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IL MISTERO PASQUALE

Mons. Marco Frisina


13 aprile 2012

Grazie dell’invito perché prima di entrare in seminario, avevo 22-23 anni, ero catechista in
una parrocchia, in un oratorio. Quindi con don Bosco c’è sempre stata una certa familiarità. A casa
ho un’icona con tutti i miei santi patroni che stanno a fare una scampagnata fuori porta del
Paradiso, questo è il soggetto, e tra i tanti c’è don Bosco. Credo che nella mia vita d’oratorio,
questo imprinting − ero adolescente −, è stato fortissimo perché l’idea della catechesi, l’idea di
poter stare con i bambini dell’oratorio, di dover essere sempre semplice, sia nell’esposizione sia
nell’andare incontro alle esigenze nell’evangelizzazione e anche a livello musicale questo mi ha
molto condizionato, devo dire che devo molto a don Bosco, indirettamente o direttamente, quindi
mi fa piacere perché è la prima volta: passo tante volte qui, ma non mi ero mai reso conto che li
all’angolo c’era un ingresso in cui si poteva entrare in un mondo diverso che è questo. Sembra
veramente un altro mondo.
Il nostro incontro non è una cosa che si può consumare in un’ora e mezza perché il mistero
pasquale, lo stiamo vivendo in questa settimana in maniera intensa, è tutta la nostra fede, è ciò su
cui verte tutta la nostra vita cristiana e anche il nostro pensiero cristiano perché il mistero
pasquale è uno stile. Non è semplicemente qualcosa in cui crediamo ma è qualcosa che conforma
la nostra vita, è qualcosa che conforma la vita di un cristiano: quando c’è un cristiano, lo si deve
riconoscere da come vive la Pasqua. È un cristiano perché è un uomo pasquale. Questo significa
tante cose: che è un uomo che conosce sia il significato sia del dolore, della sofferenza, della croce
ma conosce soprattutto il valore della resurrezione e che ha con la realtà creata, quindi dalle
creature agli uomini, alle persone, un rapporto che è quello pasquale. Quando penso a questo
penso al rapporto che i santi hanno avuto con la Chiesa, con tutti: a don Bosco, S. Francesco di
Sales, S. Filippo Neri, a tanti che sono vicini alla vostra spiritualità salesiana, i miei santi patroni, ma
che hanno avuto una vita pasquale.
Cerchiamo insieme stamattina, un po’, di entrare in questa dimensione: perché? Qual è il
sentiero per entrare in questa visione?
Siamo nell’ottava di Pasqua, questo unico giorno di Pasqua, il giorno primo di una nuova
creazione. Noi non vogliamo smettere di celebrarlo questo giorno, per questo c’è l’ottava. Le
ottave sono un modo per prolungare la contemplazione e il godimento della festa che abbiamo
celebrato. Ma noi siamo già, come Chiesa,nel primo giorno, ovvero, dalla resurrezione di Cristo in
poi il mondo vive il primo giorno della nuova creazione: non si torna indietro: la morte e
resurrezione di Cristo ha segnato un punto di partenza nuovo da cui non si torna indietro; noi non
possiamo tornare indietro, a ciò che era prima di Cristo. Se n’è accorta la storia quando mise
questa divisione, prima di Cristo e dopo Cristo, perché non si torna più indietro: il mistero
pasquale ha condizionato la storia, ne ha dato una nuova svolta. E di questo dobbiamo rendercene
conto: noi viviamo dentro il mondo, che può anche ignorare, può anche dimenticarsi di questo ma
Cristo, di fatto, c’è, e ha dato la svolta. E questo si può vedere, proprio storicamente, perché
quando noi leggiamo gli eventi storici, e ciò che il cristianesimo ha creato nella storia del mondo,
se noi lo vediamo con attenzione ci accorgiamo che la fede pasquale è penetrata dentro la realtà
mondana anche quando il mondo non lo riconosce, in maniera talmente sottile e profonda da
averlo cambiato.
Oggi si parla dei diritti umani, si sbandierano, in maniera più o meno autentica, ma chi ha
inventato i diritti umani? Quando mai, nel mondo prima di Cristo, c’era il rispetto per gli schiavi o
per gli stranieri, per i bambini, per la donna? Sono tutte cose che ha inventato il Vangelo, non
c’erano prima. Domandate ad un pagano del mondo antico; basta leggere i testi: tutte questa cose
1
non ci sono. Pensate, non ci sono neanche nell’Antico Testamento, se non abbozzate come
possibilità ma non realizzate. Oppure questa idea nostra che la guerra è una cosa cattiva, sbagliata:
sono idee del Vangelo. La necessità di una vita giusta, senza prepotenze, senza violenze: nel
mondo antico, la violenza faceva parte del sistema stesso e della vita sociale. Anzi, chi non la
utilizzava per il proprio onore o la gloria era considerato un uomo a metà.
Se volente o nolente, il Vangelo con la sua potenza è penetrato nella storia, anche in
maniera sottile ma c’è. Certo, il mondo volta le spalle a Cristo perché non vuole riconoscere la sua
presenza, ma questo non significa che Lui non c’è. È proprio la stessa situazione che si è creata
quando Lui era qui sulla terra, a 33 anni: Lui c’era, gli effetti si vedevano ma il mondo voltava le
spalle a Lui. Ma «le tenebre non sono riuscite a soffocarlo», 1 ce lo ricorda il prologo di Giovanni, la
luce non viene soffocata: siamo nel tempo pasquale. La Pasqua è un mistero in cui, nonostante che
il mondo voglia far fuori Cristo, termine proprio giusto, cioè lo vuole mettere fuori dal mondo, non
lo vuole, nonostante tutto Cristo è risorto, è vivo e c’è.
Facciamo un passo indietro per capire questo.
Perché questa efficacia? Perché questa presenza è poi così necessaria? L’uomo creato a
immagine di Dio, quindi capace di comprendere la presenza di Dio, di sentirla, di entrare nel
mistero di Dio perché è stato fatto per lui; ogni uomo è predisposto per Dio, come se fosse già
fatto per, tant’è vero che non si accontenta mai di niente, l’incontentabilità degli uomini è una
delle prove, a mio avviso, proprio dell’immagine di Dio perché l’unica cosa che ci contenta è
proprio l’Assoluto. Noi non ci accontentiamo se non delle cose assolute, una volta raggiuntane una
poi ne vogliamo un’altra, più grande, in maniera più o meno disordinata a volte. Però lo portiamo
dentro come un istinto, istinto dell’Assoluto: noi siamo fatti per una gioia assoluta, per una verità
assoluta, per l’Assoluto. E siamo talmente presi da questa cosa che la nostra vita è sempre
proiettata verso. Voi siete giovani, è una grazia, una malattia che passa presto, fra qualche anno
sarete fuori dalla giovinezza ma questa vostra capacità, proprio quando si è giovani, di vedere
domani come il luogo delle opportunità infinite, questa è una delle cose più belle della vita
dell’uomo ossia l’uomo fatto per poter essere capace di costruire qualunque cosa e di guardare
verso Dio come l’Assoluto in cui tutto si può, si può raggiungere, tutto c’è. In maniera disordinata
perché a volte lo facciamo in maniera impropria, ed è qui che si è inserito il peccato. Proprio
perché il peccato viene a deformare ciò che noi siamo. In qualche modo il diavolo ha voluto far
leva non su una bugia lontana ma su una mezza bugia e una mezza verità, come fa il diavolo: non
ci dice mai delle cose assurde ma cerca di convincerci su cose che possono avere l’apparenza della
verità, se no noi non ci convinceremo. La seduzione del diavolo è proprio di dire la verità e la bugia
insieme, in maniera molto furba, tant’è vero che nella tentazione di Eva dice: «se mangerete del
frutto, diventerete come Dio». 2 Era una cosa vera ma dov’è l’errore, la menzogna? È che l’uomo
era già come Dio, non aveva bisogno di mangiare del frutto per diventarlo.
L’inganno del peccato è quello che noi vorremmo sempre essere come Dio, e noi siamo fatti a
immagine di Dio, e il diavolo ci convince che per essere come Dio bisogna farlo senza di Lui;
dobbiamo fare come Dio perché noi siamo Dio, non abbiamo bisogno di Dio: siamo talmente belli,
perfetti, straordinari che non abbiamo bisogno di Dio. Questo è l’inganno del diavolo. E noi
dimentichiamo che siamo già come Dio, nella misura in cui stiamo rivolti verso di Lui; non c’è
bisogno di essere un’altra cosa, lo siamo già. Noi possiamo essere felici, basta essere rivolti verso
Colui che è la sorgente della felicità; noi possiamo essere sapienti, basta ricevere la verità da colui
che è la Verità. E l’inganno è sempre lo stesso, anche nei peccati più piccoli, c’è sempre questa
tentazione di crederci forti, grandi, bravi, intelligenti, anche senza Dio o di qualcuno che ci dice. La
disobbedienza di fatto è credere di dover fare a meno di nostra padre: quando eravamo bambini la
disobbedienza era dire no. Non si vuole più sentire l’autorità di un genitore. La disobbedienza di
1
Cfr. Gv 1, 5.
2
Cfr. Gen 3, 5.
2
fatto è una sorta di rivendicazione sindacale: io sono bravo, sono intelligente, sono me stesso,
devo realizzare me stesso, è inutile che tu mi freni: io faccio come voglio io.
Questo modo di porsi davanti a Dio diventa la condanna dell’uomo a non avere più la
percezione autentica di se stesso. Anzi, addirittura l’uomo si nasconde davanti a Dio. Il racconto
dell’episodio del peccato di Adamo è bellissimo: l’uomo sente Dio arrivare, quindi percepisce la
presenza di Dio, era normale perché Dio veniva a passeggiare con l’uomo ogni giorno, così
racconta Genesi, e quel giorno, alla brezza del meriggio, il Signore viene a incontrare l’uomo e non
lo trova all’appuntamento. Lo chiama: «Adamo dove sei? Dove sei?» 3 perché lui si è nascosto
perché aveva paura perché era nudo. Questa nudità di Adamo è una delle immagini più forti e
belle della nostra realtà umana: l’uomo nudo è l’uomo che non ha difese, l’uomo che si sente
impaurito, che si nasconde, che si crea la maschera, che si crea un’altra vita, l’ipocrisia dell’uomo,
che vuole apparire sempre perfetto… dentro, invece, porta tristezza, disperazione, dolore,
malvagità, doppiezza; quest’uomo che nella sua nudità si sente debole, proprio come la nudità
rappresenta: quando siamo nudi ci vergogna modi apparire quello che siamo. E c’è una domanda
di Dio là, che è straordinaria, ad Adamo: «chi ti ha detto che eri nudo?». 4 Questa frase per me vale
veramente come una riflessione di una vita: Dio non avrebbe mai detto all’uomo che era nudo.
L’uomo era nudo prima e non si vergognava di esserlo. L’uomo, davanti a Dio, è sempre nudo ma
Dio lo ama. Dio non avrebbe mai detto all’uomo «tu sei un povero disgraziato, un indifeso, un
incapace…». Quando un uomo vuole umiliare un altro uomo lo insulta, magari sottolineando i
difetti dell’altro: Dio non avrebbe mai detto all’uomo «tu sei nudo». E non lo dice mai. È come se
un papà o una mamma insultano il figlio. Se uno ama non dice mai cose di questo genere a chi
ama. Mai. E in quella frase Dio rivela già la sua idea di salvezza. Tant’è vero che dopo tutta la
sentenza della giustizia, dopo il peccato, Dio fa delle tuniche per l’uomo, non lo lascia nudo, non
può vedere Dio l’uomo in quella condizione, soprattutto adesso che l’uomo non ha veramente più
quel vestito di grazia che era l’amore di Dio per lui. Adesso è veramente nudo l’uomo. E allora gli
fa delle tuniche per proteggerlo.5
Tutto il racconto del capitolo terzo della Genesi rivela la misericordia di Dio in una maniera
straordinaria: pur raccontando il momento più drammatico della storia dell’uomo, il suo
allontanamento da Dio, mostra allo stesso tempo già il progetto. Ed era già un progetto pasquale.
Io mi immagino sempre che quando successe tutto questo guaio, in Paradiso ci fu una
consultazione generale: c’è la Trinità, tutti gli angeli che avevano collaborato alla creazione, alcuni
anche un pò altezzosi, quelli che avevano fatto le leggi universali, con molte lauree perché gli
angeli hanno una gerarchia. Questi erano offesissimi: “con tutto il rispetto ma l’uomo ha fatto una
figuraccia. Lei cancelli tutto, noi lo rifacciamo. Distruggiamo tutto”. La Trinità invece teneva il
punto: “No, io ho creato, io non torno indietro”. “Ma no, come facciamo? Dobbiamo trovare
un’altra soluzione!”. Ad un certo punto dicono: “ci vorrebbe una nuova creazione!”. Il problema
era questo: fare una nuova creazione, ma Dio ci avrebbe fatto una figuraccia. Ma la soluzione non
c’era: come si fa a ricreare senza distruggere? Bisogna rifare, no? La soluzione nasce, invece, come
dice la lettera agli Ebrei, dal Figlio. 6 Egli dice: “Caro Padre, tu hai fatto tutto a immagine e
somiglianza mia”, come ci dice Giovanni, «per mezzo di lui tutte le cose sono state fatte e nessuna
delle cose fatte è stata fatta senza di lui», 7 “facciamo una cosa, facciamo una cosa nuova!”. Aveva
quasi paura il Figlio di dirlo, perché era una cosa talmente nuova. “Facciamo una cosa nuova: io
scendo, mi faccio uomo, creatura!”. Immaginatevi tutti gli angeli. È una cosa veramente inaudita,
scandalosa. Pensateci bene: Dio creatore, padrone di ogni cosa perché l’ha fatta lui, decide di farsi
3
Cfr. Gen 3, 9.
4
Cfr. Gen 3, 11.
5
Cfr. Gen 3, 21.
6
Cfr. Eb 1, 2.
7
Cfr. Gv 1, 3.
3
come quel disgraziato dell’uomo che ha combinato tutto quel macello. Dice: “è l’unico modo
perché in questa maniera noi ricreiamo tutto senza distruggerlo”. E allora il Padre, nel suo
compiacimento infinito nei confronti di questa cosa del Figlio, che per amore del Padre accetta
questo, ricordate che per amore, per dare gloria al Padre, e lo Spirito che non vedeva l’ora di poter
rifare tutto nuovo – lo Spirito Santo è così, ha sempre voglia di riparare, di mettere a posto, di fare
le cose belle. L’amore è sempre creatore, è sempre che vuole il meglio dell’altra cosa, la vuole
sempre al massimo. E poi lo Spirito è lo splendore, la bellezza –. Niente da fare. Gli angeli hanno
detto: “va bene. Che dobbiamo fare? Rimettiamoci al lavoro tutti quanti” ma questa volta al
servizio di Cristo, di Dio che si fa uomo. È inaudita la cosa: gli angeli devono stare non più
obbedienti alla Trinità ma obbedienti anche a Dio fatto uomo. A un uomo, di fatto. Nelle racconto
delle tentazioni, «gli angeli lo servivano»: 8 questa frase sottolinea che nell’incarnazione gli angeli
servono Cristo, l’uomo-Dio, fatto uomo. È il fatto uomo che sconvolge. Qui comincia il mistero
della Pasqua, questo abbassamento, come direbbe Paolo nella lettera ai Filippesi, secondo
capitolo:9 in quell’inno che per tutta la settimana santa abbiamo recitato, Dio spoglia se stesso,
svuota se stesso scendendo; umiliò se stesso facendosi obbediente fino allo morte e alla morte di
croce. Terribile. Questa obbedienza che diventa svuotamento, kenosis, una parola che indica
proprio qualcosa che prima era pieno e ora viene svuotato. E dice Paolo che il Figlio non
considerava come un proprio diritto di proprietà essere Dio, ma spogliò se stesso: lui dice “io sono
Dio ma non fa niente. Non lo considero questo un mio diritto di dover fare Dio e basta. Io spoglio
me stesso”. Nella liturgia, noi facciamo questo gesto quando, nella lavanda dei piedi, il celebrante
si toglie la casula, si mette il grembiule: è un gesto che fa Gesù, è un gesto simbolico per far capire
proprio questo ai discepoli. Lui si spoglia di tutto ciò che poteva dare gloria, onore. Si inginocchia
davanti ai piedi dei discepoli e gli lava i piedi: è il gesto dell’incarnazione. È un gesto d’amore,
innanzitutto al Padre, che il Figlio fa per dare gloria al Padre, e poi agli uomini che non so più
soltanto dei servi, degli schiavi ma diventano figli come Lui è figlio.
Questa solidarietà che nasce dall’incarnazione perché Dio viene a farsi uomo per diventare
fratello dell’uomo e per fare diventare l’uomo con sé Figlio di Dio.
È proprio questo voler mischiare il proprio destino con noi, in questo gesto irreversibile che
Dio fa; Dio non torna indietro. Non è che finito il mistero della resurrezione poi Dio si toglie la
veste umana e torna a fare il Verbo. No: l’umanità, nell’Ascensione, sta lì e ci starà sempre.
L’umanità l’ha fatta sua.
Cosa succede con questa umiliazione? Che Lui prende un corpo e un anima: Dio, che ha in
Cristo un anima e un corpo. È un uomo completo.
Nelle Metamorfosi di Ovidio parla delle malefatte degli dei, di Giove che si traveste per
rapire le ragazze. In questo poema, agli dei gli piace stare in mezzo agli uomini, e si travestono da
uomo. Finito lasciato tutto e tornano nell’Olimpo. È diverso nell’incarnazione: Cristo prende
questa umanità e lega il suo destino a noi. Ma anche il rovescio, che noi ormai abbiamo il nostro
destino legato al suo. Ed ecco che questo stare in mezzo a noi avviene attraverso una mediazione
che è il suo corpo.
Ora, il corpo ce lo abbiamo tutti, più o meno sano. Da giovani è piacevole, da vecchi è un
peso. Ma ce lo abbiamo e dobbiamo tenercelo. Ma questo corpo che cos’è? Perché Dio ci da un
corpo? Perché l’uomo è fatto così? A cosa serve questo corpo? A volte è come un peso, o come
diceva Francesco, un fratello asino, che è un po’ più lento ma è un fratello. È una nostra realtà.
Esso ci serve per conoscere; i nostri sensi sono legati; l’anima conosce attraverso i sensi, attraverso
il nostro corpo. E noi abbiamo bisogno del corpo per entrare in relazione con il mondo che ci
circonda. Il corpo è uno strumento di relazione, un’interfaccia. E Dio prende un corpo per entrare
in relazione con noi. Incredibile. Questo scandalizza i musulmani e gli ebrei. Già S. Paolo lo diceva:
8
Mc 1, 13.
9
Cfr. Fil 2, 6-11.
4
per chi non capisce questo mistero, l’incarnazione è uno scandalo. 10 E anche per noi credenti
perché non riusciamo a comprendiamo fino in fondo il significato.
Un corpo, il nostro corpo è uno strumento di relazione, legato alla nostra anima. Non
possiamo tagliarci anima dal corpo, tant’è vero che c’è la resurrezione della carne, che anche dopo
morti questo corpo rimane in relazione con l’anima. Insomma noi non ci separeremo mai dal
corpo. Durante il funerale incensiamo il cadavere: se fosse semplicemente un resto cellulare, un
rifiuto, certo, sarebbe assurdo ma è legato e sarà sempre legato all’anima che l’ha abitato.
Ma questo corpo che noi abbiamo ha un gesto per eccellenza che è l’amore. Non si ama
senza corpo. Immaginate madre Teresa che cura i malati senza corpo o una mamma che da la vita
a un figlio senza corpo. Come si può dare sollievo ad un sofferenza senza corpo? Uno dice “io
penso di amarti”: non succede niente. Ricordate quando don Bosco diceva che bisogna stare
nell’oratorio con i ragazzi, tante volte insiste nello stare, fisicamente, lì. Noi non possiamo non
esserci: il corpo è la nostra realtà che sta lì: quando state vicino ad un sofferente potete anche non
fare niente ma quanto sollievo c’è nel sofferente sapere che noi stiamo lì. Basta quel gesto anche
se non possiamo fare miracoli ma esserci.
Dio, poi, ha legato la generazione degli uomini al corpo. Tutto l’ambito sessuale è al servizio
di un unico gesto: la vita. Pensate che capolavoro straordinario che Dio ha fatto, in maniera tale
che il corpo diventi uno strumento di vita. Solo Dio poteva inventarsi una cosa del genere. E tutti i
gesti, dall’abbraccio, alla stretta di mano, al sorriso, la pacca sulle spalle, sono tutti gesti fatti col
corpo che hanno un significato straordinario: a volte, la stretta di mano o un sorriso esprime un
mondo. Ecco, Dio prende questo corpo, così, come il nostro.
Questa svolta, non epocale ma della storia del mondo, dell’universo, questo «verbum caro
factum est»,11 il Verbo si fece carne, − non prese, si fece carne − è diventato una carne, questo
fatto di essere, far sì che il corpo di Cristo diventi strumento di salvezza perché è uno strumento di
amore. È bello leggere nei Vangeli, nel capitolo terzo di Marco, che i poveri e gli ammalati si
buttavano su di lui, per la grande folla, per toccarlo perché sapevano che se lo toccavano
guarivano.12 L’emorroissa cerca di toccarlo ma non ci riesce: tocca il mantello e lei guarisce. 13 È il
corpo di Cristo, la forza del corpo di Cristo che guarisce perché è il luogo in cui l’amore di Dio si sta
rivelando al mondo.
Ma non basta curare i malati, stare lì, andare in giro per la Galilea: Gesù deve dare il suo
corpo. L’obiettivo è dare il suo corpo per farlo diventare luogo in cui tutti gli uomini incontrano
Dio. Il corpo è uno strumento di relazione. Per cui la relazione è tra Cristo e gli uomini. Ma Cristo è
una sola cosa con Dio perché è Dio. Per cui questo corpo diventa il luogo di mediazione tra Dio e
ogni uomo: chi passa per Cristo, incontra Dio.
Immaginatevi questa nel capitolo decimo di Giovanni: «Io sono la porta: se uno entra
attraverso di me, sarà salvato», 14 o nel capitolo sesto di Giovanni parla del corpo mangiato che
scandalizza tutti.15 L’immagine del mangiare è un immagine forte di assimilazione: io entro in
relazione fisica con quel corpo. Me lo mangio. Ma questo non nasce dal nulla, ma dal desiderio di
possesso. L’immagine è terribile. E si fa mangiare, fa mangiare il suo corpo. E quando arriva il
momento cruciale, nel Getzemani, il Padre gli fa capire che questa sua umanità, questa sua
corporeità, questa sua umanità completa dovrà essere completamente offerta, dovrà essere
anche, nella sofferenza, lacerata completamente come un pane che si spezza, come quel gesto che
fa nell’ultima cena, il gesto della Pasqua ebraica: questo pane spezzato per, e condiviso. Questa
10
Cfr. 1 Cor 1, 23.
11
Gv 1, 14.
12
Cfr. Mc 3, 10.
13
Cfr. Mc 5, 28-29.
14
Gv 10, 9.
15
Cfr. Gv 6, 51-52.
5
immagine che facciamo durante la messa non è un’immagine qualsiasi: la fractio, la frazione del
pane rappresenta la sofferenza di Cristo, che per amore viene diviso, lacerato. È un’immagine
forte, il rumore dell’ostia che si spezza, ancora di più quando il pane azzimo viene lacerato: è un
corpo lacerato un pane che si apre. È un’immagine molto forte: è il corpo che sulla croce viene
offerto e lacerato. Non è un modo di dire, è una realtà. Gesù dice: «questo è il mio corpo offerto
per voi». Spezza il pane dandolo. Gli apostoli non capiscono perché non hanno visto la realtà di
questo nella croce, non l’hanno ancora vista, non riescono a capire. Pensano alla Pasqua che
avevano sempre celebrato in cui c’era questo gesto ma che era un gesto di condivisione, loro
credevano, un gesto familiare: il padre di famiglia che spezza il pane per i figli. Non avevano ancora
capito che quel pane non era semplicemente, da quel momento in poi, come dice Luca, «questo
non è più il pane, questo è il mio corpo».16
E allora ecco che il corpo di Cristo sulla croce viene offerto già dalla passione, dalla
flagellazione, dagli insulti. Questo corpo viene consumato, viene oltraggiato. È quella realtà che
deve essere offerta fino in fondo. Ma non solo!
Nella passione raccontata da Giovanni, egli ci sottolinea il rapporto che c’è con Pilato che
dice delle profezie senza accorgersene: «Ecco l’uomo», 17 quest’uomo distrutto che esce dopo la
flagellazione. E quell’uomo che Cristo ha preso su di sé siamo noi. Quella profezia di Isaia, l’ultimo
canto del servo sofferente, «per le sue piaghe noi siamo stati guariti»: 18 quest’uomo che dal
peccato si era allontanato da Dio, aveva rinunciato ad essere immagine di Dio, ora si presenta in
tutta la sua verità, e Cristo, in quel momento, è la verità dell’uomo, con quelle ferite, lacerazioni,
che il peccato dell’uomo ha provocato su di lui. Tutto quello che si scatena su Gesù è l’uomo che è
ormai vittima di tutte le cose negative che vive, i peccati, è l’uomo nel suo peccato, è l’uomo che
manifesta gli effetti del peccato su di loro. Il corpo sofferente di Cristo è proprio la manifestazione
degli effetti del peccato sull’uomo e Cristo accetta fino in fondo tutto questo, non per dovere ma
per amore, perché decide nel Getzemani che tutto questo possa su di Lui esserci per poter dare
all’amore finalmente la via, il canale.
E quando alla fine muore sulla croce diventa ormai, come direbbe Paolo, il nuovo Adamo
che nasce dal vecchio Adamo: l’uomo vecchio muore sulla croce, è come un Adamo
addormentato, nell’immagine di Giovanni, quando Dio trae Eva dal suo costato e dal costato di
Cristo esce la Chiesa. Ma già prima quando affida Maria a Giovanni, già è iniziata la nuova
creazione.
Ma ecco che c’è lo Shabbat. Era venerdì, il sesto giorno della creazione. In quel sesto giorno
Dio aveva fatto l’uomo, nella Genesi: nel sesto giorno Dio rifà l’uomo. Cristo crocifisso è l’uomo
nuovo. E la morte del vecchio è il parto doloroso del nuovo Adamo. Gesù lo aveva detto ai
discepoli: la donna è afflitta quando è giunta l’ora perché sa che sta per partorire con tutte le sue
sofferenze ma poi è felice perché nasce un uomo. 19 E l’immagine della donna che partorisce, prima
nella sofferenza e poi nella gioia per la nascita di un uomo, è l’immagine della croce: il vecchio
Adamo muore, nella sofferenza di un parto perché nasce un nuovo Adamo, nasce un nuovo uomo.
E poi c’è lo Shabbat, il sabato santo. Non c’è niente, solo la liturgia delle ore. È il riposo di
Dio. Anche Gesù lo fa, si riposa: “ora mi faccio le mie 36 ore circa di sepolcro”. L’immagine bella
che ogni anno la Chiesa rivive, questo riposo. Ma ecco che all’alba, il giorno dopo il sabato, le
donne vanno lì per completare l’umana sepoltura ma inizia il primo giorno, si ricomincia perché la
creazione nuova è cominciata. E la cosa bella è che Gesù non è che risorge come uno spirito, o
come Lazzaro che poi rimuore ma per sempre col suo vero corpo, surrexit Dominus vere, col suo

16
Cfr. Lc 22, 19.
17
Gv 19, 5.
18
Is 53, 5.
19
Cfr. Gv 16, 21.
6
vero corpo. E risorge. È la nuova creazione, Cristo è la nuova creazione. E quel corpo del Cristo
risorto diventa il luogo in cui tutti trovano Dio.
Giovanni vide e credette perché capisce che quest’uomo no né stato tirato via, si è tolto le
bende e se n’è andato: capisce che la resurrezione è una cosa diversa, nuova. È una nuova
creazione che inizia, è un mondo nuovo.
Tommaso lo vuole toccare e Gesù accetta questa obiezione ma per noi, non per lui, per far
capire che adesso attraverso il corpo di Cristo risorto noi tocchiamo Dio, lo possiamo toccare e che
questo corpo di Cristo risorto non è una fantasia, non è un’immagine simbolica: è il risorto. E già
quando aveva detto a Maria e Giovanni «questo è tuo figlio, questa è tua madre», 20 doveva far
capire di cosa si trattava. Forse Giovanni lo aveva capito. Capire che ormai il corpo del risorto,
come dice Paolo è la Chiesa: «voi siete corpo di Cristo». 21
E il Cristo nell’Eucarestia, in quel pane pasquale, spezzato, mangiato, diventa il luogo che fa
la Chiesa e la Chiesa fa l’Eucarestia: è il grande mistero del risorto. Quando noi ogni giorno,
celebrando l’Eucarestia, diciamo “questo è il mio corpo, questo è il mio sangue”, lo diamo, lì si fa la
Chiesa; ma è la Chiesa che è fatta da quel gesto, anche: in quel momento nasce la Chiesa, nel
momento in cui io mi comunico è la Chiesa, è il Corpo di Cristo. S. Agostino sottolineava che,
quando diamo l’Eucarestia diamo il Corpo di Cristo ma corpus Christi non è semplicemente quello
che diamo ma anche quello che lo sta ricevendo è il Corpo di Cristo. 22 È la manifestazione solenne
della realtà del corpo di Cristo. E questa realtà, che è la Chiesa, è il corpo attraverso cui si fa
esperienza di Dio. È il Corpo di Cristo, in cui si entra attraverso i sacramenti, in cui noi tocchiamo il
Verbo della vita: «ciò che abbiamo visto, udito, toccato, lo comunichiamo a voi». 23 Ecco la Chiesa.
La Chiesa è proprio questo luogo in cui non esiste semplicemente l’aspetto formale,
intellettuale, anche se c’è questa tentazione nella Chiesa: accumulare conoscenze su Dio ci fa fare
l’esperienza di Dio.
Ma poi ci sono i semplici, gli ignoranti, gli analfabeti che sono addirittura dei mistici, che
non solo fanno esperienza di Dio: ci parlano, vengono toccati da Lui. Ma come è possibile? Com’è
che Gesù dice «hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli»? 24 Qual è il
problema? È che nel mistero pasquale non conta ciò che l’uomo arzigogola e fa, ma conta quanto
l’uomo ama. Allora sì, tutto il resto acquista senso. Allora la sapienza di Tommaso d’Aquino
acquista senso, come dice lui stesso, solo se sottomessa all’amore di Cristo. Allora acquista senso
andare fino alla parte opposta del mondo, in missione,… qualunque cosa acquista significato.
Perché il mistero pasquale è un mistero d’amore. In tutto quello che abbiamo detto, non
c’è nulla di umanamente gratificante o che aumenta il livello dell’onorabilità. Anzi! Gesù viene
distrutto umanamente, oppresso spiritualmente, moralmente umiliato ma, come dice la lettera ai
Filippesi, «obbediente fino alla morte e a una morte di croce». 25 Per questo Dio lo ha esaltato e gli
ha dato un nome che è al di sopra di ogni altro nome. Per cui si inginocchiano davanti a Lui tutti,
dagli angeli fino all’ultimo uomo.
La grandezza del mistero pasquale è che trasforma l’uomo, creato a immagine di Dio, unito
a Cristo; trasforma l’uomo e lo divinizza. Direbbe S. Gregorio Nazianzeno che gli uomini vengono
detti dei, e a noi ci fa un po’ impressione perché l’uomo diventa come Dio ma all’ennesima
potenza in quanto non solo è fatto a immagine di Dio ma partecipa di Dio perché in noi scorre la
vita di Dio.

20
Cfr. Gv 19, 26-27.
21
1Cor 12,27.
22
Cfr. AGOSTINO D’IPPONA, Discorsi, 229/A.
23
Cfr. 1 Gv 1, 1-3.
24
Mt 11, 25.
25
Fil 2, 8.
7
Lo Spirito Santo non vede l’ora di fare queste cose. Quando ha visto aprirsi la porta
meravigliosa della resurrezione, è dilagato sulla creazione. Lo Spirito Santo adesso è sfrenato, cioè
non c’è più quel limite che il peccato poneva, una chiusura a Dio: se noi siamo in Cristo, e siamo in
Lui nuova creatura, noi abbiamo la porta sempre aperta allo Spirito perché lo Spirito può dilagare.
Immaginatevi proprio come se avessimo dei rubinetti tutti chiusi a causa del peccato per cui
l’acqua non entra. Ma Cristo ci ha aperto tutti questi rubinetti, anzi, li ha proprio lasciati aperti,
non possiamo chiuderli. Se li chiudiamo li chiudiamo per conto nostro, ci mettiamo un tappo
proprio. Il peccato ci chiude a Dio ma lo Spirito, una volta che è lasciato libero, dilaga nella Chiesa.
Pensate ai santi: queste creature che non sono niente, pieni di difetti come noi, di povertà e di
debolezze ma che si sono lasciati prendere dalla forza dello Spirito. E loro stessi non sanno più
dove vanno perché veramente lo Spirito va dove vuole lui: fanno quelle cose straordinarie che loro
non immaginavano nemmeno di poter fare. Ma, attenzione: solo se legati a Cristo e al suo corpo
che è la Chiesa, perché il corpo di Cristo risorto è la Chiesa.
Quindi, legati a Lui, rinunciando al peccato e abbracciando l’amore di Cristo, noi diventiamo
potenti come lui è potente: dice Gesù, «farete cose anche più grandi di me». 26 Incredibile dire cose
così. Ma perché Lui agisce con noi, Lui è con noi.
Nel tempo pasquale, in questi 50 giorni che ci separano dalla Pentecoste, la Chiesa ricorda
quando Gesù stava in mezzo ai discepoli, prima dell’Ascensione, ma dalla Pentecoste in poi Lui è
sempre con noi, che siamo le sue membra, i piedi, gli occhi, le mani, siamo qui e siamo vivi; siamo
noi il Corpo. Un santo che si adopera per i poveri, sono le mani di Cristo; voi che state con i ragazzi
e giocate con loro, parlate, insegnate, voi siete Cristo maestro, padre, fratello. È sempre Lui perché
noi siamo il Corpo di Cristo. Non si scappa più da battezzati. E noi che non ci crediamo.
Quello che fa impressione a noi preti, a me, è che io dico in prima persona le parole di
Gesù: “questo è il mio corpo”, non “questo è il suo corpo”. E lo dico io. Io ti battezzo, io ti assolvo.
Quell’Io non è il mio ma è quello di Cristo attraverso di me. Questo fa impressione. Questo Io, che
è quello di Cristo, che ci ha assorbito, ci ha preso.
Pensate l’amore di Dio verso gli uomini, la grandezza di questo amore. Nel mistero
pasquale, questa è una cosa straordinaria, si vede proprio. È un amore infinito. Ma chi ce lo fa fare,
avevano detto gli angeli; ma Dio disse “l’amore!”. Perché questo lo capisce solo Dio e quelli che
sono di Dio. E fu una rivelazione anche per gli angeli che Dio amava in questa maniera; fu una
scoperta ancora più bella per la beatitudine angelica capire chi era il loro Creatore perché fu una
manifestazione di amore sublime, infinita di cui adesso noi godiamo i frutti perché abbiamo la
fortuna di essere dopo Cristo. Anche questa è una fortuna che noi dimentichiamo, che Gesù ci ha
già dato tutto; infatti, quando si pensa alla situazione storica in cui viviamo, momenti di prova che
sempre ci sono stati nella Chiesa, e ci sono sempre, continuamente, e si legge l’annuario, le
statistiche si vede che la Chiesa cresce, i battezzati. Anche le vocazioni; in Europa no, ma altrove sì.
Com’è questa cosa? Certo, noi magari vediamo il nostro mondo e ci deprimiamo. Ma immaginate
come dovevano essere depressi i cristiani quando vedevano ammazzare a centinaia i battezzati.
Che depressione doveva esserci, che tristezza! Eppure, voi siete qui a visitare luoghi visitati da
tanti cristiani; anzi, più li hanno ammazzati, più si sono moltiplicati. Che mistero! Il mistero della
Pasqua.
È stato commovente il papa all’omelia della messa crismale: ha sottolineato anche i
momenti drammatici che la Chiesa sta vivendo e ha richiamato alla fede pasquale dell’unità. Ha
richiamato alla Chiesa, al corpo del risorto. Ed è stato commovente l’idea della drammaticità dei
momenti che si vivono ma anche della forza che in questi momenti noi possiamo avere per
ritrovare la fede pasquale, quella che noi siamo chiamati a vivere.
Io credo che se noi fossimo consapevoli fino in fondo di tutto quello che abbiamo detto, ma
soprattutto se noi amiamo, si apre qualunque porta: la potenza dello Spirito passa solo attraverso
26
Cfr. Gv 14, 12.
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l’amore, non c’è altra via. Solo attraverso l’amore perché l’amore è la via, è Dio, e lo Spirito non
passa attraverso altre cose, un decreto, una regola: ci vuole un atto di amore in cui passa e allora
tutto il resto acquista potenza.
Venendo a noi, siamo chiamati, nel 2012, ad essere il Corpo di Cristo. Dobbiamo essere
consapevoli che se noi viviamo nella grazia, viviamo uniti a Cristo, stretti a Cristo, nonostante le
nostre debolezze; abbiamo tutte le armi per poterci ritrovare in Cristo: la preghiera, i sacramenti,
la vita comunitaria, che per voi è così importante, la realtà della Chiesa... Se rimaniamo fermi in
Cristo e poi andiamo in mezzo al mondo, anche nei posti più brutti, più peccaminosi, noi portiamo
il corpo di Cristo, e il corpo di Cristo guarisce: quando Gesù andava a cena da Levi erano tutti
scandalizzati che andasse in un luogo di peccato, frequentando pubblicani e prostitute. 27 E Gesù
rispose: «io vado là perché lì c’è bisogno», lì dove ci sono le tenebre c’è bisogno della luce, dove
c’è il malato c’è bisogno del medico…
Il mondo è così come lo vediamo. È ancora adesso luogo di tenebre, ma noi siamo la luce
del mondo, il sale della terra. 28 Queste parole diventano luminose nel mistero pasquale. Ed è bello
pensare che ciascuno di voi è sale della terra: 36 santi. Che cos’è che ci frena su questo? Cos’è che
ci obbliga a non esserlo? C’è qualche cosa? No! I giovani, avendo biologicamente meno anni,
hanno fatto meno peccati dei miei 57! Quindi la vostra vita vi avvantaggia davanti a Dio perché per
voi fare penitenza è una cosa più veloce. Questo perché la santità è semplicemente vivere da
Figlio di Dio veramente con la gioia e l’entusiasmo, il coraggio, e i peccati che facciamo sempre
possono essere perdonati. Ma, certo, il non credere alla forza dello Spirito Santo è un peccato che
non viene perdonato. È chiudere la porta a Dio: non si può.
E allora io credo che il Signore in questo periodo pasquale ci chiede proprio questo, la fede
nella Pasqua, la fede in ciò che lo Spirito può fare in noi. Bisogna aver fiducia in questo, bisogna
credere che lo Spirito in noi può fare tutto e noi possiamo tutto, «tutto posso in colui che mi da
forza»,29 dice Paolo. È vero.
I santi sono diventati un po’ mattarelli, lo Spirito Santo da un po’ alla testa, perché loro non
avevano paura di niente: don Bosco si metteva nei guai per la grande fiducia che aveva in Dio,
rischiando anche l’arresto più volte. Ma, quando uno si abbandona allo Spirito, esso in qualche
modo ti conduce con una sicurezza nuova, che supera gli ostacoli, relativizza, ma cambia quello
che sta intorno. È una cosa immediata: quando state a contatto con una persona che è presa dalla
sua missione, vedete che voi siete diversi. Con Giovanni Paolo II, quelle poche volte che ci si
vedeva durante l’anno, il suo solo stare, la vicinanza, ti dava un’esperienza di Dio, che si fa
attraverso il suo corpo.
Ecco, allora, facciamo nostra la realtà pasquale quando celebriamo i sacramenti, stiamo a
messa, preghiamo: ricordate che la bocca che si apre è quella di Cristo. Ricordatevi che il sacerdote
che sta celebrando è in persona Christi; il diacono che proclama il Vangelo è Cristo che parla. È
bellissimo sapere questo. Avvicinarsi a questo mistero vedendo la debolezza degli uomini e la
potenza di Dio e sapere di avere questa potenza a portata di mano, nella Chiesa, nascosta a volte
da questo velo, a volte spesso, dell’umanità che ci sembra ostacolare, ma guardiamolo davvero
con gli occhi della fede. E poi, rimanendo nel clima salesiano, e anche filippino, anche ridendoci
sopra sulle nostre cose umane. E ci ridiamo troppo poco. S. Filippo Neri insegnava a ridere di se
stessi e degli altri perché sono tutte sciocchezze: ciò che è umano, di fronte a Dio è sempre un po’
ridicolo. Gli uomini sono sempre ridicoli, anche gli ecclesiastici, i preti, i vescovi, i cardinali, il papa.
Perché? Perché siamo esseri umani!
Voi sarete tentati da grandi a dubitare dei vostri superiori, una tentazione che tutti avremo,
o che avete già. Ma è normale! Ora, questa, è una delle cose classiche nella Chiesa: rideteci sopra
27
Cfr. Lc 5, 27-32.
28
Cfr. Mt 5, 13-15.
29
Fil 4, 13.
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perché voi non obbedite a quello, voi obbedite a Cristo. Quindi, tutti i difetti nostri e degli altri
sono degni di essere un po’ presi a ridere, con amore, perché quel riderci è per amore. L’amore
verso i fratelli ce li ha prendere per quello che sono, con leggerezza, con amore. E obbedire
sorridendo, anche se vedi che quello che ti chiedono non è giusto secondo la tua idea: prendilo
sorridendo perché tu obbedisci a Cristo.
E Cristo a volte lo fa apposta, ci gioca pure con noi. Dio si diverte, è il primo a riderci e ci fa
fare delle cose che noi non vogliamo; anzi, di solito Lui si diverte a farci fare delle cose che noi non
vogliamo proprio per questo, perché altrimenti che divertimento c’è a fare l’obbedienza? Il
divertimento dell’obbedienza è quello di fare ciò che non vogliamo. Perciò è un gioco fatto per
amore, sapendo che il Signore sa cosa fare, e poi si vede alla fine perché. Diciamo che noi
anticipiamo il sorriso: dopo si ride sempre, ma noi possiamo anticiparlo pensando che il Signore
sicuramente mi farà divertire.
E poi ridete di voi stessi. Questa è una cosa fondamentale. Dobbiamo ridere di noi stessi.
Come diceva suor Madeleine, fondatrice delle Piccole Sorelle di Charles De Foucauld, nel suo libro
delle beatitudini, beato chi ride di se stesso perché non smetterà mai di divertirsi. Ed è vero! E noi
siamo veramente ridicoli; ha ragione Filippo Neri.
Chiediamo proprio al Signore di farci vivere con questa gioia pasquale la nostra vita. Don
Bosco lo aveva scritto, la santità consiste nello stare allegri, a Valdocco. Ma questa allegria era,
questa gioia pasquale, questa leggerezza. Che don Bosco ci aiuti a crescere come Figli di Dio. E poi
voi siete giovani, avete tutta la vita di santità davanti.

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