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Processi psicosociali dei gruppi

E’ complesso riuscire a dare una definizione di cosa sia un “gruppo”. Le definizioni fino ad ora utilizzate
facevano riferimento alle interazione tra le persone e alla presenza di un obiettivo o destino comunque;
queste, però, tenevano conto della descrizione di un gruppo dall’esterno, e non dei vissuti psicologici delle
persone che ne fanno parte. Ci si è quindi soffermati sul senso di appartenenza delle persone e sui processi
di identificazione sociale.
La definizione più completa di gruppo è quella che lo assimila ad una categoria sociale (la quale può essere
ampia, specifica, basata su caratteristiche fisiche o variabili psicologiche), ovvero un raggruppamento
cognitivo di individui.

I. Il processo di categorizzazione
Gli esseri umani trasformano e rielaborano la realtà a seconda dei propri schemi mentali, influenzati da
fattori cognitivi ed emotivi. Uno dei principali strumenti di distorsione della realtà è il processo di
categorizzazione.

Interazione tra categorie e stimoli ambientali


Gli uomini hanno la tendenza a concepire l’ambiente che ci circonda come relativamente stabile, quasi
cechi davanti al continuo cambiamento delle cose. Indispensabile per la sopravvivenza risulta essere
l’applicazione ad ogni oggetto di etichette concettuali, in modo da inserirlo all’interno di una categoria
generalizzata, nella quale saranno inseriti tutti gli oggetti che hanno determinate caratteristiche (concetto
di “mela”).
La percezione implica un perenne processo di etichettamento (Bruner), in modo da non percepire
direttamente gli oggetti osservati, ma coglierli in relazione alle nostre conoscenze. Il processo di
categorizzazione permette di percepire come uguali stimoli che in realtà sarebbero diversi.
- Collegamento del nuovo con il vecchio, in modo da sapere come comportarsi davanti ad una mela
- Aggiornamento del contenuto della categoria, che può essere adattata, entro certi limiti, alle differenze
presentate dagli stimli
Entrambi questi processi sono necessari per trovare un equilibrio tra la stabilità delle nostre esperienze
(controllata dal sistema neocorticale) e la flessibilità delle variazioni dell’ambiente (controllata
dall’ippocampo).
Il processo di categorizzazione è legato al principio della similarità tra gli stimoli: tanto più sono simili a
stimoli già inseriti in una categoria, tanto più vengono facilmente classificati. Questo processo può però non
essere influenzato unicamente dalle caratteristiche intrinseche di un oggetto, ma anche dal nostro scopo o
motivazione (mela e insalata in contrapposizione ad un sasso vengono collegate insieme).
L’assimilazione intracategoriale è un processo che ci permette di far sì che le differenze tra oggetti di una
stessa categoria vengano ridotte al minimo, in questo modo gli oggetti vengono percepiti più simili tra loro
di quanto non lo fossero in realtà. La differenziazione intercategoriale comporta invece che due stimoli
inseriti in categorie differenti vengano percepiti come più diversi tra loro di quanto non lo fossero prima.
Basti pensare all’esperimento di Tajfel e Wilkes del 1963 nel quale venivano mostrate otto linee di
grandezza diversa, che però era sempre costante tra una linea e l’altra; nel momento in cui le linee
venivano categorizzate in gruppi, la distanza tra l’ultima linea di un gruppo e la prima dell’altro sembra più
grande rispetto alle altre.
Categorizzazione degli stimoli sociali
Possiamo parlare di categorizzazione sociale in quanto, esattamente come avviene con oggetti inanimati,
siamo portati a classificare le persone all’interno di categorie sociali, o gruppi. Questo processo presenta
alcune peculiarità rispetto a quello con oggetti inanimati:
- Permette di operare delle inferenze comportamentali; se una persona fa parte di un certo gruppo, ci
aspettiamo si comporti in un determinato modo.
- Permette una funzione di spiegazione; etichettando una persona come appartenente ad un gruppo,
abbiamo una motivazione per i suoi comportamenti, altrimenti difficili da comprendere.
Questo processo ha però alcune conseguenze negative: in primis lo stereotipo, il quale raramente
corrisponde a verità; l’assimilazione sociale, poi, ci porta a pensare che persone di una stessa categoria
siano molto più simili tra loro di quanto pensiamo, e quindi siano portati a comportarsi nello stesso modo;
infine, il pregiudizio, causato dalla classificazione e dal processo di inferenza.
Visto i riscontri anche negativi della categorizzazione, ci si è chiesti se questo sia o meno un processo
automatico, e la risposta è stata affermativa (attivazione automatica delle categorie e degli stereotipi).
E’ anche vero però che le conseguenze negative dell’attivazione automatica degli stereotipi possono essere
frenate dalle persone.
Esperimento di Sinclair e Kunda (1999): ai partecipanti venne chiesto di eseguire un compito che sarebbe
stato valutato da un medico di colore; alle persone a cui venne dato un risultato positivo, attivarono
maggiormente la categoria “medico”, inibendo quella “uomo di colore”, mentre avvenne il contrario per le
persone che ottennero un risultato negativo.
Questo processo di formazione di preconcetti da luogo alle profezie che si auto avverano.
Esperimento di Rosenthal e Jacobson (1966): somministrarono ai bambini dei test di intelligenza e poi
diedero finti risultati ai professori su quali fossero i bambini con punteggio più elevato. Dopo un anno, il QI
dei bambini risultò effettivamente più alto rispetto alla media, in quanto gli insegnanti, avendo un
atteggiamento positivo nei loro confronti, avevano maggiormente stimolato questi bambini.
Questa “profezia” era esplicita, ma è possibile che si avverino anche profezie implicite?
Esperimento di Bargh, Chen e Burrows (1996): nella mente di alcuni partecipanti veniva attivata
inconsciamente la categoria “anziano”, mentre in altri nessuna categoria; l’esperimento veniva “concluso”
per finta, e venne misurato il tempo che i partecipanti ci mettevano a percorrere l’uscita del laboratorio: le
persone in cui era stata attivata la categoria anziani impiegavano più tempo rispetto agli altri.
In un secondo esperimento portarono all’attivazione inconscia della categoria “persone di colore”: i
partecipanti in cui era stata attivata la categoria, in seguito ad un evento frustrante, reagivano in modo più
violento e aggressivo.
Una soluzione potrebbe essere quella di rendere cosciente l’attivazione automatica degli stereotipi e quindi
riuscire a bloccarla sforzandosi di non pensarci; questo è però soggetto all’effetto rimbalzo, ovvero
l’alterazione temporanea di un processo mentale che porta poi al suo ritorno in maniera più forte rispetto a
prima.
Wenzlaff e Wegner ritengono che questo sia possibile in quanto la soppressione di un pensiero implica: un
processo intenzionale e consapevole (non pensare allo stimolo dello stereotipo) e un processo
inconsapevole (controllare i pensieri da sopprimere per non farli arrivare alla coscienza). Nel momento, ad
esempio, in cui una persona è occupata cognitivamente, avviene un arresto del meccanisco consapevole e
quindi il processo inconsapevole (continuando) porta l’attenzione su quei pensieri da sopprimere.
L’unico modo per reprimere un pregiudizio sembra quello di trasformarlo da negativo a positivo.
La categorizzazione sociale del sé
Nello stesso modo in cui classifichiamo oggetti ed esseri viventi, possiamo classificare noi stessi. Il concetto
di “io” comprende tutti i nostri processi mentali, il nostro corpo, il nostro ruolo sociale e le nostre relazioni,
in modo da dare un senso di continuità alla nostra esistenza.
A noi stessi non solo applichiamo il processo di etichettamento dell’io, ma anche l’inclusione in classi,
inserendoci o meno all’interno di una determinata categoria sociale. Quando siamo inseriti in un gruppo,
questo diventa il nostro ingroup, quando invece non vi siamo inseriti, si tratta di un outgroup.
A differenza di quanto avviene con oggetti o persone differenti da noi stessi, il processo di assimilazione
intracategoriale sembra portare ad un risultato asimmetrico, in quanto i membri dei gruppi in cui siamo
personalmente coinvolti ci sembrano meno omogenei rispetto a gruppi estranei (effetto di omogeneità
dell’outgroup). Questo effetto sembra dipendere in gran parte da un processo di categorizzazione del sé:
noi non tendiamo a percepirci come appartenenti a gruppi sociali. L’outgroup viene invece visto
dall’esterno, quindi percepito come una categoria, e in questo modo avviene naturalmente l’assimilazione
intracategoriale.
Vi sono situazioni in cui anche l’ingroup viene considerato molto omogeneo e sono quelle in cui avviene un
confronto tra ingroup e outgroup o viene minacciata l’integrità o il valore dell’ingroup.
Il favoritismo per l’ingroup è un processo per il quale si tende a valutare più positivamente l’ingroup
rispetto all’outgroup, dipendente dalla differenziazione intercategoriale, che porta a giudicare i due gruppi
sostanzialmente diversi tra loro. Dal momento che viviamo in una società in cui è importante essere unico,
individuale ed emergere rispetto agli altri, è normale che si avrà la tendenza a pensare al proprio gruppo
come migliore di uno nel quale non siamo inclusi.
Brewer ha introdotto i concetti di amore dell’ingroup e odio dell’outgruop, sottolineando come l’amore per
il proprio gruppo non implichi necessariamente una visione negativa di un gruppo esterno.
Infine, il giudizio rispetto ad un gruppo cambia notevolmente se il soggetto giudicante si percepisce come
singolo o come membro di un gruppo sociale.

II. L’appartenenza a gruppi sociali


Gli uomini hanno una necessità istintiva a formare e mantenere relazioni interpersonali durature e positive,
che non viene soddisfatta da interazioni di tipo saltuario o superficiale. Da cosa nasce questo bisogno?
- Spiegazione evoluzionistica del bisogno di appartenenza di John Bowlby. Bowlby ha studiato lo sviluppo
dei bambini, i quali hanno la necessità di creare rapporti di attaccamento con un genitore poiché non in
grado di sopravvivere autonomamente. I bambini che non sviluppano questo attaccamento hanno meno
probabilità di sopravvivere. Il processo di selezione ha quindi favorito gli individui che erano in grado di
sviluppare un attaccamento verso una persona che si prendesse cura di loro. Allo stesso modo di un
bambino, un individuo adulto non ha molte possibilità di sopravvivenza al di fuori di un gruppo sociale.
- Spiegazione evoluzionistica di Linnda Caporael. Linnda spiega questa dipendenza da un gruppo sociale in
quanto la storia evolutiva degli uomini è sempre stata caratterizzata dalla presenza di gruppi, che
permettevano la divisione dei compiti e la distribuzione delle abilità cognitive necessarie. Il risultato di
questa evoluzione è stata la creazione di una interdipendenza obbligatoria. Questi meccanismi hanno però
bisogno di un prerequisito: la capacità degli uomini di percepire se stessi come membri di un gruppo, la loro
identità sociale.
La teoria dell’identita’ sociale
Henry Tajfel (teoria dell’identità sociale) riteneva che le spiegazioni fino a quel momento utilizzate non
fossero soddisfacenti a spiegare la presenza di gruppi che coinvolgono intere nazioni, o etnie, o religioni,
quindi tra persone non a diretto contatto le une con le altre. Egli mise in atto una serie di esperimenti per
analizzare i processi fondamentali della psicologia sociale:
- Esperimento sui gruppi minimali (1971): ad alcuni studenti inglesi venne chiesto di esprimere le loro
preferenze su alcuni quadri, grazie alle quali vennero divisi in due gruppi (Kandinskij o Klee). Dopo aver
effettuato questa divisione venivano messi a lavorare individualmente, e veniva detto loro di assegnare del
denaro agli altri partecipanti contrassegnati con un numero e il gruppo di appartenenza. Questa semplice
situazione minimale ha portato i partecipanti di un gruppo ad assegnare più denaro ai membri dell’ingroup
piuttosto che a quelli dell’outgroup.
Identità sociale: quella parte dell’immagine che una persona ha di sé derivante dalla consapevolezza di
appartenere ad un gruppo sociale, unita alle emozioni associate a tale appartenenza e alla valutazione data
dal gruppo stesso. Nel momento in cui una persona sente di appartenere ad un gruppo sociale inizia un
processo di identificazione che porta la persona a percepirsi cognitivamente come membro del gruppo; in
seguito subentrano gli aspetti affettivi dell’appartenenza e infine la persona deduce una sua valutazione
come positiva o negativa in base alla valutazione del gruppo. Tanto più il gruppo è valutato positivamente,
tanto più lo sono i suoi membri. Questo comporta che nel confronto sociale avvenga sempre una
valutazione più positiva dell’ingroup rispetto all’outgroup, possibile a causa (o grazie) all’identificazione con
l’ingroup, ovvero alla salienza dell’identità sociale.
Questo processo porta spesso alla creazione di stereotipi e pregiudizi, ma unicamente se vi è una forte
rilevanza del senso di appartenenza e il gruppo estraneo sia molto importante in termini di confronto, o se
si percepisce una minaccia da parte dei membri dell’outgroup, o se vi è una differenza di status percepita
come ingiusta o invalicabile. Ovviamente, secondo Tajfel, non tutti i contesti sociali sono caratterizzati da
forte identificazione con i gruppi; egli individua un estremo:
. Interpersonale, in cui l’individuo si comporta come singolo senza tenere conto di appartenenze sociali; le
relazioni saranno basate su gusti personali e i gruppi non rivestiranno importanza. Questo estremo è
unicamente teorico e irrealizzabile nella realtà.
. Intergruppi, in cui le persone si identificano con un gruppo e trattano gli altri in base alla loro
appartenenza sociale.

Bisogno di autostima e appartenenza di gruppo


Abrams e Hogg (1988) hanno provato a rispondere al perché una persona si trova a scegliere a quale
contesto sociale appartenere (qualora sia possibile la scelta). Hanno proposto due ipotesi (corollari) legati
all’autostima:
- Primo corollario: il favoritismo per l’ingroup porta ad un innalzamento dell’autostima.
- Secondo corollario: le persone con una bassa autostima sono spinte a favorire l’ingroup. Questo può
aiutare a spiegare perché le persone scelgano un gruppo piuttosto che un altro: siamo portati a scegliere un
gruppo di valore positivo, soprattutto se siamo persone con bassa autostima.
Questa spiegazione risulta però riduttiva e non completa.

Teoria della riduzione dell’incertezza soggettiva


Teoria della riduzione dell’incertezza soggettiva (Abrams, Hogg): questa teoria afferma che la vita degli
uomini è caratterizzata da un bisogno di certezze. La riduzione delle incertezze si ritrova all’interno di un
gruppo sociale, caratterizzato da norme e da un sistema di valori certo, in quanto socialmente condiviso;
tanto più le persone saranno incerte, tanto più cercheranno certezze all’interno di un gruppo.
Esperimento di Grieve e Hogg (1999): viene ripreso il paradigma dei gruppi minimali di Tajfel, in quanto
quello che può aver spinto le persone ad attaccarsi al concetto di gruppo potrebbe essere stata l’incertezza
sul proprio compito e sul da farsi. Eliminando quindi l’incertezza, dovrebbe scomparire il favoritismo.
Venivano, in un gruppo, fornite accurate spiegazioni su come svolgere il compito e venivano seguiti in delle
prove di “riscaldamento”; inoltre i gruppi venivano da una parte categorizzati in gruppi, dall’altra no.
L’unica condizione in cui si verificata il favoritismo era proprio quella dell’incertezza con categorizzazione in
gruppi.

Teoria della distintivita’ ottimale


Teoria della distintività ottimale di Marilynn Brewer (1991): le persone vivono nell’apparente
contraddizione di voler far parte di un gruppo sociale, e di voler evitare il totale conformismo. Il primo è
infatti un bisogno di assimilazione, mentre nel secondo si attiva un bisogno di differenziazione. Secondo
Brewer gli esseri umani tentano di raggiungere un equilibrio tra questi due bisogni. Questo equilibrio può
essere raggiunto solo in determinati gruppi sociali: gruppi non troppo grandi nei quali si soddisferebbe solo
il bisogno di assimilazione, e gruppi non troppo limitati nei quali si soddisferebbe solo il bisogno di
differenziazione.
Ricerca sperimentale di Pickett, Silver e Brewer (2000) per dimostrare la teoria di quest’ultimo: ad alcuni
studenti venne chiesto di indicare il proprio livello di identificazione con gruppi diversi, alcuni molto ampi
ed altri di dimensioni intermedie. Vennero create tre situazioni:
1. Veniva chiesto di rievocare una situazione in cui si erano sentiti isolati
2. Una situazione in cui si erano sentiti indifferenziati e confusi nella massa
3. Non veniva rievocata nessuna situazione
Nella situazione 3, i partecipanti preferivano gruppi di tipo intermedio, nella situazione 1 si dimostravano
soddisfatti da entrambi i gruppi allo stesso modo e nella situazione 2 il bisogno di differenziazione portava
alla preferenza di gruppi intermedi.

Teoria della categorizzazione di se’


La teoria della categorizzazione di sé di John Turner (1987) vuole proprio spiegare come sia possibile
supportare contemporaneamente questi due bisogni dell’uomo. A differenza della teoria di Tajfel, in quella
di Turner non parliamo di identità sociale, ma di livelli di categorizzazione di sé, che avvengono a diversi
livelli di inclusività:
- Livello personale, ovvero quello meno inclusivo, in cui le persone si percepiscono come singoli individui
unici in quello che sono
- Livello umano, quello maggiormente inclusivo, in cui gli esseri umani vengono inseriti in una categoria
unica.
Tra questi due livelli estremi esistono tutti gli intermedi in cui una persona si categorizza in confronto agli
altri (donna invece che uomo, italiano invece che francese). In questa quantità di possibili gruppi, secondo
Turner non ne esistono alcuni preferiti rispetto ad altri. Quello che rende saliente un gruppo piuttosto che
un altro è il contesto nel quale ci troviamo. La scelta di un gruppo in una determinata situazione dipende
dall’accessibilità (prontezza con cui giunge alla mente) che abbiamo di quella categoria e dalla sua
adeguatezza nello spiegare gli stimoli ambientali (grado in cui la categorizzazione può spiegare le differenze
tra stimoli nell’ambiente, essa è massima se le differenze dentro l’ingroup sono minori delle differenze tra
ingroup e outgroup).
Rapporto di metacontrasto: definito da Turner come il rapporto tra le differenze medie percepite tra
ingroup e outgroup e le differenze medie percepite all’interno dell’ingroup.
Il meccanismo di categorizzazione segue infatti questi passi: valutazione di quanto alcuni siano simili tra
loro, verifica se essere risultano diverse da altre presenti, e decisione se inserire le altre persone nella
propria categoria o in un’altra.
Nel momento in cui una categoria e sia accessibile nella mente ce adeguata a spiegare il contesto, allora la
persona sentirà il senso di appartenenza a quella categoria, andando incontro ad una depersonalizzazione,
percependosi non come singolo, ma come appartenente al gruppo. Turner non ritiene che la
depersonalizzazione sia un fenomeno negativo (è infatti diversa dalla deindividualizzazione e
deumanizzazione) in quanto ci permette di sentirci parte del gruppo e sviluppare relazione sociali.
Nel momento in cui avviene la depersonalizzazione, l’individuo si sente al contempo simile ai membri del
suo gruppo e diverso dai membri dell’outgroup, soddisfacendo sia il bisogno di assimilazione, che quello di
differenziazione.
A differenza di teorie precedenti, quella di Turner non spiega il bisogno di appartenenza come
soddisfacimento di bisogni individuali, ma come unicamente legato a fattori contestuali, ed in questo modo
è applicabile a tutte le situazioni sociali; essa è però difficilmente verificabile.

III. Percezione e processi all’interno dei gruppi sociali


Brewer ritiene che l’interdipendenza tra gli uomini abbia evidenti ripercussioni sulle dinamiche all’interno
dei gruppi. Non potendo gli uomini fidarsi di chiunque indistintamente, scelgono di dare la propria fiducia
unicamente ai membri dell’ingroup, riducendo molto le possibilità di essere traditi. In questo modo, gli
uomini hanno ristretto le proprie disponibilità di cooperazione e fiducia unicamente ai gruppi di
appartenenza, divenuti quindi l’habitat umano. Le persone tendono quindi a difendere il proprio gruppo di
appartenenza (il proprio habitat) dagli estranei, e al tempo stesso tendono a mantenere limitato il numero
dei membri. Queste tendenze si legano all’effetto di sovraesclusione dall’ingroup, ovvero alla necessità di
avere molte informazioni prima di includere o meno una persona nel gruppo e, nel dubbio, escluderla
comunque.

Gli elementi prototipici


All’interno di un gruppo, la persona che ha il rapporto di metacontrasto più elevato (grandi somiglianze con
l’ingroup e grandi differenze con l’outgroup), rappresenta il prototipo del gruppo. Il prototipo ovviamente
non è fisso, ma varia al variare dell’outgroup. I membri eccessivamente diversi dalla norma vengono invece
chiamati devianti, essi rompono l’armonia del gruppo esprimendo posizioni diverse. I membri devianti del
gruppo vengono spesso valutati in maniera più negativa rispetto a membri devianti di un outgroup: questo
viene detto effetto pecora nera (Marques e Paez).
Abrams ha dimostrato che all’interno di un gruppo, i membri devianti che esprimono posizioni contrarie
alla norma (contro-normativi) sono visti più negativamente di quelli che esprimono una posizione esagerata
della norma (pro-normativi), visti comunque in modo non positivo.

Omogeneita’ e organizzazione interna


I gruppi non possono essere troppo omogenei, in quanto per lo svolgimento di un compito e’ necessaria
una divisione dei compiti, ma al tempo stesso non puo’ essere troppo diversificato, in quanto questo
farebbe perdere di vista gli obiettivi comuni. Le caratteristiche di un gruppo ideale sono: omogeneita’ nel
tratto condiviso di appartenenza al gruppo e diversificazione in un’organizzazione interna strutturata. I
gruppi sociali costituiscono quindi un’entita’ (un organismo del tutto indivisibile, ma dotato al suo interno di
diversi organi).

La coesione
La coesione di un gruppo risulta essere di grande importanza come cio’ che tiene uniti i diversi componenti
al suo interno; quando un gruppo e’ saliente e rilevante, le persone al suo interno tenderanno a percepirsi
simili tra loro e al prototipo, che essendo valutato in modo positivo, porta tutte le persone del gruppo a
valutarsi in modo positivo. Se questo avviene, tutti i membri del gurppo tenderanno ad apprezzarsi a
vicenda, e secondo Turner, la coesione e’ data proprio da questa attrazione reciproca. Questa spiegazione
porta alla formulazione di due ipotesi: le persone si piacciono perche’ appartengono allo stesso gruppo o
appartengono allo stesso gruppo perche’ si piacciono? La prima ipotesi puo’ essere vera in tutte le relazioni
che non comprendono rapporti faccia a faccia, mentre la seconda vale in gruppi in cui le relazioni nascono
in modo spontaneo. Se la coesione dipende da un processo di categorizzazione, allora si deve ipotizzare che
successi o fallimenti del gruppo vadano a migliorare o minare l’armonia al suo interno, mentre se la
coesione non dipende da un processo di categorizzazione, allora essa sara’ indipendente da successi o
fallimenti del gruppo ed anzi, a volte un fallimento comune puo’ aumentare la coesione di un gruppo.
Esperimento di Turner e collaboratori 1984: divisero i partecipanti in gruppi, il primo creato dagli
sperimentatori a loro arbitrio, e il secondo facendo credere ai partecipanti che fosse stato creato in base a
preferenze da loro espresse; i gruppi dovettero svolgere un compito, e ad alcuni venne detto che era stato
svolto con successo, mentre ad altri che era andato male. I partecipanti che pensavano di non aver scelto i
membri del gruppo lo giudicavano positivamente in caso di successo e negativamente in caso di fallimento,
mentre i partecipanti che pensavano di aver scelto il gruppo di appartenenza non mostrarono cambiamenti
di valutazione sul gruppo in entrambi i casi, ma anzi si noto’ una tendenza a giudicarli piu’ positivamente in
caso di fallimento.

Il pensiero di gruppo
Janis si e’ molto dedicato allo studio delle decisioni prese dai gruppi, in quanto ad essi ci si rivolge per
prendere decisioni piu’ o meno importanti, ma che spesso possono fare errori anche molto gravi. Egli ha
proposto il concetto di pensiero di gruppo: questo si verifica in piccoli gruppi sociali, in cui la voglia di
giungere ad una decisione comune e’ cosi’ forte da portare i singoli ad abbandonare le proprie convinzioni
o a non considerare accuratamente tutte le alternative, perdendo di vista la realta’ dei fatti.
Gruppi particolarmente soggetti a questo fenomeno sono quelli formati da persone esperte e qualificate, in
quanto oggetto di notevoli aspettative, che portano ad una necessaria spinta verso l’unanimita’.
Esperimento di Hogg e Hains (1998) per vedere se fosse inevitabile l’influenza del pensiero di gruppo:
venivano formati diversi gruppi di discussione, formati da amici, persone appartenenti a stessi gruppi, o
altre prese in modo casuale. Il pensiero di gruppo si era mostrato piu’ forte in gruppi appartenenti a stesse
categorie, in quanto condividevano uno stesso senso di appartenenza.
Esperimento di Marlene Turner e collaboratori (1992): hanno creato diversi gruppi varianzo la salienza
dell’appartenenza, bassa oppure elevata, e la presenza o meno di una situazione minacciosa per il gruppo
(videoregistrazione della discussione che sarebbe stata mostrata ad altri in caso di cattiva decisione); la
decisione finale risulto’ peggiore quando la salienza del gruppo era alta e vi era la variante della minaccia.
Secondo Janis la messa in atto del pensiero di gruppo puo’ essere minata da processi che tolgano
importanza al gruppo stesso e incoraggino ad agire autonomamente e in modo critico, come creare
sottogruppi o modificare spesso i membri di appartenenza (cose che pero’ minacciano il concetto stesso di
gruppo). Quindi il processo da combattere deve essere la depersonalizzazione all’interno del gruppo, in
modo che le persone non siano spinte all’unanimita’.

La polarizzazione
Una seconda dinamica presente nelle prese di decisione di un gruppo e’ quello della polarizzazione: lo
spostamento e l’estremizzazione delle opinioni individuali, a seguito di una discussione di gruppo, nella
direzione gia’ preferita prima della discussione. Quindi la decisione iniziale, magari potenzialmente
rischiosa, viene appoggiata dai membri del gruppo che iniziano a ritenerla giusta ed anzi ad aumentare
maggiormente la sua portata (le persone in gruppo appoggiano decisioni che da soli non avrebbero mai
proposto). Non sempre avviene un fenomeno di polarizzazione, ma spesso un fenomeno di convergenza
verso la norma del gruppo, che va a mitigare eventuali posizioni contrarie o estreme. Allo stesso modo
pero’, un gruppo in una discussione puo’ formare polarizzazioni verso posizioni estreme, o di rifiuto, o
comunque in posizioni che vanno in direzioni diverse.

La produttivita’
Un altro tema importante risulta essere quello della produttivita’. Steiner (1972) sostiene ad esempio che la
presenza di un gruppo porti ad una riduzione della produttivita’ individuale. Il primo problema sembra
essere il fatto che le persone non sempre si sentono motivate a dare del loro meglio quando lavorano in
gruppo, e seconda cosa, il gruppo puo’ non avere una buona coordinazione tra i membri. Il risultato di
questi problemi prende il nome di social loafing, ovvero la tendenza a ridurre il proprio sforzo quando le
persone lavorano in gruppi. Allo stesso tempo, pero’, l’evidenza dei fatti dimostra che le persone sono in
grado di produrre di piu’ all’interno di un gruppo rispetto che lavorando singolarmente, come e’ possibile?
Zajonc (1965) ritiene che la variabile da considerare e’ che le persone, lavorando in gruppo, lavorano in
presenza di altri, che si pongono come un ‘pubblico’, che ha la conseguenza di provocare una forte risposta
emozionale (arousal); nel caso di compiti semplici, l’arousal migliora il rendimento della persona, mentre
nel caso di compiti difficili, o nuovi, allora il rendimento subira’ un peggioramento. Tuttavia, questa teoria
non tiene conto delle relazioni che interpongono tra il gruppo e la persona.
Un’altra possibile spiegazione del social loafing parte dall’importanza che il gruppo ha per le persone che ne
fanno parte. L’impegno messo da ogni individuo aumenta con l’aumentare dell’importanza che il gruppo ha
per i suoi membri.
Esperimento di Worchel e collaboratori (1998): in un primo esperimento, gli autori confrontano la
produttivita’ di partecipanti presi singolarmente e presi in diverse situazioni sociali: riuniti in un tavolo con
altri partecipanti lavorando per conto proprio, riuniti in un tavolo lavorando come gruppo e infine
lavorando in gruppo sapendo che il piu’ produttivo avrebbe ricevuto una ricompensa in denaro. Nell prime
due condizioni, gli individui producevano di meno rispetto a quando erano da soli (social loafing), mentre
nell’ultima condizione la produttivita’ del gruppo eguagliava quella degli individui presi singolarmente.
Il problema di questo esperimento e’ che per gli individui il gruppo non fosse significativo.
Gli autori fecero quindi un altro esperimento in cui variavano la salienza del gruppo e al tempo stesso
veniva o meno presentato un outgroup. Se il gruppo non era saliente, la presenza di un outgroup
aumentava leggermente la produttivita’, mentre l’assenza di competizione la diminuiva. Quando
l’appartenenza al gruppo era saliente, in assenza di competizione la produttivita’ diminuiva, portando al
fenomeno di social loafing, mentre quando vi era competizione con un gruppo esterno, la produttivita’
diveniva massima, superando quella individuale.
Esiste un’ultima spiegazione riguardo alla produttivita’ dei gruppi che fa riferimento alla teoria della
categorizzazine di se’ di Turner; egli sostiene che le persone possono categorizzarsi sia come singoli
individui che come appartenenti a gruppi sociali, e che quindi la produttivita’ dipende dalla definizione di
se’ che hanno i singoli e le caratteristiche del contesto in cui viene eseguito il compito. Se esiste una
discrepanza tra il compito e la definizione di se’, allora e’ molto probabile il fenomeno di social loafing;
un’altra determinante e’ la congruenza tra le caratteristiche dell’addestramento ricevuto e quelle del
compito da eseguire; l’unico modo per avere un profitto massimo e’ se le competenze e le capacita’ dei
singoli si combinano perfettamente tra loro. Questo avviene se il gruppo si considera un’entita’ organizzata
e quindi vi sono un grande senso di appartenenza e un’abitudine a lavorare in gruppo.
Esperimento di Moreland, Argote e Krishnan (1996): hanno voluto valutare se il tipo di addestramento
ricevuto dai singoli fosse in grado di influenzare la successiva produttivita’ del gruppo. Hanno addestrato i
partecipanti a eseguire un compito in diverse modalita’ di training, seguite ogni volta da un lavoro in
gruppo. In un altro gruppo di partecipanti, prima del lavoro di gruppo permettevano ai pertecipanti di
conoscersi. In una terza condizione, il training avveniva in gruppo dal principio, e nell’ultima condizione il
training avveniva in gruppo, ma poi i membri venivano assegnati a gruppi diversi. Il gruppo con la maggiore
produttivita’ era quella nella situazione del terzo tipo, in cui la modalita’ di lavoro era esattamente quella
del training.
Per concludere, i gruppi hanno le potenzialita’ per essere pie’ produttivi della somma delle loro parti, ma e’
necessario che: il gruppo sia importante per i suoi membri, le persone devono essere abituate a lavorare
insieme e il gruppo deve essere il piu’ possibile organizzato.

La leadership
L’ultimo aspetto studiato dalla psicologia sociale e’ quello della leadership. Se nella ricerca sono stati
individuati i tratti ideali nella scelta di un leader, si e’ poi visto che questo non veniva riportato della realta’
dei fatti. Il leader e’ quella persona in grado di influenzare gli altri in modo da incrementare il loro
contributo negli obiettivi comuni (Hollander 1985). Il leader dovrebbe essere scelto dal gruppo e non
imposto dall’esterno. Il modello della contingenza di Fiedler sostiene che il leader perfetto e’ quello che
possiede sia caratteristiche intrinseche personali, sia caratteristiche adatte a guidare il gruppo in una
determinata situazione. Tra le caratteristiche del leader vi sono il suo orientamento al compito o alla
relazione (priorita’ al raggiungimento degli obiettivo o alla creazione di buone relazioni); tra le
caratteristiche della situazione vengono considerate la qualita’ della relazione tra i leader e gli altri, il
grando in cui il leader e’ dotato di potere e il grado in cui il compito da svolgere e’ chiaramente strutturato.
1. Se il compito e’ chiaramente strutturato, il leader ha molto potere e la relazione con gli altri e’ buona,
allora il leader ideale e’ quello con orientamento al compito
2. Se il rapporto con i sottoposti non e’ buono, allora risultera’ utile un leader orientato al compito
Questo modello risulta pero’ troppo rigido e non adatto alle situazioni reali. Uno degli aspetti sottovalutati
e’ il carisma, che dipende dalla capacita’ di influenzare il concetto e la stima di se’ dei seguaci, in modo da
alterare la percezione del gruppo delle loro norme ed obiettivi (processo di transazione, in cui conta
veramente solo il rapporto tra leader e membri del gruppo).
La persona all’interno di un gruppo che puo’ essere considerato un leader e’ quello che viene visto dagli
altri come un leader: questa persona e’ il prototipo del gruppo. La prototipicita’ e’ una caratteristica che
varia a seconda delle situazione e dei contesti. Questo implica che anche la figura del leader non e’ fissa ma
dipende dai contesti e dai gruppi di confronto, quindi la figura del leader puo’ cambiare notevolmente nel
caso in cui ci si trovi in una situazione di tipo intragruppo o intergruppi. Questo non implica pero’
obbligatoriamente che il leader debba cambiare in ogni situazione, ma deve rimanere sincronizzato ai
bisogni del gruppo, e puo’ farlo attraverso due strategie: cambiare comportamento in base al contesto, o
influenzare l’interpretazione che il gruppo da’ alla situazione in cui si trova.
Esperimento di Platow e collaboratori (1997): ai partecipanti, tutti neozelandesi, veniva detto quanto
tempo un macchinario per la dialisi renale in un ospedale veniva utilizzato su due pazienti diversi. In una
condizione, entrambi i malati erano neozelandesi, in una seconda, era uno neozelandese e un altro un
immigrato. La distribuzione delle cure poteva essere in entrambi i casi ingiusta o equa. La distribuzione
ingiusta dipendeva in base a quanti contributi erano stati versati al sistema sanitario. I risultati dimostrano
che nella prima condizione (entrambi neozelandesi) il direttore dell’ospedale veniva considerato giusto solo
se metteva in atto una distribuzione equa, mentre nella seconda, veniva maggiormente apprezzato il leader
che aveva utilizzato una distribuzione ingiusta. Il comportamento del leader viene quindi giudicato
diversamente a seconda di un contesto intergruppi o intragruppi.

I gruppi, quindi, non sono entita’ tangibili ma esistono nella mente delle persone e portano a delle
conseguenze:
. Le persone si identificano con un ingroup e sorgono le prime discriminazioni riguardo a chi possa fare o
meno parte del gruppo
. Vengono attivate delle graduatorie di prototipicita’, in base a cui alcuni membri hanno piu’ diritto di
appartenere al gruppo rispetto ad altri
. Una volta stabilita la ‘purezza’ dei membri, sorgono particolari percezioni relative alla coesione,
accompagnate da senso di fiducia reciproca, e all’idea del gruppo come entita’, organismo vivente.

IV. Il pregiudizio tra i gruppi


Pregiudizio: processo che porta ad attribuire a una persona sconosciuta i tratti e le caratteristiche ritenute
tipiche del suo gruppo di appartenenza.
I pregiudizi e stereotipi per un gruppo estraneo sono spesso molto piu’ negativi di quelli del proprio gruppo
di appartenenza. Questo e’ causato da normali processi di categorizzazione (differenziazione
intercategoriale e assimilazione intracategoriale), dal bisogno di appartenenza a gruppi sociali e dal bisogno
di un’elevata stima di se’. Gli stereotipi, inoltre, sono di origine culturale e vengono attribuiti a tutti gli
appartenenti ad un gruppo in modo indiscriminato.
Questi processi sono utili e necessari alla mente umana, ma portano a numerose conseguenze negative, e
per questo motivo la psicologia sociale si sarebbe prefissata l’obiettivo di affrontare e risolvere i pregiudizi.
Pregiudizio manifesto e latente (o sottile)
Pettigrew e Meertens nel 1995 hanno operato un’importante distinsione tra pregiudizio manifesto e
latente. Il primo e’ il pregiudizio carico di sentimenti ostili e che viene raramente espresso pubblicamente,
mentre il secondo e’ una forma piu’ moderna di preconcetto, che si esprime in forme socialmente
accettabili.
- Pregiudizio manifesto: esso fa riferimento a due dimensioni: la percezione di minaccia e rifiuto
dell’outgroup, e il rifiuto dell’intimita’. La prima si riferisce alla percezione che i membri
dell’outgroup siano una minaccia per l’ingroup, associata alla convinzione che i due gruppi non
potrebbero mai andare d’accordo. La seconda si riferisce alla resistenza emotiva tra contatti tra
ingroup e outgroup.
- Pregiudizio latente: pregiudizio piu’ sottile e subdolo, all’interno del quale sono identificabili tre
dimensioni: la difesa dei valori tradizionali, l’esagerazione delle differenze culturali e la negazione di
emozioni positive. La prima si riferisce all’opinione su cui i membri dell’outgroup mettano in atto
comportamenti inaccettabili e inappropriati, non seguendo le norme della maggioranza. La seconda
comporta un’esagerazione delle differenze tra ingroup e outgroup, rifiutando in partenza qualsiasi
possibilita’ di integrazione e assimilazione dei membri di un gruppo con quelli dell’altro. La terza e’
una conseguenza dell’inaccettabilita’ del provare emozioni negative nei confronti dell’outgroup,
quindi si negano per loro emozioni positive.
L’incrocio tra queste due forme di pregiudizio da luogo a tipi di persone diverse:
1. Bigotte: persone che mostrano alti livelli di entrambi i pregiudizi
2. Sottile: persona che non mostra pregiudizi manifesti, ma pregiudizi latenti
3. Egalitario: persona che non esprime nessun tipo di pregiudizio
Una critica a loro rivolta e’ che il pregiudizio latente non sembra essere una vera e propria forma di
pregiudizio, quantto una forma di pensiero legata e tradizioni conservatrici. Una seconda critica riguarda il
legame tra le due forme di pregiudizio: i due costrutti difficilmente possono essere separati e indipendenti
l’uno dall’altro.
Pregiudizio implicito ed esplicito
La differenza tra processi di tipo esplicito o implicito e’ stata a lungo studiata dalla psicologia sociali. I
processi espliciti sono consci e controllati, mentre quelli impliciti avvengono in assenza di consapevolezza e
non sono attivati intenzionalmente.
Dovidio e Gaertner ritengono che le persone che non esprimonoo pregiudizi potrebbero avereuna doppia
rappresentazione mentale dei gruppi estranei, composta sia da elementi positivi che negativi; gli elementi
negativi sono quelli inconsci che rappresentano i pregiudizi e gli stereotipi a cui siamo esposti all’interno
della societa’, mentre quelli positivi derivano da un meccanismo di scelta consapevole. I due studiosi hanno
proposto il termine di: razzismo avversivo. Esso sembra essere tipico delle persone che esprimono opinioni
ed atteggiamenti egalitari; gli atteggiamenti di queste persone sarebbero egalitari a livello conscio, ma
negativi a livello inconscio. Per riuscire a misurare il pregiudizio implicito sono state sviluppate alcune
metodologie:
1. La prima si basa sul fatto che le persone si comportano in modo spontaneo se pensano di non
essere osservate; ad esempio vedono dove sceglie di sedersi una persona in una fila di sedie delle
quali una e’ occupata da un membro di una minoranza.
2. Un’altra misura e’ legata al linguaggio; vi e’ la tendenza, infatti, a descrivere comportamenti
negativi di un membro dell’outgroup con un linguaggio di tipo astratto (e’ stato aggressivo), mentre
un linguaggio concreto e legato alla situazione in caso di comportamenti positivi. Questo comporta
che i comportamenti negativi vengano generalizzati, mentre quelli positivi restino circoscritti alla
situazione. Per i membri dell’ingroup avviene esattamente il contrario.
3. Una terza misura utilizza di tempi di risposta in compiti svolti al computer. Vengono presentate per
alcuni centesimi di secondi delle rappresentazioni come etichette linguistiche (italiano, immigrato,
nero, bianco) o dei volti di persone; dopo la presentazione di questi stimoli viene presentata una
parola stimolo che puo’ essere un aggettivo positivo o negativo, sulle quali il partecipante deve
esprimere un giudizio. Quello che viene misurato e’ il tempo impiegato da soggetto a rispondere. La
velocita’ di risposta viene infatti considerata un parametro per giudicare se nella mente del
partecipante si e’ formata velocemente una connessione tra lo stimolo e l’aggettivo.
Pregiudizio ed emozioni
Vi sono due particolari campi di studio che si occupano di valutare il legame tra pregiudizio ed emozioni. Il
primo studia le emozioni che le persone sperimentano nei confronti di membri dell’outgroup, mentre il
secondo analizza le emozioni che si ritiene i membri dell’outgroup siano in grado di provare.
Secondo Smith, le emozioni negative associabili ai membri dell’outgroup sono cinque: paura, disgusto,
rabbia, disprezzo, gelosia. La paura e il disgusto portano ad un allontanamento dai membri dell’outgroup e
ad una tendenza ad evitare il contatto con loro; la rabbia e il disprezzo possono comportare atti di
aggressione verso i membri dell’’outgroup; la gelosia porta i gruppi svantaggiati ad attuare azioni collettive
con lo scopo di sovvertire la situazione.
Altri autori hanno inserito anche l’ansia come importante nell’espressione del pregiudizio. Stephan e
Stephan ritengono che l’ansia sia generata dall’idea di interagire con una persona sconosciuta
appartenente all’outgroup, portando all’attuazione di strategie difensive e di chiusura.
Oltre queste, vi sono ovviamente anche emozioni positive che e’ possibile provare nei confronti di un
outgroup. Una di queste, secondo Batson, e’ l’empatia nei confronti di gruppi svantaggiati e discriminati.
Il secondo filone di ricerca, riguarda appunto le emozioni che vengono attribuite ai membri dell’outgroup.
Secondo Leyens una fondamentale distinzione tra gruppi di appartenenza riguarda i giudizi sulla loro
essenza. Egli ipotizza che solo ai membri dell’ingroup vengono attribuite caratteristiche umane, mentre i
gruppi estranei vengono visti come “subumani”. In numerosi studi, infatti, ha dimostrato che i soggetti
ritenevano che le emozioni secondarie (quelle unicamente umane e non condivise con gli animali, come
ammirazione, orgoglio, nostalgia) fossero provate piu’ dai membri dell’ingroup rispetto a quelli
dell’outgroup, a differenza delle emozioni primarie (condivise con gli animali, paura gioia rabbia).

Personalita’ autoritaria e fattori educativi


La prima spiegazione del pregiudizio risale al 1950, quando Adorno e collaboratori presentarono il concetto
di personalita’ autoritaria. Secondo gli autori questo tipo di personalita’ si crea durante l’infanzia,
determinata dal fatto di crescere in un clima familiare rigido e repressivo. Questo tipo di clima, secondo
Adorno, non permette al bambino di sfogare le sue pulsioni, che deve quindi tenere represse e nascoste
(riferimento freudiano). Questo tipo di repressione genera una forte aggressivita’, che viene spostata dalla
figura genitoriale verso altri oggetti. Il bambino sviluppa un forte senso del potere per paura delle punizioni
genitoriali, e un rigido conformismo verso le regole. L’aggressivita’ sviluppata viene quindi sfogata verso le
persone piu’ deboli e verso tutti coloro che non rispettano le regole. La personalita’ autoritaria non e’
solamente caratterizzata da questa forma di aggressivita’, ma anche da una grande sottomissione
all’autorita’, che e’ una proiezione delle figura genitoriali.
Secondo Adorno, quindi, il pregiudizio non sarebbe stato intrinseco della natura umana, ma unicamente
una conseguenza di un metodo educativo scorretto. Purtroppo questa teoria risulta essere acontestuale e
astorica, e inoltre un grande problema era anche sul piano metodologico; Adorno aveva studiato una scala
per misurare la personalita’ autoritaria: la scala F (scala del fascismo). Purtroppo, i punteggi registrati da
persone con la scala F tendevano a cambiare nel tempo, e la scala risultava quindi poco affidabile.
Questa teoria e’ stata ripresa in seguito da Altemeyer, che ha proposto il costrutto di autoritarismo di
destra, che viene inteso non come un tratto di personalita’, ma come una serie di atteggiamenti su alcuni
oggetti sociali, originata da processi di apprendimento e influenza sociale. Secondo Altemeyer,
l’autoritarismo consiste in tre tipi di atteggiamenti e credenze: sottomissione all’autorita’, aggressivita’
verso i deboli e i devianti, e convenzionalismo sociale (cieco rispetto delle regole e convenzioni).

Conflitto realistico e scopi sovraordinati


La teoria del conflitto realistico di Sherif (anni 60) si sviluppa sulla base della critica alla posizione astorica
della personalita’ autoritaria. Secondo lui, alla base del pregiudizio vi e’ un calcolo di natura economica: se
nell’ambiente vi sono risorse limitate ambite da piu’ gruppi (di natura materiale o psicologica, come uno
status sociale), questi entreranno in conflitto tra loro. Quando due gruppi si trovano a ricercare uno stesso
obiettivo, che potra’ essere raggiunto solamente da uno di loro, si crea una situazione di interdipendenza
negativa, la quale provoca un conflitto intergruppi. Questo conflitto porta a pregiudizi e odio tra i due
gruppi. Egli sostiene che se la causa del conflitto si trova nella ‘competizione per scarse risorse’, la soluzione
sarebbe deviare i gruppi da scopi conflittuali, creando invece scopi di natura cooperativa, eliminando in
questo modo anche il pregiudizio: questi vengono definiti di Sherif come scopi sovraordinati, ovvero
desiderabili per entrambi i gruppi, ma raggiungibili solo attraverso la cooperazione.
Esperimenti della “Caverna dei ladri” di Sherif: i partecipanti erano 22 ragazzini di 12 anni, tutti statunitensi,
proveniente da una classe sociale media, che pensavano di essere parte di un normale campeggio; i ragazzi
vennero divisi in due gruppi distinti, che nella prima settimana non si incontrarono mai, ignorando
l’esistenza degli altri. L’esperimento era diviso in tre parti:
1. La prima settimana era dedicata ad attivita’ di tipo intragruppo, per aumentare lo spirito di
coesione. I gruppi scelsero un leader (colui che aveva migliori capacita’ socio emotive e relazionali)
e un nome: le aquile e i serpenti a sonagli
2. Nella seconda settimana, i gruppi vennero informati dell’esistenza gli uni degli altri e vennero
organizzati giochi di natura competitiva: si trattava di situazioni di interdipendenza negativa. Il
risultato fu l’insorgenza di conflitti tra i due gruppi, che sfociarono in violenza vera e propria. Il
leader era cambiato, diventando il ragazzino piu’ aggressivo e forte fisicamente
3. Nella terza settimana gli sperimentatori inserirono degli scopi sovraordinati, in cui era richiesta la
cooperazione tra i gruppi (simularono un guasto alla cisterna d’acqua del campeggio, poi
organizzarono una colletta per il noleggio di un film, poi fecero impantanare il furgone che doveva
portarli a prendere il pranzo). I ragazzi collaborarono e tra loro torno’ l’armonia.
Purtroppo questa situazione non e’ abbastanza realistica in quanto i ragazzi erano molto giovani e non
avevano alle spalle anni di ostilita’.

Identita’ sociale e identita’ comune


La teoria del conflitto realistico era comunque in grado di spiegare parte delle situazioni reali, e questo
spinse Henry Tajfel ad indagare ulteriormente sui conflitti tra gruppi. Egli, nella sua teoria dell’identita’
sociale, aveva sostenuto che la semplice classificazione in gruppi fosse sufficiente per creare una preferenza
per l’ingroup, che veniva alimentata dal senso di identificazione con il gruppo e dalla necessita’ di
migliorare la visione positiva di se stessi. Nel momento in cui un gruppo si sentiva minacciato, ad esempio
se ingroup e outgroup iniziano ad essere troppo simili tra loro, allora nascono discriminazioni contro il
gruppo esterno e senso di coesione con quello interno. Se un gruppo si sente minacciato quando viene
integrato con un gruppo estraneo, come e’ possibile che gli scopi sovraordinati (conflitto realistico) siano in
grado di ridurre il pregiudizio?
Esperimento di Deschamps e Brown (1983): alcuni studenti universitari appartenenti alle facolta’ di scienze
e lettere erano prima messi in competizione tra loro, e successivamente spinti a collaborare in un compito
in cui bisognava scrivere un articolo e poi corredarlo di alcune statistiche. Il pregiudizio tra i due gruppi
veniva misurato dopo la fase di competizione e dopo la fase di cooperazione. La fase di cooperazione era
divisa in due possibilita’: nella prima tutti gli studenti dovevano curare sia il testo sia le statistiche, nella
seconda gli studenti di lettere curavano il testo e quelli di scienze le statistiche.
Nella prima condizione, il pregiudizio che si era creato durante la fase di competizione non variava,
nonostante lo scopo sovraordinato di scrivere l’articolo insieme. Se, invece, i gruppi cooperavano
mantenendo ognuno la sua identita’ distinta, il pregiudizio reciproco diminuiva sensibilmente.
Gli scopi sovraordinati, quindi, non sono in grado di diminuire il pregiudizio da soli, se non rimane distinta la
differenza tra ingroup e outgroup.
Tuttavia, questo entra in contrasto con quello dimostrato da Sherif, nei cui esperimenti il pregiudizio
diminuiva proprio quando i due gruppi perdevano la propria distintivita’. Per chiarire questo problema,
Gaertner e collaboratori hanno rianalizzato i resoconti dell’esperimento “Caverna dei ladri”; hanno notato
come dopo il primo scopo sovraordinato, l’armonia non era tornata tra i gruppi ma anzi, erano continuiti e
pregiudizi, e sono stati necessari tre scopi comuni per far tornare l’armonia, e questa era stata ritrovata non
diminuendo i pregiudizi tra due gruppi distinti, ma facendo in modo che i ragazzi si identificassero tutti con
uno stesso gruppo. Questi risultati sono in accordo con la teoria dell’identita’ comune sviluppata da
Gertner: l’origine del pregiudizio va ricercata nel processo di categorizzazione, e agendo su di esso sara’
possibile riportare l’armonia tra i gruppi. Purtroppo, eliminare il processo di categorizzazione e’ impossibile,
e l’unico modo sarebbe quello di estendere l’immagine positiva dei membri dell’ingroup anche a quelli
dell’outgroup.
Il contatto intergruppi
Gli psicologi sociali hanno iniziato ad utilizzare il contatto intergruppi, ritenendo che la conoscenza
approfondita di persone appartenenti a gruppi stigmatizzati potesse diminuire o annullare completamente
pregiudizi o stereotipi.
Il primo a sistematizzare questa ipotesi e’ stato Gordon W. Allport; egli sostiene che le ostilita’ tra due
gruppi siano causate da una mancanza di familiarita’ tra i rispettivi membri. Per ridurre la discriminazione,
bisogna aumentare la possibilita’ di conoscenza reciproca. Questo contatto deve avere luogo in condizioni
favorevoli, che secondo Allport sono quattro:
1. Presenza di un supporto istituzionale; le persone devono percepire che il contatto con gruppi
esterni sia favorito dalle autorita’, dalla legge e dalle consuetudini sociali.
2. Possibilita’ di conoscenza approfondita; le interazioni superficiali, infatti, non portano ad una
riduzione del pregiudizio
3. Status uguale; se tra i gruppi esistono differenze di status, non devono essere accentuate nella
situazione di contatto
4. Interazione cooperativa; bisogna creare una situazione di interazione positiva e cooperativa tra i
membri dei diversi gruppi
Se in un’interazione vengono rispettate queste quattro condizioni, allora e’ probabile una riduzione del
pregiudizio da parte dei due gruppi.
Questo teoria non tiene conto pero’ del fatto che il pregiudizio possa nascere anche dalla semplice divisione
in gruppi, e non dalla mancanza di conoscenza reciproca.
Contatto e categorizzazione
Il modello della personalizzazione di Brewer e Miller e’ il primo che riesce a combinare l’ipotesi del contatto
con il tema della categorizzazione. Secondo loro, una principale conseguenza della categorizzazione e’ che i
membri dell’outgroup vanno incontro a deindividuazione e vengono tutti percepiti come membri uguali
della stessa categoria. Bisogna quindi sfumare l’importanza delle categorie in modo da poter far conoscere
le caratteristiche personali degli individui in una situazione di contatto, portando a percepire i membri
dell’altro gruppo come singoli individui. Questo processo, detto di personalizzazione, e’ opposto a quello di
categorizzazione e comporta due effetti: compromette l’immagine monolitica dell’ougroup e consente di
disconfermare gli stereotipi ad esso collegati. Numerose interazioni di questo tipo dovrebbero portare le
persone a comprendere l’inutilita’ degli stereotipi.
I problemi di questo modello, confermato solamente in gruppi creati in laboratorio, sono principalmente
due: la categorizzazione sociale e’ intrinseca della natura umana, e sembra un’utopia la possibilita’ di
smettere di utilizzarla e se anche fosse possibile una personalizzazione del genere, questa non porterebbe
per forza ad una riduzione del pregiudizio, in quanto il giudizio favorevole dato ad un membro
dell’outgroup non porta a generalizzarlo a tutti i suoi membri.
Per superare questi problemi, Hewstone e Brown hanno proposto un secondo modello, detto della mutua
differenziazione. Questi autori ritengono che sia impossibile far sparire i processi di categorizzazione sociale
dalla mente umana; essendo impossibile far sparire la categorizzazione, essa va sfruttata per diminuire il
pregiudizio, ad esempio valorizzando l’importanza di tutti i gruppi, valorizzando il contributo unico dei loro
membri, in modo da rendere la categorizzazione positiva invece che negativa. Bisognerebbe mantenere
l’importanza dei gruppi in modo che nell’incontro positivo con un membro dell’outgroup, questo pensiero
possa essere generalizzato a tutto il gruppo.

Modello integrativo del contatto


Hewstone e Pettigrew hanno pensato che i modelli di personalizzazione e della mutua differenziazione non
necessariamente devono essere considerati l’uno l’antagonista dell’altro, ma bisognerebbe combinarli in
modo ottimale. La sequenza ideale sembra essere questa: partire da un contatto interpersonale, il piu’
possibile profondo e positivo; una volta instaurato un buon rapporto, rendere salienti le appartenenze ai
gruppi, cosi’ da favorire il processo di generalizzazione.
Questo modello e’ stato dimostrato da Hewstone in numerose ricerche nell’Irlanda del Nord, caratterizzata
da aspri scontri tra cattolici e protestanti. All’interno delle citta’ le interazioni sono ridotte al minimo, ma la
cosa cambia nell’ambiente universitario, in cui gli studenti sono tutti uniti. All’interno delle universita’ era
possibile creare rapporti di amicizia tra membri di gruppi differenti, ma non veniva data importanza alla
salienza del gruppo di appartenenza. Se, dopo la formazione dei rapporti, venisse riportata importanza sui
gruppi di appartenenza, il giudizio positivo potrebbe essere generalizzato a tutto il gruppo.

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