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potenziale che chiamiamo vita.

Non ho trovato, finora, un’ipotesi che meglio di questa permetta di


conciliare tra loro le descrizioni che dell’Aldilà della vita sono state date dai
maggiori profeti e dalle grandi religioni, e che al tempo stesso coincida con
ciò che la mia mente e il mio cuore arrivano a percepire di quell’Aldilà, nei
loro momenti migliori.

VIZI CAPITALI. Li aveva individuati Aristotele, poi il Cristianesimo li fece


propri. Sono, com’è noto, sette diffusissimi modi di sprecare il proprio tempo
e le proprie forze:
– ira, cioè l’impulso aggressivo determinato dalla certezza di aver
ragione;
– superbia, cioè lo squilibrio determinato dal sentirsi troppo superiori agli
altri per fare qualcosa di utile al prossimo;
– invidia, cioè lo squilibrio determinato dal basare i propri desideri e le
proprie scelte su comportamenti altrui, invece che su una autentica ricerca
interiore;
– gola, cioè la perdita di autenticità, di spontaneità nei propri bisogni (e
sono dunque conseguenze della gola sia l’ingordigia sia l’anoressia);
– lussuria, cioè lo squilibrio determinato da una eccessiva dipendenza dal
piacere fisico (e sono dunque conseguenze della lussuria sia l’eccesso
sessuale, sia la castità);
– accidia, cioè lo squilibrio determinato dal rifiutarsi di trovare
motivazioni, impulsi al proprio agire;
– avarizia, cioè lo squilibrio determinato da una refrattarietà a dare, a
impegnarsi in qualcosa.
Dopo aver creduto per molto tempo anch’io, come tutti, che si trattasse
soltanto di una tipologia di difetti, mi sono accorto d’un tratto (durante una
conferenza; v. INSEGNAMENTO) che si trattava invece di un magnifico
strumento di autoanalisi, un vero e proprio test che chiunque può
sperimentare quando vuol scoprire quale sia la vera ragione di un problema
difficile da superare. È sufficiente domandarsi «Da cosa dipende questo mio
problema?» e rispondere elencando quei sette vizi: «Dunque vediamo:
invidia, lussuria, gola, ira, superbia…» Si arriverà a ricordarne, al massimo,
sei: uno (ogni volta diverso, per lo più) sfuggirà tenacemente alla memoria,
occorrerà sforzarsi, concentrarsi, e si avrà l’impressione di lottare contro
qualcosa. In quell’ultimo vizio risiede, per l’appunto, la vera ragione del
mancato superamento di quel determinato problema: e si fa tanta fatica a
individuarlo nella memoria, appunto perché è il vizio che in quel momento
sta agendo in noi, è «dentro di noi» e ci determina.
Quando alla fine si riesce, finalmente, a oggettivarlo, si prova solitamente
una sensazione di delusione verso se stessi, di stizza quasi: «Possibile che si
tratti proprio di questo? Sono così meschino?». E la risposta è, naturalmente,
sì: un breve ragionamento conduce infatti, sempre, alla presa di coscienza
dell’influsso che quell’ultimo vizio ha esercitato su di noi, rispetto al
problema in questione.
E sia l’oggettivazione, sia le sensazioni sgradevoli che essa ha suscitato
costituiscono già una piccola «terapia»: se infatti sei riuscito ad accorgerti del
vizio che contribuiva ad aggravare il problema in questione, se hai capito
quale limite ti poneva, sei già al di là di quel limite – dato che un limite può
fermarti soltanto quando non sai dov’è e cos’è, mentre se l’hai visto in te
stesso significa che hai visto, in te stesso, anche ciò che vi è al di là di esso.
Poi, si tratterà soltanto di far fruttare quella scoperta nel proprio modo di
comportarsi: di non arginare cioè i cambiamenti che essa sta producendo in
te.
Questo test «aristotelico» è il più semplice tra i metodi di autodiagnosi a
me noti, poco più d’un gioco, ma – a quel che ho potuto constatare –
decisamente benefico.

VOLERE. Nella celeberrima esortazione «Chiedete e vi sarà dato» è sottinteso


l’elemento decisivo: il volere. Noi infatti possiamo chiedere con eguale
successo qualunque cosa, sia ciò che vogliamo, sia anche ciò che non
vogliamo – e quest’ultimo caso è, a quel che ho visto, di gran lunga il più
frequente, dato che la grande maggioranza delle persone faticano molto ad
accorgersi di quel che vogliono, e temendo troppo la felicità, ed essendo certi
di non meritarla, si rassegnano a chiedere e a ottenere cose a loro del tutto
superflue o dannose.
Ma – si potrebbe obbiettare – chiedere quel che non si vuole, non è pur
sempre una scelta, cioè un’espressione della volontà? Oppure vanno
immaginate altre forze, superiori alla nostra volontà, divine, che determinino
le nostre possibili scelte, limitandole? Da questa questione è derivato nella
filosofia occidentale il lungo dibattito sul libero arbitrio, ovverosia sulla