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ASTERIONE

Di Daniele Sannino

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PERSONAGGI:

Angelo

Asterione

Cameriere

Innamorata

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Sulla scena spoglia si intravedano pochi elementi: un appendiabiti, un bancone da
bar e tre sgabelli, ricoperti da teli bianchi.
Tre spiriti si incontrano al centro della scena. Indossano cappelli a falda larga
e soprabiti lunghi.

Innamorata: Cosa saremo stasera?

Angelo: Concilio di streghe, parlamento di corvi o ufficio


postale?

Cameriere: Stasera saremo un night.

Angelo: È da tempo che non giocavamo al night.

Innamorata: Noi non giochiamo, è lavoro. Raffiniamo.

Cameriere: È lo stesso.

Innamorata: Chi aspettiamo?

Cameriere: Un nobile ospite, la mente confusa e i piedi stanchi.

Angelo: Io che storia sarò?

Cameriere: Tu giocherai la storia dell’ Angelo.

Innamorata: Ed io?

Cameriere: Quella dell’Innamorata, donna tre volte. Io? Io sarò


Cameriere. Presto, prepariamo uno spazio.

I tre spiriti preparano lo spazio scenico. Sollevano i teli che coprono la


scenografia e li ripongono accuratamente. Si spogliano di cappelli e soprabiti.
Cameriere e Angelo indossano divise classiche da camerieri, Innamorata ha un
vestito lungo rosso, da cantante jazz.
Angelo si posiziona dietro al bancone, comincia a pulire i bicchieri. Cameriere
comincia a strofinare gli sgabelli con la sua pezzuola. Innamorata si addormenta
su di uno sgabello.

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Cameriere: Sei in ritardo. Sei sordo? Ho detto che sei in ritardo.

Angelo: Ciò è impossibile, lo sai. Questo night esiste quando


decido io. Come te, del resto. Prepara i tavoli: il Cliente
sta per arrivare.

Cameriere: Musica, maestro!

Cameriere va verso Innamorata e fa come per toglierle polvere da dosso.


Innamorata comincia ad emettere dei vocalizzi risvegliandosi.

Innamorata: Oh cielo, che sonno. Caro, mi porterebbe un Gin Tonic


per cominciare la serata?

Cameriere: No, madame. Cerchi di arrivare sobria almeno al primo


pezzo stasera.

Innamorata: (Come non sentendo la risposta di Cameriere) Ho fatto


un sogno meraviglioso, caro. Ero in crociera verso il
Marocco, seduta in disparte nella sala da ballo, un drink
al mio fianco: guardavo tutta questa gente in ghingheri e
piena di soldi che danzava. Mi sentivo un po' sola,
quando vedo questo bel fusto ariano che mi si mette
davanti e mi fa: “Sono il principe di Danimarca, posso
avere l’onore di una danza con lei, madame?”. Mi
prende la mano e mi fa scivolare sulla pista con un’
eleganza, con un savoir faire, con un aplomb, che io mi
sentivo liquida. Poi mi sussurra all’orecchio:
“Ammaliatrice”. Io cado nel suo abbraccio, chiudo gli
occhi e mi risveglio… qui. Lei li fa sogni così belli,
caro?

Cameriere: Certo, madame. Ogni notte sogno che vi strozziate con


un drink così che io non debba più sentire i vostri latrati
canori.

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Innamorata: Mostro e cafone!

Angelo: Io non sogno mai.

Innamorata: Povero caro!

Cameriere: Sfido io, hai la stessa attività emotiva di un bradipo


paraplegico. Che potresti mai sognare: trombette, cori
angelici e sempiterne rotture di coglioni? Paccottiglie da
anime buone insomma. Senti a me, ci guadagni a non
sognare. I miei fanno schifo. Erano belli quella della mia
vecchia, invece. La mattina mi mettevo vicino a quel
suo corpo grosso e stavo lì zitto, ad ascoltarli. Era
l’unico momento senza rompipalle di tutta la giornata
(sputa per terra). Quante bestie alcolizzate aspettiamo
oggi?

Angelo: Le solite Ombre, e un nuovo invitato.

Cameriere: Ti prego, fa che non sia un altro artista frocio.

Angelo: Apriamo.

Asterione entra nel night da sinistra di pubblico. Ha una maschera da toro ed è


vestito elegantemente. Si trascina una pesante valigia.

Angelo: La prego, entri. Cameriere, fai accomodare il signore.

Cameriere: (Eseguendo con ostentata delicatezza) Una mucca su


due gambe non l’avevo mai vista!

Asterione si siede vicino al bancone. Si tasta il corpo come a cercare qualcosa, poi si
volta verso la valigia.

Angelo: Cameriere, il bagaglio.

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Cameriere: Ma che hai? Da quando queste premure da crocerossina?
Quando arrivai io per poco non mi prendevi a calci nel
sedere e ora fai la mogliettina premurosa?

Angelo lo zittisce con un gesto fermo ed elegante.

Angelo: È tempo che tu prenda le ordinazioni.

Cameriere borbottando scompare dietro il bancone.

Asterione: Dove sono?

Angelo: In un night.

Asterione: Cos’è?

Angelo: Un posto dove si finisce, per alcuni.

Asterione: Si finisce cosa?

Angelo: Si finisce.

Asterione: Capisco. Lei chi è?

Angelo: Il barman.

Asterione: Giusto. Posso darle del tu?

Angelo: Certo, Asterione. Tutti i clienti danno del tu al proprio


barman.

Asterione: Sai chi sono?

Angelo: Asterione, figlio delle stelle e del toro. Principe di


Cnosso.

Asterione: Quanta poesia. Un Gin Tonic, per cortesia.

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Innamorata si avvicina al bancone, fa segno ad Angelo si servire un altro drink.
Studia con lo sguardo Asterione, con fare seduttivo.

Innamorata: Così lei è un principe. Chissà che storie sa raccontare


lei. Ho sempre desiderato incontrare un principe.

Asterione: Anche io, non come me.

Innamorata: Che burlone che è lei, principe. Mi offre un drink?

Asterione: No, cocca. Non sei un articolo per i miei gusti. E un


consiglio: non ti aspettare niente dai principi. Sono al
massimo uomini, al minimo mostri.

Rientra da dietro il bancone Cameriere, urlante.

Cameriere: Femminucce, ecco cosa sono. Ai miei tempi gli uomini


bevevano Vodka, non queste stronzate colorate. Sex on
the beach, capisci? Per tre uomini! Froci sicuro.
(Rivolgendosi ad Asterione che lo osserva interdetto)
Che c’è mucca, un po' d’erba di traverso? (Come
riferendosi a dei lontani clienti) Arrivo donnine,
arrivo!

Esce.

Asterione: Dunque vuoi sapere com’era la mia vita da principe?

Innamorata: Oh sì, caro.

Asterione: Conosci la mia reggia?

Angelo: Sì.

Asterione: Il Labirinto è la mia reggia. La mattina mi alzo fra


immensi colonnati e faccio colazione. Una colazione
regale, s’intende. Sono pur sempre figlio di re. Poi per
svagarmi comincio a camminare. Ci sono dei
meravigliosi viali alberati nel labirinto, sai? Mi piace

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così tanto camminare che cammino per ore. Anche se
non c’è nessun posto dove andare, solo strade che si
incontrano, si dividono, si rincontrano, si perdono. A
volte penso di non stare affatto camminando ma di star
semplicemente pensando. Credo che il Labirinto abbia
fatto qualcosa alla mia testa di toro.

Angelo: Non credo sarebbe molto diverso per una testa d’uomo.

Asterione: Che ne sai?

Innamorata: Lo lasci stare caro. Ascolta troppe storie da bar, lui.

Asterione: Non quelle di un principe mezzo toro, sicuro. Avere una


testa come la mia comporta svariate differenze dal
possedere una testa d’uomo. Per il suo piacere andrò
ad elencarne alcune: primo, se possiedi una testa di tal
fatta, hai la certezza assoluta che camminando per la
strada la gente abbia una qualche reazione non
esattamente piacevole per il suddetto portatore di testa.
Come ad esempio voltarsi di scatto, fuggire, raccogliere
pietre per la lapidazione, organizzare fiaccolate per
ammazzarti o, ancora peggio, gruppi di solidarietà per i
diritti del mostro. In realtà questa prima ipotesi è
inventata, in quanto il sottoscritto è impedito a
camminare per strada poiché frequenta solo ed
esclusivamente il labirinto, e per fortuna lì le colonne ed
i porticati non usano esprimere in maniera eclatante i
propri stati d’animo. Punto secondo: se hai una testa da
toro a tratti pensi come un toro, è fisiologico. Dunque se
incontri un ciuffetto d’erba ti viene voglia di masticarlo
per ore, lapalissiano, ma avendo sangue nobile lascio
immaginare i sensi di colpa per questa voglia plebea e
ruminante. Oltretutto difficilmente estinguibile in un
posto chiuso. Punto terzo: la gente non deduce che toro
implica erbivoro, ti crede mostro e dunque mangiatore
di bambini o altre storie originali sulla tua condotta
alimentare e di vita, fino ad arrivare al punto di inviarti
delle persone come cibo. I più se li mangia il Labirinto.
Muoiono di stanchezza o di fame. Qualcuno dopo tanto
camminare semplicemente si siede sotto una colonna e
rimane, aspetta di finire i respiri. Non sono abituati al
Labirinto. A volte ne incontro qualcuno che ancora

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cammina, gli occhi vuoti. Io mi avvicino leggero per
non disturbarli, e li libero.

Innamorata: Assassino.

Asterione: Sì, assasino. E tu cosa faresti, faccia d’angelo?

Angelo: Io non faccio niente. Ascolto.

Entra Cameriere.

Cameriere: Patatine! Cioè prendono mezza cosa da bere, stanno


seduti per giorni e giorni e continuano a chiedere
fottutissime patatine con una sola consumazione. Se
fossi io il proprietario di questo night infame in calci in
culo tutti alla seconda richiesta di patatine. Stronzi
obesi. Anche la mia vecchia mangiava come due
lottatori di sumo ed era grassa come una balena. Però
che voce. Sbrigati dammi delle patatine ed un sandwich
vegano. Vegano! Che diamine è un sandwich vegano?
Roba da froci, ecco cos’è!

Esce Cameriere.

Asterione: Singolare come uomo. Certo detto da me…

Angelo: Suona come detto da altri.

Asterione: Ammetterai che sono interessante come caso.

Angelo: Ti rende felice pensarlo?

Asterione: Felice? Sai quanto ho sofferto per essere così? Sai il


tedio che è stata la mia vita? Giorni sempre uguali senza
fine.

Angelo: Un impiegato potrebbe dire lo stesso.

Asterione: Distraimi, parlami del tuo servitore.

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Angelo: È un uomo.

Asterione: Che strano, pensavo un’anatra.

Angelo: Un uomo che non può continuare dopo essere arrivato


qui. Faceva il portinaio, sua moglie…

Entra Cameriere.

Cameriere: Vecchio stronzo sparlone! Non solo devo dare da


mangiare a questi cani idrofobi di clienti, ma devo
sentire anche spettegolare sulla mia dannata vecchia?
Che c’è, la mucca è curiosa?

Asterione: Sì, e toro sarebbe vagamente più esatto.

Cameriere: Fottiti.

Angelo: Cameriere!

Cameriere: Sì, ho capito, signore e padrone. È venuto il momento


dell’intrattenimento pedagogico, la storia del disgraziato
per educare le anime di passaggio. Sedetevi, signore e
signori. (Rivolto ad Innamorata) Servi tu i cani affamati
durante lo show? C’è uno laggiù indeciso da due ore tra
una birra bionda e una rossa: ammazzalo.

Innamorata esce. Cameriere ruba il drink di Asterione e si va a sedere.

Asterione: Ma prego!

Cameriere: Non li ha mai saputi fare. (Guardando Asterione


astioso) Bhe che vuoi? Mi stai sul culo. Che credi? Che
avere una testa deforme sia un buon motivo per sentirsi
speciale? Uh, ho i problemi perché sono una mucca.
Oh, che triste essere munto mentre vivo in una reggia
tutto spesato. Ma vai a lavorare! Mi dispiace, forse la
mia storia non ha molto d’interessante per le vostre

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orecchie bovine e nobili, ma quello spiumato me la fa
raccontare d’obbligo a tutti i clienti. È uno strano
stronzo quello: sta qui, pulisce il bicchiere, ogni tanto
dice mezza parola e sembra che gli abbiano sempre
pulito il sedere con l’ovatta. Forse è anche un immigrato
omosessuale. Il posto gliel’hanno dato dai piani alti,
mica se l’è guadagnato come me. Il posto che avevo
prima di entrare in questa bettola, intendo. Portinaio.
Mica semplice, uno dei peggiori lavori che il diavolo ha
cacato. Devi far fronte a orde di automuniti che vanno in
scimmia per trovare un posto all’interno del parco,
costantemente reggere l’assedio dei venditori porta a
porta e non farne passare manco uno che non sia mai i
culi condominiali vengano disturbati nelle loro inutili
esistenze, spazza, smazza, pulisci, ramazza, innaffia,
sorveglia, rimprovera, porta comunicazioni
infracondomini vuote di senso quanto piene di
acredine. E tutti avevano la tua stessa faccia, mucca:
seri, e come se cacassero oro. Poi c’era la balena, mia
moglie. Era grassa, quanto era grassa. Salivo di sopra
verso le otto, aprivo la porta e mi ritrovavo il suo bel
ghigno di scherno, e non avevo fatto bene questo e
quello, e perdevo tempo, ed ero misero, ed ero poco.
Sempre poco. È che io l’avevo bloccata. Insomma io la
balena l’avevo portata via dalla sua famiglia
promettendole terre sante e chissà che cosa, poi mi ero
fermato portinaio. E lei chissà quale idiozia si era messa
in testa di diventare un genio della lirica o roba del
genere. Forse ci sarebbe riuscita, ma dico io a che serve
ripensarci, ormai sei vecchia, no? Goditi il presente, no?
Non mi toccava più da anni il cetaceo, diceva che le
facevo schifo. Però la notte quando dormiva – e come
dormiva, che russo potente di petto e pancia insieme – io
mi accostavo a lei quasi a sfiorarla e sentivo quel suo
grosso corpo caldo, come una caverna che accoglieva
chissà quali segreti. (Innamorata comincia un canto
sommesso e dolce rientrando in scena) Dalla portineria
la mattina la ascoltavo cantare, e quel canto era l’unica
cosa che mi permetteva di respirare in mezzo a tanta
merda. E mentre cantava innaffiava i suoi fottutissimi
fiori al balcone, litri e litri d’acqua come se quei fiori
stessero morendo di sete, l’acqua usciva dai vasi, giù,
per tutto il balcone, ancora più giù, a bagnare tutti i

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balconi di tutto il palazzo, una valanga d’acqua e di
pianto che era tutt’uno col canto; e in risposta a questa
scrosciante sinfonia si alzavano le bestemmie e gli
insulti dei condomini, più loro urlavano e sbraitavano
più lei cantava, cantava e rideva, cantava e rideva… che
donna!
Poi i culi condominiali, questa perfetta rappresentanza
della miseria umana, si sono stancati. Mai capita la
poesia quelli. Quelli sono buoni solo a fare le trincee
nelle loro case. Non so come abbiano fatto, sono tutti
intelligenti come te, forse con delle pietre.
Insomma ci svegliamo una mattina e troviamo tutti i
vasi rotti, i fiori morti. Qualcuno sul balcone, qualcuno
caduto giù. Lei strippa. Prova ad urlare, fa la faccia da
balena spiaggiata e non le esce manco una lettera,
manco un suono. Si mette nel letto e non si muove più,
per giorni. Io butto la dignità nel cesso e comincio a fare
cose da frocio: le compro altri fiori, mi vesto profumato,
un giorno mi metto pure a canticchiare per farle
ricordare come si fa. Ma niente, lei muta e sempre più
magra. Gli ultimi giorni si chiude a chiave nella stanza
da letto e non mi fa entrare. A me girano le palle e
penso: “ non mi vuoi? Bhe, fottiti”. Poi sento che dalla
stanza viene un canto forte, alto, e dalla felicità sfondo
la porta per abbracciarla. Entro e sento odore di fiori
morti, il letto è caldo ma lei non c’è. Pesava troppo poco
ormai per esistere.
Così ho preso la benzina che rubavo di notte alle varie
macchine del parco e ho incendiato il condominio. Un
gran bel falò con tante belle urla che salivano e salivano,
sembrava quasi il suo canto. Avrò fatto fuori
almeno una cinquantina tra bambini urlanti, adolescenti
drogati, culi di impiegati e casalinghe. Poi mi sono
messo a camminare, camminare forte, e camminare ti fa
venire sete, e la sete mi ha fatto entrare qui, in questo
fottuto night. E quando sono entrato mi sono accorto di
aver finito i passi per andare via. Che poi per me non
c’era molto da andare o da trasformare.
Bhe, non la versi una lacrima dal tuo cuore nobile? La
prego milord, non ho mai visto una mucca piangere!

Asterione: Dunque sei qui per espiare o per punizione?

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Cameriere: Stronzo fascista e bigotto. Cosa è questo secondo te, il
maledetto purgatorio? (A Innamorata ancora impegnata
a cantare) E smettila di cantare, cozza! Tanto questo è
sordo. Arrivo froci bevitori, arrivo!

Cameriere esce. Innamorata interrompe il canto.

Asterione: Voglio andare via.

Angelo: Puoi. Si esce da quella porta. (Indica la soglia a destra


della scena).

Asterione: (Indicando la soglia da cui è venuto) Voglio andare di


là, voglio tornare.

Angelo: Non si va di là. Non si torna.

Asterione: Dove si va di là?

Angelo: Non lo so, per ognuno è diverso. E nessuno ricorda di


essere stato qui.

Asterione: Cosa posso portare con me?

Angelo: Niente.

Asterione: La mia valigia?

Angelo: Niente.

Asterione: I miei vestiti regali?

Angelo: Niente.

Asterione: La mia testa di Toro?

Angelo: Niente.

Asterione: Che stranezza. Come farò a ricordare chi sono, dire alla
gente che incontro: “Questo sono io, questa è la mia
storia?”.

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Angelo: Non lo dici, non puoi.

Asterione: Ma è inutile. A che mi serve continuare?

Angelo: A nulla. Si ricomincia soltanto.

Asterione: E io non voglio continuare senza di me. Resto qui.

Angelo: Puoi. Per un tempo tutti rimangono. Il tempo per


abbandonare le storie e poi vanno.

Asterione: Cos’è questa farsa esistenzialista? Io voglio stare qui per


sempre.

Angelo: Non esiste “per sempre”. Questo posto e tutti gli altri
non durano.

Asterione: Mi darete delle mansioni mentre sono qui? Un modo per


espiare le colpe, una pratica esotica di purificazione?

Angelo: No.

Asterione: Una punizione? Avete una punizione per la mia testa di


toro?

Angelo: No, questo è un night. Qui serviamo cocktail e


ascoltiamo storie.

Asterione: Allora a che diamine mi serve stare qui?

Angelo: L’ho detto: ad abbandonare e ricominciare.

Asterione: Come si fa?

Angelo: Togliti la giacca, Asterione. È un buon inizio.

Innamorata si avvicina e cerca di aiutare Asterione a togliersi la giacca, che si


oppone.

Asterione: No, no, per favore no. Ho le ascelle sudate.

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Innamorata: Gli uomini sudano, Asterione.

Asterione: No ti prego, ho un cattivo odore.

Innamorata: Qui nessuno ha più odore.

Asterione: Ma è la giacca di mio padre!

Innamorata: Asterione…

Asterione: Senza giacca non sarò più principe!

Innamorata: Questo è il regno di nessuno.

Asterione: Senza giacca non sarò più figlio!

Innamorata: Non ci sono genitori oltre la porta, piccolo Asterione. Tu


sei figlio di un toro e del cielo stellato.

Asterione: Ma io…

Innamorata: Io, io, io…

Innamorata riesce a sfilare la giacca ad Asterione e si allontana. Asterione appare


ringiovanito.

Asterione: Posso giocare?

Angelo: Qui si può.

Asterione: Possiamo giocare insieme?

Angelo: Insieme? Sì, credo si possa. A che gioco giochiamo?

Asterione: Alla guerra! Voglio fare alla guerra come gli uomini e i
ragazzi nel parco!

Angelo: È un gioco antico. Va bene, giocheremo alla guerra.

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Angelo e Asterione si dispongono per giocare alla corrida. Lentamente si avvicinano
fino ad arrivare allo scontro.

Asterione: Io sono qui e tu sei lì. Io sono io e tu sei l’Altro.

Angelo: Io sono qui e tu sei lì. Io sono l’Altro e tu sei tu,


tremendamente tu.

Asterione: Tu sei l’Altro, lo strano con la lingua attorcigliata e il


colore della paura.

Angelo: Tu sei tu che rimani, altro all’Altro. Tu sei tu che tracci


linee e addomestichi cose dandole nome.

Asterione: Io ho il fuoco e il mio fuoco non è il tuo. Io ho la terra,


le donne ed il grano, e donne, terra e grano non sono
cosa per te.

Angelo: Io non chiedo in lingua che tu sappia, io prendo, io non


ho casa e di ogni casa sono l’ombra.

Asterione: Io ho rabbia per te, io ho rabbia e paura per te come


dono, per te diverso che mi sei troppo specchio, vicino e
lontano.

Angelo: Io ho rabbia per te, diversa ed uguale.

Asterione: Io traccio la linea da non valicare.

Angelo: Io valico la linea che non riconosco.

Asterione: Io faccio per te la danza delle cose violente, di morte e


di sangue.

Angelo: Ti seguo nel passo, piede su piede, colpo su colpo.

Asterione: Ti prendo con lama, con bomba, con schioppo.

Angelo: E la terra in frantumi con pianto di madre.

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Asterione: E scanno violento, ti do le botte.

Angelo: Le botte, le botte, mi rompo.

Asterione: Ti ammazzo, ti uccido, assassino!

Angelo: Ti ammazzo, ti uccido, assassino!

Angelo fa cadere Asterione per terra.

Asterione: Sono morto?

Angelo: Sì, tempo fa.

Asterione: Non te lo insegnano prima di giocare alla guerra?

Angelo: La Morte nessuno sa insegnarla.

Asterione: A modo tuo sei tenero. Posso innamorarmi di te?

Angelo: Non sono cosa di cui ci si possa innamorare.

Asterione: Perchè? Sembri carino, hai un bel locale. Io posso


restare qui a darti una mano, posso imparare. Quando
finiamo di lavorare ci beviamo l’ultimo drink e diciamo
le parole che non abbiamo potuto dirci durante la
giornata. Tu mi racconteresti delle nuove bestemmie che
il cameriere ha inventato, io ti guarderei e farei finta di
ascoltarti. Poi chiuderemmo il locale e ritorneremmo
alla nostra casa.

Angelo: Questo posto non esiste Asterione, lo sai.

Asterione: Quante storie! Dillo che non ti piaccio e facciamola


finita. Non fare la parte di quello che non ci sta perché
ha i problemi, non sono nato ieri.

Angelo: Io non ci sto perché non ci sono.

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Asterione: E piantala con queste manfrine, non sei la mia prima
delusione. E sicuramente non sei una delusione più
grande di Teseo. Mi sono preparato per anni
aspettandolo, a te chi ti conosce? Ogni sera mi sedevo
sopra i vestiti per stirarli, mi facevo la cipria con la
polvere dei muri. Camminavo disinvolto per le strade
del Labirinto dandomi un’aria distinta e indaffarata e nei
miei giri cercavo sempre di tornare in quei luoghi che
immaginavo perfetti per il nostro primo incontro.
Quando vedevo un’ombra che potesse appartenere a lui,
mi rassettavo veloce la camicia e pensavo a qualcosa di
stupido e ironico da dire. Qualcosa per non buttarla
subito sul pesante, che poi magari mi giudicava come
uno che si tuffa nella relazione a peso morto perché non
sa stare da solo. Una frase da dire tipo: “Mi avevano
detto che eri più alto”. O idiozie similari. Io realmente
spendevo ore per immaginarlo. Non fisicamente, che le
permutazioni possibili di capelli, altezze e massa
muscolare poche sono. Cercavo di immaginarlo nei
movimenti, nel portamento: sarebbe stato timido o
spavaldo? Che luce avrebbe avuto negli occhi, avrebbe
avuto vergogna? E soprattutto che parole aveva
preparato per il nostro incontro? Quelle parole che aveva
preparato in tutti gli anni della mia attesa, che tanto
ritardavano la sua venuta.
Poi Teseo è venuto. Un giorno come tanti, senza segni
premonitori. Me lo ritrovo davanti all’ennesima svolta
dell’ennesimo corridoio. Puzzava di paura, come tutti gli
altri. Io gli sorrido, lui indietreggia, gli occhi sbarrati.
Non mi lascio intimidire. Gli inizi sono sempre difficili,
no? E poi più un incontro è carico di aspettative più è
difficile rompere il ghiaccio, no? Allora dico una frase,
una frase qualunque per tranquillizzarlo, per farlo
sorridere. E lui che fa? Scappa, a gambe levate. Io
rimango lì, mi siedo e non riesco più a muovermi,
maledicendomi per tutto il tempo passato ad aspettarlo e
a prepararmi per lui.
Poi l’eroe greco ritorna, dopo un tempo infinito, ma
ritorna. Si era pure pettinato. l’aveva capito che mi
piaceva e che lo aspettavo. Senza dire una parola mi si
avvicina e mi tocca, fa qualche stentata carezza e io
dentro di me ne chiedevo ancora, e altre, come uno che
non mangia da quando è nato. Tremava, io credevo per

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l’eccitazione. Allora l’abbraccio, e come sapeva
dissimulare bene il disgusto quell’umano, come sapeva
recitare bene l’abbandono dell’amore. O forse era solo
che io non l’avevo mai fatto prima. Lo avvoglo, misuro
la forza per non stritolarlo, sento che lui con le mani mi
cerca il petto, poi il cuore. Io impazzisco, sembra che mi
vuole. E sul più bello sento la lama, fredda. Il cuore si
apre e si scioglie. Cado a terra e muoio. Vedo lui che
sorride ancora impaurito, con le mani sporche di sangue
e questo gomitolo rosso nella mano sinistra che puzzava
di altra donna.
E questo è il mio grande amore, bello no?

Angelo: Sembra tu ne conosca ben poco, di amore intendo.

Asterione: Questo è ciò che mi è capitato in sorte, ben misera cosa,


concordo.

Angelo: La sorte non c’entra. È ciò che hai scelto.

Asterione: E come avrei scelto?

Angelo: Hai scelto il Labirinto, hai scelto l’attesa, l’ideale.

Asterione: Voglio giocare all’amore.

Angelo: Vuoi conoscere o giocare?

Asterione: Voglio conoscere e giocare.

Angelo: Per conoscere ci vuole distanza, non si può giocare


all’amore e conoscerlo. Osserva.

Entra Cameriere e si dirige nella zona del palco dove è Innamorata.

Cameriere: Ciao Cocca.

Innamorata: Ciao.

Cameriere: Che hai, non canti?

Innamorata: Sono triste.

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Cameriere: Anche la mia vecchia era sempre triste e…

Innamorata: Basta con la tua vecchia.

Cameriere: Cos’è sta storia della tistezza?

Innamorata: Sento un vuoto dentro.

Cameriere va a prendere un gin tonic al bancone.

Cameriere: Bevi uno di questi aiuta.

Innamorata: Non mi va.

Cameriere: Bevi, ho detto.

Innamorata beve.

Cameriere: Come va ora?

Innamorata: Mi sento più vuota di prima, ma non so più perché.

Cameriere: Esatto, serve a questo.

Innamorata: Ma non volevo dimenticare.

Cameriere: E che volevi?

Innamorata: Volevo essere riempita, volevo che il principe di


Danimarca si sedesse vicino a me sulla nave e mi
toccasse qui.

Cameriere: Ho dei lontani parenti in Danimarca, sai? S non sbaglio


uno era anche un riccastro nobile o giù di lì.

Innamorata: Mi prendi in giro.

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Cameriere: No sul serio, aveva anche detto una mezza cosa sul
lasciarmi in eredità una casa o un castello, ora non
ricordo. Posso toccarti io lì?

Cameriere e Innamorata cominciano una buffa pantomima surreale che raffigura un


rapporto sessuale.

Innamorata: Mhm … proviamo. Piano però! Piano, sì così. Toccami


qui, strofina leggermente.

Cameriere: In senso orario o antiorario?

Innamorata: Orario! Tocca la delusione di cento uomini, e ora


toccami qui ti prego, oh, bravo tesoro, toccami tutti i
pensieri inutili, i ragni che ho in testa, ora qui, toccami
qui, prenditi i fiumi di parole inutili che sommergono e
affogano tutto, che se non parlo che paura mi fa averti
vicino in silenzio, di nuovo vuoto.

Cameriere: Toccami tu, toccami tu!

Innamorata: Non ti voglio toccare io, che schifo.

Cameriere: Toccami qui ti dico, o no ti tocco mai più.

Innamorata: Ma io sono una signora, non so toccare bene.

Cameriere: E toccami male, toccami a casaccio, ma toccami qui,


ora, altrimenti non i amo più.

Innamorata: Ma chi ha parlato d’amore?

Cameriere: Toccami! Dammi tutte le toccate che non sono mai


riuscito a chiedere, e ora qui, qui!

Innamorata: Fai qui, prenditi tutto il nutrimento mai avuto, e qui, tuto
quello che per vendetta non ho voluto dare.

Cameriere: Così, prenditi tutto il peso dei miei giorni, qui! Prenditi
tutto il peso della mia fatica, qui, qui, prendi tutta la
violenza del mio essere inadatto.

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Innamorata: Basta! Tocca a me. Ora qui, t prego un po' qui, curami
tutti i figli abortiti, curami tutti i figli che non ho avuto il
tempo di dare alla luce.

Cameriere: Toccami qui, tutta la paura che non mi ha fatto crescere.

Innamorata: Toccami qui, toccami per sempre il peso di tutti i miei


antenati che mi chiedono di non essere felice.

Cameriere: Toccami qui, Toccami per sempre, toccami l’odio veso


le donne e la paura della morte!

Innamora e Cameriere si ritrovano uno di fronte all’altro, ognuno intento a toccare


sé stesso mentre chiede all’altro di essere toccato. Dopo un istante di silenzio si
ricompongono le vesti. Cameriere esce. Innamorata ritorna nella posizione in cui era
all’inizio della scena.

Asterione: Questo è l’amore?

Angelo: No, non sempre. È ciò che tu riesci a vedere dell’amore,


per altri è altro.

Asterione: Come faccio e vedere altro, qualcosa che non conosco?

Angelo: Come ti ho detto, per vedere altro devi lasciare qui la tua
testa di toro e oltrepassare la porta.

Asterione: Che tedio mi dai. Se lascio la testa qui, chi imparerà alto
una volta oltrepassata la soglia?

Angelo: Nessuno, Asterione, nessuno.

Asterione: Allora no, è un imbroglio, uno scherzo, tradimento


uguale a tutti i tradimenti della mia vita.

Innamorata comincia a parlare, come venendo da un luogo molto lontano, nello


spazio e nel tempo.

Innamorata: Asterione, i calzini!

Asterione: Cosa?

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Innamorata: I calzini Asterione, quante volte devo dirti che i calzini
non li devi mettere spaiati in lavatrice?

Asterione: Scusa mamma, è che li perdo, camminando alcuni se ne


vanno e non li ritrovo più.

Innamorata: E non li perdere Asterione, che fanno, fuggono?

Asterione: Si mamma, fuggono, o forse si consumano, io cammino


e cammino mamma, lo sai io cammino e cammino.

Innamorata: E che cammini a fare così tanto, piccolo mio? Studia un


po' al posto di camminare.

Asterione: Ma mi stanco di studiare. E poi a che mi serve? Che mi


serve studiare se vivo nel Labirinto?

Innamorata: E che c’entra piccolo mio, il Labirinto è un posto sicuro,


tu lo sai che cosa c’è fuori?

Asterione: No mamma, non ho mai saputo cosa ci fosse. Me lo


racconti cosa c’è fuori?

Innamorata: E come faccio piccolo mio, che domanda facile. Fuori ci


sono gli uomini e le donne, e gli uomini e le donne sono
cose pericolose piccolo mio. Gli uomini e le donne, e gli
uomini e le donne sono cose pericolose piccolo mio, gli
uomini e le donne sai cosa fanno? Gli uomini e le donne
usano le parole, e che fanno con le parole? Dicono le
cose che son contrari ai fatti, cioè mentono. E tu,
Asterione, ti fideresti di uno che dice la bugia?

Asterione: Non lo so, mamma.

Innamorata: E se non lo sai è perché da mezzo uomo quale sei anche


tu sei bugiardo. Tesoro, se tu fossi nato toro intero, tutti
questi problemi, tutta questa bruttura interiore, non
l’avresti.

Asterione: E tu m ameresti mamma?

Innamorata: Mille volte di più piccolo mio, mille volte se fossi solo
toro. Se tu fossi un intero, e non questa cosa metà e

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metà, ti farei il bagnetto ogni giorno, e ti darei a
mangiare con queste mie mani bianche, e non avresti
bisogno di calzini, e se fossi solo toro, e non questo
dubbio che gli uomini guardano con paura, non avresti
bisogno del Labirinto, del Labirinto per proteggerti.

Asterione: Ma io sono mezzo e mezzo, mamma. Non posso essere


solo oro.

Innamorata: Lo so che non puoi esserlo piccolo mio, ma non ti ci


impegni nemmeno a nascondere quelle gambe umane, a
fare la voce un po' più muflonica, virile.

Asterione: Ma non lo so fare mamma, non me lo insegnano!

Innamorata: Non te lo insegnano perché studi, Asterione! Vieni qui


che la tua mamma ti fa vedere un po' come si fa, vieni
piccolo. Allora per essere un bravo torello devi metterti
su quattro zampe. Poi cali la testa muggisci, ma dal
profondo, dall’ombelico.

Asterione: Come faccio?

Innamorata: Fai così: Muuuuuuu.

Asterione: Muuuu?

Innamorata: Si, Muuuuu.

Asterione: Muuuuuuuu!

Innamorata: Un po' più basso piccolo mio, un po' più uomo.

Asterione: Ma devo fare il toro o l’uomo mamma?

Innamorata: Ma il toro, Asterione, il toro. Uomo è solo un modo di


dire. (Asterione riprende a muggire sommessamente).
Bravo piccolo mio, bravo, hai un bel muggito. Certo
non come quello del toro tuo padre: pieno, possente.
Com’era bello il toro tuo padre. Bianco, sembrava un
figlio del sole. E non era solo bello, te lo assicuro
piccolo mio, era gentile, comprensivo. Mi guardava con
quei suoi grandi occhi tranquilli e se ne stava in silenzio,

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mi faceva parlare, parlare tutte le mie parole, e dopo un
po' i pensieri nella testa si calmavano e rimanevo lì a
guardarlo, ammirata. Così mi sono innamorata,
guardandolo in silenzio dopo fiumi di parole. E dopo un
po' i pensieri nella testa si calmavano e rimanevo lì a
guardarlo, ammirata. Così mi sono innamorata,
guardandolo in silenzio dopo fiumi di parole. Volevo un
figlio da lui, e allora mi travestì da giovenca per starci
insieme. Non è che a lui non piacessi come donna, anzi,
è che pensavo che travestendomi avrei avuto un figlio
che fosse interamente come lui e non come me, che
fosse un toro e non un uomo. Perché? Perché gli uomini
mentono, gli uomini partono con le navi, gli uomini
partono per uccidere altri uomini, e prendono le donne, e
conquistano le terre, e bruciano le terre, gli uomini
bruciano e se ne vanno, se ne vanno Asterione. Se al
posto degli uomini ci fossero i tori, staremmo tutti in
silenzio, a brucare erba, e nessuno si farebbe più male,
nessuno andrebbe più via, piccolo mio, nessuno
mentirebbe più torello. Se tu fossi meno uomo e più
toro, che gioia piccolo mio, che gioia.

Innamorata tace e si allontana. Asterione smette di muggire.

Asterione: Cosa era questo?

Angelo: Un vecchio gioco.

Asterione: Sembrava bello.

Angelo: Con questo gioco costringi gli altri a recitare parti,


continui a ferirli con le tue ferite.

Asterione: Che significa?

Entra Cameriere.

Cameriere: Che c’hai cacato il cazzo con le tue proiezioni.

Asterione: Voglio finire.

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Angelo: Richiesta difficile il finire, quanto cominciare. Nulla
accade. Talvolta fingiamo dei cambiamenti, e tu non sai
fingere cambiamenti.

Asterione: Ma se io avessi qualcuno che mi indicasse la via, un


uomo retto e giusto che sa come va a finire, allora io
potrei lasciarmi alle spalle il peso della mia vita e
andarmene, andarmene come volare via.

Angelo: Di che farnetichi Asterione?

Asterione: Un Maestro.

Cameriere: Ahia!

Angelo: Se mai ci sono stati, da tempo si sono stancati del gioco


di profezie, crocifissioni e reincarnazioni, da tempo
rimangono da qualche parte, a vedere sbocciare i fiori.

Asterione: Ci sarà pure in questo andirivieni di anime qualcuno che


abbia ancora la volontà di insegnarmi qualcosa.

Cameriere indossa il cappello che aveva a inizio spettacolo, assumendo personalità


da capocomico.

Cameriere: Ma sì, ma sì, se ne trovano a quintalate, a pacchi, a iosa,


maestri di tutte le taglie e inclinazioni. Ne vado a
chiamare uno di rara santità acclarata da tanto di
attestato statale, col permesso di insegnare in tutto il
globo terracqueo e in diversi piani extradimensionali!

Asterione: Come parli?

Cameriere: Arrogante buzzurro, asceta io sono. l’anima mia vagante


edotta del nettare dell’illuminazione s’è fatta. Eccolo,
sento che sta giungendo il non-ritornato-gemmo-del-
creato, lo invito per trasmettere a te saperi che in un
nulla ti traggano al beato Nulla!

Angelo: Non esagerare.

Cameriere: Ma sì, ma sì, eccolo! Odo i suoi passi di loto!


Osannaosanna!

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Cameriere si nasconde dietro il bancone.

Asterione: Devo fidarmi?

Angelo: La fiducia non può essere un dovere, Asterione.

Cameriere riemerge da dietro il bancone con paramenti da Maestro.

Cameriere: Si inchini figlio disperso per ricevere la mia


benedizione. Che strana testa figliolo mio, ha tanto
peccato nelle precedenti esistenze per ottenerla. Perché
ha chiamato me, maestro di rito ermetico-gnostico-
shivaita?

Asterione: Maestro io… posso chiamarla maestro?

Cameriere: Ma è obbligatorio mio caro, altrimenti non posso


avviare la procedura illuminativa.

Asterione: Maestro io vorrei che lei mi indicasse la via.

Cameriere: O santo Asclepio redentore! Lei ha osato chiamarmi per


una semplice indicazione stradale? E sentiamo, dove
vorrebbe andare?

Asterione: La Via, Maestro! Intendo un modo per realizzarmi, per


vincere la sofferenza.

Cameriere: Ah, una via in senso gnoseologico!

Asterione: Magari ontologico – esistenzialistico andrebbe meglio.

Cameriere: Non contraddica i maestri! Si sieda e ascolti le mie


parole imbevute di santissima sapienza. Ma non così,
non a vacca, si ponga nella posa del loto spiaggiato.

Asterione: Mi scusi Maestro, ma non la conosco.

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Cameriere: Ma lei non è iniziato ai misteri di Horus allora! E me lo
vuole dire? Gliela spiego: il gomito destro va
posizionato sull’emicefalo destro, così da permettere al
meridiano del pesce di fluire, dopodiché l’alluce sinistro
va a coprire come fazzoletto di seta il ginocchio destro,
ed il respiro va direzionato a mo di fenicottero verso le
anche . La mano va posta nella mudra del rospo che
salta.

Asterione: Come si fa?

Cameriere: Lo dice il nome: (mimando) come rospo, che salta!

Asterione: (Eseguendo) Sono bravo, Maestro?

Cameriere: Lei è il peggior discepolo che abbia mai avuto, andrebbe


trascurato.

Asterione: Non mi trascuri Maestro, mi impegnerò e migliorerò.

Cameriere: Lo terrò in conto. Ad ogni modo, prima di ricevere


l’atteso altissimo insegnamento compiliamo il
protocollo.

Asterione: Il protocollo?

Cameriere: Il protocollo di processualità illuminativa. Non si


preoccupi, è una pura formalità burocratica, qualche
domandina e ci togliamo il pensiero. Pronto?

Asterione: Pronto!

Cameriere: Codice fiscale?

Asterione: Cos’è?

Cameriere: Coordinate bancarie?

Asterione: Non ho averi in banca.

Cameriere: Peccatore!

Asterione: Di che peccato?

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Cameriere: Pecca di averi!

Asterione: È grave?

Cameriere: Malsano! Procediamo. Si masturba?

Asterione: A che le serve saperlo?

Cameriere: Mi serve a comporre un grafico in cui porrò sulle ascisse


e ordinate in base alla frequenza dell’atto onanistico
rispettivamente da un lato il suo tasso di libidine e
dall’altro quello della frustrazione autocensuratoria.
Intende?

Asterione: No.

Cameriere: E allora se non intende si affidi. Procediamo. Quante


mamme ha?

Asterione: Una, credo.

Cameriere: Banale. Aspettative, illusioni, aspirazioni ne abbiamo?

Asterione: Non quantizzate, ad altalenante frequenza.

Cameriere: Diabolico! Dica trentatré,

Asterione: Mi prende in giro?

Cameriere: Non dubiti sulla strada impervia dell’ascesi! Dica


trentatré affinché io possa constatare la presenza di Elan
Vital!

Asterione: Trentatré!

Cameriere: Assenza di Elan Vital, forte alitosi.

Asterione: Mi scusi Maestro, sa il viaggio, la Morte…

Cameriere: Non si giustifichi e accetti il suo odore di merda!


dall’accettazione della propria merda interiore parte il
processo di cristallizzazione adamantina!

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Asterione: Amen?

Cameriere: E ora la domanda delle domande: lei ha attraversato con


successo la notte oscura così come descritto da San Juan
de la Cruz e Don Diego de la Vega?

Asterione: Maestro sono disperato, ma non intendo.

Cameriere: Ardua è la sua pratica, ma cercherò di fare il possibile


aiutato dalla mia compassione sempirotante. Ora si
prepari ad ascoltare l’insegnamento ultimo: chiuda gli
occhi, inspiri e espiri come gimnosofista precolombiano.
Pronto?

Asterione: Pronto!

Cameriere: (Improvvisamente serio) Il re Mida per un giorno e una


notte inseguì il Sileno nei boschi per porgli un
importante quesito. Al termine della notte riuscì a
catturarlo e affannando gli disse: “Ora dimmi, seguace
di Dioniso, qual’è la cosa migliore e più desiderabile per
l’uomo?”. E questi, costretto dalla sua insistenza, con
voce stridula e ridendo gli rispose: “Il meglio è per te
assolutamente irraggiungibile. Non essere nato, non
essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo
migliore per te è svanire presto!”

Asterione: Cosa significa?

Cameriere: (Riprendendo il fare da ciarlatano) E che ne so, io parlo


posseduto dallo spirito divino, ma non ne capisco un
emerito penducolo. Ad ogni modo fanno trentamila.

Asterione: Trentamila?

Cameriere: Monete, castelli, o in assenza di altro auto e belle donne.


Faccia lei con somma carità.

Asterione: Lei si fa pagare per dire queste inutilità?

Cameriere: Ho orrore per la vile materia danarosa! Richiedo quello


che lei volgarmente chiama pagamento semplicemente

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per aiutarla ad espiare i suoi attaccamenti. Accetto anche
buoni pasto.

Asterione: Ma lei è un imbroglione, un ciarlatano, un millantatore!

Asterione fa per acciuffare il Cameriere ma questi scompare dietro il bancone. Dopo


poco ricompare di nuovo in tenuta da cameriere.

Cameriere: Accorrete, accorrete! Ha ammazzato il Maestro! A morte


il mostro, bruciate la strega!

Asterione: La strega?

Cameriere: La strega, il mostro, è uguale! La strega ha ammazzato il


maestro, al rogo la strega.

Angelo: Cameriere credo sia inopportuno.

Cameriere: Zitto e aiutami. Prendi il mostro, ammazza la strega, non


si sa se è donna, uomo o demone, ammazza il dubbio col
fuoco e col sasso. Ha una testa di mostro, ha una testa
che porta il male, ammazza la mucca, prendi la mucca,
prendi la mucca, squarta la mucca!

Asterione: Sono innocente!

Cameriere: Gli animali sono innocenti e tu non sei che per metà
animale, il resto puzza di arroganza e di peccato. Hai
sedotto, inquinato e macchiato, portato scompiglio e
mentito.

Innamorata si avvicina ad Asterione e gli toglie la cravatta.

Asterione: Sono stato me stesso.

Cameriere: Limitarsi a sé stessi è arrogante e maligno quando


nell’intero creato tutto si maschera per poter essere e
crescere, e tu essendo te stesso hai dunque sputato tre
volte trenta sulla grande opera del creatore di Labirinti.
Fiaccole!

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Asterione: Ho cercato di abbracciare il mio destino, stare nel posto
che mi era stato dato.

Cameriere: Ed il tuo destino ed il posto dato erano un posto di


malignità e deviazione, il tuo esserci rimasto, il tuo
averlo abbracciato, mille volte ti fanno meritare il fuoco.

Asterione: Chiedo Perdono.

Cameriere: Non basta chiedere, devi confessare. Perdono per cosa?

Cameriere e Innamorata si dispongono ai lati di Asterione. Con cura gli toccano il


ventre ed il petto.

Asterione: Chiedo perdono per essere nato, perdono per essere nato
metà toro. Perdono io chiedo per tutte le volte che sono
mancato a me stesso; perdono per le lacrime che ho
taciuto; chiedo perdono per quando si faceva tardi la
notte e io dal dolore non riuscivo a chiudere gli occhi;
chiedo perdono per questa mia vita stentata e immatura;
perdono per non aver mai saputo prendere una scelta,
perché l’interno del Labirinto non sono mai stato in
grado di percorrere una strada che fosse diritta; chiedo
perdono per i miei pensieri affollati e per non averli
saputi dire; perdono perché quando parlavo tra me e me,
che non c’era nessuno ad ascoltare ho saputo parlare
solo me; chiedo perdono per il figlio che non ho saputo
essere, per il dispiacere che la mia deformità ha
generato, per la famiglia che non ho avuto chiedo
perdono; per il padre che due volte mi è mancato, come
uomo e come animale; chiedo perdono per la madre che
mi ha abbandonato per i fratelli che mille volte ho
ucciso nel sonno per gelosia della loro normalità; chiedo
perdono, per non aver saputo essere uomo tra gli
uomini, che troppa paura e troppo schifo del loro odio e
del mio avevo; perdono perché troppo ho pesato e
troppo o dato fastidio all’esistenza tutta col mio peso
imponente; perdono per ciò che non ho avuto e per il
mio poco coraggio di chiederlo; perdono per tutta la
fragilità mia che non ho rispettato svendendomi nel
fantasie per un po' di umano affetto; perdono per le
carezze, le botte ed i baci che ho evitato, per la vita

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invissuta, per le gabbie in cui ho vissuto; perdono per
essere nato maledetto; mille volte chiedo perdono, e
chiedo mi venga data la morte per il fuoco. Bruciate
tutta questa mia storia, questa mia vita lamentosa
bruciate, e che di me si perda memoria e nome.

Angelo emette un grido che assomiglia al rumore del vetro graffiato. Cameriere e
Innamorata smettono di toccare Asterione.

Cameriere: E che esagerazione! È un gioco Asterione, come tutto il


resto d’altronde. Chi mai dovrebbe perdonarti? E poi sei
già morto,o sai.

Asterione: Basta, sono stanco. Non ha senso confessare e non


essere perdonati.

Angelo: Pare tu confonda il perdono con la ricerca di attenzioni.

Asterione: Fai silenzio.

Angelo: E che il tuo dolore abbia la ricercatezza del calcolo


matematico che fa guadagnare l’applauso.

Asterione: Fai silenzio ho detto! Ho sete.

Innamorata: Che sete ha principe?

Asterione: Sono stanco, parlare mi ha fatto venire sete.

Innamorata: Venga, le preparo un drink, uno speciale, piccolo mi.


Non si intimorisca, io stessa ho insegnato al nostro
barman a prepararli. Sa cosa sono i cocktails?
(preparando un cocktail) I cocktails sono bevande
alcoliche ghiacciate, la scelta delle varianti è infinita, in
grado di trasmettere sensazioni contrastanti:
un’armoniosa fusione di sapori, combinata
all’impressione di ricevere un buco nello stomaco. Ed è
bene ricordarsi sempre questo effetto quando le offrono
un cocktail: questi drink si lasciano bere tutti con tanta
facilità che abusarne è un errore sorprendentemente
comune. A questo proposito è importante sapere che i
cocktail base di Gin, Vodka e Rum Bianco provocano in
realtà disturbi più lievi rispetto a quelli causati

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dall’abuso di alcolici di colore più scuro. È un
avvertimento, ciò non significa che lei non possa
scegliere di bere i colori scuri, piccolo mio assaggi. Le
piace?

Asterione: Non ho gusti, voglio solo dissetarmi,

Innamorata lascia cadere a terra il cocktail appena preparato. Comincia a


prepararne un secondo.

Innamorata: Si sbaglia, caro. Ogni sete ha un sapore diverso. Ve ne


sono di antiche, innominate, ed altre che si mantengono
per abitudine o per vizio.

Asterione: Lei per che sete beve?

Innamorata: Una signora come me non beve per sete, sciocchino. Io


bevo per insegnare, lei per che sete vuol bere?

Asterione: Non so dirlo.

Innamorata: Si cimenti, bel tenebroso

Asterione: Ho la gola secca, vorrei qualcosa di fresco.

Innamorata: Oh caro, come vede non è tanto particolare il suo


desiderio. Tutti gli uomini hanno la gola secca le parole
confuse. Mettete molto ghiaccio nello spezzettato nello
shaker. Versatevi succo di lime, sciroppo di zucchero e
Rum. Quando gli dei crearono l’uomo, gli diedero in
fato la Morte, a tennero la Vita per loro. Agitate finché
lo shaker non si raffredda. Riempi il tuo ventre di cose
buone, giorno e notte danza e sii lieto, banchetta e
rallegrati. Filtrate l contenuto in una coppetta raffreddata
precedentemente. Rendi felice tua moglie e abbi caro il
fanciullo che ti tiene per mano. Una spruzzata di
Curacao, questo è il fato dell’uomo. Bevi.

Asterione prende il cocktail e lentamente lo beve.

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Asterione: È buono madame, antico al punto giusto. Posso averne
altro?

Innamorata: Oltre la porta, Asterione.

Asterione: La ringrazio madame, la mia te non s spinge fin là. Anzi,


non ho più sete.

Innamorata: Non ho più parole.

Innamorata pulisce bicchiere e si allontana. Arriva Angelo.

Asterione: Giochiamo.

Angelo: Non ne eri stanco?

Asterione: È diverso, voglio fare un gioco diverso.

Angelo: Che gioco è?

Asterione: Giochiamo a essere due clienti di questo bar, io e te.


Giochiamo che ci sediamo e parliamo

Angelo: Giochiamo.

Innamorata e Cameriere preparano un tavolino e due sedie.

Asterione: Giochiamo che ci sediamo e pendiamo un caffè.

Angelo: Giochiamo.

Asterione: E che facciamo finta che ci siamo visti per il caffè e non
per parlare.

Angelo: Giochiamo.

Cameriere porta due tazzine da caffè.

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Asterione: E poi parliamo come fratelli. Come fratelli chnon si
vedono da molto tempo, come fratelli che si sono perso
da tanto tempo.

Angelo: Giochiamo.

Asterione: E io ti dico: “Come stai?”.

Angelo: E io rispondo?

Asterione: Bene, grazie.

Angelo: Bene, grazie. (Asterione invita Angelo a continuare) E


tu?

Asterione: Ecco. E allora io ti direi che sto male, che sono confuso,
che non so continuare.

Angelo: E io ascolto?

Asterione: Sì, ascolti, ma con una faccia più presente,


un’espressione empatica che significhi: “Continua, mi
interessa”.

Angelo: (Tentando di variare espressione, con scarsi risultati)


Così?

Asterione: E allora io sentendo il tuo interesse ti racconterei la mia


vita, accenderemmo una sigaretta e ordineremmo un
altro caffè.

Angelo: E mentre aspettiamo il secondo caffè staremmo in


silenzio, io per darti il tempo di raccoglierti, tu per paura
di svelarti troppo.

Asterione: Esatto!

Restano in silenzio. Innamorata porta due sigarette che accende personalmente.


Asterione e Angelo fanno pochi tiri e riconsegnano le sigarette ad Innamorata che si
allontana.

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Asterione: E se io decidessi di continuare a parlare, allora significa
che tu saresti diventato mio amico.

Angelo: E tu decidi di continuare a parlare?

Asterione: Io continuerei a parlare, e tu saresti mio amico.

Angelo: Io non posso essere tuo amico.

Asterione: Fai finta, diamine. D’altronde è solo un gioco, no?


Come tutto il resto.

Angelo: Sì, è giusto.

Cameriere porta via le due tazzine.

Asterione: E tu come mio amico avresti voglia di aiutarmi, di


trarmi via da una situazione in cui io non vedo via
uscita, una situazione di immobilità in cui restare o
andare hanno per me lo stesso sapore e tutto sembra uno
scherzo escogitato da un demiurgo ostile. E allora tu
guardandomi negli occhi, con voce sottile in modo che
so io possa sentirti, mi diresti un segreto, i diresti cosa
devo fare e che senso potrebbe avere questo fare per me.

Angelo: E fingendo io di esserti amico e fingendo io come un


amico finge di essere sincero, mi ritroverei a dirti un
segreto che non vorrei dirti, di un segreto che mentre
parlerei mi righerebbe le guance di lacrime. Mi
ritroverei a raccontarti che neanche il mio andare o
restare ha alcun senso, che questo intero posto è uno
scherzo che fingo di produrre io ma che è prigione per la
mia stessa maschera, che non ha alcun valore il fiume di
parole che abbiamo fin qui sprecato. Che vivere, morire
e rinascere sono cose che ci inventiamo per passare il
tempo, che io non conosco il mio nome o ancora me lo
devo meritare, che sono una funzione dei tuoi giochi e
nient’altro, e che oltre questo momento presente in cui
io e te ci guardiamo e parliamo non c’è nulla, oltre
questo tavolo e le due sedie su cui siamo seduti

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comincia il deserto, comincia la polvere infinita, la
polvere eterna.

Silenzio. Asterione comincia ad applaudire.

Asterione: Bravo! Sei un pessimo attore ed un sincero bugiardo. Ad


ogni modo ti meriti un regalo per il tuo sforzo, un regalo
altrettanto sincero. (Prende la sua valigia) Ecco questo è
il mio bagaglio. Secondo te cosa c’è dentro?

Angelo: I tuoi vestiti e la tua sofferenza.

Asterione: E qui pecchi di arroganza e ti sbagli, amico mio. Sei


curioso di scoprirne il contenuto?

Angelo: Devo continuare a fingere?

Asterione: C’è differenza ormai?

Angelo: Sì, sono curioso.

Asterione: È la mia collezione personale. È ciò che ho di più caro e


non riesco ad abbandonare.

Asterione apre la valigia, lasciando intravedere una moltitudine di bigliettini.

Angelo: Cosa sono?

Asterione comincia a prendere i bigliettini, leggerli e passarli ad Angelo perché li


osservi da vicino. Angelo, non visto da Asterione, lentamente li strappa.

Asterione: Sono momenti. Puri come cristalli. Trascritti negli anni.


Ci ho messo l’intera mia vita per affinarne il gusto, per
riuscire ad accumularli senza sciuparne l’aroma. Guarda
questo: “Aprile, terzo giorno. Ieri notte mi sono lasciato
cadere a terra per dormire. Oggi al risveglio due raggi di
sole mi colpivano il volto, due buchi sull’alto soffitto la
causa”. E ancora: “Quarto di luna, sesto mese. Dal
corridoio di destra viene un profumo che non è nel

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Labirinto. Gelsomini e sapone di bucato, ad asciugare”.
E questo: “Quarantaduesimo giorno dell’anno delle
Scale. Trovo una finestra. Due in lontananza camminano
verso il mare. Si avvicinano, non si toccano”. Guarda
qui: “Incontro un gatto. Miagola, poi svanisce. Non sono
solo”. E questo, questo è il mio preferito: “Autunno.
Trovo un muro mangiato dal tempo. Le macchie di
umidità disegnano delle lettere. Rimango a guardarle
fino al tramonto”.

Asterione si volta porgendo l’ultimo bigliettino letto e si avvede dell’operazione di


Angelo. Gli si avvicina lentamente e gli stringi le mani alla gola fino a farlo morire.
Prende i bigliettini rimasti e comincia a farne coriandoli che lancia per aria come
per liberarli. Si toglie la maschera e si porta in proscenio, come a scorgere qualcosa
in lontananza.

Asterione: Troverai a destra delle case di Ade una fonte, accanto


ad essa eretto un bianco cipresso: a questa fonte non
avvicinarti neppure. Più oltre troverai la fredda acqua
del lago di Mnemosyne, vi stanno innanzi custodi, ed
essi ti chiederanno a qual fine sei venuto fin lì. Allora tu
esponi tutta la verità. Dì: “Son figlio della terra e del
cielo stellato. Asterione è il mio nome. Son arso di sete,
ma datemi da bere alla fonte”.

Asterione varca la soglia, e lentamente si avvia sul fondo per uscire. Cameriere ed
Innamorata dispongono nuovamente i veli sulla scenografia, poi indossano soprabiti
e cappelli. Angelo si rialza.

Cameriere: Bene, tutto è bene ciò che non finisce. Ottima


interpretazione miei cari, in alcuni punti un eccessivo
gusto per il grottesco ed il surreale, ma comunque
ottima interpretazione.

Innamorata: Sei stato tu il primo ad eccedere col cerone e


l’istrionismo.

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Cameriere: È inutile lamentarsi, stasera ero particolarmente ispirato
dalla parte. Ed ora andiamo, dobbiamo dissolverci come
artifici nella notte.

Angelo: Andate, finisco di chiudere il locale e vi raggiungo.

Innamorata: Non esiste nessun locale, lo sai.

Angelo: Andate, tolgo la polvere dalle sedie e vi raggiungo a


casa.

Innamorata: Quale casa? Che gioco è questo?

Cameriere fa gentilmente intendere a Innamorata di restare in silenzio.

Angelo: Ma da dove viene tutta questa polvere? E perché c’è così


poca luce? È normale che un cliente non voglia entrare
in un luogo così malandato. Cameriere preparami un
drink, ci sono ancora delle storie da ascoltare. Domani
comprerò qualche lume da mettere sui tavoli. E dei
nuovi bicchieri, che ne dite?

Cameriere: Addio fratello mio. Troppe storie hai ascoltato per


tornare con noi, di troppe storie ti sei innamorato per
poterle abbandonare. Addio fratello mio, che la terra non
pesi troppo al nulla dell’anima tua.

Cameriere e Innamorata escono lentamente da lati opposti della scena eseguendo la


danza ritmica con cui si sono presentati. Angelo si siede e porta la maschera di
Asterione al volto. Buio.

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