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Il libro

L’attesissimo capitolo finale della


serie “Crossfire”.
Gideon Cross. Innamorarmi di lui
è stata la cosa più semplice che mi
sia mai capitata. È successo
istantaneamente. Completamente.
Irrevocabilmente.
Sposarlo è stato un sogno.
Rimanere con lui sarà la sfida della
mia vita. L’amore è trasformazione:
il nostro è sia un rifugio sia la più
violenta delle tempeste. Siamo due
anime ferite legate insieme.
Abbiamo condiviso i più profondi e
inconfessabili segreti. Gideon è lo
specchio che riflette le mie
debolezze e tutta la bellezza che
non riesco a vedere. Lui mi ha dato
tutto. Ora devo essere io quella
forte, voglio dimostrare che anch’io
posso essere per lui un sostegno
come lui lo è stato per me. Insieme
possiamo affrontare chi sta
cercando di intromettersi così
crudelmente tra di noi.
Ma la battaglia più dura sarà
quella che intraprenderemo per
mantener fede alle nostre promesse.
Giurarsi amore è stato solo l’inizio.
Lottare per il nostro amore ci
renderà liberi... o ci dividerà per
sempre.
Intenso e commovente, Insieme a
te è l’attesissimo capitolo finale
della serie “Crossfire”, la seducente
storia d’amore che ha conquistato il
cuore di milioni di lettori in tutto il
mondo.
L’autore

Numero 1 nella classifica


del “New York Times” e
dei bestseller
internazionali, Sylvia Day
è autrice di oltre venti romanzi
pluripremiati e tradotti in più di
quaranta paesi. I suoi libri,
complessivamente, hanno venduto
più di dieci milioni di copie ed è
stata al primo posto nelle classifiche
di ventotto paesi. I diritti televisivi
della serie “Crossfire”, la più amata
dalle sue lettrici, sono stati opzionati
da Lionsgate. Dell’autrice,
Mondadori ha pubblicato inoltre A
nudo per te, Riflessi di te, Nel
profondo di te, In gioco per te che
compongono i primi quattro volumi
della serie “Crossfire”, Sette anni di
peccato, Orgoglio e piacere, Marito
amante, e Chiedimi di amarti, Il
brivido della passione, Soltanto per
te e Irresistibile tentazione, i quattro
romanzi che formano la serie
“Georgiana”.

Visitate le pagine dell’autrice:


www.sylviaday.com
facebook.com/authorsylviaday
twitter.com/sylday
Sylvia Day
INSIEME A TE
Traduzione di Eloisa Banfi e Bianca Noris
Insieme a te

Questo libro è dedicato a Hilary


Sares,
presa con me nel fuoco incrociato del
Crossfire,
dalla prima all’ultima parola
1

New York era la città che non


dorme mai, che non ha mai
nemmeno sonno. Il mio
appartamento nell’Upper West Side
aveva un isolamento acustico
degno della casa di un
multimilionario, ma i suoni della
metropoli – il ritmico sussultare
degli pneumatici sulle strade
rovinate, lo stanco lamento dei freni
ad aria compressa e l’incessante
strombazzare dei taxi – riuscivano
comunque a insinuarsi all’interno.
Non appena uscii dal caffè
all’angolo e misi piede sulla
Broadway, affollata come al solito,
mi assalì la frenesia della città.
Come avevo fatto a vivere senza la
cacofonia di Manhattan?
Come ero riuscita a vivere senza
di lui?
Gideon Cross.
Gli accarezzai la guancia e sentii
che si strofinava contro la mia
mano. Quella dimostrazione di
vulnerabilità e di affetto mi
emozionò profondamente. Poche
ore prima pensavo che forse non
sarebbe mai cambiato, che sarei
dovuta scendere a troppi
compromessi per condividere la mia
vita con lui. Ora, invece, di fronte al
suo coraggio cominciavo a dubitare
del mio.
Avevo preteso da lui più che da
me stessa? Mi vergognavo al
pensiero di averlo spinto a
cambiare mentre io ero rimasta
ostinatamente la stessa.
Era di fronte a me, alto e forte.
In jeans e T-shirt e con un berretto
da baseball calato sulla fronte,
nessuno avrebbe potuto identificare
in lui il magnate di fama
internazionale che il mondo credeva
di conoscere, eppure aveva un
fascino innato, che colpiva chiunque
gli passasse accanto. Con la coda
dell’occhio notai che la gente lo
guardava, e solo dopo si rendeva
conto di chi era.
Che Gideon fosse vestito casual o
che indossasse uno dei completi su
misura che tanto gli piacevano,
l’energia che emanava dal suo
corpo snello e muscoloso era
inconfondibile. Il modo in cui si
comportava, l’autorevolezza che
esercitava con un controllo
impeccabile rendevano impossibile
che restasse nell’ombra.
New York inghiottiva tutto ciò
con cui veniva a contatto, ma
Gideon teneva l’intera città legata a
un guinzaglio dorato.
Ed era mio. Anche se aveva il
mio anello al dito, talvolta facevo
fatica a crederci.
Non sarebbe mai stato un uomo
come gli altri. Era un concentrato di
ferocia rivestita di eleganza, di
perfezione venata di difetti. Era il
fulcro della mia vita, il fulcro del
mondo intero.
Eppure, aveva appena
dimostrato che per stare con me
era pronto a piegarsi fin quasi a
spezzarsi: ciò mi rendeva ancora
più determinata a dare prova di
meritare la sofferenza che l’avevo
costretto ad affrontare.
Intorno a noi i negozi sulla
Broadway stavano riaprendo. Il
flusso del traffico si faceva più
intenso. Le auto nere con l’autista e
i taxi gialli sfrecciavano sul manto
irregolare della strada. Anche i
residenti cominciavano a uscire un
po’ alla volta sul marciapiede, per
portare a spasso il cane o diretti
verso Central Park per una corsetta
mattutina, cercando di rubare un
po’ di tempo prima di iniziare la loro
intensa giornata di lavoro.
La Mercedes-Benz accostò al
marciapiede appena noi ci
avvicinammo, al volante la figura
scura e massiccia di Raúl. Angus
infilò la Bentley subito dietro. Io e
Gideon su due auto diverse, diretti
verso due case separate: che razza
di matrimonio era?
Di fatto era il nostro matrimonio,
anche se nessuno dei due voleva
che andasse così. Avrei dovuto
tirare una bella linea quando
Gideon aveva assunto il mio capo
portandolo via dall’agenzia di
pubblicità per cui lavoravo.
Capivo il desiderio di mio marito
che entrassi anch’io a far parte
della Cross Industries, ma cercare
di forzarmi la mano di nascosto...
Non potevo permetterlo, non a un
uomo come Gideon. O stavamo
insieme, e prendevamo le decisioni
insieme, oppure eravamo troppo
distanti per riuscire a far funzionare
la nostra relazione.
Piegai la testa all’indietro e
guardai il suo volto meraviglioso. Vi
si leggevano rimorso, e sollievo. E
anche amore, tanto amore.
Era di una bellezza da togliere il
fiato. I suoi occhi erano blu come il
mare dei Caraibi, i capelli neri folti
e lucidi sfioravano il colletto della
camicia. Una mano adorante
doveva avere scolpito ogni angolo e
ogni superficie del suo volto,
portandolo a un tale livello di
perfezione da farmi rimanere
incantata, quasi incapace di
pensare razionalmente. Ero stata
catturata dal suo aspetto fin dalla
prima volta in cui l’avevo visto, e
ancora adesso di tanto in tanto mi
mandava in tilt le sinapsi. Gideon
mi aveva stregata.
Ma erano le sue qualità interiori
a fare la differenza, la sua forza e la
sua instancabile energia,
l’intelligenza acuta e la
determinazione, insieme a un cuore
che sapeva essere molto tenero.
«Grazie.» Gli sfiorai la fronte con
la punta delle dita: ebbi un brivido,
come tutte le volte che accarezzavo
la sua pelle. «Per avermi
telefonato. Per avermi raccontato il
sogno. Per avermi incontrata qui.»
«Ti incontrerei ovunque.» Quelle
parole erano come un voto,
pronunciato con intensità e
passione.
Tutti hanno dei demoni. Quelli di
Gideon erano segregati dalla sua
volontà di ferro quando lui era
sveglio, ma quando dormiva lo
tormentavano con incubi malvagi e
violenti, che lui si tratteneva dal
condividere con me. Avevamo tante
cose in comune, ma gli abusi subiti
nell’infanzia erano un trauma
condiviso che ci legava e nello
stesso tempo ci allontanava. Ciò mi
induceva a combattere più
strenuamente per Gideon e per
quello che avevamo. I nostri
aguzzini ci avevano già rubato
troppe cose.
«Eva... tu sei l’unica forza al
mondo in grado di tenermi a
distanza.»
«Ti ringrazio anche per questo»
mormorai, con una stretta al cuore.
La nostra recente separazione era
stata crudele per entrambi. «So che
non è stato facile per te concedermi
spazio, ma ne avevamo bisogno. E
lo so, ho insistito tanto...»
«Troppo.»
Nell’avvertire quella sfumatura
glaciale nella sua voce feci una
smorfia. Gideon non era il tipo
d’uomo abituato a sentirsi dire di no
quando voleva qualcosa. «Lo so. E
tu me l’hai permesso, perché mi
ami.»
Ma per quanto avesse detestato
non potermi stare vicino, adesso
eravamo insieme perché quella
privazione l’aveva spinto a farsi
avanti.
«È qualcosa di più che amore.»
Mi afferrò i polsi, e il modo
autoritario in cui mi tenne stretta
costrinse ogni parte di me a un
abbandono totale.
Annuii: ormai non avevo più
paura di ammettere che avevamo
bisogno l’uno dell’altra a un livello
che alcuni avrebbero potuto
considerare malato. Era ciò che
eravamo noi, ciò che avevamo, ed
era una cosa preziosa.
«Andremo insieme dal dottor
Petersen.» Pronunciò quelle parole
con un inconfondibile tono di
comando, ma i suoi occhi cercarono
i miei, come se mi avesse fatto una
domanda.
«Sei il solito tiranno» gli dissi,
ma in tono scherzoso: volevo che ci
lasciassimo di buonumore.
Mancavano solo poche ore alla
nostra seduta settimanale con il
dottor Petersen, e non poteva
capitare in un momento migliore.
Eravamo arrivati a una svolta, e ci
avrebbe fatto comodo un aiuto per
capire in che direzione muovere i
prossimi passi.
Mi mise le mani intorno ai
fianchi. «E tu lo adori.»
Afferrai l’orlo della sua T-shirt,
stringendo la stoffa morbida. «Io
adoro te.»
«Eva.» Il fremito del suo respiro
caldo mi sfiorò il collo. Manhattan
era tutt’intorno a noi, ma non
poteva intromettersi. Quando
eravamo insieme, non c’era posto
per nient’altro.
Mi lasciai sfuggire un suono che
tradiva la mia brama. Anelavo a lui,
lo volevo ardentemente, fremendo
di piacere nel sentirlo ancora una
volta premere contro di me. Inspirai
forte, inebriandomi di lui, mentre
con le dita gli massaggiavo i
muscoli irrigiditi della schiena. La
scarica d’eccitazione che mi
attraversò fu inebriante. Ero
drogata di lui – cuore, anima e
corpo – ed erano ormai giorni che
non mi facevo una dose, il che mi
rendeva debole e un po’ sfasata,
non più in grado di fare bene nulla.
Mi avvolse nell’abbraccio, il suo
corpo era tanto più grande e solido.
Mi sentivo al sicuro tra le sue
braccia, coccolata e protetta. Nulla
mi poteva toccare né ferire quando
mi stringeva a sé. Volevo che lui
provasse la stessa sensazione di
sicurezza con me, avevo bisogno
che sapesse che poteva abbassare
la guardia, tirare il fiato, e che io
ero in grado di proteggere tutti e
due.
Dovevo essere più forte. Più
astuta. Più minacciosa. Avevamo
dei nemici, e Gideon se la stava
vedendo con loro da solo. Essere
protettivo era una tendenza innata
in lui, uno dei tratti del suo
carattere che ammiravo di più. Ma
dovevo cominciare a far vedere alla
gente che potevo essere un
avversario altrettanto formidabile di
mio marito.
E, soprattutto, dovevo
dimostrarlo a Gideon.
Mi strinsi a lui, assorbii il suo
calore. Il suo amore. «Ci vediamo
alle cinque, asso.»
«Non un minuto più tardi»
replicò, come un burbero generale
che impartisce un ordine.
Non potei fare a meno di ridere,
infatuata com’ero da quegli aspetti
un po’ rudi del suo carattere.
«Altrimenti cosa succede?»
Si staccò da me e mi lanciò
un’occhiata che mi fece rabbrividire.
«Altrimenti vengo a prenderti io.»

Sarei dovuta entrare nell’attico


del mio patrigno in punta di piedi e
trattenendo il fiato, dal momento
che a quell’ora – poco dopo le sei
del mattino – le probabilità di
essere beccata mentre rincasavo
furtivamente erano piuttosto alte.
Invece varcai la soglia bella decisa,
con la mente tutta presa dai
cambiamenti che dovevo fare.
Il tempo per una doccia veloce
c’era, ma decisi di non farla. Era
passato tanto tempo dall’ultima
volta in cui Gideon mi aveva
toccata. Troppo da quando le sue
mani si erano posate su di me, e il
suo corpo era entrato nel mio. Non
volevo lavare via il ricordo delle sue
carezze. Sarebbe bastato quello a
darmi la forza per fare ciò che
andava fatto.
Una lampada da tavolo si accese
con un clic. «Eva.»
Sobbalzai. «Oddio.»
Mi girai e vidi mia madre seduta
su uno dei divani del salotto.
«Mi hai fatto prendere un colpo!»
la accusai, portandomi una mano
all’altezza del cuore che batteva
furiosamente.
Si alzò in piedi. I riflessi della
vestaglia color avorio creavano un
contrasto con le gambe appena
abbronzate. Ero la sua unica figlia,
ma potevamo essere prese per
sorelle. Monica Tramell Barker
Mitchell Stanton era ossessionata
dal suo aspetto fisico. Era una
moglie trofeo in carriera; la sua
bellezza giovanile era la sua arma
vincente.
«Prima che tu cominci» esordii
«sì, dobbiamo parlare del
matrimonio, ma adesso devo
prepararmi per il lavoro e fare i
bagagli, per poter tornare a casa
stasera...»
«Hai un amante?»
Quella domanda così secca mi
sconvolse più dell’agguato che mi
aveva teso. «Che cosa? No!»
Sospirò, adesso visibilmente più
rilassata. «Grazie al cielo. Mi vuoi
dire cosa diavolo sta succedendo?
Quant’era serio il litigio che hai
avuto con Gideon?»
Tanto. Per un attimo, avevo
temuto che con le sue decisioni
avrebbe messo fine alla nostra
storia. «Stiamo chiarendo tutto,
mamma. È stato solo un intoppo.»
«Un intoppo che ti ha tenuta
lontana da lui per giorni? Non è il
modo più sensato per affrontare i
problemi, Eva.»
«È una storia lunga...»
Incrociò le braccia. «Non ho
nessuna fretta.»
«Be’, io sì. Devo prepararmi per
andare in ufficio.»
Un’espressione sofferente le
attraversò il viso, e io mi sentii
subito in colpa.
Un tempo volevo diventare
uguale a mia madre. Passavo ore a
provare i suoi vestiti, a barcollare
sui suoi tacchi, a impiastricciarmi la
faccia con le sue costose creme e i
suoi trucchi. Cercavo di imitare la
sua voce ansimante e la sua
affettazione sensuale, sicura che
fosse la donna più meravigliosa del
mondo, un esempio di perfezione. E
come ci sapeva fare con gli uomini,
il modo in cui loro la guardavano e
cadevano ai suoi piedi... Be’, anch’io
volevo avere lo stesso tocco
magico.
Alla fine, da adulta, ero diventata
identica a lui, a parte l’acconciatura
e il colore degli occhi. Ma era solo
una facciata. Come donne, non
avremmo potuto essere più diverse
e, purtroppo, avrei finito per essere
orgogliosa di questa differenza.
Avevo smesso di chiederle consigli,
tranne quando si trattava di vestiti
o di altre questioni estetiche.
Era arrivato il momento di
cambiare. Adesso.
Per gestire la mia relazione con
Gideon avevo provato molte
tattiche diverse, ma non avevo mai
chiesto aiuto all’unica persona di
mia conoscenza che sapeva com’era
essere sposata con uomini potenti e
importanti.
«Ho bisogno di un consiglio,
mamma.»
Le mie parole rimasero sospese
a mezz’aria. Poi vidi mia madre
sgranare gli occhi per la sorpresa,
una volta che il messaggio arrivò a
segno. Un attimo dopo si
abbandonò sul divano, come se le
avessero ceduto le ginocchia. Aveva
accusato il colpo, e capii di averla
totalmente esclusa.
Dentro di me provavo dolore
mentre mi sedevo di fronte a lei.
Avevo imparato a essere cauta nel
confidarmi con mia madre, a fare
del mio meglio per nasconderle
tutte le informazioni che avrebbero
potuto dare il via alle estenuanti
discussioni che mi facevano andare
fuori di testa.
Non era sempre stato così. Il mio
fratellastro Nathan mi aveva privata
del rapporto caldo e affettuoso che
avevo con mia madre, così come si
era preso la mia innocenza. Quando
lei aveva saputo di quell’abuso era
cambiata di colpo, diventando
iperprotettiva al punto di
trasformarsi in una soffocante
persecuzione. Era sicura di sé in
tutti gli aspetti della sua vita,
tranne che con me. Con me era
ansiosa e invadente, talvolta quasi
isterica. Nel corso degli anni mi ero
costretta a nascondere la verità
troppe volte, ad avere segreti con
tutte le persone che amavo solo per
restare in pace.
«Non so come essere la moglie
giusta per Gideon» confessai.
Drizzò le spalle: la sua postura
esprimeva una profonda
indignazione. «Allora è lui che ha
un’amante?»
«No!» Senza volere mi scappò
una risata. «Non ci sono amanti di
mezzo. Non ci faremmo un torto del
genere. Non potremmo. Smetti di
preoccuparti per questo.»
Non potevo fare a meno di
chiedermi se la sua recente
infedeltà con mio padre non fosse
la vera causa delle sue
preoccupazioni. Le pesava? Si
faceva domande sul suo rapporto
con Stanton? Non sapevo neanche
io come prenderla. Amavo
tantissimo mio padre, ma ero anche
convinta che il mio patrigno fosse
l’uomo giusto per mia madre, il
marito ideale per lei.
«Senti, Eva...»
«Gideon e io ci siamo sposati in
segreto.» Dio, che soddisfazione
poter finalmente sputare il rospo.
Mia madre sbatté le palpebre un
paio di volte. «Che cosa?»
«Non l’ho ancora detto a papà»
continuai. «Ma ho intenzione di
chiamarlo oggi.»
Le si riempirono gli occhi di
lacrime. «Perché? Santo cielo, Eva,
perché ci siamo allontanate così
tanto?»
«Non piangere, mamma.» Mi
alzai e andai a sedermi vicino a lei.
Presi le sue mani tra le mie, ma lei
invece mi strinse forte a sé.
Inspirai il suo profumo così
familiare e provai quella pace
profonda che solo l’abbraccio di una
madre è in grado di dare, almeno
per qualche istante. «Non avevamo
pianificato niente, mamma.
Eravamo andati via per il weekend,
Gideon mi ha fatto la proposta e poi
ha organizzato tutto... È stata una
cosa spontanea, sull’onda del
momento.»
Si scostò da me e vidi il suo viso
solcato dalle lacrime e il suo
sguardo infuocato. «Ti ha sposata
senza un accordo
prematrimoniale?»
Scoppiai a ridere, fu più forte di
me. Era ovvio che mia madre
sarebbe andata a parare sui
dettagli economici. Il denaro era
sempre stato la forza trainante
della sua vita. «Un accordo c’è.»
«Eva Lauren! L’hai fatto leggere
a qualcuno? O anche lì è stato tutto
improvvisato?»
«Ho letto ogni singola parola.»
«Ma tu non sei un avvocato! Eva,
ti ho insegnato a essere un po’ più
furba di così!»
«Anche un bambino di sei anni
avrebbe capito quali fossero i
termini» replicai in tono acido,
irritata dal vero problema che
minacciava il mio matrimonio:
Gideon e io eravamo circondati da
troppe persone che si
immischiavano nella nostra
relazione, distraendoci e facendoci
sottrarre tempo prezioso alle cose
che ne avevano più bisogno. «Non
preoccuparti per l’accordo.»
«Avresti dovuto farlo leggere a
Richard, non capisco perché non
l’hai fatto. È stata una scelta
irresponsabile, davvero non...»
«L’ho letto, Monica.»
Sentendo la voce del mio
patrigno ci voltammo entrambe.
Stanton entrò in sala elegantissimo,
con un inappuntabile completo blu
e una cravatta gialla. Immaginai
che Gideon a quell’età sarebbe
stato molto simile al mio patrigno:
fisicamente in forma, elegante, un
vero maschio alfa.
«Davvero?» gli chiesi, sorpresa.
«Cross me l’ha mandato qualche
settimana fa.» Stanton attraversò la
stanza e prese le mani di mia
madre tra le sue. «Non avrei saputo
ottenere condizioni migliori.»
«Ci sono sempre condizioni
migliori, Richard!» ribatté mia
madre, asciutta.
«Sono previsti benefici legati al
raggiungimento di determinati
traguardi, per esempio anniversari
o la nascita dei figli, e nessun tipo
di penale per Eva, salvo l’intervento
di un consulente matrimoniale. Una
separazione comporterebbe una
divisione dei beni più che equa. Ho
avuto la tentazione di chiedere a
Cross se l’avesse fatto leggere ai
suoi legali: immagino che si
sarebbero opposti a gran voce a un
accordo del genere.»
Mia madre si calmò per un
istante, mentre digeriva la novità.
Poi però si alzò in piedi di scatto
come una furia. «Ma tu sapevi che
si sarebbero sposati? Lo sapevi e
non hai detto niente?»
«Non sapevo nulla,
naturalmente.» La strinse tra le
braccia, cullandola dolcemente
come se fosse una bambina. «Ho
pensato che si stesse portando
avanti. Sai, di solito per queste cose
ci vogliono mesi di trattative. Anche
se, in questo caso, non avrei potuto
chiedere niente di più.»
Mi alzai in piedi. Dovevo
sbrigarmi se volevo arrivare
puntuale al lavoro. Quello era
proprio il giorno in cui non avrei mai
voluto fare tardi.
«Dove stai andando?» Mia madre
si staccò da Stanton. «Non abbiamo
ancora finito di parlare. Non puoi
lasciar cadere una bomba del
genere e poi andartene così!»
Mi voltai verso di lei e
indietreggiai verso la porta. «Devo
assolutamente prepararmi. Perché
non pranziamo insieme e
continuiamo il discorso?»
«Ma non puoi essere...»
La zittii. «Corinne Giroux.»
Mia madre spalancò gli occhi, poi
li strinse. Quel nome. Non ebbi
bisogno di aggiungere altro.
L’ex di Gideon era un problema
che non aveva bisogno di ulteriori
spiegazioni.
È raro che chi viene a Manhattan
non si senta subito a casa. La sua
skyline è stata immortalata in così
tanti film e serie televisive che se
ne è perso il conto, e così la storia
d’amore con New York ha coinvolto
anche il resto del mondo, oltre ai
suoi abitanti.
Io non facevo eccezione.
Adoravo l’eleganza Art Déco del
Chrysler Building. Ero in grado di
calcolare la mia posizione esatta
semplicemente guardando dove si
trovava rispetto a me l’Empire State
Building. Mi metteva soggezione
l’altezza impressionante della
Freedom Tower, che adesso
dominava tutta Downtown. Il
Crossfire Building, però, faceva
storia a sé, e lo pensavo già prima
di conoscere l’uomo alla cui
lungimiranza si doveva la creazione
dell’edificio.
Mentre Raúl accostava al
marciapiede io osservavo
meravigliata le vetrate color zaffiro
che avvolgevano la struttura a
obelisco del Crossfire. Alzai la testa
e percorsi con lo sguardo tutta
l’altezza di quel palazzo scintillante,
fino al punto più elevato, lo spazio
immerso nella luce che ospitava gli
uffici della Cross Industries. Intorno
a me era pieno di gente che andava
di fretta, uomini e donne d’affari
diretti verso il loro ufficio con la
borsa o la ventiquattrore in una
mano e una tazza di caffè fumante
nell’altra.
Sentii la presenza di Gideon
ancora prima di vederlo, il mio
corpo lo percepì con un fremito nel
momento in cui scese dalla Bentley,
parcheggiata subito dietro la nostra
Mercedes. L’aria intorno a me era
carica di elettricità, c’era
quell’energia crepitante che di solito
prelude all’arrivo di una tempesta.
Ero una delle poche persone a
sapere che era l’anima di Gideon,
ossessionata da un implacabile
tormento, ad alimentare quella
tempesta.
Mi girai verso di lui con un
sorriso. Non era una coincidenza se
eravamo arrivati nello stesso
istante. Lo sapevo prima ancora di
leggere la conferma nel suo
sguardo.
Indossava un completo grigio
antracite, con una camicia bianca e
una cravatta argento regimental. I
capelli scuri gli sfioravano la
mascella e il colletto, in una cascata
stravagante e sensuale. Mi
guardava sempre con quell’aria
ferocemente sexy che mi aveva
stregata la prima volta, ma adesso
nei suoi luminosi occhi blu c’era
anche una tenerezza nuova,
un’apertura che per me significava
più di qualunque altra cosa avrebbe
mai potuto darmi.
Gli andai incontro mentre si
avvicinava. «Buongiorno, Mr
Tenebroso e Fatale.»
Incurvò le labbra mentre
un’espressione divertita gli
illuminava lo sguardo. «Buongiorno,
moglie.»
Allungai una mano per prendere
la sua e mi sentii più rilassata
quando lui me la porse e strinse la
mia con forza. «Stamattina ho detto
a mia madre... del nostro
matrimonio.»
Inarcò un sopracciglio per la
sorpresa, e poi il suo sorriso si
trasformò in un ghigno di trionfo.
«Bene.»
Risi della sua spudorata
possessività e gli diedi un buffetto
sulla spalla. Si spostò
fulmineamente, mi afferrò e mi
strinse a sé dandomi un bacio
sull’angolo della bocca.
La sua gioia era contagiosa, la
sentivo ardere dentro di me e
illuminare tutte quelle zone così
buie nei giorni precedenti. «Appena
faccio una pausa voglio chiamare
mio padre e raccontargli tutto.»
Si fece serio. «Perché adesso, e
non prima?»
Parlava a bassa voce per non
farsi sentire. Il popolo degli uffici
continuava a passarci accanto,
senza fare particolare attenzione a
noi, eppure esitavo a rispondere, mi
sentivo esposta.
E poi... la verità venne fuori più
facilmente che mai. Avevo nascosto
così tante cose alle persone che
amavo – cose piccole, cose grandi –
nel tentativo di salvaguardare lo
status quo, mentre invece speravo
in un cambiamento di cui avevo
bisogno.
«Avevo paura» gli risposi.
Fece un passo verso di me,
fissandomi intensamente. «Ma
adesso non più.»
«No.»
«Stasera mi dirai di cosa avevi
paura.»
Annuii. «Sì, te lo dirò.»
Mi cinse la nuca con una mano,
in una stretta tenera e possessiva.
Aveva un’espressione impassibile,
non lasciava trasparire nulla, ma i
suoi occhi... quegli occhi così blu...
traboccavano di emozione. «Ce la
faremo, angelo.»
Mi sentii invadere da un caldo
fiotto d’amore, come l’euforia data
da un buon vino. «Puoi ben dirlo.»
Era una sensazione strana
camminare lungo i corridoi della
Waters, Field & Leaman facendo
mentalmente il conto dei giorni che
potevo dire di aver trascorso in
quella prestigiosa agenzia di
pubblicità. Megumi Kaba mi fece un
cenno di saluto con la mano da
dietro il banco della reception,
indicando la cuffia per farmi capire
che era al telefono e non poteva
parlare. Risposi al suo saluto e mi
diressi verso la scrivania con passo
deciso. Avevo moltissimo da fare,
una nuova epoca stava per iniziare.
Tanto per cominciare, le cose più
importanti. Infilai la borsa
nell’ultimo cassetto, mi sistemai
sulla sedia e aprii il sito del mio
fioraio preferito. Sapevo che cosa
stavo cercando. Due dozzine di rose
bianche in un vaso alto di cristallo
rosso.
Il bianco significava purezza,
amicizia e amore eterno. Era anche
il simbolo della resa. Quella
separazione forzata tra me e
Gideon era stata un atto di guerra,
e alla fine avevo vinto io. Ma non
volevo combattere contro mio
marito.
Non tentai neppure di trovare
una frase spiritosa con cui
accompagnare i fiori, come avevo
fatto in passato. Mi limitai a
scrivere con il cuore:

Sei eccezionale, Mr Cross.


Ti adoro e ti amo da morire.
Mrs Cross

Il sito mi invitava a completare


l’ordine. Feci un clic sul pulsante di
conferma e mi concessi un attimo
per provare a immaginare che cosa
avrebbe pensato Gideon del mio
regalo. Un giorno o l’altro mi
sarebbe piaciuto essere presente
mentre riceveva dei fiori da me.
Avrebbe sorriso mentre Scott, il suo
segretario, glieli porgeva? Avrebbe
interrotto la riunione per leggere il
biglietto? O forse avrebbe atteso
una delle rare pause nella sua
agenda per avere un po’ di privacy?
Le mie labbra si piegarono in una
smorfia mentre prendevo in
considerazione le diverse
possibilità. Mi piaceva fare regali a
Gideon.
E presto avrei avuto più tempo a
disposizione per sceglierli.

«Te ne vai?»
Mark Garrity sollevò lo sguardo
dalla lettera di dimissioni e incrociò
il mio. Nel vedere l’espressione del
mio capo sentii un nodo allo
stomaco. «Sì. Mi dispiace di non
poter dare un preavviso più lungo.»
«Domani è il tuo ultimo giorno?»
Si appoggiò allo schienale della
sedia. I suoi occhi, di una calda
tonalità appena più chiara della
pelle, esprimevano sorpresa e
costernazione. «Ma perché, Eva?»
Sospirando mi protesi verso di
lui, appoggiando i gomiti sulle
ginocchia. Ancora una volta, era il
momento della verità. «Mi rendo
conto che non è molto professionale
metterla così, ma... ho dovuto
rivedere le mie priorità in questo
momento... Non sarei in grado di
dedicare a questo lavoro tutta la
mia attenzione, Mark. Mi dispiace
davvero.»
«Io...» Sospirò e si passò una
mano sui riccioli corti e scuri. «Al
diavolo... che posso dire?»
«Che mi perdonerai e non mi
serberai rancore?» gli dissi con una
risatina soffocata. «Ti chiedo molto,
lo so.»
Fece un sorriso ironico. «Detesto
l’idea di perderti, Eva, questo lo sai.
Non so neanche se sono mai
riuscito a dirti quanto sia prezioso il
tuo contributo. Tu mi fai lavorare
meglio.»
«Grazie, Mark, lo apprezzo
molto.» Accidenti, era più difficile di
quanto pensassi, anche se sapevo
che era la decisione migliore che
potessi prendere, l’unica.
Spostai lo sguardo da lui alla
vista dietro le sue spalle. La sua
carica di junior account manager gli
garantiva un piccolo ufficio con la
vista ostruita dal palazzo di fronte,
ma era comunque la quintessenza
di New York, esattamente come
l’enorme ufficio di Gideon Cross
sopra di noi, all’ultimo piano.
Da molti punti di vista quella
differenza di piani rifletteva il modo
con cui avevo tentato di definire la
mia relazione con Gideon. Sapevo
chi era. Sapevo anche che cosa era:
un uomo di una categoria a sé
stante. Era una delle cose che mi
piacevano di lui, e non volevo che
cambiasse, volevo arrivare al suo
livello grazie ai miei meriti. Ma non
avevo considerato che, rifiutandomi
testardamente di accettare che il
nostro matrimonio avesse cambiato
prospettiva, stavo trascinando giù
lui al mio, di livello.
Non sarei mai stata quella che si
era fatta strada da sola. Per alcuni
il mio successo sarebbe dipeso solo
dal matrimonio. E dovevo farmene
una ragione.
«Allora, dove andrai adesso?» mi
chiese Mark.
«In tutta onestà... devo ancora
decidere. So solo che non posso
rimanere qui.»
Il mio matrimonio poteva
sopportare solo un certo grado di
pressione prima di andare in pezzi e
io gli avevo permesso di avvicinarsi
all’orlo del baratro nel tentativo di
creare un po’ di distanza tra me e
mio marito, di mettere me stessa
davanti a tutto il resto.
Gideon era profondo e vasto
come l’oceano e io avevo temuto di
annegare dentro di lui dal primo
momento in cui l’avevo visto. Ora
quella paura non potevo più
provarla, non dopo aver capito che
quello che temevo di più era
perdere lui.
Nel tentativo di restare neutrale
ero stata sbattuta di qua e di là. E
poiché la cosa mi aveva resa
furiosa, non mi ero presa il tempo
necessario per comprendere che, se
volevo il controllo, non dovevo fare
altro che prendermelo.
«È per via della LanCorp?» mi
chiese Mark.
«In parte.» Mi lisciai la gonna
gessata, allontanando mentalmente
il risentimento che ancora avvertivo
per l’assunzione di Mark da parte di
Gideon. Il catalizzatore era stata
l’esplicita richiesta che la LanCorp
aveva fatto alla Waters, Field &
Leaman di avere come account
Mark, e quindi anche me una
manovra che Gideon aveva visto
con sospetto. La truffa organizzata
da Geoffrey Cross aveva decimato il
patrimonio dei Landon e, anche se
sia Ryan Landon sia Gideon erano
riusciti a ricostruire ciò che i loro
padri avevano perduto, Landon
covava ancora sentimenti di
vendetta. «Ma sono soprattutto
motivi personali.»
Si raddrizzò appoggiando i gomiti
sulla scrivania e si protese verso di
me. «Non sono affari miei e non
voglio ficcare il naso, ma sappi che
Steven, Shawna e io per te ci siamo
sempre, se hai bisogno di noi. Ci
teniamo a te.»
La sua lealtà mi fece venire le
lacrime agli occhi. Il suo fidanzato,
Steven Ellison, e la sorella di
Steven, Shawna, mi erano stati
vicini nei primi mesi che avevo
trascorso a New York, facevano
parte della rete di amicizie che mi
ero costruita in quella nuova vita. In
ogni caso, non volevo perderli.
«Lo so.» Sorrisi, nonostante la
tristezza. «Se avrò bisogno di voi mi
farò viva, lo prometto. Ma andrà
tutto per il meglio, per tutti noi.»
Mark si rilassò e sorrise a sua
volta. «A Steven verrà un colpo.
Forse dovresti dirglielo
direttamente tu.»
Il pensiero del gioviale e
corpulento imprenditore fu
sufficiente a scacciare ogni ombra
di tristezza.
Steven mi avrebbe di certo
rimproverata per il bidone che stavo
tirando al suo compagno, ma
l’avrebbe fatto con il consueto
buonumore. «Ma dài» dissi in tono
scherzoso. «Non puoi chiedermi una
cosa del genere. È già abbastanza
dura così.»
«Non ho nulla in contrario a
renderla ancora più dura.»
Scoppiai a ridere. Sì, Mark e il
mio lavoro mi sarebbero mancati. E
tanto.

Quando finalmente ebbi un


attimo di pausa era ancora presto a
Oceanside, in California, e così
mandai un SMS a mio padre invece
che telefonargli.
“Fammi sapere quando sei
sveglio, ok? Devo dirti una cosa.” E
siccome sapevo che il fatto di
essere un poliziotto oltre che un
padre lo rendeva ancora più incline
a preoccuparsi, aggiunsi: “Niente di
brutto, ma ci sono novità”.
Avevo appena appoggiato il
telefono sul bancone della sala
ristoro quando si mise a suonare. Il
bel viso di mio padre comparve
sullo schermo del telefono: nella
foto si vedevano bene gli occhi grigi
che avevo ereditato da lui.
Di colpo ebbi un crollo nervoso.
Quando presi il telefono mi tremava
la mano. Amavo tantissimo i miei
genitori, ma avevo sempre pensato
che mio padre avesse una
sensibilità più profonda di mia
madre. E se lei non perdeva
occasione per sottolineare come
avrei potuto rimediare ai miei
difetti, lui sembrava non vederne
nessuno. Dargli una delusione, o un
motivo per stare male... era crudele
anche il solo pensarci.
«Ciao, papà, come stai?»
«Lo chiedo a te, tesoro. Io faccio
sempre le solite cose, ma tu? Che
cosa succede?»
Mi spostai al tavolo più vicino e
presi una sedia per cercare di
calmarmi. «Ti ho detto che non si
tratta di niente di brutto, non
essere preoccupato. Ti ho
svegliato?»
«Preoccuparmi è il mio mestiere»
disse, con un tono leggermente
divertito. «E mi stavo preparando
per fare una corsetta prima di
andare in ufficio, dunque non mi hai
svegliato affatto. Raccontami di
queste novità.»
«Ehm...» Soffocata dalle lacrime,
deglutii forte. «È più difficile di quel
che pensavo. Ho detto a Gideon che
ero più preoccupata per la mamma,
che con te sarebbe andato tutto
bene, ed ecco che sto cercando
di...»
«Eva.»
Feci un respiro profondo.
«Gideon e io ci siamo sposati in
segreto.»
Sulla linea calò il silenzio.
«Papà?»
«Quando?» La sua voce era
incrinata, e mi sentii morire.
«Un paio di settimane fa.»
«Prima di venire a trovarmi?»
Mi schiarii la gola. «Sì.»
Silenzio.
Era davvero dura. Solo qualche
settimana prima gli avevo
raccontato degli abusi di Nathan e
ne era rimasto sconvolto. E ora
questo...
«Papà... così mi fai paura.
Eravamo su quell’isola, ed era tutto
meraviglioso. Il resort dove
alloggiavamo organizza matrimoni
in continuazione, la rendono una
cosa semplice... un po’ come a Las
Vegas. Hanno una persona sempre
disponibile a celebrarli e c’è anche
chi si occupa delle varie licenze. Era
solo un momento perfetto, sai
com’è. L’occasione ideale.» Anch’io
avevo la voce incrinata. «Papà...
per favore di’ qualcosa.»
«Io... io non so cosa dire.»
Una lacrima rovente mi scese
lungo la guancia. La mamma aveva
preferito il denaro all’amore, e
Gideon era un esempio perfetto del
tipo d’uomo che lei aveva scelto al
posto di mio padre. Sapevo che
questo aveva creato un pregiudizio
che mio padre doveva ancora
superare. E adesso c’era quest’altro
ostacolo.
«Il matrimonio lo organizziamo
comunque» gli dissi. «Vogliamo i
nostri amici e le nostre famiglie
vicino a noi quando pronunceremo i
voti...»
«Era quello che mi aspettavo,
Eva» ruggì. «Maledizione, mi sento
come se Cross mi avesse rubato
qualcosa! So che avrei dovuto
separarmi da te, ci stavo lavorando,
e all’improvviso lui piomba e ti
porta via? E tu non me l’hai
neanche detto? Eri qui, nella mia
casa, e non mi hai detto niente? Fa
male, Eva, fa davvero male.»
A quel punto non fu più possibile
frenare le lacrime, un diluvio caldo
che mi offuscò la vista e mi bloccò
la gola.
Sobbalzai quando la porta si aprì
e Will Granger entrò nella saletta.
«Probabilmente è qui dentro» disse
il mio collega. «Infatti eccola...»
Quando vide la mia faccia le
parole gli morirono sulle labbra e
dietro gli occhiali squadrati anche i
suoi occhi persero il sorriso.
Un braccio rivestito di scuro
comparve all’improvviso e lo spinse
da parte.
“Gideon.” Riempiva tutta la
soglia, i suoi occhi erano puntati su
di me, freddi come il ghiaccio.
Sembrava un angelo vendicatore e
il suo vestito elegante gli dava l’aria
di un uomo al tempo stesso abile e
pericoloso, con il viso indurito in
una maschera meravigliosa.
Sbattei le palpebre, cercando di
capire perché si trovasse lì e come
fosse arrivato. In un lampo era
davanti a me, con il mio telefono in
mano. Diede un’occhiata allo
schermo prima di portarselo
all’orecchio.
«Victor.» Pronunciò il nome di
mio padre come se fosse un
avvertimento. «A quanto pare ha
sconvolto Eva, e dunque ora parli
con me.»
Will si ritirò in buon ordine e si
chiuse la porta alle spalle.
Nonostante il tono di voce
tagliente, le dita con cui mi
accarezzava le guance erano di una
tenerezza infinita. Teneva lo
sguardo su di me e i suoi occhi blu
erano pieni di una rabbia glaciale
che mi metteva i brividi.
Quant’era furioso! E anche mio
papà. Sentivo le sue urla da dove
mi trovavo.
Afferrai il polso di Gideon
scuotendo la testa: di colpo mi
prese il panico al pensiero che i due
uomini che amavo di più finissero
per non andare d’accordo, forse
addirittura per odiarsi.
«È tutto a posto» sussurrai. «Sto
bene.»
Mi guardò con gli occhi socchiusi
e muovendo solo le labbra disse:
“Niente affatto”.
Quando Gideon riprese a parlare
con mio padre, la sua voce era
ferma e controllata, e dunque
ancora più spaventosa. «Ha tutto il
diritto di essere arrabbiato e di
sentirsi ferito, glielo concedo. Ma
non ho intenzione di farmi rovinare
la vita per questo... No, ovviamente
non avendo figli non posso
immaginare.»
Mi sforzavo per riuscire a sentire,
sperando che l’abbassamento del
tono di voce significasse che mio
padre si stava calmando, e non che
era ancora più arrabbiato.
All’improvviso Gideon si irrigidì e
lasciò cadere la mano con cui mi
stava accarezzando. «No, non sarei
affatto felice se mia sorella si
sposasse in segreto. Detto questo,
non è certo lei quella con cui me la
prenderei...»
Sussultai. Mio marito e mio padre
avevano questo in comune, erano
entrambi estremamente protettivi
nei confronti delle persone che
amavano.
«Sono a sua disposizione in
qualunque momento, Victor. Posso
anche venire io da lei, se preferisce.
Quando ho sposato sua figlia, mi
sono preso la responsabilità di lei e
della sua felicità. Se devo affrontare
delle conseguenze, sono pronto a
farlo senza nessun problema.»
Socchiuse gli occhi mentre
ascoltava.
Poi prese la sedia di fronte a me,
appoggiò il telefono sul tavolo e
inserì il vivavoce.
La voce di mio padre risuonò
nella saletta. «Eva?»
Feci un respiro profondo e strinsi
forte la mano che Gideon mi
porgeva. «Sì, sono qui, papà.»
«Tesoro...» Anche lui fece un
respiro profondo. «Non essere
turbata, d’accordo? Sto solo... Ho
bisogno di un po’ di tempo per
mandare giù la cosa. Non me
l’aspettavo e... devo abituarmi
all’idea. Ne possiamo parlare
stasera, più tardi, quando finisco il
mio turno?»
«Sì, certo.»
«Bene.» Fece una pausa.
«Ti voglio bene, papà.» Nella
mia voce si fece strada il suono
delle lacrime e Gideon si avvicinò
con la sedia, stringendomi le gambe
tra le sue. Era sorprendente quanta
forza riuscissi a trarre da lui, che
sollievo fosse potermi appoggiare a
lui. Era diverso dal sostegno che mi
dava Cary. Il mio migliore amico
era una cassa di risonanza, mi
sopportava e mi spingeva a reagire.
Gideon invece era uno scudo.
E io dovevo essere abbastanza
forte da ammettere che ne avevo
bisogno.
«Anch’io ti voglio bene, piccola»
disse mio padre, con una nota di
dolore e sofferenza nella voce che
fu come una coltellata. «Ti chiamo
più tardi.»
«Ok. Io...» Cos’altro potevo dire?
Ero un mezzo disastro quando si
trattava di sistemare le cose.
«Ciao.»
Gideon chiuse la chiamata e poi
prese le mie mani tremanti tra le
sue. Mi guardava negli occhi, e la
freddezza glaciale di poco prima si
stava trasformando in tenerezza.
«Non c’è nulla di cui vergognarsi,
Eva. È chiaro?»
Annuii. «Non mi vergogno.»
Mi prese il viso tra le mani e con
i pollici asciugò le lacrime. «Non
sopporto di vederti piangere,
angelo.»
Ricacciai indietro quella tristezza
che non voleva andarsene e la
sospinsi in un angolino, l’avrei
affrontata più tardi. «Perché sei
qui? Come hai fatto a saperlo?»
«Sono venuto a ringraziarti per i
fiori» mormorò.
«Oh. Ti piacciono?» riuscii a
sorridere. «Volevo farti pensare a
me.»
«Sempre, in ogni momento.» Mi
strinse a sé.
«Potevi mandarmi un biglietto.»
«Ah.» Fece un accenno di sorriso,
e il mio cuore perse un battito. «Ma
non avrei potuto metterci dentro
questo.» Mi prese in braccio e mi
diede il più sensuale dei baci.
“Stasera torniamo a casa?
Confermato?” Ricevetti l’SMS di Cary
a mezzogiorno, mentre aspettavo
l’ascensore per scendere nell’atrio.
Mia madre era già lì che mi
aspettava e io stavo tentando di
chiarirmi le idee. Avevamo ancora
un sacco di strada da fare.
Speravo davvero che lei avrebbe
potuto aiutarmi a gestire tutto.
“L’idea è quella” risposi al mio
adorato inquilino nonché emerito
rompiscatole, finendo di digitare
mentre entravo nell’ascensore. “Ho
un app. dopo il lavoro però, e poi
una cena con Gideon. Forse tardo.”
“Cena? Devi raccontarmi tutto.”
Feci un sorriso. “Certo.”
“Ha chiamato Trey.”
Espirai di colpo, come se avessi
trattenuto il fiato. E in un certo
senso era proprio così.
Non potevo rimproverare il
fidanzato a singhiozzo di Cary per
aver fatto un bel passo indietro
quando aveva saputo che
l’amichetta che Cary si era scopato
era rimasta incinta. Trey si era già
dovuto scontrare con la bisessualità
del mio amico, e adesso la nascita
di un bambino voleva dire che ci
sarebbe sempre stata una terza
persona nella loro relazione.
Non c’era alcun dubbio che Cary
avrebbe dovuto fare sul serio con
Trey già da prima, invece di tenersi
tutte le porte aperte, ma capivo
anche la paura che stava dietro le
sue scelte. Sapevo fin troppo bene
che genere di pensieri ti passa per
la testa quando sei sopravvissuto a
quello a cui eravamo sopravvissuti
Cary e io e poi inaspettatamente ti
trovi davanti una persona
straordinaria che ti ama.
Quando era troppo bello per
essere vero, come poteva essere
reale?
Stavo anche dalla parte di Trey,
però, e se aveva deciso di chiudere,
rispettavo la sua decisione. Ma lui
era la cosa più bella capitata a Cary
da un sacco di tempo. Ci sarei
rimasta davvero male se non ce
l’avessero fatta. “Che cosa ha
detto?”
“Ti racconto quando ci vediamo.”
“Cary! Che crudeltà!”
Non mi rispose finché non
raggiunsi i tornelli dell’atrio. “Già,
non dirlo a me.”
Mi si spezzò il cuore, perché non
c’era alcun modo per prenderla
come una buona notizia. Mi feci da
parte per lasciar passare le persone
e gli risposi: “Ti voglio un sacco di
bene, Cary Taylor”.
“Ti voglio bene anch’io, piccola.”
«Eva!»
Mia madre camminava verso di
me. Indossava un paio di sandali
con un filo di tacco ed era
impossibile non notarla, anche nel
mezzo della folla della pausa
pranzo che entrava e usciva dal
Crossfire. Minuta com’era, Monica
Stanton avrebbe potuto perdersi in
quel mare di completi scuri, ma
richiamava troppo l’attenzione
perché una cosa del genere potesse
accadere.
Carisma. Sensualità. Fragilità.
Era quello il mix esplosivo che
aveva fatto di Marilyn Monroe una
star, e spiegava altrettanto bene
anche mia madre. Indossava una
jumpsuit senza maniche blu scuro e
sembrava decisamente più giovane
della sua età. Era anche molto più
sicura di sé di come la conoscessi
io. Le pantere di Cartier al collo e al
polso avvertivano che era una
donna decisamente cara.
Mi raggiunse e mi strinse in un
abbraccio che mi colse di sorpresa.
«Mamma.»
«Stai bene?» Arretrò un po’ e
studiò il mio viso con attenzione.
«Che cosa? Ma certo, perché?»
«Tuo padre ha chiamato.»
«Oh.» La osservai con
circospezione. «Non ha preso
troppo bene la novità.»
«No, per nulla.» Sottobraccio, ci
avviammo verso l’uscita. «Ma ci farà
i conti. Non era ancora pronto a
lasciarti andare.»
«Perché gli ricordo te.» Per mio
padre, mia madre era quella che se
n’era andata. Lui l’amava ancora,
anche dopo essere stati lontani per
vent’anni.
«È un’assurdità, Eva. La
somiglianza c’è, ma tu sei molto più
interessante.»
Quel discorso mi strappò una
risata. «Gideon dice che sono
interessante.»
Lei fece un sorriso smagliante, e
l’uomo che le stava passando
accanto inciampò. «Ma certo, lui è
un intenditore di donne. Per quanto
tu possa essere bella, ci vuole
qualcosa di più dell’aspetto fisico
per spingerlo a sposarti.»
Mi fermai accanto alla porta
girevole e feci passare mia madre
per prima. Un’ondata di afa mi
investì quando la raggiunsi sul
marciapiede, coprendomi la pelle di
un velo di sudore. In alcuni
momenti dubitavo fortemente che
mi sarei mai abituata all’umidità,
ma la consideravo un prezzo da
pagare per vivere nella città che
amavo così tanto. La primavera era
stata meravigliosa, e sapevo che
anche l’autunno non sarebbe stato
da meno. Il momento ideale per
rinnovare i voti con l’uomo che era
padrone del mio cuore e della mia
anima.
Mentre ringraziavo Dio per il
dono dell’aria condizionata, scorsi
l’autista e guardia del corpo di
Stanton che aspettava vicino a
un’auto nera accostata al
marciapiede.
Benjamin Clancy mi salutò con
un cenno del capo rilassato e sicuro
di sé. Si comportava come se niente
fosse, ma io provavo un sentimento
di gratitudine così forte nei suoi
confronti che mi dovevo trattenere
dal saltargli al collo per baciarlo.
Gideon aveva ucciso Nathan per
proteggermi, Clancy aveva fatto in
modo che Gideon non dovesse mai
pagare per quel gesto.
«Salve» gli dissi, e vidi il mio
sorriso riflesso nei suoi occhiali a
specchio.
«Salve, Eva, che bello rivederla.»
«Vale anche per me.»
Non fece un sorriso aperto, non
era nel suo stile, ma io lo percepii
lo stesso.
Mia madre salì in macchina per
prima e io mi infilai dopo di lei sul
sedile posteriore. Clancy non aveva
ancora fatto il giro dell’auto per
raggiungere il posto di guida che lei
si era già girata verso di me e mi
aveva preso la mano tra le sue.
«Non preoccuparti per tuo padre.
Ha il classico temperamento focoso
dei latinoamericani, ma gli passa
subito. L’unica cosa che vuole è che
tu sia felice.»
Le strinsi delicatamente le dita.
«Lo so. Ma io vorrei davvero che
papà e Gideon andassero
d’accordo.»
«Sono testardi tutti e due,
tesoro, è normale che ogni tanto
finiscano per scontrarsi.»
Non aveva torto. Fantasticavo di
vederli andare in giro insieme,
come fanno gli uomini, tutti presi a
parlare di sport o di auto, a darsi
pacche sulle spalle e così via, ma
dovevo affrontare la realtà, per
spiacevole che fosse.
«Hai ragione» ammisi. «Sono
grandi tutti e due: in qualche modo
le cose si sistemeranno.» Almeno,
così speravo.
Guardai fuori dal finestrino con
un sospiro. «Credo di aver trovato
una soluzione per Corinne Giroux.»
Silenzio. «Eva, devi toglierti
quella donna dalla testa. Se le dai
spazio nei tuoi pensieri, le concedi
un potere che non merita.»
«Le abbiamo permesso di
diventare un problema con tutta
questa segretezza.» Mi girai verso
mia madre. «Il mondo è avido di
ogni cosa che riguarda Gideon. È
bellissimo, ricco, sexy e brillante. La
gente vuole sapere tutto di lui, ma
Gideon è così attento alla propria
privacy che di fatto non si sa quasi
niente. Ciò ha offerto a Corinne
l’opportunità di scrivere un libro sul
periodo in cui è stata con lui.»
Mi lanciò un’occhiata diffidente.
«Che cos’hai in mente?»
Frugai nella borsa e tirai fuori un
piccolo tablet. «Ci serve altra roba
così.»
Girai lo schermo e le mostrai la
foto che ritraeva me e Gideon solo
qualche ora prima, mentre eravamo
di fronte al Crossfire Building. Il
modo in cui mi teneva la mano sulla
nuca era al tempo stesso tenero e
possessivo, e la mia espressione
mentre alzavo il viso verso di lui
rivelava l’amore e l’adorazione che
provavo. Sentii una stretta allo
stomaco nel vedere un momento
così privato dato in pasto al resto
del mondo, ma dovevo passarci
sopra. Anzi, dovevo dargliene
ancora di più.
«Gideon e io dobbiamo smettere
di nasconderci» spiegai. «Dobbiamo
farci vedere. Passiamo troppo
tempo appartati. Il pubblico vuole
vedere il playboy miliardario che
finalmente si trasforma nel Principe
Azzurro. Vogliono le belle favole,
mamma, vogliono il lieto fine. Devo
dare alla gente il tipo di storia che
desidera: in questo modo farò sì
che il libro di Corinne diventi insulso
e patetico.»
Mia madre raddrizzò le spalle. «È
una pessima idea.»
«No, non lo è affatto.»
«È tremenda, Eva! In cambio
della privacy che vi siete conquistati
con tanta fatica non otterrete
niente. Se cerchi di placare quel
tipo di appetito, otterrai solo di
farlo crescere. Per l’amor del cielo,
non vorrai mica diventare una
protagonista dei tabloid!»
Serrai la mascella. «Non finirà
così.»
«Ma perché rischiare?» La sua
voce era diventata stridula. «A
causa di Corinne Giroux? Il suo libro
durerà un battito di ciglia, ma non ti
libererai mai di quel tipo di
attenzione, se la incoraggi.»
«Non ti seguo. Non è possibile
sposare Gideon e non avere quel
tipo di attenzione! Preferisco
tenerla sotto controllo e decidere io
in che modo andare in scena.»
«Un conto è essere famosa, un
altro finire tutti i momenti sui siti di
gossip!»
«Ne stai facendo una tragedia»
brontolai.
Lei scosse la testa. «Lascia che
te lo dica: questo è il modo
peggiore per gestire la faccenda. Ne
hai parlato con Gideon? Non me lo
vedo ad accettare una cosa del
genere.»
La fissai, sconcertata dalla sua
reazione. Avrei detto che sarebbe
stata dalla mia parte, considerando
come la pensava sui matrimoni con
le persone importanti e le loro
conseguenze.
Fu in quel momento che mi
accorsi della paura che le faceva
stringere le labbra e gettava
un’ombra sul suo sguardo.
«Mamma» dissi, addolcendo il
tono e prendendomi mentalmente a
calci per non averci pensato prima
«non dobbiamo più preoccuparci di
Nathan.»
Mi guardò. «No» disse, per nulla
tranquillizzata. «Ma se tutto ciò che
hai fatto, detto o deciso finisce
vivisezionato per il divertimento
della gente, può diventare un
incubo.»
«Non ho nessuna intenzione di
permettere a qualcun altro di
decidere in che modo io o il mio
matrimonio dobbiamo essere
percepiti!» Ero stanca di sentirmi
una... vittima. Volevo passare
all’offensiva.
«Eva, tu non...»
«O mi proponi un’alternativa che
non sia rimanermene con le mani in
mano o lasciamo perdere e non ne
parliamo più, mamma.» Girai la
testa dall’altra parte. «A quanto
pare non saremo mai d’accordo, e
non ho intenzione di cambiare idea
in mancanza di un piano
alternativo.»
Fece una smorfia che esprimeva
tutta la sua frustrazione e poi
piombò nel silenzio.
Le mie dita fremevano dal
desiderio di mandare un messaggio
a Gideon e sfogarmi con lui. Una
volta mi aveva detto che sarei stata
bravissima nel gestire le crisi. Mi
aveva proposto di mettere il mio
talento al servizio delle Cross
Industries.
Perché allora non cominciare con
qualcosa di più intimo e
importante?
2

«Ancora fiori?» disse Arash Madani


in tono distratto mentre entrava nel
mio ufficio.
Il capo del mio settore legale si
avvicinò alle rose bianche di Eva
nella zona salotto principale. Le
avevo sistemate sul tavolino in
modo da poterle vedere quando
alzavo lo sguardo. Messe lì, erano
riuscite benissimo a distrarmi dai
dati di Borsa che scorrevano sui
televisori a schermo piatto appesi
alla parete retrostante.
Il biglietto che accompagnava i
fiori era posato sul vetro fumé della
mia scrivania e io ci giocherellai,
rileggendolo per la centesima volta.
Arash prese una rosa e se la
avvicinò al naso. «Qual è il segreto
per farsi mandare un po’ di
queste?»
Mi appoggiai allo schienale della
sedia, notando distrattamente che
la sua cravatta verde smeraldo si
intonava alle bottiglie di cristallo
che decoravano il bar. Finché non
era arrivato lui, quelle bottiglie dai
toni brillanti e il vaso rosso di Eva
erano stati le uniche note di colore
nello spazio monocromatico del mio
ufficio. «La donna giusta.»
Rimise la rosa nel vaso. «Dài,
Cross, gira il coltello nella piaga.»
«Preferisco gioire in silenzio. Hai
qualcosa per me?»
Si avvicinò alla scrivania con un
sorriso che rivelava quanto amasse
il suo lavoro, anche se non ne
avevo mai dubitato. Il suo istinto
predatorio era sviluppato quasi
quanto il mio.
«L’affare Morgan sta andando
alla grande.» Si sistemò i pantaloni
di sartoria, poi si accomodò su una
delle due sedie di fronte alla mia
scrivania. Il suo stile era
leggermente più vistoso del mio,
ma comunque impeccabile.
«Abbiamo appianato le questioni
più grosse. Stiamo mettendo a
punto alcune clausole, ma
dovremmo essere pronti a
procedere dalla settimana
prossima.»
«Bene.»
«Sei un uomo di poche parole.»
Poi chiese con noncuranza: «Ti va
se ci vediamo questo weekend?».
Scossi la testa. «Magari Eva
vuole uscire. In quel caso, cercherò
di dissuaderla.»
Arash scoppiò a ridere. «Devo
dirtelo: mi aspettavo che ti
sistemassi, alla fine lo facciamo
tutti, ma credevo che ci sarebbero
stati dei segnali.»
«Lo pensavo anch’io.» Il che non
era proprio vero. Non mi ero
aspettato di condividere la vita con
qualcuno. Non avevo mai negato
che il mio passato continuasse a
condizionarmi, ma prima di Eva non
avevo sentito il bisogno di
raccontare quella storia a nessuno.
Non poteva essere cambiata, quindi
che senso aveva tirarla di nuovo in
ballo?
Mi alzai e mi avvicinai a una
delle finestre a tutta altezza del mio
ufficio e guardai lo splendido
paesaggio urbano al di là del vetro.
Prima di sapere dell’esistenza di
Eva, avevo avuto paura persino di
sognare che avrei trovato l’unica
persona al mondo capace di
accettare e amare ogni mia
sfaccettatura.
Com’era possibile che l’avessi
trovata qui, a Manhattan, proprio
nell’edificio che avevo costruito
sfidando il buonsenso e rischiando
grosso? Troppo costoso, avevano
detto, e non necessario. Ma io
avevo bisogno che il nome Cross
diventasse degno di essere
ricordato e fosse pronunciato in
tono diverso. Mio padre aveva
infangato il nostro nome, io l’avevo
ripulito facendolo risplendere nella
città più importante del mondo.
«Non hai dato alcun segno di
avere simili intenzioni» disse Arash
alle mie spalle. «Se ricordo bene,
facevi sesso con due donne quando
abbiamo festeggiato il Cinco de
Mayo, e qualche settimana dopo mi
chiedi di stendere la bozza di un
folle accordo prematrimoniale.»
Osservai il panorama, uno dei
rari momenti in cui godevo della
vista che l’altezza e la posizione del
mio ufficio nel Crossfire offrivano.
«Quando mai mi hai visto
rimandare la firma di un accordo?»
«Una cosa è ampliare il tuo
portafoglio, un’altra rivoluzionare la
tua vita dalla sera alla mattina.»
Fece una risatina. «Quali sono i tuoi
programmi, allora? Hai intenzione
di collaudare la nuova casa sulla
spiaggia?»
«Ottima idea.» Riportare mia
moglie negli Outer Banks era quello
a cui puntavo. Averla tutta per me
era stato il paradiso. Ero al settimo
cielo quando stavo da solo con lei.
Mi ridava la carica, mi apriva alla
speranza di vivere come mai prima
di allora.
Avevo costruito un impero
avendo in mente il passato. Adesso,
grazie a lei, avrei continuato a
costruirlo in vista del nostro futuro.
Il telefono sulla scrivania si mise
a lampeggiare. Era Scott, sulla linea
uno. Premetti il tasto e
dall’interfono provenne la sua voce.
«Alla reception c’è Corinne Giroux.
Dice che le serve solo qualche
minuto per lasciarle una cosa. Dato
che si tratta di una faccenda
privata, vuole consegnarla di
persona.»
«Ovvio» si intromise Arash.
«Magari sono altri fiori.»
Gli lanciai un’occhiataccia. «La
donna sbagliata.»
«Se solo le mie donne sbagliate
assomigliassero a Corinne.»
«Continua a rifletterci mentre vai
alla reception a prendere quello che
ha da darmi, di qualunque cosa si
tratti.»
Inarcò le sopracciglia. «Sul serio?
Ahi.»
«Vuole parlare? Può farlo con il
mio avvocato.»
Si alzò e si diresse alla porta.
«Intesi, capo.»
Guardai l’orologio. Un quarto alle
cinque. «Sono sicuro che hai
sentito, Scott, ma, per essere chiari,
la gestirà Madani.»
«Sì, Mr Cross.»
Attraverso la parete di vetro che
separava il mio ufficio dal resto del
piano osservai Arash girare l’angolo
diretto alla reception, dopodiché mi
dimenticai di quella faccenda. Eva
sarebbe arrivata di lì a poco, l’unica
cosa che stavo aspettando sin dalla
mattina.
Ma naturalmente non sarebbe
stato così facile.
Qualche istante dopo con la coda
dell’occhio colsi un lampo cremisi e
quando riportai lo sguardo sul
corridoio vidi Corinne che si dirigeva
verso il mio ufficio, con Arash alle
calcagna. Sollevò il mento quando i
nostri occhi si incrociarono. Il
sorriso tirato si allargò,
trasformandola da bella a stupenda.
La ammiravo come ammiravo
qualunque cosa eccetto Eva, in
modo obiettivo, spassionato.
Adesso che ero felicemente
sposato, capivo fino in fondo quale
tremendo errore sarebbe stato
sposare Corinne. Era una sfortuna
che lei si rifiutasse di riconoscerlo.
Mi alzai e girai intorno alla
scrivania. Bloccai con un’occhiata
Scott e Arash; se Corinne voleva
parlarmi a tu per tu, le avrei
concesso l’ultima occasione di fare
la cosa giusta.
Entrò nel mio ufficio. Indossava
scarpe rosse con il tacco a stiletto.
Il suo abito senza spalline si
intonava alle scarpe e metteva in
evidenza sia le lunghe gambe sia
l’incarnato pallido. I capelli sciolti le
ricadevano in ciocche scure sulle
spalle scoperte. Era l’esatto
contrario di mia moglie e la sosia di
tutte le altre donne che avevo
avuto.
«Gideon. Sono certa che puoi
dedicare qualche minuto a una
vecchia amica.»
Mi appoggiai alla scrivania e
incrociai le braccia. «Ed essere così
gentile da non chiamare la
sicurezza. Sii breve, Corinne.»
Sorrise, ma i suoi occhi color
acquamarina erano tristi.
Teneva sotto il braccio una
piccola scatola rossa. Quando mi fu
vicina, me la porse.
«Che cos’è?» chiesi, senza
prenderla.
«Le foto che compariranno nel
libro.»
Inarcai le sopracciglia. Senza
volerlo, allungai una mano e presi
la scatola, spinto dalla curiosità.
Non era passato molto tempo da
quando stavamo insieme, ma non
riuscivo a ricordare i dettagli. Quello
che mi rimaneva erano impressioni,
bei momenti e rimpianti. Ero così
giovane, con una pericolosa
mancanza di consapevolezza.
Corinne posò la borsetta sulla
scrivania, sfiorando il mio braccio
con il suo. Diffidente, premetti il
pulsante per oscurare la parete di
vetro.
Se voleva fare una scenata, mi
sarei assicurato che non avesse un
pubblico.
Tolsi il coperchio alla scatola e
mi ritrovai a fissare una foto di me
e Corinne abbracciati davanti a un
falò. Aveva la testa appoggiata
nell’incavo della mia spalla, il viso
rivolto verso di me perché la
baciassi.
Il ricordo mi assalì
immediatamente. Avevamo fatto
una gita alla casa di un amico negli
Hamptons. Faceva freddo, stava
arrivando l’inverno.
Nella foto sembravamo felici e
innamorati e, in un certo senso,
suppongo che lo fossimo. Ma io
avevo rifiutato l’invito a passare lì la
notte, nonostante Corinne ci fosse
rimasta male. Dati i miei incubi,
non potevo dormire con lei. E non
potevo scoparla, benché sapessi
che era quello che voleva, perché la
stanza d’albergo che tenevo
prenotata a quello scopo era
lontana chilometri.
Quanti ostacoli. Quante bugie, in
quel continuo sottrarsi.
Feci un respiro profondo e lasciai
andare il passato. «Eva e io ci
siamo sposati il mese scorso.»
Corinne si irrigidì.
Appoggiai la scatola sulla
scrivania, presi lo smartphone e le
feci vedere la foto che faceva da
sfondo allo schermo: Eva e io che ci
baciavamo per suggellare i nostri
voti.
Corinne distolse lo sguardo. Poi
frugò tra le foto e ne tirò fuori una
di noi due in spiaggia.
Io ero in acqua fino alla vita. Lei
mi stava dietro, le gambe strette
intorno ai miei fianchi, le braccia
sulle spalle e le mani tra i miei
capelli. Aveva la testa gettata
indietro in una risata che irradiava
gioia persino in foto. Io la tenevo
con forza e avevo la testa girata per
guardarla. C’erano gratitudine e
meraviglia. Affetto. Desiderio. Un
estraneo che avesse visto quello
scatto avrebbe pensato che fosse
amore.
Ed era questo lo scopo di
Corinne. Io avevo negato di aver
mai amato qualcuno prima di Eva,
ed era la pura verità. Corinne era
decisa a dimostrare che mi
sbagliavo nel modo più clamoroso
possibile.
Si chinò per guardare la foto, poi
si rivolse a me. La sua aspettativa
era palpabile, come se dovessi
essere colpito da chissà quale
grandiosa rivelazione. Giocherellò
con la collana e io mi accorsi che
era un mio regalo, un cuoricino
d’oro attaccato a una semplice
catenina.
Per l’amor del cielo. Non
ricordavo neanche chi avesse
scattato quella dannata fotografia o
dove fossimo, e non aveva
importanza.
«Cosa dovrebbero dimostrare
queste foto, Corinne? Uscivamo
insieme. Ci siamo lasciati. Ti sei
sposata, e adesso mi sono sposato
anch’io. Non c’è altro.»
«E allora perché sei così turbato?
Non sei indifferente, Gideon.»
«No, sono irritato. Queste foto mi
fanno solo apprezzare ancora di più
quello che c’è tra Eva e me. E
sapere che la feriranno moltissimo
non mi rende sentimentale riguardo
al passato. Questo è un addio,
Corinne.» La guardai negli occhi,
per assicurarmi che capisse la mia
determinazione. «Se torni qui, la
sicurezza non ti lascerà passare.»
«Non tornerò. Dovrai...»
Scott mi chiamò sull’interfono e
io sollevai il ricevitore. «Sì?»
«È arrivata Miss Tramell per lei.»
Mi protesi sulla scrivania per
premere il pulsante che apriva la
porta. Un attimo dopo, entrò Eva.
Sarebbe mai venuto il giorno in
cui vedendola non avrei sentito il
terreno mancarmi sotto i piedi?
Si fermò di botto, regalandomi il
piacere che mi dava guardarla. Era
una bionda naturale, con le ciocche
chiare che incorniciavano un viso
delicato e mettevano in risalto due
tempestosi occhi grigi che avrei
potuto guardare per ore. Era minuta
ma pericolosamente formosa, con
un corpo morbido che a letto era
una delizia.
Avrei potuto definirla bella come
un angelo, se non fosse stato per la
potente sensualità che mi faceva
sempre pensare al sesso sfrenato, e
desiderarla follemente.
Senza che lo volessi, la mia
mente si riempì del ricordo del suo
profumo e della sensazione di
averla sotto di me. La risata di gola
che mi faceva gioire e la rapidità
con cui si infuriava lasciandomi
senza fiato erano memorie
impresse nelle viscere. Mi sentii
rinascere, una scarica di energia e
consapevolezza che avvertivo solo
quando ero con lei.
Fu Corinne a parlare per prima.
«Salve, Eva.»
Mi irritai. L’impulso di proteggere
la cosa più preziosa della mia vita
spazzò via ogni altra
considerazione.
Mi raddrizzai, ributtai la foto
nella scatola e mi avvicinai a mia
moglie. In confronto a Corinne, era
vestita sobriamente, con una gonna
gessata e una camicetta di seta
senza maniche che riluceva come
una perla. L’ondata di calore che mi
percorse era l’unica prova di cui
avevo bisogno per sapere quale
delle due donne fosse più sexy.
Eva. Adesso e per sempre.
Un’attrazione cui era impossibile
resistere mi fece attraversare la
stanza a lunghe falcate.
“Angelo.”
Non lo dissi ad alta voce perché
non volevo che Corinne sentisse.
Ma vidi che Eva lo intuì. Le presi la
mano e provai un fremito di
compressione profonda che mi fece
stringere la presa.
Lei si spostò per guardare dietro
di me e riconobbe la donna che non
poteva essere sua rivale.
«Corinne.»
Non mi girai a guardare.
«Devo scappare» disse Corinne
alle mie spalle. «Queste copie sono
per te, Gideon.»
Incapace di distogliere lo
sguardo da Eva, dissi: «Portatele
via. Non le voglio».
«Dovresti finire di guardarle»
ribatté, avvicinandosi.
«Perché?» Innervosito, lanciai
un’occhiata a Corinne quando si
fermò accanto a noi. «Se mi viene
voglia di vederle, posso sempre
sfogliare il tuo libro.»
Fece un sorriso sforzato.
«Arrivederci, Eva. Gideon.»
Quando se ne andò, mi avvicinai
ancora di più a mia moglie,
annullando qualunque distanza tra
noi. Le presi l’altra mano e mi
piegai sopra di lei per annusarne il
profumo. Fui pervaso da una
sensazione di calma.
«Sono felice che tu sia venuta.»
Sussurrai quelle parole contro la
sua fronte, anelando a starle il più
vicino possibile. «Mi sei mancata
così tanto.»
Eva chiuse gli occhi e si
abbandonò tra le mie braccia con
un sospiro.
Percependo in lei una lieve
tensione, le strinsi le mani. «Tutto a
posto?»
«Sì, sto bene. Solo che non mi
aspettavo di vederla.»
«Nemmeno io.» Odiavo
scostarmi da mia moglie, e ancora
di più odiavo il pensiero di quelle
foto.
Tornai verso la scrivania, misi il
coperchio alla scatola e la gettai nel
cestino.
«Lascio il lavoro» disse lei.
«Domani è l’ultimo giorno.»
Era la decisione che volevo che
prendesse. Ritenevo che fosse la
cosa migliore e più sicura per lei.
Ma sapevo quanto doveva essere
stato difficile. Eva amava quello che
faceva e le persone con cui
lavorava.
Sapendo che era capace di
leggermi come un libro aperto, usai
un tono neutro. «Davvero?»
«Sì.»
La studiai. «Che cosa farai,
allora?»
«Ho un matrimonio da
organizzare.»
«Ah.» Un sorriso mi incurvò le
labbra. Dopo giorni passati a
temere che potesse ripensarci e
tirarsi indietro, fu un sollievo sentire
che non era così. «Buono a
sapersi.»
La chiamai verso di me con un
cenno dell’indice.
«Vienimi incontro» ribatté con
una scintilla di sfida negli occhi.
Come avrei potuto resistere? Ci
incontrammo nel mezzo della
stanza.
Ecco come avremmo superato
tutto questo e ogni altro ostacolo
che ci si fosse presentato:
incontrandoci a metà strada.
Non sarebbe mai stata la moglie
docile che il mio amico Arnoldo Ricci
avrebbe voluto per me. Eva era
troppo indipendente. Troppo
orgogliosa. Era follemente gelosa.
Era esigente e testarda, e mi
sfidava solo per il gusto di farmi
impazzire.
E questo contrasto funzionava
come con nessun’altra donna prima
di lei, perché Eva era fatta per me.
Credevo in questa cosa più che in
ogni altra.
«È quello che vuoi?» le chiesi a
bassa voce, scrutandola in faccia
per vedere la risposta.
«Quello che voglio sei tu. Il resto
è solo logistica.»
Di colpo avevo la bocca asciutta
e il mio cuore prese a battere
troppo in fretta. Quando sollevò una
mano per scostarmi indietro i
capelli le afferrai il polso e mi
premetti la sua mano sulla guancia,
chiudendo gli occhi per assorbirne il
tocco.
La settimana precedente svanì. Il
tempo che avevamo passato
separati, le ore di silenzio, la paura
paralizzante... Era tutto il giorno
che mi stava dimostrando di essere
pronta ad andare avanti e che
parlare con il dottor Petersen –
parlare con lei – era stata la
decisione giusta.
Non solo non se n’era andata,
ma mi voleva più di prima. E diceva
a me che ero eccezionale?
Eva sospirò. Sentii la sua
tensione allentarsi e poi svanire.
Rimanemmo lì in piedi,
riconnettendoci l’uno all’altra,
prendendo la forza di cui avevamo
bisogno. Mi toccava profondamente
sapere che ero in grado di darle un
po’ di tranquillità.
E lei cosa mi dava?
Tutto.

Il modo in cui Angus s’illuminò in


viso quando Eva uscì dal Crossfire
Building mi commosse in una
maniera che non ero in grado di
esprimere. Angus McLeod era
silenzioso per carattere e
formazione. Mostrava di rado le
proprie emozioni, ma per Eva
faceva un’eccezione.
O magari non riusciva a
trattenersi. Dio sa che io non ci
riuscivo.
«Angus.» Eva gli fece il suo
sorriso luminoso. «È più elegante
del solito, oggi.»
Guardai l’uomo che amavo come
un padre toccare l’orlo del berretto
da chauffeur e restituirle il sorriso
con un filo di imbarazzo piuttosto
comico.
Dopo il suicidio di mio padre, la
mia vita era andata in pezzi. Negli
anni convulsi che erano seguiti,
l’unico punto fermo era stato Angus,
un uomo assunto come guardia del
corpo e autista che invece si era
rivelato un’ancora di salvezza. In un
periodo in cui mi sentivo isolato e
tradito, quando persino mia madre
si era rifiutata di riconoscere che
ero stato ripetutamente violentato
dal terapeuta che avrebbe dovuto
aiutarmi a rimettermi in sesto, era
stato Angus la roccia a cui
appoggiarmi. Non aveva mai
dubitato di me. E quando me n’ero
andato a vivere per conto mio, mi
aveva seguito.
Quando le gambe snelle e
toniche di mia moglie scomparvero
nella parte posteriore della Bentley,
Angus disse: «Cerchiamo di non
fare casino questa volta, ragazzo
mio».
Feci una smorfia amara. «Grazie
per la fiducia.»
Raggiunsi Eva e mi sistemai
mentre Angus faceva il giro
dell’auto per andare al posto di
guida. Le misi una mano sulla
coscia e aspettai che mi guardasse.
«Voglio portarti alla casa sulla
spiaggia questo weekend.»
Lei trattenne il fiato, poi espirò
con forza. «Mia madre ci ha invitati
a Westport. Stanton ha esteso
l’invito a suo nipote Martin e alla
sua ragazza, Lacey: è la coinquilina
di Megumi, non so se ti ricordi... Ci
sarà anche Cary, naturalmente.
Comunque, ho detto che saremmo
andati.»
Lottando contro la delusione,
considerai le opzioni a mia
disposizione.
«Desidero che facciamo alcune
cose in famiglia» continuò. «E poi
mia madre vuole parlare di un’idea
che mi è venuta.»
L’ascoltai raccontare la
conversazione avuta a pranzo con
Monica.
Quando finì, mi guardò
attentamente. «Ha detto che non ti
sarebbe piaciuta, ma hai già usato i
paparazzi altre volte, quando mi hai
bloccata sul marciapiede e mi hai
baciata finché non sono più riuscita
a connettere. Volevi che quella foto
circolasse.»
«Sì, ma l’opportunità si era
presentata da sola, non l’avevo
cercata io. Tua madre ha ragione...
C’è una differenza.»
Si rattristò, spingendomi a
rivedere la mia strategia. Volevo
che fosse coinvolta e partecipasse
attivamente, il che significava
incoraggiamento e riconoscimento,
non barricate. «Ma hai anche
ragione, angelo. Se c’è un pubblico
per il libro di Corinne, c’è un vuoto
di mercato che deve essere
riempito, e noi dovremmo
approfittarne.»
Il sorriso raggiante che mi rivolse
era di per sé una ricompensa.
«Stavo pensando che potremmo
chiedere a Cary di farci qualche foto
questo weekend» disse. «Momenti
più intimi e informali rispetto agli
scatti in posa sul tappeto rosso.
Possiamo vendere ai media quelle
che riteniamo migliori e donare il
ricavato alla Crossroads.»
La fondazione benefica che
avevo istituito era finanziata più
che a sufficienza, ma capivo che
raccogliere fondi era un beneficio
collaterale del piano di Eva per
attenuare l’impatto del libro verità
di Corinne. Dato che mi dispiaceva
per il dolore che quella situazione
avrebbe provocato a mia moglie,
ero pronto a sostenerla in tutti i
modi, ma questo non significava
che non avrei combattuto per un
fine settimana io e lei da soli.
«Possiamo starci un giorno»
suggerii, iniziando con la proposta
più estrema in modo da avere
spazio di manovra. «Possiamo
passare venerdì sera e sabato
mattina nella Carolina del Nord, e
trascorrere la domenica a
Westport.»
«Dalla Carolina del Nord al
Connecticut a Manhattan in un
giorno? Sei fuori di testa?»
«Allora da venerdì sera a sabato
sera.»
«Non possiamo starcene da soli
così, Gideon» disse dolcemente,
mettendo una mano sulla mia.
«Dobbiamo seguire i consigli del
dottor Petersen. Penso che
dovremmo passare un po’ di tempo
uscendo insieme, stando in mezzo
agli altri, riflettendo su come
occuparci dei... problemi senza
usare il sesso come una stampella.»
La fissai. «Non stai dicendo che
non possiamo fare sesso.»
«Solo finché non ci sposiamo.
Non sarà...»
«Eva, siamo già sposati. Non
puoi chiedermi di tenere le mani a
posto.»
«Te lo sto chiedendo.»
«No.»
Fece una smorfia. «Non puoi dire
di no.»
«Sei tu che non puoi dire di no»
ribattei con il cuore che iniziava a
martellare. Cominciarono a sudarmi
le mani e sentii arrivare un lieve
panico. Era irrazionale,
esasperante. «Mi vuoi quanto ti
voglio io.»
Mi toccò il viso. «A volte penso di
volerti di più, e mi sta bene. Ma il
dottor Petersen ha ragione. Siamo
partiti in quarta e stiamo prendendo
tutti i dossi a cento all’ora. Adesso
c’è questa piccola finestra
temporale in cui possiamo
rallentare. Solo per qualche
settimana, fino al matrimonio.»
«Qualche settimana? Accidenti,
Eva.» Mi scostai, passandomi la
mano tra i capelli. Mi girai a
guardare fuori dal finestrino. La
mente correva. Che cosa voleva
dire? Perché me lo chiedeva?
Come cazzo avrei fatto a
convincerla parlando?
La sentii scivolarmi vicino e
rannicchiarsi contro di me.
La sua voce si ridusse a un
sussurro. «Non sei tu quello che ha
tirato fuori il discorso dei vantaggi
del piacere rinviato?»
Le lanciai un’occhiata. «E com’è
finita?»
Quell’episodio era stato uno degli
errori più grossi che avevo
commesso nella nostra relazione.
La serata era iniziata alla grande, e
poi l’inaspettata comparsa di
Corinne aveva mandato tutto
all’aria, scatenando una delle liti
peggiori che Eva e io avessimo mai
avuto... una discussione resa
ancora più esplosiva dalla tensione
sessuale che avevo
deliberatamente represso.
«Eravamo due persone diverse.»
Eva si ritrasse, gli occhi grigi limpidi
mentre sosteneva il mio sguardo.
«Non sei lo stesso uomo che mi ha
ignorata a quella cena.»
«Non ti ho ignorata.»
«E io non sono la stessa donna»
proseguì lei. «È vero, vedere
Corinne oggi mi ha innervosita, ma
io so che non costituisce una
minaccia. So che sei impegnato...
che siamo impegnati. È per questo
che lo faccio.»
Allargai le gambe e mi stirai.
«Non voglio.»
«Nemmeno io. Ma credo che sia
una buona idea.» Un sorriso addolcì
la sua espressione. «È così vecchio
stile e romantico aspettare fino alla
notte delle nozze. Pensa a come
sarà eccitante il sesso quando lo
faremo.»
«Eva, non abbiamo nessun
bisogno che la nostra vita sessuale
sia più eccitante di com’è.»
«Abbiamo bisogno che sia una
cosa che facciamo perché ci piace,
non perché ci serve per rimanere
insieme.»
«È tutte e due le cose, e non c’è
niente di sbagliato in questo.»
Avrebbe potuto benissimo
chiedermi di non mangiare, cosa
che, potendo scegliere, sarei stato
più propenso ad accettare.
«Gideon... quello che c’è tra noi è
una cosa straordinaria. Vale lo
sforzo di renderci forti in ogni
senso.»
Scossi la testa. Mi faceva
incazzare il fatto che mi sentissi
ansioso. Era una perdita di controllo
e con Eva non me lo potevo
permettere. Non era quello di cui
aveva bisogno.
Mi protesi verso di lei e le
avvicinai la bocca all’orecchio.
«Angelo, se non ti manca la
sensazione del mio cazzo dentro di
te, devo fare un passo avanti, non
uno indietro.»
Sorrisi tra me quando lei
rabbrividì. Eppure sussurrò: «Prova,
ti prego. Fallo per me».
«Merda!» Mi lasciai cadere contro
lo schienale. Per quanto volessi
dirle di no, non potevo. Neppure su
questo argomento. «Dannazione.»
«Non essere arrabbiato. Non te
lo chiederei se non pensassi che sia
importante provare. Ed è per
pochissimo tempo.»
«Eva, cinque minuti sarebbero
pochissimo tempo. Stai parlando di
settimane.»
«Piccolo...» Rise piano. «Hai
messo il broncio. Sei adorabile.» Si
allungò verso di me e mi diede un
bacio sulla guancia. «E sei un
tesoro. Grazie.»
Socchiusi gli occhi. «Non sto
dicendo che ti renderò le cose
facili.»
Mi passò le dita sulla cravatta.
«Ovvio che no. Cercheremo di
renderlo divertente. Una sfida.
Vediamo chi cede per primo.»
«Io» borbottai. «Non ho nessun
incentivo a vincere questa fottuta
gara.»
«Che ne dici di me? Incartata con
un fiocco, e nient’altro, come regalo
di compleanno.»
Mi accigliai. Non c’era niente in
grado di rendermi la cosa più
piacevole. Nemmeno il pensiero di
Eva che saltava fuori nuda da una
torta migliorava le cose. «Cosa
c’entra il mio compleanno?»
Eva mi abbagliò con il suo
sorriso, senza ottenere altro
risultato che rendersi ancora più
desiderabile. Era luce e calore
sempre, ma quando ce l’avevo sotto
di me a fremere di piacere e a
implorare più forte... più a fondo...
«È quando ci sposiamo.»
Mi ci volle un attimo per capire,
frastornato com’ero dal desiderio.
«Non lo sapevo.»
«Nemmeno io, fino a oggi. Sono
andata online per vedere se ci fosse
qualcosa in settembre o ottobre che
avrei dovuto prendere in
considerazione per stabilire una
data. Dato che ci sposeremo sulla
spiaggia, non possiamo aspettare
che faccia troppo freddo, perciò
dobbiamo farlo questo mese o il
prossimo.»
«Grazie a Dio per l’inverno»
brontolai.
«Demonio. Comunque... Ho
ricevuto un Google Alert su di te...»
«Ancora con quella roba?»
«... e c’era un post su noi due su
un sito di fan. C’era...»
«Sito di fan?»
«Già. Ci sono interi siti e blog
dedicati a te. Che cosa indossi, con
chi esci, gli eventi a cui vai.»
«Oddio.»
«Quello che ho visto aveva tutti i
tuoi dati: altezza, peso, colore degli
occhi, data di nascita... ogni cosa. A
essere sincera, mi ha fatto un po’
incazzare che qualche completo
estraneo sappia altre cose di te che
io non so, il che è un’ulteriore
ragione per cui penso che
dovremmo uscire insieme e parlare
di più...»
«Posso snocciolare dati mentre
scopiamo. Problema risolto.»
Fece un sorriso deliziato. «Mi fai
morire. Comunque, fissare il
matrimonio il giorno del tuo
compleanno è una buona idea, non
credi? Non dimenticherai mai il
nostro anniversario.»
«Il nostro anniversario di
matrimonio è l’undici agosto» le
ricordai seccamente.
«Avremo due date da
festeggiare.» Mi passò una mano
tra i capelli, facendomi battere più
forte il cuore. «O, meglio ancora,
festeggeremo ininterrottamente
dall’una all’altra.»
Dall’11 agosto al 22 settembre...
un mese e mezzo. Il pensiero fu
quasi sufficiente a rendere
sopportabili le settimane che mi
aspettavano.

«Eva. Gideon.» Il dottor Lyle


Petersen si alzò in piedi e sorrise
quando entrammo nel suo studio.
Era un uomo alto e dovette
abbassare notevolmente lo sguardo
per accorgersi che ci tenevamo per
mano. «Vi trovo bene.»
«Io mi sento bene» disse Eva,
sicura di sé.
Io non dissi niente, limitandomi a
porgergli la mano.
Quel bravo dottore sapeva di me
cose che avevo sperato di non
dover mai rivelare a nessuno. Per
questo non ero del tutto a mio agio
con lui, nonostante il rassicurante
mix di colori neutri e mobili
tranquillizzanti che caratterizzava il
suo studio. Anche il dottor Petersen
era un uomo rassicurante, a proprio
agio nella sua pelle. I capelli grigi
dal taglio perfetto contribuivano a
farlo sembrare innocuo, ma non
riuscivano a mascherare la sua
mente acuta e intuitiva.
Era difficile fare affidamento su
qualcuno che conosceva così a
fondo le mie fragilità, ma gestivo la
cosa meglio che potevo perché non
avevo scelta: il dottor Petersen era
una figura decisiva nel mio
matrimonio.
Eva e io ci sedemmo sul divano,
mentre il dottore prese posto sulla
solita poltroncina con lo schienale
rigido. Appoggiò il tablet e lo stilo
sul bracciolo e ci studiò con i suoi
penetranti occhi azzurro scuro.
«Gideon,» esordì «mi dica che
cosa è successo da quando ci siamo
visti martedì.»
Mi appoggiai allo schienale e
andai dritto al punto. «Eva ha
deciso di seguire il suo consiglio di
astenerci dal sesso finché non ci
sposeremo pubblicamente.»
Eva proruppe in una risatina
bassa e roca. Poi mi si avvicinò,
stringendomi il braccio. «Ha notato
la sfumatura accusatoria?» chiese al
dottore. «È tutta colpa sua se andrà
in bianco per un paio di settimane.»
«Sono più di un paio di
settimane» ribattei.
«Ma meno di tre» mi rimbeccò
lei. Sorrise al dottor Petersen.
«Avrei dovuto saperlo che l’avrebbe
tirato fuori subito.»
«Tu con che cosa avresti
cominciato, Eva?» chiese il dottore.
«Gideon mi ha raccontato i
dettagli del suo incubo ieri sera.» Mi
lanciò un’occhiata. «È una cosa
importante. Un grosso punto di
svolta per noi due.»
Era impossibile fraintendere
l’amore nei suoi occhi mentre
parlava, né la gratitudine e la
speranza. Sentii un nodo in gola.
Parlarle del casino schifoso che
avevo in testa era stata la cosa più
difficile che avessi mai fatto in vita
mia – persino raccontare al dottor
Petersen di Hugh era stato più
facile –, ma ne era valsa la pena
solo per vedere l’espressione del
suo viso.
Le cose più orribili che ci erano
capitate ci avevano avvicinati. Era
folle, ed era meraviglioso. Mi tirai la
sua mano in grembo, stringendola
tra le mie. Provavo lo stesso amore,
la stessa gratitudine e la stessa
speranza che provava lei.
Il dottor Petersen prese il tablet.
«Un bel po’ di rivelazioni per lei
questa settimana, Gideon. Che cosa
le ha provocate?»
«Lo sa.»
«Eva ha smesso di vederla.»
«E di parlarmi.»
Lui guardò Eva. «Questo perché
Gideon ha assunto il tuo capo
portandolo via all’agenzia in cui
lavori?»
«Quello è stato il fattore
scatenante» concordò lei «ma
stavamo arrivando a un punto di
rottura. Doveva succedere
qualcosa. Non potevamo continuare
a girare in tondo, facendo le stesse
discussioni.»
«Così ti sei ritratta. Potrebbe
essere considerato un ricatto
emotivo. Era quella la tua
intenzione?»
Eva strinse le labbra mentre ci
rifletteva. «Lo chiamerei
disperazione.»
«Perché?»
«Perché Gideon stava...
tracciando i confini per definire la
nostra relazione. E io non riuscivo a
immaginare di vivere entro quei
limiti per tutta la vita.»
Il dottor Petersen prese appunti.
«Gideon, che cosa ne pensa di
come Eva ha gestito questa
situazione?»
Mi ci volle un po’ per rispondere.
«Mi è sembrato un dannatissimo
viaggio nel tempo, ma cento volte
peggio.»
Mi lanciò un’occhiata. «Ricordo
quando è venuto la prima volta da
me: lei ed Eva non parlavate da un
paio di giorni.»
«Mi aveva tagliata fuori» disse
lei.
«Se n’era andata» ribattei.
Quella sera ci eravamo
veramente aperti l’uno all’altra. Eva
mi aveva raccontato delle
aggressioni di Nathan, rivelandomi
la fonte inconscia della nostra
attrazione reciproca. Poi io avevo
avuto un incubo sull’abuso che
avevo subito e lei mi aveva
sollecitato a parlarne.
Non ci ero riuscito e lei se n’era
andata.
Eva si inalberò. «Lui mi ha
lasciata usando una comunicazione
interna! Chi fa una cosa del
genere?»
«Non ti avevo lasciata» la
corressi. «Ti sfidavo a tornare. Te
ne vai quando le cose non...»
«Questo sì che è ricatto
emotivo.» Mi lasciò andare la mano
e si spostò per guardarmi in faccia.
«Mi tagli fuori con il chiaro scopo di
indurmi ad accettare le tue
condizioni. Non mi piace come
stanno le cose? Be’, allora tu mi
chiudi fuori finché non ne posso
più.»
«E tu non hai fatto lo stesso con
me?» Serrai la mascella. «E a
quanto pare ci riesci benissimo. Se
non cambio, non ti sposti di un
millimetro.»
E questo mi uccideva. Aveva
dimostrato troppe volte che poteva
andarsene senza guardarsi indietro,
mentre a me senza di lei mancava
l’aria. Era uno squilibrio
fondamentale nel nostro rapporto,
che le dava un vantaggio in ogni
cosa.
«Sembra risentito, Gideon»
intervenne il dottor Petersen.
«E io no?» Eva incrociò le
braccia.
Scossi la testa. «Non è
risentimento. È... frustrazione. Io
non riesco ad andarmene, ma lei
sì.»
«Non è giusto! E non è vero.
L’unica leva che ho è farti sentire la
mia mancanza. Cerco di parlarti, ma
alla fine fai quello che ti pare. Non
mi dici le cose, non ti consulti con
me.»
«Ci sto lavorando.»
«Adesso, ma sono stata costretta
ad allontanarmi per fartelo fare. Sii
sincero, Gideon, sono arrivata io e ti
sei reso conto che nella tua
esistenza c’era un vuoto che avrei
potuto riempire, così hai pensato di
mettermi lì e poi vivere il resto
della tua vita come prima.»
«Quello che volevo era che tu ci
lasciassi essere... noi stessi. Godere
della reciproca presenza per un
po’.»
«È un mio diritto decidere, dire di
sì o di no, è maledettamente
importante per me! Non ti serve a
niente tenermi nascoste le cose o
incazzarti quando non mi
piacciono!»
«Dio santo.» Dovevo fare i conti
con la realtà. Era come se mi
avessero dato un pugno nello
stomaco. Dato quello che aveva
passato, farla sentire – anche solo
per un attimo – come se le stessi
negando la possibilità di scegliere
era una violenza terribile. «Eva...»
Sapevo quello di cui aveva
bisogno, l’avevo capito subito. Le
avevo dato una safeword che avrei
rispettato in qualunque situazione,
in pubblico o in privato. Lei la
pronunciava, e io mi fermavo. Gliela
ricordavo spesso, per essere certo
che sapesse sempre che la scelta
spettava a lei, e a lei soltanto.
Ma non avevo colto la
connessione riguardo al suo lavoro.
Era imperdonabile.
Mi voltai verso di lei. «Angelo,
non era mia intenzione farti sentire
impotente. Non avrei mai voluto.
Mai. Non lo intendevo in quel senso.
Mi... mi dispiace.»
Le parole non bastavano, mai.
Volevo essere il suo nuovo inizio.
Come avrei potuto dopo essermi
comportato da stronzo?
Mi guardò con quegli occhi che
vedevano tutto quello che avrei
preferito tenere nascosto. Per una
volta, fui grato che fosse in grado di
farlo.
La sua postura combattiva si
rilassò. Il suo sguardo si addolcì,
pieno d’amore. «Forse non ho usato
le parole giuste.»
Rimasi seduto lì, incapace di
esprimere quello che mi si agitava
nella mente. Quando avevamo
parlato di fare squadra e
condividere il nostro fardello, non
l’avevo collegato alla sua necessità
di dire sì o no. Pensavo di poterla
tenere al riparo dai problemi e di
facilitarle le cose. Eva se lo
meritava.
Mi toccò una spalla. «Non ti ha
fatto sentire meglio, anche solo un
po’, parlarmi del tuo sogno ieri
notte?»
«Non lo so.» Espirai
bruscamente. «So soltanto che sei
contenta di me perché l’ho fatto. Se
è quello che serve... allora è quello
che farò.»
Lei si abbandonò contro i cuscini
del divano, le labbra tremanti.
Guardò il dottor Petersen. «E
adesso mi sento in colpa.»
Silenzio. Non sapevo cosa dire. Il
dottor Petersen si limitò ad
aspettare con quella sua pazienza
esasperante.
Eva fece un profondo respiro
tremante. «Pensavo che se avessi
fatto a modo mio, lui avrebbe
capito quanto le cose potessero
andare meglio tra noi. Ma se lo sto
mettendo in un angolo... se lo sto
ricattando...» Una lacrima le scivolò
su una guancia, facendomi lo stesso
effetto di una pugnalata. «Forse
abbiamo idee diverse su quello che
dovrebbe essere il nostro
matrimonio. E se questa cosa non
dovesse cambiare?»
«Eva.» Le misi un braccio intorno
alle spalle e l’attirai a me, grato
quando lei si abbandonò e mi posò
la testa sulla spalla. Non una resa.
Più che altro una tregua
momentanea. Era abbastanza.
«Questo è un punto importante»
disse il dottor Petersen.
«Approfondiamolo. Cosa
succederebbe se Gideon si rivelasse
restio ad aprirsi con te come
vorresti?»
«Non so.» Si asciugò le lacrime.
«Non so dove ci porterebbe.»
Tutte le speranze che aveva
quando eravamo entrati nello
studio erano svanite. Le accarezzai i
capelli, cercando di farmi venire in
mente qualcosa da dire per
riportare le cose al punto in cui
erano all’inizio della seduta.
Smarrito, le dissi: «Hai lasciato il
lavoro per me, anche se non volevi
farlo. Ti ho raccontato il mio sogno,
anche se non volevo farlo. Non è
così che funziona? Che entrambi
scendiamo a compromessi?».
«Hai lasciato il lavoro, Eva?»
chiese il dottor Petersen. «Perché?»
Lei si rannicchiò contro di me.
«Stava cominciando a causare più
problemi che altro. E poi Gideon ha
ragione: lui ha fatto una piccola
concessione, per cui mi sembra
giusto che anch’io faccia lo stesso.»
«Non definirei “piccoli” questi
compromessi. E tutti e due avete
scelto di iniziare la seduta parlando
d’altro, il che suggerisce che non
siete completamente sereni rispetto
al sacrificio che avete fatto.» Si
appoggiò allo schienale della
poltrona, mettendosi il tablet in
grembo. «Vi siete chiesti il perché
di tanta fretta?»
Lo guardammo.
Sorrise. «Dalla vostra
espressione perplessa, direi che la
risposta è no. Come coppia, avete
un sacco di punti di forza. Forse non
condividete tutto, ma comunicate e
lo fate in maniera produttiva. Ci
sono un po’ di rabbia e frustrazione,
ma le esprimete e riconoscete
reciprocamente i vostri sentimenti.»
Eva si raddrizzò. «Ma...»
«State anche perseguendo i
vostri obiettivi personali e vi
manipolate a vicenda per ottenerli.
La mia preoccupazione è che si
tratta di questioni e cambiamenti
che nel corso del tempo si
presenterebbero e verrebbero risolti
naturalmente, ma nessuno di voi
due vuole aspettare. State correndo
troppo. Sono passati solo tre mesi
da quando vi siete conosciuti. A
questo punto, la maggior parte
delle persone starebbe decidendo di
fare coppia fissa, e invece voi due
siete sposati da quasi un mese.»
Raddrizzai le spalle. «A che serve
rimandare l’inevitabile?»
«Se è inevitabile» rispose il
dottore con uno sguardo gentile
«perché avere fretta? Ma non è
questo che voglio sottolineare.
State mettendo a rischio il vostro
matrimonio costringendovi a
vicenda ad agire prima di essere
pronti. Ciascuno di voi ha delle
strategie per adattarsi alle
avversità. Lei, Gideon, prende le
distanze, come è successo con la
sua famiglia. Tu, Eva, ti dai la colpa
del fatto che il vostro rapporto non
funziona e neghi i tuoi bisogni,
come hai dimostrato con le relazioni
autodistruttive che hai avuto in
passato. Se continuate a mettervi a
vicenda in situazioni in cui vi sentite
minacciati, alla fine otterrete solo di
scatenare uno di questi meccanismi
di autodifesa.»
Il cuore prese a martellarmi, e
sentii Eva irrigidirsi. Mi aveva detto
la stessa cosa, ma sapevo che
sentirlo da uno strizzacervelli
avrebbe confermato le sue paure.
L’attirai di nuovo a me, assorbendo
la sua presenza per calmarmi. In
quel momento provai un odio feroce
per Hugh e Nathan. Erano entrambi
morti e sepolti, ma ci stavano
ancora incasinando l’esistenza.
«Non lasceremo che vincano
loro» sussurrò Eva.
Le diedi un bacio sulla testa,
profondamente grato. Pensava le
stesse cose che pensavo io, il che
non mancava mai di stupirmi.
Tirò indietro la testa e mi sfiorò
la guancia con la punta delle dita,
uno sguardo tenero negli occhi
grigi. «Non riesco a resisterti, lo sai.
Fa troppo male starti lontana. Il
fatto che tu ceda per primo non
significa che io sia meno coinvolta.
Significa solo che sono più
ostinata.»
«Non voglio combattere contro di
te.»
«E allora non facciamolo» disse
lei semplicemente. «Oggi abbiamo
iniziato qualcosa di nuovo: tu parli,
io mi licenzio. Atteniamoci a questo,
e vediamo dove ci porta.»
«Posso farlo.»
All’inizio avevo pensato di
portare Eva a cena in un posto
tranquillo e riservato, ma alla fine
optai per il Crosby Street Hotel. Il
ristorante era famoso e l’albergo
era noto per essere spesso
assediato dai fotografi. Non ero
pronto a spingermi troppo in là ma,
come avevamo detto dal dottor
Petersen, ero disposto a incontrarla
a metà strada. Avremmo trovato un
terreno comune.
«Che carino» commentò mentre
seguivamo la direttrice di sala verso
il nostro tavolo, osservando le
pareti azzurre e i lampadari dalla
luce soffusa.
Quando arrivammo al tavolo,
scostai una sedia per lei e mi
guardai intorno. Eva stava attirando
l’attenzione, come al solito. Era uno
schianto, ma per apprezzare il suo
sex appeal bisognava vederla da
vicino. Tutto stava nel modo in cui
si muoveva, nel portamento, nella
curva del sorriso.
E lei era mia. L’occhiata che diedi
agli altri commensali lo chiarì senza
ombra di dubbio.
Mi sedetti di fronte a lei,
ammirando il modo in cui la luce
della candela sul tavolo accendeva
di riflessi dorati il suo incarnato e i
capelli chiari. Il lucidalabbra
invitava a baci lunghi e
appassionati, come pure i suoi
occhi. Nessuno mi aveva mai
guardato in quel modo, con
un’accettazione e una
comprensione totali che si
fondevano con l’amore e il
desiderio.
Avrei potuto dirle qualunque cosa
e lei mi avrebbe creduto. Un dono
così semplice, eppure raro e
prezioso. Soltanto il mio silenzio
avrebbe potuto allontanarla da me,
mai la verità.
«Angelo.» Le presi la mano. «Te
lo chiedo di nuovo, poi non ne
parleremo più. Sei sicura di voler
lasciare il lavoro? Non me lo
rinfaccerai tra vent’anni? Non c’è
nulla che non possiamo sistemare,
basta che lo dici.»
«Tra vent’anni potresti lavorare
per me, asso.» La sua risata roca
aleggiò nell’aria, accendendomi di
desiderio. «Non preoccuparti, okay?
In realtà è un sollievo. Ho un
mucchio di cose da sbrigare:
imballare, traslocare, organizzare.
Quando ci saremo lasciati tutto alle
spalle, penserò a cosa fare dopo.»
La conoscevo bene. Se avesse
avuto dei dubbi, li avrei percepiti.
Quello che avvertii era invece
qualcosa di diverso, di nuovo.
Dentro di lei bruciava un fuoco.
Non riuscivo a toglierle gli occhi
di dosso, neppure mentre ordinavo
il vino.
Quando il cameriere si allontanò,
mi rilassai sulla sedia, godendomi il
semplice piacere di guardare la mia
splendida moglie.
Eva si passò la lingua sulle
labbra con un gesto malizioso e si
protese verso di me. «Sei così
follemente sexy.»
Feci una smorfia. «Adesso?»
Mi toccò la gamba con la sua.
«Sei l’uomo di gran lunga più sexy
della sala, il che è proprio
divertente. Adoro mostrarti in giro.»
Feci un sospiro esagerato. «Vuoi
solo il mio corpo.»
«Proprio così. Chi se ne frega dei
tuoi miliardi? Hai beni che valgono
di più.»
Le intrappolai la gamba tra le
caviglie. «Per esempio, mia moglie.
È la cosa più preziosa che
possiedo.»
Inarcò le sopracciglia divertita.
«Possiedi, eh?»
Sorrise al cameriere quando
tornò con la bottiglia. Mentre lui
versava il vino, il piede di Eva risalì
a stuzzicarmi e lei mi lanciò uno
sguardo pieno di desiderio da sotto
le palpebre semiabbassate. Spinsi il
bicchiere verso di lei, la osservai far
girare il vino rosso scuro, annusarne
l’aroma e poi assaggiarlo. Il gemito
di piacere che fece per approvare la
mia scelta scatenò dentro di me
un’ondata di eccitazione, cosa che
era certamente sua intenzione. La
lenta carezza sulla gamba era
esasperante. Ce l’avevo sempre più
duro, già più che pronto dopo giorni
di astinenza.
Prima di Eva, non sapevo che il
sesso estinguere una sete più
profonda.
Bevvi un sorso di vino e aspettai
che il cameriere si allontanasse.
«Hai cambiato idea?»
«No. Mi limito a tener vivo
l’interesse.»
«Si può giocare in due» la
avvertii.
Lei fece un gran sorriso. «Ci
conto.»
3

«Dove vai adesso?» chiesi a Gideon


mentre mi accompagnava nell’atrio
del mio palazzo. L’Upper West Side
era la mia casa... per il momento.
L’attico di Gideon era nell’Upper
East. A dividerci c’era l’ampia zona
verde di Central Park, uno dei pochi
ostacoli tra noi due che era facile
superare.
Salutai con un gesto della mano
Chad, uno dei ragazzi del turno di
notte. Lui mi sorrise e fece un
cortese cenno del capo a Gideon.
«Salgo con te» rispose Gideon.
Mi teneva una mano appoggiata
leggermente alla base della
schiena.
Ero acutamente consapevole di
quel tocco. Trasmetteva senza
sforzo possesso e controllo, e mi
eccitava da morire. Il che mi rese
ancora più difficile dire di no
quando arrivammo all’ascensore.
«Dobbiamo salutarci qui, asso.»
«Eva...»
«Non ce la faccio a resistere»
confessai, percependo il richiamo
del suo desiderio. Riusciva sempre
a farmi capitolare con la pura forza
di volontà. Era una delle cose che
amavo di lui, quello per cui sapevo
che eravamo fatti l’uno per l’altra. Il
legame tra noi era quello tra due
anime gemelle. «Tu e io con un
letto nelle vicinanze non è una
buona idea.»
Mi fissò con le labbra atteggiate
a una smorfia ironica supersexy. «È
quello su cui conto.»
«Fai il conto alla rovescia,
invece... fino al matrimonio. È
quello che sto facendo io. Un
minuto dopo l’altro.» Ed era una
tortura. La connessione fisica con
Gideon era vitale quanto quella
emotiva. Lo amavo. Adoravo
toccarlo, rassicurarlo, dargli quello
di cui aveva bisogno... Il mio diritto
di fare queste cose significava tutto
per me.
Gli misi una mano sul braccio,
stringendo piano i muscoli scolpiti
sotto la stoffa. «Anche tu mi
manchi.»
«Non devo mancarti.»
Abbassai la voce. «Tu dici
quando, tu dici come» mormorai,
ripetendo il principio basilare della
nostra vita sessuale. «E una parte
di me vuole davvero che tu dica
quando esattamente in questo
momento. Ma c’è una cosa che
voglio più di questa. Ti chiamo più
tardi, dopo aver parlato con Cary, e
ti dico che cos’è.»
Il sorriso svanì e nei suoi occhi
comparve un lampo di desiderio.
«Puoi venire nell’appartamento
accanto e dirmelo adesso.»
Scossi la testa. Quando Nathan
era una minaccia, Gideon si era
sistemato nell’appartamento
accanto al mio, vegliando su di me
e accertandosi che fossi al sicuro,
anche se io non lo sapevo. Poteva
fare una cosa del genere perché il
palazzo era suo, uno dei molti che
possedeva in città.
«Devi tornare all’attico, Gideon.
Rilassati e goditi quella casa
meravigliosa che presto
condivideremo.»
«Non è la stessa cosa senza di
te. Sembra vuoto.»
Quello era un colpo basso. Prima
che arrivassi io, Gideon aveva
strutturato la propria vita in modo
da poter essere solo sotto ogni
aspetto: lavoro inframmezzato da
incontri occasionali e nessun
contatto con la famiglia. Io avevo
cambiato le cose, e non volevo che
fosse costretto a pentirsene.
«È la tua occasione per liberarti
di tutto quello che non vuoi farmi
scoprire quando traslocherò» lo
presi in giro, cercando di mantenere
un tono leggero.
«Conosci tutti i miei segreti.»
«Domani saremo insieme a
Westport.»
«Domani è troppo lontano.»
Mi alzai sulla punta dei piedi e lo
baciai sulla guancia. «Dormici sopra
un po’, e per il resto lavora.» Poi
sussurrai: «Potremmo mandarci SMS
piccanti. Vedrai quanto posso
essere creativa».
«Preferisco l’originale alle
riproduzioni.»
Ridussi la voce a un mormorio
impercettibile. «Video, allora. Con il
sonoro.»
Girò la testa e mi baciò sulla
bocca, un bacio lungo e sensuale.
«Questo è amore» sussurrò.
«Accettare questo.»
«Lo so.» Sorrisi e mi scostai per
premere il pulsante dell’ascensore.
«Potresti mandarmi qualche foto
osé anche tu, sai.»
Socchiuse gli occhi. «Se vuoi le
mie fotografie, angelo, dovrai
scattarle tu stessa.»
Entrando nell’ascensore, gli
mostrai il dito. «Guastafeste.»
Le porte iniziarono a chiudersi.
Dovetti aggrapparmi al corrimano
per non corrergli incontro. La felicità
può prendere tante forme. La mia
era Gideon.
«Senti la mia mancanza» mi
ordinò.
Gli mandai un bacio. «Sempre.»

Quando aprii la porta del mio


appartamento fui colpita da due
cose contemporaneamente: il
profumo di una cena cucinata da
poco e la musica di Sam Smith.
Mi sentivo a casa. Ma
all’improvviso fui assalita dalla
tristezza: non sarebbe rimasta casa
mia ancora per molto. Non dubitavo
del futuro che avevo accettato
sposando Gideon, certo che no. Ero
così eccitata all’idea di vivere con
lui, di essere sua moglie sia in
privato sia in pubblico, di
condividere i miei giorni – e le mie
notti – con lui. E tuttavia cambiare
è più difficile quando sei felice della
versione precedente della tua vita.
«Tesoro, sono a casa!» dissi a
voce alta, lasciando cadere la borsa
su uno degli sgabelli in tek del
bancone della colazione. Mia madre
aveva arredato l’appartamento in
uno stile moderno tradizionale.
Probabilmente non avrei fatto
alcune delle sue scelte, ma
nell’insieme mi piaceva.
«Eccomi qui, bel culetto» disse
Cary con voce strascicata,
facendomi girare verso il divano del
salotto, dove stava spaparanzato
con addosso solo un paio di
calzoncini da surf. Era snello e
abbronzato, con i pettorali
splendidamente definiti come quelli
di Gideon. Anche quando non
lavorava, aveva sempre l’aria del
modello supersexy che era. «Com’è
andata la cena?»
«Bene.» Mi diressi verso di lui,
scalciando via le scarpe con il tacco
mentre camminavo. Immaginavo
che avrei dovuto farlo finché ne
avevo la possibilità. Non mi ci
vedevo a lasciare in giro le scarpe
nell’attico di Gideon. Ero convinta
che la cosa lo avrebbe fatto un po’
incazzare. E dato che ero sicura che
c’erano altre cose con cui l’avrei
fatto impazzire, probabilmente era
meglio scegliere con cura i miei vizi.
«E la tua? Dall’odore sembra che tu
abbia cucinato.»
«Pizza. Semiartigianale. Tat ne
aveva una voglia matta.»
«E chi non va matto per la
pizza?» dissi, lasciandomi cadere
poco elegantemente sul divano. «È
ancora qui?»
«Naa.» Distolse il viso dallo
schermo della TV per guardarmi, gli
occhi verdi seri. «Se n’è andata
incazzata come una iena. Le ho
detto che non se ne parla di vivere
insieme.»
«Ah.» A dire il vero, Tatiana
Cherlin non mi piaceva. Era una
modella di successo come Cary,
anche se non aveva ancora
raggiunto la sua celebrità.
Cary l’aveva conosciuta al lavoro.
La loro relazione esclusivamente
sessuale era cambiata
all’improvviso quando lei aveva
scoperto di essere incinta.
Sfortunatamente, la scoperta era
avvenuta proprio quando Cary
aveva incontrato un ragazzo
speciale con cui voleva costruire un
rapporto stabile.
«Decisione importante»
commentai.
«E non sono sicuro che sia quella
giusta.» Si passò una mano sul viso
stupendo. «Se nel quadro non ci
fosse Trey, starei facendo la cosa
giusta con Tat.»
«E chi dice che non è così?
Essere un buon genitore non
significa vivere insieme. Guarda mia
madre e mio padre.»
«Cazzo.» Gemette. «Mi sento
come se stessi scegliendo me
stesso anziché mio figlio, Eva.
Questo cosa fa di me, se non un
bastardo egoista?»
«Non la stai mica tagliando fuori.
So che sarai presente per lei e per il
bambino, solo non in quel modo.»
Allungai una mano e mi arrotolai
intorno al dito una ciocca dei suoi
capelli color cioccolato. Il mio
migliore amico aveva sofferto così
tanto. La maniera perversa in cui
era stato introdotto al sesso e
all’amore gli aveva lasciato un
sacco di strascichi e di cattive
abitudini. «Allora Trey ha intenzione
di restare?»
«Non ha deciso.»
«Ti ha chiamato?»
Cary scosse la testa. «No. Ho
ceduto e l’ho chiamato io prima che
si dimenticasse completamente di
me.»
Gli diedi uno spintone scherzoso.
«Come se potesse succedere. Tu,
Cary Taylor, sei assolutamente
indimenticabile.»
«Ah-ah.» Si stiracchiò con un
sospiro. «Non sembrava troppo
felice di sentirmi. Ha detto che sta
ancora cercando di chiarirsi le
idee.»
«Il che significa che sta
pensando a te.»
«Già, pensando che l’ha sfangata
per un pelo» borbottò Cary. «Ha
detto che non aveva intenzione di
stare con me se io fossi andato a
vivere con Tat, ma quando gli ho
detto che avrei sistemato la cosa,
ha risposto che si sentiva uno
stronzo per essersi messo in mezzo.
È una situazione disperata ma sono
stato sincero con Tat comunque,
perché un tentativo devo farlo.»
«Brutto affare.» Non riuscivo a
immaginarmi al posto suo. «Cerca
solo di prendere le decisioni migliori
possibili. Hai il diritto di essere
felice. È la cosa migliore per tutti
quelli che ti stanno intorno, incluso
il bambino.»
«Se ci sarà un bambino.» Chiuse
gli occhi. «Tat dice che non ha
intenzione di fare questa cosa da
sola. Se non ci sarò, non vuole
portare avanti la gravidanza.»
«Non è un po’ tardi per dire una
cosa del genere?» Non riuscii a
evitare che trapelasse la rabbia.
Tatiana era una manipolatrice. Era
impossibile non pensare al futuro e
rendersi conto che sarebbe stata
una fonte di infelicità per un
bambino innocente.
«Non posso pensarci, Eva. Sono
andato fuori di testa. È tutto un tale
casino.» Sbottò in una risata amara.
«E pensare che una volta ho detto
che era facile da gestire. Non le
fregava niente che fossi bisessuale
e che scopassi in giro... Una parte
di me è contenta che adesso gliene
importi abbastanza da pretendere
l’esclusiva, ma non posso fare a
meno di amare Trey.»
Distolse lo sguardo, turbato. Mi
faceva star male vederlo così giù.
«Forse dovrei parlarle» proposi.
Girò di scatto la testa per
guardarmi. «E a cosa servirebbe?
Voi due non vi sopportate.»
«Non sono una sua fan» ammisi.
«Ma posso aggirare l’ostacolo. Una
chiacchierata tra donne – se ben
gestita – potrebbe aiutare. Non
credo che potrebbe peggiorare le
cose, giusto?» Esitai prima di
proseguire. Le mie intenzioni erano
buone, ma suonavano ingenue alle
mie stesse orecchie.
Sbuffò. «Al peggio non c’è mai
fine.»
«Guardiamo le cose dal lato
positivo» lo rimproverai. «Trey sa
che hai parlato con Tatiana e che
non andrete a vivere insieme?»
«Gli ho mandato un SMS. Nessuna
risposta. Non che me l’aspettassi.»
«Dagli ancora un po’ di tempo.»
«Eva, alla fine della fiera lui
vorrebbe che fossi totalmente gay.
Nella sua mente essere bisessuale
equivale a scopare in giro. Non
capisce che l’attrazione per uomini
e donne non significa incapacità di
essere fedele a una persona. O
forse semplicemente non vuole
capire.»
Espirai sonoramente. «Penso di
non essere stata di grande aiuto su
questo punto. Una volta ha tirato
fuori l’argomento e io non sono
riuscita a spiegare bene come
stanno le cose.»
Era un po’ che questa faccenda
mi tormentava. Dovevo mettermi in
contatto con Trey e sistemarla.
Cary era in ospedale in seguito a
una violenta aggressione quando io
e Trey avevamo parlato. In quel
momento non ero lucidissima.
«Non puoi sempre mettere le
cose a posto per me, piccola.» Si
girò a pancia in giù e mi guardò.
«Ma mi fa un piacere enorme che ci
provi.»
«Tu sei parte di me.» Lottai per
trovare le parole giuste. «Ho
bisogno che tu stia bene, Cary.»
«Ci sto lavorando.» Si scostò i
capelli dalla faccia. «Approfitterò di
questo weekend a Westport per
affrontare l’eventualità che Trey
possa essere fuori dai giochi. Devo
essere realistico al riguardo.»
«Tu sii realistico, io sarò
ottimista.»
«Buon divertimento.» Si tirò su a
sedere e appoggiò i gomiti sulle
ginocchia, ciondolando la testa. «Il
che mi riporta a Tatiana. Credo di
avere le idee chiare su questo: non
possiamo stare insieme. Bambino o
no, non funzionerebbe né per me
né per lei.»
«Rispetto questa scelta.»
Era difficile non aggiungere altro.
Avrei sempre dato al mio migliore
amico il sostegno e la
rassicurazione di cui aveva bisogno,
ma in questo caso doveva imparare
la lezione. Lui, Trey e Tatiana – più
un bambino in arrivo – stavano tutti
male a causa delle sue scelte.
Allontanava le persone che gli
volevano bene con le sue azioni,
sfidandole a restare. Era un test
destinato a fallire. Affrontare le
conseguenze avrebbe potuto
indurlo a cambiare in meglio.
Sorrideva ironico, con uno degli
splendidi occhi verdi seminascosto
dietro le ciocche di capelli che gli
ricadevano sulla faccia. «Non posso
scegliere in base a quello che voglio
ottenere. Fa schifo, ma sai che c’è?
Prima o poi mi tocca crescere.»
«Non tocca a tutti?» Gli rivolsi un
sorriso incoraggiante. «Oggi ho
lasciato il lavoro.»
Accettare quello che avevo fatto
diventava più facile ogni volta che
lo dicevo ad alta voce.
«Non dici stronzate?»
Guardai il soffitto e risposi: «Non
dico stronzate».
Fischiò. «Dovrei tirar fuori
bourbon e bicchieri da liquore?»
Rabbrividii. «Bleah. Sai che non
sopporto il bourbon. E comunque
Cristal e calici da champagne
sarebbero più appropriati alle mie
dimissioni.»
«Sul serio? Vuoi festeggiare?»
«Non devo annegare dispiaceri,
questo è certo.» Stirai le braccia
sopra la testa e mi liberai degli
ultimi residui di tensione. «Però ci
ho pensato tutto il giorno.»
«E?»
«Sto bene. Forse se Mark avesse
preso la notizia in modo diverso
avrei avuto dei ripensamenti, ma se
ne va anche lui e ha lavorato lì
molto più dei tre mesi che ci sono
stata io. Non avrebbe senso essere
più turbata di lui all’idea di
cambiare.»
«Le cose non devono avere
senso per essere vere, piccola.»
Prese il telecomando e abbassò il
volume.
«Hai ragione, ma ho incontrato
Gideon nello stesso momento in cui
ho iniziato a lavorare alla Waters,
Field & Leaman. In pratica, non c’è
paragone tra un lavoro che hai fatto
per tre mesi e un marito con cui
passerai il resto della tua vita.»
Mi lanciò un’occhiata. «Sei
passata da ragionevole a pratica.
Non farai che peggiorare.»
«Oh, chiudi il becco.» Cary non
mi permetteva mai di cavarmela
facilmente. Dato che spesso ero
bravissima a illudermi, la sua
politica del niente stronzate era uno
specchio di cui avevo bisogno.
Smisi di sorridere. «Voglio di
più.»
«Più di cosa?»
«Più di tutto.» Lo guardai.
«Gideon ha una tale personalità,
hai presente? Quando entra in una
stanza, tutti raddrizzano le spalle e
prestano attenzione. Voglio quello.»
«L’hai sposato. L’hai ottenuto de
facto con il cognome e il conto in
banca.»
Mi raddrizzai. «Lo voglio perché
me lo sono guadagnato, Cary.
Geoffrey Cross si è lasciato dietro
un sacco di persone che vogliono
rivalersi sul figlio. E Gideon si è
fatto i suoi nemici, come i Lucas.»
«I chi?»
Arricciai il naso. «La fuori di testa
Anne Lucas e il marito altrettanto
sbalestrato.» Poi capii. «Oddio,
Cary! Non te l’ho detto. La tizia con
i capelli rossi con cui hai
cazzeggiato a quella cena qualche
settimana fa... Quella era Anne
Lucas.»
«Di che cazzo stai parlando?»
«Ricordi quando ti ho chiesto di
fare una ricerca sul dottor Terrence
Lucas? Anne è sua moglie.»
Cary era chiaramente confuso.
Non potevo entrare nei dettagli
di come Terry Lucas avesse visitato
Gideon da piccolo e mentito sulla
presenza di segni di abuso
sessuale. L’aveva fatto per
proteggere il cognato, Hugh,
dall’essere incriminato. Non avrei
mai capito come avesse potuto fare
una cosa del genere,
indipendentemente dall’amore che
provava per la moglie. Quanto a
Anne, Gideon era andato a letto con
lei per arrivare al marito, ma la
somiglianza fisica con il fratello
aveva portato a depravazioni
sessuali che lo ossessionavano.
Aveva punito Anne per le colpe del
fratello, finendo per sconvolgere la
mente di entrambi.
Il tutto aveva prodotto due
nemici molto pericolosi per Gideon
e per me.
Spiegai tutto quello che potei. «I
Lucas hanno una storia complicata
con Gideon di cui non posso
raccontarti i dettagli, ma non è una
coincidenza che voi due siate finiti
insieme quella sera. L’aveva
organizzato lei.»
«Perché?»
«Perché è fuori di testa e sa che
mi avrebbe incasinato il cervello.»
«Perché cazzo dovrebbe
fregartene chi mi scopo?»
«Cary... a me importa sempre.»
Sentii squillare il cellulare. La
suoneria con la melodia di Hanging
by a Moment mi disse che era mio
marito. Mi alzai. «Ma in questo caso
è il calcolo che c’era dietro. Non eri
solo un’avventura casuale. Ha
puntato a te perché sei il mio
migliore amico.»
«Continuo a non capire cosa
sperava di ottenere.»
«È un modo di mostrare il medio
a Gideon. Avere la sua attenzione è
la cosa che le preme di più.»
Cary inarcò un sopracciglio.
«Sembra tutto molto tortuoso, ma
vabbè. L’ho incontrata di nuovo non
molto tempo fa.»
«Cosa? Quando?»
«La settimana scorsa, mi pare.»
Si strinse nelle spalle. «Avevo
appena finito un servizio e il taxi mi
aspettava fuori dallo studio. Lei
usciva da un caffè con un’amica
proprio in quel momento. È stata
una cosa completamente casuale.»
Scossi la testa. Il telefono smise
di suonare. «Non credo proprio. Ti
ha detto qualcosa?»
«Certo. Si è messa a flirtare un
po’, il che non stupisce se pensi
all’ultima volta che ci eravamo visti.
L’ho bloccata, dicendole che avevo
una relazione. Non ha fatto una
piega. Mi ha augurato buona
fortuna, ringraziandomi di nuovo
per la serata divertente. Si è
incamminata lungo la strada. Fine
della storia.»
Il mio telefono ricominciò a
suonare. «Se la rivedi, cambia
strada e chiamami. Okay?»
«O-okay, ma non mi hai detto
abbastanza perché possa capirci
qualcosa.»
«Fammi parlare con Gideon.»
Corsi a prendere il telefono e
risposi. «Ehi.»
«Eri sotto la doccia?» mi chiese
con voce sexy. «Sei nuda e
bagnata, angelo?»
«Oddio, aspetta un attimo.» Mi
appoggiai il telefono alla spalla e
tornai da Cary. «Indossava una
parrucca quando l’hai vista?»
Lui inarcò le sopracciglia. «E
come cavolo faccio a saperlo?»
«Aveva i capelli della stessa
lunghezza della prima volta?»
«Sì. Identici.»
Annuii cupamente. Anne portava
i capelli corti e non avevo mai visto
nessuna foto con un’acconciatura
diversa. Indossava una parrucca
quando aveva dato la caccia a Cary
alla cena, il che mi aveva confusa e
aveva impedito a Gideon di
riconoscerla.
Forse era un nuovo look.
O forse era un’altra spia del fatto
che aveva in mente qualcosa
riguardo a Cary.
Avvicinai di nuovo il telefono
all’orecchio. «Ho bisogno che tu
venga qui, Gideon. E portati dietro
Angus.»
Qualcosa nel mio tono doveva
aver tradito la preoccupazione,
perché Gideon arrivò accompagnato
sia da Angus sia da Raúl. Aprii la
porta e vidi i tre uomini riempire il
corridoio, mio marito al centro e le
guardie del corpo appena dietro,
una a destra e una a sinistra.
Definire quella visione
impressionante sarebbe riduttivo.
Gideon si era allentato la
cravatta, sbottonandosi la camicia e
il gilet, ma per il resto era vestito
come quando ci eravamo salutati.
Un po’ in disordine era sexy come
non mai, e io mi eccitai all’istante.
Ebbi la tentazione di finire di
togliere quegli strati eleganti e
costosi per rivelare il maschio
primitivo e potente che si
nascondeva sotto. Per quanto fosse
arrapante con addosso i vestiti,
nulla poteva stare alla pari del
vederlo completamente nudo.
Fissai Gideon negli occhi e il mio
sguardo mi tradì. Inarcò un
sopracciglio e all’angolo della bocca
gli comparve un sorrisetto divertito.
«Ciao anche a te» disse
sfottendomi, in risposta alla mia
occhiata rovente.
I due uomini dietro di lui
risaltavano per contrasto, con
indosso impeccabili e austeri
completi neri su misura, camicia
bianca e una semplice cravatta nera
senza ornamenti.
Fino a quel momento non mi ero
mai accorta realmente di quanto
Angus e Raúl apparissero superflui
al fianco di Gideon, un uomo che
poteva chiaramente gestire uno
scontro a mani nude senza alcun
bisogno di aiuto.
Raúl era impassibile, come al
solito. Anche Angus era
imperturbabile, ma lo sguardo
malizioso che mi rivolse diceva che
mi aveva beccata a spogliare con
gli occhi il suo capo.
Arrossii.
Mi feci da parte per lasciarli
entrare. Angus e Raúl si diressero
nel salotto dove li aspettava Cary.
Gideon rimase con me mentre
chiudevo la porta.
«Mi hai guardato in quel modo,
angelo, ma hai voluto che portassi
Angus. Spiegami.»
Scoppiai a ridere, proprio quello
che ci voleva per allentare la
tensione. «Come posso farne a
meno, visto che sembrava che ti
stessi spogliando quando ti ho
telefonato?»
«Posso finire qui.»
«Renditi conto che dopo il
matrimonio potrei dover bruciare
tutti i tuoi vestiti. Dovresti girare
sempre nudo.»
«Sarebbe interessante per le
riunioni di lavoro.»
«Mmh... forse no, allora. Solo per
i miei occhi e roba del genere.» Mi
appoggiai allo stipite e feci un
respiro profondo. «Anne ha
contattato Cary dopo la cena.»
Dagli occhi di Gideon
scomparvero tutto il calore e la
luce, lasciando il posto a un gelo
che faceva presagire tempesta.
Si avviò verso il salotto. Gli corsi
dietro, intrecciando la mia mano
alla sua per ricordargli che in quella
cosa c’eravamo dentro insieme.
Sapevo che si trattava di un
concetto a cui ci avrebbe messo un
po’ ad abituarsi. Gideon era stato
solo per così tanto tempo,
combattendo le sue battaglie e
quelle delle persone che amava.
Spostò una sedia vicino al
tavolino, mettendosi di fronte a
Cary, e disse: «Raccontami quello
che hai riferito a Eva».
Gideon sembrava pronto a
schiacciare Wall Street mentre Cary
sembrava pronto a schiacciare un
pisolino, ma la cosa non parve
scomporre mio marito.
Cary raccontò di nuovo tutta la
storia, lanciando di tanto in tanto
un’occhiata ad Angus e Raúl, che
stavano in piedi lì vicino. «Questo è
quanto» concluse. «Senza offesa,
ragazzi, ma mi sembra un
dispiegamento di forze un tantino
eccessivo per una rossa che pesa
forse cinquantacinque chili vestita.»
Io propendevo per sessanta, ma
poco importava. «La prudenza non
è mai troppa» dissi.
Mi scoccò un’occhiata. «E cosa
potrebbe mai fare? Sul serio. Cos’è
che vi preoccupa tanto?»
Gideon si agitò, irrequieto.
«Abbiamo avuto una... storia. Non è
la parola giusta. Non è stato
divertente.»
«Te la sei scopata» disse Cary
senza mezzi termini. «Me l’ero
immaginato.»
«Fottuta» precisai, avvicinandomi
per mettere una mano sulla spalla
di Gideon. Sostenevo mio marito,
anche se non potevo perdonargli
quello che aveva fatto. E a dire la
verità, la parte di me ossessionata
da Gideon provava pena per Anne.
C’erano state volte in cui avevo
creduto di aver perso Gideon per
sempre, e anch’io ero andata un po’
fuori di testa.
Comunque, lei era pericolosa
come io non avrei mai potuto
essere, e quella minaccia era
diretta verso le persone che amavo.
«Non sta prendendo bene il fatto
che lui stia con me.»
«Cosa? Stiamo parlando di roba
tipo Attrazione fatale?»
«Be’, è una psichiatra, per cui un
misto di Attrazione fatale e Basic
Istinct rende meglio l’idea. Una
maratona per Michael Douglas
concentrata in un’unica donna.»
«Non scherzare, Eva» disse
Gideon seccamente.
«E chi scherza?» lo rimbeccai.
«Cary l’ha vista con la parrucca che
portava alla cena. Penso che
volesse essere riconosciuta per
potergli parlare.»
Cary sbuffò. «Perciò è fuori come
un balcone. Cosa volete che faccia?
Informarvi se la incontro di nuovo?»
«Voglio una scorta per te.»
Gideon annuì. «Concordo.»
«Wow.» Cary si sfregò l’ombra di
barba sulla mascella. «Voi ragazzi
non scherzate.»
«Hai già abbastanza guai» gli
ricordai. «Se lei ha in mente
qualcosa, non hai bisogno di averci
a che fare.»
Cary storse le labbra in una
smorfia ironica. «Non posso
negarlo.»
«Ce ne occupiamo noi» disse
Angus, Raúl annuì e i due se ne
andarono.
Gideon rimase.
Cary guardò prima me, poi
Gideon, e alla fine si alzò. «Non
credo che voi due abbiate più
bisogno di me, perciò me ne vado a
letto. Ci vediamo domattina» mi
disse, prima di avviarsi lungo il
corridoio diretto alla sua stanza.
«Sei preoccupato?» chiesi a
Gideon quando rimanemmo soli.
«Tu sì, e tanto basta.»
Mi sedetti sul divano di fronte a
lui. «Non è proprio preoccupazione,
più che altro curiosità. Che cosa
pensa di ottenere attraverso Cary?»
Gideon sospirò. «Fa dei giochetti
mentali, Eva. Tutto qui.»
«Non credo. Mi ha detto cose
molto precise a quella cena,
avvertendomi di starti lontana. Il
sottinteso era che non ti conosco, e
che non ti vorrei se sapessi come
sei davvero.»
Gideon serrò la mascella e io
capii di aver toccato un nervo
scoperto. Non mi aveva mai
raccontato di preciso di cosa
avevano parlato quando era andato
nel suo studio. Era possibile che lei
gli avesse detto qualcosa di
analogo.
«Ho intenzione di parlare con
Anne» annunciai.
Gideon mi inchiodò con il suo
sguardo di ghiaccio. «Col cavolo.»
Risi piano. Povero marito mio.
Era così abituato a dettar legge e
aveva scelto di sposare una donna
come me. «So che abbiamo fatto
parecchia strada nel nostro
rapporto, ma a un certo punto
abbiamo parlato di fare squadra.»
«E sono aperto all’opzione» disse
con calma. «Ma Anne non è il punto
di partenza giusto. Non puoi
ragionare con una persona
totalmente irrazionale.»
«Non voglio ragionare con lei,
asso. Ha preso di mira il mio amico,
e pensa che io sia il tuo punto
debole. Deve rendersi conto che
non sono indifesa e che sfidare te
significa sfidare entrambi.»
«Lei è un mio problema. Me ne
occupo io.»
«Se tu hai un problema, Gideon,
è un problema anche mio. Stammi
a sentire. L’operazione GidEva è
iniziata a tutti gli effetti. Che io me
ne stia con le mani in mano non fa
che peggiorare questa situazione
con Anne.» Mi protesi in avanti.
«Nella sua mente, o io so cosa sta
succedendo e sono troppo debole
per reagire, oppure tu mi stai
nascondendo le cose, il che
suggerisce che sono troppo debole
per farvi fronte. Qualunque cosa le
frulli in testa, tu mi stai rendendo
un bersaglio e non è questo quello
che vuoi.»
«Non sai cosa le passa per la
testa» ribatté secco.
«Le cose sono un po’ contorte,
questo è certo. Ma è una donna.
Fidati, deve sapere che ho gli artigli
e sono pronta a usarli.»
Socchiuse gli occhi. «E che cosa
le diresti?»
Un brivido di trionfo mi costrinse
a trattenere un sorriso.
«Francamente, credo che basti che
io compaia inaspettata da qualche
parte. Un’imboscata, per così dire.
Rimarrà un po’ scossa a trovarmi lì
in attesa. Starà sulla difensiva o
attaccherà? Dalla sua reazione
capiremo alcune cose, e ne
abbiamo bisogno.»
Gideon scosse la testa. «Non mi
piace.»
«Non pensavo che ti sarebbe
piaciuto.» Allungai le gambe in
mezzo alle sue. «Ma sai che ho
ragione. Non è la mia strategia che
ti rode, Gideon. Ha piuttosto a che
fare con il tuo passato che non se
ne andrà, e tu non vuoi che io
debba affrontarlo.»
«Se ne andrà, Eva. Lasciami fare
a modo mio.»
«Devi essere più obiettivo. Sono
un membro della tua squadra, come
Angus e Raúl, ma ovviamente non
sono sul tuo libro paga e di certo
non sono una dipendente... sono la
tua compagna. Non parliamo più di
Gideon Cross da solo. E nemmeno
di Gideon Cross e sua moglie. Qui
stiamo parlando di Gideon ed Eva
Cross, e tu devi consentirmi di
essere all’altezza.»
Si protese verso di me,
guardandomi con intensità. «Non
devi dimostrare niente a nessuno.»
«Dici? Perché invece io voglio
dimostrare qualcosa a te. Se non
credi che sia abbastanza forte...»
«Eva.» Mi mise una mano dietro
le ginocchia e mi tirò più vicina.
«Sei la donna più forte che
conosca.»
Disse quelle parole, ma capivo
che non ci credeva veramente, non
nel senso che ci serviva. Mi vedeva
come una sopravvissuta, non come
una guerriera.
«Allora smettila di preoccuparti»
ribattei «e lasciami fare quello che
devo.»
«Non sono d’accordo che tu
debba fare qualcosa.»
«E allora devi accettare di non
essere d’accordo.» Gli misi le
braccia intorno alle spalle e gli diedi
un bacio sull’angolo della bocca.
«Angelo...»
«Per essere chiara, non ti sto
chiedendo il permesso, Gideon. Ti
sto dicendo quello che farò. Puoi
partecipare oppure no... Sta a te
decidere.»
Emise un gemito di frustrazione.
«E dove sarebbe il compromesso di
cui parli sempre?»
Mi tirai indietro e gli lanciai
un’occhiata. «Il compromesso è
permettermi di fare a modo mio
questa volta. Se non funziona, la
prossima volta faremo a modo
tuo.»
«Grazie.»
«Non fare così. Adesso pensiamo
insieme a organizzare il quando e
dove. Avremo bisogno che Raúl ci
dia qualche informazione sulle sue
abitudini. Un’imboscata è
inaspettata per definizione, ma
dovrebbe verificarsi in un posto in
cui lei si sente al sicuro. Farle
prendere un bello spavento.» Mi
strinsi nelle spalle. «Lei ha stabilito
le regole del gioco. Noi stiamo solo
cogliendo l’imbeccata.»
Gideon fece un respiro profondo.
Potevo quasi vederlo pensare, la
sua mente acuta che passava in
rassegna i modi per ottenere ciò
che voleva.
Così lo distrassi. «Ricordi questa
mattina, quando ti ho detto che ti
avrei spiegato perché ho deciso di
dire ai miei genitori del nostro
matrimonio?»
Ebbi subito la sua attenzione.
«Certo.»
«So che ti ci è voluto molto
coraggio per raccontare al dottor
Petersen di Hugh. Soprattutto
considerato quello che pensi degli
psicologi.» E chi avrebbe potuto
fargliene una colpa? Hugh era
entrato nella vita di Gideon nel
ruolo di sostegno psicologico e
invece aveva abusato di lui. «Mi hai
dato la forza di essere altrettanto
coraggiosa.»
Il suo splendido viso si distese in
un’espressione tenera. «Ho
ascoltato quella canzone»
mormorò, ricordandomi della volta
in cui gli avevo cantato Brave di
Sara Bareilles.
Sorrisi.
«Avevi bisogno che glielo
dicessi» disse a bassa voce. Le
parole erano state pronunciate
come un’affermazione, ma in realtà
erano una domanda.
«Sì, è così.» Più ancora ne aveva
bisogno Gideon. L’abuso sessuale
era una cosa privata e personale,
ma in qualche modo dovevamo
parlarne. Non era un segreto sporco
e vergognoso che andava tenuto
sotto chiave. Era un’orrenda verità,
e le verità – per loro natura –
devono essere rivelate.
«E tu hai bisogno di affrontare
Anne.»
Inarcai le sopracciglia.
«Veramente non volevo riportare la
conversazione su questo
argomento, però, sì... ne ho
bisogno.»
Questa volta Gideon annuì. «Va
bene. Lo organizzeremo.»
Esultai dentro di me. Un punto a
favore di GidEva.
«Hai anche detto che c’era una
cosa che desideravi di più che fare
sesso con me» mi ricordò in tono
ironico, sfidandomi a mostrare le
carte.
«Be’, non la metterei proprio
così.» Gli passai le dita tra i capelli.
«Scoparti è la mia attività preferita.
Sempre.»
Fece un sorrisetto. «Ma?»
«Penserai che sono una sciocca.»
«Continuerò a pensare che sei
sexy.»
Gli diedi un bacio. «Alle superiori,
la maggior parte delle ragazze che
conoscevo aveva un fidanzato. Sai
come funziona, ormoni a mille e
storie d’amore da urlo.»
«Così mi hanno detto.»
Mi si strozzarono le parole in
gola. Che stupida ad aver
dimenticato come doveva essere
stato per Gideon. Non aveva avuto
nessuno fino a Corinne,
all’università, troppo ferito dagli
abusi di Hugh per poter provare le
normali ansie amorose
adolescenziali a cui stavo
pensando.
«Angelo?»
Imprecai in silenzio. «Lascia
perdere. Non ne vale la pena.»
«Sai che non funzionerà.»
«Solo per questa volta?»
«No.»
«Ti prego...»
Scosse la testa. «Sputa il rospo.»
Arricciai il naso. «E va bene. Gli
adolescenti parlano al telefono per
ore perché vanno a scuola, vivono
con i genitori e non possono stare
insieme. Passano la notte a
chiacchierare di... qualunque cosa.
Io non ho mai...» Ricacciai indietro
l’imbarazzo. «Non ho mai avuto un
ragazzo così.»
Non avevo bisogno di dare
spiegazioni. Gideon sapeva
com’ero. Come il sesso fosse stato il
mio modo contorto per sentirmi
amata. I tizi che mi scopavo non mi
telefonavano. Né prima né dopo.
«Comunque» conclusi con voce
roca «mi era venuta l’idea che
potevamo fare così per il
momento... mentre aspettiamo.
Telefonate a notte fonda in cui
chiacchieriamo solo per sentire la
nostra voce.»
Mi fissò.
«Suonava meglio quando ci ho
pensato» borbottai.
Gideon rimase zitto a lungo. Poi
mi baciò. Con forza.
Mi stavo ancora godendo la
sensazione quando lui si scostò e
parlò con una voce più che
lievemente roca.
«Io sono quel ragazzo per te,
Eva.»
Sentii un nodo in gola.
«Tutte le tappe fondamentali.
Tutti i riti di passaggio... Ogni
cosa.» Mi asciugò la lacrima che mi
era spuntata a un angolo
dell’occhio. «E tu sei quella ragazza
per me.»
«Dio.» Risi tra le lacrime. «Ti
amo così tanto.»
Gideon sorrise. «Adesso vado a
casa, perché è quello che vuoi. E tu
mi telefoni e me lo dici ancora,
perché è quello che voglio io.»
«Affare fatto.»

Il giorno dopo aprii gli occhi


prima che suonasse la sveglia.
Rimasi a letto qualche minuto,
aspettando che il mio cervello
riprendesse a funzionare quel poco
che ce la faceva senza caffè. Mi
costrinsi a concentrarmi sul fatto
che era il mio ultimo giorno di
lavoro.
Stranamente, mi sentivo benone
a quell’idea... impaziente. Era
venuto il momento di smuovere un
po’ le cose.
E adesso la grande domanda.
Cosa mettermi?
Rotolai giù dal letto e mi
avvicinai all’armadio. Dopo aver
passato in rassegna praticamente
tutto, optai per un abito aderente
verde smeraldo con lo scollo e l’orlo
asimmetrici. Normalmente l’avrei
ritenuto troppo corto per andare a
lavorare, ma perché finire come
avevo cominciato? Perché non
cogliere l’occasione per compiere la
transizione dal passato al futuro?
Era l’ultimo giorno di Eva
Tramell. Lunedì avrebbe fatto il suo
debutto Eva Cross. Riuscivo a
immaginarmela. Minuta e bionda
vicino al marito alto e bruno, ma
pericolosa quanto lui e in modo
molto simile.
O forse no. Magari, giocare sulle
differenze. Facce opposte della
stessa lama affilata...
Mi diedi un’ultima occhiata nello
specchio e andai in bagno per
truccarmi.
Poco dopo Cary mise dentro la
testa. Lanciò un fischio. «Stai
benissimo, piccola.»
«Grazie.» Rimisi a posto il
pennellino del rossetto. «Posso
convincerti a darmi una mano con
lo chignon?»
Entrò con indosso soltanto un
paio di boxer Grey Isles, non molto
diverso dalla sua foto sulle
pubblicità che in quei giorni
tappezzavano i muri e gli autobus di
tutta la città. «Tradotto: fammelo.
Ovviamente.»
Il mio migliore amico si mise al
lavoro, spazzolandomi e
acconciandomi i capelli con gesti
esperti fino a ottenere un’elegante
crocchia.
«È stato parecchio intenso ieri
sera» disse, dopo essersi tolto di
bocca l’ultima forcina. «Col salotto
pieno di uomini in completo nero.»
Incrociai il suo sguardo nello
specchio. «Erano in tre.»
«Due e Gideon» ribatté «che è
capace di riempire una stanza da
solo.»
Non potevo negarlo.
Mi scoccò il suo sorriso a
trentadue denti. «Se si viene a
sapere che ho una scorta
penseranno che sono roba che
scotta, oppure che mi credo chissà
chi. Vere tutte e due le cose.»
Mi alzai sulla punta dei piedi e gli
diedi un bacio sul mento. «Non ti
accorgerai nemmeno che ci sono.
Saranno in modalità superdiscreta.»
«Scommetto che riesco a
beccarli.»
«Cinque dollari» dissi, girandogli
intorno per prendere un paio di
scarpe con i tacchi nella camera da
letto.
«Cosa? Che ne dici di cinquemila,
Mrs Cross?»
«Ah!» Tirai su il telefono dal letto
quando suonò per segnalare un
messaggio in arrivo. «Gideon sta
salendo.»
«Perché non è rimasto qui
stanotte?»
Girai appena la testa mentre mi
affrettavo lungo il corridoio e
risposi: «Ci asteniamo fino al
matrimonio».
«Mi stai prendendo per il culo?»
Le lunghe falcate di Cary mi
raggiunsero con facilità. Mi prese le
scarpe tenendole fuori portata e
permettendomi di prendere la tazza
di caffè da asporto dal bancone
della colazione. «Pensavo che la
luna di miele durasse di più. I mariti
di solito non scopano qualche anno
prima di iniziare ad andare in
bianco?»
«Chiudi la bocca, Cary!» Presi la
borsa e aprii la porta d’ingresso.
Mi ritrovai davanti Gideon, con in
mano le chiavi. «Angelo.»
Cary mi raggiunse e spalancò la
porta. «Mi dispiace per te, amico.
Mettile un anello e, bam, le gambe
si chiudono.»
«Cary!» Lo guardai male. «Sto
per tirarti un pugno.»
«Chi ti preparerà i bagagli, se ci
provi?»
Mi conosceva troppo bene.
«Non preoccuparti, piccola, sarò
pronto con i bagagli di tutti e due.»
Guardò Gideon. «Non posso aiutarti,
temo. Aspetta di vederla in quel
bikini La Perla blu che sto mettendo
in valigia. Ti verranno due palle
così.»
«Sto per tirarti un pugno anch’io»
disse Gideon con noncuranza. «Ti
verranno dei lividi così.»
Cary mi spinse gentilmente fuori
dalla porta e la chiuse sbattendola.

Era quasi mezzogiorno quando


Mark si affacciò nel mio cubicolo e
mi fece omaggio del suo sorriso
sghembo. «Pronta per il nostro
ultimo pranzo di lavoro?»
Mi misi una mano sul cuore. «Mi
stai uccidendo.»
«Sarei felice di restituirti la
lettera di dimissioni.»
Scossi la testa, mi alzai e feci
scorrere lo sguardo sulla scrivania.
Non avevo ancora imballato le mie
poche cose. Mi aspettavo che,
quando fossero state quasi le
cinque, avrei provato la sensazione
di mettere la parola fine a qualcosa,
ma per il momento non ero ancora
pronta a rinunciare al possesso
della mia scrivania e al sogno che
un tempo aveva rappresentato.
«Ci saranno altri pranzi.» Presi la
borsa dal cassetto e mi incamminai
con lui verso gli ascensori. «Non ho
intenzione di lasciare che te la cavi
tanto facilmente.»
Alla reception, mi apprestavo a
fare un cenno di saluto a Megumi,
ma lei era già uscita per la pausa, e
la sua sostituta era al telefono.
Mi sarebbe mancato vedere lei,
Will e Mark ogni giorno. Erano il mio
pezzetto di New York, una parte
della mia vita che apparteneva solo
a me. Un’altra cosa a cui temevo di
dover rinunciare lasciando il lavoro:
la mia cerchia sociale.
Avrei fatto di tutto per tenermi le
mie amicizie, ovviamente. Mi sarei
presa la briga di telefonare e
organizzare cose da fare insieme,
ma sapevo come andava a finire...
Ormai erano mesi che non sentivo i
miei amici di San Diego. E la mia
vita sarebbe stata completamente
diversa da quella dei miei amici.
Obiettivi, sogni e sfide sarebbero
stati a mondi di distanza.
L’ascensore era semivuoto, ma si
riempì in fretta ai piani successivi.
Mi presi un appunto mentale di
chiedere a Gideon una delle sue
chiavi magiche che gli
permettevano di andare su e giù
senza fermarsi. In fin dei conti,
sarei venuta ancora al Crossfire,
solo che sarei scesa a un piano
diverso.
«Che mi dici di te?» chiesi,
mentre ci stringevamo per far posto
ad altre persone. «Hai deciso se
restare o andartene?»
Annuì e si mise le mani in tasca.
«Accetterò il tuo consiglio.»
La linea decisa della mascella mi
fece intuire che non avrebbe
cambiato idea. «È splendido, Mark.
Congratulazioni.»
«Grazie.»
Scendemmo al pianoterra e
passammo attraverso i tornelli della
sicurezza.
«Steven e io ne abbiamo
parlato» continuò, mentre
camminavamo sul marmo venato
d’oro dell’atrio del Crossfire.
«Assumerti è stato un grosso passo
avanti per me. Un segno che la mia
carriera si stava muovendo nella
direzione giusta.»
«Su questo non c’è dubbio.»
Sorrise. «Perderti è un altro
segno... È il momento di cambiare.»
Mark fece un gesto per invitarmi
a precederlo attraverso la porta
girevole. Sentii il calore del sole
prima ancora di essere fuori. Non
vedevo l’ora che arrivasse il clima
autunnale, che le stagioni si
avvicendassero in fretta. Sembrava
naturale che si verificasse un
cambiamento esterno
corrispondente a quello che
avveniva dentro di me.
Guardai l’elegante limousine nera
di Gideon ferma accanto al
marciapiede, poi mi girai verso
Mark quando mi raggiunse. «Dove
andiamo?»
Lui mi lanciò un’occhiata divertita
prima di mettersi a cercare un taxi
libero nella marea di automobili. «È
una sorpresa.»
Mi sfregai le mani. «Evvai.»
«Miss Tramell.»
Mi girai sentendomi chiamare e
vidi Angus in piedi accanto alla
limousine. Con indosso il solito
completo nero e il berretto da
chauffeur, aveva un’aria elegante e
raffinata, e passava inosservato al
punto che solo un occhio allenato
avrebbe potuto sospettare il suo
passato nell’MI6.
Pensare alla sua storia mi dava i
brividi. Faceva tanto James Bond.
Di sicuro l’avevo molto romanzata,
ma il fatto di conoscerla mi dava
anche sicurezza. Gideon non poteva
essere in mani migliori.
«Salve.» Salutai Angus con una
nota affettuosa nella voce.
Non potevo fare a meno di
provare una gratitudine speciale nei
suoi confronti. Stava accanto a
Gideon da anni e non avrei mai
conosciuto tutto il loro passato
insieme, ma sapevo che era stato
l’unico sostegno di mio marito dopo
la faccenda di Hugh. Ed era anche
la sola persona della nostra cerchia
a essere stata testimone della
nostra fuga d’amore. L’espressione
del suo viso quando aveva parlato
con Gideon dopo... le lacrime negli
occhi di entrambi... Il loro era un
legame indistruttibile.
Scorsi un lampo nei suoi occhi
azzurri mentre apriva la portiera
della limousine. «Dove desiderate
andare?»
Mark inarcò le sopracciglia. «È
per questo che mi hai lasciato?
Accidenti. Non posso competere.»
«Non è mai stato necessario.»
Prima di prendere posto sul sedile
posteriore guardai Angus. «Mark
non vuole dirmi dove andiamo,
perciò mi limiterò a salire in
macchina e cercherò di non
origliare.»
Angus si toccò la visiera del
berretto per segnalarmi che aveva
capito.
Pochi minuti dopo eravamo per
strada.
Mark era sul sedile di fronte al
mio e ammirava l’interno dell’auto.
«Per la miseria. Ho noleggiato delle
limousine in passato, ma non
assomigliavano affatto a questa.»
«Gideon ha un gusto davvero
eccellente.» Non aveva importanza
di che stile si trattasse – moderno e
contemporaneo come il suo ufficio
oppure classico e vecchio stile come
l’attico –, mio marito sapeva come
presentare la sua ricchezza con
classe.
Mark mi guardò con un gran
sorriso. «Sei una signora fortunata,
amica mia.»
«È vero» concordai. «Tutto
questo» feci un gesto con la mano
«è straordinario, ovviamente. Ma lui
è un buon affare di per sé. È
davvero un uomo stupendo.»
«So cosa vuol dire avere un
uomo così.»
«Certo che lo sai. Come vanno i
preparativi per il matrimonio?»
Mark gemette. «Steven mi sta
facendo morire. Preferisci azzurro o
pervinca? Rose o gigli? Raso o seta?
Mattina o sera? Ho cercato di dirgli
che può fare quello che gli pare, io
voglio lui e basta, ma mi sono preso
una strigliata. Ha detto che farei
meglio a occuparmene, considerato
che non avrò un’altra occasione di
sposarmi. Tutto quello che posso
dire è: grazie a Dio.»
Scoppiai a ridere.
«E tu?» chiese.
«Comincio adesso. Siamo riusciti
a trovarci in questo mondo folle
abitato da miliardi di persone.
Come direbbe Cary, bisogna
festeggiare.»
Parlammo di primi balli e
sistemazione dei posti a sedere
mentre Angus guidava in mezzo al
traffico che sembrava intasare
perennemente Midtown. Guardai
fuori dal finestrino e vidi un taxi
fermarsi al semaforo di fianco a noi.
La donna seduta sul sedile
posteriore teneva il telefono
incastrato tra l’orecchio e la spalla e
parlava a raffica mentre sfogliava
freneticamente un taccuino. Più in
là, a un angolo della strada, un
venditore ambulante di hot dog
serviva con gesti rapidi una fila di
cinque persone.
Quando finalmente arrivammo e
scendemmo dall’auto, seppi
esattamente dov’eravamo. «Ehi!»
Il ristorante messicano nascosto
sotto il livello della strada era un
locale dov’eravamo già stati. E una
delle cameriere mi piaceva
moltissimo.
Mark scoppiò a ridere. «Ti sei
licenziata così in fretta che Shawna
non ha avuto il tempo di chiedere
una giornata di permesso.»
«Accidenti, amico.» Sentii una
stretta al cuore. Cominciava a
sembrarmi un finale per cui non ero
pronta.
«Andiamo.» Mi prese per il
gomito e mi guidò all’interno. Vidi
subito il tavolo dove erano sedute
diverse facce conosciute, circondate
da palloncini con le scritte OTTIMO
LAVORO, AUGURI e CONGRATULAZIONI.
«Wow.» Sentii le lacrime
bruciarmi gli occhi.
Megumi e Will erano seduti con
Steven a un tavolo apparecchiato
per sei. Shawna era in piedi dietro
la sedia del fratello, i capelli rossi
inconfondibili.
«Eva!» gridarono in coro,
attirando l’attenzione di tutta la
sala.
«Oh, mio Dio» ansimai, con una
stretta al cuore. Davanti a quello a
cui stavo rinunciando, anche se solo
in un senso, di colpo mi sentii triste
e piena di dubbi. «Se stavate
pensando di potervi liberare di me,
scordatevelo.»
«Certo che no.» Shawna si
avvicinò per stringermi forte a sé.
«C’è da organizzare un addio al
nubilato!»
«Evvai!» Megumi mi avvolse in
un abbraccio non appena Shawna
mi lasciò andare.
«Forse quella tradizione
potremmo saltarla» intervenne una
voce calda e profonda alle mie
spalle.
Mi girai stupita e mi trovai di
fronte Gideon. Era in piedi accanto
a Mark con in mano un’unica,
perfetta rosa rossa.
Sorrisi tra le lacrime. Non avrei
perso i miei amici, e avrei
guadagnato così tanto. Gideon c’era
sempre quando avevo bisogno di
lui, persino prima che mi rendessi
conto che era il pezzo fondamentale
mancante.
«Ti sfido a provare la loro salsa
diablo» gli dissi, allungando la
mano per prendere la rosa.
Le sue labbra si piegarono in un
sorriso appena accennato, quello
che mi faceva morire ogni volta... e
anche tutte le altre donne presenti,
non potei fare a meno di notare. Ma
lo sguardo nei suoi occhi, la
comprensione e il sostegno per ciò
che provavo... quello era tutto per
me.
«È la tua festa, angelo mio.»
4

La casa a due piani adagiata sulla


costa riluceva del calore dorato che
filtrava da ogni finestra. Le luci
incastonate nella curva del vialetto
brillavano come un letto di stelle
all’imbrunire, mentre i cespugli di
ortensie grossi come un’utilitaria
traboccavano di petali lungo i bordi
dell’ampio prato.
«Guarda che meraviglia» mi
disse Eva, mentre con le spalle
rivolte verso di me guardava fuori
dal finestrino inginocchiata sul
sedile di pelle nera.
«Un vero spettacolo» risposi,
anche se in realtà mi riferivo a lei.
Fremeva di eccitazione e di una
gioia quasi fanciullesca. La osservai
con attenzione, dovevo capire
meglio e soprattutto scoprire la
causa di quell’allegria. La sua
felicità era vitale per me: era la
fonte da cui traevo ogni mia gioia, il
contrappeso che mi permetteva di
rimanere in equilibrio e centrato.
Girò la testa verso di me mentre
Angus rallentava fino a fermare la
limousine di fronte alle scale sul
davanti. «Mi stai sbirciando il culo?»
Il mio sguardo si posò sul suo
fondoschiena, incorniciato alla
perfezione dagli shorts che aveva
indossato dopo l’ufficio. «Be’, ora
che mi ci fai pensare...»
Ricadde sul sedile con una risata.
«Sei senza speranza, lo sai, vero?»
«Certo, ho capito che non
esisteva una cura la prima volta che
mi hai baciato.»
«Sono quasi sicura che sei stato
tu a baciare me.»
Trattenni un sorriso. «Davvero è
andata così?»
Socchiuse gli occhi. «Spero che
tu stia scherzando. Quel momento
dovresti averlo marchiato a fuoco
nel cervello.»
Allungai la mano e cominciai ad
accarezzarle la coscia scoperta. «E
nel tuo? È marchiato a fuoco?»
mormorai, compiaciuto da
quell’idea.
«Ehi, voi due» ci interruppe Cary
levandosi le cuffie. «Non
dimenticatevi che ci sono anch’io
seduto qua.»
Il coinquilino di Eva aveva
passato le due ore del viaggio in
mezzo al traffico serale a guardare
un film sul tablet, con grandissima
discrezione, ma non mi sarei mai
potuto dimenticare che era lì con
noi. Cary Taylor era un punto fermo
nella vita di mia moglie e io lo
accettavo, ma non mi andava molto
a genio. Pur pensando che volesse
davvero bene a Eva, credevo anche
che avesse fatto scelte sbagliate,
che ponevano lei in situazioni
difficili, e talvolta anche rischiose.
Angus aprì la portiera ed ecco
che Eva era già scesa e saliva di
corsa gli scalini, mentre io non
avevo neanche messo via il tablet.
Monica aprì la porta d’ingresso
proprio mentre sua figlia
raggiungeva il ballatoio superiore.
Sorpreso dall’entusiasmo di mia
moglie, soprattutto considerando il
fatto che di solito tollerava a
malapena la madre, rimasi a
guardarla incuriosito.
Cary rideva mentre raccoglieva le
sue cose e le infilava in una piccola
borsa a tracolla.
«Basta il profumo, non serve
altro.»
«Scusa?»
«Monica di solito prepara dei
biscotti assurdamente buoni con il
burro d’arachidi e la vaniglia. Eva è
andata a cercare di nasconderne
qualcuno prima che arrivi io e li
spazzoli via tutti.»
Presi un appunto mentale di
farmi dare quella ricetta e intanto
tornai a guardare le due donne nel
portico e vidi che si scambiavano
baci e poi si voltavano entrambe
verso di me. In quel momento, con
Monica che indossava pantaloni a
pinocchietto e una maglietta casual,
la loro somiglianza era
impressionante.
Cary saltò giù dalla macchina e
salì i gradini due alla volta per poi
precipitarsi dritto tra le braccia di
Monica. La loro risata risuonava
nell’aria mentre calava l’oscurità.
Sentii la voce di Angus, fuori
dall’auto. «Ragazzo mio, non può
passare tutto il weekend in quella
limousine.»
Lasciai il tablet sul sedile e uscii,
divertito dalla battuta.
Angus continuò, con un sorrisetto
ironico: «Una famiglia è proprio
quel che ci vuole per lei».
Gli misi una mano sulla spalla e
la strinsi. «Ne ho già una.»
Per anni Angus era stato tutto ciò
che avevo, e la sua presenza era
stata più che sufficiente per me.
«Dài, pigrone!» Eva era tornata
da me e prendendomi per mano mi
stava trascinando su per le scale
dietro di lei.
«Ciao, Gideon.» Il sorriso di
Monica era ampio e affettuoso.
«Ciao, Monica.» Le porsi la mano
ma rimasi sorpreso quando lei
invece mi abbracciò forte.
«Ti direi di chiamarmi mamma»
disse, sciogliendosi dall’abbraccio.
«Ma ho paura che mi sentirei troppo
vecchia.»
La sensazione di disagio si
trasformò in un brivido lungo la
schiena, e mi accorsi di avere
sbagliato completamente i calcoli.
Il matrimonio con Eva aveva reso
lei mia, e io suo; in più aveva
costruito un legame molto
personale tra me e i suoi cari.
Monica e io ci conoscevamo da
un pezzo, e le nostre strade si
erano incrociate diverse volte, visto
che entrambi davamo sostegno a
diverse organizzazioni benefiche a
favore dei bambini. Avevamo
definito delle specifiche modalità
per le nostre interazioni, proprio
come ogni associazione seguiva dei
protocolli prestabiliti.
Di colpo, tutto ciò era andato in
pezzi.
Perplesso, mi trovai a cercare
con lo sguardo Angus.
Evidentemente il mio imbarazzo lo
divertiva, poiché mi strizzò l’occhio
e mi mollò proprio nel momento del
bisogno. Girò intorno all’auto per
salutare Benjamin Clancy, che
aspettava sul lato dell’autista.
«Il garage è là» disse Monica
indicando l’edificio a due piani al di
là della strada, una replica della
casa in miniatura. «Clancy
sistemerà l’autista e farà portare
dentro i vostri bagagli.»
Eva mi strinse la mano e mi
accompagnò dentro. Cary aveva
indovinato: fui inondato dal
profumo di vaniglia. Non erano
candele, ma biscotti. Quell’aroma
domestico e confortevole mi fece
venire una gran voglia di girare sui
tacchi e tornarmene fuori.
Non ero preparato. Ero venuto
pensando di essere un ospite,
l’accompagnatore di Eva: fare il
genero, membro a pieno titolo della
famiglia, era una possibilità che non
avevo previsto.
«Adoro questa casa» disse Eva
mentre mi guidava attraverso il
passaggio ad arco che immetteva
nel soggiorno.
Vidi ciò che mi aspettavo di
vedere: una lussuosa casa sulla
spiaggia, con le sedute foderate di
tessuto bianco e diversi accessori a
tema nautico.
«Ti piace il parquet di mogano
con questa tonalità color caffè?
Avrei voluto farlo di quercia
sbiancata ma è così prevedibile,
non trovi anche tu? E cosa ne pensi
di quelle sfumature verdi, arancio e
giallo sul solito blu? Mi fa venire
voglia di perdere ogni controllo,
quando torneremo negli Outer
Banks.»
Non aveva idea di quanto avrei
voluto tornarci subito. Là avrei
perlomeno avuto qualche momento
tutto per me prima di dovermi
gestire una casa piena di parenti
nuovi di zecca.
L’ampio soggiorno dava
direttamente sulla cucina a vista,
dove Stanton, Martin, Lacey e Cary
stavano tutti intorno a una grande
penisola con sei sedie. I due locali
condividevano la vista sul mare
grazie a una fila di pannelli
scorrevoli di vetro che si
affacciavano su un’ampia veranda.
«Ehi!» protestò Eva. «Vi conviene
lasciarmi qualche biscotto da
parte!»
Stanton sorrise e ci venne
incontro. Con i jeans e la polo
sembrava la versione più giovane
dell’uomo con cui avevo avuto a che
fare a New York. L’aura da
superfinanziere che lo circondava
sembrava svanita senza il completo
che indossava sul lavoro, e avevo la
sensazione di essere di fronte a un
estraneo.
«Ciao, Eva.» Stanton diede un
bacio sulla guancia a Eva, poi si girò
verso di me. «Gideon.»
Ero abituato a essere chiamato
con il cognome, l’abbraccio che
seguì mi colse di sorpresa.
«Congratulazioni» disse,
dandomi una pacca sulla spalla
prima di lasciarmi andare.
Ero irritato: dunque era quella la
naturale evoluzione delle cose? Una
graduale trasformazione da collega
di lavoro a conoscente e poi, da lì,
amico e familiare?
Mi venne in mente di colpo
Victor, lui aveva capito che cosa
significava il mio matrimonio meglio
di me.
Mentre io me ne stavo lì
irrigidito, Stanton sorrise a mia
moglie: «Credo che tua madre
abbia messo via qualche biscotto
per te nello scaldavivande».
«Oh, sì!» Eva corse via,
lasciandomi solo con il suo patrigno,
nonché mio suocero acquisito.
La seguii con lo sguardo, e colsi il
saluto che mi rivolse da lontano
Martin Stanton, a cui risposi a mia
volta con un cenno del capo. Se
avesse provato anche lui ad
abbracciarmi, si sarebbe preso un
pugno in faccia.
Una volta gli dissi che avrebbe
potuto contare sul fatto che ci
saremmo ritrovati a qualche
riunione di famiglia, e adesso che
stava succedendo davvero
sembrava una cosa surreale. Mi
sentivo come se mi avessero
fregato.
La risata di Eva che proveniva
dall’altra parte della stanza
richiamò la mia attenzione. Stava
porgendo la mano sinistra alla
bionda di fianco a Martin,
mostrandole l’anello che le avevo
regalato quando era diventata mia
moglie.
Monica si unì a Stanton e me,
sistemandosi di fianco al marito. La
bellezza giovanile di lei lo faceva
sembrare ancora più vecchio,
metteva in risalto il candore dei
suoi capelli e le rughe che gli
segnavano il volto. Era tuttavia
evidente che Stanton non si
preoccupava affatto della differenza
di età che li separava: nel guardarla
il suo viso si illuminò e i suoi occhi
azzurri si velarono di tenerezza.
Cercai qualcosa di appropriato da
dire, e alla fine tutto quello che
riuscii a tirare fuori fu: «Avete una
casa davvero meravigliosa».
«Non era così bella prima che ci
mettesse le mani Monica.» Stanton
le cinse la vita sottile con un
braccio. «E lo stesso si può dire per
me.»
«Richard, ti prego.» Monica
scosse la testa. «Posso farti fare un
giro, Gideon?»
«Prima diamogli qualcosa da
bere» suggerì Stanton guardando
verso di me. «È stato in macchina
fino a ora.»
«Ti andrebbe del vino?» mi
chiese lei.
«Forse preferirebbe dello scotch»
disse Stanton.
«Lo scotch va benissimo» risposi,
preoccupato che il mio disagio fosse
tanto evidente.
Ero fuori dal mio elemento
naturale, e avrei già dovuto farci
l’abitudine da quando avevo
incontrato Eva. Lei era una specie
di àncora per me, anche quando mi
lasciava un po’ di corda. Finché
restavo aggrappato a lei, potevo
resistere a qualunque tempesta. O
almeno così credevo.
Cercavo mia moglie, e fui
sollevato nel vederla venire verso di
me, con un passo veloce che faceva
ondeggiare la sua coda di cavallo.
«Assaggia questo» mi ordinò,
mentre mi avvicinava un biscotto
alle labbra.
Aprii la bocca ma serrai i denti
una frazione di secondo troppo
presto, mordendole
deliberatamente le dita.
«Ahia.» Si accigliò, ma quel lieve
dolore riuscì nell’intento di far
concentrare la sua attenzione su di
me. La sua espressione si addolcì
quando capì e un lampo di luce
accese il suo sguardo. Mi aveva
visto, si era accorta di quello che
stava succedendo dentro di me.
«Vuoi che usciamo?» sussurrò.
«Tra un minuto.» Feci un cenno
con il mento in direzione della zona
bar nel soggiorno dove Stanton mi
stava servendo da bere. Le afferrai
il polso e l’attirai a me.
Tenerla lontana dagli altri mi
bruciava un po’. Non volevo essere
uno di quegli uomini che soffocano
le donne che li amano, ma avevo
davvero bisogno di un po’ di tempo
per abituarmi a tutto. La distanza a
cui di solito tenevo gli altri,
compreso Cary, non sarebbe stata
accettabile con Monica o Stanton,
tanto meno dopo aver visto quanta
gioia provava Eva nello stare con le
persone che lei considerava la sua
famiglia.
La famiglia per lei era un luogo
sicuro, non l’avevo mai vista così
rilassata e serena. Per quanto mi
riguardava, invece, i raduni di quel
tipo mi facevano vedere rosso.
Mi imposi di calmarmi mentre
Stanton tornava con i drink, ma non
abbassai completamente la
guardia.
Si avvicinò anche Martin per
presentarmi la fidanzata, ed
entrambi si congratularono con noi.
Tutto andava come previsto, il
che contribuì a rilassarmi un po’,
anche se mai quanto lo scotch
doppio che mandai giù d’un fiato.
«Voglio fargli vedere la spiaggia»
disse Eva, appoggiando il mio
bicchiere ormai vuoto su un tavolino
mentre ci dirigevamo verso le
vetrate scorrevoli.
Fuori faceva più caldo che in
casa, quell’anno l’estate sembrava
non finire mai. Una brezza salata ci
accarezzava e mi scompigliava i
capelli.
Camminammo fino alla battigia e
io la tenevo per mano.
«Cosa c’è che non va?» mi
chiese.
Il tono ansioso nella sua voce mi
fece innervosire. «Tu lo sapevi che
si trattava di una specie di festa di
famiglia per il nostro matrimonio?»
Si capiva che ero seccato, e lei
accusò il colpo. «Non ci avevo
pensato in questi termini e la
mamma non mi ha mai detto niente
del genere, però in fondo ha
abbastanza senso.»
«Non per me.» Le voltai le spalle
e cominciai a camminare
controvento, lasciando che l’aria mi
scostasse i capelli dalla faccia
infiammata di rabbia.
«Gideon!» Eva mi corse dietro.
«Ma perché ti sei arrabbiato?»
Mi voltai verso di lei. «Non mi
aspettavo una cosa del genere!»
«Ma cosa?»
«Entrare a far parte della
famiglia e tutte le menate di questo
tipo.»
Lei si accigliò. «Be’, sì, ti ho detto
che lo sapevano.»
«Non dovrebbe fare alcuna
differenza.»
«Ma... perché dirglielo, allora?
Sei stato tu a volere che sapessero,
Gideon.» Non aprii bocca, e lei
continuò a fissarmi. «Cosa pensavi
che sarebbe successo?»
«Non mi sarei mai aspettato di
sposarmi, Eva, quindi scusami se
non ho pensato prima anche a tutto
il resto.»
«D’accordo.» Alzò entrambe le
mani in un gesto di resa. «Adesso
sono confusa.»
E io non sapevo come fare per
rendere le cose più chiare. «Non ce
la faccio... Non sono pronto per una
cosa del genere.»
«Per cosa non sei pronto,
esattamente?»
Agitai la mano in direzione della
casa, in un gesto di impazienza.
«Per tutto questo.»
«Puoi essere più specifico?» mi
chiese, con garbo.
«Io... No.»
«Mi sono persa qualcosa mentre
eravamo dentro?» Nelle sue parole
si coglieva una sfumatura di rabbia.
«Che cosa ti hanno detto, Gideon?»
Mi ci volle un attimo per capire
che stava prendendo le mie difese,
e questo non fece che esacerbarmi
ulteriormente. «Sono venuto qui per
stare con te, e invece tu sei qui per
passare del tempo con la tua
famiglia...»
«Ma adesso è anche la tua
famiglia.»
«Non l’ho certo chiesto io.»
La osservai, il suo viso rivelava
che aveva capito. Quando
l’espressione mutò e si trasformò in
compassione, strinsi i pugni. «Non
guardarmi in quel modo, Eva.»
«Non so cosa dire. Dimmi di cosa
hai bisogno.»
Sbuffai. «Di qualcosa di forte da
bere.»
La sua bocca si piegò in una
smorfia. «Sono sicura che non sei il
primo novello sposo che sente il
bisogno di mandare giù i suoi
parenti acquisiti con qualche drink.»
«Possiamo evitare di chiamarli in
quel modo, per piacere?»
Il tenue sorriso svanì dal suo
volto. «Ma che cosa cambia? Se
preferisci li puoi chiamare Mr e Mrs
Stanton, ma...»
«Non sono l’unico ad avere le
idee confuse su quale sia il mio
posto.»
Curvò le labbra. «Su questo non
sono tanto d’accordo.»
«Solo due giorni fa mi avrebbero
stretto la mano chiamandomi Cross,
adesso è tutto un abbraccio e un
“chiamami mamma” e sorrisini in
attesa di chissà che cosa!»
«Veramente ti ha detto di non
chiamarla mamma, ma ho capito
cosa intendi. Attraverso il
matrimonio sei diventato loro figlio,
e questo ti spaventa a morte. Ma è
una cosa tanto terribile che loro ne
siano felici? Preferiresti che fossero
come mio padre?»
«Sì.» Rabbia e delusione le so
gestire benissimo.
Eva fece un passo indietro, i suoi
grandi occhi brillavano sotto la luce
della luna calante.
«Cioè, no!» Mi passai una mano
nei capelli mentre mi correggevo.
Non sapevo come affrontare la sua
delusione. «Maledizione, non lo so.»
«Gideon...» Si avvicinò di nuovo.
«Sul serio, ho capito benissimo. Mia
madre si è sposata tre volte, e ogni
volta c’era una nuova figura paterna
già bell’e pronta che io...»
«Anch’io ho un patrigno» la
interruppi bruscamente. «E non è la
stessa cosa. Non gliene frega niente
a nessuno se un genitore acquisito
ti vuole bene o meno.»
«Allora è di questo che si
tratta?» Mi prese tra le braccia e mi
abbracciò con forza. «Ma loro ti
vogliono già bene.»
La strinsi a me. «Non sanno
neanche chi cazzo sono.»
«Lo sapranno, e impareranno ad
amarti. Ogni genitore sogna un
figlio come te.»
«Piantala con le stronzate, Eva.»
Si staccò da me, in preda alla
collera. «La sai una cosa? Se non
volevi parenti acquisiti, dovevi
sposare un’orfana.»
Si diresse a grandi passi verso la
casa.
«Torna qui!» le gridai, ma lei
rispose mostrandomi il dito medio
da sopra la spalla.
In tre passi la raggiunsi, la presi
per un braccio e la costrinsi a
girarsi. «Non abbiamo ancora
finito.»
«Invece io ho finito.» Eva si alzò
sulla punta dei piedi nel tentativo di
avvicinarsi al mio viso, ma per
guardarmi negli occhi doveva
ancora tenere la testa piegata
all’indietro. «Sei stato tu a volere
che ci sposassimo. Se adesso hai
paura e vuoi tirarti indietro, è solo
colpa tua.»
«Non scaricare il problema su di
me!» Mi ribolliva il sangue dalla
rabbia, il che accresceva la mia
frustrazione.
«Mi dispiace che tu non ti sia
reso conto che ti sei impegnato per
qualcosa di più di un bel culo a
portata di mano!»
«A portata di mano ma
irraggiungibile» ribattei, mentre
sentivo la mascella contrarsi
lievemente.
«Fottiti.»
«Ottima idea.»
Si ritrovò con la schiena sulla
sabbia prima ancora di capire che
cosa l’aveva colpita. La tenevo
ferma premendo con forza la mia
bocca sulla sua per farla stare zitta.
Lei si inarcò nel tentativo di reagire
e io le tirai la coda di cavallo per
farla stare ferma.
Mi morse il labbro inferiore e io
mi sollevai imprecando.
«Ma che cazzo di scherzo è?»
Intrecciò le gambe alle mie e mi
ritrovai sotto di lei, a fissare il suo
meraviglioso viso infuriato. «Questo
è esattamente il motivo per cui non
te la do, asso. Pensi sempre di
risolvere tutto con il sesso.»
«Spero solo che tutta
quest’attesa valga la pena» le dissi
in tono di sfida, stavo cercando di
nuovo lo scontro.
«S o n o io semmai a valere la
pena, stronzo, non la mia vagina.»
Si appoggiò con forza sulle mie
spalle. «Mi dispiace che ti sia
sentito in trappola, mi dispiace
davvero tanto che essere accolto a
braccia aperte ti faccia andare fuori
di testa. Ti ci dovrai abituare, però,
perché fa parte del pacchetto
completo che ti sei preso insieme a
me.»
Lo sapevo, e sapevo che avrei
dovuto fare in modo che
funzionasse, perché dovevo averla
a tutti i costi. Il mio amore per lei
mi aveva intrappolato, mi aveva
spinto in un angolo da cui non
potevo più uscire. Mi aveva
imposto, di fatto, una famiglia,
anche se io stavo benissimo senza.
«Non è questo che voglio» dissi,
a denti stretti.
Eva si bloccò. Appoggiò le
ginocchia a terra, serrandomi i
fianchi con le cosce. «Pensa bene a
ciò che stai dicendo» mi mise in
guardia.
«Non è il mio ruolo, Eva.»
«Oddio.» Fece un sospiro
profondo e di colpo tutta la sua
collera era svanita. «Sii te stesso e
basta.»
«Sono esattamente il contrario di
quello che si augurerebbero per la
loro figlia.»
«Lo credi davvero?» Mi studiò per
qualche istante. «Ti sbagli di
grosso, Gideon...»
Le afferrai le cosce con le mani,
per tenerla ferma. Adesso non
poteva lasciarmi; non le avrei
consentito di farlo, qualunque cosa
fosse successa.
«D’accordo.» Capii dai suoi occhi
che stava facendo qualche calcolo,
e cercai di stare in guardia. «Allora
sii te stesso: se si accorgono di
quanto sei malvagio e cominciano a
detestarti per te è anche meglio,
no?»
«I giochetti mentali lasciali agli
strizzacervelli, Eva.»
«Non faccio altro che elaborare
quello che mi dici tu, asso.»
Un fischio ci fece voltare verso il
punto in cui Martin, Lacey e Cary si
preparavano a scendere in spiaggia
da uno dei lati del patio coperto.
«Siete proprio due sposini» gridò
Lacey, ma era così distante che
sentimmo a malapena. Continuava
a ridere mentre cercava di stare in
equilibrio sulla sabbia, e riuscì a
versare quasi metà del vino che
aveva nel bicchiere.
Eva si girò di nuovo verso di me.
«Vuoi litigare davanti a loro?»
Feci un respiro profondo. «No.»
«Ti amo.»
Chiusi gli occhi.
Sarebbe stato un weekend
infernale. Due giorni pieni, a meno
che non fossimo partiti la domenica
sul presto...
Le sue labbra sfiorarono le mie.
«Ce la possiamo fare, proviamoci.»
Non avevo altra scelta.
«Se stai per crollare» continuò
«puoi provare a immaginarti le cose
tremende e perverse che mi
potresti fare durante la nostra
prima notte di nozze, tanto per
farmela pagare.»
Premetti le dita sulle sue cosce.
Non mi vergognavo ad ammettere
che il sesso con mia moglie – anche
solo il pensiero del sesso con mia
moglie – veniva prima di quasi ogni
altra cosa.
«Puoi anche mandarmi qualche
SMS con i tuoi piani crudeli» mi
suggerì. «E magari farmi soffrire un
po’.»
«Tieni il telefono sempre con
te.»
«Sei malvagio.» Si chinò per
darmi un rapido e dolcissimo bacio
sulle labbra. «È facile amarti,
Gideon, anche quando sei
insopportabile. Un giorno te ne
renderai conto.»
Scacciai dalla mente quel
pensiero, l’unica cosa che contava
era vederla, averla al mio fianco
anche dopo che avevo incasinato
tutto.

Il pasto fu molto semplice,


un’insalata e un piatto di spaghetti.
Fu Monica a cucinare e a servire a
tavola, e nel frattempo Eva era
raggiante. Il vino scorreva in
abbondanza, le bottiglie venivano
aperte e vuotate una dopo l’altra.
Eravamo tutti rilassati, ridevamo
contenti, persino io.
La presenza di Lacey fu un
gradevole diversivo. Era l’ultima
arrivata nel gruppo, e tutte le
attenzioni erano per lei. Questo mi
diede un po’ di respiro, e con il
passare del tempo Eva cominciò a
farsi rossa in viso e i suoi occhi
diventarono sempre più brillanti
grazie al vino. Un po’ alla volta,
fece scivolare la sedia più vicina
alla mia finché non sentii il suo
corpo caldo e morbido che premeva
contro il mio fianco.
Si dava da fare sotto il tavolo, e
mi toccava spesso con le mani e i
piedi. La sua voce si faceva man
mano più roca, la risata sensuale.
Una volta Eva mi aveva confessato
che bere troppo la faceva arrapare,
ma io avrei riconosciuto quei
segnali in ogni caso.
Erano quasi le due del mattino
quando uno sbadiglio di Lacey
spinse tutti ad andare a dormire.
Monica si avviò verso le scale con
noi.
«Le vostre cose sono già in
camera» disse, rivolta sia a Eva sia
a me. «Dormiamo fino a tardi e poi
ci facciamo un bel brunch.»
«Mmh...» mia moglie si accigliò.
L’afferrai per il gomito.
Ovviamente Eva non aveva
considerato che avremmo diviso la
camera e il letto, ma per quanto mi
riguardava quel pensiero non mi
aveva mai abbandonato, era
inevitabile. «Grazie Monica, ci
vediamo più tardi.»
Lei rise e mi prese il viso tra le
mani, dandomi un bacio sulla
guancia. «Sono così felice, Gideon.
Sei proprio l’uomo giusto per Eva.»
Abbozzai un sorriso, consapevole
del fatto che i suoi sentimenti
sarebbero stati ben diversi se
avesse saputo quanto fosse
pericoloso per sua figlia dividere il
letto con me, un uomo i cui incubi
violenti rappresentavano un serio
rischio per la sua incolumità.
Eva e io salimmo le scale.
«Senti, Gideon...»
La interruppi bruscamente.
«Dov’è la camera?»
«Su in cima» rispose senza
guardarmi.
La camera di Eva era in effetti
quella più in alto, e occupava tutta
la superficie di quella che un tempo
era probabilmente un’ampia
mansarda. Il tetto a padiglione
faceva sì che il soffitto fosse alto a
sufficienza e durante il giorno
offriva una vista mozzafiato sul
Long Island Sound. Il letto king size
era in mezzo alla stanza, proprio di
fronte alla parete finestrata. La
testiera in bronzo costituiva una
specie di divisorio e il divano
appoggiato dietro creava un piccolo
salottino. Il bagno privato occupava
il resto dello spazio.
Eva si girò verso di me. «E
adesso che cosa facciamo?»
«Lascia che me ne occupi io.»
Preoccuparmi all’idea di dividere il
letto con mia moglie era diventata
un’abitudine quotidiana per me. La
mia parasonnia atipica di genere
sessuale – così l’aveva definita il
dottor Petersen – era in cima alla
lista delle cose che potevano
minacciare la nostra relazione.
Quando dormivo, non avevo difese
contro la mia mente malata, e nelle
notti più difficili costituivo un
pericolo per l’incolumità fisica della
persona che amavo di più al
mondo.
Eva incrociò le braccia. «Ho la
sensazione che tu non abbia il mio
stesso tipo di coinvolgimento
nell’aspettare il matrimonio.»
La guardai negli occhi e mi resi
conto che stavamo pensando due
cose completamente diverse.
«Prendo io il divano.»
«Vuoi dire che prendi me sul
divano...»
«Ti scoperei qui sui due piedi, se
ne avessi la possibilità» dissi a
denti stretti «Ma non ho intenzione
di dormire con te.»
Eva aprì la bocca per replicare,
ma la richiuse subito non appena
capì cosa intendevo. «Oh.»
L’atmosfera cambiò del tutto.
L’aria di sfida nel suo sguardo si
trasformò in un’espressione di cauta
sottomissione. Vederla così mi
faceva morire, non sopportavo
l’idea di poter essere la causa
anche della più piccola infelicità per
lei.
Ero troppo egoista per
andarmene, ma un giorno la sua
famiglia mi avrebbe visto per ciò
che ero e mi avrebbe detestato.
Avvilito, cercai il borsone da
viaggio e lo trovai sopra lo sgabello
portabagagli accanto al bagno. Lo
presi, sentendo il bisogno di fare
qualcos’altro che non fosse stare a
guardare la delusione e il rimpianto
negli occhi di Eva.
«Non voglio che tu dorma sul
divano» disse.
«Infatti non ho alcuna intenzione
di dormire.»
Presi il set da barba e andai in
bagno. La luce si accese non
appena entrai, rivelando un
lavandino a colonna e una vasca da
bagno autoportante. Aprii il
rubinetto della doccia e mi tolsi la
camicia.
Si aprì la porta ed entrò Eva. La
guardai, con la mano bloccata
all’altezza della cerniera dei
pantaloni.
Il suo sguardo sensuale esplorò
ogni centimetro del mio corpo,
senza trascurare nulla. Fece un
respiro profondo. «Dobbiamo
parlare.»
Ero eccitato dalla sua
ammirazione e irritato a causa dei
miei difetti, ma parlare era l’ultima
cosa che volevo fare. «Vai a letto,
Eva.»
«Non prima di averti detto quello
che ho da dirti.»
«Sto per fare la doccia.»
«Benissimo» disse, e si sfilò la
canottiera dalla testa. Le energie
più torbide che si agitavano dentro
di me si unirono a formare un unico
irresistibile desiderio.
Mi drizzai, ogni singolo muscolo
del mio corpo era in tensione.
Lei si portò le mani dietro la
schiena per slacciarsi il reggiseno.
Appena ebbi davanti agli occhi i
suoi meravigliosi seni sodi mi
diventò così duro da farmi male.
Prima di conoscere Eva non ero mai
stato un fissato delle tette, ma
ora...
“Mio Dio.” C’era da perdere la
testa.
«Se ti togli i vestiti non è parlare
quello che faremo» la avvisai, con il
pene che pulsava furiosamente.
«Adesso mi stai ad ascoltare,
asso; qui o nella doccia, come
preferisci.»
«Non è la sera giusta per
mettermi alle strette.»
Si tolse anche gli shorts.
I miei pantaloni erano afflosciati
sul pavimento prima che lei avesse
avuto il tempo di saltare fuori dal
triangolo di seta delle sue
mutandine.
Nonostante l’umidità, i suoi
capezzoli erano diventati duri e
turgidi. Lei lasciò cadere lo sguardo
sul mio cazzo e si passò la lingua
sul labbro inferiore, come se
immaginasse di sentire il mio
sapore.
Avevo così voglia di lei che dal
petto mi uscì una specie di ruggito,
un suono che la fece rabbrividire.
Avevo voglia di toccarla... di posare
le mani e la bocca su di lei,
ovunque... ma le lasciai tutto il
tempo per saziarsi la vista.
Il suo respiro divenne più rapido,
e vedere l’effetto che avevo su di lei
era di un erotismo incredibile, quasi
doloroso.
La sensazione che provai quando
mi guardò negli occhi... be’, ero
commosso.
Rimase sulla soglia. Dalla doccia
usciva una nuvola di vapore che
appannava i bordi dello specchio e
inumidiva la mia pelle. Abbassò lo
sguardo. «Non sono stata del tutto
onesta con te, Gideon.»
Strinsi istintivamente i pugni.
Non poteva dirmi una cosa del
genere senza richiamare tutta la
mia attenzione. «Di cosa stai
parlando?»
«Poco fa, quando eravamo in
camera da letto. Ho avuto la
sensazione che ti allontanassi e mi
ha preso una specie di panico...»
Eva rimase zitta per un lungo
istante. Attesi, ricacciando indietro
il desiderio con un respiro profondo.
«Trattenerci fino al matrimonio...
Non è solo perché ce l’ha
consigliato il dottor Petersen o
perché tu possa affrontare meglio i
tuoi attacchi.» Deglutì. «È anche
per me. Lo sai che io prima... Te
l’ho detto, con il sesso sono stata
incasinata per molto tempo.»
Spostò il peso da un piede
all’altro, per mascherare la
vergogna. Vederla così mi faceva
stare male. Mi resi conto che ero
rimasto concentrato sulle mie
reazioni agli eventi della settimana
precedente, senza pensare a cosa
stava passando mia moglie.
«Anch’io» le ricordai, con un tono
un po’ rude. «Ma tra noi non è mai
stato così.»
Mi guardò negli occhi. «No, mai.»
Mi rilassai e aprii i pugni.
«Questo non significa che non sia
in grado di indugiare in qualche
fantasia piuttosto tortuosa»
proseguì. «Appena sei entrato in
bagno il mio primo pensiero è stato
quello di scoparti, come se il sesso
potesse sistemare tutto: tu non
saresti più stato arrabbiato e io
avrei riavuto il tuo amore.»
«Ma tu ce l’hai già, ce l’avrai per
sempre.»
«Lo so.» Capii che lo pensava
davvero dalla forma che aveva
assunto la sua bocca. «Ma questo
non impedisce alla vocina che ho in
testa di continuare a ripetermi che
sto rischiando troppo, che finirò per
perdere tutto se non cedo, e che tu
sei troppo sensuale per poterne
fare a meno tanto a lungo.»
Per quante volte ancora, e in
quanti modi, sarei riuscito a
rovinare tutto? «Le cose che ti ho
detto in spiaggia... Sono uno
stronzo, Eva.»
«A volte...» Mi sorrise. «Ma sei
anche la cosa migliore che mi sia
mai capitata. Quella vocina mi ha
martellato per anni, ma adesso non
ha più lo stesso potere di un tempo.
Grazie a te: sei tu che mi hai resa
più forte.»
«Eva...» Mi mancavano le parole.
«Voglio che tu pensi a questo.
Non ai tuoi incubi, non ai miei
parenti, a nient’altro. Tu sei
esattamente la persona di cui ho
bisogno, proprio come sei, e ti amo
da impazzire.»
Mi avvicinai a lei.
«Voglio ancora aspettare» disse
a bassa voce, anche se il suo
sguardo tradiva l’effetto che avevo
su di lei.
Quando allungai la mano verso di
lei, mi afferrò il polso. «Lascia che
sia solo io a toccarti.»
Inspirai profondamente. «Non
posso accettare.»
Piegò le labbra in una smorfia.
«Certo che puoi. Tu sei più forte di
me, Gideon. Hai un controllo
maggiore, più forza di volontà.»
Sollevò l’altra mano e l’appoggiò
sul mio petto. Io la presi e la strinsi
a me.
«È questo che vuoi che ti
dimostri? Che so controllarmi?»
«Stai andando benone.» Stampò
un bacio all’altezza del mio cuore in
tumulto. «Sono io quella che deve
ancora capire tante cose.»
La sua voce era tenue, quasi un
sussurro. Io avevo il fuoco dentro,
ardevo d’amore e di desiderio e lei
tentava di domarmi. Quasi scoppiai
a ridere, era un compito
impossibile.
Poi fece aderire il suo corpo
morbido al mio, e mi abbracciò così
forte che non c’era più spazio tra
noi.
Stretto a lei, chinai la testa sopra
la sua. Fino a quel momento non mi
ero reso conto di quanto fosse
impellente il desiderio di toccarla in
quel modo, tenera e accogliente,
nuda sotto ogni punto di vista.
Appoggiò una guancia sul mio
petto. «Ti amo così tanto» sussurrò.
«Tu lo senti?»
Di colpo fui travolto dall’amore
che provava per me e da quello che
io provavo per lei. Ogni volta che le
pronunciava, quelle parole mi
tramortivano come pugni.
«Una volta hai detto» mormorò
«che quando facciamo l’amore c’è
un momento in cui io mi apro e tu ti
apri e allora siamo davvero
insieme. Vorrei donarti quel
momento sempre, Gideon.»
L’implicito suggerimento che
mancasse qualcosa in ciò che
avevamo mi fece irrigidire.
«Ma è davvero importante come
e quando lo sentiamo?»
«Puoi dirmi di no se vuoi.»
Sollevò di nuovo la testa. «E io non
ti contraddirò. Ma se sei dall’altra
parte del mondo e hai bisogno di
essere rassicurato da me, devo
sapere che te lo posso donare.»
«Ma tu sarai con me» mormorai,
in tono frustrato.
«Non sempre.» Mi accarezzò la
guancia. «Ci saranno occasioni in
cui dovrai essere in due posti nello
stesso momento, e un giorno ti
fiderai abbastanza di me da
lasciarmi fare le tue veci.»
La osservai con attenzione,
cercando qualche crepa in quella
sua risoluzione. Ciò che trovai,
invece, fu una determinazione
assoluta. Non mi era del tutto
chiaro che cosa sperava di ottenere,
ma non volevo mettermi di
traverso. Se stava cambiando, se si
stava evolvendo, dovevo essere
parte di quel processo se mi
aspettavo di tenerla con me.
«Dammi un bacio.» Quelle parole
mi uscirono dalla bocca come un
ordine impartito a bassa voce, ma
lei dovette percepire lo
struggimento che le animava.
Mi offrì la bocca e io me ne
impadronii con una forza esagerata,
travolto da un desiderio violento e
avido. La sollevai da terra perché
mettesse le gambe intorno a me,
perché si aprisse a me e lasciasse
che mi spingessi dentro di lei.
Lei non volle, rimase dove si
trovava continuando ad
accarezzarmi i capelli, il corpo
scosso dai tremiti dello stesso
inestinguibile desiderio che
consumava me. La sua lingua che
guizzava contro la mia mi faceva
impazzire, e il ricordo di quella
stessa lingua che esplorava il resto
del mio corpo mi tormentava.
Lottai per trattenermi quando
tutto dentro di me mi incitava a
spingermi oltre. «Ho bisogno di
stare dentro di te» dissi con voce
roca, detestando di dover
ammettere ciò che era ovvio.
Perché voleva farsi pregare?
«Lo sei già.» Sfregò la guancia
contro la mia. «Anche io ti voglio,
sono tutta bagnata per te. La
sensazione di vuoto dentro di me è
quasi dolorosa.»
«Eva...» Il sudore mi colava
lungo la schiena. «Lascia che ti
prenda.»
Sfiorò le mie labbra con le sue,
mi scompigliò i capelli con le dita.
«Lasciati amare in un altro modo.»
Come avrei fatto a resistere? Be’,
avrei dovuto trovare il modo. Le
avevo promesso che le avrei dato
tutto ciò di cui aveva bisogno, che
sarei stato per lei l’inizio e la fine di
ogni cosa.
La lasciai andare ed entrai nella
doccia per chiudere il rubinetto. Poi
andai vicino alla vasca, misi il tappo
e cominciai a riempirla.
«Sei arrabbiato?» mi chiese, così
piano che riuscii a sentire a
malapena la sua voce sopra lo
scrosciare dell’acqua.
La guardai e notai che teneva le
braccia incrociate sul petto,
rivelando così la sua vulnerabilità.
Le dissi la verità. «Ti amo.»
Il suo labbro inferiore cominciò a
tremare e poi si piegò a formare un
sorriso meraviglioso che mi tolse il
fiato.
Un giorno le avevo detto che
l’avrei presa in tutti i modi possibili.
Adesso era ancora più vero di
allora. «Vieni da me, angelo.»
Lasciò cadere le braccia sui
fianchi, e venne.
Mi risvegliò il movimento del
letto. Sbattei le palpebre e vidi che
la luce del giorno aveva invaso la
camera. Misi a fuoco il volto di Eva,
soffuso di luce e illuminato da un
sorriso smagliante.
«Buongiorno, dormiglione» disse.
I ricordi di quella notte
cominciarono a riaffiorare. Il lungo
bagno, con le mani insaponate di
mia moglie sulla pelle e tra i capelli.
La sua voce che mi parlava del
matrimonio. La risata sensuale
mentre le facevo il solletico sul
letto. I gemiti e i sospiri mentre
continuavamo a baciarci fino a farci
diventare le labbra gonfie e dolenti,
e amoreggiavamo come due
ragazzini non ancora pronti ad
andare fino in fondo.
Il sesso, non lo nascondo,
avrebbe portato tutto su un altro
livello, ma quella notte era stata
ugualmente memorabile. Si era
piazzata nella classifica ideale delle
altre notti brave che avevamo
passato insieme.
Poi mi ricordai dove mi trovavo,
e che cosa significava essere lì.
«Ho dormito nel letto.» Quando
me ne resi conto fu come se mi
avessero tirato addosso una
secchiata di acqua gelida.
«Eh, già.» Eva fece un piccolo
salto di gioia. «Proprio così.»
Era stato un gesto
completamente irresponsabile. Non
avevo neanche preso la medicina
che serviva a ridurre il rischio.
«Dài, non fare quella faccia» mi
disse a mo’ di rimprovero mentre si
chinava per darmi un bacio in
mezzo alle sopracciglia. «Hai
dormito come un sasso. Quand’è
stata l’ultima volta che hai dormito
così bene?»
Mi tirai su a sedere. «Non è
questo il punto, lo sai benissimo.»
«Senti, asso, abbiamo già
abbastanza problemi: non c’è
bisogno di fare una scenata anche
quando le cose vanno bene.» Si
alzò in piedi. «Se vuoi un motivo
per arrabbiarti, prenditela con Cary
che mi ha infilato questo nel
bagaglio.»
Si scrollò di dosso la corta
vestaglia bianca, rivelando un
minuscolo bikini blu che metteva in
risalto più di quel che copriva.
«Oddio.» Tutto il sangue che
avevo in corpo finì nel mio pene,
che salutò felice da sotto le coperte
dimostrando la sua approvazione.
Eva si mise a ridere, con lo
sguardo fisso sul punto in cui la mia
erezione tendeva il lussuoso
lenzuolo di cotone.
«Mi sa che ti piace.»
Girò su se stessa con le braccia
aperte, mostrando il taglio alla
brasiliana del pezzo di sotto. Il
sedere di mia moglie era altrettanto
libidinoso delle sue tette. So che lei
pensava di avere troppe curve, ma
il mio disaccordo era totale. Non
ero mai stato il tipo di uomo a cui
piacevano le forme generose in una
donna, ma Eva mi aveva fatto
cambiare idea, proprio come aveva
cambiato tante altre cose di me.
Non avevo idea di che materiale
fosse fatto quel bikini, ma era privo
di cuciture e aderiva così bene alla
pelle che sembrava dipinto. I lacci
sottili all’altezza del collo, dei
fianchi e sulla schiena mi fecero
venire la fantasia di legarla per
poter fare di lei ciò che volevo.
«Vieni qui» le ordinai, allungando
le mani per toccarla.
Lei si mise a ballare, fuori dalla
mia portata. Scostai il lenzuolo e
scesi dal letto.
«Fai il bravo, su» mi disse,
continuando a stuzzicarmi mentre si
rifugiava dietro il divano.
Mi presi il pene in mano e
cominciai a menarlo dalla base alla
punta, mentre la inseguivo nel
salottino.
«Così non vale.»
I suoi occhi ridevano pieni di
allegria.
«Eva...»
Afferrò qualcosa da dietro la
sedia e scattò verso la porta. «Ci
vediamo sotto!»
Le corsi dietro ma mi sfuggì, e mi
trovai davanti la porta chiusa.
«Maledizione.»
Mi lavai i denti, mi infilai un paio
di pantaloncini da bagno e una T-
shirt e la seguii di sotto. Fui l’ultimo
ad arrivare, e vidi che tutti gli altri
erano già seduti a tavola e
mangiavano con gusto. Un’occhiata
rapida all’orologio mi rivelò che era
quasi mezzogiorno.
Cercai Eva e vidi che era seduta
nel patio con il telefono all’orecchio.
Si era coperta con una specie di
camicetta bianca senza spalline.
Notai che anche Monica e Lacey
erano vestite nello stesso modo,
con i costumi da bagno
parzialmente nascosti da una
copertura più simbolica che altro.
Cary, Martin e Stanton indossavano
calzoncini da bagno e T-shirt, come
me.
«Chiama sempre suo padre, al
sabato» mi disse Cary, notando il
mio sguardo.
Osservai mia moglie per un
minuto buono, in cerca di qualche
segnale di disagio. Aveva smesso di
sorridere, ma non sembrava
preoccupata.
«Tieni, Gideon.» Monica mi mise
davanti un vassoio pieno di waffle e
bacon. «Vuoi un po’ di caffè? O
magari un mimosa?»
Lanciai un altro sguardo a Eva
prima di rispondere. «Un po’ di caffè
nero sarebbe fantastico, grazie.»
Monica si diresse verso la
macchina per il caffè che si trovava
sul bancone e io la raggiunsi.
Mi sorrise. Portava un rossetto
della stessa tonalità di rosa del suo
top. «Hai dormito bene?»
«Come un sasso.» Ed era vero,
anche se si era trattato di un colpo
di fortuna. Io ed Eva avremmo
potuto tirare giù dal letto tutta la
casa mettendoci a lottare, con lei
che tentava di tenermi a bada
mentre nei miei sogni immaginavo
che fosse qualcun altro.
Incrociai lo sguardo di Cary e vidi
la preoccupazione nei suoi occhi: lui
aveva visto che cosa poteva
succedere e non si fidava a
lasciarmi con Eva più di quanto mi
fidassi io stesso.
Presi una tazza dalla credenza
che Monica aveva aperto. «Faccio
io» le dissi.
«Non se ne parla.»
Evitai ogni discussione e lasciai
che mi versasse il caffè, poi ne
versai un’altra tazza per mia
moglie, macchiato con il latte
parzialmente scremato come
piaceva a lei. Afferrai entrambe le
tazze per il manico con una mano,
presi il piatto che Monica mi aveva
preparato con l’altra e mi diressi
verso il patio.
Eva alzò lo sguardo verso di me
mentre sistemavo tutto sul tavolo
vicino a lei e mi sedevo di fronte. Si
era sciolta i capelli, e le ciocche
bionde svolazzavano intorno al suo
viso mentre la brezza le
scompigliava. Mi piaceva così,
semplice e naturale. In quel preciso
istante, era il mio angolo di
paradiso sulla Terra.
“Grazie” mimò con le labbra
prima di addentare un pezzo di
bacon. Lo masticò rapidamente
mentre Victor diceva qualcosa che
non riuscivo a sentire.
«Alla fine penso che mi
dedicherò alla Crossroads» disse lei,
«la fondazione benefica di Gideon.
Spero di potermi rendere utile lì. E
sto anche pensando di tornare a
scuola, magari.»
Inarcai le sopracciglia.
«Mi piacerebbe essere una buona
ascoltatrice per Gideon» continuò,
guardandomi negli occhi.
«Ovviamente se la cava benissimo
senza di me e ha un’ottima squadra
di consulenti, ma vorrei che qualche
volta potesse parlare di affari anche
con me, e che io fossi in grado di
capire cosa dice.»
Mi diedi un colpetto sul petto. “Ti
insegno io.”
Lei mi mandò un bacio. «Nel
frattempo, impazzirò nel tentativo
di organizzare un matrimonio in
meno di tre settimane. Non ho
neanche preparato la lista degli
invitati! So che non sarà facile per
qualcuno della famiglia ritagliarsi un
giorno libero, ma ti va di cominciare
a mandare un’e-mail? Giusto per
smuovere un po’ le acque.»
Eva addentò un altro pezzo di
bacon mentre suo padre parlava.
«Non ne abbiamo ancora
discusso» gli rispose, deglutendo
velocemente «ma non ho
intenzione di invitarli. Hanno perso
il diritto di far parte della mia vita
quando hanno ripudiato la mamma.
E non è che poi abbiano tentato di
mettersi in contatto con me, quindi
non credo che alla fine gli importi
più di tanto.»
Guardai l’acqua che si stendeva
oltre la striscia di sabbia. Nemmeno
io ero molto interessato a
conoscere i nonni materni di Eva.
Avevano rifiutato Monica perché era
rimasta incinta di Eva fuori dal
matrimonio, e chiunque giudicava
l’esistenza di mia moglie un evento
spiacevole era meglio che non
incrociasse mai il mio cammino.
Ascoltai quella conversazione
ancora per qualche minuto, poi Eva
salutò il padre. Nell’appoggiare il
telefono sul tavolo fece un profondo
sospiro, che sembrava di sollievo.
«È tutto a posto?» le domandai,
mentre la osservavo con
attenzione.
«Sì, oggi sta meglio.» Lanciò
un’occhiata in direzione della casa.
«Non hai mangiato con il resto della
famiglia?»
«Sto facendo l’asociale?»
Mi rispose con un sorrisetto.
«Assolutamente sì. Ma non posso
fartene una colpa.»
Le rivolsi uno sguardo
interrogativo.
«Mi sono accorta di non avere
incluso tua madre nei preparativi
del matrimonio» mi spiegò allora.
Sprofondai nella sedia, tentando
di nascondere il fatto di essermi
irrigidito di colpo. «Non sei certo
obbligata a farlo» le dissi.
Fece una smorfia, poi prese un
altro pezzo di bacon ma lo diede a
me. Quello sì che era vero amore.
«Eva» dissi, e aspettai finché non
mi guardò. «È il tuo giorno. Non
sentirti obbligata a fare nulla che
non sia piacevole e divertente. E fai
sesso con me, il che dovrebbe
rientrare nella categoria.»
Le tornò il sorriso. «Sarà
meraviglioso in ogni caso.»
Diedi voce a ciò che lei aveva
lasciato in sospeso. «Ma?»
«Non lo so.» Si mise una ciocca
di capelli dietro all’orecchio e si
strinse nelle spalle. «Il pensiero dei
genitori di mia madre mi ha fatto
venire in mente i nonni, e tua
madre sarà la nonna dei nostri figli.
È una faccenda delicata.»
Rabbrividii. L’idea che mia madre
potesse avere a che fare in
qualunque modo con un figlio
generato insieme a Eva mi riempì di
una ridda di emozioni che non ero
in grado di affrontare in quel
momento. «Affronteremo la cosa
quando sarà il momento.»
«E il nostro matrimonio non è il
momento giusto per cominciare?»
«Tu detesti mia madre» le risposi
brusco. «Non fare finta di agire per
il bene dei nostri figli, che ancora
non esistono.»
Eva ebbe un lieve sussulto, poi
mi fece l’occhiolino e prese la sua
tazza di caffè. «Hai provato i
waffle?»
Mia moglie non aveva l’abitudine
di sottrarsi alle discussioni
scomode, quindi decisi di lasciar
perdere. Se dovevamo tornare
sull’argomento di mia madre,
avremmo potuto farlo in seguito.
Appoggiò la tazza sul tavolo e
dopo aver staccato un pezzo di
waffle con le dita me lo porse.
Interpretai quel gesto per ciò che
era: un’offerta di pace.
A quel punto mi alzai, la presi
per mano e la condussi con me a
fare una passeggiata lungo la
spiaggia, cercando di chiarirmi un
po’ le idee.

«Oh, figurati, non c’è di che.»


Mi voltai e vidi Cary che mi
sorrideva sdraiato sulla sabbia
pochi metri più in là.
«So che hai apprezzato la mia
idea del bikini» proseguì, a mo’ di
spiegazione, mentre con il mento
indicava Eva immersa nell’acqua
fino alla vita.
Aveva i capelli bagnati incollati al
viso, e un paio di occhiali da sole
giganteschi le riparavano gli occhi
mentre giocava a frisbee con Martin
e Lacey.
«L’hai aiutata tu a sceglierlo?»
chiese Monica, sorridendo sotto un
elegante cappello a tesa larga.
L’avevo osservata mentre
spalmava la crema solare addosso
a Eva: l’avrei fatto volentieri io, ma
avevo preferito sorvolare. A volte
Monica si comportava come se Eva
fosse ancora una bambina. E mi ero
reso conto che mia moglie si
godeva quel tipo di attenzioni,
anche se, guardandomi, alzava gli
occhi al cielo. Il loro rapporto era
molto diverso da quello che avevo
con mia madre.
Non potevo dire che mia madre
non mi amasse, perché di fatto mi
amava. A modo suo, entro certi
limiti. L’amore di Monica, d’altra
parte, non conosceva limiti, e
talvolta Eva trovava quest’aspetto
un po’ soffocante.
Chi poteva dire cos’era meglio e
cosa peggio? Essere amati troppo o
troppo poco?
Dio sapeva che amavo Eva in
modo del tutto irragionevole.
Un’improvvisa folata di brezza
marina mi distolse da quei pensieri.
Monica si teneva il cappello mentre
Cary si girava verso di lei.
«Sì, esatto» rispose Cary,
mettendosi a pancia in giù. «Stava
guardando i costumi interi e sono
stato costretto a intervenire. Quel
bikini sembra fatto apposta per lei.»
Sì. Oh, sì. Ero seduto con le
braccia intorno alle ginocchia così
potevo riempirmi gli occhi di lei. Era
bagnata e praticamente nuda, e io
morivo dalla voglia di lei.
Come se si fosse accorta che
stavamo parlando di lei, Eva mi
fece segno con il dito di
raggiungerla. Feci di sì con la testa
ma aspettai qualche istante prima
di alzarmi dalla mia postazione
nella sabbia.
L’acqua gelata mi fece inspirare
a fondo, ma ne fui contento subito
dopo, quando lei emerse di fianco a
me e mi si appiccicò addosso. Le
gambe strette intorno alla mia vita,
mi diede un bacio infuocato con la
sua bocca sorridente.
«Non ti stai annoiando, vero?»
mi chiese.
Poi si girò in un modo che ci fece
finire entrambi in acqua. Sentii la
sua mano accarezzarmi il membro e
dargli una veloce strizzatina.
Sgusciò via appena risalii per
respirare e scoppiò a ridere mentre
si toglieva gli occhiali da sole e
tentava di fuggire sulla spiaggia.
L’afferrai per la vita e la trascinai
giù con me, attutendo con la
schiena l’impatto con la sabbia. Il
suo gridolino di sorpresa fu la mia
ricompensa, così come la
sensazione del suo corpo fresco che
si strusciava contro il mio.
Mi girai e la bloccai a terra. I
capelli che mi pendevano bagnati
intorno al viso lasciarono cadere
qualche goccia d’acqua sopra i suoi.
Mi fece la linguaccia.
«Non sai cosa ti farei se non
avessimo tutti questi spettatori» le
dissi.
«Siamo due sposini, puoi anche
baciarmi.»
Alzai lo sguardo e vidi che tutti
avevano gli occhi puntati su di noi.
Vidi anche Ben Clancy e Angus
diretti verso una casa due isolati più
giù. Anche da quella distanza il
riflesso che proveniva dal patio
rivelava la presenza di una
macchina fotografica.
Feci per tirarmi su a sedere, ma
Eva intrecciò le gambe alle mie e
mi costrinse a restare giù.
«Baciami come mi ami, asso» mi
disse, a mo’ di provocazione. «Ti
sfido a farlo.»
Mi ricordai di avere usato una
frase analoga con lei, e che allora
con i suoi baci mi aveva fatto
rimanere letteralmente senza fiato.
Abbassai la testa e incollai la mia
bocca alla sua.
5

Quando la porta della mia camera


da letto si aprì, più che dormire
sonnecchiavo. Dopo aver trascorso
un weekend in spiaggia, i sonori
rumori di Manhattan che filtravano
nell’appartamento avevano avuto
un effetto rilassante ma anche
eccitante. Non potevo certo
definirmi newyorkese, per quello ci
sarebbe voluto tempo, ma adesso
in città mi sentivo a casa.
«Sorgi e splendi, piccola!» urlò
Cary. Un istante dopo saltò sul mio
letto e per poco non mi fece cadere.
Mi tirai su a sedere e scostai i
capelli dalla faccia. Poi scostai lui.
«Dormo fino a tardi, se per caso
non te ne fossi accorto.»
«Sono le nove passate, pigrona»
disse, girandosi sulla pancia e
tirando su i piedi. «So che sei
disoccupata, ma non hai un sacco di
cose da fare?»
Nel dormiveglia, avevo pensato
alla mia lista di impegni. Era
impossibilmente lunga. «Già.»
«Che entusiasmo.»
«Ho bisogno del caffè per
questo. E tu?» Lo guardai, notando
che indossava pantaloni cargo
verde oliva e una T-shirt nera con lo
scollo a V. «Quali sono i tuoi
programmi per oggi?»
«Volevo prendermela comoda,
perciò niente passerella fino a
domani. Per adesso, sono tutto
tuo.»
Allungai le mani dietro di me per
sistemare i cuscini, poi mi ci
appoggiai con la schiena. «Devo
chiamare la wedding planner,
l’architetto e sistemare la faccenda
degli inviti.»
«Ti serve anche un vestito.»
«Lo so.» Arricciai il naso. «Però
non è sulla mia lista di oggi.»
«Stai scherzando? Anche se opti
per un abito confezionato – e
sappiamo entrambi che non puoi –
se servono modifiche o roba del
genere, Mrs Tette Grosse e Culetto
Voluttuoso, lo stai rimandando
troppo.»
Cary aveva ragione. Mi ero resa
conto che avrei dovuto trovare
qualcosa di adatto dopo che le foto
di me e Gideon che ci baciavamo
sulla spiaggia si erano diffuse su
Internet domenica. Il numero di
post “ruba questo look” sul mio
costume mi avevano lasciata di
stucco. Dato che il bikini che
indossavo era fuori produzione, i
prezzi di quelli in vendita sui siti
dell’usato erano sconcertanti.
«Non so cosa fare, Cary» ammisi.
«Non è che io abbia sotto mano il
numero di qualche stilista.»
«Sei fortunata, è la settimana
della moda.»
Di colpo ero sveglissima, con i
pensieri che si rincorrevano nella
mia testa. «Sul serio? Com’è che
non lo sapevo?»
«Eri troppo occupata a piangerti
addosso» mi ricordò asciutto. «Sai
che tua madre andrà ad alcune
sfilate, socializzerà e spenderà
migliaia di dollari. Vai con lei.»
Mi sfregai gli occhi per cancellare
il sonno. «Ho paura a parlarle di
qualunque cosa dopo che ha
sbroccato ieri.»
Fece una smorfia. «Già, una crisi
di nervi à la Monica in piena
regola.»
«Giuro che abbiamo solo parlato
della possibilità che lei trasformasse
il mio matrimonio in un’operazione
pubblicitaria, e adesso si comporta
come se qualunque copertura
mediatica fosse un incubo.»
«Be’, a dire la verità ha parlato
nello specifico dei tabloid.»
«E quale altra stampa esiste, al
giorno d’oggi?» Sospirai, sapendo
che mi sarebbe toccata un’altra
conversazione con mia madre. Non
sarebbe stato divertente. «Non
capisco che cosa la sconvolga tanto.
Non avrei potuto chiedere una foto
migliore di Gideon e me neanche se
ci avessi provato. È perfetta per far
sembrare disperata Corinne
Giroux.»
«Vero.» Il sorriso scomparve. «E
sinceramente è bello vedere Gideon
così preso da te. Ha passato la
maggior parte del weekend come
se avesse un bastone nel culo.
Stavo cominciando a pensare che si
stesse raffreddando.»
«Troppo tardi.» Lo dissi in tono
leggero, ma mi aveva straziata
vedere quanto Gideon fosse a
disagio di fronte a qualunque
manifestazione di affetto. L’amicizia
sembrava il legame più intimo che
fosse in grado di tollerare al di fuori
del nostro matrimonio. «Non è
niente di personale, Cary. Ti ricordi
come si è comportato alla festa
della Vidal Records a casa dei suoi
genitori?»
«Vagamente.» Scrollò le spalle.
«Non è un mio problema,
comunque. Vuoi che parli con
qualche amico per vedere se
possiamo mettere in giro la voce
mentre mostriamo la nostra merce
questa settimana? Il tuo bikini ha
fatto furore su Internet. Non me lo
vedo uno stilista che si perde
l’opportunità di disegnare il tuo
abito da sposa.»
Gemetti. Sarebbe stato
straordinario mandare Gideon al
tappeto con un abito da capogiro
disegnato appositamente per me.
«Non lo so. Sarebbe un’enorme
seccatura se girasse la voce della
fretta che abbiamo. Non voglio un
circo mediatico. È già abbastanza
brutto non poter nemmeno andare
fuori città per un weekend senza
qualche laido fotografo alle
calcagna.»
«Devi fare qualcosa, Eva.»
Sussultando, confessai: «Non ho
detto a mia madre della data del
ventidue settembre».
«Datti una mossa. Adesso.»
«Lo so.»
«Piccola,» si soffiò via dalla
faccia una ciocca di capelli, «puoi
anche avere la migliore wedding
planner del mondo, ma tua madre è
l’unica donna capace di tirar fuori
un matrimonio da urlo – degno di
Eva – in una manciata di giorni.»
«Non riusciamo a metterci
d’accordo sullo stile!»
Cary saltò giù dal letto. «Detesto
dovertelo dire, ma tua madre la sa
più lunga. Ha arredato questo posto
e ti compra i vestiti. Il suo stile è il
tuo stile.»
Lo guardai storto. «A lei piace
fare shopping più che a me.»
«Poco ma sicuro, bel culetto.» Mi
mandò un bacio. «Ti preparo una
tazza di caffè.»
Buttai indietro le coperte e mi
alzai dal letto. Il mio migliore amico
non aveva tutti i torti. Più o meno.
Ma abbinavo i capi a modo mio.
Allungai una mano sul comodino
per chiamare la mamma quando il
viso di Gideon illuminò lo schermo.
«Ehi» risposi.
«Com’è andata la tua mattinata
finora?»
Il suo tono secco ed efficiente mi
divertì. Era immerso nel lavoro, ma
pensava a me.
«Mi sono appena alzata, quindi
non posso dirlo. E la tua? Hai finito
di comprare tutta Manhattan?»
«Non ancora. Bisogna che lasci
qualcosa per la concorrenza. Se no,
dove sta il divertimento?»
«Ami le sfide.» Mi diressi in
bagno, guardai la vasca e poi la
doccia. Mi eccitai al solo pensiero di
mio marito nudo e bagnato. «Che
cosa pensi che sarebbe successo se
all’inizio non ti avessi resistito? Se
fossi finita a letto con te quando me
l’hai chiesto?»
«Mi avresti fatto impazzire,
esattamente come hai fatto. Era
inevitabile. Pranza con me.»
Sorrisi. «Si dà il caso che io stia
organizzando un matrimonio.»
«Lo prendo come un sì. È un
pranzo di lavoro, ma ti piacerà.»
Lo specchio mi rimandò
un’immagine di capelli arruffati e
segni del cuscino sulle guance. «A
che ora?»
«Mezzogiorno. Raúl ti aspetterà
giù poco prima.»
«Dovrei essere responsabile e
dire di no.»
«Ma non lo farai. Mi manchi.»
Trattenni il fiato. L’aveva detto
con noncuranza, come alcuni uomini
dicono: “Ti chiamo”. Ma Gideon non
era il tipo che diceva le cose tanto
per dire.
Eppure, desideravo percepire
l’emozione dietro le parole. «Sei
troppo impegnato per sentire la mia
mancanza.»
«Non è la stessa cosa» ribatté.
Fece una pausa. «Non è una bella
sensazione non averti qui al
Crossfire.»
Ero felice che non potesse
vedere il mio sorriso. Nella sua voce
c’era un’inconfondibile traccia di
perplessità. Non avrebbe dovuto
fare differenza che io non fossi al
lavoro qualche piano sotto il suo
ufficio, dove non poteva vedermi. E
invece la faceva.
«Cosa indossi?» chiesi.
«Vestiti.»
«Ma non mi dire. Un abito a tre
pezzi?»
«Ne esistono di altri tipi?»
Non per lui. «Di che colore?»
«Nero. Perché?»
«Mi eccita pensarci.» Il che era
vero, ma non era il motivo per cui
glielo stavo chiedendo. «Di che
colore è la cravatta?»
«Bianca.»
«Camicia?»
«Bianca anche quella.»
Chiusi gli occhi e lo immaginai.
Ricordavo quell’abbinamento.
«Gessato.»
Con quella camicia e quella
cravatta avrebbe messo un gessato
per mantenere il look da uomo
d’affari.
«Sì. Eva...» Abbassò la voce.
«Non ho idea del perché questa
conversazione me lo stia facendo
venire duro, ma così è.»
«Perché sai che ti vedo nella mia
testa. Tenebroso e fatale e sexy da
morire. Sai quanto mi eccita
guardarti, anche se solo con l’occhio
della mente.»
«Vieni qui. Prima. Adesso.»
Scoppiai a ridere. «Le cose belle
arrivano per chi sa aspettare, Mr
Cross. Arriverò giusto in tempo.»
«Eva...»
«Ti amo.» Riattaccai e mi
guardai di nuovo nello specchio.
Con l’immagine di Gideon fresca
nella mente, il riflesso assonnato e
spettinato che vidi era totalmente
insufficiente. Avevo cambiato look
quando pensavo che Gideon mi
avesse lasciata per Corinne,
ribattezzando il risultato “Nuova
Eva”. Da allora, i capelli mi erano
cresciuti oltre le spalle e i colpi di
sole pure.
«Sei presentabile?» mi chiese
Cary dalla camera da letto.
«Sì.» Mi girai a guardarlo quando
entrò in bagno portandomi il caffè.
«Cambio di programmi.»
«Oh?» Si appoggiò con la schiena
al ripiano e incrociò le braccia.
«Io mi faccio la doccia. E tu mi
trovi un parrucchiere favoloso che
possa ricevermi entro mezz’ora.»
«Okay.»
«Poi vado a pranzo e tu fai
qualche chiamata per me. In
cambio, ti porto fuori a cena. Scegli
tu il posto.»
«Conosco quell’espressione»
disse. «Sei in missione.»
«Esattamente.»

Mi feci una rapida doccia, senza


lavarmi i capelli. Poi mi affrettai
verso l’armadio, avendo già pensato
a quello che volevo mettermi. Ci
volle pochissimo per individuare
l’abito giusto. Bianco, con il
reggiseno incorporato e una gonna
a tulipano aderente, si adattava
perfettamente al busto e alle cosce.
Il colore e il tessuto di cotone lo
rendevano casual, mentre il taglio
era elegante e sexy.
Per trovare le scarpe giuste mi ci
volle di più. Per un bel po’ pensai di
metterne un paio color nudo. Alla
fine, optai per dei sandali a listini
con il tacco alto blu acqua che si
intonavano con gli occhi di Gideon.
Avevo una pochette in tinta e un
paio di orecchini in opale con la
stessa luce blu brillante.
Con indosso l’accappatoio, misi
tutto sul letto per essere sicura che
gli abbinamenti funzionassero, poi
feci un passo indietro per osservare
l’effetto.
«Bello» disse Cary comparendo
alle mie spalle.
«Quelle scarpe le ho comprate
io» gli ricordai. «E anche la
pochette e i gioielli.»
Scoppiò a ridere e mi mise un
braccio intorno alle spalle. «Sì, sì. Il
tuo parrucchiere è qui. Ho detto alla
reception di farlo salire.»
«Davvero?»
«Non posso immaginare che tu
vada da un qualunque parrucchiere
senza sollevare un polverone.
Dovrai trovarti qualcuno di cui ti fidi
perché ti faccia i capelli in
appuntamenti privati. Nel
frattempo, Mario può tirar fuori un
ottimo taglio.»
«E il colore?»
«Colore?» Lasciò cadere le
braccia e mi si mise di fronte. «A
cosa stai pensando?»
Lo presi per mano e mi avviai
fuori dalla camera. «Stammi
attaccato, ragazzo.»
Mario era un concentrato di
energia con una cascata di boccoli
alla moda dalle punte viola. Più
basso di me e muscoloso, sistemò
le sue cose nel mio bagno
chiacchierando con Cary di persone
che conoscevano e snocciolando
nomi che ogni tanto mi suonavano
familiari.
«Una bionda naturale» esultò
non appena mi mise le mani tra i
capelli. «Tu, mia cara, sei merce
rara.»
«Fammi più bionda» gli dissi.
Fece un passo indietro,
accarezzandosi il pizzetto con aria
meditabonda. «Quanto più
bionda?»
«Qual è l’opposto del nero?»
Cary lasciò andare un fischio.
Mario mi passò le dita tra i
capelli. «Hai già colpi di sole
platino.»
«Osiamo ancora un po’. Voglio
tenere la lunghezza, ma facciamo
qualcosa di audace. Più colori. Le
punte un po’ sfilate, tipo punk.
Magari qualche ciocca che mi
scende sugli occhi.» Raddrizzai la
schiena. «Sono abbastanza
sfacciata, sexy e brillante per
potermelo permettere.»
Mario lanciò un’occhiata a Cary.
«Mi piace.»
Il mio migliore amico incrociò le
braccia e annuì. «Anche a me.»

Mi allontanai dallo specchio per


cogliere l’effetto complessivo.
Adoravo quello che Mario aveva
fatto ai miei capelli. Ricadevano in
punte sfilate e asimmetriche sulle
spalle e intorno al viso. Aveva
schiarito tantissimo la parte alta
della testa e quella ai lati del volto,
creando un look complessivo più
chiaro senza toccare le ciocche
color oro scuro sottostanti. Poi
aveva cotonato leggermente le
radici per conferire un po’ di
volume.
L’abbronzatura del weekend
contribuiva a far sembrare i capelli
ancora più chiari. Avevo un po’
esagerato decidendo per un look
smokey eyes, con ombretti grigi e
neri per mettere in risalto il colore
degli occhi. Per equilibrare l’effetto,
il resto del trucco era neutro,
compreso il rossetto, color nudo.
Quando giustapposi il mio riflesso
con l’immagine di Gideon che avevo
nella testa, vidi esattamente il
risultato a cui miravo.
Mio marito era la definizione di
alto, tenebroso e fatale: i capelli
erano nerissimi, scuri come
l’inchiostro e altrettanto lucenti;
indossava spessissimo colori scuri, il
che focalizzava l’attenzione sul viso
finemente scolpito e sul colore
straordinario degli occhi. Io ero
riuscita a tirar fuori un opposto
complementare: lo yang del suo
yin.
Ero uno schianto.
«Ehi! Arrapante.» Cary mi
squadrò con un’occhiata di
apprezzamento mentre
attraversavo di corsa il salotto.
«Che genere di pranzo è quello a
cui stai andando?»
Guardai il telefono e imprecai tra
me vedendo che erano passati dieci
minuti da quando Raúl mi aveva
mandato un messaggio per dirmi
che mi aspettava giù. «Non lo so.
Una cosa di lavoro, ha detto
Gideon.»
«Be’, sei una figa spettacolare.»
«Grazie.» Ma volevo essere più di
quello, volevo essere un’arma
dell’arsenale di Gideon; però
dovevo guadagnarmelo, e
assaporavo la sfida. Se oggi avessi
potuto contribuire alla
conversazione – in qualunque modo
– ne sarei stata felice, ma se non
fossi riuscita a spiccicare parola,
perlomeno lui sarebbe stato
orgoglioso di farsi vedere con me.
«Adesso che arriva il matrimonio,
non riuscirà a camminare da quanto
ha le palle gonfie» mi gridò dietro.
«Basterà che glielo pompi un paio
di volte e verrà subito.»
«Che volgare, Cary.» Aprii la
porta d’ingresso. «Ti mando un SMS
con i numeri dell’architetto e della
wedding planner. E sarò di ritorno
tra un paio d’ore.»
Ebbi fortuna e presi subito
l’ascensore senza dover aspettare.
Quando uscii dal palazzo e Raúl
scese dal posto di guida della
Mercedes, capii da come mi
squadrò che ero sulla strada giusta.
Mantenne un contegno
professionale, ma mi fu chiaro che
quello che aveva visto gli era
piaciuto.
«Mi scusi, sono in ritardo» gli
dissi mentre mi apriva la portiera
posteriore. «Non ero ancora pronta
quando mi ha mandato il
messaggio.»
Sul suo viso impassibile
comparve quasi la traccia di un
sorriso. «Non credo che gliene
importerà.»
Durante il tragitto mandai a Cary
u n SMS con i numeri di Blaire Ash,
l’architetto che lavorava alla
ristrutturazione dell’attico, e di
Kristin Washington, la wedding
planner, chiedendogli di organizzare
degli appuntamenti con entrambi.
Una volta finito, guardai fuori dal
finestrino e mi resi conto che non
stavamo andando al Crossfire.
Quando arrivammo al Tableau
One non fui del tutto sorpresa. Il
celebre ristorante era un’impresa
compartecipata di Gideon e del suo
amico Arnoldo Ricci. Quando Gideon
l’aveva scoperto in Italia, Arnoldo
era un perfetto sconosciuto; adesso
era uno chef famoso.
Mentre Raúl accostava, mi sporsi
in avanti sul sedile. «Potrebbe farmi
un favore mentre siamo a pranzo?»
Si girò a guardarmi.
«Riesce a sapere dove si trova
Anne Lucas in questo momento?
Oggi è un giorno buono come un
altro per darle una scossa.» Ero
vestita per far colpo, perché non
sfruttare la cosa fino in fondo?
«Si può fare» disse cauto. «Devo
parlarne con Mr Cross.»
Fui sul punto di lasciar perdere,
poi mi venne in mente che
tecnicamente Raúl lavorava anche
per me. Se volevo affinare le mie
abilità, la strategia migliore era
iniziare dalle cose a portata di
mano. «No, devo parlargli io, e lo
farò. Me la trovi e basta, del resto
mi occupo io.»
«Va bene.» Sembrava ancora
riluttante. «È pronta? Le faranno
una foto non appena si accorgono
che è qui.» Fece un cenno con il
mento e io seguii il gesto, vedendo
una mezza dozzina di paparazzi
fuori dal ristorante.
«Cavoli!» Respirai a fondo.
«Capito.»
Raúl scese e fece il giro dell’auto
per aprirmi la portiera. Nel
momento stesso in cui mi
raddrizzai, i flash delle macchine
fotografiche resero accecante la
giornata già luminosa. Mantenni
un’espressione imperturbabile e mi
diressi a passo svelto nel locale.
L’interno era gremito e risuonava
delle conversazioni dei commensali,
ma individuai immediatamente
Gideon. Anche lui mi vide, e
qualunque cosa stesse dicendo gli
morì sulle labbra.
La direttrice di sala mi parlò, ma
non la sentii. Ero troppo
concentrata su Gideon, il cui volto
stupendo mi toglieva il fiato – come
sempre – ma non mi rivelava nulla
dei suoi pensieri.
Lui spinse indietro la sedia e si
alzò con un gesto aggraziato e
potente al tempo stesso. I quattro
uomini seduti al suo tavolo
guardarono nella mia direzione e si
alzarono anche loro. C’erano due
donne, che si voltarono per
osservarmi.
Mi ricordai di sorridere e mi
avviai verso il grande tavolo
rotondo che stava quasi al centro
della sala, camminando con calma
e cercando di ignorare gli sguardi
mentre mi concentravo
sull’espressione tenebrosa di
Gideon.
Lo toccai con la mano che
tremava un po’. «Scusami per il
ritardo.»
Lui mi cinse con un braccio e mi
sfiorò la tempia con le labbra. Le
sue dita mi strinsero la vita quasi
dolorosamente e io mi scostai.
Mi guardò con un desiderio e un
amore così intensi, feroci, che il mio
cuore mancò un battito mentre
un’ondata di piacere mi travolgeva.
Conoscevo quello sguardo, capivo di
avergli dato una scossa che stava
cercando di assorbire; era bello
sapere che potevo ancora farlo. A
quel punto volevo fare del mio
meglio per trovare il vestito giusto
con cui percorrere la navata.
Guardai le persone al tavolo.
«Salve.»
Gideon distolse gli occhi da me.
«È un piacere presentarvi mia
moglie, Eva.»
Sconcertata, lo guardai con gli
occhi spalancati: la gente sapeva
solo che eravamo fidanzati, e non
mi ero resa conto che stesse
rendendo pubblico il fatto che ci
eravamo sposati.
L’ardore nel suo sguardo si
addolcì, trasformandosi in un lieve
divertimento. «Questi sono i
membri del consiglio di
amministrazione della Fondazione
Crossroads.»
Lo stupore si trasformò in amore
e gratitudine così in fretta che mi
sentii girare la testa; lui mi
sosteneva, come faceva sempre, in
ogni senso. In un momento in cui
mi sentivo un po’ spaesata, mi
offriva qualcos’altro.
Mi presentò a tutti, quindi scostò
una sedia per me. Il pranzo
trascorse in un turbinio di cibo
eccellente e conversazione
appassionata. Fui felice di sentire
che la mia idea di aggiungere la
Crossroads al profilo di Gideon sul
suo sito web aveva fatto aumentare
le visite a quello della fondazione, e
che le modifiche che avevo
suggerito – e che erano state
implementate – avevano avuto
come effetto un numero maggiore
di offerte di aiuto.
E adoravo che Gideon mi stesse
vicinissimo, tenendomi la mano
sotto il tavolo.
Quando mi chiesero un
contributo, scossi la testa. «Non
sono qualificata per offrire alcunché
di valido in questo momento. State
già facendo un lavoro
straordinario.»
Cindy Bello, l’amministratore
delegato, mi rivolse un gran sorriso.
«Grazie, Eva.»
«Mi piacerebbe partecipare alle
riunioni del consiglio di
amministrazione in qualità di
osservatore e mettermi al passo. Se
non posso contribuire con qualche
idea, spero di trovare un altro modo
per dare una mano.»
«Adesso che lo dici» esordì Lynn
Feng, la vicepresidente operativa,
«molti dei nostri beneficiari
vogliono ringraziare la Crossroads
per il sostegno. Organizzano pranzi
e cene, che servono anche a
raccogliere fondi. Sarebbero
entusiasti se Gideon accettasse di
partecipare per conto della
fondazione, ma la maggior parte
delle volte i suoi impegni non glielo
permettono.»
Mi appoggiai brevemente alla
spalla di Gideon. «Volete che lo
convinca a essere più presente.»
«In realtà» disse lei sorridendo
«Gideon ha suggerito che potresti
essere tu a gestire questa cosa.
Stiamo parlando di rappresentare la
fondazione.»
Sbattei le palpebre. «Stai
scherzando.»
«Assolutamente no.»
Guardai Gideon, che piegò la
testa in segno di assenso.
Cercai di abituarmi all’idea. «Non
sono granché come premio di
consolazione.»
«Eva» disse Gideon in tono di
disapprovazione.
«Non sto facendo la modesta» mi
difesi. «Perché mai qualcuno
vorrebbe sentirmi parlare? Tu sei un
uomo affermato, brillante, e sei un
oratore straordinario. Potrei starti a
sentire tutto il giorno. Il tuo nome
fa vendere i biglietti; offrire me al
tuo posto è solo... un obbligo. È
inutile.»
«Hai finito?» chiese in tono
misurato.
Lo guardai socchiudendo gli
occhi.
«Pensa alle persone della tua
vita e a come le hai aiutate.» “Me,
per esempio.” Non lo disse, ma non
era necessario. «Se ti ci metti
d’impegno, potresti trasmettere un
messaggio potente.»
«Se posso aggiungere una cosa,»
intervenne Lynn «quando Gideon
non può, ci va uno di noi.» Fece un
gesto in direzione degli altri membri
del consiglio. «La presenza di un
esponente della famiglia Cross
sarebbe una cosa meravigliosa.
Nessuno rimarrebbe deluso.»
“La famiglia Cross.” Inspirai
bruscamente. Non sapevo se
Geoffrey Cross si fosse lasciato
dietro qualche altro membro della
famiglia; però era innegabile che
Gideon fosse il memento più in
vista del famigerato padre.
Mio marito non ricordava l’uomo
noto per essere un truffatore e un
codardo. Quello che ricordava era
un padre che l’aveva amato e
tenuto per mano. Gideon aveva
lavorato duramente e aveva
ottenuto grandi risultati spinto dal
bisogno di cambiare la percezione
che la gente aveva del cognome
Cross.
Adesso anch’io portavo quel
nome, e in futuro avremmo avuto
dei bambini con quel nome. Avevo
la stessa responsabilità di Gideon
nel far sì che i nostri figli potessero
essere orgogliosi del cognome che
avrebbero avuto.
Guardai Gideon.
Lui sostenne il mio sguardo,
risoluto e concentrato. «In due posti
nello stesso momento» mormorò.
Sentii una stretta al cuore: era
più di quello che mi aspettavo, e
prima di quanto me lo aspettassi.
Gideon aveva puntato dritto a
qualcosa di personale, a qualcosa di
intimo ed essenziale, qualcosa che
significava moltissimo per me e a
cui avrei potuto apporre il mio
timbro.
Aveva condotto la guerra per
riscattare il proprio nome in totale
solitudine, così come aveva dovuto
combattere tutte le sue battaglie da
solo. Il fatto che mi consentisse di
unirmi a lui era una dichiarazione
d’amore straordinaria tanto quanto
l’anello che portavo al dito.
Gli strinsi la mano più forte, e
cercai di dimostrargli con lo sguardo
quanto fossi commossa. Si portò
alle labbra le nostre mani
intrecciate, dicendomi con gli occhi
la stessa cosa: “Ti amo”.
Arrivò il cameriere a portare via i
piatti.
«Ne parleremo» disse. Poi
guardò gli altri: «Mi dispiace
dovermene andare, ma mi aspetta
una riunione. Potrei essere
generoso e lasciarvi Eva, ma non lo
farò».
Ci furono risate e sorrisi.
Mi guardò: «Pronta?».
«Dammi un minuto» mormorai,
non vedendo l’ora di poterlo
baciarlo come sentivo il bisogno di
fare.
Il lampo nei suoi occhi mi fece
sospettare che sapesse
esattamente a cosa stavo
pensando.
Lynn e Cindy si alzarono e
insieme ci avviammo alla toilette
delle donne.
Mentre attraversavamo il
ristorante cercai Arnoldo, senza
riuscire a vederlo. La cosa non mi
sorprese, dati i suoi impegni con
Food Network e altre apparizioni
pubbliche. Per quanto volessi
tentare di rimettere insieme quel
rapporto, sapevo che con il tempo
le cose si sarebbero sistemate. Alla
fine Arnoldo avrebbe capito quanto
amavo mio marito, rendendosi
conto che proteggerlo ed essere
tutto per lui erano la mia priorità
assoluta.
Gideon e io ci mettevamo
reciprocamente alla prova,
spingendoci l’un l’altro a cambiare e
a crescere. Talvolta per ottenere o
dimostrare qualcosa ci facevamo
del male, cosa che preoccupava il
dottor Petersen ma che per noi in
fondo funzionava; avremmo potuto
perdonarci a vicenda qualunque
cosa eccetto il tradimento.
Era inevitabile che gli altri,
soprattutto le persone più vicine, ci
guardassero dall’esterno e si
chiedessero come e perché
funzionava, e se avrebbe continuato
a funzionare. Non potevano capire –
e non gliene facevo una colpa, visto
che io per prima stavo solo
iniziando a capirlo – che
chiedevamo a noi stessi molto più
di quanto chiedessimo all’altro,
perché volevamo essere la versione
migliore possibile di noi stessi,
sufficientemente forti da essere ciò
di cui l’altro aveva bisogno.
Andai in bagno, poi mi lavai le
mani e indugiai un attimo davanti
allo specchio per sistemarmi i
capelli. Non sapevo bene come ci
fosse riuscito, ma il taglio che Mario
mi aveva fatto prendeva più volume
ogni volta che ci passavo le mani.
Colsi il sorriso di Cindy nello
specchio e sentii una punta di
imbarazzo, che svanì quando lei tirò
fuori il rossetto.
«Eva, quasi non ti riconoscevo. I
tuoi capelli mi piacciono
moltissimo.»
Guardai nello specchio la persona
che mi stava parlando. Per una
frazione di secondo pensai che
fosse Corinne e mi balzò il cuore in
gola, ma poi misi a fuoco la faccia.
«Salve.» Mi girai a guardare la
moglie di Ryan Landon. Quando
l’avevo conosciuta, Angela aveva
uno chignon che non lasciava
intuire la lunghezza dei capelli.
Adesso li portava sciolti, e la
chioma nera liscia le arrivava a
metà schiena. Era alta e snella, con
gli occhi di uno spento grigio-blu.
Aveva il viso più allungato di quello
di Corinne e i lineamenti un po’
meno perfetti, ma era comunque
uno schianto.
Mi squadrò da capo a piedi con
tale noncuranza che quasi non me
ne accorsi. Bel trucchetto, io non ne
ero capace. Mi resi conto che i
media non sarebbero stati gli unici
a starmi addosso quando avrei
occupato il mio posto nella nuova
élite cittadina. Non ero pronta: le
istruzioni e le regole di mia madre
non mi sarebbero state di nessuna
utilità, poco ma sicuro.
Angela sorrise e si avvicinò al
lavandino accanto al mio. «Mi fa
piacere vederti.»
«Anche a me.» Ora che sapevo
della vendetta di Landon contro
Gideon ero all’erta, ma non stavo
più cercando di acquisire suo marito
come cliente. Eravamo alla pari;
be’, quasi: mio marito era più
giovane, più ricco e più sexy... e lei
lo sapeva.
Cindy e Lynn avevano finito e si
avviarono verso l’uscita. Le seguii.
«Mi stavo chiedendo...» esordì
Angela.
Mi fermai e la guardai con
espressione interrogativa. Le altre
due se ne andarono per lasciarci
sole.
«... se verrai alla sfilata della
Grey Isles questa settimana. Il tuo
amico – quello che vive con te – è il
testimonial della loro ultima
campagna, vero?»
Mi sforzai di rimanere
imperturbabile: perché me lo
chiedeva? Dove voleva arrivare?
Non riuscivo a capirlo, perché aveva
un’espressione franca e innocente,
senza segno di malizia. Forse
cercavo un secondo fine dove non
esisteva; oppure semplicemente
non ero brava a giocare al suo
gioco quanto lei.
Perché era ovvio che mi teneva
d’occhio: non solo la mia relazione
con Gideon, tutte le mie relazioni.
Seguiva i pettegolezzi. Perché?
«Non ho in programma di
partecipare a nessuna delle sfilate
della settimana della moda» risposi
cauta.
Il suo sorriso svanì, ma le si
illuminarono gli occhi, mettendomi
ancora di più sul chi va là. «Che
peccato. Pensavo che saremmo
potute andare insieme.»
Non capivo le sue intenzioni e la
cosa mi stava facendo incazzare.
Quando ci eravamo conosciute era
sembrata simpatica, ma era rimasta
in silenzio, lasciando che a parlare
fossero il marito e il resto dello staff
della LanCorp. Avrebbe detto senza
mezzi termini che lei e suo marito
mi odiavano? Né lei né Landon mi
avevano in alcun modo lasciato
intendere che ci fosse dell’animosità
verso Gideon, anche se non era
certo qualcosa che sarebbe venuto
fuori durante una riunione di lavoro.
O magari non ne sapeva niente...
Magari Landon si era tenuto per sé
il suo desiderio di vendetta.
«Non questa volta» risposi. Tenni
deliberatamente una porta aperta
perché mi sarebbe potuta servire.
Forse era ignara e innocua come
sembrava, oppure più subdola; in
ogni caso, non avrei fatto amicizia
con una donna il cui marito
desiderava danneggiare Gideon, ma
il detto “Tieni i nemici ancora più
vicini” aveva un suo perché.
Si asciugò in fretta le mani e si
avviò insieme a me verso l’uscita.
«Magari un’altra volta.»
Dopo la relativa tranquillità del
bagno, il ristorante si rivelò pieno di
chiasso e confusione, con il rumore
delle voci e il tintinnare delle
stoviglie d’argento che sovrastava
la musica di sottofondo.
Eravamo appena rientrate nella
sala principale quando Ryan Landon
si alzò dal suo séparé e ci si parò
davanti. Nel locale non c’erano
sistemazioni davvero scomode, ma
quella dei Landon non era granché.
Gideon sapeva che avrebbe
pranzato al Tableau One? Non mi
sarei stupita; in fin dei conti una
volta mio marito era riuscito a
rintracciarmi tramite una carta di
credito che avevo usato in uno dei
suoi nightclub.
Landon era alto, anche se non
quanto Gideon: forse un metro e
ottantatré, capelli castani ondulati e
occhi del colore dell’ambra. Era un
maschio alfa attraente, che
sorrideva facilmente e aveva la
risata pronta; quando l’avevo
conosciuto l’avevo trovato
affascinante e attento nei confronti
della moglie.
«Eva» mi salutò, lasciando
scivolare lo sguardo alle mie spalle
in direzione della moglie. «Che
piacevole sorpresa.»
«Salve, Ryan.» Avrei voluto
vedere l’occhiata che si erano
scambiati; se erano in combutta
contro di me, dovevo saperlo.
«Stavo giusto parlando di te,
prima. Ho sentito che hai lasciato la
Waters, Field & Leaman.»
I segnali di allarme che erano
scattati in bagno si intensificarono.
Non ero preparata a questi
pericolosi giochetti; Gideon era in
grado di affrontare chiunque –
figuriamoci, dominava il campo –,
ma io no. Mi ci volle un grosso
sforzo per non girarmi a controllare
se ci stesse osservando.
Ritrovandomi su un terreno
sconosciuto, improvvisai. «Mi
manca già, ma Gideon e io siamo
affezionati a Mark.»
«Sì, ho sentito parlare molto
bene di lui.»
«Sa fare il suo mestiere. È stato
quando Mark lavorava alla
campagna della vodka Kingsman
che ho conosciuto Gideon.»
Landon inarcò le sopracciglia.
«Non lo immaginavo.»
Sorrisi. «Siete in buone mani.
Mark è il migliore. Sarei più triste di
essermene andata se non sapessi
che lavorerò ancora con lui.»
Si ricompose visibilmente. «Be’...
abbiamo deciso di affidare il lavoro
al team interno alla LanCorp.
Hanno la sensazione di poter fare
un lavoro superlativo, e visto che li
ho assunti proprio per questo ho
pensato che fosse meglio lasciarlo a
loro.»
«Non vedo l’ora di scoprire che
cosa escogiteranno.» Feci un passo
indietro. «È stato un piacere
incontrarvi. Buon pranzo.»
Mi salutarono e io tornai verso il
mio tavolo, notando che Gideon era
immerso nella conversazione con i
membri del consiglio di
amministrazione. Credevo che non
si fosse accorto di me, ma lui si alzò
nel momento stesso in cui arrivai al
tavolo senza neppure sollevare lo
sguardo.
Salutammo gli altri e uscimmo
dal ristorante, con Gideon che mi
teneva una mano alla base della
schiena. Adoravo quando mi
toccava così, la pressione ferma con
cui mi guidava, possessivo.
Angus aspettava accanto al
marciapiede con la Bentley. C’erano
anche i paparazzi, che colsero
l’opportunità di scattarci un mucchio
di foto. Fu un sollievo sedersi in
macchina e ritrovarci in mezzo al
traffico.
«Eva.»
Il timbro roco della voce di
Gideon mi fece accapponare la
pelle. Lo guardai e vidi il fuoco nei
suoi occhi, poi la sua mano fu sulla
mia guancia e le sue labbra sulle
mie. Boccheggiai, sorpresa dalla
sua voglia improvvisa. Mi esplorò la
bocca con la lingua, scatenando il
bisogno di lui che mi ribolliva
sempre nelle vene.
«Sei bellissima» disse,
mettendomi le mani tra i capelli.
«Cambi in continuazione. Non so
mai chi avrò da un giorno all’altro.»
Scoppiai a ridere,
abbandonandomi a lui e restituendo
il bacio con tutta me stessa.
Adoravo la sensazione della sua
bocca, l’espressione che gli
addolciva i lineamenti severi
quando si arrendeva a me,
rendendolo ancora più splendido.
«Bisogna che ti tenga sempre sul
chi va là, asso.»
Gideon mi fece sedere sulle sue
gambe, mettendomi le mani
dappertutto. «Ti voglio.»
«Lo spero proprio» sussurrai,
passandogli un dito sul labbro
inferiore. «Sei legato a me per
sempre.»
«Non abbastanza.» Inclinò la
testa e mi baciò di nuovo,
tenendomi ferma per la nuca
mentre mi metteva la lingua in
bocca con colpi decisi e veloci.
Come scopare. Sentivo il tocco della
sua lingua ovunque.
Mi divincolai, dolorosamente
consapevole di Angus. «Asso.»
«Andiamo all’attico» ansimò,
tentatore come il diavolo. Sentivo la
sua erezione contro il sedere che mi
stuzzicava con una promessa di
sesso, peccato e piacere quasi
insopportabile.
«Hai una riunione» dissi con voce
strozzata.
«’Fanculo la riunione.»
Soffocai un’altra risata e lo
abbracciai, premendogli il naso
contro il corpo per respirare il suo
profumo: buonissimo, come
sempre. Gideon non usava colonia,
era solo l’odore terso e primitivo
della sua pelle, e una lieve traccia
del suo sapone preferito.
«Adoro il tuo odore» gli dissi
dolcemente, sfregando la faccia
contro di lui. Era caldo, il suo corpo
era eccitante e muscoloso, pulsante
di vita, energia e potenza. «Ha
qualcosa di speciale, mi entra
dentro. È una delle cose che mi
dicono che sei mio.»
Fece un grugnito. «Ce l’ho
durissimo» disse, con la bocca sul
mio orecchio. Mi mordicchiò il lobo,
punendomi per la sua lussuria con
una piccola fitta di dolore.
«Sono bagnatissima» sussurrai in
risposta. «Mi hai resa così felice
oggi.»
Il suo petto si alzò in un respiro
tremante, mentre le sue mani mi
accarezzavano la schiena. «Bene.»
Mi scostai, osservandolo mentre
si ricomponeva. Perdeva il controllo
così raramente; era eccitante
essere in grado di fargli una cosa
del genere. Ancora più eccitante era
sapere che si sentiva così da
quando ero arrivata e non aveva
mostrato alcun segno esteriore agli
altri; il suo autocontrollo era un
afrodisiaco potentissimo.
Gli passai la punta delle dita sul
volto stupendo. «Grazie. Non è
abbastanza per quello che mi hai
dato oggi, ma grazie.»
Chiuse gli occhi, appoggiando la
fronte alla mia. «Prego.»
«Sono contenta che ti piacciano i
miei capelli.»
«Mi piace quando ti senti sicura
di te e sexy.»
Sfregai il naso contro il suo
mentre l’amore che provavo per lui
mi riempiva senza lasciare spazio a
nient’altro. «E se per sentirmi così
dovessi avere i capelli viola?»
Incurvò le labbra in un sorriso.
«Allora mi scoperei una moglie con i
capelli viola.» Mi mise una mano sul
cuore... e già che c’era mi strizzò un
seno. «Finché quello che c’è dentro
rimane lo stesso, il resto è solo
carta da regalo.»
Pensai di dirgli che si stava
avvicinando pericolosamente al
romanticismo, ma decisi di
tenermelo per me.
«Hai visto i Landon?» chiesi
invece.
Gideon si scostò. «Ti hanno
parlato.»
Socchiusi gli occhi. «Sapevi che
erano lì, vero?»
«Non è stata una sorpresa.»
«Sei bravissimo a stare in
guardia» mi lamentai. «Tutti voi
maschi lo siete. Non sono riuscita a
capire se Angela Landon volesse
farmi passare un brutto quarto d’ora
quando mi ha chiesto se andavo
con lei alla sfilata della Grey Isles,
oppure se fosse seria.»
«Magari entrambe le cose. Che
cosa le hai detto?»
«Che non ci andrò.» Lo baciai,
poi mi divincolai per tornare al mio
posto; Gideon fece resistenza, ma
poi mi lasciò andare. «Corinne
avrebbe saputo come trattarla.»
Sospirai. «Probabilmente anche
Magdalene. Mia madre di sicuro.»
«Ti sei comportata bene. Che mi
dici di Landon?»
Strinsi le labbra. «Quanto è
blindato il tuo accordo con Mark?»
Mi lanciò un’occhiata
interrogativa. «Cosa hai fatto?»
«Ho menzionato il fatto che
abbiamo un legame saldo con Mark,
dato che tu e io ci siamo incontrati
mentre lavoravate insieme. Ho
detto che non vedo l’ora di lavorare
con lui in futuro.»
«Vuoi capire se Landon offrirà a
Mark un lavoro.»
«Sono curiosa di vedere quanto
Landon si spingerà in là, sì. Non
sono preoccupata riguardo a Mark.
È una persona leale, e anche se non
conosce i particolari sa che la
LanCorp c’entra in parte con le mie
dimissioni. Inoltre, ha un legame
diretto con il grande capo della
Cross Industries, mentre alla
LanCorp sarebbe solo un numero.
Non è stupido.»
Gideon si appoggiò al sedile. Se
non l’avessi conosciuto così bene,
avrei potuto pensare che si stesse
solo mettendo comodo. «E vuoi
capire se ti ho detto la verità sulle
motivazioni di Landon.»
«No.» Gli misi una mano sulla
coscia, percependo la tensione. I
suoi genitori lo avevano
abbandonato; sapevo che una parte
di Gideon si aspettava sempre che
chiunque altro avrebbe fatto lo
stesso. «Ti credo. Ti ho creduto
quando me l’hai detto. Le tue
parole sono l’unica prova di cui ho
bisogno.»
Mi guardò per un pezzo, poi mi
strinse la mano, con forza.
«Grazie.»
«Ma forse tu sentivi il bisogno di
dimostrarmelo?» gli chiesi con
dolcezza. «Hai scoperto che Landon
aveva prenotato un tavolo e volevi
presentarmi i membri del consiglio
di amministrazione della
Crossroads. Pranzare al Tableau
One ottiene due risultati se incontro
Landon mentre sono lì, anche se
per il verificarsi di questa
eventualità molto era lasciato al
caso.»
«Non se era seduto vicino ai
bagni.»
«Avrei potuto non andare in
bagno.»
Gideon mi diede un’occhiata.
«Non era una conclusione
scontata» gli contestai.
«Sei una donna» ribatté, come
se quello rispondesse a tutto.
Socchiusi gli occhi. «Ci sono volte
che vorrei solo prenderti a sberle.»
«Non posso fare a meno di avere
ragione.»
«Stai evitando l’argomento.»
Contrasse fugacemente le
labbra. «Mi hai lasciato a causa sua.
Avevo bisogno che lo vedessi di
nuovo dopo quell’episodio.»
«Le cose non stanno
esattamente così, ma okay. Capisco
cosa cercavi.» Un po’ contrariata,
mi scostai dal viso le ciocche della
mia nuova acconciatura. «Le loro
intenzioni mi sfuggono, però. Lui è
un po’ più facile da leggere della
moglie, ma tutti e due sono
bravissimi a fingere di essere
sinceri. E sono una squadra.»
«Tu e io siamo una squadra.»
«Ci stiamo arrivando. Devo
imparare meglio a fare la mia
parte.»
«Non posso lamentarmi.»
Sorrisi. «Non ho combinato
casini, il che non equivale a fare un
buon lavoro.»
Mi sfiorò la guancia con le dita.
«Non me ne importerebbe se tu
avessi combinato casini, anche se
sono sicuro che la tua definizione di
casini sarebbe molto diversa dalla
mia. Non me ne importerebbe se tu
avessi i capelli viola o verdi o di
qualunque altro colore, anche se
direi che mi piacciono biondi. Sei tu
quello che voglio.»
Girai la testa e gli baciai il palmo
della mano. «Angela assomiglia a
Corinne.»
Sbottò in una risata stupita. «No,
non le assomiglia.»
«Oh, mio Dio, sono uguali! Cioè,
non come due gemelle o roba del
genere. Però i capelli e la struttura
fisica.»
Gideon scosse la testa. «No.»
«Pensi che Landon abbia scelto
una persona che assomiglia alla tua
donna ideale?»
«Penso che la tua immaginazione
stia correndo troppo.» Mi mise un
dito sulle labbra quando avrei
voluto aggiungere qualcosa. «E se
anche fosse ha capito male, perciò
la questione è puramente
accademica.»
Lo guardai arricciando il naso. La
borsetta che avevo vicino alla
coscia si mise a vibrare e io allungai
la mano, tirando fuori il telefono.
C’era un SMS di Raúl. “È al
lavoro.”
Guardai Gideon e scoprii che mi
fissava.
«Ho chiesto a Raúl di rintracciare
Anne, oggi» gli dissi.
Borbottò qualcosa a mezza voce.
«Sei dannatamente cocciuta»
scattò.
«Come hai sottolineato, mi sento
sicura di me e sexy.» Gli soffiai un
bacio. «È il giorno giusto per fare un
salutino.»
Alzò gli occhi verso lo specchietto
retrovisore. Angus incontrò il suo
sguardo e tra loro passò qualcosa.
Dopodiché mio marito riportò su di
me gli occhi blu. «Farai tutto quello
che dice Angus. Se lui pensa che
non sia una buona idea quando
arriva il momento, tu rinunci.
Intesi?»
Mi ci volle un attimo per
rispondere, perché mi ero aspettata
più resistenza. «Okay.»
«E stasera vieni all’attico per
cena.»
«Quand’è che è diventata una
contrattazione?»
Si limitò a guardarmi, implacabile
e risoluto.
«Ho detto a Cary che l’avrei
portato fuori a cena, asso. Sta
facendo delle telefonate per me,
mentre io sono qui. Sei il benvenuto
sei vuoi unirti a noi.»
«No, grazie. Passo più tardi.»
«Ti comporterai bene?»
Nei suoi occhi si accese un lampo
di malizia. «Solo se lo fai tu.»
Immaginai che, se riusciva a
scherzarci sopra, stavamo facendo
dei progressi. «Affare fatto.»
Ci fermammo davanti al Crossfire
e Gideon si raddrizzò, preparandosi
a scendere. Mentre Angus faceva il
giro della macchina per aprire la
portiera, Gideon mi diede un bacio
deciso e possessivo. A differenza
del bacio strappamutandine che mi
aveva dato quando avevamo
lasciato il Tableau One, questo fu
più dolce, e completo.
Quando si scostò ero senza fiato.
Mi studiò per un attimo, poi
annuì soddisfatto. «Chiamami sul
cellulare non appena hai finito.»
«E se sei...?»
«Chiamami.»
«Va bene.»
Gideon scivolò fuori dalla Bentley
ed entrò nel Crossfire.
Lo guardai finché scomparve,
ricordando il primo giorno che ci
eravamo incontrati. Io ero nell’atrio
e lui era tornato indietro per me. Lo
tenevo a mente, sapendo che era
insensato sentirmi abbandonata,
ma non era mai facile vederlo
allontanarsi. Era uno dei miei
numerosi difetti, qualcosa che avrei
dovuto superare.
Gli mandai un SMS: “Mi manchi
già”.
Rispose subito: “Ne sono felice,
angelo mio”.
Stavo ridendo quando Angus si
sedette al volante. Mi guardò nello
specchietto retrovisore. «Dove
andiamo?»
«Dove lavora Anne Lucas.»
«Potrebbe averne ancora per
ore.»
«Lo immaginavo. Ho delle cose
da fare mentre aspetto. Se le
finisco prima, riproveremo un’altra
volta.»
«D’accordo.» Mise in moto e
partì.
Chiamai Cary.
«Ehi» rispose. «Com’è andato il
pranzo?»
«Bene.» Lo misi al corrente.
«Movimentato» commentò
quando ebbi finito. «Non posso dire
di aver capito la faccenda di
Landon, ma del resto non capisco
granché di quello che riguarda il tuo
uomo. Esiste qualcuno che non è
incazzato con lui?»
«Io.»
«Giusto, ma tu non te lo scopi.»
«Cary, giuro che ti uccido.»
Sentii la sua risatina bassa
vibrare sulla linea. «Ho contattato
Blaire. Dice che, se vuoi, può venire
all’attico domani. Devi solo
mandargli un SMS con l’orario e lui
vedrà di organizzarsi.»
«Perfetto. E Kristin?»
«Ci stavo arrivando, piccola. È in
ufficio tutto il giorno, perciò puoi
chiamarla quando vuoi. Oppure
mandarle un’e-mail, se preferisci. È
impaziente di parlarti.»
«La chiamo. Hai pensato a dove
andare a cena?»
«Mi andrebbe la cucina asiatica.
Cinese, giapponese, thailandese...
qualcosa del genere.»
«Bene, allora. Cucina asiatica
sia.» Appoggiai la testa al sedile.
«Grazie, Cary.»
«Sono felice di dare una mano.
Quando torni a casa?»
«Non lo so di preciso. Ho da fare
ancora una cosa, poi rientro.»
«Ci vediamo più tardi.»
Conclusi la telefonata mentre
Angus accostava l’auto al
marciapiede.
«Il suo ufficio è dall’altra parte
della strada» spiegò, indicandomi
l’edificio con la facciata di mattoni
dal mio lato. Aveva diversi piani e
un piccolo atrio curato visibile
attraverso le porte a vetri.
Lo osservai brevemente,
immaginando Anne con un
paziente, qualcuno che le rivelava i
suoi segreti più intimi senza avere il
minimo sentore di chi fosse
realmente. Era così che funzionava:
i professionisti della salute mentale
di cui ci fidavamo conoscevano
tutto di noi, mentre noi di loro
sapevamo solo il poco che era
possibile intuire dalle foto sulla
scrivania e dai diplomi appesi alle
pareti.
Feci scorrere i contatti, trovai il
numero di Kristin e la chiamai in
ufficio. La sua assistente me la
passò subito.
«Ciao, Eva. Eri sul mio elenco
delle persone da chiamare, ma il
tuo amico mi ha battuta sul tempo.
Sono un po’ di giorni che cerco di
contattarti, a dire la verità.»
«Lo so, mi dispiace.»
«Nessun problema. Ho visto le
foto di te e Gideon in spiaggia. Non
ti biasimo per non aver richiamato.
Adesso però dobbiamo vederci per
definire alcuni dettagli.»
«La data è il ventidue
settembre.»
Ci fu un momento di silenzio.
«Okay. Wow.»
Sussultai, consapevole che stavo
chiedendo moltissimo con un
preavviso così breve, e che arrivare
in tempo non sarebbe stato affatto
economico. «Ho deciso che mia
madre ha ragione sulla tavolozza
bianca, crema e oro, perciò
andiamo avanti su questa strada.
Mi piacerebbe anche un tocco di
rosso; per esempio, avrò un
bouquet neutro, ma indosserò
gioielli con i rubini.»
«Ooh, fammi pensare. Magari
copritavoli in damasco rosso sotto
le tovaglie bianche...? Oppure
sottopiatti in vetro di Murano sotto
le stoviglie di cristallo... Ti proporrò
qualche opzione.» Buttò fuori il
fiato. «Devo assolutamente vedere
il posto.»
«Posso organizzare un volo.
Quando potresti?»
«Il prima possibile» disse spiccia
Kristin. «Domani pomeriggio sono
impegnata, ma la mattina potrebbe
andare.»
«Me ne occupo io e ti faccio
avere i dettagli.»
«Li aspetto. Eva... hai il vestito?»
«Ehm... no.»
Scoppiò a ridere. Quando riprese
a parlare, la tensione che avevo
percepito era svanita. «Capisco
benissimo la fretta con un uomo
come il tuo, ma un po’ più di tempo
servirebbe a far sì che tutto vada
liscio e che tu abbia un giorno
perfetto.»
«Sarà perfetto a prescindere da
quello che potrebbe andare storto.»
Toccai l’anello con il pollice, traendo
un po’ di conforto dalla sua
presenza. «È il compleanno di
Gideon.»
«Però! Okay, allora. Ce la
faremo.»
Sorrisi. «Grazie. Ci sentiamo
presto.»
Conclusi la telefonata e guardai
l’edificio dall’altra parte della
strada. Accanto c’era un piccolo
caffè. Sarei andata a prendermi un
latte macchiato dopo aver chiamato
l’architetto.
Mandai un SMS a Gideon. “Con chi
dovrei parlare per far portare in
aereo la wedding planner alla casa
negli Outer Banks domani mattina?”
Era un po’ strano fare quella
domanda: chi avrebbe mai pensato
che avrei avuto a disposizione dei
jet privati? Non ero nemmeno
sicura che sarei riuscita ad
abituarmi a usarli.
Aspettai la risposta un minuto.
Quando non arrivò, chiamai Blaire
Ash.
«Salve, Blaire» dissi quando
rispose. «Sono Eva Tramell, la
fidanzata di Gideon Cross.»
«Eva. Ovviamente so chi è lei.» Il
tono di voce era caldo e
amichevole. «Mi fa piacere
sentirla.»
«Mi piacerebbe vedere insieme a
lei alcuni dettagli del progetto. Cary
mi ha detto che sarebbe disponibile
domani.»
«Certo. A che ora le va bene?»
Pensando alla puntata negli
Outer Banks con Kristin, risposi:
«Nel pomeriggio potrebbe andare?
Verso le sei?».
Gideon sarebbe stato dal dottor
Petersen almeno fino alle sette, poi
doveva fare la strada per tornare a
casa, il che mi concedeva tempo
sufficiente per apportare alcuni
cambiamenti al progetto.
«Per me va bene» concordò Ash.
«Ci vediamo all’attico?»
«Sì, ci vediamo lì. Grazie.
Arrivederci.»
Nell’istante in cui conclusi la
telefonata, sentii vibrare lo
smartphone. Guardai lo schermo e
vidi la risposta di Gideon: “Se ne sta
occupando Scott”.
Mi morsicai il labbro inferiore,
seccata per non aver pensato subito
a quella soluzione. “Lo chiederò a
lui la prossima volta. Grazie! :)”
Feci un respiro profondo,
pensando che avrei dovuto
contattare la madre di Gideon,
Elizabeth.
Dal telefono di Angus arrivò il
suono di un messaggio. Lo prese in
mano, poi si girò a guardarmi. «Sta
scendendo con l’ascensore.»
«Oh!» Lo stupore si trasformò in
perplessità: come faceva a saperlo?
Lanciai un’altra occhiata al palazzo.
Era di Gideon anche quello? Come
era suo l’edificio in cui lavorava il
marito?
«Ecco, ragazza mia.» Angus
allungò una mano verso di me
mostrandomi un dischetto nero
delle dimensioni di un quarto di
dollaro ma tre volte più spesso. «Un
lato è adesivo. Lo nasconda sotto il
vestito.»
Misi il telefono nella borsa e presi
il dischetto, fissandolo. «Che cos’è?
Un microfono?»
«O quello, oppure vengo con
lei.» Mi fece un sorriso di scuse.
«Non è lei a preoccuparmi, ma la
Lucas.»
Dato che non avevo niente da
nascondere, infilai il microfono nel
reggiseno del vestito e saltai giù
quando Angus aprì la portiera. Mi
prese per un braccio e mi fece
attraversare la strada in fretta.
Mi strizzò l’occhio ed entrò nel
caffè.
Di colpo ero da sola sul
marciapiede, in preda a una brutta
crisi d’ansia... che passò un attimo
dopo, quando Anne uscì dal
palazzo. Indossava un aderente
abito leopardato e Louboutin nere,
una mise che unita ai capelli rossi
corti in stile punk le dava un
aspetto aggressivo ed energico.
Mi misi la pochette sottobraccio e
mi incamminai verso di lei.
«Che possibilità hai?» le chiesi
avvicinandomi.
Anne mi lanciò un’occhiata, con il
braccio alzato per fermare un taxi.
Per un attimo la sua faccia volpina
rimase inespressiva, poi mi
riconobbe. Lo shock valeva il prezzo
del biglietto. Il braccio le ricadde
lungo il fianco.
La squadrai. «Dovresti lasciar
perdere la parrucca che ti sei messa
per Cary. I capelli corti ti si
addicono di più.»
Si riprese in fretta. «Eva. Sei
carinissima. Gideon ti fa proprio
bene.»
«Già, mi fa parecchio. Tutte le
volte che può.» Adesso avevo la
sua attenzione. «Non gli basta mai,
a dire la verità. Non rimane niente
per te, per cui suggerisco che ti
trovi qualcun altro da molestare.»
La sua espressione si indurì e mi
resi conto di non avere mai visto
prima il vero odio; persino nel caldo
dell’estate newyorkese sentii un
brivido gelato.
«Sei così ingenua» si avvicinò
«quando probabilmente si sta
scopando qualcun’altra proprio in
questo momento. Ecco chi è e cosa
fa.»
«Tu non hai la più pallida idea di
chi sia.» Odiai dover piegare
indietro la testa per guardarla in
faccia. «Non ho alcun timore nei
suoi confronti. Tu invece dovresti
aver paura di me, perché se ti
avvicini di nuovo a Cary dovrai
vedertela con la sottoscritta. E non
sarà piacevole.»
Mi voltai e mi allontanai. Avevo
fatto quello per cui ero venuta.
«È un mostro» mi gridò dietro.
«Te l’ha detto che è in terapia fin
da quando era bambino?»
Mi bloccai, girandomi verso di lei.
Sorrise. «È difettoso fin dalla
nascita. È malato e perverso in
modi che non ti ha ancora rivelato.
Pensa di poterlo tenere nascosto
alla ragazza carina che sembra
uscita da una favola. La bella e la
bestia per il pubblico. Una
maschera scaltra, ma non reggerà.
Non può reprimere la sua vera
natura a lungo.»
Mio Dio... Sapeva di Hugh?
Come poteva essere al corrente
che Gideon era stato vittima delle
perversioni del fratello e fare
comunque sesso con lui? Quel
pensiero mi diede la nausea e sentii
la bile salirmi in gola.
La sua risata mi colpì come una
raffica di schegge di vetro. «Gideon
è malvagio e crudele fino al
midollo. Ti spezzerà prima di aver
finito con te. Se non ti uccide
prima.»
Raddrizzai la schiena, stringendo
i pugni. Ero così arrabbiata che
tremavo, lottando contro l’impulso
di tirarle un pugno su quel ghigno
pieno di disgustoso compiacimento.
«Chi credi che sposino i mostri,
stupida troia?» Tornai verso di lei.
«Ragazzine fragili? O altri mostri?»
Mi avvicinai alla sua faccia. «Hai
ragione sulla favola. Solo che
Gideon è la bella, la bestia sono
io.»
6

“Pensi che Gideon faccia paura?


Aspetta di vedere me.”
Sedetti immobile come una
pietra per un minuto buono, con la
voce di Eva che mi riecheggiava
nelle orecchie quando la
registrazione terminò. Alzai gli occhi
dalla scrivania e guardai Angus.
«Mio Dio.»
Avevamo cercato qualunque
documentazione Hugh potesse
avere tenuto su di me. Non
trovando nulla, avevamo supposto
che non esistessero fascicoli:
perché documentare i tuoi crimini?
«Cercherò ancora» disse Angus a
bassa voce. «A casa sua e nel suo
studio. Nello studio del marito.
Ovunque. Li troverò.»
Annuii, allontanandomi dalla
scrivania. Feci un respiro profondo e
lottai contro un’ondata di nausea.
Non c’era niente che potessi fare se
non aspettare.
Mi avvicinai alla finestra più
vicina e guardai l’edificio che
ospitava gli uffici della LanCorp.
«Eva l’ha gestita bene» disse
Angus alle mie spalle. «Le ha
messo una paura maledetta.
Gliel’ho visto in faccia.»
Avevo rifiutato di guardare il
video della sicurezza, preferendo
ascoltare l’audio del loro incontro,
ma era sufficiente. Conoscevo mia
moglie, la sua voce e le sue
inflessioni. Conoscevo il suo
caratterino. E sapevo anche che
niente la faceva esplodere più
rapidamente o più rabbiosamente
come quando si lanciava in mia
difesa.
Nel breve periodo da quando
stavamo insieme, Eva aveva
sostenuto scontri diretti con Corinne
a casa sua, con mia madre in più di
un’occasione, con Terrence Lucas
nel suo studio e adesso con sua
moglie. Sapevo che sentiva di
doverlo fare, ragion per cui mi ero
costretto a stare un passo indietro e
a permetterle di agire a modo suo.
Non avevo bisogno di essere
difeso: ero perfettamente in grado
di badare a me stesso, come avevo
sempre fatto. Però era una bella
sensazione sapere di non essere più
solo; meglio ancora era sapere che
Eva poteva sembrare minacciosa e
spaventare.
«È una tigre.» Mi girai a
guardarlo. «Mi sono conquistato
anch’io un paio di medaglie contro i
suoi artigli.»
La postura rigida e tesa di Angus
si rilassò leggermente. «Starà al tuo
fianco.»
«Se il mio passato diventa
pubblico? Sì, lo farà.»
Mentre dicevo quelle parole mi
resi conto di quanto fossero vere.
C’erano state volte nel nostro
rapporto in cui non ero stato sicuro
di riuscire a tener testa a Eva.
Amavo mia moglie e non avevo
dubbi che mi amasse altrettanto
profondamente, ma per quanto
fosse perfetta per me, aveva i suoi
difetti. Era troppo spesso insicura.
Credeva, talvolta, di non essere
abbastanza forte per affrontare
certe situazioni. E quando aveva
l’impressione che la sua
indipendenza e la sua tranquillità
fossero minacciate, scappava.
Guardai la sua foto che tenevo
sulla scrivania. Le cose erano
cambiate, e solo di recente. Mi
aveva portato al limite,
sottraendomi l’unica cosa senza cui
non potevo vivere: lei. Ero saltato
nell’abisso con riluttanza, costretto
a farlo per riaverla. Risultato: non
considerava più il nostro
matrimonio un lei e me, ma un noi.
Il mio risentimento iniziale era
svanito; in ogni caso, l’avrei rifatto
purché rimanesse con me, ma
adesso l’avrei fatto senza bisogno di
spinte.
«Adora che io riesca a prendermi
cura di lei, a tenerla al sicuro» dissi,
rivolto soprattutto a me stesso. «Ma
se io perdessi tutto, lei rimarrebbe.
È me che vuole, per quanto io sia
incasinato.»
Il denaro... l’immagine pubblica...
non erano importanti per Eva.
«Lei non è incasinato, ragazzo
mio. Troppo bello per il suo bene,
questo sì.» Angus fece una smorfia
beffarda. «E ha fatto alcune scelte
discutibili in materia di ragazze, ma
chi non le ha fatte? Difficile dire di
no quando sei arrapato e quelle
alzano la gonna.»
Divertito dai suoi commenti
senza peli sulla lingua, scacciai il
pensiero di Anne Lucas;
preoccuparmi non mi avrebbe
portato da nessuna parte. Angus
avrebbe fatto quello che era
bravissimo a fare. Io mi sarei
concentrato su mia moglie e sulla
nostra vita com’era ora.
«Dov’è Eva adesso?» gli chiesi.
«Raúl la sta portando alla
palestra di Parker a Brooklyn.»
Annuii, consapevole che Eva
doveva sfogare un po’ di tensione.
«Grazie, Angus.»
Se ne andò e io tornai alla
scrivania per rimettermi in pari con
il lavoro. Per riuscire a incastrare il
pranzo con Eva e i membri della
Crossroads avevo dovuto rimandare
un po’ di cose e adesso mi toccava
recuperare.
Lo smartphone si mise a ronzare,
vibrando sul vetro fumé della
scrivania. Gli lanciai un’occhiata,
sperando di vedere la faccia di Eva
sullo schermo e ritrovandomi invece
a guardare quella di Ireland, mia
sorella. Subito prima di rispondere
avvertii la consueta punta di
disagio, che talvolta si mescolava a
un lieve panico.
Non riuscivo a capire come far
parte della vita di un’adolescente
avrebbe potuto avere alcunché di
positivo, ma per qualche ragione
Eva lo riteneva importante, e quindi
facevo lo sforzo per lei.
«Ireland. A cosa devo il
piacere?»
«Gideon.» Singhiozzò
violentemente, la voce soffocata
dalle lacrime.
Mi irrigidii all’istante, mentre un
brivido di rabbia mi percorreva la
spina dorsale. «Cosa c’è che non
va?»
«Sono t-tornata da scuola e c’era
il papà che mi aspettava. Stanno
divorziando.»
Sprofondai nella sedia. La rabbia
si dissolse.
Prima che potessi dire qualcosa,
lei continuò di getto.
«Non capisco!» Piangeva. «Un
paio di settimane fa andava tutto
bene. Poi hanno iniziato a litigare in
continuazione e il papà si è
trasferito in albergo. È successo
qualcosa ma nessuno dei due vuole
dirmi cosa! La mamma non fa che
piangere. Il papà no, ma ha sempre
gli occhi rossi.»
Sentii un nodo allo stomaco e il
mio respiro si fece più rapido.
Chris lo sapeva: di me e Hugh,
delle bugie di Terrence Lucas per
coprire il crimine del cognato, del
fatto che mia madre si era rifiutata
di credermi, di combattere per me,
di salvarmi.
«Ireland...»
«Pensi che lui abbia una storia? È
stato lui a provocare tutto questo.
La mamma dice che è confuso, che
tornerà, ma io non ci credo. Si
comporta come se avesse già
deciso. Potresti parlargli?»
Strinsi convulsamente il telefono.
«Per dirgli cosa?»
“Ciao, Chris. Scusa se sono stato
violentato e tua moglie non è
riuscita ad affrontarlo. Peccato per il
divorzio. Non c’è nessuna possibilità
che tu riesca perdonarla e possiate
vivere per sempre felici e contenti?”
Il solo pensiero che Chris
andasse avanti con la sua vita, con
sua moglie, come se niente fosse
successo, mi riempiva di rabbia.
Qualcuno sapeva. A qualcuno
importava. Qualcuno non poteva
sopportarlo più di quanto potessi
sopportarlo io. Non avrei cambiato
questo fatto neanche se avessi
potuto.
Un frammento piccolo e freddo
dentro di me godette della resa dei
conti. Finalmente.
«Dev’esserci qualcosa, Gideon!
Le persone non passano da
follemente innamorate al divorzio in
meno di un mese!»
Dio santo. Mi sfregai la nuca, in
preda a un feroce mal di testa.
«Forse la terapia.»
Una risata aspra e amara mi
bruciò in gola, muta. Un terapeuta
aveva dato inizio a tutto questo.
Che ironia del cazzo consigliare di
vederne un altro per sistemare le
cose.
Ireland tirò su con il naso. «La
mamma ha detto che il papà l’ha
suggerito, ma lei non vuole
andarci.»
Mi scappò una risatina triste. Che
cosa avrebbe detto il dottor
Petersen se avesse potuto guardare
dentro la sua mente? Ne avrebbe
avuto compassione? Avrebbe
provato disgusto? Rabbia? Forse
non avrebbe provato un bel niente.
Non ero diverso da tutti gli altri
bambini molestati, e lei non era
diversa da qualunque altra donna
debole ed egocentrica.
«Mi dispiace, Ireland.» Più di
quanto sarei mai riuscito a dirle.
Cosa avrebbe pensato di me se
avesse saputo che era tutta colpa
mia? Magari anche lei mi avrebbe
odiato, come nostro fratello
Christopher.
A quel pensiero sentii una stretta
al petto.
Christopher non mi sopportava,
ma voleva bene a Ireland ed era
coinvolto nel rapporto tra i suoi
genitori. Io ero un estraneo, lo ero
sempre stato. «Hai parlato con
Christopher?»
«Sta male quanto la mamma.
Cioè, io sto da schifo, ma loro due...
Non li ho mai visti così sconvolti.»
Mi alzai, troppo irrequieto per
stare seduto. “Cosa devo fare, Eva?
Cosa posso dire? Perché non sei qui
quando ho bisogno di te?”
«Tuo padre non ha una storia»
dissi, offrendole tutta la
consolazione che potevo. «Non è il
tipo.»
«E allora perché ha chiesto il
divorzio?»
Espirai con forza. «Perché la
gente mette fine a un matrimonio?
Perché non funziona.»
«Dopo tutti questi anni, decide
che non è felice e basta? Se ne
va?»
«Ha proposto la terapia e lei ha
detto di no.»
«Perciò è colpa della mamma se
all’improvviso lui ha un problema
con lei?»
La voce era quella di Ireland, ma
le parole erano di mia madre. «Se
stai cercando qualcuno da
incolpare, non contare su di me.»
«Non te ne importa se stanno
insieme. Probabilmente pensi che
sia stupido essere così sconvolta
alla mia età.»
«Questo non è vero. Hai ogni
diritto di essere turbata.»
Lanciai un’occhiata verso la porta
del mio ufficio, dove era comparso
Scott, e gli feci un cenno di assenso
con la testa quando lui batté le dita
sull’orologio che portava al polso.
Tornò alla sua scrivania.
«Allora aiutali, Gideon!»
«Accidenti, non so proprio perché
pensi che possa fare qualcosa.»
Ricominciò a piangere.
Imprecai tra me e me, odiando
sentirla soffrire così, consapevole
che ne ero in parte responsabile.
«Tesoro...»
«Puoi cercare almeno di farli
ragionare?»
Chiusi gli occhi. Ero io il dannato
problema, il che rendeva
impossibile che fossi io la soluzione.
Ma non potevo dirlo. «Li chiamerò.»
«Grazie.» Tirò sul con il naso. «Ti
voglio bene.»
Gemetti debolmente, vacillando
sotto il colpo delle sue parole.
Riagganciò prima che potessi
ritrovare la voce, lasciandomi con la
sensazione di aver perso
un’opportunità.
Rimisi il telefono sulla scrivania,
lottando contro l’impulso di
scagliarlo dall’altra parte della
stanza.
Scott aprì la porta e mise dentro
la testa. «La aspettano tutti in sala
conferenze.»
«Arrivo.»
«E Mr Vidal vorrebbe essere
richiamato, quando può.»
Annuii seccamente, irritato
all’udire il nome del mio patrigno.
«Lo farò.»
Erano quasi le nove quando Raúl
mi mandò un SMS dicendo che Eva
stava tornando all’attico. Uscii dal
mio studio di casa e le andai
incontro nell’atrio, inarcando le
sopracciglia stupito quando lei uscì
dall’ascensore reggendo una grossa
scatola con entrambe le mani. Raúl
era dietro di lei con un borsone.
Mi fece un gran sorriso quando le
presi la scatola. «Ho portato un po’
di roba per invadere il tuo spazio.»
«Invadimi sempre» le dissi,
conquistato dalla luce maliziosa dei
suoi occhi.
Raúl depositò il borsone sul
pavimento del salotto e sgusciò via
in silenzio, lasciandoci soli. Seguii
Eva con lo sguardo, guardando i
jeans scuri che sottolineavano le
sue curve e la morbida camicetta di
seta che portava infilata nei
pantaloni. Indossava scarpe senza
tacco, il che significava che era
trenta centimetri più bassa di me
scalzo. I capelli le ricadevano sulle
spalle incorniciandole il viso senza
trucco.
Gettò la borsetta sulla poltrona
più vicina all’ingresso. Mentre si
toglieva le scarpe accanto al
tavolino mi guardò, percorrendo con
gli occhi il mio petto nudo e i
pantaloni del pigiama di seta nera.
«Hai detto che ti saresti comportato
bene, asso.»
«Be’, considerando che non ti ho
ancora baciata, penso che mi sto
comportando più che bene.» Mi
diressi verso il tavolo da pranzo e
appoggiai la scatola, guardando
dentro e scoprendo una serie di foto
incorniciate avvolte nella plastica a
bolle. «Com’era la cena?»
«Ottima. Vorrei che Tatiana non
fosse rimasta incinta, ma credo che
questa cosa serva a Cary per
riflettere e crescere un po’. È una
buona cosa.»
Sapevo benissimo che era meglio
non fare commenti, per cui mi
limitai ad annuire. «Apro una
bottiglia di vino?»
Il suo sorriso illuminò la stanza.
«Sarebbe magnifico.»
Quando tornai in salotto qualche
minuto dopo, vidi la mensola del
caminetto decorata da una
collezione di fotografie. C’era il
collage che le avevo dato da tenere
al lavoro, con immagini di noi due.
C’erano anche ritratti di Cary,
Monica, Stanton, Victor e Ireland.
E una foto incorniciata di me e
mio padre sulla spiaggia tanti anni
prima, quella che le avevo dato
quando avevamo firmato il
contratto per la casa sulla spiaggia
negli Outer Banks.
Sorseggiai il vino, osservando il
cambiamento. Nel salone non
c’erano altri oggetti personali, per
cui quella modifica era...
impressionante. Aveva scelto cornici
di vetro a mosaico dai colori vivaci,
che scintillavano e attiravano lo
sguardo.
«Il tuo istinto di conservazione
da scapolo sta già mandando
segnali d’allarme?» scherzò Eva,
prendendo il bicchiere che le
porgevo.
Le lanciai un’occhiata divertita.
«È troppo tardi per farmi fuggire in
preda al terrore.»
«Sei sicuro? Ho appena
cominciato.»
«Era ora.»
«Okay, allora.» Si strinse nelle
spalle, poi bevve un sorso del pinot
nero che avevo scelto. «Stavo
pensando di calmarti con un
pompino, se avessi iniziato a dare
fuori di matto.»
Sentii il cazzo diventare duro e
grosso. «Adesso che me lo dici...
comincio a sudare freddo...»
Una palla di pelo schizzò fuori da
sotto il tavolino, facendomi
sobbalzare con tale violenza che
per poco non versai il vino rosso sul
tappeto Aubusson. «Che cavolo è
quello?»
La palla si allungò
trasformandosi in un cucciolo non
più grande del mio piede. Si diresse
verso di me barcollando incerto
sulle zampe. Era perlopiù nero e
marrone chiaro, con la pancia
bianca ed enormi orecchie che
ricadevano attorno a un musetto
illuminato di gioia ed eccitazione.
«È tuo» disse mia moglie con
una risata nella voce. «Non è
delizioso?»
Senza parole, osservai il
cagnolino avvicinarsi ai miei piedi e
iniziare a leccarmi le dita.
«Uuh, gli piaci.» Appoggiò il
bicchiere sul tavolino e si mise in
ginocchio, allungando una mano per
accarezzare la testa serica del
cucciolo.
Sbalordito, mi guardai attorno e
notai una cosa che mi era sfuggita.
Il borsone che aveva portato Raúl
aveva una retina di ventilazione
sulla sommità e sui lati.
«Oh, mio Dio. Dovresti vedere la
tua faccia!» Eva scoppiò a ridere e
prese in braccio il cane, poi si mise
in piedi. Mi tolse il bicchiere,
passandomi il cucciolo.
Non avendo scelta, presi la palla
di pelo che si dimenava e tirai
indietro la testa quando iniziò a
leccarmi furiosamente la faccia.
«Non posso avere un cucciolo.»
«Certo che puoi.»
«Non voglio avere un cucciolo.»
«Sì che lo vuoi.»
«Eva... No.»
Con in mano il mio bicchiere, si
diresse al divano e si sedette,
piegando le gambe sotto di sé.
«Adesso l’attico non sembrerà così
vuoto finché non mi trasferisco.»
La fissai. «Non mi serve un cane.
Ho bisogno di mia moglie.»
«Adesso ce li hai tutti e due.»
Bevve dal mio bicchiere e si passò
la lingua sulle labbra. «Come vuoi
chiamarlo?»
«Non posso tenere un cucciolo»
ripetei.
Eva mi guardò tranquilla. «È un
regalo di anniversario da parte di
tua moglie, devi accettarlo.»
«Anniversario?»
«Siamo sposati da un mese.» Si
appoggiò allo schienale del divano
e mi lanciò il suo sguardo da
“scopami”. «Stavo pensando che
potremmo andare alla casa sulla
spiaggia e festeggiare.»
Mi sistemai meglio tra le braccia
il cucciolo, che continuava a
dimenarsi. «Festeggiare cosa?»
«Libero accesso.»
Mi venne duro all’istante, una
cosa che lei non mancò di notare.
Le si incupirono gli occhi mentre
accarezzava la mia erezione che
premeva contro i pantaloni. «Sto
morendo, Gideon» ansimò, il viso
arrossato. «Volevo aspettare, ma
non ci riesco. Ho bisogno di te. Ed è
il nostro anniversario. Se non
possiamo fare l’amore in questa
occasione e stare solo io, te e
quello che abbiamo – senza
stronzate –, allora non potremo
farlo mai, e non credo che questo
sia vero.»
La fissai.
Fece un sorrisetto ironico.
«Qualunque cosa voglia dire.»
Il cucciolo mi leccava la faccia
con entusiasmo e io non ci feci
quasi caso, concentrato com’ero su
mia moglie. Riusciva sempre a
sorprendermi, nel senso migliore
della parola. «Lucky.»
Inclinò la testa. «Cosa?»
«Il nome. Si chiama Lucky.»
Eva scoppiò a ridere. «Sei un
demonio, asso.»

Quando Eva se ne andò a casa,


avevo trasportini per cani nella mia
camera da letto e nello studio, e
ciotole decorate per l’acqua e il cibo
in cucina. Nella dispensa c’era un
contenitore di plastica ermetico con
del cibo per cuccioli e cucce
imbottite erano disseminate per
tutto l’attico. C’era persino un
quadrato di erba finta su cui in
teoria Lucky avrebbe dovuto fare
pipì... quando non la faceva sui miei
costosissimi tappeti, com’era
successo poco prima.
Tutta quella roba, compresi
biscottini, giocattoli e smacchiatori
per gli eventuali incidenti di
percorso, era stata lasciata
nell’atrio fuori dall’ascensore, un
chiaro segno del fatto che mia
moglie aveva coinvolto Raúl e
Angus nel suo piano per
appiopparmi un cucciolo.
Fissai il cane, che sedeva ai miei
piedi guardandomi con i dolci occhi
marroni pieni di qualcosa che
assomigliava all’adorazione. «Cosa
cavolo dovrei farci con un cane?»
Lucky agitò la coda con un tale
entusiasmo da dimenare tutto il
didietro.
Quando avevo fatto la stessa
domanda a Eva, lei mi aveva
esposto il suo piano: Lucky sarebbe
venuto con me al lavoro e poi
Angus l’avrebbe lasciato in un asilo
per cani – ignoravo che esistesse un
posto del genere – e l’avrebbe
ripreso in tempo per tornare a casa
insieme a me. La vera risposta era
scritta nel biglietto che mi aveva
lasciato sul cuscino.

Mio carissimo Tenebroso e Fatale,


i cani sono eccellenti giudici del
carattere. Sono sicura che il tuo
delizioso beagle ti adorerà quasi
quanto me, perché vedrà in te quello
che vedo io: feroce senso di
protezione, premura e fedeltà. Sei un
maschio alfa nell’anima, perciò lui ti
obbedirà quando io non lo faccio.
(Sono certa che lo apprezzerai!) Con
il tempo ti abituerai a essere amato
incondizionatamente da lui e da me e
da chiunque altro nella tua vita.
Tua sempre e per sempre,
Mrs X
Lucky si sedette e mi mise una
zampa sulla gamba, guaendo piano.
«Creaturina bisognosa, eh?» Lo
presi in braccio e sopportai le
inevitabili leccate sulla faccia.
Odorava vagamente del profumo di
Eva, così premetti il naso sulla sua
pelliccia.
Avere un animale domestico non
era mai stato sulla mia lista dei
desideri. D’altra parte, neanche
avere una moglie, ed era la cosa
migliore che mi fosse capitata.
Allontanai Lucky dalla faccia e lo
guardai con attenzione. Eva gli
aveva messo un collare di cuoio
rosso con una medaglietta d’ottone
incisa. “Buon anniversario.” Vicino
c’era la data del nostro matrimonio,
perciò non potevo darlo via.
«Ci tocca rimanere insieme» gli
dissi, al che lui si mise ad abbaiare
e a dimenarsi ancora più
freneticamente. «Potresti
rimpiangerlo più di me.»

Seduto da solo nella mia stanza,


sento mia madre gridare. Il papà la
supplica, poi si mette a urlare
anche lui. Accendono il televisore
prima di chiudere la porta della loro
camera da letto, ma il volume non
è abbastanza alto per coprire la lite.
Di recente non fanno che litigare.
Prendo il telecomando della mia
automobilina radiocomandata
preferita e la mando a sbattere
contro il muro, e poi ancora e
ancora. Non aiuta.
La mamma e il papà si amano. Si
guardano a lungo negli occhi,
sorridendo, come se non ci fosse
nessun altro intorno a loro. Si
toccano parecchio. Si tengono per
mano, si baciano. Si baciano un
sacco. È imbarazzante, ma meglio
delle urla e dei pianti delle ultime
due settimane. Persino il papà,
sempre sorridente e con la risata
pronta, è triste. Ha gli occhi rossi e
non si fa la barba da giorni.
Sono terrorizzato che si separino,
come hanno fatto i genitori del mio
amico Kevin.
Il sole tramonta lentamente, ma
la lite non cessa. La voce della
mamma si è fatta roca e
gracchiante a furia di piangere.
Vetri rotti. Qualcosa di pesante
colpisce la parete, facendomi
sobbalzare. L’ora di pranzo è
passata da un po’ e mi brontola lo
stomaco, ma non ho fame. Anzi, mi
viene da vomitare.
L’unica luce nella mia stanza
proviene dal televisore, su cui passa
un film noioso che non mi piace.
Sento la porta della camera dei
miei aprirsi e poi chiudersi. Qualche
minuto dopo, sento aprirsi e
chiudersi anche la porta d’ingresso.
Sul nostro appartamento scende un
silenzio che mi fa sentire di nuovo
male.
Quando la porta della mia stanza
finalmente si apre, la mamma si
staglia come un’ombra con tutte le
luci che le brillano intorno. Mi
chiede perché sto seduto al buio,
ma non le rispondo. Sono furioso
con lei perché è così cattiva con il
papà. Non è mai lui a cominciare le
liti, è sempre lei. Su qualcosa che
ha visto alla televisione o letto su
un giornale o sentito da amici.
Parlano tutti male del papà,
dicendo cose che io so non essere
vere.
Mio papà non è un bugiardo né
un ladro. La mamma dovrebbe
saperlo. Non dovrebbe stare a
sentire altra gente che non gli vuole
bene come gliene vogliamo noi.
“Gideon.”
La mamma accende la luce e io
sussulto per la sorpresa. È più
vecchia. Odora di latte rancido e
talco.
La mia stanza è diversa. I
giocattoli non ci sono più. La
moquette sotto i miei piedi adesso
è un tappeto steso su un pavimento
di pietra. Ho le mani più grandi.
Mi alzo in piedi e sono alto come
lei.
“Che c’è?” scatto, incrociando le
braccia.
“Devi smetterla.” Si asciuga le
lacrime che le spuntano dagli occhi.
“Non puoi continuare a comportarti
in questo modo.”
“Vattene.” Il malessere che
provo si acuisce, facendomi sudare
le mani finché non stringo i pugni.
“Devi smetterla con le bugie!
Adesso abbiamo una nuova vita,
una vita felice. Chris è una brava
persona.”
“Questo non ha niente a che fare
con Chris” dico con rabbia,
desiderando colpire qualcosa. Non
avrei dovuto dire niente. Non so
perché ho pensato che qualcuno mi
avrebbe creduto.
“Non puoi...”

Mi sollevai di scatto, con il


respiro affannoso, strattonando il
lenzuolo. Ci volle un po’ prima che il
martellare furioso del cuore
rallentasse e riuscissi a focalizzarmi
sull’abbaiare incessante che mi
aveva svegliato.
Mi passai le mani sulla faccia
imprecando, poi sobbalzai quando
Lucky si arrampicò sul piumino e
salì sul letto. Mi saltò addosso.
«Cuccia, accidenti a te!»
Uggiolò e mi si acciambellò in
grembo, facendomi sentire uno
stronzo.
Lo presi e me lo strinsi contro il
petto sudato. «Scusa» borbottai,
accarezzandogli la testa.
Chiusi gli occhi e mi appoggiai
alla testiera del letto, cercando di
far rallentare il battito. Mi ci vollero
diversi minuti per riprendermi, e più
o meno lo stesso tempo per
rendermi conto che accarezzare
Lucky mi calmava.
Risi di me stesso, poi allungai la
mano verso il telefono sul
comodino. L’ora – le due del
mattino passate da poco – mi fece
esitare, come pure il bisogno di
essere forte, di gestire da solo i
miei casini.
Ma erano successe molte cose da
quando avevo chiamato Eva la
prima volta per parlarle di un
incubo. Cose positive.
«Ehi» rispose Eva, con la voce
assonnata e sexy. «Stai bene?»
«Meglio, adesso che sento la tua
voce.»
«Hai problemi con il cucciolo? O
hai avuto un incubo? Magari sei
arrapato?»
Sentii la calma scendere su di
me. Ero pronto a mettermi sulla
difensiva, mentre sembrava che lei
volesse facilitarmi le cose. Un’altra
ragione per sforzarmi di darle ciò
che voleva, indipendentemente da
quello che mi veniva istintivo;
perché quando Eva era felice, lo ero
anch’io. «Forse tutte e tre le cose
insieme.»
«Okay.» Sentii un fruscio di
lenzuola. «Comincia dalla prima.»
«Se chiudo lo sportello del
trasportino con il chiavistello, Lucky
fa un casino del diavolo e non mi
lascia dormire.»
Rise. «Hai il cuore tenero, e lui ti
ha preso le misure. L’hai messo
nello studio?»
«No. Abbaia e non riesco a
dormire neanche così. Alla fine ho
chiuso lo sportello del trasportino
senza mettere il chiavistello e lui si
è calmato.»
«Non imparerà a fare i bisogni
fuori se non lo abitui con la
gabbia.»
Abbassai lo sguardo sul beagle
acciambellato sulle mie gambe. «Mi
ha svegliato da un incubo. Penso
che l’abbia fatto intenzionalmente.»
Rimase zitta per un po’.
«Raccontamelo.»
Lo feci e lei ascoltò. «Aveva già
cercato di salire sul letto e non c’era
riuscito» conclusi. «È troppo piccolo
e il letto è troppo alto. Ma ce l’ha
fatta ad arrampicarsi per
svegliarmi.»
La sentii espirare con forza.
«Immagino che nemmeno lui riesca
a dormire se tu fai rumore.»
Mi ci volle un istante, poi
scoppiai a ridere. L’angoscia
lasciata dal sogno si sciolse come
neve al sole. «Sento l’improvviso
bisogno di averti sulle mie ginocchia
per sculacciarti, angelo.»
«Provaci, piccolo, e vedi cosa
succede» ribatté divertita.
Sapevo cosa sarebbe successo.
Era lei che non lo vedeva. Non
ancora, almeno.
«Tornando al tuo sogno...»
mormorò «so di avertelo già detto,
ma lo ripeto. Credo davvero che tu
debba parlare di nuovo a tua madre
di Hugh. So che sarà doloroso, ma
penso che vada fatto.»
«Non cambierà niente.»
«Non puoi esserne certo.»
«Sì, invece.» Mi mossi e Lucky
fece un grugnito di protesta. «Non
ho avuto occasione di dirtelo prima.
Chris ha chiesto il divorzio.»
«Cosa? Quando?»
«Non lo so. Me l’ha detto oggi
Ireland. Ho parlato con Chris dopo il
lavoro, ma si è limitato a
ricapitolare gli accordi
prematrimoniali e a farmi sapere
che avrebbe fatto alcune
concessioni in più. Non abbiamo
discusso dei motivi per cui vuole
mettere fine al matrimonio.»
«Non pensi che sia perché ha
scoperto di Hugh?»
Sospirai, grato di poterne parlare
con lei. «Penso che non possa
essere del tutto una coincidenza.»
«Wow.» Si schiarì la voce. «Mi sa
che voglio davvero bene al tuo
patrigno.»
Non ero in grado di dire cosa
provassi per Chris. Non lo sapevo.
«Quando penso a mia madre
sconvolta per questo... riesco a
immaginarmelo, Eva. Ci sono già
passato.»
«Lo so.»
«Lo detesto. Odio vederla così.
Mi fa male saperla in quello stato.»
«Le vuoi bene. È giusto.»
E amavo Eva, perché non
giudicava, perché mi accettava
incondizionatamente, il che mi
diede il coraggio di dire: «Sono
anche contento. Che razza di
stronzo gode nel veder soffrire sua
madre?».
Ci fu un lungo silenzio. «Lei ti ha
ferito. Ti ferisce ancora. È un istinto
naturale desiderare che anche lei
soffra. Ma credo che tu sia contento
di avere... un paladino, qualcuno
che le dica che ti è successo
davvero e che non va bene.»
Chiusi gli occhi. Se avevo un
paladino, si trattava di mia moglie.
«Vuoi che venga lì?»
Per poco non dissi di no. Dopo un
incubo la mia routine prevedeva di
fare una lunga doccia e immergermi
nel lavoro; era quello che
conoscevo, la strategia con cui lo
affrontavo. Ma presto lei sarebbe
venuta a vivere con me,
condividendo la mia vita in un modo
che mi era necessario ma per cui
non ero ancora del tutto preparato.
Dovevo cominciare a farci
l’abitudine.
A parte la logistica, comunque,
era quello che volevo in quel
momento: vederla, respirare il suo
odore, sentirla vicina.
«Vengo a prenderti» le dissi. «Mi
faccio una doccia veloce e ti mando
un SMS prima di uscire.»
«Okay, mi faccio trovare pronta.
Ti amo, Gideon.»
Feci un respiro profondo,
assorbendo quelle parole. «Ti amo
anch’io, angelo.»

Mi svegliai di nuovo con il sole,


riposato nonostante le ore passate
sveglio. Mentre mi stiravo sentii
qualcosa di caldo e peloso muoversi
accanto al braccio, poi una lingua
amichevole leccarmi il bicipite.
Aprii un occhio e guardai Lucky.
«Riesci a tenerti quella cosa in
bocca?»
Eva rotolò sulla schiena e sorrise,
ancora con gli occhi chiusi. «Non si
può fargliene una colpa. Sei
delizioso da leccare.»
«Allora porta qui la tua, di
lingua.»
Girò la testa verso di me e aprì
gli occhi. Aveva i capelli arruffati e
le guance rosa.
Presi Lucky e lo strinsi a me
mentre mi giravo su un fianco.
Appoggiai la testa alla mano e mi
godetti la visione di mia moglie
insonnolita, felice per il solo fatto di
iniziare la giornata nello stesso
letto con lei.
A dire la verità, non avrei dovuto
correre il rischio. Eva non aveva
visto lo stato delle mie lenzuola,
perché le avevo cambiate prima di
andare a prenderla, ma erano solo
un piccolo esempio dei danni che
potevo fare mentre dormivo. Né
Lucky né mia moglie erano al sicuro
vicino a me addormentato. Avevo
sfidato la sorte solo perché non
avevo mai avuto più di un incubo
per notte.
E perché Eva mi mancava da
morire. Non era l’unica a non
poterne più.
«Sono contenta che tu mi abbia
telefonato» mormorò.
Allungai una mano e le
accarezzai la guancia con la punta
delle dita. «Non è stato poi così
male.»
Si mosse leggermente e mi baciò
la mano.
Eva aveva visto il peggio che
c’era in me e ogni volta mi amava
di più. Avevo smesso di farmi
domande: dovevo solo meritarmela,
e l’avrei fatto; avevo una vita
davanti.
«Non stai progettando altre
imboscate ai nemici, oggi?» le
chiesi.
«No.» Si stirò, e l’occhio mi
cadde sui seni pieni che premevano
contro il cotone rigato della
canottiera. «Ma sono preparata se
qualcuno decide di fare
un’imboscata a me.»
Feci scendere Lucky dal letto e
mi tirai Eva vicina, rotolando sopra
di lei. Allargò istintivamente le
gambe e io mi sistemai in mezzo,
ruotando il bacino per sfregarle il
pene sulla vagina.
Lei ansimò e mi prese per le
spalle, spalancando gli occhi. «Non
stavo parlando di te, asso.»
«Non sono qualcuno?» Le nascosi
la faccia nell’incavo del collo,
strofinando il naso contro la sua
pelle calda. Aveva un odore
meraviglioso, delicato e dolce.
Assolutamente sexy. Eccitato, mi
sfregai di nuovo contro di lei,
percependo il suo calore attraverso
le mutandine e la seta del mio
pigiama. Si abbandonò a me,
arrendendosi nel modo che mi
faceva morire.
«No» sussurrò, gli occhi incupiti.
Fece scivolare le mani in basso e
me le mise sul sedere,
affondandomi le unghie nella carne,
incitandomi. «Tu sei l’Uno. L’unico
per me.»
Per quanto fosse di forme
generose e femminile, Eva era
diventata più forte con il krav
maga, e anche quello mi eccitava.
Abbassai la testa, sfiorandole le
labbra con le mie. Mi batteva forte
il cuore mentre mi sforzavo di
accettare ciò che lei significava per
me. La sensazione che mi dava era
fresca e nuova, ma non sarebbe
mai appassita.
Forse era per questo che avevo
passato tutto quello che avevo
passato: per poterla apprezzare
quando l’avessi trovata. Non l’avrei
mai data per scontata.
Una lingua che non era quella di
mia moglie mi leccò un fianco,
facendomi il solletico. Sobbalzai,
imprecando, ed Eva scoppiò a
ridere.
Girai appena la testa e guardai
male il piccolo delinquente, che
saltellava tutto eccitato, la coda che
si muoveva freneticamente.
«Stammi a sentire, Lucky, non sei
all’altezza del tuo nome.»
Eva ridacchiò. «Ti sta aiutando a
essere all’altezza della tua
promessa di comportarti bene.»
Guardai male anche mia moglie,
che mi teneva le unghie
saldamente conficcate nel sedere.
«Che aveva come condizione che
anche tu ti comportassi bene.»
Tolse le mani e le portò
all’altezza della testa, agitando le
dita. Ma lo sguardo era eccitato e le
labbra erano schiuse per il respiro
accelerato. Rabbrividì sotto di me,
anche se la pelle era caldissima. Il
suo desiderio alleviò il mio bisogno
rabbioso, e il suo impegno ad
aspettare, adesso che ne conoscevo
la ragione, mi diede la forza di
spostarmi.
Separarmi da lei fu doloroso
fisicamente e il suo gemito
soffocato riecheggiò dentro di me,
riflettendo il mio. Mi lasciai cadere
sulla schiena e fui immediatamente
sottoposto a una pioggia di leccate,
in puro stile Lucky.
«Ti vuole proprio bene.» Eva si
girò su un fianco e allungò una
mano per grattare il cucciolo dietro
le orecchie, e a quel punto per
fortuna lui rivolse le sue attenzioni
a lei. Le sue risate mentre Lucky
procedeva a lavarle la faccia mi
strapparono un sorriso nonostante il
membro dolorante.
Avrei potuto lamentarmi del
maledetto cane, della mancanza di
sesso e sonno, e di molto altro. Ma
davvero la mia vita era quasi
perfetta quanto avrei voluto.

Arrivato in ufficio, lavorai


intensamente per tutta la mattina.
Il lancio della nuova console
GenTen era imminente e anche se
le ipotesi si rincorrevano
incontrollate, eravamo riusciti a
mantenere segreta la componente
di realtà virtuale. Benché fosse un
aspetto sviluppato un po’ ovunque,
la Cross Industries era avanti anni
rispetto ai concorrenti. Sapevo
ormai con certezza che il sistema
PhazeOne della LanCorp era un
semplice aggiornamento, con
l’ottica migliorata e più veloce;
poteva competere con la
generazione GenTen precedente,
nient’altro.
Poco prima di pranzo trovai il
tempo di chiamare mia madre.
«Gideon.» Fece un sospiro
tremante. «Immagino che tu abbia
saputo.»
«Sì. Mi dispiace.» Capii che stava
male. «Se hai bisogno di qualcosa,
fammelo sapere.»
«È Chris che all’improvviso si
sente infelice nel nostro
matrimonio» disse amaramente.
«Ed è tutta colpa mia,
ovviamente.»
Addolcii il tono, ma parlai con
fermezza: «Non vorrei sembrarti
insensibile, ma i dettagli non mi
interessano. Come stai?».
«Parlagli.» La preghiera era
sentita. Le si spezzò la voce: «Digli
che sta commettendo un errore».
Mi chiesi come replicare.
L’assistenza che avevo offerto era
fiduciaria, non personale; non era
rimasto nulla di personale nel
rapporto con mia madre. Eppure mi
ritrovai a dire: «So che non vuoi un
consiglio, ma te lo do lo stesso:
dovresti prendere in considerazione
la terapia».
Ci fu un attimo di silenzio. «Non
posso credere che proprio tu
suggerisca una cosa del genere.»
«Predico quello che pratico.»
Lasciai correre lo sguardo sulla foto
di mia moglie, come facevo spesso
durante il giorno. «Eva ha suggerito
una terapia di coppia poco dopo che
abbiamo iniziato a uscire insieme.
Voleva di più dalla nostra relazione
e io volevo lei, così ho accettato.
All’inizio lo facevo in maniera
meccanica, ma adesso posso dire
che è davvero utile.»
«È stata lei a provocare tutto
questo» sibilò mia madre. «Sei un
uomo così intelligente, Gideon,
eppure non riesci a renderti conto di
quello che sta facendo.»
«E qui devo salutarti, mamma»
ribattei, prima che mi facesse
incazzare. «Chiama, se ti serve
qualcosa.»
Riagganciai, poi feci girare
lentamente la sedia su cui ero
seduto. La delusione e la rabbia che
accompagnavano sempre le
interazioni con mia madre erano lì,
a ribollire sotto la superficie, ma ne
ero più consapevole del solito.
Forse perché l’avevo sognata da
poco, rivivendo il momento in cui mi
ero reso conto che non sarebbe
tornata indietro, che stava
deliberatamente decidendo di non
vedere per motivi che non avrei mai
capito.
L’avevo giustificata per anni. Per
sentirmi un po’ meglio mi ero
costruito decine di ragioni per il suo
rifiuto di proteggermi, finché non mi
ero reso conto che lei stava facendo
la stessa cosa al contrario,
inventandosi storie sul perché
avevo mentito riguardo all’abuso, in
modo da poter convivere con la sua
decisione di fingere che non fosse
mai successo. Così avevo smesso.
Aveva fallito come madre, ma
preferiva credere che a fallire fossi
stato io come figlio.
Era andata così.
Quando tornai di nuovo davanti
alla scrivania, presi il telefono e
chiamai mio fratello.
«Che cosa vuoi?» rispose.
Riuscivo a vedere la smorfia sulla
sua faccia, una faccia molto diversa
dalla mia. Dei tre figli di mia madre,
solo Christopher somigliava più a
suo padre che a nostra madre.
La sua acredine ebbe il
prevedibile effetto di farmi venire
voglia di stuzzicarlo. «Il piacere di
sentire la tua voce. Che altro?»
«Dacci un taglio, Gideon. Hai
chiamato per esultare? Il tuo
desiderio più grande si è finalmente
avverato.»
Mi appoggiai allo schienale della
sedia e guardai il soffitto. «Ti direi
che mi dispiace molto che i tuoi
genitori stiano divorziando, ma non
mi crederesti, perciò lascerò
perdere. Invece ti dirò che ci sono,
se hai bisogno di me.»
«Va’ all’inferno.» Sbatté giù il
telefono.
Allontanai il ricevitore
dall’orecchio e lo tenni sollevato un
attimo. Contrariamente a quanto
credeva, non l’avevo sempre
detestato; c’era stato un tempo in
cui gli avevo dato il benvenuto nella
mia vita: per un breve periodo
avevo avuto un compagno, un
fratello. L’animosità che provavo
adesso se l’era meritata, ma
comunque mi sarei occupato di lui
facendo in modo che non
inciampasse troppo malamente, che
gli piacesse o no.
Rimisi a posto la cornetta e mi
rituffai nel lavoro. In fin dei conti,
non avrei potuto far fronte a niente
di urgente nel weekend: progettavo
di essere del tutto irraggiungibile
mentre ero con mia moglie.

Studiai il dottor Petersen, che


sedeva completamente a suo agio
di fronte a me. Indossava un paio di
jeans scuri larghi e una camicia
bianca, ed era rilassato come
l’avevo sempre visto. Mi chiesi se
fosse frutto di una decisione
deliberata, nel tentativo di apparire
il più innocuo possibile. Adesso
conosceva il mio passato con i
terapeuti, e capiva perché li
trovassi sempre un po’ minacciosi.
«Com’è andato il suo weekend a
Westport?»
«Eva l’ha chiamata?» In passato,
quando voleva essere sicura che
parlassi di qualcosa durante la
terapia, lei informava il dottor
Petersen in anticipo. Avevo
brontolato e spesso non l’avevo
apprezzato, ma la sua motivazione
era l’amore per me, e di quello non
potevo lamentarmi.
«No.» Il dottore sorrise in modo
gentile, quasi affettuoso. «Ho visto
le fotografie di lei ed Eva.»
Rimasi stupito. «Non avrei detto
che fosse il tipo che legge i
tabloid.»
«È mia moglie. Mi ha fatto
vedere le foto perché pensava che
fossero romantiche. Devo
concordare con lei: sembravate
molto felici.»
«Lo siamo.»
«Com’è andata con Eva e la sua
famiglia?»
Mi appoggiai allo schienale del
divano, mettendo la mano sul
bracciolo. «Conosco Richard Stanton
da molto tempo e Monica da
qualche anno.»
«Le conoscenze casuali e d’affari
sono molto diverse dai suoceri.»
Il suo intuito era irritante, ma
decisi di essere sincero. «È stato...
imbarazzante. Inutilmente
imbarazzante, ma sono riuscito ad
affrontare la cosa.»
Il sorriso del dottor Petersen si
allargò. «E come ha fatto?»
«Mi sono concentrato su Eva.»
«Quindi ha mantenuto le
distanze dagli altri?»
«Non più del solito.»
Prese degli appunti sul tablet. «È
successo altro da quando ci siamo
visti giovedì?»
Feci una smorfia ironica. «Eva mi
ha comprato un cane. Un cucciolo.»
Alzò lo sguardo su di me.
«Congratulazioni.»
Mi strinsi nelle spalle. «Lei è
entusiasta della faccenda.»
«Il cane è suo, allora?»
«No. Ha comprato tutta
l’attrezzatura e me l’ha messo in
braccio.»
«È un bell’impegno.»
«Starà benissimo. Gli animali
sono autosufficienti.» Il dottor
Petersen aspettava con pazienza,
per cui aggiunsi: «Il mio patrigno ha
chiesto il divorzio».
Lui piegò la testa, e mi osservò
attentamente. «Siamo passati dai
suoceri a un nuovo cane, alla
dissoluzione del matrimonio dei
suoi genitori nell’arco di pochi
minuti. Sono cambiamenti enormi
per una persona che lotta per
trovare un equilibrio.»
Stava affermando l’ovvio, perciò
non feci commenti.
«Sembra piuttosto tranquillo,
Gideon. È perché le cose vanno
bene con Eva?»
«Eccezionalmente bene.» Sapevo
che il contrasto con la seduta della
settimana precedente non poteva
essere più stridente. Ero andato nel
panico al pensiero di separarmi da
Eva, terrorizzato dall’eventualità di
poterla perdere. Riuscivo a
ricordare le sensazioni con
chiarezza angosciante, ma avevo
difficoltà ad accettare la velocità
con cui mi ero... tranquillizzato. Non
riconoscevo quell’uomo disperato,
non riuscivo a riconciliarlo con ciò
che sapevo di me stesso.
Annuì lentamente. «Le tre cose
che ha menzionato, in che ordine di
importanza le metterebbe?»
«Dipende dalla sua definizione di
importanza.»
«Abbastanza giusto. Quale ha
avuto l’impatto maggiore, secondo
lei?»
«Il cane.»
«Ha un nome?»
Trattenni un sorriso. «Si chiama
Lucky.»
Lo annotò, chissà per quale
motivo. «Prenderebbe un animale
domestico per Eva?»
La domanda mi colse di sorpresa
e risposi senza pensarci troppo:
«No».
«Perché no?»
Ci pensai su un minuto. «Come
ha detto lei, è un impegno.»
«È risentito del fatto che le abbia
imposto un impegno simile?»
«No.»
«Ha una foto di Lucky?»
Aggrottai le sopracciglia. «No.
Dove vuole arrivare?»
«Non lo so ancora.» Mise da
parte il tablet e mi guardò negli
occhi. «Abbia pazienza un attimo.»
«Okay.»
«Prendere un animale domestico
è una grossa responsabilità, simile
a adottare un bambino. Dipende da
noi per il cibo e il riparo, per la
compagnia e l’affetto. Il cane più
del gatto o di altri animali.»
«Così mi hanno detto» dissi
asciutto.
«Lei ha la famiglia d’origine e
quella acquisita con il matrimonio,
ma si tiene a distanza da entrambe.
Le loro attività e i loro approcci non
la influenzano in modo significativo
perché lei non glielo permette.
Portano scompiglio nell’ordine della
sua vita, così li tiene a distanza di
sicurezza.»
«Non ci vedo niente di male. Non
sono certo l’unico a dire che la
famiglia è chi ti scegli.»
«Lei chi ha scelto, a parte Eva?»
«Non... è stata una scelta.»
La immaginai com’era la prima
volta che l’avevo vista. Vestita da
palestra, struccata, il corpo
straordinario fasciato da una tuta
aderente. Esattamente come
migliaia di altre donne a
Manhattan, ma lei mi aveva colpito
come un fulmine senza nemmeno
sapere che esistevo.
«La mia preoccupazione è che
sia diventata un meccanismo
adattativo per lei» disse il dottor
Petersen. «Ha trovato qualcuno che
la ama e crede in lei, che la
sostiene e le dà forza. Sotto molti
aspetti, ha la sensazione che sia
l’unica persona in grado di capirla.»
«È in una posizione unica per
farlo.»
«Non così unica» disse in tono
gentile. «Ho letto le trascrizioni di
alcuni dei suoi discorsi. Conosce le
statistiche.»
Sì, sapevo che una donna su
quattro di quelle che avevo
incontrato era stata esposta ad
abusi sessuali. Questo non
cambiava il fatto che nessuna di
loro aveva suscitato i sentimenti di
affinità che aveva suscitato Eva.
«Se vuole dimostrarmi qualcosa,
dottore, vorrei che arrivasse al
punto.»
«Voglio che lei sia conscio di una
potenziale tendenza a isolarsi con
Eva, escludendo chiunque altro. Le
ho chiesto se le avrebbe regalato
un animale domestico perché non
riesco a vederla a fare una cosa del
genere. Sposterebbe il centro della
sua attenzione lontano da lei,
Gideon, anche se solo in minima
parte, mentre la sua attenzione e il
suo affetto sono concentrati
interamente su Eva.»
Tamburellai le dita sul bracciolo
del divano. «Non è una cosa insolita
per le persone sposate da poco.»
«È insolita per lei.» Si protese in
avanti. «Eva le ha detto perché le
ha regalato Lucky?»
Esitai, preferendo tenere per me
una cosa tanto intima. «Vuole che
abbia più amore incondizionato.»
Sorrise. «E sono sicuro che le
farà molto piacere se lei ricambierà.
Ha esercitato una grossa pressione
per spingerla ad aprirsi con me e
con lei. Più la cerchia intima di Eva
si allarga, più lei è felice. Vuole che
lei, Gideon, faccia parte di questa
cerchia, non che ne escluda sua
moglie.»
Feci un respiro profondo,
riempiendo i polmoni. Aveva
ragione, per quanto odiassi
ammetterlo.
Il dottor Petersen si riappoggiò
allo schienale della poltrona e
riprese a scrivere sul tablet,
dandomi il tempo di assorbire
quello che aveva detto.
Gli chiesi una cosa che mi girava
per la testa da un po’. «Quando le
ho raccontato di Hugh...»
Avevo tutta la sua attenzione.
«Sì?»
«Non è sembrato sorpreso.»
«E vuole sapere perché.» Aveva
uno sguardo gentile. «C’erano
alcuni segnali. Potrei dire che l’ho
dedotto, ma non sarebbe del tutto
vero.»
Sentii il mio telefono vibrare
nella tasca ma lo ignorai, pur
sapendo che solo un numero
ristretto di persone potevano
bypassare la modalità di non
disturbo che usavo durante gli
incontri con il dottor Petersen.
«Ho visto Eva poco dopo che si
era trasferita a New York» proseguì.
«Mi ha chiesto se era possibile che
due persone con un passato di
abusi avessero un rapporto
significativo. Pochi giorni dopo lei,
Gideon, mi ha contattata e mi ha
chiesto se ero disponibile a vederla,
oltre a incontrarvi come coppia.»
Sentii il mio cuore accelerare i
battiti. «Non glielo avevo ancora
detto. L’ho fatto solo dopo un po’
che venivamo da lei.»
Ma avevo gli incubi, quelli
veramente terrificanti che di
recente si erano diradati.
Il telefono vibrò di nuovo e lo
tirai fuori. «Mi scusi.»
Era Angus. “Sono fuori dalla
porta dello studio” c’era scritto nel
primo SMS. In questo: “È urgente”.
Mi irrigidii. Angus non mi avrebbe
disturbato senza una ragione più
che buona. Mi alzai in piedi. «Devo
andare via prima» dissi al dottor
Petersen.
Lui mise da parte il tablet e si
alzò a sua volta. «Va tutto bene?»
«Se non è così, sono sicuro che
ne sentirà parlare giovedì.» Gli
strinsi la mano in fretta e uscii dal
suo studio, passando per la
reception vuota prima di imboccare
il corridoio.
Angus era lì, con un’espressione
cupa. Non perse tempo: «La polizia
è andata all’attico da Eva».
Mi sentii gelare il sangue. Mi
incamminai verso l’ascensore, con
Angus alle calcagna. «Perché?»
«Anne Lucas ha sporto una
denuncia per molestie.»
7

Mentre versavo del caffè appena


fatto in tre tazze mi tremavano le
mani. Non sapevo se perché ero
incazzata o perché avevo paura. Di
sicuro provavo entrambi i
sentimenti. Dato che ero la figlia di
un poliziotto, capivo le regole non
scritte seguite da chi lavorava al
riparo del muro di silenzio delle
forze dell’ordine. E dopo tutto
quello che io e Gideon avevamo
passato con la morte di Nathan,
adesso stavo doppiamente in
guardia.
Ma non erano i detective Graves
e Michna del dipartimento di polizia
di New York che volevano parlarmi.
Non riuscivo a decidere se la cosa
mi rendeva più ansiosa o meno.
Loro erano il diavolo che conoscevo,
per così dire. E anche se non mi
sarei spinta tanto in là da definirla
un’amica, la detective Shelley
Graves aveva lasciato perdere il
caso quando c’erano ancora
domande senza risposta.
Questa volta a presentarsi alla
porta erano stati gli agenti Peña e
Williams.
Ed era stata Anne Lucas a
mettermeli alle costole. Quella
fottuta stronza.
Ero stata costretta ad abbreviare
il mio appuntamento con Blaire Ash,
sapendo che altrimenti avrebbe
inevitabilmente incrociato gli agenti
uscendo dall’ascensore privato. Non
avevo avuto modo di preoccuparmi
di cosa avrebbe pensato
l’architetto, visto che avevo usato il
poco tempo che mi rimaneva per
chiamare Raúl e dirgli di rintracciare
Arash Madani. Avrei voluto
telefonare a Gideon, ma lui era dal
dottor Petersen e quello veniva
prima di tutto. Potevo gestire la
polizia. Conoscevo le regole
fondamentali: avere un avvocato e
parlare il minimo indispensabile,
senza approfondire o fornire
informazioni non richieste.
Mentre appoggiavo le tazze su
un vassoio, mi misi a cercare un
contenitore per il latte.
«Non deve disturbarsi, Miss
Tramell» disse l’agente Peña
mentre lui e la partner entravano in
cucina tenendo il berretto sotto il
braccio.
Peña aveva un viso infantile che
lo faceva sembrare più giovane di
quanto probabilmente era, ovvero –
immaginavo – all’incirca mio
coetaneo. Williams era una nera
minuta e formosa, con uno sguardo
penetrante da cui intuivo che
avrebbe visto cose che io non avrei
voluto vedesse.
Avevo detto loro di aspettarmi in
salotto e invece mi erano venuti
dietro. La cosa mi fece sentire
braccata, e sono sicura che
l’intenzione fosse proprio quella.
«Nessun disturbo.» Lasciai
perdere la ricerca del contenitore e
appoggiai il cartone del latte sul
bancone. «E poi sto aspettando che
arrivi il mio avvocato, perciò non ho
molto altro da fare nel frattempo.»
L’agente Williams mi guardò
freddamente, come chiedendosi
perché sentissi il bisogno di un
legale.
Non dovevo giustificarmi, ma
sapevo che non gli avrebbe fatto
male sapere perché ero cauta. «Mio
padre fa il poliziotto in California. Mi
sbranerebbe se non seguissi i suoi
consigli.»
Presi la confezione dello zucchero
che avevo tirato fuori dalla dispensa
e la misi sul vassoio, che poi feci
scivolare verso di loro.
«In California dove?» chiese
Peña, prendendo una tazza e
bevendo il caffè nero.
«Oceanside.»
«Nella zona di San Diego, giusto?
Bel posto.»
«Già.»
Williams mise nel caffè un goccio
di latte e un bel po’ di zucchero,
versandolo direttamente dalla
confezione. «Mr Cross è in casa?»
«È in riunione.»
Continuò a fissarmi mentre si
portava la tazza alle labbra. «Chi
era il tizio che usciva quando siamo
arrivati?»
Il tono di deliberata indifferenza
mi disse che avevo fatto bene ad
avvertire Arash. Non credetti
neanche per un attimo che la
domanda fosse casuale. «Blaire
Ash. È un architetto, si occupa di
alcune ristrutturazioni che stiamo
facendo.»
«Lei abita qui?» chiese Peña.
«Siamo passati da un appartamento
nell’Upper West Side che ci avevano
detto le apparteneva.»
«Sto per traslocare.»
Si protese sul bancone e si
guardò intorno. «Bel posto.»
«Lo penso anch’io.»
Williams mi fissò negli occhi.
«Esce con Gideon Cross da molto
tempo?»
«A dire la verità siamo sposati»
disse Gideon, comparendo sulla
soglia.
Peña si raddrizzò, deglutendo in
fretta. Williams appoggiò la tazza di
colpo, facendo schizzare fuori un po’
di caffè.
Lo sguardo di Gideon si spostò su
ciascuno di noi, poi si fermò su di
me. Era perfetto, il vestito
immacolato, la cravatta annodata in
modo impeccabile, i capelli neri a
incorniciargli il volto dalla bellezza
selvaggia. Intorno alla bocca
sensuale c’era un’ombra quasi
impercettibile di barba. Quello e la
lunghezza sexy dei capelli
conferivano un che di pericoloso al
suo aspetto per il resto
assolutamente civile.
Neppure la presenza dei due
poliziotti riuscì a frenare l’impeto di
desiderio che mi percorse quando lo
vidi.
Lo guardai avvicinarsi,
togliendosi la giacca come se la
visita di due sbirri di New York
venuti a interrogarmi fosse la cosa
più naturale del mondo. Gettò la
giacca sullo schienale di uno
sgabello e mi venne accanto,
prendendomi di mano la tazza di
caffè e baciandomi su una tempia.
«Gideon Cross» disse, porgendo
la mano a entrambi i poliziotti. «E
questo è il nostro avvocato, Arash
Madani.»
Fu in quel momento che mi
accorsi che Arash era entrato in
cucina dietro mio marito. Neanche
gli agenti sembravano averci fatto
caso, concentrati com’erano su
Gideon, al pari di me.
Estremamente sicuro di sé,
dotato di una bellezza scura e di un
fascino tranquillo, Arash si fece
avanti e prese in mano la
situazione, presentandosi con un
ampio sorriso. La differenza tra lui e
Gideon era impressionante.
Entrambi erano eleganti, belli e
padroni di sé. Entrambi erano
educati. Ma Arash era un libro
aperto, mentre Gideon era
inaccessibile e remoto.
Alzai lo sguardo verso mio
marito, osservandolo bere dalla mia
tazza. «Ti va del caffè nero?»
Mi fece scivolare una mano lungo
la schiena, fissando Arash e i due
agenti. «Sarebbe perfetto.»
«È un bene che lei sia qui, Mr
Cross» disse Peña. «La dottoressa
Lucas ha sporto denuncia anche
contro di lei.»

«Be’, è stato divertente» disse


Arash un’ora più tardi, dopo aver
accompagnato i due poliziotti
all’ascensore.
Gideon gli lanciò un’occhiata
mentre apriva con gesti calibrati
una bottiglia di Malbec. «Se questa
è la tua idea di divertimento, devi
uscire di più.»
«Avevo in mente di farlo stasera
– con una bionda parecchio sexy,
potrei aggiungere – finché non mi è
arrivata la vostra telefonata.» Arash
scostò dal bancone uno degli
sgabelli e si sedette.
Io raccolsi le tazze e le misi nel
lavello. «Grazie, Arash.»
«Non c’è di che.»
«Scommetto che non metti piede
troppo spesso in tribunale, ma la
prossima volta che ci vai voglio
esserci. Sei fantastico.»
Fece un gran sorriso. «Mi
assicurerò di fartelo sapere.»
«Non ringraziarlo perché fa il suo
lavoro» borbottò Gideon. Versò il
vino rosso scuro in tre bicchieri.
«Lo sto ringraziando perché fa il
suo lavoro bene» ribattei, ancora
impressionata da come si era
comportato Arash. L’avvocato era
carismatico e disarmante, e umile
quando gli faceva comodo. Metteva
tutti a proprio agio, poi li lasciava
parlare e pensava alla strategia di
attacco migliore.
Gideon mi lanciò un’occhiataccia.
«Perché cavolo pensi che lo paghi
così tanto? Per fare casino?»
«Vacci piano, asso» dissi con
calma. «Non lasciarti coinvolgere da
quella stronza. E non usare quel
tono con me. Né con il tuo amico.»
Arash mi strizzò l’occhio. «Credo
che sia geloso del fatto che io ti
piaccio tanto.»
«Figuriamoci.» Poi mi accorsi che
Gideon fulminava Arash con lo
sguardo e inarcai le sopracciglia.
«Ma dài.»
«Torniamo a quello di cui
stavamo parlando. Come hai
intenzione di sistemare la cosa?» lo
incalzò mio marito, lanciando
occhiate di fuoco all’amico da dietro
il bicchiere.
«Sistemare il casino che avete
fatto?» chiese Arash, gli occhi
castani illuminati da una risata
silenziosa. «Siete stati voi due a
provocare questa cosa andando
dove Anne Lucas lavora in due
occasioni diverse. Potete ritenervi
fortunati che lei abbia abbellito la
storia con un’accusa minore di
aggressione nei confronti di Eva. Se
si fosse attenuta alla verità, vi
terrebbe per le palle.»
Mi avvicinai al frigo e iniziai a
tirar fuori qualcosa con cui
preparare la cena. Mi sarei presa a
calci per essermi comportata da
stupida. Non mi era mai passato
per la testa di pensare che avrebbe
potuto rivelare volontariamente la
sua sordida relazione
extraconiugale con Gideon. Si
supponeva che fosse un’esponente
di primo piano nell’ambiente della
salute mentale, e il marito era un
rinomato pediatra.
L’avevo sottovalutata. E non
avevo dato retta a Gideon quando
mi aveva detto che era pericolosa.
Il risultato era una denuncia
legittima contro Gideon per aver
fatto irruzione nel suo studio
durante una seduta, e contro di me
per averle teso un’imboscata sul
lavoro due settimane dopo.
Arash accettò il bicchiere che
Gideon fece scivolare verso di lui
con un gesto stizzito. «Sta al
procuratore distrettuale decidere se
procedere contro di lei o meno per
aver detto il falso, ma accusando
Eva di averle messo le mani
addosso quando i filmati della
sicurezza dimostrano il contrario ha
danneggiato la sua credibilità. Una
bella fortuna che li abbiate, a
proposito.»
Quando ero venuta a sapere che
Gideon era il proprietario
dell’edificio dove Anne Lucas
lavorava non mi ero stupita. Mio
marito aveva bisogno del controllo,
e quel genere di influenza sulla
professione dei coniugi Lucas era
esattamente nel suo stile.
«Non dovrebbe essere necessario
dirlo» continuò Arash «ma quando
si ha a che fare con i pazzi, la
regola è non lasciarsi coinvolgere.»
Gideon mi guardò inarcando un
sopracciglio. Era irritante, ma aveva
ragione. Me l’aveva detto.
L’avvocato ci lanciò un’occhiata
di ammonimento. «Farò in modo
che la denuncia impropria di
aggressione venga lasciata cadere
e cercherò di capire se posso usarla
a nostro vantaggio per sporgere
una controdenuncia per molestie.
Proverò anche a ottenere
ingiunzioni restrittive a suo carico
nei confronti sia vostri sia di Cary
Taylor, ma in ogni caso voi dovete
stare alla larga da lei.»
«Certo» gli assicurai, cogliendo
l’opportunità di toccare il magnifico
sedere muscoloso di mio marito
mentre passavo dietro di lui.
Gideon mi lanciò un’occhiata
ironica da sopra la spalla e io gli
soffiai un bacio.
Mi solleticava l’idea che provasse
anche solo una fitta di gelosia. La
cosa che più colpiva di Arash era il
fatto che teneva testa a Gideon, ma
di sicuro non poteva surclassarlo. E
anche se sapevo che poteva essere
tanto minaccioso quanto mio
marito, questo non era il suo
atteggiamento abituale.
Gideon era sempre pericoloso.
Non si poteva non pensarlo di lui, e
io ero profondamente attratta da
quest’aspetto, nella convinzione che
non l’avrei mai addomesticato. E
Dio, se era bello. Lui lo sapeva,
sapeva quanto fossi affascinata da
lui.
Ma il mostro dagli occhi verdi
poteva ancora sconfiggerlo.
«Rimani a cena?» chiesi ad
Arash. «Non ho idea di cosa
preparerò, ma abbiamo mandato a
monte i tuoi progetti per la serata,
e mi sento in colpa.»
«È ancora presto.» Gideon bevve
un lungo sorso di vino. «Può farne
altri.»
«Mi piacerebbe molto rimanere a
cena» rispose Arash con un sorriso
malizioso.
Non riuscii a resistere, così mi
allungai oltre mio marito per
prendere il mio bicchiere e nel farlo
gli accarezzai la coscia. Mentre
ritraevo la mano gli sfiorai la
schiena con il seno.
Veloce come un fulmine Gideon
mi prese il polso e io sentii una
scarica di eccitazione percorrermi
dalla testa ai piedi.
I suoi occhi blu si girarono verso
di me. «Vuoi fare la cattiva?» chiese
con voce vellutata.
Lo desiderai all’istante, perché
sembrava così freddo e civile,
estremamente composto, quando in
pratica mi stava chiedendo se
volevo scopare.
Non aveva idea di quanto lo
volessi.
Udii un debole ronzio.
Continuando a tenermi per il polso,
Gideon guardò Arash dall’altra parte
del bancone. «Passami il telefono.»
Arash mi lanciò un’occhiata e
scosse la testa, ma si mise
comunque a frugare nella giacca di
Gideon in cerca del cellulare. «Non
capirò mai come fai a sopportarlo.»
«A letto è magnifico» replicai con
una battuta «e lì non è scontroso,
perciò...»
Gideon mi tirò accanto a sé e mi
mordicchiò il lobo. Mi si indurirono i
capezzoli. Grugnì in modo quasi
impercettibile contro il mio collo,
anche se dubitavo che si
preoccupasse di non farsi sentire da
Arash.
Mi scostai, senza fiato, e cercai di
concentrarmi sulla cena. Non avevo
mai cucinato a casa di Gideon e non
avevo la minima idea di dove
stessero le cose o di quali provviste
avesse, a parte ciò che avevo visto
preparando il caffè per i poliziotti.
Trovai una cipolla, e individuai un
coltello e un tagliere. Grata per
quella distrazione, dovevo fare
qualcos’altro oltre che farmi
mandare su di giri.
«Va bene» disse Gideon al
telefono con un sospiro. «Arrivo.»
Alzai lo sguardo. «Devi andare
da qualche parte?»
«No. Angus sta portando su
Lucky.»
Sorrisi.
«Chi è Lucky?» chiese Arash.
«Il cane di Gideon.»
L’avvocato fece un’espressione
appropriatamente scioccata. «Hai
un cane?»
«Adesso ce l’ho» rispose Gideon
in tono mesto uscendo dalla cucina.
Quando tornò con Lucky che si
dimenava gioioso e gli leccava la
faccia, mi commossi. Eccolo lì, in
gilet e maniche di camicia, il titano
dell’industria, il magnate di fama
internazionale, in balia del cucciolo
più grazioso dell’universo.
Presi in mano il suo smartphone
e scattai una foto.
Questa sarebbe finita in cornice,
poco ma sicuro.
Ne approfittai per mandare un
SMS a Cary. “Ciao, sono Eva. Ti va di
venire a cena nell’attico?”
Aspettai un attimo la risposta,
poi misi giù il telefono di Gideon e
tornai a dedicarmi alla cipolla.

«Avrei dovuto darti retta a


proposito di Anne» dissi a Gideon
mentre tornavamo in salotto dopo
aver salutato Arash. «Mi dispiace.»
Mi fece scivolare intorno alla vita
la mano che mi teneva sul fianco.
«Non dispiacerti.»
«Dev’essere frustrante per te
fare i conti con la mia
testardaggine.»
«A letto sei magnifica, e lì non
sei testarda, perciò...»
Scoppiai a ridere quando lo sentii
ritorcermi contro la battuta. Ero
felice. Trascorrere la serata con lui
e Arash, constatare quanto fosse
rilassato e a proprio agio con
l’amico, potermi muovere per
l’attico come se fosse casa mia...
«Mi sento sposata» mormorai,
rendendomi conto che non mi ero
mai sentita così prima. C’erano gli
anelli e i voti, ma quelli erano i
segni esteriori del matrimonio, non
la sostanza.
«Dovresti proprio,» ribatté lui,
con una familiare nota di arroganza
«visto che io e te lo rimarremo per
il resto della vita.»
Lo guardai mentre eravamo
seduti sul divano. «E tu?»
Spostò gli occhi sul box accanto
al caminetto dove dormiva Lucky.
«Mi stai chiedendo se mi sento
addomesticato?»
«Questo non succederà mai»
ribattei sardonica.
Gideon mi guardò, indagatore.
«Vorresti che lo fossi?»
Gli accarezzai una coscia, non
riuscendo a trattenermi. «No.»
«Stasera... ti è piaciuto avere qui
Arash.»
Gli lanciai un’occhiata. «Non sei
geloso del tuo avvocato, vero?
Sarebbe ridicolo.»
«È una cosa che non piace
neanche a me» disse guardandomi
storto. «Ma non era ciò che
intendevo. Ti piace avere ospiti.»
«Sì.» Aggrottai le sopracciglia. «A
te no?»
Distolse lo sguardo, stringendo le
labbra. «Va bene.»
Mi irrigidii. Per Gideon casa sua
era un santuario. Prima di me, non
aveva mai portato lì nessuna
donna. Avevo pensato che avesse
invitato i suoi amici maschi, ma
forse no... Forse l’attico era il luogo
in cui si rifugiava lontano da tutti.
Gli presi la mano. «Mi dispiace,
Gideon. Avrei dovuto chiedertelo
prima. Non ci ho pensato e invece
avrei dovuto. È casa tua...»
« C a s a nostra» mi corresse,
riportando lo sguardo su di me. «Di
cosa ti stai scusando? Hai tutto il
diritto di fare quello che ti pare qui.
Non devi chiedermi il permesso.»
«E tu non dovresti sentirti invaso
a casa tua.»
« C a s a nostra» ribatté piccato.
«Devi afferrare il concetto, Eva. In
fretta.»
Sobbalzai davanti a
quell’improvviso scatto d’ira. «Sei
pazzo.»
Si alzò in piedi e girò intorno al
tavolino, il corpo fremente di
tensione. «Sei passata dal sentirti
sposata a comportarti come se fossi
un’ospite a casa mia.»
«Casa nostra» lo corressi. «Il che
significa che la condividiamo e che
tu hai il diritto di dire che preferisci
non avere ospiti qui.»
Gideon si passò una mano tra i
capelli, segno inequivocabile della
sua crescente agitazione. «Non me
ne frega un cazzo.»
«Ti comporti come se invece te
ne fregasse eccome» dissi in tono
piatto.
«Per l’amor del cielo.» Mi si
piazzò di fronte, le mani sui fianchi.
«Arash è mio amico. Perché
dovrebbe darmi fastidio che tu gli
prepari la cena?»
Stavamo tornando alla gelosia?
«Ho cucinato per te, e l’ho invitato
a unirsi a noi.»
«Bene. Come ti pare.»
«Non sembra che vada bene per
niente, perché sei incazzato.»
«No.»
«Be’, sono confusa e la cosa sta
cominciando a fare incazzare me.»
Contrasse la mascella. Si girò e
andò verso il caminetto, guardando
le foto di famiglia che avevo
sistemato sulla mensola.
Di colpo mi pentii del mio
comportamento. Sarei stata la
prima ad ammettere di averlo
spinto a cambiare più in fretta di
quanto avrei dovuto, ma capivo la
necessità di un rifugio, di un posto
tranquillo dove poter abbassare la
guardia. Volevo essere quello per
lui, volevo che la nostra casa fosse
quello per lui. Se l’avessi resa un
luogo che lui desiderava evitare –
se mai avesse trovato più facile
evitare me –, allora avrei sul serio
messo a repentaglio il vero
matrimonio che per me valeva più
di ogni altra cosa.
«Gideon, ti prego, parla con me.»
Forse avevo reso difficile anche
quello. «Se ho oltrepassato un
limite, devi dirmelo.»
Si girò a guardarmi, accigliato.
«Di che diavolo stai parlando?»
«Non lo so. Non capisco perché
sei così arrabbiato con me. Aiutami
a capire.»
Gideon fece un sospiro di
frustrazione, poi si concentrò su di
me con quella precisione da laser
che aveva messo a nudo ogni mio
segreto. «Se non ci fosse nessun
altro sulla Terra, solo tu e io, a me
andrebbe bene. Ma a te non
basterebbe.»
Tacqui, stupefatta. La sua mente
era un labirinto di cui non avrei mai
avuto la mappa. «Ti andrebbe bene
stare solo con me e nessun altro...
per sempre? Niente rivali da
schiacciare? Nessuna dominazione
globale da pianificare?» Sbuffai.
«Impazziresti dalla noia.»
«È questo che pensi?»
«È quello che so.»
«E che mi dici di te?» mi sfidò.
«Come faresti senza amici da
invitare e la vita degli altri in cui
intrometterti?»
Socchiusi gli occhi. «Io non mi
intrometto.»
Mi guardò con espressione
paziente. «Ti basterei, se non ci
fosse nessun altro?»
«Non c’è nessun altro.»
«Eva, rispondi alla domanda.»
Non avevo idea di dove volesse
andare a parare, ma la cosa non
faceva che rendermi più facile
rispondere. «Mi intrighi da morire,
lo sai questo? Non sei mai noioso.
Una vita intera con te non
basterebbe per conoscerti fino in
fondo.»
«Potresti essere felice?»
«Avendoti tutto per me? Sarebbe
il paradiso.» Piegai le labbra in un
sorriso. «Ho una fantasia alla
Tarzan. Tu Tarzan, io Jane.»
Rilassò visibilmente le spalle e
sulle labbra gli comparve l’accenno
di un sorriso. «Siamo sposati da un
mese. Com’è che lo sento solo
adesso?»
«Immaginavo di lasciar passare
qualche mese prima di tirare fuori
la roba forte.»
Gideon mi scoccò uno dei suoi
rari sorrisi, mandandomi in tilt il
cervello. «E com’è questa
fantasia?»
«Oh, lo sai.» Agitai
distrattamente una mano. «Casa
sull’albero, perizoma. Clima
abbastanza caldo perché la tua
pelle sia coperta da un velo di
sudore, ma non troppo afoso. Tu
che muori dalla voglia di scopare
ma non hai esperienza. Io dovrei
insegnartelo.»
Mi fissò. «Hai una fantasia
sessuale in cui io sono vergine?»
Dovetti sforzarmi per non
scoppiare a ridere davanti alla sua
incredulità. «In tutti i sensi» dissi,
con la massima serietà. «Non hai
mai visto dei seni o una fica. Devo
mostrarti come toccarmi, cosa mi
piace. Tu impari in fretta, ma a quel
punto mi ritrovo per le mani un
uomo scatenato. Non ne hai mai
abbastanza.»
«Questo è vero.» Si diresse verso
la cucina. «Ho una cosa per te.»
«Un perizoma?»
Girò appena la testa e disse:
«Che ne dici di quello che ci sta
dentro?».
Sorrisi. Mi aspettavo quasi che
tornasse con del vino. Mi raddrizzai
quando vidi che aveva in mano
qualcosa di piccolo e color rosso
brillante, di sicuro un Cartier. «Un
regalo?»
Gideon mi si avvicinò con la sua
andatura composta e sexy.
Eccitata, mi misi in ginocchio.
«Dammelo, avanti.»
Lui scosse la testa, tenendo la
mano sollevata mentre si sedeva.
«Non puoi avere quello che non ti
ho ancora dato.»
Mi accosciai, poggiando le mani
sulle ginocchia.
«Per rispondere alla tua
domanda...» Mi sfiorò una guancia
con la punta delle dita. «Sì, mi
sento sposato.»
Sentii il cuore battere forte.
«Tornare a casa da te»
mormorò, fissandomi le labbra,
«guardarti preparare la cena nella
nostra cucina. Persino avere ospite
lo stramaledetto Arash. È quello che
voglio. Te. La vita che stiamo
costruendo insieme.»
«Gideon...» Mi bruciava la gola.
Abbassò lo sguardo sulla
custodia di velluto rosso che teneva
in mano. Sganciò il bottone che la
teneva chiusa e si lasciò cadere sul
palmo due mezzelune di platino.
«Wow.» Mi portai una mano alla
gola.
Mi prese il polso sinistro e se lo
mise in grembo con delicatezza,
facendogli scivolare sotto una metà
del braccialetto. L’altra la tenne
sollevata, così riuscii a vedere che
aveva fatto incidere qualcosa
all’interno.

SEMPRE MIA. PER SEMPRE TUO. ~ GIDEON


«Ah, ragazzo» sospirai,
osservando mio marito chiudere il
braccialetto. «Con questo ti sei
guadagnato una scopata coi
fiocchi.»
La sua risata tenera mi fece
innamorare ancora di più.
Il braccialetto aveva un motivo a
viti tutt’intorno, con due viti vere
alle estremità che lui strinse con un
piccolo cacciavite.
«Questo» disse mostrandomi il
cacciavite «è mio.»
Lo guardai metterselo in tasca,
intuendo che non mi sarei potuta
togliere il braccialetto senza di lui.
Non che avessi intenzione di farlo.
Lo adoravo già... e adoravo quella
dimostrazione della sua anima
romantica.
«E questo» mi misi a cavalcioni
su di lui, abbracciandogli le spalle
«è mio.»
Mi afferrò per la vita e gettò
indietro la testa, offrendo il collo
alle mie labbra. Non era una resa.
Era indulgenza, e a me stava
benissimo.
«Portami a letto» sussurrai,
leccandogli il lobo dell’orecchio.
Sentii i suoi muscoli tendersi e
poi flettersi senza sforzo mentre si
alzava in piedi reggendomi come se
fossi priva di peso. Mi lasciai
sfuggire un verso di apprezzamento
e lui mi mise le mani sul sedere,
sollevandomi più in alto, prima di
portarmi fuori dal salotto.
Ansimavo, con il cuore che
batteva forte. Lo toccai
dappertutto, passandogli le mani
tra i capelli e sulle spalle,
slacciandogli il nodo della cravatta.
Volevo arrivare alla pelle, sentire il
suo corpo nudo contro il mio. Gli
passai la lingua sul viso, baciandolo
ovunque.
Camminava deciso ma senza
fretta, il respiro regolare. Aprì la
porta con una spinta agile e fluida.
Oddio, mi mandava fuori di testa
quando era così controllato.
Cercò di mettermi sul letto, ma
io mi aggrappai più forte.
«Non posso toglierti i vestiti se
non mi lasci andare.» Solo la voce
roca tradiva il suo desiderio.
Allentai la presa, tirandogli i
bottoni del gilet. «Togliti i tuoi, di
vestiti.»
Mi scostò le dita e io rimasi a
fissarlo, trattenendo il fiato, mentre
iniziava a spogliarsi.
La vista delle sue mani
abbronzate – su cui scintillavano gli
anelli che gli avevo dato –
impegnate a slacciare abilmente il
nodo della cravatta... Come poteva
essere così erotico?
Il fruscio della seta mentre si
sfilava la cravatta. Il gesto
noncurante con cui la lasciò cadere
sul pavimento. L’ardore nei suoi
occhi mentre mi guardava
guardarlo.
Era la tortura peggiore, e mi
costrinsi a sopportarla: volerlo
toccare e trattenermi dal farlo,
aspettarlo quando lo desideravo
con tutta me stessa. Avevo
torturato entrambi facendoci
attendere, perciò era il minimo che
mi meritassi.
Mi era mancato. Mi era mancato
averlo così.
Il colletto della camicia si aprì
mentre lui la sbottonava, rivelando
il collo e un accenno del petto. Si
fermò al bottone sotto i pettorali,
per stuzzicarmi, e passò ai gemelli.
Li tolse lentamente, uno alla
volta, e li posò con cura sul
comodino.
Mi sfuggì un gemito. Il desiderio
mi scorreva selvaggiamente nelle
vene, l’afrodisiaco più potente.
Gideon si sfilò il gilet e la
camicia, contraendo e poi
rilassando i muscoli delle spalle.
Era perfetto. Ogni centimetro.
Ogni fascio di muscoli scolpiti sotto
la pelle setosa. Non c’era nulla di
volgare in lui, nulla di eccessivo.
Tranne il suo cazzo. Accidenti.
Strinsi le cosce mentre lui si
toglieva le scarpe e faceva scivolare
i pantaloni e i boxer giù per le
lunghe gambe forti. Avevo il sesso
dolorante e gonfio, il sangue che
affluiva in mezzo alle gambe, la
vagina bagnata di desiderio.
Mentre si raddrizzava, gli
addominali si contrassero e i
muscoli del bacino formarono una V
che puntava verso il grosso pene
eretto tra le sue cosce.
«Mio Dio. Gideon.»
La punta del pene era bagnata di
liquido pre-eiaculatorio. I testicoli
erano grossi e pesanti ed
equilibravano il peso del membro
imponente percorso dalle vene. Era
magnifico, bello nel senso più
primordiale del termine,
selvaggiamente mascolino. Quella
vista risvegliò ogni goccia di
femminilità nascosta dentro di me.
Mi passai la lingua sulle labbra,
con la bocca piena di saliva. Volevo
assaporarlo, udire il suo piacere
prima di perdermi nel mio, sentirlo
fremere e tremare quando lo
portavo al culmine.
Gideon si strinse il pene con una
mano e la mosse su e giù con gesti
decisi, facendo uscire una grossa
goccia di liquido dalla fessura sulla
punta.
«Questo è per te, angelo» disse
con voce aspra. «Prendilo.»
Scesi in fretta dal letto e feci per
inginocchiarmi.
Lui mi afferrò per un gomito, a
labbra strette. «Nuda.»
Faticai a rimettermi in piedi,
avevo le gambe molli per il
desiderio. Ancora più difficile fu
resistere all’impulso di strapparmi i
vestiti di dosso. Slacciai il top
incrociato senza maniche con mani
tremanti, cercando di scostarne i
lembi in un tentativo di striptease.
Gideon inspirò bruscamente
quando scoprii il reggiseno di pizzo,
tradendo il suo fragile
autocontrollo. Avevo i seni pesanti
e i capezzoli duri.
Gideon si avvicinò e fece
scivolare le mani sotto le spalline
del reggiseno, prendendomi in
mano i seni. Chiusi gli occhi e
gemetti piano mentre lui me li
strizzava con delicatezza,
accarezzandomi i capezzoli con il
pollice.
«Avrei dovuto dirti di restare
vestita» disse con voce strozzata.
Ma le sue carezze dicevano un’altra
cosa. Che ero bella. Sexy. Che era
tutto quello che voleva vedere.
I suoi occhi avevano assunto una
sfumatura così cupa da sembrare
neri. «Offrimeli.»
Mi mossi, con il sesso che
pulsava. Mi sfilai il top con una
scrollata di spalle, quindi portai le
mani dietro la schiena per
slacciarmi il reggiseno, che scivolò
lungò le braccia. Mi presi in mano i
seni e li sollevai verso di lui.
Gideon piegò la testa con
studiata pazienza, passandomi la
punta della lingua su un capezzolo
con un movimento lento, pacato.
Avrei voluto urlare... colpirlo...
qualunque cosa pur di mandare in
pezzi quel controllo esasperante.
«Ti prego» lo implorai senza
ritegno. «Ti prego, Gideon...»
Succhiò forte, con movimenti
rapidi e profondi, la lingua che
frustava impietosa la punta
sensibile del capezzolo. Riuscivo a
percepire la lussuria animalesca che
emanava da lui, feromoni e
testosterone, l’odore di un maschio
selvaggiamente eccitato. Mi
chiamava a sé, esigente e
possessivo. Sentii l’attrazione
magnetica esercitata dal suo
desiderio. Cedetti, schiava nelle sue
mani.
Barcollai e lui mi prese tra le
braccia, passando all’altro seno. Le
sue guance si incavavano mentre
succhiava, e il centro del mio corpo
si contraeva al ritmo delle sue
carezze. Avevo la schiena dolorante
per la posizione in cui ero costretta
perché lui potesse prendersi il suo
piacere, una cosa che mi eccitò
follemente.
Avevo lottato per lui. Lui aveva
ucciso per me. Tra noi c’era un
legame, primitivo e antico, che
sfuggiva a ogni definizione. Poteva
prendermi, usarmi. Ero sua. L’avevo
fatto aspettare e lui me l’aveva
permesso per ragioni che non ero
sicura di conoscere. Ma adesso mi
stava ricordando che se a volte
potevo allontanarmi e tenermi a
distanza, era sua la mano che
reggeva le catene da cui eravamo
avvinti. E avrebbe potuto attirarmi
a sé quando avesse voluto, perché
gli appartenevo.
“Sempre mio.”
«Non aspettare.» Gli misi le mani
nei capelli. «Scopami. Ho bisogno
del tuo cazzo dentro di me...»
Mi fece girare e mi piegò sul
letto, tenendomi giù con una mano
tra le scapole e cercando la cerniera
dei miei pantaloni a pinocchietto.
Strattonò la linguetta e fece
scorrere la zip strappando la stoffa.
«Sei con me?» grugnì,
infilandomi la mano tra le gambe e
mettendomela su una natica.
«Sì! Maledizione, sì...» Lui lo
sapeva, ma lo chiedeva lo stesso.
Senza mai mancare di ricordarmi
che ero io ad avere il controllo, che
ero io a dargli il permesso.
Mi abbassò i pantaloni fino alle
ginocchia con una mano sola,
mentre con l’altra mi strattonava i
capelli. Era ruvido, impaziente.
Afferrò l’elastico del perizoma e tirò,
facendomi penetrare la stoffa nella
pelle prima di lacerarla con uno
schiocco.
Mi spinse la mano tra le gambe,
imprigionate dai pantaloni, e me la
mise sul sesso. Mi inarcai, scossa
dai brividi.
«Cazzo, sei fradicia.» Mi infilò
dentro un dito. Lo tirò fuori. Ne
mise dentro due. «Ce l’ho
durissimo.»
L’interno morbido della vagina si
contrasse intorno alle sue dita. Lui
le ritrasse, accarezzandomi il
clitoride e sfregandolo. Mi spinsi
contro di lui, cercando la pressione
di cui avevo bisogno, mentre dalla
gola mi sfuggivano gemiti
imploranti.
«Non venire finché non sono
dentro di te» grugnì. Mi prese per i
fianchi tirandomi verso di sé e
accostando la punta del pene alla
vagina.
Si fermò un attimo, ansimando
forte. Poi mi penetrò. Urlai contro il
materasso, mentre mi contorcevo
per prenderlo tutto.
Mi sollevò dal pavimento. Ruotò
il bacino e reclamò l’ultimo piccolo
spazio dentro di me, mettendomelo
dentro tutto. Mi contrassi intorno a
lui, con la fica che pulsava percorsa
da fremiti di piacere.
«Okay?» disse con voce rotta,
conficcandomi le dita nella carne.
Mi spinsi indietro con le braccia,
dolorosamente vicina all’orgasmo.
«Ancora.»
Con il sangue che mi rombava
nelle orecchie lo udii gemere il mio
nome. Il suo pene diventò ancora
più grosso e duro, contraendosi
mentre lui veniva con getti potenti.
Sembrava non dovesse finire mai e
forse era così, perché continuò a
scoparmi mentre veniva,
riempiendomi di sperma caldo.
Sentirlo venire scatenò il mio
orgasmo, che mi travolse con
spasmi potenti, mentre violenti
brividi mi percorrevano da capo a
piedi.
Conficcai le unghie nel cuscino,
cercando un appiglio mentre Gideon
continuava ad affondarmi dentro,
perso in una lussuria selvaggia.
Sentii il suo seme bagnarmi le
grandi labbra e poi colarmi lungo le
cosce. Lui gemette e mi penetrò
ancora, ruotando il bacino,
impalandomi. Rabbrividì, e venne di
nuovo solo pochi secondi dopo il
primo orgasmo.
Si piegò sopra di me e mi diede
un bacio sulla spalla, il suo respiro
caldo e accelerato sulla mia schiena
lucida di sudore. Sentivo il suo
petto alzarsi e abbassarsi contro di
me, mentre allentava la presa
convulsa sui fianchi. Mi accarezzò
piano. Trovò il clitoride e cominciò a
toccarlo, finché non venni di nuovo.
Sentivo le sue labbra muoversi
contro la mia pelle. «Angelo...»
Continuò a ripetere quella parola.
Convulsamente. Disperatamente.
Affannosamente.
“Per sempre tua.”
Affondato dentro di me, era
ancora duro e pronto.

Ero sdraiata sul letto,


accoccolata accanto a Gideon. Ero
senza pantaloni e lui era nudo, il
corpo magnifico ancora ricoperto di
sudore.
Mio marito era supino, un braccio
muscoloso piegato sopra la testa,
l’altro avvolto intorno a me, con le
dita che si muovevano assenti sulla
mia pelle.
Eravamo sopra le lenzuola, lui
aveva le gambe larghe e il pene
semieretto curvato verso l’ombelico.
Luccicava alla luce delle abat-jour,
bagnato dei miei umori e dei suoi. Il
suo respiro stava appena iniziando
a tornare normale, il battito del
cuore rallentava sotto il mio
orecchio. Aveva un odore delizioso:
peccato, sesso e Gideon.
«Non mi ricordo come siamo finiti
a letto» mormorai, la voce bassa e
roca.
Il suo petto si sollevò in una
risata. Gideon girò la testa e mi
diede un bacio sulla fronte.
Mi avvicinai ancora di più a lui,
cingendolo con un braccio e
stringendolo forte.
«Stai bene?» mi chiese piano.
Tirai indietro la testa e lo
guardai. Era arrossato e sudato, i
capelli appiccicati alle tempie e al
collo. Il suo corpo era una macchina
ben oliata, abituato ai duri
allenamenti di arti marziali a cui lui
lo sottoponeva. Era spossato non
per aver scopato – sarebbe potuto
andare avanti tutta la notte,
instancabile –, ma per lo sforzo di
trattenersi il più a lungo possibile,
di resistere finché io non mi fossi
eccitata selvaggiamente quanto lui.
«Mi hai scopata fino a sfinirmi»
sorrisi, sentendomi intontita. «Mi
formicolano tutte le dita.»
«Ci sono andato pesante.» Mi
toccò il fianco. «Ti ho lasciato i
lividi.»
«Mmh.» Mi si chiudevano gli
occhi. «Lo so.»
Lo sentii muoversi, alzarsi,
chiudere le tende.
«Ti piace» mormorò.
Lo guardai piegato su di me. Gli
toccai la faccia, passando un dito
sulle sopracciglia e lungo la linea
della mascella. «Adoro il tuo
controllo. Mi eccita.»
Mi prese le dita fra i denti, poi le
lasciò andare. «Lo so.»
«Ma quando lo perdi...» Sospirai
al ricordo. «Mi fa impazzire sapere
che posso farti questo, che mi vuoi
così tanto.»
Abbassò la testa, appoggiando la
fronte alla mia. Mi tirò più vicina,
facendomi sentire quanto ce l’aveva
duro di nuovo. «Più di ogni altra
cosa.»
«E ti fidi di me.» Tra le mie
braccia, abbassava completamente
la guardia. La ferocia del suo
bisogno non nascondeva la sua
vulnerabilità: la rivelava.
«Più di chiunque altro.» Scivolò
sopra di me, ricoprendo il mio corpo
con il suo e reggendosi con le
braccia per non schiacciarmi sotto il
suo peso. La sensualità di quel
contatto me lo fece desiderare di
nuovo.
Inclinò la testa e mi sfiorò le
labbra con le sue. «Crossfire»
mormorò.
“Crossfire” era la mia parola di
sicurezza, quella che dicevo quando
mi sentivo sopraffatta e avevo
bisogno che smettesse di fare
qualunque cosa stesse facendo.
Quando era Gideon a usarla,
significava che anche lui era
sopraffatto, ma non voleva che mi
fermassi. Per lui “Crossfire”
comunicava una connessione più
profonda dell’amore.
Incurvai le labbra. «Ti amo
anch’io.»

Abbracciata al cuscino, guardai


verso la cabina armadio e ascoltai
Gideon cantare. Feci un sorriso
amaro. Si era fatto la doccia e
vestito, e ovviamente si sentiva
pieno di energia nonostante avesse
iniziato la giornata scopandomi fino
a farmi avere un orgasmo che mi
aveva mandata in orbita.
Mi ci volle un attimo per
riconoscere la canzone. Quando
capii, sentii le farfalle nello
stomaco. At Last. Non importava
quale fosse la versione che sentiva
nella sua mente, se quella di Etta
James o quella di Beyoncé. Quella
che udivo io era la sua voce, ricca e
piena di sfumature, che cantava di
cieli azzurri e sorrisi che lanciavano
un incantesimo su di lui.
Uscì dalla cabina armadio
annodandosi una cravatta nera, con
il gilet sbottonato e la giacca
ripiegata su un braccio. Lucky gli si
precipitò alle calcagna, mai troppo
distante. Dopo essere stato liberato
dal box quella mattina, il cane era
diventato la sua ombra.
Gideon mi guardò, scoccandomi
un sorriso da rubacuori. «Ed eccoci
qui» canticchiò.
«Perlomeno io. Abbattuta da ore
di sesso. Non credo di riuscire a
reggermi in piedi e tu...» lo indicai
con un gesto «sei tu. Non è giusto.
Faccio qualcosa di sbagliato.»
Gideon si sedette sul bordo del
letto disfatto, l’aspetto impeccabile.
Si chinò e mi diede un bacio.
«Ricordamelo... Quante volte sono
venuto stanotte?»
Gli lanciai un’occhiata. «Non
abbastanza, a quanto pare, dato
che eri pronto a ricominciare non
appena è spuntato il sole.»
«Il che dimostra che stai facendo
qualcosa di giustissimo.» Mi scostò i
capelli dal viso. «Sono tentato di
rimanere a casa, ma devo
sistemare le cose in modo che
possiamo sparire dalla circolazione
per un mese. Come puoi vedere,
sono estremamente motivato.»
«Parlavi sul serio, allora?»
«Pensavi di no?» Scostò il
lenzuolo e mi mise una mano sul
seno.
Gli afferrai il polso prima che mi
facesse eccitare di nuovo. «Una
luna di miele lunga un mese. Ti
sfinirò almeno una volta. Sono
determinata.»
«Davvero?» Vidi una risata
illuminargli gli occhi. «Solo una?»
«Te la stai cercando, asso.
Quando avrò finito, mi implorerai di
lasciarti in pace.»
«Questo non succederà mai,
angelo. Nemmeno in un milione di
anni.»
La sua sicurezza costituiva una
sfida.
Mi ricoprii col lenzuolo. «Staremo
a vedere.»
8

Quando Angus entrò nel mio ufficio,


alzai lo sguardo dall’e-mail che
stavo leggendo. Teneva il berretto
in mano e si fermò davanti alla mia
scrivania.
«Questa notte ho perquisito lo
studio di Terrence Lucas» disse.
«Non ho trovato niente.»
Non mi aspettavo che avrebbe
trovato qualcosa, per cui non ero
stupito. «È possibile che abbia detto
ad Anne quello che sa e che non
esistano documenti.»
Lui annuì cupamente. «Mentre
ero lì ho cancellato tutte le tracce
dell’appuntamento di Eva su
entrambi i dischi rigidi e sui backup.
Ho eliminato anche i filmati in cui
comparivate lei ed Eva. Non ha
chiesto una copia alla sicurezza –
ho controllato –, quindi lei dovrebbe
essere tranquillo nel caso in cui lui
accettasse il suggerimento della
moglie e sporgesse denuncia a sua
volta.»
Era proprio nello stile di Angus
prendere sempre in considerazione
tutte le possibilità.
«La polizia non lo troverebbe
interessante?» Mi appoggiai allo
schienale. «I Lucas hanno da
perdere tanto quanto me.»
«Loro sono colpevoli, ragazzo
mio. Lei no.»
«Non è mai così semplice.»
«Lei ha tutto quello che ha
voluto e che si merita. Non possono
portarle via niente.»
Tranne il rispetto per me stesso
e quello dei miei amici e colleghi.
Avevo lavorato duramente per
riconquistarmi entrambi dopo la
disgraziata faccenda di mio padre.
Quelli che erano in cerca dei miei
punti deboli avrebbero potuto
ritenersi soddisfatti. La cosa non mi
preoccupava come in passato.
Angus aveva ragione. Avevo
costruito la mia fortuna e avevo
Eva.
Se garantirle la pace mentale
significava sottrarsi allo sguardo del
pubblico, potevo farlo. Era una cosa
che avevo preso in considerazione
quando Nathan Barker costituiva
ancora una minaccia. Eva voleva
tenere nascosta al mondo la nostra
relazione per risparmiarmi ogni
possibile scandalo derivante dal suo
passato. Era un sacrificio che non io
non ero disposto a fare.
Nascondersi. Rubare momenti
insieme. Fingere con gli altri che
non ci stavamo innamorando
profondamente e irrevocabilmente.
Adesso era diverso. Lei mi era
diventata necessaria come l’aria.
Proteggere la sua felicità era più
cruciale che mai. Sapevo come ci si
sentiva a essere giudicati per gli
errori di qualcun altro e non avrei
mai permesso che mia moglie si
trovasse in una situazione del
genere. Contrariamente a quello
che credeva, potevo vivere senza
occuparmi di tutto ciò in cui la Cross
Industries era coinvolta.
Non avrei passato la vita a
giocare a Tarzan con indosso uno
stupido perizoma, ma esisteva una
via di mezzo tra i due estremi.
«Mi avevi avvertito riguardo a
Anne.» Scossi la testa. «Avrei
dovuto darti retta.»
Lui liquidò l’argomento con
un’alzata di spalle. «Quel che è
fatto è fatto. Anne Lucas è una
donna adulta. È abbastanza grande
da assumersi la responsabilità delle
proprie decisioni.»
“Che cosa sta facendo, ragazzo
mio?” mi aveva chiesto quando
Anne si era infilata sul sedile
posteriore della Bentley quella
prima sera. Nelle settimane
successive aveva espresso la sua
disapprovazione in modo sempre
più esplicito, finché un giorno aveva
alzato la voce con me. Disgustato
da me stesso perché punivo una
donna che non mi aveva fatto
niente di male, me l’ero presa con
lui, intimandogli di stare al suo
posto.
L’espressione addolorata che
aveva subito dissimulato mi
avrebbe perseguitato fino alla
tomba.
«Mi dispiace» dissi, sostenendo il
suo sguardo. «Per come ho gestito
la cosa.»
Un sorriso appena accennato gli
increspò il viso. «Le scuse non sono
necessarie, ma le accetto.»
«Grazie.»
Dall’interfono arrivò la voce di
Scott. «Sono arrivati quelli di Pos IT .
E ho in linea Arnoldo Ricci. Dice che
è una cosa breve.»
Guardai Angus per capire se
doveva dirmi altro. Lui si portò una
mano alla fronte in uno scherzoso
saluto militare e se ne andò.
Dissi a Scott: «Passamelo».
Aspettai che la luce rossa si
mettesse a lampeggiare, quindi
presi la linea. «Dove sei?»
«Ciao anche a te, amico mio» mi
salutò Arnoldo con il suo melodioso
accento italiano. «Ho saputo di
essermi perso te ed Eva al
ristorante questa settimana.»
«Abbiamo fatto un pranzo
eccellente.»
«Ah, è l’unico che c’è sul menu.
Anche la cena non è male.»
Mi appoggiai allo schienale della
sedia. «Sei a New York?»
«Sì, e sto organizzando il tuo
addio al celibato, che è il motivo
per cui ti ho chiamato. Se hai
programmi per il fine settimana,
cancellali.»
«Eva e io saremo fuori città.»
«Lei sarà fuori città. Fuori dal
Paese, in realtà, da quel che mi ha
detto Shawna. E anche tu sarai
fuori città. Gli altri sono d’accordo
con me. Abbiamo intenzione di
costringerti a muoverti da New
York, per una volta.»
La prima parte del discorso di
Arnoldo mi aveva colto così di
sorpresa che udii a malapena il
resto. «Eva non sta andando
all’estero.»
«Di questo devi discutere con lei
e i suoi amici» disse lui senza fare
una piega. «Quanto a noi, andiamo
a Rio.»
Mi ritrovai in piedi. Maledizione.
Eva non era al Crossfire. Non
potevo limitarmi a prendere un
ascensore per andare da lei.
«Chiederò a Scott di prenotare il
volo» continuò. «Partiamo venerdì
sera e rientriamo lunedì in tempo
perché tu vada a lavorare, se ne hai
il coraggio.»
«Dove va Eva?»
«Non ne ho idea. Shawna ha
tenuto la bocca chiusa, perché tu
non devi saperlo. Mi ha detto solo
che sarebbero andati via per il
weekend e che io avrei dovuto
tenerti occupato, perché Cary non
vuole che tu interferisca.»
«Non spetta a lui decidere»
scattai.
Lui fece una pausa. «Arrabbiarti
con me non ti servirà a niente,
Gideon. E se non ti fidi di lei, amico
mio, non dovresti sposarla.»
Strinsi la cornetta. «Arnoldo, sei
il mio amico più stretto. Ma le cose
sono destinate a cambiare se non la
smetti di comportarti come un
idiota quando si tratta di Eva.»
«Hai interpretato male» si
corresse in fretta. «Se la metti in
gabbia per stare tranquillo, la
perderai. Quello che è considerato
romantico in un fidanzato può
rivelarsi opprimente in un marito.»
Rendendomi conto che mi stava
dando un consiglio, iniziai a contare
fino a dieci. Arrivai a sette. «Non ci
posso credere.»
«Non fraintendermi. Arash mi
assicura che è la cosa migliore che
ti sia mai capitata. Dice di non
averti mai visto così felice e che lei
ti adora.»
«Io sostengo la stessa cosa.»
Arnoldo fece un sospiro. «Gli
uomini innamorati non sono i
testimoni più affidabili.»
L’irritazione lasciò il posto al
divertimento. «Com’è che tu e
Arash parlate della mia vita
privata?»
«È quello che fanno gli amici.»
«Le amiche, vorrai dire. Siete
adulti. Dovreste avere di meglio da
fare per occupare il tempo.»
Tamburellai le nocche sulla
scrivania. «E volete che passi un
weekend in Brasile con un branco di
maschi pettegoli?»
«Sta’ a sentire.» Il suo tono era
fastidiosamente calmo. «Manhattan
è fuori discussione. Anche io la
adoro, ma penso che abbiamo
esaurito le sue possibilità.
Soprattutto per un’occasione come
questa.»
Imbarazzato, guardai dalla
finestra la città che amavo. Solo
Eva sapeva della stanza d’albergo
che un tempo tenevo sempre
prenotata... il mio “scannatoio”,
così la chiamava. Prima di lei era
l’unico posto dove portavo le donne
a fare sesso. Era sicura.
Impersonale. Non rivelava nulla di
me, tranne com’ero senza vestiti e
come mi piaceva scopare.
Lasciare New York significava
che non avrei scopato, perciò avevo
sempre insistito con i ragazzi per
andare a caccia nei paraggi.
«Va bene. Non discuterò.» Avevo
intenzione di parlarne con Eva – e
con Cary –, ma la cosa non
riguardava Arnoldo.
«Perfetto. Ti lascio tornare al
lavoro. Ci aggiorniamo questo
weekend.»
Concludemmo la telefonata.
Guardai Scott attraverso la vetrata
e alzai un dito, per segnalargli che
mi serviva un altro minuto. Presi lo
smartphone e chiamai Eva.
«Ehi, asso» rispose, provocante e
appagata.
Assorbii la fitta di piacere caldo
che mi suscitò. La sua voce, sempre
roca, era più bassa di quanto fosse
stata ultimamente. Mi fece venire in
mente la nostra lunga notte, i suoni
che emetteva quando era eccitata,
il modo in cui urlava il mio nome
venendo.
Era il mio nuovo obiettivo fare in
modo che avesse sempre quel tono,
come pure la pelle arrossata, le
labbra gonfie, la camminata lenta e
sensuale perché mi sentiva ancora
dentro di sé. Ovunque andasse,
doveva essere chiaro che la
scopavo spesso e bene. Era chiaro
su di me. Ero sciolto e rilassato, le
gambe un po’ molli... anche se non
l’avrei mai ammesso.
«I nostri programmi per il
weekend sono cambiati?» le chiesi.
«Dovrei prendere più vitamine»
scherzò lei «ma per il resto no. Non
vedo l’ora che arrivi.»
La nota carezzevole della sua
voce mi eccitò. «Mi è stato detto
che i nostri amici hanno in mente di
tenerci separati per festeggiare il
nostro addio alla vita da single.»
«Oh.» Ci fu una pausa di silenzio.
«Speravo che se ne fossero
dimenticati.»
Feci un sorriso che avrei voluto
lei vedesse. «Potremmo scappare
dove non possono trovarci.»
«Lo vorrei tanto.» Sospirò. «Mi sa
che queste cose sono più per loro
che per noi. È l’ultima possibilità
che hanno di averci tutti per sé
come prima.»
«Quei giorni sono finiti quando ti
ho conosciuta.» Ma sapevo che non
era così per Eva. Lei aveva
mantenuto la sua indipendenza,
continuando a coltivare le amicizie
come aveva sempre fatto.
«È una specie di strano rituale,
vero?» rifletté. «Due persone si
impegnano reciprocamente per la
vita e i loro amici li portano fuori, li
fanno ubriacare e li incoraggiano a
comportarsi male un’ultima volta.»
Tutta la sensualità giocosa che
aveva mostrato all’inizio della
telefonata era svanita. Mia moglie
era una donna profondamente
gelosa. Lo sapevo e lo accettavo,
proprio come lei accettava la mia
possessività. «Ne parliamo meglio
stasera.»
«Evviva» rispose, sembrando
tutto tranne che felice.
Era consolante, in qualche modo.
Preferivo immaginarmela triste
durante un fine settimana senza di
me piuttosto che nell’atto di
divertirsi alla grande.
«Ti amo, Eva.»
Lei trattenne il fiato. «Ti amo
anch’io.»
Conclusa la telefonata, mi girai
per prendere la giacca
dall’attaccapanni, ma poi cambiai
idea. Tornai verso la scrivania e
chiamai Cary.
«Come butta?» rispose.
«Dove hai in mente di portare
mia moglie questo weekend?»
Rispose così in fretta che capii
che doveva essersi preparato ad
affrontarmi. «Non è necessario che
tu lo sappia.»
«Col cavolo.»
«Non ho intenzione di
permettere che tu la controlli» disse
seccamente Cary «con guardie
istruite a tenere lontano chiunque
le si avvicini, come hai fatto a Las
Vegas. È una ragazza straordinaria.
Sa badare a se stessa e merita di
divertirsi.»
Ecco di cosa si trattava.
«All’epoca c’erano circostanze
attenuanti, Cary.»
«Davvero?» ribatté con voce
piena di sarcasmo. «Del tipo?»
«Nathan Barker era ancora vivo e
tu avevi appena fatto una
maledetta orgia nel tuo salotto.
Non potevo affidarti la sicurezza di
Eva.»
Silenzio. Quando Cary riprese a
parlare, lo fece con toni
notevolmente meno accesi. «Della
sicurezza si occuperà Clancy. Andrà
tutto bene.»
Feci un respiro profondo. Io e
Clancy diffidavamo l’uno dell’altro,
poiché sapeva che cosa avevo fatto
per neutralizzare la minaccia
costituita da Nathan. Però
volevamo la stessa cosa: che Eva
fosse felice e al sicuro. Mi fidavo di
lui, sapevo che era molto bravo nel
suo lavoro al servizio di Stanton e
Monica.
Avrei parlato con lui, mettendolo
in contatto con Angus. Bisognava
definire i dettagli e coordinare le
comunicazioni. Se Eva avesse avuto
bisogno di me, dovevo essere in
grado di raggiungerla il più in fretta
possibile.
Quel pensiero mi diede una fitta
allo stomaco. «Eva ha bisogno dei
suoi amici e io voglio che si
diverta.»
«Grandioso» commentò Cary
disinvolto. «Siamo d’accordo.»
«Non interferirò, ma ricordati che
nessuno ha a cuore la sua sicurezza
quanto me. Lei è solo una parte
della tua vita, ma è tutta la mia
vita. Non fare il testone e
contattami se hai bisogno. È
chiaro?»
«Sì, ho afferrato.»
«Se ti fa sentire meglio, sappi
che io sarò in Brasile.»
Scese il silenzio. «Non ho ancora
deciso dove andremo, ma propendo
per Ibiza.»
Imprecai tra me. Ci sarebbe
voluto un bel po’ per raggiungerla
da Rio.
Avrei voluto discutere – avrei
sicuramente potuto suggerire
località alternative in Sud America –
ma mi trattenni, fin troppo
consapevole dei commenti del
dottor Petersen riguardo al bisogno
di Eva di avere un’ampia cerchia
sociale. Dissi invece: «Fammi
sapere cosa decidi».
«Okay.»
Conclusi la telefonata, presi la
giacca e me la infilai.
Ero sicuro che Eva e il dottor
Petersen non sarebbero stati
d’accordo, ma gli amici e la famiglia
potevano essere più una rottura di
palle che altro.
Il resto del pomeriggio trascorse
come programmato. Erano quasi le
cinque quando Arash entrò nel mio
ufficio e si accomodò su uno dei
divani, allargando le braccia sullo
schienale.
Terminai la telefonata con uno
dei nostri centri di distribuzione a
Montreal e mi alzai, stirando le
gambe. Avevo una sessione con il
mio personal trainer, ma mi
avrebbe fatto nero. Ero sicuro che
Eva sarebbe stata felice di sapere
che mi aveva prosciugato ogni
energia.
Non che questo mi avrebbe
impedito di prenderla di nuovo alla
fine della giornata.
«Sarà meglio che ci sia un buon
motivo perché ti comporti come se
fossi a casa tua» dissi seccamente
ad Arash girando intorno alla
scrivania.
Mi fece un sorrisetto
presuntuoso. «Deanna Johnson.»
Rallentai, colto di sorpresa. «Che
mi dici di lei?»
Arash fischiò. «La conosci.»
«È una giornalista free-lance.» Mi
diressi al mobile bar e tirai fuori dal
frigo due bottiglie di acqua. Deanna
era anche una che mi ero scopato,
il che si era rivelato un errore
madornale in più di un senso.
«Okay. Sai la bionda parecchio
sexy che ho bidonato ieri sera?»
Gli lanciai un’occhiata
impaziente. «Arriva al punto.»
«Lavora nell’ufficio legale
dell’editore che ha comprato i diritti
del libro di Corinne. Mi ha detto che
la ghostwriter è Deanna Johnson.»
Espirai sonoramente e strinsi così
forte le bottiglie di plastica che
cominciarono a perdere.
«Maledizione.»
Mia moglie mi aveva avvertito
riguardo a Deanna e io non le
avevo dato retta.
«Lasciami indovinare» disse
Arash strascicando le parole.
«Conosci Miss Johnson in senso
biblico.»
Mi girai a guardarlo,
avvicinandomi a lui. Gli lanciai una
delle bottiglie, spruzzando acqua
dappertutto. Aprii la mia e bevvi un
lungo sorso.
Eva aveva ragione: dovevamo
essere una squadra migliore, più
organizzata. Io e lei dovevamo
imparare a fidarci l’uno dell’altra e a
seguire i consigli reciproci che ci
davamo.
Il mio amico puntellò i gomiti
sulle ginocchia, tenendo la bottiglia
d’acqua con entrambe le mani.
«Adesso capisco perché avevi tutta
quella fretta di mettere un anello al
dito di Eva. Suggella il patto prima
che lei scappi urlando.»
Arash stava scherzando, ma io
vidi la preoccupazione sul suo volto.
Identica alla mia. Sul serio, quanto
poteva ancora tollerare mia moglie?
Scostai la bottiglia dalle labbra.
«Be’, proprio una bella notizia per
concludere la giornata» borbottai.
«Quale?»
Io e Arash voltammo la testa e
scorgemmo Eva fare capolino dalla
porta aperta del mio ufficio con in
mano solo lo smartphone. Aveva lo
stesso abbigliamento da palestra
che indossava il primo giorno in cui
l’avevo vista. La coda di cavallo era
più chiara e più corta, il corpo più
snello e meglio definito, ma
sarebbe sempre stata la ragazza
che mi toglieva il fiato.
«Eva.» Arash si alzò in fretta.
«Ehi.» Gli sorrise mentre mi si
avvicinava, alzandosi sulla punta
dei piedi per baciarmi sulla bocca.
«Ciao, asso.»
Mentre si scostava, aggrottò le
sopracciglia. «Che cosa c’è che non
va? È il momento sbagliato?»
Le feci scivolare un braccio
intorno alla vita, tirandomela vicina.
Adoravo la sensazione del suo
corpo contro il mio; placava l’ansia
che provavo quando non eravamo
insieme. «Mai, angelo. Vieni da me
tutte le volte che vuoi.»
Le si illuminarono gli occhi. «Io e
Megumi dobbiamo andare in
palestra, ma sono in anticipo, così
ho pensato di fare un salto. Di
motivarmi dando un’occhiata a
quanto sei fico.»
La baciai sulla fronte. «Non
stancarti troppo» mormorai. «A
quello ci penso io.»
Quando mi raddrizzai le vidi una
ruga di preoccupazione in mezzo
agli occhi. «Sul serio. Qual è il
problema?»
Arash si schiarì la voce e indicò la
porta. «Torno nel mio ufficio.»
Risposi alla domanda prima che
se ne andasse. «Deanna è la
ghostwriter del libro di Corinne.»
Eva si irrigidì. «Davvero?»
«Lei sa di Deanna?» Arash ci
guardò a occhi sgranati.
Mia moglie lo inchiodò con lo
sguardo. «Conosci Deanna?»
Lui alzò le mani. «Mai incontrata.
E non avevo mai sentito parlare di
lei fino a oggi.»
Eva si liberò dalla mia stretta e
mi lanciò un’occhiata. «Te l’avevo
detto.»
«Lo so.»
«Detto cosa?» chiese Arash,
ficcandosi le mani in tasca.
Lei mi prese la bottiglia d’acqua
e si lasciò cadere su una poltrona di
pelle. «Che non potevamo fidarci. È
risentita perché lui l’ha fatta
spogliare e poi l’ha scaricata. Non
che gliene faccia una colpa. Mi sarei
sentita un vero schifo se avessi
mostrato la merce senza concludere
la transazione.»
Arash si sedette di nuovo sul
divano. «Hai problemi di
performance, Cross?»
«Hai intenzione di rimanere
disoccupato, Madani?» Mi sedetti
sull’altra poltrona.
«Gideon aveva già inzuppato il
biscotto» proseguì Eva. «E a lei era
piaciuto parecchio. Anche in questo
caso, non posso fargliene una
colpa. Ti ho detto che scopa da
dio.»
Arash mi guardò, divertito. «Me
l’hai detto, sì.»
«Ti manda fuori di testa, ti fa
impazzire e...»
«Per l’amor del cielo, Eva»
borbottai.
Mi guardò con aria innocente.
«Sto solo cercando di fornire un po’
di contesto, piccolo. E di dare a
Cesare quel che è di Cesare.
Comunque, la povera Deanna è
combattuta tra odiarlo con tutto il
cuore e scoparselo a sangue. Dal
momento che non può fare la
seconda cosa, si attiene alla
prima.»
La guardai. «Hai finito?»
Mia moglie mi soffiò un bacio, poi
tracannò una gran sorsata d’acqua.
Arash si appoggiò allo schienale
del divano. «Complimenti per averle
sbattuto in faccia tutte le tue
prodezze» mi disse. «Sei una santa,
Eva, a sopportare lui e la scia di
donne incazzate che si è lasciato
dietro.»
«Cosa posso dire?» Strinse le
labbra. «Come l’hai scoperto?»
«Ho un contatto interno alla casa
editrice.»
«Ah. Pensavo che Deanna avesse
detto qualcosa.»
«Non lo farà. Non vogliono che si
sappia che non è Corinne a scrivere
il libro, così hanno inserito una
clausola di riservatezza. Stanno
negoziando il contratto adesso.»
Eva si sporse in avanti,
tormentando l’etichetta della
bottiglia. Il telefono che aveva
appoggiato accanto a sé vibrò e lei
lo prese per leggere il messaggio.
«Vado. Megumi è pronta.»
Si alzò. Io e Arash la imitammo.
Un attimo dopo era tra le mie
braccia, con il viso sollevato per un
bacio. Glielo diedi e strofinai il naso
contro il suo, poi lei si ritrasse.
«Sei proprio fortunato che sia
arrivata io.» Mi restituì la bottiglia.
«Pensa in quanti altri guai ti saresti
cacciato se fossi rimasto single un
minuto di più.»
«Tu sei un guaio sufficiente per
una vita intera.»
Eva salutò Arash e uscì
dall’ufficio. La guardai andarsene,
detestando la sua lontananza. Fece
un cenno a Scott mentre passava,
quindi scomparve.
«Ha delle sorelle?» chiese Arash,
mentre tornavamo a sederci.
«No, hanno buttato lo stampo.»
«Ehi, aspettate» disse Eva
tornando di corsa.
Io e Arash saltammo in piedi.
Si unì di nuovo a noi. «Se stanno
negoziando, non è stato ancora
firmato niente, giusto?»
«Giusto» rispose Arash.
Mi guardò. «Puoi fare in modo
che non firmi.»
Inarcai le sopracciglia. «E come
pensi che potrei fare una cosa del
genere?»
«Offrile un lavoro.»
La fissai, poi dissi: «No».
«Non dire di no.»
«No» ripetei.
Mia moglie si rivolse ad Arash. «I
vostri contratti di assunzione
includono cose come riservatezza,
non denigrazione, non concorrenza,
giusto?»
Arash ci pensò su. «Capisco dove
vuoi arrivare, e sì, è vero. Ma ci
sono dei limiti riguardo a ciò che è
coperto dalle clausole e a come
possono essere fatte rispettare.»
«Però è meglio di niente, no?
Tieni i nemici ancora più vicini e
roba del genere.» Si girò verso di
me con aria speranzosa.
«Non guardarmi così, Eva.»
«Okay. Era solo un’idea. Devo
andare.» Agitò una mano e schizzò
via.
Niente baci né saluti... Mi
girarono le scatole. Vederla
andarsene di nuovo... peggio della
prima volta.
Mi aveva fatto aspettare per fare
sesso con lei. Aveva suggerito con
noncuranza che seducessi un’altra
donna.
La Eva che conoscevo e amavo
non avrebbe mai fatto nessuna di
queste due cose.
«Non vuoi che quel libro venga
pubblicato» le gridai dietro.
Eva si bloccò sulla porta e si
voltò. Mi guardò, inclinando appena
la testa. «No, infatti.»
Quello sguardo indagatore mi
fece rizzare il pelo. Mi vedeva
attraverso, vedeva il torbido dentro
di me. «Sai che lei si aspetterebbe
più di un lavoro.»
«Dovresti convincerla» concordò,
tornando sui suoi passi. «Sei una
carota succulenta, Cross. E sai
come penzolare appena fuori
portata senza neppure aver bisogno
di provarci. Deve solo firmare sulla
linea tratteggiata. Dopodiché, puoi
trasferirla in Siberia, basta che le
dai il lavoro corrispondente alla
descrizione di posizione.»
Qualcosa nel suo tono di voce mi
innervosì... il modo di guardarmi
come un domatore di leoni che gira
intorno alla fiera, cauto e
circospetto ma completamente
padrone della situazione.
Provocato, reagii. «Mi fai
prostituire per ottenere quello che
vuoi.»
«Accidenti, Cross» borbottò
Arash. «Non fare il coglione.»
Eva socchiuse gli occhi, che da
grigi chiari assunsero una sfumatura
temporalesca. «Stronzate. Devi
illuderla, non scopartela. Desidero
che quel libro venga pubblicato
tanto quanto tu vuoi sentire in
continuazione Ragazza d’oro, ma tu
devi sopportare la dannata canzone
e io posso sopportare il dannato
libro.»
«E allora perché hai tirato fuori
questa storia di assumerla?»
ribattei, facendo un passo verso di
lei. «Non voglio quella fottuta
stronza tra i piedi, figuriamoci farla
lavorare per me.»
«Benissimo. Era solo un’idea.
Potrei dirti che eri turbato quando
sono arrivata qui e non mi piace
che tu sia turbato...»
«Per l’amor del cielo, non sono
turbato!»
«Giusto» disse strascicando le
parole. «Certo che no. Preferisci di
cattivo umore? Scontroso? Cupo?
Sono più virili per te, asso?»
«Dovrei darti una sculacciata.»
«Provaci e ti prendi un pugno su
quel bel faccino» ribatté, furibonda.
«Credi che mi piaccia l’idea che tu
faccia arrapare quella stronza? Solo
immaginarti flirtare con lei,
facendole credere che ti piacerebbe
scopartela, mi fa venir voglia di
spaccare qualcosa... compresa la
sua faccia.»
«Bene.» Avevo ottenuto quello
che volevo. Eva non riusciva a
mascherare la gelosia quando era
arrabbiata. Fremeva di collera. Io
invece avevo ritrovato la calma.
«E magari non servirebbe a
niente» continuò, sempre
incazzatissima. «L’editore potrebbe
trovare qualcun altro per scrivere
quel maledetto libro. Magari una
persona senza pregiudizi, ma sai
che c’è? Hai uno stuolo di ex amanti
che continuano a saltar fuori
inaspettate, perciò potrebbe avere
un altro colpo di fortuna.»
«Adesso basta, Eva.»
«Non ti farei prostituire solo per
evitare la pubblicazione di quel
libro. Sei la scopata del secolo.
Potrei tirar su qualche centone
all’ora, almeno.»
«Dannazione!» Mi slanciai in
avanti ma lei mi evitò.
«Basta!» intervenne Arash,
mettendosi in mezzo. «In qualità di
tuo avvocato, devo sottolineare che
far incazzare tua moglie potrebbe
costarti milioni.»
«Lui adora far incazzare le
donne» ribatté Eva, spostandosi a
destra e a sinistra dietro Arash per
non farsi prendere. «Lo eccita.»
«Levati dai piedi, Madani!»
«È tutto tuo, Arash» disse Eva, e
scappò via.
Mi lanciai all’inseguimento. La
presi mentre passava dalle porte,
afferrandola per la vita e
sollevandola da terra. Si divincolò
con un grugnito.
Le affondai i denti nella spalla e
lei strillò, attirando gli sguardi di
almeno dieci persone. Inclusa
Megumi, che svoltò l’angolo proprio
in quel momento.
«Salutami con un bacio» dissi.
«Non se ne parla!»
La lanciai in aria facendola girare
e la ripresi al volo rivolta verso di
me, poi la baciai con violenza. Un
bacio superficiale, rozzo. I nostri
nasi si scontrarono. Ma la
sensazione della sua bocca sulla
mia e la sua pelle calda sotto le mie
mani erano proprio quello di cui
avevo bisogno.
Mi mordicchiò il labbro inferiore.
Avrebbe potuto farmi male,
lacerarmi la pelle. E invece il suo
morso era solo un rimprovero
scherzoso, come la tirata di capelli
che le diedi.
«Sei pazzo» si lamentò. «Che
cavolo di problema hai?»
«Non andartene senza avermi
salutato con un bacio.»
«Stai scherzando.» Mi guardò
male. «Ti ho baciato.»
«La prima volta. Non la seconda
o la terza.»
«Be’, che mi venga un colpo»
ansimò. Strinse la presa sul collo, si
tirò su e mi mise le gambe intorno
alla vita. «Perché non me l’hai
chiesto e basta?»
«Non ho intenzione di
supplicare.»
«Non lo fai mai.» Mi toccò il viso.
«Dai ordini. Non smettere adesso.»
«È incredibile quello che puoi
permetterti quando sei il capo»
disse Megumi a Scott, che sedeva
alla sua scrivania con lo sguardo
incollato allo schermo del computer.
Scott saggiamente non replicò.
Arash non fu altrettanto cauto.
«Follia temporanea causata da
nervosismo prematrimoniale,
giusto, Scott?» Mi venne accanto.
«Seminfermità mentale. Un
rincoglionimento di proporzioni
epiche.»
Gli lanciai un’occhiata di
avvertimento. «Chiudi il becco.»
«Sii carino.» Eva mi diede un
bacio leggero. «Ne parliamo più
tardi.»
«Casa tua o casa nostra?»
Lei sorrise, la rabbia ormai
passata. «Nostra.»
Allentò la presa delle gambe e io
la misi a terra.
Adesso potevo lasciarla andare.
La cosa continuava a non piacermi,
ma il nodo allo stomaco si era
sciolto. Eva non dava segno di
essersi arrabbiata. Si rabbuiava
come un temporale improvviso e si
rasserenava altrettanto in fretta, un
cielo senza nuvole.
«Salve, Megumi.» Le porsi la
mano.
Lei la prese, rivelando unghie
smaltate con un velo di brillantini.
Era una giovane donna attraente,
con capelli neri a caschetto e occhi
a mandorla.
L’amica ed ex collega di Eva
sembrava più forte dell’ultima volta
in cui l’avevo vista, il che mi fece
piacere perché sapevo quanto mia
moglie si preoccupasse per lei. La
conoscevo solo di vista prima
dell’aggressione sessuale che aveva
recentemente subito e che le aveva
cambiato la vita. Mi dispiaceva. La
donna in piedi di fronte a me aveva
un’espressione ferita negli occhi
scuri e un’aria spavalda che tradiva
la sua vulnerabilità.
L’esperienza mi insegnava che
aveva una lunga strada davanti a
sé. E che non sarebbe mai più stata
la persona che era prima.
Lanciai un’occhiata a Eva. Mia
moglie aveva fatto un lungo
cammino, rispetto sia alla ragazza
che era stata tanto tempo fa sia
alla giovane donna che avevo
incontrato la prima volta. Anche lei
era più forte, adesso. Ero felice di
questo e non l’avrei cambiato per
niente al mondo.
Potevo solo pregare che quella
forza alla fine non l’avrebbe
allontanata da me.

Uscii dalla palestra di James Cho


esattamente come mi ero
aspettato: a pezzi. Ero comunque
riuscito a mandare al tappeto l’ex
campione nell’ultimo scontro.
Angus mi aspettava fuori, in piedi
accanto alla Bentley. Aprì la
portiera e prese la mia sacca, ma
non sorrise. Sul sedile posteriore
Lucky latrava nel trasportino, il
musetto eccitato che faceva
capolino tra le sbarre.
Mi fermai prima di salire e
sostenni lo sguardo di Angus.
«Ho delle informazioni» disse
cupo.
Mi ero preparato alle cattive
notizie, dato che stava cercando i
documenti di Hugh. «Ne parliamo
quando arriviamo all’attico.»
«Sarebbe meglio nel suo ufficio.»
«Va bene.» Mi infilai in macchina,
le sopracciglia aggrottate. Avremmo
avuto privacy in entrambi i posti.
Avevo suggerito casa mia in modo
che ci fosse Eva al mio fianco a
sostenermi quando lui mi avrebbe
riferito le informazioni. La
preferenza di Angus per l’ufficio
poteva significare solo che non
voleva Eva nei paraggi.
Che cosa aveva da dirmi che era
meglio nascondere a mia moglie?
Lucky mise le zampe sullo
sportello del trasportino, guaendo
piano. Aprii la gabbia
distrattamente e lui si precipitò
fuori, mi si arrampicò in braccio e si
mise a leccarmi la faccia.
«Okay, okay.» Lo trattenni in
modo che non diventasse frenetico
e tirai indietro la testa per non
farmi leccare la bocca. «Anch’io
sono contento di vederti.»
Gli accarezzai il corpicino
morbido e caldo guardando fuori dal
finestrino mentre attraversavamo la
città. Di notte New York era
completamente diversa, un misto di
vicoli bui e grattacieli scintillanti, di
vetrine illuminate e cenette intime
nei dehors.
Con quasi due milioni di persone
stipate su un’isola di meno di
sessanta chilometri quadrati, la
privacy era al tempo stesso rara e
agognata. Le finestre delle case si
affacciavano l’una sull’altra,
vicinissime. Spesso erano prive di
tende, rivelando vite private a
chiunque volesse guardare. I
telescopi erano un articolo diffuso.
Era tipico dei newyorkesi vivere
in una bolla, badando ai fatti propri
e aspettandosi che gli altri
avrebbero fatto lo stesso. L’altra
opzione era troppo claustrofobica,
l’antitesi dello spirito di libertà che
era alla base dell’Empire State
Building.
Arrivammo al Crossfire e io scesi
dalla Bentley con Lucky. Angus mi
seguì attraverso la porta girevole e
percorremmo l’atrio in silenzio. Gli
uomini della sicurezza si alzarono in
piedi mentre mi avvicinavo,
salutandomi brevemente e
lanciando occhiate al cucciolo che
avevo in braccio. Sorrisi tra me e
me vedendo il mio riflesso.
Indossavo i pantaloni della tuta e
una T-shirt, e avevo i capelli umidi
per la doccia: dubitavo che
qualunque estraneo avrebbero
creduto che quell’edificio era mio.
L’ascensore salì rapidamente,
portandoci al quartier generale
della Cross Industries in una
manciata di secondi. La maggior
parte degli uffici e dei cubicoli era
vuota, ma alcuni dipendenti
ambiziosi stavano ancora ultimando
dei lavori... oppure non avevano
una ragione per tornare a casa. Lo
sapevo fin troppo bene. Non era
passato molto tempo da quando
trascorrevo più tempo al lavoro che
nell’attico.
Entrai nel mio ufficio, accesi le
luci e oscurai la parete di vetro. Poi
mi diressi verso il divano, mi sedetti
e misi Lucky sul cuscino accanto a
me. Fu in quel momento che notai
la logora cartella di cuoio in mano
ad Angus.
Avvicinò una poltrona al tavolino
e si sedette. Mi guardò negli occhi.
Sentii un nodo in gola mentre mi
veniva in mente un’altra possibilità.
Angus sembrava troppo cupo,
l’incontro troppo formale.
«Non vai in pensione» lo
prevenni, parlando a fatica. «Non te
lo permetterò.»
Mi guardò un attimo, poi la sua
espressione si addolcì. «Ah, ragazzo
mio. Mi avrà intorno ancora per un
po’.»
Ero così sollevato che mi
accasciai sul divano, con il cuore
che batteva forte. Lucky, sempre
pronto al gioco, mi saltò addosso.
«Giù» gli ordinai, il che non fece
che eccitarlo ancora di più. Lo tenni
fermo con una mano e rivolsi un
secco cenno della testa ad Angus
per dirgli che poteva cominciare.
«Ricorderà il dossier che
abbiamo messo insieme quando ha
conosciuto Eva» esordì.
Sentendo il nome di mia moglie,
mi raddrizzai. «Naturalmente.»
Mi tornò alla mente il giorno in
cui l’avevo conosciuta. Io ero
seduto sulla limousine accanto al
marciapiede, pochi istanti prima di
allontanarmi dal Crossfire. Lei stava
entrando nell’edificio. L’avevo
osservata, percependo l’attrazione.
Incapace di resistere, avevo detto
ad Angus di aspettare ed ero
rientrato per cercarla, a dare la
caccia a una donna... una cosa che
non avevo mai fatto.
Quando mi aveva visto, aveva
lasciato cadere il badge
identificativo e io gliel’avevo
raccolto, registrando il suo nome e
la società per cui lavorava. Entro
sera sulla scrivania dello studio di
casa c’era una cartellina sottile
contenente un rapido controllo dei
suoi trascorsi... Di nuovo, una cosa
che non avevo mai fatto per puro
interesse sessuale. In qualche
modo, a un livello di cui non ero
ancora consapevole, sapevo che era
mia. Sapevo che, per quanto mi
raccontassi storie, sarebbe stata
importante per me.
Nei giorni seguenti il dossier era
cresciuto, includendo i genitori di
Eva e Cary, poi i nonni paterni e
materni.
«Abbiamo incaricato un avvocato
a Austin» continuò Angus «perché ci
inviasse qualunque resoconto di
attività insolite con Harrison e Leah
Tramell.»
I genitori di Monica. Il loro
allontanamento dalla figlia e dalla
nipote mi andava benissimo. Meno
familiari con cui avere a che fare.
Ma mi rendevo anche conto che,
benché non avessero mostrato
alcun interesse per la nipote
illegittima, avrebbero potuto
cambiare idea quando Eva fosse
diventata pubblicamente mia
moglie. «Che cos’hanno fatto?»
«Sono morti» disse senza giri di
parole, aprendo la cartella. «Quasi
un mese fa.»
La cosa mi fece riflettere. «Eva
non lo sa. Lo scorso weekend
stavamo giusto parlando degli inviti
per il matrimonio e sono venuti
fuori i loro nomi. Presumo che
Monica non abbia contatti con
loro.»
«Ha scritto il necrologio
comparso sul giornale locale.»
Angus prese una fotocopia e la mise
sul tavolino.
La presi e la scorsi in fretta. I
Tramell erano morti insieme in un
incidente in barca durante una
vacanza estiva. La foto era vecchia
di decenni, e li ritraeva con abiti e
pettinature che risalivano agli anni
Settanta. Erano entrambi attraenti,
ben vestiti e con accessori costosi.
Quello che non quadrava erano i
capelli: anche in una stampa in
bianco e nero si capiva che erano
scuri.
Lessi la frase finale. “Harrison e
Leah lasciano la figlia, Monica, e
due nipoti.” Guardai Angus e ripetei
a voce alta: «Due nipoti? Eva ha un
fratello o una sorella?».
Lucky si liberò dalla mia stretta
poco convinta e saltò sul
pavimento.
Angus fece un gran sospiro.
«Quella frase e la foto mi hanno
spinto ad andare più a fondo.»
Tirò fuori una foto e la posò sul
tavolino.
La guardai. «Chi è quella?»
«Monica Tramell... adesso
Monica Dieck.»
Mi si gelò il sangue. La donna
nella foto era bruna, come i
genitori. E non assomigliava per
niente alla Monica che conoscevo,
né a mia moglie. «Non capisco.»
«Non ho ancora stabilito quale
sia il vero nome della madre di Eva,
ma la vera Monica Tramell aveva
un fratello di nome Jackson che è
stato brevemente sposato con
Lauren Kittrie.»
«Lauren.» Il secondo nome di
Eva. «Che cosa sappiamo di lei?»
«Per ora niente, ma mi dia
tempo. Stiamo indagando.»
Mi passai una mano tra i capelli.
«È possibile che abbiamo confuso i
Tramell e fatto ricerche sulla
famiglia sbagliata?»
«No, ragazzo mio.»
Mi alzai e mi diressi verso il bar.
Presi un paio di bicchieri dalla
mensola e versai in ciascuno due
dita di Ardbeg Uigeadail single
malt. «Stanton dovrebbe aver fatto
dei controlli accurati su Monica – la
madre di Eva – prima di sposarla.»
«Finché Eva non gliel’ha
raccontato, lei non sapeva del suo
passato» mi fece notare.
Aveva ragione. La
documentazione relativa alla
violenza sessuale, l’aborto, le
trascrizioni del tribunale, il
patteggiamento... tutto era stato
meticolosamente insabbiato.
Quando avevo incaricato Arash di
metter giù la bozza dell’accordo
prematrimoniale, avevamo
verificato la situazione finanziaria e
i debiti, ma quello era tutto. Io la
amavo. La volevo. Non avevo mai
preso in considerazione l’idea di
screditarla.
Anche Stanton amava sua
moglie. Il patrimonio personale di
lei, accumulato dopo due divorzi
economicamente vantaggiosi,
sarebbe stato oggetto della
preoccupazione maggiore. Quanto
al resto, sospettavo che io e lui ci
fossimo comportati in modo simile.
Perché cercare il marcio quando
niente indica che debba essercene?
L’amore era caparbiamente cieco e
si prendeva gioco degli uomini.
Girai intorno al bar e per poco
non inciampai in Lucky quando mi
saltellò tra i piedi. «Benjamin
Clancy è dannatamente bravo. Non
gli sarebbe sfuggita una cosa del
genere.»
«A noi è sfuggita.» Angus prese il
bicchiere che gli porgevo. «Se i
Tramell non fossero morti,
continueremmo a non saperlo. Il
controllo dei suoi trascorsi era
pulito.»
«Come diavolo faceva a essere
pulito, per l’amor del cielo?» Buttai
giù il whisky in un sorso.
«La madre di Eva ha usato il
nome, la data di nascita e la storia
familiare di Monica, ma non ha mai
aperto una linea di credito, che è il
modo in cui vengono scoperti la
maggior parte dei furti d’identità. Il
conto bancario che usa è stato
aperto venticinque anni fa ed è un
conto societario con un soggetto
fiscale diverso.»
Avrebbe dovuto fornire un
numero di previdenza sociale
quando l’aveva aperto, ma prima di
Internet il mondo era un posto
completamente diverso.
Facevo fatica a cogliere
l’enormità di quell’imbroglio. Se
Angus aveva ragione, la madre di
Eva aveva vissuto per la maggior
parte della sua vita sotto una falsa
identità.
«Non ci sono tracce, ragazzo
mio» ribadì, posando il bicchiere
intatto. «Nessun sentiero di briciole
da seguire.»
«Cosa mi dici della vera Monica
Tramell?»
«Suo marito gestisce tutto. In
quel senso, praticamente non
esiste.»
Guardai il cucciolo che mi
toccava le gambe con le zampe.
«Eva non ne sa niente» dissi cupo.
«Me l’avrebbe detto.»
Nel momento stesso in cui
pronunciavo quelle parole, dovetti
chiedermi come avrebbe fatto a
dirmelo. Cosa avrei fatto io, se fossi
stato al suo posto? Poteva forse
custodire un segreto così pazzesco
perché aveva vissuto nella
menzogna tanto a lungo da arrivare
a credere che fosse la verità?
«Sì, Gideon» disse Angus in tono
basso e conciliante. Anche lui se
l’era chiesto. Era il suo lavoro. «La
ama. Più profondamente e
sinceramente di quanto mi sia mai
capitato di vedere.»
Mi rimisi a sedere, avvertendo il
peso di Lucky mentre si
arrampicava di fianco a me. «Devo
saperne di più. Tutto. Non posso
andare da Eva con informazioni del
genere a pezzi e bocconi.»
«Le avrà» promise Angus.
9

«È...» Feci una smorfia guardando


lo schizzo dettagliato che Cary mi
aveva messo davanti e scossi la
testa. «È carino, ma... non va bene.
Non è quello che fa per me.»
Cary espirò sonoramente. Era
seduto sul pavimento ai miei piedi e
reclinò la testa sul divano per
guardarmi al contrario. «Stai
scherzando. Ti do un abito da sposa
unico disegnato apposta per te, e tu
lo snobbi?»
«Non voglio un abito senza
spalline. E questo ha un orlo
asimmetrico...»
«Quello è uno strascico» disse
ironico.
«Allora perché si vedono le
scarpe? Non si dovrebbero vedere.»
«È uno schizzo fatto in cinque
minuti. Puoi dirgli di fare il davanti
più lungo.»
Mi allungai per prendere la
bottiglia di vino che avevo aperto,
versandomene un po’ nel bicchiere.
Dalle casse dell’impianto stereo
provenivano i grandi successi dei
Journey, a basso volume. Il resto
dell’attico era silenzioso e buio,
mentre in salotto erano accese due
lampade da tavolo.
«È troppo... contemporaneo»
protestai. «Troppo moderno.»
«Oh, sì.» Alzò la testa per
guardare di nuovo il disegno. «È per
questo che è fico.»
«È trendy, Cary. Quando avrò dei
figli, lo guarderanno e si
chiederanno che cosa mi sia
passato per la testa.» Bevvi un
sorso di vino e gli passai le dita tra i
capelli folti. «Voglio qualcosa che
sia senza tempo. Come Grace Kelly
o Jackie Kennedy.»
«Figli, eh?» Si abbandonò alle
mie carezze, come un gatto. «Se ti
sbrighi, potremo andare insieme al
parco e organizzare pomeriggi di
gioco.»
«Ah-ah! Forse tra dieci anni.» Mi
sembrava giusto. Dieci anni di
Gideon solo per me. Tempo per
maturare un po’, sistemare le cose
e trovare un’intesa quotidiana.
Le cose miglioravano di giorno in
giorno, ma continuavamo a essere
una coppia instabile con un
rapporto tempestoso. Ancora non
capivo perché avevamo litigato
prima, nel suo ufficio. Ma Gideon
era così. Elegante, selvaggio e
pericoloso come un lupo, che
mangiava dalla mia mano solo per
morderla un attimo dopo. E di solito
il tutto era coronato da una scopata
bestiale, quindi... A me andava
bene.
«Già» disse Cary cupo. «Ti ci
vorranno dieci anni – e un miracolo
– per restare incinta se non
ricominci a scopartelo.»
«Ehi.» Gli tirai i capelli. «Non che
siano affari tuoi, ma ieri notte gli ho
dato una ripassata con i fiocchi.»
«Davvero?» Mi sbirciò da sopra la
spalla. «Questa è la mia piccola.»
Feci un sorrisetto. «E ho
intenzione di rifarlo quando torna a
casa.»
«Sono invidioso. Io niente. Zero.
Nada. Mi verrà un callo permanente
sulla mano a causa del mio uccello
solitario.»
Scoppiai a ridere e mi appoggiai
allo schienale del divano. «Fa bene
prendersi una pausa. Mette le cose
in prospettiva.»
«Ma se è passata a stento una
settimana» mi prese in giro.
«Dieci giorni, in realtà. Dieci
orribili, infernali giorni.» Bevvi un
altro sorso di vino.
«Vero? Uno schifo. Pessimo.»
«Non vorrei passarci un’altra
volta, ma sono contenta che siamo
riusciti a tener fuori il sesso
dall’equazione almeno per un po’. Ci
ha permesso di parlare e di goderci
la reciproca compagnia. Quando
finalmente ci abbiamo dato dentro,
è stato...» Mi passai la lingua sulle
labbra. «Esplosivo.»
«Me lo stai facendo venire duro.»
Sbuffai. «E cosa non lo fa?»
Mi lanciò un’occhiata di traverso.
«Non mi vergognerò del mio
salutare desiderio sessuale.»
«Devi essere orgoglioso di
esserti preso del tempo per capire
dove stai andando. Sono orgogliosa
di te.»
«Sì, grazie, mamma.» Mi
appoggiò la testa sul ginocchio.
«Sai... potrei mentirti.»
«No. Se stessi scopando in giro,
vorresti che lo sapessi, perché ti
prenderei a calci in culo, il che è
parte del divertimento.» No. Ma era
un modo di usarmi per punire se
stesso.
«Quello che sarà divertente è
Ibiza.»
«Ibiza?» Ci misi un po’ a fare due
più due. «Per il mio addio al
nubilato?»
«Proprio così.»
La Spagna. A mezzo mondo di
distanza. Non me l’aspettavo. «E
quanto dovrebbe durare questa
festa?»
Cary mi scoccò il suo sorriso da
un milione di dollari. «Il weekend.»
«Non che abbia voce in capitolo,
ma a Gideon non piacerà.»
«Gli ho parlato io. È in paranoia
per la sicurezza, ma avrà altro a cui
pensare, in Brasile.»
Mi raddrizzai di colpo. «Brasile?»
«Sembri un pappagallo, stasera,
non fai che ripetere tutto.»
Amavo il Brasile. Mi piacevano la
musica, il clima, la passione della
gente. La sensualità della cultura
brasiliana non aveva uguali nel
mondo.
E pensare a Gideon lì, con il
gruppo di uomini ricchi e bellissimi
che chiamava amici, a festeggiare
gli ultimi giorni di un’esistenza da
scapolo cui aveva già rinunciato...
Il mio migliore amico si girò a
guardarmi. «Conosco
quell’espressione. Ti stai
innervosendo al solo pensiero di lui
circondato da bikini brasiliani e
dalle donne dal sangue caldo che li
portano.»
«Chiudi il becco, Cary.»
«E ha anche la compagnia giusta
per fare colpo. Soprattutto quel
Manuel, è un pezzo da novanta.»
Ricordai di aver visto Manuel
Alcoa fare una conquista quando
eravamo andati tutti insieme in un
locale con il karaoke. Come
Arnoldo, Gideon e Arash, Manuel
non doveva neppure sforzarsi; gli
bastava scegliere dall’ampia
selezione di donne che gli si
gettavano ai piedi.
Cosa avrebbe fatto mio marito
quando i suoi amici si fossero
trovati delle squinzie fantastiche?
Sarebbe rimasto seduto da solo con
in mano una caipirinha? Ne
dubitavo.
Gideon non sarebbe stato
infedele, non avrebbe neppure
flirtato; non era nel suo stile. Non
aveva flirtato neanche con me
all’inizio, e io ero l’amore della sua
vita. No, avrebbe dominato la sala,
tenebroso, fatale e intoccabile,
mentre una fiumana di donne
bellissime gli sbavava intorno.
Com’era possibile che rimanesse
indifferente?
Cary scoppiò a ridere. «Hai la
faccia di una pronta a uccidere
qualcuno.»
«Tu sei quello più vicino» lo
ammonii.
«Non puoi uccidermi. Chi altro
potrebbe trovarti il vestito giusto
per rendere Gideon geloso quanto
te?»
«Sembra proprio che sia tornato
a casa al momento giusto.»
Io e Cary ci girammo verso la
porta d’ingresso e vedemmo Gideon
entrare con una sacca sulla spalla e
un trasportino in mano.
Il mio malumore svanì, sostituito
dalla gioia che mi pervase nel
vederlo. Non saprei dire come
facesse, ma Gideon era capace di
rendere follemente arrapanti anche
un paio di pantaloni della tuta e
una T-shirt.
Appoggiò le cose sul pavimento.
«Che cosa c’è qui?» Cary si alzò
in piedi e si avvicinò al trasportino.
Mi alzai anch’io e andai da mio
marito, eccitata dalla semplice gioia
di dargli il benvenuto a casa. Mi
venne incontro, stringendomi tra le
braccia. Gli misi le mani sulla
schiena, accarezzando la pelle
muscolosa e calda. Quando si chinò
per baciarmi, gettai indietro la
testa. La sua bocca sfiorò la mia,
poi si aprì per un saluto tenero e
senza parole.
Si raddrizzò passandosi la lingua
sulle labbra. «Sai di vino.»
«Ne vuoi un po’?»
«Certo.»
Andai in cucina per prendere un
altro bicchiere, mentre alle mie
spalle udivo i ragazzi salutarsi e
Gideon presentare Lucky a Cary. I
latrati giocosi del cane e la risata
profonda di Cary riempirono l’aria.
Non mi ero ancora trasferita, ma
mi sentivo a casa.

Cary se n’era andato ormai da


un’ora quando trovai il coraggio di
fare a Gideon la domanda che mi
bruciava sulla punta della lingua.
Eravamo seduti sul divano. Lui
era stravaccato a gambe larghe, un
braccio intorno alle mie spalle e una
mano posata con noncuranza sulla
coscia. Io ero rannicchiata accanto
a lui, con le gambe raccolte, la
testa sulla sua spalla, le dita che
giocherellavano con l’orlo della sua
T-shirt. Lucky dormiva nel box
vicino al caminetto spento,
uggiolando di tanto in tanto mentre
sognava quello che sognano i cani,
qualunque cosa sia.
Nell’ultima mezz’ora Gideon era
stato silenzioso, quasi
contemplativo, mentre io discutevo
i pregi dello schizzo dell’abito da
sposa che lui aveva preso dal
tavolino.
«Comunque» dissi, per
concludere «ho la sensazione che lo
saprò quando lo vedrò, ma il tempo
sta per scadere. Sto cercando di
non farmi prendere dal panico. Non
voglio accontentarmi.»
Sollevò la mano che mi teneva
sulla spalla e mi cinse la nuca,
baciandomi sulla fronte. «Potresti
indossare i jeans, angelo, e saresti
la sposa più bella di sempre.»
Toccata, mi feci più vicina a lui.
Feci un respiro profondo, poi chiesi:
«Dove andate in Brasile?».
Gideon mi passò le dita tra i
capelli. «Rio.»
«Oh.» Me lo immaginavo
sdraiato sulla sabbia bianca di
Copacabana, il magnifico corpo
abbronzato in mostra, la luminosità
degli occhi blu nascosta dietro un
paio di occhiali da sole.
Le belle donne sulla spiaggia non
sarebbero state in grado di dire se
le guardava o no, il che le avrebbe
eccitate, rese audaci.
La sera, lui e i ragazzi si
sarebbero goduti la vita notturna a
Ipanema o magari, se erano in
vena di esagerare, sarebbero andati
a Lapa. Indipendentemente dal
posto, avrebbero avuto un codazzo
di donne stupende, appassionate e
poco vestite. Era inevitabile.
«Ho sentito Cary dire che sei
gelosa» mormorò, accarezzandomi
la testa. Nella sua voce c’era una
nota di compiaciuta soddisfazione.
«È per questo che hai scelto il
Brasile? Per farmi soffrire?»
«Angelo.» Mi prese
delicatamente per i capelli,
costringendomi a guardarlo in
faccia. «Non c’entro niente con la
scelta della destinazione.» Incurvò
le labbra in un sorriso sexy. «Ma
sono felice di sapere che soffrirai.»
«Sadico.» Mi scostai da lui.
Gideon non mi lasciò andare,
stringendomi di nuovo a sé. «Dopo
il tuo suggerimento riguardo a
Deanna, stavo cominciando a
pensare che ti stessi stancando di
me.»
«Questa sì che è divertente.»
«Non per me» disse in tono
misurato. Mi scrutò in faccia.
Rendendomi conto che era serio,
almeno in parte, smisi di scherzare.
«Non mi piaceva l’idea che tu la
assumessi.»
«Non subito. Mi hai consigliato di
sedurla come mi diresti di prendere
una bottiglia di vino tornando a
casa. Almeno quando ho
menzionato Rio, ti sei irrigidita e hai
messo il broncio.»
«C’è una differenza...»
«Tra sedurre intenzionalmente
una donna che mi sono scopato e
dire di sì a una festa di addio al
celibato che non ho organizzato io?
Certo che sì. E non ha alcun senso
che debba andarti bene la prima
opzione e non la seconda.»
Lo guardai male. «Perché la
prima è una transazione d’affari in
un ambiente controllato. L’altra un
ultimo giro di scopate seriali in una
delle città più sexy del mondo!»
«Tu sai come stanno le cose»
disse a voce bassa e in tono
tranquillo, il che equivaleva a
pericoloso.
«Non sei tu quello che mi
preoccupa» sottolineai. «Sono le
donne che ti vorranno. E i tuoi
amici, sbronzi e arrapati, faranno di
tutto perché sia anche tu della
partita.»
Aveva l’espressione impassibile,
lo sguardo freddo. «E credi che io
non sia abbastanza forte da gestire
la pressione?»
«Non ho detto questo. Non
mettermi le parole in bocca.»
«Sto solo cercando di chiarire il
tuo modo contorto di pensare.»
«Guarda, torniamo alla faccenda
di Deanna.» Mi divincolai e mi alzai.
Mi misi davanti al tavolino e mossi
le mani, gesticolando. «Ecco come
me l’ero immaginata, prima di
suggerirtela. Tu nel tuo ufficio, in
piedi e appoggiato alla scrivania in
quel tuo modo sexy da morire.
Giacca sull’attaccapanni, magari
uno scotch con ghiaccio a portata di
mano per dare un tocco informale
alla scena.»
Guardai verso il divano. «Deanna
è seduta sulla sedia più lontana da
te, così può vedere bene tutto
quanto. La squadri lentamente,
butti lì un paio di doppi sensi sul
fare le cose insieme. Lei si fa delle
idee e accetta il contratto con una
firma sulla linea tratteggiata. Ecco
tutto. Non ti avvicini mai a lei e non
ti siedi. La parete di vetro rimane
chiara, così lei non azzarderà
nessuna mossa.»
«Hai immaginato tutto questo in
una frazione di secondo?»
«Be’» mi toccai una tempia «ho
qualche ricordo che gira qui dentro
e l’ho usato per dare un po’ di
pepe.»
«I ricordi che ho io di seduzione
in ufficio non riguardano
nessun’altra» disse seccamente.
«Stammi a sentire, asso.» Mi
sedetti sul tavolino. «È stata
un’idea spontanea che mi è venuta
perché ero preoccupata per te.»
L’espressione di Gideon si
addolcì. «Gli angeli si precipitano.
Capito.»
«Davvero?» Mi sporsi in avanti e
gli misi le mani sulle ginocchia.
«Sarò sempre possessiva, Gideon.
Tu sei mio. Vorrei poterti mettere al
collo un cartello che lo dice.»
Alzò la mano sinistra,
mostrandomi la fede.
Liquidai l’argomento con un
verso di derisione. «Sai quante
donne vi presteranno attenzione
quando tu e la tua cricca andrete a
caccia a Rio?»
«Presteranno attenzione se io
glielo faccio notare.»
«A quel punto uno dei tuoi amici
si lascerà sfuggire che è una festa
di addio al celibato e quelle ti
staranno ancora più addosso.»
«Starmi addosso non le porterà
da nessuna parte.»
Lo percorsi con lo sguardo.
«Sarai irresistibile con dei pantaloni
grigio grafite e una T-shirt nera con
lo scollo a V...»
«Stai ricordando quella sera al
club.»
Lui di sicuro. Il cazzo gli diventò
duro e grosso, premendo
oscenamente contro i pantaloni
della tuta.
Per poco non gemetti quando la
sua eccitazione confermò quello che
sospettavo: non portava niente
sotto il cotone morbido.
«Non riuscivo a smettere di
pensare a te dopo che te n’eri
andata dal mio ufficio» mormorò.
«Non riuscivo a scacciare dalla
mente la tua immagine. Poi ti ho
chiamata al lavoro e tu mi hai
stuzzicato, dicendo che stavi per
andartene a casa a giocare con il
vibratore, quando io avevo il cazzo
duro e pronto per te.»
Mi agitai irrequieta, ricordando
ogni dettaglio. Quella sera a New
York lui indossava un maglione con
lo scollo a V, ma ciò che avevo
immaginato a Rio faceva qualche
concessione al clima tropicale e alla
pressione erotica dei corpi in un
nightclub.
«Con gli occhi della mente ti
vedevo nel tuo letto» continuò,
mettendosi la mano in mezzo alle
gambe per accarezzarsi l’erezione.
«Le cosce allargate, la schiena
inarcata, il corpo nudo e lucido di
sudore mentre ti spingevi un grosso
cazzo di plastica nella fica fradicia.
L’idea mi faceva impazzire, non ero
mai stato così eccitato. Ero come in
calore, il bisogno di scopare era una
febbre che mi consumava.»
«Dio santo, Gideon.» Mi pulsava
il sesso, avevo il seno gonfio e
sensibile, i capezzoli eretti e
doloranti.
Mi guardò con gli occhi
semichiusi. «Prima di organizzare di
vederti sono uscito. Volevo
qualcuna che non avrebbe detto di
no come avevi fatto tu. L’avrei
portata all’albergo, le avrei
allargato le cosce e l’avrei scopata
fino a sfogare quella febbre. Non
importava chi fosse, non avrebbe
avuto né un volto né un nome; non
l’avrei nemmeno guardata mentre
me la facevo. Era solo una sostituta
di te.»
Mi lasciai sfuggire un gemito di
dolore, il pensiero di Gideon con
un’altra in quel modo era
insopportabile.
«Ci sono andato vicino un paio di
volte.» La sua voce si era fatta più
roca. «Ho bevuto un drink mentre
aspettavo che qualcuna finisse di
flirtare e mi mandasse il segnale
che era pronta a venire con me. La
prima volta ho pensato di essermi
tirato indietro perché non era il mio
tipo. La seconda, sapevo che
nessuna sarebbe andata bene.
Nessuna tranne te. Ero furioso: con
te perché ti negavi, con loro perché
erano inferiori, con me stesso
perché ero troppo debole per
dimenticarti.»
«So come ci si sente» confessai.
«Ogni ragazzo che incontravo era
quello sbagliato. Non erano te.»
«Sarà sempre così per me, Eva.
Soltanto tu. Sempre.»
«Non ho paura che tu mi
tradisca» ripetei, alzandomi in
piedi. Mi tolsi la canottiera, poi gli
shorts. Il reggiseno di pizzo Carine
Gilson e le mutandine fecero la
stessa fine. Mi spogliai in fretta, con
metodo. Niente gesti provocanti di
nessun genere.
Gideon rimase dov’era,
guardandomi senza muoversi; come
il dio del sesso che era, aspettava
che gli fosse dato piacere.
Poi lo vidi con gli occhi di
un’estranea, mio marito seduto così
in un affollato club brasiliano, che
irradiava una muta richiesta di
sesso in ondate di calore e bisogno.
Era così, una creatura intensamente
e insaziabilmente sessuale. Esisteva
una donna in grado di resistergli?
Non ne avevo ancora incontrata
una.
Mi avvicinai e mi misi a
cavalcioni sopra di lui. Feci scivolare
le mani sulle spalle larghe,
percependo il suo calore sotto il
cotone della T-shirt. Mi mise le
mani sui fianchi, brucianti. «Le
donne che ti vedono vorranno farti
questo» mormorai. «Toccarti così.
Immagineranno di farlo.»
Gideon mi guardò passandosi
lentamente la lingua sul labbro
inferiore. «E io immaginerò te.
Esattamente così.»
«Il che non farà che peggiorare
le cose, perché capiranno quanta
voglia ne hai.»
«Quanta voglia ho di te» mi
corresse, mettendomi le mani sul
culo e attirandomi contro la sua
erezione. Le grandi labbra, aperte
per via della posizione, e il clitoride
vi sfregarono contro attraverso la
stoffa e io mossi i fianchi
ansimando di piacere.
«Posso vederle mettersi nella
posizione migliore» gli dissi senza
fiato «a fissarti con lo sguardo da
“scopami”, facendo scorrere le dita
nel solco dei seni perché tu possa
apprezzare la loro dotazione. Si
agitano irrequiete, accavallando le
gambe di continuo perché vogliono
questo.»
Gli presi in mano il cazzo grosso
e duro e lo accarezzai. Si fletté sul
mio palmo, vivo e impaziente.
Gideon schiuse le labbra, l’unica
crepa nel suo controllo.
«Stai pensando a me, quindi ce
l’hai duro. E se te ne stai seduto
così, a gambe larghe, loro possono
vedere quanto ce l’hai grosso,
pronto a usarlo.»
Gli afferrai il polso e spostai il
suo braccio sinistro sopra lo
schienale del divano. «Ecco come
sei. Non muoverti.» Gli spostai
l’altro braccio in grembo. «Avrai un
bicchiere in questa mano, con
dentro due dita di cachaça scura. La
sorseggi di quando in quando,
leccandoti le labbra.»
Mi protesi verso di lui e passai la
lingua sulla curva sensuale della
bocca. Aveva labbra piene ma sode.
Spesso erano atteggiate
severamente e non rivelavano nulla
dei suoi pensieri. Sorrideva di rado,
ma quando lo faceva poteva essere
un sorriso giocoso da ragazzino
oppure una sfida compiaciuta. I suoi
sorrisi lenti erano pungoli erotici,
mentre i mezzi sorrisi beffardi si
prendevano gioco di se stesso e
degli altri.
«Sembrerai distante e remoto»
continuai. «Perso nei tuoi pensieri.
Annoiato dall’energia frenetica e
dalla musica martellante. I ragazzi
vanno e vengono intorno a te.
Manuel ha già in grembo una tipa
arrapante, una diversa ogni volta
che gli lanci un’occhiata. Per quanto
lo riguarda, ce n’è più che a
sufficienza per tutti.»
Gideon sorrise. «E ha una
passione per le donne latine.
Approva totalmente il mio gusto in
fatto di mogli.»
«Moglie» lo corressi. «La tua
prima e ultima.»
«La mia unica» concordò. «Testa
calda. Sangue caldo. La mia unica e
sola una botta e via permanente.
So esattamente come sarà tra noi,
e poi tu mi cogli di sorpresa. Mi
mangi vivo, ogni volta, e ne vuoi
ancora.»
Gli misi una mano sulla guancia e
lo baciai, continuando a muovere
l’altra mano su e giù lungo la sua
erezione con carezze lunghe e
lente. «Arash ti porta un altro drink
tutte le volte che passa. Ti racconta
storie su quello che ha visto
andando in giro per il locale e tu
sembri divertito, il che fa impazzire
le donne che ti stanno osservando.
Quel lampo di intimità e calore le
spinge a volerne di più.»
«E Arnoldo?» mormorò,
guardandomi con gli occhi incupiti
dalla lussuria.
«È distaccato, come te. È ferito e
diffidente perché gli hanno spezzato
il cuore, ma è disponibile. Flirta e
sorride, ma dà sempre quella
sensazione di essere inaccessibile.
Le donne troppo intimidite da te
sceglieranno Arnoldo. Lui farà sì che
loro si dimentichino di te, anche se
lui in realtà si sarà già dimenticato
di tutte loro.»
Gideon fece un sorriso quasi
impercettibile. «Mentre me ne sto
seduto lì a cuocere a fuoco lento
con un’erezione perenne, sentendo
tremendamente la tua mancanza,
non posso divertirmi neanche un
po’?»
«È come te lo sto dipingendo,
asso.» Mi sedetti sulle sue cosce
dure come rocce. «E le donne si
immagineranno di avvicinarsi e
mettersi a cavalcioni di te come me
adesso. Vorranno infilarti le mani
sotto la maglietta, così.»
Feci scivolare i palmi sotto l’orlo
della T-shirt e li premetti contro gli
addominali scolpiti. Percorsi con le
dita il rigonfiamento dei muscoli,
seguendo la cesellatura del suo
addome. «Fantasticheranno sul tuo
corpo sodo sotto i vestiti,
immaginando la sensazione di
passare le mani sui tuoi pettorali.»
Parlando, gli facevo quello che
stavo descrivendo e il mio cuore
iniziò ad accelerare i battiti per la
sensazione di sentirlo sotto le mani.
Gideon era scolpito e forte, una
potente macchina del sesso, e c’era
una femmina primitiva che reagiva
d’istinto, attirata dal maschio alfa,
pronta ad accoppiarsi con lui:
vigoroso, possente, assolutamente
pericoloso e indomabile.
Si mosse e io mi bloccai. «No,
stai fermo» lo ammonii. «Non le
toccheresti.»
«Non sarebbero neanche vicine a
me.» Ma riprese la posa in cui
l’avevo messo. Un sultano dei tempi
passati adorato da un harem di
ragazze insaziabili.
Mi sollevai sulle ginocchia e gli
alzai la maglietta sopra la testa,
bloccandogli le spalle nell’abbraccio
della stoffa. Lui girò il capo e mi
prese in bocca il capezzolo
succhiandolo dolcemente. Gemetti
e cercai di sottrarmi, troppo
eccitata per tollerarlo. Chiuse i
denti intorno al capezzolo eretto,
intrappolandomi.
Crollai la testa, gli occhi
inchiodati al movimento delle sue
guance mentre mi succhiava, persa
nel calore della sua bocca, della
lingua che mi stuzzicava il
capezzolo, della gola che si
contraeva quando deglutiva. Il
ritmo della sua lingua riecheggiò
dentro di me, facendomi contrarre e
rabbrividire.
Misi le mani tra noi due e gli
slacciai la tuta, abbassandogli i
pantaloni a sufficienza per liberarlo.
Gli presi in mano il pene con
entrambe le mani, sfiorando con le
dita le grosse vene pulsanti che
correvano per tutta la lunghezza. La
punta era bagnata e io feci
scivolare le mani sul liquido pre-
eiaculatorio.
Smise di succhiarmi quando
posizionai il suo cazzo vicino al mio
sesso. «Prendilo lentamente,
angelo» mi ordinò burbero. «Fallo
entrare bene. Starò dentro di te
tutta la notte, e non voglio farti
male.»
Mi venne la pelle d’oca. «Loro
non immaginerebbero di andarci
piano» ribattei.
Gideon sollevò le mani e mi
scostò i capelli dalla faccia. «Non
stai pensando ad altre donne
adesso, angelo. Stai parlando di
te.»
Sussultai, rendendomi conto che
aveva ragione. La donna che lo
stava montando non era una delle
brunette dalle gambe lunghe che
avevo immaginato nell’atto di
guardarlo, ansiose di scoparselo.
Ero io quella che gli accarezzava il
membro con fare adorante. Ero io
che lo avevo messo in posa e mi
ero abbassata su di lui, facendo una
pausa per strofinare le grandi
labbra sulla grossa punta.
Mio marito gemette sentendomi,
sollevò il bacino e spinse contro
l’apertura del mio corpo. Mi prese
per i fianchi e mi fece abbassare,
aprendomi il sesso con il pene.
«Oh, Gideon.» Sentii le palpebre
pesanti mentre mi avvicinavo
lentamente, prendendone qualche
centimetro.
Lui mi scostò, lasciando dentro
solo la punta, poi mi fece abbassare
di nuovo, dandomene di più. I
tendini del collo erano come corde
tese. «Non vuoi che indossi un
cartello. Vuoi che indossi te, la tua
fichetta stretta che mi stringe il
cazzo. Immagini te stessa sopra
mentre io mi limito a starmene
seduto e a lasciare che tu lo
prenda.»
Allargò le braccia sullo schienale
del divano, mettendo in mostra il
magnifico petto. «O vuoi che
partecipi?»
Passai la lingua sulle labbra aride
e scossi la testa. «No.»
Mi sollevai, poi scivolai di nuovo
verso di lui. Lo rifeci ancora e
ancora, prendendolo sempre più a
fondo, finché le mie natiche
toccarono le sue cosce. Era grosso e
lungo. Gemetti piano sentendolo
pulsare dentro di me.
E non l’avevo ancora preso tutto.
Inclinai la testa per baciarlo,
assaporando le lente carezze della
sua lingua intrecciata alla mia.
«Ti stanno guardando, vero?»
sussurrò.
«Stanno guardando te. Quando
mi sollevo, colgono di sfuggita la
visione del tuo cazzo e vedono
quanto è grosso. Lo vogliono, più di
ogni altra cosa, ma è mio. Sei tu
che guardi me. Non riesci a
togliermi gli occhi di dosso. Per te
non c’è nessun altro nella sala.»
«Ma ancora non ti tocco, giusto?»
Fece un sorriso malizioso quando io
scossi la testa. «Sorseggio con
noncuranza la cachaça, come se
non avessi la donna più sexy del
mondo che mi prende il cazzo
davanti a tutti. Non sono più
annoiato, ma alla fine non lo sono
mai stato. Stavo aspettando. Te.
Sapendo che eri tu la ragione del
fremito del mio sangue.»
Gli appoggiai le mani sulle spalle
e lo scopai ritmicamente. Era
meraviglioso: la sensazione del suo
cazzo che si muoveva dentro di me;
il gemito gutturale che tradiva la
sua eccitazione; il velo di sudore sul
petto; il modo in cui gli addominali
si contraevano quando mi
abbassavo e lui affondava dentro di
me. Non ne avevo mai abbastanza.
E il modo in cui si unì al mio
gioco... come mi conosceva...
quanto mi amava...
Gideon si perdeva facendo sesso
con me, ma era sempre attento,
concentrato su di me prima del suo
orgasmo. Aveva riconosciuto prima
di me la mia fantasia esibizionista,
e l’aveva soddisfatta; sempre
tenendomi al sicuro, senza rischiare
una vera esibizione ma
stuzzicandomi con la sua possibilità.
Non l’avrei mai condiviso a quel
modo, ero troppo possessiva; e lui
non avrebbe mai condiviso neppure
una minima parte di me, perché era
troppo protettivo.
Ma ci stuzzicavamo e giocavamo.
Per due persone la cui iniziazione al
sesso era stata dolorosa e fonte di
vergogna, era meraviglioso poter
trovare tanta gioia e amore
nell’atto sessuale.
«Sono così duro dentro di te»
grugnì, flettendosi al centro del mio
corpo come aveva fatto tra le mie
mani. «La musica è alta, perciò
nessuno può udire i rumori che
faccio, ma tu li senti. Sai che mi stai
facendo impazzire. Il fatto che io
non lo mostri ti eccita quanto
essere guardata.»
«Il tuo controllo» ansimai,
accelerando il ritmo.
«Perché domino dal basso» disse
cupo. «Fingi di essere al comando,
ma non è quello che vuoi. Conosco i
tuoi segreti, Eva. Li conoscerò tutti.
Non c’è niente che puoi
nascondermi.»
Si portò il pollice alle labbra e lo
percorse con la lingua in una
carezza lenta e sensuale, senza mai
staccare gli occhi dalla mia faccia.
Poi mise una mano tra i nostri corpi
e mi massaggiò il clitoride con
carezze rudi e veloci, facendomi
venire con un grido, mentre il mio
sesso si contraeva intorno a lui.
Entrò in azione, stringendomi a
sé per alzarsi in piedi e poi
mettermi supina sul divano,
spingendosi con i piedi sul
pavimento per infilarmi dentro gli
ultimi centimetri. Iniziò a scoparmi
con furia violenta e primitiva,
affondando nel mio sesso ancora in
preda agli spasmi dell’orgasmo in
cerca del suo piacere.
Gettò indietro la testa, ansimò il
mio nome e mi esplose dentro in
getti caldi, gemendo e continuando
a muoversi come se non riuscisse a
fermarsi.

Sbattei le palpebre e mi svegliai


lentamente, guardando la luce della
luna sul soffitto. Sotto la testa
avevo un cuscino e il corpo nudo
era coperto da un piumino.
Girai la testa per guardare
Gideon, ma lo spazio accanto a me
era vuoto, le lenzuola stropicciate
eppure rimboccate con cura. Mi tirai
su a sedere e guardai l’orologio.
Erano quasi le tre del mattino.
Lanciai un’occhiata verso il
bagno, poi in direzione del
corridoio. La luce filtrava dalla
fessura della porta socchiusa. Scesi
dal letto e mi incamminai,
prendendo la vestaglia di seta blu
pavone e infilandomela mentre
uscivo dalla camera da letto.
Annodai la cintura e puntai verso lo
studio di Gideon.
Era la luce proveniente da quella
stanza a illuminare il corridoio e
socchiusi gli occhi quando entrai,
per abituarli al chiarore. Un rapido
sguardo mi rivelò un cane
addormentato nella cuccia e un
uomo pensieroso seduto alla
scrivania. Osservava il collage di
mie foto appeso al muro, con i
gomiti appoggiati ai braccioli della
poltroncina e un bicchiere di liquido
ambrato fra le mani.
Mi guardò.
«Cosa c’è che non va?» chiesi,
attraversando la stanza a piedi
nudi. «Non stai evitando il letto,
vero?»
«No. Dovrei» precisò «ma no.
Non riuscivo a dormire.»
«Vuoi che ti sfinisca?» mi offrii
con un sorriso, che probabilmente
sembrò stupido visto che avevo gli
occhi chiusi per via della luce.
Mio marito appoggiò il bicchiere
e si batté la mano sulle cosce.
«Vieni qui.»
Mi avvicinai e mi rannicchiai in
grembo a lui, mettendogli le braccia
intorno al collo. Gli premetti le
labbra sulla guancia. «Qualcosa ti
preoccupa.»
E lo aveva tormentato tutta la
notte, qualunque cosa fosse.
Mi sfregò il naso sulla curva
dell’orecchio e sussurrò: «C’è
qualcosa che non mi hai detto?».
Aggrottai la fronte e mi scostai,
scrutandolo in faccia. «Tipo cosa?»
«Tipo qualcosa.» Il petto gli si
sollevò quando respirò a fondo.
«Hai ancora dei segreti?»
Lasciai che le sue parole
facessero effetto, provando una
strana fitta allo stomaco. «Il tuo
regalo di compleanno. Ma non ho
intenzione di dirti che cos’è.»
Un debole sorriso gli addolcì la
piega dura della bocca.
«E te» mormorai, incantata da
quel sorriso. «Tutti i pezzi di te che
solo io conosco. Sei un segreto che
manterrò fino al mio ultimo
respiro.»
Chinò la testa, e i capelli gli
ricaddero in avanti nascondendogli
la faccia. «Angelo.»
«È successo qualcosa, Gideon?»
Ci mise un po’ a rispondere. Mi
guardò: «Me lo diresti se qualcuno
che conosci, una persona molto
vicina, stesse facendo qualcosa di
illegale?».
La fitta allo stomaco si trasformò
in un nodo. «Che cosa hai sentito?
Qualche blog di pettegolezzi sta
mettendo in giro bugie?»
Si fece teso. «Rispondi alla
domanda, Eva.»
«Nessuno sta facendo niente di
illegale!»
«Non è quello che ti ho chiesto»
disse paziente ma con fermezza.
Ripensai alla domanda. «Sì, te lo
direi. Naturalmente. Ti dico tutto.»
Si rilassò. Sollevò una mano e mi
toccò la faccia. «Puoi dirmi
qualunque cosa, angelo. Non
importa cosa.»
«Lo faccio.» Lo presi per il polso.
«Non capisco perché mi stai
facendo questo discorso.»
«Non voglio segreti fra noi.»
Gli lanciai un’occhiataccia. «Sei
tu quello più colpevole, qui. Non ti
abituerai mai a dirmi tutto.»
«Ci sto lavorando.»
«Lo so. Ecco perché le cose tra
noi stanno andando alla grande.»
Un altro sorriso tenero. «È così,
vero?»
«Assolutamente.» Baciai il suo
sorriso. «Niente più fughe, niente
più segreti.»
Gideon aggiustò la presa su di
me e si alzò in piedi.
«Cosa facciamo?» indagai,
accoccolandomi contro il suo corpo
caldo.
Tornò in camera da letto.
«Adesso mi sfinisci.»
«Evviva.»

La mattina dopo andò come


quella prima, con Gideon in piedi
alla solita ora mentre io oziavo
nuda nel letto come un bradipo.
Mentre si faceva il nodo alla
cravatta nella cabina armadio,
distolse gli occhi dallo specchio per
guardarmi. «Quali sono i tuoi
programmi per oggi?»
Sbadigliai e abbracciai il cuscino.
«Quando esci mi rimetto a dormire
un’oretta. Blaire Ash arriva alle
dieci.»
«Ah, sì?» Tornò a guardare nello
specchio. «Perché?»
«Voglio fare dei cambiamenti.
Trasformeremo la stanza degli
ospiti in studio con un letto a
scomparsa. Così avremo comunque
una stanza degli ospiti e io avrò un
posto in cui lavorare.»
Gideon si lisciò la cravatta, poi
iniziò ad abbottonarsi il gilet,
uscendo dalla cabina armadio. «Di
questo non avevamo parlato.»
«Vero.» Mossi con intenzione una
gamba in modo da far scivolare giù
il lenzuolo. «Non volevo che ti
opponessi.»
In origine avevamo concordato di
trasformare la stanza degli ospiti
nella mia camera e di collegarla al
bagno padronale per ottenere una
suite con camere da letto separate.
Quel layout era imposto dalla
parasonnia di Gideon, ma
significava dover dormire lontani.
«Non dovremmo condividere il
letto» disse a bassa voce.
«Non sono d’accordo.» Prima che
potesse intervenire, continuai: «Ho
cercato di fare del mio meglio,
Gideon, ma l’idea di stare separati
in quel modo non mi rende felice».
Rimase in piedi in silenzio, le
mani affondate nelle tasche dei
pantaloni. «Non è giusto
costringermi a scegliere tra la tua
felicità e la tua sicurezza.»
«Lo so. Ma non ti sto
costringendo a scegliere, l’ho già
stabilito. Sono consapevole che
anche questo non è giusto, ma la
decisione andava presa, e io l’ho
fatto.» Mi sollevai e mi misi il
cuscino dietro la schiena, tirandomi
su per appoggiarmi alla testiera.
«La decisione l’avevamo presa
insieme. Poi a quanto pare tu hai
cambiato idea senza parlarmene. E
farmi vedere le tette – per quanto
siano splendide – non ti servirà a
niente.»
Lo guardai socchiudendo gli
occhi. «Se avessi voluto distrarti,
non avrei nemmeno sollevato la
questione.»
«Cancella l’appuntamento, Eva»
disse brusco. «Prima dobbiamo
parlarne.»
«L’appuntamento c’è già stato.
Abbiamo dovuto interromperlo
perché è arrivata la polizia, ma
Blaire sta lavorando ai nuovi
progetti. Oggi mi porta alcune
proposte.»
Gideon tirò fuori le mani dalle
tasche e incrociò le braccia. «Così la
tua felicità viene prima, e al diavolo
la mia?»
«Non sei felice di dividere il letto
con me?»
Vidi un muscolo guizzargli sulla
mascella. «Non prendermi per il
culo. Non stai considerando come
mi sentirei se ti facessi del male.»
All’improvviso la frustrazione si
trasformò in vergogna. «Gideon...»
«E non stai pensando a cosa
farebbe a noi» scattò. «Ti lascerò
fare esperimenti con un sacco di
cose, Eva, ma con niente che
danneggi il nostro rapporto. Se vuoi
addormentarti accanto a me, io
sarò lì. Se vuoi svegliarti con me
accanto, posso fare anche questo.
Ma le ore in cui siamo entrambi
addormentati sono troppo
pericolose per soddisfare un
maledetto capriccio.»
Deglutii a fatica. Avrei voluto
spiegarmi meglio, dirgli che ero
preoccupata della distanza che due
camere da letto separate avrebbero
potuto creare. Non solo fisicamente,
ma emotivamente.
Mi feriva che lui facesse l’amore
con me e poi se ne andasse.
Prendeva una cosa bellissima e
magica e la trasformava in
qualcos’altro. E se fosse rimasto
finché mi addormentavo per tornare
prima che mi svegliassi, sarebbe
stato in debito di sonno. Per quanto
sembrasse instancabile, rimaneva
pur sempre un essere umano.
Lavorava sodo, si allenava
duramente e doveva gestire
tonnellate di stress un giorno dopo
l’altro. Dormire poco non poteva
diventare un’abitudine.
Ma i timori per la mia sicurezza
non potevano essere liquidati in
un’unica conversazione. Avremmo
dovuto procedere un po’ alla volta.
«Okay» concessi. «Facciamo
così: Blaire propone le sue idee e
noi le guardiamo insieme più tardi.
Nel frattempo, non abbattiamo
nessuna parete nella stanza degli
ospiti. Credo che sia eccessivo,
Gideon.»
«Non la pensavi così in
precedenza.»
«È una soluzione provvisoria che
può diventare permanente e noi
non vogliamo questo. Cioè, tu non
lo vuoi, giusto? Vuoi lavorare sulla
cosa di dormire insieme, no?»
Abbassò le braccia e fece il giro
del letto, sedendosi sul bordo. Mi
prese la mano e se la portò alle
labbra. «Sì, lo voglio. Mi uccide non
poterti dare una cosa così
essenziale al nostro matrimonio. E
sapere che sei infelice... Mi
dispiace, angelo. Non riesco a dirti
quanto.»
Mi sporsi verso di lui e gli misi
una mano sulla guancia. «Ci
lavoreremo. Avrei dovuto parlartene
prima. Immagino di essermi
comportata in puro stile Gideon:
prima agisci, poi spiega.»
Fece una smorfia triste.
«Touché.» Mi diede un bacio veloce
e appassionato. «Occhio a Blaire. Ti
vuole.»
Mi appoggiai al cuscino. «Mi
trova attraente» lo corressi. «Ed è
un seduttore nato.»
Negli occhi di Gideon si accese
un bagliore pericoloso. «Ci ha
provato con te?»
«Niente di non professionale. Se
passasse il limite, lo liquiderei io
stessa, ma mi sa che probabilmente
fa il galante con tutte le sue clienti.
Scommetto che serve agli affari.»
Sorrisi. «Gli si sono raffreddati i
bollenti spiriti quando gli ho detto
che stavo iniziando ad abituarmi
alla tua insaziabilità e non pensavo
ci fosse più bisogno di letti separati
per dormire.»
Inarcò le sopracciglia. «Non è
vero.»
«Assolutamente sì. Dormirò
quando sarò morta, gli ho detto.
Nel frattempo, se mio marito vuole
scoparmi una mezza di dozzina di
volte a notte ed è un fuoriclasse in
questo, chi sono io per
lamentarmi?»
La prima volta che avevamo
visto Blaire, non avevo considerato
quello che avrebbe pensato di
Gideon che sposava una donna con
cui non intendeva dormire. Quando
Blaire aveva iniziato a flirtare con
discrezione, mi ero resa conto che
avrebbe potuto credere che fossi
disponibile... e avevo capito quanto
la situazione fosse imbarazzante
per mio marito. Eppure Gideon non
si era mai lamentato di come
sarebbe apparsa la cosa agli occhi
di un estraneo. Era preoccupato per
me, non per la sua reputazione di
battitore di prima classe.
Mi ero divertita a rimettere Blaire
al suo posto.
Mi sistemai i capelli arruffati.
«Sono una bionda con le tette
grosse. Una risatina al momento
giusto e di solito posso dire
qualunque cosa e passarla liscia.»
«Cristo.» Gideon simulò un
sospiro sofferente, ma era
chiaramente divertito. «È una tua
ossessione spifferare a tutti i
dettagli della nostra vita sessuale?»
«No.» Gli strizzai l’occhio. «Ma di
sicuro è spassoso.»

Dopo che Gideon fu uscito per


andare in ufficio non tornai a
dormire. Presi il telefono e chiamai
il mio personal trainer, Parker
Smith; dato che era presto, non
stava ancora lavorando e rispose.
«Ehi, Parker. Sono Eva Tramell.
Come stai?»
«Sto bene. Vieni oggi? Stai
battendo la fiacca ultimamente.»
Arricciai il naso. «Lo so. Sì,
vengo. È il motivo per cui ti ho
chiamato: vorrei lavorare su una
cosa con te.»
«Sì? Cos’hai in mente?»
«Abbiamo lavorato sulla
consapevolezza situazionale e su
cosa fare se veniamo messi
nell’angolo, come uscirne. E se
invece fossi colta completamente di
sorpresa, tipo quando dormo?»
Assorbì le mie parole. «Una
ginocchiata nelle palle manderebbe
al tappeto qualunque uomo. Ti
darebbe lo sbocco di cui hai
bisogno.»
L’avevo già fatto con Gideon, per
svegliarlo da un violento incubo.
L’avrei rifatto, se si fosse arrivati a
questo, ma avrei preferito riuscire a
sottrarmi senza fargli male; soffriva
già tanto durante i suoi sogni, non
volevo che si svegliasse dolorante.
«Ma se... Come faccio a dare una
ginocchiata a qualcuno che mi sta
sopra?»
«Possiamo lavorarci su,
inscenare situazioni diverse.» Si
interruppe. «Va tutto bene?»
«Benissimo» gli assicurai, poi
mentii: «Ieri sera stavo guardando
un programma televisivo e mi sono
resa conto che, a prescindere da
quanto si è preparati, non è
possibile avere consapevolezza
situazionale se si sta dormendo».
«Nessun problema. Sarò in
palestra tra un paio d’ore e rimarrò
fino alla chiusura.»
«Okay, grazie.»
Chiusi la telefonata e mi diressi
alla doccia. Quando uscii, c’erano
due chiamate perse di Cary. Lo
richiamai.
«Ehi, che succede?»
«Stavo pensando. Hai accennato
a un abito classico, giusto?»
Sospirai. Provavo una fitta di
disappunto ogni volta che ci
pensavo: per quanto volessi credere
che il vestito perfetto sarebbe
piovuto dal cielo prima del grande
giorno, era più realistico accettare
che avrei dovuto accontentarmi.
Eppure dovevo essere grata a
Cary perché mi dava retta; mi
conosceva come mi conoscevo io.
«Che ne dici di uno degli abiti da
sposa di Monica?» suggerì. «Una
cosa antica e tutto il resto. Avete la
stessa struttura fisica, non
sarebbero necessarie molte
modifiche.»
«Ugh. Sul serio? No, Cary. Se
fosse quello con cui ha sposato mio
padre, forse. Ma non posso
mettermi qualcosa che ha indossato
per sposare un patrigno. Sarebbe
troppo strano.»
Scoppiò a ridere. «Già, hai
ragione. Però ha molto buon
gusto.»
Mi passai una mano tra i capelli
umidi. «Comunque, non credo che
abbia tenuto gli abiti da sposa. Non
è un gran souvenir da portare nella
casa del tuo nuovo marito.»
«Okay, è un’idea stupida.
Potremmo cercare qualcosa di
vintage. Un mio amico conosce
tutte le sartorie e i negozi dell’usato
di alta moda di Manhattan.»
Il consiglio non era da buttare.
«Perfetto. È una buona idea.»
«A volte sono geniale. Oggi sono
impegnato con Grey Isles, ma
stasera potrebbe andar bene.»
«Stasera ho la terapia di
coppia.»
«Ah, giusto. Divertiti. Domani?
Magari potremmo prendere anche
un paio di cose per Ibiza.»
L’accenno ai programmi per il
weekend mi fece sentire pressata
dal tempo. Non potevo fare a meno
di essere ansiosa, anche sapendo
quanto sarebbe stato divertente
passare del tempo con i miei amici.
«Domani va bene. Vengo
all’appartamento.»
«Ottimo, così facciamo anche i
bagagli.»
Terminammo la conversazione e
io rimasi per un po’ con il telefono
in mano, in preda alla tristezza. Per
la prima volta da quando ci
eravamo trasferiti a New York, Cary
e io vivevamo separati. Stavo
mettendo su casa con Gideon,
mentre la casa di Cary rimaneva
l’appartamento che avevamo
condiviso.
L’app Calendario del cellulare
trillò, ricordandomi che Blaire
sarebbe arrivato di lì a mezz’ora.
Imprecando in silenzio, lasciai
cadere il telefono sul letto e mi
affrettai a prepararmi.
«Come va?» chiese il dottor
Petersen, mentre prendevamo
posto.
Gideon e io ci sedemmo sul
divano, come al solito, mentre il
dottor Petersen si sistemò sulla
poltrona e prese il tablet.
«Mai stati meglio» risposi.
Mio marito non disse niente, ma
mi prese una mano e se la mise
sulla coscia.
«Ho ricevuto l’invito al vostro
ricevimento.» Il dottor Petersen
sorrise. «Mia moglie e io non
vediamo l’ora.»
Non ero riuscita a convincere mia
madre a mettere neppure il minimo
accenno di rosso sugli inviti, ma
pensavo che fossero belli lo stesso.
Avevamo optato per biglietti in
pergamena inseriti in una custodia
trasparente e chiusi in una busta
bianca per la spedizione e la
privacy. Sapere che erano stati
inviati mi faceva sentire le farfalle
nello stomaco: un altro passo
avanti per lasciarci alle spalle la
finzione del fidanzamento.
«Anch’io.» Appoggiai la spalla a
quella di Gideon e lui mi cinse con
un braccio.
«L’ultima volta che ci siamo
visti» disse il dottor Petersen «avevi
appena lasciato il lavoro, Eva.
Come è andata?»
«Meglio di quanto pensassi. Sono
stata impegnata, però, e questo
aiuta.»
«Aiuta in che senso?»
Riflettei prima di rispondere.
«Nel senso che non mi sento inutile.
E sto lavorando su cose che fanno
una grossa differenza nella mia
vita.»
«Tipo?»
«Il matrimonio, naturalmente. E
il trasferimento nell’attico, che sto
facendo a piccolissimi passi. E poi
abbiamo in mente alcune
ristrutturazioni di cui vorrei
parlarle.»
«Ma certo.» Mi studiò. «Prima
parliamo di questi piccolissimi passi.
Hanno un significato?»
«Be’, solo che non ho intenzione
di fare tutto in una volta. È una
cosa in fieri.»
«La vedi come un modo di
familiarizzare con l’impegno che ti
sei presa? In precedenza, hai agito
con molta decisione: fuga,
separazione, licenziamento.»
Quel commento mi fece
riflettere. «È un cambiamento che
ha un impatto su Gideon e su Cary
tanto quanto su di me.»
«Per quel che mi riguarda,»
interloquì Gideon «prima si
trasferisce, meglio è.»
«Sto solo cercando di fare le cose
per bene.» Mi strinsi nelle spalle.
Il dottor Petersen scribacchiò sul
tablet, prendendo appunti. «Cary ha
delle difficoltà a adattarsi?»
«Non lo so» ammisi. «Non lo dà
a vedere, ma io mi preoccupo.
Senza sostegno ricade nelle brutte
abitudini.»
«Come la pensa in proposito,
Gideon?»
Lui rispose in tono neutro:
«Sapevo a cosa andavo incontro
quando l’ho sposata».
«È sempre una buona cosa.» Il
dottor Petersen sorrise. «Ma non mi
dice molto.»
Gideon spostò la mano dalla mia
spalla e me la mise tra i capelli,
giocherellandoci. «Anche lei è un
uomo sposato, dottor Petersen,
perciò sa che ci sono delle
concessioni che un marito fa per
amor di pace. Cary è una delle
mie.»
Mi ferì sentire quelle parole, ma
capivo che Cary aveva ricominciato
da zero con Gideon. Dopodiché,
aveva commesso diversi errori –
come l’orgia nel salotto di casa –
che non avevano giocato a suo
favore.
Il dottor Petersen spostò lo
sguardo su di me. «Quindi stai
tentando di mediare tra i bisogni di
tuo marito e quelli del tuo migliore
amico. È stressante?»
«Non è divertente» svicolai «ma
non può definirsi neanche mediare.
Il mio matrimonio – e Gideon –
vengono per primi.»
Intuii che Gideon aveva
apprezzato quando mi diede una
tiratina ai capelli con gesto
possessivo.
«Ma» proseguii «non voglio
sopraffare Gideon e non voglio che
Cary si senta abbandonato.
Trasferire ogni giorno un po’ di cose
rende il cambiamento graduale.»
Una volta che ebbi pronunciato
quelle parole, dovetti ammettere
che suonavano molto materne.
Eppure non potevo fare a meno di
volere proteggere le persone della
mia vita che ne avevano bisogno,
soprattutto dalla sofferenza che le
mie azioni avrebbero potuto
causare.
«Hai parlato di tutti tranne che di
te» sottolineò il dottore. «Come ti
senti?»
«Inizio a sentire l’attico come
casa mia. L’unica cosa che mi turba
è la sistemazione per la notte.
Condividiamo un letto, ma Gideon
vuole che dormiamo separati, e io
no.»
«Per via degli incubi?» chiese il
dottor Petersen guardando Gideon.
«Sì» rispose lui.
«Ne ha avuto qualcuno di
recente?»
Mio marito annuì. «Non di quelli
peggiori.»
«Che cosa rende un incubo
veramente brutto? Il fatto che lei
reagisca fisicamente?»
Il petto di Gideon si sollevò
mentre lui respirava a fondo. «Sì.»
Il dottore riportò lo sguardo su di
me. «Comprendi il rischio, Eva,
eppure vuoi dormire con Gideon.»
«Sì, certo.» Sentii il cuore
accelerare i battiti al ricordo.
Gideon mi aveva tenuta ferma con
ferocia, minacciandomi con orribili
parole di sofferenza e rabbia.
Nella morsa dell’incubo Gideon
non vedeva me ma Hugh... un
uomo che voleva fare a pezzi a
mani nude.
«Molte coppie felicemente
sposate dormono in camere
separate» fece notare il dottor
Petersen. «Le ragioni sono varie – il
marito russa, la moglie ruba le
coperte eccetera –, ma pensano
che dormire da soli contribuisca
all’armonia di coppia meglio che
condividere il letto.»
Mi staccai da Gideon, spinta dal
bisogno che entrambi mi capissero.
«A me piace dormire accanto a lui.
A volte mi sveglio nel cuore della
notte e lo guardo dormire. A volte
mi sveglio e non apro neanche gli
occhi, mi limito a restarmene lì a
sentirlo respirare. Sento il suo
odore, il suo calore. Dormo meglio
quando lui è accanto a me. E so che
anche per lui è così.»
«Angelo.» Gideon mi accarezzò
la schiena.
Girai appena la testa e incontrai
il suo sguardo. L’espressione era
impassibile, il viso meraviglioso, ma
i suoi occhi erano pozze scure di
dolore. Gli presi la mano. «Lo so
che ti fa star male. Mi dispiace. Ho
solo bisogno che lavoriamo in
questa direzione. Non voglio che
nessuno di noi due rinunci.»
«Quello di cui parli, Eva» disse il
dottor Petersen «è l’intimità. Ed è
una delle gioie più profonde del
matrimonio. È comprensibile che tu
la desideri tanto. Tutti vi anelano in
certa misura, ma probabilmente a
te e a Gideon sembra
particolarmente importante.»
«Per me lo è» concordai.
«Stai forse dicendo che per me
non è così?» disse Gideon asciutto.
«No.» Mi girai verso di lui. «Non
metterti sulla difensiva, ti prego.
Non è colpa tua. Non ti sto
rimproverando.»
«Non lo sai quanto mi fa stare di
merda?» mi accusò.
«Vorrei che non la prendessi sul
personale, Gideon. È...»
«Mia moglie vuole guardarmi
dormire e io non posso darle
neanche questo» scattò. «E non
sarebbe una cosa personale,
cazzo?»
«Okay, parliamone» intervenne
prontamente il dottor Petersen,
richiamando la nostra attenzione.
«Il nocciolo di questa conversazione
è un desiderio di intimità. Gli esseri
umani, per natura, cercano
l’intimità, ma i sopravvissuti ad
abusi sessuali nell’infanzia possono
provare questo bisogno in modo
particolarmente intenso.»
Gideon era ancora teso, ma
ascoltava con attenzione.
«In molti casi» proseguì il
dottore «chi abusa fa in modo di
isolare la vittima, per tenere
nascosto il suo crimine, e di
renderla dipendente. Molto spesso
sono le vittime stesse ad
allontanarsi dalla famiglia e dagli
amici. In situazioni come queste, la
vita degli altri sembra così normale
e i problemi altrui così insignificanti
in confronto al terribile segreto che
sono costrette a nascondere.»
Scivolai vicina a Gideon, tirando
su le ginocchia per aderire a lui con
tutto il corpo. Mi circondò con un
braccio e mi prese la mano.
L’espressione del dottor Petersen
si addolcì mentre ci osservava.
«Questa profonda solitudine si è
alleviata quando vi siete aperti
l’uno all’altra, ma essere rimasti
privi della vera intimità così a lungo
lascia il segno. Ti spingo a prendere
in considerazione modi alternativi
per ottenere la vicinanza che
desideri tanto, Eva. Create segnali
e rituali che siano propri solo del
vostro rapporto, che non minaccino
nessuno dei due e vi facciano
sentire in contatto.»
Annuii con un sospiro.
«Ci lavoreremo» disse. «Ed è
probabile che mentre lo facciamo i
suoi incubi, Gideon, continuino a
diminuire di frequenza e gravità. Ma
siamo solo all’inizio; abbiamo fatto i
primi passi di un lungo percorso.»
Alzai la testa e guardai Gideon.
«Un percorso lungo tutta la vita»
promisi.
Gideon mi toccò gentilmente il
viso. Non pronunciò le parole, ma io
le vidi nei suoi occhi, le sentii nella
sua carezza.
Avevamo l’amore. Il resto
sarebbe venuto.
10

«Ho parlato con Benjamin Clancy»


disse Raúl, mentre si chinava
appoggiando i gomiti sulle
ginocchia. «Lei e Mrs Cross
arriverete all’aeroporto nello stesso
momento, così potrete viaggiare
insieme, se volete.»
«Sì, grazie.» Avevo bisogno di
trascorrere quel tempo con Eva
prima che le nostre strade si
dividessero. Già le ore che passavo
al lavoro erano troppo lunghe senza
di lei, e un intero fine settimana
sarebbe stato una tortura. «La
chiamo per avvisarla che andremo a
prenderla. Ci servirà la limousine.»
Professionista fino al midollo,
Raúl rimase impassibile. Avrebbe
avuto più senso usare la limousine
per gli amici di Eva, anziché per noi,
ma né la Bentley né la Mercedes mi
avrebbero concesso la privacy di cui
avevo bisogno. Seduto in poltrona
nel mio ufficio, avevo di fronte sia
Angus sia Raúl, che occupavano le
due poltrone imbottite. Avevamo
deciso che Angus non sarebbe
partito, mentre Raúl avrebbe
guidato la squadra di sicurezza che
mi avrebbe accompagnato in
Brasile.
Angus poi sarebbe andato a
Austin, per indagare sul passato di
Lauren Kittrie. Raúl fece un cenno
per dire che aveva capito.
«Organizzeremo separatamente il
viaggio degli amici della signora e
dei suoi.»
«Eva come ci va, a Ibiza?»
«Con un jet privato» rispose
«pilotato da Richard Stanton. Ho
suggerito loro di soggiornare al
Vientos Cruzados, e Clancy si è
detto d’accordo. Abbiamo dovuto
penare un po’, perché il resort è
tutto prenotato per la stagione
estiva, ma il direttore ha risolto il
problema. Hanno rafforzato la
sicurezza in previsione dell’arrivo di
Mrs Cross.»
«Bene». Sapere che Eva avrebbe
alloggiato in un resort della Cross
Industries mi faceva stare più
tranquillo. A Ibiza avevamo anche
due nightclub famosi, uno in città e
uno a Sant Antoni. Sapevo, anche
senza bisogno di chiederlo, che
entrambi erano già stati segnalati a
Clancy. Mi aspettavo che avrebbe
usato quell’informazione: era un
uomo intelligente e avrebbe
apprezzato l’aiuto che la sicurezza e
lo staff dei due locali gli avrebbero
potuto dare.
«Come abbiamo già discusso»
continuò «la nostra squadra si farà
trovare in aeroporto, e poi seguirà
Mrs Cross per tutto il weekend.
Hanno ricevuto istruzioni di stare in
borghese e di confondersi con la
folla, di fare da supporto alla
squadra di Clancy e intervenire solo
se strettamente necessario.»
Annuii. Clancy era bravo, ma
aveva sia Monica sia Eva da
sorvegliare; inoltre loro
consideravano Cary uno di famiglia,
quindi Clancy avrebbe dovuto
tenere d’occhio anche lui. La sua
attenzione si sarebbe dovuta
dividere in tre, e Monica avrebbe
dovuto avere la precedenza, in
qualità di moglie del suo datore di
lavoro. Eva non era la priorità per
nessuno, se non per me. Volevo che
non la perdessero di vista ogni volta
che usciva dall’hotel.
Grazie a Dio, un weekend del
genere non si sarebbe più ripetuto.
Raúl si alzò. «Faccio un salto da
Clancy per discutere il protocollo
per il tragitto fino all’aeroporto.»
«Grazie, Raúl.»
Lui se ne andò con un cenno di
saluto.
Anche Angus si alzò in piedi.
«Vado a portare Lucky da sua
sorella. Mi sta mandando un
messaggio all’ora per chiedermi se
sono già partito.»
Quelle parole mi strapparono
quasi un sorriso. Ireland era stata
felicissima quando le avevo chiesto
di tenermi il cane. Pensavo che
Lucky avrebbe preferito stare con
lei che prendere l’aereo, e Ireland
avrebbe potuto usarlo per distrarsi
dalla depressione di nostra madre
per il divorzio.
Angus si fermò prima di arrivare
alla porta. «Si diverta, ragazzo mio.
Le farà bene.»
Sbuffai. «Chiamami, se trovi
qualcosa.»
«Non mancherò.» Anche lui se ne
andò, lasciandomi da solo a finire il
lavoro della settimana.
Prima di chiamare mia moglie,
presi nota dell’orario.
«Ciao, asso» rispose con voce
squillante. «Non riesci a non
pensare a me, vero?»
«Dimmi che stavi pensando a
me.»
«Ti penso sempre.»
Avevo in testa l’immagine di lei
la notte precedente, sdraiata sul
letto a pancia in giù e con le gambe
sollevate. Mi aveva guardato fare le
valigie con il mento appoggiato
sulle mani, commentando di tanto
in tanto ciò che sceglievo di
mettere. Aveva notato che non
avrei portato con me né i pantaloni
grigio grafite su cui aveva
fantasticato né una T-shirt nera con
lo scollo a V. Quelle deliberate
omissioni erano state le uniche cose
che le avevano strappato un
sorriso; per il resto era stata per
quasi tutto il tempo in silenzio,
pensosa.
«Tu e io andremo in aeroporto in
macchina insieme» le dissi. «Noi
due da soli.»
«Oh.» Ci mise un attimo a
realizzare. «Che idea carina.»
«Altro che carino. Sarà
indimenticabile.»
«Oh.» La sua voce si abbassò e
diventò più roca: sapevo che stava
pensando al sesso. «È venuta anche
a te la fissazione dei mezzi di
trasporto?»
Quella battuta mi divertì di
cuore, e mi aiutò a scaricare lo
stress dovuto alla preoccupazione
per i giorni successivi. Eva si
lasciava prendere ovunque ci
trovassimo, ma capitava spesso che
mi seducesse mentre eravamo in
viaggio per andare da qualche
parte. Poiché un tempo potevo fare
sesso solo negli hotel, aveva
sconvolto il mio mondo incitandomi
a fare l’amore con lei in macchina o
in aereo, oppure a casa mia o
anche nei luoghi di lavoro.
Non avrei mai potuto dirle di no:
non ne ero capace. Quando lei mi
voleva, ero sempre pronto e pieno
di desiderio.
«Eva è la mia fissazione»
mormorai.
«Bene.» Fece un respiro. «Il
weekend è già finito?»
Sentii Cary dire qualcosa che non
riuscii ad afferrare del tutto. «Fra un
po’, angelo. Poi ti lascio andare
tranquilla.»
«Non lasciarmi andare mai,
Gideon.» Lo disse con un ardore che
mi commosse, e che tradiva la sua
inquietudine per il weekend che si
stava avvicinando. Dopo il periodo
di separazione a cui lei stessa mi
aveva costretto, era bello sapere
che non aveva intenzione di viverne
un altro, sia pure in circostanze
decisamente più felici.
«Ti lascerò ritornare a quello che
stavi facendo» mi corressi. «Così
potrai essere pronta quando Raúl
verrà a prenderti.»
«Non mi interessa lui. Voglio
essere pronta a venire con te»
rispose civettuola, lasciandomi con
un’erezione quasi dolorosa quando
la chiamata finì.

Arash fece irruzione nel mio


ufficio poco dopo le quattro, con le
mani in tasca e fischiettando.
Sorrideva, e si buttò su una delle
sedie di fronte alla mia scrivania.
«Sei pronto per il weekend?»
«Per quanto mi è possibile.» Mi
appoggiai allo schienale e iniziai a
tamburellare le dita sui braccioli
della poltrona.
«Sarai felice di sapere che la
denuncia di aggressione di Anne
Lucas è stata ritirata.»
Me lo aspettavo, ma ero
comunque contento di averne
conferma. «Non poteva essere
altrimenti.»
«Non so se è poi anche stata
accusata di falsa testimonianza, ma
nel frattempo, se tenta di
contattare te, Eva o Cary in
qualsiasi modo, io devo saperlo
subito.»
Annuii distrattamente. «Certo.»
Mi studiò. «A che cosa stai
pensando?»
Feci un sorriso sarcastico. «Ho
appena finito una telefonata con
uno dei membri del consiglio di
amministrazione della Vidal
Records. Christopher sta ancora
cercando il capitale necessario per
acquisire la maggioranza delle
quote.»
Arash inarcò le sopracciglia. «Se
riesce a mettere insieme i soldi, tu
ne uscirai?»
«Se mi dovessi preoccupare solo
di lui, lo farei.» L’ingresso di Ireland
negli affari di famiglia doveva
ancora essere deciso, ma lei era
comunque interessata al successo
dell’azienda, e Christopher aveva
preso decisioni sbagliate. Ogni volta
che mi ero offerto di dargli qualche
consiglio aveva rifiutato, e spesso
non aveva voluto dare ascolto
anche a Chris, forse perché aveva
pensato che la saggezza di suo
padre fosse in parte da attribuire a
me.
«Che cosa ne pensa il consiglio di
amministrazione?»
«È considerato un feudo di
famiglia, e vogliono che io prenda
una decisione rapida e indolore.»
«È possibile? Non sei mai andato
d’accordo con tuo fratello.»
Scossi la testa. «È un buono a
nulla.»
Sapevo che Arash non avrebbe
capito. Aveva un fratello e una
sorella, e la sua famiglia era molto
unita.
Sospirò. «Mi dispiace, amico.
Dev’essere dura.»
In un mondo ideale, Christopher
avrebbe partecipato al mio
weekend di addio al celibato.
Saremmo stati vicini. Sarebbe stato
il mio testimone di nozze...
... un ruolo che, tra l’altro, non
avevo ancora chiesto a nessuno di
interpretare. Arnoldo aveva preso in
mano l’organizzazione del weekend,
ma non sapevo se l’aveva fatto
perché pensava che ci sarebbe
stato lui al mio fianco al
matrimonio. Forse era
semplicemente perché aveva più
iniziativa degli altri.
Solo poche settimane prima non
sarebbe stato in discussione avere
Arnoldo al mio fianco come
testimone. Una parte di me sperava
che avrebbe ancora potuto essere
così.
Anche Arash era una buona
opzione. Diversamente da Arnoldo,
lo vedevo quasi tutti i giorni. Era il
mio avvocato, quindi sapeva delle
cose su di me, e su Eva, che nessun
altro sapeva. Mi fidavo ciecamente
di lui, anche al di là del segreto
professionale.
Ma nessuno era così schietto e
diretto con me come Arnoldo, a
parte mia moglie. Da molto tempo
pensavo che i pareri caustici e
diretti del mio amico mi avessero
impedito di diventare troppo cinico
e distratto.
Questo weekend avrebbe sancito
la scelta definitiva tra i due.
Mi sembrava... sbagliato
rimanere fuori dalla porta
dell’appartamento di Eva ad
aspettarla. Mentre me ne stavo
appoggiato alla parete di fronte
all’ingresso, pensai a quanto le cose
fossero radicalmente cambiate e al
fatto che avrei fatto di tutto perché
non tornassero come prima. Non
avrei mai pensato che tra noi
sarebbe stato così: entrambi
sinceri, senza nulla da nascondere,
pazzamente innamorati.
Anche prima c’era stata qualche
avvisaglia, certo: per esempio,
durante alcune delle notti che
avevamo trascorso insieme
nell’appartamento di fianco, oppure
nei weekend in cui ce n’eravamo
andati di soppiatto per starcene da
soli. Si era trattato di momenti
isolati, però, circondati dal vuoto
pneumatico, mentre ora li
potevamo vivere alla luce del sole.
Sarebbe stato ancora meglio
quando tutti avessero saputo che
eravamo sposati e lei fosse venuta
a vivere nell’attico con me.
La porta si aprì ed Eva uscì, sexy
ed elegante nel suo vestito rosso
attillato e senza maniche e i sandali
con i tacchi. Teneva gli occhiali da
sole sulla fronte e si tirava dietro
una valigia. La volta successiva
l’avrebbe preparata per la nostra
luna di miele. Saremmo partiti
insieme, proprio come adesso, ma
poi saremmo stati insieme per
sempre.
«Lascia a me» le dissi,
raddrizzandomi per prendere la
valigia.
Appena mi avvicinai lei mi
abbracciò, stringendo il suo corpo
caldo e morbido contro il mio. Mi
prese la testa tra le mani e mi
diede un rapido bacio. «Saresti
dovuto entrare.»
«Tu e io con un letto nelle
vicinanze?» Le misi un braccio
intorno alla vita e la guidai verso
l’ascensore. «Ne avrei approfittato
volentieri, se non fossi stato sicuro
che Cary si sarebbe messo a
bussare alla porta, preoccupato che
perdessi il volo.»
Mentre scendevamo verso l’atrio
Eva si staccò da me e si appoggiò al
corrimano dietro di lei, mostrando
le sue gambe sensuali. Stava
flirtando apertamente con il corpo,
e anche gli occhi facevano la loro
parte. Mi lanciò un’occhiata di fuoco
mentre si passava la lingua sul
labbro inferiore. «Hai un’aria
supersexy.» Diede una rapida
occhiata alla T-shirt bianca con lo
scollo a V e ai pantaloni cachi che
mi ero messo prima di uscire
dall’ufficio.
«Di solito ti piace vestirti con
colori scuri» sottolineò.
«Dove andremo c’è da sciogliersi
dal caldo.»
«Tu mi fai sciogliere.» Alzò un
piede e sfregò lentamente le cosce
tra loro.
Cominciavo a divertirmi e sentivo
salire il calore lieve dell’eccitazione,
così mi appoggiai alla parete per
godermi lo spettacolo.
Arrivati nell’atrio la feci uscire
prima di me, poi la raggiunsi subito
e le posai la mano alla base della
schiena.
Si girò e mi sorrise. «Ci sarà
traffico.»
«Ma che peccato.» Il traffico – e
il tempo che ci avremmo messo per
arrivare – erano esattamente le
cose su cui contavo.
«Mi sembri taaaanto dispiaciuto»
mi disse scherzando, prima di
sorridere all’usciere che le aprì la
porta.
Raúl era fuori ad aspettarci, di
fianco alla limousine. In un attimo
eravamo in viaggio, immersi nel
mare di auto che lottavano per farsi
strada attraverso le vie di
Manhattan.
Eva si piazzò sul divanetto che
occupava l’intera lunghezza del
veicolo, mentre io mi sistemai sul
sedile in fondo. «Vuoi qualcosa da
bere?» mi domandò, guardando il
bar di fronte a lei.
«E tu?»
«Non saprei.» Increspò le labbra.
«Avevo sete prima.»
Aspettai che prendesse una
decisione, mentre la osservavo. Era
la mia gioia, la luce dei miei occhi.
Avrei fatto qualunque cosa perché
fosse felice e contenta per il resto
della sua vita. Il pensiero di essere
forse costretto a farle del male mi
pesava, ne aveva già viste troppe.
Se avessimo scoperto che Monica
non era affatto chi Eva pensava che
fosse, come avrei fatto a darle la
notizia? Mia moglie era già rimasta
male quando aveva scoperto che
sua madre la spiava servendosi del
suo cellulare, dell’orologio e dello
specchietto che teneva nella borsa:
una falsa identità sarebbe stata un
tradimento ancora peggiore.
E che cosa nascondeva quella
falsa identità?
«Non riesco a trovare un vestito
adatto» disse all’improvviso, con la
sua bocca sensuale imbronciata.
Ci volle un attimo perché mi
riscuotessi dai miei pensieri e
registrassi ciò che mi diceva. «Per il
matrimonio?»
Lei annuì, con uno sguardo così
scoraggiato da farmi venire voglia
di riempire di baci il suo bellissimo
viso.
«Vuoi che ti aiuti, angelo?»
«Non puoi. Lo sposo non deve
vedere l’abito della sposa prima del
grande giorno.» Spalancò gli occhi
in un’espressione di sorpresa e
terrore. «Ma tu avevi già visto il
vestito che ho indossato quando ci
siamo sposati la prima volta!»
Era vero, l’avevo scelto io. «Ma
quando l’ho visto io era un normale
vestito» dissi nel tentativo di
calmarla. «È diventato un abito da
sposa solo nel momento in cui l’hai
indossato tu.»
«Ah.» Tornò a sorridere. Si sfilò i
sandali e mi venne vicino,
posandomi la testa in grembo, con i
capelli che formavano un ventaglio
dorato sulle mie cosce.
«Tu che cosa ti metterai?» mi
chiese, chiudendo gli occhi.
«Ti immagini qualcosa in
particolare?»
Curvò la bocca. La sua risposta fu
lenta e sognante. «Uno smoking.
Sei sempre splendido, ma con lo
smoking è un’altra cosa.»
Le sfiorai le labbra con la punta
delle dita. C’erano state volte in cui
avevo detestato il mio volto, il fatto
che il mio aspetto finisse sempre
con l’attirare un forte interesse
sessuale quando la sola idea di
essere desiderato mi faceva
accapponare la pelle. Alla fine ci
avevo fatto l’abitudine, ma era
stato solo quanto avevo conosciuto
Eva che avevo cominciato ad
attribuire il giusto valore a ciò che
ero.
A lei piaceva da morire
guardarmi. Vestito, svestito, nella
doccia, con un asciugamano
addosso. Su di lei, sotto di lei. Di
fatto l’unico momento in cui mi
staccava gli occhi di dosso era
quando dormiva, e quella era anche
l’occasione in cui io mi beavo nel
guardare lei, nuda, con addosso
solo i gioielli che le avevo regalato
io.
«Vada per lo smoking, allora.»
Aprì gli occhi, rivelando la tenue
tonalità di grigio che tanto adoravo.
«Ma è un matrimonio sulla
spiaggia.»
«Farò in modo che vada bene.»
«Sì, scommetto che ci riuscirai.»
Girando la testa, mi sfiorò il
cazzo con il naso. Il calore del suo
respiro filtrò attraverso la tela dei
pantaloni, e quando raggiunse la
mia pelle ultrasensibile me lo fece
venire duro.
Giocherellai con i suoi capelli. «Di
cosa hai voglia, angelo?»
«Di questo.» Fece scorrere le
dita lungo l’intera lunghezza della
mia erezione.
«E dove lo vuoi?»
Si inumidì le labbra con la lingua.
«In bocca» sospirò, e già mi stava
sbottonando i pantaloni.
Chiusi gli occhi per un attimo
facendo un profondo respiro. Il
rumore della cerniera che si apriva,
la pressione che si allentava nel
momento in cui lei mi liberò il
pene...
Cercai di prepararmi alla calda
umidità della sua bocca, ma fu
inutile. Sussultai quando lo prese in
bocca con un leggero risucchio,
mentre un brivido di ardente
desiderio mi correva lungo la
schiena. La conoscevo bene, e
sapevo come il suo carattere si
declinava nel sesso. Si prese tutto il
tempo necessario per godersi il mio
corpo e per farmi impazzire di
piacere.
«Oh, Eva» riuscii a malapena a
grugnire mentre mi accarezzava,
accompagnando con le dita delicate
il dolce lavorìo della bocca. Mi
leccava la punta del pene
assaporandola lentamente con la
lingua.
Aprii gli occhi e abbassai lo
sguardo su di lei. Osservare il suo
aspetto impeccabile mentre era
tutta concentrata a gustarmi era
nello stesso tempo incredibilmente
erotico e dolorosamente tenero.
«Oh, sì, così mi piace» dissi con
voce rauca mentre le tenevo una
mano sulla nuca. «Più in fondo, oh,
sì, così...»
Piegai la testa all’indietro mentre
le cosce si tendevano per il
desiderio di affondare i colpi dentro
di lei. Cercai di resistere, per
lasciare che si prendesse quello che
voleva.
«Non ho intenzione di venire
così» la avvisai, sapendo che quello
era esattamente il suo scopo.
Lei fece un gemito di protesta e
mi strinse il pene tra le dita,
strofinandolo in una presa salda e
allo stesso tempo morbida, come
per sfidarmi a resistere.
«Adesso ti apro quella fica
perfetta, Eva, così rimarrò dentro di
te per tutto il weekend che passerai
lontana da me.» Chiusi gli occhi e la
immaginai a Ibiza, una città famosa
per la sfrenata vita notturna,
mentre ballava con le sue amiche
circondata da una marea di corpi.
Gli uomini se la sarebbero mangiata
con gli occhi, sognando di scoparla.
Lei, intanto, sarebbe stata segnata
da me nel più primitivo dei modi,
sarebbe stata in mio totale
possesso, anche se io non sarei
stato fisicamente con lei.
Sentii i suoi gemiti che vibravano
lungo il mio cazzo.
Alzò la testa, le sue labbra erano
gonfie e arrossate. «Così non vale»
protestò increspando le labbra.
Le afferrai il polso portandole la
mano sul mio petto e la premetti
proprio sopra il mio cuore che
batteva forte. «Tu sarai qui, angelo,
per sempre.»

«Non puoi lavorare anche


adesso» mi rimproverò Manuel
mentre si lasciava cadere sul lettino
di fianco al mio. «Ti perdi il
panorama.»
Sollevai lo sguardo dal telefono
mentre la brezza marina mi
scompigliava i capelli. Quel giorno
eravamo rimasti a Barra, proprio
dall’altro lato di Avenida Lúcio
Costa rispetto all’hotel dove
alloggiavamo. Recreio Beach era un
posto più tranquillo di Copacabana,
meno affollato e con meno turisti.
Tutta la spiaggia era piena di donne
in bikini che giocavano in acqua,
con i seni che sobbalzavano mentre
saltavano tra le onde e i sederi
seminudi lucidi di crema solare.
Sulla sabbia candida di fronte a
loro, Arash e Arnoldo si lanciavano
un frisbee. Li avevo appena salutati
con un inchino, quando sentii il mio
telefono vibrare nella tasca dei
calzoncini.
Osservai Manuel, era tutto rosso
e sudato. Era sparito più o meno
un’ora prima, e il motivo era ovvio
anche per chi non lo conosceva
bene come me.
«Il mio panorama è ancora
migliore» gli risposi mostrandogli il
telefono con il selfie che Eva mi
aveva appena mandato. Era anche
lei in spiaggia, sdraiata su un
lettino non molto diverso da quello
su cui ero io. Indossava un bikini
bianco e la sua pelle aveva già
preso un po’ di colore. Una catenina
sottile le circondava il collo, si
annidava tra i seni prorompenti e
poi si avvolgeva intorno alla sua
vita sottile. Gli occhiali da sole le
nascondevano gli occhi e un
rossetto rosso vivo le segnava le
labbra protese a mandarmi un
bacio.
“Vorrei che fossi qui...” recitava il
messaggio.
Lo volevo anche io. Stavo
contando le ore che mancavano al
momento in cui sarei salito
sull’aereo che mi avrebbe riportato
a casa. Il sabato mi ero divertito, in
mezzo all’alcol e alla musica, ma la
domenica era già un giorno di
troppo.
Manuel emise un fischio sonoro.
«Che schianto.»
Sorrisi, come se, così facendo,
riuscissi a riassumere ciò che
pensavo della foto di mia moglie.
«Non sei preoccupato che le cose
cambieranno dopo che avrai detto il
fatidico sì?» chiese lui, mentre si
stendeva con le mani incrociate
dietro la testa. «Le donne sposate
non sono così belle. Non ti
mandano selfie come quello».
Ritornai alla schermata Home e
gli mostrai di nuovo il telefono.
Manuel spalancò gli occhi quando
vide la foto del matrimonio sullo
sfondo. «Non ci posso credere.
Quand’è stato?»
«Il mese scorso.»
Scosse la testa. «Non capisco. Il
matrimonio, intendo, non la storia
tra te ed Eva. Ma non c’è il rischio
che prima o poi vi stanchiate?»
«Chi è felice non si stanca mai.»
«Ma non dicono che la varietà è
il sale della vita, o qualcosa del
genere?» domandò lui,
atteggiandosi a filosofo
qualunquista. «Parte del
divertimento, quando si scopa una
donna, è riuscire a capire che cosa
le piace ed essere sorpresi quando
ti fa vedere qualcosa di nuovo. Se
continui a far sempre le solite cose,
non diventa tutto scontato? La
tocchi lì, la lecchi là, tieni il ritmo
che preferisce per farla venire... Poi
ti dai una sciacquata, e ripeti tutto
dall’inizio.»
«Quando arriverà il tuo
momento, anche tu capirai.»
Si strinse nelle spalle. «Tu vuoi
dei bambini. È per questo che ti
sposi, giusto?»
«Prima o poi sì, ma comunque
non subito.» Non riuscivo a
immaginarmi la cosa, nemmeno
lontanamente. Eva sarebbe stata
un’ottima madre, perché era
amorevole e le piaceva prendersi
cura degli altri, ma come saremmo
stati noi due come genitori? Prima o
poi sarei stato pronto a diventare
padre. Più poi che prima, a dire il
vero, quando sarei stato preparato
all’idea di dividere le sue attenzioni
con qualcun altro. «Adesso come
adesso, voglio lei e basta.»
«Mr Cross.»
Alzai lo sguardo e vidi Raúl dietro
di me, con la mascella serrata. Mi
irrigidii immediatamente, poi mi
tirai su a sedere, piantando i piedi
nella sabbia, ai lati del lettino. «Che
cosa succede?»
La paura per Eva mi paralizzava.
Mi aveva scritto solo pochi secondi
prima ma...
«Devo farle vedere una cosa»
disse, accigliato, richiamando la mia
attenzione sul tablet che aveva in
mano. Mi alzai, misi il telefono in
tasca e mi avvicinai. Allungai la
mano. Il riflesso del sole rendeva lo
schermo poco visibile, quindi mi
voltai per farmi ombra con il corpo.
La foto che apparve mi fece gelare
il sangue. Il titolo mi fece serrare i
denti.
Piccante addio al celibato per
Gideon Cross in Brasile.
«E questa da dove diavolo
spunta fuori?» sbottai.
Manuel mi diede un buffetto sulla
spalla mentre si avvicinava. «Mica
ma le, cabrón. Questo sì che vuol
dire divertirsi, e tra l’altro le due
tipe non sono niente male.»
Guardai Raúl.
«Me l’ha mandata Clancy»
spiegò. «Ho fatto una ricerca, e
ormai la foto ha fatto il giro del
mondo.»
Clancy. Maledizione. Eva...
Buttai il tablet a Raúl, e tirai fuori
il telefono. «Voglio sapere chi l’ha
scattata.» Chi sapeva che ero in
Brasile? Chi mi aveva seguito una
sera in un club e in una sala VIP
privata e aveva scattato foto?
«Sto già indagando.»
Lanciando maledizioni silenziose,
chiamai mia moglie. L’impazienza e
la rabbia si impadronirono di me,
mentre aspettavo che rispondesse.
Scattò la segreteria telefonica e
riattaccai, poi chiamai di nuovo,
sempre più preoccupato.
Le peggiori paure che
infestavano le sue fantasie si erano
materializzate in quella foto. Le
dovevo una spiegazione, anche se
non avrei saputo cosa dire. Il
sudore mi imperlava la fronte e i
palmi delle mani, ma dentro ero
raggelato.
Scattò la segreteria telefonica
una seconda volta.
«Maledizione.» Riattaccai, e
riprovai a chiamare.
11

«Sembra proprio che tu abbia


bisogno di un altro giro» disse
Shawna, posando i due rebujitos sul
tavolino tra i due lettini.
«Oddio» dissi ridendo, già
leggermente brilla. La miscela di
sherry secco e bibita dolce del drink
dava alla testa in modo subdolo, e
non sarebbe stato affatto saggio
cercare di smaltire una sbronza con
altro alcol. «Dopo questo weekend
mi toccherà disintossicarmi.»
Shawna sorrise e si stiracchiò sul
lettino, con la pelle lentigginosa
leggermente rosata dopo i due
giorni trascorsi al sole. Aveva i
capelli rossi raccolti sopra la testa,
sexy e spettinati, e la voce
arrochita dopo aver riso tanto la
sera precedente. Indossava un
bikini verde acqua che le attirava
molti sguardi d’apprezzamento. Era
una macchia di colore brillante,
sempre pronta a sorridere e con un
umorismo scollacciato.
In questo era davvero simile a
suo fratello, che conoscevo e a cui
volevo bene, il fidanzato del mio ex
capo Mark.
Megumi mi si avvicinò dall’altro
lato, con altri due drink. Guardò il
lettino vuoto, prima occupato da
mia madre. «Dov’è Monica?»
«È andata a rinfrescarsi in
acqua.» La cercai con lo sguardo,
senza trovarla. Non passava
inosservata con il suo bikini color
lavanda, quindi pensai che se ne
fosse andata da qualche parte.
«Tornerà tra poco.»
Era stata con noi per tutto il
tempo a festeggiare. Non era solita
bere tanto e stare in piedi fino a
tardi, ma sembrava che si stesse
divertendo. Di certo stava
provocando un bel trambusto:
uomini di tutte le età le sciamavano
intorno. Mia madre aveva un
atteggiamento da gattina che
risultava irresistibile: avrei voluto
averlo anch’io.
«Guardalo in azione» disse
Shawna, richiamando la mia
attenzione su Cary che giocava tra
la schiuma delle onde. «Ci sa
davvero fare con le donne.»
«Cavolo, sì.»
La spiaggia era così piena di
gente che quasi non si riusciva a
vedere la sabbia. Decine di spalle e
di teste spuntavano tra le onde
dell’oceano, ma tra tutte spiccava la
piccola folla raccolta intorno a Cary.
Il suo sorriso abbagliante assorbiva
l’attenzione come un gatto disteso
al sole. Con i capelli tirati indietro,
la bellezza del suo viso era
evidente, nonostante gli occhiali a
goccia che indossava per schermare
la luce intensa del sole.
Vide che lo osservavo e mi
salutò. Gli mandai un bacio, solo
per agitare un po’ gli animi.
«Tu e Cary non siete mai stati
insieme?» chiese Shawna. «Non ti è
mai venuta voglia?»
Scossi la testa. Cary in quel
momento era di una bellezza
superba, il ritratto della salute,
snello e muscoloso, un perfetto
esemplare del maschio ideale. Però,
quando l’avevo incontrato per la
prima volta, era magrolino e con gli
occhi infossati, eternamente sepolto
dentro una felpa anche nella calura
delle estati di San Diego. Teneva le
braccia coperte per nascondere i
segni dei tagli, e il cappuccio
sempre calato sulla testa quasi
completamente rasata.
Negli incontri della terapia di
gruppo, se ne stava seduto fuori dal
cerchio, appoggiato al muro, con la
sedia in equilibrio sulle gambe
posteriori. I suoi rari interventi
erano venati di umorismo nero
intriso di sarcasmo, quando parlava
di sé c’era quasi sempre un fondo di
cinismo.
Una volta l’avevo avvicinato,
perché non riuscivo più a ignorare il
profondo dolore interiore che
irradiava da lui. “Non perdo troppo
tempo con le chiacchiere” aveva
detto, senza fare una piega, con i
begli occhi verdi privi di qualsiasi
luce. “Se vuoi farti un giro sul mio
cazzo, basta dirlo. Non dico mai di
no a una scopata.”
Sapevo che era vero. Il dottor
Travis aveva molti pazienti
incasinati, diversi dei quali usavano
il sesso come palliativo o come
forma di autopunizione. Cary era
disponibile a essere usato da tutti
loro, e parecchi approfittavano
frequentemente del suo invito
spudorato.
“No, grazie” avevo risposto,
disgustata dalla sua aggressività.
“Sei troppo magro per me. Mangiati
un fottuto cheeseburger, cretino.”
Dopo quell’episodio avevo
rimpianto di non aver provato a
essere gentile con lui. Mi
perseguitava senza darmi tregua,
facendomi perdere la pazienza con
provocazioni sessuali di dubbio
gusto. All’inizio mi mostravo
infastidita. Quando quella tattica
non funzionava, lo gelavo con la
cortesia. Alla fine aveva capito che
non sarei mai andata a letto con lui.
Nel frattempo aveva iniziato a
mettere su peso e a farsi crescere i
capelli. Aveva smesso di buttarsi via
con chiunque, ma di fatto era
diventato semplicemente più
selettivo. Mi rendevo conto di
quanto fosse affascinante, ma in
quel momento non c’era attrazione.
Era troppo simile a me, e il mio
istinto di autoconservazione era
entrato in allerta.
«All’inizio eravamo semplici
amici» le dissi. «Poi è diventato
come un fratello per me.»
«Lo adoro» disse Megumi,
mentre si spalmava la crema
abbronzante sulle gambe. «Mi ha
detto che le cose tra lui e Trey non
stanno andando benissimo, e mi
dispiace: sono davvero una bella
coppia.»
Annuii, e ritornai a guardare il
mio più caro amico. Cary stava
prendendo in braccio una donna, e
la stringeva forte in vita per poi
buttarla tra le onde. Lei riemerse
sputacchiando e ridendo,
chiaramente affascinata da lui. «Sai
come si dice, no? Andrà tutto bene,
se è destino. Può sembrare una
banalità, ma io la penso così.»
Dovevo ancora chiamare Trey ed
Elizabeth, la madre di Gideon.
Volevo anche sentire brevemente
Ireland e Chris. Forse sarei stata
esaurita dal jetlag e dal troppo
alcol, quindi mi presi l’appunto
mentale di fare quelle chiamate
dall’attico, quando mi fossi ripresa.
Inoltre dovevo parlare con mio
padre, perché avevo dovuto
rimandare la nostra solita
telefonata del sabato per via della
differenza di fuso orario.
«Non voglio andare a casa» disse
Megumi stiracchiandosi con un
sospiro, con in mano il drink.
«Questi due giorni sono passati
troppo in fretta. Non riesco a
credere che partiremo tra poche
ore.»
Avrei potuto stare
tranquillamente un’altra settimana,
se Gideon non mi fosse mancato
così tanto.
«Eva, tesoro.»
Nel sentire la voce di mia madre
girai la testa. Era alle mie spalle, in
piedi dietro il lettino, avvolta nel
prendisole. «È già ora di andare?»
Scosse la testa, poi notai che si
torceva le mani, cosa che non
lasciava presagire nulla di buono.
«Puoi tornare in hotel con me?»
chiese. «Devo parlarti un attimo.»
Vidi Clancy dietro di lei, con la
mascella serrata e l’espressione
tesa. Il cuore iniziò a battermi forte.
Mi alzai, presi il pareo che avevo
indossato in spiaggia e me lo legai
intorno alla vita.
«Veniamo anche noi?» chiese
Shawna, mentre si alzava.
«State qui con Cary» rispose mia
madre, con un sorriso rassicurante.
Mi stupì il suo modo di sorridere,
e di agire fredda e imperturbabile
quando sapevo che in realtà era
ansiosa. Ero troppo trasparente per
riuscire a nascondere le mie
reazioni, ma mia madre esprimeva
le emozioni solo con gli occhi e le
mani: diceva sempre che non le
venivano le rughe neanche quando
rideva. Indossava gli occhiali da
sole, quindi era perfettamente
mimetizzata.
Senza dire una parola, ritornai
con lei e Clancy in hotel. Quando
entrammo nella hall, sembrava che
tutti i dipendenti si sentissero in
dovere di accoglierci con un sorriso
o con un cenno di saluto. Tutti mi
conoscevano: dopotutto eravamo in
uno dei resort di Gideon, il cui
nome, Vientos Cruzados, era la
traduzione spagnola di Crosswinds.
Gideon mi aveva sposata in uno
dei resort Crosswinds, e io non mi
ero resa conto che si trattasse di
una catena diffusa in tutto il
mondo.
Entrammo nell’ascensore, e
Clancy strisciò la chiave a tessera
nel lettore, una misura di sicurezza
che limitava l’accesso al nostro
piano. C’erano altre persone con noi
nella cabina, quindi dovevo
aspettare per avere le risposte che
volevo.
Mi venne mal di stomaco, e i
miei pensieri iniziarono a correre
veloci. Era successo qualcosa a
Gideon, o a mio padre? Mi resi
conto di aver lasciato il telefono sul
tavolino vicino al bicchiere, e mi
maledissi. Se solo avessi potuto
mandare un messaggino a Gideon,
avrei avuto l’impressione di fare
qualcosa di diverso dallo star lì a
impazzire.
Dopo tre piani, nella cabina
dell’ascensore rimanemmo solo noi
e continuammo a salire verso il
nostro piano.
«Qualcuno mi spiega che cosa
sta succedendo?» domandai,
girandomi a guardare mia madre e
Clancy.
Lei si tolse gli occhiali, con le dita
tremanti. «Sta montando uno
scandalo» iniziò lei. «In gran parte
online.»
Questo significava che ormai era
fuori controllo, o quasi. «Mamma,
spiegami bene.»
Fece un respiro profondo. «Ecco,
ci sono in giro delle fotografie...»
disse, guardando Clancy in cerca di
aiuto.
«Cosa?» Credevo di essere sul
punto di vomitare. Stavano girando
le fotografie che mi aveva fatto il
mio fratellastro Nathan? O erano
immagini tratte dal video porno che
avevo girato con Brett?
«Stamattina alcune foto di
Gideon Cross in Brasile hanno fatto
il giro del mondo» disse Clancy.
Parlava con un tono inespressivo,
ma c’era qualcosa di stranamente
rigido nel suo atteggiamento: era
insolito vederlo così teso.
Mi sentii come se mi avessero
dato un pugno nello stomaco, e mi
limitai a tacere. Non c’era nulla da
dire, finché non avessi visto le foto
con i miei occhi.
Usciti dall’ascensore, ci
ritrovammo direttamente nella
nostra suite, un enorme spazio con
diverse camere da letto e un ampio
soggiorno centrale. Le cameriere
avevano aperto le porte affacciate
sul terrazzo che girava tutt’intorno e
le tende sottili iniziarono a
sventolare scompostamente.
Illuminata dai colori e dal calore
della Spagna, quella suite era stata
una gioia per i miei occhi da quando
eravamo arrivati.
In quel momento, me ne accorsi
appena.
Con le gambe che tremavano, mi
diressi verso il divano e attesi che
Clancy inserisse la password sul
tablet e me lo passasse. Mia madre
si sedette vicino a me, offrendomi
un aiuto silenzioso.
Guardai lo schermo e feci un
sospiro rapido e sonoro. Sentivo il
petto come stretto in una morsa.
Ciò che vidi mi spaventò: era come
se qualcuno mi fosse entrato di
soppiatto in testa e avesse
catturato una delle immagini nella
mia mente.
Fissai lo sguardo su Gideon, così
tenebroso e affascinante, vestito
tutto di nero. I capelli gli coprivano
in parte il viso, ma era chiaramente
lui, mio marito. Speravo che non lo
fosse, e cercavo di trovare qualcosa
che avrebbe rivelato che l’uomo
della fotografia era un impostore;
ma conoscevo il suo corpo alla
perfezione, sapevo come si
muoveva, come si rilassava, quali
erano le sue mosse per sedurre.
Distolsi lo sguardo dalla figura
che amavo, al centro di quel quadro
osceno: non ce la facevo a reggere
quella vista. Un divano a forma di
U, visto di scorcio; tende di velluto
nero; cinque o sei bottiglie di
alcolici di lusso su un tavolino: era
una sala VIP privata.
Una brunetta magra era sdraiata
su un mucchio di cuscini. L’abissale
scollatura del top con i lustrini era
scostata. Gideon, quasi tutto sopra
di lei, le succhiava un capezzolo.
Una seconda brunetta tutta
gambe gli stava attaccata alla
schiena, con una coscia sopra la
sua. Teneva le gambe aperte e la
bocca spalancata dal piacere.
Gideon aveva allungato una mano
dietro di sé, sotto la sua minigonna.
Dalla foto non si vedeva, ma le
aveva messo le dita dentro, si
capiva benissimo: fu una pugnalata
al cuore, inferta con una lama ben
affilata e seghettata.
L’immagine diventò sempre più
sfocata, mentre strizzavo gli occhi
per le lacrime che mi scorrevano
brucianti sulle guance. Feci sparire
la fotografia dallo schermo per non
vederla più. Poi vidi il mio nome e
lessi le oscene speculazioni
dell’autore del post su come avrei
potuto reagire alle avventure
sessuali del mio fidanzato per il suo
addio al celibato.
Posai il tablet sul tavolino,
respirando affannosamente. Mia
madre si avvicinò in fretta e mi
circondò con un braccio, attirandomi
a sé. Il telefono della stanza squillò
rumorosamente: mi fece sobbalzare
e per poco non mi venne una crisi di
nervi.
«Ssh» sussurrò, mentre mi
accarezzava i capelli. «Non sei sola,
tesoro. Ci sono io con te.»
Clancy andò a rispondere con un
brusco «Pronto?». Poi il suo tono
divenne gelido. «Vedo che si sta
divertendo.»
“Gideon.”
Guardai Clancy e notai che era
rosso di rabbia. Lui sostenne il mio
sguardo. «Sì, è qui.»
Mi sottrassi all’abbraccio di mia
madre e mi alzai a fatica. Lottando
contro la nausea, mi avvicinai a
Clancy e allungai la mano per
prendere il cordless. Me lo porse e
indietreggiò.
Repressi un singhiozzo. «Pronto.»
Ci fu una pausa. Sentii il respiro
di Gideon che accelerava. Avevo
detto una parola sola, ma lui
sapeva già che sapevo.
«Angelo...»
Improvvisamente mi sentii male.
Corsi in bagno e lasciai cadere il
telefono: riuscii a malapena ad
alzare l’asse del water, prima di
vomitare con violenti conati che mi
lasciarono spossata.
Mia madre si affrettò a
raggiungermi e io le feci un cenno
con la testa. «Vai via» ansimai,
mentre mi abbandonavo sul
pavimento con la schiena
appoggiata al muro.
«Eva...»
«Un attimo, mamma. Solo un
attimo.»
Mi guardò e annuì, chiudendosi la
porta alle spalle.
Sentivo Gideon che gridava, dal
telefono sul pavimento. Presi in
mano la cornetta e la portai
all’orecchio.
«Eva, rispondi, per l’amor del
cielo! Rispondi!»
«Smettila di urlare» gli dissi, con
il cuore che batteva forte.
«Cristo!» Il suo respiro era
affannoso. «Tu stai male, non posso
perdonarmelo. Sono troppo
lontano...» Alzò la voce. «Raúl!
Dove ti sei cacciato? Preparami
l’aereo, adesso! Attaccati al
telefono...»
«No. No, ti prego.»
«È successo prima di incontrare
te.» Parlava troppo in fretta, il suo
respiro era troppo veloce. «Non so
esattamente quando o... Che
cosa?» Qualcuno parlò in
sottofondo. «Cinco de Mayo? E
perché viene fuori adesso?»
«Gideon...»
«Eva, ti giuro che quella dannata
fotografia non è stata scattata
questo weekend. Non potrei mai
farti una cosa del genere, lo sai. Sai
quanto sei importante per me.»
«Gideon, calmati.» Il mio cuore
cominciò a battere più lentamente.
Mio marito era agitato, nel panico,
e mi faceva star male sentirlo così,
perché era sempre stato forte,
capace di gestire tutto,
sopravvivere a tutto e superare
tutto.
Ero il suo punto debole, quando
invece tutto quello che volevo era
essere la sua forza.
«Devi credermi, Eva. Non potrei
fare una cosa del genere a noi due.
Non potrei mai...»
«Ti credo.»
«... scopare in giro... Come hai
detto?»
Chiusi gli occhi, e lasciai ricadere
la testa appoggiandola contro il
muro. Cominciavo a stare un po’
meglio. «Ti credo.»
Udii distintamente il suo sospiro
fremente nella cornetta. «Meno
male.»
Silenzio
Sapevo quanto fosse importante
per lui la mia completa e
incondizionata fiducia. Gideon non
poteva fare a meno di trovarla
quasi impossibile da accettare,
anche se credevo che la
desiderasse ancor più del mio
amore. Per lui la mia fiducia in lui
significava che lo amavo.
La sua spiegazione fu semplice,
qualcuno potrebbe dire troppo
semplice, ma, per come lo
conoscevo io, era la più sensata di
tutte.
«Ti amo.» La sua voce era bassa,
sembrava sfinito. «Ti amo tanto,
Eva. Quando non hai risposto al
telefono...»
«Anch’io ti amo.»
«Mi dispiace.» Sospirò, in preda
al dolore e al rincrescimento. «Mi
dispiace che tu abbia visto quelle
foto. È un casino, è tutto un
casino.»
«Tu hai visto di peggio.» Gideon
mi aveva visto baciare Brett Kline,
in sua presenza. Aveva visto
almeno una parte del video porno
che avevo girato con Brett. Rispetto
a ciò, una foto era niente.
«Detesto il fatto che siamo
lontani.»
«Anch’io.» Avrei voluto essere
consolata dai suoi abbracci e, più
ancora, avrei voluto confortarlo,
dimostrargli che non sarei andata
da nessuna parte senza di lui e che
non aveva motivo di temere. «Non
succederà più.»
«No, visto che ti sposi solo due
volte, ed entrambe con me: hai
finito con gli addii al celibato.»
Il sospiro si trasformò in una
risata. «Non era questo che volevo
dire.»
«Lo so.»
«Di’ a Clancy di portarti a casa.
Stiamo facendo i bagagli, e
andiamo in aeroporto.»
Scossi la testa, anche se non
poteva vedermi. «Prenditi la
giornata libera, domani.»
«Domani...? Sì. Non ti senti
bene...»
«No, io sto benissimo. Vengo da
te a Rio.»
«Che cosa? No, non voglio stare
qui. Devo tornare a casa per
sistemare questa faccenda.»
«Non c’è nulla che tu possa fare,
Gideon. Ormai è di dominio
pubblico.» Mi alzai dal pavimento.
«Puoi dargli, o darle, la caccia
anche dopo. Non permetterò che
questa storia ci rovini questo
weekend indimenticabile.»
«No...»
«Se vogliono le tue foto in
Brasile, asso, ci devo essere
anch’io.»
Capì cosa intendevo. «Va bene, ti
aspetto.»

«Forse l’hanno photoshoppata»


disse Megumi.
«Oppure il tipo è un sosia»
suggerì Shawna, mentre si chinava
accanto a Megumi per guardare il
suo tablet. «Non si vede molto di
lui, Eva.»
«No.» Scossi la testa, perché ne
ero certa. «È sicuramente Gideon.»
Cary, seduto al mio fianco sulla
limousine, mi prese la mano e mi
strinse le dita. Mia madre era
seduta sul divanetto dietro
all’autista, e guardava alcuni
campioni di tessuto. Teneva le
gambe sottili incrociate, e
tamburellava i piedi in preda
all’inquietudine.
Sia Megumi sia Shawna mi
lanciavano occhiate
compassionevoli.
La loro solidarietà faceva a pugni
con il mio orgoglio. Avevo fatto
l’errore di guardare che cosa si
diceva di noi sui social, ed ero
rimasta atterrita dalla crudeltà della
gente. Secondo alcuni, ero una
donna tradita. Oppure ero talmente
stupida che non mi rendevo conto
che stavo per sposare un uomo che
a me avrebbe concesso di portare il
suo cognome, mentre a tutte le
altre concedeva il suo corpo e le
sue attenzioni. Oppure ero una
cacciatrice di dote che sarebbe
venuta a patti con l’umiliazione pur
di ottenere il denaro. Oppure sarei
potuta diventare un esempio per
molte altre donne... se solo avessi
detto addio a Gideon e mi fossi
trovata qualcun altro.
«È una foto vecchia» ripetei.
In realtà era stata scattata a
maggio, quindi non era poi così
vecchia, ma a nessuno doveva
interessare la data precisa, se non
per il fatto che non era stata
scattata mentre stavamo già
insieme.
Era cambiato davvero tanto da
allora: per me, per lui. E anch’io ero
molto diversa dalla donna che
Gideon aveva incontrato in quel
fatidico giorno di giugno.
«È vecchissima» disse Shawna
per chiudere il discorso. «Di sicuro è
vecchissima.»
Megumi annuì, ma sembrava
ancora indecisa.
«Perché dovrebbe mentirmi?»
chiesi in tono piatto. «Non ci vorrà
un grande sforzo per scoprire il club
sullo sfondo. Dev’essere uno di
quelli di Gideon, e scommetto che è
a Manhattan. Non poteva trovarsi a
New York e farsi timbrare il
passaporto in Brasile nello stesso
giorno.»
Mi ci erano volute un paio d’ore
per farmi venire in mente quel
particolare, ed ero orgogliosa di
esserci arrivata. Non avevo bisogno
di prove per sapere che mio marito
mi stava dicendo la verità, ma se in
qualche modo fossimo riusciti a
provare che la foto era stata
scattata in un posto preciso e
identificabile, non sarebbe stato
male mettere le cose in chiaro
pubblicamente.
«Hai ragione» disse Megumi con
un ampio sorriso. «Ed è pazzo di te,
Eva. Non combinerebbe casini in
giro.»
Annuii, e lasciai cadere il
discorso. Presto saremmo arrivati
all’aeroporto e non volevo che ci
lasciassimo con il ricordo di stupidi
pettegolezzi anziché del
meraviglioso viaggio che avevamo
appena fatto. «Grazie per essere
venute. Mi sono divertita davvero
tanto.»
Mi sarebbe piaciuto portare
anche le mie due amiche a Rio, ma
non avevano il visto per il Brasile, e
inoltre avrebbero dovuto entrambe
lavorare il lunedì. Così ci
separammo: loro tornarono a casa
con la squadra di sicurezza di
Clancy, mentre Cary, mia madre e
Clancy stesso partirono con me per
il Brasile, su un aereo che Gideon ci
aveva fatto preparare.
Doveva essere un viaggio veloce,
con arrivo il lunedì mattina e
partenza il lunedì sera, per cui
avremmo potuto dormire solo
sull’aereo: alla fine però Gideon
avrebbe lasciato il Brasile con un
sorriso. Non volevo che ripensasse
a quel weekend con dispiacere,
perché aveva già tanti brutti ricordi.
Volevo che ci lasciassimo tutto alle
spalle, che lui avesse solo ricordi
positivi.
«Grazie a te, davvero» disse
Shawna con un sorriso. «Non me lo
sarei perso per nulla al mondo.»
«Neanch’io» disse Megumi. «Non
dimenticherò questo viaggio tanto
presto.»
Shawna chiuse gli occhi, e
appoggiò la testa alla poltrona.
«Salutami Arnoldo.»
Sapevo che Shawna e Arnoldo
erano diventati amici dopo che li
avevo presentati la sera del
concerto dei Six-Ninths, e ritenevo
che si sentissero al sicuro l’uno con
l’altra. Shawna stava aspettando
che il suo fidanzato, Doug, tornasse
dalla Sicilia, dove stava
frequentando un corso esclusivo per
chef. Arnoldo in quel momento
aveva il cuore spezzato, ma amava
le donne e probabilmente era felice
di poter godere della compagnia di
una che non voleva nulla di più.
Cary si trovava in una situazione
simile. Gli mancava Trey e non era
interessato a scopare in giro, cosa
davvero insolita per lui. Di solito,
quando era triste, scopava per
dimenticare, invece per tutto il
weekend era stato attaccato a
Megumi che, quando gli uomini la
avvicinavano, si paralizzava. Cary le
aveva fatto da scudo, e aveva
mantenuto il clima leggero e
divertente per entrambi.
Gideon non era l’unico a essere
parecchio cambiato.
Quanto a me, non vedevo l’ora di
essere con mio marito. Lo stress gli
causava incubi, quindi presi il
telefono e gli mandai un
messaggio. “Sogna me.”
La sua risposta, in perfetto stile
Gideon, mi strappò un sorriso. “Vola
più in fretta.”
E da quello capii che era
ritornato quello di sempre.
«Wow» dissi guardando fuori dal
finestrino dell’aereo che decelerava
e si fermava in un aeroporto privato
alla periferia di Rio. «Questo sì che
è un bel panorama!»
Sulla pista c’erano Gideon,
Arnoldo, Manuel e Arash, tutti
vestiti in modo sportivo, con
pantaloncini lunghi e maglietta.
Tutti alti e con i capelli scuri,
muscolosi e abbronzati.
Si erano messi in fila come una
serie di macchine sportive esotiche,
e tremendamente costose: potenti,
sexy e pericolosamente veloci.
Non avevo dubbi sulla fedeltà di
mio marito ma, se mai li avessi
avuti, guardandolo in faccia li avrei
dissipati. I suoi amici erano sciolti e
rilassati, come una macchina il cui
motore si è finalmente raffreddato
dopo una lunga corsa. Era più che
evidente che Rio e le sue donne gli
erano piaciuti parecchio. Gideon,
invece, era teso, in allerta. Il suo
motore andava a mille, rombava
dalla voglia di passare da zero a
cento in un battito di ciglia.
Nessuna si era fatta un giro di pista
con lui.
Ero arrivata lì con l’intenzione di
confortarlo, di non lasciarmi
travolgere, di riprendermi un po’ del
mio orgoglio ferito, e invece ora
ardevo dal desiderio di mandare su
di giri quel bel motore.
“Oh, sì, ti prego.”
Sentii un tonfo leggero quando
avvicinarono la scaletta all’aereo.
Clancy uscì per primo, seguito da
mia madre e da me. Mi fermai un
attimo per scattare una foto con il
cellulare: l’immagine di Gideon e
dei suoi amici avrebbe dato
qualcos’altro di cui parlare su
Internet.
Scesi il primo gradino, e Gideon
si mosse, aprendo le braccia mentre
si avvicinava. Non riuscivo a
vedergli gli occhi, perché nelle sue
lenti vedevo solo il mio riflesso, ma
sentivo l’intensità con cui mi
guardava. Mi tremarono le
ginocchia e dovetti reggermi al
corrimano per tenermi in equilibrio.
Gideon strinse la mano a Clancy.
Sopportò, e cercò persino di
ricambiare, il rapido abbraccio di
mia madre, ma non mi tolse mai gli
occhi di dosso né rallentò per più di
qualche secondo.
Mi ero messa le scarpe rosse con
il tacco da “scopami” che gli
piacevano tanto. Gli shorts bianchi
aderenti, con la vita bassissima, mi
coprivano appena il sedere. Il top di
pizzo rosso con le spalline sottili era
chiuso da un nastro di raso rosso
sulla schiena, a mo’ di corsetto. I
miei capelli erano raccolti in
un’acconciatura spettinata. Gideon
me li spettinò ancora di più, quando
mi accolse sull’ultimo gradino, e vi
infilò dentro le mani.
Premette le sue labbra sulle mie,
senza far caso al rossetto rosso che
mi ero messa. Rimasi sospesa a
mezz’aria nel suo abbraccio, con i
piedi staccati dal suolo e le sue
braccia strette intorno alla vita.
Avvinghiandomi a lui, ancorai le
caviglie alla base della sua schiena
e mi tirai su in modo da costringerlo
a piegare la testa all’indietro: così
potei abbracciarlo meglio e infilargli
la lingua in bocca fino in fondo. La
mano con cui prima mi aveva
accarezzato i capelli era scesa a
sorreggermi, e mi stringeva forte il
sedere, nel modo esigente e
possessivo che tanto mi piaceva.
«Ehi, che sballo» disse Cary
dietro di me.
Manuel fischiò sonoramente.
Non m’importava di dare
spettacolo. Il corpo muscoloso di
Gideon era delizioso e il suo sapore
inebriante. Iniziai a fantasticare:
volevo cavalcarlo, strusciarmi
contro di lui; lo volevo nudo e
sudato, coperto dei miei umori, sul
viso, sulle mani, sul cazzo.
Mio marito, però, non era l’unico
a voler marcare il territorio.
«Eva Lauren» mi rimproverò mia
madre. «Controllati.»
La sua voce raffreddò subito i
nostri bollenti spiriti. Mi sciolsi
dall’abbraccio e consentii a Gideon
di mettermi giù. Mi staccai da lui
controvoglia, allungando un attimo
le mani per alzargli gli occhiali da
sole e guardarlo negli occhi.
Veemenza... Lussuria.
Con le dita gli ripulii la bocca
dalle tracce di rossetto. Aveva le
labbra gonfie per la foga con cui ci
eravamo baciati, e le curve sensuali
della sua bocca si erano
ammorbidite.
Mi prese il viso tra le mani, e mi
accarezzò le labbra con i pollici.
Spingendomi leggermente indietro
la testa, mi baciò sulla punta del
naso. Adesso era tenero. La gioia
spasmodica di vedermi si era
placata dopo che mi aveva toccata.
«Eva» disse Arnoldo, mentre si
avvicinava, con un sorriso appena
accennato sul suo bel volto. «Che
piacere vederti.»
Mi girai per salutarlo, ma mi
sentivo nervosa. Volevo che noi due
fossimo amici, e che mi perdonasse
per aver ferito Gideon. Volevo...
Lui mi baciò sulla bocca.
Sbalordita, non reagii.
«Giù!» disse Gideon in tono
brusco.
«Ehi, non sono mica un cane»
ribatté Arnoldo, guardandomi
divertito. «Si sta consumando per
te. Adesso puoi liberarlo da questo
tormento...»
L’ansia svanì. Era più affettuoso
con me rispetto alle ultime volte
che ci eravamo visti, quasi come
all’epoca del nostro primo incontro.
«È un vero piacere anche per me,
Arnoldo.»
Poi fu la volta di Arash. Quando
alzò entrambe le mani per toccarmi
il viso, Gideon si interpose con un
braccio tra noi.
«Non pensarci neanche» lo
avvertì.
«Così non vale.»
Gli mandai un bacio da lontano.
Manuel fu più astuto. Mi
raggiunse da dietro e mi sollevò di
peso, premendomi le labbra contro
la guancia. «Buongiorno, bellezza.»
«Ciao, Manuel» dissi ridendo. «Ti
stai divertendo?»
«Puoi dirlo.» Mentre mi rimetteva
per terra, mi fece l’occhiolino.
Gideon sembrava un po’ più
calmo adesso. Strinse la mano a
Cary e chiese un breve ragguaglio
su Ibiza.
I suoi amici fecero la conoscenza
di mia madre, che immediatamente
sfoderò tutto il suo fascino e
ottenne i risultati sperati:
sembravano rapiti.
Gideon mi prese per mano. «Hai
il passaporto?»
«Certo.»
«Bene. Andiamo» disse, e si
avviò senza indugio.
Accelerando il passo per stargli
dietro, mi girai per vedere il gruppo
che avevamo lasciato alle nostre
spalle: stavano andando in un’altra
direzione.
«Hanno già trascorso tutto il
weekend con noi» disse Gideon, in
risposta alla mia domanda
inespressa. «Oggi è un giorno solo
per noi.»
Mi accompagnò alla dogana,
dove i controlli furono piuttosto
sommari, poi di nuovo sulla pista,
dove un elicottero ci stava
aspettando.
Le pale iniziarono a girare
mentre ci avvicinavamo. Raúl si
materializzò dal nulla e aprì il
portellone posteriore. Gideon mi
aiutò a salire e mi seguì. Feci per
prendere la cintura di sicurezza, ma
lui mi spinse via le mani e me la
agganciò con un gesto rapido prima
di sistemarsi al suo posto. Mi diede
le cuffie, poi si mise le sue.
«Partiamo» disse al pilota.
Prima che Gideon si fosse
agganciato la cintura, eravamo già
decollati.

Quando arrivammo all’albergo


ero totalmente affascinata, senza
fiato per il panorama di Rio che si
stendeva sotto di noi, con le
spiagge costeggiate dai grattacieli e
le colline coperte dai colori delle
favelas. Le auto riempivano le
strade sotto di noi, e c’era un
traffico incredibile, persino se
paragonato a quello di Manhattan
all’ora di punta, a cui ero abituata.
La famosa statua del Cristo
Redentore brillava con il Corcovado
sullo sfondo, in lontananza sulla
mia destra, mentre costeggiavamo
il Pan di Zucchero e la costa fino al
quartiere di Barra da Tijuca.
In macchina ci sarebbero volute
ore per arrivare dall’aeroporto
all’hotel, invece in elicottero ci
vollero pochi minuti. Entrammo
nella suite di Gideon ancora prima
che il mio cervello in preda al jetlag
si rendesse pienamente conto che
ero stata in tre Paesi diversi in tre
giorni.
Il Vientos Cruzados era un resort
come tutti quelli della stessa catena
che avevo visto, ma con un tocco
locale che lo rendeva unico. La
suite di Gideon era grande come
quella in cui avevo alloggiato a
Ibiza, e con un panorama
altrettanto notevole.
Mi fermai ad ammirare la
spiaggia dal terrazzo, notando le
interminabili file di banchetti di
venditori di cocco e di corpi dorati
stesi al sole. Il ritmo del samba
nell’aria, così semplice e sexy,
metteva subito di buonumore.
Scattai una fotografia, e poi la
caricai, insieme a quella di Gideon e
dei suoi amici sulla pista
dell’aeroporto, sul mio profilo
Instagram. “Il panorama da qui...
#RioDeJaneiro.”
Taggai tutti e scoprii che Arnoldo
aveva scattato una foto a me e
Gideon durante il nostro bacio
appassionato all’aeroporto. Era un
ottimo scatto, sexy e intimo al
tempo stesso. Arnoldo aveva alcune
centinaia di migliaia di follower e la
foto aveva già decine di commenti
e di “mi piace”.
“Due cari amici che si godono
#RioDeJaneiro e la reciproca
compagnia.”
Lo smartphone di Gideon squillò,
e lui si allontanò. Lo sentii parlare
nella stanza vicina e lo seguii. Non
avevamo praticamente parlato da
quando avevamo lasciato
l’aeroporto, come se stessimo
risparmiando le parole per una
conversazione intima. O forse non
avevamo bisogno di dirci niente.
Che fosse il resto del mondo a
chiacchierare e a diffondere bugie.
Noi sapevamo quello che c’era tra
noi, senza la necessità di dargli un
nome, di giustificarlo o di
esprimerlo a parole.
Lo trovai nello studio, in piedi di
fronte a una scrivania a U coperta
di fotografie e di carte, alcune delle
quali erano cadute a terra. La
stanza era un casino, niente a che
vedere con l’ordine maniacale di cui
mio marito si circondava di solito.
Mi ci volle un attimo per capire che
le foto ritraevano l’interno di un
locale e corrispondevano
perfettamente allo sfondo che
avevo visto nella foto di Gideon del
Cinco de Mayo.
Era inquietante, e al tempo
stesso fantastico, che avessimo
avuto la stessa idea.
Feci per andarmene.
«Eva, aspetta.»
Lo guardai.
«Domani mattina è meglio»
disse alla persona all’altro capo del
filo. «Mandami un messaggio di
conferma.»
Gideon riattaccò e mise il
telefono in modalità silenziosa,
posandolo vicino agli occhiali da
sole. «Volevo farti vedere queste.»
Scossi la testa e gli dissi: «Non
devi provarmi niente».
Mi fissò. Ora che si era tolto gli
occhiali, vidi che aveva occhiaie
profonde.
«Stanotte non hai dormito.» Non
era una domanda. Avrei dovuto
sapere che sarebbe rimasto
insonne.
«Aggiusterò questa faccenda.»
«Non c’è nulla di rotto.»
«Ti ho sentita al telefono» disse
con voce ferma.
Mi appoggiai allo stipite della
porta. Sapevo come si era sentito
quando avevo baciato Brett: in
preda a un istinto omicida. Avevano
lottato come animali. Uno scontro
fisico violento non era un’opzione
praticabile per me. Il mio corpo si
era liberato della gelosia nell’unico
modo che conosceva.
«Fai quel che devi fare»
mormorai. «Ma io non ho bisogno di
niente: sono a posto. Tu e io, noi
due, siamo a posto.»
Gideon fece un respiro profondo
e si rilassò. Poi afferrò la maglia da
dietro le spalle e se la tolse. Diede
un calcio ai sandali e si slacciò i
pantaloncini, lasciandoli cadere sul
pavimento: sotto era nudo.
Lo guardai mentre si avvicinava
furtivo e notai i segni
dell’abbronzatura e il suo cazzo
duro, talmente duro che le palle si
erano già contratte. Ogni singolo
muscolo si fletteva, mentre lui si
muoveva. Le cosce solide, gli
addominali scolpiti, i bicipiti
possenti.
Rimasi immobile, senza quasi
respirare e sbattere le palpebre. Mi
meravigliava il fatto di riuscire a
prenderlo: era quasi trenta
centimetri più alto di me, pesava
quaranta chili di più, ed era forte,
molto forte.
Quando facevamo l’amore, mi
eccitava stare sotto di lui e sentire
tutta quella forza incredibile
dedicata solamente a soddisfare il
mio corpo e a trarne piacere.
Gideon mi raggiunse e mi strinse
tra le braccia. Abbassò la testa per
catturare la mia bocca in un bacio
profondo e lascivo, lento e pieno di
godimento, con leccatine e labbra
che si sfioravano appena. Non mi
resi conto che mi aveva slacciato il
top finché non mi scivolò dalle
braccia. Passò le dita sotto la
cintura degli shorts, accarezzando
la pelle sensibile, poi interruppe per
un attimo il bacio e si accovacciò
per aiutarmi a togliere i vestiti.
Mugolai, in preda al desiderio.
«Le scarpe con il tacco puoi
tenerle» mormorò, rialzandosi e
sovrastandomi. Aveva gli occhi di
un blu così brillante che mi
ricordava l’acqua in cui avevamo
fatto il bagno nudi quando ci
eravamo sposati.
Gli cinsi le spalle con le braccia e
lui mi sollevò, portandomi in braccio
in camera da letto.

«E anche qualcuno di quei piccoli


panini tondi al formaggio» dissi a
Gideon, che trasmise l’ordine al
servizio in camera in portoghese.
Distesa a pancia in giù sul letto
davanti alle porte scorrevoli che
davano sul terrazzo, alzai le gambe
dietro di me: indossavo ancora le
scarpe da “scopami”, ma per il resto
ero nuda. Avevo il mento
appoggiato sulle braccia incrociate.
La brezza calda dell’oceano mi
accarezzava la pelle, asciugando il
sudore di cui ero imperlata. Il
ventilatore, con le pale di mogano a
forma di foglie di palma, roteava
pigro sopra di me.
Feci un respiro profondo, e inalai
il profumo di sesso e di Gideon.
Lui riagganciò il telefono e il
materasso affondò leggermente
quando lui si spostò verso di me,
sfiorandomi con le labbra il sedere,
la schiena, le spalle. Si distese
vicino a me, reggendosi la testa con
una mano, mentre l’altra vagava su
e giù per la mia schiena.
Mi girai a guardarlo. «Ma quante
lingue conosci?»
«Mi faccio capire in molte, ma ne
conosco pochissime.»
«Mmh» mi inarcai sotto le sue
carezze.
Mi baciò di nuovo la spalla.
«Sono felice che tu sia qui con me»
mormorò. «Sono felice di essere
rimasto qui.»
«Ogni tanto ho delle buone
idee.»
«Anche io.» La scintilla lasciva
nel suo sguardo mi trasmise con
esattezza ciò a cui stava pensando.
Non aveva dormito, e poi mi
aveva scopata con estrema
lentezza per quasi due ore. Era
venuto tre volte, la prima così
intensamente che aveva quasi
gridato di piacere. Sapevo che quel
suono doveva essere arrivato ben
oltre le finestre aperte: a me era
bastato sentirlo per venire; e poi lui
aveva ricominciato, perché era
sempre pronto per ricominciare.
Com’ero fortunata!
Mi girai su un fianco, e mi ritrovai
di fronte a lui. «Ma ci vogliono due
donne per soddisfarti?»
Gideon diventò improvvisamente
serissimo. «Non ne voglio parlare,
adesso.»
Gli accarezzai il viso. «Ehi, era
una battuta, piccolo. Piuttosto
brutta.»
Rotolò sulla schiena e afferrò un
cuscino, mettendolo tra noi a mo’ di
barriera. Poi girò la testa verso di
me, con l’aria accigliata. «Una volta
c’era questa specie di... di vacuità,
dentro di me» disse a bassa voce.
«Tu l’hai chiamato vuoto, dicendo
che l’avevi colmato. È così.»
Rimasi in ascolto, in attesa: mi
stava parlando, stava condividendo
i suoi pensieri e le sue emozioni.
Per lui era difficile, e gli costava un
certo sforzo, ma, se lo faceva, era
perché mi amava.
«Aspettavo te» disse
scostandomi i capelli dalla guancia.
«Dieci donne non sarebbero riuscite
a fare quello che hai fatto tu, ma...»
e si passò le mani tra i capelli.
«Cristo santo. Le distrazioni mi
aiutavano a non pensarci.»
«Posso fare in modo che
succeda» dissi dolcemente,
cercando di farlo ritornare felice e
giocoso. «Posso fare in modo che tu
non pensi a niente.»
«Quel senso di vuoto non c’è più.
Ci sei tu.»
Mi protesi verso di lui, e lo baciai.
«E sono qui, vicino a te.»
Si girò, si mise in ginocchio e mi
tirò su, sistemandomi sul cuscino in
modo che avessi il sedere in aria.
«È così che ti voglio.»
Gli lanciai un’occhiata da sopra la
spalla. «Ti ricordi che sta arrivando
il servizio in camera, vero?»
«Hanno detto che arriveranno fra
quaranta-sessanta minuti.»
«Ma tu qui sei il padrone, non ci
metteranno così tanto.»
Si mosse, e si mise tra le mie
gambe. «Gli ho detto di prendersi
almeno un’ora.»
Risi. Avevo pensato che il pranzo
fosse una pausa per riprendere
fiato, ma evidentemente l’unica
pausa era stata la telefonata.
Mi prese le natiche nelle mani e
le strinse, come per impastarle.
«Che gran bel culo hai. È come un
cuscino, perfetto per scoparti,
così...»
Tenendomi per i fianchi, scivolò
dentro di me, con un movimento
fluido e lento. Grugnì di godimento
virile e io rabbrividii di piacere.
«Oddio» dissi mentre appoggiavo
la fronte sul materasso e mugolavo.
«Com’è duro.»
Mi diede un bacio sulla spalla.
Continuò a penetrarmi con un agile
movimento dei fianchi e si spinse
tanto a fondo da risultare
vagamente doloroso. «Mi ecciti da
morire» disse in tono rude. «Non
riesco a smettere. E non voglio.»
«Allora non smettere.» Inarcai la
schiena per offrirmi al suo ritmo
rilassato e ben calibrato. Quel
giorno gli andava di farlo così, con
tenerezza e calma. Gli andava di
fare l’amore. «Continua.»
Mi imprigionò tra le braccia,
appoggiando i palmi delle mani sul
letto. Mi accarezzò la schiena con il
viso. «Facciamo un patto, angelo:
mi stancherò quando ti stancherai
tu.»

«Puah.» Mi guardai allo specchio,


girandomi da tutti i lati. «Non è mai
una buona idea mettersi in bikini
dopo aver mangiato come un
maiale.»
Mi sistemai il reggiseno a fascia
color verde smeraldo che Gideon mi
aveva comprato nel negozio
dell’hotel, e poi cercai di sistemare
anche gli slip.
Gideon apparve dietro di me,
così sexy e delizioso nei suoi
calzoncini da bagno neri. Mi
abbracciò da dietro, sollevandomi il
seno con le mani. «Sei bellissima.
Ti mangerei tutta.»
«Allora fallo.» Perché andare in
spiaggia? C’eravamo già stati per
tutto il weekend.
«Vuoi ancora che scattiamo delle
foto qui?» disse, mentre i nostri
sguardi si incontravano nello
specchio. «Se non vuoi, io sono più
che contento di buttarti di nuovo sul
letto, e ricominciare da dove
abbiamo interrotto.»
Mi morsi il labbro inferiore, in
preda all’indecisione.
Mi attirò a sé. Quando non
portavo i tacchi, riusciva ad
appoggiarmi il mento sulla testa.
«Sei indecisa? Ok, andiamo in
spiaggia, così poi non potrai
lamentarti di non esserci andata.
Mezz’ora, un’ora, poi risaliamo e
non usciamo finché non arriva il
momento di partire.»
Mi sciolsi. Gideon pensava
sempre a me, si preoccupava delle
mie necessità e di ciò che preferivo
fare. «Ti amo tanto.»
La sua espressione in quel
momento mi lasciò ammutolita.
«Abbi fiducia in me» sussurrò.
«Sempre.»
Mi girai e posai la guancia sul
suo petto. «Sempre.»

«È una bella foto» sussurrò mia


madre, parlando a bassa voce per
non svegliare i ragazzi. Le luci della
cabina dell’aereo erano state
abbassate, e tutti erano sdraiati ai
loro posti. «Però sarebbe stato
meglio se il tuo sedere si fosse visto
un po’ meno.»
Sorrisi, guardando il tablet che
aveva in mano. Il resort Vientos
Cruzados disponeva di fotografi per
coprire gli eventi, le conferenze e i
matrimoni che si svolgevano al suo
interno. Gideon si era accordato con
uno di loro perché ci fotografasse
mentre eravamo in spiaggia, da una
distanza tale che io non me ne ero
nemmeno accorta.
Le foto di noi due a Westport, le
ultime che erano state rese
pubbliche, ritraevano Gideon che mi
teneva ferma sotto di lui mentre le
onde ci lambivano le gambe. La
nuova foto ci immortalava sotto il
sole: lui spaparanzato sulla schiena
e io sopra di lui, con le braccia
incrociate sul suo petto e il mento
appoggiato sulle mani. Parlavamo e
ci guardavamo negli occhi, mentre
lui mi accarezzava i capelli. Sì, il
costume era alla brasiliana, e quindi
il mio sedere era in bella mostra,
ma dalla foto risaltava soprattutto
l’intensità dello sguardo di Gideon e
l’intimità rilassata, la familiarità che
c’era tra noi.
Mia madre mi guardò. Nei suoi
occhi c’era una tristezza che non
sapevo spiegarmi. «Speravo che
avreste avuto una vita normale e
tranquilla, ma il resto del mondo
non ha proprio intenzione di
concedervela.»
La foto aveva fatto il giro del
mondo subito dopo essere stata
pubblicata su un sito famoso. Le
ipotesi si sprecavano: come facevo
a essere con Gideon a Rio e a farmi
andare bene la sua scopata con
altre due donne? La nostra vita
sessuale era così pervertita? O forse
non era Gideon Cross quello della
foto nel club?
Prima di addormentarmi, Gideon
mi aveva riferito che i suoi addetti
alle pubbliche relazioni lavoravano
giorno e notte per rispondere alle
chiamate dei giornalisti e gestire i
social media. Al momento, la
risposta ufficiale prevedeva solo di
confermare che ero stata a Rio con
Gideon. Del resto se ne sarebbe
occupato lui personalmente una
volta tornato a casa, mi aveva
assicurato, ma era stato evasivo su
cosa avrebbe fatto di preciso.
“Sei reticente” gli avevo detto,
senza livore.
“Per ora sì” mi aveva
confermato, con un debole sorriso.
Appoggiai la mano su quella di
mia madre. «Andrà tutto bene. La
gente a un certo punto smetterà di
occuparsi di noi, e poi, dopo che ci
saremo sposati, staremo in luna di
miele per un mese, praticamente
una vita senza notizie su di noi.
Vedrai che inizieranno a parlare
d’altro.»
«Lo spero proprio» sospirò lei.
«Vi sposate sabato, quasi non
riesco a crederci. Ci sono ancora
così tante cose da fare.»
Sabato, cioè di lì a pochi giorni.
Non credevo possibile che Gideon e
io potessimo sentirci ancora più
sposati di quel che già eravamo, ma
sarebbe stato bello pronunciare il
nostro sì davanti alle famiglie.
«Perché non vieni all’attico
domani?» suggerii. «Mi piacerebbe
fartelo vedere, e tra l’altro
potremmo anche decidere tutto ciò
che non è ancora stato definito.
Possiamo pranzare insieme, e
parlare un po’.»
Il suo sguardo si illuminò: «Non
potevi avere un’idea migliore! Non
vedo l’ora, Eva».
Mi protesi oltre il bracciolo e le
diedi un bacio sulla guancia.
«Anch’io.»

«Ma non riesci a dormire


nemmeno un po’?» dissi
meravigliata, mentre guardavo
Gideon che sceglieva cosa mettersi.
Indossava solo i boxer, e si era
asciugato i capelli con
l’asciugamano dopo aver fatto la
doccia appena tornati a casa. Ero
sul letto: mi sentivo stanchissima
anche se avevo dormito sull’aereo.
«Oggi non sarà una giornata
lunga» disse, prendendo un
completo grigio scuro. «Tornerò a
casa presto.»
«Ti ammalerai se non dormi a
sufficienza. Non voglio che tu stia
male il giorno del matrimonio, e
nemmeno per il viaggio di nozze.»
Prese dal portacravatte la
cravatta blu che mi piaceva tanto.
«Tranquilla, non mi ammalerò.»
Guardai la sveglia sul suo
comodino. «Ma non sono nemmeno
le sette! Di solito non vai a lavorare
così presto.»
«Ho delle cose da fare» disse
abbottonandosi la camicia in fretta.
«Smettila di tormentarmi.»
«Non ti sto tormentando!»
Mi guardò con aria divertita.
«Non ne hai avuto abbastanza di
me, ieri?»
«Oh, mio Dio. Sbaglio o ti stai
dando delle arie?»
Si sedette e si infilò i calzini.
«Non preoccuparti, angelo. Quando
torno a casa, ne avrai di nuovo.»
«In questo momento vorrei
lanciarti qualcosa addosso.»
Nonostante si fosse vestito alla
velocità della luce, Gideon era
elegante e perfetto, il che mi
irritava ancora di più.
«Non tenermi il muso, dài» mi
rimproverò, chinandosi per darmi un
bacio sulla testa.
«A me ci vuole un’eternità per
farmi bella, mentre a te riesce tutto
naturale» brontolai. «E ti sei messo
la mia cravatta preferita.» Gli
faceva risaltare il colore degli occhi:
chi lo guardava avrebbe visto solo
lui e ne sarebbe rimasto
affascinato.
Sorrise. «L’ho fatto apposta.
Quando torno, vuoi che ti scopi con
la cravatta addosso?»
Mi immaginai la scena e il
broncio sparì. Come sarebbe stato
se si fosse aperto la patta e mi
avesse scopata indossando uno dei
suoi abiti da uomo potente? Da
urlo, in tutti i sensi.
«Sudiamo un po’ troppo.» Feci
una smorfia al pensiero.
«Finiremmo per rovinarla.»
«Ne ho una decina.» Si alzò.
«Oggi tu stai a casa, vero?»
«Aspetta, hai una decina di
cravatte uguali a questa?»
«Be’, è la tua preferita» rispose
senza scomporsi, come se quello
spiegasse tutto, e per me in un
certo senso era così. «Stai a casa,
quindi?» mi chiese di nuovo.
«Sì, mia madre arriverà tra
poche ore, e devo fare qualche
telefonata.»
Si diresse verso la porta. «Fatti
un sonnellino, angelo musone, e
sognami.»
«Sì, sì» mormorai, abbracciando
il cuscino e chiudendo gli occhi.
Lo sognai, ovviamente.

«Gli invitati hanno già


confermato quasi tutti» disse mia
madre, passando le dita sul
trackpad del suo portatile per
mostrarmi un elenco lunghissimo.
«Non mi aspettavo che così tanti
confermassero con così poco
preavviso.»
«È una buona cosa, no?» A dire il
vero, non ne avevo idea, non
conoscevo nemmeno
personalmente tutti gli invitati al
ricevimento. Sapevo solo che
sarebbe stato domenica sera, in
uno degli hotel di Gideon in città.
In un altro posto non avremmo
mai avuto lo spazio di cui avevamo
bisogno. Scott non l’aveva detto,
ma io pensavo che qualche altro
evento fosse stato annullato
all’ultimo momento. E poi avevamo
prenotato un sacco di camere per i
parenti dalla parte di mio padre.
Quando avevo scelto come data il
compleanno di Gideon non avevo
considerato nessuno di questi
aspetti.
«Sì, è perfetto» disse mia madre,
con un sorriso tirato. Era
stressatissima e io mi sentivo in
colpa.
«Sarà stupendo, mamma.
Meraviglioso. E tutti saremo così
felici che, se c’è qualcosa che non
va, non ce ne accorgeremo.» Lei
trasalì, e io mi affrettai ad
aggiungere: «Ma non ci sarà nulla
che non va. Tutti quelli dello staff si
stanno assicurando che ogni cosa
funzioni. È il gran giorno del loro
capo».
«Sì.» Annuì, sollevata. «Hai
ragione. Tutti vogliono che ogni
cosa sia perfetta.»
«E lo sarà.» Perché non avrebbe
dovuto? Gideon e io eravamo già
sposati, ma non avevamo mai
festeggiato insieme il suo
compleanno, cosa che non vedevo
l’ora di fare.
Il mio smartphone segnalò che
era arrivato un messaggio. Lo lessi,
corrucciata, poi presi il telecomando
del televisore.
«Che cosa succede?» domandò
mia madre.
«Non lo so. Gideon dice che devo
accendere la tivù.» Avvertii una fitta
allo stomaco e mi preoccupai,
avendo un presentimento. E adesso
che cosa avremmo dovuto
sopportare?
Selezionai il canale che Gideon
mi aveva indicato e riconobbi il set
di un talk show molto seguito. Con
mio sommo stupore, mio marito era
seduto a un tavolo, circondato da
cinque conduttrici, con un
sottofondo di applausi e di fischi di
ammirazione. A prescindere da ciò
che pensavano della sua fedeltà, le
donne non riuscivano a resistergli. Il
suo carisma e la sua sensualità
erano mille volte più potenti di
persona.
«Mio Dio» sospirò mia madre.
«Che cosa sta facendo?»
Alzai il volume.
Com’era prevedibile, dopo
essersi congratulate con lui per il
fidanzamento, le cinque conduttrici
si buttarono a capofitto sulla storia
di Rio e sulla famigerata foto del
ménage à trois nel club.
Naturalmente si preoccuparono di
sottolineare che la foto non poteva
essere mostrata in tivù perché
troppo spinta, ma invitarono il
pubblico a visitare il sito della
trasmissione, facendone scorrere in
continuazione l’indirizzo sullo
schermo a caratteri ben leggibili.
«Be’, non capisco» sbottò mia
madre. «Perché sta attirando ancor
più l’attenzione sulla cosa?»
La zittii. «Ha in mente qualcosa.»
Almeno, lo speravo.
Tenendo tra le mani una tazza di
caffè con il logo della trasmissione,
Gideon sembrava pensieroso
mentre le conduttrici continuavano
a dire la loro prima di lasciarlo
parlare.
«Al giorno d’oggi dovremmo
ancora celebrare gli addii al celibato
o al nubilato?» chiese una di loro.
«Be’, questa è una delle cose che
posso spiegare» intervenne Gideon,
prima che iniziassero a dibattere
l’argomento. «Poiché Eva e io ci
siamo sposati un mese fa e io non
sono più celibe, non poteva essere
un addio al celibato.»
Dietro di loro, su un
maxischermo, il logo della
trasmissione lasciò il posto a una
foto di Gideon che mi baciava dopo
che avevamo pronunciato i voti.
Rimasi senza fiato, mentre il
pubblico ammutoliva. «Wow»
mormorai. «È uscito allo scoperto.»
Riuscii a stento ad afferrare la
conversazione concitata che fece
seguito a quella rivelazione, troppo
sbalordita da ciò che Gideon stava
facendo per riuscire a connettere.
Lui era così riservato! Non rilasciava
mai interviste personali, a parte
quelle sulla Cross Industries.
La foto di noi due lasciò il posto
a una serie di scatti realizzati nello
stesso locale dove le brunette tutte
gambe si erano strusciate contro di
lui. Quando Gideon guardò il
pubblico e disse che qualcuno dei
presenti probabilmente riconosceva
il posto, si udirono alcune risposte
affermative.
«Certo» continuò, rivolgendosi
alle conduttrici. «Non potevo essere
contemporaneamente a New York e
in Brasile. La foto che è stata
messa in circolazione è stata
modificata per cancellare il logo del
club, che invece qui potete vedere
ricamato sulle tende della sala vip.
Sono bastati il software giusto e un
paio di clic per farlo sparire.»
«Ma le ragazze sono vere»
ribatté una delle conduttrici «e ciò
che vediamo è successo
realmente.»
«Sì. Avevo una vita prima che
mia moglie comparisse
all’orizzonte» disse in tono piatto e
per nulla dispiaciuto.
«Sfortunatamente, è una cosa che
non posso cambiare.»
«Anche Eva aveva una vita prima
di conoscerla. È lei la Eva citata in
quella canzone dei Six-Ninths...» La
conduttrice strizzò appena gli occhi.
«Ragazza d’oro.»
Stava evidentemente leggendo
l’informazione sul gobbo.
«Sì, è lei» confermò Gideon.
Parlava in tono neutro e
sembrava imperturbabile. Anche se
sapevo che il programma non era
affatto spontaneo come sembrava,
era ugualmente surreale vedere le
nostre vite usate per far salire
l’audience del mattino.
Comparve una foto di Brett e di
me al lancio del video di Ragazza
d’oro a Times Square e furono
mandate in onda alcune strofe della
canzone. «E lei che cosa ne
pensa?»
Gideon fece uno dei suoi rari
sorrisi. «Se fossi un cantautore, Eva
sarebbe la musa ispiratrice anche
delle mie canzoni.»
Apparve la foto di noi due in
Brasile, subito seguita da quella di
Westport, e dalla serie di scatti
realizzati sulle passerelle di diversi
eventi di beneficenza: in tutte, gli
occhi di Gideon erano puntati su di
me.
«In questo è bravissimo» dissi,
parlando soprattutto a me stessa,
perché mia madre era occupata a
spegnere il portatile. «È sincero, ma
anche tanto sostenuto e sicuro di sé
da alimentare il mito di Gideon
Cross. E ha dato loro un sacco di
foto su cui lavorare.»
Un’altra scelta azzeccata era
stata quella di partecipare a un talk
show pensato per le donne, con
varie conduttrici di sesso femminile:
non gli avrebbero lasciato scampo
sulla questione della presunta
infedeltà né avrebbero girato
intorno all’argomento. Quel
programma avrebbe chiarito le cose
come un’intervista condotta da un
uomo non sarebbe mai riuscita a
fare.
Una delle conduttrici si protese
verso di lui. «Sta per uscire un libro
che parla di lei, vero? Scritto dalla
sua ex.»
Comparve una foto di Gideon e
Corinne al party pubblicitario della
vodka Kingsman. Il pubblico iniziò a
mormorare. Io serrai i denti: lei era
incredibilmente bella, come
sempre, e controbilanciava
perfettamente il fascino tenebroso
di Gideon.
Scelsi di credere che quella foto
fosse stata scovata dalla redazione.
«In realtà è stato scritto da un
ghostwriter» rispose. «Da una
penna ben affilata, tra l’altro. Temo
che Mrs Giroux sia stata usata, e
non se ne renda conto.»
«Non lo sapevo. Chi sarebbe il
ghostwriter?» La conduttrice guardò
il pubblico e spiegò brevemente che
cos’era un ghostwriter.
«Non sono autorizzato a rivelare
chi è il vero autore del libro.»
La conduttrice lo incalzò. «Ma lo
conosce? La conosce? Forse non è
in buoni rapporti con questa
persona, o sbaglio?»
«Ha ragione, su entrambe le
cose.»
«È una sua ex? Un suo ex socio
in affari?»
La conduttrice che fino a quel
momento aveva parlato di meno
cambiò marcia. «Ci dica di
Corinne... Perché non ci racconta
tutta la verità su di lei, Gideon?»
Mio marito posò la tazza da cui
aveva appena bevuto un sorso di
caffè. «Mrs Giroux e io siamo usciti
insieme ai tempi del college. Siamo
stati fidanzati per un po’, ma la
nostra relazione era destinata a non
funzionare. Eravamo immaturi e,
diciamo la verità, troppo ignoranti
per capire che cosa volevamo.»
«Tutto qui?«
«La storia di due giovani confusi
non è molto interessante né
morbosamente attraente, vero?
Siamo rimasti amici dopo che lei si
è sposata. Mi dispiace che senta il
bisogno di realizzare un’operazione
commerciale basata su quel
particolare momento della nostra
vita, ora che anch’io sono sposato.
Credo che questa cosa metta a
disagio Jean-François tanto quanto
me.»
«È il marito di Corinne, vero?
Jean-François Giroux. Lo conosce di
persona?»
Sullo schermo apparvero Corinne
e il marito in abiti da sera, ospiti di
un qualche evento. Erano una
coppia affascinante, anche se il
contrasto tra Jean-François e
Gideon andava a tutto svantaggio
del francese: nessuno poteva
competere con Gideon.
Gideon annuì. «Siamo in affari
insieme.»
«Ha parlato di questa cosa con
lui?»
«No, di solito non parlo di queste
cose.» Ecco di nuovo il tenue sorriso
sulle sue labbra. «Sono sposato da
pochissimo, ho ben altro a cui
pensare.»
Battei le mani. «Sì! Questa è
un’idea mia. Gli ho detto di
ricordare alla gente che è sposato e
che conosce il marito della sua ex.»
E Gideon aveva anche tirato una
frecciata a Deanna. Ben fatto su
tutta la linea!
«Tu sapevi che avrebbe fatto una
cosa del genere?» chiese mia
madre, inorridita.
La guardai e mi colpì vederla così
pallida. Considerando tutto il sole
che aveva preso negli ultimi due
fine settimana, c’era davvero da
preoccuparsi. «No, non lo sapevo.
Abbiamo parlato dei Giroux qualche
tempo fa. Tu, piuttosto, stai bene?»
Si premette le dita sulle tempie.
«Ho mal di testa.»
«Resisti finché non finisce
l’intervista, e ti cerco qualcosa.»
Ripresi a guardare la tivù, ma c’era
la pubblicità. Allora corsi
all’armadietto dei medicinali in
bagno e, quando tornai scuotendo
un flaconcino di compresse, fui
sorpresa di vedere mia madre che
radunava le sue cose per
andarsene. «Vai via? Non pranzi con
me?»
«Sono stanca, Eva. È meglio che
vada a casa a stendermi un po’.»
«Puoi riposarti qui, nella camera
degli ospiti.» Pensavo che avrebbe
accettato la proposta. Dopotutto,
Gideon aveva riprodotto alla
perfezione la disposizione e
l’arredamento della mia camera da
single pensati da mia madre. Era
stato un tentativo, malaccorto ma
premuroso, di allestirmi un porto
sicuro in casa sua in un momento in
cui ero indecisa se lasciarlo
definitivamente o continuare a
combattere per la nostra relazione.
Lei scosse la testa e si sistemò la
tracolla della borsa del computer
sulla spalla. «Starò meglio a casa.
Le cose più importanti ce le siamo
dette. Mi faccio sentire più tardi.»
Mi diede un bacio senza
nemmeno toccarmi le guance e se
ne andò.
Mi sedetti di nuovo sul divano,
misi le medicine sul tavolino e
guardai il resto dell’intervista di
Gideon.
12

«Mr Cross.» Scott si alzò in piedi


dietro la sua scrivania. «Allora
rientra oggi, dopotutto?»
Scossi la testa e aprii la porta del
mio ufficio, facendo cenno ad Angus
di precedermi. «Devo solo
occuparmi di una cosa. Sarò
operativo domani.»
Avevo liberato l’agenda,
ridistribuendo le riunioni e gli
appuntamenti nel resto della
settimana. Non avevo programmato
di venire al Crossfire, ma le
informazioni che avevo chiesto ad
Angus di trovarmi erano troppo
sensibili per rischiare di parlarne
altrove.
Mi presi qualche istante per
chiudere la porta e oscurare la
parete di vetro, poi seguii Angus
nella zona salotto e mi lasciai
cadere su una poltrona.
«Ha avuto giorni molto
impegnati, ragazzo mio» disse,
facendo una smorfia ironica.
«Mai un momento di noia.»
Espirai con forza, lottando contro la
stanchezza. «Mi hai detto di avere
qualcosa.»
Angus si chinò in avanti. «Alcune
informazioni in più rispetto all’inizio:
una licenza di matrimonio con un
luogo di nascita falso e il certificato
di morte di Jackson Tramell, in cui
Lauren Kittrie è indicata come la
moglie. È morto meno di un anno
dopo che si erano sposati.»
Mi concentrai sull’informazione
più importante. «Lauren ha mentito
sul luogo di nascita?»
Annuì. «Una cosa abbastanza
facile.»
«Ma perché?» Osservandolo,
notai che aveva la mascella
contratta. «C’è dell’altro.»
«La causa della morte è indicata
come indeterminata» disse a bassa
voce. «Jackson si è preso una
pallottola nella tempia destra.»
Mi irrigidii. «Non sono riusciti a
stabilire se sia stato suicidio o
omicidio?»
«Già. Non sono stati in grado di
stabilirlo in modo conclusivo.»
Altre domande senza risposta,
con la questione più grossa ancora
in sospeso: Lauren aveva qualche
rilevanza? Forse stavamo girando a
vuoto.
«Cazzo.» Mi sfregai la faccia con
una mano. «Voglio solo una foto,
per l’amor del cielo.»
«È passato molto tempo, Gideon.
Un quarto di secolo. Forse qualcuno
della sua città d’origine la
ricorderebbe, ma non sappiamo
quale sia.»
Lasciai ricadere la mano e lo
guardai. Conoscevo le sfumature
della sua voce e ciò che
significavano. «Pensi che qualcuno
ci abbia messo le mani e abbia
sistemato le cose?»
«È possibile. È anche possibile
che il rapporto della polizia sulla
morte di Jackson sia andato
veramente smarrito nel corso degli
anni.»
«Però tu non ci credi.»
Confermò la mia affermazione
con un cenno della testa. «Mi sono
portato dietro un ragazzo perché
fingesse di essere un agente del
fisco che stava cercando Lauren
Kittrie Tramell. Ha interrogato
Monica Dieck, la quale ha detto che
non vedeva l’ex cognata da anni e
che, per quanto ne sapeva, era
deceduta.»
Scossi la testa, cercando di tirar
fuori una logica da quelle
informazioni, senza riuscirci.
«Monica era terrorizzata, ragazzo
mio. Quando ha sentito il nome di
Lauren è diventata pallida come un
fantasma.»
Mi alzai in piedi e mi misi a
camminare avanti e indietro. «E che
cazzo significa? Niente di tutto
questo mi porta più vicino alla
verità di un millimetro.»
«C’è qualcun altro che potrebbe
avere le risposte.»
Mi fermai di botto. «La madre di
Eva.»
Annuì. «Potrebbe chiedere a lei.»
«Accidenti.» Lo fissai. «Voglio
solo essere certo che mia moglie
sia al sicuro, che niente di tutto
questo rappresenti un pericolo per
lei.»
L’espressione di Angus si addolcì.
«Da quel che sappiamo della madre
di Eva, proteggere la figlia è
sempre stata la sua priorità. Non
riesco a immaginare che possa
metterla in pericolo.»
«Quello che mi preoccupa è
proprio la sua iperprotettività.
Segue i movimenti di Eva da non so
quanto tempo. Supponevo che
fosse per via di Nathan Barker, ma
forse era solo una parte del motivo;
magari c’è dell’altro.»
«Raúl e io stiamo già lavorando
su protocolli modificati.»
Mi passai una mano tra i capelli.
Oltre ai normali compiti di
sicurezza, stavano gestendo il
problema di Anne e cercando
qualunque documento il fratello
avesse tenuto, tentando altresì di
identificare il tizio che mi aveva
fotografato e di risolvere il mistero
della madre di Eva. Anche con gli
uomini d’appoggio, sapevo che
erano al limite.
La mia squadra di sicurezza era
abituata a occuparsi solo dei miei
affari, ma adesso che nella mia vita
c’era Eva i suoi doveri erano
raddoppiati. Angus e Raúl non
avevano problemi a fare i turni, ma
ultimamente entrambi lavoravano
quasi ventiquattr’ore su
ventiquattro. Avevano l’ordine di
procurarsi qualunque aiuto
necessario, ma quello che ci serviva
era un altro capo della sicurezza...
forse due. Professionisti il cui solo
incarico fosse Eva, e di cui avrei
potuto fidarmi ciecamente come
facevo con l’attuale squadra.
Dovevo trovare il tempo per
occuparmene. Doveva essere tutto
pronto per quando Eva e io fossimo
tornati dalla luna di miele.
«Grazie, Angus.» Espirai
sonoramente. «Andiamo all’attico,
voglio parlare con Eva adesso.
Penserò alle prossime mosse dopo
aver dormito un po’.»
«Perché non me l’hai detto?»
Guardai Eva mentre mi
spogliavo. «Pensavo che avresti
gradito la sorpresa.»
«Be’, sì. Ma questo... è troppo.»
Potevo dire che era contenta
dell’intervista. Il modo in cui mi
aveva accolto quando ero tornato a
casa ne era stato un buon segnale.
Inoltre, parlava in fretta e saltellava
qua e là. Il che, veniva da pensare,
non era molto diverso dal
comportamento di Lucky, che
correva sotto il letto e schizzava
fuori, uggiolando felice.
Uscii dalla cabina armadio con
indosso i boxer e mi spaparanzai sul
letto. Dio, se ero stanco. Troppo
stanco persino per dare una
ripassata alla mia splendida moglie,
che era uno schianto nel suo baby-
doll senza spalline. Ciò detto, avrei
certamente potuto essere
all’altezza del ruolo, nel caso in cui
me l’avesse proposto.
Eva si sedette sul suo lato del
letto, poi si protese per aiutare
Lucky, che cercava invano di
arrampicarsi. Un istante dopo ce
l’avevo sul petto che guaiva di
protesta mentre io gli impedivo di
sbavarmi sulla guancia. «Ehi, ho
capito. Mi piaci anche tu, però io
non ti lecco la faccia.»
A quelle parole abbaiò. Eva
scoppiò a ridere e si appoggiò al
cuscino.
Fu allora che capii: ero a casa, in
un modo che non mi era mai
capitato prima. Da quando era
morto mio padre, nessun posto mi
era più sembrato una casa. Ma
adesso ce l’avevo di nuovo, persino
migliore.
Tenendomi Lucky premuto contro
il petto, mi girai verso mia moglie.
«Com’è andata con tua madre?»
«Bene, credo. Siamo pronte per
domenica.»
«Credi?»
Si strinse nelle spalle. «Durante
l’intervista le è venuto mal di testa.
Mi è sembrato che fosse un po’
alterata.»
Studiai Eva. «Per cosa?»
«Per il fatto che tu stessi
parlando delle tue faccende
personali in televisione. Non lo so.
A volte non la capisco.»
Mi ricordai di quando Eva mi
aveva raccontato di aver parlato
con Monica del libro di Corinne e
della possibilità di usare i media a
nostro vantaggio. Monica l’aveva
messa in guardia, dicendole di
salvaguardare la nostra privacy. In
quell’occasione ero stato d’accordo
con la madre di Eva e – a parte
l’intervista di oggi – avrei
continuato a esserlo. Ma alla luce
del poco che sapevo sull’identità di
Monica, pareva probabile che la
madre di Eva fosse preoccupata
anche per la propria privacy. Era
una cosa che sarebbe apparsa in un
trafiletto sui giornali locali, ben
diverso dall’ottenere l’attenzione
mondiale.
Eva aveva il viso di sua madre e
alcuni dei suoi vezzi. Aveva anche il
cognome Tramell, che era un
curioso errore; sarebbe stato
meglio darle il cognome di Victor.
Qualcuno avrebbe potuto cercare
Monica e, se era al corrente anche
del poco che sapevo io, la faccia di
Eva sulla televisione nazionale
avrebbe consentito di localizzarla.
Il cuore prese a martellarmi. Mia
moglie era in pericolo? Non avevo
idea da che cosa si stesse
nascondendo Monica.
«Oh!» saltò su Eva. «Non te l’ho
detto: ho un vestito!»
«Accidenti, per poco non mi fai
venire un infarto!» Lucky approfittò
del mio sconcerto e si slanciò a
leccarmi la faccia.
«Scusa.» Eva prese il cucciolo e
mi salvò, mettendoselo in grembo
mentre si metteva seduta a gambe
incrociate accanto a me. «Oggi ho
telefonato a mio padre. Mia nonna
gli ha chiesto se voglio indossare il
suo abito da sposa. Mi ha mandato
una foto, ma è stato riposto per
così tanto tempo che non riuscivo a
capire com’era. Così ha fatto la
scansione di una foto del suo
matrimonio, ed è perfetto! È
esattamente ciò che non sapevo di
volere!»
Mi sfregai il petto e sorrisi
ironico. Come potevo non essere
affascinato dal fatto che lei fosse
così eccitata all’idea di sposarmi di
nuovo? «Sono felice, angelo.»
Le brillavano gli occhi per
l’entusiasmo. «Gliel’aveva fatto la
mia bisnonna con l’aiuto delle
sorelle. È un cimelio di famiglia.
Non è fichissimo?»
«Assolutamente.»
«Vero? Io e lei siamo alte più o
meno uguali. Il sedere e le tette le
ho prese da quel ramo della
famiglia. Potrebbe non essere
necessaria alcuna modifica.»
«Adoro il tuo sedere e le tue
tette.»
«Demonio.» Scosse la testa.
«Penso che a quel ramo della
famiglia farà piacere vedermelo
addosso. Avevo paura che si
sentissero fuori posto, ma adesso
indosserò quell’abito, così avranno
la sensazione di essere parte della
cosa. Non credi?»
«Sono d’accordo.» Le feci cenno
di avvicinarsi con un movimento del
dito. «Vieni qui.»
Mi lanciò un’occhiata. «Hai una
faccia...»
«Davvero?»
«Stai ancora pensando al mio
sedere e alle mie tette?»
«Sempre. Ma per ora voglio solo
darti un bacio.»
«Mmh.» Si allungò verso di me,
offrendomi la bocca.
Le cinsi la nuca con una mano e
mi presi quello di cui avevo
bisogno.
“È impressionante, figliolo.”
Sto guardando il Crossfire dalla
strada, ma il suono della voce di
mio padre mi fa voltare la testa.
“Papà.”
È vestito come me, con un abito
a tre pezzi scuro. La cravatta è
bordeaux, in tinta con il fazzoletto
infilato nel taschino della giacca.
Siamo alti uguali e per un momento
la cosa mi stupisce. Perché? La
risposta mi gira nella mente, ma
non riesco ad afferrarla.
Mi mette un braccio intorno alle
spalle. “Hai costruito un impero.
Sono orgoglioso di te.”
Faccio un respiro profondo. Non
mi ero reso conto di quanto avessi
bisogno di sentirglielo dire.
“Grazie.”
Si sposta, girandosi verso di me.
“E ti sei sposato. Congratulazioni.”
“Dovresti venire all’attico con me
per conoscere mia moglie.” Sono
ansioso, non voglio che mi dica di
no. Ci sono così tante cose che
voglio dirgli e non abbiamo mai
tempo. Solo qualche minuto ogni
tanto, brandelli di conversazione
che scalfiscono a malapena la
superficie. E, con Eva accanto, avrei
il coraggio di dire quello che ho
bisogno di dire. “Ti piacerà. È
straordinaria.”
Mio padre fa un gran sorriso.
“Bellissima, anche. Mi piacerebbe
un nipote. E una nipotina.”
“Frena!” Rido. “Non troppo in
fretta.”
“La vita passa in fretta, figliolo.
Prima che tu te ne accorga, è finita.
Non sprecarla.”
Deglutisco dolorosamente.
“Avresti potuto avere più tempo.”
Non è quello che voglio dire.
Voglio chiedergli perché ha
rinunciato, perché ha deciso di farla
finita. Ma ho paura di domandarlo.
“Tutto il tempo del mondo non
mi sarebbe bastato a realizzare una
cosa del genere.” Torna a guardare
il Crossfire. Dal basso, sembra non
finire mai, un’illusione ottica creata
dalla piramide sulla sommità.
“Dev’essere una faticaccia tenere in
piedi una cosa del genere. Lo
stesso dicasi di un matrimonio. Alla
fine, dovrai scegliere quale viene
per primo.”
Ci rifletto. È vero? Scuoto la
testa. “Li terremo in piedi insieme.”
Mi batte una mano sulla spalla e
il terreno riverbera sotto i miei
piedi. Inizia in modo impercettibile,
poi aumenta finché intorno a noi
comincia a piovere vetro. Inorridito,
guardo la guglia sulla punta
esplodere e accartocciarsi su se
stessa, mentre le finestre scoppiano
per la pressione.

Mi svegliai con un rantolo,


respirando affannosamente, e spinsi
via il peso sul petto accorgendomi
che era una pelliccia calda. Trovai
Lucky che mi si arrampicava
addosso, guaendo debolmente.
«Gesù.» Mi misi seduto,
scostandomi i capelli dalla faccia.
Eva dormiva accanto a me,
rannicchiata in posizione fetale, con
i pugni sotto il mento. Dalle finestre
dietro di lei vidi il sole che
tramontava. Lanciai un’occhiata
all’orologio e mi accorsi che erano
passate da poco le cinque del
pomeriggio. Avevo puntato la
sveglia alle sei meno un quarto,
così presi lo smartphone per
disinserirla.
Lucky ficcò la testa sotto il mio
avambraccio. Lo tirai su e lo
guardai negli occhi. «L’hai fatto di
nuovo.»
Mi aveva svegliato da un incubo.
Come cazzo faceva a capire se ero
addormentato o sveglio? In ogni
caso, gliene ero grato. Gli feci una
carezza e scesi dal letto.
«Ti alzi?» chiese Eva.
«Devo andare dal dottor
Petersen.»
«Ah, sì. L’avevo dimenticato.»
Mi chiesi se saltare la seduta, ma
Eva e io saremmo partiti per la luna
di miele di lì a poco, e non avrei
visto il dottore per un mese.
Immaginai che fino ad allora avrei
dovuto farmi coraggio.
Misi Lucky sul pavimento e mi
avviai verso il bagno.
«Ehi!» mi gridò dietro. «Ho
invitato Chris a cena stasera.»
Esitai, poi mi fermai e mi girai a
guardarla.
«Non fissarmi in quel modo.» Si
tirò su a sedere, sfregandosi i pugni
sugli occhi. «È solo, Gideon, senza
la sua famiglia. È un momento
difficile per lui. Pensavo di cucinare
qualcosa di semplice e poi di
guardare un film. Distrarlo per un
po’ dal divorzio, magari.»
Sospirai. Ecco com’era mia
moglie: sempre a fare quadrato
intorno alle persone smarrite e
ferite. Come potevo incolparla di
essere la donna di cui mi ero
innamorato? «Va bene.»
Lei sorrise. Valeva la pena
acconsentire a qualunque cosa solo
per vederla sorridere.

«Ho appena finito di guardare la


sua intervista» disse il dottor
Petersen, prendendo posto sulla
poltrona. «Mia moglie mi aveva
avvisato e sono riuscito a vederla
su Internet. Molto ben fatta. Mi è
piaciuta.»
Mi lasciai cadere sul divano. «Un
male necessario, ma concordo, è
andata bene.»
«Come sta Eva?»
«Mi sta chiedendo come ha
reagito vedendo quella foto?»
Il dottor Petersen sorrise. «Posso
immaginare la reazione. Come sta
adesso?»
«Sta bene.» Ero ancora scosso
dal ricordo di come si era sentita
male. «Stiamo bene.»
Il che non cambiava il fatto che
ribollivo d’ira tutte le volte che ci
pensavo. Quella foto esisteva da
mesi. Perché tenerla nascosta e poi
renderla pubblica adesso? Avrebbe
fatto notizia a maggio.
L’unica risposta che ero riuscito a
trovare era che volevano ferire Eva,
forse allontanarci l’uno dall’altra.
L’intenzione era di umiliare lei e
me.
Qualcuno l’avrebbe pagata per
questo e, quando avessi finito,
avrebbe saputo che cos’è l’inferno.
Avrebbe sofferto come avevamo
sofferto Eva e io.
«Dite tutti e due che le cose
vanno bene. Che significa?»
Ruotai le spalle per alleviare la
tensione. «Siamo... solidi. C’è una
stabilità che prima non c’era.»
Appoggiò il tablet sul bracciolo e
incontrò il mio sguardo. «Mi faccia
un esempio.»
«La foto è un buon esempio. Ci
sono stati periodi nel nostro
rapporto in cui una foto come quella
avrebbe mandato tutto a puttane.»
«Questa volta è stato diverso.»
«Molto. Eva e io abbiamo
discusso della mia festa di addio al
celibato a Rio prima che partissi. È
molto gelosa, e a me non importa.
Anzi, mi piace. Ma non mi piace che
si torturi su questa cosa.»
«La gelosia ha radici
nell’insicurezza.»
«Usiamo un’altra parola, allora. È
territoriale. Non toccherò un’altra
donna per il resto della mia vita, e
lei lo sa. Ma ha una fervida
immaginazione, e quella foto era
l’incarnazione di tutto ciò di cui
aveva paura.»
Il dottor Petersen mi stava
lasciando parlare, ma per un
momento non ci riuscii. Dovetti
scacciare dalla mente l’immagine –
e la rabbia che mi suscitava – prima
di poter continuare.
«Eva era a migliaia di chilometri
di distanza quando la dannata
faccenda è esplosa su Internet, e io
non avevo niente per dimostrarle
che non era vero; avevo solo la mia
parola e lei mi ha creduto. Non ha
fatto domande. Non ha avuto dubbi.
Gliel’ho spiegato meglio che ho
potuto e lei l’ha accettato come
verità.»
«La cosa l’ha stupita.»
«Sì...» Mi interruppi. «Sa, adesso
che ne parlo, non mi ha stupito
davvero.»
«No?»
«Abbiamo avuto momenti difficili,
ma non abbiamo sbagliato. Era
come se sapessimo quello che era
giusto fare, ed eravamo sicuri che
l’avremmo fatto. Non c’era alcun
dubbio nemmeno su questo.»
Fece un sorriso gentile. «È molto
sincero. Sia nell’intervista sia
adesso.»
Mi strinsi nelle spalle.
«Straordinario quel che può fare un
uomo davanti alla possibilità di
perdere la donna senza la quale
non può vivere.»
«In precedenza lei ha provato
rabbia per i suoi ultimatum,
risentimento. Li prova ancora?»
«No.» Risposi senza esitazione,
anche se non avrei mai dimenticato
come mi ero sentito quando aveva
imposto che ci separassimo. «Se
vuole che io parli, parlerò. Non
importa quello che le rovescio
addosso, di che umore sono quando
le parlo, quanto si senta male
quando ascolta certe cose... Può
affrontare tutto. E mi ama di più.»
Scoppiai a ridere, sorpreso da
un’improvvisa sensazione di gioia.
Il dottor Petersen inarcò le
sopracciglia, con un sorriso
impercettibile. «Non l’avevo mai
sentita ridere così.»
Scossi la testa, stupefatto. «Non
ci faccia l’abitudine.»
«Oh, questo non lo so. Parlare di
più, ridere di più; le due cose sono
legate, sa.»
«Dipende da chi parla.»
Mi guardò con gli occhi pieni di
calore e compassione. «Lei ha
smesso di parlare quando sua
madre ha smesso di ascoltare.»
Il mio sorriso scomparve.
«Si dice che le azioni valgono più
delle parole» continuò «ma noi
abbiamo bisogno delle parole.
Abbiamo bisogno di parlare e
abbiamo bisogno di essere
ascoltati.»
Lo fissai, il battito del cuore
inspiegabilmente affrettato.
«Sua moglie la ascolta, Gideon.
Le crede.» Si protese verso di me.
«Io la ascolto e le credo. Quindi lei
parla di nuovo e ottiene una
reazione diversa da quella che era
abituato ad aspettarsi. Apre delle
possibilità, non è così?»
«Apre me, intende dire.»
Annuì. «È così. All’amore e
all’accettazione, all’amicizia, alla
fiducia. Un mondo completamente
nuovo, davvero.»
Mi sfregai la nuca con la mano.
«Che cosa dovrei farmene di
questo?»
«Ridere di più è un buon inizio.»
Il dottor Petersen si appoggiò alla
poltrona e riprese in mano il tablet.
«Penseremo al resto.»
Quando misi piede nell’atrio
dell’attico sentii la musica di Nina
Simone e Lucky. Il cucciolo
abbaiava dall’altra parte della porta
d’ingresso, grattando
freneticamente con le zampe.
Sorrisi mio malgrado e girai la
maniglia, accucciandomi per
intercettare il corpicino fremente
che si lanciava nel varco.
«Mi hai sentito arrivare, vero?»
Mi rimisi in piedi, con il cucciolo
stretto al petto, e gli permisi di
leccarmi la faccia mentre gli
accarezzavo la schiena.
Entrai in salotto in tempo per
vedere il mio patrigno che si alzava
da terram dov’era seduto. Mi salutò
con un sorriso caloroso e uno
sguardo d’affetto, prima di
riprendersi e assumere
un’espressione più... controllata.
«Ciao» mi disse, avvicinandosi.
Indossava i jeans e una polo, ma si
era tolto le scarpe, rivelando calzini
bianchi con righe rosse sulle dita. I
capelli ondulati biondo rame erano
più lunghi di quanto glieli avessi
mai visti, e una barba di qualche
giorno gli ombreggiava la mascella.
Non mi mossi, i pensieri in
subbuglio. Per un istante, Chris mi
aveva guardato come faceva il
dottor Petersen. Come faceva
Angus.
Come faceva mio padre, in
sogno.
Incapace di sostenere il suo
sguardo, mi presi una pausa per
mettere giù Lucky e fare un respiro
profondo. Quando mi raddrizzai,
Chris mi stava tendendo la mano.
Provando un noto fremito di
consapevolezza, guardai oltre Chris
e vidi Eva in piedi sulla soglia della
cucina. Ci scambiammo un’occhiata,
e nei suoi occhi trovai tenerezza e
amore.
Nel mio patrigno c’era qualcosa
di radicalmente diverso. Il suo
saluto rilassato mi riportò alla
mente com’erano le cose tra noi
anni prima. C’era stato un periodo
in cui Chris non era così formale con
me, in cui mi guardava con affetto.
Aveva smesso perché glielo avevo
chiesto io: non era mio padre, non
lo sarebbe mai stato. Sapevo di
essere solo il bagaglio in più che
doveva sobbarcarsi perché amava
mia madre; non avevo bisogno che
fingesse che gli importasse
qualcosa di me.
Invece, a quanto pareva, aveva
finto che non gliene importasse.
Presi la sua mano e gliela strinsi
brevemente, dandogli una pacca
sulle spalle prima di lasciarla
andare. Lui mi trattenne e io mi
irrigidii, spostando lo sguardo su
Eva.
Fece il gesto di versarmi un drink
immaginario, poi scomparve per
prepararmene uno vero.
Chris mi lasciò andare, arretrò di
un passo e si schiarì la gola. Dietro
le lenti con la montatura d’ottone
aveva gli occhi luccicanti e umidi.
«Tenuta informale?» chiese
burbero, guardando i jeans e la T-
shirt che indossavo. «Lavori troppo.
Soprattutto avendo un cane così
grazioso e una moglie bellissima
che ti aspettano a casa.»
“Sua moglie la ascolta, Gideon.
Le crede. Io la ascolto e le credo.”
Anche il mio patrigno mi credeva,
e stava pagando un prezzo. La
separazione da Eva mi era
sembrata una morte in vita, e il
nostro rapporto era iniziato da
poco; Chris era sposato con mia
madre da oltre vent’anni.
«Avevo un appuntamento con il
mio terapeuta» gli dissi. Quelle
parole ordinarie suonarono
estranee alle mie orecchie, come
qualcosa che avrebbe detto una
persona mentalmente instabile che
parlava troppo.
Lui deglutì a fatica. «Vedi
qualcuno. È una buona cosa,
Gideon. Sono felice di sentirlo.»
Comparve Eva con in mano un
bicchiere di vino. Me lo porse,
inclinando la testa per offrirmi le
labbra. La baciai, indugiando sulla
sua bocca per un lungo, dolce
momento.
«Fame?» mi chiese quando mi
scostai.
«Da lupi.»
«Andiamo, allora.»
La osservai mentre ci precedeva
in cucina, ammirando il modo in cui
i pantaloni a pinocchietto le
fasciavano il sedere generoso. Era a
piedi nudi e i capelli biondi le
oscillavano morbidi intorno alle
spalle. A parte un filo di
lucidalabbra, era senza trucco e
mozzafiato.
Aveva apparecchiato sul
bancone, mettendo me e Chris dalla
parte degli sgabelli, mentre lei ci
stava di fronte e mangiava in piedi.
Era informale e rilassata, proprio
come l’atmosfera che aveva creato.
Tre candele diffondevano
nell’aria un aroma di agrumi e
spezie. La cena consisteva in
un’insalata di filetto scottato, con
gorgonzola, cipolle rosse, peperoni
gialli e rossi e una vinaigrette dal
sapore deciso. Fette di pane
croccante spalmato di burro all’aglio
erano tenute in caldo in un cestino
con un tovagliolo di lino, e un
decanter con del vino rosso
aspettava di riempire dei bicchieri
senza stelo.
La guardai oscillare al ritmo della
musica mentre mangiava e
chiacchierava con Chris della casa
sulla spiaggia negli Outer Banks.
Per un attimo ricordai com’era
l’attico prima che lei iniziasse a
trasferirsi. Era il posto dove vivevo,
ma non potevo dire che fosse casa
mia. In qualche modo, quando
l’avevo comprato, dovevo aver
saputo che lei sarebbe arrivata;
come me, la casa la stava
aspettando, con il bisogno che
portasse la vita.
«Alla cena di domani viene anche
tua sorella, Gideon» disse Chris. «È
entusiasta.»
Eva aggrottò la fronte. «Quale
cena?»
Chris inarcò un sopracciglio. «Tuo
marito viene ringraziato per la sua
generosità.»
«Davvero?» Spalancò gli occhi e
fece un saltello. «Tieni un
discorso?»
Divertito, risposi: «Di solito è
quello che ci si aspetta, sì».
«Evvai!» Saltò e batté le mani
come una ragazza pompon. «Adoro
sentirti parlare.»
Per una volta, pensai che mi
sarebbe anche potuto piacere, visto
che il solo pensiero le aveva fatto
assumere quello sguardo da
“scopami”.
«E non vedo l’ora di incontrare
Ireland» disse. «È richiesto lo
smoking?»
«Sì.»
«Doppio evviva! Tu con lo
smoking che tieni un discorso.» Si
sfregò le mani.
Chris scoppiò a ridere.
«Chiaramente tua moglie è la tua
fan più entusiasta.»
Lei gli fece l’occhiolino. «Ci puoi
scommettere.»
Assaporai il vino facendomelo
girare in bocca prima di mandarlo
giù. «Il nostro calendario sociale
dovrebbe essere sincronizzato con il
tuo telefono, angelo.»
Il sorriso di Eva lasciò il posto a
un’espressione contrariata. «Non
credo che lo sia.»
«Darò un’occhiata.»
Chris si raddrizzò sullo sgabello,
portandosi il bicchiere di vino vicino
al petto con un sospiro. «Era
buonissimo, Eva. Grazie.»
Lei lo liquidò con un gesto. «Era
solo un’insalata, ma sono contenta
che ti sia piaciuta.»
Spostai gli occhi da lei al mio
patrigno, indeciso se dire qualcosa.
Le cose erano perfette così
com’erano; cercare di cambiarle
incasinava le situazioni anche più
rilassate.
«Dovremmo farlo più spesso.» Le
parole mi uscirono di bocca prima
che me ne rendessi conto.
Chris mi fissò, poi abbassò lo
sguardo sul bicchiere. Si schiarì la
voce: «Mi piacerebbe, Gideon». Mi
diede un’occhiata: «Accetterò
l’offerta ogni volta che vorrai».
Annuii. Scivolai giù dallo
sgabello, presi il suo piatto e il mio
e li portai nel lavello.
Eva mi raggiunse, passandomi il
suo piatto. Ci guardammo negli
occhi e lei sorrise, poi si girò verso
Chris: «Apriamo un’altra bottiglia di
vino».

«Siamo in anticipo sui tempi di


due settimane. Salvo imprevisti,
dovremmo finire prima.»
«Eccellente.» Mi alzai e strinsi la
mano del project manager. «Sta
facendo un buon lavoro, Leo.»
Inaugurare in anticipo il
nuovissimo resort Crosswinds
offriva una miriade di vantaggi, non
ultimo il fatto che avrei potuto unire
le necessarie ispezioni finali a un
po’ di tempo libero da dedicare a
mia moglie.
«Grazie, Mr Cross.» Raccolse i
suoi documenti e si raddrizzò. Leo
Aigner era un uomo robusto, con
capelli biondi che si stavano
diradando e un sorriso generoso.
Gran lavoratore, si atteneva
rigorosamente alle tempistiche e
accelerava ogni volta che poteva.
«Congratulazioni, comunque. Ho
sentito che si è sposato da poco.»
«È vero, sì. Grazie.»
Lo accompagnai alla porta
dell’ufficio e quando se ne fu andato
lanciai un’occhiata all’orologio. Eva
stava venendo al Crossfire per
pranzare con Mark e il suo fidanzato
Steven. Volevo parlarle: avevo
bisogno del suo parere prima di
procedere con una possibilità che
mi girava in testa da quella
mattina.
«Mr Cross.» Scott era sulla soglia
e mi aveva intercettato mentre
tornavo alla scrivania.
Gli lanciai un’occhiata
interrogativa.
«Deanna Johnson sta aspettando
alla reception da mezz’ora. Cosa
devo dire a Cheryl?»
Pensai a Eva. «Dille di far
passare Miss Johnson.»
Mentre aspettavo, mandai un SMS
a mia moglie. “Dedicami un po’ di
tempo prima di andartene dal
Crossfire. Ho bisogno di chiederti
una cosa.”
“Un incontro tête-à-tête?”
rispose. “Stai di nuovo pensando al
mio sedere e alle mie tette?”
“Sempre” scrissi.
Deanna mi trovò così, a sorridere
rivolto al telefono. Alzai lo sguardo
quando entrò nell’ufficio, sentendo
svanire tutto il buonumore.
Indossava un tailleur pantalone
bianco, con un pesante girocollo
d’oro; era chiaro che si era
preoccupata del suo aspetto. I
capelli scuri le incorniciavano il viso
e ricadevano sulle spalle, e si era
truccata per fare colpo.
Si avvicinò alla scrivania.
«Miss Johnson.» Appoggiai il
telefono e mi sedetti. «Non ho
molto tempo.»
Strinse le labbra. Gettò la borsa
sulla sedia più vicina e rimase in
piedi. «Mi avevi promesso
l’esclusiva sulle foto del tuo
matrimonio!»
«È vero, l’ho fatto.» E dato che
ricordavo che cosa le avevo
strappato in cambio, premetti il
comando che chiudeva la porta
dell’ufficio.
Appoggiò le mani alla scrivania e
si sporse in avanti. «Ti ho dato
tutte le informazioni sul video porno
di Eva e Brett Kline. Ho rispettato la
mia parte dell’accordo.»
«Mentre tu hai convinto Corinne
a darti quello che ti serviva per
scrivere un libro su di me.»
Nei suoi occhi passò qualcosa.
«Pensavi che stessi bluffando
durante l’intervista?» le chiesi in
tono misurato, appoggiandomi allo
schienale della sedia e unendo i
polpastrelli. «Che non sapessi che il
ghostwriter sei tu?»
«Questo non ha niente a che fare
con il nostro accordo!»
«Ah, no?»
Deanna si allontanò dalla
scrivania con uno scatto furibondo.
«Dio, che figlio di puttana
compiaciuto! Non te ne frega un
cazzo di nessuno se non di te
stesso.»
«L’hai detto. Il che solleva la
domanda: perché dovresti
aspettarti che rispetti gli accordi?»
«Perché sono un’idiota. Credevo
che fossi sincero quando ti sei
scusato.»
«Ero sincero. Mi dispiace molto di
averti scopato.»
Arrossì per la rabbia e
l’imbarazzo. «Ti odio» sibilò.
«Ne sono consapevole. Sei libera
di farlo, ma ti suggerisco di pensarci
due volte prima di architettare una
vendetta contro di me o mia
moglie.» Mi alzai. «Adesso te ne vai
e io mi dimenticherò della tua
esistenza... di nuovo. Non vuoi che
io pensi a te, Deanna. Non ti
piacerebbe la direzione che
prenderebbero i miei pensieri.»
«Avrei potuto guadagnare una
fortuna con quel video!» mi accusò.
«E mi avrebbero pagata bene per
scrivere il libro. Le foto del tuo
matrimonio mi avrebbero resa ricca.
Adesso, che cosa mi rimane? Mi hai
portato via tutto. Me lo devi,
cazzo.»
Inarcai un sopracciglio. «Non
vogliono più che scrivi il libro?
Interessante.»
Raddrizzò le spalle, facendo uno
sforzo visibile per ricomporsi.
«Corinne non lo sapeva. Di noi.»
«Chiariamo una cosa: non c’è
stato nessun “noi”.» Il telefono
emise un suono: era un SMS con cui
Raúl mi diceva che stava arrivando
al Crossfire con Eva. Mi avvicinai
all’attaccapanni. «Volevi scopare e
ti ho scopata. Se era me che volevi,
be’... non sono responsabile delle
tue aspettative esagerate.»
«Non ti prendi mai la
responsabilità di niente! Usi le
persone e basta.»
«Anche tu mi hai usato. Per farti
una scopata. Per cercare di
rimpinguare il tuo conto in banca.»
Mi infilai la giacca. «Quanto a quello
che ti devo per le tue perdite
economiche, mia moglie ha
suggerito che ti offra un lavoro.»
Spalancò gli occhi scuri. «Stai
scherzando.»
«Be’, è stata anche la mia
risposta.» Recuperai lo smartphone
e me lo infilai in tasca. «Ma era
seria, così ho fatto l’offerta. Se sei
interessata, Scott può affiancarti a
qualcuno nelle risorse umane.»
Mi diressi alla porta. «Conosci la
strada.»
Scendere nell’atrio non era
affatto necessario. Eva aveva un
impegno per pranzo e le poche
parole che avrei scambiato con lei
non erano molto importanti.
Ma volevo vederla, toccarla per
un attimo, ricordare a me stesso
che l’uomo che ero quando mi
scopavo donne come Deanna non
esisteva più. L’odore del sesso non
mi avrebbe più rivoltato lo stomaco,
costringendomi a scorticarmi la
pelle sotto la doccia.
Stavo passando attraverso i
tornelli della sicurezza quando Raúl
accompagnò Eva nella porta
girevole per poi tornare al suo
posto all’esterno. Mia moglie
indossava una jumpsuit color vino
con tacchi a spillo così sottili da
essere quasi invisibili. Le spalline
sottili lasciavano scoperte le spalle
abbronzate e cerchi d’oro le
ornavano le orecchie. Gli occhiali da
sole le nascondevano in parte il
viso, attirando l’attenzione sulle
labbra carnose che avevano preso
in bocca il mio cazzo solo poche ore
prima. Stringeva in mano una
pochette color carne e camminava
sul marmo venato d’oro
ancheggiando in modo
naturalmente seducente.
Le teste si girarono al suo
passaggio e alcuni degli sguardi
indugiarono ad ammirarle il culo.
Che cosa avrebbero pensato
sapendo che dentro di lei c’era
ancora il mio seme? Che i capezzoli
erano sensibili dopo essere stati
nella mia bocca e che le grandi
labbra della sua fichetta
meravigliosa erano gonfie per aver
preso il mio cazzo?
Io sapevo cosa pensavo. “Mia.
Tutta mia.”
Come se avesse percepito il
calore di quella domanda muta, girò
la testa all’improvviso e mi vide
andarle incontro. Schiuse le labbra.
Notai che il suo petto si alzava e si
abbassava al ritmo del respiro
accelerato.
“Lo stesso per me, angelo. Un
pugno nello stomaco tutte le volte.”
«Asso.»
Le misi le mani intorno alla vita
sottile e l’attirai a me, dandole un
bacio sulla fronte e inspirando il suo
profumo. «Angelo.»
Si scostò, il viso illuminato dal
piacere. «Ti sei preso proprio una
bella cotta per me.»
«È molto contagiosa. Me la sono
beccata da te.»
«Oh, davvero?» La sua risata mi
travolse come una ventata calda
piena d’amore.
«C’è il grand’uomo in persona»
disse Steven Ellison, arrivando al
nostro fianco. «Congratulazioni, voi
due.»
«Steven.» Eva si girò e abbracciò
il marcantonio con i capelli rossi.
Lui la strinse tra le braccia,
sollevandola da terra. «Il
matrimonio ti fa bene.»
Steven lasciò andare Eva e mi
porse la mano. «Anche a te.»
«È una bella sensazione» dissi.
Steven fece un gran sorriso.
«Non vedo l’ora. Mark mi ha fatto
aspettare anni.»
«Non puoi continuare a
menarmela con questa storia» disse
Mark, comparendo accanto a noi. Mi
strinse la mano. «Mr Cross.
Congratulazioni.»
«Grazie.»
«Ti unisci a noi per pranzo?»
chiese Steven.
«Non era nei miei programmi,
no.»
«Sei il benvenuto. Più siamo, più
ci divertiamo. Stiamo andando al
Bryant Park Grill.»
Lanciai un’occhiata a Eva. Aveva
sollevato gli occhiali da sole sopra
la testa e mi guardava speranzosa.
Mi fece un piccolo cenno di
incoraggiamento.
«Ho parecchie cose da fare per
rimettermi in pari» dissi, il che non
era una bugia: ero rimasto indietro
di due giorni. Dato che dovevo
portarmi avanti in previsione della
luna di miele, avevo deciso di
mangiare in ufficio mentre lavoravo.
«Sei il capo» disse Eva. «Puoi
bigiare, se ne hai voglia.»
«Hai una cattiva influenza, Mrs
Cross.»
Mi prese a braccetto e mi tirò
verso la porta. «A te piace.»
Mi impuntai, guardando Mark.
«So che sei impegnato» disse.
«Ma sarebbe bello se potessi unirti
a noi. Vorrei parlarvi di una cosa.»
Accettai con un cenno della
testa. Uscimmo in strada, subito
investiti dall’afa e dai rumori della
città. Raúl era in attesa vicino al
marciapiede con la limousine e mi
lanciò un’occhiata prima di aprire la
portiera per Eva. Un lampo mi fece
girare la testa, attirando la mia
attenzione sul teleobiettivo di una
macchina fotografica puntata verso
di noi da un’auto parcheggiata
dall’altra parte della strada.
Baciai Eva sulla tempia prima
che salisse in macchina. Lei mi
guardò, piacevolmente sorpresa.
Non dissi niente; aveva chiesto più
foto di noi due per contrastare
l’imminente pubblicazione del libro
di Corinne. Non era un problema
mostrare il mio amore per lei,
indipendentemente dal fatto che il
dannato libro verità vedesse o
meno la luce.
Il tragitto verso il Bryant Park era
breve. Qualche minuto dopo,
stavamo salendo i gradini che
portavano al locale e io stavo
facendo un viaggio a ritroso nel
tempo, ricordando il litigio tra Eva e
me proprio in quel posto. Lei aveva
visto una foto di me con
Magdalene, una donna che
consideravo un’amica di famiglia di
vecchia data ma che si diceva fosse
la mia amante. Io avevo visto una
foto di Eva e Cary, un uomo che
amava come un fratello ma che si
diceva fosse il suo convivente.
Entrambi eravamo impazziti per
la gelosia: la nostra relazione era
appena cominciata ed era viziata
dai troppi segreti che ci tenevamo
nascosti a vicenda. Io ero già
ossessionato da lei e stavo
rivoluzionando il mio mondo per
farle posto. Persino arrabbiata
com’era, mi aveva guardato con
amore e mi aveva accusato di non
saper riconoscere quel sentimento
quando lo vedevo. Ma io invece lo
sapevo, l’avevo capito: mi
terrorizzava come nulla aveva mai
fatto, e mi dava anche speranza,
per la prima volta nella mia vita.
Mentre ci avvicinavamo
all’entrata del ristorante
ombreggiata dall’edera Eva mi
lanciò un’occhiata, e seppi che pure
lei stava pensando a quell’episodio.
Eravamo stati lì anche più di
recente, quando Brett Kline aveva
tentato di riprendersela. Allora era
già mia, portava i miei anelli e ci
eravamo scambiati i voti. Eravamo
più forti di prima, ma adesso...
Adesso nulla avrebbe potuto farci
vacillare, il nostro rapporto
poggiava su fondamenta solide.
«Ti amo» disse mentre
seguivamo Mark e Steven oltre la
soglia. Fummo investiti dal rumore
di un locale affollato: il tintinnio
delle posate sulla porcellana, il
brusio delle conversazioni, la
musica di sottofondo a malapena
udibile e il trambusto di una cucina
affaccendata.
Incurvai le labbra in un sorriso:
«Lo so».
Fummo fatti accomodare subito e
arrivò un cameriere per chiederci
cosa volevamo da bere.
«Dovremmo ordinare dello
champagne?» chiese Steven.
Mark scosse la testa. «Andiamo,
sai che devo tornare al lavoro.»
Presi la mano di mia moglie sotto
il tavolo. «Chiedilo di nuovo quando
lavorerà per me. Festeggeremo in
quell’occasione.»
Steven fece un ampio sorriso.
«Giusto.»
Ordinammo da bere – acqua
liscia e gasata e una bibita – e il
cameriere si allontanò.
«Allora, ecco di cosa volevo
parlarvi» esordì Mark,
raddrizzandosi sulla sedia. «Eva ha
dato le dimissioni anche per via
della proposta della LanCorp...»
Lei lo anticipò, con un sorriso da
gatto che ha mangiato il canarino:
«Ryan Landon ti ha offerto un
lavoro».
Mark sgranò gli occhi: «Come fai
a saperlo?».
Eva guardò me, poi lui. «Non hai
intenzione di accettare, vero?»
«No.» Mark si appoggiò allo
schienale della sedia, studiandoci.
«Sarebbe un semplice cambiamento
di azienda, niente a che vedere con
il salto di qualità che farò alla Cross
Industries. Più che altro, però, mi
sono ricordato che mi avevi detto
che correva cattivo sangue tra
Landon e Cross. Ci ho riflettuto
dopo che te ne sei andata.
Conoscendo i retroscena, la
faccenda non mi tornava: prima
rinuncia a lavorare con noi, subito
dopo cerca di portarmi via.»
«Potrebbe essere che voglia solo
te, senza l’agenzia» disse Eva.
Steven annuì. «È quello che gli
ho detto.»
Come avrei fatto io, pensai,
perché credeva nel suo partner. Ma
a quanto pareva Mark la sapeva più
lunga. Eva mi lanciò un’occhiata e
io vidi chiaramente il “te l’avevo
detto” nel suo sguardo. Le strinsi la
mano.
«Tu non credi che le cose stiano
così» ribatté Mark, dimostrandoci
che avevamo ragione.
«No» concordò lei. «Non ci credo.
Sarò sincera, gli ho teso un tranello.
Gli ho detto che Gideon e io siamo
entusiasti di te e non vediamo l’ora
di lavorare di nuovo insieme.
Volevo capire se avrebbe
abboccato. Ho pensato che, se
fosse stata una buona offerta, ti
stavo facendo un favore. E se non
lo era, nessuno ci avrebbe
rimesso.»
Mark si accigliò. «Ma perché
l’avreste fatto? Non mi volete alla
Cross Industries?»
«Ma certo che ti vogliamo, Mark»
intervenni. «Eva è stata sincera con
loro.»
«Stavo sondando il terreno»
disse lei. «Mi sono chiesta se dirti
qualcosa, ma non volevo che ti
sentissi in imbarazzo nel caso in cui
ti avesse offerto un ottimo posto
che avresti potuto prendere
seriamente in considerazione.»
«E allora adesso cosa fate?»
chiese Steven.
«Adesso?» Eva si strinse nelle
spalle. «Gideon e io stiamo
organizzando una cerimonia per
rinnovare i voti e poi partiremo per
una lunga luna di miele. Ryan
Landon non è un problema che si
risolverà tanto in fretta. Starà sul
pezzo, facendo i suoi interessi. Non
voglio sottovalutarlo. E Mark sta per
iniziare un nuovo lavoro super alla
Cross Industries.»
Eva mi guardò e io lo seppi:
come tutte le mie altre battaglie,
Landon non era più un problema
soltanto mio. Mia moglie sarebbe
stata lì, facendo quello che poteva
per me, combattendo dalla parte
giusta.
Mark fece lampeggiare un
sorriso: «Per me va benissimo».

«Vuoi giocare di nuovo alla


segretaria porca?» sussurrò Eva.
Mi teneva la mano e con l’altra
mi accarezzava i bicipiti mentre
entravamo nel mio ufficio. La
guardai, godendomi le avances, e
vidi la risata calda nei suoi occhi.
«Ho del lavoro da fare oggi» dissi
seccamente.
Lei sbatté le palpebre e si scostò
da me, lasciandosi cadere
obbediente su una delle sedie
davanti alla mia scrivania. «Come
posso esserle d’aiuto, Mr Cross?»
Sorrisi mentre appendevo la
giacca all’attaccapanni. «Che cosa
ne pensi se chiedo a Chris di farmi
da testimone al nostro
matrimonio?»
Mi voltai giusto in tempo per
vedere il suo stupore.
Mi guardò, sorpresa. «Sul serio?»
«Che ne dici?»
Si appoggiò allo schienale,
accavallando le gambe. «Prima
vorrei sentire quello che ne pensi
tu.»
Mi sedetti accanto a lei invece di
prendere posto dall’altra parte della
scrivania. Eva era la mia partner, la
mia migliore amica. Avremmo
affrontato questa cosa, e ogni altra,
fianco a fianco.
«Dopo Rio, avevo intenzione di
chiederlo ad Arnoldo, una volta che
ne avessi parlato con te.»
«Non avrei obiezioni» disse, e
capii che era sincera. «È una
decisione che dovresti prendere
pensando a te stesso e non a me.»
«Capisce cosa c’è tra noi, e
questo è un bene sia per me sia per
te.»
Lei sorrise. «Ne sono felice.»
«Anch’io.» Mi sfregai la mascella.
«Ma dopo ieri sera...»
«Quale parte di ieri sera?»
«La cena con Chris. Mi ha fatto
riflettere. Le cose sono cambiate. E
c’era una cosa che ha detto il dottor
Petersen. Io...»
Si allungò e mi prese la mano.
Cercai le parole giuste. «Accanto
a me voglio qualcuno che sappia
tutto, quando percorrerai la navata.
Non voglio finzioni, non per una
cosa tanto importante. Quando ci
guarderemo e pronunceremo di
nuovo i nostri voti, ho bisogno che
sia... reale.»
«Oh, Gideon.» Scivolò giù dalla
sedia, accucciandosi accanto al mio
ginocchio. Aveva gli occhi umidi e
luminosi, come un cielo
temporalesco dopo una pioggia
purificatrice. «Uomo meraviglioso»
disse in un soffio. «Non sai
nemmeno quanto sei romantico.»
Le misi una mano sulla guancia,
asciugando le lacrime con il pollice.
«Non piangere. Non riesco a
sopportarlo.»
Mi prese per i polsi e si alzò,
premendo la sua bocca sulla mia.
«Non riesco a credere di essere così
felice» mormorò, articolando le
parole contro la mia pelle. «A volte
non sembra reale. Come se stessi
sognando e dovessi svegliarmi e
rendermi conto di essere ancora
nell’atrio, a guardarti per la prima
volta e a immaginarmi tutto questo
perché ti voglio così tanto.»
L’attirai a me e la presi in
braccio, cullandola, seppellendole la
faccia nel collo. Riusciva sempre a
dire le parole che io non ero capace
di pronunciare.
Mi passò le mani tra i capelli e
poi sulla schiena. «Chris sarà
felicissimo.»
Chiusi gli occhi e la strinsi forte.
«È merito tuo.»
Rendeva possibile qualunque
cosa. Rendeva possibile me.
«Davvero?» Rise dolcemente,
scostandosi per sfiorarmi il viso con
le dita. «È tutto tuo, asso. Io sono
soltanto la ragazza fortunata che ha
avuto un posto in prima fila.»
All’improvviso il matrimonio non
sembrava sufficiente per
salvaguardare ciò che lei significava
per me. Perché non c’era qualcosa
di più vincolante di un mero pezzo
di carta che mi dava il diritto di
chiamarla mia moglie? I voti erano
una promessa, ma quello di cui
avevo bisogno era una garanzia che
ogni giorno della mia vita lei
sarebbe stata con me. Volevo che il
mio cuore battesse all’unisono con il
suo e si fermasse quando si
fermava il suo. Inestricabilmente
avvinto a Eva, non sarei vissuto
nemmeno un secondo senza di lei.
Mi baciò di nuovo, dolcemente,
con tenerezza, le sue labbra un
tocco delicato. «Ti amo.»
Non mi sarei mai stancato di
sentirlo. Non avrei mai smesso di
aver bisogno di sentirlo. Le parole,
come aveva detto il dottor
Petersen, che dovevano essere
dette e ascoltate. «Ti amo.»
Altre lacrime. «Dio, sono un
disastro.» Mi baciò di nuovo. «E tu
devi lavorare. Ma non puoi fare
tardi. Ho intenzione di divertirmi un
po’ aiutandoti a indossare lo
smoking... e a togliertelo.»
La lasciai andare quando scivolò
via e si mise in piedi, ma non
riuscivo a staccarle gli occhi di
dosso.
Attraversò la stanza e scomparve
in bagno. Rimasi seduto, non
sapendo se avrei avuto la forza di
rimettermi in piedi. Avevo le gambe
molli, il cuore che batteva troppo
forte e troppo in fretta.
«Gideon.» Mia madre entrò nel
mio ufficio, tallonata da Scott. «Ho
bisogno di parlarti.»
Mi alzai e rivolsi un cenno della
testa a Scott. Lui si ritirò, chiudendo
la porta. Il calore di Eva scomparve,
lasciandomi con una sensazione di
vuoto e di freddo mentre affrontavo
mia madre.
Indossava jeans scuri attillati
come una seconda pelle e una
camicetta morbida infilata nella
cintura. I lunghi capelli neri erano
raccolti in una coda di cavallo ed
era senza trucco. La maggior parte
della gente avrebbe visto
semplicemente una donna
splendida che dimostrava meno
della sua età. Io sapevo che era
logorata e sfinita quanto Chris.
Niente trucco, niente gioielli. Non
era da lei.
«Che sorpresa» dissi,
dirigendomi verso la mia postazione
dietro la scrivania. «Che cosa ti
porta in città?»
«Sono appena stata da Corinne.»
Marciò dritta verso la mia scrivania
e rimase in piedi, proprio come
aveva fatto Deanna solo poche ora
prima. «È a pezzi per l’intervista che
hai rilasciato ieri. Completamente
distrutta. Devi andare da lei.
Parlarle.»
La fissai, incapace di capire come
funzionasse il suo cervello. «Perché
dovrei farlo?»
«Per l’amor di Dio» scattò,
guardandomi come se avessi perso
la ragione. «Devi scusarti. Hai detto
cose che l’hanno molto ferita...»
«Ho detto la verità, che
probabilmente è più di quello che si
può dire del libro che sta per
pubblicare.»
«Non sapeva che tu avessi avuto
una storia con quella donna...
quella ghostwriter. Ha detto
all’editore che non poteva lavorare
con quella persona non appena l’ha
scoperto.»
«Non mi interessa chi scrive il
libro. Un autore diverso non
cambierà il fatto che Corinne sta
violando la mia privacy e rendendo
pubblico qualcosa che potrebbe
ferire mia moglie.»
Alzò il mento. «Non riesco
nemmeno a parlare di tua moglie,
Gideon. Sono sconvolta... No. Sono
furiosa che tu ti sia sposato senza
la tua famiglia, i tuoi amici. Non ti
dice niente, questo? Il fatto che tu
abbia dovuto compiere un passo
tanto importante senza la
benedizione delle persone che ti
vogliono bene?»
«Stai dicendo che nessuno
avrebbe approvato?» Incrociai le
braccia. «Questo non è affatto vero,
ma se anche lo fosse, scegliere la
persona con cui passare tutta la
vita non è una decisione che si
prende a maggioranza. Eva e io ci
siamo sposati in privato perché era
una cosa intima e personale e non
aveva bisogno di essere condivisa.»
«Però hai condiviso la notizia con
il mondo, prima di condividerla con
la tua famiglia! Non posso credere
che tu abbia potuto essere così
sconsiderato e insensibile. Devi
mettere a posto le cose» disse con
veemenza. «Devi assumerti la
responsabilità del dolore che infliggi
agli altri. Non ti ho cresciuto così.
Non riesco a dirti quanto sono
delusa.»
Colsi un movimento alle sue
spalle e vidi Eva sulla soglia del
bagno, l’espressione irrigidita per la
rabbia, le mani strette a pugno
lungo i fianchi. Le rivolsi un secco
cenno della testa, socchiudendo gli
occhi a mo’ di avvertimento. Aveva
combattuto questa battaglia per me
a sufficienza. Adesso toccava a me,
ed ero finalmente pronto.
Premetti il comando che
oscurava la parete di vetro. «Non
darmi lezioni sull’infliggere dolore o
sentirsi delusi, mamma.»
Mia madre tirò indietro la testa di
scatto come se l’avessi
schiaffeggiata. «Non usare quel
tono con me.»
«Sapevi cosa mi era stato fatto,
e non hai mosso un dito.»
«Diamoci un taglio con questa
faccenda.» Fendette l’aria con la
mano.
«E quando mai ne abbiamo
parlato?» ribattei secco. «Io te l’ho
detto, ma tu non sei mai stata
disposta a discuterne.»
«Non darmi la colpa!»
«Sono stato violentato.»
Le parole suonarono come una
sferzata e aleggiarono nella stanza,
crude e taglienti come una lama.
Mia madre sussultò, facendo un
passo indietro.
Eva cercò a tentoni lo stipite e ci
si aggrappò.
Feci un respiro profondo per
recuperare un minimo di controllo,
traendo forza dalla presenza di mia
moglie. «Sono stato violentato»
ripetei, con voce più calma, più
ferma. «Per quasi un anno, tutte le
settimane. Un uomo che avevi
invitato a casa mi palpeggiava, mi
sodomizzava. Di continuo.»
«No.» Respirava
affannosamente, il petto che si
alzava e si abbassava. «Non dire
queste cose orrende, terribili.»
«È successo. Ripetutamente.
Mentre tu eri in un’altra stanza.
Quando lui arrivava, quasi
ansimava per l’eccitazione. Mi
guardava con quella luce malata
negli occhi. E tu non ti sei accorta di
niente. Ti sei rifiutata di vedere.»
«È una bugia!»
Bruciavo di rabbia, troppo agitato
per rimanere fermo. Ma rimasi sulle
mie posizioni, spostando lo sguardo
su Eva. Questa volta, fu lei ad
annuire.
«Qual è la bugia, mamma? Che
sono stato violentato? O che tu hai
scelto di ignorarlo?»
«Smettila!» scattò, raddrizzando
le spalle. «Ti ho fatto visitare. Ho
cercato di trovare la prova...»
«Perché la mia parola non era
sufficiente?»
«Eri un bambino disturbato!
Mentivi su tutto, su qualunque cosa,
anche quelle più ovvie.»
«Così avevo un minimo di
controllo! Non avevo potere su
nessun aspetto della mia vita... a
parte le parole che mi uscivano di
bocca.»
«E io avrei dovuto divinare qual
era la verità e quali erano le
menzogne?» Si protese verso di me,
attaccando. «Sei stato visitato da
due medici. Non ne avresti lasciato
avvicinare un altro...»
«Per ritrovarmi a essere palpato
da un altro uomo? Riesci
lontanamente a capire quanto ero
terrorizzato a quel pensiero?»
«Hai lasciato che il dottor
Lucas...»
«Ah, sì. Il dottor Lucas.» Sorrisi
freddamente. «Da chi hai avuto
quel nome, mamma? Dall’uomo che
mi molestava? O dal tuo medico,
che supervisionava la sua
dissertazione? Comunque sia, ti ha
indirizzata dal cognato, sapendo
che il rispettato dottor Lucas
avrebbe detto qualunque cosa pur
di proteggere la reputazione della
sua famiglia.»
Mia madre arretrò, inciampando
e finendo contro la sedia che aveva
alle spalle.
«Mi ha sedato» continuai, il
ricordo ancora vivo. La puntura
dell’ago. Il tavolo gelido. La
vergogna mentre tastava una parte
del mio corpo che mi faceva
fremere di repulsione. «Mi ha
visitato. Poi ha mentito.»
«Come avrei potuto saperlo?»
sussurrò lei, gli occhi ancora più blu
nel volto pallido.
«Lo sapevi» dissi in tono piatto.
«Ricordo la tua espressione dopo,
quando mi hai detto che Hugh non
sarebbe tornato e di non parlarne
mai più. Non riuscivi quasi a
guardarmi, ma quando l’hai fatto, te
l’ho visto negli occhi.»
Mi girai verso Eva. Stava
piangendo, con le braccia strette
intorno al corpo. Sentii bruciarmi gli
occhi, ma era lei che piangeva per
me.
«Pensavi che Chris ti avrebbe
lasciata?» chiesi a voce alta.
«Pensavi che fosse troppo da
sopportare per la tua nuova
famiglia? Per anni ho creduto che
glielo avessi detto – ti avevo sentita
parlargli del dottor Lucas –, ma
Chris non lo sapeva. Dimmi per
quale ragione una moglie dovrebbe
nascondere al marito una cosa del
genere.»
Mia madre rimase in silenzio,
continuando a scuotere la testa,
come se quel diniego muto fosse la
risposta a tutto.
Diedi un pugno alla scrivania,
facendo tremare quello che ci stava
sopra. «Di’ qualcosa!»
«Ti sbagli. Completamente. È
tutto contorto per te. Tu non...»
Scosse di nuovo la testa. «Non è
andata così. Sei confuso...»
Eva fissava mia madre,
visibilmente furibonda, la bocca e la
mascella contratte per il disgusto.
Mi venne in mente che avrei potuto
far portare a lei quel peso. Dovevo
lasciarlo andare, non mi serviva più;
non lo volevo.
Avevo fatto lo stesso per lei,
anche se in un modo diverso, con
Nathan. L’azione che avevo
intrapreso aveva scacciato le ombre
dai suoi occhi. Adesso vivevano in
me, com’era giusto; l’avevano
tormentata a sufficienza.
Inspirai a fondo, lentamente.
Quando buttai fuori l’aria, espulsi
anche tutta la rabbia e il disgusto.
Rimasi immobile per un lungo
momento, assorbendo una
sensazione di leggerezza che mi
dava le vertigini. Provai pena,
un’angoscia lancinante. E
rassegnazione. Un’accettazione
chiarificatrice, orribile. Ma era molto
meno opprimente della disperata
speranza che avevo nutrito: che un
giorno mia madre mi avrebbe
amato abbastanza da accettare la
verità.
Quella speranza era morta.
Mi schiarii la voce. «Finiamola.
Non andrò da Corinne. E non mi
scuserò per aver detto la verità. Ne
ho abbastanza.»
Mia madre rimase immobile per
un lungo momento.
Poi mi voltò le spalle senza una
parola e si avviò alla porta. Un
istante dopo se n’era andata,
perduta dall’altra parte del vetro
oscurato.
Guardai Eva. Si mosse e io feci
altrettanto, girando intorno alla
scrivania per incontrarla a metà
strada. Mi strinse così forte che
facevo fatica a respirare.
Ma non avevo bisogno dell’aria.
Avevo lei.
13

Mentre sistemavo il papillon di


Gideon gli domandai: «Sei sicuro di
stare bene?».
Mi prese i polsi e li strinse in una
presa sicura e forte.
Quella stretta così autorevole e
familiare scatenò un riflesso
condizionato: mi atterrì, e aumentò
la mia consapevolezza di lui, di me,
di noi due. Il mio respiro accelerò.
«Smettila di chiedermelo» mi
disse con un tono tenero. «Sto
bene.»
«Quando una donna dice che sta
bene, intende esattamente il
contrario.»
«Non sono una donna.»
«Ma no?»
Un sorriso appena accennato gli
increspò le labbra. «E quando un
uomo dice che sta bene, intende
esattamente quello.» Mi diede un
bacio veloce a fior di labbra sulla
fronte e mi lasciò andare. Poi si
avvicinò al cassetto che conteneva i
gemelli, e studiò attentamente
quali indossare.
Gideon era alto e snello nei suoi
pantaloni su misura e nella camicia
bianca formale. Aveva già indossato
i calzini neri, ma le scarpe e la
giacca stavano ancora aspettando il
loro turno di adornare il suo bel
corpo.
C’era qualcosa, nel vederlo
ancora semisvestito, che mi
eccitava tremendamente. Era un
tipo di intimità riservato a me sola,
e a me piaceva da morire.
Mi ricordai ciò che aveva detto il
dottor Petersen. Forse avrei dovuto
trascorrere qualche notte lontana
da mio marito; non per sempre, ma
per un certo periodo. Eppure potevo
vivere questi altri pezzi preziosi
della sua vita, che mi sostenevano.
«Parli degli uomini in generale.
Ma il mio uomo?» ribattei,
sforzandomi di non farmi distrarre
dal suo aspetto davvero sexy. Il
problema era che lo sentivo
lontano. Non c’era traccia
dell’intensa concentrazione su di me
a cui ero abituata. Parte della sua
mente era altrove e temevo che
fosse un luogo oscuro, dove
sarebbe stato meglio che non fosse
da solo. «Tu sei l’unico uomo di cui
m’importa.»
«Angelo, da mesi mi dicevi che
dovevo chiarire le cose con mia
madre, e l’ho fatto. Ora è tutto
finito, ci siamo lasciati ogni cosa
alle spalle.»
«Come ti senti, però? Ci stai
sicuramente male, Gideon. Ti
prego, non nascondermelo, se è
così.»
Tamburellò le dita sulla
cassettiera con lo sguardo ancora
fisso su quegli stupidi gemelli. «Ci
sto male, okay? Ma potevo
prevederlo, ecco perché ho
aspettato così tanto. Però alla fine
è meglio così. Mi sento... Al diavolo,
ora è tutto sistemato.»
Tacqui. Volevo che mi guardasse
quando diceva quel tipo di cose,
quindi slacciai la vestaglia e mi
lasciai scivolare la seta giù dalle
spalle. Andai ad appenderla alla
porta della cabina armadio,
rischiando di inciampare in Lucky,
che dormiva in mezzo alla stanza.
Mi allungai per raggiungere il
gancio, offrendo a Gideon uno
splendido panorama del
fondoschiena che tanto gli piaceva.
Mio marito, proprio come mi
aspettavo da lui, mi aveva regalato
un vestito nuovo per l’occasione, un
meraviglioso abito da sera color
grigio tortora con un corpetto
ornato di perline e una gonna a
balze leggere e trasparenti che
seguiva ogni mio movimento.
Per via della scollatura abissale
che, lo sapevo per esperienza,
avrebbe riportato a galla i suoi
istinti più primitivi, avevo scelto un
reggiseno che mi valorizzasse al
massimo il seno. Con il resto
dell’intimo coordinato, il trucco
elegante e il rossetto, sembravo
una escort d’alto bordo.
Quando mi girai di nuovo verso
di lui, mio marito era esattamente
come lo volevo: impietrito e con gli
occhi fissi su di me.
«Devi promettermi una cosa,
asso.»
Mi squadrò dall’alto in basso con
uno sguardo rovente. «Adesso
come adesso, posso prometterti
qualunque cosa.»
«Solo adesso?» gli dissi facendo
il broncio.
Mormorò qualcosa e si avvicinò,
prendendomi il viso tra le mani:
finalmente era vicino a me,
completamente. «No, anche dopo,
e dopo ancora» disse
accarezzandomi con lo sguardo.
«Dimmi che cosa vuoi, angelo mio.»
Gli cinsi i fianchi, continuando a
guardarlo negli occhi. «Voglio te.
Voglio solo te: felice, e tutto per
me, e pazzamente innamorato.»
L’arco elegante delle sue
sopracciglia si alzò appena, come
se il fatto di essere felice gli
sembrasse improbabile. «Sei
sempre tanto triste. Mi fa male
vederti così.»
Fece un lieve sospiro e vidi che la
sua tensione si allentava. «Non so
perché, ma non ero preparato: non
è in grado di accettare ciò che è
successo, e se non riesce ad
accettarlo per salvare il suo
matrimonio, di sicuro non lo farà
per far contento me.»
«È a lei che manca qualcosa,
Gideon, e qualcosa di essenziale:
non azzardarti a pensare che abbia
a che vedere con te.»
Fece un sorriso sarcastico. «Tra
lei e mio padre... non è proprio il
massimo come patrimonio genetico,
vero?»
Gli infilai le dita nella cintura dei
pantaloni, attirandolo a me. «Senti,
asso, i tuoi genitori non sono in
grado di resistere alla pressione e
reagiscono chiudendosi
nell’egoismo: non riescono ad
affrontare la realtà. Però, sai che
c’è? Tu non hai ereditato i loro
difetti, nemmeno uno.»
«Eva...»
«Tu, Gideon Geoffrey Cross, sei
la quintessenza dei loro lati migliori.
Individualmente non saranno un
granché, ma messi insieme... Sai,
hanno fatto proprio un bel lavoro
con te.»
Scosse la testa e disse: «Dài,
non prendermi in giro, Eva».
«Guarda che non sto scherzando.
Tu non hai nessun problema con la
realtà: la affronti a testa alta e la
metti al tappeto.»
Trattenne una risata.
«Hai tutto il diritto di sentirti
arrabbiato e offeso, Gideon. Anch’io
sono arrabbiata, perché non ti
meritano. Ciò che provi non ti deve
far sentire sminuito, ma ti rende più
degno. Non ti avrei sposato se tu
non fossi stato un uomo come si
deve, se non provassi rispetto e
ammirazione. Tu mi sei
d’ispirazione, non te ne rendi
conto?»
Mi accarezzò i capelli fino alla
nuca. «Angelo mio.» Le nostre
fronti si toccarono.
Gli feci scorrere una mano sulla
schiena, sentendo i muscoli caldi e
tonici sotto la camicia. «Puoi starci
male, se proprio devi, ma non
chiuderti in te stesso con i tuoi
sensi di colpa: non te lo permetto.»
«Lo so» disse. Mi spinse indietro
la testa e mi baciò la punta del
naso. «Grazie.»
«Non mi devi ringraziare di
nulla.»
«Avevi ragione: dovevo
sistemare le cose e affrontarla. Se
non fosse stato per te non l’avrei
mai fatto.»
«Non puoi saperlo.»
Gideon mi guardò con gli occhi
talmente colmi d’amore che mi
mancò il fiato. «E invece lo so.»
Il suo smartphone segnalò
l’arrivo di un messaggio. Gideon mi
diede un bacio sulla fronte, poi
prese il telefono e lesse l’SMS. «Raúl
e Cary stanno arrivando.»
«Sarà meglio che mi vesta,
allora. Ho bisogno di te per
allacciare il vestito.»
«È sempre un piacere.»
Tolsi l’abito dalla stampella, me
lo misi e feci scivolare le braccia
nelle maniche riccamente decorate.
Mio marito ebbe facilmente ragione
dei gancetti in fondo alla schiena.
Mi guardai nello specchio a figura
intera, mordendomi il labbro
inferiore mentre il corpetto si
stringeva e si adattava al corpo: la
scollatura, profondissima, arrivava a
metà tra il seno e l’ombelico.
Era un capo sfacciatamente sexy,
uno di quelli che non lasciano nulla
all’immaginazione e che le donne
con un seno più piccolo potevano
permettersi senza problemi. Su di
me era azzardato, anche se, per il
resto, era casto e copriva tutto
tranne la schiena e le braccia.
Avevo deciso di non indossare
gioielli, proprio per attenuare il più
possibile l’effetto. Era comunque
uno splendido abito e noi eravamo
una coppia giovane, per cui
potevamo permettercelo.
Gli occhi di Gideon incrociarono i
miei nello specchio. Gli lanciai il mio
sguardo più innocente e aspettai
che mi dicesse quanto mi era
concesso mettere in mostra.
La tempesta iniziò a profilarsi
all’orizzonte con una linea sottile tra
le sopracciglia, che si trasformò
rapidamente in un broncio in piena
regola. Gideon diede uno strattone
ai lacci sulla schiena.
«C’è qualche problema?» chiesi
con tono dolce.
Aggrottò ancora di più le
sopracciglia. Mi infilò le dita di
entrambe le mani nella scollatura, e
cerco di scostarmi i seni per
nascondere le curve sotto il tessuto
spesso.
Mormorando, mi appoggiai a lui.
Prendendomi per le spalle, mi
raddrizzò, per vedere come mi
stava l’abito. «Non assomiglia
affatto a quello nella foto.»
Fingendo di non capire, gli dissi:
«Non ho ancora messo le scarpe:
con i tacchi non toccherà terra».
«Non sono preoccupato per il
fondo» ribatté in tono secco.
«Dobbiamo fare qualcosa per la
parte in mezzo.»
«Perché, scusa?»
«Sai benissimo perché.» Si
diresse verso la cassettiera e aprì
con malagrazia un cassetto. Un
attimo dopo, ritornò da me e mi
mise in mano un fazzoletto bianco.
«Copriti con questo.»
Risi. «Stai scherzando, spero.»
Invece era serissimo. Si piazzò
dietro di me, e mi sistemò il
fazzoletto piegato nel corpetto, in
modo che coprisse bene la pelle
nuda.
«No» gli dissi seccata. «Così è
ridicolo.»
Quando ritirò le mani, gli
concessi un attimo per rendersi
conto di quant’era ridicola quella
mossa. «Scordatelo, mi metterò
qualcos’altro.»
«Sì» annuì, infilandosi le mani in
tasca.
Tolsi il fazzoletto.
«Potresti metterci questo»
mormorò lui.
Le sue mani, ora sopra la mia
testa, rilucevano, mentre mi
metteva un collier di diamanti. Era
largo almeno sei centimetri,
accarezzava la base del collo e
scintillava come se brillasse di luce
propria.
«Gideon» dissi toccando il
gioiello con le dita che tremavano,
mentre lui lo allacciava. «È... una
meraviglia.»
Mi abbracciò e mi sfiorò una
tempia con le labbra. «Tu sei una
meraviglia. La collana è bella e
basta.»
Mi girai, ancora abbracciata a lui,
e lo guardai: «Grazie».
Lo scintillio del suo sguardo mi
diede un brivido di piacere.
Sorridendogli a mia volta, dissi:
«Pensavo che fossi serio quando
parlavi della scollatura».
«Angelo, prendo le tue tette
molto sul serio. Questa sera,
quando qualcuno inevitabilmente le
adocchierà, capirà che costi troppo
e non può permettersi di averti.»
Gli diedi un buffetto sulla spalla.
«Smettila.»
Mi prese per la mano e mi attirò
verso la cassettiera. Tirò fuori dal
cassetto aperto un bracciale di
diamanti. Lo guardai, stupefatta,
mettermelo al polso. Poi aprì una
scatola foderata di velluto e mi
mostrò gli orecchini a goccia,
sempre di diamanti, al suo interno.
«Questi mettiteli da sola.»
Li guardai a bocca aperta, poi
guardai lui.
Gideon si limitò a sorridere. «Tu
hai un valore inestimabile. Il collier
da solo non bastava a far passare
questo messaggio.»
Ero ammutolita dallo stupore.
Il mio silenzio trasformò il suo
sorriso in un’espressione maliziosa.
«Quando torniamo a casa, voglio
scoparti. Tu nuda, con solo i
diamanti addosso.»
Quella scena così erotica, che per
ora vedevo solo nella mia
immaginazione, mi diede un
fremito.
Prendendomi per le spalle, mi
girò per darmi una pacca sul
sedere. «Sei splendida, sotto ogni
punto di vista. Ora smettila di
distrarmi e lascia che mi prepari.»
Presi le mie scarpe eleganti dalla
scarpiera e uscii dalla cabina
armadio, abbagliata più da mio
marito che dai gioielli che mi aveva
regalato.

«Hai un aspetto da un milione di


dollari!» Cary si sciolse dal mio
abbraccio e fece un passo indietro
per guardarmi meglio. «O, meglio, il
milione di dollari ce l’hai addosso.
Ero così accecato da tutto questo
splendore che quasi non notavo
tutto quel ben di Dio in bella
mostra.»
«Non dirlo a Gideon» dissi
ironicamente, facendo una giravolta
per mostrare la gonna del vestito
che ondeggiava leggera sulle mie
gambe. «Tu, piuttosto, guarda
quanto sei fico.»
Mi fece il suo famoso sorriso da
cattivo ragazzo. «Lo so.»
Mi strappò una risata. Trovavo
che la maggior parte degli uomini
stessero bene in smoking, ma Cary
era strepitoso. Era davvero in tiro,
bello come Rock Hudson o Cary
Grant. La combinazione di fascino
malizioso e lineamenti perfetti lo
rendeva irresistibile. Aveva messo
su qualche chilo, non tanti da
guadagnare una taglia, ma
abbastanza da addolcire il volto.
Era il ritratto sia della bellezza sia
della salute, due cose che, insieme,
erano abbastanza rare.
Gideon, invece, assomigliava più
a James Bond. Era sexy in modo
letale, con una raffinata sfumatura
di pericolo. Entrò in salotto e io non
potei fare a meno di guardarlo
impotente, affascinata dall’eleganza
aggraziata del suo corpo perfetto,
da quell’aria di uomo sicuro di sé
che suggeriva quant’era bravo a
letto.
“Mio. Tutto mio.”
«Metto Lucky a cuccia» disse,
avvicinandosi. «Siamo pronti?»
Cary annuì con decisione.
«Andiamo.»
Scendemmo con l’ascensore in
garage, dove Angus ci aspettava
con la limousine. Salii per prima, e
scelsi il divanetto lungo: Cary si
sarebbe seduto vicino a me, mentre
Gideon si sarebbe sistemato al
solito posto dietro.
Negli ultimi tempi avevo passato
pochissimo tempo con Cary. La
settimana della moda l’aveva
tenuto occupatissimo e, visto che
passavo tutte le notti nell’attico,
non avevamo nemmeno la
possibilità di fare due chiacchiere
veloci alla sera o al mattino,
prendendo il caffè.
Cary guardò Gideon e indicò il
frigobar. «Posso?»
«Serviti pure.»
«Qualcuno di voi vuole
qualcosa?»
Rimasi per un attimo a pensare:
«Kingsman e mirtillo, per favore».
Gideon mi lanciò uno sguardo
d’intesa. «Anche per me.»
Cary versò e servì i drink, poi si
rimise a sedere con una birra in
mano e ne bevve un lungo sorso
direttamente dalla bottiglia.
«Allora» iniziò. «La settimana
prossima andrò a Londra per un
servizio.»
«Davvero?» dissi protendendomi
in avanti. «Ma è meraviglioso, Cary.
È il tuo primo lavoro
internazionale.»
«Sì» disse sorridendo e poi mi
guardò. «Sono gasatissimo.»
«Wow, ti è successo tutto nel
giro di così poco tempo.» Pochi
mesi prima, infatti, vivevamo
ancora a San Diego. «Farai il
botto.»
Sorrisi. Ero veramente e
sinceramente felice per il mio
migliore amico, ma al tempo stesso
immaginai che, in un futuro non
troppo lontano, entrambi saremmo
stati così presi da mille occupazioni
e impegnati a viaggiare che ci
saremmo visti pochissimo. A questo
pensiero, sentii le lacrime bruciarmi
negli occhi. Stavamo chiudendo un
capitolo delle nostre vite, e la cosa
mi intristiva un po’, anche se
sapevo bene che per entrambi il
meglio doveva ancora venire.
Cary alzò la bottiglia, in un
brindisi silenzioso. «Ci conto.»
«Come sta Tatiana?»
Fece un sorriso tirato, e il suo
sguardo si incupì. «Dice che esce
con uno. Quando vede qualcosa che
le piace, non fa tante storie e se lo
prende, ha sempre fatto così.»
«Ma a te sta bene?»
«No» rispose lui, iniziando a
staccare l’etichetta dalla bottiglia.
«Qualcun altro sparge il suo seme
dove sta mio figlio» aggiunse,
guardando Gideon. «Riesci a
immaginartelo?»
«Sarà meglio che nessuno mi
faccia immaginare una scena del
genere» rispose lui, con quel tono
inespressivo a metà tra il
minaccioso e l’impaurito.
«Non ha senso, vero? Ma non
posso impedirglielo, e nemmeno
posso rimettermi con lei, quindi...
sarà come sarà.»
«Mi dispiace.» Gli presi la mano e
gliela strinsi. «So che è difficile, mi
dispiace sul serio.»
«Cerchiamo di comportarci in
modo civile» disse, stringendosi
nelle spalle. «Quando fa sesso
regolarmente, riesce a essere un
po’ meno stronza.»
«Quindi vi parlate molto.»
«La chiamo ogni giorno, per
controllare che abbia tutto ciò di cui
ha bisogno. Le ho detto che ci sarei
stato sempre, tranne che per
scoparla, ovviamente.» Fece un
sospiro. «Ma è triste: da quando
non facciamo sesso, non abbiamo
proprio nulla da dirci, allora ci
mettiamo a parlare di lavoro. Se
non altro, abbiamo quello in
comune.»
«Le hai detto di Londra?»
«Ma figuriamoci!» esclamò Cary
stringendomi la mano. «Prima
dovevo dirlo alla mia migliore
amica. Glielo dirò domani.»
Non sapevo se chiederglielo, ma
alla fine non potei resistere. «E
Trey? Novità?»
«No, non direi. Gli mando
messaggi e foto, ogni tanto. Cose
stupide, come quelle che mando a
te.»
«Niente foto del cazzo?» gli dissi.
«Oh, no. Sto cercando un
rapporto autentico con lui. Pensa
che io sia troppo fissato con il
sesso, cosa che invece, quando è a
letto con me, non gli passa
nemmeno per la testa, ma vabbè.
Gli mando messaggi ogni tanto, e
lui risponde, ma nulla più.»
Feci una smorfia di disappunto.
Guardai Gideon, e vidi che stava
scrivendo qualcosa sullo
smartphone.
Cary prese un’altra birra e mandò
giù una lunga sorsata. «Non posso
dire che sia una relazione, e
nemmeno un’amicizia, ora come
ora. Per quanto ne so, potrebbe
anche uscire con qualcuno, e io
sarei un intruso e basta.»
«Be’, se ti può consolare, non
sembra che il celibato ti abbia fatto
male.»
Sbuffò. «Perché ho messo su
qualche chilo? È normale, no? Mangi
perché ti viene voglia delle
endorfine che non riesci a ottenere
con gli orgasmi, e fai meno attività
fisica, perché non fai ginnastica da
materasso.»
«Dài, Cary!» gli dissi ridendo.
«Guardati, tesoro. Sei scattante
e tonica, grazie al nostro amico
Cross il Maratoneta.»
Gideon alzò lo sguardo dal
telefono: «Come hai detto, scusa?».
«Hai sentito bene, amico»
bofonchiò Cary, facendomi
l’occhiolino. «Ho proprio detto
così.»

Dopo avere atteso che una fila di


limousine facesse scendere i
passeggeri, scendemmo anche noi
sul tappeto rosso steso davanti a un
palazzo antico con la facciata di
mattoni, sede di un club esclusivo.
C’erano paparazzi ovunque, fitti
come gli alberi in un bosco, lungo i
cordoni di velluto che li tenevano
lontani dal passaggio centrale.
Mi protesi per vedere meglio
attraverso le porte a vetri dell’atrio
e vidi altri fotografi sul lato destro
dell’ingresso, mentre la parete
sinistra era coperta di tabelloni
pubblicitari contro i quali sarebbero
state scattate le fotografie e i
servizi sponsorizzati.
Angus aprì la portiera e io riuscii
a cogliere l’attimo di attesa dei
paparazzi che aspettavano di
vedere chi sarebbe uscito dalla
macchina. Quando mio marito uscì,
si scatenò una tempesta di flash,
con scatti in rapida e inarrestabile
successione.
«Mr Cross! Gideon! Guardi da
questa parte!»
Lui mi porse la mano, con i rubini
della fede che scintillavano.
Tenendo sollevata la gonna del
vestito con una mano, scesi e misi
l’altra mano in quella di Gideon.
Appena uscita dalla limousine,
rimasi accecata, ma riuscii a tenere
gli occhi aperti nonostante i flash
che mi ballavano davanti agli occhi,
con un sorriso di circostanza
stampato sul viso.
Mi raddrizzai, sostenuta dalla
mano di Gideon appoggiata alla
base della mia schiena, e si scatenò
il caos, che, se possibile, peggiorò
quando apparve Cary. Le urla
diventarono assordanti. Vidi Raúl
che sorvegliava la folla con occhio
attento, vicino all’ingresso. Alzò il
braccio e disse qualcosa al
microfono da polso, per coordinarsi
con qualcuno dei suoi. Quando mi
guardò, il mio sorriso diventò
autentico, e lui lo contraccambiò
con un rapido cenno del capo.
All’interno fummo accolti da due
organizzatori dell’evento, che ci
fecero sbrigare rapidamente la
formalità delle foto di rito e poi ci
accompagnarono verso l’ascensore
diretto al piano della sala da ballo.
Uscimmo in un enorme ambiente
in cui si era raccolta tutta la New
York che contava, una folla patinata
di uomini potenti e di donne
dall’aspetto irreprensibile, resa
ancor più splendida dalla luce
soffusa dei lampadari e dalla
profusione di candele. Le enormi
composizioni floreali al centro dei
tavoli profumavano in modo quasi
eccessivo e il compito di rallegrare
l’atmosfera spettava a un’elegante
orchestra che suonava musica
lounge in sottofondo al brusio delle
conversazioni.
Gideon mi accompagnò
attraverso i gruppetti radunati
intorno ai tavoli, e fummo fermati
da diverse persone che ci
salutavano e ci facevano gli auguri.
Mio marito era entrato, in modo del
tutto naturale, nei panni del
personaggio pubblico che era:
splendido e affascinante,
perfettamente a proprio agio,
autorevole senza bisogno di dover
parlare troppo, freddamente
distaccato.
Io, invece, ero piuttosto rigida e
a disagio, ma speravo che il sorriso
di circostanza nascondesse il mio
nervosismo. Gideon e io avevamo
brutti precedenti a eventi del
genere: finivamo sempre per
litigare e andarcene ognuno per la
propria strada. Adesso le cose
erano diverse, eppure...
Mi fece scivolare una mano su
per la schiena nuda e mi massaggiò
la nuca, sciogliendo con delicatezza
la tensione. Continuava a parlare di
fluttuazioni del mercato con i due
uomini che ci avevano fermato, ma
io percepivo che era concentrato su
di me. Rimasi alla sua destra,
mentre lui si spostava appena
dietro di me, in modo da sfiorarmi
con una parte del corpo.
Cary mi diede un colpetto sulla
spalla e mi passò un calice di
champagne ghiacciato. «Ci sono
Monica e Stanton. Vado a salutarli.»
Lo seguii con lo sguardo mentre
raggiungeva mia madre, che stava
in piedi accanto a suo marito ed
esibiva un sorriso smagliante. Erano
impegnati a parlare con un’altra
coppia. Stanton indossava uno
smoking che gli donava molto,
mentre mia madre brillava di un
bagliore opalescente in un vestito di
seta color bianco avorio.
«Eva!»
Mi girai sentendo la voce di
Ireland, e sgranai gli occhi quando
la vidi al tavolo più vicino. Per un
attimo il mio cervello fu impegnato
a registrare la sua presenza. Era
alta e slanciata, con i lunghi capelli
neri sapientemente acconciati in
una pettinatura elegante. Lo spacco
laterale della raffinata gonna di
velluto nero metteva in mostra le
sue lunghissime gambe, mentre il
corpetto monospalla conteneva seni
della misura perfetta per il suo
corpo magro.
Ireland Vidal era giovanissima e
meravigliosamente bella, e gli occhi
dalle ciglia folte erano dello stesso
incredibile azzurro di quelli di sua
madre e di Gideon. Aveva solo
diciassette anni, e sarebbe
diventata una donna mozzafiato.
Cary non era l’unico che avrebbe
fatto il botto.
Venne verso di me e mi
abbracciò forte. «Siamo sorelle,
adesso!»
Sorrisi e contraccambiai
l’abbraccio, facendo attenzione a
non versarle addosso lo
champagne. Lanciai un’occhiata a
Chris, che era in piedi dietro di lei, e
lui mi sorrise, poi tornò a posare lo
sguardo sulla figlia, con un misto di
tenerezza e orgoglio: pensai a
quanto sarebbe stata dura per i
ragazzi che avessero osato mettere
gli occhi su Ireland. Con Chris,
Christopher e Gideon a tenerla
d’occhio, avrebbero dovuto
vedersela con un terzetto davvero
formidabile.
Ireland si sciolse dall’abbraccio
per guardarmi meglio. «Wow, che
bel collier! E che tette. Non sai
quanto ti invidio.»
Risi. «Sei perfetta così come sei,
la più bella della sala.»
«Non credo, Comunque, grazie
per il complimento.» Il suo viso si
illuminò, quando Gideon si sfilò da
una conversazione per voltarsi
verso di lei. «Ciao, fratellone.»
Fu immediatamente nelle sue
braccia, e lo strinse forte come
aveva fatto con me. Lui rimase
impietrito per un attimo, poi
contraccambiò l’abbraccio, e i suoi
lineamenti si addolcirono in un
modo che mi fece quasi mancare il
fiato.
Avevo parlato con Ireland
brevemente, e solo al telefono,
dopo l’intervista di Gideon. Le
avevo chiesto scusa per avere
tenuto segreto il nostro matrimonio
e le avevo spiegato perché
avevamo agito così. Volevo creare
un legame più saldo con lei, ma ero
un po’ trattenuta, perché temevo di
aprirmi troppo. Sarebbe stato molto
semplice fare da ponte tra lei e
Gideon, ma non volevo che il loro
legame fosse impostato così.
Doveva essere creato da loro e
indipendente da qualsiasi
mediazione.
Di lì a poco mia cognata avrebbe
iniziato a frequentare la Columbia
University, la stessa università del
fratello, e così sarebbe stata più
vicina a noi e saremmo riuscite a
vederci più spesso. Fino ad allora,
avrei continuato a incoraggiare
Gideon a coltivare il loro rapporto.
«Chris.» Mi avvicinai e lo
abbracciai, felice dell’entusiasmo
con cui mi ricambiò. Si era fatto
bello per l’occasione: aveva i capelli
tagliati di fresco e le guance
perfettamente rasate.
Christopher Vidal senior era un
uomo dal fascino discreto e dallo
sguardo dolce: la sua voce e il
modo in cui guardava la gente
irradiavano una gentilezza innata.
Mi aveva fatto quell’impressione la
prima volta in cui l’avevo visto e
continuava a confermarla.
«Gideon. Eva» disse Magdalene
Perez unendosi al nostro gruppetto.
Era bella e affascinante nel suo
vestito verde smeraldo, e teneva a
braccetto il fidanzato.
Fui lieta di notare che aveva
dimenticato l’interesse non
corrisposto per Gideon, che aveva
causato non pochi problemi sia a
Gideon sia a me quando la nostra
relazione era appena iniziata. In
quell’occasione si era comportata
davvero male, con un rancore
alimentato dalle manipolazioni del
fratello di Gideon. Adesso che era
felice con il fidanzato artista era
serena e amabile e stava
diventando lentamente una delle
nostre frequentazioni più assidue.
Li salutai entrambi
calorosamente, strinsi la mano a
Gage Flynn e Gideon baciò
Magdalene su una guancia. Non
conoscevo ancora bene Gage, ma si
vedeva che era molto innamorato di
Magdalene. Sapevo che mio marito
avrebbe fatto dei controlli su di lui,
per assicurarsi che fosse un buon
fidanzato per la donna che era
un’amica di lunga data della sua
famiglia.
Ci stavano facendo le
congratulazioni, quando mia madre
e Stanton si unirono al gruppo,
seguiti da Martin e Lacey, che non
avevamo più visto dal weekend a
Westport. Notai con un sorriso che
Cary e Ireland stavano ridendo per
qualcosa che si erano detti.
«Che bella ragazza» disse mia
madre, guardando la sorella di
Gideon e sorseggiando lo
champagne.
«Vero?»
«E anche Cary sta benissimo.»
«Gliel’ho detto anch’io.»
Mi guardò con un sorriso. «Gli
abbiamo detto che può tenere
l’appartamento, se vuole, oppure lo
possiamo aiutare a trovare
qualcosa di più piccolo.»
«Oh.» Guardai il mio amico, e lo
vidi annuire a qualcosa che Chris gli
aveva detto. «E lui che cos’ha
risposto?»
«Che tu gli hai offerto un
appartamento indipendente attiguo
all’attico di Gideon.» Mi venne
accanto. «Prenderete da soli la
decisione migliore per tutti voi, ma
ho comunque voluto dargli la
possibilità di rimanere dov’è stato
finora. È sempre un bene disporre
di diverse possibilità.»
Sospirai, e annuii.
Mi prese la mano. «Ora tu e
Gideon gestite la vostra immagine
pubblica come meglio credete, ma
dovete tenere in considerazione
quel che dicono quei terribili blog di
gossip. Tutti scrivono che tu e Cary
andate a letto insieme.»
All’improvviso la frenesia che si
era scatenata all’ingresso acquistò
un senso: eravamo arrivati tutti e
tre insieme.
«Gideon nega di averti mai
tradita» continuò lei a bassa voce
«ma si sa che ha un appetito
sessuale piuttosto, come dire,
insolito. Ti immagini che razza di
voci comincerebbero a girare se voi
tre viveste insieme?»
«Oddio.» Effettivamente, potevo
immaginarmelo. Il mondo aveva
visto con dovizia di particolari che a
mio marito non dispiacevano i
ménage à trois. Non con un altro
uomo in mezzo, ma comunque... Lui
si era lasciato alle spalle quel
periodo, ma loro non lo sapevano, e
non gli avrebbero creduto
comunque, perché i dettagli piccanti
erano troppo ghiotti per lasciarseli
sfuggire.
«Prima di dire che non te ne
importa nulla, tesoro, pensa che a
molte persone invece importa. Se
qualcuno che vuole mettersi in
affari con Gideon rifiutasse di farlo
perché pensa che è un depravato,
gli costerebbe una fortuna.»
Ma davvero... Mi morsi la lingua
per evitare una battuta sarcastica
sulla preoccupazione di mia madre
per i soldi, che stava alla base di
tutto il discorso. In un modo o
nell’altro, andava sempre a parare
lì. «Capisco» mormorai.
Man mano che si avvicinava il
momento della cena, tutti iniziarono
a cercare il tavolo a cui erano stati
assegnati. Ovviamente Gideon e io
eravamo nel tavolo di fronte a tutti,
perché lui avrebbe dovuto parlare.
Ireland e Chris erano con noi, e
anche Cary. Mia madre, Stanton,
Martin e Lacey erano al tavolo alla
nostra destra, mentre Magdalene e
Gage erano più lontani.
Gideon scostò la mia sedia e io
feci per sedermi, ma mi fermai,
sorpresa dalla coppia che vidi
seduta qualche tavolo più in là. Mi
raddrizzai e guardai Gideon. «Hai
visto? Ci sono i Lucas.»
Lui alzò la testa, e iniziò a
cercarli con lo sguardo. Capii che li
aveva individuati perché contrasse
la mascella. «Eh, già. Siediti,
angelo.»
Mi sedetti e lui spinse la mia
sedia vicino al tavolo, per poi
sistemarsi accanto a me. Tirò fuori
lo smartphone e scrisse un
messaggio di poche parole.
Mi chinai verso di lui e gli
sussurrai: «Non li avevo mai visti
insieme».
Proprio mentre lui alzava lo
sguardo verso di me, un ronzio
segnalò l’arrivo della risposta al
messaggio. «Non si fanno vedere
spesso in giro insieme.»
«Stai scrivendo ad Arash?»
«No, ad Angus.»
«Per via dei Lucas?»
«Che si fottano.» Rimise il
telefono nella giacca e si protese
verso di me, posando un braccio
sullo schienale della mia sedia e
l’altro sul tavolo, come per
imprigionarmi. Mi accostò le labbra
all’orecchio: «La prossima volta che
verremo a uno di questi eventi, ti
farò mettere una gonna corta, e
sotto sarai nuda».
Fui contenta che tutti
guardassero altrove e non
riuscissero a sentirci, e che
l’orchestra stesse suonando a un
volume leggermente più alto per
accompagnare gli ospiti ai loro
posti. «Sei un demonio.»
La sua voce si trasformò in un
mormorio seducente. «Ti metterò le
mani tra le cosce e infilerò le dita
nella tua fichetta morbida.»
«Gideon!» Scandalizzata, lo
guardai negli occhi e vidi il suo
sorriso da predatore e lo sguardo
lascivo.
«Per tutta la cena, angelo»
mormorò, strusciandosi contro la
mia tempia. «Scoperò con le dita,
piano piano, quella tua fichetta
stretta e meravigliosa finché non
verrai per me una volta, e un’altra,
e un’altra ancora...»
«Oh, mio Dio.» La sua voce
bassa e roca era un concentrato di
sesso e di lussuria. Rabbrividii solo
a sentirla, ma la sua fantasia
espressa ad alta voce mi aveva
fatta cedere. «Sei un invasato!»
Mi diede un rapido bacio sulla
guancia e si ricompose. «Prima eri
tesa come una corda di violino,
mentre adesso non lo sei più.»
Se fossimo stati da soli, si
sarebbe meritato uno schiaffo.
Glielo dissi.
«Questo è amore» ribatté lui,
guardandosi intorno nella sala,
dove i camerieri avevano iniziato a
girare tra i tavoli con gli antipasti.
«Dici?»
Concentrò di nuovo l’attenzione
su di me. «Sì, sei pazza di me.»
C’era poco da dire. Aveva
ragione.

Ci avevano appena servito il


dessert, una cupola al cioccolato
dall’aspetto delizioso, quando una
donna con un anonimo vestito blu si
avvicinò al nostro tavolo e si chinò
tra Gideon e me.
«Si inizia tra quindici minuti
circa» disse. «Glen parlerà per
qualche minuto, poi sarà il suo
turno.»
Gideon annuì. «Nessun
problema. Quando è il momento,
sarò pronto.»
La donna sorrise e vidi che era
un po’ intimidita dalla vicinanza con
mio marito. Doveva avere almeno
l’età di sua madre, ma il fascino di
certi uomini era apprezzato dalle
donne di tutte le età.
«Eva» disse Ireland rivolgendosi
a me. «Vuoi fare una pausa prima
che Gideon parli?»
Capii che cosa intendeva.
«Certo.»
Gideon e Chris si alzarono e
tirarono indietro le nostre sedie.
Visto che, dopo aver mangiato e
bevuto, non avevo più traccia di
rossetto, diedi un bacio sulla
guancia a mio marito.
«Non vedo l’ora di sentirti
parlare» gli dissi, con un sorriso che
rivelava la mia impazienza.
Scosse la testa. «Dillo pure che è
una cosa che ti eccita.»
«E tu di’ che mi ami.»
«Sì, da impazzire.»
Seguii Ireland, zigzagando tra i
tavoli. Passammo vicinissime ai
Lucas, che ci guardarono.
Sembravano a loro agio, e il dottor
Terrence teneva un braccio intorno
alle spalle di Anne. Lei incrociò il
mio sguardo e mi scoccò un sorriso
tagliente che mi fece rabbrividire.
Allora mi portai una mano alle
sopracciglia e le accarezzai con il
dito medio, in un sottile ma
inequivocabile “vaffanculo”.
Proseguimmo lo slalom in mezzo
alla sala, finché Ireland non si
fermò all’improvviso davanti a me.
Le andai addosso. «Scusami.»
Poiché non si muoveva, mi
guardai intorno per capire perché ci
eravamo fermate. «Che cosa
succede?»
Si girò verso di me e vidi che
aveva le lacrime agli occhi. «C’è
Rick» disse con voce tremante.
«Chi?» Dovetti fare uno sforzo
per ricordare. Lei sembrava così
triste e smarrita. All’improvviso, mi
venne in mente. «Il tuo fidanzato?»
Ireland guardò di nuovo davanti
a sé e io cercai di seguire la
direzione del suo sguardo e di
individuare... qualcuno tra i tavoli.
«Dov’è? Com’è vestito?»
«È laggiù.» Fece un cenno di
disappunto con il mento, le lacrime
che le rigavano le guance. «È quello
insieme alla bionda con il vestito
rosso.»
Dov’era? Individuai qualche
possibile candidato, finché non
restrinsi il campo alla coppia più
giovane. Mi bastò dargli un’occhiata
per capire il tipo. Anch’io un tempo
perdevo la testa per esemplari del
genere: sicuri di sé, esperti a letto,
con la battuta pronta. Mi sentii un
po’ a disagio all’idea di aver
permesso a tanti tipi così di usarmi.
Allora mi incazzai. Rick stava
facendo alla ragazza supertruccata
al suo fianco un sorriso sexy e
impertinente. Di sicuro non erano
solo amici, praticamente stavano
scopando con lo sguardo.
Presi Ireland per il gomito e la
costrinsi a proseguire. «Forza,
andiamo avanti.»
Entrammo nella toilette.
Nell’improvviso silenzio, sentii
Ireland singhiozzare. La presi da
parte, contenta che fossimo sole, e
le passai alcuni fazzoletti presi dal
dispenser sul ripiano del lavabo.
«Mi ha detto che stasera doveva
lavorare» disse lei. «Per questo ho
accettato quando papà mi ha
chiesto se volevo venire.»
«È lui che non vuole parlare di te
ai suoi genitori per via del padre di
Gideon?»
Annuì. «Stasera ci sono anche
loro, sono seduti al suo tavolo.»
Mi ritornò in mente la
conversazione che avevamo avuto
durante il lancio del video musicale
dei Six-Ninths. I nonni di Rick
avevano perso una parte
considerevole del loro patrimonio a
causa della truffa organizzata da
Geoffrey Cross e secondo i suoi
genitori era “ovvio” che Gideon
fosse diventato uno degli uomini più
ricchi del mondo, anche se era
evidente a chiunque che lui aveva
costruito il suo impero basandosi
solo sul suo duro lavoro e sul suo
capitale.
D’altro canto forse Rick stava
soltanto trovando una scusa per
giocare su due fronti. Dopotutto i
suoi genitori erano lì e Gideon era
la star della serata, il che mi
induceva a chiedermi se tutto il
risentimento di cui aveva parlato a
Ireland fosse una pura invenzione.
«Mi aveva detto che si erano
lasciati mesi fa!» disse Ireland
piangendo.
«Parli della bionda?»
Annuì tra i singhiozzi. «Ci siamo
visti ieri sera e non mi ha detto che
sarebbe uscito né che sarebbe
venuto qui.»
«E tu gli hai detto che saresti
venuta?»
«No, non parlo di Gideon. Non
con lui, in ogni caso.»
Rick era soltanto uno stupido
ragazzino che ci provava con tutte
le ragazze carine che ci stavano?
Oppure si stava lavorando la sorella
di Gideon per una sorta di sadica
vendetta? In ogni caso, era un
pezzo di merda.
«Non piangere per quello
stronzo, Ireland» le dissi, e le
passai altri fazzoletti. «Guai a te se
gli dai questa soddisfazione.»
«Voglio andare a casa.»
Scossi la testa. «Andartene non ti
farà stare meglio. A dire la verità,
nulla ti farà stare meglio: starai
male per un po’. Ma puoi vendicarti,
se vuoi, e questo potrebbe
risollevarti l’umore.»
Mi guardò, ancora in lacrime.
«Che cosa intendi dire?»
«Vicino a te è seduto uno dei
modelli più sexy di New York. Basta
una parola e Cary diventerà il tuo
accompagnatore per stasera: un
accompagnatore molto attento e
innamoratissimo.» Più ci pensavo,
più la cosa mi piaceva. «Potete
imbattervi per caso in Rick e
salutarlo con un “Ciao, che piacere
vederti”. Lui non potrà dire nulla,
perché sta con la bionda, e tu
pareggerai il conto.»
Ireland iniziò a tremare. «Forse
dovrei parlargli e basta...»
Magdalene entrò e si fermò,
cercando di capire la situazione.
«Ireland, che cosa ti succede?»
Non risposi, perché doveva
essere Ireland a parlare, se voleva.
Ireland scosse la testa: «Non è
niente, sto bene».
«Okay, allora» disse Magdalene.
«Non voglio immischiarmi, ma
dovreste sapere che non direi mai
niente ai tuoi fratelli, se tu non
volessi.»
Ireland si prese un momento, e
poi iniziò a parlare, tra le lacrime.
«Sai il tipo con cui esco da qualche
mese...? È al tavolo con un’altra, la
sua ex.»
Avevo il sospetto che Rick, tanto
per cominciare, non avesse mai
lasciato la bionda e che avesse
preso in giro Ireland per tenersela
buona. Ma su queste cose ero
cinica.
«Oh!» esclamò Magdalene, con
un’espressione solidale. «Gli uomini
a volte sono proprio stronzi.
Guarda, se vuoi andartene senza
farti vedere, ti chiamo un taxi.» Aprì
la borsetta e prese il telefono. «Lo
pago io, che ne dici?»
«Riattacca, per favore»
intervenni, e le spiegai il mio piano.
Magdalene inarcò le sopracciglia.
«Meravigliosamente subdolo.
Perché una dovrebbe stare lì a
rodersi quando può vendicarsi?»
«Non lo so...» disse Ireland,
guardandosi allo specchio e
imprecando. Prese altri fazzoletti e
cominciò a sistemarsi il trucco. «Ho
un aspetto davvero orrendo.»
«Sei mille volte più bella di
quella pezzente là fuori» le dissi.
Rise tra le lacrime. «Odio anche
la bionda. Che troia!»
«Scommetto che ha visto
qualcuna delle pubblicità di Cary
per la Grey Isles» disse Magdalene.
«Io le ho viste eccome.»
Quella frase sortì l’effetto
sperato. Ireland non era ancora
pronta a dimenticare Rick, ma
sicuramente si era convinta a farlo
ingelosire.
Il resto sarebbe venuto con il
tempo, o almeno lo speravo.
C’erano lezioni che noi donne
dovevamo imparare a nostre spese.

Ritornammo al nostro tavolo


proprio mentre un uomo che
immaginai fosse Glen saliva le scale
del palco, e lo attraversava diretto
al leggio. Mi inginocchiai vicino a
Cary, posandogli una mano sul
braccio.
Gli spiegai il favore che volevo da
lui, e il motivo per cui glielo
chiedevo.
Lui fece un sorriso sfolgorante.
«Ci sto, piccola.»
«Sei il migliore, Cary.»
«Me lo dicono tutti.»
Alzai gli occhi al cielo, mi rialzai e
tornai al mio posto. Gideon mi
scostò la sedia per farmi
accomodare. Il dessert era ancora
nel mio piatto e lo guardai con un
certo appetito.
«Hanno cercato di portartelo via»
mormorò Gideon. «Ma l’ho difeso
per te.»
«Oh, grazie, piccolo. Tu sì che sai
come farmi felice.»
Lui mise la mano sulla mia coscia
sotto il tavolo e diede una leggera
strizzatina.
Mentre mangiavo, lo guardai,
ammirando la sua aria tranquilla e
rilassata mentre entrambi
ascoltavamo Glen parlare
dell’importanza del lavoro della sua
organizzazione per la città. Ogni
volta che pensavo all’idea di parlare
in pubblico per conto della
Crossroads, mi assaliva il panico,
ma alla fine sarei riuscita a
sconfiggerlo, e a trovare il modo.
Avrei imparato tutto ciò che c’era
da imparare per diventare una
risorsa sia per mio marito sia per la
Cross Industries.
Avevamo molto tempo davanti a
noi, e Gideon mi amava: tutto il
resto si sarebbe sistemato.
«È un piacere avere con noi una
persona che davvero non ha
bisogno di presentazioni...»
Posai la forchetta, raddrizzai la
schiena e ascoltai Glen che
celebrava i traguardi raggiunti da
mio marito e il suo generoso
impegno per la causa delle vittime
di abusi sessuali. Non mi sfuggì che
Chris adesso guardava Gideon sotto
una luce nuova: c’erano
apprezzamento e orgoglio nel suo
sguardo. Lo sguardo che riservava a
mio marito non era diverso da
quello che prima gli avevo visto
riservare a Ireland.
Si scatenò un fragoroso
applauso, mentre Gideon si alzava
con grazia. Mi alzai a mia volta,
imitata da Chris, Cary e Ireland, e il
resto degli invitati. Mio marito fu
accolto sul palco da una standing
ovation. Prima di andare mi lanciò
una rapida occhiata e mi accarezzò
i capelli.
Guardarlo attraversare il palco
era una gioia per gli occhi.
Camminava con passo tranquillo,
senza alcuna fretta, in un modo
aggraziato e potente che attirava
l’attenzione.
Posò sul leggio la targa che gli
avevano consegnato: le mani
abbronzate facevano un delizioso
contrasto con il bianco dei polsini.
Poi iniziò a parlare, con la voce
baritonale impostata e suadente,
che sembrava accarezzare la
platea. La sala era ammutolita, e
tutti erano affascinati dal suo
aspetto tenebroso e dalla sua
consumata abilità di oratore.
Tutto finì troppo in fretta. Mi
alzai di nuovo in piedi quando
Gideon riprese la targa, e applaudii
talmente forte che le mani mi
facevano male. Lo accompagnarono
su un lato del palco, dove ad
attenderlo c’erano Glen e un
fotografo. Gideon scambiò qualche
parola con loro, poi mi guardò e mi
invitò a raggiungerlo con un vistoso
gesto del braccio.
Mi venne incontro e mi prese a
braccetto per aiutarmi a salire sul
palco con il vestito lungo e i tacchi
alti.
«Tu non sai quanto ti desidero»
gli sussurrai.
Lui rise. «Demonio.»

Alla fine della cena, ballammo


per un’ora.
Perché non ballavo con mio
marito più spesso? Sulla pista era
esperto e sensuale come a letto: il
suo corpo forte si muoveva in modo
fluido, e la sua guida era sicura e
decisa.
Conosceva alla perfezione il
modo in cui i nostri movimenti si
armonizzavano e ne approfittava,
non perdendo occasione per
strusciarsi contro di me. Ero
eccitatissima e lui se n’era reso
conto, e mi guardava con un’aria
sexy e consapevole.
Quando riuscii a distogliere
l’attenzione da lui, intravidi Cary
che ballava con Ireland. La prima
volta che lo avevo invitato a venire
a lezioni di danza con me era
scoppiato a ridere, ma poi si era
presentato e, nel giro di pochissimo
tempo, era diventato il cocco
dell’insegnante. Aveva un talento
innato per la danza, e riusciva a
guidare Ireland senza problemi,
nonostante lei fosse un po’
inesperta.
Il mio amico era un ballerino
piuttosto appariscente e si
impadronì della pista: lui e la
sorella di Gideon furono
immediatamente al centro
dell’attenzione. Cary, però, aveva
occhi solo per la sua partner, e
recitava alla perfezione il ruolo di
accompagnatore completamente
ammaliato. Ireland, anche se stava
soffrendo, non poteva fare a meno
di essere colpita da quella
concentrazione così intensa su di
lei. La vidi ridere varie volte, e notai
che aveva le guance imporporate
da tutto quel movimento.
Mi ero persa il momento
dell’incontro imbarazzante con Rick
che tanto avevo sperato di vedere,
ma ora potevo godermi il seguito.
Rick ballava con la bionda,
pateticamente incapace di reggere
il confronto con Cary, sia per la
bravura sia per l’aspetto. Ora i due
non si sorridevano più né
scopavano con gli occhi, ma
continuavano a lanciare occhiate a
Cary e Ireland, che palesemente si
stavano divertendo molto più di
loro.
Anche Terrence e Anne Lucas
stavano ballando, ma si tennero
prudentemente dalla parte opposta
della pista.
«Andiamo a casa» mormorò
Gideon, mentre la canzone finiva e
ci fermavamo dolcemente «e
bagniamo di sudore i tuoi
diamanti.»
Sorrisi. «Sì, andiamo.»
Tornammo al tavolo per
prendere la sua targa e la mia
borsetta.
«Veniamo anche noi» disse
Stanton, con mia madre al suo
fianco.
«E Cary?» domandai.
«Lo accompagnerà a casa
Martin» rispose la mamma. «Si
stanno divertendo, non vedo perché
interromperli.»
Per uscire impiegammo lo stesso
tempo che ci avevamo messo per
entrare. Molte persone che non
erano riuscite a farlo prima si
fermarono a salutare Gideon e
Stanton. Rispondevo alle
congratulazioni con un semplice
“grazie”, mentre mia madre di tanto
in tanto interveniva con
competenza, aggiungendo
commenti brevi ma incisivi agli
argomenti trattati da Stanton. La
sua profonda conoscenza del
mondo era per me fonte di invidia e
di ispirazione. Quando sarebbe
giunto il momento, ne avrei parlato
con lei.
Quel commiato così prolungato
ebbe il vantaggio di consentire alle
macchine di muoversi per venire a
prenderci. Quando finalmente
arrivammo nell’atrio, Raúl ci
informò che la limousine si trovava
ad appena un isolato da noi. Clancy
mi lanciò un rapido sorriso prima di
dire a mia madre e Stanton che la
loro macchina stava arrivando.
I paparazzi ci stavano
aspettando. Erano meno numerosi
rispetto a quando eravamo arrivati,
ma erano comunque più di una
decina.
«Ci vediamo domani» disse mia
madre, abbracciandomi.
«Non vedo l’ora» dissi, mentre mi
scioglievo dal suo abbraccio. «Potrei
concedermi una giornata al centro
benessere.»
«Ottima idea» rispose lei con un
sorriso radioso. «Penso a tutto io.»
Salutai Stanton con un abbraccio
e Gideon gli strinse la mano.
Uscimmo, accolti dall’impazzare dei
flash. La città ci attendeva con il
rumore del traffico e con il tepore
della notte. L’umidità stava
lentamente diminuendo, perché
l’estate era agli sgoccioli. Non
vedevo l’ora di trascorrere più
tempo all’aria aperta. L’autunno a
New York era di una bellezza
particolare, che in precedenza
avevo ammirato solo in occasione
di brevi soggiorni.
«Stai giù!»
Riuscii a malapena a registrare
quel grido, prima che Gideon mi
trascinasse a terra. Un forte
rumore, come di uno scoppio,
echeggiò alle mie spalle,
fischiandomi nelle orecchie e
riverberandosi sulla facciata
dell’edificio. Era talmente vicino che
mi aveva assordata... proprio dietro
di noi.
Atterrammo violentemente sul
tappeto rosso. Gideon rotolò e mi
fece scudo con il suo corpo.
Qualcuno, poi, fece scudo con il
proprio corpo a Gideon. Un altro
rumore forte. Poi un altro, e un
altro...
“Mi schiacciano. Troppo peso.
Non riesco a respirare.” La mia
testa pulsava. “Aria. Oddio.”
Mi divincolai. Affondai le unghie
nel tappeto. Gideon mi strinse
ancora più forte: sentivo soltanto la
sua voce rauca, e non riuscivo a
capire le parole, coperte dal ronzio
incessante nella mia testa.
“Aria. Non riesco a respirare...”
Tutto diventò nero.
14

«Mio Dio, Eva.» Toccai


freneticamente il suo corpo inerte,
cercando la ferita mentre l’autista
pigiava a fondo sull’acceleratore e
la limousine balzava in avanti,
sbattendomi contro lo schienale del
sedile.
Mia moglie, priva di conoscenza,
era sdraiata sulle mie gambe e non
reagiva al mio esame disperato.
Niente sangue sul vestito né sulla
pelle. Il battito era forte e
accelerato. Il suo petto si alzava e
si abbassava al ritmo del respiro.
Il sollievo fu tale che mi sentii
girare la testa. La strinsi più forte,
cullandola. «Grazie a Dio.»
Raúl abbaiava ordini al microfono
da polso. Quando tacque, gli chiesi:
«Che cazzo è successo?».
Lui lasciò ricadere il braccio.
«Uno dei fotografi aveva un fucile e
ha aperto il fuoco. Clancy l’ha
preso.»
«Qualcuno è rimasto ferito?»
«Monica Stanton è stata colpita.»
«Cosa?» Il cuore prese a
martellarmi nel petto. Abbassai lo
sguardo su mia moglie mentre
rinveniva lentamente, sbattendo le
palpebre. «Maledizione! Quanto è
grave?»
Raúl espirò pesantemente.
«Aspetto notizie. La situazione non
sembrava buona. Lei ha gettato a
terra Mrs Cross e Mrs Stanton è
finita sulla linea di tiro.»
“Eva.”
Strinsi più forte mia moglie,
passandole una mano tra i capelli
mentre sfrecciavamo per le strade
della città.
«Che cosa è successo?»
La flebile domanda di Eva,
mentre svoltavamo in direzione del
garage, mi diede una fitta allo
stomaco. Raúl mi lanciò
un’occhiata, l’espressione cupa.
Pochi secondi prima aveva risposto
a una chiamata e mi aveva
guardato, confermando le mie
peggiori paure con un brusco cenno
della testa e mimando un “Mi
dispiace” con le labbra.
La madre di mia moglie era
morta.
Cosa avrei dovuto dire a Eva? E
quando l’avessi fatto, come potevo
tenerla al sicuro finché non
capivamo cosa accidenti stesse
succedendo?
Il telefono che avevo nella tasca
della giacca continuava a vibrare.
Chiamate. Messaggi. Dovevo
rispondere a tutti, ma mia moglie
veniva per prima.
Entrammo nel garage,
oltrepassando il guardiano nel
cubicolo di vetro. Battevo il piede
sul pavimento dell’auto, irrequieto:
non vedevo l’ora di scendere e
portare al sicuro mia moglie.
«Gideon?» Mi afferrò per la
giacca. «Che cosa è successo? Ho
sentito degli spari...»
«Falso allarme» dissi in tono
secco, stringendola troppo.
«Un’auto ha avuto un ritorno di
fiamma.»
«Cosa? Davvero?» Sbatté le
palpebre, sussultando mentre
l’attiravo a me. «Ahia.»
«Scusa.» L’avevo buttata a terra
con violenza, senza riuscire ad
attutirle la caduta per timore di
esporla al pericolo. Era stato un
gesto istintivo, un impulso cieco in
risposta all’urgenza nella voce di
Raúl. «Ho reagito in modo
esagerato.»
«Sul serio?» Cercò di tirarsi su a
sedere. «Credevo di avere sentito
una serie di spari.»
«Forse sono esplose delle
macchine fotografiche. La gente si è
spaventata e ha lasciato cadere
l’attrezzatura.»
L’auto si fermò e Raúl saltò giù,
porgendo la mano a Eva per
aiutarla. Lei scese lentamente e io
la seguii da vicino, prendendola in
braccio non appena mi fui
raddrizzato.
Mi avviai rapidamente verso
l’ascensore e aspettai mentre Raúl
digitava il codice. Un uomo della
sua squadra aveva preso posizione
alle nostre spalle, rivolto nell’altra
direzione, la mano sulla pistola
mentre percorreva il garage con lo
sguardo.
Sarebbe stato sufficiente nel
caso in cui ci fosse stato un altro
cecchino in attesa?
«Ehi, ce la faccio a camminare»
disse Eva ancora frastornata, con le
braccia intorno alle mie spalle. «E
devi rispondere al telefono.
Quell’affare è impazzito.»
«Dammi un minuto.» Salii
sull’ascensore. «Sei svenuta, mi hai
fatto prendere uno spavento del
diavolo.»
«Non riuscivo a respirare.»
La baciai sulla fronte e mi scusai
di nuovo. Non mi sarei sentito
tranquillo finché non avessimo
messo piede nel nostro
appartamento. Lanciai un’occhiata a
Raúl. «Non ci metterò molto.»
Portai mia moglie dritta in
camera da letto e la deposi sul
copriletto. Lucky abbaiava nel
trasportino, grattando lo sportello
con le zampe.
«È stato così strano.» Eva scosse
la testa. «Dov’è la mia borsetta?
Voglio chiamare la mamma. Anche
Clancy ha perso la testa?»
Mi si chiuse lo stomaco. Avevo
promesso di non mentirle mai e
sapevo che questa bugia l’avrebbe
ferita moltissimo. Avrebbe ferito
entrambi. Ma... accidenti, come
cazzo facevo a dirglielo? E se glielo
avessi detto, come avrei potuto
tenerla in casa quando avrebbe
voluto andare di persona a vedere
cos’era successo?
L’uggiolio lamentoso di Lucky
non fece che peggiorare il mio
nervosismo.
«Credo che sia rimasta in
macchina.» Le scostai i capelli dalla
fronte, lottando contro il tremito
che minacciava di scuotermi dalla
testa ai piedi. «Mando qualcuno a
prenderla.»
«Okay. Posso usare il tuo
telefono?»
«Prima ti diamo un’occhiata. Ti fa
male da qualche parte? Lividi?»
Lanciai un’occhiataccia a Lucky, ma
per tutta risposta il cucciolo si mise
a grattare lo sportello ancora più
freneticamente.
Eva si toccò un fianco e sussultò.
«Forse.»
«Bene. Ce ne occuperemo.»
Andai in bagno e tirai fuori il
telefono per spegnerlo. Sullo
schermo c’era un elenco infinito di
chiamate perse e messaggi. Lo
guardai diventare nero, me lo ficcai
nella tasca dei pantaloni e aprii il
rubinetto della vasca. Tutti quelli
che volevo sentire potevano
raggiungermi tramite Raúl o Angus.
Gettai una manciata di sali di
Epsom nell’acqua calda; sapevo che
il bagno era un rischio, visto che
quasi sempre mi univo a Eva
quando lo faceva. Ma il tepore
dell’acqua la rilassava e la calmava.
Sospettavo che schiacciasse
qualche pisolino durante il giorno
per recuperare le ore sottratte al
sonno notturno dalla nostra vita
sessuale, ma durante il weekend
non aveva praticamente dormito.
Se fossi riuscito a farla rilassare e
a metterla a letto, magari si
sarebbe addormentata. Questo mi
avrebbe dato un po’ di tempo per
capire che cosa era successo, se
sussistevano ancora dei rischi, e per
parlare con il dottor Petersen...
“Cazzo.” E Victor. Dovevo
chiamare il padre di Eva. Metterlo
su un aereo per New York il prima
possibile. Cary. Avrebbe dovuto
essere qui anche lui. Quando avessi
avuto più fatti e una rete di
sostegno per mia moglie, gliel’avrei
detto. Solo qualche ora. Era tutto
quello che mi serviva.
Lottai contro la nauseante paura
che Eva non mi avrebbe perdonato
quel ritardo.
Quando tornai in camera da
letto, lei stava facendo uscire Lucky
dal trasportino. Scoppiò a ridere di
fronte all’entusiasmo del cucciolo.
Quel suono gioioso, che amavo così
tanto, mi trapassò come una
coltellata.
Baciò Lucky sulla testa e mi
guardò con gli occhi luminosi.
«Dovresti metterlo sul suo
tappetino. È stato chiuso un bel
po’.»
«Sì, lo farò.»
Strofinò la testa di Lucky prima di
passarmelo. «Ho sentito il rumore
dell’acqua.»
«Un bagno potrebbe farti bene.»
«Riscaldarmi un po’?» mi prese in
giro. Quella luce negli occhi... Mi
uccideva. Per poco non glielo dissi,
ma avevo un nodo in gola e non
riuscii a tirar fuori le parole.
Mi girai e imboccai il corridoio
diretto al bagno di servizio oltre il
salotto, dove avevamo sistemato il
tappetino di erba finta di Lucky. Lo
misi giù e mi passai le mani tra i
capelli.
“Pensa, maledizione.” Un drink
era quello che mi serviva.
Sì. Un drink. Un superalcolico.
Andai in cucina e cercai di farmi
venire in mente qualcosa di forte
che Eva avrebbe potuto bere. Un
digestivo, magari? Il telefono fisso.
Merda. Andai a spegnere la
suoneria e notai che ci aveva già
pensato qualcun altro. Girandomi,
vidi la macchina del caffè.
Qualcosa di caldo. Di rilassante.
Senza caffeina.
Una tisana. Frugai nella
dispensa, spostando le cose qua e
là sugli scaffali in cerca della
scatola che Angus teneva
nell’attico. Un infuso di erbe che lui
sosteneva fosse rilassante. Lo
trovai, riempii una tazza di acqua
calda, ci buttai dentro due bustine,
una generosa dose di rum e una
cucchiaiata di miele. Mescolai il
tutto, facendone schizzare qualche
goccia sul bancone. Un altro po’ di
rum.
Tolsi le bustine e le gettai nel
lavello, quindi tornai da mia moglie.
Per un attimo, non trovandola in
camera, fui preso dal panico. Poi la
sentii nella cabina armadio ed
espirai con forza. Appoggiai la tazza
sul bordo della vasca, chiusi il
rubinetto e andai da lei. Era seduta
sulla panca e si stava togliendo le
scarpe.
«Mi sa che il vestito è rovinato»
disse, alzandosi in piedi per
mostrarmi lo strappo sul fianco
sinistro.
«Te ne comprerò un altro.»
Mi scoccò un ampio sorriso. «Mi
vizi.»
Era una dannata tortura. Ogni
secondo. Ogni bugia che le dicevo.
Ogni verità che non dicevo.
L’amore nei suoi occhi, la sua
assoluta fiducia erano come
sferzate. Sentii il sudore colarmi
lungo la schiena. Mi tolsi la giacca e
la gettai da parte, poi armeggiai
con il farfallino e il colletto della
camicia finché non riuscii ad
allentarli per respirare.
«Aiutami a toglierlo.» Si girò di
spalle.
Le slacciai il vestito e glielo
abbassai sulle spalle, lasciandolo
cadere in un mucchietto sul
pavimento. Poi le sganciai il
reggiseno, sentendola sospirare di
piacere quando fu liberata da quella
costrizione.
La percorsi con lo sguardo
imprecando tra me davanti al livido
che si stava già formando sul fianco
e alle abrasioni sul braccio dovute
all’impatto con il tappeto rosso.
Sbadigliò. «Wow. Sono stanca.»
Grazie a Dio. «Dovresti dormire,
allora.»
Mi lanciò un’occhiata di fuoco da
sopra la spalla. «Non sono così
stanca.»
Maledizione. Una coltellata non
avrebbe fatto più male. Non potevo
toccarla, fare l’amore con lei... non
con l’inganno tra noi.
Deglutii con forza. «Okay. Prima
devo occuparmi di alcune cose. E
recuperare la tua borsetta. Ti ho
preparato una bevanda calda, è sul
bordo della vasca. Rilassati, ti
raggiungo appena posso.»
«Va tutto bene?»
Incapace di mentire più di
quanto avessi già fatto, le dissi una
verità irrilevante. «Sono rimasto
parecchio indietro con il lavoro,
questa settimana. Ho alcune cose
urgenti da sistemare.»
«Scusa. So che è colpa mia.» Mi
baciò sulla guancia. «Ti amo, asso.»
Prese una vestaglia dal gancio,
se la infilò e andò in bagno. Io
rimasi lì in piedi, avvolto dal suo
odore, le mani che ancora
formicolavano per averla toccata, il
cuore che martellava per la paura e
il disgusto verso me stesso.
Lucky arrivò a razzo finendo
contro la porta per poi fiondarsi ai
miei piedi. Lo presi in braccio e gli
accarezzai la testa.
Questo era un incubo da cui quel
cucciolo non poteva svegliarmi.

Raúl aspettava nel mio studio,


parlando seccamente al telefono.
Lo raggiunsi e mi chiusi la porta alle
spalle.
Terminò la chiamata e si alzò.
«Sulla scena c’è la polizia. Il tizio
che ha sparato è agli arresti.»
«Monica?»
«Stanno aspettando il medico
legale.»
Non riuscivo a pensarci. Mi
diressi alla scrivania e mi sedetti
pesantemente sulla poltroncina. Il
mio sguardo si posò sulle foto di
Eva appese al muro.
«Ai detective è stato detto che
lei e Mrs Cross sarete qui quando
verrà il momento di raccogliere la
vostra testimonianza.»
Annuii e pregai che aspettassero
fino al mattino dopo per chiamare a
casa.
«Ho staccato il telefono in cucina
quando siamo arrivati» disse piano.
«L’ho notato. Grazie.»
Bussarono alla porta. Mi irrigidii,
aspettandomi che fosse Eva, e
sospirai di sollievo quando vidi che
invece era Angus.
«Torno là» disse Raúl. «La terrò
aggiornata.»
«Mi serve la borsetta di Eva
dall’auto. E Cary. Portalo qui.»
Raúl annuì e se ne andò.
Angus prese posto sulla sedia
che Raúl aveva appena lasciato
libera. «Mi dispiace, ragazzo mio.»
«Anche a me.»
«Avrei dovuto essere lì.»
«Così ci sarebbe stata un’altra
persona cui voglio bene sulla linea
di fuoco.» Mi alzai, troppo inquieto
per rimanere seduto. «È una
benedizione che tu fossi dai Lucas.»
Mi fissò per un attimo, poi si
guardò le mani.
Mi ci volle un secondo per
rendermi conto delle mie parole. Un
altro per capire che non gli avevo
mai detto che gli volevo bene fino a
quel momento. Speravo che lo
sapesse lo stesso.
Angus inspirò a fondo, poi alzò la
testa e mi guardò di nuovo. «Come
sta Eva?»
«Devo andare a controllare. Sta
facendo il bagno.»
«Povera ragazza.»
«Non lo sa.» Mi sfregai la nuca.
«Non gliel’ho detto.»
«Gideon.» Aveva negli occhi lo
stesso sconcerto che provavo io.
«Non può...»
«A che cosa servirebbe?» scattai.
«Non abbiamo risposte. Sua madre
se n’è andata. Non posso lasciarla
tornare sulla scena a vedere...
quello. Perché torturarla o metterla
a rischio? Cristo, avrebbe potuto
essere lei la vittima! Potrebbe
ancora essere lei, se non la teniamo
al sicuro.»
Mi guardò camminare avanti e
indietro, con occhi che avevano
visto – e ancora vedevano – troppo.
«Faccio qualche telefonata.»
Tirai fuori il cellulare. «Devo capire
qualcosa della situazione prima di
dirglielo. Cercare di attutire il colpo
il più possibile. Ne ha passate così
tante...» Mi si spezzò la voce. Mi
bruciavano gli occhi.
«Cosa posso fare per aiutarla?»
chiese Angus a bassa voce.
Mi ricomposi. «Mi serve un jet
disponibile per il padre di Eva. Lo
chiamo adesso.»
«Me ne occupo io.» Si alzò.
«Dammi qualche minuto per
informarlo, poi mandagli un SMS con
i dettagli del volo quando li hai.»
«Lo consideri fatto.»
«Grazie.»
«Gideon... dovrebbe sapere che
la mia perquisizione nella casa dei
Lucas ha dato dei risultati.» Si mise
la mano in tasca e tirò fuori una
chiavetta USB grande quanto una
monetina. «Lei la teneva in una
cassaforte in camera da letto, sotto
i gioielli contenuti in una scatola.
Aveva fatto scansioni di tutti gli
appunti di lui.»
Lo guardai con espressione
assente. In quel momento Anne e
Hugh erano l’ultimo dei miei
pensieri.
«Sono tutte bugie» continuò.
«Lui non ha menzionato niente di
quello che è successo davvero. La
cosa che potrebbe interessarle,
quando verrà il momento, è ciò che
aveva da dire riguardo a
Christopher.»
Angus mise la chiavetta sulla
scrivania e uscì dallo studio.
La fissai. Poi mi avvicinai alla
scrivania, aprii un cassetto e la
buttai dentro con un gesto brusco.
Riaccesi il telefono e vidi che
c’erano SMS e messaggi vocali di
Cary, Magdalene, Clancy, Ireland,
Chris...
Sopraffatto, andai alla schermata
Home.
Cercai il numero dello studio del
dottor Petersen tra i contatti e feci
partire la chiamata. Seguii le
istruzioni del risponditore
automatico, selezionai il centralino
delle emergenze notturne e dissi
all’operatore che mi rispose che si
trattava di una cosa della massima
urgenza: c’era stata una morte e il
dottore doveva richiamarmi il prima
possibile.
La conversazione fu fredda e
clinica, soprattutto per qualcosa di
così disperatamente personale, e
suonava come un terribile insulto
alla moglie e madre bellissima e
piena di vita che non era più tra
noi. Eppure mi ritrovai a desiderare
che la telefonata successiva che
dovevo fare fosse altrettanto priva
di emotività.
Mentre il telefono suonava, mi
lasciai cadere sulla poltroncina.
L’ultima volta che avevo parlato con
Victor era stato nel corso della
chiamata che avevo fatto da Rio de
Janeiro per spiegargli che la foto di
me insieme a due donne era stata
scattata prima che conoscessi sua
figlia. Aveva ascoltato
l’informazione con freddo riserbo,
lasciandomi capire che non ero
all’altezza di Eva. Non potevo non
essere d’accordo. Adesso dovevo
dirgli che l’altra donna che amava
gli era stata portata via di nuovo...
questa volta per sempre.
Eva era convinta che suo padre
continuasse a essere innamorato di
Monica. Se era così, la notizia
l’avrebbe distrutto. Sentivo ancora il
sapore della bile e la sensazione di
gelido panico che mi aveva
ottenebrato la mente negli istanti
immediatamente successivi agli
spari. Senza Eva non mi sarebbe
rimasto niente.
«Reyes» rispose Victor, la voce
fredda e vigile. In sottofondo si
sentiva un rumore, forse il traffico.
Una musica in lontananza. Diedi
un’occhiata all’orologio e mi resi
conto che doveva essere in servizio.
«Sono Cross. Devo dirle una
cosa. È solo?»
«Posso esserlo. Cosa c’è che non
va?» chiese, cogliendo il tono grave
nella mia voce. «È successo
qualcosa a Eva?»
«No, non si tratta di Eva.» “Dillo
e basta. Senza giri di parole e in
fretta.” Era così che avrei voluto che
mi dicessero che la mia vita era
finita. «Mi dispiace. Questa sera
Monica è stata uccisa.»
Ci fu una pausa terribile. «Cos’hai
detto?»
Abbandonai la testa contro lo
schienale della poltroncina. Aveva
capito quello che avevo detto, lo
intuivo dalla voce, ma non riusciva
a crederci. «Mi dispiace tanto,
Victor. Non sappiamo molto altro, in
questo momento.»
Udii una portiera che si apriva e
poi veniva sbattuta. Ci furono un
breve vociare proveniente da una
trasmittente della polizia, poi un
silenzio inquietante che si prolungò
per un tempo che mi parve infinito.
Ma sapevo che lui era ancora in
linea.
«È successo meno di un’ora fa»
spiegai con calma, cercando di
spezzare quel silenzio. «Ce ne
stavamo andando da un evento. Un
uomo in mezzo alla folla ha aperto
il fuoco.»
«Perché?»
«Non lo so. Ma è stato preso.
Presto dovremmo avere più
dettagli.»
Fece uno sforzo per parlare con
voce ferma. «Dov’è mia figlia?»
«È a casa con me. Non uscirà di
qui finché non avrò la certezza che
sia al sicuro. Le sto organizzando un
volo, Victor. Eva avrà bisogno di
lei.»
«Passamela.»
«Sta riposando. Riceverà un SMS
con le informazioni del volo non
appena è confermato. Le mando
uno dei miei jet. Potrà parlarle
domani mattina quando arriva.»
Victor sospirò pesantemente.
«Va bene. Mi faccio trovare
pronto.»
«Ci vediamo tra qualche ora.»
Terminai la chiamata e pensai
all’altro uomo che era una figura
paterna per Eva. Non potevo
nemmeno immaginare cosa stesse
passando Stanton, il solo pensiero
mi distruggeva. Ma mi dispiaceva
per lui e rimpiangevo di non
potergli offrire nulla di adeguato
alle circostanze.
Gli mandai comunque un breve
messaggio. “Se posso essere
d’aiuto in qualunque modo,
fammelo sapere.”
Uscii dallo studio e mi diressi
verso il bagno padronale. Mi fermai
sulla soglia, sentendo una fitta di
dolore alla vista di Eva allungata
nell’acqua calda, gli occhi chiusi. Si
era raccolta i capelli in uno chignon
disordinato e sexy. I diamanti
mandavano bagliori sul ripiano.
Lucky si arrampicò con le zampe
sulle mie gambe.
«Ciao» mormorò lei, tenendo gli
occhi chiusi. «Hai fatto tutto?»
«Non ancora. Adesso devo
occuparmi di te.» Mi avvicinai e vidi
che aveva bevuto metà del
beverone. «Dovresti finire la tua
tisana.»
Eva aprì gli occhi lentamente, lo
sguardo sognante. «È forte. Mi ha
dato alla testa.»
«Bene. Adesso bevi il resto.»
Fece come le avevo detto, non
per obbedienza, ma nel modo in cui
una donna che aveva qualcosa in
mente fingeva di eseguire un
ordine: perché le andava bene.
«Entri nella vasca con me?» mi
chiese, passandosi la lingua sulle
labbra.
Scossi la testa, e lei mise il
broncio.
«Allora ho finito.» Emerse dalla
vasca, con rivoletti d’acqua che le
percorrevano le curve generose. Mi
regalò un sorriso seducente,
consapevole di quello che mi stava
facendo. «Sicuro che non vuoi
cambiare idea?»
Deglutii a fatica. «Non posso.»
Mi si avvicinò, appoggiandosi
contro di me. «È tutto a posto? Stai
ancora pensando a tua madre?»
«Cosa? No.» Gemetti, la testa
china. «Quando sei svenuta...
cazzo. Non mi sono mai spaventato
tanto.»
«Gideon.» Mi abbracciò. «Sto
bene.»
Sospirai, ricambiai brevemente la
stretta e poi la lasciai andare. Era
troppo doloroso averla tra le
braccia, sapendo quello che le stavo
nascondendo. «Fammi controllare,
per essere sicuro.»
Lucky si mise seduto con la testa
piegata di lato e mi guardò con
curiosità mentre esaminavo il
braccio di Eva. Pulii l’abrasione con
una salvietta imbevuta di
antibiotico e poi le spalmai un
unguento sulla pelle rossa e
scorticata. La coprii con una garza.
Per il livido sul fianco usai una
generosa dose di arnica, passando
le dita sulla pelle che si stava
scurendo finché la pomata non fu
completamente assorbita.
Il mio tocco e la mia attenzione
la eccitarono, nonostante mi fossi
sforzato di non farlo. Chiusi gli occhi
e mi raddrizzai. «A nanna, Mrs
Cross.»
«Mmh... sì, andiamo a letto.» Mi
mise le mani sulle spalle,
giocherellando con il farfallino
slacciato. «Mi piace il colletto
aperto. Molto sexy.»
«Angelo... mi stai distruggendo.»
Le presi le mani. «Devo occuparmi
ancora di un paio di cose.»
La portai in camera tenendola
per mano. Protestò quando tirai
fuori una T-shirt della Cross
Industries e gliela infilai.
«E i diamanti?» mi chiese.
Non li avrebbe mai più portati
dopo questa notte. Dove cazzo era
il dottor Petersen? Avevo bisogno
del suo aiuto per dire le cose giuste
nel modo giusto quando fosse
venuto il momento.
Le sfiorai la guancia con le dita,
l’unico contatto che mi sarei
permesso. «Per il momento così
starai più comoda.»
La misi a letto, scostandole i
capelli dalle guance. Si sarebbe
addormentata convinta di avere
ancora sua madre e sicura che il
marito non le avrebbe mai mentito.
«Ti amo.» La baciai sulla fronte,
volendo che quelle parole
riecheggiassero nei suoi sogni.
Era fin troppo possibile che non
ci avrebbe creduto, una volta
sveglia.

Lasciando che Eva si riposasse,


chiusi la porta della camera e andai
in cucina a prepararmi un drink,
qualcosa di forte capace di allentare
il nodo freddo che mi serrava lo
stomaco.
Trovai Cary in salotto, seduto sul
divano con la testa fra le mani.
Angus era su una sedia all’estremità
più lontana del tavolo da pranzo e
parlava al telefono a voce bassa.
«Ti andrebbe qualcosa da bere?»
chiesi a Cary mentre gli passavo
davanti.
Alzò la testa e vidi le lacrime. La
devastazione. «Dov’è Eva?»
«Sta cercando di dormire. È la
cosa migliore che possa fare.» In
cucina presi due bicchieri e una
bottiglia di scotch, e versai due dosi
generose. Feci scivolare uno dei
bicchieri verso di lui quando mi
raggiunse al bancone.
Buttai giù il mio whisky d’un
fiato, chiudendo gli occhi quando lo
sentii bruciare in gola. «Starai nella
camera degli ospiti.» Avevo la voce
roca per l’effetto dell’alcol. «Eva
avrà bisogno di te domattina.»
«Avremo bisogno l’uno
dell’altra.»
Mi versai un altro bicchiere di
liquore. «Victor sta arrivando.»
«Cazzo.» Cary si asciugò gli occhi
umidi. «Stanton, amico... È
invecchiato davanti ai miei occhi,
come se gli fossero piombati
addosso trent’anni.» Portò il
bicchiere alle labbra con la mano
che gli tremava violentemente.
Sentii vibrare il telefono in tasca
e lo tirai fuori, rispondendo anche
se non riconobbi il numero.
«Cross.»
«Gideon. Sono il dottor Petersen,
ho ricevuto il messaggio.»
«Solo un attimo.» Mi appoggiai il
telefono al petto e guardai Cary.
«Devo rispondere.»
Fece un gesto noncurante, gli
occhi fissi sul liquido ambrato nel
suo bicchiere.
Andai verso la camera da letto e
socchiusi la porta, sollevato nel
vedere Eva addormentata con il
cane acciambellato accanto a lei. Mi
ritirai e mi chiusi nello studio. «Mi
scusi. Dovevo spostarmi per parlare
in privato.»
«Si figuri. Che cos’è successo,
Gideon?»
Mi lasciai cadere sulla poltroncina
dietro la scrivania e mi presi la
testa fra le mani. «Si tratta della
madre di Eva. Stasera c’è stato un
incidente. È rimasta uccisa.»
«Monica...» Fece un respiro
profondo. «Mi racconti cos’è
successo.»
In quel momento ricordai che
anche Monica era – era stata – una
paziente del dottor Petersen. Gli
diedi le stesse informazioni che
avevo dato a Victor. «Ho bisogno
che lei venga qui. Mi serve il suo
aiuto. Non so come dirlo a Eva.»
«Come...? Scusi, Gideon, è tardi
e sono confuso. Pensavo che foste
insieme quando è successo.»
«Era proprio accanto a me, ma
l’ho buttata a terra per proteggerla.
L’ho schiacciata involontariamente
con il mio peso e lei è svenuta.
Quando ha ripreso i sensi, le ho
detto che si era trattato di un falso
allarme.»
«Oh, Gideon.» Sospirò
pesantemente. «Non è stata una
buona idea.»
«È stata la decisione giusta. Non
c’è nulla che lei possa fare riguardo
a quanto è accaduto.»
«Non può proteggerla da tutto, e
mentire non è mai una soluzione.»
«Posso evitare che lei sia un
bersaglio!» Mi alzai in piedi di
scatto, furioso per il fatto che la sua
reazione e quella di Angus
riflettessero le mie paure sul modo
in cui Eva avrebbe preso la
menzogna che le avevo raccontato.
«Finché non so quale sia la
minaccia, non voglio che mia
moglie se ne vada in giro, il che è
esattamente quello che lei
farebbe!»
«Spetta a Eva decidere.»
«Prenderebbe la decisione
sbagliata.»
«In ogni caso, è una decisione
che ha il diritto di prendere da
sola.»
Scossi la testa, anche se non
poteva vedermi. «La sua sicurezza
non è negoziabile. Si preoccupa per
tutti. È compito mio preoccuparmi
per lei.»
«Potrebbe esprimerle i suoi
timori» disse il dottor Petersen, la
voce bassa e rassicurante.
«Spiegarglieli.»
«Non penserebbe alla propria
incolumità. Vorrebbe essere al
fianco di Stanton.»
«Stare con altri che condividono
il suo dolore può...»
«Lui è vicino al cadavere di sua
madre su un marciapiede della
città!»
Le parole e l’immagine che
evocavano erano davvero
ripugnanti. Mi si rivoltò lo stomaco,
protestando contro il liquore che
avevo bevuto. Ma avevo bisogno
che qualcuno capisse fino in fondo
l’orrore e i motivi per cui avevo
preso quella decisione. Per avere
una qualche speranza che Eva
capisse.
«Non mi dica quello che sarebbe
meglio per lei» dissi freddamente.
«Non la lascerò andare là. Quella...
cosa la ossessionerebbe per tutta
vita.»
Rimase in silenzio, poi disse:
«Più aspetta, più sarà difficile per
tutti e due».
«Glielo dirò non appena si
sveglia. E lei deve venire qui e
aiutarmi a farlo.»
«Gideon...»
«Ho parlato con suo padre in
California. Arriverà presto. E c’è
anche Cary.» Camminavo avanti e
indietro per la stanza. «Hanno un
po’ di tempo per metabolizzare la
cosa, così quando Eva li vedrà,
saranno in grado di offrirle il
sostegno di cui ha bisogno. Anche
lei potrà aiutarla.»
«Non capisce che per Eva la
fonte più importante di forza e di
consolazione è lei, Gideon. Non
dicendole una cosa di questa
portata e mentendole all’inizio, ha
messo a repentaglio uno dei pilastri
su cui Eva fa affidamento.»
«Crede che non lo sappia?!» Mi
bloccai davanti al collage di foto di
mia moglie. «Io... Accidenti. Ho il
terrore che non mi perdonerà mai.»
Il silenzio del dottor Petersen
fece sì che queste parole
rimanessero sospese nell’aria,
beffandosi della mia impotenza.
Distolsi lo sguardo dalle
immagini di mia moglie. «Ma lo
rifarei. Questa situazione, quello
che c’è in gioco...»
«Va bene. Deve parlarle di tutto
questo non appena si sveglia. Sia
sincero su ciò che prova e si
concentri su questo piuttosto che
sulla logica o sulle sue motivazioni.
Eva potrebbe non essere d’accordo
con lei o non capire le sue ragioni,
ma comprendere l’impulso emotivo
che ci sta dietro aiuterà.»
«Lei capisce?» lo sfidai.
«Io capisco, sì. Il che non
significa che non le avrei consigliato
di comportarsi in modo diverso,
però capisco. Le do un altro numero
dove può raggiungermi
direttamente.»
Presi una penna e lo annotai.
«Parli con Eva. Poi, se vuole
ancora che venga lì, ci sarò. Non
posso promettere di farlo
immediatamente» proseguì «ma
verrò il prima possibile.»
«Grazie.» Terminai la chiamata e
mi sedetti di nuovo alla scrivania.
Non potevo fare altro che
aspettare. Aspettare che Eva si
svegliasse. Aspettare la polizia.
Aspettare i visitatori che sarebbero
venuti e avrebbero chiamato, amici
e familiari che sarebbero stati inutili
come lo ero io.
Riattivai il computer e mandai
un’e-mail a Scott, dicendogli di
annullare tutti gli appuntamenti
della settimana e di mettersi in
contatto con la wedding planner.
Informare lei e altri era molto
probabilmente ridondante, dato che
al momento della sparatoria il posto
pullulava di paparazzi. Non c’era
modo di avere anche un solo giorno
di lutto privato.
Il pensiero di quello che doveva
già essere stato postato online mi
riempiva di una rabbia impotente.
Foto raccapriccianti della scena del
crimine. Teorie del complotto e
ipotesi incontrollate. Il mondo ci
avrebbe spiati per mesi.
Scacciai quei pensieri.
Mi costrinsi a pensare alle cose
che avrebbero alleviato il dolore di
Eva. Avevo già in mente di parlare
con Victor e poi ne avremmo
discusso con la sua famiglia, che
doveva arrivare venerdì.
Avevo il telefono in mano prima
di rendermene conto. Controllai le
chiamate perse e feci scorrere i
messaggi. Non c’era niente da parte
di mia madre, anche se dovevo
pensare che Chris o Ireland a quel
punto le avessero detto qualcosa. Il
suo silenzio non mi stupì quanto
l’SMS ricevuto da Christopher.
“Ti prego, fai le mie condoglianze
a Eva.”
Fissai il messaggio per un pezzo,
toccando lo schermo per farlo
rimanere illuminato. Erano le parole
“ti prego” a colpirmi. Una cortesia
normalissima, ma Christopher non
la usava mai con me.
Pensai alle persone che avevo
chiamato per conto di Eva. Cary,
che era quasi un fratello per lei.
Victor, suo padre. Chi avrebbe
chiamato Eva se fosse stata al mio
posto? Chris? Di sicuro non mio
fratello.
“Perché?” Per tutti questi anni mi
ero arrovellato su quella domanda.
Christopher avrebbe potuto
significare molto di più per me, un
legame con la nuova famiglia che
mia madre si era creata.
Aprii il cassetto e fissai la
minuscola chiavetta USB che Angus
aveva recuperato a casa dei Lucas.
Conteneva la risposta?
In caso affermativo, avrebbe
fatto qualche differenza?
Il momento che temevo arrivò
troppo in fretta. Ero sdraiato a letto
con gli occhi chiusi, sentendo il
materasso muoversi mentre Eva si
girava e udendo i suoi lievi sospiri
mentre si sistemava in un’altra
posizione. Se glielo avessi lasciato
fare, si sarebbe riaddormentata, e
io avrei potuto concederle qualche
altra ora di pace.
Ma Victor era atterrato a New
York e la polizia poteva presentarsi
all’attico da un momento all’altro.
La realtà avrebbe fatto irruzione
indipendentemente dalla mia
volontà di tenerla a bada, il che
significava che il tempo a mia
disposizione per dare la notizia a
mia moglie si stava esaurendo.
Mi tirai su a sedere e mi passai
una mano sulla faccia, sentendo la
barba sfatta che rendeva ruvide le
guance. Poi toccai Eva su una
spalla, svegliandola nel modo più
dolce possibile.
«Ehi.» Si girò verso di me, gli
occhi pieni di sonno. «Sei ancora
vestito. Hai lavorato tutta la
notte?»
Mi alzai e accesi la luce sul
comodino, incapace di discutere la
situazione se non stando in piedi.
«Eva, dobbiamo parlare.»
Lei sbatté le palpebre e si sollevò
sui gomiti. «Cosa c’è che non va?»
«Lavati la faccia mentre ti
preparo un po’ di caffè, okay? E
aspettami qui finché non te lo
porto.»
Aggrottò le sopracciglia. «Sembri
serio.»
«Lo sono. E tu devi essere
sveglia.»
«Okay.» Gettò indietro il piumino
e si alzò dal letto.
Presi Lucky con me e mi chiusi la
porta alle spalle, lasciando il cane
nel bagno di servizio prima di
preparare il caffè per me e per Eva.
Nuovo giorno, stessa routine.
Qualche altro minuto a fingere che
non fosse cambiato niente
equivaleva a un genere diverso di
menzogna.
Quando tornai in camera, vidi
Eva che si infilava un paio di
pantaloni del pigiama. Si era
raccolta i capelli in una corta coda
di cavallo e sulla T-shirt aveva una
macchia di dentifricio. Normale. Per
il momento, era ancora la moglie
che amavo follemente.
Prese la tazza che le porgevo e
inalò l’aroma del caffè, chiudendo
gli occhi per il piacere. Era così
tipico di lei, così da Eva, che sentii
una fitta dolorosa al petto.
Appoggiai la mia tazza senza
toccare il caffè, lo stomaco
improvvisamente chiuso per
pensare di berne anche solo un
goccio. «Siediti lì, angelo.»
«Stai iniziando a spaventarmi.»
«Lo so, mi dispiace.» Le toccai
una guancia. «Non intendo farla
troppo lunga. Se ti siedi, ti spiego.»
Eva si accomodò sulla
poltroncina da lettura sotto le
finestre ad arco. Da nero, il cielo
stava schiarendo in un grigio
bluastro. Accesi la luce accanto a
lei, poi afferrai l’altra poltroncina e
la trascinai davanti alla sua. Mi
allungai per prenderle la mano e mi
sedetti, stringendole delicatamente
le dita.
Feci un respiro profondo. «Ti ho
mentito. Difenderò questa decisione
quando avrò finito, ma per ora...»
Socchiuse gli occhi. «Sputa il
rospo, asso.»
«Avevi ragione riguardo agli spari
che hai sentito. Ieri sera uno dei
fotografi ha aperto il fuoco contro di
noi. Tua madre è stata colpita.» Mi
interruppi, lottando per pronunciare
le parole: «Non ce l’ha fatta».
Eva mi fissò, gli occhi grandi e
cupi nel viso improvvisamente
pallido. La mano le tremava forte
quando appoggiò la tazza sul
tavolino. «Che cosa stai dicendo?»
«Le hanno sparato, Eva.»
Rafforzai la stretta sulle mani
gelide, percependo il suo panico. «È
stato fatale. Mi dispiace.»
Trattenne il fiato.
«In questo momento non ho
risposte da darti. La persona che ha
sparato è stata arrestata e Raúl mi
ha detto che i detective Graves e
Michna sono stati assegnati al
caso.»
«Sono poliziotti della omicidi»
disse lei in tono piatto.
«Sì.» Erano gli stessi che
avevano fatto le indagini sulla
morte di Nathan Barker. Li
conoscevo meglio di quanto
desiderassi.
«Perché qualcuno avrebbe voluto
uccidere mia madre?»
«Non lo so, Eva. Potrebbe essere
stato un caso. Potrebbe essersi
trattato di un errore di bersaglio.
Potremmo chiamare Graves o
Michna... Hai ancora il loro biglietto
da visita, vero? Magari non ci
dicono niente, ma sto aspettando
che vengano a prendere la nostra
deposizione.»
«Perché? Io non so niente.»
La paura contro cui avevo lottato
per tutta la notte mi invase. Mi ero
aspettato rabbia e lacrime. Una
violenta esplosione di emozioni. E
invece Eva sembrava disorientata,
quasi apatica.
«Angelo.» Le lasciai andare una
mano e le accarezzai una guancia.
«Cary è qui, nella stanza degli
ospiti. Tuo padre sta arrivando
dall’aeroporto. Sarà qui tra poco.»
«Papà.» Una lacrima solitaria le
scivolò su una guancia. «Lo sa?»
«Sì. Gliel’ho detto io. Anche Cary
lo sa. Era là.»
«Devo parlargli. Era come una
madre per Cary.»
«Eva.» Mi spostai sul bordo della
poltroncina e le misi le mani sulle
spalle. «Non devi preoccuparti per
nessun altro in questo momento.»
«Perché non me l’hai detto?» Mi
guardò senza capire. «Perché
mentirmi?»
Iniziai a spiegare, poi mi
interruppi. Alla fine dissi: «Per
proteggerti».
Eva distolse lo sguardo. «Penso
di avere saputo che era successo
qualcosa di brutto. Penso che sia
per questo che non sono stupita.
Ma quando ce ne siamo andati... lei
era...?»
«Se n’era già andata, Eva. Non ti
mentirò di nuovo... Non sapevo se
qualcuno fosse stato colpito quando
ti ho portata via da lì. La cosa più
urgente era metterti al sicuro.
Poi...»
«Non importa.»
Feci un respiro tremante. «Non
c’era niente che tu potessi fare.»
«E comunque adesso non ha
importanza.»
«Sei sotto shock, Eva.
Guardami.» Quando non lo fece, la
presi in braccio e me la misi in
grembo. Era fredda. La strinsi,
cercando di riscaldarla, e lei
rabbrividì.
Mi alzai, la portai verso il letto e
scostai il piumone, poi mi sedetti
sul bordo del materasso e coprii
entrambi. Cominciai a cullarla,
tenendole le labbra sulla fronte.
«Mi dispiace così tanto, angelo.
Non so cosa fare. Dimmi cosa devo
fare.»
Lei non mi rispose e non pianse.
«Hai dormito?» mi chiese Chris a
bassa voce. «Forse dovresti
riposarti un paio d’ore.»
Alzai lo sguardo, sorpreso di
trovare il mio patrigno davanti alla
mia scrivania. Non l’avevo sentito
entrare, la mente altrove mentre
guardavo fuori dalla finestra senza
vedere niente.
Victor e Cary erano in salotto con
Eva, a malapena capaci di parlare,
impietriti dal dolore. Angus era da
qualche parte nel palazzo, insieme
allo staff dell’atrio, per tentare di
arginare le orde di fotografi e
giornalisti accampati fuori
dall’ingresso.
«Hai parlato con Eva?» Mi sfregai
gli occhi che bruciavano. «Suo
padre e Cary sono distrutti, e lei...»
Cristo. Lei cosa? Non ci capivo
niente. Sembrava... distaccata.
Come se non fosse toccata
dall’angoscia e dalla rabbia
impotente di due persone che
amava profondamente.
«È stordita.» Si sedette. «Alla
fine accuserà il colpo, ma per il
momento lo sta affrontando
nell’unico modo che conosce.»
«“Alla fine” non è quantificabile!
Voglio sapere quando... come...
cosa fare.»
«Ecco perché devi prenderti cura
di te stesso, Gideon.» Mi scrutò in
faccia. «Per poter essere forte
quando ne avrà bisogno.»
«Non mi permetterà di
consolarla. È troppo impegnata a
preoccuparsi per tutti gli altri.»
«È un modo per distrarsi, ne
sono sicuro» disse piano. «Qualcosa
su cui focalizzarsi oltre alla propria
perdita. E se vuoi un consiglio, in
questo momento tu devi
concentrarti su te stesso. È ovvio
che sei stato in piedi tutta la
notte.»
Feci una risata senza allegria.
«Cosa mi ha tradito? Lo smoking?»
«Gli occhi iniettati di sangue, la
barba lunga. Non hai l’aspetto del
marito su cui Eva fa affidamento
perché mantenga i nervi saldi e
faccia qualunque cosa in suo
potere.»
«Dannazione.» Mi alzai. «È solo
che sembra... sbagliato comportarsi
come se non fosse successo
niente.»
«Non è questo che intendevo. Ma
la vita deve andare avanti. E per
Eva... significherà con te. Perciò sii
te stesso. In questo momento
sembri un relitto esattamente come
tutti gli altri di là.»
Lo ero. Il fatto che Eva non si
rivolgesse a me per essere
consolata... era tutto quello che
avevo temuto.
Ma sapevo che Chris aveva
ragione. Se non avevo l’aspetto
della persona in grado di
sostenerla, come avrei potuto
aspettarmi che si affidasse a me?
Lui si alzò. «Faccio una tazza di
caffè mentre ti fai una doccia. Ho
portato qualcosa da mangiare, a
proposito. Un po’ di paste e panini
presi in una panetteria consigliata
da tuo fratello. Tra poco è ora di
pranzo.»
Non riuscivo a immaginare di
poter mandar giù niente, ma era
gentile da parte sua. «Grazie.»
Ci avviammo insieme alla porta.
«Sto in città adesso, lo sai.
Christopher si occuperà dell’ufficio
nei prossimi giorni così posso dare
una mano qui. Se hai bisogno di
qualcosa – qualunque cosa –
chiamami.»
Mi fermai. Avvertivo un senso di
oppressione al petto e faticavo a
respirare.
«Gideon.» Mi mise una mano
sulla spalla. «Supererete tutto
questo. Avete una famiglia e degli
amici che...»
«Quale famiglia?»
Il braccio gli ricadde lungo il
fianco.
«No» dissi, detestando che si
fosse allontanato. Odiando
l’espressione ferita che gli si era
dipinta in faccia per colpa mia.
«Senti, sono contento che tu sia
qui. Non me l’aspettavo, ma sono
contento...»
Mi strinse in un abbraccio saldo.
«Allora impara ad aspettartelo»
disse burbero. «Perché questa volta
non mi tirerò indietro, Gideon. Noi
siamo una famiglia. Forse possiamo
cominciare a pensare a cosa
significa per tutti noi. Per te e per
me. Per tua madre, Christopher e
Ireland.»
Con la testa reclinata sulla sua
spalla, lottai per riguadagnare un
minimo di compostezza. Ero stanco.
Sfinito. Il mio cervello non
funzionava a dovere. Doveva essere
perché sentivo... Cazzo. Non lo
sapevo, cosa sentivo.
Il padre di Eva e Cary erano
distrutti. Stanton... non potevo
neanche immaginare come dovesse
sentirsi. Qualunque cosa provassi io
contava poco, in confronto.
Stressato, con la mente
annebbiata, dissi senza riflettere:
«A Christopher servirebbe un
trapianto di personalità per poter
essere una famiglia per me».
Chris si irrigidì e si scostò. «So
che tu e Christopher non andate
d’accordo, ma...»
«Non ho nessuna colpa. Questo
dev’essere chiaro.» Cercai di non
fare quella domanda, mi sforzai di
ricacciare indietro le parole. «Ti ha
mai detto perché mi odia?»
Per l’amor di Dio. “Perché?”
Perché avevo dovuto chiederlo? Non
avrebbe dovuto importarmi, non
dopo tutti quei dannati anni.
Chris scosse la testa. «Non ti
odia, Gideon.»
Mi raddrizzai, desiderando non
tremare... per la stanchezza o
l’emozione, non avrei saputo dirlo.
Il passato era alle mie spalle.
L’avrei lasciato lì, sepolto nel
dimenticatoio a cui apparteneva.
Adesso avevo Eva...
Maledizione. Speravo di averla
ancora.
Eva non mi aveva mai spinto ad
affrontare Christopher come aveva
fatto con il resto della mia famiglia.
Ai suoi occhi mio fratello era andato
troppo oltre, aveva usato
Magdalene in modo troppo spietato,
cosa che Cary aveva catturato in un
video. Forse a Eva non sarebbe
importato che io risolvessi il mio
rapporto con Christopher...
Ma forse sarebbe stata
orgogliosa se ci avessi provato.
E se lo fosse stata, se questo le
avesse dimostrato che ero diverso,
che ero cambiato nel modo in cui lei
aveva bisogno che io cambiassi...
“Figlio di puttana.” Non dicendole
della morte di Monica nel momento
in cui l’avevo saputo avevo
cancellato tutti i progressi che
avevamo fatto. Se sistemare le
cose con la mia famiglia l’avesse
aiutata a perdonarmi la menzogna
che le avevo raccontato, allora
valeva la pena fare lo sforzo, per
quanto mi costasse.
Mi costrinsi a rilassare le mani.
Quando parlai, lo feci a voce bassa
e piatta. «Devo farti vedere una
cosa.»
Con un cenno invitai Chris a
sedersi. Quando lui avvicinò la
sedia alla scrivania, mossi il mouse
per riattivare il computer. Sullo
schermo comparvero gli appunti
manoscritti di Hugh.
Chris spostava gli occhi da
sinistra a destra, leggendo in fretta.
Mi accorsi quando capì cosa stava
guardando. Si irrigidì.
«Non so quanto di tutto questo
sia vero» lo avvertii. «Gli appunti
delle sedute con me sono tutte
bugie. Sembra che volesse costruire
un profilo di me da usare in sua
difesa, nel caso in cui avessimo
sporto denuncia contro di lui.»
«Avremmo dovuto farlo» disse a
denti stretti. «Come ti sei procurato
questa roba?»
«Non ha importanza. Quello che
importa è che ci sono appunti di
quattro sedute con Christopher.
Pare che una fosse una terapia di
gruppo con me. O è una montatura,
oppure l’ho dimenticato.»
«Tu cosa pensi?»
«Non sono in grado di dirlo. Ci
sono... interi pezzi della mia
infanzia che non riesco a richiamare
alla memoria.» Ricordavo più nei
sogni di quando ero sveglio.
Chris si girò per guardarmi in
faccia. «Credi che abbia molestato
tuo fratello?»
Mi ci volle un attimo per
scacciare i ricordi e rispondere.
«Non lo so... Dovresti chiederlo a
Christopher... ma ne dubito.»
«Perché?»
«La data e l’ora degli appunti di
Hugh dicono che le sedute con
Christopher si sono tenute subito
dopo quelle con me. Se i timbri con
la data sono corretti – cosa saggia,
se stava cercando di coprire le
proprie tracce – allora non lo
avrebbe fatto con lui.» Incrociai le
braccia. Il tentativo di dare una
spiegazione mi riportò indietro tutta
l’amarezza, e il disgusto... nei
confronti sia di Hugh sia di me
stesso. «Era un pezzo di merda
malato, ma... senti, non c’è un
modo gentile per dirlo. Quando
aveva finito con me, non ce n’era
per nessun altro.»
«Mio Dio... Gideon.»
Distolsi lo sguardo dallo shock e
dalla furia che gli ribollivano negli
occhi. «Hugh ha detto a Christopher
che mi vedeva perché tu e la
mamma avevate paura che lo
uccidessi.»
Pensare alle altre persone
presenti nell’attico fu l’unica cosa
che mi trattenne dal tirare pugni
contro il muro. Dio sapeva se non
avevo dato sfogo alla mia rabbia in
quel modo più di una volta da
ragazzino.
Anche se ricordavo poco di quel
periodo, riuscivo a capire come il
lavaggio del cervello di Hugh
potesse aver messo radici nella
mente di un bambino il cui fratello
maggiore aveva spesso attacchi di
rabbia distruttiva.
«Christopher non ci avrebbe
creduto» affermò.
Mi strinsi nelle spalle in un gesto
di stanchezza. «Recentemente
Christopher mi ha detto che lo
volevo morto fin dal giorno in cui è
nato. Non avevo idea di cosa stesse
parlando, ma adesso...»
«Fammi leggere» disse Chris
cupo, tornando a guardare il
monitor. «Va’ a farti quella doccia.
Berremo un caffè quando avrai
finito. O qualcosa di più forte.»
Feci per lasciare lo studio, ma mi
fermai prima di aprire la porta.
Guardai Chris e lo vidi concentrato
sulle parole che aveva davanti. «Tu
non conoscevi Hugh come lo
conoscevo io» gli dissi. «Come
riusciva a distorcere i fatti... a farti
credere delle cose...»
Chris alzò gli occhi e mi guardò.
«Non devi convincermi, Gideon. Mi
basta la tua parola.»
Distolsi in fretta lo sguardo.
Aveva una vaga idea di cosa
significasse per me quello che
aveva appena detto? Il nodo che mi
chiudeva la gola mi impedì di
rivelarglielo.
Gli feci un cenno del capo e me
ne andai.

Mi ci volle più del solito a


vestirmi. Scelsi i capi pensando a
Eva: i pantaloni grigi che le
piacevano tanto, una T-shirt nera
con lo scollo a V... Ecco fatto.
Qualcuno bussò alla porta.
«Avanti.»
Nel vano comparve Angus. «I
detective stanno salendo.»
«Va bene.» Percorsi insieme a lui
il corridoio che portava in salotto.
Mia moglie era sul divano, con
indosso un paio di pantaloni della
tuta e una felpa sformata, ai piedi
solo dei calzini. Aveva la testa
appoggiata alla spalla di Victor, che
le posava la guancia sul capo, e con
le dita accarezzava i capelli di Cary,
seduto su un cuscino ai suoi piedi.
Non avrebbero potuto essere più
legati. Il televisore era acceso e
trasmetteva un film che nessuno
guardava.
«Eva.»
Mi percorse lentamente con lo
sguardo.
Le tesi la mano. «È arrivata la
polizia.»
Victor si raddrizzò, costringendo
mia moglie a tirarsi su. Un colpetto
secco alla porta dell’atrio fece
girare tutti.
Mi avvicinai al divano, con il
braccio teso. Eva si raddrizzò
lentamente e si mise in piedi, il viso
ancora troppo pallido. Mi prese la
mano e io esalai un sospiro di
sollievo. L’attirai a me, mettendole
un braccio intorno alle spalle e
baciandole la fronte.
«Ti amo» le dissi dolcemente,
guidandola verso la porta.
Mi circondò la vita con le braccia
e si appoggiò a me. «Lo so.»
Abbassai la maniglia. «Detective.
Avanti, prego.»
La detective Graves entrò per
prima e i penetranti occhi blu si
volsero subito in direzione di Eva.
Michna la seguì e la sua statura,
che sovrastava quella della collega,
gli permise di guardarmi negli occhi.
Mi indirizzò un brusco cenno della
testa. «Mr Cross.»
Eva si scostò da me mentre io
chiudevo la porta.
«Ci dispiace molto per la sua
perdita, Mrs Cross» disse Graves, in
quel modo da poliziotti da cui si
intuisce che hanno detto quelle
parole troppo spesso.
«Forse ricordate il padre di Eva,
Victor Reyes» dissi. «E lo scozzese
alto laggiù è Angus McLeod.»
I detective annuirono, ma Graves
prese il comando, come al solito.
«Sono la detective Shelley Graves e
questo è il mio partner, il detective
Richard Michna.» Guardò Cary, con
cui aveva parlato solo poche ore
prima. «Mr Taylor.»
Feci un gesto in direzione del
tavolo da pranzo. «Accomodatevi.»
Mia moglie si tirò indietro i
capelli con le mani tremanti. «Posso
offrirvi un caffè? Oppure
dell’acqua?»
«Un caffè sarebbe perfetto»
rispose Michna, scostando una
sedia.
«Lo preparo io» intervenne Chris,
arrivando dal corridoio. «Salve,
sono il patrigno di Gideon, Chris
Vidal.»
I detective lo salutarono e lui
andò in cucina.
Shelley Graves prese posto
accanto al collega, appoggiando
accanto a sé sul tavolo una cartella
di pelle logora. Sebbene fosse
sottile come un giunco, era forte.
Aveva capelli castani e ricci, raccolti
in una coda di cavallo severa come
il viso volpino. I capelli di Michna
erano grigi e si stavano diradando,
il che metteva in risalto gli occhi
scuri e i lineamenti marcati.
La detective mi lanciò
un’occhiata mentre scostavo una
sedia per mia moglie. Incontrai il
suo sguardo e lo sostenni, vedendo
che sapeva del mio crimine. In
cambio, le mostrai la mia
determinazione. Sì, avevo compiuto
azioni immorali allo scopo di
proteggere mia moglie. Ero padrone
di quelle decisioni, anche di quelle
che mi sarei portato nella tomba.
Sedetti accanto a Eva,
avvicinando la sedia alla sua e
prendendole la mano. Victor si mise
dall’altra parte, con Cary vicino.
Angus rimase in piedi alle mie
spalle.
«Potete ripercorrere la serata, a
partire da quando siete arrivati
all’evento?» chiese Michna.
Iniziai io, dolorosamente
consapevole dell’attenzione che Eva
prestava a ogni mia parola. Si era
persa solo gli ultimi momenti, ma
sapevo che per lei quei minuti
erano vitali.
«Non ha visto chi ha sparato?»
mi incalzò Michna.
«No. Ho sentito Raúl urlare e ho
gettato Eva a terra. Fa parte del
protocollo della squadra di sicurezza
evacuare al primo segnale di
pericolo. Ci hanno scortati nella
direzione opposta e io non mi sono
guardato indietro. Ero concentrato
su mia moglie, che in quel
momento era priva di conoscenza.»
«Ha visto cadere Monica
Stanton?»
Eva mi strinse la mano. Scossi la
testa. «No. Ho saputo che qualcuno
era rimasto ferito solo parecchi
minuti dopo che ce n’eravamo
andati.»
Michna guardò Eva. «A che punto
ha perso conoscenza, Mrs Cross?»
Lei si passò la lingua sulle labbra
screpolate. «Sono caduta a terra
con violenza. Gideon mi si è messo
sopra, tenendomi giù. Non riuscivo
a respirare, e poi qualcuno ha
coperto Gideon. Erano così
pesanti... Penso di aver sentito due,
forse tre spari. Quando sono
rinvenuta, eravamo nella
limousine.»
«Okay.» Michna annuì. «Grazie.»
La detective Graves aprì la
cerniera della cartella e tirò fuori un
fascicolo. Lo aprì, spostò la tazza e
lo mise sul tavolo girato verso di
noi. «Riconoscete quest’uomo?»
Mi chinai. Biondo, occhi verdi,
barba corta. Aspetto nella media.
«Sì» disse Angus, e io girai la
testa per guardarlo. «È il tizio che
abbiamo visto a Westport, quello
che faceva fotografie.»
«Avremo bisogno di una sua
deposizione, Mr McLeod» lo informò
Michna.
«Naturalmente.» Si raddrizzò,
incrociando le braccia. «È quello che
ha sparato a Mrs Stanton?»
«Sì. Si chiama Roland Tyler Hall.
Ha mai avuto contatti con
quest’uomo, Mr Cross? Ricorda di
avergli mai parlato?»
«No» risposi, frugando
inutilmente nella memoria.
Eva si protese in avanti. «Era uno
stalker? Ossessionato da lei?»
Pose le domande a bassa voce,
la sofferenza muta resa affilata da
una rabbia gelida. Era la prima
scintilla che vedevo in lei da quando
le avevo dato la notizia. E in quello
stesso momento mi venne in mente
l’altra cosa che le stavo tenendo
nascosta: il torbido passato di sua
madre. Una storia intricata che
forse era il motivo della sua morte.
Shelley Graves tirò fuori altre
foto, iniziando da quelle di
Westport. «Non era da sua madre
che Hall era ossessionato.»
“Cosa?” Il terrore che provai si
confuse con la paura che mi aveva
attanagliato tutta la notte.
C’erano una marea di immagini,
era difficile concentrarsi su una
sola. Diverse foto di noi due
scattate fuori dal Crossfire. Alcune
prese a degli eventi, che
assomigliavano a quelle standard
dei paparazzi. Altre ancora di
quando eravamo fuori città.
Eva allungò la mano e ne sfilò
una prendendola per un angolo,
sussultando alla vista dello scatto di
me che le davo un bacio
appassionato su un marciapiede
pieno di gente fuori da una palestra
CrossTrainer.
Era la prima foto di noi due
diventata virale. Io avevo risposto
alle domande della stampa
confermando che lei era “la donna
importante” nella mia vita e lei si
era aperta con me parlandomi di
Nathan e del suo passato.
C’era un’altra immagine di noi
due che era circolata ampiamente,
quella che ci ritraeva mentre
discutevamo al Bryant Park.
Un’altra foto nello stesso parco
scattata in un giorno diverso ci
mostrava abbracciati. Non l’avevo
mai vista prima.
«Non le ha vendute tutte,
queste» dissi.
Graves scosse la stessa. «La
maggior parte delle foto Hall le ha
scattate per sé. Quando aveva
bisogno di soldi, ne vendeva
qualcuna. Non lavorava da mesi e
viveva in macchina.»
Sparpagliai le foto per guardarle
meglio e mi resi conto che molte
delle volte in cui Eva e io avevamo
visto un fotografo si trattava di Hall.
Mi appoggiai allo schienale della
sedia, lasciando andare la mano di
mia moglie per metterle un braccio
intorno alle spalle e tirarmela più
vicina.
«Fatemele vedere» disse Victor.
Le spinsi lungo il tavolo, facendo
scivolare verso di lui quelle che
stavano in cima al mucchio. Ciò che
vidi sotto mi fece raddrizzare sulla
sedia. Presi la fotografia
ampiamente pubblicizzata di
Magdalena e me che aveva
scatenato la famosa lite al Bryant
Park. E un’altra di me e Corinne al
party della vodka Kingsman.
Mi si accelerò il respiro. Lasciai
andare Eva e mi portai sul bordo
della sedia per sfogliare le immagini
con entrambe le mani.
Cary si chinò per guardare da
sopra la spalla di Victor. «Questo
tizio è solo un pessimo tiratore,
oppure ha confuso Monica con
Eva?»
«Lo stalking non era diretto a
Eva» dissi seccamente, mentre
l’orribile consapevolezza si faceva
strada in me. Presi la foto che mi
ritraeva insieme a due donne
scattata al nightclub. Risaliva a
maggio, prima che Eva arrivasse a
New York.
La detective Graves incontrò il
mio sguardo interrogativo e annuì:
«Hall è ossessionato da lei, Mr
Cross».
Il che significava che non solo
avevo tenuto nascosto quello che
sapevo della vita di Monica, ma ero
anche indirettamente responsabile
della sua morte.
15

Avvicinandomi di più al tavolo,


posai la mano sulla schiena di
Gideon e avvertii tutta la sua
tensione. La sua pelle era calda
sotto il cotone leggero della T-shirt,
e i muscoli erano tesi.
Chris arrivò dalla cucina con un
vassoio con quattro tazze di caffè
fumante, un piccolo contenitore di
latte e la zuccheriera. Si sedette di
fianco a Michna, perché il resto del
tavolo da pranzo era ricoperto di
fotografie.
I detective lo ringraziarono e
presero una tazza ciascuno: Graves
lo preferì senza latte, mentre
Michna ne aggiunse un po’, insieme
a una spruzzata di zucchero.
In precedenza avevo visto
Michna solo durante l’indagine sulla
morte di Nathan. Conoscevo meglio
la detective Graves, perché era
stata la mia compagna durante i
corsi di krav maga di Parker.
Credevo di piacerle, o di starle
almeno simpatica, ed ero certa che
era stato l’amore di Gideon nei miei
confronti che l’aveva indotta a
chiudere il caso di Nathan anche se
c’erano ancora domande a cui non
era riuscita a dare risposta.
Sapere che erano loro a
occuparsi del nostro caso mi
tranquillizzava.
«Voglio essere sicura di aver
capito» dissi, esternando la
tristezza che mi aveva offuscato la
mente per tutto il giorno.
«Quest’uomo era uno stalker di
Gideon?»
Mio padre tolse le fotografie dal
tavolo. «Hall aveva preso di mira
mia figlia o Cross?»
«Hall ritiene che Cross l’abbia
tradito sposandosi con Eva» rispose
la detective Graves.
La fissai. Non indossava alcun
gioiello e non era truccata, ma
aveva un certo fascino grintoso.
Faceva ogni giorno a pugni con la
dura realtà del suo lavoro, eppure
aveva mantenuto una passione per
la giustizia, anche quando a
garantirla non era la legge. «Se lui
non poteva avere Gideon, allora
Gideon non avrebbe dovuto essere
di nessun altro?»
«Più o meno.» Guardò mio
marito. «Hall crede che il proprio
destino sia “profondamente legato”
al suo per via di una specie di
congiuntura divina o astrale, e che
il suo matrimonio rompa questo
patto tra voi. Ucciderla, secondo lui,
è l’unico modo per impedire alla
propria vita di andare in una
direzione che lui non vuole.»
«Ma che senso ha tutto questo?»
domandò Cary, appoggiando i
gomiti al tavolo e prendendosi la
testa tra le mani.
«L’ossessione di Hall non è di
natura sessuale» spiegò il detective
Michna. Era scarmigliato e stanco
perché aveva lavorato tutta la
notte, eppure era incredibilmente
attento e perspicace. La sua collega
puntava il bersaglio, lui le guardava
le spalle. «E nemmeno di natura
sentimentale. Hall dichiara di
essere eterosessuale.»
Graves tirò fuori un’altra foto
dalla cartella e la mise in cima alle
altre. «Conoscete entrambi questa
donna, esatto?»
“Anne.” Improvvisamente
iniziarono a sudarmi le mani, e vidi
che Gideon era teso come una
corda di violino.
«Che mi venga un colpo»
mormorò Cary, sbattendo i pugni
sul tavolo con un rumore talmente
forte che mi fece sussultare.
«L’ho vista ieri sera» disse Chris,
sedendosi vicino a Gideon. «Era alla
cena, impossibile non notarla con
quei capelli rosso fuoco.»
«Chi è?» domandò mio padre,
con voce calma e inespressiva.
«La dottoressa Anne Leslie
Lucas» rispose Shelley Graves. «È la
psichiatra che aveva in cura Hall,
anche se lo riceveva in uno studio
diverso dal suo principale e si
faceva chiamare Aris Matevosian.»
Gideon sbuffò a denti stretti.
«Questo nome l’ho già sentito.»
La detective Graves lo incalzò,
con lo sguardo fisso su di lui.
«Come e quando?»
«Un attimo solo e ve lo
mostrerò.» Si allontanò dal tavolo e
sparì nel corridoio.
Lo guardai uscire, e vidi che
Lucky zampettava dietro di lui: mi
era rimasto attaccato per gran
parte della mattinata, come se
pensasse che io avessi più bisogno
di lui di quanto ne avesse Gideon,
ma ora qualcosa era cambiato e,
poiché il barometro emotivo di
Lucky adesso era più preciso del
mio, dovevo tenerne conto.
«Qualcuno mi spiega chi è la
dottoressa Lucas» domandò mio
padre «e che cosa c’entra con Hall e
Monica?»
«Lasciamo che sia Cross a
spiegarci tutto» disse Michna.
«Hanno avuto una storia, tempo
fa» intervenni, con l’intenzione di
alleviare Gideon dal peso di dover
raccontare quella storia. Si
vergognava di ciò che aveva fatto,
ne ero sicura.
Tirai su le gambe e mi strinsi le
ginocchia al petto per cercare di
scaldarmi. Sapevo che dovevo stare
attenta a come parlavo: dire tutta
la verità sarebbe stato difficile,
soprattutto perché mio padre ne
avrebbe ricavato un’immagine di
mio marito non proprio lusinghiera.
«Si è fatta coinvolgere troppo»
continuai «e voleva lasciare il
marito, allora Gideon l’ha mollata.
Lei non è stata in grado né di
affrontare né tanto meno di
superare la cosa. Una volta si è
presentata davanti a casa mia e un
paio di volte ha cercato di
avvicinare Cary, indossando una
parrucca e fingendo di essere
un’altra persona.»
La detective Graves mi rivolse
uno sguardo penetrante e scaltro.
«Abbiamo ricevuto la denuncia della
dottoressa Lucas. Lei e Cross
l’avete incontrata, separatamente,
in due diverse occasioni.»
«Eva!» Mio padre mi guardò
infuriato, con gli occhi rossi e
iniettati di sangue. «Quando
metterai un po’ di giudizio?»
«Giudizio?» ribattei. «Continuo a
non capire il senso di tutta questa
faccenda. Lei perseguitava il mio
migliore amico e mio marito, e le
ho detto di stare alla larga.»
Gideon ritornò e mostrò il suo
smartphone, sul cui schermo c’era
una foto.
Michna la esaminò. «Una ricetta
per Corinne Giroux scritta dalla
dottoressa Aris Matevosian. Perché
l’ha fotografata?»
«C’è stato un periodo, qualche
mese fa» rispose Gideon con tono
inespressivo, tornando a sedersi
vicino a me «in cui Corinne ha
iniziato a comportarsi in modo
strano. Ho scoperto che era andata
da un terapeuta che le aveva
prescritto degli antidepressivi, che
le causavano sbalzi d’umore. Ho
fatto una foto dell’intestazione della
ricetta, così avrei saputo chi
contattare se lei avesse continuato
ad avere problemi.»
Gideon mi circondò con un
braccio, inducendomi ad
appoggiarmi a lui. Quando fui a
contatto con il suo corpo, sentii che
si rilassava, come se tenermi
stretta a sé gli desse un
grandissimo sollievo. Gli misi un
braccio intorno alla vita e le sue
labbra mi baciarono sulla fronte.
Mentre parlava, la voce
rimbombava nel petto su cui tenevo
posato l’orecchio. «Quindi Anne
aveva in cura Hall» disse, con la
voce roca e affaticata. «Perché il
nome falso?»
«Pensava di essere intelligente»
disse la detective Graves senza
troppi giri di parole. «Ma noi siamo
più intelligenti di lei e abbiamo Hall,
che ha sì una mente disturbata ma
è molto collaborativo. Ha
confessato nel momento stesso in
cui ci siamo seduti per interrogarlo.
È stato anche tanto accorto – o
paranoico – da registrare di
nascosto tutte le sedute con la
dottoressa Lucas: abbiamo
recuperato le registrazioni quando
gli abbiamo perquisito la
macchina.»
«È stata lei a montarlo?»
domandai, per essere sicura di aver
capito bene.
«Non credo che Hall avesse tutte
le rotelle a posto» disse Michna
«ma aveva un lavoro, una casa e
nessun interesse particolare per
Cross. Anne Lucas l’ha raggirato
come si deve.»
Graves iniziò a raccogliere le foto
con l’aiuto del collega. «Lui ha
raccontato alla dottoressa che
aveva dovuto abbandonare la
scuola quando la truffa di Geoffrey
Cross aveva mandato in rovina i
suoi nonni. Non era una cosa per
cui serbava troppo rancore, ma lei
gli ha messo in testa che la sua vita
e quella di Cross erano in qualche
modo collegate.»
«E per questo può essere
mandata in carcere?» chiesi,
stringendomi più forte a Gideon.
«Quel che ha fatto è uno dei motivi
per cui mia madre è... morta. Non
può farla franca, vero?»
«L’abbiamo fermata e portata in
centrale più o meno un’ora fa.» La
detective Graves mi fissò e io vidi
quant’era determinata. «Quando
arriverà il suo avvocato, la
metteremo sotto torchio.»
«Sarà il procuratore distrettuale
a formulare con precisione i capi
d’accusa» spiegò Michna «ma le
registrazioni di Hall e i filmati delle
telecamere di sorveglianza della
Lucas e di Hall che entrano ed
escono dal suo secondo studio sono
tutti indizi contro di lei.»
«Ci terrete aggiornati, spero»
disse mio padre.
«Certo.» Shelley Graves rimise
tutto nella borsa e poi guardò
Gideon. «Ha visto la dottoressa
Lucas alla cena?»
«Sì» rispose lui, accarezzandomi
il braccio. «Me l’ha fatta notare
Eva.»
«Qualcuno di voi due ha parlato
con lei?» domandò Michna.
«No.» Gideon abbassò lo sguardo
su di me, con aria interrogativa.
«Io le ho mostrato il medio, ma
da lontano» confessai, sentendo il
ricordo farsi strada nella mia mente
offuscata. «Aveva un sorrisetto!
Forse era lì proprio per vedere che
cosa sarebbe successo.»
«Angelo.» Gideon mi circondò
con le braccia, avvolgendomi nel
calore e nel profumo della sua
pelle.
«Va bene. Abbiamo ottenuto
quello che ci serve, per ora» tagliò
corto la detective Graves.
«Raccoglieremo la deposizione di
Mr McLeod a proposito dei fatti di
Westport e ce ne andremo. Grazie
per la collaborazione.»
L’incontro era finito, e tutti ci
alzammo.
«Eva.» Shelley Graves aspettò
che i nostri sguardi si incontrassero.
Per un attimo smise di essere un
poliziotto. «Mi dispiace molto per
sua madre.»
«Grazie.» A disagio, distolsi lo
sguardo.
Si era chiesta il perché dei miei
occhi asciutti? Dio sapeva che io me
l’ero chiesto. Mia madre certe volte
mi faceva impazzire, ma le volevo
bene. O no? Che razza di figlia non
provava nulla quando sua madre
moriva?
Angus prese il posto lasciato da
Gideon e iniziò a riferire cos’era
successo a Westport.
Gideon mi prese per mano e mi
tirò in disparte. «Ho bisogno di
parlare con te.»
Aggrottai le sopracciglia e annuii.
«Sì, certo.»
Si avviò con me verso la nostra
camera da letto.
«Cross.»
Al suono della voce di mio padre,
ci voltammo entrambi. «Sì?»
Lui era in piedi nel salotto, con
l’espressione dura e lo sguardo
arrabbiato. «Dobbiamo parlare.»
«Va bene» disse Gideon. «Mi
lasci cinque minuti con mia
moglie.»
Proseguì verso la camera, senza
dare a mio padre la possibilità di
ribattere, e io lo seguii, mentre
Lucky ci precedeva di corsa.
Osservai Gideon mentre chiudeva la
porta, una volta che fummo entrati
tutti e tre. Poi si mise di fronte a
me, frugandomi con lo sguardo.
«Dovresti riposarti un po’» gli
dissi. «Mi sembri stanco.» E la cosa
mi preoccupava. Non riuscivo a
ricordare di averlo mai visto così
provato.
«Mi vedi?» chiese, con la voce
rauca. «Quando mi guardi, mi
vedi?»
Aggrottai di nuovo le
sopracciglia, squadrandolo dalla
testa ai piedi. “Oh, si è messo i
vestiti che mi piacciono, pensando a
me.” «Sì.»
Allungò una mano e mi toccò il
viso, guardandomi con aria
tormentata. «Ho la sensazione di
essere invisibile per te.»
«Io ti vedo.»
«Io...» Respirava
affannosamente, come se avesse
corso per chilometri. «Mi dispiace,
Eva. Mi dispiace per la storia di
Anne... e per ieri sera.»
«Lo so.» Ed era vero,
ovviamente.
Era così sconvolto, molto più di
me. Perché? Il mio autocontrollo
non era mai buono quanto il suo,
eccetto stavolta. Dal momento in
cui avevo saputo la verità, avevo
sentito una determinazione glaciale
formarsi da qualche parte, nel
profondo di me stessa. Non l’avevo
capita, ma l’avevo usata per
interagire con la polizia e anche con
mio padre e con Cary, che avevano
bisogno che io fossi forte per loro.
«Maledizione.» Venne vicino e mi
prese il viso tra le mani. «Urla,
colpiscimi, ma fai qualcosa per
l’amor del cielo...»
«Perché?»
«Perché?» Mi fissava come se
fossi pazza. «Perché è tutta colpa
mia! Anne era un mio problema e
non sono riuscito a gestirla. Non
ho...»
«Tu non sei responsabile delle
sue azioni, Gideon» dissi
bruscamente, dispiaciuta che la
pensasse in quel modo. «Come fai a
pensare una cosa del genere? Non
ha alcun senso.»
Mi mise le mani sulle spalle e mi
scosse leggermente. «Sei tu che
non hai senso! Perché non sei
furiosa per il fatto che non ti ho
detto di tua madre? Quando ho
assunto Mark senza dirtelo, sei
andata su tutte le furie. Mi hai
lasciato...» Gli si spezzò la voce.
«Non lasciarmi per questo, Eva. Ci
lavoreremo, troveremo il modo di
superarlo.»
«Non ti lascerò.» Gli accarezzai il
viso. «Hai bisogno di dormire,
Gideon.»
«Oddio.» Mi venne vicino e mi
prese la bocca, posando le labbra
sulle mie. Lo abbracciai,
massaggiandogli la schiena nel
tentativo di calmarlo.
«Dove sei?» mormorò. «Torna da
me.»
Con le dita tremanti, esercitò una
leggera pressione sulla mia
mascella e mi fece aprire la bocca,
vi infilò dentro la lingua e iniziò a
muoverla forsennatamente, mentre
mi stringeva forte a sé con un
gemito.
Mi sentii avvampare. Il calore
della sua pelle bollente passava
attraverso i vestiti e si diffondeva
dentro di me. In preda a un bisogno
disperato di qualcosa che mi
togliesse il gelo di dosso, risposi al
suo bacio, accarezzandogli la lingua
con la mia.
«Eva.» Gideon mi lasciò andare,
facendo scorrere le mani su di me e
accarezzandomi la schiena e le
braccia.
Mi alzai sulla punta dei piedi e
premetti con maggior forza la sua
bocca. Infilai le mani sotto la sua
camicia e lui emise un sibilo,
inarcandosi contro di me nel
tentativo di evitare il freddo intenso
delle mie dita. Continuai a toccarlo,
ad accarezzargli la pelle in cerca del
suo calore.
«Sì» ansimò contro la mia bocca.
«Oddio, Eva, ti amo.»
Gli leccai le labbra e gli succhiai
la lingua. Gideon emise un verso a
metà tra il dolore e il sollievo,
mentre mi posava le mani sulle
natiche e mi stringeva a sé. Aderii
al suo corpo, persa in lui. Era lui ciò
di cui avevo bisogno. Non riuscivo a
pensare a nient’altro, quando mi
teneva avvinta a sé.
«Dimmi che mi ami,» sospirò
«che mi perdonerai. Tra una
settimana, o tra un anno...»
«Ti amo.»
Staccò la bocca dalla mia,
abbracciandomi così forte da
togliermi il fiato. Ero sospesa da
terra, premuta contro di lui.
«Mi farò perdonare» promise.
«Troverò un modo.»
«Ssh...» Annidato da qualche
parte nella mia testa c’era lo
sconcerto. Il dolore. Ma non sapevo
se la causa fosse Gideon o mia
madre.
Chiusi gli occhi e mi concentrai
sull’adorato, familiare aroma che
emanava da lui. «Baciami.»
Gideon girò la testa, le sue
labbra trovarono le mie. Desideravo
ardentemente un bacio ancora più
forte e profondo, ma lui me lo negò.
Quanto era stato appassionato il
primo, tanto fu tenero e dolce
questo. Frignai in segno di protesta
e gli infilai le mani tra i capelli per
attirarlo più vicino a me.
«Angelo,» mi disse, strofinando il
naso su di me «tuo padre sta
aspettando.»
Oddio. Adoravo mio padre, ma il
suo tormento, la sua rabbia
impotente lo stavano consumando,
e facevano soffrire anche me. Non
sapevo come confortarlo o placarlo.
C’era un vuoto dentro di me, come
se non avessi più niente da dare a
nessuno. Ma tutti avevano bisogno
di me.
Gideon mi rimise giù e mi frugò
di nuovo con lo sguardo. «Lascia
che ti stia vicino. Non chiudermi
fuori.»
«Non sto cercando di farlo.» Mi
girai, guardando verso il bagno.
“C’è un asciugamano per terra.
Perché è lì?” «C’è qualcosa che non
va.»
«Sì, tutto» disse lui, a denti
stretti. «È tutto un casino e io non
so più cosa fare.»
«No, c’è qualcosa che non va
dentro di me.»
«Eva, come puoi dire una cosa
del genere? Non c’è nulla che non
va in te.» Mi prese il viso tra le
mani e lo voltò verso di sé.
«Ti sei tagliato.» Toccai la
piccola goccia di sangue secco sulla
sua guancia. «Non ti capita mai.»
«Non capisco cosa ti passa per la
testa.» Si strinse a me. «Non so
cosa fare» disse. «Non so davvero
cosa fare.»

Mentre tornavamo verso il


salotto, Gideon mi teneva per
mano.
Mio padre, che era seduto sul
divano, sollevò lo sguardo e poi si
alzò. Jeans logori. Una T-shirt stinta
dell’Università della California.
Un’ombra di barba sul mento
squadrato e volitivo.
Gideon si era rasato. Come
avevo fatto a non capirlo vedendo il
taglietto del rasoio? Come avevo
fatto a non accorgermi che si era
cambiato, che non indossava più lo
smoking?
Alcune cose le percepivo con
insolita chiarezza, altre erano perse
nella nebbia della mente.
I detective se n’erano andati.
Cary era rannicchiato contro un
bracciolo del divano e dormiva, con
la bocca semiaperta. Potevo sentire
il suo leggero russare.
«Possiamo andare nel mio
studio» disse Gideon lasciandomi la
mano e indicando il corridoio.
Mio padre annuì con un brusco
cenno del capo e girò intorno al
tavolino. «Dopo di te.»
Gideon si incamminò e io gli
andai dietro.
«Eva.» La voce di mio padre mi
fermò. Mi girai verso di lui.
«Devo parlare con Cross a tu per
tu.»
«Perché?»
«Devo dirgli cose che non hai
bisogno di sentire.»
Scossi lentamente la testa. «No.»
Emise un verso di frustrazione.
«Non intendo discuterne.»
«Papà, non sono una bambina.
Qualunque cosa tu debba dire a mio
marito mi riguarda in qualche
modo, e penso che dovrei essere
coinvolta anch’io.»
«Per me va bene» disse Gideon,
di nuovo al mio fianco.
Mio padre serrò la mascella,
passando lo sguardo da me a
Gideon e viceversa. «D’accordo.»
Entrammo nello studio di Gideon.
Chris era seduto alla scrivania e
stava parlando al telefono.
Vedendoci entrare, si alzò. «Quando
hai finito ci vediamo e ti spiego
tutto» disse al suo interlocutore.
«D’accordo, figlio mio, ne
parliamo.»
«Ho bisogno del mio studio per
un minuto» lo informò Gideon,
quando Chris ebbe riattaccato.
«Certo.» Ci guardò con aria
preoccupata. «Organizzo qualcosa
per il pranzo, abbiamo tutti bisogno
di mangiare.»
Chris uscì dalla stanza e gli occhi
mi caddero su mio padre, che stava
osservando attentamente il collage
di foto appeso alla parete. Al centro
ce n’era una di me che dormivo. Era
un’immagine intima, il tipo di foto
che un uomo scatta per ricordarsi di
ciò che ha fatto con la persona che
ama prima che lei si addormenti.
Guardai le altre foto e notai
quella di me e Gideon durante un
evento mondano: adesso sapevo
che era stata scattata da Hall.
Distolsi lo sguardo mentre un
brivido mi correva lungo la schiena.
Paura? Hall mi aveva portato via
mia madre, ma quello a cui mirava
davvero era Gideon. Adesso avrei
potuto piangere mio marito. Al solo
pensiero avvertii una stretta allo
stomaco che mi fece piegare in due.
«Angelo.» Mi raggiunse
all’istante e mi costrinse a sedermi
su una delle due sedie di fronte alla
scrivania.
«Che cosa succede?» Anche mio
padre mi venne vicino e si chinò su
di me, gli occhi sbarrati. Non
comprendevo più i miei sentimenti,
ma riconoscevo i suoi: era
spaventato per me, più in ansia del
dovuto.
«Sto bene» rassicurai entrambi,
ma afferrai la mano di Gideon e la
strinsi forte.
«Hai bisogno di mangiare
qualcosa» disse mio marito.
«Anche tu» ribattei. «Prima
sbrigate la faccenda tra voi, prima
possiamo andare a pranzo.»
Al solo pensiero del cibo mi
venne la nausea, ma non dissi
nulla. Erano entrambi già fin troppo
preoccupati per me.
Mio padre si raddrizzò. «Ho
parlato con i miei familiari» disse a
Gideon. «Vogliono comunque venire
ed essere presenti, per Eva e per
me.»
Gideon era appoggiato al bordo
della scrivania e si passava una
mano tra i capelli. «Ok. Li
porteremo qui con l’aereo. Dovremo
modificare il piano di volo.»
«Te ne sarei grato» disse mio
padre, a denti stretti.
«Nessun problema. Non si
preoccupi.»
«E allora perché tu continui a
essere pensieroso?» dissi a Gideon,
notando la sua espressione
accigliata.
«È solo che... in strada adesso
c’è un tale casino. Possiamo fare
entrare i tuoi familiari dal garage,
ma se si sparge la voce che sono in
città rischiano di trovarsi giornalisti
e fotografi alle calcagna ovunque
vadano.»
«Non vengono per fare i turisti»
fece notare seccamente mio padre.
«Non era quello che intendevo
dire, Victor.» Gideon sospirò
stancamente. «Stavo solo pensando
ad alta voce. Troverò una
soluzione. Lo consideri cosa fatta.»
Mi immaginai come doveva
essere dabbasso, fuori dall’atrio,
mia nonna e i miei cugini che
cercavano di farsi largo in mezzo a
quella folla. Scossi la testa ed ebbi
un’intuizione. «Se vogliono venire,
dovremmo andare negli Outer
Banks, come avevamo pianificato.
Lì hanno già le stanze prenotate, è
un posto tranquillo e riservato.»
All’improvviso mi venne voglia di
essere in spiaggia, di sentire il
vento tra i capelli e la risacca che
mi lambiva i piedi. Lì mi ero sentita
viva, e volevo sentirmi viva di
nuovo. «Abbiamo già organizzato il
catering, c’è da bere e da mangiare
per tutti.»
Gideon mi guardò. «Ho chiesto a
Scott di parlare con Kristine,
abbiamo già disdetto tutto.»
«Ma sono passate solo poche
ore. Probabilmente l’hotel non ha
ancora avuto il tempo di assegnare
le stanze ad altri. E il servizio di
catering probabilmente aveva già
tutto pronto, ormai.»
«Davvero vuoi andare alla casa
sulla spiaggia?» mi chiese piano.
Annuii. Lì non c’erano ricordi
legati a mia madre come in città. E
se mi fosse venuta voglia di uscire
per fare due passi, nessuno sarebbe
venuto a seccarmi.
«D’accordo, allora, ci penso io.»
Guardai mio padre, sperando che
andasse bene anche per lui.
Era in piedi accanto a me, con le
braccia conserte e lo sguardo rivolto
a terra.
«Quello che è successo cambia
ogni cosa, per tutti noi» disse alla
fine. «Voglio trasferirmi a New
York.»
Colta di sorpresa, lanciai
un’occhiata a Gideon e poi a mio
padre. «Davvero?»
«Mi ci vorrà un po’ per
organizzarmi con il lavoro e vendere
la casa, ma intendo mettermi subito
all’opera.» Mi guardò. «Ho bisogno
di stare più vicino a te, invece che
dall’altra parte di questo maledetto
Paese. Sei tutto quello che mi è
rimasto.»
«Oh, papà, tu ami il tuo lavoro.»
«Amo di più te.»
«Che cosa pensa di fare per il
lavoro?» gli chiese Gideon.
Qualcosa nel suo tono richiamò
la mia attenzione su di lui. Si era
girato quel tanto che bastava per
guardarci meglio in volto. Fissava
mio padre con intensità. Nella sua
espressione non c’era traccia della
sorpresa che provavo io.
«Era di questo che volevo
parlarti» disse mio padre, il bel viso
deformato da una smorfia.
«Eva ha bisogno di un
responsabile della sicurezza
dedicato a lei» lo anticipò Gideon.
«Angus e Raúl sono al limite delle
loro possibilità, e mia moglie
necessita di una squadra tutta per
lei.»
Quando mi resi conto di quello
che Gideon aveva detto, rimasi a
bocca aperta. «Che cosa? No!»
Mio marito aggrottò la fronte.
«Perché no? Sarebbe la soluzione
ideale. Nessuno mi dà la stessa
fiducia di tuo padre quando si tratta
di proteggerti.»
«Perché è... strano, okay? Mio
padre è un uomo indipendente.
Sarebbe imbarazzante se fosse a
libro paga di mio marito. Non è...
giusto, e basta.»
«Angus è come un padre per
me» ribatté Gideon. «E fa
esattamente quel lavoro.» Alzò lo
sguardo su mio padre. «Non per
questo ho meno stima di lui. Si
potrebbe dire che anche Chris, che
dirige un’azienda che io controllo,
lavora per me.»
«È una cosa diversa» ribattei
testardamente.
«Eva.» Mio padre mi appoggiò
una mano sulla spalla. «Se non mi
faccio problemi io, non dovresti
farteli neanche tu.»
Lo guardai sbalordita. «Dici sul
serio? Ci avevi già pensato prima
che lui te lo proponesse?»
Annuì, sempre cupo in volto. «Ci
penso da quando mi ha chiamato
per... tua madre. Cross ha ragione,
nemmeno io mi fido di qualcuno più
che di me stesso per tenerti al
sicuro.»
«Al sicuro da cosa? Quello che è
successo l’altra notte... non è
qualcosa che capita tutti i giorni.»
Non potevo pensarla diversamente.
Vivere con la paura che Gideon
potesse essere in pericolo in
qualunque momento mi avrebbe
fatta impazzire. Di certo non potevo
convivere con l’idea di mettere a
rischio la vita di mio padre.
«Eva, in quest’ultimo anno ti ho
vista più in televisione, su Internet
e sulle riviste che di persona, e per
la maggior parte del tempo hai
vissuto a San Diego.» La sua
espressione si indurì. «A Dio
piacendo, non sarai mai in pericolo,
ma è un rischio che non posso
correre. E poi Cross ha comunque
deciso di assumere qualcuno: tanto
vale che sia io.»
«Davvero?» domandai, rivolta
verso Gideon.
Lui annuì. «Sì, ci stavo pensando
sul serio.»
«Non mi va.»
«Mi dispiace, angelo.» Il tono con
cui lo disse mi fece capire che
dovevo farmelo piacere.
Mio padre incrociò le braccia.
«Non accetterò nessun extra né un
salario più alto di quello che
prendono gli altri uomini.»
Gideon si mosse e tirò fuori da
un cassetto della scrivania alcuni
fogli tenuti insieme da una
graffetta. «Angus e Raúl hanno
accettato di farle sapere quanto
guadagnano. Ho anche messo per
iscritto quello che potrebbe
prendere lei, all’inizio.»
«Non posso crederci» brontolai.
«Eri già a questo punto e non mi
hai detto nulla?»
«Ci ho lavorato stamattina
presto. Il discorso non era venuto
fuori prima d’ora e non ne avrei
fatto parola se tuo padre non
avesse manifestato l’intenzione di
trasferirsi qui.»
Questo era Gideon Cross: non
perdeva mai un colpo.
Mio padre prese i fogli, scorse il
primo e poi guardò Gideon,
incredulo. «Sul serio?»
«Consideri che ho trascorso più
anni della mia vita con Angus che
senza di lui. E poi ha un ottimo
addestramento militare e sotto
copertura. In breve, quei soldi se li
è guadagnati.» Gideon osservò mio
padre voltare la pagina. «Raúl è con
me da meno tempo, dunque non è
al livello di Angus, non ancora
almeno. Anche lui però ha avuto un
ottimo addestramento e ha molte
competenze.»
Mio padre fece un profondo
respiro quando arrivò alla pagina
successiva. «Ok, dunque questo
sarebbe...?»
«Più di quanto probabilmente si
aspettava, ma quel prospetto le dà
le informazioni che le servono per
confrontare il salario che le offro
con quello degli altri responsabili
della sicurezza che lavorano per
me. Come vede, è un compenso
equo. Ovviamente ci si aspetta che
lei accetti di sottoporsi a un
addestramento ulteriore e che
ottenga tutti i permessi, le licenze e
gli altri documenti necessari.»
Vidi le spalle di mio padre
rilassarsi e il suo viso distendersi.
Anche la linea dura della bocca si
era ammorbidita. Comunque
l’avesse presa, era chiaro che per
lui si trattava di una sfida.
«D’accordo.»
«Vedrà che è compresa anche
una quota per l’alloggio» continuò
Gideon, con il suo atteggiamento da
magnate di fama internazionale a
dispetto del tono distaccato. «Se
vuole, c’è un appartamento libero e
arredato proprio accanto a quello in
cui abitava Eva.»
Mi morsi il labbro inferiore,
sapendo che si riferiva
all’appartamento che usava lui
quando Nathan rappresentava una
minaccia. Era il posto in cui ci
eravamo incontrati di nascosto per
settimane, quando facevamo finta
di non stare più insieme.
«Ci penserò» disse mio padre.
«Un’altra cosa da tenere a
mente» proseguì Gideon «è che sua
figlia è mia moglie. Di certo
terremo nella dovuta
considerazione il suo ruolo nella
vita di Eva, e lo rispetteremo. Ma
rispettare il suo ruolo di padre
significa che non saremo mai
sfacciati, non che rinunceremo alla
nostra intimità.»
Oddio. Mi afflosciai per
l’imbarazzo. Lanciai un’occhiataccia
a Gideon, e altrettanto fece mio
padre.
Mio padre impiegò un
interminabile minuto per riprendersi
e rispondere: «Lo terrò presente
mentre rifletterò sul resto».
Gideon fece un cenno di assenso.
«Bene allora, c’è altro di cui
dobbiamo parlare?»
Mio padre scosse la testa. «Non
adesso, almeno.»
Incrociai le braccia, ben sapendo
che al momento giusto avrei avuto
molte altre cose da dire.
«Quando sei pronta per farmi a
pezzi, sai dove trovarmi, angelo»
disse mio marito offrendomi la
mano. «Nel frattempo, vediamo di
farti mangiare qualcosa.»

Il dottor Petersen arrivò verso le


tre, e sembrava un po’ nervoso.
Farsi strada tra la folla sul
marciapiede per entrare nel palazzo
non era stato facile,
evidentemente. Gideon lo presentò
a tutti e io osservai la scena,
cercando di valutare la sua reazione
nell’incontrare persone di cui aveva
saputo cose molto intime.
Mi disse poche parole, per farmi
le condoglianze. Mia madre gli era
simpatica e spesso, con mia grande
frustrazione, si era dimostrato
comprensivo verso il suo
comportamento nevrotico.
Sembrava che fosse commosso
dalla sua morte, il che mi indusse a
chiedermi che impressione gli
facevo. Evidentemente non lo
sapeva neanche lui. Faticai a
rispondergli, quando mi chiese
come stavo.
Con Gideon si intrattenne più a
lungo, ritirandosi con lui nella sala
da pranzo, dove iniziarono a
confabulare a bassa voce.
Dopo un po’ mio marito si girò
verso di me e io capii che la loro
conversazione era finita.
Accompagnai il dottor Petersen
all’ingresso e lo congedai, non
prima di aver notato la mia borsetta
sul tavolino.
Quando recuperai il cellulare,
trovai decine di chiamate perse e
SMS di Megumi, Will, Shawna, del
dottor Travis e persino di Brett.
Avevo appena cominciato a leggere
i messaggi e a rispondere, quando il
telefono iniziò a vibrare. Una
telefonata in arrivo. Vedendo il
nome di chi mi chiamava, lanciai
un’occhiata a Cary e lo trovai
intento a parlare con mio padre,
così mi diressi verso la camera da
letto.
Guardando fuori dalla finestra,
notai che era pomeriggio inoltrato.
Di lì a poche ore sarebbe sceso il
buio, a suggellare il primo giorno
senza mia madre.
«Ciao, Trey.»
«Eva, io... Forse non dovrei
disturbarti in un momento simile,
ma ho visto il telegiornale e, prima
che mi venisse il dubbio che forse
non era una buona idea, ti stavo già
chiamando. Volevo solo dirti che mi
dispiace tanto.»
Mi sedetti su una delle
poltroncine, rifiutando di pensare a
che cosa urlavano i titoli dei giornali
in quel momento.
«Grazie per aver pensato a me.»
«Non riesco a credere che sia
successa una cosa del genere. Se
posso fare qualcosa per te,
dimmelo.»
Appoggiai la testa pesante alla
poltrona e chiusi gli occhi. Ripensai
al bel viso di Trey, ai suoi dolci
occhi nocciola e alla piccola
sporgenza sul naso che rivelava che
in passato doveva essersi rotto.
«Senti, Trey, non voglio farti venire
i sensi di colpa, ma devi sapere che
mia madre significava molto per
Cary. Era come una madre putativa
per lui, e adesso sta davvero
male.»
Sospirò. «Mi dispiace davvero.»
«Avevo già intenzione di
chiamarti, prima... di tutto questo»
dissi, tirando su le gambe e
incrociandole. «Per sapere come
stai, ma non solo. Volevo dirti che
so che devi fare ciò è meglio per te.
Detto questo, se per caso pensi di
voler stare con Cary, dovresti
decidere in fretta. La porta si sta
chiudendo.»
«Fammi indovinare: si vede con
qualcuno» disse lui in tono piatto.
«No, al contrario. Si sta
prendendo del tempo per sé, per
riconsiderare ciò che vuole. Sai che
ha lasciato Tatiana, vero?»
«Questo è ciò che dice lui.»
«Se non gli credi, allora avete
fatto bene a lasciarvi.»
«Scusa.» Emise un sospiro di
frustrazione. «Non volevo dire
questo.»
«Cary si sta riprendendo, e
presto sarà pronto a voltare pagina.
È qualcosa su cui devi riflettere.»
«Non ho fatto altro che rifletterci.
E non ho ancora una risposta.»
Mi grattai la radice del naso.
«Forse ti stai facendo la domanda
sbagliata. Sei più felice con lui o
senza di lui? Se chiarisci questo,
credo che il resto si chiarirà.»
«Ti ringrazio, Eva.»
«Per quanto può valere, tu e io
abbiamo preso la stessa strada.
Gideon e io dicevamo sempre che
avremmo fatto funzionare le cose,
però... Non so come dire...» Cercai
le parole nella mia mente
annebbiata. «Spavalderia.
Testardaggine. Il nostro problema
era in parte questo, sapevamo che
era un castello di carte, ma non
facevamo nulla per renderci più
solidi. Mi capisci?»
«Sì.»
«Entrambi, però, abbiamo fatto
grandi cambiamenti, proprio come
Cary per te. E grandi concessioni.»
Sentii mio marito entrare in
camera e aprii gli occhi.
«Ne è valsa la pena, Trey» dissi
a bassa voce. «Sono finiti i tempi in
cui ci illudevamo e basta.
Incontreremo ancora molti ostacoli
da superare, e qualche volta la
gente ci darà contro, ma quando
diciamo che riusciremo a superare
tutto, è la verità.»
«Mi stai dicendo di dare una
seconda possibilità a Trey.»
Allungai una mano verso Gideon,
e mi sentii scaldare il cuore quando
lui venne verso di me. «Dico che,
secondo me, ti piacerà il modo in
cui è cambiato. E, se gli andrai un
po’ incontro, magari scoprirai che
ne è valsa la pena.»

Chris uscì poco dopo le sei per


andare a cena con Christopher. Per
qualche ragione, lui e Gideon si
scambiarono una lunga occhiata
quando mio marito lo accompagnò
all’uscita. Feci finta di niente e non
chiesi spiegazioni. Il loro rapporto
era cambiato. La diffidenza che
c’era tra loro in passato era sparita.
Non avrei certo messo in
discussione quel cambiamento né
spinto Gideon a pensarci più di
tanto. Per lui era giunto il momento
di prendere alcune decisioni con il
cuore.
Mio padre e Cary se ne andarono
verso le nove, diretti al mio vecchio
appartamento, perché nell’attico
non c’era spazio per entrambi.
Mio padre avrebbe dormito nella
camera dove aveva fatto per
l’ultima volta l’amore con mia
madre? Come avrebbe potuto
sopportarlo, se mai ci fosse riuscito?
Quando Gideon e io ci eravamo
allontanati, ero dovuta andare a
stare a casa di Stanton. Nella mia
camera c’erano troppe cose che mi
ricordavano Gideon e non avevo
certo bisogno di essere tormentata
dai ricordi di ciò che desideravo più
di tutto al mondo, e che tuttavia
temevo di non riuscire a ottenere.
Gideon fece il giro dell’attico,
spegnendo le luci, e Lucky lo seguì
fedele. Notai che mio marito si
muoveva con un’andatura più
pesante del solito: era
stanchissimo. Non sapevo come
avesse fatto a stare in piedi fino a
quell’ora, visto quant’era stato
preso dopo quella mattinata
infernale: coordinarsi con Kristine,
rispondere alle chiamate di Scott,
aggiornare Arash sull’incontro con la
polizia.
«Angelo» mi disse tendendomi la
mano.
Rimasi a guardarla per un
attimo. Per tutto il giorno non
aveva fatto altro che offrirmi la sua
mano. Un gesto semplice, che però
aveva un significato profondo.
“Sono qui con te” diceva. “Non sei
sola. Insieme possiamo farcela.”
Mi alzai dal divano, intrecciai le
dita alle sue e mi lasciai
accompagnare in bagno, dove
compii gli abituali gesti di lavarmi i
denti e rinfrescarmi il viso. Lui, in
più, prese una delle compresse che
gli aveva prescritto il dottor
Petersen. Poi lo seguii in camera e
lasciai che mi spogliasse e mi
infilasse una T-shirt. Mi abbracciò e
mi diede un bacio lento e tenero.
«Dove vai?» gli chiesi, quando
vidi che si allontanava.
«Da nessuna parte.» Si spogliò
con brusca efficienza, tenendosi
addosso i boxer. Poi mi raggiunse a
letto, fece salire Lucky e spense la
luce.
Si girò verso di me, mi prese per
la vita e mi attirò a sé,
abbracciandomi. Gemetti piano nel
sentire il calore del suo corpo e
rabbrividii per il contrasto con il
freddo che sentivo nelle ossa.
Chiusi gli occhi, e mi concentrai
sul rumore del suo respiro e sulla
sensazione che mi dava. Dopo
pochi istanti il ritmo era diventato
regolare. Si era addormentato.

Il vento mi spettina i capelli


mentre cammino sulla spiaggia. I
piedi affondano nella sabbia, e i
flutti cancellano le mie impronte.
Davanti a me vedo le scandole
segnate dal tempo della casa sulla
spiaggia che Gideon ha comprato
per noi: è una palafitta che si erge
sulle onde, con tante finestre
affacciate sull’acqua che si stende a
perdita d’occhio. I gabbiani volano
in cerchio e stridono sopra di me,
scendono in picchiata e si fermano
a mezz’aria come se danzassero
nell’aria che profuma di sale.
“Non posso credere che mi
perderò la festa.”
Mi giro e vedo che mia madre sta
camminando dietro di me. Indossa
lo stesso vestito elegante
dell’ultima volta che l’ho vista. È di
una bellezza mozzafiato: la guardo
e mi vengono le lacrime agli occhi.
“Mi sa che ce la perderemo tutti”
le rispondo.
“Lo so. E pensare che mi sono
fatta in quattro per organizzarla.”
Mi guarda, con le punte dei capelli
che le accarezzano le guance.
“Sono persino riuscita a metterci dei
tocchi di rosso.”
“Davvero?” le dico, sorridendo
nonostante il dolore che provo. Lei
mi vuole bene nel modo migliore
che conosce. Solo perché certe
volte non è il modo che vorrei io
non significa che non sia prezioso.
“È un colore sgargiante per un
matrimonio, comunque. Non è stato
facile abbinarlo.”
“Un po’ è colpa tua, sai. Sei stata
tu a comprare il vestito rosso che
ho indossato al primo
appuntamento con Gideon.”
“È stato quello a ispirarti?”
Scuote la testa. “La prossima volta
dovresti scegliere un colore più
sobrio.”
“Non ci sarà una prossima volta.
Gideon è l’uomo giusto.” Prendo
una conchiglia e la ributto
nell’acqua da cui è venuta. “C’è
stato un tempo in cui non ero sicura
che ce l’avremmo fatta, ma ora è
tutto passato. Eravamo noi i nostri
peggiori nemici, ma il peso che ci
portavamo appresso ora ce lo
siamo lasciati alle spalle.”
“I primi mesi di solito sono i più
facili.” Mia madre danza davanti a
me, facendo una piroetta
aggraziata. “Il corteggiamento, i
viaggi da sogno, i gioielli
scintillanti.”
Io sbuffo. “Per noi non è stato
facile: l’inizio è stata la parte più
dura, ma adesso va migliorando di
giorno in giorno.”
“Dovresti aiutare tuo padre a
trovare una donna” dice lei, senza
più quel tono da ragazzina. “È solo
da troppo tempo, ormai.”
“È difficile trovare una che
prenda il tuo posto. Lui ti ama
ancora.”
Mi fa un sorriso triste, e poi i suoi
occhi si perdono a guardare l’acqua.
“Io avevo Richard... È un
brav’uomo, mi auguro che riesca a
essere di nuovo felice.”
Penso al mio patrigno, e mi
preoccupo. Mia madre era tutto per
lui. Dove troverà un po’ di gioia,
adesso che lei se ne è andata?
“Non sarò mai nonna” dice,
pensierosa. “Sono morta giovane,
nel pieno del mio splendore. Non è
così terribile, vero?”
“Come puoi chiedermi una cosa
del genere?” Lasciai scorrere le
lacrime. Per tutto il giorno mi ero
fatta domande sul perché non
riuscivo a piangere. Adesso che le
lacrime era finalmente spuntate le
accolsi con gioia. Era come se fosse
crollata una diga.
“Non piangere, tesoro.” Si ferma
e mi abbraccia, l’aria che respiro si
riempie del suo profumo. “Vedrai
che...”

Mi svegliai di soprassalto, scossa


da un sussulto di sorpresa. Lucky
iniziò a uggiolare e a toccarmi con
le zampe, salendomi sulla pancia.
Gli accarezzai la testa morbida con
una mano e con l’altra mi asciugai
gli occhi, in cui però non c’era
traccia di lacrime. Il dolore provato
nel sogno si stava già trasformando
in un lontano ricordo.
«Vieni qui» mormorò Gideon, la
sua voce calda e roca un faro nella
stanza illuminata dalla luna. Mi
abbracciò, attirandomi a sé.
Mi girai, cercai la sua bocca e
quando la trovai mi fusi con lui in
un bacio profondo e lascivo.
Sorpreso, rimase immobile per un
attimo, poi mi cinse la nuca con una
mano e ricambiò il mio bacio.
Intrecciai le mie gambe alle sue,
sentendone i peli ruvidi, la pelle
deliziosamente calda e i muscoli
forti. I movimenti ritmici e delicati
della sua lingua mi calmavano e mi
eccitavano al tempo stesso.
Nessuno sapeva baciare come lui.
La seducente esigenza della sua
bocca era incredibilmente sensuale,
e nel contempo tenera, devota. Le
sue labbra erano forti e dolci e
sapeva come usarle per stuzzicarmi,
sfiorandomi leggermente la bocca.
Misi le mani tra noi, e gli presi il
pene in mano, accarezzandolo
forte, con un desiderio che
rispecchiava il suo. Mentre lo
toccavo, diventava sempre più
duro, finché non spuntò ben visibile
sotto l’elastico dei boxer. Gemette,
spingendo in avanti il bacino al
ritmo delle mani che lo
accarezzavano.
«Eva.»
Percepii la domanda nel modo in
cui pronunciava il mio nome.
«Fammi godere» sussurrai.
Mi infilò una mano sotto la
maglietta, sfiorandomi
delicatamente la pancia per arrivare
al seno. Lo strinse forte, fino a
farmi male, prima di prendermi il
capezzolo tra le dita sapienti.
Conosceva il mio corpo con una
precisione perversa, per cui mentre
mi titillava la punta dura ed eretta
del seno faceva fremere tutto il mio
corpo di desiderio.
Gemetti, eccitata e travolta dal
desiderio. Strinsi le gambe intorno
alle sue, per poter strusciare il mio
sesso bagnato contro la sua coscia.
«Ti fa male la fichetta, angelo?»
Dopo aver detto quelle parole già di
per sé seducenti, mi mordicchiò le
labbra. «Che cosa vuole? La mia
lingua? Le mie dita? Il mio cazzo?»
«Oh Gideon» gemetti
spudoratamente quando si staccò
da me, tendendo le braccia verso di
lui mentre si alzava su di me. Con
un piccolo verso rassicurante, posò
delicatamente Lucky a terra. Poi mi
mise le mani sui fianchi, e mi
abbassò gli slip fino alle ginocchia.
«Non mi hai risposto, Eva. Che
cosa vuoi che ti metta in quella
fichetta vogliosa? Tutto quello che
ho detto sopra?»
«Sì» ansimai. «Tutto.»
Un istante dopo avevo le gambe
sollevate e lui stava abbassando la
testa scura sulle mie parti sensibili
in mezzo alle cosce. Trattenni il
respiro, in attesa. Piegata com’ero,
non riuscivo a vedere...
La sua lingua di velluto, umida e
calda, si insinuò nei miei recessi più
intimi.
«Oddio.» Mi tesi e mi inarcai.
Gideon mormorava di piacere, io
lottavo nel tentativo di alzare i
fianchi e raggiungere l’estasi di
quella bocca maliziosa. Mi teneva
ferma stringendomi le cosce e mi
gustava piano, seguendo il suo
ritmo, mi leccava tutt’intorno alla
fessura umida... giocava con il mio
desiderio di sentire la sua lingua
dentro di me. Mi accarezzava con le
labbra intorno al clitoride che
pulsava, succhiandolo e sfiorando
piano con la lingua quel punto così
sensibile al piacere.
«Oh, ti prego...» Non mi
importava che mi costringesse a
implorarlo: più mi davo a lui, più
avrei ricevuto in cambio.
Ma lui mi faceva aspettare
mentre mi assaporava, sfiorandomi
con i capelli la pelle morbida dietro
le cosce e massaggiandomi con la
lingua il clitoride in modo lento e
delizioso.
Mi portai le mani sul viso. «È così
bello... ti prego, non smettere...»
Spalancai la bocca appena lui
scese a leccarmi più in basso,
immergendo la punta della lingua
nella fessura tremante del mio
corpo... e poi ancora più giù, fino a
infilarla nella stretta rosetta che
fremeva sotto quella carezza di
seta.
«Oh!» ansimai, quasi impazzita
sotto quel bombardamento di
sensazioni, dopo ore di torpore.
I suoi grugniti mi fecero
rabbrividire e inarcai il corpo
quando finalmente mi diede ciò che
volevo e cominciò ad affondare la
lingua tesa nella fessura umida con
un ritmo deliziosamente lento.
«Oh, sì» ansimai. «Fottimi.»
La sua bocca era dolcissima,
fonte di estasi e tormento; la sua
lingua viziosa e sensuale sferrava
un assalto dopo l’altro, affondando
sempre di più nella stretta del più
delicato dei miei muscoli.
Gideon era teso e concentrato a
leccarmi, così avido e goloso da
farmi contorcere per l’incredibile
estasi che mi scuoteva il corpo.
Prima sentii una leggera pressione
e poi il suo pollice si insinuò nel mio
posteriore e cominciò a scoparmi il
buco morbido. Mi sentivo riempita,
ed era un piacevole contrasto con i
colpi regolari della sua lingua. Mi
irrigidii, e rimasi per un attimo
sospesa sull’orlo dell’orgasmo...
Gridai il suo nome, il mio corpo
bruciava, la pelle era calda e
umida. Il piacere mi rendeva viva,
ardente di desiderio. L’orgasmo mi
travolse completamente, mi lacerò,
ma Gideon non si placava e con la
lingua continuava a sferzare il mio
clitoride: ormai passavo da un
orgasmo all’altro.
Singhiozzai mentre continuavo a
venire senza sosta. Mi premetti i
pugni sugli occhi. «Basta» lo
implorai con la voce roca. Ero tutta
un tremito, il mio corpo era scosso
dagli spasmi dell’ennesima ondata
di piacere. «Non ce la faccio più.»
Sentii il materasso piegarsi
quando lui si mosse, tenendomi le
caviglie con una mano. Udii lo
schiocco dell’elastico dei boxer
mentre se li abbassava.
«Come lo vuoi?» mi chiese
cupamente. «L