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Maschio e femmina li creò

La domenica dopo Natale si celebra la festa della Sacra Famiglia di


Gesù, Maria e Giuseppe. Nella seconda lettura san Paolo dice: «Voi,
mogli, state sottomesse ai mariti, come si conviene nel Signore. Voi,
mariti, amate le vostre mogli e non inaspritevi con esse. Voi, figli,
obbedite ai genitori in tutto; ciò è gradito al Signore. Voi, genitori, non
esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino». In questo testo
sono presentati i due rapporti fondamentali che, insieme,
costituiscono la famiglia: il rapporto moglie-marito, e il rapporto
genitori-figli.

Dei due rapporti il più importante è il primo, il rapporto di coppia,


perché da esso dipende in gran parte anche il secondo, quello con i
figli. Leggendo con occhi moderni quelle parole di Paolo, una difficoltà
balza subito agli occhi. Paolo raccomanda al marito di “amare” la
propria moglie (e questo ci sta bene), ma poi raccomanda alla moglie
di essere “sottomessa” al marito e questo, in una società fortemente
(e giustamente) consapevole della parità dei sessi, sembra
inaccettabile.

Su questo punto san Paolo è, in parte almeno, condizionato dalla


mentalità del suo tempo. Tuttavia la soluzione non sta nell’eliminare
dai rapporti tra marito e moglie la parola “sottomissione”, ma semmai
nel renderla reciproca, come reciproco deve essere anche l’amore. In
altre parole, non solo il marito deve amare la moglie, ma anche la
moglie il marito; non solo la moglie deve essere sottomessa al marito,
ma anche il marito alla moglie. La sottomissione non è allora che un
aspetto e un’esigenza dell’amore. Per chi ama, sottomettersi
all’oggetto del proprio amore non umilia, ma rende anzi felici.
Sottomettersi significa, in questo caso, tener conto della volontà del
coniuge, del suo parere e della sua sensibilità; dialogare, non decidere
da solo; saper a volte rinunciare al proprio punto di vista. Insomma,
ricordarsi che si è diventati “coniugi”, cioè, alla lettera, persone che
sono sotto “lo stesso giogo” liberamente accolto.

La Bibbia pone un rapporto stretto tra l’essere creati «a immagine di


Dio» e il fatto di essere «maschio e femmina» (cfr. Genesi 1, 27). La
somiglianza consiste in questo. Dio è unico e solo, ma non è solitario.
L’amore esige comunione, scambio interpersonale; richiede che ci
siano un “io” e un “tu”. Per questo il Dio cristiano è uno e trino. In lui
coesistono unità e distinzione: unità di natura, di volere, di intenti, e
distinzione di caratteristiche e di persone. Proprio in questo la coppia
umana è immagine di Dio. La famiglia umana è un riflesso della
Trinità. Marito e moglie sono infatti una carne sola, un cuore solo,
un’anima sola, pur nella diversità di sesso e di personalità. Gli sposi
stanno di fronte, l’uno all’altro, come un “io” e un “tu” e stanno di
fronte a tutto il resto del mondo, cominciando dai propri figli, come un
“noi”, quasi si trattasse di una sola persona, non più però singolare
ma plurale. «Noi», cioè «tua madre ed io», «tuo padre ed io». Così
parlò Maria a Gesù, dopo averlo ritrovato nel tempio.

Lo sappiamo bene che questo è l’ideale e che, come in tutte le cose, la


realtà è spesso assai diversa, più umile e più complessa, a volte
addirittura tragica. Ma siamo così bombardati dai casi negativi di
fallimento che forse, per una volta, non è male riproporre l’ideale della
coppia, prima sul piano semplicemente naturale e umano e poi su
quello cristiano. Guai se si arrivasse a vergognarsi degli ideali, in
nome di un malinteso realismo. La fine di una società sarebbe, in
questo caso, segnata. I giovani hanno diritto di vedersi trasmettere,
dai grandi, degli ideali e non solo scetticismo e cinismo. Nulla ha la
forza di attrazione che possiede l’ideale.

Fonte

Qui tutti i commenti al Vangelo domenicale di p. Cantalamessa

Fabio Rossini:

Il Vangelo di questa Domenica (Mt 2, 13-15. 19-23) ci parla della Santa


Famiglia che, custodita da Giuseppe, fugge prima in Egitto e poi va a vivere a
Nazareth
I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a
Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in
Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino
per ucciderlo». Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si
rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò
che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Dall’Egitto ho
chiamato mio figlio». Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in
sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua
madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di
uccidere il bambino». Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella
terra d’Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao
al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si
ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata
Nàzaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti:
«Sarà chiamato Nazareno».
Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove
rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal
Signore per mezzo del profeta: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio». Matteo 2,13-
15.19-23
la storia dei primi anni di vita di Gesù è narrata nel Vangelo di Matteo come la vicenda drammatica
dello slalom tra le trappole di un potere avverso e sanguinario; è la storia di una fuga
precipitosa e di una vita da rifugiati in terra straniera, e, una volta tornati, passa per la prudenza di una
vita di basso profilo, atta a contenere la minaccia latente. Una avventura tribolata e difficile.
La sete di potere di un tiranno ossessionato dal terrore di essere soppiantato – che trova riscontro nelle
cronache storiche sul carattere di Erode il Grande – si oppone al più pacifico degli esseri, un neonato, e
alla più inerme delle istituzioni, una giovane famiglia. Come possono sopravvivere a
questo lupo feroce questi tre agnellini?
Eppure Giuseppe si muove bene e in mezzo alle tribolazioni porta a buon fine il suo compito. È lui
l’attore di questa lotta impari che ha come controparte un re violento e privo di ritegno. Giuseppe si erge
come Redemptoris Custos e viene a capo di tutti questi pericoli con la sua semplicità.
È il padre che tutti vorrebbero. Quello che non ti molla, che non ha paura di opporsi a chi ti
minaccia, che sa come fare e trova la strada per farti crescere al sicuro.
È il marito che una donna spera di trovare, il padre che manca a tanti bimbi. È il prete che una
parrocchia spera di avere. È il maschio che manca a questa generazione di uomini impauriti, incerti,
confusi, ripiegati su sé stessi e privi di fermezza. È chiaro che in giro qualcuno di sostanza si può
trovare, ma perché è così raro?
Cosa ha Giuseppe per essere così bravo? La sua dotazione è una serie di qualità peculiari? È un uomo
eccezionale? Per quanto vogliamo bene e a buon diritto stimiamo san Giuseppe, bisogna dire che il testo
di Matteo non fornisce questo tipo di indicazione, ma evidenzia un’altra cosa: questo uomo ha un
dialogo con Dio.
Questo è un uomo che ascolta un angelo che gli appare e obbedisce alle sue indicazioni. È questo il suo
segreto.
UNA SORGENTE NASCOSTA. Abbiamo innescato, un paio di secoli fa, un’antropologia tutta
basata sull’autonomia e dopo aver cercato il super-uomo, la super-ideologia, il super-Stato, la super-
società, ci siamo trovati con padri deludenti e latitanti, perché uomini minuscoli. E tante, tantissime
donne sole. Ci si possono gonfiare i muscoli in palestra o il portafoglio in borsa, ma senza una spina
dorsale profonda, senza il segreto di una sorgente invisibile e nascosta, l’uomo è sbiadito, inconsistente,
trasparente.
Invece Giuseppe di Nazaret è solido, eppure non ha un centesimo di tutta la
tecnologia o gli strumenti degli uomini di oggi. Possiamo continuare a cercare di acquisire
mezzi e scienza, e statistiche o tecniche di tutti i tipi, e in realtà non ci muoveremo di una virgola quanto
a qualità di umanità.
A Giuseppe basta dialogare con Dio per dribblare Erode. Non ci vogliono qualità particolari: serve
piuttosto di smetterla di fare da soli e chiedere aiuto al Padre.
Occorrono padri che dialoghino con il Padre. Allora saranno meravigliosi.

26 dicembre 2019
Giovanni, primo testimone della fede nel Salvatore

La seconda domenica del tempo ordinario ci offre nuovamente come spunto di meditazione e riflessione la
figura di Giovanni il Battista. Potremmo dire che tutto il tempo di Avvento, del Natale e queste prime
domeniche del nuovo il protagonista principale del Vangelo è Giovanni il Battista. Egli è il testimone diretto,
immediato e credibile della presenza del Messia e salvatore del mondo in mezzo al suo popolo. Nel brano
del Vangelo di questa domenica, infatti, Giovanni Battista indica in Gesù l'unico salvatore del mondo, senza
confusioni di ruolo e di missione. Egli è semplicemente colui che indica Gesù Cristo come il vero centro di
tutta la storia e della salvezza. Anche i termini utilizzati in questo brano del Vangelo di Giovanni precisano
appunto la vera natura del Cristo e della sua missione nel mondo: Agnello di Dio, il Figlio di Dio.
In tal modo, Giovanni il Battista diventa l'anello di congiunzione tra il popolo e Cristo e attraverso la sua
parola e la sua voce il popolo stesso riconoscerà in Gesù Cristo il salvatore. Come dire che ogni persona in
base alla sua profonda fede, diventa uno strumento docile e flessibile nelle mani di Dio, per annunciare al
mondo le meraviglie che il Signore ha compiuto nella creazione e specialmente nel mistero della
redenzione. Essere strumenti di annuncio di speranza e di gioia è il compito che spetta ad ogni cristiano,
come ci ripete sistematicamente Papa Francesco nei suoi molteplici interventi magisteriali.
La missione di Cristo nel mondo è ben delineata dal profeta Isaia che si concentra nel suo rivelazione sulla
figura del Messia e del Servo di Dio, che è Gesù. Il testo della prima lettura di questa domenica ci aiuta alla
comprensione della natura divina del Cristo e della sua importante missione nel popolo di Israele.
La dimensione apostolica della fede ci obbliga moralmente ad annunciare Cristo, a farlo conoscere e
amarlo, perché al di fuori di Cristo non c'è vera salvezza per l'uomo. E' un dovere di tutti i battezzati
annunciare con la gioia il gaudio del vangelo, la buona notizia del Regno e dire che solo Cristo è il Salvatore
e non dobbiamo attendere altri salvatori se non Gesù solo. Entra in gioco quello che è una priorità assoluta
per ogni battezzato e cresimato, quella della testimonianza della fede in Gesù Cristo, il Figlio di Dio,
l'Agnello immolato per la nostra salvezza. Abbiamo il coraggio come Giovanni Battista di dire apertamente
chi è il Cristo? O come l'Apostolo Paolo che dopo la conversione si fa pone al servizio del Vangelo nella
piena consapevolezza della sua grandezza e della sua povertà? Leggiamo, infatti, oggi, nel brano della
seconda lettura di oggi, tratto dalla a prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi, parole autobiografiche
di San Paolo, che è "chiamato a essere apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, e il fratello Sòstene"- Lui
per la missione che gli compete si rivolge, in questa lettera, "alla Chiesa di Dio che è a Corinto, a coloro che
sono stati santificati in Cristo Gesù, santi per chiamata, insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il
nome del Signore nostro Gesù Cristo, Signore nostro e loro". Si rivolge a loro con il saluto fraterno inserito
nella celebrazione dei divini misteri: "Grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo!.
Cristo è venuto a portare pace all'umanità e nel nome di questo consacrato di Dio che ogni cristiano,
discepolo di così grande maestro è chiamato a vivere in pace e a costruire la pace, anche se la pace non è
sempre possibile e perseguibile. La buona volontà e la retta intenzione aiutano il cammino e il processo di
avvicinamento a Dio, specie quando sono intere famiglie con il loro sistema di vita, non hanno più bisogno
di nessuno e tantomeno dell'idea di Dio.
Come non ricordare e citare l'Esortazione apostolica di Papa Francesco, Evangelii gaudium, nella quale
mette in evidenza l'importanza dell'annunzio missionario nei tempi e nei modi più consoni al mondo
odierno.
Esempio di questo annuncio lieto, gioioso, coraggioso, fino al martirio, senza compromesso alcuno è
proprio il Precursore del Signore.
Nel ricordare la figura di San Giovanni Battista, nel giorno della sua solennità, il 24 giugno scorso, Papa
Francesco ha detto che una Chiesa ispirata alla figura di Giovanni il Battista esiste per proclamare, per
essere voce di una parola, del suo sposo che è la parola e per proclamare questa parola fino al martirio.
Chi è Giovanni. E' egli stesso a dirlo. Egli, infatti quando «gli scribi, i farisei, vanno a chiedergli di spiegare
meglio chi fosse», risponde chiaramente: «Io non sono il Messia. Io sono una voce, una voce nel deserto».
Di conseguenza la prima cosa che si capisce è che «il deserto» sono i suoi interlocutori; gente con «un cuore
così, senza niente». Mentre lui è «la voce, una voce senza parola, perché la parola non è lui, è un altro. Lui è
quello che parla, ma non dice; quello che predica su un altro che verrà dopo».
In tutto questo c'è «il mistero di Giovanni» che «mai si impadronisce della parola; la parola è un altro. E
Giovanni è quello che indica, quello che insegna», utilizzando i termini «dietro di me... io non sono quello
che voi pensate; ecco viene dopo di me uno al quale io non sono degno di allacciare i sandali». Dunque «la
parola non c'è», c'è invece «una voce che indica un altro». Tutto il senso della sua vita «è indicare un altro.
Nelle tenebre di quel tempo Giovanni era l'uomo della luce: non una luce propria, ma una luce riflessa.
Come una luna. E quando Gesù cominciò a predicare», la luce di Giovanni iniziò ad affievolirsi, «a diminuire,
ad andare giù». Egli stesso lo dice chiaramente parlando della propria missione: «È necessario che lui cresca
e io venga meno». Quindi: «Voce, non parola; luce, ma non propria, Giovanni sembra essere niente». Ecco
svelata "la vocazione" del Battista: «Annientarsi. E quando noi contempliamo la vita di quest'uomo tanto
grande, tanto potente - tutti credevano che fosse il Messia - quando contempliamo come questa vita si
annienta fino al buio di un carcere, contempliamo un mistero» enorme. Infatti, «noi non sappiamo come
sono stati» i suoi ultimi giorni. È noto solo che è stato ucciso e che la sua testa è finita «su un vassoio come
grande regalo da una ballerina a un'adultera. Credo che più di così non si possa andare giù, annientarsi». Il
Battista poteva vantarsi, sentirsi importante, ma non lo ha fatto: egli «indicava soltanto, si sentiva voce e
non parola». Questo è «il segreto di Giovanni». Egli «non ha voluto essere un ideologo». È stato un «uomo
che si è negato a se stesso, perché la parola» crescesse. Ecco allora l'attualità del suo insegnamento: «Noi
come Chiesa possiamo chiedere oggi la grazia di non diventare una Chiesa ideologizzata», per essere invece
una «Chiesa che ascolta religiosamente la parola di Gesù e la proclama con coraggio»; «una Chiesa sempre
al servizio della Parola; una Chiesa che mai prenda niente per se stessa».
Sia questa la nostra umile preghiera che innalziamo all'inizio della celebrazione della santa messa: O Padre,
che in Cristo, agnello pasquale e luce delle genti, chiami tutti gli uomini formare il popolo della nuova
alleanza, conferma in noi la grazia del battesimo con la forza del tuo Spirito, perché tutta la nostra vita
proclami il lieto annunzio del Vangelo". Amen.

Gesù, l'Agnello di Dio

Ci ha scritto papa Francesco: "Invito ogni cristiano, in qualsiasi luogo e situazione si trovi, a rinnovare oggi
stesso il suo incontro personale con Gesù Cristo, a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da lui, di
cercalo ogni giorno senza sosta".
I brani della Parola di Dio ci aiutano in maniera particolare in questo incontro personale con Gesù, in una
vita vissuta a tu per tu con Lui.
Cosa ci dice la Parola di Dio?  Gesù è la luce delle nazioni, che porta la salvezza fino all'estremità della
terra. Lui è venuto e viene per fare la volontà del Padre. La volontà del Padre è che tutti gli uomini siano
salvi. E' bello e i importante questo pensiero che ci apre sempre la visuale, la mente e il cuore agli altri, agli
uomini del mondo, tutti figli di Dio, tutti nostri fratelli.
Dio conosce e vede la debolezza di tutti noi, per questo vuole la nostra salvezza. Dio conosce e vede
l'umanità di oggi: problemi, drammi, peccati, difficoltà e speranze: di quanta salvezza abbiamo bisogno già
su questa terra e di quanta salvezza per l'eternità!
Gesù vive la sua missione con generosità e col dono di tutto se stesso:  "Ecco, Signore, io vengo per fare la
tua volontà".  Gesù è maestro di vita: ci insegna a vivere la bontà, la generosità, il dono, il sacrificio per la
salvezza umana e spirituale degli uomini nostri fratelli.
Giovanni Battista lo indica dicendo:  "Ecco l'Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo".  Afferma
con chiarezza:  "Lui è un uomo che è avanti a me, perché è prima di me. Io sono venuto a battezzare
perché Egli fosse manifestato. Ho contemplato lo Spirito scendere dal cielo come colomba e posarsi su di
Lui. E' Lui che battezza nello Spirito Santo. Ho visto e ho testimoniato che Lui è il Figlio di Dio".
Questa è la grande fede, questa è la testimonianza di Giovanni Battista".
"Ecco l'Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo".
Gesù è venuto per questo: per questo è nato, ha vissuto sulla terra per tanti anni nell'umiltà e nel lavoro,
per questo ha vissuto la sua vita pubblica, ha pronunciato parole profonde e sante, ha compiuto miracoli,
ha affrontato la persecuzione, la condanna, la morte. E' morto per i nostri peccati, è morto perché noi
avessimo la vita. Con la sua risurrezione ha vinto il male, il peccato, la morte e ci ha portato e ci porta alla
vita salvata di figli di Dio per sempre.
C'è il peccato? Le persone hanno la tentazione del peccato? C'è in me il peccato?  "Se uno dice che non ha
peccato è un bugiardo", dice la bibbia. E' necessaria l'umiltà, la sincerità davanti a Dio, il pentimento. E la
fiducia, l'abbandono fiducioso nella misericordia del Signore: Lui ci vuol salvare, liberare, santificare,
riempire della luce, della grazia, della pace, della gioia dello Spirito Santo.
E' interessante l'esperienza che ha iniziato nelle vie di Napoli un sacerdote che ha cominciato a confessare
lungo la strada: molta gente si è avvicinata, ha trovato il perdono, ha ritrovato il Signore. Le persone si sono
sentite liberate da tanti pesi e hanno ritrovato la serenità e la voglia del bene.
Gesù toglie il peccato del mondo, toglie il mio peccato.
Tutto questo ci aiuta nel cammino del Sinodo. Abbiamo dedicato due anni ad approfondire la figura di Gesù,
nella sua umanità, nel suo amore pieno verso tutti e nella sua divinità, come nostro Salvatore. Nel Sinodo
intendiamo aiutarci a vivere con Cristo sempre di più, a trovare il Lui il senso della vita e di tutte le cose che
viviamo, "comunità convocata a scegliere Cristo nella vita". Potremmo scegliere tante altre persone o tante
altre cose.. scegliere Cristo, non è la stessa cosa, è tutto. Vogliamo scegliere Cristo.

Commento su Giovanni 1,29-34

"Ecco, Signore, io vengo per fare la tua volontà". Il ritornello del Salmo sembra anticipare il cammino di
Gesù verso il Battista (Gv 1,29) e verso l'umanità bisognosa d'amore e di redenzione. Giovanni riconosce
nell'uomo di Nazaret l'Agnello di Dio (v.29), il servo sul quale Dio manifesterà la sua gloria (Is 49,3). Sia
l'immagine del servo che dell'agnello si riferiscono alla piena disponibilità del Figlio a compiere la volontà
del Padre, cioè rivelare a tutti che Dio è dalla parte della creatura, pronto a salvare tutti e, soprattutto, a
non giudicare nessuno. Grazie alla disponibilità dell'Agnello, quindi, Giovanni è in grado di comprendere il
meraviglioso disegno d'amore di Dio: compromettere ciascuno alla realtà dell'imminenza del regno e alla
trasformazione della storia nel tempo del Figlio.
Ora, l'affermazione del Battista: "è il Figlio di Dio" (Gv.1,34), non scaturisce da ragionamenti umani, è lo
Spirito che gli comunica la verità. Il medesimo Spirito continua nei secoli l'iniziativa della Trinità. Noi
cristiani, infatti, che non abbiamo conosciuto l'Onnipotente per via diretta, cioè fisicamente, possiamo
incontrare il Maestro. Non si tratta di vivere in attesa di elementi decisivi o di idee che possano illuminare la
nostra mente. La vita cristiana infatti, si caratterizza perché non è una ideologia ma l'incontro con una
persona, un Dio personale, un Io accostato ad un tu, che quotidianamente si rivolge perché l'uomo possa
rispondere, dialogare. Da quest'incontro-dialogo nasce la fede, dono elargito a tutti. Potremmo affermare,
allora, che il Nazaremo continua a camminare verso di noi, come ha fatto con il Battista: è una persona che
si avvicina e noi lo riconosciamo per il Suo amore, per la Sua disposizione a salvarci, perché riscalda i nostri
cuori ghiacciati dalle critiche degli ipocriti, dai pregiudizi di coloro che si reputano cristiani.
La testimonianza di fede, scaturita dall'iniziativa della Trinità, dura nei secoli per mezzo della partecipazione
ai sacramenti, fonte e vertice della vita cristiana, e nella carità che riversiamo ai fratelli. Infatti, il nostro
incontro con Cristo avviene in un luogo preciso, attraverso dei segni concreti che manifestano la presenza di
Dio. Il luogo è la Chiesa, composta da persone, da cristiani riuniti nel nome del Padre, del Figlio e dello
Spirito Santo. I segni sono ordinati secondo dei gesti ed elementi quali acqua, olio, pane, vino, che
raggiungono l'uomo grazie all'azione dello Spirito. È lo Spirito che, agendo nella Chiesa, rende presente
nell'oggi dell'uomo l'incontro con Cristo. Tale incontro, però, non deve rimanere dinanzi all'altare: la pace e
la gioia dell'incontro devono tramutarsi in azioni concrete nei confronti dei vicini, dei bisognosi d'amore; in
altre parole, è necessario essere testimoni di Gesù, della Verità fatta carne. Attraverso la nostra
testimonianza sincera, che non chiede nulla in cambio, scorgeremo il volto di Cristo nei tanti volti che
incontreremo nel nostro cammino. Amen.

La tentazione dell'uomo-cerniera

Rimase come la più grande delle tentazioni tra quelle capitategli. Oltre il rischio di piangersi addosso per
essere arrivato in ritardo per diventare il più grande tra i profeti: o, ironia della sorte, in anticipo per tentare
la carriera di discepolo. Al Battista la tentazione più grande gli venne servita su un piatto d'argento, forse
simile a quel vassoio sul quale poggerà - per un capriccio di donna Salomè - la sua testa pensante. Fu la
semplice tentazione di sentirsi Dio. Non sarebbe stata civetteria personale, nemmeno arrivismo di uomo:
avrebbe avuto semplicemente i crismi di una semplice conclusione di percorso. Vide la luce in prossimità dei
giorni di Cristo, del quale era anche stretto parente: arringava la folla con una potenza di parola che
penetrava diritta nel cuore delle folle. I suoi verbi erano verbi instabili, di movimento: additare e smuovere,
preparare e spianare, alzarsi e camminare. Convertirsi e credere. La sua fede fu un viaggio movimentato:
dal grembo di Elisabetta - donna che tutti tacciavano per finita, per sterile - agli spazi devastanti del
deserto, fino all'angustia di una cella di prigione; senza dimenticare la sponda di quel fiume, il Giordano,
nella quale visse l'imbarazzo degli imbarazzi: lui, il preparatore delle genti, stretto e costretto a battezzare
Dio. La creatura e il Creatore, l'umanità e la divinità, lo stupore e il mistero. La promessa e la Presenza. Il
mondo gli andò dietro, festoso e festante: sembravano i tempi della salvezza lungamente vaneggiata e
inseguita. Qualcuno non credette ai suoi occhi, qualche altro ne confermò i lineamenti, altri ancora ne
seguirono prontamente la diritta via che annunciava. Fu uomo che conobbe i giorni del gaudio e della
mestizia, della consolazione e della desolazione, degli onori e dell'infamia. Dopo Maria, fu il primo ad
intercettare l'avvento di Cristo: rispose con un sussulto nel grembo che fece tremare la maternità
appesantita della vecchia madre Elisabetta. Subito dopo affrontò il deserto, terra di silenzio e non di
mutismo. Lì affinò le armi, celebrò le prime profezie, iniziò a spianare quei sentieri ed avvallare quegli
avvallamenti che mai riuscì a vedere sistemati. Avvertì l'urto del Dio vicino, Lo vide confondersi con i
peccatori, mai ne perse le tracce negli anni di vita nascosta di Nazareth. La familiarità non lo risparmiò dei
dubbi umani: dal dentro di una prigione mandò a chiedere se fosse davvero Cristo il Messia, o se dovessero
attendere altri. Quell'uomo era simile ad una cerniera: a metà tra due tempi, il prima di Cristo e il dopo di
Cristo; tra due stagioni, quella dell'Antica Promessa e quella dell'inedita Presenza; tra due rotoli, quello
dell'Antico e quello del Nuovo Testamento. Tra due storie diverse: quella in cui Dio poteva sembrare lontano
e quella in cui il Dio lontano era qui, vicino a lui. Il Vangelo che profuma di pane, di strade, di bucato e di
sorprese. Arrivò forse di primo mattino la tentazione: come per Cristo, anche per Lucifero il primo mattino è
l'ora preferita. L'uomo è ancora scoperto, gli occhi devono ancora prendere possesso del mondo, il cuore sta
per indossare i suoi vestiti. Le grandi operazioni nella Scrittura - dalle peregrinazioni di Adamo al mattino
della Risurrezione - succedono alle prime luci dell'alba. Stanchezza o desolazione, contrattempo o piccolo
imprevisto, sicuramente Lucifero tentò di far deragliare il cuore del Battista: la gente ci avrebbe creduto.
Anche a lui, forse, propose di sostituirsi a Dio. Come a me, sempre all'alba, spesso vestito da amico: "sei il
miglior prete che abbia mai conosciuto. Cosa sarebbe il mondo senza di te?" Infido, Satana: con me, col
Battista più di me. Dopodomani con Dio. Quel povero prete che sono io, ogni tanto ci cade: si sente Dio e
dopo qualche istante capitola a terra. Col Battista non gli riuscì. La folla lo acclamava Messia, lui puntò il
dito: "Ecco l'Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo". Seguirono Cristo: fu il giorno
dell'aggancio riuscito, la fusione tra promessa, preparazione e compimento. Riuscito perché il Battista mai si
pensò Iddio. Scelse di rimanerne un umilissimo anticipo. Per poi farsi da parte e lasciarGli tutta la strada
libera. Nel nome della fedeltà, che è poi il nome del Padre.

COMMENTO ALLE LETTURE


Commento a cura di don Paolo Matarrese

"La Chiesa è il prolungamento di Cristo nell'umanità", queste parole scritte da un vescovo sembrano essere
un buon commento alla Parola di questa domenica. Da qualche giorno infatti, dopo il tempo di Natale,
siamo di nuovo entrati nel tempo ordinario. E come se la Chiesa, con la Parola di oggi, ci invitasse a mettere
piede nel nostro tempo ordinario, che spesso evoca routine e ripetitività, come un "prolungamento" nella
nostra umanità, nella nostra storia, nelle nostre vocazioni, di quello che abbiamo vissuto a Natale:
Natale non è finito ma comincia a prolungarsi nella nostra vita!
Nel vangelo, attraverso la testimonianza di Giovanni Battista, troviamo  due passaggi importanti  per
prolungare il dono di "Dio che si è fatto uomo" nella nostra vita:
Il primo: lo troviamo all'inizio del vangelo ascoltato:  "Giovanni vide Gesù andare verso di lui". Natale è
questo: aver sperimentato, gustato, l'iniziativa di Dio Padre che ci è venuto incontro con il suo amore
rivelato nel Figlio che si è fatto uomo.  Al principio della nostra vita non c'è qualcosa che ci diamo da soli,
ma c'è un dono: l'amore gratuito di Dio che si è fatto carne in Cristo!  Essere cristiani è vivere
continuamente nella memoria di essere  destinatari di un amore che ci fa figli amati di Dio e che ci
raggiunge dentro ogni nostra situazione, al di là di ogni situazione.  Ma c'è di più: Giovanni non riconosce
solo l'iniziativa di Gesù che viene incontro a lui ma lo riconosce come  "Agnello di Dio che toglie il peccato
del mondo". L'immagine dell'agnello, richiama l'immagine del servo di JHWH del profeta Isaia che porta su
di se gli affanni, i dolori e i castighi di tutto il popolo per donargli la guarigione e restituirgli la libertà (Is
52,13-53,12).  L'amore di Cristo ha compiuto e compie per noi tutto questo, si fa solidale con ogni uomo
per raggiungerlo lì dove ogni uomo rischia di restare solo: nell'esperienza del limite, della morte e del
peccato.  Il "peccato" infatti di cui parla il Battista, è non credere all'amore di Cristo e allora davvero il più
grande male che ci possa capitare è pensare che in alcuni momenti noi restiamo soli. Nella nostra vita ci
sono infatti situazioni in cui ci sentiamo affogare perché sentiamo che nessun uomo, per quanto solidale,
possa raggiungerci: è quando sperimentiamo il limite di quello che siamo, i limiti che ci ha riservato la vita,
dei nostri fallimenti o quando siamo chiamati ad affrontare il mistero della morte e della sofferenza oppure
quando ci accorgiamo del male che abbiamo fatto, degli sbagli, a volte indicibili, che abbiamo compiuto a
cui non possiamo riparare...se noi restiamo soli in questi tre momenti noi veniamo soffocati dalla tristezza,
dalla rabbia, dalla nostalgia...  ed è proprio lì che l'Agnello di Dio ci raggiunge, si fa solidale con noi, e con
noi attraversa questi momenti per tirarci fuori con il suo amore e la sua misericordia!
Questa è l'esperienza che sta al principio di tutto quello che viviamo, delle nostre scelte, dei nostri atti.
Il secondo passaggio  per cominciare a prolungare Cristo nella nostra vita, lo troviamo nella prima lettura
quando Isaia dice del servo di JHWH:  "E' troppo poco che tu sia servo per restaurare... e ricondurre... io ti
renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza". Nella nostra esperienza di fede non esiste il
momento in cui gustiamo l'amore di Cristo che ci libera e ci rinnova, senza che questo non diventi
testimonianza nella nostra vita! L'amore è sempre qualcosa di contagioso, che ci spinge fuori, verso gli altri.
E' una presenza che si allarga fino ad afferrare tutto; bellissime in merito, le parole del Battista:  "io ho visto
e ho testimoniato". Saper vedere Cristo e il suo amore nelle nostre scelte ordinarie, nelle persone presenti
nella nostra vita. Ma questo non si acquisisce una volta per tutte o con lo sforzo volontaristico, ridurremmo
tutto all'osservanza di una dottrina o di un modello...  la nostra fede non è una dottrina ma un cammino in
un'esperienza di amore e come ogni cammino comincia sempre dalla decisione e dalla gioia di provarci
perché è innanzitutto è Dio che ci prova sempre e ancora una volta con la mia e la tua vita!
Chiediamo allora la grazia in questa domenica che la luce del Natale si prolunghi sulla nostra vita e apra
anche nuove strade di speranza e di fiducia per tutta la Chiesa.
Un agnello tra passato e futuro

Il vangelo di oggi (Giovanni 1,29-34) ripresenta l'episodio di domenica scorsa, vale a dire il battesimo di
Gesù, stavolta narrato attraverso la testimonianza del Battista, arricchito però da una espressione molto
importante, per capire la quale è forse utile una premessa. Si sente dire talvolta che i cristiani, avendo il
vangelo, non hanno più bisogno del farraginoso, oscuro, talora imbarazzante Antico Testamento; avendo
Gesù, possono lasciare agli ebrei tutto quanto l'ha preceduto. In realtà una simile affermazione non regge;
sarebbe come pretendere di capire un romanzo leggendone solo l'ultimo capitolo, o spiegare un frutto,
ignorando il lungo lavorìo di radici tronco ramo e fiore. Gli stessi vangeli del resto rimandano
continuamente (il solo Matteo lo fa oltre 140 volte) ai testi precedenti, cioè appunto a quella parte della
Bibbia che va sotto il nome di Antico Testamento.
La citata espressione aggiuntiva del vangelo odierno ne dà un clamoroso esempio. "Ecco l'agnello di Dio,
colui che toglie il peccato del mondo", esclama Giovanni Battista all'avvicinarsi di Gesù: parole chiare per i
suoi ascoltatori, i quali ben conoscevano i libri in cui era narrata la storia del loro popolo e quelli in cui erano
raccolti gli insegnamenti degli antichi profeti; ma parole oscure per noi, se quei libri pretendessimo di poterli
accantonare. Perché Gesù è chiamato agnello? In che senso è "di Dio"? Che c'entra il peccato? E come lo
può togliere?
La risposta viene da lontano, da un anno intorno al 1250 a.C., quando gli ebrei riuscirono a lasciare l'Egitto
dove erano stati resi schiavi. Prima di partire, tramite Mosè, Dio comandò loro di mangiare in ogni famiglia
un agnello il cui sangue, spruzzato sulla porta di casa, la preservò dallo sterminio che colpì invece i
primogeniti egiziani: l'innocente agnello, dunque, salvò gli amici di Dio dalla morte. Da allora,
nell'anniversario (la Pasqua), ogni famiglia d'Israele ricordò il fatto con il pasto sacrificale di un agnello, e
anche nel tempio di Gerusalemme, dove quotidianamente si offrivano animali in sacrificio per espiare i
peccati, gli agnelli erano i privilegiati. Ma potrà mai bastare un animale a compensare un'offesa a Dio? Ecco
allora, alcuni secoli dopo, il profeta Isaia annunciare la venuta di un uomo, innocente e caro a Dio, che si
sarebbe fatto carico dei peccati di tutti e per espiarli si sarebbe lasciato condurre a morte. "Egli è stato
trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità. Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua
bocca; era come un agnello condotto al macello" (Isaia 53,5-7).
Questa e altre analoghe profezie hanno trovato compimento in Gesù: ecco perché il Battista lo poté indicare
come un innocente agnello, caro a Dio, così preannunciando e spiegando il senso della sua morte in croce.
Ma la sua vicenda non è finita al calvario; proprio per la sua totale disponibilità, come lo stesso Isaia aveva
predetto, Dio l'ha esaltato, ponendolo per sempre su un trono da dove riceverà l'omaggio di tutte le genti.
Ed è significativo che, lanciando lo sguardo al futuro, il libro dell'Apocalisse (capitolo 5) presenti Gesù in
trono sotto forma di agnello, vivente ma con i segni del suo sacrificio: e intorno a lui, lo stuolo innumerevole
di coloro che del suo sacrificio hanno beneficiato.
Le parole del Battista sono di così intenso significato, che la Chiesa le fa risuonare in ogni Messa: subito
dopo l'invito ad accostarsi alla mensa del Signore, il sacerdote richiama chi è Colui che si va a ricevere,
ripetendo le parole di Giovanni Battista: "Ecco l'Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo". Parole
di intenso significato, e sempre attuali: in ogni Messa il mistico Agnello si fa presente e coinvolge i suoi
amici in una dinamica grandiosa, che si dispiega da un passato di promesse adempiute ad un futuro di
condivisione e di gloria.