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Microbiologia

Il termine microbiologia deriva da mikro (piccolo), bio (vita) e logia (scienza): essa è la scienza che
studia i microrganismi, ossia i microbi. Questi sono esseri viventi di piccole dimensioni
(microscopiche, osservati soltanto al microscopio). Tra questi microrganismi possiamo distinguere
alcuni gruppi:
1. Batteri
2. Miceti microscopici
3. Protozoi
Tutti questi microrganismi rappresentano comunque forme di vita (sono in grado di moltiplicarsi
autonomamente e di riprodursi). Ogni microrganismo è costituito da cellule (definizione). La
maggior parte di questi sono unicellulari, anche se ne esistono di pluricellulari; sono poi ubiquitari
(avendo un comportamento elastico, sono in grado di vivere anche in condizioni di pH o condizioni
estreme).
Possiamo distinguere:
1. Microrganismi eucarioti (protozoi, miceti microscopici). Questi presentano un nucleo vero
(il materiale genetico è circondato dalla membrana nucleare). La cellula eucariote presenta
poi veri e propri apparati di membrane intracellulari (apparato di Golgi, ecc.), assenti nei
microrganismi procarioti.
Le cellule eucariotiche sono normalmente 10 volte più grandi di quelle procariotiche.
2. Microrganismi procarioti (batteri o schizomiceti). Questi hanno un nucleo primordiale
(acido nucleico immerso direttamene nel citoplasma, non delimitato da membrane nucleari).
E’ assente la compartimentalizzazione intra citoplasmatica.
La microbiologia medica e clinica affronta i microrganismi patogeni per l’uomo. Questo è un
organismo in grado di moltiplicarsi nei tessuti di organismi pluricellulari (animali o vegetali)
provocando, con vari meccanismi, diversi processi morbosi. L’obiettivo principale della
microbiologia clinica è quella di prevenire o curare malattie infettive, ossia sostenute da batteri,
miceti microscopici, protozoi, virus e elminti. Questi ultimi due, però, non rientrano nella
definizioni di microrganismi.
Ma quali agenti infettanti studia la microbiologia medica?
1. Batteri
2. Protozoi
3. Funghi (miceti)
4. Elminti
5. Artropodi
Tutti questi agenti infettivi sono composti da cellule. Tuttavia, mentre gli elminti e gli artropodi
sono pluricellulari, i batteri e i protozoi sono unicellulari. I funghi, invece, possono essere sia
unicellulari che pluricellulari. Inoltre, mentre artropodi, elminti, funghi e protozoi, sono eucarioti, i
batteri sono procarioti.

Per quanto riguarda i virus e i prioni, questi non sono cellule: per questo motivo non rientrano nel
riquadro generale. Sono costituiti soprattutto da proteine e acidi nucleici (virus) e solo proteine
(prioni).
Nell’ambito della microbiologia troviamo la virologia, prettamente correlata allo studio dei virus.
Le dimensioni dei virus si esprimono in nanometri (millesima parte di un micron); sono parassiti
intracellulari obbligati, ossia non in grado di moltiplicarsi al di fuori di cellule.
La batteriologia, invece, studia i batteri o schizomiceti. Questi sono microrganismi procarioti,
unicellulari e possiedono dimensioni che vanno fra 0.1 µm a 20µm.
La micologia studia i miceti, che possono essere distinti in micromiceti e macromiceti. Fra i
micromiceti troviamo i lieviti (unicellulari) e le muffe (normalmente pluricellulari). Generalmente, i
lieviti hanno dimensioni fra 2 e 10 µm e da 3 a 15 µm per le muffe.
La parassitologia è lo studio dei parassiti. Abbiamo i
1. Protozoi. Sono microrganismi eucarioti, unicellulari, con dimensioni che vanno da 0.5 a 70
µm.
2. Gli elminti (vermi), che sono organismi eucarioti, pluricellulari, con dimensioni che vanno
da pochi mm ad alcuni metri.
3. Gli artropodi. Questi sono organismi eucarioti, pluricellulari, di dimensioni che vanno da
pochi mm a svariati cm. Alcuni di questi interessano la microbiologia o perché trasmettono
agenti infettanti o perché causano infestazioni contagiose.

I microrganismi si trovano ovunque (ubiquitari). Quasi tutti conducono una vita autonoma
(saprofiti), anche se esistono coloro che vivono in associazione con piante o animali (simbiosi).
Questa simbiosi può assumere varie forme:
1. Simbiosi mutualistica, dove abbiamo un beneficio reciproco: sia il microrganismo che
l’organismo ospitante traggono benefici dalla simbiosi.
2. Simbiosi commensualistica, dove abbiamo un beneficio unilaterale. Il microrganismo trova
le condizioni per vivere e né danneggia, né provoca vantaggi al nostro organismo.
3. Simbiosi parassitaria, dove il microrganismo trae beneficio dalla convivenza, a scapito
dell’organismo ospitante.
Nei primi due gruppi rientrano i microrganismi della cosiddetta flora associata, mentre nel secondo
gruppo abbiamo i microrganismi potenzialmente patogeni (potenzialmente, poiché il tutto dipende
anche dalle condizioni dell’ambiente ospitante).

La flora associata
Il nostro organismo è colonizzato da migliaia di specie batteriche, alcuni funghi e protozoi. I
microbi colonizzano e si trovano su tutta la superficie del nostro corpo, come la cute, ma anche e
membrane mucose che si trovano in contatto con l’ambiente esterno (apparato respiratorio,
digerente, urinario, genitale). L’ambiente interno (come sottomucosa, tessuti profondi, sangue,
liquor, liquido sinoviale) è sterile!
Le comunità microbiche che fanno parte della flora associata si trovano in equilibrio fra di loro, che
in condizioni normali non provocano patologie: queste specie microbiche, in altre parole, si
controllano a vicenda e raggiungono particolari concentrazioni capaci di mantenere un equilibrio.
Se viene a mancare questo equilibrio, la specie che comincia a predominare, può causare delle
patologie.
La flora associata viene acquisita al momento della nascita. Lo spettro elle specie batteriche variano
con l’età, il sesso, ecc.
Questa flora ha molte funzioni:
1. Produce sostanze utili per l’ospite, come l’acido folico o la vitamina K.
2. Ha un ruolo difensivo, poiché stimola il sistema immunitario e impedisce la colonizzazione
da parte di alcuni patogeni (azione antagonista).
In condizioni di immunodepressione o per altre cause, i microbi della flora associata possono
“diventare” patogeni. Questi vengono chiamati patogeni opportunisti o patogeni occasionali.

La simbiosi parassitaria e l’infezione


L’infezione e la malattia rappresentano la conseguenza di una simbiosi parassitaria.
L’infezione è la capacità dell’agente infettante di penetrare e moltiplicarsi nell’ospite, superando le
sue difese antimicrobiche.
La malattia, invece, corrisponde alla comparsa dei segni e dei sintomi di sofferenza,
soggettivamente avvertibili e oggettivamente rilevabili. Può, quindi, capitare anche che il soggetto
sia infettato, ma non si ammali. Esiste, infatti, la cosiddetta teoria dell’iceberg: la maggior parte
dell’iceberg si trova sott’acqua: ciò che si vede è solo una piccola punta. La stessa cosa accade con
l’infezione e la malattia. Molte volte il nostro organismo si infetta, ma riesce a bloccare l’infezione
prima che questa provochi la vera e propria malattia (infezioni asintomatiche o subcliniche).
Soltanto una piccola parte delle infezioni si traducono poi in malattia (punta dell’iceberg).
Ogni infezione è caratterizzata:
1. Dal modo con cui questa comincia (infezione
esogena o infezione endogena)
2. Dalla sua durata (infezione acuta o infezione
cronica)
3. Dal modo con cui questa si conclude (infezione
asintomatica o infezione che sfocia in una malattia)
Le infezioni esogene sono sostenute da agenti di infezione
che arrivano dall’esterno (altri soggetti infetti, sia malati
che portatori sani; artropodi vettori; materiali inanimati che
fungono da veicoli dell’infezione; animali infetti, come nel
caso della rabbia).
Le infezioni endogene, invece, sono sostenute da microbi
già presenti all’interno del nostro organismo; si tratta, normalmente, di specie batteriche che fanno
già parte della flora associata. Questa infezione endogena può essere causata da un’espansione
incontrollata ed eccessiva di una o più specie normalmente presenti in un distretto dell’organismo.
A volte, però, questa tipologia di infezione può essere causata anche dal trasferimento di alcuni
microbi da un distretto dell’organismo abituale ad uno non abituale, dove le difese immunologiche
non sono sufficienti a controllarlo.

Per quanto riguarda l’evoluzione dell’infezione, la maggior parte di queste comincia con la
colonizzazione da parte di un microrganismo di una superficie corporea, più frequentemente sulle
mucose (respiratoria e gastrointestinale).
Alcuni microrganismi provocano le cosiddette infezioni localizzate, ossia un’infezione di una
superficie corporea; questa può estendersi per contiguità, restando comunque sempre localizzata
alla superficie (breve periodo di incubazione)
Altri microrganismi, invece, dal sito primario dell’infezione, possono penetrare i tessuti profondi e,
attraverso il circolo sanguigno, raggiungono tessuti e organi interni (lungo periodo di incubazione).
La localizzazione di determinati microrganismi è dettata dal cosiddetto tropismo, ossia la presenza
di alcuni recettori per particolari virus. E’ per questo che alcuni virus possono infettare unicamente
alcune zone corporee ben precise.
Per quanto riguarda la durata dell’infezione, la moltiplicazione o meno dell’agente di infezione e la
presenza o meno della sintomatologia clinica, si possono distinguere alcuni schemi.
Abbiamo, per esempio, l’infezione acuta (maggior parte delle infezioni). Ha una durata variabile, di
solito breve (giorni o settimane). Gli agenti infettanti, che sono stati capaci di superare le difese
innate ed instaurare l’infezione, vengono poi eliminati dalle difese immunologiche dell’organismo.
Troviamo, poi, l’infezione cronica (per esempio, l’epatite B). Questa si mantiene anche in presenza
di una risposta specifica dell’ospite. In questo caso, dopo la fase acuta, l’agente infettante non viene
eliminato, ma continua a moltiplicarsi a livelli bassi e per lungo tempo, anche fino alla morte
dell’ospite: si viene, quindi, ad instaurare una specie di equilibrio fra le risposte dell’ospite e le
capacità replicative dell’agente infettante.
Poi abbiamo l’infezione latente, in cui si ha un rapporto infettivo di lunga durata, caratterizzato
dall’assenza dimostrabile dell’agente infettivo. Dopo la fase acuta, si instaura una persistenza
accompagnata dalla latenza biologica e latenza clinica. In altre parole, il virus resta in una modalità
non funzionante, anche se risulta presente. Esiste però la possibilità di una riattivazione improvvisa
dell’agente con la conseguente ripresa moltiplicativa e, quindi, dell’insorgere della malattia.
Infine, abbiamo l’infezione lenta (come l’HIV), con un lunghissimo periodo di incubazione (anni),
seguito da una malattia progressiva e una continua moltiplicazione dell’agente infettivo.
Le malattie infettive sono, quindi, l’espressione dei danni strutturali e/o funzionali che l’agente
infettivo provoca direttamente o indirettamente ai tessuti. L’infezione provoca un:
1. Danno diretto: provocato dalla moltiplicazione dell’agente o dall’azione dei suoi prodotti.
2. Danno indiretto: dovuto alla potente risposta dell’ospite (su base immunopatologica).

La cellula batterica
I batteri sono organismi unicellulari, con organizzazione procariote. Hanno dimensioni piccole
(vengono osservati già al microscopio ottico), espresse in micron. Le forme più comune degli
organismi batterici sono la forma sferica e cilindrica. Sia
in natura, come in terreni di coltura, i batteri possono
trovarsi o come singole cellule, ma possono anche essere
presenti come aggregati.
Si riproducono per scissione binaria, un processo molto
più semplice della mitosi, attraverso il quale, da una
cellula di partenza, si hanno comunque due cellule figlie
identiche.
Una delle forme batteriche più comuni è quella sferica
(cocco). Come già detto, possiamo trovare anche aggregati
cellulari: i più diffusi sono i cosiddetti streptococchi, dove
le cellule sono disposte a catenella. Poi abbiamo gli staphylococchi, se hanno una tipica
disposizione a grappolo d’uva. Abbastanza frequenti sono, infine, i diplococchi, ossia due cellule
unite insieme. E’ importante ricordare però come, nell’ambito dell’aggregato, ogni cellula
rappresenta sempre un organismo autonomo.
Un’altra forma caratteristica è quella allungata (bacillo). Poi troviamo i cosiddetti vibrioni, di
forma cilindrica, ma che presentano una curvatura lungo l’asse maggiore. Se, invece, presentano più
curvature lungo l’asse maggiore, abbiamo gli spirilli.
Nella cellula batteria possiamo distinguere alcune:
1. Strutture essenziali (obbligatorie), sempre presenti, indispensabili. Cominciando
dall’esterno, troviamo la parete cellulare; poi abbiamo la membrana citoplasmatica, il
citoplasma. All’interno di quest’ultimo sono presenti i ribosomi e il nucleoide. Quest’ultimo
indica la zona del citoplasma, dove si trova il cromosoma della cellula batterica.
2. Strutture accessorie (facoltative), non indispensabili, non sempre presenti. Partendo
dall’esterno, alcuni batteri possono presentare un involucro detto capsula (di natura
polisaccaridica); poi troviamo una membrana citoplasmatica, che forma una serie di
introflessioni, dette mesosomi. Inoltre, all’interno del citoplasma, possono essere presenti
granuli di sostanze di riserva, possiamo trovare dei cosiddetti plasmidi. Infine, possiamo
trovare flagelli, pili e fimbrie, ossia filamenti di natura proteica, che sporgono verso
all’esterno.
Come già detto, i batteri vengono normalmente studiati al microscopio ottico. Al fine di metterli in
evidenza, prima di procedere con osservazione microscopica, le sospensioni batteriche vengono
colorate, attraverso vari tipi di colorazione, così da mettere in evidenza varie strutture batteriche.
Tra le colorazioni possiamo distinguere:
1. Colorazioni semplici (azzurro, blu, rosa).
2. Colorazioni differenziali, più complesse, che prevedono l’uso in maniera consecutiva di più
coloranti. La colorazione differenziale più importante in campo di microbiologia, è la
cosiddetta colorazione di Gram. Questa ci permette di differenziare i batteri in Gram
positivi e Gram negativi. I primi si presentano di colorazione viola-blu, mentre i secondi
assumono una colorazione rosa. Questa diversa colorazione rispecchia una struttura diversa
della parete cellulare fra i due tipi di batteri.
La parete cellulare batterica
La componente principale della parete cellulare, sia dei Gram positivi che dei Gram negativi, è la
mureina, o peptidoglicano o mucopeptide, un polimero che si trova solamente nei batteri, costituito
da una componente peptidica e una saccaridica. La mureina contiene composti insoliti, come l’acido
muramico, alcuni aminoacidi insoliti, alcuni anche in configurazione D (gli aminoacidi degli
eucarioti hanno configurazione L). Molto
importante è ricordare come questo
peptidoglicano possa essere digerito dal
lisozima e la sua sintesi, estremamente
complessa, è inibita da una serie di antibiotici.
Le differenze tintoriali fra i due tipi di batteri
derivano da una diversità a livello della
struttura della parete batterica. La parete dei
gram-positivi, infatti, all’interno presentano la membrana citoplasmatica, mentre lo strato esterno è
formato da una parete di peptidoglicano.
I batteri gram-negativi, invece, all’interno presentano sempre la membrana citoplasmatica. Però,
poi, sulla parte più esterna possiedono anche un’ulteriore membrana, detta membrana esterna. Fra
le due membrane è presente uno spazio, detto spazio periplasmatico. Qui, troviamo peptidoglicano
formato da un numero di strati inferiore a quello che costituisce i gram-positivi.
Andando più nel dettaglio, la parete
dei gram-positivi è molto più spessa di
quella dei gram-negativi. A livello
della parte esterna della parete
cellulare dei gram-positivi, troviamo
acidi teicoici e acidi lipoteicoici.
La parete dei gram-negativi, invece, è
più complessa. La membrana esterna è
asimmetrica: mentre il foglietto
interno (RICORDA: normalmente una
membrana è costituita da due foglietti
di fosfolipidi, che va a costituire il
cosiddetto doppio strato fosfolipidico)
è formato da fosfolipidi, quello esterno è formato da una molecola detta LPS (lipopolisaccaride).
Questo LPS presenta la porzione lipidica (lipide A) immersa nello strato fosfolipidico della
membrana esterna, mentre la porzione saccaridica (antigene O) sporge verso l’esterno.
Questo LPS è una componente importantissima dei gram-negativi: viene chiamata anche
endotossina, poiché possiede un effetto tossico.
Altre particolarità della membrana esterna sono alcune proteine di membrana, dette porine, che
permettono ad alcuni nutrienti di penetrare all’interno della cellula. Troviamo, poi, alcune
lipoproteine, che fungono da molecole di ancoraggio tra la membrana esterna e il peptidoglicano,
che si trova nello spazio periplasmatico (sono quelle in verdi nella figura).
La parete cellulare è presente in quasi tutti i batteri; esistono, infatti, alcune eccezioni. I cosiddetti
micoplasmi non presentano la parete cellulare; le chlamidie non possiedono l’acido muramico nella
parete cellulare; infine, i micobatteri possiedono la parete cellulare ricca di lipidi, anche se non si
colora con il metodo Gram.
Ma a cosa serve la parete cellulare? Grazie alla presenza di peptidoglicano, la parete è una struttura
molto rigida, che funge da scheletro esterno: possiede una funzione di protezione del batterio dalla
cosiddetta lisi osmotica (non permette all’acqua di penetrare all’interno del batterio e di farlo
esplodere). La parete cellulare svolge, inoltre, una funzione molto importante nell’instaurare
l’infezione da parte del batterio, in quanto sulla parete sono presenti delle strutture che permettono
al batterio di aderire alle superfici cutanee.
La membrana citoplasmatica
E’ molto simile alla membrana delle cellule eucariotiche, con un doppio strato fosfolipidico, ricco
di proteine di membrana. Tuttavia, nella membrana citoplasmatica batterica sono assenti gli steroli
(ad eccezione dei micoplasmi) e sono presenti i cosiddetti mesosomi, che svolgono una funzione
molto importante nei processi di respirazione cellulare (i batteri, infatti, non hanno mitocondri).
Le funzioni della membrana citoplasmatica batterica sono uguali a quelle della membrana degli
eucarioti:
1. Controllo degli scambi metabolici (barriera semipermeabile)
2. Sede di alcuni processi biosintetici e di alcuni enzimi
3. Ruolo fondamentale nel processo di divisione cellulare

Citoplasma
Nel citoplasma batterico sono assenti le strutture formate da membrane (reticolo endoplasmatico,
apparato di Golgi, mitocondri, lisosomi, cloroplasti, vacuoli, ecc.). Occasionalmente, all’interno del
citoplasma delle cellule batteriche, si possono trovare delle cosiddette inclusioni (granulazioni)
formate da sostanze nutritive di riserva (glicogeno, polisaccaridi, polifosfati, ecc.). La presenza di
queste inclusioni cellulari è talmente caratteristica, che viene addirittura utilizzata come strumento
per identificare determinate specie batteriche.
Ne citoplasma batterico troviamo, poi, i ribosomi, fondamentali per la sintesi proteica che, tuttavia,
non sono associati a nessun tipo di membrana (differente dalle cellule eucariotiche, dove sono
anche associati al RER). I ribosomi batterici sono poi differenti anche per grandezza da quelli
eucariotici: i ribosomi procariotici sono circa 70S (Svedberg), mentre quelli eucariotici arrivano
intorno agli 80S.

Genoma batterico
Il genoma batterico si trova nel cosiddetto nucleoide, che rappresenta la regione vera e propria della
cellula contenente il cromosoma batterico. Tuttavia, sono presenti anche dei doppi filamenti di
DNA circolari, chiamati plasmidi.
Questi ultimi sono elementi genetici extracromosomiali a forma circolare; sono capaci di replicarsi
autonomamente e sono presenti nella cellula in numeri di copie variabile. I plasmidi codificano
unicamente per funzioni accessorie: un batterio, dunque, senza plasmide, può vivere
tranquillamente. Tuttavia, i geni posti nel plasmide, codificano per alcune funzioni che permettono
al batterio di sopravvivere in condizioni particolari (per esempio un plasmide può codificare per una
via metabolica, che permette di sintetizzare energia in situazioni particolari). Alcuni plasmidi
vengono chiamati plasmidi R: questi donano una particolare resistenza ad alcuni farmaci. Altri
plasmidi ancora sono detti di virulenza o patogenicità: questi codificano per azioni danneggianti e
virulente. Infine, alcuni plasmidi sono detti coniugativi: questi, infatti, permettono l’unione di due
cellule batteriche.

Alcune strutture accessorie


Fra le strutture accessorie troviamo, per esempio, la capsula. Questa è uno strato esterni, mucoso,
amorfo e di natura polisaccaridica. Ha un ruolo di adesione, protezione dal lisozima e possiede
anche proprietà anti-fagocitarie (le cellule provviste della capsula vengono fagocitate con molta più
difficoltà).
Un’altra struttura accessoria sono le appendici cellulari di natura proteica, come flagelli, fimbrie e
pili. I primi servono ai batteri per muoversi nell’ambiente e sono presenti solo nei batteri gram-
negativi.
Anche i pili e le fimbrie sono caratteristici dei batteri Gram-negativi. I pili svolgono un ruolo molto
importante nel processo della coniugazione (processo in cui i plasmidi di una cellula batterica
vengono trasferiti ad un’altra cellula batterica, grazie ad un canale formato proprio da un pilo); le
fimbrie sono normalmente più corte dei pili e hanno funzione di adesione.
Un’altra struttura accessoria è la spora. Alcuni batteri, quando si trovano in condizioni sfavorevoli,
vanno incontro ad una divisione cellulare asimmetriche. A seguito di questo processo, chiamato
sporificazione, si forma una cellula particolare, detta spora, differente dalla cellula originale. La
formazione di queste spore è una caratteristica di alcuni batteri gram-positivi appartenenti ai generi
Clostridium e Bacillus. Queste spore rappresentano forme di resistenza: permettono, infatti, al
batterio di sopravvivere in condizioni estremamente sfavorevoli.
Una spora è costituita da un core centrale, contenente da strutture cellulari essenziali. Questa parte
centrale è circondata da diversi strati di rivestimenti esterni, con composizione particolare: la
presenza di tutti questi involucri, la capacità della spora di avere un metabolismo limitato, la
bassissima presenza di acqua, la resistenza a fattori chimici e fisici molto dannosi, la spora è capace
di persistere nell’ambiente per decine di anni. La spora, in condizioni ambientali favorevoli, può
dare origina nuovamente alla cellula batterica iniziale (cosiddetta cellula vegetativa).

Tassonomia batterica
I batteri vengono classificati in base ad una serie di caratteristiche morfologiche, biochimica,
antigeniche, chimiche, ecc. Ogni batterio viene indicato in base a due parole: la prima parola indica
il genere a cui appartiene il batterio (scritta con l’iniziale maiuscola), mentre la seconda indica la
specie (scritta completamente in minuscolo).
Per esempio:
Genere: Escherichia
Specie: coli

La virulenza e la patogenicità
La patogenicità è la capacità di un batterio di provocare una certa patologia. I batteri patogeni,
quindi, sono quelli in grado di instaurare un’infezione (invadere i tessuti, superare le difese
dell’ospite, moltiplicarsi in esso) e provocare, attraverso vari meccanismi, un danno (malattia).
Esistono, poi, alcuni cosiddetti patogeni opportunisti o occasionali, che diventano patogeni
solamente in particolari organismi immuno-compromessi, che non sono in grado di rispondere
efficacemente all’azione del batterio.
Ma quali sono i componenti fondamentali dell’azione patogena? La virulenza e la patogenicità. La
prima rappresenta la capacità di moltiplicarsi in vivo (instaurare un’infezione) e non è
necessariamente associata ad un danno evidente dei tessuti colpiti. Il batterio invade l’ospite, evade
i meccanismi di difesa e trova le condizioni per moltiplicarsi in esso.
La patogenicità, invece, rappresenta la capacità di causano un danno (malattia vera e propria).
Ma quali sono i fattori che un batterio deve possedere, al fine di essere virulento?
1. Capacità di aderire a cute e mucose (adesività), grazie alla presenza di fimbrie (sulle quali è
presente la proteina adesina) o alla presenza della capsula, appiccicosa.
2. Capacità di penetrare attraverso un epitelio mucoso nei tessuti profondi (invasività).
3. Capacità di evadere le difese antimicrobiche (sia innate che acquisite).
4. Capacità di procurarsi alcune sostanze indispensabili per la propria moltiplicazione (per
esempio, il ferro).
Quali sono, invece, i fattori necessari per la patogenicità?
1. Tossicità di alcuni componenti della cellula batterica, ossia le endotossine.
2. Capacità di produrre proteine dotate di potere tossico (esotossine).
Parassiti extra ed intracellulari
La maggior parte dei batteri sono extracellulari. Tuttavia, una serie di batteri si sviluppano anche
all’interno delle cellule: alcuni, infatti, una volta inglobati da cellule fagocitarie, riescono a resistere
al potere dei fagociti. Esiste, poi, un piccolo gruppo di batteri, che sono parassiti intracellulari
obbligati: questi dipendono dal metabolismo della cellula e, per questo motivo, possono
moltiplicarsi unicamente al suo interno.
Uno dei fattori di virulenza, come già detto, è rappresentato dalle strutture di adesione, che
permettono al batterio di aderire in maniera specifica alle superfici cutanee. Per quanto riguarda
queste strutture di adesione, troviamo le fimbrie (come già detto): su queste è presente l’adesina.
Un’altra struttura di adesione è rappresentata, però, dalla capsula.
Parlando dell’adesione, è molto importante ricordare come i batteri non restano quasi mai come
singoli identità sparse, ma tendono a formare delle vere e proprie comunità, dette biofilm.
Quando alcuni batteri aderiscono ad una superficie, infatti, producono un materiale polisaccaridico,
formando una struttura all’interno della quale si vengono a creare condizioni molto favorevoli alla
vita batterica. All’interno di questo biofilm (che comunque è una struttura pluristratificata) i batteri
risultano molto più resistenti a molte misure di immunità, anche a determinati antibiotici. Inoltre,
all’interno di questo biofilm, i batteri sono meno accessibili ad alcune tipologie di risposte
immunitarie. Per tutti questi motivi, il biofilm rappresenta una delle cause più frequenti di infezioni
persistenti, difficile da risolvere con semplici terapie antibiotiche.

Le possibili infezioni
La maggior parte delle infezioni hanno inizio con l'arrivo dei batteri a livello della mucosa (es.
respiratoria, gastrointestinale). Per poter colonizzare queste superfici, i batteri devono aderire
saldamente ad esse, o attraverso specifiche strutture, dette adesine (che possono trovarsi sulle
fimbrie di alcuni batteri), oppure attraverso l’utilizzo di una capsula, di cui alcuni sono muniti.
Una volta aderiti, i batteri possono cominciare a moltiplicarsi, creando dunque (come già detto in
precedenza), un biofilm, cioè una vera e propria comunità di batteri. Alcuni di questi, colonizzata la
superficie, danno inizio all’ infezione; altri, invece, si approfondano nella sottomucosa (sono
dunque molto invasivi). Ciò è possibile grazie al fatto che alcuni di questi batteri producono
sostanze tossiche inducenti la morte cellulare (sia necrosi che apoptosi), mentre altri danno vita ad
una reazione infiammatoria con conseguente morte delle cellule.
Esiste. Tuttavia, un terzo meccanismo, che riguarda la produzione di enzimi particolari, col fine di a
distruggere la matrice intercellulare. Tra questi enzimi troviamo, per esempio, la collagenasi, che è
in grado di degradare il collagene, e la ialuronidasi, che invece degrada l’acido ialuronico
(collagene e acido ialuronico sono sostanze fondamentali, presenti nel tessuto connettivo). Un altro
enzima prodotto da certe specie batteriche è la lipasi, che idrolizza i lipidi delle membrane cellulari,
degrada le cellule della mucosa e permette di passare nei tessuti sottostanti.
Una volta colonizzata la superficie corporea e una volta passati nei tessuti profondi, i batteri si
trovano in una situazione ideale, data la presenza di sostanze nutritive e di buone condizioni di
temperatura e pH; tuttavia, necessitano di altre sostanze fondamentali, come il ferro, indispensabile
per una crescita migliore. Trovare infatti ferro libero è molto difficile, dal momento che questo è
solitamente legato ad altre molecole. Dunque, per ottenere il ferro, i batteri possono o produrre
alcune molecole, i siderofori, i quali hanno la capacità di legare efficacemente il ferro presente nel
nostro organismo, oppure indurre la lisi dei globuli rossi, togliendo poi loro il ferro.

Un altro gruppo di fattori di virulenza di cui devono disporre i batteri, al fine di indurre l’infezione,
è la capacità di evadere le difese del nostro organismo. Nel nostro organismo, a livello della cute e
delle mucose, sono presenti moltissimi meccanismi antimicrobici, che salvaguardano la nostra
salute e il nostro organismo dall'attacco batterico. Un esempio può essere la fagocitosi, da parte dei
macrofagi e dei polimorfonucleati (richiamati durante l’invasione batterica).
Tuttavia, molti batteri hanno evoluto alcuni meccanismi, per non restare vittime di queste cellule
fagocitarie. Un esempio è la produzione di alcuni enzimi, da parte dei batteri, con i quali essi
riescono non solo a sopravvivere all’ interno dei fagociti, ma anche a moltiplicarsi: ciò è possibile
poiché alcuni batteri possiedono sostanze che interferiscono con il killing del fagosoma.
Un altro meccanismo è rappresentata, però, dalla capacità del batterio di produrre la capsula, che ha
sia funzione di adesione che di ostacolo alla digestione da parte dei macrofagi.
Infine, un ultimo metodo utilizzato è la produzione, da parte dei batteri, o di leucocidine, che
uccidono le cellule fagocitarie, oppure di coagulasi, che invece trasformano il fibrinogeno in fibrina
e creano un coagulo, che si deposita intorno al batterio (forma una specie di barriera molto
resistente, che resiste sia alla fagocitosi che all’attivazione del complemento).

Alcuni esempi di evasione da meccanismi di difesa indotti (specifici)


Alcuni batteri producono delle proteasi, che rendono inattivi gli anticorpi secretori (della classe A),
anticorpi che vengono secreti nel muco a livello delle membrane mucose. La distruzione degli
anticorpi elimina alcuni meccanismi di difesa molto importanti.
Esistono, poi, alcuni batteri che possiedono adesine (che sono proteine), con le quali aderiscono alle
superficie delle cellule; quando il batterio penetra nell’organismo, vengono ovviamente prodotti
anticorpi contro queste proteine batteriche. Tuttavia, questi batteri hanno la capacità di produrre
proteine differenti, in ogni distretto anatomico, così che gli anticorpi prodotti per la tipologia di
proteine precedenti non abbia più effetto una volta cambiato distretto anatomico.
Un altro meccanismo consta del cosiddetto mimetismo antigenico: alcuni batteri, infatti,
possiedono, sulla loro superficie, delle strutture simili dal punto di vista chimico a quelle del nostro
organismo e, essendo difficilmente riconoscibili, non inducono una risposta immunitaria (da qui il
termine mimetico). Questo mimetismo può portare all'innesco di patologie autoimmunitarie.
Riassumendo...
Ci sono batteri che rimangono a livello delle mucose creando danno in questo luogo colonizzato,
altri che passano nelle sottomucose e provocano danni nei tessuti sottostanti, altri che passano nel
sangue e arrivano a organi e tessuti anche molto lontani dal luogo dell’impianto (qui devono
tuttavia trovare recettori opportuni per legarsi). In qualsiasi di queste soluzioni l’attività dei batteri è
associata alla produzione di sostanze tossiche e di veleni che prendono il nome di tossine (fattori di
patogenicità, differente dai fattori di virulenza precedenti).

Le tossine
Le tossine si dividono in endotossine ed esotossine. Le prime sono componenti integrali della
cellula batterica e possono generare il loro potere tossico solo quando si ha la lisi delle cellula
batterica. Le esotossine, invece, sono prodotte all’interno della cellula e poi espulse all’esterno. Vi
sono tuttavia altre differenze.
- Le esotossine sono proteine, mentre le endotossine sono formate da lipopolisaccaride (si trova
nella membrana esterna dei Gram negativi). Le endotossine si trovano dunque solo nei Gram
negativi.
- Le esotossine sono termolabili e vengono disattivate ad alte temperature, mentre le endotossine
sono termostabili
- Le esotossine, essendo proteine, sono potenti antigeni e stimolano la produzione di anticorpi
specifici e possono essere neutralizzate, a differenze delle endotossine. Inoltre, le esotossine
possono essere trasformate in anatossine grazie a sostanze chimiche. L’anatossina (o tostoide) è un
esotossina privata del potere tossico, ma che genera comunque la risposta immunitaria e viene
dunque usata per la preparazione dei vaccini.
-Le esotossine possiedono un meccanismo di azione caratteristico, mentre le endotossine hanno un
meccanismo sempre identico: il risultato cambia a seconda della quantità di endotossina.
Le esotossine
A seconda dell’organo bersaglio principale su cui agiscono, le esotossine si dividono in
neurotossine, che colpiscono cellule del sistema nervoso, enterotossine, che colpiscono cellule
della mucosa intestinale, e tossine pantrope, che colpiscono diversi tipi di cellule.
E’ possibile, inoltre, suddividere le esotossine in 3 classi:
1. Tossine AB, formate da due subunità: la subunità B che riconosce il recettore specifico della
cellula bersaglio a cui si lega e la subunità A, che rappresenta la vera tossina che penetra
nella cellula;
2. Tossine citolitiche, che agiscono a livello della membrana plasmatica. Queste sono in grado
di inserirsi nella membrane citoplasmatiche, creando la lisi cellulare. Esistono poi, tra le
tossine citolitiche, le fosfolipasi, che degradano i fosfolipidi della membrana fosfolipidica;
3. Superantigeni: questi creano danni più o meno gravi in base alla quantità di tossina
prodotta.
Le esotossine possono provocare danni locali nella sede della colonizzazione (tossina colerica),
danni distanti dalla sede di colonizzazione (tossina tetanica) oppure provocare danno anche senza
colonizzazione (tossina botulinica). Ad esempio: un batterio colonizza la mucosa senza passare nei
tessuti sottostanti. Nel primo caso quindi non vengono invasi i tessuti sottostanti ma le tossine
agiscono localmente, come nel caso del colera causata dal bacillo vibrio cholerae (Gram negativo) a
forma di virgola, un batterio mobile che può essere anche commensale di alcuni animali e può
trovarsi anche nelle acque salate. L infezione viene contratta per ingestione di acqua inquinata dal
batterio che va a colonizzare la mucosa dell’intestino tenue e rimane localizzata lì. Il batterio
produce una potente enterotossina che agisce a livello locale e non viene trasportata dal sangue,
Questa tossina è in grado di reagire con le proteine presenti sulla membrana citoplasmatica degli
enterociti e si provoca uno scompenso del flusso di ioni e acqua che si spostano nel lume intestinale,
producendo diarrea. La molecola chiave è un AMP ciclico, la cui attività viene modificata da parte
della tossina.
Il secondo caso è quello del tetano. Si parla, in questo caso, di un bacillo Gram-positivo, che si
trova nel suolo o nell'intestino di alcuni animali ed è anaerobio obbligato (ovvero cresce e si
moltiplica solo in mancanza di ossigeno). Nell’ ambiente esterno questo batterio produce delle
spore, che si trovano nel terriccio e possono penetrare nelle ferite accidentali. Una volta entrate
nella ferita, data la mancanza di ossigeno (per la presenza di tessuti necrotici), la spora si trasforma
in forma vegetativa, avviene la germinazione e si forma la tossina (tetanospasmina): questa agisce
soprattutto a livello delle cellule nervose. Attraverso le terminazioni nervose, essa raggiunge i nervi
periferici e, in seguito, il sistema nervoso centrale. Qui, legandosi a livello sinaptico, blocca il
rilascio di neurotrasmettitori e arresta gli impulsi inibitori, permette solo impulsi eccitatori. La
patologia è la cosiddetta paralisi spastica, in cui la morte è causata da blocco dei muscoli respiratori.
Un terzo esempio riguarda l’entrata di un batterio che colonizza la mucosa, non invade tessuti
sottostanti, ma la tossina, per via ematica, riesce comunque a raggiungere organi distanti, come nel
caso della difterite. L agente eziologico è un bacillo Gram-positivo a circolazione esclusivamente
umana. Vengono colonizzate le tonsille e la faringe, provocando infiammazioni o difficoltà
respiratorie. La tossina si sposta, poi, per via ematica. Essendo pantropa, porta inibizione della
sintesi proteica e può provocare danno a cuore, reni e SNC.
L’ultimo esempio riguarda la malattia da esotossina, malattia senza infezione e senza presenza
dell’organismo stesso: si parla di botulismo e di intossicazione alimentare. Questo bacillo, infatti, è
un anaerobo, Gram-positivo, che produce le sporie in presenza di ossigeno. Si trova nell’intestino di
animali o nel suolo. Può succedere, però, che alcuni prodotti alimentari vengono accidentalmente
contaminati dalle spore del batterio; se questo cibo (come verdure o carni in scatola) si trovano poi
in assenza di ossigeno, si viene a generare una situazione ideale per la crescita delle spore: queste
vanno incontro alla germinazione e si produce la tossina. Se questo cibo viene poi introdotto nel
nostro organismo, ciò che noi assumeremo sarà la tossina già completa e matura. Il batterio,
dunque, non colonizza di sé e per sé il nostro corpo, ma è la tossina de lui derivante che viene
immessa tramite cibo dentro di noi. La tossina assorbita nell’intestino si diffonde poi, per via
ematica, nelle giunzioni neuromuscolari e blocca il rilascio di acetilcolina, con blocco della
stimolazione muscolare.

Le endotossine
Le endotossine si trovano solamente, come già detto, nei Gram negativi, più precisamente nel
foglietto esterno della membrana esterna. Le endotossine delle diverse specie hanno meccanismo di
azione identico. E’ la quantità di endotossina rilasciata a cambiare gli effetti.
L’endotossina provoca, tra gli effetti, vasodilatazione, attivazione del complemento e, a volte,
l’eliminazione del batterio Gram-negativo invasore. Bassi livelli di endotossina provocano
infiammazioni e febbre, mentre alti livelli producono effetti gravi come lo shock endotossico, che
causa disfunzioni di vari organi e può provocare anche la morte del paziente.
Se il batterio Gram-negativo colonizza la mucosa, a seguito della lisi delle cellule, viene liberata
l’endotossina che attiva il complemento per via alternativa e porta ad un’infiammazione locale.
Se invece il batterio Gram-negativo passa nel sangue, può provocare un vero e proprio shock
tossico.

La coltivabilità
La maggior parte dei batteri sono coltivabili in terreni abiotici, sintetici, che riproducono
artificialmente un ambiente in grado di soddisfare le loro esigente patologiche. Alcuni batteri
intracellulari obbligati, tuttavia, non possono essere coltivati. I terreni sintetici devono contenere
tutte le sostanze necessarie per le specie batteriche (carbonio, energia, microelementi). Questi
terreni possono essere liquidi (inizialmente limpidi poi torbidi) o solidi (che contengono
chimicamente le stesse sostanze del terreno liquido ma viene aggiungo l’AGAR che solidifica il
terreno). I terreni solidi vengono allestiti in piastrine (piastre di Petri): c'è uno strato di terreno
solido coperto da un coperchio che protegge il terreno dall’ inquinamento e che serve anche per far
passare ossigeno (non è chiuso ermeticamente). I terreni solidi sono molto importanti; se su questi
terreni seminiamo una sospensione batterica molto diluita succede, infatti, che in un determinato
sito del terreno si deposita una singola cellula batterica che va incontro a tante divisioni e si viene a
formare una colonia visibile a occhio nudo. È importante sottolineare come i batteri nell’ ambiente
esterno siano formati da popolazioni miste di batteri e bisogna dunque isolarle e indicare quale è
responsabile della patologia in atto. Una singola colonia rappresenta un singolo batterio in quanto
tutte cellule derivano da una singola cellula.
Una volta individuato il batterio va scelta la cura più adatta.

Alberta Azzi

Esistono diverse tipologie di infezioni:


1. Endogene, per esempio quando il numero di batteri della flora associata aumenta in maniera
eccessiva, provocando un disequilibrio. Ma si parla di infezioni endogene anche per quelle
infezioni virali che, dopo aver infettato l’ospite, rimangono latenti per alcuni tempi e, dopo
determinati stimoli, possono riprendere a funzionare e dare diverse malattie.
2. Esogene, che rappresentano la maggior parte dei casi. Queste possono trasmettersi in diversi
modi.
Ma, se le esogene vengono dall’esterno, da dove arrivano? Si distinguono delle fonti di infezione e
dei serbatoi di infezione. Questi ultimi rappresentano i luoghi in cui questi microrganismi vivono
normalmente (e dove viene mantenuta la specie); la fonte, invece, è quella da cui, più direttamente,
contraiamo l’infezione. Il serbatoio può essere unico e coincidere con la fonte, ma ne possono
esistere anche diversi per un’unica infezione.
Alcuni patogeni, per esempio, hanno l’uomo come unico serbatoio e come unica fonte:
1. Micobatterio Leprae: questo infetta solo l’uomo; l’uomo è, dunque, l’unico serbatoio e
l’unica fonte da cui un'altra persona può prendere l’infezione.
2. Salmonella Tiphy
3. B. Pertussis
4. T. Pallidum
5. T. Vaginalis
Conoscere i serbatoi e le fonti è estremamente importante, ai fini della prevenzione.
Altri patogeni, invece, hanno serbatoi diversi dall’uomo; li troviamo, per esempio, su mammiferi,
pollami, rettili, anfibi, ecc. Troviamo l’Y. Pestis (si trova su numerosi roditori), le salmonelle minori
(si trovano soprattutto su mammiferi, rettili, anfibi e pollame) e molti virus della rabbia (mammiferi
selvatici e alcuni uccelli).
Questi animali che fungono da serbatoi, normalmente, sono animali in cui queste infezioni si
svolgono in maniera asintomatica (per esempio, la rabbia a numerosi uccelli non fa nulla), così da
far sì che il serbatoio non si danneggi e permetta la continuità della specie del patogeno.
Quindi, per conoscere un agente patogeno in tutto e per tutto, dobbiamo sapere come possiamo
venirne a contatto, attraverso quali superfici del nostro corpo, quali possano essere le vie di ingresso
e di uscita del patogeno nel nostro organismo.
La superficie cutanea rappresenta una barriera di difesa per la sua costituzione, che si oppone
all’ingresso dei microrganismi (immunità innata meccanica). La cute raramente è una via di
eliminazione di agenti patogeni e, ancora più raramente, è una via di ingresso (a meno che non ci
siano lesioni, ferite, punture e, dunque, una rottura della continuità della cute, in cui la funzione
meccanica di barriera viene a mancare).
Anche le mucose sono una barriera di difesa, anche se meno forti della cute. Molte volte, infatti,
queste devono essere protette, poiché altrimenti potrebbero fungere proprio da superficie di attacco
per una grande quantità di batteri e virus.
Ovviamente, la maggior parte dei patogeni può tranquillamente penetrare all’interno del nostro
organismo attraverso la cavità orale (cibi o anche più semplicemente con delle mani sporche),
andando poi a raggiungere anche l’apparato respiratorio (questo può essere raggiunto anche più
facilmente grazie all’espirazione di patogeni, che penetreranno all’interno dell’apparato respiratorio
del nuovo organismo).
Infine abbiamo, sia come via di eliminazione che di ingresso, il tratto urogenitale.
Quando andiamo a ragionare sulle possibili vie di trasmissione delle infezioni, dobbiamo
considerare anche i cosiddetti portatori sani, ossia quelle persone che non presentano sintomi
clinici della malattia, ma che possiedono l’infezione e sono in grado di trasmetterla ad altri.

Trasmissione aerea
Parlando, tossendo o starnutendo, emettiamo questi aerosol di goccioline (droplet). Queste possono
essere più grandi o più piccoli: le prime tendono quasi subito a cadere (entro 1m), mentre le seconde
raggiungono distanze molto maggiore e rappresentano, quindi, un maggiore pericolo di diffusione
della malattia. Inoltre, le goccioline piccole sono quelle che aumentano la possibilità di infezione
delle basse vie respiratorie, proprio a causa delle loro dimensioni (essendo più piccole, sono più
leggere e raggiungono anche le porzioni più profonde del tratto respiratorio).

Trasmissione feco-orale
Le malattie infettive che si trasmettono per via alimentare sono quelle nelle quali l’agente infettante
viene eliminato con le feci e, in presenza di cattive condizioni igieniche, riesce a raggiungere il
cibo, realizzando quel circuito di infezione che prende il nome di trasmissione feco-orale. Come già
detto, i patogeni possono penetrare all’interno del nostro organismo, anche attraverso l’ingestione di
alimenti o bevande contaminate (per esempio da materiale fecale). Ma in che modo il cibo può
venire contaminato da materiale fecale? Per esempio, attraverso le mosche.
Ma anche attraverso le dita sporche, alimenti contaminati, oggetti inanimati contaminati e, a volte,
anche attraverso rapporti sessuali.
Quasi tutti i microorganismi possono essere trasportati transitoriamente con le mani, anche se non
fanno parte della flora microbica normale della pelle. Per esempio, i bacilli Gram, che non fanno
parte della flora normale presente sulla pelle, possono però facilmente essere contaminate da questi
bacilli e fungere da veicolo di infezione.

I vettori di infezione
Che differenza c’è fra veicolo e vettore? I vettori differiscono dai veicoli perché inoculano
direttamente nell’organismo l’agente patogeno. La mosca, ad esempio, è un veicolo, ma non può
essere vettore di infezione.
I vettori, infatti, si infettano pungendo l’uomo o l’animale, consentono poi la moltiplicazione
dell’agente infettante e, infine, lo introducono pungendo un individuo sano. Esempi di vettori,
quindi, possono essere le pulci, i pidocchi, le zecche, le zanzare e i pappataci.

Le infezioni ospedaliere
Per infezione acquisita in Ospedale, si definisce un’infezione contratta durante il ricovero in
ospedale, che non era manifestata clinicamente né in incubazione al momento dell’ammissione, ma
che è comparsa durante o dopo il ricovero e da questo è determinata (comprendono anche le
infezioni che il personale ospedaliero può contrarre durante l’assistenza ai malati).
E’ stata l’ISS, nel 1980, a dare inizio al programma per il controllo delle infezioni ospedaliere.
Tuttavia, ancora oggi la frequenza delle infezioni ospedaliere non è in declino.
La stima numerica annua d’infezioni ospedaliere oltrepassa le 600mila unità l’anno.
Sulla probabilità di contrarre un’infezione ospedaliera contribuisce molto:
1. La durata del ricovero
2. L’utilizzo di antibiotici
3. L’utilizzo di strumentazioni invasive (cateteri vescicali, respirazione assistite in reparti di
sub intensiva, ecc.)
4. Ferite chirurgiche

Tra le infezione possiamo trovare:


1. Infezioni delle vie urinarie. Si hanno nell’80% dei pazienti cateterizzati. Il catetere è
particolarmente critico anche perché non solo può trascinare con sé vari microrganismi, ma
anche per la sua costituzione (per ciò di cui è costituito), favorisce l’attacco ad una grande
quantità di batteri. Più tempo il paziente porta il catetere, più aumenta il numero di batteri
che si vengono a formare.
2. Infezioni delle vie chirurgiche. La maggior parte di queste infezioni viene acquisita durante
l’intervento. In fase postoperatoria, le infezioni possono essere acquisite, invece, attraverso
drenaggi chirurgici.
3. Infezioni delle basse vie respiratorie, meno frequenti delle altre due. SI verificano
particolarmente in caso di intubazioni tracheali e tracheotomie. Sono dovute ad una gamma
molto ampia di batteri, tra cui il più importante è lo strafilococco aureo.
4. Infezione del sangue, causato soprattutto dalla contaminazione di cateteri centrali, periferici
o venosi.
I virus
Cosa sono i virus?
I virus:
1. Non sono cellule.
2. Possiedono una struttura molto semplice.
3. Si replicano all'interno delle cellule poiché sono parassiti endocellulari o intracellulari
obbligati.
4. La replicazione dei virus avviene in maniera estremamente diversa rispetto alle cellule. Il
virus entra nella cellula, si auto demolisce nelle sue componenti primarie e queste si
moltiplicano, riassemblandosi, a formare i virioni.
5. Sono di dimensioni estremamente piccole (nanometri; 1nm corrisponde a 10-9m). Sono
osservabili solo a microscopio elettronico. Ogni virus, tuttavia, differisce dagli altri per
quanto riguarda le dimensioni. I virus influenzali, per esempio, hanno una dimensione di
circa 80-120nm; il virus del vaiolo è di dimensione comparabile con le clamidie (200-400
nm). Tra i più piccoli abbiamo la poliomielite (27 mm).
6. Non sono esseri viventi, ma entità biologiche.
7. Mancano di tutte le funzioni indispensabili per una replicazione autonoma.
8. L’organizzazione strutturale è detta “sub – cellulare”, proprio perché sono unità più semplici
delle cellule.
Ma da cosa è composto un virus?
I virus sono essenzialmente composti da due componenti principali:
• Acido nucleico: Rappresenta il genoma virale, e può essere a RNA o a DNA. In una entità
non si trovano mai assieme. Questo è racchiuso all'interno di un involucro proteico detto
capside.
• Capside: Il capside protegge l'acido nucleico dalle nucleasi dell'ambiente; l'RNA
specialmente è molto fragile e frammentabile. Il capside inoltre svolge un ruolo molto
importante quando il virus penetra all’interno della cellula; la penetrazione è possibile grazie
ad un riconoscimento specifico di un recettore presente sulla cellula, da parte di alcune
proteine presenti sull'involucro proteico virale. Su questo capside, infatti, si trovano strutture
(dette antirecettori), che interagiscono specificatamente con un recettore cellulare; questa
interazione permette al virus di scegliere la cellula infettabile.

E’ importante poi ricordare che si distinguono:


1. Virus nudi, composti da solo acido nucleico e capside proteico.
2. Virus con envelope. “Envelope” viene chiamato anche “peplos” o “pericapside”, poiché
rappresenta una struttura membranaria presente sulla faccia esterna del capside. Un virus
con envelope, quindi, è costituito da acido nucleico, capside e pericapside. Per quanto
riguarda il capside, esistono virus con 2 tipi di capside differente, uno elicoidale e uno
icosaedrico. La presenza dell’uno o dell’altro rappresenta una particolare caratteristica
virale, implicata poi anche nella tassonomia dei virus.
Importante ricordare che si parla di nucleocapside quando si parla di genoma + capside.
Talvolta, in alcuni virus più complessi, al genoma virale sono associate particolari proteine
(che lo stabilizzano): questo insieme è detto core.
Ma come fa un virus a diventare un virus con envelope?
Quando il virus fuoriesce dalla cellula, per gemmazione, strappa e porta con sé un segmento
di membrana cellulare, che diventerà il futuro envelope. Questo è composto da un doppio
strato fosfolipidico (proprio perché deriva dalla membrana cellulare) unito ad alcune
proteine di membrana che, tuttavia, sono state prima modificate dal genoma virale (quindi,
nell’envelope, sono inserite proteine virale). Nel pericapside troviamo, poi, anche delle
spicole, chiamate peplomeri (composti da glicoproteine virali): su queste spicole sono
presenti antirecettori, attraverso cui il virus può legarsi al recettore presente sulla cellula
ospite.

Il genoma virale
Come già detto, il genoma può essere o a DNA o a
RNA.
Fra i virus a DNA, il genoma è rappresentato
sempre da una sola molecola di DNA (da 5 a
300kb), che può presentare forme molto differenti.
Alcuni virus hanno genomi di DNA:
1. A doppio filamento lineare (per esempio,
nel papilloma virus).
2. Parzialmente circolare, dove abbiamo un
filamento negativo, che forma un cerchio
chiuso e un filamento positivo, più corto,
complementare al filamento negativo (per
esempio, nell’epatite)
3. Singolo filamento lineare
4. Singolo filamento circolare
5. Doppio filamento circolare
Nei virus a RNA, possiamo trovare o virus con una singola molecola di RNA oppure un numero di
segmenti costanti di RNA (con lunghezze di dimensioni finite, che vanno da 7 a 30kb). La
conformazione più frequente dei genomi nei ribovirus (virus a RNA) è un filamento singolo di
RNA con orientamento positivo. Ma cosa significa “ad orientamento positivo”? Significa
“orientamento analogo a quello dell’RNA messaggero”; in questi casi, dunque, l’RNA può fungere
immediatamente da mRNA; nei casi in cui è ad orientamento negativo, invece, poiché presente la
parte complementare dell’mRNA, il primo evento che si verifica è la trascrizione.
Alcuni ribovirus, poi, hanno genomi con un unico filamento negativo lineare segmentato.
Troviamo, poi, alcuni virus con genoma a doppio filamento lineare segmentato.
Infine, troviamo alcuni cosiddetti retrovirus (come l’HIV), con genoma costituito da due filamenti,
uniti mediante legami idrogeno al centro.

Il ciclo replicativo
E' importante conoscerle bene, perché se interveniamo con particolari molecole durante le due fasi
del ciclo replicativo, possiamo interromperlo.
Il ciclo replicativo virale prevede una fase extracellulare, in cui la particella virale “virione” che si
libera dalla cellula al termine del ciclo di moltiplicazione ha una struttura ben definita: genoma +
involucro proteica, e una fase intracellulare, in cui il virione perde l’integrità strutturale. Le
componenti virali vengono sintetizzate separatamente poi si uniscono dando luogo a virioni maturi
che vengono rilasciati dalla cellula ospite.
Il virus, infatti, possiede una struttura ben definita (detta virione). Quando il virus penetra nella
cellula (fase intracellulare), perde la propria integrità strutturale e vengono sintetizzate
separatamente gli acidi nucleici e le proteine capsidiche. Dopodiché, abbiamo l’assemblaggio dei
virioni neoformati, rilasciati dalla cellula ospite.
 Adsorbimento, in cui il virus riconoscere un recettore specifico sulla membrana
citoplasmatica della cellula e si lega
 Penetrazione, in cui il virione entra nella cellula
 Scapsidazione (o spoliazione o uncoating), in cui il virione perde gli involucri esterni
(l’acido nucleico, dunque, resta libero)
 Sintesi proteica e replicazione del genoma, che corrisponde, quindi, alla fase di
replicazione del virus
 Montaggio (o assemblaggio) dei virioni
 Maturazione dei virioni
 Liberazioni dei virioni, all’esterno della cellula in cui si sono replicati
Molti farmaci vanno proprio ad inibire una di queste fasi, al fine di bloccare l’interno ciclo
riproduttivo.

L’adsorbimento
Non esistono virus che riescono ad infettare e replicarsi in qualsiasi tipo di cellula. Questo è dovuto
al fatto che i virus possono legarsi soltanto a quelle cellule che presentano un recettore specifico,
che viene riconosciuto attraverso l’antirecettore, presente sulla superficie del virione (nel caso dei
virus nudi sul capside, mentre nel caso dei virus con envelope, sulle glicoproteine che compongono
i peplomeri). Nel caso dell’HIV, come anche in altri virus, è necessario anche un secondo
riconoscimento (con un recettore secondario) per penetrare all’interno della cellula.
Questi recettori possono essere proteine, glicoproteine e glicolipidi, normalmente presenti sulla
membrana cellulare (che svolgono le normali funzioni fisiologiche; i virus, infatti, sono stati capaci
di ingegnare un metodo al fine di utilizzare molecole normalmente presenti sulla cellula per proprio
scopi riproduttivi e infettivi).
Ogni virus presenta, quindi, un proprio range di cellule che può infettare, determinato proprio dalla
quantità di questi recettori (se, per esempio, un particolare recettore per un virus è molto diffuso,
significherà che il range del virus è alto, perché ha la possibilità di infettare un numero alto di
cellule). Esempi di recettori possono essere:
1. Recettore per fattore c3 del complemento (nel virus Epstein-Barr)
2. Recettore per fattore di crescita dei fibroblasti (nel virus Herpes simplex)
3. Antigene cd4 (nell’HIV)
4. Recettore per acetilcolina (nel virus della rabbia)

La penetrazione
I virus nudi entrano nella cellula mediante endocitosi (mediata da recettore, perché il primo segnale
è proprio il riconoscimento fra recettore cellulare e antirecettore virale).
Dunque, il primo segnale è il riconoscimento recettore/antirecettore; dopodiché si forma
un’introflessione nella membrana cellulare, che diviene sempre più pronunciata: alla fine, il virus
passa nel citoplasma, all’interno di una vescicola. Dentro la vescicola viene abbassato il pH, che
permette al capside di liberarsi dalla vescicola e di venire trasportato o nel nucleo o nel citoplasma
(in base al tipo di virus).
Per quanto riguarda i virus con envelope, questi possono penetrare all’interno della cellula mediante
2 meccanismi differenti. Tuttavia, in entrambi i meccanismi, la penetrazione è possibile grazie alla
presenza di proteine fusogene, in grado di promuovere la fusione della membrana dell'envelope con
le membrane biologiche. Nel caso del primo meccanismo (tipico dell’HIV), il virus riconosce il
recettore specifico sulla cellula ospite e questo riconoscimenti porta dei cambiamenti della
conformazione delle proteine dell’envelope virale con l’attivazione delle proteine fusogene. Queste
promuovono la fusione con le proteine della membrana citoplasmatica, permettendo al
nucleocapside di penetrare all’interno della cellula. Questa modalità viene chiamata pH-
indipendente, poiché avviene a pH fisiologico, ossia neutro.
L’altra modalità viene detta pH-dipendente, perché qui l’attivazione delle proteine fusogene è
condizionata dal pH basico all’interno dell’endosoma (una vescicola cellulare).
Qui, abbiamo il riconoscimento e l’assorbimento del virus (per endocitosi). Il virus si trova, quindi,
all’interno del citoplasma, ma non è libero, perché circondato dalla membrana dell’endosoma.
Quando il pH all’interno di questa vescicola si abbassa, le proteine fusogene dell’envelope virale si
attivano e promuovono la fusione dell’envelope con le proteine della membrana vescicolare,
rilasciando il virus libero nella cellula.
La replicazione
Una volta del citoplasma, molti virus rilasciano messaggeri, che determinano la sintesi proteica.
Alcuni virus si possono replicare nel nucleo, altri nel citoplasma. Altri hanno, invece, alcune fasi
che si realizzano nel nucleo mentre altre nel citoplasma.
I virus che si replicano nel citoplasma sono per la maggior parte a RNA, perché non necessitano di
entrare nel nucleo, in quanto per la replicazione e la trascrizione dei loro genomi, hanno bisogno di
un enzima, chiamato RNA polimerasi - RNA dipendente (un enzima che sintetizza un filamento di
RNA, a partire da un filamento di RNA). Questo è un enzima che nella cellula ospite non esiste (né
nel citoplasma, né nel nucleo). Quindi, di conseguenza questi virus non necessitano di raggiungere
il nucleo, poiché loro stessi, prima di cominciare la replicazione del genoma, codificano per questo
particolare enzima.
La maggior parte dei virus a DNA hanno una capacità codificante molto ampia: non necessitano,
quindi, di una DNA polimerasi e, di conseguenza, non hanno bisogno nemmeno di raggiungere il
nucleo.
Altri virus a DNA, invece, si replicano nel nucleo, poiché possono usufruire delle polimerasi lì
presenti per la replicazione e la trascrizione del loro stesso genoma.
I retrovirus sono caratterizzati dall’utilizzo dell’enzima trascrittasi inversa.

L’assemblaggio
Una volta prodotte le proteine virali, le unità proteiche si uniscono fra di loro, formando prima i
capsomeri (unità strutturali del capside virale) e, alla fine il vero e proprio capside virale.
All’interno del capside virale viene inserito il DNA o l’RNA del virus appena trascritto. Questo
assemblaggio avviene a livello citoplasmatico per i virus a RNA, mentre per quelli a DNA avviene
prevalentemente nel nucleo.

La maturazione
Con il termine “maturazione” indichiamo la formazione di particolari particelle virali infettanti.
Molte volte, infatti, le particelle virali appena assemblate, anche se morfologicamente potrebbero
sembrare “pronte” ad infettare, può mancar loro qualcosa che le consenta di legarsi e infettare altre
cellule.
La fase di maturazione, per i virus con envelope, rappresenta la loro stessa uscita dalla cellula,
durante la quale il virus acquisisce la capacità infettante.
Altri virus, una volta formato il virione nuovo, per rendere tale virione infettante e consentirgli di
infettare altre cellule, sono necessari alcuni tagli proteolitici di alcune proteine virali; fino a che non
accade ciò, il virus potrebbe non essere in grado di infettare.
Questa modificazione può avvenire o durante la fase di assemblaggio oppure durante la fuoriuscita
(in caso di envelope); per l'HIV questa fase avviene non appena esce dalla cellula.

La liberazione
Per i virus nudi, la liberazione avviene a seguito della lisi cellulare. Il virus, infatti, quando si
replica, utilizza tutti i circuiti sintetici della cellula, bloccandone la sintesi cellulare. La cellula,
quindi, sintetizza i componenti virali, senza sintetizzare le proprie proteine. I processi cellulari
vengono piano piano deteriorati e la sofferenza cellulare si traduce ben presto in lisi.
Molte volte, alcune proteine virali risultano tossiche per la cellula: la grande presenza di queste la
portano necessariamente a morte.
Per quanto riguarda i virus con envelope, come già accennato prima, questi fuoriescono dalla cellula
attraverso gemmazione, acquisendo l’envelope.
Tipi di rapporti virus – cellula
Una cellula può essere:
 Cellula sensibile (o suscettibile): è una cellula che può essere infettata da un determinato
virus, provvista quindi di recettori idonei per quel virus.
 Cellula permissiva: consente un ciclo di replicazione virale completo (infezione produttiva)
con la produzione di progenie virale.

Quindi, in natura, possiamo trovare una cellula:


1. Sensibile ma non permissiva, se ha i recettori ma non è permissiva, per cui impedisce il
completarsi del ciclo replicativo del virus.
2. Sensibile e parzialmente permissiva, se ha i recettori ma è permissiva solo in alcuni
momenti funzionali, per es. in alcune fasi del ciclo cellulare. Quindi, il virus potrà replicarsi
solo durante queste fasi.
3. Insensibile ma permissiva, se non possiede i recettori, ma può mostrarsi permissiva se la
penetrazione del genoma viene ottenuta con adeguati procedimenti sperimentali
(transfezione).
Nel caso in cui la cellula sia “sensibile ma non permissiva” o “sensibile e parzialmente permissiva”,
questa può andare incontro a due destini differenti:
1. Infezione abortiva: Nel caso di cellula “sensibile e parzialmente permissiva”, vengono
espresse alcune proteine precoci sintetizzate dal virus che, tuttavia, risultano tossiche per la
cellula. Anche senza ciclo replicativo completo la cellula muore lo stesso.
2. Infezione latente: caratteristica dei virus herpetici; viene considerata come la presenza del
genoma virale presente nel nucleo della cellula infetta, che però non viene espresso, o viene
espresso solo parzialmente. Non vengono prodotti i virioni progenie. Qui rimangono latenti;
si può individuare in queste cellule la presenza di acido nucleico senza manifestare la
presenza di proteine virali; se stimolato questo virus riprende, però, la propria attività
replicativa.

Coltivazione dei virus animali


Il primo modello per la coltivazione di virus in laboratorio sono stati gli animali da laboratorio di
piccola taglia, come i topi (i virus, infatti, necessitano di una cellula vivente, per poter proliferare).
In questi animali veniva oculato una sospensione virale a scopi di diagnosi di laboratorio; venivano
poi osservate le caratteristiche morfologiche e non
alterate.
Una rivoluzione enorme è stata l'introduzione dell'uovo
di pollo. L'uovo embrionato risultava essere, infatti,
molto migliore.
Infine, sono state inventate le cosiddette colture
cellulari, usate in laboratorio per scopi diagnostici e di
ricerca; qui il virus produce un effetto citopatico (è
quell’insieme di cambiamenti morfologici che
una cellula infetta da virus può assumere; tali effetti si
manifestano come perdita della forma, ingrossamento, formazione di inclusioni cellulari e/o
citoplasmatiche, aspetti necrotici, degenerativi e formazione di sincizi cellulari).
Le colture cellulari vengono ottenute da un frammento di tessuto umano o animale, che viene
spezzettato meccanicamente e sottoposto a trattamento con enzimi proteolitici, fino ad ottenere una
sospensione di piccole cellule. Queste vengono immesse in un terreno di coltura, che contiene tutte
le sostanze necessarie alle cellule per vivere, crescere e moltiplicarsi.
La sospensione viene introdotta, poi, in una fiaschetta con base particolarmente ampia; queste
cellule sedimentano sul fondo della fiasca, e cominciano a moltiplicarsi, occupando sempre più
spazio, finché non creano un mono strato confluente.
Queste cellule vengono poi contaminate con sospensione virale. Le cellule vengono lasciate
inoculare per il tempo necessario per l'assorbimento e la penetrazione del virus nella cellula e,
successivamente, la coltura virale viene allontanata e le cellule si lasciano a riposo per
l'incubazione.
Durante l'incubazione andiamo ad osservare il cosiddetto effetto citopatico; le cellule soffrono e
vanno incontro a cambiamenti morfologici che possono essere visualizzati al microscopio ottico.
Una volta infettate, le cellule cominciano a morire: si staccano dal supporto verso la fine del
periodo di incubazione previsto e muoiono a causa del virus che ha compiuto il proprio corso.
Al termine del ciclo, la coltura del tessuto sparisce e muore totalmente.
La linea cellulare più usata finora sono le cellule HeLa (Henrietta Lacks cell line): cellule di un
adenocarcinoma della cervice.
Vengono poi usate le K3 derivanti dai tumori alla bocca umana o, ancora, le VERO, cellule di rene
normale di scimmia trasformate.

Tassonomia virus
E' stata introdotta dall'ICTV.
Lo schema tassonomico ufficiale classifica i virus in base a caratteristiche intrinseche, come
proprietà antigeniche e biologiche, organizzazione e replicazione del genoma.
I virus vengono classificati in:
• Ordine: -virales
• Famiglia: -viridae (paramyxoviridae)
• Sottofamiglia: -virinae
• Genere: -virus
• Specie: nome comune (es. virus respiratorio sinciziale umano)
• Ceppo
• Variante
La nomenclatura viene effettuata considerando il nome del virus più la malattia che determina
nell'ospite principale: virus del morbillo, dell'influenza, ecc.
Tuttavia alcuni virus hanno il nome di scienziati o del primo luogo dove sono stati isolati (es. ebola
è un fiume).

Farmaci antibatterici
Per quanto riguarda i farmaci antimicrobici, possiamo distinguere 3 gruppi, in base all’origine di
queste sostanze:
1. Chemioterapici: sostanze artificiali: composti chimici di sintesi dotati di attività terapeutiche
(p.es. antimicrobiche)
2. Antibiotici: sostanze biologiche naturali prodotte da batteri o miceti, dotate di attività
antimicrobica
3. Antibiotici semisintetici: prodotti naturali modificati chimicamente
Ma qual è il principio della terapia antimicrobica? E’ la cosiddetta tossicità selettiva, ossia la
capacità di danneggiare selettivamente i batteri, senza ledere le cellule dell’organismo. Le basi della
selettività sfruttando le differenze strutturali e metaboliche fra i patogeni e l’ospite.
Nella cellula batterica, infatti, come sappiamo, sono assenti molti organuli che invece troviamo
nella cellula eucariotica, e viceversa.
I farmaci antibatterici si legano, quindi, a bersagli specifici presenti nella cellula batterica e
inibiscono una determinata via metabolica essenziale. Di conseguenza, gli antibiotici sono attivi nei
confronti di batteri attivamente metabolizzanti (eccezione: polimixine).
Ovviamente, i farmaci antibatterici sono inattivi nei confronti dei virus! Questo perché i virus hanno
una struttura estremamente differente da una cellula procariotica: i bersagli strutturali scelti dagli
antibiotici non esistono nella particella virale.
Gli antibiotici, in base al tipo di azione, vengono divisi in:
1. Batteriostatici, che rallentano la crescita batterica. Questi permettono ai fattori umorali e
cellulari dell’immunità di eliminare più facilmente l’agente dell’infezione. In altre
parole, permettono al nostro sistema immunitario di uccidere i batteri con più facilità
2. Battericidi, che sono in grado di uccidere i batteri. Questi sono indicati nei casi in cui il
sistema immunitario del paziente è inefficace nell’eliminazione dei batteri. Questi
farmaci agiscono a livello della sintesi degli acidi nucleici batterici.

Gli antibiotici, però, possono essere suddividi anche in:


1. Ampio spettro: attivi verso Gram-positivi e Gram-negativi
2. Medio: attivi verso Gram-positivi ed alcuni verso Gram-negativi
3. Ristretto: Attivi alcuni verso i Gram-positivi ed altri verso i Gram-negativi

Il principali gruppo importante di antibiotici è il cosiddetto gruppo dei beta-lattamici, fra i quali
abbiamo la penicillina. Questi bloccano la sintesi di peptidoglicano, che impedisce la formazione
della parete cellulare e provoca, quindi, la morte cellulare.
Un altro bersaglio è il ribosoma: alcuni antibiotici, legandosi con una o con l’altra subunità del
ribosoma, impediscono la sintesi proteica.
Troviamo, poi, alcuni antibiotici che interferiscono con la sintesi del DNA batterico. Questi sono
composti in grado di inibire l’attività dell’enzima DNA girasi batterica, responsabile dello
srotolamento del DNA e la sua duplicazione.
Altri farmaci, invece, interferiscono con l’azione della RNA polimerasi batterica, provocando
l’arresto della replicazione dell’RNA. Questi tipi di farmaci sfruttano le differenze strutturali
presenti fra gli enzimi batterici e quelli delle cellule eucariotiche dell’organismo.
Troviamo, poi, alcuni antimicrobici che interferiscono la produzione di acido folico. I batteri,
infatti, devono sintetizzare quest’acido (non sono in grado di assumerlo dall’ambiente: è una
differenza dalle cellule eucariotiche, che invece lo assorbono sull’ambiente).
Infine, abbiamo un gruppo di antibiotici, chiamato polimixine, che non interferiscono con vie
metaboliche, ma che danneggiano le membrane cellulari.

I batteri, tuttavia, col tempo hanno evoluto una resistenza nei confronti di questi antibiotici.
Abbiamo due tipologie di resistenza:
1. Resistenza naturale (intrinseca). Questa dipende dalle caratteristiche strutturali e
metaboliche di una specie batterica, come l’assenza di un bersaglio, l’incapacità di
penetrare nella cellula da parte dell’antibiotico (alcuni antibiotici, infatti, sono incapaci
di entrare all’interno di alcuni batteri Gram-negativi), la capacità di degradare o
modificare il farmaco, da parte del batterio. La resistenza naturale è presente in tutti i
ceppi di una determinata specie batterica; è, dunque, nota a priori (noi conosciamo quale
resistenza presentano questi particolari batteri; ha, quindi, scarsa rilevanza clinica,
poiché, di conseguenza, sapremo quali farmaci utilizzare).
2. Resistenza acquisita (estrinseca). Questo è un problema diverso, più grave. Consiste
nella comparsa di un ceppo resistente appartenente ad una specie di norma sensibile ad
un antibiotico. In determinate situazioni infatti possono comparire ceppi resistenti,
creando gravi problemi. Il passaggio da un ceppo sensibile a uno resistente avviene in
due modi: attraverso la mutazione (10/15% dei nuovi ceppi), o tramite l’acquisizione di
nuovi geni (meccanismo più diffuso, circa 90% dei casi). In questi casi non sappiamo
quale antibiotico somministrare al malato in quanto non sappiamo la tipologia di
antibiotici che funzioneranno su questo nuovo ceppo.

Uno stipite batterico è resistente ad un farmaco quando:


 Si moltiplica, in presenza di concentrazioni del farmaco inibitorie, per la massima parte
degli stipiti della stessa specie
 Si moltiplica, in presenza di concentrazioni del farmaco, pari a quelle massime raggiungibili
nel corso dell’impiego terapeutico

Meccanismi di resistenza acquisita


Un antibiotico, per inibire la crescita batterica, deve:
1. Penetrare all’interno della cellula batterica
2. Raggiungere una concentrazione terapeutica all’interno della cellula
3. Interagire con una struttura o una molecola implicata in una funzione vitale del batterio,
impedendo o parzialmente o totalmente il metabolismo batterico (specificità selettiva)
Per sopravvivere a questa azione i batteri hanno sviluppato diversi meccanismi:
1. Alterazione della permeabilità (diminuzione dell’influsso o l’aumento dell’efflusso). Ne
sono un esempio mutazioni nel gene codificante per le porine nei Gram - (che vanno a
formare un canale che non permetta alle molecole di entrare nella cellula dei Gram -).
Un'altra modalità è l’espulsione attiva del farmaco dalla cellula.
2. Inattivazione del farmaco (produzione enzimi che degradano o modificano il farmaco).
Questo processo è attuato da enzimi come il beta – lattamasi, l’acetil – transferasi.
3. Modificazione del bersaglio (diminuzione affinità per l’antibiotico). Avviene quanto il
bersaglio viene cambiato da parte del batterio in modo tale da promuovere sempre la sua
funzione, non essendo tuttavia riconosciuto dall’antibiotico.
4. Attivazione di una via metabolica alternativa a quella inibita dall’antibiotico. La più
famosa è quella d’inibizione dell’acido folico.

Basi genetiche della resistenza


La resistenza acquisita, abbiamo detto essere basata su alcune modificazione genetiche. Queste
possono avvenire in 2 modi:
1. Mutazioni, ossia modificazioni stabili ed ereditarie nella sequenza nucleotidica del DNA
(bassa frequenza). In questo caso si ha una variazione ereditaria del materiale genetico.
Nel caso si abbia una mutazione, la progenie sarà poi mutata, si avrà quindi una progenie di
batteri resistenti.
2. Trasferimento orizzontale di materiale genetico da una cellula all’altra. Le differenze che
si trasmettono con questo meccanismo sono molto più variabili, rispetto alla semplice
mutazione, e rappresentano un problema molto più grande. In questo caso, abbiamo 3
meccanismi differenti:
 Trasformazione, un processo durante il quale una cellula batterica riesce a captare
dall’ambiente DNA rilasciato da altre cellule batteriche andate incontro a lisi. Non
tutte le cellule, tuttavia, possono eseguire questo processo, ma solo quelle che si
trovano in uno stato di cosiddetta competenza (cellule competenti).
 Trasduzione, ossia il trasferimento di materiale genetico da un batterio ad un altro
tramite un batteriofago, che funge da vettore.
 Coniugazione, cioè il trasferimento del materiale genetico da un batterio donatore ad
un batterio ricevente (richiede un contatto fisico tra due cellule). All’interno della
cellula donatore è presente un plasmide coniugativo, che codifica alcune proteine per
il processo coniugativo. Questo plasmide passa attraverso un pilo apposito, da un
batterio all’altro.

Le terapie combinate
Oltre alle terapie con un singolo farmaco antimicrobico, si usano anche terapie combinate, dove
vengono somministrati due o tre farmaci contemporaneamente. Una delle ragioni principali è che
durante terapie antibiotiche prolungate (come la tubercolosi), con il tempo c’è sempre un rischio
(usando un solo farmaco), che compariranno ceppi resistenti nei confronti dell’antibiotico. Se noi
somministriamo contemporaneamente due o tre antibiotici, ciascuno dei quali utilizza come
bersaglio una struttura differente, la comparsa di un ceppo differente che sia resistente a tutto è
notevolmente meno probabile. Si può allargare anche lo spettro d’azione, se siamo infatti di fronte
ad una patologia grave, si cerca di somministrare gli antibiotici, mentre stiamo aspettando la
risposta definitiva dei test, che possono agire nei confronti di determinati agenti sospetti.
Altra ragione per somministrare terapie combinate è che alcuni farmaci se somministrati insieme
possono combinare la loro azione.

Saggi di sensibilità agli antibiotici in vitro


La comparsa i ceppi resistenti ha reso necessario la preparazione dei test di attività antimicrobica in
vitro per determinare, prima di iniziare la terapia, l’antibiotico più attivo su ceppo ritenuto
responsabile di un processo infettivo.
Prima di tutto, è necessario prelevare un campione clinico, prima dell’inizio della terapia
antimicrobica. In seguito, isoliamo e identifichiamo l’agente patogeno. Successivamente, dobbiamo
eseguire la cosiddetta antibiogramma, al fine di determinare la sensibilità d un batterio ad un
antibiotico. Come si esegue? Si semina sul terreno (con terreno di Agar) il ceppo di batterico isolato
dal paziente. Prima di mettere il tutto ad incubare, poniamo alcuni dischetti impregnati di antibiotici
sulla piastra di coltura. Mettiamo ad incubare per 1-2 giorni. In questo tempo i batteri crescono:
attorno ai dischetti in cui l’antibiotico è efficace, si viene a formare un alone di non crescita,
mentre attorno ai dischetti contenenti gli antibiotici a cui il batterio è resistente, non si formano gli
aloni: significa che quell’antibiotico non è efficace contro quel determinato batterico.
Una volta terminato il test, vengono misurati i diametri degli aloni formati; confrontando i valori
con quelli di riferimento possiamo distinguere più resistenze:
• Ampia
• Intermedia
• Sensibile

Determinazione della Concentrazione Minima Inibente: MIC


Questo test viene eseguito in terreno liquido ed è più accurato del precedente, poiché ci permette di
calcolare la cosiddetta concentrazione minima inibente, ossia la più bassa concentrazione di una
sostanza antimicrobica (come un antibiotico) capace di inibire la crescita di un batterio.
Prendiamo una serie di provette, contenenti terreno liquido. In queste viene diluito l'antibiotico di
cui vogliamo testare la sensibilità nei confronti di un determinato ceppo batterico.
In ciascuna provetta viene immessa una quantità decrescente di antibiotico (per esempio, nella
prima 16mg/ml, nella seconda 8 mg/ml, nella terza 4 mg/ml, nella quinta 2 mg/ml e nell’ultima 1
mg/ml). Ad ogni provetta viene, poi, somministrata sempre la stessa quantità di sospensione
batterica del ceppo.
Si lascia incubare a 35 gradi 16-20 ore circa; dopodiché, se nella provetta i batteri sono cresciuti,
troveremo un terreno torbido. Dove non sono cresciuti troviamo, invece, un terreno limpido. La
MIC rappresenterà proprio la più bassa concentrazione di antibiotico capace di inibire la crescita
del batterio.

La diagnosi di laboratorio
Perché effettuare una diagnosi di laboratorio? Perché, grazie a questa, è possibile effettuare una
formulazione di una diagnosi eziologica (per esempio, possiamo spiegare con precisione che cosa
ha determinato una polmonite, se polmonite da streptococcus, se polmonite da mycoplasma
pneumoniae, ecc.).
Una volta conosciuto il batterio che ha provocato la malattia, è possibile eseguire una terapia
mirata. Inoltre, grazie alla diagnosi di laboratorio, una volta conosciuta bene la malattia e le sue
cause è possibile prevedere l’evoluzione dell’infezione e la risposta alla terapia.
Per quanto riguarda la diagnosi, esistono 2 metodi:
1. Diagnosi diretta, che rappresenta la dimostrazione nel materiale patologico, dell’agente
infettivo o di alcuni suoi componenti.
2. Diagnosi indiretta, che rappresenta la dimostrazione, nell’organismo infettato, non della
presenza dell’agente patogeno, ma di una risposta anticorpale specifica (nei confronti di
determinati patogeni) e ancora in atto.

La diagnosi diretta e l’esame batteriologico


I campioni utilizzati possono essere liquidi biologici, cellule, tessuti, ecc. E’ molto importante che il
campione sia, però, prelevato dal sito originario dell’infezione, nel momento giusto e prima
dell’inizio della terapia (per scoprire quali batteri sono resistenti, prima della somministrazione del
farmaco stesso)
I campioni devono essere conservati in maniera adeguata al metodo usato per la ricerca diretta.
Nella diagnosi diretta, il batterio viene sottoposto ad un esame microscopico, nel quale viene
colorato con coloranti Gram, per comprendere se questi siano Gram-positivi o Gram-negativi.
Successivamente, il campione viene seminato su opportuni terreni di coltura, in modo tale da
ottenere singole colonie. Una volta ottenute singole colonie (che corrispondono sempre a cellule
batteriche derivanti da una singola cellula), si procede all’identificazione del batterio isolato.
Mediante una serie di test, si vanno ad analizzare le caratteristiche metaboliche del ceppo, le
caratteristiche antigeniche e sequenze nucleotidiche. Riconosciuto il ceppo, si procede
all’antibiogramma. Molte volte, inoltre, in seguito all’antibiogramma vengono eseguiti alcuni test
rapidi, che ci consentono di localizzare molecole specifiche indicative di una specie batteriche,
come gli Ag (antigeni specifici) e gli acidi nucleici.

La diagnosi diretta e l’esame virologico


Il procedimento è molto simile a quello dell’esame batteriologico. Tuttavia, invece di utilizzare il
microscopio ottico, viene usato il microscopio elettronico. Inoltre, per l'esame colturale non usiamo
terreni sintetici con piastre di Petri, ma usiamo colture di cellule artificiali. Una volta inoculato il
campione nelle colture cellulari, dopo il tempo di incubazione previsto, osserviamo le cellule al
microscopio ottico, al fine di cercare la presenza o meno dell'effetto citopatico. Infine, eseguiamo
una serie di test virologici, che ci consentono di scoprire la natura e la tipologia del virus.

La diagnosi indiretta
La diagnosi indiretta si chiama così perché, in questo caso non bisogna dimostrare la presenza del
materiale patologico di un determinato agente infettante, ma la risposta specifica che si ha nei
confronti di questo patogeno. E' molto importante, quindi, dimostrare che la presenza di anticorpi
specifici nel siero è dovuta all'infezione.
I primi anticorpi che compaiono sono gli anticorpi della classe M (IgM). La presenza di questi
anticorpi nel siero rappresenta una dimostrazione di un’infezione attuale o recente.
Le IgM sono le prima a venire secrete: queste raggiungono un picco elevato, dopodiché
diminuiscono, lasciando il posto alle IgG; Queste raggiungono livelli elevati, ma restano in circolo
per tempi molto lunghi, anche a distanza di anni dall'infezione. La diagnosi indiretta consiste nella
risposta anticorpale specifica in atto. Per dimostrare ciò, è necessario ricercare gli anticorpi IgM,
che abbiamo detto essere i primi a venire prodotti (dimostrano la presenza di un’infezione attuale o
recente).

Ma come facciamo a trovare questi anticorpi?


Dobbiamo effettuare due prelievi ematici (gli anticorpi sono, infatti, presenti nel siero). Se
analizziamo un campione nella fase ascendente degli IgG e un campione nella fase discendente
degli IgG, sarà possibile determinare la concentrazione degli anticorpi IgG. Possiamo quindi capire
se si tratterà di una infezione pregressa o recente. Il primo campione viene prelevato il prima
possibile ed è detto “della fase acuta”, mentre il secondo campione è detto “convalescente”, ed è
prelevato due settimane dopo. Titolando e determinando la percentuale di anticorpi in questi due
campioni possiamo riscontrare:
1. Sia nel campione di fase acuta e che in quello convalescente non abbiamo anticorpi specifici
verso l'agente per cui stiamo indagando. Il batterio che sospettavamo, dunque, non ha niente
a che fare con l'infezione in atto.
2. Sia nel campione di fase acuta che in quello convalescente abbiamo anticorpi; il livello
quantitativo, tuttavia, è uguale nei due campioni. In questo caso, il soggetto o è stato
infettato molto tempo fa, oppure è stato vaccinato. Possiede, quindi, gli anticorpi.
3. Nel campione di fase acuta ci sono anticorpi, mentre in quello convalescente no. Abbiamo la
cosiddetta sieroconversione: il paziente è diventato sieropositivo.
4. Il campione di fase acuta possiede anticorpi; tuttavia, il secondo campione possiede più
anticorpi del primo. In questo caso, possiamo affermare che l'agente su cui stiamo
indagando è effettivamente responsabile della patologia che osserviamo.

Gli Herpesviridea
Questa famiglia comprende molti virus importanti per l’uomo.
E’ suddivisa in sottofamiglia, chiamate con le lettere greche (alfa, beta, gamma, ecc.). Quelle che
interessano l’uomo sono:
1. Human herpesvirus 1 (o Herpes simplex di tipo 1)
2. Human herpesvirus 2 (o Herpes simplex di tipo 2)
3. Human herpesvirus 3 (o Varicella-Zoster)
4. Human herpesvirus 4 (o Epstein-Barr)
5. Human herpesvirus 5 (o Cytomegalovirus)
6. Human herpesvirus 6 (molto importante per l’uomo)
7. Human herpesvirus 7 (molto importante per l’uomo)
8. Human herpesvirus 8
A parte gli Herpes 2 e gli Herpes 8, tutte le altre tipologie di
Herpes sono estremamente diffusi nell’uomo (il 90% della
popolazione, infatti, possiede una grande quantità di anticorpi
nei confronti di questi virus, tranne che nei confronti del 2 e
dell’8). Ma come mai questa differenza?
Ciò è dovuto al fatto che questi virus si trasmettono in maniera
diversa.
Quasi tutti gli herpes si trasmettono, infatti, per via respiratoria,
mentre il 2 e l’8 si trasmettono unicamente per via sessuale.
Ma quali sono i caratteri principali di questi virus (comuni a
tutti i membri della famiglia)?
1. Hanno grandi dimensioni (circa 180-200nm)
2. Sono virus ad envelope
3. Il capside presenta una simmetria cubica
4. Fra il capside e il pericapside c’è un ammasso di proteine virali, detto tegumento
5. Il genoma è a DNA lineare a doppio filamento (dsDNA lineare), avvolto attorno ad un
core centrale proteico (al centro è presente una proteine, attorno a cui si avvolgo il
dsDNA lineare)
Un carattere fondamentale di questa famiglia, è la capacità di dare infezioni latenti: il primo
incontro col virus porta ad un’infezione acuta (con produzione di tante particelle virali nuove).
Quest’infezione, poi, si risolve (controllata dalla risposta immunitaria), ma il virus resta comunque
in forma latente. Fondamentalmente, questi diversi virus presentano delle sedi di latenza differenti.
In seguito a determinati stimoli, il virus può riprendere la replicazione virale e la produzione di
nuove particelle virali.
Una caratteristica della replicazione degli Herpesvirus, è il fatto che la sintesi delle varie
componenti del virus non avviene tutta nello stesso momento (ossia all’ingresso nella cellula), bensì
a cascata, in diversi step, molto rapidi. Si distinguono, infatti, alcune proteine precoci e immediate,
indicate come IE; dopo queste saranno, invece, sintetizzate le proteine E (early), tra cui troviamo le
polimerasi necessarie per la sintesi del nuovo genoma virale. Infine, nell’ultimo step, vengono
sintetizzate le proteine L (late), che rappresentano le proteine di struttura, ossia quelle che
costituiranno il capside delle nuove particelle virali.
Nella fase di latenza, fondamentalmente, troviamo il genoma virale all’interno delle cellule: in
questo stadio, le proteine IE sono espresse, ma manca l’espressione delle proteine E ed L. Per
questo motivo, dunque, mancando queste due proteine, nella fase di latenza il virus non può
replicarsi. Importante ricordare come alcune di queste proteine sono legate all’attività tumorale.

HSV 1 e 2
Sono virus abbastanza simili fra loro, anche se distinguibili in base a dei caratteri antigeni e alle
sequenze del DNA virale.
Una grande differenza riguarda il tropismo dei due virus (la porzione bersaglio del virus). L’HSV 1
tende a colpire la parte superiore del corpo, mentre l’HSV 2 (a trasmissione sessuale) tende a
colpire normalmente la parte inferiore del corpo, soprattutto la porzione genitale.
Nonostante esista questo tropismo, in realtà è anche possibile che l’HSV 1 infetti l’apparato genitale
e l’HSV 2 infetti la parte superiore del corpo.
Altro aspetto da considerare, riguarda le riattivazioni. Tutti e due questi virus, dopo aver dato
un’infezione primaria, vanno in latenza e, in seguito, possono andare incontro a riattivazione.
Nel caso in cui si abbia un’infezione a livello del cavo orale, le riattivazioni sono poco frequenti
(45%); nel caso che, invece, si abbia un’infezione a livello genitale, le riattivazioni sono più
frequenti (65% dei pazienti).

L’HSV di tipo 1, solitamente, dà un’infezione primaria asintomatica, circa nel 70% dei casi.
Quando non è asintomatica, si manifesta solitamente sotto forma o di faringite e tonsillite (nei
bambini solitamente questi sintomi non sono collegabili all’HSV, in quanto sono sintomi frequenti
in età postnatale), oppure anche sotto forma di gengivostomatite. Questa malattia provoca la
formazione di vescicole dolorose a livello del cavo orale e sul palato: questo rende difficile la
deglutizione nel bambino molto piccolo. Più raramente l’infezione primaria può causare
cheratocongiuntivite, dove il virus viene a contatto con la congiuntiva, causando delle lesioni
abbastanza gravi; diventa grave soprattutto quando si hanno delle riattivazioni ripetute in questa
sede, causa di molte lesioni successive che possono implicare danni alla vista.
L’herpes virus può, infine, anche causare un’encefalite, se tocca il SNC.
Anche le riattivazioni, normalmente, sono asintomatiche, anche se spesso possono provocare (45%
dei casi) l’insorgere di Herpes labiale (possono riattivarsi in seguito all’esposizione eccesiva al
sole, allo stress, alle mestruazioni o ad altre infezioni).

L’HSV 2 può essere asintomatico, ma normalmente dà delle infezioni molto dolorose a livello
genitale. Le riattivazioni sono prevalentemente sintomatiche, con ricomparsa delle lesioni appena
dette (generalmente di minor durata). Un’altra conseguenza dell’infezione del tipo 2, causata dal
carattere sessuale del virus stesso, è che se la madre è infetta, durante il parto può passarlo al
neonato. Ciò è pericoloso poiché il bambino non ha ancora le difese sviluppate per tale virus, che
può causare anche grandi danni.

L’herpes 1 e 2 vengono detti anche virus dermoneurotropi, possono infatti infettare sia cellule della
cute che cellule nervose. Nelle cellule epiteliali si moltiplicano (rapporto produttivo), nelle cellule
nervose vanno invece in latenza. Naturalmente, nel caso dell’Herpes 2, la sede di latenza saranno
dei gangli spinali, mentre, nel caso dell’Herpes 1, il nervo trigemino.
VZV (Virus della varicella-zoster)
Nel caso di questo virus l’infezione primaria si manifesta sempre con una patologia, la varicella.
Non ci sono infezioni asintomatiche causate da questo virus. La malattia può essere più o meno
grave, ma c’è sempre. Si manifesta sotto forma di vescicole circondate da un alone infiammatorio.
E’ proprio in queste vescicole che è presente il virus.
L’infezione si trasmette per aerosol. Questa comincia, infatti, a livello del cavo orale e del tratto
respiratorio. In seguito, il virus si diffonde nel circolo sanguigno (viremia primaria), raggiungendo
il fegato e la milza, dove si replica ulteriormente. Replicandosi, si viene a creare una nuova fase di
viremia (viremia secondaria), che porta il virus alla sede bersaglio del virus: la cute, dove
cominceranno a comparire le vescicole e l’esantema.
Dopo l’incontro con il virus, passano 15 giorni, prima che si vengano a sviluppare le lesioni
caratteristiche. Il soggetto che, quindi, possiede già il virus, anche senza avere la comparsa di
esantemi, può già infettare individui vicini.
Successivamente, dopo essere guariti, il virus va in latenza nei gangli spinali, nei quali può restare
per anni. Può capitare però che, col passare del tempo (invecchiando), le difese immunitarie
dell’organismo si abbassino e provochino la riattivazione del virus, con manifestazione del
cosiddetto fuoco di Sant’Antonio: 3-4 giorni prima della manifestazione, si avverte un dolore
bruciante intensissimo a livello della cute (da qui il nome di “fuoco”).
Negli ultimi anni, la riattivazione del VZV è aumentata molto, a causa dell’incremento di individui
immunodepressi. . In pazienti affetti da AIDS o in pazienti soggetti a chemioterapia infatti, essendo
molto bassa la percentuale di globuli bianchi, la riattivazione del virus è notevolmente facilitata.

Citomegalovirus (HCMV)
Si chiama cosi, poiché causa un ingrossamento delle cellule che infetta. Questo virus, normalmente,
dà infezioni asintomatiche. Le infezioni da HCTV sono importantissime in due gruppi di persone:
nelle donne in gravidanza e negli immunodepressi.
Generalmente, la saliva rappresenta la principale via di infezione e diffusione; ma l’HCTV può
essere escreto anche attraverso le lacrime, le urine, lo sperma, le secrezioni cervicali e il latte
materno (può essere, quindi, trasmesso anche attraverso vie sessuali e l’allattamento).
Dunque, le vie di trasmissione più diffuse sono:
1. Via transplacentare (trasmissione del virus al feto)
2. Secrezioni cervicali dell’utero (attraverso il parto, quindi, il feto può infettarsi)
3. Latte (trasmissione del virus al feto, in fase neonatale)
4. Saliva
5. Rapporti sessuali
6. Trasfusioni
7. Organi trapiantati
Ma quali cellule infetta questo virus? Soprattutto le cellule epiteliali dei dotti ghiandolari, le cellule
endoteliali, le cellule della muscolatura liscia, le cellule mesenchimali, gli epatociti, i granulociti, i
macrofagi, ecc.
Il virus, successivamente, va in latenza nelle cosiddette cellule progenitrici midollari (ossia quelle
cellule che daranno poi vita ai macrofagi e ai granulociti). Normalmente, però, le cellule
progenitrici contenenti il virus in fase latente sono 1 su 100mila.
Ma cosa provoca questo virus?
Negli immunodepressi può provocare una grandissima quantità di malattie, come polmonite,
epatite, retinite, esofagite, colite, encefalite, ecc. Nei bambini, invece, può portare a sordità, ritardo
mentale, polmoniti, epatiti, retiniti (queste nei neonati), microcefalia, letargia, paralisi a vari danni
agli organi di percezione.
Inoltre, nei bambini, nei giovani adulti e negli adulti, l’HCMV può portare anche a malattie simil-
mononucleosi.
NB: L’1% dei neonati nasce con l’infezione congenita.
Molto importante è l’infezione primaria da citomegalovirus in gravidanza, poiché può essere
semplicemente trasmessa al feto. Le donne che, invece, hanno contratto il virus prima della
gravidanza è molto più raro che lo trasmettano al feto, poiché presentano una riattivazione più
debole. Ovviamente, per comprendere se l’infezione da HCMV nella donna sia recente o meno, si
deve andare a ricercare la presenza di IgM specifiche per l’HCMV.
Anche negli immunodepressi è fondamentale controllare la possibile infezione da HCMV: qui,
però, è più importante capire se esiste un’infezione attiva (cioè, se il virus si sta attualmente
replicando) e, soprattutto, quanto si sta replicando.
Negli immunodepressi, riguardo al citomegalovirus, esistono dei trattamenti antivirali specifici. Tra
i vari farmaci abbiamo:
1. Il Ganciclovir. L’HCMV, tuttavia, dopo un po’ che viene utilizzato, comincia a
presentare una resistenza nei confronti di questo farmaco. L’unico modo per farlo
continuare a funzionare, è aumentare le dosi; tuttavia, dopo troppe dosi, questo
diviene tossico.
2. Il Foscarnet
3. Il Cidofovir, un farmaco antivirale ad ampio spettro

EBV (Epstein-Barr)
La via di trasmissione di questo virus è, generalmente, la saliva (anche se può trasmettersi con
trasfusioni di sangue). L’infezione, normalmente, è contratta nei primi anni di vita nei paesi a basso
livello socio-economico. Nei paesi industrializzati, invece, l’età della prima infezione è più tardiva
(adolescenti o adulti).
Questo comporta una situazione un po’ paradossale: l’infezione primaria contratta nei primi anni di
vita tende ad essere asintomatica, mentre l’infezione acuta contratta in età più avanzata, comporta lo
sviluppo della mononucleosi infettiva (detta anche malattia del bacio, a causa del fatto che viene
trasmessa via saliva).
Le cellule bersaglio del virus sono le cellule epiteliali, replicandosi molto velocemente. Da qui,
passa rapidamente nei linfociti, a livello delle tonsille. Nei linfociti, tuttavia, il virus da un’infezione
latente (solo in particolari casi, se attivati, questi linfociti diventano sede di replicazione virale).
Ma cosa provoca questo virus?
Come già detto, la mattia tipica è la mononucleosi infettiva. Tuttavia, l’EBV è uno di quei virus
detti oncogeni: in particolari situazioni, può provocare lo sviluppo di tumori. Uno dei principali è il
cosiddetto linfoma di Burkitt, presente soprattutto nelle zone tropicali, dove è diffusa la malaria e
dove sono presenti condizioni favorenti lo sviluppo di questo tumore. In queste zone, i bambini che
sviluppo questo linfoma, normalmente hanno contratto l’infezione da virus EBV nei primi anni di
vita.
L’EBV è causa anche di un altro tumore, il carcinoma nasofaringeo, che si viene a sviluppare
normalmente in alcune popolazioni cinesi (legato a fattori genetici ed ambientali predisponenti).
Negli immunodepressi e nei trapiantati, invece, questo virus può dare vita a malattie
linfoproliferative post-trapianto.
Nei malati di AIDS, possono svilupparsi dei linfomi, con varie localizzazioni, oppure possono
provocarsi delle cosiddette hairy leukoplakia orale. Infine, sempre nei malati di AIDS, si possono
sviluppare delle polmoniti interstiziali linfocitarie.

Le epatiti virali
Sono molto numerose, ma danno tutte delle malattie clinicamente simili. Di fronte all’epatite,
dunque, bisogna ricorrere ad una diagnosi differenziale, al fine di comprendere di quale tipologia si
tratta. La manifestazione più evidente è l’ittero; un altro esempio è l’alterazione dei valori delle
transaminasi, che si può avere anche senza che ci sia l’ittero.
I virus che causano epatiti possono essere distinti in 2 categorie, da un punto di vista
epidemiologico (per quanto riguarda le modalità di trasmissione):
1. Epatite infettiva (inizialmente chiamata epatite A), a trasmissione feco-orale.
2. Epatite da siero (inizialmente chiamata epatite B), trasmessa per via parenterale.
Più tardi, si è notate che esistevano delle epatiti, che non erano dati da nessuno di questi due virus.
Questo virus sconosciuto, causa di queste forme di epatite, è stato chiamato virus NANB (Non A
Non B), poi chiamato virus dell’epatite C.
Esiste, poi, un virus dell’epatite D che, tuttavia,
non riesce a replicarsi nel soggetto, se questo
non presenta già l’epatite B. Abbiamo, poi,
anche il virus dell’epatite E, con trasmissione
feco-orale.
Si è visto, poi, grazie a tecniche molto avanzate,
che sono presenti anche altri virus dell’epatite (F,
G, TTV, ecc.) che quasi tutte le persone hanno,
pur stando bene.
E’ bene ricordare come il virus Epstein-Barr o il Citomegalovirus possono dare vita a forme di
epatite.
Oltre a queste differenze epidemiologiche, i virus dell’epatite presentano altre differenze. Riguardo
al periodo di incubazione, l’HAV ha un range di tempo di incubazione da 15 a 45 giorni, mentre
l’HBV va da 30 a 120 giorni (estremamente più lungo); l’HCV ha un tempo di incubazione, poi, di
1 - 5 mesi.
Importantissimo, poi, ricordare come l’HAV e l’HEV non danno infezioni croniche. Il virus HBV e
l’HCV, invece, possono dare vita a infezioni croniche (l’HBV per il 5-10%, mentre l’HCV sopra il
50%).

HAV (Epatite A)
Viene trasmesso per via feco-orale. E’ un virus esclusivamente dell’uomo, derivante da un
problema prettamente igienico. Questo viene ingerito, attraversa l’intestino, penetra nel sangue,
raggiunge il fegato e, infine, attraverso la bile, viene eliminato con le feci.
Dopo un periodo di incubazione (mediamente attorno ai 30 giorni), si può ritrovare nel sangue (per
un periodo abbastanza breve, circa una settimana); viene, poi, ricercato nelle feci (dove soggiorna
per 3-4 settimane).
Dopo il primo periodo di incubazione, cominciano a comparire i sintomi specifici (ittero, rialzo
delle transaminasi, ecc.). Tuttavia, l’infezione da epatite A può anche essere asintomatico.
Ovviamente, in seguito all’infezione virale, compaiono prima le IgM specifiche (che durano per 1-2
mesi) e poi le IgG specifici per l’HAV (che durano per tutta la vita, proteggendo l’organismo).
La presenza del virus nel sangue, pur se un breve periodo, è molto importante; questo virus, infatti,
nonostante sia a trasmissione feco-orale, può a volte diffondere attraverso il sangue (proprio se il
contatto avviene nel momento in cui il virus è presente nel virus). E’ capitato che siano state
effettuate trasfusioni di sangue con donatori aventi l’HAV asintomatica e proprio in quel breve
periodo in cui il virus era presente nel sangue.
Dal punto di vista epidemiologico, si può osservare la diffusione del virus andando a studiare gli
anticorpi presenti nella popolazione di un determinato luogo. Da questi studi è venuto fuori che il
virus è fortemente presente in Africa, parte dell’Asia meridionale e Groenlandia.

HEV (Epatite E)
Anche questo è a trasmissione feco-orale. Tuttavia, a differenza dell’epatite A, in questo caso il
virus può essere trasmetto anche attraverso serbatoi animali.
E’ molto diffuso in Asia e Africa (tuttavia, è presente anche in Europa).
Questo virus appartiene alla famiglia delle Hepeviridea. E’ un virus a RNA, privo di envelope.
Di HEV, ne esistono 4 genotipi diversi.
L’epatite E non cronicizza, eccetto negli individui immunosoppressi e nelle donne in gravidanza,
che possono andare incontro ad un’infezione cronica e terminare, a volte, in una cirrosi.

HBV (Epatite B)
L’HBV si trasmette attraverso il sangue.
Questo virus ha come caratteristica il fatto che nel plasma dei pazienti infetti, sono presenti
numerose particelle, collegate al virus. Le particelle virali sono di forma sferica (alcune più grandi
altre più piccole), tuttavia nel sangue si trovano anche in forma filamentosa, più sottili e allungate.
Queste due particolari tipi di particelle sono state studiate e ne sono state evidenziate le differenze.
La particella sferica più grande ha una dimensione di
circa 40nm. All’interno del core presenta un genoma
virale a DNA, parzialmente a doppio filamento. Il
DNA è avvolto dal capside (core) e da un envelope,
in cui è presente un antigene, chiamata antigene di
superficie (HBsAg, che significa “antigene di
superficie del virus dell’epatite B”).
Le altre particelle che è possibile osservare al
microscopio elettronico non sono virus reali, ma
agglomerati di antigeni di superficie. Questi antigeni,
infatti, vengono prodotti in eccesso, vengono liberati
all’esterno della cellula, andando a formare particelle filamentose o sferiche più piccole.
L’HBV è costituito da 3 antigeni:
1. HBsAg (antigene di superficie), una proteina solubile, prodotta in eccesso. Ha delle
funzioni estremamente importanti, poiché è quello che si lega al recettore, dando vita
alla replicazione virale. Durante l’infezione, vengono prodotti degli anticorpi nei
confronti di questo antigeno, che possono bloccare l’infettività del virus. Grazie a
questo, è stato creato un vaccino, costituito proprio da questo antigene.
2. HBeAg (antigene E), una proteina solubile, prodotta durante la replicazione virale ed
eliminata dalla cellula infettata. Lo si trova, dunque, in circolo (tuttavia, non forma
agglomerati), soprattutto nel momento in cui il virus si sta replicando molto velocemente
ed intensamente.
3. HBcAg (antigene del core), presente nel capside della particella virale. Non lo si trova
mai nel sangue.
Quindi, prima di tutto troviamo l’HBsAg e l’HBeAg; successivamente si hanno i sintomi. Col
tempo, scompaiono piano piano i due antigeni e compaiono gli anticorpi IgM e IgG specifici. Al
momento che gli antigeni spariscono del tutto, la malattia è guarita.
In un’infezione cronica l’inizio è uguale; tuttavia, dopo un po’ di tempo, l’HBsAg e l’HBeAg
restano, senza diminuire.
L’HBV è un virus tutt’oggi molto diffuso, nonostante lo si conosca da molti anni e sia presente un
vaccino. Ciò che tiene in vita il virus sono le modalità di trasmissione di tipo sessuale e parenterale
(per esempio, attraverso l’utilizzo di siringhe fra i tossico-dipendenti), anche se si riscontrano casi
di trasmissione perinatale. A volte, l’epatite dell’epatite B può portare a cirrosi e alla formazione di
un carcinoma epatocellulare: l’HBV è, infatti, un virus oncogeno.
Questo virus è estremamente influenzato dall’età: i bambini che contraggono il virus nel primo anno
di vita (trasmissione perinatale) sono molto a rischio di sviluppare un’infezione cronica; questo
perché non presentano delle risposte immunitarie capaci di sopraffare efficacemente il virus; gli
adulti, invece, hanno molte meno probabilità di andare incontro a questa conseguenza. Nei casi dei
portatori cronici, esistono casi sintomatici (con problemi più o meno lievi al fegato) e asintomatici.
Qui, la prevalenza non riguarda gli anticorpi, ma si va a verificare il numero di soggetti con antigeni
in circolo (portatori cronici). Il virus è maggiormente diffuso in Africa, Medio Oriente, America
del Sud e alta America del Nord.

Ma di quali prevenzioni e terapie disponiamo oggi? Fra le prevenzioni troviamo:


1. Screening dei donatori
2. Contenimento dei comportamenti a rischio
3. Vaccino
Le terapie sono, invece, quasi tutte indirizzate a bloccare l’azione di una trascrittasi inversa virale.

HCV (Epatite C)
Appartiene ad una famiglia che contiene altri virus. E’ un virus ad RNA.
Il virus infetta gli epatociti, ma anche linfociti T e B oltre che cellule mononucleate del sangue
periferico. Oltre ad essere un virus con tropismo per il fegato, lo ha anche per il sistema linfatico.
Anche questo virus è uno tra quelli oncogeni per l’uomo. Questo infatti, nelle infezione croniche,
può causare epatocarcinomi o tumori al livello dei linfonodi.
E’ un virus ad alta variabilità genetica (se ne conosce 7 genotipi e più di 50 sottotipi). Si è visto
come tutti questi genotipi si comportino in maniera estremamente differente: rispondono
diversamente alle terapie, alcuni danno cronicità, altri no.
Anche questo virus è molto diffuso, con elevata presenza di infezioni croniche.
Ma come si trasmette l’HCV?
Normalmente, si trasmette attraverso la via parenterale, sessuale e attraverso il sangue (soprattutto a
causa di utilizzo di siringhe condivise, tatuaggi, piercing, ecc.). Tuttavia, in molti casi la modalità di
trasmissione del virus resta sconosciuta: molto spesso, infatti, l’infezione da HCV resta
asintomatica e la persona tende ad accorgersi di essere malata troppo tempo dopo la trasmissione
avvenuta.
Quali sono gli esiti clinici da infezione di HCV?
Il 70% dei casi va incontro ad un’infezione persistente. Di questi, il 40-60% va incontro ad
un’infezione cronica, cirrosi e carcinoma epatocellulare.

Nel caso dell’epatite C si diagnostica l’infezione tramite gli la quantità di anticorpi verso il virus. Se
questi sono presenti, si procede in due modi (a seconda se l’infezione è stata rimossa o è ancora in
atto).
Se siamo in presenza di un’infezione cronica, dobbiamo cercare l’RNA virale, per capire che ceppo
del virus sia (genotipo) e iniziare un’eventuale terapia.
La ricerca degli anticorpi con i test (migliorati molto con gli anni), si trovano ancora oggi solo a
partire da 70 giorni dall’inizio dell’infezione. Purtroppo, in questi 70, anche se il virus è comunque
presente, gli anticorpi sono ancora troppo bassi per essere rilevabili. Questo ha come conseguenza
principale il fatto che alcuni donatori possono donare nel cosiddetto “periodo di finestra”, in cui
sono affetti senza saperlo e possono, dunque, infettare. Questo potrebbe creare (e ha creato)
trasfusioni di sangue infetto. Da qui si è deciso di non cercare gli anticorpi, bensì la presenza di
RNA virale, possibile da rintracciare già prima dei 70 giorni.
Come già detto, l’HCV può anche causare linfomi, a carico dei linfociti B. L’infezione di questi
ultimi può portare ad una malattia autoimmune, chiamata crioglobulinemia mista.

La micologia
La micologia è la scienza che studia i miceti o funghi. Questi sono eucarioti, eterotrofi, unicellulari
(lieviti) e pluricellulari (funghi miceliali). L’habitat preferito sono gli strati superficiali del suolo
ricco di materiali organici.
Mentre per una buona parte dei funghi l’habitat è il suolo, alcuni si associano ad un soggetto
animali, risiedono permanentemente su questo. Uno di questi è la candida albicans e la malassezia
furfur (forfora: questa è, infatti, una delle cause della forfora dei capelli).
I funghi possono essere:
1. Miceliali o filamentosi. La loro cellula è cilindrica e presenta delle ramificazioni
(ife), che vanno ad ingrandirsi e unirsi, a formare il micelio.
2. Lievitiformi (lieviti). La cellula ha un aspetto globoso. Questi si replicano per
gemmazione.
Anche i funghi, come i batteri, sono dotati di una parete, con struttura costante (cioè, tutti i funghi
ce l’hanno), con una funzione di sostegno e di regolazione del passaggio di acqua. E’
prevalentemente polisaccaridica, ma non presenta il peptidoglicano.
La membrana citoplasmatica è lipoproteica e, oltre ai fosfolipidi, presenta i cosiddetti steroli (come
l’ergosterolo). Molti antimicotici agiscono a livello dell’ergosterolo.
La gran parte dei funghi d’interesse medico presenta soltanto riproduzione asessuata. Sono presenti
delle cellule, chiamate conidi, che si trasformano in ife e, successivamente, in miceli.

Patologie fungine nell’uomo


Esistono 3 tipi di patologie, dovute ai funghi, nell’uomo:
1. Micetismo: è l’avvelenamento da funghi. L’amanita phalloides, per esempio, è molto
velenosa. Nel corpo miceliale di questi funghi sono contenute delle sostanze, che
contengono cilopeptidi, che vanno ad agire sulla mucosa intestinale, a livello epatico e
renale, portando a disturbi gastro-intestinale, vomito, diarrea, ittero e insufficienza
epato-renale (questo può portare a morte). La sintomatologia compare dopo 7-48 ore. La
cottura e l’essiccamento non distruggono le sostanze.
2. Micotossicosi. E’ un’intossicazione da micotossine, ossia sostanze tossiche prodotte dai
funghi. Questo non provocano il danno perché abbiamo ingerito il fungo, ma perché
abbiamo mangiato qualcosa contaminato dal fungo. Queste intossicazioni vanno,
generalmente, a colpire il fegato, il rene e il SNC. Queste micotossicosi, quindi, sono
forme più croniche che, nel tempo, possono provocare patologie come la cirrosi o anche
tumori a carico del fegato e del rene. Queste muffe si sviluppano molto bene dove è
presente del materiale organico, a causa di una cattiva conversazione.
3. Micosi. Queste sono patologie infettive dovute alla penetrazione e proliferazione
(condizioni di base per poter parlare di una malattia infettiva: le due patologie
precedenti, quindi, non sono malattie infettive) del fungo nell’ospite. Le micosi sono
prevalentemente patologie non contagiose (fanno eccezione le dermatofitosi). Queste
infezioni sono malattie opportuniste (gli agenti opportunisti, al fine di poter sviluppare i
patogeni, devo trovare un’opportunità nell’organismo), perché i funghi sono
microrganismi poco virulenti. I fattori favorenti all’insorgere di queste malattie sono,
dunque: deficit immunitari (infezione da HIV), difetti ormonali, terapie antibiotiche,
tumori, ecc.
Dal punto di vista clinico, le micosi si distinguono in:
1. Superficiali, per esempio le dermatofitosi o tigne, ma anche le candidosi orale.
2. Sottocutanee, come la sporotricosi.
3. Profonde, come l’aspegilloma polmonare, che arriva fino ai bronchioli e bronchi,
attraverso la via respiratoria.

Genere “candida”, specie “albicans”: le candidosi


Ne sono descritte oltre 80 specie. Si sono adattati così bene all’organismo di alcuni animali, che
molte sono presenti sulla cute e sulle mucose dell’uomo, facenti parte della flora microbica
associata o microbiota.
La candida albicans la si trova soprattutto nella mucosa orofaringea e nella vagina. Questa va a
colonizzare nei primi giorni di vita extrauterina, durante il parto. La candida albicans è la specie più
frequentemente associata a patologie fungine. Essa è un fungo dimorfo: può trovarsi sotto forma di
lievito o di fungo patogeno. Quando svolge un ruolo patogeno, nei tessuti riesce a formare ife e
micelio. Le ife vengono formate solo nel caso che svolga un ruolo patogeno. Nel caso, invece, in
cui sia nella sua forma “lievito”, possiamo attribuirle un ruolo di commensalismo.
Le patologie da Candida, quindi, come già detto, sono patologie opportuniste. I fattori favorenti
possono essere divisi in:
1. Fisiologici, come l’età, la gravidanza (questa mette in moto degli ormoni, che
favoriscono il trofismo delle mucose, soprattutto vaginale, aiutando la candida a
svilupparsi con facilità), ecc.
2. Iatrogeni (ossia, generato dalla medicina), come gli antibiotici (a seguito di una terapia
antibiotica prolungata e ad ampio spettro, per esempio, una porzione dei batteri facenti
parti della flora associata vengono uccisi: di conseguenza, meno batteri possono
combattere l’espansione del fungo), i cortisonici (questi vanno a diminuire l’infezione,
abbassando però le difese immunitarie dell’organismo, contribuendo alla moltiplicazione
della candida), antimitotici (sono quelli che bloccano le divisioni cellulari, utilizzanti in
caso di tumori; questi possono provocare un’insorgenza di patologie da candida),
contraccettivi (che vanno a stimolare particolari ormoni, inducendo la candida a
moltiplicarsi), ecc.
3. Patologici, come il diabete (lo zucchero è uno delle sostanze più utilizzate dalla
candida), alcuni deficit immunitari, alcuni tumori (come la leucemia), l’infezione da
HIV, ecc.

Vediamo alcune infezioni da Candida:


1. Infezioni superficiali, a carico della cute e delle mucose:
 Onissi e perionissi (infezioni delle unghie)
 Candidosi orofaringea (mughetto)
 Candidosi esofagea (soprattutto nel caso di AIDS che, contrariamente a quanto
verrebbe da pensare, non dà infezioni generalizzate a tutto l’organismo, ma si va
a localizzare a livello esofageo)
 Candidosi vaginale, una delle più comuni
2. Infezioni profonde, dalle mucose alle sottomucose, fino ai vasi sanguigni (sempre che
ci siano le condizioni favorenti). Possiamo avere, per esempio, Candidosi delle valvole
cardiache e Candidosi renale
I dermatofiti
I dermatofiti sono miceti (o funghi) cheratinofili (amanti della cheratina: questa è presente nei
capelli, nelle unghie, ma soprattutto nella pelle): questi, dunque, utilizzano la cheratina, che si trova
nello strato corneo. Esistono 3 generi:
1. Microsporum
2. Trichophyton
3. Epidermophyton
Molte specie di dermatofiti vivono e si moltiplicano nel terreno, ma alcune specie, grazie al ricco
corredo enzimatico (cheratinasi, proteasi, ecc.), sono capaci di moltiplicarsi anche sull’uomo e sugli
animali. Per questo motivo, i dermatofiti sono stati divisi anche in base al loro habitat:
1. Dermatofiti geofili, che vivono e si moltiplicano nel terreno (raramente infettano l’uomo
e gli animali)
2. Dermatofiti zoofili, presenti su vari animali, su quali provocano infezioni asintomatiche
o sintomatiche. Questi possono infettare anche l’uomo. Non si moltiplicano nei terreni,
ma possono sopravvivere.
3. Dermatofiti antropofili, presenti sull’uomo; possono provocare infezioni sintomatiche o
asintomatiche. Non fanno mai parte della flora microbica associata; tuttavia,
comunemente li si possono trovare sulla pelle dell’uomo.
I dermatofiti, a differenza della maggior parte degli altri miceti (che non sono quasi mai contagiosi),
sono causa di micosi superficiali contagiose, denominate dermatofitosi (tigne).
Per i dermatofiti, quindi, unica condizione necessaria, al fine di potersi moltiplicare, è la presenza di
cheratina, da poter demolire, attraverso la cheratinasi.
Le lesioni sono a carico della cute e degli annessi (peli, capelli, unghie). Nell’uomo le varie forme
di tinea prendono il nome della sede corporea in cui i miceti si sviluppano (per esempio, tinea pedis,
tinea cruris, tinea capitis, ecc.). Il contagio può essere o animale-uomo (zoonosi) o uomo-uomo
(interumano).

Lo Staphylococcus
Gli staphylococchi sono batteri Gram+ a forma sferica. In genere formano degli ammassi a
grappolo d’uva. Sono asporigeni ed immobili e non presentano la capsula (è presente uno strato
polisaccaridico sulla superficie, ma rarissimamente questo strato è talmente spesso da formare una
capsula). Sono aerobi-anaerobi facoltativi. Importante è la presenza, in questi batteri, della catalasi,
un enzima che scinde acqua ossigenata in ossigeno ed acqua.
Inoltre, questi batteri fermentano gli zuccheri, con la produzione di acido lattico. Pur non
producendo spore, sono batteri molto resistenti nell’ambiente. Infine, hanno la capacità di crescere
anche in caso di elevate concentrazioni di NaCl, anche superiore a 7,5 (condizione che inibisce,
invece, molti batteri).
Il genere staphylococcus è presente sulla cute e sulle mucose sia dell’uomo che degli animali.
Si conoscono più di 30 specie e, nell’ambito di queste, è possibile distinguere alcuni ceppi,
suddivisi in base alla resistenza che questi presentano contro alcuni antibiotici e alla sensibilità nei
confronti di diversi batteriofagi (caratteristica molto utilizzata per distinguere i vari staphylococchi).
Di solito, gli staphylococchi vengono distinti in base alla capacità di produrre la coagulasi (un
enzima che permette la coagulazione de sangue). Fra i coagulasi positivi, abbiamo lo
staphylococcus aureus. Fra i coagulasi negativi, invece, ne troviamo diversi, come lo
staphylococcus epidermidis, hominis, warneri, capitis, auricularis, ecc.

S. aureus
E’ molto diffuso. Fa parte della flora associata della cute e delle mucose. E’ stato dimostrato che
circa il 30% della popolazione ospita questo batterio, a livello delle narici e della faringe, senza
essere malati.
L’infezione da aureus avviene subito dopo la nascita e può essere di origine endogena oppure
esogena. Nel primo caso, sappiamo che si tratta di un’infezione sostenuta da un batterio già
presente nell’organismo ed è associata, quindi, ad alcuni fattori di rischio (compromessa integrità
della cute, infezioni respiratorie virali, ecc).
Nell’infezione esogena, invece, il batterio penetra da una sorgente esterna: può avvenire per
contatto con un’altra cute, ma anche con oggetti inanimati (gli staphylococchi sopravvivono molto
bene, infatti, nell’ambiente, come già detto) e animali.
Lo SA presenta una grande gamma di fattori di virulenza. Alcuni di questi rappresentano alcuni
componenti della cellula stessa, mentre altri rappresentano le sostanze che il batterio produce ed
immette nell’ambiente. Fra questi fattori, abbiamo:
1. Il glicocalice (microcapsula), di natura polisaccaridica, che permette al batterio di
aderire alla superficie di cellule e protegge il batterio dall’esterno.
2. Le adesine (acidi lipoteicoici), in grado di legarsi alla parete cellulare delle cellule.
3. La proteina A, che ha la capacità di legare la porzione Fc (fattore cristallizzabile) delle
IgG, interferendo con l’opsonizzazione del batterio.
4. Le emolisine, che lisano i leucociti, gli eritrociti e i fibroblasti.
5. La catalasi, che inibisce la capacità battericida dei neutrofili.
6. La coagulasi, che protegge il batterio dalla fagocitosi, coagulando il plasma. Ne esistono
due tipi:
 Legata alla cellula (clumping factor)
 Libera (enzima extracellulare)
7. La stapilochinasi, un enzima fibrinolitico, che permette al batterio di penetrare i tessuti
sottocutanei.
8. La ialuronidasi, che degrada la sostanza basale del connettivo.
9. La β-lattamasi, che ha la capacità di idrolizzare la penicillina.

L’infezione da SA inizia, di solito, in corrispondenza di ghiandole sebacee o follicoli piliferi. Al


fine di penetrare nei tessuti sottostanti, questi batteri devono superare la barriera cutanea: questo
avviene a seguito di traumi casuali (bruciature, ferite, ecc.). Nei tessuti sottostanti, provocano
infiammazione e necrosi cellulare. A volte, possono raggiungere anche il circolo sanguigno,
localizzandosi in organi interni e provocando patologie molto importanti.
Questi batteri del ceppo SA sono considerati batteri piogeni, che possono provocare la formazione
di ascessi locali in qualsiasi parte del corpo.

Patologie principali
Possiamo avere ascessi sulla cute, impetigine e infezioni delle ferite e delle zone ustionate (per
quanto riguarda la cute). Poi, troviamo la batteriemia, con possibilità di ascessi metastatici a
distanza, infezioni del SNC (ascesso cerebrale e meningite, anche se rara), polmonite, osteomielite,
ascesso renale. Nel caso delle tossine, si può avere la sindrome da shock tossico (solamente da
quelli che possono produrre la tossina TSS-1), la necrolisi esfoliativa (solo da quelli che producono
la tossina epidermolitica) e, infine, l’intossicazione alimentare (solo quelli che producono alcune
enterotossine).

Malattie da tossine
Le enterotossine, in generale, possono essere prodotte da circa il 30-50% dei ceppi. Queste
enterotossine sono abbastanza stabili, resistono anche ad alte temperature (100°) e ai succhi gastrici.
Ma come accade questa intossicazione alimentare? Nel caso che il cibo sia contaminato da
staphylococchi, questi producono l’enterotossina. Mangiando questi alimenti, introduciamo
nell’organismo anche l’enterotossina. Dopo poco tempo (1-6 ore) compaiono i sintomi, con nausea,
vomito e, raramente, diarrea e febbre. Questa patologia, tuttavia, si risolve nell’arco di 1 o 2 giorni.
Un’altra malattia da enterotossina (tossina esfoliativa) provoca la cosiddetta necrolisi epidermica
acuta o malattia di Ritter. La tossina provoca la desquamazione della cute e la formazione di bolle.
Un’altra tossina ancora, detta tossina dello shock tossico, provoca una patologia che, tuttavia,
dipende dalla quantità della tossina prodotta. Si parte, infatti, da sintomi abbastanza banali, come
febbre ed eritema, fino ad arrivare anche all’ipotensione, disfunzione di vari organi e morte.

Lo SA acquisisce molto rapidamente resistenza contro alcuni antibiotici, come la penicillina, la


meticillina e la vancomicina.

Diagnosi dell’infezione da SA
Per quanto riguarda i campioni utilizzati in laboratorio, il tipo di campione dipende sempre
dall’obiettivo. Prima di tutto, come sempre, si esegue una colorazione Gram, al fine di capire se
questo sia Gram+ o Gram-.
In seguito, si esegue l’isolamento del batterio, utilizzando una coltura di Agar con una soluzione di
NaCl al 7,5% (avevamo detto, infatti, che questo batterio è resistente anche ad alte concentrazioni di
NaCl).
Successivamente, abbiamo la possibilità di eseguire il test della catalasi, al fine di vedere se questi
batteri hanno tale enzima (si mette il batterio nell’acqua ossigenata: se questa comincia a formare
delle bolle di ossigeno, allora significa che l’enzima sta agendo e quindi è presente) e il test sulla
coagulasi, per vedere se presentano anche questo.

Gli Streptococchi
Anche questi sono a forma sferica, Gram+. Questi batteri tendono, all’osservazione al microscopio,
a presentarsi sotto forma di catenelle (non a grappoli, come gli staphylococchi).
Gli streptococchi, a differenza degli staphylococchi, sono capsulati e sono catalasi negativi (cioè,
non presentano l’enzima catalasi). Sono anaerobi facoltativi, anche se areotolleranti. Presentano
esigenze nutrizionali complesse, poiché crescono su terreni ricchi di sangue e siero.
Rappresentano un gruppo di batteri molto eterogeneo e numeroso: comprende specie che
colonizzano l’uomo, gli animali e che si trovano liberi nell’ambiente. Costituiscono anche una gran
parte della popolazione microbica orale, faringea, intestinale, vaginale e della cute.

Classificazione
Il primo criterio di classificazione è stato introdotto nel 1933 da Lancefield. In base all’antigene
polisaccaridico C, è stato possibile distinguere circa 20 gruppi sierologici, indicati con le lettere
maiuscolo dell’alfabeto. L’A, il B, il C, il D e il G sono dotati di maggiore patogenicità. In ogni
gruppo sono presenti più streptococchi.
1. A: S. pyogenes
2. B: S. agalactiae
3. C: S. equisimilis
4. D: S. faecalis, oggi E. faecalis
5. S. Pneumoniae, che non appartiene a nessun gruppo

Altra classificazione è quella di Brown, del 1919. Distinguiamo:


1. α-emolitici, che provocano un’emolisi parziale
2. β-emolitici, che provocano un’emolisi completa (qui, nella piastra, troviamo attorno al
batterio, un alone trasparente, poiché l’emoglobina è stata completamente distrutta)
3. γ-emolitici, che non emolizzano

Per quanto riguarda gli streptococchi di interesse medico abbiamo:


1. S. pyogenes, di gruppo A, β-emolitico, responsabile del 90% delle infezioni umane.
2. S. agalactiae, di gruppo B, β o γ-emolitico. Occasionalmente può causare setticemie e
meningiti neonatali (si ha, normalmente, la trasmissione nel momento del parto).
3. S. pneumoniae, che è privo del polisaccaride C e, quindi, non appartiene e nessuno di
questa classificazione, che può provocare polmoniti e meningiti.
4. Viridans, anche questi privi del polisaccaride C, ma sono α-emolitici. Questi provocano
la carie dentaria e, raramente, per esempio a seguito dell’estrazione di un dente, possono
passare nel circolo sanguigno, raggiungere il cuore e provocare endocardite subacuta.

S. pyogenes
E’ uno streptococco di gruppo A, β-emolitico, a circolazione interumana: l’uomo è l’unica sorgente.
Il contagio può essere per via respiratoria e, più raramente, alimentare.
Fra i fattori di virulenza, troviamo:
1. Capsula di acido ialuronico, non immunogena, che ha attività antifagocitaria
2. Complessi di acidi teicoici e della proteine M: questa è il principale fattore di virulenza,
poiché è immunogena, ha azione antifagocitaria; inoltre, questa presenta omologie con
alcune proteine cellulari.
3. Esoenzimi, come la streptochinasi, la ialuronidasi, la C5a-peptidasi (distruggere il
fattore C5a del complemento)

Fra le esotossine, troviamo, invece:


1. Streptolisina O: è un’emolisina che, inserendosi nella membrana citoplasmatica della
cellula, provoca la formazione di un poro e alla lisi cellulare. Questa è un enzima che
viene inattivato in presenza di ossigeno. E’, inoltre, una proteina estremamente
immunogena (stimola la produzione di anticorpi). Un titolo elevato di streptolisina O,
quindi, indica un’infezione da SP.
2. Streptolisina S: è un enzima stabile, che non viene inattivato dall’ossigeno (differente
dalla O). Questa, inoltre, non è immunogena.
3. Tossine eritrogeniche: Possiedono attività pirogena e sono responsabili dell’esantema
tipico della scarlattina. Alcune di queste tossine sono responsabili di una sindrome da
shock tossico.

Le patologie
Possono essere distinte in 2 classi:
1. Suppurative o piogeniche acute: Si parla di patologie dirette. In questo caso, noj è
possibile identificare la presenza del batterio. Un esempio di patologia suppurativa può
essere:
 Angina streptococcica acuta, che provoca ascessi peritonsillari, otite, meningite,
polmonite e, a volte, endocardite.
 Scarlattina
 Infezioni cutanee
 Infezioni di tessuti molli, come la fascite necrotizzante (molto seria, se non
curata, in quanto la tossina nei tessuti sottocutanei e la formazione del biofilm
può portare anche a gravi perdite del tessuto)
 Infezioni post-partum
 TSLS, sindrome da shock tossico
2. Sequele non suppurative: si presentano a distanza di 1-3 settimane da una precedente
infezione acuta, quando non abbiamo più un focolaio infettivo (anche in questo caso,
quindi, non possiamo dimostrare che si abbia auto un’infezione da SP). Alcuni esempi
sono:
 Febbre reumatica, che colpisce le articolazioni e il cuore
 Malattia autoimmune, che provoca la presenza di auto-anticorpi in grado di
reagire con i tessuti dell’ospite, sia connettivali che miocardico
 Glomerulonefrite acuta post-streptococcica: gli anticorpi prodotti in
conseguenza dello SP, alcuni immunocomplessi possono depositarsi a livello del
tessuto glomerulare. Questo comporta l’attivazione del complemento per via
classica e la distruzione del tessuto renale.

Diagnosi di laboratorio
Anche in questo caso si procede con colorazione Gram e isolamento del batterio. Il terreno
utilizzato è Agar-sangue. Una volta capito che si tratta di uno streptococco beta-emolitico,
dobbiamo vedere l’appartenenza al gruppo di Lance-Field.
Per l’identificazione si utilizza l’identificazione sierologica del carboidrato C, il FITC – Ig anti
carboidrato C di gruppo A e infine, la sensibilità alla bacitracina.

HIV
L’HIV fa parte delle retroviridae. Questi virus necessitano dell’enzima trascrittasi inversa, al fine
di potersi replicare. E’ un virus a RNA. Questo virus è particolarmente diffuso nell’Africa
Subsahariana (dove, oggi, i casi sono aumentati, ma i morti sono diminuiti).
Le modalità di trasmissione possono essere diverse:
1. Sesso fra uomini (42%)
2. Sesso fra eterosessuali (32%)
3. Droghe endovena (5%)
4. Trasmissione madre-figlio (<1%)
Esistono due tipologie di HIV:
1. HIV-1, più diffuso
2. HIV-2, meno diffuso, meno aggressivo, presente prevalentemente in certe
regioni africane.

Il core del virus è costituito da due filamenti di RNA, con stessa polarità (genoma diploide). A
ridosso dell’RNA è presente l’enzima trascrittasi inversa. Oltre a questo, ci sono altri due enzimi
importanti, chiamati integrasi, che consentono l’integrazione del genoma virale in quello cellulare.
Inoltre, è presente anche una proteasi, che serve per la maturazione delle proteine virali. Queste 3
componenti (trascrittasi inversa, integrasi e proteasi) sono tipiche del virus: sono stati, infatti,
studiati come bersaglio di farmaci antivirali.
Attorno al core centrale, c’è il capside virale, formato da una proteina chiamata P24. Ancora più
esterno è presente un envelope, dove sono inserite due glicoproteine: GP120, che sporge all’esterno,
e GP41, che attraverso interamente l’envelope (transmembrana).
L’HIV può infettare i linfociti T-CD4 (li distrugge) e i macrofagi (non li distrugge). Altre cellule
infettate dall’HIV sono le cosiddette CD4-.

Ma come avviene l’infezione?


In primo luogo il virus si lega al recettore cellulare attraverso la GP120; l'envelope del virus si
fonde, quindi, alla membrana della cellula, attraverso l'azione della GP41. Dopo questo legame,
però, il virus deve formare un altro legame, questa volta con un corecettore (per eseguire un legame
stabile). Una volta rilasciato all’interno il contenuto, l’enzima trascrittasi inversa trascrive l’RNA
virale in DNA. Questo viene portato nel nucleo della cellula (linfocita T-CD4), dove va ad
integrarsi, attraverso le integrasi, nel genoma della cellula. Una volta integrato, possono accadere
due cose: se la cellula è quiescente, non si ha replicazione virale (infezione latente); se, invece, il
linfocita T viene attivato, viene attivata anche la replicazione virale, facendo progredire l’infezione.
Nel momento in cu il virus si replica, dopo le varie fasi di sintesi dei vari componenti, attraverso la
gemmazione, le particelle virali usciranno da ciascun linfocita infettato.
Esistono diversi stadi di espressione di HIV nelle cellule infettate:
1. Completa latenza
2. HIV mRNA
3. mRNA e proteine
4. Produzione nuovi virioni

L’HIV è un virus estremamente variabile. Ciò che varia è:


1. Tropismo cellulare
2. Cinetica di replicazione
3. Citopaticità
4. Capacità di formare sincizi
5. Latenza e inducibilità
6. Antigeni

Normalmente, nello stadio iniziale dell’infezione, i ceppi che prevalgono sono quelli che infettano i
macrofagi. Nel secondo stadio di infezione, invece, prevalgono quei ceppi che infettano i linfociti T,
provocando un’infezione molto più grave.

La sindrome primaria da HIV


I sintomi di HIV sono visibili solo circa 6-12 settimane dopo l’infezione. I primi sintomi sono
relativamente aspecifici (non caratteristici). Una cosa importante da tenere presente è che, per
diagnosticare un’infezione da HIV, la prima cosa che si fa è cercare gli anticorpi verso il virus;
tuttavia, questi sono dosabili solo dopo 6 settimane dall’infezione vera e propria.
All’inizio dell’infezione, i linfociti sono attorno ai 1000. Dal momento in cui il virus dell’HIV
comincia a replicarsi in grandi quantità, i linfociti CD4 si dimezza, raggiungendo quantità variabili
intorno ai 500 circa. Tuttavia, anche se la concentrazione è diminuita, questi linfociti sono
comunque ancora sufficienti a garantire una protezione contro le infezioni più comuni (non si
hanno, quindi, manifestazioni particolari). Per un lungo periodo di tempo si ha, poi, la cosiddetta
latenza clinica: il virus, dopo questa prima fase di replicazione, è mantenuto sotto controllo dalla
risposta immunitaria (la quantità di virus si abbassa notevolmente). Col passare degli anni e di
questa fase, ad un certo punto cominciano a manifestarsi dei sintomi (indebolimento, insonnia,
sudorazione, ecc.), che porteranno all’immunodepressione, legato ad un crollo della quantità dei
linfociti T (al di sotto dei 200) e ad un aumento vertiginoso della carica virale.
Alcune malattie legate all’HIV sono il sarcoma di Kaposi, la candida e il virus di Epstein-Barr.
Esistono molte varianti del virus HIV-1. Il gruppo M è quello più diffuso.

Diagnosi di infezione da HIV


La prima cosa da fare è la ricerca degli anticorpi. Se questa risulta positiva, viene effettuato un test
di conferma più specifico (più costoso). Se viene confermata la positività, si procede con alcuni
dosaggi quantitativi del DNA virale e, a volte, anche della proteina P24 (proteina del capside che,
tuttavia, si trova in circolo solo nel caso di infezione estremamente alta).
A volte è possibile eseguire test per la ricerca di acido nucleico virale anche nelle urine o nella
saliva.
Un problema della terapia antivirale è che esistono delle resistenze: il virus è soggetto a grandi
variazioni. Sotto la pressione dell’azione dell’antivirale, emergono delle varianti resistenti del virus;
sono, infatti, necessari tanti farmaci diversi, che agiscano su numerosi bersagli.
Oggi, inoltre, vengono utilizzati i cosiddetti cocktail di farmaci anti HIV, uno dei quali è l’HAART,
nel quale sono presente una grande quantità di farmaci diversi.
Ma quando si cominciano i trattamenti? Inizialmente, si pensava di cominciare il trattamento
quando i CD4 erano sotto i 200/µl; oggi si comincia subito la diagnosi.

I micobatteri
Ogni anno le infezioni da micobatteri sono circa 8 milioni in tutto il mondo, tra cui ben 2 milioni
sono rappresentati dai morti.
I micobatteri sono batteri a forma di bastoncello, molto sottili, acido-alcol resistenti, aerobi
obbligati, immobili e con lenta replicazione, sia in vivo che in vitro.
La loro parete cellulare è ricca di lipidi e cere, che donano una grande impermeabilità alla cellula.
Questi micobatteri sono coltivabili in terreni molto ricchi, come quelli con tuorlo d’uovo o con
acido oleico-albumina, tuttavia, come già detto, nonostante l’ambiente favorevole sono
estremamente lenti a replicarsi.
La parete cellulare è costituita da una serie di strati lipidici, tra cui il peptidoglicano. Questi lipidi
sono i responsabili della colorazione acido-alcol resistente, della lenta crescita e della loro
resistenza ai detergenti.
Tra i componenti della parete è presente una sostanza detta fattore cordale, chiamato così perché fa
sì che questi batteri restino ammucchiati a formare dei cordoni.
I micobatteri si suddividono in:
1. Complesso tubercolare
2. Micobatteri non tubercolari, divisi in 4 gruppi in base alla velocità di crescita e alla
produzione di pigmento
La sorgente e la fonte di infezione è sempre rappresentata dall’uomo. La trasmissione è aerogena
(aerosol). E’ importante, tuttavia, notare il fatto che gli individui infetti eliminano pochi micobatteri
e, per infettarsi, ne sono necessari moltissimi. Di conseguenza, per infettarsi, è necessaria una
prolungata esposizione.
Se questi micobatteri raggiungono le vie respiratorie, vengono fagocitati da parte dei macrofagi
alveolari, che tuttavia, essendo ancora inattivi, non digeriscono i batteri ingeriti. Questi, dunque,
restano all'interno del macrofago, dove si possono moltiplicare.
I micobatteri hanno la capacità di inibire e bloccare la fusione del patosoma ingerito con i granuli
del lisosoma: questa fusione, quindi, non avviene e i batteri riescono a sopravvivere.
Si viene così a formare un tubercolo, in cui il batterio sopravvive dopo il primo incontro.
Col passare del tempo, questa infezione latente diviene la vera e propria malattia attiva, seguita da
un abbassamento delle difese immunitarie, dove compaiono manifestazioni tipiche della
tubercolosi.

La reazione da primo contatto col micobatterio, quindi, è l’attivazione dei macrofagi e il


contenimento dell’infezione, con la formazione del tubercolo (se un soggetto è, ovviamente
immunocompetente). Se l’infezione primaria fosse contratta da soggetti immunodeficienti, il
risultato non sarebbe un tubercolo (in cui i batteri sono tenuti fermi e viene loro impedito di
moltiplicarsi), ma si verrebbero a formare tutta una serie di lesioni, accompagnate da necrosi
caseosa, batteriemia e tubercolosi diffusa a tutto l’organismo.
A volte, una riattivazione di un complesso primaria, può provocare una nuova reazione
infiammatoria, sia nei soggetti immunocompetenti che in quelli immunodeficienti.
Fino al momento in cui i batteri sono racchiusi nel tubercolo, la malattia è latente e non può essere
trasmessa; se c’è una riattivazione, invece, questa può provocare il contagio di altri soggetti e la
manifestazione dei sintomi.
La risposta all’aggressione dei micobatteri è una “reazione di ipersensibilità ritardata cellulo-
mediata”.

Diagnosi indirette e dirette


Al fine di capire se il soggetto ha avuto realmente un’infezione da micobatteri, attraverso il test
della tubercolina. Viene inoculata un derivato proteico purificato della tubercolina e si guarda, dopo
48ore, se c’è positività; questa è data dalla misurazione del diametro di indurimento della zona, che
deve essere maggiore o uguale a 15mm (per essere positiva). La positività non significa avere la
tubercolosi attiva, ma sottolinea il fatto che, nella propria vita, c’è stato un incontro col
micobatterio, che ha portato allo sviluppo del complesso primario (tubercolo), asintomatico e
latente.
Oggi, in alternativa al test della tubercolina, si utilizza un altro test, che viene eseguito in vitro (e
non in vivo). Viene prelevato del sangue e si osserva se i linfociti di questo individuo, esposti ad
alcune proteine antigeniche batteriche, si attivano. Ma come si capisce se si sono attivati? Si misura
la concentrazione di interferone-γ prodotto (che sottolinea proprio l’attivazione dei linfociti).
Una diagnosi diretta, che punta a vedere se è presente un’infezione batterica, procede così:
1. Un esame batterioscopico, attraverso il quale si prepara un ispettorato del paziente, che
andiamo ad osservare al microscopio, al fine di vedere se ci sono i batteri (è, tuttavia, un
test poco sensibile)
2. Un isolamento colturale. I batteri presi dall’esame batterioscopico li isoliamo e li
mettiamo in un terreno di coltura, al fine di coltivarli.
3. Identificazione del tipo di batterio, una volta che si sono create le colonie
Al fine di eseguire l’esame colturale, la raccolta dell’escreato deve essere preso per 3 giorni
consecutivi (non basta una singola volta).

Trattamento della tubercolosi


Se il paziente risulta positivo all’infezione di tubercolosi, si esegue una terapia combinata con
farmaci, che agiscono sulla parete del batterio e sulla sintesi degli acidi nucleici.
Anche i micobatteri, tuttavia, presentano il problema della resistenza agli antibiotici. Si sono, infatti,
sviluppati dei micobatteri resistenti a diversi farmaci. Il problema della terapia, in questo caso,
diviene sempre più complesso. Una delle cause, che aiuta l’emergere di questa resistenza, è la
durata del trattamento, che dura circa 6-9 mesi (molto prolungato): molte volte, infatti, i pazienti si
stancano del trattamento e smettono prima dei tempi previsti, portando alla formazione di ceppi
resistenti.
Esiste un vaccino per la tubercolosi, costituito dal micobatterio bovis. Questo è formato, infatti, da
micobatteri bovini, che sono stati coltivati in vitro ed attenutati artificialmente.
Fra i micobatteri, tuttavia, esistono anche quelli non tubercolari, che possono provocare differenti
malattie, come malattie polmonari, cutanee o disseminate.

I vaccini
Esiste, infatti, l’immunoprofilassi attiva, che si basa sull’utilizzo dei vaccini, e
un’immunoprofilassi passiva, che si basa sull’uso di anticorpi già formati. Lo scopo di entrambe è
la prevenzione dell’infezione e della malattia, lavorando sulla risposta immunitaria.
I vaccini stimolano il sistema immunitario a produrre anticorpi, attivando anche l’immunità cellulo-
mediata. Esistono vari tipi di virus:
1. Microrganismi o virus vivi attenuati, che portano l’infezione con sintomi molto lievi
2. Microrganismi o virus inattivati (non più in grado di replicarsi)
3. Parti o prodotti dei microrganismi. Nel caso di tossine, vengono utilizzate tossine
detossificate (anatossine).
4. Vaccini ricombinanti. Per esempio, quello contro l’epatite B; in questo vaccino, per
esempio, il vaccino contiene solo l’antigene di superficie del virus. Ma come si fa a
prendere l’antigene di superficie? Si prende il gene che codifica per questa proteina, si
inserisce in una cellula di lievito, e si fa produrre in vitro, attraverso ingegneria genetica
(è, quindi, una proteina ricombinante).
A seconda della natura del vaccino, questo andrà a stimolare o una risposta primaria o una risposta
secondaria. I vaccini costituiti da parti o prodotti di microrganismi o quelli inattivati, per esempio,
provocano una risposta primaria, formata da una produzione di IgM nei confronti dell’antigene, che
dura circa un mese; dopodiché le IgM spariscono. La risposta secondaria la avremo con una
seconda infezione. Dunque, per un vaccino di questo tipo, non basta una sola somministrazione ma
ne sono necessarie 3 (anche la seconda, infatti, è ancora troppo debole).
Se, invece, il vaccino è un agente virale vivo attenuato, questo provocherà una vera e propria
infezione, ma non la malattia. La stimolazione, quindi, non si limita al momento in cui viene
inoculato il vaccino, ma è prolungata nel tempo, col risultato di avere una risposta uguale a quella
che si avrebbe con l’infezione reale (è una risposta che, spontaneamente, passa da primaria a
secondaria, con un livello elevato di anticorpi, che dura nel tempo: è sufficiente, pertanto, una sola
somministrazione).

Problemi nella preparazione del vaccino


Fra i problemi nella preparazione di un vaccino, abbiamo:
1. Individuazione degli antigeni protettivi, ossia di quelle parti del virus che possano
realmente portare ad una risposta immunitaria, senza che si abbia l’infezione.
2. Immunogenicità dell’antigene protettivo, ossia deve essere capace di indurre una risposta
anticorpale di un buon livello. Molte volte, alcuni antigeni polisaccaridici, al fine di
aumentare l’immunogenicità, vengono legati ad alcune proteine carrier.
3. Assenza di reazioni crociate con autoantigeni.
4. Disponibilità. La maggior parte dei vaccini devono essere somministrati a grandi
porzioni di popolazione; dunque, questi antigeni devono essere prodotti in quantità tali
da essere somministrati in massa.
5. Sicurezza
6. Distribuzione. I vaccini attenuati necessitano alcune particolari condizioni che li
mantengano vivi; questo comporta l’utilizzo della cosiddetta catena del freddo. In alcuni
casi, soprattutto nei paesi più tropicali, dove questo procedimento non era stato eseguito
correttamente, è accaduto che i vaccini non abbiano funzionato.
Il successo del vaccino dipende da molti altri fattori, come l’adesione della popolazione e l’utilizzo
delle campagne vaccinali. Il successo del vaccino è valutabile attraverso indagini epidemiologiche.

Produzione dei vaccini


Virus inattivati
Come si ottengono?
Prima di tutto il virus deve essere coltivato (in animali, in uova embrionate o in colture cellulari).
Successivamente, dopo essersi prodotta una grande quantità, viene purificato e inattivato, attraverso
l’utilizzo di due sostanze chimiche: la formalina e il β-propiolattone.
Il virus dell’influenza è un esempio di vaccino inattivato. In questo caso, la vaccinazione deve
essere ripetuta ogni anno, non solo perché il virus è molto variabile, ma anche perché è stato visto
come l’immunità derivante da questo tipo di vaccino è di brevissima durata.

Virus vivi attenuati


Per esempio, nel caso del vaiolo, veniva preso il virus del vaiolo bovino (che dava il vaiolo vero e
proprio nella mucca, ma portava solo una piccola infezione nell’uomo) e veniva inoculato
nell’uomo. Questo è stato scoperto grazie al fatto che alcuni contadini che venivano sempre a
contatto con alcuni buoi col vaiolo, non prendevano il vaiolo, ma una forma estremamene attenuata.
Dunque, per formare questi virus, è necessario prendere lo stesso virus da specie correlate
(ovviamente, oggi questo viene effettuato in laboratorio). Anche il vaccino contro il morbillo è
attenuato, selezionato in laboratorio.Altri vaccini attenuati, come quello per l’influenza, è stato
prodotto in laboratorio attraverso metodiche di attenuazione particolari.
I vaccini attenuati presentano molti vantaggi (danno un’infezione vera e propria, con risposta
secondaria, per esempio); tuttavia, questi vaccini sono da sempre stati presi con un po’ di riserva,
perché l’alterazione dipende da alcune mutazioni del genoma virale, in modo che il virus
diminuisca la sua patogenicità. In alcuni casi, tuttavia, c’è il rischio che queste mutazioni possano
retromutare e far riacquistare al virus la propria virulenza.

La parassitologia
La parassitologia studia i parassiti. Sia i batteri, che i miceti che i virus sono parassiti. Tuttavia,
oltre a questi abbiamo altri parassiti, studiati proprio dalla parassitologia: questa analizza i parassiti
che sono cause delle infezioni parassitarie; tra questi troviamo:
1. Protozoi (unicellulari)
2. Elminti o vermi (pluricellulari)
3. Artropodi (pluricellulari)
Questi particolari agenti sono oggetti di studio dalla parassitologia medica se:
1. Generano un rapporto infettivo con l’ospite
2. Inducono una risposta immunitaria
3. Sono trasmissibili o responsabili della trasmissione di agenti infettati batteri o virus)

Questo settore della microbiologia è così particolare, che vengono utilizzati dei termini speciali.
Ciclo biologico: lo svolgimento del ciclo vitale di un parassita può richiedere uno o più ospiti di
specie diversa; inoltre, durante il ciclo (e nel medesimo ospite) possono alternarsi più morfotipi (tipi
morfologici) dello stesso parassita (possono sembrare agenti diversi, anche se in realtà sono lo
stesso).
Ospite: ospite è l’organismo in cui il parassita svolge una o più fasi del suo ciclo vitale. Un ospite si
definisce intermedio, se il parassita vi svolge la fase asessuata del ciclo vitale; definitivo, se vi
svolge anche la fase sessuata; terminale, se in esso il ciclo non ha prosecuzione.

I protozoi
I protozoi hanno forma, dimensioni e comportamenti riproduttivi variabili, anche nell’ambito dello
stesso ospite.
Per esempio, per quanto riguarda le dimensioni, i microsporidi hanno dimensioni di circa 0.5-1µm,
mentre i balantidium coli hanno dimensioni di circa 70µm.
E’ un gruppo non omogeneo di organismi:
1. Unicellulari
2. Eucarioti
3. Eterotrofi

Alcuni concetti importanti da tenere a mente sono:


1. Trofozoite, ossia la forma vegetativa, metabolicamente attiva, che si nutre, cresce e si
riproduce
2. Cisti: alcuni protozoi la formano quando si trovano in condizioni ambientali sfavorevoli.
La cisti, quindi, è una forma di resistenza, pertanto è dotata di una parete (parete cistica)
3. Oocisti, ossia il risultato di una fase di replicazione sessuata

Alcuni protozoi di interesse medico


- Entamoeba histolytica: esiste sia in forma trofozoite, che in cisti. E’ la causa della
cosiddetta amebiasi intestinale e cerebrale. Questa ameba, ad un certo punto viene espulsa
all’esterno, dopo il passaggio nell’intestino, e quindi ha necessità di proteggersi: si crea,
pertanto, una parete di protezione, diventando una cisti; è, quindi, una trasformazione da
trofozoite a cisti.
- Giardia intestinalis: Ha una tipica forma a pera ed è costituita da 2 nuclei. E’ causa di
patologie a carico dell’apparato intestinale.
- Trichomonas vaginalis: E’ causa di patologie a carico dell’apparato urogenitale femminile:
può dare vaginiti (quando, infatti, siamo di fronte a vaginiti, normalmente si va ricerca la
presenza o della candida o del trichomonas).
- Toxoplasma gondii: ha un ciclo biologico molto complesso, che coinvolge soprattutto il
gatto. E’ causa della toxoplasmosi congenita e dell’immunodepresso. Questo parassita è uno
di quelli che hanno la capacità di cambiare morfologia (morfotipo): sotto la forma di
tachizoita, il toxoplasma gondii si replica molto velocemente (“tachi”, infatti, significa
“veloce”) e rappresenta, quindi, l’agente eziologico della patologia; sotto la forma di cisti
tissutale, che rappresenta un’infezione progressa (la cisti si forma al fine di resistere al
sistema immunitario); infine, sotto la forma di oocisti, il parassita si trova all’esterno, per
resistere all’ambiente (l’oocisti è il risultato di un processo sessuato avvenuto all’interno del
gatto, unico animale che permette la riproduzione sessuate di questo parassita). Il ciclo,
come già detto, è molto complesso. Il gatto, se infetto, libera, con le feci, le oocisti (o nella
lettiera o fuori). Queste oocisti libere possono infettare altri felini e mantenere il ciclo,
oppure possono infettare altri animali (topi, uccelli, ecc.); se, invece, le feci del gatto
contaminano le verdure, queste poi infetteranno l’umano. Inoltre, se le piante o le verdure su
cui erano presenti le feci, vengono mangiate da animali, quali mucche, pecore, capre e
maiali, il parassita verrà trasmesso anche a noi uomini (se mangiamo carni non ben cotte).
Se una donna infettata è incinta, può essere il passaggio transplacentare del parassita al feto;
se, invece, è stato infettato un uomo e questo va a donare un organo, il parassita può
tranquillamente trasmettersi al soggetto a cui giunge il trapianto (questo, normalmente, è
immunodepresso); ma l’uomo può anche trasmettere il parassita attraverso trasfusione.
Possibili conseguenze della toxoplasmosi nel bambino sono idrocefalo e microftalmia.
Nel soggetto immunocompromesso, le patologie possibili sono meningoencefalite,
encefalite e ascessi cerebrali.
- Leishmania spp: è causa della leishmaniosi. E’ un protozoo, che colpisce l’uomo e il cane.
Il ciclo vitale si svolge fra un vettore (normalmente pappataci) e un ospite intermedio (cane
o altri animali e uomo). Esistono due tipi di trasmissione: zoonotica, se avviene fra animale
e uomo; antroponotica, dove il pappataceo trasmette la malattia da uomo a uomo.
Esistono due tipi di leishmania: la prima presenta una forma allungata e un flagello; appena
trasmessa all’ospite, assume, invece, una forma rotondeggiante e perde il flagello.
Nell’uomo la leishmaniosi si può presentare in 3 forme cliniche: L. cutanea (Bottone
d’Oriente), L. mucocutanea (presente solo nel continente americano) e L. viscerale.
La leishmaniosi canina presenta inizialmente la forma cutanea, che in seguito evolve a
viscerale, provocando un’immunodepressione, a cui consegue una diffusione dei parassiti
(provoca praticamente sempre morte; prima, infatti, si consigliava l’abbattimento).
- Plasmodium spp: E’ il parassito che provoca la malaria. Necessita di un vettore chiamato
zanzara anopheles (ricordalo!). E’ presente una distinzione, nel ciclo, delle modalità di
replicazione: nell’uomo avviene solo la fase asessuata, mentre nella zanzare avviene in
maniera sessuata.
Cinque specie possono causare la malaria: la P. vivax e la P. ovalis(causa febbre terziaria
benigna), la P. malarie (causa febbre quartana), la P. falciparum (causa febbre terziaria
maligna) e la P. knowlesi (causa febbre quotidiana).
Il ciclo parassitario del plasmodium è molto complesso.
Il sintomo principale è dato dalla febbre, che presenta un andamento ritmico tipico di
ciascuna specie di plasmodio. La puntata febbrile (fino a sopra i 40°) è dovuta alla rottura
dei globuli rossi e alla liberazione del pigmento malarico (emozoina), che causa la febbre.
Poiché la febbre è ritmica, a seconda dei picchi abbiamo malarie differenti (se il picco
avviene ogni 3 giorni, abbiamo la terzana; se avviene ogni 4 giorni, abbiamo la quartana).
Gli elminti
Gli elminti sono organismi pluricellulari. Hanno corpo appiattito (platelminti) o rotondo
(nematelminti); presentano un tegumento a rivestire il corpo; non presentano sistema digerente,
circolatorio e respiratorio. Quasi tutti sono ermafroditi e hanno, come prodotto della fecondazione,
le uova, dalle quali nascono le larve.
- Taenia o verme solitario. E’ un verme piatto, con corpo molto lungo (strobilo) e una piccola
testa (scolice). Dal collo della taenia si vengono a formare tutta una serie di proglottidi, che
si uniscono le une alle altre, allungando il verme: le ultime presentano i genitali per
riprodursi. La taenia solium, per esempio, ha come ospite specifico il maiale.
Fra le patologie da taenia, troviamo: teniasi, in caso di infestazione intestinale del verme;
cisticercosi, in caso di infestazione da cisticerchi (forme embrionali) del verme a livello
tissutale (la cisticercosi può essere sottocutanea, muscolare o cerebrale). Ricordando che
l’ospite definitivo, nei parassiti, è sempre quello in cui avviene la riproduzione di tipo
sessuata, in questo caso allora l’ospite definitivo è l’uomo (è qui, infatti, che il verme si
riproduce).
- Echinococcus granulosus. E’ molto simile alla taenia, ma molto più piccolo (solo 2 o 3
proglottidi). E’ causa di cisti epatiche.
- Enterobius vermicularis. Provoca l’enterobiosi. Quando, generalmente, si dice che un
bambino ha i vermi, ci si riferisce a questo. Le femmine di questi parassiti vanno a
depositare le uova a livello anale: i bambini tendono, quindi, a grattarsi e, poi, si mettono le
mani in bocca, auto contaminandosi.
- Filarie. Ogni filaria ha un suo vettore per la trasmissione. Queste, essendo vermi molto
grandi, se si formano a livello dei vasi linfatici o nei vasi sanguigni, tendono a bloccare i
vasi, provocando l’elefantiasi, ossia un’ipertrofia della cute.

Gli artropodi
Si chiamano artropodi per via della presenza di zampe articolate. Strutturalmente, il corpo è
suddiviso in capo, torace e addome. Presentano, inoltre, un esoscheletro.
Alcuni artropodi eseguono la cosiddetta muta, ossia l’acquisizione di un nuovo esoscheletro, che
comporta solo un cambiamento parziale della forma; altri eseguono la metamorfosi, ossia il
cambiamento dell’aspetto totale: uovo  larva  pupa  insetto adulto.
Gli artropodi sono oggetto di studio della microbiologia clinica; le patologie sono dovute
unicamente alla relazione di parassitismo che si viene a formare tra ospite e artropode.
La scabbia è una delle patologie che hanno una particolare importanza a livello epidemiologico, in
particolare per quanto riguarda le infezioni ospedaliere e le trasmissioni sessuali. Questa patologia è
legata a scarse condizioni igienico sanitarie, soprattutto a livello della collettività (scuole, ospizi,
carceri). Come già detto essa fa parte delle malattie sessualmente trasmissibili, tuttavia è possibile
contrarla anche in ambiente ospedaliero, in questo caso si parla di scabbia nocosomiale.
Il contagio può essere: diretto (contatto fisico) o mediato (biancheria, indumenti, ecc).
L’incubazione può variare tra 10 e 20 giorni; per quanto riguarda invece gli elementi di contagio
troviamo: larve, femmine e ninfe.
La sintomatologia principale è denotata da un forte prurito, che inizia spesso dopo due - tre
settimane dall’infestazione, causato dall’azione scavante dell’acaro. Si possono avere anche
reazione immunoallergiche, causate da prodotti fecali rilasciati dalla femmina durante
l’ovodeposizione.
I segni clinici riscontrabili sono rappresentati da lesioni cunicolari (sottili gallerie sotto lo strato
corneo, che variano tra 3 e 10 mm) e da lesioni da grattamento.
Un artropode di particolare importanza è il Pedicolus humus capitis, causa di pediculosi,
infestazione di capelli e peli.
Il suo ciclo inizia dall’uovo, attaccato ai capelli, che lascia spazio alla successiva forma di ninfa, la
quale attraverso tre mute diviene l’insetto vero e proprio (il tempo del ciclo è circa 15 - 20 giorni).
Il contagio avviene per contatto diretto fra le persone (in particolare bambini tra 3 e 11 anni).
Un altro artropode molto importante è quello rappresentato dalla famiglia delle zecche (Ixodidae).
Il più comune artropode di questa famiglia è lo Ioxides ricinus, causa della trasmissione di molti
virus, batteri e protozoi.