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Il principio/parametro di metaforicità in morfologia*

Grazia Crocco Galèas

1. Introduzione.
In questo contributo, attraverso il ricorso ad un fenomeno
morfologico di natura molto particolare quale la conversione, illustreremo
le potenzialità descrittive e predittive della teoria morfologica di
naturalezza. In particolare, intendiamo verificare le possibilità di
formalizzazione messe in atto dal metalivello semiotico nella Morfologia
Naturale 1 (MN), introducendo un nuovo parametro di naturalezza – la
metaforicità – che, analogamente agli altri parametri morfologici, sarà
concepito come derivazione di un determinato principio semiotico.
Iniziamo con una definizione il più possibile generica di
conversione: si ha conversione quando tra l’entrata e l’uscita del processo
di formazione di parola (FP) non interviene alcun affisso derivazionale né
alcuna modificazione del signans di base: es. ingl. empty ‘vuoto’ agg. →
to empty ‘svuotare’ vs. general ‘generale’ agg. → to generalize ‘generalizzare’.
La forma convertita, vale a dire la forma in uscita, non mostra alcun
affisso che corrisponda diagrammaticamente all’aggiunta di significato
rispetto alla parola in entrata.
Il fenomeno della conversione è stato in genere interpretato in due modi
alternativi:
1) si ritiene che una stessa parola sia caratterizzata da duplicità di
funzione, ossia mostri di appartenere a più di una categoria lessicale
(Nida 1946, Hockett 1958, Lieber 1981, Mel'cuk 1982);
2) si assume l’esistenza di due parole distinte poste reciprocamente in
rapporto derivazionale senza una corrispondente modifica della forma né
alcuna aggiunta di affisso esplicito; in questo caso si è soliti introdurre
nell’analisi un suffisso zero, ovvero un suffisso fonologicamente vuoto
(Strang 1968, Marchand 1969, Kastovsky 1969).
In base alla definizione 1., ingl. hammer è una parola singola avente
una duplice funzione o esprimente due diverse categorie lessicali (N e V,
rispettivamente ‘martello’ e ‘martellare’). In base alla definizione 2.,
hammerN e hammerV sono due parole distinte unite da un rapporto di
derivazione mediante l’aggiunta di un cosiddetto morfo zero: [[hammer]N +
0]V. Solitamente gli autori che propendono per la definizione 1. usano il
termine conversione, gli autori che invece accettano la definizione 2.
usano il termine derivazione zero. Vi sono anche linguisti che adoperano i
due termini indifferentemente (es. Aronoff 1983) o senza giustificare
esplicitamente l’impiego dell’uno o dell’altro (es. Dressler 1987) 2.
Sulla conversione o derivazione zero si è scritto molto e sono state
proposte varie interpretazioni, tutte, in ultima analisi, riconducibili
all’una o all’altra delle due alternative sopra esposte. In questa sede non
torneremo su un’analisi critica della letteratura (cfr. Crocco Galèas 1990,
1991a, b), ma ci soffermeremo innanzitutto sulla questione dello statuto
della conversione nell’ambito del componente morfologico (§ 2.).
Anticipiamo qui che la nostra interpretazione della conversione è in
termini di metafora morfologica (§ 3.), è interna al modello teorico della
MN e accorda preferenza al termine ‘conversione’ piuttosto che alla
denominazione di suffissazione o derivazione zero. In base alla prospettiva

* L’elaborazione finale di questo contributo e le ricerche che l’hanno preceduta sono state
realizzate in gran parte a Costanza durante un soggiorno di studio reso possibile da un
finanziamento del Ministero della Ricerca Scientifica del Baden-Württemberg. Per ragioni che
non dipesero dalla mia volontà, l’articolo viene pubblicato soltanto ora per la prima volta,
sebbene la mia teoria della metafora morfologia sia già stata esposta in un più ampio contesto
in Crocco Galèas (1997). Dall’epoca della prima stesura del presente lavoro ad oggi si sono
verificati molti cambiamenti nella mia vita. Tra questi, il più importante è la nascita di mio
figlio Ioannis. E’ a lui che dedico con affetto questo lavoro, nato quando lui non era ancora
nato e pubblicato ora che lui frequenta il suo primo anno di scuola.
1 In questa sede si fa riferimento alla teoria di naturalezza elaborata da Wolfgang U.
Dressler (1985a, b, c). Le altre due versioni significative della Linguistica Naturale sono
rappresentate da Willi Mayerthaler (1981) e Wolfgang U. Wurzel (1984). Per un quadro di
sintesi delle posizioni teoriche, in particolar modo relative alla morfologia, cfr. Dressler
et al. (1987) e Wurzel (1994). Un’introduzione alla MN con particolare attenzione al modello
di Dressler è data da Kilani-Schoch (1988).
2 Per una classificazione dei tipi di ipotesi interpretative e relativa bibliografia rinviamo
a Crocco Galèas (1991b) e Pavesi (1994).
2

nuova che intendiamo sottolineare, la conversione non è né suffissazione


zero né alcun altro tipo di derivazione, bensì una tecnica di FP diversa
dalla derivazione quanto dalla composizione. Infine, nel presente lavoro,
in riferimento alla definizione di metafora morfologica (§ 3.) e al
principio/parametro di metaforicità (§ 4.), proponiamo una serie di criteri
(§§ 5. - 5.1.5.), enucleati dall’analisi di un corpus di 44 lingue, in base
ai quali sia possibile elaborare scale di metaforicità che individuino,
secondo gradazioni di maggiore/minore naturalezza morfologica, le diverse
regole di conversione.

2. La conversione: una tecnica di formazione di parola.


Nei lavori precedenti, rifiutando l’interpretazione della conversione
come suffissazione zero, abbiamo proposto un’analogia tra metafora
semantica e conversione, identificando la conversione come una sorta di
metafora morfologica (v. infra § 3.). Ma, d’altra parte, abbiamo continuato
a considerare la conversione come un’operazione di derivazione, seppur
atipica. Ora, pur non rinunciando alla definizione di conversione nei
termini di metafora morfologica, riteniamo di poter inquadrare questo
fenomeno come un’operazione di FP distinta tanto dalla derivazione quanto
dalla composizione.
Tre, a nostro avviso, sono i motivi che suggeriscono di separare la
conversione dalla derivazione e dalla composizione. Rispetto al primo
motivo – l’opposizione tra morfologia concatenativa e morfologia non-
concatenativa 3 – è facile distinguere la conversione dalla composizione in
quanto quest’ultima è un’operazione morfologica che consiste nel formare
una parola nuova di norma mediante due forme libere, cioè due parole.
Consideriamo ora la derivazione. Una parola derivata è costituita da una
forma libera più una forma legata, ossia un affisso che si aggiunge a
destra (suffisso) o a sinistra (prefisso) della base. In tal modo è
descrivibile il “centro” della derivazione (cfr. Scalise 1994: 107), vale a
dire la derivazione prototipica, la quale si configura come una tecnica di
concatenazione di morfemi. È altresì vero che si hanno parole derivate
mediante processi di modificazione (apofonia, Umlaut, introflessione): ma
con ciò ci allontaniamo dal “centro” prototipico della morfologia
concatenativa. Appare chiaro, dunque, che la conversione non solo non è una
tecnica concatenativa, ma non appartiene nemmeno ai margini o, se si
preferisce, alla “periferia” della derivazione, dal momento che non mostra
alcuna modifica del signans di base. Gli unici affissi che eventualmente
una forma convertita assume sono gli affissi flessivi che sanciscono con la
loro presenza la transcategorizzazione, ovvero il cambiamento di categoria
lessicale. Le lingue si differenziano in quanto a ricchezza di morfologia
flessionale, ma certamente non è possibile sostenere come fanno alcuni
linguisti (cfr. Dardano 1978, Fleischer 1982, Scalise 1984)4 che, nel caso
di lingue come l’italiano, in una regola di conversione A → V, come attivo
→ attivare, il morfema dell’infinito (la forma di citazione), sia un
morfema derivativo. In realtà, se fosse un morfema derivativo esso dovrebbe

3 È noto che in linguistica per ‘morfologia non-concatenativa’ si intende la morfologia di


tipo introflessivo delle lingue semitiche (cfr. McCarthy [1981]). Se l’introflessione è una
delle forme di modificazione cui può essere soggetta la base di un processo morfologico – alla
stessa stregua di apofonia (es. ted. trinken ‘bere’- trank pret. - getrunken part. pass.),
metafonia (es. ted. Mutter ‘madre’ → Mütter ‘madri’), modificazioni consonantiche (es. ing.
hou[s]e ‘casa’ → hou[z]e ‘alloggiare’) ecc. – una tecnica morfologica non-concatenativa sarà
in generale qualsiasi tipo di operazione che non crea una sequenza di morfemi. In particolare,
una tecnica non-concatenativa potrà mostrare introflessione o modificazioni varie della base
(vd. esempi citati) o potrà presentarsi come conversione, ovvero assenza di qualsivoglia
modificazione. A sua volta la conversione sarà accompagnata da fenomeni di affissazione
flessiva (es. it. olio → oli-are) o ne sarà sprovvista (es. ing. weekly ‘settimanale’ (agg.)
→ weekly ‘periodico settimanale’ (nome)). Pertanto, qui, come in Crocco Galèas & Iacobini
(1993), adoperiamo la denominazione di ‘morfologia non-concatenativa’ in un senso più ampio di
quello che normalmente viene inteso in letteratura.
4 Scalise (1984: 205), da un lato, propone di attribuire alla desinenza dell’infinito dei
verbi denominali o deaggettivali conversivi dell’italiano la funzione derivazionale: “In primo
luogo deve essere chiaro che comunque si vogliano rappresentare derivazioni del tipo N → V
[es. telefono → telefonare] o A → V [es. zitto → zittire], il “suffisso” verbale non è un
suffisso flessivo: è un suffisso derivazionale”. D’altro lato, egli aggiunge che “una
rappresentazione più corretta [...] sarebbe la vocale tematica e non la forma di citazione
are/ire”. In breve, l’autore ritiene che il suffisso verbale dell’infinito sia un vero
suffisso derivazionale che crea una parola nuova; ma sostiene, altresì, coerentemente con il
suo modello lessicalista e la nozione chiave di parola astratta o tema, che nei verbi
denominali o deaggettivali ottenuti per conversione la funzione di transcategorizzazione sia
affidata alla vocale tematica. (Per una discussione in proposito cfr. Crocco Galèas 1991b).
3

almeno apparire in tutte le forme del paradigma flessionale (cfr. pubblico


→ pubblic-izz-are, pubblic-izz-iamo, pubblic-izz-avo, pubblic-izz-ato,
ecc.) 5.
Quest’ultima considerazione, relativa alla possibile presenza di
affissi flessivi in parole convertite, ci porta al secondo motivo per il
quale la conversione è da ritenersi una tecnica di FP autonoma. Come ogni
tecnica morfologica 6 essa può dar luogo a regole produttive o può essere
rappresentata da regole di rianalisi. La conversione è, alla pari con
derivazione e composizione, un modo per formare parole all’interno del
lessico. Quest’operazione si concretizza in una varietà di regole che si
differenziano all’interno di una stessa lingua, tra lingua e lingua e a
seconda del tipo linguistico. In cinese, lingua isolante, si ha ad esempio
la regola di conversione N → V che comporta solo un cambio categoriale
senza aggiunta di marche flessive (es. cin. ben ‘frusta’ → ben ‘frustare’,
cfr. Mel'cuk 1982). Analogamente, in vietnamita, da un aggettivo (es. vui
‘contento’) si può formare un nome per conversione con la sola
anteposizione del classificatore cuôc ‘azione, processo, gioco’ (es. cuôc vui
‘festa’; (ình-Hoà 1987: 791). In inglese sono regole di conversione oltre le
tre solitamente citate, quali V → N (to kiss ‘baciare’ → kiss ‘bacio’), N
→ V (oil ‘olio’ → to oil ‘oliare’) e A → V (dry ‘asciutto’ → to dry
‘asciugare’), anche le cosiddette conversioni parziali 7 (es. the rich ‘i
ricchi’) e le ellissi (a bitter ‘una birra amara’). In italiano
riconosciamo almeno sette tipi di regole conversive (cfr. Crocco Galèas
1991b): 1) nomi deverbali (es. diffidare → diffida) 8, 2) verbi
deaggettivali (es. calmo → calmare), 3) nominalizzazioni di verbi all’infinito
(es. potere → (il) potere), 4) nomi deverbali (es. perizia → periziare),
5) nominalizzazioni di participi passati o presenti (es. tracciare -
tracciato → (il) tracciato; es. calmare - calmante → (il) calmante), 6)
aggettivi sostantivati (es. pubblico → (il) pubblico), 7) aggettivi
denominali (es. animale → (regno) animale).
Tutti questi esempi sono regole diverse di conversione che possono
essere allineate lungo una scala di naturalezza morfologica costruita su un
determinato parametro (cfr. infra § § 5. - 5.1.5.), allo stesso modo in
cui, in base al parametro di diagrammaticità, collochiamo lungo una scala
di naturalezza operazioni derivative diverse, dall’agglutinazione al
suppletivismo (cfr. Dressler 1985a, b, c, 1987).
Il terzo motivo per il quale la conversione va tenuta distinta dalla
derivazione è dovuto alla questione della direzionalità del processo
conversivo. Per la conversione non è sempre possibile parlare di
direzionalità da un punto di vista formale (ma vd. oltre § 5.1.1.), proprio
perché questa tecnica non è di tipo concatenativo. Se – come del resto è
opportuno in ambito teorico-descrittivo – non si intende far ricorso alla
prospettiva diacronica per stabilire l’entrata e l’uscita del processo di
conversione, a tutt’oggi – là dove mancano criteri formali – i criteri
generalmente validi restano quelli proposti da Marchand (1974a, b), ossia i
criteri semantici di dipendenza e di ampiezza. Secondo il principio della
dipendenza semantica, l’analisi di una parola ottenuta per conversione, ad
esempio, to saw ‘segare’, dipende dal contenuto della parola base saw
‘sega’. Questo principio è quasi sempre valido per le coppie nome concreto
→ verbo (es. it. sci → sciare) e, come G. Sanders ha osservato (1988: 74),
gli esempi che potrebbero essere interpretati diversamente non inficiano la
validità del principio, la cui applicabilità non è tuttavia priva di casi

5 Per una critica all’ipotesi dei morfemi flessivi con funzione derivazionale cfr. Marchand
(1969), Kastovsky (1969), Olsen (1990), Crocco Galèas (1991b).
6 Ad eccezione del suppletivismo che, prototipicamente, non è una tecnica morfologica
produttiva.
7 Le conversioni parziali sono rappresentate da casi marginali di conversione in inglese, come
la formazione di nomi deaggettivali. Questi nomi mostrano spesso restrizioni nel loro
comportamento sintattico: ad esempio, non possono avere un plurale e nemmeno un determinante
diverso dall’articolo (cfr. Bauer 1983: 229-230).
8 In italiano i nomi deverbali ottenuti per conversione hanno come base la radice (es. diffid-
) e non il tema (es. diffida-); per questo, la vocale tematica -a- di diffid-a-re non compare
nel deverbale convertito, diffida, il quale presenta una vocale desinenziale -a che è morfema
flessivo di genere e numero. Del resto i nomi deverbali per conversione sono anche di genere
maschile: es. rinnov-a-re → rinnov-o. Per un’analisi del sistema verbale e deverbale
dell’italiano, che distingue tra radice e tema (radice + vocale tematica) e che si differenzia
dall’ipotesi della base unica, ossia il tema, nella versione di Scalise, rinviamo a Dressler &
Thornton (1991).
4

controversi. Ad esempio, in inglese i nomi astratti indicanti un sentimento


(es. fear, hate, love) possono essere interpretati come basi dei
corrispondenti verbi (to fear, to hate, to love) o, viceversa, come esito
di conversione di basi verbali. Meno problematico è il principio
dell’ampiezza semantica: in base ad esso si osserva che, in coppie di
parole aventi tratti semantici in comune e nessuna porzione di signans
indicante un qualche processo di FP, la parola che ha una sfera di
denotazione più ampia è la base, mentre la parola il cui ambito denotativo
è meno esteso è esito di conversione. Ad esempio, ing. convert ‘convertito’
è lett. ‘qualcuno che è stato convertito’, mentre il verbo to convert non
significa solo ‘rendere qualcuno un convertito’, ma ha anche altri
significati. Il sostantivo deve quindi essere considerato un deverbale e la
relazione è to convert → convert.
Per questo ruolo di default svolto dalla semantica (nei casi in cui
non subentrano argomenti di tipo formale) nell’identificazione della
direzionalità del processo di formazione, la conversione si distingue
nettamente dalle altre tecniche derivative e, in genere di FP, nelle quali,
viceversa, in base all’analogia tra composizionalità di forma e
composizionalità di significato è sempre possibile individuare l’entrata e
l’uscita della regola. In questo lavoro, tuttavia, chiariremo meglio la
nozione di direzionalità della conversione attraverso i dati del corpus di
lingue raccolto.

3. Metafora semantica e metafora morfologica.


In Crocco Galèas (1990, 1991a, b) abbiamo proposto una nuova
interpretazione della conversione che si articola in due aspetti. Una
regola di conversione è una regola di formazione di parola in cui: 1) il
signans resta inalterato dall’input all’output; 2) il signatum della parola
convertita è determinato sintagmaticamente rispetto alla base 9. Con 1) si
intende in particolare che una parola convertita non mostra né affisso
derivativo né modificazione alcuna del signans della base. Con 2) si
introduce la dimensione del sintagma che determina inequivocabilmente il
significato, la categoria lessicale e i tratti sintattici: in breve, il
signatum della parola in uscita.
Precisiamo il punto 2). I membri di una relazione di conversione sono
distinti, ancor prima che da eventuali marche flessive, dalla rispettiva
collocazione sintagmatica. Si consideri, ad esempio, la relazione di
conversione ing. the/a shell ‘guscio, baccello’ → to shell ‘sgusciare,
sgranare’. La base della relazione è un nome che, come tale, presenta solo
due forme lessicali (= ing. word-form, ted. Wortform), l’una per il
singolare (shell) e l’altra per il plurale (shell-s). L’uscita della regola
di conversione è un verbo regolare, il cui paradigma ha naturalmente solo
quattro forme lessicali (shell, shell-s, shell-ing, shell-ed). La
morfologia flessiva non è la condizione necessaria per l’identificazione
del nome e del verbo; tra le forme lessicali dei due lessemi vi è financhea
un caso di omonimia grammaticale (shells = plurale del nome vs. shells = 3
pers. sg. del pres. indic.). La condizione essenziale per l’identificazione
dei rispettivi signata è la combinabilità di ciascun componente della
regola di conversione nella catena sintagmatica. Il nome shell, dotato dei
tratti inerenti [+ comune], [+ numerabile], [- animato], [- astratto], [-
umano], ha funzione di testa nei SN e ricorre pertanto in contesti del tipo
[+ Det —] (es. the shell, some shells, two shells); può essere inoltre
preceduto da premodificatori e seguito da postmodificatori (es. that green
shell on the table ‘quel guscio verde sul tavolo’). Il verbo to shell è un
verbo regolare e può essere sia transitivo sia intransitivo; in quanto
transitivo è seguito da un SN oggetto (es. to shell peas ‘sgusciare i
piselli’). Essendo un verbo locativo negativo (= ‘togliere X’), il suo SN
oggetto è caratterizzato da una testa nominale [- animato], mentre il suo
SN soggetto ha tipicamente un nome testa [+ animato]. Con valore
intransitivo to shell ha un SN soggetto caratterizzato da un nome [-
animato]. Se confrontiamo i due sintagmi seguenti – 1) many shells are
lying on the dish ‘molti baccelli giacciono nel piatto’, 2) the farmer
shells the corn ‘l’agricoltore sgrana il granturco’ – osserviamo che la
stessa forma lessicale shells risulta in 1) un nome e in 2) un verbo. La

9 Come abbiamo già fatto rilevare in § 2., la diversità sostanziale rispetto ai nostri lavori
precedenti sta nel fatto che qui la conversione non viene più intesa come una sorta di
derivazione atipica, bensì come una tecnica di FP diversa tanto dalla derivazione quanto dalla
composizione.
5

forma è disambiguata dal contesto sintagmatico che funziona da indice nei


confronti del signatum.
Un esempio analogo è rappresentato in italiano dalla coppia di
conversione piastrella → piastrellare. L’entrata di questa regola di
conversione per la formazione di verbi denominali è costituita da un nome
[+ comune], [+ numerabile], [- animato], [- astratto], [- umano], [-
maschile] ricorrente in contesti con una struttura argomentale del tipo le
piastrelle bianche della cucina o le piastrelle bianche per la cucina.
L’uscita della conversione è il verbo dell’oggetto collocato (cfr. Clark &
Clark 1979, locatum verb) piastrellare, la cui matrice semantica è ‘mettere
X su Y’. Questo verbo ha specifici tratti inerenti (è regolare e appartiene
alla coniugazione in -a-), tratti di sottocategorizzazione (ad es. il SN
soggetto ha un nome testa [+ umano]) e una propria struttura argomentale
(es. piastrellare le pareti con materiale scadente).
Come vedremo più avanti (§ 5.1.1. e § 5.1.5.) anche la direzionalità
di una regola di conversione può essere parzialmente predicibile attraverso
la dimensione sintagmatica, sebbene spesso i criteri semantici siano gli
unici criteri che svolgano un ruolo nel riconoscimento della direzionalità.
Occorre dunque notare che la tecnica di conversione si differenzia dalle
altre tecniche di FP sotto due aspetti: la dimensione della combinabilità
del segno10 e la funzione del rapporto semantico; entrambe sono conseguenze
della mancanza di biunivocità e della adiagrammaticità propria di questa
operazione morfologica.
Dalla nostra definizione di conversione, risulta immediato il
confronto tra questo fenomeno di FP e la metafora, intesa come fenomeno
tipico del livello semantico. La metafora è un tropo della tradizione
retorica del quale sono state date numerosissime interpretazioni. Nei
manuali di retorica (vd. ad es. Lausberg 1949/1969, Marchese 1981, Mortara
Garavelli 1993) il tropo è considerato come uno dei modi tradizionali in
cui si ripartiscono le possibili configurazioni dell’espressione
linguistica. Ad esempio, nella classificazione delle figure proposta da
Quintiliano nei libri VIII e IX della Institutio oratoria si distinguono le
seguenti categorie: figure di pensiero, di significazione (o tropi), di
dizione, di elocuzione, di costruzione e di ritmo. I tropi o figure di
significazione sono quei fenomeni di traslato semantico consistenti nel
cambiamento di significato di una parola occorrente in un determinato
contesto. In base alla definizione tradizionale, la metafora è il tropo per
eccellenza, in quanto rappresenta uno ‘scarto’ di significato rispetto
all’asse paradigmatico (cfr. ad esempio Ducrot & Todorov 1972: 304). In
particolare, la metafora è per Jakobson (1966: 40) quel traslato o tropo
che si realizza attraverso il confronto di due parole che hanno tra loro un
rapporto paradigmatico, di somiglianza. Nei termini della linguistica
generativa, la metafora è un’anomalia semantica che deriva dalla violazione
delle regole di selezione che governano la combinazione dei lessemi.
Nonostante siano state prodotte moltissime definizioni di metafora, è
sufficiente, in questa sede, sottolineare che un processo di mutamento
semantico di un lessema – in presenza di mantenimento di identità formale –
è funzione di un mutamento sintagmatico. Comunque la si voglia definire, la
metafora è un traslato, ovvero lo spostamento di significato di un
determinato lessema.
Se applichiamo la nostra definizione di conversione alla metafora ci
accorgiamo che i due aspetti caratterizzanti del processo di conversione
sono validi anche per la metafora, intesa quale tropo retorico: 1) nella
metafora, non vi è alcun mutamento del signans di un determinato lessema:
tra entrata ed uscita non si verifica alcuna modificazione; 2) il signatum
della metafora, ovvero dell’output del processo metaforico (intendendo in
questo caso solo il suo contenuto lessicale) appare ‘spostato’, differente
dal significato dell’input, e tale significato detto traslato, in
opposizione al significato letterale (o dell’input), è determinato
dall’interpretazione del sintagma cui il lessema appartiene. Si consideri
ad esempio il sintagma nominale il dente della montagna; in esso la testa,
dente, è il lessema traslato che, rispetto al suo significato letterale di
“organo duro e biancastro sporgente nel cavo orale che, nell’uomo e nei
vertebrati Gnatostomi, è destinato alla masticazione” (Zingarelli 199211),
assume il significato paradigmaticamente inatteso ma sintagmaticamente
identificabile di ‘cima’. Nel passo della Poetica che abbiamo posto

10 Cfr. Mel'cuk (1976) per l’importanza della collocabilità sintagmatica del segno
linguistico.
6

all’inizio di questo contributo, Aristotele, descrivendo il meccanismo


della metafora, propone tra l’altro tre sintagmi: la vecchiaia del giorno
(gÊraV #méraV), in cui la testa (gÊraV) è una metafora che sta per ‘sera’ e la
sera della vita (@spéran bíou) o il tramonto della vita (dusmáV bíou) in cui la testa del
sintagma metaforico (rispettivamente @spéran e dusmáV) sta per vecchiaia.
Il confronto tra il processo di FP – detto conversione – e il
processo di spostamento semantico – detto metafora – suggerisce di
interpretare la conversione come una metafora morfologica per analogia con
la metafora semantica. A differenza tuttavia della metafora semantica, la
metafora morfologica 11 mostra un cambiamento del signatum di base che
interessa il livello paradigmatico. Cosicché, quando l’asse sintagmatico
non modifica le proprietà paradigmatiche di un segno, il risultato è una
metafora semantica, il cui signatum è motivato interamente dal punto di
vista sintagmatico; viceversa, quando l’asse sintagmatico modifica il
signatum di un segno causando un cambiamento delle sue proprietà
paradigmatiche si ha una transcategorizzazione, ovvero una metafora
morfologica.
Consideriamo un esempio particolarmente significativo. Il nome
argento ha fondamentalmente due significati: 1) denota un metallo, 2) e
tutto ciò che ha il colore tipico di quel metallo. Possiamo usare il nome
argento nel sintagma metaforico barba d’argento, in cui lo spostamento o
scarto semantico parte dal significato 2): ‘una barba colore argento’ è il
significato letterale, appartenente all’asse paradigmatico della parola
argento. Lo scarto semantico produce un significato o signatum che trova la
sua ragion d’essere nella collocazione sintagmatica del nome. Il signatum
metaforico è quello di ‘grigio’. Nel contesto barba d’argento, il nome
argento sta per ‘colore grigio’. L’operazione di spostamento semantico si
configura nella dimensione sintagmatica, ma non altera le proprietà
paradigmatiche del segno: non muta il significato letterale corrispondente
al signans /ar'gento/.
Se ora esaminiamo la relazione di conversione tra il nome argento e
il verbo argentare vediamo che lo stesso signans (intendendo, ovviamente,
il morfema lessicale argent-) compare transcategorizzato e parzialmente
modificato in quanto a significato 12. L’operazione metaforica che si
configura nella dimensione sintagmatica implica un cambiamento delle
proprietà paradigmatiche del segno di base o input e ciò equivale alla
formazione di una parola nuova, un verbo nella fattispecie, che ha con il
nome argento un rapporto semantico e un rapporto morfologico di
conversione.

4. Il principio semiotico di metaforicità.


Inquadrando la definizione di conversione testé illustrata nel
modello teorico della MN 13 proponiamo di considerare la metafora morfologica
un processo di FP diverso dalla derivazione e riconducibile ad un principio
di metaforicità che scaturisce da un tipo di icona menzionato da Peirce: la
metafora. Nella triade di Peirce (indice, icona, simbolo) l’icona è un tipo

11 In quel che segue usiamo i termini ‘conversione’ e ‘metafora morfologica’ come sinonimi per
riferirci indifferentemente alla tecnica di FP che è oggetto del nostro studio. Chiamiamo
inoltre regole di conversione o metafore morfologiche quelle regole che sono attribuibili alla
tecnica o al processo qui definito come conversione, ovvero metafora morfologica.
12 Sull’esempio della classificazione dei verbi denominali inglesi conversivi elaborata da
Clark & Clark (1979), argentare è interpretabile come un verbo denominale conversivo
dell’oggetto collocato (locatum verb), la cui matrice semantica è ‘mettere X su Y’, dove X =
argento.
13 La MN considera la conversione un processo morfologico innaturale in base a quasi tutti i
parametri di naturalezza morfologica e, pertanto, prevedibilmente raro nelle lingue del mondo.
In proposito ci limitiamo a due considerazioni (rinviando, per una discussione più ampia, a
Crocco Galèas 1995 e Crocco Galèas in stampa); in primo luogo, i sostenitori della teoria
sottolineano particolarmente, se non esclusivamente, il carattere di innaturalezza della
conversione rispetto ad un parametro, vale a dire l’iconicità costruzionale o diagrammaticità;
in secondo luogo, pur ammettendo la centralità del principio di diagrammaticità per la teoria
di naturalezza e la conseguente innaturalezza della conversione, è possibile osservare,
contrariamente alle previsioni della MN, che la conversione è una tecnica presente in varie
lingue e spesso produttiva. Sulla produttività della conversione in inglese si veda oltre
Marchand (1969) e Kastovsky (1969, 1985), il contributo ormai classico di Clark & Clark (1979)
sui verbi denominali. Un breve ma interessante articolo di Naumann (1985) e il ben più
originale contributo di Olsen (1990) si riferiscono alla conversione in tedesco. Per
l’italiano, oltre ai lavori più volte citati di Crocco Galèas, ricordiamo Berretta (1986,
1987), Thornton (1990) e Iacobini & Thornton (1992). Una monografia impegnata sul versante
dell’apprendimento della conversione come regola di FP dell’inglese lingua seconda è Pavesi
(1994), dove le diverse regole di conversione dell’inglese e dell’italiano sono attentamente
considerate e confrontate.
7

di segno che mostra analogia tra signans e signatum. Le icone si


distinguono a loro volta in immagini, diagrammi e metafore. Le immagini
sono le icone più naturali: le parole onomatopeiche, ad esempio, sono
immagini. I diagrammi, sono le icone più interessanti dal punto di vista
della MN: il loro grado di analogia è intermedio tra quello delle immagini
e quello delle metafore. I diagrammi sono icone “which represent the
relations, mainly dyadic, or so regarded, of the parts of one thing by
analogous relations in their own parts” (Peirce 1965: II 157). Le metafore,
infine, esibiscono solo un semplice parallelismo o una somiglianza parziale
tra signans e signatum. Esse sono quelle icone che “rappresentano il
carattere rappresentativo di un representamen mediante la rappresentazione
di un parallelismo con qualcos’altro” (Peirce 1980: 156). Peirce considera
dunque la metafora il tipo di icona più debole, quell’icona cioè che
rappresenta, per sostituzione, qualcosa mediante un parallelismo.
Per Peirce il diagramma è dato dall’analogia tra le parti del
representamen e di ciò che si rappresenta. In morfologia, ad esempio, la
relazione diagrammatica comporta un’analogia tra struttura del signans e
struttura del signatum. Una parola complessa è diagrammatica quando è
trasparente morfotatticamente e morfosemanticamente, vale a dire quando la
segmentabilità del signans riflette la composizionalità del signatum. Se il
diagramma è il tipo di icona più saliente nel livello morfologico, è
prevedibile, in base alla definizione di Peirce, che la metafora abbia un
ruolo più marginale rispetto al diagramma nella strutturazione del
componente morfologico. È un dato di fatto la preferenza accordata dalle
lingue all’affissazione 14 (in particolare suffissazione e prefissazione)
rispetto alla conversione. Nel processo di conversione si stabilisce in
effetti un parallelismo tra input e output che non coinvolge analogia di
composizionalità: non vi è scomponibilità del signans che corrisponda alla
strutturazione del signatum. Dato il carattere della metafora nella teoria
dei segni di Peirce, una metafora – sia essa semantica o morfologica –
supplisce all’assenza di diagrammaticità mediante il disambiguamento
sintagmatico. In altri termini, il mutato quadro sintattico (categoria,
tratti inerenti, tratti di sottocategorizzazione e restrizioni selettive)
agisce con funzione indessicale nei confronti del risultato di una regola
di conversione.
Il principio di metaforicità è un principio semiotico che si basa
sulla nozione di icona ma che, al tempo stesso, coglie un aspetto meno
centrale e meno naturale dell’iconicità. La forma di iconicità più naturale
è la diagrammaticità che struttura largamente il sistema morfologico delle
lingue. La versione ‘metaforica’ dell’iconicità ha pur tuttavia un suo
ruolo nel settore della FP. Clark & Clark (1979), illustrando le
caratteristiche semantiche dei verbi denominali inglesi convertiti pongono
l’accento sulla precisione, l’immediatezza e la sorpresa che sono
ingenerate da queste formazioni. Le caratteristiche che i due autori
individuano sono, a nostro avviso, proprie della metafora stricto sensu, la
metafora semantica. 1) La precisione del processo metaforico consiste
nell’individuare una nozione attraverso una sua particolare angolazione,
nel far affiorare un senso per parallelismo analogico. 2) L’immediatezza
consente la comunicazione di un concetto attraverso l’identità di signans,
senza sforzo espressivo. 3) La sorpresa, infine, è l’elemento tipico: essa
è ingenerata dal paradosso creato dallo scarto fra senso letterale e senso
figurato o, più esattamente, dall’emergere di un senso inaspettato
dall’insieme dei sensi paradigmatici rappresentati da un determinato
signans. Queste caratteristiche della metafora semantica sono proiettabili
sulla metafora morfologica. 1) Una metafora morfologica, ovvero una regola
di conversione, è dotata di precisione perché adopera lo stesso signans
(sia nel caso di morfema lessicale libero sia nel caso di morfema lessicale
legato) per esprimere un contenuto semantico prossimo a quello della base.
La precisione consiste propriamente nel dar luogo a coppie di parole
semanticamente collegate e formalmente simili (quanto più è possibile, in
base al tipo linguistico) e assolutamente simmetriche. Questa simmetria
formale e semantica non discende dalla diagrammaticità, bensì dalla
metaforicità, intesa come parallelismo15. 2) L’immediatezza della metafora
morfologica deriva dalla naturalezza nel ricorrere da parte dei parlanti

14 A titolo di esempio citiamo i lavori di Cutler, Hawkins & Gilligan (1985) e Hall (1992).
15 Per la sua caratteristica di simmetria del signans, la metafora morfologica può essere
attribuita non soltanto al principio di metaforicità, ma anche al principio di economia (cfr.
Croft 1990: 155-202) che si contrappone al principio di iconicità costruzionale nel componente
morfologico.
8

all’identità di signans per comunicare signata collegati. Il principio che


genera immediatezza non è tale da pervadere l’intera strutturazione della
FP, ma ha una sua forza al punto da rivelarsi operante nell’interlingua di
soggetti apprendenti una lingua seconda (cfr. Pavesi 1994, Bozzone Costa
1994) o nella formazione della morfologia di un pidgin (cfr. Mühlhäusler
1983). 3) La sorpresa o il paradosso sono tipici dello scarso grado di
biunivocità e dell’assenza di diagrammaticità. La conversione è inaspettata
perché comporta modificazione della collocazione sintagmatica.
Il principio di metaforicità, che si aggiungerebbe agli altri
principi semiotici del metalivello teorico della Linguistica Naturale,
potrebbe dar conto di un parametro, e, possibilmente, di una scala di
metaforicità, lungo la quale si collocherebbero alcuni fenomeni morfologici
valutabili attraverso tale principio/parametro16. Nei paragrafi che seguono
proponiamo, pertanto, un insieme di criteri e, dunque, una serie di scale
che contribuiscono alla valutazione del grado di metaforicità delle diverse
regole conversive.

5. Premesse alla parametrizzazione del principio di metaforicità.


Rispetto al principio di indessicalità 17 la conversione non appare né
naturale né innaturale, semplicemente perché non tutte le possibili regole
conversive sono dotate di morfologia flessionale. Una delle funzioni
primarie di un indice, vale a dire di un affisso, è quella di indicare con
la massima efficacia il proprio signatum, cioè il morfema lessicale. In una
parola formata tramite conversione non si ha la presenza di un affisso
derivazionale che agisca da indice nei confronti del morfema lessicale.
Naturalmente in lingue provviste di morfologia flessiva la parola base e la
parola convertita sono distinte dai morfemi flessivi e questi agiscono con
funzione di indici rispetto alla radice; tuttavia tali morfemi flessivi non
sono diversi dai morfemi flessivi che normalmente svolgono funzione
indessicale nella parola, sia essa semplice, flessa, derivata, composta o
convertita. La ‘quantità’ di morfologia flessiva che interviene nella
parola e che caratterizza tanto la base quanto il risultato della
conversione, non cambia la caratteristica essenziale di questo processo di
FP, che consiste nell’assenza di un affisso o di un qualsiasi altro mezzo
che segnali la relazione tra base e convertito, fondandosi,
conseguentemente, sull’identità del signans del morfema lessicale.
Senza dubbio, la presenza di elementi flessionali è un fattore che
distingue in qualche modo la conversione delle lingue romanze da quella
dell’inglese. Ma il grado di flessività è solo una delle componenti che
dovrebbero essere tenute presenti in una dimensione scalare delle diverse

16 In questo caso il principio semiotico e il parametro morfologico che ne


deriva sono omonimi (come del resto anche nel caso della biunivocità nella
teoria di MN).
17 Il parametro d’indessicalità deriva dal segno che Peirce (1965) chiama
‘indice’. Da un punto di vista semiotico l’indice è quel segno che si trova
in un rapporto di contiguità con la realtà esterna. Contrariamente al caso
dell’icona, non si ha somiglianza né analogia di alcun tipo tra l’indice e
il suo referente; contrariamente al simbolo, non si ha alcun legame
convenzionale. L’indice è un tipo di segno meno naturale dell’icona.
L’indessicalità ha tuttavia un suo ruolo nelle lingue: essa è quel
parametro della MN che misura la capacità di un segno di far riferimento ad
un altro segno. Quanto più il signans derivazionale o flessionale è
contiguo al suo signatum, vale a dire al morfema lessicale, tanto più esso
è un indice efficace, inequivocabile. Il grado massimo di indessicalità si
ha pertanto in quegli indici che indicano con la massima precisione il
signatum cui si riferiscono (Dressler 1987: 110-111). Ad esempio, la
terminazione -is del dativo e ablativo plurale della prima e seconda
declinazione del latino svolge un ruolo indessicale molto preciso, in
quanto si colloca direttamente accanto alla radice senza che intervenga
alcun affisso intermedio: es. insul-is ‘alle isole; nelle isole’. Viceversa,
il suffisso -dan dell’ablativo della declinazione nominale del turco è un
indice meno efficace poiché si situa in una posizione non sempre adiacente
alla radice: può essere direttamente agglutinato (ada-dan ‘dall’isola’) o
può essere separato da essa dal suffisso di plurale (es. ada-lar-dan ‘dalle
isole’), dal possessivo (es. ada-m3z-dan ‘dalla nostra isola’) o da entrambi i
suffissi (es. ada-lar-3m3z-dan ‘dalle nostre isole’).
9

realizzazioni del processo di conversione (vd. infra § 5.1.1. - § 5.1.5.).


In lingue tendenzialmente isolanti come l’inglese, nella parola convertita
l’identità formale del morfema lessicale di una coppia di forme in
conversione è assolutamente identificabile proprio perché la parola è
inanalizzabile o monomorfematica (es. poor ‘povero’, agg. → the poor,
nome); in essa il contenuto lessematico di base, il contenuto risultante
dall’operazione di conversione e l’eventuale contenuto grammaticale sono
fusi in un unico signans non scomponibile. Riteniamo, tuttavia, che una
scala dei diversi tipi di regole di conversione debba riferirsi anche alla
funzione indessicale svolta dai morfemi flessivi nei confronti del morfema
lessicale. Del resto, la presenza di morfologia flessiva è un fattore che
contribuisce alla differenziazione delle categorie lessicali (N, V, A,
ecc.). Il parametro di indessicalità si esprime pertanto nelle diverse
regole conversive primariamente attraverso la funzione differenziatrice del
contesto sintagmatico ed eventualmente a seconda della presenza e della
‘quantità’ di morfologia flessiva 18.
Da queste considerazioni sono deducibili alcune predizioni, che
successivamente confronteremo con i dati provenienti dal corpus di lingue
raccolto.
1) Una conversione prototipica dovrebbe essere rappresentata da una
regola in cui il signans dell’entrata coincida con quello dell’uscita e sia
identificabile come morfema lessicale libero. Le regole di conversione
dell’inglese sarebbero pertanto più prototipiche delle regole di
conversione delle lingue romanze e del tedesco, poiché in inglese la base
della conversione è sempre un morfema lessicale libero.
2) D’altra parte, le regole di conversione accompagnate da morfologia
flessiva ricca e articolata dovrebbero essere interpretate come metafore
morfologiche dotate di maggiore indessicalità rispetto alle metafore
morfologiche di lingue debolmente flessive.
3) La flessione, pur essendo un fattore secondario nella
realizzazione della tecnica di conversione, non sarebbe pertanto
eliminabile dall’analisi descrittiva; essa contribuirebbe in modo
determinante all’indentificabilità del signans di base.
4) Da 3) consegue che il ruolo indessicale svolto dai morfemi
flessivi si accompagna alla funzione indessicale rappresentata dal contesto
sintagmatico. In una metafora morfologica dotata di affissi flessivi,
l’indessicalità sarebbe dunque espressa in modo ridondante rispetto ad una
metafora morfologica in cui l’indessicalità è realizzata solo attraverso il
contesto sintagmatico.
Dopo l’esame dei dati, attraverso la scalarizzazione dei criteri di
metaforicità, torneremo in § 5.1.5. sulle predizioni qui espresse.
In conclusione, la tecnica morfologica di conversione è una tecnica
di FP che discende dal principio semiotico di metaforicità e che, pertanto,
può essere denominata metafora morfologica. In base al parametro di
metaforicità è possibile distinguere numerose regole ascrivibili alla
tecnica della metafora morfologica, la quale rappresenta un procedimento di
FP di carattere tipicamente isolante, presente peraltro anche in lingue non
isolanti. Il carattere isolante dell’operazione di metafora morfologica è
dato dai seguenti fattori:
a) assenza di diagrammaticità;
b) ruolo determinante della dimensione sintagmatica nella distinzione
delle parole legate da un rapporto di conversione (= disambiguamento
sintagmatico);
c) ruolo di default della semantica nel riconoscimento della
direzionalità del processo.

5.1. I criteri per l’identificazione della metaforicità.

18 La flessione è solo uno dei possibili elementi con funzione indessicale. Destiniamo ad
altra sede un’approfondimento del parametro di indessicalità nell’ambito della MN; al momento
ci limitiamo a segnalare che una scala di indessicalità dovrebbe rappresentare una gerarchia
di distanza tra il morfema lessicale e l’indice corrispondente. In base al criterio della
distanza l’elemento flessionale sarebbe un indice più naturale di un clitico e questo, a sua
volta, agirebbe con maggiore forza indessicale del solo contesto sintagmatico. Un secondo
criterio di differenziazione degli indici potrebbe inoltre essere rappresentato dalla relativa
vicinanza dell’indice rispetto al suo signatum nell’indicatore sintagmatico. Anche la
posizione dell’elemento disambiguante, ovvero dell’indice, potrebbe essere considerata più
naturale (se precede il morfema lessicale: es. prefisso, articolo, proclitico) o meno naturale
(se segue il morfema lessicale: es. affisso, enclitico).
10

Sulla base del confronto tra la definizione di metafora morfologica


(e le relative predizioni) e un corpus 19 di 44 lingue abbiamo classificato
diverse regole di conversione che si differenziano tra loro in base ai
seguenti criteri:
1) la direzionalità della conversione;
2) l’identificabilità del signans della base;
3) l’interazione morfologia/sintassi;
4) il cambiamento del signatum.
Questi quattro criteri sono stati verificati interlinguisticamente e, a
nostro avviso, concorrono all’identificazione del grado di metaforicità di
una qualsivoglia regola di conversione. Ciascun criterio permette una
disposizione scalare delle diverse regole conversive. In particolare, non
solo non vi è sovrapposizione tra le quattro scale ma, dal confronto
reciproco, emerge finanche una parziale conflittualità: in altri termini,
una regola di conversione può appartenere a un grado di maggiore o minore
metaforicità secondo la scala in base alla quale viene valutata. L’aver
scomposto il parametro di metaforicità in quattro criteri ci è parso una
necessaria conseguenza della molteplicità e varietà di regole ascrivibili
alla tecnica di FP che va sotto il nome di conversione o metafora
morfologica. Poiché questa tecnica risulta dotata di una propria
peculiarità rispetto alla derivazione e alla composizione, i dati
suggeriscono una sua valutazione in base ad una pluralità di criteri; essi
dipendono tutti dalla definizione di conversione in termini di metafora
morfologica da noi proposta.

5.1.1. La scala di direzionalità.


Un problema ricorrente nella letteratura sulla conversione è
costituito dall’identificabilità della direzionalità del processo
adiagrammatico. Si ritiene generalmente che, data l’assenza – per
definitionem – di criteri formali, sia difficile, se non impossibile,
distinguere quale delle due parole in conversione sia morfologicamente
complessa. La nostra analisi di un corpus di lingue ha messo in luce la
possibilità di definire diversi tipi di regole di conversione in base alla
chiarezza della direzionalità della metafora morfologica. Ne risulta una
scala di sette gradi. Il polo naturale della scala, ovvero il grado che
mostra in massima misura la direzionalità di una metafora morfologica, è
costituito da regole in cui si ha unicamente un fenomeno di
transcategorizzazione di una parola complessa nella sua interezza
20,
di
significante. Il polo opposto è dato dalla multifunzionalità passando
attraverso i gradi intermedi del criterio formale (grado 2), dell’assenza
d’inversione di direzionalità (grado 3), del criterio semantico (grado 4),
dell’opacità di direzionalità (grado 5) e dell’ambiguità di direzionalità
(grado 6). Con il termine di multifunzionalità intendiamo riferirci ad un
fenomeno che non è conversione ma, piuttosto, polisemia.
1° grado. Il primo grado rappresenta un rapporto di conversione
unidirezionalmente orientato. La metafora morfologica è chiaramente
direzionata quando la base è rappresentata da una parola flessa che, in
quanto tale, viene convertita in un’altra categoria lessicale senza
modifica alcuna del suo signans complesso. La fonte o base della
conversione è una parola polimorfica che, con tutte le sue marche flessive,
converte il proprio signans in un’altra categoria lessicale. Si considerino
i seguenti casi. In albanese esistono nomi deverbali ottenuti attraverso la
conversione della forma corrispondente alle tre persone sing. del pres.

19 Il corpus è stato costituito senza particolari criteri, pertanto non costituisce un vero e
proprio campione. Comprende 18 lingue indoeuropee (inglese, tedesco, olandese, danese,
svedese, norvegese; italiano, francese, sardo, spagnolo; latino classico, latino volgare;
neogreco; albanese, arvanitiká; russo; romani, urdu), 11 amerindiane, per lo più della
famiglia athapaska (chiricahua, dakota, dene, hupa, navajo, maya, ocuilteco, pawni, pomo,
quechua, yawelmani), 6 austronesiane (botola sambal, kusaie, maung, palau, tokelau,
yindjibarndi), 2 uraliche (estone, dialetti ostyak orientali), 1 semitica (ebraico moderno), 1
turca (turco), 1 africana di tipo nilo-sahariano (zarma), 1 dravidica (kannada), 1
sinotibetana (cinese), e due lingue isolate (basco e vietnamita). Questo corpus è stato
raccolto conformemente alle conoscenze da parte di chi scrive, nonché sulla base delle
grammatiche disponibili. Non ha affatto la pretesa di rappresentatività propria di un
campione, ma riteniamo che, data l’ampiezza areale e la differenziazione tipologica che lo
caratterizzano, sia in larga misura una base di dati significativa per la parametrizzazione
della tecnica di conversione.
20 Il termine ‘multifunzionalità’ o ‘polifunzionalità’ riferito alla conversione e usato per
lo più come suo sinonimo si rinviene in lavori di creolistica quali Voorhoeve (1981), Sebba
(1981), Mühlhäusler (1983); recentemente vd. anche Vonen (1994).
11

indic. dei verbi in consonante 21: dhen ‘piallo, pialli, pialla’ → dhen
‘scheggia’, pres ‘taglio, tagli, taglia’ → pres ‘coltello a serramanico’
(Ressuli 1985: 137). In hupa (famiglia linguistica Athapaska) verbi
denominali hanno per base la 3a pers. sing. del pres. attivo o passivo: es.
naiya ‘viene giù’ → naiya ‘pioggia’, willoi ‘è stato legato’ → willoi ‘fascio,
fastello’ (Goddard 1964: 21). Casi analoghi a quelli presenti in hupa si
hanno in navajo (Young & Morgan 1980: 12), ocuilteco (Muntzel 1986: 80),
pawni22 (Parks 1976: 117). In zarma, lingua del gruppo songhay-zarma
(appartenente, secondo Greenberg, alla famiglia Nilo-sahariana), si ha la
formazione per conversione di nomi e di aggettivi deverbali (es. à bàmbátà
‘è grande’ → bàmbátà ‘grande’, Tersis 1972: 155-156). Le nominalizzazioni di
verbi all’infinito in molte lingue europee sono altrettanti esempi del
primo grado di direzionalità: es. ted. essen ‘mangiare’ → Essen ‘pasto,
cibo’, it. piacere → (il) piacere. Anche gli aggettivi sostantivati delle
lingue romanze rappresentano casi di direzionalità ben chiara, dal momento
che la base della conversione è la forma maschile singolare dell’aggettivo:
es. fr. essentiel ‘essenziale’ → l’essentiel ‘l’essenziale’.
2° grado. Il secondo grado della scala è costituito da quelle regole
di conversione in cui la direzionalità è garantita da almeno un criterio
formale che concorre a caratterizzare i due membri in conversione (sia che
si tratti di un elemento della sola base o del solo convertito, sia che
entrambi i membri risultino provvisti di un indice di differenziazione). In
estone, ad esempio, i sostantivi che esprimono azione verbale hanno quale
fonte della conversione la radice bisillabica di un verbo della prima o
della terza classe in -ma: es. kadu-ma ‘echeggiare’ → kadu ‘eco’ (Tauli
1973: 129). In neogreco i nomi e gli aggettivi deverbali ottenuti per
conversione hanno per base sempre un verbo della classe rizoatona: es. lactarÓ
‘bramo’ → lactára ‘brama’. In kalderas, dialetto zingaro della penisola
balcanica, verbi deaggettivali per conversione sono sempre formazioni di
tipo passivo: baro ‘grande’ → bar-jol ‘diventare grande, crescere’
(Boretzky 1994: 83). In olandese la struttura fonologica di un verbo è
solitamente bisillabica: delle due sillabe l’una ha come nucleo uno schwa.
Per i nomi sono invece possibili molte più combinazioni sillabiche.
Tuttavia, nelle coppie di nomi-verbi collegati da un rapporto semantico e
di conversione il verbo mostra lo stesso schema fonotattico del nome: al
nome ol. telex ‘telex’ corrisponde il verbo telex ‘inviare un telex’ con
due nuclei sillabici aventi entrambi una vocale diversa da schwa. Questa
struttura fonotattica marcata del verbo è un criterio formale per
identificare l’orientamento della conversione: N → V (Don 1993). Anche le
cosiddette conversioni parziali dell’inglese appartengono al secondo grado
della scala di direzionalità; l’uscita nominale deaggettivale può essere un
nome collettivo indicante un gruppo di persone (es. rich ‘ricco’ → the
rich ‘i ricchi’, young ‘giovane’ → the young ‘i giovani’) o un nome
astratto indicante una qualità (es. absurd ‘assurdo’ → the absurd
‘l’assurdo’, supernatural ‘soprannaturale’→ the supernatural ‘il

21 A questa forma del singolare si aggiungono le desinenze del paradigma verbale (ad es. le
tre persone del pl. del pres. indic.: pres-im, pres-ni, pres-in) e i suffissi di derivazione
(es. pres-ta ‘sarto’). La base del nome deverbale conversivo potrebbe pertanto essere
considerata una radice o un morfema libero e in tal modo non sarebbe sostenibile l’ipotesi che
l’entrata di questa metafora morfologica sia una parola polimorfematica; contrariamente a ciò,
riteniamo che sia invece adeguato interpretare la base della conversione come una forma del
paradigma verbale priva di marche flessive piene in seguito all’applicazione di una regola
morfonologica. La base di conversione sarebbe una forma verbale derivata attraverso una regola
di cancellazione delle desinenze delle tre persone del singolare -j, -n, -n (presenti nei
verbi in vocale) per semplificazione del nesso consonantico che si determina dall’incontro
della consonante radicale e di quella del suffisso flessionale. La regola sarebbe
morfonologica perché pur avendo una motivazione fonologica (e dunque una plausibilità
fonetica) risulterebbe condizionata morfologicamente (cfr. Dressler 1985a). Un argomento a
favore di questa ipotesi è dato dal fatto che la classe più produttiva (alla quale
appartengono i derivati denominali, deaggettivali e deavverbiali e nella quale confluiscono i
prestiti: cfr. Ressuli 1985: 559) è quella dei verbi con radice terminante in vocale, i quali
sono dotati di desinenze per il singolare; questa classe, pertanto, deve essere considerata il
prototipo dell’intero sistema flessionale del verbo in albanese. Per una descrizione di
differenti regole fonologiche, morfonologiche e morfologiche in albanese v. Dressler (1977).
22 Il navajo è una lingua della famiglia Athapaska; l’ocuilteco è una lingua otomangua (gruppo
otomape) del Messico centrale; il pawni fa parte della famiglia nordamericana Caddo. La
popolazione pawni era situata nel secolo scorso in Nebraska; attualmente risiede nel centro-
nord dello stato di Oklahoma.
12

soprannaturale’): in entrambi i casi il risultato della conversione non


prende mai la marca di plurale ed è sempre preceduto dall’articolo.
3° grado. Il terzo grado della scala è rappresentato da metafore
morfologiche che, pur non avendo per base una parola flessa (grado 1) e pur
non mostrando tratti formali che distinguano le due categorie in
conversione (grado 2), sono altresì orientate poiché nel sistema della
lingua specifica non esiste una regola di conversione di direzionalità
inversa e/o poiché il sistema di FP è dotato di altre regole rivali di
affissazione o modificazione che rappresentano la direzione inversa a
quella della metafora morfologica. In albanese si hanno nomi deaggettivali
per conversione (es. i butë /but/ ‘molle’ → but /but/ ‘polpa’) ma gli aggettivi
denominali sono solo formati per suffissazione (es. dëm ‘danno’ → dëm-shëm
‘dannoso’). In inglese è possibile formare per conversione verbi
deaggettivali (es. dirty ‘sporco’ → to dirty ‘sporcare’) ma non aggettivi
deverbali. Altrettanto vale in italiano per i verbi deaggettivali (es.
calmo → calmare) e per gli aggettivi denominali (es. animale → (regno)
animale).
4° grado. Quando non è possibile constatare la presenza di regole
rivali di affissazione o l’assenza di regole di conversione inversamente
orientate, alla metafora morfologica può essere attribuita una
direzionalità in base a criteri esclusivamente semantici 23. Al quarto grado
della scala appartengono, ad esempio, le nominalizzazioni di verbi del
cinese; nella frase seguente (Norman 1988: 106):

xué yì yòu yì hu
imparare anche avere beneficio interr.

il verbo xué ‘imparare’ è usato con funzione nominale e l’uscita della


conversione è un nome d’azione. In italiano i nomi deverbali per
conversione (es. revocare → revoca) sono essenzialmente nomina actionis.
In kusaie – lingua austronesiana della Micronesia – la metafora morfologica
che ha in entrata un toponimo e in uscita un aggettivo attributivo è una
formazione che solo semanticamente può risultare direzionata (es. Macrike
‘America’ → Macrike ‘americano’, Kee-Dong 1975: 227). Per i verbi
denominali inglesi la direzionalità è N → V particolarmente in quei casi
in cui il nome denota un oggetto concreto (es. saw ‘sega’ → to saw
‘segare’).
5° grado. La direzionalità è assai difficilmente determinabile nel
caso in cui il sistema di conversione di una lingua prevede coppie di
regole che si differenziano solo per l’orientamento. Soprattutto là dove la
direzionalità non è attribuibile in base a criteri semantici, i fenomeni di
metafora morfologica del quinto grado sono opachi, ossia non consentono
l’assegnazione di uno schema morfosemantico definito al sistema di FP. Nel
latino volgare vi sono due regole di conversione molto produttive, N → V
(es. spica ‘spiga’ → spicare ‘spigare’, cfr. Cooper 1895/1975: 225-239) e
V → N (es. pugnare ‘combattere’ → pugna ‘battaglia’, morsicare ‘mordere’
→ morsicus ‘morso’, cfr. Väänänen 1981 : 91-92), che vanno opportunamente
3

24.
assegnate al quinto grado della scala Eventuali interpretazioni semantiche
che motivino la direzionalità V → N in latino sono possibili per settori
del lessico come quello del sermo castrensis e ludensis dove i nomi
deverbali sono nomi d’azione o risultativi e sono sempre femminili in -a
(es. pugna, lucta, cfr. Malkiel 1977). In ocuilteco aggettivi deverbali
(es. mu-nuu ‘è vivo’ → mu-nuu ‘vivo’) e verbi deaggettivali (es. ce
‘freddo → li-ceci ‘raffreddalo!’) sono esempi di coppie di regole conversive
non interpretabili in quanto a direzionalità, se non in casi singoli e con
il ricorso a criteri semantici o semantico-pragmatici.

23 Oltre i già menzionati criteri di Marchand, ricordiamo gli studi di Schwarze e dei suoi
collaboratori (cfr. Mayo et al. 1995) volti alla ricerca di schemi semantici nella
derivazione. Benché in questi studi non ci sia un esplicito riferimento alla conversione,
risulta altresì interessante constatare come, al livello morfologico, l’esistenza di
regolarità semantiche relative ai processi derivativi e, più in generale, di FP, strutturi
notevolmente il lessico di una lingua.
24 Nelle grammatiche storico-comparative del latino la formazione di nomi deverbali per
conversione è trattata erroneamente come fenomeno di retroformazione (cfr. ad es. Pisani:
1952: 136-137) analogo, ad esempio, all’ingl. to edit ‘pubblicare, curare una pubblicazione’
← editor ‘editore, curatore’.
13

6° grado. Il sesto grado della scala è rappresentato da fenomeni di


conversione non descrivibili – non almeno sincronicamente – rispetto alla
direzionalità. Nel grado precedente possono eventualmente subentrare
criteri semantici che implicano il riconoscimento dell’orientamento della
conversione in singoli casi, ma non della regola in quanto schema
morfologico-semantico. Il grado quinto è pertanto un grado di orientamento
opaco. Nel grado sesto, tuttavia, si ha più che opacità, si ha ambiguità:
la direzionalità è possibile in entrambi i sensi. In kusaie vi sono nomi
che danno luogo a verbi intransitivi (es. ahng ‘nido’ → ahng ‘costruire il
nido’) e verbi intransitivi che si convertono in nomi (es. puhtat ‘cadere’
→ puhtat ‘caduta’). In inglese (vd. supra § 2.) nomi astratti che denotano
sentimenti possono essere interpretati sia come basi di verbi denominali
(es. hate ‘odio’ → to hate ‘odiare’) sia come esiti di conversioni aventi
per base un verbo (to hate → hate). In tedesco, nonostante i numerosi
criteri formali e semantici che intervengono nell’identificazione della
direzionalità di molte regole conversive per verbi denominali e nomi
deverbali, nel caso di verbi con corrispondenti nomi in -e, tanto il verbo
quanto il nome può essere considerato base della conversione: es. lehren
‘insegnare’ - Lehre ‘insegnamento’, ehren ‘onorare’ - Ehre ‘onore’, ernten
‘raccogliere’ - Ernte ‘raccolto’, lieben ‘amare’ - Liebe ‘amore’ (Fleischer
& Barz 1995: 305).
7° grado. Il settimo ed ultimo grado della scala corrisponde alla
piena multifunzionalità di un lessema: non ha senso, dunque, parlare di
direzionalità. In kannada (lingua dravidica del gruppo meridionale) uno dei
mezzi più produttivi per formare nomi da verbi è la conversione (es. ha:Du
‘cantare’ → ha:Du ‘canzone’) ed è, d’altro canto, altrettanto produttiva
la formazione per conversione di verbi denominali (es. vode = ‘calcio’ e
‘tirare un calcio’; Sridhar 1990: 271, 275) 25. Una coppia di regole
analoghe, seppure non produttive, è presente nel quechua dell’Ecuador
(Carpenter 1982: 223). In dene26 (lingua Athapaska del Canada) molte forme
equivalgono, a seconda del contesto, ora a verbi ora a nomi (es. t’éh
‘carbone’ e ‘-t’éh ‘cucinare’ imper.; Rice 1989: 162). In latino, come in molte
lingue indoeuropee, preposizioni e avverbi sono spesso espressi da una
stessa forma 27 (es. infra, supra).

5.1.1.1. La differenza tra ambiguità di direzionalità e multifunzionalità.


Va osservato che i fenomeni attribuibili all’ultimo grado della scala
sono descritti nelle grammatiche come casi di lessemi – o di morfemi
lessicali legati (vd. l’esempio del dene) – che realizzano più di una
funzione grammaticale, mentre per i fenomeni del grado precedente si parla
di regole di derivazione zero. Ma la differenza tra ambiguità (grado 6) e

25 È significativo che a distanza di poche pagine Sridhar riporti lo stesso esempio, ha:Du
‘cantare; canzone’, dapprima come derivazione zero deverbale, poi come derivazione zero
denominale.
26 Una seconda denominazione di questa lingua è ing. slave (cfr. Rice 1989)
27 Secondo la teoria di grammaticalizzazione la gran parte degli elementi grammaticali deriva
da elementi lessicali. In tal senso si potrebbe sostenere che per quelle forme aventi funzioni
tanto di preposizione quanto di avverbio la base sia rappresentata dall’avverbio: in altre
parole, la funzione avverbiale precederebbe quella preposizionale lungo il gradiente di
grammaticalizzazione. Da questo punto di vista si potrebbe introdurre una direzionalità, e
riconoscere quindi un processo di transcategorizzazione, nel caso di molti lessemi
polifunzionali. Questa constatazione si fonderebbe sul presupposto essenziale che è alla base
della teoria di grammaticalizzazione e che consiste nel ritenere una importante strategia
cognitiva l’esprimere concetti complessi o astratti mediante concetti meno complessi e più
basilari. I concetti grammaticali e, dunque, le parti del discorso grammaticali, sono
tipicamente concetti astratti che, come è stato in più casi dimostrato (cfr. in proposito
Giacalone Ramat 1994), derivano quasi sempre dal dominio dei concetti concreti, ovvero dalle
parti del discorso che chiamiamo categorie lessicali (nome, verbo, aggettivo, avverbio).
Bisogna ad ogni modo tener presente che la catena di grammaticalizzazione rappresenta
innanzitutto una prospettiva diacronica: è in diacronia che individuiamo l’estremo lessicale
(ad es. l’avverbio) e l’estremo grammaticale (ad es. la preposizione). Se, d’altra parte, si
intende considerare il percorso di grammaticalizzazione come una manifestazione tanto
diacronica quanto sincronica (cfr. Heine 1992), dovrebbero risultare buoni candidati per la
conversione, piuttosto che per la multifunzionalità, solo quegli elementi che lungo il
gradiente rappresentano stadi di coesistenza di usi sincronicamente definiti (Heine 1993). Ad
esempio, nel passaggio dalla fonte lessicale al bersaglio grammaticale, solo gli stadi ambigui
o di sovrapposizione di più usi sincronici sarebbero pertinenti allo scopo
dell’identificazione di un fenomeno di conversione. Riteniamo, tuttavia, che i casi
prototipici di grammaticalizzazione siano passaggi da categorie lessicali a parole
grammaticali (cfr. Hopper & Traugott 1993), descrivibili sincronicamente come esempi di
multifunzionalità; viceversa, i passaggi da una categoria lessicale ad un’altra sono
prototipicamente fenomeni di strutturazione del lessico, ovvero processi di conversione.
14

multifunzionalità (grado 7) non è dovuta soltanto ad una diversa


interpretazione delle grammatiche descrittive. Se consideriamo coppie di
nomi-verbi in italiano, del tipo bacio - baciare, gioco - giocare, lavoro -
lavorare, sogno - sognare ecc., notiamo che esse non sono interpretabili
semanticamente in base alla regola conversiva che forma nomi d’azione
deverbali (= quarto grado di direzionalità, es. acquistare → acquisto,
rinnovare → rinnovo). In quanto a direzionalità queste coppie sono
ambigue: tanto il nome quanto il verbo possono fungere da base della
metafora morfologica. Se, d’altra parte, consideriamo una forma come ted.
zu, che funziona come preposizione (es. wir fahren zum Bahnhof ‘andiamo
alla stazione’), come avverbio (es. diese Wohnung ist zu (avv.) teuer für
uns ‘questo appartamento è troppo grande per noi’), come congiunzione (es.
es ist kaum zu glauben ‘si stenta a crederlo’) e come prefisso verbale
separabile (es. mach’ die Tür zu ‘chiudi la porta!’ ← zumachen
‘chiudere’), ci rendiamo conto che in siffatto caso un unico lessema
manifesta una molteplicità di funzioni, ovvero corrisponde a differenti
parti del discorso e non vi è modo di individuare una base di conversione
tra i suoi diversi usi.
Per rendere più chiara la differenza tra il grado sesto (ambiguità
direzionale) e il grado settimo (multifunzionalità, ovvero assenza di
direzionalità) della scala, ricorreremo al caso, non certo isolato, offerto
dal turco. In questa lingua il confine tra la categoria lessicale del nome
e quella dell’aggettivo è sottile. Lewis (1975: 53) scrive in proposito:
“If we take as a criterion of a noun the permissibility of using the plural,
case, and personal suffixes after it, or the indefinite article bir before it,
very few of the words classed as adjectives in the dictionary will be excluded.
büyük ‘big, old’, büyüklerim ‘my elders’, hasta ‘ill’, bir hasta ‘a sick man’;
[...] On the other hand, if we take as the criterion of an adjective the
permissibility of putting it in the comparative and superlative degrees, vast
numbers of nouns will be excluded. In other words, although most adjectives can
be nouns, the converse does not hold good.”

Queste considerazioni, aggiunte al fatto che numerosi aggettivi suffissati


non possono essere usati come nomi (es. ye4il-imtrak ‘verdognolo’, mill-i
‘nazionale’, bilim-sel ‘scientifico’), inducono ad escludere che il turco
possegga una relazione di multifunzionalità N-A, vale a dire un’ampia serie
di lessemi che abbiano indifferentemente la funzione nominale e
aggettivale. A nostro avviso, il rapporto tra nomi e aggettivi non solo
comporta una distinzione tra due parti del discorso autonome, ma suggerisce
di interpretare i numerosi esempi di aggettivi nominalizzati e di nomi
aggettivati 28 come manifestazioni di una conversione direzionalmente ambigua,
vale a dire una regola di conversione del sesto grado. La direzionalità non
è univoca perché, nonostante gli elementi di distinzione che sussistono tra
le due categorie lessicali, la gran parte delle regole di suffissazione fa
riferimento sia a nomi sia ad aggettivi, tanto in entrata (es. il suffisso
-lik per la formazione di nomi astratti: güzel ‘bello’ → güzel-lik
‘bellezza’, çocuk ‘bambino’ → çocuk-luk ‘infanzia’) quanto in uscita (es.
il suffisso -li per formare nomi o aggettivi che posseggono la qualità
denotata dal nome di base: 4eker ‘zucchero’ → 4eker-li ‘dolce’ sost. e agg.). Ciò
mostra come non solo il dominio della conversione, bensì l’intero sistema
di FP, si fondi su una relazione particolarmente stretta tra nomi e
aggettivi, una relazione che è direzionalmente ambigua.
D’altro canto, il rapporto che in turco lega aggettivi e avverbi è
tipicamente una relazione di multifunzionalità. Ogni aggettivo può
modificare un verbo: es. yava4 lento, lentamente’ (cfr. yava4 git ‘va’
lentamente’). Il fatto che vi sia, tra l’altro, il suffisso -ce per la
formazione di avverbi denominali (es. güzel ‘bello’ → güzelce
‘bellamente’) è un fattore che contribuisce a delimitare reciprocamente le
due categorie lessicali, aggettivo e avverbio, ma che, d’altra parte, non
smentisce l’esistenza di un’estesa multifunzionalità per una gran numero di
lessemi. In siffatti termini, la multifunzionalità è una relazione che

28 Sono esempi di sintagmi nominali con nomi in funzione aggettivale i casi di stato costrutto
non esprimenti un rapporto di annessione o specificazione ma, piuttosto, un rapporto
attributivo o qualificativo; ci riferiamo a quelle costruzioni izafet in cui il modificatore
non assume la marca di genitivo: es. devlet bankas3 ‘banca di stato, banca statale’, çoban evi ‘casa
da pastore’ (vs. çoban3n evi ‘la casa del pastore’).
15

interessa settori determinati del lessico, serie di lessemi, ma non implica


la sovrapposizione di categorie lessicali altrimenti distinte 29.
Infine, l’aver descritto le classi di nome e aggettivo in termini di
conversione direzionalmente ambigua e la parte prototipica del settore
aggettivi-avverbi in termini di relazione di multifunzionalità, costituisce
un esempio di descrizione delle parti del discorso lessicali del turco.
Esistono differenti approcci in merito 30;
alla questione della distinzione tra
le categorie lessicali di una lingua in questa sede, ci limitiamo a
ricordare come, in un tipo di approccio funzionalista, Hengeveld (1992: 47-
72) distingua tipologicamente tra lingue dotate dell’intera gamma delle
categorie lessicali e lingue che, relativamente alle categorie V, N, A,
Avv, mostrano diversi gradi di coalescenza. Questo secondo gruppo di lingue
si distingue a sua volta in lingue flessibili e lingue rigide. Le lingue
flessibili sono caratterizzate da elasticità funzionale; ad esempio, la
lingua tonga, della famiglia austronesiana, è tipicamente una lingua in cui
non vi è alcuna distinzione netta tra le quattro categorie lessicali
V/N/A/Avv, giacché ogni elemento lessicale può svolgere la funzione
prototipica di ciascuna delle quattro parti del discorso. Nelle lingue
rigide, invece, le funzioni di almeno una delle quattro categorie lessicali
sono realizzate da una o dalle altre categorie, di modo che una parte del
discorso non è rappresentata nel sistema; la lingua nordamerindiana
tuscarora, ad esempio, costituisce un caso estremo di lingua rigida, in cui
l’unica classe distinguibile morfosintatticamente e funzionalmente è quella
del verbo. Hengeveld distingue pertanto tra lingue specializzate (aventi
tutte e quattro le categorie) e lingue non specializzate (tre tipi
flessibili e tre tipi rigidi): nel complesso, sette tipi linguistici che
vanno dal massimo di flessibilità al massimo di rigidità. Le lingue dotate
di tutte e quattro le categorie lessicali distinte, come ad esempio
l’inglese, sono a metà strada tra i due estremi. In particolare, il turco
viene descritto come una lingua collocabile tra il tipo 2 (= V- N/A/Avv) e
il tipo 3 (= V - N - A/Avv) a seconda che la sola categoria del verbo si
opponga ad un’unica categoria alternativa o le due categorie di V e N
coesistano con una terza categoria i cui membri svolgano le funzioni tanto
di aggettivi quanto di avverbi. La descrizione del rapporto tra nomi e
aggettivi e tra aggettivi e avverbi che qui abbiamo proposto è assai vicina
alla classificazione di Hengeveld, sebbene mantenga inalterata per il turco
la distinzione tra le quattro categorie lessicali, in base ad una serie di
fenomeni che escludono la totale sovrapposizione 31.

5.1.2. La scala dell’identificabilità del signans della base.


Mentre la scala precedente è basata sul criterio dell’orientamento
della metafora morfologica, la scala che presentiamo in questo paragrafo si
fonda essenzialmente sul ruolo che gli affissi flessivi svolgono nelle
diverse regole di metafora morfologica. Come è stato sottolineato, gli
affissi flessivi agiscono con funzione indessicale nei confronti del

29 Escludendo il riferimento alla suffissazione zero (che, del resto, è un approccio non
anteriore a Marchand 1969, prima ediz. 1962), Bazell (1958, in Vonen 1994) ha distinto quattro
modi di intendere la conversione in inglese. Secondo Bazell una forma come call (= callV
‘chiamare’ e callN ‘chiamata’) può essere interpretata come: a) un caso di sovrapposizione tra
categorie lessicali distinte; b) un esempio di un membro di una terza categoria a sé rispetto
alle altre due ‘nome’ e ‘verbo’; c) una coppia di omonimi con funzioni distinte; d) una parola
avente un paradigma completo, in contrapposizione a paradigmi difettivi come virtue ‘virtù’
(ma *virtued) o to tong ‘usare tenaglie o molle ’(ma *a tong). Pur non soffermandoci su queste
interpretazioni, che abbiamo in gran parte discusso in Crocco Galèas (1991b), riteniamo che la
terza di esse sia appropriata come descrizione dello statuto della multifunzionalità (non
della conversione!) in quanto sovrapposizione non di classi, ma di forme tra una classe e
un’altra.
30 Per l’approccio di tipo pragmatico-discorsivo, in base al quale esistono importanti
correlazioni tra l’appartenenza ad una parte del discorso, la funzione pragmatico-discorsiva e
gli elementi morfosintattici, cfr. Hopper & Thompson (1984). Per l’approccio nozionale, che
definisce le differenze tra le categorie lessicali in termini di entità (es. individui,
eventi, ecc.), cfr. Lyons (1977: 441) o Givón (1989: 162) che introduce il concetto di
prototipicità dei membri di una determinata classe, al fine di mantenere le definizioni
semantiche. Secondo l’approccio funzionale (cfr. Dik 1989: 62) le differenze tra le varie
parti del discorso sono dovute alle funzioni prototipiche espresse nella realizzazione della
predicazione (es. un verbo prototipico ha una funzione predicativa, un aggettivo prototipico
ha una funzione attributiva, ecc.). L’approccio tradizionale, quello morfosintattico,
definisce i confini reciproci in base alla categorie morfologiche che specificano le
differenti parti del discorso.
31 Del resto, lo stesso Hengeveld (1992: 69) osserva: “The general difficulty in assigning
languages to a particular subtype is due to the fact that parts-of-speech systems are in
constant process of change. [...] Several languages can even be seen as occupying an
intermediate position within this classification”.
16

signans della base, sia che essi compaiano tanto nella fonte quanto nel
convertito, sia che essi siano presenti in uno solo dei due membri della
metafora morfologica. Il presupposto della scala dell’identificabilità del
signans consiste nell’attribuire una maggiore salienza al signans di base
là dove esso è segnalato oltre che dal contesto sintagmatico anche dalla
morfologia flessiva. Il grado più naturale della scala (in quanto
determinato da maggiore percepibilità del signans della base) è
rappresentato da quelle regole di conversione i cui membri sono entrambi
caratterizzati da morfemi flessivi propri della categoria lessicale di
ciascun componente della relazione conversiva. Il grado più innaturale
(vale a dire determinato da una scarsa o nulla percepibilità del signans
della base) è rappresentato: a) da quelle regole di conversione in cui non
ricorrono morfemi flessivi che distinguano le due categorie lessicali in
rapporto di metafora morfologica, b) da quelle relazioni di
multifunzionalità in cui tipicamente l’assenza di direzionalità
contribuisce a rendere impossibile l’identificazione di un signans che sia
detto signans di base. La scala è costituita da quattro gradi.
1° grado. Al primo grado assegniamo tutti quei casi di conversione in
cui entrambi i membri della metafora morfologica sono dotati di flessione.
Poiché a questo grado appartengono essenzialmente regole di conversione di
lingue flessive, ci limitiamo a dare come esempio la regola di formazione
di nomi deverbali del neogreco: es. lactarÓ ‘bramo’ → lactára ‘brama’, conversione
in cui il morfema lessicale lactar- è unito nella fonte alle marche
flessive della coniugazione rizoatona, mentre nel convertito assume le
desinenze di un sostantivo femminile in -a. La formula di segmentazione
morfologica della regola di conversione tipica del primo grado è la
seguente: morfema lessicale1 + morfema flessivo1 → morfema lessicale1 +
morfema flessivo2 (dove l’identità di numero sottoscritto tra la sinistra e
la destra della freccia indica l’identità dei signantia e la differenza di
numero indica morfemi flessivi differenti).
2° grado. Il secondo grado della scala è rappresentato da regole
conversive in cui solo uno dei due membri (a destra o a sinistra della
freccia di conversione) è dotato di morfemi flessivi. Si verificano due
casi. Caso a): morfema lessicale + morfema/i flessivo/i → morfema
lessicale libero. Si consideri ad esempio la conversione di nomi deverbali
d’azione in urdu: mar-na ‘colpire’ → mar ‘colpo’ (Platts 1967: 203). La base è
l’infinito del verbo: il lessema è pertanto scomponibile in una radice /ma:r-/
e un morfo flessivo /-na:/. Il convertito (mar) è un nome morfologicamente
non segmentabile, poiché conserva del signans della base solo il morfema
lessicale in quanto morfema libero. Un esempio analogo è dato dalla
nominalizzazione di aggettivi in francese, dove la base è masch. sg. (vs.
femm. sg.) e il risultato della conversione è un nome astratto: es. fr.
essentiel (vs. essentielle) → (l’) essentiel. Caso b): morfema lessicale
libero → morfema lessicale legato + morfema/i flessivo/i. In ocuilteco i
verbi denominali e deaggettivali sono forme complesse che hanno, tuttavia,
per base, un morfema lessicale libero: es. ce ‘freddo’ → li-ceci ‘raffreddalo!’,
m66 ‘buco’ → li-m66ci ‘perforalo!’. In yawelmani (lingua nordamerindiana) verbi
denominali sono ottenuti mediante l’aggiunta di affissi flessivi al morfema
lessicale libero nominale: es. ?inmitak ‘gelosia’ → ?inmitkaajin ‘diventò geloso’
(Bennet Archangeli 1984: 322).
3° grado. Al terzo grado attribuiamo le metafore morfologiche che
mostrano nei loro membri una flessione che ha per base una parola, ossia
una forma facente parte del paradigma dell’una e dell’altra categoria
lessicale in conversione. Si ha, pertanto, Grundformflexion in
contrapposizione a Stammflexion del primo e del secondo grado.
Distinguiamo, in particolare, tre sottotipi. A) L’esempio tipico della
conversione dotata di flessione della forma base è quello dei verbi
denominali (es. ing. butter ‘burro’ → to butter ‘imburrare’) e dei nomi
deverbali (es. ing. to walk ‘camminare’ → walk ‘camminata’) dell’inglese.
B) Si ha ugualmente un caso di Grundformflexion quando il processo di
transcategorizzazione non comporta un cambiamento della flessione
dell’uscita rispetto all’entrata. In neogreco i nomi deaggettivali hanno la
stessa flessione dell’aggettivo di base: es. chmikóV ‘chimico’ (agg.) →
chmikóV ‘chimico, lo studioso di chimica’ (sost.). Qui la flessione
aggettivale e quella sostantivale coincidono; si può pertanto considerare
questa conversione del neogreco equivalente a una conversione di una forma
base che svolge un ruolo nei paradigmi flessivi di entrambi i componenti
17

della regola. A differenza del sottotipo a), tuttavia, l’identificabilità


del signans della base è minore perché vi è identità di tutte le forme
flessive dell’input e dell’output. C) Infine, si ha una conversione con
minore percepibilità della base, in contrapposizione al convertito, nel
caso del fr. calmant ‘calmante’ (forma del part. pres. del verbo calmer) →
(un) calmant. In siffatta regola di conversione la base è una forma di un
paradigma verbale, mentre l’esito della conversione è un sostantivo che
mostra un’unica forma tanto per il singolare quanto per il plurale. Questo
terzo sottotipo di Grundformflexion è il più debole in quanto a
identificabilità del signans della base.
4° grado. Quando l’intero signans in entrata si converte in una nuova
categoria lessicale in uscita e non vi è alcuna presenza di flessione che
nel convertito agisca indessicalmente nei confronti del signans della base,
l’identificabilità è resa impossibile. Riconosciamo come rappresentanti del
quarto grado della scala fondamentalmente due sottotipi. Il primo può
essere esemplificato in almeno tre modi. La formula di segmentazione
morfologica è, rispettivamente, la seguente: 1) morfema lessicale libero →
morfema lessicale libero; 2) morfema lessicale1 + morfema/i flessivo/i1→
forma inanalizzabile; 3) morfema lessicale1 + morfema/i flessivo/i1 →
morfema lessicale1 + morfema/i flessivo/i1. Questi tre casi non sono in
ordine decrescente di identificabilità, giacché tutte le regole
attribuibili al primo sottotipo del quarto grado della scala sono opache in
quanto a identificabilità del signans della base. Il caso 1) è dato, ad
esempio, dalla lingua maya palenque 32, nella quale alcuni geroglifici
rappresentanti forme verbali ricorrono talora con funzione di nome: es. laj
‘finire’ → laj lett. ‘completamento’ = mese (Macri 1988: 157). Il caso 2)
è presente in varie lingue del nostro corpus; in navajo, ad esempio, i
verbi alla 3a pers. sg. si convertono regolarmente in nomi, es. na’anish
‘lavora’ → na’anish ‘progetto di lavoro’ (Young & Morgan 1980: 12). Per il
caso 3) si veda la formazione di avverbi deaggettivali in neogreco: es.
ÉsucoV ‘tranquillo’ → Ésuca ‘tranquillamente’, dove formalmente l’avverbio
corrisponde al caso retto del neutro plurale dell’aggettivo. Il risultato
della conversione coincide con una forma del paradigma dell’aggettivo; si
potrebbe osservare che la funzione indessicale del suffisso flessivo è la
stessa nella fonte della conversione e nel convertito. Si avrebbe pertanto
un caso analogo a quello del sottotipo chmikóV del terzo grado della scala.
In Ésuca non si ha tuttavia una Grundformflexion in quanto l’avverbio,
considerato in se stesso, non ha morfema flessivo. Ciò che è flessivo e ha
dunque funzione indessicale nella base, non è flessivo, né tantomeno
derivativo nel convertito 33. Il secondo sottotipo del grado 4 di questa scala
è rappresentato dai casi di ambiguità direzionale (es. nome-aggettivo in
turco = grado 6 della scala di direzionalità) o di multifunzionalità (grado
7 della scala di direzionalità); in proposito si considerino quei morfemi
lessicali che in quechua ecuadoriano ricorrono flessi come nomi o come
verbi: es. pampa ‘campo’ 34 (cfr. pampa.pak ‘per il campo) e pampa.ju.n ‘sta
coprendo, sta seppellendo’ (Carpenter 1982: 123).
5.1.3. La scala dell’interazione morfologia/sintassi.
Nella definizione di metafora morfologica (vd. supra § 5.) uno dei
due aspetti essenziali è la diversità di combinabilità sintagmatica del
signans della base e del signans del convertito. Ne consegue che il
contesto morfosintattico costituisce l’indice primario nei confronti della
metafora morfologica. La scala a tre gradi che qui proponiamo si fonda sul
presupposto che una metafora morfologica sia tanto più metaforica, ovvero
più naturale rispetto al principio di metaforicità, quanto più diretto è il
contesto morfosintattico che la determina. Va osservato, tuttavia, che
comun denominatore di tutte le metafore morfologiche, relative a ciascun
grado di questa scala, è il cambiamento della combinabilità sintagmatica

32 Palenque è una zona archeologica dello stato di Chiapas, in Messico, dove sono state
rinvenute iscrizioni geroglifiche risalenti ad un periodo tra 600 e 800 a. C., solitamente
noto come periodo tardo-classico della civiltà Maya.
33 Questo caso di opacità del signans della base nel convertito non va confuso con il tipo
ngr. chmikóV del grado 3. Nella formazione del sostantivo deaggettivale (chmikóV) si ha
conversione di una forma base (il nomin. masch. sg. dell’aggettivo) che presenta flessione
identica – ma pur sempre flessione con ruolo di indice – nel nome convertito. Nell’avverbio
deaggettivale Ésuca, invece, -a non è né morfema flessivo né morfema derivazionale. La regola
di conversione in questione potrebbe essere formulata nel seguente modo: ‘per formare avverbi
deaggettivali prendi la forma del neutro plurale dell’aggettivo e adoperala come avverbio’.
34 Quando ha funzione di nome la radice può presentarsi come morfema lessicale libero.
18

tra l’entrata e l’uscita della conversione. Tale cambiamento costituisce


l’indice primario nei confronti del morfema lessicale; le marche flessive,
viceversa, rappresentano l’indice secondario o ridondante. La scala
dell’interazione morfologia/sintassi è pertanto inversa alla precedente
scala di identificabilità del signans della base. Nella scala in § 5.1.2.,
infatti, la ridondanza di indessicalità (cioè la presenza di marche
flessive) è considerata ottimale ai fini della salienza formale della base.
Nella scala di questa sezione, viceversa, il contesto sintagmatico viene
interpretato come il criterio essenziale per distinguere in modo metaforico
(ovvero, senza alcun intervento sul versante della forma) tra i due membri
della conversione. Il primo grado della scala corrisponde pertanto a quelle
metafore morfologiche in cui la sola combinabilità sintagmatica ha funzione
indessicale nei confronti della transcategorizzazione, ma né parole
funzionali né affissi o processi flessivi intervengono in concomitanza. Il
secondo grado manifesta il cambiamento di collocazione sintagmatica
attraverso l’immediato contesto morfosintattico, vale a dire con la
presenza di determinanti, preposizioni, classificatori. Il terzo grado,
infine, indica o sottolinea la modificazione di collocazione non soltanto
attraverso eventuali parole funzionali ma, soprattutto, mediante morfemi
flessivi.
1° grado. Al primo grado della scala assegniamo metafore morfologiche
il cui convertito si distingue morfosintatticamente solo attraverso una
differente collocazione sintagmatica. In pawni, come in altre lingue del
nostroa corpus, i nomi convertiti deverbali hanno per base una forma flessa
(la 3 pers. sg. del pres.) che transcategorizza il suo intero signans; in
particolare, in pawni i verbi attivi, la cui sequenza morfematica è
segmentabile in una radice e un suffisso aspettuale (in genere
l’imperfettivo), costituiscono la base per nomi che presentano identità di
signans: es. /kic+kariwi+hus/ ‘egli voga con la pagaia’ → /kickawiriwu/
‘pagaia, remo’ (Parks 1976: 117). In siffatti casi solo la diversa
collocabilità sintagmatica identifica il nome convertito. In genere, le
lingue dotate di un sistema flessionale scarsamente articolato affidano al
contesto sintagmatico la differenziazione morfosintattica della metafora
morfologica. In tokelau, lingua polinesiana con flessione verbale
costituita da non più di tre suffissi (il cui statuto è peraltro
discutibile, cfr. Hooper 1986, Vonen 1993: 168-172), i verbi denominali o
deaggettivali ottenuti per conversione sono regole del primo grado della
scala: es. tok. tamana ‘padre’ → tamana ‘chiamare qualcuno ‘padre’;
trattare qualcuno come padre’. Si consideri il seguente esempio (Vonen
1994: 169):

Kua tamana ki matou ki ei


incoat. padre noi prep. ogg. indir. anafor.
‘Noi ora lo chiamiamo ‘padre’’
Anche le relazioni di multifunzionalità appartengono a questo grado della
scala. Ad esempio, la differenza tra preposizioni e avverbi omofoni e
omonimi è semplicemente dovuta al contesto sintagmatico.
2° grado. Il secondo grado della scala è dato da tutte quelle regole
conversive in cui la presenza di un determinante, di un pronome, di un
clitico o di un classificatore differenzia il contesto morfosintattico tra
base e convertito. Valgano alcuni esempi in proposito. In albanese, nella
conversione di nomi deaggettivali, la base, ovvero l’aggettivo
qualificativo, ha un articolo preposto proclitico (es. i butë ‘tenero’) e
il nome, nella forma determinata, ha un articolo posposto enclitico (but-i
‘la polpa’). In kuseia la formazione di nomi astratti deaggettivali è, dal
punto di vista della scala dell’identificabilità del signans, un tipo
‘morfema lessicale libero → morfema lessicale libero’ del quarto grado, ma
il nome convertito è sempre accompagnato dal determinante uh: es. wo
‘buono’ → wo uh ‘il buono’. In dakota ogni verbo può essere convertito in
nomen actionis dotato di articolo enclitico: es. waihaNgya ‘distruggere’ →
waihaNgyapi ‘la distruzione’, écoN ‘fare’ → écoNpi ‘il fare, l’azione’ (Riggs
1893/1976: 41). Nel dialetto albanese di Salamis (Grecia) il neutro dei
participi sostantivati funziona come nome d’azione e per lo più, in quanto
sostantivo, è accompagnato dalle preposizioni p.r ‘per’ e me ‘con’; si veda, ad
esempio, la seguente frase (Häbler 1965: 152):

'pYaku 'iS p.r t.-'vdekur.


19

il vecchio era per (= vicino) (alla) morte


‘il vecchio stava per morire’

dove t.-'vdekur. è il participio neutro del verbo ‘morire’ preceduto


dall’articolo preposto t.. Il maung (lingua austronesiana dell’isola di
Goulbourn a nord dell’Australia) dispone di pochi processi produttivi per
la formazione di nomi; esiste tuttavia una conversione (del primo grado
della scala di direzionalità e del quarto grado della scala
dell’identificabilità del signans) in base alla quale la forma verbale
flessa resta inalterata e, in uscita, è preceduta da un classificatore o da
una marca locativa: es. maniwanburinj ‘legò (la canoa)’ → dugaba
maniwanburinj ‘il posto in cui ha legato la canoa’ (dove dugaba = ‘là’;
Capell & Hinch 1970: 55). Nel seguente esempio kusaie il verbo intransitivo
som ‘andare’ viene usato come nome, essendo morfosintatticamente modificato
dal numerale se ‘uno’ e dal classificatore lal: Sepe el engakin som se lal
ah ‘Sepe è fiera della sua andata’. lal in som se lal ah indica
‘colui/colei’ che sta andando (Kee-Dong 1975: 230). In molte lingue i nomi
astratti, esito di conversione di aggettivi qualificativi, sono tipicamente
riconoscibili come tali dalla presenza dell’articolo determinativo; in
particolare, in spagnolo tali aggettivi nominalizzati hanno la forma neutra
dell’articolo: bueno ‘buono’ → lo (vs. el / la) bueno ‘il buono’ (cfr.
Alcina Franch & Blecua 1994: 568-572).
3° grado. Il terzo grado della scala è costituito dalle regole di
conversione in cui la funzione indessicale non è svolta (o non
esclusivamente) da determinanti, clitici, classificatori o preposizioni,
bensì da marche flessive. In italiano, ad esempio, la formazione di verbi
denominali (es. omaggio → omaggiare) è una regola la cui uscita si
caratterizza attraverso marche flessive; viceversa, la formazione
inversamente orientata di nomi d’azione (es. autenticare → autentica) è,
in quanto a tratti morfosintattici, una regola del primo grado. Al grado 3
appartengono, in genere, i verbi denominali delle lingue flessive (es. ted.
Schriftsteller ‘scrittore’ → schriftstellr-n ‘fare lo scrittore,
comportarsi da scrittore’).

5.1.4. La scala del cambiamento del signatum.


In § 5. abbiamo proposto come parte integrante della definizione di
conversione o metafora morfologica il fatto che il signatum della parola
convertita sia determinato sintagmaticamente rispetto alla base. Con ciò
sosteniamo che l’operazione metaforica che si configura nella dimensione
sintagmatica implichi un cambiamento delle proprietà paradigmatiche
dell’input: questo cambiamento, che è cambiamento del signatum, equivale
alla formazione di una parola nuova (necessariamente con categoria
35)
lessicale diversa dall’input , la quale ha con la base un rapporto semantico
e di conversione. Per signatum intendiamo il significato lessicale, la
categoria lessicale e i tratti ad essa associati. Una regola di conversione
è estremamente metaforica quando, oltre al cambio della categoria e dei
tratti sintattici mostra un cambiamento del significato lessicale. Il
‘quantum’ di cambiamento si presenta graduabile lungo una scala, il cui
grado più naturale è costituito da regole di conversione in cui la
semantica dell’uscita sia un cambiamento pieno; l’ultimo grado della scala
è viceversa rappresentato da fenomeni di conversione o da relazioni di
multifunzionalità semanticamente vuoti. Nei termini di Pounder (1988) la
regola semantica di un’operazione di conversione può risultare piena o
vuota 36. In questo paragrafo illustreremo, attraverso i dati di varie lingue,

35 Nel corpus di lingue esaminato non è presente alcun caso di metafora morfologica in cui la
categoria lessicale del convertito sia la stessa di quella della base (cfr. ad esempio it.
fornoN → fornaioN). La non-identità della categoria lessicale tra entrata e uscita della
regola è una condizione necessaria dell’operazione morfologica di conversione. Dal momento che
non vi è alcuna evidenza diretta (di tipo affissale o di altro genere) per poter affermare
quale delle due parole coinvolte nella relazione di conversione sia morfologicamente più
complessa dell’altra, la diversità di signatum (intendendo con esso oltre al significato
lessicale anche la categoria lessicale, i tratti sintattici e la struttura argomentale) è
condizione necessaria e sufficiente perché si abbia la formazione di una parola nuova.
36 Pounder (1988) distingue in ogni operazione morfologica tre regole: una formale, una
semantica e una sintattica. In base a questa articolazione la conversione può essere definita
come una tecnica morfologica contraddistinta da: a) una regola sintattica non-zero, in quanto
la transcategorizzazione determina un cambiamento di categoria lessicale e anche di tratti
sintattici; b) una regola formale zero, perché il signans della base non viene modificato se
20

come il versante semantico del signatum di una metafora morfologica possa


mostrare almeno un ulteriore grado di cambiamento oltre il valore 1 e il
valore zero.
1° grado. Posto che in ogni regola di conversione una parte del
signatum è immancabilmente modificata (ossia la categoria lessicale e i
tratti sintattici), al primo grado della scala del cambiamento del signatum
attribuiamo le regole di conversione che mostrano una semantica piena ma
non prevedibile, non riconducibile ad una matrice o ad uno schema. Queste
regole sono descrivibili semanticamente come scarti semantici di tipo
metaforico (intendendo qui la metafora semantica o tropo). Dal punto di
vista del significato le metafore morfologiche del primo grado sono molto
simili alle metafore semantiche. Ricordiamo che le caratteristiche delle
metafore semantiche e morfologiche sono la precisione, l’immediatezza e la
sorpresa. In una metafora morfologica con considerevole cambiamento del
significato lessicale la sorpresa è appunto lo scarto metaforico tra senso
letterale e senso traslato o, più esattamente, tra significato dell’entrata
e significato dell’uscita della regola. Il polo naturale della scala si ha
quando il cambiamento semantico, essendo impredicibile, è maggiormente
informativo: quindi, metaforico 37. I casi più significativi di metafore
morfologiche con semantica metaforica sono dati dalla lingua hupa in cui
ogni verbo alla 3a pers. sg. della voce attiva o passiva può convertirsi in
nome: es. naiya ‘viene giù’ → naiya ‘pioggia’, nakedilyai ‘pendono da entrambe le
parti’ → nakedilyai ‘perline’, nillin ‘scorre’ → nillin ‘ruscello’, nundil ‘vengono giù’
→ nundil ‘neve’, tesdeL ‘vennero’ → tesdeL ‘brina, calaverna’, yaikyuwiltats
‘sono stati tagliati in strisce’ → yaikyuwiltats ‘coperta’ (Goddard 1964: 21).
In navajo i verbi che formano nomi possono essere accompagnati dal pronome
soggetto di 3a pers. sg. neutro, dal pronome soggetto di 3a pers. indefinito
e possono essere solo delle forme verbali di 3a pers. sg. senza pronome.
Indipendentemente dalla base il significato dei nomi ottenuti per
conversione è spesso metaforico: es. nahaghá (dove -ghá è il verbo) ‘esso
si muove’ → nahaghá ‘religione’, 'e'e'aah ‘qualcosa di rotondo esce fuori di
vista’ → 'e'e'aah ‘ovest’, na'aldloosh ‘qualcosa va su tutte e quattro’ →
na'aldloosh ‘quadrupede’, 'ólta ‘qualcuno conta, legge’ → 'ólta ‘scuola’,
nááhai ‘inverno ritornato’ → nááhai ‘anno’ (Young & Morgan 1980: 12). In
albanese la conversione di nomi deaggettivali mostra una semantica
lessicale di tipo metaforico: es. i njome ‘tenero’ → njome ‘bambino,
bambina’, e madhe ‘grande’ → madhe ‘nonna’, e shkurtë → shkurtë ‘quaglia’
(Ressuli 1985: 137). Un’altra regola di conversione con semantica
impredicibile in albanese è la formazione di aggettivi da participi
passati: es. çthurur ‘districato’ → i çthurur ‘sfrenato, indisciplinato’,
dëgjuar ‘sentito, udito’ → i dëgjuar ‘famoso, celebre’, lëshuar ‘lasciato’
→ i lëshuar ‘trascurato, licenzioso’ (Ressuli 1985: 213-214).
2° grado. Al secondo grado della scala sono ascrivibili numerosi tipi
di regole caratterizzate da una semantica regolare, dunque, prevedibile, in
quanto riconducibile ad una matrice. Il grado di informatività o salienza
semantica è minore. In kusaie i verbi intransitivi convertiti in nome hanno
un significato di azione verbale o di risultativo: es. owo ‘lavare’ → owo
‘lavaggio’, patpuht ‘martellare’ → patpuht ‘martellamento’. Ancora in
kusaie, i verbi intransitivi possono formare aggettivi che descrivono
l’occupazione di una persona: es. pahthur ‘pescare’ → pahthur ‘pescatore’
38

non da affissi flessivi che appartengono alla categoria lessicale in uscita; c) una regola
semantica che può essere sia piena, cioè con un cambiamento del signatum che non si limiti
solo al passaggio categoriale (es. olio → oliare, tipico verbo dell’oggetto collocato secondo
la classificazione semantica dei verbi denominali convertiti di Clark & Clark 1979), sia zero
(es. potere → (il) potere).
37 Secondo la MN una regola morfologica il cui significato sia impredicibile è assai
innaturale; viceversa, un cambiamento semantico-lessicale regolare è naturale. Schwarze (vd.
Mayo et al. 1995) e il suo gruppo ritengono allo stesso modo di poter rinvenire molte più
regolarità nella semantica della FP di quanto non appaia ad un primo esame. Aggiungono però
che in molti casi la relazione tra semantica e significato lessicalizzato resta oscura. Da
parte nostra, abbiamo notato che soprattutto le lingue che mostrano metafore morfologiche
unidirezionali, vale a dire le transcategorizzazioni del primo grado della scala di
direzionalità, rivelano una semantica conversiva impredicibile o non assegnabile ad uno schema
preciso. Questo tratto ci sembra una conseguenza propria della ‘sopresa’ ingenerata dal
parallelismo o dalla somiglianza che una metafora semantica pone in luce: un effetto che è
ottenuto tramite la sola ridefinizione del contesto sintagmatico.
38 Si tratta di verbi intransitivi che possono modificare un nome testa in un sintagma
nominale alla stessa stregua di aggettivi.
21

(Kee-Dong 1975: 231). Il tokelau ha molti schemi semantici di conversione


simili a quelli dell’inglese; ad esempio, è molto produttiva la formazione
di verbi transitivi strumentali denominali che denotano azioni in cui il
nome base ha ruolo di strumento: hikulu ‘vite’ → hikulu ‘avvitare’, pine
‘spillo’ → pine ‘appuntare con uno spillo’ (cfr. ing. screw ‘vite’ → to
screw ‘avvitare’, pin ‘spillo’ → to pin ‘spillare, appuntare con uno
spillo’). In italiano i verbi denominali d’azione o risultativi possono
essere espressi oltre che per suffissazione anche per conversione (es.
diffidare → diffida, verificare → verifica).
3° grado. Il terzo grado della scala corrisponde alle metafore
morfologiche il cui significato è legato alla sola transcategorizzazione.
In genere tutti gli aggettivi qualificativi che si nominalizzano formano
dei nomi astratti denotanti la qualità espressa dall’aggettivo di base (es.
basco zabal ‘largo’ → zabal ‘larghezza’, it. bello → il bello, kusaie
kuluk ‘cattivo’ → kuluk ‘cattiveria’). Gli aggettivi usati come avverbi
cambiano la categoria lessicale e la collocazione sintagmatica, ma
semanticamente rappresentano regole vuote (es. alb. i ashpër ‘aspro’ →
ashpër ‘aspramente’, basco zuzen ‘giusto’ → zuzen ‘giustamente’, kusaie
kahlwem ‘chiaro’ → kahlwem ‘chiaramente’). Ci sono non pochi casi di
nominalizzazioni deverbali (es. navajo da'atsaah ‘qualcuno è malato’ →
da'atsaah ‘malattia’, zarma à mí:là ‘egli ha pensato’ → à mí:là
‘pensiero’) che non comportano un cambiamento semantico. Viceversa, le
verbalizzazioni denominali comportano
39
‘molta’ semantica’, peraltro non
sempre riconducibile ad una matrice .
5.1.5. Sintesi.
Le quattro scale di metaforicità che sono state presentate si fondano
su criteri direttamente derivati dalla definizione di metafora morfologica
data in § 5. e che qui riassumiamo per comodità: la metafora morfologica (o
conversione) è una tecnica di FP (alla stessa stregua di derivazione e
composizione) che sussume varie regole, tutte comunque caratterizzate: a)
dall’identità di signans tra entrata e uscita e b) dalla funzione
indessicale del contesto sintagmatico nei confronti del signatum
convertito. Questa definizione è stata ulteriormente specificata, dal
momento che l’identità di signans consiste essenzialmente nell’identità di
morfema lessicale e nell’assenza di qualsiasi mezzo derivativo che
distingua la base dal convertito.
Una prima conseguenza, legata alla natura stessa di siffatta tecnica
di FP, comporta l’identificazione della direzionalità di una regola di
metafora morfologica. Nonostante il signans dell’esito di una conversione
non sia morfotatticamente complesso rispetto alla base, la direzionalità è
purtuttavia assegnabile secondo vari criteri che, posti in dimensione
scalare, costituiscono il gradiente della direzionalità; ad esso sono
attribuibili sette gradi che vanno da un massimo di naturalezza metaforica
ad un minimo di metaforicità. La scala di direzionalità è rappresentabile
nel seguente modo:
1) transcategorizzazione di parola flessa (es. alb. dhen ‘piall-o/-
i/-a’ sg. pres. indic. → dhen ‘scheggia’);
2) criterio formale (es. ol. telex ‘telex’ → telex ‘mandare un
telex’);
3) assenza di regola di conversione direzionalmente inversa e/o
presenza di altre regole di FP (es. di suffissazione), che abbiano la
stessa direzionalità della regola di conversione (es. it. calmo →
calmare);
4) criterio/i semantico/i (es. ing. saw ‘sega’ → to saw ‘segare’);
5) opacità direzionale, ovvero ruolo non sistematico dei criteri
semantici (es. lat. volg. pugnare ‘combattere’ → pugna ‘battaglia’);
6) ambiguità direzionale (es. ing. hate ‘odio’ → /← to hate
‘odiare’);

39 Valga come esempio il caso dei verbi denominali transitivi dell’estone (Tauli 1973: 167)
che sono in gran parte, ma non interamente, assegnabili ad una classificazione semantica
simile a quella proposta per i verbi denominali dell’inglese da Clark & Clark (1979): est.
`värv ‘colore, pittura’ → `värvima ‘pitturare’ (verbo dell’oggetto collocato), kamm ‘pettine’
→ `kammima ‘pettinare’ (verbo strumentale).
22

7) multifunzionalità o assenza di direzionalità (es. turc. yava4 =


A/Avv ‘lento; lentamente’).
Questa scala è costruita in modo tale che il suo polo naturale coincida con
la massima chiarezza direzionale, la quale è una conseguenza del mutato
contesto sintagmatico tra fonte e risultato della conversione. Il polo
innaturale, viceversa, è dato dall’assenza di direzionalità, ovvero dalla
polisemia, una relazione lessicale che tuttavia non è parte del sistema
della FP di una lingua.
Data la non complessità morfotattica del signans convertito, altra
conseguenza della definizione di metafora morfologica è l’identificabilità
del signans della base. La scala che ne deriva è legata al criterio della
salienza percettiva del signans; tale salienza morfotattica è tanto
maggiore quanto più ridondante è la funzione di indessicalità, ossia quando
agisce da indice della metafora morfologica non solo il contesto
sintagmatico ma anche la presenza di morfemi flessivi. La scala che abbiamo
proposto è così sintetizzabile:
1) Stammflexion in entrambi i membri della conversione (es. ngr.
lactarÓ ‘bramo’ → lactára ‘brama’);
2) Stammflexion solo in uno dei due membri della conversione; caso a)
urdu marna ‘colpire’ infin. → mar ‘colpo’; caso b) ocuil. ce (A) ‘freddo’ → li-
ceci ‘raffreddalo’ (V);
3) Grundformflexion:
a) ing. to walk ‘camminare’ → walk ‘camminata’;
b) ngr. chmikóV (A) ‘chimico’ → chmikóV (N) ‘chimico, studioso di
chimica’;
c) fr. calmant (V, part. pres.) ‘calmante’ → (un) calmant ‘un calmante’;
4) Sottotipo A): base = convertito:
a) maya laj ‘completare’ → laj ‘completamento’
b) navajo na’anish (V) ‘lavora’ → na’anish ‘(N) progetto di lavoro’
c) ngr. ÉsucoV ‘tranquillo’ → Ésuca (= neutro pl. dell’agg.)
‘tranquillamente’;
Sottotipo B):
a) ambiguità direzionale (es. A-N in turco büyük ‘grande’);
b) multifunzionalità (v. grado 7 della scala di direzionalità).
La scala di identificabilità del signans della base ha il suo polo naturale
nelle forme di metafore morfologiche indessicalmente ridondanti; il suo
polo innaturale coincide tanto con le metafore morfologiche prive di
morfemi flessivi indessicali quanto con la multifunzionalità.
Se si considera il ruolo dell’interazione morfologia/sintassi nel
distinguere tra base e convertito, risulta la seguente scala, il cui polo
naturale è dato da regole di conversione in cui la dimensione sintagmatica
agisce unicamente attraverso la differenziazione di collocabilità
sintagmatica; il polo opposto, viceversa, è ulteriormente caratterizzato
dalla funzione differenziatrice della morfologia flessiva. La scala è a tre
gradi:

1) contesto sintagmatico (es. tokelau tamana ‘padre’ → tamana


‘chiamare qualcuno padre’);
2) contesto sintagmatico + parola grammaticale (es. kuseia wo ‘buono’
→ wo uh [= classific.] ‘il buono’);
3) contesto sintagmatico + (parola grammaticale) + morfemi flessivi
(es. it. omaggio → omaggiare).

Il primo grado di questa scala, il disambiguamento sintagmatico, è il più


metaforico, in quanto solo la dimensione sintagmatica agisce con funzione
distintiva nei confronti dei due membri della regola conversiva.
La quarta scala proposta si riferisce al cambiamento, attraverso la
conversione, di quella parte del signatum che è il contenuto o significato
lessicale. La scala si basa sulla salienza semantica o ridondanza di
informatività:
1) semantica impredicibile (es. hupa nakedilyai ‘pendono da entrambe
le parti’ → nakedilyai ‘perline’);
2) semantica riconducibile ad una matrice o schema (es. it. nomina
actionis deverbali verificare → verifica);
23

3) semantica zero (es. nomi astratti deaggettivali it. bello → il


bello).
Un cambiamento di significato impredicibile è più vicino al tipo di
cambiamento metaforico per definizione: dal senso letterale al senso
traslato.
Le quattro scale non sono sovrapponibili, vale a dire non coincidono
nei loro gradi. In particolare, va osservato che il grado più naturale
della scala di direzionalità (scala I) corrisponde al grado più innaturale
della scala dell’identificabilità del signans della base (scala II). Ciò
che è più trasparente dal punto di vista dell’orientamento (= la parola
flessa direttamente transcategorizzata) è al tempo stesso estremamente poco
metaforico dal punto di vista della scala II. D’altra parte, il secondo
sottotipo innaturale, quarto grado della scala II (ambiguità direzionale e
multifunzionalità), coincide con i gradi più bassi della scala I, a
ulteriore conferma del fatto che l’ambiguità o l’assenza di direzionalità
non sono relazioni lessicali ottimali né in base alla direzionalità né in
base all’identificabilità del signans. Il primo grado della scala
dell’interazione morfologia/sintassi (scala III) corrisponde al grado 1
della scala I e al grado 4 della scala II, in quanto ciò che è
direzionalmente chiaro e, al tempo stesso, opaco per identificabilità della
base, è naturale, ossia metaforico nella scala III. Infine, i gradi
intermedi della scala I (gradi 2, 3, 4, 5) coincidono sostanzialmente con i
primi tre gradi della scala 2 e con i gradi 2 e 3 della scala III. La scala
del cambiamento del signatum (scala IV), essendo una parametrizzazione di
ordine semantico, non è comparabile con le precedenti tre scale.
Dal confronto tra le varie scale è possibile verificare le previsioni
espresse in § 5., che consistono nell’individuazione della metafora
morfologica prototipica e nell’assegnazione di un preciso ruolo alla
morfologia flessiva nelle regole di conversione che ne sono provviste. In
base alla direzionalità (scala I), la metafora prototipica non coincide con
un morfema lessicale libero, bensì con una parola complessa (nella
fattispecie flessa) che si converte senza mutamento di signans in un’altra
categoria lessicale. Inoltre, in linea con il parametro di direzionalità,
la presenza di criteri formali (non necessariamente flessivi) è più
naturale del ricorso ai soli criteri semantici. In base
all’identificabilità del signans della base risulta che la morfologia
flessiva è un indice migliore rispetto alla flessione di una forma base
(Grundformflexion) e all’assenza di indessicalità di marche flessive. È
tuttavia nella scala III (interazione morfologia/sintassi) che prevalgono,
in quanto a naturalezza, le metafore morfologiche prive di morfemi flessivi
che ricorrono al solo disambiguamento sintagmatico per l’identificazione
dei due membri della relazione conversiva. In conclusione, solo la prima
delle quattro previsioni formulate nella sezione 5. del presente lavoro non
trova riscontro nell’analisi dei dati. Nel complesso, possiamo affermare
che la conversione appare interlinguisticamente assai varia e i criteri in
gioco inducono ad una rappresentazione articolata delle diverse variabili
co-occorrenti.
In ultimo, sottolineiamo che le interrelazioni tra le diverse scale
di metaforicità consentono di prevedere che una metafora morfologica
assolutamente naturale, ovvero più metaforica o prototipica, sia una regola
che si colloca sul primo grado rispettivamente della scala I
(direzionalità), della scala III (interazione morfologia/sintassi) e della
scala IV (cambiamento del signatum). Data la definizione del criterio della
scala II (identificabilità del signans della base), è necessariamente
escluso che una metafora prototipica possa al tempo stesso essere una
regola del primo grado della scala II: ciò è dovuto essenzialmente al
ribaltamento dei poli opposti tra la scala I e la scala II. Le formazioni
di nomi deverbali in hupa sono, ad esempio, un caso di metafora morfologica
assolutamente chiara in quanto a direzionalità, che realizza il
disambiguamento sintagmatico solo attraverso la differente collocabilità
sintagmatica e mostra una semantica di natura metaforica, ossia largamente
impredicibile. Sulla scala II, tuttavia, questa regola di nominalizzazione
corrisponde al sottotipo a2) del quarto grado, ovvero l’ultimo grado.

6. Conclusioni.
Le scale di metaforicità che abbiamo proposto sono state elaborate
sulla base di un corpus di lingue che rappresenta tutte le caratteristiche
24

salienti delle varie regole di conversione. In modo dialettico le quattro


scale contribuiscono alla valutazione dei diversi fattori di metaforicità
che caratterizzano una metafora morfologica.
Infine, pur considerando la diagrammaticità il principio/parametro
centrale del componente morfologico, è possibile opporre ad esso un
principio di metaforicità che coesiste con gli altri principi del
metalivello semiotico della MN. La conversione viene pertanto valutata come
processo non innaturale, bensì dotato di una sua autonomia e di una sua
funzione rispetto alle altre tecniche di FP.

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Summary
This paper deals with the morphological technique of conversion on the
basis of the theoretical model of Natural Morphology (NM). According to the
latter, conversion is unnatural from the point of view of a number of
morphological naturalness parameters (above all diagrammaticity).
Therefore, proponents of NM have often predicted that this technique should
be very rare and unproductive in the natural languages. On the contrary,
data from different languages and language types show the existence and, in
many cases, the productivity of the rules of conversion.
Starting from the above premise, the author of this article suggests
a new definition of conversion, which may be compatible with an adequate
parameter of the semiotic metalevel of NM other than diagrammaticity.
Conversion is traditionally interpreted in two alternative ways:
1) one and the same word is viewed as being characterised by a double
morphosyntactic function;
2) two homophonous words are conceived as derivationally related
without the addition of any affix (ex. hammerN → hammerV).
According to definition 1., hammer is a single word belonging to two
different lexical categories, N and V. According to definition 2., hammerN
and hammerV are two distinct words, which are morphologically and
semantically related by the addition of a so-called zero-morph. Both
interpretations are rejected and the aim of this contribution is therefore
summarisable in the following four points.
1) The status of conversion within the morphological component is
discussed. On the basis of some previous papers by the same author, it is
argued that conversion is an autonomous technique of word-formation
alongside with derivation and composition. In particular, conversion is
interpretable as a morphological operation realised by a variety of rules
depending on the language specific system and the morphological type.
28

2) A new definition of conversion is put forward, by analogy with the


semantic mechanism of metaphor. In fact, in analysing the two essential
aspects of any conversive rule, it is possible to stress a remarkable
similarity between morphological conversion and metaphor. Both phenomena
consist in a signans which remains basically unchanged from input to output
and, on the other hand, an output signatum which is syntagmatically
recognizable in relation to the base. These two features suit the
description of both conversion and metaphor. On the one hand, speaking of
an unchanged signans means that a converted word shows neither a
derivational affix (not even a zero-affix) nor any modification, such as
apophony, metaphony, introflection, etc. On the other hand, metaphor, too,
is describable as the formation of a new meaning with no formal
counterpart. Furthermore, by introducing the dimension of the syntagma, the
output signatum of a conversion is unequivocally identified. In fact, not
only is the signatum the lexical meaning but it comprises also the lexical
category, the syntactic features, and the subcategorization features. In
the case of metaphor, the change of signatum (referred, in this case, only
to meaning) is a function of the different syntagmatic collocation of the
output compared to the input. In brief, conversion can be considered and
defined as a morphological metaphor.
3) The next necessary step is to locate the morphological metaphor
into the NM framework. This implies that a specific semiotic principle can
subsume a morphological parameter of naturalness, in order to take into due
account the intra- and interlinguistic variety of conversive rules. The
semiotic principle put forward is the principle of metaphoricity, which is
a consequence of the triadic distinction of icons presented by C. S.
Peirce. The latter identifies the three different icons, namely images,
diagramms, and metaphors. The model of NM derives from the diagramm the
morphological parameter of diagrammaticity, which represents the dominant
constructional tendency in linguistic systems. Therefore, the parameter of
metaphoricity, which has to be considered a derivation of the peircean
definition of metaphor, represents the universal linguistic tendency to
form new words in the lexicon without any formal device and recurring to
the differentiation of syntagmatic collocation.
4) For each parameter of NM there exists a scale of morphological
operations going from a maximum to a minimum of naturalness. With a view to
distinguishing the variables occurring in all the different morphological
metaphors, the author of the article elaborates four distinct scales on the
basis of four different criteria: 1) directionality, 2) salience of the
input signans, 3) morphology/syntax interface, 4) change of the signatum.
The criteria are the result of both the definition of conversion in terms
of morphological metaphor and the investigation of a corpus of 44
languages. The four scales realised on the basis of each criterion co-occur
in the identification of the degree of metaphoricity of any conversive
rule, i.e. morphological metaphor.