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Il

libro della vagina è


un’esplorazione divertente e
istruttiva alla scoperta del sesso
femminile. In modo semplice e
senza imbarazzi, Nina ed Ellen,
scienziate norvegesi, ci
raccontano tutto quello che c’è
da sapere: anatomia,
mestruazioni, orgasmo,
contraccezione, prevenzione
delle malattie. Forti della loro
esperienza sul campo come
educatrici, si sono rese conto
che le conoscenze in materia
restano lacunose, e che
importanti tabù e false verità
continuano a condizionare la
vita sessuale dei giovani e dei
meno giovani. Esiste l’orgasmo
vaginale? E il punto G?
L’integrità dell’imene è davvero
una prova della verginità? La
pillola, a lungo andare, inibisce
la libido? Ci si può liberare dal
dolore mestruale? L’intima
struttura degli organi genitali
maschili e femminili è davvero
tanto diversa? Con passione
divulgativa, ma anche con una
buona dose di humour, le due
autrici rispondono in modo
esaustivo agli innumerevoli
interrogativi che l’argomento
solleva. Ne risulta una guida
amichevole, tempestiva,
scientificamente aggiornata e
indispensabile per aiutare le
donne (ma anche gli uomini) a
fare scelte consapevoli riguardo
alla loro salute sessuale. Già
esaurito a tre giorni dall’uscita
in Norvegia, e poi venduto in
oltre trenta paesi, è il libro che
stavamo aspettando, perché ci
racconta una cosa
fondamentale: per trarre il
meglio dal proprio sesso,
bisogna innanzitutto
conoscerlo.

NINA BROCHMANN (1987) ed ELLEN


STØKKEN DAHL (1991) studiano
medicina all’Università di Oslo.
Esperte di educazione sessuale,
svolgono attività di
insegnamento e assistenza
medica, rivolta soprattutto ai
giovani e alle minoranze
etniche. Nel 2015 hanno
lanciato Underlivet (La zona
genitale), che è subito diventato
uno dei blog più letti in
Norvegia. Sull’onda del
successo è nato questo libro.
Nina Brochmann ed Ellen
Støkken Dahl

Il libro della vagina


Meraviglie e misteri del
sesso femminile

Traduzione dal norvegese di


Cristina Falcinella

Illustrazioni interne di Tegnehanne


I consigli contenuti in questo libro sono
stati valutati e verificati con cura
dall’editore, ma non intendono sostituirsi
in alcun modo alle raccomandazioni di
medici competenti. In caso di danni a cose
o a persone, si esclude qualsiasi
responsabilità da parte dell’editore e dei
suoi collaboratori.
La traduzione di questo volume è stata
realizzata con il contributo del Norla

Titolo originale: Gleden med skjeden


© 2017, H. Aschehoug & Co. (W. Nygaard)
AS
Published in agreement with Oslo Literary
Agency
In copertina: illustrazioni di Fotini Tikkou.
Progetto grafico: .
© 2018 by Sonzogno di Marsilio Editori®
s.p.a. in Venezia
Prima edizione digitale 2018
ISBN 978-88-454-0013-1
www.sonzognoeditori.it
ebook@marsilioeditori.it
Quest’opera è protetta dalla Legge sul
diritto d’autore.
È vietata ogni duplicazione, anche
parziale, non autorizzata.

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IL LIBRO DELLA VAGINA
Indice

Copertina
Abstract - Autrici
Frontespizio
Copyright

Prefazione

La zona genitale
La vulva, la parte visibile
Le gioie della vagina
La clitoride, un iceberg
Verginità sanguinante
L’altro buco
Piccoli consigli pelosi
Gli organi sessuali interni:
tesori nascosti
I tre sessi

Secrezioni vaginali, mestruazioni


e altri fluidi
Doccia vaginale e topa da
discoteca
Le mestruazioni, come
sanguinare senza soffrire
Mai mestruare sul divano!
Assorbenti, tamponi e coppette
La sindrome premestruale, dal
dolore alle fantasie suicide
La ruota infinita, ormoni e ciclo
mestruale
Quando si può davvero restare
incinta?

Sesso
La prima volta
Il sesso anale
Una vita sessuale del tutto
ordinaria
La perdita del desiderio
Il grande O
La bibbia dell’orgasmo

La contraccezione
La contraccezione ormonale
La contraccezione senza
ormoni
La contraccezione
d’emergenza: quando monta il
panico
Ci sono metodi
anticoncezionali migliori di
altri?
La mestruazione durante
l’assunzione di contraccettivi
ormonali
Come si fa a saltare la
mestruazione?
Come usare la pillola nel
migliore dei modi?
Ma allora non è pericolosa la
contraccezione ormonale?
Effetti collaterali comuni della
contraccezione ormonale
Effetti collaterali più rari
Di cosa non siamo certe
Sarà ora di disintossicarsi dagli
ormoni?
In difesa della contraccezione
ormonale
L’aborto

Guai là sotto
I disturbi mestruali
Endometriosi: il mestruo nel
posto sbagliato
La sindrome dell’ovaio
policistico, questa sconosciuta
I miomi: un utero con le palle
Mi fa male la vulva: dolori
inspiegabili ai genitali
Clamidia, gonorrea e i loro
cugini
L’herpes: vita sessuale finita?
Prurito e cattivi odori: i
disturbi inevitabili
Che male fare pipì
Plin, plin, plin: tutto sulle
perdite di urina
Emorroidi e marische
Il cancro al collo dell’utero,
cos’è e come si evita
L’aborto spontaneo: da
Facebook alla realtà
Tic-tac, tic-tac, fino a quando
puoi rimandare la maternità?
Le mutilazioni genitali
La tirannia della bellezza:
perché mettiamo la vulva sotto
i ferri

Postfazione

Note

Bibliografia
Prefazione

Ci siamo conosciute infilando


preservativi su peni di
polistirolo bianco. Era l’inizio
dell’autunno 2011 ed entrambe
eravamo studentesse al primo
anno della Facoltà di Medicina
dell’Università di Oslo. Ci
eravamo appena arruolate come
volontarie in un’associazione
studentesca votata a diffondere
l’educazione sessuale. Con le
dita scivolose che odoravano di
lubrificante, non avevamo idea
che quella stretta di mano e
l’amicizia che ne stava
sbocciando fossero destinate a
culminare in un progetto che si
sarebbe poi esteso molto oltre
la nostra piccola Oslo,
raggiungendo numerosissime
lettrici in tutto il mondo.
Eravamo soltanto due nerd
entusiaste, con una gran voglia
di insegnare a tutti come
posizionare correttamente un
condom.
Nei due anni successivi
abbiamo viaggiato per la
Norvegia in veste di educatrici
sessuali. Lavoravamo con
gruppi di professioniste del
sesso, adolescenti e rifugiate,
insegnando loro gli elementi di
base per conoscere il proprio
corpo e vivere una vita sessuale
sana. Disegnavamo ovaie e
testicoli sulla lavagna,
parlavamo di rapporti
consensuali attraverso giochi di
ruolo e le incoraggiavamo a
stilare una wish list su quel che
si aspettavano dal loro prossimo
debutto sessuale. Era un
incarico meraviglioso e
affascinante, ma eravamo
sopraffatte dalla quantità di
dubbi e preoccupazioni che
aveva la gente. Ansia, vergogna
e insicurezza incombevano
copiose sulle nostre parti
intime. A volte avevamo
l’impressione che avremmo
potuto passare la vita a
rispondere alle loro domande.
Sono normale là sotto? Non mi
sarò presa una malattia a
trasmissione sessuale? Come
posso essere sicura di
sanguinare la prima notte di
nozze? Dopo un po’, abbiamo
cominciato a sentire che quello
che stavamo facendo non era
sufficiente. Non ce l’avremmo
mai fatta a rispondere a tutte
personalmente.
Per questo, all’inizio del
2015 abbiamo dato vita al
nostro blog, Underlivet (che in
italiano significa zona genitale),
con l’obiettivo di raggiungere
un pubblico molto più vasto.
Volevamo che ragazze e signore
provassero un senso di
meraviglia e di orgoglio verso i
loro corpi. Ci eravamo
prefissate di fornire
informazioni attendibili, basate
sulla ricerca medica e scritte in
maniera divertente e
accessibile. Niente moralismi
né vergogne, solo dati onesti e
affidabili.
Nel giro di poco tempo,
Underlivet è diventato uno dei
blog sulla salute più letti nel
nostro paese. Così abbiamo
trovato il coraggio di scrivere il
libro che hai adesso tra le mani.
È uscito in Norvegia nel
gennaio del 2017 e ora, a poco
più di un anno di distanza, ci
stanno lavorando traduttori di
trenta lingue diverse, dal
coreano al polacco, dal russo
all’olandese. È fantastico poter
divulgare la nostra opera prima
in ogni parte del mondo, ma fa
anche un po’ paura. Siamo felici
di sapere che donne di ogni
tipo, in tutti gli angoli della
Terra, leggeranno quello che
abbiamo da dire, perché siamo
fermamente convinte
dell’importanza di una buona
vita sessuale. D’altra parte, la
cosa un po’ ci intristisce.
L’interesse suscitato dal nostro
libro dimostra che le
informazioni disponibili sulla
salute sessuale femminile sono
scarse. Ci rivela che le donne si
pongono interrogativi seri al
riguardo ma hanno poche fonti
da cui reperire le risposte.
Probabilmente non c’è da
stupirsi, la Scandinavia in fondo
è nota per la sua apertura in
fatto di sesso: se le domande ce
le facciamo noi, figuriamoci le
altre.
Non vogliamo con questo
escludere il pubblico maschile:
senza dubbio, ragazzi e signori
di ogni età troveranno qui molte
informazioni di grande valore e
forse perfino sorprendenti. Ma
è soprattutto per le donne che
scriviamo, in particolare per
quelle signore che non sono
certe di funzionare come
dovrebbero, di avere l’aspetto
che dovrebbero e di provare le
sensazioni che dovrebbero.
Speriamo che questo testo ti sia
d’aiuto a trovare la fiducia in te
stessa. Scriviamo anche per
quelle che già si sentono
soddisfatte e fiere, ma che
hanno voglia di imparare di più
sull’organo straordinario che
hanno tra le gambe. I genitali
sono appassionanti e, secondo
noi, la chiave di una buona
sessualità sta in gran parte
nella conoscenza dei
meccanismi del nostro corpo,
nel capire come funziona quella
meraviglia che abbiamo là
sotto.
Quando le donne fanno delle
scelte legate al proprio corpo e
alla propria sessualità, si
iscrivono in un contesto più
grande. Forze culturali,
religiose e politiche dettano le
direttive su tali decisioni, vuoi
che si tratti di prevenzione,
aborto o pratiche sessuali.
Nell’autunno del 2016, per
esempio, abbiamo letto un
articolo di giornale sul bullismo
sessuale in alcune scuole
superiori norvegesi.1 Una
pressione sociale spietata, che
spinge ad adeguarsi ed essere
“all’altezza”, ha portato alcune
sedicenni a sentirsi obbligate a
oltrepassare i propri limiti
intimi, in alcuni casi in modo
così grave da non poter credere
ai nostri occhi. Che dei
diciottenni abbiano pensato di
poter fare leva sul loro status
all’interno della scuola perché
delle ragazzine praticassero
una fellatio a dieci ragazzi in
fila fa venire la pelle d’oca.
Come segnalava allora la
testata norvegese VG, si tratta
di una cultura in cui «la
distanza tra sesso volontario e
stupro è diventata
pericolosamente sottile».2 Negli
ultimi decenni abbiamo assistito
a una crescente
sessualizzazione della cultura
giovanile, soprattutto per
quanto riguarda le ragazze, e
non soltanto in Norvegia. Non è
certo un ambiente facile in cui
diventare adulte. Purtroppo,
crescere per molte implica
vivere esperienze sessuali
sgradevoli, con cui faranno i
conti più avanti nel corso della
vita. Non vogliamo davvero che
le cose vadano così.
Il nostro augurio è che le
donne possano scegliere
autonomamente, con tutte le
carte in tavola, e che le loro
scelte si basino su conoscenze
mediche e non su chiacchiere,
equivoci e paure. Una buona
consapevolezza sul
funzionamento del corpo le
aiuterà a prendere le proprie
decisioni con fiducia e sicurezza
in se stesse. Bisogna smitizzare
la sessualità e dobbiamo
prendere possesso del nostro
corpo. È nostra intenzione darti
l’opportunità di compiere delle
scelte intelligenti e informate
che facciano al caso tuo.
E magari adesso ti chiedi:
perché mai dovrei fare lo sforzo
di leggere un testo di medicina
scritto da due studentesse? Ci
siamo poste la stessa domanda
tante volte. Non siamo né
medici fatti e finiti né
superesperte. È con
un’abbondante dose di umiltà
che abbiamo pubblicato questo
volume.
Il coraggio ce lo ha dato
Giulia Enders, la studentessa
tedesca di medicina autrice del
libro L’intestino felice. Il suo
testo ha riscosso un enorme
successo elevando cacca e
intestino a temi di dibattito nei
talk show in prima serata. Lei si
è lanciata e ci ha aperto il
cammino dimostrando come si
possa rendere comprensibile e
divertente la medicina; anzi di
più, come si possa parlare
perfino delle nostre parti più
intime senza imbarazzi.
In qualità di studentesse,
inoltre, abbiamo un vantaggio
di cui nessuno ci può privare:
siamo curiose, giovani e
abbiamo l’audacia di porci
anche quesiti che possono
suonare “sciocchi” – dubbi
nostri o delle amiche. Non ci
giochiamo la reputazione
professionale e non abbiamo
ancora militato così a lungo tra
le file dei medici da dimenticare
come si comunica con la gente.
Speriamo che altri giovani
colleghi impugnino la penna.
L’era dell’Illuminismo è servita!
Tante volte nel corso della
lavorazione del libro abbiamo
scoperto che c’erano questioni
che avevamo frainteso
completamente. Anche noi
siamo state vittime dei miti che
circondano le parti intime
femminili. Perché ce ne sono
tanti. Quelli sulla verginità sono
forse i più tenaci e continuano a
tormentare le ragazze di tutto il
mondo, anche in Norvegia.
Eppure sono pochi i medici che
si prendono la briga di dare
risposte su quella piccola parte
del corpo. Alcuni di loro
addirittura consolidano questi
miti, ispezionando la zona
genitale delle fanciulle su
richiesta dei genitori. Nel corso
della nostra inchiesta, abbiamo
visto che tanti vecchi baroni
della ginecologia trattavano le
nostre domande come
insignificanti o irrilevanti. È un
atteggiamento incomprensibile,
visto che sappiamo bene quali
ripercussioni abbia sulla vita di
una donna lo stato della
membrana virginale. In questo
volume abbiamo cercato di
raccontare la verità sul velo
virginale, o imene, come noi
preferiamo chiamarlo. Il nostro
intervento al TED Talk di Oslo
intitolato La truffa della
verginità, che smaschera le più
diffuse idee sbagliate riguardo
all’imene, è stato visto oltre due
milioni di volte: siamo tuttora
inondate dalle storie personali
di donne che hanno
sperimentato sulla loro pelle le
conseguenze di queste false
credenze anatomiche.
Un altro mito riguarda
invece la contraccezione
ormonale, che viene presentata
come innaturale e pericolosa:
grazie a questo, migliaia di
ragazze restano incinte
involontariamente, perché
scelgono di avvalersi di metodi
anticoncezionali non sicuri.
Comprendiamo, d’altra parte,
che la gente sia confusa e
spaventata dagli effetti
collaterali e ci dispiace che
parecchi rappresentanti del
sistema sanitario liquidino le
loro preoccupazioni senza
fornire spiegazioni precise.
Perciò abbiamo deciso di
dedicare uno spazio ampio alla
prevenzione del concepimento,
analizzando gli studi più
importanti sui possibili effetti
secondari, quali cambiamenti
d’umore e calo dell’appetito
sessuale. Laddove i risultati
della ricerca siano controversi,
lo dichiariamo apertamente, ma
cerchiamo innanzitutto di
tranquillizzare. Gli effetti
collaterali gravi sono molto rari
e non ci sono prove che la
depressione e il calo del
desiderio sessuale colpiscano le
donne che fanno uso della
contraccezione ormonale.
Eccezioni ce ne sono sempre,
certo, però speriamo che, dopo
aver letto il libro, tu sia capace
di distinguere tra ciò che è
normale e ciò che non lo è.
Ci sono poi altri miti, non
direttamente nocivi, ma
indicativi di come la ricerca in
campo medico sia stata per
troppo tempo territorio
esclusivamente maschile.
Quando sentiamo qualche
amica lamentarsi di non riuscire
ad avere un “orgasmo
vaginale”, risulta chiaro come il
modo d’intendere la sessualità
femminile sia ancora
condizionato da un punto di
vista maschile. Non esiste,
infatti, un orgasmo vaginale
vero e proprio: ci sono solo
orgasmi che esplodono in modi
diversi, tutti ugualmente
appaganti. Nutriamo la
speranza che le donne smettano
di sentirsi sminuite se
avvertono il bisogno di altre
forme di stimolazione, diverse
dalla penetrazione.
Questi sono solo alcuni dei
tanti temi che potrai leggere nel
Libro della vagina. Ci
auguriamo che tu abbia voglia
di unirti a noi in un viaggio
attraverso gli organi sessuali
femminili, dalla vulva alle ovaie.
E che tu possa imparare tante
cose, così come abbiamo fatto
noi scrivendolo. Ciò che più ci
preme è che, dopo questa
lettura, tu possa tirare un
sospiro di sollievo. Il corpo non
è che il corpo. Tutti quanti ne
abbiamo in dotazione uno che,
nel corso della vita, ci
procurerà gioie e dolori. Sii
orgogliosa di quello che è in
grado di fare e indulgente
quando si trova in difficoltà.

Prima di chiudere, vorremmo


esprimere la nostra gratitudine
verso alcune persone speciali.
Marius Johansen ha fatto un
lavoro fantastico di revisione
specialistica per assicurare la
qualità degli aspetti puramente
medici del testo, oltre a essere
una persona meravigliosa e un
grande dottore. Ci auguriamo
che non sia la nostra ultima
collaborazione. Altri magnifici
specialisti hanno contribuito
con le loro competenze
tecniche. Grazie a Kjartan Moe,
Trond Diseth, Kari Ormstad,
Sveinung W. Sørbye, Jorun
Thørring, Anne Lise Helgesen,
Anders Røyneberg, Eszter
Vanky, Berit Austveg e Reidun
Førde per chiacchiere, letture,
correzioni e commenti. Per il
resto vorremmo ringraziare i
medici della Facoltà di
Medicina dell’Università di Oslo
che, del tutto ignari, ci hanno
dato le risposte che cercavamo
durante le lezioni o in pazienti
conversazioni all’intervallo. Va
sottolineato che eventuali errori
nel libro rientrano totalmente e
unicamente sotto la nostra
responsabilità. Vogliamo
ringraziare anche colleghi
attuali ed ex compagni presso il
Centro medico di educazione
sessuale di Oslo, la Fondazione
Telefono Suss, l’organizzazione
Sesso e società e la Clinica
Olafia, per i piacevoli e
stimolanti ambienti formativi
che hanno saputo creare. Siamo
estremamente grate anche ai
cari amici e colleghi che hanno
letto e discusso le nostre pagine
e ci hanno fatto notare i punti in
cui ci arenavamo in spiegazioni
incomprensibili. Carissime Thea
Elnan, Kaja Voss, Emilie
Nordskar, Karen Skadsheim –
senza di voi questo libro
sarebbe meno valido e le nostre
vite molto più noiose. Grazie a
tutti i lettori del nostro blog e a
coloro che hanno postato i loro
contributi sui temi dibattuti,
hanno fatto domande
intelligenti e ci hanno
spalleggiato dal primo giorno.
Abbiamo scritto il libro per voi.
Un grazie va anche a Bjørn
Skomakerstuen, il nostro primo
blog administrator al giornale
digitale Nettavisen. Grazie per
averci tenuto sotto la tua ala
protettrice ed esserti
dimostrato così entusiasta di
tutto quanto scrivevamo da
farci sentire quasi in imbarazzo.
Un grazie grande e speciale va
al nostro redattore Nazneen
Khan-Østrem presso la casa
editrice Aschehoug: hai fatto un
lavoro spettacolare e ci hai dato
tanti ottimi consigli, ci è
piaciuto tanto discutere insieme
a te di tutto, dalle mestruazioni
al punk rock – avere te a
coprirci le spalle ci ha
enormemente rassicurate.
Grazie a Tegnehanne, Hanne
Sigbjørnsen, a cui dobbiamo le
illustrazioni più belle che ci
potessimo immaginare. Avere in
squadra un’infermiera così
divertente è stato un regalo. E,
in chiusura, non ci
dimenticheremo di certo dei
nostri familiari.
Da parte di Nina: questo
libro è stato concepito più o
meno contemporaneamente con
la venuta al mondo di Mads.
Sarebbe stato impossibile senza
Fredrik, il fidanzato più
paziente e premuroso che
potessi desiderare. Sei un
grand’uomo. Mads, sei il mio
raggio di sole e sono certa che
arrossirai tutto quando un
giorno leggerai il libro della
mamma. Cercherò di non
parlare troppo forte della pipì
delle signore a tavola. Mamma,
papà e Helch – siete una
famiglia splendida.
Da parte di Ellen: grazie a
mamma, papà e a Helge, la
famiglia più bella del mondo,
per aver ascoltato con clemenza
lunghi e a volte parecchio
accaniti monologhi sull’imene, i
dolori pelvici, l’herpes e altri
torbidumi – qualche volta in
luoghi pubblici poco
appropriati. Grazie anche al mio
bisnonno, che ci ha paragonate
a Karl Evang, famoso medico
attivista norvegese. Vi voglio un
bene infinito! E più di ogni altro
voglio ringraziare Henning per
molte più cose di quelle che ho
il coraggio di scrivere qui.
Buona lettura,

Nina ed Ellen
La zona genitale

L’area genitale è, senza alcun


dubbio, la parte più intima del
nostro corpo. Ci accompagna
fedelmente fin dall’istante in cui
usciamo fuori dalla vagina di
nostra madre. All’asilo ci
confrontavamo le “passerine”
l’una con l’altra, con
spensieratezza. Poi, con l’arrivo
della pubertà, sono comparsi i
primi peletti scuri tra le gambe.
Tutte ricordiamo – chi per
averla vissuta con orgoglio, chi
invece con terrore – la prima
mestruazione. Magari già allora
abbiamo scoperto la
masturbazione e come il nostro
corpo potesse vibrare di
piacere. Poi è arrivato il debutto
sessuale, con le sue fragilità, le
sue curiosità e i suoi godimenti.
Più tardi, forse, abbiamo messo
al mondo un bambino
sperimentando le grandi
trasformazioni a cui viene
sottoposto l’apparato genitale e
i miracoli che è capace di
realizzare. Le nostre parti
intime ci appartengono. È ora di
conoscerle meglio.
La vulva, la parte visibile
Mettiti nuda davanti allo
specchio e osservati. I genitali
cominciano sotto la pancia, con
una zona ricca di grasso che
ricopre la parte dell’osso iliaco
situata davanti. Quest’area
morbida si chiama monte di
Venere e, durante la pubertà, si
ricopre di peli. Alcune hanno un
cuscinetto adiposo più grande
di altre: in tal caso la zona
pubica sporge un po’ rispetto
alla pancia, a mo’ di bombolone.
Altre, invece, il monte di Venere
ce l’hanno più piatto, come una
frittella. Non andiamo troppo
per il sottile quando si tratta di
trovare nomignoli ispirati alla
pasticceria.

Lasciando scivolare lo
sguardo più sotto, arriverai a
quella che chiamiamo vulva, ma
anche figa, passera, topa,
farfallina, patatina e così via (e,
perché no, anche con un
diminutivo: Gina). “Vulva” non è
probabilmente la parola più
usata al mondo, eppure, se sei
una donna e ti guardi in mezzo
alle gambe, è proprio una vulva
quello che ci trovi.
Tantissime credono che la
parte visibile dei genitali
femminili si chiami vagina. «Mi
stanno crescendo i peli sulla
vagina» dicono, oppure «che
bella vagina che hai», ma non è
esatto. Non ci sono peli sulla
vagina, infatti, e non è poi così
facile vederla, anche se è di
sicuro bellissima. Vagina è il
nome di una parte dei genitali
interni, anzi, per essere più
precisi, è il tubo muscolare che
usi quando hai un rapporto
sessuale con penetrazione e
quando partorisci: insomma, è il
cilindro che conduce all’utero.
Ci soffermiamo così tanto sulla
terminologia perché l’area
genitale contiene molto più che
la sola vagina (benché questa ci
procuri così tanto piacere).
Spesso quindi chi dice «vagina»
intende dire vulva, ed è proprio
con la vulva che diamo inizio
alla descrizione del
meraviglioso organo genitale
femminile.
La vulva assomiglia a un
fiore, con una doppia corolla di
petali. E la metafora del fiore –
che ci crediate o no – non ce la
siamo inventata noi. Per
esaminare le varie parti della
vulva, conviene iniziare dall’alto
e seguire la curva verso
l’interno.
Le corolle di petali, o labbra
genitali, hanno il compito di
proteggere le parti sensibili
all’interno. Le grandi labbra,
più spesse delle piccole, sono
piene di grasso e fungono un
po’ da airbag o da
ammortizzatore. Possono essere
così lunghe da coprire le
piccole labbra, ma è anche
possibile che siano molto
minute. Alcune donne ne hanno
soltanto due accenni che
incorniciano il resto della vulva.
Le grandi labbra sono
ricoperte da una pelle del tutto
normale, come quella che
riveste il resto del corpo. Anche
questa è piena zeppa di
ghiandole sebacee, di ghiandole
sudoripare e di follicoli piliferi.
Oltre ai peli, che in fondo sono
una cosa carina, sulle labbra
esterne puoi trovarci pure
foruncoli ed eczemi, assai meno
simpatici. Ma la pelle è pelle,
purtroppo.
Le piccole labbra spesso
sono più lunghe di quelle
grandi, ma non è detto. Possono
presentarsi anche
incredibilmente arricciate e
pieghettate, come la sottana di
tulle di una principessa. Mentre
ti guardi allo specchio, è molto
probabile che le labbra interne
si estendano oltre quelle
esterne. Altre signore invece
dovranno spostare quelle
grandi di lato per poter vedere
le piccole.
A differenza delle labbra
esterne, che sono cicciottelle,
quelle interne sono sottili e
assai sensibili. Non tanto
quanto la clitoride, che è il
punto di maggior sensibilità di
tutto il corpo, ma sono
anch’esse piene di terminazioni
nervose ed è per questo che
toccarle può essere molto bello.
Le piccole labbra non sono
ricoperte dalla pelle ma da una
mucosa. Di mucose ne hai già
viste, sul bulbo oculare per
esempio, o dentro la bocca.
Significa semplicemente che le
piccole labbra sono rivestite di
uno strato che le idrata e le
protegge. La pelle normale ha
sopra uno strato di cellule
morte, una copertura che la
protegge e le permette di
adattarsi bene alla secchezza.
Le mucose, invece, non sono
rivestite di strati di cellule
morte, e pertanto sono meno
resistenti all’usura: se le tue
piccole labbra sono lunghe, per
esempio, soffrirai al contatto
con un paio di pantaloni troppo
aderenti. A differenza della
pelle normale, la mucosa
preferisce l’umidità. Non ci
sono peli sulle mucose, quindi
dentro la vulva peli non ce ne
sono.

Se dischiudi le piccole
labbra, troverai una zona
denominata vestibolo vulvare.
Viene dalla parola latina
vestibulum, che si usava per
indicare l’area tra la porta
d’ingresso di un edificio e
l’interno. Per quelli che
frequentano l’opera o il teatro,
è il maestoso foyer ornato da
colonne e tappeti rossi. Nel
vestibolo delle donne non ci
sono imponenti colonnati, ma è
pur sempre un’anticamera. Vi
troviamo due buchi: il meato
urinario e l’apertura della
vagina. L’orifizio urinario si
trova tra la clitoride, ubicata in
alto, nel punto d’incontro delle
labbra, e la vagina, che è più
vicina all’ano.
Anche se facciamo pipì tutti i
giorni, poche hanno familiarità
con il proprio meato urinario.
Alcune pensano perfino che non
esista un’apertura specifica per
la pipì, che le donne siano come
i maschi, i quali dispongono di
un buco solo per due cose. Non
è così: non facciamo pipì dalla
vagina, per quanto sia facile
confondersi, anche per chi,
come noi, ha esaminato una
gran quantità di organi
femminili. Il meato urinario può
risultare difficilissimo da
individuare, perfino cercandolo
con uno specchio. L’uretra è
finissima e spesso ci sono un
mucchio di pieghe della pelle
attorno al buco. Ma chi cerca,
trova.

Le gioie della vagina


Al contrario del minuscolo
meato urinario, la ben più
ampia apertura vaginale è facile
da trovare. La vagina è uno
stretto tubo muscolare, lungo
dai sette ai dieci centimetri, che
porta dalla vulva fino all’utero.
Di regola il condotto è
appiattito in modo tale che le
pareti anteriore e posteriore si
toccano, cosa che contribuisce
a renderti impermeabile. Pensa
un po’!
Quando ti ecciti, la vagina,
che è molto elastica, si allunga
e si allarga. Un po’ come una
gonna a plissé. Toccala, vedrai
com’è irregolare.
I muscoli che la circondano
sono forti, lo puoi verificare
inserendo un dito e
contraendoli. Come gli altri
muscoli del corpo, anche quelli
del bacino pelvico si rafforzano
con l’allenamento.
La parete interna della
vagina è rivestita da una
mucosa umida. Mentre una
piccola parte di questa umidità
proviene dalle ghiandole situate
attorno all’utero, la maggiore
quantità s’infiltra direttamente
da altre parti del corpo. Sulla
parete della vagina, infatti, non
si trovano ghiandole. L’umidità
vaginale è sempre presente, ma
aumenta quando sei eccitata.
Tali fluidi sono più abbondanti
quando la zona viene servita da
un maggior apporto sanguigno:
te ne accorgi quando la
clitoride e le piccole labbra si
gonfiano. Il liquido che compare
con l’eccitazione attenua la
frizione quando ti masturbi o
hai rapporti sessuali. Un minor
attrito significa meno danni
sulla parete vaginale, che
spesso esce un po’ strapazzata
da un rapporto. Non è
infrequente sanguinare
lievemente da qualche piccola
lacerazione postsesso e fa un
po’ male. Per fortuna, però, non
c’è nessun pericolo. La parete
vaginale è brava a ripararsi da
sola.
All’umidità, che caratterizza
la parete vaginale, si aggiunge
un po’ di muco secreto dalle
ghiandole situate sul retro del
vestibolo, ciascuna su un lato
dell’apertura vaginale. Si
chiamano ghiandole di
Bartolino, dal nome
dell’anatomista danese Caspar
Bartholin. Producono un liquido
viscoso, che contribuisce alla
lubrificazione della zona. Hanno
una forma ovale, sono grandi
come un pisello, e possono, a
volte, causare qualche guaio. Se
il tubicino attraverso il quale
fuoriescono le secrezioni si
ottura, si può formare una cisti.
Appare come un granulo duro
su un lato della vulva, un
minipalloncino. Quando
s’infiamma, la faccenda si fa
dolorosa e va risolta con un
piccolo intervento chirurgico.
Sull’importanza delle ghiandole
di Bartolino per l’umidità
vaginale c’è discordanza di
opinioni.3 Le donne a cui sono
state asportate, a causa di cisti
e infiammazioni, presentano
comunque un aumento di
umidità vaginale in fase di
eccitazione.

Sulla parete anteriore della


vagina, cioè contro la vescica, si
trova un punto molto citato
nelle rubriche di sessualità sulle
riviste femminili. Stiamo
parlando del mitico punto G,
che prende il nome dal
ginecologo tedesco Ernst
Gräfenberg, suo scopritore. Per
quanto gli studiosi ne abbiano
discusso e lo abbiano inseguito
fin dagli anni Quaranta, il punto
G continua a essere un
argomento piuttosto
controverso. Infatti, nessuno sa
con certezza cosa sia e non è
nemmeno dimostrato che
esista.
Il punto G viene descritto
come una zona di estrema
sensibilità. Alcune donne
sostengono di raggiungere
l’orgasmo con la sua sola
stimolazione. Pare che si trovi a
una certa altezza della parete
anteriore, cioè verso il ventre, e
che si stimoli con un movimento
del dito tipo «dai, vieni qui».
Immagina una strega di Walt
Disney che ti vuole adescare e
hai la chiave del gesto.
Alcune donne descrivono la
stimolazione del punto G come
più piacevole o diversa rispetto
ad altre aree della vagina. Avrai
fatto caso che la vagina, di per
sé, non è particolarmente
sensibile in confronto alla vulva
e soprattutto alla clitoride. Si è
più sensibili all’altezza
dell’orifizio vaginale e meno più
in alto.
I media spesso parlano del
punto G come se si trattasse di
un elemento anatomico a sé. È
un’impressione che si può
ricavare leggendo rubriche o
manuali sul sesso, oppure
esperienze intime di altre
donne. Un articolo inglese del
2012, passando in rassegna lo
stato attuale della ricerca
scientifica sul punto G, inteso
come area specifica della
vagina, concludeva che le prove
della sua esistenza erano scarse
e che la maggior parte dei
lavori sull’argomento facevano
ricorso a questionari in cui
erano le donne stesse a
descriverlo. Questo studio
mostrava anche che molte delle
donne che credono
nell’esistenza del punto G
hanno spesso difficoltà a
trovarlo. Gli autori notavano
inoltre che gli studi basati sulla
diagnostica per immagini non
sono riusciti a individuare una
parte specifica capace di
provocare l’orgasmo o il piacere
sessuale nella donna, a
eccezione della clitoride.4
C’è poi chi avanza l’ipotesi
che non si tratterebbe di una
struttura fisica indipendente,
quanto piuttosto di una parte
interna e profonda della
clitoride, che viene stimolata
durante l’atto sessuale
attraverso la parete vaginale.
Un gruppo di ricercatori ha
pubblicato nel 2010 uno studio
durante il quale era stata
esaminata la parete vaginale
anteriore di una donna durante
un rapporto sessuale. Hanno
fatto ricorso agli ultrasuoni per
vedere cosa succedeva e
individuare il punto G. Non
l’hanno trovato, però sono
giunti a una conclusione: le
parti più interne della clitoride
sono talmente vicine alla parete
vaginale che probabilmente la
soluzione del mistero sta
proprio nella clitoride.5
È anche possibile che il
punto G abbia a che fare con un
gruppo di ghiandole situate
nella parete anteriore della
vagina. Vanno sotto il nome di
ghiandole di Skene e sono il
corrispondente femminile della
prostata, ghiandola che
circonda una parte dell’uretra
maschile. Queste ghiandole
vengono associate
all’eiaculazione femminile,
detta anche orgasmo a spruzzo
o squirting. Alcuni studi
sostengono che il punto G sia
essenziale per lo squirting,6 ma
al momento si tratta solo di
ipotesi. Quel che è certo è che
alcune donne sperimentano
l’orgasmo a spruzzo, mentre del
punto G non possiamo
nemmeno dimostrare
l’esistenza.
È sorprendente come la
parete vaginale, pur così
facilmente accessibile, possa
essere tanto avvolta nel
mistero. Soprattutto se
pensiamo a quanto inchiostro è
stato dedicato al punto G.
Restiamo in trepida attesa di
nuove valide ricerche sul corpo
femminile.
La clitoride, un iceberg

Magari ti sei stupita poco fa


quando parlavamo delle parti
interne della clitoride. Quali
parti interne? La clitoride, come
viene abitualmente descritta, ha
le dimensioni di un’uvetta e si
trova in alto, ben protetta, alla
congiunzione delle due piccole
labbra, giusto? Ma in realtà
quel bottoncino non è che la
punta di un iceberg! Tra le
ombre della zona genitale, si
nasconde un organo che supera
ogni immaginazione.
Nonostante gli anatomisti lo
abbiano dimostrato fin dalla
metà del Diciannovesimo
secolo, pochi sanno che la
clitoride è innanzitutto un
organo “sotterraneo”A. Mentre
il pene maschile è
dettagliatamente descritto negli
atlanti di anatomia e nei libri di
testo, la clitoride è stata
confinata al rango di curiosità.
Ancora nel 1948 il celebre
atlante anatomico Gray’s
Anatomy aveva scelto di
ometterne il nome. Il mondo
della medicina sotto il dominio
maschile, d’altro canto, non ha
manifestato grande interesse
per una ricerca più
approfondita sulla clitoride.
Basti pensare che non c’è
ancora accordo su quali siano i
suoi elementi costitutivi e su
come funzioni. Per la scienza
medica è francamente
singolare.
Di una cosa siamo certi:
quella che in genere viene
indicata come clitoride è solo
una porzione di un organo ben
maggiore che si estende sia
verso l’interno del bacino sia
verso il basso, su ciascun lato
della vulva.7, 8, 9 Se ci
mettessimo degli occhiali a
raggi X, vedremmo che il
complesso della clitoride ha la
forma di una Y rovesciata.
L’uvetta, chiamata glande o
testa della clitoride, si trova
sulla punta in alto. La sua
lunghezza varia tra 0,5 e 3,5
centimetri, ma sembra più
piccola poiché è ricoperta da un
cappuccio.10 La testa è l’unica
parte visibile; poi viene il corpo
della clitoride, che scende verso
l’interno formando una curva a
mo’ di boomerang, fino a
dividersi in due segmenti,
sepolti entrambi sotto le labbra
vaginali.
Dentro ciascuno di questi
segmenti si trova un corpo
spugnoso (corpus cavernosum),
che si riempie di sangue e si
gonfia con l’eccitazione. Dietro
di loro, cioè nel vestibulum – la
zona interlabiale –, si trovano
altri due corpi spugnosi, i bulbi
vestibuli, che circondano
l’orifizio vaginale e il meato
urinario.
A chi stava molto attenta
durante l’ora di scienze questa
descrizione può suonare
familiare: non era il pene dei
maschi ad avere un glande e dei
corpi cavernosi? La fonte
principale del piacere
femminile, la clitoride, è un
segreto ben nascosto, al
contrario dell’assai vistoso pene
in erezione; ma, per quanto
sorprendente possa sembrare,
si tratta di due versioni dello
stesso organo.
Fino alla dodicesima
settimana circa di vita
embrionale, il feto maschio e
quello femmina hanno il pube
esattamente identico, dominato
da una sorta di micropene (o
macroclitoride!) chiamato
tubercolo genitale. Quest’ultimo
può svilupparsi come organo
sessuale femminile o maschile.
Dato che il pene e la clitoride si
formano a partire dalla stessa
struttura di base, tra i due
organi ci sono molti punti in
comune, riguardo sia alla forma
che al funzionamento.
Essendo la testa del pene
l’equivalente del bottone della
clitoride, a tutti e due è stato
dato lo stesso nome, glande. Il
glande è il punto più sensibile
del corpo femminile e di quello
maschile. Si calcola che
contenga più di ottomila
terminazioni nervose, sia
nell’uomo che nella donna.
Ciascuna terminazione riceve
informazioni di tatto e
pressione e rinvia i segnali al
cervello, dove vengono
interpretati come piacere o
come dolore. Quanto maggiore
è il numero di terminazioni
nervose, tanto più sono potenti
e ricchi di sfumature i messaggi
che arrivano al cervello. E pur
tuttavia, il glande della clitoride
è molto più sensibile di quello
del pene, poiché le terminazioni
nervose vi sono raggruppate su
un’area molto più piccola: una
concentrazione cinquanta volte
più alta!11
Purtroppo l’aver capito che
la clitoride è il pulsante del
godimento ha portato alcuni
uomini a credere che qualunque
tipo di pressione sia piacevole.
Quando una pressione leggera
non dà il risultato sperato,
questi che fanno? Schiacciano
di più e più forte, ma non è così
che funziona. Essendo la
clitoride così ricca di
terminazioni nervose, la donna
percepisce anche la minima
variazione del tocco. Ciò offre
possibilità inaudite di
stimolazione e di piacere, ma
significa anche che si può
passare rapidamente al dolore,
e perfino all’insensibilità. I
recettori si rifiutano allora di
trasmettere i segnali al cervello.
Il pulsante della clitoride è in
modalità off. Bisogna lasciarlo
in pace perché abbia di nuovo
voglia di parlare. Con la
clitoride funziona un po’ come
quando vuoi rimorchiare: se
insisti troppo, rischi di rovinare
tutto.
I corpi cavernosi nel maschio
induriscono il pene quando si
riempiono di sangue. Perché
mai quelli della femmina non
dovrebbero comportarsi nello
stesso modo? Quando siamo
eccitate, la struttura clitoridea
arriva a gonfiarsi fino a
raggiungere anche il doppio
delle sue dimensioni normali.12
Un’erezione impressionante,
fuori di dubbio. Dato che le
radici della clitoride e i bulbi
vestibolari si trovano sotto le
piccole labbra e attorno agli
orifizi dell’uretra e della vagina,
anche la vulva diventa più
grande in fase di eccitazione.
Inoltre, l’afflusso di sangue
conferisce al vestibolo e alle
piccole labbra una tonalità
violacea più scura.
Le similitudini non finiscono
qui. Ai maschi piace vantarsi
delle erezioni mattutine e
notturne, ma guardate che le
abbiamo anche noi. Negli anni
Settanta, uno studio
dell’Università della Florida ha
messo a confronto due donne
dotate di una grande clitoride
con degli uomini. Si scoprì che,
durante la fase Rem, le donne
avevano altrettante “erezioni”
notturne che gli uomini.13
Secondo un’altra ricerca, le
donne arrivano ad avere fino a
otto “erezioni” per notte, per un
ragguardevole totale di un’ora e
venti minuti!14
Come vedete ci sono tanti
aspetti riguardanti la clitoride
che non ci venivano insegnati
durante l’ora di scienze. Questo
organo valoroso è rimasto
trascurato, sottovalutato e
celato per troppo tempo. Ma
basta vedere quanto la clitoride
si estenda, avvolgendo tutte le
parti dell’area genitale, per
renderci conto di quale
fantastico apparato per il
piacere siamo state dotate.

Verginità sanguinante
Per migliaia di anni, varie
culture, compresa quella
norvegese, si sono fissate in
modo maniacale sulla verginità.
Mica quella dei maschi, quella
delle femmine. All’uomo non
può capitare di essere
“madonna” o “puttana”, puro o
impuro, mentre alla donna sì.
“Per fortuna” durante la prima
notte di nozze un po’ di sangue
dalla vagina può rivelare che
tipo di donna l’uomo abbia
sposato.
L’espressione inglese pop her
cherry, letteralmente “stappa la
sua ciliegina”, porta a credere
che una donna vergine sia come
una bottiglia di champagne, di
cui bisogna fare “saltare il
tappo”. Ciò sottintende che il
sesso femminile cambi
radicalmente dopo il primo
rapporto, un po’ come una
bottiglia di Moët & Chandon
dopo che l’hai aperta. Dal
nostro tono avrete capito che
non è così.
L’idea della verginità è
presente ovunque nella cultura
popolare. Per la vampira Jessica
in True Blood ogni rapporto
sessuale è come il primo e, ogni
volta, deve sanguinare. Il
dubbio invece resta per la
regina Margaery Tyrell del
Trono di spade: sarà davvero
ancora pura, dopo essersi
sposata con il terzo re?
Anche nei classici si usa
descrivere la verginità e il
sanguinamento. Quando
guardavamo a scuola Kristin
Lavransdatter, adattamento
cinematografico del romanzo di
Sigrid Undset, l’eroina non
gridava «merda!», vedendo il
filo di sangue colarle lungo la
coscia, bensì «chi potrà mai più
volere un fiore a cui sono stati
strappati i petali?». La ragazza
piangeva amaramente tra le
braccia del suo amante, Erlend,
il quale invece non aveva alcun
motivo di disperarsi. Essendo
maschio, non aveva nessuna
virtù da perdere.
Perfino il linguaggio della
medicina, quando parla della
donna, usa la metafora del fiore
innocente. La perdita della
verginità viene chiamata
“deflorazione”, con una
terminologia chiaramente
ingenua.15 Sembrerebbe quasi
che, attraverso le varie culture,
gli uomini si siano messi
d’accordo per scovare il modo
di controllare la donna,
limitandone la sessualità e la
capacità di disporre del proprio
corpo.
Come avrete capito, è
arrivato il momento di parlare
dell’imene: oggetto mitico,
situato all’ingresso della vagina,
che ancora oggi può costare
alle donne l’onore e perfino la
vita. È inconcepibile che venga
ancora fatta una simile
differenza tra le donne e gli
uomini, e che una cosa così
bella e vitale come il sesso
possa significare, per una
donna, la “rovina”. Quando,
oltretutto, si comprende che i
luoghi comuni sull’imene e sul
sanguinamento sono solo dei
miti, il tutto rasenta l’assurdo.
L’imene è stato
tradizionalmente visto come
una specie di sigillo di castità,
che dovrebbe lacerarsi e
sanguinare al primo rapporto
sessuale: il sangue viene
considerato una prova di
verginità. Un tempo tale
dimostrazione era così
importante che, dopo la prima
notte, alla finestra degli sposi
veniva appeso il lenzuolo
macchiato di sangue, in modo
che il vicinato potesse
constatare che tutto era andato
come si deve.
Il mito dell’imene recita così:
se sanguini dopo un rapporto,
questa è la prova che non hai
mai fatto sesso prima. Se invece
non sanguini, ecco dimostrato
che non sei vergine. Ma questo
mito, come la maggior parte dei
miti, è completamente falso.
In Norvegia viene usato il
termine jomfruhinne
(membrana virginale), che
contribuisce a mantenere vivo
l’equivoco. Quando si pensa a
una “membrana”, si immagina
qualcosa di simile a una
pellicola di cellophane che si
lacera se viene bucata. Zac!
Tuttavia, se osservi il tuo sesso
con uno specchio, vedrai che la
vagina non è protetta da alcuna
pellicola, anche se non hai mai
avuto rapporti sessuali.
Comunque, evitiamo di
sostituire un mito con un altro.
Ultimamente si sono sentite
numerose affermazioni del tipo:
«L’imene non esiste.» È vero, sì,
che non c’è niente che
mantenga la vagina “sigillata”,
ma ciò non esclude l’esistenza
di una struttura anatomica
all’origine di questo malinteso.
Appena dentro l’orifizio
vaginale si trova un lembo di
mucosa a forma di anello. È
proprio questo a essere stato
chiamato membrana o velo
virginale, maiden head e così
via. Noi lo chiamiamo imene. In
ogni caso, tutte le varie
locuzioni indicano la stessa
cosa, ma “membrana virginale”
è una definizione talmente
deviante che è meglio evitarla.
Tutte le donne nascono con
un imene, ma non vuol dire che
serva a qualcosa. L’imene
femminile è il corrispondente
del capezzolo maschile: non
svolge nessuna funzione, è solo
un residuo di vita fetale.
L’imene non è sottile come
una pellicola di cellophane: è
spesso, largo e robusto. Prima
della pubertà è generalmente
piatto e a forma di ciambella
con il buco. Poi, quando entra in
scena la grande orchestra degli
ormoni, anche l’imene, come
altre parti del corpo, si
trasforma. Dopo la pubertà,
spesso assume la forma di una
mezzaluna, si allarga dietro
verso l’ano, pur mantenendosi a
corona sulla parete della
vagina, ma con al centro un
buco più grande.16 Perlomeno
questa è la teoria, nella realtà
non c’è alcuna regola riguardo
all’aspetto dell’imene.
La maggior parte delle
donne hanno un imene circolare
con una cavità centrale, non
tutti però sono lisci e regolari.
Spesso presentano grinze e
rigonfiamenti, che non sono
indicatori di attività sessuale.
Alcuni imeni presentano dei
lembi che fuoriescono
dall’apertura vaginale, altri
assomigliano a un setaccio con
tanti piccoli fori al posto di un
unico grande buco al centro.
Altri ancora appaiono come
piccole frange lungo la parete
vaginale. In alcuni casi molto
rari l’imene ricopre tutto
l’ingresso della vagina: allora è
piuttosto rigido e duro, ed è un
bel guaio perché il sangue
mestruale da qualche parte
deve pur uscire. Spesso il
problema si rivela solo al
momento del menarca, ovvero
alla prima mestruazione: se il
sangue resta intrappolato può
causare forti dolori e la
necessità di un intervento.
Questa rara variante è quella
che più si avvicina al mito
dell’imene come sigillo.17
Quale che ne sia la forma, e
a parte i rari casi in cui copre
interamente l’orifizio, l’imene è
duttile e flessibile. Tuttavia, è il
punto più stretto di tutta la
vagina. E se pure è vero che la
vagina ha una capacità estrema
di estendersi e di contrarsi –
dopotutto è da lì che escono i
bambini – l’imene non sempre
riesce a dilatarsi abbastanza
per una penetrazione. Funziona
un po’ come un elastico: se lo
tiri troppo forte, si strappa.
Al momento del primo
rapporto sessuale con
penetrazione, l’imene si dilata
insieme al resto della vagina.
Per molte donne va tutto liscio,
per altre può lacerarsi e
sanguinare leggermente. In
pratica, alcune la prima volta
perdono sangue, altre no. Tutto
dipende dalla flessibilità
dell’imene. Per quelle che ce
l’hanno di una forma speciale,
per esempio quando una piccola
parte fuoriesce dall’orifizio
vaginale, la membrana spesso si
dovrà strappare per fare posto
a un pene o a un dito.
È difficile stabilire con
certezza il numero di donne che
sanguinano durante il loro
primo rapporto. Esistono dati,
ma non sono univoci. Due
ricerche che abbiamo
consultato indicano
rispettivamente che queste
sono il 56 per cento e il 40 per
cento. Non sono dunque tutte. È
pur sempre una bella
percentuale.18, 19

Un altro mito è quello del


test di verginità, che presume
di poter verificare se una donna
abbia o meno già fatto l’amore.
La vergine Maria questo test
sembrerebbe averlo superato. E
pure Giovanna d’Arco, insieme
a (in tempi più recenti) tutta
una serie di fanciulle
appartenenti ad ambienti
conservatori.
Alcuni medici norvegesi
continuano a effettuare questo
test su giovani i cui genitori
desiderano ottenere una prova
che la loro figlia sia “intatta”;20
tuttavia gli specialisti di
medicina legale si rifiutano di
riconoscere a questa pratica
qualunque valore scientifico.21
Vi sono perfino dei dottori che
rilasciano certificati di verginità
a giovani donne terrorizzate
dall’idea di non sanguinare
durante la prima notte di nozze.
È appurato che, in linea
generale, non c’è alcuna
differenza visibile tra l’imene di
una ragazza che ha avuto
rapporti sessuali e quello di una
vergine.22, 23 Questa prassi del
test di verginità è dunque
insensata. E, anche se l’imene
può venire danneggiato se
sottoposto a una tensione
elevata, ciò non implica che la
lacerazione sia destinata a
rimanere. Molto spesso l’imene
si ripara da sé senza lasciare
cicatrici visibili.24
Le ricerche sull’imene e sulle
sue alterazioni spesso sono
state condotte esaminando
donne e ragazze che avevano
subito un’aggressione sessuale.
Secondo uno studio norvegese,
alcune modificazioni dell’imene
un tempo considerate sospette
nelle bambine, come per
esempio un’apertura troppo
ampia o un bordo
assottigliato,25 oggi vengono
interpretate come un indizio
vago e non più come una prova
di aggressione sessuale.26
Queste varianti, infatti, si
possono trovare anche in
bambine che non hanno subito
violenze. Detto ciò, gli autori
dello studio ci tengono a
sottolineare che la mancanza di
prove non esclude di per sé che
un’aggressione ci possa essere
stata.
In definitiva, non è possibile
sapere se una donna ha avuto o
meno relazioni sessuali
guardando tra le sue gambe. Un
imene integro non è
appannaggio esclusivo delle
donne che non hanno mai fatto
l’amore. Spiacenti, ma il test di
verginità proprio non ha
assolutamente alcun valore.
Purtroppo non tutte lo sanno.
Alcune donne ricorrono ancora
a un intervento chirurgico detto
imenoplastica per garantirsi un
po’ di sanguinamento durante
la prima notte di nozze. In
Norvegia questo intervento si
poteva fare presso la clinica
privata Volvat a Oslo, ma nel
2006 la clinica ha cessato la
pratica,27 in seguito al
pronunciamento del Consiglio
di etica medica che aveva
definito l’imenoplastica come
una falsa soluzione a un
problema di ordine culturale.28
L’imenoplastica esiste
tuttora. Su internet, per trenta
dollari, si possono comprare dei
falsi imeni pieni di sangue
artificiale, che garantiscono di
kiss your deep dark secret
goodbye, vale a dire di
“liberarvi del vostro segreto più
intimo”, e di farvi sposare in
tutta serenità.29 Nel 2009,
alcuni uomini politici egiziani
hanno addirittura proposto di
vietare l’importazione di questi
prodotti.30
Perché lasciamo che le
ragazze ricorrano a simili
soluzioni invece di informarle
che l’assenza di sanguinamento
non è sinonimo di verginità
perduta? E perché poi è così
importante per alcune di noi
avere la prova di essere
arrivate “intatte” al
matrimonio? Dobbiamo
smetterla di fissarci su questo
benedetto sanguinamento e
farla finita con i test di
verginità. E, soprattutto,
dobbiamo abbandonare l’idea
che la verginità sia un valore.
Il guaio è che trovare una
buona documentazione
sull’imene non è facile e,
soprattutto, è difficile
distinguere ciò che è vero da
ciò che è meno vero e da ciò
che è totalmente falso. Nella
nostra ricerca abbiamo trovato
poche informazioni che fossero
al tempo stesso esatte e
accessibili a tutti. Ci siamo
imbattute in un certo numero di
articoli scientifici, ma abbiamo
visto che nei manuali
universitari di ginecologia
l’imene viene appena
menzionato, e talvolta con non
pochi luoghi comuni. Insomma,
molte domande rimangono
ancora senza risposta. Fa
rabbrividire lo scarso interesse
della medicina nei confronti di
una parte del corpo che, ancora
oggi, può significare per alcune
donne la perdita dell’onore, o
addirittura della vita. È ancora
più allarmante constatare come
perfino le informazioni esistenti
non siano accessibili a coloro
che ne hanno bisogno. Ecco un
importante lavoro di
sensibilizzazione che deve
essere portato avanti. Diamoci
una mossa.

L’altro buco

Là dove non batte mai il sole:


è così che si usa dire per
evocare l’ano. Questo piccolo
buco scuro e raggrinzito viene
spesso lasciato da parte quando
si parla del sesso femminile,
eppure solo una parete sottile
separa la vagina dall’ano. Tale
vicinanza fa sì che l’ano sia
necessariamente associato alla
vagina, alla vulva e
all’immagine sessuale che molte
donne hanno di sé.
L’ano è un formidabile anello
muscolare destinato a
trattenere le feci, fino a quando
siamo pronti per sbarazzarcene.
È chiaro che si tratta di un
compito essenziale, tanto è vero
che il nostro corpo ci ha dotati
non di uno ma di ben due
sfinteri. Se il primo fa cilecca,
disponiamo di una serratura di
sicurezza.
Lo sfintere interno obbedisce
al sistema nervoso autonomo,
cioè quella parte del sistema
nervoso che non controlliamo.
Quando il corpo sente che il
retto si è riempito di feci,
manda allo sfintere interno
l’ordine di rilassarsi. Si tratta
del riflesso di defecazione, che
viene percepito come la
necessità improvvisa di trovare
la toilette più vicina.
Se avessimo solo questo
riflesso primitivo, faremmo la
cacca senza controllo, come i
bambini piccoli, ma l’uomo è un
essere sociale. Lo sfintere
esterno – quello che si sente
quando si introduce un dito
nell’ano e si stringe – è colui
che decide in ultima istanza.
Obbedisce alla nostra volontà e
ci consente di trattenerci fino a
quando non troviamo un po’ di
privacy. Quando questo sfintere
si contrae, il corpo coglie il
segnale e gli istinti primitivi
capiscono di aver perso. Le feci
battono in ritirata con
discrezione in paziente attesa di
una migliore occasione.
L’ano è la zona d’ombra del
bassoventre ma, per fortuna, è
molto più che un semplice
contenitore di escrementi. La
superficie attorno e dentro l’ano
è colma di terminazioni nervose
che aspettano solo di essere
stimolate. Alcune donne
allargano gli orizzonti della loro
vita sessuale invitando l’ano a
partecipare ai giochi. Altre
forse si limitano indirizzandogli,
di tanto in tanto, qualche
pensiero affettuoso.

Piccoli consigli pelosi


Essere donna implica avere i
peli lì sotto. Ci viene dalla
natura. Durante la pubertà,
cominciano a spuntare dei
peletti scuri sul monte di
Venere e lungo le labbra
vaginali. Gradualmente i peli si
espandono fino a formare un
fitto ciuffo triangolare che si
allarga in direzione dell’ano, e
spesso sull’interno coscia, oltre
la famosa linea del bikini.
Sono tornati in voga negli
ultimi anni canoni estetici che
idealizzano la vulva glabra o
ben rasata, spesso fonte di
problemi. Molte donne temono
che la depilazione provochi un
aumento dei peli, sempre più
scuri, o addirittura una loro
ricrescita più rapida. Siamo
state a lungo terrorizzate al
pensiero che la zona bikini si
trasformasse in una selva, se
non usavamo la dovuta cautela
con la lametta. Animati dalla
stessa convinzione parecchi
ragazzini hanno preso il rasoio
del papà per radersi la lanugine
sul labbro superiore, nella
speranza di veder apparire una
barba virile che gli coprisse i
brufoli. Per fortuna nostra, e
sfortuna degli adolescenti
maschi, sono solo sciocchezze.
La quantità di peli e la loro
distribuzione sono determinate
dall’ereditarietà e dagli
ormoni.31 Alla nascita sono già
presenti tutti i follicoli piliferi
che arriveremo a possedere,
circa cinque milioni. Alcuni di
questi, per esempio quelli
attorno agli organi sessuali e
sotto le ascelle, sono
particolarmente sensibili agli
stimoli ormonali. Nell’età
puberale l’organismo
sperimenta un’esplosione di
ormoni sessuali: ciò fa sì che i
follicoli s’ingrandiscano e
comincino a formare un vello
più spesso e scuro. La
ripartizione di questi follicoli è
determinata dai geni e questo
spiega perché alcuni uomini
sfoggino una folta pelliccia sulla
schiena mentre altri abbiano
appena qualche pelo sul torace.
Insomma, a dispetto delle
apparenze, i peli non diventano
più numerosi durante
l’adolescenza: semplicemente la
tenera peluria gradualmente si
trasforma in pelo “adulto”.
Quando, all’indomani della
rasatura, il bassoventre punge
come un porcospino, viene da
credere che i peli divengano più
spessi, più duri o crescano più
velocemente a causa del rasoio.
Non è così. I nostri peli sono
perlopiù materia morta. Tutto il
pelo visibile sopra la pelle è
proteina morta: c’è vita
solamente sotto, nel follicolo, il
quale nemmeno se ne accorge
che abbiamo tagliato il pelo. I
morti viventi esistono nella
fantasia; nel mondo reale i
follicoli continuano a produrre
pelo esattamente allo stesso
ritmo di prima, beatamente
ignari del fatto che tutto quanto
essi riescono a fabbricare venga
falciato senza pietà.
Per di più, è la dimensione
del follicolo a determinare lo
spessore del pelo. Puoi raderti
quanto ti pare, non cambierà
niente. D’altra parte, il pelo
sembra più rigido
semplicemente perché, quando
spunta, è ancora corto. I peli
normali, lasciati in pace, si
assottigliano a mano a mano
che crescono, sempre più fini
verso la cima, e per questo
sembrano morbidi. Quando
usiamo la lametta recidiamo il
pelo nel punto di maggiore
spessore, sull’epidermide: per
questo, quando il pelo ricresce,
il mozzicone per un po’ resta
duro.32

Che ci soddisfi o no, la


distribuzione dei peli sul corpo
è predeterminata
geneticamente. Cosa farne di
questi peli, invece, è una libera
scelta. È vero che i peli hanno
una funzione, comunque non è
così importante da sconsigliare
la depilazione. Sappiate,
tuttavia, che i peli
contribuiscono a intensificare la
nostra sensibilità sessuale: è
sufficiente sfiorarli perché
mandino uno stimolo ai follicoli
i quali, a loro volta, trasmettono
il messaggio al sistema
nervoso.31 I molti terminali che
si trovano attorno ai follicoli
piliferi partecipano dunque
all’esperienza sensuale.
Nel corso della storia
entrambi i sessi hanno praticato
la depilazione. Oggi possiamo
usare il rasoio, la ceretta, una
pinza elettrica o la crema
depilatoria: in generale la scelta
è una questione di gusti, ma ci
sono alcune differenze.33
L’epilazione elettrica o con le
strisce di cera può provocare la
ricrescita di un fusto più esile,
perché i follicoli col tempo si
danneggiano, dato che si
strappano i peli alla radice. Lo
svantaggio è che i peli più
sottili fanno fatica ad
attraversare la pelle, cosa che
causa problemi di crescita
sottopelle e infiammazione
follicolare. La crema
depilatoria, invece, scioglie la
parte del pelo che fuoriesce
dall’epidermide tramite la
scomposizione chimica della
struttura proteica del pelo
stesso. Dal momento che il
follicolo non è coinvolto, si
incorre in meno problemi di
crescita sottocutanea rispetto
ad altri metodi.
Il problema più grosso della
depilazione resta il pelo
incarnito, o pseudofolliculitis
barbae.34 Quando si rimuovono
i peli, soprattutto se ricci, può
succedere che questi si
attorciglino su se stessi e
comincino ad allungarsi
sottopelle in fase di ricrescita. Il
pelo incarnito viene percepito
come una parte estranea al
corpo e provoca
un’infiammazione del follicolo
pilifero, che prende l’aspetto di
un foruncoletto. Se si è
sfortunate, o se ci si impegna a
stuzzicare queste bollicine
simili a brufoli, si rischia di
ritrovarsi una bella infezione
con tanto di batteri, che può
fare parecchio male e lasciare
pure una cicatrice in omaggio.
I consigli su come depilarsi
senza effetti collaterali
abbondano nei media e noi ci
beviamo le parole degli esperti
perché, ammettiamolo, un sesso
depilato pieno di brufoli e peli
incarniti non è così attraente.
Ma abbiamo davvero bisogno di
quella crema costosissima che
cercano di rifilarci al salone di
bellezza? O di un rasoio Gillette
Venus, i cui ricambi non sono
proprio a buon mercato?
Purtroppo così si buttano via
i soldi. Se davvero ti affliggono
questi inconvenienti, magari ti
conviene provare la crema
depilatoria, oppure optare per
altri metodi. Se preferisci
l’epilazione, la ceretta o il
rasoio, è importante ricordarsi
dell’igiene: lava bene tutta la
zona prima di procedere. Chi
sviluppa spesso infezioni nei
follicoli piliferi a volte trae
giovamento lavando l’area con
un disinfettante o applicando
una pomata antisettica dopo
aver eliminato i peli. Articoli del
genere si comprano in farmacia
senza bisogno di ricetta, a un
prezzo molto più economico
rispetto ai prodotti esclusivi
venduti nei centri estetici.
Per concludere: è importante
sottolineare che in presenza di
peli incarniti o di infezione
bisognerebbe evitare di
indossare pantaloni aderenti,
così da non incoraggiare la
formazione di cicatrici cutanee.
Oltretutto, nel peggiore dei
casi, l’infezione si potrebbe
diffondere. A volte succede che
i follicoli s’infettino alla grande,
fino a raggiungere le
dimensioni di un acino d’uva. In
quel caso converrebbe farsi
vedere da un dottore che possa
svuotare l’ascesso con
accortezza e prescrivere un
antibiotico, se necessario.

I CINQUE
COMANDAMENTI DELLA
RASATURA

1. Mai radersi
contropelo né tirare la
pelle. Se tendi la pelle e ti
radi in direzione contraria
alla piegatura naturale del
pelo, ottieni un risultato
più netto e più morbido, in
quanto tagli il pelo sotto
l’epidermide. Purtroppo,
però, in questo modo il
pelo si incarnisce più
facilmente, con
conseguente
infiammazione del follicolo.

2. Usa sempre una


lametta pulita e affilata,
possibilmente nuova. La
tentazione di riutilizzare la
lametta è forte, sono così
care… ma è un risparmio
illusorio. Una lametta
affilata lascia il pelo
perfettamente reciso, così
è più facile poi che cresca
fuori invece di incarnirsi
sottopelle. Oltretutto,
richiede meno forza,
evitando irritazioni e brufoli
rossi. Per non parlare del
fatto che una lametta
usata è piena di batteri che
rischiano di provocare
infezioni nei follicoli piliferi.

3. Adopera solo rasoi


(economici) monolama.
Il mercato dei rasoi ci
propone versioni plurilama
sempre più sofisticate, con
prezzi che aumentano di
conseguenza. Gli slogan
promettono «una rasatura
più profonda». Ma le lame
multiple tagliano il pelo
sotto la superficie della
pelle e favoriscono così le
complicazioni. Per di più, a
causa del costo, forte è la
tentazione di riutilizzare la
lametta, che in questo
modo rimane smussata e
infetta. Non è una buona
idea. Di solito le lamette
per uomo sono più
economiche, conviene
scegliere quelle.

4. Non lesinare
sull’acqua calda. La
rasatura a secco va
assolutamente evitata.
Pelo asciutto significa pelo
rigido, pertanto più duro da
tagliare. Bisogna impiegare
più forza per ottenere un
buon risultato, cosa che
aumenta l’irritazione della
pelle e la probabilità di
brufoli e infezioni. Una
bella doccia calda
ammorbidisce
efficacemente i peli. La
schiuma da barba produce
lo stesso effetto, ma solo
se la si lascia agire cinque
minuti prima di procedere
con la rasatura – mentre
serve a poco se usata
come fanno in molte
(appena applicata, subito
via).

5. Un delicato
massaggio esfoliante.
Pulendo la zona rasata con
dei leggeri movimenti
circolari, o con un guanto
da peeling o con uno
scrub, si aiutano i peli che
stavano crescendo
sottopelle a uscire in
superficie. Però va fatto
dolcemente, per non
aumentare l’irritazione e
l’infiammazione della pelle.

Gli organi sessuali interni:


tesori nascosti

Ci si può facilmente
dimenticare che gli organi
sessuali femminili sono ben più
che solo vagina e vulva. Sotto
uno strato di pelle, adipe e
muscoli, si nasconde infatti un
insieme di tessuti molli: tra
questi ci sono gli organi
sessuali interni.
Diamo inizio alla nostra
spedizione verso l’interno. Se
introduci un dito nella vagina,
noterai, a una distanza tra i
sette e i dieci centimetri, una
sporgenza della stessa forma e
consistenza della punta del
naso, solo un poco più grande.
È il collo dell’utero, o cervice,
cioè l’ingresso all’utero. Visto
dalla vagina, ha l’aspetto di una
calotta appiattita. A colpo
d’occhio non sembra né
l’entrata né l’uscita di un bel
niente, però proprio sopra, al
centro, c’è una minuscola
apertura chiamata bocca
uterina. Lì si trova l’inizio di un
corridoio strettissimo di due o
tre centimetri, che ci porta
all’interno dell’utero. È da lì che
passano i fluidi mestruali e le
secrezioni vaginali.
Spesso si crede che il
passaggio dalla vagina all’utero
sia del tutto aperto.
Regolarmente ci viene chiesto:
il pene può urtare il bebè se si
fa sesso quando si è incinte?
Sono in tante a porsi questa
domanda. Se hai letto il
romanzo di Haruki Murakami
Kafka sulla spiaggia, ti sarai
senz’altro divertita con il
paragrafo dove una donna sente
il seme sprizzare contro le
pareti uterine,35 come se il
pene si fosse trovato dentro
l’utero quando l’uomo
eiaculava. Non si può infilare il
pene nell’utero. La cervice
uterina non è una saracinesca
sollevata, è sbarrata. In ogni
caso, la vagina è profonda più
che a sufficienza per ospitare la
maggior parte dei peni,
considerata la sua elasticità sia
in lunghezza che in larghezza.
In buona sostanza, non c’è
nessun bisogno di entrare più a
fondo.
Abbiamo l’impressione che la
maggioranza delle donne non
sia consapevole del proprio
collo dell’utero, e fin qui niente
di strano. Non si vede e non è
neanche detto che una se lo sia
mai toccato o che sappia che si
trova lì. Tuttavia, il collo
dell’utero merita tutta
l’attenzione che gli puoi
concedere, poiché si tratta della
tua salute. Il tumore del collo
dell’utero è infatti uno dei tipi
di cancro più letali nelle donne
giovani. Inoltre è da qui che
provengono i sintomi delle
infezioni a trasmissione
sessuale.
Il collo dell’utero è
importante, ma è in realtà solo
una parte di un organo più
grande: l’utero. Questo è di
norma un organo piccolo,
grande quanto un pugno chiuso;
quando una donna è incinta, le
sue dimensioni aumentano
considerevolmente. Del resto,
dovrà diventare
sufficientemente spazioso per
poter ospitare uno o più feti
fino al termine della
gravidanza. Nelle donne adulte,
prima della menopausa, è lungo
circa 7,5 centimetri e pesa poco
più di settanta grammi.
Assomiglia a una pera
rovesciata: nella parte stretta si
trova il collo uterino.
Nella maggior parte delle
donne l’utero è ribaltato in
avanti, verso l’ombelico, in
modo da collocarsi quasi a un
angolo di novanta gradi rispetto
alla vagina. Ragione in più per
cui il pene non può entrare
nell’utero: se il pene è eretto,
non può piegarsi, altrimenti si
spezza; non è mica un serpente!
Il 20 per cento delle donne ha,
invece, l’utero rivolto indietro
(in retroversione) e funziona
altrettanto bene. È come con gli
occhi: che siano azzurri o
marroni, si vede bene lo stesso.
L’utero è cavo, ma non come
una botte, poiché non contiene
aria. Come quelle della vagina,
le pareti anteriore e posteriore
dell’utero aderiscono
perfettamente l’una all’altra.
Tra di esse si trova uno strato
sottile di fluido.
L’utero ha delle pareti
muscolari molto spesse. Questi
muscoli sono indispensabili, per
esempio quando si tratta di
spingere fuori il flusso
mestruale attraverso il
sottilissimo corridoio costituito
dal collo uterino: per farlo i
muscoli si contraggono, come
quando si strizza uno
strofinaccio. I dolori mestruali,
che avvertiamo come crampi
alla pancia o alla schiena,
provengono in realtà dall’utero
stesso, che sta lavorando per
espellere sangue e muco.
La parete uterina è costituita
da vari strati, il più interno dei
quali è detto endometrio.
Questa mucosa si modifica
enormemente nel corso del
ciclo mestruale e vi gioca un
ruolo fondamentale: ogni mese
si ingrandisce e ispessisce; e, se
non si resta incinta, viene
espulsa dall’utero. Può esserti
utile tenere a mente questo
nome, perché è legato a una
patologia di cui soffrono spesso
le donne, la cosiddetta
endometriosi. Si tratta di una
malattia in cui l’endometrio
cresce non solo all’interno
dell’utero ma anche in altre
parti del corpo. Provoca, tra
l’altro, mestruazioni
estremamente dolorose. Ne
parleremo ancora, più avanti
nel libro.

Immaginati l’utero come un


triangolo con una punta verso il
basso, nel quale da ciascuno dei
due vertici superiori sbuca fuori
un tubicino sottile. Questi tubi,
chiamati tube ovariche, tube di
Falloppio o salpingi uterine, si
estendono ciascuna per dieci
centimetri e servono a condurre
l’ovulo dall’ovaio giù verso
l’utero. Sull’estremità
presentano delle escrescenze
simili a frange, dette fimbrie,
che si allungano verso le ovaie
per catturare l’ovocita che
queste rilasciano. La
fecondazione tra spermatozoo e
ovulo avviene lungo gli ovidotti,
poi l’ovulo fecondato scorre
dentro l’utero dove si impianta
nell’endometrio per poter
crescere.
Le ovaie assomigliano a
piccole tasche o borse. Ne
abbiamo due, una per ciascun
lato dell’utero, e svolgono due
funzioni. La prima consiste
nella conservazione e
maturazione dell’ovulo, che è la
cellula sessuale femminile. Al
contrario dei maschi, le
femmine non producono nuovi
gameti nel corso della vita. Alla
nascita possediamo già tutti i
nostri ovuli, circa 300.000.36
Ma questi non sono ancora
maturi: possiamo considerarli
una versione rudimentale di
ovociti fecondabili. Tali preovuli
sono già presenti al quinto
mese di vita fetale. Fino alla
pubertà, quando il ciclo
mestruale si mette in moto, si
allenano per il loro futuro
lavoro. Cominciano a maturare
ma, non ricevendo nessun
comando di ovulazione dal
cervello, finiscono per morire e
basta. In massa. Al momento
della pubertà tale allenamento
ci ha già fatto perdere un terzo
dei nostri ovociti e ci ritroviamo
con 180.000 esemplari
selezionati. A venticinque anni
ce ne restano 65.000, che
devono pazientare in attesa del
loro turno. Ciclo dopo ciclo,
matureranno e si libereranno.
Magari ora la grande
quantità di ovuli che abbiamo
all’inizio della pubertà ti
sembrerà un po’ bizzarra.
Considerando il numero di cicli
che avremo nel corso della vita,
sembrano davvero troppi. La
verità – cosa che ha stupito
molto anche noi – è che
possiamo arrivare a consumare
fino a mille ovuli ogni mese, non
uno solo. La differenza rispetto
allo sperma maschile, in altre
parole, non è poi così grande
come si tende spesso a pensare.
Anche nella donna ci sono molte
cellule sessuali che combattono
tra di loro per riuscire a fare un
bambino. Centinaia di ovociti
cominciano a maturare ogni
mese, ma solo uno riesce a
passare il controllo di sicurezza
e viene rilasciato dall’ovaio. Gli
altri vengono brutalmente
distrutti.36
Ci siamo imbattute varie
volte nella seguente domanda:
la contraccezione, che
impedisce l’ovulazione,
prolunga la vita fertile
preservando tanti ovociti da
morte certa? Effettivamente il
ragionamento non fa una piega,
sembrerebbe logico mettere da
parte gli ovuli fino al momento
in cui si decida di fare un figlio,
piuttosto che scagliarli fuori
ogni mese con la mestruazione.
Purtroppo le cose non vanno
così. La contraccezione
ormonale impedisce solamente
che ogni mese l’unico ovulo
prescelto sia liberato dall’ovaio,
non ferma invece la
maturazione delle migliaia di
preovuli. Per quanto possiate
fare ricorso alla contraccezione
ormonale, ogni mese perderete
la stessa quantità di ovuli.37
Verso i quarantacinque-
cinquantacinque anni arriviamo
all’età della menopausa, una
fase della vita nel corso della
quale il corpo della donna
subisce cambiamenti tanto
numerosi e spettacolari quanto
quelli della pubertà. Il primo fra
tutti consiste nel fatto che
cessiamo di essere fertili.
Abbiamo esaurito la riserva di
ovuli. L’età della menopausa e il
numero di ovociti variano da
una donna all’altra, e per di più
sono determinati
geneticamente. Per contro, gli
uomini producono spermatozoi,
milioni al giorno, fino a che il
loro cuore cessa di battere. La
fertilità maschile non ha data di
scadenza, anche se la qualità
dello sperma si degrada col
tempo.B Mick Jagger, alla
veneranda età di settantatré
anni, ha avuto l’ottavo figlio
dalla sua fidanzata fotomodella,
nettamente più giovane di lui.
La vita è ingiusta.
La seconda funzione delle
ovaie è la produzione di ormoni,
di cui i più importanti e noti
sono gli estrogeni e il
progesterone. Nelle diverse fasi
della vita essi modificano il
corpo e orchestrano il ciclo
mestruale in collaborazione con
altri ormoni prodotti nel
cervello e altrove. Ci torneremo
più avanti.
I tre sessi

La parola “sesso” implica per


molti una contrapposizione:
femmina-maschio, donna-uomo,
ragazza-ragazzo. Quando vi
chiedono «cos’è un uomo?»
oppure «cos’è una donna?»,
forse pensate che la risposta sia
semplice. In fondo un uomo è
una persona con un corpo
maschile e una donna una
persona con un corpo
femminile. Questo che stai
leggendo, per esempio, è un
libro sulle persone che hanno
una vagina e altri organi
femminili. Significa quindi che
questo libro tratta di donne?
Niente di male se la pensi
così, ma la realtà non è tanto
semplice. I nostri organi
sessuali, o le fattezze del corpo,
non sono i soli a determinare se
siamo donne o uomini. Inoltre,
la differenza fisica tra femmine
e maschi è minore di quanto si
immagini.
In questo capitolo ci
concentreremo su tre fattori
che contribuiscono a
determinare il nostro sesso di
appartenenza: i fattori
cromosomici, che qui
indicheremo con sesso
genetico, i fattori anatomici, o
sesso anatomico, e i fattori
psicologici, o sesso psicologico.
Non intendiamo con questo dire
che siano i soli tre elementi a
decidere il “sesso” di una
persona. Anche gli elementi
culturali e sociali svolgono un
ruolo ma, dato che questo è un
libro di medicina, abbiamo
deciso di concentrare
l’attenzione sugli aspetti
genetici, fisici e psicologici.

Il sesso genetico, un ricettario


Hai mai visto una struttura
di dna? Se la ingrandisci con un
microscopio potente vedrai che
assomiglia a una scala ritorta a
forma di spirale. Ma i gradini
della scala di dna non sono
come quelli su cui sali quando
devi cambiare una lampadina.
Rispetto alla larghezza, che è
meno che infinitesimale, la
scala del dna è estremamente
lunga e dotata di gradini molto
speciali.
I gradini di questa scala sono
formati da una sostanza
paragonabile alle lettere
dell’alfabeto. Su ciascun
gradino si trovano due lettere
che si possono leggere come un
codice, o delle miniricette.
Ciascuna ricetta corrisponde al
codice di una proteina che ha
un compito specifico nel nostro
corpo. I codici di varie proteine
si chiamano gene. I nostri geni
stabiliscono se avremo gli occhi
azzurri o marroni, due o tre
gambe, le ali o la coda o un
grosso cervello. Nell’insieme
questi codici funzionano come
un ricettario ricolmo di tutte le
formule necessarie per
produrre noi e nient’altro che
noi. Tale raccolta di ricette
prende il nome di genoma: il
nostro genoma è la nostra
ricetta genetica tutta intera.
Ogni singola cellula del
corpo contiene un ricettario
completo per “cucinare” la
persona da cui la cellula
proviene, il che richiede
all’incirca tre metri di filamento
di dna. È quel che cerca la
polizia per identificare un
criminale, con l’aiuto di un po’
di sangue o di sperma o di
unghia o di pelle. Prendete una
cellula di qualcuno scelto a
caso, per esempio Erna
Solberg:C in teoria, questa
cellula conterrà tutte le
informazioni necessarie per
costruire una nuova versione
del primo ministro norvegese,
cioè un clone. Ma come fa un
ricettario lungo tre metri a
stare dentro un involucro così
piccolo come una cellula?
Ebbene, ce la fa: i lunghi
filamenti di dna sono
raggruppati in gomitoli fitti,
proprio come lana. In ogni
cellula abbiamo quarantasei di
questi gomitoli, che
compongono l’intero codice
genetico, insomma tutto il
ricettario. I gomitoli si
chiamano cromosomi.
I cromosomi sono distribuiti
a coppie. Ne abbiamo dunque
quarantasei organizzati in
ventitré paia e in ogni paio si
trova un gomitolo di mammà e
uno di papà.
È una coppia in particolare
che definisce il sesso, la
ventitreesima, quella dei
cromosomi sessuali. Sono
questi due gomitoli a decidere
se, dal punto di vista genetico,
siamo femmine o maschi. Ci
sono due tipi di cromosomi
sessuali, che si chiamano X e Y.
Le donne hanno due cromosomi
dello stesso tipo, codice XX,
mentre gli uomini ne hanno uno
per tipo, codice XY.
Come forse ricorderai, tutto
ha inizio da una cellula della
mamma e una del papà, che
contengono ciascuna una metà
del corredo cromosomico, ossia
ventitré gomitoli, metà del
ricettario. Quando si fa un
figlio, si unisce la metà del
ricettario di mamma con la
metà di quello del papà,
cosicché il bambino riceve il
suo ricettario completo,
contenente la sua propria
formula di femmina o di
maschio, una formula unica al
mondo.
Le persone geneticamente
donne non hanno mai il
cromosoma Y, bensì due
cromosomi X: per questo motivo
il gamete femminile conterrà
sempre una versione X del
cromosoma sessuale. È questo
il contributo della madre alla
ventitreesima coppia
cromosomica del feto. La madre
non avrà mai un cromosoma Y
da donare. Invece le cellule
germinali del papà, gli
spermatozoi, possono contenere
sia un X che un Y. Circa la metà
degli spermatozoi contiene un
X, mentre l’altra metà un Y. Se
uno spermatozoo contenente un
Y si fonde con l’ovulo, il feto
sarà maschio, perché il codice
risultante sarà XY. Se uno
spermatozoo contenente un X si
fonde con l’ovulo, il feto sarà
femmina, codice XX.
Pertanto è l’uomo a
“determinare” se il bambino
sarà maschio o femmina. Nel
corso della storia è stata
esercitata molta pressione sulle
donne per “dare figli maschi al
loro uomo”. Avrai forse letto di
re frustrati in attesa che la
regina mettesse al mondo un
erede al trono: ovviamente un
maschio.
Al giorno d’oggi abbiamo
fatto dei passi avanti. Sappiamo
che dipende solo dal caso se il
bambino sarà maschio o
femmina: vi è una probabilità su
due che sia l’uno o l’altro.D
Comunque vada, l’ovocita della
donna non esercita nessuna
influenza sul sesso del bambino.
In conclusione, se la
ventitreesima coppia di
cromosomi contiene due X, la
ricetta avrà gli ingredienti per
creare una femmina. Se invece
contiene un cromosoma X e uno
Y ci saranno tutte le condizioni
per creare un maschio.
E fin qui tutto a posto. Con
questa immagine del ricettario
si può avere l’impressione che il
sesso sia un aut-aut: o si nasce
maschi o si nasce femmine.
Come vedremo presto, la realtà
è diversa. Di fatto gli organi
sessuali maschili e femminili
sono incredibilmente simili tra
loro, e lungo la strada che porta
a un organo sessuale bell’e
finito possono sopravvenire
alcune vie di mezzo. Spesso ci
fissiamo sulle differenze, ma
alla fin fine c’è molto di più che
solo “un buco o un bastone” tra
le gambe.
Ora, teniamo presente che le
cose possono anche andare
storte, sia con i cromosomi che
con i singoli geni del dna, e così
la ricetta può risultare
sbagliata. Mettere un chilo di
pepe al posto di uno di zucchero
può dare comunque un buon
sapore, ma il risultato è
ovviamente diverso da quello
che ci si attendeva.
È possibile nascere con
troppi o troppo pochi
cromosomi sessuali. In tal caso
di che sesso si è? Che razza di
sesso sono X, XXX o XXY? Bella
domanda. Come senz’altro avrai
compreso, YY non esiste, poiché
due spermatozoi non possono
fare un bambino insieme.
Per venire a capo di questa
faccenda dobbiamo parlare un
po’ di come si sviluppano i
nostri organi sessuali. Conviene
quindi introdurre il secondo
aspetto del sesso: il sesso
anatomico.

Il sesso anatomico, il corpo e gli


organi sessuali
Finora abbiamo visto che i
gameti si fondono e, se va tutto
secondo la norma, ci ritroviamo
con una ricetta XX o XY, cioè
donna o uomo. Ciononostante, il
feto femminile e quello
maschile all’inizio non si
differenziano. In linea di
principio sono esattamente
identici, indipendentemente
dalla combinazione
cromosomica. Un embrione
comincia sempre con un bacino
sessualmente neutro che serba
il potenziale sia degli organi
sessuali femminili che di quelli
maschili: gli organi sessuali
interni del feto possono
diventare tanto testicoli quanto
ovaie.
Qui, per ragioni di
semplicità, analizzeremo
principalmente gli organi
sessuali esterni che, quando
tutto ha inizio, presentano
l’aspetto qui descritto.
Nella parte superiore del
bassoventre trovi il tubercolo
genitale. Assomiglia un po’ a un
minipene, vero? O forse anche a
una clitoride? In effetti il
tubercolo genitale può
diventare sia l’uno che l’altro.
Affinché il bacino
dell’embrione, ancora neutro, si
sviluppi in organi sessuali
maschili, è necessario che in
certi giorni critici all’inizio della
gravidanza tutto proceda come
previsto. Al momento giusto,
l’embrione deve essere
sottoposto all’azione degli
ormoni sessuali maschili.
L’ormone più importante in
questo processo è il
testosterone, che viene
prodotto solamente se il feto
possiede un cromosoma Y. Se
però il feto che possiede un
cromosoma Y non subisce
l’azione del testosterone
(perlopiù a causa di un errore
genetico), la zona genitale si
evolve sistematicamente in
vulva. E ci si ritrova con un
bimbo “geneticamente”
maschio ma con organi sessuali
femminili.
In pratica, di vulva sono
dotati inizialmente tutti gli
embrioni, salvo speciale
contrordine. Gli uomini a volte
ne traggono la conclusione di
avere “qualcosa in più” in
confronto alle donne,
considerate più “elementari” –
un po’ come una semplice
maglietta bianca paragonata a
un top elegante. Ognuno la
veda come preferisce. In fondo,
seguendo la stessa logica, si
potrebbe anche dire che la
donna è il “primo sesso”, il
sesso fondamentale, mentre gli
uomini non sarebbero che una
variante, una specie di
“secondo sesso”. Un attimo, ma
questa definizione non era stata
proprio dedicata a noi donne
(da Simone de Beauvoir)?
Osserva il disegno sullo
sviluppo del sesso. Quel
bottoncino (tubercolo genitale)
che si vede in alto
nell’illustrazione dell’embrione
di sei settimane può dunque
diventare sia un pene che una
clitoride. Se sai qualcosa sul
pene e hai letto il capitolo sulla
clitoride, avrai certamente
capito che questi due hanno
molto in comune.
È bene insistere su questo
punto, soprattutto nel caso di
donne preoccupate per la
dimensione del glande della
loro clitoride. Ci mettono in
testa l’idea che debba essere
come un piccolo bottoncino, ma
in realtà la parte esterna della
clitoride può essere ben più
imponente. Il che non significa
che siete più mascoline! La
clitoride può essere di
dimensioni diverse,
esattamente come il pene, che
può misurare tra i sette e i venti
centimetri. Un pene più corto
non fa di un uomo una donna.
Ma torniamo al nostro
embrione. L’uretra maschile
cresce insieme al pene, mentre
quella femminile si sviluppa
come entità separata. Sui due
lati della clitoride o del pene in
evoluzione si formano delle
pieghe. Queste diventeranno lo
scroto nel maschio, o le grandi
labbra nella femmina. Per
diventare scroto, le pieghe si
congiungono al centro. Per
diventare labbra vaginali, non
hanno bisogno di farlo, basta
che crescano un po’.
Se fai fatica a credere che gli
organi sessuali esterni maschili
assomiglino parecchio ai nostri,
dai un’occhiata tra le gambe del
prossimo uomo nudo che ti
capita. Noterai che la sacca
dello scroto è divisa in due da
una linea sottile, proprio come
una cucitura. Brava, è proprio
una cucitura! È qui che le
labbra si sono unite a formare
una sacca. Il pene è solo una
clitoride cresciuta troppo con
l’uretra incorporata. Quindi,
immaginati di ridurlo un bel
po’, sposta l’uretra più sotto e
dividi lo scroto in due: ecco una
specie di vulva.
Wow. Top. Ora però non
andare a tagliare a fette il tuo
moroso, perché ogni uomo ha
bisogno delle sue sacche per
tenerci i testicoli. Comunque è
più o meno così che procedono i
chirurghi in un intervento di
cambio di sesso da uomo a
donna. Di questo parleremo
ancora più avanti.

Torniamo ora alla questione


dell’errore cromosomico. Tutti
coloro che non possiedono un
cromosoma Y diventano
fisicamente femmine, mentre
coloro che possiedono un
cromosoma Y (e che subiscono
l’azione del testosterone),
diventano fisicamente maschi. A
meno che non finiscano tutti
sterminati, come nel famoso
fumetto Y – L’ultimo uomo sulla
Terra (2002). No, dai!
In teoria, se un ipotetico
embrione ha il codice X oppure
XXX, la sua ricetta dirà
“femmina”. Se ha il codice Y o
XXY, allora la ricetta indicherà
uno sviluppo maschile. Ma,
esattamente come nei libri di
cucina, il risultato non è sempre
quello descritto sulla pagina. È
possibile sviluppare un corpo
femminile pur essendo
geneticamente un maschio e
viceversa!
Alcuni feti, geneticamente
maschili, che rispondono male
al testosterone, possono dunque
sviluppare attributi femminili,
con una vulva al posto del pene.
Il fenomeno può presentare
diverse gradazioni: alcune
persone possono nascere senza
utero e con i testicoli
nell’inguine al posto delle ovaie
nel ventre, anche se hanno la
vulva, ma è anche possibile
ritrovarsi dei genitali esterni a
metà strada tra il pacchetto
pene + scroto e la vulva.
Ogni anno nascono bambini
per i quali le ostetriche si
mettono le mani nei capelli
quando i genitori chiedono se è
maschio o femmina. In questi
casi si parla di intersessualitàE
e di persona intersessuata, il
che significa che il bambino è
“tra due sessi”.
Si parla di intersessualità nel
caso in cui il sesso genetico non
corrisponda agli organi sessuali
esterni. Insomma, questa
nozione indica diverse realtà: al
momento della nascita di un
bambino, i suoi organi genitali
possono non corrispondere al
suo sesso, oppure i suoi organi
genitali esterni e interni
possono appartenere a sessi
differenti, o perfino a entrambi i
sessi. In Norvegia, il
Rikshospitalet di Oslo e
l’ospedale Haukeland a Bergen
prendono in cura questo tipo di
bambini.
Molti bimbi intersessuati
vengono operati, e purtroppo
qui ci tocca riferire un episodio
della storia. In passato i
bambini nati con organi sessuali
“indeterminati” venivano
sistematicamente operati e
trasformati in femmine. Si
pensava che fosse giusto così,
perché si era convinti che
l’educazione condizionasse
l’identità sessuale. Era
sufficiente regalare al bambino
bambole e vestitini rosa, e il
problema era risolto.
Per di più, i chirurghi
consideravano più facile
ottenere buoni risultati
modellando una vulva piuttosto
che un pene e dei testicoli.
Secondo i medici, che erano
ovviamente maschi, non si
poteva vivere una vita decente
con un pene piccolo e
funzionante solo a metà, mentre
una vulva che funzionava a
metà non sarebbe stato un
problema per le donne. L’idea
era che l’attività sessuale fosse
più importante per gli uomini.
Risultato: bimbi geneticamente
e psicologicamente maschi
venivano trasformati in bimbi
fisicamente femmine. Così
molte vite sono state rovinate.
Nel 1999 il Rikshospitalet ha
modificato la prassi clinica.
Adesso i medici non operano
più subito dopo la nascita, bensì
si prendono tutto il tempo
necessario per studiare il
bambino così che, dopo
l’operazione, il suo corpo
corrisponda veramente alla sua
identità sessuale. I risultati
sono buoni. Il professor Trond
Diseth del Rikshospitalet
sostiene che, dopo il
cambiamento di protocollo,
nessun bambino operato si è
ritrovato con il “sesso
sbagliato”.38
Tali pratiche sono oggetto di
dibattito. Molti ritengono che
questi bimbi non andrebbero
operati del tutto: bisognerebbe
lasciare a loro la decisione sul
da farsi una volta raggiunta la
maggiore età. Quelli che sono di
questo parere pensano anche
che dover appartenere per
forza alla categoria “femmina”
oppure “maschio” sia di per sé
sbagliato. Perché non si
potrebbe essere una via di
mezzo? Perché non potremmo
semplicemente accompagnare i
bambini nella loro crescita così
come sono venuti al mondo e
permettere loro di scoprire con
il tempo la loro identità
sessuale? Questo ci porta
direttamente al terzo aspetto,
cioè il sesso psicologico.

Il sesso psicologico, una


questione d’identità
Il sesso psicologico è difficile
da spiegare tramite la biologia
perché riguarda l’identità: chi
siamo ai nostri occhi e cosa
pensiamo di noi stessi. È un
fatto personale e solo tu puoi
sapere cos’è giusto per te.
Si trascurano spesso molti
risvolti importanti perché ci
concentriamo troppo su ciò che
è “normale”. Nella maggior
parte delle persone i tre fattori
indicano tutti lo stesso genere:
ci sentiamo donne, tra le gambe
sembriamo donne e i nostri geni
ci confermano che siamo donne.
Ma il fatto che sia così per
molte non implica che lo sia per
tutte, e questa è una lezione
che l’umanità sembra dover
imparare ogni volta da zero.
Quando tuo figlio ti dice che
è una femmina, che desidera
indossare delle gonne e che
preferisce la collezione delle
Barbie della sorella al trenino e
al pallone, sei tentata di
pensare che sia solo una fase
transitoria, ma può anche darsi
che non lo sia. Non è nemmeno
obbligatorio apparire
“femminile” o amare le bambole
per essere una femmina. Il
sesso psicologico non
corrisponde alla personalità e
non coincide necessariamente
con i tradizionali ruoli di
genere. In ogni caso è
perfettamente possibile avere
un sesso psicologico diverso da
quello anatomico e genetico.
Usiamo di frequente espressioni
come trans o «nato nel corpo
sbagliato» per indicare individui
che appartengono a un sesso
diverso da quello che corpo e
geni attribuiscono loro.
Ma allora, cos’è un trans?
Trans viene dal latino e
significa “dall’altra parte, di là
da”. Si chiamano persone
transessuali coloro che si
identificano con un sesso
diverso da quello a cui
appartengono fisicamente, un
fenomeno detto anche disforia
di genere. Uno può anche farsi
chiamare trans se non si
identifica con alcun sesso
determinato: mica tutti hanno
bisogno di un’etichetta. In
alcuni paesi si aggiunge un
asterisco alla parola, trans, per
indicare che si tratta di un
concetto ampio che comprende
molte realtà. Magari conviene
chiedere alla persona trans
come preferisce essere
chiamata: lui o lei? O in un altro
modo? Non si è obbligati a
saperlo in anticipo, quindi in
caso di dubbio è sempre meglio
chiedere.
Chi non è trans, viene
chiamato cis. Anche cis viene
dal latino e significa “al di qua”,
cioè indica il contrario di un
attraversamento delle frontiere.
Vale a dire rimanere nel sesso
con il quale si è nati.
Una donna trans è una
persona nata con un corpo
maschile ma che si sente
femmina. A volte può voler
modificare il proprio corpo
affinché ci sia corrispondenza
tra sesso anatomico e sesso
psicologico. Un uomo trans è
una persona nata con un corpo
femminile che si identifica in un
maschio.
Molte persone trans sanno
fin dall’infanzia di appartenere
al sesso che il loro corpo non
ha. Può essere allarmante per i
genitori, esattamente come
succede in tante altre situazioni
sconosciute. Ecco perché è
importante sollevare il velo
sulle persone transessuali e
parlarne. In Norvegia, se un
genitore ha il dubbio che suo
figlio sia “nato nel corpo
sbagliato”, può portarlo al
Rikshospitalet o all’ospedale di
Haukeland per una valutazione
medica.F Se necessario, il
bambino potrà gradualmente
cambiare sesso con l’aiuto di
trattamenti ormonali e di quella
che viene chiamata
un’operazione di riattribuzione
sessuale.
Per fortuna la gente ormai si
sta abituando al concetto di
trans, spesso grazie alla cultura
popolare. L’attrice Laverne Cox
di Orange is the New Black
(2013) e la famosa atleta
Caitlyn Jenner si annoverano
tra coloro che hanno contribuito
in questi ultimi anni a far
conoscere i trans. In Norvegia
la produzione televisiva Født i
feil kropp (“Nati nel corpo
sbagliato”) ha suscitato
scalpore. Per di più, varie
personalità trans sono oggi
attive nella vita pubblica.

Per riassumere
Sono (almeno) tre i fattori
che determinano il sesso a cui
apparteniamo, e abbiamo usato
i termini di sesso genetico,
sesso anatomico e sesso
psicologico. Il sesso non è
necessariamente un aut-aut.
Errori cromosomici possono
impedire la tipica combinazione
XX o XY, errori genetici possono
farci atterrare a metà strada tra
donna e uomo nello sviluppo
fisico dei nostri organi sessuali.
È possibile pure avere un sesso
psicologico diverso da quello
anatomico o genetico con cui si
è nati. In altre parole, il sesso
non è una roba così semplice
come potrebbe sembrare.
Speriamo che questa rassegna
abbia risvegliato la vostra
curiosità e abbia scosso le
vostre convinzioni di fronte al
mosaico di possibilità che il
sesso rappresenta.

A L’anatomista tedesco Georg Ludwig


Kobelt descrisse la struttura interna della
clitoride negli anni Quaranta del
Diciannovesimo secolo, giungendo alla
conclusione che l’organo sessuale
femminile e quello maschile erano
costituiti dalle stesse componenti.
B Anche gli spermatozoi si deteriorano
col passare del tempo. Ciò significa che
anche l’età del padre influisce sulla
fertilità della coppia e sul rischio di
malattie congenite nel feto.
C Leader del Partito conservatore
norvegese e primo ministro della
Norvegia. [N.d.E.]
D In realtà non è esattamente una
probabilità su due. Per ragioni ignote, se si
lascia la natura seguire liberamente il suo
corso, nasce un numero lievemente
maggiore di maschi che di femmine.
E C’è molta varietà di opinioni circa il
concetto di intersessualità. Può indicare
diverse condizioni patologiche oppure
un’identità. A nostro parere questo
termine va bene per indicare le possibili
varianti nello sviluppo del corpo tra i due
poli femminile e maschile, ma ci rendiamo
conto che altre persone preferiscono usare
altri termini quando si riferiscono a se
stesse.
F In Italia esistono diversi centri per il
transessualismo. L’unità di Medicina della
sessualità e andrologia dell’ospedale
universitario Careggi di Firenze in
particolare si occupa anche di minori. Per
gli altri centri: http://www.onig.it/...
[N.d.E.]
Secrezioni vaginali,
mestruazioni e altri fluidi

Come gli altri orifizi del


corpo, la vagina è una porta di
uscita, non solo un luogo da
riempire. Ne escono bebè che
strillano, ma anche sangue,
muco e altri fluidi. Offre grandi
gioie e piaceri, ma crea pure
situazioni imbarazzanti e
permette di capire se qualcosa
là sotto non va. E poi,
naturalmente, ci sono gli
ormoni, ovvero i messaggeri
chimici al timone della nave. È
giunto il momento di parlare
delle parti più nascoste del
sesso femminile.

Doccia vaginale e topa da


discoteca

Le secrezioni o perdite
vaginali (leucorrea) le
incontriamo innanzitutto nelle
mutande, sotto forma di
macchie giallastre o color latte.
Compaiono regolarmente dopo
la pubertà. È questo che rende
la mutanda “sporca”. È normale
dunque che non capiti spesso di
parlarne a voce alta: le
secrezioni si associano a
qualcosa di disgustoso e
impuro. Al tempo stesso, però,
di fronte all’immagine di un
sesso femminile umido a molti
maschi brillano gli occhi. Ma
allora cosa sono queste
secrezioni? Ci sono differenze
tra i diversi tipi di umidità? E
perché mai ce ne dovremmo
preoccupare?
Mettiamolo subito in chiaro:
le adolescenti in buona salute
hanno perdite nelle mutande.
Tutti i giorni. Si tratta di un
fluido che scivola
costantemente fuori dalla
vagina a partire dal giorno in
cui il nostro corpo subisce
l’influsso degli ormoni
estrogeni, all’inizio della
pubertà. Una parte delle
secrezioni proviene dalle
ghiandole del collo uterino. La
vagina in sé non ha ghiandole,
però molti liquidi penetrano le
pareti vaginali, mescolandosi
con i secreti cervicali e con
quelli delle ghiandole
all’apertura della vagina, tra cui
le ghiandole di Bartolino.
In condizioni normali, ogni
giorno scivolano fuori
secrezioni che vanno da mezzo
cucchiaino a un cucchiaio
intero, ma la quantità varia da
una donna all’altra nelle varie
fasi del ciclo.39 Tante, tra le
donne che prendono la pillola e
tra quelle incinte, notano un
aumento dei secreti vaginali.
Anche la consistenza delle
perdite varia, passando da un
umore fluido a un albume
gelatinoso e filamentoso appena
prima dell’ovulazione.
Le perdite sono non solo
normali, ma indispensabili:
garantiscono che la vagina si
pulisca da sola. La principale
mansione delle secrezioni è
mantenerla linda,
risciacquandola da ospiti
indesiderati, quali funghi e
batteri, e dalle cellule morte. In
più contengono generalmente
tonnellate di batteri buoni, i
cosiddetti lattobacilli, che
producono – sì, avete indovinato
– l’acido lattico. È questo che dà
alle secrezioni un odore e un
sapore leggermente aspro.
Ancora più importante è il
fatto che l’acido lattico crei un
pH basso, fondamentale
affinché la vagina sia in buona
salute: la maggioranza dei
batteri patogeni, infatti, non si
trova a proprio agio in un
ambiente acido. Oltretutto i
lattobacilli impediranno che
eventuali germi nocivi trovino le
condizioni adatte alla crescita,
perché tutti quanti lottano per
lo stesso spazio e lo stesso
nutrimento. In breve, le
secrezioni mantengono il sesso
sano e agiscono contro le
infezioni.
E, come se non bastasse,
lubrificano le mucose
mantenendole umide. Le
mucose asciutte si lacerano
subito e quando succede ci
vuole ben poco perché
insorgano guai. Basti pensare a
come sarebbe la bocca senza la
saliva. Senza le secrezioni, la
mucosa vaginale si crepa e ne
possono derivare piccole ferite;
i rapporti sessuali diventano
una specie di incubo e in più la
probabilità di infezioni
sessualmente trasmissibili
aumenta, a causa del
deterioramento della barriera
esterna della vagina. In
conclusione, il muco non è una
cosa sporca da lavare via, bensì
un valido alleato.

Il problema è che la gente lo


trova schifoso, come se le
perdite fossero un segno di
sporcizia o di scarsa igiene.
Pochissime ragazze lasciano le
mutande sporche in giro o per
terra in bagno. In alcuni
ambienti questa idea arriva a
un tale estremo che la vagina
stessa viene ripulita dai suoi
secreti. Conoscete l’origine
dell’insulto americano
douchebag? Nemmeno Nina lo
conosceva prima di trasferirsi
negli Stati Uniti a studiare. Si
era comprata un sapone intimo
in un negozio e l’aveva lasciato
nella doccia che condivideva
con le sue compagne di
appartamento. Un attimo dopo,
una di queste, ridacchiando, le
consigliò di toglierlo da lì, le
chiacchiere sulla studentessa
norvegese e il suo douchebag si
stavano già spargendo.
«Douchebag?» ha chiesto
Nina, lievemente confusa. Le
spiegarono presto che tutte
pensavano che si spruzzasse
acqua profumata su per la
vagina – a quanto pare la doccia
vaginale è una prassi diffusa tra
le professioniste del sesso. Per
quanto Nina provasse a
spiegare che si trattava di una
normalissima lavanda vaginale,
con pH 3,5, dovette rinunciare
ben presto a convincere le sue
coinquiline. Santo cielo, le
brave ragazze non dovrebbero
mai attirare l’attenzione sulla
necessità di un bagnetto ogni
tanto lì sotto. Perfino
ammettere che ci si lava
proprio lì era un tabù, come se
si rischiasse così di svelare il
gran segreto delle perdite
vaginali. Nina lasciò il suo
detergente vaginale sulla
mensolina del bagno.
La vagina preferisce l’acqua
calda oppure i detergenti intimi
delicati. Non bisognerebbe mai
usare un sapone normale, per
via delle mucose sensibili che si
seccano e irritano facilmente.
Spesso bruciori e pruriti in zona
sono causati dall’uso di prodotti
troppo aggressivi o
semplicemente dall’eccesso di
abluzioni. In ogni caso bisogna
evitare di sciacquare
esageratamente, per non
aumentare l’incidenza di
infezioni.
Ma allora quale sarà il
motivo per cui le donne sentono
il bisogno di lavarsela? Per
molte non è che una questione
di olfatto. Svariate signore ci
hanno confessato che si
preoccupano di avere un odore
“normale”. Descrivono la loro
angoscia all’idea che magari un
collega seduto accanto in
riunione possa fiutare l’odore
del loro sesso, oppure
riferiscono di aver respinto il
partner che voleva leccarle per
paura che potesse trovare
ripugnante l’odore.
Dei genitali sani emanano
odore. È così e basta. Una
secrezione recente ha un lieve
odore e sapore acidulo per la
presenza dell’acido lattico nel
muco. E non dimentichiamo che
le ghiandole sudorifere
abbondano nell’inguine e sulla
vulva. Pantaloni aderenti,
mutande di tessuto sintetico e
gambe incrociate creano un bel
calduccio tra le gambe.
Pertanto, nel corso di una lunga
giornata, è naturale che si sudi
anche lì. L’effetto combinato del
muco cervicale di tutta una
giornata con un po’ di sudore e
una spruzzatina di rimasugli
urinari provoca un certo
effluvio. Nel nostro circolo di
amiche usiamo l’espressione
“topa da discoteca” per indicare
l’olezzo caratteristico della zona
dopo una notte in discoteca, o
un allenamento in palestra, se è
per quello. Non è che puzzi, ma
l’odore può essere intenso!
L’odore e la quantità delle
perdite possono variare durante
il ciclo mestruale. Pare che gli
ormoni sessuali influiscano
sulla capacità del corpo di
liberarsi di una sostanza
maleodorante di nome
trimetilamina: è da imputare a
lei il classico olezzo da pesce
marcio. Nelle donne sane si è
visto che, appena prima e
durante il mestruo, il corpo
riduce la sua capacità di
espellere tale sostanza del 60-
70 per cento.40 Ciò spiega come
anche soggetti in buona salute
possano emanare un odore
vagamente ittico nei giorni
della mestruazione.
Gli effluvi genitali sono una
delle cose più intime che
abbiamo. Come avrai compreso,
è del tutto normale odorare un
po’, soprattutto alla fine della
giornata; ma di solito non
dovrebbe trattarsi di una puzza
vera e propria, non so se ci
capiamo. Un odore cattivo può
indicare un’infezione in corso,
ed è quindi un buon motivo per
farsi visitare. Una volta
appurata l’assenza di infezioni,
se la puzza persiste, un buon
consiglio da prendere in
considerazione è di usare
pantaloni larghi o gonne,
cambiarsi la biancheria intima
nel corso della giornata e
provvedere a un’igiene regolare
(non eccessiva!).
Come potete vedere, il muco
cervicale è strettamente
collegato con la salute dell’area
pelvica. Le secrezioni possono
venire alterate in seguito a
infezioni oppure a uno
squilibrio della flora vaginale,
ma anche a un normale decorso
del ciclo.
Insomma, è importante
familiarizzare con l’odore, il
colore e la consistenza abituali
delle proprie perdite vaginali.
Alcune hanno perdite modeste,
altre più abbondanti, fino a
essere obbligate a cambiarsi lo
slip durante la giornata.
Entrambi i casi sono normali.
Quello che conta è che tu
sappia cos’è normale per te,
così potrai scoprire se c’è
qualcosa che non va e capire se
è ora di un controllo medico,
ma anche orientarti nelle varie
fasi del ciclo. Per aiutarti
abbiamo stilato una guida.

CONOSCERE LE PROPRIE
SECREZIONI VAGINALI

Perdite da far vedere al


medico

Abbondanti secrezioni
grigio-biancastre, di
consistenza liquida,
dall’odore di pesce.
Possono indicare una
vaginosi batterica,
uno squilibrio della
flora vaginale.

Secrezioni bianche
poltigliose, granulose,
dall’odore normale.
Possono segnalare
un’infezione fungina.

Secrezioni il cui
volume aumenta,
spesso di colore
bianco-giallastro.
Possono indicare
un’infezione da
clamidia, da
micoplasma o una
gonorrea.
Quest’ultima produce
perdite di un colore
che tende più al
giallo-verdognolo
rispetto alle prime
due.

Abbondanti secrezioni
di consistenza liquida,
schiumosa, giallo-
verdastra, dall’odore
sgradevole. Può
indicare una
tricomoniasi.*

Abbondanti secrezioni
biancastre,
eventualmente
grumose, dall’odore
normale. Possono
indicare una
sovrapproduzione di
lattobacilli, specie se
noti anche prurito e
dolori addominali.

Tracce di sangue nelle


perdite fuori dal ciclo
mestruale, tutte le
sfumature dal
marrone al rosa.
Possono essere
dovute a un’infezione
sessualmente
trasmissibile o a
modificazioni delle
cellule del collo
dell’utero. Emorragie
che non ti sai spiegare
vanno sempre fatte
vedere al medico.

Secrezioni di cui non c’è


da preoccuparsi

Albume filante che si


può estendere tra le
dita. L’ovulazione è
dietro l’angolo.

Aumento delle
secrezioni con l’odore,
il colore e la
consistenza abituali.
La contraccezione
ormonale o una
gravidanza possono
esserne la causa.
* Il trichomonas vaginalis è un
piccolo parassita causa della
tricomoniasi. Su scala mondiale,
è una delle infezioni a
trasmissione sessuale più
diffuse. In alcune può dare luogo
a fastidi importanti come prurito
alla vulva e nella vagina, perdite
maleodoranti e bruciore durante
la minzione, invece altre non si
accorgono di nulla. Non è una
patologia pericolosa e viene
curata con antibiotici.

Le mestruazioni, come
sanguinare senza soffrire
Vengono più o meno una
volta al mese. Ogni tanto sono
dolorose, certe volte ti colgono
di sorpresa mettendoti in
imbarazzo, ma nella
maggioranza dei casi tutto fila
liscio. Anche se faresti
volentieri a meno di sanguinare
dalla vagina ogni mese, il
mestruo in certe situazioni è un
gran sollievo: non sei incinta.
Le mestruazioni occupano
una grossa fetta della nostra
vita. Se ti durano cinque giorni
al mese, sanguinerai non meno
di sessanta giorni l’anno, e
questo per circa quarant’anni.
In totale sono 2400 giorni, vale
a dire sei anni e mezzo di
mestruazioni nel corso di una
vita! Capirai che ne dovremo
parlare parecchio, soprattutto
perché possono causare
problemi, come la Spm
(sindrome premestruale, ci
torneremo dopo), situazioni
sgradevoli e dolori acuti.
Le mestruazioni possono
essere molto fastidiose, anche
se le donne d’oggi hanno molti
meno problemi delle nostre
consorelle del passato, vissute
prima dell’invenzione degli
analgesici e degli assorbenti
igienici. In tempi lontani, si
fabbricavano all’uncinetto dei
pannolini di cotone che
andavano messi a bollire e stesi
ad asciugare dopo ogni utilizzo.
Su scala mondiale, le
mestruazioni rimangono una
grande sfida. Quando si sente
dire di ragazze che devono
saltare la scuola a causa del
mestruo o costrette ad
arrangiarsi con stracci sporchi
e che si infettano perché non
hanno accesso a prodotti sterili,
la nostra sindrome
premestruale, in confronto,
appare ben banale. Si
sottovaluta di frequente fino a
che punto il ciclo mestruale sia
un ostacolo per un’effettiva
parità sessuale. Riflettici la
prossima volta che vai al
supermercato a comprare gli
assorbenti.
Adesso concentriamoci sul
sanguinamento in sé. È risaputo
che il sangue è legato alla
fertilità. Il mestruo testimonia
che hai un ciclo interno e che il
tuo corpo ha la possibilità di
portare avanti la gestazione di
un bimbo. Ma cos’è che
sanguina di preciso e dov’è la
ferita? Perché il sangue
mestruale varia da rosso a
marrone e perché ci sono dei
grumi?
La perdita di sangue
proviene dall’utero. L’ovulo non
è stato fecondato, ma l’utero si
era preparato per la gravidanza
aumentando la quantità di
endometrio, o mucosa, cioè la
sua tonaca più interna. L’ovulo
avrebbe potuto impiantarsi
nella mucosa uterina ed è qui
che l’embrione si sarebbe
nutrito di sangue materno. Ma
se non arriva nessuna cellula-
uovo ad annidarsi, il corpo non
ha bisogno di quello spesso
strato di mucosa, pertanto
caccia fuori il tutto e ci porta a
sanguinare. È dovuta a questo
la consistenza gelatinosa del
flusso. Alcuni dei grumi sono
proprio pezzetti della mucosa
espulsa: non è sangue fresco
che scorre fuori da una ferita
aperta.
Molte donne si preoccupano
quando scoprono un sangue
mestruale di consistenza e
colore diversi rispetto al solito.
Però non c’è niente di anomalo
né nel sangue fresco e rosso, né
in quello marrone e grumoso.
Colore e consistenza possono
variare da un ciclo all’altro o da
un giorno all’altro durante lo
stesso ciclo, perché il sangue si
coagula: cambia aspetto quando
esce dalle vene. Se è rosso e
fluido, è fresco: significa che è
uscito velocemente dall’utero
senza aver avuto il tempo di
coagularsi. Se l’emorragia è
abbondante, il sangue è spesso
più fresco, poiché viene espulso
più rapidamente. Quando è
marrone e granuloso, vuol dire
che è rimasto dentro l’utero un
po’ più a lungo. Lo stesso
avviene se il flusso è modesto.
Comunque, in entrambi i casi,
anche quando è coagulato, il
corpo se ne libera, in modo del
tutto spontaneo. Non abbiate
paura che si accumuli dentro di
voi.
Le mestruazioni non sono né
antigieniche né pericolose.
Sono composte da sangue e
muco, e come trattarle dipende
solo da te. Se ti va di fare
l’amore in quei giorni non è un
problema, non dimenticare però
la profilassi: essere mestruate
non significa che non si può
rimanere incinte, e nemmeno
protegge dalle infezioni a
trasmissione sessuale.
Adesso che sai cosa sono le
mestruazioni, comprenderai
anche perché generalmente non
sanguiniamo quando
aspettiamo un bambino. In
questo caso vogliamo
ovviamente trattenere la
mucosa, che si sta trasformando
nella casa dell’ovulo fecondato.
Non bisogna assolutamente che
sanguini e si porti via
l’embrione! Un ormone
chiamato progesterone, di cui
tra poco leggerai di più, ci aiuta
a conservare entrambi al loro
posto.

Ma aspettate un momento.
Una volta capito cos’è il
mestruo, ci si può domandare:
«È davvero indispensabile?»
Come forse avrete notato, non
tutte le femmine delle specie
animali sanguinano ogni mese.
Molti credono che le cagne in
calore abbiano le mestruazioni,
invece quell’emorragia è tutta
un’altra cosa. Sanguinano dalla
vagina quando ovulano e
possono restare incinte, non
dall’utero come noi. In realtà la
mestruazione è una rarità che
condividiamo soltanto con un
paio di scimmie antropomorfe e
qualche altra strana creatura,
tra le quali un tipo di pipistrello.
In altre parole, le mestruazioni
non sono necessarie per
procreare.
È davvero illogico. Perché
proprio noi dobbiamo usare
tutta questa energia per
fabbricare, ogni mese, un nuovo
endometrio, unicamente per
vederlo sanguinare e sparire
nel nulla? Cosa sta succedendo
qui, Sir Darwin?
Avete senz’altro sentito
parlare dell’evoluzione e della
selezione naturale. Gli individui
i cui tratti ereditari si rivelano
vantaggiosi per la
sopravvivenza e la riproduzione
riescono a trasmettere con
successo i propri geni; di
conseguenza, questi tratti
saranno dominanti nelle
generazioni successive. È così
che uomini e animali si sono
evoluti nel corso dei millenni.
Contrariamente alla maggior
parte dei mammiferi, noi umane
ci siamo ritrovate con le
mestruazioni. Questo vuol dire
che sono per noi un vantaggio?
Secondo la biologa Deena
Emera, no. In base alla sua
teoria, il ciclo mestruale non è
un vantaggio ereditario, bensì
un “effetto secondario”
ereditario.41
Le mestruazioni, spiega
Emera, sono l’effetto
secondario derivato da un
vantaggio ereditario a cui
oggigiorno non facciamo più
caso, quello che potremmo
chiamare crescita spontanea
dell’endometrio.A L’endometrio
cresce, come ormai ben
sappiamo, per offrire vitto e
alloggio alla cellula-uovo
fecondata. Negli animali che
non hanno le mestruazioni,
cresce soltanto quando siamo in
presenza di un ovulo fecondato.
In pratica il corpo della mamma
risponde al grido d’aiuto
dell’ovocita che le chiede di
costruire una mucosa in cui
abitare. Negli umani invece le
cose sono diverse: l’endometrio
cresce spontaneamente ogni
mese, senza la presenza di un
uovo, e questo è per noi un
vantaggio.
Quando non riceve l’uovo,
l’endometrio umano (e di altre
specie mestruate) viene espulso
perché è costoso conservare un
tessuto supplementare di cui
non si ha alcun bisogno. Ecco
perché abbiamo il mestruo,
giustamente descritto come un
effetto secondario della crescita
spontanea della mucosa
uterina. Gli animali a cui non
cresce spontaneamente la
mucosa non hanno nessun
tessuto superfluo di cui
sbarazzarsi ogni mese, pertanto
nemmeno la mestruazione come
effetto collaterale. Creano
l’endometrio solo quando ne
hanno bisogno.
Qual è allora per noi il
vantaggio della crescita
spontanea dell’endometrio? Le
teorie presentate da Emera
partono dall’idea che mamma
ed embrione non hanno solo
interessi comuni. Si può
immaginare che, nel corso
dell’evoluzione, madre e feto si
siano attrezzati per conto
proprio: il feto per accaparrarsi
quante più risorse materne, la
madre, dal canto suo, per
conservarle.
Nel contesto di un simile
scenario, Emera presenta due
ipotesi per spiegare perché la
crescita spontanea
dell’endometrio sia un
vantaggio per l’essere umano.
La prima ipotesi è che tale
crescita proteggerebbe la
madre da un feto aggressivo e
invadente. Sì, avete capito
bene: i feti delle specie
mestruanti sono più aggressivi
rispetto agli altri. Non si fanno
scrupoli. Penetrano nel corpo
della madre come dei parassiti,
facendo di tutto per procurarsi
cibo ed energia. Lo strato di
mucosa uterina protegge la
madre dall’embrione invasore:
una sorta di scudo che le
permette di controllare meglio
le risorse da condividere con il
feto.
Una seconda ipotesi è che la
madre potrebbe valutare la
qualità dell’embrione nel
momento in cui l’ovulo si
impianta nella mucosa uterina.
Come avrai modo di leggere più
avanti, non tutti gli ovuli
fecondati diventano bambini.
Numerosi embrioni vengono
abortiti spontaneamente in una
fase molto precoce, perché
geneticamente c’è qualcosa che
non va. Sarebbe sciocco per
una madre sprecare energia per
portare avanti un feto che
comunque non sarà in grado di
vivere. Se questa informazione
le viene fornita attraverso
l’endometrio, essa può
risparmiare energie preziose
liberandosi presto di feti
malformati.
Il tratto ereditario
vantaggioso non è dunque il
sanguinamento, ma la crescita
spontanea dell’endometrio, di
cui il mestruo è l’effetto
secondario. Tale crescita non è
qualcosa di cui abbiamo
bisogno ogni mese, ma solo
all’inizio di una gravidanza.
Molti sostengono che
sanguinare dalla vagina è
importante, che è sano avere il
ciclo: non è vero. Se eliminiamo
la crescita mensile
dell’endometrio il mestruo non
serve a niente, non presenta
alcun beneficio per la salute, è
solo una perdita di sangue.
Come ha indicato la
giornalista Lone Frank in un
articolo sulle ricerche di Emera,
l’essere umano moderno è
molto diverso da quello che
centinaia di migliaia di anni or
sono sviluppò il ciclo
mestruale.42 Mentre le donne
contemporanee hanno circa
cinquecento cicli nel corso della
vita, le donne preistoriche ne
avevano solo un centinaio.
Come mai? Eh, perché
passavano gran parte della vita
incinte o allattando, in
mancanza di una
contraccezione sicura.
Saltare il ciclo grazie
all’aiuto degli anticoncezionali
non è più innaturale che
limitare le gravidanze. Oggi
abbiamo la possibilità di
scegliere se vogliamo o no
avere dei bambini e possiamo
anche sceglierne il numero.
Sentirsi meno femminili per
l’assenza del mestruo non è
giustificato. Le mestruazioni in
sé non hanno alcun valore
biologico per le donne moderne.
Ci sono molti miti legati alle
mestruazioni, i quali indicano le
tante cose che non potremmo
fare in quei giorni. Ma, in
pratica, cosa comportano nella
vita quotidiana? C’è qualcosa
da evitare? L’insegnante di
yoga, per esempio, ha ragione a
sconsigliarti le posizioni a testa
in giù quando sei in pieno
flusso?
Glielo abbiamo chiesto. «Non
va bene che il sangue ritorni
nella pancia» è stata la risposta.
In un certo senso, ha ragione:
pare che non sia infrequente
che piccole quantità di sangue
mestruale risalgano le tube e
arrivino perfino nello stomaco.
Lo sanno alcuni chirurghi che,
sotto operazione, hanno trovato
sangue nella pancia di donne
che avevano il ciclo. Ma avere
sangue mestruale nel ventre
non è pericoloso. Il corpo si
ripulisce velocemente.
Sono in molte a pensare che
certe attività, come per esempio
fare la verticale, possano
aumentare il flusso emorragico,
ma non è vero. Non avete né
più né meno endometrio
quando state a testa in giù,
quando avete un rapporto
sessuale o quando correte: la
quantità di mestruo corrisponde
esattamente al volume della
parete endometriale, che può
variare da un mese all’altro.
A meno che non si tratti di
attività particolari che ti
causano dolore nell’eseguirle,
quando sei mestruata puoi fare
praticamente tutto quello che
vuoi. Cammina pure a testa in
giù, corri una maratona, fai il
bagno, fai sesso
tranquillamente – sono solo fatti
tuoi. C’è anche chi dice che
l’attività fisica plachi il dolore.
Ma è proprio vero che non
sanguiniamo di più se facciamo
l’amore? Mentre scrivevamo
questo capitolo in un caffè di
Oslo, ci sono venute in mente
alcune amiche con le loro storie
di drammatiche e traumatiche
emorragie che le hanno
letteralmente colte in flagrante
a letto. Tra le braccia di una
recente conoscenza maschile,
hanno sperimentato le più
abbondanti perdite mestruali
che avessero mai visto. In uno
di questi casi, la ragazza è stata
svegliata in una pozza di sangue
da un amante atterrito che non
sapeva se era viva o morta:
«Ehi? Uhuuuu??? Chiamo
un’ambulanza?» Il fatto era
accaduto a casa di lui, su delle
lenzuola color bianco candido.
Nel secondo caso, l’emorragia
inattesa era cominciata durante
l’atto, dando luogo a una scena
più adatta a un mattatoio, o a
un film trash. Cosa mai era
successo? Andiamo a scoprirlo.
Non esistono risposte
definitive sulla causa di questi
megasanguinamenti, ci sono
però varie ipotesi che risultano
sensate a chi conosce un po’
come funziona il corpo.
La prima la chiamiamo
“ipotesi degli spasmi”. Come è
noto, sono le contrazioni
dell’utero che espellono il
sangue mestruale; però non è
soltanto il ciclo a poterle
causare. In certe occasioni le
contrazioni uterine non sono
affatto sgradevoli: ci riferiamo
all’orgasmo, al piacere
sessuale, quando l’intera area
genitale, utero incluso, si
contrae in meravigliose ondate.
È possibile che un orgasmo dia
la spinta d’inizio a una perdita
mestruale che era già dietro
l’angolo.
La seconda ipotesi è quella
degli ormoni. Quando abbiamo
un rapporto sessuale, il corpo
rilascia ossitocina, detta anche
ormone dell’amore o della
felicità, che svolge un ruolo
fondamentale in diversi
processi fisiologici. Tra le altre
cose, partecipa all’avvio del
parto e stimola le contrazioni.
Insomma, si tratta di una
sostanza di un certo peso. Può
dunque accadere che, oltre
all’orgasmo, le contrazioni
dell’utero provocate
dall’ossitocina facciano
espellere il sangue.
Una terza spiegazione
plausibile è: un po’ di sangue
mestruale potrebbe essersi
accumulato dentro la vagina e,
aprendosi la “saracinesca” con
il rapporto sessuale, ne
fuoriesce. Forse lo ricorderete,
la vagina è molto plissettata e
tra le pieghe può accumularsi
del sangue. Per di più, non è un
tubo aperto, le sue pareti
anteriore e posteriore sono
aderenti l’una all’altra.
Un simpatico mito in
circolazione fin dagli anni
Settanta vuole che il ciclo delle
donne che vivono sotto lo stesso
tetto si sincronizzi. I nostri
corpi avrebbero una sorta di
capacità telepatica che ci
unisce nel dolore e nella voglia
di cioccolata. Fu uno psicologo
di Harvard a credere di averlo
dimostrato, dopo aver studiato
il ciclo mestruale di alcune
studentesse che vivevano nella
stessa residenza di un college
universitario degli Stati Uniti.43
Alcuni ricercatori evoluzionisti
si erano poi appassionati a
questa ipotesi, sostenendo che
per le donne mestruare e
ovulare insieme fosse
vantaggioso, così che i maschi
non cadessero nella tentazione
di sfarfalleggiare di femmina in
femmina, optando invece per
rapporti di coppia stabili.44
Sembra che ben l’80 per cento
delle donne creda al mito della
mestruazione sincrona.45
Per quanto carina possa
sembrarci tale ipotesi, recenti
ricerche hanno dimostrato che
siamo state prese in giro. Studi
condotti su coppie lesbiche,46
studentesse cinesi47 e donne
dell’Africa occidentale non
hanno mostrato, durante il
ciclo, alcuna sincronizzazione.48
È piuttosto la gran variabilità
nella durata dei cicli a indurci
in errore. Se tu e la tua migliore
amica avete le vostre cose
insieme, è più verosimile che si
tratti di una coincidenza,
purtroppo, e non del segno del
vostro speciale legame.

Mai mestruare sul divano!


Assorbenti, tamponi e coppette

Nelle società industrializzate


– ma questo è lungi dall’essere
vero nel resto del mondo –
avere le mestruazioni non
costringe a rinunciare ad
alcuna attività. Restano le
seccature legate al ciclo, ma
questo, di per sé, non è più un
problema. Lo dobbiamo allo
sviluppo dei prodotti per
l’igiene intima.
Questi prodotti sono perlopiù
monouso: parliamo di
assorbenti interni ed esterni.
Negli ultimi anni, anche le
coppette mestruali sono
diventate la soluzione preferita
di molte donne. Per tante
ragioni: costi ridotti, rispetto
per l’ambiente, praticità. È una
questione di gusto personale.
La scelta spetta solo a te.
Fin dagli inizi della civiltà, le
donne hanno fatto uso di
pannolini dalle forme più
svariate. Una descrizione antica
(e divertente) di un assorbente
ci viene dalla prima matematica
conosciuta, la greca Ipazia,
vissuta attorno al 400 d.C.
Stanca di un ammiratore
molesto, pare gli avesse
lanciato contro una pezza
inzuppata del suo sangue per
vedere se gli passava la
voglia.49 Se abbia funzionato o
meno, non ci è dato sapere.
I pannolini contemporanei si
fissano alle mutande grazie a
un lato inferiore autoadesivo e
assorbono il flusso mestruale a
mano a mano che scorre fuori
dalla vagina. Se ne trovano di
molte dimensioni, dal proteggi-
slip disegnato per il perizoma al
modello per la notte (con o
senza ali). Il bello degli
assorbenti esterni rispetto ai
tamponi è che non si rischia di
incoraggiare la crescita
batterica nella vagina. Per
questo consigliamo quelli
esterni nei casi in cui è più alto
il rischio d’infezione, cioè
situazioni in cui è più facile che
i batteri entrino nella vagina
perché è più aperta, per
esempio subito dopo aver
inserito la spirale, dopo un
aborto o dopo il parto.

Il tampone igienico è piccolo,


ha la forma di una cartuccia ed
è fatto con un materiale
assorbente. Va infilato nella
vagina durante il ciclo. Il gran
vantaggio di questa protezione
interna è che è più pratico per
lo sport, soprattutto per il
nuoto. Benché il termine derivi
dal francese tampon (che
significa tappo), in realtà non
tappa il sangue dentro la
vagina. Al contrario, lo assorbe.
Anche se non sempre è stato
reperibile in pratiche
confezioni, il tampone non è
un’invenzione recente: le donne
nell’antico Egitto facevano già
uso del papiro ammorbidito,
mosse dallo stesso scopo.
Al giorno d’oggi si trovano
tamponi di varie dimensioni,
con o senza applicatore. La
misura si sceglie in base alla
quantità del flusso. Non
conviene usare tamponi grandi
per evitare cambi frequenti, al
contrario, bisogna cambiarlo
spesso. Si consiglia
normalmente di tenere lo stesso
tampone in vagina fra le tre e le
otto ore. Onde evitare la
crescita batterica, è importante
lavarsi bene le mani prima di
cambiarlo.
Negli anni abbiamo
accumulato un buon numero di
storie sui tamponi. Un classico,
per esempio, è infilarne due alla
volta, o “perderlo” nella vagina.
Aiuto, pensano in tante, mo’ mi
sparisce dentro il corpo! Ma
che un tampone possa scivolare
dentro la pancia è un mito,
come quello delle lenti a
contatto che possono finire nel
cervello. Come ormai ben
sappiamo, la vagina è un tubo
pressoché sigillato. Quel
minuscolo canale che attraversa
il collo dell’utero è talmente
angusto che nessun tampone,
nemmeno il più piccolo,
potrebbe mai e poi mai riuscire
a risalirlo. Niente può sparire
dentro la pancia per via
vaginale. Curiosamente, invece,
è possibile che qualcosa si
nasconda negli anfratti della
vagina, motivo per cui i tamponi
sono provvisti di una cordicella
per poterli tirare fuori.
Se sospetti che un tampone
sia scomparso dentro la vagina,
puoi provare a spingerlo fuori.
Accovacciati e aumenta
gradualmente la pressione
addominale come se volessi fare
la cacca. Controlla con le dita.
Dato che la vagina non è più
lunga di sette centimetri, di
solito è facile ripescarlo. Se per
caso non ce la fai, devi correre
dal ginecologo, subito. Tutto
quanto entra in vagina, deve
uscirne. E non credere di essere
la prima a consultare un medico
per questo problema.

La coppetta mestruale è un
prodotto di igiene che invece di
assorbire il sangue lo raccoglie.
Si tratta di un recipiente di
silicone che si introduce nella
vagina piegandolo e con
l’apertura rivolta verso l’utero,
così da raccogliere il sangue
nella sua cavità. Il bordo della
coppetta preme contro le pareti
vaginali, mantenendola in
questo modo ferma. Visto che
non è un articolo usa e getta,
l’igiene è estremamente
importante. Va svuotata,
sciacquata ed eventualmente
lavata con un detergente intimo
delicato almeno ogni dodici ore.
Tra un ciclo e l’altro si consiglia
di sterilizzare la coppetta in
acqua bollente per uccidere
tutti i batteri.
Vantaggi: innanzitutto si può
tenere nella vagina più a lungo
rispetto a un tampone.
Permette di andare a correre e
nuotare. Inoltre, è una
soluzione economica ed
ecologica: durando anche fino a
dieci anni, una sola coppetta
può sostituire migliaia di
tamponi e assorbenti che
altrimenti sarebbero finiti dritti
in pattumiera.

Sarai stata probabilmente


messa in guardia contro l’uso
dei tamponi. In ogni confezione
si trova un foglietto descrittivo
che segnala un terribile rischio:
la sindrome da shock tossico
(Tss), volgarmente detta “morbo
del tampone”. È davvero
possibile ammalarsi seriamente
a causa di un tampone?
La sindrome da shock tossico
è un tipo di infezione batterica
che attacca tutto il corpo. L’uso
del tampone è un fattore di
rischio perché l’ovatta intrisa di
sangue caldo è un ambiente
ottimo per i batteri. Se si
trascura l’igiene al momento di
inserire il tampone e lo si lascia
troppo a lungo nella vagina, si
rischia di essere estremamente
sfortunata. Per questo non
bisogna lasciare il tampone
inserito per più di otto ore.
L’uso normale dell’assorbente
interno non è pericoloso.
Chi incappa in una Tss si
accorge da sola che qualcosa
non va. Possibili sintomi sono:
febbre alta, eruzioni cutanee,
mal di gola, vomito, diarrea e
senso di svenimento. Ci si sente
proprio male. In ogni caso, si
dovrebbe sempre stare attenti
ai sintomi violenti e inaspettati.
Se pensi di avere la Tss, devi
rimuovere subito il tampone e
consultare rapidamente un
medico, perché l’infezione si
aggrava col tempo e può farlo
rapidamente. Nel peggiore dei
casi può minacciare la vita.
Il fatto che la Tss sia legata
all’uso degli assorbenti interni
non significa che sia pericoloso
utilizzarli. Si tratta di una
malattia seria, ma anche molto
rara. La percentuale di casi di
Tss dovuta ai tamponi si è
abbassata fortemente dopo il
ritiro dal mercato di quelli ad
alto assorbimento. Oggi solo la
metà dei casi di Tss sono
imputabili alla mestruazione: si
può contrarre anche per ferite
gravemente infette o in seguito
a un’operazione chirurgica. In
altri termini, si può
perfettamente prendere una Tss
senza usare gli assorbenti
interni. Anche gli uomini la
possono prendere. Magari
allora “morbo del tampone” non
è esattamente la denominazione
più corretta, vero?50
Per il momento si sa ben
poco sulla relazione tra Tss e
coppetta mestruale, per
insufficienza di studi in materia.
La coppetta igienica, infatti, è
un fenomeno relativamente
recente. Finora è stato riportato
solo un caso al mondo di Tss
legata all’uso di questo
dispositivo.51 Di conseguenza
non sappiamo se la coppetta
favorisca più o meno del
tampone tale patologia. Sarà in
tutti i casi una buona norma
seguire un’igiene corretta!

La sindrome premestruale, dal


dolore alle fantasie suicide

La domanda: «Ma che hai, il


ciclo?» è una strategia di
dominazione bella e buona. In
certe situazioni è molto più
facile mettere fuori gioco le
donne trattandole da
incompetenti e acide a causa
degli ormoni, piuttosto che
prenderle sul serio. Non solo
questa “strategia” è una
maniera sessista di disprezzare
le donne; è pure sbagliata dal
punto di vista strettamente
fisiologico. Errori così vanno
corretti in nome dell’educazione
del popolo. Volete adoperare
bieche tecniche di dominio?
D’accordo, ma almeno fatelo
bene. L’avrete magari notato:
non è durante i giorni del flusso
mestruale che si fa sentire più
forte l’influenza del ciclo sul
piano psichico. I problemi
cominciano prima dell’inizio del
sanguinamento. Stiamo
ovviamente parlando della ben
nota sindrome premestruale
(Spm), per quanto vaga sia tale
definizione.
La Spm sarà anche una bella
seccatura, ma alla fin fine ci si
può convivere. E, benché causi
qualche noia, non è un motivo
valido per affibbiare alle donne
dei cliché negativi. Non siamo
arcigne, inette o “ormonali”
solo perché abbiamo il ciclo
mestruale. Chiaro che una
persona può essere odiosa e
inaffidabile indipendentemente
dal sesso con cui la si identifica,
niente da dire al riguardo, ma è
tutta un’altra storia.
Spm è una definizione ampia,
comprensiva di ogni possibile
sorta di disturbo che compaia
nei giorni prima del mestruo.
Può riferirsi praticamente a
qualunque fastidio di ordine
fisico o psicologico, come per
esempio dolori, irritabilità,
attacchi depressivi, gonfiore,
sbalzi d’umore, pianto, ansia e
brufoli… La lista è lunga. Può
manifestarsi anche un
peggioramento delle condizioni
già presenti, quali emicrania,
epilessia o asma. I disturbi
sopraggiungono nella fase del
ciclo tra il rilascio dell’ovulo e
la perdita mestruale, chiamata
fase premestruale o luteinica.
Quando finalmente arriva la
mestruazione, la tensione si
allevia e i fastidi spariscono nei
primi giorni di emorragia.
Non si dispone di nessun
esame specifico per
diagnosticare la Spm. Durante
la visita ginecologica il dottore
non può vedere se una donna
ne è affetta. È il modo in cui si
vivono tali disturbi che
determina chi soffre di Spm e
chi no, per quanto qualche noia
prima del mestruo in sé non
costituisca una diagnosi: dall’80
al 95 per cento delle donne
patisce lievi disturbi nei giorni
che precedono il mestruo.52
Per arrivare a diagnosticare
la sindrome vera e propria, i
sintomi si devono manifestare
con una tale forza, fisica o
psicologica, da impedire lo
svolgimento delle attività
quotidiane. Un po’ di dolore è
inevitabile, però bisogna anche
fissare un limite: alcune
rimangono praticamente
invalide, e così naturalmente
non va. Oltre ad avere una certa
intensità, i disturbi devono
presentarsi nella maggioranza
dei cicli, che è un po’ come dire
che li devi sopportare ogni
mese. In più, ovviamente,
devono cominciare e finire nei
momenti conformi alla
definizione di Spm: debutto dei
dolori nella fase premestruale e
conclusione all’arrivo del
sangue. Circa il 20-30 per cento
delle donne presenta dei
sintomi classificabili come Spm
da leggera a moderata.52
Alle donne che soffrono di
disturbi più gravi si attribuisce
un’altra diagnosi con criteri più
rigidi, benché di fatto i sintomi
siano gli stessi. Si tratta del
Pmdd, disturbo disforico
premestruale, dove i disturbi
non sono più sopportabili ma
diventano intollerabili. Il Pmdd
riguarda dal 3 all’8 per cento
delle donne.53 Esiste anche una
patologia denominata
depressione mestruale: ci sono
donne che, a ogni ciclo,
presentano gravi segni di
depressione, quali, per esempio,
pensieri suicidi, il che è
evidentemente pericoloso. Il
confine tra queste tre diagnosi
resta sfumato.
Benché una donna abbia le
mestruazioni dalla pubertà fino
alla menopausa, generalmente
la Spm non dura altrettanto. La
cosa più comune è che i sintomi
non appaiano prima dei
vent’anni, pertanto alcuni anni
passeranno senza evidenze
della sindrome, prima che le
molestie a poco a poco si
facciano vive. Spesso i disturbi
peggiorano col tempo, motivo
per cui tante aspettano i trenta
o quarant’anni prima di farsi
vedere dal medico.54
Ignoriamo le cause della
sindrome premestruale. Alcune
teorie indicano una sensibilità
acuita dovuta a oscillazioni dei
livelli ormonali, altre invocano
ragioni neurologiche o
addirittura culturali.52 Tutte le
donne sperimentano le
fluttuazioni ormonali durante il
ciclo: per quale motivo alcune
sviluppino una Spm o il Pmdd,
mentre altre ne restano del
tutto esenti, non lo sappiamo.
Magari un giorno lo scopriremo.
La stragrande maggioranza
delle donne che soffrono di Spm
non ha bisogno di un
trattamento farmacologico. È
molto importante evitare di
patologizzare i disturbi lievi
imputabili a naturali oscillazioni
ormonali. In genere il tipo di
malessere che si accusa con la
Spm è sopportabile. Per quelle
che invece soffrono di sintomi
insostenibili esistono delle
soluzioni.
Nei casi più gravi il
trattamento è personalizzato,
poiché i disturbi variano molto
da una persona all’altra. A chi è
depressa o ha problemi di ansia
non verrà prescritta la stessa
terapia usata per affrontare i
dolori forti. Alcune traggono
giovamento dai trattamenti a
base di estrogeni, che fanno
saltare il mestruo. Coloro che
invece soffrono sul piano
psicologico possono aiutarsi con
farmaci antidepressivi.
Ma torniamo alle famose
“tecniche” di dominazione
sessista. Le donne che soffrono
di Spm non perdono la sanità
mentale o la facoltà di reagire
razionalmente nei giorni che
precedono il ciclo. E se proprio
vuoi fare l’imbecille con
qualche commento idiota sappi
che non si deve dire: «Ma che
hai, il ciclo?», ma piuttosto:
«Ma che ti stanno per venire?»
Magari non ti suona altrettanto
bene, ma almeno sarai preciso
dal punto di vista fisiologico
quando vorrai offendere
qualcuno.

La ruota infinita, ormoni e ciclo


mestruale

Ogni mese, la maggior parte


delle donne in età fertile
attraversa un ciclo interno
capitanato dagli ormoni, detto
ciclo mestruale. In genere ne
sappiamo qualcosa: a un certo
punto arriva un ovulo, c’è la
possibilità di restare incinta
avendo rapporti al momento
giusto (o sbagliato) e la
mestruazione indica che non
siamo in dolce attesa.
Bisogna davvero saperne di
più? Personalmente abbiamo
visto studentesse di medicina
richiudere il libro una volta
arrivate al capitolo sul ciclo
mestruale. Perché dovresti
prenderti la briga di
occupartene? Per tre ragioni: in
primo luogo per il tuo bene, in
secondo luogo perché è
parecchio interessante e poi
perché ti promettiamo di
rendere il tema molto più
comprensibile che in qualsiasi
testo didattico.
Se tutte sapessero un po’ di
più di come quei minuscoli
trasmettitori di segnali che
vanno sotto il nome di ormoni ci
guidano attraverso il ciclo,
sarebbe più facile la
comprensione di una lunga lista
di questioni con cui le donne si
confrontano ogni giorno. Sul
nostro blog riceviamo
continuamente domande sul
tema: «Come funziona la
contraccezione ormonale?»,
«Cosa è una finestra di fertilità,
e quando arriva?», «Cosa
provoca le mestruazioni e qual
è il meccanismo che sta dietro
molte malattie femminili?»

Gli ormoni, le sostanze al


timone
In chiusura del capitolo sugli
organi sessuali interni, abbiamo
parlato delle ovaie e degli
ormoni: estrogeno e
progesterone, gli ormoni
sessuali femminili. È ora di
entrare in argomento in modo
più dettagliato.
L’estrogeno, negli ultimi
tempi, si sta procurando una
reputazione immeritatamente
cattiva. Si sente parlare solo di
rischio di trombosi, oscillazioni
del tono dell’umore, rischio di
tumore alla mammella e altre
cose spaventose, ma l’estrogeno
in realtà è un ormone
fantastico. Tradizionalmente è
visto come il responsabile di
tutto quanto si associa alla
femminilità. Tette, culo, fianchi
– dietro c’è sempre lui.
Mantiene umida e spessa la
parete vaginale, in modo che il
sesso risulti piacevole, e fa sì
che l’utero possa portare avanti
la gestazione. Tiene pure alla
larga l’acne e la barba. Infatti,
le donne trans ne fanno uso per
cambiare la distribuzione del
grasso corporeo da tipicamente
maschile a femminile. Pancia in
dentro e tette e fianchi in fuori!
È davvero incredibile ciò che è
in grado di fare questo
fantastico ormone.
Per capire la funzione del
progesterone, è sufficiente
scomporre la parola: agisce
“per la gestazione”. Ne
abbiamo bisogno in abbondanza
quando il corpo si prepara a
ricevere un ovulo fecondato,
cosa che accade ogni mese. Il
progesterone impedisce che
l’utero si contragga ed espella
un eventuale futuro embrione.
Inoltre rende l’endometrio un
ambiente con tutti i comfort,
ricco di sangue e muco che
nutrono la nostra prole.
Ci occorrono poi altri due
ormoni per chiudere il ciclo
mestruale. Provengono da una
ghiandola situata nel nostro
cervello, grande come un
fagiolino e a forma di borsa, che
si chiama ipofisi. Per borsa
ovviamente intendiamo
qualcosa di simile allo scroto,
mica a un portamonete. In fin
dei conti siamo delle sex
blogger!
I due ormoni si chiamano
Fsh, ormone follicolo-
stimolante, e Lh, ormone
luteinizzante. Il primo si occupa
della maturazione dell’ovocita,
che riposa in un grappolo di
cellule detto follicolo, da cui il
nome dell’ormone; il secondo
invece è noto soprattutto
perché mette in moto
l’ovulazione. Il cervello
maschile produce esattamente
gli stessi ormoni, eppure,
guarda un po’, per una volta
hanno preso il nome in base alla
funzione svolta nel corpo
femminile. È piuttosto raro in
medicina, per questo ci
sentiamo così su di giri.
Bene, anche questa è fatta.
Adesso che conoscete gli
ormoni, che in fondo sono le
star dello spettacolo, è ora di
addentrarsi nel ciclo in sé.

Il ciclo mestruale. Altri ventotto


giorni, e poi ventotto ancora…
Per comprendere bene il
ciclo può essere utile disegnare
una linea temporale a forma di
cerchio, come un orologio.
Benché la durata del ciclo possa
variare da una donna all’altra, e
anche in una stessa donna, per
semplicità usiamo un modello di
ciclo di ventotto giorni, che si
lascia facilmente dividere in
quattro settimane. Tuttavia,
rientra nella norma qualunque
durata tra i ventitré e i
trentacinque giorni.
Nel disegno, la cima della
circonferenza indica l’inizio di
un nuovo ciclo e
contemporaneamente la fine del
precedente. Lo indichiamo
dunque sia con uno zero, per
significare che si ricomincia da
capo, sia con ventotto, l’ultimo
giorno del ciclo precedente. La
fine coincide con l’inizio: il tuo
ciclo mestruale è un movimento
perpetuo!
È facile notare l’inizio del
nuovo ciclo, perché è allora che
inizi a sanguinare. L’emorragia
può durare fino a un massimo di
una settimana, sono i primi
sette giorni.
Per chiarezza, si usa dividere
il ciclo in due fasi. La prima è
detta follicolare, ed è il periodo
in cui il follicolo che contiene la
cellula uovo matura e si prepara
al rilascio. Attorno al
quattordicesimo giorno,
indicato nell’estremità inferiore
del cerchio, avviene
l’ovulazione, che segna il
passaggio alla seconda fase,
detta luteinica o luteale. Mezzo
ciclo è già superato. Le due
settimane successive, fino al
ventottesimo giorno,
trascorrono senza eventi degni
di nota. Giunte al ventottesimo
giorno, si riparte da zero sul
nostro “orologio”: inizia un
nuovo ciclo.
Adesso complichiamo un po’
le cose, immaginando un ciclo
di trenta giorni. In questo caso,
l’ovulazione avverrebbe nel
sedicesimo giorno. Perché non
il quindicesimo?, vi chiederete.
Trenta diviso due non fa
quindici? La risposta è che
intercorrono praticamente
sempre quattordici giorni dalla
liberazione dell’ovulo al primo
giorno della mestruazione
successiva: è il tempo
necessario al corpo per rendersi
conto se c’è o no gravidanza. In
altri termini, quella che può
cambiare è solamente la durata
della fase precedente
l’ovulazione. Se un ciclo è molto
corto, è perfino possibile che
l’ovulo venga liberato durante
la mestruazione, ma mai ciò
avverrà nel primo giorno. Se il
ciclo è irregolare, il primo
giorno di sanguinamento è
l’unico in cui si può essere certe
di non stare ovulando.

Ora che abbiamo dipinto il


quadro principale, possiamo
entrare nella parte davvero
interessante: la danza degli
ormoni nel corso del ciclo.
Cominciamo dal punto più alto
del cerchio. È arrivata la
mestruazione e ci troviamo nel
primo giorno della fase uno,
quella follicolare. L’azione non
si svolge solo dentro l’utero,
succedono tante cose anche
nelle ovaie e nello “scroto
cerebrale”, meglio conosciuto
come ipofisi. Mentre l’utero
espelle l’endometrio, insieme
alla speranza (delusa) di un
ovulo fecondato, l’ipofisi inizia a
produrre l’ormone follicolo-
stimolante (Fsh). Il cervello,
insomma, non si dà mai per
vinto e già durante il mestruo si
impegna a preparare un nuovo
ovocita e, insieme a lui, una
nuova possibilità di gravidanza.
I follicoli, che ospitano tutti gli
ovociti, cominciano a crescere
quando ricevono l’ormone Fsh.
Ecco perché la prima fase del
ciclo viene chiamata
“follicolare”.
I follicoli crescono grazie
all’Fsh inviato dal cervello; nel
frattempo viene prodotto
l’estrogeno. In questa fase, la
quantità di estrogeno presente
nel sangue aumenta
vertiginosamente: quanto più
grandi sono i follicoli, tanto più
estrogeno c’è in circolazione.
Quest’ultimo, dal canto suo,
agisce sulla mucosa uterina
provocandone l’ispessimento.
Appena l’utero finisce di
sanguinare, si dà inizio alla
ricostruzione. Niente periodo di
lutto qui. L’utero è testardo, e
non perde mai occasione per
raccogliere un ovulo fecondato,
nonostante le frustrazioni
accumulate mese dopo mese.
Mentre il follicolo e
l’endometrio si ingrandiscono,
ci avviciniamo al
quattordicesimo giorno, quello
dell’ovulazione e del passaggio
alla fase due. Il follicolo cambia
forma, trasformandosi in un
palloncino rigonfio pieno di
liquido: un gavettone pronto a
scoppiare. Ora il follicolo
secerne talmente tanto
estrogeno da far arrivare alle
stelle il livello di ormone in
corpo. È questo il segnale che
l’ipofisi attende nel cervello.
Come risposta, l’ipofisi inizia
a produrre l’ormone luteinico
(Lh), cioè quello
dell’ovulazione. Stavolta non si
parla di piccole dosi, la quantità
di Lh infatti diventa di colpo
altissima. Chi ha cercato di
rimanere incinta,
probabilmente conosce già
questi picchi di Lh nelle urine. I
test di ovulazione misurano per
l’appunto l’incremento di tale
sostanza nella pipì: se il test
risulta positivo, vuol dire che
l’ormone è in azione e
l’ovulazione è imminente. Un
massiccio afflusso di Lh
raggiunge il follicolo, che
reagisce esplodendo, cosicché
l’uovo esce dal suo bozzolo e
poi dall’ovaio. Per un attimo,
l’ovulo galleggia liberamente al
di fuori dell’ovaio, prima di
essere acciuffato da piccole
frange, dette fimbrie, e poi
inviato attraverso le tube
uterine, incontro a eventuali
spermatozoi in attesa. Ci
troviamo a metà ciclo e
l’ovulazione è cosa fatta.

Qui conviene fare un breve


intervallo per commentare un
paio di cose che non abbiamo
imparato nell’ora di scienze a
scuola. Riguardano l’ovulo. Di
sicuro avete in mente l’eroica
lotta, o piuttosto la gara di
nuoto, in cui si impegnano gli
intrepidi spermatozoi per
arrivare per primi a fecondare
l’ovulo che li attende
passivamente. Tutto falso.
Punto numero uno: l’ovulo non
sta fermo. Non è tipo da
starsene al bar tutto in ansia ad
aspettare i gameti maschili.
L’ovulo è una diva e, come
usano fare le dive, è lui ad
arrivare in ritardo alla festa. Ne
tratteremo più diffusamente nel
capitolo sulla gravidanza ma,
fin da ora, sappiate che il
momento migliore per fare
sesso, se volete rimanere
incinte, sono i giorni prima del
rilascio dell’ovulo. L’ovocita,
infatti, non è per nulla passivo,
è attivo tanto quanto il seme
maschile. Non sono gli
spermatozoi che corrono verso
l’ovulo, quanto piuttosto l’ovulo
che arriva danzando verso gli
spermatozoi che l’attendono. E
spesso è da giorni che lo
attendono…
Punto numero due: la lotta
tra gli ovuli è altrettanto eroica
di quella tra gli spermatozoi,
eppure, chissà perché, a scuola
non ce lo dicono. L’ormone
follicolo-stimolante non agisce
su un solo uovo-follicolo al
mese. Come sapete, ci sono
suppergiù un migliaio di follicoli
che iniziano a crescere e
maturare ogni mese, ma solo
uno dei più grandi avrà la gioia
di scoppiare e liberare il suo
uovo. Gli altri sfioriscono senza
nemmeno l’opportunità di
incontrare uno spermatozoo.
Adesso magari direte che, tra
mille follicoli, la competizione
non sembra così aspra come
quella a cui sono esposti gli
spermatozoi, che si battono a
milioni! Tenete però presente
che gli uomini producono
svariati milioni di spermatozoi
al giorno, mentre noi donne
nasciamo con un numero
definito di ovociti. Che a un
certo punto finiscono.
Ma allora perché i gameti
femminili vengono presentati
come passivi mentre quelli
maschili come attivi, quando
non è vero? Non stiamo facendo
insinuazioni, ci limitiamo a
porre una domanda.

Torniamo al ciclo mestruale.


Ci troviamo nella fase due o
fase luteinica, cioè tra il
quindicesimo e il ventottesimo
giorno. L’ovulo è appena stato
liberato e l’endometrio si è
ispessito per via di tutto
l’estrogeno dei follicoli. Nella
seconda fase l’ormone
protagonista è il progesterone,
prodotto dai resti del follicolo in
cui abitava l’ovocita prima del
rilascio. Questi residui
follicolari cambiano forma e
colore, trasformandosi in un
grumo giallo chiamato corpo
luteo, dal latino luteum, che
vuol dire giallo o tuorlo.
Progesterone significa, come
dicevamo, “per la gravidanza”:
è il momento in cui il corpo
compie gli ultimi passi per
prepararsi ad accogliere la
fusione tra ovocita e
spermatozoo. Il progesterone
impedisce all’utero di contrarsi
e di espellere l’endometrio, e
contemporaneamente trasforma
in un ambiente confortevole la
mucosa uterina.
Al tempo stesso, nell’ipofisi
si inibisce la produzione di Fsh
e di Lh, ossia degli ormoni che
fanno crescere e sviluppare
nuovi ovociti. Non c’è bisogno
di far maturare altri ovociti
quando probabilmente abbiamo
già un ovulo fecondato in
cammino! È il progesterone
secreto dal corpo luteo a
bloccare l’ipofisi.
Purtroppo (per il corpo luteo)
la seconda fase del ciclo
mestruale si conclude quasi
sempre con il suo suicidio. Il
corpo luteo, infatti, ha bisogno
sia di Fsh che di Lh per
sopravvivere. Esso blocca la
fabbricazione del proprio
salvagente, e si salverà solo in
caso di fecondazione. Quasi
sempre dunque il corpo luteo si
sacrifica in una lotta generosa
per mantenere in vita un
eventuale ovulo fecondato. In
mancanza di fecondazione, il
corpo luteo sbiadisce e muore,
e con lui sparisce pure il
progesterone.
Tolto di mezzo il corpo luteo,
non c’è più progesterone a
impedire che l’ipofisi faccia
quello che le riesce meglio:
secernere ormoni. Il livello di
Fsh e di Lh riprende quota nel
sangue e i follicoli nelle ovaie si
rimettono in moto, pronti per
una nuova occasione di
maturare, esplodere e fondersi
con lo spermatozoo eletto.
Senza il progesterone
proveniente dal corpo luteo,
non c’è più nulla, proprio nulla,
che trattenga l’endometrio e
impedisca le contrazioni
dell’utero. Il risultato è noto a
tutte: mestruazione. È il primo
giorno di perdite ematiche.
Siamo tornate al punto più alto
del cerchio. Il ciclo si è
concluso, ma uno nuovo sta già
cominciando.

Quando si può davvero restare


incinta?

Una cosa è sicura: per


restare incinta in modo naturale
bisogna fare l’amore. Ma, al di
là di questo, sembra che regni
molta incertezza. In una
puntata del famoso reality show
statunitense Paradise Hotel,
dopo che due partecipanti
avevano consumato una notte di
sesso non protetto, sorse una
discussione vivace sul tema: «E
se resta incinta?» Alcuni
sostenevano con sicurezza che
non sarebbe successo, perché la
ragazza aveva appena avuto il
suo ciclo, mentre secondo altri
il picco di fertilità si verifica
proprio appena passata la
mestruazione. La confusione
era totale, ed è stata risolta
brillantemente grazie alla
tempestiva apparizione della
pubblicità della pillola del
giorno dopo.
La gravidanza è uno
spartiacque nella vita di una
donna. A volte la temiamo e
concentriamo tutte le nostre
energie mentali nella ricerca
della strategia più efficace per
evitarla; altre volte non
vediamo l’ora che arrivi. È, a un
tempo, il peggio e il meglio che
ci possa capitare, a seconda di
quale momento stiamo
attraversando e insieme a chi ci
troviamo. Può sembrare strano
quindi includere i due opposti
schieramenti in un solo capitolo
sull’argomento, ma in realtà è
piuttosto semplice. Sapere
come si rimane incinta è il
miglior sistema sia per evitare
che ciò accada sia per ottenere
l’effetto opposto. Quindi,
entriamo in argomento: cos’è
necessario per rimanere
incinte?
Cominciamo dalle ovvietà.
Non si rimane incinta né con il
sesso anale, né con il sesso
orale, né stando sedute sul
bidet con un po’ di sperma sulla
pancia (bleah). C’è bisogno di
sesso vaginale, ovvero sesso
nella vagina. Chiarito questo,
da qui in avanti le cose si
complicano un po’.
Nel momento in cui l’uomo
ha l’orgasmo, milioni di
spermatozoi schizzano nella
vagina della donna. Di questi, la
maggioranza muore in breve
tempo, gran parte scivolando
fuori dalla vagina dopo la
copula, altri perdendosi in
qualche angolo oscuro della
vagina. Sono pochi gli
spermatozoi che riescono a
raggiungere l’accesso all’utero
e, anche quando ci arrivano, è
tutta una questione di tempi.
Durante la maggior parte del
mese, infatti, il collo dell’utero è
sbarrato da un tappo mucoso
prodotto dal corpo come
risposta a livelli naturalmente
alti di progesterone. È soltanto
nei giorni dell’ovulazione che
questo tappo si scioglie,
aprendo il passaggio per
entrare. Potete notare da sole
questo fenomeno nei giorni che
precedono l’ovulazione: le
secrezioni cambiano aspetto,
contengono filamenti elastici e
gelatinosi! Se provate a stirare
tra le dita questa bava, che
somiglia all’albume dell’uovo,
vedrete quanto si allunga!
Con l’approssimarsi
dell’ovulazione, il livello di
progesterone si abbassa e il
corpo si mette a produrre una
maggior quantità di estrogeno.
Questo ormone provoca,
all’ingresso dell’utero, la
formazione di un liquido fluido
e acquoso che sostituisce il
muco viscoso: questo rende
possibile per lo sperma la
mitica traversata fino
all’interno della cavità uterina.
Di nuovo, potete verificarlo da
sole, osservando come il secreto
si faccia più scorrevole e
lattiginoso. Ciò significa che
state ovulando e siete al
massimo della fertilità.

Proviamo a immaginare che


abbiate avuto un rapporto
sessuale non protetto durante i
giorni intorno all’ovulazione,
quando il collo dell’utero è
aperto, e che una comitiva di
qualche centinaio di
spermatozoi sia riuscita a farsi
strada fin lì. Costoro
impiegheranno da due a sette
ore per risalire l’utero fino a
raggiungere una delle tube,
avanzando grazie a piccoli
movimenti ritmici, come delle
onde su cui fare surf. A questo
punto, quale tuba scegliere? È
un bivio decisivo, dato che
quasi sempre l’ovulo arriva da
una sola ovaia alla volta.
Percorsa buona parte del
tragitto dentro la tuba scelta,
gli spermatozoi si concedono
una pausa, nella speranza che
appaia l’ovulo, visto che, come
ormai avete capito, è lui la vera
stella della festa. Da
primadonna qual è, li lascia
aspettare. Gli spermatozoi
generalmente sopravvivono
quarantotto ore là sotto, però
ne sono stati trovati alcuni in
vita perfino cinque-sette giorni
dopo il coito. Ne hanno di
pazienza, questi ragazzi!
Dopo l’ovulazione, l’ovocita
veleggia giù per la tuba,
incontro ai girini in attesa. La
fecondazione si verifica quando
uno spermatozoo si fonde con
un ovocita all’interno della tuba
uterina, formando così lo stadio
iniziale dell’embrione, detto
zigote. A volte vengono liberati
due ovociti e, se entrambi
vengono fecondati, si rimane
incinta di gemelli dizigoti. Ciò
accade più spesso con
l’avanzare dell’età della donna;
giocano un ruolo anche fattori
ereditari, per questo esistono
famiglie con varie coppie di
gemelli. I gemelli monozigoti
nascono in casi più rari, quando
cioè lo zigote si divide in due
subito dopo essere stato
fecondato da un solo
spermatozoo.
Quarantott’ore dopo la
fecondazione, l’ovulo continua a
galleggiare nella tuba uterina,
ma le cellule adesso hanno
iniziato a dividersi. Tuttavia,
questo non garantisce ancora la
gravidanza. Per assicurarsi il
successo, il grumo cellulare in
rapida crescita deve riuscire a
scendere nell’utero e a
impiantarsi in tempo nella
mucosa uterina. A questo
punto, l’utero segnala che lo
zigote è arrivato in porto.
Questo segnale viene trasmesso
dall’ormone hCG, lo stesso che i
test di gravidanza misurano
nell’urina. Questo ormone fa sì
anche che il corpo luteo, di cui
abbiamo parlato prima,
sopravviva e continui a
produrre progesterone. Se ciò
non succedesse, l’ovulo
fecondato sarebbe espulso con
la successiva mestruazione
senza che la donna si accorga di
nulla.
Intercorrono tra i sette e i
dieci giorni dal momento della
fecondazione a quello in cui il
coagulo di cellule si impianta
nella parete uterina. Solo allora
si può dire di essere
effettivamente incinte. I nove
mesi seguenti sono
un’avventura talmente
complessa che preferiamo non
parlarne qui. Non sono certo i
libri sulla gravidanza che
mancano.
Ma torniamo alla nostra
coppietta di Paradise Hotel. Ci
sono probabilità che la ragazza
rimanga incinta, se ha appena
mestruato? In uno studio
condotto su coppie alla ricerca
di un figlio, erano riuscite a
farcela soltanto quelle che
avevano avuto rapporti sessuali
nei sei giorni prossimi
all’ovulazione, vale a dire nei
cinque giorni precedenti al
rilascio dell’ovulo più il giorno
stesso del rilascio.55 Quelle che
avevano fatto l’amore proprio
nel giorno dell’ovulazione o in
quello appena precedente
avevano il 30 per cento di
possibilità di gravidanza.
Cinque giorni prima
dell’ovulazione, il tasso
scendeva al 10 per cento.
C’erano dunque parecchie
coppie che avevano ottenuto
una gravidanza anche se il coito
era avvenuto molto tempo
prima dell’ovulazione. Come
abbiamo detto sopra, gli
spermatozoi, prima di morire,
possono sopravvivere fino a una
settimana nel corpo femminile;
perciò in teoria una donna è
fertile durante un periodo che
va da sette giorni prima
dell’ovulazione a uno dopo, per
un totale di otto giorni. In altre
parole, la famosa finestra di
fertilità è di otto giorni.
Tuttavia, la maggior parte di
noi non va in giro consapevole
di cosa stiano facendo le sue
ovaie. La chiave per sapere se
la nostra amica televisiva è in
zona a rischio consiste nel
determinare la lunghezza del
suo ciclo.
Come abbiamo spiegato nel
capitolo sulle mestruazioni,
perlopiù l’ovulazione avviene
quattordici giorni prima della
successiva perdita ematica. Se
avete un ciclo del tutto regolare
di ventotto giorni, la liberazione
dell’ovulo avverrà sempre a
metà, nel quattordicesimo
giorno, cioè due settimane dopo
l’inizio dell’ultimo mestruo.
Data la finestra fertile di otto
giorni, significa che potete
rimanere incinte tra l’ottavo e il
quindicesimo giorno del ciclo.
Ammettiamo che la nostra
protagonista abbia un ciclo
regolare di ventotto giorni e che
le sue mestruazioni durino sette
giorni, cioè dal primo al settimo
giorno del ciclo. Ciò vuol dire
che un solo giorno dopo la fine
del mestruo può già rimanere
incinta. Nel suo caso, i cinque
giorni successivi alla
mestruazione sono quelli in cui
maggiore è la probabilità di
restare incinta.
Con un ciclo del genere, se
non si desidera un bambino,
non è affatto sicuro avere un
rapporto sessuale non protetto
subito dopo il mestruo. Invece
nella settimana che precede il
ciclo, dal ventunesimo al
ventottesimo giorno, si può
stare tranquille. Perciò, se non
c’è stato un Paradise Baby, è
solo per un colpo di fortuna,
oppure grazie alla pillola del
giorno dopo.
Può sembrare facile
calcolare i periodi sicuri, dal
momento che si rischia la
gravidanza solo per otto giorni
al mese. Il problema però è che
poche donne hanno un ciclo
perfettamente regolare. Ve ne
sarete certo rese conto anche
voi. Dal momento che non
potete mai sapere in anticipo se
questo mese ovulerete prima o
dopo il solito, dovrete
considerare una finestra più
ampia. Se l’ovulazione arriva
anche solo due giorni prima o
dopo, il periodo di incertezza si
estende a dodici giorni. E molte
donne hanno un ciclo ancora
più variabile di così. Se poi non
vi piace il sesso durante le
mestruazioni, resta solo un
pugno di giorni in cui potete
fare l’amore senza protezione
con la certezza di non rimanere
incinte. In altre parole, se non
volete rischiare, la
contraccezione conviene
sempre.

A Si tratta di una semplificazione. La


nozione di “decidualizzazione spontanea”
che Emera impiega nel suo articolo
riguarda molto di più che la sola crescita
dell’endometrio.
Sesso

Se c’è una cosa che


accomuna tutti gli esseri umani
dall’alba dei tempi, questa è il
sesso. La maggioranza di noi fa
e vuole fare sesso, sia in
solitario che in compagnia.
Senza, la vita sarebbe più
noiosa e presto non esisterebbe
più la specie umana. È una delle
cose più naturali che facciamo:
che si tratti di rapporti etero o
omosessuali, il modo in cui lo
facciamo non è poi così diverso
da quello degli altri animali.
C’è però una differenza:
l’uomo è l’unico animale che se
ne vergogna. Ci nascondiamo
per fare l’amore, almeno in
generale. Questo pudore fa sì
che il sesso sia sempre
circonfuso di mistero. Non
sappiamo cosa fanno gli altri,
non sappiamo se i nostri
desideri sono accettabili né
possiamo mai essere certi di
essere all’altezza.
Paradossalmente, il sesso è
un’esperienza piuttosto
solitaria, anche se si tende a
cantare in duetto.
Ciò è particolarmente vero
durante la pubertà, agli inizi
della vita sessuale.
Oggigiorno si scrive molto di
sesso e i giovani (ragazzi e
ragazze) passano ore a
guardare film porno. I video a
contenuto sessuale si
diffondono sui social network,
gli adolescenti mandano foto di
peni eretti e capezzoli
inturgiditi ai loro contatti.
Potrebbe sembrarci di vivere
nella società più sessualmente
illuminata che ci sia mai stata.
Ma questo fenomeno ha
creato una particolare
ambiguità. Abbiamo un accesso
straordinario a materiale e a
stimoli che riguardano la
libidine, il desiderio e il corpo.
La conoscenza è a portata di
clic. Eppure non sembra che
questa massa di informazioni ci
abbia reso più sicuri; piuttosto,
il contrario.
Quelle che vediamo su
internet sono immagini falsate.
Gli ideali sessuali sono diventati
sempre più alti, mentre dentro
di noi regna tuttora
l’insicurezza. Quando ci assale
il desiderio, vogliamo ancora
nasconderci, mentre la società
ci dice che bisogna
“condividere”. Il contrasto è
stridente. Ne risulta, secondo la
nostra esperienza, che molte
donne pensano di avere una
libido troppo debole, troppo
pochi orgasmi e una vita
sessuale troppo poco piccante.
Bisogna cambiare tale
visione della realtà. In questa
sezione del libro daremo spazio
a quella che chiamiamo vita
sessuale normale. Con il
termine “normale” ovviamente
non intendiamo dire che tutto
quanto ne rimane fuori sia
sbagliato o qualcosa di cui
vergognarsi: semplicemente
non è quello che fa la
maggioranza delle persone. La
sessualità si presenta in mille
forme diverse e solo voi sapete
ciò che fa al caso vostro.
Speriamo di spingervi verso un
approccio al sesso più rilassato
e di fornire alcuni consigli per
una vita sessuale serena e
soddisfacente.
La prima volta

Poche esperienze nella vita


sono così avvolte nella leggenda
come fare sesso per la prima
volta. Le aspettative circa le
prestazioni proprie o del
partner possono arrivare molti
metri sopra il cielo ed è difficile
immaginare cosa ci aspetta.
Per questo alcune, al loro
debutto sessuale, rimangono
deluse da se stesse o dall’altro.
Non hai raggiunto l’orgasmo? È
stato difficile mettere in pratica
le posizioni che ti eri studiata?
Il pene del tuo fidanzato si è
afflosciato dopo dieci secondi?
O magari è la tua fidanzata che
non ha saputo stimolarti la
clitoride?
Coraggio! Il sesso è come
ogni altra cosa nella vita: è
necessario un po’ di
allenamento, per te e per il tuo
partner. È importante
contemplare la possibilità che la
prima volta non riesca alla
perfezione: se ridimensioniamo
le attese, sarà una bella
esperienza. In fondo, bisogna
pur cominciare. Abbiamo
raccolto qui di seguito
informazioni che possono
aiutarti a rendere la tua prima
volta la migliore possibile.
Nel film Bare Bea (Solo Bea,
2004), di Petter Naess,
assistiamo alle vicissitudini di
un gruppo di amiche di una
scuola superiore di Oslo. Bea è
l’unica che ancora non l’ha
fatto. Il rito vuole che si regali
una fetta di torta al marzapane
a chi entra nelle file delle
“neoscopatrici”. Bea ha ormai
sedici anni e nove mesi ed è
convinta che il mondo presto
crollerà se non riuscirà ad
andare a letto con qualcuno. Il
dolcetto grida il suo nome dalla
vetrina della pasticceria.
Bea non è l’unica a pensare
che tutti gli altri lo hanno fatto,
e ad avere fretta di superare la
prova. Quando vengono a galla
pensieri così, vale la pena
mettere in chiaro alcuni dati.
In Norvegia, l’età media in
cui le ragazze hanno il loro
primo rapporto sessuale è
attorno ai diciassette anni.56 Ma
si tratta per l’appunto di una
media, non di una scadenza.
Alcune debuttano prima, altre
dopo. Di tutti i giovani sotto i
sedici anni, solo il 20 per cento
l’ha già fatto. A questa età,
dunque, quattro adolescenti su
cinque non hanno avuto
relazioni sessuali. Insomma,
Bea, la torta può
tranquillamente aspettare!
Per quanto possa essere
rassicurante avere una media di
riferimento, è importante
ricordare che la cosa riguarda
solo te e il/la partner di tua
scelta. Fallo quando ti senti
pronta. E sei pronta quando ne
senti il desiderio (il desiderio è
nella testa) e quando sei
eccitata (questo invece è nel
corpo). Qualche volta testa e
corpo non vanno
completamente d’accordo e
allora è meglio aspettare un
po’. Quando e con chi ci si
eccita è qualcosa che cambia da
una persona all’altra: alcune si
sentono pronte al ginnasio,
altre al liceo, mentre altre
ancora aspettano i venti o i
trenta, o pure di più.
In Norvegia, generalmente, il
primo rapporto avviene con una
persona della stessa età, ma
regole non ce ne sono. Alcune
lo fanno con il fidanzato, per
altre può essere l’avventura di
una notte o un amico o
un’amica. Può accadere in
camera da letto oppure dentro i
bagni a una festa di fine corso.
Non ci sono risposte sbagliate,
sempre che tutti ne abbiano
voglia.
Tieni a mente soltanto una
regola: se anche tu e il tuo
partner siete presi
dall’eccitazione e volete fare
l’amore subito, sarebbe bene
trovare un posto e un modo che
non disturbino gli altri. Per
esempio, in aereo non è bello
avere accanto una coppia che
sta facendo sesso. Lo può
confermare Ellen, che ne ha
fatto esperienza su un volo per
New York. Che i piccioncini
facessero poi finta di non
parlare né inglese né
norvegese, benché fossero
chiaramente originari di
Kristiansand, è stata la goccia
che ha fatto traboccare il vaso.
Abbiate rispetto. Non si deve
dare fastidio agli altri.

Molte si domandano dove si


collochi la frontiera della
verginità: cosa si deve fare per
poter dire di aver avuto un
rapporto sessuale? Si può, per
esempio, compiere determinate
attività sessuali e considerarsi
ancora vergine? Sei vergine sei
hai fatto sesso anale ma non
vaginale? E che dire del sesso
orale o della penetrazione con
le dita? Che cosa vale – cos’è il
vero sesso? Noi non possediamo
la soluzione, ma pensiamo che
si dia troppa importanza alle
etichette. Non ci sono un sesso
giusto e uno sbagliato, e ancor
meno un “sesso vero” e uno
“non vero”. Sta a te decidere
come inquadrare la tua vita
sessuale. Quando si parla di
“rapporto sessuale”, può essere
sesso orale, vaginale, anale o
con le dita. Puoi vivere del
sesso fantastico senza passare
attraverso un coito vaginale
tradizionale. Sarebbe del tutto
assurdo affermare che una
ragazza lesbica sia vergine solo
perché non ha fatto sesso
vaginale con un uomo.
In generale, i giovani d’oggi
sanno poco di cosa può
implicare il sesso. E la colpa
non va addebitata solo
all’educazione sessuale
scolastica, visto che quasi tutti
a quel punto hanno già visto del
materiale pornografico.57
Nonostante (o forse a causa di)
questo, molti si angosciano:
sarò brava/o abbastanza? E se
non lo sono? E se lei o lui poi
pensa che quello che faccio è
scarso?
Lo ripetiamo: la prima volta
bisogna mettere in conto
parecchia goffaggine.
Qualunque cosa si faccia, non
sarà come in un film porno.
Quei film ricorrono ad artifici e
a una buona dose di fantasia.
Insomma, è vero che il porno
trae ispirazione dalla realtà, ma
non tutto quello che vi si mostra
può essere messo in pratica. Un
po’ come nella trilogia dello
Hobbit: certo che ci sono le
montagne nel mondo reale, ma
non vuol dire che ci vivano dei
draghi. E se anche ci fossero,
non avrebbero la voce di
Benedict Cumberbatch.
Va anche tenuto presente
che gli attori pornografici
equivalgono ad atleti d’élite:
non sono alla loro prima volta.
Il campione di sci alpino Kjetil
Jansrud, quando vola tra i
paletti dello slalom gigante, fa
sembrare tutto facile; ma noi ci
saremmo spezzate il collo se
avessimo provato a fare come
lui la prima volta che abbiamo
messo gli sci ai piedi.
Non cercare di ottenere le
prestazioni di un’attrice porno.
Non riuscirai a realizzare le
complesse posizioni del
Kamasutra la prima volta che ci
provi. E magari non ci riuscirai
mai, va benissimo così, non ce
n’è alcun bisogno per vivere
piacevolmente il sesso. La
prima volta sarà parecchio
goffa, è parte del suo fascino. Di
sicuro avrai la sensazione di
avere un braccio di troppo o
una gamba in meno, ma con
l’allenamento vedrai che
diventerà più facile.
Non solo è importante
ridurre le aspettative riguardo
alla tua personale prestazione:
ricordati anche di dare una
chance al partner. Lei o lui non
può sapere cosa ti piace la
prima volta che lo fate insieme,
e di sicuro è nervoso almeno
quanto te. Comunque vadano le
cose, non è male parlarne dopo.
Cosa è stato bello? Ci sarà una
seconda volta? E se sì, cosa
farete in modo diverso?

Ma come posso fare entrare


qualcosa lì dentro?
Abbiamo già detto che il
sesso può essere tante cose
diverse e che, concentrandoci
solo sui rapporti vaginali,
escludiamo molta gente. Non si
tratta mica di una faccenda solo
tra maschio e femmina, per
quanto la nostra società
eterocentrica ce lo possa far
credere. In Norvegia circa una
donna su dieci ha avuto
esperienze sessuali con una
persona dello stesso sesso.56
Tuttavia, dedicheremo ancora
un po’ di spazio alla prima
penetrazione vaginale. Non
perché sia l’unico modo di fare
sesso, ma perché è su questo
tema che riceviamo il maggior
numero di domande.
Una gran quantità di
ragazze, prima del debutto, si
pone quesiti di questo tipo:
sanguinerò? Mi farà male?
Molte temono che sia troppo
stretta. Come fa a entrare
qualcosa lì dentro? Ma se non
riesco neanche a mettermi il
tampone!
Il pensiero di infilare nella
vagina una cosa così grande
come un pene può sembrare
drammatico, ma in realtà lo
spazio c’è. La vagina è
incredibilmente flessibile e,
quando ti ecciti, si espande in
larghezza e in lunghezza. Molte
credono che una vagina che non
ha mai fatto sesso sia più
stretta di una che l’ha già fatto:
avrete senz’altro sentito dire
che la vagina tanto più si rilassa
quanto più si hanno rapporti.
Non è assolutamente vero.
La vagina è un poderoso
tubo muscolare e sei tu che ne
regoli il grado di apertura.
Questo meccanismo di controllo
funziona indipendentemente dal
numero di peni o di vibratori
che sono entrati lì dentro. Se
sei ben rilassata, per il pene è
più facile entrare; se invece sei
tesa, sarà difficile farci entrare
qualsiasi cosa. Anche se hai
fatto sesso moltissime volte, sei
perfettamente in grado di
tendere i muscoli e stringere la
vagina. Se usi attivamente i
muscoli vaginali durante il
rapporto, puoi regolare la
frizione tra pene e vagina.
Provaci!
Molte donne la “prima volta”
sono nervose, il che non è per
niente strano, con tutta quella
pressione. Non c’è niente di
male a essere un po’ agitate
ma, se l’agitazione è troppa,
l’esperienza diventa sgradevole.
Quando si è stressate, i muscoli
vaginali si contraggono
inconsapevolmente. In queste
condizioni diventa difficile
accogliere dentro qualcosa. Può
fare anche male.
Quando una donna si eccita,
spesso le parti intime
producono umidità, sotto forma
di un liquido che funge da
lubrificante.A Se sei molto tesa,
ti sarà difficile eccitarti e
bagnarti. Può succedere anche
se tu, consciamente, hai deciso
che hai voglia di fare sesso. In
pratica, l’ansia può impedire al
corpo di assecondarti nei tuoi
propositi.
Se sei asciutta o contrai la
vagina involontariamente, è
facile che si verifichino delle
lacerazioni sulle pareti vaginali
e che poi queste sanguinino un
po’. Grave non è, ma sgradevole
sì. Tutto sta nel prendersela con
un po’ di calma: dedicati ai baci
e ai preliminari, aiutano a
distendere la muscolatura. Se ti
concedi il tempo per arrivare a
un alto livello di eccitazione,
produrrai anche un grado
maggiore di umidità.
Ci sono ragazze, però, che
non si bagnano comunque,
nonostante il rilassamento,
l’ampio spazio dedicato ai
preliminari e la voglia di sesso.
Sull’altro versante, abbiamo
donne che si bagnano pur non
avvertendo eccitazione
sessuale. Non c’è sempre un
collegamento chiaro tra il
cervello e gli organi sessuali. La
buona notizia è che abbiamo a
disposizione mezzi alternativi
per creare umidità in vagina:
vanno benissimo anche un po’
di saliva o un lubrificante
(reperibile in farmacia o al
supermercato), mezzi semplici
per migliorare l’esperienza di
molte persone. La prima volta
che lo fai, non è una cattiva
idea tenere a portata di mano
qualche sostanza grassa e
viscosa, visto che ancora non
sai come reagirà il tuo corpo.
E poi, ovviamente, c’è la
questione dell’imene, alla quale
abbiamo già dedicato un intero
capitolo. Ripetiamo volentieri
un paio di punti. Non è detto
che la prima volta si sanguini a
causa dell’imene: la probabilità
è del 50 per cento. E nessuno
potrà sapere se hai già fatto
sesso o no ispezionandoti i
genitali, né prima né dopo. Non
c’è nessuna membrana a
copertura totale in vagina,
nessun velo virginale da
spezzare, soltanto una corona di
mucosa flessibile. Non sprecate
dunque la vostra energia
preoccupandovi dell’imene.
Piuttosto pensate a cose ben
più serie, come la crisi
ambientale, le condizioni degli
immigrati e la scarsa
educazione sessuale nelle
scuole. L’imene non merita notti
insonni.

Trucchi e consigli
A questo punto sai parecchie
cose su quel che accade in
vagina durante il coito, ma
come metterle in pratica?
Abbiamo da proporti due modi
di fare l’amore con un uomo la
prima volta, ma naturalmente
puoi trovare una terza via. La
vagina è tua. Ci sono varie
possibilità, e tutte buone.
La prima proposta è quella
tradizionale e senz’altro merita
di essere presa in
considerazione: è la posizione
del missionario. Nei film porno
vi si ricorre di rado poiché i
genitali risultano poco visibili
(cosa ne sarebbe del porno
senza i genitali in primo
piano?), ma nella vita reale è
ottima per il primo rapporto. Si
fa così: la ragazza giace supina,
mentre il ragazzo si sdraia tra
le sue gambe, così da avere
petto contro petto e pancia
contro pancia. Il pene entra in
vagina grazie al movimento
avanti e indietro del ragazzo
che sta sopra. Non è una
posizione attiva per lei, ma è un
buon punto di partenza per vari
motivi: avete entrambi pieno e
costante accesso al corpo
dell’altro e lo avete sempre in
vista, potete baciarvi tutto il
tempo e, soprattutto, avete la
possibilità di notare le reazioni
dell’altro in ogni momento e
sapere che siete entrambi a
vostro agio. Ciò è
particolarmente importante la
prima volta, quando entrambi
sarete nervosi. Se il contatto
visivo è difficile da sopportare,
basta chiudere gli occhi.
Ad alcune fa più paura
perdere il controllo della
situazione che non assumere il
comando. Molta gente è
terrorizzata quando è un altro a
guidare in autostrada e sente la
necessità di fare da copilota.
Anche tu sei un tipo così? Allora
è molto meglio che tu prenda il
comando. Mettiti sopra. Se il
ragazzo si sdraia supino e tu su
di lui, sei sulla buona strada. È
una specie di posizione del
missionario al contrario. Metti
le ginocchia accanto ai suoi
fianchi, una per lato, e siediti
sul pene. Se vuoi, per
assicurarti più stabilità,
appoggia gli avambracci o le
mani sul letto. Non c’è
assolutamente nessun bisogno
di stare seduta come in sella a
un cavallo, per quanto, in
questa posizione, si faccia un
gran parlare di donne che
montano stalloni. Lascia
perdere, l’importante è che
adesso sei tu che ti muovi. Puoi
controllare da te come il pene
scivola dentro la vagina, con
che profondità e a che velocità.
Il vantaggio è proprio questo!
Esattamente come nella
posizione del missionario,
entrambi potete vedere il viso
dell’altro, anche quando tu sei
sopra. Certo, può un po’
intimidire, ma è anche più facile
comunicare se qualcosa va
male, o se va bene.
Non tutti i rapporti si
concludono con un orgasmo,
anche se nei film porno sembra
così. Ciò vale sia per i maschi
che per le femmine. L’orgasmo è
questione di allenamento, non
una cosa da aspettarsi al primo
tentativo. Per raggiungere
l’estasi, è necessario conoscere
il proprio corpo e sentirsi
tranquille. È dimostrato che,
per alcune donne, è più facile
venire con un uomo con cui si
ha una relazione stabile. Per
familiarizzare con il proprio
corpo ci vuole esercizio: in altre
parole, bisogna masturbarsi.
Tante donne ci mettono anni
prima di arrivare all’orgasmo
con il proprio partner sessuale;
spesso è più facile raggiungerlo
quando si fa tutto da sole, e
comunque la pratica aiuta! Ci
torneremo.
Anche la comunicazione tra
voi due è importante. Spiegagli
quello che vuoi, ma non
aspettarti che il partner ti serva
l’orgasmo su un piatto
d’argento. Fare l’amore con
l’altro non esclude che tu possa
dedicare delle attenzioni anche
a te stessa. Inoltre gli puoi
mostrare come ti piace, e lui
può fare lo stesso.

Il sesso è divertente ma,


come succede con altri
divertimenti, non è privo di
rischi. Così come la cintura di
sicurezza e il casco
diminuiscono i pericoli della
strada, esistono metodi per
limitare il rischio di infezioni a
trasmissione sessuale e per
evitare una gravidanza.
La contraccezione è una
responsabilità condivisa. Se si è
in due a fare l’amore, si è in due
anche nella profilassi. Ma non
conviene fare affidamento
totale sull’altro: ti
raccomandiamo di essere
previdente da te, e lo stesso
consiglio rivolgiamo anche ai
nostri lettori maschi. Se poi il
partner ci ha già pensato, tanto
meglio. Significa che, tra un
orecchio e l’altro, ha della
materia grigia.
La contraccezione richiede
tempo e riflessione, perciò
informatevi bene prima di fare
sesso per la prima volta. Andate
dal medico per farvi consigliare
e date un’occhiata al capitolo
che dedichiamo all’argomento
in questo volume.
Raccomandiamo di associare il
preservativo con un metodo
contraccettivo sicuro. Al
momento le soluzioni
contraccettive riguardano quasi
esclusivamente le donne ma,
per fortuna, si stanno studiando
anche metodi per gli uomini. Il
solo sistema contraccettivo che
protegga dalle malattie
sessualmente trasmissibili
rimane comunque il
preservativo: bisogna solo stare
attenti a non danneggiarlo. Più
avanti nel libro troverete i
nostri consigli per l’uso. E
comunque conviene avere a
portata di mano una pillola del
giorno dopo, nel caso di
imprevisti. Ma ci ritorneremo.
Se avete voglia di fare
l’amore e vi siete procurati dei
mezzi anticoncezionali, non vi
resta che lanciarvi. Il nostro
suggerimento più prezioso resta
comunque di prendere la prima
volta per quello che è: una
prima volta. Lo farai tante altre
volte, diventerai più brava e
andrà sempre meglio.

Il sesso anale

Il capitolo dedicato all’“altro


buco” si concludeva con un
pizzico di suspense: la zona
attorno e dentro l’ano è piena di
terminazioni nervose in attesa
di essere stimolate. Invitare
l’ano a partecipare al gioco può
aprire nuovi orizzonti nella vita
sessuale.
Va bene, abbiamo un sacco di
terminazioni nervose nella zona
anale, ma come si stimolano?
Forse “invitare l’ano a
partecipare al gioco” ti sembra
un’espressione eccessivamente
ottimistica. L’idea del sesso
anale può spaventare o risultare
un po’ “sporca”, come se
appartenesse alla stessa
categoria del frustino e della
benda sugli occhi. Come? Far
entrare qualcosa là dietro? Vuoi
dire fare sesso con lo stesso
buco con cui si fa la cacca?
Il sesso anale è senza dubbio
riservato a chi ha un po’ più di
esperienza. D’altra parte non è
nemmeno indispensabile, se
non se ne ha particolarmente
voglia. Eppure sembra una
pratica sempre più diffusa tra le
coppie eterosessuali: fra i
giovani britannici in età
compresa tra i sedici e i
ventiquattro anni quasi uno su
cinque ha fatto sesso anale.58
Non c’è motivo di pensare che
gli altri siano diversi.
Insomma, la gente fa sesso
anale, ma spesso per le ragioni
sbagliate. Purtroppo si è visto
che troppe volte le ragazze
vengono spinte a praticarlo,
vivendolo come una cosa
sgradevole o dolorosa.59 Esiste
l’opinione diffusa che il sesso
anale sia qualcosa che le donne
devono “farsi piacere”. Ecco, è
esattamente così che le cose
non devono andare. Il sesso
anale dev’essere volontario e
piacevole: se non ti va, lascia
perdere. Stabilisci tu i tuoi
limiti.
Se invece sei incuriosita
dall’argomento, questo capitolo
fa al caso tuo. A molte donne il
sesso anale piace. Questa
pratica comprende svariate
forme di stimolazione:
penetrazione del pene o di un
vibratore, usando le dita, o
leccando l’ano e la zona
circostante (cosa che prende
anche il nome di rimming o
bacio nero). Non avere voglia di
un pene dentro non significa
che l’ano non possa darti
piacere in altri modi.
I consigli che troverai nel
presente capitolo riguardano il
sesso anale con penetrazione,
cioè con le dita, il pene o altri
oggetti. Dal momento che fare
sesso con l’ano è un po’ diverso
che farlo con la vagina, ci sono
un paio di cose che conviene
sapere prima di mettersi
all’opera.

Come forse ricorderete, l’ano


ha due potenti muscoli che
lavorano in tandem per
controllarne l’apertura e la
chiusura: uno che funziona
automaticamente senza che tu
debba fare nulla, e un altro che
invece dipende dalla tua
volontà. Grazie agli sfinteri, il
buco si mantiene stretto,
raggrinzito come una gonna a
plissé, nascondendo la vera
dimensione dell’anello.
Si immagina che il retto sia
molto stretto, assai più di una
vagina. Forse è questo uno dei
motivi per cui esercita un
magico potere d’attrazione
sugli uomini, però ciò è vero
solo in parte. L’intestino cieco si
può paragonare a un
palloncino, chiuso a
un’estremità con un nodo. Gli
sfinteri sono la parte più
esterna e si serrano con una
forza enorme, ma non appena
superati i due anelli lo spazio lì
dentro non manca. La vagina,
invece, è un tubo composto
interamente di muscoli,
dall’apertura fino alla cervice
uterina: quindi è stretta per
tutto il percorso, mentre il retto
lo è solo nel punto più esterno.
Tra l’altro, gli sfinteri non sono
sempre chiusi. Se ti ci dedichi
un po’, a un certo punto si
rilassano.
Grazie al “nodo del
palloncino”, il sesso anale
presenta una sfida tutta
particolare. Per fare sesso con
la vagina, bisogna rilassarsi, in
modo che i muscoli non si
contraggano complicando le
cose. Gli sfinteri anali non
funzionano così. Come sapete,
l’ano rimane chiuso anche
quando siete completamente
rilassate, perfino se dormite o vi
trovate in uno stato di profonda
meditazione. È lo sfintere
involontario che lavora. Non
potete dunque allargarne
l’apertura con un rilassamento;
quel che potete fare è impedire
che lo sfintere volontario si
stringa di più. Su quello
involontario, infatti, non potete
esercitare alcun controllo; ma,
come abbiamo detto,
stimolandolo si distenderà
gradualmente.
Pertanto, il consiglio
fondamentale è di cominciare
piano. Se non vi siete mai
infilate niente nel retto, non
praticate subito il sesso anale
con un pene eretto o un
vibratore troppo grosso. Ci
vuole tempo perché gli sfinteri
si rilassino. Dovete innanzitutto
far allentare quello volontario,
poi l’altro ne seguirà l’esempio.
Esercitatevi dapprima con
piccoli oggetti, con le dita o con
giocattoli sessuali di dimensioni
ridotte, in modo da abituarvi
alla sensazione. La maggior
parte delle donne ha bisogno di
un riscaldamento per essere
pronta.
Non abbiate fretta: l’ano è
suscettibile di piccole
lacerazioni, che il giorno dopo
possono fare terribilmente
male. Ne sanno qualcosa le
donne che si sono ritrovate il
pene, anziché nella vagina, nel
buco sbagliato. È doloroso. Se
volete fare sesso anale, vi
dovete preparare, e il vostro
partner deve essere paziente.
Non è il caso di partire in
quarta.
Una volta messo in moto il
processo, diventa tutto più
facile e l’ano si allenta sempre
di più. Questo suscita, in molte,
una preoccupazione: il nodo del
palloncino si richiuderà una
volta finito? O il buco resterà
aperto per sempre? Ma no,
tranquille. I muscoli,
gradualmente, si restringono di
nuovo.
Certo è possibile causare un
danno permanente allo sfintere,
esattamente come in altre parti
del corpo, ma bisogna proprio
andarci con violenza. Ricordate
che l’ano è fatto per evacuare
cose ben più grandi di un pene
medio in erezione. Cominciate
piano, dolcemente, fermatevi se
sentite dolore e filerà tutto
liscio.
Un argomento importante a
proposito del sesso anale è la
lubrificazione. Mentre di solito
la vagina si inumidisce da sola
quando ci si eccita, l’ano è
difficile da penetrare senza un
lubrificante artificiale. In caso
di eccessiva secchezza, l’attrito
rischia di provocare
escoriazioni e piccole perdite di
sangue.
In realtà anche le ghiandole
rettali producono una certa
umidità, ma questa non dipende
dal grado di eccitazione.
Internamente l’intestino è
ricoperto da una mucosa, come
la vagina e la bocca. Le mucose
producono umidità: la saliva in
bocca e le secrezioni vaginali
più sotto. Anche quella rettale
produce umidità, e ciò aiuta a
proteggersi da eventuali danni
dovuti, per esempio,
all’introduzione di un pene.
L’attività sessuale di per sé,
dunque, produce un po’ di
umidità. Ma non basta, ci vuole
anche un lubrificante.
E veniamo a un punto
delicato: la cacca. Magari
avrete sentito racconti sinistri
su donne che l’hanno fatta sul
partner durante un rapporto
anale. Molti troveranno la cosa
disgustosa, ma d’altra parte nel
retto ci sono feci, serve a
quello. Anche se non sentiamo il
bisogno di andare al gabinetto,
gli escrementi si accumulano
nell’ultimo tratto dell’intestino,
finché non si riempie. Possono
quindi rimanere tracce di
materia fecale sul pene, sul
giocattolo sessuale o sulle dita,
e può risultare un po’
imbarazzante. Se succede,
sappiate che è tutto normale e
che non c’è motivo di
vergognarsi. Se volete fare
sesso con quella parte del
corpo, queste sono le regole del
gioco.
Si possono comunque ridurre
i rischi. Alcune risolvono il
problema lavandosi prima del
rapporto, con un piccolo
clistere reperibile in farmacia.
Altre fanno in modo di andare al
gabinetto prima di mettersi
all’opera.

Con un rapporto anale,


ovviamente non correrai il
rischio di rimanere incinta, ma
potrai contrarre una malattia
venerea. Si pensa che sia meno
probabile un contagio per via
anale: ebbene, è vero
esattamente il contrario. Alcune
infezioni sessualmente
trasmissibili si propagano più
facilmente per via anale. Sei fai
sesso con un nuovo partner, è
indispensabile l’uso del
preservativo, finché entrambi
non vi siate sottoposti ai
regolari test. Questa
raccomandazione vale
qualunque sia la forma di sesso
scelta.
Una volta rassicurati dai
risultati dei test, si può
benissimo fare sesso senza
preservativo, almeno per via
vaginale. Nel retto, invece,
esistono batteri intestinali poco
raccomandabili sia per la
vagina che per l’uretra. Il
rischio d’infezione è alto e
l’igiene è dunque
indispensabile: vale anche per i
maschi. Fate quindi molta
attenzione nel passaggio dal
sesso anale a quello vaginale,
sia con le dita che con il pene. È
saggio usare il preservativo per
il sesso anale, e poi toglierlo se
vuoi continuare in vagina.
Ricordate anche di lavare bene
l’eventuale sex toy.
A proposito, ci sono
giocattoli erotici pensati
apposta per l’uso anale. Spesso
hanno un fermo in fondo per
impedire che scompaiano
dentro il retto. Nulla può
sparire dentro la vagina,
essendo questa non più lunga di
sette-dieci centimetri e chiusa
in alto. Invece l’intestino è
praticamente infinito. È una
seccatura dover correre al
pronto soccorso per farsi
togliere oggetti che si sono
incastrati, però succede. I
medici si divertono a
raccontarsi storielle sulla vasta
gamma di oggetti che hanno
dovuto pescar fuori dal retto
della gente: candele,
automobiline, iPod, bottiglie.
Vabbè, lasciamo che se la
ridano.
Ecco quel che c’è da sapere
per chi vuole provare il sesso
anale. Se ben fatto, può essere
una delizia sia per gli uomini
che per le donne, a condizione
ovviamente che le donne non si
sentano obbligate a praticarlo
unicamente per far piacere ai
maschi. Come qualunque altra
pratica sessuale, deve
rispondere a un vero desiderio.

Una vita sessuale del tutto


ordinaria

Quando nel 2015 la serie


Girls ha conquistato il pubblico
televisivo, sono stati in tanti a
descrivere come rivoluzionario
il fatto che finalmente si
vedessero delle donne normali
che facevano del sesso normale,
qualsiasi cosa questo voglia
dire. Al posto di orgasmi in
serie e hot sex sul bancone
della cucina, avevamo
l’opportunità di assistere a
mosse maldestre, pause
imbarazzanti e tentativi falliti di
saltare a cavallo del fidanzato in
lingerie sexy. Era
impressionante vedere con
quale impegno le ragazze della
serie cercassero di essere
all’altezza degli ideali sessuali
della cultura popolare, con più
o meno successo. Il dirty talk e
lo spanking magari risultano
sexy sull’ultimo articolo di Elle,
ma quando Adam e Hannah
provano davvero a metterli in
pratica, sono così imbarazzati
da doversi nascondere sotto il
cuscino. In questa fiction,
l’ideale si scontrava con la
realtà.
Girls è stata una reazione
alla banalizzazione del sesso.
Tra amiche, davanti a una
bottiglia di vino, si parla molto
e a voce alta dei dettagli più
intimi della vita sessuale. Le
ragazze si sono riappropriate
del sesso. Essere eccitate è figo,
sapere quel che si vuole è figo.
E tanto meglio per quelle che ci
riescono!
Purtroppo, sono in gioco
anche le aspettative su come
dovrebbe essere la vita
sessuale. Il sesso è diventato un
altro terreno in cui si manifesta
l’ansia da prestazione. Solo a
quattr’occhi, con la tua migliore
amica, saltano fuori le domande
più imbarazzanti: è normale che
lo facciamo solo ogni due
settimane? Ma tu succhi il pene
al tuo ragazzo ogni volta che lo
fate? Io, quando facciamo
l’amore, vengo solo se mi tocco,
sono normale?
Sì, perché, in fondo cos’è la
norma? Siamo andate alla
ricerca del sesso ordinario.

Quando si vuole esaminare la


propria vita sessuale, è
senz’altro la quantità il valore a
cui si ricorre per confrontarla a
quella degli altri. La qualità è
soggettiva, mentre contare è
facile. Se si chiede alle persone
eterosessuali con che frequenza
hanno rapporti, la risposta è la
stessa in gran parte del mondo
occidentale: le coppie etero
fanno sesso una o due volte alla
settimana. Quelle che
convivono lo fanno un po’ più
spesso di quelle sposate. I
single sono quelli che lo fanno
meno.60 Su gay e lesbiche non
sappiamo altrettanto, anche se
ci sono dati che indicano che le
coppie omosessuali fanno sesso
più o meno come quelle etero.61
Da una ricerca norvegese su
coppie tra i ventitré e i
sessantasette anni risulta che
circa il 40 per cento, nell’ultimo
mese, aveva avuto rapporti una
o due volte alla settimana.62
Solo un entusiasta 10 per cento
aveva avuto rapporti tre o
quattro volte alla settimana. La
stessa percentuale non aveva
avuto rapporti durante il mese
precedente. Tutti gli altri
avevano avuto rapporti ogni
quindici giorni circa.
Potrà forse destare sorpresa
il fatto che, a giudicare da
questa ricerca, non vi siano
grandi differenze a seconda dei
gruppi di età. È solo dopo i
cinquant’anni che la frequenza
dei rapporti comincia a
diminuire, ma anche tra costoro
più del 40 per cento delle
coppie intervistate aveva fatto
sesso una o due volte a
settimana, se non di più.
Tuttavia sappiamo, in base a un
gran numero di studi, che l’età
è un elemento chiave nella
frequenza dei rapporti. Ciò è
dovuto al fatto che, con
l’avanzare degli anni, il corpo
funziona meno bene dal punto
di vista sessuale. Il desiderio
cala, gli uomini accusano
difficoltà erettili e nelle donne
la mucosa vaginale può
diventare più fragile e delicata,
a causa dei bassi livelli di
estrogeno, cosa che provoca
fastidio nei rapporti. Ci sono
comunque altri fattori, oltre
all’età, che spiegano la
frequenza delle relazioni
sessuali. L’innamoramento è
uno di questi.
All’inizio di una nuova
relazione, ci si sente come in
una bolla. Il cervello è
sommerso da segnali neuronali
che trasmettono felicità,
soddisfazione e voluttà. Rapiti
dalla passione amorosa,
dimentichiamo tutto ciò che
esiste al di fuori della coppia. Il
sesso diventa più importante
del sonno, del cibo, degli amici.
Diventa una lingua comune per
esprimere quello che ancora
non si osa dire a parole: adesso
siamo io e te l’unica cosa che
conta.
Ma tutto ciò che inizia ha
una fine. E una sera, mentre
una mano ardente ti si insinua
sotto le mutandine, ti sorprendi
a guardare l’orologio. «Che ne
dici di stare un po’ accoccolati?
Mi devo alzare presto
domattina» proponi con un
sorriso di scusa. C’è qualcosa
che non va nella relazione se,
all’improvviso, non hai più
voglia di sesso a ogni ora del
giorno e della notte? O è
semplicemente un’evoluzione
fisiologica?
Uno studio tedesco ha
investigato la vita sessuale di
1900 studenti tra i venti e i
trent’anni in relazioni stabili.63
Si è scoperto un evidente
legame tra la durata del
rapporto e la frequenza
dell’attività sessuale. In media,
le coppie appena innamorate lo
facevano dieci volte al mese,
ossia due volte e mezza a
settimana. Il 70 per cento
faceva sesso più di sette volte al
mese. Dopo il primo anno, il
numero dei rapporti sessuali
cominciava a diminuire. Quando
la relazione aveva una durata
fra uno e tre anni, meno della
metà aveva rapporti due o più
volte alla settimana. Arrivati ai
cinque anni, si toccava il fondo,
la frequenza di relazioni intime
era dimezzata: da dieci a cinque
volte mensili. Questi dati
corrispondono a quelli di altre
ricerche64, 65 e valgono anche
per le coppie lesbiche.61
Insomma, se fate meno sesso
di prima, sappiate che non siete
le sole. Ma cos’è che succede?
La ricerca tedesca avanzava
alcune osservazioni
interessanti. All’inizio della
relazione, donne e uomini
mostravano lo stesso appetito
sessuale e lo stesso desiderio di
intimità e vicinanza. Poi
succedeva una cosa strana:
mentre gli uomini conservavano
lo stesso desiderio anche tre
anni dopo, si registrava nelle
donne una drastica caduta della
libido una volta passato il
traguardo del primo anno. Tre
donne su quattro dichiaravano
che, nel primo anno, avevano
spesso voglia di fare sesso.
Dopo tre anni, erano solo una
su quattro.
Questo fenomeno è ben
illustrato dalla frequenza con
cui gli uomini e le donne,
all’interno di una relazione, si
sentono rifiutati quando hanno
voglia di sesso. Nello studio
norvegese di cui abbiamo
parlato prima, metà dei maschi
diceva di sentirsi rifiutato ogni
tanto, e uno su dieci affermava
di sentirsi rifiutato spesso. Per
le donne valeva il contrario: il
90 per cento non si sentiva mai
o raramente rifiutata dal
maschio.62
Ciò che invece non
diminuiva, anzi, al contrario,
aumentava nel corso della
relazione era il bisogno di
intimità e di vicinanza da parte
delle donne, mentre negli
uomini la voglia di coccole nel
tempo calava. Probabilmente il
luogo comune è più vero di
quanto ci piacerebbe pensare:
le donne vogliono carezze, gli
uomini vogliono scopare. Il
perché non lo sappiamo. Gli
autori dello studio tedesco
erano dell’opinione che la
risposta andasse cercata
nell’evoluzione. Le donne usano
inconsciamente il sesso per
legare a sé l’uomo, dopodiché,
una volta raggiunta la meta,
perdono interesse. Secondo
altri, la risposta sta nel diverso
grado dell’istinto sessuale
biologico (fino a che punto il
sesso sia un istinto lo vedremo
in seguito). Infine, molte voci
segnalano una responsabilità
della società, la quale
indicherebbe un “copione
sessuale” in base a cui si
dovrebbero comportare
femmine e maschi. Essere
eccitati sarebbe un aspetto di
ciò che la società considera
come virile, mentre la stessa
cosa nelle donne viene
percepita come antifemminile.
Questo porterebbe le donne a
cadere più facilmente in un
comportamento asessuato
rispetto agli uomini.
Finora abbiamo visto che,
quanto più dura la coppia, tanto
meno si fa sesso. Al tempo
stesso, sappiamo che le coppie
più felici sono quelle che hanno
più rapporti sessuali.
Consoliamoci pensando che
sembra esserci un tetto limite.
Una ricerca canadese condotta
su 30.000 persone ha
dimostrato che il livello di
felicità non cresceva in coloro
che lo facevano più di una volta
alla settimana.66 Si direbbe che
l’umanità abbia trovato da sola
una misura aurea di uno-due
rapporti intimi alla settimana!

A parte la frequenza dei


rapporti, quali sono gli altri
fattori che determinano quanto
siamo soddisfatti della nostra
vita sessuale? Di nuovo la
risposta è ovvia: la qualità della
relazione.60, 67, 68 C’è un
rapporto stretto tra la
soddisfazione nella relazione e
la qualità della vita sessuale. In
pratica, una buona vita sessuale
e una buona relazione vanno di
pari passo. Non si sa però se è il
sesso ben fatto che migliora il
rapporto o viceversa.
Probabilmente l’insieme delle
due cose.
Un buon legame ha molto a
che fare con una buona
comunicazione. Si deve parlare
insieme di sesso e sentimenti.
Santo cielo, che tristezza! Ma
perché mai? Perché si deve a
tutti i costi parlare di sesso?
Non è forse questa la prova
definitiva che la coppia è
sessualmente morta? L’aspetto
più sexy nell’avventura di una
notte o in un rapporto nuovo è
per l’appunto l’assenza di
parole. Pur di non parlare, a
volte si preferisce lasciar
perdere il preservativo per
evitare di rovinare l’atmosfera.
La pausa chiacchiere è una
minaccia per la fragile
situazione di mistero e di
attesa.
D’altro canto, le coppie che
riescono a costruire un’intimità
emotiva parlando di sentimenti,
bisogni e aspettative, alla lunga
sono più soddisfatte sia della
loro relazione che della loro
sessualità.69, 70, 71 Esprimere
apertamente desideri e bisogni
crea sicurezza e, di
conseguenza, soddisfazione. Le
coppie che parlano di sesso non
solo sono più soddisfatte, ne
fanno anche di più.62
Molte cose in un rapporto
possono distruggere il desiderio
sessuale: lo stress, la mancanza
di tempo, la sensazione di non
essere sessualmente all’altezza,
un’immagine di sé negativa e
una cattiva conoscenza del
proprio corpo. Quando si sente
di non avere le stesse esigenze
sessuali del partner, è facile
cadere rapidamente in un
circolo vizioso, in cui uno
prende sempre l’iniziativa e
l’altro lo allontana. Rifiutare è
sgradevole. Ci si sente in colpa
per non corrispondere alle
aspettative del partner e ci si
comincia ad angosciare per
paura che si stufi e non voglia
più stare con noi. Quanto più ci
si preoccupa per tutto questo,
tanto minore sarà il desiderio.
Fino ad arrivare al punto di
evitare perfino carezze e baci
innocenti, nel timore che
inducano nell’altro l’idea di
andare più in là.
Questa dinamica è spesso
presente quando le coppie
smettono di fare sesso con
regolarità, ed è ingenuo
pensare di poterne uscire senza
parlare. Molte coppie, se
avessero il coraggio di
affrontare l’argomento non
appena le cose cominciano ad
andare per il verso sbagliato,
potrebbero risparmiarsi molti
problemi. Perciò sedetevi
accanto al vostro partner,
mettete via il cellulare e fate
una bella chiacchierata. La
vostra vita sessuale non potrà
che beneficiarne.
Forse starai pensando che la
quantità non è tutto, e su
questo siamo completamente
d’accordo. Va bene fare sesso
una o due volte alla settimana,
ma “sesso” può significare tante
cose diverse. Si può succhiare o
leccare, stimolare la vagina o
l’ano. Si può venire o non
venire, farlo nel letto
matrimoniale, sul divano o
nell’ascensore di un hotel. Per
alcuni il nemico è proprio il
sesso di routine – sentono
nostalgia della tensione e
dell’imprevedibilità della vita da
single o dell’inizio della
relazione di coppia.
Una ricerca australiana del
2006 ha chiesto a un campione
di 19.000 persone quali
combinazioni avessero scelto
l’ultima volta che avevano fatto
l’amore.72 Il 12 per cento aveva
avuto solo un coito vaginale. La
metà aveva avuto un coito
vaginale aggiunto alla
stimolazione manuale degli
organi sessuali. Un terzo aveva
fatto anche sesso orale. Non ci
sorprende che, quanto più
erano coinvolte le mani e la
lingua, tanto maggiore era, per
la donna, la probabilità di avere
un orgasmo.
Attorno all’idea di una buona
vita sessuale ruotano molte
aspettative. La realtà è che una
vita sessuale ordinaria è, per
l’appunto, molto ordinaria.
Sono pochi a farlo come conigli.
A mano a mano che l’effetto
dell’innamoramento svanisce ci
si stanca un po’. Solo una
minoranza succhia o lecca i
genitali del partner ogni volta
che fa sesso, eppure quasi tutti
si accontentano. Ma se vuoi che
le cose vadano meglio, c’è solo
una cosa da fare: parlarne
insieme.

La perdita del desiderio


Amare il sesso non è più un
tabù. È diventato quasi un
ideale tra le giovani donne. Il
“modello perfezione” in campo
sessuale prevede che le donne
provino piacere, prendano
l’iniziativa e sperimentino cose
nuove. Ma se il desiderio non
c’è più, o non c’è mai stato, che
si fa? Si rischia, in questo caso,
di sentirsi escluse.
Nell’inverno del 2015 Nina
ha avuto il piacere di conoscere
una dama di grande fascino, la
dottoressa Shirley Zussman,
che aveva allora cento anni.
Questa signora piccola e curva,
dalle labbra carnose e gli occhi
scintillanti, è stata una
testimone di prim’ordine della
rivoluzione sessuale. È stata
allieva di William Masters e di
Virginia E. Johnson, noti per la
“scoperta” dell’orgasmo
femminile e fonte d’ispirazione
per la serie televisiva
statunitense Masters of Sex.
Dagli anni Sessanta, Shirley
Zussman esercita la professione
di consulente sessuale a New
York.
Ancora oggi continua a
seguire i suoi pazienti in uno
studio pieno di fiori nell’Upper
East Side, con gli scaffali della
libreria decorati di figurine di
legno in diverse posizioni
erotiche. Questa lunga carriera
le conferisce uno sguardo unico
sull’evoluzione delle
problematiche sessuali negli
ultimi decenni: «Prima la gente
veniva da me per problemi
legati all’orgasmo,
all’eiaculazione precoce o
all’assenza di climax – adesso
invece è proprio l’eccitazione
che manca» dice. È indubbio
che la gente faccia sesso meglio
ora che negli anni Sessanta,
sostiene Zussman, ma a cosa
serve, se non si ha voglia di
farlo? Secondo lei, la colpa è
della tecnologia e della
pressione sul lavoro. «Le donne
che vengono da me sono così
stanche che preferiscono
giocherellare con i loro
maledetti cellulari piuttosto che
trovare un momento per
l’intimità. Ci dimentichiamo di
toccarci e di guardarci negli
occhi.»
Probabilmente ha ragione.
Sembra che la mancanza di
desiderio sia la nuova malattia
femminile. Una ricerca del 2013
segnalava che, in Gran
Bretagna, una donna su tre
aveva sofferto di mancanza di
appetito sessuale nel corso
dell’anno precedente.73 Tra le
giovani donne di età compresa
tra i sedici e i ventiquattro anni,
una su quattro dichiarava di
non avere interesse per il sesso.
È una scoperta davvero triste.
Ma con quali criteri le donne
misurano la loro assenza di
desiderio? Dagli anni Sessanta
è in voga una specie di modello
a domino dei quattro stadi della
risposta sessuale: Desiderio –
Eccitazione – Orgasmo –
Risoluzione. Si definisce il
desiderio come la voglia di
attività sessuale, inclusi i
pensieri e le fantasie. Il
desiderio è dunque un processo
puramente mentale: ho voglia
di sesso, ORA! Invece
l’eccitazione è tanto una
sensazione di piacere quanto
una reazione fisica, che
comprende un aumento
dell’apporto di sangue nella
zona inguinale, una
lubrificazione e un’espansione
della vagina. Il battito accelera,
salgono la pressione arteriosa e
la frequenza respiratoria.
Solo recentemente i
ricercatori hanno cominciato a
mettere in discussione questo
modello. Alcune interviste
hanno mostrato che fino a una
donna su tre non ha provato
mai, o lo ha fatto raramente,
voglia prima del rapporto
sessuale – cioè non ha
conosciuto quello che in gergo
tecnico si definisce desiderio
spontaneo. Tuttavia, una volta
impegnate nel rapporto
sessuale, la maggioranza
sperimentava eccitazione fisica
e piacere. Può forse sembrare
strano, ma è davvero possibile
che, in così tante donne, ci sia
qualcosa di sbagliato?74, 75

«No» risponde un numero


sempre maggiore di voci. Per
molte donne, infatti, il desiderio
è reattivo, cioè scaturisce come
risposta a una carezza intima o
a un contesto erotico.76, 77
L’eccitazione sessuale viene
prima del desiderio, potremmo
dire, e queste donne sono
quindi più dipendenti dai
preliminari e dall’intimità
perché scatti il loro
interruttore. Le donne con
desiderio reattivo hanno un
interesse ridotto per il sesso e
prendono poco l’iniziativa a
letto, ma non per questo
smettono di vivere una
sessualità appagante una volta
entrate nell’atmosfera giusta. Si
tratta solo di saperne ascoltare
il desiderio con maggiore
attenzione.
La sessuologa Emily Nagoski
si è impegnata nella battaglia
per informare le donne sul
desiderio reattivo. Nel libro
Come As You Are (Vieni come
sei) sostiene che quasi una
donna su tre ha una forma di
desiderio di tipo reattivo.
All’estremità opposta troviamo
un 15 per cento di donne con la
forma di desiderio “classica”,
spontanea, quando la voglia di
sesso ti cade dal cielo. Il resto
delle donne si colloca in un
qualche punto intermedio tra i
due:78 a volte la voglia arriva
senza sapere bene perché,
mentre altre volte il sesso è
percepito come una fatica,
finché la donna non sente che il
corpo risponde e, a poco a poco,
la testa lo segue. Solo in un
piccolo gruppo di donne, il 5
per cento circa, è del tutto
assente qualsiasi desiderio
sessuale, sia spontaneo che
reattivo.
Il modello del sesso reattivo
è una rottura netta con la
rappresentazione ideale del
sesso nella cultura popolare. Un
buon numero di donne e
ragazze che conosciamo non si
sente a proprio agio in questa
rappresentazione. Si
domandano se sono anormali
per il fatto di non essere così
interessate al sesso “come le
altre”. Pensano che i ragazzi le
trovino noiose e si sentono in
colpa perché non prendono mai
l’iniziativa in materia sessuale.
Per molte di loro può risultare
liberatorio un modello
alternativo. Diversi elementi
inducono a pensare che il
desiderio reattivo sia una
normalissima variante della
sessualità femminile e non un
errore né una malattia.B
Se pensiamo che il desiderio
spontaneo sia la norma, è anche
perché questa è la modalità
dominante negli uomini.
Secondo la Nagoski, pare che
all’incirca tre su quattro
registrino un tipo di desiderio
spontaneo e, per un qualche
insondabile motivo,
presumiamo che la sessualità
maschile e quella femminile
funzionino allo stesso modo.
Probabilmente non è così, come
presto vedremo.
Un’altra fonte di confusione
è il mito secondo il quale
l’individuo nasce con una
pulsione sessuale.78
Nasceremmo tutti eccitati. Le
pulsioni (la sete, la fame, la
stanchezza) agiscono come un
istinto e ci permettono di
mantenerci in vita: il nostro
cervello, in modo del tutto
inconscio, manda il messaggio
che, per mantenere il corpo in
equilibrio, è ora di compiere
una determinata azione, per
esempio dormire, mangiare o
bere. Se davvero avessimo un
istinto sessuale, significherebbe
che sentiremmo il bisogno di
sesso allo stesso modo in cui
sentiamo quello di cibo, di
sonno o di vestiti caldi. Il sesso
sarebbe allora una necessità
primordiale per sopravvivere:
non è sorprendente che chi la
pensa così consideri sbagliato
non averne voglia.C E invece
sappiate che nessuno muore
per mancanza di sesso. Non è
un istinto, ma un premio.78
Nella misura in cui il sesso
procura piacere ed è gradevole,
funziona come una droga per il
cervello: ne vogliamo sempre di
più. Non appena il desiderio
viene stimolato, cominciamo a
cercare situazioni per
soddisfarlo. E qui arriviamo al
punto focale nella teoria della
Nagoski: se per te il sesso non
funziona come un premio, per
esempio perché ti fa male,
perché lo associ a una
precedente aggressione o
perché semplicemente lo trovi
noioso, la voglia diminuisce.
Niente funziona se il sesso non
è riconosciuto dal cervello come
una ricompensa. In altre parole,
non nasciamo eccitati, lo
diventiamo.
Ne possiamo ricavare due
lezioni. In primo luogo, significa
che le donne (o gli uomini) che
hanno poca voglia di sesso – sia
in generale sia perché sentono
solo un desiderio reattivo – non
sono nate sbagliate né sono
malate. Ad alcuni piace il
cioccolato, ad altri no. Non ci
viene in mente che ci sia
qualcosa di strano in chi non
ama il cioccolato, anche se la
maggioranza dei cervelli
reagisce positivamente a una
tale squisita combinazione di
grassi e zuccheri. Ma perché
sarebbe grave etichettare
queste persone come malate?
Be’, perché sentirsi definire
un’anomalia ambulante uccide
quel po’ di desiderio che ancora
ti rimane.
In secondo luogo, ciò implica
che il desiderio sessuale non è
una grandezza costante.
Nasciamo con un potenziale di
eccitazione, ma in quale misura
ci ecciteremo dipende dal
piacere e dalla soddisfazione
che ci darà il sesso, oltre che
dalla nostra generale situazione
di vita. Per giunta, anche la
nostra storia sessuale, ovvero il
bagaglio di esperienze che
ciascuno di noi si porta dietro,
contribuisce a formare il nostro
desiderio.
Questo spiega perché la
libido sale e scende a ondate
nel corso della vita e a seconda
dei rapporti in cui ci veniamo a
trovare. Ciò ci fornisce, tra
l’altro, una fantastica
opportunità di influire sul
desiderio: una volta compreso
come funziona il sistema di
ricompense del cervello, lo
possiamo manipolare. E
arriviamo così alla principale
differenza tra maschi e
femmine.
I sessuologi sono pieni di
inventiva. In una serie di
esperimenti, è stato misurato
l’afflusso di sangue ai genitali
maschili e femminili.
Apparecchi di registrazione
sono stati applicati al pene e
alla vagina, in modo da avere
una misura dell’eccitazione
sessuale fisica. Si tratta di
riflessi automatici, che non
possono essere controllati
coscientemente. Durante questi
esperimenti, i soggetti
guardavano film porno:
eterosessuale, omosessuale,
sesso delicato, sesso violento, e
perfino sesso tra scimmie. Ce
n’era per tutti i gusti, insomma.
Poi veniva chiesto loro di
valutare il proprio livello di
eccitazione mentre visionavano
i diversi spezzoni di film. E qui
si è scoperta una cosa molto
interessante.78, 79
Nel caso degli uomini, la
corrispondenza tra l’erezione
del pene e l’eccitazione
percepita è circa del 65 per
cento.80 Quindi la testa e le
risposte automatiche dei
genitali maschili vanno
abbastanza d’accordo. Ah, ce
l’ho duro, allora significa che ho
voglia di sesso, pensa l’uomo.
(Si tratta ovviamente di una
semplificazione. Gli uomini
possono avere un’erezione
anche in assenza del minimo
desiderio sessuale, per esempio
nel caso del ben noto
alzabandiera mattutino o
quando certi adolescenti a
scuola vengono chiamati alla
lavagna.) E poiché il desiderio
maschile è strettamente
collegato ai movimenti del
pene, pillole come il Viagra
funzionano assai bene quando
si fa fatica a “farlo rizzare”: il
Viagra non agisce sul cervello,
si preoccupa soltanto di
restringere i vasi attraverso cui
il sangue esce dal pene, di
modo che il membro, pieno di
sangue, rimane più duro. Una
volta che il pene è dalla tua
parte, è praticamente cosa
fatta.
Nelle donne, al contrario, si
riscontra solamente un 25 per
cento di coincidenza tra la testa
e l’eccitazione genitale.80 La
corrispondenza è talmente
minima che non si può proprio
determinare se una donna provi
o meno desiderio sessuale in
base a quanto siano lubrificati o
irrorati di sangue i suoi genitali.
La vagina delle signore si gonfia
e si bagna vedendo sia uomini
che fanno sesso con altri uomini
sia scimmie in piena azione, ma
non per questo si sentono
necessariamente eccitate. La
zona vaginale reagisce
abbondantemente anche al
sesso lesbico, spesso di più che
al porno etero. Cosa ancora più
inquietante, si è visto che le
donne possono eccitarsi
fisicamente e avere un orgasmo
in caso di aggressione
sessuale.80 Cosa significa
questo? Che le donne davvero
gradiscono il sesso tra
scimpanzé o che ad alcune
piace essere violentate?
No, no, assolutamente no.
Significa piuttosto che le donne,
a differenza degli uomini,
presentano in alto grado ciò che
gli studiosi chiamano arousal
non-concordance o subjective
genital (dis)agreement. Parole
difficili per dire semplicemente
che, in relazione al desiderio,
non c’è concordanza tra il
cervello e la vagina. Le due
parti del corpo evidentemente
non parlano la stessa lingua e le
donne con un grado di desiderio
molto basso sono quelle in cui è
più alta la non-concordanza tra
testa e vagina. Il loro cervello
quasi non riesce a raccogliere i
segnali provenienti dalla zona
genitale.79
Il desiderio femminile risiede
innanzitutto nella testa. Non ci
basta – come invece spesso
succede agli uomini – avere una
persona attraente nel nostro
letto, né sentire il sesso
bagnato e gonfio. Abbiamo
bisogno di più. È il nostro
cervello che va stimolato, non la
vagina. Per questo il Viagra
funziona raramente con le
donne, anche se i tentativi sono
stati fatti.81 Per agire sul
desiderio femminile con delle
pillole, bisognerà operare sulle
complesse circonvoluzioni
cerebrali, ma questa è medicina
di ben altro livello.

Sono stati fatti parecchi


tentativi per trovare la “pillola
rosa”. Si è provato, per
esempio, a somministrare alle
donne del testosterone, nella
convinzione che fosse un
ormone fondamentale per il
desiderio sessuale. Il problema
è che non è raccomandabile
darlo alle donne in età fertile, a
causa dei possibili effetti nocivi
sull’embrione in caso di
gravidanza. La maggior parte
delle ricerche, pertanto, sono
state condotte su donne quasi
completamente prive di
testosterone, in quanto operate
di cancro o in menopausa. Nella
maggior parte dei casi, si è
registrato un effetto
moderatamente positivo
dell’ormone sull’appetito
sessuale.82 Nel migliore degli
studi, condotto su soggetti un
po’ più giovani, fra trentacinque
e quarantasei anni, non si è
visto alcun aumento del
desiderio.83 Le donne che
hanno ricevuto una dose media
di testosterone testimoniavano
un incremento di «avvenimenti
sessualmente soddisfacenti»
dello 0,8 per cento nel giro di
un mese, rispetto alle donne
trattate con placebo.
I dati indicano che l’aumento
di testosterone, non appena
superato un livello minimo
molto basso, produce effetti
limitati. Che voi abbiate molto o
poco testosterone, non sembra
poter indicare quanto alto sarà
il vostro desiderio.83 Forse gli
ormoni sessuali non esercitano
una così grande influenza sul
desiderio delle donne come si
pensava.77
Altri medicinali sono stati
testati. Si è molto parlato del
melanotan, ormone prodotto
sinteticamente, detto anche “la
droga della Barbie”, perché le
adolescenti, tra cui la celebre
blogger norvegese Sophie Elise
Isachsen, lo compravano
illegalmente in rete. Il
melanotan imita uno degli
ormoni naturali che fa scurire la
pelle e apparire i nei sul corpo.
Inizialmente questa sostanza
era stata elaborata per farci
prendere un bel colorito senza
bisogno di esporci al sole,
insomma una sorta di
autoabbronzante in pillole. Poi
si è scoperto che aveva, come
effetto secondario, quello di
diminuire l’appetito e,
probabilmente, di aumentare il
desiderio sessuale. Il sogno
della donna ideale: pelle
ambrata, magra ed eccitata.
Nelle pupille dell’industria
farmaceutica si è ovviamente
acceso il simbolo del dollaro.
Il problema è che l’uso del
melanotan, col passare del
tempo, mostrava di avere degli
effetti collaterali
potenzialmente letali. Ne è
stata quindi bloccata ogni
sperimentazione. In seguito, la
compagnia farmaceutica ha
scoperto che si poteva produrne
una variante meno pericolosa,
chiamata bremelanotide. Dopo
anni di sperimentazioni, questo
medicinale è adesso arrivato
all’ultima fase di studi e pare
che possa ricevere il nulla osta
per essere messo in commercio.
Il guaio è che il farmaco, oltre a
essere molto costoso, va
somministrato con un’iniezione;
e comunque l’effetto non è poi
così notevole. Chi lo utilizza ne
ricava un mezzo “avvenimento
sessualmente soddisfacente” in
più al mese rispetto a chi ha
avuto una puntura di placebo.84
Non proprio roba da fare salti
di gioia.
Un altro medicinale, la
flibanserina, era stato
originariamente concepito come
antidepressivo, ma nel 2015 è
stato omologato per l’uso in
soggetti con scarso desiderio
sessuale. Questo farmaco,
costosissimo, va preso ogni
giorno, senza mai consumare
alcol, per il rischio di un calo di
pressione grave. Effetti
secondari tipo nausea, vertigini
e stanchezza sono
relativamente frequenti. E,
anche qui, il risultato non è poi
così spettacolare. Chi lo utilizza
registra tra 0,4 e 1
“avvenimento sessualmente
soddisfacente” in più al mese.82
Insomma, le pillole per il
momento non sembrano offrire
la cura miracolosa che si
sperava. Nessuno dei farmaci
menzionati è veramente
granché, se consideriamo gli
effetti collaterali, il prezzo e il
risultato. Queste ricerche,
tuttavia, hanno messo in
evidenza il ruolo che giocano i
sentimenti nel desiderio e nella
soddisfazione sessuale. Gli
studiosi hanno infatti notato che
questo tipo di “medicinali” ha
un forte effetto placebo,
superiore al normale. Uno
studio sul Viagra ha rivelato che
il 40 per cento delle donne che
avevano preso solo pillole
zuccherate aveva riscontrato un
miglioramento della libido.85
Assumendo una pastiglia,
entravano in una nuova
modalità, in un nuovo ruolo,
riuscendo così a rompere con i
loro vecchi schemi. Cessavano
di considerarsi come donne
senza desiderio.

L’effetto placebo ci dimostra


quanto segue: il desiderio
sessuale è nella testa e può
essere guidato. Ma come?
La sessuologa Emily Nagoski
lo ha spiegato bene.78
Immaginate che il cervello,
dalla sommità del corpo, agisca
come un direttore dotato di
grande sensibilità: riceve
costantemente dei segnali
dall’interno del corpo e
dall’ambiente circostante e li
interpreta e organizza in
un’immagine coerente. Il nostro
sistema nervoso, che invia gli
impulsi al cervello, è costruito
in modo molto semplice, un po’
come i codici di un computer
dove tutto si traduce in 0 o 1.
Abbiamo un percorso
segnaletico che dice “vai”,
chiamato eccitazione, e un altro
che dice “frena”, detto
inibizione. L’equilibrio delle
forze nelle due direzioni
opposte decide in ogni
momento cosa il cervello
stabilisce di fare con il corpo.
Se schiacciamo più forte sul
freno, non serve a niente dare,
contemporaneamente, anche un
po’ di gas. È la somma che
conta.
Immaginate che ciascuno dei
motivi, consapevoli o
inconsapevoli, che vi portano a
non voler fare sesso sia come
una piccola pressione sul
pedale del freno: lo stress, la
depressione, una cattiva
immagine di sé, un senso di
colpa oppure la paura di non
raggiungere l’orgasmo. Questi
leggeri colpi di freno possono
accumularsi fino a bloccare
completamente la macchina.
Per evitare una frenata brusca,
bisogna che il cervello riceva un
segnale ancora più deciso che
dica “vai”, come l’amore e il
piacere. Il premio dev’essere
più grande dello sforzo. A volte
succede spontaneamente, come
quando siamo innamorate.
Altrimenti bisogna darsi da fare
affinché i messaggi che dicono
“vai” prevalgano e l’inibizione
sia minima. Può sembrare un
discorso un po’ vago ma, in
realtà, non ha niente di magico.
Il primo passo è riconoscere
che il desiderio sessuale non
viene da sé e non è nemmeno
un tratto caratteriale innato. Poi
dovete tranquillamente
riflettere su cosa vi eccita e
cosa vi spegne. Seguite il
consiglio di Nagoski, compilate
una lista.

Cosa mi ammoscia?
Fare sesso appena prima di
andare a dormire, perché ho
paura che la mattina dopo non
sarò riposata. Essere triste o
abbattuta. Il timore che il mio
partner ci provi quando io non
ne ho voglia, cosicché debba
dire di no un’altra volta.
L’incertezza nella relazione. La
gelosia. Il sesso abitudinario, in
cui so esattamente cosa sta per
succedere. L’aspettativa del mio
partner che io abbia un
orgasmo, in modo che lui si
possa sentire un bravo amante.
La preoccupazione per le cose
che avrei dovuto fare durante la
giornata, senza riuscirci.
Sentirmi brutta. Non essermi
fatta la doccia e sentirmi
sporca. Il fatto che controlliamo
il cellulare a letto.
Cosa mi accende?
Sapere che abbiamo un
sacco di tempo e non c’è
nessuna fretta. Una sveltina
senza parlare. L’idea
dell’orgasmo. Sentirmi bene
dentro il mio corpo. Un libro o
un film erotico, o direttamente
un porno. L’amore dopo lo sport,
quando le endorfine scorrono a
fiumi e il sangue continua a
pompare forte. Il sesso a metà
giornata, in piena luce del
giorno. La protezione
dell’oscurità totale. Le lenzuola
nuove. Sentirmi amata. I
complimenti. Una situazione
insolita. Una situazione
familiare. Vedere il mio partner
prenderci molto gusto.
Prenderci io molto gusto. Il
solletico sulla schiena. Osare
cose nuove a letto. Sapere che
proprio quello che faccio
sempre a letto per il mio
partner è la cosa più bella del
mondo.

Una volta compilata la lista,


comincia il lavoro vero e
proprio. Ora bisogna realizzare
le condizioni che faranno
pendere la bilancia verso il
“vai”. Vale a dire eliminare
quanti più elementi frenanti
possibile e,
contemporaneamente, creare
uno scenario che accenda il
desiderio.
Se sei in coppia, questo
lavoro è praticamente
impossibile farlo da sola. Devi
coinvolgere il tuo partner,
facendogli sapere cosa ti eccita
e di cosa hai bisogno. Nelle
relazioni che si sono incagliate,
i consulenti sessuali
suggeriscono spesso di
interrompere completamente
ogni attività sessuale per un po’
di tempo, oppure di stabilire
delle regole del gioco, per
esempio scegliendo un giorno
determinato e un orario per
fare l’amore. Non sembra molto
sexy come programma, ma
dietro c’è un’idea precisa.
Eliminando tutte le aspettative,
ci si regala una pausa che
permette al desiderio di tornare
spontaneamente. Non lo si può
costringere a comando. Che una
debba provare desiderio non è
che un freno supplementare.
Ciò non vuol dire che si
debba cessare di stare vicini
l’uno all’altro. Per molti, del
resto, è proprio il contrario che
succede: si trova lo spazio per
una piacevole intimità, senza
avvertire una pressione per la
quale non ci si sente preparati.
Devi essere gentile e paziente
con te stessa. Se il tuo
compagno non crede che questa
sia una cosa importante, forse
hai messo il dito su una parte
del problema.
Shirley Zussman, con i suoi
cent’anni di esperienza, ha
capito una cosa fondamentale.
Il desiderio sessuale non viene
fuori dal nulla. È strettamente
intrecciato con le relazioni che
viviamo e, soprattutto, con il
rapporto che abbiamo con noi
stesse. Non serve la bacchetta
magica. Quasi tutte abbiamo in
noi la capacità di provare
desiderio.
Il grande O

L’orgasmo è un fenomeno
favoloso e spettacolare. Si
differenzia dal noioso lavoro di
manutenzione quotidiana che il
corpo compie per mantenerci in
vita. Mentre il cuore batte per
pompare il sangue attraverso il
sistema circolatorio, mentre
l’intestino macina e rimugina
per darci alimento e il cervello
freme di segnali neuronali
affinché il corpo possa muoversi
e fare programmi, l’orgasmo
svolge una funzione tutta sua.
Non è altro che un piacere
ansimante da far arricciare le
dita dei piedi e rizzare i capelli
in testa. L’orgasmo è la nostra
piccola ricompensa.
Ci sono stati molti tentativi
di definire cosa sia l’orgasmo,
eppure i ricercatori restano in
disaccordo tra loro. La medicina
tradizionale intende per
orgasmo l’apice passeggero di
un piacere sessuale legato alle
contrazioni ritmiche della
muscolatura basso-
addominale.86
I sessuologi contemporanei
trovano questa definizione un
po’ riduttiva. L’orgasmo è
vissuto in modo diverso da una
donna all’altra, oltre al fatto che
è perfettamente possibile, dal
punto di vista puramente fisico,
avere un orgasmo sgradevole
oppure del tutto asessuato, per
esempio nel caso di
un’aggressione o durante il
sonno. Prova ne è che una
donna su tre sperimenta
orgasmi mentre dorme.87 Per
questo i sessuologi considerano
che sia più corretto dire che
l’orgasmo è l’esplosione
improvvisa e involontaria della
tensione sessuale,78 come un
arco teso nel momento in cui lo
lasci andare.
Insomma, si può avere un
orgasmo senza piacere, senza
contatto fisico con gli organi
genitali e senza contrazioni del
bacino. Alcune lo descrivono
soltanto come un formicolio
caldo che si espande per tutto il
corpo, per poi lasciare
un’inconfondibile sensazione di
“aver finito”. Quello che tutte le
donne hanno in comune è di
saper riconoscere un orgasmo
quando ce l’hanno. Se non sei
sicura di averne avuto uno, vuol
dire che non l’hai mai avuto.
Se vogliamo attenerci alla
maniera classica di intendere
l’orgasmo, che è in fondo la più
comune, questo è l’apogeo della
risposta sessuale. Quando le
donne si eccitano fisicamente,
le piccole labbra e la parte
interna della clitoride si
riempiono di sangue, lo stesso
procedimento in base al quale il
pene s’irrigidisce. Il complesso
clitorideo raddoppia le proprie
dimensioni quando ti ecciti! Già
dopo dieci-trenta secondi di
stimolazione, la vagina
generalmente comincia a
bagnarsi. E poi si allarga e si
allunga di almeno un
centimetro. Quanto più ci si
avvicina all’orgasmo, tanto più
aumenta il battito, accelera il
respiro e cresce la pressione
sanguigna. Molte donne
avvertono anche una tensione
nel resto dei muscoli del corpo,
e le dita dei piedi e delle mani si
arricciano contro il lenzuolo.
Questo fenomeno ha un nome
carino: spasmi carpo-podalici.
Alla fine arriva l’orgasmo.
Una sensazione di benessere si
espande dalla testa ai piedi. Si
ha l’impressione che l’inguine
esploda, ed effettivamente i
muscoli della zona si
contraggono in movimenti
ritmici. Le contrazioni hanno
inizio nella parte inferiore della
vagina per poi diffondersi verso
l’alto fino ad abbracciare
l’intera vagina e l’utero. I
muscoli che circondano l’uretra
e l’ano spesso si uniscono alla
festa. In media l’orgasmo nelle
donne dura circa diciassette
secondi.87 Non appena finisce,
il sangue comincia a ritirarsi
dall’area interessata, così come
avviene nell’uomo con il pene
che si affloscia. Il corpo passa
quindi alla fase di “risoluzione”,
in cui ogni cosa torna al suo
stato abituale.
A differenza dell’uomo, le
donne possono avere diversi
orgasmi consecutivi se
continuano a stimolarsi. Il
record mondiale in fatto di
orgasmi femminili a raffica non
ci è noto. Per qualche motivo il
Guinness dei primati non lo ha
pubblicato, mentre altri
superavvincenti record sessuali,
quali il most frequent sex, sono
facilmente consultabili in rete.
Nel caso vi interessasse, è il
grillo australiano Ornebius
aperta a detenerlo, con i suoi
cinquanta rapporti nel giro di
tre-quattro ore. Che monello.
Per quel che riguarda gli
umani, il maggior numero,
ufficioso, di orgasmi a nostra
conoscenza viene dalla
cosiddetta Masturbate-a-thon,
una fantastica competizione
onanistica volta a raccogliere
fondi per iniziative benefiche.88
Il primato va all’edizione
danese del 2009, in cui pare
che la vincitrice abbia avuto
222 orgasmi nel corso di una
sola, supponiamo lunga,
sessione di autoerotismo.
Mamma mia, bisognerà
allenarsi per raggiungere
standard così ambiziosi.
Ti sorprenderà forse che
parliamo di orgasmo in
generale, quando invece ne
esistono vari: quello clitorideo,
quello vaginale, quello del
punto G, quello tantrico, quello
con zampillo, quello in serie e
poi quello che ti viene facendoti
succhiare le dita dei piedi.
Giusto?
In realtà tutti gli orgasmi
sono una sola e medesima cosa,
cioè un orgasmo. La risposta
fisica e quella psichica sono le
stesse. L’unica differenza sta nel
fattore scatenante. Tutto il
nostro corpo è una zona
erogena. Ovunque ci sono
terminazioni nervose che, se
stimolate, possono dare
piacere. Pensa solo a quanto
possono essere deliziosi i baci
sul collo, il solletico sui capelli o
le carezze sull’interno coscia.
Abbiamo conosciuto anche
donne che provano orgasmi
spontanei durante tutta la
giornata, ogni giorno, in
assenza di qualunque tipo di
stimolo fisico, e perfino donne
capaci di raggiungere l’estasi
attraverso la respirazione.
Espressioni come orgasmo
vaginale o orgasmo clitorideo
sono ampiamente diffuse,
benché non ci sia in realtà
alcuna differenza tra i due.89
Adesso sappiamo che la
clitoride è un organo grande,
non solo un piccolo bottone in
cima alla vulva. Le parti interne
della clitoride circondano sia
l’uretra che la vagina e possono
essere stimolate
indirettamente. Parlare di
“orgasmo clitorideo” e
“orgasmo vaginale” è inesatto,
dato che la clitoride è implicata
al massimo grado anche nel
sesso vaginale. La vagina in sé
è abbastanza insensibile. Come
vedremo più avanti, la testa
della clitoride può trovarsi
collocata diversamente da
donna a donna e, secondo
alcuni studiosi, è proprio questa
posizione a rendere facile o
difficile raggiungere l’orgasmo
in un coito vaginale.90
L’orgasmo a spruzzo,
eiaculazione femminile o
squirting, è leggendario ed è
stato descritto in letteratura fin
da Aristotele,91 cioè da più di
duemila anni. Nella
maggioranza delle donne
l’uretra non è particolarmente
coinvolta nella vita sessuale,
nonostante l’ubicazione
favorevole tra la testa della
clitoride e la vagina. Però in
alcune l’uretra ha un
comportamento che dà del filo
da torcere agli scienziati e alle
donne stesse, perplesse di
fronte a questo fenomeno.
Quando hanno un orgasmo,
dall’orifizio uretrale esce uno
spruzzo di liquido limpido o
lattiginoso. Alcune parlano di
pochi millilitri, mentre altre
riferiscono di quantità
corrispondenti a un bicchiere
d’acqua. Di che razza di
orgasmo si tratta?
Non sappiamo quante donne
hanno orgasmi a spruzzo, ma
sappiamo che succede e siamo
in tante ad averlo visto su
internet. Le immagini porno di
donne eiaculanti sono state
proibite in Gran Bretagna nel
2014.92 Ignoriamo perché
l’eiaculazione femminile
sarebbe peggiore di altri tipi di
pornografia, per esempio con
uomini in fase eiaculatoria,
eppure pare che alcuni la
trovino particolarmente
offensiva, forse perché credono
che la sostanza eiaculata sia
urina. Ma lo è poi davvero?
Di cosa si componga questo
liquido per il momento è ancora
poco chiaro. Secondo alcune
ricerche, esso proverrebbe da
alcune ghiandoline, chiamate
ghiandole di Skene, che si
trovano tra la vagina e l’ultimo
tratto dell’uretra. Sembra che
non tutte le donne ne siano
provviste e che le dimensioni
possano variare da un soggetto
all’altro, cosa che spiegherebbe
perché solamente alcune
sperimentano questo tipo di
orgasmo. Tali ghiandole
sarebbero il corrispondente
femminile della prostata
maschile, che partecipa alla
produzione del liquido seminale
e riversa il suo secreto
nell’uretra durante
l’orgasmo.93, 94 A sostegno di
questa tesi va la scoperta di
sostanze prostatiche nel liquido
eiaculato da alcune donne.94
Tuttavia, uno studio del 2015,
durante il quale sono state
effettuate ecografie su sette
donne che si masturbavano,
arrivava invece alla conclusione
che l’eiaculato fosse
sostanzialmente urina, sebbene
il liquido contenesse anche
piccole quantità di sostanze
prostatiche.95 Altri studiosi
ritengono che si tratti di
fenomeni differenti: alcune
donne eiaculano piccole
quantità di liquido bianco dalle
ghiandole di Skene, mentre
altre squirtano quantità più
rilevanti di liquido trasparente
dalla vescica.96 Comunque
stiano le cose, forse non è poi
così fondamentale conoscere
l’esatta composizione del
secreto. Quel che conta è che si
tratta di un aspetto naturale
nell’orgasmo di un certo
numero di donne.
Facciamo un passo indietro e
torniamo alla storia degli
orgasmi clitorideo e vaginale.
Per lungo tempo le donne
hanno sofferto all’idea che ci
fosse una sorta di gerarchia tra
gli orgasmi, in cima alla quale
troneggiava l’orgasmo vaginale,
provocato dal solo coito
vaginale. Sentono che c’è
qualcosa di sbagliato in loro se
il buon vecchio “dentro-e-fuori”
– come Alex DeLarge si
compiace di chiamarlo nel
romanzo Arancia Meccanica (A.
Burgess, 1962) – da solo non
basta. Hanno l’impressione di
barare se hanno bisogno di un
aiutino, con le dita o con la
lingua, per venire.
Che cosa bizzarra. Non solo
perché un orgasmo resta pur
sempre un orgasmo,
indipendentemente da quante
volte rigiri la frittata, ma anche
perché l’orgasmo “vaginale” è
abbastanza insolito. Come si è
originata allora questa curiosa
gerarchia degli orgasmi
femminili?D Senz’altro non
l’abbiamo ereditata dal passato.
Prima dell’Illuminismo, si
pensava che la donna dovesse
avere un orgasmo per restare
incinta.97 Se si voleva essere
davvero certi della gravidanza,
bisognava addirittura che i due
amanti venissero insieme. A
quell’epoca, in cui la mortalità
infantile era molto elevata,
avere tanti figli era un
traguardo importante. Pertanto
provocare un orgasmo nella
donna divenne un’arte in cui gli
uomini si dovevano
perfezionare se volevano
assicurarsi la prole. E la chiave
dell’orgasmo stava nella
stimolazione diretta della testa
della clitoride.
Il medico personale della
principessa Maria Teresa
d’Austria raccomandava perciò,
nel 1740, che «la vulva di Sua
Maestà fosse solleticata prima
del rapporto».97 I moderni
medici di famiglia potrebbero
trarne ispirazione. Pensate un
po’ se, invece di sentirvi dire di
fare una vita più sana, vi
consigliassero di farvi
solleticare la vulva! Questa sì
che sarebbe salute pubblica!
Gli uomini del Settecento,
dunque, tante cose di questo
mondo forse le avevano
fraintese, ma senza dubbio
sapevano bene dove sorgeva il
sole. L’origine del complesso
d’inferiorità dovuto al
cosiddetto orgasmo vaginale va
allora cercata più vicino ai
nostri tempi. Dobbiamo arrivare
al Novecento.
La distinzione tra orgasmo
vaginale e clitorideo, e
l’incoronazione del primo come
vero orgasmo, è un’invenzione
maschile moderna. Sigmund
Freud, il padre della
psicoanalisi, avanzò una nuova
teoria nel 1905:98 l’orgasmo
clitorideo, secondo lui, era la
forma immatura dell’orgasmo
femminile, roba che poteva
andare bene giusto nella
camera da letto delle fanciulle.
Non appena la ragazza avesse
sentito l’odore del maschio,
l’interesse per la clitoride
sarebbe sparito, sostituito da un
bruciante desiderio di essere
penetrata. La fusione di
maschio e femmina era l’unica
forma di sesso sano, l’unica che
dovesse dare piacere. Le donne
vere, secondo Freud, avevano
l’orgasmo vaginale.99
Da dove aveva tirato fuori il
buon Sigmund quest’idea? Dalla
sua testa, ovviamente! Poco
importava che una marea di
donne fossero in totale
disaccordo con lui: quelle erano
“malate”. Soffrivano di quella
vaga condizione chiamata
frigidità, caratterizzata
innanzitutto dall’incapacità di
trarre dal fiero membro
maschile il piacere che
avrebbero dovuto. Ecco la solita
tecnica di dominazione: o gli
davi ragione o eri pazza.100
Secondo Freud le donne
dovevano rivolgersi con
urgenza a uno psicologo, se
trovavano piacevole toccarsi la
clitoride o – Dio non voglia –
non raggiungevano l’orgasmo
vaginale con il marito. Per
l’uomo naturalmente questa
visione era molto comoda. Se la
donna non veniva, non era certo
colpa delle sue scarse capacità
di amante, era la femmina che
doveva lavorare su se stessa.
L’uomo aveva ormai avuto la
benedizione ufficiale per tirare
avanti dritto, arrivare alla meta
e voltare la schiena soddisfatto
spegnendo la luce. Il piacere
della donna era responsabilità
solo di lei.
Freud però non era uno
qualunque e la sua teoria trovò
grande consenso. E fu così che
l’esperienza millenaria delle
donne venne spazzata via di
colpo, etichettata come nevrosi
da ragazzine. La clitoride, nota
da secoli come il nucleo del
godimento sessuale, finì nel
dimenticatoio e scomparve
dall’atlante anatomico. Ci
vollero quasi sessant’anni
perché qualcuno osasse
opporsi.
Negli anni Sessanta cominciò
a prendere forma una
rivoluzione silenziosa
nell’ospedale universitario di
Washington, negli Stati Uniti. Il
ginecologo William Masters e la
sua collega di ricerca Virginia
E. Johnson, mossi dall’interesse
verso la sessualità femminile,
promossero una serie di
esperimenti completamente folli
in base agli standard dell’epoca.
Reclutavano coppie perché
facessero l’amore in laboratorio
e le collegavano agli apparecchi
di misurazione, mentre i
ricercatori osservavano
avidamente. Avevano perfino
costruito un pene vibrante in
plastica, con una videocamera
sulla punta, per poter vedere
cosa succedeva dentro la vagina
quando la donna aveva
l’orgasmo. Il risultato fu una
scoperta stupefacente: la
clitoride era essenziale
nell’orgasmo femminile. Notizia
sensazionale? Certamente.
Oggi sappiamo che meno di
un terzo delle donne viene
normalmente con il solo coito
vaginale, e anche in questi casi
molti elementi indicano che la
clitoride svolga un ruolo
fondamentale. Una parte dei
ricercatori ritiene che queste
donne abbiano vinto un premio
alla lotteria anatomica. La loro
clitoride sembra infatti avere
una dimensione e un’ubicazione
particolarmente favorevoli. La
prima a studiare quasi
scientificamente la questione fu
di nuovo una principessa, la
francese Maria Bonaparte che,
nonostante la sua gran fame di
sesso e di amanti, non era mai
soddisfatta perché non godeva
con la stimolazione vaginale.79
La Bonaparte e i ricercatori
moderni sono d’accordo su un
punto: un prepuzio clitorideo di
grandi dimensioni situato a
breve distanza dalla vagina
favorisce l’orgasmo,90, 101
perché la clitoride viene
stimolata indirettamente con la
penetrazione, sia dall’esterno
che attraverso le parti interne.
La Bonaparte prese una
decisione drastica e,
chirurgicamente, fece
avvicinare la propria clitoride
alla vagina, purtroppo senza
grandi risultati.102
Ci sarebbe piaciuto che
Maria Bonaparte sapesse che
non avere l’orgasmo durante un
rapporto ordinario non è affatto
anormale. Anzi, è la regola! Ma
siccome sono stati gli uomini a
dominare la ricerca sulla
sessualità femminile e a
governare il discorso pubblico
sul sesso, la notizia è passata
perlopiù inosservata. Il sesso è
diventato sinonimo di una
pratica che permette quasi
sempre solo al maschio di avere
un orgasmo: la penetrazione del
pene in vagina. Si dice perfino
che l’amplesso è davvero
“consumato” quando il maschio
arriva all’orgasmo. Se ci arriva
solo la femmina, in teoria il
rapporto non è terminato, è un
coito interrotto. Il piacere della
donna è sparito dalla scena.
Se vogliamo essere equi, il
sesso di tutti i giorni dovrebbe
dare piacere e orgasmo a
entrambe le parti, e in una
relazione eterosessuale, per
esempio, potrebbe praticarsi
per metà con un cunnilingus e
metà con una penetrazione. Le
lesbiche affermano di avere più
orgasmi delle loro consorelle
eterosessuali quando fanno
sesso, è chiaro dunque che
bisogna ampliare il
repertorio.103 È ora di finirla di
considerare l’orgasmo
femminile come un puro extra.
L’orgasmo dovrebbe essere la
norma anche per le signore.

Non si può negare che per le


donne è più difficile avere un
orgasmo che per gli uomini. La
quota di donne anorgasmiche –
cioè che non hanno mai avuto
un orgasmo, né da sole né in
compagnia – si aggira tra il 5 e
il 10 per cento.78 Per gli uomini
il problema è spesso il
contrario, vengono troppo
velocemente. In un’inchiesta
britannica si è scoperto che il
21 per cento delle donne nella
fascia d’età tra i sedici e i
ventiquattro anni aveva
difficoltà a raggiungere un
orgasmo nei rapporti sessuali.73
La maggioranza delle donne
rientra nella categoria “vengo
di tanto in tanto”.
Ci sono alcune fortunate che
non hanno idea di cosa stiamo
parlando. Tutte abbiamo una di
quelle amiche irritanti che salta
fuori a dire che lei viene
sempre, pure tre o quattro
volte. Sarebbe bello conoscere
il trucco. Purtroppo è poco
probabile che la nostra amica ci
possa aiutare. Certo, qualche
astuzia può servire, ma esistono
anche differenze reali da donna
a donna quanto alla facilità di
godere, e non ci possiamo fare
niente. Sono differenze
determinate in parte dai nostri
geni. Siamo in pochi a tollerare
l’idea che ai nostri genitori
piaccia fare sesso, ma è
plausibile che la loro vita
sessuale assomigli alla nostra.
Se sei una regina dell’orgasmo,
probabilmente puoi ringraziare
mamma e papà…
Gli specialisti che studiano i
gemelli hanno scoperto che nei
loro geni si trova la spiegazione
di almeno un terzo delle
differenze nella frequenza degli
orgasmi nei rapporti
sessuali.104, 105 Può sembrare
un dato poco impressionante
però, quando si tratta di
genetica, non è nemmeno
trascurabile. Questi ricercatori
si sono anche interessati alla
frequenza degli orgasmi
durante la masturbazione, e qui
l’ereditarietà gioca un ruolo
ancora più importante. Infatti
gli studi dimostrano che i geni
sono responsabili per metà
delle differenze nella frequenza
degli orgasmi via
masturbazione. A prima vista
può sembrare strano che i geni
non svolgano lo stesso ruolo a
seconda che si tratti di amore a
due o da soli: ma in realtà
l’onanismo può offrire
un’immagine più veritiera della
nostra capacità fisica di
raggiungere un orgasmo, dato
che vengono eliminati, in una
misura più ampia, i freni
psicologici e l’intesa sessuale
con il partner.
Un altro fattore molto
influente sull’attitudine
all’orgasmo nelle donne è il
contesto in cui si fa l’amore. Per
quasi tutte, le possibilità di
avere un orgasmo
nell’avventura di una notte sono
minime. Una ricerca condotta
tra studentesse di college
americani mostra che solo una
su dieci veniva la prima volta
che andava a letto con un nuovo
partner, mentre circa il 70 per
cento delle ragazze diceva di
avere un orgasmo quando la
relazione durava da più di sei
mesi.106
Per concludere, ci sono
differenze ereditarie che
influenzano la nostra facilità ad
avere un orgasmo. Ma la buona
notizia è che la grande
maggioranza delle donne può
raggiungerlo, se vuole. Bisogna
accettare la sfida per passare
dall’orgasmo ottenuto da sole, o
ogni tanto con il proprio
partner, a quello ottenuto quasi
sempre. Non stiamo dicendo
che sia facile né che ci si debba
stressare con la fissazione
dell’orgasmo ma, se siete
disposte a lavorarci su, ci si può
arrivare. Ispirate dalle
raccomandazioni date in terapia
alle donne che faticano a
godere, ecco qui di seguito i
nostri consigli per avere degli
orgasmi con una grande O.

La bibbia dell’orgasmo
1. Il miglior maestro è la
pratica.
Se non ti sei mai masturbata,
è ora di trovare un po’ di tempo
nella tua agenda per farlo. La
masturbazione funziona.107
Ricerche condotte su donne che
non avevano mai sperimentato
l’orgasmo hanno mostrato che,
dopo cinque-sette settimane di
esercizio regolare, tra il 60 e il
90 per cento di loro riuscivano
a raggiungerlo, sia da sole che
con un partner.108 Possiamo
assicurarti che è l’esercizio
fisico più divertente che un
medico ti potrà mai prescrivere.
Usa le dita o comprati un
vibratore. Fai ciò che ti eccita e
che ti mette nello stato d’animo
giusto. Preferisci la letteratura
erotica, ti piace il porno o vuoi
dare libero corso alle fantasie?
All’inizio, l’importante è che
non ti fissi con l’orgasmo come
meta, ma che piuttosto ti
concentri sulla scoperta delle
tecniche più adatte a te.
Esercitati ad ascoltarti e apriti
al piacere. Allenati a svuotare la
testa da ogni pensiero
fastidioso, dai rotoli di ciccia
sulla pancia all’esame che
incombe. Quanto più diventi
brava a raggiungere l’orgasmo
da sola, tanto maggiore è la
probabilità di averne uno
insieme a un partner. Chi di voi
due faccia precisamente che
cosa non è poi così importante,
purché ci prendiate gusto
entrambi.

2. Esigi la tua parte.


Il partner deve essere
coinvolto nel tuo “programma
orgasmo”. Qui è importante
lasciare da parte la permalosità
– fatene un progetto comune
divertente. Non è colpa sua se
tu non vieni, a meno che lui o
lei si rifiuti regolarmente di fare
uno sforzo per soddisfarti. Il
grosso del lavoro è a carico tuo.
Le parti intime non vengono
fornite con le istruzioni per
l’uso, senza la tua guida il
partner ci può mettere un
secolo a capire come farti
godere.
La cosa più semplice è che
cominci tu, toccandoti durante
il rapporto. Oppure potete
masturbarvi insieme. E a mano
a mano gli insegnerai i trucchi.
Molti lo trovano imbarazzante,
ma purtroppo è l’unica maniera
di procedere. Non ti aspettare
di farcela subito. Sii paziente ed
elogia il tuo partner ogni volta
che fa qualcosa che funziona.
Vedrai che, a poco a poco, avrai
formato un superamante.

3. Impara la posizione del


gatto.
Esiste una gran quantità di
posizioni e, come ormai avrai
intuito, ben poche servono la
causa dell’orgasmo femminile.
Una però si distingue in
particolare: quella del gatto. Si
è infatti appurato che una
variante della posizione del
missionario, chiamata coital
alignment technique, o Cat, è
particolarmente indicata per
dare l’orgasmo alle donne.109,
110 Si tratta di una posizione
che richiede un po’ di esercizio
e collaborazione, ma la
pazienza sarà senza dubbio
premiata.
Nella postura del gatto, il tuo
ragazzo, invece di appoggiarsi
sulle mani, deve fare leva sugli
avambracci facendo aderire
quanto più possibile il suo corpo
al tuo. Al posto del solito
andirivieni “dentro-e-fuori”
dovrà far scivolare il corpo
orizzontalmente sopra il tuo in
maniera che le vostre zone
genitali siano collocate ben
precise l’una sull’altra. Al
contempo, dovrete appoggiare i
vostri sessi l’uno contro l’altro,
premendo come un’onda che
s’infrange a riva. I fianchi di lui
devono oscillare verso il basso,
in modo che il suo osso pubico e
la radice del pene struscino
contro la tua clitoride. Se lo fa
bene, te ne accorgi. Tu devi
tenere le gambe tese e unite il
più possibile, eventualmente
annodagliele attorno per far
riposare le caviglie sulle sue
gambe.
Mentre la posizione classica
del missionario implica una
specie di urto, la variante del
gatto si basa sul buon vecchio
sfregamento. Il pene non
entrerà profondamente nella
vagina, darà piuttosto il
massimo della stimolazione nel
primo paio di centimetri, dove
si trovano tutte le terminazioni
nervose, senza mai perdere il
contatto con la clitoride.
Una volta afferrato il
meccanismo, potrete provare
anche la Cat inversa, in cui tu
stai sopra. Da lì hai il pieno
controllo e puoi manovrare la
stimolazione clitoridea
scegliendo esattamente il ritmo
e la pressione che preferisci.

4. Mai rilassarsi!
Rilassati, rilassati, si sente
dire spesso. È, al tempo stesso,
il migliore e il peggiore
consiglio. È vero, di testa sì che
dovresti cercare di rilassarti,
ma se resti sdraiata ferma ad
aspettare che l’orgasmo ti
colpisca come un fulmine a ciel
sereno, non sei sulla buona
strada. Bisogna che il corpo stia
all’erta. Stringi le chiappe e
prova a tendere i muscoli del
basso addome, contraili e
distendili come in un ritmo
orgasmico, o magari in
sincronia con il respiro.
In questo modo, non solo
aumenta l’afflusso di sangue
alla zona genitale, accendendo
il desiderio, ma ne risulta anche
una specie di esercizio mentale
per rivolgere l’attenzione là
dove tutto succede. Prova pure,
ma vedrai che è difficile
pensare alle polpette per la
cena mentre contrai e rilassi i
muscoli del bassoventre.
All’inizio può risultare
difficile entrare in contatto con
questi muscoli. Purtroppo in
palestra non c’è un programma
“In forma con la vagina”.
Peccato, dovrebbe esserci. Un
certo numero di donne che
fanno esercizi di rafforzamento
del pavimento pelvico ha
orgasmi più intensi e più facili
da raggiungere, oltre che una
maggiore familiarità con il
proprio sesso. Questi esercizi,
inoltre, permettono di prevenire
le perdite urinarie e il prolasso
uterino, e possono essere
d’aiuto contro i dolori durante i
rapporti sessuali.111 La
ginnastica intima si può fare
dappertutto, nel letto prima di
addormentarsi o sull’autobus.
Si possono anche usare le
palline cinesi, ma non sono
necessarie.

5. Fatti una corsetta.


Un po’ di esercizio fisico,
soprattutto appena prima di
fare l’amore, permette di
eccitarsi più facilmente e
aumenta la possibilità di avere
un orgasmo.112

6. Mettiti le calze.
Questo consiglio è per metà
scherzoso e per metà serio. Il
punto è che il nostro cervello
riceve costantemente segnali
dal corpo su come stiamo.
Questi segnali, e i pensieri che
provocano, fanno a gara per
ottenere la nostra attenzione. È
difficile avere un orgasmo
quando la testa è
completamente altrove, per
esempio se hai freddo ai piedi o
ti senti grassa. Pare che noi
donne siamo particolarmente
inclini a farci distrarre da ciò
che ci accade attorno. Alfred
Kinsley, studioso del
comportamento sessuale, notò
che le topoline, a differenza dei
topi maschi, sono facilmente
distratte durante l’atto sessuale
da allettanti pezzetti di
formaggio.79
La morale della favola è che
bisogna creare le migliori
condizioni per concentrare tutta
l’attenzione sul piacere. E se
questo significa che vuoi le luci
spente, tenerti addosso una t-
shirt o perfino metterti le calze,
ebbene, ascolta i tuoi bisogni.
Sii piena di premure con te
stessa. L’orgasmo arriva solo se
ti senti a tuo agio, sia
fisicamente che
psicologicamente, in modo da
chiudere fuori tutto il resto.
Questa è senz’altro la lezione
più difficile, quella che la
maggior parte di noi dimentica
spesso per strada.

A Ciò non vale per tutte: può capitare di


eccitarsi senza bagnarsi e, viceversa, di
essere bagnata senza sentire nessuna
voglia. Potrai leggere di più in proposito
nel capitolo dedicato al desiderio.
B Tale ripartizione della tipologia del
desiderio naturalmente vale anche per gli
uomini. Anche loro possono sperimentare
una voglia reattiva, solo che è un po’ più
raro che questa sia la forma primaria di
desiderio nei maschi. Secondo la Nagoski,
circa il 75 per cento degli uomini presenta
innanzitutto un desiderio spontaneo,
contro il 15 per cento delle donne. Il 5 per
cento dei maschi ha come modalità
principale di desiderio la forma reattiva,
contro il 30 per cento delle femmine.
C L’assenza o la perdita di desiderio
sessuale viene diagnosticata come un
disturbo nella classificazione
internazionale dei disturbi psichici e
comportamentali (ICD-10). Si può ricevere
questa diagnosi anche se sono presenti
stimolo e piacere sessuale. Nel sistema
diagnostico americano DSM-V la diagnosi
corrispondente è stata modificata.
D Il discorso storico che segue è stato
ispirato dalla serie di fumetti fantastici Il
frutto della conoscenza di Liv Strömquist,
Galago, 2014 (in Italia la raccolta è stata
pubblicata da Fandango nel 2017).
La contraccezione

Quando una donna e un


uomo fanno l’amore, ne può
venir fuori un bambino. La cosa
non dovrebbe sorprendere,
visto che i bebè non li ha mai
portati la cicogna. Fare l’amore
è bello, ma non si ha
necessariamente voglia, ogni
volta, di generare un bambino.
Allora, se siete eterosessuali e
desiderate avere rapporti
vaginali senza rischiare di
rimanere incinte, dovete
affrontare il tema della
contraccezione.
Con la parola
“contraccezione” ci riferiamo a
tutti i metodi in grado di ridurre
il rischio di gravidanza in
seguito a un rapporto sessuale.
Il coito interrotto, per esempio,
è un metodo anticoncezionale,
anche se noi non lo
raccomandiamo.
La contraccezione non è
certo una scoperta recente ma,
grazie allo sviluppo della
medicina, disponiamo oggi di
metodi più sofisticati. Numerosi
sistemi contraccettivi
contemporanei hanno i loro
antecedenti nel lontano passato.
Il preservativo, per esempio, è
un’invenzione molto antica; un
tempo, però, era fatto in pelle
invece che in lattice. Già
quattromila anni fa, nell’antica
Grecia, le donne si inserivano in
vagina una miscela di miele e
foglie. Ricorda un po’ il
moderno diaframma, una
piccola cupola di gomma che si
introduce nel collo dell’utero
per bloccare il passaggio dello
sperma. Da tempo, in Norvegia
(e in Italia), il diaframma è
uscito dall’uso comune, ma
recentemente questo metodo è
tornato in voga in Svezia,
probabilmente a causa dei
timori legati alla contraccezione
ormonale. In fondo, anche gli
anticoncezionali vanno soggetti
alle mode. Nemmeno il coito
interrotto è una invenzione
recente: il libro della Genesi
racconta la storia di Onan che
lo praticava, e state pure certi
che, in qualche parte del
mondo, una coppia lo utilizzerà
stasera. O magari in questo
preciso momento.
L’umanità le ha davvero
provate tutte, ma oggi possiamo
scegliere tra sistemi diversi.
Disponiamo di numerosi metodi,
di cui conosciamo i buoni
risultati. Di sicuro potrete
trovare quello che fa per voi, la
vostra salute e il vostro stile di
vita.
Talvolta si tende a
considerare la contraccezione
come qualcosa di scontato, ma
in realtà è una rivoluzione.
Offre la possibilità di decidere
se si vogliono avere figli, senza
che questa scelta si ripercuota
sulla propria vita sessuale. Se si
desidera avere dei bambini, si
può scegliere quando, con chi e
quanti averne. Il coito
interrotto, il diaframma e gli
impasti di foglie e miele in
vagina avevano senz’altro una
certa efficacia, ma a fare la
grande differenza è stato
l’ingresso trionfale della pillola
negli anni Cinquanta.
Già a quell’epoca era un
metodo efficace; lo è tanto più
adesso che è stato testato e
sperimentato per molti anni. La
pillola ha permesso alle donne
di decidere che tipo di relazione
volevano avere. Da allora,
possono gestire la propria vita
sessuale e pianificare la
crescita familiare, in accordo
con la loro carriera e con le loro
finanze.
Conclusa la piccola parentesi
storica, è giunto il momento di
parlare della situazione
odierna. A essere sincere, la
contraccezione non è un
soggetto avvincente: gli
argomenti, purtroppo, sono un
po’ aridi. In questa sezione del
libro presenteremo i diversi
metodi, daremo qualche
spiegazione sul loro uso e
aggiungeremo, a mo’ di bonus,
qualche piccola astuzia, ma
l’insieme sarà pur sempre
piuttosto tecnico. Per alcune di
voi, la prima parte di questo
capitolo sarà senza dubbio la
più noiosa di tutto il libro.
Tuttavia abbiamo deciso di
includerla. Perché? Be’, perché
si tratta con ogni probabilità
anche della più importante.
Per tutti i dubbi, le curiosità e i
quesiti in merito alla
contraccezione, l’Aied, sul proprio
sito ufficiale www.aied.it, risponde
Sono molto numerose le
alle domande più frequenti e mette
a disposizione uno spazio
giovani donne che ci pongono
interattivo, il “Blog degli esperti”.
interrogativi sulla
L’Aied nella sua esperienza
contraccezione. Niente di
pluriennale svolge regolarmente
strano, visto che si tratta di una
attività di educazione sessuale
materia complessa. Chissà
nelle scuole con i seguenti obiettivi:
perché, invece, alcune
promozione di un vissuto della
immaginano di possedere una
sessualità più sereno, informazioni
corrette, maggiore consapevolezza
comprensione intuitiva di
di sé per favorire comportamenti
questo argomento, senza avere
responsabili e rispettosi di se stessi
bisogno di alcuna guida.
e degli altri, attribuzione di valore
Sappiamo anche che un gran
alla donna come portatrice di
numero di informazioni inesatte
capacità di pensiero, di sentimento,
continuano a circolare e che
di emozioni e promotrice di una
tante donne soffrono
sessualità fatta di desiderio, di
piacere e di affetti. [N.d.E.]
inutilmente a causa di un uso
scorretto dei mezzi di
contraccezione. Ignoriamo se
ciò sia dovuto al fatto che il
personale medico fornisca
insufficienti informazioni
oppure che ne fornisca troppe,
rendendole difficili da
assimilare.
Lo scopo che ci siamo
prefisse in questo capitolo è di
offrire un’introduzione di base
sull’argomento, per consentirvi
di fare una scelta autonoma e
consapevole. La contraccezione
è in costante evoluzione, per
questo raccomandiamo anche di
chiedere consiglio agli esperti
più aggiornati.

La contraccezione ormonale

Cosa c’è nei contraccettivi


ormonali che impedisce la
gravidanza? Cos’è che
immettete nel corpo quando
prendete la pillola ogni mattina,
quando inserite l’anello
vaginale ogni tre settimane o
quando vi impiantate un
bastoncino nel braccio?
Gli anticoncezionali ormonali
contengono una dose molto
bassa degli stessi ormoni
prodotti nelle ovaie per
governare il ciclo mestruale.
Tutti i contraccettivi ormonali
contengono delle sostanze
chiamate progestiniche, una
versione sintetica del
progesterone, prodotto
naturalmente dal corpo. Alcuni
contraccettivi contengono
anche estrogeno. Questi ultimi
sono detti combinati o estro-
progestinici, mentre i primi
sono indicati come solo
progestinici.

Contraccezione ormonale
a base di estrogeni
Ci sono tre tipi di
anticoncezionali combinati: la
pillola, l’anello e il cerotto. Il
vantaggio di queste soluzioni
sta nella possibilità di
governare le perdite di sangue.
L’inconveniente è che non tutte
le donne possono fare uso di
estrogeni, come vedremo più
avanti.
La pillola è il contraccettivo
combinato più diffuso. Ne
esistono molte varietà, ciascuna
con qualche sottile differenza, a
seconda del tipo di estrogeno e
di progestinico che contengono,
e a seconda dei dosaggi dei due
ormoni. Entrambi i fattori
possono influire sugli effetti
secondari, sia in positivo che in
negativo, ma è impossibile
sapere in anticipo come
funzionerà quel tipo di pillola
nel tuo caso specifico. Si
tratterà di procedere per prove
ed errori fino a trovare la
soluzione giusta.
Esistono due categorie
principali di pillole: quelle
monofasiche e quelle
polifasiche. Cosa vuol dire
concretamente?
La maggior parte delle
pillole sono monofasiche. Se
state usando quella monofasica,
potete cominciare da qualunque
pillola del blister, dato che la
dose di ormoni è uguale in
ciascuna di esse: una pillola
vale l’altra. In genere le pillole
monofasiche sono concepite in
modo da creare un ciclo
mestruale artificiale di una
durata determinata: perlopiù
ventotto giorni. Si prende
quindi la pillola per ventuno
giorni, durante i quali non ci
saranno sanguinamenti. Nei
restanti sette giorni non si
prende niente oppure, in alcune
marche, si possono prendere
dei placebo senza ormoni. Di
solito, in questi giorni liberi da
ormoni l’endometrio viene
espulso dall’utero e si perde
sangue. Alcune pillole
monofasiche sono invece
pensate in modo che si
prendano ormoni per
ventiquattro giorni di fila,
seguiti da una pausa di quattro
giorni. Se non si desiderano
sanguinamenti, si può passare
direttamente a un nuovo blister
di pillole ormonali, senza pausa.
Ma questo lo vedremo più
avanti.
Le pillole polifasiche, al
contrario, non contengono tutte
la stessa quantità di ormoni e
ogni marca ha il proprio
modello di ciclo per quanto
riguarda il numero di giorni in
cui va assunta la dose e la
durata della mestruazione.
Perciò non si può cominciare il
blister da dove si vuole. Bisogna
seguire attentamente le
istruzioni. Quando si prende
una pillola polifasica è ancora
più importante leggere bene il
foglietto illustrativo, soprattutto
se si vogliono saltare le
mestruazioni.
Quando si prende la pillola,
si è protette in ogni momento
dal rischio di gravidanza, anche
nei giorni in cui non si deve
prendere. Si può dunque fare
l’amore quando si vuole, senza
ulteriori precauzioni per evitare
di restare incinte. Ma
attenzione, se vi dimenticate di
prenderla, è possibile che
perdiate la protezione. Il
numero di pillole che potete
dimenticare prima che vi sia un
rischio di gravidanza dipende
dalla composizione del farmaco.
Leggete quindi con attenzione
quanto scritto sulla confezione
e seguite i consigli di un
medico. Quando si resta incinte
per avere dimenticato la pillola
si parla di fallimento
contraccettivo.113
L’anello vaginale è un
cerchietto di plastica che si
tiene nella vagina. Ha l’aspetto
di una ciambellina morbida,
sottile come uno spaghetto. Per
inserirlo, basta piegarlo tra le
dita e spingerlo bene dentro.
Quando lo lasciate, l’anello
riprende subito la sua forma
originale, aderendo alle pareti
vaginali e rimanendo
tranquillamente al suo posto.
Per tirarlo fuori, basta
ripescarlo con un dito.
Anche l’anello contiene una
combinazione di estrogeni e
progestinici. Gli ormoni
attraversano le mucose vaginali
per poi arrivare nel sangue.
Molte donne temono che sia
sgradevole andare in giro con
un oggetto dentro la vagina e si
chiedono perfino se per caso
possa sparire. Una volta
inserito, non si dovrebbe
sentire la sua presenza, proprio
come un tampone. Ma
attenzione! Per quanto sia raro,
ci sono stati casi di anelli
vaginali scivolati fuori e caduti
nella tazza del gabinetto. È
successo a una nostra amica
una sera in un bar. Non si è
accorta di nulla fino al
pomeriggio del giorno dopo:
quando si beve un po’, e con un
pizzico di sfortuna, può
capitare. Per questo sarebbe
buona abitudine infilarsi un dito
in vagina di tanto in tanto,
giusto per controllare che
l’anello sia al suo posto.
Come la maggior parte delle
pillole monofasiche, l’anello va
tenuto per ventuno giorni
consecutivi, cioè tre settimane
di fila. Poi puoi sospendere per
sette giorni, in modo da
mestruare, oppure puoi
sostituirlo subito con un anello
nuovo, senza pausa, per evitare
il sanguinamento.
Anche se tu non noti la
presenza dell’anello, può darsi
benissimo che il tuo partner lo
senta quando fate sesso
vaginale. Per questa ragione
alcune donne preferiscono
estrarlo prima del rapporto. È
una pratica perfettamente
sicura. Si può tranquillamente
toglierlo per un po’, basta
ricordarsi di rimetterlo entro
tre ore, altrimenti si perde la
protezione anticoncezionale.114

Il cerotto contraccettivo
transdermico si mette
direttamente sulla pelle, poi gli
ormoni la attraversano fino a
entrare nel sangue. Ogni
cerotto dura una settimana,
quindi, come succede con
l’anello vaginale e con la
maggioranza delle pillole
monofasiche, si deve assumere
la dose ormonale per ventuno
giorni. Pertanto si useranno tre
cerotti, uno a settimana, prima
della pausa di sette giorni. Se ci
si dimentica di cambiarlo in
tempo o se si stacca, l’efficacia
anticoncezionale rischia di
diminuire.115
Come fanno i contraccettivi
combinati a impedire la
gravidanza?
Ci si può stupire del fatto che
degli ormoni, che abbiamo già
in corpo, possano bloccare una
gravidanza, eppure i
progestinici uniti agli estrogeni
funzionano davvero bene.
La loro azione fondamentale
consiste nel fermare
l’ovulazione, che avviene
generalmente una volta al mese
nel corso di ogni ciclo
mestruale. Se si fa sesso non
protetto nell’intervallo
temporale che va da cinque
giorni prima dell’ovulazione
fino al giorno dell’ovulazione
incluso, si può rimanere incinta.
Tale periodo si chiama finestra
fertile.
La contraccezione ormonale
funziona un po’ come la
gravidanza: quando sei incinta,
il ciclo si blocca, si mette in
“pausa”. E se il ciclo è in pausa,
niente ovulazione; senza
ovulazione, niente finestra
fertile né possibilità di
fecondazione.
Durante la gravidanza, è il
progesterone prodotto
naturalmente dal corpo che
s’incarica di sospendere il ciclo,
informando l’ipofisi (la
ghiandola che assomiglia a uno
scroto, situata nel cervello) che
non bisogna più secernere gli
ormoni Fsh e Lh. Come forse
ricorderete, sono gli ormoni
necessari a mantenere attivo il
ciclo mestruale: niente fase
follicolare senza Fsh e niente
ovulazione senza Lh. In un certo
senso, il progestinico contenuto
nei contraccettivi fa credere al
corpo che una gravidanza sia
già in corso.
I contraccettivi combinati
usano anche altre armi per
impedire il concepimento. Non
si limitano a bloccare
l’ovulazione, ma agiscono anche
sul muco del collo dell’utero,
rendendolo più vischioso. Dopo
il rapporto sessuale, gli
spermatozoi che devono risalire
fino all’utero incontrano quindi
più difficoltà a raggiungere il
traguardo. Inoltre, la mucosa
uterina si assottiglia più del
solito, cosa che rende
maggiormente difficoltoso
l’annidamento di un eventuale
ovulo fecondato.
Gli estrogeni generalmente
sono responsabili della crescita
dell’endometrio, la mucosa che
poi si trasforma in mestruo.
Anche l’estrogeno contenuto nei
contraccettivi fa crescere
leggermente la mucosa che
riveste la superficie interna
dell’utero, e per questo la
maggior parte delle donne che
li usano hanno un po’ di perdite
ematiche, simili a una
mestruazione, durante la pausa
di sette giorni (o meno) in cui
non assumono ormoni.

Contraccezione ormonale
senza estrogeni
La contraccezione senza
estrogeni offre il vantaggio di
poter essere usata da tutte le
donne, anche da coloro che, per
motivi diversi, non possono
assumere quel tipo di ormoni.
L’inconveniente di questi
strumenti rispetto ai
contraccettivi combinati è che
non offrono lo stesso controllo
sulle perdite di sangue: in altri
termini, non si può scegliere il
momento della mestruazione. Di
regola, però, la perdita ematica
è molto ridotta, come per tutti
gli anticoncezionali ormonali.

Il bastoncino contraccettivo
sottocutaneo è un pezzetto di
plastica contenente
progestinico. Si inserisce
sottopelle, con l’aiuto di una
sorta di siringa, per una durata
di tre anni. Libera l’ormone
poco alla volta, cosicché la
quantità nel sangue risulta
bassa e costante. Il bastoncino
sottocutaneo è il metodo
anticoncezionale più sicuro
presente oggi sul mercato. Una
volta collocato nel braccio, non
c’è possibilità di errore. Il
progestinico contenuto
nell’impianto ferma il ciclo e,
finché il bastoncino rimarrà al
suo posto, non ci sarà
ovulazione.116
La spirale ormonale o Iud
(dispositivo intrauterino) è un
piccolo oggetto, a forma di T,
che viene inserito dentro l’utero
da personale qualificato.
Rilascia una ridotta quantità di
ormoni che ha sostanzialmente
un effetto locale, ma che
attraversa anche la mucosa
uterina, entrando, in piccole
dosi, nel sangue. Si può tenere
nell’utero tre o cinque anni, a
seconda del modello. Ogni
modello ha il proprio dosaggio
ormonale, il che produce
emorragie più o meno limitate o
le fa scomparire del tutto. Ve ne
sono anche appositamente
pensate per le donne che non
hanno mai partorito, più piccole
e con una minore dose di
ormoni. A seconda della
grandezza della spirale, il suo
inserimento può essere più o
meno sgradevole. Ma la
quantità di ormoni è minima
rispetto ad altri metodi
contraccettivi. Credere che solo
chi ha già partorito possa usare
la spirale è solo un vecchio
luogo comune!
In alcune donne che fanno
ricorso a questo strumento,
l’ovulazione scompare, ma non
in tutte. Si tratta ovviamente di
una situazione temporanea.
L’azione principale della spirale
ormonale è locale: il
progestinico rende la mucosa
del collo uterino impenetrabile
agli spermatozoi. Al tempo
stesso, tale mucosa si
assottiglia diventando inospitale
per eventuali ovuli fecondati.117
Tutte le spirali intrauterine
offrono una protezione sicura e
di lunga durata contro le
gravidanze indesiderate. La
maggior parte delle donne
sperimentano una riduzione
delle perdite di sangue e dei
dolori mestruali e, in molti casi,
grazie al debole dosaggio
ormonale, soffrono meno effetti
secondari rispetto ad altri
metodi. Gli effetti collaterali più
comuni sono lo spotting (piccole
macchie di sangue che
compaiono durante il ciclo) e
perdite ematiche irregolari.
Se temete di provare dolore
durante l’inserimento della
spirale, potete prendere un
analgesico un’ora prima. Alcune
donne avvertono per qualche
tempo dolori simili a quelli
mestruali dopo averla inserita,
ma vanno via velocemente. Da
quel momento in poi, non ci si
accorgerà nemmeno della sua
presenza, se non per i due
monconi di cordoncino che
fuoriescono dal collo dell’utero
in fondo alla vagina. Sono quelli
di cui si serve il medico per
estrarla, quando è il momento
di sostituirla.
La pillola senza estrogeni è
un tipo di anticoncezionale che
va preso ogni giorno. Non va
mai interrotta per la pausa del
sanguinamento. Non è
nemmeno indispensabile
prenderla sempre alla stessa
ora: solo dopo trentasei ore o
più dall’assunzione dell’ultima
pillola si entra nella zona
incerta in cui una gravidanza è
di nuovo possibile. Il
progestinico presente in queste
pillole funziona come nel caso
del bastoncino sottocutaneo:
agisce sull’ipofisi per impedire
l’ovulazione. Inoltre
l’endometrio si assottiglia e il
muco cervicale diventa
impenetrabile.118

Anche la minipillola è un tipo


di farmaco da prendere tutti i
giorni, senza interruzione per
mestruare. La dose di
progestinico è minore rispetto
alla pillola senza estrogeni,
perciò si deve stare molto
attente ad assumerla sempre
alla stessa ora: il margine è di
sole tre ore. Il rischio di un
errore è dunque più elevato, e
anche il rischio di una
gravidanza indesiderata.119
L’iniezione intramuscolare
contraccettiva deve essere
praticata da un dottore, o da
altra persona qualificata, al più
tardi dodici settimane dopo la
dose precedentemente
iniettata. In pratica si deve
andare dal medico, o da chi per
lui, ogni tre mesi per una nuova
puntura. La siringa contiene
molto progestinico, sufficiente a
bloccare l’ovulazione. Inoltre
agisce sulla mucosa del collo
dell’utero e sull’endometrio,
che si assottiglia. Di norma non
la si consiglia alle donne sotto i
venticinque anni, perché la
grande quantità di ormone
rischia di interferire con la
crescita ossea.120
La contraccezione senza ormoni
Sei una di coloro che
desiderano un’alternativa agli
ormoni? Le soluzioni senza
ormoni sono assai diverse l’una
dall’altra, ma ci sono molte
buone ragioni per sceglierle.
Alcune donne soffrono gli effetti
collaterali della contraccezione
ormonale, oppure li temono, e
questo le spinge alla decisione.
La protezione contro le malattie
a trasmissione sessuale è un
argomento importante a favore
del preservativo. Altre donne,
invece, si preoccupano di
nascondere al loro partner l’uso
dell’anticoncezionale, e quindi
preferiscono che il ciclo
mestruale resti come prima.

Il preservativo
Quando si usa il preservativo
(o profilattico), gli spermatozoi
non riescono a raggiungere
l’utero: il preservativo sbarra la
strada, e fa dunque parte di
quelli che vengono chiamati
metodi barriera. A tutt’oggi
resta l’unico mezzo
antifecondativo di facile accesso
utilizzabile dagli uomini.
Si tratta di una specie di
sacchetto in lattice, o materiale
simile, che si infila sul pene per
raccogliere il seme al momento
dell’orgasmo. Alla fine del
rapporto sessuale, è importante
che l’uomo lo afferri bene
quando si ritrae, per evitare che
resti in vagina insieme allo
sperma e tutto il resto. Una
volta compiuta l’operazione,
non rimane che sfilare il
preservativo, farci un nodo e
lanciarlo direttamente in
pattumiera. Mai buttarlo nel
water: i profilattici hanno
l’abitudine di ritornare a galla
quando meno te lo aspetti, cosa
poco simpatica in un
appartamento condiviso o a
casa di papà e mamma.
Il preservativo è l’unico
sistema di contraccezione che
protegge dalle infezioni
sessualmente trasmissibili. In
altre parole, protegge sia dalle
malattie che dalle gravidanze
indesiderate. Detto così,
sembrerebbe un invito a lasciar
perdere tutto il resto e usare
sempre e solo il preservativo;
purtroppo, però, usando solo il
profilattico, non si può mai
essere del tutto tranquilli:
qualcosa può andare storto. Il
preservativo si può bucare,
scivolare o rompersi, motivo per
cui sono in tante a scegliere di
usarlo in combinazione con un
altro metodo contraccettivo.
Non sempre viene adoperato
in modo corretto. Ecco quindi
una piccola guida per l’utilizzo
perfetto del preservativo.

A scuola di preservativo
1. Controlla la data di
scadenza. Un preservativo
vecchio si rompe più
facilmente.
2. Apri la confezione con
cautela. Attenta alle unghie
affilate, ai denti e ai
gioielli, per non graffiarlo.
3. Quando il pene è in
erezione, appoggialo sulla
cima, come un sombrero
messicano.
4. Schiaccia la punta del
profilattico per fare uscire
l’aria. Potrebbe farlo
scoppiare.
5. Quando il pene esce dalla
vagina, tieni stretto il
preservativo alla base,
altrimenti lo sperma
potrebbe scivolare fuori.
6. Per proteggere dalle
gravidanze e dalle infezioni
sessuali, il preservativo va
usato dall’inizio alla fine
del rapporto, e per una sola
volta.
Esistono altri metodi
anticoncezionali meccanici che
possono essere utilizzati dalle
donne. Abbiamo già parlato del
diaframma, cioè la versione
moderna dell’impasto di miele e
foglie. C’è anche una sorta di
preservativo al contrario, un
sacchetto che si mette in vagina
anziché attorno al pene. Si
chiama femidom e protegge
anche da malattie, tuttavia è
assai poco diffuso.

Giorni sicuri – individua la tua


finestra fertile
Il periodo in cui puoi
rimanere incinta nel corso del
ciclo mestruale prende il nome
di finestra fertile. Alcuni metodi
contraccettivi si basano
sull’individuazione di quei
giorni, così da evitare rapporti
sessuali quando necessario.
Ci sono diversi modi per
procedere. Si può far
riferimento al calendario delle
proprie mestruazioni, misurare
la temperatura corporea ogni
mattina oppure esplorare la
mucosa del collo uterino.
Spesso si applica una
combinazione di questi metodi,
per aumentare la sicurezza.
Nessuno di questi sistemi è
sufficiente per impedire una
gravidanza. Non li
raccomandiamo alle donne che
non vogliono restare incinte.
Possono invece farvi utilmente
ricorso quelle che desiderano
un figlio, per identificare la loro
finestra fertile e restare incinte
più facilmente.
Le donne che calcolano il
momento dell’ovulazione grazie
a un calendario delle
mestruazioni si basano su
quanto detto nel capitolo sul
ciclo mestruale: il rilascio
dell’uovo maturo avviene
normalmente ogni volta nello
stesso punto del ciclo, ossia
circa quattordici giorni prima
della mestruazione successiva.
Chi si basa sulla misurazione
della temperatura corporea
parte dal presupposto che
questa vari leggermente nel
corso del ciclo, normalmente di
0,3 gradi centigradi. Come
forse ricorderete, il ciclo
mestruale comprende due fasi.
Uno o due giorni prima della
seconda fase, la temperatura
sale di 0,3 gradi centigradi e
rimane più alta per circa dieci
giorni. All’inizio di questa fase
si libera nel sangue una gran
quantità di ormone Lh, per
ordine del cervello. Tale
poderosa impennata scatena
l’ovulazione, che di solito
avviene uno o due giorni dopo.
In altre parole, l’ovulazione ha
luogo nell’intervallo tra il
secondo e il quarto giorno
successivi all’incremento
termico: misurando la
temperatura ogni giorno per un
lungo periodo di tempo, potete
scoprire quando avete tendenza
a ovulare e, in base a quel dato,
calcolare i vostri giorni più
fertili.
L’ovulazione può essere
individuata anche analizzando
la consistenza del muco
cervicale. Perché questo
sistema funzioni, bisogna
ispezionare le secrezioni
vaginali ogni giorno e prestare
attenzione ai loro cambiamenti.
Appena prima dell’ovulazione,
le perdite diventano lucide e
appiccicose, tanto che possono
essere tirate tra le dita, spesso
per vari centimetri; una volta
terminata l’ovulazione, gli
umori vaginali diventano
bianchi e cremosi. Questo
metodo esige una grande
familiarità con le proprie
secrezioni vaginali e richiede
tempo, per osservare la loro
evoluzione nel corso del ciclo.
State attente: l’aspetto delle
perdite può mutare per motivi
non imputabili alla dinamica del
ciclo. Diverse malattie
ginecologiche, per esempio,
possono complicare la
valutazione del momento del
ciclo in cui ci si trova.121
Tutto ciò vi sembrerà forse
piuttosto complicato, e infatti è
proprio lì il problema. I metodi
naturali implicano molti calcoli,
appunti sul diario e vari giorni
di margine errato. Le possibilità
di sbagliare sono molte. Inoltre,
questi metodi presuppongono
una mestruazione
assolutamente regolare e il
rilascio di un solo ovulo per
ciclo. In breve, questi sistemi
contraccettivi non saranno mai
veramente affidabili.
Normalmente un ciclo
prevede una sola ovulazione,
ma può succedere che vengano
liberati più ovuli nello stesso
mese; considerando che il
concepimento è possibile a
partire da cinque giorni prima
dell’ovulazione fino al giorno
dopo, la finestra di fertilità è
davvero troppo aperta!
Il ciclo inoltre può subire
alterazioni anche a causa di
fattori esterni come lo stress,
un cambiamento di peso o una
malattia. Questi metodi, poi,
sono ancora meno adatti alle
ragazze giovani, che tendono ad
avere un ciclo più irregolare
delle signore mature.

La spirale di rame
Per contro, non
disapproviamo affatto la
soluzione rappresentata dalla
spirale in rame. Meno dell’1 per
cento delle donne rimane
incinta utilizzando questo
sistema. Come la spirale
ormonale, anche quella di rame
è un piccolo oggetto a forma di
T che viene inserito nell’utero
da un medico o da un altro
professionista qualificato: la
differenza sta nel fatto che la
seconda è coperta da filamenti
di rame. Si può tenere dentro
l’utero fino a cinque anni e offre
una buona affidabilità contro la
gravidanza. Ci sono due fili che
spuntano fuori dal collo
dell’utero, di modo che si possa
controllare con le dita che il
dispositivo è al suo posto.
Esattamente come nel caso
della spirale ormonale, il
dottore si serve di questi fili
quando è ora di toglierla o
cambiarla.
Esistono vari modelli di
spirale di rame, con poche
differenze qualitative. Costano
circa trenta euro.A Se la tenete
per cinque anni, vi viene a
costare cinquanta centesimi al
mese: ecco un contraccettivo
estremamente a buon
mercato.122
In realtà non si sa bene come
e perché lo Iud al rame
impedisca la gravidanza. Quello
che sappiamo è che questo
metallo provoca una piccola
infiammazione dell’utero, tale
da modificarne l’ambiente.123
Secondo una teoria, l’utero, a
causa dell’infiammazione,
produrrebbe delle sostanze
spermicide;124 secondo
un’altra, sarebbe il rame stesso
a uccidere gli spermatozoi. Una
terza teoria sostiene che la
spirale impedirebbe agli
eventuali ovuli fecondati di
impiantarsi nella parete
uterina.
A differenza della
contraccezione ormonale, chi
usa la spirale di rame ha
un’ovulazione normale tutti i
mesi. Questo dispositivo
intrauterino non agisce sul
cervello o sulle ovaie, ha solo
un effetto locale.
Con la spirale di rame non si
soffre di effetti collaterali sul
piano ormonale, però molte
donne hanno mestruazioni più
abbondanti e più dolorose di
prima. Dal 2 al 10 per cento
sceglie di rimuoverla durante il
primo anno a causa di questi
fastidi,124 motivo per cui si
tende a non consigliarla alle
donne che già hanno
mestruazioni dolorose e
abbondanti.
Contrariamente a vari luoghi
comuni, il dispositivo
intrauterino è un metodo
contraccettivo antico e
sperimentato che si può usare
anche se si è giovani e non si ha
ancora partorito. Per di più,
oggi le spirali sono ancora più
piccole e sicure che in passato.
È vero che l’inserzione può
essere piuttosto sgradevole,
visto che deve attraversare un
canale stretto per entrare
nell’utero. Bisognerà allora
rilassarsi il più possibile e,
magari, prendere un
analgesico. Comunque,
parlatene con il medico che ve
la deve inserire.
Se per caso i due piccoli fili
dello Iud dovessero sparire
all’improvviso, è necessario
chiamare il dottore. Può darsi
che l’utero lo abbia espulso e
che pertanto tu non sia più
protetta contro le gravidanze.
Pare che succeda al 5-10 per
cento delle donne che lo usano.
In rarissimi casi, c’è la
possibilità che tu sia incinta, se
non senti più la presenza dei
fili: con una gravidanza, infatti,
questi vengono risucchiati
dentro l’utero.

La contraccezione
d’emergenza: quando monta il
panico

Domenica mattina. La sera


prima hai fatto sesso e non hai
usato un metodo sicuro. Non
hai una gran voglia di restare
incinta e ti prende l’ansia. Non
sei la prima a sentirti così, né
sarai l’ultima. A volte le cose
vanno storte ed è per questo
che esiste la contraccezione
d’emergenza. Puoi farvi ricorso
dopo aver avuto un rapporto
non protetto o in caso di ridotta
affidabilità anticoncezionale.
Per esempio, se usi la
contraccezione ormonale e hai
dimenticato di prendere la
pillola, è facile che avvenga
l’ovulazione. Tante donne non
ricorrono alla contraccezione
d’emergenza in caso di
negligenza nell’assunzione del
farmaco ormonale, perché non
si rendono conto che rischiano
una gravidanza. Magari sono
passati alcuni giorni da quando
hanno fatto l’amore, prima di
dimenticare la pillola. Già, però
gli spermatozoi possono
sopravvivere fino a cinque
giorni dentro l’utero in attesa di
un ovulo: significa che, se una
negligenza contraccettiva ti fa
ovulare oggi, puoi restare
incinta per un coito consumato
cinque giorni fa.
La definizione d’uso in
Norvegia, “pillola del
pentimento”, non ci piace. È
una formula bacchettona,
pronunciata a denti stretti con
le sopracciglia aggrottate.
Vuole insinuare che hai fatto
qualcosa di cui ti penti, mentre,
in realtà, non è andata così. Hai
semplicemente fatto l’amore e,
se è stata una bella esperienza,
il rimorso non ha senso. Quando
prendi in mano il blister, il
giorno dopo, e ti accorgi che ne
hai saltate tre la settimana
prima, non è certo rimorso
quello che provi – è proprio
panico. Ribattezziamo quindi la
“pillola del pentimento” con la
seguente denominazione:
“pillola antipanico”.
Non ci piace neanche la
denominazione in uso in
America (e in Italia) di “pillola
del giorno dopo”. Dà
l’impressione che si tratti di una
cosa facile e tranquilla, come se
si potesse assumerla
all’indomani di ogni rapporto
sessuale, al posto di un sistema
di contraccezione. È
importante, infatti, non
prendere alla leggera la pillola
antipanico: non solo è meno
affidabile della normale
contraccezione, ma ha anche
vari effetti secondari poco
simpatici, per quanto non
pericolosi. La contraccezione
d’emergenza va usata
solamente quando gli altri
metodi anticoncezionali
falliscono e non deve sostituire
la contraccezione stessa.
Esistono tre tipi di
contraccezione d’emergenza:
due pillole diverse e una spirale
di rame. Il primo tipo di pillola
contiene una sostanza di nome
levonorgestrel, un tipo di
progestinico. In pratica, è lo
stesso contenuto dei
contraccettivi ormonali, ma in
quantità molto più massiccia.
L’altra pillola invece contiene un
principio attivo chiamato
ulipristal acetato, che
interviene sul normale
funzionamento del
progesterone in corpo.

La pillola antipanico di tipo 1:


levonorgestrel
La pillola contenente il
progestinico levonorgestrel è il
contraccettivo d’emergenza più
diffuso. Si può acquistare in
farmacia senza bisogno di
ricetta e, in Norvegia, è in
vendita anche nelle stazioni di
benzina e in alcuni
supermercati.B
Questo tipo di pillola agisce
posticipando l’ovulazione. Il
problema è che non ha alcun
effetto se il rilascio dell’ovulo è
già avvenuto o se è sul punto di
avvenire. Come magari
ricorderai dal capitolo sul ciclo
mestruale, c’è un aumento
cospicuo dell’ormone Lh nel
corpo giusto prima
dell’ovulazione. Se tale
meccanismo è già scattato, la
pillola a base di levenorgestrel
non sarà in grado di fermare
l’ovulazione.
Non è facile stabilire se hai
già ovulato o no. Generalmente
avviene una volta per ciclo ma,
come abbiamo visto, può
esserci più di un’ovulazione e
solo le donne con un ciclo
perfettamente regolare sanno
approssimativamente quando
ovulano.
Insomma, questa pillola non
è veramente sicura. Però riduce
la probabilità di una
gravidanza, quindi è senz’altro
una buona idea prenderla. E
prima lo fai, meglio è. L’ideale è
assumerla entro le
ventiquattr’ore successive al
rapporto non protetto o al
fallimento anticoncezionale. La
pillola può funzionare fino a tre
giorni (settantadue ore) dopo il
rapporto, ma la probabilità che
faccia effetto diminuisce col
passare del tempo, quindi
conviene averne sempre una
nella borsetta per ogni
evenienza.
Si può tranquillamente
prendere una pillola di
levonorgestrel varie volte
durante lo stesso ciclo.125

Vantaggi: per le
maggiorenni in Italia è
facilmente reperibile, non
interferisce con altri
metodi contraccettivi, si
può assumere varie volte
per ciclo.
Svantaggi: non del tutto
affidabile.
Attenzione: fai un test di
gravidanza dopo tre
settimane!

La pillola antipanico di tipo 2:


ulipristal acetato
Questa pillola può funzionare
fino a cinque giorni (centoventi
ore) dopo il rapporto non
protetto o il fallimento
contraccettivo. Si può comprare
in farmacia, senza bisogno di
ricetta medica.C
Esattamente come la pillola
antipanico di tipo 1, anche
questa posticipa l’ovulazione.
La differenza sta nel fatto che è
efficace anche se assunta molto
vicino all’ovulazione. È possibile
prenderla fino al momento della
liberazione dell’ovulo; se però
avete già ovulato, non avrà
effetto. In altre parole, la pillola
a base di ulipristal acetato
funziona anche quando l’Lh è
già in aumento. Ciò fa sì che la
pillola di tipo 2 sia un metodo
più sicuro, capace di evitare un
maggior numero di gravidanze.
Purtroppo, anche questa
presenta grossi inconvenienti. Il
problema principale è che
interagisce male con altri
sistemi di contraccezione
ormonali, cioè potrebbe ridurre
l’efficacia del tuo
anticoncezionale abituale. C’è
dunque il rischio che questo
non sia più affidabile dopo aver
preso la pillola antipanico di
tipo 2. E per qualche tempo
sarà necessario usare il
preservativo.
Può anche verificarsi l’azione
di disturbo inversa, ossia che il
tuo metodo abituale a base di
ormoni contrasti l’azione della
pillola d’emergenza. Per questo
bisogna interrompere la propria
contraccezione ormonale dopo
aver assunto la pillola
antipanico a base di ulipristal
acetato. Ricerche recenti
indicano che la contraccezione
ormonale può annullare l’effetto
antiovulazione della pillola
d’emergenza. Dovrai quindi
aspettare cinque giorni, dopo
l’assunzione della pillola
d’emergenza, per riprendere la
contraccezione ormonale.126
La pillola d’emergenza a
base di ulipristal acetato va
usata una sola volta per ciclo.
Non disponiamo di studi
sull’assunzione di più pillole
durante lo stesso ciclo, e quindi
non sappiamo quali possano
essere le conseguenze. Dal
momento, inoltre, che la pillola
di tipo 2 interferisce con ogni
altro tipo di contraccezione
ormonale, è possibile che si crei
un conflitto anche con la pillola
antipanico di tipo 1. Pertanto,
se hai già preso l’ulipristal
acetato, e temi un nuovo
fallimento contraccettivo, è
preferibile usare la spirale di
rame.127

Vantaggi: migliore
efficacia ed effetto più
lungo rispetto alla pillola a
base di levonorgestrel.
Svantaggi: interazione
sfavorevole in presenza di
altra contraccezione
ormonale.
Attenzione: ricordati di
fare un test di gravidanza
dopo tre settimane!

La spirale di rame
Benché la spirale di rame sia
la forma più sicura di
contraccezione d’emergenza, si
usa poco. Consigliamo di
prenderla in considerazione in
caso di bisogno urgente, dato
che, a quanto pare, è efficace
nel 99 per cento dei casi. Agisce
impedendo che l’ovulo
fecondato si annidi nell’utero.
Dev’essere collocata da
personale qualificato. Dopo un
rapporto sessuale non protetto,
potete prendere un
appuntamento d’urgenza con il
vostro medico e spiegargli la
situazione. La spirale di rame
ottiene buoni risultati nei
cinque giorni (centoventi ore)
successivi a un rapporto non
protetto o a un fallimento
contraccettivo. Funziona perché
l’eventuale ovulo fecondato non
si impianta nella parete uterina
prima del sesto giorno dopo
l’ovulazione; per questo, in
alcuni casi, si può impiegare la
spirale come metodo
d’emergenza anche passati i
cinque giorni dal rapporto, se si
sa quando l’ovulazione ha avuto
luogo. Comunque, va inserita al
massimo cinque giorni dopo
l’ovulazione.
Il vantaggio della spirale di
rame, oltre alla sua comprovata
efficacia come procedimento
d’emergenza, è che si può poi
lasciarla dentro e usarla come
contraccettivo fisso. Se invece
non amate questo sistema, si
può benissimo toglierla dopo
poco tempo.122

Vantaggi: sicurezza alta,


può servire come
contraccettivo nei cinque
anni successivi.
Svantaggi: poco
accessibile, è necessaria
una ricetta e deve essere
inserita da un medico, da
un’infermiera o
un’ostetrica.

Cose da ricordare
Dopo aver preso la pillola
antipanico, molte donne
pensano di essere al sicuro. Ma
non è vero!
La contraccezione
d’emergenza riduce il rischio di
gravidanza, ma non ha la stessa
efficacia di un metodo
anticoncezionale ordinario. È
molto importante che tu faccia
un test dopo avervi fatto
ricorso. Ti raccomandiamo di
farlo comunque, che tu abbia
avuto o no le mestruazioni. Se è
una tua amica ad aver preso la
pillola antipanico, ricordale di
effettuare il test.
Perché un test di gravidanza
sia affidabile, bisogna aspettare
almeno tre settimane dopo
l’assunzione della pillola
d’emergenza. Non serve a
niente farlo subito, perché in
quel momento è impossibile
rilevare se sei incinta o no.
La contraccezione
d’emergenza presenta effetti
collaterali, dei quali il più
comune è rappresentato dai
disturbi emorragici: la pillola
antipanico ritarda l’ovulazione,
pertanto anche la mestruazione
arriverà più tardi. Queste
alterazioni delle perdite
ematiche non sono un pericolo,
ma possono causare fastidi. Per
fortuna non durano molto e a
un certo punto tutto passa.
Alcune donne hanno la nausea
dopo aver preso la pillola
antipanico. Se vomiti subito
dopo averla ingerita, ne devi
assumere un’altra. Fai
riferimento alle istruzioni
riportate sulla confezione o fatti
consigliare dal medico.
La spirale di rame non
contiene ormoni, tuttavia
all’inizio è normale sanguinare.
Se la vuoi tenere come metodo
fisso e noti fastidi a livello di
sanguinamenti, ti consigliamo
di sopportarli per tre mesi
prima di decidere di toglierla.
Spesso le perdite ematiche si
stabilizzano col tempo.

Ci sono metodi anticoncezionali


migliori di altri?

Siamo diverse l’una


dall’altra, e a ognuna un
metodo anticoncezionale si
adatterà meglio di un altro. Ma
questo non significa affatto che
tutti i tipi di contraccezione
offrano la stessa efficacia. Ci
sarà una ragione se il miele
mischiato alle foglie dentro la
vagina non si usa più, e se il
sistema dei “giorni sicuri” è
causa di moltissime gravidanze
indesiderate. È un dato di fatto.
Secondo i ricercatori, il
metodo più sicuro al mondo in
questo momento è il bastoncino
sottocutaneo, subito seguito
dalla spirale ormonale. Le
donne che usano l’impianto
sottocutaneo sono quelle meno
esposte al rischio di restare
incinte. In tante si domandano
come si faccia a misurare
questo valore: come si stabilisce
qual è l’anticoncezionale
migliore? E cosa significa
esattamente che il bastoncino è
meglio della pillola?
Spieghiamoci bene: quando
scriviamo “migliore”
intendiamo semplicemente che
il metodo è più efficace per
prevenire una gravidanza. Non
ci riferiamo agli effetti
secondari né a quante donne
preferiscono quell’alternativa.
Fino a che punto ti piaccia un
metodo, è un fatto soggettivo.
Mentre quanto serve allo scopo
di evitare una gestazione è un
dato oggettivamente
misurabile: basta vedere,
consultando le ricerche, quante
sono rimaste incinte mentre
facevano uso di quel sistema
specifico. Non è detto affatto
che tu preferisca il metodo
oggettivamente migliore.
L’obiettivo sarà di trovare quello
più affidabile possibile e che, al
tempo stesso, ti soddisfi.
I ricercatori usano uno
strumento statistico chiamato
indice di Pearl per valutare e
confrontare i vari metodi
anticoncezionali. Serve a
misurare l’affidabilità di un
sistema anticoncezionale. Non
ne prende in considerazione la
possibile pericolosità. La
contraccezione non è
pericolosa.
L’indice di Pearl, insomma, è
un valore che misura quante
donne rimangono incinte
nonostante l’uso di un
contraccettivo. Concretamente,
indica quante donne si scoprono
incinte nel giro di un anno in un
gruppo di cento che usano un
determinato contraccettivo.D
Per esempio, se si vuole
testare l’efficacia di un nuovo
tipo di pillola anticoncezionale,
si chiede a un gruppo di cento
donne di provarla e si registra
quante restano incinte e quante
no mentre ne fanno uso. Grazie
a risultati di questo genere
forniti da molti studi diversi, si
può stilare una classifica dei
metodi contraccettivi in base
all’effetto ottenuto. Ma cos’è
che fa la differenza tra i diversi
metodi anticoncezionali?

Due fattori entrano in gioco


nel determinare l’efficacia di un
metodo. Il primo riguarda come
esso viene usato. C’è un buon
numero di sistemi
antifecondativi che si prestano
a un uso scorretto, cosa che li
rende meno sicuri rispetto a
quelli che non contemplano
possibilità di errore.
Prendiamo per esempio il
“coito interrotto”. L’idea è che
l’uomo si ritiri dalla vagina
della donna prima di avere
l’orgasmo, in modo che il seme
finisca sul materasso, sui seni o
in altri posti divertenti. Ma,
come l’esperienza insegna, è
facile ritirarsi troppo tardi,
quando il danno ormai è fatto.
Nell’eccitazione del momento, è
forte la tentazione di restare
appena un attimo di più, e basta
sbagliare una volta per
ritrovarsi incinta. Questa
possibilità di errore rende il
coito interrotto poco affidabile,
e infatti è un sistema molto
poco apprezzato dagli addetti ai
lavori nell’ambito sanitario.
Peccato, perché una
realizzazione “perfetta” di
questo metodo darebbe ottime
garanzie di efficacia. Ma non
bisogna mai dimenticare che…
errare humanum est.
Anche la pillola, che pure è
uno dei sistemi contraccettivi
più comuni, si segnala per l’alta
possibilità di uso erroneo.
Scordarsi di una pasticca o due
è tremendamente facile: lo
sanno bene tutte le donne cui è
capitato di svegliarsi nel letto di
qualcun altro, lontane dal fidato
armadietto del bagno di casa
con dentro lo spazzolino e la
pillola. A molte delle donne che
restano incinte prendendo la
pillola capita di dimenticarla a
causa della settimana di pausa:
escono dalla routine di una
pastiglia al giorno e si
confondono con la durata
dell’intervallo. Di scordarsela
può succedere a chiunque. A
tutte può capitare un giorno di
distrazione, ma tante sono
distratte tutti i giorni.
Il bastoncino sottocutaneo,
invece, è un metodo più sicuro,
perché rimane fisso nel braccio
e funziona senza bisogno che si
faccia alcunché. Non lo si può
dimenticare, a parte quando è
ora di cambiarlo, cioè una sola
volta ogni tre anni. Con
l’impianto contraccettivo
sottocutaneo non c’è possibilità
di sbagliare. Funziona
indipendentemente dalle
abitudini e dalla memoria.
Per concludere, il primo
fattore che contribuisce a
determinare se un metodo è
buono ha a che fare con il modo
d’uso, non con il metodo in sé.
Si parla in questo caso di errore
di utilizzo.
Magari alcune penseranno
che sia ingiusto dire che un
sistema è cattivo perché viene
utilizzato male, non è mica un
errore dell’anticoncezionale.
Qui però non ci preoccupa la
sensibilità ferita del metodo: le
ricerche dimostrano che noi
umani generalmente
commettiamo errori quando
esiste la possibilità di farne, e in
questo caso ciò influisce sulla
sicurezza del sistema
contraccettivo. Lo scopo, in fin
dei conti, è di non restare
incinta, non che il tuo metodo
preferito vinca un concorso di
popolarità.
L’altro fattore decisivo in
materia di sicurezza è la qualità
reale del metodo. Spesso si
crede che il modo più sicuro, se
non si vogliono avere figli, sia la
sterilizzazione, cioè la chiusura
delle tube, in modo che l’ovulo
non possa passare dall’ovaio
all’utero. Eppure, persino dopo
un’operazione di sterilizzazione
tubarica, una donna su
duecento rimane incinta ogni
anno. Sia il bastoncino
sottocutaneo che la spirale
ormonale sono più sicuri della
sterilizzazione permanente.
Questo tipo di errore, che
riguarda il sistema
contraccettivo in sé, e non chi
lo usa, va sotto il nome di
errore di metodo.
In un certo senso, potremmo
dire che nessuna donna rimane
incinta usando un impianto
contraccettivo, ma in medicina
non è tutto bianco o nero. Da
qualche parte nel mondo ci sarà
una donna che rimane incinta
qualunque sia il metodo
antifecondativo che usa.
Purtroppo, se sei una donna e
fai sesso con un uomo, non
potrai mai dire mai. Però potrai
dire «quasi mai». E ti deve
bastare.

Dal momento che ci sono due


tipi di errori legati ai sistemi
anticoncezionali, l’errore di
utilizzo e l’errore di metodo,
anche la valutazione
dell’efficacia si fa seguendo due
modalità diverse. Si distingue
tra uso corretto e uso tipico di
un metodo contraccettivo. Il
primo vuol dire che non è stato
commesso il benché minimo
errore: nessuna pillola
dimenticata, nessun coito
interrotto in ritardo, nessun
anello vaginale che scivola fuori
nello scarico del wc sotto i fumi
di una sbornia. Invece l’uso
tipico è quando una persona fa
il possibile per fare le cose per
bene, così come succede in
generale, però alla fine, di tanto
in tanto, qualcosa va storto.
La differenza tra uso corretto
e uso tipico può oscillare da
grande a infinitesimale, dipende
da quanti errori tollera il
metodo in questione.
Se fai una vita regolare, non
sei sbadata né distratta e hai un
controllo d’acciaio sul blister
della pillola, per esempio, può
darsi che il rischio di
gravidanza nel tuo caso si
avvicini più all’uso corretto
dell’indice di Pearl che all’uso
tipico. Solo tu ti conosci così
bene da saperlo. Se invece vivi
in maniera un po’ più
imprevedibile, conviene forse
considerare un metodo che
funzioni qualunque sia il
numero di errori. I metodi
senza possibili errori di utilizzo,
come il bastoncino sottocutaneo
o la spirale uterina, sono sicuri
sia con uso tipico che con uso
corretto, perché l’uso tipico è di
per sé corretto senza necessità
di sforzo alcuno.
Allora, qual è il metodo
migliore? Qui sotto troverai una
tabella con una selezione di vari
sistemi contraccettivi. Le cifre
vengono dall’Organizzazione
mondiale della sanità (Oms) e
sono aggiornate al 2015.
Potranno comunque cambiare a
mano a mano che la ricerca
scientifica inventerà nuovi
metodi o svolgerà nuovi studi su
quelli già esistenti.
È bene essere a conoscenza
dei risultati dei vari metodi nei
test nel momento in cui se ne
sceglie uno. Noi, in ogni caso,
consigliamo di provare quelli
più sicuri, cioè di lunga durata
e senza possibilità di errore
d’utilizzo.

Efficacia dei metodi contraccettiv


USO USO
CORRETTO TIPICO
Quante Quante
restano restano
incinte? incinte?

Bastoncino 0,05% 0,05%


sottocutaneo

Spirale 0,2% 0,2%


ormonale

Sterilizzazione 0,1% 0,1%


maschile
Sterilizzazione 0,5% 0,5%
femminile

Spirale di 0,6% 0,8%


rame

Iniezione 0,3% 3%

Pillola 0,3% 8%

Preservativo 2% 15%

Coito 4% 27%
interrotto

Misurazione 1% 25%
della
temperatura
basale

Controllo della 4% 14%


mucosa del
collo uterino
Senza 85-90%
protezione

Metodo della temperatura


basale ed efficacia
Ci preme fare un paio di
commenti in merito a uno dei
metodi elencati qua sopra,
quello della temperatura
basale. È stato oggetto, sia in
Norvegia che in Svezia, di un
acceso dibattito via internet, in
seguito alla pubblicità che
alcune famose blogger hanno
fatto all’applicazione Natural
Cycles. Natural Cycles è una
app in grado di calcolare i
giorni fertili in base alle
misurazioni della temperatura
corporea effettuate dalla donna
stessa e inserite nel cellulare.
Promette una sicurezza del 99,9
per cento.
Noi non ci fidiamo di questa
cifra e non siamo le sole. Anche
i portavoce dell’Agenzia
nazionale del farmaco
norvegese hanno espresso
molte riserve su Natural Cycles
e sui blog che ne vantavano i
meriti.130
Come si può vedere dalla
tabella, secondo
l’Organizzazione mondiale della
sanità c’è un solo metodo che
garantisce il 99,9 per cento di
efficacia ed è il bastoncino
sottocutaneo, l’anticoncezionale
più sicuro al mondo. Parliamo
del 99,95 per cento di
affidabilità sia con uso tipico
che con uso corretto. Il secondo
sistema più sicuro è la spirale
ormonale, che arriva al 99,8 per
cento.
La temperatura basale, su
cui si fonda Natural Cycles,
secondo l’Oms non può
garantire un risultato migliore
del 75 per cento con uso tipico
(leggi: ogni anno rimangono
incinte venticinque donne su
cento). È vero che, con uso
corretto, può dare un risultato
che arriva addirittura fino al 99
per cento, equivalente a una
gravidanza su cento; però
ricorda che l’uso corretto è una
nozione teorica, impossibile da
raggiungere nella prosaica
maggioranza dei casi.
L’uso corretto della
temperatura basale e Natural
Cycles richiedono una tale cura
da parte di chi vi fa ricorso che
pensare di non sbagliare è
irrealistico, perfino con una app
così trendy. Infatti il metodo è
pieno di potenziali errori d’uso,
dei quali il più ovvio è fare
sesso nel giorno sbagliato.
Conosciamo varie coppie che si
sono ritrovate in dolce attesa
per essersi abbandonate alla
passione facendo affidamento
su questo programma.
Questo sistema presenta
anche parecchi errori di
metodo, e ciò fa sì che alcune
donne non possano mai
ottenere un alto grado di
sicurezza, per quanto
applichino le istruzioni alla
lettera. La temperatura basale
per determinare i giorni fertili
non funziona per chi ha la
febbre, per esempio, o una
mestruazione irregolare, o se le
ovaie dovessero regalare un
ovulo extra a sorpresa nel corso
del mese. Sono fattori su cui
non si può esercitare nessun
controllo.
Detto questo, è plausibile
che la app permetta di ridurre il
rischio di gravidanza, in quanto
vengono eliminati parte degli
errori di calcolo e si tiene conto
dei trend termici abituali per
valutare le probabilità di
restare incinta. Uno studio
sponsorizzato da Natural Cycles
ha concluso che questa app
aumentava l’affidabilità del
metodo, facendola passare, con
uso tipico, dal 75 al 92,5 per
cento. Cioè, di tutte le donne
sotto osservazione, il 7,5 per
cento sono rimaste incinte nel
giro di un anno. Se queste cifre,
prodotte da loro stessi, sono
vere, più o meno corrispondono
a quelle della pillola.131 Ci
sembra però quanto meno
ingannevole che Natural Cycles,
nelle sue pubblicità, citi il 99,9
per cento di affidabilità invece
del 92,5.
Le donne che desiderano
usare Natural Cycles devono
prima assicurarsi di avere un
ciclo assolutamente regolare e
una volontà di ferro per
resistere al sesso nei momenti
inopportuni (o di usare
volentieri il preservativo), oltre
a condurre una vita
perfettamente strutturata che
preveda un momento ogni
mattina per misurarsi la
temperatura ed essere pronte
per un’eventuale gravidanza. Se
ti riconosci in questa
descrizione, niente ti impedisce
di provare questo o altri metodi
basati sulla temperatura. Se
invece vuoi, a ogni costo,
evitare una gravidanza, ti
consigliamo di optare per
qualcos’altro.

La mestruazione durante
l’assunzione di contraccettivi
ormonali

La contraccezione ormonale
influenza il ciclo mestruale. Te
ne accorgi perché le perdite di
sangue cambiano: la stragrande
maggioranza delle donne perde
meno sangue e per meno giorni,
ma non è necessariamente così
per tutte. Le perdite possono
anche diventare irregolari o
sparire del tutto. Molte donne
trovano questo fenomeno
inquietante: circolano infatti
parecchi luoghi comuni sulla
scomparsa, o il salto, della
mestruazione. L’emorragia
mestruale ha il suo senso in
natura, no? Vorrà dire che il
corpo ne ha bisogno. Dobbiamo
proprio manipolare madre
natura in questo modo?
Come forse ricorderai dal
capitolo sulle mestruazioni,
nulla indica che il sangue
mestruale costituisca in sé un
vantaggio. Ciò vale tanto più se
sei sotto contraccezione
ormonale. Il tuo ciclo, se assumi
ormoni, non è più un ciclo
normale; anzi, la maggior parte
dei contraccettivi ormonali
bloccano proprio la
mestruazione. Pertanto il
sangue che perdi in questo caso
non è normale sangue
mestruale, bensì qualcosa che
chiamiamo
pseudomestruazione.
Partiamo da quello che
succede con il sanguinamento
quando fai uso di contraccettivi
combinati. I ricercatori che
hanno inventato la pillola, oltre
cinquant’anni fa, avevano
inserito una settimana pill free
al mese proprio affinché le
donne potessero avere una falsa
mestruazione. Pensarono che la
pillola anticoncezionale sarebbe
stata accettata più facilmente
se gli ormoni sintetici avessero
creato una situazione che
somigliasse a un ciclo normale,
con una piccola emorragia
regolare ogni quattro
settimane. Ma, anche se
assomiglia a un ciclo naturale,
“naturale” non è. Quindi non c’è
nulla di innaturale nel saltare
questo meccanismo.
In generale è l’estrogeno a
far crescere l’endometrio ed è
questa mucosa a venire poi
espulsa con la mestruazione.
L’estrogeno presente nei
preparati combinati la fa
crescere un po’ ogni mese,
perciò la maggioranza delle
donne che usano preparati
combinati avranno una
metrorragia da sospensione
(cioè una pseudomestruazione)
durante la pausa di sette giorni
(o poco meno) in cui rimangono
senza pillola, cerotto o anello
vaginale, benché non abbiano
più un ciclo fisiologico. La
crescita endometriale è minore
rispetto al normale, quindi non
è necessario sanguinare con la
stessa frequenza di quando non
sei sotto ormoni. Può perfino
essere superfluo sanguinare
tutti i mesi.
Se usi un contraccettivo
combinato, puoi saltare la
mestruazione tutte le volte che
vuoi, se non addirittura
prendere la pillola senza
interruzione e sanguinare
quando ti conviene. Non ci sono
pericoli e funziona. Il
progestinico presente nel
farmaco fissa la mucosa che
riveste la cavità uterina, in
modo che non sanguini via.
Se però prendi senza sosta
un contraccettivo combinato e
salti la mestruazione un certo
numero di volte, è probabile
che alla fine sopravvenga una
perdita ematica intermestruale.
Il progestinico trattiene
l’endometrio finché può, ma
quando è troppo è troppo. Si
può allora trattare di spotting,
ovvero piccole perdite
irregolari, spesso
semplicemente delle goccioline
marroni sulle mutande, o di un
sanguinamento più importante
simile alla mestruazione vera e
propria. È normale e significa
solo che è ora di fare una pausa
di massimo sette giorni; poi
puoi ricominciare a saltare il
sanguinamento di nuovo.
Molte donne pensano che il
flusso mensile di sangue, che si
verifica quando si è sotto
trattamento ormonale, indichi
la presenza o assenza di una
gravidanza, ma non è del tutto
corretto. È possibile non avere
alcuna perdita di sangue
quando si assumono
contraccettivi combinati, anche
se si fa una pausa di sette giorni
tra un blister e l’altro. Non
significa necessariamente che
tu sia incinta. D’altra parte, si
possono anche verificare
piccole perdite di sangue in
gravidanza. Con la
contraccezione a base di
ormoni, le perdite sono
generalmente ridotte, e non
somigliano a una mestruazione
normale. In breve: puoi essere
incinta anche in presenza di
macchiette di sangue nella
settimana in cui non prendi
ormoni. I preparati combinati
sono sicuri, se usati
adeguatamente, ma se qualcosa
cambia e sospetti di essere
incinta, il test di gravidanza è
l’unico modo per verificarlo.
Molte donne lamentano
copiose perdite intermestruali,
cosa che alla lunga può
diventare davvero noiosa. Per
alcune la soluzione può essere
di cambiare contraccettivo. Se
usi la pillola a basso dosaggio di
estrogeni, passare a una con
una dose un po’ più alta può
migliorare le cose: le pillole con
maggiore dose di estrogeno
offrono infatti un più alto livello
di controllo del flusso del
sangue vaginale. È comunque
necessario consultare un
medico per la scelta di un
nuovo farmaco.

Durante l’uso di
contraccettivi a base di
progestinico, invece, la
mestruazione è ben diversa da
quella che si sperimenta usando
i preparati combinati. La
differenza principale è che non
puoi decidere come sarà il ciclo,
né puoi modificarlo o
controllarlo strada facendo.
Tutto questo perché prendi la
stessa dose di ormone ogni
giorno, senza fare nessuna
pausa – se la fai, perdi la
copertura. Pertanto si verifica
una perdita ematica quando il
progestinico non è più in grado
di trattenere l’endometrio. E
questo può succedere in
qualunque momento, senza
alcun preavviso.
Il progestinico trattiene la
mucosa uterina, rendendone
difficile lo sfaldamento. Al
tempo stesso, in assenza di
estrogeno, questa si assottiglia
più del solito. Pertanto non è
detto che ci siano
necessariamente le perdite
ematiche, anche se molte donne
ne hanno. Non
dimentichiamoci, infatti, che il
nostro corpo produce
naturalmente estrogeno.
Quando cominci il
trattamento a base di
progestinico, è un po’ come
giocare alla roulette russa. Non
sai come andrà con il ciclo
mestruale. Comunque le
possibilità sono tre: sangue
regolare, niente sangue o
sangue irregolare.
Spesso si crede che tutte le
donne che usano l’impianto
sottocutaneo o la spirale
ormonale perdano
necessariamente la
mestruazione, e sono in tante a
scegliere tali sistemi proprio
per questa ragione. Non è del
tutto esatto. L’assenza di
sanguinamento è frequente, ma
è anche possibile avere
sanguinamenti molto irregolari,
oltre che un ciclo del tutto
normale. Quel che è certo è che
il volume di sangue sarà minore
rispetto a quello che perderesti
se non stessi usando la
contraccezione ormonale.
Come nel caso degli
anticoncezionali combinati,
anche con i progestinici una
perdita di sangue non esclude
la gravidanza. Abbiamo ricevuto
richieste di aiuto da parte di
ragazze che avevano perso il
mestruo a causa della
contraccezione e facevano un
test ogni tre mesi. È una pratica
inutile e costosa. Quando usi
farmaci a base di progestinico,
il sanguinamento o la sua
assenza non significano niente.
Il test di gravidanza è utile solo
in caso di fallimento
contraccettivo, se non sei sicura
di essere protetta.
Al contrario della
contraccezione ormonale, che
riduce i sanguinamenti, il
dispositivo intrauterino al rame
provoca spesso sanguinamenti
più abbondanti e dolori
mestruali più forti. È vero
soprattutto per le donne che
soffrivano già da prima di
emorragie notevoli, lunghe e
dolorose. Quasi una su dieci
decide di farsi togliere la
spirale nel corso del primo anno
a causa di questo genere di
problemi.124

Come si fa a saltare la
mestruazione?
In certe occasioni è proprio
seccante avere il mestruo:
durante una vacanza al mare o
in settimana bianca con il
fidanzato o semplicemente
perché mancano sette giorni a
un esame. È una situazione che
tutte le donne che hanno il ciclo
conoscono, in particolar modo
quelle che patiscono dolori
intensi e un flusso di sangue
abbondante. Quando proprio
non ne avete voglia, potete
provare a ritardare il
sanguinamento. È più facile per
le donne che sono sotto
contraccezione combinata, cioè
pillola, cerotto o anello
vaginale.132 Le altre possono
ricorrere a un farmaco
destinato a quello scopo, previa
prescrizione medica.133

Se stai usando un preparato


combinato, puoi procedere nella
seguente maniera.

Pillola monofasica.
Normalmente, prendi la pillola
contenente ormoni per ventuno
o ventiquattro giorni prima
della pausa di sette oppure
quattro giorni, a seconda del
tipo di pillola monofasica che
usi. Nell’intervallo senza pillola
si verificano perdite vaginali di
sangue. Se desideri evitarle,
basta passare direttamente a un
nuovo blister non appena
esaurite le pillole su quello in
corso, senza pausa. Chi usa un
blister da ventuno unità non
farà la settimana di intervallo;
se invece sul blister ci sono
anche pillole di placebo
(saranno quindi ventotto in
totale), si buttano via quelle di
zucchero. Se usi un modello da
ventiquattro pillole contenenti
ormoni seguite da quattro
giorni di break, salta la pausa
passando direttamente a un
nuovo blister da ventiquattro.
Anche con le pillole
plurifasiche è possibile saltare
la mestruazione, però saranno
necessarie spiegazioni più
approfondite. Ti esortiamo, in
questo caso, a consultare un
medico oltre che a leggere bene
le istruzioni che accompagnano
il medicinale.

Anello vaginale.
Generalmente l’anello
anticoncezionale si tiene dentro
per tre settimane, prima dei
sette giorni di pausa. In questa
quarta settimana c’è la
fuoriuscita di sangue. Se la vuoi
evitare, devi soltanto inserire
un nuovo anello in vagina
appena concluse le tre
settimane, cioè senza intervallo.

Cerotto anticoncezionale.
Generalmente il cerotto si
cambia una volta alla settimana,
per tre settimane, per poi fare
una pausa nella quarta, quando
si presenta il flusso di sangue
dovuto alla sospensione. Per
evitarlo, metti un nuovo cerotto
la quarta settimana,
rinunciando ai sette giorni
senza ormoni.

Se non usi dei preparati


combinati, puoi procedere come
descritto qui di seguito.

Esiste un farmaco, il
Primolut Nor, che contiene un
ormone chiamato noretisterone
e che ritarda la mestruazione.
Può essere una buona soluzione
per alcune donne che non
vogliono iniziare un trattamento
anticoncezionale a base di
estrogeni, ma desiderano
invece saltare il mestruo per un
periodo, al massimo, di due
settimane.
Bisogna cominciare ad
assumere il farmaco tre giorni
prima delle mestruazioni, una
compressa tre volte al giorno.
Ciò implica sapere quando
comincerà il ciclo; se non è
regolare, è molto a rischio la
buona riuscita dell’operazione.
Dopodiché, si prendono tre
compresse al giorno per il
numero di giorni durante i quali
non si vogliono avere
mestruazioni, in ogni caso non
più di quattordici. Quando si
smette di prendere il
medicinale, entro un paio di
giorni si presenta la
mestruazione. Non si può
dunque rinviarle all’infinito.
Tieni presente che, per
questo medicinale, è necessaria
la prescrizione di un dottore.
Quasi tutte lo tollerano bene,
ma alcune devono evitarlo e
questo te lo può dire solo un
medico. Mentre assumi questo
farmaco, è importante usare il
preservativo per prevenire
un’eventuale gravidanza,
perché non è un
anticoncezionale.

Come usare la pillola nel


migliore dei modi?
La pillola può risultare
piuttosto impegnativa, tuttavia
resta un metodo di
contraccezione molto popolare.
Come hai visto in uno dei
capitoli precedenti, durante
l’uso può capitare di rimanere
incinta, perché ci vuole
veramente poco a sbagliare.
La buona notizia è che esiste
una maniera di prendere la
pillola che diminuisce il rischio
di gravidanza, le noie legate
alla mestruazione e il volume
del flusso. Vale per tutti i
preparati combinati, quindi
anche per il cerotto e il
bastoncino sottocutaneo. Chi
usa la pillola plurifasica, invece,
deve attenersi alle istruzioni del
medico.
La pillola e gli altri preparati
combinati sono sicuri nella
misura in cui se ne fa un uso
corretto. Come ormai saprai,
sono stati ideati con un
intervallo in mezzo. Assumi il
dosaggio ormonale per tre
settimane (ventuno giorni)
seguite da una pausa (sette
giorni) senza ormoni. Durante
questi sette giorni avrai una
metrorragia da sospensione o
pseudomestruazione. Con altre
pillole, il principio attivo si
prende per ventiquattro giorni e
la pausa ne dura quattro.
Ventuno e sette oppure
ventiquattro e quattro sono
numeri di enorme importanza
quando si parla di contraccettivi
a combinazione estro-
progestinica, perché segnano
due confini fondamentali.
Usando un preparato
combinato devi prendere gli
ormoni per almeno ventuno o
ventiquattro giorni consecutivi
affinché la contraccezione sia
efficace e sicura. Se sono di
meno, se per esempio ti
dimentichi le ultime due
pastiglie del blister e alla fine
sono diciannove o ventidue
invece di ventuno o
ventiquattro, esiste il pericolo
che si verifichi l’ovulazione: la
protezione svanisce. Puoi
restare incinta. Insomma:
ventuno o ventiquattro giorni
significa almeno ventuno o
ventiquattro. Se assumi il
dosaggio ormonale più a lungo,
non c’è problema. Una volta
passato il confine, puoi ingerire
la pillola per trenta, cinquanta o
cento giorni di fila. Sono solo
fatti tuoi.
Il numero sette (o quattro
per alcune marche) è il confine
che indica che la pausa deve
durare al massimo sette o
quattro giorni. Non di più. Se
l’interruzione dell’assunzione di
ormoni supera questa durata,
non sei protetta contro il
concepimento. Invece, se vuoi
sospendere, diciamo, per solo
tre giorni, non c’è problema. Se
sanguini solo per due giorni,
per esempio, puoi riprendere la
routine della pillola anche
subito dopo quei due giorni di
intermezzo. Quello che non devi
mai fare è prolungare la pausa
più di sette (o quattro) giorni.
In questo caso potresti ovulare
e restare incinta.
Finché assumi gli ormoni per
minimo ventuno o ventiquattro
giorni e li sospendi al massimo
per sette o quattro giorni, nel
caso della pillola monofasica,
del cerotto o dell’anello,
sostanzialmente puoi usare il
preparato combinato come ti
pare. Dato che la maggior parte
delle gravidanze indesiderate
avvengono per aver fatto
confusione intorno alla
settimana di intervallo, può
essere saggio ridurre queste
pause senza pillola a un
minimo. Ciò renderà più
efficace il trattamento.
Quando si saltano le
mestruazioni per un certo
tempo, si hanno spesso delle
perdite ematiche intermestruali
non programmate (metrorragia
da rottura); la cosa si risolve
usando la pillola in modo
continuato e facendo la pausa
quando necessario. In questo
modo praticamente ti confezioni
un ciclo su misura per te, con il
numero minimo di
sanguinamenti endometriali.
Continua a prendere gli
ormoni costantemente finché
non sanguini; a quel punto
sospendi e aspetti che finisca il
sanguinamento. Questa pausa
può tranquillamente durare
meno di sette o quattro giorni.
Dopodiché ricominci di nuovo
con gli ormoni fino alla
successiva comparsa di sangue
vaginale. Questo procedimento
funziona bene se non prendi
mai la pillola per meno di
ventuno o ventiquattro giorni.
Quindi, per esempio, se
sanguini dopo dieci giorni di
assunzione, devi aspettare fino
al ventunesimo o al
ventiquattresimo prima di
sospenderla, se vuoi assicurarti
la protezione anticoncezionale.

Ma allora non è pericolosa la


contraccezione ormonale?

Da tempo il “naturale” è il
nuovo ideale. Parole come
detox, centrifugati e superfood
sono entrate nel vocabolario
quotidiano. Il messaggio di
coloro che si sono
autoproclamati guru della
salute è chiaro: al corpo non
fanno bene gli additivi
“artificiali”, con queste cose
non si scherza.
Mentre i succhi di frutta
verdi sono diventati in, la
contraccezione ormonale è
diventata out. Le giovani donne
hanno paura di usarla,
spaventate dagli effetti
secondari. Sempre più spesso
sentiamo dire che non la
sopportano, come se stessimo
parlando di un’allergia. Altre ci
chiedono se non sia il caso di
fare una pausa senza ormoni,
per disintossicare il corpo da
sostanze estranee.
Parallelamente alla crescente
ricerca della purezza e della
naturalità, si sviluppa la
sensazione che i medici non
prendano sul serio queste
inquietudini e minimizzino,
quasi nascondendoli sotto il
tappeto, i problemi che le
donne incontrano. Risultato:
molte donne nutrono forti dubbi
su quanto sia sicura la
contraccezione a base di ormoni
e finiscono per rivolgersi a fonti
inaffidabili.
Circa un terzo delle donne
che cominciano a prendere la
pillola smette nel corso dei
primi sei mesi.134 Di queste,
circa la metà lo fa a causa di
quelli che percepisce come
effetti collaterali.134 È normale
inquietarsi quando si sente che
il corpo cambia, se non si
capisce perché questo succede
e cosa significa. Secondo noi, è
necessario informarsi bene
sugli aspetti positivi e su quelli
negativi della contraccezione
ormonale, per poter fare delle
scelte corrette. Sapere dà
sicurezza.

Che cos’è un effetto collaterale?


Prima di cominciare a
descrivere gli effetti secondari
della contraccezione ormonale,
è necessario chiarire di cosa
stiamo parlando. I medicinali
sono fatti allo scopo di
provocare un determinato
effetto sul nostro corpo, che è il
motivo per cui li prendiamo; nel
caso degli anticoncezionali, il
motivo è che vogliamo evitare
una gravidanza. Gli effetti
secondari sono tutti gli altri
effetti che il farmaco può avere,
e possono essere sia positivi
che negativi. Molte donne, per
esempio, notano meno foruncoli
grazie agli ormoni. Si tratta di
un effetto secondario, vissuto
però come positivo. La
trombosi, invece, è un effetto
che non desidera nessuna.
Nel film Sliding Doors (1998)
assistiamo allo svolgersi dei due
destini paralleli di Helen,
interpretata da Gwyneth
Paltrow: nel primo scenario,
quella mattina per andare al
lavoro riesce a prendere la
metropolitana al volo; nel
secondo, non ci riesce. Questo
dettaglio, apparentemente
irrilevante, ha conseguenze
considerevoli sulla sua vita. Per
il nostro corpo funziona allo
stesso modo. È talmente
complesso che non si può agire
su una singola funzione senza
creare ripercussioni in altre
zone dell’organismo. Un effetto
collaterale non significa che un
farmaco sia cattivo. Se
qualcuno vi assicurasse, a
proposito di un medicinale o di
un trattamento, che non ha
effetti collaterali, avreste il
diritto di diffidare: o sta
mentendo, o il medicamento in
questione non ha proprio alcun
effetto.
I medici e le autorità nel
campo della salute si
preoccupano molto degli effetti
secondari. Sappiamo che si
tratta di un male necessario, ma
l’obiettivo è di mantenerli al
livello più basso possibile. È la
ragione per cui è così difficile
ottenere il nullaosta per
commercializzare i farmaci: il
produttore deve prima
dimostrare che gli effetti
positivi hanno la massima
probabilità di compensare quelli
negativi. Dietro ogni nuovo
medicinale ci sono anni e anni
di studi ed esperimenti, proprio
per conoscere con precisione a
quali effetti secondari saranno
esposte le persone quando lo
prenderanno.
Una volta messo in
commercio il prodotto, l’ente
statale preposto al controllo dei
farmaci, indipendente
dall’industria farmaceutica, ne
supervisiona i risultati affinché
l’eventuale apparizione di
effetti sconosciuti possa essere
subito accertata. Sia tu che il
tuo medico potete mettervi in
contatto con l’Agenzia del
farmacoE se sperimenti un
effetto secondario: noi ti
raccomandiamo di farlo. Se
nasce il sospetto che sia stato
trascurato un effetto secondario
serio, per esempio che un uso
prolungato della pillola possa
causare il cancro, si mettono in
moto nuovi studi.
Quel che si fa in genere in
questi casi è mettere a
confronto gruppi consistenti di
persone che hanno assunto il
farmaco con altri che non
l’hanno assunto. Poi si vede se,
tra coloro che hanno fatto uso
di quel medicinale, altri
soggetti presentano quel
medesimo effetto secondario.
Se risulta che c’è lo stesso
numero di casi di cancro nei
due gruppi, se ne deduce che la
causa non è la pillola, perché
altrimenti se ne sarebbero
registrati di più nel gruppo
delle donne che l’hanno presa.

Effetto nocebo
Per quale motivo non si
prende automaticamente per
oro colato un effetto collaterale
segnalato da numerose donne?
Le autorità sanitarie non
credono alle donne che dicono
di avere riscontrato un effetto
collaterale? Uno dei motivi per i
quali non si può semplicemente
accettare l’esistenza di tali
effetti senza ulteriori ricerche è
una cosa che va sotto il nome di
effetto nocebo.
Tutti abbiamo sentito parlare
dell’effetto placebo, il
meccanismo per cui è possibile
ottenere reali effetti positivi da
una sostanza che in realtà non
funziona, solo perché ci si
aspetta o si spera che funzioni.
È uno dei motivi, per esempio,
per cui i medicinali si
presentano spesso sotto forma
di compresse colorate: si è
scoperto che la gente guarisce
più facilmente quando i farmaci
hanno un aspetto moderno e
accattivante! È anche la ragione
per cui i medici spesso portano
il camice bianco con lo
stetoscopio ben visibile attorno
al collo. Il camice e lo
stetoscopio risvegliano nel
paziente associazioni mentali
con l’idea di guarigione e
competenza professionale.
Questo di per sé può già
avviarlo verso la guarigione.
L’effetto nocebo, dal latino
“voglio fare male”, funziona nel
modo opposto. In questo caso,
una pastiglia di zucchero
produrrà effetti negativi perché
si pensa che contenga sostanze
nocive. Di fatto, un quarto dei
pazienti sottoposti a trattamenti
placebo, ovvero a nessun
trattamento, riporta effetti
negativi.135 Lo stesso si verifica
quando il medico dice al
paziente che quel farmaco può
avere un determinato effetto
negativo: alcuni proveranno
quell’effetto, senza che il
farmaco c’entri qualcosa. A
volte, del resto, anche senza
alcun trattamento, ciascuno di
noi può avere sintomi
sgradevoli. Uno studio di
Marcus Reidenberg e David
Lowenthal ha scoperto che solo
il 19 per cento delle persone
esaminate – tutte in buona
salute e che non prendevano
medicinali – si era sentito bene
e non aveva lamentato disturbi.
Il 39 per cento aveva riportato
un senso di affaticamento, il 14
per cento mal di testa e il 5 per
cento nausea e capogiri.135
Un altro studio
dell’Università di Yale ha
dimostrato che le donne con un
alto grado d’istruzione
sopravvalutano i rischi della
contraccezione ormonale,
mentre non sono a conoscenza
dei possibili vantaggi che
questa offre alla loro salute,
come l’abbassamento del
rischio di cancro ovarico ed
endometriale.136 Le aspettative
negative possono a volte
trasformarsi in profezie
autorealizzanti.
Tenuto presente tutto questo,
si può forse capire meglio come
mai alcuni medici reagiscano
con scetticismo quando
all’improvviso molte donne
riportano un nuovo effetto
secondario di un farmaco
vecchio come la pillola.
Potrebbe essere nient’altro che
il risultato di tanta pubblicità
negativa.137 Per scoprire se si
tratta davvero di un effetto
reale finora non venuto alla luce
oppure solo dell’effetto nocebo,
l’unico modo è proseguire con
la ricerca.

Ogni cosa comporta una dose di


rischio
Comincia a leggere il
foglietto illustrativo
dell’anticoncezionale ormonale
che usi. Ci troverai un lungo
elenco di effetti collaterali,
disposti in ordine di frequenza.
Prima appaiono i più comuni,
che di norma riguardano da una
su dieci a una su cento pazienti.
Lì si indicano fenomeni come
mal di testa, sbalzi d’umore e
tensione al seno. Poi vengono
gli effetti che riguardano un
numero di soggetti da una su
cento a una su mille. A mano a
mano che procedi, la lettura si
fa sempre più inquietante.
La prima cosa da tenere
presente mentre si legge questa
lista è chi l’ha scritta: il
produttore. Si tende a pensare
che costui voglia nasconderci
gli effetti negativi, invece è vero
il contrario. Il produttore
rimpingua per bene l’elenco
degli effetti collaterali, per non
correre il rischio di essere
denunciato da clienti
insoddisfatte. Alcuni degli
effetti presenti nella lista sono
stati segnalati da donne che
hanno usato il medicinale,
senza che necessariamente uno
studio abbia dimostrato che
siano stati provocati da quel
farmaco. Ci torneremo più
avanti. Altri invece sappiamo
che sono effettivamente causati
dalla contraccezione ormonale.
L’altra questione da avere
chiara è cosa si intende con il
termine “rischio”. Quando
sentiamo questa parola, siamo
facilmente indotte a pensare
che ci sia un pericolo, mentre il
rischio è solo la possibilità che
succeda qualcosa.
È venuto il momento per una
piccola lezione di statistica
medica. Quando parliamo di
effetti collaterali, spesso
l’attenzione si concentra tutta
su ciò che si definisce rischio
relativo. Il rischio relativo
indica quanto aumenta la
possibilità di sperimentare un
effetto collaterale assumendo
un farmaco rispetto a quando
non lo prendi. E allora puoi
trovarti, per esempio, a leggere
che il rischio di embolia
aumenta da due a quattro volte
per chi prende la pillola in
confronto a chi non la prende.
Che panico! Sembra già di
vedere i titoli delle riviste: La
pillola mette a repentaglio la
tua vita! Quadruplicato il
rischio di embolia! In realtà non
c’è niente di così drammatico.
Quello che, infatti, merita
davvero il nostro interesse, in
quanto individui, è ciò che viene
chiamato rischio assoluto. Il
rischio assoluto è la possibilità
reale che insorga un effetto
collaterale mentre usi un
farmaco, senza fare paragoni
con la gente che non lo usa. Ti
dà un’immagine molto più
comprensibile e realistica del
pericolo cui ti esponi.
Quante probabilità esistono
di avere una trombosi usando la
pillola? Anche se il rischio
relativo indica che chi prende la
pillola ha da due a quattro volte
più probabilità di sviluppare
una trombosi rispetto a chi non
la prende, la probabilità reale
che sia proprio tu ad averla,
vale a dire il rischio assoluto, si
situa da qualche parte tra lo
0,0005 e lo 0,001 per cento
all’anno. Ciò significa che, ogni
anno, su 100.000 donne che
prendono la pillola, tra
cinquanta e cento sviluppano
un’embolia. In altre parole, se
anche prendi la pillola, devi
proprio essere particolarmente
sfortunata perché ti capiti.

Effetti collaterali comuni della


contraccezione ormonale

Adesso che abbiamo capito


un po’ meglio cosa sono gli
effetti secondari, possiamo
passare a considerare il caso
specifico della contraccezione
ormonale. Cominciamo dagli
effetti collaterali più comuni,
che riguardano dall’1 al 10 per
cento delle donne, per esempio
il mal di testa, la nausea e la
tensione mammaria. Si tratta di
effetti innocui, che tuttavia
possono dare fastidio. Nessuna
li avrà tutti e molte non ne
avranno affatto. Che da una a
dieci donne su cento possa
averli, significa anche che da
novanta a novantanove non ne
soffriranno.
È importante anche
sottolineare che non esiste
alcuna relazione tra gli effetti
collaterali più comuni e quelli
pericolosi. Se ne hai uno
comune, non per questo
aumenta il rischio di incappare
in uno grave.
Gli effetti secondari più
comuni di solito spariscono
dopo qualche mese, per questo
ti suggeriamo di aspettare tre
mesi prima di rinunciare a un
contraccettivo per provarne un
altro. Se, trascorso questo
periodo, continui a sentire che
quei sintomi sono un problema,
puoi vedere come va con
un’altra marca o con un altro
metodo anticoncezionale.
Le persone, infatti,
reagiscono in modo diverso alle
varie marche o ai vari metodi.
Quello che alla tua amica
provoca un’emicrania
insopportabile magari per te è
perfetto. Lo saprai solo
sperimentandolo. Come
abbiamo spiegato prima, ci sono
diversi sottotipi di progestinico
nei diversi preparati, che
possono avere su di noi effetti
differenti. Vi saranno, inoltre,
differenze a seconda che usi un
farmaco esclusivamente
progestinico, come la spirale o
il bastoncino sottocutaneo,
oppure uno combinato che
contiene anche estrogeno. Se
poi un farmaco ti ha causato
molti effetti secondari, non
significa che tu non “tolleri” la
contraccezione ormonale in
generale. Esistono forti
probabilità che altri farmaci
non ti diano alcun problema.
Devi solo assicurarti di
sceglierne uno con un’altra
variante di progestinico. In
questo ti aiuterà il medico.

I metodi anticoncezionali a
base di estrogeni presentano
effetti secondari specifici.129,
138 I primi della lista sono
nausea e vertigini, e somigliano
ai sintomi e alle sensazioni che
si provano in gravidanza.
Proprio come accade alle donne
incinte, questi sintomi passano
presto; ma se all’inizio
dovessero essere molto forti,
sarebbe una buona idea
prendere la pillola durante i
pasti o prima di coricarsi.
Gli estrogeni possono anche
aumentare le secrezioni
vaginali. Non devono avere né
un aspetto né un odore diverso
dal solito, semplicemente sono
un po’ più abbondanti. Alcune
donne, poche, soffrono di
crampi alle gambe. Non
capiamo perché ciò avvenga,
ma sappiamo che non è
pericoloso. Più di rado, si può
avere la fuoriuscita di piccole
quantità di latte dai capezzoli.
Un altro effetto collaterale
sono le macchie della pelle. Per
quanto ciò si verifichi con la
contraccezione a base di
estrogeni, è probabile che a
causarle sia il progestinico
presente nel farmaco. Le
macchie, in termini medici
dette melasma, sono zone della
pelle che assumono un tono più
scuro. Appaiono quando ti
abbronzi, sia al sole che sotto la
lampada. È normale che
compaiano in gravidanza,
proprio a causa degli ormoni.
Se per te fosse un problema,
una crema solare ad alto fattore
di protezione potrebbe aiutarti
a evitarne la formazione.139
Altrimenti, si può provare un
farmaco con un altro tipo di
progestinico e vedere che
risultati dà.
Gli estrogeni producono
anche effetti benefici. Hai mai
sentito parlare di gravidanze
radiose? Una bella pelle infatti
è opera di questi ormoni. Se i
brufoli sono il tuo cruccio, i
preparati combinati ti possono
aiutare. Al contrario, gli
anticoncezionali a base solo di
progestinici possono causare
l’effetto opposto: pelle e capelli
grassi e foruncoli. È un
elemento da tenere presente
nella scelta del metodo
antifecondativo.
La contraccezione estro-
progestinica è inoltre spesso
parte della cura per le ragazze
che soffrono di policistosi
ovarica, una condizione
piuttosto diffusa sulla quale
torneremo in uno dei prossimi
capitoli.
Un altro effetto positivo dei
preparati a base di estrogeni è
la possibilità di controllare la
mestruazione, di ridurre i dolori
mestruali, e di non trasformarsi
ogni mese in una strega isterica
divoratrice di cioccolato a causa
della sindrome premestruale.
All’inizio di un trattamento
ormonale, può prodursi un
edema, termine medico per
gonfiore. Si accumula acqua nel
corpo, e responsabili possono
essere sia i progestinici che gli
estrogeni, quindi tutti i
preparati ormonali. La
ritenzione di liquidi è uno dei
motivi per cui si ha talvolta
l’impressione di ingrassare
all’inizio di un trattamento
anticoncezionale; ma non sei
più grassa, trattieni solo più
acqua nell’organismo!
Che la contraccezione faccia
ingrassare è solo un altro luogo
comune. La realtà è che spesso
le donne cominciano a prendere
anticoncezionali in un momento
della vita in cui il corpo subisce
delle trasformazioni
spettacolari, l’adolescenza. Un
altro motivo potrebbe essere
che molte mettono su un po’ di
peso quando trovano il
fidanzato; poi pensano che i
chili di troppo siano dovuti alla
pillola, sorvolando sul fatto che
all’improvviso si passa molto
più tempo abbracciati sul
divano, con un pacchetto di
caramelle e cinque stagioni di
Trono di spade sullo schermo
della televisione. Non si
aumenta di peso per la
pillola,140 ma è facile darle la
colpa.
Anche il seno può trattenere
acqua, diventando così più
grosso e teso. Un altro effetto,
un po’ raro, è che le lenti a
contatto, se le usi, di colpo non
ti vadano più bene. Infatti si
può accumulare acqua anche
negli occhi, causando una
leggera modificazione nella
forma della cornea. E l’aumento
della quantità di acqua nel
corpo può anche provocare mal
di testa.
Molte donne che usano la
pillola, il cerotto o l’anello
vaginale hanno mal di testa solo
nel periodo della mestruazione,
cioè nella settimana in cui non
assumono ormoni.141 È un
fenomeno molto comune, e fa
pensare alla testa che ti pulsa la
mattina, quando ancora non ti
sei fatta il primo caffè. Il mal di
testa segnala che ti manca
qualcosa a cui sei abituata, in
questo caso gli ormoni. Per
diminuire il dolore, puoi saltare
l’intervallo senza ormoni
oppure ridurlo a pochi giorni.
Come già spiegato, non c’è
alcuna ragione che imponga
una pausa di sette giorni. Sette
giorni è un tetto massimo, per il
resto la durata della pausa la
puoi decidere tu (possibilità che
i preparati a base di solo
progestinico invece non danno).

Se utilizzi un metodo a base


di soli progestinici – come
l’impianto sottocutaneo, la
spirale ormonale o la pillola
senza estrogeni – eviterai gli
effetti secondari negativi legati
all’estrogeno, di cui abbiamo
parlato sopra. Non potrai però
nemmeno goderne i benefici:
una pelle più pulita e la
possibilità di controllare la
mestruazione. I progestinici
possono rendere la pelle più
grassa e, in alcuni casi,
stimolare la crescita dei peli.
L’effetto collaterale forse più
importante quando si passa a
questo tipo di contraccettivi è
che la maggior parte delle
donne nota un cambiamento nel
flusso. È del tutto innocuo, ma
per alcune è seccante. La
natura di tali mutamenti varia
da un soggetto all’altro e
dipende dal tipo di medicinale.
È impossibile prevedere la
propria reazione prima di aver
provato. Alcune perdono del
tutto il mestruo, mentre altre
sperimentano frequenti ma
ridotte perdite ematiche o
sanguinamenti irregolari. Nella
maggior parte dei casi,
fuoriesce complessivamente
meno sangue rispetto a prima,
ma il mestruo può durare di più
oppure di meno. Trascorsi i
primi tre-sei mesi, la situazione
di solito si stabilizza.
Nonostante questi possibili
disagi, il bastoncino
sottocutaneo e la spirale
ormonale sono due metodi
anticoncezionali che
consigliamo caldamente. Hanno
il migliore indice di Pearl,
pertanto sono i più sicuri per
prevenire una gravidanza. La
spirale, inoltre, contiene un
minor dosaggio ormonale
rispetto a tutti gli altri sistemi.
A volte si immagina che essa
rilasci una quantità di ormoni
maggiore, perché resta nel
corpo per vari anni, ma è falso:
la concentrazione di ormoni nel
sangue, quando si usa il
modello più piccolo di spirale, è
così bassa da corrispondere
all’assunzione di una minipillola
ogni due settimane!117 Secondo
alcuni, è proprio questo basso
dosaggio a ridurre il rischio di
effetti collaterali, ma non è
stato dimostrato. In ogni caso,
vale la pena provarla, se hai
avuto cattive esperienze con
altri metodi contraccettivi.
Effetti collaterali più rari

Ci avviciniamo adesso alle


ultime righe del prospetto
illustrativo contenuto nella
confezione. Si tratta degli
effetti collaterali che
conquistano la prima pagina dei
giornali un paio di volte
all’anno: niente fa vendere
tanto come la paura della
malattia e della morte. A parte,
forse, il sesso. Nel caso avessi
ancora dei dubbi, sappi che non
c’è nessuna cospirazione tra i
medici e l’industria
farmaceutica allo scopo di
uccidere giovani donne sane a
colpi di ormoni. È stato perfino
condotto uno studio per
verificarlo! Un gruppo di
ricercatori di Harvard ha
seguito 120.000 donne per
trentasei anni, per valutare gli
effetti a lungo termine dell’uso
della pillola. Sono giunti alla
conclusione che coloro che
prendevano la pillola morivano
altrettanto spesso (o altrettanto
di rado, se preferite) e per le
stesse cause di quelle che non
la prendevano.142 Oooh,
perlomeno possiamo depennare
la voce “morte” dalla lista delle
preoccupazioni.

Trombosi
La contraccezione a base di
estrogeni, tuttavia, può avere
degli effetti secondari gravi di
cui è necessario parlare,
benché siano molto rari. Quello
che senz’altro riceve maggiore
attenzione è la trombosi.
La trombosi si produce
quando il sangue coagula in un
vaso arterioso o venoso,
formando uno o più grumi e
bloccando il flusso sanguigno.
Succede più spesso nelle vene
delle gambe o del bacino, cioè
nei vasi che trasportano il
sangue di ritorno al cuore. I
medici la chiamano trombosi
venosa profonda.
Un trombo si produce più
spesso nelle gambe perché lì il
sangue ha un grosso lavoro da
fare, dovendo vincere la forza di
gravità e spingersi su fino al
cuore. Per far questo, ha
bisogno della collaborazione
delle contrazioni muscolari, che
lo aiutano a prendere velocità,
un po’ come una pompa. Se
stiamo sedute a lungo, per
esempio in un viaggio aereo, il
sangue rischia di fluire troppo
lentamente. Se ti si forma un
trombo nella gamba, noterai
che questa si gonfia, si arrossa
e fa male.
Il motivo principale per cui
un trombo in una gamba fa
paura è che parti del coagulo
possono staccarsi e, trasportate
dalla corrente sanguigna,
arrivare fino al cuore e ai
polmoni. Le vene dei polmoni
sono più sottili e il grumo
rischia di incastrarsi, dando
luogo a problemi respiratori.
Ciò prende il nome di
tromboembolia polmonare e,
per quanto possa essere grave,
raramente è mortale. Se ciò
accade, si avvertono dolori
improvvisi al torace, tipo
staffilate, che si acuiscono
quando si inspira. Può capitare
a volte di avere dolori al petto,
ma in genere riguardano i
muscoli intercostali e durano
poco. In caso di embolo, invece,
il dolore non se ne va: senti
anche che ti manca il respiro e
tossisci. Se sospetti di avere un
coagulo nel sangue, è
fondamentale andare subito al
pronto soccorso per farsi
curare.
Come ormai sapete, i vari
preparati anticoncezionali
contengono diversi tipi di
ormoni. Solamente quelli
contenenti estrogeno
espongono a un maggior rischio
di trombosi. Si tratta quindi
della pillola estro-progestinica,
del cerotto e dell’anello
vaginale. Lo dicevamo in uno
dei paragrafi precedenti: con i
preparati combinati, il rischio
aumenta da due a quattro volte.
Da due a quattro, perché
dipende dal tipo di preparato
che usi. Tra i prodotti
disponibili oggi sul mercato, le
pillole contenenti
levonorgestrel presentano un
rischio di trombosi minore. Se
prendete la pillola per la prima
volta, consigliamo proprio
queste.
Non devono assolutamente
usare metodi anticoncezionali
contenenti estrogeni le donne
che presentino già un alto
rischio di trombosi, per esempio
quelle che soffrono di un
disturbo ereditario della
coagulazione del sangue, come
la cosiddetta mutazione di
Leiden. Per questo il medico
chiede se i genitori, fratelli o
sorelle hanno avuto una
trombosi, prima di prescrivere
un anticoncezionale combinato.
Ripetiamo quanto già detto:
che usino anticoncezionali a
base di estrogeni o no, il rischio
che donne giovani e sane
abbiamo una trombosi è
assolutamente minimo. Il
rischio assoluto è basso. Su
100.000 donne che usano la
pillola, il numero di quelle che
avranno una trombosi nel giro
di un anno sarà tra quaranta e
cento. Se non prendessero la
pillola, quelle colpite da trombi
sarebbero comunque tra venti e
cinquanta.F, 143 L’estrogeno
sintetico della pillola non è più
pericoloso di quello
naturalmente presente nel
corpo: le donne incinte, che
producono grandi quantità di
estrogeno, rischiano la trombosi
più di chi sta prendendo la
pillola. A titolo comparativo,
sono fino a duecento ogni
100.000 i casi di trombosi in
donne incinte o puerpere.144
In altre parole, il rischio di
un trombo è maggiore se resti
involontariamente incinta che
se prendi la pillola. La crescita
naturale del tasso ormonale in
associazione con la gravidanza
è di gran lunga più potente di
quello che induciamo nel corpo
per impedirla. È una delle
ragioni che portano le donne ad
accettare il leggero aumento
del rischio di trombosi dovuto
all’uso della pillola. È molto più
pericoloso rimanere incinta.

Ictus e infarto
Altri due effetti collaterali
gravi dovuti ai contraccettivi
che contengono estrogeni sono
l’ictus e l’infarto. Si tratta di
malattie che riguardano le
arterie, cioè i vasi sanguigni
che trasportano il sangue dal
cuore verso gli altri organi.
Quando questo flusso
sanguigno si ferma, vuoi a
causa di un trombo, vuoi perché
si è rotto un condotto, il tessuto
che non riceve più sangue può
morire per asfissia. Ictus
significa che una parte del
cervello muore per mancanza di
ossigeno; infarto significa che
una parte del cuore muore per
mancanza di ossigeno. Va da sé
che le conseguenze di eventi di
questa portata possono essere
molto gravi.
Uno studio condotto su tutte
le donne danesi tra il 1995 e il
2009 ha dimostrato che il
rischio di ictus e infarto tra
coloro che prendevano una
pillola a base di estrogeni era
circa raddoppiato.145 Non
bisogna dimenticare, tuttavia,
la differenza tra rischio relativo
e assoluto. Per quanto
drammatica possa sembrare
l’idea di un rischio raddoppiato,
si tratta di malattie che molto
raramente toccano donne in
giovane età. Anche se il rischio
è doppio, la probabilità che tu
possa avere un ictus o un
infarto è minima.
Per illustrare questo
concetto, torniamo allo studio
precedente. Sulle 100.000
donne sotto osservazione che
assumevano la pillola, circa
venti hanno avuto un ictus e
dieci un attacco al cuore nel
giro di un anno. Queste cifre
riguardano tutti i tipi di donna
danese che usavano la pillola:
grasse e magre, fumatrici e non
fumatrici, anziane e giovani. Se
consideriamo solo quelle
giovani e sane, il rischio è
ancora più basso.
Ci sono donne che, per
ridurre il rischio di ictus e
infarto, non dovrebbero
prendere la pillola a base di
estrogeni. Parliamo delle
fumatrici sopra i trentacinque
anni, di quelle con la pressione
alta o che soffrono di malattie
cardiache o che hanno il
diabete da oltre vent’anni. Un
altro gruppo cui non conviene
la contraccezione a base di
estrogeni è composto da chi ha
l’emicrania con aura. Se invece
tu soffri di emicrania senza
aura e hai meno di trentacinque
anni, puoi tranquillamente
usarla.
Se sei soggetta ad altri
fattori di rischio che possono
indurre un ictus o un infarto,
come sovrappeso, colesterolo
alto e fumo, può darsi che il
medico ti consigli di optare, in
via precauzionale, per altri
metodi anticoncettivi. Ma se sei
giovane e sana, non c’è motivo
di preoccuparsi, anche se usi la
contraccezione a base di
estrogeni.

Cancro
L’ultimo effetto collaterale di
cui dobbiamo parlare è il
cancro. C’è ancora gente che
crede che la pillola provochi il
cancro. Intanto chiariamo
subito che l’uso della pillola o di
altra contraccezione ormonale
non aumenta il rischio di avere
il cancro nel corso della vita.138
Anzi, ci sono vari elementi a
indicare che, nel complesso, lo
riduce.146 La pillola sembra
proteggere dal cancro al colon,
alla vescica, all’utero e alle
ovaie, vale a dire da tipi di
carcinoma frequenti nelle
donne.
La pillola può proteggerti dal
cancro alle ovaie per trent’anni
dopo che hai smesso di
prenderla.138 Se queste cifre
sono corrette, secondo i
ricercatori l’uso della pillola nei
prossimi decenni eviterà, nel
mondo, 30.000 casi di cancro
alle ovaie all’anno! Studi sulla
popolazione segnalano che la
pillola protegge dal cancro
all’endometrio per almeno
quindici anni e che il rischio di
avere quel tipo di tumore è
quasi dimezzato rispetto alle
donne che non usano la
contraccezione ormonale.147
Svariati studiosi danno un
messaggio univoco: la pillola
ostacola i tumori di tipo
ginecologico e questo beneficio
mette in ombra tutti gli effetti
negativi.148
Al tempo stesso, sembra però
che la pillola possa aumentare
un po’ il rischio di cancro alla
cervice uterina. Lo studio più
valido sul tema ha mostrato che
dieci anni di assunzione della
pillola incrementavano la
frequenza del cancro al collo
dell’utero dal 3,8 al 4,5 ogni
mille donne.149 Il rischio
cresceva quanto più tempo si
prendeva la pillola, per poi
ridiscendere quando si
smetteva. Dieci anni dopo
averne interrotto l’assunzione,
il rischio tornava uguale a
prima di averla iniziata.
Il problema è che non si può
affermare con certezza che sia
la pillola in sé ad aumentare il
rischio di cancro alla cervice
uterina, giacché le donne che la
usano sono anche
maggiormente esposte a
infezioni da Hpv, ovvero il virus
responsabile di quel tipo di
cancro. Il contagio è più facile
perché, quando si è sotto
contraccezione ormonale, si è
meno rigorose sull’uso del
preservativo con partner nuovi.
In più si è scoperto che le
donne che ricorrono agli
anticoncezionali ormonali fanno
più sesso, che è poi in fondo
proprio il motivo per cui li
usano.
Il cancro al seno è l’ultimo
tipo di neoplasia che si è
pensato potesse essere
collegato all’uso della pillola.
Sappiamo che alcuni tipi di
tumori al seno sono sensibili
agli ormoni – cioè che amano
l’estrogeno, da cui dipendono
per crescere. La pillola
contiene, per l’appunto,
estrogeno, perciò si potrebbe
pensare che la contraccezione
ormonale contribuisca ad
“alimentare” questo tipo di
cancro.
Per fortuna non funziona
esattamente così. La maggior
parte degli studi importanti
sulle relazioni tra tumore al
seno e pillola non ne hanno
trovata nessuna, salvo poche
eccezioni. Alcune ricerche
hanno riscontrato un lieve
aumento di rischio tra le donne
che usavano le prime pillole ad
alto dosaggio negli anni
Sessanta e Settanta. Gli esperti
però sostengono che oggigiorno
le pillole, insieme agli altri
preparati combinati, hanno dei
tassi ormonali talmente bassi da
rendere poco probabile che
possano influenzare il rischio di
cancro al seno.138
Riassumendo: la pillola e gli
altri anticoncezionali combinati
sembrano proteggere le donne
da una serie di forme tumorali
comuni o gravi. È un elemento
che va tenuto ben presente per
valutare il quadro della
contraccezione ormonale nella
sua completezza. Purtroppo
questi notevoli benefici attirano
molto meno l’attenzione dei
media rispetto agli effetti
collaterali rari e dannosi.

Di cosa non siamo certe


Se hai letto il foglio
illustrativo del tuo farmaco
anticoncezionale, forse ti
domanderai perché abbiamo
saltato due importanti effetti
secondari: gli sbalzi d’umore e
il calo di desiderio. Non
l’abbiamo fatto perché
pensiamo che non siano
importanti, al contrario: il fatto
è che su questi due punti i
ricercatori sono molto più
incerti. D’altra parte, negli
ultimi anni, questi due possibili
effetti collaterali hanno molto
attirato l’attenzione delle
donne, perciò crediamo che sia
il caso di approfondire
l’argomento.
Gli ormoni sessuali naturali
influenzano zone del cervello
che partecipano alla
regolazione dell’umore e del
desiderio sessuale. Che l’umore
di una donna possa variare
secondo le fluttuazioni ormonali
legate al ciclo mestruale è ben
noto. Alcune donne registrano
un’eccitazione speciale nei
giorni vicini all’ovulazione.150,
151 Si è visto perfino che sono
più infedeli in quelle date!152
Tenendo presente tutto ciò,
non c’è niente di strano nel
pensare che gli
anticoncezionali, capaci di
modificare l’equilibrio
ormonale, possano anche
influire sulla psiche e sulla
libido. Si è andata formando,
tra le donne, un’opinione
comune sul fatto che la
contraccezione ormonale possa
provocare sbalzi d’umore,
irritabilità e, nel peggiore dei
casi, depressione. Effetti
secondari di carattere
psicologico, e altri non meglio
specificati, sono tra le cause più
comuni che spingono le ragazze
a smettere di prendere la
pillola.137, 153, 154
Nonostante questo generale
consenso, i ricercatori faticano
a fornire delle ragioni
convincenti. Si è cercato, in
numerosi studi, di dimostrare
che la contraccezione ormonale
ha un effetto negativo
sull’umore, ma senza successo.
Le spiegazioni possono essere
diverse.

Prima spiegazione possibile: e


se la ricerca fosse di cattiva
qualità?
Sono state condotte un
numero incredibile di ricerche
sulla pillola contraccettiva. Solo
negli ultimi dieci anni sono stati
pubblicati oltre 40.000 articoli
sull’argomento. Il problema è
che spesso si tratta di studi di
qualità dubbia, soprattutto se
incentrati sugli effetti
collaterali. È poco probabile,
tuttavia, che questi studi di
basso livello abbiano trascurato
o sottovalutato gli effetti
collaterali: potrà sembrare
strano, ma è proprio negli studi
cattivi che si trova elencato il
maggior numero di effetti
collaterali, non in quelli buoni.
Insomma, disponiamo di un così
vasto repertorio di ricerche di
bassa qualità sugli effetti della
pillola da poterci davvero fare
un’immagine esagerata della
quantità e del grado di gravità
delle conseguenze della
contraccezione ormonale.137
Quel che si rimprovera a
questi studi di minore qualità è
che spesso si basano su
interviste dirette a donne che
usano la pillola, senza
confrontare i risultati con i dati
forniti da altre che invece non
la usano. Procedendo in questo
modo non si arriva di fatto ad
alcuna conclusione, perché è
del tutto possibile che i risultati
ottenuti riflettano
semplicemente la frequenza di
tali sintomi nella popolazione in
generale.
In medicina esiste un
particolare tipo di studio che è
considerato eccellente, oro allo
stato puro. Ovviamente ha un
nome sofisticato: studio
controllato randomizzato.
Significa che si divide in modo
casuale (randomizzato) un
gruppo di persone, che vengono
sottoposte o meno a un
trattamento.
Per quanto ne sappiamo,
finora sono stati condotti
soltanto quattro studi con
queste caratteristiche sulla
pillola e sugli effetti collaterali
non specifici come gli sbalzi
d’umore.G Due di questi studi
non hanno trovato alcuna
differenza significativa, in
termini di sbalzi d’umore, tra le
donne che prendevano la pillola
e quelle che non la
prendevano.155, 156 In un altro
studio si è visto che l’uso del
contraccettivo provocava un
miglioramento dei sintomi della
depressione.157 Nella ricerca
più recente, in cui si
esaminavano donne di
Edimburgo e di Manila, si è
notata una riduzione dei sintomi
depressivi in coloro che
prendevano la minipillola,
mentre quelle che prendevano
sia la pillola combinata che un
placebo mostravano un
aumento minimo degli stessi
sintomi.158
Un piccolo studio svedese ha
ottenuto un risultato diverso.
Alcuni ricercatori di Uppsala
hanno invitato un gruppo di
donne, che ritenevano di aver
sofferto in passato gli effetti
collaterali della contraccezione
a livello psicologico, a
partecipare a una
sperimentazione clinica
controllata con placebo.159
Metà delle pazienti prendeva la
pillola e l’altra metà confetti di
zucchero, senza che le
interessate sapessero quale
fosse il loro gruppo di
appartenenza. Si è visto che, in
media, quelle che usavano la
pillola notavano, sul piano
psicologico, un peggioramento
più sostanziale di quelle che
non ne facevano uso. Inoltre i
ricercatori registravano
immagini del cervello dei
soggetti sotto esame mentre
venivano loro mostrate foto che
si presumeva evocassero delle
emozioni. In alcune delle donne
che prendevano il
contraccettivo si sono notati
cambiamenti nell’attività di
parti del cervello che
notoriamente regolano le
emozioni.
Va bene. C’è tuttavia un
ingombrante però da mettere in
rilievo: ciò si verificava solo in
un terzo dei soggetti che
usavano la pillola. Due su tre
delle donne che assumevano
l’anticoncezionale non
registrava alcun peggioramento
né modificazione dell’attività
cerebrale, benché a sentir loro
normalmente reagissero male
alla contraccezione ormonale.
Questi risultati porterebbero
a pensare che la pillola abbia
davvero un effetto negativo
sulla psiche di un ridotto
gruppo di donne. Le donne
toccate da questo fenomeno,
tuttavia, sono molto meno
numerose rispetto a quante
hanno l’impressione di esserlo.
Questo ci conduce alla
successiva spiegazione
possibile: la forza del caso.

Altra possibile spiegazione: la


forza del caso
Noi umani disponiamo di un
cervello a cui piace mettere
ordine nel mondo circostante.
Cerchiamo di ordinare un
ambiente a tratti caotico
individuando collegamenti tra
gli avvenimenti anche dove non
ce ne sono: se due eventi sono
associati nel tempo, ne traiamo
la conclusione che uno sia la
causa dell’altro. Per esempio,
una comincia a prendere la
pillola e tre mesi dopo si sente
un po’ giù. Prima non si era mai
sentita così, le sembra di
ricordare. Sarà mica per la
pillola?
Non è detto. La depressione
è una malattia molto diffusa tra
la popolazione. All’incirca una
donna su cinque attraversa una
vera depressione a un certo
punto della sua esistenza,160 e
molto più numerose sono quelle
che hanno pensieri e sentimenti
depressivi. Si tratta di una
patologia le cui cause sono
varie e complesse: influiscono
la personalità, le trasformazioni
biologiche del cervello,
l’ereditarietà e i problemi della
vita. Essendo così tanti e diversi
gli elementi in gioco, raramente
si può indicare una singola
causa specifica.
La depressione, gli sbalzi
d’umore e l’irritabilità sono
fenomeni così diffusi che è
verosimile essere tratte in
inganno. Se poi avete sentito
dire che la pillola può causare
oscillazioni dell’umore e
depressione, è ancora più
probabile che ne traiate questa
conclusione, dato l’effetto
nocebo di cui abbiamo parlato
sopra. Le storie sugli sbalzi
d’umore si diffondono tra le
amiche e nei forum su internet
come un incendio sulle foglie
secche, e di colpo ti trovi a
vedere le tue esperienze sotto
un’altra luce.
È quanto ci confermano
diversi grossi studi sulla
popolazione.161 Alcuni
ricercatori australiani, che
hanno seguito 10.000 donne nel
corso di tre anni, non hanno
rilevato alcuna differenza nella
frequenza di sintomi depressivi
tra coloro che usavano la pillola
e coloro che non la usavano.
Non solo, hanno notato anche
che, quanto più a lungo queste
donne venivano trattate con
l’anticoncezionale, tanto minore
era la probabilità di pensieri
deprimenti.162 Uno studio
americano ha tenuto sotto
osservazione 7000 donne tra il
1994 e il 2008, scoprendo che
chi prendeva la pillola
presentava meno sintomi
depressivi e minore probabilità
di tentativi di suicidio rispetto a
chi non la prendeva.163 Allo
stesso risultato è giunto uno
studio finlandese: le donne che
prendevano anticoncezionali
erano meno depresse.164
Il problema con questo
genere di studi è che possono
esserci altre differenze tra le
donne in esame, aldilà di quelle
che si prendono in
considerazione. Magari tutte
quelle che notano un deciso
peggioramento dello stato
d’animo smettono di prendere
la pillola, mentre quelle che
continuano a prenderla sono
quelle che non reagiscono
troppo negativamente. In
questo modo un potenziale
effetto negativo resta
mascherato.
Questa obiezione ha incitato
alcuni ricercatori di
Copenaghen a condurre uno
studio gigantesco su un milione
di donne danesi, tra i quindici e
i trentaquattro anni, dal 2000 al
2013.165 Confrontando le donne
sotto contraccezione ormonale
con quelle che non lo erano, si è
visto che l’impiego della pillola
e di altri metodi contraccettivi a
base ormonale era associato a
un rischio più elevato di vedersi
diagnosticare una depressione
o di dover ricorrere agli
antidepressivi.
L’effetto sembrava più
marcato tra le ragazze tra i
quindici e i diciannove anni,
mentre calava nettamente a
partire dai venti e continuava a
scendere con l’avanzare
dell’età. Nei soggetti sopra i
trent’anni non si registrava
quasi nessun aumento dell’uso
di antidepressivi né dei casi di
depressione. I ricercatori
ritengono che, con il passare
del tempo, il cervello diventi
meno sensibile alle oscillazioni
dei livelli ormonali.
Poi si è anche visto che il
rischio di depressione e di
ricorrere agli psicofarmaci si
riduceva a mano a mano che il
trattamento a base di ormoni
procedeva. Si notava un picco
dopo sei mesi di utilizzo, poi il
rischio scendeva. Passati
quattro anni sotto
contraccezione ormonale, la
differenza nel rischio di
incappare in una depressione
tra chi la assumeva e chi no si
azzerava.
Lo studio danese ha notato
anche delle differenze a
seconda di quale metodo
anticoncezionale si usasse: la
pillola combinata sembrava
essere il contraccettivo che
meno esponeva le pazienti al
rischio di dover assumere
antidepressivi, mentre per
esempio la minipillola, l’anello
vaginale e i metodi di lunga
durata erano associati a un
rischio maggiore. Benché non si
possa affermare nulla di
definitivo in base a uno studio
di questo tipo, esso permette
tuttavia di ricordare alle donne
che dovrebbero reagire se
soffrono di effetti collaterali
indesiderati e non esitare a
cambiare metodo di
contraccezione.
Una volta detto ciò,
vorremmo anche esortarvi a
una certa prudenza
nell’interpretare questo studio,
che in Danimarca ha suscitato
tutta una campagna contro la
contraccezione ormonale,
perché ritenuta causa di
depressione. In realtà lo studio
non permette di trarre una tale
conclusione: ciò che dimostra è
che un maggior numero di
ragazze sotto contraccezione
comincia ad assumere
antidepressivi rispetto alle
ragazze che non prendono la
pillola. Lo studio non stabilisce
che è la contraccezione a
provocare la depressione.
Possono sembrare pignolerie,
ma la differenza è
fondamentale. Per potersi
pronunciare in merito alle
relazioni di causa-effetto,
bisogna applicare metodi di
indagine completamente
diversi, cioè i famosi studi
controllati randomizzati. E i
pochi lavori di questo tipo di cui
disponiamo non sono giunti alle
stesse conclusioni. Quello
danese è uno studio solido, che
senza dubbio stimolerà nuove
ricerche serie sull’argomento;
ma, finché non avremo altre
indagini che arrivino agli stessi
risultati, non possiamo
concludere che la
contraccezione ormonale
provochi la depressione.
Anche in questo caso,
comunque, bisogna ricorrere
alla distinzione tra rischio
relativo e rischio assoluto. In
Danimarca, svariati articoli di
giornale hanno presentano lo
studio danese titolando a grandi
lettere che le adolescenti
correvano l’80 per cento di
rischio in più di sviluppare una
depressione. Un’informazione
terrificante, che lascia
intendere che diventerete
sicuramente depresse se
comincerete a prendere la
pillola al liceo. La verità è
un’altra: ogni anno in
Danimarca a un’adolescente su
cento, che non prende la pillola,
viene prescritto per la prima
volta un antidepressivo. Tra
quelle che prendono la pillola,
invece, la quantità è di 1,8 su
100. Stiamo quindi parlando di
un aumento di meno di una
persona. Novantotto ragazze su
cento che prendono la pillola
non vanno in depressione, e una
sarebbe stata depressa
comunque. Queste le cifre a cui
fare riferimento, non i titoli
allarmistici che parlano di un
aumento dell’80 per cento. Una
volta che avrai in mano i dati
obiettivi, potrai decidere, con
cognizione di causa, se questo è
un motivo sufficiente per non
prendere il contraccettivo
ormonale. Noi non ci
immischiamo nella tua scelta.
Abbiamo passato in rassegna
molti studi e presentato risultati
contrastanti. Sarà forse difficile
digerire tutto questo materiale,
ne siamo perfettamente
consapevoli. Tuttavia
consideriamo che se ne possa
trarre una conclusione
importante: la contraccezione
ormonale non ha un effetto
negativo rilevante sulla
condizione psichica della
grande maggioranza delle
donne. Se un tale effetto
collaterale esiste, riguarda una
minoranza di donne che, per
una ragione o per un’altra, sono
predisposte a reagire
negativamente al trattamento
ormonale. Speriamo di capire
meglio in futuro come
identificare queste donne. Nel
frattempo, si dovrà usare più
cautela se vi sono casi di
depressione in famiglia o se si
sono mostrate tendenze
depressive in passato.
Per le altre donne, è ora di
smettere di preoccuparsi, e
magari di giudicare con un po’
di buonsenso le storie che
circolano sui terribili effetti
psicologici della contraccezione
ormonale. Fatti e impressioni
non sono la stessa cosa.

Ricorriamo alla
contraccezione ormonale per
avere rapporti sessuali senza
preoccupazioni, tutte le volte
che ne abbiamo voglia, ma… e
se fosse proprio la
contraccezione a rendere il
sesso meno interessante? È
vero che la pillola uccide il
desiderio sessuale? Sembra che
siano in molte a crederlo.
Un’inchiesta svedese ha
rivelato che quasi il 30 per
cento delle donne pensa che
uno degli effetti secondari della
pillola sia il calo della libido.166
Lo studio più esaustivo sul
rapporto tra la contraccezione
ormonale e la libido è comparso
nel 2013:167 raccoglieva i
risultati di trentasei ricerche su
un numero complessivo di
13.000 donne, delle quali 8000
prendevano la pillola.
La maggioranza (64 per
cento) trovava che il desiderio
sessuale si mantenesse
inalterato, o addirittura
aumentasse (22 per cento),
dopo aver iniziato ad assumere
il farmaco. L’aumento della
libido è stato riscontrato in
diversi studi e si pensa che ciò
sia dovuto al fatto che viene
messa da parte la
preoccupazione di restare
incinta – un colossale freno a
mano per le donne di tutto il
mondo. I ricercatori quindi non
pensano che siano direttamente
gli ormoni ad aumentare il
desiderio. Il 15 per cento delle
donne, invece, notava una
diminuzione della libido. Non si
può tuttavia affermare con
certezza che fosse a causa degli
ormoni.
Quello che si sa è che il
livello di testosterone attivo nel
corpo si riduce quando si
prende la pillola. Il testosterone
è, come sappiamo, l’ormone
maschile per eccellenza, del
quale anche le donne
producono una piccola quantità.
I culturisti che lo assumono per
potenziare i muscoli vedono
spesso aumentare la loro
eccitazione (effetto non di rado
associato con la triste
combinazione: micropene +
cattiva qualità dello sperma).
Non sarà che succede l’opposto
alle donne sotto ormoni?
Perdiamo il desiderio a causa
del testosterone troppo basso?
A seconda del tipo di
contraccezione che si adotta, la
diminuzione di testosterone
varia da una donna all’altra.
Ogni farmaco, infatti, contiene
diverse qualità di progestinici,
che hanno ciascuno un effetto
diverso sul testosterone. Quelli
a base di drospirenone ne
riducono i livelli, cosa che può
diminuire i brufoli ma forse
anche il desiderio sessuale. Al
contrario, il progestinico
levonorgestrel, che trovi in
certe pillole e nelle spirali
ormonali, ha un effetto più
simile a quello del testosterone,
pertanto è meno probabile che
diminuisca la libido.
Il problema, con la teoria del
testosterone, è che non si è
riscontrata una relazione
evidente tra il livello
dell’ormone nel sangue e il
grado di eccitazione. Donne con
molto testosterone in corpo
faticano a eccitarsi, mentre
altre, che ne hanno poco, non
notano problemi. È chiaro che il
desiderio sessuale non è
direttamente proporzionale al
livello di testosterone. Si è
anche provato a somministrarlo
alle donne per aumentarne la
libido, senza ottenere effetti
miracolosi:H in media esse
avevano meno di un
“avvenimento sessualmente
soddisfacente” in più al mese
(bisogna riconoscere che, nel
campo della ricerca, non manca
la creatività, quando si tratta di
trovare espressioni piccanti).83
Detto questo, dobbiamo
ammettere che vi sono molti
aspetti della sessualità
femminile di cui ignoriamo
tutto. Non è nemmeno sicuro
che si possa arrivare, un giorno,
a rispondere alla domanda:
«Che rapporto c’è tra
contraccezione ormonale e
desiderio?» D’altra parte, cos’è
per te il desiderio sessuale? È
estremamente complicato fare
ricerca in questo campo, perché
non c’è un’unità di misura
uguale per tutte. Inoltre, sono
così numerosi i fattori che
influenzano la libido che non è
facile distinguere cosa può
dipendere dalla pillola e cosa
sia semplicemente da attribuire
a un amore che sfiorisce.
Il mondo della ricerca è
pieno di incertezze, ma una
cosa la sappiamo: sono pochi gli
elementi che portano a ritenere
che la contraccezione ormonale
abbia un effetto negativo sul
desiderio della maggior parte
delle donne.168 È possibile che
la pillola abbia ridotto la tua
libido, ma non è un effetto
comune. Molto più comune è
che essa si affievolisca nel
corso di una relazione o che lo
stress si porti via l’energia
necessaria.
Prima di buttare la
confezione della pillola nella
spazzatura o prenotare un
appuntamento dal medico per
farti togliere il bastoncino
sottocutaneo, consigliamo di
valutare se ci sono altri fattori
nella tua vita che concorrono a
ridurre il desiderio sessuale.
Puoi anche provare a cambiare
anticoncezionale, scegliendo un
prodotto con un progestinico
diverso.

Sarà ora di disintossicarsi dagli


ormoni?
Il sesso non è un bene
costante nella vita della
maggioranza di noi. Quando hai
una relazione stabile, può darsi
che tu abbia rapporti diverse
volte alla settimana; ma quando
poi la relazione finisce, la vita
da single somiglia assai meno a
una puntata di Sex and the City
di quanto ti aspettassi. Cominci
a sentirti come un elefante nella
savana, in cerca di acqua in
mezzo alla siccità più nera.
Niente cocktail, niente
giovanotti, insomma nessun
pene in vista. Sulla mensola del
bagno, la pillola si trasforma in
un amaro richiamo al tuo
nubilato involontario e, ogni
giorno, ti sembra di sentire una
voce: «Ah, ah, ah, niente
neanche oggi!»
Magari hai sentito dire che
gli ormoni fanno male e che la
pillola è innaturale.169 Perché
mai, dunque, obbligare il tuo
corpo a sopportare questi
ormoni artificiali, se non c’è
neanche un po’ di sesso a
consolarti? E pensi:
Approfittiamone per
disintossicarci. Sana e pulita! È
ora di fare una pausa.
Altolà. Non è una così bella
pensata come potrebbe
sembrare. Se hai trovato un
metodo anticoncezionale che
funziona, è stupido sospenderlo
solo perché sei single. Quasi
tutte le donne che ricorrono a
un contraccettivo all’inizio
soffrono di qualche tipo di
fastidio, ma in generale la cosa
si normalizza (o almeno
migliora) nel giro di pochi mesi.
Il corpo si adatta a un nuovo
equilibrio ormonale e si calma.
Se smetti, l’organismo
impiegherà del tempo per
riabituarsi a un nuovo assetto,
per poi tornare a passare per
gli stessi effetti collaterali
quando ricominci.
Se sconsigliamo le pause
depurative durante il
trattamento ormonale, è
soprattutto a causa del pericolo
di trombosi. Alcuni studi
mostrano che il rischio di
problemi cardiovascolari è più
elevato nei primi mesi di
assunzione, mentre poi si
abbassa nettamente col passare
del tempo.170 Se prendi e
interrompi la pillola a ogni
nuovo fidanzato, non dai al
corpo il tempo di stabilizzarsi. Il
risultato è che l’uomo dei tuoi
sogni non ti fa solo venire le
farfalle allo stomaco, ma pure il
rischio di un embolo.
Mentre la trombosi è l’effetto
indesiderato più pericoloso, ma
raro, di una sospensione del
trattamento a base di ormoni,
ce n’è invece un altro assai più
frequente: la comparsa di un
moroso quando meno te
l’aspetti. Il tuo medico non
riceve ventiquattr’ore su
ventiquattro. E visto che l’uso
del preservativo è in
diminuzione, non c’è da stupirsi
se la pausa senza pillola alla
fine ti procura un periodo di
disintossicazione più lungo del
previsto: nove mesi, per essere
precise. Una ragazza su quattro
fra quelle che si prendono sei
mesi di intervallo dagli
anticoncezionali resta incinta
involontariamente durante quel
periodo…171 È sicuro!
Alcune donne temono che un
uso prolungato di ormoni possa
rendere difficile restare incinte
più avanti nella vita.
Fortunatamente, non è vero.
Tutt’al più, con alcuni
contraccettivi, l’ovulazione può
impiegare alcuni mesi prima di
tornare di nuovo. Di fatto la
probabilità di infertilità è
minore nelle donne che hanno
fatto uso di anticoncezionali
ormonali, perché sembra che
rischino meno di sviluppare
un’infiammazione delle tube
uterine in caso di malattie
sessualmente trasmissibili.172
Purtroppo ci sono donne (e
uomini) che non riescono ad
avere figli. Il problema è che
una non può sapere di
appartenere alla categoria,
finché non smette di prendere
anticoncezionali e prova ad
averne. Se hai trentacinque
anni e la gravidanza non arriva,
è facile incolpare la pillola che
prendi da quando ne avevi
quindici. Ma la ricerca dimostra
che la pillola non ha nessuna
effetto sulla fertilità, che tu
l’abbia presa per un anno o per
dieci.173 L’età invece conta
molto.
In difesa della contraccezione
ormonale

Negli ultimi tempi s’è fatto


un gran parlare degli aspetti
fastidiosi della contraccezione a
base di ormoni. Siamo tutte
d’accordo che è un gran
peccato che non ci siano altre
opzioni tra cui scegliere, e ci
piacerebbe un giorno vedere
una pillola per maschi sugli
scaffali della farmacia. Nel
frattempo, se vogliamo avere
una vita sessuale e non
desideriamo figli, dovremo fare
i conti con la contraccezione,
che ci piaccia o no.
Il mondo della
contraccezione non è ideale. Ma
non possiamo chiudere questo
capitolo senza una difesa dei
metodi ormonali. C’è infatti
tendenza a lasciarne in ombra
gli aspetti positivi.
Gli antifecondativi ormonali
restano, a tutt’oggi, la
protezione più sicura di cui
disponiamo, insieme alla spirale
di rame e alla sterilizzazione.
Gli innocui fastidi di cui
soffrono le donne che ne fanno
uso sono niente in confronto ai
problemi che alcune donne
incontrano durante la
gravidanza (prolasso degli
organi pelvici, massicce perdite
vaginali, gambe gonfie,
emorroidi e smagliature). Per
non parlare delle conseguenze
gravi, per quanto rare: la
trombosi è molto più frequente
quando si è incinta che quando
si prende la pillola.
Troppo spesso le donne
ignorano gli effetti benefici
della contraccezione ormonale.
Li abbiamo già evocati, ma non
sarà male ripetere.

Sembra proteggere da
alcune delle forme più
comuni e pericolose di
cancro nella donna: al
colon, alle ovaie e
all’endometrio.
Riduce i dolori mestruali,
diminuisce il
sanguinamento e riduce il
rischio di anemia, un
grosso problema per molte.
Con i preparati combinati,
è possibile mantenere il
controllo sulla
mestruazione e sanguinare
quando conviene.
Protegge dalle infezioni
ginecologiche – una causa
importante di infertilità
femminile – grazie
all’ispessimento del tappo
mucoso della cervice
uterina, che diventa più
difficilmente penetrabile
per i batteri.
Riduce la probabilità di
tumori al seno benigni,
origine di preoccupazioni e
causa di interventi
chirurgici in molte giovani
donne.
È un’ottima medicina
contro due malattie
femminili frequenti e
fastidiose: la sindrome
dell’ovaio policistico e
l’endometriosi.

Conviene ricordare questo


elenco, quando la
contraccezione ormonale è
presentata come il peggior
nemico delle donne. Per noi, la
pillola è stata e continua a
essere una delle invenzioni più
importanti per la parità tra i
sessi.

GUIDA ALLA
CONTRACCEZIONE

Hai difficoltà nello


scegliere l’anticoncezionale
che fa per te?
Effettivamente, orientarsi
tra gli undici tipi a
disposizione può creare
una certa perplessità. Per
questo abbiamo stilato una
guida apposita. Dato che i
metodi più sicuri
richiedono la ricetta
medica, dovrai fare la tua
scelta insieme a un
dottore, ma rifletterci
prima sarà comunque utile.
In base alle tue esigenze,
potrai decidere quali
opzioni fanno al caso tuo e
quali invece evitare. Leggi
con attenzione i punti qui
sotto, poi si tratterà di
scegliere l’alternativa
migliore.
La cosa più importante
per me è non restare
incinta
Se per te la cosa più
importante è evitare la
gravidanza, ti conviene
mirare ai metodi più sicuri,
quelli con effetto a lungo
termine. I primi della lista
sono l’impianto
sottocutaneo e la spirale
ormonale, seguiti a breve
distanza dalla spirale di
rame. Anche i
contraccettivi combinati,
come la pillola, sono sicuri
se ne fai un uso corretto.
Fanno per te: metodi
contraccettivi a lungo
termine, con un indice
di Pearl basso, come il
bastoncino
sottocutaneo, la spirale
ormonale e quella di
rame.
Non fanno per te: metodi
con un indice di Pearl
alto, soprattutto quelli
che si basano sui giorni
fertili.

Sono ad alto rischio di


trombosi, ictus o
attacco cardiaco
Se una delle tre malattie
menzionate rappresenta
per te un pericolo reale,
devi evitare gli estrogeni.
Ti restano comunque ottimi
metodi per evitare la
gravidanza: i preparati a
base di progestinici, come
la spirale ormonale e il
bastoncino sottocutaneo.
Se vuoi la pillola, trovi in
commercio anche pillole
senza estrogeni.
Fanno per te: metodi
senza estrogeni, cioè
bastoncino
sottocutaneo, spirale
ormonale, pillola senza
estrogeni e spirale al
rame.
Non fanno per te:
preparati combinati
(pillola, cerotto e anello
vaginale).

Vorrei sanguinare di
meno
La mestruazione può
essere fastidiosa, in
particolare per quelle
donne che lamentano
emorragie forti e dolorose.
Ci sono donne che soffrono
di anemia a causa del
flusso o che devono
rimanere a letto una
settimana al mese per il
dolore. Se ti riconosci in
questa descrizione, ti farà
piacere sapere che ci sono
anticoncezionali in grado di
ridurre la mestruazione. È
una caratteristica generale
di tutti i metodi ormonali.
Per trovare quale meglio si
adatta a te, dovrai fare dei
tentativi consultando
prima il medico. La spirale
di rame spesso aumenta il
volume delle perdite
ematiche e l’intensità dei
dolori, per cui non te la
consigliamo.
Fa per te: la
contraccezione
ormonale in genere,
specialmente la spirale
ormonale e i preparati
combinati.
Non fa per te: la spirale
di rame.

Vorrei tenere sotto


controllo i miei
sanguinamenti
Come forse ricorderai dal
paragrafo «La
mestruazione durante
l’assunzione di
contraccettivi ormonali», i
metodi contenenti
estrogeno si possono usare
per controllare i tempi di
sanguinamento. I preparati
a base di progestinici,
invece, non servono a
questo scopo. Se stai già
usando un
anticoncezionale a base di
estrogeni con risultati
insoddisfacenti, prova a
passare a un altro
preparato, con un dosaggio
ormonale più elevato.
Questo cambiamento non
comporta un rischio
maggiore di trombosi.
Fanno per te: preparati
combinati, quali pillole,
cerotti e anello
vaginale.
Non fanno per te:
preparati a base di solo
progestinico.

Il mio problema sono i


brufoli
Se i foruncoli ti assalgono,
l’estrogeno può esserti
d’aiuto. Fatti vedere dal
medico, saprà consigliarti.
Spesso si tratta di un
effetto secondario
attribuibile ai progestinici.
Se stai già usando un
preparato combinato,
magari prova a cambiare e
passare a uno contenente
un diverso tipo di
progestinico oppure una
dose maggiore di
estrogeni. Ricorda che
possono volerci anche tre
mesi prima di vedere
qualche risultato.
Fanno per te: preparati
combinati (pillola, cerotto e
anello vaginale).
Non fanno per te:
preparati con lo stesso
progestinico che hai già
provato.

Per me è importante
tenere nascosto che sto
prendendo un
anticoncezionale
Alcune donne desiderano
che non si sappia che sono
sotto contraccezione.
Esistono metodi (come il
bastoncino sottocutaneo,
la spirale o l’iniezione
anticoncezionale) che non
sono visibili, perché ce li
hai dentro il corpo. Se non
vuoi che il tuo partner
sappia che stai prendendo
qualcosa, forse ti interessa
un sistema che non
modifichi il tuo ritmo
mestruale, visto che
potrebbe influenzare la tua
vita sessuale o comportare
l’acquisto di più o meno
assorbenti del solito. Una
buona opzione per te sono
i preparati combinati o la
spirale, perché tendono a
regolarizzare il ciclo, anche
se la quantità complessiva
di sangue mestruale può
variare. Se l’eventualità di
una gravidanza non
rappresenta un dramma,
puoi anche provare il
metodo della temperatura
basale. Ricorda però che,
in questo caso, una su
quattro resta incinta nel
giro di un anno.
Fanno per te: metodi
invisibili come
l’impianto sottocutaneo
e la spirale ormonale,
oppure gli
anticoncezionali che
assicurano un ciclo
stabile, tipo i preparati
combinati.
Non fanno per te:
dipende da cosa
esattamente hai
bisogno di nascondere.

Voglio proteggermi
dalle infezioni a
trasmissione sessuale
L’unico metodo in grado di
proteggerti dalle malattie a
trasmissione sessuale è il
preservativo. Ti
consigliamo di aggiungerlo
a un altro sistema
contraccettivo, finché tu e
il tuo partner non avrete
fatto i test del caso.
Fa per te: il preservativo,
in aggiunta a un altro
metodo.
Non fa per te: non usare
il preservativo.

Prendo altri medicinali –


posso comunque usare i
contraccettivi ormonali?
I farmaci interagiscono tra
loro. Se, per esempio,
prendi farmaci per
l’epilessia o per una
malattia mentale, questi
possono avere un effetto
sul contraccettivo e
viceversa. Il tuo medico ne
terrà conto e troverà una
soluzione. Magari troverà
una combinazione su
misura.
Fa per te: andare dal
medico, che ti aiuterà a
trovare la soluzione più
giusta.

Soffro di endometriosi
Se hai l’endometriosi o
sospetti di averla perché
soffri di forti dolori, la
contraccezione ormonale
sarà il primo passo per
trattarla. Lo scopo è
evitare la mestruazione,
quindi non farai pause.
Fa per te: l’uso continuato
di preparati combinati o
l’inserimento della
spirale ormonale.
Ho la policistosi ovarica
o un ciclo molto
irregolare
Se mestrui meno di quattro
volte all’anno senza fare
uso di contraccettivi
ormonali, dovresti
cominciare a usarli per
liberarti della mucosa
uterina a intervalli regolari.
Con una mestruazione così
poco frequente, rischi una
crescita eccessiva di
mucosa che, alla lunga,
non va bene. Dopo aver
mestruato un paio di volte
con gli anticoncezionali, il
problema sarà risolto e
potrai cominciare a saltare
il flusso come ti pare.
Fanno per te: preparati
combinati (pillola, cerotto o
anello vaginale).

Il metodo che uso


riduce il mio desiderio
C’è incertezza rispetto
all’esistenza di una
relazione tra terapia
ormonale e desiderio
sessuale e, se ci dovesse
essere, non si sa da quali
meccanismi sia regolata.
Una causa
dell’abbassamento della
libido potrebbe essere la
ridotta attività del
testosterone. Tipi diversi di
progestinico inducono
effetti diversi sul
testosterone. I
contraccettivi che
contengono drospirenone
ne abbassano il livello:
possono ridurre i brufoli ma
forse anche il desiderio
sessuale. Invece il
levonorgestrel, che si trova
in alcune pillole e nella
spirale a ormoni, produce
un effetto che somiglia a
quello del testosterone,
pertanto è meno probabile
che diminuisca il desiderio.
Fanno per te: i preparati
a base di levonorgestrel
e la spirale ormonale.
Oppure i contraccettivi
senza ormoni, come la
spirale di rame.
Fanno per te, ma meno:
i preparati a base di
drospirenone.

L’aborto

L’aborto è una pratica di


interruzione volontaria della
gravidanza che suscita vivaci
discussioni. Il dibattito non è
semplice: da un lato, c’è il
diritto della donna di disporre
del proprio corpo, di decidere
se mettere o no al mondo un
bambino; dall’altro, c’è l’inizio
di una nuova vita e ci sono i
diritti che questo bambino
potenziale dovrebbe avere dal
momento in cui è concepito.
Non esiste alcuna risposta
semplice al problema
dell’aborto: che si tratti della
donna incinta, del padre
potenziale, dei medici che
praticano l’aborto o del feto
stesso, qualcuno finirà per
essere danneggiato.
Per noi, sono i diritti della
donna che pesano di più sulla
bilancia. È la donna che
affronta la prova fisica e
psicologica della gravidanza e
del parto. E, spesso, è lei che si
ritrova con la responsabilità del
bambino. Un bambino porta con
sé un grande sconvolgimento
emotivo, economico e sociale
nella vita di una donna, e quelle
più fragili sono spesso le più
duramente colpite. Quando tali
fardelli pesano sulle nostre
spalle, dovrebbe spettare a noi
donne scegliere se portarli
oppure no. In nessun altro caso
della vita sociale troviamo
accettabile imporre a un
cittadino di pagare un tale
tributo personale per soddisfare
le norme morali della società.
Perché dovremmo farlo quando
si tratta di imporre a una donna
di avere un bambino che lei non
desidera?
Detto questo, ci devono
essere dei limiti. A un certo
punto della gravidanza, la
maggior parte delle persone
sono d’accordo nel dire che
l’aborto non può più fondarsi
sulla sola decisione della donna
e che il feto deve essere
considerato come un essere
dotato di diritti che bilanciano
quelli della donna incinta. Il
limite varia da paese a paese,
ma raramente è contestato.
Nella maggior parte dei paesi in
cui l’aborto è legale e
accessibile, la maggioranza
degli aborti è praticata a uno
stadio precoce della gravidanza,
e i rari casi di aborto tardivo lo
sono generalmente perché il
feto soffre di una patologia
grave o mortale o perché la vita
della madre è in pericolo.
Dal divieto totale in Cile e a
Malta al diritto all’interruzione
della gravidanza entro la
dodicesima settimana in
Norvegia (e in Italia), passando
per l’assenza di legge
sull’aborto in Canada, dove
viene considerato un problema
sanitario tra la donna e il suo
medico, il modo di regolare
l’aborto varia da paese a paese.
Esistono anche grandi
differenze per quanto riguarda
l’accessibilità dell’aborto. Può
essere costoso o offerto in così
poche strutture che molte
donne non vi hanno veramente
accesso, anche in assenza di
divieti. È il caso, per esempio,
di alcuni stati degli Stati Uniti.
Qualunque sia la vostra
opinione sull’interruzione
volontaria della gravidanza,
sembra incontestabile che
vietare o rendere difficile
l’accesso all’aborto non serve a
ridurne l’incidenza. Spesso è
nei paesi dove la legislazione è
più severa che gli aborti sono
più numerosi, mentre possono
essere di meno in paesi che
offrono un buon accesso
all’interruzione di gravidanza
legale. In tutte le epoche, e ai
quattro angoli del mondo, le
donne involontariamente
incinte hanno preso la
situazione in mano, nonostante
le minacce di punizioni,
nonostante il rischio di lesioni
gravi e perfino di morte. L’idea
di avere un bambino
indesiderato può essere così
insopportabile da far
dimenticare tutti i pericoli e
tutte le minacce di
persecuzione giudiziaria.
Ferri da calza, mammane,
scale ripide e veleno sono
ancora l’estrema risorsa per le
donne nei paesi dove l’aborto è
illegale o inaccessibile. Ogni
anno, venti milioni di donne
sono costrette a subire un
aborto in condizioni non sicure,
quasi un caso ogni dieci
gravidanze. Di queste, 50.000
muoiono174 e 6,9 milioni hanno
complicazioni in seguito ad
aborti rischiosi.175 L’accesso a
un aborto in condizioni sicure le
avrebbe salvate. In altre parole,
una pratica abortiva legale e
sicura è essenziale per
garantire la salute delle donne.
Vietando l’aborto, non si
salvano eventuali bambini, si
mette in pericolo la salute di
donne disperate.
L’aborto non è una soluzione
cui si ricorre a cuor leggero.
Poche donne desiderano un
aborto e rare sono quelle che lo
utilizzano consapevolmente
come metodo alternativo alla
contraccezione. Spesso vi si fa
ricorso a causa di un colpo di
sfortuna in seguito a un
rapporto sessuale non protetto
nel momento sbagliato, di un
fallimento anticoncezionale o
dell’impossibilità di accedere
alla contraccezione moderna e,
nel peggiore dei casi, a causa di
un’aggressione o di una
violenza sessuale. Se l’obiettivo
è di limitare i casi di aborto, il
mezzo più efficace è rendere la
contraccezione a buon mercato
e facilmente accessibile.
Bisogna anche fornire una
buona educazione sessuale.
Purtroppo, le leggi restrittive
sull’aborto vanno spesso di pari
passo con un accesso limitato
alla contraccezione e
all’educazione sessuale. È lo
struzzo che nasconde la testa
sotto la sabbia.
Anche se al momento non
avete intenzione di ricorrere
all’aborto, è utile sapere come
si svolge un’interruzione di
gravidanza. Le pratiche
possono variare da un paese
all’altro, per quanto riguarda il
luogo in cui si fa l’intervento –
per esempio un ospedale
pubblico o una clinica
specializzata – e i regolamenti
applicati, ma i metodi sono gli
stessi. Quando si resta
involontariamente incinte, è
bene poter dedicare i propri
pensieri a cose più importanti
che non la ricerca di istruzioni
pratiche.

A che stadio della gravidanza


mi trovo?
Questa domanda è spesso
motivo di confusione. Le leggi
sull’aborto di molti paesi
prevedono che l’interruzione
volontaria di gravidanza sia
autorizzata fino a una data
limite, per esempio fino alla
dodicesima settimanaI. Ma
quand’è che sei incinta di dodici
settimane? Verrebbe da
rispondere che si conta dal
giorno in cui si è avuto un
rapporto sessuale non protetto,
e invece, per quanto possa
sembrare incredibile, non è
così. Si conta a partire dal
primo giorno dell’ultima
mestruazione. Da questo punto
di vista, e in base alla legge,
risulta che sei “incinta” già due
settimane prima di avere avuto
il rapporto che ha provocato la
gravidanza. Non è proprio
logico, ma le regole sono
queste.
Prima di procedere con
l’aborto, la maggior parte dei
medici fa un’ecografia. Una
piccola sonda, delle dimensioni
di una carota sottile, è
introdotta in vagina per
valutare quante sono le
settimane di gravidanza. Se il
feto è più lungo di 6,6
centimetri, si calcola che abbia
più di dodici settimane. È un
esame utile, visto che molte
donne hanno il ciclo irregolare
o non ricordano la data
dell’ultima mestruazione. E poi,
per il medico, è un modo per
assicurarsi che stai dicendo la
verità. Se sussistono dubbi,
l’ecografia è la soluzione
giuridica al problema dello
stadio della gravidanza.

Due metodi per abortire


Esistono due modi di
praticare un’interruzione di
gravidanza: con i farmaci o con
un piccolo intervento
chirurgico. Il primo prende il
nome di aborto farmacologico,
mentre l’altro si chiama aborto
chirurgico o raschiamento.

L’aborto farmacologico
Un aborto farmacologico
comincia con l’assunzione di
una pillola, generalmente in
ospedale o presso il tuo medico.
Questa pillola contiene una
sostanza chiamata mifepristone,
che fa credere al tuo corpo di
non essere più incinta.
L’insieme dei complessi processi
responsabili della crescita
dell’ovulo fecondato fino alla
sua evoluzione in feto e poi in
bimbo si interrompe. L’aborto è
cominciato. Ma non è ancora
finito: l’embrione è ancora
nell’utero. Una volta ingerita
questa prima pillola, però, non
si può più cambiare idea, poiché
il feto non si svilupperebbe in
modo normale.
Presa la pasticca, si torna a
casa e si deve attendere uno o
due giorni. In questo periodo è
normale avere nausee, piccole
perdite di sangue e dolori simili
a quelli mestruali. Puoi
condurre una vita normale.
Dopo due giorni bisogna
completare la procedura
abortiva. Se sei sana e sei stata
incinta per meno di nove
settimane, si può fare a casa. È
importante, in questo caso, che
ci sia un adulto con te, un’amica
o il tuo ragazzo: si tratta di una
misura precauzionale, nel caso
dovessero presentarsi delle
complicazioni, ma non è
frequente. Se lo preferisci, o sei
stata incinta per più di nove
settimane, puoi farti ricoverare
in day hospital e prendere lì le
ultime pillole.J
Qualunque sia il luogo, il
metodo è lo stesso: ti metti
quattro compresse di
misoprostol in vagina o sotto la
lingua. Queste provocano la
contrazione dell’utero che
espelle il suo contenuto, un po’
come durante la mestruazione,
solo che stavolta c’è anche un
minuscolo feto che scivola fuori
insieme al sangue.
Una volta avviato l’aborto, il
flusso di sangue risulta più
abbondante rispetto alla
normale mestruazione, è un
liquido rosso e grumoso. Se
temi di vedere l’embrione,
possiamo solo dirti che, quanto
prima si abortisce, tanto minore
è la possibilità di vedere
qualcosa. In Norvegia, la
maggior parte delle interruzioni
di gravidanza si esegue prima
della nona settimana e il feto in
quel momento misura circa 1,5
centimetri di lunghezza: un
girino trasparente, avvolto da
muco e sangue. Le immagini di
dolci bebè che puoi aver visto
su internet sono false, fatte
apposta per far sentire in colpa
le donne che abortiscono.
Per il 95-98 per cento delle
donne, nel giro di qualche ora
l’aborto si conclude.176 Non
dimenticare di prendere gli
analgesici: abortire fa molto
male.
Dopo l’aborto, è del tutto
normale sanguinare e sentire
dolore per due o tre settimane.
Per evitare infezioni, è
importante, in questi casi, usare
un assorbente igienico e non un
tampone. Inoltre non si devono
avere rapporti sessuali finché
l’emorragia non termina. Se stai
ancora sanguinando, significa
che l’utero non ha ancora finito
di liberarsi dai resti della
gestazione: i batteri
eventualmente finiti nella
vagina potrebbero continuare
con facilità il loro viaggio
all’interno del tuo organismo.
Non è frequente un’infezione
dopo un aborto, tuttavia è
importante evitarla. Se stai
molto male, hai la febbre o
perdi troppo sangue, devi
chiamare l’ospedale o andare al
pronto soccorso.
A volte sui social media si
trovano storie terrificanti di
donne che hanno preso i
farmaci per abortire per poi
scoprire, a qualche mese di
distanza, di essere ancora
incinte. Se seguite le indicazioni
del medico, è poco probabile
che succeda. Tuttavia si è visto
che una donna su cento era
ancora incinta dopo un aborto
farmacologico. Ti accorgeresti
sicuramente di una simile
eventualità, perché non avresti
un vero sanguinamento dopo
aver inserito le ultime
compresse in vagina. In tal
caso, dovresti chiamare
immediatamente l’ospedale:
questi medicinali fermano la
gravidanza, e non va bene
tenerne i resti nell’utero. Tutte
le donne che abortiscono
dovrebbero fare un test di
gravidanza dopo un mese, per
assicurarsi che la gestazione sia
stata completamente interrotta.
Dovresti anche sentire il medico
se, per caso, dopo quattro-sei
settimane dalla fine del
sanguinamento, ancora non
avessi avuto la mestruazione.
L’aborto chirurgico
L’aborto chirurgico si svolge
un po’ diversamente. Avviene
sempre in ospedale o in una
clinica specializzata. Nella
maggior parte dei casi, dopo un
colloquio e un controllo per
sapere di quante settimane sei,
ricevi un appuntamento per
abortire qualche giorno più
tardi.K Ti vengono date anche
due pillole da inserire nella
vagina la mattina
dell’intervento. Servono per
dilatare il collo dell’utero. Se
l’intervento avviene in
anestesia, dalla mezzanotte
precedente devi stare a digiuno;
significa niente mangiare, bere,
fumare né sniffare tabacco.

L’operazione in sé dura circa


dieci minuti. Si entra dalla
vagina e si accede all’utero
attraverso la cervice uterina. Il
medico rimuove il contenuto
dell’utero per mezzo di un
piccolo aspiratore e raschia un
poco la mucosa, per assicurarsi
di aver eliminato tutto. Dopo
l’operazione dovrai restare in
ospedale per qualche ora, i
medici ti visiteranno per vedere
se è tutto a posto. Dopodiché
potrai tornare a casa, il giorno
stesso.
Esattamente come con
l’aborto farmacologico, avrai
perdite ematiche e dolori per un
po’. Per quanto riguarda gli
assorbenti igienici e i rapporti
sessuali, valgono le stesse
regole sopra menzionate e,
anche in questo caso, devi
chiamare un medico se ti senti
male, se perdi troppo sangue o
se non ti tornano le
mestruazioni entro sei
settimane.
Trattandosi di un’operazione
chirurgica, c’è sempre una
certa dose di rischio associata
all’anestesia e all’intervento in
sé. Possono, tra l’altro,
verificarsi lesioni all’utero, alla
vescica o alle vie urinarie. A
causa di queste rare
complicanze, in alcuni paesi si
preferisce consigliare l’aborto
farmacologico. È sempre meglio
evitare l’operazione ma, tutto
sommato, l’aborto chirurgico è
molto sicuro.
Si sente dire che
l’interruzione di gravidanza per
via chirurgica può rendere
difficile una successiva
gravidanza: è un’idea che
proviene da un’affezione rara,
chiamata sindrome di
Asherman. Può sopraggiungere
se il chirurgo deve raschiare
molto materiale dall’utero,
finendo per danneggiare la
parte più profonda della
mucosa uterina. In questo caso,
il rischio è che restino una
cicatrice e delle aderenze
all’interno dell’utero, che
potrebbero rendere difficile
restare di nuovo incinta. I
ginecologi oggigiorno hanno
molta paura di questa
eventualità e sono prudenti al
massimo. In altre parole, è
molto poco probabile che un
raschiamento dell’utero senza
complicazioni possa avere delle
ripercussioni sulla tua
successiva fertilità. Certo che, a
quanti più raschiamenti ti
sottoponi, tanto maggiore è il
rischio:177 un motivo in più per
non considerare l’aborto una
forma di contraccezione.

Scoprire di essere incinta


senza averlo previsto può
essere un’esperienza
traumatica. Per alcune,
ovviamente, sarà una bella
sorpresa, ma niente di strano se
ti viene un po’ di panico. La
gravidanza può innescare molti
processi emotivi a cui forse non
eri preparata. In questi casi, è
bene avere qualcuno con cui
parlare. Il personale sanitario
con cui avrai a che fare ha
l’obbligo del segreto
professionale e saprà
accompagnarti in questo
processo, qualunque sia la tua
decisione: abortire, tenere il
bambino, darlo in adozione. È
anche importante parlare con il
tuo partner, con la famiglia e
con gli amici per avere
consiglio e conforto, qualunque
strada tu decida di prendere.
A In Italia, il costo si aggira intorno ai
settanta euro; se ormonale può arrivare a
costare anche duecentoquaranta euro.
[N.d.E.]
B In Italia questo tipo di pillola è in
vendita solo in farmacia, senza necessità
di ricetta per le maggiorenni. Le
minorenni hanno invece bisogno di una
prescrizione ottenuta dal medico di base,
dalla guardia medica o dal consultorio.
[N.d.E.]
C Come nel caso precedente, in Italia
questo tipo di pillola può essere comprato
senza ricetta solo dalle maggiorenni,
mentre le ragazze minorenni hanno
bisogno di una prescrizione. [N.d.E.]
D C’è un equivoco diffuso che interpreta
come massimo valore dell’indice di Pearl il
100, come se stessimo parlando in termini
percentuali. Invece, nell’ipotesi che tutte
le donne sottoposte allo studio
rimanessero incinte nel corso del loro
primo ciclo, l’indice sarebbe in realtà
attorno a 1200. Può sconcertare, ma in
fondo è poco rilevante, a meno che tu non
sia una nerd come noi…
E In Italia se ne occupa l’Aifa, Agenzia
italiana del farmaco. Gli effetti avversi
vanno però segnalati alle agenzie di
farmacovigilanza regionali oppure usando
il sito www.vigifarmaco.it. [N.d.E.]
F Le cifre variano sensibilmente da una
ricerca all’altra e a seconda della fascia di
età, nonché delle caratteristiche della
popolazione esaminata. Il rischio di
disturbi cardiovascolari cresce
considerevolmente con l’aumentare
dell’età e del peso, oltre che con il fumo.
G Uno dei punti deboli di questi studi è
che sono stati fatti su gruppi di donne che
usavano la contraccezione ormonale per
ragioni diverse dalla prevenzione della
gravidanza, per esempio perché soffrivano
di dolori mestruali acuti o di acne. Si può
quindi supporre che queste donne fossero
diverse dalle altre che facevano ricorso
alla contraccezione ormonale e che ciò
abbia avuto un’influenza sui risultati.
Magari le donne con grossi problemi di
acne sono più depresse. Chissà.
H L’apporto di testosterone extra è stato
testato su donne dopo la menopausa o a
cui sono state tolte le ovaie in seguito a un
cancro. Si sa poco sui rischi a lungo
termine dell’assunzione di testosterone e,
in caso di gravidanza, potrebbe nuocere al
feto. In uno dei pochi studi controllati
randomizzati su donne più giovani
(trentacinque-quarantasei anni) si è visto
un effetto minimo, o nessun effetto del
tutto, del testosterone sul desiderio.
L’effetto placebo, invece, era elevato.
I Questo è il limite anche in Italia. Per
altre informazioni sull’interruzione
volontaria di gravidanza è possibile
consultare il sito del ministero della
Salute: http://www.salute.gov.it/... [N.d.E.]
J In Italia l’aborto farmacologico è
consentito solo fino al quarantanovesimo
giorno di gravidanza, cioè fino alla settima
settimana. Non è possibile eseguirlo
presso la propria abitazione: la donna deve
essere ricoverata per tutte le
quarantott’ore necessarie. Solo in alcune
regioni viene consentito alla paziente di
tornare a casa dopo l’assunzione della
prima pillola, ma è necessario comunque
recarsi in ospedale per prendere la
seconda. [N.d.E.]
K In Italia è obbligatoria una settimana
“di riflessione” dopo il colloquio con il
ginecologo. [N.d.E.]
Guai là sotto

I nostri genitali sono come le


altre parti del corpo. Finché
tutto funziona, non ci pensiamo
troppo; ma non appena
qualcosa comincia ad andare
per il verso sbagliato, ce ne
preoccupiamo a tempo pieno.
Lo sanno le donne che,
all’improvviso, hanno avuto una
micosi o che soffrono per i
dolori mestruali. In momenti
così, maledici il giorno in cui sei
nata femmina. Cosa non faresti
per un calcio nelle palle una
volta ogni tanto, piuttosto che
avere i crampi uterini ogni
mese?
In questa sezione del libro ci
occuperemo di tutto quanto può
provocare problemi
ginecologici. Siamo sicure che
tutte le donne, in un momento
della loro vita, abbiano provato
alcune delle affezioni che
descriveremo. Altre invece,
come il cancro all’utero, grazie
al cielo sono molto rare.
Durante la redazione di
queste pagine, a volte ci ha
colto il dubbio di stare creando
più ansia del necessario.
Parlare di malattie pericolose e
rare, spesso con sintomi vaghi,
non rischia di dare il via a
inutili preoccupazioni?
Speriamo che non sia così.
Non bisogna dimenticare che il
corpo dà sempre qualche
segnale, di benessere o di
malessere. Ci serve sentire che
siamo vive, in fondo non siamo
delle macchine, no? Alcune di
noi sono più attente di altre a
tali segnali, ma troppa
attenzione può essere motivo di
ansia. Secondo noi, la migliore
medicina contro queste ansie è
l’informazione. Maggiore
conoscenza dà sicurezza,
mentre cercare su Google vaghi
sintomi senza criterio rischia
solo di rafforzare la paura.
Tutto sta nel saper distinguere
tra fenomeni fisiologici, che
ognuna di noi sperimenta di
tanto in tanto, e sintomi che,
viceversa, possono indicare una
situazione più seria.
Nel nostro lavoro con il blog,
abbiamo avuto modo di
accorgerci che c’è una
clamorosa mancanza di
conoscenze per quanto riguarda
le più normali patologie
femminili. Quando si soffre di
disturbi dei quali nessuno, nel
nostro ambiente, ha mai sentito
parlare, ci si sente sole e
abbandonate. A chi rivolgersi?
Noi, per esempio, non
conoscevamo l’endometriosi,
prima di andare all’università.
Eppure una donna su dieci ne
soffre e fa fatica a conciliare la
vita di tutti i giorni con quei
dolori. Non è normale.
Immaginate se un uomo su dieci
stesse a casa dal lavoro una
settimana al mese a causa di
fitte lancinanti ai testicoli…
Sarebbe un affare di stato e una
tale malattia entrerebbe nei
programmi scolastici.
Insomma, è ora di parlare a
voce alta dei nostri disturbi.
Solo così le donne riusciranno a
trovare l’aiuto di cui hanno
bisogno. E questo potrà anche
contribuire a far sì che la
ricerca nell’ambito delle
patologie femminili riceva più
fondi per scoprire migliori
trattamenti. Speriamo.
Cominciamo con uno dei
problemi più comuni di tutti: i
disturbi mestruali.

I disturbi mestruali

Le mestruazioni occupano
una parte considerevole nella
vita della maggioranza delle
donne. Con poche eccezioni, il
nostro ciclo procede in un
circolo infinito dall’età puberale
fino a raggiungere i
quarantacinque-cinquantadue
anni (più o meno), mese dopo
mese.
È normale sentirsi
preoccupate e confuse quando
qualcosa non va nel ciclo e
quando è diverso da come
credevi che dovesse essere.
Merda, pensi, e non sei l’unica.
Quando il flusso uterino di
sangue e mucosa cambia, è
facile convincersi che ci sia un
problema nel nucleo stesso
della tua femminilità. Panico! I
pensieri cominciano a girare in
tondo. C’è qualcosa che non va
in me? Non potrò avere figli tra
dieci anni, come avevo
pianificato? Sarà un cancro?
Un’altra malattia? Mamma mia,
aiuto!
Esistono diverse forme di
disturbi della mestruazione.
Può trattarsi di dolori, di
irregolarità, di problemi di
quantità o addirittura di
scomparsa del mestruo.
Andiamo a trattare quelli più
comuni.

Quando la mestruazione
sparisce
Un fenomeno frequente, e
forse il più inquietante, è la
mestruazione che scompare
senza lasciare traccia. O magari
qualche piccola traccia c’è:
possono proseguire leggeri e
rari sanguinamenti, anche se il
flusso abituale si è volatilizzato.
Se la mestruazione scompare
per più di tre mesi, in donne
che fino ad allora avevano avuto
un ciclo regolare, o per più di
nove mesi in soggetti che
avevano un ciclo irregolare, il
fenomeno prende il nome di
amenorrea.178 Un ciclo regolare
è un ciclo che ha sempre la
stessa durata, tanto che è
possibile prevederne l’arrivo
con un calendario mestruale.
Amenorrea viene dal greco e
significa “senza il flusso
mensile”: è proprio di questo
che si tratta.
L’amenorrea è frequente.
Succede ogni anno all’8 per
cento delle donne tra i sedici e i
ventiquattro anni, per diversi
motivi.178 La prima cosa che
viene da pensare è che potresti
essere incinta. Eppure abbiamo
usato il preservativo, ti dirai al
terzo giorno di ritardo. Non sei
ancora pronta per avere un
bambino e il panico ti assale.
Un test al momento giusto
potrà escludere la gravidanza.
Se esiste anche la minima
possibilità che tu sia incinta, è
molto importante verificarlo
subito. Un errore nell’uso
dell’anticoncezionale? Hai
dimenticato la pillola? Ti sei
fidata del coito interrotto o dei
“giorni non fertili”? Compra un
test: è affidabile già da tre
settimane dopo il rapporto. Se
invece non hai fatto l’amore o
usi un metodo che non ammette
errori (come il bastoncino o la
spirale ormonale), allora il
problema deve essere un altro.
Fai ugualmente un test, se hai
dei dubbi, ma sappi che
l’assenza delle mestruazioni
può avere altre cause.
A volte i viaggi possono
scombinare la regolarità del
ciclo, anche se è raro e
piuttosto insolito. Non si sa
perché, ma lunghi viaggi in
aereo, soprattutto se
attraversano molti fusi orari,
possono avere effetti sul ciclo,
così che la mestruazione non
arriva quando dovrebbe, come
se anche lei avesse il jet lag.
Una ragione invece molto
frequente è costituita dal
cambiamento di peso corporeo
o dall’allenamento fisico
intenso. È difficile dare cifre
precise sui chili in eccesso e
sulle ore di sport cui ti devi
sottoporre perché salti la
mestruazione. Le atlete d’élite
spesso presentano amenorrea,
ma non c’è bisogno di essere
una professionista dello sport
per perdere il ciclo. L’assenza
della mestruazione, inoltre, è
un criterio importante per
diagnosticare l’anoressia. Ma
non significa che tu debba
essere necessariamente
anoressica, se hai
un’amenorrea provocata dal
cambiamento di peso.
Anche la malattia è una
causa frequente di amenorrea.
E lo stress psicologico un’altra
ancora. Il modo in cui ti senti
influenza il ciclo. Forse è un
momento in cui hai troppo da
studiare o da lavorare, oppure
sei stata esposta a traumi di
grossa portata, come una
guerra, delle disgrazie o delle
morti in famiglia.
In sostanza, la mestruazione
è un segno di vitalità. Per
portare avanti una gravidanza,
il corpo deve essere forte
abbastanza da sopportarla. La
gravidanza è una dura prova e
se, per una qualche ragione,
perdi l’energia di cui c’è
bisogno per far sviluppare un
bambino, il corpo ti protegge da
una situazione per la quale non
sei pronta. Siamo un organismo
di elementi interdipendenti:
corpo, psiche e mestruazione
non fanno eccezione. Se il
flusso mestruale sparisce, senza
che tu sappia bene cos’è
successo, è ora di fare un salto
dal medico.
Patologie, per esempio, che
possono interrompere il ciclo
sono la sindrome dell’ovaio
policistico e i disturbi del
metabolismo. Poi non bisogna
dimenticare che anche gli
anticoncezionali agiscono sul
ciclo: i contraccettivi a base di
progestinico, come la spirale
ormonale, l’iniezione, la pillola
senza estrogeno e il bastoncino
sottocutaneo, spesso, col
passare del tempo, fanno
saltare il mestruo. È un
fenomeno perfettamente
normale che non implica
alcunché di patologico. Tanto
più che – come abbiamo visto
nel capitolo precedente – le
perdite ematiche riscontrate
sotto trattamento ormonale non
sono una mestruazione vera e
propria, bensì un’emorragia da
sospensione: niente a che
vedere con il segno di vitalità di
cui abbiamo appena parlato. Se
le mestruazioni scompaiono a
causa della contraccezione
ormonale, non si tratta di
amenorrea.
Infine, è utile sapere che una
mestruazione irregolare nei
primi due anni dopo il menarca
è del tutto nella norma. Può
anche accadere che sparisca
per un po’: ci vuole tempo
perché gli ormoni trovino il loro
equilibrio e le ovaie il loro
ritmo. Poi tutto si sistema.

Che male!
Oltre la metà delle donne
soffre per i dolori mestruali, che
somigliano a crampi nel basso
addome. A meno che le
sofferenze siano provocate da
qualche malattia, questi dolori
vengono definiti dismenorrea
primaria. Alcune donne hanno
male anche alla zona lombare,
alle cosce o alla vagina. I dolori
sono più intensi nei primi giorni
della mestruazione e spesso
vengono accompagnati da altri
disturbi: nausea, vomito,
diarrea. Fino a una donna su sei
prova dolori così forti da
doversi assentare un paio di
giorni al mese da scuola o dal
lavoro.179
I dolori mestruali sono dovuti
alle contrazioni uterine. Verso
la fine di ogni ciclo, questo
piccolo fascio di muscoli si
contrae per espellere
l’endometrio, il rivestimento
interno dell’utero, che fuoriesce
sotto forma di flusso mestruale.
Ed è davvero potente
quest’utero, forse perfino
troppo! Spinge con tanta forza
da non poter più respirare e fa
male! Be’, non è che l’utero
respiri proprio, solo i polmoni
respirano, però tutte le cellule
del corpo hanno bisogno di
ossigeno. Senza ossigeno,
soffocano. L’ossigeno lo
trasporta il sangue, e quello che
succede qui è proprio che
l’utero esaurisce tutto l’apporto
di sangue di cui dispone nel suo
affanno per liberarsi
dell’endometrio. È la mancanza
di ossigeno a causare il dolore,
non i crampi in sé.
Non ti ricorda niente? Se
lavori nella sanità oppure se hai
un nonno che soffre di angina
pectoris, questa storia dovrebbe
suonarti familiare. I dolori
dovuti alla mancanza di
ossigeno sono proprio quelli
accusati da chi ha problemi di
insufficienza coronarica. Per
questo si provano fitte al petto
durante un’attività fisica:
quando il nonno sale le scale,
ha bisogno di maggiore apporto
di ossigeno, purtroppo però le
sue arterie strette non ce la
fanno a trasportare il sangue a
una velocità sufficiente. E allora
il cuore soffre per anossia. Lo
stesso succede all’utero quando
si contrae all’impazzata.
Anche un infarto può
provocare dolori al petto. È
talmente poco l’ossigeno, in
questo caso, che una parte del
cuore soffoca e muore. Ma non
ti spaventare! Tranquilla. I
dolori mestruali non sono un
infarto, non sono pericolosi.
Non perderai pezzi di utero a
causa delle contrazioni. Però,
certo, è un po’ strano pensare
che, in entrambi i casi, sia la
mancanza di ossigeno a causare
il dolore. Non accade proprio la
stessa cosa, però ci assomiglia.
Ma allora, per quale motivo
alcune donne provano così
tanto dolore, mentre per altre
avere le mestruazioni è come
camminare su petali di rose?
Si pensa che ciò sia dovuto
all’attività di alcuni enzimi. Gli
enzimi sono piccole proteine
incaricate di garantire che tutti
i processi chimici del corpo
facciano il loro corso. Un
gruppo di enzimi chiamato
ciclossigenasi (Cox) è coinvolto
nella produzione di una
sostanza di nome
prostaglandina che, tra le altre
cose, si somministra alle donne
in gravidanza per indurre il
parto. Provoca, infatti, le
contrazioni dell’utero che, a
loro volta, causano la famosa
mancanza di ossigeno di cui
abbiamo appena parlato.
Secondo alcuni esperti, le
donne che soffrono di dolori
mestruali molto forti avrebbero
degli enzimi Cox
particolarmente attivi179 e, di
conseguenza, più
prostaglandina rispetto alle
altre, il che, a sua volta,
provoca contrazioni più intense
che obbligano l’utero a faticare
per recuperare il fiato tra l’una
e l’altra. Le prostaglandine,
inoltre, rendono i nervi
dell’area genitale
particolarmente sensibili al
dolore.
Se per caso sei arrivata a
pensare di essere tu ad avere
una tolleranza al dolore molto
bassa oppure se la gente crede
che esageri quando descrivi il
male che senti, lascia che ti
forniamo qualche dato, che farà
chiudere la bocca agli scettici.
Nelle donne con dismenorrea si
è osservato che le contrazioni
uterine possono raggiungere
una pressione corrispondente a
150-180 mmHg.179 Magari a te
non dice nulla, ma sappi che,
nella fase di spinta di un parto,
si registra una pressione
attorno ai 120 mmHg. Durante
il parto, inoltre, si susseguono
gruppi di tre-quattro
contrazioni ogni dieci minuti,
mentre le donne che soffrono di
dismenorrea possono averne
anche quattro-cinque. In altre
parole, la pressione nei
momenti di più forte dolore
mestruale è almeno altrettanto
intensa che nella fase di spinta
del parto, e le sequenze
dolorose sono perfino più
ravvicinate. Fortunatamente
queste sofferenze tendono ad
attenuarsi col passare degli
anni.
Per convivere con il dolore è
importante imparare a usare
bene gli analgesici.
L’ibuprofene, cioè il principio
attivo presente in molti
antinfiammatori e antidolorifici,
agisce direttamente sugli
enzimi Cox, riducendo la
produzione di prostaglandine.
Per questo è la soluzione
migliore contro i dolori
mestruali! Se generalmente
soffri per il mestruo, ti conviene
cominciare a prendere
l’ibuprofene un giorno prima o,
quantomeno, non appena noti il
minimo segnale di dolore.
Dopodiché prenderai una
compressa ogni sei-otto ore nei
primi giorni del flusso. Troppo
spesso le donne aspettano di
sentire molto male prima di
assumere l’analgesico, e
purtroppo così l’effetto del
farmaco si riduce parecchio, dal
momento che le prostaglandine
sono già state prodotte.180
Anche gran parte dei
contraccettivi ormonali hanno
un effetto positivo sui dolori e
costituiscono una soluzione più
duratura, visto che vanno presi
regolarmente.
Per concludere, dobbiamo
dire che, in caso di dolori, per
alcune donne le cause possono
essere altre. In particolare
quando si tratta di dolori
sempre più intensi nel corso
degli anni. Se pensi «prima non
era così», il male potrebbe
essere dovuto a fibromi dei
muscoli dell’utero, i cosiddetti
miomi, o all’endometriosi, una
patologia per la quale la
mucosa uterina si forma anche
fuori dell’utero. I dolori possono
aumentare nel corso del tempo
anche a causa della spirale. È il
tuo caso? Allora sarà meglio
cambiare metodo
anticoncezionale.
Se accusi dolori forti e
improvvisi, dovrai pensare ad
affezioni acute più serie.
Potrebbe trattarsi di una
gravidanza extrauterina. Questo
fenomeno avviene se l’ovulo
fecondato non segue il percorso
previsto. Allora il feto comincia
a svilupparsi, per esempio,
all’interno di una tuba, dove
non c’è spazio per lui. Le
gravidanze extrauterine
possono annunciarsi come forti
dolori mestruali, generalmente
più intensi da un lato. In questo
caso, recati subito al pronto
soccorso.

Mestruazione irregolare
Nei primi anni dopo il
menarca e negli ultimi prima
della menopausa, ma anche per
l’uso di alcuni contraccettivi
ormonali, è normale che la
mestruazione sia un po’
irregolare. Al di fuori di queste
situazioni, il ciclo tende a
stabilizzarsi su una lunghezza
media tra i ventuno e i
trentacinque giorni. Più o meno.
Se invece è da anni che hai
le mestruazioni e i
sanguinamenti continuano a
essere (o diventano
all’improvviso) imprevedibili
come i colpi di scena nel thriller
L’amore bugiardo (2014),
converrà stare vigili. Perdite
ematiche irregolari – che si
tratti di gocciolamenti
intermestruali, sanguinamenti
inattesi o piccole emorragie
dopo il rapporto sessuale –
possono essere dovute a molti
fattori.
Così come accade quando la
mestruazione scompare del
tutto, essa può arrivare in
ritardo o in un momento
imprevisto a causa dello stress,
di una variazione di peso o di un
allenamento fisico intenso.
Questo tipo di fattori agisce,
infatti, sui nostri ormoni. Altre
cause possono essere una
malattia latente, come la
policistosi ovarica, o alcuni
disturbi del metabolismo.
Il cancro al collo dell’utero o
le infezioni sessualmente
trasmissibili possono rendere la
cervice più delicata. In questo
caso, il coito rischia di causare
piccoli sanguinamenti, durante
o dopo. Per questo, in caso di
perdite ematiche legate ai
rapporti sessuali, bisogna
sempre farsi visitare dal
medico.
Anche se usi un
contraccettivo combinato
(pillola, cerotto o anello) e hai
perdite irregolari, sarà meglio
consultare un medico. A volte
può essere di aiuto
semplicemente passare a un
farmaco contenente un po’ più
di estrogeno.

Troppo sangue!
Come risulta evidente dalla
gran varietà di dimensioni degli
assorbenti esposti sugli scaffali
dei supermercati, ogni donna
sanguina a modo suo. Per
alcune, i minitamponi sono già
troppo grossi; a loro basta
qualche kleenex nelle mutande.
Altre invece sono costrette a
cambiare il tampone XXL plus a
intervalli di poche ore. Abbiamo
reso l’idea.
Le perdite di sangue normali
nel corso di un ciclo variano
enormemente, ma la media
oscilla tra i venticinque e i
trenta millilitri, più o meno
l’equivalente di un espresso al
bar. Ma anche un caffè lungo
rientra ancora nella
normalità.181
Sei tra quelle che si stanno
facendo una crassa risata? Un
espresso? In tutto? Ah, ah,
patetico! Un americano al
giorno, minimo!

Per alcune la mestruazione,


più che un caffè al bar, evoca la
vasca da bagno di Lady Bathory.
La conosci? È una dark lady
della Transilvania, l’assassina
seriale che – si dice – faceva il
bagno nel sangue di ragazze
vergini per mantenersi giovane
e fresca. Dai, stiamo
scherzando. Nessuna perde
tanto sangue da riempire una
vasca da bagno in un ciclo solo,
anche se puoi avere questa
impressione, quando sembra
che il sangue non finisca mai e
trapassi assorbente, mutande e
pantaloni, fin sulla tela bianca
del divano della suocera. Molte
donne hanno perfino un
problema di anemia, e devono
prendere un integratore di
ferro. Si afflosciano e
impallidiscono, soffrono di
emicrania e non riescono a fare
le cose che amano. Il mestruo
può davvero toglierti
l’entusiasmo per la vita.
Si considera anormalmente
abbondante il flusso mestruale
quando dura oltre otto giorni
per ciclo o quando il volume
delle perdite supera gli ottanta
millilitri,181 cioè più di due
tazzine e mezzo di caffè. Non
proprio da riempirci una vasca,
ma comunque parecchio
sangue.
Che le ragazze sanguinino di
più nei primi mesi dopo il
menarca è abbastanza
frequente. Col tempo poi le
cose migliorano e non c’è
motivo di preoccuparsi. In
alcuni casi, tuttavia, quando le
emorragie sono particolarmente
abbondanti, è meglio
controllare che non ci sia sotto
qualche malattia. Alcune
manifestazioni di tipo emofilico,
infatti, portano a sanguinare di
più e con maggiore facilità, ma
si tratta di condizioni rare.
Se usi una spirale di rame,
spesso è proprio lei la colpevole
delle forti emorragie. Questo
metodo anticoncezionale
funziona bene con molte donne,
ma ad altre provoca un
aumento del flusso e dei dolori
durante il mestruo: è vero
soprattutto nel caso di quelle
donne i cui sanguinamenti
erano già abbondanti in
precedenza. I contraccettivi
combinati, dal canto loro,
possono rappresentare un buon
trattamento per i
sanguinamenti eccessivi, in
quanto ne permettono il
controllo. Anche i preparati a
base di progestinico sono una
scelta vincente, perché spesso
eliminano del tutto la
mestruazione o ne riducono
considerevolmente il volume.
Se una donna, mestruata da
tempo, nota un incremento
graduale del flusso ematico, è
possibile che sia presente una
patologia. Si pensa, per
esempio, alla sindrome
dell’ovaio policistico, che crea
scompiglio tra gli ormoni. Ma
può anche trattarsi di miomi,
ovvero noduli del tessuto
muscolare della parete uterina.
Ne riparleremo più avanti in
questo capitolo.
Endometriosi: il mestruo nel
posto sbagliato

Insomma, le mestruazioni
sono dolorose, su questo siamo
d’accordo. Ma alcune donne
soffrono così tanto che la loro
vita intera viene messa in
pausa. Eccole lì, vari giorni al
mese, raggomitolate sul divano,
con la borsa dell’acqua calda, a
sgranocchiare antidolorifici
come fossero caramelle. Non va
bene. Se questo è il tuo caso,
considera la possibilità di avere
una patologia di nome
endometriosi, condizione che
colpisce una donna su dieci: si
ritiene che un terzo di coloro
che soffrono dolori di questa
portata al basso addome ce
l’abbiano.A, 182 Questo discorso,
ovviamente, non vale nel caso
di dolori interni alla vulva, su
cui torneremo più tardi.
Come avrai forse intuito dal
nome, l’endometriosi ha a che
vedere con l’endometrio, la
mucosa che riveste la parete
interna dell’utero. È la mucosa
che si ingrandisce a ogni ciclo
per essere pronta a ricevere un
ovulo fecondato. Viene poi
espulsa sotto forma di
mestruazione, se non rimani
incinta. Ma questo lo sapevi di
già. La novità, con
l’endometriosi, è che una parte
dell’endometrio viene a trovarsi
fuori dall’utero. In alcune donne
si perde all’interno del
miometrio, la parete muscolare
dell’utero: si parla allora di
adenomiosi.
Non si sa bene come questa
mucosa finisca fuori dall’utero.
L’ipotesi principale è che, invece
di scendere attraverso il collo
dell’utero, il flusso mestruale
segua il corso sbagliato e
risalga su per le tube, arrivando
nel ventre. In certa misura,
questo succede a tutte le donne
quando mestruano; ma in
alcune prescelte sembra che il
corpo non riesca a fare ordine
in questo processo. Così alcune
cellule di mucosa,
fraintendendo la loro
destinazione, si sistemano per
esempio nelle ovaie, nel bacino,
nell’intestino o in altri luoghi
ameni della zona addominale.
Il più delle volte, queste
cellule endometriali vengono
scovate nelle vicinanze degli
organi sessuali interni, ma in
altri casi, estremamente rari, si
trovano perfino nelle sacche
che circondano i polmoni.
Questo ha portato alcuni
ricercatori a chiedersi se non ci
siano altri meccanismi implicati
nell’endometriosi. Magari si
tratta di un tipo di cellule
staminali che si sono sviluppate
nel modo sbagliato nel posto
sbagliato? Oppure è il flusso
sanguigno che trasporta le
cellule endometriali in altre
parti del corpo? Forse tra
qualche anno avremo la
risposta definitiva.
Proprio come quei pensionati
che vanno a stabilirsi al sole, le
colonie di endometrio, pur
avendo trovato una nuova casa,
non si sono dimenticate delle
loro origini. Si comportano
come se vivessero ancora
nell’utero, e dunque reagiscono
agli ormoni del ciclo mestruale
come l’endometrio regolare. E
così, se soffri di endometriosi,
succede che ogni mese tu abbia
una piccola mestruazione extra
al di fuori dell’utero.
Incredibile, ma vero.
Il mestruo nel posto
sbagliato provoca disordine. In
particolare, è il sistema
immunitario a protestare
quando l’endometrio prende
dimora in un quartiere
altrimenti tranquillo ed
efficiente. Il nostro corpo infatti
è governato da regole precise,
che non vanno violate: quando
queste colonie endometriali si
mettono a sanguinare dove non
dovrebbero, succede un
putiferio. I nuovi vicini non
gradiscono di trovarsi
all’improvviso sotto una doccia
di sangue, e li si può capire.
Chiamano allora la polizia, cioè
le cellule immunitarie, che
arrivano a sirene spiegate per
riportare l’ordine. Il risultato è
una bella infiammazione dei
tessuti attorno alla colonia
endometriale. E le
infiammazioni, si sa, fanno
male.
È spesso difficile distinguere
tra dolori mestruali forti, ma
normali, e dolori da
endometriosi. Nella maggior
parte dei casi, questi ultimi
sono localizzati vicino all’utero.
Ma è anche vero che alcune
donne sentiranno male in posti
più strani: per esempio, quando
fanno pipì (se le cellule hanno
messo su casa nei pressi delle
vie urinarie) o quando evacuano
(se hanno preferito il retto).
Come riconoscerli, allora? Il
fattore comune a tutti questi
dolori è che sono ciclici, cioè
seguono uno schema fisso.
Arrivano spesso un giorno o due
prima della mestruazione e
possono durare fino a vari
giorni dopo che è finita.
Un’altra differenza, rispetto ai
dolori mestruali regolari, è che
generalmente quelli da
endometriosi si sviluppano in
maniera graduale negli anni
dopo il menarca. Alcune ce li
hanno già nell’adolescenza, ma
è meno comune, e di rado
un’endometriosi è diagnosticata
prima dei diciannove anni.
Col tempo, le infiammazioni
mensili rischiano di lasciare
cicatrici e aderenze. La vescica,
per esempio, può incollarsi al
suo vicino, l’utero. Le cicatrici
interne, a loro volta, rischiano
di provocare svariati tipi di
disturbi, come dolori cronici e
sordi nell’area basso-
addominale, un problema
frequente tra le donne affette
da endometriosi. Costoro
sentono anche dolori profondi
durante il rapporto sessuale. È
nel bassoventre che fa male,
non nella vagina né nella vulva.
Altro problema: molte donne
che soffrono di endometriosi
faticano ad avere figli. Essa è
responsabile di circa un caso su
quattro di sterilità.183 Per quale
motivo questa malattia influisca
sulla fertilità, non si sa bene. Le
cicatrici e le aderenze possono
danneggiare le tube uterine e le
ovaie, ma sembra che ci siano
in ballo anche altri meccanismi:
si ritiene che siano coinvolti
tanto il sistema immunitario
quanto gli ormoni. Se hai
difficoltà a restare incinta e hai
l’endometriosi, puoi avvalerti
della fecondazione artificiale. In
aggiunta a questa, oppure al
suo posto, si può anche
intervenire chirurgicamente.
Grazie alla rimozione chirurgica
delle colonie endometriali, più
donne sono rimaste incinte, sia
per via naturale che tramite
fecondazione assistita.184 Si
consiglia di sottoporsi
all’operazione una sola volta e
di giocarsi questa carta quando
si è pronte a diventare mamme.
Non conosciamo la causa di
questa malattia. In una certa
misura, è ereditaria, ma sono in
gioco anche altri fattori. Per
quanto ne sappiamo, non c’è
modo di prevenire
l’endometriosi. Un colpo di
sfortuna? Alcuni pensionati
stanno bene a casa propria sia
d’estate che d’inverno, altri
preferiscono migrare verso il
sole. Allo stesso modo, alcune di
noi hanno un endometrio che
preferisce migrare fuori
dall’utero.
Attualmente non disponiamo
di semplici test per
diagnosticare con certezza
l’endometriosi. È un problema:
gli esami del sangue, le
esplorazioni ginecologiche o la
diagnostica per immagini ci
dicono poco o niente
sull’endometrio migrante.
L’unico modo per confermare o
scartare l’endometriosi è aprire
la pancia per guardare dentro.
Si pratica un piccolo foro e si
introduce una videocamera.
Come sempre quando si
interviene chirurgicamente, il
rischio di complicazioni va
messo in conto. Pertanto vi si
ricorre solo in caso di disturbi
seri e una volta che siano state
escluse altre possibili cause.
Piuttosto che operare, i
medici provano prima con un
trattamento contro
l’endometriosi che, per fortuna,
funziona per gran parte delle
pazienti. Ed è anche innocuo:
pillola contraccettiva senza
intervalli tra un blister e l’altro
oppure spirale ormonale, e
analgesici per attutire
l’infiammazione. L’assunzione
continua della pillola impedisce
alle colonie endometriali di
sanguinare e, con il tempo,
potrebbe ridurle.182
L’ibuprofene agisce sui dolori e
riduce l’infiammazione.
Se questi strumenti non sono
di alcun aiuto, ci sono modi più
sofisticati per trattare
l’endometriosi: la chirurgia o
dosaggi ormonali più alti. È
comunque un lavoro da
specialisti. Purtroppo
l’endometriosi è una malattia
cronica che non se ne va fino
alla menopausa. Non esiste una
cura definitiva. Anche dopo la
rimozione chirurgica, le colonie
endometriali tendono a
riformarsi. In ogni caso è
importante sapere che esistono
strategie per attenuare i dolori.

La sindrome dell’ovaio
policistico, questa sconosciuta

«La sola cosa peggiore delle


mestruazioni è non averle» dice
una nostra amica. Molte donne
si preoccupano quando il
mestruo sparisce o arriva meno
di una volta al mese. Una causa
frequente di mestruazioni
assenti o di flussi mestruali rari
è una malattia chiamata
sindrome dell’ovaio policistico,
o Pcos. Non l’hai mai sentita
nominare? Non sei l’unica, però
ci sono buoni motivi per cui
dovremmo occuparcene di più.
Si tratta, infatti, del disturbo
ormonale più diffuso tra le
donne in età fertile: ne viene
colpito tra il 4 e il 12 per cento,
spesso senza neanche
saperlo.185
La patologia è stata chiamata
così perché spesso, nei casi di
Pcos, si trovano cisti nelle
ovaie. Le cisti sono come
piccole vesciche, piene di
liquido trasparente, che
conferiscono alle ovaie l’aspetto
di grappoli d’uva. A differenza
di altri tipi di cisti ovariche,
queste sono talmente piccole da
non scoppiare; per questa
ragione non ci si accorge della
loro presenza.
Anche se questo è l’aspetto
più noto della patologia, non è
che una piccola parte della
malattia. La Pcos è, per
l’appunto, una sindrome, cioè si
tratta di sintomi diversi che
spesso, ma non sempre,
compaiono insieme. Essi sono
dovuti a tutta una serie di
disturbi del sistema endocrino:
non c’è disordine solo a livello
delle ovaie, ma anche dei
linfonodi del bassoventre,
dell’apparato digerente e
dell’ipofisi, la ghiandolina a
forma di scroto che abbiamo nel
cervello.
Le ovaie hanno il compito di
immagazzinare i tuoi ovuli e di
rilasciarne uno ogni mese. In
caso di Pcos, possono insorgere
problemi, perché sia l’ipofisi sia
le ovaie secernono livelli
sbagliati degli ormoni che
guidano il ciclo mestruale. Di
conseguenza, si verificano
meno ovulazioni, o proprio
nessuna. E tu te ne accorgi
perché mestrui con meno
frequenza oppure non lo fai del
tutto.
Dato che l’ovulazione è
indispensabile per restare
incinta, molte donne affette da
Pcos fanno più fatica a
concepire o hanno bisogno di
assistenza per riuscirci.186 La
sindrome dell’ovaio policistico è
una delle cause più frequenti
nella difficoltà di
concepimento.187 È associata
anche a un rischio più alto di
complicazioni in gravidanza,
come l’aborto spontaneo e il
diabete gestazionale.
Più avanti con gli anni, si
sospetta che le donne portatrici
di Pcos, se non l’hanno trattata,
siano più esposte al rischio di
carcinoma dell’endometrio, la
forma più diffusa di neoplasia
dell’area genitale tra le donne
occidentali.188 Uno studio
riepilogativo riporta che,
mentre le donne sane hanno un
rischio di cancro all’endometrio
del 3 per cento nel corso della
vita, quelle con policistosi
ovarica non trattata sembra che
arrivino al 9 per cento.189
Il motivo per cui si pensa che
una Pcos non curata aumenti il
rischio di cancro
dell’endometrio è, tra le altre
cose, che la mucosa uterina nei
soggetti affetti da tale sindrome
si forma in continuazione, senza
però essere espulsa
regolarmente grazie alle
mestruazioni. Quindi le cellule
endometriali “invecchiano” e
magari cominciano a
comportarsi in modo anomalo,
cosa che è invece facilmente
evitabile provocando tre o
quattro mestruazioni all’anno
tramite la pillola o altra cura a
base di ormoni.
Per mettere le cose bene in
chiaro, questo vecchio
endometrio non ha niente a che
vedere con il fenomeno che si
verifica quando si salta la
mestruazione grazie alla
contraccezione ormonale. Con
la Pcos, l’endometrio riceve
costantemente segnali di
crescita, mentre con i metodi
anticoncezionali ormonali gli
viene impedito di crescere.
Benché in entrambi i casi il
risultato sia una riduzione del
mestruo, il meccanismo è
completamente diverso.
La Pcos causa dunque
problemi di ovulazione. Ma può
anche succedere che le ovaie, i
tessuti adiposi e le ghiandole
surrenali producano un eccesso
di ormoni maschili, i cosiddetti
androgeni. Tutte le donne
producono un po’ di ormoni
sessuali maschili, però
generalmente la bilancia pende
dalla parte delle varianti
femminili. Se invece gli
androgeni hanno la meglio, si
può notare che i peli crescono
di più e in forme più insolite,
per esempio formando una
barba sul volto o una banda
larga di peli pubici che
risalgono sulla pancia. Questo
fenomeno si chiama irsutismo e
oltre la metà delle donne con
Pcos ne soffre.186 Non stiamo
parlando di un po’ di peluria
supplementare, bensì di veri e
propri peli, lunghi e scuri. Per
molte donne si aggiunge anche
il fastidio di foruncoli che non si
arrendono neanche finita
l’adolescenza. E, infine, cambia
perfino il modo in cui si
ingrassa. Normalmente, le
donne tendono a mettere su
peso a forma di pera – attorno a
fianchi e cosce –, mentre quelle
affette da Pcos si arrotondano
piuttosto a forma di mela –
attorno all’addome. Insomma,
può crescere la classica pancia
da birra che, dal punto di vista
della salute, è il grasso meno
sano che ci sia. Gli androgeni
hanno anche effetti che non si
notano: possono alzare il livello
di colesterolo e di acidi grassi
nel sangue, cosa poco
raccomandabile per le pareti
arteriose.
La Pcos causa inoltre un
comportamento anomalo del
pancreas. Questo organo del
sistema digerente produce
l’ormone insulina e altre
sostanze che partecipano alla
digestione. L’insulina viene
liberata dopo i pasti per dare
alle cellule del corpo segnali
precisi affinché abbia inizio
l’assimilazione e la combustione
dello zucchero nel sangue: ma,
nel 50-70 per cento delle donne
affette da sindrome dell’ovaio
policistico, le cellule non
reagiscono come dovrebbero ai
segnali dell’insulina.186 Queste
donne risultano
insulinoresistenti, e il pancreas
reagisce producendo ancora più
insulina, nella speranza che il
messaggio arrivi al destinatario.
Un livello alto di insulina non
è una cosa buona per il corpo.
Se non tieni sotto controllo
l’insulinoresistenza, col tempo
rischi di sviluppare il diabete di
tipo 2. Le donne che soffrono di
Pcos hanno una probabilità
molto più elevata di sviluppare
questa malattia rispetto ad altre
con lo stesso stile di vita e lo
stesso peso.185 Alcune ricerche
statunitensi hanno mostrato
che, all’età di quarant’anni, tra
il 20 e il 40 per cento di pazienti
affette da questa patologia
presentavano prodromi di
diabete o direttamente diabete
tipo 2.186 Resistenza
all’insulina, alti livelli di grassi
nel sangue e parecchia ciccia
addominale sono il principale
ingrediente nella preparazione
di malattie cardiovascolari:
contribuiscono ad aumentare il
rischio di contrarre tali
patologie con l’avanzare
dell’età.
Avrai compreso che la Pcos
va presa sul serio. Hai il ciclo
irregolare? Può essere dovuto
alla sindrome dell’ovaio
policistico. Per sapere se ne
soffri, il medico dovrà
controllare i livelli ormonali ed
esaminare le ovaie con
un’ecografia, che permette di
vedere le cisti. Se l’indagine
risulta positiva, ci sono alcune
cose a cui bisognerà pensare
per la tua salute futura.
Il consiglio principale è di
tenere sotto controllo il peso e
cambiare stile di vita. Se hai un
peso normale o leggero, non hai
di che preoccuparti. Se invece
sei sovrappeso, dimagrisci e
vedrai che potrai ridurre i
problemi. È più facile a dirsi
che a farsi, ma un po’ di
allenamento unito a una buona
alimentazione sarà molto
salutare! Quattro donne
sovrappeso su cinque ritrovano
un’ovulazione normale
semplicemente perdendo il 5
per cento del loro peso
corporeo,186 per esempio
passando da ottanta a
settantasei chili. Questa perdita
di peso può favorire una
riduzione dell’insulinoresistenza
e del rischio di diabete, oltre
che di malattie cardiovascolari.
Anche i problemi di irsutismo e
di acne si riducono, dato che il
sovrappeso, di per sé, accresce
la produzione di ormoni sessuali
maschili.
Consigliamo anche di parlare
con un ginecologo
dell’eventualità di ricorrere a
una terapia a base di
contraccettivi combinati
(pillola, cerotto o anello
vaginale). È uno degli aspetti
più importanti del trattamento
di una Pcos. Gli estrogeni che vi
sono contenuti abbasseranno la
produzione degli ormoni
maschili da parte delle ovaie,
limitando acne e pelosità;
inoltre potranno ridurre lo
sviluppo di ulteriori cisti e il
rischio di neoplasie
all’endometrio. Le donne che
non possono assumere
estrogeni hanno la possibilità di
fare ricorso alla contraccezione
puramente progestinica, come
la spirale ormonale o l’impianto
sottocutaneo, che però non ha
alcun effetto sugli ormoni
sessuali maschili.
Domandati se vuoi avere
figli. Se ne vuoi, meglio non
aspettare troppo. Le donne con
la Pcos hanno spesso bisogno di
un’assistenza alla procreazione,
e il processo è lungo. Meglio
prepararsi per tempo.

I miomi: un utero con le palle

Ti sei portata a casa una


sorpresa dopo l’ultima visita
ginecologica? Molte di noi
hanno dei tumori benigni
all’utero, detti miomi. Non è
affatto strano reagire con un
po’ di sudore freddo alla parola
“tumore” riferita al proprio
corpo, ma in questo caso puoi
anche rilassarti. Lasciati andare
sullo schienale della sedia del
ginecologo e respira
profondamente. I miomi sono
neoformazioni benigne che
crescono dalle cellule delle
pareti muscolari uterine. Niente
a che fare con il cancro: non è
un cancro adesso né mai lo
sarà. Spesso i medici li
chiamano fibromi o nodi
muscolari, così è più facile
cogliere la differenza tra questi
tumori gentili e altri che lo sono
meno.
I miomi si creano nel tessuto
muscolare liscio, cioè in muscoli
che non controlliamo
volontariamente, come quelli
dell’intestino e dello stomaco.
Sono spesso rotondi come
palline e gommosi. Se ne avessi
uno sulla scrivania davanti a te,
potresti tagliarlo a metà con un
coltello e vedresti che dentro è
bianco perla, non rosso, come
forse avresti immaginato.
Ricordano davvero un po’ le
perle, che crescono dentro le
ostriche sul fondo del mare.
I miomi possono svilupparsi
in varie zone dell’utero, sia
nella parete interna che in
quella esterna, o uscire come
un bernoccolo dalla cavità
uterina. Alcune donne hanno un
solo mioma, ma è più comune
arrivare ad averne fino a sei o
sette.190 Possono essere
minuscoli oppure, nella
peggiore delle ipotesi,
raggiungere le dimensioni di un
pompelmo. Queste palline non
crescono in modo regolare:
alcune possono svilupparsi
molto in poco tempo, altre si
fermano a un centimetro di
diametro, altre ancora
rimpiccioliscono fino a sparire.
I miomi sono molto comuni
nelle donne, fino alla
menopausa. Come molte altre
cose nella zona genitale,
reagiscono agli estrogeni: fanno
la loro comparsa dopo la
pubertà e se ne vanno con la
scomparsa del ciclo mestruale.
Circa una donna su quattro
scopre di avere dei miomi, o
fibromi, uterini.190
Probabilmente quelle che ne
hanno sono di più, ma spesso
sono così piccoli da non farsi
nemmeno notare. Dato che si
tratta di palline benigne, non
c’è bisogno di andarle a
cercare. Averle non è un
problema, finché non creano
noie.
In generale non danno
sintomi ma, se si tratta di miomi
cresciuti dentro la cavità
uterina, possono causare
sanguinamenti mestruali
abbondanti o più lunghi. Le
metrorragie (emorragie tra un
mestruo e l’altro) non capitano
spesso con i miomi. I dolori non
sono un indizio significativo
della loro presenza, tuttavia
alcune donne soffrono di una
pressione dolorosa nel basso
addome se i nodi si
ingrandiscono molto.
L’eccezione è costituita dal caso
in cui un mioma comincia a
dissolversi e muore, per
esempio perché perde l’afflusso
sanguigno. Questo evento può
causare dolori estremi e quindi
spaventare, soprattutto se
succede in gravidanza. Ma non
è pericoloso.
Prova ora a immaginare un
utero con dentro sei o sette
perle grandi come palline da
tennis: ci vuole poco a capire
che i miomi possono provocare
anche problemi di altra natura.
Possono comprimere la vescica,
che si trova giusto davanti
all’utero, stimolando a fare la
pipì di frequente. Oppure farti
sentire pesante come un
pallone gonfiato, così da
pensare di essere incinta: la
pancia infatti può crescere
tanto da sembrare una
gravidanza di qualche mese.
Nel peggiore dei casi, questi
nodi nei muscoli possono
rappresentare un ostacolo se
vuoi un bambino.191 Per
fortuna, ciò riguarda solo una
minoranza delle donne con la
fibromatosi; comunque i miomi
sono la causa dell’infertilità
nell’1-2 per cento delle donne
che stentano ad avere figli.192
Non è del tutto chiaro che cosa
impedisca la gravidanza, ma
sembra che abbia più a che fare
con la posizione dei fibromi che
con la loro dimensione:193 i
miomi situati nella cavità
endometriale rischiano di
rendere difficile l’annidamento
dell’ovulo fecondato, dal
momento che questo dovrebbe
impiantarsi proprio nella parete
interna dell’utero. Possono
anche restringere l’apertura
verso le tube uterine, così da
impedire agli spermatozoi di
raggiungere l’ovocita,
impaziente di fondersi con un
partner carino. Se si sospetta
che la causa dell’infertilità
siano i miomi, si possono
asportare chirurgicamente,
però non è chiaro quanto sia
risolutivo l’effetto che si
ottiene.193
Un punto sul quale regna
maggiore incertezza è come le
formazioni miomatose
influenzino la gravidanza una
volta cominciata. Anche qui
pare che quelle all’interno della
cavità uterina siano le più
problematiche. In alcune
ricerche si è notato un rischio
più elevato di aborto spontaneo,
tra il 22 e il 47 per cento.191
Aldilà di questo, non sembra
che i miomi abbiano altri effetti
negativi sullo svolgersi della
gravidanza, a parte una
frequenza leggermente
maggiore di ricorso al parto
cesareo quando i fibromi sono
d’ingombro lungo il canale del
parto. Insomma, non c’è
ragione di operarli prima di
avere figli.192
È possibile limitarne la
crescita, ma come? Una
soluzione facile da provare sono
i contraccettivi a base di
progestinici, come il bastoncino
sottocutaneo o la spirale
ormonale.194 Se soffri di
ipermenorrea, cioè sanguini
tanto, la contraccezione
ormonale ti sarà d’aiuto anche
in questo. Anche gli
anticoncezionali a basso
dosaggio di estrogeni
impediscono la crescita dei
fibromi, perciò niente in
contrario se preferisci questi
ultimi.
Per molte donne, i miomi
sono un po’ come le lentiggini:
puoi averne poche o tante,
grandi o piccole, comunque non
danno fastidio. Non si toglie un
mioma solo perché c’è; si toglie
se causa guai. E soprattutto
ricorda: non diventa mai un
cancro.

Mi fa male la vulva: dolori


inspiegabili ai genitali

Soffri di dolori ai genitali


senza che il medico o altro
personale sanitario sappia darti
una spiegazione? Non sei la
sola, e la scarsità di
informazioni è frustrante.
Eppure i dolori ci sono, non c’è
dubbio. Ti limitano nelle attività
quotidiane e rendono difficili i
rapporti sessuali. Ma da dove
vengono? Per il momento, le
conoscenze in materia sono
modeste.
A ben vedere, dolori di
questo tipo possono avere
parecchie cause. Funghi e altri
disturbi ai genitali provocano
bruciori tenaci e pruriti, per
non parlare delle infezioni a
trasmissione sessuale, che pure
rendono dolorosi i rapporti.
Esistono patologie
dermatologiche fastidiose che
riguardano la vulva; in casi più
rari, il responsabile può essere
il cancro, che può dare luogo a
sofferenze in quest’area. Anche
le ghiandole di Bartolino si
possono infiammare e fare
molto male. La lista è lunga.
L’elemento comune a questi
disturbi è che sono
abitualmente spiegabili. Il
medico, visitandoti e
sottoponendoti a test ed esami,
potrà scoprire da dove
provengono. Non c’è niente di
strano nel sentire male alla
zona genitale se, per esempio,
hai un herpes ricorrente. Ma
che succede se i medici cercano
e cercano, senza trovare nulla?
Se accusi dei dolori ai
genitali senza che se ne riesca a
individuare una ragione
precisa, spesso la cosa va sotto
il nome di vulvodinia. “Dinia”
viene dal greco e sta per dolore,
quindi la parola significa dolori
alla vulva.
Diciamo subito che i dolori
legati alla vulvodinia sono del
tutto reali, anche se i medici
non ne trovano la causa. Molte
donne affette da questo male
non si sentono prese sul serio,
perché non ricevono una
risposta chiara. È probabile che
si siano sottoposte a molti
esami, passando da un dottore
all’altro, senza che nessuno sia
riuscito a individuare alcunché.
Significa forse che i dolori sono
solo frutto della loro
immaginazione? No, sono veri.
E noi li prendiamo sul serio.
La vulvodinia può
presentarsi in molte maniere
diverse. E questo può
significare due cose: primo, che
esistono varie cause non
identificate all’origine dei dolori
vulvari, ma per ora, dato che
non sappiamo nulla di certo,
raccogliamo il tutto sotto il
concetto unico di vulvodinia. In
secondo luogo, è possibile
invece che le diverse forme
inspiegabili di dolori alla vulva
siano tutte l’espressione di una
sola affezione, capace di
produrre sintomi differenti da
soggetto a soggetto.
Quale sia la risposta giusta e,
soprattutto, quale sia la causa
dei dolori, lo ignoriamo. Sarà
interessante vedere i risultati
delle future ricerche in questo
campo. La medicina, per
fortuna, è in continuo
progresso. Nel Medioevo si
pensava che la causa di tutte le
malattie fosse legata a uno
squilibrio dei fluidi corporei e
che i salassi, cioè l’estrazione
terapeutica di molto sangue,
fossero una idea geniale, la
cura miracolosa per tutto, dalla
depressione al cancro. Oppure,
per fare un esempio un po’ più
recente, nemmeno tanto tempo
fa si pensava che l’ulcera
peptica fosse dovuta a fattori
legati allo stile di vita, come lo
stress e il caffè. Poi si è
scoperto che il colpevole è un
batterio di nome Helicobacter
pylori.
Magari succederà lo stesso
con la vulvodinia. È una
malattia neurologica? È un
virus o un batterio che provoca
l’infezione? È la reazione a un
altro trattamento? Il tempo ce
lo dirà.
La vulvodinia è associata a
bruciori nel bassoventre, a ciò
che in gergo medico si chiama
allodinia o iperalgesia. Il
concetto di allodinia si usa per
indicare il fatto che stimoli
normalmente indolori (come la
piccola pressione di un dito)
diventano all’improvviso
dolorosi. L’allodinia si manifesta
spesso in zone che, in un modo
o nell’altro, presentano ferite.
Non sappiamo con certezza se
questo vale anche per
l’allodinia ai genitali.
Iperalgesia significa invece che
degli stimoli, già normalmente
percepiti come dolorosi, fanno
ancora più male del solito.
Entrambi i fenomeni sono dolori
neuropatici, cioè provengono da
una lesione o da una malattia
dei nervi periferici, quelli fuori
dal cervello e dal midollo
spinale.
Si associano in generale alla
vulvodinia bruciori severi e
dolori neuropatici, però non
possiamo escludere altri tipi di
male. Può darsi anche che i
dolori siano diversi da una
donna all’altra e, come abbiamo
già detto, non sappiamo se in
realtà tutte le manifestazioni di
vulvodinia siano varianti di una
stessa malattia. Un altro fattore
di cui tenere conto è che anche
l’interpretazione del dolore
varia da persona a persona, e
questo vale per tutti i dolori,
non solo per quelli alla vulva.
Alcune donne, per esempio,
possono interpretare il loro
fastidio come prurito e credere
che sia dovuto a qualcosa che
conoscono già, come una
micosi, e buttarsi su un forte
trattamento antimicotico, senza
che la causa reale dei problemi
abbia a che fare con i funghi.195
Cambia anche il punto esatto
in cui si percepisce il dolore e,
con questo criterio, la
vulvodinia viene classificata in
sottogruppi. Alcune donne
sentono male in tutta la vulva,
ovvero sia sull’apertura
vaginale che sulla clitoride, sia
attorno alle labbra che sopra di
esse. Questa si chiama
vulvodinia generalizzata ed è
più comune tra le signore di
una certa età. Altre invece
avvertono il dolore in un punto
ben preciso: a questa si dà il
nome di vulvodinia localizzata,
più frequente tra le ragazze
giovani. Molto spesso il dolore è
localizzato sulla clitoride
oppure proprio sull’apertura
vaginale, nella zona detta
vestibolo. Perciò queste due
vulvodinie localizzate hanno
nomi distinti: clitorodinia e
vestibolodinia.
In altri tempi, la vulvodinia,
soprattutto nella sottocategoria
di vestibolodinia, era chiamata
vestibolite, termine che forse
avete già sentito. Quando un
nome finisce in “ite”, nel
linguaggio della medicina
significa che si tratta di
un’infiammazione. Vaginite, per
esempio, è l’equivalente di
infiammazione vaginale. Dato
che nessuno è ancora riuscito a
dimostrare che ci sia
un’infiammazione in corso nei
casi di vulvodinia, si è deciso di
eliminare il vecchio termine. È
più corretto dunque chiamarla
vulvodinia o dire semplicemente
dolori alla vulva.194
I dolori non si comportano
tutti nello stesso modo: alcune
donne hanno quel che si dice un
dolore provocato, mentre altre
ce l’hanno spontaneo.
Provocato, nel nostro caso,
significa che fa male quando
qualcosa entra in diretto
contatto con la zona genitale: il
sellino della bici, un coito, il
tampone, lo sfioramento della
clitoride. Si diventa talmente
sensibili che perfino il contatto
con vestiti comodi o con la
biancheria intima provoca
dolore. Un test in uso tra i
medici, per vedere se soffri di
un dolore provocato, consiste
nell’appoggiare un filo di
cotone sulla parte interessata,
per esempio sull’apertura
vaginale.
Dolore spontaneo, invece,
significa che il male arriva
improvvisamente e non sembra
essere la risposta ad alcunché
di identificabile. Spesso è un
bruciore. Alcune donne sentono
un bruciore costante tutto il
tempo, mentre altre solo ogni
tanto.196 La vulvodinia
localizzata è associata
soprattutto a dolori provocati,
mentre la vulvodinia
generalizzata si associa
perlopiù a dolori spontanei, che
si aggiungono ai dolori
provocati dal contatto con i
vestiti.197
Non si è ancora trovata
alcuna relazione chiara tra la
vulvodinia e altri problemi
ginecologici, come le malattie a
trasmissione sessuale. Secondo
una teoria diffusa, esisterebbe
un legame tra la vulvodinia e
l’uso frequente di farmaci
fungicidi. Questo non significa
che ti verrà necessariamente
una vulvodinia se prendi quei
farmaci. Come già accennato,
però, molte donne pensano che
i loro dolori alla vulva siano
dovuti ai funghi e quindi
ricorrono agli antimicotici; di
conseguenza, il serpente si
morde la coda e diventa difficile
capire se è la cura antimicotica
a creare i problemi o se sono i
problemi a condurre alla cura
contro la micosi.
Una ricerca sostiene
l’esistenza di una relazione tra
micosi ripetute e vulvodinia.
Alcune topoline, sottoposte a
ripetute micosi, effettivamente
sviluppavano un’allodinia, oltre
che una maggiore sensibilità
nella zona dolorante.
Sembrerebbe dunque che
un’esposizione continua a
infezioni micotiche influenzi la
capacità delle topoline di
percepire dolore a livello
neurologico. L’unico difetto di
questo studio è che, essendo
stato condotto su topoline, è
difficile dire se le conclusioni
valgono anche per noi bipedi.198
Altri studi hanno mostrato
modificazioni dell’innervazione
nelle donne affette da
vulvodinia. Pare che alcune
donne, che soffrono di fastidi
alla vulva, abbiano sviluppato
più fibre nervose sensibili agli
stimoli dolorosi.199, 200, 201
Resta poco chiaro a cosa siano
dovuti tali cambiamenti.

Una sindrome per fanciulle


complessate?
Se hai letto in giro qualcosa
a proposito della vulvodinia,
avrai visto di sicuro che si
attribuiscono spesso possibili
risvolti psicologici a questa
malattia. Molti terapisti, forse
soprattutto sessuologi che
lavorano sulla relazione tra
psiche e sessualità, insistono su
questo aspetto con le loro
pazienti. Non sarà che i dolori
alla vulva colpiscono le donne
che fanno sesso senza
realmente volerlo? O non
saranno le “brave ragazze” a
essere interessate da questi
disturbi? O forse le donne che
hanno alle spalle esperienze
sessuali negative o dolorose?
Donne che sono state vittime di
aggressioni o maltrattamenti?
Tutte queste ipotesi sono state
formulate nel contesto dei
dolori vulvari inspiegabili. Ma
fino a che punto ha senso tutto
ciò?
È facile etichettare come “di
origine psicologica” quei
disturbi per i quali non si trova
subito una causa fisica, ma
bisognerebbe andarci piano. Se
la paziente non vi si riconosce,
queste descrizioni possono
generare confusione e rabbia.
L’espressione “brava ragazza”,
per esempio, rischia di creare
un’immagine scorretta, come se
la donna in sé, o la sua
personalità, fossero l’origine del
male. Detto questo, può darsi
benissimo che, in alcuni casi, i
dolori dell’area genitale siano
dovuti a ragioni psicologiche,
senza che ciò debba essere
motivo di vergogna.
Molte pazienti, in cura per
vulvodinia, includono nel
trattamento il ricorso alla
psicoterapia. Può essere
certamente efficace, perché
permette di lavorare su
eventuali aspetti psicologici del
male, ma anche perché la
vulvodinia, di per sé, a volte è
un tale fardello psicologico che
si può avere bisogno di aiuto
professionale per portarlo.
Sappiamo che tutte le
manifestazioni dolorose sono in
stretta correlazione con la
psiche. Molte persone che
soffrono di un dolore fisico
finiscono spesso per sviluppare
comportamenti autoprotettivi e
tensioni tali da peggiorare il
problema iniziale, instaurando
un circolo vizioso. Per esempio,
se ti aspetti che il rapporto
sessuale faccia male, magari
inconsciamente contrai la
vagina per proteggerti e, così
facendo, quel tentativo di
intimità diventa ancora più
doloroso.
È anche noto che il cervello è
più sensibile a nuovi impulsi
dolorosi, se da tempo convive
con il dolore. Il dolore genera
dolore. Le tecniche di
rilassamento e la psicoterapia
possono aiutare a rompere il
circolo vizioso. Questo non
significa, però, che all’origine
della vulvodinia vi sia una causa
di ordine psicologico.
Per quanto ne sappiamo, non
ci sono lavori scientifici che
dimostrino una relazione chiara
tra vulvodinia e precedenti
esperienze di aggressione o
violenza sessuale. È del tutto
possibile che esperienze di
questo genere siano, in alcuni
casi, un fattore significativo;
tuttavia gli studi che mettono a
confronto i profili psicologici di
donne con e senza vulvodinia
mostrano risultati variabili. Uno
studio, che ha messo a
confronto duecentoquaranta
soggetti affetti con altrettanti
che non ne erano affetti, ha
rivelato che la patologia era
molto più frequente tra le
donne con precedenti di stati
d’ansia.202 Un’altra ricerca,
invece – stesso procedimento
ma su un campione più modesto
– non ha rilevato alcuna
differenza di profilo psicologico
tra le donne con vulvodinia e
quelle senza.203 Il problema
della natura psicologica della
vulvodinia resta dunque
controverso: è del tutto
possibile soffrirne senza alcun
precedente di difficoltà
psichiche o di esperienze
sessuali negative.
Dal momento che si sa poco
sulle cause della vulvodinia, la
cura procede a tentoni e rimane
molto varia. Si provano metodi
diversi, utilizzati per trattare
altre patologie, sperando che
funzionino. Il primo passo, in
ogni caso, è trovare un medico
competente in materia.
In alcune forme di vulvodinia
sono implicati dolori
neuropatici per i quali esistono
ottimi farmaci, come un tipo
particolare di antidepressivi e
alcuni medicinali contro
l’epilessia, che in certi casi si
sono rivelati efficaci anche per i
dolori alla vulva.204 Altre donne
hanno tratto beneficio
assumendo estrogeni, sotto
forma di contraccettivo, come
l’anello vaginale: questi ormoni
agiscono sulla mucosa della
vagina, ispessendola. Anche il
gel analgesico aiuta a diminuire
il dolore e può essere utile per
le donne che soffrono di dolori
“provocati” ma hanno
ugualmente voglia di fare sesso.
Persino la fisioterapia può dare
benefici: si imparano esercizi
specifici che facilitano il
rilassamento della muscolatura
pelvica. Non sono pochi i
soggetti affetti da vulvodinia
che soffrono anche di altre
situazioni in cui la tensione
muscolare gioca una parte
fondamentale, come male al
collo, alle spalle o cefalea.
Il consiglio generale che si
dà alle donne che lamentano la
vulvodinia è di evitare ciò che
causa il dolore. Se, per
esempio, i rapporti sessuali
fanno male, non bisogna
costringersi ad averne. Se
invece ne avete voglia, provate
a sperimentare pratiche non
dolorose, da sole o con il vostro
partner. In questo caso gli
esperti più adatti a guidare e
consigliare sono i sessuologi. Si
raccomanda anche di usare con
moderazione profumi, saponi o
creme intime, che possono
perfino peggiorare le condizioni
della vulva.

Vaginismo
La vulvodinia è spesso
menzionata nel quadro di ciò
che viene chiamato vaginismo,
altra diagnosi difficile e
controversa. Il termine si usa
per le donne che,
involontariamente, tendono o
contraggono i muscoli pelvici
che circondano l’apertura
vaginale. Perlopiù succede
perché temono la penetrazione,
sia sessuale sia nell’ambito di
una visita ginecologica, perché
soffrono o si aspettano dolore o
fastidio. In altre parole, il
vaginismo è un’affezione che
complica i rapporti sessuali,
l’uso del tampone e le
esplorazioni mediche.
Alcuni considerano il
vaginismo come uno spasmo
muscolare involontario che
stringe la vagina. In norvegese,
si usa l’espressione “crampo
vaginale”. Tuttavia, i ricercatori
che si avvalgono di strumenti
capaci di misurare l’attività
muscolare non hanno trovato
prove evidenti di questi “spasmi
muscolari” nelle donne con
vaginismo, e tra gli specialisti
non c’è consenso su quali
muscoli esattamente sarebbero
coinvolti nel disturbo.205
Le diagnosi della
vestibolodinia e del vaginismo
si confondono. I dolori descritti
per il vaginismo sono spesso
identici o simili a quelli della
vestibolodinia: sono concentrati
soprattutto nell’entrata della
vagina, e pertanto si
distinguono chiaramente da
quelli profondi dovuti a un
utero dolorante a causa di
malattie sessualmente
trasmissibili o di endometriosi.
È difficile dire se queste due
diagnosi siano le facce di una
stessa malattia o se si tratti di
due condizioni distinte che
spesso appaiono insieme.205
La cura del vaginismo è
molto simile a quella della
vulvodinia. Qui però si
aggiungono spesso alcuni
esercizi per allenarsi ad avere
qualcosa in vagina,
generalmente cominciando con
l’inserire oggetti molto sottili,
detti dilatatori, per poi
aumentarne gradualmente la
grandezza. L’inserimento viene
sempre preceduto
dall’applicazione di pomate
antidolorifiche. Tale programma
di cura può essere realizzato in
collaborazione con un
ginecologo, un sessuologo o un
fisioterapista.

Sia il vaginismo che la


vulvodinia sono condizioni
gravemente invalidanti, con
forti ripercussioni sulla gioia di
vivere e sulla vita sessuale della
paziente. Per molte, finché dura
la malattia, una vita sessuale
normale diventa improponibile
e un’eventuale relazione può
vacillare o andare a fondo.
Tante donne cadono in preda
all’angoscia e temono di non
avere più né un amore né dei
figli, e di restare sole per
sempre. Si sentono inadeguate.
La nostra ignoranza in materia
può creare amarezza. E, nei
loro contatti con le strutture
sanitarie, si sentono spesso
stigmatizzate. A mo’ di
consolazione, e in attesa di
conoscenze più precise sul
fronte della ricerca, bisogna
dire che la maggior parte di
queste donne migliora col
tempo e, benché la vulvodinia
sia spesso una condizione
cronica di lungo decorso, molte
tornano del tutto sane.

Clamidia, gonorrea e i loro


cugini
Guardando il reality show
Paradise Hotel, ci aveva fatto
molto ridere quella volta in cui
uno dei concorrenti maschili
aveva dichiarato di saper
riconoscere le donne che hanno
una malattia sessualmente
trasmissibile, ragion per cui non
usava mai il preservativo.206
Ignoriamo quali fossero i suoi
doni divini. Magari si era
diplomato alla scuola di magia
di Hogwarts o era parente di
qualche stregone. Quel che è
certo è che nessuno può capire
dall’aspetto di una donna (o di
un uomo) se questa persona ha
una malattia venerea o no.
Spesso chi è infetto non sa
nemmeno di esserlo, ed è
proprio qui il problema.
Continua ad avere rapporti
sessuali, anche se è portatore di
una malattia sessualmente
trasmissibile. E quel che ignora
si diffonde.B
Oggi queste infezioni
vengono spesso chiamate
malattie sessualmente
trasmissibili (Mst). Il contagio
avviene tramite coito o altro
contatto sessuale con qualcuno
che è già contagiato. Sono
patologie dovute a
microrganismi diversi: batteri,
virus e parassiti. Alcune
infezioni a trasmissione
sessuale si contraggono solo
tramite fluidi corporei, come
sangue o sperma; altre per
semplice contatto con la pelle o
le mucose.
Alcune Mst sono molto
comuni, mentre altre sono più
rare, alle nostre latitudini. Non
è improbabile che, nel corso
della vita, te ne tocchino
almeno un paio. È uno degli
inconvenienti di una vita
sessuale attiva.
La sessualità per lungo
tempo è stata associata alla
colpa e alla vergogna,
soprattutto per le donne. Lo
stesso vale anche per le
malattie sessualmente
trasmissibili: ancora oggi, è
raro che le persone parlino
apertamente dei propri
problemi con le verruche
genitali e con la clamidia.
Benché si tratti di patologie
frequenti e dalle quali a volte è
difficile proteggersi, molti
ritengono che avrebbero dovuto
fare meno sesso occasionale e,
nel caso, evitare di esporre il
proprio partner al possibile
contagio. Speriamo che,
approfondendo le conoscenze
su tali infezioni, possiate
liberarvi da alcuni di questi
dolorosi sensi di colpa. Il
contagio significa, in primo
luogo, che si è usato male il
preservativo, dopodiché è
anche una questione di
sfortuna. Non c’entra niente
con la tua personale “morale
sessuale”: c’è chi va a letto
senza preservativo con
centinaia di partner e
miracolosamente sfugge alle
infezioni. E c’è chi, dopo
l’avventura di una sola notte, si
ritrova pieno di verruche
genitali. L’espressione “morale
sessuale” ci piace quanto
piaceva allo scrittore Jens
Bjørneboe, cioè per nulla.
Prima dell’arrivo delle
medicine moderne e degli
antibiotici, alcune malattie a
trasmissione sessuale
comportavano qualcosa di più
della vergogna. Erano
responsabili di patologie gravi
e, nel peggiore dei casi, della
morte. La gonorrea, per molto
tempo, è stata causa di cecità
nei bambini, contagiati dalla
madre durante il parto. In
Norvegia era talmente diffusa
che tutti i neonati ricevevano
un trattamento contro la
gonorrea sotto forma di gocce
negli occhi. Nell’opera teatrale
Spettri di Henrik Ibsen, Osvald,
un personaggio dall’animo di
artista, soffre di sifilide e alla
fine il male gli aggredisce il
cervello e il sistema nervoso
centrale. Al giorno d’oggi la
sifilide si cura con la penicillina,
in grado di guarire
completamente chi ne è
contagiato, ma nel 1881, anno
di pubblicazione della pièce di
Ibsen, non era possibile. In
passato, molte altre persone
hanno sofferto come Osvald, e
ne sono morte.
Nonostante i progressi della
medicina, le malattie
sessualmente trasmissibili
rappresentano ancora una
grande minaccia alla salute
pubblica. L’Aids è una
preoccupazione mondiale: dagli
anni Ottanta, quando questa
infezione uccideva centinaia di
migliaia di giovani uomini
omosessuali, l’Aids è rimasto un
soggetto di attualità sui media.
A buon diritto: l’Aids, o
sindrome da immunodeficienza
acquisita, è una malattia che
provoca il collasso delle difese
immunitarie, lasciando il corpo
in balia di batteri, virus e altra
robaccia. Responsabile ne è il
virus Hiv. Nel 2015, 1,1 milioni
di persone sono morte per
cause legate all’Hiv e oggi oltre
36,7 milioni convivono con il
virus. Dall’inizio dell’epidemia,
35 milioni di individui hanno
perso la vita.207 Una volta
contratto il virus, è impossibile
liberarsene; ma oggi esistono
farmaci così efficaci che le
persone infette possono
condurre una vita pressoché
normale. Se si curano in modo
corretto, inoltre, queste
persone non saranno
contagiose. I farmaci in grado
di tenere il virus sotto scacco,
dunque, esistono; purtroppo,
solo una parte del mondo può
accedervi.
Oggi in Norvegia né l’Aids né
la sifilide sono diffuse, ma sono
presenti. Nel 2015 le diagnosi
di Hiv sono state 221, mentre
nel 2014 sono state 189 le
diagnosi di sifilide.C, 208 Si
tratta di quantità relativamente
ridotte, se comparate con altre
malattie sessualmente
trasmissibili, che invece sono
molto più “popolari”. Per sapere
se si è stati infettati dalla
sifilide o dall’Hiv, si deve fare
un esame del sangue.

La malattia batterica più


diffusa in Norvegia si chiama
clamidia. Nel 2014 sono stati
eseguiti 292.772 test, dei quali
24.811 sono risultati positivi,
vale a dire non meno dell’8 per
cento!209 Un test positivo
significa che è stata riscontrata
la presenza del batterio. Nelle
fasce d’età quindici-diciannove
anni e venti-ventiquattro anni, il
numero di test positivi è
maggiore che in tutte le altre
fasce. Nel primo gruppo, le
ragazze risultate positive sono
state il 13,6 per cento contro il
16,1 dei ragazzi; mentre nei
giovani tra i venti e i
ventiquattro anni, è risultato
positivo il 10,6 per cento delle
ragazze contro il 16,3 dei
ragazzi. Si presume che le cifre
siano ben più alte, visto che
molta gente non fa il test.
La maggioranza dei pazienti
che risultano positivi sono
donne, il 60 per cento circa. Il
che non significa che le donne
siano più esposte al contagio da
clamidia, piuttosto che sono più
diligenti e vanno a fare l’esame.
Del resto, si è visto nei dati
riportati sopra (fasce di età
quindici-diciannove e venti-
ventiquattro anni) che, quando i
maschi fanno il test, la
percentuale dei casi di contagio
è più alta tra gli uomini che tra
le donne. In altre parole: ci
sono più maschi che femmine
che vanno in giro senza sapere
di avere la clamidia.
Un certo numero di ragazzi
forse conta sul fatto che siano
le ragazze a fare il test e che, in
caso di esito positivo, perfino
una ex fiamma telefonerà per
avvisare. Non sembra una
strategia molto affidabile. Si
può tranquillamente avere la
clamidia, anche se il vostro
partner sessuale è risultato
negativo. Il rischio di contagio,
a ogni rapporto, non è mai del
100 per cento, perciò entrambi i
membri della coppia
dovrebbero fare il test. Il
concorrente di Paradise Hotel
ostile ai preservativi, e tutta la
gente che la pensa come lui,
dovrebbe correggere le proprie
abitudini. Il preservativo è
sempre un’idea intelligente
quando fate sesso con un nuovo
partner, anche se avete fatto
l’esame. Non è mica detto che
l’altro sia stato altrettanto
sveglio. Certo, a volte ci si
dimentica del preservativo.
Pazienza, quel che è fatto è
fatto. Ma in quel caso è
importante, dopo, fare il test.
Ci sono due malattie
batteriche che assomigliano un
po’ alla clamidia, il micoplasma
e la gonorrea (la gonorrea è
meno diffusa in Norvegia
rispetto alla clamidia: nel 2014,
sono stati diagnosticati 682
casi; di questi, solo 119 erano
donne eterosessuali, anche se il
numero è in aumento).210 Il
preservativo, comunque, offre
una buona protezione contro
tutte e tre.
Spesso i medici di famiglia
dimenticano l’infezione da
micoplasma. È un po’ come la
sorellina minore della clamidia:
le assomiglia molto, presenta
gli stessi sintomi e,
probabilmente, le stesse
complicanze a lungo termine (ci
torneremo più avanti).
Ciononostante, a meno che il
paziente non mostri sintomi
chiari, di routine non si
prescrivono esami per il
micoplasma. E, anche in
presenza di sintomi, a molti
medici il micoplasma non viene
in mente. La cura, però, è
diversa da quella prevista per la
clamidia, perciò è importante
individuare la malattia. Se hai i
sintomi e il risultato del test
della clamidia è negativo, ti
conviene fare anche quello del
micoplasma.
I sintomi più comuni, nei casi
di clamidia, micoplasma e
gonorrea, sono perdite vaginali
alterate o più abbondanti,
bruciori legati alla minzione e
un malessere generalizzato
oppure un prurito ai genitali,
all’uretra o all’ano, a seconda di
dove è avvenuto il contagio.
Tutte e tre queste malattie
batteriche colpiscono spesso il
collo dell’utero, che s’infiamma.
La cosa rende il coito
sgradevole o doloroso e alcune
donne notano un lieve
sanguinamento durante o dopo
il rapporto, a causa della
pressione sulla cervice dolente.
In generale, bisogna sempre
stare all’erta in caso di sangue
dalla vagina, quando se ne
ignora l’origine, soprattutto se
compare durante i rapporti
sessuali. Potrebbe dipendere
dalla mestruazione o dalla
contraccezione ormonale, ma
non si può escludere
un’infezione a trasmissione
sessuale, o un’altra malattia.
Pertanto bisogna sempre
consultare il medico.
Attenzione, non tutti hanno
sintomi. Solo la metà degli
uomini infetti e un terzo delle
donne presenta i sintomi della
clamidia.211 Anche nel caso del
micoplasma, non sempre sono
presenti sintomi, e un certo
numero di persone non sviluppa
nemmeno quelli della gonorrea.
Allora, perché mai dovremmo
preoccuparci per qualcosa che
non si nota nemmeno? Be’,
innanzitutto perché le malattie
batteriche sono parecchio
contagiose. Il rischio di
infezione da clamidia in un
rapporto sessuale non protetto
è del 20 per cento.212 E inoltre
esiste il pericolo di lesioni
permanenti.
Se li si lascia fare, i batteri
sono capaci di risalire il collo
dell’utero per installarsi
nell’utero stesso e nelle tube.
Clamidia, micoplasmaD, 213 e
gonorrea possono qui provocare
un’infezione, che si chiama
salpingite. In mancanza di
trattamento, si stima che la
clamidia porti a sviluppare una
salpingite nel 10-15 per cento
dei casi.214 Il pericolo è che
l’infezione lasci cicatrici e
aderenze nelle tube, causa
frequente di sterilità, oltre che
di dolori cronici.
Quando si ha una salpingite,
spesso ci si sente male: si
hanno dolori acuti nella zona
genitale, sanguinamenti, febbre
e perdite vaginali più
abbondanti. Tipicamente, tali
dolori non diminuiscono col
tempo, anzi, aumentano. Questo
genere di disturbi va preso sul
serio e sottoposto a esame
medico al più presto, anche al
pronto soccorso.
Può anche succedere di
avere una salpingite
asintomatica, che magari si
scoprirà soltanto a qualche
anno di distanza, facendo gli
esami per l’accertamento
dell’infertilità.215 Un’evidente
ragione in più per fare dei
controlli quando si cambia
partner sessuale.
Clamidia, micoplasma e
gonorrea sono malattie
batteriche, che si curano con gli
antibiotici. Per il momento, la
maggior parte delle persone
contagiate guarisce
completamente senza
complicazioni, ma c’è una
preoccupante tendenza alle
recidive, soprattutto nel caso di
micoplasma e gonorrea. Accade
che i batteri diventino resistenti
contro alcuni tipi di antibiotici,
per cui poi c’è bisogno di
farmaci più potenti per
debellarli. Va da sé che la cosa
migliore è prevenire il contagio
usando il preservativo.
Esistono anche infezioni a
trasmissione sessuale ancora
più comuni della clamidia:
malattie virali come l’herpes e
l’Hpv. Hpv sta per virus del
papilloma umano, di cui
esistono diverse varianti.
Alcune di queste varianti sono
responsabili delle verruche
genitali o condilomi. Altre
aumentano il rischio di
carcinomi alla cervice uterina.
L’herpes è come quello che ti
viene sulle labbra quando hai la
febbre, ed è una malattia che
produce delle piccole pustole
sulla pelle.
L’herpes e il papilloma virus
si trasmettono per via cutanea o
per contatto delle mucose. Non
sappiamo con precisione quante
persone siano contagiate, ma
entrambi i virus sono molto
diffusi e accade di frequente
che i portatori non se ne
accorgano.
Il fatto che i sintomi non
siano necessariamente visibili
fa sì che a infettarti possa
essere una persona ignara di
essere contagiosa. Ciò complica
ancora di più la protezione dal
contagio. E non è nemmeno
certo che sia sufficiente il
preservativo. Per esempio, se
uno ha le verruche o l’herpes
sulla radice del pene, infetterà
la partner anche indossando il
preservativo, che non arriva a
coprire la zona contagiosa.
Contro il papilloma virus ci si
può vaccinare: i vaccini
proteggono sia dai virus che
provocano le verruche genitali
che da quelli che causano i
tumori al collo dell’utero. Le
verruche possono essere
bruciate con la crioterapia
oppure eliminate
spennellandoci sopra un
farmaco: è la stessa cura che si
applica a quelle che vengono
sotto i piedi e che si prendono
in piscina. Le verruche ai
genitali non sono pericolose e
non hanno niente a che vedere
con il cancro, di cui sono
responsabili altri papilloma
virus.
Le infezioni da Hpv spesso
scompaiono da sole, e così
anche le verruche. Però, in
alcuni soggetti, continuano a
ripresentarsi.
L’herpes, invece, è un virus
da cui non ci si libera mai. Ti
contagi una volta e il virus
resta, silente, nelle cellule
neuronali per tutta la vita. Si
manifesterà con eruzioni
periodiche, la cui durata potrà
essere limitata grazie a farmaci
ad hoc. Comunque l’herpes non
è pericoloso e, col tempo, dà
sempre meno noie.

Come proteggersi dalle


infezioni sessualmente
trasmissibili?
Il preservativo è un valido
scudo contro Hiv, micoplasma e
gonorrea. Invece l’herpes e
l’Hpv si possono trasmettere
per contatto cutaneo, quindi il
contagio è possibile in zone non
coperte dal preservativo.
Per quanto riguarda il sesso
orale, sulla vulva si può
applicare una “diga dentale”
(dental dam), il sottile strato di
lattice che usano i dentisti.
Appoggiandolo sulla vulva, si
eviterà, per esempio, il contagio
di herpes dalla bocca ai genitali
e dai genitali alla bocca. Non è
particolarmente pratico (e quasi
irreperibile), quindi poco usato.
Ma se lo vuoi provare, puoi
anche fabbricartene uno da te:
tagli la punta del preservativo,
lo apri con le forbici e lo stendi,
così da ottenere un quadrato
trasparente.
Quando è il caso di fare il test?
L’ideale è fare il test per la
clamidia ogni volta che hai
rapporti sessuali non protetti
con un partner nuovo, anche in
assenza di sintomi. Un’ottima
cosa (sia per te che per il tuo
partner) è che vi sottoponiate
alla prova al più presto, appena
avviata la relazione. È infatti
possibile che entrambi abbiate
la clamidia senza saperlo, dal
momento che può passare del
tempo prima di notare gli effetti
di un contagio già avvenuto. Se
sei asintomatica, basta andare
dal medico che farà un esame
delle urine o analizzerà
campioni prelevati dalla vagina
o dall’ano.
Se hai fatto sesso anale non
protetto, non è sicuro che si
possa rilevare la presenza del
virus, a meno che non si faccia
anche un test anale. Richiedilo
esplicitamente, in questo caso.
Se invece noti dei sintomi,
potrà essere necessario anche
un esame ginecologico. Sarà il
tuo medico a decidere. È
importante consultare un
dottore se senti bruciore al
momento di urinare, se avverti
prurito, se le perdite vaginali
hanno un aspetto diverso dal
solito, se ci sono eruzioni
cutanee o pustole sulla pelle, se
appaiono sanguinamenti
anomali o qualunque altra
reazione insolita del tuo corpo.
Non si fanno test per
l’herpes o il papilloma virus, a
meno che la paziente non
lamenti fastidi particolari.
Un esame per diagnosticare
la clamidia si considera sicuro
se viene eseguito almeno due
settimane dopo l’eventuale
esposizione al contagio. Ciò
vuol dire che puoi fare
affidamento su una risposta
negativa solamente se hai fatto
il test almeno due settimane
dopo il fatidico rapporto
sessuale. Ovviamente, puoi
testarti anche prima; così, nel
caso di un risultato positivo
precoce, sarà possibile
cominciare prima la cura. Se il
risultato è positivo prima che
siano trascorse le due
settimane, puoi stare certa di
avere la clamidia. Se invece il
risultato è negativo, non puoi
avere una certezza assoluta
finché non rifai un altro test
almeno due settimane dopo il
giorno del possibile contagio.
Questa stessa regola delle due
settimane vale anche per i test
del micoplasma e della
gonorrea.216

I rischi del sesso in vacanza


Finora abbiamo evocato una
lunga lista di malattie a
trasmissione sessuale,
mettendo l’accento sul test per
diagnosticare la clamidia. E le
altre infezioni? Alcune donne
chiedono al loro medico di
essere sottoposte a test per
tutte le patologie, ma non c’è
bisogno di farlo ogni volta
sistematicamente. Decidi
insieme al tuo medico quali
esami fare: dipenderà dai rischi
a cui ti sei esposta.
Se sei una donna
eterosessuale che vive, per
esempio, in Norvegia, e fai
l’amore solo con uomini
eterosessuali che vivono in
Norvegia, il rischio di contrarre
malattie gravi (Hiv, sifilide,
gonorrea) sarà minore di quello
a cui ti esporresti avendo un
sacco di rapporti non protetti in
vacanza in Thailandia con dei
lavoratori del sesso, va da sé.
Nella comunità eterosessuale in
Norvegia, la malattia
sessualmente trasmissibile più
comune è senza dubbio la
clamidia e di solito basta
testare quella.
Se invece hai fatto sesso non
protetto in vacanza all’estero, è
importante farlo presente al tuo
dottore. Spesso i medici si
dimenticano di chiederlo, quindi
non aspettarti che siano loro a
prendere l’iniziativa. Questo
vale anche nel caso tu abbia
avuto rapporti soltanto con
ragazzi svedesi. Infatti, non
puoi sapere con chi l’hanno
fatto loro, prima che con te, nei
loro viaggi in giro per il mondo.
Stesso discorso se hai rapporti
sessuali con qualcuno che è
appena tornato da un viaggio in
un paese in cui le Mst sono
molto diffuse. Che sia chiaro,
noi non parliamo solo della
Thailandia. A volte le malattie
sessuali sono diverse anche
negli altri paesi europei: per
esempio, molti norvegesi si
contagiano in Germania, in
Spagna, in Polonia – paesi dove
prevalgono malattie sessuali
diverse che in Norvegia.
Se hai venduto o comprato
prestazioni sessuali, sarà
necessario un esame a spettro
più ampio. Lo stesso se hai
iniettato droghe in vena o hai
avuto partner che lo fanno.
In Norvegia, la comunità più
esposta a gravi malattie a
trasmissione sessuale è quella
degli uomini che fanno sesso
con altri uomini (Msm).E
Gonorrea e sifilide sono molto
più frequenti tra gli Msm che
nella popolazione etero, di
conseguenza è davvero
imprescindibile sottoporsi ai
test per chi appartiene a questo
gruppo. È bene ricordare che
ciò vale anche per le donne che
fanno sesso con gli Msm. Se
l’ultimo uomo con cui hai avuto
un’avventura fa sesso anche
con altri maschi, il rischio di
malattia è più elevato che se
facesse sesso solo con altre
donne. Non insistiamo sugli
Msm per prenderli di mira, ma
per pure ragioni statistiche.
Si può avere più o meno
fortuna o sfortuna, facendo
sesso con le donne, con gli
uomini o con gli uomini che
fanno sesso con altri uomini.
Fare il test per le malattie più
rare non fa male a nessuno, ma
se non hai corso un rischio
particolarmente alto non c’è
bisogno che tu lo faccia ogni
volta. Esaminati spesso, verifica
tutto quanto c’è da verificare in
base ai rischi a cui ti sei esposta
e usa il preservativo il più
spesso possibile.

L’herpes: vita sessuale finita?

Delle vescichette dolorose


sulle labbra o sui genitali non
sono particolarmente gradevoli,
ma l’herpes è molto più comune
di quanto immagini. È
contagioso, fastidioso e
inespugnabile ma, grazie al
cielo, anche innocuo. Tuttavia
pare che sia la malattia
sessuale più temuta da molte
donne.
L’herpes non se ne va, ed è
questo che spaventa. Una volta
contagiata, ti tieni il virus
nell’organismo per tutta la vita.
E questo aspetto solleva molti
interrogativi. Sarò contagiosa
per sempre? Non potrò più fare
l’amore senza preservativo?
L’improvvisa apparizione
dell’herpes in una relazione di
coppia genera sospetti e
incertezze. Chi ha contagiato
chi? Il ragazzo che sta con te da
tre anni ti è stato infedele?
Ci sono molti miti
sull’herpes. E anche parecchi
malintesi. Circola molta paura,
sia tra chi è già infetto sia tra
chi teme un giorno di esserlo.
L’herpes è una malattia virale
che colpisce la pelle e le
mucose. I responsabili sono due
tipi diversi di virus (l’Hsv-1 e
l’Hsv-2). Il virus dell’herpes si
trasmette per contatto cutaneo
o delle mucose (per esempio,
con i baci o con rapporti
sessuali). E il contagio può
avvenire anche per via
indiretta: l’esempio classico è la
bimba dell’asilo che si contagia
succhiando lo stesso dinosauro
di plastica già ciucciato da altri
bimbi. Probabilmente, circa la
metà della popolazione ha avuto
l’herpes sulla bocca almeno una
volta durante l’infanzia.211
Non sappiamo quanti ne
siano infetti in totale, perché
non esiste un registro dei malati
di herpes. Ma, una volta tanto,
potremmo affermare che
praticamente tutti ce l’abbiamo.
Si stima che il 70 per cento
della popolazione norvegese sia
infetta dall’Hsv-1 e il 40 per
cento dall’Hsv-2. Si può averli
entrambi o soltanto uno. È
perfino possibile che queste
cifre siano più basse della
realtà, poiché non tutti sanno di
essere infetti, e non a tutti
appaiono per forza i sintomi.
Riflettiamo un poco su
queste cifre. Vogliono dire che è
più normale essere contagiati
che non esserlo. E pur tuttavia
sono ancora in tanti a
considerare l’herpes come la
fine del mondo. Ma, se così
fosse, almeno il 70 per cento
della popolazione norvegese
sarebbe perduta per sempre,
senza la minima possibilità di
fare ancora sesso nella vita!

Aspetta un attimo. L’herpes


labiale e quello genitale
saranno pur due malattie
diverse. E allora perché ne
parliamo come se fossero un
medesimo fenomeno?
Un’infezione sessualmente
trasmissibile non sarà mica la
stessa cosa di una piaghetta da
febbre, o no?
L’herpes in realtà è lo stesso,
indipendentemente dalla parte
del corpo in cui appare. Prima
si pensava che l’infezione da
Hsv-1 fosse più legata
all’herpes labiale, mentre quella
da Hsv-2 a quello genitale. Di
fatto, però, l’Hsv-1 può
tranquillamente provocare
un’eruzione sui genitali e l’Hsv-
2 sulle labbra, se è lì che
avviene il contagio. L’herpes
può apparire anche attorno
all’ano, sulle dita o, se sei
veramente sfortunata, in un
occhio. In genere, comunque, il
virus di tipo 1 sui genitali causa
meno sintomi, e più leggeri,
rispetto all’altro.211
In questo senso, l’herpes
genitale è anche una piaga da
febbre, e quello labiale, dal
canto suo, può essere
un’infezione a trasmissione
sessuale. Il contagio può
passare dai genitali alla bocca o
– ancora più spesso – nella
direzione inversa. La
maggioranza delle ragazze
giovani con un herpes genitale
l’ha preso tramite il sesso orale
praticato da un (o una) partner
infetto. Nell’80 per cento dei
casi, pensa un po’.
In pratica, il fatto che ci sia
tutta questa gente che ha un
herpes senza saperlo significa
che molte giovani donne
possono essere contagiate da
partner ignari di essere infetti.
Ma allora come ci si protegge?
Una volta avvenuto il
contagio, il virus può provocare
eruzioni per qualche giorno, ma
è anche possibile che non si
manifesti proprio. A quel punto
una combriccola di virus
erpetici si sposta dal punto
della pelle in cui c’è stato il
contatto, risale attraverso i
nervi e si mette a dormire in
una cellula neuronale
all’interno del corpo, come un
orso che va in letargo. E lì
rimane per sempre. Ogni tanto
esce a fare un giro lungo i nervi
fino fuori sulla pelle. Allora
compaiono nuove eruzioni, nello
stesso posto della volta
precedente, sotto forma di
piccole vesciche. Si possono
verificare perfino delle eruzioni
occulte, quando il virus è
presente sulla pelle ma la
persona non si accorge di nulla.
Un orso invisibile che si sveglia
dal letargo.
L’eruzione cutanea visibile si
annuncia con una fastidiosa
sensazione di bruciore e prurito
sulla pelle che ricopre i genitali
o le labbra. Poi appaiono le
vescicole che crescono a
grappoli, l’una sull’altra. Dopo
qualche giorno si asciugano,
trasformandosi in croste che
alla fine cadono.
La prima manifestazione di
solito è la peggiore. Prende il
nome di eruzione primaria, che
in alcuni soggetti provoca un
considerevole malessere: febbre
e dolori alla minzione a causa
del bruciore. Come in
qualunque altro caso, in
presenza di sintomi significativi
di cui ignori l’origine, dovresti
farti vedere da un medico.
L’eruzione primaria dura più a
lungo delle altre: possono
continuare a formarsi vescicole
per una o perfino due settimane
e le croste possono impiegare
altre tre, anche quattro,
settimane a cadere.211 Se ti
capita un’eruzione primaria con
questa virulenza, ti farà piacere
sapere che quella successiva
sarà meno dura – ammesso e
non concesso che ce ne sia
un’altra. Molti soggetti, infatti,
ne sperimentano solo una.
Se invece l’eruzione torna,
riappare sempre nello stesso
punto del contagio iniziale. Di
solito, la frequenza degli
episodi diminuisce con il tempo.
Nessuna medicina è in grado di
eliminare l’herpes ma, ai primi
sintomi, si possono prendere
dei farmaci per attutirli e
abbreviarli. Nei casi
particolarmente severi, con vari
episodi eruttivi all’anno, si può
somministrare un trattamento
per periodi più lunghi.
Gli episodi successivi
appaiono normalmente quando
si indeboliscono le difese
immunitarie. Per questo la
gente pensa che l’herpes sulla
bocca sia dovuto al raffreddore:
viene spesso quando si è
malate, con l’influenza, per
esempio. Anche lo stress, le
mestruazioni o l’esposizione al
sole possono provocare
un’eruzione. Così come un
contatto irritante con la pelle: le
mutande troppo strette, la
ceretta o la lametta.
Contro l’herpes non c’è
nessun vaccino, che invece
esiste contro il virus Hpv, ma in
fondo non ce n’è nemmeno
bisogno. L’herpes, in un certo
senso, funziona da vaccino
contro se stesso. Se ti è stato
trasmesso il virus una volta, per
esempio da bambina, non potrai
essere contagiata dallo stesso
virus su un’altra parte del corpo
più avanti nel corso della vita. Il
virus attiva la tua risposta
immunitaria, così da poter poi
sempre riconoscere
quell’agente patogeno e
impedirne l’insediamento in
nuove cellule neuronali. Per
questo, ogni virus ha il suo
territorio. Hai preso l’infezione
sulla bocca? Sei protetta contro
quella ai genitali, e viceversa.
Ma, come adesso ormai sai,
ci sono due tipi di virus erpetici.
Se sei stata contagiata in
passato dal virus Hsv-1, non sei
protetta dal contagio dell’Hsv-2.
Teoricamente, puoi avere
l’herpes in due posti diversi, se
si tratta di due virus diversi.
Diciamo comunque subito che
c’è un certo grado di protezione
incrociata. Se mai ti dovessi
infettare anche con il virus
numero due, probabilmente
avresti sintomi più attenuati, o
addirittura nessun sintomo.211
Dato che l’herpes funge un
po’ da vaccino, non puoi
contagiare te stessa. Se ce l’hai
ai genitali, non potrà muoversi
in altre parti del corpo.
Attenzione, però! Ciò vale solo
quando la risposta immunitaria
è attiva e, al momento
dell’eruzione primaria, questa
ci mette un po’ prima di
costruire la sua capacità di
riconoscimento del virus:
pertanto è possibile auto-
contagiarsi durante il primo
episodio erpetico. Quindi:
igiene molto scrupolosa, lavarsi
le mani una o due volte in più e,
soprattutto, mai stropicciarsi gli
occhi con le dita.
Una volta passata la prima
eruzione, non puoi più infettare
te stessa, ma puoi sempre
trasmettere il virus ad altre
persone. La domanda più
frequente a proposito
dell’herpes è: quando sono
contagiosa? Per trasmettere il
contagio, è necessario che il
virus sia presente sulla pelle o
sulla mucosa. Considerato che,
in genere, l’herpes se la dorme
latente nelle cellule nervose,
ben dentro il corpo, di solito
non si è contagiosi. Il virus,
perché tu possa trasmetterlo,
deve essere migrato dai nervi
alla pelle, cosa che accade al
momento dell’eruzione cutanea.
L’apice della contagiosità si
verifica una settimana prima
della manifestazione, perché è
allora che i virus si concentrano
sulla pelle. Le vesciche sono
colme di virus. Un’ottima idea
sarebbe evitare i rapporti
sessuali quando si nota che
l’herpes sta per arrivare, cosa
di cui spesso ci si rende conto
con vari giorni di anticipo. Ma è
chiaro che non sarà sempre
facile sapere con certezza, con
una settimana di anticipo, che il
virus è in cammino.
E poi, abbiamo anche gli
episodi asintomatici. Il virus
può vagare sulla pelle senza che
tu ti renda conto di nulla e in
assenza di vesciche. Sei
contagiosa lo stesso. In pratica,
tutto ciò significa che
generalmente non sei
contagiosa, però lo puoi
diventare in qualunque
momento. Non avrai mai la
certezza di non esserlo.
Madonna, che disastro, starai
pensando. Mettiamolo pure
nero su bianco: è assolutamente
impossibile essere sicuri di non
contagiare nessuno. È proprio
questo che rende l’herpes così
problematico. Ma non tiriamo
conclusioni affrettate.
Mettiamo che tu abbia l’Hsv-
1 ai genitali e desideri fare
l’amore con una persona nuova.
Esiste il 70 per cento di
possibilità che questa sia già
infetta, e pertanto protetta dal
contagio, senza saperlo. E già
così il rischio si riduce
drasticamente. Se poi il partner
in questione ha già avuto un
herpes labiale, puoi essere
quasi totalmente certa di non
poterlo/a contagiare, dato che
in genere la febbre sulle labbra
è dovuta all’Hsv-1. Se il tuo
partner è già stato infettato
dall’Hsv-1, lui o lei sarà protetto
da un nuovo potenziale
contagio.
Un altro modo di vedere il
problema è pensare che, prima
o poi, tocca a tutti. Se non sei tu
a contagiarlo, lo farà qualcun
altro più avanti. L’herpes è
innocuo e molti di quelli che lo
prendono non ne risentono
minimamente.
In chiusura, vogliamo parlare
di un aspetto importante:
l’herpes nel rapporto di coppia.
Mettiamo che né tu né il tuo
compagno abbiate mai avuto
vescicole erpetiche. Né sulla
bocca né sui genitali. Siete
insieme da tre anni e tutto va
meravigliosamente bene. Ed
ecco che, un bel giorno, ti viene
un’eruzione pruriginosa e
purulenta sulla vulva, e pensi al
peggio. Dal momento che tu
non sei stata con nessun altro,
be’, allora ci sarà andato lui con
un’altra.
Adesso però sai che non
necessariamente si è
consapevoli di avere l’herpes.
Non sempre le vescicole si
manifestano. È perfettamente
possibile che tu sia stata
contagiata da una “febbre” non
visibile del tuo fidanzato.
Insomma, non è detto che ci sia
di mezzo l’infedeltà! L’herpes è
diffuso. E non sempre si sa di
averlo. Abbiamo visto più di una
storia d’amore sfasciarsi a
seguito di qualche pustoletta di
herpes. Certo, l’infedeltà è
possibile, ma la prova non è
l’herpes! Se non hai altri motivi
di dubitare del tuo fidanzato,
non lasciare che sia l’herpes a
insinuarti il dubbio.
È necessario senso di
responsabilità per non
trasmettere ai propri partner
infezioni sessuali: se vi
dimostrerete prudenti in caso di
clamidia, saremo le prime a
rallegrarci. Ma se si tratta
dell’herpes, le preoccupazioni
sono esagerate. È sbagliato
temere il sesso a causa
dell’herpes. L’herpes non è
l’Hiv, benché si tratti, in
entrambi i casi, di virus di cui
non ci si sbarazza. È
assolutamente innocuo. Non
crollerà il mondo, se sarai
infettata dall’herpes genitale.
Sarai in compagnia, in
numerosissima compagnia. È
altamente probabile che il tuo
herpes ti causerà ben pochi
fastidi nel corso della vita. E se
anche dovessi averne qualcuno,
è altrettanto probabile che si
attenueranno con il tempo. Se
poi, invece, dovessi essere tra
quei pochissimi sfortunati a cui
toccano episodi erpetici
frequenti, esistono cure per
stare meglio.
Prurito e cattivi odori: i disturbi
inevitabili

C’è fermento in mezzo alle


gambe. Ci sono arrossamenti,
c’è un odore strano oppure
prude tanto da non riuscire a
dormire la notte. Infezione da
funghi e vaginosi batterica sono
disturbi ginecologici comuni,
non dovuti a malattie
sessualmente trasmissibili. La
maggior parte delle donne sono
colpite dall’una o dall’altra, se
non da entrambe, nel corso
della vita. Queste due patologie
sono innocue, ma possono
essere estremamente fastidiose.
Dato che probabilmente avrai a
che fare con entrambi i
problemi, vale la pena saperne
un po’ di più.
I microrganismi, come i
batteri e i funghi, in genere
evocano associazioni di idee
negative e una gran voglia di
sapone e disinfettanti. Chi non
ha mai sentito dire come sono
veloci i batteri a formarsi su
uno strofinaccio da cucina o
non ha mai visto i funghi
diffondersi sulla parete di una
cantina umida? Fa venire i
brividi. Eppure non tutti i
microrganismi sono dannosi.
Alcuni batteri, come quelli
intestinali, che collaborano alla
digestione, sono assolutamente
necessari alla nostra vita.
Abbiamo in corpo dieci volte più
batteri che cellule, ma ciò non
significa che siamo malati.
Le mucose della vulva e della
vagina sono ricoperte da
microrganismi che formano la
cosiddetta flora genitale
normale. Questa aiuta a
mantenere la vagina sana,
fiancheggiando il sistema
immunitario nella lotta contro i
microrganismi esterni e
mantenendo l’equilibrio
dell’ambiente. Come forse
ricordi, la vagina si lava da sola,
e l’uso del sapone, soprattutto
internamente, elimina la
protezione genitale naturale.
La flora vaginale normale
varia a seconda della fase della
vita in cui ti trovi. Prima della
pubertà e dopo la menopausa,
essa consiste essenzialmente di
batteri della pelle e
dell’intestino. Nell’età fertile,
invece, il tuo corpo è sotto
l’influenza degli estrogeni, i
quali ispessiscono le mucose e
le rendono attive, così che la
flora nella zona vaginale
diventa caratteristica,
distinguendosi da quella di altre
parti del corpo.
La flora normale delle donne
fertili consiste perlopiù di
batteri dell’acido lattico, la cui
alimentazione e sopravvivenza
dipende dall’estrogeno. Questi
batteri producono un siero che
ricorda quello degli yogurt.
L’acido lattico favorisce un pH
basso in vagina, circa del 4,5,
producendo un ambiente ostile
per i batteri nocivi. Ma in
vagina ci sono ancora molti altri
batteri, alcuni funghi e qualche
virus.211 Tutti questi
microrganismi si battono, in un
piccolo spazio, per il vitto e
l’alloggio, ed essendo così tanti
e così diversi, nessuno di loro
ha mai il sopravvento sugli altri.
Grazie alle difese immunitarie,
si controllano e si rispettano a
vicenda. Ma non appena la flora
protettrice perde il proprio
equilibrio, arriva il momento
delle infezioni.

Le infezioni da funghi in vagina


Cominciamo con le micosi.
La Candida albicans è un lievito
che un certo numero di donne
ospita nel retto; da lì può
migrare verso la vagina,
soprattutto se vi trova
condizioni favorevoli per il
proprio sviluppo. La Candida
albicans è presente nella flora
vaginale di circa il 20 per cento
delle donne217 e di circa il 50
per cento di quelle incinte218
(forse perché la candida adora
l’estrogeno e il corpo gravido
ne è ricolmo). È all’origine della
stragrande maggioranza di
infezioni da funghi.
Ma aspettate un momento:
abbiamo detto lievito? Come
quello del pane e delle torte?
Più o meno! Non è esattamente
lo stesso tipo di lievito che usa
il fornaio, ma ci somiglia. Nel
novembre del 2015, una signora
affetta da micosi ha prelevato
dei funghi dalla propria vagina
per preparare il lievito madre,
causando grande scalpore su
internet.219 Il trucco stava nel
raccogliere un po’ di secrezione
con l’aiuto di un vibratore. Il
lievito madre ha superato la
prova e lei ci ha cotto una
pagnotta, che ha mangiato e
che, a suo dire, non era niente
male.
Se fai parte di quel 20 per
cento di donne che hanno
funghi in vagina, ciò non vuol
dire che tu abbia un’infezione
da funghi, una micosi o
candidosi, che sono
infiammazioni della mucosa. Se
ne avessi una, te ne
accorgeresti.
L’infezione micotica può
interessare sia l’interno della
vagina che le piccole labbra
all’esterno. Il prurito può essere
intenso, e alcune donne sentono
irritazione e bruciore. Di
conseguenza, i rapporti sessuali
sono dolorosi o si sente male
quando si fa la pipì. La mucosa
infetta diventa rossa e gonfia.
Alcune donne hanno perdite
biancastre e grumose, simili a
formaggio fresco, mentre in
altre la secrezione è fluida.
A volte, il partner maschile di
una donna con micosi vaginale
accusa prurito e bruciore al
pene. Ciononostante, ci teniamo
a sottolineare che le micosi non
sono infezioni a trasmissione
sessuale. Puoi fare l’amore,
anche se hai una micosi e anche
se sei sotto trattamento
antimicotico. In genere, i
disturbi dell’uomo non
richiedono di essere curati. È
sufficiente che del fungo ti
liberi tu, perché ne sia libero
anche lui.
Dato che le micosi sono
molto comuni, in farmacia si
trovano buoni medicamenti
senza bisogno di ricetta. Ci
sono creme, ovuli da inserire in
vagina oppure pasticche per via
orale. Se usi l’ovulo, introducilo
la sera prima di coricarti, in
modo che agisca durante la
notte, altrimenti tende a
sciogliersi rapidamente e
scivolare fuori sulle mutande.
La crema va spalmata, con uno
strato sottile, sulle piccole
labbra, dalla clitoride fino
all’ano. Meglio evitare gli ovuli
se stai mestruando: non perché
sia pericoloso, ma
semplicemente perché il sangue
li trascinerebbe via.
Il fatto che le medicine siano
di così facile accesso favorisce
l’automedicazione. E a volte le
donne hanno la tendenza a
prendere un po’ troppo
rapidamente un’infezione per
una micosi, tanto i sintomi si
somigliano.
Non tutto ciò che pizzica è
un fungo! Se hai prurito in
mezzo alle gambe, le
probabilità che si tratti di una
micosi sono solo del 50 per
cento.217 Ci sono diversi
disturbi genitali che si
somigliano. Pertanto
raccomandiamo alle donne che
notano dei nuovi sintomi di
consultare un medico. Prurito e
variazioni della secrezione
vaginale sono segnali vaghi,
attribuibili a qualunque causa,
per esempio a un’infezione
sessualmente trasmissibile,
come gonorrea o clamidia, cose
che è sempre meglio scoprire il
prima possibile. Questi sintomi
sono frequenti anche nel caso di
eczemi o stati d’irritazione
genitale in reazione alla
presenza di resti di detersivo
nel tessuto delle mutande o
all’uso di sapone o salviettine
intime profumate.
Le donne non sembrano
essere molto brave a
distinguere tra i funghi e altre
affezioni ai genitali. La loro
diagnosi di micosi è corretta
solo una volta su tre.220 Con il
ricorso sistematico
all’automedicazione, piuttosto
che alla visita medica, si
rischiano cure inutili e
inadeguate. L’uso non
necessario di fungicidi può
anche ritardare la scoperta del
vero problema, causando così la
comparsa di nuovi disturbi.
Anzi, un gran consumo di
antimicotici provoca di per sé
un’irritazione delle mucose, che
può far pensare a una micosi. In
altre parole, è sempre bene fare
un salto dal medico per
assicurarsi che si tratti davvero
di micosi.
Una volta accertata la
diagnosi di micosi e iniziata la
cura, è importante seguire le
raccomandazioni del medico o
del farmacista. Anche dopo la
scomparsa dei sintomi, si deve
continuare il trattamento fino
alla fine. Prosegui con la crema
almeno due giorni dopo che i
sintomi sono spariti, altrimenti
il fungo tornerà facilmente. Se
interrompi la terapia prima del
tempo, rischi di lasciare un po’
di terreno al nemico, che può
farsi vivo di nuovo non appena
smetti.
Le micosi sono comuni.
Sappiamo che tre donne su
quattro ne hanno nel corso
della loro vita. Ma qual è la
causa? In realtà non è facile da
individuare. Conosciamo vari
fattori che possono predisporre
all’infezione. Sappiamo che
molte donne le contraggono
dopo aver assunto antibiotici
oppure se si lavano troppo i
genitali: sapone e antibiotici
concorrono a rimuovere la flora
normale che mantiene sana la
zona. Sappiamo anche che gli
estrogeni svolgono un ruolo.
Raramente le bambine prima
del menarca e le signore dopo
la menopausa hanno problemi
legati ai funghi, perché i loro
genitali non subiscono l’effetto
degli ormoni sessuali. Le donne
incinte, invece, hanno micosi a
ripetizione. È noto, infine, che i
funghi compaiono in momenti
precisi del ciclo mestruale: la
micosi arriva solitamente prima
del mestruo, al contrario della
vaginosi batterica, su cui
torneremo presto.
Le donne diabetiche sono
particolarmente a rischio, in
special modo quelle con un
cattivo controllo degli zuccheri
nel sangue. Si è visto anche che
nelle ragazze giovani il
problema insorge con maggiore
frequenza dopo il loro debutto
sessuale e che le più esposte
sono quelle che hanno rapporti
varie volte al mese.
Alcune donne lamentano
fastidi di lunga durata legati
alle micosi, che praticamente
non passano mai del tutto. Può
essere parecchio invalidante.
Dal 3 al 5 per cento delle donne
soffrono di più di quattro
infezioni da funghi all’anno.217
Se è un problema anche per te,
devi rivolgerti a un medico,
perché potresti avere bisogno
di esami più approfonditi e di
farmaci più potenti di quelli che
sono disponibili senza ricetta.
Purtroppo non è stato
trovato alcun metodo efficace
per prevenire i funghi. Troverai,
comunque, una gran varietà di
rimedi della nonna sia su
internet che negli ambulatori.
Un consiglio frequente è di
fornire alla vagina lattobacilli,
sotto forma di compresse
oppure mangiando molto
yogurt. Non è mai stata
dimostrata l’efficacia di tale
cura: potrebbero essere soldi
buttati via, a meno che non ti
piaccia molto questo tipo di
latticini.221
Poiché i funghi amano il
caldo umido, si raccomanda in
generale di limitare al minimo
l’umidità nell’area genitale.
Pertanto: evita la biancheria
intima di fibra sintetica e i
pantaloni aderenti, così come i
salvaslip, da usare solo se
strettamente necessario,
indossa mutande di cotone
affinché la pelle respiri meglio e
dormi nuda, in modo da dare
aria ai genitali. Nessuno di
questi consigli si fonda su una
documentazione scientifica, ma
vale la pena provare. In fondo è
gratis e senza effetti collaterali.

La vaginosi batterica
Passiamo ora a un disturbo
genitale anch’esso
estremamente diffuso, cioè la
vaginosi batterica (o Vb). Forse,
talvolta, avrai sentito qualche
battutina che paragonava i
genitali al pesce. Sagra del
gamberetto o no, la verità è che
un organo sessuale sano non
puzza di pesce. Se invece
puzza, la vaginosi batterica è
spesso la responsabile.
Questa patologia è dovuta a
uno squilibrio della normale
flora vaginale. Diminuiscono i
lattobacilli, che hanno funzione
protettiva, mentre proliferano
altri batteri, che invece causano
guai. In caso di vaginosi
batterica, la vagina perde un
po’ della sua acidità, diventa
cioè più basica. Per questo, se
lamenti fastidi, il medico può
misurare il pH della vagina:
serve a capire se hai la Vb.
Responsabile della vaginosi
batterica non è un solo tipo di
batteri, bensì un vero e proprio
cocktail. Avere batteri nella
vagina è normale, come
abbiamo visto: il problema
nasce quando cambiano sede o
diventano troppi.
La maggior parte degli
esperti ritiene che solo le donne
che hanno avuto relazioni
sessuali possano avere una Vb,
che il rischio aumenti con il
numero dei partner e che
diminuisca usando il
preservativo. Ciò vale sia per le
donne che fanno sesso con altre
donne sia per quelle che fanno
sesso con gli uomini. Quanti più
partner, tanta più Vb.217 Si
potrebbe quindi pensare che
alcuni di questi batteri
provengano dal partner, e pur
tuttavia la Vb non è considerata
una malattia a trasmissione
sessuale. Ricorda che sono
molti e diversi i microbi che
concorrono a originare la Vb,
non si tratta di un solo batterio
contagioso e nocivo, come nel
caso della clamidia; piuttosto si
può immaginare la Vb come un
misto della tua normale flora
con i batteri di altre persone, la
cui composizione è un po’
diversa rispetto alla tua. E,
ovviamente, quanti più cuochi
in cucina, tante più pentole
rovesciate.
Anche le donne che non
hanno partner plurimi possono
prendere la vaginosi, a
condizione che facciano sesso.
La Vb si considera innocua,
pertanto non c’è motivo di
proteggere, con il preservativo,
il compagno fisso dal contagio o
di astenersi dal sesso durante la
cura. Per contro, è preferibile
usare il preservativo quando si
hanno diversi partner: ma non
per proteggersi dalla vaginosi,
bensì da tutte le malattie a
trasmissione sessuale.
Oltre al caratteristico odore
di pesce marcio, le donne con la
vaginosi batterica hanno
perdite più abbondanti del
solito. Capita frequentemente di
avere un flusso grigiastro molto
liquido e di doversi cambiare le
mutande varie volte al giorno.
L’odore può essere così forte da
attraversare i vestiti.
Molte donne notano l’odore
di pesce solo sporadicamente,
oppure dopo un rapporto
vaginale, o ancora durante e
dopo la mestruazione. Significa
che sesso e mestruazioni
favoriscono la vaginosi? No, ma
se hai una Vb, mestruo e
sperma possono accentuarne i
sintomi.
Infatti, l’odore si potenzia
quanto più basico è l’ambiente
nei genitali. In altre parole,
puzza di più quando i
lattobacilli sono meno numerosi
o quando sostanze basiche
entrano in vagina. Dato che il
sangue e lo sperma sono più
basici dell’ambiente vaginale
normale, rafforzano il famoso
odore di pesce. Se lo senti dopo
le mestruazioni o dopo il sesso,
può voler dire che hai una Vb
senza sintomi evidenti, i quali
aumentano quando l’ambiente
perde acidità.
Una vaginosi batterica
sembrerebbe facile da
identificare, eppure,
esattamente come con i funghi,
non è detto che tu riesca a
riconoscerla in base ai sintomi.
Le donne con Vb hanno prurito
e altri disturbi che ricordano
una micosi. Le perdite sono un
elemento comune a varie
infezioni sessualmente
trasmissibili, e poi ricorda
anche che è possibile avere più
di un’affezione alla volta! Non è
facile distinguere le patologie
genitali l’una dall’altra. Morale
della favola: se noti delle
anomalie, bisogna farsi vedere
dal medico. Secrezioni insolite,
pruriti, bruciori? Prendi un
appuntamento!
Quando si sente un cattivo
odore, viene spontaneo pensare
che i genitali siano sporchi.
Invece non è così: cercando di
liberarvi del problema tramite
lavaggi, peggiorerete la
situazione, poiché porterete via
i batteri buoni che mantengono
acido l’ambiente. La Vb può
anche andarsene da sola, ma la
cosa migliore è rivolgersi a un
medico perché se ne occupi lui.
Dato che la vaginosi è batterica,
bisognerà prendere degli
antibiotici. È possibile integrare
la cura con ovuli vaginali a base
di lattobacilli, per favorire la
creazione di un ambiente
favorevole. Nessuna ricerca
scientifica ha però dimostrato
l’efficacia di questo
trattamento.

Che male fare pipì

Non a caso le infezioni


urinarie vengono spesso
descritte come “pisciare filo
spinato”. Sono veramente una
brutta faccenda e le donne vi
sono particolarmente esposte.
Ciò dipende da due cose:
primo, dal nostro condotto
urinario che è corto, e secondo,
dalla localizzazione dell’orifizio
uretrale vicino all’ano. I batteri
del retto funzionano al meglio
quando restano al loro posto.
Però sono difficili da tenere a
bada: a volte si arrampicano fin
dentro il meato urinario e da lì
risalgono, attraverso le mucose
interne dell’uretra, fino alla
vescica. Questo viaggio provoca
un’infezione.
Un’infezione urinaria (o
cistite) si nota quando si fa la
pipì. Brucia, punge e si ha
l’impressione che stia uscendo
del filo spinato. Soprattutto alla
fine, quando la vescica si svuota
completamente e le pareti si
toccano. Il bisogno di urinare è
frequente, ma ne verrà fuori
poca alla volta. Accade anche
che l’urina abbia un odore
strano, oppure che vi siano
tracce di sangue.
L’assoluta maggioranza delle
cistiti tra le donne giovani (fino
al 95 per cento) sono dette “non
complicate”.222 Significa che
l’infezione è considerata poco
grave e che richiede una cura
semplice, oppure nessuna cura
del tutto. In passato, tutte le
infezioni del tratto urinario
erano trattate con antibiotici,
perché si pensava che
l’infezione sarebbe risalita fino
ai reni provocando
complicazioni più serie, ma si è
visto che non è necessario: la
maggior parte delle infezioni
delle vie urinarie guarisce
spontaneamente, senza
antibiotici. Basta lasciar
passare qualche giorno e, se
necessario, prendere un
analgesico.
Ovviamente, si deve sempre
stare attente che i sintomi non
peggiorino. Se sale la febbre e i
dolori si aggravano (soprattutto
se si spostano in su verso la
schiena), bisogna andare
immediatamente da un medico,
o anche a un pronto soccorso.
Potrebbe voler dire che i batteri
hanno causato un’infezione
renale che, nel peggiore dei
casi, può provocare danni
irreversibili al rene.
Per le donne incinte, ogni
cistite va presa sul serio. In
quel caso, viene considerata
sempre complicata e trattata
con antibiotici. Le infezioni
urinarie sono considerate
complicate anche quando si
ripetono con frequenza: bisogna
allora indagare meglio per
individuare il tipo di batteri
responsabile e scoprire se
esista una patologia sottostante
che favorisce l’insorgenza
dell’infezione. Detto questo, ci
sono molte donne che hanno
continue cistiti senza che si
sappia bene il perché. Si
sospetta che le loro difese
immunitarie siano lievemente
diverse a livello delle mucose
delle vie urinarie, così che i
batteri vi si diffondono più
facilmente.
Numerose donne cercano
disperatamente dei metodi per
evitare le infezioni urinarie. Il
succo (o le pasticche) di mirtillo
rosso sono un rimedio naturale
che è stato adoperato per
secoli: tali bacche contengono
una sostanza che pare impedire
ai batteri di insediarsi nelle
mucose vescicali. Segnaliamo
però uno studio del celebre
Cochrane Institute in cui si
sostiene che il mirtillo rosso
non avrebbe nessun effetto
preventivo.223 Una volta ancora:
se vi piace il succo di mirtillo,
niente vi impedisce di provare.
Non ci sono controindicazioni.
Altri consigli: bere molta acqua
per mantenere l’uretra pulita,
svuotare la vescica non appena
vi viene voglia di urinare e,
ovviamente, pulirsi sempre con
un movimento dall’avanti verso
il retro quando andate al
gabinetto.
Quel che è certo è che i
rapporti sessuali aumentano il
rischio di cistite. Durante il
rapporto, spesso si crea
parecchia umidità nell’area
genitale, i batteri si muovono
con facilità da un posto all’altro
e gli strofinamenti di un sesso
contro l’altro rischiano di
spingerli verso l’orifizio
sbagliato. Nelle donne sotto i
trent’anni, il rischio di
contrarre un’infezione alle vie
urinarie è sessanta volte
maggiore nei primi due giorni
successivi a un rapporto
sessuale.222
Un ben noto consiglio è di
fare pipì dopo il sesso, per
ridurre la probabilità di
ritrovarsi con un fastidioso
bruciore. È un ottimo
suggerimento. Urinando dopo il
rapporto, si evacuano eventuali
batteri intestinali che possono
essersi intrufolati nell’uretra,
così da liberarsene prima che
facciano in tempo a invadere le
mucose e combinare guai.
Un’infezione urinaria non è
una malattia a trasmissione
sessuale, si tratta
semplicemente di batteri
intestinali finiti nel posto
sbagliato. Però anche la
clamidia, la gonorrea e il
micoplasma provocano spesso
bruciori durante la minzione.
Pertanto ci vuole un po’ di
attenzione. I batteri non si
comportano tutti nello stesso
modo: contrariamente ai batteri
intestinali, quelli sessualmente
trasmissibili stanno a loro agio
nell’uretra, ma non nella
vescica. Quando si ha una Mst,
inoltre, non si nota il tipico
dolore a fine zampillo. È anche
meno comune il bisogno di
urinare frequentemente.
Tuttavia riconoscere la
differenza da sole non è facile:
un’infezione urinaria può
somigliare alla clamidia e una
clamidia può somigliare a
un’infezione urinaria. Se sei
particolarmente sfortunata, può
anche capitare di averle
entrambe.

Plin, plin, plin: tutto sulle


perdite di urina
Non è particolarmente
simpatico ritrovarsi al
supermercato a fare scorte di
pannolini Tena Lady, quando hai
diciannove anni e non hai mai
avuto figli. Eppure, non sono
solo le signore anziane e quelle
che hanno partorito tante volte
a soffrire di incontinenza
urinaria. Si tratta di un
problema ginecologico diffuso.
L’età, il numero dei parti, un
alto indice di materia grassa
sono i maggiori fattori di
rischio. Più le donne
invecchiano, più ne sono
interessate. Per questa ragione,
è inconsueto soffrire di
incontinenze urinarie prima di
avere partorito, ma in realtà vi
si può essere esposte a ogni età.
È difficile stabilire quante
siano le donne che ne soffrono.
Le cifre variano da uno studio
all’altro, ma si ritiene che meno
della metà delle donne
incontinenti consulti un medico,
cosa che ci fa sospettare
esistano molti casi
sommersi.224Una ricerca
condotta su donne norvegesi ha
mostrato che il 30 per cento
aveva problemi di controllo
vescicale,225 mentre un’altra
ricerca su un campione di madri
a tre mesi dal parto ha rivelato
che il fenomeno riguardava il
20-30 per cento.226 Numerosi
studi realizzati in paesi stranieri
danno risultati che vanno dal 10
al 60 per cento, a seconda della
gravità delle perdite
considerate.225
Abbiamo ancora meno dati
sulle ragazze giovani e senza
figli, e le cifre disponibili
presentano variazioni molto
ampie. Una ricerca che
prendeva in esame donne
australiane non ancora madri,
tra i sedici e i trent’anni, ha
concluso che il 12,6 per cento
di loro soffriva di incontinenza
urinaria.227 Di contro, uno
studio svedese ha ottenuto
risultati molto diversi: solo il 3
per cento delle donne tra i venti
e i ventinove anni lamentava
perdite di urina.228
Qualunque sia il dato che più
si avvicina alla verità, possiamo
dire che anche le donne giovani
e senza figli possono soffrire di
incontinenze urinarie.
Ci sono diverse maniere di
essere incontinenti:
distinguiamo l’incontinenza da
sforzo da quella da urgenza,
oltre a un terzo tipo di
incontinenza, risultante dalla
combinazione dei due
precedenti.
L’incontinenza da sforzo è la
più frequente e riguarda circa il
50 per cento dei soggetti affetti
da perdite urinarie.225 Quando
qualcosa esercita pressione
sull’addome, per esempio se si
starnutisce, si ride, si fa un
salto o una corsa e via dicendo,
si perdono gocce di pipì.
Mettendo a confronto i due tipi
di incontinenza, qui si tratta
perlopiù solo di un gocciolio,
però il livello di gravità è molto
variabile, così come la
frequenza e la quantità delle
perdite.
L’incontinenza da urgenza si
manifesta con un bisogno
impellente. Le donne che ne
soffrono avvertono un
improvviso e imperativo
impulso a fare pipì, subito,
seguito da una fuoriuscita
importante di urina. Il 10-15
per cento dei casi di
incontinenza si colloca in
questa seconda tipologia.229 In
generale si tratta di donne con
una vescica iperattiva, cioè che
sentono frequentemente il
bisogno di urinare senza che
necessariamente vi siano
perdite. Fanno la pipì più
spesso rispetto alle altre e
molte volte si alzano di notte
per farla.229
Una quantità variabile tra il
35 e il 50 per cento delle donne
con incontinenza urinaria soffre
del tipo misto, cioè sia da sforzo
che da urgenza. A volte perdono
gocce di urina quando
starnutiscono o saltano, altre
volte è il bisogno impellente che
provoca la fuoriuscita di una
quantità più importante.
I problemi di controllo
vescicale possono avere cause
diverse. Se bevi più acqua del
necessario, forse sarà meglio
ridurla. Si crede che bere tanta
acqua sia di per sé sano, ma in
realtà non hai bisogno di più di
due litri al giorno, a meno che
tu non faccia parecchio sport o
ti trovi in zone dal clima molto
caldo. Una parte di
quest’acqua, inoltre, viene
ingerita attraverso il cibo.
Potrebbe essere una buona idea
anche diminuire la quantità di
bevande diuretiche, tipo tè e
caffè.
A volte le perdite di urina
possono essere il sintomo di
altre malattie: un’infezione alle
vie urinarie oppure certe
patologie neurologiche che
causano l’incapacità di
controllare la vescica. Quindi,
se le perdite di urina non sono
cominciate dopo un parto o
dopo che ti sei messa a bere
cinque litri di acqua al giorno,
converrà parlarne con il tuo
medico. Ti aiuterà a trovare una
soluzione.
Se hai delle perdite urinarie,
non significa che sei destinata a
vestire pantaloni neri per
nasconderle o a rinunciare a
sane corse e risate per il resto
della vita. Per fortuna, esistono
alcune soluzioni. Il primo
tentativo che si fa per mettere
fine al problema richiede un po’
di buona volontà: l’incontinenza
da sforzo è spesso dovuta a una
muscolatura pelvica troppo
debole, per esempio perché è
stata sottoposta alle fatiche del
parto. I muscoli pelvici sono
proprio quelli che si usano per
interrompere un getto di urina
o per stringere la vagina. Se
allenati, ti aiuteranno a evitare
perdite involontarie quando la
pancia si comprime. Ci sono
vari modi per tenerli in forma,
ma in sostanza si tratta di
stringerli a intervalli regolari,
così come fai con qualunque
altro muscolo in palestra. Molte
donne si affidano al medico o al
fisioterapista. Esistono
programmi di allenamento
specifici, e perfino delle app
pensate apposta per esercitare
il pavimento pelvico. Puoi
provare anche con le palline da
geisha o con altri strumenti
simili. Lo scopo delle palline è
usare la muscolatura per
trattenerle il più a lungo
possibile nella vagina.
Qualunque sia il metodo che
scegli, con il tempo potresti
notare che i muscoli si
rinforzano e le perdite
diminuiscono.
Gli esercizi per il pavimento
pelvico porteranno un certo
beneficio anche alle donne che
soffrono di incontinenza da
urgenza, benché nel loro caso
giochi un ruolo più importante
quello che chiamiamo
“allenamento della vescica”.
Nelle incontinenze da urgenza,
infatti, il problema non sta tanto
nella muscolatura pelvica,
quanto nei muscoli della vescica
che si contraggono nel
momento sbagliato, senza che li
si possa controllare. È per
questo che spesso il volume
delle perdite è così grande. La
rieducazione della vescica
consiste nell’imparare a urinare
meno frequentemente. L’idea è
seguire un orario, invece che un
impulso: puoi cominciare, per
esempio, concedendoti il
permesso di fare pipì ogni ora.
Se ti assale un bisogno
improvviso tra le due ore
consentite, non devi andare in
bagno, la devi trattenere. A
poco a poco, aumenterai
l’intervallo di tempo, e passerai
a due, tre, quattro ore, e così
via. A lungo termine, questo
esercizio aiuta a ridurre
l’incontinenza da urgenza.
In alcuni casi, bisogna
ricorrere ai farmaci o alla
chirurgia. Per alcune donne un
semplice intervento in day
hospital segnerà l’inizio di una
nuova vita, per altre basterà un
po’ di allenamento. Il rimedio
più adatto a te dipende da
quello che desideri tu e dalla
gravità del disturbo.
Emorroidi e marische

Se dai un’occhiata al tuo ano,


noterai che è rugoso. È la
ragione per cui viene a volte
paragonato al nodo di un
palloncino: le grinze si formano
perché gli sfinteri stringono
l’orifizio. L’ano deve potersi
allargare molto e il diametro
completo si nasconde come in
una specie di gonna a pieghe.
Normalmente le pieghe sono
distribuite uniformemente
attorno al foro, creando così
una superficie relativamente
piatta. Lo sbigottimento quindi
può essere grande quando di
colpo scopri un elemento nuovo
che spunta fuori dall’ano e
attira l’attenzione su un orifizio
di cui preferiremmo
dimenticare l’esistenza. È
altamente probabile che si tratti
di marische o di emorroidi.
Niente panico, sono entrambe
benigne.
Le emorroidi sono un
problema molto diffuso, sia tra
le donne che tra gli uomini.
Circa un terzo della popolazione
adulta ne soffre, ma
tendenzialmente non se ne
parla a tavola.230
Un’emorroide è un nodo
venoso nel sedere, con l’aspetto
di un rigonfiamento violaceo a
forma di palloncino. Quasi
sempre si riesce a rimetterla al
suo posto con un dito (a
differenza delle marische), ma
poi risbuca fuori quando vai al
bagno o quando ti pieghi.
Spesso le emorroidi prudono e
fanno male. A volte, invece,
l’unico sintomo può essere
qualche piccola macchia di
sangue sulla carta igienica, dal
momento che si tratta, per
l’appunto, di una vena che si
rompe. Di norma le vene sono
mantenute in posizione attorno
allo sfintere anale da tessuti
connettivi e mucose, e quindi
nemmeno le vediamo. Ma con
l’età, le strutture di sostegno
tendono ad afflosciarsi; di
conseguenza, una pressione
maggiore sul bacino – per
esempio se si spinge con forza
sul gabinetto, se si sollevano
pesi o in caso di gravidanza o di
parto – fa sì che una porzione
della vena venga spinta fuori
dalla sua posizione naturale,
come un attorcigliamento nella
canna per innaffiare il giardino.
Ci vuole un attimo perché si
crei un eccesso di pressione
attorno al nodulo, e così il
sangue si accumula, formando
un piccolo palloncino a cui
diamo il nome di emorroide.
Le emorroidi attorno all’ano
non sono pericolose, ma
possono essere molto fastidiose.
Ai vasi sanguigni non piace
essere manomessi in questo
modo ed è facile che attorno
alle dilatazioni varicose si
producano infezioni. Appaiono
allora un po’ di muco, dolori,
pruriti; a volte il solo fatto di
sedersi, per non parlare di
andare in bagno, provoca
sofferenza. In alcuni casi vi
sono sanguinamenti, moderati o
anche abbondanti.
Per fortuna, esistono dei
rimedi. La cosa più importante,
anche se può sembrare banale,
è acquisire corrette abitudini
per andare di corpo. Bevi acqua
a sufficienza per mantenere le
feci morbide e vai in bagno solo
quando ne senti un chiaro
bisogno, così eviti di dover
spingere. Ti consigliamo inoltre
di lasciare il giornale sul tavolo
della cucina: più tempo stai
seduta sul water, più aumenta
la pressione attorno alle
emorroidi e il rischio di
aggravarne i sintomi. Spesso è
sufficiente una buona igiene
intestinale perché le emorroidi
rientrino da sé. È bene anche
rimetterle a posto con un dito,
quando escono fuori, così che
abbiano modo di ritrovare la
loro posizione naturale.
Inizialmente potrà sembrare
strano doversi mettere un dito
nel sedere ma, se vi può
consolare, i medici lo fanno tutti
i giorni a gente che non hanno
mai visto prima.
In farmacia si trovano
diverse pomate, che di solito
funzionano bene. Se non
fossero efficaci, chiedi
informazioni al medico sui
trattamenti alternativi, tra cui
la chirurgia. Niente paura, i
dottori sono abituati a questo
genere di conversazioni!
Se non è un’emorroide quella
che spunta fuori dall’ano,
probabilmente si tratta di una
marisca. La marisca è una piega
dell’ano un po’ più profonda,
risultante dal collasso di
un’emorroide. Quando appare
un’emorroide, può succedere
che alcune delle pieghe di pelle
attorno allo sfintere si spostino
dallo loro corretta dislocazione.
Nel momento in cui poi
l’emorroide si riduce, queste
pieghe si uniscono in una grinza
più grande, che può sporgere
un po’ dalla superficie. Una
marisca o due di rado creano
grandi problemi, anche se
magari si può notare un prurito
passeggero o del liquido
giallognolo nel caso queste si
irritino per lo sfregamento del
perizoma, per una defecazione
abbondante eccetera. Può darsi
anche che risulti più difficile
mantenere pulita la zona.
Ci sono donne che
considerano le marische
esteticamente fastidiose. Si
possono eliminare
chirurgicamente, però è meglio
riflettere bene prima di
sottoporsi a un intervento,
perché c’è sempre il rischio di
complicazioni. Per di più, va
tenuto presente che è doloroso.
L’operazione lascia una piaga in
mezzo all’ano, e le feci
purtroppo non staranno ad
aspettare per tutto il decorso
postoperatorio. A meno che non
ti provochino eccessivi fastidi,
noi ti consigliamo, quindi, di
prenderla con filosofia e di
lasciare le tue marische in pace.

Il cancro al collo dell’utero,


cos’è e come si evita

Il collo dell’utero, o cervice


uterina, è la porta di passaggio
tra la vagina e l’utero. Lo puoi
toccare nel punto più alto della
vagina: si tratta di
un’escrescenza che ha la
consistenza della punta di un
naso, con un minuscolo foro al
centro. È questo l’angusto
tunnel che gli spermatozoi
attraversano per risalire fino
all’utero, ed è da qui che scorre
il flusso mestruale. Al momento
del parto, il collo dell’utero
arriva a dilatarsi tanto da far
passare un bebè intero. Ed è
sempre qui che può venire un
cancro.
Il carcinoma della cervice
uterina è un caso unico in
oncologia. Già nell’Ottocento si
era scoperto che questa forma
di tumore si comportava
diversamente dalle altre. Era
molto più frequente tra le
prostitute che tra le donne
sposate, e le suore ne erano
sostanzialmente escluse. Che
fosse un castigo divino contro le
donne di facili costumi?
Oggi sappiamo che Dio e le
sue punizioni c’entrano poco. Il
cancro al collo dell’utero è
causato da un virus che si
trasmette sessualmente! Lo
abbiamo già menzionato nel
capitolo sulle infezioni sessuali:
si tratta del papilloma virus
(Hpv).
L’Hpv è una grande famiglia
di virus. La maggior parte sono
benigni: ce n’è uno, per
esempio, che è all’origine delle
normali verruche della pelle.
Altri Hpv, invece, si trovano
particolarmente a loro agio
negli organi genitali. Vengono
trasmessi per contatto sessuale
e, nel corso della vita, gran
parte delle donne sessualmente
attive vengono contagiate da
uno o più Hpv. Prima dei
cinquant’anni, oltre l’80 per
cento delle donne ha contratto
il virus. Questa è dunque
considerata la patologia
sessuale più comune: circa la
metà delle donne tra i venti e i
ventiquattro anni va in giro con
un’infezione da Hpv.231
In generale, non c’è alcun
motivo di preoccuparsi. Al
contrario di quanto accade con
un’infezione da herpes, il corpo
riesce a liberarsi da solo del
virus, proprio come con il
raffreddore. Lo sappiamo
perché le donne che ripetono il
test dell’Hpv per un po’ di
tempo presentano, nelle varie
occasioni, un tipo di virus
diverso: ciò sembrerebbe
indicare che si tratti di infezioni
di breve durata e che le donne
si reinfettino con nuovi tipi di
virus quando cambiano partner
sessuale.
Ora, alcuni tipi di virus Hpv
si distinguono dagli altri perché
provocano un’infezione
duratura al collo dell’utero. Si
chiamano virus ad alto rischio: i
più comuni sono l’Hpv-16 e
l’Hpv-18. Col tempo, se sei
sfortunata, questa infezione può
evolvere in un cancro. L’Hpv-16,
da solo, è responsabile di oltre
la metà dei casi di cancro al
collo dell’utero. Può provocare
anche un cancro della bocca e
della faringe, nonché della
vagina, della vulva e dell’ano. In
ogni caso, non è sufficiente
un’infezione per avere il cancro.
L’Hpv-16 è molto diffuso, ma
raramente l’infezione evolve in
carcinoma. Altri elementi sono
determinanti nello sviluppo del
tumore, per esempio particolari
fragilità della paziente oppure
fattori ambientali, come il fumo.
Non li conosciamo ancora tutti.
Proviamo a dirlo con parole
diverse: quasi tutte le donne
che hanno il cancro alla cervice
dell’utero hanno anche
un’infezione da Hpv, ma
attenzione: delle donne infette
sono poche a sviluppare un
cancro.

Il cancro si sviluppa
lentamente
Grazie al cielo, un cancro
non viene dalla sera alla
mattina. Dapprima il virus
provoca delle mutazioni
cellulari, in gergo displasie, a
livello della cervice uterina. Si
tratta di cellule con piccoli
difetti e anomalie, che alterano
il loro comportamento.
All’inizio, le cellule malate sono
solo lievemente diverse, ma se
le difese immunitarie le
lasciano tranquille, possono
davvero iniziare un processo di
differenziazione dal resto del
gruppo. Nel corso del tempo, si
modificano sempre più fino a
diventare irriconoscibili e così
cominciano a svilupparsi là
dove non dovrebbero. Solo
allora possiamo chiamarle
cellule tumorali.
Nella maggior parte dei casi,
passano dieci-quindici anni tra
le prime mutazioni innocenti e
un cancro conclamato al collo
dell’utero. Nell’intervallo, si
suppone che vi siano vari stadi
di trasformazione cellulare. A
ciascuno di questi stadi, le
cellule possono cambiare idea o
essere eliminate dal sistema
immunitario.
Sono queste mutazioni
cellulari che possono
rappresentare una condizione
precancerosa, proprio quella
che si vorrebbe diagnosticare il
più presto possibile. Grazie a
esami regolari, da eseguire ogni
tre anni, screening e test
cellulari, le mutazioni si
possono riconoscere per tempo,
e le cellule possono essere
rimosse prima che facciano
danni. Questo è un modo
efficace per prevenire il cancro
al collo dell’utero.
Le mutazioni cellulari e il
cancro cervicale raramente
producono sintomi o danno
segnali prima di uno stadio
avanzato della malattia. Per
questo gli esami periodici del
collo dell’utero sono così
importanti. I sintomi del cancro
possono essere i seguenti:
emorragie irregolari (per
esempio sanguinamenti tra le
mestruazioni o durante un
rapporto sessuale), dolori ai
genitali o al basso addome
durante il coito o nella vita
quotidiana, secrezioni vaginali
maleodoranti o con tracce di
sangue.
Insomma, i segni che
possono indicare la presenza di
una neoplasia sono poco
specifici: sono gli stessi che si
manifestano in un gran numero
di disturbi minori, e comuni,
dell’area genitale. Se noti in te
alcuni di questi sintomi, devi
assolutamente farti visitare da
un medico. Tuttavia, non è il
caso di farsi ossessionare
dall’idea che sia un cancro. È
più probabile che si tratti di una
malattia a trasmissione
sessuale, oppure di qualche
effetto secondario della
contraccezione ormonale o
ancora di dolori legati all’atto
sessuale. Comunque, è
importante farsi controllare.

#PapTest
In Norvegia, il Registro
nazionale per il cancro manda a
tutte le donne che compiono
venticinque anni un invito a
fare il Pap test.F E se c’è un
invito che non va rifiutato, è
proprio questo. Le donne che
fanno regolarmente il Pap test
riducono del 70 per cento il
rischio di sviluppare un cancro
nel corso della loro esistenza.
Ecco un’assicurazione sulla vita
a prezzo stracciato!
Ciononostante, quasi la metà
delle norvegesi tra i venticinque
e i trentaquattro anni getta la
lettera nel cestino della
spazzatura. C’è stata una
diminuzione della
partecipazione ai controlli, in
questa fascia d’età, dal 71 al 57
per cento. Sono le giovani
donne a trascurare la
prevenzione, benché siano più
esposte di prima al pericolo. Le
conseguenze sono naturalmente
negative: più ragazze che mai,
oggigiorno, in Norvegia, hanno
il cancro alla cervice uterina. In
base ai dati nazionali, negli
ultimi anni si è assistito a un
aumento del 30 per cento dei
casi di questo carcinoma. Vi
sono due ragioni: le donne
partecipano di meno alla
prevenzione e più ragazze sono
portatrici del virus Hpv, che
causa il cancro.
Il Pap test, insomma, è una
soluzione semplice per
prevenire il carcinoma al collo
dell’utero. In Norvegia, dopo la
prima chiamata a venticinque
anni, si consiglia di fare un test
ogni tre anni, fino ai
sessantanove anni di età.
Passati tre anni dopo l’ultimo
test, le donne ricevono un
promemoria per ricordare di
prendere l’appuntamento per
un nuovo esame.
Non si fa il Pap test durante
le mestruazioni, ed è meglio
evitare i rapporti vaginali nei
due giorni precedenti. L’esame
ginecologico dura un paio di
minuti: il medico allarga la
vagina con una sorta di imbuto,
chiamato speculum, dà
un’occhiata alla cervice e
preleva il campione con uno
spazzolino. Sfiorando
leggermente la parete uterina,
alcune cellule si staccheranno,
pronte per essere esaminate al
microscopio in laboratorio. Se
le cellule mostrano qualche
mutazione, sarai avvisata nel
giro di poche settimane.

Una mutazione cellulare non


significa che hai il cancro
Dopo un Pap test può
capitare di ricevere una lettera
inquietante, parzialmente
incomprensibile, da parte del
dottore. Ok, hanno rilevato
delle mutazioni cellulari, ma
cosa vuol dire?
Le donne che incontriamo
sono spesso angosciate e
frustrate a causa della scarsità
di informazioni fornite dai
medici sul processo di displasia
del collo dell’utero. La
maggioranza delle giovani
donne cui vengono rilevate
delle mutazioni cellulari si sente
in gran forma e non ha mai
pensato di avere il cancro.
Quindi la lettera può risultare
molto più scioccante di quanto
il personale sanitario immagini.
Quando vengono informate
della scoperta di mutazioni
cellulari, molte donne si
spaventano, temono di avere il
cancro e di morire. A queste
donne vogliamo dire – e
insistiamo – che è molto
comune tra le giovani
sessualmente attive registrare
leggere mutazioni cellulari nella
cervice uterina. Qualunque
infezione da Hpv, anche nel
caso di virus a basso rischio,
può causare questo tipo di
mutazioni. Per questo, in
Norvegia, non vengono
controllati i soggetti sotto i
venticinque anni: un numero
esagerato di ragazze si
preoccuperebbe inutilmente (e
forse sarebbe anche sottoposto
a trattamenti senza alcuna
necessità) senza per questo
migliorare la capacità di
rilevare nuovi casi di cancro.
Nell’assoluta maggioranza
dei casi, tali mutazioni cellulari
del collo dell’utero scompaiono
in modo del tutto spontaneo.
Come succede con altri tipi di
virus, di solito passano. Le
difese immunitarie del corpo
sono formidabili quando ci sono
problemi da risolvere! E il tuo
medico lo sa, per questo non si
preoccupa tanto, mentre tu,
invece, riesci a pensare a una
sola parola: cancro.
Tanto per tranquillizzarti
ulteriormente: ogni anno,
vengono rilevate mutazioni
cellulari su 25.000 donne
norvegesi; di queste, soltanto
3000 finiscono per avere
bisogno di un trattamento per
lesioni precancerose serie. E
quelle che svilupperanno più
avanti un carcinoma cervicale
sono ancora di meno: circa
trecento.
Ma torniamo alla lettera del
dottore. Cos’è successo tra il
momento in cui hai fatto il Pap
test e quello in cui hai ricevuto
la lettera? Le cellule prelevate
dalla parete uterina sono finite
in un laboratorio. Lì un medico
le ha colorate e osservate al
microscopio, alla ricerca di
quelle dall’aria sospetta. A
seconda delle loro anomalie e
del loro numero, le mutazioni
vengono classificate come
leggermente anormali,
moderatamente anormali o
fortemente anormali. Niente
panico: perfino quelle
classificate come fortemente
anormali possono scomparire
da sé. Tuttavia è importante
continuare il monitoraggio.
Oltre a esaminare le cellule,
il laboratorio può usare il
materiale prelevato per fare un
test Hpv. Il grado delle
modificazioni cellulari e il
risultato del test
determineranno il seguito delle
operazioni.

L’esame mostra alterazioni


cellulari incerte o leggermente
anormali
È sufficiente ripetere un Pap
test di controllo, sei mesi o un
anno più tardi. A quel punto,
nella maggior parte dei casi, le
cellule atipiche si saranno
riparate da sé oppure saranno
state eliminate dal sistema
immunitario. Se c’è stata una
regressione delle cellule
anomale e il test Hpv è
negativo, sei sana come prima e
possono passare altri tre anni
prima di dover ripetere lo
screening. Se invece l’anomalia
cellulare viene riscontrata di
nuovo e il test è positivo, il
ginecologo eseguirà
accertamenti più approfonditi,
come descritto qui di seguito.

L’esame mostra alterazioni


cellulari fortemente anormali
Il tuo ginecologo farà due
cose. Innanzitutto esaminerà il
collo dell’utero con uno speciale
binocolo: questa esplorazione
prende il nome di colposcopia e
si esegue allo scopo di
individuare eventuali
cambiamenti nella mucosa. Poi
preleverà un campione di
tessuto (biopsia) dalla cervice
per inviarlo a un esperto – un
patologo – che lo osserverà al
microscopio. Durante il Pap
test, viene prelevata solo
qualche cellula dalla superficie
della mucosa, mentre con la
biopsia si asporta un frammento
di pelle per vedere se vi sono
cellule atipiche più in
profondità. Così si esamina
l’intera struttura della mucosa.
Normalmente, i ginecologi
praticano un’anestesia locale al
collo dell’utero. Ma dopo
l’esame, nonostante l’anestesia,
sentirai male. Quindi conviene
prendere prima dell’ibuprofene.
È anche frequente sanguinare
un po’, per questo molte
pazienti devono indossare un
assorbente (non un tampone
interno!) per il resto della
giornata.
Quando il patologo
analizzerà la biopsia al
microscopio, catalogherà
nuovamente le mutazioni:
leggere, moderate o gravi.
Nessuna di queste è un cancro.
Solo quando le cellule malate
hanno attraversato
completamente la mucosa si
parla di cancro al collo
dell’utero.
Se la colposcopia e la biopsia
sono del tutto nella norma o
segnalano solamente mutazioni
lievi, puoi rilassarti. Dovrai
tuttavia rifare un Pap test e un
esame per l’Hpv entro sei-
dodici mesi, per vedere se va
tutto bene. In nove casi su
dieci, le mutazioni saranno
scomparse o si saranno
stabilizzate senza alcun
peggioramento.G, 232
Se uno degli esami conferma
che si tratta di alterazioni
precancerose moderate o gravi,
bisogna andare all’ospedale per
una piccola operazione. Tale
intervento viene chiamato
conizzazione. Consiste
nell’asportare la parte esterna
del collo dell’utero, di solito con
un’ansa. Una volta i chirurghi
compivano l’operazione con un
bisturi e la parte prelevata
sembrava un cono gelato a testa
in giù, da cui l’origine del
termine. Oggigiorno somiglia
piuttosto a una ciambella
appiattita.
La conizzazione si esegue
generalmente in anestesia
locale, ma in alcuni casi si può
praticare anche una leggera
anestesia generale. È un
intervento semplice, cui però
non si ricorre a meno che non
sia necessario. Infatti si è visto
che le donne conizzate
presentano un rischio un po’ più
elevato di parto prematuro o di
aborto spontaneo nelle
gravidanze successive.
La stragrande maggioranza
(90 per cento) delle donne
conizzate guarisce
completamente. Per
accertarsene, si eseguono un
Pap test e un esame Hpv a sei
mesi di distanza
dall’operazione, e poi ancora
dodici-diciotto mesi dopo.
Se le alterazioni cellulari
sono sparite da sole o sono
state rimosse mediante la
conizzazione, non hai più
motivo di preoccuparti per il
tumore. Come nel gioco
dell’oca, sei tornata alla casella
di partenza!
Non dimenticare, tuttavia,
che il contagio dell’Hpv si può
ripetere, quindi magari
conviene vaccinarsi. Ci
torneremo tra poco. E devi
anche continuare con un Pap
test ogni tre anni, per tutta la
vita. Ma, arrivata a questo
punto, non c’è più ragione di
preoccuparsi.

Un vaccino anticancro
Finora abbiamo molto
parlato delle infezioni da Hpv e
delle mutazioni cellulari. Ma
immaginate se potessimo
evitare, fin dall’inizio, il
contagio con il virus che
provoca il cancro! Ebbene, è
perfettamente possibile. Solo
fino a qualche anno fa sarebbe
sembrata fantascienza, invece
oggi il vaccino che evita il
cancro esiste davvero. È un
miracolo della medicina.
Come abbiamo spiegato
prima, esistono oltre cento tipi
di virus del papilloma umano
(Hpv) e soltanto alcuni di questi
sono cancerogeni. Sono stati
sviluppati due vaccini contro
l’Hpv, il Gardasil e il Cervarix,
che proteggono dai tipi più
pericolosi di Hpv, il 16 e il 18.
Questi virus ad alto rischio sono
la causa del 70 per cento di
tutti i tumori cervicali.
Vaccinandosi contro di essi,
praticamente ci si protegge al
100 per cento dall’infezione e,
pertanto, dalle mutazioni
cellulari e dal cancro al collo
dell’utero. Recentemente è
stato approvato un nuovo
vaccino, che protegge da altri
nove tipi di virus. È in grado di
prevenire il 90 per cento dei
tumori cervicali.
Il vaccino Gardasil copre
inoltre dai tipi 6 e 11, che
provocano verruche genitali.
Alcuni studi indicano che anche
il Cervarix fornisce una
copertura parziale contro le
verruche. È importante capire
che non c’è nessuna
correlazione tra verruche
genitali e tumore genitale;
ciononostante non è affatto
male risparmiarsi le verruche.
Senza il vaccino, il 10 per cento
della popolazione norvegese
potrebbe avere le verruche
genitali, circa il 10 per cento
delle donne potrebbe doversi
curare per alterazioni cellulari
gravi e ancora l’1 per cento
potrebbe sviluppare un cancro
al collo dell’utero nel corso
della vita.
Dal 2009, il vaccino contro
l’Hpv fa parte del programma di
vaccinazione infantile in
Norvegia. Ciò significa che a
tutte le bambine viene offerta la
possibilità di accedere
gratuitamente al vaccino all’età
di undici-dodici anni. Il vaccino
si somministra in tre dosi nel
corso di sei mesi.H
Un vaccino non è una
medicina ma, in caso di
infezione futura, impedisce che
il virus si insedi nel corpo
facendolo ammalare. Il vaccino
stimola il sistema immunitario a
riconoscere il virus e a creare
un piano d’attacco per
debellarlo, con rapidità ed
efficacia, nel caso dovesse fare
irruzione. Se hai già
un’infezione da Hpv in corso,
invece, il vaccino non può fare
nulla. È questo il motivo per cui
si somministra alle bambine:
vogliamo proteggerle da un
possibile contagio prima del
loro debutto sessuale.
Il vaccino è autorizzato per
ragazze e ragazzi tra i nove e i
ventisei anni, e ne sono stati
dimostrati gli effetti fino ai
quarantacinque anni. Due sono
le ragioni: in primo luogo, solo
una minoranza di noi sarà
infettata sia dal virus 16 che dal
virus 18. Se ancora non sei
stato contagiato da nessuno dei
due, il vaccino potrà
proteggerti. In secondo luogo,
come abbiamo già detto, la
maggior parte delle infezioni da
Hpv passano da sole, ma i
ricercatori si sono resi conto
che l’immunizzazione naturale
contro questo virus è debole.
Significa che, anche se hai già
avuto in precedenza
un’infezione, non sei coperta da
successivi contagi da parte di
un nuovo partner sessuale. Il
vaccino può contribuire a
proteggerti dalle reinfezioni.
In Norvegia i ragazzi, per il
momento, non sono inclusi nel
programma di vaccinazione, ma
la somministrazione è
consigliata anche a loro.
L’effetto sulle verruche genitali
e sui tumori associati al virus
Hpv – al pene, all’ano, alla gola
e alla bocca – sarebbe
altrettanto positivo sui maschi e
sulle femmine. Forse avete
sentito parlare dell’aumento di
casi di cancro della gola e della
bocca negli uomini: ci si
domanda se possa dipendere
dalla maggiore diffusione di
pratiche come il cunnilingus o
la fellatio, che favoriscono la
diffusione dell’Hpv nella bocca.
Anche in questi casi, un vaccino
può evitare l’infezione e la
formazione di un tumore. Ne
trarrebbero beneficio
soprattutto i ragazzi
omosessuali, visto che non si
avvantaggiano indirettamente
della vaccinazione femminile.
Le ragazze e i ragazzi nati
prima del 1991 che vogliano
vaccinarsi, purtroppo devono
pagare di tasca propria. Vale la
pena affrontare la spesa?
Per ogni partner sessuale
che hai, il rischio di infezione da
Hpv è circa del 10 per cento.
Anche se ti sei già preso uno o
più tipi di Hpv, può darsi
benissimo che il 16 e il 18 non
fossero inclusi. Vaccinandoti, ti
proteggi da possibili contagi
futuri da nuovi partner sessuali.
Come già accennato, si è visto
che le donne traggono benefici
dal vaccino fino ai
quarantacinque anni. Ma visto
che il vaccino bisogna pagarlo
di tasca propria e che è caro,
bisogna confrontare il costo con
il rischio di infezione. In poche
parole, quel che conta è il
numero di partner sessuali che
hai già avuto: meno ne hai
avuti, tanto maggiore sarà il
probabile effetto della
vaccinazione. A questi va
aggiunto anche il numero di
partner sessuali che presumi di
avere in futuro: quanto più
saranno numerosi, tanto
maggiore sarà il rischio
potenziale e il beneficio del
vaccino. Inoltre, prendendo il
vaccino, le donne che sono state
curate in seguito a mutazioni
cellulari avranno un rischio
minore di ricaduta.

Il vaccino è sicuro ed
efficace
In Norvegia una ragazza su
quattro sceglie di rifiutare il
vaccino contro l’Hpv.233 Non
sappiamo perché la gente
decida di non vaccinarsi, ma la
paura degli effetti secondari
sembra diffusa. Ci sono anche
genitori che pensano che
manchino ancora tanti anni
prima che la figlia dodicenne
cominci ad avere rapporti
sessuali e che pertanto il
vaccino non sia necessario. In
Danimarca, sui media, si è
molto parlato di possibili effetti
collaterali, con conseguente
drastica riduzione del numero
dei soggetti vaccinati.234
In Norvegia sono state
somministrate quasi 500.000
dosi di vaccino a 160.000
ragazze. Tra queste, sono stati
riportati 645 casi di possibili
effetti secondari, il 92 per cento
dei quali considerato poco
grave. Si trattava di sintomi
passeggeri: gonfiore e dolore
attorno al punto dell’iniezione,
febbre, nausea e diarrea.
Tra i pochi effetti collaterali
gravi denunciati dal 2009, in
tutto cinquantadue, ci sono
dieci casi di sindrome da fatica
cronica o encefalomielite
mialgica (Me) e cinque casi di
sindrome da tachicardia
posturale (Pots). Quest’ultima è
una condizione morbosa che
provoca un’accelerazione del
battito cardiaco quando ci si
alza in piedi, spossatezza e
svenimenti. L’Agenzia norvegese
per i medicinali ha spiegato che
il numero dei casi non è
superiore a quanto ci si
aspetterebbe in quella fascia
d’età, con o senza vaccino.235 In
altre parole, non sono stati
dimostrati legami fra il
manifestarsi delle malattie e la
vaccinazione.
In ogni caso, gli avvisi di
possibili effetti collaterali gravi
vengono sempre presi molto sul
serio. Dopo che in Danimarca
sono stati riportati vari casi di
Pots in seguito alla
vaccinazione, l’Agenzia europea
per i medicinali (Ema) ha deciso
di effettuare un’indagine. Il
risultato è stato pubblicato nel
novembre 2015: l’Agenzia ha
concluso che nessun dato porti
a credere che esista una
relazione tra il vaccino anti-Hpv
e le sindromi Pots e Crps
(sindrome dolorosa regionale
complessa).236 Si tratta di
patologie rare, la cui presenza
tra i soggetti vaccinati non è più
frequente che nel resto della
popolazione. Non è stata
identificata nemmeno una
relazione tra il vaccino e la
sindrome da affaticamento
cronico.
Al momento, 180 milioni di
donne nel mondo sono state
vaccinate contro l’Hpv senza
evidenziare seri problemi di
sicurezza. Ora, è chiaro che gli
effetti secondari indesiderabili
sono sempre possibili con l’uso
di medicinali e vaccini, però si
tratta, in linea generale, di
fastidi transitori e di entità
leggera. Mentre un cancro al
collo dell’utero è tutt’altro che
transitorio o leggero.
L’aborto spontaneo: da
Facebook alla realtà

Nell’estate del 2015, il


fondatore di Facebook Mark
Zuckerberg ha pubblicato un
post un po’ insolito per i suoi
trentatré milioni di amici.237 Lui
e la moglie, medico, avevano il
piacere di annunciare di essere
in dolce attesa del loro primo
figlio, una bimba, per la quale
erano pronti a fare del mondo
un luogo migliore. Avrete forse
represso uno sbadiglio e magari
cliccato su like. Comunicazioni
di carattere personale di questo
tipo sono pane quotidiano su
Facebook, che è ormai
diventato sinonimo di elogi
facili e commenti di facciata.
Ma Zuckerberg non si è
limitato a questo. Ha deciso di
raccontare il lungo e doloroso
cammino che li ha condotti, lui
e sua moglie, fino alla
gravidanza, una storia
strappalacrime a lieto fine, con
1,6 milioni di like per qualcosa
di cui normalmente non si
parla. La coppia aveva
attraversato tre aborti
spontanei, nel corso dei vari
anni in cui avevano cercato di
diventare genitori. Quattro
gravidanze per un solo bebè.
Un aborto spontaneo è una
gravidanza che termina
involontariamente prima della
ventesima settimana di
gestazione, o perché l’ovulo
fecondato smette di svilupparsi
o perché il feto muore dentro la
pancia. Di solito ci si rende
conto di aver abortito quando il
basso addome fa male e
sanguina. Detto questo, perdere
sangue non è una cosa
anormale in gravidanza:
succede circa a una donna
incinta su quattro, nel corso del
primo trimestre, ma solo in un
caso su dieci si tratta di un
aborto spontaneo.238
Comunque, in caso di
sanguinamento durante la
gravidanza, meglio consultare
un medico.
L’aborto spontaneo è la
complicanza più comune
all’inizio della gravidanza.
Succede, più o meno, in un caso
su cinque di gravidanze
cliniche, cioè di gravidanze in
cui la donna sa di essere in
stato interessante.239 A questi
vanno aggiunti gli aborti
spontanei che avvengono prima
che un test di gravidanza abbia
rivelato che si è incinte
(fenomeno classificato in
medicina sotto il nome di
gravidanza chimica). Tenendo
conto anche delle gravidanze
chimiche, si suppone che solo la
metà degli ovuli fecondati
proseguano l’avventura della
gestazione.240 In altre parole:
l’aborto spontaneo è tanto
frequente quanto una
gravidanza che va a buon fine.
I test di gravidanza
oggigiorno sono talmente
sensibili da permetterti di
sapere se sei incinta a uno
stadio estremamente precoce,
ma non è detto che sia
conveniente avvalersi della loro
tempestività, se desideri una
risposta positiva sicura. La
maggior parte degli aborti
spontanei avvengono nelle
prime settimane dopo la
fecondazione, fino al momento
in cui era attesa la successiva
mestruazione. A uno stadio così
precoce, le gravidanze finiscono
spesso in un aborto spontaneo.
Puoi dunque risparmiarti tante
delusioni se aspetti a fare il test
almeno fino al giorno in cui
prevedevi di avere il mestruo.
Se aspetti altre due settimane,
cioè fino alla sesta settimana di
gravidanza, il rischio di aborto
spontaneo sarà sceso al 10-15
per cento. Un test positivo a
quel punto significa che molto
probabilmente otto mesi dopo
diventerai mamma. Dopo otto
settimane, il rischio scende al 3
per cento. Passati i primi tre
mesi, si stabilizza su un livello
minimo, attorno allo 0,6 per
cento.240 Per ogni settimana
che passa, le probabilità che
tutto vada a finir bene
aumentano.
Il timore di perdere il
bambino è la ragione per cui
spesso la donna incinta
preferisce aspettare che siano
trascorsi tre mesi prima di
comunicare la buona novella a
familiari e amici. La segretezza
serve sostanzialmente a
proteggere la donna nel caso in
cui qualcosa dovesse andare
storto. È già abbastanza
spiacevole perdere un bimbo
desiderato, figurarsi se poi
bisogna anche chiamare tutti
per ritirare la bella notizia. Che
proprio i tre mesi siano il
confine preciso, invece, è tutto
da vedere. Si potrebbe
tranquillamente posizionarlo un
mese prima, al compimento
dell’ottava settimana, sempre
che sia davvero necessario
stabilire un confine.
Il fatto di mantenere il
riserbo nei primi mesi mostra
anche come spesso l’aborto
spontaneo sia associato a una
sensazione di vergogna. Non è
raro sentire le coppie esprimere
commenti che rivelano un senso
di colpa: «Be’, insomma, non
c’era bisogno di annunciarlo
così presto», come se
pronunciare quelle parole
avesse avuto il potere di
uccidere il feto nella pancia. È
del tutto assurdo. Zuckerberg
descrive l’aborto spontaneo
come un’esperienza solitaria:
«La gente di solito non ne parla,
perché teme che gli altri si
tirino indietro o che l’evento ti
metta in cattiva luce – come se
ci fosse un difetto o tu fossi
responsabile dell’aborto.
Bisogna cavarsela da soli.»
Zuckerberg non è il solo a
provare le sensazioni che
descrive. In uno studio
pubblicato sulla rivista
americana Obstetrics &
Gynecology, quasi la metà delle
persone che avevano
sperimentato un aborto
spontaneo ammetteva di essersi
sentita in colpa o di aver avuto
l’impressione di aver fatto
qualcosa di sbagliato. Si
sentivano sole e mortificate.241
È triste da leggere, anche
perché i rimproveri contro di sé
si basano su fraintendimenti
circa le cause dell’aborto
spontaneo. In quello stesso
studio americano, veniva fuori
che quasi un quarto delle
persone interrogate pensava
che il proprio stile di vita (fumo,
alcol, droghe) fosse tra le cause
più frequenti di un aborto
spontaneo. E molte altre
ritenevano anche che sollevare
pesi oppure lo stress potessero
provocare l’aborto. Nei forum
pré-maman, su internet, si
citano, come possibili cause,
perfino il caffè e
l’idromassaggio.
In realtà, di rado l’aborto
spontaneo è il risultato di un
errore della madre (o del
padre). La causa più frequente
è una grave anomalia
cromosomica del feto, cioè un
errore nel codice genetico
avvenuto nel momento del
concepimento. Bisogna dunque
smettere di considerare
responsabili le sbronze,
l’alimentazione poco sana e
qualche sigaretta fumata prima
di aver scoperto di essere
incinte.
La fusione del materiale
genetico di mamma e papà per
creare la ricetta di un essere
umano unico (che sarà poi
seguita alla lettera) è
un’operazione incredibilmente
complessa. Ci mancherebbe
solo che non avvenissero
continuamente degli errori,
anche senza motivo. L’aborto
spontaneo è il meccanismo di
controllo del corpo, è il suo
modo di assicurarci bimbi sani e
in grado di vivere. Può essere
tremendamente doloroso fare
l’esperienza di un aborto
spontaneo, ma in realtà è il
nostro corpo che ci vuole bene.
Solo dopo due o tre aborti
spontanei di fila potrebbe
essere il caso di investigare se
nella mamma (o nel papà) c’è
qualcosa che li provoca. Al di
sotto di questa cifra, li si
considera come episodi del
tutto normali. Tra le donne che
hanno aborti spontanei ripetuti,
le cause sono molteplici:
dall’anomalia anatomica ai
disturbi ormonali, per arrivare
alle malattie autoimmuni o a
casi di emofilia ereditaria. Si
tratta di condizioni delle quali
difficilmente ci si può incolpare,
e che magari possono essere
curate.

Di solito l’aborto spontaneo è


un colpo di sfortuna, ma
sappiamo di alcuni fattori che
possono aumentarne il rischio.
Il più importante è l’età della
mamma. In uno studio danese,
si è visto che il 25 per cento
delle gravidanze di donne tra i
trentacinque e i trentanove anni
finiva con un aborto spontaneo,
rispetto al 12 per cento delle
donne in età compresa tra i
venticinque e i ventinove
anni.242 Raggiunti i quaranta,
solo la metà delle gravidanze
sembrava concludersi con un
parto – tra le altre cose, perché
la qualità degli ovociti comincia
a essere così cattiva che sempre
più spesso si verificano errori
cromosomici e genetici, che
rendono impossibile la vita del
bambino.
Tutte sappiamo che in
gravidanza non si fuma. Devi
smettere di fumare appena
scopri di essere incinta. E il
periodo in cui eri incinta senza
saperlo? Tutte le sigarette
fumate alle feste, prima della
grande scoperta? Nello studio
di maggiore ampiezza condotto
su questo tema, è stata rilevata
un’evidente correlazione tra
fumo e aborto spontaneo.243 Se
cento non fumatrici e cento
fumatrici restano incinte, venti
nel primo gruppo abortiscono,
contro le circa ventisei del
secondo.I Tuttavia pare che una
debba fumare davvero tanto –
più di dieci sigarette al giorno –
per far crescere il livello di
rischio in modo notevole.244
Pertanto, qualche sigaretta a
una festa nelle prime settimane
non deve diventare motivo di
angoscia e di senso di colpa.
Lo stesso vale, ma solo fino a
un certo punto, per l’alcol. Si sa
che l’alcol è molto dannoso per
il feto, ma non si sa con
precisione quanto ce ne voglia
per provocare danni. Non è così
semplice misurare quanto alcol
debba bere una donna incinta
per provocare lesioni al feto.
Impossibile fare ricerche
cliniche su questo argomento…
dato che non sappiamo dove
stia il limite, anche se le
autorità sanitarie consigliano
l’astinenza totale. Così stiamo
sul sicuro.
Tuttavia non tutti sono
d’accordo sul fatto che
l’astinenza assoluta sia di
rigore. Nina lo ha sperimentato
in prima persona, quando era
incinta e vari medici le dicevano
che un bicchierino di vino rosso
ogni tanto non era un problema.
Emily Oster, economista di fama
internazionale, ha deciso di
investigare più da vicino le
ricerche su questo argomento.
Nel suo libro Expecting Better –
Why the Conventional
Pregnancy Wisdom Is Wrong
and What You Really Need to
Know (2013), afferma che ci
sono pochi dati a sostegno delle
raccomandazioni ufficiali di non
bere nessun alcolico durante la
gravidanza.245 Secondo lei, le
ricerche indicano che bere una
o due unità di alcol a settimana,
ovvero un paio bicchieri di birra
in due giorni diversi della
settimana, è del tutto sicuro.
Ciò non provoca danni
permanenti all’intelligenza o al
comportamento del bambino.
Emily Oster ritiene che i
consigli delle autorità si fondino
sull’idea che le donne non siano
capaci di controllarsi: dici di sì
a un bicchierino di rosso per il
tuo compleanno, e poi ti scoli la
bottiglia intera. Concordiamo
con la Oster che si sottovaluti
l’autodisciplina femminile –
d’altra parte, la maggioranza
delle donne riesce benissimo a
smettere di bere per nove mesi.
Magari, però, non è solo per
un bicchierino di rosso a tavola
che scatta la preoccupazione,
quando il test di gravidanza
risulta positivo. Molte donne si
angosciano al ricordo di una o
due festicciole un po’ troppo
sfrenate, nel paio di settimane
precedenti, in cui hanno
consumato ben più di uno o due
bicchieri di alcol. Uno studio
danese del 2012 ha mostrato
che il rischio di aborto
spontaneo era doppio se, nei
primi tre mesi di gravidanza, si
bevevano quattro o cinque
bicchieri alla settimana.246 In
teoria, quindi, una colossale
sbornia, nelle settimane prima
di scoprire di essere incinta,
può provocare un aborto; ma
non significa necessariamente
che questo succederà.
E veniamo adesso alle voci
che corrono su internet: pesi,
stress e caffè in quantità
normali non causano l’aborto.
Pare che si debba arrivare a
dieci caffè al giorno perché
forse questo possa diventare un
rischio.247 Quanto allo sport, la
sciatrice di fondo Marit Bjørgen
si allenava sei ore al giorno in
gravidanza, senza nessun
problema. Non sembra che i
supplementi vitaminici o simili
abbiano efficacia nella
prevenzione dell’aborto,248
tuttavia consigliamo di
prendere dell’acido folico (una
vitamina del gruppo B) non
appena si scopre di essere
incinta, anzi, ancora meglio,
prima di cominciare a cercare
di restare incinta. Può
prevenire alcuni danni al
sistema nervoso del bebè.
Il post di Mark Zuckerberg
ha dato il via al discorso sugli
aborti spontanei nei social
media. Prima molta gente
pensava che si trattasse di
questioni troppo intime per
condividerle nella sfera
pubblica. Il messaggio di
Zuckerberg è importante:
parlare dell’aborto spontaneo è
essenziale per sensibilizzare la
società a questo proposito e per
mostrare che riguarda tutti i
tipi di persone. Non c’è niente
di vergognoso, quando capita, e
di solito non è colpa di nessuno.
La buona notizia è che la
maggioranza delle donne che
hanno abortito spontaneamente
ha in seguito avuto bambini
perfettamente sani.
La regola dei tre mesi, che
abbiamo ricordato sopra, era
stata pensata per evitare alle
donne il dolore di dover
annunciare un aborto
spontaneo, ma forse è più il
danno che fa del vantaggio che
reca. Mantiene malintesi e
luoghi comuni, invece di
normalizzare il fenomeno e
favorirne l’accettazione sociale.
Il risultato è che tante coppie si
trovano da sole a gestire un
sentimento di vergogna e di
colpa ingiustificato, proprio nel
momento in cui hanno più
bisogno del sostegno di chi li
circonda. Cominciamo a
parlarne di più, coraggio!
Tic-tac, tic-tac, fino a quando
puoi rimandare la maternità?

Quando ti avvicini ai trenta,


è incredibile come perfino
gente del tutto estranea si
permetta di immischiarsi nella
tua vita privata: «Tic-tac,
ragazza mia! Non credi che sia
ora di pensare a fare figli?»
Poco importa che tu sia single,
all’inizio di una nuova relazione
o abbia un’appassionata love
story con la tua professione.
Dovresti mollare tutto quello
che hai per le mani e
agguantare il primo uomo
disponibile a un’immediata
fatica riproduttiva.
Pensare a un figlio, certo.
Spesso ci si pensa e ci si pensa
ancora, eppure non per questo i
bambini arrivano. Se ne senti il
desiderio, cosa che non è
affatto obbligatoria, ci possono
comunque essere vari ostacoli.
Il più grosso, evidentemente, è
trovare qualcuno con cui
davvero ti vada di fare un figlio
e che questo qualcuno, a sua
volta, sia pronto ad avere un
figlio con te. È curioso come
molti maschi abbandonino il
campo quando, al secondo
drink, la ragazza al bar
comincia a parlare, con gli
occhi che le brillano, di
passeggini e di villette a
schiera.
Purtroppo non siamo in
grado di aiutarti a trovare il
papà ideale, ma possiamo darti
qualche munizione da sparare
contro le zie invadenti che non
smettono di rompere con la
storia del bebè. Oppure
possiamo fornirti una buona
dose di calma per quando inizi a
sentirti stressata. Anche se
spesso si parla dei trent’anni
come di una soglia magica, la
verità è un’altra.
Cominciamo con qualche
dato. Circa il 75 per cento delle
coppie che cercano un figlio
ottengono una gravidanza entro
sei mesi. Entro i dodici mesi,
sono tra l’85 e il 90 per
cento.249 Si inizia a parlare di
infertilità quando non vi è
gravidanza dopo un anno di
sesso regolare e non protetto,
cosa che riguarda il 10-15 per
cento delle coppie. Ma, anche in
questo caso, non vuol dire che i
giochi siano fatti. Metà delle
coppie etichettate come
“infertili” concepisce
naturalmente nel corso del
secondo anno di tentativi.
Andrebbero chiamate in realtà
subfertili: fanno fatica a
concepire ma, se si impegnano
per un tempo sufficientemente
lungo, ci riescono. In totale,
quindi, fino al 95 per cento
delle coppie eterosessuali
riesce ad avere bambini, grazie
al normale accoppiamento, se
dispone di tempo in
abbondanza.
È a questo punto che arriva
la questione dell’età. Da quando
le donne sono entrate nel
mondo professionale, l’età
media per il primo figlio non ha
fatto che aumentare. Nel 2014,
le donne di Oslo avevano in
media 30,8 anni alla nascita del
primogenito.250 Le donne
desiderano attendere prima di
creare una famiglia: studiano di
più e vogliono fare carriera. Nel
frattempo i medici lanciano
l’allarme. Basandosi su cifre
che indicano il calo vertiginoso
della fertilità con il passare
degli anni, ci chiedono di
pensarci bene prima di
rimandare ancora. Esistono
diversi buoni motivi, tra cui il
rischio di complicazioni durante
la gravidanza e di
malformazioni del feto. Ci
torneremo. Ma la questione qui
è se non stiamo esagerando le
difficoltà di avere bambini dopo
i trent’anni.
Diverse ricerche recenti
hanno studiato la probabilità di
rimanere incinta in un gruppo
di donne sane. Più erano
mature, meno erano quelle
rimaste incinte; le cifre però
sono assai meno drammatiche
di quanto in genere si creda. In
uno studio, che ha seguito 782
coppie che cercavano di avere
un figlio,251 le donne della
fascia di età diciannove-ventisei
anni sono risultate ovviamente
le più fertili – il 92 per cento ha
concepito entro il primo anno –,
dopodiché il trend si è rivelato
in discesa. Ma non si sono
scoperte grosse differenze di
fertilità tra le donne subito
prima dei trenta, quelle subito
dopo i trenta e quelle verso i
quaranta. L’86 per cento delle
donne tra i ventisette e i
trentaquattro anni è rimasta
incinta nel giro di un anno,
contro l’82 per cento di quelle
fra i trentacinque e i
trentanove. Altri studi hanno
registrato dati simili. Una
ricerca danese, condotta su un
campione di tremila donne, ha
dimostrato che, nel giro di un
anno, ha concepito il 72 per
cento dei soggetti compresi
nella fascia d’età fra i
trentacinque e i quaranta (nel
sottogruppo di quelle che
calcolavano anche i giorni fertili
la percentuale saliva al 78)
contro l’87 per cento di quelle
in età compresa fra i trenta e i
trentaquattro anni.252
Cosa ne possiamo
concludere? Che se tutte le
ragazze provassero ad avere un
figlio appena finito il liceo, una
su dieci incontrerebbe delle
difficoltà. Vent’anni più tardi
questa cifra si collocherebbe tra
due e tre su dieci. Il punto
positivo è che la maggior parte
delle donne riescono a rimanere
incinte molto oltre i trenta! Se
proprio dovessimo stabilire una
soglia in cui l’età comincia ad
avere un forte impatto sulla
fertilità, i trentacinque si
avvicinerebbero molto di più
alla verità.
Per la maggioranza delle
donne che non riescono a
concepire, la causa diretta non
è l’età. Innanzitutto, va
precisato che, in un terzo dei
casi, il problema è nel maschio,
poiché anche l’età di lui svolge
un suo ruolo. Negli altri casi, il
problema, o una parte del
problema, è nella donna. Cosa
c’è che non va? La prima causa
di infertilità sono i disturbi degli
ormoni che regolano
l’ovulazione: si tratta spesso di
sindrome dell’ovaio policistico,
a causa della quale l’equilibrio
ormonale non è quello previsto.
La seconda causa più frequente
di infertilità è legata alle lesioni
delle tube uterine. Queste sono
spesso il risultato di precedenti
infezioni sessualmente
trasmissibili, come la clamidia,
perché i batteri hanno
provocato cicatrici e aderenze
alle tube. I problemi di
infertilità possono anche essere
dovuti all’endometriosi, la
patologia per cui la mucosa
uterina cresce là dove non
dovrebbe. Infine, a impedire
una gravidanza possono anche
essere i miomi, i noduli
muscolari all’interno dell’utero.
Sono queste le cause più
comuni di infertilità, non l’età.
Ciò che invece si aggrava
con il passare degli anni è il
rischio di un aborto spontaneo.
Come già detto, le donne che
hanno più di trentacinque anni
hanno un rischio due volte
maggiore di perdere il
bambino.242
L’età che avanza ha,
evidentemente, un effetto
negativo sulle probabilità di
concepimento e sui rischi di
aborto spontaneo, di
complicazioni gestazionali e di
errori cromosomici, come la
sindrome di Down. La maggior
parte delle donne, tuttavia, non
avrà nessun problema ad avere
dei figli sani “alla vecchia
maniera”, anche superata la
trentina. È naturalmente
impossibile predire, sulla base
delle statistiche, se rischi di
essere tra quelle che avranno
problemi, ma forse li avresti
avuti lo stesso anche a ventotto
anni. Se sospetti di avere
l’endometriosi o la sindrome
dell’ovaio policistico, o se hai
avuto la clamidia varie volte,
conviene comunque non
aspettare troppo. Forse avrai
anche bisogno di un aiuto extra
e di un po’ di tempo per farcela.
Le mutilazioni genitali

Ogni anno milioni di bambine


vengono mutilate per sempre. I
loro genitali vengono tagliati,
cuciti o perforati con aghi. La
mutilazione genitale è una
pratica culturale in molte parti
del mondo, ma fortunatamente
sta diventando meno frequente.
Oggi è diffusa soprattutto in
alcune zone dell’Africa, del
Medio Oriente e in certi paesi
dell’Asia, ma c’è stato un tempo
in cui si praticava l’ablazione
della clitoride anche in
Occidente. A partire dalla metà
dell’Ottocento, numerosi
ginecologi negli Stati Uniti e in
Inghilterra praticavano il taglio
della clitoride per guarire le
donne dall’onanismo, dato che
si pensava che la masturbazione
potesse condurre all’isteria,
all’epilessia ed essere
responsabile di un basso
quoziente d’intelligenza.79
Mutilare i genitali femminili è
stato, e continua a essere, un
tentativo brutale di controllare
la sessualità delle donne.
In Norvegia, molto lavoro è
stato fatto per impedire che le
figlie di immigrati vengano
circoncise, e pare che la
campagna di sensibilizzazione
abbia dato i suoi frutti. Ma per
molte, ormai, il danno è fatto.
L’Organizzazione mondiale
della sanità ha classificato le
mutilazioni genitali in quattro
categorie. La prima è
l’asportazione parziale o
completa della punta della
clitoride, o glande. Spesso se ne
taglia via anche il prepuzio.
L’idea che questo possa
crescere fino a diventare una
sorta di pene, se non lo si
elimina, è stata addotta spesso
come spiegazione. Ciò non
toglie comunque che,
asportando o danneggiando la
clitoride, si elimina anche la
principale fonte del piacere
sessuale femminile. Alcune
donne, tuttavia, nonostante la
mutilazione, conservano una
parte della loro sensibilità e la
possibilità di avere un orgasmo,
perché il complesso clitorideo
resta in gran parte sotto la
superficie epidermica.J
La seconda categoria di
mutilazione genitale riguarda il
taglio, totale o parziale, delle
piccole labbra, spesso in
combinazione con svariate
forme di lesioni alla clitoride.
Le piccole labbra crescono
quando arriviamo alla pubertà,
insieme al risveglio dei sensi
tipico dell’adolescenza. Forse si
è immaginata una correlazione
tra la crescita delle labbra
interne e l’interesse per il
sesso. Asportandole, si
mantiene l’illusione
dell’innocenza infantile.
Il terzo tipo di mutilazione
genitale è quello che
generalmente riceve maggiore
attenzione, in quanto è
l’intervento più invasivo. Si
cuciono direttamente le grandi
labbra, lasciando solamente un
piccolo foro sopra l’apertura
vaginale. A volte, già che ci
sono, tagliano via anche le
piccole labbra e la clitoride. Sia
l’urina che il flusso mestruale
scorrono fuori da questo orifizio
artificiale. Una donna somalo-
norvegese, che abbiamo
conosciuto, ci ha raccontato lo
shock da lei provato la prima
volta che ha fatto la pipì in un
bagno pubblico in Norvegia: le
norvegesi pisciavano come
degli elefanti! Lei era abituata a
impiegare circa venti minuti per
svuotare la vescica, tanto il
getto di urina era sottile. Lo
stesso problema può
presentarsi durante la
mestruazione: il sangue si
accumula nella vagina creando
un terreno fertile per i batteri, e
dunque per le infezioni dei
genitali e delle vie urinarie.
Il buco artificiale è spesso
troppo piccolo per un rapporto
sessuale, e dunque funziona
anche come garanzia della
verginità al momento del
matrimonio. Il problema,
ovviamente, si presenta “la
prima volta”: la donna rischia di
dover essere aperta con delle
forbici o con un coltello oppure
lacerata dal pene dell’uomo. A
volte l’orifizio è
sufficientemente grande per la
penetrazione sessuale, ma deve
essere aperto al momento del
parto. Le cicatrici attorno alla
vagina non riescono a dilatarsi
abbastanza da lasciar passare
un neonato. Se non vengono
incise, si rischiano lacerazioni
incontrollate, grosse emorragie
e lesioni dell’ano.
L’ultima categoria delle
mutilazioni riguarda tutti i
danni ai genitali che non
rientrano nelle tre precedenti.
Per esempio, trapassare la
clitoride con aghi bollenti – una
specie di uccisione rituale della
sessualità femminile.
Tutte le forme di mutilazione
possono provocare danni
ginecologici permanenti.
Oltretutto, l’intervento in sé
comporta grandi rischi di
infezione, di emorragie e, non
da ultimo, di traumi psicologici.
Non è un caso che le
amputazioni genitali siano
rigorosamente proibite in gran
parte del mondo. In Norvegia,
ogni tipo di mutilazione
femminile che possa causare
danni permanenti è punibile
come un reato, anche se la
ragazza è d’accordo. Non è
nemmeno permesso portare i
propri figli all’estero per
eseguire l’intervento.K
Chi ha subito tali mutilazioni
ha diritto di ricevere aiuto, se
ha problemi. In ospedale i
medici possono eseguire
interventi di chirurgia
ricostruttiva per cercare di
normalizzare la funzionalità
dell’apparato genitale. Non
possono restituirvi i genitali con
cui siete arrivate al mondo, ma
possono limitare i dolori
quotidiani.

La tirannia della bellezza:


perché mettiamo la vulva sotto i
ferri

Che donne (e uomini)


decidano di modificare
chirurgicamente il loro aspetto
non è certo una novità.
Mastoplastica additiva,
rinoplastica, liposuzione, lifting
– c’è gente disposta a tutto per
raggiungere il proprio ideale di
bellezza. Ritoccare la vulva con
la chirurgia intima, invece, è
una tendenza relativamente
recente.
Per chirurgia intima
s’intendono tutte le forme di
rimodellamento degli organi
sessuali esterni. Si può iniettare
oppure rimuovere del grasso,
lisciare, ridurre e ingrandire. Si
possono fare tante cose, ma
l’intervento più comune in
questo campo è senz’altro la
labioplastica. Si tratta della
chirurgia plastica delle labbra
vaginali: sono specialmente le
piccole labbra a finire sotto i
ferri, per essere accorciate.
Questo boom della chirurgia
intima ci lascia personalmente
perplesse. No, non scriviamo
questo capitolo perché ci va di
guardare dall’alto in basso le
donne che hanno fatto questa
scelta: del resto, pensiamo che
abbiano il diritto di decidere da
sé cosa fare del proprio corpo.
Non è questo il punto.
Scriviamo questo capitolo
perché temiamo che alcune
giovani donne scelgano di
sottoporsi alla chirurgia intima
in base a un malinteso.
Abbiamo l’impressione che
donne dotate di genitali normali
e in buona salute decidano di
operarsi pensando che in loro ci
sia qualcosa che non va. Questa
idea sbagliata va corretta e per
farlo dobbiamo tornare
all’anatomia.
Distinguiamo innanzitutto tra
le ragioni che spingono a fare
una labioplastica: esistono
ragioni mediche e ragioni
estetiche. Volersi operare il
naso perché si fa fatica a
respirare e volerlo cambiare
perché non ci piace il suo
aspetto sono due cose diverse.
Allo stesso modo, ridurre le
labbra vaginali perché si è
afflitte da dolori o si soffre
durante le relazioni sessuali è
diverso dal farlo perché la vulva
non sembra bella a vedersi.
Delle piccole labbra un po’ più
lunghe diventano un problema
medico solo nel caso in cui
provocano dolore. Ciò non
significa che ci sia niente di
male nel volersi operare per
motivi puramente estetici; ma
se si decide di compiere un
passo del genere, è importante
farlo sulla base di conoscenze e
non di equivoci.

Si immagina che le piccole


labbra debbano stare sempre
nascoste, completamente
ricoperte da quelle grandi,
mentre è assolutamente
normale nelle donne adulte
avere delle labbra interne che
sporgono molto di più rispetto a
quelle esterne. Non esiste
alcuna regola su come debba
essere l’aspetto della vulva.
Siamo tutte uguali nelle parti
basse: tutte noi abbiamo le
piccole e le grandi labbra, la
clitoride, l’orifizio dell’uretra e
l’orifizio della vagina. Ma il loro
aspetto cambia da una donna
all’altra, in un’infinità di
varianti. Tuttavia, la credenza
che le piccole labbra debbano
essere corte e nascoste resta
sorprendentemente tenace. In
uno studio australiano è stato
chiesto a donne tra i diciotto e i
ventotto anni come
immaginavano fosse la vulva
che la società considerava
“ideale”; tutte hanno scelto la
foto di una vulva glabra con le
piccole labbra interne
occulte.253
Ma da dove proviene questa
idea, se ci sono così tante vulve,
così diverse e così belle? Come
accade con altre forme di
pressione culturale riguardo al
corpo, si può risalire alle
immagini della cultura
popolare, di quella pornografica
in particolare. È difficile per le
donne rendersi conto che questi
ideali sono irrealistici e troppo
uniformi. Quando ci si è
convinte che una vulva normale
possa avere soltanto labbra
genitali corte, questa credenza
sarà ancora più forte dell’idea
che una pancia normale debba
essere piatta. Siccome vediamo
pance dappertutto, ogni giorno,
sappiamo che ne esistono di
tutti i tipi, e quindi è più facile
smontare l’idea che debbano
essere piatte. Invece non
abbiamo spesso l’opportunità di
dare un’occhiata tra le gambe
di altre donne. Essere nudi non
è più naturale. La nudità è
troppo spesso associata al sesso
e, in molti casi, mostrare il
proprio corpo nudo provoca
vergogna.
Secondo noi, la concezione
sbagliata riguardo alle piccole
labbra nasce in parte anche a
causa delle lacune nei
programmi scolastici sullo
sviluppo puberale. Come
accade con il resto del corpo,
anche il sesso cambia molto
durante la pubertà; eppure,
personalmente, non riusciamo a
ricordare nessun momento in
cui ci sia stato spiegato con
esattezza cosa succede ai
genitali femminili. A scuola ci
hanno detto che il pene cresce,
che il seno diventa più grande e
che varie zone del corpo
gradualmente si ricoprono di
peli. Abbiamo imparato un
sacco di cose in materia, ma
non cosa succede alle piccole
labbra quando da bambine ci
facciamo adulte.
Il fatto è che tutte le
bambine hanno una vulva in cui
le labbra esterne ricoprono
quelle interne. In altre parole,
da piccole impariamo a
conoscere i nostri genitali così e
ci abituiamo a questo aspetto.
Nella pubertà, però, le piccole
labbra cominciano a
ingrandirsi, al punto che spesso
superano di parecchio le grandi
labbra e diventano di spessore
irregolare, ondulate o
arricciate.
Questo cambiamento
improvviso può risultare
scioccante, soprattutto se
nessuno ci ha avvisato che
sarebbe successo e che è del
tutto normale. La sensazione
che qualcosa non vada per il
verso giusto si rafforza se le
amiche con cui ci si confida
magari hanno le labbra interne
non visibili.
In altre parole, il sesso che
alcune donne pensano essere
l’unico normale o “come si
deve” è in sostanza la versione
che tutte presentiamo da
bambine. Se le ragazze
imparassero fin dalle
elementari che l’apparato
genitale cambia e venissero a
sapere di più su che aspetto
avrà una vulva nell’età adulta,
forse non assisteremmo
all’attuale successo della
chirurgia intima. Se sapessimo
che esistono infinite forme di
genitali e che la grande
maggioranza sono normali e
sani, oggi sarebbe minore il
numero di donne che si mettono
sotto i ferri in base a una
convinzione errata.
È importante ricordare qual
è il ruolo delle piccole labbra e
quali conseguenze può avere
tagliarle. Svolgono una funzione
sessuale: sono piene di
terminazioni nervose ed è
piacevole toccarle. Quando
vengono accorciate, si rimuove
un’importante parte sensibile
dell’apparato genitale. A questo
si aggiunga che qualunque
operazione comporta dei rischi:
nel peggiore dei casi, possono
formarsi delle cicatrici, che
provocheranno dolori
permanenti. Per questo bisogna
sempre riflettere bene prima di
scegliere un intervento
chirurgico. Il problema di
partenza è davvero così grave
da giustificare il rischio?

A È difficile stabilire quante donne ne


siano colpite, dato che molte sono
asintomatiche o non riconoscono i sintomi.
Quindi la diagnosi si può fare solo al
momento dell’operazione.
B Per maggiori informazioni sulle
malattie a trasmissione sessuale è
possibile consultare il sito del ministero
della Salute: http://www.salute.gov.it/...
[N.d.E.]
C Nel 2015 in Italia, secondo i dati
raccolti dall’Istituto superiore di sanità, le
nuove diagnosi di infezione da Hiv sono
state 3444. [N.d.E.]
D C’è dibattito tra gli specialisti
riguardo al fatto che il micoplasma possa
provocare una salpingite. La ricerca in
merito non è esaustiva, però alcuni studi
sembrano indicarlo. Secondo noi, quindi, è
meglio muoversi con cautela.
E Usiamo l’espressione “uomini che
fanno sesso con altri uomini” al posto di
“omosessuali” perché uno può
tranquillamente essere un uomo che fa
sesso con altri uomini pur senza
identificarsi come omosessuale.
L’orientamento sessuale non deve
coincidere necessariamente con quello del
partner sessuale del momento.
F È in corso in alcune regioni norvegesi
un progetto sperimentale che prevede il
test Hpv al posto del Pap test.
Successivamente, le donne che risultano
portatrici del virus Hpv-16 o Hpv-18
vengono chiamate a fare il Pap test. È
molto probabile che questa sarà la
modalità di prevenzione del futuro in
Norvegia, forse già tra pochi anni. In
questo modo, molte donne si
risparmieranno inutili esplorazioni
ginecologiche e Pap test; solo i soggetti ad
alto rischio di mutazione cellulare vi
verranno sottoposti.
In Italia non si ricevono inviti (escluse
eventuali iniziative locali), ma le donne fra
i venticinque e i sessantaquattro anni di
età possono eseguire gratuitamente il Pap
test, e in alcuni casi il test Hpv, ogni tre
anni presso i consultori familiari o i
poliambulatori delle Asl. In alcune regioni
è comunque necessaria la prescrizione del
medico di base. [N.d.E.]
G Il 60 per cento delle anomalie lievi
regredisce spontanemente, mentre il 30
per cento si mantiene stabile. Soltanto il
10 per cento evolve in mutazione grave e
l’1 per cento in cancro, nel corso della vita
della paziente.
H In Italia il vaccino viene offerto
gratuitamente dal 2007 alle ragazze, e in
alcune regioni ai ragazzi, che hanno
compiuto undici anni. Le dosi
somministrate sono due, nel corso di sei
mesi. [N.d.E.]
I Il rischio relativo di aborto spontaneo è
dunque 1,32 per le fumatrici rispetto alle
non fumatrici durante la gravidanza. In
questo esempio abbiamo pronosticato un
rischio di aborto spontaneo per le non
fumatrici pari al 20 per cento. Magari è
troppo alto, ma l’abbiamo scelto per
illustrare il rischio relativo in modo
comprensibile.
J Nel libro Bonk – The Curious Coupling
of Science and Sex, Mary Roach racconta
l’incontro della ricercatrice Maria
Bonaparte con delle donne egiziane
circoncise che continuavano a masturbarsi
stimolando le cicatrici della clitoride.
K In Italia le mutilazioni genitali
femminili sono proibite dal 2006. Vedi
http://www.salute.gov.it/... [N.d.E.]
Postfazione

Per questa volta il nostro


viaggio è finito. Speriamo che
tu abbia imparato molto e che ti
sia lasciata sorprendere, come è
successo a noi. Speriamo anche
di aver acceso in te una
scintilla, allargato la
consapevolezza di quel che hai
tra le gambe e risvegliato
curiosità, oltre che interesse,
per il tuo apparato genitale. Ci
sono ancora tante cose da
scoprire, e la medicina è una
disciplina in costante
evoluzione. Ciò che scriviamo
oggi andrebbe aggiornato già
tra un mese. Non si finisce mai
di imparare! Il sesso femminile
è una cosa meravigliosa.
Nutriamo davvero la speranza
che tu sia fiera di averne uno.
Ma il sesso femminile è
anche fonte di tanti problemi.
Ne esistono una marea che,
potenzialmente, ti possono
riguardare. Il nostro sofisticato
sistema riproduttivo è in grado
di sopportarne molti, ma a volte
– anche se non dobbiamo
temere il proverbiale calcio nei
testicoli – siamo fragili anche
noi. Malattie e disturbi
ginecologici possono essere
percepiti con particolare
vergogna e imbarazzo.
Raramente se ne parla come si
farebbe con un mal di gola o
un’ernia discale. Tante donne si
sentono sole e si angosciano
quando non tutto va come di
consueto. Speriamo che questo
libro ti abbia fornito le
conoscenze necessarie per
andare dal medico a testa alta e
per capire meglio quando è il
caso di preoccuparsi e quando
no.
Speriamo anche che tu abbia
potuto liberarti di alcuni
pensieri negativi che forse avevi
a proposito dei tuoi genitali o
della tua vita sessuale. Abbiamo
incontrato tante donne che si
sentivano anormali perché non
riuscivano a raggiungere
l’orgasmo con la sola
stimolazione vaginale o perché
credevano di avere un herpes
genitale o una vulva che non
somigliava a quella disegnata
sull’atlante di anatomia. Come
ormai avrai capito, siamo in
molte a trovarci in queste
situazioni.
Nel nostro quotidiano
ipersessualizzato, a volte è
facile dimenticare che il corpo è
ben più che semplice apparenza
o macchina per prestazioni. Un
corpo nudo non sempre ha a
che fare con il sesso. Troppo
spesso si misura il proprio
valore in base a ciò di cui si è
capaci a letto e, più ancora, in
base all’aspetto esteriore.
Siamo ossessionate da quelli
che crediamo essere i nostri
difetti. Non devi offrire una
prestazione sessuale né
rispondere alle attese altrui: ciò
che conta è che impari ad
apprezzare te stessa e il tuo
corpo. Così come sei.
Apprezzati quando sei da sola,
quando sei con il tuo partner o
quando sei con più persone. Per
concludere, un corpo non è che
un corpo, ma è molto prezioso,
perché è l’unico che abbiamo.
Note

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