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John L.

Austin
COME FARE COSE CON LE PAROLE
INDICE
Introduzione di Carlo Penco e Marina Sbisà
Bibliografia
Scritti di J.L. Austin
Nota alla traduzione di Carla Villata
Come fare cose con le parole
Prefazione alla I ed. originale
Prefazione alla II ed. originale
Lezione I:
Performativi e Constativi
Lezione II:
Condizioni per la felicità dei performativi
Lezione III:
Infelicità: colpi a vuoto
Lezione IV:
Infelicità: abusi
Lezione V:
Criteri possibili per i performativi
Lezione VI:
Performativi espliciti
Lezione VII:
Verbi performativi espliciti
Lezione VIII:
Atti locutori, illocutori e perlocutori
Lezione IX:
Distinzioni tra atti illocutori e perlocutori
Lezione X:
« Nel dire… » vs. « Col dire… »
Lezione XI:
Asserzioni, performativi e forza illocutoria
Lezione XII:
Classi di forza illocutoria
Appendice
INTRODUZIONE
Perché leggere Austin? Perché è sempre più un classico, se si considera
classico un autore a cui diversi altri guardano come fonte d’ispirazione.
Un po’ di anni fa Austin poteva essere considerato un importante
esponente della scuola analitica di Oxford e nulla più. Inoltre ha scritto
pochissimo 1. Per il ruolo da lui giocato nell’ambiente oxoniense, la sua
figura poteva richiamare per contrasto quella del più noto A.J. Ayer, di cui
Austin fu l’antagonista per eccellenza negli anni in cui la scuola analitica e il
suo richiamo al linguaggio ordinario sorse in polemica contro il
neopositivismo logico. In questo contesto Come fare cose con le parole si
può considerare un « manifesto » alternativo a Linguaggio, verità e logica di
Ayer 2.
Ma parlandone come di un classico intendiamo dire di più. A leggere
pubblicazioni nei campi più disparati che abbiano a che fare con la teoria del
linguaggio, ritroviamo assiduamente il suo nome.
– Diversi filosofi hanno preso da Austin idee di fondo; e qui non si deve
solo pensare a filosofi strettamente collegati al suo pensiero o per un’origine
comune nell’ambiente oxoniense o per filiazione diretta, come Strawson,
Grice, Searle, ma anche a filosofi di diverso ambito culturale, come
Habermas nella sua analisi dell’agire comunicativo e Ricoeur nella sua
semantica dell’azione 3.
– I linguisti hanno fatto ampio uso di concetti austiniani; dall’enunciato
performativo, elaborato e discusso nell’ambito della grammatica generativa e
della psicolinguistica, allo studio dei verbi di azione linguistica o dei diversi
modi di indicare la forza illocutoria, alla considerazione degli enunciati come
mosse in un gioco interazionale, tipica della pragmatica linguistica e
dell’analisi del discorso 4.
– Nel campo della giurisprudenza, a partire dai lavori di Hart e Ross fino
alle ricerche di autori italiani come Scarpelli, Guastini e Tarello, idee dovute
ad Austin si ritrovano al centro di molte discussioni sulla teoria del diritto 5.
– Anche nel campo dell’Intelligenza Artificiale il nome di Austin
(mediato spesso attraverso il lavoro di Searle) compare ormai come un tipico
punto di riferimento; per Winograd, che usa i termini di Kuhn, l’idea
austiniana di « atto linguistico » viene a essere l’idea centrale di un nuovo
paradigma scientifico nelle scienze del linguaggio: la svolta iniziata da Austin
ha luogo quando si vede il linguaggio « come azione piuttosto che come
struttura o risultato di un processo cognitivo » 6.
Si potrebbe dire: si passa dal linguaggio come rappresentazione (vedi ad
es. il Tractatus di Wittgenstein) al linguaggio come azione (vedi Austin e il
secondo Wittgenstein); questo è il mutamento di paradigma. Ma non
rischiamo di fare così solo uno slogan un po’ retorico? In effetti c’è stata una
moda dell’atto linguistico: un brusco accorgersi da parte di molti che il
linguaggio può (e forse deve) essere visto e studiato come un’attività, come
esecuzione di azioni, per cui il termine « atto linguistico » è passato in pochi
anni da termine specialistico a espressione d’uso generale. Non in tutte le
occasioni in cui si è parlato di atto linguistico lo si è fatto a proposito, e
l’innovazione terminologica non sempre ha corrisposto a un’effettiva novità
concettuale.
A guardar bene, comunque, la novità concettuale c’è. Anche prima di
Austin, era nell’aria: si pensi al precedente dello Sprechakt di Bühler, agli «
atti sociali » di Reinach, al concetto di énonciation in Benveniste; e,
ovviamente, all’insistere di Wittgenstein sul linguaggio come attività socia
le7. Austin, anche se non è l’unico rappresentante, certo è uno dei più
autorevoli « maestri » del cambiamento di paradigma; a lui è toccato di
lanciare il termine « atto linguistico » [speech act] con le sue lezioni di
Oxford e di Harvard, lezioni diventate dopo la sua morte un libretto agile,
polemico e propositivo.
La sua influenza, come abbiamo accennato, è pervasiva. Non ha coinciso
con la formazione di una « scuola »: al contrario, chi ha ripreso l’analisi
austiniana lo ha fatto spesso con l’intento di criticare gli « errori » di Austin.
Ma nessuna delle proposte teoriche sul tema degli atti linguistici, da Searle a
Wunderlich a Bach e Harnish, è tanto autonoma dagli spunti austiniani
originari che non possa essere utile, per comprenderla e valutarla, avere
conoscenza diretta dell’opera di Austin, e inoltre, in FCP c’è più di quanto di
Austin sia stato usato in queste e altre proposte teoriche successive. Infine,
accanto a certi sviluppi raffinati e ingegnosi, ma a volte troppo artefatti, è
utile leggere un tipo di analisi che non perde il contatto con la variegata
superficie del linguaggio naturale, che Austin sapeva così bene apprezzare.
FCP può essere una lettura stimolante, come lo è stata per numerosi
pensatori contemporanei, anche per il lettore medio di oggi. Questi vedrà
connessioni e legami con cose che oggi possono apparire ovvie (ma non lo
erano ieri), coglierà brevi accenni a questioni che sono diventate importanti
nella teoria del linguaggio solo dopo, o ad altre che le riflessioni più recenti
hanno invece trascurato.
Ma la lettura di questo testo non è una lettura facile. Anzitutto, FCP
consiste in appunti per lezioni. Per cose dette a voce. E lo stile di Austin, di
per sé già difficile, ne risente ampiamente. Inoltre leggere testi di conferenze
è molto diverso e spesso meno soddisfacente che ascoltare conferenze dal
vivo – per quanto al buon lettore possa anche accadere il contrario. Ciò vale
in modo esemplare per la componente ironica dello stile austiniano. Tanto più
ambigua e apprezzabile esteticamente quanto più difficile da decifrare e
delimitare: dove Austin parli in prima persona e dove faccia parlare un suo
autore modello, dove dubiti perché non è sicuro e dove per indurre il lettore
al dubbio, è difficile da decidere; eppure un lavorio di questo genere sottende
gran parte del testo, rendendolo non più trasparente (la trasparenza apparente
è già massima), ma certo più suggestivo. Inoltre la lettura di Austin richiede
non solo un apprezzamento del suo rigore nell’analisi del linguaggio comune,
bensì anche l’opposto, cioè un apprezzamento delle sue proposte di
generalizzazione, della sua sintesi che porta a una teoria generale del
linguaggio.
Come dunque orientarsi tra queste ambiguità, sottigliezze e complessità
del testo? Diamo qui alcuni suggerimenti per orientarsi nella lettura.
– Austin si avvicina a una teoria per gradi e didatticamente. Presenta
prima una teoria (quella dei performativi) che si mostrerà inadeguata (Lezioni
I-VII). Austin costringe così il lettore a seguire la genesi di una teoria più
comprensiva, necessaria per rispondere alle domande lasciate irrisolte dalla
prima teoria.
– La distinzione performativo/constativo esposta nella Lezione I è,
dall’inizio, un’ipotesi formulata in modo strumentale a una dimostrazione per
assurdo della onnipresenza di aspetti performativi nel linguaggio. FCP non va
letto cioè come un approfondimento della distinzione
performativo/constativo; al contrario, è proprio dimostrando l’insostenibilità
della tesi provvisoria iniziale che sia possibile separare nettamente il
constativo dal performativo, il dire dal fare, che Austin giunge alla tesi cui
mira, cioè che ogni dire è anche un fare.
– Il tema filosofico centrale presente nell’opera non è quello
dell’enunciato performativo, come sembrerebbe a prima vista, ma quello
dell’asserzione (e ciò senza nulla togliere all’interesse filosofico e linguistico
della nozione di enunciato performativo di per sé considerata). Ciò è evidente
dalla premessa alla Lezione I, come dalla discussione conclusiva dedicata
appunto all’asserzione nella Lezione XI (la Lezione XII fornisce il quadro
generale entro cui situare le conclusioni della Lezione XI).
– Tuttavia, il percorso fra la tesi provvisoria iniziale e la tesi affermata in
conclusione non è solo strumentale a una negazione della prima. L’indagine
sull’infelicità (Lezione II e III), l’analisi dei modi di implicazione (Lezione
IV), l’analisi dei vari usi dei verbi performativi (Lezione V, VI e VII) vanno
rilette a posteriori nell’ambito della teoria generale successivamente
formulata (Lezioni VIII, IX e X), come contributi all’analisi dell’atto
illocutorio, delle sue condizioni di riuscita e dei suoi possibili fallimenti, dei
modi per indicarne la presenza e per descriverlo, annunciarlo, renderlo
esplicito, compierlo esplicitamente.
– Sarà quindi utile capire la coesione interna del testo: scoprire quanto
nella prima parte dell’opera è scritto avendo in mente la seconda e
prefigurandola, e quanto nella seconda parte richiede d’essere integrato dalle
analisi della prima. Anche alcune aggiunte marginali al manoscritto, riportate
in appendice, vanno in questa direzione.
Si aggiunga che la seconda edizione originale, su cui questa traduzione é
stata effettuata, si differenzia dalla prima edizione proprio per una migliore
leggibilità della strategia complessiva dell’opera, che nella prima restava un
po’ oscura, fino ad essere fraintesa da diversi critici e recensori: e ciò non
tramite aggiunte particolarmente sostanziose, ma grazie a un lavoro di piccole
revisioni, che complessivamente danno un contributo essenziale alla
fisionomia del testo 8.
Al di là dei suggerimenti che abbiamo qui sopra elencato, diamo qui di
seguito una serie di punti in parte storici, in parte concettuali che possono
essere utili all’inquadramento e alla comprensione del lavoro di Austin in
FCP:
– Aristotele: l’analisi del linguaggio
Austin studia a Oxford, università per tradizione aristotelica 9. I testi di
Aristotele diventano per Austin fonti di ispirazione del metodo analitico:
l’analisi linguistica può essere considerata un recupero dell’idea aristotelica
di una scienza che deve precedere tutte le scienze, un tipo di lavoro da
apprendere prima di studiare qualsiasi scienza: lavoro che non a caso
Aristotele chiamava « analitica » (e che in seguito è stato chiamato « logica »,
nel senso più ampio del termine).
È così di origine aristotelica – come ben si vede nel saggio a cui Austin
elabora con maggior precisione le sue idee sul rigore e sul metodo dell’analisi
filosofica 10 – l’idea che lo studio dei problemi filosofici deve passare
attraverso l’analisi del linguaggio. Ma Aristotele, oltre che fonte d’ispirazione
metodologica, è per Austin anche un modello, per la fine e ricca analisi del
linguaggio naturale che egli pratica. Gli scritti di Aristotele mostrano che
l’analisi del « significato » non si può ridurre a una semplice definizione dei
termini, ma deve passare attraverso l’analisi del contesto; e spiegare il
contesto in cui una parola è usata è spiegare le attività che contornano i
diversi usi della parola 11.
Queste idee originariamente ispirate alla lettura di Aristotele convergono
di fatto con idee più recenti: il principio di contestualità di Frege (un nome ha
significato solo nel contesto di una frase) enunciato nei Fondamenti
dell’aritmetica, che Austin tradusse nel 1950; e i concetti wittgensteiniani di
gioco linguistico e somiglianze di famiglia (temi conosciuti a Oxford a partire
dagli anni ’30, attraverso la diffusione del dattiloscritto del Blue Book) 12.
È a questi due autori, Wittgenstein e Frege, che dobbiamo ora guardare
per capire meglio Austin; non per definire con precisione se e quanto Austin
debba all’uno o all’altro; ma per mostrare la loro convergenza su due nuclei
teorici, rivoluzionari nella filosofia del linguaggio: il concetto di uso e il
concetto di forza.
– Wittgenstein: gli usi del linguaggio
Nella Oxford degli anni ’30 e in seguito, molti filosofi, in gran parte per
l’influenza di Wittgenstein e di Ryle, incentrarono la loro analisi sulla
nozione di uso: il significato di una parola è il suo uso nel contesto, l’analisi
filosofica è lo studio degli usi ordinari delle parole, ecc. Austin è ben conscio
della portata rivoluzionaria dell’idea del significato come « uso nel contesto »
(Lezione VIII, p. 75 [100]). Ma rifiuta la moda di sostituire il termine «
significato » con il termine « uso ». La sua insofferenza per questa moda è
testimoniata tra l’altro da una nota lapidaria a margine di una manoscritto: «
Meaning and use both useless » [« significato e uso, ambedue inutili »]:
ambedue inutili in quanto termini troppo vaghi per essere d’aiuto a una teoria
sistematica del linguaggio. Dall’appello indistinto e onnicomprensivo all’uso,
dall’immagine un po’ retorica (per Austin « disperata » o « evasiva ») degli
infiniti usi del linguaggio 13, il nostro autore vuole passare a una cornice
teorica in cui si possano distinguere con rigore diversi tipi o livelli di uso del
linguaggio e rendere possibile quella sistematicità del lavoro di analisi del
linguaggio che altri filosofi analitici dopo Austin hanno ritenuto necessaria:
pensiamo in particolare al saggio di M. Dummett Può la filosofia analitica
essere sistematica ed è giusto che lo sia? Austin, in modo estremamente
personale, si figurava questo lavoro sistematico come qualcosa di simile al
lavoro dell’entomologo nel classificare insetti: paziente, dettagliato,
concettualmente rigoroso ma insieme attento alle differenze empiriche più
minute 14
La distinzione austiniana degli usi del linguaggio nei livelli locutorio,
illocutorio e perlocutorio (Lezioni VII-X) si può così considerare una
legittima erede delle discussioni filosofiche sul significato come uso.
– Frege: significato e forza
Quale operazione permette a Austin lo sviluppo di un discorso
sistematico? Il passo fondamentale è distinguere fra significato e forza
(Lezione VIII; cfr. anche Lezione X, p. 90 [121]): parlare di atto locutorio è
parlare di significato, cioè di senso e riferimento delle espressioni
linguistiche; parlare di atto illocutorio è parlare di forza con cui vengono
proferiti gli enunciati. A ciò si affianca – per meglio delimitare la nozione,
centrale, di forza illocutoria – la distinzione tra la forza e le conseguenze o
effetti perlocutori: parlare di effetti psicologici e comportamentali è parlare di
atto perlocutorio (Lezione VIII, pp. 76 ss. [101] e Lezione IX)15.
La mossa di Austin non nasce dal nulla; è anticipata in qualche modo da
Frege quando distingue tra il senso di un enunciato linguistico (cioè il
pensiero espresso da questo enunciato) e la forza assertoria (cioè il
riconoscimento della verità del pensiero espresso dall’enunciato) 16. Ma è
senz’altro merito di Austin aver saputo cogliere nella distinzione fra senso e
forza il perno di un’elaborazione sistematica; con Austin il concetto di forza
assertoria (contrapposta da Frege tutt’al più a una forza interrogativa) si
generalizza in un progetto di classificazione di diversi tipi di forza che
permette di recuperare a un’analisi logico-filosofica aspetti relegati troppo
facilmente ad una dimension meramente emotiva e comportamentale 17. Allo
stesso tempo, si abbandona – o si tenta di abbandonare – il privilegio dato dai
filosofi all’asserzione: a quel discorso apofantico cui Aristotele restringeva la
logica, demandando gli altri usi del linguaggio alla retorica o alla poetica 18.
L’asserzione ora non è che uno dei tanti modi in cui si può usare il
linguaggio, una delle diverse forze con cui si esprime un pensiero, sottoposta
allo stesso tipo di regole che governano gli altri atti illocutori. È interessante
notare che, sia pur stimolato dall’analisi di Austin, Searle ha sviluppato la
nozione di atto linguistico in una formulazione che si riavvicina al modello
fregeano, distinguendo non fra atto locutorio e atto illocutorio, ma – con la
formula f(p) – tra forza illocutoria e contenuto proposizionale 19.
La teoria degli atti linguistici, imperniata su questi sviluppi originali del
concetto fregeano di forza, si inserisce quindi del tutto naturalmente nelle
prospettive attuali dei filosofi del linguaggio che tendono a dare una teoria
del significato come esplicazione sistematica della comprensione del
linguaggio: per comprendere un linguaggio non basta conoscere il senso e il
riferimento degli enunciati, occorre anche conoscere le diverse forze con cui
gli enunciati vengono usati 20. E presto la distinzione tra forza e significato ci
sarà familiare, come lo è la distinzione tra i diversi tipi di istruzione ed i
contenuti di ciascuna nei linguaggi di programmazione.
– Verità e felicità
Cade dunque il privilegio dato dai filosofi all’asserzione; questa non è che
una delle diverse forme di atto illocutorio, accanto a valutazione, domanda,
ordine, promessa, ecc. Ma l’asserzione è anche – per tradizione – l’uso del
linguaggio che riguarda il vero e il falso. Cade forse dunque anche il
privilegio dato al concetto di verità? È difficile dare una risposta univoca. Sul
tema della verità Austin aveva scritto un articolo (Truth, 1950) che è stato al
centro di una polemica con Strawson 21. Qui ci interessa mettere in evidenza
tre aspetti particolarmente rilevanti come retroterra di FCP:
a) Contro l’idea che la verità sia una proprietà delle credenze o delle
espressioni linguistiche (parole o frasi), Austin sostiene che ciò cui si
attribuisce verità è l’asserzione (la quale si differenzia dalla frase, o dalla
credenza, proprio perché è quello che poi Austin chiamerà un concreto atto
linguistico eseguito in un contesto). In questo senso il saggio Truth dà un
contributo indiretto ma centrale alla formazione delle idee poi esposte in FCP
22.
b) Per Austin il principio di bivalenza – cioè il principio della logica per
cui ogni proposizione deve essere vera o falsa – « ha operato troppo a lungo
come la forma più semplice e pervasiva della fallacia descrittiva » (Truth, p.
131). Questo principio non ha quella validità assoluta che i logici e i filosofi
del linguaggio gli hanno sempre attribuito: da una parte (è il punto di
partenza di FCP, Lezione I), abbiamo asserzioni « mascherate » che non
descrivono alcunché e di cui non si direbbe che sono vere o false; dall’altra (è
la conclusione di FCP, Lezione XI) comunque qualsiasi asserzione non va
definita esclusivamente per la sua relazione al vero o al falso, ma anche in
relazione allo scopo e alle intenzioni del parlante, alla posizione in cui la si
può fare, al tipo di impegno che farla comporta, ecc.; queste caratteristiche
hanno a che fare non tanto con la verità, ma con la felicità, o buona riuscita,
di un atto illocutorio. Inoltre, se si applica il principio per cui occorre sempre
« considerare la situazione linguistica nella sua totalità» (FCP, p. 101 [138]),
nella vita reale, in opposizione alle situazioni semplificate della teoria logica,
non si può sempre rispondere in modo semplice alla questione se
un’asserzione è vera o falsa. Potrebbe trattarsi ad esempio di un’asserzione
approssimativa o esagerata. Circostanze, uditorio e scopi dell’enunciazione
concorrono così non solo a determinare la felicità dell’asserzione, ma anche
la sua posizione in quella dimensione di giudizio che ha per poli estremi il
vero e il falso (Truth, par. 5 e 6; FCP, pp. 104 [143] ss.) 23.
c) Austin, da buon aristotelico, difende una teoria corrispondentista della
verità; ma riconosce chiaramente che dire che un’asserzione è vera quando «
corrisponde ai fatti » è fuorviante, e porta a posizioni criticabili, come quella
– mai citata esplicitamente – del Tractatus di Wittgen stein 24. La teoria
corrispondentista rende però giustizia all’idea che « it takes two to make a
truth », cioè che parliamo sempre di qualcosa (Truth, p. 124 n.). Come
dunque salvarla? Austin contribuisce con due idee.
Da una parte, mostra come la corrispondenza del linguaggio ai fatti è una
questione più generale di quel che riguarda il solo discorso assertivo: come
un’asserzione è vera o falsa, così un verdetto è equo o iniquo, un consiglio
buono o cattivo, un rimprovero meritato o non meritato (cfr. FCP, pp. 34 [41]
s.). Dall’altra parte, mostra come non si può parlare di mera corrispondenza a
« fatti », ma è più corretto parlare di convenzioni che fanno corrispondere le
frasi a tipi di situazione e le asserzioni a situazioni storiche; queste
convenzioni rispondono al duplice scopo descrittivo e indicale (dimostrativo)
delle espressioni linguistiche. Austin conclude che « un’asserzione è detta
vera quando lo stato di cose storico cui è correlata dalle convenzioni
dimostrative (quello a cui « si riferisce ») è di un tipo con cui la frase usata
nel farlo è correlata dalle convenzioni descrittive » (Truth, par. 3, pp. 121-
22).
La prima di queste idee è stata accolta da altri filosofi, come Searle o
come Dummett, ma con una modifica che ne altera notevolmente il senso. Per
questi autori, infatti, è il contenuto proposizionale, il pensiero, che risulta
vero/falso, soddisfatto/non soddisfatto, secondo diverse « direzioni di
adattamento » che dipendono dalla forza con cui l’enunciato è proferito. Così
a un’asserzione vera corrisponde non un consiglio buono o (forse) un ordine
giusto, ma un consiglio e/o un ordine seguiti, obbediti 25. La seconda di
queste idee, dapprima accantonata, doveva essere ripresa e sviluppata solo
anni più tardi; Davidson ne prende spunto per una rielaborazione che tende a
fonderla con la teoria tarskiana della verità; più recentemente, i logici
Barwise e Perry vi si ispirano sia nell’impostazione generale della loro «
semantica situazionale » sia su punti particolari 26.
È inoltre da notare che il tema degli aspetti convenzionali del linguaggio,
emerso nel contesto del problema della verità, non restera legato a questo; in
FCP lo ritroviamo ad un livello diverso che coinvolge le nozioni di felicità e
di forza illocutoria.
– La convenzione
L’applicazione della nozione di convenzione al concetto di forza è una
novità cruciale rispetto a Frege. Il concetto di forza può essere generalizzato,
vi possono essere tante forze diverse, proprio perché ciascuna è regolata dalle
sue convenzioni. Ma se in Truth Austin dava un’analisi delle convenzioni in
gioco, in FCP non dà una definizione esplicita della sua nozione di
convenzionalità. Si possono solo trovarne degli accenni, in due direzioni:
a) nel fatto, accennato di sfuggita, che è sempre possibile rendere
esplicito l’atto illocutorio con una formula performativa.
Il dibattito sulla convenzionalità dell’atto illocutorio si è ispirato
sopraftutto a questo punto, intraprendendo una complessa riflessione sul
rappor to fra convenzione ed intenzione, specie per l’influenza delle analisi di
Grice 27. Il suggerimento che la convenzionalità equivalga a esplicitabilità
linguistica è stato in questo quadro usato soprattutto per escludere ogni
convenzionalità in senso forte dalla maggior parte degli atti illocutori; si è
ricreata così una separazione tra atti di carattere istituzionale (quali erano gli
esempi originari di enunciato performativo, come nomine, battesimi, ecc.), e
atti linguistici, come il comando o l’asserzione o l’avvertimento,
caratterizzati da un’intenzione complessa del parlante che comprende
l’intenzione, aperta e riconoscibile, di ottenere un certo effetto sul
destinatario. Tali atti linguistici non sarebbero cioè compiuti in quanto
conformi a una convenzione specificamente illocutoria, ma potrebbero
risultare convenzionali nel senso più debole in cui esistono convenzioni
linguistiche per compierli esplicitamente. E tuttavia interessante notare che
anche quest’interpretazione indebolita della convenzionalità dell’atto
illocutorio è stata messa in questione, a favore di un’analisi della
comunicazione linguistica basata su catene di inferenze 28.
b) nell’analisi delle condizioni di felicità dei performativi, considerata da
Austin stesso estendibile agli atti illocutori.
Se si connette la convenzionalità all’esistenza di condizioni di felicità (e
di casi di infelicità ad esse relativi), e si evita di ridurre le condizioni di
felicità a semplici regole d’uso di certe espressioni linguistiche – come ha
fatto Searle: ma ciò riconduce alle problematiche esposte in a) –, si apre un
altro tipo di prospettiva presente in Austin: la convenzionalità come
caratteristica di quelle azioni che in determinate circostanze possono venire
annullate 29. Si giungerebbe così a ricongiungere la riflessione sugli atti
linguistici con una discussione del concetto di azione, ponendo attenzione –
in filosofia del linguaggio, ma anche ad es. in etica – a un genere di azioni di
carattere non-naturale (« non fisico né psicologico »), passibili. di infelicità e
potenzialmente annullabili, fra le quali si collocano gli atti illocutori.
V’è dunque spazio per allargare il dibattito a temi diversi, dalla
controversia sui rapporti tra diversi tipi di convenzionalità e comunicazione
linguistica, a riflessioni su una teoria dell’azione articolata e non
riduzionistica (si pensi alle analisi della Lezione XI, tra le più belle
dell’antiriduzionismo e anticomportamentismo per quanto riguarda il
linguaggio) in cui vanno inclusi i vari aspetti dell’atto linguistico.
– Filosofia e teoria del linguaggio
Come abbiamo a più riprese avuto occasione di vedere, il lavoro di Austin
ha dato un grande numero di contributi alla teoria del linguaggio, sia offrendo
temi e spunti all’elaborazione dei logici, sia fornendo strumenti concettuali
alla linguistica, soprattutto nell’area della pragmatica. Ma che relazione ha
questo lavoro con la filosofia? Si tratta della nascita di un nuovo pianeta-
scienza dal vecchio grande sole filosofico, come Austin preannuncia altrove
30? Al ruolo di filosofo, egli ha forse ormai rinunciato? Si rilegga l’ultima
pagina del libro: Austin non propone una teoria filosofica; propone un
programma di lavoro di teoria del linguaggio; e lo offre ai lettori perché lo
usino, per il piacere [fun] della filosofia.
E, in effetti, in FCP troviamo un autore che, spesso tra le righe, si diverte
moltissimo a criticare certe abitudini intellettuali: la costruzione di dicotomie,
il vizio del riduzionismo o gli stereotipi filosofici consolidati. Così vediamo
Austin mettere in discussione e ristrutturare radicalmente una dicotomia
dire/fare che non è altro che la reincarnazione della dualità teoria/prassi;
protestare contro l’uso indiscriminato della dicotomia vero/falso; affermare
che vuole fare il diavolo a quattro con la dicotomia fatto/valore.
Non è dire poco. Si tratta di categorie fondamentali della cultura
occidentale. Fino a che punto va preso sul serio tutto ciò?
Forse non va preso sul serio perché la serietà della filosofia non era nelle
spirito di Austin? Ma proporre la filosofia come piacere e come gioco
impedisce forse di prenderla sul serio? Non giocano forse molto seriamente i
bambini? Austin mette in gioco i presupposti della propria cultura; ma di
questa cultura accetta le regole: la pratica dell’argomentazione filosofica e la
ricerca della verità. La sua è una scommessa di chi vuole criticare una
tradizione dall’interno.
Ma allora perché Austin non sviluppò i suoi discorsi in modo più
esplicito, in una teoria filosofica, etica o epistemologica? In un appunto
datato ottobre 1951 leggiamo: « sempre stato consapevole che [FCP] avrebbe
avuto ripercussioni in filosofia (…) so benissimo che ha ripercussioni in etica
e epistemologia, ma lo tengo sotto silenzio [keeping that dark] ». Sviluppare
simili discorsi avrebbe comportato una sorta di profondità che Austin
rifiutava: dotato semmai di quella « profondità della superficie », che
Nietzsche attribuiva ai Greci, Austin, formatosi sui testi classici, ha trovato
nella superficie del linguaggio il suo luogo filosofico. E non è del tutto falso
dire che FCP è un’opera di filosofia teoretica travestita strategicamente da
ricerca linguistica. In questa ambiguità essa rimane un enfant terrible della
filosofia del ’900: con tutte le potenzialità di un’infanzia.
Agosto 1986
CARLO PENCO
MARINA SBISÀ
1 A parte Come fare cose con le parole (d’ora in poi FCP, con riferimento alle pagine dell’ed.
inglese tra parentesi quadre) e Sense and Sensibilia, pubblicati postumi, Austin pubblicò solo alcuni
articoli, raccolti quasi tutti nei Philosophical Papers, a parte alcune note tra cui spicca una sua analisi
(1952) del lavoro di Lukasiewicz sulla logica di Aristotele e una discussione (1958) ripresa in FCP 144.
2 Su Austin, Ayer e la nascita della filosofia analitica a Oxford vedi BERLIN 1973. Ayer pubblicò
la prima edizione del suo libro nel 1936, Austin (vedi prefazione) si formò le idee-chiave del suo libro a
partire dal 1939. Di certo vide nel libro di Ayer un esempio della « fallacia descrittiva », cioè del
privilegio dato dai filosofi all’asserzione nella loro visione del linguaggio.
3 I riferimenti classici dei filosofi sono STRAWSON 1964; GRICE 1967; SEARLE 1969 e 1979.
Vedi anche per la bibliografia l’antologia di SBISÀ 1978. Tra gli autori italiani che si sono occupati di
Austin vedi BARONE - PIOVESAN 1967; MORPURGO-TAGLIABUE 1972-73; PIERETTI 1973;
PIOVESAN (a cura di) 1972; SBISÀ 1973, 1978, 1987; in particolare sui performativi A.G. CONTE
1977; MORPURGO-TAGLIABUE 1980; CAFFI 1981. Austin ha avuto influenza anche sulla filosofia
dell’azione: vèdi ad es. GOLDMAN 1970. Tra i lavori di Habermas che si richiamano a FCP sono da
ricordare HABERMAS 1971, 1976, 1981, per Ricoeur si veda RICOEUR 1977.
4 Per l’uso della nozione di performativo in linguistica, si vedano Ross 1970; LAKOFF 1972;
PARISI - ANTINUCCI 1973. Sui verbi di azione linguistica, si veda VERSCHUEREN 1980; sugli
indicatori di forza, ROULET 1980, FAVA 1984. Per una formalizzazione della teoria degli atti
linguistici, si vedano HARRAH 1981, GAZDAR 1981, e SEARLE - VANDERVEKEN 1985; si
continua tuttavia a deplorare che « la semantica formale manchi di fornire una teoria soddisfacente
degli atti linguistici » (SEUREN 1985). Per l’influenza di idee austiniane in psicolinguistica, e in
particolare nella psicolinguistica dell’età evolutiva, si vedano BRUNER 1975; CAMAIONI -
VOLTERRA.- BATES 1976; BATES 1976; CAMAIONI (a cura di) 1978; OCHS - SCHIEFFELIN (a
cura di) 1979, BARONE - GILARDI 1984. Per la pragmatica linguistica si vedano SCHLIEBEN-
LANGE 1975, VAN DIJK 1977 (che vi dà un’impostazione di carattere testuale), SEARLE ET AL. (a
cura di) 1980, M.E. CONTE 1983, e soprattutto LEVINSON 1983. Le connessioni, non sempre prive
di contrasti, fra atti linguistici, pragmatica, analisi del discorso, analisi della conversazione sono
esemplificate fra l’altro in vari contributi ai volumi: PARRET - SBISÀ - VERSCHUEREN (a cura di)
1982; ORLETTI (a cura di) 1983; LEONARDI - SBISÀ (a cura di) 1984.
5 Ci riferiamo qui ai lavori pionieristici di HART 1948 e 1966; CARRAIò 1965. Un punto di svolta
è dato dal lavoro di A. Ross 1972 (su cui vedi anche SAVOINI 1982). Tra gli autori italiani vedi in
particolare SCARPELLI 1969; TARELLO 1974; CASTIGNONE 1981; GUASTINI 1980
(introduzione), 1982.
6 WINOGRAD 1981 (251-52) con ovvio riferimento a KUHN 1962; REICHMAN 1985 presenta la
ricerca di una visione integrata con altri modelli (vedi in particolare il cap. 10).
7 BÜHLER 1934; REINACH 1913, su cui vedi MULLIGAN 1986; BENVENISTE 1966, parte V,
e 1970. La nozione benvenistiana di enunciazione è ripresa e sviluppata da DUCROT (1978; 1980; vedi
anche la sua voce « Enunciazione » in Enciclopedia Einaudi). Ricordiamo che il termine non è da
confondersi con la presente traduzione di utterance che in alcuni casi è stato reso con « enunciazione »
nel significato non tecnico di « atto di enunciare ».
Per WITTGENSTEIN, si vedano 1958 (composto fra il 1933 e il 1935) e 1953 (scritto a partire dal
1945); si noti che Austin era solo parzialmente al corrente degli sviluppi del pensiero di Wittgenstein
prima della loro pubblicazione.
8 Il testo pubblicato è ovviamente un compromesso stilistico che put ò, far perdere la sottigliezza
del pensiero di Austin; ad es. negli appunti di Austin sull’atto locutorio come ipersemplificazione
troviamo un laconico: « sometimes realized? » che viene reso nel testo pubblicato con « perhaps it is
sometimes realized » (vedi 106 [146]). È comunque rilevante il risultato del lavoro di esegesi sui
manoscritti, compiuto in occasione della seconda edizione, che chiarisce come a Austin fosse ben
chiaro il progetto di lavoro; e questo contrasta con i fraintendimenti un tempo comuni che vedevano in
FCP un libro contraddittorio che approfondendo e estendendo una teoria, la teoria dei performativi, la
conduce al fallimento (cfr. ad es. BLACK 1963). In realtà, Austin allude più volte ad estensioni
indebite della nozione di performativo compiute da altri autori dell’ambiente oxoniense (un caso è
l’analisi di « vero » in STRAWSON 1949), e si propone di precisare il ruolo del « fare » e del « dire »
nel linguaggio proprio per evitarle. Come si legge in un appunto manoscritto del 1952: « Poi proceder6
verso considerazioni più ampie e generali su cui le inadeguatezze di quella vecchia idea (di enunciato
performativo), evidenti – io credo – nei suoi usi successivi, hanno attirato l’attenzione ». Si ricordi che
Austin aveva parlato dell’enunciato performativo in un saggio del 1946 (Other Minds, ora nei
Philosophical Papers). Per un lavoro linguistico sul testo pubblicato di FCP si veda VILLATA 1985.
9 È poco conosciuto ma interessante il curriculum di Austin: nel 1924, a 13 anni, vinse una borsa di
studio per le materie classiche per la scuola di Shrewsbury, dove si distinse per le sue capacità e la
conoscenza della lingua greca, il che gli valse nel 1929 una borsa di studio per le materie classiche per
il Balliol College di Oxford; nel 1931 vinse il Premio Gisford per la prosa greca. Il suo primo interesse
per la filosofia passò attraverso Aristotele; l’interesse fu sia filosofico che filologico; egli stesso iniziò
una nuova serie di traduzioni delle opere di Aristotele per la Oxford University Press, di cui ricoprì la
carica di delegato a partire dal 1952. Prima della guerra tenne corsi sull’Etica Nicomachea, testo su cui
discusse ancora negli anni ’50 in incontri (i « Saturday Mornings ») in cui mostrava una totale
familiarità con i testi di Aristotele. Grande influenza ebbe su di lui lo scambio di idee (anche epistolare)
con Prichard; e uno dei suoi primi saggi, databile al 1937-38 è volto alla confutazione degli argomenti
di PRICHARD [1935] sul significato di Agathon in Aristotele, tema su cui ritornò ancora in un suo
articolo del ’40, The meaning of a word. A giudizio di WARNOCK 1963, 4, « non si può mettere in
dubbio il fatto che lo studio di Aristotele… ebbe un’importante influenza particolare sul suo lavoro
successivo, e neppure che, più in generale, egli dovesse in gran parte alla sua istruzione classica sia la
sua profonda preoccupazione riguardo all’accuratezza linguistica ‘che il suo perenne e perfino
appassionato interesse per il fenomeno del linguaggio ».
10 Il saggio A plea for excuses è una difesa dell’interesse aristotelico per le scuse, spesso giudicato
di secondaria importanza rispetto alle grandi discussioni sulla libertà e la responsabilità morale; per
Austin non è vero che Aristotele chiacchiera delle scuse e dimentica i problemi più grandi; al contrario:
discutere delle scuse è discutere su come nel linguaggio naturale venga riconosciuta la responsabilità
morale: questa analisi è dunque un presupposto essenziale per ogni discussione sul problema della
libertà (AUSTIN 1970, 180, 181, 273).
11 AUSTIN 1970, 22, 27, 71, 72-74.
12 Tra i vari richiami impliciti di Austin al principio di contestualità il più chiaro è quello dato nel
saggio The meaning of a word del 1940: « Ciò che solo ha significato è una frase… e conoscere il
significato di una parola è conoscere il significato delle frasi in cui compare ». (AUSTIN 1970, 56).
Nello stesso articolo, « il più wittgensteiniano di tutti gli scritti di Austin » (CAVELL 1965), vi è
un’analisi strettamente analoga all’analisi wittgensteiniana delle somiglianze di famiglia.
In seguito Austin lesse e discusse in seminari e riunioni filosofiche sia le Richerche Filosofiche di
Wittgenstein che I fondamenti dell’arztmetica di Frege (cfr. WARNOCK 1973, 26; PITCHER 1973,
36). Possiamo dare per scontata la familiarità con i testi successivi di Frege (specie FREGE 1892) per il
frequente uso (fatto anche in FCP) dell’idea che il significato è insieme senso e riferimento.
13 Il riferimento classico è in Ricerche Filosofiche par. 23: « Ma quanti tipi di proposizioni ci sono?
Per esempio: asserzione, domanda e ordine? – di tau tili ne esistono innumerevoli… ». Il contesto in cui
ricorre l’espressione citata di Austin è invece il seguente appunto, datato 1952: « È usuale parlare dei
diversi usi del linguaggio – emotivi (che espressione!) o che altro, senza, mi sembra giusto dire, alcun
tentativo serio di spiegare o definire che cos’è un “uso” del linguaggio o del discorso, o quanti ce ne
sono, o quali. Li si chiama in causa semplicemente per propositi ad hoc senza raggiungere né definire
scientificamente alcun quagenerale. Quel che otteniamo è tutt’al più qualche riferimento disperato o
evasivo agli infinitamente numerosi usi del linguaggio ».
14 AUSTIN 1970, 234.
15 Altri filosofi di lingua inglese, tra cui spicca STEVENSON 1944, usavano appunto quest’ultimo
aspetto (effetti psicologici e comportamentali) per caratterizzare il discorso valutativo; i pragmatisti
tendevano a usare questo aspetto per caratterizzare lo stesso discorso assertorio. Austin, separando la
considerazione degli effetti perlocutori da quella del significato e della forza, polemizza con gli uni e
con gli altri (prende esplicitamente le distanze dai pragmatisti in FCP 106 [145]). Sull’atto perlocutorio
si vedano COHEN 1973, DAVIS 1980, SBISÀ 1982.
16 In FREGE 1879 e FREGE 1918 troviamo le espressioni più chiare della distinzione; vedi
DUMMETT 1983, cap. 9 (Asserzione). Frege stesso giudicava la separazione del senso dalla forza uno
degli aspetti più importanti del suo lavoro; in uno scritto del 1906 asserisce: « quello che riguardo come
risultato del mio lavoro è quasi tutto legato all’Ideografia… Dovrei cominciare menzionando il segno
di giudizio, la dissociazione della forza assertoria dal predicato… » (FREGE 1969, 200; cfr. BELL
1979, sui limiti di Frege in questo vedi DUMMETT 1983, 284-285).
Si noti che il concetto di forza si avvicina, ma non coincide, con la categoria grammaticale del «
modo verbale ». La tentazione di assimilare ad es. la forza assertoria al modo indicativo è forte; e l’ha
avuta, per cominciare, FREGE 1918. Nella teoria degli atti linguistici la distinzione si impone; ma
come esattamente vada tracciata, è ancora controverso. Si vedano FCP 56 [73] s.; HOLDCROFT 1978;
DAVIDSON 1979; RECANATI 1981.
17 Ciò avveniva soprattutto in ambito neopositivista, dove si voleva escludere dal discorso sensato e
relegare all’ambito emotivo ogni manifestazione linguistica che non segue i criteri empiristi di
significanza, che non sia cioè o una tautologia o un’asserzione di un linguaggio scientifico. Nel senso
del distacco da queste restrizioni neopositiviste, il lavoro di Austin viene a far parte di un movimento
più ampio, comprendente per esempio l’estensione del campo dell’analisi logico-formale a ambiti come
il discorso morale o più in generale il problema del diritti/doveri o degli obblighi/permessi, da parte
della logica deontica (a partire da VON WRIGHT 1968).
18 De Interpretatione, 17a.
19 Le prese di distanza da Austin sono espresse in SEARLE 1968; la sistematizzazione in SEARLE
1969, cap. 2, par. 4; una presentazione più formale in SEARLE - VANDERVEKEN 1985. Per altre
discussioni critiche della distinzione atto locutorio – atto illocutorio, si vedano STRAWSON 1973,
RECANATI 1980.
20 V’è tuttavia anche l’esigenza, cui Austin si rammaricava di non aver corrisposto (FCP 109
[149]), di elaborate ulteriormente la distinzione fra senso e riferimento. Ciò può dare occasione a un
tentativo di fusione fra teoria degli atti linguistici e teoria tarskiana del riferimento. Così Dummett,
cercando di definire le condizioni generali di una teoria sistematica del linguaggio, la suddivide in tre
parti: una teoria del riferimento, data in termini di soddisfacibilità; una teoria del senso; e una teoria
(qui di carattere supplementare) della forza. Si noti che per Dummett è la teoria del senso il punto più
delicato, da trattare con strumenti logici più complessi (come ad es. la logica intuizionista) che rendano
conto del processo di comprensione del parlante. Cfr., oltre ai lavori citati alla n. 16, DUMMETT 1976.
21 STRAWSON 1949 e 1950; vedi l’antologia di PITCHER 1964. STRAWSON 1950 vede nel
lavoro di Austin un tentativo di purificazione della teoria della verità come corrispondenza; ma
conclude drasticamente che « la teoria corrispondentista richiede non purificazione, ma eliminazione »
(190). Al contrario, in anni più recenti si è avuta una ripresa di posizioni sostanzialmente
corrispondentiste (cfr. DAVIDSON 1969, KRIPKE 1975, GRICE 1982, BARWISE - PERRY 1983),
alcune delle quali si ispirano proprio ad Austin.
22 Può darsi che questo contributo si spinga fino ad una prima presa di coscienza della necessità di
distinguere significato e forza come livelli compresenti nell’atto linguistico: cfr. Truth 133, e sopra,
nota 8.
23 Non è chiaro se Austin intendesse stabilire un rapporto gerarchico tra le due nozioni di verità e di
felicità. A volte sembra suggerire che un atto linguistico deve essere riucito, « felice » sotto alcuni punti
di vista principali, per potere poi (se del caso) essere valutato in relazione alla verità/falsità (cfr. ad es.
FCP 103, 106 [140, 145]). D’altra parte la verità/falsità è connessa alla dimensione locutoria dell’atto
linguistico (cfr. FCP 108 [148]), e se l’atto locutorio può essere preso in considerazione
indipendentemente da quello illocutorio, come Austin sembra ritenere, anche la verità può essere presa
in considerazione indipendentemente dalla felicità. Quest’incertezza di fondo, non risolta, si è
sintomaticamente ripresentata nel corso di un dibattito che negli anni ’70 ha tenuto lungamente
occupati logici e linguisti: il dibattito sulle presupposizioni (per una panoramica, con indicazioni
bibliografiche, cfr. SBISÀ 1983). I sostenitori della natura « semantica » della presupposizione hanno
ritenuto che quando le presupposizioni di un’asserzione non sono verificate (e cioè in termini
austiniani, l’asserzione è infelice), essa non può essere né vera né falsa. I sostenitori della natura «
pragmatica » della presupposizione hanno invece insistito sulla reciproca indipendenza della
verità/falsità, questione semantica, e rispettivamente della felicità o appropriatezza, fatti meramente
pragmatici.
24 Il riferimento implicito a Wittgenstein sembra chiaro quando Austin dice che un’asserzione non
deve riprodurre la « molteplicità » o la « struttura » o « forma » della realtà; questo porterebbe
all’errore di « rileggere nel mondo i tratti del linguaggio » (Truth 125).
25 Per la nozione di « direzione d’adattamento », cfr. SEARLE 1975. Per la posizione di
DUMMETT cfr. 1983, 280.
26 Cfr. DAVIDSON 1969; BARWISE - PERRY 1983.
27 Vedi GRICE 1957, 1968; STRAWSON 1964; SCHIFFER 1972; inoltre, l’analisi della
convenzione di D. Lewis, e le riflessioni sui temi dell’intenzione comunicativa e della convenzionalità
in BACH - HARNISH 1979. La posizione di Searle si distacca da quelle di Grice e Strawson (cfr.
SEARLE 1969, cap. 2, par. 6), ma, di fatto, non radicalmente (come risulta chiaro in SEARLE 1975).
Sul tema della convenzionalità degli atti linguistici si vedano anche PICARDI 1981, cap. III, par. 2 e 3;
LEONARDI 1983, Appendice.
28 Cfr. BACH - HARNISH 1979; LEECH 1983.
29 Si riconosce così alla possibilità dell’infelicità un ruolo essenziale nei confronti della nozione di
atto illocutorio, accogliendo un’istanza sollevata da Derrida nella sua discussione della teoria degli atti
linguistici (cfr. DERRIDA 1972), e mostrando nel contempo come tale critica non sia correttamente
riferita all’impostazione austiniana. Su Derrida e la teoria degli atti linguistici si veda anche SEARLE
1977.
30 AUSTIN 1970, 232.
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1958 Pretending, in « Proceedings of the Aristotelian Society »,
Supplementary Volume XXXII, 261-278.
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black’. Does this refer to possible swans on canals on Mars? in « Analysis
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1961 Philosophical Papers (a cura di J.O. Urmson e G.J. Warnock),
London, Oxford University Press. Oltre ai saggi già pubblicati, contiene i
seguenti saggi inediti:
The Meaning of a Word (letto al Moral Sciences Club e alla Jowett
Society nel 1940).
Unfair to Facts (letto alla Philosophical Society a Oxford nel 1954).
Performative Utterances (discorso trasmesso sul Terzo Programma della
BBC nel 1956).
1962 Sense and Sensibilia (ricostruito dalle note manoscritte da G.J.
Warnock), London, Oxford University Press.
1962 How to Do Things with Words (William James Lectures, a cura di
J.O. Urmson), London, Oxford University Press, II ed. a cura di J.O.
Urmson e M. Sbisà, 1975.
1962 Performatif-Constatif e contributi alla discussione, Cahiers de
Royaumont, Philosophie, IV: La Philosophie Analytique, Paris, Minuit; tr.
ingl. in C. Caton (a cura di), Philosophy and Ordinary Language,
University of Illinois Press, Urbana 1963, 22-54.
1970 Philosophical Papers, II ed. che contiene, oltre ai saggi della
prima edizione, anche:
Agathon and Eudaimonia in the Ethics of Aristotle, pubblicato in
J.M.E. Moravcsik (a cura di), Aristotle: A Collection of Critical Essays,
Doubleday, New York 1967, 261-269.
Three Ways of Spilling Ink (conferenza tenuta nel 1958, curata e
ricostruita da L.W. Forguson, « The Philosophical Review » 75 (1966),
427-440).
1979 Philosophical Papers, terza edizione, che contiene un saggio
inedito:
The Line and the Cave in Plato’s Republic (ricostruito da J.O. Urmson
dalle note manoscritte).
NOTA ALLA TRADUZIONE
1. I criteri della traduzione
Nella presente traduzione italiana, svolta sulla seconda edizione (1975) di
How to Do Things with Words curata da J.O. Urmson e Marina Sbisà, ho
prestato particolare attenzione al mantenimento della coerenza interna della
traduzione, in modo che il lettore possa sempre sapere a quale concetto
corrisponde il termine di volta in volta usato, anche se in taluni casi questo
poteva comportare una forzatura nella traduzione dei termini. Al fine di
limitare al massimo questa possibilità, e soprattutto per cercare di stabilire
con un certo rigore il tipo di interpretazione data da Austin ai diversi termini
chiave della sua teoria, ho utilizzato le concordanze del testo di How to Do
Things with Words che ho elaborato presso il Servizio di Calcolo della
Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Genova utilizzando l’Oxford
Concordance Program.
In particolare ho esaminato le concordanze relative al sistema
terminologico che riguarda le forme e le attività linguistiche: sentence
statement utterance proposition, poiché l’interpretazione di questi termini è
fondamentale ai fini della scelta del tipo di traduzione. Inoltre ho analizzato
le occorrenze dei seguenti termini: imply entail phrase locution expression
meaning reference context situation force use language action true truth
philosophy.
2. Tradizioni di traduzione
Il problema della traduzione dei termini riguardanti le forme linguistiche
è complicato dalla presenza di due diverse tradizioni, quella logico-filosofica
e quella linguistica. La differenza tra le due tradizioni è determinata dalla
scelta dell’equivalente italiano per sentence, che condiziona il tipo di sistema
da adottare.
Nell’uso logico-filosofico generalmente si traduce sentence con «
enunciato » statement con « asserzione », e utterance con « emissione »,
come si trova nella traduzione degli articoli raccolti da A. Bonomi in La
struttura logica del linguaggio (Bompiani, Milano 1973, 1985). In alcuni casi
si deve distinguere tra statement e assertion, che ad esempio vengono tradotti
rispettivamente con « asserto » e « asserzione » nella versione italiana di
Dummett 1981, Frege. Philosophy of Language (Marietti, Casale M. 1983).
In linguistica si usa tradurre sentence con « frase », e quindi utterance
con « enunciato » come è stato fatto nella versione italiana a cura di A. De
Palma dei Saggi linguistici di Noam Chomsky (Boringhieri, Torino 1969) e
in quella di Semantics di John Lyons a cura di G. Gensini (Laterza, Bari
1980).
Un testo ormai classico della filosofia del linguaggio, Speech Acts di J.R.
Searle (1969) è stato tradotto da G.P. Cardona (Atti linguistici, Boringhieri,
Torino 1976) seguendo criteri strettamente linguistici: « frase » ed «
espressione » sono usati per tradurre sentence, « enunciato » ed «
enunciazione » per utterance, « affermazione » per statement e « asserzione »
per assertion.
La prima edizione del presente testo di Austin ha già avuto una
traduzione italiana (Marietti, Casale M. 1974) in cui è stata adottata la
terminologia linguistica classica, traducendo sentence con « frase ».
Nell’antologia da lei curata (Atti linguistici, Feltrinelli, Milano 1978)
Marina Sbisà ha ritradotto gran parte delle Lezioni VII, VIII e IX di How to
Do Things with Words, operando una diversa scelta dei termini: a statement
corrisponde « asserzione », ad utterance, a seconda del contesto, « enunciato
» o « proferimento », mentre anche per sentence viene usato « enunciato ».
3. Interpretazione e traduzione
Il sistema terminologico utilizzato nella presente traduzione si colloca in
una posizione intermedia fra la tradizione linguistica e quella filosofica.
Questa scelta è stata operata sulla base dell’analisi delle concordanze dei
termini particolarmente significativi:
– sentence statement utterance assertion
La frequenza di sentence è bassa: ricorre solo 28 volte. Molto spesso
Austin usa questo termine in senso strettamente linguistico, ad es. alle pp. 41,
46, 73 [51, 58, 97]; egli accetta comunque la concezione classica, per cui
sentence è ciò che viene usato nel fare una asserzione (cfr. 7 n [1 n]) e critica
quindi la confusione che è stata fatta in passato tra sentence e statement (cfr.
7, 14, 20, 56 [1, 11, 20, 72]). Talvolta questo termine viene assimilato a
proposition (cfr. p. 21 [20]) o ad utterance (cfr. pp. 7, 10 [1, 6]).
L’uso di statement, che compare 131 volte, è in linea con la tradizione
logica. Infatti Austin parla quasi sempre di statement in termini di verità o
falsità: gli esempi più rilevanti in questo senso si trovano alle pp. 38, 43, 99,
102, 106 [46, 53, 135, 140, 145]. Talvolta statement viene considerato come
qualcosa che « corrisponde ai fatti » (cfr. p. 103 [140]). Inoltre, gli statements
costituiscono una categoria grammaticale (cfr. pp. 9, 15 [4, 12]).
La presenza, sebbene limitata (7 occorrenze), di assertion ha posto il non
facile problema della distinzione tra questo termine e statement. Come
osservò, Austin stesso in Truth (cfr. Philosophical Papers p. 120) assertion è
più generico di statement, ma purtroppo l’italiano non ha una distinzione
corrispondente. Data la preponderanza dell’uso di statement rispetto ad
assertion, e l’accezione prettamente filosofica di questi termini, ho cercato di
risolvere questo problema traducendo sia statement e state che assertion e
assert rispettivamente con « asserzione » e « asserire », segnalando tuttavia i
casi rilevanti in cui nel testo inglese compariva assertion o assert. È stato
però necessario tradurre statement e state con « affermazione » e « affermare
» nei casi in cui « asserzione » e « asserire » avrebbero creato un contrasto
troppo stridente con il contesto (ad es. a p. 83 [111]); d’altra parte, affirm
viene usato una sola volta, nella lista degli espositivi che si trova a p. 119
[162].
Per quanto riguarda utterance, che è molto frequente (214 occorrenze), la
traduzione è resa problematica dal suo uso ambivalente, dato che la lingua
inglese indica con la stessa parola l’atto di proferire qualcosa come pure ciò
che viene proferito. Utilizzando in alcuni passi il sintagma the issuing of an
utterance (« il proferimento di un enunciato ») Austin ha parzialmente risolto
tale ambiguità, ma ho dovuto comunque tradurre utterance con « enunciato »
o con « enunciazione », a seconda del contesto. (Vorrei rimarcare qui che
utilizzando « enunciazione » non intendo però richiamarmi all’uso che ne
fanno Benveniste e Ducrot: cfr. ad es. O. Ducrot, Enunciazione, in
Enciclopedia, V, Einaudi, Torino 1979).
– presuppose imply entail
La presenza di questo gruppo di termini è relativamente contenuta: si
hanno rispettivamente 10, 24 e 17 occorrenze di questi verbi, la cui
interpretazione ha posto tuttavia alcuni problemi. Non è stato possibile
seguire l’uso ormai consolidato di tradurre imply con « implicare » e entail
con « implicitare », come propose A.G. Conte nella sua Premessa alla
traduzione di W.C. Kneale-M. Kneale, The Development of Logic, Clarendon
Press, Oxford 1962 [Storia della logica, Einaudi, Torino 1972]; proposta
accolta da C. Pizzi nella traduzione di G.E. Hughes- M.J. Cresswell, An
Introduction to Modal Logic, Methuen, London 1968 [Introduzione alla
logica modale, Il Saggiatore, Milano 1973]. Infatti Austin usa i termini imply
e entail con una accezione del tutto peculiare, che contrasterebbe con una
traduzione del genere; per questo motivo ho preferito far loro corrispondere
rispettivamente « dare per implicito » e « implicare logicamente », mentre
presuppose è stato tradotto con « presupporre ». I sostantivi derivati da questi
verbi (di cui si hanno nell’ordine 10, 3 e 6 occorrenze) sono stati invece
tradotti con «implicazione », « implicazione logica » e « presupposizione ».
– phrase locution expression
Anche se phrase viene solitamente tradotto con « sintagma », ho limitato
l’uso di questo termine ai contesti in cui Austin parla di adverbial phrases («
sintagmi avverbiali »). Negli altri casi l’ho tradotto con « locuzione », che mi
è sembrato più rispondente al modo in cui Austin usa phrase, che è del tutto
analogo a locution. Sarebbe stato possibile differenziare phrase e locution
(che compaiono 14 e 17 volte) traducendo il primo con « espressione », ma
ho preferito riservare questo termine esclusivamente alla traduzione di
expression (di cui si hanno 25 occorrenze).
4. Corrispondenze di traduzione
assert: asserire
assertion: asserzione
entail: implicare logicamente
entailment: implicazione logica
expression: espressione
force: forza
implication: implicazione
imply: dare per implicito
involve: comportare
issue: proferire, formulare
issuing: proferimento
locution: locuzione
meaning: significato
perform: eseguire
performance: esecuzione
performative: performativo
phrase: locuzione, sintagma
presuppose: presupporre
presupposition: presupposizione
proposition: proposizione
reference: riferimento
sentence: frase
speech-act: atto linguistico
state: asserire (a volte affermare)
statement: asserzione (a volte affermazione)
utter: enunciare, pronunciare, emettere
utterance: enunciato, enunciazione.
Vorrei fare qui un’ultima precisazione: in linea generale ho cercato di
conservare per quanto possibile lo stile tipico degli scritti di Austin, così
rigorosi e lucidi concettualmente, quanto spesso poco lineari nella loro forma
linguistica. Se la traduzione italiana ha in qualche modo risentito di questa
scelta, in compenso è risultata più vicina all’originale, e si è limitata la
possibilità di operare scelte interpretative arbitrarie. Si deve ricordare inoltre
che il testo di How to Do Things with Words è il risultato della collazione
delle diverse serie di appunti che Austin aveva preparato per le sue lezioni, e
si presenta quindi con tutte le caratteristiche tipiche di un testo concepito per
essere letto in pubblico. Mi è sembrato perciò anche un doveroso omaggio a
Austin e alla sua passione per l’insegnamento della filosofia il tentativo di
riprodurre fedelmente il taglio che egli aveva dato a questa esposizione
generale della sua teoria degli atti linguistici.
CARLA VILLATA
COME FARE COSE
CON LE PAROLE
PREFAZIONE ALLA PRIMA EDIZIONE
ORIGINALE
Le lezioni pubblicate qui furono tenute da Austin come William James
Lectures all’Università di Harvard nel 1955. In una breve nota, Austin dice,
riguardo alle idee che sono alla base di queste lezioni, che esse « sierano
formate nel 1939. Ne ho fatto uso in un articolo sulle Other Minds [Altre
menti] pubblicato nei “Proceedings of the Aristotelian Society”, vol. suppl.
XX (1946), pp. 173 ss., e ho fatto emergere un’altra parte, piuttosto grande,
di questo iceberg poco dopo, parlando a diverse società… ».
Durante ognuno degli anni 1952-54 Austin tenne un corso di lezioni a
Oxford intitolato Words and Deeds [Parole e fatti], traendolo ogni anno da
una serie di appunti parzialmente riscritti, ognuna delle quali comprendeva
approssimativamente gli stessi temi delle William James Lectures. Per le
William James Lectures venne preparata ancora una volta una nuova serie di
appunti, anche se vennero inserite qui e là pagine di appunti più vecchi;
questi restano gli appunti più recenti di Austin sugli argomenti trattati, anche
se egli continuò a tenere a Oxford lezioni su Words and Deeds, tratte da
questi appunti, e intanto fece delle correzioni di secondaria importanza e un
certo numero di aggiunte in margine.
Il contenuto di queste lezioni viene qui pubblicato il più esattamente
possibile e con il minimo di correzioni. Se Austin le avesse pubblicate egli
stesso avrebbe certamente approntato una nuova stesura in una forma più
adatta per la pubblicazione; egli avrebbe sicuramente ridotto i riepiloghi delle
lezioni precedenti che ricorrono all’inizio della seconda lezione e di quelle
successive; è ugualmente certo che naturalmente tenendo la lezione Austin
sviluppava il testo schematico dei suoi appunti. Ma la maggior parte dei
lettori preferirà avere una stretta approssimazione di ciò che si sa che egli ha
annotato piuttosto che ciò che si potrebbe supporre che egli avrebbe
pubblicato oppure che si può pensare che egli abbia probabilmente detto nelle
lezioni; perciò essi non verseranno malvolentieri il prezzo da pagare in
imperfezioni di forma e di stile di secondaria importanza e in incoerenze
lessicali.
Ma queste lezioni così come sono pubblicate non riproducono
esattamente gli appunti di Austin. La ragione di ciò è che mentre per la
massima parte, e specificamente nella prima parte di ogni lezione, gli appunti
erano molto completi e scritti per esteso, con omissioni soltanto di secondaria
importanza come particelle e articoli, spesso alla fine della lezione
diventavano molto più frammentari, mentre le aggiunte in margine erano
spesso molto abbreviate. In questi passi gli appunti sono stati interpretati e
integrati alla luce delle parti restanti dei già citati appunti del 1952-54. Un
ulteriore controllo è stato inoltre possibile attraverso il confronto con gli
appunti presi sia in America che in Inghilterra da coloro che frequentarono le
lezioni, con la conferenza alla B.B.C. su Performative Utterances [Gli
enunciati performativi] e con la registrazione su nastro magnetico di una
conferenza intitolata Performatives [I performativi] tenuta a Gothenberg
nell’ottobre 1959. Indicazioni più complete sull’uso di questi sussidi vengono
fornite nell’appendice. Mentre appare possibile che in questo processo di
interpretazione possa essersi insinuata nel testo una frase accidentale che
Austin avrebbe ricusato, sembra molto improbabile che in qualche punto
siano state travisate le direttive principali del pensiero di Austin.
Il curatore è grato a tutti coloro che hanno dato il loro aiuto attraverso il
prestito degli appunti, e per il dono della registrazione su nastro. Egli è in
obbligo soprattutto con G.J. Warnock, che ha esaminato minuziosamente
l’intero testo e ha salvato il curatore da numerosi errori; come risultato di
questo aiuto il lettore dispone di un testo molto migliorato.
J.O. URMSON
PREFAZIONE ALLA SECONDA EDIZIONE
ORIGINALE
La dott. Sbisà ha preso visione di tutti gli appunti di Austin per queste
lezioni, confrontandoli con il testo pubblicato nella prima edizione e
prendendo nota di tutti i punti in cui le sembrava che si potessero apportare
dei miglioramenti. I curatori hanno esaminato insieme tutti questi passi degli
appunti di Austin e, come risultato, hanno corretto e integrato il testo
pubblicato in un certo numero di punti. Essi ritengono che il nuovo testo sia
più chiaro, più completo, e, allo stesso tempo, più fedele alle parole
effettivamente presenti negli appunti di Austin. Hanno aggiunto all’appendice
la trascrizione letterale di un certo numero di aggiunte fatte da Austin stesso a
margine o tra una riga e l’altra dei suoi appunti, il cui senso non era
abbastanza chiaro perché venissero incorporate nel testo ma che potrebbero
essere utili e interessanti per il lettore.
MIARINA SBISÀ
J.O. URMSON
NOTA ALLA RISTAMPA DEL 1980
Per questa nuova ristampa P.H. Nidditch ha compilato un indice
totalmente nuovo. Ha inoltre fornito i titoli per le lezioni – come fece Austin
stesso curando le lezioni di H.W.B. Joseph sulla filosofia di Leibniz (Oxford
1949). E si è colta l’occasione per fare un certo numero di piccole correzioni.
Lezione I
PERFORMATIVI E CONSTATIVI
Ciò che dovrò dire qui non è né difficile né controverso; l’unico pregio
che vorrei rivendicargli è quello di essere vero, almeno in parte. Il fenomeno
che verrà discusso è molto diffuso ed evidente, e non può non essere già stato
notato, perlomeno qui e là, da altri. Tuttavia non mi risulta che sia stato preso
in considerazione in modo specifico.
Per troppo tempo i filosofi hanno assunto che il compito di una «
asserzione » possa essere solo quello di « descrivere » un certo stato di cose,
o di « esporre un qualche fatto », cosa che deve fare in modo vero o falso. Gli
studiosi di grammatica, in realtà, hanno regolarmente fatto notare che non
tutte le « frasi » sono (usate per fare) asserzioni 1: ci sono, tradizionalmente,
oltre alle asserzioni (degli studiosi di grammatica), anche domande ed
esclamazioni, e frasi che esprimono ordini o desideri o concessioni. E
sicuramente i filosofi non intendevano negare ciò, nonostante qualche uso
impreciso di « frase » per « asserzione ». Sicuramente, inoltre, sia gli studiosi
di grammatica che i filosofi erano consapevoli del fatto che non è per niente
facile distinguere perfino le domande, gli ordini, e così via dalle asserzioni
mediante le poche e misere indicazioni grammaticali disponibili, quali
l’ordine delle parole, il modo del verbo, e così via: sebbene forse non fosse
consueto soffermarsi sui problemi che questo fatto ovviamente solleva. Come
decidere infatti quale è l’uno e quale è l’altro? Quali sono i limiti e le
definizioni di ognuno?
Ma ora, in anni recenti, molte cose, che una volta sarebbero state accettate
senza problemi come « asserzioni » sia dai filosofi che dagli studiosi di
grammatica, sono state esaminate con attenzione nuova. Questo processo di
verifica ha avuto origine in maniera piuttosto indiretta – almen in filosofia.
Innanzi tutto è sorta l’idea, non sempre formulata senza inopportuno
dogmatismo, che una asserzione (di fatto) dovrebbe essere « verificabile », e
ciò ha portato all’idea che molte « asserzioni » siano soltanto quel che si può
definire pseudo-asserzioni. Innanzi tutto, e in modo estremamente evidente, è
stato provato che molte « asserzioni » sono, come Kant forse per primo ha
dimostrato sistematicamente, esattamente dei nonsensi, nonostante
l’ineccepibile forma grammaticale: e la incessante scoperta di nuovi tipi di
nonsenso, sebbene troppo spesso si permetta che la loro classificazione resti
non sistematica e la loro spiegazione misteriosa, ha fatto nel complesso solo
del bene. Tuttavia noi, (vale a dire perfino i filosofi) poniamo alcuni limiti
alla quantità di cose insensate che siamo pronti ad ammettere che diciamo:
cosicché fu naturale passare a domandarsi, in un secondo momento, se molte
evidenti pseudo-asserzioni volevano effettivamente essere asserzioni. Si è
giunti a ritenere comunemente che molti enunciati che sembrano asserzioni
non sono affatto intesi, o lo sono solo in parte, a riportare o comunicare
semplici informazioni riguardo ai fatti: per esempio, le « proposizioni etiche
» forse sono intese, unicamente o in parte, a manifestare un’emozione o a
prescrivere un comportamento o ad influenzarlo in maniere particolari. Anche
qui Kant è stato tra i pionieri. Molto spesso inoltre usiamo gli enunciati in
modi che esulano dall’ambito perlomeno della grammatica tradizionale. È
stato osservato che molte parole che ci lasciano particolarmente perplessi,
inserite in asserzioni apparentemente descrittive, non servono ad indicare
qualche caratteristica supplementare particolarmente strana della realtà
riportata, ma ad indicare (non a riportare) le circostanze in cui viene fatta
l’asserzione o le riserve a cui è sottoposta o il modo in cui deve essere intesa
e così via. Il trascurare queste possibilità nel modo che una volta era comune
viene chiamato fallacia « descrittiva »; ma forse questo non è un buon nome,
dato che « descrittivo » stesso è particolare. Non tutte le asserzioni vere o
false sono descrizioni, e per questa ragione preferisco usare la parola «
constativo ». Lungo queste linee è stato ormai a poco a poco dimostrato, o
perlomeno fatto sembrare verosimile, che molte confusioni filosofiche
tradizionali sono nate attraverso un errore – l’errore di considerare come pure
e semplici asserzioni di fatto enunciati che sono o (in interessanti modi non-
grammaticali) privi di senso oppure intesi come qualcosa di alquanto diverso.
Qualunque cosa possiamo pensare di ognuna di queste idee e proposte, e
per quanto possiamo deplorare la confusione iniziale in cui sono stati
trascinati la teoria e il metodo della filosofia, non v’è dubbio che esse stanno
producendo una rivoluzione in filosofia. Se la si volesse definire la più
grande e salutare della sua storia, questa non è, se ci pensate, una grossa
pretesa. Non è sorprendente che gli inizi siano stati disorganici, per partito
preso, e per scopi estrinseci; ciò è comune nelle rivoluzioni.
ISOLAMENTO PRELIMINARE DEL PERFORMATIVO 2
Il tipo di enunciato che considereremo qui non è, naturalmente, in
generale un tipo di nonsenso, sebbene un suo uso scorretto possa, come
vedremo, produrre delle varietà di « nonsenso » alquanto speciali. Piuttosto,
esso appartiene alla nostra seconda classe – quella degli enunciati mascherati.
Ma non è per nulla necessario che esso si presenti sotto il falso aspetto di una
asserzione di fatto, descrittiva o constativa. Tuttavia lo fa piuttosto
comunemente, e lo fa, in modo abbastanza strano, quando assume la sua
forma più esplicita. Gli studiosi di grammatica, credo, non hanno visto
attraverso questa « maschera » e i filosofi l’hanno fatto al massimo solo
casualmente 3. Sarà opportuno, quindi, studiarlo prima di tutto in questa
forma ingannevole, allo scopo di mettere in evidenza le sue caratteristiche
confrontandole con quelle della asserzione di fatto che esso imita.
Prenderemo quindi, come primi nostri esempi, alcuni enunciati che non
possono rientrare in nessuna delle categorie grammaticali finora riconosciute,
tranne che in quella di « asserzione », che non sono insensati, e che non
contengono nessuno dei segnali di pericolo verbali che i filosofi hanno ormai
scoperto, o pensano di aver scoperto (parole curiose come « bene » o « tutto
», ausiliari sospetti come « dovere » o « potere », e costruzioni equivoche
come quella ipotetica): avranno tutti, si dà il caso, verbi comuni coniugati alla
prima persona singolare del presente indicativo attivo 4. Si possono trovare
enunciati che soddisfino queste condizioni, e tuttavia tali che
A. non « descrivono » o « riportano » o constatano assolutamente
niente, non sono « veri o falsi »; e
B. l’atto di enunciare la frase costituisce l’esecuzione, o è parte
dell’esecuzione, di una azione che peraltro non verrebbe normalmente
descritta come, o come « soltanto » dire qualcosa.
Ciò è lungi dall’essere paradossale come può sembrare o come ho
subdolamente tentato di far sembrare: in realtà, gli esempi che seguono
saranno deludenti.
Esempi:
(E. a) « Sì (prendo questa donna come mia legittima sposa) » –
pronunciato nel corso di una cerimonia nuziale 5.
(E. b) « Battezzo questa nave Queen Elizabeth » – pronunciato quando si
rompe la bottiglia contro la prua.
(E. c) « Lascio il mio orologio in eredità a mio fratello » – quando ricorre
in un testamento.
(E. d) « Scommetto mezzo scellino che domani pioverà ».
In questi esempi risulta chiaro che enunciare la frase (ovviamente in
circostanze appropriate) non è descrivere il mio fare ciò che si direbbe io stia
facendo 6 mentre la enuncio o asserire che lo sto facendo: è farlo. Nessuno
degli enunciati citati è o vero o falso: lo asserisco come ovvio e non lo
dimostro. Ciò ha tanto bisogno di discussione quanto ne ha il dire che «
dannazione » non è vero o falso: può darsi che l’enunciato « serva ad
informarti » – ma questa è una cosa abbastanza diversa. Battezzare la nave è
dire (in circostanze appropriate) le parole « io battezzo etc. ». Quando,
davanti all’ufficiale di stato civile o davanti all’altare, etc., dico « sì », non sto
riferendo di un matrimonio: mi ci sto coinvolgendo.
Come dobbiamo chiamare una frase o un enunciato di questo tipo 7?
Propongo di chiamarlo una frase performativa o un enunciato performativo,
o, in breve, « un performativo ». Il termine « performativo » verrà usato in
una varietà di modi e costruzioni affini, quasi come il termine « imperativo »
8. Il nome deriva, ovviamente, da perform [eseguire], il verbo usuale con il
sostantivo « azione »: esso indica che il proferimento dell’enunciato
costituisce l’esecuzione di una azione – non viene normalmente concepito
come semplicemente dire qualcosa.
Possono venire in mente numerosi altri termini, ognuno dei quali
includerebbe appropriatamente questa o quella classe più o meno estesa di
performativi: per esempio, molti performativi sono enunciati contrattuali («
scommetto ») o dichiarativi (« dichiaro guerra »). Ma nessun termine di uso
corrente, che io sappia, è abbastanza generale da comprenderli tutti. Un
termine tecnico che più si avvicina a ciò che ci serve è forse « operativo »,
come viene usato rigorosamente dagli avvocati riferendosi a quella parte, cioè
a quelle clausole, di un atto che serve ad effettuare la transazione (cessione o
altro) che costituisce il suo oggetto principale, mentre il resto del documento
semplicemente « espone » le circostanze nelle quali la transazione deve
essere effettuata 9. Ma « operativo » ha altri significati, e infatti oggigiorno è
spesso usato per intendere poco più che « importante ». Ho preferito una
parola nuova, alla quale, sebbene la sua etimologia non sia irrilevante, non
saremo forse così pronti ad attribuire un qualche significato preconcetto.
DIRE PUÒ ESSERE FARE?
Dobbiamo allora dire cose di questo tipo:
« Sposarsi è dire alcune parole », oppure
« Scommettere è semplicemente dire qualcosa »?
Una simile teoria sembra strana o anche irriverente al principio, ma con le
dovute cautele non sarà più tanto strana.
Una valida obiezione iniziale ad esse può essere questa; e non è priva di
importanza. In moltissimi casi è possibile eseguire un atto esattamente dello
stesso tipo non emettendo delle parole, in forma scritta e orale, ma in qualche
altro modo. Per esempio, in alcuni paesi posso contrarre matrimonio
mediante la coabitazione, oppure posso scommettere con un totalizzatore
inserendo una moneta in una fessura. Dovremmo allora, forse, cambiare le
proposizioni qui sopra, e trasformarle in « dire alcune determinate parole è
sposarsi » oppure « sposarsi è, in alcuni casi, semplicemente dire alcune
parole » oppure « semplicemente dire un certo qualcosa è scommettere ».
Ma probabilmente la vera ragione per cui tali osservazioni sembrano
pericolose sta in un altro fatto ovvio, sul quale dovremo tornare
dettagliatamente in seguito, che è questo. L’atto di enunciare le parole è,
infatti, di solito un, o anche il fatto, dominante nell’esecuzione dell’atto (di
scommettere o altro), l’esecuzione del quale è anche l’oggetto dell’enunciato,
ma è lungi dall’essere solitamente, se mai lo possa essere, l’unica cosa
necessaria affinché l’atto sia considerato eseguito. In generale, è sempre
necessario che le circostanze in cui vengono pronunciate le parole siano in un
certo modo, o in più modi, appropriate, ed è generalmente necessario che o il
parlante stesso o altre persone eseguano anche certe altre azioni, azioni «
fisiche » o « mentali » o anche atti consistenti nel pronunciare altre parole.
Così, per battezzare la nave, è indispensabile che io sia la persona
designata a battezzarla, per sposarsi (nel matrimonio cristiano) è
indispensabile che io non sia già sposato con una moglie vivente, sana di
mente e non divorziata, e così via: perché sia stata fatta una scommessa, è
generalmente necessario che la proposta della scommessa sia stata accettata
da chi la riceve (il quale deve aver fatto qualcosa, come dire « ci sto »), e
difficilmente è un regalo se io dico « te lo dono » ma non lo consegno mai.
Fin qui, d’accordo. L’azione può essere eseguita in modi diversi che con
un enunciato performativo, e comunque le circostanze, incluse altre azioni,
devono essere appropriate. Ma, nel fare delle obiezioni, possiamo avere in
mente qualcosa di totalmente diverso, e questa volta alquanto erroneo, in
particolare quando pensiamo a qualcuno dei performativi che più ispirano
soggezione, come « prometto di… ». Davvero le parole devono essere dette «
sul serio » e in modo da essere prese « sul serio »? Ciò, benché sia impreciso,
è abbastanza vero in generale – è un luogo comune importante nella
discussione sul valore di qualunque enunciato. Non deve essere uno scherzo,
ad esempio, né essere parte di una poesia. Ma noi siamo inclini ad avere la
sensazione che la loro serietà consista nell’essere pronunciati come
(puramente) segno esteriore e visibile, per le convenienze, o altro tipo di
ufficialità, o per informazione, di un atto interiore e spirituale: da qui il passo
è breve per arrivare a credere o ad assumere, senza accorgersene, che per
molti versi l’enunciazione esteriore sia una descrizione, vera o falsa,
dell’avvenuta esecuzione interiore. L’espressione classica di questa idea si
trova nell’Hippolytus (v. 612), dove Ippolito dice

cioè « la mia lingua ha giurato, ma il mio cuore [o la mente o un altro


attore nel retroscena] no » 10. perciò « prometto di… » mi obbliga – registra
la mia assunzione spirituale di una costrizione spirituale.
È gratificante osservare in questo stesso esempio come l’eccesso di
profondità, o meglio di solennità, apra immediatamente la via all’immoralità.
Infatti colui che dice « promettere non è soltanto questione di pronunciare
delle parole! È un atto interiore e spirituale! » sembra un serio moralista che
si oppone ad una generazione di teorizzatori superficiali: noi lo vediamo
come lui vede se stesso, mentre scruta le invisibili profondità dello spazio
etico, con tutta la raffinatezza di uno specialista nel sui generis. Però egli
fornisce ad Ippolito una scappatoia, al bigamo una giustificazione per il suo «
sì », e a chi non paga una difesa per la sua scommessa. La scrupolosità e la
moralità sostengono allo stesso modo il detto comune che ogni promessa è
debito.
Se escludiamo gli atti interiori fittizi come questo, possiamo supporre che
qualcuna delle altre cose che sicuramente sono normalmente richieste per
accompagnare un enunciato quale « prometto che… » oppure « sì (prendo
questa donna…) » siano di fatto descritte da questo, e conseguentemente con
la loro presenza lo rendano vero e con la loro assenza falso? Ebbene,
partendo dal secondo caso, la prossima volta esamineremo ciò che
effettivamente diciamo dell’enunciato in questione quando uno dei suoi
normali fatti concomitanti è assente. In nessun caso diciamo che l’enunciato
era falso, ma piuttosto che l’enunciato – o meglio l’atto 11, per esempio la
promessa – era nullo, o eseguito in malafede, o incompleto, e così via. Nel
caso particolare del promettere, come con molti altri performativi, è
appropriato che la persona che enuncia la promessa debba avere una certa
intenzione, vale a dire qui di mantenere la sua parola: e forse di tutti i fatti
concomitanti questo sembra il più adatto ad essere quello che « io prometto »
descrive o riporta. Non parliamo effettivamente, quando tale intenzione è
assente, di una « falsa » promessa? però parlare così non è dire che
l’enunciato « prometto che… » è falso, nel senso che sebbene egli asserisca
di farlo, non lo fa, o che sebbene egli descriva, descrive in modo inesatto –
riporta in modo inesatto. Perché egli promette: la promessa qui non è neppure
nulla, sebbene sia fatta in malafede. La sua enunciazione è forse fuorviante,
probabilmente ingannevole e senza dubbio scorretta, ma non è una bugia o
una asserzione inesatta. Al massimo potremmo fornire delle buone ragioni
per dire che essa dà per implicita o insinua una falsità o una asserzione
inesatta (nel senso che egli si propone davvero di fare qualcosa): ma questa è
una faccenda molto diversa. Inoltre, noi non parliamo di una falsa scommessa
o di un falso battesimo; e il fatto che parliamo di una falsa promessa non
deve comprometterci più del fatto che parliamo di un passo falso; « falso »
non è necessariamente usato per le sole asserzioni.
1
Naturalmente non è proprio esatto che una frase è sempre una asserzione: piuttosto, è usata nel
fare una asserzione, e l’asserzione stessa è una « costruzione logica » ricavata dal fare asserzioni.
[N.d.T. Traduco qui statement uniformemente con « asserzione » anche se a volte il contesto
richiederebbe « affermazione ». Si veda comunque la nota di traduzione].
2 Quanto detto in questi paragrafi è provvisorio, e soggetto a revisione alla luce dei paragrafi
successivi.
3 Fra tutti, i giuristi dovrebbero essere i più consapevoli del vero stato delle cose. Forse alcuni ora lo
sono. Tuttavia essi saranno costretti a cedere alla loro timorosa finzione legale, secondo la quale una
asserzione « della legge » è una asserzione di fatto.
4 Non a caso: sono tutti performativi « espliciti », e di quella classe predominante definita più oltre
degli « esercitivi ».
5 [N.d.C. inglese, in seguito cit. J.O.U. Austin si accorse che l’espressione I do non viene usata
nella cerimonia nuziale troppo tardi per correggere il proprio errore. Lo abbiamo mantenuto nel testo
perché filosoficamente è irrilevante che sia un errore. J.O.U.].
6 Tantomeno qualcosa che ho già fatto o devo ancora fare.
7 Le « frasi » formano una classe di «enunciati », la quale classe deve essere definita, per quanto mi
riguarda, grammaticalmente, anche se dubito che la definizione sia già stata data in modo
soddisfacente. Agli enunciati performativi sono contrapposti, per esempio ed essenzialmente, gli
enunciati « constativi »: formulare un enunciato constativo (cioè enunciarlo con un riferimento storico)
è fare un’asserzione. Formulare un enunciato performativo, è ad esempio, fare una.’scommessa. Vedi
sotto, « illocuzioni ».
8 Precedentemente ho usato « performatorio »: ma « performativo » è da preferirsi in quanto più
corto, meno brutto, più facile da usare, e più tradizionale come formazione.
9 Devo questa osservazione al professor H.L.A. Hart.
10 Ma non intendo escludere tutti gli artisti che lavorano fuori dal palcoscenico – i tecnici delle luci,
il regista, perfino il suggeritore; mi oppongo solo a certi sostituti intriganti che vorrebbero duplicare la
commedia.
11 Evitiamo volutamente di distinguerli, precisamente perché non ci stiamo occupando di questa
distinzione.
Lezione II
CONDIZIONI PER LA FELICITA DEI
PERFORMATIVI
Dovevamo esaminare, vi ricorderete, alcuni casi o sensi (solo alcuni, per
amore del cielo!) in cui dire qualcosa è fare qualcosa; o in cui col dire o nel
dire qualcosa noi facciamo qualcosa. Questo argomento è uno sviluppo – ce
ne sono molti altri – del recente movimento tendente a mettere in discussione
una vecchia assunzione filosofica – l’assunzione secondo la quale dire
qualcosa, per lo meno in tutti i casi che vale la pena di considerare, cioè tutti i
casi considerati, è sempre e semplicemente asserire qualcosa. Questa
asserzione è senza dubbio inconscia, senza dubbio è avventata, ma
evidentemente è del tutto naturale in filosofia. Dobbiamo imparare a correre
prima di poter camminare Se non facessimo mai errori come li
correggeremmo?
Ho iniziato con il richiamare la vostra attenzione, a titolo d’esempio, su
alcuni semplici enunciati del tipo noto come performatori o performativi.
Questi hanno, giudicando dalle apparenze, l’aspetto – o per lo meno la
composizione grammaticale – delle « asserzioni »; ma tuttavia, quando li si
esamina più attentamente, si vede molto chiaramente che non sono enunciati
che potrebbero essere « veri » o « falsi ». Tuttavia l’essere « vero » o « falso
» è tradizionalmente il segno caratteristico di una asserzione. Uno dei nostri
esempi era l’enunciato « sì » (prendo questa donna come mia legittima
sposa), pronunciato nel corso di una cerimonia nuziale. Qui dovremmo dire
che nel dire queste parole noi stiamo facendo qualcosa – cioè, ci stiamo
sposando, piuttosto che raccontando qualcosa, e cioè che ci stiamo sposando.
E l’atto di sposarsi, come, diciamo, l’atto di scommettere, deve almeno
preferibilmente (benché tuttavia non correttamente) essere descritto come
dire certe parole, piuttosto che come eseguire una azione diversa, interiore o
spirituale, della quale queste parole sono soltanto il segno esteriore e
intelligibile. Che ciò sia così può forse difficilmente essere provato, ma è,
direi, un fatto.
È degno di nota il fatto che, come mi è stato detto, nella legge americana
sulla testimonianza un resoconto di ciò che qualcun altro ha detto è
riconosciuto come prova se ciò che egli ha detto è un enunciato del nostro
genere performativo: poiché ciò viene considerato come un resoconto non
tanto di qualcosa che egli ha detto, che in quanto tale sarebbe per sentito dire
e non ammissibile come prova, ma piuttosto di qualcosa che egli ha fatto, una
sua azione. Ciò coincide molto bene con le nostre iniziali opinioni riguardo ai
performativi.
Finora dunque abbiamo semplicemente sentito scivolare sotto i nostri
piedi il solido terreno del pregiudizio. Ma ora, in quanto filosofi, come
dobbiamo procedere? Un modo in cui potremmo continuare, naturalmente è
col ritrattare tutto: un’altro sarebbe l’impantanarci attraverso passaggi logici.
Ma tutto ciò deve richiedere tempo. Per prima cosa almeno concentriamo la
nostra attenzione sulla piccola questione già menzionata incidentalmente – la
questione delle « circostanze appropriate ». Scommettere non è, come ho
incidentalmente fatto notare, semplicemente pronunciare le parole «
scommetto etc. »: qualcuno potrebbe benissimo farlo, e tuttavia noi
potremmo ancora non convenire che egli sia di fatto, o per lo meno
completamente, riuscito a scommettere. Per convincerci di questo, dobbiamo
solo, ad esempio, annunciare la nostra scommessa dopo la fine della corsa.
Oltre all’enunciazione delle parole del cosiddetto performativo, molte altre
cose devono, come norma generale, essere corrette e funzionare bene se si
deve dire che abbiamo felicemente portato a compimento la nostra azione.
Cosa siano queste cose possiamo sperare di scoprirlo esaminando e
classificando i tipi di casi in cui qualcosa funziona male e l’atto – sposarsi,
scommettere, lasciare in eredità, battezzare, e altri ancora – è perciò almeno
in una certa misura un insuccesso: l’enunciato è allora, possiamo dire, non
proprio falso ma in generale infelice. E per questa ragione chiamiamo la
teoria delle cose che possono essere scorrette e funzionare male in occasione
di tali enunciati, la teoria delle Infelicità.
Supponiamo di provare innanzitutto ad enunciare schematicamente – e
non voglio pretendere alcun tipo di carattere definitivo per questo schema –
almeno alcune delle cose che sono necessarie per lo scorrevole o « felice »
funzionamento di un performativo (o almeno di un performativo esplicito
molto sviluppato 1, come quello di cui ci siamo finora esclusivamente
occupati), e quindi a dare esempi di infelicità e dei loro effetti. Io temo, ma al
tempo stesso spero, naturalmente, che queste condizioni necessarie da
soddisfare vi colpiranno in quanto ovvie.
(A. 1) Deve esistere una procedura convenzionale accettata avente un
certo effetto convenzionale, procedura che deve includere l’atto di
pronunciare certe parole da parte di certe persone in certe circostanze, e
inoltre,
(A. 2) le particolari persone e circostanze in un dato caso devono essere
appropriate per il richiamarsi [invocation] alla particolare procedura cui ci
si richiama.
(B. 1) La procedura deve essere eseguita da tutti i partecipanti sia
correttamente che
(B. 2) completamente.
(Γ. 1) Laddove, come spesso avviene, la procedura sia destinata
all’impiego da parte di persone aventi certi pensieri o sentimenti, o
all’inaugurazione di un certo comportamento consequenziale da parte di
qualcuno dei partecipanti, allora una persona che partecipa e quindi si
richiama alla procedura deve di fatto avere quei pensieri o sentimenti, e i
partecipanti devono avere intenzioni di comportarsi in tal modo 2, e inoltre
(Γ. 2) devono in seguito comportarsi effettivamente in tal modo.
Ora se noi trasgrediamo una qualunque (o più) di queste sei regole, il
nostro enunciato performativo sarà (in un modo o nell’altro) infelice. Ma,
naturalmente, vi sono notevoli differenze tra questi « modi » di essere infelice
– modi che si intende siano messi in evidenza dalle lettere e cifre scelte per
ogni intestazione.
La prima grossa distinzione è tra tutte le quattro regole A e B nel loro
insieme, in opposizione alle due regole Γ (da qui l’uso delle lettere romane
contrapposte a quelle greche). Se noi infrangiamo qualcuna delle regole
precedenti (delle A o delle B) – cioè se noi, ad esempio, enunciamo la
formula in modo scorretto, o se, ad esempio, non siamo in posizione tale da
compiere l’atto perché siamo, ad esempio, già sposati, oppure è il
commissario di bordo e non il capitano a celebrare la cerimonia, allora l’atto
in questione, ad esempio lo sposarsi, non è affatto eseguito con successo, non
riesce, non è compiuto. Mentre nei due casi Γ l’atto è compiuto, benché il
compierlo in simili circostanze, come quando siamo, ad esempio, insinceri,
costituisca un abuso della procedura. Così, quando dico « prometto » e non
ho nessuna intenzione di mantenere ciò che ho detto, ho promesso ma… Ci
servono dei nomi per riferirci a questa distinzione generale, perciò
chiameremo in generale quelle infelicità A. 1 – B. 2, che sono tali che l’atto
per la cui esecuzione, e nella cui esecuzione, è concepita la formula verbale
in questione, non è compiuto, con il nome di COLPI A VUOTO: e dall’altro
lato possiamo battezzare quelle infelicità in cui l’atto è compiuto ABUSI (non
enfatizzate le connotazioni normali di questi nomi!). Quando l’enunciato è un
colpo a vuoto, la procedura cui abbiamo la pretesa di richiamarci non è
riconosciuta, o è male eseguita: ed il nostro atto (sposarsi, etc.) è nullo o
senza effetto, etc. Parliamo del nostro atto come di un atto preteso, o forse un
tentativo – oppure usiamo un’espressione quale « ho eseguito una forma di
matrimonio » in contrasto con « mi sono sposato ». Dall’altro lato, nei casi Γ,
noi parliamo del nostro atto infelice come di un atto « ostentato » o « vacuo »
piuttosto che « preteso » o « vuoto », e come di un atto non completato, o non
consumato, piuttosto che nullo o senza effetto. Ma permettetemi di
affrettarmi ad aggiungere che queste distinzioni non sono rigide, e soprattutto
che parole quali « preteso » e « ostentato » non reggeranno molta enfasi. Due
parole conclusive riguardo all’essere nullo o senza effetto. Questo non
significa, naturalmente, dire che non avremo fatto niente: molte cose saranno
state fatte – avremo commesso, in modo estremamente interessante, l’atto di
bigamia – ma non avremo compiuto l’atto preteso, vale a dire sposarsi.
Perché a dispetto del nome, quando si è bigami non ci si sposa due volte. (In
breve, l’algebra del matrimonio è BOOLEANA). Inoltre, « senza effetto » qui
non significa « senza conseguenze, risultati, effetti ».
E adesso, dobbiamo cercare di rendere chiara la distinzione generale fra i
casi A e i casi B, nei colpi a vuoto. In entrambi i casi contrassegnati da A c’è
il richiamo indebito a una procedura – o perché non esiste,
approssimativamente parlando, una simile procedura, o perché la procedura
in questione non può essere applicata nel modo in cui si è tentato di fare.
Quindi le infelicità di questo tipo A possono essere definite Invocazioni
indebite. Fra queste, possiamo ragionevolmente battezzare il secondo genere
– in cui la procedura esiste benissimo ma non può essere applicata come si
pretende di fare – Applicazioni indebite. Ma non sono riuscito a trovare un
nome adatto per l’altra classe, la prima. In contrapposizione con i casi A, il
concetto dei casi B è piuttosto che la procedura è corretta, e si applica
correttamente, ma noi facciamo fiasco nell’esecuzione del rituale con
conseguenze più o meno disastrose: così i casi B, contrapposti ai casi A,
saranno definiti Esecuzioni improprie, contrapposte alle Invocazioni indebite:
il preteso atto è viziato da un difetto o da una lacuna nello svolgimento della
cerimonia. La classe B. 1 è quella dei Difetti, la classe B. 2 quella delle
Lacune.
Abbiamo quindi il seguente schema 3:
Credo che si nutriranno alcuni dubbi riguardo ad A. 1 e Γ. 2, ma
rimanderemo il loro dettagliato esame a fra breve.
Ma prima di passare ai dettagli, permettetemi di fare alcune osservazioni
generali riguardo a queste infelicità. Noi possiamo chiederci:
1) A quale varietà di « atto » si applica la nozione di infelicità?
2) Fino a che punto è completa questa classificazione dell’infelicità?
3) Queste classi di infelicità si escludono a vicenda?
Consideriamo tali domande in (quest’) ordine.
1) Quanto è diffusa l’infelicità?
Ebbene, in primo luogo, sembra chiaro che, sebbene abbia colpito la
nostra attenzione (o non sia riuscita a colpirla) in relazione a certi atti che
sono, o sono in parte, atti di pronunciare parole, l’infelicità è un male
ereditario proprio di tutti gli atti che hanno il carattere generale del rituale o
del cerimoniale, tutti gli atti convenzionali: non che di fatto ogni rituale sia
soggetto ad ogni forma di infelicità (ma allora non lo è neppure ogni
enunciato performativo). Questo è chiaro se non altro per il semplice fatto
che molti atti convenzionali, come la scommessa o la cessione della
proprietà, possono essere eseguiti in modi non verbali. Si devono rispettare
gli stessi tipi di regole in tutte le procedure convenzionali di questo genere –
dobbiamo solo omettere il riferimento particolare all’enunciazione verbale
nel nostro punto A. Tutto ciò è ovvio.
Ma, inoltre, vale la pena di fare notare – di ricordarvi – quanti degli « atti
» che riguardano il giurista sono o includono l’enunciazione di performativi,
o in ogni caso sono o includono l’esecuzione di alcune procedure
convenzionali. E naturalmente voi valuterete giustamente il fatto che in
diversi modi i commentatori della giurisprudenza si sono costantemente
rivelati consapevoli della varietà di infelicità e anche a volte delle peculiarità
dell’enunciato performativo. Soltanto l’ancora diffusa ossessione che gli
enunciati della legge, e gli enunciati usati, diciamo, negli « atti legali »,
debbano in un modo o nell’altro essere enunciati veri o falsi, ha impedito a
molti avvocati di rendere l’intera materia molto più ordinata di quanto è
probabile che la rendiamo noi – e io non pretenderei neppure di sapere se
alcuni di loro non l’abbiano già fatto. Ci riguarda più direttamente, tuttavia,
renderci conto che, allo stesso modo, un gran numero degli atti che sono
compresi nella sfera dell’Etica non sono, come i filosofi sono troppo inclini
ad assumere, in ultima analisi semplicemente movimenti fisici: moltissimi di
loro hanno, interamente o in parte, il carattere generale di atti convenzionali o
rituali, e sono quindi, tra l’altro, esposti all’infelicità.
Possiamo infine domandarci – e qui devo svelare in parte il mio gioco: il
concetto di infelicità si applica ad enunciati che sono asserzioni? Finora
abbiamo presentato l’infelicità come caratteristica dell’enunciato
performativo, il quale era « definito » (se possiamo considerarlo tanto)
principalmente attraverso la contrapposizione con la « asserzione » ritenuta
famihare. Tuttavia qui mi accontenteró di far notare che una delle cose che
sono recentemente successe in filosofia è che si è rivolta molta attenzione
anche ad « asserzioni » che, sebbene non esattamente false e neppure «
contraddittorie », sono tuttavia assurde. Per esempio, asserzioni che si
riferiscono a qualcosa che non esiste come, per esempio, « l’attuale re di
Francia è calvo ». Si potrebbe essere tentati di assimilare ciò al pretendere di
lasciare in eredità qualcosa che non si possiede. Non c’è forse in ognuna di
esse una presupposizione di esistenza? Una asserzione che si riferisce a
qualcosa che non esiste non è forse, non tanto falsa, quanto nulla? E più
consideriamo una asserzione non come una frase (o proposizione) ma come
un atto di discorso (le prime sono costruzioni logiche ricavate da
quest’ultimo), più stiamo studiando l’intera cosa come un atto. O ancora, ci
sono ovvie somiglianze tra una bugia e una promessa falsa. In seguito
dovremo tornare su questo argomento 4.
2) La nostra seconda domanda era: Fino a che punto è completa questa
classificazione?
i) Dunque, la prima cosa da ricordare è che, poiché nell’enunciare i nostri
performativi noi stiamo indubbiamente, in senso abbastanza corretto «
eseguendo delle azioni », allora, in quanto azioni, queste saranno soggette a
delle intere dimensioni di manchevolezza a cui sono soggette tutte le azioni
ma che sono distinte – o distinguibili – da ciò che abbiamo scelto di discutere
come infelicità. Voglio dire che le azioni in generale (non tutte) sono
soggette, per esempio, ad essere compiute sotto costrizione, o per caso, o in
seguito a questa o quella varietà di errore, o altrimenti non intenzionalmente.
In molti casi del genere poi siamo sicuramente poco propensi a dire di
qualche atto di questo tipo semplicemente che è statu compiuto o che egli
l’ha compiuto. Non voglio qui entrare nella teoria generale: in molti casi del
genere possiamo anche dire che l’atto era « nullo » (o annullabile a causa
della costrizione o di una influenza indebita) e così via. Ora, suppongo che
qualche teoria molto generale di alto livello potrebbe comprendere sia ciò che
abbiamo definito infelicità sia queste altre caratteristiche « infelici » del
compiere azioni – nel nostro caso azioni che contengono un enunciato
performativo – in una teoria unica: ma noi non includiamo questo tipo di
infelicità – dobbiamo solo ricordare, tuttavia, che caratteristiche di questo
genere si possono presentare, e lo fanno costantemente, in qualsiasi caso
particolare che stiamo discutendo. Caratteristiche di questo genere sarebbero
normalmente catalogate sotto il titolo « circostanze attenuanti », oppure «
fattori riducenti o abroganti la responsabilità dell’agente », e così via.
ii) In secondo luogo, in quanto enunciati i nostri performativi ereditano
anche certi altri tipi di malattie che colpiscono tutti gli enunciati. E anche
queste, sebbene possano di nuovo essere ricondotte entro una teoria più
generale, per ora le escludiamo volutamente. Intendo, ad esempio, questo: un
enunciato performativo sarà, ad esempio, in un modo particolare vacuo o
nullo se pronunciato da un attore sul palcoscenico, o se inserito in una poesia,
o espresso in soliloquio. Ciò si applica in modo analogo ad ogni e qualsiasi
enunciato – una trasformazione in particolari circostanze. In tali circostanze il
linguaggio viene usato in modi particolari – in maniera intelligibile – non
seriamente, ma in modi parassitici del suo uso normale – modi che rientrano
nella teoria degli eziolamenti 5 del linguaggio. Noi escludiamo tutto ciò dal
nostro esame. I nostri enunciati performativi, felici o meno, devono essere
intesi come proferiti in circostanze ordinarie.
iii) È in parte al fine di tener fuori questo genere di considerazione,
almeno per ora, che non ho introdotto qui un genere di « infelicità » –
potrebbe veramente essere definito tale – che trae origine dal «
fraintendimento ». Ovviamente, perché io abbia promesso, è normalmente
necessario che
A) io sia stato sentito da qualcuno, magari dal destinatario della
promessa;
B) questi abbia capito che si tratta di una promessa.
Se l’una o l’altra di queste condizioni non è soddisfatta, sorgono dei
dubbi riguardo al fatto che io abbia veramente promesso, e si potrebbe
ritenere che il mio atto era solo un tentativo oppure che era nullo. In campo
giuridico si prendono precauzioni speciali onde evitare questa ed altre
infelicità, ad esempio nella notifica di decreti o di ingiunzioni. Dovremo in
seguito tornare, ad un altro proposito, su questa particolare considerazione
tanto importante.
3) Questi casi di infelicità si escludono a vicenda? La risposta a ciò è
ovvia.
a) No, nel senso che possiamo deviare dal giusto in due modi nello stesso
tempo (possiamo promettere in modo insincero ad un asino di dargli una
carota).
b) No, in modo più importante, nel senso che i modi di deviare dal giusto
« sfumano l’uno nell’altro » e « si sovrappongono », e la scelta tra loro è «
arbitraria », in diversi modi.
Supponete, per esempio, che io veda una nave in cantiere, che io salga e
rompa la bottiglia appesa alla prua, che dichiari « battezzo questa nave Stalin
», e in più tolga con un calcio i tasselli che la tengono ferma: ma il problema
è che io non ero la persona scelta per battezzarla (che Stalin fosse o meno –
complicazione supplementare – il nome destinato ad essa; forse in un certo
senso è ancora di più un disonore se lo era). Possiamo tutti convenire
1) che la nave non è stata perciò battezzata 6;
2) che è una vergogna tremenda.
Si potrebbe dire che io « ho eseguito la forma del » battezzare la nave ma
che la mia « azione » è stata « nulla » o « senza effetto », perché io non ero la
persona giusta, non avevo la « capacità » di eseguirla: ma si potrebbe anche,
in alternativa, dire che laddove non si ha neppure una simulazione di capacità
o un diritto specioso ad essa, allora non c’è nessuna procedura convenzionale
accettata; è una beffa, come un matrimonio con una scimmia. O ancora si
potrebbe dire che parte della procedura consiste nel farsi designare ad
eseguirla. Quando il santo battezze, i pinguini, l’atto fu nullo perché la
procedura del battesimo non si applica propriamente ai pinguini, oppure
perché non c’è nessuna procedura accettata per il battesimo di nient’altro se
non esseri umani? Non penso che queste incertezze contino in teoria, sebbene
sia piacevole analizzarle e in pratica conveniente avere pronta, come hanno i
giuristi, una terminologia per far fronte ad esse.
1 [N.d.T. Cfr. p. 55].
2 Verrà spiegato in seguito perché il fatto di avere questi pensieri, sentimenti ed intenzioni non
viene incluso come solo una fra le altre « circostanze » di cui si è già trattato al punto (A).
3 [Di tanto in tanto Austin usò, altri nomi per le diverse infelicità. Ne vengono forniti alcuni qui, se
può interessare: A. 1, Non-azioni; A. 2, Azioni scorrette; B, Disguidi; B. 1, Esecuzioni improprie; B. 2,
Non-esecuzioni; ͣ , Mancanze di rispetto; ͣ . 1, Dissimilazioni; ͣ . 2, Non-adempimenti, Slealtà, Infrazioni,
Indiscipline, Violazioni. J.O.U.].
4 [Cfr. p. 38 ss. J.O.U.].
5 [N.d.T. L’eziolamento consiste nel progressivo ingiallirsi e imbianchirsi degli organi verdi di
piante che crescano in condizioni di luce troppo scarse, dovuto alla mancata formazione di clorofilla.
L’uso di una tale metafora da parte di Austin suggerisce che egli intendesse citazione, recitazione,
teatro, poesia eccetera come usi linguistici sottratti almeno in parte alla « luce del sole » delle
condizioni normali della comunicazione.].
6 Battezzare i bambini è anche più difficile; si potrebbe avere il nome sbagliato e il prete sbagliato –
cioè, qualcuno che ha diritto di battezzare i bambini ma non designato a battezzare questo bambino.
Lezione III
INFELICITÀ: COLPI A VUOTO
Nella nostra prima lezione abbiamo preliminarmente definito l’enunciato
performativo come un enunciato che non dice, o non solo dice, qualcosa, ma
fa qualcosa e che non è un resoconto vero o falso di qualcosa. Nella seconda,
abbiamo fatto notare che esso, sebbene non fosse mai vero o falso, era
tuttavia soggetto a critiche – poteva essere infelice, e abbiamo elencato sei di
questi tipi di Infelicità. Di questi, quattro erano tali da rendere l’enunciato un
colpo a vuoto, e l’atto preteso nullo e senza effetto, tale da non avere validità,
mentre gli altri due, al contrario, rendevano l’atto dichiarato soltanto un
abuso della procedura. Può quindi sembrare che ci siamo armati di due
concetti nuovi di zecca con cui forzare la serratura della Realtà, oppure,
secondo il caso, della Confusione – due nuove chiavi nelle nostre mani, e
naturalmente, allo stesso tempo due nuovi scivoli sotto i nostri piedi. In
filosofia, uomo avvisato dovrebbe essere mezzo salvato. Poi mi sono
attardato per un po’ discutendo alcune questioni generali riguardo al concetto
dell’Infelicità, e l’ho collocato in un suo vago posto in una nuova mappa del
settore. Ho affermato 1) che esso si applicava a tutti gli atti rituali, non
soltanto a quelli verbali, e che tali atti sono più comuni di quanto si pensi; ho
ammesso 2) che il nostro elenco non era completo, e che ci sono in realtà
intere altre dimensioni di ciò che potrebbe essere ragionevolmente definito «
infelicità », che interessa le esecuzioni rituali in generale e gli enunciati in
generale, dimensioni che riguardano certamente i filosofi; e 3) che,
naturalmente, diverse infelicità possono combinarsi o possono sovrapporsi e
che può essere più o meno facoltativo il modo in cui noi classifichiamo
qualche dato esempio particolare.
Dovevamo poi considerare alcuni esempi di infelicità – della violazione
delle nostre sei regole. Lasciate che vi ricordi per prima la regola A. 1,
secondo la quale deve esistere una procedura convenzionale accettata avente
un certo effetto convenzionale, procedura che deve includere l’atto di
pronunciare certe parole da parte di certe persone in certe circostanze; e la
regola A. 2, naturalmente, che la completa, diceva che le particolari persone e
circostanze in un dato caso devono essere appropriate per il richiamarsi alla
particolare procedura cui ci si richiama.
A. 1. Deve esistere una procedura convenzionale accettata avente
un certo effetto convenzionale, procedura che deve includere l’atto di
pronunciare certe parole da parte di certe persone in certe
circostanze.
L’ultima parte, naturalmente, è semplicemente intesa a restringere la
regola a casi di enunciati, e non è importante in linea di principio.
La nostra formulazione di questa regola contiene le due parole « esistere »
e « accettato » ma noi possiamo ragionevolmente domandarci se può esservi
alcun senso di « esistere » all’infuori di « essere accettato » e se « essere in
uso (generale) » non sia da preferirsi ad entrambi. Quindi non dobbiamo dire
ad ogni costo « 1) esistere, 2) essere accettato ». Ebbene, per deferenza verso
questo ragionevole quesito, consideriamo per primo proprio « accettato ».
Se qualcuno formula un enunciato performativo, e l’enunciato viene
classificato come un colpo a vuoto perché la procedura invocata non è
accettata, presumibilmente sono persone diverse dal parlante che non la
accettano (per lo meno se il parlante dice sul serio). Quale potrebbe essere un
esempio? Considerate « io divorzio da te », detto ad una moglie da suo marito
in un paese cristiano, essendo entrambi cristiani piuttosto che maomettani. In
questo caso si potrebbe dire « nonostante tutto egli non ha (effettivamente)
divorziato da lei: noi ammettiamo solo una certa altra procedura verbale o
non verbale »; o forse anche « noi (noi) non ammettiamo alcuna procedura di
divorzio – il matrimonio è indissolubile ». Ciò può portarci lontano, tanto da
respingere ciò che può essere definito un intero codice di procedura, ad
esempio, il codice d’onore che prevede il duello: per esempio, si può lanciare
una sfida dicendo « i miei padrini vi faranno visita », che è equivalente a « io
ti sfido », e noi semplicemente non gli diamo importanza. Questo tipo di
situazione viene sfruttato nell’infelice storia di Don Chisciotte.
Naturalmente, è evidente che la cosa è relativamente semplice se noi non
ammettiamo mai nessuna « simile » procedura – cioè, nessuna procedura per
fare quel genere di cose, oppure, in nessun caso quella procedura per fare
quella particolare cosa. Ma sono ugualmente possibili casi in cui noi qualche
volta – in certe circostanze o per certi motivi – accettiamo una procedura ma
non la accettiamo in nessuna altra circostanza o per altri motivi. E qui
possiamo spesso essere in dubbio (come nell’esempio del battesimo di cui
sopra) se un’infelicità debba essere inserita nella nostra presente classe A. 1 o
piuttosto nella A. 2 (oppure anche B. 1 o B. 2). Per esempio, ad una festa, nel
formare le squadre tu dici « scelgo Giorgio »: Giorgio grugnisce « io non
gioco ». Giorgio è stato scelto? Indubbiamente, la situazione è infelice.
Ebbene, possiamo dire, non hai scelto Giorgio o perché non c’è nessuna
convenzione per cui si possano scegliere persone che non giocano o perché
Giorgio, in tali circostanze, è un oggetto inappropriato per la procedura della
scelta. Oppure su un’isola deserta tu puoi dirmi « vai a raccogliere legna »; e
io posso dire « io non prendo ordini da te » oppure « tu non hai diritto a
darmi ordini » – io non prendo ordini da te quando cerchi di « affermare la
tua autorità » (cui io potrei assoggettarmi o meno) su un’isola deserta, in
opposizione al caso in cui tu sei il capitano su una nave e perciò hai davvero
autorità.
Ora noi potremmo dire, includendo il caso in A. 2 (Applicazioni
indebite): la procedura – pronunciare certe parole, etc. –, era giusta e
accettata, ma le circostanze in cui è stata invocata o le persone che l’hanno
invocata erano sbagliate: « io scelgo », è al suo posto solo quando l’oggetto
del verbo è « un giocatore », e un comando è al suo posto solo quando il
soggetto del verbo è « un comandante » o « una autorità ».
O ancora potremmo dire, includendo il caso nella regola B. 2 (e forse
dovremmo ridurre il suggerimento precedente a questo): la procedura non è
stata completamente eseguita; poiché è una sua parte necessaria che, diciamo,
la persona che deve essere l’oggetto del verbo « io ordino che… » deve,
mediante una qualche procedura anteriore, tacita o verbale, avere innanzitutto
costituito in autorità la persona che darà l’ordine, ad esempio dicendo « io
prometto di fare ciò che mi ordini di fare ». Questa è naturalmente, una delle
incertezze – e in realtà un’incertezza puramente generale – che sono alla base
del dibattito quando nella teoria politica si discute se vi sia o meno, o se vi
dovrebbe essere un contratto sociale.
Mi sembra che in linea di principio non abbia alcuna importanza il modo
in cui decidiamo nei casi particolari, sebbene possiamo essere d’accordo, o in
base ai fatti o introducendo ulteriori definizioni, nel preferire una soluzione
piuttosto che un’altra. Ma né l’inclusione in A. 2 né quella in B andranno
bene in generale, ed è importante dire chiaramente:
1) contro l’ipotesi B, che per quanti elementi possiamo includere nella
procedura sarebbe tuttavia possibile che qualcuno la respinga tutta;
2) contro l’ipotesi A. 2, che, affinché una procedura sia accettata, non
basta semplicemente il fatto che essa sia effettivamente usata di solito, anche
realmente dalle persone ora interessate; e che in linea di principio deve
rimanere possibile per chiunque respingere qualsiasi procedura – o codice di
procedure – come può accadere, ad esempio, con il codice d’onore. Chi
agisce così è, naturalmente, soggetto a sanzioni; gli altri rifiutano di giocare
con lui oppure dicono che egli non è un uomo d’onore. Soprattutto non si
deve trasporre tutto in piatte circostanze fattuali; in quanto ciò è sottoposto
alla vecchia obiezione al derivare un « dovere » da un «essere ». (Essere
accettato non è una circostanza nel senso esatto della parola). Con molte
procedure, ad esempio giocare, per quanto le circostanze possano essere
appropriate, può darsi tuttavia che io non stia giocando, e inoltre, dovremmo
sostenere che in ultima analisi è incerto se « essere accettato » sia definibile
come essere « usualmente » utilizzato. Ma questo è un argomento più
difficile.
Ora, in secondo luogo, cosa si potrebbe intendere con il suggerimento che
talvolta una procedura può anche non esistere – distinto dalla questione della
sua accettazione o meno, da parte di questo o quel gruppo 1?
i) Abbiamo il caso di procedure che « non esistono più » semplicemente
nel senso che, sebbene una volta fossero generalmente accettate, esse non lo
sono più generalmente, o persino non sono più accettate da nessuno; per
esempio il caso della sfida a duello; e
ii) abbiamo anche il caso di procedure che qualcuno istituisce. Talvolta
egli può « farla franca » come nel football, l’uomo che per primo raccolse la
palla e si mise a correre. Farla franca con le cose è essenziale, nonostante la
terminologia sospetta. Considerate un possibile caso in cui è più probabile
che noi affermiamo che la procedura non esiste piuttosto che non la
accettiamo: dire « sei stato vigliacco » può essere un rimprovero o un insulto:
e io posto rendere esplicito il mio atto dicendo « io ti rimprovero », ma non
posso farlo dicendo « io ti insulto » – le ragioni di ciò non sono importanti
qui 2. Ciò che importa è che una varietà speciale di non-gioco 3 può
presentarsi se qualcuno dice davvero « io ti insulto »: poiché mentre insultare
è una procedura convenzionale, e di fatto una procedura primariamente
verbale, cosicché in un certo modo noi non possiamo fare a meno di capire la
procedura che chi dice « io ti insulto » ha la pretesa di invocare, tuttavia
siamo tenuti a non stare al suo gioco non semplicemente perché la
convenzione non è accettata, ma perché avvertiamo vagamente la presenza di
qualche ostacolo, la cui natura non è immediatamente chiara, che si oppone a
che essa venga mai accettata.
Molto più comuni, tuttavia, saranno i casi in cui non è certo fino a che
punto la procedura si estenda – quali casi comprenda o quali varietà le si
potrebbero far comprendere. È intrinseco alla natura di qualunque procedura
che i limiti della sua applicabilità, e con ciò, naturalmente, la definizione «
precisa » della procedura, rimangano vaghi. Capiteranno sempre casi difficili
o marginali, in cui niente nella precedente storia di una procedura
convenzionale deciderà in modo conclusivo se una tale procedura sia o non
sia applicata correttamente ad un tale caso. Posso battezzare un cane, se, per
ammissione, esso è razionale? Oppure lo si dovrebbe considerare un non-
gioco? La legge è ricca di tali difficili decisions – nelle quali, naturalmente,
diviene più o meno arbitrario se consideriamo di stare decidendo A. 1) che
una convenzione non esiste o di stare decidendo A. 2) che le circostanze non
sono appropriate per l’invocazione di una convenzione che indubbiamente
esiste: in un modo o nell’altro tenderemo ad essere legati al « precedente »
che creiamo. Gli avvocati di solito preferiscono la seconda via, in quanto
applicazione piuttosto che creazione di una legge.
C’è tuttavia, un ulteriore tipo di caso che può presentarsi, che potrebbe
essere classificato in molti modi, ma che merita una menzione speciale.
Gli enunciati performativi che ho preso come esempi sono tutti a carattere
molto sviluppato, del genere che in seguito chiameremo performativi
espliciti, in contrasto con i performativi semplicemente impliciti. Vale a dire,
(tutti) iniziano con, oppure comprendono, qualche espressione altamente
significativa e non ambigua quale « io scommetto », « io prometto », « io
lascio in eredità » – un’espressione usata molto comunemente anche nel
designare l’atto che sto eseguendo nel formulare un tale enunciato – per
esempio scommettere, promettere, lasciare in eredità, etc. Ma, naturalmente,
è tanto ovvio quanto importante il fatto che occasionalmente noi possiamo
usare l’enunciato « vai » per compiere praticamente la stessa azione che
compiamo con l’enunciato « io ti ordino di andare »: e diremmo
tranquillamente in entrambi i casi, descrivendo successivamente ciò che
qualcuno ha fatto, che egli mi ha ordinato di andare. Tuttavia di fatto può non
essere certo, e per quanto riguarda il solo enunciato, resta sempre incerto,
quando usiamo una formula così poco esplicita come il semplice imperativo «
vai », se chi lo pronuncia mi sta ordinando di andare (o ha la pretesa di farlo)
oppure mi sta soltanto consigliando, o supplicando di farlo o altro ancora.
Analogamente « c’è un toro nel campo » può essere un avvertimento oppure
no, in quanto io potrei stare solo descrivendo il paesaggio e « ci sarò » può
essere una promessa oppure no. Ecco che abbiamo dei performativi primitivi,
anziché dei performativi espliciti; e può non esserci niente nelle circostanze
attraverso cui poter decidere se l’enunciato sia performativo o meno.
Comunque, in una situazione data posso essere libero di considerarlo in un
modo o nell’altro. Si trattava di una formula performativa –forse – ma la
procedura in questione non è stata invocata in modo sufficientemente
esplicito. Forse io non l’ho preso come un ordine oppure non ero in ogni caso
tenuto a prenderlo come un ordine. La persona non l’ha presa come una
promessa: cioè nella circostanza particolare non ha accettato la procedura,
basandosi sul fatto che il rituale era stato eseguito in modo incompleto da
parte del primo parlante.
Potremmo assimilare questo ad una esecuzione difettosa o incompleta (B.
1 oppure B. 2): salvo che essa è in realtà completa, sebbene non sia né priva
di ambiguità né esplicita. (In campo giuridico, naturalmente, questo genere di
performativo non esplicito sarà normalmente fatto rientrare in B. 1 o in B. 2
– è diventata una norma il fatto che il lasciare in eredità in modo non
esplicito, per esempio, è eseguire tale atto in modo scorretto o incompleto;
ma nella vita di tutti i giorni non c’è una tale rigidità). Potremmo anche
assimilarlo ai Fraintendimenti (che non abbiamo ancora esaminato): ma
sarebbe un genere speciale di essi, riguardante la forza dell’enunciato, in
contrapposizione al suo significato. E il punto qui non è solo che chi ascolta
non ha capito, ma che non aveva da capire, cioè da prenderlo come un
ordine.
Potremmo in effetti assimilare questo caso anche ad A. 2 dicendo che la
procedura non è destinata ad essere usata laddove non è chiaro che la si sta
usando – uso che la rende del tutto nulla. Potremmo esigere che venga usata
solo in circostanze che senza ambiguità rendano evidente che la si sta usando.
Ma questo è un consiglio difficile da seguire.
A. 2. Le particolari persone e circostanze in un dato caso devono
essere appropriate al richiamarsi alla particolare procedura cui ci si
richiama.
Rivolgiamo ora la nostra attenzione alle infrazioni di A. 2, il tipo di
infelicità che abbiamo definito Applicazioni Indebite. Qui abbiamo una
moltitudine di esempi. « Io ti nomino » detto quando sei già stato nominato, o
quando è stato nominato qualcun altro o quando io non sono abilitato a
nominare, o quando tu sei un cavallo 4; « sì » detto quando il grado di
parentela ve lo impedisce, o davanti al capitano di una nave non in mare; « io
dono », detto quando ciò che dono non è mio o quando si tratta di una libbra
della mia carne viva 5. Abbiamo parecchi termini speciali da usare nei diversi
tipi di caso – « ultra vires », « incapacità », « oggetto (o persona, etc.) non
idoneo o improprio », « non abilitato », e così via.
Il limite tra « persone inappropriate » e « circostanze inappropriate » non
sarà necessariamente rigoroso. In verità le « circostanze » possono
evidentemente essere estese fino a comprendere in generale le « nature » di
tutte le persone coinvolte. Ma dobbiamo distinguere tra i casi in cui la
inappropriatezza di persone, oggetti, nomi, etc. è una questione di «
incapacità », e i casi più semplici in cui l’oggetto o l’« esecutore » è del
genere o tipo sbagliato. Questa è di nuovo una distinzione piuttosto
grossolana ed evanescente, ma non senza importanza (in campo, diciamo,
giuridico).
Così dobbiamo distinguere i casi in cui un sacerdote battezza il bambino
sbagliato con il nome giusto o battezza il bambino « Alberto » anziché «
Alfredo », da quelli in cui si dice « io battezzo questo bambino 2704 » oppure
« prometto che ti romperò la faccia » oppure si nomina console un cavallo. In
questi ultimi casi viene incluso qualcosa del genere o tipo sbagliato, mentre
negli altri l’inappropriatezza è solo questione di incapacità.
Alcune sovrapposizioni di A. 2 con A. 1 e B. 1 sono già state menzionate:
forse è più probabile che noi la definiamo una invocazione indebita (A. 1) se
la persona in quanto tale è inappropriata piuttosto che se il motivo risiede
soltanto nel fatto che non è quella debitamente nominata (A. 2) – se niente –
nessuna procedura o nomina antecedente, etc. – avrebbe potuto mettere le
cose a posto. D’altra parte, se noi prendiamo alla lettera la questione della
nomina (la posizione contrapposta allo status) potremmo classificare
l’infelicità come un problema di procedura eseguita in modo erroneo (B. 1)
piuttosto che indebitamente applicata – per esempio, se votiamo per un
candidato prima che egli sia stato proposto come tale. Il problema qui è fino a
che punto dobbiamo ripercorrere all’indietro la « procedura ».
Abbiamo poi degli esempi di B (che naturalmente abbiamo già trattato)
definiti Esecuzioni indebite.
B. 1. La procedura deve essere eseguita da tutti i partecipanti in
modo corretto.
Questi sono i difetti. Consistono nell’uso, per esempio, di formule errate
– si ha una procedura che è appropriata alle persone e alle circostanze ma non
viene eseguita correttamente. Gli esempi si trovano più facilmente nella
giurisprudenza; naturalmente non sono così chiari nella vita di tutti i giorni,
in cui si fanno delle concessioni. L’uso di formule non esplicite potrebbe
venire incluso sotto questa intestazione. Inoltre sotto questa intestazione
ricade l’uso di formule vaghe e di riferimenti incerti, per esempio se dico « la
mia casa » quando ne ho due, o se dico « scommetto che la corsa non avrà
luogo oggi » quando era prevista più di una corsa.
Questo è un problema diverso da quello del fraintendimento e della
recezione lenta da parte di chi ascolta; si ha come conseguenza un difetto nel
rituale, comunque esso sia stato inteso da chi ascolta. Una delle cose che
causano particolare difficoltà, è il problema della necessità o meno, quando vi
sono due parti in causa, del consensus ad idem. È essenziale che io mi
assicuri della corretta comprensione tanto quanto di ogni altra cosa? In ogni
caso questo è un problema che rientra nell’ambito delle regole B e non delle
regole Γ.
B. 2. La procedura deve essere eseguita completamente da tutti i
partecipanti.
Queste sono le lacune; noi tentiamo di eseguire la procedura ma l’atto è
vano. Ad esempio: il mio tentativo di fare una scommessa dicendo «
scommetto mezzo scellino » è vano a meno che tu non dica « ci sto » o
qualcosa del genere; il mio tentativo di sposarmi dicendo « sì » è vano se la
donna dice « no »; il mio tentativo di sfidarti è vano se dico « ti sfido a duello
» ma dimentico di mandare i miei padrini; il mio tentativo di inaugurare una
biblioteca secondo il cerimoniale è vano se dico « io apro questa biblioteca »
ma la chiave si spezza nella serratura; viceversa il battesimo di una nave è
vano se io tolgo i tasselli che la tengono ferma prima di aver detto « io varo
questa nave ». Ora, di nuovo, nella vita di tutti i giorni è permessa una certa
negligenza nella procedura – altrimenti nell’università nessuna faccenda
verrebbe mai portata a termine!
Naturalmente sorgeranno talvolta delle incertezze riguardo alla necessità
o meno di qualcosa di ulteriore. Per esempio, occorre che tu accetti il dono
perché io ti doni qualcosa? Certamente nelle questioni formali si richiede
l’accettazione, ma ordinariamente è così? Una simile incertezza sorge se si
assegna una nomina senza il consenso della persona in questione. Il problema
qui è: fino a che punto gli atti possono essere unilaterali? Analogamente il
problema sorge in relazione a quando l’atto giunge a conclusione; cosa conta
come suo completamento 6?
In tutto questo vorrei ricordarvi che noi non abbiamo chiamato in causa
ulteriori dimensioni di infelicità, come quelle che possono derivare, diciamo,
da un semplice errore di fatto da parte di chi esegue l’azione o da discordanze
su questioni di fatto, lasciando stare le discordanze di opinione; per esempio,
non c’è nessuna convenzione secondo la quale io posso prometterti di fare
qualcosa a tuo detrimento, creandomi così nei tuoi confronti l’obbligo di
farlo; ma supponete che io dica « prometto di mandarti in convento » –
quando io penso, ma tu no, che sarà per il tuo bene, o ancora quando tu lo
pensi ma io no, o anche quando lo pensiamo entrambi, ma di fatto, come si
può intuire, non lo sarà? Ho invocato una convenzione inesistente in
circostanze inappropriate? È inutile dire, ed è questione di principio generale,
che non vi può essere nessuna scelta soddisfacente tra queste alternative, che
sono troppo poco sottili per adattarsi a casi sottili. Non ci sono scorciatoie per
spiegare in modo semplice la piena complessità della situazione, che non si
adatta precisamente a nessuna classificazione comune.
Può sembrare in tutto questo che noi abbiamo semplicemente ritrattato le
nostre regole. Ma non è così. È chiaro che vi sono queste sei possibilità di
infelicità anche se è talvolta incerto quale di esse riguardi un particolare caso:
e se volessimo sarebbe possibile definirle, almeno per dati casi. E dobbiamo
evitare a tutti i costi l’ipersemplificazione, che si potrebbe essere tentati di
chiamare malattia professionale dei filosofi se non fosse la loro professione.
1 Se qui abbiamo qualcosa in contrario a dire che è dubbio se essa « esista » – come ben possiamo
fare, poiché la parola ci dà dei brividi attualmente alla moda che in generale sono indubbiamente
legittimi – potremmo dire che il dubbio riguarda piuttosto la precisa natura o definizione o
comprensione della procedura che indubbiamente esiste ed è accettata.
2 Molte possibili procedure e formule di questo genere sarebbero svantaggiose se venissero
riconosciute; per esempio, forse non dovremmo ammettere la formula « ti prometto che ti picchiere) ».
Ma mi si dice che nell’epoca di maggiore diffusione del duello fra gli studenti in Germania era
consuetudine che i membri di un club passassero in rivista i membri di un club rivale, ciascuno
allineato in fila per due, e che quindi, passando, ognuno dicesse al suo avversario designato, abbastanza
cortesemente, « Beleidigung », che significa « io ti insulto ».
3 [« Non gioco » era in passato il nome dato da Austin alla categoria A. 1 delle infelicità. In seguito
egli lo scartò, ma esso rimane in questo passo dei suoi appunti, J.O.U.].
4 [N.d.T. Nel De vita Caesarum Svetonio riporta che Caligola nominò senatore il suo cavallo].
5 [N.d.T. Nel Mercante di Venezia di Shakespeare l’usuraio ebreo Shylock e il mercante cristiano
Antonio sottoscrivono un contratto in base al quale, se il cristiano non sarà in grado di restituire, entro
una determinate scadenza, la somma presa a prestito, Shylock avrà diritto a una libbra della sua carne,
tolta dove più gli piaccia].
6 Si potrebbe perciò dubitare se la mancata consegna di un regalo sia una mancanza di completezza
nell’esecuzione del dono oppure un’infelicità del tipo Γ.
Lezione IV
INFELICITA: ABUSI
La volta scorsa abbiamo esaminato alcuni casi di Infelicità e ci siamo
occupati di casi in cui non esisteva alcuna procedura o nessuna procedura
accettata, in cui la procedura veniva invocata in circostanze inappropriate, e
in cui la procedura veniva eseguita in modo difettoso oppure non veniva
eseguita completamente. E abbiamo fatto notare che in situazioni particolari è
possibile fare in modo che questi casi si sovrappongano; e che generalmente
essi si sovrappongono a) ai Fraintendimenti, un tipo di infelicità a cui
probabilmente sono soggetti tutti gli enunciati, e b) agli Errori, e all’agire
sotto costrizione.
L’ultimo tipo di caso è quello di Γ. 1 e Γ. 2, insincerità e infrazioni o
violazioni 1. Qui, noi diciamo, l’esecuzione non è nulla, sebbene sia lo stesso
infelice.
Permettete che ripeta le definizioni:
Γ. 1: laddove, come spesso avviene, la procedura sia destinata all’impiego
da parte di persone aventi certi pensieri, sentimenti, o intenzioni,
all’inaugurazione di un certo comportamento consequenziale da parte di
qualcuno dei partecipanti, allora una persona che partecipa e quindi si
richiama alla procedura deve di fatto avere quei pensieri, sentimenti o
intenzioni, e i partecipanti devono avere intenzione di comportarsi in tal
modo;
Γ. 2: e i partecipanti devono in seguito comportarsi effettivamente in tal
modo.
1. Sentimenti
Esempi di casi in cui non si hanno i sentimenti richiesti sono:
« Mi congratulo con te », detto quando non ero affatto compiaciuto, forse
ero persino contrariato.
« Ti faccio le mie condoglianze », detto quando non condividevo
veramente i tuoi sentimenti.
Le circostanze qui sono in regola e l’atto è eseguito, non nullo, ma è
effettivamente insincero; non era il caso di congratularmi con te o di farti le
mie condoglianze, provando i sentimenti che provavo.
2. Pensieri
Esempi di casi in cui non si hanno i pensieri richiesti sono:
« Ti consiglio di farlo », detto quando non penso che sarebbe il modo di
agire più conveniente per te.
« Lo giudico innocente – lo assolvo », detto quando credo proprio che
egli sia colpevole.
Questi atti non sono nulli. Io dò un consiglio ed emetto un verdetto per
davvero, anche se in modo insincero. Qui si ha un ovvio parallelo con un
elemento del mentire, nell’eseguire un atto linguistico di tipo assertivo.
3. Intenzioni
Esempi di casi in cui non si hanno le intenzioni richieste sono:
« Prometto », detto quando non intendo fare ciò che prometto.
« Scommetto », detto quando non intendo pagare.
« Dichiaro guerra », detto quando non intendo combattere.
Non sto usando i termini « sentimenti », « pensieri », e « intenzioni », in
modo tecnico, anziché in modo generico. Ma sono necessari alcuni
commenti:
1) Le distinzioni sono così vaghe che non è necessariamente facile
distinguere i vari casi: e comunque, naturalmente, i casi possono essere
combinati fra loro e di solito sono combinati fra loro. Ad esempio, se dico «
mi congratulo con te », dobbiamo realmente sentire o piuttosto pensare che tu
hai fatto bene o sei meritevole? Penso o sento che ciò era tanto degno di
elogio? O ancora, nel caso delle promessa, devo certamente avere
un’intenzione: ma devo anche considerare fattibile ciò che prometto (devo
essere intenzionato a farlo, non soltanto a cercare di farlo) e forse pensare che
la persona cui ho fatto la promessa pensa che sarà a suo vantaggio, o pensare
io che sia a suo vantaggio.
2) Nel caso dei pensieri dobbiamo distinguere il pensare realmente che sia
così – per esempio che egli sia colpevole, che l’atto sia stato compiuto da lui,
o che il merito sia suo, l’azione sia stata eseguita da lui – dal fatto che ciò che
noi pensiamo essere ad un modo sia realmente così, e cioè che il pensiero sia
corretto, anziché erroneo. (Analogamente, possiamo distinguere il provare
realmente certi sentimenti dal fatto che ciò che sentiamo sia giustificato, e
l’essere realmente intenzionati dal fatto che ciò che intendiamo sia fattibile).
Ma i pensieri sono un caso estremamente interessante, cioè sconcertante: si
ha qui l’insincerità che è un elemento essenziale nel mentire, in quanto questo
è distinto dal semplice dire ciò che di fatto è falso. Ne sono esempi il pensare,
quando dico « innocente », che il fatto sia stato compiuto da lui, o pensare,
quando dico « mi congratulo », che l’azione non sia stata eseguita da lui. Ma
io posso di fatto sbagliarmi nel pensare così.
Se per lo meno alcuni dei nostri pensieri sono scorretti (anziché
insinceri), ciò può risolversi in una infelicità, naturalmente di un genere
diverso:
a) io posso donare qualcosa che di fatto non spetta a me donare (anche se
io penso di sì). Potremmo dire che questa è « Applicazione indebita », che le
circostanze, oggetti, persone, etc., non sono appropriati per la procedura del
dono. Ma dobbiamo ricordarci che abbiamo detto che avremmo escluso
l’intera dimensione di ciò che potrebbe benissimo essere definito infelicità
ma che aveva origine dall’errore e dal fraintendimento. Si dovrebbe notare
che in generale l’errore non renderà un atto nullo, sebbene lo possa rendere
scusabile.
b) « Ti consiglio di fare X » è un enunciato performativo; considerate il
caso in cui io ti consiglio di fare qualcosa che in realtà non è affatto nel tuo
interesse, nonostante io pensi che lo sia. Questo caso è abbastanza diverso da
a) in quanto qui non si ha affatto la tentazione di pensare che l’atto di
consigliare potrebbe forse essere nullo o annullabile, e parimenti non si ha la
tentazione di pensarlo insincero. Piuttosto qui introduciamo ancora una
dimensione critica totalmente nuova; lo criticheremmo come cattivo
consiglio. Per molti versi questa è la cosa peggiore che si possa dire di un
consiglio. Il fatto che un atto sia felice o riuscito sotto tutti i nostri aspetti non
lo rende esente da critiche. Ritorneremo su questo punto.
c) Più difficile di entrambi questi casi è un caso sul quale dovremo pure
ritornare in seguito. Vi è una classe di performativi che io chiamo verdettivi:
per esempio, quando diciamo « giudico l’imputato colpevole » o
semplicemente « colpevole » oppure quando l’arbitro dice « eliminato ».
Quando diciamo « colpevole » ciò è in un certo senso felice se pensiamo
sinceramente, in base alla testimonianza, che egli ha compiuto il fatto. Ma,
naturalmente, tutto lo scopo della procedura in un certo senso è di essere
corretta; può anche non essere affatto una questione di opinioni, come sopra.
Così quando l’arbitro dice « fine », questo fa terminare un turno di lancio. Ma
d’altronde si può avere un « cattivo » verdetto: può essere o ingiustificato
(giuria) o anche scorretto (arbitro). Quindi qui abbiamo una situazione molto
infelice. Tuttavia non è infelice in nessun senso nostro: non è nullo (se
l’arbitro dice « eliminato », il battitore è eliminato; la decisione dell’arbitro è
definitiva) e non è insincero. Comunque, ora non ci stiamo occupando di
queste difficoltà incombenti, ma solo di distinguere l’insincerità.
3) Anche nel caso delle intenzioni vi sono certe difficoltà particolari:
a) Abbiamo già rivelato l’incertezza riguardo a ciò che costituisce una
azione successiva e ciò che è semplicemente il completamento o la
conclusione di un’unica, singola, intera azione: per esempio, è difficile
stabilire esattamente la relazione tra
« io dono » e il rinunciare al possesso,
« sì » (prendo questa donna etc.), e la consumazione del matrimonio,
« io vendo » e il compimento della vendita:
anche se la distinzione è facile nel caso della promessa. Quindi vi sono
analoghe possibilità di tracciare delle distinzioni in diversi modi riguardo a
ciò che è la necessaria intenzione di eseguire una azione successiva e ciò che
è la necessaria intenzione di completare l’azione in corso. Questo fatto,
comunque, non solleva alcuna difficoltà in linea di principio riguardo al
concetto di insincerità.
b) Abbiamo distinto in maniera approssimativa casi in cui si devono avere
certe intenzioni da casi più particolari nei quali si deve avere l’intenzione di
mantenere una certa ulteriore linea d’azione, laddove l’uso della procedura
data era designato precisamente ad inaugurarla (rendendola obbligatoria o
facoltativa). Esempi di questa procedura più specializzata sono l’impegnarsi
ad eseguire un’azione, naturalmente, e probabilmente anche il battesimo.
Tutto lo scopo di avere una simile procedura è precisamente fare sì che certi
comportamenti successivi siano in regola [in order] e altri comportamenti
fuori luogo: e naturalmente per molti scopi, ad esempio, con le formule
legali, ci si avvicina sempre di più a questa meta. Ma altri casi non sono così
facili: io posso, ad esempio, esprimere la mia intenzione semplicemente col
dire « lo farò ». Devo, naturalmente, avere l’intenzione, per non essere
insincero, al momento della mia enunciazione: ma qual è esattamente il grado
o modo della infelicità se in seguito non lo faccio? O ancora, in « ti dò il
benvenuto », cosa che se detta equivale a dare il-benvenuto, presumibilmente
sono vagamente necessarie intenzioni di un certo genere: ma cosa
succederebbe se poi ci si comporta in modo villano? O ancora, io ti dò un
consiglio e tu lo accetti, ma poi ti rimprovero: fino a che punto sono
obbligato a non farlo? Oppure solo « non ci si aspetta » che io lo faccia?
Oppure fa parte del chiedere e accettare consigli fare decisamente in modo
che tale comportamento successivo sia fuori luogo? O analogamente io ti
chiedo insistentemente di fare una cosa, tu acconsenti, e poi io protesto – il
mio comportamento è fuori luogo? Probabilmente sì. Ma c’è una tendenza
costante a rendere più chiaro questo genere di cosa, come, ad esempio,
quando passiamo da « io perdono » a « io accordo il perdono » o da « io farò
» a « io ho intenzione di » oppure a « io prometto ».
Chiudiamo dunque l’argomento per quanto riguarda i modi in cui gli
enunciati performativi possono essere infelici, con il risultato che l« atto » in
questione è soltanto preteso o dichiarato, etc. Ora in generale ciò equivaleva a
dire, se preferite parlare in gergo, che, affinché l’enunciato sia felice, certe
condizioni devono essere soddisfatte – certe cose devono essere così. E
questo, appare chiaro, ci impegna a dire che affinché un certo enunciato
performativo sia felice, certe asserzioni devono essere vere. In se stesso
questo è senza dubbio un risultato molto banale delle nostre ricerche. Ebbene,
per evitare per lo meno le infelicità che abbiamo preso in considerazione,
1) quali sono queste asserzioni che devono essere vere? e
2) possiamo dire qualcosa di stimolante riguardo alla relazione
dell’enunciato performativo con esse?
Ricordate che abbiamo detto nella prima lezione che potremmo in
qualche senso o modo dare per implicito [imply], che moltissime cose siano
così quando diciamo « io prometto », ma ciò è totalmente diverso dal dire che
l’enunciato, « io prometto », è una asserzione, vera o falsa, che queste cose
sono così. Considererò alcune importanti cose che devono essere vere
affinché l’esecuzione sia felice (non tutte – ma anche queste sembreranno ora
abbastanza noiose e banali: lo spero, poiché ciò significherà ormai « ovvie »).
Ora se quando, per esempio, dico « mi scuso » chiedo davvero scusa, di
modo che possiamo ora dire, io o lui ci siamo decisamente scusati, allora
1) è vero e non falso che io sto facendo (ho fatto) qualcosa –
effettivamente numerose cose, ma in particolare che mi sto scusando
(mi sono scusato);
2) è vero e non falso che valgono certe condizioni, in particolare
quelle del genere specificato nelle nostre regole A. 1 e A. 2;
3) è vero e non falso che valgono certe altre condizioni del nostro
genere r, in particolare che sto pensando qualcosa; e
4) è vero e non falso che sono impegnato a fare qualcosa
successivamente.
Ora, a rigor di termini, ed è importante, il senso in cui « mi scuso » dà per
implicita la verità di ognuna di queste asserzioni è già stato spiegato –è
proprio quello che abbiamo spiegato. Ma ciò che è interessante è confrontare
queste « implicazioni » [implications] degli enunciati performativi con certe
scoperte fatte relativamente di recente riguardo alle « implicazioni » del tipo
di enunciato ad essi opposto e preferito, l’asserzione o enunciato constativo,
il quale, a differenza del performativo, è vero o falso.
Consideriamo innanzitutto 1): qual è la relazione tra l’enunciato, « mi
scuso », e il fatto che mi sto scusando? È importante vedere che questa è
diversa dalla relazione tra « io sto correndo » e il fatto che sto correndo
(oppure qualora questo non sia un autentico « semplice » resoconto – tra «
egli sta correndo » e il fatto che sta correndo). Questa differenza è marcata in
inglese mediante l’uso del presente non progressivo nelle formule
performative: non è, comunque, necessariamente marcata in tutte le lingue –
che possono non avere un presente progressivo – neanche sempre in inglese.
Potremmo dire: in casi ordinari, per esempio correre, è il fatto che egli sta
correndo che rende l’asserzione che egli sta correndo vera; o ancora, la verità
dell’enunciato constativo « egli sta correndo » dipende dal fatto che egli sta
correndo. Mentre nel nostro caso è la felicità del performativo « mi scuso »
che fa essere un fatto che mi sto scusando: e il mio successo nello scusarmi
dipende dalla felicità dell’enunciato performativo « mi scuso ». Questo è un
modo in cui potremmo giustificare la distinzione « performativo-constativo »
– come una distinzione tra fare e dire.
Considereremo poi tre dei molti modi in cui una asserzione dà per
implicita la verità di certe altre asserzioni. Uno di quelli che menzionerò è
noto da molto tempo. Gli altri sono stati scoperti piuttosto di recente. Non
esporremo l’argomento in modo troppo tecnico, sebbene ciò possa essere
fatto. Mi riferisco alla scoperta che i modi in cui possiamo agire male, parlare
assurdamente, nell’enunciare delle congiunzioni di asserzioni « fattuali »,
sono più numerosi che soltanto per contraddizione (la quale ad ogni modo è
una relazione complicata che richiede, e cui si potrebbe dare, tanto una
definizione quanto una spiegazione).
1. Implica logicamente [Entails]
« Tutti gli uomini arrossiscono » implica logicamente « alcuni uomini
arrossiscono ». Non possiamo dire « tutti gli uomini arrossiscono ma nessun
uomo arrossisce », oppure « il gatto è sotto il cuscino e il gatto è in cima al
cuscino » oppure « il gatto è sul cuscino e il gatto non è sul cuscino », poiché
in ciascun caso la prima clausola implica logicamente il contraddittorio della
seconda.
2. Dà per implicito [Implies]
Il fatto che io dica « il gatto è sul cuscino » dà per implicito che io credo
che ci sia, in un senso di « implies » notato proprio da G.E. Moore. Non
possiamo dire « il gatto è sul cuscino ma io non credo che ci sia ». (Questo
effettivamente non è l’uso comune di « implies »: « implies » è in realtà più
debole: come quando diciamo « egli dava per scontato che io non lo sapessi »
oppure « tu davi a intendere che lo sapevi (cosa diversa da crederlo) ».
3. Presuppone [Presupposes]
« Tutti i figli di Gianni sono calvi » presuppone che Gianni abbia qualche
figlio. Non possiamo dire « tutti i figli di Gianni sono calvi ma Gianni non ha
figli », oppure « Gianni non ha figli e tutti i suoi figli sono calvi ».
Vi è una comune sensazione di assurdità in tutti questi casi. Ma non
dobbiamo usare un qualche termine onnicomprensivo, « implica » o «
contraddizione », perché vi sono grandissime differenze. Vi sono più modi di
uccidere un gatto che affogarlo nel burro; ma questo è il genere di cosa (come
mostra il proverbio) che noi ci lasciamo sfuggire: vi sono più modi di violare
il linguaggio che semplicemente la contraddizione. Le domande principali
sono: quanti modi, e perché violano il linguaggio, e in cosa consiste la
violazione?
Confrontiamo i tre casi in modi usuali:
1. Implica logicamente
Se p implica logicamente q, allora ~ q implica logicamente ~ p: se « il
gatto è sul cuscino » implica logicamente « il cuscino è sotto il gatto » allora
« il cuscino non è sotto il gatto » implica logicamente « il gatto non è sul
cuscino ». Qui la verità di una proposizione implica logicamente la verità di
un’ulteriore proposizione oppure la verità di una è contraddittoria con la
verità di un’altra.
2. Dà per implicito
Questo è diverso: se il fatto che io dico che il gatto è sul cuscino dà per
implicito che io creda che sia così, non è vero che il fatto che io non credo
che il gatto sia sul cuscino dà per implicito che il gatto non sia sul cuscino (in
inglese comune). E ancora, non ci occupiamo qui della contraddittorietà delle
proposizioni: esse sono perfettamente compatibili: può essere vero nello
stesso tempo che il gatto sia sul cuscino ma che io non creda che ci sia. Ma
non possiamo nell’altro caso dire: « può essere vero allo stesso tempo che il
gatto è sul cuscino ma che il cuscino non è sotto il gatto ». O ancora, qui è il
dire « il gatto è sul cuscino », che non è possibile insieme con il dire « io non
credo che ci sia »; l’asserzione dà per implicita una credenza.
3. Presuppone
Questo è di nuovo diverso dall’implicazione logica: se « i figli di
Giovanni sono calvi » presuppone che Giovanni abbia dei figli, non è vero
che il fatto che Giovanni non abbia figli presuppone che i figli di Giovanni
non siano calvi. Inoltre ancora, sia « i figli di Giovanni sono calvi » che « i
figli di Giovanni non sono calvi » presuppongono allo stesso modo che
Giovanni abbia dei figli: ma non è vero che sia « il gatto è sul cuscino » che «
il gatto non è sul cuscino » implicano logicamente allo stesso modo che il
gatto sia al di sotto del cuscino.
Riesaminiamo ancora prima « dà per implicito » e poi « presuppone »:
Dà per implicito
Supponendo che io abbia detto « il gatto è sul cuscino » quando non è
vero che io credo che il gatto sia sul cuscino, cosa dovremmo dire?
Chiaramente è un caso di insincerità. In altre parole: l’infelicità qui è,
nonostante riguardi una asserzione, esattamente la stessa infelicità che
colpisce « io prometto… » quando non intendo, non credo, etc. L’insincerità
nell’asserzione è come l’insincerità nella promessa, poiché sia il promettere
che l’asserire sono procedure destinate all’impiego da parte di persone aventi
certi pensieri. « Io prometto ma non intendo » è parallelo a « è vero ma non
lo credo »; dire « io prometto », senza avere l’intenzione, è parallelo al dire «
è vero » senza credere.
Presupposizione
Esaminiamo poi la presupposizione: cosa si deve dire dell’asserzione che
« i figli di Giovanni sono tutti calvi » se viene fatta quando Giovanni non ha
figli? Ora è consueto dire che essa non è falsa perché è priva di riferimento; il
riferimento è necessario sia per la verità che per la falsità. (È allora priva di
significato? Non lo è in ogni senso: non è, come una « frase priva di
significato », non grammaticale, incompleta, indecifrabile, etc.). La gente
dice « il problema non si pone ». Qui io dirò « l’enunciato è nullo ».
Confrontate questo con la nostra infelicità quando diciamo « io
battezzo… », ma alcune delle condizioni (A. 1) e (A. 2) non sono soddisfatte
(forse specialmente A. 2, ma in realtà allo stesso modo – una presupposizione
parallela ad A. 1 esiste anche per le asserzioni!). Qui avremmo potuto usare
la formula « presupporre »: potremmo dire che la formula « sì » presuppone
molte cose: se queste non sono soddisfatte, la formula è infelice, nulla: non
riesce ad essere un contratto quando il riferimento manca (o anche quando è
ambiguo) più di quanto l’altra riesca ad essere un’asserzione. Analogamente
la questione se un consiglio sia buono o cattivo non si pone se tu non sei in
condizione di consigliarmi riguardo a quella faccenda.
Infine, potrebbe darsi che il modo in cui nell’implicazione logica una
proposizione implica logicamente un’altra non è diverso dal modo in cui «
prometto » implica logicamente « sono in obbligo » [ought]: non è lo stesso,
ma è parallelo: « prometto ma non sono in obbligo » è parallelo a « è e non è
»; dire « prometto » ma non eseguire l’atto è parallelo al dire sia « è » che «
non è ». Proprio come lo scopo dell’asserzione viene fatto fallire da una
contraddizione interna (in cui assimiliamo e mettiamo in contrasto nello
stesso tempo e così vanifichiamo l’intera procedura), lo scopo di un contratto
viene fatto fallire se diciamo « prometto e non sono in obbligo ». Questo ti
impegna e rifiuta di impegnarti. È una procedura che si vanifica da sola.
Un’asserzione ci impegna ad un’altra asserzione, una azione ad un’altra
azione. Inoltre, proprio come se p implica logicamente q allora ~ q implica
logicamente ~ p, così « non sono in obbligo » implica logicamente « non
prometto ».
In conclusione, vediamo che per spiegare ciò che può funzionare male
nelle asserzioni non possiamo concentrarci solo sulla proposizione in
questione (qualunque cosa essa sia) come è stato fatto tradizionalmente.
Dobbiamo considerare la situazione totale in cui viene formulato
l’enunciato – l’atto linguistico totale – se dobbiamo vedere il parallelo tra le
asserzioni e gli enunciati performativi, e come ciascuno possa funzionare
male. Così l’atto linguistico totale nella situazione linguistica totale sta
emergendo dalla logica a poco a poco come importante in casi speciali: e
perciò stiamo assimilando il supposto enunciato constativo al performativo.
1 Cfr. p. 19 e n.
Lezione V
CRITERI POSSIBILI PER I
PERFORMATIVI
Alla fine della lezione precedente abbiamo riesaminato la questione delle
relazioni tra l’enunciato performativo e le asserzioni di vario genere che
sicuramente sono vere o false. Abbiamo citato in quanto particolarmente
rilevanti quattro connessioni di questo genere:
1) Se l’enunciato performativo « mi scuso » è felice, allora l’asserzione
che mi sto scusando è vera.
2) Affinché l’enunciato performativo « mi scuso » sia felice, l’asserzione
che si realizzano certe condizioni – eminentemente quelle nelle regole A. 1 e
A. 2 – deve essere vera.
3) Affinché l’enunciato performativo « mi scuso » sia felice, l’asserzione
che si realizzano certe altre condizioni – eminentemente quelle nella nostra
regola Γ.1 – deve essere vera.
4) Se gli enunciati performativi, per lo meno di alcuni generi, sono felici,
per esempio quelli contrattuali, allora asserzioni tipicamente della forma che
io dovrei o non dovrei in seguito fare una qualche cosa particolare sono vere.
Dicevo che sembrava esservi una qualche analogia, e forse anche una
identità, tra la seconda di queste connessioni e il fenomeno che è stato
definito, nel caso delle asserzioni contrapposte ai performativi, «
presupposizione »: e allo stesso modo fra la terza di queste connessioni e il
fenomeno definito (talvolta e, a mio parere, non correttamente) nel caso delle
asserzioni, « implicazione »; essendo questi, presupposizione e implicazione,
due modi in cui la verità di una asserzione può essere connessa in modo
rilevante con la verità di un’altra, senza che sia vero che l’una implica
logicamente l’altra nell’unico genere di senso preferito dai logici ossessivi.
Solo della quarta ed ultima delle connessioni di cui sopra si potrebbe dire che
somigli (non so fino a che punto in modo soddisfacente) all’implicazione
logica tra asserzioni. « Prometto di fare X ma non ho nessun obbligo di farlo
» può certamente sembrare una autocontraddizione – qualunque cosa questa
sia – più di « prometto di fare X ma non ho intenzione di farlo »: inoltre si
potrebbe sostenere che « non ho nessun obbligo di fare X » implica
logicamente « non ho promesso di fare X », e si potrebbe pensare che il modo
in cui l’asserire p mi impegna ad asserire q non è diverso dal modo in cui
promettere di fare X mi impegna a fare X. Ma non voglio dire che qui c’è o
non c’è alcun parallelismo; soltanto che c’è per lo meno un strettissimo
parallelismo negli altri due casi; il che suggerisce che per lo meno in qualche
modo c’è il pericolo che la nostra iniziale e sperimentale distinzione tra
enunciati constativi e performativi crolli.
Possiamo, comunque, rafforzare la nostra convinzione che la distinzione
sia definitiva tornando alla vecchia idea secondo la quale l’enunciato
constativo è vero o falso e quello performativo è felice o infelice. Confrontate
il fatto che mi sto scusando, che dipende dalla felicità del performativo « mi
scuso », con il caso dell’asserzione « Giovanni sta correndo », che dipende
per quanto riguarda la sua verità dal fatto che, o dal caso in cui, Giovanni stia
correndo. Ma forse neppure questo confronto è così valido: poiché,
considerando per prime le asserzioni, all’enunciato (constativo) « Giovanni
sta correndo » è connessa l’asserzione « io asserisco che Giovanni sta
correndo »: e questa può dipendere riguardo alla sua verità dalla felicità di «
Giovanni sta correndo », proprio come la verità di « mi sto scusando »
dipende dalla felicità di « mi scuso ». E, considerando per secondi i
performativi: al performativo (presumo che sia tale) « ti avverto che il toro
sta per caricare » è connesso il fatto, se è tale, che il toro sta per caricare: se il
toro non sta per caricare, allora in verità l’enunciato « ti avverto che il toro sta
per caricare » può essere criticato – ma in nessuno dei modi che abbiamo
finora caratterizzato come varietà di infelicità. Non diremmo in questo caso
che l’avvertimento era nullo – cioè che egli non ha avvertito ma ha soltanto
eseguito una forma di avvertimento – e neppure che era insincero: saremmo
molto più inclini a dire che l’avvertimento era falso o (meglio) erroneo, come
diremmo per una asserzione. Di modo che considerazioni sulla felicità e
infelicità possono contagiare le asserzioni (o alcune asserzioni), e
considerazioni sulla verità e falsità possono contagiare i performativi (o
alcuni performativi).
Dobbiamo quindi fare ancora un passo nel deserto della precisione
comparativa. Dobbiamo chiederci: c’è qualche modo preciso in cui possiamo
distinguere chiaramente l’enunciato performativo da quello constativo? E in
particolare dovremmo naturalmente chiederci innanzitutto se vi è qualche
criterio grammaticale (o lessicografico) per distinguere l’enunciato
performativo.
Finora abbiamo esaminato solo un numero ristretto di esempi classici di
performativi, tutti aventi verbi alla prima persona singolare del presente
indicativo attivo. Vedremo molto brevemente che c’erano buone ragioni per
questa astuzia. Gli esempi sono « io battezzo », « sì (prendo questa donna…)
», « io scommetto », « io dono ». Vi sono ragioni abbastanza ovvie, delle
quali nondimeno tratterò fra breve, per cui questo è il tipo più comune di
performativo esplicito. Notate che « presente » e « indicativo » sono,
naturalmente, entrambi denominazioni non appropriate (per non parlare delle
implicazioni fuorvianti di « attivo ») – io le uso solo nella ben nota maniera
grammaticale. Per esempio il « presente », in quanto distinto dal « presente
progressivo », non ha normalmente niente a che vedere con il descrivere (o
anche indicare) ciò che sto attualmente facendo. « Io bevo birra », in quanto
distinto da « io sto bevendo birra », non è analogo ad un tempo futuro e ad
uno passato che descrivono ciò che farò in futuro oppure ho fatto in passato.
Esso è in realtà più comunemente l’indicativo abituale, quando è davvero «
indicativo ». E dove non è abituale ma in certo senso autenticamente «
presente », come è in un certo senso nei performativi, se volete, quali « io
battezzo », allora certamente non è « indicativo » nel senso in cui lo
intendono gli studiosi di grammatica, cioè un tempo che riporta, descrive o
informa riguardo ad un effettivo stato di cose o un evento in corso: poiché,
come abbiamo visto, esso non descrive o informa affatto, ma è usato per, o
nel, fare qualcosa. Quindi usiamo « presente indicativo » intendendo
semplicemente la forma grammaticale « io battezzo », « io corro », etc.
(Questo errore nella terminologia è dovuta all’assimilazione, per esempio, di
« io corro » [I run] al latino curro, che dovrebbe in realtà essere generalmente
tradotto « io sto correndo » [I am running]; il latino non ha due tempi,
l’inglese sì).
Ebbene, l’uso della prima persona singolare e del cosiddetto presente
indicativo attivo è essenziale per un enunciato performativo? Non occorre che
perdiamo tempo sulla ovvia eccezione della prima persona plurale, « noi
promettiamo… », « noi acconsentiamo », etc. Vi sono eccezioni più
importanti e più ovvie da tutte le parti (ad alcune di esse abbiamo già fatto
allusione incidentalmente).
Un tipo molto comune e importante di performativo, si penserebbe,
indubitabile, ha il verbo alla seconda o terza persona (singolare o plurale) e il
verbo nella voce passiva: quindi la persona e la voce in ogni caso non sono
essenziali. Alcuni esempi di questo tipo sono:
1) Siete con ciò autorizzati a pagare…
2) I passeggeri sono pregati di attraversare il binario soltanto servendosi
del ponte.
Di fatto in casi del genere con il passivo, il verbo può anche essere «
impersonale », per esempio:
3) Viene reso noto con ciò che i trasgressori saranno perseguiti a norma di
legge.
Questo tipo si trova solitamente in occasioni formali o legali; ed è sua
caratteristica che, per lo meno per iscritto, l’espressione « con ciò » [hereby]
è spesso inserita e forse può esserlo sempre; questo serve ad indicare che
l’enunciazione della frase (per iscritto) è, come si dice, lo strumento che
effettua l’atto di pregare, autorizzare, etc. « Con ciò » [hereby] è un utile
criterio per stabilire che l’enunciato è performativo. Se non è introdotto, « i
passeggeri sono… » può essere usato per la descrizione di ciò che di solito
avviene; come per esempio in « nell’avvicinarsi al tunnel, i passeggeri sono
pregati di abbassare la testa, etc. ».
Comunque, se abbandoniamo questi enunciati performativi altamente
formalizzati ed espliciti, dobbiamo riconoscere che il modo e il tempo (finora
mantenuti, a differenza della persona e della voce) non funzionano come
criteri assoluti.
Il modo (quale che esso possa essere in inglese rispetto al latino) non
andrà bene, in quanto posso ordinarti di girare a destra dicendo, non « ti
ordino di girare a destra », ma semplicemente « gira a destra »; posso darti il
permesso di andare dicendo semplicemente « vai pure »; e invece di « ti
consiglio [o « raccomando »] di girare a destra » posso dire « girerei a destra
se fossi in te ». Neppure il tempo andrà bene, in quanto nel considerarti (o
dichiararti) in fuori gioco posso dire, invece di « ti considero [o « dichiaro »]
in fuori gioco », semplicemente « eri in fuori gioco »; e analogamente, invece
di dire « ti giudico colpevole » posso dire solo « sei stato tu ». Per non parlare
di casi in cui abbiamo solo una frase tronca, come quando accetto una
scommessa dicendo semplicemente « accettato », e anche casi in cui non c’è
nessun verbo esplicito, come quando dico semplicemente « colpevole » nel
giudicare una persona colpevole, oppure « eliminato » nel considerare
qualcuno eliminato.
Particolarmente con alcune parole speciali dall’aspetto performativo, per
esempio « fuori gioco », « responsabile », etc., sembriamo in grado di
confutare anche la regola che governa l’uso dell’attivo o del passivo che
abbiamo fornito prima. Invece di « ti dichiaro in fuori gioco » potrei dire «
sei in fuori gioco » e potrei dire « sono (con ciò reso) responsabile » invece di
« io rispondo di… ». Quindi potremmo pensare che certe parole potrebbero
andar bene come test per l’enunciato performativo, che potremmo
raggiungere il nostro scopo per mezzo del lessico in quanto distinto dalla
grammatica. Tali parole potrebbero essere « fuori gioco », « autorizzato », «
promettere », « pericoloso », etc. Ma questo non basterà, in quanto:
I. Possiamo avere il performativo senza le parole operative, così:
1) Al posto di « incrocio pericoloso » possiamo avere « incrocio », e al
posto di « toro pericoloso » possiamo scrivere « toro ».
2) Al posto di « ti si ordina di… » possiamo avere « tu farai », e al posto
di « io prometto di… » possiamo avere « io farò ».
II. Possiamo avere la parola operativa senza che l’enunciato sia
performativo, così:
1) Nel cricket uno spettatore può dire « il turno era finito (in realtà) ».
Analogamente posso dire « tu eri colpevole » oppure « tu eri in fuori gioco »
o anche « tu sei colpevole (in fuori gioco) » quando non ho nessun diritto a
dichiararti colpevole o in fuori gioco.
2) In locuzioni quali « tu hai promesso », « tu hai autorizzato » etc., la
parola ricorre in un uso non performativo.
Questo ci costringe in un vicolo cieco per quanto riguarda ogni singolo
e semplice criterio grammaticale o lessicale. Ma forse non è impossibile
produrre un criterio complesso, o per lo meno un insieme di criteri, semplici
o complessi, che coinvolgano sia la grammatica che il lessico. Per esempio,
uno dei criteri potrebbe essere che tutto ciò che ha il verbo nel modo
imperativo è performativo (ciò porta, comunque, a molte difficoltà riguardo,
ad esempio, a quando un verbo è nel modo imperativo e quando non lo è,
nelle quali non intendo addentrarmi).
Vorrei piuttosto tornare un attimo indietro e considerare se non vi fosse
qualche buona ragione dietro il nostro iniziale favoritismo per i verbi al
cosiddetto « presente indicativo attivo ».
Abbiamo detto che l’idea di un enunciato performativo era che esso
doveva essere (o essere incluso come facentene parte) l’esecuzione di una
azione. Le azioni possono essere eseguite solo da persone, e ovviamente nei
nostri casi colui che enuncia deve essere l’esecutore: di qui la nostra
giustificabile sensazione – a cui noi erroneamente diamo una forma
puramente grammaticale – in favore della « prima persona », che deve entrare
in questione, in quanto la si menziona oppure vi si fa riferimento; inoltre, se
nell’enunciare si agisce, si deve stare facendo qualcosa – di qui la nostra
preferenza, forse espressa male, per il presente grammaticale e l’attivo
grammaticale del verbo. Vi è qualcosa che al momento dell’enunciazione
viene eseguito dalla persona che enuncia.
Laddove non vi sia, nella formula verbale dell’enunciato, un riferimento
alla persona che effettua l’enunciazione, e quindi l’azione, per mezzo del
pronome « io » (oppure attraverso il suo nome personale), allora di fatto ci si
« riferisce a » lei in uno di questi due modi:
a) Negli enunciati verbali, mediante il fatto che egli è la persona che
effettua l’enunciazione – ciò che potremmo chiamare l’origine
dell’enunciato, che è usata generalmente in ogni sistema di coordinate di
riferimento verbale.
b) Nelle enunciazioni scritte (o « iscrizioni »), mediante il fatto che egli
appone la sua firma (questo deve essere fatto perché, naturalmente, gli
enunciati scritti non sono legati alla loro origine nel modo in cui lo sono
quelli orali).
L’« io » che compie l’azione rientra così in modo sostanziale nella scena.
Un vantaggio della forma originale alla prima persona singolare del presente
indicativo attivo – o allo stesso modo delle forme alla seconda e terza persona
e impersonale passiva con la firma apposta – è che questa caratteristica
implicita della situazione linguistica viene resa esplicita. Inoltre, i verbi che
sembrano, su basi lessicali, essere verbi soprattutto performativi, servono allo
scopo particolare di rendere esplicito (il che non è lo stesso che asserire o
descrivere) quale azione precisa si sta eseguendo con il proferimento
dell’enunciato: altre parole che sembrano avere una speciale funzione
performativa (e infatti la hanno), quali « colpevole », « fuori gioco », etc., la
hanno perché, per quanto e quando sono collegate in « origine » con questi
particolari verbi performativi espliciti come « promettere », « giudicare », etc.
La formula « con ciò » [hereby] è un’utile alternativa; ma è un po’ troppo
formale per scopi ordinari, e inoltre, possiamo dire « con ciò asserisco… »
oppure « con ciò contesto… », mentre speravamo di trovare un criterio per
distinguere le asserzioni dai performativi. (Devo spiegare di nuovo che qui ci
stiamo muovendo a fatica. Sentire il solido terreno del pregiudizio scivolare
via è divertente, ma ha le sue contropartite).
Quindi ciò che dovremmo essere tentati di dire è che qualunque enunciato
che sia di fatto un performativo dovrebbe poter essere ridotto, o sviluppato, o
analizzato, o riprodotto in una forma, che ha un verbo alla prima persona
singolare del presente indicativo attivo (grammaticale). Questo è il genere di
test che di fatto stavamo usando prima. Di conseguenza:
« Eliminato » è equivalente a « io ti dichiaro, giudico, considero, o
ritengo eliminato » (quando è un performativo: non è necessario che lo sia,
per esempio, se sei dichiarato eliminato da qualcuno che non è l’arbitro
oppure segnato come « eliminato » da chi è addetto a segnare i punti).
« Colpevole » è equivalente a « io dichiaro, giudico, ritengo che tu sei
colpevole ».
« Si avverte che il toro è pericoloso » è equivalente a « io, Mario Rossi, ti
avverto che il toro è pericoloso » oppure
Questo toro è pericoloso.
(Firmato) Mario Rossi.
Questo genere di sviluppo rende esplicito sia il fatto che l’enunciato è
performativo, sia qual è l’atto che si sta eseguendo. Tranne quando
l’enunciato performativo viene ridotto ad una forma esplicita di questo
genere, sarà regolarmente possibile considerarlo in modo non performativo:
ad esempio, « è tuo » può essere considerato come equivalente a « te lo dono
» oppure a « ti appartiene (già) ». Di fatto si ha un po’ un gioco sui due usi,
performativo e non performativo, nel segnale stradale « Siete stati avvertiti ».
In ogni caso, anche se potremmo fare dei progressi lungo questa direzione
(vi sono delle difficoltà impreviste) 1, dobbiamo rilevare che questa
cosiddetta prima persona singolare del presente indicativo attivo è un uso
peculiare e speciale. In particolare dobbiamo rilevare che vi è una asimmetria
di genere sistematico tra questa e le altre persone e tempi dello stesso verbo.
Il fatto che si abbia questa asimmetria è precisamente l’indice del verbo
performativo (e la cosa più prossima ad un criterio grammaticale in relazione
ai performativi).
Prendiamo un esempio: gli usi di « io scommetto » rispetto all’uso di
questo verbo ad un altro tempo o in un’altra persona. « Io ho scommes so » e
« egli scommette » non sono performativi ma descrivono azioni
rispettivamente da parte mia e sua – azioni consistenti ognuna
nell’enunciazione del performativo « io scommetto ». Se io pronuncio le
parole « io scommetto… », non asserisco il fatto che pronuncio le parole « io
scommetto », o altre parole, ma eseguo l’atto di scommettere; e
analogamente, se egli dice che scommette, cioè dice le parole « io scommetto
», egli scommette. Ma se io pronuncio le parole « egli scommette », asserisco
soltanto che egli pronuncia (o piuttosto ha pronunciato) le parole « io
scommetto »: non eseguo il suo atto di scommettere, che solo lui può
eseguire: io descrivo le sue esecuzioni dell’atto di scommettere, ma io faccio
la mia scommessa, e lui deve fare la sua. Analogamente un genitore ansioso,
quando si chiede a suo figlio di fare qualcosa, può dire « lo promette, non è
vero Pierino? », ma Pierino deve tuttavia dire egli stesso « io prometto » per
aver davvero promesso. Ora questo genere di asimmetria non si presenta in
generale con verbi che non vengono usati come performativi espliciti. Per
esempio, non si ha tale asimmetria tra « io corro » e « egli corre ».
Tuttavia, è ancora dubbio se questo sia esattamente un criterio «
grammaticale » (che cosa lo è?), e in ogni caso non è molto rigoroso perché:
1) La prima persona singolare del presente indicativo attivo può essere
usata per descrivere il modo in cui mi comporto abitualmente: « io
scommetto con lui (ogni mattina) mezzo scellino che pioverà » oppure « io
prometto solo quando intendo mantenere la parola ».
2) La prima persona singolare del presente indicativo attivo può essere
usata in un modo analogo al presente « storico ». Può essere usata per
descrivere le mie azioni in un altro luogo e tempo: « a pagina 49 io protesto
contro il verdetto ». Potremmo sostenere questo dicendo che i verbi
performativi non sono usati al tempo presente progressivo (alla prima
persona singolare attiva): non diciamo « io sto promettendo », e « io sto
protestando ». Ma anche questo non è del tutto vero, perché posso dire «
lasciami stare adesso; ci vediamo più tardi; mi sto sposando » in qualunque
momento durante la cerimonia quando non devo dire altre parole quali « sì
(prendo questa donna…) »; qui l’enunciazione del performativo non
costituisce tutta l’azione, che è prolungata nel tempo e contiene diversi
elementi. Oppure posso dire « io sto protestando » quando eseguo l’atto con
mezzi in questo caso diversi dal dire « io protesto », per esempio
incatenandomi alla cancellata di un parco. Oppure posso anche dire « io sto
ordinando » mentre scrivo le parole « io ordino ».
3) Alcuni verbi possono essere usati alla prima persona singolare del
presente indicativo attivo in due modi contemporaneamente. Un esempio è «
io chiamo », come quando dico « chiamo inflazione il fenomeno per cui una
quantità troppo limitata di beni viene acquisita con troppo denaro », che
include sia un enunciato performativo che una descrizione di una azione
naturalmente conseguente.
4) Ci troveremo nell’evidente pericolo di introdurre molte formule che
potremmo non voler classificare come performativi; per esempio sia « io
asserisco che » (pronunciare la quale è asserire) sia « io scommetto che ». In
entrambi gli esempi si ha la stessa asimmetria tra la prima persona e altri usi.
5) Vi sono casi in cui si fa seguire l’azione alla parola: quindi io posso
dire « me ne infischio di te » oppure j’adoube, detto quando dò scacco,
oppure « io cito » seguito dall’effettiva citazione. Se io definisco dicendo «
definisco x come segue: x è y », questo è un caso in cui si fa seguire l’azione
(qui il dare una definizione) alla parola; quando usiamo la formula « io
definisco x come y » si ha un passaggio dal far seguire l’azione alla parola ad
un enunciato performativo. Potremmo anche aggiungere che si ha allo stesso
modo un passaggio dall’usare le parole come ciò che possiamo chiamare
indicatori, a dei performativi. Si ha un passaggio dalla parola FINE alla fine di
un romanzo all’espressione « fine del messaggio » alla fine di un messaggio
di segnalazione, all’espressione « con questo, concludo » detto dall’avvocato
in un tribunale. Questi, possiamo dire, sono casi in cui si indica l’azione con
la parola, in cui in definitiva l’uso della parola diviene l’azione del « mettere
fine » (un atto difficile da eseguire, essendo la cessazione dell’agire, o
difficile da rendere esplicito in altri modi, naturalmente).
6) È sempre vero che dobbiamo avere un verbo performativo per rendere
esplicito qualcosa che stiamo indubbiamente facendo col dire qualcosa? Per
esempio, io posso insultarti dicendo qualcosa, ma non abbiamo la formula «
io ti insulto ».
7) È proprio vero che possiamo sempre mettere un performativo nella
forma normale senza perdere nulla? « Io farò… » può essere inteso in modi
diversi; e forse ne approfittiamo. O ancora noi diciamo « mi dispiace »;
questo è davvero esattamente uguale alla forma esplicita « mi scuso »?
Dovremo ritornare sulla nozione del performativo esplicito, e dobbiamo
discutere per lo meno dal punto di vista storico in che modo sorgono alcune
di queste perplessità forse, in definitiva, non così serie.
1 Per esempio, quali sono i verbi con i quali possiamo farlo? Se il performativo viene sviluppato,
qual è il test per stabilire se la prima persona singolare del presente indicativo attivo è in questa
occasione performativa ammesso che tutte le altre devono essere riducibili (mi si perdoni
l’espressione!) a questa forma normale?
Lezione VI
PERFORMATIVI ESPLICITI
Avendo suggerito che il performativo non è affatto distinto dal constativo
in maniera così evidente – il primo felice o infelice, il secondo vero o falso –
stavamo riflettendo su come definire il performativo in modo più chiaro. La
prima proposta era un criterio, o più criteri, di tipo grammaticale o lessicale o
di entrambi i tipi. Abbiamo messo in rilievo che sicuramente non esisteva
nessun criterio assoluto di questo genere: e che molto probabilmente non è
possibile formulare neppure una lista di tutti i criteri possibili; inoltre,
sicuramente questi non distinguerebbero i performativi dai constativi, in
quanto molto comunemente la stessa frase viene usata in diverse occasioni di
enunciazione in entrambi i modi, performativo e constativo. La cosa sembra
senza speranza fin dall’inizio, se dobbiamo lasciare gli enunciati così come
sono e cercare un criterio.
Ma tuttavia il tipo di performativo dal quale abbiamo tratto i nostri primi
esempi, che ha un verbo alla prima persona singolare del presente indicativo
attivo, sembra meritare la nostra preferenza: almeno, se proferire l’enunciato
è fare qualcosa, l’« io » e l’« attivo » e il « presente » sembrano appropriati.
Però di fatto i performativi non sono affatto veramente uguali agli altri verbi
a questo « tempo »; con questi verbi si ha una fondamentale asimmetria.
Questa asimmetria è appunto la caratteristica di una lunga lista di verbi
dall’aspetto performativo. La proposta quindi è che potremmo
1) fare una lista di tutti i verbi che hanno questa peculiarità;
2) supporre che tutti gli enunciati performativi che non sono di fatto in
questa forma privilegiata – che inizia « io x che », « io x di », oppure « io x »
– potrebbero essere « ridotti » a questa forma e quindi fatti diventare ciò che
possiamo chiamare performativi espliciti.
Ci domandiamo ora: fino a che punto questo sarà facile – perfino
possibile? È abbastanza facile tenere nella debita considerazione anche con
questi verbi certi usi abbastanza normali ma diversi della prima persona del
presente indicativo attivo, che possono benissimo essere constativi o
descrittivi, cioè il presente abituale, il (quasi) presente « storico », e il
presente progressivo. Ma poi, come frettolosamente accennavo, in
conclusione, vi sono ancora ulteriori difficoltà: ne abbiamo citato tre in
quanto tipiche.
1) « Io classifico » o forse « io ritengo » sembra in un senso uno, in un
senso l’altro. Quale è dei due, oppure è entrambi?
2) « Io asserisco che » sembra conformarsi ai nostri requisiti
grammaticale o quasi grammaticali: ma lo vogliamo includere? Il nostro
criterio, così com’è, sembra che rischi di lasciar passare dei non performativi.
3) Talvolta dire qualcosa sembra essere in modo caratteristico fare
qualcosa – per esempio insultare qualcuno, come rimproverare qualcuno:
tuttavia non esiste nessun performativo « io ti insulto ». Il nostro criterio non
farà passare tutti i casi in cui il proferimento di un enunciato costituisce il fare
qualcosa, perché la « riduzione » ad un performativo esplicito non sembra
sempre possibile.
Facciamo allora una pausa per soffermarci un po’ di più sull’espressione
« performativo esplicito », che abbiamo introdotto alquanto furtivamente. La
contrapporrò a « performativo primario » (piuttosto che a performativo
inesplicito o implicito). Abbiamo fornito come esempio:
1) enunciato primario: « ci sarò »,
2) performativo esplicito: « io prometto che ci sarò », e abbiamo detto che
la seconda formula rendeva esplicito quale azione si sta eseguendo nel
proferire l’enunciato: cioè « ci sarò ». Se qualcuno dice « ci saró », potremmo
domandare: « È una promessa? ». Potremmo ricevere la risposta « sì »,
oppure « sì, lo prometto » (oppure « che… » o « di… »), mentre la risposta
avrebbe potuto essere soltanto: « No, ma intendo davvero esserci » (che
esprime o annuncia un’intenzione), oppure « no, ma posso prevedere che,
conoscendo le mie debolezze, (probabilmente) ci sarò ».
Ora dobbiamo fare due riserve: « rendere esplicito » non è lo stesso che
descrivere o asserire (per lo meno nei sensi di queste parole preferiti dai
filosofi) ciò che sto facendo. Se « rendere esplicito » dà quest’idea, allora pro
tanto è un termine che non va bene. La situazione, nel caso di azioni che sono
non linguistiche ma analoghe agli enunciati performativi poiché sono
l’esecuzione di un’azione convenzionale (qui rituale o cerimoniale), è
abbastanza simile a questa: supponete che io mi inchini profondamente
davanti a voi; potrebbe non essere chiaro se vi sto rendendo omaggio oppure,
per dire, mi sto chinando per osservare la flora oppure per alleviare la mia
indigestione. In generale, allora, per rendere chiaro sia che è un atto
cerimoniale convenzionale, sia quale atto è, l’atto (per esempio di rendere
omaggio) includerà di regola qualche ulteriore caratteristica speciale, ad
esempio togliersi il cappello, toccare il pavimento con la fronte, portarsi
l’altra mano al cuore, o anche molto probabilmente emettere qualche suono o
parola, per esempio « Salaam ». Ora pronunciare « Salaam » non è descrivere
la mia azione, asserire che sto eseguendo un atto di deferenza, più di quanto
lo sia togliermi il cappello: e allo stesso modo (anche se torneremo su questo)
dire « ti saluto » non è descrivere la mia azione più di quanto lo sia dire «
Salaam ». Fare o dire queste cose è rendere chiaro come si deve considerare o
intendere l’azione, quale azione è. Ed è così con l’introdurre l’espressione «
io prometto che ». Non è una descrizione, perché 1) non potrebbe essere
falsa, e quindi neanche vera; 2) il dire « io prometto che » (naturalmente se è
felice) la rende una promessa, e la rende senza ambiguità una promessa. Ora
possiamo dire che una formula performativa come « io prometto » rende
chiaro come si deve intendere ciò che viene detto, e persino abbastanza
plausibilmente che la formula « asserisce che » è stata fatta una promessa; ma
non possiamo dire che enunciati di questo genere sono veri o falsi, e neppure
che sono descrizioni o resoconti.
In secondo luogo, un avvertimento di minore importanza: osservate che,
benché in questo tipo di enunciato si abbia una proposizione retta da « che »
[« that »-clause] dopo un verbo, per esempio « promettere », o « giudicare »,
o « dichiarare » (o forse verbi come « stimare »), non dobbiamo alludere a
questo come « discorso indiretto ». Le proposizioni rette da « che » nel
discorso indiretto o oratio obliqua sono naturalmente casi in cui io riporto ciò
che qualcun altro oppure io stesso in altro tempo e luogo abbiamo detto: per
esempio, tipicamente, « egli ha detto che… », ma forse anche « egli ha
promesso che… » (oppure questo è un doppio uso di « che »?), oppure « a p.
456 ho dichiarato che… ». Se questa nozione è chiara 1 vediamo che il « che
» dell’oratio obliqua non è sotto ogni aspetto analogo al « che » nelle nostre
formule performative esplicite: qui non sto riportando il mio discorso alla
prima persona singolare del presente indicativo attivo. Incidentalmente,
beninteso, non è per nulla necessario che un verbo performativo esplicito
debba essere seguito da « che »: in importanti classi di casi è seguito da «
di… » oppure da niente, per esempio, « mi scuso (per…) », « ti saluto ».
Ora, una cosa che sembra per lo meno una supposizione corretta, proprio
a partire dall’elaborazione della costruzione linguistica, come anche a partire
dalla sua natura nel performativo esplicito, è questa: che storicamente, dal
punto di vista dell’evoluzione del linguaggio, il performativo esplicito deve
essere uno sviluppo successivo rispetto a certi enunciati più primitivi, molti
dei quali per lo meno sono già performativi impliciti, che sono inclusi nella
maggior parte dei performativi espliciti, o in molti di essi, come parti di un
tutto. Per esempio, « io farò… » è più antico di « io prometto che farò… ».
L’interpretazione plausibile (non so esattamente come verrebbe dimostrata)
sarebbe che nelle lingue primitive non sarebbe ancora stato chiaro, non
sarebbe ancora stato possibile distinguere, quale cosa stavamo in effetti
facendo tra le varie cose che (utilizzando distinzioni successive) potevamo
stare facendo. Per esempio « toro » o « tuono » in una lingua primitiva
costituita da enunciati formati da una sola parola 2 poteva essere un
avvertimento, un’informazione, una predizione, etc. È un’idea plausibile
anche che il distinguere esplicitamente le diverse forze che questo enunciato
potrebbe avere sia una conquista più tarda, e importante, del linguaggio; le
forme di enunciato primitive o primarie conserveranno da questo punto di
vista l’« ambiguità » o « equivocità » o « indeterminatezza » della lingua
primitiva; non renderanno esplicita l’esatta forza dell’enunciato. Questo può
avere i suoi vantaggi: ma il raffinamento e lo sviluppo delle forme e delle
procedure sociali renderà necessaria la chiarificazione. Ma notate che questa
chiarificazione è un atto creativo tanto quanto lo è una scoperta o una
descrizione! È questione tanto di tracciare delle distinzioni chiare quanto di
rendere chiare distinzioni già esistenti.
Una cosa che, comunque, sarà molto pericoloso fare, e che siamo molto
inclini a fare, è presumere di sapere in qualche modo che l’uso primario o
primitivo delle frasi deve necessariamente essere, perché lo dovrebbe essere,
assertorio o constativo, nel senso preferito dai filosofi del semplice emettere
qualcosa la cui unica pretesa è di essere vero o falso e che non è esposto a
critiche in nessun’altra dimensione. Sicuramente noi non sappiamo che le
cose stanno così, non più di quanto sappiamo, ad esempio, che tutti gli
enunciati devono aver esordito per la prima volta come imperativi (come
sostiene qualcuno) oppure come imprecazioni – e sembra molto più probabile
che l’asserzione « pura » sia una meta, un ideale, verso cui il graduale
sviluppo della scienza ha dato un impulso, come lo ha dato anche verso la
meta della precisione. Il linguaggio come tale e nei suoi stadi primitivi non è
preciso, e inoltre è, nel nostro senso, non esplicito: la precisione nel
linguaggio rende più chiaro ciò che viene detto – il suo significato:
l’esplicitezza, nel nostro senso, rende più chiara la forza degli enunciati, o « il
modo in cui (in uno dei sensi possibili; vedi oltre) deve essere inteso ».
La formula performativa esplicita, inoltre, è solo l’ultimo e il « più
riuscito » di numerosi dispositivi linguistici che sono sempre stati usati con
maggiore o minore successo per svolgere la stessa funzione (proprio come il
dimensionamento o standardizzazione è stato il più riuscito dispositivo mai
inventato per sviluppare la precisione del discorso).
Considerate un attimo alcuni di questi altri e più primitivi dispositivi nel
discorso, alcuni dei ruoli che possono (sebbene, naturalmente, non senza
cambiare o perdere nulla, come vedremo) essere rilevati dal dispositivo del
performativo esplicito.
1. Modo
Abbiamo già menzionato il dispositivo estremamente diffuso dell’utilizzo
del modo imperativo. Esso rende l’enunciato un « comando » (o
un’esortazione o autorizzazione o concessione o altro!). Perciò posso dire «
chiudila » in molti contesti:
« Chiudila, fallo » somiglia a « ti ordino di chiuderla ».
« Chiudila – io lo farei » somiglia a « ti consiglio di chiuderla ». «
Chiudila, se vuoi » somiglia a « ti permetto di chiuderla ».
« Benissimo allora, chiudila » somiglia a « acconsento a che tu la chiuda
».
« Chiudila se osi » somiglia a « ti sfido a chiuderla ».
O ancora possiamo usare gli ausiliari:
« Puoi chiuderla » somiglia a « ti dò il permesso, acconsento a che tu la
chiuda ».
« Devi chiuderla » somiglia a « ti ordino, ti consiglio, di chiuderla ».
« Dovresti chiuderla » somiglia a « ti consiglio di chiuderla ».
2. Tono di voce, ritmo, enfasi
(Analogo a questo è il sofisticato dispositivo dell’utilizzo delle didascalie,
per esempio, « minacciosamente », etc.). Ne sono esempi:
Sta per caricare! (un avvertimento);
Sta per caricare? (una domanda);
Sta per caricare!? (una protesta).
Queste caratteristiche della lingua parlata non sono riproducibili
facilmente nella lingua scritta. Per esempio abbiamo cercato di rendere l’idea
del tono di voce, del ritmo e dell’enfasi di una protesta mediante l’uso di un
punto esclamativo e di un punto interrogativo (ma questo è molto
schematico). La punteggiatura, il corsivo, e l’ordine delle parole possono
essere utili, ma sono piuttosto rozzi.
3. Avverbi e sintagmi avverbiali
Ma nella lingua scritta – e anche, in una certa misura, nella lingua parlata,
sebbene là non siano così necessari – facciamo affidamento sugli avverbi, i
sintagmi avverbiali, o i modi di dire. Perciò possiamo definire la forza di « io
farò » aggiungendo « probabilmente » oppure – nel senso opposto –
aggiungendo « senza fallo »; possiamo dare enfasi (ad un promemoria o
qualunque cosa possa essere) scrivendo « faresti bene a non dimenticare mai
che… ». Si potrebbero dire molte cose riguardo alle connessioni che vi sono
qui con i fenomeni del manifestare, suggerire, insinuazione, allusione
malevola, far capire, mettere in grado di dedurre, dare l’idea di, « esprimere »
(parola odiosa) che sono tutti, comunque, essenzialmente diversi, benché
comportino l’impiego molto spesso degli stessi o di analoghi dispositivi
verbali e circonlocuzioni. Nella seconda metà delle nostre lezioni torneremo
sull’importante e difficile distinzione che qui è necessario tracciare.
4. Congiunzioni
Ad un livello più sofisticato, forse, viene l’uso dello speciale dispositivo
verbale delle congiunzioni; così possiamo usare la congiunzione « tuttavia »
con la forza di « io insisto che »; usiamo « perciò » con la forza di « io
concludo che »; usiamo « sebbene » con la forza di « io ammetto che ».
Notate anche gli usi di « laddove » e « con ciò » [hereby] « e inoltre » 3. Si
raggiunge uno scopo molto simile mediante l’uso di titoli quali Manifesto,
Atto, Proclama, oppure il sottotitolo « Un romanzo… ».
Inoltre, anche a prescindere e astraendo da ciò che diciamo e dal modo di
dirlo, vi sono altri dispositivi fondamentali mediante i quali la forza
dell’enunciato viene in un certa misura fatta capire:
5. Azioni che accompagnano l’enunciazione
Possiamo accompagnare l’enunciazione delle parole con dei gesti
(ammiccare, indicare, alzare le spalle, aggrottare le sopracciglia, etc.) oppure
con azioni cerimoniali non verbali. Queste possono talvolta essere sufficienti
senza l’enunciazione di alcuna parola, e la loro importanza è molto evidente.
6. Le circostanze dell’enunciazione
Un aiuto oltremodo importante è costituito dalle circostanze
dell’enunciazione. Perciò possiamo dire « provenendo da lui, l’ho considerate
un ordine, non una richiesta »; analogamente il contesto delle parole « un
giorno o l’altro morirè », « ti lascerò in eredità il mio orologio », in
particolare lo stato di salute di chi parla, fanno sì che le intendiamo in modi
diversi.
Ma in un certo senso questi mezzi sono sovrabbondanti: si prestano
all’equivoco e ad una differenziazione insufficiente; e inoltre, li utilizziamo
per altri scopi, ad esempio l’insinuazione. Il performativo esplicito
rispettivamente esclude l’equivoco e mantiene fissa l’esecuzione.
Il problema riguardo a tutti questi dispositivi sono state principalmente la
loro indeterminatezza di significato e incertezza di una sicura ricezione, ma in
loro vi è anche probabilmente una qualche vera e propria inadeguatezza ad
affrontare qualche cosa come la complessità del campo delle azioni che
eseguiamo con le parole. Un « imperativo » può essere un ordine, un
permesso, una richiesta, una preghiera, una supplica, un suggerimento, una
raccomandazione, un avvertimento (« vai e vedrai »), oppure può esprimere
una condizione o concessione o una definizione (« sia… »), etc. Consegnare
qualcosa a qualcuno può essere, quando diciamo « prendilo », il donarlo o
prestarlo o affittarlo o darlo in custodia. Dire « io farò » può essere
promettere, o esprimere un’intenzione, o prevedere il mio futuro. E così via.
Senza dubbio l’associazione di alcuni o di tutti i dispositivi menzionati sopra
(e molto probabilmente ve ne sono altri) sarà di solito, se non alla fine,
sufficiente. Perciò quando diciamo « io farò » possiamo rendere chiaro che
stiamo facendo una previsione aggiungendo gli avverbi « indubbiamente » o
« probabilmente », che stiamo esprimendo un’intenzione aggiungendo gli
avverbi « certamente » o « decisamente », oppure che stiamo promettendo
aggiungendo il sintagma avverbiale « serra fallo », oppure dicendo « farò del
mio meglio ».
Si dovrebbe notare che quando esistono i verbi performativi possiamo
usarli non soltanto in formule del tipo « che… » oppure « di… », ma anche
nelle didascalie (« dà il benvenuto »), nei titoli (« avviso! »), e negli incisi
(questo è un test per un performativo quasi buono come le nostre forme
normali); e non dobbiamo dimenticare l’uso di parole speciali come «
eliminato », etc., che non hanno alcuna forma normale.
Comunque, l’esistenza e anche l’uso di performativi espliciti non elimina
tutti i nostri problemi.
1) In filosofia, possiamo anche sollevare il problema della tendenza dei
performativi ad essere scambiati per descrittivi o constativi.
la) Beninteso non è neppure soltanto che il performativo non conserva
l’equivoco, spesso conveniente, degli enunciati primari; dobbiamo anche,
incidentalmente, esaminare i casi in cui è dubbio se l’espressione è un
performativo esplicito o meno, e casi molto simili ai performativi ma che non
sono performativi.
2) Sembrano esservi casi evidenti in cui la stessa formula sembra talvolta
essere un performativo esplicito e talvolta essere un descrittivo, e può anche
approfittare di questa ambivalenza: per esempio, « io approvo » e « io sono
d’accordo ». Così « io approvo » può avere la forza performativa di dare
l’approvazione oppure può avere un significato descrittivo: « io prediligo
questo ».
Esamineremo due classici generi di caso in cui ciò si presenta. Essi
mostrano alcuni dei fenomeni secondari dello sviluppo delle formule
performative esplicite.
Vi sono numerosi casi nella vita umana in cui il provare una certa «
emozione » (mi si perdoni la parola!) o « desiderio » oppure l’assumere un
atteggiamento è convenzionalmente considerato una risposta o reazione
appropriata o adatta ad un certo stato di cose, che comprende la esecuzione,
da parte di qualcuno, di un certo atto, casi in cui una reazione di questo
genere è naturale (oppure vorremmo pensare che lo è!). In simili casi,
naturalmente, è possibile e consueto provare effettivamente l’emozione o il
desiderio in questione; e siccome le nostre emozioni o i nostri desideri non
sono facilmente discernibili da parte degli altri, è comune desiderare di
informare gli altri del fatto che li proviamo. Comprensibilmente, anche se in
diversi casi per ragioni lievemente diverse e forse meno stimabili, diviene de
rigueur « esprimere » questi sentimenti se li proviamo, e inoltre persino
esprimerli quando li si considera opportuni, senza badare se proviamo
davvero qualcosa di cui stiamo riferendo.
Esempi di espressioni usate in tal modo sono:
ringrazio sono grato provo riconoscenza
mi scuso sono spiacente mi pento
critico censuro disapprovo sono scandalizzato da sono
disgustato da
approvo riconosco per buono sono d’accordo
ti dò il benvenuto accolgo con piacere
mi congratulo sono contento per
In queste liste, la prima colonna contiene enunciati performativi; quelli
nella seconda non sono puri, ma mezzi descrittivi, e quelli nella terza sono
semplicemente resoconti. Vi sono allora qui numerose espressioni, tra le
quali molte importanti, che risentono o approfittano di una specie di voluta
ambivalenza, e ciò viene combattuto con la costante introduzione di locuzioni
performative volutamente pure. Possiamo suggerire qualche test per stabilire
se « io riconosco per buono » oppure « io sono spiacente » la si sta usando (o
anche viene sempre usato) in un modo o nell’altro?
Un test sarebbe vedere se ha senso dire « egli lo fa realmente? ». Ad
esempio, quando qualcuno dice « ti accolgo con piacere » oppure « ti dò il
benvenuto », possiamo dire « mi domando se egli l’ha realmente accolto con
piacere », anche se non potremmo dire allo stesso modo « mi domando se
egli gli ha realmente dato il benvenuto ». Un altro test sarebbe vedere se si
possa realmente farlo senza dire in effetti niente, ad esempio nel caso
dell’essere spiacenti, in quanto distinto dallo scusarsi, nell’essere grati in
quanto distinto dal ringraziare, nel disapprovare in quanto distinto dal
censurare 4. Tuttavia un terzo test sarebbe, almeno in alcuni casi, domandarsi
se possiamo inserire prima del supposto verbo performativo un qualche
avverbio come « deliberatamente » oppure un’espressione come « sono
disposto a »: perché (forse) se l’enunciato è l’esecuzione di una azione, allora
è sicuramente qualcosa che dovremmo essere in grado (occasionalmente) di
fare deliberatamente o di essere disposti a fare. Perciò possiamo dire: « gli ho
deliberatamente dato il benvenuto », « ho deliberatamente approvato la sua
azione », « mi sono scusato deliberatamente », e possiamo dire « sono
disposto a scusarmi ». Ma non possiamo dire « ho deliberatamente
riconosciuto per buona la sua azione » oppure « sono disposto ad essere
spiacente » (in quanto distinto da « sono disposto a dire che sono spiacente
»).
Un quarto test sarebbe domandarsi se ciò che si dice potrebbe essere
letteralmente falso, come accade talvolta quando dico « sono spiacente »,
oppure potrebbe soltanto comportare insincerità (infelicità) come accade
talvolta quando dico « mi scuso »: queste locuzioni rendono confusa la
distinzione tra insincerità e falsità5.
Ma qui c’è una certa distinzione che deve incidentalmente essere
tracciata, della cui precisa natura non sono certo: abbiamo messo in relazione
« mi scuso » con « sono spiacente » come sopra; ma ora vi sono anche
numerosissime espressioni convenzionali che esprimono sentimenti, molto
simili per certi versi, che sicuramente non hanno niente a che fare con i
performativi: per esempio:
« Ho il piacere di invitare il prossimo oratore ».
« Sono spiacente di dover dire… ».
« Sono lieto di poter annunciare… » 6.
Possiamo chiamarle locuzioni di cortesia, come « ho l’onore di… ». È
abbastanza convenzionale formularle in questo modo: ma non è vero che dire
che si ha il piacere di fare qualcosa è aver piacere di farlo. Sfortunatamente.
Essere un enunciato performativo, anche in questi casi legati ai sentimenti e
agli atteggiamenti che io battezzo « COMPORTATIVI », non è
semplicemente essere un’espressione convenzionale di sentimenti o
atteggiamenti.
Devono essere distinti anche i casi in cui si fa seguire l’azione alla parola
– uno speciale tipo di caso che può generare dei performativi ma che non è in
se stesso un caso di enunciato performativo. Un caso tipico è: « Sbatto la
porta così » (sbatte la porta). Ma questo genere di caso conduce a « ti saluto »
(egli saluta); qui « ti saluto » può diventare un sostituto per il saluto e di
conseguenza un enunciato performativo puro. Dire « ti saluto » ora è
salutarti. Confrontate l’espressione « saluto la memoria… ».
Ma vi sono molti livelli di transizione tra il far seguire l’azione alla parola
e il performativo puro:
« Mangio ». Dire questo è mangiare le carte dell’avversario (in
circostanze appropriate); ma non le si mangia se non viene detto « mangio »7
« Scacco ». Dirlo è dare scacco in circostanze appropriate. Ma non
sarebbe sempre uno scacco se non venisse detto « scacco »?
« J’adoube ». Questo è far seguire l’azione alla parola oppure è parte
dell’atto di sostituire il pezzo, anziché muoverlo?
Forse queste distinzioni non sono importanti: ma vi sono analoghe
transizioni nel caso dei performativi, come per esempio:
« Io cito »: egli cita.
« Io definisco »: egli definisce (es. x è y).
« Io definisco x come y ».
In questi casi l’enunciato funziona come un titolo: è una varietà di
performativo? Esso funziona essenzialmente dove l’azione che fa seguito alla
parola è essa stessa un’azione verbale.
1 La mia spiegazione è molto oscura, come quelle di tutti i libri di grammatica sulle proposizioni
rette da « che »: confrontate la loro anche peggiore spiegazione delle interrogative indirette [« what » -
clauses].
2 Come di fatto le lingue primitive probabilmente erano, cfr. Jespersen. [N.d.T.: Probabilmente
Austin fa riferimento a Language, its Nature, Development and Origin, London 1922].
3 Ma alcuni di questi esempi sollevano la vecchia questione se « io ammetto che » e « io concludo
che » sono performativi o meno.
4 Vi sono dubbi classici riguardo alla possibilità del consenso tacito; qui l’esecuzione non verbale
ricorre in una forma alternativa di atto performativo: questo mette in dubbio questo secondo test!
5 Vi sono fenomeni paralleli a questi in altri casi: per esempio uno che disorienta in modo
particolare sorge riguardo a ciò che possiamo chiamare performativi enunciativi o espositivi.
6 (Nota a margine nel manoscritto: « Qui occorre ulteriore classificazione: notarlo soltanto
incidentalmente »).
7 [N.d.T.: Austin si riferisce qui ad un gioco infantile in cui, quando si presentano due carte uguali,
chi per primo dice « snap » [lett. « morso »] può prendere il mazzo dell’avversario].
Lezione VII
VERBI PERFORMATIVI ESPLICITI
La volta scorsa abbiamo considerato il Performativo Esplicito in
contrapposizione a quello Primario, sostenendo che il primo si sarebbe
naturalmente evoluto a partire dal secondo, in corrispondenza allo svilupparsi
del linguaggio e della società. Abbiamo detto, comunque, che questo non
eliminerebbe tutti i nostri problemi nella nostra ricerca di una lista di verbi
performativi espliciti. Abbiamo fornito alcuni esempi che incidentalmente
hanno illustrato come il performativo esplicito si sviluppi da quello primario.
Abbiamo tratto gli esempi dalla sfera di quelli che si possono chiamare
comportativi, un genere di performativo che riguarda approssimativamente le
reazioni al comportamento e il comportamento nei confronti degli altri e
destinato a esibire atteggiamenti e sentimenti.
Confrontate:
Performativo Esplicito Non Puro (mezzo Descrittivo
descrittivo)
mi scuso sono spiacente mi pento
critico censuro disapprovo sono disgustato da
approvo riconosco per buono sono d’accordo
ti dò il benvenuto ti accolgo con piacere
Abbiamo suggerito dei test per il performativo esplicito puro:
1) Ha senso (oppure lo stesso senso) domandarsi: « Ma lo ha fatto
realmente? »? Non possiamo domandarci « egli ha realmente dato il
benvenuto? » nello stesso senso in cui ci domandiamo « lo ha realmente
accolto con piacere? » oppure « lo ha realmente criticato? » nello stesso senso
in cui ci domandiamo « lo ha realmente disapprovato? ». Questo non è un test
molto buono a causa, per esempio, della possibilità di infelicità. Possiamo
domandarci « si è realmente sposato? » quando egli ha detto « sì (prendo
questa donna…) », in quanto potrebbero esservi state delle infelicità che
hanno reso problematico il matrimonio.
2) Egli potrebbe compiere l’azione senza enunciare il performativo?
3) Egli potrebbe farlo deliberatamente? Potrebbe essere disposto a farlo?
4) Potrebbe essere letteralmente falso che, ad esempio, io critico (in
quanto distinto da disapprovo) quando ho detto che io critico? (Potrebbe
sempre, naturalmente, essere insincero).
Talvolta è utilizzabile il test di una parola diversa, talvolta di una diversa
costruzione della formula. Perciò in un performativo esplicito diciamo « io
approvo » piuttosto che « io riconosco per buono ». Confrontate la
distinzione tra « vorrei che tu fossi in fondo al mare » e « vorrei vederti in
fondo al mare », oppure tra « mi auguro che tu ti diverta » e « ti auguro di
divertirti », etc.
In conclusione, abbiamo distinto i nostri performativi da:
1) Locuzioni rituali convenzionali puramente di cortesia come « ho il
piacere di… ». Queste sono abbastanza diverse, in quanto, sebbene siano
rituali e non tenute ad essere sincere, sono, secondo tutti i quattro test di cui
sopra, non performative. Sembrano essere una classe limitata, forse limitata
alle dichiarazioni di sentimenti e persino alle dichiarazioni di sentimenti nel
dire o udire qualcosa.
2) Far seguire l’azione alla parola, cosa di cui un tipico esempio sarebbe
quando un avvocato, alla fine della sua arringa, dice « concludo ». Queste
locuzioni sono particolarmente soggette a trasformarsi in performativi puri
quando l’azione che fa seguito alle parole è essa stessa una azione puramente
rituale, l’azione non verbale dell’inchinarsi (« ti saluto ») oppure il rituale
verbale di dire « evviva » (« io approvo »).
Una seconda classe di parole molto importante in cui è particolarmente
predominante, come nei comportativi, lo stesso fenomeno dello spostamento
da enunciato descrittivo a performativo e oscillamento fra loro è la classe di
quelli che io chiamo espositivi, o performativi esposizionali. Qui la parte
principale dell’enunciato ha generalmente, o spesso, la forma chiaramente
riconoscibile di una « asserzione », ma c’è un verbo performativo esplicito
all’inizio che indica come si deve inquadrare l’« asserzione » nel contesto
della conversazione, interlocuzione, dialogo o in generale dell’esposizione.
Ecco alcuni esempi:
« Io sostengo (oppure insisto) che non esiste alcuna faccia posteriore della
luna ».
« Io concludo (oppure deduco) che non esiste alcuna faccia posteriore
della luna ».
« Io attesto che non esiste alcuna faccia posteriore della luna ».
« Io ammetto (oppure concedo) che non esiste alcuna faccia posteriore
della luna ».
« Io profetizzo (oppure predico) che non esiste alcuna faccia posteriore
della luna ».
Dire cose di questo genere è sostenere, concludere, attestare, replicare,
predire, etc.
Ora molti di questi verbi sembrano essere, in modo abbastanza
soddisfacente, performativi puri. (Anche se è irritante averli come tali, legati
a proposizioni secondarie che somigliano ad « asserzioni », vere o false, lo
abbiamo detto prima e ci torneremo sopra ancora). Per esempio, quando dico
« io profetizzo che… », « io concedo che… », « io postulo che… », la
proposizione secondaria che segue somiglierà di norma proprio ad una
asserzione, ma i verbi stessi sembrano essere performativi puri.
Prendendo i nostri quattro test che abbiamo usato con i comportativi:
quando egli dice « io postulo .che… » allora
1) non possiamo domandarci « ma egli stava realmente postulando…? »
2) egli non può postulare senza dire cosi;
3) si può dire « ho deliberatamente postulato… » oppure « sono disposto
a postulare… »;
4) non puà essere letteralmente falso dire « io postulo » (tranne che nel
senso già notato: « a p. 265 io postulo… »).
Sotto tutti questi punti di vista « io postulo » è come « io mi scuso per…
», « io lo critico per… ». Naturalmente questi enunciati possono essere
infelici – egli può predire quando non ha nessun diritto a farlo, oppure dire
«confesso che sei stato tu », oppure essere insincero dicendo « confesso che
sono stato io » quando non è stato lui.
Eppure vi sono numerosi verbi che sembrano molto simili, e che
sembrano appartenere alla stessa classe, che non supererebbero in modo così
soddisfacente questi test: come, per esempio, « io assumo che » rispetto a « io
postulo che ». Direi di buon grado « stavo assumendo che… » quando non mi
ero accorto che lo stavo assumendo e senza aver detto niente del genere. E io
posso assumere qualcosa, anche se non me ne accorgo o non dico così,
nell’importante senso descrittivo. Posso, naturalmente, asserire [assert] o
negare qualcosa, ad esempio, senza dire niente del genere, dove « io asserisco
» e « io nego » sono performativi espliciti puri in diversi sensi che qui non
sono rilevanti; posso annuire o scuotere il capo, oppure asserire o negare
qualcosa per implicazione nel dire qualcos’altro.
Ma con « stavo assumendo che » avrei potuto assumere qualcosa senza
dire nulla, non per implicazione dicendo qualcos’altro, ma solo stando
tranquillamente a sedere nel mio angolino in un modo in cui non potrei
proprio stare tranquillamente a sedere nel mio angolino negando qualcosa.
In altre parole « io assumo che… » e forse « io suppongo che… »
funzionano nel modo ambivalente in cui funziona « sono spiacente per… »:
questo è talvolta equivalente a « mi scuso », talvolta descrive i miei
sentimenti, talvolta fa entrambe le cose contemporaneamente; così « io
assumo » è talvolta equivalente a « io postulo » e talvolta no.
O ancora « io acconsento che… » talvolta funziona come « io approvo il
suo comportamento », talvolta più come « io riconosco per buono il suo
comportamento », dove almeno in parte descrive il mio atteggiamento, la mia
disposizione d’animo, le mie convinzioni. Qui di nuovo leggeri cambiamenti
nella locuzione possono essere importanti, per esempio la differenza tra «
sono d’accordo di… » e « sono d’accordo con… »: ma questo non è un test
rigido.
Lo stesso fenomeno generale si verifica con questa classe come con i
comportativi.
Proprio come si ha « io premetto che (io postulo che) » come
performativo esplicito puro mentre « io assumo che » non lo è, allo stesso
modo si ha:
« io predico (profetizzo) che » come performativo esplicito puro mentre
« io prevedo (suppongo, mi aspetto) che » non lo è;
« io approvo (io dò l’approvazione a) quella opinione » come
performativo esplicito puro mentre « io sono d’accordo con quella opinione »
non lo è;
« io metto in dubbio che sia così » come performativo esplicito puro
mentre « mi domando (dubito) se è così » non lo è.
Qui « postulare », « predire », « approvare », « mettere in dubbio », etc.
supereranno tutti i nostri test per il performativo esplicito puro, mentre gli
altri no, o non sempre.
Ora con questione incidentale: non tutte le cose che facciamo su questa
linea nell’inquadrare il nostro enunciato particolare, diciamo, nel suo contesto
di discorso possono essere cose che possiamo fare con un performativo
esplicito. Per esempio, non possiamo dire « io implico che », « io insinuo »,
etc.
Comportativi ed espositivi sono due classi cruciali in cui si verifica
questo fenomeno: ma esso si riscontra anche in altre classi, ad esempio in
quelli che io chiamo verdettivi. Esempi di verdettivi sono « io dichiaro che…
», « io ritengo che… », « io stabilisco… », « io stimo… ». Così se sei un
giudice e dici « io ritengo che… », allora dire che ritieni è ritenere; quando si
tratta di persone meno ufficiali non è altrettanto chiaramente così: può essere
semplicemente una descrizione di uno stato mentale. Si può evitare questo
problema nel solito modo, coniando una parols speciale come « verdetto », «
mi pronuncio in favore di… », « io dichiaro… »; diversamente la natura
performativa dell’enunciato dipende ancora in parte dal contesto
dell’enunciazione, come quando il giudice è un giudice, ed è in toga e assiso
sul seggio, etc.
Alquanto simile a questo sarebbe il caso di « io classifico gli x come y »,
in cui abbiamo visto che c’era un doppio uso: il performativo esplicito puro
che mi impegna ad una certa condotta in futuro, e poi la descrizione, non del
mio stato mentale, ma di una regolarità del mio comportamento. Possiamo
dire « egli non classifica realmente… » oppure « egli classifica… » ed egli
può classificare senza dire nulla. Dobbiamo distinguere questo uso da quelli
in cui attraverso l’esecuzione del singolo atto siamo impegnati a compiere
regolarmente certi atti: per esempio « io definisco x come y » non afferma che
egli lo fa regolarmente, ma lo impegna a compiere regolarmente certi atti di
usare una espressione come equivalente ad un’altra. In questo contesto è
istruttivo confrontare « io intendo » con « io prometto ».
Tanto basta per questo genere di problema, se un verbo performativo
esplicito evidente o supposto tale funziona esso stesso, oppure funziona
talvolta o in parte, come una descrizione, vera o falsa, di sentimenti, stati
mentali, disposizioni d’animo, etc. Ma questo tipo di caso ripropone il
fenomeno più vasto su cui abbiamo attirato l’attenzione, per cui l’intero
enunciato sembra fondamentalmente inteso come vero o falso, nonostante le
sue caratteristiche performative. Anche se prendiamo quelle vie di mezzo
come, diciamo, « io ritengo che… » detto da chi non è un giurato, oppure «
mi aspetto che… », sembra assurdo pensare che tutto ciò che esse descrivono
o asseriscono, per quanto o quando lo fanno, sia qualcosa riguardo alle
credenze o alle aspettative del parlante. Supporre questo è un po’ il genere di
acutezza eccessiva da Alice nel Paese delle Meraviglie, per cui si considera «
io penso che p » come una asserzione riguardo a te stesso a cui si potrebbe
rispondere: « questo è solo un fatto che riguarda te ». (« Non penso… » iniziò
Alice: « allora non dovresti parlare » disse il Bruco o chiunque fosse) 1. E
quando arriviamo a performativi espliciti puri quali « asserire » o « sostenere
», sicuramente l’intera faccenda è vera o falsa anche se la sua enunciazione è
l’esecuzione dell’azione di asserire o di sostenere. E abbiamo ripetutamente
fatto notare che alcune cose che sono abbastanza chiaramente performativi
classici come « fine » hanno uno strettissimo rapporto col descrivere i fatti,
anche se altri, quali « gioco! », non lo hanno.
Questo non è tuttavia così grave: potremmo distinguere la parte iniziale
performativa (io asserisco che), che rende chiaro come si deve considerare
l’enunciato, che è una asserzione (distinta da una predizione, etc.), dal pezzo
nella proposizione retta da « che », cui si richiede di essere vero o falso.
Tuttavia, vi sono molti casi che, allo stato attuale del linguaggio, non siamo
in grado di dividere in due parti in questo modo, anche se l’enunciato sembra
contenere una specie di performativo esplicito: così « io assimilo x a y », « io
analizzo x come y ». Qui assimiliamo ed allo stesso tempo asseriamo che c’è
una somiglianza per mezzo di una locuzione concisa di carattere per lo meno
quasi performativo. Tanto per spronarci nella nostra direzione: possiamo
anche citare « io so che », « io credo che », etc. Quanto sono complessi questi
esempi? Non possiamo assumere che siano puramente descrittivi.
Ora consideriamo un attimo il punto a cui siamo: partendo dal supposto
contralto tra enunciati performativi e constativi, abbiamo trovato indicazioni
sufficienti riguardo al fatto che nonostante tutto l’infelicità sembra
caratterizzare entrambi i generi di enunciato, non soltanto il performativo; e
che l’esigenza di una conformità o di una qualche relazione con i fatti,
diversa in casi diversi, sembra caratterizzare i performativi, in aggiunta
all’esigenza che siano felici, in modo analogo a quello che è caratteristico dei
presunti constativi.
Ora, non siamo riusciti a trovare un criterio grammaticale per i
performativi, ma abbiamo pensato che forse si poteva persistere nell’idea che
ogni performativo potrebbe in linea di principio essere ricondotto alla forma
di un performativo esplicito, e quindi si poteva fare una lista dei verbi
performativi. Da allora abbiamo scoperto, tuttavia, che spesso non è facile
essere sicuri che un enunciato è performativo o che non lo è, anche quando è
apparentemente in forma esplicita; e in ogni caso, tipicamente, abbiamo pure
enunciati che iniziano con « io asserisco che… » i quali sembrano soddisfare
i requisiti dell’essere performativi, che perb costituiscono sicuramente il fare
delle asserzioni, e senza dubbio sono essenzialmente verf o falsi.
È quindi tempo di reimpostare il problema in modo nuovo. Vogliamo
riconsiderare in modo più generale i sensi in cui dire qualcosa può essere fare
qualcosa, o nel dire qualcosa facciamo qualcosa (e forse anche considerare i
diversi casi in cui col dire qualcosa facciamo qualcosa). Forse qui una certa
chiarificazione e definizione possono aiutarci ad uscire da questo pasticcio.
Infatti, dopo tutto, « fare qualcosa » è un’espressione molto vaga. Quando
proferiamo un qualunque enunciato 2, non stiamo « facendo qualcosa »?
Certamente i modi in cui parliamo di « azione » potrebbero qui, come altrove,
originare confusione. Per esempio, possiamo contrapporre uomini di parole a
uomini d’azione, possiamo dire che essi non hanno fatto niente, hanno solo
parlato o detto delle cose: tuttavia possiamo ancora contrapporre il solo
pensare qualcosa al dirlo effettivamente (ad alta voce), contesto nel quale dire
qualcosa è fare qualcosa.
È giunta l’ora di fare delle precisazioni riguardo alle circostanze del «
proferire un enunciato » 3. Per cominciare, c’è un intero gruppo di sensi, che
indicherò con (A), in cui dire una cosa qualsiasi deve sempre essere fare
qualcosa, il gruppo di sensi che, presi insieme, ammontano a
« dire » qualcosa, nel pieno senso di « dire ». Possiamo convenire, senza
insistere su formulazioni e sottigliezze, che dire una cosa qualsiasi è
(A.a) sempre, eseguire l’atto di emettere certi suoni (un atto « fonetico »),
e l’enunciato è una « fonè » [phone];
(A.b) sempre, eseguire l’atto di pronunciare certi vocaboli o parole, cioè
suoni di certi tipi che appartengono e in quanto appartenenti ad un certo
lessico, in una certa costruzione, cioè, conformemente e in quanto
conformemente ad una certa grammatica, con una certa intonazione, etc.
Possiamo chiamare quest’atto un atto « fatico », e l’enunciato di cui
costituisce l’enunciazione un « fema » [pheme] (che è diverso dal femema
della teoria linguistica); e
(A.c) generalmente, eseguire l’atto di usare quel fema o i suoi costituenti
con un certo « senso » più o meno definito e un « riferimento » più o meno
definito (che insieme sono equivalenti al « significato »). Possiamo chiamare
quest’atto un atto « retico », e l’enunciato di cui costituisce l’enunciazione un
« rema » [rheme].
1 [N.d.T.: È il Cappellaio Matto che risponde così ad Alice: cfr. A Mad Tea-Party, LEWIS
CARROLL, Alice’s Adventures in Wonderland and Through the Looking Glass, M. Gardner (ed.),
Penguin Books, Harmondsworth 1965, cap. VII, 103; tr. it. di A. Galasso e T. Kemeni, Garzanti,
Milano 19833].
2 Uso « enunciato » solo come equivalente a utteratum: per urteratio uso «il proferimento di un
enunciato ».
3 Non menzioneremo sempre, ma dobbiamo tenere a mente la possibilità dell’« eziolamento » che
ricorre quando usiamo il linguaggio nelle rappresentazioni teatrali, nella narrativa e nella poesia, nella
citazione e nella recitazione.
Lezione VIII
ATTI LOCUTORI, ILLOCUTORI E
PERLOCUTORI
Nell’intraprendere il progetto di trovare una lista di verbi performativi
espliciti, è sembrato che non sarebbe sempre stato facile distinguere gli
enunciati performativi dai constativi, e quindi è sembrato opportuno ritornare
un momento ai principi fondamentali – considerare, partendo dalla base,
quanti sensi vi sono in cui dire qualcosa è fare qualcosa, o nel dire qualcosa si
fa qualcosa, e anche col dire qualcosa si fa qualcosa. E abbiamo cominciato
col distinguere un intero gruppo di sensi di « fare qualcosa » che sono tutti
compresi quando diciamo, cosa ovvia, che dire qualcosa è nel suo pieno
senso normale fare qualcosa – il che include emettere certi suoni, pronunciare
certe parole in una certa costruzione, e pronunciarle con un certo « significato
» nel senso filosofico preferito di questa parola, cioè con un certo senso e con
un certo riferimento.
Chiamo, cioè soprannomino, l’atto di « dire qualcosa » in questo pieno
senso normale l’esecuzione di un atto locutorio, e lo studio degli enunciati
entro questo limite e sotto questi punti di vista lo studio delle locuzioni, o
delle piene unità del parlare. Il nostro interesse per l’atto locutorio,
naturalmente, è soprattutto volto a rendere abbastanza chiaro cosa esso sia, al
fine di distinguerlo dagli altri atti dei quali ci occuperemo in modo
preminente. Lasciatemi aggiungere soltanto che, naturalmente, se dovessimo
discuterlo di per se stesso sarebbero possibili e necessarie moltissime ulteriori
precisazioni – precisazioni di grandissima importanza non soltanto per i
filosofi ma, diciamo, per gli studiosi di grammatica e di fonetica.
Avevamo tracciato tre distinzioni grossolane tra l’atto fonetico, l’atto
fatico, e l’atto retico. L’atto fonetico è semplicemente l’atto di emettere certi
suoni. L’atto fatico è il pronunciare certi vocaboli o parole, cioè suoni di certi
tipi, appartenenti e in quanto appartenenti ad un certo lessico, conformemente
e in quanto conformemente ad una certa grammatica. L’atto retico è
l’esecuzione dell’atto di usare questi vocaboli con un certo senso e un certo
riferimento più o meno definiti. Quindi « egli ha detto “il gatto è sul cuscino”
», riferisce un atto fatico, mentre « egli ha detto che il gatto era sul cuscino »
riferisce un atto retico. Una analoga contrapposizione viene illustrata dalle
seguenti coppie:
« Egli ha detto “il gatto è sul cuscino” », « egli ha detto che il gatto era
sul cuscino »;
« Egli ha detto “ci sarò” », « egli ha detto che ci sarebbe stato »;
« Egli ha detto “vattene” », « egli mi ha detto di andarmene »;
« Egli ha detto “è a Oxford o a Cambridge?” », « egli ha chiesto se era a
Oxford o a Cambridge ».
Continuando su questo tema, dato il suo interesse al di là delle nostre
esigenze immediate, accennerò ad alcuni punti che vale la pena di ricordare:
1) Ovviamente, per eseguire un atto fatico devo eseguire un atto fonetico,
o, se volete, nell’eseguire l’uno eseguo l’altro (non che, tuttavia, gli atti fatici
siano una sottoclasse degli atti fonetici; abbiamo definito l’atto fatico come il
pronunciare certi vocaboli in quanto appartenenti ad un certo lessico): ma
non è vero l’inverso, perché se una scimmia emette un suono indistinguibile
da « va » questo non è tuttavia un atto fatico.
2) Ovviamente nella definizione dell’atto fatico sono state considerate in
blocco due cose: il lessico e la grammatica. Così non abbiamo assegnato un
nome particolare alla persona che dice, per esempio, « gatto completamente il
sé » oppure « i visciattivi cavatalucerti girillavano » 1. Ma un’altra questione
che si presenta, come la grammatica e il lessico, è l’intonazione.
3) L’atto fatico, comunque, come quello fonetico, è fondamentalmente
mimabile, riproducibile (inclusi intonazione, strizzatine d’occhio, gesti, etc.).
Si può mimare non soltanto l’asserzione tra virgolette « ella ha dei bei capelli
», ma anche il fatto più complesso che egli l’ha detta in questo modo: « ella
ha dei bei capelli » (spallucce).
Questo è l’uso di « disse » con le virgolette come lo troviamo nei
romanzi: ogni enunciato può essere riprodotto pari pari tra virgolette, oppure
tra virgolette seguito da « disse lui » o, più spesso, « disse lei », etc.
Ma l’atto retico è quello di cui riferiamo, nel caso delle asserzioni
[assertions], dicendo « egli ha detto che il gatto era sul cuscino », « egli ha
detto che sarebbe andato », « egli ha detto che dovevo andare » (le sue parole
sono state « devi andare »). Questo è il cosiddetto « discorso indiretto ». Se il
senso o il riferimento non sono considerati chiari, allora l’insieme o la parte
in questione devono essere messi tra virgolette. Così sarebbe possibile dire: «
egli ha detto che dovevo andare dal “ministro”, ma non ha detto quale
ministro » oppure « gli ho detto che si stava comportando male ed egli mi ha
risposto che “più in alto si va, meno si è” ». Tuttavia non possiamo sempre
usare « ha detto che » con facilità: se egli avesse usato il modo imperativo,
diremmo « ha detto di », « ha consigliato di », etc., oppure useremmo
locuzioni equivalenti come « ha detto che dovevo », « ha detto che dovrei »,
etc. Confrontate locuzioni come « mi ha dato il benvenuto » e « ha presentato
le sue scuse ».
Aggiungo ancora una cosa riguardo all’atto retico: naturalmente il senso e
il riferimento (il nominare e il riferirsi) sono qui essi stessi atti ancillari
eseguiti nell’eseguire l’atto retico. Perciò possiamo dire « con “banco”
intendevo… » e diciamo « con “lui” mi riferivo a… ». Possiamo eseguire un
atto retico senza riferirci o senza nominare? In generale sembrerebbe che la
risposta sia che non possiamo, ma ci sono casi problematici. Qual è il
riferimento in « tutti i triangoli hanno tre lati »? Similmente, è chiaro che
possiamo eseguire un atto fatico che non sia un atto retico, ma non viceversa.
Infatti possiamo ripetere un’osservazione di qualcun altro o biascicare tutta
una frase, oppure possiamo leggere una frase latina senza conoscere il
significato delle parole.
Non importa molto in questa sede sapere quando un fema o un rema sia lo
stesso che un altro, nel senso del « tipo » [type] o nel senso dell’« esemplare
» [token], e cosa sia un singolo fema o rema. Ma, naturalmente, è importante
ricordare che lo stesso fema, ad esempio la stessa frase, cioè esemplari dello
stesso tipo, può essere usato in diverse occasioni di enunciazione con un
senso e un riferimento diversi, e quindi essere un rema diverso. Quando femi
diversi sono usati con lo stesso senso e lo stesso riferimento, potremmo
parlare di atti reticamente equivalenti (« la stessa asserzione », in un certo
senso) ma non dello stesso rema o degli stessi atti retici (che sono la stessa
asserzione in un altro senso che comprende l’uso delle stesse parole).
Il fema è un’unità di linguaggio: il suo difetto tipico è di essere un
nonsenso – senza significato. Ma il rema è un’unità di discorso; il suo difetto
tipico è di essere vago o nullo o oscuro, etc.
Ma sebbene questi problemi siano di grandissimo interesse, non gettano
finora alcuna luce sul nostro problema della contrapposizione tra l’enunciato
constativo e quello performativo. Per esempio, sarebbe perfettamente
possibile, riguardo ad un enunciato, diciamo « sta per caricare », rendere del
tutto chiaro « ciò che stavamo dicendo » nel proferire l’enunciato, in tutti i
sensi finora distinti, e tuttavia non aver affatto chiarito se nel proferire
l’enunciato ho eseguito o meno l’atto di avvertire. Può essere perfettamente
chiaro ciò che intendo con « sta per caricare » oppure con « chiudi la porta »,
ma non essere chiaro se è inteso come una asserzione o un avvertimento, etc.
Eseguire un atto locutorio è in generale, possiamo dire, anche e eo ipso
eseguire un atto illocutorio, come propongo di chiamarlo. Quindi
nell’eseguire un atto locutorio eseguiremo anche un atto come:
fare una domanda o rispondere ad essa,
fornire un’informazione o un’assicurazione o un avvertimento,
annunciare un verdetto o un’intenzione,
pronunciare una condanna,
assegnare una nomina o fare un appello o una critica,
compiere un’identificazione o dare una descrizione,
e molti altri. (Non voglio in alcun modo dare l’idea che questa sia una
classe chiaramente definita). Non c’è qui nulla di misterioso riguardo al
nostro eo ipso. Il problema piuttosto è il numero di sensi diversi di
un’espressione così vaga come « in che modo lo stiamo usando » – essa può
riferirsi persino all’atto locutorio, e inoltre agli atti perlocutori a cui
arriveremo tra un momento. Quando eseguiamo un atto locutorio, usiamo il
linguaggio: ma precisamente in che modo lo usiamo in quell’occasione? Vi
sono infatti numerosissime funzioni del linguaggio o modi in cui lo usiamo, e
fa una gran differenza per il nostro atto in un certo senso – senso (B) 2 – in
quale modo e in quale senso lo stavamo « usando » in quell’occasione. Fa
una gran differenza se stavamo consigliando, o soltanto suggerendo, o
effettivamente ordinando, se stavamo promettendo in senso stretto oppure
solo annunciando un’intenzione vaga, e così via. Questi problemi penetrano
un po’, ma non senza confusione, nella grammatica (vedi sopra), ma noi li
dibattiamo costantemente, in termini quali il decidere se certe parole (una
certa locuzione) avevano la forza di una domanda, oppure avrebbero dovuto
essere prese come una valutazione, e così via.
Ho spiegato l’esecuzione di un atto in questo nuovo, secondo senso come
l’esecuzione di un atto « illocutorio », cioè l’esecuzione di un atto nel dire
qualcosa in contrapposizione all’esecuzione di un atto di dire qualcosa;
chiamo l’atto eseguito una « illocuzione » e farò riferimento alla teoria dei
diversi tipi di funzione del linguaggio qui in discussione come alla teoria
delle « forze illocutorie ».
Si può dire che i filosofi hanno trascurato questo studio per troppo tempo,
discutendo tutti i problemi come problemi di « uso locutorio », e di fatto la «
fallacia descrittiva » cui si è accennato nella prima lezione ha comunemente
origine dallo scambiare un problema del primo genere per un problema del
secondo. È vero, adesso ne stiamo venendo fuori, da alcuni anni a questa
parte ci si sta rendendo conto sempre più chiaramente che l’occasione in cui
viene proferito un enunciato ha una fondamentale importanza, e che le parole
usate devono in una certa misura essere « spiegate » dal « contesto » in cui
sono destinate ad essere pronunciate, o sono state effettivamente pronunciate,
in uno scambio linguistico. Tuttavia siamo forse ancora troppo inclini a dare
queste spiegazioni in termini di « significati delle parole ». Certo, possiamo
usare la parola con cui ci riferiamo al significato [meaning, da to mean:
intendere, significare] anche in riferimento alla forza illocutoria – « egli lo
intendeva [meant] come un ordine », etc. Ma io voglio distinguere la forza
dal significato nel senso in cui il significato è equivalente al senso e al
riferimento, proprio come è diventato fondamentale distinguere tra il senso e
il riferimento.
Inoltre, abbiamo qui un esempio dei diversi usi dell’espressione « usi del
linguaggio » o « uso di una frase », etc. – « uso » è un termine disperatamente
ambiguo o vasto, proprio come il termine « significato », che è diventato
abituale mettere in ridicolo. Ma « uso », che lo ha soppiantato, non si trova in
una situazione molto migliore. Possiamo chiarire del tutto l’« uso di una frase
» in una particolare occasione, nel senso dell’atto locutorio, senza tuttavia
accennare al suo uso nel senso di un atto illocutorio.
Prima di precisare ulteriormente questa nozione dell’atto illocutorio,
confrontiamo sia l’atto locutorio sia l’atto illocutorio con un terzo genere di
atto ancora.
C’è ancora un ulteriore senso (C) in cui eseguire un atto locutorio, e in
esso un atto illocutorio, può anche essere eseguire un atto di un altro genere.
Dire qualcosa produrrà spesso, o anche normalmente, certi effetti consecutivi
sui sentimenti, i pensieri, o le azioni di chi sente, o di chi parla, o di altre
persone: e può essere fatto con lo scopo, l’intenzione o proposito di produrre
questi effetti; e possiamo allora dire, tenendo conto di questo, che chi parla ha
eseguito un atto definibile con un termine che fa riferimento o solo
indirettamente (C.a), o anche per nulla (C.b), all’esecuzione dell’atto
locutorio o illocutorio. Chiameremo l’esecuzione di un atto di questo genere
l’esecuzione di un atto « perlocutorio », e l’atto eseguito, nei casi adatti –
essenzialmente nei casi che rientrano in (C.a) – una « perlocuzione ».
Aspettiamo a definire quest’idea più accuratamente – naturalmente ne ha
bisogno – ma diamo semplicemente degli esempi:
(E. 1)
Atto (A) o Locuzione
Egli mi ha detto « Sparale! » intendendo con « spara » spara e riferendosi
con « le » a lei.
Atto (B) o Illocuzione.
Egli mi ha incitato a spararle (o consigliato, ordinato, etc. di spararle).
Atto (C. a) o Perlocuzione
Egli mi ha persuaso a spararle.
Atto (C. b)
Egli mi ha indotto a spararle (o ha fatto sì che le sparassi, etc.).
(E. 2)
Atto (A) o Locuzione
Egli mi ha detto « Non puoi farlo ».
Atto (B) o Illocuzione
Egli ha protestato contro ciò che volevo fare.
Atto (C. a) o Perlocuzione
Egli mi ha dissuaso, frenato.
Atto (C. b)
Egli mi ha fermato, mi ha riportato alla ragione, etc.
Egli mi ha disturbato.
Possiamo analogamente distinguere l’atto locutorio « egli ha detto che…
» dall’atto illocutorio « egli ha sostenuto che… » e dall’atto perlocutorio «
egli mi ha convinto che… ».
Si vedrà che gli « effetti consequenziali » qui accennati (vedi C.a e C.b)
non comprendono un genere particolare di effetti consequenziali, quelli
ottenuti, per esempio, a titolo di impegni per chi parla come nel promettere,
che rientrano nell’atto illocutorio. Forse è necessario fare delle restrizioni,
poiché c’è chiaramente differenza tra ciò che noi percepiamo essere la reale
produzione di effetti reali e ciò che consideriamo come semplici conseguenze
convenzionali; in ogni caso in seguito torneremo su questo.
Abbiamo quindi distinto, in modo approssimativo, tre generi di atti –
quello locutorio, quello illocutorio, e quello perlocutorio. Faremo qualche
commento generale su queste tre classi, lasciandole sempre abbastanza
approssimative. I primi tre punti riguarderanno di nuovo « l’uso del
linguaggio ».
1) È nostro interesse in queste lezioni attenerci essenzialmente al secondo
atto, quello illocutorio e confrontarlo con gli altri due. In filosofia c’è una
costante tendenza a elidere quest’atto in favore dell’uno o dell’altro degli altri
due. Tuttavia esso è distinto da entrambi. Abbiamo già visto come le
espressioni « significato » e « uso di una frase » possano rendere confusa la
distinzione tra l’atto illocutorio e quello perlocutorio – quindi li
distingueremo con più cura tra un momento. Parlare dell’« uso del
“linguaggio” per sostenere una tesi o per avvertire » somiglia proprio al
parlare dell’« uso del “linguaggio” per persuadere, provocare, allarmare »;
tuttavia, per contrapporli in modo approssimativo, si può dire che il primo sia
convenzionale, nel senso che lo si potrebbe per lo meno rendere esplicito
attraverso la formula performativa, mentre ciò non si potrebbe fare con il
secondo. Così possiamo dire « io sostengo che » o « io ti avverto che » ma
non possiamo dire « io ti convinco che » o « io ti allarmo che ». Inoltre,
possiamo chiarire del tutto se qualcuno ha sostenuto una tesi o meno senza
accennare alla questione se ha convinto qualcuno o no.
2) Per approfondire il problema, diciamo chiaramente che l’espressione «
uso del linguaggio » può riferirsi ad altre questioni ancora più disparate che
gli atti illocutori e perlocutori e ovviamente del tutto diverse da tutte quelle di
cui ci stiamo occupando qui. Ad esempio, possiamo parlare dell’« uso del
linguaggio » per qualcosa, ad esempio per scherzare; e possiamo usare « in »
in un modo diverso dall’« in » illocutorio, come quando diciamo « nel dire
“p” stavo scherzando » o « recitando una parte » o « scrivendo poesia »; o
ancora possiamo parlare di « un uso poetico del linguaggio » distinto dall’«
uso del linguaggio in poesia ». Questi riferimenti all’« uso del linguaggio »
non hanno niente a che fare con l’atto illocutorio. Per esempio, se dico « va’,
e afferra una stella cadente » 3, può essere evidente quali siano sia il
significato che la forza del mio enunciato, ma ancora del tutto incerto quale di
questi altri generi di cose stia facendo. Vi sono eziolamenti 4, usi parassitari,
etc., vari usi « non seri » e « non pienamente normali ». Le condizioni
normali di riferimento possono essere sospese, oppure può non venir fatto
nessun tentativo di atto perlocutorio standard, nessun tentativo di farti fare
qualcosa, come Walt Whitman che non incita sul serio l’aquila della libertà a
librarsi nel cielo 5.
3) Inoltre, ci possono essere delle cose che « facciamo » in una qualche
connessione col dire qualcosa che non sembrano rientrare esattamente, per lo
meno a livello intuitivo, in nessuna di queste classi approssimativamente
definite, oppure sembrano rientrare vagamente in più di una; ma comunque al
principio noi non avvertiamo così chiaramente che esse sono tanto distanti
dai nostri tre atti come lo sarebbero lo scherzare o lo scrivere poesia. Per
esempio, l’insinuare, come quando insinuiamo qualcosa nel o col proferire
un enunciato, sembra comprendere una qualche convenzione, come nell’atto
illocutorio; ma non possiamo dire « io insinuo… », e sembra che si tratti,
come per il dare per implicito, di un effetto ottenuto con abilità più che di un
semplice atto. Un altro esempio è manifestare emozione. Possiamo
manifestare emozione nel o col proferire un enunciato, come quando
imprechiamo; ma ancora una volta qui non si fa nessun uso di formule
performative e degli altri dispositivi degli atti illocutori. Potremmo dire che
usiamo l’imprecare [swearing] 6 per sfogarci. Dobbiamo porre attenzione al
fatto che l’atto illocutorio è un atto convenzionale: un atto compiuto in
quanto conforme ad una convenzione.
I prossimi tre punti sono importanti perché i nostri atti sono atti.
4) Gli atti di tutti e tre i nostri generi, dal momento che costituiscono il
compiere delle azioni, richiedono che si tengano in debito conto tutti i mali
cui sono esposte tutte le azioni. Dobbiamo essere sistematicamente preparati
a distinguere tra « l’atto di fare x », cioè di riuscire a fare x, e « l’atto di
tentare di fare x ».
Nel caso delle illocuzioni dobbiamo essere pronti a tracciare la
distinzione necessaria, che sfugge al linguaggio ordinario tranne che in casi
eccezionali, tra
a) l’atto di tentare di o di tendere a (o affettare o ostentare o pretendere di
o iniziare o accingersi a) eseguire un certo atto illocutorio, e
b) l’atto di riuscire a compiere con successo o consumare o portare a
termine tale atto.
Questa distinzione è, o dovrebbe essere, un luogo comune della teoria del
nostro linguaggio relativo all’« azione » in generale. Ma in precedenza è stata
attirata l’attenzione sulla sua particolare importanza in connessione con i
performativi: è sempre possibile, ad esempio, cercare di ringraziare o
informare qualcuno ma fallire in diversi modi, perché egli non ascolta, o lo
considera ironico, o non era responsabile di qualunque cosa fosse, e cos). via.
Questa distinzione si presenterà, come per qualunque atto, anche per gli atti
locutori; ma qui gli insuccessi non saranno infelicità come nel caso
precedente, ma piuttosto insuccessi nell’articolare le parole, nell’esprimersi
chiaramente, etc.
5) Dal momento che i nostri atti sono azioni, dobbiamo sempre ricordare
la distinzione tra il produrre effetti o conseguenze avendone l’intenzione o
senza volere; ricordando che (i) quando chi parla intende produrre un effetto,
esso può nondimeno non aver luogo, e che (ii) quando egli non intende
produrlo o intende non produrlo, esso può nondimeno aver luogo. Per far
fronte alla complicazione (i) ci appelliamo come prima alla distinzione tra
tentativo e successo; per far fronte alla complicazione (ii) ci appelliamo ai
normali dispositivi linguistici del negare la responsabilità (sintagmi avverbiali
come « senza volere » e così via) che teniamo pronti per uso generale in tutti i
casi in cui si compiono azioni7.
6) Inoltre, naturalmente, dobbiamo riconoscere che in quanto azioni esse
possono essere cose che noi non abbiamo precisamente fatto, nel senso che le
abbiamo fatte, per dire, sotto costrizione o in qualche altro modo del genere.
Di altri modi ancora in cui possiamo non compiere pienamente l’azione si è
parlato al punto 2). Possiamo magari aggiungere i casi di cui si è parlato al
punto 5), in cui produciamo conseguenze per errore, non intendevamo farlo.
7) infine dobbiamo rispondere all’obiezione riguardo ai nostri atti
illocutori e perlocutori – vale a dire che la nozione di atto non è chiara – con
una teoria generale dell’azione. Abbiamo l’idea di un « atto » come di una
cosa fisica fissa che facciamo, distinta dalle convenzioni e distinta dalle
conseguenze. Ma
a) l’atto illocutorio e persino l’atto locutorio comportano delle
convenzioni: confrontate con questi l’atto di rendere omaggio. È un omaggio
soltanto perché è convenzionale e viene reso soltanto perché è convenzionale.
Confrontate anche la distinzione tra calciare una parete e calciare un goal;
b) l’atto perlocutorio include sempre delle conseguenze, come quando
diciamo « col fare x stavo facendo y »: introduciamo sempre una serie più o
meno lunga di « conseguenze », alcune delle quali possono essere « non
intezionali ». Non c’è alcuna restrizione all’atto fisico minimo. Il fatto che
noi possiamo far rientrare una serie arbitrariamente lunga di quelle che
potrebbero anche venir chiamate le « conseguenze » del nostro atto nella
terminologia dell’atto stesso è, o dovrebbe essere, un luogo comune
fondamentale della teoria del nostro linguaggio riguardo tutta l’« azione » in
generale. Perciò se ci viene chiesto « che cosa ha fatto? », possiamo
rispondere o « ha sparato all’asino » o « ha tirato un colpo di fucile » o « ha
premuto il grilletto » o « ha mosso il dito indice », e può essere tutto corretto.
Così, per abbreviare il racconto per bambini della vecchia che si sforza di
portare a casa il suo maiale in tempo per preparare la cena al vecchio marito,
possiamo dire in ultima analisi che il gatto ha spinto il maiale a entrare nel
recinto, o l’ha fatto entrare, o ha fatto sì che vi entrasse 8. Se in casi di questo
genere noi menzioniamo sia un atto B (illocuzione) che un atto C
(perlocuzione) 9 diremo « col B-are egli C-ò » piuttosto che « nel B-are… ».
Questa è la ragione per cui si chiama C un atto perlocutorio, in quanto
distinto da un atto illocutorio.
La prossima volta torneremo sulla distinzione fra i nostri tre generi di
atto, e sulle espressioni « nel » e « col fare x sto facendo x », allo scopo di
rendere un po’ più chiare le tre classi e i loro appartenenti e non. Vedremo
che proprio come l’atto locutorio per essere completo comprende il fare
molte cose allo stesso tempo, così può essere per gli atti illocutorio e
perlocutorio.
1 [N.d.T. « The slithy toves did gyre » citato qui da Austin fa parte dei primi versi del celeberrimo «
Jabberwocky », che si trova nel primo capitolo di Through the Looking-Glass and What Alice Found
There di LEWIS CARROLL. La traduzione italiana riportata qui è di Bruno Garofalo e compare a p.
397 dell’edizione italiana (Adelphi, Milano 1984) di D. R. HOFSTADTER, Gödel, Escher, Bach:
un’eterna ghirlanda brillante].
2 Vedi oltre, p. 76.
3 [N.d.T. « Goe and catche a falling starre » è il primo verso di una lirica di John Donne (1571/2-
1631)].
4 [N.d.T. cfr. p. 22 e p. 69 n].
5 [N.d.T. cfr. W. WHITMAN, Leaves of Grass (1855), Foglie d’Erba, tr. it. E. Giachino, Einaudi,

Torino 19804
6 Swearing è ambiguo: « I swear by Our Lady » [giuro per Nostra Signora] è giurare per Nostra
Signora: ma « maledetto » (che è sempre swearing, ma qui significa « imprecare ») non è giurare per
Nostra Signora.
7 Si può osservare che questa complicazione (ii) può naturalmente presentarsi anche nei casi sia
dell’atto locutorio che dell’atto illocutorio. Posso dire qualcosa o riferirmi a qualcosa senza intenderlo,
o assumere senza volere un certo impegno; ad esempio, posso ordinare a qualcuno di fare qualcosa,
mentre non intendevo ordinargli di farlo. Ma è in connessione con la perlocuzione che ciò ha il maggior
rilievo, come pure la distruzione tra tentativo e successo.
8 [N.d.T. Austin allude ad una favola in cui diversi animali agiscono a catena uno sull’altro, col
risultato finale di smuovere il maiale].
9 [N.d.T. cfr. pp. 76-77].
Lezione IX
DISTINZIONI TRA ATTI ILLOCUTORI E
PERLOCUTORI
Quando è stato proposto di intraprendere il progetto di compilare una lista
dei verbi performativi espliciti, abbiamo incontrato alcune difficoltà riguardo
al problema di stabilire se un qualche enunciato fosse performativo o meno, o
in ogni caso puramente performativo. È sembrato opportuno, perciò, ritornare
ai principi fondamentali e considerare quanti sensi ci possono essere in cui
dire qualcosa è fare qualcosa, o nel dire qualcosa facciamo qualcosa, o
persino col dire qualcosa facciamo qualcosa.
Innanzitutto abbiamo distinto un gruppo di cose che facciamo nel dire
qualcosa, che, nel loro insieme, abbiamo riassunto col dire che eseguiamo un
atto locutorio, che approssimativamente equivale a pronunciare una certa
frase con un certo senso e riferimento, che ancora equivale
approssimativamente al « significato » nel senso tradizionale. In secondo
luogo, abbiamo detto che eseguiamo anche degli atti illocutori quali
informare, ordinare, avvertire, impegnarsi a fare qualcosa, etc., cioè enunciati
che hanno una certa forza (convenzionale). In terzo luogo, possiamo anche
eseguire degli atti perlocutori: ciò che otteniamo o riusciamo a fare col dire
qualcosa, come convincere, persuadere, trattenere, e persino, per dire,
sorprendere o ingannare. Abbiamo qui tre, se non di più, diversi sensi o
dimensioni dell’« uso di una frase » o dell’« uso del linguaggio » (e,
naturalmente, ve ne sono anche altri). Tutti questi tre generi di « azioni »
sono soggetti, beninteso semplicemente in quanto azioni, alle solite difficoltà
e riserve riguardo al tentativo distinto dal successo, all’essere intenzionali,
piuttosto che non esserlo, e così via. Abbiamo detto quindi che dobbiamo
esaminare più dettagliatamente questi tre generi di atto.
Dobbiamo distinguere l’atto illocutorio da quello perlocutorio: ad
esempio dobbiamo distinguere « nel dire quella cosa lo stavo avvertendo » da
« col dire quella cosa l’ho convinto, o l’ho sorpreso, o l’ho fatto smettere ».
La distinzione tra illocuzioni e perlocuzioni sembra quella che più
probabilmente creerà delle difficoltà, ed ora ne intraprenderemo la
discussione, introducendo incidentalmente la distinzione tra illocuzioni e
locuzioni. È certo che il senso perlocutorio di « compiere un’azione » deve in
qualche modo essere escluso in quanto non pertinente rispetto al senso in cui
un enunciato, se il proferirlo è « compiere un’azione », è un performativo, per
lo meno se questo deve essere distinto da un constativo. Infatti è chiaro che
qualunque, o quasi qualunque, atto perlocutorio può essere portato a termine,
in circostanze abbastanza particolari, attraverso il proferimento, con o senza
calcolo, di qualsiasi enunciato si voglia, e in particolare attraverso un puro e
semplice enunciato constativo (se esiste un animale di questo genere). Tu
puoi, per esempio, trattenermi (C. b) 1 dal fare qualcosa informandomi,
magari ingenuamente ma opportunamente, delle conseguenze che avrebbe la
mia azione: e ciò si applica anche a (C. a) 1 perché tu puoi convincermi (C. a)
1 che lei è un’adultera chiedendole se non era suo il fazzoletto che era nella

camera da letto di X 2, o affermando che era suo.


Dobbiamo quindi tracciare un limite tra l’azione che compiamo (in questo
caso un’illocuzione) e le sue conseguenze. Ora, in generale, e se l’azione non
è di quelle che consistono nel dire qualcosa ma è un’azione « fisica » non
convenzionale, questa è una faccenda complicata. Come abbiamo visto, noi
possiamo, o può piacerci pensare che possiamo, classificare, per gradi, una
parte sempre maggiore di ciò, che inizialmente e ordinariamente è incluso o
si potrebbe eventualmente includere sotto il nome dato al « nostro atto » di
per se stesso 3 come in realtà semplici conseguenze, per quanto immediate e
naturalmente prevedibili, della nostra azione effettiva nel supposto senso
fisico minimo, che quindi risulterà consistere nel fare un qualche movimento
o dei movimenti con parti del nostro corpo (ad esempio piegare il dito, il che
ha prodotto un movimento del grilletto, il che ha prodotto… il che ha
prodotto la morte dell’asino). Naturalmente ci sono molte cose da dire
riguardo a questo delle quali non occorre occuparsi in questa sede. Ma per lo
meno nel caso degli atti di dire qualcosa,
1) la terminologia [nomenclature] ci offre un aiuto che generalmente
ritira nel caso delle azioni « fisiche ». Infatti con le azioni fisiche quasi
sempre tendiamo a denominare l’azione non in termini di ciò che qui
chiamiamo atto fisico minimo, ma in termini che comprendono una gamma
maggiore o minore ma indefinitamente estesa di ciò che si potrebbero
chiamare le sue conseguenze naturali (o, guardando in un’altra direzione,
l’intenzione con cui è stata compiuta).
Non soltanto noi non usiamo la nozione di atto fisico minimo (che in ogni
caso è discutibile), ma non sembriamo disporre di una classe di nomi che
distingua gli atti fisici dalle conseguenze; laddove per ciò che riguarda gli atti
di dire qualcosa il repertorio dei nomi per gli atti (B) sembra espressamente
designato a indicare una frattura in un certo punto regolare tra l’atto (il nostro
dire qualcosa) e le sue conseguenze (che di solito non sono il dire qualcosa),
o comunque un gran numero di queste ultime4.
2) Inoltre, sembra che traiamo un qualche aiuto dalla natura particolare
degli atti di dire qualcosa, in contrapposizione con le ordinarie azioni fisiche:
infatti nel caso di queste ultime persino l’azione fisica minima, che stiamo
cercando di separare dalle sue conseguenze, essendo un movimento del corpo
è in pari materia 5 almeno con molte delle sue conseguenze immediate e
naturali, mentre, in qualunque cosa possano consistere le conseguenze
immediate e naturali di un atto di dire qualcosa, non si tratta almeno
normalmente di ulteriori atti di dire qualcosa, compiuti o più specificatamente
da chi parla o anche da altri 6. Cosicché abbiamo qui una specie di rottura
regolare e naturale nella catena, che non compare nel caso delle azioni
fisiche, e che è associata alla classe speciale dei nomi di illocuzioni.
Questo può farci fare qualche passo avanti, ma a questo punto ci si può
chiedere: le conseguenze introdotte con la terminologia delle perlocuzioni
non sono in realtà conseguenze degli atti (A), le locuzioni? Nel cercare di
separare « tutte » le conseguenze, non dovremmo risalire dritti oltre
l’illocuzione fino alla locuzione – e proprio all’atto (A.a), l’emissione di
suoni, che è un movimento fisico 7? Naturalmente si è ammesso che eseguire
un atto illocutorio è necessariamente eseguire un atto locutorio: che, ad
esempio, congratularsi è necessariamente dire certe parole; e dire certe parole
è necessariamente, almeno in parte, fare certi movimenti più o meno
indescrivibili con gli organi vocali 8. Cosicché la separazione tra azioni «
fisiche » e atti di dire qualcosa non è completa da tutti i punti di vista –
qualche connessione c’è. Ma (i) sebbene questo possa essere importante in
certi nessi e contesti, non sembra impedirci di tracciare un limite, per i nostri
scopi attuali, là dove ce ne serve uno, cioè tra il completamento dell’atto
illocutorio e tutte le conseguenze che ne seguono. E inoltre (ii), cosa molto
più importante, dobbiamo rifiutare l’idea, suggerita sopra anche se non
formulata esplicitamente, che l’atto illocutorio sia una conseguenza dell’atto
locutorio, e anche l’idea che ciò che viene introdotto dalla terminologia delle
illocuzioni sia un riferimento addizionale ad alcane delle conseguenze delle
locuzioni 9, cioè che dire « mi ha spinto a farlo » equivalga a dire che egli ha
detto certe parole e in aggiunta che il fatto di dirle ha avuto oppure forse era
inteso avere certe conseguenze (? un effetto su di me). Se per qualche ragione
e in qualche senso dovessimo insistere nel « risalire » dall’illocuzione all’atto
fonetico (A.a), non dovremmo risalire ad una azione fisica minima attraverso
la catena delle sue conseguenze, nel modo in cui presumibilmente risaliamo
dalla morte del coniglio al movimento del dito sul grilletto. L’emissione di
suoni può essere una conseguenza (fisica) del movimento degli organi vocali,
del respiro, etc.: ma il pronunciare una parola non è una conseguenza
dell’emettere un suono, fisica o di altro genere. Per questo, anche gli atti
fatici (A.b) e retici (A.c), conseguenze fisiche a parte, non sono conseguenze
degli atti fonetici (A.a). Ciò che introduciamo davvero mediarate l’uso della
terminologia delle illocuzioni è un riferimento, non alle conseguenze (almeno
in senso ordinario) della locuzione, ma alle convenzioni della forza
illocutoria in relazione alle particolari circostanze dell’occasione in cui viene
proferito l’enunciato. Torneremo tra breve ai sensi in cui l’esecuzione ben
riuscita o completa di un atto illocutorio introduce davvero delle «
conseguenze » o degli «effetti » in determinati sensi 10.
Finora quindi ho sostenuto che possiamo avere delle speranze di isolare
l’atto illocutorio da quello perlocutorio in quanto questo produce delle
conseguenze, e che non è esso stesso una « conseguenza » dell’atto locutorio.
Ora però devo sottolineare che l’atto illocutorio in quanto distinto da quello
perlocutorio è connesso con la produzione di effetti in determinati sensi:
1) A meno che non si ottenga un certo effetto, l’atto illocutorio non sarà
stato eseguito felicemente, con successo. Questo non equivale a dire che
l’atto illocutorio consiste nell’ottenere un certo effetto. Non si può dire che io
abbia avvertito un uditorio a meno che questo non senta ciò che dico e lo
intenda in un certo senso. Si deve ottenere un effetto sull’uditorio se l’atto
illocutorio ha da essere portato a compimento. Come dovremmo esprimere
qui quest’effetto nel modo migliore? E come possiamo delimitare
quest’effetto? Generalmente esso consiste nell’ottenere la comprensione del
significato e della forza della locuzione. Così l’esecuzione di un atto
illocutorio include l’assicurarsi la recezione.
2) L’atto illocutorio « entra in vigore » in certi modi, diversi dal produrre
delle conseguenze nel senso di provocare degli stati di cose nel modo «
normale », cioè cambiamenti nel corso naturale degli eventi. Perciò « io
battezzo questa nave Queen Elizabeth » ha l’effetto di dare il nome alla nave,
o di battezzarla; quindi certi atti successivi, quali riferirsi ad essa come alla
Generalissimo Stalin, saranno fuori posto.
3) Abbiamo detto che molti atti illocutori sollecitano per convenzione una
risposta o un seguito. Così un ordine sollecita la risposta dell’obbedienza e
una promessa quella del suo mantenimento. La risposta o il seguito possono
essere « a senso unico » o « a due sensi »: perciò possiamo distinguere tra
sostenere, ordinare, promettere, suggerire, chiedere di, e offrire, chiedere se e
chiedere « sì o no? ». Se questa risposta viene accordata, o il seguito viene
adempiuto, ciò richiede un secondo atto da parte di chi parla o di un’altra
persona; ed è un luogo comune del linguaggio delle conseguenze che questo
non può essere incluso nella sequenza d’azione originaria.
Tuttavia generalmente possiamo sempre dire « ho fatto sì che egli… »
con una parola che indica l’atto di risposta. Questo rende davvero l’atto
ascritto a me ed è, quando si impiegano o possono essere impiegate delle
parole, un atto perlocutorio. Perciò dobbiamo distinguere « gli ho ordinato di
fare una cosa ed egli ha obbedito » da « ho fatto sì che egli obbedisse ». In
genere quest’ultima frase (dà per implicito che sono stati impiegati altri
mezzi addizionali per produrre questa conseguenza come ascrivibile a me:
incentivi, autorità personale, e influenza che può equivalere alla costrizione;
si ha anche molto spesso un atto illocutorio distinto dal mero ordinare, come
quando dico « ho fatto sì che egli lo facesse affermando x ».
Così abbiamo qui tre modi in cui gli atti illocutori sono legati agli effetti:
assicurarsi la recezione, entrare in vigore, e sollecitare una risposta; e tutti
questi sono distinti dalla produzione di effetti che è caratteristica dell’atto
perlocutorio.
L’atto perlocutorio può essere o il raggiungimento di un obiettivo
perlocutorio (convincere, persuadere) o la produzione di un seguito
perlocutorio. così l’atto di avvertire può raggiungere il suo obiettivo
perlocutorio di mettere all’erta e avere anche il seguito perlocutorio di
allarmare, e un’argomentazione contro un’opinione può non riuscire a
raggiungere il suo obiettivo ma avere il seguito perlocutorio di convincere il
nostro antagonista della sua verità (« sono riuscito soltanto a convincerlo »).
Ciò che è l’obiettivo perlocutorio di un’illocuzione può essere il seguito di
un’altra. Per esempio, avvertire può produrre il seguito di trattenere dal fare
qualcosa e dire « non farlo », il cui obiettivo è trattenere dal fare qualcosa,
può produrre il seguito di mettere all’erta o anche di allarmare. Alcuni atti
perlocutori consistono sempre nella produzione di un seguito, vale a dire
quelli in cui non c’è alcuna formula illocutoria: così posso sorprenderti o
sconvolgerti o umiliarti con una locuzione, anche se non esiste alcuna
formula illocutoria « io ti sorprendo con… », « io ti sconvolgo con… », « io
ti umilio con… ».
È caratteristico degli atti perlocutori che la risposta ottenuta, o il seguito,
possano essere ottenuti, in aggiunta o completamente, con mezzi non
locutori: così l’intimidazione può essere ottenuta brandendo un bastone o
puntando un fucile. Persino nei casi del convincere, persuadere, far obbedire
e far credere possiamo ottenere la risposta non verbalmente; ma se non si ha
alcun atto illocutorio, è dubbio se sia il caso di usare questo linguaggio
caratteristico degli obiettivi perlocutori. Confrontate l’uso di « ho fatto sì che
egli lo facesse » con « ho fatto sì che egli obbedisse ». Comunque, questo da
solo non basta per distinguere gli atti illocutori, dal momento che possiamo
ad esempio avvertire o ordinare o assegnare una nomina o donare o protestare
o scusarci con mezzi non verbali e questi sono atti illocutori. Così possiamo
fare marameo o tirare un pomodoro a titolo di protesta.
Più importante è chiedersi se queste risposte e questi seguiti possano
essere ottenuti con mezzi non convenzionali. Possiamo certamente ottenere
gli stessi seguiti perlocutori con mezzi non convenzionali (o come si dice
mezzi « aconvenzionali »), mezzi che non sono per niente convenzionali o
che non lo sono per lo scopo in questione; così posso persuadere qualcuno
facendo dondolare dolcemente un grosso bastone o accennando gentilmente
al fatto che i suoi anziani genitori sono ancora nel Terzo Reich.
Rigorosamente parlando, non si può avere un atto illocutorio a meno che i
mezzi impiegati non siano convenzionali, e quindi i mezzi per riuscire a
compierlo non verbalmente devono essere convenzionali. Ma è difficile dire
dove cominciano e dove finiscono le convenzioni; perciì, posso avvertire
qualcuno agitando un bastone o posso donargli qualcosa semplicemente
mettendogliela in mano. Ma se io avverto qualcuno agitando un bastone,
allora il mio agitare il bastone è un avvertimento: egli saprà benissimo ciò
che intendo: può apparire un inconfondibile gesto minaccioso. Difficoltà
analoghe si presentano riguardo al dare un consenso tacito a un qualche
accordo, al promettere tacitamente, o al votare per alzata di mano. Ma resta il
fatto che molti atti illocutori non possono essere eseguiti se non dicendo
qualcosa. Questo è vero dell’asserire, dell’informare (che è diverso
dall’indicare), del sostenere, del fare stime, del calcolare e del giudicare (nel
senso legale); è vero della gran maggioranza dei verdettivi e degli espositivi a
differenza di molti esercitivi e commissivi 11
1 Per il significato di questo riferimento vedi p. 76.
2 Che il fornire pure e semplici informazioni produca, quasi sempre, degli effetti consecutivi
sull’azione non è più sorprendente dell’inverso, che il compiere una qualsiasi azione (compreso
l’enunciare un performativo) abbia regolarmente la conseguenza di rendere noi stessi e gli altri
consapevoli di certi fatti. Compiere un atto qualsiasi in modo percettibile o scopribile è dare a noi stessi
e in genere anche ad altri l’occasione di venire a conoscenza sia (a) del fatto che noi abbiamo compiuto
quell’atto, sia anche (b) di molti altri fatti relativi ai nostri moventi, al nostro carattere ed altro ancora,
che possono essere inferiti dal fatto che abbiamo compiuto quell’atto. Se tiri un pomodoro durante una
riunione politica (o urli « io protesto » quando lo fa qualcun altro – se questo è compiere un’azione) la
conseguenza sarà probabilmente quella di informare gli altri del fatto che tu ti opponi, e far loro pensare
che hai certe convinzioni politiche: ma questo non renderà il lancio o l’urlo veri o falsi (benché essi
possano essere, anche deliberatamente, fuorvianti). E in modo analogo, la produzione di un qualsiasi
numero di effetti consecutivi non impedirà ad un enunciato constativo di essere vero o falso.
3 Non affronto qui il problema di quanto possano estendersi le conseguenze. I consueti errori su
questo argomento si possono trovare, ad esempio, nei Principia Ethica di MOORE (1903).
4 Notate che se noi supponiamo che l’atto fisico minimo sia un movimento del corpo quando
diciamo « ho mosso il dito », il fatto che l’oggetto mosso sia parte del mio corpo introduce di fatto un
nuovo senso di « ho mosso ». Così posso essere capace di muovere le orecchie come fanno certi
ragazzini, oppure prendendole tra il pollice e l’indice, oppure posso muovere il piede o nel modo
comune o manipolandolo con la mano quando mi formicola. L’uso ordinario di « muovere » in esempi
quali « ho mosso il dito » è determinante. Non dobbiamo cercare di risalire oltre ad esso fino a «
tendere i muscoli » e simili.
5 Questo in pari materia [N.d.T. In italiano nel testo] potrebbe essere fuorviante per voi. Non voglio
dire, come si è messo in luce nella nota precedente, che il mio « muovere il dito » sia, in senso
metafisico, minimamente simile al « muoversi del grilletto » che ne è la conseguenza, oppure a « il
fatto che il mio dito muove il grilletto ». Ma « un movimento di un dito sul grilletto » è in pari materia
con « un movimento di un grilletto ».
6 Oppure potremmo mettere le cose in un altro modo, estremamente importante, dicendo che il
senso in cui dire qualcosa produce degli effetti su altre persone, o causa delle cose, è un senso di
causare fondamentalmente diverso da quello usato nel caso della causalità fisica per pression, etc. Essa
deve operare attraverso le convenzioni del linguaggio ed è una questione di influenza esercitata da una
persona su un’altra: questo è probabilmente il senso originario di « causare ».
7 Vedi oltre.
8 Ma lo è davvero? Abbiamo già notato che la « produzione di suoni » è essa stessa in realtà una
conseguenza dell’atto fisico minimo consistente nel muovere gli organi vocali.
9 Limitandoci sempre, per semplicità, agli enunciati orali.9 Tuttavia, vedi oltre.
10 Possiamo ancora essere tentati di attribuire un qualche primato alla locuzione rispetto
all’illocuzione, vedendo che, dato un singolo atto retico (A.c), ci può ancora essere spazio per dei dubbi
riguardo al modo in cui esso dovrebbe essere descritto nella terminologia delle illocuzioni. Dopo tutto
perché dovremmo indicare l’una con A, l’altra con B? Possiamo essere d’accordo sulle parole
effettivamente pronunciate, e persino anche sui sensi in cui sono state usate e sulle realtà per riferirsi
alle quali sono state usate, e tuttavia essere ancora in disaccordo riguardo alla questione se, nelle
circostanze date, esse costituivano un ordine o una minaccia o semplicemente un consiglio o un
avvertimento. Ma dopo tutto c’è ugualmente ampio spazio per disaccordi in casi singoli riguardo al
modo in cui si dovrebbe descrivere l’atto retico (A.c) nella terminologia delle locuzioni (Cosa voleva
dire in realtà? A quale persona, momento, eccetera si riferiva effettivamente?): e in verità possiamo
spesso essere d’accordo che il suo atto era proprio, per dire, un atto di ordinare (illocuzione), mentre
siamo ancora incerti su che cosa egli intendesse ordinare (locuzione). È plausibile supporre che l’atto
sia per lo meno « tenuto » ad essere descrivibile come qualche tipo più o meno definito di illocuzione
tanto quanto lo è di essere descrivibile come un atto locutorio (A) più o meno definito. Le difficoltà
riguardo alle convenzioni e alle intenzioni devono sorgere nel decidere la corretta descrizione tanto di
una locuzione quanto di una illocuzione: l’ambiguità di significato o di riferimento, deliberata o
involontaria, è forse tanto comune quanto il mancare, deliberatamente o involontariamente, di rendere
chiaro « come si devono prendere le nostre parole » (nel senso illocutorio). Inoltre, l’intero apparato dei
« performativi espliciti » (vedi sopra) serve a impedire disaccordi riguardo alla descrizione degli atti
illocutori. In effetti è molto più difficile impedire i disaccordi riguardanti la descrizione degli « atti
locutori ». Ognuno di questi, comunque, è convenzionale e suscettibile di ricevere una « interpretazione
» da parte di chi lo giudica.
11 [Per la definizione di verdettivi, espositivi, esercitivi e commissivi vedi la Lezione XII. J.O.U.].
Lezione X
« NEL DIRE… » VS. « COL DIRE… »
Dimenticando per il momento la distinzione iniziale tra performativi e
constativi e il progetto di compilare una lista di parole performative esplicite,
specialmente verbi, abbiamo ricominciato da capo considerando i sensi in cui
dire qualcosa è fare qualcosa. Così abbiamo distinto l’atto locutorio (e
all’interno di questo l’atto fonetico, l’atto fatico e l’atto retico) che ha un
significato; l’atto illocutorio che ha una certa forza nel dire qualcosa; l’atto
perlocutorio che è Pottenere certi effetti col dire qualcosa.
Nella scorsa lezione abbiamo distinto alcuni sensi delle conseguenze e
degli effetti in queste connessioni, in particolare tre sensi in cui gli effetti
possono riguardare anche gli atti illocutori, vale a dire l’assicurarsi la
recezione, l’entrare in vigore e il sollecitare una risposta. Nel caso dell’atto
perlocutorio abbiamo fatto una distinzione approssimativa tra il raggiungere
un obiettivo e il produrre un seguito. Gli atti illocutori sono atti
convenzionali: gli atti perlocutori non sono convenzionali. Atti di entrambi i
generi possono essere eseguiti – o, più esattamente, atti chiamati con lo stesso
nome (ad esempio, atti equivalenti all’atto illocutorio di avvertire o all’atto
perlocutorio di convincere) – possono essere portati a termine non
verbalmente; ma anche in quel caso, per meritare il nome di un atto
illocutorio, per esempio quello di avvertimento, deve trattarsi di un atto non
verbale convenzionale: ma gli atti perlocutori non sono convenzionali,
sebbene si possa fare uso di atti convenzionali allo scopo di portare a termine
l’atto perlocutorio. Un giudice dovrebbe essere in grado di decidere, sentendo
ciò che è stato detto, quali atti locutori e illocutori siano stati eseguiti, ma non
quali atti perlocutori si sia riusciti a compiere.
Infine, abbiamo detto che c’è un’altra intera gamma di problemi riguardo
a « come stiamo usando il linguaggio » oppure « che cosa stiamo facendo nel
dire qualcosa » che, abbiamo detto, possono essere, e intuitivamente
sembrano essere, totalmente diversi – question ulteriori che non sfioriamo
neppure. Per esempio, ci sono l’insinuare (e altri usi non letterali del
linguaggio), lo scherzare (e altri usi non seri del linguaggio), e l’imprecare e
lo sfogarsi (che sono forse usi espressivi del linguaggio). Possiamo dire « nel
dire x stavo scherzando » (insinuando…, esprimendo i miei sentimenti, etc.).
Adesso dobbiamo fare alcune osservazioni conclusive riguardo alle
formule:
« Nel dire x stavo facendo y » o « ho fatto y »,
« Col dire x ho fatto y » o « stavo facendo y ».
Infatti è stato in seguito alla disponibilità di queste formule, che sembrano
particolarmente adatte, la prima (nel) per distinguere i verbi che sono nomi di
atti illocutori, e la seconda (col) per distinguere i verbi che sono nomi di atti
perlocutori, che abbiamo scelto di fatto i nomi illocutorio e perlocutorio.
Così, ad esempio:
« Nel dire che gli avrei sparato lo stavo minacciando ».
« Col dire che gli avrei sparato l’ho spaventato ».
Queste formule linguistiche ci forniranno un test per distinguere gli atti
illocutori da quelli perlocutori? No. Prima di occuparmi di questo, però,
permettetemi di fare un’osservazione generale, o una confession. Molti di voi
cominceranno a non sopportare più questo genere di approccio – e in una
qualche misura abbastanza legittimamente. Voi direte: « Perché non la
smettiamo con le chiacchiere? Perché continuare a occuparci di elenchi,
reperibili nel parlare comune, di nomi di cose che si fanro che sono attinenti
al dire, e di formule come quelle che iniziano con “in” e “con”? Perché non ci
mettiamo a discutere la cosa direttamente in termini di linguistica e di
psicologia in maniera chiara e semplice? Perché essere così tortuosi? ».
Ebbene, naturalmente sono d’accordo che questo si dovrà fare – però io dico
dopo, non prima, l’aver guardato cosa si può tirar fuori dal linguaggio
ordinario anche se in ciò che ne viene fuori vi è un forte elemento di
irrefutabilità. Diversamente ci lasceremmo sfuggire delle cose e
procederemmo troppo velocemente.
In ogni caso « in » e « con » meritano un’analisi; per quanto riguarda ciò,
la meritano anche « quando », « mentre », etc. L’importanza di queste analisi
è ovvia nel problema generale di quali siano le relazioni tra le varie
descrizioni possibili di « ciò che faccio », come abbiamo visto a proposito
delle « conseguenze ». Ci occuperemo quindi delle formule che iniziano con
« in » e « con », e dopo di questo torneremo di nuovo alla distinzione iniziale
del performativo e constativo, per vedere cosa ne succede entro questa nuova
intelaiatura.
Considereremo per prima la formula « Nel dire x stavo facendo y »
(oppure « ho fatto y »).
1) Il suo uso non è limitato agli atti illocutori; si applicherà (a) agli atti
locutori e (b) ad atti che sembrano cadere del tutto al di fuori della nostra
classificazione. Sicuramente non è vero che se possiamo dire « nel dire x
stavi y-ando », allora « y-are » è necessariamente eseguire un atto illocutorio.
Tutt’al più si potrebbe sostenere che la formula non sarà appropriata all’atto
perlocutorio, mentre la formula che inizia con « con » non sarà appropriata
all’atto illocutorio. In particolare (a) usiamo la stessa formula quando « y-are
» è eseguire una parte secondaria di un atto locutorio: ad esempio, « nel dire
che detestavo i cattolici, mi riferivo soltanto ai contemporanei », oppure, «
intendevo o pensavo ai cattolici romani ». Anche se in questo caso forse
useremmo più comunemente la formula « nel parlare di ». Un altro esempio
di questo genere è: « Nel dire “Iced ink” [« inchiostro ghiacciato »] stavo
emettendo i suoni “I stink” [« io puzzo »] 1 ». Ma a parte questo vi sono (b)
altri casi evidentemente eterogenei, quali « nel dire x stavi commettendo un
errore » oppure « trascurando di considerare una distinzione necessria »
oppure « infrangendo la legge », oppure « correndo un rischio », oppure «
dimenticando »: commettere un errore o correre un rischio certamente non è
eseguire un atto illocutorio, e neppure uno locutorio.
Possiamo tentare di superare (a), il fatto che l’uso della formula non è
limitato agli atti illocutori, dimostrando che « dire » è ambiguo. Nei casi in
cui l’uso non è illocutorio « dire » potrebbe essere sostituito da « parlare di »,
o da « usare l’espressione », oppure invece di « nel dire x » potremmo dire «
con la parola x » o « nell’usare la parola x ». Questo è il senso di « dire » in
cui è seguito dalle virgolette, e in casi di questo genere ci si riferisce all’atto
fatico e non a quello retico.
Il caso (b), quello degli atti eterogenei che non ricadono nella nostra
classificazione, è più difficile. Un possibile test sarebbe il seguente: nei casi
in cui possiamo mettere il verbo y 2 ad un tempo non progressivo (passato o
presente) invece che ad un tempo progressivo, o ugualmente nei casi in cui
possiamo mettere « con » al posto di « in » mantenendo il tempo progressivo,
allora il verbo y non è il nome di una illocuzione. Così, al posto di « nel dire
ciò stava commettendo un errore », potremmo mettere, senza cambiare il
senso, o « nel dire ciò ha commesso un errore » oppure « col dire ciò stava
commettendo un errore »: ma non diciamo « nel dire ciò io ho protestato » e
neppure « col dire ciò stavo protestando ».
2) Ma tutto considerato potremmo sostenere che la formula non è adatta a
verbi perlocutori quali « ho convinto », « ho persuaso », « ho trattenuto dal
fare ». Però dobbiamo fare alcune riserve. Innanzitutto, dall’uso scorretto del
linguaggio hanno origine delle eccezioni. Così la gente dice « mi stai
intimidando? » invece di « minacciando », e quindi potrebbe dire « nel dire x,
mi stava intimidando ». Secondo, la stessa parola può autenticamente essere
usata in modo sia illocutorio che perlocutorio. Per esempio « tentare » è un
verbo che può facilmente essere usato in entrambi i modi. Non si ha « io ti
tento » ma si ha « lascia che ti tenti », e scambi di battute come « prendi
un’altra porzione di gelato » – « Mi stai tentando? ». Quest’ultima domanda
sarebbe assurda in senso perlocutorio, perché sarebbe una domanda a cui può
rispondere soltanto chi la pone. Se dico « oh, perché no? » sembra che io lo
stia tentando, ma egli può in realtà non essere tentato. Terzo, c’è l’uso
prolettico di verbi quali, ad esempio, « sedurre » o « calmare ». In questo
caso « cercare di » sembra un’aggiunta sempre possibile con un verbo
perlocutorio. Ma non possiamo dire che il verbo illocutorio sia sempre
equivalente a cercare di fare qualcosa che si potrebbe esprimere con un verbo
perlocutorio, come ad esempio che « dimostrare » sia equivalente a « cercare
di convincere », o « avvertire » sia equivalente a « cercare di allarmare » o «
mettere all’erta ». Infatti in primo luogo la distinzione tra fare e cercare di
fare è già presente nel verbo illocutorio come pure nel verbo perlocutorio; noi
distinguiamo tra dimostrare e cercare di dimostrare così come tra convincere
e cercare di convincere. Inoltre, molti atti illocutori non sono casi in cui si
cerca di eseguire un qualche atto perlocutorio: ad esempio, promettere non è
cercare di fare qualcosa.
Possiamo però ancora chiederci se è possibile usare « in » con l’atto
perlocutorio; si è tentati di farlo quando l’atto non è compiuto
intenzionalmente. Ma anche in questo caso è probabilmente scorretto, e si
dovrebbe usare « con ». O ad ogni modo, se dico, ad esempio, « nel dire x lo
stavo convincendo », rendo conto non del modo in cui sono arrivato a dire x
ma del modo in cui sono arrivato a convincerlo; questo è il senso inverso
rispetto all’uso della formula nello spiegare ciò che intendevamo con
un’espressione quando abbiamo usato la formula « nel dire », e comporta un
senso diverso (« nel processo di » o « nel corso di », in quanto distinti da « un
criterio ») rispetto al suo uso con i verbi illocutori.
Consideriamo ora il significato generale della formula « in ». Se dico «
nel fare A facevo B », posso voler dire o che A comporta B (A rende conto di
B) o che B comporta A (B rende conto di A). Si può evidenziare questa
distinzione contrapponendo (a 1) « nel corso, o nel processo, dell’azione A,
facevo B » (nel costruire una casa, costruivo un muro) e (α 2) « nel fare A,
ero nel corso, o nel processo, dell’azione B » (nel costruire un muro costruivo
una casa). O ancora, si contrappongono (α 1): « Nell’emettere i suoni S
dicevo D » e (α 2): « Nel dire D emettevo i suoni S »; in (α 1) rendo conto di
A (in questo caso, il fatto che io emetta i suoni) e affermo qual era il mio
scopo nell’emettere i suoni, mentre in (α 2) rendo conto di B (il fatto che io
emetta i suoni) e così affermo l’effetto dell’emissione dei suoni. La formula è
spesso usata per rendere conto di qualche mia azione in risposta alla
domanda: « Come mai stavi facendo così e così? ». Fra i due diversi modi di
evidenziazione, il dizionario preferisce il primo (α 1), in cui rendiamo conto
di B, ma noi la usiamo altrettanto frequentemente come in (α 2), per rendere
conto di A.
Se ora consideriamo l’esempio:
Nel dire… stavo dimenticando…,
constatiamo che B (dimenticare) spiega come siamo arrivati a dirlo, cioè
rende conto di A. Analogamente
Nel ronzare, stavo pensando che le farfalle ronzavano
rende conto del mio ronzare (A). Questo sembra essere l’uso della
formula « nel dire » quando viene usata con verbi locutori; rende conto del
mio dire ciò che ho detto (e non di ciò che intendevo).
Ma se consideriamo gli esempi:
(a 3) Nel ronzare, stavo fingendo di essere un’ape,
Nel ronzare, mi stavo comportando come un buffone,
constatiamo in questo caso che dire ciò che si è fatto (ronzare), nelle
intenzioni o effettivamente, costituiva il mio dire così e così come un atto di
un certo genere, e rendeva possibile chiamarlo con un nome diverso.
L’esempio illocutorio:
Nel dire così e così io stavo avvertendo
è di questo genere: non appartiene né all’uno né all’altro dei generi « nel
corso di » (a 1) e (a 2) (in cui A rende conto di B o viceversa). Ma è diverso
dagli esempi locutori, in quanto l’atto è costituito essenzialmente non
dall’intenzione o dal fatto, ma dalla convenzione (che, naturalmente, è un
fatto). Queste caratteristiche servono a distinguere gli atti illocutori in modo
estremamente soddisfacente 3.
Quando la formula « nel dire » viene usata con verbi perlocutori, d’altra
parte, viene usata nel senso di « nel processo di » (a 1), ma rende conto di B,
mentre il caso con il verbo locutorio rende conto di A. Quindi il caso
perlocutorio è diverso sia dal caso locutorio che da quello illocutorio.
Si può osservare che la domanda « come mai? » non è limitata a questioni
di mezzi e scopi. Così nell’esempio:
Nel dire A… stavo dimenticando B
rendiamo conto di A, ma in un senso nuovo di « rende conto di » o «
comporta », che non è quello che riguarda i mezzi e gli scopi. Ancora,
nell’esempio:
Nel dire… stavo convincendo… (stavo umiliando…),
rendiamo conto di B (il fatto che io lo convincessi o lo umiliassi), che è in
effetti una conseguenza ma non è una conseguenza di un mezzo.
La formula « con », allo stesso modo, non è limitata ai verbi perlocutori.
C’è l’uso locutorio (col dire… intendevo…), l’uso illocutorio (col dire…
stavo con ciò avvertendo…) e una varietà di usi eterogenei (col dire… mi
sono messo dalla parte del torto). Gli usi di « con » sono in generale almeno
due:
a) Col battere il chiodo sulla capocchia lo stavo piantando nel muro,
b) Con l’applicare una protesi, stavo esercitando la professione del
dentista.
In a) « con » indica il mezzo, la maniera o il metodo con cui stavo
portando a compimento l’azione; in b) « con » indica un criterio, quello
riguardo a ciò che ho fatto, che consente alla mia azione di essere classificata
come esercitare la professione del dentista. Non si vede molta differenza tra i
due casi, a parte il fatto che l’uso di indicare un criterio sembra più esterno.
Questo secondo senso di « con » – quello del criterio – è anche, pare, molto
vicino a « in » in uno dei suoi sensi: « Nel dire quella cosa stavo infrangendo
la legge (ho infranto la legge) »; e in questo modo « con » può sicuramente
essere usato con verbi illocutori nella formula « col dire ». Perciò possiamo
dire « col dire… lo stavo avvertendo (l’ho avvertito) ». Ma « con », in questo
senso, non viene usato con verbi perlocutori. Se dico « col dire… l’ho
convinto (persuaso) », « con » avrà qui il senso del tipo mezzi-al-fine, o in
ogni caso indicherà la maniera in cui, o il metodo con cui l’ho fatto. La
formula « con » viene mai usata nel senso « mezzi-al-fine » con un verbo
illocutorio? Sembrerebbe di sì, perlomeno in due generi di casi:
a) Quando per fare qualcosa scegliamo un mezzo verbale invece di un
mezzo non verbale, quando parliamo invece di usare un bastone. Così
nell’esempio: « Col dire “sì (prendo questa donna…)” la sposavo »), il
performativo « sì (prendo questa donna) » è un mezzo per il fine del
matrimonio. In questo caso « dire » viene usato nel senso in cui richiede le
virgolette ed è usare le parole o il linguaggio, è un atto fatico e non un atto
retico.
b) Quando un enunciato performativo viene usato come un mezzo
indiretto per eseguire un altro atto. Così nell’esempio: « Col dire “dichiaro tre
fiori” lo informavo che non avevo denari », uso il performativo « dichiaro tre
fiori » come un mezzo indiretto per informarlo (il che è anche un atto
illocutorio).
In breve: per usare la formula « col dire » come un test per verificare se
un atto è perlocutorio, dobbiamo prima essere sicuri:
1) che « con » sia usato in senso strumentale, distinto dal senso di un
criterio;
2) che « dire » sia usato
a) nel pieno senso di un atto locutorio e non in un senso parziale, ad
esempio di un atto fatico;
b) non nel modo della doppia convenzione come nell’esempio tratto
dal bridge di cui sopra.
Vi sono altri due test linguistici supplementari per distinguere l’atto
illocutorio da quello perlocutorio:
1) Sembra che nel caso di verbi illocutori possiamo spesso dire « dire x
era fare y ». Non si può dire « battere il chiodo col martello era piantarlo »
invece di « col battere il chiodo col martello egli l’ha piantato ». Ma questa
formula non ci fornirà un test inconfutabile, dato che con essa possiamo dire
molte cose; così possiamo dire « dire quella cosa era convincerlo » (un uso
prolettico?) benché « convincere » sia un verbo perlocutorio.
2) I verbi che abbiamo classificato (intuitivamente – infatti questo è tutto
ciò che abbiamo fatto finora) come nomi di atti illocutori sembrano essere
abbastanza vicini ai verbi performativi espliciti, dato che possiamo dire « ti
avverto che » e « ti ordino di » come performativi espliciti; però avvertire e
ordinare sono atti illocutori. Possiamo usare il performativo « ti avverto che »
ma non « ti convinco che », e possiamo usare il performativo « ti minaccio
con » ma non « ti intimidisco con »; convincere e intimidire sono atti
perlocutori.
La conclusione generale deve essere, comunque, che queste formule sono
al massimo dei test molto poco affidabili per decidere se un’espressione è una
illocuzione, anziché una perlocuzione o nessuna delle due. Ma non di meno «
con » e « in » meritano un esame minuzioso tanto quanto, per dire, « come »,
che ora sta diventando famoso.
Ma allora qual è la relazione tra i performativi e questi atti illocutori? È
come se ogni volta che si ha un performativo esplicito si abbia anche un atto
illocutorio; vediamo, dunque, qual è la relazione tra 1) le distinzioni
riguardanti i performativi stabilite nelle prime lezioni e 2) questi generi
diversi di atto.
1 [N.d.T. Qui Austin riporta un gioco di parole che costituisce uno scherzo molto diffuso tra i
bambini inglesi].
2 [Cioè, il verbo sostituito a « y » in « nel dire x stavo y-ando ». J.O.U.].
3 Ma supponete che ci sia un ciarlatano. Possiamo dire « nell’applicare la protesi stava esercitando
la professione del dentista ». Qui c’è una convenzione proprio come nel caso dell’avvertimento – un
giudice potrebbe decidere.
Lezione XI
ASSERZIONI, PERFORMATIVI E
FORZA ILLOCUTORIA
Quando, all’inizio, abbiamo contrapposto l’enunciato performativo a
quello constativo abbiamo detto che
1) il performativo dovrebbe essere fare qualcosa, in opposizione al
semplice dire qualcosa, e
2) il performativo è felice o infelice, in opposizione a vero o falso.
Queste distinzioni erano veramente valide? La nostra successiva
discussione di fare e dire sembra certamente puntare alla conclusione che
ogni qual volta io « dico » qualcosa (tranne forse una pura e semplice
esclamazione come « maledizione » o « ahi ») starò eseguendo sia un atto
locutorio sia un atto illocutorio, e sembra che questi due generi di atti siano le
stesse cose che abbiamo cercato di usare, sotto i nomi di « fare » e « dire »,
come un mezzo per distinguere i performativi dai constativi. Se in generale
facciamo sempre entrambe le cose, come può sopravvivere la nostra
distinzione?
Innanzitutto riesaminiamo la contrapposizione dal punto di vista degli
enunciati constativi. Riguardo a questi, abbiamo acconsentito a citare le «
asserzioni » come il caso tipico, o paradigmatico. Sarebbe corretto dire che
quando asseriamo qualcosa
1) stiamo facendo qualcosa tanto quanto e distintamente dal
semplice dire qualcosa, e
2) il nostro enunciato è suscettibile di essere felice o infelice (così
come, se volete, vero o falso)?
1) Senza dubbio asserire è eseguire un atto illocutorio tanto quanto, ad
esempio, avvertire o dichiarare. Naturalmente non è eseguire un atto in un
qualche modo principalmente fisico, se non nella misura in cui, quando è un
atto verbale, esso comporta che si facciano dei movimenti degli organi vocali;
ma allora non lo è, come abbiamo visto, neppure avvertire, protestare,
promettere o battezzare. « Asserire » sembra soddisfare tutti i criteri che
avevamo per distinguere l’atto illocutorio. Considerate un’osservazione
ineccepibile come la seguente:
Nel dire che stava piovendo, non stavo scommettendo o dimostrando o
avvertendo: semplicemente lo stavo asserendo come fatto.
Qui « asserire » viene messo assolutamente sullo stesso piano di
dimostrare, scommettere, e avvertire. O ancora:
Nel dire che ciò portava alla disoccupazione, non stavo avvertendo o
protestando: stavo semplicemente asserendo come stanno le cose.
Oppure, per prendere un diverso tipo di test anch’esso usato in
precedenza, senza dubbio
Io asserisco che non è stato lui
è esattamente sullo stesso piano di
Io dimostro che non è stato lui,
Io suggerisco che non è stato lui,
Io scommetto che non è stato lui, etc.
Se io uso semplicemente la forma primaria o non esplicita dell’enunciato:
Non è stato lui
possiamo ugualmente rendere esplicito ciò che stavamo facendo nel dirlo,
oppure specificare la forza illocutoria dell’enunciato, col dire una qualsiasi
delle tre (o più) cose elencate sopra.
Inoltre, sebbene l’enunciato « non è stato lui » venga spesso proferito
come una asserzione, e sia allora incontestabilmente vero o falso (se qualche
enunciato lo è, è questo), non sembra possibile dire che da questo punto di
vista sia diverso da « io asserisco che non è stato lui ». Se qualcuno dice « io
asserisco che non è stato lui », noi esaminiamo la verità della sua asserzione
proprio nello stesso modo in cui faremmo se egli avesse detto « non è stato
lui » simpliciter, qualora l’avessimo considerato, come naturalmente spesso
faremo, un’asserzione. Cioè, dire « io asserisco che non è stato lui » è fare la
stessa asserzione che dire « non è stato lui »: non è fare una asserzione
diversa riguardo a ciò che « io » asserisco (tranne che in casi eccezionali: il
presente storico e quello abituale, etc.). Come notoriamente avviene, persino
quando io dico « io penso che sia stato lui » è scortese chi dice « questa è una
asserzione che riguarda te »: e per quest’enunciato è concepibile che vi sia la
possibilità che riguardi me stesso, mentre per « io asserisco che è stato lui »
non è possibile. Quindi non vi è necessariamente alcun conflitto tra
a) il fatto che proferire l’enunciato da parte nostra sia fare qualcosa,
b) il fatto che il nostro enunciato sia vero o falso.
A questo riguardo confrontate, per esempio, « ti avverto che sta per
caricare », dove allo stesso modo si tratta di un avvertimento sia che sia vero
o falso che sta per caricare; e ciò entra in questione nel valutare
l’avvertimento tanto quanto, anche se non proprio allo stesso modo, nel
valutare l’asserzione.
A prima vista, « io asserisco che » non sembra differire in alcun modo
sostanziale da « io sostengo che » (dire la qual cosa è sostenere che), « io ti
informo che », « io attesto, sotto giuramento, che », etc. Forse si possono
ancora stabilire alcune differenze « essenziali » tra questi verbi: ma finora
non è stato fatto niente in questo senso.
2) Inoltre, se pensiamo alla seconda presunta opposizione, per cui i
performativi sono felici o infelici e le asserzioni vere o false, ancora dal punto
di vista dei presunti enunciati constativi, in particolare delle asserzioni,
troviamo che le asserzioni sono soggette a tutti i generi di infelicità cui sono
soggetti i performativi. Rivolgiamo ancora uno sguardo indietro, e
consideriamo se le asserzioni non siano soggette esattamente alle stesse
invalidità, diciamo, degli avvertimenti attraverso ciò che abbiamo chiamato «
infelicità » – cioè varie invalidità che rendono un enunciato infelice senza,
però, renderlo vero o falso.
Abbiamo già notato il senso particolare in cui dire, in quanto equivalente
ad asserire, « il gatto è sul cuscino » dà per implicito che io credo che il gatto
sia sul cuscino. Questo è parallelo al senso – è lo stesso senso – in cui « io
prometto di esserci » dà per implicito che io intendo esserci e che credo che
sarò in grado di esserci. Quindi l’asserzione è soggetta alla forma di infelicità
dell’insincerità; e anche alla forma di infelicità dell’infrazione nel senso che
dire o asserire che il gatto è sul cuscino mi impegna a dire o ad asserire « il
cuscino è sotto il gatto » tanto quanto il performativo « io definisco X come
Y » (diciamo nel senso di un decreto) mi impegna ad usare in seguito quei
termini in modi particolari, e si può vedere come ciò sia connesso ad atti
quali il promettere. Questo significa che le asserzioni possono dare luogo ad
infelicità dei nostri due generi r.
Cosa dire ora riguardo alle infelicità dei generi A e B, che rendevano
l’atto – avvertire, impegnarsi, etc. – nullo e senza effetto? Una cosa che
somiglia ad una asserzione può essere nulla e senza effetto tanto quanto un
contratto putativo? La risposta sembra essere Sì, e in modo importante. I
primi casi sono A.1 e A.2, in cui non c’è alcuna convenzione (oppure non c’è
una convenzione accettata) o in cui le circostanze non sono appropriate al
richiamarsi, da parte di chi parla, a tale convenzione. Molte infelicità proprio
di questo tipo colpiscono le asserzioni.
Abbiamo già notato il caso di una asserzione putativa che presuppone
(come si usa dire) l’esistenza di ciò a cui si riferisce; se una tale cosa non
esiste, « l’asserzione » non riguarda niente. Ora, c’è chi dice che in tali
circostanze, se, ad esempio, qualcuno asserisce che l’attuale re di Francia è
calvo, « la questione se egli sia calvo o meno non si pone »; ma è meglio dire
che l’asserzione putativa è nulla e senza effetto, proprio come quando io dico
che ti vendo qualcosa ma non lo possiedo oppure (essendo andato distrutto in
un incendio) non esiste più. Spesso i contratti sono nulli perché gli oggetti a
cui si riferiscono non esistono, il che comporta un insuccesso del riferimento.
Ma è importante notare inoltre che anche le « asserzioni » sono soggette
ad infelicità di questo genere in altri modi ancora paralleli ai contratti, alle
promesse, agli avvertimenti, etc. Proprio come spesso diciamo, ad esempio, «
non puoi darmi degli ordini », nel senso di « non hai il diritto di darmi degli
ordini », che equivale a dire che tu non sei in posizione adatta per farlo: nello
stesso modo spesso vi sono cose che non puoi asserire – non hai nessun
diritto di asserire – non sei in posizione tale da asserirle.
Adesso tu non puoi asserire quante persone ci sono nella stanza accanto;
se tu dici « ci sono cinquanta persone nella stanza accanto », io posso solo
ritenere che tu stia tirando a indovinare o facendo un’ipotesi (proprio come
talvolta non mi stai dando un ordine, il che sarebbe inconcepibile, ma magari
mi stai chiedendo di farlo in maniera alquanto sgarbata, così in questo caso tu
stai « azzardando un’ipotesi » in modo piuttosto strano). Qui si tratta di
qualcosa che, in altre circostanze, potresti essere in posizione tale da asserire;
ma cosa dire quanto alle asserzioni riguardo ai sentimenti di altre persone o
riguardo al futuro? Una previsione o persino una predizione riguardo,
diciamo, al comportamento della gente è realmente una asserzione? È
importante considerare la situazione linguistica nella sua totalità.
Proprio come talvolta non possiamo conferire delle nomine ma soltanto
ratificare una nomina già conferita, allo stesso modo a volte non possiamo
asserire ma soltanto confermare una asserzione già fatta.
Le asserzioni putative sono soggette anche ad infelicità del tipo B, difetti,
e lacune. Qualcuno « dice qualcosa che in realtà non intendeva dire » – usa la
parola sbagliata – dice « il gatto è sul cuscino » quando intendeva dire « ratto
». Si presentano altre banalità analoghe – o meglio non del tutto banalità;
poiché è possibile discutere tali enunciati completamente in termini di
significato come equivalente al senso e al riferimento e quindi confondersi
riguardo ad esse, sebbene siano veramente facili da capire.
Una volta che ci rendiamo conto che ciò che dobbiamo studiare non è la
frase ma il proferimento di un enunciato in una situazione linguistica, non è
quasi più possibile non rendersi conto che asserire è eseguire un atto. Inoltre,
confrontando l’asserire con ciò che abbiamo detto riguardo all’atto
illocutorio, esso è un atto a cui, tanto quanto ad altri atti illocutori, è
essenziale « assicurare la recezione »: il dubbio che può sorgere riguardo al
fatto se ho asserito qualcosa, qualora questo non sia stato sentito o capito, è
esattamente lo stesso dubbio che può sorgere riguardo al fatto se ho avvertito
sottovoce o se ho protestato, qualora qualcuno non l’abbia considerata una
protesta, etc. E le asserzioni « entrano in vigore » tanto quanto le « nomine »,
per dire: se ho asserito qualcosa, allora questo mi impegna ad altre asserzioni:
altre asserzioni da me fatte saranno al loro posto oppure fuori luogo. Anche
alcune tue asserzioni potranno d’ora in poi contraddirmi o non contraddirmi,
confutare le mie o non confutarle, e così via. Se magari una asserzione non
sollecita una risposta, ciò non è comunque indispensabile per tutti gli atti
illocutori. E sicuramente nell’asserire noi eseguiamo, o possiamo eseguire,
atti perlocutori di tutti i generi.
Al massimo si potrebbe sostenere, e con una certa plausibilità, che non
esiste alcun obiettivo perlocutorio specificamente associato all’asserire, come
c’è invece per l’informare, il sostenere, etc.; e questa relativa purezza può
costituire una ragione per la quale assegnamo alla « asserzione » una certa
posizione particolare. Ma ciò sicuramente non giustificherebbe l’assegnare,
diciamo, alle « descrizioni », se il termine è usato correttamente, una analoga
priorità, e in ogni caso è vero di molti atti illocutori.
Tuttavia, considerando la questione dal punto di vista dei performativi,
possiamo ancora avere la sensazione che essi manchino di qualcosa che le
asserzioni invece hanno, anche se, come abbiamo mostrato, non è vero
l’inverso. I performativi sono, beninteso, incidentalmente dire qualcosa come
pure fare qualcosa, ma possiamo avere la sensazione che essi non siano
essenzialmente veri o falsi come lo sono le asserzioni. Possiamo avere la
sensazione che in questo caso vi sia una dimensione entro la quale
giudichiamo, stimiamo o valutiamo l’enunciato constativo (ammettendo in
modo preliminare che sia felice) che non si presenta nel caso degli enunciati
non constativi o performativi. Ammettiamo che tutti questi elementi della
situazione devono essere in regola perché si possa dire che sono riuscito ad
asserire qualcosa, tuttavia quando ci sono riuscito sorge la questione: ciò che
ho asserito era vero o falso? E abbiamo la sensazione che questa, parlando in
termini correnti, sia ora la questione di stabilire se l’asserzione « corrisponde
ai fatti ». Sono d’accordo con questo: i tentativi di dire che l’uso
dell’espressione « è vero » sia equivalente all’approvare o a qualcosa di
simile non servono a nulla. Quindi qui disponiamo di una nuova dimensione
per la critica dell’asserzione compiuta.
Ma ora
1) un’analoga valutazione oggettiva dell’enunciato compiuto non si
presenta forse, almeno in molti casi, con altri enunciati che appaiono
tipicamente performativi; e
2) questo resoconto delle asserzioni non è un po’ troppo
semplificato? Innanzitutto, è ovvio che si scivoli verso la verità o la
falsità nel caso, ad esempio, dei verdettivi, quali stimare, giudicare, e
dichiarare. Così noi possiamo:
stimare esattamente o per esempio, che sono le due e
erroneamente mezza
giudicare correttamente o meno per esempio, che egli è
colpevole
dichiarare correttamente o meno per esempio, che il battitore è
elimeno minato.
Non diremo « veridicamente » nel caso dei verdettivi, ma sicuramente ci
interesseremo della stessa questione; e avverbi quali « esattamente », «
erroneamente », « correttamente » e « inesattamente » si usano anche con le
asserzioni.
O ancora, c’è un parallelo tra il dedurre e il dimostrare fondatamente o
validamente e il fare una asserzione vera. Non è solo questione di vedere se
egli ha dimostrato o dedotto, ma anche di vedere se aveva diritto di farlo, e se
c’è riuscito. Si può avvertire e consigliare correttamente o scorrettamente,
bene o male. Analoghe considerazioni sorgono riguardo alla lode, al biasimo,
e alle congratulazioni. Il biasimo è fuori luogo se, per dire, tu hai fatto la
stessa cosa che stai biasimando; e sorge sempre la questione di vedere se la
lode, il biasimo o le congratulazioni erano meritati o immeritati: non è
sufficiente dire che l’hai biasimato ed ecco tutto – si preferisce comunque,
con ragione, un atto ad un altro. La questione di vedere se la lode o il biasimo
sono meritati è piuttosto diversa dalla questione di vedere se sono opportuni,
e si può fare la stessa distinzione nel caso dei consigli. Dire che un consiglio
è buono o cattivo è una cosa diversa dal dire che è opportuno o inopportuno,
anche se la scelta del momento giusto per dare un consiglio è più importante,
al fine di valutarne la bontà, di quanto lo sia la scelta del momento giusto per
il biasimo al fine di valutare se è meritato.
Possiamo essere sicuri che il fare un’asserzione vera sia una classe di
valutazione diversa dal dimostrare validamente, dal consigliare bene, dal
giudicare imparzialmente, e dal biasimare in modo giustificato? Queste cose
non hanno qualcosa a che fare, in modi complicati, con i fatti? Lo stesso è
vero anche per gli esercitivi quali battezzare, nominare, lasciare in eredità, e
scommettere. I fatti entrano in questione tanto quanto la conoscenza o
l’opinione che ne abbiamo.
Ebbene, naturalmente si fanno costantemente dei tentativi di realizzare
questa distinzione. Si sostiene che la fondatezza degli argomenti (se non sono
argomenti deduttivi, i quali sono « validi ») e il fatto che un rimprovero sia
meritato non sono questioni oggettive; oppure ci viene detto che
nell’avvertire dovremmo distinguere l’« asserzione » che il loro sta per
caricare dall’avvertimento stesso. Ma valutate anche un attimo se la questione
della verità o falsità è poi così oggettiva. Ci chiediamo: « E un’asserzione
imparziale? », e le buone ragioni e le prove per asserire e per dire sono così
diverse dalle buone ragioni e dalle prove per atti performativi quali
dimostrare, avvertire, e giudicare? Il constativo, allora, è sempre vero o falso?
Quando un constativo viene messo a confronto con i fatti, noi in effetti lo
valutiamo in modi che comportano l’impiego di una grande varietà di termini
che si sovrappongono a quelli che usiamo nella valutazione dei performativi.
Nella vita reale, in opposizione alle semplici situazioni affrontate nella teoria
logica, non sempre si può rispondere in maniera semplice se un constativo è
vero o falso.
Supponiamo di mettere a confronto « la Francia è esagonale » con i fatti,
in questo caso, suppongo, con la Francia: quest’asserzione è vera o falsa?
Ebbene, se volete, fino ad un certo punto; naturalmente io posso capire ciò
che intendi col dire che è vera per certi propositi e scopi. Va abbastanza bene
per un generale di massimo grado, forse, ma non per un geografo. «
Naturalmente è piuttosto approssimativo », dovremmo dire, « e va piuttosto
bene come asserzione piuttosto approssimativa ». Ma allora qualcuno dice: «
Ma è vera o è falsa? Non mi interessa se è approssimativa o meno; senza
dubbio è approssimativa, ma deve essere vera o falsa – è una asserzione, no?
» Come si può rispondere a questa domanda, se è vero o falso che la Francia
è esagonale? È soltanto approssimativo, e questa è l’esatta e definitiva
risposta alla questione del rapporto tra « la Francia è esagonale » e la Francia
stessa. È una descrizione approssimativa; non è una descrizione vera o una
descrizione falsa.
Ancora una volta, nel caso dell’asserire veridicamente o falsamente, tanto
quanto nel caso del consigliare bene o male, sono importanti i propositi e gli
scopi dell’enunciato e il suo contesto; ciò che è considerato vero in un libro
di scuola può non essere considerato tale in un’opera di ricerca storica.
Considerate il constativo « Lord Raglan vinse la battaglia di Alma »,
ricordando che Alma fu una battaglia vinta dai soldati, se mai ve ne fu una, e
che gli ordini di Lord Raglan non furono mai trasmessi ad alcuni dei suoi
subalterni. Quindi Lord Raglan vinse la battaglia di Alma o no? Naturalmente
in certi contesti, magari in un libro di scuola, è perfettamente giustificabile
dire così – è un po’ un’esagerazione, forse, e non si porrebbe il problema di
dare per questo una medaglia a Raglan. Come « la Francia è esagonale » è
approssimativo, così « Lord Raglan vinse la battaglia di Alma » è esagerato e
adatto ad alcuni contesti e non ad altri; non avrebbe senso insistere sulla sua
verità o falsità.
In terzo luogo, consideriamo la questione di stabilire se è vero che tutte le
oche polari migrano nel Labrador, dato che forse talvolta un’oca menomata
quando migra non riesce ad arrivare alla meta. Di fronte a problemi del
genere, molto hanno sostenuto, con molta imparzialità, che enunciati come
quelli che iniziano con « tutti… » sono definizioni prescrittive oppure
consigli di adottare una regola. Ma quale regola? Quest’idea ha origine in
parte dalla mancata comprensione del riferimento di asserzioni di questo
genere, che è limitato a ciò che è noto; noi non possiamo proprio fare la
semplice asserzione che la verità delle asserzioni dipende dai fatti, in quanto
distinti dalla conoscenza dei fatti. Supponete che prima della scoperta
dell’Australia X dica: « Tutti i cigni sono bianchi ». Se in seguito si trova un
cigno nero in Australia, X viene confutato? La sua asserzione è ora falsa?
Non necessariamente: egli ritirerà ciò che ha asserito ma potrebbe dire « non
parlavo di cigni in assoluto in ogni luogo; per esempio, non facevo una
asserzione riguardo ad eventuali cigni presenti su Marte » 1. Il riferimento
dipende dalla conoscenza che si ha al momento in cui viene proferito
l’enunciato.
La verità o la falsità della asserzioni è influenzata da ciò che esse
escludono o includono e dal loro essere fuorvianti, e così via. Così, ad
esempio, le descrizioni, delle quali si dice che sono vere o false oppure, se
volete, sono « asserzioni », sono sicuramente esposte a queste critiche, poiché
esse sono selettive e pronunciate con uno scopo. È essenziale rendersi conto
che « vero » e « falso », come « libero » e « non libero », non stanno per
alcunché di semplice, ma soltanto per una dimensione generale dell’essere
una cosa giusta o corretta da dire, in opposizione ad una cosa sbagliata, in
queste circostanze, a questo uditorio, per questi scopi e con queste intenzioni.
In generale possiamo dire questo: sia con le asserzioni (e, ad esempio, le
descrizioni) sia con gli avvertimenti, etc., può sorgere la questione di vedere,
ammesso che tu avessi diritto di avvertire ed abbia effettivamente avvertito,
asserito, o consigliato, se tu avevi ragione ad asserire o avvertire o consigliare
– non nel senso di vedere se ciò era opportuno o conveniente, bensì di vedere
se, in base ai fatti e alla tua conoscenza dei fatti, e in base agli scopi per i
quali hai parlato, e così via, quella era la cosa giusta da dire.
Questa teoria differisce abbastanza da molto di quanto hanno detto i
pragmatisti, nel senso che il vero è ciò che funziona, etc. La verità o la falsità
di un’asserzione dipende non soltanto dai significati delle parole ma da quale
atto stavi eseguendo in quali circostanze.
Alla fine allora cosa rimane della distinzione tra l’enunciato performativo
e quello constativo?
In realtà possiamo dire che ciò che avevamo in mente a questo proposito
era questo:
a) Con l’enunciato constativo, noi facciamo astrazione dagli aspetti
illocutori (senza contare quelli perlocutori) dell’atto linguistico, e ci
concentriamo su quelli locutori: inoltre, usiamo una nozione ipersemplificata
della corrispondenza ai fatti – ipersemplificata perché essenzialmente
quest’ultima introduce l’aspetto illocutorio. Questo è l’ideale di ciò che
sarebbe giusto dire in ogni circostanza, per qualsiasi scopo, a qualunque
uditorio, etc. Talvolta forse viene realizzato.
b) Con l’enunciato performativo, noi prestiamo la massima attenzione alla
forza illocutoria dell’enunciato, e facciamo astrazione dalla dimensione della
corrispondenza ai fatti.
Forse nessuna di queste astrazioni è così vantaggiosa: forse in questo caso
non siamo davvero di fronte a due antipodi, ma piuttosto ad uno sviluppo
storico. Ora in certi casi, magari con le formule matematiche nei testi di fisica
come esempi di constativi, oppure con il proferire semplici ordini esecutivi o
con il dare semplici nomi, per dire, come esempi di performativi, siamo vicini
a trovare cose di questo genere nella vita reale. Sono stati esempi di questo
genere, come « mi scuso », e « il gatto è sul cuscino » detto per nessuna
ragione immaginabile, casi estremi e marginali, che hanno dato origine
all’idea di due enunciati distinti. Ma la vera conclusione deve certamente
essere che per noi è necessario a) distinguere tra atti locutori e illocutori, e b)
specialmente, e in modo critico, stabilire in relazione ad ogni genere di atto
illocutorio – avvertimenti, valutazioni, verdetti, asserzioni, e descrizioni – in
quale modo specifico (se ve n’è uno) si intende che essi siano, in primo luogo
a proposito o fuori luogo, e secondariamente, « giusti » o « sbagliati »; quali
termini di valutazione vengono usati per ogni atto e cosa significano. Questo
è un campo di ricerca molto vasto e certamente non porterà ad una semplice
distinzione tra « vero » e « falso »; e non porterà neppure ad una distinzione
tra le asserzioni e gli altri atti, poiché asserire è soltanto uno dei
numerosissimi atti linguistici che appartengono alla classe degli atti illocutori.
Inoltre, in generale l’atto locutorio tanto quanto quello illocutorio è
soltanto un’astrazione: ogni autentico atto linguistico è sia l’uno che l’altro.
(Questo è analogo al modo in cui l’atto fatico, l’atto retico, etc., sono pure
astrazioni). Ma, naturalmente, noi tipicamente distinguiamo diversi « atti »
astratti attraverso i possibili errori di realizzazione, cioè, in questo caso, i
diversi tipi di nonsenso che si possono produrre nell’eseguire tali atti.
Possiamo confrontare questo punto con ciò che è stato detto nella lezione
d’apertura riguardo alla classificazione dei generi di nonsenso.
1 [N.d.T.: Il problema del riferimento di enunciati di questo tipo fu in seguito al centro di un
dibattito organizzato da Austin stesso sulla rivista Analysis: cfr. J. L. AUSTIN, All swans are white or
black. Does this refer to possible swans on canals on Mars?, Analysis 18, 1958, 97-99].
Lezione XII
CLASSI DI FORZA ILLOCUTORIA
Abbiamo lasciato molti punti in sospeso, ma dopo un breve riassunto
dobbiamo procedere. Come è apparsa la distinzione « constativi » – «
performativi » alla luce della nostra più recente teoria? In generale e
relativamente a tutti gli enunciati presi in considerazione (eccetto forse le
imprecazioni), abbiamo trovato:
1) la dimensione felicità/infelicità,
la) una forza illocutoria,
2) la dimensione verità/falsità,
2a) un significato (senso e riferimento) locutorio.
La teoria della distinzione performativo/constativo sta alla teoria degli atti
locutori e illocutori nell’atto linguistico totale come la teoria particolare
rispetto alla teoria generale. E il bisogno di una teoria generale nasce
semplicemente perché la « asserzione » tradizionale è un’astrazione, un
ideale, come pure la sua tradizionale verità o falsità. Ma riguardo a questo
punto non potrei fare niente di più che far esplodere alcuni fuochi d’artificio
pieni di speranza. In particolare, le seguenti conclusioni fanno parte di quelle
che volevo suggerire:
A) L’atto linguistico totale nella situazione linguistica totale è il solo
fenomeno reale che, in ultima analisi, siamo impegnati a spiegare.
B) Asserire, descrivere, etc., sono soltanto due nomi tra i moltissimi altri
nomi di atti illocutori; essi non occupano alcuna posizione eccezionale.
C) In particolare, essi non occupano alcuna posizione eccezionale per
quel che riguarda la questione dell’essere collegati ai fatti in un modo
eccezionale chiamato l’essere vero o falso, perché la verità e la falsità non
sono (tranne che mediante un’astrazione artificiale che è sempre possibile e
legittima per certi scopi) nomi che indican relazioni, qualità, o altro, bensì
una dimension di valutazione – in che condizioni stanno le parole quanto
all’essere soddisfacenti riguardo ai fatti, gli eventi, le situazioni, etc., a cui si
riferiscono.
D) Allo stesso modo, occorre eliminare, come moltissime dicotomie, la
familiare antitesi che oppone « normativo o valutativo » al fattuale.
E) Possiamo giustamente avere l’impressione che la teoria del «
significato » come equivalente a « senso e riferimento » richiederà
sicuramente una certa epurazione e riformulazione nei termini della
distinzione tra atti locutori e illocutori (se queste nozioni sono valide: qui
sono soltanto abbozzate). Ammetto che in questa sede non si è fatto
abbastanza: ho preso il vecchio « senso e riferimento » basandomi sulle
opinioni correnti. Ma qui dovremmo esaminare di nuovo l’asserzione che
abbiamo chiamato « nulla » per insuccesso del riferimento, ad esempio
l’asserzione « tutti i figli di Giovanni sono calvi » fatta quando Giovanni non
ha figli.
Ora, abbiamo detto che c’era ancora una cosa che ovviamente occorre
fare, che è questione di prolungate ricerche sul campo. Molto tempo fa
abbiamo detto che avevamo bisogno di una lista dei « verbi performativi
espliciti »; ma alla luce della teoria più generale vediamo adesso che ciò di
cui abbiamo bisogno è una lista delle forze illocutorie di un enunciato. La
vecchia distinzione, comunque, tra primario ed esplicito sopravviverà
abbastanza felicemente alla trasformazione dalla distinzione
performativo/constativo alla teoria degli atti linguistici. Infatti da allora in poi
ci è apparso legittimo supporre che la specie di test suggeriti per i verbi
performativi espliciti (« dire… è… », etc.) andranno bene, e di fatto vanno
meglio per selezionare quei verbi che rendono esplicita, come diremo d’ora in
poi, la forza illocutoria di un enunciato, ovvero esplicitano quale atto
illocutorio stiamo eseguendo nel proferire quell’enunciato. Ciò che non
sopravviverà alla transizione, se non forse come un caso marginale e
limitante, e ciò sarà difficilmente sorprendente perché ci ha dato dei problemi
fin dall’inizio, è la nozione della purezza dei performativi: questa si basava
essenzialmente su una credenza nella dicotomia tra performativi e constativi,
che, come vediamo, deve essere abbandonata in favore di famiglie più
generali di atti linguistici che sono connessi tra loro e che si sovrappongono
gli uni agli altri, che sono proprio ciò che dobbiamo ora cercare di
classificare.
Usando quindi (con attenzione) il semplice test della prima persona
singolare del presente indicativo nella forma attiva, e scorrendo il dizionario
(uno piccolo dovrebbe andare bene) con spirito liberale, otteniamo una lista
di verbi dell’ordine della terza potenza di 10 1. Ho detto che avrei tentato una
specie di generale classificazione preliminare e avrei fatto alcune
osservazioni riguardo alle classi proposte. Ebbene, si parte. Vi farò fare
soltanto un giro, magari con più sforzo che risultato.
Distinguo cinque classi molto generali: ma sono lungi dall’essere
ugualmente soddisfatto di tutte. Comunque, sono sufficienti per fare il
diavolo a quattro con due feticci con cui ammetto di essere incline a farlo,
cioè 1) il feticcio vero/falso, 2) il feticcio valore/fatto. Chiamo quindi queste
classi di enunciato, classificate secondo la loro forza illocutoria, con i
seguenti nomi più o meno sgradevoli:
1) Verdettivi.
2) Esercitivi.
3) Commissivi.
4) Comportativi (questo è terribile).
5) Espositivi.
Le considereremo in quest’ordine, ma prima daró un’idea approssimativa
di ognuna.
I primi, i verdettivi, sono caratterizzati dall’emissione di un verdetto,
come il nome dà per implicito, da parte di una giuria, un arbitro, o un giudice
di gara. Ma non è necessario che siano definitivi; possono essere, ad esempio,
una stima, un calcolo, o una valutazione. Si tratta essenzialmente di emettere
una sentenza riguardo a qualcosa – un fatto, o un valore – riguardo a cui, per
ragioni varie, è difficile essere certi.
I secondi, gli esercitivi, consistono nell’esercitare dei poteri, dei diritti,
oppure un’influenza. Ne sono esempi il conferire una nomina, votare,
ordinare, esortare, consigliare, avvertire, etc.
I terzi, i commissivi, sono caratterizzati dal fatto di promettere o
altrimenti di assumersi un impegno; essi ti impegnano a fare qualcosa, ma
comprendono anche le dichiarazioni o gli annunci riguardo alle proprie
intenzioni, che non sono promesse, e anche delle cose piuttosto vaghe che
potremmo chiamare lo sposare una causa, come ad esempio lo schierarsi a
favore di qualcuno. Hanno delle ovvie connessioni con i verdettivi e gli
esercitivi.
I quarti, i comportativi, sono un gruppo molto eterogeneo, e hanno a che
fare con gli atteggiamenti e il comportamento sociale. Ne sono esempi lo
scusarsi, il congratularsi, l’encomiare, il condolersi, l’imprecare e lo sfidare.
I quinti, gli espositivi, sono difficili da definire. Essi rendono chiaro il
modo in cui i nostri enunciati si inseriscono nel corso di una discussione o di
una conversazione, il modo in cui stiamo usando le parole, oppure, in
generale, consentono l’esposizione. Ne sono esempi « io replico », « io
dimostro », « io ammetto », « io esemplifico », « io assumo », « io postulo ».
Dovremmo avere ben chiaro fin dall’inizio che restano ampie possibilità di
casi limite, o difficilmente risolvibili, oppure di sovrapposizioni.
Le ultime due classi sono quelle che a mio parere danno più problemi, e
potrebbe darsi benissimo che non siano chiare o che siano classificate in
modo incrociato, o anche che ci sia bisogno nel complesso di una nuova
classificazione. Non sto proponendo nessuna di queste classi come
minimamente definitiva. I comportativi creano dei problemi perché sembrano
nel loro insieme troppo eterogenei: e gli espositivi perché sono enormemente
numerosi ed importanti, e sembrano sia essere compresi nelle altre classi che,
allo stesso tempo, essere eccezionali in un modo che non sono riuscito a
chiarire neppure a me stesso. Si potrebbe benissimo dire che tutti gli aspetti
sono presenti in tutte le mie classi.
1. VERDETTIVI
Sono esempi:
assolvo riconosco colpevole giudico (come questione di f
atto)
ritengo (da un punto di interpreto come intendo (understand)
vista legale)
lo leggo come regolo calcolo
computo preventivo individuo
situo faccio risalire a misuro
lo fisso lo rendo lo prendo come
classifico colloco assegno un posto
stimo valuto descrivo
caratterizzo diagnostico analizzo
Si trovano ulteriori esempi nelle valutazioni o stime sul carattere di una
persona, quali « lo chiamerei operoso ».
I verdettivi consistono nel rilasciare una sentenza, ufficiale o non
ufficiale, sulla base di una prova o di ragioni riguardo al valore o al fatto,
nella misura in cui è possibile distinguerli. Un verdettivo è un atto
giudiziario, che è distinto dall’atto legislativo o dall’atto esecutivo, i quali
sono entrambi esercitivi. Ma alcuni atti giudiziari, nel senso più ampio in cui
sono compiuti da giudici anziché ad esempio da giurie, in realtà sono
esercitivi.
I verdettivi hanno ovvie connessioni con la verità e la falsità, la validità e
la non validità e l’equità e l’iniquità. Che il contenuto di un verdetto sia vero
o falso viene dimostrato, ad esempio, in una discussione sul fatto che un
arbitro abbia dichiarato « eliminato », « tre strikes », o « quattro balls » 2.
Confronto con gli esercitivi
In quanto atti ufficiali, la decisione di un giudice fa legge; la sentenza di
una giuria fa sì che chi è dichiarato colpevole sia un criminale; da parte di un
arbitro il considerare eliminato un battitore, o il chiamare un fallo o un lancio
nullo, fa sì che il battitore sia eliminato, che il servizio sia un fallo, o che il
lancio sia un lancio nullo. Ciò viene fatto in virtù di una posizione ufficiale:
ma tende ancora ad essere corretto o scorretto, giusto o sbagliato,
giustificabile o ingiustificabile sulla base di una prova. Non viene compiuto
come una decisione pro o contro. L’atto giudiziario è, se volete, esecutivo,
ma dobbiamo distinguere l’enunciato esecutivo « lo avrai » dal verdetto « è
tuo », e analogamente dobbiamo distinguere il valutare i danni dal risarcirli.
Confronto con i commissivi
I verdettivi hanno un effetto, nella legge, su noi stessi e sugli altri. Il dare
un giudizio o una valutazione, ad esempio, ci impegna davvero ad una certa
condotta futura, nel senso che qualsiasi atto linguistico ci impegna e forse
anche di più, perlomeno alla coerenza, e forse noi sappiamo a cosa ci
impegnerà. Così dare un certo giudizio ci impegnerà, o, come diciamo noi, ci
impegna a risarcire i danni. Inoltre, attraverso un’interpretazione dei fatti
possiamo impegnarci ad un certo giudizio o ad una certa valutazione. Dare un
giudizio può benissimo essere anche abbracciare una causa; può impegnarci a
prendere le difese di qualcuno, proteggerlo, etc.
Confronto con i comportativi
Congratularsi può implicare un giudizio sul valore o sul carattere di una
persona. Ancora, in un senso di « biasimare » che è equivalente a « ritenere
responsabile », biasimare è un verdettivo, ma in un altro senso è adottare un
atteggiamento nei confronti di una persona ed è quindi un comportativo.
Confronto con gli espositivi
Quando dico « io interpreto », « io analizzo », « io descrivo », « io
caratterizzo », questo, in un certo senso, è dare un giudizio, ma è
essenzialmente collegato a questioni verbali e al chiarificare ciò che diciamo.
« Ti considero eliminato » deve essere distinto da « considero quello
“eliminato” »; il primo è un giudizio dato l’uso delle parole, come «
descriverei quello come codardo »; il secondo è un giudizio riguardo all’uso
delle parole, come « descriverei quello come “codardo” ».
2. ESERCITIVI
Un esercitivo è il comunicare una decisione pro o contro una certa
condotta, o la difesa di questa. È una decisione che qualcosa deve essere così,
distinta da un giudizio secondo cui è così: è sostenere che dovrebbe essere
così, contrapposto alla stima secondo la quale è così; è aggiudicare,
contrapposto ad una valutazione; è una condanna contrapposta ad un
verdetto.
Gli arbitri e i giudici fanno uso degli esercitivi come pure del proferire dei
verdettivi. Le conseguenze di ciò possono essere che altre persone sono «
obbligate » oppure sono « autorizzate » o « non autorizzate » a compiere certi
atti.
È una classe molto estesa; ne sono esempi:
nomino degrado destituisco
licenzio scomunico do il nome
ordino comando do istruzioni
condanno multo concedo
arruolo voto per propongo candidato
scelgo rivendico dono
lascio in eredità perdono rassegno le dimissioni
avverto consiglio patrocino
prego chiedo supplico
incito insisto raccomando
proclamo annuncio invalido
revoco abolisco abrogo
decreto sospendo l’esecuzione pongo il veto a
di
dedico dichiaro chiuso dichiaro aperto
Confronto con i verdettivi
« Io ritengo », « io intepreto », e così via, se sono ufficiali, possono essere
atti esercitivi. In questo caso si può benissimo dire « io interpretere) » e
questo è un discreto test per vedere se si tratta di un verdettivo o di un
esercitivo. Inoltre, « io aggiudico » e « io assolvo » sono esercitivi, che
saranno basati su dei giudizi.
Confronto con i commissivi
Molti esercitivi quali permetto, autorizzo, delego, offro, concedo, dono,
ratifico, punto (al gioco) e acconsento di fatto impegnano ad una condotta.
Se dico « io dichiaro guerra » oppure « io rinnego », l’intero scopo del mio
atto è quello di impegnarmi personalmente ad una certa condotta. La
connessione tra un esercitivo e l’impegnarmi è stretta quanto quella tra
significato e implicazione. È ovvio che nominare e dare il nome ci
impegnano davvero, ma diremmo piuttosto che conferiscono poteri, diritti,
nomi, etc., oppure li cambiano o li tolgono.
Confronto con i comportativi
Esercitivi quali « io sfido », « io protesto », « io approvo », sono
strettamente connessi con i comportativi. Sfidare, protestare, approvare,
affidare, e raccomandare possono essere l’assumere un atteggiamento o
l’eseguire un atto.
Confronto con gli espositivi
Esercitivi quali « io ritiro », « io sollevo un’eccezione », e « io obietto »,
quando sono usati nel contesto di una discussione o di una conversazione,
possono essere considerati degli espositivi.
Contesti tipici in cui vengono usati gli esercitivi sono:
1) nell’accettare cariche e nomine, candidature, elezioni,
ammissioni, dimissioni, destituzioni e richieste,
2) in consigli, esortazioni, e petizioni,
3) in abilitazioni, ordini, condanne e annullamenti,
4) nella condotta di riunioni e affari,
5) in diritti, rivendicazioni, accuse, etc.
3. COMMISSIVI
L’intero scopo di un commissivo è di impegnare chi parla ad una certa
condotta. Sono esempi:
prometto convengo contraggo
mi incarico di mi obbligo a do la mia parola
sono deciso a intendo dichiaro la mia intenzione
mi propongo di progetto ho intenzione di
mi prefiggo prevedo di medito di
immagino mi impegno giuro di
garantisco mi faccio garante di scommetto
faccio voto di sono d’accordo acconsento
mi dedico a mi dichiaro a favore di parteggio per
adotto lotto per abbraccio (una causa)
sposo (una causa) mi oppongo accordo preferenza a
Le dichiarazioni di intenzione sono diverse dagli impegni, e si potrebbe
dubitare che debbano essere classificati insieme. Come si ha una distinzione
tra incitare e ordinare, allo stesso modo si ha una distinzione tra intendere e
promettere. Ma sono entrambi compresi dal performativo primario « farò »;
si hanno così le locuzioni « probabilmente farò », « farò del mio meglio », «
con tutta probabilità farò ».
Si scivola anche verso i « descrittivi ». Al limite posso solamente asserire
che ho una certa intenzione, ma posso anche dichiarare o esprimere o
annunciare la mia intenzione o decisione. « Io dichiaro la mia intenzione »
.indubbiamente mi impegna davvero; e dire « io intendo » generalmente è
dichiarare o annunciare. Avviene la stessa cosa con lo sposare una causa,
come, ad esempio, in « io dedico la mia vita a… ». Nel caso di commissivi
come « accordo preferenza a », « mi oppongo », « adotto il punto di vista », «
scelgo il modo di vedere », e « abbraccio (una causa) », non si pue, asserire
che si accorda preferenza, si è contrari, etc., generalmente, senza annunciare
che lo si fa. Dire « io accordo preferenza a X » può essere, a seconda del
contesto, votare per X, sposare la causa X, oppure approvare X.
Confronto con i verdettivi
I verdettivi ci impegnano a delle azioni in due modi:
a) a quelle necessarie per la coerenza con il nostro verdetto e a suo
sostegno,
b) a quelle che possono essere le conseguenze di un verdetto, o che
queste possono comportare.
Confronto con gli esercitivi
Gli esercitivi ci impegnano alle conseguenze di un atto, per esempio del
battezzare [naming]. Nel caso particolare dei permissivi potremmo
domandarci se debbano essere classificati come esercitivi o come
commissivi.
Confronto con i comportativi
Reazioni quali risentirsi, approvare, e lodare comportano davvero lo
sposare una causa e l’impegnarsi come lo comportano il consiglio e la scelta.
Ma i comportativi ci impegnano, per implicazione, ad un comportamento
simile, e non a quell’effettivo comportamento. Così se io disapprovo, assumo
un atteggiamento riguardo al comportamento passato di qualcun altro, ma
posso impegnarmi soltanto ad evitare un comportamento simile.
Confronto con gli espositivi
Giurare, promettere, e garantire che qualcosa è ad un certo modo
funzionano come espositivi, come, ad esempio, quando dai la tua parola che
hai fatto qualcosa, non che lo farai. Chiamare, definire, analizzare, e
assumere formano un gruppo, e dare appoggio, essere d’accordo, dissentire,
sortenere, e difendere formano un altro gruppo di illocuzioni che sembrano
essere sia espositivi che commissivi.
4. COMPORTATIVI
I comportativi includono la nozione di reazione riguardo al
comportamento e alle sorti di altre persone, e di atteggiamenti, e loro
manifestazioni, riguardo alla condotta passata o imminente di qualcun altro.
Vi sono ovvie connessioni sia con l’asserire o il descrivere quali sono i nostri
sentimenti che con l’esprimere, nel senso di dare libero sfogo ai nostri
sentimenti, sebbene i comportativi siano distinti da entrambi.
Sono esempi:
1. Per le scuse abbiamo « mi scuso ».
2. Per i ringraziamenti abbiamo « ringrazio ».
3. Per la partecipazione ai sentimenti altrui abbiamo « deploro », «
mi dolgo », « mi complimento », « mi condolgo », « mi congratulo », «
mi felicito », « condivido (i vostri sentimenti) ».
4. Per gli atteggiamenti abbiamo « mi risento », « non m’importa »,
« rendo omaggio », « critico », « mi lagno », « mi lamento », « applaudo
», « tollero », « lodo », « depreco », e gli usi non esercitivi di «
disapprovo », « approvo », e « accordo preferenza a ».
5. Per i saluti abbiamo « dò il benvenuto », « ti dico addio ».
6. Per gli auguri abbiamo « benedico », « maledico », « brindo a », «
bevo alla salute di », e « auguro » [wish] (nell’uso strettamente
performativo).
7. Per le sfide abbiamo « oso », « provoco », « protesto », « sfido ».
Nel campo dei comportativi, oltre alla consueta predisposizione alle
infelicità, c’è un ambito speciale per l’insincerità.
Vi sono ovvie connessioni con i commissivi, in quanto lodare o dare
appoggio è sia reagire ad un comportamento che impegnarsi ad una linea di
condotta. C’è anche una stretta connessione con gli esercitivi, in quanto
approvare può essere un esercizio di autorità o una reazione ad un
comportamento.
Altri esempi che stanno al confine tra le classi sono « raccomando », «
tollero », « protesto », « supplico » e « sfido ».
5. ESPOSITIVI
Gli espositivi vengono usati in atti di esposizione che comportano
l’illustrare opinioni, il portare avanti discussioni, e il chiarificare usi e
riferimenti. Abbiamo ripetutamente detto che si può discutere riguardo al
fatto se questi non siano anche atti verdettivi, esercitivi, comportativi o
commissivi; possiamo anche discutere riguardo al fatto se non siano pure
descrizioni dei nostri sentimenti, del nostro modo di procedere, etc.,
specialmente a volte quando si tratta di far seguire l’azione alla parola, come
quando dico « passo ora a », « cito », « adduco », « riepilogo », « ripeto che
», « rendo noto che ».
Esempi che possono benissimo esere considerati verdettivi sono: «
analizzo », « classifico », « interpreto », che comportano l’esercizio di un
giudizio. Esempi che possono benissimo essere considerati esercitivi sono «
concedo », « incito », « dimostro », « insisto », che comportano l’esercizio di
un ascendente o l’esercizio di poterf. Esempi che possono benissimo essere
considerati commissivi sono: « definisco », « convengo », « accetto », «
sostengo », « do appoggio », « testimonio », « giuro », che comportano
l’assunzione di un obbligo. Esempi che possono benissimo essere considerati
comportativi sono: « sollevo un’obiezione », « esito », che comportano
l’adottare un atteggiamento o l’esprimere un sentimento.
Per ogni buon conto, vi fornirò alcune liste per indicare l’estensione del
campo. Sono assolutamente fondamentali esempi quali « asserisco », «
affermo », « nego », « metto in evidenza », « esemplifico », « rispondo ». Un
numero enorme di verbi, quali « interrogo », « domando », « nego », etc.,
sembrano riferirsi naturalmente, ma non più necessariamente, allo scambio
conversazionale: e tutti, beninteso, hanno un riferimento alla situazione
comunicativa.
Ecco quindi una lista di espositivi 3:
1. affermo [affirm]
nego
asserisco [state]
descrivo
classifico
identifico
2. osservo
faccio menzione di
? intervengo
3. informo
rendo noto
racconto
rispondo
replico
3a.domando
4. testimonio
riferisco
gIUro
congetturo
?dubito
?so
?credo
5. accetto
ammetto
ritiro
sono d’accordo
sollevo un’obiezione a
obietto a
aderisco a
riconosco
rinnego
5a.correggo
rivedo
6. postulo
deduco
dimostro
tralascio
? metto in evidenza
7. comincio con
mi rivolgo a
termino con
7a. interpreto
distinguo
analizzo
definisco
7b.esemplifico
spIego
formulo
7c.intendo
mi riferisco
chiamo
intendo [understandj
considero come
Per ricapitolare, possiamo dire che il verdettivo è un esercizio del
giudizio, l’esercitivo è un’affermazione di influenza o un esercizio di potere,
il commissivo è un’assunzione di un obbligo o dichiarazione di
un’intenzione, il comportativo è l’adozione di un atteggiamento, e
l’espositivo è la chiarificazione di ragioni, argomenti, e comunicazioni.
Come al solito non ho lasciato abbastanza tempo per dire perché ciò che
ho detto è interessante. Quindi farò solo un esempio. I filosofi si sono
interessati per lungo tempo della parola « buono » e, piuttosto recentemente,
hanno cominciato a seguire il criterio di esaminare il modo in cui la usiamo,
quale uso ne facciamo. Si è suggerito, ad esempio, che la usiamo per
esprimere approvazione, per lodare, o per dare una valutazione. Ma non
arriveremo a farci veramente un’idea chiara riguardo a questa parola « buono
» e alle cose per fare le quali la usiamo finché, idealmente, non avremo una
lista completa degli atti illocutori di cui lodare, dare una valutazione, etc.,
sono esemplari isolati – finché non sappiamo quanti atti di questo genere vi
sono e quali sono le loro relazioni e interconnessioni. Ecco allora un esempio
di una possibile applicazione del tipo di teoria generale che abbiamo
esaminato; senza dubbio ve ne sono molte altre. Volutamente non ho
ingarbugliato la teoria generale con problemi filosofici (alcuni dei quali sono
abbastanza complessi da meritare quasi la loro celebrità); con ciò non si deve
intendere che io non ne sia consapevole. Naturalmente, ciò è destinato ad
essere un po’ noioso e arido da ascoltare e da assimilare; certo non tanto
quanto lo è da pensare e da scrivere. Inoltre lascio ai miei letton l’autentico
divertimento di applicarlo in filosofia.
In queste lezioni, quindi, ho fatto due cose che nel complesso non mi
piace fare. Queste sono:
1) presentare un programma, cioè, dire cosa si dovrebbe fare
piuttosto che fare qualcosa;
2) tenere delle conferenze.
Comunque, riguardo al punto 1), mi piacerebbe molto pensare di avere
messo un po’ d’ordine nel modo in cui in alcune aree della filosofia le cose
hanno iniziato a muoversi e procedono con sempre maggiore velocità,
piuttosto che pensare di avere proclamato un manifesto individuale. Riguardo
al punto 2), vorrei dire che non vi è per me luogo più piacevole di Harvard
per tenere delle conferenze.
1 Perché usare questa espressione anziché 1000? In primo luogo, ha un’aria solenne e scientifica; in
secondo luogo, perché va da 1000 a 9999 – un buon margine – mentre l’altra poteva essere intesa come
« circa 1000 » – un margine troppo ristretto.
2 [N.d.T. Austin utilizza qui esempi tratti dal gioco del baseball: strike indica un lancio valido, che
può essere battuto, mentre ball indica un lancio che il battitore deve lasciar passare. Dopo tre strikes
non battuti il battitore è eliminato; dopo quattro balls da parte del lanciatore il battitore passa di diritto
alla prima base].
3 [Sono mantenute qui la disposizione e la numerazione stabilite da Austin. Il senso generale del
raggruppamento è ovvio, ma nelle carte ancora esistenti non c’è alcuna precisa interpretazione di esso. I
punti interrogativi sono di Austin. J.O.U.].
APPENDICE
L’utilizzo principale delle serie di appunti presi da chi era presente alle
lezioni, del discorso alla B.B.C. sui performativi pubblicato nei Collected
Papers, dell’articolo presentato a Royaumont sotto il titolo Performatif-
Constatif, e del nastro della conferenza tenuta a Gothenberg nell’ottobre
1959, è stato quello di controllare la ricostruzione del testo inizialmente fatta
indipendentemente, a partire dalle raccolte di appunti preparate da Austin. Si
è riscontrato che in quasi tutti i passi gli appunti di Austin avevano bisogno di
poche integrazioni ricavabili dalle fonti secondarie, essendo molto più
completi di qualunque di esse. Sono stati aggiunti alcuni esempi caratteristici
tratti da queste fonti, e anche alcune espressioni caratteristiche in passi in cui
gli appunti di Austin non erano in forma letteraria. Il valore essenziale delle
fonti secondarie è stato quello di un controllo sull’ordine e
sull’interpretazione nei passi in cui gli appunti di Austin sono frammentari.
Un elenco dei brani più importanti in cui sono state fatte aggiunte e
ricostruzioni del testo di Austin viene dato qui di seguito.
Pagina 11. Riga 8 ss. Negli appunti è stata aggiunta una riga
supplementare dopo la riga che termina con « ciò che ci serve è », in cui si
legge: « in un certo senso, perlomeno attrae l’attenzione precisamente su
ciò che vogliamo in certi casi ».
Pagina 12. Accanto alle righe 3-4 c’è una nota in margine in cui si
legge: « “pronunciare parole” una nozione comunque non così semplice! »
Pagina 26. Negli appunti l’esempio di Giorgio è incompleto. Il testo si
basa principalmente sulla versione della B.B.C.
Pagina 26. In una nota a parte si trova un’aggiunta al punto 1) in cui si
legge: « persino procedure per inserirsi nelle procedure come “io gioco”.
Sarebbe tuttavia possibile respingere tutto ».
Pagina 29. Dalla riga 5 sino alla fine del primo paragrafo è una
espansione fatta dal curatore di appunti molto concisi.
Pagina 30. Tutto il brano dall’inizio del primo paragrafo fino al
paragrafo conclusivo della lezione escluso è una versione composita
ricavata da varie versioni incomplete che si trovano in appunti di periodi
diversi preparati da Austin.
Pagina 35. In un’aggiunta in margine alla prima riga del primo
paragrafo si legge: « Restrizioni su “pensieri” qui? ».
Pagina 37. In un’aggiunta in margine alle ultime righe del primo
paragrafo si legge: « forse si potrebbe classificare qui obbligo “morale” X
obbligo “rigido”: ma cosa dire della minaccia non chiamata né in un modo
né nell’altro! ».
Pagina 41. Nella nota a margine alla fine del penultimo paragrafo si
legge:
il dire [to say], presuppone
dire [saying] dà per implicito [implies]
quello che dici implica [entails]
Pagina 41. Il paragrafo conclusivo è una espansione degli appunti di
Austin basata principalmente su quelli di George Pitcher.
Pagina 50. Da metà pagina sino alla fine della lezione il testo è una
fusione ottenuta da due serie di appunti di Austin stesi prima del 1955. Gli
appunti del 1955 sono frammentari in questo punto.
Pagina 54. Da « Ora possiamo dire » sino alla fine del paragrafo è una
espansione congetturale degli appunti di Austin, in cui si legge: « Ora noi
usiamo “come si deve intendere” e “rendere chiaro” (e anche, abbastanza
plausibilmente, “affermare che”): ma non vero o falso, non descrizione o
resoconto ».
Pagina 56. Nell’aggiunta in margine accanto alle prime righe della
pagina si legge: « occorrono criteri per evoluzione del linguaggio ».
Pagina 56. Nell’aggiunta in margine accanto al paragrafo che inizia
con « La formula performativa esplicita… » si legge: « ?fuorviante: è il
dispositivo cfr. precisione ».
Pagina 68. In un’aggiunta in margine alla riga 25 si legge: « e i non
espliciti fanno entrambe le cose ».
Pagina 70. Negli appunti di Austin la lezione VII finisce qui. Dagli
appunti di Harvard sembra che là la prima parte della lezione VIII sia stata
inclusa nella lezione VII.
Pagina 72. Nella nota in margine accanto alle righe 1-2 si legge: «
disse ≡ asserì affermò » [asserted stated].
Pagina 77. Nella nota in margine all’inizio della pagina datata 1958 si
legge:
Nota: 1) Tutto questo non è chiaro! distinzioni etc.
2) e in tutti i sensi pertinenti – A) e B) X C) – non saranno performativi
tutti gli enunciati?
Pagina 78. Alla riga 24 « come per il dare per implicito » è basato
sugli appunti di Pitcher. Austin ha « Oppure “dare per implicito”, è lo
stesso? ».
Pagina 80. Il passo dalla riga 28 sino alla fine del paragrafo è aggiunto
sulla base delle fonti secondarie. Non è presente negli appunti di Austin.
Pagina 87. Le spiegazioni di 1) e 2) sono state aggiunte ricavandole
dagli appunti di Pitcher.
Pagina 88. Il paragrafo che inizia con « Così abbiamo qui… » è stato
aggiunto ricavandolo dagli appunti di Pitcher.
Pagina 90. Il passo dalla riga 22 « Un giudice… » sino alla fine del
paragrafo è stato aggiunto ricavandolo dagli appunti di Pitcher.
Pagina 92. L’esempio dell’« Iced ink », sebbene fosse famoso tra gli
allievi di Austin, non si trova negli appunti. È stato aggiunto ricavandolo
da molte fonti secondarie.
Pagina 96. a) e b) sono una espansione di appunti molto concisi basata
su fonti secondarie.
Pagina 101. Negli appunti si legge letteralmente alla fine del primo
paragrafo: « Contratti spesso nulli perché oggetti che essi riguardano non
esistono – insuccesso del riferimento (ambiguità totale o non esistenza) ».
Pagina 101. Prima dell’ultima frase del terzo paragrafo del testo
abbiamo negli appunti: « (N.B. Detto naturalmente mai/non asserire),
(Anche “detto” ha le sue ambiguità ».
Pagina 105. Il paragrafo che inizia con « In terzo luogo… » è stato
esteso sulla base degli appunti di Pitcher e di Demos.
Pagina 106. Nel MS « avevi ragione nel » è scritto sopra «ragione a »
alla riga 16, ma « ragione a » non è cancellato.
Pagina 114. Nel margine accanto al confronto con i verdettivi c’è una
nota in cui si legge: « Cfr. dichiaro guerra, dichiaro chiuso, dichiaro che
esiste lo stato di guerra ».
Pagina 116. Dopo il paragrafo che finisce con « con tutta probabilità
farò », negli appunti si legge: « Prometto che probabilmente farò ».
Supponiamo che Austin non lo intendesse come un esempio di un uso
ammissibile.
Pagina 117. Nella nota accanto a « brindo a » e « bevo alla salute di »
al punto 6 si legge: « oppure far seguire l’azione alle parole ».
Pagina 120. Da « Come al solito non ho… » sino alla fine è una
estensione degli appunti di Austin basata in parte su una breve nota
manoscritta separata di Austin e confermata dagli appunti di chi ha
assistito alle lezioni.
J.O.U.
M.S.
AGORÀ
Hannah Arendt, La menzogna in politica
Emmanuel Lévinas, Fuori dal soggetto
Roberto Giovanni Timossi, Credere per scommessa
Hans-Georg Gadamer, La dialettica di Hegel
Hans-Georg Gadamer, I sentieri di Heidegger
Martin Buber, Il problema dell’uomo
John L. Austin, Come fare cose con le parole