simile alla
disperazione. «Devo venire con voi. Devo aiutarvi,
tentare di rimediare al mio errore. Devo farlo adesso».
«Non puoi», ribatté Keller, in tono ancor più brusco
di quanto avrebbe voluto. «Non sei qualificato, e non sei
coinvolto in tutto questo. Sei inutile».
Galen la guardò. Nei suoi occhi non c'era alcun
disaccordo con quel che lei aveva appena detto, ma in
qualche modo, per un solo momento, la fecero sentire
piccola. Quegli occhi d'oro verde erano esattamente
l'opposto delle pupille opache del drago. Keller poté
leggere dentro di loro, addentrarsi in profondità abissali
piene di luce, e non vi trovò che disperazione. Una
sofferenza cosi grande che ne rimase sconvolta.
Sapeva che doveva costargli molto esporsi così
davanti a lei, mostrarsi in modo così schietto e
vulnerabile. Ma continuò a fissarla senza abbassare gli
vulnerabile. Ma continuò a fissarla senza abbassare gli
occhi.
«Non capisci», riprese con calma. «Devo aiutarvi.
Devo almeno tentare. So che non sono un lottatore del
vostro livello. Ma io...». Esitò. «Non volevo dire
questo...».
In quel momento, Iliana gemette e si tirò su a
sedere.
O cercò di farlo. Non ci riuscì del tutto: si portò una
mano alla testa e cominciò a cadere sul sedile.
Galen la sostenne passandole un braccio intorno alle
spalle.
«Stai bene?», le domandò Keller. La ragazza si piegò
in avanti, cercando di mettere a fuoco il viso
dell'interlocutrice. Anche Winnie si era sporta in avanti,
con espressione ansiosa.
«Come ti senti? Non sei ferita, vero? Sei solo
svenuta per lo shock».
Iliana si guardò intorno nell'abitacolo. Sembrava
totalmente confusa e disorientata. Keller fu di nuovo
colpita dalla bellezza soprannaturale della ragazza.
Vista così da vicino, sembrava un fiore, o forse una
ragazza fatta di fiori. La pelle era rosea come i fiori di
pesco e gli occhi avevano la vaga tonalità blu di un iris. I
capelli ricordavano la barba del granturco, sottili e
lucidi anche in quella luce fioca. Le mani erano piccole e
graziose, le dita lievemente flesse come petali in una
corolla.
«È un tale onore conoscerti», disse Winnie, poi la
sua voce assunse un tono formale mentre pronunciava
il tradizionale saluto delle streghe. «Unità, Figlia di
il tradizionale saluto delle streghe. «Unità, Figlia di
Hellewise. Io sono Winfrith Arlin». Le sorrise,
formando due fossette nelle guance. «In realtà Arlin
significa "braccio di luce". La mia famiglia è una delle
più antiche, quasi quanto la tua».
Iliana continuava a fissarla. Poi i suoi occhi si
spostarono sulla nuca di Nissa, e infine scivolarono sul
viso di Keller.
Dopo aver inspirato profondamente, la ragazza
cominciò a gridare.
Capitolo 4

Winnie restò a bocca aperta.


«Tu... tu... stai lontana da me!», urlò Iliana, prima di
prendere un altro respiro e ricominciare a strillare.
"Però, ha dei buoni polmoni", pensò Keller. Le grida
non erano solo sonore, ma anche laceranti e acute
quanto bastava per rompere un vetro. Per i timpani
sensibili di Keller fu come se qualcuno tentasse di
forarli con un punteruolo da ghiaccio.
«Voi! Tutti quanti!», riprese Iliana, con le mani tese
per tenerli alla larga. «Lasciatemi andare! Voglio
andare a casa!».
Il viso di Winnie si addolcì un poco. «Certo, lo credo
bene. Ma, capisci, la tua casa non è un posto sicuro. Ti
porteremo dove sarai più...».
«Mi avete rapita! Oh, Dio, sono stata rapita. I miei
genitori non sono ricchi. Cosa volete».
Winnie guardò Keller in cerca di aiuto.
L'amica stava osservando il loro prezioso Potere
Selvaggio con aria torva. Quella ragazza non
prometteva nulla di buono.«Non è affatto come tu
prometteva nulla di buono.«Non è affatto come tu
pensi», le disse, mantenendo il tono della voce calmo e
controllato, cercando di aprirsi un varco nella sua
isteria.
«Tu... non osare nemmeno rivolgermi la parola!».
Iliana agitò convulsamente una mano davanti a Keller.
«Ti ho vista. Ti sei trasformata. Eri un mostro! C'era
sangue dappertutto - hai ucciso quell'uomo». Nascose il
volto fra le mani e cominciò a singhiozzare.
«No, non è un mostro». Winnie posò una mano sulla
spalla della ragazza sconvolta, «E a ogni modo, è stato
lui ad attaccare me».
«Non è vero. Non ti ha nemmeno toccata», replicò
smozzicando le parole.
«Non mi ha toccata, no, ma...». Winnie
s'interruppe, non sapendo come spiegare l'accaduto. Poi
tentò di nuovo: «Non con le mani, ma..,».
Nel sedile anteriore, Nissa scosse la testa con aria
divertita. «Capo...».
«Ho capito tutto», tagliò corto Keller.
Le cose si stavano complicando. Iliana non sapeva
nemmeno che quel tipo era un drago. Non aveva visto
altro che un ragazzo che si era avvicinato a parlare con
lei, una ragazza volare inspiegabilmente contro una
parete e una pantera che aveva attaccato senza essere
stata provocata.
Cominciava a darle il mal di testa.
«Voglio andare a casa», ripeté Iliana.
All'improvviso e con velocità insospettata, allungò la
mano per afferrare la maniglia della portiera. Ci vollero
i riflessi felini di Keller per bloccarla, e quella mossa le
costò un'altra fitta lancinante alla spalla ferita.
Stranamente, nello stesso istante, un'espressione
sofferente balenò sul volto di Galen. Il ragazzo tese una
mano e costrinse delicatamente Iliana a poggiarsi
contro lo schienale.
«Ti prego, non farlo», le disse. «So che ti sembrerà
tutto molto strano, ma devi riconsiderare quanto è
accaduto. Quel tipo che stava parlando con te - lui
voleva ucciderti. E Keller ti ha salvata. Adesso vogliono
portarti in un posto sicuro e spiegarti ogni cosa».
Iliana sollevò la testa per guardarlo. Lo fissò a lungo.
Alla fine parlò, quasi in un sussurro: «Di te posso
fidarmi. Lo sento».
"Davvero?", si chiese Keller. Era in grado di leggere
qualcosa nei suoi occhi, oppure vedeva in lui soltanto un
bel ragazzo biondo dalle lunghe ciglia?
«Allora andrai con lei?», volle sapere Galen.
Iliana deglutì a fatica, tirò su col naso e, finalmente,
fece cenno di sì. «Solo se vieni anche tu. E solo per poco
tempo. Dopo di che, voglio tornare a casa».
Il viso di Winfrith si distese ulteriormente. Keller
smise di fare la guardia alla portiera, ma non era affatto
contenta.
«Andiamo dritti al rifugio, capo?», le chiese Nissa,
riportando la macchina in direzione della superstrada.
Keller annuì gravemente. «Hai vinto tu», disse,
lanciando un'occhiata a Galen. Non c'era altro da
aggiungere. La ragazza l'avrebbe seguita solo se c'era
anche lui. E questo lo rendeva un membro della
anche lui. E questo lo rendeva un membro della
squadra.
Per il momento.
Galen accennò un sorriso. In esso non c'era alcuna
traccia di autocompiacimento, ma Keller non poté fare a
meno di lanciargli un'altra occhiata.
Niente stava andando come avrebbe voluto. Forse
Winnie poteva fidarsi ancora della sua Strega Bambina,
ma i dubbi di Keller si erano ormai concretizzati.
"Siamo tutti in un gran bel guaio", pensò.
E c'era un drago che avrebbe potuto mettersi sulle
loro tracce da un momento all'altro. Quanto tempo ci
voleva perché un drago recuperasse le forze?
"Davvero un bel guaio", si ripeté Keller.
Il rifugio era un indefinibile cottage di mattoni. Era
di proprietà del Circolo dell'Alba, e nessuno del Mondo
delle Tenebre sapeva della sua esistenza.
in teoria, ovviamente. In pratica, nessun luogo era
sicuro. Nascosta la limousine sotto una tettoia coperta
di edera sul retro, Keller telefonò al quartier generale
del Circolo dell'Alba e disse a Winnie di erigere delle
difese intorno alla casa.
«Non saranno poi così solide», disse Winnie. «Ma ci
segnaleranno se qualcuno tenta di superarle». Si mise
subito al lavoro, facendo cose da strega alle porte e alle
finestre.
Nissa fermò Keller, già partita per il suo giro
d'ispezione. «Sarà meglio dare un'occhiata alla tua
spalla».
«E a posto».
«Riesci a stento a muoverla».
«Riesci a stento a muoverla».
«Ce la farò. Tu occupati di Winnie; l'impatto contro
quella parete è stato piuttosto violento».
«Winnie è ok; ho già controllato. E... Keller, solo
perché sei il capo della squadra non significa che sei
invulnerabile. Qualche volta puoi accettare di essere
aiutata».
«Non abbiamo tempo da perdere con mei». Keller
tornò nel soggiorno.
Aveva lasciato Diana sotto l'occhio vigile di Galen. In
realtà non gli aveva dato espressamente quell'incarico,
ma li aveva lasciati insieme da soli. Adesso notò che il
ragazzo aveva preso una bevanda dolce a base di
estratti di radici dal frigorifero e alcuni fazzoletti di
carta dal bagno. Iliana era rannicchiata sul divano, con
la bibita in una mano e si asciugava gli occhi con l'altra.
Ogni minimo rumore la faceva sobbalzare.
«Ok, ora cercherò di spiegarti», cominciò Keller
avvicinando un'ottomana. Winnie e Nissa si sedettero in
silenzio dietro di lei. «Immagino che la prima cosa di cui
dovrei parlarti è il Mondo delle Tenebre. Non sai cosa
sia, vero?».
Iliana scosse la testa.
«Quasi tutti gli umani non lo sanno. E
un'organizzazione, la più grande organizzazione
clandestina al mondo. E costituita da vampiri e
mutaforma, e streghe... be', le streghe adesso no. Solo
alcune fra le streghe più oscure del Circolo della
Mezzanotte ne fanno ancora parte. Il resto ha preferito
la secessione».
«Vampiri...», mormorò Iliana.
«Come Nissa», si affrettò a dire Keller. Nissa
sorrise, un raro sorriso aperto che mise in luce i denti
affilati. «E Winnie è una strega. Quanto a me, hai visto
cosa sono. Ma noi facciamo tutte parte del Circolo
dell'Alba, un'organizzazione per tutti coloro che vogliono
cercare di vivere insieme e in pace».
«La maggior parte del Popolo delle Tenebre detesta
gli umani», intervenne Winnie. «Le loro uniche leggi
sono che non puoi parlare agli umani del Mondo delle
Tenebre e non puoi innamorarti di uno di loro».
«Ma anche gli umani possono entrare nel Circolo
dell'Alba», aggiunse Keller.«Ed è per questo che volete
me?». Iliana appariva confusa.
«Be', non esattamente». Keller si passò una mano
sulla fronte. «Senti, la cosa principale che devi sapere
riguardo al Circolo dell'Alba è ciò che sta cercando di
fare in questo momento. Cosa cerca di impedire».
Keller fece una pausa, ma non c'era un modo semplice
per dire quel che doveva dire: «La fine del mondo».
«La fine del mondo».
Keller non sorrise, non batté ciglio; si limitò ad
aspettare mentre Iliana continuava a farfugliare
qualcosa col fiato corto, guardando Galen come l'ultima
spiaggia della sanità mentale. Quando finalmente si
calmò, Keller proseguì il discorso.
«Il millennio è vicino. Il suo arrivo segnerà l'inizio di
un periodo di oscurità. I vampiri non vedono l'ora:
desiderano l'oscurità per spazzare via la razza umana.
Pensano di assumere il controllo».
Pensano di assumere il controllo».
«La fine del mondo», ripeté Iliana.
«Sì. Posso dartene la prova, se vuoi. In questo
momento si stanno verificando eventi di ogni sorta che
possono dimostrarlo. Il mondo sta precipitando nel
caos, e presto sarà distrutto. Ma la ragione per cui
abbiamo bisogno di te è per via delle profezie».
«Voglio andare a casa».
"Naturale", pensò Keller. Per un momento, ebbe
profonda compassione per lei. «Come questa», e la citò:
Quattro si frappongono tra la luce e le tenebre, i
quattro del fuoco blu, col potere nel sangue. Nati
nell'anno della visione della Vergine cieca; se ai quattro
manca uno, l'oscurità trionferà.« Non so davvero di
cosa stai parlando...».
«Quattro Poteri Selvaggi», proseguì Keller
inesorabilmente. «Quattro persone con un dono
speciale, che nessun altro possiede. Ognuna di loro nata
diciassette anni fa. Se - e solo se - il Circolo dell'Alba
potrà portarli a collaborare tutti e quattro insieme
allora potremo respingere le tenebre».
Iliana stava scrollando la testa, allontanandosi anche
da Galen. Alle spalle di Keller, Winnie e Nissa si
alzarono in piedi e si avvicinarono. La fronteggiarono in
un unico blocco compatto.
«Mi spiace», disse Keller. «Non puoi sottrarti. Sei
parte di questo destino. Sei uno dei Poteri Selvaggi».
«E dovresti esserne felice», proruppe Winnie,
incapace di tenere ancora la bocca chiusa. «Contribuirai
a salvare il mondo. Hai presente quel che ho fatto nel
punto vendita Hallmark? La fiamma arancione?».
punto vendita Hallmark? La fiamma arancione?».
Chiuse le mani a coppa. «Bene, tu sei piena di fuoco
azzurro. Ed è molto più potente; nessuno sa con
certezza cosa sia in grado di fare».
Iliana allargò le braccia. «Mi spiace, davvero. Ma
voi ragazzi siete matti, e avete preso la persona
sbagliata. Cioè, forse non siete completamente matti.
Quel che è successo al centro commerciale...».
S'interruppe, deglutendo a fatica. «Ma io non ho niente
a che fare con tutto questo». Chiuse gli occhi, come se il
gesto potesse riportarla alla realtà. «Non sono nessun
Potere Selvaggio», disse con voce più ferma. «Sono solo
una ragazzina umana...».
«A dire il vero, no», si oppose Nissa.«Tu sei una
strega perduta», intervenne Winnie. «Sei una Harman.
Una Hearth-Woman. È la famiglia più famosa di
streghe; sono come... hanno dignità regale. E tu sei la
più famosa di tutte loro. Sei la Strega Bambina. Ti
stavamo aspettando».
Keller si agitò irrequieta. «Winnie, forse non c'è
bisogno che tu le dica tutto in una volta».
Ma Winnie era partita in quarta. «Sei colei che è
destinata a riunire i mutaforma e le streghe. Sposerai
un principe dei mutaforma, e allora saremo tutti così»,
concluse, sollevando due dita intrecciate.
Iliana la fissò sbalordita. «Ho solo diciassette anni.
Non intendo sposare nessuno».
«Be', puoi fare una cerimonia di fidanzamento; è già
vincolante. Le streghe la accetterebbero, e credo anche
i mutaforma». Guardò Keller aspettando una conferma.
La ragazza si posò le dita sulla radice del naso e
rispose: «Sono solo una subordinata, non posso parlare
a nome dei mutaforma».
Winnie si stava già rivolgendo a Iliana, ondeggiando
la chioma riccioluta. «Davvero, sai», disse, «è di
fondamentale importanza. Ora come ora, il Mondo delle
Tenebre è diviso. Vampiri da una parte, streghe
dall'altra. E i mutaforma... be', possono scegliere. E
questo potrebbe determinare lo scontro».
«Senti...».
«Le streghe e i mutaforma non sono alleati da
trentamila...».
« Non m'interessa ! ».
Crisi isterica in piena regola.
Risultò spaventosa quanto un gattino di sei
settimane che soffia impaurito, ma non riuscì a fare di
meglio. I piccoli pugni serrati, il viso e il collo
paonazzi.«Non m'interessa dei mutaforma o delle
streghe. Sono solo una ragazza normale con una vita
normale, e voglio andare a casa Non so niente di lotte e
combattimenti. Anche se credessi a tutte queste storie,
non potrei esservi d'aiuto. Detesto l'educazione fisica;
sono totalmente scoordinata nei movimenti. Mi sento
male appena vedo il sangue. E...». Si guardò intorno ed
emise un suono inarticolato di esasperazione. «E ho
perso la borsettai».
Keller si alzò in piedi. «Dimentica la borsetta».
«Dentro c'era la carta di credito di mia madre. Mi
ucciderà se torno a casa senza. Io... dov'è la mia
borsa?»
borsa?»
«Senti, piccola idiota», la apostrofò Keller.
«Preoccupati per tua madre, non della sua carta di
credito». Iliana fece un passo indietro. Anche in preda a
una crisi isterica, era sempre straordinariamente bella.
Ciocche di capelli d'angelo le aderivano alla guance
rosse e accaldate. Gli occhi avevano lo splendore soffuso
del crepuscolo, ombreggiati da lunghe ciglia, e non
volevano affatto incontrare quelli di Keller. «Non
capisco cosa vuoi dire». «Sì che lo capisci. Che ne sarà di
tua madre quando ci sarà la fine del mondo? Una carta
di credito potrà salvarla?».
Iliana era ormai alle corde. Keller riusciva a sentire i
borbottii allarmati di Nissa e Winnie. Sapeva bene che
non era quello il modo giusto per propiziarsi qualcuno.
Ma la pazienza non era una delle virtù di Keller. Né lo
era saper mantenere la calma.
«Vediamo», disse la voce di Galen, che attraversò la
stanza come un corso di acqua fresca. «Forse
potremmo concederci una piccola pausa...». «Non ho
bisogno dei tuoi consigli», disse Keller con asprezza. «E
se questa piccola idiota è troppo stupida per capire che
non può rifiutarsi, le chiariremo noi il concetto».
«Non sono un'idiota!».
«Allora sei solo una bimbetta spaventata?».
Iliana farfugliò qualcos'altro; ma stavolta una
fiamma inattesa scintillò nei suoi occhi viola, fissi sul
volto di Keller. Per un momento, Keller pensò di aver
aperto una breccia nell'ostinazione della ragazza.
Poi udì un rumore.
Le sue orecchie lo captarono prima di quelle di Nissa
Le sue orecchie lo captarono prima di quelle di Nissa
o di Winnie. Una macchina sulla strada fuori del
cottage.
«Abbiamo visite», disse. Notò che Galen si era
irrigidito. L'aveva sentita anche lui?
Winnie andò a piazzarsi dietro la porta; Nissa scivolò
verso la finestra, silenziosa come un'ombra. Fuori era
buio, ormai, ma di notte i vampiri non hanno problemi
di vista.
«Una macchina blu», sussurrò Nissa. «Sembra ci
siano loro dentro».
«Chi?», domandò Iliana.
Keller le fece cenno di stare zitta. «Winnie?»
«Devo aspettare che attraversino le difese». Una
pausa, poi un sorriso le illuminò il volto. «E lei!».
«Chi?», ripeté Iliana. «Credevo che nessuno
dovesse sapere che siamo qui».
"Ottima osservazione. Plausibile", pensò Keller. «E
qualcuno che ho chiamato io. Che ha percorso tutto il
tragitto dal Nevada fino a qui, solo per vedere te».
Andò alla porta. Ci volle qualche minuto perché i
passeggeri scendessero dalla macchina, si muovevano
lentamente. Keller sentì lo scricchiolio dei passi sul
selciato e il tonfo di un bastone. Aprì il portone.
Fuori non c'era illuminazione; le figure che si
stavano avvicinando rimasero nell'oscurità finché non
raggiunsero la soglia.
La donna che entrò per prima era anziana.
Talmente anziana che chiunque, a un primo sguardo,
avrebbe detto "come fa a essere ancora viva?". La pelle
grinzosa ricadeva in centinaia di pieghe traslucide; i
capelli erano completamente bianchi e quasi sottili
come quelli di Iliana, ma non così folti. La figura, già
minuta, camminava curva, quasi piegata in due.
Avanzava appoggiandosi con una mano a un bastone e
con l'altra infilata sotto il braccio di un non ben
identificato giovane.
Ma gli occhi che incontrarono quelli di Keller non
avevano niente di senile. Erano luminosi e duri come
l'acciaio, grigi con una delicata sfumatura color lavanda.
«La benedizione della Dea risplenda su tutti voi»,
disse sorridendo ai presenti.
Fu Winnie a rispondere. «La sua presenza ci onora,
Nonna Harman».
Sullo sfondo, Iliana chiese lamentosamente per la
terza volta: «Chi?»
«È la tua pro-prozia», le rispose Winnie, con la voce
colma di rispetto, «La più anziana delle Harman. È la
Strega di tutte le Streghe».
Iliana bofonchiò qualcosa che avrebbe potuto
essere: «Ne ha tutto l'aspetto».
Keller si fece avanti prima che Winnie potesse
partire all'attacco. Presentò i compagni, uno a uno. Gli
occhi penetranti di Nonna Harman scintillarono quando
fu il turno di Galen, ma la vecchia si limitò ad annuire.
«Questo è il mio autista e apprendista, Toby», disse
loro. «Mi segue ovunque, quindi potete parlare
liberamente davanti a lui».
Toby la accompagnò al divano, poi tutti si sedettero,
tranne Iliana, che rimase ostinatamente in un angolo.
tranne Iliana, che rimase ostinatamente in un angolo.
«Quanto le avete detto?», s'informò Nonna
Harman.
«Quasi tutto», rispose Keller.
«E?»
«Lei... non è del tutto sicura».
«Io sono sicura», saltò su Iliana. «Voglio andare a
casa».
Nonna Harman le tese la mano nodosa. «Vieni qui,
bambina. Voglio dare uno sguardo alla mia bis-bis-
nipote».
«Non sono la sua bis-bis-nipote», protestò Iliana.
Ma sotto lo sguardo di quegli occhi dolci e inflessibili allo
stesso tempo, mosse un passo in avanti.
«Certo che lo sei; solo che non lo sai. Ti rendi conto
che sei il ritratto di mia madre quando aveva la tua
età? E scommetto che anche la tua bisnonna le
assomiglia». Nonna Harman batté la mano sul cuscino
del divano, accanto a lei. «Vieni qui. Non intendo farti
del male. Il mio nome è Edgith, e la tua bisnonna era la
mia sorellina, Elspeth».
Iliana sbatté lentamente le palpebre. «La bisnonna
Elspeth?»
«Sono passati quasi novanta anni dall'ultima volta
che l'ho vista. La prima guerra mondiale sarebbe
scoppiata di lì a poco. Lei e il nostro fratellino, Emmeth,
furono separati dal resto della famiglia. Tutti
pensavamo che fossero morti, invece furono allevati in
Inghilterra. Lì crebbero ed ebbero dei figli, e alla fine
alcuni vennero in America. Senza mai sospettare quale
fosse il loro reale retaggio, naturalmente. Ci è voluto
fosse il loro reale retaggio, naturalmente. Ci è voluto
molto tempo per rintracciarne i discendenti».
Iliana aveva mosso inconsapevolmente un altro
passo. Sembrava affascinata da quel che stava
raccontando l'anziana donna. «Mamma mi ha sempre
parlato della bisnonna Elspeth. Era così bella che un
principe s'innamorò di lei».
«La bellezza non è mai mancata nella nostra
famiglia», replicò Nonna Harman con aria noncurante.
« Una bellezza senza paragoni, dai giorni di Hellewise
Hearth-Woman, la nostra antenata. Ma non è questa la
cosa importante dell'essere un Harman».
«No?», chiese Iliana, non troppo convinta.
«No». La vecchia batté a terra il bastone. «Quel che
conta, bambina, è l'arte. La stregoneria. Tu sei una
strega, Iliana; ce l'hai nel sangue. Ce l'avrai sempre. E
tu sei il dono delle Harman in questa ultima lotta. Ora,
ascoltami bene». Con lo sguardo fisso sulla parete
opposta, recitò lentamente, scandendo ogni parola:
Uno dalla terra dei re da tempo dimenticati;
Uno dal focolare in cui ancora brucia la scintilla;
Uno dal Mondo Diurno dove due occhi osservano;
Uno dai crepuscolo che è un tutt'uno con l'oscurità.
Quando ebbe finito, le parole parvero restare
sospese nell'aria della stanza. Nessuno aprì bocca.
Gli occhi di Iliana erano cambiati. Sembrava che
stesse guardando dentro di sé, qualcosa che solo lei
poteva vedere. Era come se ricordi sepolti nel profondo
dell'animo stessero riaffiorando alla luce.
«Proprio così», disse dolcemente Nonna
Harman.«Puoi percepire la verità di quel che sto
dicendo. È tutto lì, l'istinto, l'arte, basta che tu li lasci
liberi di emergere. Anche il coraggio è lì».
Di colpo, la voce della vecchia acquistò una nuova
sonorità. «Tu sei la scintilla citata nella poesia, Iliana.
La speranza delle streghe. Cosa dire, ormai? Intendi
aiutarci a sconfiggere le tenebre o no?».
Capitolo 5

La domanda rimase sospesa nell'aria, e per


un
momento Keller pensò di averla spuntata con la
ragazza. Il viso di Iliana sembrava diverso, più maturo
e determinato. Nonostante la sua grazia delicata come
un petalo di fiore, il piccolo mento aveva una linea
risoluta. Ma la ragazza non disse niente, e i suoi occhi
erano ancora confusi.
«Toby», ruppe il silenzio Nonna Harman. «Inserisci
il video».
L'apprendista si diresse verso il videoregistratore.
Keller fissò la cassetta che il giovane aveva in mano,
sentendo il cuore accelerare i battiti. Un video. Era quel
che pensava che fosse? «Quel che stai per vedere è...
be', diciamo che è qualcosa di segreto», disse Nonna
Harman a Iliana mentre l'apprendista si destreggiava
fra i vari pulsanti. «Talmente segreto che ne esiste
un'unica copia, e io sono l'unica persona di cui mi fido
per portarla in giro. Bene, Toby, fallo partire».
Iliana guardò lo schermo con una certa apprensione.
«Che cos'è?».La donna anziana le sorrise. «Qualcosa
«Che cos'è?».La donna anziana le sorrise. «Qualcosa
che al nemico piacerebbe molto vedere. È una
registrazione degli altri Poteri Selvaggi... in azione».
La prima scena del video era la cronaca in diretta di
un incendio. Una ragazzina era rimasta intrappolata in
un appartamento al secondo piano, e le fiamme si
stavano chiudendo su di lei. All'improvviso, il video
proseguì al rallentatore, e un lampo azzurro illuminò lo
schermo. Quando il lampo svanì, il fuoco era spento.
«Il fuoco azzurro», sottolineò Nonna Harman. «Il
primo Potere Selvaggio che abbiamo trovato l'ha fatto,
ha spento un normale incendio con la forza del pensiero.
È solo un esempio di ciò che è in grado di fare».
Il video proseguiva con un giovane dai capelli neri.
La scena era stata volutamente filmata: il ragazzo
guardava dritto nell'obiettivo. Si sfilò un coltello dalla
cintura e con incredibile calma si incise il polso sinistro.
Il sangue zampillò dalla ferita e gocciolò a terra.
«Il secondo Potere Selvaggio», commentò Nonna
Harman. «Un principe vampiro».
Il ragazzo si girò e tese il braccio sanguinante. La
telecamera mise a fuoco un grande masso a una decina
di metri di distanza. Poi il filmato proseguì di nuovo al
rallentatore, e Keller vide effettivamente il lampo di
fuoco azzurro partire dalla mano del ragazzo.
Cominciò con una specie di scoppio, seguito poi dalla
fuoriuscita di un flusso costante. Era così intensamente
luminoso che la telecamera non era riuscita a gestirlo; il
resto dell'inquadratura era sbiancato. Ma quando la
fiamma colpì la roccia, non ci furono dubbi su quanto
fosse accaduto.
Il masso da due tonnellate era stato sgretolato.
Quando la polvere si fu posata, era rimasto solo un
cratere annerito nel terreno. Il ragazzo con i capelli neri
tornò a guardare dentro l'obiettivo, poi si strinse nelle
spalle e puntò un altro masso. Non stava nemmeno
sudando.
Keller sospirò senza accorgersene. Il cuore le
batteva all'impazzata, gli occhi scintillavano. Si accorse
che Galen le aveva lanciato un'occhiata di sbieco, ma lo
ignorò.
"Un potere come quello", pensò. "Non lo avrei mai
immaginato. Se avessi questo dono, chissà cosa potrei
fare...".
Prima di riuscire a trattenersi, si era già voltata
verso Iliana.
«Non vedi? Ecco quale sarebbe il tuo contributo se
decidessi di combattere al nostro fianco. Ecco cosa
potrebbe darci una possibilità contro il nemico. Devi
farlo, non capisci?».
Non era la cosa giusta da dirle. La reazione di Iliana
di fronte al video era stata totalmente diversa da quella
di Keller. Fissava lo schermo come se stesse assistendo
a un'operazione a cuore aperto. Un'operazione a cuore
aperto non riuscita.
«Io non... io non posso fare niente di simile!».
«Iliana...».
«E non voglio farlo! No, sentite». Un velo sembrava
essere calato dietro agli splendidi occhi di Iliana. Era di
fronte a Keller, ma Keller si chiese se in quel momento
fronte a Keller, ma Keller si chiese se in quel momento
potesse realmente vedere qualcosa. Parlò in modo
concitato, senza interrompersi.
«Avete detto che dovevate parlarmi, e io vi ho
ascoltato. Ho persino osservato i vostri... effetti
speciali».Accennò allo schermo dove il ragazzo stava
facendo saltare in aria altri massi. «Ma adesso basta,
voglio tornare a casa. Tutto qui... non so. È tutto così
strano per me! Vi assicuro che io non posso fare quel
genere di cose. Vi siete rivolte alla persona sbagliata».
«Ci siamo rivolte prima alle tue cugine», disse
Nonna Harman. «A Thea e Blaise. A Gillian, una strega
perduta proprio come te. Persino la povera Sylvia, che
è stata attirata dalla parte del nemico. Ma non era
nessuna di loro. Poi abbiamo trovato te». Si sporse in
avanti, cercando di dominare Iliana con lo sguardo.
«Devi accettare, bambina. È una grande responsabilità
e un grave fardello, ma nessun altro può farlo tranne te.
Vieni a occupare il posto che ti spetta accanto a noi».
Iliana non stava ascoltando.
Era evidente; Keller riusciva quasi a vedere le
parole rimbalzarle addosso. E i suoi occhi...
Non un velo, si disse Keller. Era calato un muro, ben
saldo, e Iliana ci si era nascosta dietro.
«Se non torno subito a casa, mia madre impazzirà.
Sono uscita un attimo per comprare del nastro dorato
elastico, sai, del tipo che ha una specie di fascia elastica
all'interno? Non riesco a trovarlo. Ne avevamo un po'
dall'anno scorso, ma è stato già usato, e non basterebbe
per tutti i regali che ho preparato».
Keller la fissò, poi alzò gli occhi al cielo. Si accorse
Keller la fissò, poi alzò gli occhi al cielo. Si accorse
che anche gli altri stavano fissando la ragazza. Winnie
era a bocca aperta; le sopracciglia inarcate di Nissa
arrivavano quasi a sfiorarle i capelli. Galen aveva
un'espressione costernata. Intervenne ancora Nonna
Harman: «Se non vuoi accettare le tue responsabilità di
Potere Selvaggio, vuoi almeno compiere il tuo dovere di
Strega Bambina? Il solstizio d'inverno cadrà il prossimo
sabato. Quella notte, ci sarà un raduno di mutaforma e
di streghe. Se possiamo presentare loro una cerimonia
di fidanzamento fra te e il discendente della Prima
Dinastia dei mutaforma, questi saranno nostri alleati».
Keller si aspettò quasi di vedere Iliana esplodere. E
nei recessi più profondi del suo cuore, non avrebbe
potuto biasimarla. L'avrebbe capita se avesse perso il
controllo ed esclamato "Cosa pensate di fare,
presentarvi con tutta calma e cercare di accasarmi con
un tipo che non conosco nemmeno? Domandarmi di
combattere è una cosa, ma impormi di sposarmi -
svendermi come un oggetto - è tutta un'altra faccenda".
Ma Iliana non disse nulla del genere. «E ho ancora
un sacco di pacchetti da confezionare, e non ho
nemmeno finito di comprare i regali. In più, a scuola mi
aspetta una settimana da sballo. E sabato ci sarà la
festa di compleanno di Jaime e Brett Ashton-Hughes.
Non posso mancare».
Fu Keller a perdere il controllo.
«Cosa c'è che non va in te? Sei sorda o
semplicemente stupida?».
Ma Iliana non si arrese. «Sono gemelli, capisci. E
credo di non dispiacere a Brett. La loro famiglia è molto
ricca, e abitano in una casa molto grande, e invitano
solo poche persone alle loro feste. Tutte le ragazze
hanno una cotta per lui. Per Brett, voglio dire».
«No!». Keller rispose da sola alla propria domanda.
«Sei solo la marmocchia più viziata ed egoista che io
abbia mai incontrato!».«Keller», intervenne Nissa con
calma. «È inutile. Più insisti, e più si ostinerà nel suo
rifiuto».
Keller sbuffò spazientita. Sapeva che era vero, ma
non si era mai sentita così frustrata in tutta la sua vita.
Il viso di Nonna Harman apparve d'improvviso
molto vecchio e stanco. «Bambina, non possiamo
costringerti a fare niente. Ma devi renderti conto che
noi non siamo i soli a volerti. Anche gli altri sanno della
tua esistenza. Loro non rinunceranno, e useranno la
forza».
«E ne hanno un sacco». Keller si rivolse alla donna
anziana. «C'è qualcosa che devo dirle. Non volevo
parlarne al telefono, ma oggi hanno già tentato di
portare via Iliana. Abbiamo dovuto combattere contro
di loro al centro commerciale». Prese un profondo
respiro. «E hanno un drago».
Nonna Harman alzò di scatto la testa, gli occhi
d'acciaio sfumati di lavanda si fissarono su Keller.
«Racconta».
Keller riferì l'accaduto. Mentre ascoltava, il viso
della donna sembrò invecchiare a ogni momento che
passava, afflosciandosi in rughe di tristezza e di
preoccupazione. Ma alla fine tutto quel che disse fu:
preoccupazione. Ma alla fine tutto quel che disse fu:
«Capisco. Dobbiamo cercare di scoprire come se lo sono
procurato, e quali sono esattamente i suoi poteri. Non
credo che oggigiorno sia ancora vivo qualcuno esperto
di... quelle creature».
«Lo hanno chiamato Azhdeha».
«Mmm... sembra persiano».
«Lo è», confermò Galen. «È uno degli antichi nomi
della costellazione del Drago. Significa "serpente
mangia-uomini"».Keller lo guardò sorpresa. Era stato
seduto in silenzio per tutto il tempo, ascoltando senza
interrompere. Adesso si era sporto in avanti, con un
bagliore intenso negli occhi d'oro verde.
«I mutaforma possiedono delle antiche pergamene
sui draghi. Credo che potreste chiedergliele. Potrebbero
fornirvi qualche indizio su quali siano i loro poteri e
come combatterli. Una volta ho visto quelle pergamene,
ma non le ho esaminate con attenzione; credo che
nessuno l'abbia fatto».
Aveva visto le antiche pergamene? Allora era un
mutaforma, tutto sommato. Ma come mai non era
riuscita a intuire quale fosse la sua forma animale?
«Galen,..», cominciò Keller, ma Nonna Harman
aveva ripreso a parlare.
«È una buona idea. Quando le avrò ottenute, ne
invierò una copia a te e a Keller. Appartiene alla tua
specie, dopo tutto, e potrai capire come combatterlo».
Keller avrebbe voluto rispondere con aria indignata
che quel tipo non aveva niente a che fare con lei, ma
naturalmente non era la verità.
Un tempo, i draghi avevano governato i mutaforma.
Un tempo, i draghi avevano governato i mutaforma.
Il loro sangue scorreva ancora nelle vene della Prima
Dinastia, la famiglia Drache che adesso dominava sui
mutaforma. Chiunque fosse quel mostro, era uno della
sua specie.
«Allora è deciso. Keller, tu e la tua squadra
porterete Iliana a casa sua. Io tornerò al Circolo
dell'Alba per cercare di sapere qualcosa di più sui
draghi. A meno che...». Guardò Iliana. «A meno che
questa conversazione non ti abbia fatto cambiare
idea».Iliana, incredibile a dirsi, stava ancora parlando a
vanvera, chiacchierando di regali con nessuno in
particolare. Era chiaro che non aveva cambiato idea.
Quel che non era chiaro a Keller era se quella ragazza
avesse un cervello per formulare un'idea.
Ma Keller aveva altre cose di cui preoccuparsi.
«Mi scusi ma... non stava dicendo sul serio, vero?
Sul fatto di riaccompagnarla a casa».
«Assolutamente sul serio», fu la replica di Nonna
Harman.
«Ma non possiamo».
«Possiamo, e dobbiamo. Voi tre ragazze sarete le
sue guardie del corpo - e le sue amiche. Mi auguro che
tu possa convincerla ad assumersi le sue responsabilità
prima della mezzanotte di sabato, quando streghe e
mutaforma si riuniranno. In caso contrario...». Nonna
Harman chinò lievemente il capo, appoggiandosi al
bastone. Stava guardando Iliana. «In caso contrario»,
riprese con una voce a malapena udibile, «non dovrete
fare altro che proteggerla finché vi sarà possibile».
Keller si sentì soffocare. «Non vedo come possiamo
minimamente proteggerla. Con tutto il rispetto,
signora, è una follia. Ormai sapranno dove abita. Anche
se le restiamo incollate ventiquattro ore al giorno - e
non vedo nemmeno come potremmo farlo, con la sua
famiglia fra i piedi...».
La testa candida si sollevò, e un lieve sorriso
increspò le labbra della vecchia. «Me ne occuperò io.
Scambierò due parole con sua madre, la giovane Anna,
nipote di Elspeth. Mi presenterò dicendo che le cugine
di sua figlia, con cui da tempo si erano persi i contatti,
sono venute a farle visita per Natale».E indubbiamente
sarebbe intervenuta con qualche sortilegio sulla mente
di Anna, pensò Keller. Già, dopo di che le avrebbero
accettate, sebbene nessuna di loro tre potesse passare
per una cugina di Iliana.
«E poi io erigerò delle difese intorno alla casa»,
annunciò Nonna Harman con un lampo d'argento negli
occhi. «Difese contro qualsiasi cosa venga da fuori.
Finché nessuno all'interno li disturberà, voi sarete al
sicuro. Soddisfatta?», concluse, guardando Keller con
aria interrogativa.
«Mi spiace... no. E ancora troppo pericoloso».
«Allora cosa suggerisci di fare?»
«Rapiamola», rispose subito Keller. Sentì Iliana
smettere di colpo di farfugliare in sottofondo; non stava
guadagnando punti. Andò avanti come un bulldozer.
«Senta, io sono solo una subordinata; obbedisco agli
ordini. Ma penso che lei sia troppo importante per
lasciarla andare in giro liberamente quando loro
lasciarla andare in giro liberamente quando loro
potrebbero rintracciarla. Penso che dovremmo portarla
a un'enclave del Circolo dell'Alba come quelli in cui si
trovano gli altri Poteri Selvaggi. Dove potremmo
proteggerla dal nemico».
Nonna Harman la guardò dritto negli occhi. «Se lo
facciamo», disse dolcemente, «allora diventeremo noi il
nemico».
Seguì una pausa. Poi Keller riprese: «Con tutto il
rispetto, signora...».
«Non voglio il tuo rispetto. Voglio la tua ubbidienza.
I capi del Circolo dell'Alba hanno preso una ferma
decisione quando è cominciata questa storia. Se non
riusciamo a convincere un Potere Selvaggio con il
ragionamento, non ricorreremo alla forza. Quindi i tuoi
ordini sono di prendere la tua squadra e restare con
questa ragazza per proteggerla finché vi sarà
possibile».
«Mi scusi». Era Galen. Gli altri erano rimasti seduti
in silenzio. Nissa e Winnie erano troppo furbe per farsi
coinvolgere in una discussione del genere, ma Keller
notò che erano entrambe scontente.
«Cosa c'è?», disse Nonna Harman.
«Se non le dispiace, vorrei andare con loro. Potrei
essere un altro "cugino". Saremmo in quattro a
occuparci di lei - migliori probabilità di riuscita».
Keller pensò che le sarebbe venuto un colpo
apoplettico.
Era così furibonda che non riusciva nemmeno a far
uscire le parole di bocca. Mentre cercava inutilmente di
riprendere fiato, Galen continuò il suo discorso. Il suo
riprendere fiato, Galen continuò il suo discorso. Il suo
volto era ancora pallido e teso, come quello di un
giovane soldato tornato dal campo di battaglia, ma i
capelli biondi rilucevano e lo sguardo era risoluto. Ogni
particolare nel suo atteggiamento esprimeva
un'accorata supplica.
«Non sono un combattente, ma potrei imparare.
Dopo tutto, è ciò che stiamo chiedendo di fare a Iliana,
no? Possiamo domandarle qualcosa che noi stessi non
siamo disposti a fare?».
Nonna Harman, che aveva ascoltato le sue parole
con espressione accigliata, adesso lo osservò con
sguardo indagatore. «Sei una giovane mente brillante»,
disse. «Come tuo padre. Lui e tua madre erano anche
due validi guerrieri».
Galen si oscurò in viso. «Speravo di non doverlo mai
diventare. Ma sembra che non siamo sempre liberi di
scegliere».
Keller non capiva di cosa stessero parlando, o
perché la Strega di tutte le Streghe conoscesse i
genitori di questo tipo incontrato al centro
commerciale. Ma era finalmente riuscita a liberarsi del
groppo che le ostruiva la gola.
«Neanche per sogno!», esplose, scattando in piedi. I
capelli neri ondeggiarono mentre spostava lo sguardo
da Nonna Harman a Galen. «Non ho alcuna intenzione
di avere ancora questo ragazzo sul groppone. Lei sarà
anche il capo delle streghe, signora, ma, senza offesa,
non credo che abbia l'autorità per darmi ordini. Devo
riceverli dai capi del Circolo dell'Alba in persona, da
Thierry Descouedres o da Lady Hannah. O dalla Prima
Dinastia dei mutaforma».
Nonna Harman fece una smorfia di scherno, ma
Keller la ignorò. «Non solo non è un combattente, lui
non è coinvolto in tutto questo. Non ha alcun ruolo in
questa faccenda».
L'anziana donna guardò Galen con una punta di
disapprovazione. «Sembra che tu abbia tenuto segreto
qualcosa. Intendi dirglielo, o devo farlo io?»
«Io...». Il ragazzo si rivolse a Keller. «Senti, mi
dispiace, avrei dovuto parlartene prima». Gli occhi
erano colmi di imbarazzo e sinceramente dispiaciuti.
«Solo che... non ho mai trovato il momento giusto».
Fece una smorfia. «Oggi non mi trovavo per caso in
quel centro commerciale. Ero passato per cercare
Iliana. Volevo vederla, magari conoscerla un po'».
Keller lo fissò, trattenendo il respiro. «Perché?»
«Perché...». Fece un'altra smorfia. «Io sono Galen
Drache... della Prima Dinastia dei mutaforma».
Keller sbatté le palpebre, mentre la stanza
cominciava a girarle intorno."Avrei dovuto saperlo.
Avrei dovuto capirlo. Ecco perché sembrava un
mutaforma ma non riuscivo a percepire alcuna
sensazione animale in lui".
I figli della Prima Dinastia nascevano senza alcun
legame con un animale in particolare. Avevano potere
su tutti gli animali e, una volta diventati adulti, era
concesso loro di scegliere in quale animale si sarebbero
trasformati.
Spiegava anche il fatto che conoscesse i punti di
Spiegava anche il fatto che conoscesse i punti di
pressione su cui intervenire per strapparla dal drago. E
la sua telepatia: i figli della Prima Dinastia potevano
comunicare con qualsiasi mente animale.
Quando la stanza smise di ruotarle intorno, Keller si
rese conto che era rimasta ferma in piedi davanti a
Galen, e che lui la stava ancora guardando. Con occhi
quasi imploranti.
«Avrei dovuto spiegarti tutto», disse.
«Be', è stata una tua scelta, naturalmente», replicò
Keller stizzita. Un rossore insolito le colorava le guance;
le sentiva bruciare. Proseguì: «E, naturalmente, mi
dispiace se ho detto qualcosa che può essere risultato
offensivo».
«Keller, ti prego, non essere formale».
«Vediamo, non ti ho salutato in maniera adeguata,
né ti ho reso omaggio». Keller gli prese la mano - che
era ben modellata, dalle dita lunghe, e fredda - e la
avvicinò alla fronte. «Benvenuto, Drache, figlio della
Prima Dinastia dei mutaforma. Sono ai tuoi ordini».
Seguì un silenzio. Keller lasciò cadere la mano di
Galen, che aveva ormai un'aria desolata.
«Adesso sei davvero furiosa, vero?», osservò.
«Ti auguro ogni felicità con la tua novella sposa»,
sibilò Keller a denti stretti. Keller non sapeva spiegarsi
perché fosse così arrabbiata. Certo, si era preso gioco di
lei, e adesso lei doveva prendersi la responsabilità di un
ragazzo impreparato che non sarebbe riuscito a
trasformarsi nemmeno in un sorcio. Ma c'era dell'altro.
Lui dovrà sposare quel piccolo fiore piagnucolante
nell'angolo, sussurrò una voce nella testa di Keller.
nell'angolo, sussurrò una voce nella testa di Keller.
Deve sposarla, o almeno celebrare una cerimonia di
fidanzamento vincolante quanto un matrimonio. Se non
lo faceva, i mutaforma non si sarebbero mai alleati con
le streghe. Avevano detto così, e non si sarebbero mai
rimangiati la parola. E se non si alleavano con le
streghe... tutto quello per cui ti sei data tanto da fare
sarà finito.
E il tuo compito è convincere quel piccolo fiore a
fare il suo dovere, precisò la vocina nella sua testa.
Significa che devi convincerla a sposarlo. E non
mangiartela viva.
La rabbia di Keller esplose. Non voglio mangiarla
viva, ribatté aspramente alla vocina. E non m'interessa
chi sposerà questa idiota. Non sono affari che mi
riguardano.
Si rese conto che il silenzio gravava ancora nella
stanza, e tutti stavano osservando Galen e Iliana, che
aveva smesso di farfugliare. Adesso stava guardando
Galen attraverso i grandi occhi viola. E il ragazzo le
restituiva lo sguardo, teso e serio.
Poi tornò a rivolgersi a Keller. «Vorrei ancora
aiutarvi, se mi permetti di venire con voi».«Te l'ho
detto, sono ai tuoi ordini», replicò bruscamente Keller.
«Spetta a te decidere. Vorrei solo farvi notare che la
tua presenza renderebbe le cose un po' più difficili per
la mia squadra. Dovremo proteggere te, oltre a lei.
Perché, capisci, tu sei indispensabile, dopo tutto».
«Non voglio che mi proteggiate», disse con aria
grave. «Non sono importante».
Keller avrebbe voluto dirgli Non fare l'idiota. Senza
di te, nessuna cerimonia di fidanzamento, nessun
patto. E ovvio. Dobbiamo proteggerti. Ma aveva
parlato anche troppo.
Toby stava estraendo la cassetta dal
videoregistratore. Nonna Harman si accingeva ad
alzarsi puntellandosi sul bastone. «Credo che ci siamo
trattenuti più che a sufficienza», disse a Keller.
Keller annuì freddamente. «Vuole salire sulla
limousine? O preferisce seguirci sulla sua macchina fino
alla casa di Iliana?».
Nonna Harman aprì la bocca per rispondere, ma
non ne ebbe il tempo. Le orecchie di Keller captarono
un movimento all'esterno, un istante prima che la
finestra del soggiorno andasse in frantumi.
Capitolo 6

Era un'irruzione con un enorme


dispiegamento di forze. Ancora prima che si
spegnesse l'eco del rumore dei vetri infranti, figure in
uniformi nere stavano sciamando all'interno attraverso
la finestra.
Ninja neri, pensò Keller. Un gruppo scelto di
vampiri e mutaforma, gli specialisti del Mondo delle
Tenebre nel campo delle azioni furtive e delle uccisioni.
La mente di Keller, fino a quel momento velata da
nuvole di rabbia repressa, riacquistò di colpo la sua
lucidità.
«Prendila, Nissa!». Non aveva bisogno di dire altro.
Nissa afferrò Iliana; non importava che la ragazza
stesse gridando ormai senza fiato e fosse troppo
scioccata per andare da qualunque parte. Nissa era un
vampiro, più forte di un campione olimpionico di
sollevamento pesi. Si limitò ad agguantare Iliana e a
trascinarla verso la porta sul retro. Senza che glielo
avesse chiesto nessuno, Winfrith le seguì dappresso,
racchiudendo fra i palmi una sfera sfrigolante di energia
arancione. Keller sapeva che avrebbe assicurato loro
una buona protezione. Winnie era una strega lottatrice.
una buona protezione. Winnie era una strega lottatrice.
Faceva pieno uso dei nuovi poteri che tutti i membri del
Popolo delle Tenebre stavano sviluppando con
l'avvicinarsi del nuovo millennio. Non appena uno dei
ninja si lanciò al loro inseguimento, liberò una scarica di
energia rosso papavero che lo lasciò a bocca aperta.
«E adesso tu!», gridò a Galen, cercando di spingerlo
nel corridoio senza voltare le spalle ai ninja. Non si era
trasformata e non intendeva farlo, se era possibile
evitarlo. La trasformazione richiedeva tempo, e la
lasciava in uno stato di vulnerabilità nei pochi secondi
che intercorrevano tra le due forme. In quel momento
anche i secondi erano preziosi.
Galen mosse qualche passo nel corridoio, poi si
fermò. «Nonna Harman!».
"Lo sapevo", si disse Keller. "Questo ragazzo sarà
solo d'intralcio".
La donna anziana era ancora nel soggiorno, con i
piedi ben piantati in terra e reggendosi col bastone. Il
suo apprendista, Toby, era davanti a lei, intento a
elaborare qualche sortilegio e a scagliare energia contro
gli aggressori. I due erano proprio nell'occhio del ciclone
ninja.
Ma era giusto che fosse così. All'inizio la mente di
Keller aveva passato rapidamente in esame le varie
possibilità e aveva raggiunto l'unica conclusione
sensata.
«Dobbiamo lasciarla qui!».
Galen si girò verso di lei, il volto illuminato
dall'energia multicolore che solcava l'aria circostante. «
Cosa?»
«È troppo lenta! Dobbiamo proteggere te e Iliana.
Muoviti!».I lineamenti del giovane si irrigidirono in
un'espressione sconvolta. «Stai scherzando. Aspetta
qui, vado a prenderla io».
«No! Galen...».
Stava già tornando di corsa nel soggiorno.
Keller si lasciò sfuggire un'imprecazione.
«Andate!», gridò a Nissa e a Winnie, ferme sulla
soglia della cucina dove si apriva la porta sul retro.
«Prendete la limousine, se riuscite a raggiungerla. Non
aspettateci!».
Poi fece dietrofront e si precipitò nel soggiorno.
Galen stava cercando di proteggere Nonna Harman
dal grosso delle scariche di energia che percorrevano la
stanza. Keller strinse i denti: quel gruppo di ninja erano
solo la prima ondata. Erano venuti lì per infrangere le
barriere difensive e aprire un varco a qualunque cosa
sarebbe arrivata in seguito.
Poteva trattarsi di un drago.
Ma i ninja non avevano ancora completato il loro
lavoro. Gran parte delle difese stavano resistendo, e
l'unica che era crollata era su una piccola finestra. Le
figure in nero potevano penetrare all'interno solo una
alla volta, e a fatica. La casa tremò come se chissà cosa
all'esterno le avesse scagliato contro un violento flusso
di forza, tentando di aprirsi un varco più ampio
d'accesso.
In lontananza, Keller udì il rumore di un motore che
andava su di giri. Si augurò che fosse quello della
andava su di giri. Si augurò che fosse quello della
limousine.
Galen stava tirando da parte Nonna Harman, e
Toby aveva ingaggiato un corpo a corpo con un ninja.
Keller colpì un paio di intrusi che le ostacolavano la
strada. Non voleva ucciderli, ma metterli
semplicemente fuori uso. Aveva quasi raggiunto Galen.
Fu allora che udì il brontolio.
Solo le sue orecchie di pantera potevano coglierlo.
Proprio come la prima volta che lo aveva sentito, fu così
profondo da risultare cupo e spaventosamente sonoro
allo stesso tempo. La fece tremare fino alle ossa.
In un lampo, capì cosa stesse arrivando.
E non c'era tempo per pensare al da farsi.
Anche Galen sembrava aver avvertito quella
presenza. Keller lo vide guardare in direzione del tetto,
proprio sopra il portone e poi girarsi verso Nonna
Harman, gridando qualcosa.
Dopo, tutto accadde nello stesso istante. Galen buttò
a terra la donna anziana e la coprì col proprio corpo.
Contemporaneamente, Keller si lanciò in avanti,
atterrando sopra di loro.
Continuò a trasformarsi anche mentre eseguiva il
balzo. A trasformarsi e ad allungarsi, tentando di
distendersi e appiattirsi il più possibile: un tappeto di
pantera per coprire i due protetti.
La parete di laterizi esplose proprio come la
finestra, ma con un fragore molto più intenso.
Frantumati con la Forza, osservò Keller. Il drago si
era ripreso... in fretta.
E poi ci fu una pioggia di mattoni. Uno cadde su una
E poi ci fu una pioggia di mattoni. Uno cadde su una
zampa di Keller, che agitò furiosamente la coda. Un
altro si abbatté sulla sua schiena, causandole un'intensa
fitta di dolore. Un terzo la colpì sulla testa, e un lampo
di luce la accecò.
Sentì Galen urlare sotto di lei: forse chiamava il suo
nome.
E poi il nulla. Qualcosa di umido le sfiorò il viso.
Keller sibilò istintivamente, allontanandolo infastidita
con un gesto goffo della mano.
«Lasciatemi in pace».
«Capo, svegliati. Andiamo, è già mattina».
Keller sollevò le palpebre pesanti.
Stava sognando. Non c'era altra spiegazione.
Oppure l'aldilà era pieno di ragazze adolescenti. Winnie
era china su di lei con un asciugamano gocciolante, e
Nissa la stava osservando con occhio critico da sopra la
spalla dell'amica. Dietro a Nissa intravide l'ansioso
visetto a cuore di Iliana, incorniciato da due tendine di
capelli d'oro, scintillanti come stelle.
Sbatté le palpebre. «Ero sicura di essere morta».
«Be', ci sei andata vicino», disse allegramente
Winnie. «Io, Toby e Nonna Harman ci siamo occupati di
te per quasi tutta la notte. Ti sentirai un po' indolenzita,
ma immagino che la tua testa sia troppo dura per
spezzarsi».
Keller si tirò su a sedere e il suo sforzo fu subito
ricompensato da una fitta lancinante alle tempie. «Cos'è
successo? Dov'è Galen?»
«Be', accidenti, capo, non sapevo che ti
importasse...».
«Smettila di dire idiozie, Winnie! Dov'è il tipo che
dovrà essere in vita se i mutaforma vorranno entrare
nel Circolo dell'Alba?».
Winnie si ricompose e intervenne Nissa, con calma:
«Sta bene, Keller. Siamo a casa di Iliana. Stanno tutti
bene. Vi abbiamo portato fuori...».
Keller si accigliò, preoccupata da un improvviso
pensiero. «Voi? E perché? Vi avevo detto di portare via
la ragazza».«È vero, ma la ragazza non voleva
andarsene. Ci ha fatto fermare e tornare indietro per
te», disse Nissa in tono sarcastico.
«Per Galen», ci tenne a precisare Keller. Alzò lo
sguardo su Iliana, che era in camicia da notte rosa con
le maniche a sbuffo e sembrava una bambina di sette
anni. Cercò di mantenere la voce calma: «Hai fatto bene
a preoccuparti per lui, ma avresti dovuto seguire le
istruzioni».
«A ogni modo, ha funzionato», concluse Nissa. «A
quanto pare, il drago ti ha fatto crollare addosso la casa,
ma poi è passato oltre ignorandoti, tentando di
raggiungere noi».
«Già. Spero quasi che non si sia reso conto che
Galen era là», disse Keller. «O che è un personaggio
importante».
«Be', quando hanno scoperto che eravamo già
scappate a bordo della limousine, lui e i suoi scagnozzi ci
hanno inseguito con le macchine», raccontò Winnie.
«Ma Nissa li ha seminati. E poi Iliana... ha insistito, e
così siamo tornate indietro. Eravate ancora lì. Galen e
così siamo tornate indietro. Eravate ancora lì. Galen e
Toby ti stavano estraendo dalle macerie. Li abbiamo
aiutati e ti abbiamo portata qui».
«E Nonna Harman?»
«Ne è uscita senza un graffio. E più tosta di quanto
sembra», commentò Winnie.«Ieri sera ha parlato con la
mamma di Iliana», aggiunse Nissa. «Ha sistemato
tutto, così possiamo restare qui. Tu dovresti essere una
lontana cugina, e noi tuoi amici. Veniamo dal Canada. Ti
sei diplomata l'anno scorso, e stiamo girando gli Stati
Uniti in pullman. Abbiamo incontrato per caso Iliana
ieri sera, per questo è rientrata a casa così tardi. Tutto
previsto, per filo e per segno».
«E tutto così ridicolo», disse Keller. Tornò a
guardare Iliana. «Ed è ora di finirla. Non hai già visto
abbastanza? E la seconda volta che vieni attaccata da
un mostro. Vuoi realmente tentare la sorte per la terza
volta?».
Fu un errore. Il viso di Iliana, prima dolce e ansioso,
si nascose di nuovo dietro spesse mura. Gli occhi viola si
velarono e scintillarono nello stesso momento.
«Nessuno mi aveva attaccata prima che arrivaste
voi!», si infiammò Iliana. «In effetti, finora nessuno ha
attaccato me. Credo che sia a voi che stanno dando la
caccia o forse a Galen. Continuo a dirvi che non sono io
la persona che cercate».
Era arrivato il momento di essere diplomatici, ma
Keller era troppo esasperata per riflettere. «Non puoi
crederlo veramente. A meno che non ti eserciti a fare la
stupida...».
«Smettila di darmi della stupida!». L'ultima parola
«Smettila di darmi della stupida!». L'ultima parola
le uscì in uno strillo lacerante. Nello stesso tempo, gettò
qualcosa contro Keller, che deviò l'oggetto
meccanicamente, prima che arrivasse a destinazione.
«Non sono stupida! E non sono la vostra Strega
Bambina o come cavolo la chiamate! Sono una ragazza
normale, e mi piace la mia vita. E se non posso viverla,
allora non voglio... fare niente». Girò sui tacchi e uscì a
grandi passi dalla stanza, con la camicia da notte che le
ondeggiava dietro.
Keller osservò il missile che aveva intercettato: era
un agnellino di peluche con le ciglia scandalosamente
lunghe e un nastro rosa intorno al collo bianco. Nissa
incrociò le braccia. «Be', con quello ci hai saputo fare,
capo».
«Non mi rompere». Keller lanciò l'agnellino sulla
sedia vicino alla finestra. «A proposito, come è riuscita
a farvi invertire la marcia e tornare indietro a
prenderci?».
Winnie storse le labbra. «L'hai sentita. Volume a
palla. Continuava a urlare come... be', non so cosa possa
gridare così. Ti sorprenderesti per quanto è efficace».
«Voi siete agenti del Circolo dell'Alba; dovreste
essere immuni alla tortura». Decise di lasciar cadere
l'argomento. «Cosa state qui a bighellonare?», aggiunse,
mentre posava i piedi giù dal letto e saggiava la stabilità
delle proprie gambe. «Dovreste starle alle costole,
anche quando è in casa. Non state qui impalate a fissare
mei».
«Non c'è bisogno che ci ringrazi per averti rimesso
in sesto», disse Winnie alzando gli occhi al soffitto. Sulla
soglia, si voltò e aggiunse: «E, perché tu lo sappia, non
era per Galen che ha continuato a strillare perché ieri
sera tornassimo a recuperarvi. Era per te, Keller».
Keller rimase a fissare la porta che si chiudeva,
sconcertata.
«Non puoi andare a scuola», sibilò Keller. «Mi hai
sentito? Non puoi andare a scuola».
Erano tutti seduti intorno al tavolo della cucina. La
mamma di Iliana, una donna incantevole con i capelli
color platino acconciati in un morbido chignon, stava
preparando la colazione. Sembrava leggermente in
ansia per la presenza dei quattro nuovi ospiti, ma in
maniera piacevolmente eccitata. Di certo non
sospettosa. Nonna Harman le aveva fatto un ottimo
lavaggio del cervello.
«Trascorreremo uno splendido Natale», disse, e il
suo sorriso angelico divenne ancora più luminoso.
«Possiamo andare a Winston-Salem per il Candle Tea
di Natale. Avete mai assaggiato la torta morava con
burro e cannella? Vorrei solo che la prozia Edgith
potesse essere con noi».
Nonna Harman se n'era andata. Keller non sapeva
se esserne sollevata o delusa. Nonostante quel che
aveva detto, finché l'anziana donna fosse rimasta nei
paraggi, Keller si sarebbe preoccupata per lei. Ma in
sua assenza, non c'era nessuno a cui appellarsi, nessuno
che potesse imporre a Iliana di farsi proteggere.
E adesso sedevano tutti insieme a conversare.
Sembrava la scena di una normale colazione, pensò
Sembrava la scena di una normale colazione, pensò
sarcasticamente Keller. Il padre di Iliana era già uscito
per andare al lavoro. La madre si dava allegramente da
fare in cucina. Il fratellino era sul seggiolone intento a
pasticciare con i cereali. Peccato che i quattro ragazzi
ben vestiti seduti intorno al tavolo fossero in realtà due
mutaforma, una strega e un vampiro.
Galen sedeva di fronte a Keller. Aveva due occhiaie
scure - qualcuno era riuscito a dormire la notte prima?
- e appariva sottotono, ma rilassato. Keller non aveva
avuto occasione di parlargli da quando avevano subito
l'attacco del drago.
Non che avesse niente da dirgli.
«Succo d'arancia, Kelly?»«No, grazie, signora
Dominick». I membri della famiglia pensavano fosse
questo il loro legittimo cognome. Non si rendevano
conto che il retaggio delle streghe passava attraverso la
linea femminile e che sia Iliana che sua madre erano di
conseguenza due Harman.
«Oh, ti prego, chiamami zia Anna», disse la donna.
Aveva gli occhi viola della figlia e il sorriso di un angelo.
Versò il succo a Keller.
"Ora capisco dove Iliana ha preso la sua brillante
intelligenza", pensò Keller. «Oh... grazie, zia Anna. E, a
dire il vero, mi chiamo Keller, non Kelly».
«Insolito. Ma è grazioso, così moderno».
«E il mio cognome, ma tutti mi chiamano così».
«Oh, davvero? E qual è il tuo nome?».
Keller spezzò un pezzo di pane tostato, sentendosi a
disagio. «Raksha».
«Ma è splendido! Perché non lo usi?».
«Ma è splendido! Perché non lo usi?».
Keller si strinse nelle spalle. «Così». Si accorse che
Galen la stava guardando. I mutaforma di solito
ricevevano un nome a seconda della loro forma
animale, ma né Keller né Raksha erano conformi a quel
modello. «Sono stata abbandonata quando ero piccola»,
disse smozzicando le parole e restituendo lo sguardo a
Galen. La madre di Iliana non ne avrebbe dedotto
nulla, ma Keller avrebbe potuto anche soddisfare la
curiosità del giovane principe. «Quindi non conosco il
mio vero cognome. Ma il mio nome significa
"demone"».
La madre di Iliana si fermò con il cartone del succo a
mezz'aria sopra il bicchiere di Nissa. «Oh. Che...
grazioso. Be', allora, capisco». Sbatté le palpebre,
perplessa, e si allontanò senza versare il succo a Nissa.
«E cosa significa Galen?», domandò Keller,
guardando il giovane con aria di sfida e cedendo il suo
bicchiere pieno a Nissa. Il ragazzo sorrise - in modo
lievemente ironico - per la prima volta da quando si
erano seduti.
«Tranquillo».
«C'era da aspettarselo», commentò sarcasticamente
Keller.
«Mi piace di più Raksha».
Keller non rispose. Con "zia Anna" al sicuro in
cucina, poteva rivolgersi di nuovo a Iliana. «Hai capito
cosa ho detto prima, vero? Non puoi andare a scuola».
«Io devo andare a scuola». Per essere una che
sembrava fatta di fibra di vetro, Iliana mangiava
parecchio. Parlò con la bocca piena di frittelle cotte al
microonde.
«È fuori questione. Come faremo a venire con te?
Come potremmo qualificarci, per amore del cielo?»
«Come la cugina del Canada che non vedevo da
tempo e i suoi amici», farfugliò Iliana. «Oppure
potreste passare tutti per studenti stranieri venuti per
conoscere il sistema scolastico americano». Prima che
Keller potesse intervenire, aggiunse: «Ehi, come mai
voi ragazzi non siete a scuola? Non avete scuole?»
«Le stesse che frequenti tu», rispose Winnie.
«Tranne Nissa, che si è diplomata l'anno scorso. Ma io e
Keller andiamo alle superiori come te. Ci siamo
concesse una pausa per occuparci di questa faccenda».
«Scommetto che i vostri voti sono pessimi quanto i
miei», osservò Iliana senza scomporsi. «A ogni modo,
questa settimana devo andare a scuola. C'è ogni genere
di feste di classe e altro ancora. Potete venire anche voi.
Sarà divertente».
Keller avrebbe voluto colpirla con la ciotola dei
fiocchi d'avena.
Però doveva fronteggiare un imprevisto: Alex, il
fratellino di Iliana, era scivolato giù dal seggiolone e si
stava arrampicando sulla sua gamba. Keller abbassò lo
sguardo su di lui, in evidente imbarazzo. Non era
tagliata per le cose di famiglia, e tanto meno per i
bambini.
«Ok», disse. «Torna indietro e vai a sederti». Lo
staccò dalla gamba e lo indirizzò verso il seggiolone.
Il piccolo fece dietrofront e le tese le braccia. «Ki-ki.
Il piccolo fece dietrofront e le tese le braccia. «Ki-ki.
Ki-ki».
«Vuole dire "gattino" », disse la madre di Iliana,
arrivando con un piatto di salsicce. «Devi dire Kelly,
Kelly», disse al piccolo arruffandogli i capelli biondi.
«Keller, Keller», fu pronta a correggerla Winnie.
Alex si arrampicò sulle gambe di Keller, si afferrò ai
suoi capelli e si tirò su in piedi. La ragazza si ritrovò a
guardare due occhioni viola da bambino. Occhi da
strega.
«Ki-ki», ripeté e le diede un bacio appiccicoso sulla
guancia.
Winnie sogghignò. «Qualche difficoltà?».
Il piccolo aveva passato le braccia paffute intorno al
collo di Keller e le strofinava la testa contro il mento,
come un gattino in cerca di coccole. Aveva anche una
presa salda. Stavolta non riuscì a staccarselo di dosso.
«E solo che... mi distrae», rispose, arrendendosi e
accarezzandolo con mani maldestre. Era ridicolo. Come
poteva discutere mentre le risatine di un bambino le
squillavano nelle orecchie?
«Formate un dolce quadretto, insieme», osservò
Iliana. «Adesso vado a prepararmi per andare a scuola.
Voi ragazzi potete fare quel che volete».
Fluttuò fuori della stanza, mentre Keller stava
cercando di formulare una risposta.
Nissa e Winnie si affrettarono a seguirla. Galen si
alzò per aiutare la mamma di Iliana a sparecchiare.
Keller cercò di allontanare il piccolo, che le stava
incollato addosso come un bradipo. Forse c'era sangue
di mutaforma in quella famiglia.
«Ki-ki... ca-ca!». L'ultimo suono non le risultò
chiaro.
«Ca-ca?». Keller sbirciò nervosamente il pannolino.
«Vuole dire "carina"», disse la mamma, rientrando
nella stanza. «È strano. Di solito non prende così in
simpatia le persone. Preferisce gli animali».
«Oh, be', ha buon gusto», replicò Keller. Finalmente
riuscì a staccarselo di dosso e lo restituì alla madre. Poi
si avviò lungo il corridoio per raggiungere Iliana,
borbottando fra sé e sé: «Peccato non si possa dire
altrettanto della sua vista».
«Credo che anche la sua vista sia buona», disse
Galen, proprio dietro di lei.
Keller si voltò, accorgendosi che erano soli nel
corridoio.
L'accenno di un sorriso si spense sul volto del
ragazzo. «Volevo parlarti», le disse.
Capitolo 7

Keller Lo guardò dritto in faccia.


«Signore? O dovrei dire "altezza"?».
Il ragazzo sussultò ma cercò di non darlo a vedere.
«Avrei dovuto dirtelo fin dall'inizio».
Keller non era disposta a discuterne in quel
momento. «Che cosa vuoi?»
«Possiamo entrare li dentro?». Accennò a una
stanza che appariva una combinazione fra un ufficio e
una piccola biblioteca.
Keller non ne aveva voglia, ma non le venne in
mente alcuna ragione plausibile per rifiutare. Lo seguì e
incrociò le braccia, aspettando che chiudesse la porta.
«Mi hai salvato la vita». Pronunciò quelle parole
guardando oltre i vetri della finestra, verso il cielo
freddo e grigio. Sullo sfondo uniforme, il suo profilo si
stagliava come quello di un giovane principe inciso su
una moneta antica.
La ragazza si strinse nelle spalle. «Forse. Forse no. I
mattoni non mi hanno uccisa; forse non avrebbero
ucciso nemmeno te».«Ma tu stavi tentando di salvare
la mia vita. Ho fatto probabilmente qualcosa di stupido
- ancora una volta - e tu sei dovuta intervenire».
- ancora una volta - e tu sei dovuta intervenire».
«L'ho fatto perché è il mio lavoro, Galen. E questo il
compito che mi spetta».
«Sei rimasta ferita a causa mia. Quando sono
riemerso da quel mucchio di macerie, ho pensato che tu
fossi morta». Lo disse in tono piatto, senza tradire
alcuna emozione. Ma Keller sentì drizzarsi i peli sulle
braccia.
«Devo andare da Iliana».
«Keller».
C'era qualcosa che non andava in lei. Era già di
fronte alla porta, sul punto di andarsene, ma la sua voce
la fece fermare di colpo.
«Keller. Ti prego».
Sentì che si stava avvicinando alle sue spalle.
Le venne la pelle d'oca: era fin troppo consapevole
della sua presenza, era questo il problema. Riusciva a
sentire l'aria che spostava. Il suo calore.
Il ragazzo si fermò dietro di lei.
«Keller. Dalla prima volta che ti ho vista...». Si
fermò e tentò con altre parole. «Tu eri... splendente.
Quei lunghi capelli, neri e lucidi, che turbinavano
intorno a te, e quegli occhi d'argento. E poi ti sei
trasformata. Non penso di aver mai realmente capito
cosa significa essere un mutaforma finché non ti ho
vista. Eri una ragazza ed eri una pantera, ma eri
sempre entrambe le cose». Emise un lungo sospiro.
«Forse non riesco a esprimermi come vorrei».
Keller voleva pensare a qualcosa da dire subito. Ma
non ci riuscì; tanto meno a muoversi.
«Quando ti ho vista, ho desiderato per la prima
volta cambiare forma. Prima di allora, non mi era mai
importato davvero, e tutti mi dicevano sempre di fare
attenzione, perché qualunque forma avessi scelto la
prima volta sarebbe stata per sempre. Ma non è questo
che stavo cercando di dire. Volevo...».
Allungò una mano. Keller sentì il calore delle sue
dita diffondersi in mezzo alle scapole, fra i capelli,
attraverso il tessuto della tuta.
Rabbrividì.
Non poté farne a meno. Si sentiva così strana.
Confusa e soprannaturalmente lucida allo stesso tempo.
Debole.
Non sapeva cosa le stesse accadendo, solo che si
trattava di qualcosa di potente e formidabile.
La sua mano continuò a indugiare sulla schiena, il
suo calore a penetrare nella pelle.
«So perfettamente di non andarti a genio», disse
tranquillamente Galen. La voce non tradì alcuna nota di
autocommiserazione, ma sembrava che gli costasse
fatica tirare fuori le parole. «E non intendo cercare di
farti cambiare idea. Ma voglio solo che tu sappia che so
cosa hai fatto per me, e volevo ringraziarti per questo».
Qualcosa cominciò a gonfiarsi nel petto di Keller, come
un palloncino sempre più grosso. Serrò le labbra,
spaventata come mai lo era stata anche quando aveva
lottato contro i mostri.
«E... non lo dimenticherò», stava dicendo Galen,
sempre con calma. «Un giorno troverò un modo per
ricambiare».
ricambiare».
Keller era disperata. Cosa le stava facendo? Non
riusciva a controllarsi; stava tremando, ed era
terrorizzata all'idea che quella cosa che le si gonfiava nel
petto potesse esplodere. L'unico gesto che le venne in
mente fu di voltarsi e colpirlo, come un animale
intrappolato che tenta di attaccare chi lo sta liberando.
«È davvero strano», riprese, e Keller ebbe la
sensazione che si fosse quasi dimenticato di lei e stesse
parlando a se stesso. «Crescendo, ho cominciato a
rifiutare il Potere della mia famiglia. Tutti i miei
antenati davano per scontato di trasformarsi in demoni,
quando lo usavano. Avrei preferito non combattere,
potendo. Adesso mi sembra impossibile».
Quel che avvertiva Keller non era solo calore: sottili
fremiti elettrici partivano dalla mano di Galen,
correndo lungo la parte interna delle sue braccia. Non
era reale emissione di energia, naturalmente. Non si
trattava del Potere di cui stava parlando, come quello
usato dal drago o da Winnie. Ma le dava una sensazione
così tremendamente intima, una vibrazione che si
ripercuoteva in tutto il suo corpo.
Alcune persone non avrebbero dovuto combattere,
pensò Keller come stordita. Ma no, era una follia. Tutti
dovevano combattere; la vita era così. Se non
combattevi, eri un debole. Eri una preda.
Il giovane stava ancora parlando con quel tono
distratto. «So che tu pensi...».
Il panico di Keller raggiunse il punto critico. Si girò
di scatto e fronteggiò di nuovo Galen. «Tu non sai
niente di quel che penso. Tu non sai niente di me. Non
niente di quel che penso. Tu non sai niente di me. Non
so chi ti abbia messo in testa queste idee».
Sembrò sorpreso, ma non si mise sulla difensiva. La
luce d'argento dietro di lui accese le punte dei suoi
capelli sottili.
«Scusa», le disse dolcemente.
«Smettila di scusarti!».
«Mi stai dicendo che ho capito male? Che non pensi
che io sia un principe viziato e coccolato che non sa
niente della realtà della vita e deve essere accudito
come un bambino?».
Keller era confusa e turbata. Era esattamente quel
che pensava di lui, ma se era vero, allora perché
provava quella strana sensazione di sgomento?
«Penso che tu sia come lei», rispose, usando parole
concise e serrate per tenerle meglio sotto controllo. Non
ebbe bisogno di specificare di quale lei stesse parlando.
«Sei come questa ridicola famiglia. Mamma felice,
bimbo felice, Natale felice. Sono pronti ad amare
chiunque gli capiti a tiro. E vivono in un mondo
felicemente ideale che non ha niente a che vedere con la
realtà».
Un angolo della bocca di Galen si sollevò in una
smorfia ironica, ma gli occhi restarono seri. «Credo sia
quello che ho appena detto io».
«E sembra un atteggiamento innocuo, no? Ma non è
così. E sconsiderato e distruttivo. Vuoi scommettere
che adesso la madre di Iliana si è convinta che il mio
nome sia davvero Kelly? Non può sopportare che sia
"Demone", e così cambia allegramente il mondo intorno
a sé come le fa più comodo».
«Potresti aver ragione». Adesso non sorrideva
affatto, e c'era qualcosa nel suo sguardo, un velo di
smarrimento e di disperazione che fece crescere più che
mai il panico che provava Keller.
Riprese a parlare con rabbia per tenere lontana la
paura. «Vuoi sapere com'è la vita reale? Mia madre mi
ha abbandonata in un'area di parcheggio, dentro una
scatola di cartone rivestita di giornali, come avrebbe
fatto con un cagnolino. Questo perché non potevo
portare i pannolini. Ero rimasta bloccata a metà
trasformazione: una bambina con la coda e le orecchie
di un felino. Forse è per questo che non ha voluto
occuparsi di me, ma non lo saprò mai. L'unica cosa che
mi è rimasta di lei è un biglietto che era dentro la
scatola. L'ho conservato».
Keller rovistò nella tasca della tuta. Non aveva mai
pensato di mostrarlo a qualcuno, di certo non a chi
conosceva da meno di ventiquattro ore. Ma doveva
convincere Galen; doveva convincerlo ad andarsene
una volta per tutte.
Il suo portafoglio era sottile. Nessuna foto, solo
denaro e carta d'identità. Tirò fuori un foglietto di carta
piegato, con le pieghe consumate dal tempo e
l'inchiostro blu sbiadito in un viola pallido. Il bordo
destro era logoro e strappato, ma le parole erano scritte
sul lato sinistro e abbastanza leggibili.
«È l'eredità che mi ha lasciato», disse Keller. «Il suo
modo di trasmettere la verità, quel che aveva imparato
della vita».
della vita».
Galen prese il foglietto come se fosse un uccellino
ferito.
Keller osservò i suoi occhi scorrere le parole. Le
conosceva a memoria, naturalmente, e anche adesso le
sentì riecheggiare nella mente. Erano quattordici in
tutto; sua madre era una maestra in fatto di concisione:
Le persone muoiono...
La bellezza svanisce...
L'amore cambia...
E tu sarai sempre sola. Keller intuì che Galen era
arrivato a leggere l'ultima riga quando vide i suoi occhi
spalancarsi inorriditi.
Gli sorrise, senza alcuna dolcezza, e riprese il
foglietto.
Il ragazzo la guardò. E nonostante l'idea che aveva
di lui, rimase sorpresa notando quanto fosse
profondamente sconvolto. Continuò a fissarla con
quegli occhi d'oro verde che sembravano non avere
fondo, poi mosse un passo in avanti.
«Tu non lo pensi davvero», disse con inatteso
fervore, afferrandola per le spalle.
Keller era sbigottita. L'aveva vista in azione: come
poteva essere così stupido da metterle le mani
addosso?
Sembrava completamente ignaro del rischio che
stava correndo. Adesso non c'era niente di controllato o
esitante nel suo atteggiamento. La fissava con una sorta
di affranta tenerezza, come se gli avesse appena
confessato di essere una malata terminale. Era come se
stesse cercando di infondere amore, calore e luce
stesse cercando di infondere amore, calore e luce
dentro di lei attraverso il contatto diretto.
«Non lascerò che tu la pensi così», disse. «Non lo
permetterò».
«E semplicemente la verità. Se la accetti, non verrai
travolto dalla vita. Qualunque cosa succeda, riuscirai a
fronteggiarla».
«Non è tutta la verità. Se pensi che lo sia, perché
lavori per il Circolo dell'Alba?»
«Mi hanno cresciuta loro», rispose in tono brusco.
«Mi hanno portata via dalla nursery dell'ospedale
quando hanno saputo della mia esistenza dai giornali.
Hanno capito cosa ero e che gli umani non si sarebbero
presi cura di me. Per questo lavoro per loro, per
sdebitarmi. E la mia occupazione».«Non è l'unica
ragione. Ti ho vista all'opera, Keller».
Sentiva penetrarle nelle spalle il calore delle sue
mani. Se le scrollò di dosso e sollevò la testa con aria di
sfida. C'era ancora un fondo di ghiaccio dentro di lei, e ci
si attaccò con tutte le forze.
«Non fraintendermi», gli disse. «Non salvo le
persone per puro idealismo. Non rischio il collo per
chiunque, solo per quelli per cui mi pagano».
«Vuoi dire che se il fratellino di Iliana fosse in
pericolo, tu non lo salveresti? Resteresti lì a guardarlo
bruciare tra le fiamme o annegare, trascinato via dalla
corrente?».
Keller provò un senso di vuoto. Sollevò di nuovo il
mento e disse: «Proprio così. Se dovessi mettere in
pericolo la mia vita per salvare la sua, non lo farei».
Galen scosse la testa, chiaramente incredulo. «No».
Il senso di vuoto peggiorò.
«E una bugia», le disse, sostenendo il suo sguardo.
«Ti ho vista in azione. Ho parlato con Nissa e Winnie
ieri sera. E ho visto lo spirito con cui agisci. Non stai
semplicemente eseguendo un lavoro. Fai quel che fai
perché lo ritieni giusto. E tu sei...». Si fermò per cercare
le parole giuste, poi le espresse chiaramente. «Sei la
personificazione dell'onore».
"E tu sei pazzo", pensò Keller. Adesso aveva
davvero bisogno di andarsene. Il senso di vuoto la
stava colmando di una debolezza infinita. E sebbene
sapesse che ciò che le stava dicendo fosse una pura
idiozia, non riusciva a smettere di ascoltarlo.«Sai
fingere bene», continuò Galen, «ma la verità è che tu
sei coraggiosa, intrepida e generosa. Hai un tuo codice
personale, e non lo infrangeresti mai. E chiunque ti
conosce lo intuisce. Sai cosa pensa di te la tua squadra?
Avresti dovuto vedere le loro facce - e quella di Iliana -
quando hanno pensato che fossi morta sotto le macerie.
Hai un animo onesto e leale, e non ho mai conosciuto
qualcuno con il tuo senso dell'onore».
Gli occhi del giovane avevano il colore delle prime
foglie nuove di primavera, quelle che ti fanno alzare lo
sguardo per osservare la luce del sole che le attraversa.
Keller era una carnivora e non si era mai interessata
molto ai fiori o alla vegetazione, ma adesso il verso di
una poesia affiorò nella sua mente e vi indugiò come
una luce: In natura il primo verde è dorato. Ecco il
colore a cui si riferiva il poeta.
colore a cui si riferiva il poeta.
Si poteva annegare in occhi come quelli.
La afferrò di nuovo per le braccia. Sembrava non
potesse farne a meno, come se Keller fosse un'anima
che avrebbe potuto perdersi per sempre.
«Hai avuto una vita dura. Adesso meriti che ti
accadano solo cose belle - solo cose belle. Vorrei...». Si
interruppe, e una sorta di tremito gli attraversò il viso.
"No", si disse Keller. "Non ti permetterò di
rendermi una debole. Non ascolterò le tue menzogne".
Ma il problema era che Galen non mentiva. Era uno
di quegli idioti idealisti che dicevano quel che
pensavano. E a lei non avrebbe dovuto interessare quel
che pensava, e invece scoprì che non era così. Le
importava eccome.
Galen la stava ancora guardando con gli occhi pieni
di lacrime, scintillanti come gemme.
Qualcosa si strappò dentro Keller, e tutto cominciò a
cambiare. In un primo momento, non riuscì a capire
cosa stesse accadendo. In preda al panico, pensò solo
che si stava perdendo. Stava perdendo la sua armatura,
la sua durezza, tutto quel che le serviva per restare
viva. Qualcosa, nel profondo del suo essere, si stava
sciogliendo e fluiva verso Galen.
Cercò di afferrarlo e riportarlo indietro, ma invano.
Non poteva fermarlo.
Con un vago senso di turbamento, si accorse di aver
chiuso gli occhi. Stava cadendo, precipitando - e non le
importava.
Qualcosa la afferrò.
Sentì il calore di braccia che la avvolgevano,
Sentì il calore di braccia che la avvolgevano,
sostenendola. E sentì se stessa abbandonarsi in quella
stretta, allentare la tensione, lasciare che portassero
parte del suo peso, come se qualcuno stesse
controllando il suo corpo.
Così caldo...
Fu in quel momento che Keller scoprì una cosa
strana: era un calore che poteva darle i brividi.
Così vicina a lui, sentiva la presenza intensa e forte
di Galen a cui potersi aggrappare - e a questa
sensazione il suo corpo fu scosso da un brivido di
piacere.
E poi sperimentò un senso di autentica connessione.
Non fu qualcosa di fisico. La scintilla che passò fra
loro servì a collegare le loro menti. Un lampo
improvviso di comprensione assoluta.
Il cuore stava per esploderle.
Sei tu. La voce era nella sua mente, la stessa voce
che aveva udito il giorno prima quando Galen aveva
cercato di salvarla dal drago. Era piena di meraviglia e
di incredulità. Sei tu... quella che cercavo. Sei
l'unica...E Keller avrebbe voluto dirgli che era una follia,
se non fosse stato che era esattamente quel che
provava lei. Era come se si fosse appena voltata
trovandosi inaspettatamente di fronte a una figura
uscita dai suoi sogni. Una persona che istintivamente
conosceva, proprio come conosceva la propria mente.
Anche io ti conosco, la voce di Galen sussurrò nella
sua testa. Siamo talmente simili...
Non è vero, pensò Keller. Ma la sua protesta suonò
debole anche a lei. E cercare di aggrapparsi alla propria
rabbia e al proprio cinismo in quel momento sembrava
sciocco, inutile. Come una ragazzina convinta che
nessuno la ami che continua a cacciare tutti in malo
modo.
Noi ci apparteniamo, le disse semplicemente Galen.
E basta.
Caldi fremiti. Keller sentiva la forza del suo amore
come una luce intensa che risplendeva su di lei. E non
riusciva... a resistere... oltre...
Le braccia si sollevarono per restituire l'abbraccio.
La testa si piegò lievemente indietro, ma non molto,
perché lei era alta e le loro labbra stavano già per
sfiorarsi.
Il bacio fu fremente, piacevole e molto dolce.
Fluttuò in una caligine dorata per un tempo che le
parve infinito, poi fu scossa da un altro brivido.
C'è qualcosa... qualcosa che devo ricordare...
Ti amo, la zittì Galen.
Sì, ma c'è qualcosa che ho dimenticato...
Siamo insieme, le disse. Non voglio ricordare
niente altro.
E in questo probabilmente aveva ragione. Non
poteva biasimarlo. Chi avrebbe voluto turbare quel
momento di calore, intimità e placida gioia?Eppure,
avevano parlato di qualcosa, molto tempo prima,
quando lei era sola. Qualcosa che l'aveva resa
terribilmente infelice.
Non permetterò che tu sia infelice. Non ti lascerò
mai sola, le disse.
mai sola, le disse.
Le accarezzò i capelli con la punta delle dita. Un
semplice gesto, ma bastò a mandare in corto circuito i
processi mentali di Keller.
Ma non completamente.
Sola... ora ricordo.
Il biglietto di sua madre.
E tu sarai sempre sola.
Le braccia di Galen si strinsero intorno a lei. No.
Non pensarci. Siamo insieme. Ti amo...
No.
Si divincolò dall'abbraccio e si allontanò da lui. Si
ritrovò in piedi nella biblioteca, di fronte a Galen,
sconvolta e provata, come se fosse stata risvegliata
bruscamente da un sogno.
«Keller...».
«No!», sibilò. «Non toccarmi!».
«Non ti toccherò. Ma non posso lasciarti scappare
via. E non posso fingere di non amarti».
«L'amore», ringhiò Keller, «è segno di debolezza».
Vide il biglietto della madre caduto sul pavimento e si
affrettò a raccoglierlo. «E nessuno mi ridurrà a un
essere debole e sentimentale! Nessuno!».
Solo dopo essere uscita dalla stanza si ricordò di
aver omesso l'argomento più convincente di ogni altro.
Galen non poteva amarla. Era impossibile.
Era destinato a sposare la Strega Bambina.
La sorte del mondo dipendeva da questo.
Capitolo 8

Keller fu tentata di controllare le protezioni di


difesa, ma sapeva che non sarebbe servito a niente.
Non era sufficientemente sensibile alle energie delle
streghe per riuscire a valutarle. Erano state approntate
da Nonna Harman e testate da Winnie, e avrebbe
dovuto fidarsi di loro.
Le difese erano sintonizzate in modo che solo la
famiglia Dominick e gli umani normali potessero
accedere all'interno. Nessun membro del Popolo delle
Tenebre poteva oltrepassarle, fatta eccezione per
Nissa, Winnie, Keller e Galen. Questo significava, pensò
Keller con una punta di malizia, che qualsiasi strega
perduta parente della madre di Iliana, che fosse andata
a trovarla, avrebbe avuto una bella sorpresa. Una
parete invisibile avrebbe impedito loro di valicare la
soglia. Fino a quando qualcuno dall'interno non avesse
rimosso le difese, la casa sarebbe stata più sicura di
Fort Knox. Nonna Harman aveva anche preso la
limousine, realizzò Keller. Nel corso della notte, la
vettura era stata sostituita da un'anonima Ford Sedan
parcheggiata lungo il marciapiede. Una busta gialla,
contenente le chiavi della macchina e una piantina della
contenente le chiavi della macchina e una piantina della
scuola superiore Lucy Lee Bethea, era stata recapitata
direttamente attraverso la fessura per la posta nel
portone.
Il Circolo dell'Alba era davvero efficiente.
«Non ho finito di sistemarmi i capelli», si lamentò
Iliana mentre Nissa la spingeva verso la macchina.
«Sono favolosi», la rassicurò Winnie da dietro le
spalle.
Ed era vero. Non c'era niente che potesse rendere
quella cascata scintillante di capelli oro e argento ancor
più splendente. Che li portasse sciolti o raccolti,
intrecciati o legati, erano sempre uno spettacolo.
"Non credo nemmeno che quella piccola idiota
debba spazzolarli", pensò Keller. "Sono talmente sottili
che non riuscirebbe a intricarne due insieme nemmeno
se ci provasse".
«E ho dimenticato la sciarpa...».
«Eccola». Keller gliela passò intorno al collo come un
laccio. Quella sciarpa era ridicola: velluto sgualcito in
tenui tonalità metalliche, con una frangia di quindici
centimetri. Puramente decorativa. Iliana si sentì
strozzare mentre Keller gliela avvolgeva più volte
intorno al collo con gesti non proprio premurosi.
«Un po' troppo aggressiva, capo?», le chiese
Winfrith, districando la fascia di velluto prima che
Iliana diventasse blu.
«Non voglio arrivare in ritardo», rispose
bruscamente Keller, ma vide che Nissa la osservava.
Galen fu l'ultimo a uscire dalla casa. Era pallido e
serio - almeno questa fu l'impressione che ebbe Keller
dandogli un'occhiata fugace. La madre di Iliana rimase
sul portone tenendo in braccio il piccolo.«Di' "ciao" alle
amiche di tua sorella. Ciao ciao».
«Ki-ki», balbettò il bambino. «Ki-ki!».
«Salutalo», le suggerì Winfrith.
Keller strinse i denti, rispondendo con un mezzo
cenno e mantenendo tutti i sensi allertati per captare
qualsiasi segnale di un attacco imminente. Il piccolo le
tese le braccia.
«Ca-ca!».
«Andiamocene di qui». Keller spinse Iliana quasi a
forza sul sedile posteriore.
Nissa si mise al volante, e Galen si accomodò sul
sedile del passeggero. Winnie girò rapidamente intorno
alla macchina per sedersi dall'altro lato di Iliana.
Mentre partivano, Keller vide l'esterno
dell'abitazione per la prima volta. Era una casa
graziosa: rivestita di assicelle bianche, due piani e
mezzo, stile coloniale. Anche la via era graziosa, bordata
da cespugli di sanguinella che si sarebbero trasformati
in nuvole bianche durante il periodo della fioritura. Il
genere di strada dove la gente si godeva la primavera
sulla sedia a dondolo fuori casa e dove qualcuno si
sentiva in dovere di creare un alveare nel cortile
posteriore per produrre miele di ossidendro.
Sebbene Keller avesse girato tutti gli Stati Uniti,
spedita da un gruppo all'altro del Circolo dell'Alba,
l'ospedale dove era stata recuperata si trovava vicino a
un quartiere simile.
un quartiere simile.
"avrei potuto crescere in un posto come questo. Se i
miei genitori mi avessero tenuta con loro... Ce l'ho con
Iliana?", si domandò Keller all'improvviso. "E perché
mai, lei non ne ha colpa"."Oh, no, certo che no", le disse
la sua mente. "Non è colpa sua se è splendida e
perfetta, se ha genitori che la amano, e se ha fuoco
azzurro nelle vene e sarà costretta, che lo voglia o no, a
sposare Galen...".
"Cosa che a me non interessa", si disse Keller. Era
scioccata dalle proprie reazioni. Quando mai aveva
permesso alle emozioni di interferire con il suo lavoro?
Si stava lasciando distrarre - si era lasciata distrarre
per tutta la mattina - mentre c'era in gioco qualcosa di
importanza vitale.
"Basta", si ripromise con decisione. "D'ora in poi,
non penserò ad altro che non sia la missione". Anni di
disciplina mentale le tornarono utili in questo
frangente; riuscì a mettere da parte ogni pensiero e a
concentrarsi con fredda lucidità sul da farsi.
«...fermato un treno in corsa», stava dicendo
Winfrith.
«Ah sì?». La voce di Iliana non mostrò particolare
interesse. "Almeno aveva smesso di preoccuparsi dei
suoi capelli", pensò Keller.
«Proprio così. Era uno di quei treni BART a San
Francisco, sai, tipo i convogli della metropolitana. Le
due ragazze erano sui binari, e il Potere Selvaggio ha
bloccato il treno prima che potesse investirle. Ecco cosa
può fare il fuoco azzurro».
«So che non potrei fare niente del genere», disse
«So che non potrei fare niente del genere», disse
Iliana chiaro e tondo. «Quindi non posso essere un
Potere Selvaggio. O qualunque altra cosa». Le ultime
parole furono pronunciate in fretta.
Nissa la guardò con aria interrogativa. «Hai mai
provato a fermare un treno?».Mentre Iliana si
mordicchiava la punta di un dito riflettendo sulla
domanda, intervenne Winnie: «Devi farlo bene, capisci.
Prima devi fare affluire il sangue, e poi devi
concentrarti. Non devi aspettarti di riuscirci bene al
primo tentativo».
«Se vuoi cominciare a fare un po' di pratica»,
aggiunse Nissa, «possiamo aiutarti».
Iliana rabbrividì. «No, grazie. Svengo alla vista del
sangue. E a ogni modo, non me la sento».
«Peccato», mormorò Nissa. «Oggi avremmo potuto
usare il fuoco azzurro a nostro vantaggio».
Si stavano fermando davanti a un incantevole
edificio scolastico di mattoni rossi. Galen e Keller non
avevano detto una parola durante l'intero tragitto.
Ma adesso Keller si sporse in avanti. «Nissa, vai
avanti. Voglio prima esaminare la disposizione
dell'edificio».
Nissa imboccò una strada circolare che arrivava
davanti all'imponente ingresso della scuola. Keller
guardò a destra e a sinistra, registrando ogni
particolare dei dintorni. Notò Winnie seguire il suo
esempio e anche Galen, che si stava soffermando sugli
stessi punti rischiosi individuati da lei. Aveva il senso
della strategia.
«Fai il giro intorno alla costruzione e torna
indietro», disse Keller.
Iliana si agitò sul sedile. «Pensavo fossi preoccupata
che io facessi tardi».
«Mi preoccupa di più che tu possa morire», la mise
a tacere Keller. «Cosa ne pensi, Nissa?»
«La porta laterale a ovest. Si può parcheggiare
abbastanza vicino, e non ci sono cespugli intorno dietro
cui si potrebbero nascondere spiacevoli
sorprese».«Sono d'accordo. Ok, ascoltatemi bene.
Raggiunto il punto stabilito, Nissa rallenterà.
Rallenterà, non si fermerà. Al mio segnale, salteremo
tutti giù dalla macchina e ci infileremo dritti in quella
porta. Nessuna sosta o esitazione. Ci muoveremo in
gruppo. Iliana, mi hai sentito? D'ora in poi non andrai
da nessuna parte senza avere Winnie davanti a te e me
al tuo fianco».
«E Galen dove sarà?», volle sapere Iliana.
Keller imprecò mentalmente contro se stessa. Non
era abituata a lavorare con un quarto membro nella
squadra. «Resterà dietro di noi, ok, Galen?». Si
costrinse a guardare dalla sua parte.
«Sì. Come vuoi tu», rispose, senza la minima traccia
di sarcasmo nella voce. Era maledettamente serio.
Totalmente infelice, coscienzioso e maledettamente
serio.
«Nissa, quando avrai parcheggiato, ci raggiungerai e
ti posizionerai dall'altro lato di Iliana. In quale aula è la
prima lezione?»
«Trecentoventisei», disse Iliana con aria
«Trecentoventisei», disse Iliana con aria
demoralizzata. «Storia americana con il signor
Wanamaker. Era andato a New York per tentare la
carriera di attore, ma è riuscito solo ad ammalarsi
perché non mangiava vitamine a sufficienza. Così è
ritornato, e adesso è molto severo, a meno che non gli
chiedi di fare le sue imitazioni dei presidenti...».
«Bene», intervenne Keller. «Ci stiamo avvicinando
alla porta»,
«...e riesce a essere davvero divertente quando
imita Theodore Roosevelt... o era un altro...».
«Ora», disse Keller, spingendo fuori Iliana mentre
Winnie la tirava dall'altra parte.
Filò tutto liscio, anche se Iliana lanciò qualche grido-
lino di protesta. Keller mantenne una presa salda sul
braccio della ragazza finché non raggiunsero la
porta.«Non credo che mi piaccia questo modo di
entrare a scuola».
«Possiamo girare sui tacchi e tornare subito a casa»,
ribatté Keller. Iliana non disse altro.
Galen le seguiva dappresso, silenzioso e
concentrato. Di solito al suo posto c'era Nissa, quando
non c'era di mezzo la macchina, e Keller non poté fare a
meno di notare la differenza. Non le piaceva avere alle
spalle qualcuno di cui non si fidava completamente. E
anche se i nemici non sembravano sapere che Galen era
una figura importante, se l'avessero scoperto il ragazzo
sarebbe diventato un altro bersaglio.
"Affronta la situazione", si disse. "Questo piano è un
disastro, quanto a sicurezza. Una disgrazia non
programmata che aspetta solo di verificarsi".
programmata che aspetta solo di verificarsi".
Aveva i nervi talmente tesi che sobbalzava a ogni
minimo rumore.
Scortarono Iliana fino al suo armadietto, poi su per
le scale, al terzo piano. I corridoi erano quasi deserti,
proprio come aveva previsto Keller.
Ma questo naturalmente voleva dire che erano in
ritardo per la lezione.
Nissa scivolò al loro fianco proprio mentre aprivano
la porta. Entrarono in gruppo e il professore smise di
parlare per guardarli, imitato da tutti gli studenti seduti
in aula.
Alcuni rimasero a bocca aperta.
Keller sorrise spietatamente fra sé e sé.
Certo, la loro presenza doveva essere alquanto
scioccante in una cittadina così piccola. Quattro membri
del Popolo delle Tenebre - be', ex membri. Una strega
esile quasi quanto Iliana, con una massa di riccioli rossi
e un viso da folletto. Una ragazza vampiro dal viso
perfetto che sembrava essere appena uscita da una
rivista, con i capelli castani raccolti e uno sguardo
stranamente penetrante. Un ragazzo mutaforma che
avrebbe potuto prendere il posto di un qualsiasi
principe in un libro di fiabe, con i capelli d'oro antico e i
lineamenti di una scultura classica.
E, naturalmente, una pantera che, ora come ora,
camminava su due gambe, nelle vesti di una ragazza di
alta statura con espressione tesa e guardinga, e capelli
neri che volteggiavano magicamente intorno al suo viso.
E in mezzo a loro, ovviamente, c'era Iliana, con l'aria
di una ballerina capitata lì per sbaglio dalla suite dello
Schiaccianoci,
Il silenzio calò nell'aula mentre i due gruppi si
osservavano.
Poi il professore chiuse di colpo il libro e avanzò
verso gli ultimi arrivati. Keller si tenne pronta:
quell'uomo aveva una barbetta ben curata e
un'espressione minacciosa.
Fu Iliana a prendere l'iniziativa; si fece avanti prima
che Keller potesse aprire bocca.
«Signor Wanamaker! Questi sono i miei cugini - be',
solo alcuni. Vengono dalla... California. Hollywood! Sono
qui per... alcune ricerche...».
«In realtà siamo solo in visita», intervenne Keller.
«Per un nuovo spettacolo ambientato in una scuola
superiore. Non come l'altro spettacolo. E più un rea-
lity...».
«Solo in visita», ripeté Keller.
«Ma tuo padre è un famoso produttore», continuò
Iliana, aggiungendo sottovoce al signor Wanamaker:
«Sa, come l'altro produttore».
Tutti gli occhi, compresi quelli dell'insegnante, si
fissarono su Keller.
«Sì... esatto», confermò Keller, sorridendo a denti
stretti. «Ma noi siamo qui solo in visita». Sollecitò
l'intervento di Winnie dandole una leggera gomitata,
ma non fu necessario. La ragazza aveva già lo sguardo
concentrato sul professore, e stava usando i suoi poteri
di strega per fargli il lavaggio del cervello.
Il signor Wanamaker sbatté le palpebre. Soppesò il
Il signor Wanamaker sbatté le palpebre. Soppesò il
libro che teneva in mano come Amleto con il teschio di
Yorick. Guardò il volume, poi Winnie, sempre
perplesso.
Alla fine si strinse nelle spalle e alzò gli occhi al
soffitto. «Ok, comunque sia, sedetevi. Ci sono delle
sedie in fondo all'aula. E annoterò il vostro ritardo».
Keller notò che, mentre tornava verso la cattedra, il
professore aveva una postura molto rigida.
Fece del suo meglio per fulminare Iliana con lo
sguardo senza attirare ulteriore attenzione. «Un
produttore famoso?», le sibilò.
«Mi sembrava più interessante che dire
semplicemente che siete miei amici».
"Non c'è niente che possa farti risultare più
interessante, cervello di gallina", pensò Keller; ma non
disse nulla.
Però scoprì qualcosa che la lasciò sorpresa, e lo
scoprì in fretta. Il suo lavoro era reso più complicato dal
fatto che tutti, in quella scuola, erano innamorati di
Iliana.
Era strano. Keller era abituata ad attirare
l'attenzione dei ragazzi - e a ignorarla. Anche due tipi
come Nissa e Winnie dovevano tenerli alla larga con la
forza. Ma qui, sebbene gli sguardi dei ragazzi
indugiassero anche su loro tre, tornavano sempre a
concentrarsi su Iliana. Durante l'intervallo, gli studenti
si affollarono intorno a Iliana come api intorno a un
fiore. E non solo i ragazzi; anche le ragazze. Tutti
sembravano avere qualcosa da dirle, oppure volevano
semplicemente vederla sorridere.
semplicemente vederla sorridere.
Un vero incubo per una guardia del corpo.
"Cosa ci trovano in lei?", si domandò Keller,
frustrata al di là di ogni sopportazione, mentre tentava
di sottrarre Iliana alla folla. "Cioè, escludendo la sua
bellezza. Ma se dipende solo dal suo aspetto...".
Non era così. Almeno non sembrava. Non erano lì a
sbavarle intorno per avere un appuntamento.
«Ehi, Iliana, mio nonno è rimasto incantato dal tuo
biglietto d'auguri di pronta guarigione».
«Illie, quest'anno sistemerai i nastri degli
orsacchiotti per la beneficenza di Natale? Nessun altro
riesce ad annodare quei fiocchi così minuscoli».
«Oh, Iliana, è terribile! Bugsy ha avuto cinque
cuccioli, e mamma dice che non possiamo tenerli.
Dobbiamo trovargli una sistemazione».
«Iliana, mi serve il tuo aiuto...».
«Aspetta, Iliana, devo chiederti...».
"Ok, ma perché rivolgersi a lei", pensò Keller
quando riuscì finalmente a staccarla dai suoi fan e a
guidarla verso il corridoio. "Voglio dire, non credo che in
questa scuola sia la persona più adatta a risolvere
problemi, no?".
C'era un tipo che sembrava apprezzare Iliana solo
per il suo aspetto. Keller provò per lui un'immediata
antipatia. Era un ragazzo attraente ma in maniera
affettata, con capelli castano scuro, occhi di un azzurro
intenso e i denti bianchissimi. Indossava abiti costosi e
sorrideva di continuo, ma solo a Iliana.«Brett», disse
Iliana quando le si avvicinò nel corridoio.
Brett Ashton-Hughes. Uno dei ricchi gemelli che
avrebbero organizzato la festa di compleanno la sera
del sabato successivo. Keller lo trovò ancora più
antipatico, specialmente quando le diede un'occhiata di
sfacciato apprezzamento prima di tornare a
concentrarsi su Iliana.
«Ehi, biondina! Pensi sempre di venire sabato?».
Iliana si abbandonò a una risatina sciocca. Keller
soffocò il bisogno urgente di colpire qualcosa.
«Ma certo, ci sarò. Non mancherei per nessun
motivo».
«Perché, capisci, Jaime morirebbe se tu non venissi.
Abbiamo intenzione di invitare solo poche persone, e
avremo l'intera ala ovest a nostra disposizione.
Potremmo anche danzare nella sala da ballo».
Lo sguardo di Iliana si fece sognante. «E così
romantico. Ho sempre voluto danzare in un'autentica
sala da ballo di una volta. Mi sentirò come Rossella
O'Hara».
"No", pensò Keller. "No, e poi no. Non ci andrà
affatto. Deve andare alla cerimonia del solstizio, dove si
raduneranno streghe e mutaforma, anche se dovrò
trascinarcela per i capelli".
Incontrò lo sguardo di Nissa e intuì che l'amica stava
pensando la stessa cosa. Galen e Winnie continuavano a
studiare Brett con sguardi preoccupati.
«Sì, e io sarò Brett Butler», stava dicendo Brett.
«Per di più, la piscina coperta sarà riscaldata. Così,
quando non vorrai più essere Rossella, per un po' potrai
fare la sirena».
fare la sirena».
«Mi sembra magnifico! Di' a Jaime che te l'ho
detto».Winnie si morse un labbro. Keller rinsaldò la
presa sul braccio di Iliana e cominciò a tirarla da una
parte.
«Allora l'hai promesso, d'accordo?», le gridò Brett
mentre si allontanavano.
Keller le strizzò il braccio.
«Sì, ma... ahi». Iliana riuscì a sorridere e a trasalire
nello stesso momento, il braccio inerte nella morsa di
Keller. «Oh, Brett, un'ultima cosa. Mia cugina e i suoi
amici sono ospiti a casa mia».
Brett esitò un istante, rivolgendo a ogni ragazza
della squadra uno sguardo di apprezzamento. Poi
scrollò le spalle e fece balenare i denti in un sorriso.
«Nessun problema. Portali con te. I tuoi amici sono
nostri amici».
«Non era questo che stavo cercando di dirti», le
disse Keller quando furono fuori della portata di Brett.
Iliana si stava massaggiando il braccio con
espressione offesa. «E allora cosa? Pensavo che per voi
sarebbe stato divertente venire alla festa».
«Cosa vuoi dire con "e allora cosa"? Quella sera tu
andrai alla cerimonia del solstizio, quindi non avresti
dovuto promettergli niente».
«Io quella sera non andrò alla cerimonia del
solstizio, perché non sono la persona che cercate».
Non era il momento per mettersi a discutere. Keller
continuò ad avanzare lungo il corridoio.
Non era affatto contenta: si sentiva come un gatto
col pelo ritto, i nervi tesi allo spasimo.
col pelo ritto, i nervi tesi allo spasimo.
In breve, neanche Iliana fu contenta.
«Io pranzo sempre alla mensa!».«Oggi no», disse
Keller, consapevole di risultare rude e stanca proprio
come si sentiva. «Non possiamo correre questo rischio.
Devi stare in una stanza da sola, un posto dove
possiamo controllare chi entra».
«L'aula di musica», arrivò Winnie in soccorso. «L'ho
vista sulla piantina e ho chiesto informazioni a una
ragazza durante la lezione d'inglese. Resta aperta
durante l'ora di pranzo e ha un'unica porta». «Io non
voglio...». «Non hai scelta!».
Nell'aula di musica, Iliana tenne il broncio, ma non
era molto brava a farlo, e riuscirono a intuire il suo
malumore solo perché, quando offrì i suoi biscotti a
Nissa, insistette solo una volta. Keller rimase fuori della
porta, passeggiando nervosamente su e giù per il
corridoio. Sentiva Winnie e Galen che parlavano
all'interno dell'aula. Perfino la voce di Galen suonava
pallida e tirata.
"Qualcosa non va... ho avuto questa brutta
sensazione da quando siamo arrivati alla scuola... e la
situazione peggiora con lui in mezzo ai piedi". Una parte
di lei era preoccupata all'idea che Galen potesse
approfittare di quell'occasione per uscire nel corridoio a
parlarle. E un'altra parte, profondamente nascosta nel
suo animo, era furiosa perché non l'aveva ancora fatto.
Santo cielo! Devo tenere la mente sgombra. Ogni
istante in cui perdo il controllo delle mie emozioni è
un'opportunità per loro.
Era così intenta ad autorimproverarsi che quasi non
si accorse della ragazza che la superò. Keller si trovava
quasi in fondo al corridoio e ci volle una seconda
occhiata prima che realizzasse che qualcuno le era
tranquillamente scivolato accanto.«Ehi, aspetta», gridò
alla schiena della ragazza. Aveva una corporatura
media, con i capelli del colore delle foglie di quercia che
le arrivavano più o meno alle spalle. Camminava svelta.
Non si fermò.
«Aspetta! Dico a te! Non è permesso entrare in
quella stanza».
La ragazza non si girò, e non accennò a fermarsi.
Aveva quasi raggiunto l'aula di musica.
«Ferma dove sei! O te ne pentirai!».
Nemmeno un'esitazione nei passi dell'intrusa, che si
diresse verso la porta.
Mille allarmi rossi scattarono nella testa di Keller.
Capitolo 9

Keller reagì subito, d'istinto.


Si trasformò.
Questa volta lo fece all'improvviso, affrettando il
corso del processo, forzandone il completamento.
Voleva essere pienamente pantera quando sarebbe
atterrata sulla schiena della ragazza.
Ma alcune cose non si possono accelerare. Sentì che
cominciava a sciogliersi, a fluidificarsi... senza una forma
definita... una sensazione di piacere... la totale libertà di
non essere costretta in una qualsiasi forma fisica. E poi
la trasformazione, un allungamento di tutte le cellule
che si estendevano per diventare qualcosa di diverso,
per spiegarsi come ali di farfalla all'interno di un corpo
nuovo.
La tuta si dissolse nel pelo che le rivestì le membra,
dallo stomaco fin su al viso, e giù dalla nuca lungo tutta
la schiena. Le orecchie dalla pelle sottile si drizzarono, i
padiglioni si arrotondarono, fremendo nervosamente.
Dalla base della spina dorsale si sprigionò la coda, la
punta ossea leggermente ricurva frustò l'aria con
impazienza. Fu così che atterrò sulla preda.
La gettò a terra senza ferirla, e rotolarono insieme
La gettò a terra senza ferirla, e rotolarono insieme
sul pavimento. Quando si fermarono, Keller era
accoccolata sullo stomaco della ragazza.
Non voleva ucciderla. Prima doveva carpirle delle
informazioni. Che genere di membro del Popolo delle
Tenebre fosse e da chi era stata mandata.
L'unico problema era che ora, mentre era accucciata
con le zampe anteriori che bloccavano le braccia della
ragazza, fissando i suoi occhi blu ombreggiati da una
morbida frangetta, non percepiva nulla del Mondo delle
Tenebre nell'energia vitale della ragazza.
I mutaforma erano incontestabilmente i migliori in
questo: erano in grado di distinguere un umano da un
membro del Popolo della Notte nove volte su dieci. Ma
quella ragazza non lasciava adito nemmeno al dubbio.
Continuava a emanare segnali puramente umani.
Per non parlare delle urla. Aveva la bocca
spalancata, e anche gli occhi e le pupille. La pelle aveva
assunto una colorazione livida come se stesse per
svenire. La sua espressione era completamente confusa
e terrorizzata, e non aveva fatto una sola mossa per
difendersi dall'attacco.
Keller si sentì morire.
Ma se la ragazza era umana e inoffensiva, perché
non le aveva dato ascolto quando le aveva chiesto di
fermarsi?
«Capo, dobbiamo farla tacere». Era Winnie, che
gridava per farsi sentire sopra le urla gutturali della
ragazza. Come al solito, Nissa non disse una parola, ma
fu lei che pensò di chiudere la porta dell'aula di musica.
Nel frattempo, Keller si era ripresa quanto bastava per
tappare quella bocca con una mano. Le urla si spensero.
Fu allora che Keller guardò i compagni.
La stavano fissando, con gli occhi sgranati. Keller si
sentì come un gatto pescato con la zampa dentro la
gabbia del canarino.
Eccola lì, accucciata, con il busto di una ragazza
umana, a metà fra le due forme. Aveva le orecchie e la
coda da pantera, e un nero manto felino le rivestiva il
corpo dagli stivali fino alle spalle. La fasciava come
un'aderente tuta nera senza maniche, lasciandole le
braccia e il collo scoperti. Sulla testa aveva ancora
capelli umani, che si agitavano intorno a lei sferzando il
pavimento.
Anche il viso era umano, fatta eccezione per le
pupille, ridotte a due fessure ovali che si contraevano a
ogni variazione fra luce e ombra. Quanto ai denti, i
canini apparivano delicatamente appuntiti, ricordando
vagamente un paio di zanne.
Guardò Galen di sottecchi, non sapendo come
interpretare la sua espressione. Il ragazzo non le
staccava gli occhi di dosso, e c'era una qualche forte
emozione che gli tendeva i lineamenti del viso,
tracciando una linea bianca intorno alla sua bocca.
Orrore? Disgusto? Anche lui era un mutaforma o lo
sarebbe stato, se mai si fosse deciso. L'aveva già vista
in forma di pantera. Perché doveva restarne scioccato
proprio adesso?La risposta le balenò in qualche angolo
riposto del suo cervello: perché in quel modo era un
mostro. "Le pantere fanno parte della natura e non
mostro. "Le pantere fanno parte della natura e non
possono essere biasimate per il loro comportamento. Io
invece sono un essere selvaggio che non si risolve a
essere un animale o una persona. E in questa forma
sono pericolosa. Nessuna delle due metà di me è
realmente sotto controllo".
Galen mosse un passo verso di lei. Aveva la
mascella serrata, ma gli occhi d'oro verde erano fissi su
di lei e aveva una mano leggermente sollevata. Keller si
domandò se fosse il gesto di un negoziatore di ostaggi.
Aprì la bocca per dire qualcosa.
Ma in quel momento Iliana si rianimò, balzò in piedi
superando Galen e gridando a Keller allo stesso tempo.
«Cosa stai facendo? Questa è Jaime! Cosa le stai
facendo?»
«La conosci?»
«È Jaime Ashton-Hughes! La sorella di Brett! Ed è
una delle mie migliori amiche! E tu l'hai assalita! Ma
cosa hai nel cervello?».
Espresse l'intero concetto strillando con un'intensità
costante di decibel ma, pronunciando l'ultima frase,
abbassò lo sguardo sulla vittima ancora a terra.
Keller sollevò la mano dalla bocca di Jaime. Scoprì
presto, tuttavia, che non sarebbe stato necessario.
Jaime sollevò la mano libera e tracciò gesti rapidi e
fluidi nell'aria, chiaramente indirizzati a Iliana.
Seguendo la scena, Keller provò un vuoto allo
stomaco.
Lasciò andare l'altro braccio della ragazza, e subito i
gesti continuarono a due mani.
Oh. Oh... dannazione.
Oh. Oh... dannazione.
Keller appiattì le orecchie indietro e guardò Iliana
con aria mesta.
«Linguaggio dei segni?»
«Soffre di una menomazione all'udito!», esplose
Iliana fulminando Keller con lo sguardo e rispondendo
nel frattempo all'amica. I suoi gesti erano goffi e
innaturali se paragonati a quelli di Jaime, ma si vedeva
chiaramente che sapeva quel che le stava dicendo.
«Non me ne ero resa conto».
«Che differenza fa se ci sente bene o no?», gridò
Iliana. «È una mia amica! È la presidentessa del gruppo
di studenti dell'ultimo anno! E la responsabile della
vendita di beneficenza di Natale! Cosa pensavi che
potesse farti, chiederti di acquistare un orsacchiotto?».
Keller sospirò. La coda aderiva al corpo, quasi
nascosta fra le gambe e le orecchie non erano mai state
così basse. Scese dallo stomaco di Jaime, che si trascinò
immediatamente indietro a debita distanza,
riprendendo a gesticolare animatamente in direzione di
Iliana.
«La differenza», disse Keller, «è che non si è
fermata quando le ho chiesto di farlo. Ho gridato, ma...
non me ne ero resa conto. Senti, dille che mi dispiace,
vuoi?»
«Diglielo tu! Non parlare di lei come se non fosse
qui. Jaime sa leggere benissimo le labbra se ti prendi la
briga di guardarla in faccia». Iliana tornò a rivolgersi
all'amica. «Mi dispiace. Non essere arrabbiata, ti prego.
È stato terribile... e non so come spiegarti. Riesci a
respirare adesso?».
Jaime annuì lentamente. Gli occhi di un azzurro
intenso scivolarono su Keller, poi di nuovo su Iliana.
Parlò sottovoce. Sebbene il tono fosse uniforme e alcuni
suoni indistinti, era piuttosto gradevole da ascoltare. E
le parole risultavano perfettamente comprensibili.
«Cosa... è?», domandò a Iliana, riferendosi
ovviamente a Keller. Ma poi, prima che Iliana potesse
risponderle, Jaime la fermò. Si morse il labbro e guardò
a terra per un istante, poi si fece coraggio e alzò lo
sguardo su Keller. Era spaventata, il corpo ancora
contratto, ma questa volta i suoi occhi non sfuggirono
quelli di Keller.
«Cosa... sei?».
Keller aprì la bocca e la richiuse subito.
Una mano si era posata sulla sua spalla. Era calda, e
le diede una breve stretta. Poi si ritirò, come fosse
disgustata per aver toccato la pelliccia di un animale.
«È una persona», disse Galen, inginocchiandosi
accanto a Jaime. «Forse in questo momento può
apparire un po' diversa, ma è una persona tanto quanto
te. E ti prego di credere che non intendeva farti del
male. Si è sbagliata. Ha pensato che tu fossi un nemico e
ha reagito di conseguenza».
«Un nemico?». C'era qualcosa di speciale in Galen.
Jaime si era rilassata appena si era abbassato vicino a
lei. Adesso si stava rivolgendo a lui senza paura, con le
mani che svolazzavano graziosamente nell'aria a
enfatizzare con gesti le sue parole. Aveva un viso
grazioso, quando non era blu per il terrore, notò Keller.
grazioso, quando non era blu per il terrore, notò Keller.
«Di cosa stai parlando? Che genere di nemico? E voi, chi
siete? Non vi avevo mai visti in questa scuola».
«Lei credeva... be' pensava che tu volessi fare del
male a Iliana. Ci sono persone che ci stanno provando».
L'espressione di Jaime cambiò. «Far male a Iliana?
Chi? Sarà meglio che non ci provino nemmeno!».
Durante questo scambio di battute, Winnie non
aveva fatto altro che agitarsi inquieta. Adesso
bofonchiò: «Capo...».«Non importa», disse Keller con
calma. «Nissa dovrà comunque cancellare la sua
memoria». In un certo senso era un peccato, perché la
reazione della ragazza al Mondo delle Tenebre era stata
una delle più ragionevoli a cui Keller avesse mai
assistito. Ma non si poteva evitare.
Keller pronunciò l'ultima frase senza guardare in
faccia Iliana; sapeva che ne sarebbe nata una
discussione. Ma prima che avesse avuto inizio, voleva
dire un'ultima cosa. «Jaime?». Appena si mosse attirò
la sua attenzione. «Mi spiace, davvero. Scusa se ti ho
spaventata. E mi dispiace se ti ho fatto male». Si alzò in
piedi, senza accertarsi se fosse stata perdonata o meno.
Che differenza faceva? Il danno era fatto, e non poteva
evitare quel che stava per accadere. Non si aspettava
di essere perdonata, e non le importava. A ogni modo,
questo fu quel che pensò. Come previsto, Iliana
cominciò a discutere. Keller cercò di evitare che Jaime
assistesse alla scena, perché non avrebbe fatto altro che
spaventarla e rattristarla ulteriormente, e la
conclusione era davvero inevitabile. Lasciare i suoi
ricordi intatti sarebbe stato pericoloso non solo per
ricordi intatti sarebbe stato pericoloso non solo per
Iliana, ma per la stessa Jaime.
«Per un umano, venire a conoscenza del Mondo
delle Tenebre significa morte certa», disse Keller senza
scomporsi. «Ed è peggio della morte se il drago e i suoi
amici pensano che lei abbia avuto informazioni sul
Potere Selvaggio. Non ti piacerebbe sapere cosa
faranno per cercare di strapparle quelle informazioni,
Iliana. Te lo assicuro».Alla fine, Iliana si arrese, come
Keller sapeva che avrebbe fatto sin dall'inizio. Nissa si
avvicinò a Jaime da dietro la schiena con la leggerezza e
l'impalpabilità di un'ombra e le sfiorò il lato del collo.
Se le streghe erano le esperte nel lavaggio del
cervello, nell'inculcare nuove idee e convinzioni, i
vampiri erano i migliori nel cancellare ogni memoria.
Non ricorrevano a incantesimi. Era un dono che
avevano fin dalla nascita, il potere di far cadere la loro
vittima in uno stato di trance ed eliminare ore o
addirittura giorni di ricordi. Jaime fissò gli occhi argento
bruno di Nissa per circa settanta secondi, poi chiuse i
suoi e il corpo si afflosciò. Galen la afferrò prima che
crollasse a terra.
«Si sveglierà fra qualche minuto. Sarà meglio
lasciarla qui e andarcene», suggerì Nissa.
«Tanto la pausa per il pranzo è finita», osservò
Keller. Nei minuti di calma in cui Jaime restò sotto
ipnosi, Keller era finalmente riuscita a convincere il
proprio corpo che non c'era pericolo. Solo a quel punto
si rilassò a sufficienza per riprendere piena forma
umana.
Le orecchie si chiusero, la coda si ritrasse. La
pelliccia divenne stoffa e pelle. Sbatté le palpebre,
notando la differenza di luminosità mentre le pupille
cambiavano, e le punte affilate dei canini sparirono
lasciando il posto a denti normali.
Raddrizzò la schiena e sollevò le spalle per
riabituarsi alla postura umana.
Erano tutti mogi quando riaccompagnarono Iliana a
lezione. La più taciturna fu proprio Keller.
Aveva reagito in modo esagerato, aveva lasciato che
i suoi sensi di animale la gettassero nel panico. Le era
già successo nel corso della vita. La prima volta era
stata quando aveva circa tre anni... Ma era meglio non
pensarci. Comunque, non era nemmeno la prima volta
che le capitava nella sua carriera di agente del Circolo
dell'Alba.
Un agente doveva tenersi pronto a tutto, in ogni
momento. Doveva avere sistemi radar in funzione
ovunque - da vanti, dietro, di fianco - per tutto il
tempo, ed essere preparato a reagire istintivamente al
minimo stimolo. Se a volte questo comportava
commettere errori, be', altre volte serviva a salvare
delle vite.
E non era pentita. Se avesse dovuto rifarlo, non ci
avrebbe pensato su due volte. Meglio un'altra graziosa
ragazza spaventata che Iliana ferita. Meglio, pensò
Keller con fredda provocazione, un'altra graziosa
ragazza uccisa che Iliana nelle mani del nemico. Iliana
rappresentava il futuro dell'intero mondo della luce.
Ma...
Ma...
Forse stava diventando troppo vecchia per questo
genere di lavori. O forse troppo nervosa.
Iliana seguì le lezioni del pomeriggio di malumore,
come una fatui a che avesse perso la sua corolla di
petali. Keller notò che Winnie e Nissa erano
estremamente vigili, nei caso che il loro capo fosse
assorto in altri pensieri. Lanciò loro un'occhiata
sarcastica.
«State aspettando che allenti la guardia?». Diede un
colpetto nelle costole a Nissa. «Non state col fiato
sospeso».
Le risposero con un sorriso, sapendo che era il suo
modo per ringraziarle.
E Galen...
Keller non voleva pensare a Galen. Il ragazzo aveva
seguito le lezioni in silenzio e con attenzione, e di certo
espandendo i propri sensi. Non cercò di parlarle, non la
guardò nemmeno. Ma Keller notò che ogni tanto
strofinava il palmo della mano sui jeans.
E si ricordò il modo in cui aveva ritirato la mano
dalla sua spalla. Come se avesse toccato qualcosa di
bollente.
O qualcosa di ripugnante...
Keller strinse i denti e fissò gli occhi asciutti e
brucianti su una fila di lavagne.
Quando finalmente suonò l'ultima campanella, fece
aspettare l'intero gruppo nell'aula di chimica mentre la
scuola si svuotava. Iliana rimase a guardare fremente
di rabbia i suoi amici che se ne andavano senza di lei.
Persino il professore raccolse le proprie cose e lasciò
Persino il professore raccolse le proprie cose e lasciò
l'aula.
«Possiamo andare adesso?»
«No». Keller si affacciò alla finestra del secondo
piano, guardando nel cortile. "Bene, così sono un
tiranno. Un malvagio, insensibile, crudele dittatore che
salta addosso alle ragazze innocenti e che non lascia
uscire la gente alla fine delle lezioni. Mi piace essere
così".
Iliana non aveva più voglia di discutere. Rimase
ferma e rigida a poca distanza, guardando fuori dalla
stessa finestra ma rifiutandosi di accettare la presenza
di Keller.
Alla fine, Keller disse. «Va bene. Nissa, vai a
prendere la macchina».
«Ci vado io», disse Galen.
La risposta a questa offerta fu, naturalmente:
«Assolutamente no». Ma Galen non si voleva arrendere
facilmente.«Almeno posso fare qualcosa di utile. Sono
stato con le mani in mano per tutto il giorno, sperando
di ricevere una sorta di addestramento. Di guidare sono
capace. E se qualcuno mi insegue, so come andare
veloce». La risposta era sempre no. Ma Keller non
riusciva a dirglielo, perché non avrebbe potuto
guardarlo in faccia nel corso di una lunga discussione.
Aveva paura di quel che poteva leggere in quei profondi
occhi d'oro verde.
Sarebbe stato divertente se fosse riuscita a
distogliere completamente il principe dei mutaforma
dall'arte di trasformarsi.
«Vai», disse a Galen, tenendo lo sguardo fisso sulla
strada circolare di fronte all'ingresso della scuola.
Appena fu uscito dall'aula, disse a Nissa: «Seguilo». Nei
pochi minuti che seguirono, furono queste le situazioni
in cui si trovò ognuno di loro: Keller e Iliana rimasero
alla finestra, guardando il freddo cielo grigio. Winnie era
sulla porta dell'aula di chimica, tenendo d'occhio il
corridoio. Galen era da qualche parte al piano di sotto,
dentro la scuola, e Nissa si manteneva a discreta
distanza da lui. E vicino alla strada, evidentemente in
attesa di un passaggio, c'era una ragazza con familiari
capelli castani. Stava leggendo un libro, e non sembrava
un testo scolastico. Jaime.
Tutto accadde molto in fretta, ma ci furono
comunque distinte fasi di allarme. Keller fu consapevole
di ognuna di esse.
La prima cosa che notò fu una macchina verde-
azzurra che percorse lentamente la strada di fronte alla
scuola. Aguzzò la vista, approfittando della velocità
limitata per vedere chi fosse alla guida. Ma non ci riuscì
e la vettura passò oltre.
"Dovrei farla uscire dalla finestra", pensò Keller.
Non era una conclusione così ovvia come poteva
sembrare. Il Popolo delle Tenebre non aveva
l'abitudine di usare tiratori scelti per centrare i suoi
obiettivi.
Ma probabilmente era egualmente una buona idea.
Keller stava per aprire stancamente la bocca e
comunicare l'ultima decisione, quando qualcosa catturò
la sua attenzione.
la sua attenzione.
La macchina verde-azzurra era tornata indietro.
Era ferma all'entrata della corsia circolare, ma con il
muso nella direzione sbagliata, come se dovesse
imboccarla.
Sotto lo sguardo attento di Keller, qualcuno mise in
moto la macchina.
Keller sentì rizzarsi i capelli sulla nuca.
Ma non aveva senso. Perché diamine il Popolo delle
Tenebre avrebbe parcheggiato là attirandosi addosso
l'attenzione di tutti? Doveva trattarsi di qualche
ragazzo umano che voleva mettersi in mostra.
Iliana aveva adesso un'espressione accigliata, e non
tracciava più disegnini nella polvere sul davanzale. «E
quello chi è? Non ho mai visto quella macchina».
Allarme.
Ma ancora...
Il motore rombò e la vettura si mosse, imboccando
la corsia contromano.
E Jaime, poco più in basso, non alzò lo sguardo.
Iliana si rese conto del pericolo nello stesso istante
in cui lo avvertì Keller.
«Jaime!», urlò, battendo il pugno contro la finestra.
Non servì assolutamente a nulla.
Accanto a lei, Keller era impietrita e furiosa.
La macchina stava acquistando velocità, puntando
dritta su Jaime.
Non c'era niente da fare. Niente. Keller non sarebbe
mai arrivata in tempo giù nel cortile. Tutto sarebbe
finito di lì a un attimo.
Ma era orribile. Quel gigante di metallo, tonnellate
Ma era orribile. Quel gigante di metallo, tonnellate
di acciaio, lanciato a tutta forza contro nemmeno
cinquanta chili di carne umana.
«Jaime! », fu l'ultimo grido di Iliana.
Di sotto, Jaime alzò finalmente la testa. Ma era
troppo tardi.
Capitolo 10

La macchina che avanzava. Le grida di Iliana. E


quella sensazione di totale impotenza...
Un rumore di vetri infranti.
In un primo momento Keller non capi. Pensò che
Iliana avesse cercato di rompere la finestra per
richiamare l'attenzione di Jaime. Ma la scuola aveva
vetri di sicurezza, e a rompersi era stato il becher che
Iliana aveva in mano.
Il sangue zampillò dalla ferita, incredibilmente rosso
e abbondante.
E Iliana continuò a stringere i frammenti nel palmo,
provocando un'ulteriore fuoriuscita di sangue.
Il viso minuto era rigido e immobile, le labbra
leggermente dischiuse. Tratteneva il respiro,
mantenendo un'espressione perfettamente
concentrata.
Stava invocando il fuoco azzurro.
Keller si sentì mancare il respiro.
Lo sta facendo! Vedrò un Potere Selvaggio
all'opera. Sta accadendo proprio qui, accanto a emi
Staccò lo sguardo dalla ragazza e lo puntò sulla
macchina. Stava per vedere tonnellate di metallo
macchina. Stava per vedere tonnellate di metallo
bloccarsi di colpo proprio come quel treno BART nel
video. O forse Iliana avrebbe soltanto deviato la sua
traiettoria, spedendo la vettura nell'aiuola erbosa al
centro della corsia circolare.
In ogni caso, ora non poteva negare di essere uno
dei Poteri Selvaggi...
Fu allora che Keller realizzò che la macchina non si
stava fermando.
Non stava funzionando.
Sentì Iliana emettere un suono disperato alle sue
spalle. Non c'era tempo per intervenire in altro modo.
La macchina incombeva su Jaime, sbandando mentre
saliva sul marciapiede.
Il cuore di Keller perse un colpo.
E qualcosa sfrecciò dietro a Jaime, colpendola alla
schiena.
La mandò a volare verso l'aiuola erbosa. Fuori della
traiettoria della macchina.
Keller intuì chi era intervenuto ancor prima di
mettere a fuoco un paio di gambe lunghe e i capelli
biondo scuro.
La vettura s'inchiodò con uno stridore di freni e
cambiò bruscamente direzione, ma Keller non riuscì a
capire se lo avesse investito o meno. La macchina
continuò a sbandare, con due ruote sopra il
marciapiede. Poi sembrò riprendere il controllo e
rientrò nella corsia rombando per poi defilarsi a tutto
gas.
Nissa si precipitò fuori della porta al pian terreno e
indugiò per un istante, valutando la scena.
Di sopra, Keller era ancora impietrita. Insieme a
Iliana, formavano una coppia di statue. Lanciando un
grido soffocato, Iliana ruotò su se stessa e corse fuori
nel corridoio prima che Keller riuscisse a fermarla.
Sfrecciò accanto a Winnie, lasciandosi dietro una scia
di gocce di sangue.
«Andiamo!», urlò Keller.
Si lanciarono entrambe all'inseguimento. Ma fu
come dare la caccia a un raggio di sole. Keller non aveva
idea che quella ragazzina potesse correre in quel modo.
Le rimasero alle costole lungo le rampe di scale e
fuori della porta, nel cortile. Il luogo dove Keller voleva
arrivare, tutto sommato.
Due corpi giacevano sul selciato, entrambi immobili.
Il cuore di Keller batteva con una potenza
sufficiente a sfondarle il torace.
Fu incredibile come, nonostante tutte le cose orribili
che aveva visto nella sua vita, provasse ancora
l'impulso disperato di chiudere gli occhi. In un primo
momento, mentre il suo sguardo percorreva
convulsamente il corpo di Galen, non fu sicura di aver
visto o no del sangue. Il suo campo visivo era offuscato
da un pulsare di puntini scuri, e il suo cervello non era
in grado di mettere insieme un'immagine coerente.
Poi Galen si mosse. Il movimento rigido e dolorante
di chi è ferito, ma non gravemente. Sollevò la testa, si
puntellò su un gomito e si guardò intorno.
Keller rimase a fissarlo senza riuscire a parlare. Poi
impose alla propria voce di ubbidirle. «Ti ha investito?»
impose alla propria voce di ubbidirle. «Ti ha investito?»
«Mi ha solo sfiorato». Cercò di tirarsi in piedi. «Io
sto bene. Ma cosa ne è stato di...».
Cercarono jaime con lo sguardo.«Santo cielo!», gridò
Galen, la voce piena di orrore. Si rialzò a fatica e mosse
un passo vacillante prima di cadere sulle ginocchia.
Persino Keller rimase sconvolta prima di rendersi
conto della realtà della situazione.
A una prima occhiata, sembrava una tragedia. Iliana
stava cullando Jaime fra le braccia e c'era sangue
ovunque. Sul maglione di Iliana, sulla camicia bianca di
Jaime. Solo che risaltava di più addosso a Jaime.
Ma era sangue di Iliana, che continuava a
fuoriuscire dai tagli della mano. Jaime sbatté le
palpebre e si portò una mano alla fronte, ancora
confusa. Il viso aveva un buon colorito, e il respiro era
chiaramente udibile, anche se un po' affrettato.
«La macchina... dovevano essere pazzi. Stavano per
investirmi».
«Mi dispiace», disse Iliana. «Mi dispiace tanto, così
tanto...».
Era così bella che il cuore di Keller parve fermarsi.
La pelle delicata sembrava quasi traslucida nella
luce fredda del pomeriggio. Gli splendidi capelli
ondeggiavano nel vento, in singole ciocche leggere come
aria. E la sua espressione...
Chino su Jaime, il suo volto rifletteva una tenerezza
infinita, solcato da lacrime che scintillavano come
diamanti. Il suo dolore era assoluto, pensò Keller, come
se Jaime fosse la sorella più cara. Esprimeva qualcosa
che andava al di là della simpatia e della compassione e
che andava al di là della simpatia e della compassione e
sconfinava nell'amore puro.
La trasformò. Non era più una ragazzina frivola; era
quasi... un angelo. D'un tratto, Keller capì perché tutti a
scuola sottoponevano a lei i loro problemi. Era per
quella sua premura, quell'amore. Iliana non faceva
nulla per acquistare popolarità. Il suo involontario
contributo era avere un cuore aperto, senza difese,
senza le normali barriere che separano le persone l'una
dall'altra.
E aveva il coraggio di un giovane leone. Non aveva
esitato vedendo Jaime in pericolo. Aveva paura del
sangue, ma si era ferita deliberatamente, persino con
noncuranza, nel tentativo di aiutarla.
Quello sì che era coraggio, pensò Keller. Non agire
senza avere paura, ma agire anche se ne hai.
In quel momento, ogni risentimento che Keller
covava nei confronti di Iliana si dissolse. Tutta la sua
rabbia, l'esasperazione, il disprezzo. E stranamente,
insieme con esso, il senso di vergogna che aveva
provato quel pomeriggio per essere ciò che era: una
mutaforma.
Non aveva senso. Non c'era alcuna connessione fra
le due cose; eppure successe.
La voce piatta ma singolarmente gradevole di Jaime
prese vita. «Sto bene, ero solo scioccata. Basta piangere
adesso. Qualcuno mi ha spinto fuori dalla traiettoria
della macchina».
Iliana alzò gli occhi su Galen.
Stava ancora piangendo, e i suoi occhi rilucevano
come due cristalli violetti. Galen era poggiato su un
ginocchio, valutando le condizioni di Jaime con aria
preoccupata. I loro sguardi s'incontrarono, e i due
ragazzi si immobilizzarono di colpo. Se non fosse stato
per il vento che spettinava i capelli di Iliana, avrebbero
potuto essere le figure di un dipinto. Un quadro di uno
dei grandi maestri del passato, pensò Keller. Il ragazzo
con i capelli d'oro scuro e i lineamenti scultorei, lo
sguardo abbassato colmo di premurosa sollecitudine. La
ragazza con gli occhi pieni di luce e i lineamenti di
squisita fattura, lo sguardo sollevato e colmo di
gratitudine.
Era un quadro dolce e incantevole. Fu anche il
momento esatto in cui Iliana s'innamorò di Galen.
E Keller se ne accorse.
Lo capì ancora prima che la stessa Iliana ne fosse
consapevole. Vide una sorta di malinconico scintillio
negli occhi di Iliana, quasi l'annuncio di altre lacrime. E
poi notò il cambiamento nel viso della ragazza.
La gratitudine si tramutò in qualcosa di diverso,
qualcosa di più simile a un... riconoscimento. Come se
Iliana avesse d'un tratto scoperto Galen, scorgendo in
lui qualcosa che Keller aveva a poco a poco imparato a
vedere.
Erano così...
Keller voleva dire idioti, ma la parola non volle
formarsi nella sua mente. Finì col pensare identici.
Entrambi idealisti, generosi, pronti a correre in
aiuto di tutti.
Erano perfetti l'uno per l'altra.
Erano perfetti l'uno per l'altra.
«Mi hai salvato la vita», sussurrò Iliana. «Ma potevi
restare ucciso anche tu».
«È successo altre volte», disse Galen. «Ho agito
senza riflettere. Ma tu... stai ancora sanguinando...».
Iliana abbassò gli occhi sulla mano. Era l'unico
particolare che rovinava il quadro, un dettaglio cruento
e scioccante. Ma lo sguardo di Iliana non era
spaventato; anzi, rifletteva la saggezza di un'età più
matura e un'infinita tristezza.
«Io... non ho potuto evitarlo», fu tutto quel che
disse.
Keller aprì la bocca per parlare, ma prima che
potesse dire una parola Nissa comparve accanto a
Iliana.«Ecco», disse in tono pratico, sciogliendo il
foulard annodato con cura per proteggersi la gola.
«Fammela fasciare finché non ci assicureremo che non
ti servano dei punti». Si rivolse a Keller: «Ho preso il
numero di targa della macchina».
Keller sbatté le palpebre, confusa, poi il suo cervello
riprese a funzionare.
«Voi due, andate a prendere la macchina», disse a
Nissa e Winnie. «Finirò io qui». Prese il posto di Nissa
vicino a Iliana. «Sei sicura di stare bene?», domandò a
Jaime, premurandosi di guardarla dritta in faccia.
«Credo che dovremmo portarvi tutti e tre
all'ospedale».
Una parte di sé si aspettava di vedere un'ombra di
paura negli occhi azzurri ombreggiati dalla morbida
frangia castana, e invece sostennero il suo sguardo
senza alcuna reazione. La cancellazione della memoria a
senza alcuna reazione. La cancellazione della memoria a
opera di Nissa era andata a buon fine. Jaime sembrò
solo un po' confusa, ma poi accennò un sorriso.
«Sto bene, davvero».
«Meglio così», replicò Keller.
Intorno a loro si stava raccogliendo una folla di
curiosi. Studenti e insegnanti erano accorsi sul posto da
ogni angolo dell'edificio per vedere cosa fosse successo.
Keller realizzò che erano passati solo un paio di minuti
da quando la macchina si era allontanata rombando e
stridendo lungo il marciapiede.
Pochi minuti... ma il mondo era cambiato. In diversi
modi.
«Coraggio», disse aiutando Jaime a rialzarsi. Lasciò
che Galen si occupasse di Iliana.
E si sentì stranamente calma e in pace con se stessa.
Galen aveva riportato diverse abrasioni e
contusioni, oltre a stiramenti muscolari. Jaime aveva
lividi dappertutto, un senso di vertigine e una leggera
diplopia: fu subito ricoverata in ospedale. Non c'era da
sorprendersi, considerando quante volte era stata
scaraventata a terra nell'arco della giornata, concluse
Keller.
Iliana ebbe bisogno di punti di sutura. Si sottopose
al piccolo intervento con calma, e questo parve
allarmare sua madre. La signora Dominick era stata
convocata dall'ospedale. Si era seduta con il bambino in
grembo e aveva ascoltato Keller che cercava di
spiegarle come Iliana si fosse ferita dietro i vetri della
finestra dell'aula di chimica.
«E quando ha visto che la macchina stava per
investire Jaime, si è talmente spaventata che ha stretto
il becher fra le dita, e si è rotto».
Sulle prime la madre di Iliana non sembrò convinta,
ma non era un tipo sospettoso. Per cui alla fine annuì,
accettando la versione della storia.
Anche i genitori di Jaime erano stati chiamati
dall'ospedale, e sia Galen che Jaime dovettero rilasciare
la loro deposizione alla polizia. Nissa lanciò un'occhiata a
Keller quando una poliziotta chiese se qualcuno avesse
annotato il numero di targa della vettura.
Keller le fece cenno di sì. Aveva già dato istruzioni a
Nissa perché comunicasse il numero al Circolo dell'Alba
da un telefono pubblico, ma non c'era motivo per
tenerlo nascosto alla polizia. Dopo tutto, c'era la
possibilità - remota - che l'incidente non fosse collegato
al Mondo delle Tenebre.
Non più di una possibilità, tuttavia. Agenti del
Circolo dell'Alba avrebbero d'ora in poi vigilato su
Jaime e sulla sua famiglia, sorvegliandoli nell'ombra,
pronti a intervenire se il Mondo delle Tenebre fosse
ricomparso. Era una normale precauzione.
I signori Ashton-Hughes, genitori di Jaime, scesero
insieme dal piano dove era ricoverata la figlia per
raggiungere Galen al pronto soccorso.
«Hai salvato nostra figlia», gli disse la madre. «Non
sappiamo come ringraziarti».
Galen scosse la testa. «È andata così. Chiunque
l'avrebbe fatto».
La signora Ashton-Hughes accennò un sorriso,
La signora Ashton-Hughes accennò un sorriso,
visibilmente incredula. Poi si rivolse a Iliana.
«Jaime spera che la tua mano guarisca in fretta. E
voleva sapere se pensi ancora di andare alla festa di
compleanno di sabato sera».
«Oh...». Per un momento Iliana parve sconcertata,
come se avesse dimenticato la festa. Poi s'illuminò in
viso. «Sì, ditele che verrò. E lei ci sarà?»
«Penso di sì. Il dottore ha detto che domani potrà
tornare a casa, purché stia per qualche giorno a riposo.
E lei ha detto che non ha intenzione di mancare, anche
se dovesse caderle la testa».
Iliana sorrise.
Rientrarono a casa a tarda sera. Erano tutti esausti,
persino il piccolo, e Iliana si era addormentata.
Al loro arrivo, il signor Dominick si precipitò fuori
del portone. Era un uomo di corporatura media, con i
capelli neri e gli occhiali, e appariva molto agitato. Si
avvicinò allo sportello posteriore della macchina,
mentre la moglie lo metteva al corrente di quanto era
accaduto.
Ma fu Galen a portare Iliana dentro casa.
La ragazza non si svegliò, ma era prevedibile. Il
dottore le aveva somministrato un antidolorifico, e
Keller sapeva che la notte prima non aveva dormito
molto. Era abbandonata fra le braccia di Galen come
una bambina fiduciosa, il viso poggiato sulla sua spalla.
Stavano... molto bene insieme, pensò Keller. Erano
fatti l'uno per l'altra.
Winnie e Nissa li precedettero al piano di sopra e
prepararono il letto per Iliana. Galen la depose
prepararono il letto per Iliana. Galen la depose
delicatamente fra le lenzuola.
Rimase a guardarla per un po'. Una ciocca di capelli
d'argento dorato le era scivolata su una guancia, e il
ragazzo la scostò con dolcezza. Per Keller, quel singolo
gesto fu più rivelatorio di ogni altro.
"Galen ha capito", si disse. Come quando lei lo aveva
guardato scoprendo all'improvviso quanto fosse
coraggioso, generoso e premuroso. Ha capito che si è
tagliata deliberatamente per tentare di salvare Jaime, e
che la gente la ama perché è lei la prima ad amare loro.
E che non riuscirebbe a essere meschina o maligna
nemmeno se ci provasse, e che probabilmente non
aveva mai augurato del male a qualcuno in tutta la sua
vita.
Adesso, vedeva chiaramente tutto questo in lei.
La signora Dominick entrò nella stanza per aiutare a
spogliare Iliana. Galen, naturalmente, uscì. Keller fece
cenno a Winnie e Nissa di restare e andò dietro a Galen.
Questa volta, fu lei a dire: «Posso parlarti?».
S'infilarono di nuovo nella biblioteca, e Keller chiuse
la porta. Con il trambusto che regnava ancora nella
casa, nessuno avrebbe notato la loro assenza.
Si fermò di fronte a lui.
Non si era preoccupata di accendere le luci. Dalla
finestra entrava solo un debole chiarore, ma non
importava. Gli occhi dei mutaforma vedevano bene
nell'oscurità, e Keller era lieta che Galen non potesse
studiare troppo attentamente il suo viso.
Quel che Keller intravedeva di lui le era sufficiente:
la luce della sera riflessa sui capelli, l'espressione
turbata e leggermente esitante.
«Keller...», cominciò.
La ragazza alzò la mano per farlo tacere. «Aspetta.
Galen, prima voglio dirti che non mi devi alcuna
spiegazione». Inspirò profondamente. «Senti, Galen,
quel che è successo stamattina è stato un errore. E
credo che ora ne siamo entrambi consapevoli».
«Keller...».
«Non avrei dovuto preoccuparmi così tanto per
questa faccenda. Ma non è questo il punto. Il punto è
che le cose hanno funzionato».
Impallidì di colpo. «Davvero?»
«Sì», confermò Keller senza esitazioni. «E non hai
bisogno di fingere che non sia così. Lei ti piace. E tu
piaci a lei. Vorresti forse negarlo?».
Galen si girò verso la finestra. Adesso sembrava
ancora più pallido, e terribilmente depresso. «Mi
piace», disse adagio. «Non lo nego, ma...».
«Ma niente! Va bene così, Galen. È così che doveva
andare, ed è per questo che siamo venuti qui. Giusto?».
Era visibilmente combattuto. «Credo di sì. Ma,
Keller...».
«E forse servirà a salvare il mondo», concluse Keller
senza mezzi termini.
Ci fu un lungo silenzio. Galen chinò la testa.
«Adesso abbiamo una possibilità», riprese la
ragazza. «Dovrebbe essere facile convincerla a venire
alla cerimonia di sabato, sempre che riusciamo a
toglierle dalla testa quella ridicola festa. Non ti sto
toglierle dalla testa quella ridicola festa. Non ti sto
dicendo di approfittare dei suoi sentimenti. Ti sto
chiedendo di assecondarli. Lei vorrà fidanzarsi con te».
Galen non disse nulla.
«Ecco, è tutto. Non avevo altro da dirti. E se stai
pensando di comportarti da stupido e sentirti in colpa
per qualcosa che è stato... la debolezza di pochi istanti,
un errore, be', allora ti avverto che non ti rivolgerò più
la parola».
Rialzò la testa. «Credi che sia stato un errore?»
«Sì, assolutamente».
Con un'unica mossa, si girò e l'afferrò per le spalle.
Serrò la presa, fissandola in viso come se volesse
leggere nel profondo dei suoi occhi.
«Ed è ciò che pensi realmente »
«Galen, vuoi smetterla di preoccuparti dei miei
sentimenti?». Si liberò dalla stretta, guardandolo dritto
in faccia. «Sto bene. Le cose hanno funzionato proprio
come avrebbero dovuto. E non c'è bisogno di dire
altro».
Galen fece un lungo sospiro e si girò di nuovo verso
la finestra. Keller non riuscì a capire se fosse stato un
sospiro di sollievo o qualcos'altro.
«Devi solo assicurarti che venga alla cerimonia. Non
dovrebbe essere difficile», disse.
Seguì un altro silenzio. Keller tentò di decifrare le
emozioni del giovane dall'atteggiamento del corpo, ma
senza successo.
«Pensi di poterlo fare?», lo sollecitò alla fine.
«Sì, posso tentare».
Non disse altro. Keller si accinse a uscire ma,
Non disse altro. Keller si accinse a uscire ma,
raggiunta la porta, si voltò indietro.«Grazie», disse con
un filo di voce. Ma quel che avrebbe voluto realmente
dirgli era "addio", e sapeva che lui lo aveva capito.
Per un lungo istante, pensò che non le avrebbe
risposto. Alla fine, Galen disse: «Grazie a te, Keller».
La ragazza non seppe dire perché l'avesse
ringraziata, e nemmeno voleva pensarci in quel
momento. Si girò e scivolò fuori dalla biblioteca.
Capitolo 11

«Lei cosa?», disse Keller uscendo dal bagno mentre


si avvolgeva i capelli in un asciugamano.
«Sta male», rispose Winnie. «Naso gocciolante, un
po' di febbre. Un'infreddatura. La mamma dice che non
può andare a scuola.
"Bene, sembra che la fortuna sia dalla nostra parte",
pensò Keller. Sarebbe stato molto più facile proteggerla
restando in casa.
Winnie e Nissa avevano passato la notte nella
camera di Iliana, mentre Keller, che avrebbe dovuto
dormire sul divano letto nel soggiorno, aveva vagato
per la casa fra un pisolino e l'altro.
«Possiamo trascorrere una giornata tranquilla»,
disse a Winnie. «Fantastico, purché si rimetta in salute
prima di sabato».
L'amica rispose con una smorfia.
«Cosa c'è?»
«Ehm... è meglio che vai da lei».
«Perché?»
«Vai e basta. Vuole parlare con te».Keller si avviò
verso la camera di Iliana, non prima di aver
raccomandato a Winnie di controllare la tenuta delle
raccomandato a Winnie di controllare la tenuta delle
difese della casa.
Iliana era seduta nel letto; indossava una camicia da
notte ornata di gale, con un nastro passato nel colletto
di pizzo. Appariva fragile e bella come sempre, con le
guance accese dal lieve rossore dato dalla febbre.
«Come ti senti?», le chiese Keller, cercando di
essere gentile.
«Bene», rispose, ma smentì l'affermazione con una
scrollata di spalle che voleva significare "uno schifo".
«Sai, volevo vederti, e salutarti».
Keller la guardò sconcertata, continuando a
strofinarsi i capelli con l'asciugamano. Non le piaceva
molto l'acqua, soprattutto dentro le orecchie.
«Salutarmi?»
«Prima che tu te ne vada».
«Perché, pensi che dovrei andare a scuola al posto
tuo?»
«No. Prima che tu vada via».
Keller si fermò e tentò di concentrarsi. «Iliana, cosa
stai dicendo?»
«Sto dicendo che voi ragazzi ve ne andrete. Perché
io non sono il Potere Selvaggio».
Keller si sedette sul letto e le chiese apertamente:
«Cosa hai detto?».
Gli occhi di Iliana avevano di nuovo la sfumatura blu
di un iris. A modo suo, parve seccata quanto lo era
Keller. «Be', ho pensato che fosse evidente. Non posso
essere il Potere Selvaggio. Non ho il fuoco azzurro... o
quel che sia», volle aggiungere.
«Iliana, adesso non metterti a fare la bionda oca e
stupida con me, o ti ammazzo».
Iliana si limitò a guardarla, stringendo il copriletto
fra le dita. «Voi ragazzi avete commesso un errore. Non
possiedo alcun potere, e non sono la persona che state
cercando. Non pensi che dovreste andare a cercare il
vero Potere Selvaggio prima che siano quei tipi loschi a
trovarla?»
«Iliana, solo perché non sei riuscita a fermare quella
macchina non significa che tu non abbia potere.
Potrebbe semplicemente essere che non sai ancora
come utilizzarlo».
«Potrebbe. Tu stessa ammetti di non esserne
sicura».
«Nessuno può averne la certezza assoluta, non
finché tu non ne dai una dimostrazione».
«Ed è proprio questo che non sono in grado di fare.
Forse pensi che non ci abbia realmente provato. E
invece sì, ho provato con tutte le mie forze». Lo
sguardo di Iliana si fissò nel vuoto a quel doloroso
ricordo. «Ero dietro quella finestra, guardavo giù nel
cortile, e di colpo ho pensato "posso farlo"! Ho davvero
creduto di sentire il potere, e di sapere come usarlo. Ma
poi, quando ho cercato di raggiungerlo, non ho trovato
niente. Ho tentato con tutta me stessa e volevo tanto
che funzionasse...». Gli occhi le si riempirono di lacrime
e la disperazione nel suo sguardo arrivò dritta al cuore
di Keller. Poi scosse la testa e proseguì: «Non c'era
niente. Lo so, ne sono certa».
«Deve esserci», replicò Keller. «Il Circolo dell'Alba
«Deve esserci», replicò Keller. «Il Circolo dell'Alba
ha indagato a fondo da quando ha trovato quella
profezia. "Uno dal crogiolo che ancora serba la scintilla".
Sono risaliti a tutte le altre Harman e hanno controllato.
Devi essere tu».
«Allora forse si tratta di qualcuna che non avete
ancora trovato. Qualche altra strega perduta. Ma non
io».
Era estremamente risoluta e sinceramente
convinta. Keller lo lesse nei suoi occhi. Era riuscita a
riformulare il suo rifiuto in un modo del tutto diverso.
«Quindi so che ve ne andrete», proseguì Iliana. «E,
a dire il vero, mi mancherete». Si asciugò le lacrime.
«Immagino che tu non mi creda».
«Oh, ti credo», la rassicurò stancamente Keller,
osservando un delizioso cassettone bianco e oro
dall'altra parte della stanza.
«Voi ragazzi mi piacete davvero. E so che la vostra
missione è importante».
«D'accordo. Senti, va bene per te se restiamo ancora
un po' nei paraggi?», le domandò Keller con aria grave.
«Solo finché non vediamo la luce e ci rendiamo conto
che non sei tu il Potere Selvaggio?».
Iliana si accigliò. «Non pensi che sia una perdita di
tempo?»
«Forse. Ma non sono io a prendere queste decisioni.
Sono solo una subordinata».
«Non trattarmi come una bionda oca e stupida».
Keller fece per parlare, alzò le mani, poi le lasco
ricadere. Avrebbe voluto dirle "come posso evitarlo se
ti ostini a comportarti da stupida?". Ma questo non le
ti ostini a comportarti da stupida?". Ma questo non le
avrebbe portate da nessuna parte. «Senti, Iliana, devo
restare finché non ricevo altri ordini, d'accordo?», disse
alla fine guardandola negli occhi. «Quindi dovrai
sopportarci ancora per qualche tempo».
Si alzò, sentendo tutto il peso del mondo sulle
proprie spalle. Erano tornati al punto di partenza.
O forse non completamente.
«E che mi dici di Galen?», le chiese prima di
raggiungere la porta. «Vuoi che anche lui vada via?».
Iliana parve turbata e il rossore delle guance si fece
più acceso. «Io non... voglio dire...».
«Se non sei il Potere Selvaggio, non sei nemmeno la
Strega Bambina», infierì Keller. «E tu sai che Galen si
dovrà legare alla Strega Bambina».
Adesso Iliana aveva il respiro affrettato. Deglutì a
fatica e guardò verso la finestra, mordendosi un labbro.
"È davvero innamorata di lui", si disse Keller. "E lo
sa".
«Volevo soltanto ricordartelo», le disse, e uscì dalla
stanza.
«Hai avuto informazioni su quel numero di targa?».
Nissa scosse la testa. «Non ancora. Ci chiameranno
appena sapranno qualcosa. Un corriere ha consegnato
questa».
Le porse una scatola. Aveva le dimensioni di una
scatola per camicie, ma molto più solida.
«Le pergamene?»
«Penso di sì. Ed è protetta da difese; quindi
abbiamo bisogno di Winnie per aprirla».
L'opportunità si presentò subito dopo la colazione.
La signora Dominick prese il piccolo e uscì a fare
compere. Keller non si preoccupò eccessivamente per
lei: come Jaime, era ormai sorvegliata da agenti del
Circolo dell'Alba, ogni membro della famiglia di Iliana
che lasciava la sicurezza delle difese approntate per la
casa avrebbe avuto una scorta.
Si sedettero intorno al tavolo della cucina, tranne
Iliana, che si rifiutò di unirsi a loro e si accomodò nel
soggiorno davanti al televisore. Si era procurata una
scatola di fazzoletti di carta, e continuava a soffiarsi il
naso ogni cinque minuti.
«Prima che tu la apra», disse Keller a Winnie,
«come vanno le difese intorno alla casa?»
«Alla perfezione. Sono intatte e resistenti. Non
credo che qualcuno abbia mai tentato di forzarle».
«Chissà perché», osservò Galen.
Keller gli lanciò un'occhiata: era proprio quel che si
stava domandando anche lei. «Forse ha qualcosa a che
fare con quel che è successo ieri. E questa è l'altra
questione di cui voglio parlare. Vorrei sentire il parere
di tutti. Chi c'era a bordo di quella macchina? Popolo
della Notte o umani? Perché hanno cercato di investire
Jaime? E cosa pensiamo di fare al riguardo?»
«Comincia tu», la invitò Winnie. «Hai seguito la
scena dal punto di osservazione migliore».
«Be', non ero sola», sottolineò Keller. «C'era qualcun
altro vicino a me». Guardò in direzione del soggiorno,
dove Iliana fece finta di ignorarla completamente.
Keller tornò a rivolgersi ai compagni di squadra.
Keller tornò a rivolgersi ai compagni di squadra.
«Ok, cominciamo dalla domanda più semplice. Diciamo
che la macchina arrivava dal Mondo delle Tenebre. Ha
percorso lentamente la strada di fronte alla scuola una
volta, e poi è tornata indietro. E del tutto possibile che
abbiano visto Iliana dietro i vetri della finestra. Forse
stavano cercando di assicurarsi che fosse lei il Potere
Selvaggio. Se avesse fermato la macchina, avrebbero
avuto una prova inconfutabile».
«D'altra parte», disse Nissa, «devono avere già la
certezza che lei è il Potere Selvaggio. Dopo tutto, non c'è
alcun dubbio». Guardò intensamente Keller, ma
pronunciò le ultime parole a voce abbastanza alta
perché Iliana potesse udirle chiaramente.
Il sorriso d'intesa di Keller trasparì dai suoi occhi.
«Vero. Ok, altre idee. Winnie».
«Ah... bene». Si drizzò a sedere sulla sedia. «La
macchina era del Mondo delle Tenebre, e in realtà non
stavano tentando di investire Jaime. Intendevano
rapirla perché in qualche modo sapevano che era stata
con noi, e immaginavano che potesse fornire loro
informazioni utili».
«Ottimo tentativo», commentò Keller. «Ma tu eri
fuori, nel corridoio. Non hai visto il modo in cui si è
avvicinata la macchina. Di certo non erano lì per
rapirla».
«Lo penso anch'io», disse Galeri. «Procedeva a tutta
velocità, puntando dritta contro la ragazza. Volevano
ucciderla».
Winnie appoggiò il mento sulle mani con aria
sconsolata. «Oh, be', era solo un'idea».
sconsolata. «Oh, be', era solo un'idea».
«Però ci permette di valutare un'altra ipotesi
interessante», disse Nissa sovrappensiero. «E se la
macchina appartenesse al Mondo delle Tenebre, e loro
sapessero che Iliana stava seguendo la scena, ma non
intendessero indurla a dimostrare il suo potere? E se
volessero solo spaventarla? Mostrarle di cosa sono
capaci, uccidendo l'amica davanti ai suoi occhi? Se
sapessero quanto sono legate lei e Jaime...».
«E come?», la interruppe Keller.
«In un sacco di modi», rispose prontamente Nissa.
«Se non hanno ancora ficcato il naso dentro quella
scuola e parlato con gli altri studenti, allora il loro
servizio di spionaggio è più scadente di quanto credessi.
Vi dirò di più: se non sanno che ieri, all'ora di pranzo,
Jaime era insieme a noi nell'aula di musica, allora
dovrebbero restituire il loro distintivo di spie».
«Se è vero, allora forse è più semplice di quanto
pensassi», disse Galen. «In base alla legge, qualunque
umano che viene a sapere della nostra esistenza deve
morire. Forse la macchina era del Mondo delle
Tenebre, e non sapevano che Iliana stava osservando la
scena o non gliene importava niente. Hanno pensato
che Jaime conoscesse il segreto, e il loro unico scopo era
procedere con una antiquata, efficace esecuzione
capitale».
«E magari non era una macchina del Mondo delle
Tenebre!», saltò su all'improvviso Iliana, lasciando il
divano del soggiorno. Non cercava neanche più di
fingere di non sentire, notò Keller. «Qualcuno di voi ci
ha mai pensato? Forse la macchina apparteneva a
qualche giovane delinquente in vena di bravate, e tutta
la faccenda non è altro che un'enorme serie di
coincidenze! Allora? Ci avete pensato?». Li fronteggiò
con le mani sui fianchi, squadrandoli con occhi furiosi.
L'effetto venne in qualche modo mitigato dal suo
vestiario: una camicia da notte ornata di gale sotto una
vestaglia di flanella e un paio di pantofole con due teste
di orsacchiotto.
Si alzò in piedi anche Keller. Voleva mantenere la
pazienza e sfruttare al massimo l'opportunità che le si
presentava. Ma non riusciva mai a controllarsi quando
c'era di mezzo Iliana.
«Non lo abbiamo escluso. Il Circolo dell'Alba sta
indagando, per scoprire se la macchina è intestata a un
umano o a un Membro del Popolo della Notte. Ma tu
riesci a credere che sia solo un mucchio di coincidenze?
Con quale frequenza gli abitanti di questa cittadina
investono deliberatamente un'altra persona? Quante
probabilità ci sono che succeda proprio mentre tu stai
osservando la scena?».
Sentì Galen darle un colpetto di avvertimento alla
caviglia, sotto il tavolo. Con notevole sforzo, chiuse la
bocca.
«Perché non vieni qui anche tu a parlarne con noi?»,
propose a Iliana il ragazzo nel suo consueto tono gentile.
«Anche se non sei il Potere Selvaggio, sei ancora
coinvolta. Sai bene cosa c'è in ballo, e hai una mente
brillante. Abbiamo bisogno di tutto l'aiuto possibile».
Keller notò l'occhiata torva che Winnie rivolse a
Keller notò l'occhiata torva che Winnie rivolse a
Galen appena ebbe detto a Iliana che aveva una mente
brillante. Ma non fece alcun commento.
La stessa Iliana parve leggermente stupita. Ma poi
prese la scatola di fazzoletti e tornò lentamente verso il
tavolo della cucina.
«Non riesco a ragionare bene quando ho la febbre»,
disse.
Keller si sedette. Non voleva rovinare l'opera
compiuta da Galen. «Allora, dove siamo arrivati?»,
domandò, e poi si diede la risposta da sola. «Da nessuna
parte, in realtà. Potrebbe essere una qualsiasi di queste
ipotesi come nessuna di esse. Forse dobbiamo
aspettare le nuove decisioni del Circolo dell'Alba».
Keller guardò i compagni seduti intorno al tavolo
con aria cupa. «E questo è molto rischioso», disse.
«Supponendo che sia stato il Mondo delle Tenebre a
inviare quella macchina, quei tipi sono pronti ad agire in
modi che noi non possiamo prevedere. Potrebbero
attaccarci da un momento all'altro, da qualsiasi
direzione, e noi non siamo in grado di anticipare le loro
mosse. Ho bisogno che ognuno di voi stia bene all'erta.
Se notate qualcosa di sospetto, anche un'inezia, voglio
che me lo diciate».
«Ancora non mi è chiaro come mai non hanno mai
provato a entrare qui», disse Galen. «Non importa
quanto siano resistenti le difese. Avrebbero dovuto
almeno tentare».
Keller annuì. Provava una sensazione spiacevole alla
bocca dello stomaco. «Forse ci hanno teso una trappola
da qualche altra parte, e sono talmente sicuri che ci
da qualche altra parte, e sono talmente sicuri che ci
cadremo dentro che possono permettersi di aspettare».
«O magari sanno che io non sono la prescelta»,
s'intromise dolcemente Iliana. «E sono in giro a rapire il
vero Potere Selvaggio mentre voi ragazzi state qui a
perdere tempo», concluse, soffiandosi il naso.
Keller serrò i denti, avvertendo un dolore sempre
più familiare alla mascella. «O magari è solo che non
siamo esperti di draghi», disse, mettendoci più enfasi
del necessario.
Iliana e Keller si guardarono con aria di sfida.
«Coraggio, ragazzi», intervenne Winnie tradendo
una punta di nervosismo. «Ehm, forse è ora di aprire la
scatola». Indicò il pacco inviato dal Circolo dell'Alba.
Gli occhi di Iliana indugiarono su di esso con una
sorta di involontario interesse. Keller ne intuì la
ragione: la scatola aveva il misterioso fascino di un
regalo di Natale.
«Procedi», disse a Winnie.
Ci volle qualche minuto. Winnie si diede da fare con
un sacchetto di erbe e dei talismani, mentre gli altri
seguivano attentamente le sue mosse e Iliana tirava su
col naso.
Alla fine, con estrema cautela, Winnie sollevò il
coperchio della scatola.
Tutti si sporsero in avanti.
Ammucchiati all'interno, c'erano dozzine e dozzine di
fogli di pergamena. Non interi rotoli, ma frammenti di
essi, ognuno nella sua tasca di plastica. Keller riconobbe
la scrittura: era l'antica lingua dei mutaforma. L'aveva
imparata da bambina, perché il Circolo dell'Alba voleva
che lei mantenesse il contatto con il suo retaggio. Ma
era passato molto tempo dall'ultima volta che l'aveva
tradotta.
Iliana starnutì e osservò, quasi a malincuore: «Che
belle figure».
In effetti c'erano delle belle immagini. La maggior
parte dei frammenti riportavano tre o quattro
illustrazioni minute, e alcuni erano occupati solo da
figure e niente testo. Gli inchiostri erano di colore rosso,
violaceo e blu intenso, con i dettagli in foglia d'oro.
Keller sparpagliò alcune tasche di plastica sulla
superficie del tavolo.
«Ok, gente. L'idea è di trovare qualcosa che ci
mostri come si combatte un drago, o almeno qualcosa
che possa rivelarci in che modo potrebbe attaccarci . La
verità è che non sappiamo nemmeno cosa sia in grado
di fare, a parte l'energia oscura che ha usato su di me».
«Io non riesco a leggere questi fogli», fece notare
Iliana con esagerata gentilezza.
«Allora guarda le figure», ribatté dolcemente Keller.
«Cerca di trovarne una dove un drago sta lottando
contro una persona, anzi, meglio, dove viene ucciso da
qualcuno».
«Come capisco quale dei due è il drago?». Era una
domanda sorprendentemente arguta. Keller sbatté le
palpebre, appellandosi a Galen.
«Be', in effetti non saprei. Non so se qualcuno sa
distinguere un drago da un altro membro del Popolo
delle Tenebre».
delle Tenebre».
«Quello nel centro commerciale - Azhdeha - aveva
occhi neri e traslucidi», osservò Keller. «Te ne
accorgevi quando li fissavi. Ma non credo che si noterà
su una pergamena come queste. Perché non cerchi una
figura circondata da energia oscura?».
Iliana si lasciò sfuggire un suono quasi
impercettibile che, all'orecchio di qualcuno meno
delicato, avrebbe avuto tutta l'aria di uno sbuffo
seccato. Tuttavia, prese un fascio di pergamene e
cominciò a studiarle attentamente.
«Ok», disse Keller. «Adesso noi altri...».
Ma non finì la frase: il telefono sulla parete della
cucina squillò. Tutti alzarono lo sguardo e Iliana fece
per alzarsi, ma non ci fu un secondo squillo. Dopo un
lungo momento di silenzio suonò di nuovo, una volta
sola.
«Il Circolo dell'Alba», disse Keller. «Nissa,
richiamali».
Keller cercò di non dare a vedere la propria
agitazione mentre Nissa eseguiva l'ordine. Non era solo
per il fatto che sperava, senza fondamento, che le
comunicassero informazioni utili circa la macchina. Per
qualche ragione che non riusciva a individuare, il primo
squillo del telefono l'aveva scombussolata.
Il primitivo sistema d'allarme dei mutaforma. Le
aveva salvato la vita in precedenza, facendole fiutare
un pericolo. Ma per quel che stava per accadere adesso,
era completamente inutile.«Qui Nissa Johnson. Parola
in codice: Angelo Salvatore», disse Nissa, e Keller vide
Diana inarcare le sopracciglia per la sorpresa. «Sì, ti
Diana inarcare le sopracciglia per la sorpresa. «Sì, ti
ascolto. Cosa?». Cambiò di colpo espressione. «Perché
mi chiedi se "sono seduta"?». Pausa. «Senti, Paulie, di
qualunque cosa si tratti...».
L'espressione del viso cambiò ancora, e Nissa reagì
come non aveva mai fatto prima davanti a Keller. Restò
senza fiato e si coprì la bocca con la mano.
«Oh, santo cielo, no!».
Il cuore di Keller batteva come un maglio e una
morsa di ghiaccio le stava serrando lo stomaco. Si
ritrovò in piedi senza ricordarsi di essersi alzata. Gli
occhi castano chiaro di Nissa fissarono lontano, lo
sguardo assente. Strinse più forte il telefono. «Come?».
Poi chiuse gli occhi. «Oh, no». E infine, con un filo di
voce: «Che il cielo ci aiuti».
Capitolo 12

Ormai erano saltati tutti in piedi. Il sistema


d'allarme primitivo di Keller le stava inviando segnali
disperati.
«Non lo sopporto più», sibilò Iliana. «Si può sapere
cosa sta succedendo?».
Proprio allora, Nissa disse con voce spenta:
«D'accordo, lo faremo. Sì. Ciao». Riagganciò con cura il
ricevitore.
Poi si girò molto lentamente verso i compagni.
Ma non li guardò. Gli occhi rimasero fissi sul
pavimento, in maniera così assorta che Keller ne fu
terrorizzata.
D'un tratto, Nissa aprì la bocca e alzò lo sguardo
cercando Winnie. Poi abbassò di nuovo gli occhi a terra.
«Mi dispiace», disse. «Winnie, non so come dirtelo».
Deglutì a fatica, poi raddrizzò la schiena e disse in tono
formale: «La Strega di tutte le Streghe è morta».
Winnie sgranò gli occhi e si portò le mani alla gola.
«Nonna Harman!». «Sì».
«Ma come?».Nissa rispose soppesando le parole. «È
accaduto ieri a Las Vegas. Era fuori del suo negozio,
lungo una strada di città, in pieno giorno. È stata
lungo una strada di città, in pieno giorno. È stata
attaccata... da tre mutaforma».
Keller rimase immobile ascoltando il martellio del
proprio cuore.
Winnie riprese fiato. «No. Non è possibile».
«Una coppia di lupi e una tigre. Una vera tigre,
Keller, non un felino più piccolo. Testimoni umani
hanno assistito alla scena. La notizia è stata riportata
come una fuga imprevista di animali da uno zoo
privato».
Keller rimase immobile. "Controllati, controllati", si
ripeté. "Non abbiamo tempo per rattristarci; dobbiamo
capire cosa significa".
Ma non riusciva ad allontanare dalla mente
l'immagine del volto sereno e segnato dal tempo di
Nonna Harman. Non era un viso bello, e nemmeno
giovane, ma era buono, con quella scintilla di sagacia e
di arguzia nei penetranti occhi grigi. Un volto segnato
da mille rughe, e ognuna era lo specchio di una storia.
Come avrebbe fatto il Circolo dell'Alba ad andare
avanti senza di lei? La strega più anziana del mondo, la
più anziana Hearth-Woman.
Winnie nascose il viso fra le mani e cominciò a
piangere. Gli altri restarono in silenzio. Keller non
sapeva cosa fare. Era così maldestra nelle situazioni
emotive, ma nessun altro accennava a farsi avanti.
Nissa era ancora più negata di lei nel gestire le
emozioni, e in quel momento il suo bel viso esprimeva
comprensione e tristezza, ma allo stesso tempo
distacco. Iliana sembrava indecisa se scoppiare in
lacrime o no, e Galen aveva lo sguardo perso nel vuoto
e un'espressione disperata.
Con un gesto goffo, Keller passò un braccio intorno
alle spalle di Winnie. «Coraggio, siediti. Vuoi una tazza
di tè? Lei non vorrebbe vederti piangere».
Tutte cose veramente stupide da dire. Ma Winnie
affondò la testa di riccioli rossi sul petto di Keller e si
abbandonò ai singhiozzi.
«Perché? Perché l'hanno uccisa? Non è giusto».
Nissa si agitò, in evidente imbarazzo. «Paulie mi ha
detto qualcos'altro. Ha detto di guardare il canale della
CNN».
Keller strinse i denti. «Dov'è il telecomando?»,
domandò, cercando di non essere troppo rude.
Iliana lo prese e premette il pulsante del canale.
Sullo schermo apparve una telecronista, ma per un
istante Keller non riuscì ad afferrare cosa stesse
dicendo. I suoi occhi furono catturati dalla scritta sul
bordo dell'inquadratura: CNN EDIZIONE
STRAORDINARIA: PANICO ANIMALE. E dal filmato
scadente girato con una telecamera privata. La scena
che mostrò era incredibile. Una strada di città come
tante, con grattacieli sullo sfondo e in primo piano
persone dall'aspetto normale mischiate a... forme.
Forme di colore rossiccio, delle dimensioni all'incirca
di una pantera, agili e flessuose. Erano addosso alle
persone. Quattro... no, cinque.
Puma.
Che uccidevano gli umani.
C'era una donna che gridava continuando a colpire
C'era una donna che gridava continuando a colpire
inutilmente una bestia che le aveva afferrato un braccio
fra i denti, fino al gomito. Un uomo cercava
disperatamente di strappare un ragazzino dalle grinfie
di un altro felino. Poi un corpo flessuoso con la punta del
muso bianca si lanciò direttamente contro l'obiettivo
della telecamera. Spiccò un balzo. Si udì un grido
soffocato e per un istante l'immagine di due fauci
spalancate con denti lunghi cinque centimetri riempì lo
schermo. Poi il filmato s'interruppe.
«...la scena è stata girata oggi presso le grotte
asfaltiche di La Brea, Los Angeles. Ci colleghiamo
adesso con Ron Hennessy, in diretta dall'esterno della
camera di commercio di Los Angeles...».
Keller era impietrita, i pugni stretti per soffocare
una rabbia impotente.
«Sta succedendo ovunque», commentò
tranquillamente Nissa alle sue spalle. «E quel che ha
detto Paulie. Tutte le principali città degli Stati Uniti
sono state attaccate. Un rinoceronte bianco ha ucciso
due persone a Miami. A Chicago, un branco di lupi ha
ucciso un agente di polizia armato».
«Mutaforma», mormorò Keller.
«Sì, che uccidono platealmente gli umani.
Addirittura si trasformano in pubblico. Paulie ha detto
che c'è chi ha dichiarato di aver visto quei lupi di
Chicago trasformarsi». Fece un profondo respiro e
riprese a parlare più lentamente. «Keller, il caos alla
fine del millennio... si sta verificando adesso. Non
possono nasconderlo dietro la storia dello "zoo privato".
Ci siamo: l'inizio di un tempo in cui gli umani
Ci siamo: l'inizio di un tempo in cui gli umani
scopriranno l'esistenza del Mondo delle Tenebre».
Iliana era sconcertata. «Ma perché i mutaforma
dovrebbero attaccare gli umani? E perché uccidere
Nonna Harman?».Keller scosse la testa. Un senso di
stordimento stava rapidamente prendendo il
sopravvento su di lei. Lanciò un'occhiata a Galen e vide
che era nelle sue stesse condizioni.
Poi udì un suono soffocato vicino a sé.
«E questo il dilemma: perché», disse Winnie con la
voce impastata. Di solito, con i suoi lineamenti da elfo e
la cascata di riccioli, sembrava più giovane della sua età.
Ma adesso la pelle del viso tirata sulle ossa da uccellino
le dava l'aspetto di una vecchia.
Si rivolse a Keller e a Galen, con occhi ardenti di
rabbia.
«Non è solo perché lo fanno, è perché permettono
loro di farlo. Dov'è la Prima Dinastia in tutto questo?
Perché non controlla il suo popolo? Forse perché
approva quanto sta accadendo?».
Le ultime parole furono pronunciate con una ferocia
che Keller non aveva mai riscontrato in Winfrith prima
d'allora.
Galen aprì la bocca per intervenire, poi scosse la
testa. «Winnie, non penso...».
«Tu non pensi! Tu non salì Cosa stanno facendo i
tuoi genitori? Vuoi farmi credere che non ne sono al
corrente?»
«Winnie...».
«Hanno ucciso il nostro capo più anziano. La nostra
saggia. Non capisci che qualcuno potrebbe prenderla
come una dichiarazione di guerra?».
Keller si sentiva ferita e allo stesso tempo furiosa di
fronte alla propria impotenza. Era lei a capo della
squadra e avrebbe dovuto far tacere Winnie.
Ma era una mutaforma come Galen. E insieme alla
capacità di trasformarsi e ai sensi squisitamente
affinati, avevano in comune qualcosa che era peculiare
della loro razza.
La colpa dei mutaforma.
La terribile colpa che risaliva a un passato lontano
ed era intessuta nella memoria di Keller. Nessun
mutaforma poteva dimenticarla o sottrarsi a essa, e chi
non era un mutaforma non avrebbe mai potuto
comprendere.
La stessa colpa che non aveva fatto reagire Galen
mentre Winnie gli urlava addosso, e che aveva
trattenuto Keller dall'interromperla.
Adesso Winnie era di fronte a Galen, gli occhi
fiammeggianti, il corpo crepitante di energia latente
come una piccola e densa cometa arancione.
«E chi è stato a risvegliare il drago, eh?», volle
sapere. «Chi ci dice che i mutaforma non siano coinvolti
nei suoi vecchi trucchetti? Magari stavolta hanno in
mente di annientare completamente le streghe...».
«Basta!».
Era Iliana.
Si piazzò davanti a Winnie, esile ma risoluta, un'esile
fanciulla di ghiaccio a contrastare il fuoco della strega.
Aveva il naso arrossato e gonfio, e portava ancora le
Aveva il naso arrossato e gonfio, e portava ancora le
pantofole con le teste di orsacchiotto, ma a Keller
apparve in qualche modo intrepida e statuaria.
«Smettetela di offendervi a vicenda», disse. «Non
capisco nulla di quel che stai dicendo, ma so che litigare
non ti servirà a niente. E so che non vuoi litigare».
Inaspettatamente, gettò le braccia intorno al collo di
Winnie. «So come ti senti. È orribile. Ho provato la
stessa cosa quando è morta mia nonna Mary, la
mamma di mia madre. Riuscivo solo a pensare che
fosse un'enorme ingiustizia».Winfrith esitò, senza
ricambiare l'abbraccio della ragazza. Poi, lentamente,
tirò su le braccia e la strinse a sé.
«Abbiamo bisogno di lei», mormorò.
«Lo so. E so che sei infuriata con quelli che l'hanno
uccisa. Ma non è colpa di Galen. Galen non farebbe mai
del male a qualcuno».
Lo disse con assoluta convinzione, e senza nemmeno
guardare Galen. Aveva semplicemente affermato un
fatto ormai noto a tutti. Ma allo stesso tempo, adesso
che aveva abbassato la guardia, l'espressione del viso
rifletté di nuovo tenerezza e luminosità.
"Sì, è amore, non c'è alcun dubbio", osservò Keller.
"Ed è un bene".
«So che Galen non ne sarebbe capace. Ma i
mutaforma...», cercò di ribadire Winnie.
«Forse», la interruppe il ragazzo, «dovremmo
parlarne». Se il viso di Winnie era tormentato, quello di
Galen era duro come acciaio, gli occhi talmente cupi che
non si distingueva il loro colore.
«Forse dovremmo parlare dei mutaforma», ripeté,
«Forse dovremmo parlare dei mutaforma», ripeté,
e accennò al tavolo della cucina, ancora ingombro di
pergamene. «Della loro storia e dei draghi». Guardò
Iliana. «Se esiste la possibilità di... di una cerimonia di
fidanzamento fra noi due, è necessario che tu ne sia
messa a parte».
Iliana sembrò allarmata.
«Ha ragione», osservò Nissa con la sua voce pacata.
«Dopo tutto, è da lì che dovevamo cominciare. È tutto
collegato».Tutto il corpo di Keller si tese come una
corda di violino: si trattava di un argomento di cui non
aveva nessuna voglia di parlare. Ma si rifiutò di cedere
alla propria debolezza. Con uno sforzo sovrumano,
riuscì a dire: «D'accordo. L'intera storia».
«Risale ai tempi in cui gli umani abitavano ancora le
caverne», cominciò Galen quando si furono seduti tutti
intorno al tavolo della cucina. La voce era talmente
controllata e inespressiva che non sembrava nemmeno
la sua.
«All'epoca dominavano i mutaforma, ed erano
crudeli. In alcuni luoghi erano semplicemente spiriti
totem che esigevano sacrifici umani, ma in altri...».
Frugò fra le pergamene e ne prese una. «Questa figura
mostra un recinto per l'allevamento di umani. Li
trattavano esattamente come gli umani trattano il
bestiame, allevandoli per mangiarne il cuore e il fegato.
E più si cibavano di carne umana, più diventavano
forti».
Iliana osservò il frammento di pergamena e le sue
dita strinsero convulsamente il fazzoletto. Winnie
ascoltava in silenzio, con un'espressione di
disapprovazione.
«Erano i più forti di tutti», proseguì Galen. «Gli
umani, per loro, erano come mosche. Le streghe
rappresentavano più che altro una seccatura, ma i
draghi avrebbero potuto sconfiggerli».
«E i vampiri?», domandò Iliana alzando gli occhi
dalla pergamena.
«Non ce n'erano ancora», rispose Galen. «Il primo
fu Maya Hearth-Woman, la sorella di Hellewise
Hearth-Woman. Si trasformò in vampiro quando volle
procurarsi l'immortalità. Ma i draghi erano immortali
per natura, ed erano i dominatori incontrastati del
pianeta. E la pietà che avevano degli altri eguagliava
quella di un tirannosauro».
«Ma non tutti i mutaforma erano così, vero?»,
chiese
Iliana. «Ne esistevano di altre specie, oltre ai draghi,
giusto?»
«Erano tutti malvagi», rispose schiettamente Keller.
«I miei antenati - i grandi felini - erano terribili. Ma
anche gli orsi e i lupi facevano la loro parte».
«Però hai ragione, i draghi erano i peggiori», Galen
confermò a Iliana. «E da loro discende la mia famiglia.
Il mio cognome, Drache, significa "drago".
Naturalmente, la mia antenata era la più debole dei
draghi. Quella che le streghe hanno lasciato sveglia
perché era molto giovane». Si rivolse a Winnie: «Forse
è meglio che racconti tu questa parte. Le streghe
conoscono meglio la loro storia».
conoscono meglio la loro storia».
Sempre con espressione sprezzante, Winnie sfogliò
le pergamene finché non trovò quella che cercava.
«Ecco», disse. «L'immagine del convegno delle streghe,
organizzato dalla Strega-Regina Ecate, la madre di
Hellewise. Radunò insieme tutte le streghe per dare la
caccia ai mutaforma. Fu una grande lotta, davvero
grande».
Winnie scelse un altro frammento e lo spinse verso
Iliana.
La ragazza restò a bocca aperta.
L'illustrazione sulla pergamena era praticamente
una chiazza omogenea di colore rosso.
«E fuoco», osservò. «Sembra come... come se il
mondo intero fosse in fiamme».«Proprio quel che
hanno fatto i draghi», confermò Galen con voce
inespressiva. «Le documentazioni geologiche hanno
registrato eruzioni vulcaniche in tutto il mondo in quel
periodo. È stata opera dei draghi. Non so come abbiano
fatto: la magia è andata perduta. Ma avevano deciso
che, se non potevano avere il mondo, nessun altro se ne
sarebbe impadronito al posto loro».
«Hanno cercato di distruggere il mondo», disse
Keller. «E il resto dei mutaforma gli ha dato una
mano».
«E ci erano quasi riusciti», commentò Winnie. «Ma
le streghe riunite hanno avuto la meglio, perché i draghi
sono stati sepolti vivi. Cioè, prima li hanno
addormentati e poi li hanno sepolti nei recessi più
profondi della terra». Si morse un labbro e guardò
Galen. «Probabilmente anche questo non è stato un bel
Galen. «Probabilmente anche questo non è stato un bel
gesto».
«Cos'altro potevano fare?», replicò tranquillamente
Galen. «Lasciarono vivere la principessa dei draghi,
aveva solo tre o quattro anni. La lasciarono crescere,
sotto la loro guida. Ma il mondo è stato per lungo tempo
un luogo arido e sterile. E i mutaforma sono rimasti
sempre... gli esseri più spregevoli dell'intero Popolo
delle Tenebre».
«E vero», osservò Nissa con tono neutro. «La
maggior parte del Popolo delle Tenebre considera i
mutaforma cittadini di classe inferiore. Cercano di
tenerli in stato di soggezione. Credo che, sotto sotto,
abbiano ancora paura di loro».
«E non c'è mai stata alleanza fra i mutaforma e le
streghe», aggiunse Keller, guardando Iliana negli occhi.
«Per questo la cerimonia del solstizio è così importante.
Se i mutaforma non si schierano a fianco delle streghe,
andranno con i vampiri...».
S'interruppe di colpo e guardò Galen.
Il ragazzo confermò i suoi dubbi. «Stavo pensando la
stessa cosa».«Gli attacchi di quegli animali...», riprese
adagio Keller. «Sembra che i mutaforma abbiano già
preso la loro decisione. Stanno contribuendo a creare il
caos per la fine del millennio. Stanno comunicando al
mondo intero che si sono schierati con i vampiri».
Restarono in silenzio, scioccati.
«Ma chi ha preso questa decisione?», cominciò
Winnie.
«Infatti», disse Nissa. «La questione è capire se
sono solo comuni mutaforma ad agire così o se è
qualcosa di ufficiale. In altre parole, la Prima Dinastia
ha già deciso?».
Tutti gli occhi si puntarono su Galen.
«Non credo», rispose. «Non credo che abbiano
ancora preso una decisione qualsiasi, almeno non
pubblicamente. Se stanno operando in segreto, questo
non lo so», concluse con voce sempre inespressiva,
senza alcun intento giustificativo.
Guardò le ragazze sedute intorno al tavolo, una per
una. «I miei genitori sono guerrieri. Non appartengono
al Circolo dell'Alba, e non amano le streghe. Ma non gli
vanno a genio nemmeno i vampiri. Più di ogni altra
cosa, vorranno schierarsi con chiunque abbia
probabilità di vincere. E questo dipende da chi riuscirà
ad assicurarsi l'appoggio dei Poteri Selvaggi».
«Penso che vogliano qualcos'altro», disse Keller.
«Cioè?»
«Vogliono essere sicuri che le streghe li trattino in
maniera imparziale, e non che tentino semplicemente di
servirsi di loro. Voglio dire, se sapessero che il Circolo
dell'Alba ha trovato la Strega Bambina ma non ha
intenzione di prometterla in sposa al loro erede, be',
non ne sarebbero molto contenti. Non è solo questione
di creare un legame di parentela con le streghe.
Significa sentire di essere stati trattati con
equità».Nissa socchiuse gli occhi castani e parve quasi
sorridere. «Hai reso l'idea in maniera sintetica e
convincente».
«Quindi tutto dipende», concluse apertamente
«Quindi tutto dipende», concluse apertamente
Keller, «da quel che accadrà sabato sera. Se ci sarà una
cerimonia di fidanzamento, vorrà dire che le streghe
hanno trovato il Potere Selvaggio e sono disposte a
condividerlo con i mutaforma. In caso contrario...».
Lasciò la frase in sospeso e guardò Iliana.
"Ci siamo", pensò. "Ti ho illustrato la situazione in
modo semplice e chiaro, adesso non puoi negare
l'evidenza. E non puoi fare a meno di vedere qual è la
posta in gioco".
Gli occhi di Iliana erano come due nuvole
temporalesche viola cupo. Keller non capì cosa stesse
pensando. Forse che la situazione era chiara, ma che
comunque non la riguardava.
Winnie fece un profondo respiro. «Galen».
L'espressione del suo viso era ancora tesa e
contrariata, ma la rabbia ardente che aveva animato il
suo sguardo poco prima si era dissolta.
«Scusami», disse guardando finalmente Galen negli
occhi. «Prima non avrei dovuto dirti quelle cose. So che
sei dalla nostra parte. E non sono fra quelli che non si
fidano dei mutaforma».
Il ragazzo le sorrise timidamente, ma gli occhi
rimasero seri. «Non saprei. Forse non dovresti fidarti di
noi. C'è qualcosa nel nostro sangue... non ci si può
liberare totalmente della natura di drago».
Strano. In quel momento Keller notò che i suoi occhi
non erano solo scuri, ma quasi rossi. Esattamente
l'opposto del solito colore d'oro verde. Era come se
qualcosa stesse bruciando lentamente dentro di essi.
Winnie gli tese la mano attraverso il tavolo. «Io ti
Winnie gli tese la mano attraverso il tavolo. «Io ti
conosco», gli disse. «E non c'è niente che non va nel tuo
sangue. Non dubiterò più di te».
Galen esitò un istante, poi allungò una mano e prese
quella della ragazza con aria riconoscente.
«Grazie», disse sottovoce.
«Ehi, se fossi io la Strega Bambina, mi fidanzerei con
te nel giro di un minuto», aggiunse Winnie, tirando su
col naso. Poi sorrise, e finalmente fu uno dei vecchi
sorrisi di Winnie.
Keller sbirciò Iliana e rimase affascinata da ciò che
vide.
La ragazza era cambiata ancora una volta. Ora non
aveva l'aspetto di una principessa o di una fanciulla di
ghiaccio, ma assomigliava a un giovane soldato che sta
per affrontare la battaglia. O magari un sacrificio
umano, per salvare la sua tribù gettandosi in un
vulcano,
I capelli risplendevano di riflessi argentei, e il viola
scuro dei suoi occhi risaltava nel viso minuto. Le spalle
esili erano dritte, e il mento sollevato in un
atteggiamento deciso.
Lentamente, fissando un punto invisibile al centro
del tavolo, Iliana si alzò.
Appena la videro muoversi, gli altri si zittirono. Era
chiaro che stava per succedere qualcosa di importante.
La ragazza rimase in piedi, le braccia lungo i fianchi,
le mani chiuse a pugno; il petto si sollevava e si
abbassava al suo respiro agitato. Guardò Galen, e alla
fine Keller.
«Io non sono la Strega Bambina più di quanto lo sia
Winnie. E credo che ormai l'abbiate capito anche voi.
Ma...». Inspirò profondamente, sforzandosi di
mantenere la calma. Keller trattenne il respiro.
«Ma se volete che finga di esserlo, lo farò. Andrò alla
cerimonia di fidanzamento insieme a Galen - se lui è
d'accordo». Lanciò un'occhiata imbarazzata al ragazzo,
quasi, volesse chiedergli timidamente scusa.
«Certo che lo è!», esclamò entusiasta Winnie. Keller
l'avrebbe baciata. Galen, invece, non approfittò di
quell'occasione: rimase a bocca aperta, alquanto
incerto. Fortunatamente, Iliana non aveva finito il suo
discorso. «E poi andrò fino in fondo. E forse questo
basterà a unire streghe e mutaforma, finché non
scopriranno che sono un impostore», concluse
rattristandosi. Era talmente risoluta che Keller ne
rimase scossa. Come poteva non essere il Potere
Selvaggio? Non era possibile. Keller sapeva che era lei.
Solo che non aveva ancora risvegliato i propri poteri. E
se continuava a rifiutarli, non ci sarebbe mai riuscita.
«Grazie, Iliana», le disse. «Non sai quanto ti sono
grata, e quante vite salverai. Grazie». Poi l'emozione
prese il sopravvento, e Keller prese Iliana per un
braccio e le diede un'esitante strizzatina affettuosa.
«Sei un vero soldato!»> disse Winnie
abbracciandola forte. «Ho sempre saputo che ce
l'avresti fatta, davvero».
Nissa le regalò un sorriso di sincero apprezzamento.
Anche Galen stava sorridendo, sebbene ci fosse
qualcosa nei suoi occhi...
qualcosa nei suoi occhi...
«Un'ultima cosa», aggiunse Iliana quasi senza fiato,
massaggiandosi il braccio che le aveva stretto Keller.
«Ho detto che lo farò, ma a due condizioni».
Capitolo 13

L' entusiasmo di Keller si spense.


«Condizioni?» «Puoi avere tutto quel che vuoi», disse
Winnie sbattendo le palpebre per soffocare le lacrime di
gioia. «Macchine, vestiti, libri...».
«No, no, non voglio cose», precisò Iliana. «Quel che
voglio dire è che non posso restare con le mani in mano
senza fare niente quando so cosa c'è in ballo».
Rabbrividì. «Devo fare tutto il possibile. Ma... c'è un
ma. Io non sono la persona giusta. Quindi la prima
condizione è che, mentre io recito la parte della Strega
Bambina, qualcuno di voi vada in cerca di quella vera».
«Informerò il Circolo dell'Alba», si affrettò a dire
Keller. «Continueranno a cercare e a esaminare altre
Harman. Lo faranno finché tu lo vorrai». E dovranno
farlo. Era un piccolo prezzo da pagare. «E l'altra
condizione?», volle sapere Keller. «Voglio andare alla
festa di Jaime». Scoppiò un tumulto improvviso.
Persino Nissa urlava più forte degli altri. Keller smise di
protestare e fece segno a tutti di chiudere la bocca. Poi
inchiodò Iliana con lo sguardo.«Impossibile. E tu sai che
è impossibile. A meno che non conosca un modo per
è impossibile. A meno che non conosca un modo per
essere nello stesso tempo in due posti diversi».
«Non essere stupida», replicò Iliana, il piccolo
mento deciso ancora sollevato. «Intendo prima della
cerimonia di fidanzamento. Vorrei andarci solo per
un'ora o due, perché Jaime è una delle mie migliori
amiche, ed è stata aggredita due volte per colpa mia».
«E allora? Stai già facendo qualcosa per lei. Stai per
salvare la sua vita, quella di suo fratello e quella dei suoi
genitori...».
«No, non è così. Fingerò di essere la Strega Bambina
quando so che non è vero. Ingannerò tutti». Gli occhi le
si riempirono di lacrime. «Ma non ho intenzione di
ferire i sentimenti di Jaime, né di rompere la promessa
che le ho fatto. E questo è quanto. Quindi se volete che
reciti fino in fondo questa messinscena, lo farò, ma
prima voglio andare a quella festa».
Calò il silenzio.
"Però, è cocciuta. Glielo concederò", si disse Keller.
"Quando s'impunta su una cosa, non c'è verso di farle
cambiare idea. Immagino che le tornerà utile quando i
Poteri Selvaggi dovranno affrontare le tenebre".
Ma in quel momento, la sua ostinazione era
semplicemente esasperante.
Keller inspirò profondamente e disse: «Ok».
Winnie e Nissa la guardarono sbalordite. Non si
aspettavano che avrebbe ceduto così facilmente, e di
certo si stavano chiedendo se il loro capo avesse
qualche asso nascosto nella manica. Sfortunatamente,
Keller non ne aveva.
«Dobbiamo inventarci qualcosa», disse alla sua
squadra. «Agire con la massima prudenza e restarle
sempre accanto».
Winnie e Nissa si scambiarono un'occhiata infelice,
ma non dissero nulla.
Keller si rivolse a Iliana. «L'unica cosa è che tu devi
essere presente alla cerimonia del solstizio a
mezzanotte. L'incontro avverrà a Charlotte, a circa
venti minuti di macchina da qui, e faremo meglio a
muoverci con largo anticipo. Hai detto almeno un'ora.
Se non sarai lì, nel luogo in cui si raduneranno i
mutaforma e le streghe, a mezzanotte precisa...».
«La mia carrozza tornerà a essere una zucca»,
concluse acidamente Iliana asciugandosi il naso con il
fazzoletto.
«No, i mutaforma abbandoneranno il convegno,
vanificando qualsiasi possibilità di alleanza».
Iliana si rannuvolò in volto, fissando il tavolo. Poi
alzò gli occhi verso Keller. «Ci sarò. Lo so, e sai perché
lo so? Perché sarai tu a portarmi là».
Keller le restituì lo sguardo, stupita. Sentì Winnie
soffocare una risatina e vide Nissa nascondere un
sorriso.
Suo malgrado, non poté fare a meno di sorridere a
sua volta. «Hai ragione; lo farò. Anche se dovessi
trascinarti con la forza. D'accordo, qua la mano».
Si strinsero la mano, ma poi Iliana si volse verso
Galen.
L'aveva osservato con la coda dell'occhio da quando
aveva iniziato il suo discorso, e adesso parve di nuovo
aveva iniziato il suo discorso, e adesso parve di nuovo
esitare.
«Se c'è qualcosa... una ragione qualsiasi per cui io
non debba farlo...», farfugliò. Keller richiamò
l'attenzione di Galen dandogli un calcio negli stinchi.
Il ragazzo alzò lo sguardo: non era ancora tornato il
Galen che conosceva. Parlare di draghi aveva smosso
qualcosa dentro di lui e gettato un'ombra sul suo volto;
era come assente, rinchiuso in se stesso. E l'annuncio
dato da Iliana non era servito a rasserenare il suo
animo.
Keller lo fissò attentamente, rammaricandosi di non
avere poteri telepatici. "Non osare", avrebbe voluto
dirgli. "Cosa c'è che non va? Se mandi tutto all'aria,
dopo tutto il lavoro che abbiamo fatto e con quel che c'è
in ballo...".
Poi si rese conto che prima, mentre raccontava la
storia dei draghi, Galen era apparso meditabondo e
leggermente impaurito. Adesso era ancora assorto in
altri pensieri, ma incredibilmente triste. Affranto, e
pieno di rimorso.
Riuscì quasi a sentire la sua voce risuonarle nella
mente. Keller, mi dispiace...
"Non fare l'idiota", pensò Keller. Forse non era
telepatica, ma era certa che il ragazzo aveva letto
l'espressione dei suoi occhi. "Per cosa devi provare
rimorso? Muoviti e fai quel che devi".
Il cuore le rimbombava nel petto, ma cercò di
tenere almeno il respiro sotto controllo. Niente aveva
importanza al di fuori del Circolo dell'Alba e
dell'alleanza. Niente. Pensare ad altro in un momento
dell'alleanza. Niente. Pensare ad altro in un momento
come questo sarebbe stato puro egoismo.
E l'amore è dei deboli. Galen abbassò lo sguardo,
come se avesse perso una battaglia. Poi si decise a
guardare Iliana: la ragazza era rimasta in attesa con gli
occhi colmi di lacrime, splendenti come diamanti
impigliati fra le ciglia. Keller provò una stretta al cuore.
Ma Galen, come sempre, fece la cosa giusta. Prese
delicatamente la mano di Iliana e la posò contro la
propria guancia, in un gesto umile e innocente allo
stesso tempo che non sminuì nemmeno per un istante il
suo nobile retaggio.
Dopo tutto, lui era un principe.
«Sarebbe per me un grande onore celebrare la
cerimonia di fidanzamento con te», le disse guardandola
negli occhi. «Sempre che tu sia d'accordo a parteciparvi
al mio fianco. Se accetti quel che ho detto prima
riguardo alla mia famiglia...».
Iliana sbatté le palpebre, allentando la tensione. Le
lacrime era scomparse magicamente, lasciandole gli
occhi lucenti come due violette bagnate dalla pioggia.
«Accetto ogni cosa. Non ha importanza. Non cambia
nulla riguardo a te, e tu sei una delle migliori persone
che io abbia mai conosciuto». Sbatté ancora le palpebre
e sorrise.
Nessuno avrebbe potuto resisterle, e Galen le
restituì il sorriso.
«Niente, al tuo confronto».
Rimasero così per un momento, guardandosi negli
occhi, tenendosi per mano, raggianti. Insieme erano
perfetti: argento e oro, la figura di un libro di fiabe.
"Ci siamo, è fatta. Adesso non resta che farla
partecipare alla cerimonia del solstizio", pensò Keller.
"Sempre che riusciamo a tenerla in vita, abbiamo
arruolato un Potere Selvaggio fra le nostre file.
Missione compiuta.
Ne sono davvero felice".
Allora perché aveva un peso che le gravava sul
cuore a ogni respiro?
Nel tardo pomeriggio arrivò una seconda telefonata.
«Bene, hanno individuato chi era al volante della
macchina», disse Nissa.
Keller alzò gli occhi dalle pergamene: quando la
signora Dominick era rientrata a casa, avevano
trasferito la scatola nella camera di Iliana,
sparpagliandone il contenuto alla rinfusa sul pavimento.
Iliana si era di stesa sul letto a sonnecchiare; si rianimò
quando Nissa si affacciò nella stanza.
«Chi era?»
«Un mutaforma di nome Fulton Arnold. Abita a una
quindicina di chilometri da qui».
Keller si irrigidì. «Arnold. Il capo delle aquile»,
commento guardando Galen.
Il ragazzo annuì con aria grave. «Le aquile dovranno
darci qualche spiegazione. Dannazione, non è mai stato
facile andare d'accordo con loro, ma questo...».
«Allora era collegato al Mondo delle Tenebre»,
concluse Winnie. «Ma il Circolo dell'Alba sa il perché ,
Nissa si sedette sulla sedia di fronte alla toletta
bianca e oro di Iliana. «Be', un'idea ce l'hanno», risposi
bianca e oro di Iliana. «Be', un'idea ce l'hanno», risposi
«Ma non credo che ti piacerà», aggiunse rivolgendosi a
Galen.
Il ragazzo posò a terra un frammento di pergamena
e si drizzò a sedere, pallido e controllato. «Cosa ? »
«Hai presente tutte le nostre teorie sul perché i
mutaforma stanno attaccando gli umani? Se si tratta di
un'iniziativa di comuni mutaforma o di ordini dati dalla
Prima Dinastia e così via? Bene, il Circolo dell'Alba
pensa che siano ordini, ma non provenienti dalla Prima
Dinastia».
«I mutaforma non prenderebbero ordini dai
vampiri» , replicò risolutamente Galen. «Quindi il
Consiglio del Mondo delle Tenebre è escluso».
«Pensano che si tratti del drago».
Keller chiuse gli occhi e si portò una mano alla
fronte.
Ma certo; come aveva fatto a non pensarci? Il drago
impartiva ordini diretti ergendosi a monarca
leggendario, tornato per salvare i mutaforma. «Come il
ritorno di Re Artù», borbottò.
Sul suo letto, Iliana era rimasta sconvolta dalla
notizia «Ma tu hai detto che i draghi sono malvagi. Sono
crudeli e terribili, e hanno tentato di distruggere il
mondo ».
« Esatto», confermò Keller. Solo una come Iliana
poteva pensare che fosse una ragione sufficiente per
non allearsi con loro. «Erano tutte queste cose. Ma
erano anche molto potenti, e grazie a loro i mutaforma
mantennero una posizione dominante. Sono sicura che
ci sono un sacco di mutaforma che accoglierebbero di
ci sono un sacco di mutaforma che accoglierebbero di
buon grado il ritorno di un drago». Guardò Galen con
ansia crescente man mano che valutava questa
possibilità «Penseranno che inizierà per loro una nuova
era, magari un ritorno al dominio dei mutaforma. E se è
questo che pensano, niente di quel che dirà la Prima
Dinastia potrà fare alcuna differenza. Persino i topi si
mobiliteranno in favore di Azhdeha».
Significa che la cerimonia del fidanzamento non
servirà a niente?». Iliana si tirò su a sedere. La cosa
interessante era che non sembrava particolarmente
sollevata all'idea, anzi, pensò Keller, sembrava
sinceramente costernata.
«No, quindi non considerare nemmeno quella
eventualità», rispose bruscamente Keller. «Significa
che...». Si fermò di botto, realizzando all'improvviso
cosa significava. «Che...».
«Che dobbiamo uccidere il drago», concluse per lei
Galen.
Keller annuì. «Già, non basta combatterlo.
Dobbiamo liberarcene. Assicurarci che non resti nei
paraggi a dare ordini. È l'unico modo per evitare che i
mutaforma si dividano».
Iliana abbassò lo sguardo sulla distesa di pergamene
che copriva il pavimento. «Qualcuna di queste può dirci
come si uccide un drago?».
Keller raccolse un frammento e lo lasciò ricadere
subito. «Finora, nessuna ci ha fornito informazioni
utili».
«Sì, ma ne abbiamo esaminate meno della metà»,
fece notare Winnie. «E dal momento che tu e Galen
siete gli unici in grado di decifrare quei caratteri, le
parti che abbiamo esaminato io e Nissa non contano».
Decisamente c'era ancora molto lavoro da fare. «Be',
non dobbiamo preoccuparci di eliminare il drago
subito», osservò vivacemente Keller dopo aver
soffocato un gemito di sconforto. «Se riusciamo a
tenerlo a bada per un tempo sufficiente a celebrare la
cerimonia del fidanzamento, penseremo ad annientarlo
subito dopo. Winnie, perché tu e Nissa non provate a
escogitare un modo per proteggere Iliana alla festa di
sabato? Io e Galen potremo restare svegli stanotte e
dare un'occhiata a queste pergamene».
Winnie la guardò preoccupata. «Capo, stai tirando
troppo la corda. Se non dormi un po', finirai per
crollare».
«Dormirò domenica», replicò Keller. «Quando sarà
tutto finito».
Keller aveva dato per scontato che lei e Galen quella
notte avrebbero studiato le pergamene separatamente.
Ma quando tutti si erano ritirati nelle loro camere da
letto, il ragazzo si era fermata nel soggiorno insieme a
lei e aveva seguito il notiziario delle undici alla
televisione. Altri attacchi di animali.
Alla fine del programma, Keller tirò fuori la sua pila
di pergamene; era il suo modo di augurare la
buonanotte, ed era molto più facile che dover guardare
in faccia Galen.
Ma Galen disse semplicemente: «Mi occuperò
dell'altra metà».
dell'altra metà».
Keller si sentì a disagio. Non vedeva niente di male
nel comportamento del ragazzo: stava esaminando i
suoi frammenti di pergamena e lasciava fare altrettanto
a lei.
Ma ogni tanto le lanciava un'occhiata. Keller sentiva
i suoi occhi indugiare su di lei, seri e calmi, in attesa che
lei si decidesse ad alzare lo sguardo.
Ma non lo fece mai.
E Galen non disse mai una parola. Dopo un po',
tornava a concentrarsi sulla sua parte di pergamene.
Andarono avanti a lavorare in silenzio.
Ciò nonostante, Keller era consapevole della sua
presenza; non poteva farne a meno. Era una pantera,
percepiva il calore del suo corpo anche a un metro di
distanza. Ne sentiva anche l'odore, ed era buono.
Sapeva di pulito e un po' del sapone che aveva usato,
ma racchiudeva un aroma che era tipico di Galen: caldo,
dorato, sano. Come un cucciolo con un bel manto lucido
in un pomeriggio d'estate.
Ed era un motivo continuo di distrazione. A volte le
parole sulle pergamene si confondevano in una nuvola
di nebbia davanti ai suoi occhi.
Ma peggio di ogni altra cosa, peggio della percezione
del suo calore o del suo odore, o dei suoi occhi puntati
su di lei, era qualcosa di più sottile che non riusciva a
identificare. Una connessione. Una tensione fra loro che
risultava quasi palpabile.
Vibrava nell'aria e le faceva rizzare i peli delle
braccia. E per quanto si sforzasse di allontanarla, non
faceva che aumentare.
faceva che aumentare.
Il silenzio riusciva solo a intensificarla. "Devo dire
qualcosa", pensò Keller. "Una frase anche banale, solo
per dimostrargli che non sono turbata".
Si concentrò sulle pergamene, che stava
cominciando a detestare. Se solo avesse trovato
un'informazione utile...
D'un tratto intravide qualcosa, proprio sul
frammento che stava esaminando.
«Galen, qui c'è qualcosa di interessante, in una copia
dei più antichi documenti sui draghi. Parla delle loro
abilità e dei loro poteri, oltre all'energia oscura».
Lesse ad alta voce il testo, esitando sulle parole che
le erano meno familiari. « "E sufficiente che un drago
tocchi un animale perché sia in grado di assumerne la
forma, apprendere tutto ciò che l'animale sa, fare tutto
ciò che l'animale è in grado di fare. Non ci sono - credo
che ci sia scritto 'limiti' - al numero di forme che può
padroneggiare. Di conseguenza, è un vero mutaforma e
l'unico degno di questo nome". Ti avevo detto che
questo materiale era datato», aggiunse. «Credo che
l'originale sia stato scritto dall'addetto stampa dei
draghi durante la guerra».
«Non ci sono limiti al numero di forme che può
padroneggiare», ripeté Galen con crescente eccitazione.
«Ha senso, capisci. È quel che ha ereditato la Prima
Dinastia, seppure in forma attenuata: poter scegliere
qualsiasi forma in cui trasformarci, ma solo la prima
volta. Dopo di che, restiamo vincolati a essa».
«Devi toccare un'animale per assumerne la
forma?».
Fece cenno di sì. «E così che scegliamo. Ma se un
drago può toccare qualunque animale e assumerne la
forma e cambiarla continuamente...». Non finì la frase.
«Già, diventa estremamente difficile individuarli»,
concluse Keller. Lo scambio di battute aveva in qualche
modo allentato la tensione nell'aria e Keller si sentì un
po' più tranquilla. Almeno riusciva a esprimersi senza
che le parole le si fermassero in gola.
Ma Galen non le fu di aiuto. Si sporse più vicino a lei,
sbirciando il testo della sua pergamena. «Chissà se dice
altro, qualcosa sul modo per identificarli... aspetta.
Keller, leggi qui in fondo».
Per farlo, dovette abbassare la testa, sfiorargli la
guancia con i capelli. «Cosa?»
«Corna, qualcosa circa le corna», farfugliò in modo
concitato. «Tu riesci a tradurre meglio di me. Questa
che parola è?»
«"Indipendentemente da"? No, è più "non
importa"». Cominciò a leggere ad alta voce. «Non
importa quale forma assume, un drago sarà sempre
riconoscibile...».
«Dalle corna», le fece eco Galen.
Lessero insieme le ultime frasi, aiutandosi l'un
l'altro. «Un drago presenta da tre a quattro corna sulla
fronte, e in alcuni rari casi quattro. Queste corna...»,
alzarono entrambi il volume della voce, «che sono la
sede dei loro poteri, vengono loro brutalmente rimosse
dalle streghe che li catturano per privarli del potere di
cambiare forma».
cambiare forma».
Si interruppero insieme e rimasero a fissare la
pergamena per un tempo che a Keller parve infinito.
Galen le stringeva il polso così forte da farle male.
Alla fine disse con un filo di voce: «Ci siamo.
Abbiamo la soluzione».
La guardò e le scosse affettuosamente il polso.
«Abbiamo la soluzione. Keller, ce l'abbiamo fatta,
l'abbiamo trovata».
«Ssh! Sveglierai tutta la casa». Ma fremeva per
l'eccitazione tanto quanto lui. «Fammi pensare. Sì, quel
tipo, Azhdeha, avrebbe potuto benissimo avere le
corna. I capelli erano arruffati e gli coprivano la fronte.
Ricordo di aver pensato che fosse un po' strano perché
il resto del suo aspetto era molto curato».
«Davvero?». Galen scoppiò in una risata esultante,
senza riuscire a riprendere fiato.
«Sì. Ma... hai idea di quanto potrebbe rivelarsi
ardua l'impresa di strappare le corna a un drago?»
«No, e non m'importa. Keller, basta, smettila di
sminuire l'importanza della nostra scoperta! Il punto è
che abbiamo la soluzione! Sappiamo come danneggiare
i draghi. Sappiamo come combatterli!».
L'euforia di Galen divenne contagiosa.
All'improvviso, tutte le emozioni represse fino a quel
momento esplosero. Keller gli restituì la stretta al
braccio, ridendo e piangendo nello stesso tempo.
«Il merito è tuo», gli disse. «Sei stato tu a trovare il
testo».
«Ma era sulla tua pergamena. Stavi per arrivarci
anche tu».
anche tu».
«Tanto per cominciare, sei stato tu l'unico a
suggerire di esaminare le pergamene».
«Ma sei stata tu l'unica». S'interruppe di colpo. Fino
a quel momento non aveva staccato gli occhi da lei,
ridendo; i loro volti a pochi centimetri di distanza
mentre si scambiavano congratulazioni. I suoi occhi
erano come i boschi d'estate, una macchia di verde
dorato attraversata da un pulviscolo più scuro che si
perdeva nella luce. Ma adesso un'ombra di dolore gli
oscurò il volto. Continuò a guardarla, a stringerle il
braccio, ma qualcosa si era spento nei suoi occhi.
«Sei tu l'unica», sussurrò.
Keller chiamò a raccolte le proprie forze. «Non
capisco di cosa stai parlando».
«E invece sì».
Pronunciò queste parole con disarmante
naturalezza, senza lasciare alcuna possibilità di
contestazione.
Ma Keller ne trovò una. «Senti, Galen, se ti stai
riferendo a quel che è successo in biblioteca...».
«Almeno riconosci che è successo qualcosa».
«...allora non capisco che cos'hai. Siamo due
mutaforma, e c'è stato un momento in cui abbiamo
perduto la nostra obiettività. Siamo sottoposti a un
notevole stress. Abbiamo avuto un momento di...
attrazione fisica. Succede, in un lavoro del genere; non
puoi prenderlo sul serio».
«È questo di cui ti sei convinta? "Un momento di
attrazione fisica"?», ribatté fissandola intensamente.
La verità era che Keller si era quasi convinta che
non fosse successo assolutamente nulla, o meglio, aveva
convinto la sua mente.
«Te l'ho detto», gli disse, con una durezza che le
rese quasi irriconoscibile la propria voce. «L'amore è
per i deboli. Io non sono debole, e non intendo
permettere a niente e a nessuno di cambiarmi. E
inoltre, qual è il tuo problema? Hai già una fidanzata.
Iliana è coraggiosa, dolce e bella, e diventerà molto,
molto potente. Cosa potresti desiderare di più?»
«Hai ragione», rispose Galen. «Lei è tutte queste
cose. E io la rispetto e la ammiro... e la amo anche. Chi
potrebbe non amarla? Ma non sono innamorato di lei.
Io...».
«Non dirlo». Ora Keller era arrabbiata, ed era un
bene. La rendeva più forte. «Quale principe
metterebbe la propria felicità al di sopra del destino del
suo popolo? Al di sopra del destino di tutto questo
stramaledetto mondo?»
«Non è vero!», ribatté stizzito. Lo disse a bassa
voce, ma la sua rabbia era palpabile e anche un po'
minacciosa, gli occhi ardevano di un cupo bagliore.
«Non sto dicendo che non prenderò parte alla
cerimonia. Intendo solo dire che sei tu l'unica che amo.
Sei la mia anima gemella, Keller. E lo sai».
Anima gemella. Le due parole la colpirono e
rimbalzarono, continuando la loro corsa nel profondo
del suo animo. Quando raggiunsero il fondo, si
annidarono in una piccola nicchia, fatta apposta per
loro.
loro.
Costituivano l'espressione giusta per descrivere
quel che era realmente successo nella libreria. Non un
momento di attrazione fisica dovuto allo stress, né un
cedimento al romanticismo. Era la legge dell'anima
gemella.
Lei e Galen erano anime gemelle. Ma non aveva
alcuna importanza, perché non avrebbero mai potuto
stare insieme.
Capitolo 14

Keller si coprì il viso con le mani. In un primo


momento non si rese conto di cosa le stesse
succedendo. Poi capì che stava piangendo.
E tremando. Lei, Raksha Keller che non aveva
paura di nessuno e che non avrebbe mai permesso a
nessuno di arrivare al suo cuore. Era lei che stava
emettendo quei ridicoli gemiti come fosse un gattino
non ancora svezzato, erano sue le lacrime che le
scivolavano fra le dita.
La cosa peggiore era che sembrava incapace di
smettere.
Sentì le braccia di Galen stringersi intorno a lei, e
intuì che anche lui stava piangendo.
Ma se la cavava meglio di lei: il pianto non era per
lui qualcosa di insolito e non cercava di soffocarlo con lo
stesso accanimento di Keller; e questo lo rendeva più
forte. Riuscì ad accarezzarle i capelli e anche a
pronunciare qualche parola.
«Keller, mi dispiace. Keller... posso chiamarti
Raksha?».
La ragazza scosse energicamente la testa,
La ragazza scosse energicamente la testa,
spruzzando una pioggia di lacrime.«Tanto per me sei
sempre stata Keller. Sei... tu, comunque. Mi dispiace.
Non volevo farti piangere. Era meglio se non mi avessi
mai incontrato...».
Keller si trovò di nuovo a scuotere la testa. Allora,
proprio come aveva fatto l'ultima volta, sentì le proprie
braccia sollevarsi per stringere Galen. Premette il viso
contro la morbida felpa del ragazzo, cercando di
riprendere l'autocontrollo necessario per parlare.
Era questo il problema di erigere mura così alte,
spesse e invalicabili intorno a sé, si disse. Quando
crollavano, si sbriciolavano completamente, riducendosi
a niente. Adesso era totalmente indifesa.
Indifesa... vulnerabile... ma non più sola. Avvertiva
più della semplice presenza fisica di Galen: sentiva il
suo spirito, e ne era attirata. Stavano cadendo insieme,
l'uno nell'altra, come era accaduto nella libreria.
Sempre più vicini...
Contatto.
Keller percepì il tocco della sua mente, e ancora una
volta il suo cuore fu sul punto di esplodere.
Tu sei l'unica. Sei la mia anima gemella, le disse la
sua voce mentale, come se fosse un'idea appena
affiorata che stesse scoprendo e assaporando solo
allora.
Keller annaspò in cerca di una smentita, ma non
trovò nulla cui aggrapparsi. E non poteva fingere con
qualcuno che condivideva i suoi pensieri. Sì.
La prima volta che ti ho vista, continuò, sono
rimasto affascinato. Te l'ho già detto, ricordi? Per la
prima volta sono stato fiero di essere un mutaforma.
Tu ne sei fiera?
Era confusa, ancora scossa dal pianto, ma... sì, lo era.
Con il suo calore e la sua passione che risplendevano
dentro di lei, con le sue braccia che la stringevano, la
sua mente aperta a lei... era difficile restare indifferenti.
Credo di esserne orgogliosa, gli comunicò adagio.
Ma solo in parte. Per altri aspetti...
Quali aspetti?, volle sapere, quasi a volerla
proteggere. La nostra storia? I draghi? No. Cose che
non capiresti. Aspetti... della natura animale. Persino
in quel momento, Keller ebbe paura di rivelargli alcune
cose di sé. Lascia stare, Galen. Racconta, fu tutto quel
che le disse. No. È successo tanto tempo fa, quando
avevo tre anni. Devi essere contento di poter scegliere
il tipo di animale che diventerai. Keller, ti prego.
Tu non ami la natura animale, gli disse. Ricordi
come hai ritirato la mano quando hai toccato la mia
spalla nell'aula di musica?
Nell'aula...? La voce mentale si spense, e Keller si
aspettò di rivivere il ricordo del suo disgusto. Ma la
sensazione che le arrivò non era di repulsione; anzi, era
un forte senso di desiderio che Galen stava cercando in
qualche modo di sopire. E una risata ironica, anch'essa
soffocata a stento. Keller, non ho ritirato la mano
perché non mi piaceva la tua pelliccia. L'ho fatto
perché... Esitò, poi lo disse tutto d'un fiato, con evidente
imbarazzo, volevo accarezzarti!
Accarezzarmi... ?
Accarezzarmi... ?
La tua pelliccia era così soffice, e ho provato una
sensazione così piacevole scorrendoci sopra la mano
contropelo, sembrava velluto. E... volevo... fare
questo.
Le passò una mano su e giù lungo la schiena. Ho
provato un impulso molto forte, ma sapevo che non
era il caso di assecondarlo. E se ci avessi provato, tu
mi avresti come minimo spaccato la mandibola. Così
ho ritirato la mano, concluse con una risatina
imbarazzata. Adesso dimmi cos'è che non ti rende
fiera.
Keller provò un senso di calore intenso, ed era
sicura di essere arrossita. Era un bene che avesse il viso
nascosto. Peccato, però: probabilmente non avrebbe
avuto più un'altra occasione per dirgli che non le
sarebbe dispiaciuto essere accarezzata in quel modo...
"Dopo tutto, sono un felino", pensò, vagamente
stupita di sentirlo ridacchiare e realizzando allo stesso
tempo, con una punta di agitazione, che non c'erano
segreti in questo tipo di comunicazione mentale. Per
coprire il proprio imbarazzo, parlò ad alta voce.
«La cosa di cui non vado fiera... è accaduta quando
vivevo insieme alla mia prima famiglia del Circolo
dell'Alba. Passavo un sacco di tempo in forma metà
umana e metà animale. Era facile per me restare
bloccata in quella condizione, e a loro non dispiaceva».
Anche a me non dispiacerebbe, disse Galen. Eri
splendida.
«Ero seduta in grembo a mia madre adottiva e lei
mi stava pettinando i capelli. Non so cosa sia successo,
mi stava pettinando i capelli. Non so cosa sia successo,
ma qualcosa mi fece sobbalzare. Un rumore
proveniente dall'esterno, forse il motore di una
macchina che batteva in testa. Saltai su e cercai di
infilarmi sotto il tavolo, dove mi rifugiavo sempre».
Keller si fermò per fare un profondo respiro. Le
braccia di Galen la strinsero più forte.
«Poi... be', mia madre tentò di trattenermi, di
rassicurarmi. Ma io non riuscivo a pensare ad altro che
al pericolo. Pericolo. Così le diedi una zampata,
sfoderando gli artigli. In quella forma intermedia sono
retrattili. Avrei fatto qualsiasi cosa pur di fuggire dal
pericolo che avvertivo».
Fece un'atra pausa. Era difficile raccontare il resto.
«Dovettero portarla in ospedale. Non ricordo quanti
punti le misero sul viso. Ma ricordo le conseguenze. Mi
portarono presso un'altra famiglia perché la prima non
se la sentiva di gestirmi. Non li biasimo per avermi
mandata via, ma ho sempre desiderato averle potuto
dire quanto mi dispiaceva».
Calò il silenzio. Keller sentiva il respiro di Galen, e
questo le diede uno strano senso di conforto.
Dopo un po', il ragazzo le chiese: «Tutto qui?».
Keller sussultò, poi sollevò la testa e rispose con
un'altra domanda. «Non è abbastanza?»
«Keller... eri solo una bambina. Non volevi farle del
male; è stato un incidente. Non hai niente da
rimproverarti».
«E invece mi rimprovero. Se non avessi lasciato che
il mio istinto prendesse il sopravvento...».
«Ma è ridicolo. Anche i piccoli umani fanno
continuamente gesti sconsiderati. Se una bimba di tre
anni cade dentro una piscina e qualcuno annega
tentando di salvarla? Incolperesti la bambina?».
Keller esitò, poi tornò a posare la testa sulla sua
spalla. «Non essere sciocco».
«Allora come puoi sentirti in colpa per qualcosa che
non potevi evitare?».Non gli rispose, ma sentì come se
un peso schiacciante le stesse finalmente scivolando via
di dosso. Galen non la incolpava di nulla. Forse non
aveva colpa. Avrebbe sempre conservato quel senso di
rammarico, ma forse non doveva più vergognarsene.
Lo abbracciò più forte. Grazie, gli disse.
Oh, Keller. Sei fantastica e sei così restia a
riconoscerlo. Tutto quel che fai... risplende.
Per un momento, fu incapace di formulare una
risposta qualsiasi. Poi disse: Galen? Quando sceglierai
una forma, scegli un animale mite.
Pensavo che per te tutti dovrebbero essere dei
combattenti., le disse, e la sua voce mentale suonò
molto calma.
Alcune persone non dovrebbero esserlo.
Poi lasciò semplicemente che la stringesse fra le
braccia.
Un altro periodo di tempo che parve infinito,
durante il quale entrambi sembrarono fluttuare in un
caldo bagliore dorato, un fuoco che divampava intorno e
dentro di loro, unendoli. In alcuni momenti Keller non
riuscì a capire quali pensieri fossero suoi e quali di
Galen.
Galen.
Scrivevo poesie, sai, le disse. Almeno ci provavo. I
miei genitori non lo sopportavano; era così
imbarazzante per loro. Invece di imparare a diventare
un buon cacciatore, il loro figlio scriveva frasi senza
senso.
Ho un sogno ricorrente, disse Keller, dove osservo
l'oceano e vedo una parete d'acqua alta centinaia di
metri; so che si sta avvicinando e che non riuscirò mai
a fuggire in tempo. Felini e acqua, eterni nemici.
Chissà cosa significa.
Io fantasticavo su quale animale sarebbe più
divertente essere, riprese Galen, ma arrivavo sempre
alla stessa conclusione: un tipo di uccello. Niente può
competere con il volo. Una cosa che ho sempre
dovuto nascondere alle mie madri adottive era
quanto mi piacesse ridurre a brandelli gli indumenti,
ricordò Keller. Mi ritenevo davvero in gamba quando
riuscivo a nascondere i loro collant dopo averli
lavorati con le unghie. Ma quando un giorno ho
provato ad affilarmi le unghie sulle tende, mi hanno
scoperta.
Parlarono e parlarono. Keller si abbandonò al
semplice piacere di quell'intimità e alla consapevolezza
che per una volta non dovesse nascondersi o difendersi.
Era per lei un enorme sollievo non dover fingere
affatto.
Galen la comprendeva, e la accettava, in tutto e per
tutto. Amava la sua individualità, non i suoi irrequieti
capelli neri o le gambe snelle o la curva delle sue labbra.
Poteva anche apprezzare questi dettagli, ma amava lei,
Poteva anche apprezzare questi dettagli, ma amava lei,
la sua essenza.
E la amava con una tenerezza e un'intensità che la
sconvolgeva nel profondo dell'animo.
Avrebbe voluto restare così per sempre.
Ma c'era qualcos'altro che li attendeva. Qualcosa cui
Keller non voleva pensare e che si profilava
minacciosamente al di là della luce e del calore che li
circondava.
Il mondo... c'era ancora un mondo là fuori. Ed era in
pericolo.
E non possiamo ignorarlo.
Galen.
Lo so.
Lentamente, a malincuore, Galen si sciolse
dall'abbraccio, ma la trattenne per le spalle. Rimasero
seduti così, guardandosi negli occhi.
E la cosa strana era che la connessione mentale non
si era spezzata. Continuarono ad ascoltarsi, fissandosi.
Non potremo più vivere un momento come questo,
disse Keller.
Lo so. Aveva guardato in faccia la realtà con la sua
stessa lucidità.
Non potremo parlarne; non potremo nemmeno
restare insieme da soli. Non è giusto nei confronti di
Iliana. E dobbiamo cercare di dimenticarci l'uno
dell'altra, e andare avanti.
Lo so, ripeté per la terza volta. E proprio quando
Keller si stava meravigliando della sua calma
rassegnazione, vide le lacrime spuntare negli occhi
verdi come gemme. Keller, è colpa mia. Se non fossi
l'erede della Prima Dinastia...
Non ci saremmo mai incontrati. E sarebbe stato
peggio.
«Davvero?», disse lui ad alta voce, come se volesse
averne conferma.
Sì. Gli rispose attraverso la mente, perché potesse
percepire la verità racchiusa nella sua risposta. Oh,
Galen, sono così felice che ci siamo incontrati, così
felice di averti conosciuto. E se sopravvivremo a tutto
questo, ne sarò felice per il resto della mia vita.
Galen la strinse ancora fra le braccia.
«L'abbiamo trovato, capo», disse Winnie con uno
scintillio di soddisfazione negli occhi.
Nissa, accanto a lei, lasciò trasparire un pacato
entusiasmo.«Cosa?», volle sapere Keller. Si sentiva
calma ma vigile, nonostante la notte passata quasi
totalmente in bianco. Lei e Galen avevano fatto le ore
piccole studiando le pergamene, assicurandosi di non
aver tralasciato niente. Avevano già riferito alle altre i
risultati della loro ricerca.
Winnie continuava a sorriderle.
«Un modo per proteggere Iliana alla festa di sabato.
Ed è infallibile!».
"Nulla è infallibile", pensò Keller. «Vai avanti», la
incoraggiò.
«Erigeremo le difese tutto intorno alla casa degli
Ashton-Hughes, proprio come ha fatto Nonna Harman
per questa abitazione. Le più potenti che possa offrire il
Circolo dell'Alba. Ma le sistemiamo adesso, il prima
Circolo dell'Alba. Ma le sistemiamo adesso, il prima
possibile, e le calibriamo in modo che solo gli umani
possano valicarle».
«E le integriamo con un altro scudo di protezione»,
intervenne Nissa. «Agenti del Circolo dell'Alba
appostati intorno alla casa, a cominciare da subito.
Nessuno entrerà o uscirà senza che loro lo sappiano. In
questo modo, quando arriveremo alla festa, sapremo
che è tutto sotto controllo».
«Dovremo solo trasferirla rapidamente da un posto
sicuro a un altro», concluse Winnie. «Se riusciamo a
tenerla qui fino a sabato sera, non correrà alcun
rischio».
Keller valutò la proposta. «Dobbiamo assicurarci
che anche la limousine sia sicura. Assolutamente
sicura».
«Naturalmente», rispose Winnie. «Me ne occuperò
io».
«E voglio che gli agenti controllino le persone in
entrata. Non un semplice monitoraggio. È possibile?»
«Senza che la famiglia ne sia al corrente?»,
domandò Nissa mordicchiandosi un labbro. «Che ne dici
se sistemiamo una squadra di addetti ai lavori stradali
vicino al cancello d'ingresso? Ci sarà pure un cancello; è
una casa signorile, no?» «Controlla. E sarà meglio
procurarci una piantina della casa. Voglio che ognuno di
noi conosca a memoria la disposizione interna dei locali
prima di mettere piede alla festa».
«All'ufficio urbanistico. No, più probabilmente
presso la società storica locale. Il palazzo deve essere
un monumento storico. Ci penso io».
un monumento storico. Ci penso io».
Keller annuì. «Mmm». Si fermò a considerare se ci
fosse altro di cui preoccuparsi. «Mmm, mi sembra...».
La fissarono, trattenendo il respiro.
«Buono», disse Keller. «Ma credo che esista solo
una minima, esigua possibilità che possa funzionare
davvero. Probabilmente sono eccessivamente
ottimista».
Winnie le diede un pugno affettuoso sulla spalla,
sorridendo. «Tu, capo? Neanche per idea!».
«È così difficile», gemette Iliana. «Cosa può andare
bene sia a una festa di compleanno che a una cerimonia
di fidanzamento?»
«A una cerimonia del solstizio», la corresse Winnie.
«Non dimenticarlo».
«Stai forse cercando di peggiorare la situazione?».
Iliana sollevò un vestito, poi un altro. «Cos'è più adatto
per una cerimonia del solstizio?»
«Qualcosa di bianco», le suggerì Winnie.
«Che sarebbe perfetto anche per una cerimonia di
fidanzamento», osservò Keller. Stava facendo del suo
meglio per non perdere la pazienza e aveva scoperto
che le risultava più facile di quanto avesse immaginato.
Gli ultimi tre giorni erano stati molto tranquilli.
Iliana aveva acconsentito a non andare a scuola anche
dopo essere guarita dal raffreddore. Keller e Galen si
erano scambiati solo qualche parola e non erano mai
rimasti insieme da soli.
Ed era... perfetto così. La calma interiore che
provava Keller si armonizzava con l'atmosfera serena
che la circondava.
Sia lei che Galen avevano i loro compiti da svolgere,
e li avrebbero portati a termine al meglio delle loro
possibilità. Keller sperava solo che sarebbero stati
sufficienti.
«Bianco? Non so se ho qualcosa di bianco da
mettermi. Deve essere un abito di classe, perché è tutto
molto raffinato a casa di Jaime. Spero davvero che si sia
ripresa».
«Sta bene», disse Keller. «L'hai sentita solo un'ora
fa». Con suo grande sollievo, anche Jaime era rimasta
tranquillamente a casa negli ultimi tre giorni. L'ultima
cosa che si augurava era che quella ragazza subisse
un'altra aggressione.
Ma la dimora degli Ashton-Hughes, almeno, era
sicura. Per tre giorni era stata strettamente presidiata
dagli agenti del Circolo dell'Alba, che controllavano ogni
persona che varcava il cancello. E così facendo,
testavano anche le difese a protezione della casa.
Nessun membro del Popolo della Notte poteva
attraversare la linea invisibile che circondava il terreno,
e nessuna persona che tentasse e fosse respinta poteva
andarsene senza essere seguita.
"Dobbiamo solo proteggerla durante il tragitto in
macchina", pensò Keller. "Prima fino alla casa di Jaime,
e poi fino al luogo del raduno a Charlotte. Possiamo
farcela. So che possiamo farcela". Diede un'occhiata
all'orologio.
«Andiamo, ragazze, sono le otto passate», disse.
«Presto dovremo muoverci».
«Presto dovremo muoverci».
Iliana e Winnie erano intente a frugare nell'armadio.
«Azzurro pastello, lavanda pastello, rosa pastello...»,
disse Winnie passando in rassegna i vestiti.
«Deve essere bianco», le ricordò Iliana.
«Vorrei non averlo detto».
Qualcuno bussò alla porta, e Nissa fece capolino
nella stanza. «Siamo tornati. Siete pronte?»
«Fra un minuto», rispose Keller. «Come vanno le
cose a palazzo?»
«Perfettamente. Le streghe dicono che le difese
sono robuste».
«Chi è entrato finora?»
«Fornitori di cibi e bevande e una band di studenti.
Tutti umani al cento per cento, a quanto hanno rilevato
le difese e anche secondo Galen, che non ha fatto altro
che accogliere le macchine al cancello tentando di
vendere gli orsacchiotti di Natale agli ospiti».
Keller non poté fare a meno di sorridere. Galen
doveva saperci veramente fare. «La famiglia avrà
pensato che è matto».
«Non sono mai usciti a protestare. In effetti,
nessuno è uscito, e questo facilita il compito della
squadra di sorveglianza». Si rabbuiò in volto. «Capo,
come mai il drago non ha ancora tentato nulla? L'ultima
volta ci era andato maledettamente vicino».
«Non saprei. Penso...».
«Cosa?»
«Penso che voglia puntare tutto su un unico lancio
di dadi. Un solo attacco, rapido e decisivo».
«Alla festa».
«Alla festa».
«Alla festa», confermò Keller. «Quindi faremo
meglio a tenerci pronte».
«Però lo bloccheremo all'esterno. Le difese sono
sicure».
«Lo spero».
«L'ho trovato!», strillò Iliana da dentro l'armadio.
Aveva in mano un abito del colore quasi dei suoi
capelli, bianco con un filo scintillante intessuto nella
trama della stoffa. Se lo appoggiò sul fianco, lasciandolo
ricadere in soffici pieghe sotto lo sguardo indagatore di
Winnie.
«Perfetto», disse alla fine dell'ispezione. «Con
quest'abito puoi fidanzarti; puoi andare a una festa di
compleanno; puoi celebrare il solstizio e probabilmente
puoi anche sposarti, se ti va».
«Puoi fare tutto quel che vuoi, ma devi farlo
subito», commentò Keller guardando di nuovo
l'orologio.
«Ma ti piace? Devo averlo comprato l'anno scorso».
«E splendido», tagliò corto Keller; poi, quando notò
il disappunto negli occhi viola della ragazza, aggiunse:
«Davvero, è splendido. Sarai bellissima e... farai colpo
su Galen».
Da dove era arrivata quell'improvvisa mancanza di
respiro? L'aveva superata in fretta, ma si era accorta
che Iliana l'aveva guardata in modo strano.
«Allora, andiamo», la incitò Keller. «Voi due siete
pronte?», chiese a Nissa e Winnie.
Le due ragazze abbassarono lo sguardo sui loro abiti
mediocri, poi scrollarono le spalle e risposero in coro:
«Sì».
«Penseranno che facciamo parte del personale di
servizio», disse Keller. «Controllate le vostre
ricetrasmittenti. Una volta arrivate lì, voglio che
restiamo in contatto costante».
«Bene, capo».
«Capito, capo».
Iliana aveva indossato l'abito e si stava guardando
allo specchio. «I miei capelli», cominciò, e poi si girò a
guardare Keller. «Li lascerò sciolti», annunciò. «Ok?»
«Sciolti vanno benissimo». Keller lanciò un'ultima
occhiata all'orologio e si strinse la cintura.
«Sciolti sono perfetti per una cerimonia del
solstizio», osservò Winnie, sussurrando poi a Iliana
mentre raggiungevano la porta: «Non ci fare caso. E
sempre così prima di un'operazione importante».
«Meno male che non le ho chiesto un parere sulle
scarpe...».
Keller si guardò intorno per assicurarsi che non
avessero dimenticato nulla. Poi guardò le altre tre
ragazze, che le sorrisero con gli sguardi vigili, pronte a
tutto. Persino la più esile, che sembrava un angioletto
di Natale che qualcuno aveva tirato giù dall'abete e
animato. «Ok, gente», disse Keller. «Ci siamo. Comincia
lo spettacolo».
Capitolo 15
Galen indossava un paio di pantaloni e un
pullover neri che mettevano in risalto la sua chioma
pullover neri che mettevano in risalto la sua chioma
bionda. Era un abbigliamento casual, ma comunque
appropriato per la cerimonia di fidanzamento. I suoi
occhi incontrarono per un istante quelli di Keller
mentre Iliana salutava i genitori, e i due giovani si
scambiarono un sorriso. Niente di forzato, solo il sorriso
tranquillo e senza pretese scambiato fra colleghi che
hanno un incarico da portare a termine.
«Ki-ki!», chiamò Alex dalla porta mentre i ragazzi
andavano a prendere la macchina nel garage.
"A quest'ora quel bambino dovrebbe dormire da un
pezzo", pensò Keller. Si girò e lo salutò con un cenno
della mano.
«Mandagli un bacio», le suggerì prontamente Iliana.
«Ne sarà contento».
Keller le lanciò un'occhiata di traverso e mandò un
bacio al piccolo.
«Ki-ki!», ripeté. Poi il visetto si rattristò di colpo e
aggiunse con aria mesta: «Ciao ciao».«Oh, che dolce»,
disse la madre di Iliana. «Sentirà la tua mancanza.
Forse pensa che stai andando via per sempre».
«Ciao ciao», disse di nuovo Alex, con le guance
rigate da grossi lacrimoni. «Ciao ciao! Ki-ki! Ciao ciao!»,
e cominciò a singhiozzare.
Sul gruppo in attesa vicino alla macchina calò il
silenzio. Winnie osservò a lungo Alex e poi si rivolse a
Iliana.
«Non ha... non ha mai avuto qualche premonizione
prima d'ora?», domandò a bassa voce.
«È solo un bambino», ribatté la sorella. «Cosa ti
viene in mente?»
viene in mente?»
«E solo stanco», tagliò corto Keller. «Coraggio,
andiamo».
Ma sentì i singhiozzi del bimbo anche dopo che fu
salita in macchina e li sentì riecheggiare nella testa
anche quando si furono lasciati la casa alle spalle.
Si consultarono con la "squadra di addetti ai lavori
stradali", di guardia proprio davanti al cancello
d'ingresso degli Ashton-Hughes. Tutti i componenti
avevano un aspetto professionale, dalle luci
all'equipaggiamento.
«Tutto a posto», annunciò allegramente la strega di
turno quando Keller abbassò il finestrino. Si tolse il
giubbotto riflettente. «Sono entrate trenta macchine e
non ne è uscita nessuna. L'ultima è arrivata da un po';
credo che siate elegantemente in ritardo», concluse con
una strizzatina d'occhio.
«Trenta?», disse Keller. «Quante persone per ogni
macchina?»
«In genere due, ma alcune erano stipate di gente».
Keller sbirciò Iliana seduta accanto a lei. «E questo è
ciò che chiamano invitare poche persone?».
Iliana si strinse nelle spalle. «Non hai ancora visto la
casa».
«Comunque, è tutto tranquillo», la rassicurò il
caposquadra. «Dentro non c'è nessun drago, ve lo
assicuro, e nessuno riuscirà a entrare».
Keller fece un cenno di assenso e la macchina varcò
il cancello.
Iliana aveva ragione. Per valutare il numero degli
ospiti bisognava considerare le dimensioni della casa.
Keller ne aveva studiato la piantina, ma non era la
stessa cosa.
Superarono un pescheto o qualcosa del genere su un
lato del viale d'accesso, poi un'enorme rimessa che
sembrava aver inghiottito una dozzina di vetture. Ma
Nissa li fece scendere davanti ai gradini d'ingresso,
sotto le imponenti colonne bianche che ornavano il
sontuoso porticato.
"Che dimora grandiosa", pensò Keller.
Entrarono.
Nell'atrio enorme e illuminato da luci soffuse, li
attendeva una ragazza in uniforme nera che prese in
consegna i cappotti. C'era anche Brett. Appena la vide,
si precipitò ad accoglierla.
«Biondina! Credevo che non ce l'avresti fatta a
venire!».
«Sapevi che non sarei potuta mancare», replicò
gentilmente Iliana. Ma Keller notò che sembrava molto
meno interessata a Brett rispetto all'ultima volta che gli
aveva parlato.
Aveva imparato molto, concluse Keller. "E
naturalmente, adesso che conosce Galen, vede questo
perdente per quello che è".
Brett stava passando in rassegna le altre ragazze
con lo stesso sguardo di chi valuta un buon taglio di
carne dal macellaio. «Allora, chi di queste adorabili
fanciulle è tua cugina? Non ho ancora avuto
l'opportunità di chiedertelo».
«Oh... lei». Iliana ne indicò una a caso.
«Oh... lei». Iliana ne indicò una a caso.
«Tu?». Gli occhi di Brett percorsero rapidamente
l'alta figura di Keller e i suoi capelli corvini. «Non avrei
mai indovinato».
«Siamo... una specie di cugine acquisite», spiegò
Keller.
Quel Brett non le piaceva. Non era certo una novità,
ma quella sera non lo sopportava proprio. C'era
qualcosa di viscido nel modo in cui i suoi occhi
aderivano al corpo delle ragazze, e quando guardava
Iliana faceva pensare a una lumaca che striscia sopra
un fiore di pesco.
«Bene, venite con me e divertitevi», disse,
invitandoli con un gesto cordiale e un sorriso
abbagliante.
Keller stava per chiedergli "dove?", ma si accorse
subito che sarebbe stato inutile. La festa sembrava
davvero svolgersi in ogni parte della casa.
Il solo atrio era sufficientemente grande per
ospitare una festa; un'ampia scalinata curva, in perfetto
stile "dimora del Sud", saliva al secondo piano, dove si
scorgeva un corridoio con statue e ritratti lungo le
pareti.
Brett li guidò di stanza in stanza, una più sontuosa
dell'altra. Alcune avevano l'aria di veri e propri salotti,
altre ricordavano sale d'esposizione di un museo.
Finalmente, attraversarono un passaggio ad arco ed
entrarono nella sala da ballo.
Pareti rivestite di pannelli. Soffitto dipinto.
Lampadari scintillanti. Un pavimento grande come
l'oceano e, a un'estremità, la band di studenti che
l'oceano e, a un'estremità, la band di studenti che
suonava musica decisamente moderna. Alcune coppie
ballavano un lento in prossimità dei musicisti. A quella
distanza sembravano minuscole rispetto all'immensità
della sala. Keller soffocò una risatina, mentre Iliana
osservava la scena con sguardo sognante.
«E magnifica».
Sul volto di Brett apparve un'espressione
compiaciuta. «Troverete qualcosa da mangiare al buffet
laggiù. Ma se desiderate qualcosa di più consistente,
dovrete scendere nella sala giochi. Volete vederla?»
«Vorrei vedere Jaime», disse Iliana.
«La troveremo li».
Anche la sala giochi era incredibile. Non c'erano solo
tavoli da biliardo e bersagli per giocare a freccette, ma
anche videogiochi in stile arcade, flipper classici, un
canestro per il basket indoor e, in generale, quasi tutto
quello che può offrire una sala giochi di prim'ordine.
Appena entrarono nell'ampio locale, si avvicinò un
tipo in pantaloni neri, camicia bianca e gilet nero con un
vassoio pieno di minuscole quiche e pizzette. Un
addetto al catering, concluse Keller, che non rientrava
nello staff fisso di servizio presso la casa. Scosse la testa
davanti all'offerta del cameriere e avanzò nella sala
guardandosi intorno, i sensi allertati per notare subito
ogni minimo dettaglio.
Era la prima volta che Iliana usciva in pubblico
dall'ultimo lunedì passato a scuola, e la tensione era
palpabile. La sala giochi era più affollata della sala da
ballo, e risuonava ovunque di chiacchiere e risate. Oltre
tutto, l'antica dimora era dotata di moderne
innovazioni: un impianto che convogliava la musica
della band anche in altre sale.
«jaime!», esclamò Iliana quando una figura si staccò
da un gruppo di invitati.
Jaime era in ottima forma. Il viso aveva un colorito
sano, gli occhi erano gioiosi e scintillanti. Una morbida
acconciatura valorizzava i capelli castani e il quadro
veniva completato da un grazioso abitino blu.
«Iliana». Abbracciò forte l'amica, parlando con la
sua voce piatta eppure stranamente gradevole. «Tutto
sembra tornato a posto. Come stai?»
«Bene. Il raffreddore va meglio e la mano...». Iliana
sollevò la mano destra, accuratamente fasciata per
proteggere i punti di sutura sul palmo. «A volte dà un
po' di prurito, tutto qui. E tu?»
«Ho ancora mal di testa. Ma va meglio». Jaime
sorrise all'amica e agli altri. «Sono davvero contenta
che siate venuti tutti».
«Sì, anche noi», disse educatamente Keller,
provando istintivamente una fitta di rimorso. Era un
timore irrazionale, certo, ma si aspettava che la ragazza
l'avrebbe guardata esclamando: «Tu sei quella che mi
ha aggredito! Quel mostruoso felino!».
E poi non era affatto contenta di essere andata a
quella festa con la sua squadra. Il suo sistema d'allarme
primitivo stava già protestando e le dava la sensazione
di avere il pelo ritto sui dorso. Non riusciva a
spiegarselo, ma in quella casa c'era qualcosa che non
andava.
andava.
«State in guardia», disse sottovoce agli altri mentre
Jaime accompagnava Iliana ai tavoli del buffet.
«Ricordatevi, due di noi devono restare sempre con lei.
Gli altri due possono girare per casa, controllarne il
perimetro, andare in cerca di qualsiasi particolare
sospetto. E teniamoci in contatto». Premette un dito sul
fermaglio.
Fu allora che si accorsero che le ricetrasmittenti non
funzionavano. Keller non aveva idea del perché, ma
dall'auricolare non uscivano altro che rumori di fondo.
Keller imprecò.
«Allora ci terremo fisicamente in contatto»,
concluse rassegnata. Controllò l'orologio. Erano le nove.
«E la porteremo fuori di qui fra un'ora esatta. Alle dieci
in punto. Tanto per non sbagliare».
«Buona idea», disse Galen.
«Ok, capo», confermarono Winnie e Nissa.
Keller rimase attaccata a Iliana, dicendole che
avevano preso ogni precauzione e che lei doveva solo
stare tranquilla e ne sarebbero usciti fuori senza
problemi. Ma col passare del tempo, Keller si sentì
sempre più inquieta.
Il drago stava per attaccare.
Ne era sicura.
Ma come? E che tipo di attacco? Sarebbe ricorso a
un ariete di energia oscura, come quello che aveva fatto
crollare il tetto del loro primo rifugio? Oppure a
qualcosa di sottile e meschino, una trovata geniale per
superare le difese?
Un topo? Un insetto? Nessun comune mutaforma
Un topo? Un insetto? Nessun comune mutaforma
poteva trasformarsi in una cimice; ma era una specie
animale, dopo tutto. Poteva qualcosa di simile scivolare
indisturbato attraverso le difese?
Cos'era che le stava sfuggendo?
Non le restava che tenere i sensi all'erta, scrutare i
volti in cerca del nemico e tenersi pronta a tutto.
A conti fatti, però, quando accadde, si trovò del
tutto impreparata.
In quel momento Nissa e Galen stavano effettuando
un giro di perlustrazione della casa. Keller e Winnie
erano sempre alle costole di Iliana. In particolare,
Keller si era ripromessa di non abbandonare mai Iliana
per tutta la notte.
Ma mentre stava osservando Jaime e Iliana che
ridevano e chiacchieravano vicino a uno dei tavoli del
buffet - che offrivano ogni ben di Dio, dalla grigliata ai
gamberetti alla frutta esotica - Brett entrò nella sala
mordicchiandosi un labbro. Era diretto verso Iliana, ma
sembrava esitante e sinceramente costernato.
Istintivamente, Keller puntò dritta su di lui. Per
principio, preferiva tenerlo alla larga da Iliana.
«Qualcosa non va?».
Il ragazzo la guardò con una sorta di sollievo negli
occhi azzurro scuro. Per una volta, non aveva un'aria
arrogante o condiscendente o magari affettata. «Ah, c'è
una cosa... che devo dire a Iliana... immagino». Deglutì
con una smorfia di dolore.
«Immagini?». Keller gli chiuse ogni via di fuga
spingendolo in una nicchia vicino a un videogioco. «Cosa
vuoi dire con "immagino"?»
«Be', non posso farne a meno. Ma solo l'idea mi fa
star male». Abbassò la voce, costringendo Keller ad
avvicinarsi per poterlo sentire. «C'è sua madre al
telefono. Dice che il fratellino di Iliana è scomparso».
Una cascata di acqua gelida piombò addosso a
Keller. Per cinque secondi non respirò nemmeno. Poi,
finalmente, riuscì a dire: «Cosai».
Brett fece una smorfia. «È scomparso dalla sua
stanza. E non sopporto l'idea di dover spaventare
Iliana, perché probabilmente si sarà arrampicato fuori
della finestra, o una sciocchezza simile, è piccolo,
capisci? Ma la madre vuole parlare con lei. E
praticamente isterica». Si inumidì le labbra. «Penso che
dovremmo formare una squadra di ricerca e andare
tutti a casa sua».
Era davvero preoccupato, notò Keller nella
confusione del momento; ma una parte più fredda e
lucida della sua mente vagliò rapidamente altre
possibili spiegazioni. C'era qualcosa, quindi, dietro
quella frivola facciata. Nonostante l'idiozia di quel
"probabilmente si sarà arrampicato fuori della
finestra", Brett era preoccupato per il bambino e gli
rincresceva doverlo dire a Iliana.
Perché Iliana sarebbe andata su tutte le furie, le
prospettò la parte lucida della sua mente. "Diventerà
isterica proprio come sua madre e insisterà per tornare
di corsa a casa. E una squadra di ricerca vorrebbe dire
tutti noi al di fuori delle difese di protezione,
sguinzagliati alla ricerca del piccolo fra le case del
sguinzagliati alla ricerca del piccolo fra le case del
vicinato, al buio...".
No, non era fattibile. Senza dubbio era proprio quel
che si aspettava il drago.
Ma come aveva rapito il bambino? Con tutte quelle
difese e gli agenti che sorvegliavano la casa, come?
Non aveva importanza. Ora come ora, doveva
affrontare la situazione.
«Brett... non dire niente a Iliana».
«Eh? Ma devo dirglielo».
«No. Parlerò io con la signora... con zia Anna. Sono
sua nipote, ricordi? E ho una vaga idea di dove
potrebbe essere andato il bambino. Credo che stia
bene, ma devo dire alla mamma dove cercarlo».
Il ragazzo la fissò a bocca aperta. «Tu hai un'idea?»
«Sì. Lasciami parlare con lei. E per ora non dire niente a
Iliana». Keller lanciò un'occhiata al bar della sala da
giochi, allestito come un pub inglese. C'era un telefono,
ma era occupato da una ragazza con i capelli rossi che
conversava animatamente pescando noccioline da una
ciotola.
«E sull'altra linea, quella di Jaime», la informò Brett.
«Aveva provato prima a chiamare su questa, ma era
occupata».
«Ok, dov'è l'altra linea?»
«Nella stanza di Jaime».
Keller esitò e guardò in direzione di Iliana, ferma in
mezzo a Winnie e Jaime. Le tre ragazze erano il centro
dell'attenzione, un po' come il cuore di una rosa,
circondate da una corolla di persone.
Almeno era in piena vista. E se qualcuno avesse
Almeno era in piena vista. E se qualcuno avesse
voluto avvicinarsi a lei, avrebbe dovuto aprirsi un varco
fra gli ammiratori, e questo avrebbe messo in allarme
Winnie.
"Ma vorrei che Nissa e Galen fossero qui a
sostituirmi".
Guardò l'orologio. Non sarebbero tornati nella sala
dei giochi prima di quindici minuti. Il bambino non
poteva aspettare così a lungo.
Si fece strada fra gli invitati e toccò la spalla di
Winnie.
«Devo assentarmi per un minuto, una telefonata.
Niente di cui preoccuparsi, per ora. Farò presto»,
sussurrò a Winnie in un orecchio.
Winnie parve sorpresa, ma alla fine annuì.
«Problemi?»
«Forse. Tieni gli occhi aperti», rispose Keller
sorridendo per non insospettire Iliana.
Quando riemerse dalla folla, chiese a Brett di
accompagnarla al telefono.
In realtà, dopo aver studiato la piantina della casa,
sapeva dove si trovava la camera di Jaime, ma non
voleva che Brett gironzolasse intorno a Iliana. La sua
espressione preoccupata l'avrebbe di certo tradito.
Si affrettarono verso l'ampia scalinata. La mente di
Keller lavorava febbrilmente, vagliando una serie di
piani.
"Posso cercare almeno di calmarla. E chiamare il
Circolo dell'Alba e riferire cosa è accaduto, se non ne
sono già al corrente. Organizzeranno una squadra di
ricerca di certo migliore di una formata da umani. Iliana
non deve sapere nulla fino alla conclusione della
cerimonia. E dopo...".
La mente s'inceppò e la sensazione di nausea che le
tormentava lo stomaco aumentò.
No. Non sarebbe stato sufficiente. Sapeva bene cosa
doveva fare.
"Devo tornare a casa di Iliana. Da sola. Questo a
Iliana glielo devo. E anche alla sua famiglia. Mi assumo
io la responsabilità della ricerca. Mi farò prestare una
macchina da Brett e andrò di corsa a casa loro per
capire cosa è successo. Così, quando il drago attaccherà
In farà di certo - sarò l'unica presente".
Sarai l'unica a morire, risuonò una vocina beffarda
nella sua mente. Ma Keller non ci badò.
Lo sapeva già, del resto. Non era importante.
Stai mettendo a rischio la tua vita - rinunciando
alla tua vita - per un bambino? Per uno che non è un
Potere Selvaggio, e nemmeno un mutaforma?
"Almeno offrirò un'altra opportunità al drago", disse
a quella vocina.
Vuoi mettere a rischio la missione, l'alleanza, tutto
il mondo della luce per un singolo individuo?, proseguì
la vocina.
Questo fu un punto a suo favore, ma Keller trovò
una sola risposta da darle.
"Devo farlo".
«È qui». Brett le indicò la porta aperta di una
graziosa camera da letto, e la seguì all'interno. «Ehm...
posso fare qualcosa per te?». Sembrava aver
posso fare qualcosa per te?». Sembrava aver
dimenticato la preoccupazione di qualche minuto prima
ed era tornato a essere il viscido di sempre. «No».
«Oh, va bene. Allora ti lascio sola». Sgusciò fuori
dalla porta e la richiuse dietro di sé.
E Keller lo lasciò andare. In seguito, non sarebbe
riuscita a farsene una ragione: di essere stata così
stupida da finire dritta nella trappola e restare lì finché
non era scattata.
Sollevò il ricevitore. «Signora Dominick?».
Silenzio.
In un primo momento pensò che la madre di Iliana
si fosse semplicemente allontanata dal telefono. Ma poi
la natura di quel silenzio la colpì.
Non c'era alcun suono di sottofondo. La linea era
interrotta.
Nessun segnale di libero.
Diede un'occhiata al cavo del telefono, regolarmente
collegato alla presa di corrente. Premette rapidamente i
tasti della linea, quattro, cinque volte.
Poi capì.
L'aveva ingannata.
Con un'unica mossa, balzò verso la porta. E si
ritrovò a girare inutilmente la maniglia. Era chiusa a
chiave.
Ed era una porta robusta, di legno solido. Lo scoprì
appena si scagliò contro il battente con forza sufficiente
ad ammaccarsi la spalla. L'avevano chiusa a chiave
dall'esterno, e il chiavistello era robusto e solido quanto
la porta.
Era furente di rabbia, più di quanto non lo fosse mai
Era furente di rabbia, più di quanto non lo fosse mai
stata in tutta la sua vita. Non riusciva a crederci: si era
fatta raggirare da un ragazzo umano e idiota. Il Popolo
delle Tenebre doveva averlo convinto, doveva averlo
comprato...
No.
Keller sapeva di non essere un genio. Ma a volte le
idee le balenavano in mente di colpo, consentendole di
vedere il quadro completo della situazione là dove altre
persone intravedevano solo frammenti. E in quel
momento, come un fulmine a ciel sereno, tutto le fu
chiaro.
"Oh, santo cielo, come abbiamo potuto essere così
stupidi?".
Adesso sapeva come si era mosso il drago.
Capitolo 16
"Abbiamo agito con tanta accortezza",
pensò, "erigendo le difese con tre giorni di anticipo e
mettendo agenti a sorvegliare la casa. Niente è entrato
nel palazzo durante questi tre giorni; ne eravamo certi,
e così pensavamo di essere al sicuro.
Ma non ci siamo fermati a chiederci: e se il drago
fosse stato già all'interno quando abbiamo allestito le
difese?
Brett.
E lui il drago".
Poteva prendere qualsiasi aspetto, assumere
qualsiasi forma animale, e sapere tutto ciò che
quell'animale sa. Un essere umano è un animale.
Allora perché non avrebbe potuto toccare un umano
e conoscere tutto ciò che quell'umano sapeva?
Sarebbe stato il camuffamento perfetto.
"E ci siamo cascati tutti quanti", pensò Keller.
"Sentivo che in lui c'era qualcosa che dava i brividi, ma
lo attribuivo al fatto che fosse un ragazzo così
sgradevole. E lui è stato qui per tutto il tempo, protetto
dalle difese, ridendo alle nostre spalle e aspettando
l'arrivo di Iliana. E proprio ora Iliana è con lui".
Keller ne aveva la viscerale certezza.
Pensò di lanciarsi di nuovo contro la porta, ma non
sarebbe servito a nulla. Doveva mantenere la calma e
riflettere, perché non poteva permettersi di sprecare
inutilmente del tempo.
La finestra.
Cercò di aprirla, intravedendo la sommità dei
cespugli di rododendro più in basso. Il telaio era
resistente, saldamente inchiodato. Ma non era un
problema: il vetro si rompeva più facilmente del legno.
Indietreggiò di qualche passo e iniziò a trasformarsi.
Il suo corpo perse consistenza, fluttuò, la tuta
divenne pelliccia. La coda sferzò l'aria. Orecchie. Baffi. I
tonfi pesanti e attutiti delle zampe. Si stiracchiò per
riprendere dimestichezza con il nuovo corpo e con
l'assetto su quattro zampe.
Era una pantera, ed era una bellissima sensazione.
Agile e feroce. I suoi muscoli erano come acciaio puro
sotto il morbido manto nero e le forti zampe erano
impazienti di colpire qualche bastardo. Quel drago
avrebbe rimpianto di essersi preso gioco di lei.
Con un rauco gnaulio che non riuscì a trattenere,
Con un rauco gnaulio che non riuscì a trattenere,
raccolse le energie e si lanciò contro la finestra. Il corpo
del felino si abbatté con tutto il proprio peso contro il
vetro, mandandolo in frantumi; un istante dopo stava
volando nell'aria fredda della notte.
Si ferì in più punti. Le pantere hanno una pelle più
sottile e delicata di altri animali, ma sono insensibili al
dolore. Appena toccò terra si slanciò in una folle corsa,
scuotendo via dalle zampe le schegge di vetro rimaste
attaccate.
Girò intorno all'edificio cercando un punto per
entrare. Alla fine trovò una finestra bassa e senza
persiane e ancora una volta si preparò al balzo.
Atterrò su un prezioso tappeto antico in un salotto,
in mezzo a una pioggia di vetri.
Brett.
E Iliana.
Doveva localizzarli.
Sollevò il muso fiutando l'aria, espandendo allo
stesso tempo il senso dell'udito per cogliere il minimo
rumore.
Nessun segno di Iliana. Nemmeno una traccia del
suo odore. Era preoccupante, ma avrebbe ritentato
nella sala giochi, l'ultima stanza in cui era stata la
ragazza. Tanto era lì che aveva intenzione di andare,
perché sapeva che c'era anche Brett.
Non Brett, si ricordò, mentre percorreva a lunghe
falcate stanze e corridoi. Il drago.
Attraversò a tutta velocità la sala da ballo e udì
qualcuno gridare. Girò appena la testa, notando una
ragazza impietrita che la stava indicando con mano
ragazza impietrita che la stava indicando con mano
tremante. La band di studenti aveva smesso di colpo di
suonare, tranne il batterista, che continuò per un
istante a eseguire il suo pezzo con gli occhi chiusi.
Keller li ignorò e accelerò la corsa, scagliandosi giù
per le scale. Le zampe anteriori colpivano il pavimento
coperto di tappeti, seguite a ruota dalle zampe
posteriori. Ogni balzo la proiettava verso il successivo.
Irruppe nella sala giochi.
S'immobilizzò, studiando la scena. Voleva che gli
occhi le confermassero quel che il naso e le orecchie
avevano già percepito: Iliana non si trovava lì.
Era vero, allora. E non si vedeva nemmeno Winnie.
E non c'era l'odore di nessuna delle due.
Poi qualcuno la individuò: una grossa pantera nera
come l'ebano, con gli occhi ardenti e le lunghe zanne in
mostra mentre ansimava lievemente. Era ferma sulla
soglia della sala, scodinzolando minacciosa.
«Oh, mio Dio!». Una voce si levò al di sopra del
chiacchierio degli invitati. «Guardate là!».
Tutti si girarono in quella direzione.
E per un istante restarono paralizzati dal terrore.
Scoppiò il caos.
Ragazze che strillavano, ragazzi che urlavano. Si
mossero tutti insieme, ostacolandosi a vicenda,
cercando convulsamente di guadagnare l'uscita o un
posto dove nascondersi. Sciamarono fuori della sala,
trascinandosi l'un l'altro, calpestando chi era caduto.
Keller lanciò un sonoro gnaulio per sollecitarli, e di colpo
si sparpagliarono come tante galline.
L'unico di cui Keller si curava era il Brettdrago.
Lui si lanciò di corsa lungo un corridoio. Tentava di
attirarla altrove? Probabilmente sì. Forse non si era
ancora reso conto che lei aveva già scoperto il suo
camuffamento. Forse aveva le sue ragioni per
continuare quella sciarada.
Keller gettò la testa indietro ed emise un ringhio che
riecheggiò in tutta la casa. Non era solo un'espressione
di rabbia, stava chiamando Nissa e Galen. Se l'avessero
sentita, avrebbero capito e l'avrebbero raggiunta
immediatamente.
Poi partì all'inseguimento del drago.
Mentre percorreva il corridoio, si trasformò
nuovamente. Questa volta non poteva tentare
semplicemente di ucciderlo; doveva essere in grado di
parlare. Ma anche gli artigli le avrebbero fatto comodo,
così mantenne la forma intermedia, con le braccia
rivestite di pelliccia nera e il corpo in posizione eretta.
Continuò la sua corsa sui due piedi calzati da stivali, i
capelli che svolazzavano dietro di Sei.
Il drago aveva quasi raggiunto il fondo del corridoio
quando gli saltò addosso.
Lo gettò a terra e lo girò a faccia in su, mettendosi a
cavalcioni per immobilizzarlo. Si era preparata a subire
di nuovo il tormento dell'energia oscura, ma non arrivò
nessun flusso crepitante a straziarle il corpo. Gli bloccò
le braccia a terra digrignando i denti, e gli urlò: «Dov'è?
Che cosa le hai fatto?».
Il volto le restituì lo sguardo. Era proprio identico a
Brett, proprio come un umano. Ma era dì un pallore
Brett, proprio come un umano. Ma era dì un pallore
cadaverico, con gli occhi stralunati e la schiuma agli
angoli della bocca. L'unica risposta che ottenne fu un
gemito di terrore.
«Dimmelo! Dov'è?»
«...non è colpa mia...».
«Che cosa?». Sollevò il corpo del ragazzo e lo sbatté
di nuovo contro il pavimento. La testa gli penzolava sul
collo come un mollusco. Sembrava che stesse per
svenire.
C'era qualcosa che non quadrava.
«E nella camera da letto con i miei genitori.
Dormono tutti... credo».
La sua fronte. Quando lo aveva scosso, i capelli si
erano scompigliati. Erano in disordine, certo, ma la pelle
al di sotto era liscia.
«Non ho potuto farci niente. Lui ha fatto qualcosa al
mio cervello. Fino a pochi minuti fa non riuscivo
nemmeno a pensare. Ho fatto solo quel che mi ha
ordinato di fare. Ero come un robot! E non sai cosa ho
passato, con lui dentro casa per questi ultimi tre giorni,
e io che ero come un burattino, e quando lui se ne è
andato qualche minuto fa, ho pensato che mi avrebbe
ucciso...».
Continuò a farfugliare spiegazioni, ma la mente di
Keller non lo seguiva più.
Era affollata di pensieri, che si sovrapponevano fra
loro come gli strati di un semifreddo alla frutta.
"Prendi nota di un'altra capacità dei draghi:
controllo mentale telepatico". Di soggetti umani deboli,
ovviamente.
ovviamente.
Nissa aveva ragione: il Mondo delle Tenebre sapeva
cosa era accaduto nell'aula di musica. La sostituzione
era stata probabilmente compiuta subito dopo.
Dovevano aver rapito Jaime mentre rientrava in classe.
"L'incidente con la macchina doveva solo alimentare
la nostra solidarietà con Jaime e deviare i nostri
sospetti prima che entrassero in azione. L'abbiamo
considerata una vittima.
I medici dell'ospedale devono averla visitata, però.
Devono averlo fatto, avranno esaminato la sua testa.
I mal di testa di Jaime l'hanno tenuta a casa per gli
ultimi tre giorni, così non ha dovuto attraversare le
difese.
Iliana si fida ciecamente di Jaime e la seguirebbe
ovunque senza battere ciglio.
Jaime porta la frangetta".
L'ultimo pensiero la investì, freddo e tagliente come
cristallo: Jaimeèildrago.
Jaime è il drago.
Keller si sentì colmare da una calma infinita. Le
sembrava di avere troppo spazio nella testa. Con
estrema lentezza, abbassò lo sguardo su Brett.
«Stai zitto». Fu quasi un sussurro, ma il balbettio
confuso si fermò come se avesse chiuso un rubinetto.
«Adesso dimmi: chi c'è nella camera insieme ai tuoi
genitori? Tua sorella?».
Fece cenno di sì.
"Chissà quando l'hanno portata lì", pensò Keller. "Di
certo prima che noi avessimo collocato le difese e
cominciato a controllare le macchine in entrata e in
uscita, magari addirittura prima che la falsa Jaime
uscisse dall'ospedale".
Perché le avessero risparmiato la vita, era un
mistero, ma Keller non aveva tempo per
preoccuparsene.
«Brett», disse, sempre in un sussurro, «quel che
voglio sapere è dov'è Iliana. Sai dove l'hanno portata?»
«Non lo so. Lui non mi ha detto niente, anche
quando era dentro la mia mente», rispose con voce
strozzata. «Ma ho notato... c'erano delle persone nello
scantinato. Credo stessero scavando un tunnel».
"Un tunnel. Sotto le difese di protezione,
naturalmente. Così ci hanno fregati due volte".
Strinse i denti per non lanciare un urlo rabbioso. In
quel momento la planimetria della casa non era che
un'immagine confusa nella sua mente.
Sollevò Brett afferrandolo per la camicia. «Dov'è la
porta dello scantinato! Portami lì!».
«Io... n-non... posso».
«Muoviti!».
Si mosse, barcollando. Keller lo seguì, spingendolo
per tutto il tragitto, finché arrivarono davanti a una
porta e a una rampa di scale.
A quel punto Brett crollò. «Non chiedermi di
scendere laggiù. Non posso. Non sopporto l'idea di
trovarmi di nuovo di fronte a lui». Si rannicchiò a terra
e cominciò a cullarsi da solo.
Keller lo lasciò stare. Scesi tre gradini, tornò indietro
con un balzo e lo afferrò per la camicia.
con un balzo e lo afferrò per la camicia.
«Quella telefonata della madre di Iliana... hanno
davvero preso il bambino?». Doveva esserne sicura nel
caso avesse dovuto contrattare.
«Non lo so», gemette Brett. Si teneva lo stomaco
come se fosse ferito. «Non c'è stata alcuna telefonata,
ma non so cosa lui avesse architettato». Le lanciò
un'occhiata disperata e le chiese in un rauco sussurro:
«Che essere è?».
Keller mollò la presa sulla camicia. «Non credo che
vorresti saperlo», rispose e lo lasciò andare.
Imboccò le scale con passi rapidi e silenziosi. I sensi
erano allertati, ma più scendeva e meno le erano
d'aiuto: venivano offuscati da un odore dolciastro,
nauseante e opprimente, e da un rumore scrosciante
che sembrava riempire la testa.
Quando toccò l'ultimo gradino, aveva il pelo ritto e il
cuore le batteva all'impazzata. La coda era immobile, le
pupille dilatate.
L'oscurità era quasi totale, ma a poco a poco i
particolari della stanza emersero dal buio. Era un ampio
scantinato, e un tempo doveva essere un locale
ammobiliato. Adesso i mobili ormai rovinati erano
accatastati in un angolo. In una delle pareti di cemento
era stata praticata un'apertura, una cavità che lasciava
intravedere un tunnel. E quell'odore nauseante
proveniva da mucchi di letame.
Erano disseminati sui pavimento di mattonelle,
segnato da graffi profondi. Il locale non sembrava altro
che una grossa tana di animali.
Keller non percepì alcuna presenza viva nella
Keller non percepì alcuna presenza viva nella
stanza.
Si mosse verso il tunnel, rapida e furtiva. Un passo,
una pausa, un passo, una pausa. I leopardi riuscivano a
spostarsi così attraverso una distesa d'erba senza
essere visti. Ma niente balzò fuori dal buio per
attaccarla.
La bocca del tunnel era umida, il suolo friabile.
Keller superò l'apertura, sempre con mosse agili e
veloci. Gocce d'acqua caddero dal viluppo di terra e
radici sopra di lei. L'intera struttura sembrava poter
franare da un momento all'altro.
Doveva averlo scavato il drago. Solo il cielo sapeva
come; forse con gli artigli. A ogni modo, non era stato
molto puntiglioso nell'eseguire il lavoro, sapeva che era
qualcosa di temporaneo.
Quel tanfo nauseabondo si sentiva anche lì, e quel
suono scrosciante era ancora più nitido. Doveva esserci
un corso d'acqua sotterraneo o forse solo delle
condutture per l'acqua, molto vicine.
"Coraggio, ragazza, cosa stai aspettando? Sei una
subalterna, il tuo compito è agire! Non stare lì a
perdere tempo a pensare!".
Non fu un'impresa facile addentrarsi sempre più in
profondità in quel cunicolo umido e soffocante. I sensi
erano ormai inutili, persino la vista, perché il tunnel
seguiva un andamento serpeggiante e le impediva di
vedere a più di pochi passi davanti a lei. Avanzava,
cieca e sorda, senza sapere cosa l'aspettasse. Da un
momento all'altro avrebbe potuto raggiungere un pozzo
o un cunicolo laterale dove potevano averle teso una
trappola.
E la sensazione del peso della terra sopra la sua
testa era quasi schiacciante.
Continuò a camminare.
"Ti prego, fa' che sia viva. Non ha bisogno di
ucciderla. Prima deve convincerla a unirsi a lui. Ti
prego, ti prego, fa' che non l'abbia uccisa".
Dopo quella che le parve un'eternità, si rese conto
che la pendenza del tunnel era cambiata. Stava
risalendo in superficie. La investì una folata d'aria,
quasi impercettibile sotto il denso odore del drago, ed
era aria fresca.
Aria notturna. Da qualche parte, più avanti, alla fine
del tunnel.
La sommerse una nuova ondata di panico.
"Ti prego, fa' che non l'abbia portata via".
Lasciò da parte ogni cautela e scattò in avanti.
Su, sempre più su, ora la fiutava bene. Aria fredda,
pulita. Su, ancora su... e sentì dei rumori. Un grido che
si spense all'improvviso. La voce sembrava quella di...
Galen! Le si spezzò il cuore.
Poi vide una luce, il chiarore della luna. Contrasse i
muscoli e balzò in avanti.
Sgusciò fuori dall'estremità del tunnel.
E lì, alla luce argentea della luna che quasi le ferì gli
occhi, vide l'intera scena.
Una jeep nera, parcheggiata sotto un albero. Il
motore era acceso, ma i sedili ancora vuoti. E davanti
alla vettura quel che sembrava un campo di battaglia.
alla vettura quel che sembrava un campo di battaglia.
C'erano corpi ovunque. Diversi erano vampiri in
tute scure, ninja neri. Ma sul terreno notò anche i corpi
di Nissa, Winnie e Galen.
"Quindi l'hanno seguito", osservò una parte
distaccata della mente di Keller, senza interferire
minimamente con la parte che sì stava apprestando alla
lotta. "Hanno seguito il drago, che deve aver fatto
qualcosa a Winnie per allontanarla da Iliana. Per questo
non ho fiutato il loro odore; erano tutti nel tunnel,
mentre io ero di sopra con Brett".
Non riuscì a capire se erano morti. Giacevano
immobili, e c'era del sangue sulla testa di Winnie e sul
braccio destro e la schiena di Nissa. Sangue e segni
lasciati da artigli.
E Galen... era disteso in modo scomposto, nessuna
traccia di respiro. Non era nemmeno un guerriero. Non
ne aveva mai avuto l'occasione.
Poi Keller vide qualcosa che le fece dimenticare
tutto il resto.
il drago.
Era fermo accanto alla jeep, immobile, come se si
fosse appena girato e l'avesse vista. Reggeva con
noncuranza una figura afflosciata con un abito bianco
argenteo.
E aveva ancora le sembianze di Jaime Ashton-
Hughes.
Portava ancora il grazioso abitino blu della ragazza.
I soffici capelli castani erano mossi dal vento, e Keller
sentì i suoi occhi azzurro intenso fissi su di lei.
Ma c'era qualcosa di diverso. La pelle era di un
Ma c'era qualcosa di diverso. La pelle era di un
pallore cadaverico, e un liquido giallastro colava da un
taglio sullo zigomo. Le labbra tirate indietro lasciavano
scoperti i denti in un ghigno che jaime non avrebbe mai
avuto. E quando il vento sollevò la frangia dalla fronte,
Keller vide le corna.
Eccole. Tozze e morbide, almeno all'aspetto, come
ossa coperte di lanugine. Erano così reali e ai tempo
stesso talmente grottesche che Keller sentì lo stomaco
rivoltarsi.
Ed erano cinque.
Cinque.
"Il libro diceva da una a tre!", s'indignò Keller. "E in
rari casi quattro. Ma questo essere ne ha cinque!
Cinque sedi di potere mutaforma, per non parlare
dell'energia oscura, del controllo mentale e di
qualunque altro asso nella manica che tiene in serbo
per me.
Sono spacciata".
Be', l'aveva saputo fin dall'inizio, naturalmente. Lo
aveva capito sei giorni prima, quando era balzata sulla
schiena del drago al centro commerciale. Ma adesso la
sensazione di certezza fu più amara, perché con lei
sarebbe morta ogni speranza.
"Non sono in grado di uccidere quell'essere. Mi
massacrerà come ha fatto con gli altri, e poi prenderà
Iliana".
Non aveva importanza. Doveva fare un tentativo.
«Metti giù la ragazza», gli intimò. Per poter parlare,
aveva mantenuto la sua forma metà umana e metà
felina. Forse l'avrebbe colto di sorpresa se avesse
completato la trasformazione mentre gli piombava
addosso.
«Non ci penso proprio», disse il drago con la bocca di
Jaime. Aveva imitato alla perfezione la voce della
ragazza. Ma poi aprì la bocca in una risata cavernosa,
talmente cupa e inattesa che un brivido gelido percorse
la schiena di Keller.
«Andiamo», disse Keller. «Nessuno di noi due vuole
farle del male». Mentre parlava, si mosse lentamente
cercando di girargli intorno. Ma il drago si mosse
insieme a lei, continuando a proteggersi la schiena
contro la jeep.«Forse tu», replicò il drago. «A me non
interessa. È già ferita, e non so se ce la farà comunque»,
concluse con un ghigno diabolico.
«Mettila giù», ripeté Keller. Sapeva che non
l'avrebbe fatto, ma voleva continuare a parlare per
distrarlo.
Sapeva anche che non le avrebbe permesso di
sorprenderlo alle spalle. Le pantere aggrediscono
istintivamente la preda da dietro. Ma ora non avrebbe
avuto questa possibilità.
Gli occhi di Keller si spostarono sulla chioma del
vecchio pino sotto cui era parcheggiata la jeep. O
meglio, non spostò io sguardo, perché avrebbe
insospettito il drago. Si limitò a espandere la propria
consapevolezza fino ad abbracciare la presenza
dell'albero.
Era la sua unica possibilità.
«Non ci siamo nemmeno presentati come si
«Non ci siamo nemmeno presentati come si
deve...», cominciò.
Poi, a metà frase, spiccò il balzo.
Capitolo 17

Non verso li drago, ma in direzione dell'albero.


Era un sempreverde alto e robusto, con i bassi rami
ricurvi che non sembravano in grado di reggere il peso
di un gattino. Ma Keller non aveva bisogno di sostegno.
Lungo la traiettoria del balzo completò rapidamente la
trasformazione. Planò sull'albero con i micidiali artigli
delle quattro zampe sfoderati.
Si arrampicò lungo il tronco diritto affondando le
unghie nella corteccia color cannella, sfrecciando verso
l'alto come un razzo. Quando fu arrivata abbastanza in
alto da scomparire alla vista in mezzo agli aghi verde
scuro della chioma, si lanciò di nuovo nel vuoto.
Era una mossa disperata, che puntava il tutto per
tutto su un attacco estemporaneo. Ma era l'unica cosa
che le fosse venuta in mente. Non avrebbe mai avuto la
meglio sul drago in un combattimento leale.
Stava puntando il tutto per tutto sui suoi artigli.
In natura, una pantera poteva staccare la testa a un
cervo con una sola zampata.
Keller mirava alle corna. Piombò dritta sul
bersaglio. Il drago compì l'errore di guardare in alto
verso di lei, forse pensando che volesse aggredirlo alle
verso di lei, forse pensando che volesse aggredirlo alle
spalle, atterrandogli sulla schiena e uccidendolo. O forse
illudendosi che avrebbe visto il pallido volto di una
fanciulla innocente e avrebbe esitato.
Qualunque cosa avesse pensato, fu un errore.
Keller stava già vibrando il colpo; un'unica, micidiale
zampata inferta con tutte le forze. Gli artigli lacerarono
la fronte della creatura schizzando intorno sangue e
frammenti di carne viva.
Il ruggito stridulo quasi le spaccò i timpani.
Era il suono che aveva udito nel centro
commerciale, di una frequenza talmente bassa che
riuscì a sentirlo non solo con le orecchie. La fece
tremare fino alle ossa, riecheggiando di albero in albero
e nell'argilla rossa del terreno.
E questo fu il secondo errore, anche se Keller non lo
intuì subito.
Nello stesso istante in cui udì il ruggito, avvertì la
fitta straziante. L'energia oscura la sferzò come una
frusta strappandole un involontario grido di dolore. Fu
peggio della prima volta, dieci volte peggio, forse di più.
Il drago era molto più forte.
E la stava inseguendo.
Come una frusta vera e propria, l'energia saettò
nell'aria della radura dietro di lei. La colpì di nuovo
sbattendola a terra e strappandole un altro grido.
Faceva male.
Keller raspò il terreno con le zampe in un disperato
tentativo di fuga, ma era indebolita dal dolore e crollò
su un fianco. Poi l'energia oscura la colpì sulla spalla
destra, nel punto esatto in cui l'aveva colpita la prima
volta al centro commerciale.
La vista le si annebbiò in un lampo di luce e
precipitò nelle tenebre.
Il suo ultimo pensiero fu: "Non ce l'ho fatta, non
avrei potuto. Ha ancora il suo potere. Iliana,
perdonami...".
Poi non sentì più nulla.
Aprì lentamente gli occhi.
Dolore...
I suoi occhi inquadrarono il drago.
Doveva aver posato a terra Iliana; Keller non
riusciva a vedere dove. E adesso la stava fissando con
furia malvagia, aspettando con impazienza che si
svegliasse per farle assaporare fino in fondo il modo in
cui l'avrebbe uccisa.
Quando lui l'avrebbe uccisa. Aveva ripreso la forma
che aveva adottato all'inizio: un giovane attraente dai
lineamenti perfetti e una corporatura piccola ma
muscolosa. I capelli neri risplendevano dei colori
dell'arcobaleno al chiaro di luna, lucenti e morbidi come
il pelo di Keller. E quegli occhi di ossidiana.
Era difficile distogliere lo sguardo da quegli occhi.
Sembrava che volessero ipnotizzarla e risucchiarla
dentro. Erano come due pietre lucenti ma refrattarie
alla luce.
Quando riuscì a trascinare il proprio sguardo un po'
più in alto, provò un fremito di speranza. La fronte del
mostro era devastata e sanguinante.
Allora lo aveva colpito. La sua zampata aveva
Allora lo aveva colpito. La sua zampata aveva
strappato via un pezzo del suo scalpo grande quanto un
hamburger. A terra dovevano essere rimaste due
piccole corna lanuginose.
Ma solo due; tre erano ancora visibili sulla sua testa.
Forse si era girato all'ultimo momento. Se avesse avuto
una gola umana, Keller avrebbe imprecato.
«Come ti senti?», le chiese il drago, sbirciandola da
sotto la ferita sanguinolenta che gli devastava la fronte.
Keller cercò di ringhiargli e si rese conto di avere
una gola umana. Doveva essere ricaduta nella sua
forma metà felina e metà umana, ed era troppo debole
per trasformarsi ancora.
«Qualche problema?», la punzecchiò.
«Non saresti mai dovuto tornare», gracchiò Keller.
«Sbagliato», ribatté il drago. «Mi piace il mondo
moderno».
«Dovevi continuare il tuo sonno eterno. Chi ti ha
svegliato?». Naturalmente Keller stava cercando di
guadagnare tempo, in attesa che le tornassero le forze.
Ma era anche sinceramente curiosa di sapere.
Il mostro scoppiò a ridere. «Qualcuno», disse.
«Qualcuno che non conoscerai mai. Una strega che non
è una strega. Abbiamo concluso un'alleanza tutta
nostra».
Keller non capiva, e il suo cervello era troppo
annebbiato per ragionarci sopra. Ma proprio in quel
momento notò qualcos'altro.
Del movimento alle spalle del drago. Le figure che
giacevano a terra si stavano animando. E lo facevano in
maniera furtiva, dimostrando di essere sveglie e vigili.
maniera furtiva, dimostrando di essere sveglie e vigili.
Erano vivi. Vide Galen alzare la testa e guardarla,
con i capelli illuminati dal chiarore della luna. Vide
Winnie cercare Iliana con lo sguardo e avanzare carponi
verso la ragazza. Vide le spalle di Nissa inarcarsi e poi
raddrizzarsi.
In seguito, quando lo domandò ai suoi amici, ottenne
da tutti la stessa risposta: avevano ripreso conoscenza
sentendo un rombo profondo riecheggiare fin dentro le
loro ossa. Il ruggito del drago.
Cioè, tre di loro sostennero questa versione. Galen
continuò a dire di aver riaperto gli occhi sentendo il
grido di Keller.
L'ondata di speranza che la sommerse accelerò i
battiti del suo cuore e spazzò via il dolore, per il
momento, almeno. Ma temeva con terrore di fornire
qualche indizio al mostro.
Non osò continuare a guardare in direzione di Galen.
Fissò lo sguardo negli occhi di ossidiana del drago e
pensò con tutte le proprie forze "Scappa. Scappa,
prendi la jeep, prendi Iliana. Forse non è in grado di
seguirvi. Corri".
«Il tuo tempo è scaduto», annunciò trionfante al
drago. «I mutaforma non ti vogliono più. Tutto è
cambiato».
«E cambierà ancora», aggiunse la creatura. «La fine
del mondo è vicina, e presto inizierà una nuova era. E
tempo che tutti gli esseri dormienti si risveglino alla
vita».
Keller ebbe una terrificante visione di centinaia di
draghi riportati alla luce. Ma nella radura stava
accadendo qualcosa che la terrorizzò ulteriormente.
Galen non stava scappando. Avanzava ventre a
terra verso di lei.
E Winnie, l'idiota, era accanto a Iliana ma non
accennava a farla salire sulla jeep. Si limitava a
bisbigliarle qualcosa all'orecchio.
Keller fu presa da una cocente disperazione.
"Cosa posso fare?
Se il drago li vede, sono morti. Non c'è niente che
possano fare contro questo mostro. Nessuno di loro.
Galen non è un guerriero, non può trasformarsi. Nissa
sembra troppo malandata per potersi muovere e il
fuoco arancione di Winnie non gli farà nemmeno il
solletico. Iliana finirà schiacciata come una farfalla.
Loro non possono fare nulla. Dovrò agire io".
Era esausta e dolorante, e gli artigli erano molto
meno micidiali in questa forma intermedia. Ma doveva
muoversi, e subito.
«Toma da dove sei venuto!», gridò. Chiamò a
raccolta i muscoli e saltò.
Puntò dritta sul drago. Fu questo che lo colse di
sorpresa: la totale follia di quell'attacco. Le scaricò
addosso un flusso di energia oscura, ma non riuscì a
bloccare il suo balzo.
Ancora una volta gli affondò gli artigli nella fronte, e
poi si tirò indietro.
L'urlo del drago squarciò il cielo. Ancora stordita dal
dolore e dallo shock, Keller lo guardò, sperando
disperatamente...
disperatamente...
Ma era riuscita a strappargli solo un altro corno. Ne
aveva ancora due.
Il mostro barcollò in preda a una furia cieca e tentò
ancora di colpirla con l'energia oscura. Keller rabbrividì
e perse l'equilibrio, afflosciandosi al suolo.
«Keller!». Quel grido risuonò colmo di tale angoscia
che Keller ne soffrì come se fosse uscito dalla sua gola.
Il cuore rallentò il battito e poi precipitò nello
sgomento.
"Galen, no", pensò. "Non ti preoccupare per me.
Devi portare via Iliana".
«Keller!», gridò di nuovo. E le era già accanto,
sostenendola fra le braccia.
«No...», mormorò inutilmente Keller.
Non riuscì a dirgli altro. Lo guardò con gli occhi muti
e imploranti di un animale. Se fosse morto anche lui, il
sacrificio di Keller sarebbe stato inutile.
Il drago stava ancora urlando, tenendosi la fronte
fra le mani. Sembrava troppo infuriato per attaccare.
«Keller, resisti. Ti prego, devi resistere». Le lacrime
di Galen le bagnarono il volto.
«Scappa...», gli sussurrò.
Invece, il ragazzo prese la decisione più coraggiosa
che Keller avrebbe mai potuto immaginare.
Mentre la teneva fra le braccia, scostandole i capelli
dal viso con mano tremante, accarezzandole le orecchie
a punta, la strinse forte cambiando espressione.
La mascella si serrò e una linea bianca apparve
lungo il contorno della bocca. E gli occhi... s'incupirono
mandando bagliori rossastri.
mandando bagliori rossastri.
Troppo tardi, realizzò Keller.
Stava prendendo il suo aspetto. Assumendo la sua
forma.
"No. Tu dovevi essere un animale mite".
Galen si alzò in piedi e si trasformò.
Ma qualcosa non andò come doveva. Forse per il
fatto che aveva avuto poco tempo per prendere il suo
aspetto, oppure per qualcosa scritto nei suoi geni,
invece di rivestirsi del manto nero di una pantera si
coprì della pelliccia dorata di un leopardo.
La stessa specie, ma di colore diverso. Un leopardo
con il manto del colore caldo dell'oro, come i capelli di
Galen, e con gli occhi del suo incredibile colore verde. Il
pelo era marcato da rosette nere, ognuna con un cuore
dorato. Il corpo agile e slanciato era lungo oltre due
metri con la coda. Era un grosso leopardo, di almeno
settanta chili di peso.
E prima che Keller potesse formulare un pensiero,
era già entrato in azione.
Un ottimo scatto. Spontaneo, ma pieno di autentico
istinto predatorio. Il sordo brontolio che si lasciò
sfuggire durante il balzo era tipico di un felino che non
riesce a contenere la propria furia.
Il drago ruotò su se stesso per fronteggiarlo. Ma era
troppo tardi. Ancora una volta, il flusso di energia
oscura arrivò a segno ma non poté fermare il salto. Il
corpo umano del drago non era in grado di resistere
all'impatto di settanta chili di massicci muscoli felini.
Keller vide Galen colpire con forza.
Il drago mugghiò di dolore, coprendosi la fronte con
la mano.
E Keller avrebbe voluto applaudire.
Ma non ne aveva la forza. Il suo cuore, però, stava
esultando pieno di orgoglio.
"Ce l'hai fatta. Oh, Galen, mio principe, ce l'hai
fatta".
Poi vide il leopardo cadere colpito dall'energia
oscura, accasciarsi al suolo e restare immobile.
Era triste pensare che sarebbero morti entrambi.
Ma con il drago messo fuori uso e Iliana viva, c'era
ancora speranza. La vita poteva andare avanti.
Ma quando guardò il drago, il tempo si fermò e una
morsa di ghiaccio le strinse il cuore.
Aveva ancora un corno. Quello nel mezzo.
Non erano riusciti nell'impresa, dopo tutto. Quella
creatura aveva ancora potere. E li avrebbe uccisi,
insieme a Iliana. Né lei né Galen potevano fare niente
per fermarlo.
Il drago continuava a lanciare urla indicibili, pazzo di
rabbia e di dolore. Ma Keller si rese conto che c'era
dell'altro. Era assetato di sangue e si stava
trasformando.
Strano, non aveva pensato che il drago potesse
trasformarsi ancora. Ma lei sapeva dove attaccare
quasi ogni specie animale: il punto di giunzione fra testa
e collo nel caso del rinoceronte, l'addome per un leone.
"Ma questo... in cosa si sta trasformando... No.
Non posso crederci".
Sembrava più la metamorfosi di una farfalla che la
Sembrava più la metamorfosi di una farfalla che la
trasformazione di un mutaforma. La pelle umana si
spaccò come la cuticola di una crisalide, e dalle
fenditure uscì altro liquido giallognolo come quello che
aveva visto sulla guancia di Jaime, rivelando una
superficie dura e verdastra, piatta e levigata.
Squamosa.
L'odore era quello che aleggiava nello scantinato.
Dolciastro, pungente e nauseabondo.
Spuntarono due possenti zampe posteriori, il corpo
crebbe in altezza, profilandosi contro il cielo rischiarato
dalla luna.
Era enorme.
Keller rivide nella sua mente una scena del passato.
Iliana, con gli occhi viola sgranati, che le domandava:
«Può trasformarsi in un drago».
E la sua risposta sprezzante: «No, certo che no. Non
essere sciocca».
"Mi sbagliavo", pensò Keller.
In realtà assomigliava più a un velociraptor che a un
drago. Troppo grosso, era più lungo di quattro metri,
inclusa la coda possente. Ma aveva lo stesso sguardo di
intelligenza aliena, lo stesso muso da rettile, gli stessi
artigli posteriori a sciabola.
"Non è un animale stupido. E scaltro. Ha anche
appendici simili alle mani sulle zampe anteriori. E lì che
l'evoluzione ha fatto una svolta.
E ha potere. Forse ne ha più in questa forma che in
quella umana". Keller percepiva la forza della sua
mente anche da quella distanza, quell'antica, terribile
essenza di odio e malignità, la sete di sangue infinita.
essenza di odio e malignità, la sete di sangue infinita.
Il mostro aprì la bocca e per un istante Keller si
aspettò di vedere una fiammata. Ma ne venne fuori un
ruggito che rivelò enormi denti acuminati, e un flusso di
energia oscura. Il potere nero crepitò intorno alla
sagoma gigantesca come un alone di fulmini.
Niente, nessun mutaforma, strega o vampiro
potevano opporsi a una simile creatura. Ne era più che
sicura.
Fu allora che vide Iliana tirarsi su.
"Stai giù, idiota!", pensò Keller.
Iliana si alzò in piedi.
"Non c'è motivo, non attirare la sua attenzione...".
«Azhdeha!», gridò Iliana.
Il mostro si girò verso di lei.
Eccoli là, il drago e la fanciulla, faccia a faccia. Iliana
appariva ancora più esile in confronto a quel gigante. I
suoi capelli d'argento dorato fluttuavano nel vento, e il
vestito scintillava nel chiarore lunare. Era così delicata,
così graziosa... e così fragile, come un giglio che ondeggia
nel vento.
"Non posso guardare", pensò Keller. "Non posso. Ti
prego...".
«Azhdeha!», ripeté Iliana con voce dolce e insieme
squillante e risoluta. «Hashteher! Tiamat!».
"È un sortilegio", pensò Keller. "Glielo ha insegnato
Winnie mentre giacevano a terra, bisbigliandosi
qualcosa? Ma che genere di incantesimo contro i draghi
poteva conoscere Winnie?".
«Crotalo! Aspide! Rastaban! Anguis!».
"No, sono nomi", realizzò Keller a poco a poco. I
nomi del drago.
Nomi antichi.
«Io sono una strega, figlia di una strega. Mia era la
mano che ha preso il tuo potere; mia era la mano che ti
ha sepolto nel silenzio. Ecate era la più anziana delle
mie madri. Adesso la mia mano è la mano di Ecate».
Winnie non poteva averle insegnato questo.
Nessuno poteva averglielo insegnato. Nessuna strega
ancora in vita.
Keller vide Winnie alle spalle di Iliana osservare
sbalordita la scena, gli occhi e la bocca come grandi "O"
scure nel viso pallido.
«Mia è la mano che ti rispedisce indietro! ».
Dai palmi piegati a coppa di Iliana crepitò una
fiamma color arancio.
Il cuore di Keller perse un colpo.
Fiamma arancio dorata. Fuoco di strega. Era
impressionante per una ragazza che non era mai stata
addestrata; ma non sarebbe stato nemmeno
lontanamente sufficiente. Per quel drago era pericoloso
quanto una lucciola.
Sentì la voce di Winnie risuonare nel silenzio,
sommessa e spaventata, ma chiaramente udibile.
«Mira al corno!».
Il drago scoppiò a ridere gettando indietro la testa.
Almeno quella fu l'impressione che diede, ma dalle
fauci uscì un ruggito come tutti i ruggiti precedenti e
una vampata di energia oscura che salì alta nel cielo.
Keller la interpretò come una risata da folle.
Keller la interpretò come una risata da folle.
Il mostro abbassò la testa e puntò il corno dritto
contro Iliana.
Muori!, disse. La parola non venne pronunciata, ma
inviata attraverso una gelida ondata di energia pura.
«Mio è il potere nei secoli!», urlò Iliana di rimando.
«Mio è il potere...».
La fiamma dorata racchiusa tra i palmi stava
cambiando, trasformandosi in un bianco bagliore
accecante...
«.. .DELLA FINE DEL MONDO ! ».
Qualcosa come una supernova si era materializzata
fra le sue mani.
La luce si espanse rapidamente fino a esplodere. Era
impossibile guardarla. E non era più bianca, ma di un
azzurro abbagliante.
Il fuoco azzurro.
Il Potere Selvaggio si era risvegliato.
"Lo sapevo", pensò Keller. "L'ho sempre saputo".
Keller non riuscì a vedere cosa stesse accadendo al
drago; era circondata da una vampa di luce intensa e si
trovò immersa in quel fulgore, che sembrava
risplendere attraverso di lei, ronzare dentro di lei,
rischiarare le sue ossa.
Quando alzò una mano, non vide altro che un vago
profilo di arcobaleno.
Ma sentì le grida del drago. Non cupe e profonde
come il suo ruggito, ma alte e stridule, perforanti come
punteruoli da ghiaccio. Raggiunsero tonalità sempre più
acute, finché nemmeno Keller fu in grado di captarle.
Poi le arrivò un suono sottile, come un vetro che
Poi le arrivò un suono sottile, come un vetro che
s'infrange in lontananza, e poi calò il silenzio.
Stelle cadenti solcarono la volta di luce che la
circondava.
Per la seconda volta quella sera, Keller perse i sensi.
«Capo! Ti prego, capo! Svegliati!».
Keller sbatté le palpebre, aprendo adagio gli occhi.
Galen la stava sostenendo, ed era in forma umana,
come lei del resto.
E Winnie e Nissa stavano cercando di trascinarli da
qualche parte.
Keller fissò lo sguardo in quegli occhi d'oro verde.
"Come quelli di un leopardo", si disse. Solo che i
leopardi non piangono, e invece quegli occhi brillavano
di lacrime.
Sollevò languidamente una mano e gli accarezzò la
guancia. Galen la tenne ferma contro il suo viso.
Keller non riusciva a pensare. Non trovava parole
nella sua mente. Ma era contenta di essere lì con lui,
per vivere quell'ultimo momento alla luce della luna. Ne
era valsa la pena.
«Capo, ti prego!», anche Winnie stava per
scoppiare a piangere.
«Lasciatemi morire in pace», disse Keller,
realizzando di averlo detto ad alta voce solo dopo aver
sentito il suono delle proprie parole. Poi aggiunse: «E
tu, Winfrith, non piangere. Hai fatto un ottimo lavoro».
«Capo, tu non morirai! Il fuoco azzurro ha fatto
qualcosa, ci ha guariti. Stiamo tutti bene. Ma è quasi
mezzanotte!».
Keller sbatté ancora le palpebre.
Non sentiva più dolore nel corpo. Aveva pensato che
fosse quel beato torpore che precede di poco la morte.
Ma ora si rese conto di essere ancora pienamente viva:
il sangue scorreva nelle sue vene, i muscoli erano saldi e
forti. Non aveva nemmeno un mal di testa.
Guardò oltre Winnie, dove c'era la ragazza vestita di
bianco.
Iliana aveva ancora un aspetto esile e infantile,
quasi da fatina. Ma qualcosa era cambiato in lei. Sulle
prime Keller pensò che fosse distante e splendida come
una stella, ma quando la ragazza le sorrise percepì tutto
il suo calore. Era solo più bella di quanto potesse
sognare un mortale.
E risplendeva davvero di luce propria, circondata
da un alone di delicato fulgore argenteo. Keller non
aveva mai visto un Potere Selvaggio così circondato di
luce, in nessuno dei filmati.
Ma lei non era solo uno dei Poteri Selvaggi, le
sussurrò la vocina della mente. È la Strega Bambina.
E solo il cielo sapeva a quale incarico era destinata.
Per un momento Keller provò un senso di rispettoso
timore che rasentò la tristezza. Ma poi il messaggio di
Winnie arrivò finalmente a segno.
Sollevò di scatto la testa. «Mezzanotte?»
«Sì! », confermò Winnie fuori di sé.
Si drizzò a sedere. «Nissa?»
«Eccomi, capo».
Provò un moto di sollievo: l'aveva data per
spacciata. Ma adesso era lì davanti a lei, calma e
spacciata. Ma adesso era lì davanti a lei, calma e
impassibile, anche se aveva la camicia lacera e
insanguinata. «Nissa, sei in grado di guidare quella
jeep? E trovare la strada per Charlotte?»
«Penso di sì, capo».
In tutta la sua vita Keller non era mai stata così
felice di sentire il suono pacato di quella voce. Le diede
l'energia per balzare in piedi.«E allora andiamo!».
Capitolo 18

La corsa fino a Charlotte si svolse in una nebbia


confusa. Keller ricordava solo di essere rimasta
aggrappata alla maniglia mentre Nissa era impegnata in
una guida spericolata. Percorsero la maggior parte del
tragitto fuori dalla sede stradale.
Mancava un minuto alla mezzanotte quando
entrarono con uno stridore di freni nell'area di
parcheggio di fronte a un edificio basso e lungo.
«Entrate, entrate!», li incitò Nissa, inchiodando la
jeep davanti a una serie di porte doppie.
Keller, Galen, Winnie e Iliana si precipitarono
dentro.
Irruppero in un'ampia sala intensamente illuminata.
Una distesa di sedie occupate riempì il campo visivo di
Keller. Poi il suo sguardo si concentrò su una pedana
davanti alla platea.
«Andiamo», disse.
Di fronte al pubblico, dietro un lungo tavolo collocato
sulla pedana sopraelevata, sedevano numerose persone
fornite di microfoni e bicchieri d'acqua, come comuni
membri di una commissione. Ma, avvicinandosi,Keller
riconobbe alcuni dei presenti, e non avevano niente di
riconobbe alcuni dei presenti, e non avevano niente di
comune.
La piccola donna rotondetta era Madre Cybele.
Madre di tutte le Streghe, come Nonna Harman era la
Strega di tutte le Streghe. Dopo la morte di
quest'ultima, il cornando era passato a Cybele.
La ragazza slanciata dal viso incantevole e la
carnagione color caffellatte seduta accanto a lei era
Aradia. La Fanciulla cieca menzionata nelle profezie.
E l'uomo maestoso con la barba e i capelli biondi,
seduto vicino a una donna dall'aspetto regale con quegli
scintillanti occhi verdi...
Potevano essere solo i capi della Prima Dinastia dei
mutaforma.
Il padre e la madre di Galen.
C'erano anche altre figure importanti del Circolo
dell'Alba, ma Keller non ebbe il tempo di passarle in
rassegna. Madre Cybele si era già preparato per tenere
il suo discorso. Doveva essere leggermente miope,
perché sembrò non aver notato Keller e gli altri ragazzi
che avanzavano lungo il lato della sala. Parlò con voce
sommessa e preoccupata.
«Temo che, dal momento che è passata la
mezzanotte...».
«E adesso mezzanotte!», esclamò Keller dopo aver
lanciato un'occhiata all'orologio.
Madre Cybele sussultò e guardò al di sopra degli
occhiali. Ogni testa del comitato si girò e ogni volto nella
platea si fissò in direzione del gruppo di Keller.
Un brusio concitato si diffuse rapidamente in tutta
la sala, gonfiandosi rapidamente fino a diventare un
fragore a stento controllato. La gente cominciò a
indicarli platealmente mentre Keller saliva di corsa i
gradini della pedana.
Voltandosi indietro verso i suoi compagni, Keller ne
capì subito il motivo. Formavano un quadro alquanto
penoso con i loro indumenti laceri e sporchi. I capelli
rossi di Winnie erano imbrattati di sangue da un lato; il
maglione di Galen era a brandelli e Keller stessa aveva
addosso tutto il sudiciume raccolto nel tunnel e nella
radura.
Soltanto Iliana appariva abbastanza in ordine,
probabilmente perché l'alone di luce che la circondava
impediva di osservarla troppo da vicino.
Madre Cybele lanciò un gridolino di gioia
insolitamente giovanile e lasciò cadere le schede che
aveva in mano. Aradia si alzò in piedi, gli splendidi occhi
spenti rivolti verso di loro, il volto radioso di felicità. I
genitori di Galen apparvero estremamente sorpresi e
sollevati.
Ma un tipo con un completo nero afferrò Keller per
un braccio appena raggiunse la pedana.
«E voi chi sareste?», la apostrofò.
Keller si divincolò dalla stretta in un turbinio di
capelli neri. «Siamo le persone che vi hanno portato il
Potere Selvaggio», disse. Scorse Nissa che entrava in
quel momento nella sala e le fece cenno di avvicinarsi.
«E che hanno ucciso il drago».
La sala piombò in un silenzio tale che si sarebbe
sentita una graffetta cadere a terra.
sentita una graffetta cadere a terra.
«Be', a dire il vero, è stata lei a uccidere il drago»,
disse Keller indicando Iliana.
«La Strega Bambina. E venuta da noi», osservò
Aradia con voce pacata.
Iliana salì lentamente i gradini della pedana e
affrontò la platea. «Non l'ho ucciso da sola», disse.
«Tutti loro mi hanno aiutata, specialmente Keller e
Galen».
Il padre di Galen inarcò le sopracciglia dorate
visibilmente sorpreso, e la madre si aggrappò al braccio
del consorte. Keller sbirciò Galen con la coda dell'occhio
e vide che era arrossito.
«Hanno combattuto a lungo contro quel mostro fino
a ridursi in fin di vita. Ma hanno recuperato le forze
grazie al fuoco azzurro».
Lo disse con naturalezza, rivolgendosi solo a Madre
Cybele, o almeno così parve. Non sembrava affatto
imbarazzata e tanto meno arrogante.
"Immagino che sia abituata ad avere gli occhi di
tutti puntati su di sé", pensò Keller.
Madre Cybele giunse le piccole mani paffute e
chiuse gli occhi. Quando li riaprì, erano colmi di lacrime.
Ma tutto quel che disse fu: «Benvenuta, figlia mia.
Le ultime parole di Nonna Harman sono state per te.
Sperava che avresti scoperto il tuo potere».
«Ci è riuscita», confermò Keller. «Con l'aiuto di
Winnie».
«Io non l'ho aiutata a dire o a fare niente», ammise
candidamente Winnie. «Ho solo provato a mostrarle
come usare il fuoco arancione. Ma quando ha
come usare il fuoco arancione. Ma quando ha
cominciato a parlare...». Scosse la testa di riccioli rossi.
«Non so da dove abbia preso tutta quella roba su
Ecate».
«Mi è solo venuta in mente», disse Iliana. «Non so,
è come se qualcuno mi stesse suggerendo le parole, e io
le ho ripetute».
"Ma chi poteva averle dette?", pensò Keller. "Chi
altri se non qualcuno che fosse stato presente la prima
volta, quando i draghi erano stati addormentati? Chi
altri se non la stessa Strega-Regina Ecate?
Anche se è rimasta inattiva per trentamila anni".
E tempo che tutti gli esseri dormienti si risveglino
alla vita.
Keller fu distolta dai propri pensieri da un rumore
che si levava dalla folla dei presenti. Pensò che fossero
ancora commenti increduli, o magari seccati per la
presenza di quelle persone salite sulla pedana a
disturbare.
Ma poi il rumore aumentò, e Keller si rese conto che
era un applauso.
La gente stava applaudendo, esultando, fischiando.
Il fragore rimbombava fra le pareti e il soffitto della
grande sala. E proprio quando Keller pensò che avesse
raggiunto il culmine, si scatenò una nuova ondata di
applausi a dimostrarle quanto si fosse sbagliata.
Ci volle parecchio tempo prima che Madre Cybele
riuscisse a riportare la calma in platea. Alla fine, si
rivolse a Keller e le chiese formalmente: «Così hai
portato a termine la tua missione?».
La ragazza intuì che le stava suggerendo cosa dire. E
nonostante la vertiginosa felicità che stava provando,
qualcosa si spezzò nel suo cuore.
Cercò di non farlo trasparire dalla propria
espressione e tenne le spalle ben dritte.
«Sì», confermò a Madre Cybele. «Ho portato la
Strega Bambina», dichiarò, tentando di mandare giù il
groppo che aveva in gola.
«E questo è l'erede della Prima Dinastia dei
mutaforma», disse il padre di Galen. Avanzò verso il
figlio e gli strinse la mano, lo sguardo serio ma
visibilmente orgoglioso.
Il volto di Galen appariva deciso, nonostante il
pallore. Guardò Keller, solo per un momento. Poi si
rivolse al pubblico con sguardo assente.
Madre Cybele cercò Iliana. Per prendere la sua
mano, immaginò Keller, e unirla a quella di Galen. Ma
Iliana era impegnata in una conversazione sottovoce
con Aradia. Quando poi finalmente si girò verso di loro,
annunciò la sua decisione: «Voglio che sia Keller a farlo.
E tutto merito suo».
Keller rimase sconcertata. Aveva la gola chiusa,
impossibile provare a deglutire. Non se lo sarebbe
aspettato da Iliana; sembrava così inutilmente crudele
chiedere proprio a lei di unire le loro mani.
"Ma forse non capisce. Già, non si rende conto",
concluse Keller. Emise un sospiro tremante e accettò.
Allungò la mano per prendere quella di Iliana...
E sentì una lama penetrarle nel palmo.
Attonita, si guardò la mano ferita. Iliana impugnava
Attonita, si guardò la mano ferita. Iliana impugnava
un coltello, una piccola lama perfettamente funzionale.
Le aveva inciso la mano, che ora sanguinava. Ma anche
quella di Iliana era rossa di sangue.
«Scusa», sibilò Iliana. «Che schifo, detesto la vista
del sangue».
Poi le afferrò di nuovo la mano e la sollevò in alto,
rivolgendosi al pubblico.
«Ecco!», disse. «Adesso siamo sorelle di sangue. Ma
lei era già una sorella per me, perché mi ha salvato più
volte la vita. E se questo non è abbastanza per
un'alleanza fra streghe e mutaforma, non so cosa
potrebbe esserlo».
L'intera platea restò a bocca aperta. Madre Cybele
ne seguì presto l'esempio.
«Stai dicendo...», cominciò il padre di Galen non
credendo alle proprie orecchie. «Stai dicendo che non
intendi sposare mio figlio?»
«Sto dicendo che lei dovrebbe sposare suo figlio, o
fidanzarsi con lui, o quel che volete. È lei che suo figlio
ama. E non vedo perché dovreste renderlo infelice per
tutta la vita solo perché volete un legame fra
mutaforma e streghe. Io e Keller siamo già legate, e lo
saremo sempre. E anche Galen. Non è forse
abbastanza?».
Un altro brusio si levò dalla folla e il cuore di Keller
sembrò librarsi in alto sopra quel mare di volti.
Continuava a fissare Iliana, timorosa di credere alle sue
parole.
«Ma... e se le streghe non sono d'accordo?»,
protestò debolmente il padre di Galen.
protestò debolmente il padre di Galen.
Iliana batté un piede sulla pedana. Lo fece davvero.
«Io sono la Strega Bambina, e faranno meglio a
darmi ascolto. Non ho superato tutto questo per
niente».
Un applauso fragoroso scoppiò tra la folla, più
caloroso del precedente, e l'ondata di entusiasmo
sembrò spingere Keller dritta fra le braccia di Galen.
Poco dopo, nel bel mezzo di uno scambio di baci e di
abbracci, Keller bisbigliò a Iliana: «Sei sicura?»
«Farò meglio a esserlo, non credi? O Galen si
arrabbierà molto».
«Iliana...».
«Sono sicura», la rassicurò Iliana abbracciando forte
l'amica. «Ci tengo a lui. Credo di esserne un po'
innamorata. Ma ho visto l'espressione del suo volto
nella radura, quando pensava che tu fossi morta. E ho
sentito come gridava il tuo nome. E poi... lo sapevo,
capisci? Era così che doveva essere. Ne sono certa».
«Un leopardo?», disse la madre di Galen, scuotendo
la chioma di capelli color topazio. «Sai, caro, è
meraviglioso. La tua bis-bisnonna era un leopardo».
«Hai rinunciato a essere un uccello per me», gli
sussurrò Keller in un orecchio.
«Penso che imparerò ad apprezzare la corsa»,
sussurrò Galen come risposta, approfittando
dell'occasione per sfiorarle la guancia con le labbra.
«No, signora, mi rincresce davvero di averla
svegliata», disse Keller. «Sì, signora, lo so che è molto
tardi». Si sforzò di afferrare le parole dall'altra parte
della cornetta. Si era tappata l'altro orecchio con un dito
per tagliare fuori il chiasso dei festeggiamenti intorno a
lei, ma non aveva raggiunto lo scopo.
«Perché sinceramente non lo trovo divertente»,
disse la madre di Iliana. «Il piccolo sta bene; è stato
tutta la notte nel suo lettino. Perché non dovrebbe
esserci?»
«Be', signora, è difficile da spiegare...».
«E adesso si è svegliato, e comincerà a piangere...
no, non sta piangendo. Ecco che vuole mettere il
telefono in bocca... Alex!».
Una vocetta cinguettò all'altro capo del telefono e
disse distintamente: «Ki-ki!».
«Sì, sono Ki-ki», rispose Keller sorpresa. «Mmm,
sono contenta che tu stia bene, piccolo. E non sono
andata a dormire per sempre, dopo tutto. Quindi tu
penserai di essere un tipo sveglio, ma devi ancora
imparare molto in fatto di precognizioni, capito, piccolo
presuntuoso?». Poi aggiunse: «Sai, per un momento ho
pensato che potevi essere tu il Potere Selvaggio, ma
credo che tu sia solo una piccola strega all'antica».
Iliana le passò accanto guardandola in modo
davvero strano. «Keller, stai chiacchierando con il mio
fratelli no?».
«Cosa ha detto esattamente il drago?», domandò
impaziente Madre Cybele. Nonostante il suo aspetto da
colomba paffutella e gli occhi sempre gentili, il mento
carnoso mostrava una risolutezza che a Keller piaceva.
«Gli ho chiesto chi era stato a svegliarlo, e lui ha
detto...», Keller cercò di ricordare le parole precise, «ha
detto...», Keller cercò di ricordare le parole precise, «ha
detto: "qualcuno che non conoscerai mai. Una strega
che non è una strega. Abbiamo concluso un'alleanza
tutta nostra"».
«Una strega che non è una strega», ripeté madre
Cybele.
Aradia si accigliò. «Mi domando chi possa essere. E
dove si trovi adesso».
«Il tempo ce lo dirà», concluse tranquillamente
Madre Cybele.
«La polizia è già dentro», disse Nissa, tenendo il
cellulare contro l'orecchio mentre parlava con Keller.
«Penso che i ragazzi alla festa l'abbiano chiamata dopo
aver visto la pantera. Hanno trovato la famiglia... il
signore e la signora Ashton-Hughes, Jaime e Brett. Li
stanno portando in ospedale».
Chiuse la comunicazione con un gesto stizzito.
«Sarebbe meglio mandare qualche strega all'ospedale.
Ma finché sono in vita hanno una buona possibilità di
finirci, non credi? Dopo tutto, noi abbiamo un Potere
Selvaggio munito di fuoco curativo. E ora, perché non
provi a rilassarti e a divertirti?».
Due giorni dopo, Keller era seduta in una nicchia
inondata di sole all'interno della casa dove erano stati
portati Iliana, Galen e gli altri per proteggerli dal
Mondo delle Tenebre. E per dare loro il tempo di
riprendersi.
Era piacevole stare tranquilli per un po'. Stare
seduta a leggere... a pensare. Ed era ancora più
piacevole poterlo fare con Galen vicino.
Il ragazzo entrò dalla porta senza far rumore,
Il ragazzo entrò dalla porta senza far rumore,
adesso si muoveva sempre con passo felpato. Keller gli
sorrise. Gli era talmente caro il suo aspetto da principe
delle fiabe, con i capelli dorati e gli occhi verdi da
leopardo.
«Ho scritto una poesia per te», le disse sedendosi
accanto a lei. «Be', no, non è proprio vero. Direi che ho
rubato i versi di tua madre e li ho trasformati... Non so
in cosa. Dopo tutto, penso che forse era questo il
messaggio che volevano comunicare».
Keller lo fissò intensamente, poi abbassò lo sguardo
sul foglio di carta che le aveva consegnato.
Le persone muoiono... amale ogni giorno.
La bellezza svanisce... guardala prima che scompaia.
L'amore cambia... ma non l'amore che tu doni.
E se tu ami, non sarai mai sola.
«A dire il vero, stavo per scrivere: "E sarai sempre
sola... cioè non contare sugli altri per essere felice, ma
non smettere di amare, perché allora finirai sola e
inutile invece che sola e forte e capace di donare senza
preoccuparti di ciò che riceverai in cambio", ma
sarebbe risultato troppo lungo e difficile da scandire, le
disse.
Keller chiuse gli occhi, ancora fissi sul foglio.
«Scusa», si affrettò a dire Galen. «Se non ti piace...».
Keller gli gettò le braccia al collo e lasciò scorrere le
lacrime. «Credo che brucerò l'altra poesia», disse. «E ti
amo. Baciami».
Galen le sorrise. «Sì, capo».
Ed eseguì l'ordine.
Uno dalla terra dei re da tempo dimenticati;
Uno dal focolare in cui ancora brucia la scintilla;
Uno dal Mondo Diurno dove due occhi osservano;
Uno dal crepuscolo che è un tutt'uno con l'oscurità.

Indice
Capitolo 1 4
Capitolo 2 7
Capitolo 3 11
Capitolo 4 16
Capitolo 5 22
Capitolo 6 28
Capitolo 7 33
Capitolo 8 38
Capitolo 9 44
Capitolo 10 50
Capitolo 11 56
Capitolo 12 61
Capitolo 13 67
Capitolo 14 73
Capitolo 17 90
Capitolo 18 97