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Università degli studi di Padova

Dipartimento di Neuroscienze DNS


Corso di laurea in Logopedia

TESI DI LAUREA

Dissociazioni lessicali nella gergoafasia: eloquio spontaneo e lettura

RELATORE: Prof. Semenza Carlo

LAUREANDO: Paratore Fabio

Anno Accademico: 2015-2016


Indice

- Introduzione
1. La gergoafasia 1
1.1. Definizioni di gergoafasia 1
1.2. Tipologie di gergo 5
1.3. Tipologie di errori nei pazienti afasici di tipo fluente 10
1.4. Struttura sintattica nella gergoafasia 11
1.5. Linguaggio scritto nei pazienti gergoafasici: la gergoagrafia 13

2. Casi clinici 15
2.1. Caso MAN - Dissociazione tra eloquio spontaneo, neologistico, e lettura ad alta
voce, conservata 15
2.2. Caso DRG - Dissociazione tra eloquio spontaneo, conservato, e lettura ad alta
voce, neologistica; dissociazione nella lettura ad alta voce tra numeri arabici e
numeri in codice alfabetico 18
2.3. Caso III - Dissociazione tra eloquio spontaneo, neologistico e lettura ad alta
voce, conservata nei numeri in codice arabico e alfabetico 20
2.4. Caso GBC - Dissociazione tra la produzione di parole numero e parole non-
numero in compiti di ripetizione e lettura ad alta voce 24
2.5. Caso PM - Dissociazione tra la produzione di parole numero e parole non-
numero in compiti di ripetizione e lettura ad alta voce 27

3. Dissociazioni nella gergoafasia 30


3.1. Modelli di elaborazione del linguaggio 30
3.2. Discussione generale 34

- Conclusioni 40

- Appendice A 41

- Bibliografia 43

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Introduzione

Ipotesi di lavoro: in questo elaborato verranno presentati alcuni casi clinici di pazienti
con gergoafasia di tipo neologistico, e verrà operato un confronto tra gli stessi facendo
riferimento ad alcuni dei modelli neuropsicologici di elaborazione del linguaggio più
frequentemente riportati in letteratura.
La gergoafasia rappresenta un’entità clinica molto variegata, caratterizzata dalla
presenza di gergo neologistico, che presenta differenze sostanziali in alcune modalità
della produzione linguistica (eloquio spontaneo, lettura ad alta voce, denominazione).
Queste differenze, rilevate nella pratica clinica tramite la valutazione cognitivo-
linguistica, possono essere utilizzate per operare dei confronti tra i singoli casi clinici,
e riflettere su alcuni aspetti della produzione che interessano l’organizzazione del
lessico mentale.
Materiali e metodi: in una parte iniziale, bibliografica, si farà riferimento alle
definizioni di gergoafasia maggiormente riportate nelle revisioni sull’argomento, con
particolare attenzione alla produzione di tipo neologistico e alle teorie sull’origine dei
neologismi.
Seguirà la presentazione di diversi casi clinici esemplificativi, selezionati dalla
letteratura sull’argomento, che sono studiati da autori diversi e con metodologie
differenti, ed un confronto tra gli stessi, facendo riferimento alla sede di lesione, alla
sindrome afasica, all’esame del linguaggio.
Risultati: nell’ultimo capitolo seguirà una spiegazione dei casi clinici in riferimento ad
alcuni modelli di elaborazione del linguaggio e verranno presentate alcune riflessioni
sulle dissociazioni lessicali, intese sia come differenze nella produzione linguistica
rilevate in diversi compiti di valutazione, e sia come differenze tra differenti categorie
lessicali.
Conclusioni: il confronto tra casi di gergoafasia può dimostrarsi utile anche a livello
clinico, in quanto queste analisi indicano la necessità di valutare molto attentamente e
separatamente i vari compiti per le varie categorie lessicali.

iii
iv
1. La gergoafasia

In questo capitolo iniziale, verranno presentate le definizioni di gergoafasia


maggiormente riportate in letteratura, e le spiegazioni teoriche della sintomatologia.
La gergoafasia rappresenta un’entità clinica molto variegata, ed è caratterizzata da
una produzione linguistica che può racchiudere al suo interno diverse tipologie di
gergo.
Particolare attenzione verrà riservata al gergo di tipo neologistico e alle spiegazioni
teoriche dell’origine dei neologismi.
In seguito, si farà riferimento alle tipologie di deficit di pianificazione lessicale e
sintattica che caratterizzano la produzione linguistica dei pazienti afasici di tipo
fluente.
In conclusione, saranno brevemente accennate le caratteristiche del linguaggio scritto
nei pazienti gergoafasici.

1.1. Definizioni di gergoafasia


La gergoafasia è una delle forme di afasia più enigmatiche da comprendere e, allo
stesso tempo, più difficili da trattare dal punto di vista clinico e riabilitativo
(Marshall, 2006; Bose, 2013). Questa particolare tipologia di afasia costituisce, per
gli afasiologi, una sfida a riflettere, non solo sulla perdita del linguaggio normale, ma
anche sull’apparente acquisizione di una forma di produzione strana ed insolita
(Marshall, 2006).
La complessità della materia deriva anche dal fatto che differenti autori spesso non si
riferiscono alla stessa sindrome afasica quando utilizzano il termine gergoafasia.
Ripercorrendo le varie epoche della letteratura, il termine gergoafasia è stato infatti
frequentemente associato a diverse tipologie di produzione linguistica, che
comunque hanno come caratteristica comune quella di risultare in un eloquio ben
articolato ma, non intellegibile (Butterworth, 1979).
Alajouanine e al., (1952; in Butterworth, 1979) furono tra i primi a descrivere la
gergoafasia come una sindrome caratterizzata dal seguente insieme di sintomi, spesso
rilevati in stretta associazione tra loro: disturbo della comprensione, eloquio

1
spontaneo fluente contenente parafasie verbali o fonologiche, circonlocuzioni, e
neologismi, con un’organizzazione sintattica e una prosodia preservate.
In letteratura comunque, sono state riportate variazioni considerevoli della severità
dei sintomi (Butterworth, 1979): la comprensione può essere infatti, quasi inesistente,
o solo lievemente deteriorata. La produzione di parafasie verbali può costituire la
parte preponderante della produzione linguistica o non caratterizzare più di tanto
l’eloquio, o apparentemente essere limitata a particolari argomenti (Kinsbourne e
Warrington, 1963 e, Weinstein et al., 1966; in Butterworth, 1979). Sono state
riconosciute anche variazioni nel grado di fluenza dell’eloquio, anche se non sono
stati compiuti studi di tipo quantitativo (Butterworth, 1979).
In aggiunta, la gergoafasia è stata spesso associata alla scarsa consapevolezza che i
pazienti hanno del loro stesso disturbo (Marshall et al., 1998). A tal proposito,
Alajoaunine (1956; in Robinson et al., 2015) afferma che nella gergoafasia, la
logorrea, l’eloquio fluente e l’espressione incontrollata, mostrano la mancanza di
controllo volontario sulla produzione linguistica. Alcuni pazienti non riescono a
riconoscere i neologismi prodotti nel loro stesso eloquio o in quello altrui e, molti
altri negano addirittura di essere affetti da disturbi del linguaggio (Weinstein et al.,
1966; in Butterworth, 1979). Non tutti i pazienti gergoafasici sono comunque affetti
da anosognosia (Marshall et al., 1998; Vercueil e Perronne-Bertolotti, 2013).
L’interesse che ha spinto molti afasiologi a studiare i pazienti gergoafasici è che il
loro particolare eloquio di tipo fluente, ininterrotto da esitazioni e correzioni, possa
essere considerato, molto di più rispetto ad altre tipologie di afasia, come espressione
diretta del “linguaggio interno” del paziente (Kinsbourne e Warrington, 1963; in
Butterworth, 1979; Vercueil e Perronne-Bertolotti, 2013). È stato presentato un caso
a tal proposito, nel quale una paziente affetta da gergoafasia e gergoagrafia, associate
ad epilessia, era in grado di produrre una dettagliata trascrizione scritta del suo
“linguaggio interno” anch’esso caratterizzato da gergo neologistico (Vercueil e
Perronne-Bertolotti, 2013).
Riguardo alle spiegazioni della sintomatologia, la gergoafasia è stata interpretata da
alcuni autori, come una possibile condizione clinica iniziale di pazienti che
potrebbero evolvere verso sindromi afasiche di tipo anomico/amnestico (Panzeri,
Semenza, Butterworth, 1987).

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Pick (1930; in Butterworth, 1979) a riguardo afferma che la gergoafasia possa essere
considerata come il risultato della combinazione di parafasie e anomie, osservando
durante l’evoluzione clinica dei pazienti gergoafasici che i neologismi e le parafasie
potessero scomparire per lasciar spazio a delle pause di latenza anomica.
Butterworth (1979) a proposito riporta che sarebbe interessante capire se, nella
gergoafasia, il paziente dice semplicemente “la prima cosa che gli passa per la testa”
(“the first thing that comes into his head”), oppure se le parafasie verbali e i
neologismi abbiano una qualche relazione con le pause e le esitazioni.
La spiegazione della gergoafasia in “chiave anomica” (Butterworth, 1979)
seguirebbe la seguente ipotesi: gli errori (i neologismi e le parafasie) dovrebbero
verificarsi in quei punti dell’eloquio spontaneo, immediatamente successivi ad una
pausa, nei quali il lessico appropriato non sia disponibile, in seguito ad una ricerca
lessicale non portata a termine con successo. La strategia di produzione di
neologismi sarebbe progressivamente sostituita da altre strategie di ricerca lessicale,
ma dato che l’accesso lessicale di questi pazienti è particolarmente deteriorato,
persisterebbe una grave anomia.
In linea con le precedenti definizioni, più recentemente il concetto di gergoafasia è
stato assegnato alla produzione di un linguaggio incomprensibile contenente
frequenti distorsioni fonemiche, errori semantici o neologismi, secondario a malattia
neurologica (Roher, Rossor e Warren, 2009).
La produzione di un linguaggio incomprensibile può essere considerata sia nel
contesto dell’eloquio spontaneo o del linguaggio scritto, o nel contesto della
produzione di singole parole in compiti di denominazione, durante la valutazione
logopedica (Roher, Rossor e Warren, 2009).
Il termine gergoafasia è stato utilizzato dunque, per descrivere una varietà di diversi
disturbi del linguaggio e inizialmente i pazienti gergoafasici sono stati classificati, da
Alajoaunine, (1956; in Hanlon e Edmondson, 1996) in base a tre grandi categorie di
gergo: “asemantico”, caratterizzato da una sintassi preservata e dalla presenza di
neologismi; “indifferenziato”, consistente in una produzione non intellegibile e
totalmente priva di significato, con automatismi del linguaggio, tra cui molte
perseverazioni; “parafasico”, caratterizzato da un eloquio fluente ed intatto da un
punto di vista grammaticale, con molte parafasie semantiche. Questa classificazione

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è stata più recentemente rivisitata da Perecman e Brown (1985; in Hanlon e
Edmondson, 1996), che classificarono le varie tipologie di gergo, in base al presunto
livello interessato del sistema di produzione del linguaggio, in: gergo “neologistico”
caratterizzato dalla presenza di non-parole, tra le quali neologismi non correlati
fonologicamente alla parola target, mescolati alla presenza di parole reali; gergo
“fonemico”, caratterizzato da una stringa di fonemi, solitamente regolare dal punto di
vista fonotattico, ma con poche parole reali riconoscibili al suo interno; gergo
“semantico”, nel quale la parola utilizzata, anche se reale, risulta essere
semanticamente inappropriata al contesto (Panzeri, Semenza e Butterworth, 1987;
Roher, Rossor e Warren, 2009).
I sottotipi di gergo sono tra loro cosi distinti, che potrebbe nascere spontanea la
domanda del perché siano considerati all’interno di un’unica entità clinica così vasta.
Come spiega Marshall (2006), ci sono almeno tre ragioni. Una ragione è puramente
descrittiva: le differenti forme sono tutte fluenti, apparentemente non controllate, e
quasi interamente non intellegibili. Un’altra ragione è che le categorie di gergo non
sono interamente e chiaramente separate tra di loro, ovvero che la presenza di una
tipologia di gergo non esclude la compresenza di un’altra tipologia. Alcuni pazienti
che producono un gergo di tipo semantico potrebbero anche produrre dei neologismi
e una categoria potrebbe evolvere in un’altra, sia spontaneamente in seguito
all’evoluzione del quadro clinico, che successivamente alla riabilitazione logopedica.
Una terza caratteristica che accomuna i pazienti gergoafasici è che,
indipendentemente dal tipo di gergo, l’eloquio risulta essere fluente con una struttura
morfosintattica sottostante, anche complessa, pressoché preservata e intatta. In alcuni
casi, è possibile intravedere questa struttura morfosintattica solamente attraverso le
caratteristiche paralinguistiche dell’eloquio, come la prosodia e l’intonazione, mentre
in altri casi c’è un’evidenza più esplicita di una forma sintattica corretta (Marshall,
2006). Un’ulteriore caratteristica che accomuna i differenti tipi di gergoafasia è che
la comprensione di questi pazienti è spesso deteriorata e che la sede di lesione
cerebrale interessata sia spesso simile e coinvolga il lobo temporale (Panzeri,
Semenza, Butterworth, 1987; Caffarra et al., 2013).
La gergoafasia è dunque considerata un sottotipo delle afasie fluenti, in quanto tra
queste, le forme più gravi sono spesso caratterizzate da una produzione di tipo

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gergale. Il termine “fluente”, a cui si fa riferimento sopra, si riferisce alle
caratteristiche cliniche notate da Wernicke e prese in considerazione da Goodglass,
per operare una prima diagnosi differenziale tra pazienti afasici fluenti e non fluenti
(Edwards, 2005, cap. 1, per una classificazione delle sindromi afasiche in questi
termini): l’eloquio di tipo fluente mantiene le caratteristiche di una adeguata velocità
e di una normale prosodia, senza l’eccessivo sforzo e le esitazioni tipiche
dell’eloquio di tipo non fluente.
In alcune descrizioni di pazienti afasici fluenti tuttavia, la “fretta nell’eloquio” è
considerata come la caratteristica principale, suggerendo che la velocità dell’eloquio
sia maggiore rispetto a quella normale (Edwards, 2005). Anche se queste
caratteristiche paralinguistiche sono nella norma, non occorre comunque molto
tempo ad un ascoltatore per capire che il linguaggio di un paziente afasico fluente
non sia comprensibile e che talvolta risulti non dotato di alcun significato, come nelle
fasi acute di una malattia neurologica (Roher, Rossor, Warren, 2009) e nei quadri più
severi di afasia di Wernicke nei quali la produzione è unicamente di tipo gergale
(Thompson et al., 2015).
In conclusione, la gergoafasia è stata anche associata ad una varietà di patologie
neurologiche, non solo di carattere acuto-vascolare, ma anche di tipo
neurodegenerativo. Infatti, una produzione di tipo neologistico gergale è stata
rilevata sia nello stadio iniziale (Roher, Rossor, Warren, 2009) di una afasia primaria
progressiva che in quello finale (Knels e Danek, 2010; Caffarra et. al, 2013).

1.2. Tipologie di gergo


Come riportato precedentemente, esistono tre tipologie principali di gergo:
neologistico, fonemico e semantico.
Una caratteristica principale dell’eloquio gergale di tipo neologistico è la presenza di
non-parole, sia mescolate a parole reali, sia come unica tipologia di produzione,
all’interno di un eloquio fluente e ben articolato caratterizzato da: lunghe espressioni
con una struttura sintattica sottostante, buona prosodia, e severe difficoltà di accesso
lessicale (Marshall, 2006).
La terminologia a riguardo di questo argomento è controversa: alcuni esperti
riservano il termine “neologismo” solo per gli errori non correlati alla parola target, e

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chiamano le non-parole correlate al target, “parafasie fonemiche” o “fonologiche”
(Moses, Nickels e Sheard, 2004), altri studiosi considerano neologismi tutte le non-
parole, indipendentemente dal fatto che siano correlate o meno alla parola target
(Butterworth, 1979; Miller e Ellis, 1987; Hofmann e Jacobs, 2008; Bose, 2013).
A prescindere dalla terminologia utilizzata, le non-parole raramente contengono
fonemi non appartenenti alla lingua madre e solitamente rispettano le regole
fonotattiche (Marshall, 2006). Alcuni studi hanno anche dimostrato che le non-
parole, possiedono una normale distribuzione dei fonemi, con una presenza maggiore
dei suoni più frequenti rispetto ai suoni meno frequenti (Cohen, Verstichel, Dehaene,
1997).
I neologismi compiuti nei compiti di denominazione tendono a preservare la forma
della parola target, ovvero conservano il numero delle sillabe e la posizione
dell’accento, nonché il fonema iniziale della parola target (Dell et al., 1997). Inoltre,
i neologismi sono maggiormente correlati a parole target a bassa frequenza rispetto
che ad alta frequenza, anche se alcuni studiosi hanno dimostrato dei casi nei quali è
stato rilevato l’effetto contrario in compiti di denominazione (Marshall et al., 2001).
A dispetto delle differenze nella terminologia, c’è un largo consenso però, riguardo
al fatto che la produzione di non-parole rifletta delle difficoltà, o dei fallimenti, nelle
strategie di recupero lessicale. L’evidenza mostra che le non-parole tipicamente
rimpiazzano le parole contenuto e che seguono delle pause, o che possano essere
accompagnate da gesti (Marshall, 2006). Un’interpretazione è che la produzione
delle non-parole sia una risposta alla difficoltà anomica, una risposta che cambia
lungo il tempo. Il meccanismo responsabile della loro generazione è ancora dibattuto.
Un importante fattore è quello di stabilire se siano generate a livello lessicale o non
lessicale. Se sono correlate al target, le procedure lessicali giocano un ruolo nella
loro produzione. Se non sono correlate al target, possono avere un’origine non
lessicale (Marshall, 2006).
Alcuni studiosi (Dell et al., 1997) si riferiscono a modelli di attivazione interattivi per
rispondere a questa domanda. In questi modelli, la produzione orale delle parole è
rappresentata dall’attivazione a cascata dai nodi semantici, a quelli lessicali e a quelli
fonologici. Le parole che non rappresentano il target lessicale, costituiscono il
“rumore di fondo” del sistema e mantengono un certo grado di attivazione. In un

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sistema di produzione del linguaggio normale, questo grado di attivazione viene
oltrepassato dal target lessicale corretto. Se il sistema fallisce, ad un qualsiasi nodo
della rete, è più probabile che vengano compiuti degli errori (Marshall, 2006).
Schwartz et al., (1994; in Dell et al., 1997) sostengono che il meccanismo sopra
riportato, sia vulnerabile alla produzione delle non-parole se c’è un indebolimento
generale delle connessioni tra i vari livelli: l’attivazione non è tale da raggiunge la
forma fonologica della parola target e ciò consente a segmenti fonologici erronei di
introdursi. Questa ipotesi spiega anche il meccanismo sottostante alla natura
perseverativa degli errori: alcuni segmenti fonologici prodotti precedentemente,
mantengono un grado elevato di attivazione, che può essere sufficiente a sovrapporsi
alla parola target, e risultare in una riproduzione. Prendendo spunto da quanto spiega
Marshall (2006) a proposito, se immaginiamo che la parola target sia “cat”, esiste un
ristretto numero di parole (“rat”, “mat”) e di non parole (“gat”, “cot”) che possono
essere sostituti possibili della parola target. Le stringhe di fonemi che corrispondono
alle parole reali mandano dei feedback al livello lessicale, e a loro volta vengono
attivate da quest’ultimo. Le stringhe di fonemi che non corrispondono alle parole
reali non ricevono questo rinforzo. Come risultato, è più probabile che siano prodotte
parole reali rispetto alle non-parole. Se invece le connessioni del sistema tra il livello
lessicale e quello fonologico sono indebolite è invece più probabile che le non-parole
vengano prodotte (figura 1 - Appendice A).
Moses, Nickels e Sheard (2004) offrono una revisione della letteratura riguardo alle
possibili cause sottostanti la produzione di non-parole. Le persone affette da
gergoafasia tipicamente dimostrano poca consapevolezza rispetto ai loro errori e ciò
può renderli più inclini a produrre dei neologismi (Marshall et al., 1998). Lo scarso
automonitoraggio dei propri errori è stato collegato a deficit nella comprensione
uditiva (Ellis et al., 1983; in Moses et al., 2004), ma alcuni studi hanno escluso che la
scarsa comprensione possa essere l’unica causa (Nickels e Howard., 1995; in Moses
et al., 2004). Alcuni autori hanno proposto che i neologismi riflettono una distorsione
severa della parola target a livello della codifica fonologica, risultando in una
risposta che non condivide la fonologia con la parola target (Nickels and Howard,
1995; in Moses et al., 2004). Alternativamente, i neologismi possono essere
considerati come il risultato di una distorsione fonologica di un errore ad un livello

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precedente di accesso lessicale (Howard et al., 1985; Nickels, 2001; in Moses et al.,
2004).
In aggiunta, i neologismi possono essere considerati come delle non-parole che
riempiono una pausa di esitazione quando la ricerca lessicale della parola target
fallisce (Butterworth, 1979). Bose e Buchanan (2007; in Bose, 2013) considerano la
produzione di neologismi e le difficoltà di denominazione non causate da una perdita
a livello delle rappresentazioni semantiche o a livello della codifica fonologica, o da
un fallimento nei processi di auto-monitoraggio degli errori, ma da una perdita delle
connessioni tra il livello semantico e quello fonologico in compiti di denominazione
che richiedono l’accesso alla fonologia per via semantica. Il modello psicolinguistico
di riferimento, ha ovviamente delle implicazioni sulla scelta della terapia logopedica
(Marshall et al., 1998; Bose, 2013).
Butterworth (1979) ha proposto che i neologismi prodotti dal suo paziente, “KC”,
fossero prodotti da un “meccanismo” (“back-up device”) che genera non-parole,
dopo un fallimento nella ricerca del target a livello lessicale, mentre gli errori
fonologici di “KC” riflettevano un incompleto recupero della forma fonologica.
Butterworth (1987) distingue due grandi categorie di neologismi. Alla prima
categoria appartengono i neologismi fonologicamente simili alle parole reali, che
possono essere correlati alla parola target (ovvero le parafasie fonologiche) o,
correlati al suono di un’altra parola reale, semanticamente connessa alla parola
target. Entrambi i sottotipi rappresentano un parziale fallimento nella ricerca
lessicale, in quanto una parte della parola è mantenuta, e l’altra è caratterizzata da
fonemi aggiuntivi. Invece i neologismi fonologicamente non simili al target, ma
simili tra di loro, sono chiamati “device-generated neologism”, e rappresentano un
fallimento completo nella ricerca lessicale, al punto tale che una nuova parola è stata
creata.
Un’ulteriore ipotesi, suggerita da Pick, in base alle assunzioni di Wernicke, è che i
neologismi non siano delle strategie adottate dai pazienti, bensì il risultato di un
fallimento ad inibire le risposte erronee. Durante l’evoluzione del disturbo, si
assisterebbe ad una riduzione della produzione dei neologismi, dovuta soprattutto a
meccanismi che individuano e sopprimono gli errori (Panzeri, Semenza, Butterworth,
1987). Questa ipotesi non è sempre compatibile con alcuni dati che associano la

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produzione di neologismi a delle pause di esitazione. Le caratteristiche fonologiche
dei neologismi, insieme ad una dettagliata analisi delle pause, possono fornire una
spiegazione delle strategie adottate da alcuni pazienti (Butterworth, 1979). In altre
parole, quando la ricerca della forma fonologica della parola target fallisce, il
paziente la sostituisce con un neologismo. I neologismi preceduti da una pausa
relativamente breve, sarebbero fonologicamente simili alla parola target, e quindi
rappresenterebbero una distorsione di quest’ultima. I neologismi, non
fonologicamente correlati alla parola target, sono invece preceduti da pause più
lunghe. Questi dati hanno permesso di raggiungere delle importanti conclusioni
sull’organizzazione del sistema di produzione del linguaggio: l’indipendenza della
ricerca lessicale rispetto ad altri aspetti del sistema che possono essere più o meno
non colpiti dal danno (Butterworth, 1979). Rispetto agli studi compiuti sull’origine
dei neologismi e sull’afasia gergale di tipo neologistico, sono pochi quelli effettuati
riguardo al gergo fonemico, forse considerato il più grave tra le tre forme (Hanlon e
Edmondson, 1996; Robson et al., 2003; Hoffmann e Jacobs, 2008).
Hoffmann e Jacobs (2008) riportano il caso di un paziente affetto da gergoafasia di
tipo fonemico, il cui eloquio era caratterizzato unicamente da neologismi fonemici
non riconoscibili, ovvero non correlabili a parole target. Questa tipologia di gergo è
caratterizzata da espressioni unicamente formate da non-parole, in un eloquio
fluente, ben articolato, con disturbi della comprensione e dei processi di
automonitoraggio.
Il gergo fonemico devia dalle caratteristiche fonologiche e semantiche del linguaggio
standard rendendo impossibile il riconoscimento del target lessicale e dei confini tra
una parola e l’altra (Hoffmann e Jacobs, 2008; Robson et al., 2003).
La produzione di molti pazienti gergoafasici è composta principalmente da parole
reali piuttosto che da non-parole (Marshall, 2006). L’eloquio risulta comunque privo
di alcuni significato, in quanto la selezione e la combinazione delle parole è anomala.
Questa forma di produzione è conosciuta come gergo semantico, e si differenzia
chiaramente dalle tipologie di gergo neologistico e fonemico.
Una delle possibili spiegazioni è che questi pazienti abbiano un deficit che interessa
il livello semantico, e ciò è correlato anche ad un deficit di comprensione, eguali
difficoltà nel linguaggio scritto ed in quello orale, con una sede di lesione che

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interessa bilateralamente i lobi temporali (Brown, 1981; in Marshall, 2006). Questa
spiegazione da sola non spiega le caratteristiche del gergo semantico. Weinstein
(1981; in Marshall, 2006) ha osservato che il gergo di tipo semantico è caratterizzato
da un utilizzo del linguaggio aulico, e che il suo utilizzo corrisponderebbe ad un
tentativo di imitazione del linguaggio normale per evitare la depressione e preservare
un senso di identità sociale. Weinstein (1966; in Butterworth, 1979) ha osservato che
questa particolare forma di gergo viene prodotta quando la persona sta parlando di
argomenti particolari, quali la propria malattia. Le teorie di Weinstein si rifanno
all’ipotesi che il gergo semantico sia causato dalla mancanza di processi auto-
monitoraggio. Alcuni studi (Marshall et al., 2001) confutano tale ipotesi, e hanno
rilevato che il gergo non è sempre limitato ad argomenti specifici, e può essere
caratterizzato, in alcuni casi, da un maggiore utilizzo di parole a bassa frequenza
rispetto a parole di alta frequenza: una possibile spiegazione è che le
rappresentazioni semantiche delle parole a bassa frequenza siano più ricche e meno
deteriorate rispetto alle rappresentazioni semantiche delle parole ad alta frequenza, in
quanto le prime includono queste ultime.
In un ulteriore studio condotto da Marshall et al. (1996), è stato riportato il
particolare caso di un paziente il cui gergo semantico, caratterizzato da
circonlocuzioni intaccava maggiormente la classe dei nomi rispetto a quella dei verbi
e le parole che si riferiscono agli oggetti concreti rispetto a quelli astratti. L’ipotesi di
fondo è che questo paziente avesse perso selettivamente la possibilità di accedere a
gran parte delle informazioni visive semantiche, le quali supportano maggiormente
l’accesso a livello semantico, della classe dei nomi rispetto a quella dei verbi, e della
categoria dei nomi concreti rispetto a quella dei nomi astratti (Marshall et al., 1996).

1.3. Tipologie di errori nei pazienti afasici di tipo fluente


Gli errori lessicali sono spesso citati come la caratteristica principale delle afasie
fluenti. Gli errori conosciuti come parafasie riguardano sia la forma che il significato
delle parole.
Alcuni errori coinvolgono l’incorretta selezione di singoli fonemi all’interno della
parola e sono conosciuti come parafasie fonologiche. Con in termine di parafasia
verbale ci si riferisce invece alla sostituzione di una parola intera. Le parafasie

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fonologiche possono essere riconosciute facilmente quando la sostituzione di un
fonema non interferisce con il riconoscimento della parola target (Edwards, 2005).
Le parafasie verbali possono essere interpretate come una “interruzione semantica”
(“semantic disruption” in Edwards, 2005) delle connessioni tra la forma e il
significato di una parola: per il paziente afasico non è più possibile compiere una
selezione accurata tra parole semanticamente correlate tra loro, all’interno del lessico
mentale, e può così compiere errori in un compito di categorizzazione semantica.
Queste due forme di errori, parafasie fonologiche e verbali, possono accadere
separatamente nell’afasia, e ciò dimostra che le caratteristiche di suono e di
significato della parola possano essere singolarmente colpite. Queste tipologie
diverse di errori avvengono infatti, a due separati livelli del sistema di produzione del
linguaggio: un livello nel quale viene selezionato l’item lessicale corretto, e un
livello, fonemico, nel quale i fonemi di una parola vengono assemblati e sono pronti
per essere convertiti in eventuali processi articolatori (Edwards, 2005). Se l’errore è
di tipo fonologico, si può assumere, che la parola sia stata pienamente specificata in
termini di significato e di appartenenza alla classe grammaticale, ma non da un punto
di vista fonologico. Se l’errore è semanticamente correlato, si può assumere che il
paziente abbia una qualche rappresentazione mentale della parola target, ma che non
sia più capace di selezionare l’item corretto con una sufficiente precisione.
Nel caso in cui avvenga una combinazione di errori a livello lessicale e a livello
fonemico, possono essere prodotte delle parafasie che non sembrano essere correlate
alla parola target: quando stringhe di non-parole sono pronunciate con una
intonazione normale, come nei casi più gravi di afasia di Wernicke, la produzione
assume la caratteristica tipica della gergoafasia (Edwards, 2005, Thompson et al.,
2015).

1.4. Struttura sintattica nella gergoafasia


Davis (2000; in Edwards, 2005) suggerisce che l’esistenza delle difficoltà lessicali e
il mantenimento di una struttura morfosintattica riconoscibile nell’afasia di
Wernicke, sia indicativo di una dissociazione tra livello lessicale e livello
morfosintattico. Nell’afasia gergale di tipo semantico è possibile rilevare questa
struttura sottostante più facilmente rispetto al gergo di tipo neologistico o fonemico.

11
Comunque è possibile che nella gergoafasia di tipo neologistico siano preservate le
informazioni relative al genere e che i costituenti della frase siano appropriatamente
flessi (Marshall, 2006).
In aggiunta, l’intonazione e le caratteristiche prosodiche sono indicative di una
struttura sintattica preservata. Butterworth e Warrington (1987; in Marshall, 2006)
hanno dimostrato che le abilità di ripetizione di frasi di un paziente gergoafasico
possono essere conservate e ciò supporterebbe l’idea di una costruzione sintattica
integra. La gergoafasia è stata anche associata alla presenza di errori di tipo
paragrammatico (Robson et al., 1998; Marshall, 2006).
Il “paragrammatismo” è stato spesso associato alle afasie fluenti ed è caratterizzato
dalla sostituzione di parole funzione e di morfemi grammaticali (Edwards, 2005).
Il paragrammatismo differenzia l’afasia di Wernicke e l’afasia di conduzione,
dall’afasia di tipo anomico/amnestico, nella quale il deficit principale è rappresentato
dalla difficoltà di accesso lessicale alle parole di classe aperta, ovvero i nomi
(Edwards, 2005).
Il termine paragrammatismo è stato introdotto da Kleist (1916; in Butterworth,
Panzeri, Semenza, Ferreri, 1990) per denotare una sindrome afasica la cui
caratteristica principale è quella della presenza di strutture grammaticale erronee o
confuse.
Per Kleist, il paragrammatismo costituiva un aspetto dell’afasia di Wernicke, nella
quale il paziente ha un eloquio fluente e una scarsa comprensione, correlate ad una
lesione nella regione temporale. Kleist introduce questo termine per contrapporlo al
termine “agrammatismo”, tipico dell’afasia di Broca, caratterizzato da un eloquio
non fluente, con frequenti errori di omissione di morfemi grammaticali, una ridotta
struttura sintattica ed uno stile “telegrafico”.
Comunque in letteratura, sono stati riportati casi di pazienti agrammatici con una
struttura sintattica confusa piuttosto che ridotta, e di pazienti paragrammatici che
compivano errori di omissione (Butterworth et al., 1990). Butterworth e Howard
(1987; in Butterworth et al., 1990) in una sistematica analisi di 226 pazienti afasici di
tipo fluente hanno rilevato che gli errori compiuti non differivano rispetto a quelli
compiuti dai parlanti normali, ma erano più numerosi. Questo dato indica che non
erano presenti deficit di tipo sintattico, quanto piuttosto relativi alla mancanza di

12
controllo sulla produzione (Butterworth et al., 1990). Nella visione di Butterworth e
Howard (1987; in Butterworth et. al., 1990), il paragrammatismo è caratterizzato da
un deficit nel sistema di controllo che modula i livelli semantico, lessicale,
prosodico, fonologico e fonetico, ma non quello sintattico.
In conclusione, la possibilità che nei pazienti gergoafasici, la struttura sintattica sia
mantenuta preservata, nonostante possano essere presenti errori di tipo
paragrammatico, fa sì che essi possano produrre un eloquio di tipo fluente che può
contribuire alla produzione di tipo gergale (Marshall, 2006).

1.5. Linguaggio scritto nei pazienti gergoafasici: la gergoagrafia


La gergoagrafia consiste nella produzione fluente di linguaggio scritto caratterizzato
dalla presenza di parole reali e di non-parole.
La gergoagrafia può essere associata alla gergoafasia, ma alcuni individui possono
avere un linguaggio scritto preservato ed una produzione orale di tipo gergoafasico,
oppure presentare la dissociazione opposta (Schonauer e Denes, 1994; in Marshall,
2006). Ci possono essere delle dissociazioni in risposta alla terapia logopedica,
ovvero alcuni individui possono progredire nel linguaggio scritto, ma non in quello
orale (Robson et al. 1998; in Marshall, 2006). Tali dissociazioni possono essere
dovute all’indebolimento delle connessioni tra il livello lessicale e quello fonologico
o ortografico, oppure dalla mancanza di abilità di auto-monitoraggio: ad esempio il
linguaggio scritto potrebbe essere meno colpito dal danno neurologico perché la
produzione scritta è più facile da monitorare rispetto a quella orale (Marshall, 2006),
e ciò rappresenterebbe un supporto importante per la terapia logopedica (Robson et
al., 1998; in Marshall, 2006).
Quando la produzione di tipo gergale è osservata nel linguaggio scritto, è opportuno
chiedersi se le tipologie di gergo siano le stesse rispetto a quelle del linguaggio orale,
descritte precedentemente. È possibile infatti individuare un certo parallelismo, in
quanto alcuni individui possono produrre gergo neologistico (Graham et al., 2001; in
Marshall, 2006), o gergo principalmente semantico (Marshall et al, 1996).
La gergoagrafia è stata rinvenuta in una varietà di lesioni che includono sia danni
all’emisfero sinistro, che dovuti ad una atrofia bilaterale dei lobi temporali,

13
comunque sembra essere particolarmente correlata alle afasie secondarie a lesioni
all’emisfero non dominante (Marshall, 2006).
Di particolare interesse il caso riportato da Varley et al. (2005; in Marshall, 2006) di
una paziente affetta da gergoagrafia di tipo neologistico, secondaria a lesione del
corpo calloso, limitata a quando le veniva richiesto di scrivere con la mano
dominante. Questo caso di gergoagrafia potrebbe essere dovuto ad un meccanismo di
tipo periferico in qualche modo non collegato al sistema di produzione del
linguaggio (Marshall, 2006).

14
2. Casi clinici

Verranno di seguito presentati alcuni casi clinici di pazienti gergo-afasici, facendo


riferimento alla sindrome afasica, alla sede di lesione e all’esame del linguaggio.
I casi clinici riportati, presentati da diversi autori e studiati in maniera diversa,
saranno inseriti in una tabella riassuntiva alla fine di ogni paragrafo.

2.1. Caso MAN - Dissociazione tra eloquio spontaneo, neologistico,


e lettura ad alta voce, conservata e tra denominazione orale e
denominazione scritta
Viene di seguito presentato un caso clinico esemplificativo di una paziente affetta da
gergoafasia di tipo neologistico (Semenza, Cipollotti e Denes, 1992), in un quadro di
sordità corticale secondario ad una lesione vascolare bilaterale retro-rolandica.
Questo caso sarà confrontato con altri casi descritti di seguito.
La paziente, di 65 anni, casalinga, destrimane, con 5 anni di educazione scolastica,
presentava diverse dissociazioni tra il linguaggio orale e quello scritto: ad un primo
livello tra la comprensione uditiva orale assente, e la comprensione preservata del
linguaggio scritto (una sordità di tipo periferico era stata esclusa da test
audiometrici); ad un livello successivo tra la modalità orale e scritta in compiti di
denominazione; e infine ad un’ulteriore livello, tra l’eloquio spontaneo, fluente e ben
articolato ma di tipo neologistico e la lettura ad alta voce, chiaramente migliore
anche se non perfetta.
La paziente, durante il ricovero, risultava orientata nel tempo e nello spazio, ed era
stata sottoposta ad un esame neuropsicologico delle abilità non-verbali, nel quale sia
lo span di memoria di lavoro visuo-spaziale che le abilità di problem solving
risultavano essere nella norma. Erano presenti dei leggeri segni di aprassia ideo-
motoria e bucco-facciale.
La comprensione uditiva era assolutamente compromessa, e la detezione di ogni
suono verbale o non-verbale era assente. La paziente non rispondeva infatti quando
veniva chiamata, anche a voce alta, e non riusciva a far corrispondere immagini ai
corrispondenti suoni verbali dotati di significato. L’eloquio spontaneo della paziente

15
era totalmente non intellegibile ed in linea con un quadro di afasia gergale di tipo
neologistico. Su un campione di eloquio spontaneo, il 63% della produzione era
rappresentato da parole reali e il 37% da non-parole. Solo un quarto delle parole reali
apparteneva alla classe aperta, mentre la restante parte apparteneva alla classe chiusa.
Questo dato era circa 5 deviazioni standard al di sotto della media per i soggetti
italiani con un basso livello di educazione scolastica (Semenza e Panzeri 1989; in
Semenza et al., 1992). L’analisi delle non-parole rilevava il 34% di parafasie
fonemiche, il 13% di neologismi che erano riconducibili ad una parola target, e il
53% di neologismi, il cui target non era riconoscibile. I neologismi rispettavano le
regole fonotattiche della lingua italiana e sostituivano maggiormente le parole a
classe aperta.
La paziente non era in grado di denominare oralmente alcuna immagine in un
compito di denominazione di immagini appartenenti a differenti categorie
semantiche: 1 risposta corretta su 40 immagini; 1 risposta corretta su 10 oggetti reali,
0 su 12 sulle parti del corpo. La paziente era sorprendentemente in grado di scrivere
correttamente il nome delle stesse immagini utilizzate nella versione orale del
compito (19/20 risposte corrette con le immagini, 8/10 con gli oggetti reali. Gli errori
compiuti nel compito di denominazione orale consistevano maggiormente in
neologismi, mentre quelli compiuti nella versione scritta del compito consistevano
nell’omissione di qualche singolo grafema. La comprensione scritta risultava
preservata anche in compiti nei quali la paziente doveva indicare parti del corpo e
colori in risposta ad un ordine scritto, e in compiti nei quali ad una parola scritta
doveva associare una descrizione semanticamente correlata. In una versione scritta
del token test, la paziente ha totalizzato un punteggio di 20/36 che corrisponderebbe
ad un deficit moderato nella versione orale del compito.
Contrariamente all’eloquio spontaneo, la lettura ad alta voce era preservata: la
paziente era in grado di leggere correttamente 21 lettere su 21, 12 sillabe su 15, 162
parole su un campione di 185 (tabella 1) e il 71,5 % di una lista di non-parole.
Nei compiti di ripetizione di parole la paziente non riusciva a ripetere alcun fonema
correttamente. La paziente non era inoltre in grado di recitare serie automatiche,
ovvero lettere dell’alfabeto e numeri da 1 a 20.

16
tabella 1 (da: “Reading aloud in jargonaphasia: an unusual dissociation in speech output”; Semenza,
Cipollotti, Denes, 1992)
tabella riassuntiva caso MAN
Caso MAN
Autori Semenza et al., 1992
sesso; età F; 65
mano dominante Destra
anni di educazione 5
Lingua Italiano
sede di lesione -sinistra: fronto-temporo-parietale
-destra: parietale
Sindrome sordità corticale
comprensione verbale Assente
eloquio spontaneo Non intellegibile caratterizzato da gergo neologistico
- Parole reali: (63)
- Non parole: (37)
tipologie di errori -parafasie fonemiche (34)
-neologismi correlati al target (13)
-neologismi non correlati al target (53)
Denominazione -orale: 2/62 (3.2)
Immagini: (1/40)
Oggetti reali (1/10)
Parti del corpo: (1/12)
(con neologismi)
-scritta: 27/30 (90)
Immagini (19/20)
Oggetti reali (8/10)
(omissione singolo grafema)
lettura ad alta voce -sillabe:
12/15 (80)
-parole:
162/185 (87 .6)
-non-parole:
88/123 (71.5)
Numeri Ripetizione da 1 a 20 ad alta voce non eseguibile

17
2.2. Caso DRG - Dissociazione tra eloquio spontaneo, conservato, e
lettura ad alta voce, neologistica; dissociazione nella lettura ad
alta voce tra numeri arabici e numeri in codice alfabetico
Viene di seguito presentato un caso, riportato da Semenza et al., (2015), di un
paziente afasico, “DRG”, affetto da gergo di tipo neologistico e fonologico di severa
entità con una dissociazione opposta rispetto a quella del caso precedentemente
riportato (Semenza et al., 1992), ovvero caratterizzata da performance nella lettura ad
alta voce maggiormente affette da disturbi fonologici rispetto a denominazione e
all’eloquio spontaneo. “DRG” è un paziente di 58 anni, con un’educazione scolastica
di 8 anni, affetto da sordità corticale, secondaria ad una lesione vascolare che
coinvolge i lobi occipito-temporale sinistro e temporo-parietale destro. “DRG” non
riesce a percepire alcun suono verbale e non-verbale. All’esame dei potenziali
evento-correlati (ERP) non è stata rilevata traccia di attività corticale uditiva.
All’esame neuropsicologico non sono stati riscontrati problemi in compiti di
riconoscimento visivo, e nel calcolo scritto sono stati rilevati solo errori occasionali
in operazioni complesse. Il linguaggio spontaneo un eloquio spontaneo risulta
relativamente intellegibile, e fluente, con parafasie fonemiche e alcuni neologismi.
La percentuale di neologismi in un campione di eloquio spontaneo è pari all’11% (12
neologismi non correlati alla parola target, su un totale di 105 parole riconoscibili).
La comprensione semantica nella lettura è preservata, mentre la lettura ad alta voce
risulta severamente caratterizzata da gergo di tipo neologistico, in quanto la presenza
di neologismi è pari a 45% (30 neologismi non correlati alla parola target su un totale
di 67 parole riconoscibili). La lettura ad alta voce risulta maggiormente deteriorata
rispetto a compiti di denominazione in due diverse rilevazioni, condotte con un
intervallo di tempo di 9 mesi. Le percentuali di item corretti variano dal 35% al 49%
nei compiti di denominazione e, dal 6% al 18% in quelli di lettura. I neologismi non
correlati al target variano dal 54% al 22% nei compiti di denominazione, e dal 94%
al 71% in quelli di lettura. Questi dati mostrano un effettivo miglioramento della
sintomatologia di “DRG”, durante la riabilitazione logopedica, e l’evidenza che una
performance peggiore nei compiti di lettura, rispetto a quelli di denominazione,
rimane costante nel tempo.

18
L’esame della lettura ad alta voce dei numeri fino a 6 cifre, presentati nel codice
arabico (“9”; “267”) e nel codice numerico (“nove”; “duecentosessantasette”) riporta
dei dati differenti. Vengono effettuate delle prove di lettura ad alta voce di numeri
presentati sia nel codice alfabetico che in quello arabico. La lettura ad alta voce di
numeri presentati nel codice alfabetico è stata corretta nel 25% degli item (28/110) e
caratterizzata dalla produzione di neologismi. La lettura di numeri presentati nel
codice arabico invece è stata corretta nel 45% dei casi (22/55), ma non sono stati
rilevati errori fonologici o neologistici, bensì di tipo lessicale, ovvero alcune cifre
sono state sostituite da altre, corrette da un punto di vista fonologico.

tabella 2 (da: “Jargon in reading aloud sparing arabic digits but not number words”; Semenza,
Garzon, Passarini, Meneghello, Menichelli, 2015)
tabella riassuntiva caso DRG
Caso DRG
Autori Semenza et al., 2015
sesso; età M; 58
mano dominante Destra
anni di educazione 8
Lingua Italiano
sede di lesione -sinistra: occipito-temporale
-destra: temporo-parietale
Sindrome sordità corticale
comprensione verbale assente
eloquio spontaneo Relativamente intellegibile, fluente
tipologie di errori -parafasie fonemiche
-neologismi non correlati al target (11)
Denominazione -orale:
T1: 27/78 (34.6)
T2: 38/78 (48.7)
lettura ad alta voce -parole: t1: 6/99 (6.1); t2:18/99 (18.2)
-prosa: 37/67 (55.2)
Numeri -codice arabico: 25/55 (45) (assenza neologismi).
-codice alfabetico: (25) (con neologismi)

19
2.3. Caso III - Dissociazione tra eloquio spontaneo, neologistico e
lettura ad alta voce, conservata nei numeri in codice arabico e
alfabetico
Cohen, Verstichel e Deahene (1997) hanno riportato il caso di un paziente affetto da
una severa gergoafasia di tipo neologistico, nel quale le “parole numero” (“number
words”) risultavano essere conservate e non intaccate da errori fonologici.
Il paziente era un ex insegnante, in pensione, destrimane di 76 anni. La sua afasia
presentava i sintomi classici dell’afasia di Wernicke in un quadro di sordità corticale,
ed era secondaria a lesioni vascolari bilaterali che interessavano a sinistra la porzione
posteriore e superiore del lobo temporale, e a destra i lobi temporale e frontale.
Il paziente si comportava come se fosse ipoacusico: si lamentava del fatto che poteva
sentire quanto gli venisse detto, ma che non fosse in grado di comprenderlo.
Le performance del paziente nei compiti di ripetizione e comprensione uditiva erano
infatti estremamente basse.
L’esame audiologico aveva rilevato che i deficit percettivi si estendevano anche agli
stimoli non-verbali.
Il suo eloquio spontaneo era fluente e ben articolato con una prosodia nella norma.
Molte parole contenevano delle sostituzioni di fonemi e alcuni neologismi non erano
correlabili ad alcuna parola reale. Erano presenti anche errori nella pianificazione
sintattica e alcune parafasie semantiche.
Il gergo neologistico interessava tutti i compiti nei quale fosse prevista una risposta
verbale e il paziente era quasi del tutto non consapevole dei suoi errori. Il punteggio
relativamente alto nei compiti di lettura, di fluenza semantica e di denominazione
non prendeva in considerazione gli errori di tipo fonologico che interessavano
comunque la metà delle risposte.
La comprensione delle frasi scritte era alterata, mentre la comprensione di singole
parole era buona: il paziente era in grado infatti di classificare 25 parole scritte in 5
categorie semantiche rapidamente e senza compiere alcun errore. La denominazione
scritta era parzialmente preservata anche se la produzione scritta era caratterizzata da
frequenti neologismi.

20
Per definire le caratteristiche del gergo neologistico il paziente è stato sottoposto dei
compiti di denominazione, di lettura di parole e di non-parole.
Il paziente ha compiuto un totale di 630 errori su 886 item (71.1%) e la percentuale
di presenza di neologismi non differiva rispetto ai compiti (tabella 3).
In tutti e tre i compiti, i neologismi rappresentavano la tipologia di risposta più
frequente (522/886; 58.9%) e anche la tipologia di errore più frequente (522/630;
82.9%).

tabella 3 (da: “Neologistic jargon sparing numbers: a category specific phonological impairment”;
Cohen, Verstichel, Dehaene, 1997)

In sintesi, la lettura di parole, di non-parole e la denominazione di immagini erano


caratterizzate dalla massiccia presenza di neologismi, e da una simile distribuzione
degli errori, con nessun effetto di frequenza, e di classe grammaticale.
I neologismi prodotti dal paziente erano caratterizzati sia dalle singole sostituzioni di
fonemi sia da non-parole che avevano una scarsa correlazione con la parola target
(tabella 4). In conclusione, anche quando la composizione fonemica dei neologismi
era scarsamente correlabile al target, le non-parole che ne risultavano preservavano
delle caratteristiche fonotattiche della lingua francese quali il numero delle sillabe e
la struttura sillabica.
Questi dati illustrano a quale livello siano localizzati i deficit del paziente all’interno
del sistema di produzione del linguaggio: ad un livello dell’attivazione dei fonemi
comune ai differenti processi coinvolti nella lettura di parole e non-parole e nella
denominazione di immagini.

21
tabella 4 (da: “Neologistic jargon sparing numbers: a category specific phonological impairment”;
Cohen, Verstichel, Dehaene, 1997)

Durante la valutazione clinica del paziente, gli autori (Cohen et al., 1997) hanno
osservato che la lettura ad alta voce dei numeri in codice arabico fosse esente da
errori di tipo fonemico. Ciò rappresenta una dissociazione, all’interno di distinte
categorie di parole, all’interno del sistema di produzione del linguaggio. È stato
chiesto al paziente di leggere ad alta voce 470 numeri presentati in codice arabico da
1 a 6 cifre. Il numero totale degli errori è stato di 213 su 470 (45.3%), dei quali
l’89,2% (190/213) consisteva comunque in parole-numero corrette, da un punto di
vista fonologico. Queste risposte corrette corrispondevano mantenevano comunque
generalmente (145/190; 76.3%) la stessa lunghezza dei corrispondenti target: ovvero
numeri ad una cifra venivano letti correttamente come numeri ad una cifra, e così
avveniva per i numeri a due cifre, fino a 6 cifre. Dei 23 errori restanti solo 6 erano di
natura fonologica e ciò costituisce l’osservazione più interessante, in quanto questo
dato è in contrasto con i risultati precedenti. Al paziente, era stato chiesto di leggere
ad alta voce 197 numeri presentati nel codice alfabetico (“spelled-out numerals”), e
analogamente alla prova con i numeri in codice arabico, erano stati compiuti soltanto
6 errori di tipo fonologico. Sono stati compiuti molti errori lessicali, ma la
produzione del paziente sia di numeri in codice arabico che in codice alfabetico era
priva di trasformazioni fonologiche.
Per determinare se questi errori fossero il risultato di una errata comprensione dello
stimolo, o derivassero da problemi di transcodifica dal codice visivo a quello verbale,

22
è stata valutata la comprensione del paziente dei numeri scritti. Tra i numeri
presentati nel codice arabico, c’erano dei numeri che costituivano un significato
particolare, ad esempio, numeri che rappresentavano delle date storiche importanti. Il
paziente alla lettura di questi numeri, spesso forniva dei commenti semantici
accurati, anche se compiva degli errori lessicali (“1789”, letto
“millenovecentottantanove”, ma commentato correttamente come la data dell’inizio
della rivoluzione francese; “1918” letto “millequattrocentodiciotto”, inteso
correttamente come la fine della prima guerra mondiale). Al paziente era stato
chiesto di comparare all’interno di una coppia di numeri, composti da un egual
numero di cifre quale fosse il più grande: egli compiva degli errori lessicali (“14”,
“17”, venivano letti rispettivamente “29”, “18”) ma riusciva ad indicare
correttamente il numero più grande. In totale ha compiuto solo il 2.6% di errori di
comparazione con il codice arabico e il 5.4% con il codice alfabetico. Questo
risultato è in contrasto con la quantità di errori lessicali che il paziente ha prodotto.
Nei compiti che coinvolgevano le capacità di calcolo del paziente, sono stati
compiuti 5 errori su 24. In conclusione, questo insieme di compiti presentati in
codice arabico o alfabetico, dimostravano che nonostante gli errori lessicali di lettura,
la comprensione dei numeri fosse preservata.

Tabella riassuntiva caso III


Caso III
Autori Cohen et al., 1997
sesso; età M; 76
mano dominante Destra
anni di educazione 13
Lingua Francese
sede di lesione -sinistra: temporale
-destra: fronto-temporale
Sindrome sordità corticale; Wernicke
comprensione verbale Assente
eloquio spontaneo Fluente, ben articolato, con prosodia nella norma.
tipologie di errori -parafasie fonemiche
-neologismi correlate al target
-neologismi non correlati al target
Denominazione -orale: 66/192 (34.3) (76.2) (con neologismi)
lettura ad alta voce -parole: 131/502 (26.1) (83.3) (con neologismi)
-non parole: 59/192 (30.7) (88.8) (con neologismi)
Numeri -codice arabico: 257/470 (54.6)
(assenza neologismi)
-codice alfabetico: 59/197 (30)
(assenza neologismi)

23
2.4. Caso GBC - Dissociazione tra la produzione di parole numero e
parole non-numero in compiti di lettura e ripetizione.
Bencini et al., (2011) riportano il caso di un paziente con afasia di Wernicke,
secondaria ad una lesione vascolare nella regione medio-temporale sinistra che
mostrava un deficit fonologico selettivo nella produzione del linguaggio orale in
compiti di lettura e di ripetizione, che interessava tutte le classi lessicali,
indipendentemente dalla classe grammaticale, dalla lunghezza e dalla frequenza.
“GBC” era un vecchio uomo d’affari con una lunga storia di problemi vascolari alle
spalle. Aveva precedentemente sofferto di una lesione ischemica nell’area temporale
posteriore sinistra, che aveva causato una afasia di tipo fluente e nel lobo occipitale
sinistro. A queste lesioni, se ne era aggiunta più recentemente una nella regione
medio-temporale a sinistra.
La valutazione neuropsicologica di “GBC” (Semenza et al., 2007) aveva rilevato
sintomi significativi esclusivamente per l’afasia. Le funzioni linguistiche erano state
valutate con una batteria di test, che includeva la versione italiana dell’AAT (Luzzati
et al., 1996; in Semenza et al., 2007) e parti del BADA (Miceli et al, 1994; in
Semenza et al., 2007).
L’afasia di “GBC” era rimasta stabile per tutto il tempo della valutazione, ed era
caratterizzata da buona articolazione, eloquio fluente paragrammatico con parafasie,
denominazione e ripetizione fortemente compromesse e una comprensione verbale
deteriorata moderatamente. Durante la valutazione, era emersa una tipologia di errori
fonologici atipica, presente in tutti i compiti: erano compiuti maggiormente errori
sulle vocali ma non sulle consonanti (Semenza et al., 2007).
Nella denominazione di oggetti e di immagini (metà a bassa e metà ad alta
frequenza) GBC ha compiuto 40/58, dei quali molti consistenti in neologismi non
riconducibili al target.
Nella ripetizione di singole parole, (15 nomi, 15 verbi, 15 parole funzione) “GBC”
ha compito 32/45 errori, la maggior parte neologismi con nessuna relazione al target:
solo 5 sostituzioni di fonema sono state rilevate, 4 delle quali interessavano le vocali.

24
Nella lettura ad alta voce di parole, “GBC” ha compiuto 10 errori su 92, 8 dei quali
erano sostituzioni di vocali.
Per approfondire la valutazione della lettura ad alta voce era stato somministrato a
“GBC” un articolo contenente 2882 parole, nel quale sono stati compiuti un totale di
632 errori, 436 dei quali costituivano delle singole sostituzioni di fonemi.
Sono stati esaminati soltanto quegli errori che potevano essere attribuiti a fattori
fonologici: gli errori che coinvolgevano morfemi legati (“potrà” al posto di “potrò”)
o di tipo semantico (“donare”, al posto di “denaro”) sono stati esclusi ed è stato
selezionato un corpus di errori di 111 non-parole, nelle quali uno o più fonemi
venivano sostituiti.
Tale corpus di errori conteneva un totale di 407 vocali, delle quali 113 sono state
sostituite.
È importante considerare il fatto che l’italiano, a differenza dell’inglese, ha un
sistema di vocali cardinali, per il quale è sempre possibile identificare la qualità della
vocale prodotta rispetto alla parola target. Gli errori compiuti riguardavano tutte le
categorie di parole target, indipendentemente dalla frequenza e dalla lunghezza, e
selettivamente le vocali con un rapporto di 7 a 1 rispetto alle consonanti.
Questo risultato era in contrasto con la performance di “GBC” riguardo alla
produzione delle parole-numero, che risultava priva di errori.
È stata successivamente esaminata la lettura ad alta voce di parole appartenenti a
differenti classi grammaticali che variano in lunghezza e in frequenza (20 aggettivi;
35 parole funzione; 35 nomi; 35 verbi). Gli errori compiuti di tipo fonologico
corrispondevano al 18.4%. Né la frequenza, né la lunghezza, né la categoria
grammaticale avevano influenzato la produzione di tali errori.
Nella lettura di parole numero, è stato chiesto al paziente di leggere ad alta voce 54
numeri (lunghi da 2 a 8 cifre) scritti nel codice arabico e 23 numeri (da 2 a 6 cifre)
scritti nel codice alfabetico. Non è stato compiuto alcun errore di tipo fonologico.
Per assicurarsi che la lettura priva di errori fonologici delle parole numero fosse
dovuta allo status di parola numero e non all’alta frequenza, è stata costruita una
nuova lista di parole contenenti parole più frequenti e più corte delle parole numero-
base. È stata somministrata una lista di 302 parole, contenente 46 tipi diversi di
preposizioni (12 semplici e 34 complesse), 11 tipi diversi di articoli e 23 tipi diversi

25
di congiunzioni. Gli errori risultanti nella produzione di altre parole reali sono stati
esclusi dal conteggio e gli errori fonologici compiuti in totale sono stati 16: 13 sulle
vocali e 3 sulle consonanti.
Successivamente è stata valutata la possibilità che una particolare sequenza di fonemi
delle parole numero potesse essere conservata e codificata se contenuta in parole
non-numero più lunghe. Sono stati creati degli stimoli nei quali, i numeri fossero
contenuti in parole reali più lunghe (“sei” in “alisei”). Il paziente ha compiuto 16
sostituzioni di vocali, 4 delle quali sono occorse nelle sequenze omofoniche delle
parole numero.
In una seconda versione del compito, le parole numero erano inserite all’interno di
75 non-parole. Tale lista di parole era ottenuta cambiando uno o due fonemi nella
parte di parola non-numero della lista precedente. Sono stati compiuti 20 errori di
sostituzione di vocali, 4 delle quali nella parte di sequenza omofonica delle parole
numero. Il risultato è che i numeri non fossero preservati quando contenuti
all’interno di parole o di non-parole.
La produzione delle parole numero è stata esplorata in una serie di compiti di
denominazione nei quali il paziente era invitato a denominare il risultato di semplici
operazioni aritmetiche, scritte in codice arabico e in codice alfabetico. Gli errori
compiuti sono stati di tipo aritmetico (60/160) ed erano soprattutto dovuti alla
confusione tra segni aritmetici o alla perseverazione di un risultato precedente,
comunque non sono mai stati compiuti errori di tipo fonologico nella lettura delle
operazioni scritte o nella denominazione del risultato.
In aggiunta sono state date al paziente 20 domande generali e riguardanti fatti
personali, che richiedevano una risposta numerica (“quanti giorni ci sono in un
anno?”; “a che età hai finito la scuola?”). Non è mai stato compiuto un errore
fonologico.
La produzione delle parole numero del paziente si dimostrava preservata in un tutta
una serie di compiti, sia di lettura, che di denominazione.

26
2.5. Caso PM - Dissociazione tra la produzione di parole numero e
parole non-numero in compiti di lettura e ripetizione.
Viene infine riportato un caso di un paziente, “PM”, di anni 77, madre lingua italiana
con 13 anni di educazione, affetto da un’afasia di conduzione secondaria ad una
lesione ischemica che interessava i lobi temporo-parietali a sinistra (Semenza et al.,
2014). Questo studio è stato effettuato con un simile disegno sperimentale rispetto a
quello ideato per il caso precedentemente riportato di “GBC” in Bencini et al.,
(2011), ovvero sono stati somministrati compiti di ripetizione e lettura ad alta voce di
parole appartenenti a tutte le categorie lessicali, numeri cardinali e ordinali, sia in
lista di parole che in frasi. La lettura e la ripetizione delle parole numero sono state
valutate anche all’interno di modi di dire o espressioni trasmesse culturalmente, in
risposta a semplici operazioni aritmetiche, o a domande che richiedevano una
risposta numerica. Sono state valutate anche la lettura e la ripetizione di parole-
numero all’interno di parole non-numero come nello studio precedentemente
riportato.
I risultati per la lettura ad alta voce e la ripetizione mostrano che soltanto un quinto
di tutti gli errori fonologici sono stati riportati nella produzione di numeri cardinali
rispetto alle altre parole funzioni. Nessun errore fonologico è stato compiuto dal
paziente quando ha dovuto produrre il risultato di operazioni aritmetiche, anche se i
numeri cardinali sono stati sostituiti da altri numeri cardinali.
Le parole numero nelle espressioni trasmesse culturalmente, contenevano degli errori
di tipo fonologico ma in misura minore rispetto alle altre categorie lessicali.
Le parole che contenevano numeri al loro interno contenevano la stessa proporzione
di errori sia nella parte numerica che nella parte non-numerica.
Nella ripetizione e nella lettura di frasi solo la produzione dei numeri era risparmiata
rispetto alle altre classi lessicali (tabella 5).
I risultati sono riportati nella tabella riassuntiva che racchiude la presentazione di
tutti i casi precedentemente esposti (tabella 6).

27
tabella 5 (da: “Sparing of number words in oral production”; Semenza et al., 2014)
tabella riassuntiva caso GBC
Caso GBC
Autori Bencini et al., 2011
sesso; età M; 62
mano dominante destra
anni di educazione 5
Lingua Italiano
sede di lesione -sinistra: occipito-temporale
Sindrome Wernicke
comprensione verbale deteriorata moderatamente
eloquio spontaneo Relativamente fluente, ben articolato,
paragrammatico con parafasie.
tipologie di errori -parafasie semantiche
-neologismi
-esitazioni anomiche
Denominazione -orale: 18/58 (31) (neologismi)
lettura ad alta voce -parole:
t1: 82/92 (89.1)
t2: 102/125 (81.6)
-prosa:
2250/2882 (78.1)
Numeri -codice arabico: 54/54 (100)
(assenza di neologismi)
-codice alfabetico: 23/23 (100)
(assenza di neologismi)

tabella 6 - confronto tra i casi clinici

Caso MAN DRG III GBC PM


Autori Semenza et al., Semenza et al., Cohen et al., Bencini et al., Semenza et al.,
1992 2015 1997 2011 2014
sesso; età F; 65 M; 58 M; 76 M; 62 M; 77
mano Destra Destra destra destra destra
dominante
anni di 5 8 13 5 13
educazione
Lingua Italiano Italiano francese italiano italiano
sede di lesione -sinistra: -sinistra: -sinistra: -sinistra: Sinistra:
fronto- occipito- temporale occipito- temporo-
temporo- temporale -destra: temporale parietale
parietale -destra: fronto-
-destra: temporo- temporale
parietale parietale

28
Sindrome sordità sordità sordità Wernicke Conduzione
corticale corticale corticale
Wernicke
comprensione Assente assente assente deteriorata /
verbale moderatamente
eloquio Non Relativamente Fluente, ben Relativamente Ben articolato,
spontaneo intellegibile intellegibile, articolato, fluente, ben fluente ma con
caratterizzato fluente. con prosodia articolato, severi disturbi
da gergo nella norma. paragrammatico fonologici.
neologistico con parafasie.
tipologie di -parafasie -parafasie -parafasie -parafasie -parafasie
errori fonemiche fonemiche fonemiche semantiche fonemiche
-neologismi -neologismi -neologismi -neologismi
correlati al non correlati correlate al -esitazioni
target al target target anomiche
-neologismi -neologismi
non non correlati
correlati al al target
target
Denominazione -orale: -orale: -orale: -orale: /
2/62 T1: 27/78 66/192 18/58
(3.2) (34.6) (34.3) (31)
-scritta: T2: 38/78
27/30 (48.7)
(90)
lettura ad alta -sillabe: -parole: -parole: -parole: articoli:
voce 12/15 t1: 6/99 131/502 t1: 82/92 (11.11)
(80) (6.1) (26.1) (89.1) preposizioni:
-parole: t2:18/99 -non parole: t2: 102/125 (21.94)
162/185 (18.2) 59/192 (81.6) congiunzioni:
(87 .6) -prosa: (30.7) -prosa: (20.51)
-non-parole: 37/67 2250/2882 pronomi:
88/123 (55.2) (78.1) (65)
(71.5)
Numeri Ripetizione da -codice -codice -codice arabico: numeri
1 a 20 ad alta arabico: arabico: 54/54 cardinali:
voce non 25/55 257/470 (100) (2,78)
eseguibile (45) (54.6) (assenza di numeri
(assenza (assenza neologismi) ordinali:
neologismi). neologismi) -codice (73.3)
-codice -codice alfabetico
alfabetico: alfabetico: 23/23
28/110 59/197 (100)
(25) (30) (assenza di
(con (assenza neologismi)
neologismi) neologismi)
*I numeri presentati in grassetto tra parentesi rappresentano le percentuali delle risposte corrette

29
3. Dissociazioni nella gergoafasia
Per la spiegazione dei singoli casi clinici e, per operare un confronto tra gli stessi, si
farà riferimento alla metodologia delle dissociazioni.
I casi clinici sono stati studiati da diversi autori con metodologie differenti, ma sono
accomunati da alcune caratteristiche: si tratta di pazienti afasici di tipo fluente,
contraddistinti dalla presenza più o meno abbondante di neologismi, intesi in senso
lato come non-parole, il cui target è più o meno riconoscibile, che interessano diversi
processi della produzione linguistica (eloquio spontaneo, lettura ad alta voce,
denominazione).
Verrà di seguito presentata un’introduzione sui modelli di elaborazione del
linguaggio di riferimento, a cui seguirà la discussione generale.

3.1. Modelli di elaborazione del linguaggio


Sin dagli anni ’60, è stato ampiamente accettato che i modelli cognitivi possano
spiegare i sintomi di una patologia, i quali corrisponderebbero al danno a specifici
moduli di un sistema cognitivo, parzialmente o totalmente deteriorati da un danno
cerebrale (Crepaldi et al., 2004). In neuropsicologia il paradigma delle dissociazioni
rappresenta uno dei metodi elettivi per l’interpretazione dei dati sperimentali (Vallar,
1999). Nel contempo, gli studi di psicolinguistica hanno ricevuto un nuovo impeto
dall’afasiologia, grazie all’analisi degli errori, delle esitazioni e delle disfluenze
nell’eloquio (Levelt, 1992). Una delle caratteristiche principali del linguaggio è che i
suoi elementi costitutivi possano dissociarsi, ovvero essere considerati come unità
isolate nel continuum della produzione del linguaggio (Denes, 2011).
Le dissociazioni riguardano le unità rappresentazionali anche a diversi livelli, sempre
più specifici: gli elementi lessicali possono essere separati in elementi morfologici e
successivamente in fonemi (Denes, 2011). Esistono differenti tipologie di
dissociazioni (Vallar, 1999): nella classica forma del paradigma della dissociazione
semplice forte, un paziente viene sottoposto a due diversi compiti, e la sua
performance risulterà preservata in uno dei due compiti ed inferiore nell’altro
compito, rispetto ad un gruppo di controllo, o rispetto alla prestazione ottenuta negli
stessi compiti in un momento precedente alla malattia neurologica. Nella

30
dissociazione semplice debole, il paziente sottoposto a due diversi compiti avrà una
performance peggiore in uno dei due i compiti, che risulteranno comunque entrambi
in una prestazione inferiore rispetto ad un gruppo di controllo. Nella doppia
dissociazione, si opera un confronto tra pazienti: le prestazioni del paziente P1 sono
superiori rispetto al paziente P2 nel compito A e non nel compito B, e le prestazioni
del paziente P2 sono superiori rispetto al paziente P1, nel compito B e non nel
compito A (Vallar, 1999). Un classico esempio di doppia dissociazione è quello
rilevato tra pazienti di madre lingua inglese con dislessia fonologica incapaci a
leggere non-parole o parole nuove ma con un’abilità preservata nella lettura delle
parole regolari e irregolari, e pazienti di madre lingua inglese con dislessia
superficiale che possono leggere le non-parole ma non le parole irregolari (Vallar,
1999).
Grazie a questo apparato teorico sono stati compiuti notevoli progressi nella
comprensione dell’organizzazione mentale del linguaggio: sono stati osservati deficit
specifici di singole abilità linguistiche (fonologiche, lessicali o sintattiche) e ciò ha
offerto evidenza dell’indipendenza funzionale di alcuni moduli linguistici mentali
(Luzzati et al., 2002; Crepaldi et al., 2004). Lo studio di pazienti con disturbi del
linguaggio secondari a lesione neurologica ha contribuito a fornire evidenza alle
recenti teorie sull’organizzazione del lessico mentale, sulla struttura delle sue
componenti e sulla sottostante componente semantica (Luzzati et al., 2002).
Se si considera l’organizzazione funzionale del sistema di produzione del linguaggio
(Levelt, 1989, 1992), ci sono diversi livelli successivi tra la percezione di
un’immagine alla denominazione del nome corrispondente. Ad esempio, l’analisi
visiva della parola “cat” (“gatto”) risulta nell’attivazione del concetto corrispondente.
L’accesso al livello semantico consiste nel recupero delle informazioni semantiche
(“animale”, “felino”, “cattura i topi”). Il livello successivo, ci permette di recuperare
le informazioni lessicali riguardo a questa parola e si articola in due sotto livelli: il
livello del “lemma” e del “lessema”.
A livello del “lemma”, vengono recuperate le informazioni quali la classe
grammaticale e il genere. Il livello del “lemma” può essere considerato come la
rappresentazione più astratta della parola e costituisce un punto di incontro tra
diverse rappresentazioni della parola in varie modalità: lessico uditivo e visivo,

31
d’entrata, e lessico fonologico e ortografico d’uscita. L’accesso al lessico fonologico
d’uscita costituisce il secondo livello dell’accesso lessicale, ovvero il livello del
“lessema”, che racchiude le informazioni fonologiche della parola.
Il livello del “lessema” fornisce due differenti tipologie di informazione: la
composizione segmentale della parola, ovvero, relativa ai fonemi che la
costituiscono, e il numero delle sillabe, nonché la struttura consonante-vocale.
Le informazioni fonemiche e strutturali sono combinate insieme e costituiscono il
“blocco costitutivo” (“building block”) del programma articolatorio (figura 2, 4;
Appendice A).
Sempre in riferimento a Levelt (1989, 1992), le parole scritte possono essere lette
attraverso una via lessicale, nella quale i grafemi costituenti di una parola sono
identificati nel lessico visuale d’entrata, dal quale si ottiene l’accesso al “lemma”
corrispondente e agli stadi successivi per la verbalizzazione. Le parole possono
essere lette anche attraverso una via di superficie, non lessicale, che corrisponde ai
meccanismi di conversione grafema-fonema essenziali per la lettura di non-parole,
che per definizione non hanno una rappresentazione semantica o lessicale (figura 2,
4; Appendice A).
Anche nei compiti di ripetizione, il principio è simile alla lettura delle parole: a
partire dall’input uditivo-fonologico e del suo mantenimento nel buffer uditivo-
fonologico d’entrata, l’informazione può essere elaborata attraverso una via lessicale
e una via sub-lessicale. Nella via lessicale, la parola è attivata nel lessico fonologico
d’entrata e la ripetizione può essere attuata grazie all’attivazione del lessico
fonologico d’uscita. La comprensione avviene grazie alla via semantica, nella quale
dal lessico semantico viene attivato il sistema concettuale. La via sub-lessicale, così
come nella lettura ad alta voce non utilizza il lessico ma un sistema di conversione da
input fonologico ad output fonologico (Dotan e Friedmann, 2015; figura 4 -
Appendice A).
La letteratura recente riguardo pazienti con danni neurologici, così come alcuni studi
sui soggetti normali, dimostra che differenti categorie di parole sarebbero elaborate
in differenti regioni cerebrali (Cohen et al., 1997). Questa organizzazione in
categorie è riscontrata a due generali livelli di rappresentazione: un primo livello
semantico, nel quale il significato delle parole è conservato in distinte aree cerebrali

32
a seconda della categoria semantica; un ulteriore livello nel quale anche le
connessioni che legano la conoscenza semantica al livello lessicale, cioè alla forma
delle parole, sono organizzate secondo un sistema di categorizzazione.
Disturbi selettivi possono emergere come un risultato di deficit puramente fonologici
(si posso osservare nelle prove di ripetizione di pazienti con afasia di conduzione), o
come il risultato di deficit lessicali (nell’anomia o nell’afasia transcorticale
sensoriale), o ancora come deficit morfosintattici nel caso dell’agrammatismo.
I deficit lessicali possono essere più selettivi: sono stati osservati dei pazienti la cui
produzione era caratterizzata da una dissociazione tra nomi e verbi in compiti che
prevedevano un recupero della corretta forma lessicale (Crepaldi et al., 2004).
C’è un consenso generale tra i diversi autori nel ritenere il recupero dei verbi più
deteriorato nei pazienti afasici di tipo agrammatico, e il recupero dei nomi
maggiormente colpito nei pazienti con afasia di tipo anomico (Luzzati et al., 2002).
Il recupero lessicale può essere danneggiato anche per specifiche tipologie di parole:
sono state descritte dissociazioni tra gli oggetti naturali (frutta, vegetali e animali) e
quelli naturali, tra nomi concreti e astratti, tra parole contenuto e parole funzione, e
sono stati rilevati deficit selettivi nel recupero del nome dei colori o dei nomi propri
(Luzzati et al., 2002).
Disturbi nella denominazione di specifiche categorie sono stati spiegati anche come
il risultato di un’organizzazione separata al livello del lessico di output, o come una
differente organizzazione concettuale sottostante (Luzzati et al., 2002).
Le dissociazioni lessicali rilevate tra la produzione scritta e la produzione orale e tra
la produzione e la comprensione sono state interpretate facendo riferimento ad un
modello che prevede l’esistenza di quattro differenti lessici mentali collegati ad un
sistema di conoscenza semantica: ortografico di entrata, e uscita, fonologico di
entrata e d’uscita (Crepaldi et al., 2004; Denes, 2011; figura 3 - Appendice A).

33
3.2. Discussione generale
Gli autori del caso “MAN” (Semenza et al., 1992) fanno riferimento a diversi
modelli neuropsicologici per spiegare i singoli deficit rilevati. Questa paziente
presentava diverse dissociazioni tra il linguaggio orale e quello scritto: ad un primo
livello tra la comprensione uditiva orale assente, e la comprensione preservata del
linguaggio scritto; ad un livello successivo tra la modalità orale e scritta in compiti di
denominazione; e infine ad un’ulteriore livello, tra l’eloquio spontaneo, fluente e ben
articolato ma di tipo neologistico e la lettura ad alta voce, chiaramente migliore
anche se non perfetta.
Facendo riferimento al modello di Wernicke e di Lichtheim (in Semenza et al., 92),
questo caso potrebbe essere presente classificato come afasia transcorticale, nella
quale non sarebbero preservate le connessioni tra il sistema semantico e le aree
sensoriali, e la lettura ad alta voce o la ripetizione sarebbero rese possibili da
connessioni intatte tra le aree sensoriali e quelle motorie. Tuttavia questo modello di
classificazione, non spiegherebbe il perché di una comprensione del linguaggio
scritto preservata.
In letteratura sono stati riportati diversi casi di pazienti che presentavano un
linguaggio scritto maggiormente preservato rispetto ad un eloquio spontaneo e ad
una denominazione orale, ben articolata ma non intellegibile.
Warrington e Leff (2000) riportano un caso simile a quello di Semenza et al., (1992)
di un paziente con gergoafasia di tipo fonemico, la cui comprensione e percezione
del linguaggio erano profondamente deteriorate in contrasto alla sua lettura
relativamente conservata: la comprensione di singole parole scritte appariva intatta,
anche di quelle parole che non riusciva a leggere ad alta voce. La lettura ad alta voce
di questo paziente infatti risultava caratterizzata da perseverazioni attribuite al
fallimento dei processi di inibizione. Le particolarità di questi casi clinici (Semenza
et al., 1992; Warrington e Leff, 2000) sono rappresentate da un contrasto tra una
comprensione uditiva e un linguaggio spontaneo deteriorate rispetto alla
comprensione del linguaggio scritto.
Facendo riferimento al caso “MAN” (Semenza et al., 1992), le difficoltà anomiche
nei compiti di denominazione orale sarebbero ascrivibili a una difficoltà di accesso
alla forma fonologica della parola dal livello semantico.

34
Ci sono diverse prove a sostegno di un livello semantico preservato: la paziente era
in grado di far corrispondere parole scritte ad immagini, e ad immagini
semanticamente correlate, quindi l’accesso al sistema semantico dalle informazioni
visive risulta essere preservato.
L’abilità di lettura ad alta voce della paziente spiega una preservazione a livello della
forma fonologica della parola, in quanto solo pochi errori relativi alla corretta
posizione dell’accento sono stati compiuti, e quindi sarebbe intatta la connessione
diretta dal lessico di ingresso ortografico al lessico fonologico di uscita.
Gli errori compiuti nella lettura di non-parole ad alta voce (indici di una dislessia
fonologica) suggeriscono che la paziente non potesse fare affidamento sul sistema di
conversione grafema-fonema.
La possibilità di accesso dal sistema semantico alla forma ortografica della parola
spiega la migliore performance della paziente nei compiti di denominazione scritta.
Come riportato in Denes (2011) i modelli di elaborazione lessicale prevedono un
sistema semantico-concettuale centrale e quattro lessici, rispettivamente due di
entrata, uno fonologico e uno ortografico, con i corrispondenti lessici di uscita.
Questi lessici d’entrata sono collegati al sistema concettuale che è attivato durante i
compiti di comprensione uditiva o visiva, mentre i lessici d’uscita sono attivati
durante i compiti di produzione. I lessici sono collegati a dei magazzini di a a breve
termine (il buffer fonologico e il buffer ortografico) che mantengono l’informazione
per il tempo necessario all’attivazione dell’articolazione o all’attuazione della
scrittura (figura 3 - Appendice A).
In riferimento ai questi modelli, la differente prestazione della paziente nei compiti di
denominazione orale rispetto ai compiti di denominazione scritta sarebbe spiegata
nei termini di una dissociazione tra il lessico fonologico di uscita e il lessico
ortografico di uscita.
I neologismi prodotti dalla paziente potrebbero essere interpretati come difficoltà di
attivazione delle unità lessicali nella corretta forma fonologica della parola, dal
sistema semantico (Butterworth, 1979).
La forma fonologica della parola è composta da una varietà di tratti che specificano
le unità segmentali e le unità soprasegmentali, quali la prosodia e l’intonazione
(Denes, 2011). Il sistema semantico non riuscirebbe ad attivare tutte le informazioni

35
necessarie per garantire l’accesso lessicale alla parola e ciò risulterebbe nella
produzione di una non-parola che rispetta solamente le regole fonotattiche (Semenza
et al., 1992).
Il caso “DRG” (Semenza et al., 2015) rappresenta un caso di gergoafasia
caratterizzato da una dissociazione mai riportata precedentemente in letteratura:
l’eloquio spontaneo e la denominazione sono affetti in maniera significativamente
minore da disturbi fonologici rispetto alla lettura ad alta voce. È una dissociazione
opposta rispetto al caso “MAN” presentato da Semenza et al., (1992).
La particolarità di questo caso clinico riguarda anche la mancanza di errori
fonologici nella lettura dei numeri presentati nel codice arabico, rispetto alla lettura
dei numeri presentati in codice alfabetico e rispetto alla lettura di altre categorie di
parole.
Questo caso rappresenta una dissociazione tra la lettura ad alta voce dei numeri
arabici e dei numeri in codice alfabetico, in quanto con la produzione dei numeri in
codice arabico non sono stati rilevati errori fonologici o di tipo neologistico, ma
solamente di tipo lessicale.
Altri studi condotti su pazienti gergoafasici (Cohen et al., 1997, Bencini et al., 2011).
hanno rilevato che l’assenza di errori fonologici può estendersi anche alle parole
numero presentate in codice alfabetico.
Nel caso riportato da Cohen et al., (1997), il gergo di tipo neologistico caratterizzato
da numerosi sostituzioni di fonemi non interessa la produzione di tutte le tipologie di
parole, in quanto la produzione dei numeri non presenta errori di tipo fonologico,
anche se di selezione di parola.
Questo caso presenta una doppia dissociazione tra parole numero e altre parole: le
parole numero sono soggette a molti errori di sostituzione ma non presentano errori
di tipo fonologico; le altre parole sono invece soggette ad innumerevoli
trasformazioni di tipo fonologico, ma non ad errori di sostituzione.
Questa dissociazione è stata rilevata in compiti che prevedevano la lettura di parole,
di non-parole, di parole numero, e di numeri presentati in codice arabico.
In aggiunta, una serie di compiti di comprensione numerica dimostravano
chiaramente che i numeri venivano compresi, anche se la loro produzione fosse
caratterizzata da numerosi errori di tipo lessicale, ma non di tipo fonologico: gli

36
errori compiuti dal paziente consistevano nella sostituzione di una parola numero con
un’altra parola numero piuttosto che nella selezione di fonemi inappropriati.
I dati presentati da Bencini et al. (2011), sostengono la tesi riportata da Cohen et al.,
(2007) ovvero che le dissociazioni tra le parole numero e le altre parole (“non-
number words”) possano indicare che le parole numero siano rappresentate e
elaborate differentemente da altre categorie lessicali. Non è comunque ancora del
tutto chiaro, a quale livello del sistema di produzione del linguaggio, avviene questa
distinzione.
Lo specifico deficit fonologico del paziente “GBC”, che interessa la sostituzione
delle vocali in misura maggiore rispetto alle consonanti (Bencini et al., 2007), è stato
interpretato a livello funzionale come un deficit nella codifica delle altre parole
(“non-number words”), che contrasta con la codifica preservata per le parole numero
in compiti di lettura e di ripetizione e di denominazione in risposta a domande.
Il caso “PM” (Semenza et al., 2014) rappresenta una chiara dissociazione a livello
del lessico fonologico di uscita tra le parole numero e le altre parole in quanto le
parole numero sono afflitte da un quinto degli errori perfino rispetto a parole ad
altissima frequenza.
I risultati riportati da Semenza et al. (2014) sembrano confermare le ipotesi
precedentemente discusse, ovvero che i numeri cardinali siano elaborati in maniera
diversa rispetto ad altre unità fonologiche pre-assemblate (parole funzioni e morfemi
legati) e quindi siano resistenti agli errori di tipo fonologico, in quanto costituiscono
delle unità lessicali di base a parte nel lessico fonologico di uscita che sono
combinate secondo determinate regole sintattiche (Bencini et al., 2011).
Come riportato in Cohen et al. (1997), si farà riferimento all’organizzazione
funzionale del sistema di produzione del linguaggio (Levelt, 1989, 1992), per
spiegare la causa che sta alla base della formazione dei neologismi e perché le parole
numero siano conservate dal punto di vista fonologico.
In riferimento a Levelt (1989, 1992; figura 2 - Appendice A), gli errori commessi
nella produzione linguistica possono interessare uno o più livelli del sistema di
produzione e possono essere classificati in due principali tipologie: difficoltà di
accesso a livello del “lemma” o del “lessema” possono risultare in difficoltà di
selezione della parola appropriata; difficoltà a livello fonemico o sillabico possono

37
risultare in una trasformazione della parola target, e quindi in una produzione di tipo
neologistico.
La combinazione di entrambi i deficit può far sì che vengano prodotte trasformazioni
fonologiche di una parola selezionata non correttamente (Butterworth, 1979).
I neologismi possono essere rappresentati dal fallimento nel recupero di una
sequenza di fonemi, oppure nel recupero di una struttura sillabica. Il rispetto delle
regole fonotattiche fa propendere per la prima ipotesi (Cohen et al., 1997).
Non è comunque sempre possibile determinare se il paziente ha selezionato il lemma
appropriato o un altro lemma con lo stesso numero di sillabe e la stessa struttura
sillabica (Bencini et al., 2001).
Queste ipotesi non sono però compatibili con il fatto che la produzione dei numeri
sia preservata in questo paziente: l’attivazione dei fonemi dai lessemi è infatti
selettivamente conservata per le parole-numero e non per le parole ordinarie, sia per
quanto riguarda la selezione dei fonemi che della struttura sillabica (Cohen et al.,
1997).
Questi casi, (Cohen et al., 1997, Bencini et al., 2011; Semenza et al., 2014; Semenza
et al., 2015) rappresentano dei casi di pazienti afasici di tipo fluente con produzione
neologistica nei quali c’è una chiara dissociazione tra fenomeni fonologici, in cui la
categoria lessicale dei numeri è risparmiata rispetto ad altre categorie di parole e
sono in linea con le ultime ricerche (Dotan e Friedmann, 2015) secondo le quali le
parole numero, i morfemi e le parole funzione siano elaborate in maniera differente
rispetto alle altre categorie lessicali.
I numeri possono costituire una categoria specifica a livello fonologico, all’interno
del sistema di produzione del linguaggio per differenti motivi: si riferiscono ad un
particolare dominio semantico, quello delle quantità; costituiscono una serie di parole
imparata automaticamente e fanno parte del cosiddetto linguaggio “automatico”;
possiedono delle regole combinatorie sintattiche diverse da quelle utilizzate per le
parole ordinarie (Cohen et al., 1997)).
La categoria lessicale dei numeri potrebbe essere non caratterizzata da gergo
neologistico, perché in aggiunta al loro uso nell’eloquio spontaneo, possono essere
utilizzati nel contesto del linguaggio automatico e quindi beneficiare di meccanismi
di accesso lessicale particolare. Questa ipotesi può essere sostenuta dal fatto che

38
spesso, anche pazienti afasici gravi siano in grado di riprodurre senza errori, delle
serie automatiche, tra le quali le lettere dell’alfabeto e i numeri in serie (Cohen et al.,
1997).
Un’ulteriore ipotesi è che i numeri semplici (“uno”, “due”, …) possano rappresentare
così come i singoli fonemi, delle entità fonologiche intermedie tra la parola e il
livello dei fonemi: così come i fonemi possano essere considerati i blocchi costitutivi
della maggior parte delle parole, i numeri semplici possano essere forse considerati
come i blocchi costitutivi di numeri complessi (Cohen et al., 1997; Bencini et al.,
2011; Semenza et al., 2014; Dotan e Friedmann, 2015).
Si pone però il problema se i numeri non costituiscano sotto questo aspetto, un caso
speciale rispetto alle parole funzione. Dotan e Friedmann (2015) hanno analizzato la
produzione di sei pazienti con afasia di conduzione secondaria a danno neurologico
all’emisfero sinistra, per studiare “The Stimulus Type Effect on Phonological and
Sementic errors” (STEPS), ovvero il fenomeno per il quale un paziente afasico possa
produrre degli errori di tipo fonologico nelle parole ordinarie, e degli errori di tipo
semantico nelle parole numero ed in altre categorie di, tra cui le parole funzione, i
suffissi morfologici.
Il fenomeno “STEPS” supporta la tesi che alcune tipologie di parole rappresentino
dei “blocchi costituitivi” (“building blocks”): ovvero corrisponderebbero a delle
rappresentazioni fonologiche pre-assemblate già pronte per l’articolazione.
Il fenomeno “STEPS” è alla base dei deficit che causano la sostituzione di una unità
fonologica con un’altra: nel caso delle parole contenuto, comporta la sostituzione di
un fonema con un altro fonema, e nel caso delle parole numero, delle parole funzione
e dei suffissi morfologici, comporta la sostituzione di unità fonologiche pre-
assemblate.
I dati di Bencini et al. (2011) e di Semenza et al., (2014) inducono però a pensare, a
fronte della dissociazione specifica solo per i numeri, che questi siano elaborati
anche dal punto di vista fonologico indipendentemente dalle parole funzione.

39
Conclusioni

Le dissociazioni lessicali evidenziate dai casi di gergoafasia qui discussi e confrontati


portano ad osservazioni di grande interesse. Il metodo della neuropsicologia
cognitiva consiste proprio nel confronto tra casi singoli di pazienti, che, pur valutati
da studiosi diversi, in circostanze diverse e con differenti strumenti di osservazione,
diventano di particolare valore quando, nell’insieme, possono fornire informazioni
sul funzionamento del sistema cognitivo.
Le dissociazioni qui sopra discusse riguardano la differenza tra l’elaborazione del
lessico fonologico rispetto al lessico ortografico. Inoltre, evidenziano come,
all’interno del lessico fonologico, o, più precisamente, nel suo accesso, si osservino
effetti di categoria, legati alla natura delle parole. L’esempio dei numeri è
particolarmente interessante, in quanto si dimostra come le parole-numero vengano
richiamate come unità indivisibili. Al momento attuale, questa ipotesi può essere solo
fonte di speculazione. È possibile, in questo senso, immaginare che il richiamo
lessicale possa dipendere dalle modalità e dai contesti in cui la parola è stata appresa.
I numeri vengono appresi sostanzialmente contando, il che potrebbe conferire loro
delle proprietà fonologiche particolari a livello di facilitazione nell’output.
Il confronto tra casi di gergoafasia si dimostra per queste ragioni molto utile.
A livello clinico queste analisi indicano la necessità di valutare molto attentamente e
separatamente i vari compiti per le varie categorie di parole.

40
Appendice A

figura 1: modello di elaborazione del linguaggio (Levelt, Roelofs, Meyers, 1999).

figura 2: modello di elaborazione del linguaggio (Cohen, Verstichel, Dehaene 1997).

41
figura 3: modello di organizzazione del lessico mentale (Denes, 2011).

figura 4: modello di produzione del linguaggio (Dotan e Friedmann, 2015).

42
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45
Ringraziamenti

Ai miei genitori, a mia sorella e a mio cognato, un grazie di cuore per avermi
supportato e sopportato!

Agli amici e alle amiche, vecchi e nuovi, alle mie colleghe e ai miei due colleghi di
corso, con i quali mi sono confrontato quotidianamente e da cui ho imparato tanto.

Alle logopediste tutor del corso di Laurea in Logopedia, per la loro professionalità,
la loro pazienza e l’entusiasmo che mettono ogni giorno nella pratica clinica.

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