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Metodologia

L’infermiere esecutore e l’infermiere professionista


Proviamo ad analizzare ciò che ha portato l’infermiere ad essere ciò che rappresenta oggi,
ossia un professionista.
L’infermiere esecutore fa riferimento a quel periodo che va dagli anni ’50 agli anni ’90.
Questi rappresentano, per l’infermiere, un momento storico estremamente importante e
rivoluzionario: è, infatti, stato emanato il profilo professionale dell’infermiere, nel quale si
evincono quelle che sono le responsabilità e le competenze di un professionista. Prima,
l’infermiere era contraddistinto come mero esecutore. Esso è caratterizzato, infatti, da una
forte competenza tecnica, che gli permette in parte di risolvere i problemi di salute della
persona assistita. In parte, perché questo infermiere ha un’autonomia di ordine operativo e
meno decisionale: l’infermiere operativo si trova in stretta collaborazione con il medico; è il
medico il gestore dell’assistenza generale e non l’infermiere.
L’infermiere esecutore, inoltre, è contraddistinto da tutti i mandati a cui è soggetto, primo fra
tutti il mandato sociale, facendo riferimento al codice deontologico e alle norme giuridiche
regolamentanti la professione. L’infermiere esecutore, dunque, è limitato in quella che è la
sua professionalità, proprio a causa del fatto che prevale l’autonomia operativa, a fronte
dell’autonomia decisionale; soprattutto, ciò porta l’infermiere si trova a dover gestire
problemi di ordini medici e non infermieristici.
Ad un certo punto è cominciato a nascere la necessità di un infermiere che, in qualche modo,
potesse essere in grado di operare in maniera autonoma e senza le direttiva del medico. A
questo passaggio hanno contribuito una serie di elementi, primo fra tutti il decreto
ministeriale 739 del 1994, che definisce tutte le responsabilità dell’infermiere professionista
oggi. L’infermiere professionista è, infatti, ben diverso dall’infermiere professionale.
Quest’ultimo, infatti, rappresenta l’infermiere esecutore; nell’infermiere professionista
possiede, invece, caratteristiche che permettono un esercizio dell’autonomia professionale
maggiore e, soprattutto, che permettono di rispondere a bisogni di salute importanti.
E’ questo, quindi, che differenzia l’infermiere professionista dall’infermiere esecutore.
Ovviamente, anche l’infermiere professionista è soggetto al mandato sociale che, tuttavia,
avrà al suo interno caratteristiche ben diverse, derivanti da un’evoluzione nei contenuti, che
riguardano le nuove responsabilità che l’infermiere si trova a dover considerare, perché
professionista. Per esempio, il fatto di passare da una formazione per compito ad una
formazione per competenza, ha allargato molto l’ambito di intervento dell’infermiere, ma lo
ha gravato di moltissime responsabilità, poiché è prevalso l’aspetto decisionale su quello
meramente operativo.
Ciò che è cambiato notevolmente, poi, è la componente tecnica dell’infermiere: è nata, infatti,
una vera e propria specificità e l’infermiere assume anche il ruolo e la funzione di gestore e
decisore: ha l’opportunità di poter scegliere quale sia l’intervento più appropriato per poter
rispondere alla malattia, che si presenta nei confronti dell’assistito. Ecco che l’infermiere
professionista non deve più ragionare secondo la pura tecnica e formazione, ma deve
ragionare per problemi: solo così può avere la capacità di gestire e risolvere ciò che gli si
presenta davanti. Per poter risolvere i problemi, l’infermiere dovrà avere un approccio per
percorsi assistenziali (le tappe fondamentali che un paziente deve affrontare nel corso del suo
ricovero, da un punto di vista infermieristico).
Altro elemento importante che va a contraddistinguere l’infermiere professionista è il
management, ossia l’organizzazione del lavoro. Questo tipo di management, però, non è da
confondere con quello che ha il coordinatore infermieristico (caposala), il quale si occupa
dell’organizzazione delle risorse umane, tecnologiche ed economiche. Il management del
singolo infermiere clinico è la capacità che questo ha di identificare gli elementi fondamentali
dell’organizzazione del lavoro (definire chi fa, e che cosa, in un turno di lavoro; definire quali
sono le responsabilità nella gestione dei percorsi assistenziali).

Il processo di professionalizzazione
Ma qual è stato il percorso che, da un punto di vista formativo e da un punto di vista
legislativo, ha contribuito a trasformare l’infermiere esecutore in professionista?
Questa evoluzione è identificata dal cosiddetto processo di professionalizzazione (che è
ancora “in progress”), ossia il processo che contribuisce alle modifiche dell’essere
professionista e delle funzioni della figura professionale. Questo processo di
professionalizzazione è partito da una formazione per compito e, come obiettivo, ha quello di
giungere ad una formazione per competenza. Il compito è riferito all’abilità tecnica e
gestuale; la competenza è l’insieme delle conoscenze e delle capacità comunicative e
relazionali, che un infermiere deve possedere per poter far fronte all’esercizio professionale.
Oggi l’approccio è “a competenza”, ma ciò non significa che sia ottimale e definitivo: il
processo di professionalizzazione è tuttora in corso e in aggiornamento.
Fra gli elementi che permettono a questo processo di essere in progresso, troviamo:
1. La legislazione professionale, ossia tutte quelle regole che hanno contribuito a
migliorare la responsabilità dell’infermiere;
2. Il sistema formativo dell’infermiere.
3. Il sapere esperienziale, ossia tutto ciò che l’infermiere apprende durante il suo
esercizio professionale (conoscenze a abilità).
4. Usi e consuetudine. Questi, al contrario, gravano in maniera negativa al processo di
professionalizzazione (si è sempre fatto così, continuo a fare così). E’
importantissimo, infatti, aggiornare le proprie competenze, per poter essere
competente e per non recar danno all’assistito. Ecco perché coloro che continuano ad
agire per pura esperienza e quotidianità rappresentano un rischio per il paziente e per i
colleghi, rallentando il processo di professionalizzazione.

La competenza
La competenza è “un valore aggiunto del professionista, intesa in termini di conoscenze,
capacità, abilità e comportamenti”. E’ un valore, quindi, che rende specificità al
professionista, contraddistinguendolo dalle altre professioni. Questo valore aggiunto viene
espresso in termini di conoscenza, abilità e comportamento. La competenza viene anche
definita come “sapere, saper fare e saper essere”. Esistono, tuttavia, alcune competenze di
base che ciascuno deve possedere, indipendentemente dalla professione:
1. Competenze essenziali (per esempio, l’abilità informatica);
2. Competenze trasversali, ossia quelle competenze che sono comuni a più professioni e
che, quindi, non sono specifiche ad una sola professione;
3. Competenze tecnico-professionali, ossia le competenze specifiche, che contribuiscono
con una quota maggiore a dare specificità alla professione.

Altri elementi fondamentali per il processo di


professionalizzazione
Vediamo adesso quali sono, sul campo legislativo, gli elementi che hanno contribuito al
processo di professionalizzazione dell’infermiere.
Il primo è il Decreto Ministeriale 739 del 1994, che rappresenta il profilo professionale
dell’infermiere e che ci identifica come professione.
Il profilo recita il fatto che un infermiere:
1. Partecipa all’identificazione dei bisogni di salute della persona e della collettività, con
autonomia operativa, ma soprattutto decisionale;
2. Identifica i bisogni di assistenza infermieristica;
3. Pianifica, gestisce e valuta il problema specifico, sempre inerente alla disciplina
infermieristica;
4. Garantisce l’applicazione delle prescrizioni diagnostico-terapeutiche.

Un altro contributo fondamentale per il processo di professionalizzazione è stato dato


dall’abrogazione del mansionario (legge 42/99), ossia un documento a carattere prescrittivo,
che conteneva una serie di compiti, di attività, di interventi che l’infermiere aveva la
possibilità di svolgere. Ecco che, quindi, mentre prima l’infermiere era limitato al solo
svolgimento di azioni tecniche, descritte nel mansionario, acquista adesso una maggiore
consapevolezza del senso di responsabilità che lo caratterizza nel proprio esercizio
professionale. La legge 42 fa riferimento alla regolamentazione dell’esercizio professionale,
al codice deontologico e alla formazione ricevuta. Il codice deontologico nasce dalla
professione: rappresenta una serie di regole etiche che la professione stessa si è data.
Un altro aspetto molto importante è la legge 251 del 2000. Questa ribadisce ciò che è
l’autonomia professionale e, di conseguenza, tutte le responsabilità che da questa derivano.
Inoltre, la legge 251 introduce due concetti fondamentali:
1. L’organizzazione per percorsi, ossia l’organizzazione di percorsi assistenziali,
costruita attraverso un ragionamento per obiettivi, per competenza (e non più per
compiti!). L’obiettivo, infatti, aiuta ad analizzare bene il problema e, di conseguenza,
a costruire tutta una serie di prestazioni assistenziali.
2. La personalizzazione dell’assistenza. Una volta definito il percorso assistenziale, è
possibile applicarlo. Tuttavia, questo percorso è necessario che venga personalizzato:
l’approccio infermieristico, infatti, è olistico, che prende in considerazione la persona
nella sua totalità; un assistito, infatti, avrà risposte completamente diverse da quelle di
un altro assistito. Di conseguenza è necessario personalizzare le proprie scelte in
relazione a quelle che sono le risposte che possiamo avere da un punto di vista fisico,
sociale e psicologico.

Ma da cosa deriva questo approccio olistico?


Deriva proprio dal fatto che, nella definizione di salute, essa è descritta come “uno stato di
benessere fisico, mentale e sociale e non la semplice assenza di malattia o infermità”:
interessa, dunque, l’essere umano nella sua globalità.
Inoltre deriva dal cosiddetto metaparadigma, ossia una formulazione filosofica dei principali
valori di fondo dell’infermieristica, che si colloca al di sopra di Teorie e Modelli concettuali.
Questo metaparadigma dovrà, poi, essere contestualizzato nelle proprie scelte professionali.
La metodologia infermieristica suggerisce fortemente di pianificare l’assistenza in maniera
standardizzata; tuttavia, questo va, in qualche modo, contro la personalizzazione
dell’assistenza e, quindi, contro ciò che questa legge (251 del 2000) offre. E’, invece,
estremamente importante ricordare di contestualizzare il percorso assistenziale.
Per esempio, nel caso di una specifica malattia, esiste un percorso standard, dettato dalla
metodologia infermieristica. Tuttavia, l’approccio standard non è corretto per ogni paziente.
Questo accade perché la stessa malattia avrà differenti conseguenze, fisiche, sociali e
psicologiche, sui diversi assistiti: per questo motivo l’assistenza standardizzata, che tende a
considerare la persona come un semplice organismo malato, limita fortemente quella che
deve essere invece una visione totalizzante, personalizzata e contestualizzata.
Come professionisti, inoltre, dobbiamo farci garanti di quella che è la qualità dell’assistenza
che diamo, attraverso la competenza: conosciamo e, quindi, operiamo in base alla nostra
conoscenza, garantendo la qualità dell’assistenza. Siamo agenti morali e, per questo, nel
nostro agire dobbiamo sempre prendere in considerazione l’individuo in sé, cercando di non
contrastare i suoi princìpi fondamentali.
Altro aspetto molto importante è il DM 384/90. Fino al 1990, i professionisti sanitari erano
soliti documentare poco o in maniera impropria. Ecco perché, con questo decreto, si
definiscono quali sono i requisiti essenziali della documentazione. In particolare, si è rivisto
quello che è il dossier infermieristico o cartella infermieristica, come deve essere strutturata
la propria documentazione, quali sono le componenti che vanno a costruire la
documentazione infermieristica, perché è necessario e obbligatorio dare evidenza a ciò che
viene fatto: senza documentazione, infatti, non ci sono prove. La documentazione deve
sempre flettere il modello teorico di riferimento (metaparadigma) e il metodo che
l’infermiere ha deciso di adottare nella sua assistenza, dando evidenza di tutte le fasi del
processo infermieristico (problem solving: fase di accertamento, di diagnosi, di
pianificazione, di attuazione e di valutazione).

La professione dell’infermiere e la sua evoluzione nel tempo


La professione dell’infermiere ha subito, negli anni, un’evoluzione notevole.
Quest’evoluzione era necessaria, sia perché stava cambiando lo stato giuridico
dell’infermiere, sia perché stava mutando quello che era il bisogno di salute nella
popolazione. Riguardo alla formazione, siamo partiti da quella regionale, arrivando a quella
universitaria e, di conseguenza, l’infermiere è passato da una formazione per compiti
(regionale) ad una formazione per competenza (universitaria).
Un cambiamento molto importante lo si ha con la dichiarazione di Bologna, nel 1994, con la
quale, per esempio, si è passati dal corso di formazione biennale a quello triennale in Italia.
Ad un certo punto, poi, i bisogni di salute delle persone sono nettamente aumentati ed è stato
così che il corso, prima solo regionale, ha cominciato a divenire anche universitario: in un
primo periodo, le due tipologie di corso hanno convissuto, per poi essere sostituite totalmente
dal corso universitario.
Il primo corso attivato è stato il diploma universitario in scienze infermieristiche e, solo dopo,
l’Italia è passata ai corsi di laurea triennale. Successivamente si è aggiunta anche la
possibilità di potersi specializzare in ambiti specifici, grazie all’avvento dei master.
Quando, dal punto di vista legislativo, si è vista anche quella che era la figura dell’infermiere
dirigente, la formazione triennale e il master non era sufficiente per dare competenza ad un
infermiere per dirigere un’azienda: sono nati, così, i +2, ossia la laurea manageriale.

L’infermieristica
Una frase del 1980 (ancora oggi molto attuale) definiva così l’infermieristica:
“L’infermieristica consiste nella diagnosi e nel trattamento delle risposte umane ai problemi
di salute/processi vitali, presenti o potenziali”. Ma perché richiamare una definizione così
vecchia? Perché questa ci aiuta a comprendere quella che è stata l’evoluzione
dell’infermieristica da assistenza a scienza. Questa definizione è molto attuale, soprattutto
perché sottolinea l’importanza, nella scienza infermieristica, del fare diagnosi, rispetto non ad
un problema di malattia, ma alle risposte che questo problema di malattia può dare sulla
persona assistita. Importantissimo, dunque, ricordare come il giudizio infermieristico (o
clinico) non deve essere dato sulla malattia, ma sulla risposta che la persona ha alla malattia.
Tuttavia, come è possibile dedurre dalla definizione sopra riportata, l’infermiere non deve
concentrarsi unicamente sul problema di salute attuale, ma deve far riferimento anche a ciò
che potrà essere, ossia a quei problemi che potranno presentarsi in futuro, basandosi sui
cosiddetti fattori di rischio.
Oggi, l’infermieristica viene definita così: “L’infermieristica consiste nell’utilizzo del
giudizio clinico, per l’erogazione di un’assistenza che consenta alle persone di migliorare,
mantenere o recuperare la salute, di far fronte ai problemi di salute e di conseguire la qualità
della vita migliore possibile, qualunque sia la loro malattia o disabilità, fino alla morte”.
Nella prima definizione non era presenta un giudizio clinico: l’infermiere oggi deve essere,
infatti, in grado di giudicare clinicamente la risposta ad un problema di salute, finalizzata al
miglioramento e al mantenimento dello stato di salute. Fra gli obiettivi principali
dell’infermiere, infatti, non c’è solo quello di dissolvere il problema attuale, ma anche quello
di migliorare le condizioni di vita della persona, cercando di identificare le capacità residue
dell’assistito e lavorare per far sì che egli possa essere sempre in grado, compatibilmente con
la sua malattia, di gestire in maniera autonoma le attività di vita quotidiana. Su tutto questo
sono andate costruendosi tutte le caratteristiche che hanno identificato, all’interno della
scienza infermieristica, i contenuti scientifico-disciplinari, che permettono il recupero o il
miglioramento delle condizioni di vita della persona assistita.
Tutti gli elementi che, precedentemente, abbiamo analizzato, sia dal punto di vista normativo,
legislativo che morale, hanno permesso il passaggio da assistenza infermieristica a scienza
infermieristica. L’elemento che ha contribuito notevolmente a questa trasformazione
(l’abbiamo già analizzato) è stato il codice deontologico, secondo il quale “l’assistenza
infermieristica è un servizio alla persona e alla collettività, che si realizza attraverso interventi
specifici, autonomi e complementari, di natura intellettuale, tecnica, relazionale ed
educativa”. Importante ricordare, infatti, come l’assistenza sia, oggi, prima di natura
intellettuale e, solo dopo, di natura tecnica. L’infermiere assume, quindi, una grande
autonomia decisionale, che gli permette, però, anche di avere interventi di natura
complementare, ossia condivisi e gestiti con altri colleghi: questo permette un approccio
migliore al problema da affrontare. Ecco che, oggi, l’infermiere non ragiona più per problemi
medici, ma si trova a dover gestire quella che è una diagnosi infermieristica, che
analizzeremo meglio più avanti. L’elemento di supporto a questo passaggio è il profilo
professionale, soprattutto l’articolo 3 (l’infermiere pianifica, gestisce e valuta). Nella diagnosi
medica, poi, l’infermiere agiva per compiti. Ma a cosa fa riferimento il ragionamento per
compiti? Al mansionario, ossia a quella lista di compiti che l’infermiere doveva e poteva fare,
di cui era responsabile e sempre finalizzati alla risoluzione della diagnosi medica, non
infermieristica. Con l’abrogazione del mansionario, l’infermiere deve ragionare in termine di
risultati NOC. Questo, forse, è stato il passaggio più complicato: molti infermieri, infatti,
ancora oggi non riescono a porsi degli obiettivi, dei risultati da raggiungere, ma tendono a
ragionare sempre per problemi.
Oltre ai risultati, oggi siamo chiamati sempre di più a rispondere in termini di qualità: il
Consiglio dei Ministri ha previsto, per le strutture sanitarie, l’accreditamento istituzionale.
Questo rappresenta un sistema di garanzia il cittadino: se la struttura è accreditata, significa
che è eccellente e garantisce interventi di qualità.
All’interno di tutto ciò è fondamentale riuscire ad identificare un modello teorico di
riferimento. Molti studiosi sostengono, infatti, che teoria e pratica clinica siano strettamente
correlate e che il sapere disciplinare non proceda solo dall’applicazione dei principi generali
di grandi teorie ai casi particolari, ma si sviluppi, in maniera più pertinente, a partire dallo
specifico contesto assistenziale nel quale si realizza. In relazione al modello di riferimento,
anche se l’obiettivo è il medesimo, cambia il tipo di approccio assistenziale che l’infermiere
va a scegliere, nei confronti dell’assistito. Col cambiamento del metodo, infatti, cambia il
concetto di salute, di persona, di ambiente: cambia, in poche parole, il metaparadigma
infermieristico. L’infermiere deve, quindi, scegliere un metaparadigma (filone filosofico), ma
deve contenere un filo scientifico: deve essere un giusto equilibrio fra filosofia e metodo
scientifico. Le attuali teorie che noi adottiamo come modello di riferimento sono, infatti,
un’unione fra modello antico e teoria scientifica oggi accreditata.
In tutto questo, quindi, definiamo:
1. Un’infermieristica generalista. L’infermiere generalista è colui che agisce sia in
maniera autonoma che collaborativa (ha quindi sia autonomia decisionale che
cooperativa) e si occupa di problemi afferenti alle scienze infermieristiche generali
formazione triennale).
2. Un’infermieristica specialista. L’infermiere specialista agisce sempre sia in maniera
autonoma che collaborativa, esercitando quindi la sua autonomia decisionale e
cooperativa, ma in un ambito specifico (master). Nell’ambito dell’infermiere
specialista troviamo anche il master in coordinamento.

Il principale modello che supporta l’infermiere nella pratica clinica (che unisce il
metaparadigma all’accreditamento scientifico) è il modello bifocale di Carpenito. Il concetto
di bifocalità richiama la differenza fondamentale fra il modello biomedico e quello olistico:
bifocale, quindi, perché dà la possibilità di agire con entrambe le linee di pensiero, dando
prevalenza a quello olistico. Il modello di Carpenito è applicabile sia al modello autonomo
che al modello collaborativo. Tuttavia, quando si ragiona con autonomia ci rifacciamo di più
al concetto olistico, mentre quando si ragiona in collaborazione, siamo più sul modello
biomedico: l’ambito autonomo, infatti, lo si gestisce con la diagnosi infermieristica, mentre
l’ambito collaborativo, lo si gestisce di più con i problemi collaborativi.

La diagnosi infermieristica
La prima definizione di diagnosi infermieristica risale al 1953. Oggi consideriamo come
definizione quella data dalla NANDA nel 1990: “la diagnosi infermieristica è un giudizio
clinico riguardante le risposte della persona, della famiglia o della comunità a problemi di
salute/processi vitali in atto o potenziali. La diagnosi infermieristica costituisce la base
sulla quale scegliere gli interventi infermieristici volti a conseguire dei risultati di cui
l’infermiere è responsabile” (NANDA, 1990).
Ricorda anche che: “La diagnosi infermieristica racchiude tutto ciò che l’infermiere può
gestire con autonomia decisionale.”

Giudizio clinico: è un giudizio che deriva dal nostro sapere scientifico-disciplinare. Perciò,
nel formulare questo giudizio, è necessaria che l’infermiere conosca non solo ciò che riguarda
le scienze infermieristiche, ma anche quello che riguarda le scienze biomediche. La
formulazione del giudizio, però, deve essere sempre contestualizzata. Il giudizio clinico,
l’infermiere non lo dà sulla malattia, ma sulla risposta alla malattia, da parte dell’assistito.
Le risposte: possono essere di 3 tipologie principali: fisiche (per esempio, stipsi), sociali (per
esempio, disagio nelle relazioni sociali), psicologiche (per esempio, ansia o paura).
Problemi di salute: sono tutte le diagnosi mediche. Gli infermieri non guardano, però, alla
malattia, ma alla salute dell’assistito, così da capire quello che è necessario usare per
ripristinare una condizione di vita stabile e un benessere psicofisico e sociale.
Processi vitali: sono tutti quei processi che identificano la vita biologica di una persona.
In atto o potenziali: questi problemi ci possono essere (in atto) o non essere ancora presenti
(potenziali). L’infermiere deve saper analizzare i cosiddetti fattori predisponenti o di rischio,
costituendo la diagnosi potenziale. Ovviamente fra la diagnosi reale e diagnosi potenziale è
più importante quella reale, poiché deriva da una priorità nel tempo, indice di gravità
imminente. E’ prioritario tutto ciò che deve essere gestito immediatamente, così da non
compromettere ulteriormente il livello di autonomia e funzionalità della persona.
Ma perché è importante l’approccio per diagnosi infermieristica?
1. Ha un ruolo centrale nella formazione del futuro professionista, perché permette di
sviluppare la capacità di ragionamento ipotetico-deduttivo o diagnostico, il quale
consente di analizzare correttamente quelle che sono situazioni critiche complesse,
così da riuscire a capire quale sia la corretta diagnosi per la persona assistita.
2. Ha una ruolo essenziale anche nell’attività lavorativa, perché valorizza quello che
significa essere professionista.
3. Pone un metodo di descrizione del sapere professionale: la diagnosi infermieristica
rappresenta un giudizio clinico dato su una risposta alla malattia, attuale o potenziale.
Il giudizio è la prova del fatto che l’infermiere dichiara il suo sapere, di tipo
scientifico-professionalizzanti, nei confronti della persona.
4. Ha un linguaggio comune: il fatto di utilizzare una classificazione e, quindi, di avere
un approccio per diagnosi infermieristica, porta anche a quello che viene chiamato
unificazione del linguaggio fra professionisti. Se tutti adottano lo stesso tipo di
modello teorico di riferimento, è chiaro che anche il linguaggio da adottare dovrà
essere comune. Questo non solo valorizza quello la professionalità di un infermiere,
ma permette di comprendere efficacemente la problematica trattata, evitando così di
rischiare errori.
5. Ricerca infermieristica: tra le responsabilità di un infermiere generalista c’è la
funzione di ricerca. Questa può essere effettuata su più livelli, poiché esiste una
ricerca base e una ricerca avanzata. La diagnosi infermieristica contribuisce alla
ricerca dell’infermiere generalista, per esempio quando questo deve fare ricerca nelle
banche dati; quando si fa ricerca bibliografica è necessario impostare una stringa con
operatori booleani e la diagnosi può essere benissimo un elemento di stringa da
inserire per poter trovare le evidenze scientifiche in relazione a quel problema, così da
analizzarle e da capire quali sono gli interventi più raccomandati per il dato problema.
6. Qualità di cure: seguire un ragionamento diagnostico, ossia ragionare per problemi e
non per prestazioni, essere in grado di giudicare con professionalità quella che è la
risposta, impostare quello che è il programma di cura, è sicuramente un metodo
efficace per indirizzare la terapia ad una qualità elevata.

Il modello bifocale di Carpenito analizza 2 ambiti, come già precedentemente detto:


1. Un ambito in cui l’infermiere è prescrittore e, quindi, esercita un’autonomia
professionale.
2. Un ambito di collaborazione, in cui l’infermiere ha un approccio nei confronti
dell’assistito per problemi collaborativi.

Problema collaborativo: Qui prevale quella che è la componente biomedica, dove


l’infermiere ha una responsabilità limitata a quelli che possono essere gli indicatori di
miglioramento o peggioramento dello stato clinico della persona. Non si tratta, quindi, di
affrontare un problema infermieristico, ossia la diagnosi, ma si tratta unicamente di analizzare
un problema di ordine prettamente medico. Prevale, dunque, l’autonomia operativa su quella
decisionale. Tuttavia, è sempre un po’ presente anche l’autonomia decisionale, relativa al
fatto che l’infermiere dovrà scegliere quella che possono essere gli interventi che
contribuiscono al miglioramento del problema (interventi che dipendono sempre dal profilo
professionale dell’infermiere). L’infermiere può, solo in caso di necessità e urgenza,
somministrare farmaci di sola competenza medica. Esiste un solo altro caso in cui
l’infermiere può somministrare senza prescrizione medica: nel caso in cui, fra infermiere e
medico, sia stato condiviso precedentemente un protocollo terapeutico.
I modelli funzionali di Gordon
L’ipotesi diagnostica deve essere sempre sostenuta da elementi oggettivi, soggettivi e
strumentali. Per questo, successivamente a quando il modello di Carpenito è stato
implementato nella pratica clinica, ci si è accorti che la sola adozione delle diagnosi
infermieristiche non era sufficiente: Carpenito si è messa insieme a Gordon. Gordon è
un’altra teorica, che ha cercato di capire quali potevano essere gli elementi che, da un punto
di vista dimensionale, potevano essere di supporto all’infermiere nel capire la malattia della
persona assistita; ecco, dunque, che sono stati scritti i modelli funzionali di Gordon. La
struttura dei modelli funzionali di Gordon ha carattere olistico e si applica alla persona in
considerazione del fatto che le entità distinte vanno ricollegate sempre all’unicità e alla
complessità della persona. Tuttavia, mentre Carpenito prendeva in considerazione le
dimensioni della salute facendo prevalere il metaparadigma, ossia il carattere filosofico,
Gordon ha aggiunto ad ogni modello un carattere scientifico: ad ogni modello, infatti, sono
state associate le possibili diagnosi infermieristiche, che un infermiere poteva attivare,
qualora il paziente riscontrasse un alterazione del modello stesso. Esistono, infatti, vari indici
che, se alterati, contraddistinguono l’alterazione di un modello e, di conseguenza, una
diagnosi rispetto ad un’altra. I modelli funzionali (fisiologici) specificati da Gordon
includono:
1. Percezione e gestione della salute. Questo modello ci permette di capire che pensieri
ha la persona rispetto al suo stato di salute, come si mantiene, gli abitudini di vita, gli
stili di vita che la persona ha (se incidono sulla salute della persona o meno).
Descrive, quindi, come la persona percepisce il suo stato di salute e le modalità in cui
la gestisce. Include la gestione dei rischi per la salute, abitudini e stili di vita che
influenzano la salute, comportamenti, trattamenti e prescrizioni, storia medica e
sanitaria in genere.
2. Nutrizione e metabolismo. Questo modello ci presenta le abitudini alimentari della
persona assistita (se mangia e come mangia). Descrive, dunque, come la persona
assume il cibo ed i liquidi in termini di qualità e quantità. Include gli indicatori del
fabbisogno metabolico dell'organismo. Rientrano in questo modello la descrizione
delle condizione della cute, delle unghie, delle membrane mucose, del peso,
dell'altezza e della temperatura corporea.
3. Eliminazione. Questo modello ci presenta le abitudini della persona nell’eliminazione
di, per esempio, urine o feci.
4. Attività e esercizio fisico. Questo modello ci permette di definire la capacità della
persona nella cura di sé, quanto è in grado di soddisfare particolari bisogni primari. E’
un modello estremamente importante per l’infermiere. Per esempio, una persona
anziana che, per un qualche motivo (magari ha un gesso su tutti e due gli arti
superiori), non può mangiare.
5. Riposo e sonno. Questo modello descrive i modelli di sonno e riposo nell' arco delle
24 ore, inclusa la percezione della persona rispetto al livello di riposo/sonno energia,
gli ausili e le abitudini.
6. Cognitivo e percettivo. Questo modello descrive l’adeguatezza delle modalità
sensoriali della persona (i sensi), i relativi disturbi e la presenza di protesi, inclusa la
percezione del dolore e come viene gestito, le abilità cognitive come il linguaggio, la
memoria e l'assunzione di decisioni.
7. Sessualità e riproduzione. Questo modello descrive atteggiamento e percezioni che la
persona ha in relazione alla sessualità e alla funzione riproduttiva, inclusi disturbi e
problemi.
8. Ruolo e relazioni. Questo modello descrive le relazioni di ruolo; include la percezione
dei principali ruoli e responsabilità inerenti la situazione di vita attuale della persona
comprese la soddisfazione o i problemi in ambito familiare e lavorativo, le relazioni
sociali e le relative responsabilità.
9. Percezione e concetto di sé. Questo modello descrive gli atteggiamenti che la persona
ha nei confronti di se stesso, la percezione delle proprie abilità, l'immagine corporea,
l'identità.
10. Coping e tolleranza allo stress. Il coping è la capacità che una persona ha di
rispondere agli agenti stressanti. E’ fondamentale comprendere come l’assistito
risponde alla propria malattia e allo stress, per agire al meglio e capire quali interventi
mettere in atto.
11. Valori e convinzioni. Questo modello descrive il modello di valori, obiettivi e
convinzioni, comprese quelle spirituali, che guidano le scelte e le decisioni della
persona, includendo ciò che viene percepito importante nella vita e qualunque
conflitto percepito rispetto a valori e convinzioni correlate con la salute.
L’obiettivo dell’infermiere non è quello di identificare il problema, ma quello di identificare
l’autonomia funzionale dell’assistito, ossia quello che funziona della persona (indirettamente
vengono così accertati gli elementi che non funzionano e saranno questi da considerare per
poter ristabilire la funzionalità completa). Ecco che, quindi, il modello può risultare
funzionale o disfunzionale.
Attenzione!!!: Il deficit della cura di sé/alimentarsi non esprime lo stesso stato della
nutrizione inferiore al fabbisogno. In quest’ultima, infatti, la persona mangia poco, ma ha
capacità di alimentarsi. Nel deficit, invece, la persona vorrebbe mangiare, ma non ha la
capacità di alimentarsi in maniera autonoma. Nel primo caso, quindi, siamo nel modello
“Attività e esercizio fisico”, mentre il secondo rientra nel modello “ Nutrizione e
metabolismo”.

Classificazione con tassonomia NNN (NANDA, NOC, NIC)


Questo modello tenta di far prevalere la componente scientifica rispetto a quella filosofica.
In questa classificazione viene messo insieme i NANDA con i NOC e con i NIC, ossia con i
risultati e con gli interventi o operazioni da eseguire sull’assistito.
La tassonomia NNN, innanzitutto, presenta un indice temporale: questo significa che è
costantemente soggetta a revisione: il contenuto scientifico è prevalente e aggiornato.
Tutta la struttura tassonometrica è basata su alcuni elementi base, ossia:
1. Il focus diagnostico
2. La localizzazione
3. Il soggetto della diagnosi e, quindi, l’età
4. Il giudizio
5. Lo stato della diagnosi
6. Il tempo
L’età indica una particolare fase di evoluzione dell’organismo, che aiuta l’infermiere a capire
la risposta dell’assistito alla malattia (questa, infatti, cambia tra un bambino di 5 anni e un
anziano di 80). Ecco che, quindi, anche in questa tassonomia si prende in considerazione il
soggetto come unico: la malattia avrò differenti risposte su soggetti diversi.
Gli elementi di continuità col Carpenito sono il giudizio e la localizzazione. Quest’ultima ci
permette di essere in linea con quella che è la visione olistica (possiamo, infatti, avere una
localizzazione fisica, una localizzazione psicologica, ecc.). Dobbiamo, quindi, localizzare
qual è la dimensione caratterizzata dalla disfunzione.
Ecco che nella tassonomia sono state presentati:
1. Dei domini, ossia delle sfere di studio, degli
ambiti di interesse. Definisce la macroarea di
interesse dell’infermieristica, rispetto alla
localizzazione, che è la dimensione. Per
esempio, dimensione “alimentazione”.
2. Delle classi, presenti all’interno dei domini,
che ci permettono di identificare i vari
sottogruppi della dimensione. Per esempio: E’
un problema relativo all’apporto dei nutrienti?
E’ un problema relativo all’utilizzo dei
nutrienti? Ecc.
3. Della diagnosi infermieristica, ossia il
giudizio clinico riguardante le risposte della
persona alla malattia.
4. Dei NOC e dei NIC, ossia i risultati e gli
interventi da effettuare. Per esempio: Quali
risultati posso associare a quella diagnosi?
Quali interventi?
I domini sono 13, le classi sono 47 e le diagnosi
infermieristiche sono 204. Ogni dominio può avere
una o più classi; queste possono avere associate una o
più diagnosi infermieristiche; queste, a loro volta,
possono avere uno o più NOC e NIC.
I domini sono molto simili a quelli di Gordon, anche
se scritti in maniera più scientifica:
1. Promozione della salute
2. Nutrizione
3. Eliminazione e scambi
4. Attività e riposo
5. Percezione e cognizione
6. Auto-percezione
7. Ruoli e relazioni
8. Sessualità
9. Coping e tolleranza allo stress
10. Principi di vita
11. Sicurezza e protezione
12. Benessere
13. Crescita e sviluppo
A lato è presente un esempio di procedimento secondo Tassonomia NNN.

Metodologie di pianificazione
Tra le metodologie di pianificazione, ritroviamo il problem solving e il decision making.
Entrambe vengono applicate all’infermieristica; tuttavia, fra le due, la metodologia prevalente
è il problem solving.
Questo, infatti, parte da una situazione che necessita di una valutazione generale, che
permette di identificare, attraverso la raccolta dati, una situazione problematica (diagnosi
infermieristica), che deve poi essere risolta. Il decision making è, invece, una metodologia
che parte da un problema già definito: il problema già lo conosciamo e, dunque, non risulta
necessario raccogliere dati. Porremo, quindi, attenzione a quella che è la risoluzione del
problema. In questo ambito viene meno, infatti, il ragionamento diagnostico e ipotetico-
deduttivo, ma risulta invece primario l’attuazione di una procedura, volta a risolvere il
problema.
Le fasi che contraddistinguono il decision making sono:
1. Definizione problema.
2. Identificazione cause. Le cause da prendere in considerazione sono, ovviamente,
quelle primarie, che hanno potuto provocare il problema, non quelle secondarie, che
da sole non bastano affinché il problema possa sorgere.
3. Soluzioni possibili. Esamino le probabili soluzioni al problema.
4. Soluzione vantaggiosa. Fra le varie soluzioni, scelgo quella che risulta essere più
vantaggiosa, in base ai risultati che questa ha nei confronti del problema.
5. Messa in atto. Attuo la soluzione più vantaggiosa appena scelta.
6. Valutazione. Effettuiamo una valutazione generale, che richiede un processo di
ragionamento e di confronto, fra i risultati che avevamo ipotizzato e quelli realmente
raggiunti.

Come già detto, però, il decision making ha un’applicazione molto limitata nell’ambito
infermieristico, perché i nostri assistiti non li conosciamo. Infatti, nel momento in cui questi
arrivano nella nostra unità operativa, il nostro obiettivo primario è proprio quello di
conoscerli, quello di scoprire il loro problema: il nostro tipo di approccio, quindi, è più
orientato verso il problem solving e meno verso il decision making.
Quand’è che, quindi, l’infermiere può trovarsi ad applicare il decision making? Durante la
presa in carico di un assistito, può capitare che si presentino nuovi problemi, non riscontrati
inizialmente. A questo punto, una volta scoperto il problema, il ragionamento da eseguire è
proprio il decision making. Andiamo a vedere qual è la causa, identifichiamo le possibili
soluzioni, applichiamo quella più vantaggiosa e poi valutiamo il risultato.
Normalmente, il decision making è più un processo utilizzato dal medico: questo, infatti, va
unicamente a trattare un problema che già conosce (per esempio, gli arriva uno con un infarto
del miocardio; il medico sa esattamente come procedere). All’infermiere non arriva un
assistito con una diagnosi infermieristica già pronta. Questo perché, la prima cosa da fare,
quando ci arriva un assistito, è quella di valutare l’autonomia della persona, così da capire
quali sono i problemi che questa ha.
Allora vediamo di cosa si compone il problem solving. La prima fase che contraddistingue il
problem solving dal decision making, è la raccolta dati, che poi dovranno essere analizzati, e
valutati. Ecco, quindi, le fasi:
1. Raccolta dati (accertamento), che devono essere opportunamente elaborati, integrati
e analizzati.
2. Identificazione del problema. Anche se il problem solving, come già detto, non
prevede una vera e propria riflessione sulle cause, è comunque importante
conoscerle e valutarle. Le cause le deduciamo attraverso l’analisi dei dati raccolti.
Se, infatti, non conosciamo le cause del problema, è impossibile pianificare la
risoluzione.
3. Pianificazione.
4. Attuazione.
5. Valutazione. Anche qui dobbiamo eseguire un confronto fra i risultati che ho
ipotizzato di raggiungere e quelli che ho realmente raggiunto.

Il problem solving, dunque, è quel metodo che ci permette di identificare il problema, che è la
diagnosi infermieristica e di risolverlo, attraverso un ragionamento. Ovviamente, la fase che
contraddistingue la diagnosi infermieristica è l’identificazione del problema.
Il processo infermieristico
Il processo infermieristico non è altro che una serie di fasi ed azioni pianificate che mirano a
soddisfare i bisogni e risolvere i problemi degli individui.
Alla base del processo infermieristico troviamo la metodologia utilizzata nel problem solving,
un processo logico e sistematico per risolvere i problemi.
Il processo di nursing è costituito da 5 fasi, come il problem solving stesso:
1. Accertamento, che rappresenta la raccolta dati nel PS. L’accertamento consiste nella
raccolta e classificazione dei dati. Queste sono guidate dai concetti fondamentali della
disciplina infermieristica e sono finalizzate ad ottenere informazioni relative al
paziente, considerando i fattori fisici, psicologici, socioculturali ed emotivi che
possono influenzare il suo stato di salute. Principale obiettivo della raccolta dati è
proprio l’accertamento del livello di autonomia dell’assistito, in modo da determinare,
sia per il passato che per il presente, le condizioni di salute e lo stato funzionale della
persona. Importante, i questa fase, è anche il modello di coping, ossia la capacità
dell’individuo di adattarsi alla malattia. L’accertamento può essere di tipo iniziale, se
fatto entro le 48h dall’ingresso dell’assistito (questo perché, passate 48h, lo stato
funzionale della persona può essere mutato). Questo tipo di accertamento è attuato nel
momento in cui il paziente entra nella struttura sanitaria, riceve assistenza da un
servizio domiciliare o è visitato per la prima volta in un ambulatorio. Gli scopi sono di
valutare lo stato di salute del paziente, identificare i modelli fisiologici di salute
problematici e offrire un database approfondito e completo, fondamentale per valutare
i cambiamenti nello stato di salute del paziente negli accertamenti successivi. Poi
abbiamo l’accertamento di tipo mirato ad un preciso problema. Questo raccoglie dati
su un problema già identificato: ha, infatti, uno scopo più specifico e si realizza in un
tempo più breve dell’accertamento iniziale. Nell’accertamento mirato l’infermiere
determina se il problema esiste ancora e se lo status del problema è cambiato (per
esempio, se è migliorato, peggiorato o risolto). Questo accertamento comprende
anche la valutazione di ogni problema nuovo, trascurato o mal diagnosticato. In
un’unità di cure intensive l’infermiere può eseguire un accertamento mirato ogni
pochi minuti.
I dati che andiamo a raccogliere vengono detti caratteristiche definenti; questi
rappresentano quegli elementi soggettivi, oggettivi e strumentali, che permettono
all’infermiere di definire l’autonomia della persona e, di conseguenza, la diagnosi
infermieristica.
I dati, poi, vengono elaborati e confrontati con dei valori standard o scale di
valutazione, tramite le quali è possibile assegnare un punteggio totale alla
caratteristica definente, che corrisponde al livello di autonomia funzionale
dell’assistito. Ovviamente, la variabile che ha raggiunto un valore minimo è quella su
cui sarà necessario lavorare maggiormente.
2. Diagnosi infermieristica (DI) o problema collaborativo (PC), che corrisponde
all’identificazione del problema nel PS. La diagnosi infermieristica costituisce la base
sulla quale scegliere gli interventi infermieristici volti a raggiungere dei risultati di cui
l’infermiere è responsabile. E’ un’affermazione che descrive uno specifico tipo di
problema o di risposta identificato dall’infermiere. Esprime, quindi, il giudizio
professionale sulle condizioni del paziente, sulle sue risposte ai trattamenti ricevuti e
sulle necessità di assistenza infermieristica.
3. Pianificazione. L’obiettivo principale della pianificazione è l’uso migliore delle
risorse disponibili al fine di aiutare la persona a raggiungere i risultati attesi. E’,
inoltre, un metodo per comunicare all’intera equipe quale assistenza infermieristica il
nostro utente richiede.
4. Attuazione, in cui l’infermiere mette in atto le abilità necessarie per far fronte alle
diagnosi infermieristiche del paziente e per risolvere i bisogni di salute del paziente.
Durante l’attuazione, l’infermiere può riproporre una nuova valutazione, revisionare e
modificare il piano d’assistenza, cercare aiuto, stabilendo, se necessario, l’intervento
di altri membri dell’equipe.
5. Valutazione, in cui viene accertata l’efficacia del piano di assistenza.
6. Follow Up, che indica una serie di controlli a cui viene sottoposta la persona assistita,
in seguito alla terapia. Questo ci permette di assicurare quella che è la continuità delle
cure. Facciamo conto, per esempio, che oggi l’assistito si trova in medicina, mentre
domani passerà in chirurgia. Il follow up ci permette di garantire la continuità di cure
all’assistito, prima di passarlo ad un ambito diverso.

L’attore principale del processo infermieristico è, ovviamente, l’infermiere. Tuttavia,


troviamo anche gli OSS e i consulenti in generale. La responsabilità, tuttavia, resta sempre
dell’infermiere, che è prescrittore e collaboratore. Ecco, dunque, che l’infermiere assume la
piena autonomia decisionale su tutte le fasi del processo infermieristico.
Gli OSS hanno sola autonomia operativa: quindi, si inseriscono in tutte le fasi del processo,
ma con un ruolo minore, di collaboratore. Tuttavia, nella fase di “attuazione”, è possibile
“lasciare da soli gli OSS”, poiché questi si dovranno limitare ad applicare compiti che
l’infermiere ha assegnato loro.
Infine, tutti quei professionisti chiamati in consulenza, li troveremo in tutte le fasi, tranne in
quelle di diagnosi infermieristica (che ovviamente è di nostra competenza) e nella fase di
valutazione.

Le diagnosi possono essere di varia tipologia:


1. Reali: diagnosi presente. Diagnosi derivante da problemi che risultano essere presenti
nella persona assistita; tutta una serie di fattori che permettono di convalidare una
specifica diagnosi. Se il problema è convalidato, la diagnosi allora risulta essere reale.
2. Potenziali o di rischio: al momento il problema non è tangibile; tuttavia ci sono tutta
una serie di fattori contribuenti lo sviluppo del problema. Ciò che viene evidenziato,
dunque, è l’insieme di alcuni fattori di rischio: la persona risulta essere esposta ad un
rischi. Ciò che bisogna fare è contenere questi fattori, così da non permettere
l’insorgere del problema. Possiamo, ovviamente, intervenire solo su quei fattori
cosiddetti modificabili (fumo, per esempio), non su quello non modificabili (età,
sesso, ecc.).
3. Possibili: esiste una possibilità molto bassa di sviluppare un problema. Il fattore
contribuente è presente, ma momentaneamente ininfluente sullo stato della persona. In
altre parole, questo fattore di rischio pesa molto poco sulla salute dell’assistito.
4. A sindrome: la sindrome è un insieme di più problema, presenti contemperamenti, con
diversi livelli di gravità, sull’assistito. Queste diagnosi, quindi, sono quelle
caratterizzate da una sommatoria di diagnosi reali e potenziali.
5. Di benessere: applicate pochissimo, poiché gli assistiti presi in carico presentano una
ridotta autonomia funzionale. Questa diagnosi, invece, ci permette di prendere in
carico persone che hanno il bisogno di ottenere un autonomia superiore di quella che
già possiedono; si parla, infatti, di benessere. Sono diagnosi che vengono attivate per
coloro che hanno un livello di benessere già buono e lo vogliono migliorare. Gli
ambiti che ci permettono di lavorare su questo tipo di diagnosi sono quelli relativi
all’educazione.
Componenti di una diagnosi infermieristica
1. Titolo diagnostico: esprime la definizione di un problema, con giudizio clinico, che
identifica un livello di gravità e ci permette di identificare l’area del problema che
dovremo analizzare e di cui ci occuperemo. Per esempio: “compromissione della
mobilità nel letto”.
2. Definizione: definisce lo stato della persona (modello olistico), esprimendo
chiaramente e precisamente in dettaglio il titolo della diagnosi. Ci aiuta ad uniformare
la concezione globale del problema.
3. Caratteristiche definenti: sono i dati che raccogliamo durante l’accertamento
infermieristico, che ci permettono di validare la diagnosi infermieristica (in campo
biomedico, sarebbe i sintomi e i segni clinici, che descrivono nello specifico un dato
problema). Non tutte le diagnosi possiedono le caratteristiche definenti: quelle
potenziali e quelle possibili non le hanno, ovviamente. Le caratteristiche definenti
saranno, quindi, in questo caso, sostituite dai fattori contribuenti o fattori di rischio.
Carpenito identifica 2 tipologie di caratteristiche definenti: maggiori (definite come
indicatori critici presenti nell’80-100% dei casi) e minori (definite come indicatori di
supporto, ossia come prove di sostegno per le diagnosi, ma che possono non essere
presenti: 50 - 70% delle situazioni).

4. Fattori correlati: esprimo le cause del problema. Per esempio, in “compromissione


della mobilità nel letto”, i fattori correlati potrebbero essere “caduta, frattura”.
Attenzione: la malattia NON è un fattore correlato. Se poniamo in relazione il fattore
correlato con la diagnosi infermieristica, il fattore correlato diviene la risposta al
problema da parte dell’assistito. La NANDA ha categorizzato i fattori correlati in:
fattori fisiopatologici, situazionali (ambientali, sociali, personali), fasi maturative
(legati all’età), trattamenti (terapie, interventi).

Enunciazione diagnostica e le sue componenti

All’infermiere, il solo titolo non basta per identificare le attività e gli interventi da mettere in
atto. Per esempio: “compromissione della mobilità” (1 componente, ossia titolo). Ciò non
basta, allora aggiungiamo: “compromissione della mobilità, che si manifesta con…” (2
componenti, ossia titolo e fattore correlato). Questo è già sufficiente per permettere
all’infermiere di attuare gli interventi. E’ possibile, ovviamente, aggiungere anche un terzo
componente: “compromissione della mobilità, correlata a affaticamento, secondario a
scompenso cardiaco” (3 componenti, ossia titolo, fattore correlato e secondarietà). La
secondarietà, in altre parole, è la causa del fattore correlato. I 3 componenti sono da preferire
ai 2 componenti, che sono da preferire al singolo componente.

Altro esempio:

1. Titolo: “Nausea”

2. Fattore correlato: “Malessere da movimento”

3. Secondarietà: “Stress”.
Nausea correlata a malessere da movimento, secondaria a stress. Lo stress, quindi, porta un
malessere di movimento, il quale, a sua volta, provoca la nausea, che rappresenta la diagnosi
infermieristica.

Altro esempio:

1. Titolo: “Deficit della cura di sé (alimentarsi)”

2. Fattore correlato: “Paralisi parziale”

3. Secondarietà: “Ictus cerebrale”

La deficit della cura di sé è correlata ad una paralisi parziale, secondaria ad un ictus cerebrale.
L’ictus cerebrale, quindi, ha portato ad una paralisi parziale, la quale, a sua volta, ha avuto
come conseguenza un deficit della cura di sé (alimentazione).

Se ci fosse stato scritto solamente:

1. Titolo: “Deficit della cura di sé (alimentarsi)”

2. Fattore correlato: “Ictus parziale”

Non sarebbe stata un enunciazione diagnostica corretta, poiché l’ictus non è un ambito
dell’infermiere (ma medico), mentre la paralisi sì.

I problemi collaborativi

I modelli di riferimento, oltre alle diagnosi infermieristica, prende in considerazione anche i


problemi collaborativi. La NANDA non contempla anche i PC, mentre il Carpenito sì.

Gli infermieri gestiscono i problemi collaborativi con interventi di prescrizione medica o


infermieristica, volti a ridurre al minimo le complicazione di determinati eventi.

Anche qui troviamo un

1. Titolo diagnostico. Per esempio: “Crisi falciforme”.

2. Definizione. Per esempio: “Anemia falciforme”.

Ciò che ci fa capire se è più importante il PC o la DI è sempre la stabilità dell’assistito.

Anche il PC, come la DI, deve essere enunciato.

Per esempio:

1. Titolo: “Sanguinamento gastrointestinale”


2. Fattore correlato: “Ulcera duodenale”

Pianificazione
La pianificazione del lavoro infermieristico, in tutti i suoi aspetti, sta alla base di
un’assistenza ottimale, oltre che di un organizzazione sicuramente più funzionante e
redditizia. Possiamo dire che la pianificazione infermieristica porta principalmente due grossi
benefici:

1. Acquisizione dell’accreditamento istituzionale, dove ogni infermiere può dare il


suo contributo.
2. Migliore organizzazione del gruppo sulle incombenze

L’accreditamento minimo, dato dal SSN, deve esserci ogni qual volta venga erogato un
servizio al cittadino. Per avere questo accreditamento l’azienda ospedaliera deve possedere
gli strumenti organizzativi del lavoro. La qualità deriva dall’organizzazione. Ovviamente ad
essa deve essere affiancata la competenza, che garantisce un’assistenza infermieristica
ottimale.

Gli strumenti che permettono all’infermiere di pianificare il suo lavoro, ed eventualmente


quello degli O.S.S. sono principalmente tre:

1) Mission
2) Job
3) Istruzione di lavoro

Gli elementi che supportano l’infermiere nel produrre questi strumenti sono:

1. Sapere esperienziale (quello di chi lavora già da tempo)


2. Competenza (sapere, saper fare, saper essere)
3. Autonomia decisionale e operativa
4. Prescrizione e delega; dove la prima implica che la persona a cui viene prescritta una
determinata azione possiede la responsabilità sulla stessa. La delega è invece un compito
affidato la cui responsabilità ricade sull’affidante, ossia su colui che delega.

All’O.S.S. si prescrive!! La delega avviene tra pari livelli di responsabilità, la prescrizione tra
livelli diversi. Ciò implica che tra profili professionali diversi si prescrive!!

● Gli elementi utili all’infermiere per prescrivere all’operatore socio sanitario (O.S.S.) sono:

1. Profilo di competenza (il campo di azione dell’O.S.S.)


2. Livello di stabilità clinica dell’assistito (non solo relativa alla funzione vascolare o
cardiocircolatoria, bensì la stabilità nella visione olistica)
3. Frequenza di ripetizione di una prestazione (dipende dal contesto; ciò implica la possibilità
di prescrivere all’O.S.S. azioni che non sono presenti nel profilo professionale, a patto che
queste azioni siano svolte quotidianamente e ripetutamente nel reparto in questione)

“L’O.S.S. è l’operatore che, a seguito dell’attestato di qualifica (…) svolge attività


indirizzate a: soddisfare i bisogni primari della persona, nell’ambito delle proprie
competenze, in contesto sociale e sanitario; favorire il benessere e l’autonomia dell’utente.”
L’O.S.S. è una figura giovane che risale al 2001, creata partendo dall’analisi della
popolazione (in Italia molto anziana rispetto al resto dell’Europa) e dal desiderio di
implementare il campo di azione dell’infermiere. L’O.S.S. unifica inoltre le vecchie figure
di assistenza all’infermiere, che già erano presenti, ma che nella loro varietà producevano e
sottolineavano la disorganizzazione dell’operato infermieristico.

La formazione dell’O.S.S. prevede un corso di 1000 ore, erogato dalla regione, sulla base di
alcuni parametri, tra cui la licenza scuola media.
Per prescrivere all’operatore socio sanitario c’è bisogno di uno strumento di prescrizione
ben preciso: la “scheda di prescrizione infermiere  O.S.S.”. C’è una scheda di
prescrizione per ogni assistito. Questa scheda inoltre non è un mansionario, poiché varia di
reparto in reparto; non definisce quindi cosa un O.S.S. può o non può fare, ma cosa può fare
in quel determinato reparto.

● A questo punto possiamo analizzare più nel dettaglio i vari strumenti dell’infermiere,
citati all’inizio e numerati da 1 a 3.

1) Mission: “la ragione di essere del servizio, la finalità che si propone, i bisogni che intende
soddisfare, le caratteristiche distintive.” (Calamandrei C.)
E’ preceduta dalla scelta di un modello teorico di riferimento (Henderson,
Gordon/Carpenito, Tassonomia Nanda). Esso è il filo conduttore che troveremo anche nel
Job e nelle Istruzioni Operative (I.O.). Oltre al modello teorico di riferimento, un altro
punto importante di cui bisogna tener conto è la Mission aziendale.
2) Job: l’organizzazione per processi. Prende una definizione vera e propria dopo che i
processi e quindi il modello teorico di riferimento sono stati scelti. Può essere definito come
uno “standard quantitativo”, che descrive tutti i processi e le attività per essi. La Job è
l’insieme delle prestazioni, che contengono a loro volta le azioni. Ad esempio:

IGIENE INFERMIERE O.S.S.


Igiene Orale R
Igiene Perineale R
Tricotomia R
Sostituzione Biancheria R

NB: la lettera [ R ] corrisponde a responsabilità. Quindi colui sotto la quale è inserita la


lettera, si deve occupare di quella determinata azione, all’interno della prestazione ( in
questo caso IGIENE).

3) Istruzioni Operative: ci dicono come svolgere una determina prestazione. Deve


contenere:
1. Titolo (uguale a quello della Job)
2. Lista di distribuzione (dove vengono inseriti i professionisti di tale prestazione)
3. Scopo
4. Campo di applicazione (a chi applico il tipo di prestazione)
5. Terminologia e abbreviazione (spiegazione dei termini e delle abbreviazioni)
6. Matrice responsabilità (chi prescrive, chi applica, chi valuta)
7. Descrizione delle attività (elenco numerato delle attività e del materiale utilizzato)
8. Riferimenti bibliografici (necessari in quanto documento scientifico)