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Bruno Capitolino

Dalla testa ai piedi


Come riconoscere e riallineare le storture del corpo
per ritrovare benessere psico-fisico
e libertà di movimento
Dalla testa ai piedi
Come riconoscere e riallineare le storture del corpo per
ritrovare benessere psico-fisico e libertà di movimento
di Bruno Capitolino
dallatesta-aipiedi@libero.it e

I diritti sono d’esclusiva proprietà dell’autore

alcuni disegni all’interno del libro e l’illustrazione


di copertina “Tensegrità” sono di Eddy Capitolino

Ia edizione novembre 2017

© Edizioni L.I.R.
Via Romagnosi 31
29100 Piacenza
tel.0523-338474

per ordini: libri@libreriaromagnosi.com


www.libreriaromagnosi.it

L’autore di questo libro non dispensa consigli medici né prescrive l’uso


di alcuna tecnica come forma di trattamento per problemi fisici e medici
senza il parere di un medico, direttamente o indirettamente. L’intenzione
dell’autore è quella di offrire informazioni di natura generale per aiutarvi
nella vostra ricerca del benessere fisico ed emotivo. Nel caso in cui usaste
le informazioni contenute in questo libro per voi stessi, che è un vostro
diritto, l’autore e l’editore non si assumono alcuna responsabilità delle
vostre azioni.
“Il ciarlatano studia le malattie negli organi malati, dove
non trova che gli effetti, rimanendo ignorante per quello
che riguarda le cause. Il vero medico studia le cause delle
malattie studiando l’uomo universale.
Coloro che si limitano a studiare e a trattare gli effetti della
malattia sono come persone che si immaginano di poter
mandare via l’inverno spazzando la neve sulla soglia della
loro porta. Non è la neve che causa l’inverno,
ma l’inverno che causa la neve.”

Paracelso

Ai miei figli
Andrea, Edoardo, Elisabetta
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Indice

Movimento e postura del corpo


Il sistema muscolo-scheletrico come struttura
tensegritiva
La postura in giovane età
La forma perfetta
Autotest per la delateralizzazione
Perché la postura si altera
Attenti alle posture scorrette quando si lavora

Le catene muscolari
Il compenso
Il dolore, un amico da ascoltare
o un nemico da sopprimere?
La distorsione
Il colpo di frusta

Respirazione e postura
Il diaframma
Il blocco del diaframma in fase inspiratoria
Espirare bene per respirare meglio
Gobba del bisonte

Cranio e postura

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Eppur si muove
Articolazione Temporo-mandibolare denti e postura
Studio sui topi
Orientamenti in Odontoiatria
Cefalea e postura

Lingua, deglutizione e postura


Occhio e deglutizione
Orecchio e deglutizione:
percezione uditiva, acufeni ed equilibrio
Bruxismo e deglutizione
Curiosità

La colonna vertebrale e le sue curve

La scoliosi

Il bacino

Ginocchia vare, valghe, recurvate, flesse

Piedi e postura
Piede piatto e piede cavo
Alluce valgo

Cicatrici e postura
Auto trattamento delle cicatrici

Emozioni e postura
Il cervello nella pancia

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Accedere al cervello enterico
e centrarsi con il proprio ventre
Hara no aru hito
Il cervello nel cuore
Vivere nel “qui e ora” scioglie le tensioni del corpo
Il riequilibrio biofrequenziale

Sport e postura
Lo Streching analitico funziona davvero?
Il bite per lo sportivo

Riassumendo

Il metodo AMGD
I corsi di Pancafit Group
Posturologia e AMGD in odontoiatria

Conclusioni

Bibliografia

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Caro lettore

Grazie per aver deciso di acquistare questo libro.


E’ il modo migliore di arricchire le tue conoscenze nel set-
tore della salute e il benessere, ma è anche il tuo prezioso
contributo a favore dell’associazione Parent Project Onlus
che da tantissimi anni promuove e finanzia la ricerca scien-
tifica per sconfiggere la Distrofia Muscolare di Duchenne e
Beker attraverso progetti di ricerca, Borse di studio per ri-
cercatori e l’acquisto di strumenti diagnostici (visita il sito
www.parentproject.it per maggiori informazioni).
La Distrofia Muscolare di Duchenne è una malattia gene-
tica che colpisce un bambino ogni 3500 nati vivi di sesso
maschile e che inizia a manifestarsi nel periodo di vita che
va dai 2 ai 6 anni di età.
In Italia sono più di 5000 quelli affetti da questa rara ma-
lattia, e se la ricerca non avesse fatto il suo corso, grazie al
contributo dei tantissimi sostenitori dell’associazione, le
prospettive di vita di un malato di D.M.D., sarebbero ora
esigue (massimo 15 anni di vita).
Oggi, grazie alla ricerca, sono migliorate sia le condizioni
che le prospettive di vita, anche se ancora c’è tantissimo da
fare. Un bambino affetto da questa malattia perde, pian
piano, la funzionalità muscolare, ha difficoltà motorie che
aumentano fino a dover utilizzare la sedia a rotelle, difficoltà
respiratorie e nella fase terminale, gravi problemi cardiaci.
E’ per questo motivo che bisogna continuare, senza sosta,
contro le stranezze della genetica.

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Qualcuno, conoscendo il mio desiderio di fare qualcosa
di utile proprio per questo tipo di malattia, mi ha rivolto
la seguente domanda:
“Perché proprio per questa? Hai un figlio o un parente che
ne soffre? Non per forza bisogna vivere un’esperienza
diretta di questo tipo per esserne coinvolti emotivamente
e materialmente”.
Se tutti, almeno una volta, provassero “a vestire i panni”
di un altro essere umano, seriamente, chiedendosi:
“Cosa proverei al suo posto? Cosa farei e cosa vorrei che
facessero gli altri per me?”
Vivremmo in un mondo sicuramente migliore.
Basterebbe immaginarsi nelle stesse difficoltà di un
malato o un suo caro, che con esso lotta, ogni giorno,
con speranza, alternando a momenti di sconforto e ad
un senso di impotenza, attimi di soddisfazione per un
piccolo passo avanti ottenuto contro la malattia.
L’immedesimazione negli altri, è questo che ci spinge
all’altruismo, è la speranza che il gesto che stiamo per
compiere possa diventare “determinante” a riaccendere
un sorriso sul volto di chi soffre, perché finalmente, ha la
cura per guarire.

Bruno Capitolino

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Prefazione

La vita sedentaria, eccesso di lavoro fisico, traumi, ten-


sioni, età, possono essere le varie ragioni per cui i mu-
scoli diventano tesi, rigidi e retratti. Ogni muscolo che
subisce tali modificazioni, diventerà a sua volta, respon-
sabile di alterazioni posturali. Disequilibri e disarmonie
muscolari conducono ad un portamento non corretto e
ad alterazioni della colonna vertebrale (ipercifosi, iper-
lordosi, scoliosi).
Il fenomeno di disturbo si estende anche agli altri orga-
ni interni (stomaco, intestino, polmoni, cuore, pancreas,
diaframma, organi genitali) perchè, quando una radice
nervosa viene disturbata da tensioni e compressioni, tra-
smetterà “informazioni disturbate” a organi o muscoli a
cui essa è collegata. La causa che ha potuto innescare ne-
gli anni una serie concatenata di concause e adattamenti
del corpo, può risiedere anche in un punto molto lontano
da dove si localizza il fastidio o il dolore .
Ad esempio, una banale distorsione alla caviglia può
risalire il corpo fino a provocare un problema cervica-
le (distorsione, minor carico sull’arto inferiore dolente,
inclinazione del bacino, compensi sulla colonna verte-
brale, elevazione della spalla nel lato opposto alla distor-
sione, interessamento asimmetrico dei muscoli cervicali,
dolori al collo!).
Vedremo nel dettaglio per quale motivo, un problema

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come quello riportato nell’esempio, diventi il punto di
partenza di una serie di problematiche e come sia possi-
bile risolverle. I fenomeni legati alla forma e alla funzio-
ne del corpo sono oggetto di studio della Posturologia.
Essa cerca di spiegare in che modo le alterazioni postu-
rali siano in grado di limitare le funzioni, causando pato-
logie muscolo – articolari.
Spiega come un movimento non è mai solo il frutto di
una contrazione di un singolo muscolo ma di un siner-
gismo di catene neurologiche e muscolari che hanno il
compito di stabilizzare alcune parti del corpo al fine di
poterne muovere altre. Ogni movimento è il frutto di un
sistema complesso di catene neuromuscolari e questo ci
fa capire come i muscoli siano collegati tra loro e giusti-
fica il fatto che ogni trattamento posturale che si attua,
deve sempre agire nell’intera rete delle catene in modo
coordinato e simultaneo dove non si escludono mai or-
gani o sistemi come quello viscerale, visivo, odontosto-
matognatico, vestibolare, cutaneo ecc.

Faremo “un viaggio dalla testa ai piedi” per cercare di


capire come, ogni parte del nostro corpo, dovrebbe esse-
re considerata in stretta relazione con altre anche molto
distanti da essa. Vi troverete anche a dover apprendere
informazioni di un certo tipo, alcune delle quali, non tro-
veranno conferme nell’ambito della medicina ufficiale,
ma vi aiuteranno a diventare più consapevoli riguardo le
possibili risposte agli interrogativi che spesso si presen-
tano nel settore salute e benessere (respirazione cranio-
sacrale, cisti emotive, microgalvanismi, effetti sull’orga-

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nismo della deglutizione scorretta ecc.) .
Lo scopo di questo libro, quindi, è quello di trasferire
ai lettori, in modo semplice e comprensibile, tutte le in-
formazioni utili a comprendere il proprio corpo, le par-
ticolari posizioni che esso assume durante il corso della
vita come effetto conseguente ad una causa ben precisa
e come riesca a “ritrovare” il benessere attraverso il ri-
allineamento di una postura che per anni, collezionando
compensi su compensi, si è modificata (in molti casi con
la manifestazione di sintomi dolorosi; a volte i sintomi, i
malesseri e i dolori potrebbero essere solo la conseguen-
za di stress a livello fisico ed emotivo accumulatosi nel
tempo).
Con il sintomo, il corpo ci sta informando che da qual-
che parte c’è qualcosa che non va e agire sul sintomo
(come spesso accade) equivale a voler spegnere la spia
dell’olio accesa dell’auto, senza eliminare la causa che
ne ha determinato l’accensione.
Bisognerà agire sulla causa e non sul sintomo, e lo scopo
di questo libro è spiegare anche come trovare le soluzio-
ni efficaci e stabili per ritrovare il benessere.
La comparsa di asimmetrie sul nostro corpo (una spalla
più alta, una gamba più lunga, il bacino ruotato, la testa
inclinata, la mandibola storta ecc.) potrebbe essere solo
la conseguenza di strategie paradossalmente messe in
atto dal corpo per stare meglio, per evitare un dolore fisi-
co, per dimenticare un evento emotivamente fastidioso.
Siamo talmente abituati alle posizioni asimmetriche che
assumiamo e che nel tempo si consolidano, che se qual-
cuno ci chiedesse, ad esempio, di spostare la testa più da

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un lato per allinearla rispetto al tronco, facendolo, av-
vertiremmo un grande disagio per la posizione assunta.
Risulterebbe talmente scomoda per noi che potremmo
reagire con espressione di meraviglia o con affermazioni
del tipo:”Ma mi sento storto!”
Ciò accade perché il nostro cervello ha creato e consoli-
dato, a seguito dei compensi, una nuova percezione (an-
che se scorretta) delle posizioni assunte. Ha creato, per
il corpo, il proprio concetto di simmetria e di equilibrio
per stare meglio.

Il nostro sistema posturale è fragile e influenzabile da


moltissimi fattori, tra cui gli eccessi nelle azioni che
compiamo e che si spingono sempre oltre i limiti accet-
tabili.
Noi non siamo programmati e strutturati per correre de-
cine e decine di chilometri, ma per farlo in base all’esi-
genza e in modo saggio. Il nostro corpo non è nato per
dedicarsi di continuo ad attività agonistiche sportive (lo
dicono studi e ricerche scientifiche sulla struttura del
corpo umano).
Gli sport non agiscono per come vengono proposti e pra-
ticati, secondo la nostra natura e struttura, e in alcuni
casi, nel rispetto della biologia e la disponibilità del cor-
po umano.
Certo, si può fare quasi tutto, però “tutto ha un prezzo”!
Può capitare, a volte, di non riuscire ad arrivare all’origi-
ne remota che ha scatenato tutti gli scompensi posturali
e i fastidi. L’esperienza ha però insegnato e dimostrato
che ciò nonostante, ristabilendo la tonicità normale della

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catena muscolare posteriore accorciata e ridando libertà
motoria al diaframma, una persona, se rispettata nella
sua globalità, ritrova sicuramente quel benessere innato
e ormai dimenticato. Inoltre, non si può fare a meno di
riconoscere, nel metodo descritto in questo libro, la stra-
ordinaria forza che esprime, anche grazie ad una serie
di principi di cui si tiene conto, durante una seduta di
posturologia.
Uno di questi principi è legato al meccanismo delle me-
morie muscolari. Un trauma successo nel passato, pur
non manifestandosi più nel suo punto di origine, man-
tiene attivo un effetto “perturbatore” che si manifesterà
in una o più zone lontane da dove è avvenuto il trauma.
Le fibre muscolari colpite dal trauma mantengono in me-
moria l’impatto, permanendo in uno stato di contrazione
per difesa. E’ questo meccanismo di costante tensione
difensiva che si tradurrà in una retrazione strutturata e
permanente. Il nostro corpo, a meno che non sia nato
con qualche malformazione, vive, risponde, reagisce e si
comporta a seconda di come noi lo abituiamo.

Infine desidero sottolineare che era mia intenzione scri-


vere un testo semplice, diretto, comprensibile, essenziale
e rapido da consultare per rendere “la vita facile” al let-
tore profano in materia. Quindi non me ne vogliano gli
altri professionisti del settore se tutti gli argomenti tratta-
ti, non lo saranno in modo particolareggiato, scientifico,
accademico (anche se alcuni concetti non potrebbero es-
sere spiegati altrimenti); potrebbero invece considerare
il testo, motivo di “buona lettura” e mi auguro diventi,

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in alcuni casi, spunto di riflessione per quanti, ancora,
credono di poter risolvere sia lo scompenso corporeo,
operando sulla zona del dolore e non, come sarebbe più
ovvio e giusto, andando a ritroso fino ad arrivare alla
reale causa, sia di poter riarmonizzare una colonna raf-
forzandone i muscoli che la sostengono, perché ritenuti
deboli e poco tonici.

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Movimento e postura del corpo

La funzione dei muscoli è quella di generare forza sia


per ottenere un movimento, che per stare fermi.
I muscoli eseguono contrazioni di vario tipo a secon-
da delle necessità. Infatti, se per esempio afferriamo un
peso, lo solleviamo e lo muoviamo piegando il gomito,
eseguiamo una contrazione isotonica e il muscolo che
consente questo tipo di movimento è il bicipite che si ac-
corcia in contrazione concentrica. Se invece stendiamo il
braccio con l’obiettivo di riportare il peso nella posizio-
ne di partenza, stiamo facendo una contrazione isotonica
però eccentrica o in allungamento.
Se invece teniamo il peso fermo di fronte a noi, stiamo
generando nei muscoli del braccio, una tensione che ser-
ve a controbilanciare il carico del peso senza generare
movimento e che è detta contrazione isometrica. Il mo-
vimento del corpo è strutturato in schemi motori di base
e schemi posturali. I primi compaiono per primi e sono il
presupposto per il successivo sviluppo motorio, si collo-
cano nelle tre dimensioni dello spazio e del tempo, come
il camminare, l’arrampicarsi, il lanciare ecc. Gli schemi
posturali possono invece essere statici o statico-dinami-
ci (una parte del corpo si muove e una resta ferma), come
il flettere, piegare ecc.
La postura, intesa in senso generale, è la posizione, o
meglio, l’atteggiamento dei singoli segmenti corporei e

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del corpo nel suo insieme. In pratica è il modo in cui la
persona gestisce il proprio corpo stando fermo, nel mo-
vimento e mentre respira.
La Postura corretta e ideale non è altro che il modo di
stare in piedi e gestire la gravità con il minor dispendio
energetico e il massimo comfort in assenza di dolore.
Esistono varie definizioni relative alla postura: “La po-
stura è rappresentata dalle posizioni di tutte le articola-
zioni del corpo in un certo momento” (Kendall); qual-
cun altro, nella definizione di postura, non ha escluso
gli aspetti emotivi: “La postura è strettamente legata alla
vita emotiva fino ad essere l’espressione stessa per il
mondo esterno, non solo attraverso la mimica facciale
e gestuale, ma anche attraverso la disposizione corporea
nel suo insieme” (Gager PM. Weber B.).

Quella che secondo me, più si avvicina alla definizione


completa è la seguente: “La postura è espressione di un
vissuto ereditato e personale, della formazione e defor-
mazione culturale, di memorie dei propri traumi fisici ed
emotivi, del tipo di stress e di vita che conduciamo, del
tipo di lavoro e di sport a cui ci siamo assoggettati nel
tempo; postura è il modo in cui respiriamo, il modo in
cui stiamo in piedi, ci atteggiamo e ci rapportiamo con
noi stessi e con gli altri. La nostra postura è espressione
della nostra storia” (D.Raggi).

Quindi solo attraverso un’attenta analisi della storia in-


dividuale di ciascun soggetto che presenta scompensi
posturali, possiamo risalire alla causa primaria che ha

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scatenato nel tempo, una serie di modificazioni e disas-
samenti corporei, attenuando o dimenticando alcuni ef-
fetti e stati dolorosi e attivandone altri. La postura ideale
funzionale è il modo di stare in piedi e gestire la gravità
con il minor dispendio energetico e il massimo confort in
assenza di dolore. L’uomo, in milioni di anni, ha creato
intorno a se l’ambiente in cui vive e nel fare questo egli
stesso si è adattato all’ambiente e ha modificato la pro-
pria postura non sempre in modo vantaggioso.

Queste posizioni assunte dal corpo sono posture adatta-


tive sono dei compensi che il corpo attua come tentativo
di sopravvivenza, per evitare i dolori del corpo e anche
dell’anima.

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“L’uomo, pur di non soffrire, fa di tutto: si torce, si flet-
te, si piega, riduce la sua mobilità. Per vivere in modo
confortevole il soggetto inventa schemi di compenso, so-
luzioni posturali.” (Bousquet).

Come si può vedere in figura,sono illustrate le varie po-


sture scorrette, in visione laterale, e una (numero 5), che
è quella ideale, usata come parametro di confronto.

C’è una vera e propria gerarchia con la quale il nostro


sistema nervoso si organizza per garantire prima le fun-
zioni vitali e poi,via via, quelle “meno importanti”.
Durante la nostra evoluzione, i diversi tessuti muscolari
si sono organizzati per svolgere al meglio, soprattutto
in economia, le diverse funzioni. Un muscolo posteriore
della colonna o del polpaccio che è in contrazione pe-

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renne per tenerci in piedi, è enormemente più fibroso
del muscolo retto dell’addome che è più elastico e che
in piedi non è fisiologicamente in contrazione costante.
Altri muscoli si contraggono meno spesso, se non addi-
rittura raramente.
Alla luce di ciò si può affermare che esistono due tipo-
logie di tessuto muscolare: quello deputato alla statica
(o muscolatura tonica) e quello deputato alla dinamica
(o muscolatura fasica). Il muscolo tonico ha funzione di
sostegno (quindi posturale), con fibre corte e disposte
obliquamente, in maggior quantità e più lente.
Si contraggono più lentamente, reagiscono al carico er-
rato accorciandosi, con peggioramento funzionale e si
affaticano tardivamente. Si localizzano in profondità e
medialmente e se sono inattivi, si irrigidiscono con velo-
cità e diventano deboli difficilmente.
I muscoli fasici invece, hanno funzione di movimento
(quindi sono dinamici) con fibre muscolari fusiformi,
lunghe e parallele. Sono più chiari dei tonici (hanno mi-
nor mioglobina) sono più elastici e si contraggono più
rapidamente. Si indeboliscono, con peggioramento fun-
zionale, reagendo a carichi errati e si localizzano più su-
perficialmente e più lateralmente.
Appartengono al gruppo dei flessori e sono più debo-
li dei muscoli tonici. A velocità di contrazione elevata
esprimono la massima potenza. Quando sono inattivi si
indeboliscono più rapidamente rispetto ai muscoli tonici
e con l’inattività tendono ad allungarsi e rilasciarsi.
Riassumendo, la muscolatura statica ha un ruolo sia an-
tigravitario che sospensorio dei cingoli, ha attività toni-

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ca quasi permanente, tende all’accorciamento e produce
piccole e grandi alterazioni strutturali, posturali e bio-
meccaniche.
La muscolatura fasica invece, non ha attività tonica co-
stante, pertanto non ha ruolo antigravitario ma di movi-
mento e tende all’ipotonia se non esercitata.

Il sistema muscolo-scheletrico come struttura tensegri-


tiva

Negli anni si è sempre cercato di costruire un modello


funzionale di risposta del corpo umano alle disposizioni
meccaniche interne ed esterne.
La colonna vertebrale, storicamente, è stata paragonata a
schemi statici che si analizzano nell’architettura e nella
scultura: struttura a mattoni, a volta, a travi e colonne
ecc.
Lo schema secondo la teoria tensegritiva (o integrità di
tensione) sembra rispondere perfettamente ad una delle
leggi cardine della natura: la ricerca di equilibri stabili.
La teoria nacque con lo scultore Kenneth Snelson che
costruì prototipi con elementi che rispondevano alla
compressione insieme ad elementi che rispondevano
solo alla trazione. Questo insieme si trova in uno stato
di “prestress”, cioè che è preparato, in assenza di forze
esterne, a rispondere efficacemente a sollecitazioni di-
namiche da qualunque orientamento, indipendentemente
dall’azione delle forze gravitazionali. Un incremento di
tensione in un punto si equilibra istantaneamente con un

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incremento di compressione e di trazione in punti geo-
metricamente distanti dal punto di applicazione. La sta-
bilità della colonna vertebrale dipende più dalle forze di
tensione che da quelle di compressione.
Le vertebre rappresentano le strutture fisse e il tessuto
connettivo la struttura di tensione che sospende e con-
trolla le prime. A ciò vanno aggiunti i legamenti longitu-
dinali anteriori e posteriori, gli interspinali, gli intertra-
sversari e tutto l’apparato muscolare.

La torre dei due laghi


è un esempio di struttura
tensegritiva ed è stata
realizzata nel 1969 con
stecche incrociate sospese
da fili tesi di ferro.
E’ alta 20 mt e
quando soffia il vento
si piega ma non si rompe.
Spingendola si raddrizza.

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Tutto l’insieme è quindi integrato funzionalmente, in un
continuo stato di pretensionamento, preparato in qualsi-
asi momento a muovere, proteggere, controllare e stabi-
lizzare.
Da studi fatti, sembra che la colonna vertebrale funzio-
ni più efficacemente quando una parte considerevole del
peso corporeo è supportato dalla struttura tensegritiva
(sospesa funzionalmente attraverso il tessuto mio fascia-
le). In essa le strutture di tensegrità sono meno rigide,
ma più resilienti rispetto una struttura a compressione
continua.

Nell’immagine i
bastoncini
fluttuano a causa
dei giochi di
trazione-
compressione
all’interno della
rete tensiva in cui
si trovano.
Come succede alle
ossa che sono
avvolte dalla
fascia e ne fanno
parte.

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La postura in giovane età

Quante volte abbiamo sentito dire o abbiamo detto ai no-


stri figli: ”Stai dritto con la schiena !”, senza riuscire a
far mantenere a lungo la posizione corretta?
Se questo genere di raccomandazioni fossero efficaci,
non avremmo bambini che diventano adulti con il clas-
sico atteggiamento posturale, definito cifotico o gobbo.
Infatti moltissime persone presentano squilibri posturali
a carico del sistema muscolo-scheletrico come l’iperlor-
dosi, ipercifosi, dorso curvo ecc., e mal di schiena (ne
soffre l’80% della popolazione mondiale), come conse-
guenza della cattiva postura.
Esaminando bambini di 5° elementare, si è potuto con-
statare l’elevata frequenza di squilibri del tono postura-
le.
Il 75% degli alunni presentava almeno un recettore in
squilibrio (ciò potrebbe spiegare anche il gran numero
di pazienti che lamentano, in età adulta, mal di schiena).

Eccessive tensioni muscolari disturbano, irrigidiscono


e infiammano le articolazioni, procurano ogni genere di
alterazioni posturali, dolori e stanchezza cronica.
La rigidità muscolare sollecita in modo anomalo le ter-
minazioni nervose e quindi il cervello che è costretto a
rispondere in modo inefficace agli adattamenti posturali.
Di conseguenza, le continue alterazioni posturali che ne
conseguono, l’incremento della stanchezza dei muscoli
impegnati a far “raddrizzare” schiena e spalle, giustifica-
no la concreta impossibilità, per chiunque, a mantenere

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per più di 2/3 minuti, spalle e dorso dritti. Nel dorso cur-
vo i muscoli che sorreggono con fatica il collo e gesti-
scono malamente le spalle, sono sempre tesi e ipertonici,
rigidi e corti. Questi muscoli sono diventati “deboli”,
non sono in grado, con il loro sforzo, di tenere la colonna
e le spalle diritte se non per pochissimo tempo.
Ogni muscolo rigido, nel tempo, tenderà a perdere la sua
plasticità e la sua forza; in presenza del dorso curvo, le
spalle saranno chiuse e il torace soffocato. Anche la te-
sta sarà protesa in avanti e il cranio subirà modificazioni
che coinvolgeranno inevitabilmente l’articolazione tem-
poro-mandibolare, la deglutizione, l’occlusione dentale,
la funzione visiva e l’equilibrio.
Chi è dotato di un buon equilibrio posturale e quindi di
tensioni muscolari equilibrate, non è mai ricurvo su se
stesso.
Chi ha una postura ricurva è vittima di uno squilibrio
del sistema tonico posturale e la colpa non è di muscoli
troppo deboli, ma di muscoli troppo rigidi e corti.

C’è un passaggio, nel corso dell’evoluzione dell’uomo,


che ha portato la muscolatura del dorso ad essere sempre
in attività e quindi in tensione. L’uomo, prima di essere
bipede, era quadrupede; il fatto di mantenersi in posizio-
ne verticale, per non cadere in avanti, garantire l’equili-
brio e la stabilità, fa sì che i muscoli posteriori del corpo
siano costantemente utilizzati.
Sono muscoli “sovrallenati”, in attività per molte ore al
giorno, per tutto il tempo in cui si sta in piedi. E’ per tale
motivo che risultano sempre tesi, diventando nel tempo

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anche troppo corti. Il continuo lavoro costante dei mu-
scoli antigravitari porta il corpo a diventare più rigido,
basso e “storto”; le forze prodotte dalle tensioni musco-
lari, comprimono e imprigionano le articolazioni provo-
cando usura cartilaginea e stati infiammatori, processi
artrosici e dolori.

Gli adolescenti vivono “il periodo degli scontri” con i


genitori, gli insegnanti, con se stessi e con la società.
Collezionano delusioni e fallimenti, elementi che hanno
la capacità di segnare profondamente anche la postura.
Delusioni e litigi di una certa entità portano alcuni gio-
vani a chiudersi, come atteggiamento di difesa, sia nel
carattere che nella postura.
Obblighiamo i bambini a sostenere ritmi frenetici e quo-
tidiani, a praticare attività che non sempre corrispondo-
no ai loro gusti, allontanandoli da giochi all’aperto e da
attività che invece stimolano correttamente lo sviluppo
psico-motorio.

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Per non parlare poi degli sport scelti e praticati dai gio-
vani.
Gli sport stimolano lo sviluppo adeguato delle capacità
motorie e promuovono un buon stato di salute del siste-
ma cardio-circolatorio e di quello respiratorio.
Il problema nasce se questi sport sono mal gestiti e mal
praticati. Essi infatti possono provocare squilibri postu-
rali, perché si tende a potenziare una condizione fisica
che già esiste. Se sono presenti squilibri posturali, questi
saranno potenziati.
Si dice che fare nuoto fa bene alla colonna vertebrale
perché questa non viene caricata.
E’ una affermazione ed una convinzione da sfatare!
Nuotare significa effettuare continui e ripetuti movimen-
ti che coinvolgono l’intero sistema muscolare e che ga-
rantiscono di vincere la resistenza dell’acqua.
Apparato muscolare e scheletrico sopportano un impe-
gno considerevole, e quindi non è vero che la colonna
non viene caricata. L’unico momento in cui la colonna è
in scarico è solo quando il corpo galleggia sull’acqua in
assenza di movimento.
In presenza di alterazioni posturali, il nuoto non solo è
poco indicato ma potrebbe essere, in alcuni casi, danno-
so per il sistema osteo-muscolo-articolare.
Cercare di raddrizzare un dorso curvo attraverso i ge-
sti di una disciplina sportiva, porterà il Sistema Tonico
Posturale a sovraccaricare altre zone del corpo (zone di
compenso) come quella lombare o del collo, che saranno
costrette a compensare le rigidità del dorso, diventando
vittime di infiammazioni o dolori.

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La forma perfetta

Bisogna dire che in natura non esiste “la postura perfet-


ta” e ogni persona, nel corso della vita, si piega, si modi-
fica, si irrigidisce, assume una postura che molto spesso
si allontana tantissimo da quella che dovrebbe essere “la
postura ideale”. L’osservazione di un soggetto, per sta-
bilire se sono presenti o meno asimmetrie e posture del
corpo consolidate a seguito di compensi, viene effettuata
su diversi piani e con diverse posture, utilizzando come
asse di riferimento simmetrico il filo a piombo o l’as-
se di Barrè. Tralasciando alcuni elementi di cui si tiene
conto in modo più ampio quando si inizia una seduta di
posturologia, senza addentrarci anche in quelle che sono
le apparecchiature o gli strumenti solitamente utilizzati
(podoscopio, scoliosometro, ecc), vediamo quali sono le
osservazioni base che ci danno le indicazioni necessarie.

31
Osservazione frontale

Con il soggetto in piedi, all’osservazione anteriore, a


piedi uniti ci deve essere un contatto dal calcagno alla
punta degli alluci. I malleoli interni, i polpacci, le ginoc-
chia e le cosce in alto devono toccarsi. La linea imma-
ginaria tra le anche, i capezzoli, le clavicole, le spalle
e i processi mastoidei devono essere allo stesso livello.
L’ombelico deve essere al centro dell’addome, né spo-
stato, né ruotato.
Le linee laterali del torace sono rettilinee dalla vita all’a-
scella e i triangoli della taglia sono perfettamente sim-
metrici. La testa deve essere perfettamente in asse senza
inclinazioni e rotazioni.

Osservazione laterale

Lateralmente, una linea virtuale che parte dal punto avan-


ti al centro del malleolo peroneale, salendo, deve passare
dal centro del ginocchio, dal centro del gran trocantere,
del gomito, della spalla e dal centro del meato acustico.
Le scapole non devono essere sporgenti ma seguire il
profilo del dorso. Le ginocchia non devono essere né
flesse né recurvate.

Osservazione posteriore

Nell’osservazione posteriore i processi mastoidei, le


spalle, gli angoli inferiori delle scapole devono essere
sulla stessa linea. La colonna vertebrale deve essere di-

32
ritta. Il bacino non deve presentare rotazioni e le creste
iliache devono essere alla stessa altezza.

Osservazione dall’alto

Sul piano orizzontale si possono osservare rotazioni dei


cingoli scapolari e pelvici.

Osservazione in flessione anteriore del busto

La colonna vertebrale dovrebbe creare una curva ampia


ed omogenea, le mani dovrebbero arrivare a terra senza
sforzo e senza dover piegare le ginocchia, la testa cion-
doloni e il sacro orizzontale.
Sono diversi i test che si effettuano sul soggetto preso in
esame, in statica e in movimento. Con alcuni ottengono
informazioni riguardo la corretta o scorretta funzionalità
dei recettori, altri danno indicazioni sulle zone muscolari
che sono più contratte di altre o le zone cosiddette ipo
e iper funzionanti (detta in parole semplici le zone che
hanno perso la funzionalità ed altre che si sostituiscono
a queste).

Il posturologo osserverà il soggetto anche nei suoi atteg-


giamenti spontanei, come parla, come cammina, come si
sveste, come respira, colori della pelle, eruzioni cutanee,
ecc.
Spesso capita, osservando un soggetto mentre cammina,
di riscontrare la mancanza dello schema motorio incro-
ciato, vale a dire che durante la marcia, solleva il braccio

33
e la gamba dallo stesso lato. E’ una mancanza di integra-
zione fra le catene muscolari incrociate, è alterato l’en-
gramma motorio alla base di questo atto motorio. Di so-
lito questi soggetti hanno saltato la fase di gattonamento
durante la prima infanzia maturando così la delateraliz-
zazione o disorganizzazione neurologica.

Autotest per la delateralizzazione

Provate a marciare sul posto e a capire, se quando lo fate,


il vostro movimento è incrociato (ad esempio braccio
destro e gamba sinistra), vuol dire che la vostra integra-
zione fra le catene muscolari incrociate va bene.
Se non lo è, potete svolgere il seguente esercizio:
quotidianamente, per 5 minuti al giorno, marciate sul po-
sto facendo attenzione a sollevare il braccio di un lato e
la gamba dell’altro e viceversa. Svolgetelo per un mese,
dopo il quale, se riuscite a camminare sul posto con lo
schema incrociato e senza difficoltà, potete eseguire un
secondo ciclo di esercizi per la stimolazione neurologica
degli emisferi cerebrali.
Mentre si marcia sul posto muovendo ad incrocio gli arti
superiori con quelli inferiori, contate ad alta voce da 1
a 10 e da 10 a 1 prima con gli occhi aperti e poi con gli
occhi chiusi, poi cantate una canzone mentre marciate
(potete anche ripetere, canticchiando nella vostra testa,
un motivetto conosciuto).
L’esercizio completo vi aiuterà a ristabilire l’integrazio-
ne fra le catene incrociate, normalizzando l’engramma
motorio.

34
Perché la postura si altera

Le ragioni per cui la postura si altera sono innumerevoli


e vanno ricercate nell’area del sistema nervoso centra-
le. Questi emette e riceve costantemente informazioni
periferiche modulando il tono muscolare1. I muscoli ge-
stiscono ogni nostra articolazione, ogni gesto che com-
piamo, ogni movimento, respiro ed espressione mimica.
Il poco o eccessivo movimento, i traumi, lo stress, la
paura, il tempo, irrigidiscono i muscoli che si fissano in
posizioni corte e scorrette, si creano le “retrazioni mu-
scolari”. Così, con il passare del tempo, diventiamo più
corti, compressi, rigidi stanchi e doloranti. Quindi è il
“Sistema Tonico Posturale” che ha il compito di regolare
l’equilibrio e la postura attraverso il controllo del tono
muscolare, sia stando fermi che in movimento.
Si adatta ai continui cambiamenti ambientali, si autore-
gola e autoadatta. Il STP ha la capacità di creare com-
pensi e adattamenti anche a distanza, seguendo i principi
dell’equilibrio, dell’economia e del confort.
I recettori che regolano la postura sono il piede, l’occhio,
la pelle, i muscoli e le articolazioni, l’apparato stoma-
tognatico (ATM, denti, lingua), vestibolo e centri supe-
riori.

Sono i “recettori posturali” che inviano al Sistema Ner-


voso Centrale le informazioni necessarie ad essere inte-
1
Tono muscolare:E’ lo stato sempre presente di lieve e persistente con-
trazione dei muscoli scheletrici in condizioni normali e indipendentemen-
te dai movimenti.

35
grate, elaborate e poi rinviate agli organi (organi effetto-
ri) che trasformano in azione ciò che è stato elaborato dal
Sistema Nervoso Centrale.
In definitiva, le diverse posizioni che il corpo assume
sono il risultato delle informazioni recettoriali raccolte
da tutti i sistemi sensoriali che provengono da tutto l’or-
ganismo (sistema visivo, uditivo e tattile).
Il corpo escogita, per non soffrire, sistemi intelligenti
di compenso antalgico o funzionale in casi di traumi o
dolori fisici ed emotivi, proprio per continuare ad agire
nella vita in base alle proprie esigenze.
Ad esempio, se una persona, per una distorsione al piede
zoppica allo scopo di evitare dolore, si creeranno tensio-
ni muscolari di difesa momentanea.
Se la causa permane nel tempo, le tensioni muscolari
create per evitare dolore si fisseranno e diventeranno ir-
reversibili per una legge di economia corporea.
Mentre nella tensione muscolare, se la persona riesce a
rilassarsi, ci può essere la reversibilità immediata, nella
retrazione muscolare questa reversibilità immediata non
si verifica, a meno che non si utilizzi un metodo che pre-
veda il corretto riallungamento delle catene muscolari
interessate.
Detta in altre parole, i muscoli hanno il compito di far
compiere movimenti al corpo grazie ad una contrazione.
Chi provvede a riportare l’articolazione nella posizione
iniziale è il muscolo antagonista perché nessun muscolo
del corpo ha la capacità intrinseca di autoallungarsi e ri-
portarsi da solo nella condizione iniziale.
Il muscolo ha in memoria il solo dato di contrarsi e non

36
di allungarsi e la sua naturale tendenza sarà quella di re-
stare un po’ più corto di quanto non sia la sua condizione
ideale a svolgere correttamente le funzioni per cui questi
nasce. La riduzione o il rallentamento dei movimenti,
l’eccesso di movimento, determinano una tendenza na-
turale al raccorciamento del muscolo.
Il tessuto connettivo, di cui sono formate le aponeurosi o
le aponevrosi2 e la fascia connettivale3, fissa e “cementa”
i sarcomeri4 in posizione non adeguatamente allungata
e fa si che questi non recuperino in modo autonomo la
lunghezza iniziale.

Bascule, rotazioni, asimmetrie articolari della struttura


ossea causate dalle retrazioni e le tensioni muscolari.

2
Aponevrosi:Lamine connettivali che tengono in sede il muscolo.
3
Fascia Connettivale:Il muscolo è racchiuso nella fascia come la polpa
di un’arancia lo è nelle pareti cellulari che la suddividono.
4
Sarcomero:Unità contrattile del tessuto muscolare striato.

37
In presenza di aderenze fasciali, si ha un aumentato at-
trito interno che contrasta il movimento, e in particolare
l’allungamento muscolare. Questo crea un trazionamen-
to delle strutture adiacenti che causa affaticamento e ten-
sioni generali. Se un muscolo lavora sempre in accorcia-
mento, le qualità e la quantità di porzione connettivale
diminuiscono e diminuisce anche il numero dei sarco-
meri (nell’allungamento muscolare invece, aumenta sia
la parte connettivale che il numero dei sarcomeri). Ecco
come si forma un muscolo retratto e con esso le tensioni
che causano “le storture del corpo”.

“Le tensioni e le retrazioni muscolari sono ritenute re-


sponsabile del 70% dei fenomeni artrosici, perché la
densificazione del tessuto connettivo arriva facilmente
a livello delle inserzioni ossee fino alla calcificazione”
(Morelli-Bionfait).

38
Attenti alle posture scorrette quando si lavora

Stiamo attenti alle posture assunte quando svolgiamo un


lavoro. Sul luogo di lavoro determinate posizioni assun-
te, si ripercuotono sull’apparato osteo-muscolare e so-
prattutto sulla colonna vertebrale.
Anche le modalità con le quali si eseguono determinati
movimenti o spostamenti di pesi, influiscono sulle ar-
ticolazioni vertebrali provocando problemi di una certa
entità.

In ufficio o quando si studia, ad esempio, chi siede di


fronte al computer dovrebbe mantenere il rachide ben
allineato, le curve della colonna vertebrale devono con-
servare le ampiezze fisiologiche. Il sacro deve essere
poggiato allo schienale e la lordosi lombare ben mante-
nuta con testa ben allineata al collo. I piedi devono es-
sere appoggiati al pavimento e l’inclinazione tra coscia
e gamba deve formare un angolo di circa 90°, con spalle

39
rilassate e appoggio dei gomiti ai braccioli o alla scriva-
nia. La dimensione di scrivania e sedia devono adattarsi
alle esigenze di chi li usa.

Posture corrette

40
Anche chi è alla guida di un qualsiasi automezzo, do-
vrebbe regolare lo schienale ad una certa angolazione
(110/120°), posizionare gluteo e osso sacro a contatto
con lo schienale, la nuca sempre a contatto con il pog-
giatesta e la schiena deve poggiare completamente sullo
schienale con un supporto lombare che mantenga la lor-
dosi fisiologica.

Qualsiasi sollevamento deve avvenire divaricando leg-


germente i piedi, piegando gli arti inferiori e inclinando
la colonna mantenendola bene allineata.
Il carico sollevato non deve superare i 30Kg per gli uo-
mini e i 15/20 Kg per le donne.
Anche operazioni come stirare, rassettare, vestirsi ecc.,
dovrebbero essere eseguite usando semplici, ma utili ac-
corgimenti.

Durante l’età scolare è importante evitare che gli stu-


denti portino cartelle o zaini troppo pesanti che possono
sovraccaricare colonne vertebrali non ancora sviluppate.
Il modo corretto di indossare lo zaino è quello di mante-
nere il busto ben eretto proiettando sempre la testa verso
l’alto.

41
Le catene muscolari

“La catena muscolare è una sequenza di muscoli defini-


ta, al cui interno si attua un passaggio preferenziale di
tensione e di energia”(P.Dudal)

A questa definizione si associa la descrizione di sei di-


verse catene muscolari: la antero-mediana, la poste-
ro-mediana, la postero-anteriore, la antero-posteriore,
la antero-laterale e la postero-laterale, collegate con una
particolare sequenza tra di loro.

In realtà, la definizione comunemente accettata di catena


muscolare è la seguente: ”Successione di muscoli embri-
cati fra loro come una serie di anelli concatenati tanto
da diffondere gli effetti della singola variazione di stato
di un anello su tutti quelli facenti parte della stessa ca-
tena” .
Il rapporto tra un anello muscolare e il successivo viene
enfatizzato dalla presenza del tessuto connettivo, delle
fasce e delle aponeurosi (presenti in ogni area del corpo)
che collegano i vari anelli tra di loro facendoli compor-
tare come un unico grande muscolo.

Il sistema fasciale e connettivale, fa sì che le catene mu-


scolari stesse non possano essere svincolate le une dalle
altre, comportandosi quindi come “una rete di catene”
che rispetta i principi dei “vasi comunicanti”.
Questo spiega perché una tensione anormale che nasce
in un punto qualsiasi di una catena è in grado di muover-

42
si e spostarsi da un estremo all’altro della stessa catena
ed è in grado di “entrare” in ogni altra catena attraver-
so punti di intersezione, al fine di rispondere ad esigenze
funzionali, antalgiche ed economiche (D.Raggi).

Alcuni esempi di catene muscolari

43
La tensione di un muscolo e le relative catene muscolari
potremmo paragonarle ad un treno con la relativa rete
ferroviaria, dove ci sono tanti binari, tanti snodi e dire-
zioni.
La “rete di catene” consente, ad ogni informazione pro-
veniente da un muscolo che appartiene ad una catena
specifica, di poter trasmettere e trasferire le proprie ten-
sioni ad un’altra catena scegliendo “corsie preferenziali”
o corsie di comodo (nascono così le catene “sporche” o
“fantasma”).
Molto più semplicemente, ”se una parte del corpo è rigi-
da, dolorante o non disponibile a far passare una comu-
nicazione di tensione, l’informazione sceglierà di passa-
re in altri punti maggiormente disponibili, nel rispetto
della legge dell’economia del dolore e delle funzioni.”
(D.Raggi)

Penso sia chiaro adesso, come il percorso di qualunque


catena muscolare e l’intersecarsi di queste catene immer-
se in tessuto connettivo, fasce, aponeurosi, farà in modo
che la migrazione delle tensioni, delle informazioni e dei
dolori, non possa essere lineare e prevedibile.
Ecco perché un trauma o un limite funzionale di un piede
può ”migrare” e trasferirsi al collo, ad una spalla o ad
una mano e, poiché non ci sono limiti di comunicazione
inter-muscolare si potrebbe affermare che le catene mu-
scolari diventano infinite.

Un fenomeno che può aiutarci a capire la postura rela-


zionata alle varie strutture recettoriali (compresa l’oc-

44
clusione dentale) è l’effetto piezoelettrico.
Nelle strutture fisiche caratterizzate da una distribuzione
geometrica simmetrica e generalizzata, come ad esempio
il vetro, se si applica una forza meccanica, l’alterazione
della struttura delle molecole produce una differenza di
potenziale elettrico e, al contrario, applicando una cor-
rente elettrica ad un vetro, si generano nelle stesse mo-
lecole variazioni dimensionali dovute ad un aumento di
pressione.
Secondo alcuni (Fukada, Branden e altri) nel corpo uma-
no, le ossa, i vasi sanguigni, la pelle e i muscoli, si com-
portano come se fossero cristalli.
Quelli del nostro corpo sono cristalli liquidi e quando un
muscolo si distende insieme al tendine (si verifica quindi
un’azione meccanica), il sistema fasciale si comprime
e, di conseguenza, si genera una piccola differenza di
potenziale elettrico. Questa differenza diventa armonica
ed oscillante, rappresentando e registrando così le con-
seguenti azioni meccaniche. L’informazione si trasmet-
te elettricamente attraverso la matrice vivente. Questa è
principalmente composta da collagene che fa da semi-
conduttore ed ha la capacità di formare una rete elettro-
nica integrata che permette la connessione tra tutti gli
elementi della rete del tessuto connettivo.
In conclusione, l’azione meccanica dei tessuti che cir-
condano il sistema fasciale dovuta al movimento o ad
impulsi esterni al corpo, genera piccole correnti elettri-
che.

45
Il compenso

E’ una strategia intelligente che il corpo usa di fronte ad


un limite o ad un dolore. Se una parte del corpo, un’arti-
colazione, non può essere utilizzata per dolore, rigidità o
blocco antalgico, cercherà di sopperire con una iperfun-
zione in un’altra area. E’ così, che nel tempo, il sovrac-
carico e l’ipertonia a scopo difensivo farà manifestare
infiammazioni e dolori in una zona lontana da dove nac-
que inizialmente il problema. Il compenso può avvenire
grazie alla variazione del tono di un muscolo e quindi di
tutta la relativa catena muscolare di appartenenza.
Ogni compenso e quindi ogni variazione di tono, rappre-
senterà una ulteriore alterazione della postura.
Lo squilibrio di un recettore provoca immancabilmente
uno squilibrio tonico posturale, l’insieme si adatta a que-
sto stesso squilibrio. Il sistema si può adattare una volta,
probabilmente due volte, ma se si aggiungono altre cau-
se di decompensazione, il sistema non può più adattarsi e
sopraggiungono i dolori che durano più a lungo e disagi
che restano sempre presenti. Se un sistema è indenne da
tutti i compensi, può facilmente recuperare gli squilibri
di un recettore, ma se il sistema è già sollecitato da com-
pensi vecchi, non può giocare il suo ruolo tampone e i
dolori compariranno a livello delle zone di tensione mu-
scolare.

“Ogni compenso attuato, nel tentativo di risolvere un


problema del presente, causerà inevitabilmente un’alte-
razione posturale e un problema nel futuro.” (D.Raggi)

46
Un disturbo a livello di occlusione dentale importante,
non si esprimerà a livello clinico nel caso in cui il si-
stema sia disponibile a compensarlo; invece un distur-
bo minimo si esprimerà in modo evidente nel caso in
cui porterà uno squilibrio del sistema già fissato nei suoi
adattamenti.
Ecco perché in posturologia non si può valutare e tratta-
re il corpo in modo analitico e settoriale.

Il dolore, un amico da ascoltare o un nemico da soppri-


mere?

Nel corso della vita, spesso si ignorano i dolorini, i fa-


stidi o i problemi che si manifestano, con espressioni del
tipo: “Tanto passano da soli” ! Oppure, quando non si
riescono a sopportare, si ricorre ad un analgesico.
Di fronte a questo stato di cose, il corpo, come abbiamo
già visto, creerà compensi adattativi grazie alle catene
muscolari.
L’instaurarsi di posture compensative, porterà sicura-
mente a conseguenze, con nuovi disagi, altre rigidità o
nuovi dolori in altri punti del corpo.
Stati di depressione fisica/emotiva e stanchezza cronica,
potrebbero essere il risultato di tutti i disagi trascurati e
protratti nel tempo.
Come spiegato in precedenza, il nostro corpo, per un
istinto di sopravvivenza, di confort e di non dolore, ri-
sponderà ai nuovi disagi con altre posture di compenso.
Quindi, per sfuggire ai disagi e ai nuovi dolori, nel tem-
po se ne creeranno altri.

47
L’uomo non sa gestire il dolore perché non è educato a
farlo ed in più non è educato a ricercarne le cause!
L’unico pensiero che ha è quello di sopprimere il dolore
il prima possibile con l’utilizzo di farmaci analgesici.
Il dolore è un codice che indica qualcosa, è un messag-
gio, una richiesta di aiuto.
Ci sta dicendo:”Attento, perché dentro di te c’è qualcosa
che non va”.
Quando sopprimiamo il dolore senza risolvere la causa
di questa manifestazione, creiamo una “spina irritativa
silente”in quanto il nostro sistema tonico posturale con-
tinuerà ad essere informato a scopo difensivo; il dolore
scompare, ma la causa resta.
Inibire solo il dolore equivale a far spegnere la luce spia
che si accende sul cruscotto dell’automobile, togliendo il
contatto elettrico alla spia, senza eliminare la causa che
ne ha provocato l’accensione.
Ci si dimentica spesso che il dolore è proprio una spia,
un segnale che ci guida verso la logica della causa.
Il dolore, quindi, dovremmo utilizzarlo come una gui-
da per trovare l’origine del problema, e a meno che non
ci sia stato un trauma diretto, risiede sempre da un’altra
parte del corpo rispetto a dove si manifesta il dolore.
Non dimentichiamoci che, come spiegato in precedenza,
i dolori migrano, spostandosi lungo le catene muscolari.

“Laddove si manifesta il dolore, non si trova la causa.”


(F.Mezières)

48
La distorsione

Il trauma distorsivo consiste in un momentaneo allon-


tanamento di due capi articolari e determina uno stira-
mento o una lacerazione, solitamente parziale, dei tessuti
situati attorno all’articolazione (capsula e legamenti).
Si verifica, contemporaneamente, uno “spasmo” di di-
fesa della muscolatura, che prima viene violentemente
stirata dal trauma e poi si difende con una violenta con-
trazione come risposta automatica.
Se i fasci muscolari contratti per difesa, non si rilascia-
no perché il corpo non è più in grado di farlo, nel tem-
po tenderanno a bloccarsi e a mantenere le articolazioni
compresse e prigioniere.

Distorsione della caviglia

49
Il colpo di frusta

E’ il particolare movimento, che si verifica a carico del


tratto cervicale. Questi subisce, inaspettatamente e vio-
lentemente, un movimento tipico della frusta. E’ un mec-
canismo traumatico-distorsivo della colonna cervicale.
Si verifica una violenta iperestensione del collo (cioè la
testa viene proiettata all’indietro). In rapida successione,
lo spostamento della testa all’indietro è seguita da un
contro movimento in flessione (la testa viene proiettata
in avanti). E’ il meccanismo tipico di ciò che avviene nei
tamponamenti automobilistici.

Il colpo di frusta non dovrà essere necessariamente vio-


lento e importante perché si verifichi, nel tratto cervicale,
una scorretta meccanica articolare che crea sollecitazio-
ni alterate e distribuzioni scorrette dei carichi di lavoro.
Anche un impatto lieve, senza alcun dolore, può diven-
tare la causa subdola di dolori che insorgono a distanza

50
di tempo e colpiscono oltre al collo, altre zone del corpo,
con manifestazione di sintomi come senso di vertigini,
cefalee, emicranie, acufeni, bruxismo, dolori all’artico-
lazione temporo – mandibolare, formicolii alle mani e
alle braccia, lombalgie, debolezza agli arti inferiori ecc.
Il collo è attraversato dal midollo spinale e da un insieme
di fasci nervosi, compresi quelli che riguardano il tronco
e le gambe, che si diramano ad ogni vertebra.

51
Respirazione e postura

La respirazione è una fra le principali funzioni vitali, è


un elemento estremamente sensibile e dunque alterabile
con conseguenze, a livello posturale, considerevoli.

Il ciclo respiratorio è suddiviso in 4 fasi:


- Inspirazione
- Fase intermedia d’apnea inspiratoria (prima che av-
venga l’espirazione)
- Espirazione
- Fase intermedia d’apnea espiratoria (prima che riparta
il ciclo respiratorio)

Al momento della nascita è il diaframma che segna il


passaggio dalla vita intrauterina a quella extrauterina,
con una contrazione che permette di inspirare.
Quindi il primo atto respiratorio alla nascita è l’inspira-
zione e rappresenta la sopravvivenza e l’autonomia nella
vita di tutti i giorni.
L’espirazione, inconsapevolmente, ci ricollega all’ulti-
mo atto espiratorio, alla morte.
Proprio perché non vogliamo ricordare tale fenomeno,
neppure inconsapevolmente, il corpo ha una forte ten-
denza a rafforzare l’atto inspiratorio e a inibire o dimen-
ticare quello espiratorio.

53
Ciclo respiratorio

Il diaframma

Pur presiedendo ad una funzione vitale come la respi-


razione, il diaframma ha la possibilità di essere attivato
sia autonomamente, sia volontariamente, perché regola-
to dal sistema nervoso autonomo e dal sistema nervoso
centrale.
Infatti possiamo sospendere la respirazione per periodi
limitati oppure possiamo accentuarla.
Quindi è il muscolo principale della respirazione ed è
situato tra torace e addome, ha la forma di una grande
cupola asimmetrica e si muove come una medusa.
Durante l’atto inspiratorio il diaframma si contrae e si

54
abbassa, durante l’espirazione risale grazie al tendine so-
spensore, tramite il quale si collega a tutti i vasi del siste-
ma arterioso e venoso, all’esofago, alla trachea, ai mu-
scoli sottoioidei,
all’osso ioide, ai
muscoli sopraioi-
dei, ai laringei, ai
faringei e quindi
a tutto l’apparato
fonatorio, fino al
tratto cervicale.
Il diaframma è
anche collegato,
tramite alcuni pi-
lastri, alla parte
lombare della co-
lonna vertebrale e
ha una stretta rela-
zione con il tratto
cervicale attraver-
so i muscoli respiratori accessori del collo e delle spalle.
Proprio come fa una medusa quando si muove in acqua,
il diaframma si muove di continuo in su e in giù.
Con questi movimenti involontari (circa 20.000 al gior-
no) riusciamo a far entrare nel nostro corpo aria ossige-
nata e a far uscire quella utilizzata dai nostri polmoni e
dal sangue per gli scambi di ossigeno ed anidride carbo-
nica in ogni cellula del corpo. Il diaframma ha anche il
compito, quando scende durante la contrazione, di ap-
poggiarsi e massaggiare i visceri sottostanti.

55
Quindi stomaco, fegato, intestino, cisterna linfatica ecc.,
traggono, da questo “pompage”, enorme beneficio.
Quando il diaframma si rilassa, grazie alla spinta dei vi-
sceri e degli addominali, risale e l’aria viziata esce.

Blocco del diaframma in fase inspiratoria

Purtroppo però, nella maggior parte delle persone, la


funzionalità del diaframma non corrisponde a tutte le
cose buone e salutari che abbiamo visto fino ad ora.
Ad ogni difficoltà, spavento, paura, dolore, stato d’ansia,
tutte le persone, indistintamente, prendono aria e poi la
trattengono, anche di fronte ad un pericolo o ad una dif-
ficoltà non si lascia mai il respiro, non ci si rilassa mai.

“Si vivono migliaia di inspirazioni e blocchi respiratori


per anni.”

Il diaframma vive con le persone tutte le emozioni della


vita, tutti i problemi, le preoccupazioni, le ansie e i do-
lori; si tende, si trattiene, si blocca e, a furia di bloccarsi,
diventa sempre più rigido e retratto; in pratica ipofun-
zionante. Abbiamo già imparato come un muscolo tende
ad accorciarsi e a rimanere corto e anche il diaframma,
che si comporta come tutti i muscoli del corpo, non ha la
capacità di auto allungarsi.

Nel tempo perde la possibilità di risalire per colpa delle


fissazioni del tessuto connettivo, che fissa i sarcomeri in
una posizione chiusa e corta.

56
Con un diaframma cronicamente retratto si va incontro
a scompensi posturali e a moltissime patologie:cervical-
gie, spalle tese e doloranti, lombalgie, dorsalgie, disagi
digestivi, peristalsi intestinali rallentate, compressioni
agli organi genitali interni e vescica, funzioni linfatiche
inibite, problematiche alla ventilazione polmonare ed
ernia iatale. Quando il muscolo diaframmatico scende
verso il basso in modo inadeguato, prima di comprimere
lo stomaco, traziona in basso l’esofago, e se il diafram-
ma aumenta la sua tensione (come succede in alcuni casi
in cui sono presenti ulteriori tensioni dovute allo stress),
scendendo ancora più in basso, traziona ancor di più eso-
fago e stomaco. A questo punto una parte di stomaco,
scivola al di sopra del foro posto sul diaframma (lo Iatus,
in cui passa l’esofago) e diventa “ernia iatale”. Anche
la valvola che è situata all’ingresso dello stomaco (il car-
dias) e che ha il compito di impedire al cibo di risalire,
perde in parte la sua funzione consentendo ai succhi ga-
strici di refluire nell’esofago formando così il “reflusso
gastro-esofageo”. Anche il cuore, essendo connesso con
il diaframma attraverso il legamento freno-pericardico,
viene trascinato in basso e disturbato nelle sue delica-
te funzioni. Derotazioni, dolori, allungamenti muscolari
e qualsiasi sforzo da parte del soggetto provoca bloc-
chi respiratori. Spesso si osservano soggetti che durante
qualsiasi sforzo (per un dolore, una derotazione, ecc) si
bloccano in fase di inspirazione, con il risultato di un
blocco diaframmatico. Generalmente, con un blocco in-
spiratorio, il torace del soggetto è proiettato in alto e in
avanti e le ultime costole sono molto sporgenti.

57
Le costole, nel tratto dorsale, si articolano con le verte-
bre e questa interdipendenza è resa ancora più forte dalle
inserzioni costali e vertebrali del diaframma.
Quindi, se le coste sono proiettate in avanti, le vertebre
seguono il movimento e quella zona della colonna si in-
fossa creando così una lordosi. Durante la respirazione,
se l’azione del diaframma è insufficiente è probabile
che ci siano blocchi funzionali delle strutture proprie
del diaframma oppure di quelle strutture a distanza che
ne limitano il suo funzionamento normale. Il diaframma
influenza la postura e, indirettamente, anche la voce. Ad
esempio, il cantante, utilizza in modo massivo il muscolo
diaframmatico e dedica ad esso, molto tempo ad allenar-
lo e rafforzarlo, senza sapere se questi è libero da retra-
zioni e disponibile a compiere i suoi movimenti completi
in modo fluido. Come sappiamo, potenziare un musco-
lo poco plastico equivale a potenziarne anche i difetti.
Il cantante potrebbe trovarsi al centro di problematiche
già citate e che prenderebbero origine proprio da un dia-
framma disfunzionale. Per quanto riguarda il diaframma
inteso come “mantice” responsabile della quantità di aria
necessaria a far “vibrare” le corde vocali, di solito è alle-
nato facendo riempire molto il torace di aria, consenten-
do al diaframma di abbassarsi il più possibile. Le conti-
nue sollecitazioni, comprese ansia e stress, potrebbero
modificarne la posizione cronicamente verso il basso.
Nonostante un diaframma basso stabilizzi il baricentro e
dia maggiore stabilità al corpo facendo entrare molta più
aria, se è incapace di risalire, limiterà la quantità d’aria
che potrà fare uscire (il torace si chiude, il diaframma ri-

58
sale e l’aria esce). Quindi il cantante, trovandosi a dover
svolgere con il diaframma due funzioni, ossigenazione e
vibrazione delle corde vocali, riuscirebbe a prolungare
un suono con minor sforzo e maggior rendimento, solo
se il suo diaframma riuscisse a risalire liberamente per
tutto il suo percorso, così da spingere fuori quanta più
aria possibile.

Quando un soggetto viene sottoposto a riequilibrio po-


sturale, non si trascura mai di agire sul diaframma, per-
ché questi è sempre coinvolto, inevitabilmente, in ogni
problema, alterazione della postura e delle catene mu-
scolari.
Infatti, “tutte le catene muscolari si allacciano a livello
del diaframma e in esso il centro frenico5 rappresenta il
luogo di incontro dove tutte le catene sono in intercon-
nessione (L.Busquet)”.

Espirare bene per respirare meglio

Così come l’atto inspiratorio è fondamentale per la respi-


razione perché ci permette di incamerare aria nei polmo-
ni, anche quello espiratorio ha la sua importanza perché
se non si verifica in modo fluido, fino in fondo, si rischia
di incorrere in seri problemi respiratori.
Se si sta svolgendo un’attività in movimento, che richie-
de anche un certo impegno fisico, inspirare e trattenere
5
Centro Frenico: E’ un ampio tendine centrale posto nel punto di massima
convessità della cupola diaframmatica e dal quale si irraggiano i fasci
carnosi del muscolo

59
o espirare in modo blando, ripetuto per diverse volte e
per un tempo prolungato, stimolerebbe di sicuro quella
che viene definita “fame d’aria”. Vi sentireste soffocare,
nonostante i vostri polmoni siano pieni di aria. In prati-
ca avvertireste la stessa sensazione che avvertirebbe un
soggetto con insufficienza respiratoria.
Provo a spiegare cosa succede realmente.
Immaginate di svuotare per un quarto, un contenitore con
acqua sporca e poi reintegrare quello che avete tolto, con
acqua pulita. Secondo voi quanto sarà pulita l’acqua in
quel contenitore? Sento già la vostra risposta: “Pochis-
simo!” Ora, sempre con l’immaginazione, svuotate quel
contenitore per i tre quarti e reintegrate, ciò che avete
tolto, con acqua pulita. Sarete d’accordo con me che con
questa operazione l’acqua nel contenitore sarà molto più
pulita di prima, non è così?
La stessa cosa avviene nei nostri polmoni. Quando im-
mettiamo aria con l’inspirazione e stentiamo ad espirare
non consentiamo ai nostri polmoni di svuotarsi comple-
tamente. Nell’atto espiratorio, i polmoni sono ricchi di
anidride carbonica, quindi, più sarà protratto l’atto espi-
ratorio, più possibilità avremo di svuotarli, di incamerare
aria ossigenata dall’inspirazione e quindi di respirare
meglio.
Ci resta un’altra cosa da sapere riguardo questo birichino
di muscolo che tanti guai combina, ma se si comporta
bene (e questo dipende da come lo abituiamo) ci procura
tanto benessere, in modo diretto e indiretto.
Il diaframma non è il solo muscolo della respirazione.
Ci sono altri muscoli principali che intervengono duran-

60
te l’inspirazione, i muscoli intercostali esterni e i musco-
li scaleni mentre, nell’atto espiratorio, saranno i muscoli
intercostali interni e i muscoli addominali a svolgere il
loro compito.
Quando il diaframma perde la capacità di essere suffi-
ciente (come abbiamo già avuto modo di apprendere),
intervengono in suo aiuto gruppi di muscoli che si chia-
mano accessori.
Nel gruppo dedicato all’inspirazione se ne contano ben
11 mentre, per l’espirazione, solo 4.
Gli accessori intervengono nella stessa misura in cui il
diaframma ha la capacità di svolgere il proprio compito,
e quando svolgono un ruolo primario (anziché accesso-
rio), oltre a diventare iperfunzionanti, creeranno inevi-
tabilmente una serie di problemi nelle zone dove questi
muscoli hanno origine.
Quelli di origine nucale creeranno disturbi alla cervicale,
quelli nella zona scapolare causeranno alle spalle blocco
o rigidità, quelli di origine dorsale creeranno problemi
lungo la colonna vertebrale.
In conclusione, non è attraverso la rieducazione del solo
diaframma che si risolve un problema respiratorio, ma
liberando le sue strutture e quelle a distanza, coinvolte
nel blocco e che impediscono di farlo funzionare libera-
mente.

61
Gobba del bisonte

E’ un inestetismo posturale che colpisce soprattutto il


sesso femminile. La sua formazione è lenta e comples-
sa, la dinamica e la causa principale che determina tale
fenomeno è da attribuire al diaframma, quale principale
e indiretto responsabile. Con una dinamica respiratoria
perturbata, ci sarà il coinvolgimento dei muscoli acces-
sori del collo in modo non dovuto per un periodo suffi-
cientemente lungo, che aggrediranno e bloccheranno l’
ultima vertebra cervicale (C7) e le prime vertebre dorsali
(D1,D2 e D3).
Sarà proprio in questo
tratto che si instaurerà
la cosiddetta gobba del
bisonte. Il blocco mec-
canico che si verifica,
viene seguito da quello
circolatorio ed energe-
tico.
I tessuti di questo tratto
interessato accumulano
Gobba del bisonte fibrosità e adiposità e
non mancheranno altre
alterazioni posturali:
testa anteposta con uno scalino fra le vertebre cervicali
ancora libere e quelle bloccate, tratto dorsale rettificato e
zona lombare rigida. La gobba del bisonte è un fenome-
no che può essere completamente trattato e risolto attra-
verso trattamenti posturali mirati.

62
Cranio e postura

Eppur si muove

Fino alla fine dell’800 gli anatomisti pensavano che le


strutture del cranio fossero immobili.
Un osteopata americano, il dottor William Sutherland,
scoprì il sistema cranio-sacrale e il relativo movimento
presente in esso.
Aveva osservato che le ossa del cranio possiedono una
mobilità ciclica e che essa è presente in tutto il corpo.
Questi movimenti, oggi misurabili con strumenti scien-
tifici sensibili, sono una diretta espressione della salute
del sistema.

63
L’osso occipitale e l’osso sfenoide, uniti attraverso la
sincondrosi sfeno-occipitale si muovono ciclicamente in
flessione e in estensione. I movimenti si trasmettono alle
altre ossa del cranio influenzandone il tipo di crescita, in
particolare per la mandibola e il mascellare.

Nel 1975, il dr John Upledger, dopo aver riscontrato un


movimento delle ossa del cranio nel corso di una opera-
zione chirurgica, iniziò una serie di esperimenti su crani
freschi, insieme ad un team di ricercatori dell’Università
del Michigan. Fu chiarito definitivamente che il cranio
non è una struttura rigida ma semirigida, capace di micro
movimenti misurabili.

64
Ci sono alcuni elementi che compongono il cranio e che
svolgono un ruolo molto importante.
Partiamo da uno di questi elementi che è la dura madre,
una membrana densa, fibrosa e non elastica che insieme
all’aracnoide e alla pia madre, ricopre il cervello e prov-
vede al nutrimento della sua parte esterna.
La dura madre scende per la colonna vertebrale, supera
il sacro e avvolge il coccige.
In questo percorso, circonda il midollo spinale e le radici
nervose. La “respirazione cranio-sacrale” è alla base di
un meccanismo di circolazione del fluido cerebro-spina-
le che scorre all’interno della dura madre, lungo la co-
lonna vertebrale (dal cranio all’osso sacro).
Il sistema è quindi costituito da ossa craniche, colonna
vertebrale, osso sacro, dalle membrane meningee (all’in-
terno del cranio), dal fluido cerebro-spinale e dalle strut-
ture che ne regolano produzione, riassorbimento e con-
tenimento.

65
Il sistema è inoltre collegato al sistema nervoso, circo-
latorio e linfatico, all’apparato muscolo-scheletrico, al
sistema endocrino e al sistema respiratorio.
Quindi il sistema ha sicure ripercussioni sul sistema
posturale. Intervenire sulla fluttuazione ritmica del flu-
ido cerebro-spinale, vuol dire innestare un processo che
coinvolge l’intero organismo nel bene o nel male, favo-
rendo o meno lo stato di benessere.
Il cranio, tramite le sue suture, si muove in un ciclo rit-
mico di circa 8/12 volte al minuto.
Sono movimenti di flessione ed estensione nei quali la
forma del cranio cambia. Le aree di sutura contengono
tessuto connettivo, vasi sanguigni e plessi nervosi.
Le suture sono punto di congiunzione tra le ossa cra-
niche, ma servono fondamentalmente come giunture di
espansione-congiunzione per facilitare cambiamenti di
tensione meningee, fasciali e muscolari nei ritmi respira-
tori e cardiaci e nelle variazioni sia di pressione sangui-
gna che in quella del liquido cerebro-spinale.
La vitalità delle suture craniche come struttura dinamica
è ben documentata in letteratura e se non ci fosse una
funzione in corso, durante tutta la vita dell’individuo, col
tempo le stesse scomparirebbero.

I Primi movimenti di flessione-estensione, partono a li-


vello della sincondrosi sfeno-occipitale, che è un giunto
cartilagineo che unisce la parte basilare dell’osso occipi-
tale con quella dell’osso sfenoide.
I movimenti influenzano la crescita delle ossa mascellare
e mandibolare.

66
Articolazione temporo-mandibolare
denti e postura

Come già sappiamo, la connessione tra l’apparato Sto-


matognatico e il resto del corpo nasce per effetto di una
comunicazione che si esplica attraverso le catene musco-
lari, fasciali e connettivali.
Dolori alla nuca, al collo, alle spalle, al tratto cervicale
e lombare, dolore cranio-facciale, dolore alle ginocchia
ed alterazioni della postura, sono i disturbi più comuni e
che si associano sia alle patologie dell’articolazione tem-
poro-mandibolare (ATM) sia alle malocclusioni dentali.
L’ATM è un’articolazione sospesa con mobilità elevata .
Il condilo mandibolare e il menisco collegati alla fossa
glenoidea consentono alla mandibola di poter effettuare
una serie di movimenti più o meno estesi (spostamenti
anteriori, posteriori, lateralità destra e sinistra e apertura
della bocca).
Qualsiasi variazione posturale può creare compensi a li-
vello mandibolare, per fare in modo che il cranio man-
tenga l’orizzontalità dello sguardo (la linea bipupillare) e
simmetrica la funzione dell’apparato otovestibolare.
Una deviazione della mandibola generata da un precon-
tatto dentale, viene compensata con l’inclinazione con-
trolaterale del cranio, per la contrazione sinergica dei
muscoli pterigoideo e trapezio dal lato opposto, mentre
saranno rilasciati omolateralmente.
Per mantenere l’orizzontalità dello sguardo, la colonna
vertebrale assumerà una posizione ad S a livello cervi-
cale con concavità controlaterale rispetto alla deviazio-

67
ne della mandibola, a livello lombare la concavità sarà
omolaterale.
Nel nostro corpo, alcune delle interferenze che si cre-
ano, agiscono dal basso verso l’alto (ascendente), altre
dall’alto verso il basso (discendente).
Attività sportive, abitudini viziate, traumi o cicatrici pos-
sono alterare la postura mandibolare con la conseguenza
di adattamenti dentali che interferiscono con altre fun-
zioni legate all’apparato
stomatognatico (degluti-
zione, fonazione, masti-
cazione).
Denti mal posizionati o
mancanti, protesi o trat-
tamenti ortodontici ina-
datti, deglutizioni scor-
rette, correnti galvani-
che in bocca, alterano la
posizione e la dinamica
della mandibola, che at-
traverso l’ATM e i suoi
muscoli stimolerà com-
pensi in altri settori del
corpo.
Articolazione Le cause relative alle di-
temporo-mandibolare sfunzioni dell’ATM pos-
sono essere i precontatti
dentali (che sono micro
traumi prolungati), le malocclusioni dentali, i traumi alla
mandibola o all’articolazione, le abitudini viziate che

68
sovraccaricano l’articolazione temporo-mandibolare, i
colpi di frusta.
I fattori mentali, l’ansia e lo stress, contribuiscono a in-
cordinamenti condilo-meniscali, con produzione di ru-
mori articolari (i click) o blocchi della mandibola.

Induzione sperimentale di malocclusione sui topi.

Presso l’università di Chieti è stato fatto uno studio per


verificare se un’alterazione dell’allineamento della co-
lonna vertebrale poteva essere indotta sperimentalmente
nei topi, come conseguenza di occlusione dentale altera-
ta e per scoprire se la spina dorsale avesse cambiato la
sua forma una volta restituita la normale occlusione.
A 15 topi è stato applicato un rialzo in resina composi-
ta sul primo molare destro per una settimana. E’ stata
praticata radiografia prima dell’applicazione della resi-
na composita e dopo una settimana dall’applicazione e
in questi topi si è sviluppata una curva scoliotica. Agli
stessi topi è stato applicato un secondo strato di compo-
sito sul primo molare di sinistra allo scopo di bilanciare
l’occlusione dentale.
Dopo una settimana dall’applicazione è stata ripetuta ra-
diografia che ha rilevato il ritorno alla condizione nor-
male della colonna vertebrale e quindi, l’allineamento
della colonna, sembrava essere influenzato proprio dalle
occlusioni dentali.
(Potete scaricare l’articolo completo di immagini da
internet digitando “Esperimenti di rialzo occlusale sui
topi”).

69
Gli orientamenti in odontoiatria

La tendenza di alcuni Odontoiatri è quella di diagnosti-


care e trattare malocclusioni (denti storti) seguendo una
filosofia ortodontica che si discosta molto da quella ac-
cademica, ma che trova riscontri molto positivi nei pa-
zienti trattati e i cui risultati vanno ben oltre ciò che gli
occhi possono vedere.
Ad esempio, la Craniodonzia, termine coniato dal Prof.
G.Stefanelli, ha un significato molto semplice e preciso.
Essendo l’occlusione dentale, il risultato adattativo dello
schema cranico individuale (tenendo conto proprio del
meccanismo di movimento cranio-sacrale), prima di al-
lineare i denti è imperativo “allineare” il cranio.

L’occlusione dentale è un meccanismo che si auto rego-


la e si auto corregge in funzione di bilanciare le ossa
craniche.
Qualsiasi procedura di riabilitazione occlusale, sia essa
ortodontica o protesica, non può non influenzare le 28
ossa che compongono il cranio umano.
Non tener conto di questo, significa sostituire uno sche-
ma di adattamento con un altro, con trattamenti che
sono spesso solo di natura estetica e con risultati che
sono ulteriori adattamenti a scapito di altri sistemi con
manifestazioni, dopo la fine dei trattamenti, di recidive
(i denti raddrizzati ritornano storti come prima, e spesso,
vengono applicati ai pazienti apparecchi di contenzione
per lunghissimi periodi, che risultano essere praticamen-
te inutili).

70
Quindi, violare uno stato di equilibrio anatomico e fun-
zionale significa obbligare l’organismo a reagire attivan-
do sistemi di compenso autodifensivi, che in buona parte
dipendono dai limiti di adattabilità del tessuto connetti-
vo.

L’essere umano è molto di più di un insieme di dati mi-


surabili, è un “sistema aperto” in costante interazione
con l’ambiente che lo circonda, con le proprie attitudini
intellettuali ed emozioni spesso determinanti nella rispo-
sta al trattamento.

L’orientamento, nel campo odontoiatrico/ortodontico,


dovrebbe essere indirizzato verso l’utilizzo di un meto-
do di stimolazione basato sulla possibilità di indurre il
paziente ad utilizzare il suo meccanismo di auto regola-
zione e auto guarigione .
Il dr. Darick Nordstrom, un dentista californiano, ideò,
nel 1980, un dispositivo originale, l’ALF (Advanced
Lightwire Functionals) che in modo indiretto agisce sul
meccanismo cranio-sacrale.
Il suo utilizzo, nei casi in cui ci sia la necessità di rad-
drizzare denti storti o mascellari che non si relazionano
in modo corretto, è indicato per liberare e mobilizzare
prima le 14 ossa facciali e i pattern di strain (tipica tra le
lesioni osteopatiche) della sincondrosi sfeno-basilare e
dopo per correggere l’allineamento dei denti (superiori
e inferiori e la loro intercuspidazione) e le disfunzioni
posturali correlate.
Questi apparecchi seguono la legge di Arndt-Schultz:

71
“Stimoli deboli aumentano l’attività fisiologica mentre
stimoli forti la inibiscono o la aboliscono”.
Una deglutizione e una masticazione simmetrica sono il
meccanismo usato dal corpo per rinfor-
zare la simmetria cranica e la mobilità
suturale, oltre a rafforzare l’attività sfe-
nobasilare e la funzione delle membra-
ne a tensione reciproca.
In altre parole, i denti sono delle leve
meccaniche e sensoriali attraverso le
quali si può influenzare la dinamica cra-
nio sacrale.
Dispositivi
ALF Modifiche all’interno della bocca si ri-
percuotono sul sistema posturale.
Il nostro apparato buccale è un assem-
blaggio di linee curve, dai tragitti che compiono i condili
mandibolari quando questa si muove, a quelle presenti
sulle arcate dentali. Proprio queste ultime (curve di Spee
e di Wilson) sono curve di compenso perchè la loro pre-
senza rende più facili i contatti dei denti posteriori nei
movimenti di lateralità e protrusione della mandibola.
Le curve di Spee superiore (convesse) ed inferiore (con-
cave) rappresentano la proiezione occlusale della cifosi
(nelle curva superiore) e delle lordosi vertebrali (nella
curva inferiore).
E’ abitudine molto frequente, che nei trattamenti orto-
dontici, la curva di Spee venga appiattita con la motiva-
zione di recuperare spazio nell’arcata dentale per poter
allineare i denti storti. Appiattirla significa irrigidire il
sistema (questa è una fra le cause di squilibri posturali

72
dopo un trattamento ortodontico).
La disposizione dei denti secondo le curve funzionali è
organizzata in modo che gli stessi partecipino alla bio-
meccanica generale cranica, orientati al fine di esercitare
le loro forze verso i pilastri architettonici cranio-facciali.
Questo permette alle strutture ossee di compensare e
adattare le forze masticatorie.
Altre abitudini frequenti in ortodonzia, per creare spazi
in arcata, sono le estrazioni di alcuni denti (di solito i
premolari) e l’applicazione di apparecchi a trazione nu-
cale per spingere (distalizzare) i primi molari superiori
più indietro.
Da un punto di vista cranio-posturale, anche estrarre
denti per creare spazio in arcata, significa irrigidire il si-
stema.
Estrarre i premolari non significa solo ridurre la mobilità
funzionale dei settori rachidei ma anche andare contro il
principio della norma volumetrica.
Si riduce lo spazio per la lingua e si alterano tutte le fun-
zioni del cavo orale; ciò che rimane stabile in bocca dopo
un’estrazione è solo un successo apparente in quanto i
denti vanno comunque a contatto in occlusione abituale,
ma il rapporto cranio-cervicale al livello delle vertebre
C0-C1-C2 e C7-D1 è costretto a compensare.
Le estrazioni portano ad eliminare i normali vettori di
forza che agiscono sui mascellari, necessari per conti-
nuare la loro crescita.
La perdita di massa dentale produce un disequilibrio
neuro-muscolare. Fasce e muscoli ipertonici, le cui forze
possono aver contribuito in origine ad un iposviluppo

73
dei mascellari, continuano ad esercitare la loro forza fino
a ridurre la grandezza delle arcate.
L’uso di apparecchi fissi per allineare le arcate e chiu-
dere gli spazi (lasciati dalle estrazioni) aumenta ancora
di più la pressione esercitata dai muscoli creando mo-
vimenti posteriori di distalizzazione che si traducono in
compressione di nervi, vasi, muscoli, fasce e ossa, tra i
denti frontali superiori e l’occipite.

Nella distalizzazione dei molari superiori si crea un’a-


zione meccanica tendente a spostare il dente rispetto al
proprio osso alveolare. L’insieme costituisce una sinar-
trosi (gonfosi dento-alveolare), famiglia di articolazio-
ni che comprende le suture e le sincondrosi craniche, le
sterno-claveari e le sinfisi (come quelle del pube). Que-
ste articolazioni si possono decomprimere, derotare, in-
clinare, ma non disassare o traslare. Quindi distalizzare
i molari (spostarli cioè più indietro, posteriormente) si-
gnifica perdere stabilità in quanto si sposta un baricen-
tro settoriale a scapito di quello generale. La crescita
cranio-facciale avviene dall’alto in basso e da dietro in
avanti, per cui, cercare di recuperare spazio nelle arcate
dentarie in posteriorità significa andare contro la direzio-
ne di crescita.

Per “l’ortodonzia posturale” i primi molari superiori


sono la rappresentazione in arcata dell’osso sfenoide (il
motore dell’accrescimento cranio-facciale) e come tali
sono il centro del sistema stomatognatico con funzione
di riferimento per lo sviluppo del piano occlusale.

74
“Ciò che sta al centro non può essere modificato!”

Curva di Spee Curva di Wilson

“Rifiutare aprioristicamente la correlazione tra occlu-


sione e postura perché non è ancora “scientificamente”
spiegabile, è sicuramente un’idea che spesso cela la ma-
lafede di chi vuol difendere ben altri consolidati interes-
si, oppure è la più lampante dimostrazione di arrogante
stupidità.”

Prof. Giuseppe Stefanelli

75
Cefalea e postura

La cefalea è uno dei disturbi più comuni nella popolazione,


circa il 90% degli individui ha, nel corso di un anno,
almeno un attacco di cefalea.
Per alcuni in modo occasionale, per altri con episodi
molto frequenti, la cefalea riesce comunque a
compromettere ed influenzare la qualità della vita.
Le forme principali di cefalea primaria sono le emicranie,
la cefalea di tipo mio-tensivo e la cefalea a grappolo.
Il medico specialista riesce a diagnosticare il tipo di
cefalea tramite una anamnesi accurata e indagherà sui
possibili fattori che la favoriscono o la scatenano:cibi
particolari, abitudini di vita, ritmi di attività e di sonno/
veglia, eventi stressanti ecc.
E’ importante indagare anche sulla relazione con il
periodo mestruale, visto che nelle donne l’emicrania si
manifesta prevalentemente in quel periodo.
A volte un mal di testa o stordimento, può essere causato
anche da un Trigger Point situato nel muscolo temporale,
pterigoideo, trapezio superiore, sternocleidomastoideo
ed altri muscoli. Il Trigger Point (o punto d’innesco o
di scatto) è associato ad un muscolo accorciato e l’area
dove è situato, è una piccola zona ipersensibile, da cui
partono degli impulsi che bersagliano il sistema nervoso
centrale e irradiano il dolore in una zona distante. Alcuni
di questi punti “grilletto” sono attivi e lo restano fino a
quando non vengono trattati, altri invece sono latenti. Di
solito, applicando una pressione digitale sul TP attivo,
si genera o si intensifica il dolore irradiato. Anche i

76
TP latenti si presentano come zone dolorose, ma non
attivano alcun dolore riferito.
E’ bene sapere anche che il 90% delle cefalee è
classificabile nella categoria di cefalea di tipo mio-tensivo
e di questa percentuale almeno il 75% dei soggetti è di
sesso femminile.
Esistono tantissimi studi dai quali si osserva che almeno
il 95% dei pazienti con diagnosi di cefalea mio-tensiva
presenta una postura errata.
Il risultato incoraggiante è che dopo il riequilibrio
posturale, il paziente acquista una coscienza corporea
corretta, ottenendo una netta diminuzione degli attacchi
di mal di testa, per durata, intensità e numero di
ripetizioni, grazie al miglioramento della respirazione
e al condizionamento generale di colonna vertebrale e
tratto cervicale.

77
Lingua, deglutizione e postura

La lingua può essere considerata come un prolungamen-


to cefalico della colonna cervicale; ha origine infatti dai
quattro somìti sotto-occipitali. Con lo sviluppo degli
archi brachiali del mascellare e della mandibola, questi
somìti migrano anteriormente e danno origine alla lin-
gua.
Durante la tredicesima settimana della vita intrauterina
comincia la stretta connessione tra la lingua e la postura.
In questa fase di gestazione, la suzione del pollice, ha il
compito di modellare le arcate dentali e di contribuire
quindi allo sviluppo della mandibola e del mascellare.
Dopo la nascita, il neonato apprende il corretto movi-
mento della lingua con l’allattamento al seno.
Purtroppo l’uso indiscriminato del succhiotto o di forma
inadatta, abitudine a ciucciare il dito, l’alimentazione ar-
tificiale con il biberon (che non stimola all’uso corretto
della lingua come succede quando si succhia dal capez-
zolo), porta alla formazione della deglutizione atipica,
cioè non conforme a quella fisiologica.
Una deglutizione scorretta può essere la conseguenza di
problemi di carattere funzionale ma anche di carattere
anatomico, come un frenulo linguale corto o una macro-
glossia (una lingua anatomicamente molto più grande
del normale). Un’altra tra le cause di una deglutizione
scorretta è la compressione del nervo ipoglosso o edema

79
a livello ioideo (da cordone ombelicale attorcigliato in-
torno al collo) durante il parto. Anche i microgalvanismi
che si generano in bocca possono provocare una scorret-
ta funzionalità della lingua. Un campo galvanico (dallo
scopritore Galvani) è la corrente generata da metalli di-
versi, immersi in un fluido. Nel caso della bocca, il liqui-
do è la saliva, i metalli diversi immersi nel liquido sono
le protesi e le ricostruzioni in metallo, splintaggi (legatu-
re metalliche per fermare i denti dopo aver tolto l’appa-
recchio ortodontico), i piercing. In bocca possono essere
presenti vari metalli e varie leghe metalliche, come ad
esempio vecchie ricostruzioni in amalgama (composte
da mercurio e argento), ponti metallici, che provocano
con la saliva processi elettrolitici.
Il mercurio è un buon conduttore elettrico e diamagneti-
co6, così come l’argento. Una differenza di temperatura
fra due metalli provoca sempre una corrente.
E’ ciò che succede tra i metalli della bocca e gli orecchini
o le catenine attorno al collo. Normalmente, nella con-
duzione nervosa, grazie ai fenomeni di depolarizzazione
e ripolarizzazione, intervengono correnti che oscillano
tra i -100 e i +60 millivolts. Accade spesso di trovare
correnti patogene tra un’ amalgama dentaria e un altro
metallo, sia in bocca che a distanza, superiori a 400/500
millivolts.
La lingua è molto sensibile, in grado di avvertire anche la
più piccola corrente, e se questa è sufficientemente forte,
il cervello codifica coscientemente lo stimolo ed elabora
6
Diamagnetico: si dice di sostanza che ha la proprietà di essere respinta
anziché attratta da un magnete

80
una risposta motoria di allontanamento per difesa.
Quando la lingua avverte il disagio, cerca di sfuggirvi
spostandosi in direzione opposta al fenomeno elettrico.
Se quest’ultimo dura a lungo, la lingua, essendo un mu-
scolo, si deforma, si struttura in torsione, in rotazione
oppure può gestire il bolo alimentare solo da un lato.
Le tensioni muscolari linguali che si generano per sfug-
gire alla corrente, disturberanno vari sistemi di sostegno
della lingua tramite i collegamenti che questa ha con il
collo, la gola e le vertebre cervicali.

Alcuni studi hanno anche dimostrato che i microgalvani-


smi non solo influenzano la lingua, ma anche numerose
patologie: ipertensione, diminuzione di forza muscolare,
stanchezze inspiegabili, insonnie e patologie reumatiche.
Ritornando alla deglutizione, normalmente ne compia-
mo, nelle 24 ore, circa 2000 e se lo schema è alterato e
protratto nel tempo, per anni, alla fine ci sarà un numero
enorme di gesti scorretti della lingua che si ripercuote-
ranno sul sistema posturale.
Una deglutizione che non è conforme a quella fisiologi-
ca provoca ingestione di aria e pancia gonfia, difficoltà
digestiva e dolori al tratto cervicale. I disagi e i dolori al
collo si verificano a causa dei suoi movimenti ripetuti
che è costretto a fare al posto della lingua per far scende-
re il bolo alimentare.
Quando si ingoia correttamente, il collo non deve muo-
versi, ma solo la lingua. Esiste una ricca bibliografia che
dimostra come la lingua svolge un ruolo fondamentale e
di primaria importanza non solo nella riduzione di squi-

81
libri posturali, nella riprogrammazione dell’appoggio
plantare e nelle variazioni dell’atteggiamento della co-
lonna vertebrale, ma anche nel trattamento riabilitativo
di pazienti affetti da Parkinson e distrofia muscolare.

Secondo lo studio di due ricercatori, Halata e Bauman,


dell’Università di Hamburg, la lingua, in deglutizione
normale, schiaccia i recettori trigeminali, riprogramma
l’individuo e influenza il funzionamento dei recettori
primari dall’occhio al piede, all’apparato vestibolare,
alla mandibola.
Quindi la lingua e la sua funzione sono collegate al tri-
gemino. E’ proprio quella emergenza nel palato della se-

82
conda branca trigeminale dal foro naso-palatino, nella
quale sono stati rinvenuti i 5 tipi di recettori tutti raccolti
in gran numero, in mezzo centimetro quadrato di palato
(tra la papilla retroincisiva e le rughe palatali). Si chiama
“Spot” il punto esatto sul quale la lingua ha il suo ap-
poggio quando parte il movimento deglutitorio corretto.
Lo schiacciamento di questa zona determina degli effet-
ti sulla muscolatura generale estremamente evidenti ed
immediati oltre a coinvolgere l’attività della vera centra-
lina del SNC7, il Locus Coeruleus8.

La punta della lingua dovrebbe poggiare, durante l’at-


to deglutitorio, dietro gli incisivi in una zona chiamata
Spot, come si può vedere nell’immagine fronte-lato

7
SNC: Sistema Nervoso Centrale
8
Locus Coeruleus: E’ un nucleo situato nel tronco encefalico coinvolto
nelle risposte a stress e panico, strettamente collegato anche al sonno Rem

83
Occhio e deglutizione

La funzione visiva può essere condizionata in modo in-


diretto dalla funzione linguale.
C’è da dire che comunque la forma dell’occhio influisce
certamente sulla funzione visiva ; se l’occhio è troppo
lungo o troppo corto si avrà rispettivamente la presenza
di un fuoco anteriore alla retina o un fuoco posteriore ad
essa. Inoltre la contrazione del muscolo ciliare, che cam-
bia la convessità del cristallino, è un fattore fondamen-
tale per la funzione visiva. Il muscolo ciliare è innervato
dal nervo ciliare che origina tra la terza e la prima verte-
bra cervicale. Si è visto che in soggetti portatori di corre-
zioni oculari, trattati con terapia per la riabilitazione del-
la deglutizione, si verifica un miglioramento visivo del
40%, sia in caso di miopia che in quello di ipermetropia.
Il motivo potrebbe essere riferito al recupero della lor-
dosi fisiologica a seguito dei miglioramenti al distretto
cervicale sortiti dalla terapia miofunzionale9.
Anche un trattamento ortodontico funzionale con ap-
parecchi preposti al miglioramento della deglutizione
hanno sortito gli stessi effetti riguardo al recupero del-
la lordosi fisiologica e al miglioramento di una diottria
nell’ipermetropia.
L’occhio sembra risenta delle alterazioni della degluti-
zione sia in riferimento alla motricità della muscolatura
estrinseca che a quella delle capacità visive.
9
Terapia Miofunzionale: metodologia terapeutica che corregge le disfun-
zioni linguali e tutti i muscoli connessi alla lingua, instaurando una de-
glutizione corretta.

84
Tesi Universitarie prodotte sull’argomento, ci informano
sulla evidente influenza della stimolazione trigeminale,
sulla motilità della muscolatura estrinseca e sulla con-
vergenza oculare. Molte sperimentazioni mostrano in
modo inequivocabile l’importanza dell’occhio in quan-
to recettore del sistema posturale che è sia un endore-
cettore che un esorecettore del sistema. Vediamo quali
sono le differenti patologie oculari che intervengono nel-
lo squilibrio tonico posturale. I disturbi della rifrazione
(miopie, astigmatismi, ipermetropie che interessano l’e-
sterocezione sensoriale dell’occhio), i disturbi della con-
vergenza e le eteroforie (interessano la propriocezione
muscolare extra-oculare).
Sono varie le cause dei disturbi del recettore oculare e
di queste ne citerò solo alcune come cause secondarie.
Un focolaio dentale o un disturbo occlusale possono pro-
vocare un difetto di convergenza attraverso le afferen-
ze trigeminali; le epatiti lasciano difetti di convergenza
sull’occhio destro; gli antidepressivi assunti per lungo
tempo provocano difetti di convergenza su entrambi gli
occhi. Cefalee, vertigini, cervicalgie, dolori al rachide,
tendinite, cattivo rendimento scolastico, disturbi del ca-
rattere del bambino vedono coinvolti gli occhi e i difetti
di convergenza.
Il fatto di avere una vista eccellente, non esclude in nes-
sun caso la possibilità di un disturbo della convergenza
o di una eteroforia10.
10
Eteroforia: la tendenza di uno o entrambi gli occhi a deviare dalla nor-
male direzione dello sguardo a causa di uno squilibrio funzionale dei mu-
scoli oculomotori. E’ un disturbo del parallelismo degli occhi.

85
Il disturbo della convergenza oculare è la conseguenza di
uno squilibrio della muscolatura estrinseca dell’occhio e
lo squilibrio posturale sarà tanto più accentuato quanto
più il difetto di convergenza sarà netto su un solo occhio.

Convergenza normale Difetto di convergenza

86
Orecchio e deglutizione
Percezione uditiva, acufeni ed equilibrio

Impariamo brevemente come l’orecchio percepisce i


suoni.
La vibrazione timpanica, a seguito della stimolazione da
parte delle onde acustiche, si propaga fino alla staffa at-
traverso gli ossicini dell’orecchio.
Questa appoggia con la base sulla membrana della chioc-
ciola che, vibrando, genera delle onde all’interno del li-
quido presente nella coclea.
Le cellule ciliate del Corti, eccitate da queste onde, tra-
sformano lo stimolo meccanico in stimolo elettrico.
Quando la deglutizione è alterata si crea intasamento ed
edema all’orecchio medio perché aumenta la pressione
aerea.
La pressione si propaga, attraverso la tuba, dal faringe
all’orecchio; diminuiscono le capacità vibratili della
membrana uditiva e si generano così alterazioni delle
capacità uditive e di percezione delle frequenze più alte.
Non è raro riscontrare, in soggetti che presentano de-
glutizione alterata, difficoltà interpretative dei fonemi
ascoltati.

La presenza di acufene11, sintomo che presenta origine


multipla e difficoltà terapeutiche, potrebbe essere spie-
gata allo stesso modo.
Sono vari i fattori che generano l’acufene: alterazioni
11
Acufene: disturbo uditivo costituito da rumori (fischi, ronzii, fruscii,
pulsazioni ecc.)

87
della circolazione per compressione delle arterie cer-
vicali a causa dell’atteggiamento cervicale in presenza
della postura bassa della lingua; strozzamento dei vasi
che irrorano l’orecchio per il raddrizzamento della curva
lordosica fisiologica; compressione, a seguito di un con-
dilo mandibolare retruso, dei vasi venosi che emergono
dalla scissura di Glaser ed infine, forse il più importante
dei fattori, la compressione della membrana della chioc-
ciola causata dall’aria spinta, attraverso la tuba, dalla
contrazione dei muscoli buccinatori che si attivano e si
sostituiscono alla funzione linguale carente durante la
deglutizione scorretta. L’ipotesi è che tale compressio-
ne, genererebbe un’onda anomala nel liquido cocleare
che produce uno stimolo elettrico aspecifico e indistinto.
Quindi anche l’equilibrio potrebbe essere alterato dallo
stesso edema che si crea nell’orecchio a causa dell’au-
mento della pressione aerea, perché in grado di alterare
la qualità della endolinfa nella quale rotolano gli otoliti.
L’addensamento della endolinfa che si crea, potrebbe de-
terminare sbandamenti e sensazioni di vertigini.

88
Bruxismo12 e deglutizione

Il tipo di risultati e di cambiamenti positivi che si veri-


ficano in un soggetto sottoposto a terapia miofunzionale
con conseguente correzione della deglutizione, ha por-
tato diversi ricercatori a formulare varie ipotesi (confer-
mate proprio da risultati clinici incoraggianti e ripetibili)
degne di considerazione. La lingua è l’effettore, l’artefi-
ce dei cambiamenti è il trigemino che, attraverso alcune
vie neurologiche, determina la secrezione di vari modu-
latori della funzione cerebrale, diventando l’artefice sia
di benessere generale che causa di danni di varia entità.

E’ stato sottolineato, come la stimolazione dello Spot


palatino (dove emerge il nervo) ad opera della lingua,
determini risposte a distanza che coinvolgono l’attività
della vera centralina del SNC, il Locus Coeruleus.
Tale nucleo, intimamente legato ai processi della memo-
ria, del sonno e della sfera emotiva, è correlato con tutta
la corteccia cerebrale e cerebellare.
La lingua sembra avere, comprimendo i recettori palatini,
la capacità di rifunzionalizzare l’intero sistema nervoso
centrale. Per la sfera posturale, il verme cerebellare rice-
ve in entrata afferenze cervicali e linguali, mentre, alle
due regioni paramediane, afferiscono rami trigeminali.
Quindi lingua e trigemino sono correlati con memoria
motoria e discriminazione motoria a livello cerebellare.
12
Bruxismo: abitudine di stringere, serrare o digrignare i denti. E’ una pa-
rafunzione attiva soprattutto durante il sonno e comporta lo sfregamento
dei denti che, con il tempo, si usurano.

89
Questo spiegherebbe come pazienti con atrofia cerebel-
lare da cerebellite virale, riprendano una motorietà cor-
retta migliorando le stimolazioni allo Spot palatale.
Nel paziente bruxista, al quale manca la stimolazione dei
recettori situati allo Spot, la deleteria parafunzione si in-
terrompe progressivamente e scompare man mano che
la lingua riprende la sua postura corretta e la spiegazione
potrebbe trovarsi proprio nella stimolazione del rilassa-
mento muscolare.

I ricercatori, basandosi su conoscenze sempre più vaste


riguardo a funzione del trigemino nel controllo del son-
no e sulla memoria, e a tutte le facoltà mediate dal Lo-
cus Coeruleus, suppongono che la stimolazione trigemi-
nale sia indispensabile per la produzione dei mediatori
chimici della memoria nel sonno paradossale (stato di
memorizzazione attiva), quando cioè, l’esperienza della
giornata vissuta, passa negli scaffali della memoria.
Se il soggetto non è in grado di stimolare con la lingua
i recettori nervosi del palato, cerca di recuperare stimoli
trigeminali stringendo i denti o sfregandoli tra di loro.

Invece di utilizzare i recettori palatali il bruxista utilizza


così i recettori del parodonto e dei fusi neuro-muscolari
masseterini che sono a conduzione extra rapida. L’infor-
mazione essendo rapidissima è labile, perché è sostituita
velocemente da una informazione successiva.
Questi recettori, possono svolgere solo il compito molto
preciso, di informatori sulla variazione di distanza delle
arcate durante la masticazione, affinché il cervello possa

90
adattare le contrazioni muscolari necessarie del momen-
to (e non informazioni di rilassamento)
Detta in parole povere, nel bruxista, i recettori a condu-
zione rapida si sostituiscono al lavoro che dovrebbero
svolgere quelli palatini che hanno fibre a conduzione più
lenta e provocano il rilassamento muscolare quando sti-
molati in condizioni normali.

Curiosità

In India, da oltre 600 anni, si pratica la Shabd Guru e tra-


mite i suoi schemi si comanda il cervello e la mente con
ritmi, suoni, concentrazione e respiro. Si utilizza anche
la lingua che, impattando sul palato, produce un’azione
riflessa sul cervello, sul talamo e sulle ghiandole pineale
e pituitaria, grazie alla stimolazione di 84 punti situati
sul palato vicino ai denti e su due linee parallele poste
sulla sua sommità.
La stimolazione della ghiandola pituitaria conduce il si-
stema ghiandolare, ad una serie di secrezioni ritmiche
che cambiano la chimica del sangue.

91
La colonna vertebrale e le sue curve

La colonna vertebrale, per le sue funzioni vitali ed essen-


ziali cui è deputata è definita “l’albero della vita”.
Infatti protegge il midollo, dà stabilità, ammortizza i ca-
richi, trasporta informazioni ed è il sostegno di tutto il
corpo.
La parte alta della colonna ha il compito di sostenere la
testa per permettere l’orizzontalità dello sguardo e darle
la possibilità di girare in ogni direzione.

Nella zona dorsale, le vertebre sono collegate alle costo-


le .
Le vertebre della zona lombare sono le più robuste e
massicce, in quanto portano il peso di tutte quelle supe-
riori e articolano il tronco con il bacino.
Gli anelli ossei che compongono la colonna vertebrale,
sono separate e collegate tra di loro da un disco ammor-
tizzatore costituito non da materiale osseo vero e proprio,
come le vertebre, ma di tessuto fibroso resistente alle
compressioni e alle torsioni. Il disco vertebrale, al suo
interno, ha il nucleo polposo che è l’elemento respon-
sabile della famosa ernia del disco. Forza, resistenza ed
elasticità della colonna sono rappresentate dalle 4 curve
che la compongono: lordosi cervicale (dalla vertebra C1
alla C7), cifosi dorsale (dalla D1 alla D12), lordosi lom-
bare (da L1 a L5), cifosi sacrale (da S1 a S5) e coccigea.

93
Un modo per stabilire la resistenza di una colonna è uti-
lizzare una formula matematica con la quale si addiziona
il numero delle curve presenti sulla colonna, al quadrato
più 1. La resistenza migliore della colonna è quando il
risultato dell’operazione è 10.

94
E’ chiaro che le curve della colonna dovranno essere
compatibili con determinati parametri posturali.
Quando le curve sono troppo accentuate, le vertebre van-
no incontro a processi artrosici.
Mentre, con una riduzione dell’entità delle curve avremo
una minore resistenza alla compressione, maggiori pro-
trusioni ed ernie discali.
Crea più danni una curva fisiologica ridotta che una trop-
po accentuata.

Alla nascita la colonna è completamente diritta e inco-


mincia a modificarsi successivamente, quando il bambi-
no inizia a gattonare.

95
Ernia del disco

Per esplorare tutto ciò che lo circonda, il piccolo provoca


un inarcamento del collo, formando la lordosi cervicale.
Quando passerà alla stazione eretta si formerà la seconda
curva che è la lordosi lombare.
La cifosi dorsale, la terza curva funzionale è quella che
rimane di conseguenza alla formazione delle due curve
precedenti. Quindi se le due lordosi si sono formate in
modo corretto anche la cifosi, posta tra le due lordosi,
risulterà corretta, in caso contrario si formerà una iper o
ipo-cifosi. Le curve si creano, si mantengono o si alte-
rano soltanto per opera dei muscoli. Quando una curva
fisiologica si modifica (diventando più dritta o addirittu-
ra invertita) i disagi saranno notevoli sia al movimento

96
che alla stabilità. Ad esempio se tale evento si verifica
a livello della curva cervicale, non mancheranno dolori
alle spalle, vertigini, disorientamento, difficoltà di con-
centrazione, cefalea, nausea, formicolii e perestesie alle
braccia, difficoltà a deglutire, scrosci all’articolazione
temporo-mandibolare, disturbi visivi (nel collo ci sono
muscoli che sono innervati dagli stessi nervi che arriva-
no agli occhi).

I nervi si dipartono dalle varie vertebre della colonna


e arrivano ai vari organi e alle varie zone periferiche.

97
Il dorso curvo (vedi figura) o ipercifosi o “gobba “, è il
risultato di due profonde lordosi e la causa principale è
l’accorciamento dei muscoli dorsali.
Le vecchie scuole di ginnastica correttiva posturale han-
no sempre lottato contro le ipercifosi credendo, i muscoli
del dorso, deboli.
Il rinforzo dei muscoli dorsali porta inevitabilmente ad
un ulteriore accorciamento delle catene muscolari e ad
un peggioramento della ipercifosi.

I muscoli coinvolti e responsabili del dorso curvo devo-


no essere trattati, riequilibrati nelle loro tensioni, riallun-
gati e rieducati; la colonna dovrà essere plasmata anche
attraverso una rieducazione respiratoria.

98
La scoliosi

E’ una alterazione della corretta forma della colonna ver-


tebrale caratterizzata da una sua torsione nei tre piani
dello spazio, in pratica la colonna si avvolge su se stessa
come una molla.
Guardando la schiena di un adolescente con la scoliosi,
si nota la scomparsa delle curve fisiologiche (cifosi e lor-
dosi presenti in una colonna normale) e la schiena risulta
stranamente diritta.

Nell’ottanta per cento dei casi è detta idiopatica (cioè di


cui non sono note e certe le cause).
Può insorgere già dai primi giorni di vita, ma normal-
mente si manifesta alla soglia dello sviluppo puberale,
può evolversi fino a tutto il periodo della pubertà e si
arresta in corrispondenza della maturazione ossea col-
pendo di preferenza il sesso femminile.

99
Grazie ad un test molto semplice, un genitore può capire,
dall’osservazione della schiena dei propri figli, soprat-
tutto nel periodo della crescita, se è il caso di rivolgersi
al medico onde poter intervenire in modo appropriato.
Se facendo flettere in avanti il bambino/a, vi accorgete
che le vertebre non sono bene allineate e da un lato la
schiena appare più alta e gonfia, come se ci fosse una
gobba, è il caso di affidarsi ad un medico specialista per
indagini più approfondite.

Tra le cause che si ipotizzano riguardo la scoliosi, trovia-


mo i traumi pre-natali da parto e quelli della vita di tutti
i giorni.
La parte del corpo che viene colpita cerca di difendersi
sfuggendo all’aggressione e al dolore.
Questo tipo di atteggiamento (di cui ho scritto nei prece-
denti capitoli) è una reazione naturale che avviene attra-
verso il sistema muscolare che tende a fissarsi, a struttu-
rarsi, generando la scoliosi.
Se così non fosse, non si vedrebbero riduzioni di iperci-
fosi e correzioni di scoliosi, correggendo solo i compensi
e riducendo le tensioni posteriori. La tensione dei mu-
scoli posteriori determina, a livello della colonna verte-
brale, l’esagerazione delle curve sagittali e della scoliosi.
“La lordosi è sempre primaria, le cifosi e le scoliosi sono
deformazioni secondarie”(F.Mezieres).
Questo significa che è la tensione dei muscoli posteriori
del corpo a generare le deformazioni secondarie.
E comunque, anche se non tutti i soggetti sono iperlor-
dotici, secondo Mezieres le cifosi e le scoliosi sono pro-

100
vocate da un processo di compensazione secondaria alla
tensione dei muscoli posteriori.

Secondo Bernard Bricot la scoliosi è una malattia del


sistema tonico posturale e deve essere considerata come
uno squilibrio di quest’ultimo e dei suoi recettori.
Conoscere il sistema tonico posturale significa compren-
dere meglio la scoliosi e scoprire certe cause scatenanti.
Nella maggior parte dei casi di scoliosi, il bacino non
gioca il suo ruolo di sistema tampone rimanendo spesso
abbastanza equilibrato (a parte leggeri basculamenti);
tutto lascia pensare che sia la colonna a compiere que-
sto ruolo.
In questi casi, non vi sarebbe “un gene” della scolio-
si ma, molto semplicemente, un’immaturità del sistema
propriocettivo o un ritardo nella sua maturazione.

101
Il Bacino

E’ una struttura ossea (detta anche pelvi) situata nella


estremità inferiore della colonna vertebrale.
Le funzioni del bacino sono: trasferimento del peso cor-
poreo della parte superiore del corpo sullo scheletro de-
gli arti inferiori; contribuire, insieme ai muscoli perine-
ali e addominali, al sostegno degli organi addominali e
alla locomozione con l’aiuto dei muscoli delle gambe.

Il bacino è formato dall’ articolazione di due ossa iliache


che si articolano tra loro, sulla linea mediana, mediante
la sinfisi pubica; dall’osso sacro che si articola con le
ossa iliache nella loro parte superiore; dal coccige che si
articola con l’osso sacro e che riceve l’attacco di impor-
tanti muscoli e legamenti.
Il bacino, nell’uomo si sviluppa maggiormente in altezza
mentre, nella donna si sviluppa di più in larghezza.

102
Asimmetrie a livello del bacino possono causare soffe-
renze a livello dell’articolazione dell’anca (o articolazio-
ne coxofemorale, regione anatomica che unisce la pelvi
alla coscia) e dei muscoli interessati con limitazione dei
movimenti liberi del corpo.
Sintomi dolorosi si possono localizzare nella parte me-
dia e bassa della schiena.
Una differenza di lunghezza delle gambe può essere la
conseguenza di asimmetrie del bacino, così anche pro-
blemi all’inguine, alle ginocchia, alle caviglie, alla co-
lonna vertebrale, al collo, alla mandibola ecc., tutti che si
riflettono attraverso le catene miofasciali e che possono
trovare soluzione, con valutazioni posturo-funzionali e il
conseguente riequilibrio.

103
Ginocchia vare, valghe, recurvate, flesse

Le ginocchia sono facilmente sottoposte a stress di vario


genere, sportivi e non. Sono strettamente collegate alla
posizione delle caviglie e delle anche, e poiché si trova-
no in mezzo a queste due articolazioni, sono influenzate
dalla loro condizione di salute.
Il femore, per esempio, esercita la sua influenza sul gi-
nocchio (in intrarotazione o extrarotazione), cioè una sua
rotazione assiale che non sia quella giusta, avrà una ri-
percussione sull’articolazione del ginocchio e del piede.
L’ipertono delle catene muscolari provoca, sul piano
frontale, ginocchia valghe (caratteristica forma delle
gambe ad x) o ginocchia vare (gambe arcuate) .
In visione laterale (sul piano sagittale) si possono osser-
vare invece, altre due posture scorrette del ginocchio,
provocate sempre da un ipertono delle catene muscolari
(e quasi mai per lassità legamentosa): il ginocchio “re-
curvato” (o recurvatum) quando questi si estende oltre i
limiti fisiologici e il ginocchio “flesso” (o flexum) quan-
do rimane un poco flesso.
Quando il ginocchio non si articola correttamente secon-
do gli assi fisiologici, tutta la struttura muscolo-capsu-
lo-legamentosa e il menisco, subiscono danni andando
incontro, col passare del tempo, ad una serie di patolo-
gie, lesioni e dolori. Una rotula può essere deviata dal
suo asse fisiologico ideale, si può orientare in dentro o

105
in fuori e queste posizioni, possono creare patologie da
lesione con il femore, ad esempio una condropatia femo-
ro-rotulea.

Flesso Recurvato

106
Piedi e Postura

I piedi sono una straordinaria opera ingegneristica della


natura capace di sopportare in ogni situazione il peso del
nostro corpo e ci consentono quindi di poter camminare.
Con 26 ossa, 33articolazioni, 114 legamenti, 20 musco-
li e una infinità di recettori, il piede svolge tantissime
funzioni: permette la stazione eretta, la propulsione e il
movimento, l’adattamento della marcia sul terreno e la
coordinazione della postura.

Il piede svolge anche l’importantissima funzione del ri-

107
torno venoso dagli arti inferiori, grazie ai vasi e ai ca-
pillari presenti dal tallone all’avanpiede che vengono
“spremuti” dalla muscolatura, insieme ad altri vasi del
polpaccio. Quindi, il sistema piede-caviglia-ginocchio
diventa una vera e propria “pompa cardiaca”. Il piede
sostiene, ma ha anche l’importante funzione di analiz-
zare le asperità del terreno e predisporre adattamenti po-
sturali immediati per evitare distorsioni e compressioni
delle articolazioni dai piedi fino al cranio, smorzando la
contro spinta che proviene dal terreno grazie alla sua
struttura particolare (arco interno, esterno e traverso) .
In condizioni normali, l’appoggio plantare dovrebbe per-
mettere di scaricare il peso corporeo sul calcagno, primo
e quinto metatarso.
Le dita dovrebbero essere dritte, distese e appoggiate a
terra, ciascuna sul prolungamento del proprio tendine,
non ad artiglio o a martello.

108
Quando sono presenti sovraccarichi funzionali, compa-
iono sulla pianta del piede o sulle dita, calli, arrossamen-
ti e ispessimenti della cute.
Ogni problema muscolo-articolare di un’area del corpo
si ricollega con l’intero sistema posturale e quindi anche
con i piedi.
Questa relazione è più importante delle altre, per il fatto
che i piedi, rappresentano la mediazione con il terreno.
Del resto, è questa la via preferita dal corpo per scaricate
verso l’esterno le disfunzioni posturali che provengono
dall’alto, dato che la forza di gravità ci spinge verso il
basso e non verso l’alto.

Quando il piede soffre, a causa dell’utilizzo di calzature


inadeguate (punte strette, tacchi alti) e perde la funzione
di ammortizzare, l’impatto che proviene dall’alto, resti-
tuisce le sue rigidità di nuovo verso l’alto. E’ a questo
punto che si crea confusione tra causa ed effetto e il po-
sturologo, che si confronta con il dolore del paziente,
incontrerà maggiori difficoltà per risolvere il problema.
A soffrire di problemi in percentuale maggiore sono le
donne. Portando abitualmente scarpe più strette alle pun-

109
te e con tacchi molto alti, il peso corporeo è costretto a
scaricarsi sull’avanpiede.
Questo provoca la compressione e la caduta delle teste
metatarsali e di conseguenza dolori alla base delle dita.
Se si prendono frequenti distorsioni alle caviglie non è
detto che il problema sia sempre del piede.
Andrebbe valutato il contesto, ma se prendendo una di-
storsione, la sensazione è quella di non fare in tempo a
recuperare immediatamente l’assetto corretto del piede,
vi è un ritardo di comunicazione tra la parte periferica
del nostro corpo (il piede) e il sistema nervoso centrale
e viceversa.
Andrebbe scoperto dove si trova il punto che rallenta la
comunicazione oppure accertare se le catene muscolari
sono perturbate e perturbanti. Bisognerebbe valutare le
catene miofasciali, che dall’alto scendono per cercare
appoggio antigravitario sul piede.
E’ così che si crea alterazione, compenso adattativo e
perturbazione. Il compito del piede non è solo quello
di sorreggere ma di rendere confortevoli le funzioni dei
centri superiori: gli occhi, vestibolo, bocca, collo ecc.,
grazie alla sua straordinaria architettura capace di ade-
guarsi ad ogni forma del terreno.
Il piede è quasi sempre vittima di ciò che sta in alto e
non causa. Gli occhi, il collo, la bocca, il dorso e il dia-
framma, visceri, bacino ecc., affinché vengano garantite
le funzioni di sopravvivenza, si appoggiano al piede e
questi deve adeguarsi.

110
Piede piatto e cavo

Il piede piatto è una problematica molto frequente a cari-


co del piede ed è l’abbassamento verso l’interno dell’ar-
co plantare mediale osservabile in stazione eretta.
Esistono due tipi di piede piatto, quello strutturato (im-
modificabile ed in percentuale poco diffuso) e quello
adattativo (molto più diffuso). Quest’ultimo, quasi sem-
pre, può essere corretto con esercizi posturali appropria-
ti.
Un piede piatto ammortizza meno il peso corporeo e gli
impatti che ha con il suolo, la difficoltà di deambulazio-
ne può portare il ginocchio, l’anca, la zona lombare e le
spalle a compensare e ad “alleggerire” un piede che non
è capace di ammortizzare.
Il piede piatto è presente in tutti i bambini, alla nasci-
ta e fino i 7-10 anni, periodo nel quale il retro-piede si
modifica e dà origine alla cavizzazione del piede e alla
formazione dei 3 archi plantari.
Il piede piatto strutturato è di origine congenita, mentre
la causa del piede piatto adattativo proviene da problemi
posturali che partono dall’alto.
Anche traumi, patologie neurologiche della colonna ver-
tebrale e interventi chirurgici si annoverano tra i fattori
che potrebbero determinare il piede piatto.

Un’altra deformazione del piede a carico dell’arco plan-


tare è l’accentuazione dell’arco interno, il cosiddetto
piede cavo.
Anche in questo caso, la deformazione può essere con-

111
genita o conseguenza di problemi posturali che proven-
gono dall’alto e traumi, patologie neurologiche e tendi-
no-muscolo-legamentose.

Piede cavo Piede piatto

Alluce valgo

L’alluce valgo è una deviazione verso l’esterno del pri-


mo dito del piede. Il problema può essere causato da fat-
tori ereditari in bassissime percentuali dei casi.

Più spesso, questo problema è legato a cause meccaniche


per l’utilizzo di calzature non idonee, a problemi della

112
postura nella parte alta del corpo, a problemi di degluti-
zione (con le tensioni che si creano lungo la catena lin-
guale che arriva fino all’alluce) e al fatto che non cammi-
niamo più scalzi. Infatti, se osserviamo popolazioni che
camminano sempre a piedi nudi non si trova un solo caso
di alluce valgo o di altre patologie del piede e delle dita.
La parte anteriore del piede comprende le 5 dita che arti-
colano con il metatarso. Per capire se ogni dito del piede
risulta diritto e in asse si esegue un esame posturale mol-
to semplice. Facendo stare in posizione eretta e a piedi
nudi e uniti il soggetto, gli si fa fare una piccola contra-
zione delle dita dei piedi verso l’alto (una flessione dor-
sale contraendo i muscoli estensori delle dita). Questo
dovrebbe far emergere sulla superficie della pelle i 5 ten-
dini che, partendo dal metatarso, arrivano a tutte le dita.
Ogni dito dovrà essere dritto, sul prolungamento del pro-
prio tendine (ci sarà uno spazio fra un dito e l’altro) com-
preso quello più piccolo, il 5° dito che, contrariamente a
quanto si pensi in merito ad un dito così piccolo, è più
importante di quelle intermedie.
Infatti il minolo (chiamato anche mellino o 5° dito) ha
il compito di stabilizzare e meglio distribuire il peso del
corpo sia in statica che in dinamica grazie al fatto che è
dotato di un muscolo adduttore proprio del 5°. Il tipo di
calzature utilizzate, quasi sempre, compromette questa
importante funzione del minolo.
Quando l’alluce diventa valgo si trova deviato verso l’e-
sterno del piede, a volte accavallandosi al 2° dito.
In questa ultima eventualità, l’articolazione che unisce
l’alluce al metatarso forma un angolo ottuso ed emer-

113
ge quella tipica protuberanza ossea (la testa metatarsale)
che risulta anche dolorante e arrossata.
Per fortuna, in posturologia, esistono ampie possibilità
di trattamento dell’alluce valgo con risultati davvero sor-
prendenti.

114
Cicatrici e Postura

Quando la pelle subisce una lesione, il nostro organismo


si attiva per riparare il danno producendo nuove cellule
di collagene.
Se è solo lo strato superficiale della pelle interessato dal-
la lesione, il processo di riparazione non lascerà segni ri-
levanti. Se invece, ad essere coinvolti dalla lesione sono
anche gli strati più profondi della cute, si formerà una
cicatrice piuttosto visibile. Quindi la cicatrice non è altro
che il prodotto dei processi biologici che contribuisco-
no alla chiusura di una ferita e riguarda tutte le strutture
del corpo umano. Una cicatrice può essere cutanea se
la lesione colpisce solo lo strato superficiale della pelle,
se invece i danni riguardano i tessuti sottostanti (strappi
muscolari, cicatrici profonde) avremo ”un’ aderenza”.
L’aspetto psicologico della cicatrice è che alcune perso-
ne soffrono di “rigetto mentale” nei confronti di una loro
cicatrice, al punto da non riuscire a guardarsi la vecchia
ferita e da non avere il coraggio di toccarla.
Ad esempio, alcuni hanno questo atteggiamento di vero
e proprio disagio con la prima cicatrice per tutti: l’om-
belico.

Una cicatrice può arrecare disturbo a livello energetico


quando si interseca con un meridiano energetico.
Per chi non conoscesse la medicina cinese o i meridiani

115
energetici, sarebbe utile sapere che questi sono come dei
canali invisibili e inconsistenti nei quali scorre una vera
e propria energia sottile.
Sono distribuiti i tutto il corpo e la presenza di una cica-
trice in corrispondenza di un canale provoca il ristagno
dell’energia e la sua mancanza di flusso.
Il disturbo di una cicatrice si verifica anche a livello neu-
rologico e questo ambito è il più importante di tutti.
Durante la vita embrionale, pelle e sistema nervoso han-
no in comune la stessa matrice chiamata ectoderma.
Anche dopo la nascita, la pelle continua ad avere un rap-
porto di reciproco scambio di informazioni con il sistema
nervoso e la sofferenza di uno può determinare reazioni e
sofferenza dell’altro. Quindi un disturbo della pelle può
diventare un disturbo neuro-muscolare, provocare alte-
razioni funzionali, posturali e dolori muscolo-articolari.
Una cicatrice può essere reattiva o meno a seconda
dell’entità dell’interferenza arrecata dalla stessa.
Molti studi dimostrano che una cicatrice può alterare la
postura sia dove si trova la cicatrice sia su tutto il corpo,
lontano da essa. Le aderenze sottocutanee contribuiscono
a rendere anelastica e dura la cicatrice, di conseguenza,
attraverso la pelle, si diffonde una sorta di trazione in tut-
te le direzioni che disturba l’intero sistema modificando,
nel tempo, la postura dell’individuo con la conseguente
nascita di asimmetrie. Saranno anche queste, che a lungo
andare, procureranno dolori, ernie, artrosi, scoliosi.
Quindi la cicatrice agirà in qualsiasi altra parte del cor-
po, lontano da dove si trova, attraverso le varie catene
muscolari, fasciali o connettivali.

116
Autotrattamento delle cicatrici

Prendete olio di rosa mosqueta o di copaiba (acquistabili


in erboristeria), applicatene qualche goccia sulla cica-
trice che volete trattare e, delicatamente, massaggiatela
stirandola nelle varie direzioni (come se voleste allar-
garla e allungarla) fino a far assorbire l’olio applicato.
Ripetere l’operazione per 2 volte al giorno e per un paio
di settimane.
L’olio di rosa mosqueta e di copaiba hanno, tra le tante
proprietà benefiche, quella di ammorbidire, elasticizzare
e distendere la pelle. Questi oli sono molto indicati per le
ferite provocate da traumi e interventi chirurgici da poco
cicatrizzate. Applicati poi, su zone del corpo e artico-
lazioni doloranti per traumi, contusioni, infiammazioni
ecc., procurano sollievo quasi immediato.

117
Emozioni e Postura

Nel corpo è racchiuso tutto un sistema di intelligenza e


di saggezza con cui una persona può essere o meno in
contatto e in sintonia. Quando abitiamo il nostro corpo
siamo in contatto con la nostra mente somatica e que-
sto vuol dire che parte della nostra presenza mentale è il
corpo fisico.

Il corpo vive e respira solo nel momento presente ed es-


sere connessi alla nostra sapienza somatica significa es-
sere ancorati al momento presente con una parte della
nostra coscienza.

La mente somatica ha sede nel nostro corpo e la nostra


intelligenza somatica è alla base del nostro essere.
Per sopravvivere e interagire con successo con il proprio
ambiente, tutti gli organismi viventi dipendono dalla
mente somatica, anche se non tutti gli esseri possiedo-
no una mente cognitiva. Chi vive “perso nella propria
testa” è “scollegato dal proprio corpo”, non ha percezio-
ne di esso e del momento presente, ha una respirazione
superficiale o rapida, parla velocemente, ha tensioni alle
spalle, nel collo, alla muscolatura del volto e tende a ma-
nifestare ansia e stress.
Quindi la mancanza di accesso al mondo dell’intelligen-
za somatica e la qualità delle emozioni prodotte incide su

119
una buona postura del corpo e sul nostro modo di muo-
verci che sono sempre un riflesso esteriore della nostra
vita interiore.

Praticando attenzione al corpo possiamo influenzare i


nostri stati interiori, infatti, quando siamo ben radicati
nel corpo e nel momento presente, siamo fisicamente più
rilassati, respiriamo più lentamente e profondamente,
proviamo un senso di pace tale da essere più attenti, ri-
lassati, presenti, vitali e a contatto con le nostre risorse.
In pratica “più il corpo è felice”, più le emozioni tendo-
no ad essere positive e la mente tende ad essere quieta.

Secondo il filosofo e psicoterapeuta E.Gendlin, la mente


somatica è la prima mente e sta alla base delle nostre
altre funzioni mentali.
La qualità e l’efficacia della nostra coscienza cognitiva
dipende, in larga misura, dalle qualità della mente so-
matica. La conoscenza per via somatica si afferma sotto
forma di un “senso percepito soggettivo” che è diverso
dal “sentire” dell’emotività. In pratica, il senso percepito
è la percezione corporea del processo della vita in atto.
Riponendo fiducia nella saggezza del corpo si accede
alla mente somatica e si cercano soluzioni non solo con
la mente cognitiva ma anche attraverso altre parti del si-
stema nervoso tramite l’attenzione alle sensazioni.
In pratica, per risolvere con efficacia questioni difficili e
complesse è necessario contattare quel senso percepito
della vita racchiuso nel nostro sistema nervoso esteso, di
cooperare e dialogare con esso.

120
Il cervello nella pancia

Il ”cervello enterico” (dentro l’intestino) conta 100 mi-


lioni di neuroni (più di quelli che formano la spina dor-
sale).
Tutto il sistema di nervi attorno all’intestino crasso e agli
altri organi della digestione ha un livello di sofisticazio-
ne e complessità pari a quello del cervello di un gatto,
e la convinzione di molti neurograstroenterologi è che
vi sia un complesso gioco di interrelazioni tra sistema
nervoso enterico e il sistema immunitario.
Un professore di anatomia e biologia cellulare ameri-
cano Michael Gershon, afferma che il cervello enterico
abbia un ruolo determinante nella salute e nella felicità
degli esseri umani.
Ad esempio, colite e colon irritabile hanno origine da
problemi a livello del sistema nervoso enterico.
Il cervello nella pancia invia e riceve impulsi, registra e
immagazzina esperienze e risponde alle emozioni impie-
gando gli stessi neurotrasmettitori utilizzati dalle cellule
cerebrali.
Una nota interessante è che già durante le prime fasi del-
lo sviluppo del feto si forma una massa di tessuto detta
“cresta neurale”.
Una parte di questa massa diviene poi il sistema nervoso
centrale, mentre un altro pezzo migra per diventare il si-
stema nervoso enterico, i due sistemi vengono connessi,
in un secondo momento, tramite il nervo vago.
Il sistema nervoso enterico è presente nelle guaine di
tessuto sulle pareti di esofago, stomaco, intestino tenue

121
e colon. E’ una rete di neuroni, neurotrasmettitori e pro-
teine che passano messaggi tra neuroni e cellule simili
a quelle trovate nel cervello. Formano circuiti capaci di
funzionamento autonomo, apprendimenti, memoria e
produzione di “sensazioni viscerali”. Se il sistema ner-
voso centrale incontra una situazione minacciosa, rila-
scia ormoni dello stress che preparano il corpo a com-
battere o fuggire.
Il sistema enterico contiene molti nervi sensori stimolati
da queste emissioni chimiche.
Questo spiega la sensazione delle cosiddette “farfalle
nello stomaco”.
Lo stress nei primi anni di vita, può causare disturbi ga-
strointestinali cronici ed alcuni dati di ricerca confer-
mano che il 70% dei pazienti trattati per disordini ga-
strointestinali ha avuto, durante l’infanzia, traumi quali
la perdita di un genitore, malattie croniche, morte di una
persona cara, ecc.

122
Accedere al cervello enterico
e centrarsi con il proprio ventre

Il “cervello nella pancia” è un elemento chiave della no-


stra intelligenza somatica, ma è anche una potente risor-
sa.
Presento di seguito un semplice esercizio e una prati-
ca che potete impiegare per coltivare l’accesso al vostro
cervello enterico.

123
1) Sedetevi comodamente, “allungatevi” sul vostro asse
verticale, con la spina dorsale eretta ma rilassata, i piedi
equidistanti e a contatto col suolo.
Mettete il palmo di una mano sulla pancia, con il pollice
a livello dell’ombelico e le altre dita subito sotto.
Mettete l’altro palmo nella posizione corrispondente
nella vostra zona lombare.

2) Rilassatevi e respirate profondamente nel ventre,


immaginando un filo teso che collega i palmi delle due
mani; vedetelo, percepitelo, descrivetelo a voi stessi.

3) Trovate il punto di mezzo dello spago e concentrate la


vostra attenzione su di esso per una serie di respirazioni.
Notate e percepite qualsiasi immagine e sensazione si
presenti; permettete che emerga un senso percepito di
connessione col vostro cervello addominale (il centro
del ventre, lo Hara).
Questo dovrebbe recarvi la sensazione di essere centrati,
calmi, rilassati e bilanciati.

Trovare in questo modo il vostro centro sarà un canale


fondamentale e un’ancora verso la vostra mente somati-
ca e la saggezza del corpo.

124
Hara no aru hito

In tutti i continenti, le culture tradizionali, hanno nutrito


la credenza che il ventre fosse una “sacra dimora dell’a-
nima”.
Il centro dell’addome, che i giapponesi chiamano Hara,
è considerato in molte arti marziali e pratiche di guari-
gione quale radice e centro di natura tanto fisica quanto
energetica.
Viene visto come il punto di concentrazione del potere e
della gravità oltre che come sede di svariati organi .
Le gambe, dipartendosi dallo Hara, gli permettono di
connettersi con la terra, garantendo radicamento e al
tempo stesso mobilità.
Lo Hara è inoltre concepito come fonte di vita, come una
sorte di “ombelico spirituale” e si ritiene che coltivarlo,
conferisca maestria, forza, saggezza e tranquillità.
Nella lingua giapponese il termine Hara indica sia la
pancia fisica sia le qualità caratteristiche che ne emergo-
no quando la persona attiva “la forza vitale” concentrata
nel ventre.
Il termine viene utilizzato per indicare che una persona è
sempre equilibrata, tranquilla, magnanima ed empatica,
dotata di giudizio calmo e imparziale, che possiede una
chiara nozione di cosa sia importante, che accetta le cose
come sono e mantiene un equilibrato senso della misura.
E’ un individuo pronto per qualsiasi cosa si presenti sul
cammino della vita.
“Hara no aru hito” significa letteralmente “individuo con
centro o con pancia”.

125
Il cervello nel cuore

Un numero crescente di studi indica che anche il nostro


cuore è molto di più di una semplice pompa meccanica.
La neurocardiologia sta dimostrando che l’organo car-
diaco è un centro molto complesso e autorganizzato di
elaborazione.
Possiede un proprio “cervello” funzionale che comunica
con il cervello della testa ed è con esso in rapporto di
reciproca influenza.
Tale comunicazione avviene tramite il sistema nervoso,
ormonale e altri vari canali, quindi, le funzioni del cer-
vello e di altri vari organi importanti sono profondamen-
te influenzate.
Attraverso gli elaborati circuiti nervosi del cuore, questi
può operare indipendentemente dal cervello e può essere
capace di apprendere, ricordare e persino percepire sen-
sazioni ed emozioni.
Il cuore ha quindi un proprio sistema nervoso intrinseco
che opera ed elabora le informazioni indipendentemente
rispetto al cervello e al sistema nervoso centrale.
E’ questo che rende possibili i trapianti cardiaci e spiega
quel che succede di curioso ai trapiantati dopo un po’ di
tempo dal trapianto.
Normalmente il cuore comunica col cervello tramite fi-
bre che attraversano il nervo vago e la colonna vertebra-
le.
In un trapianto cardiaco, queste connessioni nervose
vengono meno per un prolungato periodo di tempo e non
sempre si ristabiliscono del tutto.

126
Nonostante questo, il cuore del donatore è in grado di
funzionare nel corpo di chi riceve il trapianto grazie alle
capacità del suo sistema nervoso intrinseco, che è intatto.
Per quanto riguarda il potenziale del “cervello del cuore”
nell’immagazzinare ricordi e influenzare il comporta-
mento, ci sono molte esperienze di trapiantati che forni-
scono interessanti idee in merito. Ad esempio, il dottor
Mario Alonso Puig, professore di chirurgia alla Harvard
University Medical School, racconta di un paziente con
trapianto cardiaco che, dopo essersi ripreso dall’inter-
vento, cominciò a mostrare comportamenti insoliti.
Cominciò a desiderare cibi che non gli erano mai piaciuti
prima, si scoprì patito per musica che prima non gli pia-
ceva e si trovò ad essere attratto da luoghi dei quali non
aveva memorie consce. Indagando sulle abitudini di vita
del donatore, si scoprì che i cibi che desiderava il tra-
piantato erano state pietanze preferite del donatore, che
questi era stato un musicista con una grande passione per
le canzoni di cui il trapiantato ora era patito e che i luo-
ghi da cui si sentiva attratto erano stati teatro di eventi
significativi della vita del donatore.
Sembra che in qualche modo, le preferenze fossero sta-
te trasferite per mezzo del cuore, visto che né i medici,
né il trapiantato avevano avuto, in precedenza, accesso
a informazioni sul donatore o sulla sua storia personale.
Questo esempio, come tantissimi altri simili, sembra
confermare che il cuore sia molto più complesso e in-
teressante di un semplice muscolo che pompa il sangue.

Secondo lo Heart Math Institute in California, che sta

127
lavorando a modi per attingere all’intelligenza del “cer-
vello del cuore”, il cuore comunica con il cervello e il
corpo in quattro principali modi:

1) Neurologicamente, tramite la trasmissione di


impulsi nervosi mediante il nervo vago e la colonna ver-
tebrale.
2) Biofisicamente, tramite il battito, il cuore invia
energia sotto forma di una ondata di pressione sanguigna
che porta maggiori o minori concentrazioni di sangue
alle cellule del corpo e al cervello.
3) Biochimicamente, tramite il rilascio di neurotra-
smettitori e ormoni, quali il peptide striale, che inibisce
il rilascio di altri ormoni dello stress.
4) Energeticamente, tramite i campi elettromagne-
tici generati dal battito cardiaco.
Il segnale registrato dall’elettrocardiogramma impiega-
to per misurare il ritmo cardiaco è un segnale elettrico e
questo può essere rilevato ovunque nel corpo e permea
lo spazio che lo circonda.

128
L’Istituto Heart Math ha anche sviluppato una serie di
semplici strumenti il cui fine è quello di aiutare le per-
sone ad entrare in contatto e trarre beneficio dall’intelli-
genza intuitiva del “cervello del cuore” per poter prende-
re decisioni migliori e impiegare la saggezza del cuore
per gestire la mente e le emozioni.

Una semplice ma efficace tecnica, tra le tante sviluppate,


è quella che si chiama “Fermo Immagine”.
Investite un minuto del vostro tempo applicando la se-
guente procedura per apportare un significativo cambia-
mento di percezione, molto utile in situazioni difficili e
stressanti:

1) Portate la vostra attenzione al di fuori della testa,


concentrandovi almeno 10 secondi, continuando a respi-
rare normalmente.
2) Richiamate alla mente un’esperienza o una sen-
sazione positiva che avete avuto in passato e rivivetela
nella maniera più piena possibile.
Vedete quello che avete visto, udite quello che avete
udito e soprattutto sintonizzatevi sulle vostre percezioni
emotive per richiamare la cosa nella sua pienezza.
3) Chiedete al “cervello del cuore”: “Cosa posso
fare in questa situazione per renderla diversa?” Oppure,
“Cosa posso fare per minimizzare lo stress?”
4) Ascoltate la risposta del vostro cuore.

Anche se non doveste “udire” niente, vi sentirete proba-


bilmente più calmi e rilassati.

129
La risposta potrebbe giungervi come immagini o perce-
zioni (non necessariamente sotto forma di parole).
Potreste ricevere conferma di qualcosa che già sapete,
oppure fare esperienza di un nuovo punto di vista e otte-
nere una visuale più equilibrata sulla situazione.

Quindi esiste anche un’altra dimensione dove la postura


può essere influenzata, quella delle emozioni.

Secondo la Bioenergetica di A.Lowen, il collo e la testa


protèsi in avanti sono l’espressione di un antico disagio,
ovvero di un tentativo e di una insoddisfazione del bam-
bino ad avere una corretta relazione con la mamma, con
il seno materno. Secondo P.M.Gagey e B.Weber, la po-
stura è strettamente legata alla vita emotiva fino ad es-
sere l’espressione stessa per il mondo esterno, non solo
attraverso la mimica facciale e gestuale, ma anche attra-
verso la disposizione corporea nel suo insieme.
Questi atteggiamenti permarranno tutta la vita, struttu-
rando un determinato tipo di postura, a meno che non
si affronti il problema posturale sia da un punto di vista
fisico che emozionale.

Oggi sappiamo che una condizione emozionale negativa


e cronica (come la tristezza, la preoccupazione, il disa-
gio, la paura di non essere all’altezza, il dolore per la
scomparsa di un familiare o di un amico, i complessi di
inferiorità) è capace di alterare il nostro sistema biologi-
co, endocrinologico, digestivo e dei neurotrasmettitori.
Ecco, come conseguenza finale, la creazione delle pato-

130
logie e dei fastidi all’apparato muscolo-scheletrico.

Ogni evento viene memorizzato nel nostro corpo e a ga-


rantirne le varie funzioni e la sopravvivenza, interven-
gono i nostri neuroni i quali, sono destinati a gestire vari
compiti.
Ogni esperienza, sia essa piacevole o meno, si accumula
nel DNA e non importa se è stata registrata da poco o
da moltissimi anni. Il ricordo si comporta sempre alla
stessa maniera, la memoria si offusca, si oscura ma non
si perde. “Dimenticare” è un “ blocco vibrazionale” dei
neuroni ed avviene per garantire la sopravvivenza in se-
guito all’occultamento dell’impatto emotivo o doloroso.
Se il ricordo fosse sempre attivo rappresenterebbe una
costante minaccia. La nostra mente preferisce offuscare
il ricordo con l’illusione di aver risolto il problema.
Quindi non è solo il corpo a compensare ma lo fa anche
la mente. Un dolore o un ricordo viene registrato anche
nell’area dell’impatto sul corpo; il trauma su una zona
del corpo colpisce quella zona e lì si incista la memoria.
Il dato memorizzato e dimenticato non è nel passato ma
nel presente, perché agisce come una “spina irritativa si-
lente” e sottrae energia vitale alla persona; l’emozione si
incista nel muscolo, nella fascia e nella catena muscola-
re.

Il riequilibrio biofrequenziale

L’attività dei neuroni cerebrali è regolata dal DNA/RNA,


questi è attivato da un campo elettromagnetico che può

131
subire alterazioni in seguito a stress, spaventi, traumi,
irritabilità, senilità ecc., provocando disfunzioni e ma-
lattie.
Alcuni biologi dell’Università americana di Princeton,
hanno rilevato nel cervello dell’uomo la presenza di mi-
liardi di cristalli di magnetite che, per induzione, si ma-
gnetizzano trasferendo ai neuroni la stimolazione neces-
saria a riprendere la loro funzione abituale.
Nel riequilibrio biofrequenziale la trasmissione al cer-
vello di campi elettromagnetici a bassa frequenza gene-
rati da onde triangolari favorisce, in prevalenza, la pro-
duzione di endorfine e serotonine.
La serotonina è in grado di dare effetti gioiosi, analge-
sici e tranquillizzanti, permette ai neuroni cerebrali la
trasmissione delle informazioni in modo rapido e con-
tinuativo.
Questo tipo di riequilibrio permette una elevata concen-
trazione e lucidità mentale, offrendo un elevato stato di
rilassamento, un buon recupero psico-fisico e una pro-
fonda armonia interiore. Quando invece si stimolano i
neuroni cerebrali con onde quadre, si provoca un aumen-
to della produzione di encefaline. Si realizza cosi una
intensa rigenerazione cerebrale, un aumento delle difese
immunitarie ed una migliore funzionalità endocrina.
Le onde quadre hanno la capacità di generare nell’ indi-
viduo ottimismo e determinazione, riducono fortemente
la stanchezza fisica e psichica.
Il riequilibrio biofrequenziale è una terapia informazio-
nale che funziona come un principio terapeutico anti-
chissimo.

132
Infatti, l’organismo viene messo in risonanza con se
stesso e tutti i suoi problemi e stimolato con frequenze
specifiche tali da apportare miglioramenti al sistema cir-
colatorio e pressorio, nella motilità intestinale, nel mec-
canismo sonno- veglia, nella respirazione, nello stato
tensivo della colonna vertebrale.

Vivere nel “qui e ora” scioglie le tensioni del corpo

- L’unico luogo in cui puoi fare esperienza del flusso del-


la vita è l’”Adesso”, perciò, quando si parla di resa, mi
riferisco all’accettare il presente incondizionatamente e
senza riserva. Significa abbassare la resistenza interiore
a ciò che esiste e questo non vuol dire sconfitta, apatia o
non essere all’altezza delle prove della vita. La resa è un
fenomeno puramente interiore e accettare le cose come
sono, ci libera immediatamente dall’identificazione con
la mente e ci riconnette con l’Essere.
La resistenza è la mente. Se non ti arrendi, indurisci la
tua forma psicologica, il guscio dell’ego e crei un forte
senso di separatezza. Percepisci il mondo che ti circon-
da, e soprattutto le persone che lo popolano, come delle
minacce.
Persino la natura diventa tua nemica e le tue percezioni
e interpretazioni sono governate dalla paura.
Non solo la tua forma psicologica, ma anche quella fi-
sica diventa dura e rigida con la resistenza. Nascono
tensioni in diverse parti dell’organismo e il corpo intero
si contrae.
Il libero flusso di energia, fondamentale per il suo cor-

133
retto funzionamento, viene compromesso. Il lavoro sul
corpo e certe forme di fisioterapia possono essere utili
per ristabilire il flusso, ma se non pratichi la resa nella
tua vita quotidiana, queste cose potranno alleviare sol-
tanto temporaneamente i sintomi, perché la causa (lo
schema di resistenza) non è stata dissolta. Per restare
presenti nella vita quotidiana, è utile essere profonda-
mente radicati in se stessi, altrimenti la mente, che ha
una forza e uno slancio incredibili, ti trascina via come
un fiume impetuoso. Questo significa abitare pienamente
il proprio corpo, avere sempre una parte di attenzione
concentrata sul campo energetico interiore del corpo.
Sentirlo da dentro, per così dire.
La consapevolezza del corpo ti mantiene presente, ti an-
cora all’Adesso.
“Abitare il corpo” significa sentirlo da dentro, percepire
la vita all’interno del corpo e quindi giungere a sapere
che sei al di là della forma esteriore.
Devi creare una connessione con il corpo focalizzando
l’attenzione dentro il corpo. Sentilo da dentro. E’ vivo?
C’è vita nelle mani, nelle braccia, nelle gambe, nei pie-
di, nell’addome e nel torace? Lascia che il respiro ti
conduca dentro il corpo! Concentrati sulla respirazione.
La respirazione consapevole, che è già di per sé una
potente forma di meditazione, ti metterà gradualmente
in contatto con il corpo. Segui il respiro con attenzione
mentre entra ed esce dal corpo. Inspira e senti l’addome
espandersi ed espira, sentendolo contrarsi leggermente.
Visualizza di essere circondato di luce ed immerso in
essa.

134
Assorbila e senti che riempie il tuo corpo e lo rende lu-
minoso a sua volta. Focalizzati intensamente sulla sen-
sazione che provi senza attaccarti a nessuna immagine
visiva. Hai raggiunto il potere di Adesso - (Eckhart Tol-
le).

135
Sport e Postura

Per l’atleta l’estro, la creatività, l’allenamento quotidia-


no e il forte desiderio di affermazione devono converge-
re verso un unico obiettivo, e cioè quello di ottenere un
risultato speciale.
Sono queste le premesse per raggiungere mete tanto am-
bite da colui il quale può essere definitivo un atleta senza
limiti, il campione. C’è da dire però, che l’atleta non si
può limitare ad una dieta perfetta, ad un potenziamen-
to intelligente o ad un mirato lavoro di resistenza, ma
dovrebbe sottoporsi prima di tutto ad un’attenta e meti-
colosa osservazione di carattere chinesiologico e postu-
rale, per capire come si organizza nei suoi movimenti e
nei gesti tecnici. Se le funzioni e i gesti saranno facili e
senza alterazioni, produrranno sicuramente risultati ec-
cezionali.
Una postura alterara, però, produrrà funzioni alterate e
potenziare una struttura muscolare con problemi, poten-
zierà automaticamente anche i problemi stessi.
La metafora dell’automobile spiega meglio il concetto.
Se nell’automobile resta inavvertitamente tirato il freno
a mano (la similitudine col corpo dell’atleta è la presenza
di retrazioni muscolari) non si può pensare di potenzia-
re il motore (l’allenatore che si adopera per potenziare i
muscoli dell’atleta) e far sì che l’auto renda di più, per-
ché sarà un’auto con il motore potenziato che è costretto

137
a svolgere il proprio lavoro con il freno tirato: maggior
consumo di energia e spreco di freni!
La cosa più ovvia sarebbe quella di capire dove e come
l’auto è frenata, allentare il freno e far sì che il motore
possa esprimere al massimo la propria potenza.

Non c’è un corpo umano che non abbia freni muscolari,


tensioni nascoste o retrazioni. Queste ultime si spiegano
col fatto che i sarcomeri (le unità contrattili del tessuto
muscolare striato) sono rimasti, nel tempo, progressiva-
mente fissati e bloccati dal tessuto connettivo in posizio-
ne più corta rispetto all’ideale, a causa di un determina-
to meccanismo automatico di ergonomia corporea, così
come abbiamo già avuto modo di imparare nei capitoli
precedenti.
Quindi, muscolo accorciato (uguale a freno dell’auto ti-
rato), forze ed effetti muscolari scaricate sulle articola-
zioni, dispendio energetico, posture scorrette.

Se si tenesse conto, durante la preparazione fisica dell’at-


leta, di tutti i fattori posturologici, si avrebbe certamente
maggior rendimento, ma soprattutto, una riduzione di
eventi traumatici (crampi, stiramenti, strappi muscolari,
sinoviti, lesioni articolari, tendiniti ecc.).

Rifacendoci all’esempio dell’automobile, non credo si


possa pretendere di avere la stessa prestazione e stabilità
su strada se le convergenze sono fuori posto!
Anche nel corpo vale la stessa regola: riduzioni di mobi-
lità in flesso-estensione di una caviglia, una piccola intra-

138
rotazione femorale, una spalla ante posizionata, lordosi
accentuate o ridotte, diaframma bloccato (vedi capitolo
sul diaframma) determinano dei limiti funzionali.
Quindi, migliorare le retrazioni e la postura, e correg-
gere le informazioni propriocettive dell’atleta significa
migliorarne le prestazioni, eliminare i freni e i limiti.

Lo Streching analitico funziona davvero?

Ricordate che il compito di un muscolo è quello di far


compiere un movimento grazie ad una contrazione?
E ricordate che a riportare un’articolazione nella posi-
zione iniziale è il muscolo antagonista? Ricorderete an-
che di aver letto nei primi capitoli che i muscoli hanno
in memoria il solo dato di contrarsi e non di allungarsi.

Quando si pratica lo streching classico (che io chia-


mo allungamento muscolare compensato), l’intenzione
è quella di procurare, con una serie di esercizi, un al-
lungamento su un muscolo o un gruppo di muscoli per
migliorarne le prestazioni ma, l’allungamento, è solo
apparente. Una parte di fibre direttamente interessate si
allunga e una parte viene presa in prestito da altri distret-
ti muscolari che cedono, momentaneamente, una parte
della propria lunghezza.
Questo meccanismo di prestito è il famigerato compen-
so!
Detta in parole semplici, da una parte ci si allunga men-
tre altrove ci si accorcia .
Immaginate di avere una maglia distesa e stirata su un

139
piano. Se provate a far presa alle estremità delle maniche
e a tirare, le maniche si allungheranno ma le altre estre-
mità (collo e bordo inferiore) si accorceranno.

Se si osserva un atleta che pratica streching per i femora-


li da seduto, flette il busto in avanti portando petto e testa
sulle ginocchia. La flessione del tronco in avanti avviene
grazie all’articolazione coxo-femorale e non è giustifica-
ta la flessione anteriore di tutto il busto. In questo caso si
manifesta un prestito di lunghezza da parte dei muscoli
del rachide verso i muscoli femorali.

La polo a sinistra è l’esempio dello streching classico,


quella a destra, dell’allungamento globale decompensato.

Tutto questo si spiega, come abbiamo già letto in pre-


cedenza, semplicemente perché i muscoli sono conca-
tenati tra di loro (le catene muscolari) con determinata
lunghezza e non si allungano in modo semplice.
Il fatto che si sentano stirare i muscoli non significa quasi

140
nulla, perché l’allungamento settoriale che non sia com-
pendiato da un allungamento globale sarà interpretato,
dai centri nervosi superiori, come un elemento destabi-
lizzante della postura, che poi è la stessa, abituale, che si
è strutturata in seguito a stress, traumi, tipo di lavoro e
di vita.
Ne consegue che la destabilizzazione posturale creerà al-
larme ai recettori e ai centri nervosi superiori.
Essi imporranno alla struttura osteo-muscolo-articolare
il ripristino della condizione posturale precedente.
Questo spiega, come un atleta che abbia fatto streching
analitico per anni, riduca la propria mobilità se rimane
fermo dall’attività per alcuni giorni.

Il bite per lo sportivo... è solo un palliativo!

Si continua a pubblicizzare tantissimo l’uso del Bite


come mezzo per aumentare la forza muscolare, per ri-
durre gli infortuni, migliorare l’equilibrio posturale e la
respirazione, sostenendo che ogni volta che si stringono
i denti, la postura tende ad alterarsi compromettendo la
prestazione sportiva.
E’ vero che una variazione di equilibrio negli sportivi
si può tradurre in variazione dell’intensità della forza e
delle capacità di coordinazione, oltre a provocare l’in-
sorgere di uno stato di tensioni muscolari che si riper-
cuotono negativamente sull’intero corpo, diminuendo le
potenzialità atletiche globali.
E’ vero anche che tutto ciò si verifica non perché si strin-
gono i denti! Cioè, non è detto che dipenda solo da quel-

141
lo. Il sistema corporeo dello sportivo, in quel momento,
potrebbe essere perturbato, non si sa dove e da cosa!
Se gli equilibri sono sfasati già prima dell’attività sporti-
va (nelle catene muscolari e in quelle neurologiche) per
determinate cause su cui bisognerebbe indagare, sarebbe
più ovvio e mirato fare prima una valutazione e, se ne-
cessario, un riequilibrio posturale per migliorare le coor-
dinazioni, le tensioni muscolari e gli indebolimenti, po-
tenziando così le prestazioni in modo permanente. A vol-
te, in alcuni soggetti, si osserva che un contatto dei denti
in occlusione, corregge un disturbo posturale nonostante
siano presenti squilibri occlusali. Questi soggetti, si ser-
vono della loro occlusione per mantenere il loro equi-
librio posturale, e correggere o modificare gli squilibri
occlusali presenti, creerebbe un danno! Infatti, in questo
caso, le cause degli scompensi posturali provengono da
recettori perturbanti che potrebbero essere gli occhi, i
piedi, le articolazioni o il sistema cranio-sacrale.
Il bite è solo un mezzo che resetta, momentaneamente, il
sistema propriocettivo e quindi le informazioni scorret-
te che arrivano al Sistema Tonico Posturale, senza tener
conto delle priorità perturbanti. Così si possono riequili-
brare alcune zone del corpo e, per compenso, squilibrar-
ne altre.
E’ un po’ come prendere un farmaco per eliminare il sin-
tomo, senza eliminare la causa che lo ha provocato!
Se la causa primaria dovesse partire proprio dalla bocca
ed in particolare dall’occlusione dentale, sarebbe oppor-
tuno affidarsi ad uno specialista odontoiatra che tiene
conto dei collegamenti bocca-postura e che interverreb-

142
be sulla causa in modo mirato, concreto e definitivo. A
volte, durante un lavoro posturale, capita anche di ri-
scontrare, in un soggetto, la perdita di equilibrio a segui-
to di movimenti mandibolari che risultano asimmetrici.
Indagando a fondo, ci si rende conto che la causa effetti-
va della perturbazione non parte dalla mandibola ma, ad
esempio, da un trauma ad un ginocchio che perturba la
catena fino ai muscoli mandibolari.
Prima di affidare le proprie performance ad un apparec-
chio che solitamente è standard o adattato su contatti
dentali abituali, sarebbe meglio riflettere su quanto detto
fino ad ora. Si riuscirebbe, sicuramente, a praticare sport
ad alti livelli, con scioltezza, potenza muscolare ed equi-
librio, senza dover ricorrere ad un palliativo come il bite.

143
Riassumendo

Ora sappiamo come alcune zone del corpo (testa, co-


lonna, piedi ecc.) influenzino la postura e come alcune
funzioni di organi e apparati, se non svolte in modo equi-
librato, contribuiscono a scompensare il sistema tonico
posturale.
Abbiamo imparato che i numerosi muscoli dorsali si
comportano come un singolo muscolo perché i numero-
sissimi muscoli poliarticolari della colonna (e non solo
quelli) sono intricati tra loro in sovrapposizione come le
tegole di un tetto, formando una catena muscolare. Ab-
biamo anche visto come, proprio a causa di tale organiz-
zazione dei muscoli in catene, il tono muscolare dei vari
segmenti adiacenti tra loro si somma e alla fine questi
risultano troppo forti e troppo corti. Quindi non esiste un
movimento che noi possiamo fare naturalmente senza in-
fluenzare la catena muscolare posteriore. Qualsiasi azio-
ne localizzata sia in allungamento che in accorciamento
provoca istantaneamente un accorciamento nell’insieme
della muscolatura.
Proprio in virtù di questa affermazione risulta evidente
l’inutilità di un lavoro segmentario.
Ci siamo soffermati anche su quanto la respirazione in-
fluisca sulla postura tramite i blocchi inspiratori e i con-
seguenti blocchi del diaframma.
Sappiamo che ogni movimento è sempre il risultato di

145
un reclutamento variabile di più muscoli che lavorano
contemporaneamente su molteplici piani.
Abbiamo conosciuto anche le ragioni che costringono un
muscolo ad accorciarsi e a rimanere tale diventando la
causa principale degli scompensi posturali.

Non esiste possibilità di sopravvivenza senza mecca-


nismi efficaci di difesa che devono rispettare tre leggi:
quella dell’equilibrio (fisico, biologico, mentale); quella
dell’economia e cioè tutte le funzioni (dalla respiratoria
alla circolatoria, digestiva, statica e locomotoria), devo-
no spendere poca energia; quella del confort, del non do-
lore.
L’uomo non sopporta di vivere con informazioni essen-
zialmente nocicettive, e il suo rifiuto di soffrire, potrebbe
arrivare addirittura al suicidio.
Quando interviene un fattore perturbatore dell’equilibrio
(un trauma psichico, viscerale, osteo-arto-muscolare), il
sistema si organizzerà in modo da evitare il dolore e ri-
pristinare, per quanto sia possibile, l’omeostasi perduta.
Abbiamo chiarito che il nuovo equilibrio può intervenire
solo attraverso meccanismi di compenso (cioè deforma-
zioni) che vanno a discapito della legge dell’economia
perché richiedono un maggior dispendio di energia.
Quando il sistema avrà esaurito tutte le possibilità di
compenso per evitare i disagi, i dolori continueranno a
manifestarsi.

Ognuno dovrebbe essere educato a riconoscere le proprie


asimmetrie e, all’occorrenza, richiedere la consulenza di

146
un posturologo competente per prevenire peggioramen-
ti e trovare soluzioni adatte ad ognuno. Infatti lo stesso
scompenso posturale presente su più individui, potrebbe
non avere origine dalla stessa causa e, di conseguenza,
potrebbe non avere la stessa soluzione…

“In ogni postura del corpo è racchiusa la storia del no-


stro vissuto.”

E’ per questo che il posturologo non può seguire un iter


standardizzato per tutti, finalizzato a scovare cause e so-
luzioni.
Quindi, se le posture si modificano, le zone ipo si fissano
e le tensioni si moltiplicano, i nostri muscoli restano cor-
ti, ipertonici, le articolazioni si comprimono e si usurano
proprio a causa dei muscoli corti, il nostro corpo com-
pensa per sfuggire al dolore fisico ed emotivo, si torce,
cambiando anche la funzione degli apparati, cosa può
fare il posturologo per operare un profondo lavoro di bi-
lanciamento e riequilibrio della postura?
Esistono vari metodi che rispondono a questa domanda,
tra questi, vi descriverò quello che io pratico e che risulta
molto efficace e completo: allungamento muscolare glo-
bale decompensato metodo Raggi con Pancafit .

147
Il metodo AMGD

E’ il metodo che agisce sull’allungamento e sul riequili-


brio delle tensioni delle catene muscolari, fasciali, con-
nettivali in modo completo ma soprattutto duraturo nel
tempo.
Il termine decompensato indica l’azione di ridurre pro-
gressivamente o eliminare i compensi che il corpo mette
in atto nel momento in cui si cerca di modificare le ten-
sioni delle catene.
Si fanno assumere al soggetto posture particolari in cui
le varie catene vengono messe in crisi, mentre si eseguo-
no particolari respirazioni diaframmatiche.
Per limitare o impedire i compensi, sfruttando la gravi-
tà, questo metodo (messo a punto dal prof. D.Raggi) si
arricchisce dell’uso di un attrezzo, Pancafit (2 tavole in-
clinate con angoli modificabili) e di strategie intelligenti.
Ogni postura decompensata e mantenuta nel tempo è in
grado di produrre libertà nel sistema delle catene musco-
lari e libertà delle articolazioni.

“La permanenza di tensione da stiramento, mantenuta


per un determinato tempo, ha il potere di generare una
modificazione strutturale del tessuto connettivo (dila-
cerazione del connettivo che ha fissato in retrazione un
muscolo nel rispetto delle leggi di equilibrio, economia
e confort), sarcomeri, actina e miosina, dunque della

149
lunghezza muscolare di quel muscolo o di quel distretto
muscolare o anello di una catena muscolare.“ (Proske e
Morgan 1999)

Il riequilibrio posturale ottenuto permarrà nel tempo,


a condizione che tutto il sistema delle catene sia stato
coinvolto e integralmente modificato.
Le catene muscolari vengono allungate stando attenti ad
impedire i compensi adattativi, durante la loro messa in
tensione (contrariamente si otterrebbe un accorciamento
in altri distretti muscolari della stessa catena o di altre
catene, quindi compensi). Le catene muscolari devono
essere riallungate attraverso tecniche che determinano
una reale deformazione dei tessuti.
Per evitare che si ripristino le stesse alterazioni postura-
li che sono state trattate, bisognerà educare, attraverso
esercizi sulla funzione, le catene neurologiche.
Le azioni combinate (riallungamento delle catene mu-
scolari e rieducazione delle catene neurologiche) restitu-
iscono libertà articolare, recupero della funzione e liber-
tà dal dolore.
Raggi afferma che “le catene muscolari rappresentano la
funzione meccanica, le catene neurologiche rappresenta-
no il ricordo della funzione meccanica”.
Attraverso l’AMGD è possibile restituire elasticità ai
muscoli e alle articolazioni consentendo un corretto rial-
lineamento dell’intera postura; i muscoli non dovranno
più fare sforzi per mantenere, ad esempio, la testa e la
colonna dritta. Muscoli agonisti (flessori) e antagonisti
(estensori) avranno il giusto equilibrio di forze e ten-

150
sioni e il sinergismo non sarà compromesso. Il lavoro
effettuato con l’AMDG metodo Raggi su Pancafit può
scavare nelle memorie registrate nel corpo e riportare a
galla vecchi dolori o traumi. Sono gli stessi che agiscono
in modo occulto mantenendo condizioni di salute non
proprio ottimali. Sono vari i modi in cui si manifesta-
no le memorie che emergono: la ricomparsa momenta-
nea di vecchi dolori o fastidi in qualche parte del corpo,
l’improvvisa voglia di interrompere l’esercizio che si sta
facendo, smania, tendenza a bloccare la respirazione, su-
dorazioni improvvise, colpi di caldo o brividi di freddo
senza motivo. Durante questi eventi, il terapista aiuta il
soggetto (perché è stato addestrato a farlo) “a passare
attraverso” il disagio che il corpo ha nascosto negli anni
creando ogni forma di compenso antalgico e alterazione
posturale. Non segue un protocollo prestabilito e si adat-
ta al paziente/cliente con atteggiamento calmo e umile .

In modo intelligente, il terapeuta individua e stana tutte


le strategie, altrettanto intelligenti, che il corpo escogita
per ricercare “il proprio concetto di equilibrio antalgi-
co, fisico ed emotivo”. (B.Capitolino)

Sarà come andare indietro nel tempo e la persona che


si sottopone al metodo potrà, pian piano, riprendere a
camminare, piegarsi e fare qualsiasi altro movimento in
modo più libero e sciolto.

Uno studio universitario ha rilevato, in paziente anziano


trattato con metodo Raggi e Pancafit, in concomitanza

151
con i miglioramenti relativi la simmetria di articolazio-
ne delle spalle e delle braccia, testa centrata rispetto al
collo, zona cervico-dorsale meno contratta, distribuzio-
ne dei carichi sugli arti inferiori ed equilibrio, un evi-
dente miglioramento anche sul piano cognitivo, sul tono
dell’umore, dei livelli di ansia e depressione, della me-
moria e dei rapporti interpersonali.
“La chiusura psicologica” che si verifica soprattutto
nell’anziano con atteggiamento cifotico, diminuisce no-
tevolmente dopo un trattamento con Pancafit.
L’individuo migliora il linguaggio, evidenziando un
eloquio maggiormente comunicativo e una scrittura più
fluente.
E se prima del trattamento il soggetto percepisce ecces-
sivamente stressante qualsiasi situazione nuova si pre-

152
senti, reagendo ad essa con disordine e confusione, già
dopo la prima seduta, avverte un benessere generale che
stimola e incoraggia a perseguire un miglioramento fino
ad interrompere, alla fine del ciclo di sedute, il mecca-
nismo generatore di ansia prestazionale. L’evidente mi-
glioramento della postura e l’aumento degli effetti antal-
gici diventa il deterrente per il rinforzo motivazionale.
Il soggetto che si sottopone a questa metodologia speri-
menta la consapevolezza delle proprie conquiste e, so-
prattutto l’anziano, percepisce in modo evidente, come
sia possibile mantenere ancora un’adeguata autonomia,
modificando in positivo anche l’umore.

I corsi di gruppo

Gli operatori Pancafit organizzano lezioni per i pazienti/


clienti che vogliono migliorare le capacità di percezione
corporea, respirazione, scioltezza ed elasticità generale,
circolazione sanguigna e linfatica, umore e carattere,
percezione delle proprie potenzialità, qualità della vita
in generale. Le lezioni di Pancafit non sono solo una
semplice applicazione di esercizi posturali; sono anche
il modo per trovare validi stimoli e profonde motivazioni
ed apprendere il significato e il valore di ogni esercizio
posturale. Dai corsi Pancafit Group si apprendono in-
formazioni di educazione al movimento quotidiano per
comprendere, come gesti scorretti e protratti negli anni,
siano in grado di causare una serie di problematiche che
spaziano dalle discopatie alle ernie, dalle artrosi alle li-
mitazioni funzionali.

153
Si apprende come sollevare pesi, come ci si deve piega-
re, come rialzarsi e come spostare oggetti. In un corso
Pancafit Group si apprende come si creano, giorno per
giorno, le tensioni muscolari e le rigidità; come lo stress
agisce sul diaframma e, di conseguenza, sull’apparato
muscolo-scheletrico, gastroenterico-pelvico-circolato-
rio-stomatognatico.
Si apprende la corretta respirazione (che è alla base del
metodo), l’automassaggio del diaframma, del dorso e
degli arti inferiori. Le lezioni Pancafit sono indicate per
tutti coloro che sono tesi, rigidi, contratti; che svolgono
lavori stressanti e che costringono ad una cattiva ergono-
mia o ad una postura sovraccaricata. Sono indicate anche
per chi vuole migliorare le proprie prestazioni fisico/at-
letiche o per atleti professionisti che vogliono migliorare
le performance.
Sono utili per le persone anziane al fine di recuperare
forza, equilibrio, percezione del corpo e autonomia; per
le signore che vogliono recuperare il tono muscolare
(glutei, interno coscia, addominali), ridando ai muscoli
elasticità, tonicità e volume o vogliono alleggerirsi dai
ristagni venosi e linfatici alle gambe; per tutte le perso-
ne, compresi gli studenti, che tendono ad assumere at-
teggiamenti cifotici o scoliotici.

Posturologia e AMGD in odontoiatria

Ora sappiamo che la vita forma e deforma il nostro cor-


po, con le sue vicissitudini, i traumi, i dolori, e tutte le
prove cui ci sottopone, costringendoci ad un continuo

154
lavoro di adattamento. Ciò che scrivo è testimoniato pro-
prio dalle posture adattative.
Il modo che ha una persona di relazionarsi con il mondo,
di stare in piedi, di gestire ogni momento la gravità, di
respirare, di fare attività, di rimanere a riposo, definisce
al meglio il concetto di postura.
Provate ad immaginare una persona che ha subito una
distorsione alla caviglia! Per non sentire dolore cercherà
di non caricare il peso sul piede, ricorrerà ad azioni quali
zoppicare, mantenere il bacino maggiormente sollevato
dal lato del piede dolorante e “utilizzerà le spalle per la
deambulazione”.
Quindi, utilizzerà quel che si chiama schema compen-
sativo adattativo che, se mantenuto a lungo nel tempo,
consentirà al corpo di fissare tali atteggiamenti, tramite
componenti muscolari e il tessuto connettivo, per rispet-
tare la “famosa” legge di economia.

Lo scopo della posturologia, oltre ad essere quello di


avvalersi sempre di approcci multidisciplinari collabo-
rando con tutti i settori e le specializzazioni mediche
(neurologo, psicologo, ortopedico, oculista, internista
e odontoiatra) è quello di destabilizzare e smantellare i
vecchi schemi di adattamento che si sono fissati e con-
solidati.
Si potrebbe ridare mobilità alla caviglia che è zona lesa
e causa primaria, ma questo non basterebbe a ristabilire
la postura corretta, per il semplice motivo che il tessuto
connettivo tenderà a fissare ( come abbiamo già visto)
i sarcomeri in posizione corta nei 15/20 giorni in cui il

155
corpo, e quindi i muscoli coinvolti, assumono la posizio-
ne antalgica.
Come nel domino, caduto il primo tassello, tutti gli al-
tri in fila cadono, così ogni altro muscolo si è adeguato,
causando la propagazione in altre zone del corpo sino ad
arrivare(nel nostro caso, partendo dalla caviglia) al tratto
cervicale.
Il corpo si troverà quindi adattato e fissato in una postu-
ra che è senza dolore, ma scorretta. Permarrà uno stato
di contrazione per difesa, dando origine ad una costante
tensione che si tradurrà in una retrazione strutturata e
permanente.
Ogni muscolo riuscirà a prolungare la propria azione an-
che a distanza grazie ai punti di origine ed inserzione di
due o più muscoli, siano essi contigui o embricati e que-
sta interazione muscolare si configura quindi in catene
muscolari.

Una delle catene muscolari che attraversano il nostro


corpo, è quella anteriore o catena linguale. Prende origi-
ne dal cranio e arriva sino ai piedi, a livello del muscolo
adduttore dell’alluce. Questo significa, che se è presente
un problema di deglutizione, riferibile a qualsiasi cau-
sa o trauma a livello della bocca, del cranio o del tratto
cervicale, le restrizioni muscolari e le tensioni che mi-
grano, attraverso la catena, possono causare asimmetrie
al piede (bambini che presentano l’alluce valgo e una
deglutizione scorretta, risolvono il problema riabilitando
la deglutizione in quanto causa primaria).
Ma la deglutizione scorretta, come un problema all’arti-

156
colazione temporo-mandibolare, potrebbe essere anche
l’effetto di una causa che parte da altre zone del corpo
lontane dalla disfunzione.
Così come non basta correggere una distorsione alla ca-
viglia (che è la causa primaria della disarmonia postura-
le) per ridare al corpo una postura corretta, anche riabili-
tare una deglutizione (se è origine di scompensi al corpo)
non è sufficiente ad eliminare le restrizioni e le fissazioni
presenti lungo il percorso della stessa catena muscolare.

Come già detto, i traumi di natura emotiva portano un


sistema a compensi adattativi. Nel caso di stress loca-
lizzato in zona diaframmatica, il diaframma resta cro-
nicamente retratto (vedi “blocco del diaframma in fase
inspiratoria”).
Il muscolo è collegato, attraverso il tendine sospenso-
re, a esofago, trachea, muscoli sottoioidei e sopraioidei
(quindi anche alla lingua), laringei e faringei.
Quali conseguenze si potrebbero prevedere con tale si-
tuazione? Traete voi le conclusioni!
Ristabilire le simmetrie del corpo eliminando le tensioni,
i raccorciamenti muscolari di qualsiasi natura, determina
dei cambiamenti posturali anche a livello mandibolare
(sempre che i trattamenti vengano praticati rigorosamen-
te in postura decompensata).
In conclusione, ritengo che in campo odontoiatrico, e so-
prattutto in ortodonzia e in gnatologia, sarebbe utile che
il dentista tenesse conto di quanto affermato fino ad ora.
Questo fornirebbe, ad esempio, un valore interpretativo
delle malocclusioni e dei problemi gnatologici diverso

157
e più chiaro. Il professionista potrebbe sviluppare così
un piano di trattamento tale da essere mirato, rapido ed
efficace, senza doversi preoccupare delle recidive.
Da centinaia di lavori Universitari svolti, si può chia-
ramente rilevare che i vari metodi terapeutici applicati
sortiscono effetti e risultati, più veloci ed efficaci, se pra-
ticati in postura decompensata con Pancafit.

158
Conclusioni

Quando la postura cambia si riducono le capacità di


adattamento e di movimento. Un corpo forte può di-
ventare debole e fragile quando vengono a mancare de-
terminate caratteristiche. Andando avanti con gli anni il
corpo umano tenderà a perdere parte delle sue facoltà ;
“non sono gli anni che ci invecchiano e ci deformano,
ma come li viviamo”.
Individui di 70/80 anni svolgono attività sociale tale da
fare invidia ad un quarantenne.

Se la vita ci forma e poi ci deforma, possiamo invertire


il processo, andare in direzione contraria modificando ed
eliminando le tensioni eccessive e le retrazioni, così da
“rideformare”il corpo, riallineando le asimmetrie, ripor-
tandolo verso la forma che aveva in gioventù, recupe-
rando la funzione, ritrovando salute, benessere e bella
presenza. E’ sicuramente di vitale importanza fare movi-
mento, esercizi giusti, passeggiate, ma non è sufficiente.
Camminare o fare sport, quando la struttura corporea è
rigida e compromessa nelle sue funzionalità, a volte ri-
sulta difficoltoso. Quindi è importante scegliere una te-
rapia mirata, che agisca in globalità su tutte le catene
muscolari e quindi su tutto il corpo, in modo da estende-
re i benefici all’intera struttura.
Anche alimentarsi in modo corretto è di fondamentale

159
importanza. Cibi freschi, naturali, in quantità modeste,
privilegiando cibi di origine vegetale, fanno parte di una
regola fondamentale per determinare la buona salute del-
le cellule.
Ci si abbandona a se stessi e agli anni che passano, ras-
segnati alle storture del corpo che si sono accumulate
con la convinzione di non poterle più riallineare, quando
invece si potrebbe scoprire che non ci sono limiti di età
per ritornare simmetrici.
Se sappiamo come agire, anche con esercizi posturali
specifici, diamo la possibilità al nostro corpo di reagire
meglio ad ogni tipo di stimolo per mantenersi in salute.

Avete imparato che l’allungamento muscolare è la dire-


zione e l’azione più saggia da intraprendere perché i mu-
scoli, tendono a retrarsi e a diventare più corti, ipotrofici
ma ipertonici; che farlo in modo globale è necessario
per arrivare fino alle cause di scompenso, perché tutti i
muscoli sono collegati, uno ad uno, sino a formare delle
vere e proprie catene muscolari, fasciali e connettivali e
che risulta insufficiente allungare i soli muscoli interes-
sati dal trauma; che se gli allungamenti dei muscoli (che
non sono disposti a lasciarsi allungare perché compare
dolore e disagio che si scatenano a seguito della defor-
mazione del tessuto connettivo) non sono decompensati,
il corpo crea dei sistemi di prestito di lunghezza musco-
lare a vantaggio di alcune zone e a discapito di altre.
L’aspetto rivoluzionario del metodo descritto e in parti-
colare di Pancafit sta nel fatto che nella sua semplicità ci
permette di ridurre o eliminare i compensi. Infatti tutte

160
le catene muscolari, quando si è distesi su Pancafit, sono
dolcemente costrette ad allungarsi.

L’eccesso di tensioni nervose, di ansia, di stress, di pre-


occupazioni, di lavoro fisico, di mancanza di esercizi fi-
sici mirati e di streching, si traducono poi in eccesso di
tono muscolare, che porta ad avere muscoli più corti, ar-
ticolazioni più compresse, facili infiammazioni, processi
artrosici e posture scorrette.
Se ci fate caso, tutte le persone mostrano, con il passare
degli anni, la naturale tendenza a diventare più basse di
statura di quando erano giovani.
Si diventa più corti proprio a causa delle tensioni vissute
e sopportate, che hanno costretto i muscoli ad accorciarsi
e il corpo a piegarsi sotto il peso degli anni e dei proble-
mi.
E’ solo ristabilendo le simmetrie del corpo che si riacqui-
sta libertà di movimento, benessere psico-fisico e voglia
di vivere, ripercorrendo, come su una macchina del tem-
po, anni di traumi e memorie remote, sepolte nel corpo
e nel nostro passato, per riconoscerle, stanarle, accettarle
e superarle nel nostro presente.

161
Bibliografia

- Il manuale del Mézièrista 1 e 2 - Godelieve Denys-


Struyf
- Ortognatodonzia sistemica - G. Stefanelli;
- Craniodonzia - Giuseppe Stefanelli
- Articoli pubblicati da D. Raggi ideatore del metodo e
di Pancafit
- Articoli pubblicati da R. Bono
- La riprogrammazione posturale globale - B.Bricot
- Basic and Clinical neurocardiology - A.Armour e
J.Ardelli Oxford University Press
- The second brain - M.Gershon
- Evoluzione della PNL - R.Dilts J.Delozier D.B.Dilts
- Bioenergetica - A.Lowen
- Terapia miofunzionale - A. Ferrante
- Manuale pratico di terapia miofunzionale - A. Ferrante
- Il Parkinson e la terapia miofunzionale Bruzzese, Nola,
Guirreri
- Evoluzione della forza muscolare e della stabilità
posturale nei soggetti distrofici con terapia miofunzionale
Campagna, Carrino, Lo Piccolo
- Sensory nerve endings in the hard palate and papilla
incisive of the rhesus monkey. Halata Z., Baumann K.I.;
Anatomy and Embryology, vol. 199, iss.5 pp 427/437,
1999
- Il potere di Adesso - Eckhart Tolle

163
Finito di stampare
nel mese di Novembre 2017
in Italia