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IL CASO BATTISTI E LA GUERRA CIVILE DEGLI ANNI '70

La cattura di Cesare Battisti riapre una pagina torbida e ancora misconosciuta del nostro
Paese, quella degli anni '70, definiti “gli anni di piombo”. Il Totalitarismo liberale che ci
governa ha già messo in campo tutte le sue armi per distogliere l'opinione pubblica dai
fallimenti dell'attuale Governo in carica e utilizzare strumentalmente il caso per dare la
propria versione della Storia. La retorica populista si salda strettamente con il perbenismo
borghese e democristiano su cui si  è chiusa la Prima Repubblica e costruita la Seconda.
Cesare Battisti non è che un pretesto per riattizzare l'odio verso il grande nemico storico: il
comunismo.   Poco   importa   che   Battisti   sia   stato   o   meno   genuinamente   comunista.
Indifferente è il fatto che non sia rappresentativo del marxismo, da lui e da altri “terroristi
rossi”   ampiamente   frainteso.   Battisti   è   stato   elevato   dalla   borghesia   a   simbolo   del
comunismo e del peggio offerto in tal senso dalla sinistra degli anni '70. Mentre Parigi
brucia da settimane e l'Occidente si avvia da anni lentamente al suo declino, l'obiettivo vero
è rinfocolare l'immagine sempre più sbiadita del fallimento di ogni alternativa al sistema
presente. Il rimedio proposto è scontato: ravvivare un'identità “democratica” fondata sulla
legalità, sulla pace sociale, sull'odio razziale e sull'associazione al terrorismo per chiunque
metta in discussione il regime sociale vigente: il capitalismo.
Il caso Battisti diventa così un passo ulteriore per bombardare il popolo con una nuova
ondata   di   revisionismo   storico,   marcando   chiaramente   i   colpevoli   dei   peggiori   epiteti:
assassini,   terroristi,   violenti,   comunisti,   fanatici,   rivoluzionari,   pazzi,   ecc.   Al   gioco   delle
armi di distrazioni di massa vince chi offre di più nella sagra delle semplificazioni.
I   borghesi   l'hanno   chiamato   “terrorismo   rosso”   perché   banalmente   hanno   vinto   loro,   e
hanno   potuto   imporre   tale   etichetta   con   la   complicità   dell'intero   ordine   “democratico”,
compresi quei comunisti che avevano scelto la strada della via democratica al socialismo,
illudendosi   che   il   sistema   potesse   cambiare   con   le   urne.   Scomparso   è   il   nesso   tra   il
“terrorismo   rosso”   e   il   “terrorismo   nero”,   lo   “stragismo   di   Stato”,   la   “strategia   della
tensione”, i servizi segreti, la corruzione, il “fattore K”, la violenza dell'imperialismo e della
borghesia.   Scomparsa   è   la   consapevolezza   politica   che   anche   personaggi   come   Arafat,
Mandela, Dilma Rousseff, Pepe Mujica siano stati bollati in passato come terroristi, stesso
epiteto,   assieme   a   quello   di   “banditi”,   usato   dai   nazisti   per   screditare   i   partigiani
antifascisti. Si quietino i benpensanti: non mi passa neanche per la testa di associare la
statura di Cesare Battisti a questi giganti. Intendo però far riflettere sull'uso strumentale,
fazioso e politico di certi epiteti, su quanto cioè sia facile manovrare il linguaggio secondo
le proprie convenienze. 
La violenza del Capitale uccide ogni giorno nelle nostre città, nei nostri mari, nelle colonie
e nelle semi­colonie del “Terzo Mondo”... ma ciò non fa notizia, né tantomeno è definito
terrorismo.   Si   dirà   che   questa   è   un'altra   storia,   che   non   c'entra   niente.   Invece   c'entra
eccome, perché l'occultamento del contesto e dei moventi di certi azioni, e anche di certi
errori, non può che portare alla banalizzazione della condanna senza appello. Eppure c'è
una grande differenza tra una violenza politica difensiva, tesa a proteggere la collettività, e
una spregiudicata violenza offensiva, mirante a frenare la rivolta degli aggrediti e garantire
i privilegi di pochi signori. Non l'ha affermato solo Fidel Castro, nel primo processo che gli
fecero nel 1953, ma l'ha sostenuto in tempi non sospetti anche un certo Tommaso d'Aquino.
Non   propriamente   un   bolscevico...   Corsi   e   ricorsi   storici   per   argomentazioni   simili   ma
inutili. Nella Storia si è assistito milioni di volte alla stessa dinamica: i vinti giudicano, gli
sconfitti   soccombono.   Non   solo   politicamente,   militarmente,   socialmente,   ma   anche
moralmente e culturalmente.
Non si creda però che qui si intenda fare il panegirico di Cesare Battisti e di chi negli anni
'70 iniziò ad usare le pistole. Si illudevano infatti, sbagliando in partenza l'analisi, coloro
che ricorsero alla lotta armata senza che ve ne fossero le condizioni politiche, fallendo nella
conquista del necessario appoggio popolare e meritandosi così effettivamente l'epiteto di
terroristi, per il semplice fatto che nel gioco del “tutto o niente”, del “rien ne va plus”,
hanno fatto la puntata sbagliata alla roulette del piombo, perdendo tutto e lasciandoci tutti
con un sacco di macerie politiche e lutti irrisolti.
Nell'opera  In Difesa del Socialismo Reale e del Marxismo­Leninismo  ho scritto le seguenti
righe,   parlando   non   di   Battisti   quanto   delle   ben   più   note   Brigate   Rosse.   Mi   sembrano
ancora calzanti: 

«se   il   marxismo­leninismo   rigetta   la   non­violenza   esso   non   l'abbraccia   nemmeno   come   unica
soluzione politica, ma approda alla lotta armata quando ciò sia ritenuto utile e necessario, trovando
l'appoggio attivo e il consenso popolare. Alla stessa maniera stigmatizzare e giudicare dannose le
azioni terroristiche delle BR degli anni '70 non deve portare ad abbracciare l'ideologia non­violenta,
né   tanto   meno   a   dimenticare   le   ragioni   che   hanno   spinto   molti   compagni   e   compagne   ad
imbracciare le armi e darsi alla clandestinità. La responsabilità morale dell'errore politico intrapreso
da centinaia di persone che portavano avanti una lotta giusta con metodi sbagliati, nasce in primo
luogo   dall'imperialismo   che   ha   impedito   e   sabotato,   come   abbiamo   lungamente   visto,   la
compiutezza della democrazia liberale. In questo senso il processo che conduce alla lotta armata in
Italia non si differenzia così tanto da quello avvenuto nel resto del mondo, dove i movimenti armati
sono riusciti ad assumere un riconoscimento popolare ampio (non chiaramente dai settori della
borghesia e delle istituzioni) e a legittimarsi come partigiani della Resistenza antimperialista. Quel
che è mancato in Italia è stato, per le scelte prudenti del PCI, il rifiuto di mostrare e far palesare il
carattere   della   sovranità   limitata   della   democrazia   italiana,   denunciato   apertamente,   seppur   in
maniera   confusa,   dai   settori   brigatisti;   la   mancanza   di   questa   esplicitazione   ha   impedito   il
riconoscimento popolare che pure, come abbiamo visto, per un certo periodo non  è mancato di
sussistere tra larghi settori della classe lavoratrice.»1

Siamo un paese senza memoria, disse un giorno Pier Paolo Pasolini, con un'affermazione
oggi   più   valida   che   mai.   Ricostruire   in   maniera   adeguata   il   contesto   storico­politico   di
quegli   anni   mi   è   costato   tempo   e   fatica,   ma   ne   è   valsa   la   pena.   Oggi   chiunque   voglia
ragionare sul tema ha gli strumenti per obiettare puntualmente che non sempre la legalità
coincide con la giustizia. Che la violenza in certi casi è necessaria. Che ci sono i colpevoli e
che  ci  sono  i  più  colpevoli,  ma che se  non  si  vince,  storicamente  solo   i primi  alla   fine
vengono puniti. Che di innocenti e di assolti ce ne sono ben pochi, come cantava anche De
André   in   una   canzone   sospettata   a   sua   volta   di   fomentare   il   terrorismo.   Siamo   tutti
colpevoli.   Colpevoli   di   accettare   la   retorica   populista   di   politici   reazionari   che   con   una
mano occultano 49 milioni di euro e con l'altra indicano con dito minaccioso delinquenti,
stranieri e poveracci, accusandoli di essere l'origine di ogni male. Siamo colpevoli di aver
scelto di pensare solo a noi stessi, restando indifferenti verso il prossimo. Siamo colpevoli di
aver accettato in maniera sempre più acritica il sistema vigente. Siamo colpevoli di aver
accolto inconsapevolmente il vecchio paradigma del “mors tua, vita mea”. Siamo colpevoli
per non esserci ancora ribellati contro un sistema che ha ridotto le nuove generazioni alla
precarietà più assoluta, abbracciando quasi con gioia i mini­jobs offerti da “datori di lavoro”
miliardari che speculano in borsa sul futuro nostro e di altre milioni di persone.
Il totalitarismo liberale che ci avvolge è potente e a molti sembra vano combatterlo. Ai più
sembra impossibile riuscire a sconfiggere il senso comune, riaffermando la coscienza della
complessità   del   reale.   Val   la   pena   continuare   a   provarci,   ricordando   in   questo   caso   le
ragioni per cui nacque e proliferò, trovando per diversi anni ampio consenso popolare, la
lotta armata condotta da organizzazioni di ispirazione comunista nell'Italia degli anni '70.

1 A. Pascale, In Difesa del Socialismo Reale e del Marxismo­Leninismo, Vol. II, Intellettualecollettivo.it, 15 
dicembre 2017, pp. 1058­1059, disp. su http://intellettualecollettivo.it/.
Si   accuseranno   queste   righe   di   violenza   e   di   ingiustificabile   difesa   del   terrorismo.   Si
ricorderanno le vittime innocenti, con la consueta memoria selettiva. Respingo ogni accusa.
Si ama ricordare sempre solo le vittime che fanno comodo. Io invece voglio ricordarle tutte
le vittime di quegli e di questi anni, superando la morale filistea, borghese e cattolica che
condanna  le violenze  fisiche ma assolve come  “naturali” le violenze del  capitalismo. La
morale   non­violenta   dei   papi   e   dei   Bertinotti   serve   solo   a   giustificare   un'oppressione
quotidiana silenziosa che fa morire troppe persone innocenti in tutto il mondo, nel silenzio
collettivo,   spesso   delle   stesse   vittime.   Fa   morire   fisicamente   e   fa   morire   dentro,
spiritualmente, nell'accettazione passiva dell'ordine costituito, nella rassegnazione supina
del degrado esistente. La lotta armata non era negli anni '70 la soluzione giusta, anche se si
possono capire le ragioni per cui molti ci siano caduti. La lotta armata non è nemmeno oggi
la soluzione giusta, quantomeno non nel nostro Paese. La violenza, quella popolare, quella
di   massa,   potrà   però   essere   uno   strumento   necessario   un   domani   per   distruggere
l'oscurantismo e l'oppressione. Questo insegnamento politico è necessario trasmetterlo alle
nuove generazioni.
Le   ragioni   di   tali   affermazioni   si   trovano   nel   paragrafo   che   segue,  Dallo   stragismo   al
terrorismo rosso, tratto da In Difesa del Socialismo Reale 2. Sono righe che servono a ricordare
un pochino meglio, seppur ancora sommariamente, la Storia di una guerra civile, di anni
turbolenti in cui per molto tempo è stato chiaro alla gran parte della classe lavoratrice chi
fossero i veri colpevoli. La stupidità e gli errori di pochi non possono e non devono far
dimenticare le colpe e i ben più tremendi crimini di chi, iniziando questa guerra, non ha
mai pagato, morendo tra gli onori e gli elogi pronunciati da chi oggi plaude all'estradizione
di   Battisti.  L'ipocrisia  regna  sovrana  e  non  c'è   da  stupirsene.  Hanno   vinto   loro  e  fanno
quello che gli pare. Io però non dimentico le parole di Karl Marx: 
«Quando verrà il nostro turno, non abbelliremo il terrore».

Alessandro Pascale
13 gennaio 2019

DALLO STRAGISMO AL TERRORISMO ROSSO

Gli anni '70 non si possono comprendere se non sulla scia degli eventi avvenuti nel biennio
1968­69, durante i quali in tutto il mondo, ma ancor più in Italia, una serie impressionante
di   movimenti   giovanili   e   operai   scuote   profondamente   l'assetto   politico,   culturale,
economico   e   sociale   del   Paese.   Entrambi   i   movimenti,   pur   non   essendo   direttamente
controllati dalle organizzazioni politiche e sindacali di sinistra (anzi spesso queste vengono
esplicitamente   disprezzate   e   ripudiate),   si   caratterizzano   secondo   valori,   programmi   e
ideologie   riconducibili   alla   sinistra   marxista,   operaista   e   comunista.   Benché   i   due
movimenti siano originariamente autonomi e indipendenti non passa molto tempo prima
che   entrino   in   contatto,   sia   per   volontà   politica   degli   studenti,   sia   tramite   nuove
organizzazioni politiche che a posteriori  sono  state denominate complessivamente come
“Nuova Sinistra”, anche se caratterizzate in realtà da un modello organizzativo non così
nuovo   bensì   rifacentesi   al   leninismo,   secondo   una   logica   radicalmente   rivoluzionaria.   I
movimenti   di   protesta   operai,   più   o   meno   politicizzati,   intraprendono   spesso
autonomamente   numerose   lotte   tramite   scioperi,   occupazioni,   auto­organizzazioni,
mettendo in discussione le strutture sindacali tradizionali e obbligandole a radicalizzarsi (e
rendersi autonome anch'esse dai partiti di riferimento) nelle rivendicazioni e nelle modalità
di gestione del conflitto. Il risultato è un “autunno caldo” del 1969 durante il quale quasi

2 Ivi, pp. 967­973. Chi voglia approfondire quel periodo troverà molti altri paragrafi riguardanti 
l'argomento nel capitolo dedicato all'Italia da cui sono estratte queste pagine.
un   milione   e   mezzo   di   operai   sono   chiamati   allo   sciopero   in   tutta   Italia,   cogliendo   gli
imprenditori alla sprovvista e ottenendo importanti vittorie concretizzatesi nella firma di un
nuovo contratto nazionale in cui vengono garantiti aumenti salariali uguali per tutti, la
riduzione della settimana lavorativa a 40 ore, il diritto ad organizzare assemblee all'interno
delle fabbriche nelle ore lavorative e particolari concessioni agli apprendisti e ai lavoratori
studenti3. Sull'onda di questo imponente movimento operaio nasce quello che viene oggi
definito il “decennio rosso”4, ossia un periodo di intensa conflittualità socio­economica (non
solo in Italia ma un po' in tutta Europa occidentale) a cui segue ovunque una fervente
attività legislativa e riformista e che a livello politico consente un'ascesa anche elettorale
soprattutto di forze di sinistra riconducibili al marxismo.
Questo   “autunno   caldo”   viene   chiuso   bruscamente   dalla   bomba   di   Piazza   Fontana.
Nonostante le indagini iniziali puntino il dito contro settori anarchici e dell'estrema sinistra
emerge ben presto nell'opinione pubblica e nella stampa di sinistra l'individuazione della
matrice   politica   di   estrema   destra   dell'attentato,   favorito,   secondo   le   accuse,   da   settori
deviati dello Stato e dei servizi segreti. Gli anni '70 iniziano di fatto con questo evento che
segna l'avvio della stagione del terrorismo e di quella che  è passata alle cronache come
“strategia della tensione”. Il senso profondo dell'operazione è spiegato bene da De Bernardi
e Ganapini5: 

«L'attentato alla Banca dell'agricoltura aveva avuto il compito di diffondere il panico, di far credere
che   le   lotte   sociali   preludessero   all'eversione   violenta.   Una   volta   smontata   questa   accusa,   i
conservatori avrebbero potuto comunque sbandierare un'altra tesi: c'erano “opposti estremismi”, di
destra e di sinistra, contro i quali bisognava egualmente combattere. E ogni sciopero, ogni protesta,
ogni   manifestazione   venivano   additate   come   pericolosi   disordini   sociali,   a   prescindere   dalla
motivazione e dalle stesse forme in cui si realizzavano». 

Da   qui   originerà   anche   la   teoria   degli   “opposti   estremismi”   (MSI   e   PCI),   lanciata
successivamente   dalla   DC   per   riproporsi   con   forza,   agli   occhi   di   un'opinione   pubblica
sgomenta, come il pilastro dell'ordine democratico aggredito dalla sovversione di destra e
di   sinistra.   Il   rischio   della   minaccia   comunista   convince   anche   gli   USA   a   intervenire
seriamente   nelle  vicende  italiane.   L'interventismo   statunitense  nella   politica   italiana   era
avvenuto in maniera pressoché continua dal secondo dopoguerra in avanti, ma assume una
dimensione inedita a partire dal 1970, quando l'ambasciatore statunitense a Roma Graham
Martin si fa carico di rimettere in atto una forte attività clandestina in Italia. Come abbiamo
già visto con Tim Weiner6, «dopo aver ricevuto l'approvazione formale della Casa Bianca,
Martin [ambasciatore statunitense a Roma, ndr] sovrintese alla distribuzione di 25 milioni di
dollari ai democristiani e ai neofascisti italiani», una parte «ai partiti, una parte a singoli
individui». L'obiettivo degli statunitensi era rafforzare l'ala conservatrice della DC guidata
da   Giulio   Andreotti.   Ma   «il   finanziamento   occulto   dell'estrema   destra   alimentò   un   fallito
tentativo di colpo di Stato neofascista nel 1970», e fu usato inoltre per «finanziare operazioni
clandestine   della   destra,   comprese   stragi   terroristiche   la   cui   responsabilità   i   servizi   segreti
italiani addossarono all'estrema sinistra».
Il dato di un interventismo attivo degli USA in molteplici manovre poco chiare  è un dato
che emerge dalle prime conclusioni fatte dalla Commissione Parlamentare 7 che negli anni

3 P. Ginsborg, Storia d'Italia dal dopoguerra ad oggi, Einaudi, Torino 2006, pp. 412­433.
4 Ad esempio C. Cornelissen, B. Mantelli, P. Terhoeven,  Il decennio rosso: contestazione sociale e conflitto
politico in Germania e in Italia negli anni Sessanta e Settanta, Il Mulino, Bologna, 2012.
5 A. De Bernardi & L. Ganapini, Storia d'Italia. 1860­1995, Mondadori, Milano 1996, p. 489.
6 T. Weiner, CIA. Ascesa e caduta dei servizi segreti più potenti del mondo, BUR Rizzoli, Bergamo 2010, pp. 
290­292.
7 Parlamento. Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata
'90 analizzerà il contesto storico precedente allo stragismo: 

«Nell'iniziare a delineare, con riferimento al dopoguerra, il contesto in cui, un quarto di secolo più
tardi,   conflagreranno   le   fiammate   del   terrorismo   e   dello   stragismo,   appare   più   possibile   alla
Commissione trarre, sulla base di quanto si è esposto, alcune preliminari conclusioni:
­è certo che già negli ultimi anni del conflitto mondiale furono stretti rapporti tra settori politici e
istituzionali e il potere mafioso.
­è fortemente probabile che tali rapporti siano proseguiti nei decenni successivi.
­è  certo che nell'immediato  dopoguerra  furono  costituite  strutture paramilitari  segrete operative
soprattutto nella parte Nord orientale del paese.
­è certo che a tali organizzazioni furono assegnati compiti non solo difensivi, ma anche informativi e
di controinsorgenza.
­è certo che nel medesimo arco temporale sorsero nel paese organizzazioni di natura privata in
funzione anticomunista.
­è probabile che il sorgere di tali organizzazioni sia stato favorito anche con aiuti finanziari da parte
degli Stati Uniti.
­è   altamente   probabile   che   all'interno   dell'organizzazione   del   Ministero   dell'Interno   siano   state
costituite strutture che, al di là di compiti istituzionali apparentemente loro affidati, perseguissero
analoghe finalità.
­è probabile un accentuato parallelismo operativo tra le anzidette strutture pubbliche e private.
­è indubbio che tali certezze e tali elevate probabilità obbedissero ad un unico, quanto inequivoco,
disegno strategico.
­con   la   ovvia   conseguenza   della   intrinseca   debolezza   di   un   quadro   democratico,   che   mentre
apparentemente andava consolidandosi, continuava a posare su fragili basi perché a livello occulto
costantemente posto in discussione, si dà apparire sostanzialmente a rischio di tenuta».

Finanziato e sostenuto dagli statunitensi, il terrorismo di destra manifesta la sua maggiore
vitalità proprio nel primo lustro degli anni '70. Tra il 1969 e il 1975 si ha infatti una netta
prevalenza di comportamenti violenti imputabili a gruppi di destra, con cifre pari al 95%
tra il 1969 e il 1973, all'85% nel 1974, al 61% nel 1975 8. Nello specifico le stragi più
importanti di questo periodo sono quelle di Gioia Tauro (22 luglio 1970, 6 morti e 72
feriti), Petano di Sagrado (31 maggio 1972, 3 morti e un ferito), questura di Milano (17
maggio 1973, 4 morti e 46 feriti), Brescia in Piazza della Loggia (28 maggio 1974, 8 morti
e 103 feriti), treno Italicus (4 agosto 1974, 12 morti e 44 feriti) 9. Come ricorda Giovanni De
Luna, «per nessuna di queste stragi […] è stato trovato un colpevole in chiave giudiziaria», il
che porta lo storico a concludere che la prima spiegazione di ciò stia nel fatto che «in tutti
questi episodi sono implicati uomini dello Stato. Lo Stato ha quindi rinunciato a fare giustizia
ogni volta che si profilava un coinvolgimento dei suoi apparati»10. 
Il protagonismo del neofascismo ottiene anche un vasto consenso di quella che viene presto
chiamata “maggioranza silenziosa” che si manifesta ad esempio nella vera e propria rivolta
di   Reggio   Calabria   del   1970,   cavalcata   vittoriosamente   da   un   MSI   che   ottiene   una
travolgente vittoria elettorale nel '71 alle elezioni amministrative nelle città del Sud. Ma
anche un po' più a Nord il movimento sociale cresce irresistibilmente (a Roma raggiunge il
16,2%)   sull'onda   di   un   nuovo   movimentismo,   quello   della   cosiddetta   “maggioranza
silenziosa”, che nella primavera del '71 fa la sua comparsa sulla scena. A mobilitarsi sono
alcune fasce della società che scendono in piazza per chiedere “ordine”, per dire “basta” agli
individuazione  dei  responsabili  delle  stragi,  L'Italia  delle  Stragi,  vol.  I  ­  Da   Portella   della  Ginestra  alla
strategia della tensione della relazione della Commissione Stragi, Il Minotauro, Milano 1997, p. 35.
8 G. De Luna, Le ragioni di un decennio. 1969­1979. Militanza, violenza, sconfitta, memoria, Feltrinelli, 
Milano 2009, p. 70.
9 Per tale prospetto si è fatto riferimento a C. Lo Re,  La strategia della tensione in Italia e in Europa. Alle
radici del pensiero unico, Edizioni Associate, Roma 1998, pp. 147­150.
10 G. De Luna, Le ragioni di un decennio, cit., p. 31.
scioperi   operai,   alle   occupazioni   delle   università,   alle   agitazioni   dei   gruppi
extraparlamentari, insomma a quello stato di permanente disordine ormai quotidiano 11.
La saldatura tra missini e settori rispettabili della borghesia “d'ordine” preoccupa la DC che
per gettare discredito sui neofascisti si decide a denunciare un tentativo golpista avvenuto
qualche   mese   prima:   Junio   Valerio   Borghese,   ex   comandante   della   X   Mas   durante   la
repubblica di Salò, con un battaglione di guardie forestali e un gruppo di ex paracadutisti
aveva occupato nel dicembre 1970 alcuni locali del Ministero dell'Interno, immediatamente
sgomberati dalla polizia. L'episodio, pur nella sua gravità, era passato sotto silenzio; ma
adesso   fa   comodo   pubblicizzarlo   soprattutto   per   delegittimare   il   neofascismo   agli   occhi
dell'opinione pubblica12. Secondo Ginsborg 

«Borghese era chiaramente un avventuriero senza molti appoggi, ma ancora una volta emersero
prove sconcertanti circa i suoi legami con settori dell'esercito e dei servizi segreti. Nel 1974, dopo
molti rinvii, quattro generali vennero accusati di complicità nel tentato colpo di stato di Borghese;
uno di essi era Vito Miceli, il capo dei servizi segreti. Nel processo che seguì vennero tutti assolti»13. 

Giannulli   riconduce   tale   processo,   svoltosi   nel   1974,   alla   scoperta   dell'organizzazione
clandestina “Rosa dei Venti”, che avrebbe preparato un altro tentativo di colpo di Stato
nella   primavera   del   1973,   con   identiche   connessioni   tra   neofascismo   e   servizi   segreti 14.
Nonostante il “caso Borghese”, il MSI nelle elezioni Politiche del 1972 diventa il quarto
partito   italiano,   mettendo   in   allarme   gli   animi   più   sensibili   all'eredità   della   Resistenza
partigiana antifascista. 
In questi anni a livello politico­parlamentare la risposta data si concretizza nell'elezione del
notabile democristiano Giovanni Leone alla presidenza della Repubblica (1971), segno di
un ritorno centrista della DC, appoggiata dai fascisti; e la costituzione, nel 1972, di un
governo Andreotti­Malagodi (cioè democristiani e liberali) che sembra mettere in soffitta il
pur timido riformismo del centro­sinistra degli anni precedenti. In questo clima, se da un
lato   ci   sono   «le   forze   oscure   delle   trame   nere   e   delle   stragi   di   stato»”15  dall'altro   lato
cominciano a sorgere per reazione i primi nuclei di formazioni che assumono il nome di
Brigate rosse (che saranno affiancate da altre organizzazioni).  È stato segnalato come la
storia   delle   Brigate   Rosse   coincida   inizialmente   solo   limitatamente   con   il   movimento
universitario,   nonostante   che   la   gran   parte   dei   suoi   membri   maturino   tali   scelte   da
discussioni in collettivi studenteschi. Tutte le azioni della neoformazione armata saranno
piuttosto indirizzate alla fabbrica e al lavoro, caratterizzandone quindi piuttosto la natura
operaia   e   comunista,   di   cui   si   rivendica   l'appartenenza   ricollegandosi   al   mito   della
“Resistenza   tradita”,   affermando   di   conseguenza   la   propria   appartenenza   all'esperienza
gappista partigiana, godendo per questo anche di un certo consenso ideologico (anche se
non fattuale) da parte di vasti gruppi della classe operaia 16.  Secondo diversi storici la
nascita   del   terrorismo   rosso   nasce   però   anzitutto   come   reazione   antifascista   e
difensiva   alla   violenza   dello   stragismo   e   dell'eversione   autoritaria   condotta   dallo
Stato e dalla galassia neofascista17. 
Aldo Giannulli ricorda ad esempio come nell'estate del 1972, in seguito all'omicidio del
commissario   Calabresi,   vengano   denunciati   centinaia   di   militanti   di   varie   formazioni

11 S. Colarizi, Storia dei partiti nell'Italia repubblicana, Laterza, Roma­Bari 1994, p. 372.
12 Ivi, pp. 372­373.
13 P. Ginsborg, Storia d'Italia dal dopoguerra ad oggi, cit., p. 453.
14 A. Giannulli, Bombe a inchiostro, BUR, Milano 2008, pp. 294­304.
15 A. De Bernardi & L. Ganapini, Storia d'Italia. 1860­1995, Mondadori, Milano 1996, p. 490.
16 P. Casamassima, Il libro nero delle Brigate Rosse, Newton Compton, Roma 2008, pp. 10­12, 25­28.
17 G. De Luna, Le ragioni di un decennio, cit., pp. 78­95.
dell'estrema   sinistra,   paventandosi   anche   la   possibilità   di   renderle   integralmente
fuorilegge18. È in questo clima che si allarga ed estende il reclutamento delle formazioni di
sinistra che vedono nella lotta armata l'unica risposta rimasta da dare nel contesto vigente.
Dal   1973   pesa   anche   la   questione   energetica   per   gli   sviluppi   internazionali   che   hanno
ripercussioni   estremamente   negative   sull'economia   italiana   e   sull'ulteriore   spaesamento
culturale   e   sociale   che   questi   avvenimenti   producono   nel   Paese.   Il   disorientamento   nei
gruppi della “nuova sinistra”, si collega con il fallimento dell'opzione elettoralistica tentata
nelle elezioni Politiche del 1972. La chiusura e lo sbandamento di organizzazioni come
Potere   Operaio   o   Lotta   Continua   negli   anni   seguenti   costituiranno   uno   dei   settori   di
reclutamento per le Brigate Rosse, la cui data di nascita è il 1970, anche se «la loro prima
azione clamorosa è il rapimento di un dirigente dell'azienda Sit­Siemens nel 1972»19.
Secondo  Giannulli  la decisione di  porre fine alla strategia della tensione da parte della
borghesia italiana e delle forze riconducibili agli USA e alla NATO viene meno soltanto tra
1973 e 1974, in un mutato clima internazionale e nella constatazione della necessità di
scendere   a   patti   con   le   sempre   più   combattive   forze   operaie   e   le   loro   organizzazioni
(alludendo in particolare al PCI) 20. Ciò non impedisce però alcuni “colpi di coda” di alcuni
settori neofascisti, che sfociano nelle stragi di Piazza della Loggia e dell'Italicus del 1974.
L'annata è caratterizzata inoltre dalla scoperta degli ennesimi scandali di corruzione (lo
“scandalo   dei   petroli”   e   il   caso   Lockheed)   che   nel   1974   mettono   in   crisi   il   partito
democristiano.21 Questi eventi spiegano la radicalizzazione delle BR che dall'inizio del 1974
cambiano metodo, sequestrando il giudice di Genova Mario Sossi e raggiungendo così una
certa   notorietà   a   livello   nazionale22.   In   reazione   all'avanzata   sempre   più   dilagante   del
terrorismo rosso il 22 maggio 1975 viene approvata la legge Reale sull'ordine pubblico che
autorizza le perquisizioni personali anche senza il permesso del magistrato, rende più facile
l'uso di armi da fuoco da parte delle forze dell'ordine, allarga il ventaglio di possibilità per
infliggere   il   soggiorno   obbligato   e   consente   una   serie   di   altre   misure   restrittive.   Per   le
sinistre extraparlamentari è un passo avanti nella “fascistizzazione dello Stato”. L'appoggio
del PCI alla legge, unita alla sua politica di alleantismo con la DC considerata connivente
dello   stragismo   alimenta   ulteriormente   il   distacco   dei   movimenti   sociali   dalla   politica
istituzionale e l'escalation di violenza nell'adesione alla lotta armata di svariati militanti,
che iniziano a concepire il progetto di lottare non più soltanto per uno scopo difensivo, ma
direttamente   per   l'abbattimento   rivoluzionario   dello   stato   borghese   e   l'avvento   di   una
rivoluzione socialista23. 
La situazione europea nel 1975­76 è inoltre causa di forte preoccupazione per gli USA: 

«il Portogallo era nella stretta della rivoluzione, in Spagna il regime di Franco era agli sgoccioli, in
Francia la sinistra unita sembrava sul punto di prendere il potere; Grecia e Turchia erano ai ferri
corti   per   Cipro,   e   adesso   in   Italia   la   DC   sembrava   alla   vigilia   di   dover   vedere   il   potere   ai
comunisti»24. 

È in questo clima che si va a votare nelle elezioni Politiche del 1976, in cui si paventa il
possibile sorpasso del PCI ai danni della DC. In un tale contesto sia la Gran Bretagna che gli

18 A. Giannulli, Bombe a inchiostro, cit., pp. 170­172. Calabresi era stato accusato esplicitamente da gruppi
dell'estrema   sinistra   di   essere   stato   l'assassino   dell'anarchico   Giuseppe   Pinelli,   morto   in   circostanze
misteriose durante un interrogatorio nella questura di Milano in seguito ai fatti di Piazza Fontana.
19 S. Colarizi, Storia dei partiti nell'Italia repubblicana, cit., pp. 367, 414­415.
20 A. Giannulli, Bombe a inchiostro, cit., pp. 277­278. 
21 S. Colarizi, Storia dei partiti nell'Italia repubblicana, cit., pp. 420­423.
22 P. Ginsborg, Storia d'Italia dal dopoguerra ad oggi, cit., p. 489.
23 G. De Luna, Le ragioni di un decennio, cit., pp. 114­116.
24 P. Ginsborg, Storia d'Italia dal dopoguerra ad oggi, cit., p. 503.
USA   studiano   la  possibilità   di   mettere  in atto   un  colpo   di   Stato   nel  caso   in cui   questa
situazione si verifichi. La vittoria del PCI non è però tale da attuare il “sorpasso” sulla DC, e
i successivi governi frustrano sempre più le istanze di un movimento giovanile sempre più
ampio e radicalizzato che nel 1977 arriva a sparare nelle città. Questo d'altronde è l'anno di
punta   delle   BR,   che   ha   iniziato   ad   utilizzare   l'omicidio   politico   a   fine   dichiarato   della
propria azione dal 197625, e pesca ormai a piene mani nel sempre più ampio mondo della
“autonomia” che non si riconosce più nel PCI, accomunato alla “partitocrazia”. Le azioni
delle   BR   di   altri   gruppi   diventano   sempre   più   ampie:   espropri   proletari,   rapine   per
autofinanziamento, minacce, pestaggi, “strategia della P38”. In quest'anno si registra un
picco nell'escalation della violenza terrorista: 7 persone vengono uccise e 40 ferite. Tra le
vittime ci sono personaggi di prestigio del giornalismo – Montanelli che viene “gambizzato”
e il vice direttore della Stampa, Casalegno viene assassinato. Secondo la Colarizi 

«le BR stanno attuando il primo tempo della “strategia dell'annientamento” che punta a seminare il
terrore tra i “servi dello Stato”, nei settori della classe dirigente pilastro dell'ordine istituzionale; la
seconda fase prevede l'attacco diretto al potere politico che scatta l'anno successivo, 1978, con il
rapimento di Moro»26.

Ginsborg   ritiene   che   «le   Brigate   Rosse   speravano   che   il   movimento   del   '77   sarebbe   stata
l'occasione attraverso la quale il terrorismo sarebbe diventato un fenomeno di massa. Se ciò
fosse avvenuto non vi è alcun dubbio che la Repubblica non sarebbe sopravvissuta nella sua
forma   attuale»27.   Niente   di   tutto   ciò   si   realizza   però   quando   il   16   marzo   1978   le   BR
rapiscono (uccidendo i cinque uomini della scorta) il presidente della DC Aldo Moro, nel
giorno in cui si vota la fiducia al nuovo governo Andreotti sul quale il PCI si riserva di
decidere   fino   all'ultimo.   Sono   molti   i   punti   rimasti   oscuri   della   vicenda,   su   cui   si   sono
versati fiumi di inchiostro28. La constatazione che più interessa in quest'analisi è che questo
rappresenta l'ultimo momento di gravissima crisi istituzionale attraversato da un Paese che,
pur   rifiutando   con   un'ampia   mobilitazione   popolare   l'azione   terroristica   delle   BR,   non
accetta di schierarsi in maniera compatta con uno Stato accusato per la sua corruzione e
connivenza con lo stragismo. Sono molte le voci anche famose (tra cui lo scrittore Leonardo
Sciascia)  che  si  identificano   nello   slogan “né  con  lo  Stato  né   con le BR”,  che  trova   un
consenso non indifferente soprattutto nella classe operaia. È indubbio però che l'uccisione
di   Moro,  avvenuta  il  9   maggio   1978,   segni   la   fine  “politica”  delle  BR   e  il  conseguente
declino   organizzativo   e   di   ampio   consenso   sociale   che   l'aveva   fino   a   quel   momento
caratterizzato. Le Brigate Rosse e altri gruppi affiliati avrebbero continuato ad uccidere (29
persone nel 1978, 22 nel 1979, 30 nel 1980), ma in un isolamento sempre maggiore che ne
sancirà   l'incapacità   evidente   di   mettere   in   discussione   la   sopravvivenza   dello   Stato
democratico, che negli anni a venire riuscirà anzi a recuperare credibilità con le masse
grazie allo spessore morale del nuovo presidente della Repubblica Sandro Pertini (1978­
85). 
Gli strascichi della crisi istituzionale però proseguiranno a lungo, sopendosi del tutto solo
nel   corso   degli   anni   '8029.   Il   declino   delle   BR   si   accompagna   a   quello   della   proposta
“istituzionale” del PCI, e ad un generale riflusso conservatore che prende il sopravvento in
tutta Europa nei biennio 1979­80. L'ondata conservatrice si concretizza anche in Italia nella
simbolica “marcia dei 40 mila” dirigenti, capisquadra, impiegati e operai FIAT di Torino che

25 Parlamento, L'Italia delle Stragi, cit., p. 101.
26 S. Colarizi, Storia dei partiti nell'Italia repubblicana, cit., p. 481
27 P. Ginsborg, Storia d'Italia dal dopoguerra ad oggi, cit., p. 516.
28 Per un'analisi dettagliata dell'evento ci si è rifatti comunque a P. Casamassima, Il libro nero delle Brigate
Rosse, cit., pp. 145­218.
29 P. Ginsborg, Storia d'Italia dal dopoguerra ad oggi, cit., p. 518­520.
nel 1980 si oppongono al prosieguo di uno sciopero durato 34 giorni. Questo evento segna
l'inversione   di   tendenza   in   una   conflittualità   sociale   e   operaia   rimasta   viva   per   tutto   il
decennio,   ponendo   le   basi   per   una   vera   e   propria   svolta   socio­culturale   e   politica   che
caratterizzerà in senso inverso il decennio degli '80s 30. In questi ultimi scampoli di decennio
rimangono   ancora   alcuni   fatti   importanti   e   degni   di   nota   che   avrebbe   dato   ulteriori
argomenti residui ai brigatisti nella violazione pericolosa di basilari diritti civili: il 7 aprile
del 1979 vengono arrestati e detenuti per anni numerosi docenti (tra questi il nome più
famoso quello di Antonio Negri), intellettuali e studenti sospettati di terrorismo e accusati
con una serie di accuse dimostratesi negli anni completamente false 31. 
Su altri terreni, in dimensioni altrettanto oscure, c'è chi tesse negli stessi anni progetti di
eversione e intanto lucra su speculazioni illecite, utilizzando l'assassinio per porre a tacere
chi indaga. Si tratta della vicenda della loggia massonica segreta P2, emersa nel 1981 nel
corso di un'indagine sul banchiere Michele Sindona, responsabile del fallimento del Banco
Ambrosiano con Roberto Calvi (morto in circostanze tuttora non chiarite a Londra l'anno
successivo). Sindona, a sua volta avvelenato in carcere nel 1986, fu anche giudicato come il
mandante dell'assassinio dell'avvocato Giorgio Ambrosoli (settembre 1979), liquidatore del
Banco.   Sulla   P2   un'indagine   parlamentare   ha   accertato   responsabilità   di   piani   diretti   e
un'eversione in senso  autoritario dello  Stato; il suo  capo, Licio Gelli,  è  stato  oggetto  di
diverse   condanne  (nonché   di   una  successiva  e  assai   discussa  assoluzione);  la  loggia   P2
compare più volte in connessione allarmante con le stragi attribuibili alla destra eversiva
nel corso degli anni ottanta (la bomba alla stazione di Bologna, 2 agosto 1980, che fece 85
morti e 200 feriti; la strage del treno Italicus, 23 dicembre 1984, che fece 15 morti e 267
feriti)32. Altissimo in definitiva è stato il prezzo di sangue pagato dal Paese nel periodo più
acuto della crisi, e cioè dal 1969 al 1980: 362 morti e 4490 feriti. 33

30 Su tali eventi si veda S. Colarizi, Storia dei partiti nell'Italia repubblicana, cit., pp. 574­575 e P. Ginsborg,
Storia d'Italia dal dopoguerra ad oggi, cit., p. 540­545.
31 A. Giannulli, Bombe a inchiostro, cit., pp. 412­419. 
32 A. De Bernardi & L. Ganapini, Storia d'Italia, cit., p. 498.
33 Parlamento, L'Italia delle Stragi, cit., p. 91.