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ROMANZO STORICO

Il romanzo storico è un genere letterario che riscosse notevole fortuna nei primi anni
dell’800, in quanto è caratterizzato da una commistione di storia ed invenzione, narrando
avvenimenti immaginari sullo sfondo di vicende storiche di un certo popolo o paese.
Le vicende sono ambientate in una precisa e riconoscibile epoca storica e, in genere,
sono presenti sia personaggi realmente esisti che personaggi di fantasia.
L’autore di un romanzo storico rievoca epoche, personaggi ed ambienti del passato con
ricchezza di particolari e precisione documentaria, mescolando liberamente fantasia e
realtà, vicende accadute con altre di pura invenzione, storie private di un singolo
personaggio con storie collettive di popoli.

ORIGINI
Il romanzo storico nasce e si sviluppa in Europa nella prima metà dell’Ottocento, quando si
assiste ad una generale rivalutazione del passato come ricerca delle proprie radici.
Espressione del Romanticismo europeo, il romanzo storico ottocentesco esalta il
sentimento dell’individuo e le peculiarità di ciascun popolo, delle sue credenze e tradizioni.
Viene, inoltre, valorizzato il Medioevo, visto come epoca in cui si sono formati i caratteri
propri delle nazionalità moderne ed a cui risalgono le più autentiche e genuine tradizioni
popolari.
Il capostipite del romanzo storico europeo è “Waverley” (1814) dello scrittore scozzese
Walter Scott, di cui ricordiamo anche il celeberrimo “Ivanhoe” (1820); quest’ultimo,
ambientato nell’Inghilterra del XII secolo, all’epoca dei contrasti tra Sassoni e Normanni,
unisce eventi storici ad elementi inventati.

NELL’800
Il romanzo storico ottocentesco ha quasi sempre un intento formativo: in effetti, esso
risponde all’esigenza, tipica del Romanticismo, di ravvivare l’attenzione per la storia e di
rivalutare le tradizioni popolari e nazionali. In genere, i protagonisti sono persone comuni,
non di rilievo storico.
I personaggi positivi sono “esemplari” di una certa concezione di vita e diventano lo
strumento principale attraverso cui lo scrittore comunica il proprio messaggio, la propria
opinione.
Dopo la seconda metà dell‘800, la rappresentazione delle epoche passate non costituisce
più l’elemento caratteristico di tale genere letterario, ma si fonde con altri temi e
problematiche. “Guerra e Pace” (1863-69) dello scrittore russo Lev Tolstoj descrive il
periodo storico compreso fra il 1803 ed il 1813 e, nel contempo, pone in primo piano i
problemi politici e sociali scaturiti dalle campagne napoleoniche in Russia, fornendo
un’interpretazione della vita in chiave religiosa

NEL ‘900
Fra gli autori del ‘900 ricordiamo Riccardo Bacchelli che, con “Il Mulino Del Po” (1938-40),
narra delle vicende di tre generazioni di una famiglia di mugnai attraverso oltre un secolo
di storia italiana, dall’inizio dell’Ottocento alla prima guerra mondiale.
Del romanzo storico oggi sopravvive il gusto delle biografie storiche romanzate, in cui le
vicende personali di famosi personaggi del passato s’intrecciano con fatti realmente
accaduti.
Nella narrativa italiana d’autore ricordiamo il grande successo internazionale del romanzo
“Il Nome Della Rosa” (1980) di Umberto Eco, ambientato in un’abbazia benedettina nel
sud della Francia nel 1327 e, fra i best seller internazionali, le saghe egizie di Wilbur Smith
e di Christian Jacq, i romanzi di Ken Follett “I Pilastri Della Terra” (1989) e “Mondo Senza
Fine” (2007) e quelli di Valerio Massimo Manfredi, “Lo Scudo di Talos” (1988), “Il Figlio Del
Sogno”.

NARRAZIONE DI TESTIMONIANZA

Nella narrativa del Novecento, in particolare in quella legata alla guerra, sono presenti
racconti e romanzi che si rifanno all’esperienza personale degli autori e che si collocano
fra storia ed autobiografia. Nella narrativa di testimonianza (o di memoria) i fatti narrati
sono veri e le vicende riguardano il presente o un recente passato, così com’è stato
vissuto dall’autore.
In alcuni casi la testimonianza è affidata alle pagine di un diario, come nel celebre “Diario
di Anna Frank” (1947), in cui una ragazza ebrea di 13 anni racconta la propria drammatica
esperienza sotto il regime nazista.
In altri, la testimonianza è affidata ad una narrazione vera e propria, come nel caso del
romanzo autobiografico “Il Sergente Nella Neve” (1953) dello scrittore italiano Mario Rigoni
Stern, in cui l’autore narra, in forma di cronaca, le proprie vicessitudini personali come
sergente maggiore del Corpo d’Armata Alpino durante la disastrosa ritirata di Russia nel
gennaio 1943.
Di particolare rilievo due romanzi di memorie di Primo Levi: “Se questo è un uomo” (1947),
in cui l’autore rievoca la prigionia nel Lager di Auschwitz, in Polonia, e il romanzo “La
tregua” (1962), il cui tema principale è il ritorno degli ex prigionieri alle proprie case in un
lungo tragitto attraverso l’Europa.
ALESSANDRO MANZONI
Alessandro Manzoni nasce a Milano il 7 Marzo 1785 da una relazione extra-coniugale fra
Giulia Beccaria figlia del famoso giurista Cesare Beccaria, esponente dell’illuminismo ed
autore de ”De i delitti e delle pene”, e Giovanni Verri, fratello di Pietro e Alessandro, volti
anch’essi noti dell’illuminismo. Pietro Manzoni, marito della Beccaria, riconosce subito il
bambino.
L’infanzia di Manzoni si divide fra il collegio dei Somaschi a Merate ed il collegio dei
Barnabiti dove viene ammesso nel 1796. Per un breve periodo di tempo sosta a Milano dal
padre, ma nel 1805 si trasferisce a Parigi dalla madre ed il nuovo compagno di lei, Carlo
Imbonati, che morirà proprio durante quell’anno.
In onore alla stima che Manzoni provava per l’uomo, gli dedicherà in seguito alla sua
morte un carme: ” In morte di Carlo Imbonati”. La vita parigina fa sì che Manzoni si accosti
ai prolifici momenti culturali che la città regalava attraverso l’imperare, in quegli anni,
dell’illuminismo. Rientrato a Milano nel 1807 incontra Enrichetta Blondel, con la quale si
sposerà ed avrà dieci figli, otto dei quali moriranno contribuendo l’avvicinamento alla fede
dei due coniugi.
Il 1810 è l’anno, infatti, in cui la coppia si converte: Enrichetta si avvicina alla fede
cattolica, mentre Manzoni si comunica per la prima volta in vita sua.
A Parigi Manzoni frequentò un’elitè di intellettuali politicamente liberali. Questo gruppo
segnò definitivamente l’orientamento liberal-moderato di Manzoni.
I numerosi lutti della sua vita familiare porteranno il Manzoni a momenti di forte oscurità
morale e tristezza, che tuttavia diverrà prolifica a livello letterario: compone ”la
Pentecoste”, la famosa tragedia ”l’Adelchi”, ”Marzo 1821” e ”Cinque maggio”. Stila la
stesura iniziale del romanzo ”Fermo e Lucia”, che sarà pubblicato poi nel 1827 con il titolo
‘‘I promessi sposi”, con revisione e definitiva stesura ovviata solo nel 1840. Nel 1833
muore la moglie, gettando Manzoni nell’afflizione dovuta all’ennesimo lutto. Quattro anni
dopo sposa Teresa Borri.
La tranquillità familiare viene presto minata dall’arresto nel 1848 del figlio Filippo.
Stabilitosi in seguito in Toscana, la sua fama di studioso e letterato andava
consolidandosi, tanto che nel 1860 viene nominato Senatore del Regno. Nel 1861 perde la
seconda moglie. Nel 1862 viene gli viene chiesto di presiedere alla Commissione per
l’unificazione della lingua presentando sei anni dopo una relazione atta alla diffusione di
quest’ultima.
Muore a Milano il 22 maggio 1873, osannato come il padre della lingua italiana moderna.
Per la sua morte Giuseppe Verdi compose ”Messa da Requiem”.

LA POETICA DI ALESSANDRO MANZONI


Manzoni trascorre la prima giovinezza studiando i classici antichi ed italiani, ma la sua
propensione fino ai primi anni dell’800 fu di base illuminista in cui prevalse il valore
dell’ideale di libertà e le ideologie rivoluzionarie assorbite, in primis, dal nonno Cesare
Beccaria, famoso giurista, economista e letterato nonché figura di spicco dell’illuminismo
italiano.
Il suo rapporto con l’attività letteraria fu severo e scandito da continui ripensamenti e
autocritiche.
Manzoni, in sostanza, si interrogò continuamente sul senso del proprio lavoro, e in un
epoca come quella romantica non poteva non essere inteso come impegno civile, in vista
della costruzione della società e della sua crescita morale.
Nella produzione poetica manzoniana, l’elemento romantico trova spazio negli ”Inni Sacri”,
dove Manzoni eleva la sua preghiera a Dio tramite un grido di speranza ed una
dimostrazione di fiducia a quest’ultimo: il poeta si mette per la prima volta in secondo
piano ponendo l’attenzione al sentimento religioso, ai dolori e alle anime dei fedeli
elementi chiave che accostano Manzoni alla cultura romantica. La religiosità manzoniana
non è solo legata al sacro e all’ecclesiastico, ma anche, al popolo e all’attenzione che il
romanziere meneghino pone sugli umili.

LA PROVVIDENZA DI MANZONI
La visione romantica di Manzoni si accentua quando verso i primi anni dell’800 abbandona
la speranza di arrivare alla felicità con la ragione, concependo la vita come immersa in
modo tragico e romantico in un eterno dolore. Blaise Pascal e Jacques Bossuet furono
determinanti per la formazione religiosa manzoniana; l’autore aveva trovato nelle loro
dottrine la fiducia nella religione come mezzo per sopportare l’infelicità umana. La
Provvidenza manzoniana è quindi il modo oscuro e misterioso agli uomini con cui Dio
agisce nella vita dei suoi figli elargendone la salvezza.
Non sarà solo una teoria di vita su cui Manzoni baserà la sua esistenza, ma una dottrina
che verrà in seguito riperpetuata anche nelle sue opere, da ”I promessi Sposi” ad opere
minori. L’iter dei personaggi manzoniani sarà quello di subire ingiustizie e patimenti ed in
seguito con l’agire della Provvida Sventura – la Provvidenza – otterranno giustizia, ma non
la giustizia terrena bensì divina che sarà elargita solo in Cielo.
In poche parole, Manzoni mise alla base della sua concezione di società il cattolicesimo,
inteso come un’ importante conquista interiore.
L’agire dell’uomo nella storia appare a Manzoni un susseguirsi di follie e assurdità e per lui
sull’ uomo non brilla la luce della Grazia Divina.
Questo pessimismo comporta il rifiuto del lieto fine, per avvertire i lettori che la violenza
dell’ uomo è pronta ad esplodere.
Così Manzoni rappresenta il dramma dell’uomo caduto, abbandonato dalla Grazia.
I PROMESSI SPOSI
I promessi sposi sono il primo romanzo della letteratura italiana. Un lavoro di ben ventuno
anni servì a Manzoni per terminare il suo capolavoro, con cui avrebbe cambiato per
sempre la storia della nostra letteratura. Questo romanzo, infatti, non è solo un’opera nata
per il diletto; la sua importanza attraversa diversi piani. Manzoni cercava di andare
incontro a un pubblico ampio che mostrasse interesse a comprendere le radici del proprio
passato e a trarne un insegnamento morale, in particolare riguardo al problema del dolore
nella propria esistenza.
Inoltre, così come la televisione negli anni ’50/’60 contribuì alla creazione di un italiano
unitario, I promessi sposi fecero altrettanto nell’Ottocento. Fecero cultura a tutti i livelli,
adattandosi a diversi piani di lettura. Da subito questo romanzo fu introdotto nelle scuole e
resiste da generazioni, non senza motivo.
All’inizo fu chiamato Fermo e Lucia e successivamente cambio più volte nome fino ad
arrivare ad essere nominato I Promessi Sposi.
Fu pubblicato per la prima volta nel 1827 e poi rivisto in seguito, soprattutto per il
linguaggio utilizzato. La versione definitiva fu pubblicata tra il 1840 e 1842.

AMBIENTAZIONE
L’ambientazione scelta da Manzoni è l’area lombarda dei primi decenni del 1600, che si
trova sotto la dominazione spagnola. Si tratta di una scelta molto interessante perché
Manzoni vuole dimostrare le caratteristiche di un malgoverno con l’occhio critico di uno
storiografo illuminista. Quello spagnolo in Lombardia è infatti «il governo più arbitrario
combinato con l’anarchia feudale e l’anarchia popolare» animato da «un’ignoranza
profonda, feroce, pretenziosa»; infine martoriato da «una peste che ha dato modo di
manifestarsi alla scelleratezza più consumata e svergognata, ai pregiudizi più assurdi e
alle virtù più commoventi» (dalla lettera a Fauriel, novembre 1822).
Inoltre, Manzoni comincia a scrivere questo romanzo proprio dopo il fallimento dei moti del
marzo 1821. Sceglie il romanzo per indagare le radici storiche dell’arretratezza italiana con
l’intento di offrire alla borghesia progressista, come in un negativo fotografico, la futura
società da fondare. Per contrasto, l’autore vuole proporre una società ideale, che sia
libera, con un saldo potere statale, una legislazione agile e snella e tutori della legge che
non siano in connivenza con i potenti; le classi sociali devono essere in armonia tra loro,
evitando prevaricazioni. Quindi l’ambientazione storica non è solo lo sfondo su cui
collocare in modo astratto i propri personaggi: è elemento fondante e pieno di significato. I
personaggi, di conseguenza, assumono un forte rilievo drammatico e, anche quando
inventati, si armonizzano perfettamente al corso degli eventi narrati.
TRAMA
iniziano con una famosissima descrizione: quella del curato don Abbondio che passeggia
per le stradine di Lecco recitando il breviario e ammirando il paesaggio. Arrivato ad una
biforcazione del sentiero, don Abbondio trova due bravi che lo attendono e gli intimano di
non celebrare il matrimonio fra due paesani, Renzo e Lucia, perché Don Rodrigo, il
signorotto del paese, è contrario all'unione.
Tornato alla parrocchia, Don Abbondio confessa tutto a Perpetua, la sua domestica, che
giura di mantenere il segreto. Il giorno delle nozze, però, mentre sta parlando con Renzo
in merito all'improvviso rinvio del suo matrimonio, la serva si lascia sfuggire troppi
particolari sulla faccenda e così il giovane scopre il ricatto e lo racconta a Lucia e a sua
madre, Agnese. In un primo momento, il ragazzo decide di rivolgersi a un avvocato, il
dottor Azzecca-Garbugli, sperando che la legge lo tuteli, ma l'uomo è corrotto e lo caccia
in malo modo.
Lucia, allora, chiede l’aiuto di Fra' Cristoforo, il suo padre confessore. Il buon religioso si
reca al castello di Don Rodrigo per convincerlo a mettere fine a questa bravata. Egli cerca
di far ragionare il prepotente, ma Don Rodrigo non è disposto ad ascoltare i consigli del
frate. Nel frattempo Agnese elabora un piano per far sposare la figlia con il suo promesso:
organizzare un matrimonio a sorpresa. Per celebrare queste particolari nozze agli sposi
basta presentarsi davanti al curato con due testimoni e recitare davanti a lui le frasi di rito
per diventare marito e moglie a tutti gli effetti. Purtroppo anche questo piano fallisce.
Lucia, Renzo ed Agnese decidono quindi di fuggire da Lecco: Renzo si dirige a Milano
mentre Lucia e sua madre chiedono ospitalità al convento di Monza, sotto la protezione di
Gertrude
Don Rodrigo, intanto, attende con ansia il ritorno degli uomini che aveva mandato per
rapire Lucia, la notte stessa del tentato matrimonio a sorpresa nella casa di Don Abbondio,
ma questi lo informano della fuga dei due promessi. Il tiranno riesce a ritrovare le tracce
dei due fuggiaschi e li fa cercare dai suoi bravi. A Milano Renzo cerca aiuto nel convento
di Padre Bonaventura, ma, non essendo presente il prete al momento del suo arrivo,
decide di visitare la città. Si ritrova così in mezzo a una rivolta popolare contro un forno,
nella quale i cittadini protestano per l'aumento del costo del pane. Prende parte alla rivolta
e il forno in poco tempo viene completamente saccheggiato. I cittadini tentano anche un
attacco al palazzo del Vicario di Provvigione, ma interviene Ferrer, vice procuratore di
Milano, che mentendo riesce a riportare la situazione alla normalità.
Alla fine della giornata, Renzo, discutendo assieme ad altre persone, parla troppo
animosamente della faccenda del pane al punto da essere udito da un poliziotto. L'uomo,
allora, decide di condurre il giovane all'osteria della Luna Piena dove lo fa ubriacare e gli
fa confessare il proprio nome. La mattina dopo il giovane viene arrestato, ma riesce a
fuggire grazie all’aiuto della gente che il giorno prima aveva partecipato alla rivolta del
pane. Renzo, sapendo di essere ricercato, decide di lasciare Milano e di dirigersi a
Bergamo, dove risiede suo cugino Bortolo. Il cammino è arduo e difficile: teme di essersi
perso, è impaurito, si ferma e non sa se proseguire il suo cammino o arrestarsi e ritornare
sui suoi passi, quando sente il rumore dell’Adda. Sceglie così di trascorrere la notte in un
vecchio capanno che aveva intravisto poco lontano dalla riva del fiume. Il mattino
seguente chiede ad un pescatore di aiutarlo ad attraversare il fiume con la sua barca e
prosegue il suo cammino verso Bergamo.
Don Rodrigo ormai ha perso le tracce di Renzo e Lucia è protetta all’interno del convento
di Monza (per sapere di più sulla storia di Gertrude ti rimandiamo al video riassunto dei
Capitoli 9 e 10). Così chiede aiuto all’Innominato, un signorotto della zona di Bergamo,
molto più potente e malvagio di lui, per riuscire a rapirla e portarla al suo castello. Egli si
mette subito all'opera e il suo piano con l’aiuto della monaca di Monza riesce
perfettamente.
L'Innominato dopo un incontro con la fanciulla si pente però dell'azione riprovevole da lui
stesso compiuta: in cuor suo sente il desiderio di cambiare, vorrebbe tanto diventare un
uomo migliore. Quando il Cardinale Borromeo sopraggiunge in città il "pentito" si reca da
lui per chiedergli di assolverlo per i peccati mortali che ha commesso e confessare il
rapimento di Lucia.
Il Cardinale ordina allora ad una donna e a Don Abbondio, giunto in città per rendere
omaggio all'uomo di Chiesa, di dirigersi con l'Innominato al suo castello e di restituire alla
ragazza la sua legittima libertà. Don Abbondio appare molto titubante: ha paura di venire
coinvolto e di cacciarsi in qualche spiacevole situazione e teme che l'Innominato non si sia
realmente convertito e che possa in qualche modo fargli del male. La giovane, invece,
viene trasferita in un luogo sicuro e Don Abbondio, lungo la strada del ritorno, incontra la
madre di Lucia e la informa riguardo alle sorti della figlia. In seguito viene deciso che la
ragazza vada a vivere a casa di Donna Prassede e Don Ferrante, una coppia di borghesi
che si offrono di aiutarla.
ntanto la situazione di Renzo è più complicata rispetto a quella della sua amata: tutti gli
danno la caccia e lui si nasconde presso il cugino Bortolo sotto falsa identità. Inizia a
scrivere a Lucia: la giovane gli fa rispondere da Agnese che lo invita a rassegnarsi all'idea
di rinunciare alla sua amata, poiché ha fatto voto di castità mentre era prigioniera nel
palazzo dell’Innominato. Nel frattempo, la situazione in Europa sta precipitando a causa
della guerra: iniziano ad arrivare le truppe tedesche in Italia, scendono nella penisola
anche i Lanzichenecchi e si diffondono carestie. Agnese e Perpetua, scortate dal loro
curato, partono alla volta del castello dell'Innominato, dove ricevono ospitalità fino al
termine della guerra. Al loro ritorno troveranno tutto a soqquadro.
Dopo la carestia e la guerra, una nuova piaga si abbatte su Milano: la peste. I monatti, le
persone che avevano il compito di portare gli appestati al Lazzaretto o alle fosse comuni,
hanno preso il possesso dell'intera città. Tra le vittime della peste c’è anche Don Rodrigo
che, recatosi a Milano, dopo aver passato la notte in preda agli incubi e al malessere,
scopre di essere malato. Il signorotto manda quindi il Griso a chiamare un famoso chirurgo
che si preoccupa della guarigione dei malati senza denunciarli alle autorità Sanitarie, ma il
suo bravo più fedele lo tradisce e al posto del dottore sopraggiungono i monatti che lo
portano al Lazzaretto. La sorte del servitore però non è migliore di quella del suo padrone:
la malattia colpisce anche lui e lo porta alla morte.
Persino Renzo si ammala e, una volta guarito, decide di ritornare al suo paese perché
sente nostalgia di Lucia, ma per le strade incontra Don Abbondio, che lo incita a fuggire e
lo ragguaglia sugli ultimi avvenimenti. Il ragazzo, amareggiato per aver trovato il suo
paese distrutto (Perpetua è morta e della sua vigna rimane poco e niente) decide di partire
per Milano alla ricerca della sua amata.
I giorni successivi egli osserva ogni carro di appestati che incontra, cercando il corpo di
Lucia, ma non lo trova. Finalmente giunge alla casa di donna Prassede e scopre così che
la ragazza si trova al Lazzaretto dove si sta prendendo cura degli ammalati. In questo
luogo ha occasione di incontrare anche Fra' Cristoforo e Don Rodrigo in punto di morte e
poi, finalmente, di riabbracciare la sua promessa che, però, è sempre intenzionata a
tenere fede al suo voto. Il ragazzo non si rassegna e chiede a Fra' Cristoforo di
intervenire: così il frate scioglie Lucia dal suo voto spiegandole che non è possibile offrire
al Signore la volontà di un altro. Poco dopo la pioggia inizia a cadere su Milano portando
via la peste.
Lucia, uscita dal Lazzaretto viene ospitata in casa della vedova che ha curato e lì
apprende della morte di Fra' Cristoforo, di Don Ferrante e di Donna Prassede e del
cammino di espiazione iniziato dalla Monaca di Monza. Arriviamo così al 1630, anno in cui
i due promessi sposi, con Agnese e la vedova riescono a fare ritorno nel paesino del
bergamasco in cui tutto ha avuto inzio e dove al posto di Don Rodrigo è subentrato un
marchese che acquista le loro case a un prezzo molto più alto del valore effettivo per
aiutarli. Le nozze possono così finalmente essere celebrate. Renzo diventa socio di
Bortolo e i due acquistano un filatoio. Poco dopo nasce Maria, la prima dei figli della
coppia.
I due sposi suggeriscono la morale del racconto: quando i guai bussano alla porta ciò che
conta è affidarsi a Dio, solo così è possibile riuscire a rendere le disavventure un buon
mezzo per costruire una vita migliore.