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La FIBULA PRENESTINA

La fibula prenestina è una spilla in oro della metà del VII secolo a.C., ritrovata a Palestrina
(l'antica Praeneste, Preneste), che reca un'iscrizione in latino arcaico considerata il più
antico documento scritto in lingua latina. Si tratta di una spilla "di sicurezza", o fibula,
lunga 10,7 cm, d'oro, della classe delle fibule a drago, una versione evoluta delle fibule ad
arco serpeggiante, che nella protostoria italiana sono ornamenti maschili. Si presenta di
profilo come un elemento a più gomiti con due barrette trasversali, che si prolunga in un
ago o ardiglione il cui tratto distale è contenuto in una staffa allungata (una sorta di
astuccio aperto lateralmente) su cui è incisa l'iscrizione, in latino arcaico, con andamento
da destra a sinistra.

L'iscrizione, trascritta in caratteri moderni, si legge come segue:


MANIOS MED FHE FHAKED NVMASIOI
Essa corrisponde in latino classico a MANIVS ME FECIT NVMERIO, ossia
«Manio mi fece per Numerio».
Gli argomenti linguistici a favore dell'antichità dell'iscrizione sono i seguenti:
1. la redazione da destra a sinistra
2. la scrittura arcaica della consonante latina f per mezzo di ϜH
3. la morfologia arcaica, con un nominativo in –os, un dativo in –oi, il pronome
personale di prima persona all'accusativo med, il perfetto del verbo formato col
raddoppiamento
4. la forma arcaica delle lettere, paragonabili a quelle delle iscrizioni greche di Cuma.
5. il testo è anteriore al "rotacismo", vale a dire alla trasformazione in -R- di -S-
intervocalico (numaSioi).
6. il testo è anteriore anche agli "indebolimenti" che colpiscono le vocali delle sillabe
successive alla prima (per cui A passerà a E in sillaba chiusa).

Il giallo della Fibula


Nel 1887 la preziosa spilla etrusca venne rinvenuta a Palestrina dall’archeologo tedesco
Wolfgang Helbig, suscitando accese polemiche sulla sua effettiva attendibilità; queste
controversie raggiunsero il culmine negli anni 70’ del novecento, favoriti dalle circostanze
non documentate della scoperta, in seguito alla sua esposizione ad una mostra al Petit Palais
sulla nascita di Roma antica. Il catalogo dell'esposizione ne presentava due foto e la inseriva
tra gli oggetti della tomba Bernardini; le foto, scattate dall'alto e dalla faccia posteriore,
evitavano di mostrare l'iscrizione, che veniva tuttavia menzionata nei testi introduttivi al
catalogo. Tra il 1979-1980, l'epigrafista italiana Margherita Guarducci sostenne
pubblicamente che non solo l'iscrizione, ma la stessa fibula erano un falso, frutto della
collaborazione tra Wolfgang Helbig e l'antiquario Francesco Martinetti. Quella della
Guarducci fu la presa di posizione più netta a sfavore dell'autenticità del monile, ma non
raccolse unanimità di consensi in seno alla comunità scientifica, e il dibattito rimase aperto
fino al 2011, quando la controversia fu risolta grazie ad un'indagine condotta da Daniela
Ferro dell'Istituto per lo Studio dei Materiali Nanostrutturati (Ismn) del CNR e da
Edilberto Formigli, restauratore e docente presso l'Università "La Sapienza" di Roma e
quella di Firenze.
L'analisi della superficie della fibula, effettuata tramite un microscopio elettronico a
scansione e una microsonda elettronica con spettrometro a raggi X in dispersione di
energia, ha permesso di stabilire la congruenza tra l'età ipotizzata del manufatto (VII secolo
a.C.) e le tecniche orafe etrusche dell'epoca. Si è inoltre scoperto che la fibula era stata
riparata anticamente con una lamina a foglia d'oro per nascondere una piccola frattura che
si era formata nella staffa.

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