Sei sulla pagina 1di 270

G E M I N I

Collana fondata da Maria Bellonci


a cura di Anna Maria Rimoaldi
Titolo originale: Little women

Illustrazioni a colori: Maggie Downer


Illustrazioni in bianco e nero: Andreina Serloni
Progetto grafico: Enrico Albisetti

www.giunti.it

© 1980, 2010 Giunti Editore S.p.A.


Via Bolognese, 165 - 50139 Firenze - Italia
Via Dante, 4 - 20121 Milano - Italia

ISBN 9788809754539

Edizione digitale realizzata da Simplicissimus Book Farm srl

Prima edizione digitale 2010`


LOUISA MAY ALCOTT

PICCOLE
DONNE
nella traduzione di
Fausta Cialente
Capitolo 1
Giocando ai pellegrini

Natale non sembrerà Natale senza nemmeno un regalo – brontolò Jo sdraiata sul
tappeto.
– È terribile esser poveri – sospirò Meg guardando il suo vecchio vestito.
– Non mi sembra giusto che tante ragazze abbiano un mucchio di belle cose ed
altre proprio niente – aggiunse la piccola Amy tirando su il naso, imbronciata.
– Abbiamo però la mamma, il papà e tutte noi – disse Beth, soddisfatta, dal suo
cantuccio.
I quattro giovani visi illuminati dai bagliori del fuoco si rasserenarono a quelle liete
parole, ma si rabbuiarono di nuovo quando Jo disse tristemente:
– Non lo abbiamo, il papà, e chissà per quanto tempo non lo avremo! Non disse:
forse mai più, ma ciascuna lo aggiunse tacitamente pensando al padre tanto lontano,
là sul campo di battaglia.

9
Tutte tacquero per un poco; poi Meg ricominciò s’un tono mesto:
– Voi sapete che la ragione per cui la mamma ha proposto di non farci regali a
Natale è perché l’inverno sarà duro per tutti; e così lei pensa che non abbiamo il dirit-
to di spendere denaro in divertimenti quando i nostri uomini soffrono in guerra. Non
possiamo fare gran cosa, noi, ma i nostri piccoli sacrifici possiamo farli e dovremmo
anche farli volentieri. Ma io ho paura che non potrò – e Meg scosse il capo pensan-
do tristemente a tutte le belle cose che desiderava.
– Ma io non credo che il poco che abbiamo da spendere servirebbe a qualcosa.
Abbiamo ciascuna un dollaro... e cos’è un dollaro per l’esercito, se glielo dessimo? Io
sono d’accordo per non aspettare nulla dalla mamma e da voialtre, però vorrei com-
prarmi Undine e Sintram, lo desidero da tanto tempo! – disse Jo che aveva una gran
passione per i libri.
– E io avevo pensato di comperarmi un po’ di nuova musica – disse Beth con un
sospiro tanto lieve che nessuno lo udì, o forse soltanto la scopina del caminetto o la
presina del bricco.
– E io vorrei una bella scatola di matite colorate Faber, ne ho proprio bisogno –
disse Amy risolutamente.
– La mamma non ha parlato del nostro denaro e non credo che desideri che noi si
rinunci a tutto. Comperiamoci allora quel che vogliamo e divertiamoci un po’! Mi sem-
bra che lavoriamo abbastanza per meritarcelo! – gridò Jo guardandosi i tacchi delle
scarpe nel suo modo maschile.
– Ne so qualcosa io, che passo tutto il giorno a dar lezioni a quei tremendi ragaz-
zi, quando invece vorrei tanto godermi la mia casa! – ricominciò Meg con voce pia-
gnucolosa.
– Non hai da sopportare nemmeno la metà di quel che sopporto io! disse Jo. – Ti
piacerebbe star chiusa per ore e ore con una vecchia agitata e nervosa che ti fa trotta-
re tutto il giorno, e non è mai contenta, e ti tormenta finché ti vien voglia di piange-
re o di buttarti dalla finestra?
– Non è bello lamentarsi... ma io credo che lavar piatti e tener tutto in ordine sia
la peggior cosa al mondo. Ne sono proprio stufa! e le mie mani s’induriscono talmen-
te che non posso più esercitarmi al pianoforte, come vorrei – e Beth si guardò le ruvi-
de mani con un sospiro che questa volta tutti poterono udire.
– Ma nessuna di voi soffre quanto soffro io! – esclamò Amy. – Voialtre non dove-
te andare a scuola con ragazze impertinenti che ti tormentano se non sai la lezione,
ridono del tuo vestito, etichettano tuo padre se non è ricco e t’insultano se non hai un
bel naso.
– Se vuoi dire ‘bollano’, sono d’accordo, ma non dire ‘etichettare’ come se papà
fosse un vasetto di sottaceti – osservò Jo ridendo.
– Io so benissimo quel che voglio dire e non hai bisogno di esser sarcaustica. È giu-

10
Capitolo i

sto parlar bene, invece, e cercar di arricchire il proprio vocabolo – ribatté dignitosa-
mente Amy che intendeva dire ‘sarcastica’ e ‘vocabolario’.
– Smettetela di punzecchiarvi, voi due. Ah, Jo, se ci fosse ancora un po’ di quel
denaro che papà perdette quando noi eravamo piccole! Cara mia, come saremmo
buone e brave se non avessimo tanti crucci! – disse Meg che ricordava tempi miglio-
ri.
– L’altro giorno dicevi, però, che noi siamo molto più felici dei bambini King, che
nonostante i loro quattrini litigano e frignano tutto il santo giorno.
– È vero, Beth, credo che lo siamo. Dobbiamo lavorare, ma tutte insieme ci diver-
tiamo e siamo ‘un’allegra masnada’, come direbbe Jo.
– Jo adopera termini così volgari! – osservò Amy gettando uno sguardo di rim-
provero alla lunga figura sdraiata sul tappeto. Jo si alzò immediatamente, ficcò le mani
in tasca e cominciò a fischiare.
– Non lo fare, Jo, son cose da maschiacci.
– Proprio per questo lo faccio.
– Non posso soffrire le ragazze villane e maleducate.
– E io detesto le ragazze smorfiose e manierate.
– Dentro il nido gli uccellini vanno d’accordo! – canterellò Beth, la paciera, con un
viso così buffo che le due voci stridule mutarono in una risata e il battibecco, per il
momento, cessò.
– Veramente avete torto tutte e due – disse Meg cominciando la predica sul tono
della sorella maggiore. – Tu sei abbastanza grande, ormai, per smettere quelle manie-
re da ragazzaccio e dovresti comportarti meglio, Josephine. Non aveva importanza,
finché eri piccola, ma ora che sei così alta e ti sei tirata su i capelli, dovresti ricordar-
ti che sei una signorina.
– No che non lo sono! e se il tirarmi su i capelli mi fa sembrare una signorina, por-
terò le trecce fino a vent’anni! – gridò Jo strappando via la retina e lasciando cadere
sulle spalle, come fossero una criniera, i capelli castani. – Non mi piace l’idea che un
giorno dovrò essere la signorina March, portare le gonne lunghe e sembrare conte-
gnosa o modesta come una viola mammola! È già abbastanza brutto dover essere una
ragazza quando invece mi piacciono i giochi, i trucchi e le maniere dei ragazzi. Non
ce la faccio a superare la delusione di non essere un maschio, e ora è peggio che mai,
perché sto morendo dalla voglia di andar a combattere con papà, invece di starmene
qui a far la maglia come una traballante vecchiaccia! – e Jo prese a scuotere il suo lavo-
ro, una calza azzurra da militare sino a quando i ferri non tintinnarono come nacche-
re e il gomitolo rotolò attraverso la stanza.
– Povera Jo, non è giusto, ma non c’è proprio niente da fare. Devi accontentarti del
tuo nome che sembra quello d’un ragazzo e far la parte di fratello a noialtre – disse
Beth carezzando la testa arruffata che s’era messa contro il suo ginocchio, con una

11
mano alla quale né il lavar piatti né lo spolverare avevano tolto l’innata gentilezza.
– Quanto a te, Amy – continuò Meg – sei veramente troppo smorfiosa e affetta-
ta. Per adesso le arie che ti dai sono buffe, ma sta’ attenta a non diventare, crescendo,
una piccola oca. Mi piacciono le tue manierine gentili e il tuo parlare scelto, quando
non esageri; perché allora il tuo ridicolo modo di conversare non è meglio del gergo
di Jo.
– Se Jo è un maschiaccio e Amy è un’oca, che cosa sono io, per piacere? – doman-
dò Beth, pronta a ricevere la sua dose di predica.
– Tu sei una coccola e basta – rispose dolcemente Meg, e nessuno la contraddisse
perché il «Topo» era la beniamina della famiglia.
Ai giovani lettori piace sapere «che cosa sembrano le persone», quindi approfittia-
mo del momento per abbozzare un ritratto delle quattro sorelle che stanno sedute
lavorando a maglia nel crepuscolo mentre fuori cade la silenziosa neve di dicembre e
dentro scoppietta un allegro fuoco. La stanza era vecchia ma accogliente sebbene il
tappeto fosse scolorito e i mobili assai modesti; la rendevano gaia e piacevole uno o
due quadri di pregio appesi alle pareti, gli scaffali pieni di libri, i crisantemi e le rose
di Natale che fiorivano alle finestre, pervasa così d’una serena atmosfera di pace casa-
linga.
Margaret, la maggiore delle quattro, aveva sedici anni ed era molto graziosa; paffuta
e gentile, con grandi occhi, folti e soffici capelli bruni, una bocca dolce e belle mani bian-
che di cui era piuttosto fiera. A quindici anni Jo era molto alta; così magra e bruna face-
va pensare ad un puledro, sembrava non saper mai cosa fare delle sue lunghe gambe e
questo era proprio del suo carattere. Aveva una bocca assai decisa, uno strano naso, viva-
ci occhi grigi che sembravano veder tutto, di volta in volta severi, astuti o pensierosi. I
lunghi e folti capelli erano la sua vera bellezza; ma perché non le dessero fastidio li por-
tava quasi sempre raccolti in una retina. Aveva le spalle un po’ curve, piedi grossi e lun-
ghe mani, e i vestiti le ciondolavano addosso; nell’insieme aveva l’aspetto d’una ragazza
che sta rapidamente trasformandosi in donna, ma questo non le piace affatto. Elizabeth
– o Beth, come tutti la chiamavano – era una rosea fanciulla di tredici anni, dai morbidi
capelli, dagli occhi luminosi, con dolci maniere, timida voce e un quieto viso. Il padre la
chiamava ‘Piccola Tranquillità’, nomignolo che le andava a pennello giacché sembrava
che vivesse in un mondo felice fatto apposta per lei e dal quale usciva soltanto per incon-
trare coloro che le ispiravano amore e fiducia. Amy, la più giovane, era un’importante per-
soncina, secondo la sua opinione, almeno. Bianca come la neve, occhi azzurri, le scende-
vano sulle spalle i biondi capelli ricciuti, e così pallida e esile faceva del suo meglio per
sembrare una signorina molto ben educata. Ma quali fossero i caratteri delle quattro
sorelle lo si vedrà in seguito.
L’orologio suonò le sei; e, dopo aver spazzato davanti al caminetto, Beth mise un
paio di pantofole a scaldarsi vicino al fuoco. La vista di quelle vecchie pantofole ebbe

12
Capitolo i

un ottimo effetto sulle ragazze giacché indicava che la madre stava per tornare e tutte
volevano esser lì ad accoglierla. Meg smise di predicare e accese il lume, Amy si levò
dalla poltrona senza che nessuno glielo dicesse, Jo dimenticò la sua gran stanchezza e
si alzò per mettere le pantofole un po’ più vicino al fuoco.
– Sono molto sciupate, la mamma dovrebbe averne un nuovo paio.
– Avevo pensato di comperargliele col mio dollaro – disse Beth.
– No, lo farò io! – strillò Amy.
– Sono io la maggiore... – cominciò Meg, ma Jo la interruppe s’un tono deciso: –
No, sono io l’uomo di casa ora che non c’è papà e penserò io alle pantofole, tanto più
che prima di andar via mi ha molto raccomandato di aver cura della mamma.
– Ve lo dico io quel che dobbiamo fare! – disse Beth. – Offriamole ciascuna qual-
cosa per Natale e non comperiamo niente per noi.
– Sei sempre la stessa coccola, tu! Ma che cosa le compreremo? – esclamò Jo.
Tutte e quattro pensarono per un momento, poi Meg annunciò, come se l’idea le
fosse venuta contemplando le sue graziose mani: – Io le regalerò un bel paio di guan-
ti.
– Stivaletti, io! e i più belli! – gridò Jo.
– Fazzoletti, ma con l’orlo a giorno – disse Beth.
– Io le comprerò una bottiglietta di acqua di Colonia, le piace molto e non costa
tanto, così mi resterà qualcosa per le mie matite – disse a sua volta Amy.
– E quand’è che le daremo tutte queste cose? – domandò Meg.
– Metteremo tutto sulla tavola, la faremo entrare e la guarderemo aprire i pacchi
– disse Jo. – Non ricordi quando facevamo così ai nostri compleanni?
– Ero talmente spaventata quando toccava a me sedere nel seggiolone con la coro-
na in testa e vi vedevo tutte girare in tondo portandomi i regali e dandomi un bacio!
Mi piacevano i regali e i baci, ma era terribile sentirmi guardata mentre aprivo i pac-
chi – disse Beth che insieme al pane per il tè arrostiva al fuoco anche il suo viso.
– Lasciamo credere alla mamma che vogliamo comperarci dei regali e poi invece
le facciamo la sorpresa. Bisogna andare domani nel pomeriggio a far tutte le compe-
re, Meg; ci rimane tanto da fare, poi, per la rappresentazione della sera di Natale! –
disse Jo che camminava su e giù con le mani dietro la schiena e il naso in aria.
– Credo che non reciterò più, dopo questa volta, sto diventando troppo vecchia per
cose simili – disse Meg ch’era invece bambina come le altre quando si trattava di met-
tersi in maschera.
– E invece non smetterai, lo so! Fin quando potrai indossare un bel vestito bian-
co con lo strascico, scioglierti i capelli e portare tutti quei gioielli di carta argentata o
dorata! Sei la nostra migliore attrice e sarebbe la fine di tutto se ci lasci! – disse Jo. –
Dovremmo invece fare una prova, questa sera. Vieni qui, Amy, ripeti un po’ la scena
dello svenimento, perché quando la fai sembri dura come un pezzo di legno.

13
– Ma io non posso far meglio di così! Non ho mai visto nessuno svenire, e non ci
tengo proprio a riempirmi di lividi buttandomi a terra come fai tu! Se potessi cadere ada-
gio, senza farmi male, lasciandomi andare s’una seggiola... in modo grazioso, pure! Non
m’importa niente se Ugo mi minaccia con una pistola – rispose Amy che non aveva nes-
sun talento per la recitazione, ma era stata scelta perché era abbastanza piccola e il ‘catti-
vo’ del dramma poteva facilmente trasportarla in braccio fuori dalla scena.
– Fa’ così: trascinati per la stanza a mani giunte piangendo disperatamente:
Salvami, salvami, Rodrigo! – e Jo prese a barcollare lanciando un urlo melodramma-
tico che faceva veramente accapponare la pelle.
Amy obbedì, ma le sue braccia erano rigide e si spingeva in avanti a strattoni, mac-
chinalmente, e il suo ‘oh!’ prolungato sembrava il gemito di qualcuno che si sente tra-
figgere dagli spilli piuttosto che un urlo di terrore o di angoscia. Jo ebbe un grugnito
sconsolato, Meg scoppiò a ridere, mentre Beth lasciava bruciare il pane tanto era il suo
interesse per quella ridicola scena.
– Non ci siamo proprio! Sai cosa ti dico? Fa’ quel che puoi il giorno della rappre-
sentazione, ma se il pubblico ride non prendertela con me. Vieni, Meg.
Poi tutto andò meglio, Don Pedro sfidò il mondo intero con una tirata di due
pagine senza mai prender fiato, Hagar, la strega, ebbe molto effetto cantando la sua
tremenda imprecazione sulla pentola dentro cui bollivano i rospi, Rodrigo mandò
virilmente in pezzi le sue catene e Ugo terminò la sua vita in un’agonia ch’era un misto
di arsenico e rimorsi, esalando l’ultimo respiro con un selvaggio: ah! ah!
– Mi sembra la miglior prova di tutte quelle che abbiamo fatto – disse Meg men-
tre il morto si rialzava stropicciandosi i gomiti.
– Non so come fai a scrivere e recitare cose tanto belle, Jo! Sei un vero
Shakespeare! – esclamò Beth, fermamente convinta che le sue sorelle fossero geniali
in ogni cosa.
– Non esageriamo! – rispose modestamente Jo. – Credo però che ‘La Maledizione
della Strega’, tragedia lirica, sia una cosetta ben riuscita. Mi piacerebbe tanto recitare
il ‘Macbeth’ se potessi avere il trabocchetto per Banquo! Ho sempre desiderato far la
parte dell’assassino... «È un pugnale ch’io veggo a me dinante?» – mormorò roteando
gli occhi e cercando di agguantare qualcosa in aria, come aveva veduto fare da un cele-
bre attore.
– No, hai infilato sulla forchetta le pantofole della mamma invece del pane! e Beth
si è lasciata prendere dal fascino della scena! – gridò Meg e la prova finì in un gran
scoppio di risa.
– Sono contenta di trovarvi tanto allegre, ragazze mie – disse dalla porta una voce
lieta, e attori e spettatori si volsero a salutare un’alta signora dall’aria materna, il cui
aspetto benevolo era quanto mai confortante. Non era elegantemente vestita, ma
aveva un’aria molto distinta, e il grigio cappotto, il cappello fuori moda erano indos-

14
Capitolo i

sati, secondo le fanciulle, dalla più meravigliosa madre di questo mondo.


– Bene, mie care, come avete passato la giornata? Ho avuto tanto da fare, oggi, con
la preparazione delle cassette che devono partire domani, che non sono potuta torna-
re nemmeno a pranzo. Nessuno è venuto, Beth? Come va il tuo raffreddore, Meg? Jo,
mi sembri stanca morta. Tu vieni a darmi un bacio, piccolina.
Così dicendo la signora March si era tolta il cappotto, s’era infilata le pantofole
ben calde e dopo essersi accomodata nella poltrona aveva preso Amy sulle ginocchia
e si preparava a godere l’ora più felice della sua operosa giornata. Le ragazze si affac-
cendavano intorno, ciascuna per qualcosa che rendesse l’ambiente piacevole: Meg
apparecchiò la tavola per il tè, Jo andò a prendere la legna e mise a posto le seggiole,
ma urtando, picchiando o rovesciando tutto quel che toccava, Beth andava e veniva tra
salotto e cucina, quieta e silenziosa, e Amy dirigeva tutto quanto standosene tran-
quillamente sulle ginocchia della madre, le mani in mano.
Quando si furono sedute intorno alla tavola la signora March disse con un viso
particolarmente felice: – Ho una sorpresa per voi, dopo cena.
Uno smagliante sorriso fece rapidamente il giro della tavola e sembrò un raggio di
sole. Beth applaudì lasciando cadere il suo pan tostato, Jo lanciò in alto il tovagliolo e
gridò: – Una lettera! Una lettera! Tre evviva per papà!
– Sicuro, una bella, lunga lettera. Sta bene e spera di passare l’inverno meglio di
quanto temevamo. Manda tanti carissimi auguri per Natale... e c’è anche un messag-
gio speciale per voi, ragazze – disse la signora March battendo lievemente sulla tasca
come se dentro ci avesse un tesoro.
– Su, facciamo presto! Non perder tempo a tener su il tuo ditino e a far tante smor-
fie su quel piatto, Amy – gridò Jo mentre il tè le andava di traverso e lasciava cadere
il pane sul tappeto, parte imburrata in giù, tant’era la fretta di arrivare al festoso
momento. Beth smise di mangiare e mentre le altre finivano scivolò via e si ritirò nel
suo buio cantuccio pregustando la gioia che stava per venire.
– Mi pare una gran bella cosa che papà sia andato nell’esercito come cappellano
giacché era troppo vecchio per esser richiamato e non abbastanza forte per fare il sol-
dato – disse Meg con calore.
– A me piacerebbe tanto poter andare come tamburino o vivan... come si dice? o
come infermiera, per poter essergli vicina e aiutarlo! – esclamò Jo con un sospiro che,
al solito, parve un grugnito.
– Dev’essere molto spiacevole dormire sotto una tenda, mangiare roba cattiva e
bere in un bicchiere di stagno – sospirò Amy.
– Quando tornerà a casa, mamma? – domandò Beth con un lieve tremito nella
voce.
– Per molti mesi non ancora, mie care, a meno che non si ammali. Vorrà rimane-
re a far lealmente il suo lavoro finché gli sarà possibile e non saremo certamente noi

15
a chiamarlo prima del tempo e a chiedergli di risparmiarsi. Venite, ora, e ascoltate la
lettera.
Si avvicinarono tutte al fuoco, la madre sedette nella grande poltrona con Beth ai
suoi piedi, Meg e Amy sui due bracciuoli e Jo si appoggiò alla spalliera, così nessuno
avrebbe veduto la sua emozione se la lettera fosse stata commovente.
Quasi tutte le lettere scritte a quei tempi lo erano, specialmente quelle dei padri
alle loro famiglie. In questa non si parlava delle dure fatiche da sopportare, dei peri-
coli affrontati, della nostalgia vinta; era una lettera consolante, piena di speranza, con
notizie sulla guerra e aneddoti sulla vita militare, sulle marce, sul campo; solo in ulti-
mo il cuore del padre sembrava sopraffatto dall’amore paterno e dalla nostalgia della
casa e delle sue figliuole.
«Di’ loro tutto il mio affetto, con un bel bacio a ciascuna. Le penso di giorno e
prego per loro la sera, e il mio più gran conforto è il bene che mi vogliono. Un anno
passato lontano dai propri cari sembra assai lungo, ma pur aspettando si può e si deve
lavorare perché non siano inutili questi giorni così tristi. Esse devono ricordare, ne
sono certo, quello che raccomandai prima di partire: siano buone e affettuose con te,
facciano il loro dovere senza lagnarsi, combattano energicamente i loro nemici inter-
ni e sapranno vincersi così bene che al mio ritorno sarò più che mai orgoglioso e sod-
disfatto delle mie ‘piccole donne’».
A questo punto tutte stavano per piangere; Jo si vergognò della grossa lagrima che
le scivolò dalla punta del naso e Amy non badò più ai suoi riccioli nascondendo la fac-
cia sulla spalla della madre: – Sono un’egoista! – singhiozzò – ma cercherò di non
esserlo più, credetemi! Voglio sul serio migliorare, così papà non sarà deluso quando
mi rivedrà.
– Tutte lo vogliamo! – esclamò Meg. – Io sono vanitosa e detesto lavorare, ma farò
il possibile per correggermi.
– Anch’io voglio diventare quella che a lui piace chiamare una ‘piccola donna’.
Cercherò di non essere più così sgarbata e furiosa e di fare il mio dovere qui dove sono,
invece di desiderare d’essere in qualche altro posto – disse Jo, che però sentiva quanto
sarebbe stato più difficile moderare le sue furie in casa che non affrontare uno o due ribel-
li nel lontano Sud.
Beth non disse nulla ma si asciugò gli occhi con la calza che stava facendo e senza
perder tempo prese a lavorare con ardore; il mandar subito avanti ciò che aveva in
mano sembrava rispondere nella sua quieta, piccola anima alla speranza che il padre
l’avrebbe ritrovata come desiderava che fosse quando finalmente si sarebbe avverato il
suo felice ritorno a casa.
La signora March ruppe il silenzio che seguì le parole di Jo e disse con la sua voce
dolce: – Vi ricordate quando da bambine facevate il Giuoco dei Pellegrini? E come vi
piaceva quando vi legavo addosso il sacco che chiamavate il vostro fardello, vi davo il

16
Capitolo i

bastone, il cappello e un rotolo di carta, e vi lasciavo andar in giro per la casa, dalla
cantina ch’era la ‘Città Infernale’, e poi su, su, in cima fin sulla terrazza, dove teneva-
te i vostri tesori e la chiamavate la ‘Città Celeste’.
– Sì, com’era buffo! – disse Jo – specialmente passare vicino ai leoni, combattere
contro Apollyon e traversare la valle dove s’incontravano briganti e folletti!
– A me piaceva il momento in cui i nostri pesi cadevano e rotolavano giù dalle
scale – disse Meg.
– Il momento più bello, per me, era quando si arrivava sulla terrazza, tra i fiori, il
verde e le nostre belle cose, e in piedi nel sole cantavamo un inno di gioia – disse Beth
sorridendo all’antica visione.
– Non ricordo molto di tutto questo, se non che avevo tanta paura in cantina e nel-
l’andito buio, e mi piacevano la torta e il latte che ci davano lassù. Se non fossi trop-
po vecchia per giuochi simili, quasi quasi mi piacerebbe ricominciare – disse Amy che
a dodici anni già parlava di rinunziare a giuochi infantili.
– Non si è mai troppo vecchi per questo giuoco, bambina mia, perché più o meno
è quello che facciamo durante tutta la nostra vita. I nostri fardelli li abbiamo, la stra-
da è qui davanti a noi, e il desiderio di fare il nostro dovere e di raggiungere la bontà
e la felicità ci è di guida e di salvaguardia attraverso le difficoltà e gli errori prima di
arrivare alla pace e alla Città Celeste. Ora, mie piccole pellegrine, fate conto di rico-
minciare, non per giuoco ma sul serio, e vediamo quanta strada avrete fatto prima del
ritorno di vostro padre.
– Davvero, mamma? E dove sono i nostri pesi? – domandò Amy che prendeva
ogni cosa alla lettera.
– Lo avete detto poco fa quali sono i vostri fardelli, tranne Beth. Ma credo che lei
non ne abbia.
– Ma sì che ne ho! I piatti da lavare, il dover spolverare, la mia timidezza! e tutti i
pianoforti che invidio alle altre ragazze!
I fardelli di Beth sembrarono così bui che tutte ebbero una gran voglia di ridere,
ma non lo fecero per timore di offenderla.
– Sì, sì, ricominciamo – disse Meg pensierosa. – È un giuoco che c’insegnerà ad
esser buone e potrà aiutarci. Cercheremo di fare del nostro meglio, ma è difficile e
qualche volta ce ne dimentichiamo.
– Eravamo cadute nella palude dello scoraggiamento, la mamma è venuta e ci ha
aiutate a uscirne, come la Speranza in quel libro. Dovremmo però trovare chi ci indi-
ca la direzione, come aveva Cristiano. Chi lo farà per noi? – domandò Jo, felice all’i-
dea di trovare un po’ di fantasia sulla strada noiosa e difficile del dovere da compiere.
– Guardate sotto il vostro cuscino la mattina di Natale e troverete il libro che sarà
la vostra guida – rispose la signora March.
Continuarono quindi a parlare dei loro nuovi progetti mentre la vecchia Anna spa-

17
recchiava; poi vennero fuori i quattro panierini da lavoro e tutte si misero a cucire svel-
tamente le lenzuola per la zia March. Era un lavoro assai noioso, ma nessuna di loro
brontolò; anzi, adottarono l’idea di Jo che volle dividere le lunghe cuciture in quattro
parti e le chiamò Europa, Asia, Africa e America, e mentre ciarlavano insieme di quei
paesi, il cucito andò avanti assai più presto.
Alle nove smisero di lavorare e cantarono, come al solito, prima di andare a letto.
Beth soltanto era capace di far uscire il suono dai tasti ingialliti del vecchio pianofor-
te; aveva un tocco così dolce e leggero ch’era un piacere sentir l’accompagnamento di
quelle semplici canzoni; Meg aveva una bella voce e dirigeva, insieme alla madre, il
piccolo coro; Amy strideva come un grillo e Jo, con gorgheggi e variazioni a modo suo,
andava spesso fuori tono guastando con una stecca quelle soavi melodie. Avevano
sempre cantato fin da quando, bambine, avevan potuto balbettare «b’illa b’illa, tellina»
ed era divenuta una tradizione nella famiglia giacché la madre era una cantante nata.
Il primo suono che si udiva al mattino era la sua voce, la sentivano andare attraverso
la casa cantando come un’allodola; la sera l’ultimo suono era sempre la stessa cara voce
e le fanciulle pensavano che non sarebbero mai cresciute tanto da rinunziare a quella
familiare ninnananna.

18
Capitolo i

19
Capitolo ii
Un lieto Natale

Jo fu la prima a svegliarsi nell’alba grigia del mattino di Natale. Niente calze appe-
se al caminetto e per un istante si sentì delusa, come tanto tempo prima, quando la
sua piccola calza era caduta perché troppo piena di doni. Poi si ricordò della promes-
sa di sua madre, infilò la mano sotto il guanciale e trovò un piccolo libro dalla coper-
tina rossa. Lo conosceva bene, giacché era la bella e antica storia della miglior vita che
mai sia stata vissuta e capì ch’era il vero libro-guida per il lungo viaggio di qualsiasi
pellegrino. Svegliò Meg con un ‘buon Natale’ e le disse di cercare sotto il suo cuscino.
Un libro rilegato in verde apparve, che conteneva la stessa illustrazione e qualche
parola scritta dalla mamma, ciò che ai loro occhi rendeva il dono ancor più prezioso.
Poco dopo anche Beth e Amy si svegliarono, frugarono anch’esse sotto i guanciali e
trovarono i libretti, uno color tortora e l’altro azzurro; e insieme si misero a guardarli
e a parlarne, mentre l’oriente si faceva roseo al levarsi del giorno.
Nonostante le sue piccole vanità Meg era di natura dolce e pia, e inconsciamente
aveva influenza sulle sorelle, soprattutto su Jo che le voleva molto bene e le obbediva
perché sapeva dare i suoi consigli con molta gentilezza.
– Ragazze – disse Meg seriamente, guardando ora la testa arruffata che le stava
accanto, ora le due testoline in cuffia da notte nella stanza vicina – la mamma deside-
ra che si leggano, si amino e si tenga conto di questi libri, e dobbiamo cominciare
subito. Lo facevamo sempre, prima, ma da quando papà è andato via e questa tre-
menda guerra è cominciata, abbiamo perduto molte delle nostre buone abitudini. Voi
fate come credete: ma io terrò il mio libro qui sul tavolino e ne leggerò un poco ogni
mattina appena mi sveglierò, perché so che mi farà bene e mi aiuterà durante il gior-
no.
Quindi sfogliò il nuovo libro e cominciò a leggere. Jo la circondò col suo braccio
e guancia contro guancia si mise a leggere anche lei, con un’espressione tranquilla che
raramente si vedeva sul suo volto sempre inquieto.
– Com’è buona Meg! Vieni, Amy, facciamo lo stesso anche noi due. Ti aiuterò per
le parole difficili e se non capiremo certe cose domanderemo che ce le spieghino –
sussurrò Beth alla quale i graziosi libretti e le parole di Meg avevano fatto grande

20
Capitolo ii

impressione.
– Sono contenta che il mio sia blu – disse Amy; e dopo di ciò si udì soltanto il
lieve frusciare delle pagine che si voltavano mentre quel sole d’inverno, come un augu-
rio di Natale, illuminava le teste e i visi seri delle fanciulle.
– Dov’è la mamma? – domandò Meg quando lei e Jo discesero circa mezz’ora
dopo per ringraziarla dei doni avuti.
– Dio solo lo sa! Una povera creatura è venuta a chiedere qualcosa e vostra madre
è andata subito a vedere di che mai avesse bisogno. Mai vista una donna simile, sem-
pre pronta a distribuire mangiare, bere, e fuoco e vestiti! – aveva risposto Anna che
viveva nella famiglia fin da quando era nata Meg ed era considerata più un’amica che
una domestica.
– Tornerà subito, credo. Bisogna friggere i dolci e preparare tutto disse Meg guar-
dando i regali radunati in un cestino che poi avrebbero nascosto sotto il divano, pron-
to a esser tirato fuori al momento opportuno. – Ma dov’è l’acqua di Colonia di Amy?
– aggiunse poi, vedendo che la bottiglietta mancava.
– L’ha presa poco fa, sarà andata a legarci un nastro o qualcosa di simile – rispose
Jo che stava ballando attraverso la stanza per ammorbidire le nuove pantofole.
– Come sono belli i miei fazzolettini, non vi pare? Anna me li ha lavati e stirati
dopo che io ho ricamato le cifre – disse Beth, fiera delle iniziali piuttosto sghembe che

21
le erano costate tanto lavoro.
– Benedetta te! Hai ricamato ‘Mamma’ invece di M. March. Che buffo! – escla-
mò Jo che aveva preso in mano uno dei fazzoletti.
– Non va bene? Credevo che fosse meglio... perché anche le iniziali di Meg sono
M. M. e io voglio che questi li usi soltanto Mami – Beth sembrava turbata.
– Ma certo che va bene, cara, è stata una buona idea. E anche sensata, così nessu-
no può sbagliare... e vedrai come sarà contenta! – disse Meg con un’occhiataccia a Jo
e un sorriso a Beth.
– Ecco la mamma! Presto, nascondete il cestino! – urlò Jo sentendo sbattere la
porta e un suono di passi nell’entrata.
Amy entrò in fretta e sembrò sconcertata vedendosi attesa dalle sorelle.
– Dove sei stata? Cosa nascondi dietro la schiena? – domandò Meg, sorpresa nel
veder Amy, la pigra, in mantello e cappuccio; evidentemente era già uscita sebbene
fosse molto presto.
– Non ridere di me, Jo! Volevo che non lo sapeste fino all’ultimo, ma ho voluto
cambiare la boccetta con una più grande. Ho speso tutto per comperarla... perché
cerco veramente di non essere più egoista.
E così parlando Amy fece vedere una magnifica boccetta comperata per sostituire
l’altra di minor prezzo; era così sincera e allo stesso tempo umile nello sforzo fatto per
essere altruista, che Meg subito l’abbracciò, Jo la definì un
‘trionfo’ mentre Beth correva alla finestra a cogliere la più bella
rosa per guarnire la stupenda bottiglia.
– Dopo aver letto e parlato tanto di bontà questa mattina,
mi sono vergognata del mio regalo e ho fatto una corsa fino
all’angolo per cambiarlo. Adesso sono contenta, perché il mio
regalo è davvero il più bello.
La porta d’ingresso sbatté di nuovo, il cestino finì sotto il
divano e le ragazze si radunarono intorno alla tavola per la
colazione.
– Buon Natale, Mami! Cento di questi giorni! Grazie per i
libri, abbiamo già cominciato a leggerli e lo faremo ogni mat-
tina – esclamarono in coro.
– Buon Natale, bambine mie. Sono contenta che abbiate
cominciato subito e spero che continuerete. Ma prima di
sederci voglio dirvi una cosa. Poco lontano da qui c’è una pove-
ra donna con un bambino appena nato. E altri sei bambini
stanno ammucchiati su un letto, per non gelare. Non hanno né
fuoco né mangiare. Il più grande è venuto a dirmi che soffro-
no la fame e il freddo. Ragazze mie, volete offrire loro la vostra

22
Capitolo ii

colazione come regalo di Natale?


In realtà avevano più appetito del solito giacché aspettavano da quasi un’ora e per
un minuto nessuno parlò; ma soltanto un minuto, poi Jo esclamò impetuosamente: –
Sono ben contenta che tu sia arrivata prima che cominciassimo!
– Posso venire anch’io a aiutare a portar la roba a quei poveri bambini? – chiese
Beth ansiosamente.
– Io porterò la panna liquida e i panini dolci – aggiunse Amy che eroicamente
rinunciava a quel che le piaceva di più.
Meg stava già coprendo la minestrina d’avena e raccoglieva il pane in un gran piat-
to.
– Me l’aspettavo – disse la signora March sorridendo soddisfatta – Verrete tutte
con me e mi aiuterete. Al ritorno mangeremo pane e latte. E ci rifaremo a pranzo.
Si affrettarono e la processione si mosse. Fortunatamente era presto, andarono per
strade solitarie, poche persone le videro, così nessuno rise di quello strano gruppetto.
Era una povera, nuda, miserabile stanza: le finestre rotte e niente fuoco; lenzuola
a brandelli, la madre ammalata, il neonato frignante, e un gruppo di bambini pallidi e
affamati che cercavano di riscaldarsi raggomitolati sotto una vecchia coperta. Come si
spalancarono i loro occhi e come sorrisero le loro labbra bluastre quando le ragazze
entrarono!
– Ach, mein Gott! Sono arrivati gli angeli buoni! – esclamò la povera donna e si
mise a piangere dalla gioia.
– Angeli buffi, in cappuccio e guanti – disse Jo e fece ridere tutti.
Pochi minuti bastarono e sembrò veramente che nella stanza si fosse messo all’o-
pera lo spirito della bontà. Anna, che aveva portato della legna, accese il fuoco; poi
cercò di tappare i buchi dei vetri con vecchi cappelli e col suo scialle. La signora
March diede la zuppa d’avena e il tè alla madre e la confortò con promesse d’aiuto
mentre fasciava il neonato, teneramente, come se fosse suo. Le ragazze, dopo aver pre-
parato la tavola, fecero sedere i bambini davanti al fuoco e presero a imboccarli come
se fossero degli uccellini affamati, ridendo, parlando e cercando di capire il loro stra-
no inglese.
– Das ist gut! Engel-kinder! – esclamavano i poverelli mangiando e riscaldandosi
le mani paonazze alla bella fiammata. Le ragazze non si erano mai sentite chiamare
bambine-angeli e trovarono la cosa molto piacevole; soprattutto Jo che fin dalla nasci-
ta era considerata una specie di ‘Sancio’. Fu una stupenda colazione, benché loro fos-
sero rimaste a digiuno; e quando se ne andarono lasciando alle spalle quel po’ di con-
forto, in tutta la città non v’erano quattro persone più allegre delle ragazzine che ave-
vano fatto dono della loro colazione e si erano accontentate, la mattina di Natale, di
pane e latte.
– Questo significa amare il prossimo più di se stessi e mi piace – disse Meg men-

23
tre preparavano i regali e la madre era nelle stanze di sopra a metter insieme vestiti
per i poveri Hummel.
Non erano certo splendidi doni, ma tanto amore contenevano quei modesti pac-
chetti; e l’alto vaso pieno di rose rosse, di crisantemi bianchi e tralci di rampicante
dava alla tavola un tono assai lieto.
– Sta venendo! Picchia i tasti, Beth! Apri la porta Amy! Tre evviva per Mami! –
gridò Jo saltellando intorno mentre Meg andava incontro alla mamma per condurla
al posto d’onore.
Beth suonò la più allegra delle marce, Amy spalancò la porta e Meg fece da scor-
ta con molta dignità. La signora March fu insieme sorpresa e commossa, guardò i
regali, lesse i bigliettini che li accompagnavano, ed ebbe le lagrime agli occhi. Le pan-
tofole furono immediatamente infilate, un fazzoletto profumato con la colonia di
Amy le scivolò nella tasca, la rosa le fu appuntata sul petto e i bei guanti furono giu-
dicati di ‘perfetta misura’.
E poi molte risate, e baci e spiegazioni; il tutto con la semplicità e l’affettuosità che
rendono così piacevoli le intime feste e il cui ricordo rimane dolce per tanto tempo.
Dopo si misero tutte al lavoro.
La visita caritatevole e le cerimonie avevano occupato quasi tutta la mattina, così
il resto della giornata fu dedicato ai preparativi per la festa serale. Troppo giovani per
poter andare spesso a teatro e non abbastanza ricche per poter spendere molto nelle
messe in scena delle recite in famiglia, le ragazze aguzzavano l’ingegno; e, essendo la
necessità madre dell’invenzione, facevano da sole tutto quello di cui avevano bisogno.
Alcuni dei loro prodotti erano difatti assai ingegnosi: chitarre di cartone, lampade
‘antiche’ fatte con vecchie lattine di burro ricoperte di carta argentata; sontuosi vesti-
ti di vecchia cotonina splendenti di lustrini di stagno ritagliati da scatole di sottaceti,
armature ricoperte dello stesso utile materiale scintillante ricavato dai coperchi delle
conserve e ritagliato a strisce. Lo stanzone i cui mobili erano destinati a esser messi
sottosopra era il luogo in cui si svolgevano le loro innocenti baldorie.
Gli uomini non essendo ammessi, Jo recitava con grande soddisfazione tutte le
parti maschili ed era molto fiera d’un paio di stivali di cuoio rosso che le erano stati
regalati da un’amica che conosceva una signora che conosceva un attore. Gli stivali, un
vecchio fioretto e un farsetto traforato, ch’era servito a suo tempo a un pittore per
qualche suo quadro, erano i suoi gran tesori e li usava in ogni occasione. La compa-
gnia era talmente piccola che i due capocomici, Jo e Meg, erano costretti a recitare
diverse parti ogni volta, e senza dubbio erano molto da lodare, giacché non era cosa
da poco l’imparare tre o quattro parti, indossare vari costumi e badare alla messa in
scena. Ma il recitare era un ottimo esercizio per la memoria, un innocente diverti-
mento e serviva a riempire molte ore che altrimenti sarebbero state vuote, inutili, in
solitudine o malamente impiegate.

24
Capitolo ii

La sera di Natale, sul letto che faceva da prima galleria, stavano pigiate una deci-
na di ragazze davanti al sipario in chinz blu e giallo e l’impazienza che mostravano era
assai lusinghiera. Dietro le quinte si sentiva un gran frusciare e bisbigliare, veniva fuori
un po’ di fumo di lampada e ogni tanto una risatina di Amy che l’eccitazione rende-
va piuttosto nervosa. Poi si udì il suono di un campanello, si aprì il sipario e la
‘Tragedia Lirica’ cominciò.
La foresta tenebrosa, secondo l’unico programma distribuito al pubblico, era rap-
presentata da qualche pianta in vaso, una stuoia verde sul pavimento, e una grotta che
si vedeva in fondo alla scena. La grotta aveva come volta un cavalletto per stendere il
bucato e alcune scrivanie facevano da pareti; dentro scoppiettava un piccolo fuoco con
sopra un pentolone nero e una vecchia strega stava curva su di esso. Il palcoscenico
essendo buio, il fiammeggiare del fornello era di grande effetto; tanto più quando la
strega tolse il coperchio e dal pentolone uscì un autentico vapore. Vi fu un attimo di
attesa perché si calmasse la prima intensa emozione e poi Hugo, il perfido, entrò a
passi maestosi, la spada risonante al fianco, il cappello moscio, una gran barba nera,
un cupo mantello e i famosi stivali. Dopo aver camminato su e giù, in grande agita-
zione, si batté una mano sulla fronte e intonò un canto selvaggio che narrava il suo
odio per Roderigo, il suo amore per Zara e la gaia risoluzione di ammazzare l’uno e
conquistare l’altra. L’aspra voce di Hugo e qualche urlaccio quando sembrava sopraf-
fatto dall’emozione impressionarono il pubblico che applaudì appena egli s’interrup-
pe per riprendere fiato. Inchinandosi con l’aria di chi è ormai abituato all’omaggio
della platea, Hugo s’avvicinò alla grotta e ordinò ad Hagar di uscirne con un impe-
rioso: Oilà, scellerata! Di te ho bisogno!
Meg venne fuori, con crini grigi che le pendevano sulla faccia, con una veste rossa
e nera, un bastone e segni cabalistici sul mantello. Hugo le ordinò una pozione per
farsi adorare da Zara e un’altra per uccidere Roderigo. Hagar, con una bella e dram-
matica melodia le promise entrambe e cominciò subito a chiamare lo spirito che
avrebbe dovuto recare il filtro d’amore: «Qui accorri, aereo spirto, lascia la tua dimo-
ra, io te l’ordino! Nato sei dalle rose, nutrito di rugiada, non sai tu forse distillare fil-
tri e pozioni? Recami, come un elfo veloce, il profumato filtro di cui ho bisogno, fallo
dolce, rapido e forte. Rispondi, o spirto, al mio canto!»
Una soave melodia e in fondo alla grotta apparve una figurina in veste bianca,
simile a una nuvola, con ali luccicanti, capelli d’oro e una ghirlanda di rose in testa.
Agitando la bacchetta magica cantò: «Ecco io son venuta dalla mia aerea dimora, lassù
sulla luna argentea! Prendi la magica pozione e bada a ben adoprarla, o il suo potere
subito svanirà!» E lasciando cadere una piccola fiala dorata ai piedi della strega, lo spi-
rito svanì. Un’altra invocazione di Hagar, quindi una seconda apparizione, ma non
bella, questa volta. Dopo un colpo secco apparve un brutto folletto nero che gracchiò
una risposta, lanciò a Hugo una boccetta scura e scomparve con una risata di scher-

25
no. Gorgheggiati i suoi ringraziamenti e nascoste le pozioni negli stivali, Hugo uscì
dalla scena; e Hagar, allora, informò il pubblico che avendo egli in passato ucciso un
paio di amici suoi, l’aveva maledetto e per vendicarsi avrebbe ostacolato i suoi piani.
Poi calò il sipario e il pubblico si riposò mangiando caramelle e discutendo sul valore
dell’opera.
Vi fu un gran martellare prima che il sipario si aprisse di nuovo, ma quando fu
aperto e si vide il capolavoro di scenografia che aveva causato il ritardo, nessuno bron-
tolò più. La scena era davvero magnifica! Una torre si elevava sino al soffitto; a metà
il balcone con una lampada accesa, e dietro una tenda bianca si vedeva Zara con uno
stupendo vestito azzurro e argento, in attesa di Roderigo.
Entrò, Roderigo, splendidamente vestito, con cappello piumato, mantello rosso,
riccioli castani, una chitarra, e, naturalmente, gli stivali. In ginocchio ai piedi della
torre cantò una dolcissima serenata. Zara rispose, e dopo il dialogo musicale consen-
tì a fuggire. Poi venne la scena madre, Roderigo tirò fuori una scala di corda a cinque
scalini, ne lanciò in alto l’estremità e invitò Zara a discendere. Timidamente Zara uscì
dalla finestra, mise una mano sulla spalla di Roderigo e stava per saltar giù con grazia
quando – ahimè, ahimè, Zara! – avendo
dimenticato lo strascico, questo s’impigliò
nella finestra; la torre traballò, s’inclinò in
avanti e cadde con fracasso seppellendo
gl’infelici amanti!
Fu uno strillo generale: di sotto le mace-
rie sbucarono sgambettando selvaggiamen-
te gli stivali di cuoio rosso e una testa bion-
da che esclamava: te l’avevo detto! te l’ave-
vo detto! Con una stupenda prontezza di
spirito Don Pedro, il sire crudele, balzò in
scena e estratta la figlia le ordinò con un
concitato ‘a parte’: non ridere! recita come
se niente fosse; poi ingiunse a Roderigo di
alzarsi e lo bandì dal regno con furore e
indignazione! Benché decisamente scosso
dal crollo della torre sulle spalle Roderigo
sfidò il vecchio signore rifiutando di andar-
sene. Il suo coraggioso esempio infiammò
Zara, anch’essa sfidò il sire crudele e questi
ordinò che ambedue fossero gettati nella
più fonda prigione del castello. Un servito-
re piccolo e rotondetto entrò in scena con le

26
Capitolo ii

catene e un’aria assai impaurita, e dimenticando totalmente le sue battute si portò via
i prigionieri.
Il terzo atto si svolgeva in una sala del castello: Hagar appariva, venuta a liberare
gli amanti e a uccidere Hugo. Sentendolo arrivare, si nascondeva; lo vedeva versare le
pozioni in due coppe di vino e ordinare al piccolo servo impaurito: «Recale ai due pri-
gionieri nelle loro celle e di’ loro che presto verrò.» Il servitore prendeva Hugo da
parte per dirgli qualcosa e Hagar cambiava le coppe mettendone invece due innocue,
che lo ‘schiavo’ portava via. Hagar deponeva allora la coppa avvelenata destinata a
Roderigo e Hugo, assetato dopo un lungo gorgheggiare beveva il veleno perdendo la
ragione e dopo un gran gestire scomposto e molto barcollare cadeva di schianto e
moriva, mentre Hagar gli rivelava tutto quel che aveva fatto intonando un’aria ecce-
zionale per forza e melodia.
Quest’ultima scena fu davvero emozionante, benché l’inatteso sciogliersi d’una
gran massa di lunghi capelli sulle spalle del perfido Hugo avesse un po’ guastato l’ef-
fetto. Hugo fu chiamato alla ribalta e, come si conviene, si presentò insieme ad Hagar,
il cui canto fu giudicato di gran lunga il più bello di tutto lo spettacolo.
Il quarto atto mostra un Roderigo che, disperato, è sul punto di trafiggersi perché
gli è stato detto che Zara lo ha abbandonato. Il pugnale è già puntato sul cuore quan-
do una bella canzone cantata sotto la sua finestra lo avverte che Zara è fedele ma in
pericolo: si precipiti quindi a salvarla. Gli viene gettata una chiave che apre la porta e
in uno spasimo d’amore Roderigo spezza le catene ed esce di corsa per salvare la
donna tanto amata.
Il quinto atto si apre con una scena burrascosa tra Zara e Don Pedro. Egli vuol
spedirla in convento, ma lei non vuol saperne; e dopo un commovente appello sta per
svenire quando Roderigo arriva pieno d’impeto a chiedere la mano. Don Pedro rifiu-
ta perché Roderigo non è ricco. Tutti urlano e gesticolano a più non posso, ma non
riescono a mettersi d’accordo; Roderigo è sul punto di portar via l’esausta Zara quan-
do il servo impaurito entra in scena recando una lettera e una borsa mandate da
Hagar, misteriosamente scomparsa. La lettera informa i presenti ch’ella lascia in ere-
dità alla coppia grandi ricchezze e una tremenda maledizione a Don Pedro se non per-
metterà loro di essere felici. Aperta la borsa una bella quantità di monete di stagno
cadono sul palcoscenico, con un nobile scintillio. Ciò serve a raddolcire il ‘sire crude-
le’, il consenso vien dato senza rimbrotti, ognuno intona un canto gioioso e il sipario
cala sugli amanti inginocchiati in un atteggiamento romantico e grazioso, pronti a
ricevere la finale benedizione di Don Pedro.
Ma il tumultuoso applauso fu subito interrotto da un inatteso avvenimento: la
branda su cui era costruita la ‘prima galleria’ si era di colpo chiusa sul pubblico entu-
siasta. Roderigo e Don Pedro si lanciarono al salvataggio e tutte le ragazze furon tira-
te fuori illese, ma nessuna poteva parlare dal gran ridere. L’agitazione si era appena

27
calmata quando Anna apparve a ‘presentare’ gli omaggi della signora: ma non voleva-
no, le invitate, scendere per la cena?
E fu una sorpresa, anche per le attrici: quando videro la tavola si guardarono l’una
l’altra, sbalordite. C’era da aspettarselo, che la mamma avrebbe preparato qualcosa, ma
tanta roba, e tanto buono, non l’avevano più vista dai trascorsi giorni dell’abbondan-
za. C’era il gelato – anzi due gelati, uno bianco e uno rosa – una torta, frutta e certi
bonbon francesi da far impazzire, e, in mezzo alla tavola, quattro grandi mazzi di fiori
di serra!
Rimasero quasi senza fiato, con occhi spalancati guardarono prima la tavola, poi la
madre che aveva l’aria di divertirsi molto.
– Sono state le fate? – chiese Amy.
– È stato Babbo Natale – disse Beth.
– È stata la mamma – e il sorriso di Meg era dolcissimo, nonostante la barba gri-
gia e le sopracciglia bianche.
– La zia March ha avuto una crisi di bontà e ha mandato la cena, gridò Jo colta da
un’ispirazione.
– Tutto sbagliato. L’ha mandata il signor Laurence – rispose la madre.
– Il nonno del giovane Laurence? Ma, che cosa mai gli è venuto in mente? Non
lo conosciamo! – esclamò Meg.
– Anna ha raccontato a uno dei suoi domestici la storia della vostra colazione.
Dev’essere un vecchio strano signore... però la cosa gli è piaciuta. Sapete, conosceva
mio padre, molti anni fa, e nel pomeriggio mi ha mandato un biglietto molto gentile
dicendomi che sperava gli avrei permesso di esprimere la sua simpatia per le mie
figliuole mandando qualche sciocchezza per festeggiare il Natale. Non ho potuto
rifiutare, e questo piccolo festino è la ricompensa per il pane e latte di questa matti-
na.
– È stato il ragazzo a metterglielo in testa, ne sono certa! Un gran bravo tipo, vor-
rei proprio conoscerlo, e Meg fa tanto la seria che non mi lascia mai parlare con lui
quando passiamo – disse Jo, mentre i piatti giravano e i gelati fondevano e sparivano
fra gli ‘ah!’ e ‘oh!’ di soddisfazione.
– Parlate delle persone che stanno nella grande casa qui accanto, vero? – chiese una
delle invitate. – Mia madre conosce il signor Laurence e dice ch’è molto orgoglioso e
non ama affatto frequentare i vicini. Tiene il nipote sempre rinchiuso, salvo quando
va fuori a cavallo o a passeggio con l’istitutore, e lo fa studiare troppo. L’abbiamo invi-
tato a una festa e non è venuto. La mamma dice che è molto simpatico, ma con noi
ragazze non parla mai.
– A me, invece, era scappata la gatta e lui me l’ha riportata e abbiamo chiacchie-
rato un bel po’ sopra la siepe... È stato divertente, mi ha raccontato del cricket e molte
altre cose... Ma poi, quando ha veduto che Meg stava venendo, è andato via. Voglio

28
Capitolo ii

proprio conoscerlo meglio, ha bisogno di svagarsi un po’, ne sono sicura – affermò Jo,
decisa.
– Le sue maniere mi piacciono, sembra davvero un piccolo gentiluomo, e se si pre-
senterà l’occasione di conoscerlo, non ho nulla in contrario. È stato lui a portare i fiori
e l’avrei invitato a rimanere se fossi stata sicura di quel che combinavate lassù. Se n’è
andato a malincuore, l’ho ben visto. Aveva sentito tutto quel baccano e lui certamen-
te non ne fa mai.
– Per fortuna non gli hai detto di salire, Mami! – rise Jo guardandosi gli stivali. –
Ma faremo un’altra recita e lo inviteremo. Forse ci potrà aiutare a far teatro, non sareb-
be bello?
– Non ho mai avuto un così bel mazzo di fiori! – disse Meg che continuava ad
ammirarli. – Sono davvero stupendi!
– Sono belli, sì, ma io preferisco le rose di Beth – disse la mamma odorando il
mazzetto un po’ appassito che aveva alla cintura.
Beth si rannicchiò vicino a lei e abbracciandola sussurrò dolcemente: – Come avrei
voluto mandare il mio mazzetto a papà! Temo che lui non abbia avuto un lieto Natale
come il nostro.

29
30
Capitolo iii
Il giovane Laurence

– Jo! Jo! dove sei? – chiamò Meg ai piedi della scala che portava in soffitta.
– Qui! – rispose dall’alto una voce velata; corsa su Meg trovò la sorella avvolta in
una sciarpa di lana, raggomitolata sul vecchio divano a tre gambe, accanto alla fine-
stra soleggiata; stava mangiando una mela e piangendo su L’erede dei Redclyffe. La sof-
fitta era il suo rifugio preferito dove amava ritirarsi con una mezza dozzina di mele
renette e un bel libro, per godersi il silenzio e la compagnia d’un topo che stava da
quelle parti e al quale la sua presenza non dava il minimo fastidio. Quando Meg com-
parve Scarabocchio guizzò nel suo buco. Jo scosse le lagrime dalle guance e attese le
notizie.
– Che bello! Guarda! Un autentico biglietto d’invito della signora Gardiner. È per
domani sera! – gridò Meg agitando il prezioso pezzo di carta e poi leggendolo con un
piacere infantile.
– «La signora Gardiner sarà felice di avere Miss Margaret e Miss Josephine alla
sua piccola festa la sera di Capodanno». Mami ci lascia andare. Ma che cosa ci met-
tiamo?
– Che serve domandarlo, tanto lo sai che dovremo metterci il vestito di popeli-
ne perché non ne abbiamo altri – rispose Jo con la bocca piena.
– Se avessi un vestito di seta! – sospirò Meg. – La mamma dice che forse me lo
farà a diciotto anni. Ma sono ben lunghi da aspettare, due anni!
– I nostri popeline sembrano seta e per noi vanno benissimo. Il tuo è quasi nuovo,
ma m’ero dimenticata dello strappo e della macchia di bruciato nel mio. Come faccio?
La macchia si vede molto e non riesco a farla sparire.
– Devi startene seduta il più possibile e non mostrare la schiena, il davanti va
benissimo. Io ho un nastro nuovo per i capelli, Mami mi presterà la spilletta con la
perla, le mie scarpe nuove sono deliziose e i guanti non c’è male, anche se non sono
belli come vorrei.
– I miei li ho rovinati con la limonata, e siccome non posso comperarne un altro
paio andrò senza – disse Jo che non si preoccupava troppo dei vestiti.
– I guanti devi averli, se no io non vengo! – gridò Meg decisa. Sono importanti

31
più del resto, i guanti. Non si può ballare senza e se tu non balli mi sentirò mortifica-
ta.
– Bene, allora starò ferma. Non ci tengo a trovar ballerini e veleggiare tutto intor-
no. A me piace svolazzare o far capriole.
– Non puoi chiedere alla mamma di comprarteli, costano molto e tu sei così sba-
data. Quando hai rovinato i guanti ha detto che per quest’inverno non te ne avrebbe
comperati altri. Non puoi cercare di pulirli? chiese Meg ansiosamente.
– Posso tenerli stretti in mano, così nessuno vedrà che sono macchiati, non posso
far altro. Oppure, senti... Ce ne mettiamo tutte e due uno buono e l’altro lo teniamo
in mano. Cosa ne dici?
– Le tue mani sono molto più grandi delle mie e me lo sformeresti terribilmente
– cominciò a dire Meg; i guanti erano il suo debole.
– E allora vengo senza. Me ne infischio di quel che la gente dice! esclamò Jo
riprendendo il suo libro.
– Va bene, te lo darò. Ma bada a non macchiarlo e cerca di comportarti meglio che
puoi. Non metter le mani dietro la schiena, non guardare fisso e non dire «Cristoforo
Colombo»! Capito?
– Non preoccuparti. Sarò per quanto possibile contegnosa, cercherò di non far
pasticci, se posso. Ora va’ a rispondere al biglietto e lasciami finire questo splendido
racconto.
Così Meg andò via ad «accettare con molti ringraziamenti», a dare un’occhiata al
suo vestito e a lavare, cantando allegramente, la sua unica gala di vera trina; Jo intan-
to finiva il racconto, le sue quattro mele, e giuocava rumorosamente con Scarabocchio.
La sera di Capodanno il soggiorno rimase vuoto, le due più piccole giocavano a far
le parti di cameriere e le due grandi erano assorte nell’importantissimo compito di
‘prepararsi per la festa’. Gli abiti erano assai semplici e nondimeno ci fu un gran cor-
rere su e giù, un gran ridere, un gran parlare e ad un certo momento si diffuse per la
casa un forte odore di bruciato. Meg aveva voluto dei riccioli intorno al viso e Jo s’era
presa l’impegno di pinzare col ferro da ricci caldo le ciocche di capelli avvolte nei
bigodini di carta.
– Devono fumare così? – chiese Beth appollaiata sul letto.
– È l’umido che si asciuga – spiegò Jo.
– Che strano odore di penne bruciate – osservò Amy lisciandosi i bei riccioli con
aria di superiorità.
– Ecco, ora tolgo la carta e vedrete una nuvola di ricciolini – disse Jo posando il
ferro.
Tolse difatti la carta, ma non apparve nessuna nuvola di ricciolini perché con la
carta vennero via anche i capelli, e l’inorridita parrucchiera posò sul cassettone, accan-
to alla sua vittima, una fila di pacchettini bruciacchiati.

32
Capitolo iii

– Oh, oh, oh! che cosa mi hai fatto? Sono rovinata! Non potrò andare! I miei
capelli, oh, i miei capelli! – gemette Meg guardando disperata le ciocche crespe e ine-
guali intorno alla fronte.
– La mia solita fortuna! Non avresti dovuto chiedermi di farlo, io rovino sempre
tutto. Mi dispiace immensamente, ma il ferro era troppo caldo e così ho fatto questo
pasticcio! – brontolò la povera Jo guardando con le lagrime agli occhi quei resti bru-
ciacchiati.
– Non sono rovinati. Allargali un po’ e lega il nastro in modo che le punte ti rica-
dano sulla fronte. Sarai all’ultima moda. Ho visto tante ragazze fare così – disse Amy
cercando di consolarla.
– Volevo farmi bella e ben mi sta. Perché non li ho lasciati com’erano, me lo
domando proprio!
– Anch’io lo dico, lisci erano così belli. Ma ti cresceranno in fretta disse Beth avvi-
cinandosi a baciare e confortare la pecorella tosata.
Dopo vari altri disastri minori Meg fu finalmente pronta e unendo gli sforzi di
tutta la famiglia riuscì a tirar su i capelli di Jo e a farle infilare il vestito. Stavano molto
bene tutte e due con i loro abiti semplici, Meg in grigio argento con un nastro di vel-
luto azzurro, la gala di merletto e la spilla con la perla; e Jo in marrone, con un col-
letto da uomo, in rigido lino, e uno o due crisantemi bianchi come unico ornamento.
Ognuna infilò un bel guanto chiaro e pulito e tenne in mano quello sporco; e fu
dichiarato all’unanimità che l’effetto era ‘naturale e disinvolto’. Le scarpe di Meg, col
tacco alto e troppo strette, le facevano male, sebbene non fosse disposta ad ammet-
terlo; in quanto a Jo le diciannove forcine che servivano a tenerle a posto i capelli, se
le sentiva tutte infilate nella testa, e non era davvero piacevole, ma, santo cielo, biso-
gna essere eleganti o morire!
– Divertitevi, mie care – disse la signora March mentre le due sorelle si allontana-
vano con eleganza lungo il sentiero. – Non mangiate troppo a cena e venite via alle
undici quando manderò Anna a prendervi. Appena il cancello sbatté alle loro spalle,
una voce gridò dalla finestra: – Ragazze! Ragazze! Avete tutte e due un bel fazzolet-
to pulito?
– Ma sì, ma sì, perfetto, e Meg l’ha profumato con la colonia – gridò Jo e aggiun-
se con una risata: – Credo che Mami ce lo chiederebbe anche se stessimo tutti scap-
pando da un terremoto.
– La mamma ha gusti aristocratici – disse Meg, che ne aveva abbondantemente
per conto suo. – Ed ha ragione, una vera signora si riconosce sempre dalle scarpe, dai
guanti e dai fazzoletti.
– Allora, Jo, ricordati che non devi far vedere la macchia di bruciato. È a posto la
mia sciarpa? E i miei capelli sono proprio orrendi? – domandò Meg volgendosi dallo
specchio nello spogliatoio della signora Gardiner, dopo essersi lungamente guardata.

33
– Di certo non me lo dimenticherò. Ma se mi vedi fare qualcosa che non va, ricor-
damelo facendomi l’occhiolino. Capito? – rispose Jo, dopo aver dato una tiratina al
suo colletto e una spazzolata ai capelli.
– No, una vera signora l’occhiolino non lo fa. Se qualcosa non va, alzerò le soprac-
ciglia; se va bene ti farò un cenno con la testa. Ora, sta’ su con le spalle e fa’ passi pic-
coli. E non distribuire gran strette di mano se ti presentano qualcuno, non si fa.
– Ma come fai a sapere tutte queste cose? Io non ci riesco. Eh, che musichetta alle-
gra!
Poi scesero, un po’ intimidite perché non andavano quasi mai alle feste, e per quan-
to si trattasse d’una riunione di famiglia, questa era per loro un grande avvenimento. La
signora Gardiner, una donna anziana e imponente, le ricevette con molta cortesia e le
affidò alla maggiore delle sei figlie. Meg già conosceva Sallie e ben presto si sentì a suo
agio; ma Jo, alla quale non piacevano le ragazze e i loro infantili pettegolezzi, rimase in
piedi, attenta a tenere le spalle verso il muro, sentendosi fuori posto come un puledro in
un’aiuola fiorita. Su un altro lato della stanza sei o sette ragazzi gioviali parlavano di pat-
tini e Jo moriva dalla voglia di unirsi a loro: pattinare era una delle gioie della sua vita.
Telegrafò a Meg il suo desiderio, ma le sopracciglia si alzarono così allarmate che non
osò muoversi. Nessuno si avvicinò a parlarle; anzi, le persone che formavano un gruppo
poco lontano ad una ad una se ne andarono e Jo rimase sola.
Per non mostrare la bruciatura non poteva andare in giro per la stanza e far così
passare il tempo; rimase quindi a guardarsi intorno con aria sperduta finché le danze
cominciarono. Meg fu subito invitata e le scarpette strette saltellarono allegramente,
tanto che nessuno poteva immaginare quali pene sopportasse, col sorriso sulle labbra,
chi le indossava. Jo vide avvicinarsi al suo angolo un ragazzo grande e grosso dai capel-
li rossi; temendo che volesse invitarla s’infilò dietro una tenda che divideva la sala da
un salottino, con l’intenzione di starsene lì nascosta a godersi in pace la serata.
Sfortunatamente un’altra persona timida aveva scelto lo stesso rifugio; infatti, quando
la tenda le ricadde alle spalle Jo si trovò faccia a faccia con il ‘giovane Laurence’.
– Povera me, non sapevo che ci fosse qualcuno – balbettò preparandosi a battere
in ritirata altrettanto velocemente di com’era balzata dentro.
Ma il ragazzo rise e nonostante la sua aria allarmata disse allegramente: – Non si
preoccupi. Se le fa piacere, rimanga.
– Non la disturbo?
– Neanche un po’. Sono venuto qui perché conosco poca gente e al primo momen-
to mi sentivo strano... Sa com’è.
– Anch’io. Non vada via, per piacere, se non ne ha voglia.
Il ragazzo si sedette di nuovo e si guardò le scarpe finché Jo disse, cercando di esse-
re disinvolta e beneducata: – Mi pare di aver già avuto il piacere di vederla. Lei sta di
casa vicino a noi, non è vero?

34
Capitolo iii

– Nella porta accanto. – Poi alzò gli occhi e rise senza ritegno: il modo di fare di
Jo, tanto contegnoso, era piuttosto buffo se ripensava alla chiacchierata sul cricket,
quando le aveva riportato la gatta.
Jo si sentì subito a suo agio e rise anche lei aggiungendo col suo tono più cordiale: –
Abbiamo apprezzato moltissimo il suo bel regalo di Natale.
– L’ha mandato il nonno.
– Ma gliel’ha messo in testa lei, vero?
– Come sta la sua gatta, signorina March? – chiese il ragazzo cercando di sembrare
serio mentre i suoi occhi brillavano di malizia.
– Bene, grazie, signor Laurence. Ma io non sono la signorina March, sono soltan-
to Jo.
– E io non sono il signor Laurence, sono soltanto Laurie.
– Laurie Laurence, che strano nome.
– Mi chiamo Teodoro, ma non mi piace, anche perché gli amici mi chiamavano
Dora. E allora mi son fatto chiamare Laurie.
– Anche a me non piace il mio nome, è troppo... è così sentimentale! Vorrei che
tutti mi chiamassero Jo, invece di Josephine. Come sei riuscito a non farti chiamare
Dora dai ragazzi?
– Li ho picchiati.
– Io non posso picchiare la zia March, quindi credo che dovrò sopportarlo – disse
Jo rassegnata, con un sospiro.
– Non ti piace ballare, Jo? – chiese Laurie, con l’aria di pensare che il nome le stava
bene.
– Mi piace moltissimo se c’è molto spazio e tutti sono allegri. Ma in un posto
come questo sono certa che rovescerei qualcosa, pesterei i piedi a qualcuno o farei altre
cose tremende. Così me ne sto alla larga e lascio navigare Meg. Ma tu non balli?
– Qualche volta. Vedi, sono stato all’estero parecchi anni e non ho frequentato
abbastanza per sapere quali sono le abitudini qui.
– All’estero?! – esclamò Jo. – Oh, raccontami tutto! Mi piace tanto ascoltare le
persone che parlano dei loro viaggi!
Sembrava che Laurie non sapesse come incominciare; ma l’interesse di Jo e le sue
domande lo spinsero a dire e le raccontò d’essere stato a scuola a Vevey, dove i ragaz-
zi non portavano mai il cappello, avevano una piccola flotta di barche sul lago e duran-
te le vacanze giravano la Svizzera a piedi con i loro maestri.
– Come avrei voluto esserci anch’io! – disse Jo. – Sei stato a Parigi?
– L’anno scorso, tutto l’inverno.
– E parli francese?
– A Vevey era proibito parlare altre lingue.
– Dimmi qualcosa. So leggerlo, ma non so pronunciarlo.

35
– Quel est le nom de cette jeune demoiselle aux jolis souliers?
– Come lo parli bene! Vediamo... Hai detto: chi è la signorina con le belle scar-
pette, vero?
– Oui, mademoiselle.
– È mia sorella Margaret e lo sapevi! Ti sembra carina?
– Sì, mi ricorda le ragazze tedesche, è così fresca e tranquilla, e poi balla come una
vera signora.
Jo si sentiva raggiante per quelle lodi fanciullesche indirizzate alla sorella e si pro-
mise di riferirle a Meg. Continuarono a guardare di nascosto, a criticare e tanto chiac-
chierarono che alla fine erano come due vecchi amici. La timidezza di Laurie era
scomparsa: il modo di fare un po’ mascolino di Jo lo divertiva e lo metteva a suo agio;
Jo era ridiventata l’allegra Jo di sempre, aveva completamente dimenticato il suo vesti-
to e nessuno alzava le sopracciglia. Il ‘giovane Laurence’ le piaceva più che mai e prese
a osservarlo bene per poterlo descrivere alle sorelle; esse non avevano fratelli, pochis-
simi cugini, e i ragazzi erano per loro creature quasi sconosciute.
– ‘Capelli neri, ricci, pelle scura, grandi occhi neri, bel naso, bei denti, mani e piedi
piccoli, alto come me; molto educato per essere un ragazzo e simpaticissimo. Quanti
anni avrà?’
Aveva la domanda sulla punta della lingua, ma si trattenne in tempo e con insoli-
to tatto cercò di scoprirlo indirettamente.
– Andrai presto all’università, credo? Ti vedo sempre ponzare sui libri... cioè, vole-
vo dire che studi molto – e Jo arrossì per l’orribile ‘ponzare’ che le era sfuggito.
Laurie sorrise, non parve scandalizzato e rispose con un’alzata di spalle: – Fra uno
o due anni. Ad ogni modo non prima dei diciassette.
– Hai solo quindici anni? – chiese Jo guardandolo; era così alto che sembrava aver-
ne già diciassette.
– Sedici il mese prossimo.
– Come mi piacerebbe andare all’università. A te no, invece, mi pare.
– La odio! Non si fa altro che sgobbare e far baccano. E non mi piace come si
fanno queste due cose in questo paese.
– Che cosa ti piace?
– Vivere in Italia e divertirmi a modo mio.
Jo avrebbe voluto chiedergli qual era il suo modo di divertirsi, ma le nere soprac-
ciglia erano aggrottate in modo piuttosto minaccioso, così cambiò argomento e bat-
tendo il tempo col piede: – Splendida questa polka – disse – perché non vai a ballare?
– Se vieni anche tu – egli rispose con un gentile piccolo inchino.
– Non posso, ho promesso a Meg che non avrei ballato perché... – Qui s’interrup-
pe, indecisa se parlare o ridere.
– Perché? Dimmelo – domandò Laurie incuriosito.

36
Capitolo iii

– Non lo dirai a nessuno?


– Mai!
– Beh, ho la brutta abitudine di starmene in piedi davanti al caminetto con le spal-
le al fuoco, così ho bruciato questo vestito. L’ho aggiustato bene, poi, ma si vede lo stes-
so e Meg mi ha detto di star tranquilla, così nessuno se ne accorge. Se vuoi puoi ride-
re, lo so che è una cosa buffa.
Ma Laurie non rise; abbassò lo sguardo per un attimo, poi con un’espressione che
stupì Jo disse molto gentilmente: – Non fa nulla. So io quel che possiamo fare.
Balliamo nell’ingresso, è molto grande, non ci vedrà nessuno e sarà magnifico. Vieni,
ti prego.
Jo ringraziò e andò volentieri, dispiaciuta però di non avere tutti e due i guanti
puliti quando vide quelli color perla che il suo cavaliere s’infilò. Nell’ingresso non c’era
nessuno e danzarono una magnifica polka; Laurie ballava assai bene e le insegnò il
passo alla tedesca che entusiasmò Jo, così saltellato e vivace. Quando la musica cessò
sedettero sulla scala a riprendere fiato, e Laurie stava raccontando d’una festa studen-
tesca a Heidelberg quando comparve Meg che andava in cerca della sorella. Le fece
un cenno e Jo, riluttante, la seguì in un salottino: la trovò sdraiata s’un divano, era pal-
lida e si teneva un piede fra le mani.
– Mi sono storta la caviglia. Quello stupido tacco si è piegato e mi ha dato un orri-
bile strappo. Mi fa così male che non posso quasi stare in piedi. Non so come farò a
tornare a casa – disse, e si dondolava avanti e indietro per il dolore.
– Lo sapevo che ti saresti fatta male con quelle stupide scarpe. Mi dispiace, ma
non vedo cosa puoi fare... O prendi una carrozza o stai qui tutta la notte.
– Non posso prendere una carrozza, costerebbe troppo. E poi ci sono soltanto car-
rozze padronali, le stalle sono lontane e non c’è nessuno da mandare.
– Vado io.
– No davvero. Sono le nove passate ed è buio pesto. Non posso restare qui, la casa
è piena. Sallie ospita le sue amiche. Mi riposo finché viene Anna, poi farò del mio
meglio.
– Lo chiederò a Laurie, andrà lui – disse Jo, sollevata dall’idea che le era venuta.
– No, per carità! Non dirlo a nessuno. Portami le soprascarpe e metti queste fra le
nostre cose. Tanto, non posso più ballare. Ma appena è finita la cena, sta’ attenta se
arriva Anna e avvertimi subito.
– Stanno andando a cena adesso. Ma io resto con te, lo preferisco.
– Ma no, cara, va’ a mangiare e portami un po’ di caffè. Sono così stanca che non
posso muovermi.
Meg rimase sul divano, le soprascarpe ben nascoste e Jo se ne andò in cerca della
sala da pranzo e la trovò dopo esser entrata per sbaglio nell’armadio a muro delle por-
cellane cinesi e aver aperto la porta della stanza dove il signor Gardiner stava facendo

37
uno spuntino in forma privata. Piombò sulla tavola e prese una tazza di caffè che rove-
sciò immediatamente rendendo il vestito impresentabile davanti almeno quanto lo era
dietro.
– Oh povera me! che pasticciona sono! – esclamò, rovinando anche il guanto di
Meg per tentare di pulire la gonna.
– Posso aiutarti? – chiese una voce amichevole; ed era Laurie con una tazza di caffè
in una mano e un piattino con un gelato nell’altra.
– Volevo portare qualcosa a Meg, è molto stanca, ma qualcuno mi ha urtato e
guarda qui, in che stato sono! – rispose Jo, contemplando tristemente ora la gonna
macchiata ora il guanto color caffè.
– Peccato! Io stavo cercando qualcuno a cui dare questa roba, posso portarla a tua
sorella?
– Oh grazie! Ti accompagno da lei. Dovrei portarla io, ma combinerei qualche
altro disastro.
Jo andò avanti per mostrare la via, e Laurie, come se servire le signore fosse per lui
cosa abituale, avvicinò al divano un tavolino, portò altro caffè e gelato per Jo, e fu così
gentile che perfino la difficile Meg lo definì un ‘simpatico ragazzo’. Si divertirono
molto con i bonbon e le massime che contenevano ed erano sul più bello d’un tran-
quillo gioco di società con due o tre giovani entrati per caso, quando Anna arrivò.
Meg, dimenticandosi del piede, si alzò sveltamente, ma subito, con un gemito, dovet-
te aggrapparsi a Jo.
– Zitta, non dir niente – bisbigliò e ad alta voce aggiunse: – Non è nulla, mi sono
storta un po’ il piede – e zoppicando andò di sopra a prepararsi.
Anna brontolava, Meg piangeva e Jo non sapeva più che cosa fare. Poi decise di
prendere l’iniziativa, sgusciò fuori, scese di corsa e, trovato un domestico, gli chiese di
procurare una carrozza. Ma si trattava d’un cameriere assunto per la serata, che non
conosceva affatto la zona; e Jo stava guardandosi intorno in cerca di aiuto quando
Laurie, che aveva sentito quel che aveva detto, offrì la carrozza del nonno ch’era arri-
vata giusto allora per lui, disse:
– Ma è così presto! Non avevi certo l’intenzione di andar via – cominciò a dire Jo,
che sembrò sollevata, ma esitava ad accettare l’offerta.
– Vado sempre via presto... Davvero. Ti prego, lascia che ti accompagni a casa. È
sulla mia strada, lo sai, e poi piove, dicono.
Fu così deciso, e dopo avergli detto del piccolo guaio accaduto a Meg, Jo, ricono-
scente, corse su a chiamare le altre due. Anna odiava la pioggia almeno quanto i gatti
e non fece storie; così partirono nella lussuosa carrozza chiusa, tutte contente e sen-
tendosi molto eleganti. Laurie si mise a cassetta perché Meg potesse tenere il piede
appoggiato, così le ragazze parlarono della festa in tutta libertà.
– Mi sono divertita un sacco e tu? – chiese Jo, dopo aver disfatto la sua pettinatu-

38
Capitolo iii

ra per sentirsi più comoda.


– Anch’io, finché non mi sono fatta male. L’amica di Sallie, Annie Moffat, mi ha
preso in simpatia e mi ha invitata a casa sua per una settimana insieme a Sallie, in pri-
mavera, quando viene l’opera. Sarà magnifico, se la mamma mi lascia andare – rac-
contò Meg, rallegrandosi solo a pensarci.
– Ti ho vista ballare con quel ragazzo dai capelli rossi, dopo la mia fuga. È sim-
patico?
– Oh, molto! Ma ha i capelli color rame, non rossi. È molto educato e abbiamo
ballato una polka deliziosa.
– Sembrava una cavalletta con le convulsioni quando faceva il nuovo passo. Laurie
ed io non abbiamo potuto far a meno di ridere, ci hai sentiti?
– No, ma siete ben maleducati. A proposito, che cosa hai combinato tutto quel
tempo, nascosta là dietro?
Jo raccontò tutte le sue avventure e quando ebbe finito erano arrivate a casa.
Dissero ‘buona notte’ con molti ringraziamenti ed entrarono in punta di piedi, spe-
rando di non disturbare nessuno; ma nell’attimo stesso in cui la porta scricchiolò, due
cuffie da notte saltarono su e due voci sonnacchiose ma impazienti esclamarono: –
Raccontateci della festa, raccontateci della festa!
Jo aveva messo da parte qualche bonbon per le sorelline – gran mancanza di edu-
cazione, disse Meg – e dopo il racconto degli avvenimenti più emozionanti della sera-
ta, le piccole si riaddormentarono subito.
– Devo dire che mi sembra proprio di essere una signorina della buona società!
Tornare a casa in carrozza dalla festa e ora qui in vestaglia con una cameriera che mi
aiuta – disse Meg mentre Jo le fasciava il piede che aveva bagnato di arnica e le spaz-
zolava i capelli.
– Non credo che le signorine della ‘buona società’ si divertano più di noi, malgra-
do i nostri capelli bruciacchiati, i vestiti vecchi, un guanto a testa e le scarpe strette
che fanno slogare le caviglie alle stupide che se le mettono – e ci sembra che Jo aves-
se proprio ragione.

39
40
Capitolo iv
Fardelli

– Dio mio, com’è difficile riprendere il fardello e andare avanti – sospirò Meg la
mattina dopo; le feste erano finite e la settimana di vacanza non era certo servita a
farle riprendere senza fatica un compito che non le era mai piaciuto.
– Vorrei che fosse sempre Natale o Capodanno, non sarebbe bello? rispose Jo sba-
digliando disgustata.
– Non ci divertiremmo tanto quanto ci siamo divertite, lo so. Ma sembra cosi bello
far cenette, ricevere mazzi di fiori, andare ai balli e tornare a casa in carrozza, poi leg-
gere e riposare, e non lavorare. Come invidio le ragazze che possono farlo. Come mi
piace il lusso! – concluse Meg che stava decidendo quale fosse il meno sciupato dei due
abiti sciupati.
– Be’, per noi non è possibile, perciò è inutile brontolare. Meglio mettersi in spal-
la i fardelli e andare avanti il più allegramente possibile, come fa Mami. Per me la zia
March è un fardello che mi sta incollato addosso, ma quando avrò imparato a portar-
lo senza lagnarmi forse rotolerà giù oppure diventerà così leggero che non mi darà più
fastidio.
Quest’idea stimolò la sua fantasia e la mise di buon umore; ma Meg non ne fu ras-
serenata; il suo fardello che consisteva in quattro fanciulli viziati, le sembrava più che
mai pesante. Non aveva nemmeno voglia di farsi bella come al solito, mettersi al collo
un nastro azzurro e pettinarsi nel modo che più le donava.
– A che serve esser carina se mi vedono solo quei quattro odiosi mosconi e se a
nessuno interessa se lo sono o no? – brontolò chiudendo il cassetto con un colpo secco.
– Devo sfacchinare per tutta la vita, con qualche piccolo svago ogni tanto, e diventa-
re vecchia, brutta e acida perché sono povera e non posso godermi la vita come le altre
ragazze. Che vergogna!
Così Meg discese imbronciata e durante la colazione non fu per nulla gradevole.
Ma tutte sembravano di cattivo umore e disposte a brontolare. Beth aveva mal di testa
e se ne stava sdraiata sul divano cercando di consolarsi con la gatta e tre gattini; Amy
si lagnava perché non aveva studiato le lezioni e non trovava le soprascarpe; Jo fischia-
va continuamente e si preparava facendo un gran chiasso. La signora March era molto

41
occupata a finire una lettera che doveva partire subito, e Anna aveva i nervi perché
andare a letto tardi non le piaceva.
– Mai visto gente così nervosa! – gridò Jo perdendo la pazienza dopo aver rove-
sciato un calamaio, rotte le stringhe delle scarpe ed essersi seduta sul cappello.
– La più nervosa sei proprio tu! – ribatté Amy, concellando con le lagrime che
cadevano sulla lavagna l’addizione sbagliata.
– Beth, se non tieni in cantina queste bestiacce le faccio affogare esclamò Meg cer-
cando di liberarsi d’un gattino che le si era arrampicato su per la schiena, restandovi
attaccato con le unghiette, fuori portata della sua mano.
Jo rise, Meg brontolò, Beth implorò e Amy si lamentò perché non riusciva a cal-
colare quanto fa nove per dodici.
– Ragazze! Ragazze! state buone un momento. Devo spedire questa lettera con la
prima posta e voi mi fate perdere la testa con tutte le vostre storie – esclamò la signo-
ra March cancellando una frase che per la terza volta aveva sbagliato.
Ci fu un momento di calma, interrotta da Anna che irruppe rumorosamente nella
stanza, posò due focacce calde sulla tavola e se ne andò con altrettanto fracasso. Quelle
focacce erano un’istituzione: le ragazze le chiamavano brioches in mancanza di meglio,
ed erano, così calde, un gran conforto per le loro mani, nelle mattine fredde. Anna non
dimenticava mai di farle, per quanto occupata fosse o di malumore, perché la cammi-
nata che le ragazze dovevano fare era lunga e noiosa; le poverine non mangiavano
altro per pranzo ed era raro che tornassero a casa prima delle tre.
– Coccola i gatti e fatti passare il mal di testa, Bethy. Ciao, Mami. Siamo una
manica di furfanti questa mattina, ma torneremo a casa trasformate in angeli.
Andiamo, Meg – e Jo partì a gran passi, con la sensazione che i pellegrini non si met-
tevano in viaggio nel modo in cui avrebbero dovuto.
Prima di voltare l’angolo si giravano sempre a guardare perché la madre era
immancabilmente alla finestra per fare un cenno con la testa, sorridere e salutare con
la mano. Altrimenti non avrebbero potuto, pensavano, arrivare al termine della loro
giornata; quale che fosse il loro umore, quell’ultima occhiata della mamma le ralle-
grava come un raggio di sole.
– Se Mami ci avesse minacciate col pugno, invece di mandarci un bacio sulla punta
delle dita, ci starebbe bene. Ingrate sciagurate come noi non se ne sono mai viste –
esclamò Jo provando un’amara soddisfazione perché la strada era fangosa e il vento
tagliente.
– Non usare espressioni così volgari – disse Meg dalla profondità del velo in cui si
era avvolta come una monaca disgustata dal mondo.
– Mi piacciono le parole forti ed espressive – ribatté Jo, afferrando il cappello che
dopo esserle saltato via stava per prendere il volo.
– Tu ingiuriati quanto vuoi. Ma io non sono né ingrata né sciagurata e non voglio

42
Capitolo iv

essere chiamata così.


– Sei amara e decisamente intrattabile, oggi, e tutto perché non puoi vivere in
grembo al lusso. Poverella! Aspetta che io faccia fortuna e avrai carrozze, gelati, scar-
pe col tacco alto, mazzolini di fiori e ragazzi dai capelli rossi.
– Quanto sei ridicola, Jo! – ma Meg si mise a ridere per tutte quelle sciocchezze
e, suo malgrado, si sentì meglio.
– Per te è una fortuna che io lo sia. Se prendessi un’aria afflitta e ce la mettessi
tutta a sembrare tetra come fai tu, saremmo in uno stato pietoso. Grazie al cielo, io
riesco sempre a trovare il lato comico delle cose e a tenermi su. Non brontolare e torna
a casa di buon umore, sarà tanto meglio.
Quando si separarono Jo diede alla sorella un colpetto sulla spalla per incoraggiarla
e ciascuna andò per la sua strada, tenendo stretta la focaccia calda e cercando di esse-
re contenta nonostante il tempo rigido, il lavoro noioso e i desideri insoddisfatti in
un’età più incline ai divertimenti.
Quando il signor March aveva perduto il suo patrimonio nel tentativo di aiutare
un amico sfortunato, le due figlie maggiori lo avevano pregato di permetter loro di
lavorare, se non altro per il proprio sostentamento. Convinti che non è mai troppo
presto per cominciare ad esercitare l’energia, l’industriosità e l’indipendenza, i genito-
ri avevano acconsentito; e tutte e due s’erano messe a lavorare con quella vigorosa
buona volontà che nonostante tutti gli ostacoli finisce per dare ottimi risultati.
Margaret aveva trovato un posto di governante e col suo piccolo stipendio si sentiva
ricca. Come spesso diceva, amava il lusso e la povertà era il suo cruccio maggiore. La
sopportava più difficilmente delle altre perché ricordava il tempo in cui la casa era
stata bella, la vita facile e piacevole e sconosciute le privazioni. Si sforzava di non esse-
re invidiosa e scontenta, ma era logico che, essendo giovane, desiderasse belle cose,
allegre amicizie, la buona educazione e una vita felice. Dai King vedeva tutti i giorni
ciò che più desiderava: le sorelle maggiori dei suoi alunni cominciavano allora a fre-
quentare il bel mondo e Meg aveva spesso l’occasione d’intravedere graziosi abiti da
sera e mazzolini di fiori, sentiva i vivaci commenti dopo il teatro, i concerti, le gite in
slitta e altri svaghi; aveva quindi il senso del denaro sprecato in sciocchezze, quel
denaro che per lei sarebbe stato prezioso. Si lamentava raramente, la povera Meg, ma
il senso dell’ingiustizia a volte la spingeva ad essere amara e non aveva ancora impa-
rato a capire quanto fosse invece ricca di quei beni che solo possono rendere felice la
vita.
Il caso volle che Jo si rivelasse utile alla zia March, la quale, essendo zoppa, aveva
bisogno d’una persona che l’aiutasse. La zia non aveva figli e dopo il dissesto finan-
ziario dei March aveva offerto di adottare una delle ragazze, offendendosi a morte
quando la sua proposta era stata respinta. Gli amici dissero che i March avevano per-
duto l’occasione d’essere ricordati nel testamento della vecchia, ricca signora, ma

43
essendo realmente disinteressati i March si erano limitati a rispondere: – Non darem-
mo via le nostre ragazze nemmeno per una dozzina di patrimoni. Ricchi o poveri,
vogliamo stare uniti ed essere felici insieme.
Per un certo tempo la vecchia signora si era rifiutata di rivolger loro la parola; ma
le capitò d’incontrare Jo da un’amica, fu colpita dal suo comico viso e dai suoi modi
bruschi e propose di assumerla come dama di compagnia. La cosa non garbava affat-
to a Jo; ma visto che non si presentava niente di meglio accettò, e con grande sorpre-
sa di tutti, riuscì ad andare assai bene d’accordo con l’irascibile parente. Di tanto in
tanto c’era tempesta, e Jo tornava a casa a passo di marcia dichiarando che non l’a-
vrebbe più sopportata; ma la zia March si rasserenava presto e la mandava a chiama-
re con tale urgenza che Jo non si sentiva di rifiutare; in fondo, la vecchia zia tutto pepe
le era simpatica.
Ma è possibile che per Jo la maggiore attrazione fosse costituita da una vasta e
ottima biblioteca, abbandonata alla polvere e ai ragni dopo la morte dello zio March.
Jo ricordava il cortese vecchietto che le permetteva di costruire strade ferrate e ponti
coi grossi dizionari, le raccontava lunghe storie sulle curiose illustrazioni dei libri lati-
ni e le comperava pezzi di panpepato tutte le volte che l’incontrava per strada. La
biblioteca era una stanza semibuia e polverosa; i busti che guardavano giù dagli alti
scaffali, le comode poltrone, i mappamondi e soprattutto la selva di libri in cui pote-
va vagare a suo piacere, la rendevano un’oasi paradisiaca. Appena la zia March comin-
ciava un pisolino o se aveva visite, Jo correva nella stanza quieta e raggomitolata nella
poltrona più comoda divorava poesie, romanzi, libri di storia, di viaggi, d’arte, come
un vero topo di biblioteca. Ma, come sempre, la felicità non durava molto: infallibil-
mente, quando arrivava al momento più interessante del racconto o al verso più dolce
di una canzone, o all’avventura più pericolosa del viaggiatore, uno voce stridula chia-
mava: – Josy-phine! Josy-phine! – e Jo doveva abbandonare il suo paradiso per dipa-
nare un gomitolo, lavare il barboncino e leggere, per ore, i Saggi di Belsham.
L’ambizione di Jo era di poter fare qualcosa di veramente splendido: che cosa, non
ne aveva la minima idea, ma lasciava tempo al tempo e intanto la sua più grossa rinun-
cia era il non poter leggere, correre o cavalcare a suo piacere. Il carattere impetuoso, la
lingua un po’ lunga e la sua irrequietezza la mettevano continuamente nei guai: la sua
vita era un susseguirsi di alti e bassi, ch’erano al tempo stesso comici e patetici. Ma l’e-
sercizio al quale era costretta dalla zia March era proprio quello di cui aveva bisogno,
e il pensiero di riuscire a mantenersi la rendeva felice nonostante l’eterno: Josy-phine!
Beth era invece troppo timida per andare a scuola; aveva provato a farlo, ma era
stata per lei una tale sofferenza che i genitori avevano rinunciato a mandarvela e aveva
studiato in casa col padre. Dopo la sua partenza, e quando anche la madre era stata
chiamata a dedicare capacità ed energia all’Associazione per l’Aiuto all’Esercito, Beth
aveva continuato coscienziosamente da sola, facendo del suo meglio. Era una dolce

44
Capitolo iv

creatura nata per il focolare e aiutava Anna a tener la casa pulita e confortevole per la
gioia di quelli che lavoravano, non aspettando altra ricompensa se non di essere amata.
Le sue lunghe e tranquille giornate non trascorrevano né nella solitudine né nell’ozio:
il suo piccolo mondo era popolato di amici immaginari e lei stessa era industriosa
come un’ape. C’erano sei bambole da alzare e vestire ogni mattina, tutte derelitte fin-
ché Beth non le aveva adottate. Quando le sorelle erano divenute troppo grandi per
avere idoli del genere, le avevano passate a lei, poiché Amy non avrebbe accettato cose
vecchie e brutte. Beth le amava tanto più teneramente proprio per questo e aveva fon-
dato il suo ospedale per bambole inferme. Mai uno spillo veniva conficcato nei vitali
organi di cotone; mai parole aspre né botte, mai l’abbandono rattristava il cuore delle
più repellenti. Erano tutte nutrite e vestite, curate e accarezzate con un affetto che non
veniva mai meno. Una bambola ch’era stata di Jo, ridotta a brandelli dopo una vita
tempestosa, era stata abbandonata nel sacchetto degli stracci, e Beth l’aveva salvata da
quel tetro ospizio per portarla nel suo rifugio. Siccome aveva la testa scoperchiata, le
mise una cuffietta pulita e giacché le mancavano braccia e gambe, nascose queste defi-
cienze avvolgendola in una copertina e le assegnò il letto migliore con la diagnosi d’in-
validità permanente. Era buffo, ma anche commovente veder le cure che prodigava a
questa bambola. Le portava mazzolini di fiori, leggeva per lei ad alta voce, la portava
fuori a prendere una boccata d’aria tenendola sotto il cappotto, le cantava la ninna-
nanna e non andava mai a letto senza aver prima baciato la faccina sporca mormo-
rando teneramente: Spero che passerai una buona notte, povera cara.
Anche Beth aveva i suoi guai come le altre; e poiché non era un angelo ma una
ragazzina molto umana, spesso si faceva «un bel pianto», come diceva Jo, perché non
poteva ricevere lezioni di musica e avere un bel pianoforte. Amava tanto la musica e
tanto si sforzava d’imparare, studiava con tale pazienza sul vecchio strumento tintin-
nante, che veniva voglia di dire (senza allusioni alla zia March) che qualcuno avrebbe
dovuto aiutarla. Nessuno l’aveva aiutata, invece, e nessuno vedeva Beth asciugare le
lagrime che cadevano sui tasti ingialliti che non mantenevano l’accordatura, poiché
piangeva quand’era tutta sola. Lavorando per casa cantava come un’allodola e non era
mai troppo stanca per accompagnare Mami e le ragazze, e un giorno dopo l’altro dice-
va a se stessa, piena di speranza: Finirò per averla, la mia musica, se sarò buona.
Al mondo ci sono molte Beth timide e quiete, sedute negli angoli finché non c’è
bisogno di loro, e vivono per gli altri così lietamente che nessuno vede i sacrifici fino
al momento in cui il grillo del focolare smette di stridere e la dolce solare presenza
svanisce, lasciando dietro di sé ombra e silenzio.
Se qualcuno avesse domandato ad Amy qual era il suo più gran cruccio, avrebbe
risposto senza esitare: ‘il mio naso’. Quand’era in fasce, Jo l’aveva accidentalmente
lasciata cadere sulla cassetta del carbone e Amy sosteneva che quella caduta le aveva
rovinato il naso per sempre. Non era né lungo né rosso; era solo un po’ piatto e tutti i

45
pizzicotti di questo mondo non riuscivano a dargli una punta aristocratica. Al naso di
Amy non badava nessuno, tranne lei, ed esso faceva del suo meglio per crescere, ma
Amy sentiva profondamente la mancanza d’un naso greco e per consolarsi ne disegna-
va di bellissimi, riempiendone molti fogli.
La ‘piccola Raffaello’, come la chiamavano le sorelle, aveva molto talento per il
disegno e non era mai tanto felice come quando copiava fiori, disegnava fate o illu-
strava storie. I suoi maestri si lagnavano perché invece di fare le addizioni riempiva di
animali la sua piccola lavagna; le pagine bianche del suo atlante le servivano a copia-
re carte geografiche, e dai suoi libri, nei momenti meno opportuni, venivano fuori svo-
lazzando le caricature più ridicole. Nello studio faceva del suo meglio e riusciva a sfug-
gire ai rimproveri mantenendo un contegno esemplare. Era la beniamina delle sue
compagne, perché era di buon carattere e possedeva l’arte di piacere senza fare per
questo il minimo sforzo. Le piccole arie che si dava e i suoi vezzi erano molto ammi-
rati, come pure le sue qualità: difatti, oltre a saper disegnare suonava ben dodici melo-
die, lavorava all’uncinetto, e leggeva il francese sbagliando la pronuncia solo su due
terzi delle parole. Aveva un modo un po’ querulo nel dire: ‘Quando papà era ricco
facevamo così e così’ ch’era molto commovente e le sue lunghe parole difficili erano
considerate ‘estremamente eleganti’ dalle compagne.
Amy era sulla buona strada per diventare una personcina viziata; tutti la coccola-
vano, quindi le sue piccole vanità e il suo egoismo si sviluppavano ottimamente. C’era
una cosa, però, che smorzava le sue vanità: doveva portare gli abiti smessi della cugi-
na. La mamma di Florence non aveva l’ombra del buon gusto e Amy soffriva profon-
damente di dover portare una cuffia rossa invece che azzurra, vestiti che le stavano
male, e ridicoli grembiuli che non erano fatti sulla sua misura. Era roba di ottima qua-
lità, ben fatta e quasi nuova; ma il senso artistico di Amy ne soffriva, specie quell’in-
verno perché il suo vestito per la scuola era d’uno smorto color porpora con disegni
gialli e senza guarnizioni.
– La mia sola consolazione – diceva a Meg, con le lagrime agli occhi è che la
mamma non mi accorcia il vestito tutte le volte che sono cattiva, come fa la mamma
di Maria Parks. Cara mia, è proprio una cosa terribile: è tanto cattiva, delle volte, che
il vestito le arriva appena alle ginocchia e non può venire a scuola. Mi sembra una cosa
proprio degenerante e quando ci penso riesco a sopportare meglio il mio naso piatto e
il mio vestito violaceo con tutti quei lampi gialli.
Meg era la confidente e la consigliera di Amy, e per una strana attrazione degli
opposti, Jo lo era della dolce Beth. Soltanto a Jo la timida bambina raccontava tutti i
suoi pensieri, e sulla grande, sventata sorella, Beth aveva inconsciamente molta
influenza, più di qualsiasi altra persona della famiglia. Le due sorelle maggiori erano
molto unite, ma ciascuna aveva preso sotto la sua protezione una delle piccole e la
vigilava a modo suo; lo chiamavano «giocare alle mamme» e con un istinto materno

46
Capitolo iv

di vere piccole donne avevano messo le sorelline al posto delle bambole ormai abban-
donate.
– Avete qualcosa di bello da raccontare? È stata una giornata così deprimente che
muoio dalla voglia di svagarmi un po’ – disse Meg quella sera mentre erano sedute a
cucire.
– A me è successa una cosa buffa, dalla zia, oggi, e poiché l’ho vinta io, ve la rac-
conto subito – cominciò Jo che amava molto raccontare. Stavo leggendo quell’eterno
Belsham, come sempre con voce monotona, così la zia si addormenta e allora io posso
tirar fuori un bel libro e lo leggo in furia finché lei si sveglia. Ma ci sono riuscita tanto
bene che il sonno è venuto a me, e prima che la sua testa cominciasse a ciondolare, ho
fatto un tal sbadiglio che lei mi ha chiesto perché spalancavo la bocca in modo che il
libro potesse starci dentro tutto intero.
– Magari! – le ho risposto cercando di non essere impertinente. – Così sarebbe
finita una volta per tutte. – Allora mi ha fatto una gran predica sui miei difetti e mi
ha detto di pensarci mentre lei «si perdeva» per un momento. Non si «ritrova» mai
molto presto, così appena la sua cuffia ha cominciato a dondolare come una grossa
dalia in cima allo stelo, ho tratto dalla mia tasca il Vicario di Wakefield e ho letto a più
non posso, un occhio su di lui e uno sulla zia. Arrivata al punto in cui tutti rotolano
nell’acqua, me ne sono dimenticata, ho riso forte, la zia si è svegliata, ed essendo di
buon umore dopo il sonnellino mi ha detto di leggergliene un po’, perché voleva vede-

47
re quale frivola lettura preferivo al degno e istruttivo Belsham. Ho fatto così del mio
meglio e le è piaciuto, soltanto ha detto: Non ci capisco niente, torna indietro e rico-
mincia dal principio, bambina. Così son tornata indietro e ho reso i Primrose il più
possibile attraenti. A un certo punto sono stata proprio maligna, mi sono fermata
s’una scena culminante per chiedere in tono sommesso: Forse ti ho stancata, zia? Devo
smettere, ora? Lei ha ripreso il lavoro a maglia che le era caduto in grembo, mi ha dato
un’occhiata scrutatrice di dietro agli occhiali e ha detto nel suo modo brusco: Finisci
il capitolo e non essere impertinente, signorina.
– E l’ha ammesso che le piaceva? – chiese Meg.
– Macché! Però ha lasciato riposare il vecchio Belsham; e quando nel pomeriggio
sono tornata lì di corsa a prendere i guanti, l’ho trovata che divorava il Vicario, così
presa dalla lettura che non mi ha sentita ridere mentre ballavo una giga nell’ingresso,
pensando al buon tempo che potrebbe venire. Che vita piacevole potrebbe avere, se
soltanto lo volesse. Non la invidio affatto, nonostante i suoi quattrini, perché dopo
tutto i ricchi hanno altrettante preoccupazioni dei poveri, credo – concluse Jo.
– A proposito – disse Meg – ho anch’io qualcosa da raccontare. Non è divertente
come la storia di Jo, ma ho dovuto pensarci su, tornando a casa. Oggi, dai King, tutti
erano molto agitati, una delle bambine ha detto che il fratello maggiore aveva fatto
qualcosa di orribile e il padre l’aveva mandato via di casa. La signora King piangeva,
il signor King parlava molto forte, e Grazia e Ellen hanno voltato la faccia dall’altra
parte quando mi sono passate vicino, perché non vedessi che avevano gli occhi rossi.
Non ho fatto domande, naturalmente, mi è dispiaciuto per loro e mi sono sentita ben
contenta di non aver fratelli scapestrati che combinano guai e disonorano la famiglia.
– Io credo che essere disonorati a scuola è molto più peggio di qualsiasi cosa fatta
dagli scapestrati – disse Amy scuotendo la testa, come se avesse una profonda espe-
rienza delle cose della vita. – Susie Perkins oggi è venuta a scuola e aveva al dito un
delizioso anello con una corniola; avrei voluto averlo io e ho desiderato con tutte le
mie forze di essere lei. Bene, poi ha disegnato una caricatura del signor Davis, con un
naso mostruoso, la gobba, e le parole: ‘Signorine, il mio occhio vi guarda!’ che gli usci-
vano dalla bocca in un fumetto. Stavamo ridendo a più non posso, ma a un tratto il
suo occhio si è veramente posato su di noi e ha ordinato a Susie di portargli la lava-
gna. Susie era come paralitica dalla paura, ma ha dovuto andare, e sapete cosa ha fatto
lui? L’ha presa dall’orecchio... sì, dall’orecchio!... figuratevi che cosa orrenda è stata!
l’ha portata sulla pedana della recitazione e l’ha fatta rimanere lì mezz’ora, in piedi,
con la lavagna in mano, in modo che tutti la vedessero.
– E le ragazze non sghignazzavano vedendo il disegno? – domandò Jo che gusta-
va molto situazioni del genere.
– Ridere? Nemmeno una! Stavamo mute come pesci e Susie ha pianto litri di
lagrime, lo so. E allora non l’ho più invidiata, perché dopo una cosa simile nemmeno

48
Capitolo iv

un milione di anelli di corniola mi avrebbero resa felice. Mai, mai sarei riuscita a supe-
rare una mortificazione tanto angosciosa – e Amy riprese il suo lavoro e sembrò orgo-
gliosa per la virtù dimostrata e per il fatto di aver pronunciato bene, senza riprendere
fiato, due parole lunghe e difficili.
– Io ho veduto una cosa che mi è piaciuta, questa mattina, volevo raccontarvela a
cena, ma me ne sono dimenticata – disse Beth che metteva ordine nel cestino da lavo-
ro di Jo, come sempre tutto sossopra. – Sono andata a comperare ostriche per Anna e
alla pescheria c’era il signor Laurence; ma non mi ha vista perché mi ero messa die-
tro un barile e lui stava parlando col pescivendolo, il signor Cutter. Una povera donna
è entrata con un secchio e uno straccio e ha domandato al signor Cutter se aveva biso-
gno di un po’ di pulizia in cambio d’un pesce, perché non aveva cena per i suoi bam-
bini e la giornata di lavoro non le era stata pagata. Il signor Cutter aveva una gran fret-
ta e le ha risposto di no in tono piuttosto sgarbato; e lei stava per andarsene mortifi-
cata e affamata quando il signor Laurence col manico del suo bastone ha agguantato
un grosso pesce e gliel’ha dato. La donna è stata così sorpresa e felice che ha stretto il
pesce nelle braccia e non finiva più di ringraziare. Lui le ha detto di andare a casa a
cucinarlo e lei è corsa via beata e contenta! Non vi pare che sia stato buono a far così?
E lei era così buffa con quel pesce viscido stretto al petto mentre augurava al signor
Laurence un ‘comodo’ letto in paradiso.
Tutte risero della storia di Beth, poi ne chiesero una alla mamma; e, dopo aver
riflettuto un momento, la signora March cominciò con calma:
– Oggi ero seduta nella camerata a tagliare una giacca blu di flanella e sentivo d’es-
sere molto in ansia per papà; pensavo a quanto saremmo sole e indifese se gli doves-
se capitare qualcosa. Non avrei dovuto lasciarmi andare a quell’ansia, ma continuavo
a essere inquieta quando è entrato un vecchietto che portava un ordine per certi indu-
menti. Si è seduto vicino a me e ho cominciato a parlargli perché mi è sembrato pove-
ro, stanco e preoccupato. – Ha dei figli sotto le armi? – gli ho chiesto, giacché il
biglietto che aveva portato non era per me.
– Sì, signora. Ne avevo quattro, ma due sono stati uccisi, uno è prigioniero e sto
per andare dal quarto che è in ospedale a Washington, molto ammalato – mi ha rispo-
sto sottovoce, quietamente.
– Lei ha fatto molto per il suo paese, signore – gli ho detto, e provavo per lui più
rispetto che pena.
– Solo il mio dovere, signora, niente di più. Sarei andato anch’io se servisse a qual-
cosa. Ma già che non posso, ho dato i miei ragazzi e li dò gratuitamente.
– Parlava con tanta sincerità e sembrava così sincero che mi vergognai. Io ho dato
un uomo soltanto e mi sembrava anche troppo, lui ne dava quattro e non si lamenta-
va. Quando rientro a casa io ho il conforto delle mie ragazze e lui... Il suo ultimo figlio
è lontano e lo sta aspettando per dirgli forse addio. Mi sono sentita così ricca, così feli-

49
ce pensando a tutta questa benedizione su di me che gli ho preparato un bel pacco, gli
ho dato un po’ di soldi e l’ho anche ringraziato di cuore per la lezione che avevo rice-
vuto da lui.
– Raccontane un’altra, mamma. Con la morale, come questa. Mi piace ripensarla
dopo, perché sono storie vere e non predicozzi – disse Jo dopo un silenzio.
La signora March sorrise e ricominciò subito; già da molti anni raccontava storie
al suo piccolo pubblico e sapeva bene come accontentarlo.
– Una volta c’erano quattro ragazze che avevano da mangiare, da bere e da vestir-
si; molte comodità e svaghi, buoni amici e genitori affettuosi che volevano loro molto
bene; eppure non erano soddisfatte. – (A questo punto le ascoltatrici si guardarono
timidamente l’un l’altra e ripresero a cucire con molta diligenza). – Queste ragazze
desideravano sinceramente di esser buone e facevano molti ottimi propositi, ma in un
modo o nell’altro non riuscivano a mantenerli e dicevano continuamente: ‘se avessimo
questo’ o ‘se potessimo far quello’, dimenticando sempre che avevano già tanto e che
in realtà potevano far molte cose piacevoli. Così domandarono a una vecchietta quale
incantesimo avrebbe potuto renderle felici e lei rispose: «quando vi sentite insoddi-
sfatte pensate alla benedizione di tutto quel che avete e siatene contente». (Qui Jo alzò
subitamente gli occhi, come se fosse sul punto di parlare, ma cambiò idea vedendo che
la storia non era finita).
– Erano ragazze ragionevoli e decisero di seguire il consiglio, scoprendo ben pre-
sto con molta sorpresa che non avevano ragione di lamentarsi. Una di esse capì che il
denaro non è sufficiente a tener lontani il dolore e la vergogna dalla casa dei ricchi;
un’altra che, sebbene fosse povera, la gioventù, il buonumore e la salute la rendevano
assai più felice d’una certa signora stizzosa, con tanti anni addosso, che non sapeva
godersi quel che aveva; una terza che, per quanto fosse noioso preparare una cena, era
ben peggio doverla chiedere per carità; e la quarta che perfino gli anelli di corniola
valgono meno della propria dignità. Così furono tutte d’accordo che avrebbero smes-
so di lamentarsi e che si sarebbero accontentate di quello che avevano, cercando anzi
di meritarselo per timore di perderlo invece di vederlo aumentare. E credo che non
fossero mai deluse dai consigli della vecchietta e non si pentissero mai d’averlo segui-
to.
– Brava Mami! Sei stata molto abile nel rivoltare le nostre chiacchiere e farne un
sermone contro di noi invece di raccontarci una storia! esclamò Meg.
– Questo genere di prediche mi piace. Somiglia a quelle che faceva papà – osser-
vò Beth pensosa, infilando gli aghi nel puntaspilli di Jo.
– Io mi lamento molto meno degli altri, e starò più attenta che mai ora che ho
avuto la lezione del ‘crollo’ di Susie – disse Amy, in tono virtuoso.
– Avevamo bisogno d’una lezione e non la dimenticheremo. Se ce la dimentichia-
mo, ripetici quel che diceva sempre la vecchia Cloe nella Capanna dello zio Tom:

50
Capitolo iv

«Contentatevi, ragazzini, contentatevi» – aggiunse Jo che a nessun costo avrebbe


rinunziato a cavar fuori un po’ di comicità dal piccolo sermone, benché l’avesse preso
a cuore quanto tutte le altre.

51
52
Capitolo v
Il buon vicinato

– Che cosa hai intenzione di combinare adesso, Jo? – domandò Meg un pomerig-
gio nevoso vedendo la sorella attraversare l’ingresso a passi pesanti, in stivali di
gomma, un vecchio paltò a sacco con un cappuccio, una scopa in una mano e una pala
nell’altra.
– Vado fuori a muovermi un po’ – rispose Jo con un lampo di malizia negli occhi.
– Mi sembra che le due camminate di questa mattina dovrebbero bastare. Fa fred-
do, fuori, il tempo è brutto e faresti meglio a startene in casa vicino al fuoco, con me
– fece Meg, rabbrividendo.
Mai ascoltare consigli. Non posso star ferma tutto il giorno, non sono un gatto e
non mi piace dormicchiare davanti al caminetto. Mi piacciono le avventure e vado a
cercarmele.
Meg tornò accanto al fuoco ad arrostirsi leggendo Ivanhoe; Jo, con grande energia,
cominciò a spalare i sentieri. La neve era soffice e ben presto con la sua pala aprì un
passaggio tutto intorno al giardino perché Beth potesse passeggiarvi appena fosse
spuntato il sole: le bambole inferme avevano bisogno d’aria. Il giardino separava la
casa dei March da quella del signor Laurence; le due case erano quasi in campagna,
in una zona della periferia che aveva ancora prati e boschetti, grandi giardini e strade
tranquille. Una siepe divideva le due proprietà. Da un lato una vecchia casa dall’into-
naco scuro, piuttosto malandata e spoglia quand’era priva dei rampicanti che l’estate
ricoprivano i muri e dei fiori che la circondavano durante la buona stagione; dall’altro
un imponente palazzo di pietra che lasciava intravedere le comodità e il lusso, con
un’ampia rimessa, un giardino curatissimo, una stupenda serra, e fra le ricche tende
lampeggiavano altre magnifiche cose. Eppure sembrava una casa vuota, senza vita;
non si vedevano bambini correre sul prato, nessun viso materno sorrideva alle finestre,
poche persone entravano e uscivano, a parte il vecchio signore e suo nipote.
Alla vivace fantasia di Jo la bella casa sembrava una specie di palazzo incantato,
colmo di splendori e delizie di cui nessuno godeva. Da molto tempo desiderava di
poter conoscere quelle misteriose meraviglie e far amicizia col ‘giovane Laurence’, che
aveva l’aria di voler essere meglio conosciuto, se solo avesse saputo di dove comincia-

53
re. Dopo la festa Jo lo desiderava più che mai e aveva studiato varie maniere per far
amicizia; ma negli ultimi tempi non l’aveva più veduto e cominciava a pensare che
fosse partito quando un giorno aveva notato un viso bruno che, a una delle alte fine-
stre, sembrava spiare nel loro piccolo giardino dove Beth e Amy si lanciavano palle di
neve.
– Questo ragazzo ha bisogno di compagnia e di svago – si era detta Jo. – Suo
nonno non si rende conto che gli farebbe bene e lo tiene chiuso in casa, invece. Ha
bisogno di giocare con una banda di ragazzi allegri o almeno con gente giovane e
spensierata. Ho una gran voglia di andarglielo a dire, a questo signor Laurence.
L’idea la divertiva perché le piaceva far cose azzardate e le sue curiose macchina-
zioni scandalizzavano Meg. Il progetto di ‘andare a dirglielo’ non fu dimenticato; e
quel pomeriggio nevoso decise Jo a tentare il possibile. Vide uscire il signor Laurence
e pensò la sortita per spalare la neve fino alla siepe; là si arrestò per studiare le posi-
zioni. Tutto tranquillo, tende accostate alle finestre del pianterreno, nessun domesti-
co in giro e nulla di umano in vista tranne quella testa bruna e ricciuta poggiata a una
mano sottile, alla solita finestra.
– Eccolo – pensò Jo – povero ragazzo, tutto solo e malato in questa giornata tetra.
È una vergogna! Gli butto una palla di neve, così guarderà fuori. Poi gli dirò qualco-
sa di gentile.
Una manata di neve soffice andò su, la testa si volse subito e dal viso scomparve
immediatamente quell’aria d’indifferenza, s’illuminarono gli occhi bruni e la bocca
cominciò a sorridere. Jo fece un cenno con la testa, rise e agitò la scopa.
– Come stai? – chiese. – Sei ammalato?
Laurie aprì la finestra e gracchiò rauco come un corvo: – Meglio, grazie. Ho avuto
un tremendo raffreddore e me ne sto chiuso da una settimana.
– Oh, mi dispiace. Ma che cosa fai per divertirti?
– Niente. Sembra una tomba, quassù.
– Non leggi?
– Non molto. Non mi permettono di leggere.
– E non c’è nessuno che possa leggere per te?
– Il nonno, ogni tanto. Ma i miei libri non lo interessano e mi secca chiederlo con-
tinuamente a Brooke.
– Allora invita qualcuno a farti compagnia.
– Non ho voglia di veder gente. I ragazzi fanno troppo baccano e io ho la testa
vuota...
– Non c’è qualche brava ragazza che possa venire a leggerti per distrarti un po’? Le
ragazze sono più tranquille e si divertono a far le infermiere.
– Non ne conosco.
– Conosci noialtre... – cominciò Jo, e s’interruppe ridendo.

54
Capitolo v

– È vero. E tu verresti, per piacere? – gridò Laurie.


– Non sono né brava né tranquilla. Ma se la mamma me lo permette, vengo. Vado
a chiederglielo. Chiudi la finestra, ora, e aspettami.
Così Jo si mise la scopa in spalla e andò verso casa a passo di marcia chiedendosi
che cosa avrebbero detto in famiglia. Laurie, un po’ eccitato all’idea di aver compa-
gnia, si diede da fare per prepararsi; infatti, come aveva detto la signora March, era
«un piccolo gentiluomo» e voleva onorare l’ospite in arrivo. Si spazzolò la testa ric-
ciuta, si cambiò il colletto e cercò di mettere un po’ d’ordine nella stanza che, non-
ostante la mezza dozzina di domestici, era tutt’altro che a posto. Infine, dopo una
sonora scampanellata, una voce decisa chiese del ‘Signor Laurie’ e un domestico, assai
sorpreso, salì di corsa ad annunciare una signorina.
– Bene, l’accompagni su, è la signorina Jo – disse Laurie andandole incontro sulla
porta del salottino; e Jo apparve, rosea, gentile e disinvolta, con un piatto coperto in
una mano e i tre gattini di Beth nell’altra.
– Eccomi qui, armi e bagagli! – disse, spicciativa. – La mamma ti manda tanti
affettuosi saluti, Meg ha voluto che ti portassi un po’ del suo biancomangiare, lo fa
molto bene; e Beth ha pensato che i suoi gatti ti conforterebbero. Lo so che ti faran-
no ridere, ma non potevo dirle di no, ci teneva tanto a fare qualcosa per te.
Ma fu proprio il buffo prestito di Beth a rompere il ghiaccio, ridendo per i gattini
Laurie dimenticò la sua timidezza e divenne subito socievole.
– Sembra troppo bello per man-
giarlo – disse poi sorridendo di piace-
re quando Jo scoprì il piatto e mostrò
il biancomangiare circondato di foglie
verdi e dei fiori rossi del geranio pre-
ferito di Amy.
– Non è niente, vogliono soltanto
mostrarti la loro simpatia. Di’ alla
ragazza di metterlo da parte per il tè;
è una cosa semplice, potrai mangiarla;
e poi è morbida, e scivolerà giù senza
farti male alla gola. Che simpatica, la
tua stanza!
– Lo sarebbe se fosse tenuta
meglio. Ma le domestiche sono pigre
e non riesco a ottenere che ci badino
un po’ di più. Mi secca, però.
– Ma lo faccio io in due minuti!
Basta dare una scopatina qui davanti

55
al fuoco, così... E riordinare gli oggetti sulla mensola, così... Mettere qui i libri e là le
bottiglie, voltare il divano perché abbia luce e sprimacciare un po’ i cuscini. Ecco fatto,
adesso sei a posto.
E fu proprio così: chiacchierando e ridendo Jo aveva riordinato ogni cosa rapida-
mente e la stanza ebbe subito un altro aspetto. Laurie era rimasto a guardarla in un
rispettoso silenzio e quando Jo gli indicò con un cenno il divano, sedette con un sospi-
ro di soddisfazione e disse grato: – Come sei gentile! Sì, era proprio quel che ci vole-
va. Ma ora siedi nella poltrona, per favore, e lascia che io faccia qualcosa per divertire
la mia ospite.
– Ma no, sono io che ti devo divertire. Vuoi che legga? – e Jo guardò con occhi
pieni di desiderio gli affascinanti libri che erano vicini.
– Grazie, li ho letti tutti, e se non ti dispiace vorrei chiacchierare rispose Laurie.
– Nemmeno un po’. Ma sono capace di parlare tutta la giornata, se m’inviti a farlo.
Beth dice che non capisco mai quando devo smettere.
– Beth è quella tutta rosea, che sta molto a casa e ogni tanto esce con un cestino,
vero? – chiese Laurie, con interesse.
– Sì, è lei. È la mia ragazzina ed è veramente buona.
– Quella carina è Meg e Amy ha i capelli ricci, mi pare?
– Come l’hai indovinato?
Laurie arrossì ma rispose con franchezza: – Ecco, vi sento quando vi chiamate l’un
l’altra, e quando sono qui solo non resisto alla tentazione di guardare la vostra casa e
mi sembra che vi divertiate molto. Scusami se sono tanto maleducato, ma dimentica-
te spesso di tirar giù la tenda della finestra dove ci sono i fiori e quando i lumi sono
accesi è come guardare un quadro... Il fuoco acceso, voi intorno alla tavola, vostra
madre che siede di fronte alla finestra... Il suo viso è così dolce, dietro i fiori, che non
posso fare a meno di guardare. Io non ho più la mamma, sai... – e Laurie si chinò ad
attizzare il fuoco per celare la piccola contrazione delle labbra che non riuscì a domi-
nare.
La solitudine e il gran desiderio d’affetto che esprimevano gli occhi di Laurie le
toccarono il cuore. Jo era stata educata alla semplicità, non aveva storie per la testa, e
a quindici anni era franca e innocente come una bambina. Laurie era ammalato e sof-
friva di solitudine; e lei, ricca di affetti e di felicità familiare, sentì subito il desiderio
di provare a dividerli con lui. Il suo viso bruno ebbe una calda espressione di amicizia
e la sua voce fu insolitamente gentile dicendo: – Non abbasseremo mai più quella
tenda, te lo prometto, e ti lasceremo guardare quanto vuoi. Però sarebbe meglio che
invece di spiare tu venissi a trovarci. La mamma è splendida, ti farebbe un sacco di
bene conoscerla; Beth canterebbe per te se io glielo chiedo, e Amy ballerebbe. Meg ed
io ti faremmo ridere mostrandoti i nostri ridicoli costumi teatrali e ci divertiremmo
un mondo. Pensi che tuo nonno ti permetterebbe di venire?

56
Capitolo v

– Credo di sì, se glielo chiedesse tua madre. `È molto buono, anche se non sem-
bra, e mi lascia fare tutto quel che voglio, ha soltanto paura di dar fastidio agli estra-
nei – disse Laurie, il cui buon umore aumentava.
– Non siamo estranei, siamo vicini di casa e non devi pensare che ci daresti fasti-
dio. Vogliamo conoscerti meglio e io mi ci provo da un pezzo! Siamo qui da molto
tempo, sai, e conosciamo quasi tutti i vicini, tranne voi.
– Vedi, il nonno vive tra i suoi libri e non bada molto a quel che succede fuori. Il
signor Brooke, il mio precettore, non abita qui e non ho nessuno con cui andare in
giro, così me ne rimango a casa e mi arrangio come posso.
– Male! Devi fare uno sforzo e andare da tutti quelli che t’invitano. Ti faresti un
sacco di amici e avresti luoghi piacevoli da frequentare. Non te la prendere se sei timi-
do, vedrai che non durerà.
Laurie arrossì di nuovo, ma non si sentì offeso dall’accusa di timidezza; la buona
volontà di Jo era palese e non sarebbe stato possibile prendersela per la sua franchez-
za.
– Ti piace la tua scuola? – chiese il ragazzo, cambiando d’argomento dopo una pic-
cola pausa durante la quale aveva contemplato il fuoco e Jo s’era guardata intorno,
soddisfatta.
– Non vado a scuola. Sono un uomo d’af... una donna d’affari, volevo dire. Vado a
tener compagnia a una mia zia, una cara, irritabile vecchia zia – rispose Jo.
Laurie aveva aperto la bocca per fare un’altra domanda, ma in tempo si ricordò che
non stava bene chiedere troppe cose sulle faccende degli altri, e tacque, un po’ imba-
razzato. Jo ammirò la sua buona educazione, ma poiché non le dispiaceva farsi ogni
tanto una risata alle spalle della zia, si mise a descrivere con allegria l’irrequieta signo-
ra, il suo grasso barboncino, il pappagallo che parlava spagnolo e la biblioteca di cui
lei si nutriva. Laurie si divertì moltissimo; e quando Jo gli raccontò del cortese vec-
chio gentiluomo venuto una volta a corteggiare la zia March, ma al quale, nel momen-
to culminante d’un bel discorso Polly aveva strappato la parrucca con un colpo di
becco, spaventandolo assai, il ragazzo si lasciò andare contro lo schienale ridendo fin
tanto che le lagrime gli scesero sulle guance e una cameriera mise dentro la testa per
vedere quel che succedeva.
– Ah, come mi fa bene! Continua, ti prego – disse Laurie alzando il viso colorito
e allegro dal morbido cuscino dove l’aveva affondato.
Esaltata dal successo, Jo continuò e si mise a raccontare delle recite e dei progetti,
delle speranze e delle paure per il padre, e tutti i più interessanti avvenimenti del pic-
colo mondo in cui viveva con le sorelle. Poi parlarono di libri e Jo scoprì che Laurie li
amava tanto quanto lei e ne aveva letti molti di più.
– Se ti piacciono tanto, vieni giù a vedere i nostri. Il nonno è fuori, non devi aver
paura – disse Laurie, alzandosi.

57
– Ma io non ho paura di niente – ribatté Jo con un brusco moto del capo.
– Lo credo bene! – esclamò il ragazzo guardandola ammirato e tuttavia non
potendo far a meno di pensare che avrebbe avuto ragione d’impaurirsi se avesse incon-
trato il nonno in uno dei suoi momenti di malumore.
Tutta la casa era ben riscaldata e Laurie la guidò di stanza in stanza, lasciando che
Jo si fermasse a guardare meglio tutto ciò che la colpiva; e arrivarono infine alla biblio-
teca. Jo si mise a batter le mani e a saltare, come sempre faceva quand’era particolar-
mente eccitata. La stanza era tutta rivestita di libri; c’erano quadri e statue, piccole
vetrine da far perdere la testa, piene di monete e di curiosità, comode poltrone, strani
tavolini e bronzi; ma la cosa più bella era un grande camino aperto, decorato tutto
intorno di stupende mattonelle.
– Che splendore! – sospirò Jo lasciandosi sprofondare in una poltrona di velluto e
guardando in giro con intensa soddisfazione. – Theodore Laurence, dovresti essere il
ragazzo più felice del mondo.
– Non si vive di soli libri – disse Laurie scuotendo la testa, appollaiato su un tavo-
lo di fronte a lei.
Prima che potesse aggiungere altro, si sentì una scampanellata e Jo balzò in piedi,
allarmata: – Povera me! È tuo nonno!
– E allora? Ammettiamo che sia lui... Tu non hai paura di niente ribatté il ragaz-
zo, con malizia.
– Un pochettino di paura ce l’ho, e non dovrei. Mami ha detto che potevo venire
e non credo che per questo tu stia peggio di prima – disse Jo riprendendosi, ma con
gli occhi fissi alla porta.
– Anzi, sto molto meglio e te ne sono grato. Ho solamente paura che ti abbia stan-
cato parlarmi. Ma era così divertente! Mi sarebbe dispiaciuto se tu ti fossi fermata –
e Laurie sembrava pieno di riconoscenza.
– Il dottore è venuto per vederla, signore – annunciò la cameriera dalla soglia.
– Ti dispiace se ti lascio sola un momento? Devo proprio farmi visitare.
– Non preoccuparti. Mi sento come un grillo, qui – rispose Jo.
Laurie uscì e intanto la sua ospite si divertì a modo suo. Quando la porta si aprì
di nuovo lei stava in piedi davanti a un bel ritratto del vecchio signore, e senza voltar-
si disse col suo tono deciso: – Sai, ora sono certa che non avrei paura di lui, perché ha
uno sguardo gentile, sebbene la bocca sia dura e sembri avere una volontà di ferro.
Non è bello come mio nonno, ma mi piace.
– Grazie, madame – disse alle sue spalle una voce burbera; giacché, con suo grave
spavento, lì dietro stava ora in piedi il signor Laurence.
La povera Jo non avrebbe potuto diventare più rossa, il suo cuore batteva a preci-
pizio mentre pensava a quel che aveva detto. Per un momento fu presa da un deside-
rio pazzo di darsela a gambe, ma sarebbe stata una vigliaccheria e, a casa, le ragazze

58
Capitolo v

l’avrebbero burlata; così decise di rimanere e di cavarsela come meglio poteva. Una
seconda occhiata le mostrò che sotto le sopracciglia grige e cespugliose gli occhi viva-
ci del signor Laurence avevano un’espressione più gentile di quelli del ritratto; e una
punta di malizia che smorzò di molto la sua paura. Ma, dopo una pausa angosciosa la
burbera voce, più burbera che mai, bruscamente domandò: – Non hai paura di me,
allora?
– Non molto, signore.
– E ti sembra che io non sia bello come tuo nonno?
– Non proprio, signore.
– E ho una volontà tremenda, vero?
– Ho detto soltanto che mi sembra così.
– E ciò nonostante ti sono simpatico?
– Sì, signor Laurence.
La risposta sembrò fargli piacere, ebbe una breve risatina, le strinse la mano e met-
tendole un dito sotto il mento le alzò il viso e dopo averlo esaminato seriamente lo

59
lasciò andare e disse, con un cenno della testa: – Di tuo nonno hai lo spirito se non la
faccia. Era un uomo eccellente, mia cara, ma era anche qualcosa di più e di meglio: un
uomo coraggioso e onesto ed ero fiero di essere suo amico.
– Grazie, signore. – Adesso Jo si sentiva meglio, tanto più ch’era dello stesso pare-
re.
– E cosa stavi facendo col mio ragazzo? – fu la domanda seguente, a bruciapelo.
– Ho soltanto cercato d’essere una buona vicina, signor Laurence – e poi gli disse
com’era accaduto che fosse venuta a visitarlo.
– Credi che abbia bisogno di distrarsi un po’, vero?
– Sì, lo credo. Mi pare che si senta un po’ solo e forse la compagnia di altri ragaz-
zi gli farebbe bene. Noi siamo tutte femmine, ma saremmo felici se potessimo fare
qualcosa, non abbiamo dimenticato gli splendidi regali di Natale che ci avete manda-
to.
– Via! Via! Se n’è occupato il ragazzo. E come sta quella povera donna?
– Assai meglio – e Jo si lanciò, parlando molto in fretta, a raccontargli degli
Hummel ch’erano stati raccomandati dalla signora March ad amici più ricchi di lei.
– È proprio come suo padre, nel fare del bene. Un bel giorno andrò a trovarla,
diglielo. Ecco il campanello per il tè; lo prendiamo presto, per via del ragazzo.
Andiamo giù e continua a fare la buona vicina.
– Se le fa piacere che io rimanga, signor Laurence.
– Non te lo chiederei, altrimenti – e le offerse il braccio in modo antiquato e cor-
tese.
– Che direbbe Meg se mi vedesse? – pensò Jo, condotta via di buon passo, gli occhi
sprizzanti d’allegria all’idea del racconto che avrebbe fatto a casa.
– Eh! che diavolo gli sta prendendo?! – esclamò il vecchio signore nel vedere
Laurie scendere di corsa le scale e fermarsi sbalordito allo stupefacente spettacolo di
Jo a braccetto col suo terribile nonno.
– Non sapevo che tu fossi tornato – esclamò Laurie, mentre Jo gli lanciava un’oc-
chiatina di trionfo.
– È evidente, da come scendi a precipizio le scale. Vieni a prender il tè, giovanot-
to, e comportati da gentiluomo – e dopo aver dato una tirata di capelli al ragazzo,
invece di una carezza, il signor Laurence riprese a camminare; Laurie, alle loro spal-
le, si lanciò in una serie di comiche evoluzioni che per poco non provocarono in Jo
uno scoppio di risa.
Il signor Laurence parlò pochissimo mentre beveva le sue quattro tazze di tè; ma
osservò i due ragazzi che come due vecchi amici chiacchieravano senza smettere un
attimo e non gli sfuggì il cambiamento in suo nipote. Nel suo viso, adesso, c’erano
colore, luce e vita, molta vivacità nei suoi modi e una genuina allegria nelle sue risate.
– Ha ragione, la bambina, il ragazzo si sente solo. Vediamo che cosa potranno fare

60
Capitolo v

per lui le quattro sorelle – pensava il signor Laurence mentre guardava e ascoltava: Jo
gli era piaciuta, il suo curioso modo di fare, la sua franchezza gliela rendevano simpa-
tica e gli sembrava che capisse il ragazzo quasi come se anche lei fosse un maschio.
Se i Laurence fossero stati ciò che Jo chiamava ‘smorfiosi e scoccianti’ e la rende-
vano timida e impacciata, non si sarebbe trovata per nulla bene con loro; ma trovan-
doli così semplici e disinvolti si sentì a suo agio e fece lei stessa un’ottima impressio-
ne. Quando si alzarono da tavola Jo avrebbe voluto andar via, ma Laurie disse che
voleva farle vedere ancora qualcosa e la portò nella serra ch’era stata appositamente
illuminata. A Jo la serra sembrò addirittura favolosa e andò su e giù per i sentieri,
godendo delle pareti fiorite ai due lati, della tenue luce, dell’umida aria profumata,
delle viti e dei magnifici alberi, così alti che i rami pendevano sulla sua testa; intanto
il suo nuovo amico tagliava i più bei fiori sino ad averne le mani piene e li riunì poi in
un mazzo dicendo con lo sguardo felice che Jo amava vedere in lui: – Portali a tua
madre, per piacere. E dille che la medicina che mi ha mandato mi piace molto.
Trovarono il signor Laurence in piedi davanti al fuoco nel grande salotto, ma l’at-
tenzione di Jo fu subito attratta dal grande pianoforte a coda, aperto.
– Suoni? – domandò rivolgendosi a Laurie, piena di rispetto.
– Qualche volta – rispose lui modestamente.
– Suonami qualche cosa, ti prego. Voglio sentirti, così poi lo racconto a Beth.
– Non vuoi suonare tu, prima?
– Non so suonare, io. Troppo stupida per imparare. Ma adoro la musica. Laurie
suonò e Jo ascoltò col naso immerso nell’eliotropio e nella rosa tea. Il suo rispetto e la
sua ammirazione per il ‘giovane Laurence’ aumentarono; suonava molto bene e non si
dava arie, per questo. Le sarebbe piaciuto che lo sentisse Beth, ma non lo disse; lo elo-
giò, invece, sino a farlo ridiventare timido e il nonno accorse in suo aiuto dicendo: –
Basta, basta, cara la mia ragazza. Troppi zuccherini gli faranno male. Suona abba-
stanza bene, ma spero che riuscirà a fare altrettanto bene cose più importanti. Vai via?
Ti sono grato per la tua gentilezza e spero che verrai ancora a trovarci. I miei ossequi
alla mamma. Buona notte, dottor Jo. – Le strinse la mano gentilmente, ma sembrava
contrariato. Quando furono nell’ingresso Jo chiese a Laurie se avesse detto qualcosa
che non andava, ma Laurie scosse la testa.
– No, è per me. Non gli piace sentirmi suonare.
– E perché?
– Te lo dirò, un giorno. Ti accompagna John, io non posso uscire.
– Non ce n’è bisogno. Io non sono una signorina e siamo a due passi. Curati, mi
raccomando.
– Sì, ma tu verrai ancora, spero?
– Solo se mi prometti che verrai a vederci quando starai bene.
– Te lo prometto.

61
– Buona notte, Laurie.
– Buona notte, Jo, buona notte!
Quando Jo ebbe raccontato le avventure di quel pomeriggio, in famiglia sarebbe-
ro state tutte pronte a recarsi in massa dai vicini; per ciascuna di loro la vecchia casa
oltre la siepe aveva una particolare attrattiva. La signora March ci sarebbe andata per
parlare del padre col vecchio signore che non l’aveva dimenticato; Meg desiderava
passeggiare nella serra; Beth sospirava il pianoforte a coda; Amy era impaziente di
vedere i bei quadri e le belle statue.
– Mamma, perché al signor Laurence non fa piacere che Laurie suoni? domandò
Jo, sempre curiosa.
– Non ne sono certa, ma credo che sia perché suo figlio, il padre di Laurie, aveva
sposato un’italiana, una musicista, e questo dispiacque al vecchio, che è molto orgo-
glioso. Benché fosse una signora assai buona, bellissima e fine, lui non l’accettò e non
volle più vedere il figlio dopo il suo matrimonio. Tutti e due morirono quando Laurie
era ancora piccolo, quindi il nonno dovette prendere con sé il bambino. Io credo che
il ragazzo, che è nato in Italia, non sia molto robusto e per questo il nonno è così
apprensivo. Laurie ha certamente ereditato dalla madre l’amore per la musica e temo
che il nonno abbia paura che anche lui voglia fare il musicista. Il suo talento gli ricor-
da la donna che non amava affatto. Ecco le ragioni per cui a Jo è sembrato che ad un
certo punto si «accendesse».
– Com’è romantico, cara mia! – esclamò Meg.
– Com’è sciocco! – disse Jo. – Se vuol fare il musicista, che glielo lasci fare e non
lo tormenti per mandarlo invece all’università.
– Per questo ha quei bellissimi occhi neri e quelle belle maniere. Tutti gli italiani
sono così, credo – disse Meg, ch’era un po’ sentimentale.
– Cosa ne sai dei suoi occhi e delle sue maniere? Non gli hai quasi mai parlato! –
esclamò Jo, che non era affatto sentimentale.
– L’ho visto alla festa e da quello che dici si capisce che è molto educato. Il suo
discorsetto sulla medicina che gli ha mandato la mamma è molto carino.
– Credo che parlasse del biancomangiare.
– Come sei sciocca, bambina mia. Intendeva te, naturalmente.
– Ah sì? – e Jo spalancò gli occhi come se non le fosse affatto venuto in mente fino
ad allora.
– Mai vista una ragazza come te! Ti fanno un complimento e non lo capisci – disse
Meg con l’aria della giovane signora che se ne intende.
– Sono delle gran stupidaggini, ti prego di non essere sciocca e di non rovinarmi
quello che mi diverte. Laurie è un caro ragazzo, mi piace molto e non voglio sentire
robetta sentimentale sui complimenti e altre scemenze del genere. Dobbiamo essere
tutte buone con lui perché non ha madre. E verrà a trovarci, vero che può venire,

62
Capitolo v

Mami?
– Sì, Jo, il tuo amico sarà il benvenuto e spero che Meg si ricordi che i bambini
devono restare bambini il più possibile.
– Io non ho ancora tredici anni, ma non mi considero bambina – osservò Amy. –
Tu che ne dici Beth?
– Stavo pensando ai Pellegrini – rispose Beth che non aveva sentito nemmeno una
parola. – Giocando uscivamo dal Pantano e attraversavamo la Porta Stretta col pro-
posito di essere buone, e cercando di esserlo facevamo la salita; forse la casa qui vici-
no, piena di splendide cose, sarà il nostro Magnifico Palazzo.
– Ma prima dovremo passare davanti ai leoni – disse Jo, come se la prospettiva non
le dispiacesse affatto.

63
64
Capitolo vi
Beth trova il magnifico palazzo

La grande casa si dimostrò davvero un Palazzo Magnifico, benché trascorresse del


tempo prima che tutte potessero entrarvi e per Beth fosse molto arduo passare davan-
ti ai leoni. Il vecchio Laurence era il più grosso; ma, dopo una sua visita, quando ebbe
detto qualcosa di gentile o di divertente a ciascuna delle ragazze ed ebbe parlato dei
vecchi tempi con la madre, nessuna ebbe più timore di lui, tranne la timida Beth. Un
altro leone era il fatto ch’esse erano povere e Laurie ricco; esitavano quindi ad accet-
tare cortesie che non potevano ricambiare. Ma, dopo un po’ di tempo, capirono che
Laurie si sentiva in debito verso di loro e non sapeva più che cosa fare per mostrare la
sua riconoscenza per l’accoglienza materna della signora March, per la loro gaia com-
pagnia e per il conforto che trovava nella loro casa modesta; e fu così che presto
dimenticarono il loro orgoglio e si scambiarono le cortesie senza più pensare a misu-
rarne l’entità.
Accaddero in quel periodo molte cose piacevoli e la nuova amicizia crebbe come
l’erba in primavera. Laurie era simpatico a tutte, ed egli, in privato, informò il suo pre-
cettore che ‘le March erano ragazze splendide’. Col delizioso entusiasmo della gio-
ventù, una volta ch’ebbero accolto fra di loro il solitario Laurie, si dedicarono affet-
tuosamente a lui; che, da parte sua, era sedotto dall’innocente amicizia delle quattro
ingenue fanciulle. Non avendo mai conosciuto la madre e non avendo sorelle, egli non
tardò a sentire l’influenza ch’esse avevano su di lui e la loro vivace operosità gli fece
provar vergogna della propria vita indolente. Stanco di libri, trovava adesso un gran-
de interesse nelle persone, e il signor Brooke dovette più volte lamentarsi con il nonno
perché troppo spesso Laurie marinava le lezioni per correre dalle March.
– Non importa, lasciatelo far vacanza, riprenderà poi il tempo perduto – diceva il
vecchio signore. – La nostra buona vicina dice che studia troppo, che ha bisogno della
compagnia di gente giovane, di svago e di moto. Credo che abbia ragione, ho troppo
coccolato il ragazzo, come se fossi una nonna. Lasciatelo fare un po’ quel che gli piace,
l’importante è che sia felice. Non gli può capitare niente di male in quel conventino
di monache, e la signora March fa per lui molto più di quel che potremmo fare noi.
E come si divertirono, infatti! Recite e quadri viventi, corse in slitta e un folle pat-

65
tinare sul ghiaccio, e molte serate piacevoli nella grande casa. Meg era libera di anda-
re quando voleva a passeggiare nella serra e raccoglieva fiori a piene mani, Jo leggeva
i libri della biblioteca e le sue critiche suscitavano il riso convulso del signor Laurence
tanto lo divertivano; Amy copiava i quadri per saziare la sua ‘sete di bellezza’ e Laurie
faceva in gran stile la parte di ‘signore del castello’.
Beth, invece, benché si struggesse per il pianoforte a coda, non riusciva a trovare
il coraggio di entrare nella Dimora della Beatitudine, come la chiamava Meg. C’era
andata una volta con Jo, ma il signor Laurence, che ignorava la sua debolezza, l’aveva
guardata in tal modo di sotto le sopracciglia cespugliose esclamando: Ehi! su un tal
tono, che, atterrita, aveva sentito i suoi piedi ‘battere il pavimento’ come aveva poi rac-
contato alla madre. Era scappata via dichiarando che non sarebbe andata mai più,
neppure per quel caro pianoforte. Né con la persuasione né con gli allettamenti fu
possibile vincere la sua paura, fin quando la cosa giunse misteriosamente all’orecchio
del signor Laurence, che subito corse ai ripari. Durante una delle sue brevi visite trovò
modo di portare il discorso sulla musica e parlò a lungo di grandi cantanti e di famo-
si organi che aveva ascoltato; e raccontò aneddoti talmente divertenti che Beth, affa-
scinata, trovò sempre più difficile rimanere lontana nel suo angolo e a poco a poco si

66
Capitolo vi

avvicinò. Si fermò dietro la sua sedia e lì rimase ad ascoltare con i grandi occhi spa-
lancati e le guance rosse per l’eccitazione. Senza badare a lei più di quanto avrebbe
badato a una mosca, il signor Laurence parlò poi delle lezioni e degl’insegnanti di
musica di Laurie, e aggiunse, come se l’idea gli fosse venuta in quel momento, rivol-
gendosi alla signora March: – Il ragazzo trascura la musica, ora, e ne sono contento
perché lo appassionava troppo. Ma lo strumento ne soffre, dev’essere usato più spes-
so. Se una delle sue ragazze potesse venire di tanto in tanto a studiare da me, almeno
per mantenerne l’accordatura. Lei mi capisce, vero, signora?
Beth fece un passo avanti e strinse forte le mani per non applaudire; la tentazione
era irresistibile e l’idea di poter studiare su quello stupendo strumento le tagliava il
fiato. Prima che la signora March avesse il tempo di rispondere, aggiunse con un
curioso cenno della testa e un sorriso: – Potrebbero andare e venire come e quando
vogliono, senza vedere né chiedere nulla a nessuno. Tanto, io son chiuso nel mio stu-
dio dall’altra parte della casa, Laurie sta molto fuori e i domestici dopo le nove non si
avvicinano più al salotto.
Qui si alzò per andar via e Beth in quel momento si decise a parlare, giacché la pro-
posta, detta in quei termini, superava ogni sua aspettativa.
– Lo dica alle ragazze, ma se non ne hanno voglia, pazienza!
A questo punto una manina s’infilò nella sua e Beth lo guardò piena di gratitudi-
ne dicendogli timidamente ma con fervore:
– Oh, sì, ne hanno moltissima voglia, signor Laurence!
– Ah, sei tu la musicista? – egli chiese con molto garbo e senza allarmanti ‘hei!’,
guardandola con dolcezza.
– Io sono Beth e amo molto la musica, e verrò se lei è proprio sicuro che nessuno
mi sente e che non disturbo nessuno – aggiunse tremando per la propria audacia e con
la paura di essere sgarbata.
– Neppure un’anima, cara. La casa è vuota per una buona metà della giornata, puoi
venire e pestare i tasti quanto vuoi, te ne sarò grato.
– Com’è gentile, lei!
Il viso di Beth si colorì sotto quello sguardo amichevole, la paura scomparve e non
trovando parole adatte per ringraziarlo dello splendido dono che le faceva, strinse con
calore e gratitudine la sua mano. Il vecchio signore le ravviò i capelli sulla fronte con
delicatezza, poi si chinò a baciarla dicendo con un tono di voce che pochi dovevano
aver udito: – Un tempo avevo una bambina con gli occhi come i tuoi. Dio ti benedi-
ca, cara. Buon giorno, signora – e se ne andò, in gran fretta.
Beth era come in estasi, abbracciò la mamma, poi corse a dar la notizia meravi-
gliosa alla famiglia delle bambole malate, giacché le ragazze erano fuori. Come cantò
allegramente quella sera e come tutte risero di lei l’indomani, perché durante la notte
aveva svegliato Amy suonando il pianoforte sulla sua faccia, avendola scambiata, nel

67
sonno, per una tastiera. Poi, dopo aver visto uscire sia il vecchio gentiluomo sia il gio-
vane, con qualche esitazione Beth entrò dalla porta di servizio e silenziosa come un
topolino arrivò nel salotto dove l’aspettava il suo idolo. Un puro caso, naturalmente,
che sul pianoforte si trovasse musica facile e graziosa; con dita tremanti e frequenti
interruzioni per ascoltare e guardarsi intorno, Beth si mise finalmente a suonare il
grande strumento, dimenticando subito la paura, se stessa e tutto il resto, tranne l’i-
nesprimibile gioia che le dava la musica, che per lei era come la voce di un’amica caris-
sima. E vi rimase finché Anna non andò a prenderla perché tornasse a casa all’ora di
cena; ma non aveva appetito, stava seduta con aria trasognata e dispensava sorrisi a
tutto e a tutti.
Da quel momento il cappuccetto marrone scivolò oltre la siepe quasi tutti i giorni
e il grande salotto fu visitato da uno spiritello melodioso che andava e veniva senza
esser visto. Beth non seppe mai che il signor Laurence apriva sovente la porta del suo
studio per ascoltare le vecchie melodie che gli piacevano; non si accorse che Laurie
montava la guardia nell’ingresso per tener lontani i domestici; non sospettò mai che
gli esercizi e le musiche nuove che trovava sul leggio fossero state messe lì proprio per
lei; e quando a casa Laurie le parlava di musica, pensava soltanto ch’era molto genti-
le a dirle cose tanto utili. Beth godeva di tutto cuore il desiderio esaudito e, cosa che
non sempre accade, non desiderava niente di più. E fu, forse, perché era tanto grata
del dono ricevuto che gliene fu concesso un altro; in ogni caso li meritava tutti e due.
– Mamma, vorrei fare un paio di pantofole per il signor Laurence. È così gentile
con me, devo proprio ringraziarlo e non vedo altro modo. Posso farlo? – domandò
Beth qualche settimana dopo la memorabile visita.
– Certo, cara. Gli farà molto piacere ed è un modo carino per mostrargli la tua
riconoscenza. Le ragazze ti aiuteranno e io comprerò l’occorrente – rispose la signo-
ra March, alla quale faceva particolarmente piacere aiutare Beth che non chiedeva mai
niente per sé.
Dopo molte serie discussioni con Meg e Jo fu scelto il modello, comperato il
necessario e le pantofole furono cominciate. Un mazzetto di viole del pensiero, sobrio
ma gaio, su uno sfondo porpora fu giudicato il più appropriato e bello; Beth vi lavorò
a tutte le ore, aiutata ogni tanto nei punti più difficili; le sue dita erano agilissime nel
ricamo e le pantofole furono pronte prima che le ragazze se ne stancassero. Poi Beth
scrisse un biglietto breve e semplice e con l’aiuto di Laurie fece mettere il tutto di
nascosto sul tavolo dello studio, la mattina presto, prima che il signor Laurence si
alzasse.
Passata l’eccitazione, Beth attese di vedere che cosa sarebbe accaduto. Passò tutta
la giornata e parte della seguente prima che il signor Laurence desse segno di vita e
Beth cominciava a temere di aver offeso il suo capriccioso amico. Il pomeriggio del
secondo giorno uscì per una commissione e per far prendere una boccata d’aria a

68
Capitolo vi

Joanna, la bambola malata. Al ritorno, fin dalla strada vide tre – anzi, quattro – teste
affacciarsi più volte alle finestre del soggiorno, e quando la scorsero parecchie mani si
agitarono e parecchie voci gioiose gridarono: – C’è una lettera del signor Laurence!
Presto, vieni a leggerla!
– Oh, Beth! ti ha mandato... – gridò Amy gesticolando energicamente, ma non poté
continuare perché Jo la ridusse al silenzio tirando giù il vetro.
Beth si affrettò, ansiosa e agitata. Alla porta le sorelle l’afferrarono, la portarono in
trionfale processione nel soggiorno e puntando l’indice dissero tutte insieme: – guar-
da! guarda! – Beth guardò e divenne pallida per la gioia e la sorpresa: c’era lì un pic-
colo pianoforte verticale, e sul coperchio lucido una busta, che sembrava un’insegna,
indirizzata a ‘Miss Elizabeth March’.
– Per me? – balbettò Beth aggrappandosi a Jo perché si sentiva mancare le gambe;
era una cosa talmente inattesa e sconvolgente!
– Sì, tutto per te, tesoro! Non è splendido da parte sua? Non ti sembra che sia il
più caro vecchio signore di questo mondo? Nella lettera c’è la chiave. Non l’abbiamo
aperta, ma stiamo morendo dalla voglia di sapere che cosa dice – esclamò Jo abbrac-
ciando la sorella e porgendole la lettera.
– Leggila tu! Io non posso, mi sento così strana! Oh, è troppo bello! Sopraffatta
dal bel regalo Beth nascose il viso nel grembiule di Jo.
Jo aprì il foglio e cominciò a ridere perché le prime parole che lesse furono: Alla
signorina March, Cara madamigella...
– Come suona bene! Oh se qualcuno mi scrivesse così! – disse Amy, alla quale il
tono cortese e antiquato sembrava molto elegante.
«Ho avuto molte paia di pantofole nella mia vita, ma nessuna gradita come que-
ste che mi mandi» – continuò Jo. – «La viola del pensiero è il mio fiore preferito e
queste mi ricorderanno sempre la gentile donatrice. Mi piace pagare i miei debiti e so
che permetterai al ‘vecchio signore’ di mandarti qualcosa che una volta appartenne alla
nipotina che ha perduto. Ti ringrazio di cuore e con i migliori auguri sono il tuo rico-
noscente amico e fedele servitore James Laurence».
– Che onore, Beth! Puoi andarne fiera. Laurie mi ha raccontato che suo nonno
adorava la nipotina che morì ed ha conservato con grande cura tutte le sue cose. Pensa,
quindi! Ti ha mandato il «suo» pianoforte! Lo vedi cosa significa avere grandi occhi
azzurri e amare la musica? – esclamò Jo cercando di calmare Beth che tremava tutta
e sembrava eccitata come non lo era mai stata.
– Guarda come sono comodi i bracci che reggono le candele! e com’è bello il
copritastiera di seta verde increspata con la rosa dorata nel mezzo! e graziosi il leggio
e lo sgabello! – aggiunse Meg che aveva aperto lo strumento e ne illustrava le bellez-
ze.
– ... «il tuo fedele servitore James Laurence» ... Ti rendi conto che ti ha scritto così?

69
Lo dirò alle mie compagne, troveranno ch’è stupendo disse Amy, molto impressiona-
ta dalla lettera.
– Provalo un po’, dolcezza. Sentiamo com’è questo pianino – disse invece Anna
che partecipava sempre alle gioie e ai dolori della famiglia.
Così Beth lo provò e tutte dichiararono di non aver mai sentito un miglior piano-
forte. Evidentemente era stato appena accordato e rimesso in perfetto ordine; ma più
della sua perfezione, il suo vero fascino stava nel più felice dei visi felici chini su di esso,
mentre Beth ne toccava amorosamente i bei tasti bianchi e neri e ne abbassava i lucidi
pedali.
– Penso che dovrai andare a ringraziarlo – disse Jo. Ma scherzava, perché non le pas-
sava neppure dalla testa che la bambina lo avrebbe fatto.
– Sì, voglio proprio andarci. Anzi, ci vado subito, prima che al pensiero di farlo mi
prenda la paura – e lasciando la famiglia riunita nel più completo sbalordimento, Beth
uscì, attraversò decisa il giardino e la siepe e infilò la porta dei Laurence.
– Misericordia! se non è la cosa più strana che vedo in vita mia! Il pianino le ha
fatto girare la testa! Non ci sarebbe andata se l’avesse a posto! – esclamò Anna seguen-
dola con lo sguardo mentre le ragazze tacevano, ammutolite dallo stupore.
Ma sarebbero state ancora più stupite se avessero veduto quel che Beth fece poi.
Andò fin sulla porta dello studio e bussò senza darsi il tempo di riflettere; e quando
una voce burbera disse: avanti! andò fino alla sedia del signor Laurence che aveva tutta
l’aria d’esser preso alla sprovvista, e gli tese la mano dicendo con un piccolo tremito
nella voce: – Sono venuta a ringraziarla, signor Laurence, per... – Ma non finì. Il suo
sguardo era così amichevole che Beth dimenticò il discorsetto e ricordando invece
quanto gli era stata cara la bambina che aveva perduto, gli buttò le braccia al collo e
lo baciò.
Se il tetto della casa fosse volato via di colpo, il signor Laurence non sarebbe rima-
sto più stupito; ma gli fece piacere – e quanto gli fece piacere! – e fu tanto commos-
so e grato per quel piccolo bacio fiducioso che la sua scontrosità svanì; molto sempli-
cemente la prese sulle ginocchia, appoggiò la sua guancia rugosa a quella rosea di Beth
e gli sembrò di riavere accanto la nipotina perduta. Da quel momento Beth non ebbe
più timore e rimase seduta sulle sue ginocchia a chiacchierare confidenzialmente,
come se lo conoscesse da sempre, perché l’amore scaccia la paura e la gratitudine può
vincere l’orgoglio. Quando Beth tornò a casa, egli l’accompagnò fino al cancello del
suo giardino, e dopo averle stretto cordialmente la mano si tolse il cappello e tornò
indietro, imponente ed eretto, proprio da quel bel vecchio militare che era.
Quando le ragazze videro questo spettacolo, Jo si mise, come al solito, a saltare e
ballare, Amy, per la sorpresa, quasi cadde dal balcone, e Meg esclamò, alzando le brac-
cia: – Be’, si avvicina la fine del mondo!

70
Capitolo vi

71
Capitolo vii
Amy nella valle dell’umiliazione

– Quel ragazzo è un vero ciclope, no? – disse un giorno Amy mentre Laurie passa-
va a cavallo con gran fracasso, roteando il frustino.
– Come osi dir questo, giacché ha due occhi, e bellissimi, pure! – gridò Jo, che non
tollerava commenti sfavorevoli sul suo amico.
– Ma non parlavo dei suoi occhi, e non capisco perché prendi fuoco se mi permetto
di ammirare come cavalca!
– Oh, santo cielo! Questa ochetta ha detto ciclope quando voleva dire invece cen-
tauro – esclamò Jo scoppiando a ridere.
– Non c’è bisogno che tu sia tanto sgarbata, è stato un lappus linghe, come dice il
signor Davis – ribatté Amy, con l’intenzione di dire lapsus linguae e mortificare Jo col
suo latino. E aggiunse, come parlando fra sé, ma sperando che le sorelle la udissero: –
Se avessi un po’ dei soldi che Laurie spende per il suo cavallo...
– Perché? – chiese gentilmente Meg mentre Jo scoppiava di nuovo a ridere per il
secondo strafalcione di Amy.
– Ne ho molto bisogno. Sono piena di debiti e i soldi degli stracci mi toccano solo
fra un mese.
– Hai debiti, Amy? Che vuoi dire? – chiese Meg, subito preoccupata.
– Eh, sì. Sono in debito di almeno dodici chinotti sott’aceto e non posso comperar-
li finché non ho soldi, perché Mami mi ha proibito di prender roba a credito dal dro-
ghiere.
– Raccontami tutto. Sono di moda i chinotti, ora? Ai miei tempi si masticavano
pezzi di gomma per farne palline – e Meg faceva uno sforzo per rimanere seria, visto
che Amy parlava con aria grave e importante.
– Vedi, le ragazze non fanno che comprarne e se non vuoi che ti considerino tirchia
devi farlo anche tu. Ora vanno solo i chinotti, durante le lezioni tutte quante li succhia-
no dietro il banco e nell’intervallo li scambiano con matite, anelli di perline, bamboline
di carta e altro. Se una ragazza ha simpatia per un’altra, le regala un chinotto; se ce l’ha
con lei, gliene mangia uno sotto il naso senza offrirle nemmeno una succhiata. Offrono
a turno, e io ne ho avuti molti senza mai ricambiare. Mentre invece dovrei, sono debiti

72
Capitolo vii

d’onore, capisci.
– Quanto hai bisogno per comprarli ed essere in credito? – chiese Meg tirando fuori
il borsellino.
– Un quarto di dollaro e resterebbe qualche centesimo per offrirne a te. Non ti piac-
ciono?
– Non molto. La mia parte tienila tu. Eccoti i soldi. Falli durare più che puoi, non
sono molti.
– Oh, grazie! Come dev’esser bello avere in tasca qualcosa da spendere! Sarà un
festino, il mio, questa settimana non ne ho mangiato neanche uno; mi sembrava indeli-
cato accettare visto che non potevo ricambiare. E ne ho una voglia...
Il giorno seguente Amy arrivò a scuola con un certo ritardo; ma non poté resistere
alla tentazione di mostrare, con scusabile orgoglio, un pacchetto un po’ umido di carta
marroncina, prima di nasconderlo nelle profondità del suo banco. In pochi minuti la
notizia che Amy aveva ventiquattro (ne aveva mangiato uno per strada) deliziosi chi-
notti da offrire circolò nel suo ‘gruppo’ e Amy fu sommersa dalle cortesie delle amiche.
Katy Brown la invitò immediatamente alla sua prossima festa; Mary Kingsley insistette
per prestarle il suo orologio fino all’intervallo; e Jenny Snow, una signorina che non
risparmiava a nessuno i suoi sarcasmi e l’aveva bassamente canzonata per la mancanza
di chinotti, si affrettò a seppellire la scure di guerra e le offrì la soluzione di certe terri-
bili addizioni. Ma Amy non aveva dimenticato le aspre allusioni della signorina Snow
circa «le persone che non hanno il naso tanto piatto da non sentire l’odore dei chinotti
altrui e sono tronfie, ma non abbastanza orgogliose da non evitare di mendicarli»; e all’i-
stante soffocò le speranze «della Snow» con un telegrafico disprezzo: non hai bisogno di
essere improvvisamente così gentile, tanto non ne avrai.
Accadde che quella mattina un personaggio importante, visitando la scuola, lodasse
le carte geografiche di Amy, così ben disegnate, e che le lodi al nemico inasprissero l’a-
nimo della signorina Snow e fossero la causa del pavoneggiarsi della signorina March.
Ma, ahimè, ahimè, l’orgoglio precede la caduta e la vendicativa Snow riuscì a voltare le
carte in tavola. Non appena l’ospite ebbe finito di dispensare i soliti complimenti e fu
uscito inchinandosi, Jenny, col pretesto di fargli una domanda importante, informò il
maestro, il signor Davis, che Amy March aveva i chinotti sotto il banco.
Ora, il signor Davis aveva dichiarato i chinotti articoli di contrabbando e solenne-
mente giurato di punire pubblicamente con la verga la prima persona scoperta a infran-
gere la legge. Con molta pazienza era riuscito a bandire la gomma da masticare dopo
una lunga e tempestosa guerra, aveva fatto un falò dei romanzi e giornali confiscati,
aveva soppresso un ufficio postale clandestino, aveva proibito smorfie, soprannomi e
caricature, aveva fatto, insomma, tutto ciò che un solo uomo può fare per mantenere
l’ordine fra un mezzo centinaio di ragazzine ribelli. I maschi mettono a dura prova la
pazienza umana, lo sa il cielo! ma infinitamente più di essi le femmine, e in questo caso

73
si trattava della pazienza d’un signore molto nervoso, d’indole tirannica e con pochissi-
ma attitudine all’insegnamento. Il signor Davis sapeva molto di greco, latino, algebra e
scienze di tutti i generi, ed era quindi considerato un ottimo insegnante; ma, in quella
scuola, le buone maniere, la morale, il sentimento, l’esempio non erano tenuti in gran
conto. Era il peggior momento per denunciare Amy e Jenny lo sapeva. Il signor Davis
probabilmente aveva preso quella mattina il caffè troppo forte, il vento soffiava da est e
ciò aveva un pessimo effetto sulla sua nevralgia; per di più le allieve non erano state
all’altezza dei suoi meriti, e di conseguenza, per usare il linguaggio espressivo, sebbene
non elegante, di un’allieva ‘era bizzoso come una strega e furioso come un orso’. Alla
parola «chinotti» la miccia prese fuoco; il volto giallastro diventò rosso ed egli picchiò la
mano sul tavolo con tale energia che Jenny tornò al suo banco quasi di corsa.
– Signorine, attenzione, per favore!
A quest’ordine secco il brusìo cessò e cinquanta paia di occhi azzurri, neri, grigi e
bruni fissarono obbedienti il fiero cipiglio.
– Signorina March, venga alla cattedra.
Amy si alzò, composta e sembrando calma, ma oppressa da un segreto timore per-
ché i chinotti le pesavano sulla coscienza.
– Porti qui i chinotti che ha sotto il banco.
L’ordine inatteso la bloccò prima che fosse uscita dal suo posto.
– Non prenderli tutti – bisbigliò la compagna di banco, una ragazza dotata d’una
grande prontezza di spirito.
Amy ne fece uscire dal sacchetto una mezza dozzina e posò il resto davanti al signor
Davis, pensando che qualsiasi uomo in possesso d’un cuore umano si sarebbe inteneri-
to quando quel delizioso profumo gli fosse arrivato al naso. Disgraziatamente il signor
Davis detestava in modo particolare l’odore di quel sottaceto alla moda e la sua collera
crebbe col disgusto.
– Sono tutti?
– Non proprio tutti.
– Porti immediatamente gli altri.
Amy obbedì lanciando un’occhiata disperata al suo ‘gruppo’.
– È sicura che non ce ne siano più?
– Non dico mai bugie, signore.
– Lo vedo. Ora prenda questi così disgustosi e li butti fuori dalla finestra a due a due.
Un sospiro simultaneo formò quasi un venticello quando, svanita l’ultima speranza,
il boccone prelibato fu così rapito alle avide labbra delle scolare. Rossa di vergogna e di
collera Amy andò avanti e indietro sei terribili volte e quando ogni coppia condannata
– oh, così tenera e succosa! – si staccava dalle sue dita riluttanti, un grido saliva dalla stra-
da e si aggiungeva al tormento delle alunne: era il grido di esultanza dei piccoli irlande-
si, loro nemici giurati, che si godevano il festino. Questo – ah, questo era davvero trop-

74
Capitolo vii

po: tutte quante lanciavano occhiate imploranti o indignate all’inesorabile Davis, e la più
golosa di chinotti scoppiò addirittura in lagrime.
Quando Amy tornò dall’ultimo viaggio, il signor Davis borbottò un funesto ‘Ehm!’
e aggiunse col suo tono più autorevole: – Signorine, voi ricordate quel che vi dissi la set-
timana scorsa. Mi dispiace quel che è accaduto; ma non permetto che s’infrangano le
mie regole e non manco mai alla mia parola. Signorina March, stenda la mano.
Amy trasalì e mise le mani dietro la schiena, lanciando uno sguardo implorante che
diceva molto più delle parole che non riusciva a pronunciare. Era una delle preferite del
‘vecchio Davis’ – come lo chiamavano e forse egli avrebbe mancato alla sua parola se l’in-
dignazione irreprimibile di una delle ragazze non avesse trovato sfogo in un fischio.
Quel sibilo, per quanto debole, irritò l’irascibile insegnante e decise il fato della colpe-
vole.
– La mano, signorina March! – fu l’unica risposta alla muta implorazione di Amy;
e, troppo orgogliosa per piangere o supplicare, Amy strinse i denti, alzò la testa in atto
di sfida e sopportò senza batter ciglio i colpi sulla palma della mano. Non furono né
molti né forti, ma per lei ciò non aveva importanza. Per la prima
volta nella sua vita essa veniva picchiata, e la vergogna, ai suoi
occhi, era tale come se il maestro l’avesse gettata a terra.
– Ed ora resterà in piedi sulla pedana fino all’intervallo –
disse il signor Davis, deciso ad andare sino in fondo, una volta
che aveva cominciato.
Anche questo fu terribile. Sarebbe stato già abbastanza il
dover tornare al posto e vedere le facce impietosite delle sue ami-
che, o quelle soddisfatte delle sue poche nemiche, ma dover
affrontare l’intera classe con addosso quella vergogna ancora fre-
sca, le sembrò impossibile, e per un attimo sentì che avrebbe
potuto solamente crollare a terra là dov’era costretta a stare in
piedi, il cuore spezzato e in lagrime. Un amaro senso d’ingiusti-
zia e il pensiero di Jenny Snow l’aiutarono a resistere; salita sulla
pedana, il luogo dell’ignominia, fissò gli occhi sul tubo della
stufa, sopra quel mare di facce, e rimase lì, così immobile e pal-
lida, che le ragazze trovarono difficile studiare avendo quella tra-
gica figura davanti agli occhi.
Nei quindici minuti che seguirono, l’orgogliosa e sensibile
ragazzina soffrì tanta pena e umiliazione da non dimenticarle
mai più. Agli altri poteva sembrare un episodio ridicolo e di
poca importanza, ma per lei fu una dura esperienza; nei dodici
anni della sua vita Amy era stata governata solamente dall’af-
fetto, e un simile colpo non le era mai toccato. Il bruciore della

75
mano e la pena del cuore furono sopraffatti dal pensiero che la punse dolorosamente:
– Dovrò raccontarlo a casa e per loro sarà una gran delusione! – Quei quindici minu-
ti sembrarono un’ora; ma passarono, finalmente, e la parola ‘intervallo!’ le sembrò gra-
dita come non mai.
– Può andare, signorina March – disse il signor Davis. Sembrava a disagio e difatti
lo era.
Non dimenticò presto lo sguardo di rimprovero che Amy gli lanciò uscendo senza
dire una parola a nessuno; andò diritta allo spogliatoio, prese le sue cose e lasciò la scuo-
la ‘per sempre’, come appassionatamente dichiarò a se stessa. Arrivò a casa in uno stato
pietoso, e quando più tardi tornarono le grandi, un consiglio di famiglia ebbe luogo,
all’insegna dell’indignazione. La signora March parlò poco, ma era turbata e confortò la
ragazzina con grande tenerezza. Meg versò sulla mano offesa glicerina e lagrime; Beth
sentì che nemmeno i suoi adorati gattini sarebbero stati un balsamo per un simile dolo-
re; Jo, furibonda, propose di far subito arrestare il signor Davis, e Anna minacciò col
pugno ‘quel disgraziato’ e schiacciò le patate per la cena come se lo avesse sotto il pestel-
lo.
A scuola nessuno si accorse della fuga di Amy, tranne le sue amiche; gli occhi acuti
delle damigelle osservarono che nel pomeriggio il signor Davis sembrava benigno, ma
anche più nervoso del solito. Poco prima che la scuola chiudesse apparve Jo, scura in
volto, andò diritta alla cattedra e consegnò una lettera della madre; poi raccolse le poche
cose di Amy e se ne andò togliendosi il fango dalle scarpe sullo zerbino dell’ingresso,
come se volesse scuotersi di dosso la polvere di quel luogo.
– Sì, Amy, prenditi una vacanza, non andare più a scuola, se non vuoi. Ma devi stu-
diare un po’ tutti i giorni con Beth – disse la signora March, quella sera. – Non appro-
vo le punizioni corporali, specialmente per le ragazze. Il metodo d’insegnamento del
signor Davis non mi piace e credo che le tue compagne non fossero una gran buona fre-
quentazione per te. Domanderò consiglio a tuo padre, prima di mandarti altrove.
– Bene! Vorrei che andassero via tutte, e così finirebbe quella sua vecchia scuola! C’è
da impazzire se penso a quei magnifici chinotti – sospirò Amy con l’aria d’una martire.
– Non mi dispiace affatto che tu li abbia perduti, sapevi ch’erano proibiti e meritavi
una punizione per questo – fu la severa risposta che deluse Amy perché si aspettava di
essere soltanto compatita.
– Allora ti fa piacere che io sia stata umiliata davanti a tutta la scuola? esclamò.
– Quello che hai avuto non è il castigo che avrei scelto io – rispose la madre. – Ma
forse ti sarà più utile d’una punizione più mite. Stai diventando presuntuosa, mia cara,
e sarebbe ora che tu pensassi a correggerti. Hai molte piccole qualità e virtù, ma non c’è
nessun bisogno di farne sfoggio, la presunzione guasta anche i genî. Il vero talento e la
bontà non sono mai misconosciuti a lungo; e anche se lo fossero, la coscienza di posse-
derli e di farne buon uso deve bastarci, il grande fascino della superiorità sta nella mode-

76
Capitolo vii

stia.
– È vero! – esclamò Laurie che stava giocando a scacchi con Jo in un angolo. – Una
volta conoscevo una ragazza che aveva un notevolissimo talento per la musica e non lo
sapeva. Non immaginava di comporre, quand’era sola, cose deliziose, e se gliel’avessero
detto non ci avrebbe creduto.
– Mi sarebbe piaciuto conoscere una ragazza tanto brava, forse mi avrebbe aiutato.
Io sono così stupida – disse Beth che gli stava vicino ed aveva ascoltato con molto inte-
resse.
– La conosci benissimo e ti aiuta più di qualsiasi altro – rispose Laurie guardandola
con un’espressione così maliziosa negli allegri occhi neri che Beth ad un tratto diventò
rossa e nascose il viso in uno dei cuscini del divano, come sopraffatta da una simile e
inattesa scoperta.
Jo fece vincere Laurie come premio per la lode alla sua Beth, la quale, dopo un tal
complimento quella sera non si lasciò convincere a suonare. Laurie fece del suo meglio,
quindi, e cantò deliziosamente essendo d’un particolare buon umore; in genere egli
mostrava poco, alle March, i lati meno buoni del suo carattere. Quando se ne fu anda-
to Amy, ch’era stata pensierosa tutta la sera, disse a un tratto, come seguendo un’idea: –
È un ragazzo compìto, Laurie?
– Sì, ha avuto un’ottima educazione ed ha molto talento. Diventerà un’eccellente
persona, se non lo viziano troppo – rispose la madre.
– E non è presuntuoso, vero? – domandò ancora Amy.
– Affatto. Per questo ha tanto fascino e ci è tanto simpatico.
– Ho capito. È bello avere delle qualità ed essere eleganti, ma non è bello farne
mostra e vantarsene – concluse Amy, sempre più pensierosa.
– Sono cose che si vedono e si sentono nel modo di fare e nella conversazione, se
usate con misura. Non è necessario ostentarle – disse la signora March.
– Così come uno non si metterebbe l’uno sull’altro tutti i cappelli, tutti i vestiti e tutti
i nastri che possiede, per far vedere alla gente che li ha! aggiunse Jo; e la predica finì in
una gran risata.

77
78
Capitolo viii
Jo affronta Apollyon

– Dove andate, ragazze? – chiese Amy un sabato pomeriggio entrando nella stan-
za delle grandi. Si stavano preparando a uscire con un’aria di mistero che eccitò la sua
curiosità.
– Che te ne importa? Le bambine non devono far domande – rispose bruscamen-
te Jo.
Ora, se c’è una cosa mortificante quando si è molto giovani, è proprio il sentirse-
lo dire; e l’invito: «va’, va’, cara» non può che far aumentare l’irritazione. Indispettita
dall’offesa, Amy decise di scoprire il segreto, anche a costo d’infastidire le sorelle per
un’ora. Rivolgendosi a Meg, che non resisteva mai molto nel rifiutarle qualche cosa,
la pregò s’un tono lezioso: – Dimmelo per favore! Non puoi portare anche me? Beth
sta suonando, io non ho niente da fare e mi sento tanto sola!
– Non posso, cara, non sei stata invitata – cominciò Meg, ma Jo intervenne, spa-
zientita: – Andiamo, Meg, sta’ zitta, se non vuoi sciupare tutto. Non puoi venire,
Amy. Perciò non fare la bambina e non piagnucolare.
– Andate in qualche posto con Laurie, lo so. Ieri sera stavate bisbigliando e riden-
do sul divano e avete smesso quando sono entrata io. Non andate con lui?
– Sì, andiamo con lui. Ora sta’ buona e non scocciare.
Amy tenne a posto la lingua ma non gli occhi e vide Meg mettersi in tasca un ven-
taglio.
– Lo so! Lo so! Andate a teatro a vedere ‘I Sette Castelli’! – esclamò subito e
aggiunse risolutamente: – E vengo anch’io, perché la mamma ha detto che posso
vederli, ho i soldi degli stracci e siete state proprio meschine a non dirmelo in tempo.
– Stammi a sentire un momento e fa’ la brava bambina – disse Meg cercando di
calmarla. – La mamma non vuole che tu ci vada questa settimana, i tuoi occhi non
vanno ancora bene e nella favola ci sono troppe luci, che ti darebbero fastidio. Ci
andrai la settimana prossima con Beth e Anna e ti divertirai un mondo.
– Non mi piace l’idea, preferisco andarci con te e Laurie. Ti prego, lasciami veni-
re. Sono stata raffreddata per tanto tempo, sempre chiusa qui in casa e muoio dalla
voglia di divertirmi un po’. Sii buona, Meg! Ti prometto che sarò tranquilla – implo-

79
rava Amy, con la sua aria più patetica.
– E se la portassimo? Credo che la mamma non si preoccuperebbe se fosse ben
coperta – cominciò Meg.
– Se lei viene, non vengo io; e se io non vengo, Laurie sarà seccato; e dato che ha
invitato solo noi, è una villanata andare trascinandoci dietro Amy. E lei, che si dà tante
arie, non dovrebbe intrufolarsi dove non è invitata – concluse Jo, irritata perché le
avrebbe dato noia il dover badare a una bambina capricciosa quando invece voleva
divertirsi.
Il suo tono e le sue maniere fecero andare su tutte le furie Amy che cominciò
immediatamente a infilare i suoi stivali dicendo con un modo anche più irritante: – E
invece io vengo. Meg ha detto che posso. E se mi pago il biglietto, Laurie non c’en-
tra affatto.
– Ma non puoi sederti vicino a noi perché abbiamo i posti prenotati, e non puoi
nemmeno stare per conto tuo; Laurie sarebbe costretto a cederti il suo posto e ci rovi-
neresti il divertimento; oppure dovrebbe prenderti lui un altro posto e questo non sta
bene, giacché non sei invitata. Non farai un passo fuori di casa, te lo garantisco io! per-
ciò tanto vale che resti dove sei – la rimproverò Jo, più irritata che mai, essendosi
anche punta un dito.
Amy s’era messa a piangere seduta sul pavimento con uno stivale già infilato e
Meg cercava di farla ragionare quando Laurie chiamò dal basso e le due ragazze sce-
sero in fretta, lasciandola piagnucolare; di tanto in tanto, infatti, Amy dimenticava le
belle maniere degli adulti e si comportava come una bimba viziata. Mentre il grup-
petto stava per andarsene si affacciò alla ringhiera e gridò giù in tono minaccioso: –
Te ne pentirai, Jo March! Vedrai!
– Non dire scemenze! – ribatté Jo sbattendo la porta.
Si divertirono moltissimo perché I sette castelli del Lago di Diamanti era quanto di
più splendido e affascinante si potesse desiderare. Ma, nonostante la comicità dei fol-
letti, gli elfi scintillanti e i magnifici principi e principesse, nel piacere di Jo v’era un
briciolo di amarezza; i riccioli d’oro della regina delle fate le ricordavano Amy; e fra
un atto e l’altro si chiedeva che cosa avrebbe mai fatto la sorella perché lei ‘si pentis-
se’. Jo e Amy avevano avuto più volte molti vivacissimi scontri; erano di tempera-
mento impaziente tutte e due e, se provocate, inclini alla violenza. Amy stuzzicava Jo
e Jo irritava Amy: le esplosioni erano tutt’altro che rare e, dopo, ambedue se ne ver-
gognavano. Nonostante fosse la più grande, Jo riusciva meno dell’altra a controllarsi,
e sosteneva dure lotte con se stessa nel tentativo di frenare il proprio temperamento
impetuoso. Le sue collere non duravano mai a lungo, e dopo aver umilmente confes-
sato la sua colpa, si pentiva sinceramente e si sforzava di essere più paziente. Le sue
sorelle dicevano ch’era quasi meglio farla andare su tutte le furie perché poi diventa-
va un angelo. La povera Jo tentava disperatamente di essere calma, ma il suo nemico

80
Capitolo viii

‘interno’, come diceva il padre, era sempre lì a farle prender fuoco, e ci vollero anni ed
anni di sforzi pazienti prima che fosse domato.
Quando tornarono a casa, Amy era nel soggiorno e leggeva. Appena le vide prese
un’aria offesa, non alzò gli occhi dal libro e non chiese niente. Forse la sua curiosità
avrebbe avuto il sopravvento sul risentimento se non ci fosse stata Beth a interrogare
per avere il resoconto del fulgido spettacolo. Quando Jo andò di sopra per metter via
il suo cappello buono, guardò subito la scrivania; perché dopo l’ultimo scontro Amy
si era vendicata rovesciandone il cassetto sul pavimento. Tutto era a posto, invece; e
dopo aver dato una rapida occhiata ai vari ripostigli, sacchetti e scatole, si convinse che
Amy aveva perdonato e dimenticato i suoi torti.
Ma si sbagliava: e il giorno dopo fece una scoperta che scatenò una vera tempesta.
Meg, Beth e Amy erano sedute insieme nel soggiorno, verso sera, quando Jo piombò
nella stanza, agitatissima, e chiese col fiato corto:
– Chi di voi ha preso il mio quaderno?
Sorprese, Meg e Beth dissero subito di no; Amy, che stava attizzando il fuoco, non
disse nulla. Jo vide che arrossiva e le fu subito addosso.
– Amy, l’hai tu?
– No, non ce l’ho.

81
– Allora sai dov’è?
– No, non lo so.
– È una menzogna! – urlò Jo prendendola dalle spalle con un’aria così feroce che
avrebbe spaventato una bambina molto più coraggiosa di Amy.
– Non è vero. Non ce l’ho, non so dov’è e non me ne importa niente.
– Tu sai qualcosa, e farai bene a dirlo subito o te lo faccio dire io e Jo le diede una
scrollata.
– Urlare non serve a niente, tanto il tuo stupido quaderno non lo vedrai mai più.
– Perché?
– Perché l’ho bruciato.
– Cosa?! Il mio piccolo quaderno che amavo tanto, dove avevo scritto i racconti
che volevo finire prima del ritorno di papà! L’hai davvero bruciato? – chiese Jo, ch’e-
ra diventata pallidissima, gli occhi accesi dall’ira e le mani nervosamente strette sulle
spalle di Amy.
– Sì, l’ho bruciato! Te l’avevo detto che te l’avrei fatta pagare per esser stata tanto
sgarbata ieri e così...
Non poté continuare, Amy, perché Jo, colta dal suo impeto di violenza, la scrollò
fino a farle battere i denti gridando nella furia del dolore e della collera: – Sei cattiva!
sei malvagia! Non potrò mai riscriverli e finché vivrò non ti perdonerò!
Meg corse ad aiutare Amy, Beth a calmare Jo, ma Jo era fuori di sé; e
dopo un ultimo schiaffo alla sorella uscì di corsa dalla stanza, di corsa salì
fino al vecchio divano in soffitta, per terminare da sola la sua battaglia.
La tempesta si placò con il ritorno a casa della signora March; la
quale, saputa la storia, fece subito capire a Amy il grave torto recato
alla sorella. Il libro di Jo era il suo orgoglio e la famiglia lo considera-
va il primo frutto letterario d’una grande promessa. Erano soltan-
to sei favolette, ma Jo ci aveva lavo-
rato su con molta pazienza,
mettendovi tutto il suo cuore,
nella speranza d’aver scritto
qualcosa che meritasse d’es-
sere pubblicato. Aveva appe-
na ricopiato tutto con molta
cura e distrutto il vecchio
manoscritto, così il falò di
Amy aveva bruciato l’appas-
sionato lavoro di parecchi
anni. Agli altri poteva sem-
brare una cosa di poca impor-

82
Capitolo viii

tanza, ma per Jo era una spaventosa calamità, una perdita che nulla poteva compen-
sare. Beth la piangeva come avrebbe pianto uno dei suoi gattini e Meg si rifiutò di
difendere la sua preferita; la signora March sembrò grave e addolorata e Amy sentì
che nessuno l’avrebbe più amata se non avesse chiesto perdono dell’azione di cui, ora,
si rammaricava più di qualsiasi altro.
Al suono del campanello per il tè Jo discese; ma era così scura in volto e sembra-
va così inavvicinabile che Amy ebbe bisogno di tutto il suo coraggio per dire dolce-
mente: – Ti prego, Jo, perdonami. Sono molto, molto dispiacente.
– Non ti perdonerò mai – fu la severa risposta di Jo; e da quel momento la igno-
rò.
Nessuno parlò del grave accaduto – nemmeno la signora March; tutti sapevano
per esperienza che quando Jo era di quell’umore, le parole erano sprecate. La condot-
ta più saggia era aspettare che un piccolo incidente, oppure la sua stessa natura gene-
rosa addolcissero il suo risentimento e sanassero la frattura. Non fu quella una bella
serata perché, sebbene le ragazze lavorassero al loro cucito mentre la madre leggeva ad
alta voce Bremer, Scott o Edgeworth, qualcosa mancava e la dolce armonia domesti-
ca n’era disturbata. Lo sentirono anche più quando venne il momento di cantare;
infatti, Beth poté solamente suonare, Jo rimase muta come una pietra, Amy cominciò
e non poté proseguire, e così Meg e la mamma cantarono da sole. Ma per quanto si
sforzassero di trillare come allodole, le loro voci flautate non si armonizzavano come
al solito e cadevano di tono.
Quando la signora March diede a Jo il bacio della buona notte, le sussurrò con dol-
cezza: – Cara, non lasciare che il sole tramonti sulla tua collera; perdonatevi, aiutate-
vi e ricominciate tutto domani.
Jo avrebbe voluto posare la testa sul seno materno e sfogare nel pianto la collera e
il dispiacere; ma considerava le lagrime un segno di debolezza e di effeminatezza e si
sentiva così profondamente ferita che non poteva ancora perdonare. Perciò batté le pal-
pebre, scosse la testa e poiché Amy stava ascoltando disse bruscamente: – È stata una
cosa abominevole, non merito d’essere perdonata.
Andò a gran passi nella sua camera e poi a letto e quella sera non vi furono alle-
gre chiacchiere né confidenze.
Amy, molto offesa che le sue offerte di pace fossero state respinte, cominciò a pen-
tirsi di essersi umiliata, si sentì ancora più offesa, e il giorno dopo non fece che van-
tarsi della propria superiore virtù in un modo piuttosto esasperante. Jo sembrava più
che mai una nuvola temporalesca e quel giorno tutto le andò di traverso. La mattina
il freddo era pungente, la preziosa focaccia le cadde di mano e finì in un rigagnolo; la
zia March aveva i nervi, Meg era pensierosa, Beth tornò a casa volendo di proposito
sembrare triste e preoccupata, e Amy continuò a far osservazioni sulla gente che parla
sempre di bontà, ma non si sforza nemmeno un poco di esserlo quando gli altri danno

83
invece il buon esempio.
– Sono tutti odiosi, vado a chiedere a Laurie se viene a pattinare. Lui è sempre
gentile e di buon umore e mi rimetterà in sesto, lo so – disse fra sé Jo, e uscì.
Amy sentì lo strepito dei pattini, guardò fuori ed esclamò irritata:
– Ecco, vedi? Mi aveva promesso che se andava portava anche me, perché questa
è l’ultima gelata. Ma è inutile chiederlo, a quel caratteraccio!
– Non devi dire così, sei stata davvero cattiva e non è facile che possa dimentica-
re la distruzione del suo prezioso quaderno. Ma può darsi che ora ti perdoni, penso
che lo farà, anzi, se glielo chiedi al momento giusto disse Meg. – Fa’ una corsa e rag-
giungili. Non dir niente finché non vedi che Laurie è riuscito a metterla di buon
umore, approfitta d’un momento di tranquillità, dalle un bacio o fa’ qualcosa di gen-
tile, e vedrai che farà la pace di tutto cuore.
– Bene, proverò – disse Amy, giacché il consiglio le faceva comodo; e dopo un po’
di trambusto per prepararsi corse dietro ai due amici mentre stavano giusto scompa-
rendo oltre la collina.
Il fiume non era lontano e furono pronti tutti e due prima che Amy li raggiun-
gesse. Jo la vide arrivare e voltò le spalle; Laurie non la vide, stava già cautamente pat-
tinando lungo la riva per provare la solidità del ghiaccio poiché l’ondata di freddo era
stata preceduta da un periodo di tempo quasi tiepido.
– Vado fino alla prima curva per vedere se il ghiaccio tiene – lo sentì gridare Amy
e lo vide correr via veloce; sembrava un russo col berretto e la giacca bordati di pellic-
cia.
Jo sentì che Amy era ansante per la corsa, batteva i piedi e si soffiava sulle dita
prima di mettersi i pattini; ma non si volse mai a guardarla e con lenti zigzag andò giù
per il fiume. Provava una specie di triste e amara soddisfazione nel veder in difficoltà
la sorella. Aveva nutrito la propria collera tanto da rinforzarla e adesso ne era posse-
duta, come sempre accade con i tristi pensieri e i cattivi sentimenti, se non si scaccia-
no in tempo. Giunto alla curva Laurie aveva gridato: – Resta vicino alla riva, il centro
è pericoloso:
Jo sentì, ma Amy che s’era sforzata a mettersi in piedi, non udì nemmeno una
parola. Jo le lanciò un’occhiata di sopra la spalla e il piccolo demonio che l’abitava le
disse all’orecchio: – Non importa se ha sentito o no, che s’arrangi.
Laurie era scomparso oltre la curva, Jo vi era appena arrivata e Amy, molto più
indietro, pattinava verso il centro del fiume dove il ghiaccio era più liscio. Per un atti-
mo Jo rimase immobile, con uno strano presentimento nel cuore; poi decise di pro-
seguire, ma qualcosa la trattenne e girò su se stessa in tempo per vedere Amy alzare
le braccia e andar giù: uno scricchiolìo del ghiaccio che si rompeva, uno spruzzo d’ac-
qua e un grido per cui il suo cuore cessò di battere dalla paura. Jo tentò di chiamare
Laurie, ma la voce non le venne; tentò di slanciarsi, ma i suoi piedi non ne ebbero Ia

84
Capitolo viii

forza, e per un attimo non poté far altro che restare immobile a fissare col viso scon-
volto dalla paura il cappuccetto blu che galleggiava sull’acqua nera. Qualcuno le
passò accanto rapidamente e la voce di Laurie gridò: – Porta un paletto! Presto!
Presto!
Come facesse, Jo non lo seppe mai. Nei pochi minuti che seguirono lavorò come
un’invasata, obbedendo ciecamente a Laurie ch’era rimasto calmissimo; disteso boc-
coni teneva a galla Amy con un braccio e con il bastone da hockey, fin quando Jo ebbe
strappato un paletto dallo steccato e poterono tirarla fuori, spaventatissima ma illesa.
– Ecco, e ora dobbiamo portarla a casa il più presto possibile; mettile addosso tutta
la nostra roba mentre mi tolgo questi dannati pattini – gridò Laurie avvolgendo Amy
nel suo giaccone e dando poi gran strattoni alle cinghie che non gli erano mai parse
così intricate.
Tremante di freddo, gocciolante e piangente, Amy fu portata a casa e dopo un
momento di grande eccitazione si addormentò, ben avvolta nelle coperte, davanti a un
gran fuoco. Durante il trambusto Jo non aveva quasi parlato: volava intorno pallida e
scarmigliata, le sue cose sparpagliate, il vestito strappato, le mani tagliate e ammacca-
te dal ghiaccio, dai paletti, dalle fibbie che non volevano slacciarsi. Quando Amy si fu
pacificamente addormentata la casa ridiventò tranquilla, la signora March, ch’era
seduta accanto al letto, chiamò Jo e le fasciò le mani ferite.
– Sei sicura che non ha niente? – bisbigliò Jo guardando piena di rimorso la testa
bionda che per poco non era stata trascinata via per sempre sotto il ghiaccio tradito-
re, davanti ai suoi occhi.
– Certissima, cara. Non si è fatta nulla e non prenderà neppure un raffreddore. Sei
stata molto brava a coprirla e a portarla subito a casa – rispose la mamma.
– Ha fatto tutto Laurie; io l’ho solo abbandonata. Mamma, se dovesse morire
sarebbe colpa mia. – Jo si lasciò cadere vicino al letto e in una crisi di lagrime di pen-
timento raccontò tutto quanto l’accaduto, condannando amaramente la durezza del
proprio cuore e singhiozzando di gratitudine perché le era stato risparmiato il terribi-
le castigo che sarebbe potuto cadere su di lei. – È tutta colpa del mio brutto caratte-
re! Cerco di correggermi, credo di esserci riuscita e poi si scatena peggio di prima; Oh,
mamma, che cosa debbo fare? Che cosa debbo fare? – singhiozzava la povera Jo,
disperata.
– Vigila e prega, cara. Prova e riprova e non pensare mai che sia impossibile vin-
certi – disse la signora March stringendo a sé la testa spettinata e baciando la guancia
umida con tanta tenerezza che Jo pianse ancor più disperatamente.
– Tu non sai, non puoi capire com’è brutto! Mi sembra che potrei fare qualsiasi
cosa quando mi arrabbio, divento una furia, potrei far del male a chiunque e goderne.
E ho paura che un giorno o l’altro farò qualcosa di terribile, mi rovinerò e tutti mi
odieranno. Oh mamma, aiutami, aiutami tu!

85
– Sì, bambina mia, sì, ti aiuterò. Non piangere così, ma ricorda sempre questa gior-
nata e decidi, con tutta l’anima, di non viverne più una simile. Jo cara, abbiamo tutti
le nostre tentazioni, a volte molto più gravi delle tue, e spesso è necessaria tutta la vita
per vincerle. Tu credi che il tuo carattere sia il peggiore di questo mondo, ma io ero
proprio come te.
– Tu, mamma? Ma se tu non ti arrabbi mai! – e per un attimo la sorpresa fu più
viva del rimorso.
– Sono quarant’anni che cerco di modificarlo, ma sono riuscita solo a dominarmi.
Mi arrabbio quasi tutti i giorni, Jo, ma ho imparato a non mostrarlo; e spero ancora
d’imparare a non arrabbiarmi se pure mi ci vorranno altri quarant’anni.
La pazienza e l’umiltà nel viso che amava tanto teneramente furono per Jo una
lezione migliore di qualsiasi saggia predica o aspro rimprovero. Si sentì subito con-
fortata dalla comprensione e dalla fiducia che le venivano accordate, e il sapere che la
madre aveva il suo stesso difetto e si sforzava di correggerlo, le rese più sopportabile
il suo e rafforzò la sua decisione di guarirne, benché quarant’anni di vigilanza e di pre-
ghiera sembrassero un’eternità a lei che ne aveva quindici.
– Mamma, sei irritata quando stringi forte le labbra e poi esci dalla stanza? Se la
zia March o qualcun altro ti seccano? – chiese Jo che ora sentiva sua madre cara e vici-
na come non mai.
– Sì, ho imparato a trattenere le parole che troppo in fretta mi salivano alle labbra,
e quando sento che contro la mia volontà stanno per sfuggirmi, mi allontano un
momento e mi dò una scrollata per rimproverarmi d’essere così debole e cattiva –
rispose la signora March con un sorriso e un sospiro, ravviando i capelli spettinati di
Jo.
– E come hai imparato a rimanere calma? Per me il guaio è questo, le parole mi
sfuggono prima ancora di accorgermene. E più ne dico peggio divento, finché sento
come un piacere nel ferire gli altri e dire cose terribili. Dimmi come fai, Mami cara.
– La mia povera mamma mi aiutava...
– Come tu fai con noi... – l’interruppe Jo con un bacio pieno di gratitudine.
– Ma l’ho perduta quando avevo poco più della tua età. Per anni andai avanti a lot-
tare da sola perché ero troppo orgogliosa per confessare ad altri la mia debolezza. Fu
un periodo difficile, Jo, e piansi molte lagrime amare sui miei fallimenti. Per quanto
mi sforzassi, mi sembrava di non migliorare mai. Poi venne tuo padre e fui così felice
che l’essere buona mi sembrò facilissimo. Ma in seguito, quando ebbi quattro bambi-
ne a cui badare e pochissimi soldi, ricominciarono i guai. Non ho una natura pazien-
te ed era una sofferenza veder mancare qualcosa alle mie piccole.
– Povera mamma! E che cosa ti ha aiutata, allora?
– Tuo padre, Jo. Lui non perde mai la pazienza, non ha mai dubbi, non si lamen-
ta; ma spera sempre, lavora e aspetta serenamente, tanto che davanti a lui ci si vergo-

86
Capitolo viii

gna di non fare altrettanto. Mi aiutava, mi confortava e m’insegnava a mettere in pra-


tica tutte le virtù che avrei voluto vedere nelle mie bambine. Mi fu più facile farlo per
amor vostro che per me. Se a volte ero troppo brusca, la vostra espressione spaventa-
ta o sorpresa era un rimprovero più forte di qualsiasi parola; e l’amore, il rispetto, la
confidenza delle mie bambine fu la più dolce ricompensa agli sforzi che facevo per
essere il loro esempio.
– Oh mamma, se riuscirò ad esser buona la metà di quel che sei tu, mi considere-
rò soddisfatta – esclamò Jo, commossa.
– Spero che sarai molto meglio di me, cara; ma devi tener d’occhio il tuo nemico
‘intimo’, come lo chiama papà, se non vuoi che la tua vita ne sia rattristata o, peggio
ancora, rovinata. Hai avuto una lezione: ricordatela, e cerca con tutto il cuore e con
tutta l’anima di dominare la tua indole irascibile, perché non ti rechi un dolore o un
rimorso molto più gravi di quello che hai sofferto oggi.
– Lo farò, mamma, lo farò davvero. Ma tu devi aiutarmi, devi ricordarmelo e
impedirmi di scattare. Ricordo che certe volte papà metteva l’indice sulle labbra e ti
guardava con dolcezza, ma serio; tu serravi le tue oppure andavi via. Lo faceva per
ricordartelo?
– Sì, lo faceva per aiutarmi, gliel’avevo chiesto io e non se ne dimenticava mai. Ma
quel piccolo gesto, quello sguardo gentile mi hanno impedito molte volte di dire paro-
le taglienti.
Jo vide che gli occhi di sua madre si riempivano di lagrime e le tremavano le lab-
bra; temendo di aver detto troppo sussurrò ansiosamente: – Ho sbagliato a guardarvi
e a parlarne? Non volevo essere maleducata, ma mi fa tanto bene dirti tutto quello che
penso, e mi sento così felice e sicura, con te.
– Bambina mia, a tua madre puoi dire qualsiasi cosa. La mia gioia e il mio orgo-
glio più grandi sono il sentire che le mie ragazze hanno fiducia in me e sanno quan-
to mi sono care.
– Temevo di averti dato un dispiacere.
– No, cara; ma quando parlo di Tuo padre sento di più la sua mancanza e le mie
responsabilità verso di voi.
– Eppure gli hai detto di andare, e non hai pianto quand’è partito, e ora non ti
lamenti, e non sembra che tu abbia bisogno di aiuto – disse Jo sembrando un po’ stu-
pita.
– Ho dato al paese che amo quel che avevo di meglio e ho rimandato le mie lagri-
me a dopo la partenza. Perché dovrei lamentarmi, quando tutti e due abbiamo fatto il
nostro dovere, e poi saremo per questo più felici? Ma se ti sembra che io non abbia
bisogno di aiuto, è perché ho un amico che è anche meglio di papà, mi conforta e mi
sostiene. Bambina mia, le tentazioni e i guai che avrai nella vita sono appena al prin-
cipio e potrebbero essere molti; ma tu puoi vincerli e superarli se impari a sentire la

87
forza e la tenerezza del tuo Padre Celeste, come senti quella del tuo padre terreno.
Quanto più lo ami e confidi in Lui, tanto più ti sentirai vicina a Lui, e meno dipen-
derai dal potere e dalla saggezza umani. Il suo amore e la sua sollecitudine sono
instancabili, immutabili, e non potranno mai esserti tolti, ma possono diventare una
fonte di pace, di forza e di felicità per tutta la vita. Credi a questo con tutto il cuore e
affida a Dio, liberamente e fiduciosamente, come fai con tua madre, i tuoi piccoli pro-
blemi, le tue speranze, i tuoi peccati e i tuoi dolori.
Jo rispose abbracciando forte la madre e nel silenzio che seguì, nel suo cuore si
formò senza esprimersi in parole la più sincera delle preghiere; in quell’ora triste,
eppure felice, aveva provato non soltanto l’amarezza del rimorso e della disperazione,
ma la dolcezza dell’abnegazione e dell’autodominio; e guidata dalla mano della madre
si era avvicinata all’Amico, il cui amore per i figli è più forte dell’amore di qualsiasi
padre, più tenero dell’amore di qualsiasi madre.
Amy si mosse nel sonno sospirando, e Jo, ansiosa di cominciare a correggersi, la
guardò con un’espressione che non aveva mai avuto.
– Ho lasciato tramontare il sole sulla mia collera, non ho voluto perdonare Amy e
oggi, se non fosse stato per Laurie, avrebbe potuto essere troppo tardi! Come ho potu-
to essere così cattiva? – disse Jo a mezza voce, chinandosi sulla sorella e accarezzando
i capelli umidi sparsi sul guanciale.
Come se avesse sentito Amy aprì gli occhi e tese le braccia con un sorriso che andò
diritto al cuore di Jo. Non dissero una parola, ma si abbracciarono nonostante le
coperte e tutto fu perdonato con un bacio che veniva dal cuore.

88
Capitolo viii

89
Capitolo ix
Meg va alla fiera delle vanità

– È la più grossa fortuna che mi poteva capitare che a quelle bambine sia venuto
il morbillo giusto ora – disse Meg un giorno d’aprile mentre, circondata dalle sorelle,
preparava nella sua stanza il bauletto per la gran partenza.
– E Annie Moffat è stata carina a non dimenticare la promessa. Due settimane
intere di divertimenti, che meraviglia! – rispose Jo, che sembrava un mulino a vento
mentre con le sue lunghe braccia piegava le gonne.
– E io sono contenta che il tempo sia così bello – aggiunse Beth che sistemava con
ordine i nastri per il collo e i capelli nella sua migliore scatola, prestata a Meg per l’oc-
casione.
– Quanto mi piacerebbe andare a divertirmi e mettermi tutti questi bei vestiti! –
disse Amy che, con la bocca piena di spilli, riempiva artisticamente il cuscinetto por-
taspilli della sorella.
– Anche a me piacerebbe che veniste tutte con me. Ma dato che non è possibile,
terrò nota di tutte le mie avventure e ve le racconterò al ritorno. È il meno che possa
fare, visto che siete così gentili a prestarmi le vostre cose
e ad aiutarmi a esser pronta – disse Meg,
guardando il suo semplicissimo cor-
redo, poco meno che perfetto ai
loro occhi.
– Cosa ti ha dato la
mamma dallo scrigno
dei tesori? – chiese
Amy, che non aveva
assistito all’apertura
d’un certo cofano di
cedro in cui la signora March
teneva alcuni avanzi del passato splen-
dore, per regalarli alle figlie quando fosse venu-
to il momento.

90
Capitolo ix

– Un paio di calze di seta, un ventaglio intagliato e una bella sciarpa azzurra. Io


avrei voluto il vestito viola, ma non c’era tempo per aggiustarlo e mi devo acconten-
tare del mio vecchio di mussola.
– Starà benissimo sulla mia sottogonna nuova di rasetto e la sciarpa ci starà d’in-
canto! Se non avessi rotto il mio braccialetto di corallo, te l’avrei dato volentieri – disse
Jo che amava molto dare e prestare, ma i suoi oggetti erano sempre troppo sciupati per
poter servire.
– Nello scrigno dei tesori ci sono delle vecchie perle così belle! Ma la mamma dice
che per le ragazze giovani l’ornamento più bello sono i fiori freschi e Laurie ha pro-
messo di mandarmene quanti ne voglio – rispose Meg. – Ora lasciatemi un po’ vede-
re... Ho il mio vestito nuovo a giacca, è grigio e va benissimo per il passeggio. Per
favore, Beth, arriccia un po’ la piuma del cappello. Poi, questo di popeline, per la
domenica e per il ballo. È un po’ pesante per la primavera, no? Quello viola sarebbe
andato così bene... che peccato!
– Non importa. Per il ballo hai quello di mussola; senza contare che in bianco sem-
bri un angelo – disse Amy, incantata da quella piccola mostra di abiti.
– Non è scollato e non ha neanche un po’ di strascico, ma non ho altro... Il vesti-
to blu da casa è venuto così bene, rivoltato e con la guarnizione nuova... Sembra com-
pletamente nuovo! Il soprabito di seta non è più di moda e il cappello non ha proprio
niente a che vedere con quello di Sallie. Per l’ombrello non ho voluto dir nulla, ma
sono rimasta malissimo. Avevo detto alla mamma che lo volevo nero col manico bian-
co, ma dev’essersene dimenticata e l’ha preso verde col manico giallastro. È forte ed è
nuovo, non dovrei lamentarmi, ma so fin d’ora che me ne vergognerò confrontando-
lo con quello di Sallie, che è di seta e ha il manico d’oro – sospirò Meg esaminando
l’ombrellino, assai dispiaciuta.
– Va’ a cambiarlo – consigliò Jo.
– Non sono così sciocca! Mami ci resterebbe male, si è data tanta pena per prepa-
rarmi tutto. È una mia stupida idea e me la caverò dalla testa. Sono beata d’avere le
calze di seta e due paia di guanti nuovi. Sei stata un tesoro a prestarmi i tuoi, Jo. Mi
sento ricca e quasi elegante con quelli nuovi e l’altro paio pulito per tutti i giorni. – E
Meg, rasserenata, guardò la scatola dei guanti.
– Annie Moffat ha i fiocchetti rosa e azzurri sulle cuffie da notte. Ne metteresti
qualcuno anche sulle mie? – chiese a Beth che le portava una pila di biancheria di
mussola appena uscita dalle mani di Anna.
– Io non ce li metterei proprio! Le cuffiette con i fiocchi non starebbero bene con
le tue camicie semplici, senza guarnizioni. I poveri devono fare a meno dei fronzoli –
affermò decisamente Jo.
– Mi domando se avrò mai la felicità di possedere vestiti con veri pizzi e cuffie con
i fiocchi! – esclamò Meg, spazientita.

91
– L’altro giorno dicevi che andare da Annie Moffat sarebbe stato il colmo della
felicità – osservò Beth, quieta come sempre.
– È vero! Bene, sono felice e non devo lamentarmi! Ma sembra che più si ha, più si
vorrebbe avere, no? Ecco fatto, le scatole sono pronte... C’è tutto, tranne l’abito da sera
che la mamma deve piegare e metter dentro lei – disse Meg, già più allegra, andando
con lo sguardo dal bauletto quasi pieno al vestito bianco di mussola, stirato e ristira-
to più volte e più volte riaggiustato, che con aria importante lei chiamava ‘il mio abito
da ballo’.
Il giorno dopo il tempo era buono e Meg partì, in grande stile, per i suoi quindi-
ci giorni di novità e piaceri. La signora March aveva molto esitato ad accettare l’invi-
to dei Moffat, temendo che Meg sarebbe tornata più scontenta di prima. Ma aveva
tanto pregato, Meg, Sallie aveva promesso di vigilare su di lei, e un po’ di svago sem-
brava una deliziosa ricompensa a un inverno di penoso lavoro; così la madre aveva
ceduto e Meg era partita a gustare per la prima volta la vita elegante.
I Moffat eran gente del gran mondo e all’inizio la semplice Meg fu intimidita dalla
casa fastosa e dall’eleganza dei suoi abitanti. Erano brave persone, nonostante la vita
frivola, e fecero di tutto perché l’ospite si sentisse a suo agio. Forse Meg avvertì, senza
capire perché, che non erano né molto colti né molto intelligenti, e tutta la loro dora-
tura non riusciva a nascondere il materiale scadente di cui erano fatti. Ma era indub-
biamente molto piacevole vivere nel lusso, andare in giro in una bella carrozza, metter-
si tutti i giorni il miglior vestito e non fare altro che divertirsi. Una vita che le andava
proprio a pennello; e ben presto incominciò a imitare il modo di fare e di parlare delle
persone che le stavano intorno, a darsi arie e a far smorfiette, a cianciare un po’ in fran-
cese, ad arricciarsi i capelli, stringere i vestiti e a tentare il parlar di moda. Quanto più
vedeva le belle cose di Annie Moffat, tanto più la invidiava e sospirava d’esser ricca. La
sua casa, a pensarci adesso, le sembrava nuda e deprimente, il lavoro più che mai noio-
so, e si sentiva la più misera e la più umiliata delle ragazze, nonostante i guanti nuovi
e le calze di seta.
Non aveva, però, molto tempo per gemere su se stessa, perché le tre ragazze erano
molto occupate a divertirsi. Passeggiavano a piedi e in carrozza, andavano a far com-
pere, chiacchieravano tutto il giorno, e se non andavano a teatro o all’opera, si diver-
tivano in casa. Annie aveva molti amici e sapeva intrattenerli. Le sue sorelle maggio-
ri erano bellissime ragazze, una era già fidanzata, cosa estremamente interessante e
romantica, pensava Meg. Il signor Moffat, un grasso e gioviale signore, conosceva il
signor March; la signora Moffat, anche lei grassa e gioviale, aveva molta simpatia per
Meg, come sua figlia Annie. Tutti la vezzeggiavano e ‘Daisy’, come la chiamavano, era
sulla buona via per perdere la testa.
Quando arrivò il giorno della piccola festa che avrebbe avuto luogo la sera, Meg si
accorse che il suo vestito di popeline non poteva assolutamente andare; le altre ragaz-

92
Capitolo ix

ze avrebbero indossato abiti leggeri e avevano intenzione di mettersi in grande elegan-


za; così venne fuori il vecchio vestito bianco di mussola che, in confronto a quello
nuovo di Annie, sembrò più vecchio, più floscio e più logoro che mai. Le amiche lo
guardarono e si scambiarono un’occhiata; Meg diventò di fuoco perché, nonostante la
sua dolcezza, era molto orgogliosa. Non fecero commenti, ma Sallie si offrì di petti-
narla, Annie di annodarle la cintura e Belle, la fidanzata, lodò le bianche braccia di
Meg; ma la loro gentilezza sembrò a Meg solo pietà per la sua indigenza e si sentì il
cuore così pesante che rimase in disparte mentre le altre ridevano, scherzavano e vol-
teggiavano per la stanza lievi come farfalle. L’aspro senso di amarezza stava per avere il
sopravvento quando la cameriera venne recando una scatola di fiori. Prima che potes-
se parlare Annie tolse il coperchio e ci fu un coro di esclamazioni per le bellissime rose,
l’erica e le felci che la riempivano.
– Sono per Belle, naturalmente, George gliene manda sempre... Ma queste sono
veramente magnifiche – esclamò Annie, odorando intensamente i fiori.
– Sono per la signorina March, ha detto l’uomo. E c’è un biglietto – disse invece
la cameriera e lo porse a Meg.
– Che divertente! Chi te le manda? Non sapevamo che tu avessi un innamorato –
gridarono le ragazze, agitandosi intorno a Meg, eccitate dalla sorpresa e dalla curiosi-
tà.
– Il biglietto è della mamma e i fiori me li manda Laurie – disse Meg con sem-
plicità, grata ch’egli non avesse dimenticato la promessa.
– Ah, davvero?! – disse Annie con una strana occhiata, mentre Meg faceva scivo-
lare in tasca il biglietto, quasi fosse un talismano contro l’invidia, la vanità e il falso
orgoglio. Le poche parole affettuose l’avevano rinfrancata e i bei fiori la mettevano di
buon umore.
Sentendosi di nuovo quasi felice prese per sé qualche felce e alcune rose; con gli
altri fiori preparò per le amiche eleganti mazzolini da appuntare fra i capelli, sul petto
o sulle gonne e li offrì con tanta grazia che Clara, la maggiore, le disse: – Non ho mai
visto un tesoro come te. – Tutte sembrarono sedotte dalla sua gentilezza, e ciò mise
fine al suo scoraggiamento. Quando le ragazze andarono a farsi ammirare dalla signo-
ra Moffat, Meg rimase ad appuntarsi le felci nei capelli appena ondulati e le rose sul
vestito – che adesso non le sembrava più tanto frusto – e guardandosi nello specchio
vide riflesso un volto allegro e degli occhi luminosi.
Si divertì molto, quella sera, ballò a sazietà, tutti furono molto gentili con lei ed
ebbe tre complimenti: poiché Annie aveva voluto che cantasse, qualcuno disse che la
sua voce era ‘notevolmente bella’; il maggiore Lincoln domandò chi fosse «quella fre-
sca ragazzina con begli occhi», e il signor Moffat aveva insistito per ballare con lei per-
ché, come disse garbatamente «non si sdilinquiva, ma danzava con spirito». Così, tutto
sommato, fu per lei una bella serata fin quando non sentì per caso un brano di con-

93
versazione che la turbò assai. Si era seduta proprio vicino alla serra, in attesa del cava-
liere che doveva portarle un gelato, quando al di là della parete fiorita udì una voce
chiedere:
– E lui, quanti anni ha?
– Sedici o diciassette, direi.
– Sarebbe una gran cosa per una delle ragazze, no? Sallie mi dice che sono molto
intimi e il vecchio le adora.
– La signora M. deve aver fatto i suoi piani, credo, e giuocherà bene le sue carte,
benché sia ancora presto. La ragazza per ora non ci pensa, è evidente – disse la signo-
ra Moffat.
– Ha detto la storiella della mamma, che il biglietto era suo, come se lo sapesse.
Poverella! Era così graziosa quando è diventata rossa all’arrivo dei fiori. Sarebbe molto
carina se si vestisse con un po’ più di stile. Credi che si offenderebbe se le offrissimo
di prestarle un vestito per giovedì? chiese un’altra voce.
– È orgogliosa, ma non le dispiacerebbe, credo. Quel vestito di mussola è così
malandato. E non ha altro. Se stasera lo strappa avremo la scusa per offrirgliene uno
decente.
– Vedremo. Inviterò il giovane Laurence in onor suo. E ci divertiremo, poi.
A questo punto il cavaliere di Meg tornò e la trovò tutta rossa in viso e piuttosto
agitata. Essa era molto orgogliosa e in quel momento l’orgoglio le fu utile assai per-
ché l’aiutò a nascondere la mortificazione, la collera e il disgusto per quello che aveva
sentito proprio allora; sebbene fosse ingenua e poco sospettosa, non aveva potuto fare
a meno di capire il significato di quel pettegolezzo. Tentò di dimenticarlo, ma non vi
riuscì e continuò a ripetersi «la signora M. ha fatto i suoi piani», «la storiella del
biglietto» e «quel vestito di mussola così malandato», tanto che avrebbe pianto volen-
tieri e sarebbe tornata a casa di corsa per raccontare le sue pene e chiedere consiglio.
Ma andarsene non poteva e fece del suo meglio per sembrare allegra; essendo così
agitata ci riuscì tanto bene che nessuno sospettò lo sforzo che le costava. Fu conten-
ta quando la festa finì e si ritrovò tranquilla nel suo letto a pensare, a meravigliarsi e
a smaniare fino ad averne il mal di capo; poi le guance ardenti furono rinfrescate da
poche, inevitabili lagrime. Le parole sciocche, nonostante contenessero buone inten-
zioni, le avevano rivelato un mondo nuovo e molto turbavano la pace di quello vec-
chio, in cui fino a quel momento era vissuta felice come una bambina. L’innocente
amicizia con Laurie sembrava sciupata dalle chiacchiere insulse che aveva per caso
udito, la fede nella madre un po’ scossa dai piani che la signora Moffat le attribuiva,
giudicando gli altri da se stessa, e il giusto proponimento di accontentarsi del sem-
plice guardaroba adatto alla figlia d’un uomo povero lo sentiva indebolito dalla
superflua commiserazione di ragazze che consideravano un vestito logoro la peggio-
re calamità che potesse capitare.

94
Capitolo ix

La povera Meg passò una notte agitata, si alzò con gli occhi pesti, infelice e in uno
stato d’animo che oscillava tra il risentimento verso le amiche e la vergogna di non
trovare il coraggio di parlare francamente e chiarire le cose. Per tutta la mattina anda-
rono ciondolando e solo verso mezzogiorno le ragazze trovarono la forza di prendere
in mano un lavoro. Meg fu sorpresa dal cambiamento delle amiche nei suoi riguardi:
la trattavano con più rispetto, le parve, s’interessavano più del solito e con più tene-
rezza a quel che diceva, e la osservavano in un modo che tradiva la loro curiosità. Tutto
ciò la sorprese e la lusingò, ma non poté intenderne la ragione finché Belle, alzando
gli occhi da quel che stava scrivendo, disse con un tono sentimentale:
– Daisy cara, ho mandato un invito al tuo amico, il signor Laurence, per giovedì.
Ci piacerebbe conoscerlo e, del resto, mi sembra un giusto riguardo verso di te.
Meg arrossì, ma un’idea maliziosa le suggerì di stuzzicare le sue amiche e rispose
con un po’ di sussiego:
– Sei molto gentile, ma temo che non verrà.
– Perché no, chérie? – chiese Belle.
– È troppo vecchio.
– Ma che dici, tesoro! Quanti anni ha, di grazia? – esclamò Clara.
– Circa settanta, credo – rispose Meg, contando i punti per nascondere gli occhi
che ridevano.
– Furba che sei! Naturalmente noi intendevamo il giovanotto – disse Belle scop-
piando a ridere.
– Ma non c’è nessun giovanotto. Laurie è un ragazzino – e rise anche Meg all’oc-
chiata che si scambiarono le sorelle sentendola descrivere così il presunto innamora-
to.
– Ha circa la tua età – disse Nan.
– L’età di Jo, piuttosto. Io avrò diciassette anni in agosto – ribatté Meg scuotendo
il capo.
– Però è molto gentile a mandarti i fiori, no? – disse Annie, incredibilmente seria.
– Sì, e lo fa spesso, ne manda a tutte noi. Ne hanno piena la casa e a noi piaccio-
no tanto. Mia madre e il signor Laurence sono molto amici, sapete, quindi è naturale
che noi ragazzi si stia molto insieme – rispose Meg con la speranza che non dicesse-
ro altro.
– Evidentemente Daisy non ha fatto ancora il suo ingresso in società – disse Clara
a Belle con un cenno d’intesa.
– Innocente in tutto e per tutto come una pastorella – rispose Belle alzando le
spalle.
– Vado fuori a prendere qualche cosetta per le mie ragazze. Cosa posso fare per
voi, signorine? – domandò la signora Moffat entrando col passo d’un elefante barda-
to di seta e merletti.

95
– Niente, grazie mamma – rispose Sallie. – Io ho il mio nuovo vestito di seta rosa,
per giovedì. Non ho bisogno d’altro.
– Neanche io... – cominciò Meg, ma s’interruppe quando le venne in mente di quan-
te cose aveva in realtà bisogno, che non avrebbe potuto avere.
– Che cosa ti metterai? – domandò Sallie.
– Di nuovo il mio vecchio vestito bianco, se riesco a rammendarlo senza che si
veda troppo. L’ho malamente strappato, ieri sera – disse Meg cercando di essere dis-
involta, ma sentendosi molto impacciata.
– Perché non mandi qualcuno a casa a prenderne un altro? – domandò Sallie, ben
poco a proposito.
– Non ne ho un altro.
Costò un grande sforzo a Meg il doverlo dire, ma Sallie non se ne accorse ed escla-
mò, tra divertita e sorpresa:
– Solo quello? Che buffo...
– Ma non terminò la frase perché Belle la guardò scuotendo la testa e la interrup-
pe dicendo con garbo:
– Non c’è niente di buffo. A che le servirebbero tanti vestiti se non va ancora in
società? Poi non c’è bisogno di mandar nessuno a casa, Daisy, anche se tu ne avessi
una dozzina. Io ho un vestito di seta azzurra, tanto carino, che non posso più mette-
re perché sono diventata molto alta. E lo metterai tu per farmi piacere, vero, cara?
– Sei molto gentile, ma a me non importa affatto mettere il mio vecchio vestito,
se non dispiace a voi. Va ancora bene per la mia età – disse Meg.
– Oh, lascia che io mi diverta a vestirti alla moda! Mi piace tanto e tu sarai una
vera bellezza con un tocco qua e uno là! Non ti farai vedere a nessuno finché non sarai
pronta e poi entreremo all’improvviso, come Cenerentola e la sua madrina, quando
vanno al ballo – disse Belle col suo tono persuasivo.
Meg non poté rifiutare un’offerta fatta con tanta gentilezza, anche perché il desi-
derio di vedere se con qualche ritocco sarebbe diventata ‘una vera bellezza’ la spinse
ad accettare e a dimenticare il disagio che aveva provato nei confronti dei Moffat.
La sera del giovedì Belle si chiuse nella sua stanza con la cameriera e tutte e due
insieme fecero di Meg un’autentica signora. Le arricciarono i capelli, le lisciarono il
collo e le braccia con una cipria profumata, le ‘toccarono’ leggermente le labbra con la
pomata corallina per farle più rosee, e Hortense avrebbe voluto aggiungere un po’ di
rosso alle guance se Meg non si fosse ribellata. Le allacciarono il vestito azzurro-cielo,
tanto stretto che poteva appena respirare e tanto scollato che guardandosi nello spec-
chio Meg la modesta arrossì. Aggiunsero dei braccialetti, una collana, una spilla, e
perfino degli orecchini in filagrana d’argento che Hortense legò alle orecchie con un
invisibile filo di seta rosa. Un mazzetto di bocciuoli sul petto e una gala arricciata
intorno alla scollatura riconciliarono Meg col senso di disagio che provava nel mostra-

96
Capitolo ix

re le sue belle spalle candide; e un paio di scarpette di seta celeste col tacco alto sod-
disfecero un vecchio desiderio del suo cuore. Il fazzoletto di trina, un ventaglio di
piume e un mazzolino di fiori legato in argento diedero l’ultimo tocco all’opera e Belle
la guardò con la soddisfazione d’una bambina che ammira la sua bambola vestita a
nuovo.
– Mademoiselle è charmante, très jolie, non è vero? – esclamò Hortense giungendo
le mani con un entusiasmo affettato.
– Vieni a farti vedere – disse Belle, precedendo Meg nella stanza dove gli altri le
aspettavano.
Meg la seguì con la lunga gonna e lo strascico fruscianti, gli orecchini che tintin-
navano, i riccioli che ondeggiavano, il cuore in tumulto, pensando che infine comin-
ciava ‘veramente’ a divertirsi: lo specchio aveva affermato ch’era ‘una gran bellezza’.
Sentì ripetere con entusiasmo questa frase dalle amiche e per parecchi minuti rimase
in piedi come la cornacchia della favola, a godersi le piume avute in prestito, mentre
le altre ciarlavano come gazze.
– Mentre mi vesto, Nan, insegnale come deve badare alla gonna e ai tacchi alti
alla francese, se no inciampa. Tu, Clara, prendi la tua farfalla d’argento e appuntale
in alto il ricciolo lungo, a sinistra. E che nessuno rovini il mio capolavoro – disse
Belle andandosene in fretta, molto soddisfatta del risultato.
– Ho paura di cadere, mi sento così strana e impacciata, mezza nuda come sono!
– disse Meg a Sallie quando suonò il campanello e la signora Moffat mandò a dire alle
ragazze di farsi vedere.
– Davvero non sembri più la stessa, ma sei molto bella, e vicino a te io non faccio
più nessuna figura! Belle ha molto buon gusto, sai, e ha fatto in modo che tu avessi
ora quest’aria ‘francese’. Lascia che i fiori pendano, ma non badarci troppo e sta’ atten-
ta a non cadere – rispose Sallie cercando di non prendersela perché Meg era adesso
molto più carina di lei.
Tenendo bene a mente il consiglio, Margaret arrivò giù sana e salva e veleggiò
attraverso le sale dove i Moffat si trovavano riuniti insieme agli ospiti ch’erano arriva-
ti per primi. Ben presto si accorse che i vestiti eleganti hanno un fascino particolare
che attrae certa gente e suscita il loro rispetto. Parecchie signorine, che prima non ave-
vano mostrato di accorgersi di lei, divennero subitamente molto gentili; i giovanotti
che alla festa precedente s’erano limitati a guardarla, adesso chiesero d’esserle presen-
tati e le dissero una quantità di cose sciocche ma gradevoli; e le vecchie signore che,
sedute sui divani, criticavano un po’ tutti, s’informarono chi fosse con un’aria interes-
sata. Meg sentì che la signora Moffat rispondeva a una di esse:
– Daisy March, il padre è colonnello nell’esercito, una delle migliori famiglie... ma
sa, un rovescio di fortuna... amici intimi dei Laurence... una dolcissima creatura, vera-
mente, il mio Ned ne va pazzo.

97
– Ah così? – disse la vecchia signora inforcando l’occhialetto per osservare Meg
che fece del suo meglio per fingere di non aver sentito le fandonie della signora
Moffat e non mostrare che n’era rimasta scandalizzata.
Quel ‘senso di stranezza’ non passava, ma Meg immaginò di recitare la parte della
gran dama e se la cavò abbastanza bene, per quanto il vestito strettissimo le desse il mal
di stomaco, continuasse a calpestare lo strascico e avesse il terrore di veder volare via gli
orecchini, rotti, forse, o perduti. Stava agitando il suo ventaglio e rideva alle misere bat-
tute di un giovanotto che cercava d’essere spiritoso, quando improvvisamente parve
confusa e cessò di ridere: giacché, proprio di fronte a lei, aveva veduto Laurie. Egli la
guardava senza dissimulare la sorpresa, e anche la disapprovazione, lo vide subito; s’in-
chinava a lei sorridendo ma nei suoi occhi onesti c’era qualcosa che la
fece arrossire e desiderò d’avere indosso il suo vecchio vestito. La sua
confusione aumentò quando vide Belle dare una piccola gomitata
a Annie e tutt’e due guardarono prima lei e poi Laurie che, per
sua fortuna, sembrava più del solito giovane e timido.
– Stupide creature, mettermi in testa pensieri simili! Ma
non me ne importa, e farò come se
niente fosse – pensò Meg e attraversò
frusciando la stanza per andar a strin-
gere la mano al suo amico.
– Sono contenta che tu sia venu-
to, temevo che non potessi – gli disse
cercando di assumere l’aria d’una perso-
na adulta.
– Jo voleva che venissi per dirle poi che cosa sembravi, e allora
eccomi – rispose Laurie, ma con un mezzo sorriso per il suo tono
materno.
– E che cosa le dirai? – domandò Meg piena
di curiosità per il giudizio che avrebbe dato, ma
sentendosi a disagio di fronte a lui, come non
le era mai accaduto.
– Dirò che non ti ho riconosciuta. Sembri
più grande, non sei più tu, mi fai quasi paura
– rispose Laurie giocando nervosamente col
bottone del suo guanto.
– Che sciocchezza! Le ragazze si sono diverti-
te a mettermi in ghingheri, e del resto mi piace. Jo non
resterebbe a bocca aperta se mi vedesse? – continuò Meg,
decisa a fargli dire se la trovava sì o no migliorata.

98
Capitolo ix

– Sì, credo di sì – rispose Laurie, molto serio.


– Non ti piaccio così? – domandò Meg.
– No – fu la netta risposta.
– Perché no? – fu l’ansiosa domanda.
Laurie guardò la testa arricciata, le spalle nude, il vestito esageratamente guerni-
to, con un’espressione che la mise in imbarazzo anche più della sua risposta, che non
era stata di certo detta con l’abituale cortesia.
– Non mi piacciono tutti questi fronzoli.
Era veramente troppo da parte d’un ragazzino più giovane di lei e lo piantò lì
andandosene e dicendo s’un tono petulante:
– Sei il ragazzo più sgarbato che conosco.
Molto irritata Meg si fermò vicino a una finestra per rinfrescare le guance infuo-
cate; il vestito troppo stretto le dava quel colorito acceso, che l’infastidiva. E mentre
stava lì, passò vicino il maggiore Lincoln, e poco dopo sentì che diceva alla madre:
– L’hanno proprio ridicolizzata, questa fanciullina. Volevo che tu la vedessi, ma è
completamente sciupata. Questa sera è soltanto una pupattola.
– O povera me! – sospirò Meg. – Se avessi avuto un po’ di buon senso e mi fossi
messa la mia roba non avrei fatto cattiva impressione e non mi sentirei tanto a disagio
e piena di vergogna.
Rimase lì in piedi, la fronte appoggiata al vetro freddo, seminascosta dalla tenda,
senza accorgersi ch’era cominciato il suo walzer preferito fin quando qualcuno non la
toccò e voltandosi vide Laurie che, pentito, col suo più bell’inchino diceva porgendo-
le la mano:
– Scusami se sono stato sgarbato e vieni a ballare con me.
– Non voglio che tu balli per forza – disse Meg cercando di sembrare offesa, senza
riuscirci affatto.
– Ma no, muoio dalla voglia di ballare. Vieni, sarò buono. Il tuo vestito non mi
piace ma tu... tu sei splendida! – e agitò le mani in aria, quasi gli mancassero le paro-
le per esprimere tutta la sua ammirazione.
Meg sorrise e cedette, e mentre aspettavano per cominciare a tempo, gli sussurrò:
– Sta’ attento a non inciampare nella mia gonna. È una vera sciagura e sono stata
un’oca a mettermi questo vestito.
– Mettitela intorno al collo, almeno sarà utile – disse Laurie guardando le scar-
pette azzurre che evidentemente gli piacevano.
E si lanciarono, leggeri e aggraziati; avendo spesso ballato a casa stavano bene
insieme; era un piacere veder la giovane e vivace coppia volteggiare con tanta gaiezza;
dopo il breve battibecco erano più amici di prima.
– Laurie, vorrei da te un favore, puoi farmelo? – disse Meg, mentre egli stava in piedi
vicino a lei, sventagliandola, giacché le era mancato il fiato, benché non volesse ammet-

99
terlo, e s’era dovuta sedere quasi subito.
– Come no! – rispose Laurie, pieno di premura.
– Non raccontare a casa del mio vestito, ti prego. Non capirebbero ch’è stato uno
scherzo e forse mamma si preoccuperebbe.
«Ma allora perché l’hai fatto?» chiesero gli occhi di Laurie; e lo dissero tanto chia-
ramente che Meg aggiunse in fretta:
– Lo dirò io e confesserò alla mamma quanto sono stata sciocca. Ma preferisco
farlo io. Tu non dirai niente, vero?
– Ti dò la mia parola. Ma che cosa devo raccontare quando mi chiederanno di te?
– Solo che sto benino e che mi diverto.
– La prima parte la dirò di tutto cuore. Ma per il resto? Non mi sembra che tu ti
diverta, vero?
E la guardò con un’espressione che la costrinse a rispondere in un bisbiglio:
– No, in questo momento proprio no. Non pensar male di me. Mi sembrava solo
uno scherzo, ma è un brutto scherzo, temo, e non mi piace più.
– Sta venendo Ned Moffat. Che cosa vuole? – chiese Laurie aggrottando le
sopracciglia nere, come se non trovasse affatto un piacevole diversivo alla serata la pre-
senza del suo giovane ospite.
– Ha scritto tre volte il suo nome nel mio carnet di ballo e viene a prendermi per
ballare, credo. Che noia! – disse Meg con un’aria languida che divertì molto Laurie.
Non ebbe più modo di parlare fino all’ora di cena, quando la vide bere champa-
gne con Ned e il suo amico Fisher che si comportavano ‘da idioti’ – si disse – convin-
to d’avere il fraterno diritto di vigilare sulle sorelle March e di combattere le loro bat-
taglie quando avessero bisogno d’un difensore.
– Domani avrai un mal di testa feroce, se ne bevi troppo. Io non lo farei, Meg. Lo
sai che a tua madre non piace – le sussurrò chinandosi sulla sua sedia, mentre Ned si
voltava per riempirle di nuovo il bicchiere e Fisher si abbassava a raccoglierle il ven-
taglio.
«Stasera non sono Meg. Sono una ‘pupattola’ che fa un mucchio di follie. Domani
metterò da parte i ‘fronzoli’ e sarò di nuovo disperatamente buona – rispose lei con
una risatina affettata.
– Bene, vorrei che fosse già domani – brontolò Laurie andandosene, seccato del
cambiamento che vedeva in lei.
Meg danzò e civettò, chiacchierando e ridendo scioccamente, come tutte le altre;
dopo cena partecipò al cotillon, inciampando continuamente nella sua lunga gonna,
che per poco non fece cadere il suo cavaliere, e si agitò tanto da scandalizzare Laurie
che la guardava, meditando una predica. Ma non ebbe modo di farla perché Meg si
tenne lontana da lui finché egli non si avvicinò per salutarla.
– Ricordati! – disse Meg cercando di sorridergli, già in preda a un feroce mal di

100
Capitolo ix

testa.
– Silence à la mort! – rispose Laurie con un inchino melodrammatico, e poi andò
via.
Questa scenetta risvegliò la curiosità di Annie; ma Meg era troppo stanca per
chiacchierare e andò a letto avendo l’impressione d’esser stata a un ballo in maschera
e di essersi divertita assai meno del previsto. Si sentì male tutto il giorno dopo e il
sabato tornò a casa, disfatta dalle due settimane di divertimento e convinta che quin-
dici giorni ‘in grembo’ al lusso fossero più che sufficienti.
– È molto piacevole starsene tranquilli e non dover sempre badare alle ‘arie’ che si
devono avere in società. Si sta così bene a casa propria anche se non è una casa splen-
dida – disse Meg la domenica sera, seduta in salotto con Jo e la madre, guardandosi
quietamente intorno.
– Mi fa piacere sentirtelo dire, cara. Temevo che tornando da una casa di lusso la
nostra potesse sembrarti povera e noiosa – rispose la signora March che tutto il gior-
no l’aveva osservata in silenzio ma un po’ ansiosa; gli occhi materni vedono ben presto
i mutamenti sui volti dei figli.
Meg aveva raccontato allegramente le sue avventure e più volte aveva detto che si
era divertita moltissimo; ma sembrava che avesse un peso sul cuore e quando le più
piccole furono andate a letto, rimase pensierosa e preoccupata a guardare il fuoco, e
quasi non parlò. Quando l’orologio suonò le nove e Jo propose di andare a letto, Meg
si alzò di scatto, sedette sullo sgabello di Beth, appoggiò i gomiti alle ginocchia della
madre e disse coraggiosamente:
– Mami, voglio confessarti una cosa.
– Lo sapevo. Che cosa, cara?
– Devo andarmene? – chiese Jo, discreta.
– Niente affatto. Non ti dico sempre tutto? Mi vergognavo a parlare davanti alle
bambine, ma voglio che sappiate le cose orribili che ho fatto dai Moffat.
– Siamo pronte – disse la signora March sorridendo, un po’ impensierita tuttavia.
– Che mi hanno vestita di gala ve l’ho raccontato. Ma non vi ho detto che mi hanno
incipriata, strizzata, arricciata sino a farmi sembrare un figurino alla moda. Laurie deve
averlo pensato, ch’ero vestita in modo sconveniente. Non l’ha detto, ma l’ho capito, e
poi ho sentito qualcuno dire che sembravo una ‘pupattola’. Io sapevo ch’erano scioc-
chezze, ma mi hanno adulata, tutti dicevano ch’ero proprio ‘una bellezza’ e molte altre
stupidaggini del genere, e così ho lasciato che mi rendessero ridicola.
– Tutto qui? – disse Jo, mentre la signora March guardava in silenzio il viso abbat-
tuto della sua figliuola più graziosa e non trovava in cuore di che poterla rimprovera-
re per le sue piccole follie.
– No, ho bevuto champagne, mi sono agitata scompostamente, ho provato a civet-
tare e tutto l’insieme devo soltanto rimproverarmelo – concluse Meg, pentita.

101
– C’è dell’altro, credo.
E la signora March accarezzò la guancia morbida che divenne subito rosea men-
tre Meg diceva lentamente:
– Sì, è molto sciocco, ma voglio dirlo, perché odio che la gente pensi e dica simi-
li cose di noi e di Laurie – e raccontò i piccoli pettegolezzi sentiti dai Moffat; mentre
parlava Jo vide che sua madre serrava le labbra, irritata che idee simili fossero state
messe nella mente ingenua di Meg.
– Bene, è la più stupida robaccia che ho mai sentito – gridò poi, indignata. – Ma
tu, perché non sei saltata su a dirglielo in faccia?
– Non ho potuto, mi sentivo così imbarazzata. È stato per caso, del resto, e poi ero
così indignata e piena di vergogna che non ho pensato che avrei dovuto andarmene
subito.
– Aspetta solo che la incontri io, Annie Moffat, e ti farò vedere come metto subi-
to le cose a posto. Mi piace l’idea che ‘abbiamo’ i nostri piani, e siamo gentili con
Laurie perché è ricco e forse potrà sposarci... e questo e quell’altro! Scoppierà dal ride-
re quando gli riferirò le cose che quelle sceme dicono di noi ragazze povere! – e Jo rise
come se, ripensandoci, tutto ciò le sembrasse irresistibilmente comico.
– Se lo dici a Laurie non te lo perdonerò mai! Mami, è vero che non deve dirglie-
lo? – chiese Meg, tutta agitata.
– No, non deve. Mai riferire certi stupidi pettegolezzi. Bisogna dimenticarli il più
presto possibile – disse gravemente la signora March. – Non avrei dovuto lasciarti
andare da gente che conosco appena. Sono gentili, senza dubbio, ma sono anche mon-
dani, maleducati, e pieni d’idee volgari sulla gioventù. Non so come dirti quanto mi
dispiace per il danno che la loro ospitalità può averti recato, Meg.
– Non preoccuparti. Non mi ha fatto nessun male. Dimenticherò quel che c’è stato
di brutto e ricorderò soltanto il bello. Perché davvero mi sono divertita, mamma, e ti
ringrazio molto di avermi lasciata andare. Ma non farò più la sentimentale e l’insod-
disfatta. Ho capito che sono una stupida ragazzina e starò con te finché non sarò capa-
ce di badare a me stessa. Però fa piacere essere lodati e ammirati, devo confessarlo –
concluse Meg vergognandosi un po’ di doverlo confessare.
– È una cosa naturalissima, e innocua pure, se non diventa un’ossessione e non
porta a far sciocchezze o cose che una ragazza per bene non deve fare. Impara a rico-
noscere e a valutare la lode che ha valore e a suscitare l’ammirazione delle brave per-
sone, anche con la modestia oltre che con la bellezza, Meg.
Meg rimase per un momento immobile a riflettere, mentre Jo, in piedi, le mani
dietro la schiena, sembrava interessata da quei discorsi, ma anche un po’ perplessa: era
una novità per lei veder Meg arrossire e parlare di ammirazione, di corteggiatori e cose
del genere; le pareva che in quei quindici giorni sua sorella fosse cresciuta in modo
sbalorditivo e stesse andandosene verso un mondo dove lei non avrebbe potuto seguir-

102
Capitolo ix

la.
– Mamma? tu hai dei ‘piani’, come ha detto la signora Moffat? chiese infine Meg,
timidamente.
– Sì, mia cara, ne ho moltissimi. Ne hanno tutte le madri, ma temo che i miei
siano piuttosto diversi da quelli della signora Moffat. Te ne dirò qualcuno, perché mi
sembra che sia venuto il momento di parlarti d’un argomento molto serio e di mette-
re un po’ d’ordine nella tua testolina e nel tuo cuore romantico. Tu sei giovane, Meg,
ma non tanto da non capirmi, e le labbra della madre sono le più adatte a parlare di
cose del genere a ragazze della vostra età. Jo, anche per te verrà quel momento, forse;
quindi ascoltate tutte e due e aiutatemi a realizzare i miei ‘piani’, se sono buoni.
Jo andò a sedersi sul bracciuolo della poltrona con l’aria di chi sta per partecipare
a qualcosa di molto solenne. Tenendo le figlie per mano e osservando pensosa i due
giovani visi, la signora March disse col suo tono ch’era serio e lieto allo stesso tempo:
– Voglio che le mie figlie siano belle, ben educate e buone; che siano ammirate,
amate e rispettate; che abbiano una giovinezza felice; che si sposino con giudizio e il loro
matrimonio riesca bene, che abbiano una vita piacevole e utile, e non abbiano altre
preoccupazioni e dolori se non quelli che Dio manderà loro per metterle alla prova.
Essere amate e scelte da un uomo buono, è la cosa più bella e più dolce che possa capi-
tare a una donna; e io spero con tutto il cuore che tocchi anche a voi questa bellissima
esperienza. Pensarci è più che naturale, Meg. È giusto sperare e aspettare, ed è saggio
prepararsi ad accoglierla, così quando quel tempo felice verrà sarete pronte ad assumere
i vostri doveri e degne di conoscere questa gioia. Mie care figliuole, per voi io sono molto
ambiziosa, ma vorrei vedervi far strada nel mondo sposando un uomo soltanto perché è
ricco e ha una casa stupenda, che non sarà mai una vera casa se vi manca l’amore. Il
denaro è necessario, è prezioso, è anche nobile se è speso bene, ma non vorrei che lo con-
sideraste il primo e l’unico premio per cui lottare. Meglio essere la moglie d’un uomo
povero, ma felice, amata e contenta, piuttosto che regina su un trono, senza né amore,
né pace, né rispetto.
– Belle dice che le ragazze povere non si sposano se non si mettono un po’ in vista
– sospirò Meg.
– E allora resteremo zitelle – affermò Jo, energicamente.
– Brava Jo! Meglio zitelle felici che mogli disgraziate o ragazze frivole, sempre in
giro a cercar marito – disse la signora March in tono deciso. Non aver paura, Meg. La
povertà non scoraggia un vero innamorato. Alcune delle donne migliori e più rispet-
tate che conosco erano povere da ragazze; ma erano così degne d’essere amate che non
sono diventate vecchie zitelle. Date tempo al tempo; fate felice la vostra casa, ora, per
esser pronte ad avere la vostra, se vi sarà offerta; o a esser contente qui, se questo non
avverrà. Una cosa dovete ricordare, bambine mie: la mamma è sempre pronta ad avere
le vostre confidenze, papà ad esservi amico e tutti e due speriamo che le nostre figlie,

103
sposate o no, saranno l’orgoglio e il conforto delle nostre vite.
– Lo saremo, Mami, lo saremo! – esclamarono ambedue, di tutto cuore, mentre la
madre le abbracciava augurando loro la buona notte.

104
Capitolo ix

105
Capitolo x
Il circolo pickwick e l’ufficio postale

Quando la primavera giunse bisognò trovare divertimenti d’altro genere, e con


l’allungarsi delle giornate lunghi pomeriggi furono dedicati a lavori e giuochi di tutti
i tipi. Bisognava riordinare il giardino e, come sempre, a ciascuna sorella fu assegnato
un quarto del terreno, da coltivare come preferiva. Anna diceva: «Mi basta uno sguar-
do da lontano per capire di chi è l’aiuola». Ed aveva ragione, perché i gusti delle ragaz-
ze differivano come i loro caratteri. L’aiuola di Meg aveva rose e eliotropi, un mirto e
un alberello d’arancio. Quella di Jo era diversa a ogni stagione perché a lei piaceva ten-
tare nuovi esperimenti; quest’anno doveva diventare una piantagione di girasoli, e i
semi di questa pianta allegra e vanitosa avrebbero dovuto nutrire ‘Zia Testagrinzosa’ e
la sua famiglia di pulcini. Beth, nel suo giardino, aveva fiori profumati, un po’ fuori
moda: pisello odoroso, reseda, delfinium, garofano, viole del pensiero e assenzio, con
centonchio per gli uccelli e una varietà d’erba per i gattini. Amy, invece, aveva una per-
gola, piuttosto piccola e infestata dai millepiedi, ma graziosa da vedere, ricoperta di
caprifoglio e convolvolo, con le campanule dalle variopinte corolle a imbuto ricaden-
ti a ghirlanda; poi alti gigli bianchi, felci delicate e tutte le piante smaglianti e pitto-
resche ch’era possibile farvi fiorire.
Il giardinaggio, le passeggiate, le remate sul fiume e la raccolta di fiori selvatici
occupavano le belle giornate; in quelle piovose c’erano invece gli svaghi casalinghi –
alcuni vecchi, altri nuovi – ma tutti più o meno originali. Uno di questi era il C. P.;
erano di moda le società segrete e bisognava averne almeno una, e poiché le ragaz-
ze molto ammiravano Dickens avevano chiamato la loro: Circolo Pickwick. Con
qualche interruzione durava già da un anno e i soci usavano riunirsi il sabato sera
nell’ampia soffitta per le seguenti cerimonie: si disponevano tre sedie in fila davan-
ti a un tavolo, sul quale c’erano una lampada e quattro distintivi bianchi con un
grande C. P. di diverso colore, e il settimanale «Albo del Pickwick» al quale tutte
collaboravano; lo dirigeva Jo, che sguazzava volentieri fra penne e calamai. Alle sette
in punto i quattro soci salivano alla sede del Circolo, si legavano i distintivi intorno
alla testa e sedevano con grande solennità. Meg, essendo la maggiore, era Samuel
Pickwick; Jo, la letterata, Augustus Snodgrass; Beth, così tonda e rosea, non poteva

106
Capitolo x

essere che Tracy Tupman; e Amy, che tentava sempre di far cose impossibili, era
Nathaniel Winkle. Pickwick, il presidente, leggeva il giornale, pieno dalla prima
all’ultima riga di favole, poesie, cronaca cittadina, inserzioni buffe e consigli con i
quali, bonariamente, si ricordavano a vicenda sbagli e manchevolezze. Una di quelle
sere di sabato il signor Pickwick inforcò un paio di occhiali senza lenti, picchiò la
mano sul tavolo, si schiarì la gola e dopo aver fissato severamente il signor Snodgrass
che si dondolava sulle gambe posteriori della seggiola, cominciò a leggere un’ode, fir-
mata dal poeta Snodgrass, composta in occasione dell’anniversario della fondazione
del C. P. Il poeta rivolgeva un saluto ai vari membri del circolo: a Pickwick che con
gli occhiali sul naso legge il giornale; al lungo Snodgrass che sorride con la grazia di
un elefante, la fronte corrucciata e una macchia d’inchiostro sul naso; a Tupman, il
pacifico, tenero e paffutello, che per il gran ridere quasi cade per terra; e all’irrepren-
sibile Winkle, modello di distinzione, con ogni capello a posto e la faccia mai lava-
ta. Poi auguri a tutti e voti perché il sodalizio possa continuare e prosperare.
Quando il presidente terminò di leggere il giornale, seguì un lungo applauso e il
signor Snodgrass si alzò per fare una proposta.
– Signor Presidente, signori – disse assumendo un tono e un atteggiamento par-
lamentari – vorrei proporre l’ammissione di un nuovo socio, che altamente merita
quest’onore e ve ne sarebbe profondamente grato. Il suo contributo allo spirito del cir-
colo e al valore letterario del giornale sarebbe immenso e inoltre vi apporterebbe lustro
e allegria. Propongo che il signor Theodore Laurence sia eletto membro onorario del
Circolo Pickwick. Su, su, accettate!
L’improvviso cambiamento di tono le fece ridere; ma sembravano preoccupate e
nessuna parlò mentre Snodgrass si sedeva.
– Metteremo ai voti la proposta – disse il Presidente. – Chi è favorevole alla
mozione dica: Sì.
Il rumoroso assenso di Snodgrass fu seguito da quello timido di Beth, che sorpre-
se tutti.
– E dica no chi è contrario.
Meg e Amy erano contrarie. Il signor Winkle si alzò per dire, con molta elegan-
za:
– Non desideriamo ragazzi, scherzano troppo e saltano dappertutto. Questo è un
circolo di signore, deve rimanere intimo e privato.
– E io ho paura che riderebbe del nostro giornale e ci prenderebbe in giro – osser-
vò Pickwick, stirando uno dei suoi riccioli sulla fronte, come faceva sempre quando si
sentiva dubbiosa.
Snodgrass si levò in piedi, molto serio.
– Signore, le do la mia parola di gentiluomo che Laurie non farà niente del gene-
re. Gli piace scrivere, darà un tono alle nostre collaborazioni, e c’impedirà d’essere

107
sentimentali, non lo capite? Possiamo fare così poco per lui mentre lui per noi fa tanto,
e la sola cosa che possiamo offrirgli è di diventare socio e, se accetta, di accoglierlo
bene.
L’astuta allusione ai benefici ricevuti fece balzare in piedi Tupman, che aveva tutta
l’aria d’aver preso una decisione.
– Sì, dovremmo farlo, anche se abbiamo paura. Io dico che può venire, e anche suo
nonno, se vuole.
L’esplosione di Beth elettrizzò i soci e Jo lasciò il suo posto per una stretta di mano
che l’approvava.
– Allora, ripetiamo la votazione. Ricordatevi che è il nostro Laurie e dite: Sì! –
gridò Snodgrass eccitato.
– Sì! sì! sì! – gridarono tre voci all’unisono.
– Bene! Che Dio vi benedica! e ora ‘raccolgo l’occasione’, come dice Winkle nel
suo modo caratteristico, per presentarvi il nuovo socio – e suscitando gran spavento
nel resto del club, Jo spalancò lo sportello del ripostiglio e si vide Laurie seduto sul
sacco degli stracci, tutto rosso in faccia e scosso dal riso che aveva dovuto reprimere.
– Birbona! Traditrice! Come hai potuto fare una cosa simile, Jo! esclamavano le tre

108
Capitolo x

ragazze mentre Snodgrass, trionfante, offriva all’amico uno sgabello, un distintivo, e


lo insediava così in un batter d’occhio.
– La faccia tosta che avete voi due è proprio sbalorditiva! – cominciò il signor
Pickwick, cercando di mostrare un fiero cipiglio, ma senza riuscirvi, poiché i suoi
occhi ridevano.
Il nuovo socio fu nondimeno all’altezza della situazione e dopo essersi alzato, con
un inchino di ringraziamento alla Presidenza, disse nel modo più seducente:
– Signor Presidente e signore... chiedo scusa, signori... Permettetemi di presentar-
mi come Sam Weller, servo obbediente di questo circolo.
– Bene! Bravo! – gridò Jo, picchiando sul pavimento il manico del vecchio scalda-
letto al quale si appoggiava.
– Il mio fedele amico e nobile patrono che mi ha presentato in termini così lusin-
ghieri – continuò Laurie agitando una mano – non dev’essere biasimato per il vile
stratagemma di questa sera. L’ho progettato io e Snodgrass ha ceduto solo dopo aver
molto esitato.
– Va’ là, non cercare adesso di prender tutto su di te! Lo sai benissimo che sono
stata io a proporre il ripostiglio – interruppe Snodgrass, che la faccenda divertiva mol-
tissimo.
– Non badate a quel che dice. Il miserabile sono io, signore – disse il nuovo socio,
scuotendo il capo alla Sam Weller mentre s’indirizzava al signor Pickwick. – Ma, sul
mio onore, ciò non accadrà mai più e da questo momento mi dedico anima e corpo a
questo Circolo immortale.
– Udite! Udite! – gridò Jo sbattendo il coperchio dello scaldaletto quasi fosse un
cembalo.
– Avanti, continua! – aggiunsero Winkle e Tupman mentre il Presidente s’inchi-
nava con benevolenza.
– Desidero semplicemente dire che, quale modesto pegno della mia gratitudine
per l’onore che mi è stato fatto e allo scopo di promuovere i rapporti più amichevoli
tra nazioni confinanti, ho installato un ufficio postale nella siepe all’angolo estremo
del giardino; un bell’edificio spazioso, con chiavistelli alle porte e ogni comodità per
la corrispondenza dei membri, e delle membre, se mi è consentita questa espressione.
È la vecchia casetta delle rondini, ma ho fatto chiudere la porta e aprire il tetto, così
potrà contenere molta roba e ci farà risparmiare un tempo prezioso. Vi possono pas-
sare lettere, manoscritti, libri e pacchetti, e poiché ogni nazione ha una chiave sarà una
straordinaria trovata... almeno così mi pare! Lasciatemi offrire la chiave per il
Circolo... e con molti ringraziamenti per la favorevole accoglienza riprendo il mio
posto.
Grandi applausi mentre il signor Weller posava una chiavetta sul tavolo e tornava
a sedersi; lo scaldaletto fu agitato e risuonò selvaggiamente, e passò del tempo prima

109
che si potesse ristabilire l’ordine. Seguì una lunga discussione a cui tutti parteciparo-
no, ognuno facendo del suo meglio; fu quindi un’assemblea delle più animate, che ter-
minò assai tardi, con tre evviva acuti e stridenti per il nuovo socio.
Nessuno si pentì mai di aver ammesso Sam Weller; non si poteva desiderare e nes-
sun circolo ebbe mai, un socio più devoto, ben educato e allegro. Senza dubbio egli
contribuì a tener alto lo ‘spirito’ delle riunioni e diede ‘tono’ al giornale; le sue orazio-
ni facevano morir dal ridere gli ascoltatori e le sue collaborazioni erano eccellenti,
essendo patriottiche, classiche, comiche o drammatiche – mai sentimentali. Jo le con-
siderava degne di Bacone, Milton o Shakespeare, e le prendeva a modello per le pro-
prie, con ottimi risultati, le sembrava.
L’Ufficio Postale fu una piccola istituzione d’importanza capitale e fiorì stupenda-
mente: vi passavano tutte le strane cose che passano nei veri uffici. Tragedie e cravat-
te, poesie e sottaceti, semi per il giardino e lunghe lettere, musiche e panpepato,
gomma, inviti, rimproveri e cuccioli. La cosa piaceva anche al vecchio signore che si
divertiva a mandare strani pacchetti, biglietti misteriosi e buffi telegrammi; e il suo
giardiniere, che aveva subìto il fascino di Anna, le mandò, attraverso Jo, una lettera
d’amore. Come risero tutti quando il segreto fu scoperto, senza immaginare quante
lettere d’amore sarebbero passate attraverso il piccolo Ufficio Postale negli anni a
venire!

110
Capitolo xi
Esperimenti

– È il primo di giugno! I King partono domani per il mare e io sono libera! Tre
mesi di vacanza! Me li voglio proprio godere! – esclamò Meg ch’era tornata a casa in
una giornata assai calda. Jo era sdraiata sul divano, insolitamente stanca, Beth si
toglieva le scarpe impolverate e Amy preparava una limonata che le avrebbe tutte rin-
frescate.
– La zia March è partita oggi... per la qual cosa, oh! siate felici con me! – disse Jo.
– Avevo una paura matta che mi chiedesse di andare con lei, e se l’avesse fatto avrei
dovuto accettare. Plumfield è allegra come un cimitero e preferisco molto non esser-
ci. Ma è stato un gran traffico, la sua partenza, e tutte le volte che mi parlava mi sen-
tivo terrorizzata. Per la fretta di finirla sono stata con lei tanto gentile e dolce che
temevo non riuscisse a separarsi da me. Ho tremato finché non è salita in carrozza, e
ho avuto ancora più paura quando, mentre già se ne andava, ha messo fuori la testa
per dire: Josephine, vuoi?... Non ho sentito altro, ho girato vigliaccamente le spalle e
me la sono data a gambe! Sono proprio corsa via, ho svoltato l’angolo e solo allora mi
sono sentita al sicuro.
– Povera Jo! È entrata qui come se fosse inseguita da un branco di orsi! – disse
Beth mentre con aria materna accarezzava i piedi della sorella.
– La zia March è proprio vampifera, no? – osservò Amy assaggiando la limonata
con aria critica.
– Intende dire vampira, mi sembra. Ma non importa. Fa troppo caldo per badare
alle proprietà di linguaggio – mormorò Jo.
– Che cosa farete durante le vacanze? – chiese Amy che, con molto tatto, cambiò
d’argomento.
– Io starò a letto fino a tardi e non farò proprio niente – rispose Meg dalla pro-
fondità della seggiola a dondolo. – Sono stata costretta ad alzarmi presto tutto l’in-
verno, ho dovuto passare le giornate a lavorare per gli altri, e adesso voglio riposarmi
e fare soltanto quel che mi piace.
– No – disse Jo. – Sonnecchiare non fa per me. Ho messo da parte una pila di libri
e cercherò di migliorare le mie stupende ore leggendo appollaiata sul vecchio melo,

111
finché non mi salterà il...
– Non dire ‘ticchio’! – implorò Amy, ricambiando così l’affronto della correzione
di «vampifera».
– Dirò ‘far l’usignuolo’, invece, con Laurie; andare in giro con lui, e questo è cor-
retto e appropriato perché canta come un fringuello.
– E noi, allora, non faremo lezione per un po’, Beth, giocheremo e ci riposeremo,
come faranno le ragazze.
– D’accordo, se alla mamma non dispiace. Io vorrei imparare qualche nuova can-
zone e le mie bambine hanno bisogno di vestiti per l’estate, sono molto in disordine
e mi sembra che ne soffrano.
– Possiamo, Mami? – chiese Meg rivolgendosi alla signora March ch’era seduta a
cucire in quello che chiamavano ‘l’angolo di Mami’.
– Fate l’esperimento per una settimana e vedete se vi piace. Credo che sabato sera
avrete scoperto che gioco soltanto e niente lavoro è altrettanto noioso del sempre lavo-
ro e niente gioco.
– Oh, no! Sarà delizioso, ne sono certa – disse Meg con aria soddisfatta.
– Propongo un brindisi! – aggiunse Jo. – Divertirsi sempre e mai sfacchinare! – e
si levò col bicchiere in mano mentre Amy versava la limonata.
Bevvero tutte allegramente e cominciarono l’esperienza stando senza far nulla per
il resto della giornata. La mattina dopo Meg non apparve fino alle dieci; la colazione,
fatta da sola, non le piacque, la stanza le parve vuota e in disordine; Jo non aveva cam-
biato i fiori nei vasi, Beth non aveva spolverato e i libri di Amy erano sparpagliati dap-
pertutto. Di ordinato e piacevole c’era solo ‘l’angolo di Mami’ che aveva il suo solito
aspetto; Meg sedette lì «a leggere e riposare», che significava sbadigliare e immagina-
re i vestiti che si sarebbe comperata col suo stipendio. Jo passò la mattinata sul fiume
con Laurie e il pomeriggio appollaiata sul melo a leggere e piangere su Il vasto vasto
mondo. Beth cominciò col cavar fuori tutto dal profondo ripostiglio in cui abitava la
sua famiglia di bambole ma, stanca prima d’aver finito, lasciò ogni cosa sottosopra e
si dedicò alla musica, ben contenta di non aver piatti da lavare. Amy sistemò la per-
gola, indossò il suo più bel vestito bianco, si aggiustò i riccioli e sedette a disegnare
sotto il caprifoglio, con la speranza che, vedendola, qualcuno chiedesse chi era la gio-
vane artista. Poiché nessuno apparve, tranne un insetto petulante, chiamato Papà-
gamba-lunga, che, assai curioso, esaminò il suo lavoro con estremo interesse, se ne
andò a fare una passeggiata, la colse un acquazzone e tornò a casa inzuppata.
All’ora del tè si scambiarono le loro impressioni e furono tutte d’accordo nel dire
ch’era stata una giornata deliziosa anche se, forse, insolitamente lunga. Meg, ch’era
andata a far compere nel pomeriggio ed era tornata con ‘una deliziosa mussola cele-
ste’, aveva scoperto troppo tardi, dopo averla tagliata sugli stampi, che non era lavabi-
le, e questa contrarietà l’aveva leggermente irritata. Jo aveva il naso spellato per esser

112
Capitolo xi

stata troppo a lungo al sole in barca e un tremendo mal di testa per la troppa lettura.
Beth era preoccupata per la confusione rimasta nel suo ripostiglio e per la difficoltà
d’imparare tre o quattro canzoni contemporaneamente, e Amy era assai dispiaciuta
per il danno fatto dalla pioggia al suo vestito perché non avrebbe avuto ‘niente da met-
tersi’ per la festa di Kathy Brown, il giorno seguente. Ma non erano che sciocchezze
e rassicurarono la madre: l’esperimento procedeva benissimo. La signora March sor-
rise, non fece commenti e l’indomani, con l’aiuto di Anna, si mise all’opera e si occu-
pò di correggere la trascuratezza delle figliuole tenendo in ordine la casa in modo che
l’andamento domestico procedesse senza scosse. C’era però di che stupirsi per come
‘l’operazione riposo e divertimento’ producesse effetti strani e spiacevoli. Le giornate
sembravano allungarsi sempre di più; il tempo era più del solito variabile, come del
resto gli umori; regnava un senso d’instabilità e Satana escogitava tiri birboni a danno
delle mani oziose. Meg abbandonò con gioia il suo lavoro di cucito e, scoperto che il
tempo passava troppo lentamente, tagliuzzò e rovinò i suoi vestiti nel tentativo di
modificarli à la Moffat. Jo lesse fino a cavarsi gli occhi e ad avere la nausea dei libri;
diventò così irrequieta da litigare perfino con Laurie che di solito era conciliante, e
così depressa da pentirsi amaramente di non esser andata con la zia March. Beth se la
cavava abbastanza bene perché dimenticava regolarmente il principio ‘tutto diverti-
mento, niente lavoro’ e di tanto in tanto riprendeva le vecchie abitudini; ma qualcosa
ch’era nell’aria la disturbava, tanto che una volta arrivò al punto di scrollare la povera
cara Joanna, dicendole perfino: sei un orrore! Per Amy andava ancor peggio e quan-

113
do le sorelle la lasciarono a divertirsi da sola e a badare a se stessa, si rese conto delle
poche risorse che in realtà aveva la propria dotata e importante personcina. Le bam-
bole non le piacevano, le favole eran cose da bambini, non si poteva star sempre lì a
disegnare; i tè e le merende all’aperto non erano un gran divertimento se organizzati
in economia. «Se avessi una bella casa, piena di ragazze carine, o se potessi viaggiare,
l’estate sarebbe una meraviglia; ma stare a casa con tre sorelle egoiste e un ragazzo
adulto è una cosa che farebbe perdere la pazienza anche a Matusalemme», lamentava
fra sé la signorina Strafalcione (che avrebbe dovuto dire Giobbe) dopo molti giorni
dedicati ai piaceri, ai crucci e alla noia.
Nessuna di loro voleva ammettere di averne abbastanza di quell’esperimento, ma
il venerdì sera ciascuna pensò con un certo sollievo che la settimana stava per finire.
Perché la lezione penetrasse più a fondo, la signora March, che aveva uno spiccato
senso del comico, decise di concludere il periodo di prova in modo appropriato: diede
un giorno di vacanza a Anna e lasciò che le ragazze godessero in pieno le conseguen-
ze della loro scelta.
Il sabato mattina, quando si alzarono, non c’era né fuoco in cucina né la colazio-
ne in sala da pranzo, e la madre non si faceva vedere.
– Mamma mia! Cos’è successo? – gridò Jo guardandosi attorno smarrita.
Meg corse su e tornò subito, sollevata ma un po’ perplessa e sembrando anche ver-
gognarsi.
– La mamma non sta male, ma è molto stanca, e dice che vuol starsene tranquilla
nella sua stanza tutto il giorno e noi dobbiamo sbrigarcela da sole. È una cosa molto
strana, da parte sua, non credi? Sembra un’altra. Dice anche che nei giorni scorsi si è
molto affaticata, e non dobbiamo brontolare ma pensare noi a tutto.
– È abbastanza facile e l’idea mi piace. Ho una gran voglia di fare qualcosa... Cioè
– si corresse subito Jo – volevo dire: ho voglia di cambiare tipo di divertimento.
In realtà, fu un vero sollievo per tutte l’idea di avere qualcosa da fare, e vi si getta-
rono con entusiasmo, ma per scoprire quasi subito quanta verità vi fosse nel detto di
Anna: badare alla casa non è uno scherzo. La dispensa era ben fornita, e mentre Beth
e Amy preparavano la tavola, Meg e Jo pensarono alla colazione chiedendosi perché
mai le persone di servizio parlano sempre di lavoro tanto pesante.
– La mamma ha detto di non preparare niente per lei perché farà da sé – disse
Meg seduta a capotavola, molto matronale davanti alla teiera. – Ma le porterò su qual-
cosa lo stesso.
Così, prima di cominciare prepararono un vassoio e lo portarono alla madre, con
gli omaggi della cuoca. Il tè, bollito, era scuro e amarissimo, le frittatine bruciacchia-
te e i biscotti sapevano di bicarbonato; la signora March accettò tutto quanto ringra-
ziando e rise di cuore quando Jo fu uscita.
– Povere animucce mie, che brutta giornata si prepara per loro. Ma non ne soffri-

114
Capitolo xi

ranno, anzi sarà un bene – disse fra sé, tirando fuori il cibo più appetitoso di cui s’era
provvista dopo aver buttato via il resto, in modo da non urtare la suscettibilità delle
figlie.
Giù, intanto, le proteste erano molto vivaci e la cuoca era assai umiliata per le sue
mancanze.
– Non fa niente, il pranzo lo cucinerò io e servirò in tavola – disse Jo ch’era anche
più sprovveduta di Meg in fatto di culinaria. – Tu farai la padrona di casa, così non ti
sporchi le mani, intrattieni gli ospiti e dai gli ordini.
Questa gentile offerta fu accettata allegramente; Margaret si ritirò nel soggiorno e
lo mise ben presto in perfetto ordine mandando lo sporco sotto il divano e chiudendo
le imposte per non dover spolverare. Jo, con perfetta fiducia nelle proprie capacità e il
desiderio di far la pace con Laurie, mise immediatamente un invito a pranzo nell’uffi-
cio postale.
– Dovresti almeno vedere che cosa hai in dispensa prima di fare inviti – consigliò
Meg quando seppe del gesto ospitale ma imprudente.
– Oh, c’è della carne in scatola e un sacco di patate; comprerò un po’ di asparagi e
un’aragosta ‘per condimento’, come dice Anna. Con la lattuga farò un’insalata. Come,
non so, ma lo troverò scritto nel libro. Dolce di crema e per frutta fragole; e anche il
caffè, se vogliamo proprio essere eleganti.
– Non metterti in pasticci, Jo, perché di mangiabile tu sai fare solo il panpepato e
le caramelle di zucchero bruciato. Del pranzo io me ne lavo le mani. Sei tu che hai
invitato Laurie, quindi arrangiati.
– Non ti chiedo altro che di essere gentile con lui e di aiutarmi per la crema. Mi
aiuterai se mi troverò in difficoltà, no? – chiese Jo, piuttosto urtata.
– Sì, ma so fare ben poco, solo il pane e qualche altra sciocchezza rispose Meg,
prudentemente. – Dovresti chiedere il permesso alla mamma prima di ordinare la
roba.
– Certo. Non sono mica scema. – E Jo se ne andò, offesa da tutti quei dubbi sulle
sue capacità.
– Compera quel che vuoi e non disturbarmi. Io mangio fuori e non voglio pensa-
re alla casa – disse la signora March quando Jo andò a parlarle. – Non mi sono mai
piaciute le faccende di casa e oggi mi prendo anch’io una vacanza. Voglio leggere, scri-
vere, andare a far visite e divertirmi.
L’insolito comportamento della madre, in genere attivissima, che poltriva a letto e
leggeva di mattino presto, fece a Jo l’effetto d’un cataclisma: un’eclissi, un terremoto
o un’eruzione vulcanica non le sarebbero sembrati più strani.
– Oggi tutto va di traverso – disse fra sé scendendo. – Beth sta piangendo e que-
sto significa che in famiglia succede qualcosa di molto insolito. Se Amy mi secca, la
scrollo.

115
Sentendosi anche lei fuori sesto, Jo andò di corsa nel soggiorno e trovò Beth che
singhiozzava davanti a Pip, il canarino, che giaceva nella gabbia con le zampine in
alto, come a implorare il cibo per la cui mancanza era morto.
– È colpa mia, me ne sono dimenticata... Non c’è più un seme né una goccia d’ac-
qua nella gabbia... Oh Pip! Oh Pip! Come ho potuto essere tanto crudele con te! –
piangeva Beth prendendo in mano il povero uccelletto e cercando di farlo rivivere.
Jo guardò l’occhio semiaperto, ascoltò il cuore e sentendo il corpicino rigido e
freddo, scosse il capo e offrì come bara la scatola della dama.
– Mettilo nel forno, forse il calore lo farà resuscitare – disse Amy speranzosa.
– È morto di fame, ci mancherebbe altro che ora lo arrostissi. Gli farò un sudario
e lo seppellirò in giardino. E non voglio più avere uccelli, mai più, Pip mio! Sono trop-
po cattiva e non me li merito – mormorò Beth seduta in terra col canarino stretto fra
le mani.
– Faremo il funerale nel pomeriggio e verremo tutti. Non piangere Beth. Questa
settimana è andato tutto storto, è un peccato, e Pip ha pagato le conseguenze dell’e-
sperimento. Fagli il sudario e mettilo nella mia scatoletta. Dopo pranzo gli faremo un
bel funerale – disse Jo che aveva la sensazione d’una grossa responsabilità sulle spalle.
Lasciò le altre a consolare Beth e andò in cucina, dove la confusione era scorag-
giante. Si mise al lavoro dopo aver infilato un grembiule, e quando ebbe ammucchia-
to i piatti da lavare si accorse che il fuoco era spento.
– Bella prospettiva! – borbottò, aprendo con fracasso lo sportello e rovistando
vigorosamente nella cenere.
Dopo esser riuscita a riaccendere il fuoco pensò di andare al mercato mentre l’ac-
qua si scaldava. La passeggiata la rimise di buon umore; e convinta di aver fatto otti-
mi acquisti tornò a casa di buon passo, ma aveva in realtà comperato una giovanissi-
ma aragosta, dei vecchissimi asparagi e due scatole di fragole inacidite. Quando ebbe
rigovernato in cucina, le provviste arrivarono e il forno era rovente. Anna aveva lascia-
to l’impasto del pane a lievitare, Meg l’aveva lavorato e fatto lievitare una seconda
volta, ma se l’era dimenticato e stava intrattenendo Sallie Gardiner in salotto quando
la porta si spalancò e sulla soglia apparve una figura infarinata, sporca di carbone,
rossa in viso e spettinata che domandò in tono acido:
– Senti, il pane è abbastanza ‘montato’ quando vien fuori dal recipiente?
Sallie si mise a ridere; ma Meg accennò di sì con la testa, sollevando però le
sopracciglia in tal modo che l’apparizione dileguò e senza altri indugi il pane fu messo
in forno. La signora March uscì dopo aver dato un’occhiatina in giro per vedere come
andavano le cose e aver detto una parola di conforto a Beth che preparava il sudario
per il caro estinto, composto in pompa magna nella scatola del domino. Uno strano
senso d’insicurezza piombò sulle ragazze quando il cappello grigio sparì all’angolo; e
la disperazione s’impadronì di loro quando, qualche minuto dopo, apparve la signori-

116
Capitolo xi

na Crocker dicendo di esser venuta a pranzo. Ora, questa signorina era una zitella
gialla e magra, col naso aguzzo e occhi inquisitori, che vedeva tutto e spettegolava su
ogni cosa. Alle ragazze era antipatica, ma era stato loro insegnato di esser gentili con
lei perché era vecchia e povera e aveva pochi amici. Così Meg le offrì la poltrona e
cercò d’intrattenerla, mentre quella faceva una quantità di domande, criticava tutto e
spettegolava sui propri conoscenti.
Non ci sono parole per descrivere le ansie, le vicende e le fatiche che Jo dovette
sopportare; e del pranzo che servì quel giorno si rise per anni. Non trovando più il
coraggio di chiedere consigli, fece da sola quel che poté e si rese conto che per cuci-
nare bene l’energia e la buona volontà non bastano. Lasciò bollire gli asparagi per
un’ora e si disperò quando vide che le cime erano sfatte e i gambi più duri che mai. Il
pane bruciò fino a diventar nero; infatti, il condimento per l’insalata l’aveva ossessio-
nata a tal punto che aveva trascurato tutto il resto, finché si convinse che non sarebbe
mai riuscita a prepararne di mangiabile. L’aragosta fu un mistero scarlatto, ma Jo mar-
tellò e punse finché, tolta la corazza, riuscì a tirarne fuori la polpa, ma in proporzioni
così ridotte che dovette nasconderla tra le foglie dell’insalata. Dovette far fretta alle
patate per non far aspettare gli asparagi ma quando le tolse dal fuoco non erano abba-
stanza cotte. La crema era grumosa e le fragole meno mature di quel che sembrava-
no.
«Bene, mangeranno carne, pane e burro, se avranno fame, solo che è scoraggiante
aver sprecato la mattinata per niente» pensò Jo suonando il campanello con mezz’ora
di ritardo sul previsto mentre in piedi davanti alla tavola, accaldata, stanca e avvilita
contemplava il festino preparato per Laurie – abituato a ogni genere di cose eleganti –
e per la signorina Crocker, i cui occhi curiosi avrebbero osservato tutte le deficienze,
che la sua lingua pettegola avrebbe sparso dopo in lungo e in largo.
La povera Jo si sarebbe volentieri nascosta sotto la tavola giacché ogni cosa veni-
va assaggiata e poi lasciata lì; Amy ridacchiava, Meg sembrava angosciata, la signori-
na Crocker increspava le labbra, Laurie parlava e rideva continuamente cercando di
dare al pranzo un tono allegro. Il piatto forte di Jo era la frutta; aveva ben bene zuc-
cherato le fragole e preparato un bricco di panna liquida da versarvi sopra. Con le
guance un po’ meno arrossate e un sospiro di sollievo fece passare i graziosi piattini di
cristallo e tutti guardarono compiaciuti le isolette rosa che galleggiavano su un mare
di panna. La signorina Crocker assaggiò per prima, ma fece subito una smorfia e
bevve un sorso d’acqua. Jo, che non si era servita pensando che le fragole non fossero
sufficienti, giacché si erano molto ridotte dopo l’accurata selezione, lanciò un’occhia-
ta a Laurie, ma Laurie continuava a mangiare coraggiosamente, benché avesse la
bocca contratta e tenesse gli occhi fissi sul piatto; Amy, che amava molto i cibi deli-
cati e ne aveva messo in bocca un cucchiaio ben pieno, ebbe come un singulto, nasco-
se il viso nel tovagliolo e si alzò dalla tavola precipitosamente.

117
– Oh, ma cosa c’è? – esclamò Jo tremando.
– Sale invece di zucchero e la panna è acida – rispose Meg con un gesto tragico.
Jo ebbe un gemito e si abbandonò sullo schienale della seggiola: ricordava ora di
aver spolverizzato in fretta le fragole, prendendo a caso all’ultimo momento uno dei
due vasetti posati sul tavolo della cucina; e ricordò pure d’aver dimenticato di mette-
re la panna nella ghiacciaia. Il suo viso ridivenne scarlatto ed era sul punto di metter-
si a piangere quando incontrò lo sguardo di Laurie; i cui occhi, nonostante gli sforzi
eroici, brillavano di riso trattenuto e di colpo anche lei si accorse del lato comico della
situazione e rise con le lagrime che le colavano giù per le guance. Risero tutti, insom-
ma, perfino la ‘Cornacchia’, come le ragazze chiamavano la vecchia zitella, e il disgra-
ziato pranzo finì gaiamente, con pane, burro, olive e allegria.
– Non ho la forza sufficiente per sparecchiare adesso, cercheremo di rinsavire col
funerale – annunciò Jo quando si alzarono da tavola e la signorina Crocker si prepa-
rò ad andarsene, ansiosa di raccontare la storia di quel pranzo agli amici dai quali
andava a cena.
E tutti rinsavirono, per amore di Beth;
Laurie scavò la fossa sotto un cespuglio di
felci, il minuscolo Pip vi fu calato accom-
pagnato dalle lagrime della sua tenera
padroncina e ricoperto di muschio; una
corona di violette e centonchio fu appesa
alla pietra tombale che recava l’epitaffio
composto da Jo durante la battaglia per la
preparazione del pranzo:
«Qui giace Pip March
defunto il 7 giugno
amato e compianto
e non così presto dimenticato».

Finita la cerimonia Beth si ritirò nella


sua camera, sopraffatta dall’emozione e
dall’aragosta; ma i letti non erano stati
rifatti, e il dover battere i guanciali e met-
tere in ordine la stanza calmò assai il suo
dolore. Meg aiutò Jo a far scomparire ogni
traccia del festino, il che occupò gran parte
del pomeriggio, e si stancarono tanto che
decisero di accontentarsi, per cena, di tè e
pan tostato. Laurie portò Amy a fare una

118
Capitolo xi

passeggiata in carrozza, e fu un atto assai caritatevole perché sembrava che la panna


inacidita avesse avuto un pessimo effetto sul suo umore. La signora March, tornando
a casa a metà del pomeriggio, trovò le tre figlie maggiori in piena attività e dopo
un’occhiata al ripostiglio si rese conto dell’ottima riuscita di almeno una parte dell’e-
sperimento.
Prima che tutte potessero sedersi a riposare arrivarono parecchie visite e in gran
fretta bisognò prepararsi; poi ci fu il tè da servire, qualche commissione da sbrigare e
qualche punto da dare, trascurato fino all’ultimo minuto. Fresco e silenzioso venne il
tramonto, le ragazze ad una ad una si recarono nel portico dove le rose di giugno sboc-
ciavano magnificamente e sedettero sospirando e gemendo, come oppresse dalla stan-
chezza o dalle preoccupazioni.
– Che giornata infernale! – esclamò Jo ch’era quasi sempre la prima a parlare.
– Mi è sembrata più corta del solito – disse Meg – ma talmente faticosa!
– Non sembrava nemmeno d’essere a casa – aggiunse Amy.
– Non era possibile... Mancava Mami, e il povero Pip – sospirò Beth guardando
con gli occhi pieni di lagrime la gabbia vuota che pendeva sulla sua testa.
– La mamma è qui, cara, e se vuoi, domani avrai un altro canarino. La signora
March, parlando, era andata a sedersi fra le ragazze e sembrava che la sua vacanza non
fosse stata più piacevole della loro. – Siete soddisfatte dell’esperimento, figliuole?
Oppure volete continuare per un’altra settimana? – chiese poi.
Beth si rannicchiò vicino a lei e le altre si volsero a guardarla, i visi illuminati, come
fiori che si girano verso il sole.
– No davvero! – gridò Jo, decisa.
– Nemmeno io! – fecero eco tutte insieme.
– Allora, non pensate che sia meglio aver qualcosa da fare e vivere un po’ anche
per gli altri?
– L’andare a zonzo e il ciondolarsi non rendono – osservò Jo scuotendo il capo. –
Io ne ho abbastanza e voglio mettermi subito a far qualcosa.
– Dovresti imparare a cucinare, è molto utile e una donna non può farne a meno
– disse la signora March, che fra sé rideva all’idea di quel ch’era stato il pranzo di Jo;
aveva incontrato la signorina Crocker e ne aveva avuto il resoconto.
– Mamma, te ne sei andata e ci hai lasciate fare per vedere come ce la saremmo
cavata, non è vero? – esclamò Meg, che tutto il giorno aveva avuto quel sospetto.
– Sì. Volevo farvi capire che il benessere di tutti dipende dalla buona partecipa-
zione di ognuno. Finché Anna ed io facevamo la vostra parte di lavoro siete andate
avanti abbastanza bene, anche se non eravate particolarmente felici né molto piacevo-
li da sopportare. Così ho pensato che una lezioncina vi avrebbe aperto gli occhi su quel
che accade quando ognuno pensa soltanto a se stesso. Non vi pare che sia meglio aiu-
tarsi l’un l’altro, avere ciascuno dei doveri che poi rendono più gradito il riposo? Come

119
pure tollerare ed essere tollerati, in modo che la casa sia comoda e piacevole per tutti?
– Oh, sì, mamma, si! – esclamarono le ragazze.
– E allora lasciate che io vi dia un consiglio: riprendete i vostri fardelli. Se anche
a volte sembrano pesanti, sono utili, e diventano più leggeri se impariamo a portarli.
Il lavoro è sano e ce n’è per tutti: tiene lontani la noia e i mali, fa bene alla salute e allo
spirito, e dà un senso di forza e d’indipendenza molto più del denaro o della moda.
– Lavoreremo come formiche e saremo anche felici, vedrai! – disse Jo. Io passerò
le vacanze a imparare a cucinare e il pranzo che poi vi darò sarà un capolavoro.
– Io farò le camicie per papà, invece di lasciarle fare a te, Mami. So farle e le farò,
anche se non mi piace cucire – promise Meg. – Sarà meglio che impazzire sui miei
vestiti, che vanno benissimo così come sono, fra l’altro.
– Io studierò tutti i giorni e passerò meno tempo a suonare e a curare le mie bam-
bole. Sono proprio una sciocchina e ho molto più bisogno di studiare che di suonare
– fu il proponimento di Beth, mentre Amy seguiva l’esempio e dichiarava eroicamen-
te:
– Imparerò a fare gli occhielli e studierò le parti del discorso.
– Molto bene! Sono proprio soddisfatta dell’esperimento e credo che non sarà
necessario ripeterlo; solo, cercate di non cadere all’altro estremo, non mettetevi a lavo-
rare come schiave. Abbiate un orario per il lavoro e per gli svaghi e fate ogni giorno
qualcosa di utile e di piacevole. Capirete il valore del tempo solo sfruttandolo bene.
Così la vostra giovinezza sarà magnifica, non avrete molti rimpianti in vecchiaia e
nonostante la povertà la vostra vita sarà un bel successo.
– Ce lo ricorderemo, mamma! – e così fu.

120
Capitolo xi

121
122
Capitolo xii
Campo Laurence

La direttrice dell’ufficio postale era Beth perché, stando in casa più delle altre
poteva occuparsene regolarmente, e molto le piaceva il compito giornaliero di aprire
la porticina e distribuire la posta. Un giorno, in luglio, se ne venne con le mani piene
e andò in giro per la casa, come un vero postino, a consegnare lettere e pacchetti.
– Ecco le tue viole del pensiero, mamma. Laurie non se ne dimentica mai – disse
mettendo il fresco mazzolino in un vasetto ‘nell’angolo di Mami’, che l’affettuoso
Laurie non lasciava mai sguarnito.
– Signorina Meg March, una lettera e un guanto – continuò Beth consegnando i
due oggetti alla sorella ch’era seduta accanto alla madre e cuciva dei polsini.
– Perché uno soltanto? Li ho dimenticati là tutti e due – disse Meg guardando il
guanto di cotone grigio. – Non te ne sarà caduto uno in giardino?
– No, ne sono sicura. Nell’ufficio postale ce n’era uno solo.
– Che noia avere i guanti spaiati! Non importa, forse troverò anche l’altro. Ma non
è una lettera, la mia, è soltanto la traduzione d’una canzone tedesca che desideravo.
Deve averla fatta il signor Brooke, questa non è la scrittura di Laurie.
La signora March lanciò un’occhiata a Meg, ch’era molto graziosa nel suo vestito
da mattina di grosso cotone, i riccioli che le ondeggiavano sulla fronte, e aveva un’a-
ria molto femminile così seduta a cucire accanto al tavolino da lavoro, pieno di spa-
gnolette bianche; ma non poteva immaginare, Meg, quel che sua madre pensava guar-
dandola e continuò a cucire e a cantare mentre le dita volavano sul lavoro e la sua
mente era piena di giovanili fantasie, innocenti e fresche come le viole che aveva alla
cintura. La signora March sorrise soddisfatta.
– Una lettera per il dottor Jo, più un libro e un buffo cappello ch’era appeso all’uf-
ficio postale e lo copriva tutto – disse Beth quando entrò ridendo nello studio dove Jo
era seduta a scrivere.
– Che malizioso, quel Laurie! Ho detto che vorrei che fossero di moda i cappelli
a larghe falde perché mi brucio sempre la faccia, se la giornata è calda. E lui mi ha
risposto: che te ne importa della moda? Mettiti lo stesso un cappello largo e fa’ il
comodo tuo! Io ho risposto che lo farei se ne avessi uno e lui per provocarmi ora mi

123
manda questo. Lo metterò per far ridere tutti, così vedrà che della moda io me ne infi-
schio! – e dopo aver appeso il vecchio e ridicolo copricapo sul busto di Platone, Jo si
mise a leggere le sue lettere. Quella della madre le fece avvampare le guance e le riem-
pì gli occhi di lagrime. Diceva:

«Mia cara, una parolina per dirti con quanta soddisfazione osservo gli sforzi che
fai per dominarti. Tu non parli delle prove che sostieni, dei tuoi successi e insuccessi,
e forse credi che nessuno li veda tranne l’Amico il cui aiuto chiedi giornalmente, se
devo giudicare dalla copertina un po’ sciupata del tuo libro-guida. Ma anch’io li ho
visti, sempre, e credo con tutto il cuore alla sincerità dei tuoi propositi giacché comin-
ciano a dare i loro frutti. Continua, cara, con pazienza e coraggio, e, credilo, nessuno
ti capisce più teneramente e affettuosamente della tua
Mamma.»

– Oh, come mi fa bene! Questo vale più di milioni di soldi e mucchi di lodi. Oh,
Mami, ce la metto tutta! E continuerò a tentare, e non mi stancherò mai di farlo dato
che ci sei tu ad aiutarmi.
Abbandonò il capo sulle braccia, Jo, e bagnò di poche lagrime di gioia il roman-
zetto che stava scrivendo, giacché le era proprio sembrato che nessuno vedesse né
apprezzasse i suoi sforzi per migliorare, e quell’affermazione le era doppiamente pre-
ziosa, doppiamente incoraggiante perché veniva dalla persona alle cui lodi lei dava il
più gran valore. Sentendosi ora più forte che mai nell’affrontare e domare il suo
Apollyon, appuntò il biglietto nell’interno del vestito, come uno scudo e un memen-
to contro il pericolo di lasciarsi prendere alla sprovvista e aprì l’altra lettera, preparata
a qualsiasi notizia, buona o cattiva che fosse. Laurie le scriveva con la sua grande,
impetuosa calligrafia:

«Cara Jo, senti un po’! Verranno domani a trovarmi delle ragazze e dei ragazzi
inglesi e voglio che ci si diverta! Se farà bel tempo pianterò la tenda a Pratolungo, vi
porterò tutti là in barca per la colazione e una partita di croquet. Accenderemo il fuoco,
ci accamperemo come zingari, faremo baccano e così via. Verrà anche Brooke per
tener d’occhio noi ragazzi e Kate Vaughan baderà alle ragazze. Dovete venire tutte, e
non lasciate indietro Beth, a nessun costo, nessuno le darà noia. Non preoccupatevi
delle vettovaglie, ci penserò io come a tutto il resto, ma venite, sarò un ottimo com-
pagno! In fretta e furia
il tuo Laurie.»

– Che ricchezza! – gridò Jo, volando a dar la notizia a Meg. – Possiamo andare,
vero mamma? Io sarò un grande aiuto per Laurie perché so remare, Meg può pensa-

124
Capitolo xii

re alla colazione e le bambine si renderanno utili in un modo o nell’altro.


– Spero che questi Vaughan non siano troppo distinti e troppo grandi. Che cosa sai
di loro, Jo? – chiese Meg.
– So soltanto che sono quattro, Kate ha qualche anno più di te, Fred e Frank, i
gemelli, hanno circa la mia età, e la ragazzina, Grace, ha nove o dieci anni. Laurie li
ha conosciuti all’estero e ha simpatia per i ragazzi. Ma dalla smorfia che ha fatto par-
lando di Kate, direi che non l’ammiri molto.
– Per fortuna il mio vestito di cotone stampato francese è pulito. È proprio quel-
lo che ci vuole e mi sta così bene – osservò Meg compiaciuta. – Ma tu, Jo, hai un vesti-
to decente?
– Quello alla marinara rosso e grigio. Per me va benissimo. Devo remare e scor-
razzare e non voglio roba inamidata. Tu vieni, Beth, vero?
– Se stai attenta a che nessun ragazzo mi parli.
– Nemmeno uno!
– Vengo per far piacere a Laurie e del signor Brooke non ho paura, è così gentile.
Ma non voglio né giocare, né cantare, né parlare. Aiuterò e non darò fastidio a nessu-
no. E tu avrai cura di me, Jo, perciò vengo.
– Sei la mia brava bambina! Fai di tutto per vincere la tua timidezza, anche per
questo ti voglio bene. Correggere i propri difetti non è facile, lo so. E una parola d’in-
coraggiamento è un grande aiuto. Grazie mamma, e Jo posò sulla guancia smunta
della madre un bacio pieno di gratitudine; un bacio prezioso per la signora March,
quasi le avesse ridato la rosea freschezza della gioventù.
– Io ho ricevuto una scatola di cioccolatini e il quadretto che volevo ricopiare –
disse Amy mostrando la sua posta.
– E io un biglietto del signor Laurence che m’invita a andar a suonare verso sera,
prima che accendano le lampade. E ci andrò – disse Beth, la cui amicizia col vecchio
signore procedeva a meraviglia.
– E adesso facciamo tutto di volo, anche quello che avremmo dovuto fare doma-
ni, così non avremo preoccupazioni – disse Jo che si preparava a sostituire la penna
con una scopa.
La mattina dopo, quando il sole fece capolino nelle stanze delle ragazze, promet-
tendo loro una bella giornata, la scena che gli si presentò fu assai comica. Ciascuna di
esse aveva fatto i preparativi che credeva più adatti o necessari. Meg aveva sulla fronte
una fila supplementare di bigodini di carta, Jo si era spalmata sul viso un’abbondante
quantità di crema, Beth aveva fatto dormire Joanna nel suo letto per farsi perdonare la
giornata di separazione e Amy aveva superato tutte stringendosi il naso con una mol-
letta, per correggerne l’umiliante piattezza; era una di quelle mollette a pinza che ado-
perano i pittori per fermare la carta sul cartone da disegno, adattissima allo scopo al
quale Amy l’aveva adibita. Il comico spettacolo sembrò divertire il sole; venne fuori tal-

125
mente radioso che Jo si svegliò e guardandosi intorno e vedendo l’ornamento di Amy
scoppiò a ridere, svegliando così anche le sorelle.
Il sole e le risate erano ottimi presagi per la riuscita del picnic e ben presto nelle
due case vi fu un grande andirivieni. Beth, la prima ad essere pronta, faceva la crona-
ca di quel che succedeva nella casa vicina e sollecitava i preparativi delle sorelle invian-
do dalla finestra frequenti comunicazioni telegrafiche.
– L’uomo con la tenda se ne va! La signora Barker sta sistemando la colazione in
ceste e panieri. Adesso il signor Laurence guarda il cielo e la banderuola, vorrei che
anche lui venisse... Ecco Laurie, sembra un marinaio, che caro ragazzo! Oh povera
me, arriva una carrozza piena di gente: una signora alta, una ragazzina, due tremendi
ragazzi. Uno è zoppo, poverino, ha una stampella, Laurie non ce l’ha detto. Fate pre-
sto, ragazze! siete in ritardo. Toh, c’è anche Ned Moffat, se non mi sbaglio. Guardalo,
Meg, non è quello che ti ha salutata con un profondo inchino quel giorno ch’eravamo
in giro a far spese?
– È proprio lui. Strano che sia venuto. Credevo fosse in montagna. C’è anche
Sallie. Sono contenta che sia tornata in tempo. Come sto, Jo? chiese Meg che sem-
brava agitatissima.
– Sei stupenda. Tieni su il vestito con la mano e raddrizza il cappello. È troppo
romantico così storto e ti volerà via al primo soffio di vento. Allora, siete pronte?
Andiamo!
– Oh, Jo! Vuoi proprio mettere quell’orribile cappello? Ma è assurdo, non puoi
voler sembrare una caricatura di te stessa – protestò Meg intanto che Jo si legava sotto
il mento con un nastro rosso il cappello da uomo a larghe tese, che Laurie le aveva
mandato per scherzo.
– Come no, è talmente comodo! Mi fa ombra, è grande e leggero. E poi è diver-
tente, e non mi spiace sembrare una ‘caricatura’, se sto comoda e detto questo Jo s’in-
camminò sveltamente, seguita dalle altre; era un allegro gruppetto di sorelle, tutte
molto fresche nei loro abiti estivi, i visi sorridenti sotto i festosi cappellini.
Laurie andò loro incontro e le presentò agli amici con molta cordialità. Il prato si
trasformò in una specie di salotto e per qualche minuto fu come il vivace palcosceni-
co d’una recita. Meg vide con piacere che la signorina Kate, sebbene avesse vent’an-
ni, era vestita con una semplicità che le ragazze americane avrebbero fatto bene a imi-
tare e fu molto lusingata quando Ned le disse di essere venuto solo per vedere lei. Jo
capì ‘la smorfia’ di Laurie quando aveva parlato di Kate; infatti la signorina aveva una
cert’aria di «state-alla-larga-e-non-mi-toccate» che contrastava molto col fare sem-
plice e disinvolto delle altre ragazze. Beth osservò senza parere i due ragazzini e deci-
se che quello zoppo non era «orribile» ma dolce e debole, quindi sarebbe stata genti-
le con lui. Amy trovò che Grace era una personcina molto ben educata e allegra e
dopo essersi guardate senza dir parola per qualche minuto, divennero assai presto otti-

126
Capitolo xii

me amiche.
Le tende, la colazione e gli attrezzi per il croquet erano già stati mandati avanti; la
comitiva s’imbarcò e le due barche partirono insieme, mentre il signor Laurence resta-
va a terra e salutava sventolando il cappello. In una barca remavano Laurie e Jo; nel-
l’altra Brooke e Ned, mentre Fred Vaughan, il gemello turbolento, solo in un sando-
lino, faceva del suo meglio perché tutte e due si capovolgessero, battendo l’acqua con
la pagaia come un folle insetto acquatico. Il buffo cappello di Jo si meritò un voto
favorevole, perché si dimostrò utilissimo; in principio aveva rotto il ghiaccio perché
aveva fatto ridere tutti, poi, mentre Jo remava, fece levare un bel venticello fresco; infi-
ne, come disse Jo, sarebbe servito da ombrello a tutta la compagnia se si fosse messo
a piovere. Kate sembrava piuttosto stupita del suo modo di fare, specialmente quan-
do esclamò: Cristoforo Colombo! perché le era caduto in acqua un remo, e anche
quando Laurie disse: Ti ho fatto male, caro compagno? – dopo aver inciampato nei
suoi piedi mettendosi a sedere. Dopo aver alzato più volte l’occhialino per osservare
la bizzarra fanciulla, Miss Kate decise che Jo ‘era strana ma piuttosto intelligente’ e da
lontano le sorrise.
Meg, nell’altra barca, stava comodamente seduta davanti ai due rematori che
ammiravano entrambi la prospettiva e manovravano i remi con non comune ‘destrez-
za e abilità’. Brooke era un giovanotto serio e silenzio-
so, con begli occhi castani e una voce grade-
vole. A Meg piaceva molto la sua calma e
lo considerava un’enciclopedia
ambulante di cognizioni utili.
Con lei non parlava mai
molto, ma la guardava
spesso, e, Meg ne era
certa, senza avversione.
Ned si dava le arie che
tutti gli universitari al
loro primo anno sento-
no di dover assumere; non
era molto colto, ma un buon
ragazzo nondimeno, il tipo più
adatto da portare in un pic-nic. Sallie
Gardiner era attentissima a non sporcare il
suo vestito di piqué bianco e chiacchierava con
l’agitatissimo Fred che, con i suoi scherzi, teneva
Beth in uno stato di terrore costante.
Pratolungo non era lontano, ma quando arriva-

127
rono la tenda era già stata piantata e già sistemati gli archetti del croquet; il bel campo
era tutto verde, con tre grandi querce frondose nel mezzo e una striscia di tappeto
erboso per il giuoco.
– Benvenuti a Campo Laurence! – disse il giovane ospite quando la comitiva sbar-
cò con esclamazioni di gioia. – Brooke è il comandante in capo, io il commissario
generale, gli altri amici lo stato maggiore, e voi, signore, l’equipaggio. La tenda è tutta
per voi, la quercia è il vostro salotto, questa è la mensa e la terza la cucina da campo.
Adesso facciamo una partita prima che il caldo cominci, poi penseremo al pranzo.
Frank, Beth, Amy e Grace sedettero per assistere alla partita giocata dagli altri
otto. Brooke scelse Meg, Kate e Fred; Laurie, Sallie, Jo e Ned. Gl’inglesi giocavano
bene, ma gli americani giocavano meglio e contesero il terreno palmo a palmo, come
se fossero presi dallo spirito del ‘76. Jo e Fred si scontrarono più d’una volta e ad un
certo punto evitarono a malapena che volassero parole grosse. Passato l’ultimo archet-
to Jo aveva sbagliato il colpo, e ciò l’aveva assai irritata. Fred era più indietro e il suo
turno veniva prima di lei; diede il colpo, la palla colpì l’archetto e si fermò qualche
centimetro al di qua, dalla parte sbagliata. Nessuno era molto vicino, Fred corse a
vedere, diede col piede un leggero colpetto alla palla, mandandola così, sempre per
qualche centimetro, dalla parte giusta.
– Ecco fatto! Adesso, Jo, ti sistemo io e arrivo primo! – gridò il giovanotto alzan-
do il maglio per un altro colpo.
– L’hai spinta. Ti ho visto, e ora tocca a me – disse bruscamente Jo.
– Non l’ho mossa, parola d’onore. Forse è rotolata ancora un po’, ma questo è per-
messo. Sta’ indietro, per favore, e lasciami tirare sul picchetto.
– Non s’imbroglia, qui in America, ma tu puoi, se hai scelto di farlo – ribatté Jo,
infuriata.
– Gli americani sono un bel po’ più furbi, tutti lo sanno. Eccoti servita! – esclamò
Fred lanciando lontano la palla di Jo.
Jo aprì bocca e stava per dargli una rispostaccia, ma si trattenne a tempo, divenne
rossa fino alla radice dei capelli, rimase lì in piedi, e picchiò con tutte le sue forze il
maglio su un archetto, mentre Fred, colpito il paletto, dichiarava esultante di essere
fuori. Jo andò a riprendere la sua palla e impiegò molto tempo a trovarla fra i cespu-
gli; ma tornò indietro calma e tranquilla e aspettò con pazienza il proprio turno. Ci
vollero parecchi colpi per riguadagnare il posto perduto e quando vi giunse gli avver-
sari avevano quasi vinto, giacché la palla di Kate era la penultima e giaceva vicina al
paletto.
– Perbacco, siamo rovinati! Addio, Kate. Jo mi deve un tiro; perciò tu sei fuori –
gridò Fred eccitatissimo, mentre tutti si avvicinavano per vedere il finale.
– Gli americani conoscono la furberia d’essere generosi con i nemici – disse Jo lan-
ciando un’occhiata che fece arrossire il ragazzo. – E specialmente se li battono –

128
Capitolo xii

aggiunse quando, senza toccare la palla di Kate, vinse la partita con un bel colpo.
Laurie lanciò in aria il suo cappello; poi, ricordandosi che non poteva esultare sulla
sconfitta dei suoi ospiti, si arrestò a metà d’un evviva per sussurrare all’amica:
– Sei stata brava, Jo! Ha imbrogliato, l’ho visto. Non possiamo dirglielo, ma non
lo farà più, te lo garantisco.
Meg la prese in disparte fingendo di appuntarle una ciocca ribelle e disse appro-
vandola:
– È stato davvero provocante, ma tu ti sei dominata e ne sono tanto contenta, Jo.
– Non mi lodare, Meg. Ho ancora una gran voglia di prenderlo a ceffoni. E sarei
scoppiata se non fossi rimasta in mezzo alle ortiche a calmare la mia rabbia quel tanto
che basta a tener la lingua. Ora sto sbollendo, ma spero che Fred se ne stia alla larga
– rispose Jo mordendosi le labbra e lanciandogli occhiate di fuoco da sotto il largo
cappello.
– È ora di colazione – disse il signor Brooke guardando l’orologio. Commissario
generale, vuoi accendere il fuoco e prendere l’acqua mentre la signorina March, la
signorina Sallie ed io prepariamo le mense? Chi sa fare il caffè?
– Jo sa farlo – disse Meg, contenta di raccomandare la sorella.
Così Jo, sicura che le recenti lezioni di culinaria le avrebbero fatto onore, andò a
presiedere l’operazione caffè mentre i bambini raccoglievano rametti secchi, i ragazzi
accendevano il fuoco e andavano a prender l’acqua a una sorgente poco lontana. Kate
disegnava e Frank parlava con Beth che stava facendo delle piccole stuoie di paglia
intrecciata da usare come piatti.
Il comandante in capo e i suoi aiutanti disposero sulla tovaglia un’invitante mostra
di cibi e bevande graziosamente decorata con foglie verdi. Jo annunciò che il caffè era
pronto e tutti sedettero preparandosi a un pasto copioso; la gioventù non soffre certo
d’inappetenza e il movimento sviluppa il sano desiderio di mangiare. Fu una colazio-
ne molto allegra; tutto sembrava fresco e divertente e le frequenti risate facevano tra-
salire un vecchio cavallo che pascolava poco lontano. La ‘tavola’ era piacevolmente
irregolare, un vero disastro per le tazze e i piatti; le ghiande cadevano nel latte, picco-
le formiche nere partecipavano al pasto senza essere invitate e pelosi millepiedi stri-
sciavano giù dall’albero per vedere quel che stava succedendo. Tre bambini biondissi-
mi fecero capolino sopra la siepe e sull’altra sponda del fiume un riprovevole cane
abbaiò a lungo contro di loro, con tutte le sue forze.
– C’è anche del sale, se lo preferisci – disse Laurie porgendo a Jo un piattino di
fragole.
– Grazie, preferisco i ragni – lei rispose, prendendo su due piccoli imprudenti ch’e-
rano andati a morire nella panna. – Come ti permetti di ricordarmi quell’orribile
pranzo mentre il tuo è così buono in tutti i sensi? aggiunse poi ridendo con lui e man-
giando nello stesso piatto, dato che le stoviglie erano finite.

129
– Non mi sono mai divertito come quel giorno e non l’ho dimenticato! Ma que-
sto pranzo non è merito mio. Siete stati tu, Meg e Brooke a far andare tutto così bene
e ve ne sono gratissimo. Ma cosa faremo quando non ne potremo più di mangiare? –
chiese Laurie che sentiva d’aver giocato la sua carta migliore, una volta finita la cola-
zione.
– Qualche giuoco, finché non rinfresca. Ho portato gli «Autori», ma forse Kate sa
qualcosa di nuovo e divertente. Va’ a chiederglielo. È tua ospite e dovresti stare un po’
più con lei.
– E tu non sei forse mia ospite? Pensavo che sarebbe piaciuta a Brooke. Ma lui non
fa che parlare con Meg e Kate si limita a guardarli con quel suo ridicolo occhialino.
Vado, così non ti senti in dovere d’insegnarmi come ci si comporta, perché davvero
questo non è affar tuo, Jo.
Kate conosceva difatti parecchi nuovi giochi, e giacché le ragazze non volevano e
i ragazzi non potevano mangiare oltre, si spostarono tutti nel ‘salotto’ per giocare a
tiritera.
– Una persona comincia a raccontare una storia, qualsiasi sciocchezza che gli
venga in mente, e racconta finché ne ha voglia, ma deve fermarsi di colpo al momen-
to più interessante; e di lì un altro incomincia e fa la stessa cosa. Se è fatto bene è
molto divertente, perché il pasticcio tragicomico che ne viene fuori, fa veramente ride-
re. Cominci lei, signor Brooke, per piacere – disse Kate in tono di comando; e Meg

130
Capitolo xii

ne fu sorpresa, perché trattava il precettore col medesimo rispetto che avrebbe usato
per qualsiasi altro individuo.
Disteso sull’erba ai piedi delle due ragazze, obbediente, Brooke incominciò, men-
tre con i begli occhi castani seguiva il lento corso del fiume illuminato dal sole.
– C’era una volta un cavaliere che andava per il mondo in cerca di fortuna perché
non aveva che la spada e lo scudo. Viaggiò per molto tempo, quasi ventotto anni, e
finalmente arrivò al palazzo di un buon vecchio re, che aveva offerto un premio a chi
riuscisse a domare un bel puledro selvaggio al quale era molto affezionato. Il cavalie-
re accettò l’incarico e lo portò avanti bene ma lentamente; il puledro era di buona
razza, e presto imparò ad amare il suo nuovo padrone, pur mantenendosi capriccioso
e selvaggio. Ogni giorno, dopo aver addestrato il beniamino del re, il cavaliere caval-
cava in lungo e in largo per la città e, cavalcando, guardava dappertutto poiché cerca-
va un bel viso che aveva molte volte veduto nei suoi sogni, ma non aveva mai incon-
trato. Un giorno, mentre caracollava lungo una strada tranquilla, alla finestra d’un
castello in rovina vide il volto dei suoi sogni. Fuori di sé dalla felicità, chiese chi vive-
va nel vecchio castello e gli fu detto che vi stavano, prigioniere di un incantesimo,
diverse principesse che filavano tutto il giorno per mettere da parte il denaro col quale
si sarebbero comperate la libertà. Il cavaliere avrebbe voluto di tutto cuore liberarle,
ma era povero e non poteva far altro che passare tutti i giorni davanti al castello, nella
speranza di vedere quel bel viso alla luce del sole. Alla fine decise di entrarvi e chie-
dere che cosa poteva fare per aiutare le principesse. Bussò, la grande porta si aprì ed
egli vide...
– Un’affascinante dama che esclamò, con un grido di gioia: «Alfine! Alfine!» –
continuò Kate che aveva letto i romanzi francesi e ne ammirava lo stile. – «Sei tu!»
esclamò il conte Gustavo cadendo ai piedi della dama in un’estasi di commozione.
«Deh, sorgi!» ella disse tendendogli la mano marmorea. «Giammai, se non mi dici
come posso salvarti!» giurò il cavaliere, sempre in ginocchio. «Ahimè, il fato mio cru-
dele m’impone di restare qui finché il mio tiranno non sarà ucciso!» «Dov’è il fello-
ne?» «Nella sala viola. Va’, mio prode, salvami dalla disperazione!» «Obbedisco, mia
signora, tornerò vincitore o morto!» e con queste emozionanti parole egli si precipitò
a spalancare la porta del salone viola e...
– Si prese in testa il grosso dizionario greco che un professore in toga nera gli lan-
ciò. – disse Ned. – Il Conte non-so-come-si-chiama si rialzò subito, buttò il tiranno
fuori dalla finestra e tornò dalla dama, vittorioso ma con un bernoccolo in fronte;
trovò la porta chiusa, tirò giù le tende, ne fece una scala ed era a metà strada quando
la scala si ruppe e il cavaliere precipitò a testa in giù nel fossato, due metri più sotto.
Poiché sapeva nuotare come un pesce, a furia di bracciate girò intorno al castello fin-
ché giunse a una porticina sorvegliata da due tipi grandi e grossi; li afferrò, sbatté
insieme le loro teste finché scricchiolarono come noci schiacciate, poi con una mini-

131
ma parte della sua forza prodigiosa sfondò la porta, salì un paio di gradini coperti da
uno spesso strato di polvere, di rospi grossi come un pugno e di ragni che farebbero
venire a Meg un attacco isterico, e in cima a quei gradini vide una cosa che gli mozzò
il fiato e gli gelò il sangue nelle vene. Vide...
– Un’alta figura bianca, con un velo sul volto e una lampada nella mano consunta
– continuò Meg. – Gli fece cenno di seguirla e scivolò silenziosamente lungo un cor-
ridoio buio e freddo come una tomba. Ai due lati, spettrali figure in corazza; regnava
un silenzio mortale, la lampada mandava una luce azzurrastra, e la figura tenebrosa si
volgeva ogni tanto mostrando attraverso il velo bianco il sinistro brillare di occhi orri-
bili. Arrivarono a una porta nascosta da una tenda, dietro la quale si sentiva una musi-
ca dolcissima; il cavaliere si slanciò per entrare ma lo spettro lo respinse agitando
minacciosamente davanti a lui...
– Una tabacchiera – disse Jo con voce sepolcrale per cui tutti scoppiarono a ride-
re. – «Grazie mille» disse educatamente il cavaliere accettando una presa e starnutì
sette volte con tale violenza che gli cadde la testa. «Ah, ah!» rise il fantasma; e dopo
aver guardato dal buco della serratura le principesse che filavano disperatamente per
salvarsi, lo spirito maligno prese la sua vittima e la mise in una grande scatola di zinco
dove c’erano altri undici cavalieri senza testa, stretti come sardine, che si alzarono tutti
e...
– Si misero a ballare la tarantella – continuò Fred giacché Jo si era fermata per
riprendere fiato. – E mentre ballavano il vecchio, diroccato castello si trasformò in un
vascello da guerra con le vele spiegate. «Alza il fiocco, terzarola la coffa di gabbia, vira
sotto vento e arma i cannoni!» ruggì il capitano; mentre un battello pirata portoghe-
se era in vista con una bandiera nera come l’inchiostro sull’albero di trinchetto.
«Attaccate e vincete, miei bravi!» comandò il capitano, ed ebbe inizio una sanguinosa
battaglia. Naturalmente vinsero, come sempre, gl’inglesi.
– No, non sempre – disse Jo fra sé.
– Avendo fatto prigioniero il capitano pirata, andarono all’arrembaggio della
goletta, dove sui ponti si ammucchiavano i cadaveri e dove il sangue scorreva dagli
ombrinali di sottovento poiché la parola d’ordine era: «Scimitarra alla mano e vende-
te cara la vita!» Poi il capitano ordinò: «Secondo, appendi il pirata al fiocco volante e
impiccalo se non confessa subito le sue colpe!» Ma il portoghese teneva a freno la lin-
gua e lo fecero camminare bendato su una plancia sporgente sull’acqua mentre i lupi
di mare applaudivano come pazzi. Ma quel furbo cane si tuffò, riemerse sotto il
vascello, vi fece una falla e così la nave colò a picco, sempre a vele spiegate fino in
fondo al mare, mare, mare, dove...
– O misera me! che cosa devo dire? – esclamò Sallie quando Fred ebbe finito la sua
tiritera in cui aveva mescolato alla rinfusa parole e azioni marinaresche, tolte di peso
da uno dei suoi libri favoriti. – Bene, colarono a picco e una bella sirena diede a tutti

132
Capitolo xii

loro il benvenuto, ma fu molto addolorata quando trovò la scatola dei cavalieri senza
testa e gentilmente li mise in salamoia nell’acqua di mare sperando di scoprire il
mistero che li circondava; poiché, essendo donna, era molto curiosa. Passò del tempo
e un giorno un pescatore di perle si tuffò in fondo al mare e la sirena gli disse: «Se la
porti su, ti regalo questa scatola piena di perle». La sirena avrebbe voluto far rivivere
i poveri cavalieri, ma non aveva la forza di sollevare quel gran peso. Il pescatore portò
su la cassa, ma rimase assai deluso quando dopo averla aperta non trovò le perle; l’ab-
bandonò allora in un gran campo solitario dove fu trovata...
– Da una piccola guardiana d’oche, che portava un centinaio di grasse oche a
pascolare in quel campo – disse Amy quando l’ispirazione di Sallie sembrò esaurita. –
Anche la guardiana ebbe pietà dei cavalieri e domandò a una vecchietta quel che
doveva fare per aiutarli. «Te lo diranno le oche, esse sanno tutto» rispose la vecchiet-
ta. Allora la bambina chiese che cosa doveva mettere al posto delle teste giacché quel-
le originali erano andate perdute, e le oche aprirono tutte insieme cento becchi e stril-
larono...
– Cavoli! – continuò subito Laurie. – «Proprio quel che ci vuole» disse la piccola
guardiana e corse a prenderne dodici nel suo orto. Glieli mise e i cavalieri saltarono su
belli vivi, la ringraziarono e se ne andarono per i fatti loro tutti contenti, senza accor-
gersi della differenza, perché al mondo ce ne sono tanti che hanno un cavolo al posto
della testa, e nessuno vi fece caso. Ma il cavaliere che m’interessa tornò a cercare il bel
viso e seppe che le principesse a furia di filare si erano liberate ed erano andate tutte
a sposarsi, tranne una. La notizia lo mise in grande agitazione e montato sul puledro,
che gli era rimasto fedele nella buona e nella cattiva sorte, andò di galoppo al castel-
lo per vedere quale principessa vi era rimasta. Sbirciando di sopra la siepe vide la regi-
na del suo cuore che raccoglieva fiori nel giardino. «Mi darebbe una rosa?» le doman-
dò. «Venga a prendersela. Io non posso venire da lei, non sta bene» – rispose la prin-
cipessa, dolce come il miele. Il cavaliere tentò di scavalcare la siepe, ma questa diven-
tava sempre più alta; allora cercò di attraversarla, ma la siepe diventava sempre più
fitta, e il povero cavaliere era disperato. Così, con grande pazienza cominciò a rompe-
re rametti su rametti, finalmente riuscì a fare un piccolo buco, attraverso il quale poté
vedere; e implorò la principessa: «Mi lasci, mi lasci entrare!». Ma la bella principessa
fingeva di non capire, continuava a raccogliere tranquillamente le sue rose e lo lasciò
lì senza aiutarlo. Se poi è riuscito a entrare o no, ve lo dirà Frank.
– Io non posso. Io non giuoco mai – disse Frank, che non se la sentiva di entrare
in quel pasticcio sentimentale dal quale avrebbe dovuto tirar fuori l’assurda coppia.
Beth era sparita dietro Jo e Amy s’era addormentata.
– Così il povero cavaliere deve rimanersene infilato dentro la siepe, no? – chiese
Brooke, sempre guardando il fiume e giocherellando con la rosa selvatica che aveva
all’occhiello.

133
– Io credo che la principessa gli diede una viola del pensiero e dopo un po’ gli aper-
se il cancello – disse Laurie, sorridendo a se stesso e tirando ghiande al suo precetto-
re.
– Quante sciocchezze abbiamo detto! Forse con l’esercizio riusciremmo a combi-
nare qualcosa di più intelligente. Conoscete la «Verità»? – chiese Sallie quando gli altri
smisero di ridere.
– Lo spero – disse Meg, seria.
– Voglio dire il giuoco.
– Com’è? – chiese Fred.
– Ecco, si mettono le mani una sull’altra, a pila, così, si sceglie un numero, si fa la
conta a turno e l’ultimo deve rispondere la verità a qualsiasi domanda fatta dagli altri.
È molto divertente!
– Proviamo – disse Jo che amava le novità.
Kate, Brooke, Meg e Ned non vollero partecipare, ma Fred, Sallie, Jo e Laurie
ammucchiarono le mani e fecero la conta: toccò a Laurie.
– Chi sono i tuoi eroi? – domandò Jo.
– Il nonno e Napoleone.
– Chi è la ragazza più carina qui? – chiese Sallie.
– Margaret.
– E quella che ti piace di più? – disse Fred.
– Jo, naturalmente.
– Che domande sciocche! – e Jo scrollò sdegnosamente le spalle mentre gli altri
ridevano del tono sicuro di Laurie.
– Riproviamo, la «Verità» non è un brutto giuoco – disse Fred.
– Per te va molto bene – ribatté Jo a bassa voce. Il turno toccò a lei.
– Qual è il tuo più grosso difetto? – domandò Fred, cercando di mettere in prova
a Jo la virtù che mancava a lui.
– Un brutto carattere.
– Che cosa desideri più di tutto? – disse Laurie.
– Un paio di stringhe – ribatté Jo che aveva capito il suo scopo.
– Non hai detto la verità. Devi dire quello che desideri veramente.
– Il genio. Non ti piacerebbe regalarmelo, Laurie?
– Quali virtù ammiri di più in un uomo? – chiese Sallie.
– Il coraggio e l’onestà.
– Tocca a me, adesso – disse Fred, quando la sua mano venne per ultima.
– Ora lo sistemiamo – sussurrò Laurie a Jo che assentì e subito gli chiese:
– Non hai imbrogliato giocando a croquet?
– Be’, sì, un pochettino.
– Bene! E la tua storia non l’hai presa dal Leone di mare? – disse Laurie.

134
Capitolo xii

– Abbastanza.
– Non pensi che la nazione inglese sia perfetta in tutti i sensi? – gli chiese Sallie.
– Mi vergognerei se non lo pensassi.
– È proprio un John Bull. E ora tocca a te, Sallie, e non c’è bisogno di rifare la
conta. Ti faccio un dispetto chiedendoti per prima cosa se non sei un po’ civetta? –
disse Laurie mentre Jo accennava a Fred che tra loro due la pace era fatta.
– Impertinente! Naturalmente no – esclamò Sallie con un’aria che provava il con-
trario.
– Che cosa odi di più? – domandò Fred.
– I ragni e il budino di riso.
– E che cosa ti piace di più?
– Ballare e i guanti francesi.
– Be’, la «Verità» è un giuoco assai stupido. Giuochiamo un po’ agli «Autori», tanto
per riposarci la mente – rispose Jo.
Vi parteciparono anche Ned, Frank e le bambine; mentre essi giocavano i tre adul-
ti rimasero in disparte a chiacchierare. Kate aveva di nuovo tirato fuori il suo disegno
e Margaret la guardava mentre Brooke stava disteso sull’erba con un libro che non
leggeva.
– Come disegna bene! Vorrei poterlo fare anch’io – disse Meg con un tono che
esprimeva ammirazione e rammarico.
– Perché non impara? Direi che il gusto e il talento non le mancano rispose Kate
benignamente.
– Mi manca il tempo.
– La sua mamma preferisce qualcosa d’altro, immagino. Anche la mia; ma io le ho
dimostrato che il talento lo avevo prendendo qualche lezione privata, e allora mi ha
dato volentieri il permesso di continuare. Non può fare così anche lei con la sua gover-
nante?
– Non ne ho.
– Già, dimenticavo. In America le ragazze vanno a scuola più di noi. E sono otti-
me scuole, dice il mio papà. Va a una scuola privata, immagino.
– No, non vado a scuola, lavoro. La governante sono io.
– Ah, davvero! – disse Kate; ma era come se avesse detto: ahimè, che cosa orribi-
le, e la sua espressione fece arrossire Meg che si pentì d’esser stata franca.
Brooke alzò gli occhi e disse in fretta:
– In America le ragazze amano l’indipendenza almeno quanto i loro antenati e
sono ammirate e rispettate per il fatto che si guadagnano la vita.
– Oh sì, naturalmente, è giustissimo ed è bello che lo facciano. Anche da noi ci
sono molte brave ragazze laboriose che fanno lo stesso e vengono impiegate dall’ari-
stocrazia perché essendo di ottima famiglia sono molto ben educate – disse Kate con

135
degnazione; il suo tono ferì l’orgoglio di Meg e le fece sembrare il suo lavoro non solo
spiacevole, anche degradante.
– Andava bene la canzone tedesca, Miss March? – chiese Brooke rompendo un
silenzio pieno d’imbarazzo.
– Oh sì. È molto graziosa e sono riconoscente a chi me l’ha tradotta, chiunque sia
– e il viso scoraggiato di Meg s’illuminò subito.
– Non sa il tedesco? – domandò Kate con aria sorpresa.
– Non tanto bene. Me l’insegnava mio padre, ma ora non c’è e non vado molto
presto da sola perché non c’è nessuno a correggermi la pronuncia.
– Vuol provare un po’ adesso? Ecco qui la Mary Stuart di Schiller e un precettore
a cui piace molto insegnare – disse Brooke posandole il libro in grembo con un sorri-
so invitante.
– È così difficile che ho un po’ di paura – disse Meg, grata, ma intimidita dalla
colta signorina che le stava accanto.
– Ne leggerò io un pezzettino per incoraggiarla – e Kate lesse uno dei passi più
belli, in modo perfetto, e perfettamente senza espressione alcuna.
Il signor Brooke non fece commenti e Kate restituì il libro a Meg che ingenua-
mente disse:
– Credevo che fosse poesia...
– In parte lo è. Provi questo brano.
Sulle labbra di Brooke c’era uno strano sorriso mentre cercava nel libro il lamen-
to della povera Maria Stuarda.
Meg seguì obbediente il lungo filo d’erba con il quale il suo nuovo maestro indi-
cava la riga e lesse lentamente, timida, rendendo inconsciamente poetiche con la mor-
bida intonazione della sua voce musicale, le difficili parole del testo. La guida verde
scese lungo la pagina e dopo un po’, dimenticando di essere ascoltata durante la triste
bellezza del passo, Meg lesse come se fosse sola, dando il tono della tragedia alle paro-
le dell’infelice regina. Se in quel momento avesse veduto gli occhi castani, si sarebbe
interrotta di colpo, ma non alzò mai lo sguardo e così la lezione non fu sciupata.
– Bravissima! – disse poi Brooke quand’ella si arrestò; aveva ignorato gli sbagli e
la sua espressione diceva quanto ‘amasse insegnare’.
Miss Kate alzò l’occhialino, e dopo aver esaminato il quadretto che le stava davan-
ti agli occhi, chiuse l’album degli schizzi e disse, condiscendente:
– Ha una buona pronunzia e col tempo potrà leggere molto bene. Le consiglio di
studiare, il tedesco è molto utile agli insegnanti. Ora devo cercare Grace che si sta
scalmanando. – E se ne andò aggiungendo fra sé con una scrollata di spalle: «Non
sono venuta per fare da chaperon a una governante, seppure giovane e carina. Che stra-
na gente, questi Yankee. Temo che a stare in mezzo a loro Laurie si rovinerà.»
– M’ero dimenticata che gli inglesi guardano dall’alto in basso le governanti e non

136
Capitolo xii

le trattano come noi – disse Meg guardando con un’espressione annoiata la figura che
si allontanava.
– Anche i precettori hanno la vita difficile, con loro; lo so per triste esperienza. Per
chi lavora l’unico paese è l’America, Miss Margaret – e Brooke sembrava così con-
tento e soddisfatto che Meg si vergognò d’essersi lamentata della propria sorte.
– E allora devo esser contenta di viverci. Il mio lavoro non mi piace, ma dopo tutto
mi dà molte soddisfazioni e non voglio lamentarmi. Vorrei soltanto che mi piacesse
insegnare.
– Le piacerebbe se come alunno avesse Laurie. Mi dispiacerà molto perderlo l’an-
no prossimo – disse Brooke ch’era occupatissimo a far buchi nel prato.
– Andrà all’Università, vero? – Le labbra di Meg fecero la domanda, ma i suoi
occhi dicevano: – E che cosa sarà di lei?
– Sì, è ora che vada, è preparatissimo. E appena lui sarà partito, io andrò volonta-
rio. C’è bisogno di me.
– Come mi fa piacere! – esclamò Meg. – Tutti i giovani dovrebbero andare. Anche
se le madri e le sorelle che restano a casa ne soffrono – aggiunse tristemente.
– Io non ho né madre né sorelle e pochissimi amici a cui importi che io viva o
muoia – disse Brooke con una certa amarezza mentre distrattamente metteva la rosa
appassita in uno dei buchi fatti sul prato e la copriva di terra, come una piccola tomba.
– A Laurie e a suo nonno importerebbe molto – disse Meg con calore. E a tutti
noi dispiacerebbe tanto se le succedesse qualcosa.
– Grazie, fa piacere sentirselo dire – cominciò Brooke, subito rasserenato; ma
prima che potesse finire arrivò Ned sul vecchio cavallo per far bella figura davanti alle
ragazze con le sue abilità di cavallerizzo, e non vi fu più pace per quel giorno.
– Ti piace cavalcare? – chiese Grace a Amy mentre si riposavano dopo una corsa
sul prato insieme agli altri, guidati da Ned.
– Ne vado matta. Mia sorella Meg cavalcava quando papà era ricco, ma adesso non
abbiamo più cavalli, tranne Ellen Melo – disse Amy ridendo.
– Raccontami di Ellen Melo. È un asinello? – domandò Grace, incuriosita.
– Ecco, vedi, Jo va pazza per i cavalli, proprio come me, ma abbiamo solo una vec-
chia sella da amazzone e nessun cavallo. Nel nostro giardino abbiamo però un melo
che ha un bel ramo basso, così Jo ha messo la sella sul ramo, ha fissato le redini alla
parte che volta in su, e quando ne abbiamo voglia cavalchiamo Ellen Melo.
– Com’è divertente! – disse Grace ridendo. – Io ho un pony a casa e cavalco quasi
ogni giorno al parco con Fred e Kate; è molto bello, perché vengono anche i miei amici
e il Row è pieno di signore e di cavalieri.
– Oh, dev’esser davvero molto bello! Spero di poter andare all’estero un giorno o
l’altro, ma preferirei Roma al Row – disse Amy che non aveva la più lontana idea di
che cosa potesse essere il Row, ma per nulla al mondo avrebbe chiesto spiegazioni.

137
Frank era seduto dietro le due bambine e dopo aver sentito quello che si dicevano
buttò lontano la gruccia con un gesto impaziente guardando con invidia i ragazzi che
sul prato facevano ogni sorta di comiche evoluzioni ginnastiche. Beth, che stava rac-
cogliendo le carte sparpagliate ch’erano servite a giocare agli «Autori», alzò gli occhi
e disse timidamente ma in tono amichevole:
– Temo che tu sia stanco. Posso fare qualcosa per te?
– Sì, parla con me, ti prego. È noioso star qui seduto da solo – rispose Frank che
evidentemente era abituato a essere tenuto, a casa sua, in gran considerazione.
Se le avessero chiesto di pronunciare un’orazione in latino, alla timida Beth sareb-
be sembrato un compito meno difficile; ma non sapeva dove scappare, non c’era Jo
dietro cui nascondersi, e il povero ragazzo la guardava con una tale tristezza che,
coraggiosamente, decise di tentare:
– Di che cosa ti piace parlare? – chiese radunando le carte e lasciandone cadere la
metà mentre cercava di legarle insieme.
– Be’, mi piace parlare di cricket, di barche e di caccia – disse Frank che non aveva
ancora imparato ad adattare i divertimenti alle sue possibilità.
«Povera me! Non ne so niente, che cosa posso fare?» pensò Beth, e dimenticando
la disgrazia del ragazzo, nella sua agitazione disse con la speranza di farlo parlare:
– Non ho mai veduto nessuno cacciare, ma forse tu sai tutto sulla caccia.
– Lo sapevo! Ma ora non posso più andare a cavallo perché mi sono fatto male sal-
tando una maledetta barriera a cinque stanghe e per me non ci sono più cavalli né cani
da caccia – disse Frank con un sospiro; e Beth si odiò per il suo innocente sbaglio.
– I vostri cervi sono molto più belli dei nostri brutti bisonti – disse, cercando aiuto
nella prateria e contenta di aver letto almeno uno dei libri da maschi che Jo amava
tanto.
I bisonti piacquero e calmarono Frank; nell’ansia di farlo divertire Beth dimenti-
cò se stessa e non si accorse neppure della sorpresa e della gioia delle sorelle mentre
guardavano uno spettacolo veramente insolito: lei che chiacchierava amichevolmente
con uno degli ‘orribili’ ragazzi dai quali aveva chiesto d’essere protetta.
– Quanto è cara! Le fa pena e per questo è buona con lui – disse Jo, raggiante,
guardandola dal campo del croquet.
– Ho sempre detto ch’è una santa – aggiunse Meg, come se ormai non ci fossero
più dubbi.
– Non ho mai sentito Frank ridere tanto e per tanto tempo – disse Grace a Amy
mentre parlavano di bambole e fabbricavano con le ghiande un piccolo servizio per il
tè.
– Mia sorella Beth è molto fastidiosa, quando vuole – disse Amy, contenta del suc-
cesso di Beth. Voleva dire fascinosa, ma poiché Grace non conosceva il significato esat-
to di nessuna delle due parole il termine fastidiosa suonò benissimo e le fece un’otti-

138
Capitolo xii

ma impressione.
Un circo improvvisato con una volpe e molte oche, e un’altra amichevole partita di
croquet conclusero la giornata. Al tramonto fu tolta la tenda, preparate le ceste, leva-
ti gli archetti, il tutto caricato sulle barche e il gruppo al completo discese il fiume can-
tando con quanto fiato aveva in gola. Ned diventò sentimentale e intonò una serena-
ta che aveva un mesto ritornello:

«Solo, solo, ahi, misero me, solo!»

e al verso:

«Giovani siamo e un cuore abbiamo


oh, perché dunque freddi e lontani stiamo?»

guardò Meg con un’espressione così languida che la fanciulla scoppiò a ridere gua-
standogli l’effetto.
– Ma perché è così crudele con me? – le sussurrò poi, approfittando del coro che
cantava forte. – È stata tutto il giorno appiccicata a quell’inglese inamidata e ora mi
tratta male.
– Non è questo che volevo. Ma lei era così buffo che non sono riuscita a tratte-
nermi – rispose Meg, sorvolando sulla prima parte dell’accusa; mentre era assoluta-
mente vero che l’aveva evitato ricordando la festa dei Moffat e le chiacchiere che aveva
udito.
Ned si sentì offeso e cercò di consolarsi con Sallie dicendole s’un tono petulante:
– Non ha ombra di civetteria quella ragazza, vero?
– No, nemmeno un briciolo. Ma è tanto cara – rispose Sallie difendendo l’amica,
anche se ne ammetteva i difetti.
– Non è neppure una timida cerbiatta, comunque – aggiunse Ned, cercando di
essere spiritoso e riuscendoci quel poco che è consentito a ragazzi molto giovani.
Sul prato, dove la mattina si era raccolta, la compagnia si separò con lieti «buona
notte» e «buon viaggio» poiché i Vaughan andavano in Canada. Mentre le quattro
sorelle attraversavano il giardino per tornare a casa, Miss Kate le guardò allontanarsi
e disse, senza il solito tono condiscendente:
– Nonostante i loro modi un po’ eccessivi le ragazze americane sono molto sim-
patiche, quando si conoscono meglio.
– Sono perfettamente d’accordo con lei – le rispose Brooke.

139
140
Capitolo xii

141
142
Capitolo xiii
Castelli in aria

Laurie si dondolava su e giù nella sua amaca in un caldo pomeriggio di settembre


e si chiedeva cosa mai stessero facendo le sue vicine, troppo pigro per andar a vedere.
Era in uno dei suoi momenti di cattivo umore; la giornata non era stata né proficua
né soddisfacente e avrebbe desiderato ricominciarla per viverla meglio. Il caldo lo ren-
deva indolente, aveva trascurato lo studio, messo a dura prova la pazienza di Brooke,
aveva arrecato dispiacere al nonno suonando metà del pomeriggio e aveva spaventato
a morte le domestiche insinuando malignamente che uno dei cani stava diventando
idrofobo; e dopo aver rimproverato con asprezza lo stalliere per una immaginaria
negligenza verso il suo cavallo, si era buttato nell’amaca rimuginando sulla stupidità
del mondo in generale, finché la pace di quella bella giornata l’aveva calmato suo mal-
grado. Guardando in alto verso il verde cupo degli ippocastani fantasticava ad occhi
aperti e stava sognando d’essere sballottato dalle onde dell’oceano in un viaggio intor-
no al mondo, quando un suono di voci lo risvegliò in un lampo. Spiando fra le maglie
dell’amaca vide le ragazze March uscire di casa, e gli sembrò che partissero per una
spedizione.
– Cosa mai hanno intenzione di combinare? – pensò Laurie aprendo bene gli
occhi per meglio vedere, poiché c’era qualcosa di strano nell’aspetto delle sue vicine.
Avevano tutte grandi cappelli a larghe falde, un sacco di lino marrone a tracolla e un
lungo bastone ciascuna. Inoltre, Meg portava un cuscino, Jo un libro, Beth un cesto e
Amy una cartella. Attraversarono in silenzio il giardino, uscirono dal cancelletto in
fondo e cominciarono a salire la collina oltre la quale passava il fiume.
– Be’, che faccia tosta! – si disse Laurie. – Fanno un pic-nic e non m’invitano. Ma
non possono andare in barca, non hanno la chiave. Forse se la sono dimenticata. Gliela
porto io, così vedo quel che c’è in ballo.
Sebbene ne avesse una dozzina, Laurie impiegò un certo tempo a trovare un cap-
pello; poi dovette dar la caccia alla chiave, che alla fine trovò in una tasca e le ragazze
erano quasi scomparse quando saltò la siepe e si mise a correre per raggiungerle. Prese
la via più breve per arrivare alla tettoia delle barche e aspettò; ma non apparve nessu-
no e Laurie risalì la collina per dare uno sguardo intorno. Arrivato alla pineta che ne

143
nascondeva una parte, dal profondo di quella macchia verde gli venne un suono più
chiaro del lieve stormire dei pini e del sonnolento stridìo dei grilli.
– Guarda un po’ che vista! – pensò Laurie sbirciando dai cespugli, ora completa-
mente sveglio e già di miglior umore.
Il quadretto era infatti assai grazioso: le sorelle sedevano insieme sotto gli alberi,
il sole e l’ombra guizzanti su di esse, i capelli scompigliati e le guance rosee rinfresca-
te dal vento profumato, mentre i piccoli abitanti del bosco continuavano tranquilli le
loro faccende, come se non le considerassero estranee ma vecchie amiche. Meg, sedu-
ta sul cuscino, cuciva delicatamente con le sue mani bianche, fresca e dolce come una
rosa nel suo vestito chiaro, in mezzo al verde. Beth raccoglieva e sceglieva le pigne che
cadevano fitte dagli abeti nell’erba folta e le adoperava per fare oggetti molto grazio-
si. Amy disegnava un gruppo di felci e Jo lavorava ai ferri leggendo ad alta voce.
Un’ombra passò sul viso del ragazzo mentre le guardava; sentiva che avrebbe dovuto
andar via giacché non era stato invitato, ma non si decideva perché a casa si era sen-
tito solo e quella scena tranquilla nella pineta attraeva il suo spirito inquieto. Rimase
lì immobile, tanto che uno scoiattolo, occupato nel raccolto, fece rotolare una pigna
vicino a lui e avendolo visto all’improvviso scappò via con uno squittìo acutissimo;
Beth alzò gli occhi, vide l’attento viso dietro le betulle, salutò con la mano e gli sorri-
se, rassicurandolo.
– Posso venire anch’io o disturbo? – chiese Laurie avvicinandosi lentamente.
Meg levò soltanto un poco le sopracciglia, ma Jo le aggrottò con aria di sfida e
disse subito:
– Naturalmente, vieni. Avremmo dovuto invitarti prima, ma abbiamo pensato che
non ti divertirebbe un giuoco da ragazze.
– I vostri giuochi mi sono sempre piaciuti. Però, se Meg non mi
vuole me ne vado.
– Non ho nulla in contrario se fai qualcosa. È contro le rego-
le star qui senza far niente – rispose Meg gentilmente, ma con
molta serietà.
– Mille grazie. Farò qualsiasi cosa, se mi lasciate rimanere
un po’ qui. Giù da me è noioso come il deserto del
Sahara. Devo leggere, disegnare, cucire, raccogliere
pigne?... o tutto insieme? Sono pronto. – E Laurie sedet-
te, mostrando una deliziosa espressione
sottomessa.
– Finisci di leggere il
racconto mentre io siste-
mo il calcagno – disse Jo
porgendogli il libro.

144
Capitolo xiii

– Sissignora – fu l’umile risposta, e cominciò, facendo del suo meglio per dimo-
strare quanto fosse grato d’esser stato ammesso nella «Società delle Api Operaie».
Il racconto non era molto lungo e quando fu finito, Laurie arrischiò qualche
domanda, come premio ai suoi meriti.
– Posso chiedere, gentili signorine, se questa altamente istruttiva e simpatica socie-
tà è di recente formazione?
– Dobbiamo dirglielo? – chiese Meg alle sorelle.
– Riderà di noi – avvertì Amy.
– E che ce ne importa? – disse Jo.
– Scommetto che gli piacerà – aggiunse Beth.
– Certo che mi piacerà! Vi do la mia parola che non riderò. Avanti, Jo, dimmelo,
non aver paura.
– Figurati se ho paura di te! Ecco, vedi, un tempo giocavamo ai «Pellegrini», e que-
st’anno abbiamo ricominciato, sul serio, tutto l’inverno e tutta l’estate.
– Sì, lo so – disse Laurie, annuendo con l’aria di chi veramente sa.
– Chi te l’ha detto? – domandò Jo.
– Gli spiriti.
– No, sono stata io – disse Beth, umilmente. – Una sera che voi eravate fuori
Laurie era abbattuto e volevo divertirlo. L’idea gli è piaciuta, perciò non arrabbiarti,
Jo.
– Non sai tenere un segreto. Non importa, questo semplifica tutto.
– Continua, ti prego – disse Laurie perché Jo sembrava tutta assorta nel suo lavo-
ro e un po’ seccata.
– Oh, non ti ha già raccontato i nostri programmi? Bene, abbiamo cercato di non
sprecare le vacanze, ci siamo imposte un compito e abbiamo lavorato di buona lena. Le
vacanze stanno per finire, abbiamo già fatto quel che dovevamo fare e siamo felicissime
di aver lavorato invece di oziare.
– Sì, lo credo – e Laurie pensò con rammarico alle sue giornate sprecate.
– La mamma vuole che si stia all’aria aperta il più possibile, per questo portiamo
qui il lavoro e ci divertiamo. Infiliamo le nostre cose in questi sacchi, ci mettiamo dei
vecchi cappelli, prendiamo un bastone per arrampicarci sulla collina e giochiamo ai
Pellegrini, come tanti anni fa. Questa collina la chiamiamo il «Dilettoso Monte» per-
ché da qui si può guardare lontano e vediamo il paese dove speriamo di poter vivere
un giorno.
Jo indicò la direzione e Laurie levò la testa per guardare; dal punto in cui gli albe-
ri si diradavano sull’altra sponda dell’ampio fiume azzurro, si vedevano i campi, i sob-
borghi della grande città e in lontananza le verdi colline che si alzavano a toccare il
cielo. Calava il sole e sull’orizzonte raggiava tutto lo splendore di quel tramonto
autunnale. Nubi rosee e dorate si posavano sulla cima delle colline e nella luce purpu-

145
rea si levavano alti i picchi d’un bianco argenteo che brillavano come le aeree spire
d’una Città Celeste.
– È stupendo! – disse Laurie a bassa voce, sempre pronto ad apprezzare la bellez-
za in tutti i suoi aspetti.
– Lo è molto spesso – disse Amy che avrebbe desiderato saper dipingere quel pae-
saggio. – Ci piace guardarlo, è sempre diverso ma è sempre splendido.
– Jo parla della campagna dove speriamo di poter vivere un giorno, una campagna
vera, intende! con i maiali, le galline e la raccolta del fieno. Sarebbe bello, ma io vor-
rei che esistesse veramente anche l’altro paese, là in alto, e che potessimo andarci, un
giorno – disse Beth, pensierosa.
– C’è un paese ancora più bello dove dobbiamo andare, col tempo, se saremo` buoni
– rispose Meg con la sua voce dolce.
– Mi sembra che ci sia tanto da aspettare è così difficile quel che si deve fare.
Mentre io vorrei prendere subito il volo, come una rondine, ed entrare da quella splen-
dida porta.
– Tu ci arriverai di sicuro, Beth, prima o poi, non aver paura – disse Jo. – Io inve-
ce sono quella che dovrà lottare e lavorare, arrampicarsi e aspettare, e forse non ci arri-
verò mai.
– Ti farò compagnia io, se questo ti può consolare. Dovrò viaggiare molto prima
di arrivare in vista della vostra Città Celeste. E se arrivo tardi, tu dirai una buona paro-
la per me, vero Beth?
L’espressione ch’era sul viso del ragazzo turbò la sua piccola amica; ma rispose
con calma, gli occhi fissi alle nuvole cangianti, e si limitò a dire:
– Chi ci vuol andare sul serio e lotta tutta la vita per arrivarci, riesce a entrare; non
credo che la porta abbia catenacci o che al cancello vi siano guardiani. Me l’immagi-
no sempre come in un quadro, dove esseri luminosi tendono le mani ai poveri cristia-
ni che salgono dal fiume.
– Non sarebbe divertente se i nostri castelli in aria si realizzassero e se potessimo
viverci dentro? – disse Jo dopo una pausa.
– Io ne ho fatti tanti che sarebbe difficile sceglierne uno – osservò Laurie disteso in
terra, lanciando pigne allo scoiattolo che l’aveva tradito.
– Dovresti scegliere quello che preferisci – disse Meg. – Com’è?
– Se ve lo dico, mi raccontate i vostri?
– Io sì. E voi, ragazze?
– Anche noi. Avanti, Laurie.
– Dopo aver visto in giro per il mondo tutto quel che desidero vedere, andrei a sta-
bilirmi in Germania e mi dedicherei soltanto alla musica. Vorrei diventare un famoso
musicista, che tutto il creato si precipiterebbe a sentire. Non vorrei essere annoiato dal
denaro e dagli affari, vorrei solo divertirmi a fare quel che mi piace. Questo è il mio

146
Capitolo xiii

castello in aria preferito. E il tuo, Meg?


Sembrò che Meg esitasse a raccontare il suo e agitò un ramo davanti al viso come
per scacciare zanzare immaginarie, mentre lentamente diceva:
– Io vorrei una bella casa, piena di oggetti lussuosi, buon mangiare, bei vestiti,
mobili splendidi, gente simpatica e un mucchio di soldi. Vorrei esserne la padrona e
organizzare tutto a modo mio, ma con tanti domestici per servirmi, così non dovrei
mai lavorare. Come mi divertirei! Non starei mai senza far niente, anzi farei del bene
e tutti mi adorerebbero.
– Ma in questo castello in aria non ci vorresti anche il castellano? – insinuò Laurie.
– Ho detto, lo sai, che ci voglio ‘gente simpatica’. – E Meg si chinò ad allacciarsi
una scarpa mentre gli rispondeva, così nessuno poté vederla in viso.
– Perché non dici che vorresti un magnifico marito, buono e intelligente, e dei
bambini belli come angeli? Lo sai benissimo che altrimenti il tuo castello non sareb-
be perfetto – disse Jo, franca come sempre; tanto più che lei non inseguiva ancora fan-
tasie sentimentali e sdegnava le romanticherie, tranne che nei libri.
– Nel tuo castello ci sarebbero soltanto cavalli, calamai e libri – rispose Meg in
tono petulante.
– Tu lo credi, eh? Sì, avrei una scuderia piena di corsieri arabi, stanze tappezzate
di libri e da un calamaio magico farei uscire le parole che mi farebbero diventare
famosa come la musica di Laurie. Ma prima di andare nel mio castello voglio fare
qualcosa di straordinario, di eroico o spettacolare, che non dovrebbe esser dimentica-
to dopo la mia morte. Che cosa, non so! ma tengo gli occhi aperti e vi sbalordirò tutti
quanti, un giorno o l’altro. Scriverò dei libri e diventerò ricca e famosa; questo è il mio
sogno preferito, e si avvererà!
– Il mio è di restare a casa, al sicuro, con la mamma e il papà, e aiutarli a mandar
avanti la famiglia – disse Beth tranquillamente.
– Davvero non desideri altro? – chiese Laurie.
– Da quando ho il mio pianoforte sono più che soddisfatta. Voglio solo che stia-
mo tutti bene e tutti insieme. Nient’altro.
– Io vorrei tante cose, invece, ma soprattutto desidero diventare un’artista, andare
a Roma, fare bellissimi quadri ed essere la più grande pittrice del mondo – fu il mode-
sto desiderio espresso da Amy.
– Siamo un bel mucchio di ambiziosi, mi pare. Tranne Beth, tutti vorremmo esse-
re ricchi, famosi e affascinanti, in ogni senso. Mi piacerebbe sapere se uno di noi alme-
no avrà quel che desidera – disse Laurie, che masticava erba come un vitello medita-
bondo.
– Io ho già la chiave del mio castello in aria. Ma resta da vedere se riuscirò mai ad
aprire la porta – osservò Jo in tono misterioso.
– Anch’io ho la chiave del mio, ma non mi danno il permesso di usarla. Maledetta

147
università! – brontolò Laurie con un sospiro d’impazienza.
– Ecco la mia! – e Amy agitò la matita.
– Io non ce l’ho – disse Meg desolata.
– Sì, che ce l’hai – disse subito Laurie.
– Dove?
– Nel tuo viso.
– Che sciocchezza. Non serve a niente.
– Aspetta e vedrai se non ti porta qualcosa di gran valore – rispose il ragazzo con
una risata, pensando a un piccolo delizioso segreto che credeva d’aver scoperto.
Dietro il rametto di felce Meg arrossì; ma non fece domande e guardò oltre il
fiume con la stessa espressione di attesa che era apparsa sul viso di Brooke mentre rac-
contava la favola del cavaliere.
– Se fra dieci anni siamo tutti vivi, incontriamoci per vedere chi di noi ha realiz-
zato i suoi desideri, o ci è andato più vicino di quanto non lo sia adesso – disse Jo ch’e-
ra sempre pronta a far programmi.
– Misericordia! Come sarò vecchia... Ventisette anni! – esclamò Meg che si senti-
va molto cresciuta avendo compiuto i diciassette anni.
– Tu ed io ne avremo ventisei, Teddy, Beth ventiquattro e Amy ventidue. Che
gruppo venerando! – disse Jo.
– Spero di aver concluso qualcosa di cui poter essere fiero, intanto. Ma sono tal-
mente pigro, ho paura che ‘ozierò’, Jo.
– Ti manca uno scopo, dice la mamma. Ma è certa che quando l’avrai trovato sarà
qualcosa di splendido.
– Così dice? Perbacco, lo sarò, se l’occasione mi capita! – gridò Laurie alzandosi
con uno scatto improvviso di energia. – Dovrebbe bastarmi di far contento il nonno;
e mi ci provo, ma è contrario alla mia natura, capite, quindi è difficile. Lui vorrebbe
che continuassi il suo commercio con l’India, e io preferirei spararmi. Odio il tè, la
seta, le spezie e tutte le porcherie che le sue navi decrepite ci portano; me ne infischio
se coleranno a picco quando saranno mie. Il nonno dovrebbe accontentarsi che io vada
all’università; se gli regalo quattro anni della mia vita dovrebbe dispensarmi dall’en-
trare nella sua ditta; invece s’è messo in testa che devo continuare a far il suo lavoro,
a meno che io me ne vada a far quel che voglio, come fece mio padre. Se ci fosse qual-
cuno che potesse tener compagnia al nonno, me ne andrei domani.
Parlando Laurie s’era eccitato e sembrava pronto a mettere in atto la minaccia alla
minima provocazione; era cresciuto molto in fretta e, nonostante la sua indolenza,
come tutti i giovani odiava la costrizione e come tutti i giovani era senza posa agitato
dal desiderio di affrontare la vita da solo.
– Ti consiglio d’imbarcarti su una delle tue navi e di non tornare finché non hai
provato a vivere a modo tuo – disse Jo, la cui immaginazione aveva preso fuoco all’i-

148
Capitolo xiii

dea dell’audace impresa; tanto più che i ‘torti di Teddy’, come li chiamava lei, desta-
vano la sua simpatia.
– Questo non è giusto, Jo. Non devi parlare così e Laurie non deve ascoltare i tuoi
cattivi consigli. Dovresti fare quel che il nonno desidera, mio caro ragazzo – disse Meg
col suo tono più materno. – All’università cerca di fare del tuo meglio e quando il
nonno vedrà che ti sforzi per accontentarlo, sono certa che non vorrà essere con te né
severo né ingiusto. Come hai detto tu stesso, non c’è nessun altro che possa stare con
lui e volergli bene, e non ti perdonerebbe mai se lo lasciassi senza il suo permesso. Non
essere triste, non lagnarti. Fa’ il tuo dovere e sarai premiato, come il signor Brooke che
è così buono ed è amato e rispettato da tutti.
– Ma tu che cosa ne sai, di lui? – chiese Laurie, ch’era grato per il consiglio, ma la
predica l’aveva seccato e dopo il suo insolito sfogo era contento di cambiare argo-
mento.
– So soltanto quel che ci ha raccontato tuo nonno. Che ha curato sua madre fin-
ché è morta, e per non lasciarla non aveva voluto andare all’estero, come precettore,
per quanto si trattasse di gente molto per bene. E adesso aiuta una donna anziana ch’è
stata infermiera della madre; e non ne parla con nessuno, ma è generoso, paziente e
buono quanto può.
– È proprio così, il mio buon Brooke! – disse Laurie di cuore quando Meg tacque,
rossa in viso e infervorata. – È tipico da parte del nonno d’aver scoperto tutto sul suo
conto senza che lui se ne sia accorto, e parla della sua bontà con gli altri, per render-
lo simpatico. Brooke non riusciva a capire perché vostra madre fosse così gentile con
lui e perché l’avesse invitato insieme a me, trattandolo amichevolmente, come sa fare
solo lei. Secondo lui è una donna perfetta, me ne ha parlato per giorni e giorni, e ha
continuato per un pezzo a cantare le vostre lodi. Se riesco a realizzare il mio sogno,
vedrete che cosa farò per Brooke.
– Comincia subito a non farlo impazzire – disse Meg, bruscamente.
– E tu come lo sai, bella mia?
– Lo capisco dalla sua faccia, quando se ne va. Se sei stato buono, sembra soddi-
sfatto e cammina svelto. Se l’hai tormentato, è serio, cammina lentamente, come se
volesse tornare indietro e rifar meglio il suo lavoro.
– Mi piace, questa! Così tu scopri sulla faccia di Brooke se ho avuto voti buoni o
cattivi, no? Io vedo che quando passa davanti alla tua finestra fa un inchino e sorride,
ma non sapevo che aveste messo anche il telegrafo!
– No, non l’abbiamo messo. Non arrabbiarti e, ti prego, non dirgli niente! Te l’ho
raccontato solo per mostrarti che m’interesso ai tuoi studi, e poi quel che si dice qui
deve rimanere fra noi – disse Meg, improvvisamente allarmata per le possibili conse-
guenze del suo imprudente discorso.
– Io non vado in giro a raccontar storie – rispose Laurie con la sua aria ‘altezzosa’,

149
come Jo definiva una sua certa espressione. – L’unica cosa è che se Brooke è diventa-
to un barometro, devo stare attento a fargli registrare solo il bel tempo.
– Ti prego, non offenderti. Non intendevo farti la predica, o far pettegolezzi o far
la stupida; mi è solo sembrato che Jo t’incoraggiasse a far cose per cui dopo ti saresti
pentito, niente di più. Ci sei così caro, per noi sei come un fratello e ci sembra natu-
rale dirti quel che pensiamo. Perdonami, le mie intenzioni erano buone – e Meg gli
tese la mano affettuosamente, anche se con una certa timidezza.
Vergognandosi del suo momento di stizza Laurie strinse la piccola mano gentile e
disse con franchezza:
– Sono io che chiedo perdono. Tutto il giorno sono stato di malumore. Ma sono
contento che tu mi faccia notare i miei difetti, come una buona sorella, quindi non
badare se qualche volta sono brusco, ti sono grato lo stesso.
E per dimostrare che non si era offeso, Laurie cercò di essere il più gentile possi-
bile: avvolse il cotone di Meg, recitò le poesie per far piacere a Jo, scrollò gli alberi per
far cadere le ghiande che servivano a Beth e aiutò Amy per le felci, dando prova così
d’essere del tutto degno di appartenere alla ‘Società delle Api Operaie’. Era in corso
un’animatissima discussione sulle abitudini domestiche delle tartarughe (una di que-
ste amabili creature era uscita dal fiume a far due passi) quando il suono lontano di un
campanello li avvertì che Anna stava preparando il tè e dovevano affrettarsi se vole-
vano essere a casa in tempo per la cena.
– Posso tornare ancora? – domandò Laurie.
– Sì, ma solo se sei buono e ami i tuoi libri, come sta scritto in quello di lettura –
disse Meg sorridendo.
– Tenterò.
– E allora puoi venire, e io t’insegnerò a far la calza come la fanno gli scozzesi.
Proprio ora ce n’è una gran richiesta – disse Jo agitando come una bandiera la sua
grossa calza blu.
La sera, Beth andò a suonare per il signor Laurence; era l’ora del crepuscolo e
Laurie, in piedi, seminascosto dalla tenda, ascoltò quel piccolo David, la cui musica
semplice calmava sempre il suo spirito inquieto, e intanto guardava il vecchio che,
seduto con la testa grigia fra le mani, di certo pensava con tenerezza alla bambina
morta che gli era stata tanto cara. Ricordò allora la conversazione di quel pomeriggio
e si disse, col proposito di fare di buon grado il sacrificio:
– Io lo lascio perdere, il mio castello in aria, e me ne starò col mio caro vecchio
nonno finché avrà bisogno di me, dato che gli sono rimasto solo io.

150
Capitolo xiii

151
152
Capitolo xiv
Segreti

Jo era in soffitta, molto occupata; in ottobre le giornate cominciavano a esser fred-


de e i pomeriggi si accorciavano. Per due o tre ore il sole ancora caldo si posava sul-
l’alta finestra e mostrava Jo seduta sul vecchio divano, intenta a scrivere, le carte spar-
se sul baule che aveva davanti, mentre Scarabocchio, il topo preferito, passeggiava sulle
travi del soffitto in compagnia del figlio maggiore, un bel giovanotto che evidente-
mente era molto fiero dei suoi baffi. Completamente assorta nel suo lavoro Jo scrisse
fino a riempire tutta l’ultima pagina, e quand’ebbe firmato con uno svolazzo, gettò la
penna esclamando:
– Ecco, ho fatto del mio meglio! E se così non va, dovrò aspettare per fare ancora
di più.
Appoggiata alla spalliera del divano,
rilesse attentamente tutto il manoscritto,
mettendo qua e là un trattino e molti punti
esclamativi che sembravano tanti piccoli
palloncini; poi lo legò con un bel nastro
rosso e rimase un momento a contemplar-
lo con un’aria seria e pensosa che rivelava
chiaramente quanto impegno avesse
messo in quel lavoro. La scrivania di Jo, in
quella soffitta, era una vecchia cucina di
ferro posta contro il muro; vi teneva
dentro le sue carte e pochi libri per sot-
trarli alla voracità di Scarabocchio che,
avendo anche lui tendenze letterarie,
rosicchiava i libri che trovava
e li portava in giro, come se
li avesse regolarmente tolti
in prestito in una biblioteca
circolante. Dal ricettacolo

153
di metallo Jo tirò fuori un altro manoscritto, e dopo esserseli infilati in tasca tutti e
due, scese cautamente le scale lasciando i suoi amici rosicchiare le penne e assaggiare
l’inchiostro.
Si mise il cappello e la giacca cercando di non far rumore, e, scavalcata la finestra
sul retro, si calò sul tetto d’un portico basso, saltò giù sull’erba e arrivò sulla strada
dopo un lungo giro. Poi si aggiustò i vestiti, fece cenno all’omnibus di fermare e andò
in città, con un’aria allegra e misteriosa.
Se qualcuno l’avesse osservata avrebbe trovato assai strani i suoi movimenti; infat-
ti, scesa dall’omnibus aveva camminato di buon passo finché non aveva raggiunto un
certo numero d’una certa strada assai affollata; trovato il posto non senza difficoltà,
era entrata nel portone, aveva guardato in su la scala sporca e, dopo esser rimasta
immobile per almeno un minuto, si era rituffata nella strada, camminando molto in
fretta, come quando era arrivata. La manovra fu ripetuta varie volte, con grande spas-
so d’un giovanotto dagli occhi neri che stava appoggiato a una finestra del palazzo di
fronte. Tornata indietro per la terza volta, Jo diede un’alzata di spalle, si tirò il cappel-
lo sugli occhi e salì le scale con l’aria di uno che va a farsi strappare tutti i denti.
Fra le molte targhe che adornavano il portone c’era anche l’insegna d’un dentista,
e dopo aver guardato per un momento un paio di mascelle artificiali che lentamente
si aprivano e si chiudevano per richiamare l’attenzione s’una bellissima dentatura, il
giovanotto si mise il soprabito, prese il cappello e andò ad appostarsi nel portone di
faccia, dicendo fra sé con un sorriso e un brivido:
– Non sarebbe lei se non fosse venuta sola. Ma se le cose vanno male, può aver
bisogno di qualcuno che l’accompagni a casa.
Dopo dieci minuti Jo scese di corsa le scale, molto rossa e agitata, con l’aria di chi
ha passato un brutto momento. Ma la vista del giovanotto non le fece per nulla pia-
cere, lo salutò con un cenno del capo e proseguì senza fermarsi; egli la raggiunse, inve-
ce, chiedendo premuroso:
– È stato molto brutto?
– Non molto.
– Hai fatto presto.
– Sì, per fortuna!
– Perché sei venuta sola?
– Non volevo che qualcuno lo sapesse.
– Sei il tipo più strano che conosca. Quanti ne ha tirati fuori?
Jo guardò il suo amico con l’aria di non capire, ma poi cominciò a ridere come se
si divertisse molto.
– Avrei voluto che ne tirasse fuori due, ma devo aspettare una settimana.
– Cos’hai da ridere? Ne stai combinando una delle tue, Jo? – chiese Laurie che
sembrava disorientato.

154
Capitolo xiv

– Anche tu. Che stavi facendo, giovanotto, in quel bigliardo?


– Chiedo scusa, Madame, non è un bigliardo, è una palestra e prendevo lezione di
scherma.
– Mi fa piacere.
– Perché ?
– Perché così me la puoi insegnare e quando recitiamo l’Amleto tu fai Laerte e la
scena del duello sarà bellissima.
Laurie scoppiò in una risata così fragorosa che i passanti dovettero sorridere loro
malgrado.
– Te l’insegnerò anche se non reciteremo l’Amleto. È molto divertente e fa bene.
Ma tu non hai detto ch’eri contenta solo per questo. Ci dev’essere un’altra ragione.
Dimmela, su.
– No, sono contenta perché non eri al bigliardo. Non dovresti andarci mai. Ci vai
qualche volta?
– Non molto spesso.
– Non dovresti.
– Non c’è niente di male, Jo. A casa ho il bigliardo, ma se non c’è qualcuno che
giuoca bene, non c’è gusto. Giuoco volentieri e qualche volta vengo qui a fare una par-
tita con Ned Moffat e gli altri.
– Mi dispiace proprio, caro. Ci prenderai gusto, sprecherai tempo e denaro, e
diventerai orribile come quei ragazzi. E io che speravo che saresti rimasto una perso-
na rispettabile e avresti dato gran soddisfazione ai tuoi amici! – disse Jo scuotendo la
testa.
– Possibile che uno non possa prendersi un divertimento innocente senza perdere
la rispettabilità? – chiese Laurie, punto sul vivo.
– Dipende da come e dove se lo prende. Ned e il suo gruppo non mi piacciono; e
vorrei che tu ne stessi fuori. La mamma non permette che lo invitiamo a casa, benché
a lui piacerebbe venire. E se tu diventi come lui, non ci lascerà più stare insieme a
scherzare come facciamo ora.
– Davvero? – chiese Laurie preoccupato.
– Davvero. Non può sopportare i giovanotti alla moda e ci chiuderebbe tutte in
una cappelliera piuttosto che permetterci di frequentarli.
– Be’, le sue cappelliere può lasciarle dove sono, per ora; non sono un giovanotto
alla moda e non intendo diventarlo. Ma ogni tanto un po’ d’innocente divertimento
mi piace. A te no?
– Ma sì, chi ti dice di non divertirti? Divertiti quanto vuoi, ma non scatenarti, per-
ché sarebbe la fine dei ‘nostri’ bei tempi.
– Sarò la quintessenza della santità.
– Non sopporto i santi, io. Basta che tu sia onesto, semplice e rispettabile, allora

155
non ti abbandoneremo mai. Non so proprio che cosa farei se tu ti comportassi come
il figlio dei King. Aveva un mucchio di soldi, non sapeva come spenderli, si ubriaca-
va, giuocava e alla fine è scappato dopo aver falsificato la firma del padre, credo.
Insomma, è stato orribile.
– E tu credi che io potrei fare cose simili? Grazie!
– No, caro, proprio no! Ma tutti dicono che il denaro è una gran tentazione e a
volte preferirei che tu fossi povero, sarei più tranquilla.
– Stai in pensiero per me, Jo?
– Un po’, qualche volta, quando ti vedo di malumore e scontento... Sei così osti-
nato, che se incominci a guastarti non sarebbe facile, poi, impedirti di continuare.
Laurie camminò in silenzio per qualche minuto e Jo che lo osservava si pentì di
non aver tenuto a freno la lingua perché dai suoi occhi lo vedeva stizzito per quanto
le sue labbra sorridessero delle sue ammonizioni.
– Hai intenzione di continuare le tue prediche fino a casa? – le domandò poi
Laurie.
– Certamente no, perché?
– Perché se hai intenzione di continuare io prendo l’omnibus. Se no, andiamo a
casa a piedi e ti racconto una cosa molto interessante.
– La predica è finita. Muoio dalla voglia di sapere la cosa interessante.
– Bene, andiamo. Ecco, si tratta di un segreto e se te lo dico tu mi devi dire il tuo.
– Io non ne ho – cominciò Jo; ma s’interruppe subito ricordando che uno ne aveva.
– Ce l’hai e lo sai benissimo... Non sei capace di nascondere niente, tu! Avanti,
confessati, se no non parlo! – minacciò Laurie.
– Il tuo segreto è bello?
– Certo che lo è! Riguarda persone che conosci ed è così divertente! Dovresti
saperlo anche tu e scoppio dalla voglia di dirtelo da quando l’ho scoperto. Avanti,
comincia tu.
– Se te lo dico, il mio, non racconti niente a casa, vero?
– Neanche una parola.
– E poi non mi prendi in giro quando siamo soli?
– Non ti prendo mai in giro, io.
– Sì, invece. Tu riesci sempre a cavar fuori dalla gente quello che vuoi. Non so
come fai, ma sei un adulatore nato.
– Grazie. E adesso, spara.
– Ecco, ho portato due racconti a un giornale e il direttore deve darmi la risposta
la settimana prossima – sussurrò Jo all’orecchio del suo confidente.
– Viva Miss March, la famosa scrittrice americana! – gridò Laurie, lanciando in
aria il cappello e acchiappandolo poi al volo, con grande divertimento di due ana-
tre, quattro gatti, cinque galline e una mezza dozzina di bambini irlandesi, giacché

156
Capitolo xiv

intanto erano giunti fuori città.


– Zitto! Non ne verrà fuori niente, temo. Ma non ho avuto pace finché non ho
tentato, e non ho detto niente perché non voglio che altri siano delusi.
– Andrà benissimo! Jo, dovresti renderti conto che le tue storie sono degne di
Shakespeare, paragonate alle porcherie che pubblicano. Non sarà divertente veder
stampati i tuoi racconti? E non dovremmo esser tutti fieri, poi, della nostra scrittrice?
Gli occhi di Jo scintillavano; è sempre piacevole sentire che qualcuno crede in noi,
e le lodi di un amico sono ben più dolci d’una montatura giornalistica.
– E qual è il tuo segreto, adesso? Tienti ai patti, Teddy, o non ti crederò mai più –
disse poi, cercando di quietare le brillanti speranze scatenate da quelle incoraggianti
parole.
– Dicendotelo mi metto forse in un pasticcio; ma non ho promesso a nessuno di
tacere, e te lo dico perché mi sento a disagio finché non ti ho raccontato quel che ho
scoperto. So dov’è il guanto di Meg.
– Tutto qui? – disse Jo delusa; ma Laurie accennò di sì ammiccando con aria
misteriosa.
– Ce n’è abbastanza, per il momento, quando ti dirò dov’è.
– E dimmelo allora.
Laurie si chinò e sussurrò tre parole nell’orecchio di Jo, ma questo produsse in lei
uno strano mutamento. Rimase immobile e per un attimo lo guardò, sembrando sor-
presa e dispiaciuta, poi riprese a camminare e disse brusca:
– Come lo sai?
– L’ho visto.
– Dove?
– In una tasca.
– Tutto questo tempo?
– Sì, non è romantico?
– No, è orribile.
– Non ti fa piacere?
– Neanche un po’. È ridicolo. Non dovrebbe esser permesso. Santa pazienza! Che
cosa direbbe Meg?
– Non devi dirlo a nessuno. Ricordatelo...
– Non te l’ho promesso.
– Era sottinteso. E mi sono fidato di te.
– Va bene, non dirò niente, almeno per il momento. Ma sono disgustata e prefe-
rirei che tu non me l’avessi detto.
– Credevo che ti avrebbe fatto piacere.
– L’idea che qualcuno vuol portarci via Meg? No, grazie tante.
– La penserai diversamente quando qualcuno vorrà portar via te.

157
– Vorrei vedere chi ci si provasse! – esclamò ferocemente Jo.
– Anch’io! – disse Laurie soffocando dal ridere.
– I segreti non mi fanno bene, a quanto pare – disse Jo, e aggiunse, ingrata: – Da
quando me l’hai detto mi sento sottosopra.
– Corri giù dalla collina insieme a me, poi ti sentirai meglio – suggerì Laurie.
Nessuno era in vista e la strada si snodava davanti a lei liscia e invitante; Jo non
seppe resistere alla tentazione e si lanciò, lasciando ben presto dietro di sé cappello,
pettine e forcine. Laurie arrivo in fondo per primo, soddisfattissimo dell’esito della
cura poiché la sua Atalanta lo raggiunse ansando, con i capelli sciolti, gli occhi lucen-
ti, le guance rosse e nessuna traccia di malumore sul viso.
– Vorrei essere un cavallo, così potrei correre per chilometri in quest’aria splendi-
da senza perdere il fiato. Era proprio quel che ci voleva, ma guarda se non sembro un
maschiaccio! Va’ e raccogli le mie cose, da quell’angelo che sei – disse Jo lasciandosi
cadere sotto un acero sul ciglio della strada, sparso d’un folto tappeto di foglie rosse.
Laurie si mosse con tutta calma per recuperare gli oggetti perduti e Jo si rifece le
trecce, augurandosi che non passasse nessuno. Ma qualcuno passò, e fu proprio Meg.
Tornava dall’aver fatto visite ed era particolarmente elegante così vestita a festa.
– Cosa mai state facendo qui? – domandò guardando con educata sorpresa la scar-
migliata sorella.
– Raccogliamo foglie – rispose mansueta Jo, mostrando il mucchio rosato che
aveva preso su in quel momento.
– E forcine per capelli – aggiunse Laurie lanciandone una mezza dozzina in grem-
bo a Jo. – Crescono in questa strada, Meg, come pure i pettini e i cappelli di paglia
marrone.
– Hai fatto una corsa, Jo. Ma come puoi? Quando la smetterai di fare il ragazzac-
cio? – rimproverò Meg aggiustandosi i polsini e lisciandosi i capelli con i quali il vento
s’era preso qualche libertà.
– Mai, finché la vecchiaia non mi avrà irrigidita e non dovrò usare le grucce. Non
cercare di farmi crescere prima del tempo, Meg; è già abbastanza brutto vedere come
sei cambiata tu, a un tratto. Lascia che io rimanga ragazzina finché posso.
Mentre parlava, china sulle foglie, Jo cercava di nascondere il tremito delle sue lab-
bra; negli ultimi tempi aveva notato che Meg si faceva rapidamente donna e il segre-
to di Laurie le faceva temere quella separazione che un giorno sarebbe di certo venu-
ta e adesso le sembrava molto vicina. Laurie si accorse del suo turbamento e per dis-
trarre Meg le chiese in fretta:
– Da chi sei stata così elegante?
– Dai Gardiner. Sallie mi ha raccontato del matrimonio di Belle Moffat. Tutto era
splendido e passeranno l’inverno a Parigi. Pensa che cosa meravigliosa!
– E tu la invidi, Meg? – chiese Laurie.

158
Capitolo xiv

– Temo proprio di sì.


– Mi fa piacere! – brontolò Jo, legandosi il cappello con uno strattone.
– Perché? – domandò Meg sorpresa.
– Perché se ti piace tanto la ricchezza non andrai a sposare uno senza soldi – disse
Jo, corrugando la fronte verso Laurie che con lo sguardo le ricordava di badare a quel
che diceva.
– Io non ‘andrò a sposare nessuno’ – rispose Meg incamminandosi con molta
dignità mentre quei due la seguivano ridendo, bisbigliando, prendendo a calci le pie-
tre e ‘comportandosi come bambini’, disse Meg fra sé, anche se sarebbe stata tentata
di far come loro se non avesse avuto il vestito buono.
Per una settimana o due Jo si comportò così stranamente che le sorelle ne erano
proprio stupite. Si precipitava alla porta quando il postino suonava; era sgarbata con
Brooke tutte le volte che lo incontrava; stava seduta a guardare Meg con aria sconso-
lata, poi balzava su come se volesse scuoterla e invece misteriosamente la baciava; con
Laurie si scambiavano strani segni e continuamente parlavano di ‘Aquile’, a tal punto
che le ragazze li guardavano come se fossero diventati matti. Il secondo sabato dopo
quello in cui Jo era uscita dalla finestra, Meg era seduta a cucire vicino ai vetri, quando,
scandalizzata, vide Laurie inseguire Jo per tutto il giardino e alla fine giunse a catturar-
la sotto la pergola di Amy. Non riusciva a vedere cosa mai facessero, ma sentiva risate
squillanti, voci concitate e un gran fruscio di fogli di giornale.
– Che cosa dobbiamo fare di questa ragazza? Non avrà mai il contegno d’una
signorina – sospirò Meg mentre guardava la competizione con l’aria di disapprovarla.
– Spero proprio di no. È tanto buffa e tanto cara così com’è – disse Beth che non
aveva mai mostrato d’essere dispiaciuta dal fatto che Jo avesse segreti con qualcuno
che non fosse lei.
– È molto irritante, ma non riusciremo mai a farla diventare comme la fo – aggiun-
se Amy, seduta a cucirsi una gala, i capelli tirati su in un modo che le stava assai bene:
due cose piacevoli che la facevano sentire più che mai elegante e distinta.
Pochi minuti dopo Jo piombò nella stanza, si buttò sul divano e finse di leggere.
– Hai lì qualcosa d’interessante? – degnò chiedere Meg.
– No, solo un racconto. Non è gran che, mi pare – rispose Jo che badava a tener
nascosto il titolo del giornale.
– Leggilo ad alta voce. Così noi ci divertiremo un po’ e tu non combini guai – disse
Amy col suo tono più altezzoso.
– Com’è il titolo? – chiese Beth che si domandava perché mai Jo nascondesse tutta
la faccia dietro il giornale.
– I Pittori Rivali.
– Suona bene, leggilo – disse Meg.
Con un ‘hem’ sonoro e dopo aver preso fiato, Jo cominciò a leggere molto in fret-

159
ta. Le ragazze l’ascoltavano con interesse perché il racconto era romantico, abbastan-
za poetico e molti dei personaggi morivano alla fine.
– Mi piace molto il brano su quel bellissimo quadro – fu l’osservazione di Amy
quando Jo smise di leggere.
– Io preferisco la parte amorosa. Viola e Angelo sono due dei nostri nomi prefe-
riti. Non è strano? – disse Meg asciugandosi gli occhi perché la vicenda amorosa era
tragica.
– Chi l’ha scritto? – domandò Beth che aveva colto un lampo sul viso di Jo.
La lettrice si alzò di scatto, buttò lontano il giornale e mostrando il volto arrossa-
to, in un buffo miscuglio di solennità e eccitazione rispose ad alta voce:
– Vostra sorella.
– Tu! – esclamò Meg lasciando cadere il suo lavoro.
– È molto bello – disse Amy con l’aria di chi se ne intende.
– Lo sapevo! Lo sapevo! Oh, la mia Jo, come sono orgogliosa! – e Beth, esultante
per lo splendido successo, corse ad abbracciare la sorella.
Come si dimostrarono felici, tutte quante! Meg non volle crederci fin quando non
vide la firma «Miss Josephine March» stampata sul giornale; Amy criticò benevol-
mente, ma con molta grazia, la parte artistica del racconto, offrendo suggerimenti per
un seguito, che sfortunatamente non si poteva fare giacché l’eroe e l’eroina erano

160
Capitolo xiv

morti; Beth, eccitatissima, saltava e cantava per la gioia; perfino Anna entrò escla-
mando sbalordita: Dio ci salvi, mai l’avrei immaginato, questa Jo le pensa proprio
tutte! Anche la signora March si mostrò fierissima, quando lo seppe; e dopo aver
ascoltato lodi e opinioni, Jo rise con le lagrime agli occhi esclamando che ormai nes-
suno l’avrebbe salvata dal diventare vanitosa come un pavone. Si può dire che
«L’Aquila» – ch’era il simbolo della confederazione e il titolo del giornale – batteva
trionfalmente le ali su Casa March mentre il foglio passava da una mano all’altra.
– Raccontaci tutto. Quand’è arrivato? Quanto ti hanno pagato? Che cosa dirà
papà? Figuriamoci come riderà Laurie – esclamavano poi tutte insieme, affollandosi
intorno a Jo; affettuose e ingenue com’erano, ogni piccola gioia familiare si trasfor-
mava per esse in una gran festa.
– Se non la smettete di ciarlare, ragazze, non posso raccontarvi niente – disse Jo
che andava chiedendosi se Miss Burney si fosse sentita più importante con la sua cele-
bre Evelina di quel che lei si sentiva per I pittori rivali. Poi, dopo aver raccontato come
aveva offerto i suoi racconti, aggiunse:
– E quando tornai per la risposta il direttore disse che gli piacevano tutti e due, ma
che non paga mai i pezzi dei principianti, lascia soltanto che pubblichino e si faccia-
no conoscere. È un ottimo esercizio, dice lui; poi quando progrediscono, chiunque li
paga. Così gli lasciai i racconti e oggi mi ha mandato il giornale, Laurie mi ha sor-
presa e ha voluto vederlo a tutti i costi. Ha detto che il pezzo è buono, che devo scri-
vere ancora, e il prossimo me lo farà pagare lui. Sono tanto felice! Forse potrò mante-
nermi, un giorno, e aiutare voi.
Qui le mancò il fiato, e dopo essersi avvolta la testa nel giornale, Jo bagnò il suo
racconto con qualche lagrima; essere indipendente e meritarsi le lodi delle persone
amate era il più vivo desiderio del suo cuore, e le sembrava d’aver fatto così il primo
passo verso un lieto avvenire.

161
162
Capitolo xv
Un telegramma

– Novembre è il mese più spiacevole dell’anno – disse Margaret un pomeriggio, in


piedi davanti alla finestra, guardando fuori il giardino coperto di gelo.
– È per questo che io sono nata in novembre – osservò pensosamente Jo, senza
rendersi conto d’avere una macchia sul naso.
– Se ora capitasse qualcosa di molto piacevole, lo troveremmo un mese delizioso
– disse Beth che, speranzosa, si aspettava qualcosa di buono anche da novembre.
– Potrebbe darsi. Ma nella nostra famiglia non succede mai nulla di piacevole –
disse Meg che non era affatto di buon umore. – Tiriamo avanti un giorno dopo l’al-
tro, niente cambia mai e ci divertiamo ben poco. Lottiamo con tutte le forze per far
girare il mulino!
– Santa pazienza come sei nera! – esclamò Jo. – Non mi stupisce molto, povera
Meg, perché vedi le altre che se la spassano mentre tu devi sgobbare tutto l’anno. Oh
se potessi far accadere nella tua vita quel che faccio per le mie eroine! Sei già abba-
stanza buona e carina, mi basterebbe inventare una vecchia parente che ti lasciasse un
patrimonio inaspettato... Come ereditiera faresti furore e potresti guardare dall’alto in
basso chi ti ha fatto dei torti; andresti all’estero e torneresti Lady Nonsocosa in un
alone di splendore e di eleganza.
– Oggi non succede più che la gente erediti un patrimonio. Gli uomini devono
lavorare e le donne si sposano per interesse. È un orribile mondo, questo, dove regna
l’ingiustizia – disse Meg con amarezza.
– Jo ed io faremo fortuna anche per voi. Aspettate solo una decina d’anni e vedrete –
disse Amy che sedeva in un angolo a far ‘tortine di fango’, come Anna chiamava la creta
con cui modellava uccelli, frutta e visi.
– Non si può aspettare tanto; e poi, francamente, non ho gran fiducia nell’inchio-
stro e nella creta, anche se vi sono grata delle vostre buone intenzioni.
Meg sospirò e si volse di nuovo a guardare il giardino bianco di gelo; Jo brontolò
e scoraggiata s’appoggiò con i gomiti sulla tavola; ma Amy continuò energicamente a
modellare e Beth, ch’era seduta davanti all’altra finestra, disse sorridendo:
– Intanto stanno per accadere subito due cose piacevoli: Mami è spuntata in fondo

163
alla strada e Laurie corre saltando attraverso il giardino come se venisse a dirci qual-
cosa di bello.
Entrarono insieme; la signora March fece subito la solita domanda:
– C’è posta di papà, ragazze?
E Laurie disse col suo tono più persuasivo:
– Qualcuna di voi non verrebbe a fare una scarrozzata? Ho studiato tanta mate-
matica che non capisco più niente e voglio rinfrescarmi le idee con una bella corsa. La
giornata è brutta ma l’aria non è cattiva e devo accompagnare Brooke a casa. Dentro
la carrozza staremo allegri anche se fuori il tempo non lo è. Avanti, Jo, tu e Beth veni-
te, no?
– Certo, veniamo volentieri.
– Ti ringrazio, ma io ho da fare – e Meg tirò fuori il suo cestino da lavoro.
Era d’accordo con la madre ch’era meglio, almeno per lei, non uscire troppo spes-
so in carrozza col giovane Laurence.
– Noi tre saremo pronte in un attimo – gridò Amy correndo a lavarsi le mani.
– E per lei cosa posso fare, signora mamma? – chiese Laurie chinandosi sulla pol-
trona della signora March, affettuoso come sempre.
– Niente, grazie, solo passare dall’ufficio postale, caro, se vuoi essere così gentile.
Oggi aspettavo una lettera, e il postino non si è visto. Papà è puntuale come il sole,
ma forse c’è stato qualche ritardo.
Fu interrotta da una brusca scampanellata e un attimo dopo entrò Anna con una
lettera.
– È una di quelle orribili cose che manda il telegrafo, signora – disse, e le porse
una busta come se temesse di vederla esplodere e far qualche danno intorno.
Alla parola ‘telegramma’ la signora March le strappò immediatamente la busta di
mano, lesse le due righe che conteneva e si lasciò cadere sulla sua poltrona, bianca in
viso; sembrava che quel pezzetto di carta le avesse trapassato il cuore come un proiet-
tile. Laurie si precipitò a prendere un bicchiere d’acqua, mentre Meg e Anna la soste-
nevano e Jo leggeva forte, con voce spaventata:

«Signora March. Suo marito gravemente ammalato. Venga subito.


S. Hale – Blank Hospital – Washington»

Che silenzio, nella stanza, mentre ascoltavano trattenendo il respiro, e come stra-
namente la giornata parve più scura, fuori; come sembrò improvvisamente cambiato
il mondo intero mentre le ragazze si raccoglievano intorno alla madre con la sensa-
zione che la felicità e il sostegno della vita dovessero mancar loro da un momento
all’altro. La signora March si riprese subito, rilesse il telegramma e tese le braccia alle
figlie dicendo con un tono che non avrebbero mai più dimenticato:

164
Capitolo xv

– Andrò subito, ma potrebbe essere troppo tardi. Oh bambine, bambine mie, aiu-
tatemi a sopportarlo!
Per vari minuti nella stanza si udirono soltanto singhiozzi soffocati, parole di con-
forto rotte dal pianto, tenere promesse di aiuto e bisbigli fiduciosi soffocati dalle lagri-
me. La povera Anna fu la prima a riprendersi e la sua inconsapevole saggezza la spin-
se a dare il buon esempio alle altre; infatti, per lei il lavoro era la migliore medicina
per qualsiasi afflizione.
– Il Signore lo protegga, pover’uomo! Ma io non sto a perder tempo a piangere,
vado subito a prepararle la roba, signora – disse asciugandosi gli occhi col grembiule,
e dopo aver dato alla padrona una calorosa stretta con la sua mano callosa, se ne andò
giù a fare il lavoro non di una, ma di tre donne.
– Ha ragione. Non è il momento di piangere. Calmatevi, ragazze, e lasciatemi
pensare.
Si sforzarono a rimaner calme, le poverine, e la madre si alzò a sedere, pallida ma
di nuovo energica, dominando la sua angoscia per poter riflettere su quello che biso-
gnava fare subito.
– Dov’è Laurie? – chiese poi, appena ebbe messo un po’ d’ordine nei suoi pensie-
ri e deciso sul da farsi.
– Sono qui, signora. Oh, mi lasci aiutarla! – esclamò il ragazzo, accorrendo
dalla stanza accanto, dove s’era ritirato per discrezione, giacché aveva senti-
to che quel primo scoppio di dolore era talmente degno di rispetto da
non esser visto nemmeno dai suoi occhi pieni di amicizia.
– Manda un telegramma per avvertire che parto subito. Il primo
treno parte di mattina presto. Prenderò quello.
– Che altro? Il cavallo è pronto. Posso andare dove vuole, fare qual-
siasi cosa – disse Laurie con l’aria d’esser pronto a volare in capo al
mondo.
– Porta un biglietto alla zia March. Jo, dammi carta e
penna.
Jo strappò mezzo foglio da una pagina che aveva
appena ricopiato e mise un tavolino accanto alla
madre, ben sapendo che il denaro per il lungo e tri-
ste viaggio doveva esser preso in prestito e sen-
tendosi disposta a tutto pur di aggiungere
qualcosa alla somma che sarebbe
servita al padre.
– Puoi andare, caro. Ma
non ammazzarti galoppan-
do come un pazzo, non ce n’è

165
bisogno.
Il suo era un avvertimento sprecato perché cinque minuto dopo Laurie passò
davanti alla finestra sul suo cavallo più veloce, galoppando come se fosse in giuoco la
sua vita.
– Jo, va’ di corsa all’associazione e avverti la signora King che non posso andare.
Strada facendo, prendi queste cose che ho scritto. Ce ne sarà bisogno, e devo prepa-
rarmi a far da infermiera, le dispense degli ospedali non sono sempre ben fornite.
Beth, va’ a chiedere al signor Laurence un paio di bottiglie di vino vecchio; per papà
metto da parte anche il mio orgoglio. Amy, di’ a Anna di tirar giù il baule nero. E tu,
Meg, aiutami a preparare la mia roba, ho la testa assai confusa.
Non c’era da stupirsi che la povera signora fosse smarrita: aveva nello stesso tempo
pensato, scritto e dato ordini, e Meg la pregò di andar a riposare nella sua stanza, per
un poco almeno, e lasciarla intanto lavorare. Difatti, le ragazze si sparpagliarono come
foglie dopo un colpo di vento; la quieta, felice atmosfera casalinga era stata infranta
all’improvviso dal malefico potere di quel pezzo di carta.
Il signor Laurence arrivò in tutta fretta insieme a Beth, recando tutto ciò che il
vecchio gentiluomo riteneva potesse esser utile all’ammalato, promise di vigilare sulle
ragazze durante l’assenza della madre, e già questo la confortò molto. Offrì di tutto,
dalla propria vestaglia a se stesso come scorta. Ma ciò non era possibile e la signora
March non volle in nessun modo accettare che alla sua età egli affrontasse una simile
fatica; nondimeno, mentre lui le parlava un’espressione di sollievo era apparsa un atti-
mo sul suo viso al pensiero d’aver un compagno durante quel viaggio. Egli colse quel-
lo sguardo, corrugò le sue folte sopracciglia, si strofinò le mani e andò via a gran passi
dicendo che sarebbe tornato subito. Nessuno ebbe più il tempo di pensare a lui fin-
ché, nel passare di corsa dall’ingresso, con un paio di soprascarpe di gomma in mano
e una tazza di tè, Meg si trovò davanti il signor Brooke.
– Mi dispiace molto sentire quel che accade, signorina March – disse il giovane
nel suo solito modo gentile e tranquillo che suonò molto confortante al suo spirito
turbato. – Sono venuto ad offrirmi di accompagnare sua madre. A Washington devo
sbrigare delle commissioni per il signor Laurence e mi farà molto piacere se potrò aiu-
tarla, trovandomi là anch’io.
Le soprascarpe caddero e il tè fu sul punto di seguirle quando Meg gli tese la mano
con una tale espressione di gratitudine che Brooke si sarebbe sentito ricompensato
anche per un sacrificio più grande.
– Come siete tutti gentili! La mamma accetterà, ne sono sicura. E sarà un gran sol-
lievo sapere che qualcuno si prenderà cura di lei. Oh, grazie, grazie infinite!
Nel suo fervore per un attimo Meg dimenticò se stessa e il tè che si raffreddava;
glielo ricordò qualcosa che vide negli occhi castani che la guardavano intenti, si riscos-
se e precedette Brooke nel soggiorno dicendo che avrebbe chiamato la madre.

166
Capitolo xv

Ogni cosa era più o meno stabilita quando Laurie tornò con la somma richiesta in
una busta, accompagnata da un biglietto della zia March, che in poche righe ripeteva
quel che aveva già affermato molto spesso: ‘...ch’era un’assurdità che March andasse
sotto le armi, che lei aveva sempre predetto che non ne sarebbe venuto fuori niente di
buono, e sperava che una prossima volta avrebbero seguito i suoi consigli’. La signora
March mise il biglietto nel fuoco, il denaro nel borsellino e continuò i preparativi
stringendo le labbra in un modo che Jo avrebbe capito benissimo se fosse stata pre-
sente.
Il pomeriggio passò in un lampo: fatte le altre commissioni Meg e la madre si
occuparono di qualche indispensabile lavoro di cucito, Beth e Amy prepararono il tè
e Anna finì di stirare, cosa che lei definiva ‘dare di volata un colpo di ferro’; ma Jo non
tornava. Cominciavano tutte a preoccuparsi e Laurie uscì per cercarla, giacché nessu-
no poteva mai indovinare quale stranezza le sarebbe passata per la mente. Non la
trovò, ma poco dopo Jo entrò in casa con un’espressione molto strana: un misto di
comico e di timoroso, di soddisfazione e di rammarico che lasciò tutti perplessi, alme-
no quanto il rotolo di denaro che posò davanti alla madre dicendo con voce un po’ sof-
focata: – Ecco il mio contributo perché papà stia meglio e possa tornare a casa.
– Mia cara! Dove sei andata a prenderlo? Venticinque dollari! Jo! Non avrai fatto
qualche sciocchezza, spero!
– No, me li sono guadagnati onestamente. Non ho chiesto l’elemosina, non li ho
tolti in prestito, non li ho rubati. Me li sono guadagnati. E non credo che possiate
rimproverarmi se ho venduto qualcosa di mio.
Parlando Jo si era tolta il cappello e un coro di proteste si levò al suo gesto: i suoi
folti, lunghi capelli erano stati tagliati cortissimi.
– I tuoi capelli! I tuoi bei capelli! Oh, come hai potuto! La tua sola bellezza! Tesoro
mio, non era necessario! Non è più la mia Jo, ma le voglio bene lo stesso!
In mezzo a tutte queste esclamazioni e mentre Beth stringeva teneramente a sé la
testa tosata, Jo prese un’aria indifferente che non ingannò proprio nessuno e disse,
scompigliando il suo cespuglio castano per far credere che le piacesse:
– Non sarà questo a decidere delle sorti della nazione, e tu non gemere, Beth! Sarà
meglio per la mia vanità, stavo diventando troppo orgogliosa della mia parrucca. E mi
farà bene al cervello non avere più quella massa tutta arruffata. Mi sento la testa leg-
gera e fresca che è una delizia, e il barbiere ha detto che presto le cime diventeranno
riccioli; sembrerò un ragazzo, mi staranno bene e farò presto a tenerli in ordine. Sono
contenta, e adesso, per favore, togliete di mezzo i soldi e pensiamo alla cena.
– Raccontami tutto, Jo. Non posso dire di essere soddisfatta, ma non posso nemme-
no biasimarti perché capisco che è stato un grosso sacrificio per la tua vanità! Solo che
non era necessario, cara, e temo che ti pentirai di averlo fatto – disse la signora March.
– No, non me ne pentirò! – ribatté Jo, decisamente, sentendosi meglio poiché il

167
suo gesto non era stato del tutto condannato.
– Come ti sei decisa? – domandò Amy che certamente avrebbe preferito farsi
tagliare la testa piuttosto che i suoi bei riccioli.
– Ecco, morivo dalla voglia di fare qualcosa per papà – incominciò Jo mentre si
sedevano a tavola, giacché, come tutti sanno, la gioventù sana mangia anche se ha
preoccupazioni. – Prendere denaro in prestito mi secca almeno quanto secca la
mamma e sapevo che la zia March avrebbe brontolato come sempre, anche per soli
dieci centesimi. Meg ha dato il suo stipendio di tre mesi per pagare l’affitto e col mio
mi ero comperata dei vestiti; perciò mi sentivo egoista e dovevo assolutamente trova-
re dei soldi, anche se avessi dovuto per questo vendermi il naso.
– Ma non dovevi sentirti egoista, bambina mia, non avevi niente per l’inverno e con
i tuoi sudati guadagni hai comprato il minimo indispensabile – disse la signora March
con un’occhiata che andò diritta al cuore di Jo.
– In principio non avevo la minima idea di vendere i miei capelli, ma camminan-
do pensavo al da farsi e mi veniva voglia di tuffarmi in uno di quei bei negozi e fare
man bassa. Poi ho veduto nella vetrina d’un barbiere delle trecce di capelli con i prez-
zi; una treccia nera, meno folta della mia, costava quaranta dollari! Mi è subito venu-
to in mente che una cosa da trasformare in quattrini l’avevo, e senza fermarmi a riflet-
tere sono entrata, ho chiesto se compravano capelli e quanto avrebbero dato per i miei.
– Come hai fatto a trovare tanto coraggio! – esclamò Beth, sbigottita.
– Oh, il barbiere era un ometto che sembrava stare al mondo solo per impomatar-
si. Era stupito, in principio, perché di
certo non era abituato a vedersi piombare
in negozio ragazze che chiedono di ven-
dere capelli! E disse che i miei non gli
piacevano, non erano del colore di moda,
e che in ogni caso non pagava mai molto,
la lavorazione invece costava tanto e face-
va aumentare il prezzo, eccetera, eccetera.
Si stava facendo tardi e avevo paura che se
non l’avessi fatto subito non l’avrei fatto
più. Voi sapete bene che quando comincio
a fare una cosa, non mollo facilmente.
Così lo pregai di comperarli, i miei capel-
li, e gli dissi anche perché avevo tanta
fretta. Sono stata sciocca, forse, ma riuscii
a convincerlo. Gli raccontai la storia in un
modo un po’ balordo, credo, la moglie
sentì e disse molto gentilmente: Su,

168
Capitolo xv

Thomas, prendili, accontenta la signorina. Farei lo stesso per il nostro Jimmy, io, se
avessi una bella treccia da vendere.
– E Jimmy chi era? – domandò Amy che voleva sempre aver spiegazioni.
– Il figlio che è sotto le armi. Come ci si sente subito amici, per queste cose, anche
con estranei, vero? Lei non fece che parlarmi mentre lui sforbiciava, cercava di dis-
trarmi, e c’è riuscita.
– E non ti sei sentita male al primo colpo di forbice, dimmi? – fece Meg con un
brivido.
– Ho gettato un ultimo sguardo sui miei capelli mentre l’uomo metteva a posto la
sua roba, e basta. Io non me la prendo per sciocchezze del genere, ma vi confesso che
mi sono sentita strana quando ho visto i miei cari vecchi capelli tutti distesi sul tavo-
lo e sulla testa mi sono trovata solo questi corti e ispidi mozziconi. Mi sembrava quasi
che mi mancassero una gamba o un braccio. La moglie del barbiere ha visto come li
guardavo e ha preso su una lunga ciocca da conservare. La do a te, Mami, in ricordo
delle passate glorie; è così comodo avere questa zazzera corta che non mi farò più
ricrescere una lunga chioma, credo.
La signora March piegò il lungo ricciolo castano e lo mise insieme a una ciocca
grigia nella sua scrivania; poi disse soltanto: «Grazie cara» ma la sua espressione fu tale
che le ragazze cambiarono subito argomento e si misero a parlare con quanta allegria
poterono della gentilezza del signor Brooke, della speranza che l’indomani fosse una
bella giornata e della gioia che sarebbe stata riavere il padre a casa per la convalescen-
za.
Nessuno aveva voglia di andare a letto, quando alle dieci la signora March mise da
parte il lavoro finito e disse:
– Su, ragazze.
Beth allora andò al pianoforte e suonò l’inno preferito dal padre; tutte presero
coraggiosamente a cantare, ma ad una ad una s’interruppero, finché rimase solo Beth
che cantò con tutto il cuore giacché per lei la musica era la più dolce consolazione.
– Andate subito a letto e non cominciate a chiacchierare. Dobbiamo alzarci pre-
sto, domani, e dobbiamo dormire il più possibile. Buona notte, bambine mie – disse
la signora March quando l’inno fu finito e nessuno ebbe voglia di cantarne un altro.
La baciarono teneramente e si coricarono senza far rumore come se il caro amma-
lato fosse già nella stanza accanto. Beth e Amy si addormentarono subito nonostante
il gran turbamento, ma Meg rimase sveglia a pensare; mai nella sua breve vita aveva
avuto così gravi pensieri. Jo stava immobile e lei la credette addormentata fin quando
non sentì un singhiozzo soffocato; allora esclamò, dopo aver toccato una guancia
umida:
– Jo, cara, che hai? Piangi per papà?
– No, ora no.

169
– Perché, allora?
– I... i miei capelli! – scoppiò la povera Jo, cercando inutilmente di soffocare nel
guanciale la sua emozione.
Meg non rise, non c’era nulla di comico; baciò, invece, e accarezzò con molta tene-
rezza l’afflitta eroina.
– Non mi dispiace, sai – protestò Jo con un singhiozzo. – Lo rifarei domani, se
dovessi. È solo il mio lato vanitoso ed egoista che mi fa piangere in questo stupido
modo. Non dirlo a nessuno, è già passato. Credevo che tu dormissi e così mi son fatta
un bel pianto sulla mia unica bellezza. Ma tu, come mai eri sveglia?
– Non posso dormire, sono così ansiosa – disse Meg.
– Pensa a qualcosa di piacevole e ti addormenterai subito.
– Ho provato, ma mi sono sentita più sveglia di prima.
– Che cosa hai pensato?
– Bei visi... soprattutto begli occhi – rispose Meg sorridendo a se stessa nell’oscu-
rità.
– Di che colore ti piacciono di più?
– A volte castani... Ma sono belli anche quelli azzurri.
Jo si mise a ridere e Meg le ordinò bruscamente di non parlare più; poi divenne
gentile e aggiunse che le avrebbe arricciato i capelli, e si addormentò per sognare di
vivere nel suo castello in aria.
Gli orologi suonavano la mezzanotte e le stanze erano immerse nel silenzio quan-
do una figura scivolò quietamente da un letto a un altro, aggiustando qui una coper-
ta, là un guanciale, fermandosi a guardare a lungo e con tenerezza ogni viso, curvan-
dosi a baciarlo con labbra che tacitamente benedicevano e pregavano le fervide pre-
ghiere che soltanto le madri conoscono. Come alzò la tenda per guardare fuori nella
notte buia, vide la luna uscire dalle nuvole e un raggio cadde su di lei e la illuminò; le
sembrò un volto splendente e benigno che nel silenzio le sussurrava: Coraggio, c’è
sempre luce dietro le nuvole.

170
Capitolo xv

171
Capitolo xvi
Lettere

Nella fredda alba grigia le sorelle accesero la lampada e lessero un capitolo del loro
libriccino con una serietà che non avevano mai avuto prima; adesso che l’ombra d’un
reale dispiacere incombeva su di esse, trovarono che i libriccini erano colmi di aiuto e
di conforto; e mentre si vestivano furono d’accordo nel decidere che gli addii fossero
sereni e fiduciosi, perché la madre potesse partire senza che alla sua ansia si aggiun-
gesse la tristezza delle loro lagrime e dei loro lamenti. Tutto sembrò molto strano
quando discesero; tanto buio e silenzio fuori, tanta luce e confusione dentro. Far cola-
zione a quell’ora insolita era anche strano, e perfino la ben nota faccia di Anna non
sembrava più la stessa mentre si affaccendava in cucina con la cuffia da notte in testa.
Il grande baule era pronto nell’anticamera, il mantello e il cappello della madre depo-
sti sul divano, ma seduta a tavola e sforzandosi a mangiare, sembrava così pallida e dis-
fatta dopo una notte d’insonnia, e così preoccupata, che per le ragazze fu assai diffici-
le mantenere i loro propositi. A Meg si riempivano gli occhi di lagrime, per quanti
sforzi facesse; Jo dovette più di una volta nascondere il viso nel canovaccio della cuci-
na, e le due piccole avevano un’espressione grave e turbata, come se il dolore fosse per
loro un’esperienza nuova.
Nessuno parlò molto, ma quando s’avvicinò l’ora e stava per arrivare la carrozza,
mentre le ragazze si affaccendavano intorno a lei, una a piegare lo scialle, l’altra ad
aggiustare i nastri del cappello, la terza a infilarle le soprascarpe, la quarta a chiudere
la borsa da viaggio, la madre disse:
– Bambine, vi lascio affidate alle cure di Anna e alla protezione del signor
Laurence. Anna è la fedeltà in persona e il nostro vicino veglierà su di voi come se
foste sue figlie. Non temo per voi, ma vorrei che non soffriste troppo. Mentre non ci
sarò cercate di non crucciarvi e di non lamentarvi, ma non di trovar conforto nel dolce
far niente o nell’oblio. Continuate il vostro lavoro come sempre perché il lavoro è una
grande consolazione. Sperate, siate attive, e qualsiasi cosa accada ricordate che non
sarete mai orfane.
– Sì, mamma.
– Meg, cara, sii prudente, sorveglia le tue sorelle, chiedi consiglio a Anna e se hai

172
Capitolo xvi

qualche dubbio rivolgiti al signor Laurence. Sii paziente, Jo, non lasciarti andare alla
depressione, non far colpi di testa, scrivimi spesso, rimani la mia brava ragazza corag-
giosa, pronta ad aiutare e rallegrare tutti. Beth, consolati con la tua musica e rimani
fedele ai tuoi piccoli doveri quotidiani; e tu, Amy, aiuta in quel che puoi, sii ubbidiente
e sta’ tranquilla in casa.
– Sì, mamma, faremo come tu dici.
Si sentì il rumore della carrozza che si avvicinava, tutte sobbalzarono e tesero l’o-
recchio. Fu un momento difficile, ma le ragazze si sforzarono a sopportarlo del loro
meglio; nessuna pianse o scappò via, benché il loro cuore fosse oppresso dal dolore del
distacco e dal timore che l’affettuoso messaggio rivolto al padre potesse giungere trop-
po tardi. Baciarono teneramente la madre e per un momento la tennero stretta nelle
braccia; poi discesero.
Laurie e il nonno erano venuti ad assistere alla partenza e il signor Brooke sem-
brò così forte, saggio e gentile che le ragazze lo battezzarono immediatamente il
signor ‘Grancuore’.
– Addio bambine mie! Dio vi benedica e vi protegga! – mormorò la signora March,
e baciò di nuovo quei cari visi uno dopo l’altro, affrettandosi poi a salire nella carrozza.
Appena questa si mosse spuntò il sole e guardando indietro ella vide che illuminava il
piccolo gruppo fermo al cancello e ciò le parve di buon augurio. Se ne accorsero anche
le ragazze e sorrisero agitando le mani; quindi per ultima cosa, quando la carrozza girò
l’angolo, la signora March vide i quattro visi sorridenti e, dietro, come una guardia del
corpo il signor Laurence, la fedele Anna e il devoto Laurie.
– Come tutti sono buoni con noi – disse voltandosi e trovandone ancora una prova
nella rispettosa simpatia che il viso di Brooke esprimeva.
– Non vedo come potrebbe non essere così! – rispose Brooke sorridendo; e il suo
sorriso fu tanto contagioso che la signora March non poté fare a meno d’imitarlo;
quindi il lungo viaggio cominciò con il buon augurio del sole, dei sorrisi e delle paro-
le affettuose.
– Mi sento come se ci fosse stato il terremoto – disse Jo quando i vicini tornaro-
no a casa per far colazione lasciandole sole a riposarsi e a rinfrescarsi un poco.
– A me sembra che metà della casa se ne sia andata – aggiunse Meg desolata.
Beth aperse la bocca per dire qualcosa, ma riuscì solo a indicare la pila di calze ben
rammendate che stavano sul tavolino della madre e mostravano come anche negli ulti-
mi frettolosi momenti avesse pensato e lavorato per loro. Era una ben piccola cosa, ma
andò diritta al cuore delle ragazze e nonostante i coraggiosi proponimenti piansero
tutte amaramente.
Anna aspettò che si sfogassero e quando l’acquazzone sembrò calmarsi, venne in
aiuto armata d’una caffettiera.
– Adesso, signorine mie, ricordatevi quello che vostra madre ha detto e non irri-

173
tatevi. Ecco qua una buona tazza di caffè, poi mettiamoci al lavoro e facciamo onore
alla famiglia.
Il caffè non era cosa di tutti i giorni, Anna dava prova di molto tatto avendolo pre-
parato proprio quella mattina. Nessuno poté resistere ai suoi modi persuasivi né al fra-
grante invito che usciva dal beccuccio della caffettiera. Si radunarono intorno alla
tavola, sostituirono il fazzoletto con i tovaglioli e dopo dieci minuti tutto andò meglio.
– «Sperare e lavorare», ecco il nostro motto. Vedremo chi se lo ricorderà meglio.
Io andrò dalla zia March come al solito e chissà quante prediche! – disse Jo bevendo
il suo caffè, già disposta a fare dello spirito.
– E io andrò dai miei King, ma preferirei molto stare qui e badare alla casa – disse
Meg, che sperava di non avere gli occhi troppo rossi.
– Non ce n’è bisogno, alla casa pensiamo Beth ed io – intervenne Amy, dandosi
molta importanza.
– Anna ci dirà quello che dobbiamo fare e quando tornerete troverete tutto in per-
fetto ordine – aggiunse Beth tirando fuori straccio e catino.
– Trovo l’angoscia molto interessante – osservò Amy che pensosamente stava
mangiando zucchero.
Le sorelle non poterono fare a meno di ridere e si sentirono subito meglio, ma
Meg crollò il capo guardando la signorina che riusciva a trovar consolazione nella zuc-
cheriera.
Le focacce fecero ridiventare seria Jo; e quando uscirono per il lavoro quotidiano,
le due ragazze si volsero a guardare tristemente la finestra dov’erano abituate a vede-
re il viso della madre. Non c’era; ma Beth s’era ricordata della piccola cerimonia casa-
linga ed era alla finestra a far cenni con la testa, simile a un mandarino dal viso roseo.
– Ecco la mia Beth! – disse Jo agitando il cappello, piena di gratitudine. – Ciao,
Meggy. Spero che i King non vogliano lezione oggi. E non preoccuparti per papà, cara
– aggiunse quando si separarono.
– E io spero che la zia March non si metta a gracchiare. I capelli ti vanno benis-
simo, sembri un ragazzo – rispose Meg, sforzandosi a non sorridere poiché la testa ric-
ciuta era veramente un po’ comica, troppo piccola per le spalle d’una ragazza così alta.
– È la mia sola consolazione – e toccandosi il cappello, «alla Laurie», Jo andò per
la sua strada sentendosi come una pecora tosata in pieno inverno.
Le notizie che vennero dal padre furono di gran conforto; sebbene la malattia fosse
grave, la presenza della migliore e della più tenera delle infermiere gli aveva già fatto
molto bene. Brooke mandava un bollettino tutti i giorni e, quale capo della famiglia,
Meg volle leggere lei i dispacci che diventavano ogni giorno migliori. Nei primi tempi
tutte avevano una gran voglia di scrivere e grosse buste vennero infilate con grande
cura nella cassetta dall’una o dall’altra delle sorelle, che si sentivano molto importan-
ti nella loro corrispondenza con Washington. Se un estraneo avesse frugato a caso in

174
Capitolo xvi

quelle buste, avrebbe colto le note caratteristiche che si riferivano sia agli avvenimen-
ti che alle persone.

«Cara Mamma» – scriveva Meg – «non è possibile dirti quanto ci ha rese felici la
tua ultima lettera, non abbiamo potuto fare a meno di ridere e di piangere. Com’è
gentile il signor Brooke e che fortuna che gli affari del signor Laurence lo trattenga-
no così a lungo, dato che è tanto utile a te e a papà. Le ragazze sono buone come l’oro:
Jo mi aiuta a cucire e vuole a tutti i costi fare i lavori pesanti. Mi preoccuperei per i
suoi sforzi se non sapessi che i suoi entusiasmi non durano. Beth nel suo lavoro è pun-
tuale come un orologio e non dimentica mai quel che tu le hai detto. Soffre per papà,
è sempre seria, tranne quando suona. Amy è obbediente e io ne ho molta cura. Si pet-
tina da sola e le sto insegnando a fare le asole e a rammendare le calze. Ci mette molto
impegno e so che la troverai molto migliorata al tuo ritorno. Il signor Laurence veglia
su di noi, dice Jo, come una “materna vecchia gallina”; e Laurie è sempre lo stesso caro
e amabile vicino. Lui e Jo ci tengono di buon umore; ma certe volte siamo proprio
nere, ci sentiamo orfane senza di te che sei così lontana. Anna è una santa: non ci rim-
provera mai, mi chiama sempre ‘signorina Margaret’ (il che in fondo è giusto), e mi
tratta con molto rispetto. Stiamo bene, sempre occupate, ma desideriamo giorno e
notte che tu ritorni. Tutto il mio affetto a papà e credimi
la tua Meg.»

Scritta su carta profumata questa lettera era completamente diversa dalla seguen-
te: un gran foglio di sottile carta estera ornato di macchie e di svolazzi di tutti i gene-
ri, con iniziali a coda arricciolata.

175
«Mia preziosa Mami, tre evviva per il caro papà. Brooke è stato un asso nel tele-
grafare subito per dirci che stava meglio. Mi sono precipitata in soffitta appena è arri-
vata la lettera per cercare di ringraziare Dio di essere tanto buono con noi, ma riusci-
vo solo a dire: sono contenta, sono contenta! Non credi che andasse altrettanto bene
d’una preghiera vera e propria? Tanto più che sentivo d’averne molte nel cuore. La
nostra vita è assai divertente e io me la godo un mondo perché siamo tutte disperata-
mente buone, sembra di vivere in un nido di tortore. Ti verrebbe da ridere se tu vedes-
si Meg che cerca di fare la ‘madre’ a capotavola. Diventa sempre più carina e in certi
momenti mi fa innamorare. Le bambine sono dei veri arcangeli e io... be’, io sono Jo
e non potrei mai essere altro. Ma ti devo dire che per poco non ho litigato con Laurie.
Mi sono tolta il gusto di dirgli quel che pensavo a proposito d’una sciocchezza e lui
s’è offeso. Avevo ragione io, ma non ho parlato come dovevo e lui se n’è andato a casa
dicendo che non sarebbe mai tornato se non gli avessi chiesto scusa. Mi sono arrab-
biata e gli ho detto che non l’avrei mai fatto. La cosa è durata tutto il giorno, stavo
male e desideravo che tu ci fossi. Siamo tutti e due così orgogliosi che chiedere scusa
ci è difficile, ma pensavo che lui avrebbe ceduto perché io avevo ragione. Invece non
è venuto e la sera mi sono ricordata di quello che tu mi avevi detto quando Amy cadde
nel fiume. Ho letto il mio libriccino, mi sono sentita meglio e ho deciso di non lasciar
tramontare il sole sul mio risentimento; così sono corsa fuori per dire a Laurie che gli
chiedevo scusa e l’ho incontrato sul cancello che veniva per la stessa ragione. Ci siamo
messi a ridere, ci siamo perdonati e ci siamo sentiti buoni di nuovo, con tutto a posto.
Ieri, mentre aiutavo Anna per il bucato ho scritto un ‘poema’ e siccome a papà piac-
ciono le mie sciocchezze te lo mando, così si divertirà. Dagli da parte mia uno ‘stret-
tissimo’ abbraccio e baciati una ventina di volte per conto della tua
Jo.»

Il canto della schiuma

Regina del mio catino io canto felice


mentre la bianca schiuma in alto va;
lavo, sciacquo e strizzo e i panni stendo;
poi fuori nell’aria fresca svolazzano
sotto il cielo assolato.

Ah, se potessimo dal cuore e dall’anima


le quotidiane macchie lavare
e lasciare che la magia dell’acqua e dell’aria
puri come esse sono ci rendessero;
sulla terra quindi vi sarebbe davvero

176
Capitolo xvi

un giorno di glorioso bucato!

Sul sentiero di un’utile vita


fiorirebbe la pace del cuore,
l’attiva mente tempo non avrebbe
per dolori, ansie o tormenti
e i pensieri angosciosi sarebbero spazzati via
da un coraggioso colpo di scopa.

Sono felice d’avere tutti i giorni


il compito quotidiano
che mi dà forza, salute e speranza
e allegramente imparo a dire:
tu, testa, pensa, tu, cuore, senti,
ma tu, mano, sempre dovrai lavorare!

177
«Cara Mamma,
mi resta poco spazio e posso solo mandarti tutto il mio amore e un mazzetto di
viole colte dalla piantina che coltivo in casa perché papà possa vederla. Leggo tutte le
mattine, cerco di essere buona tutti i giorni e mi faccio la ninna-nanna con la canzo-
ne di papà. Ora non posso cantare «Terra dei Fedeli» perché mi fa piangere. Tutti sono
buoni con noi e siamo felici quanto si può esserlo senza di te. Amy vuole un po’ di
posto, quindi devo smettere. Non ho dimenticato di coprire gli scatoloni, do la corda
all’orologio e faccio prender aria alle stanze tutti i giorni. Un bacio a papà sulla guan-
cia che lui dice che è la mia. Oh, tornate presto dalla vostra affezionatissima
Beth»

«Ma chère Mamma,


stiamo tutte bene, io faccio sempre i compiti e non contrasto mai le ragazze – Meg
dice che voglio dire contraddico, così io metto tutte e due le parole e tu puoi sceglie-
re la più giusta. Meg è un gran conforto, la sera mi lascia sempre mangiare la gelati-
na col tè, mi fa così bene dice Jo perché mi mantiene dolce il carattere. Laurie non è
rispettoso quanto mi piacerebbe a me ora che ho quasi tredici anni, mi chiama
Polastrella e mi fa venire i nervi parlando in francese molto in fretta quando gli dico
merci o bonjour come fa Hattie King. Le maniche del mio vestito azzurro erano con-
sumate e Meg ne ha messe di nuove ma per sbalio le ha rivoltate e ora sono più azzur-
re del vestito. Mi son sentita un po’ male ma non mi lamentai, solo vorrei che Anna
mette più amido nei miei grembiuli e la farinata tutti i giorni, può farlo? Non è venu-
to bello il mio punto d’interrogazione? Meg dice che punteggiatura e ortografia sono
un orrore e sono mortificata, ma povera me con tante cose da fare non ho altro tempo.
Adieu, tanti baci al papà, la tua figlia affezionatissima
Amy.»

«Gentilissima Signora March,


due righe per dire che andiamo bene. Le ragazze sono brave e volano intorno tutto
il giorno. La signorina Meg diventa una buona donna di casa; ci piace lavorare e
diventa esperta. Jo batte tutte per andare avanti, ma non si ferma a calcolare prima e
non possiamo mai sapere dove va a finire. Lunedì ci ha voluto fare il bucato, ma ci ha
messo lamido prima di sciaccuare e ha colorato di blu un vestito di cotone rosa e quasi
mi fa morire dal ridere. Beth ha il più dolce carattere, e guarda ad aiutarmi, di essa mi
posso fidare. Cerca di imparare ogni cosa e per i suoi anni fa il mercato molto bene;
tiene anche i conti che è una meraviglia. Andiamo avanti con molta economia: alle
ragazze non ci permetto il caffè più di una sola volta la settimana, come lei ha desi-
derato, ma stia tranquilla, non faccio mancare niente. Amy è la sola che certe volte si
lamenta, si mette i meglio vestiti e si riempie di dolce. Il signor Laurie come sempre

178
Capitolo xvi

ne fa una e ne pensa mille e spesso ci mette la casa per aria, ma le ragazze sono con-
tente e io lascio piena libertà di divertirsi. Il vecchio signore manda sempre molta
roba, anche troppo, qualche volta è seccante, ma io sto al mio posto e non mi tocca di
criticare. Adesso la lascio perché il pane ha montato. Il mio dovere al signor March e
spero che presto sia passata la sua broncolite.
Sua affezionatissima Anna Mullet.»

«Infermiera Capo del Reparto N. 2


Tutto tranquillo sul Rappahannock, truppe altamente efficienti, commissario
ineccepibile, il fronte interno al comando del colonnello Teddy sempre agli ordini, il
Comandante in Capo Generale Laurence passa in rivista l’esercito tutte le mattine,
l’aiutante Mullet mantiene l’ordine nell’accampamento, il maggiore Lion è di guardia
tutta la notte. Una salve di ventiquattro colpi è stata sparata per le buone notizie giun-
te da Washington e al quartiere generale ha avuto luogo una parata in alta uniforme.
Il comandante in capo manda i migliori auguri e a lui si unisce cordialmente il colon-
nello
Teddy.»

«Gentile Signora,
le bambine stanno tutte bene; Beth e mio nipote mi danno notizie tutti i giorni.
Anna è una domestica modello e come un drago sta a guardia della graziosa Meg.
Sono lieto che il tempo si mantenga bello; la prego di non aver scrupoli a servirsi di
Brooke e di rivolgersi a me per i fondi se le spese eccedono i preventivi. Non faccia
mancare niente a suo marito. Ringrazio il Cielo per il suo miglioramento. Il suo sin-
cero amico e fedele servitore
James Laurence.»

179
Capitolo xvii
La piccola fedele

Per una settimana nella vecchia casa la somma di virtù fu tale che sarebbe bastata
a rifornire anche il vicinato. Una cosa davvero stupefacente: tutte erano d’un umore
celestiale e l’abnegazione era di gran moda. Poi, quando si sentirono sollevate dall’an-
sia per la malattia del padre, le ragazze insensibilmente si lasciarono andare, ridusse-
ro un poco i lodevoli sforzi e cominciarono a ricadere nelle loro vecchie abitudini. Non
avevano dimenticato il loro motto, ma sperare e lavorare sembrava ormai troppo faci-
le; e dopo quegli sforzi tremendi pensarono che la buona volontà avesse bisogno d’una
vacanza e gliene diedero molta.
Jo prese un brutto raffreddore perché non s’era coperta abbastanza la testa tosata,
e le fu ordinato di rimanere in casa finché non stesse meglio, perché alla zia March
non piaceva sentirsi leggere da persone che avevano un raffreddore di testa. A Jo que-
sto piacque e dopo un’energica perquisizione dalla soffitta alla cantina, si abbandonò
sul divano per curarsi con l’arsenico e i libri. Amy scoperse che i lavori di casa e l’ar-
te non andavano molto bene insieme e tornò ai suoi pasticcetti di creta. Meg andava
tutti i giorni dalle sue alunne, poi a casa si metteva a cucire, o meglio questa sarebbe
stata la sua intenzione; in realtà passava molto tempo a scrivere lunghe lettere alla
madre o a rileggere quelle che arrivavano da Washington. Beth era invece costante e
solo di rado stava inoperosa o piangeva; puntualmente ogni giorno si occupava dei
suoi lavoretti, e spesso anche di quelli delle sorelle che, invece, se ne dimenticavano e
la casa sembrava allora un orologio il cui pendolo fosse andato a far visite. Quando si
sentiva il cuore pesante per la nostalgia della madre o per la malattia del padre, Beth
si ritirava in un certo ripostiglio, nascondeva il viso nelle pieghe d’una cara vecchia
vestaglia, piangeva un po’ e poi recitava quietamente le sue preghiere. Nessuno sape-
va che cosa le avesse ridato la serenità dopo un attacco di malinconia, ma le altre la
sentivano così dolce e utile che avevano preso l’abitudine di andare da lei per farsi con-
solare dei loro piccoli guai o per chiederle consiglio.
Non avrebbero mai supposto che quell’esperienza avrebbe messo a prova il loro
carattere, e passato il primo momento di eccitazione sentirono di aver agito bene e di
meritarsi qualche lode. E così fecero; ma il loro sbaglio fu di cessare di agir bene, e

180
Capitolo xvii

questo lo impararono in seguito, a prezzo di molte ansie e molto dolore.


– Meg, dovresti andare dagli Hummel. La mamma ci ha raccomandato di non
dimenticarcene, lo sai – disse Beth, dieci giorni dopo la partenza della signora March.
– Oggi sono troppo stanca – rispose Meg che cuciva comodamente seduta nella
seggiola a dondolo.
– Puoi andarci tu, Jo? – chiese Beth.
– Troppo brutto per uscire col mio raffreddore.
– Mi sembrava che ti fosse quasi passato.
– Mi è passato abbastanza per uscire con Laurie ma non abbastanza per andare
dagli Hummel – disse Jo ridendo, ma vergognandosi un po’ della propria incoerenza.
– Perché non ci vai tu? – chiese Meg.
– Io sono andata tutti i giorni, ma il bambino più piccolo è ammalato e non so cosa
fare. La signora Hummel va a lavorare e lo lascia a Lottchen; ma sta sempre peggio e
io credo che dovreste andare tu o Anna.
Beth sembrava preoccupata e allora Meg promise che sarebbe andata il giorno
dopo.
– Fatti dare qualcosa di buono da Anna e portaglielo, Beth. Un po’ d’aria ti farà
bene – disse Jo e subito aggiunse per giustificarsi: – Andrei io, ma voglio finire di scri-
vere.
– Mi fa male la testa e sono stanca, perciò pensavo che potesse andare una di voi
– proseguì Beth con un sospiro.
– Amy torna subito e appena viene può andarci lei – suggerì Meg.
– Va bene, io mi riposo un po’ mentre l’aspetto.
Così Beth si distese sul divano, le altre tornarono al loro lavoro e gli Hummel furo-
no dimenticati. Passò un’ora: Amy non era tornata, Meg andò nella sua stanza a pro-
varsi un vestito nuovo, Jo era assorta a scrivere la sua storia e Anna, in cucina, dormi-
va sodo davanti al fuoco quando, senza far rumore, Beth si mise il cappuccio, riempì
un cestino di avanzi da portare ai poveri bambini e uscì nell’aria gelida, sentendosi la
testa pesante, con un’espressione di tristezza negli occhi pazienti. Quando tornò era
tardi e nessuno la vide salire di sopra in punta di piedi e chiudersi nella stanza della
madre. Mezz’ora dopo Jo andò a cercare qualcosa nel ‘ripostiglio della mamma’ e vi
trovò Beth seduta sulla cassetta dei medicinali, con gli occhi rossi, un’aria molto grave
e una bottiglia di canfora in mano.
– Cristoforo Colombo! Che hai?! – esclamò Jo mentre Beth le faceva cenno con
la mano di non avvicinarsi e le chiedeva in fretta:
– Tu l’hai avuta la scarlattina, vero?
– Tanti anni fa, quando l’ha avuta Meg. Ma perché?
– Allora te lo dico io. Oh, Jo! Il bambino è morto.
– Quale bambino?

181
– Il bambino della signora Hummel. Mi è morto fra le braccia prima che lei tor-
nasse a casa – pianse Beth, con un singhiozzo.
– Povera cara, che cosa tremenda! Avrei dovuto andarci io – disse Jo, piena di
rimorsi, prendendo Beth nelle braccia e sedendosi nella poltrona della madre.
– Non è stato tremendo, Jo, solo molto triste. Ho visto subito che stava molto
male, ma Lottchen mi disse che la madre era andata a chiamare un dottore, e allora
ho preso in braccio il bambino per far riposare Lotty. Sembrava che dormisse, ma
improvvisamente ha dato un gridolino, è tremato tutto e poi è rimasto immobile. Ho
cercato di scaldargli i piedi e Lotty ha cercato di dargli un po’ di latte, ma non si è più
mosso e allora ho capito ch’era morto.
– Non piangere, tesoro! Che hai fatto, dopo?
– Niente, sono rimasta lì col bambino in braccio finché la signora Hummel è tor-
nata col medico. Lui ha detto ch’era morto, ha guardato Heinrich e Minna che hanno
tutti e due la gola infiammata e ha detto molto seccato: «È scarlattina, signora. Perché
non mi ha chiamato prima?» La signora Hummel gli ha risposto che lei è povera e
che aveva cercato di curare il bambino da sola, ma ora era troppo tardi e poteva sol-
tanto chiedergli di curare gli altri e di farlo per carità, giacché lei non ha i soldi per
pagarlo. Allora lui ha sorriso ed è diventato più gentile, ma tutto era così triste che mi
sono messa a piangere con loro. Lui si è voltato di scatto, allora, e mi ha detto di veni-
re subito a casa e di prendere la belladonna se non volevo che mi venisse la febbre.
– No, non deve venirti! – gridò Jo tenendola stretta. Sembrava spaventatissima. –
Oh, Beth, se ti ammali non me lo perdonerò mai! Che cosa dobbiamo fare?
– Non aver paura, non credo che mi verrà molto forte. Ho letto nel libro della
mamma e ho visto che comincia col mal di testa, mal di gola e uno strano malessere
come il mio, così ho preso la belladonna e mi sento meglio – disse Beth tastandosi con
le mani gelate la fronte che scottava e sforzandosi d’aver l’aria di star bene.
– Se almeno ci fosse la mamma! – esclamò Jo afferrando il libro, con la sensazio-
ne, in quel momento, che Washington fosse immensamente lontana. Lesse una pagi-
na, guardò Beth, le tastò la fronte, le guardò la gola e poi disse gravemente: – Sei stata
dal bambino tutti i giorni per più di una settimana; sei stata insieme agli altri che
l’hanno sicuramente presa e ho paura che anche tu l’avrai, Beth. Chiamiamo Anna,
lei sa tutto sulle malattie.
– Non far venire Amy, lei non l’ha avuta e non voglio assolutamente che la pren-
da da me. Tu e Meg potreste averla di nuovo? – chiese poi, ansiosa.
– Credo di no. E se mi viene non me ne importa niente. Anzi mi sta bene, brutta
egoista che sono! Ti ho lasciata andare lì per rimanere a casa a scrivere le mie sce-
menze! – brontolò Jo mentre scendeva a consultare Anna.
In un attimo la brava donna fu perfettamente sveglia e prese subito la direzione
assicurando Jo che non c’era ragione di preoccuparsi: tutti hanno avuto la scarlattina

182
Capitolo xvii

e se è ben curata nessuno ne muore. Jo le credette volentieri e si sentì molto più sol-
levata mentre andava a chiamare Meg.
– Ora vi dico io che cosa dobbiamo fare – disse Anna dopo aver esaminato e inter-
rogato Beth. – Chiamiamo il dottor Bangs, tanto per avere il cuore in pace, poi man-
diamo Amy dalla zia March, così è lontana dal pericolo. Una di voi due sta a casa e fa
compagnia a Beth per un paio di giorni.
– Resto io, naturalmente; sono la maggiore – cominciò Meg, che sembrava preoc-
cupata e piena di rimorsi.
– No, resto io. È colpa mia se è ammalata. Avevo detto alla mamma che le com-
missioni le avrei fatte io e invece non le ho fatte – disse Jo, decisa.
– Ma tu Beth, chi vuoi? Non c’è bisogno di più d’una – disse Anna. – Jo, per favo-
re – e Beth posò il capo sulla sorella, con un’espressione contenta che mise fine alla
discussione.
– Vado a dirlo a Amy – disse allora Meg un po’ offesa ma, tutto sommato, anche
sollevata perché, al contrario di Jo, far da infermiera non le piaceva.
Amy si ribellò subito e appassionatamente dichiarò che preferiva la scarlattina alla
zia March. Meg cercò di persuaderla, pregò, implorò e alla fine le ordinò di andare,
ma inutilmente. Amy protestava che non sarebbe andata; e Meg, disperata, la lasciò
sola per chiedere consiglio ad Anna. Prima che tornasse entrò Laurie e trovò Amy che
singhiozzava nel salotto, la testa affondata nei cuscini del divano. Gli raccontò subito

183
tutto aspettandosi che la consolasse, ma Laurie mise le mani in tasca e girò per la stan-
za fischiettando sommessamente, la fronte aggrottata e come immerso nei suoi pen-
sieri. Poi le sedette accanto e le disse, col suo tono più persuasivo:
– Amy, se vuoi essere veramente una piccola donna saggia devi fare quel che ti
dicono. No, non piangere, e sta’ invece a sentire i bei piani che ho pensato. Tu vai dalla
zia March e io vengo a prenderti tutti i giorni per portarti a spasso, a piedi o in car-
rozza, e vedrai come ci divertiremo. Non è meglio che star qui ad annoiarti?
– Non voglio che mi mandino via come se fossi un impiccio – cominciò a dire
Amy, con aria offesa.
– Dio ti salvi, stupidona, è solo per farti star bene. Non hai mica voglia d’amma-
larti, no?
– Certo che no. Ma tanto mi ammalo lo stesso perché sono sempre stata con Beth.
– Questa è invece la buona ragione per andartene, forse così non ti ammalerai. Il
cambiamento d’aria e le cure della zia ti faranno bene, ne sono sicuro. Oppure, se ti
ammali, sarà una cosa leggera. Il mio consiglio è di andartene il più presto possibile.
La scarlattina non è uno scherzo, lo sai?
– Ma dalla zia March è così noioso e lei ha sempre i nervi – si lagnò Amy, che
sembrava piuttosto spaventata.
– Se io faccio un salto tutti i giorni per darti notizie di Beth, e poi ti porto fuori a
divertirti, non sarà noioso. Sono simpatico alla vecchia signora, lo so, con lei sarò tutto
zucchero e miele e così qualunque cosa faremo, la zia non ci rimbeccherà.
– E mi porterai fuori in calesse con Puck?
– Sul mio onore di gentiluomo.
– E verrai proprio tutti i giorni?
– Lo vedrai.
– E mi riporterai a casa appena Beth starà bene?
– In quel preciso istante.
– E davvero andremo a teatro?
– A dozzine di teatri, se possibile.
– Be’... vediamo... allora ci vado – disse Amy lentamente.
– Brava ragazza! Chiama Meg e dille che ti arrendi – disse Laurie dandole una
pacca di approvazione che dispiacque a Amy forse più della ‘resa’.
– Meg e Jo scesero di corsa a vedere il miracolo compiuto da Laurie; e Amy, molto
compresa del proprio valore e del sacrificio a cui si sottometteva, promise di andare se
il medico avesse confermato che Beth era ammalata.
– Come sta la coccola? – chiese Laurie che aveva un affetto speciale per Beth ed
era preoccupato più di quanto volesse mostrare.
– È distesa sul letto della mamma e si sente meglio. La morte del bambino l’ha
sconvolta, ma credo che abbia solo un raffreddore. Anna pensa che sia così, ma mi

184
Capitolo xvii

sembra preoccupata e allora io sto sulle spine rispose Meg.


– Che vita difficile è mai questa! – disse Jo, irritata, scompigliandosi i capelli. – Ci
tiriamo fuori da un guaio e ne capita subito un altro. Senza la mamma non c’è più
niente a cui aggrapparsi e mi sento in alto mare.
– Be’, non migliorerai la situazione diventando un porcospino, non ti sta bene.
Accomodati la parrucca, Jo, e dimmi se devo telegrafare a vostra madre, o se c’è qual-
che altra cosa da fare – disse Laurie che non si era mai rassegnato alla perdita dell’u-
nica bellezza della sua amica.
– È proprio quel che mi preoccupa – sospirò Meg. – Mi sembra che se Beth è
veramente ammalata dovremmo dirglielo, ma Anna dice di no, perché la mamma non
può lasciare papà e li faremmo stare in ansia. Beth guarirà presto e Anna sa benissi-
mo quel che si deve fare. La mamma ci ha raccomandato di darle retta, quindi dob-
biamo obbedire, ma a me non sembra giusto non avvertirla.
– Hum! Be’, non so. Perché non lo chiedete al nonno dopo aver fatto venire il dot-
tore?
– Sì, faremo proprio così. Jo, va’ subito a chiamare il dottor Bangs – ordinò Meg.
– Non possiamo decidere niente finché non viene lui.
– Non ti muovere, Jo. Io sono il fattorino della ditta – disse Laurie agguantando il
suo berretto.
– Forse hai altro da fare... – cominciò a dire Meg.
– No, per oggi ho finito i miei compiti.
– Studi anche durante le vacanze? – chiese Jo.
– Seguo il buon esempio delle mie vicine – fu la risposta di Laurie mentre usciva
in fretta dalla stanza.
– Il mio ragazzo promette bene – osservò Jo sorridendo soddisfatta e guardando-
lo mentre saltava oltre la siepe.
– Sì, si comporta bene... sebbene sia un ragazzo – fu la risposta alquanto sgarbata
di Meg, cui l’argomento non interessava.
Venne, il dottor Bangs, e disse che Beth aveva i sintomi della scarlattina; pensava
che l’avesse presa in una forma leggera, ma divenne serio quando gli raccontarono la
storia degli Hummel. A Amy ordinò immediatamente di andar via e le diede qualco-
sa per tener lontano il pericolo; e Amy partì assai agitata, assieme a Jo e Laurie.
La zia March li ricevette, come al solito, con la «sua» ospitalità.
– Che volete, adesso? – domandò guardandoli acutamente al di sopra degli occhia-
li mentre il pappagallo, appollaiato sullo schienale della poltrona diceva ad alta voce:
«Andate via. Proibito l’ingresso ai ragazzi».
Laurie si ritirò vicino alla finestra e Jo raccontò l’accaduto.
– È quel che mi aspettavo, visto che vi lasciano ficcare il naso nelle case dei pove-
ri. Amy può rimanere e rendersi utile se non è ammalata, ma io ne dubito, ha una

185
brutta faccia. Non piangere, bambina, mi dà fastidio sentir tirare su il naso.
Amy era davvero sul punto di piangere, ma Laurie tirò la coda al pappagallo senza
farsi vedere, e questo fece sì che Polly gracchiò di sbalordimento e poi strillò:
«Accidenti ai miei stivali!» in un modo così buffo che Amy dovette ridere.
– Che notizie avete da vostra madre? – chiese la burbera zia.
– Papà sta molto meglio – rispose Jo, cercando di rimanere seria.
– Ah, davvero? Be’, non durerà, credo, March non è mai stato molto robusto – fu
la consolante risposta.
«Ah! Ah! Non ti scoraggiare, fiuta una presa e ciao! Ciao!» strillò Pally, saltellan-
do sul trespolo e balzando poi sulla cuffia della zia dato che Laurie continuava a piz-
zicarlo.
– Sta’ un po’ zitto, pappagallo maleducato! E tu, Jo, torna subito a casa. Non sta
bene girandolare a quest’ora con un ragazzo scervellato come...
«Sta’ un po’ zitto, pappagallo maleducato!» gridò Polly balzando giù dalla sedia e
correndo a beccare il ragazzo ‘scervellato’ che si torceva dal ridere nel
sentirlo.
«Non credo che potrò sopportarlo, ma tenterò» pensò
Amy quando rimase sola con la zia March.
«Avanti, muoviti, brutta faccia!» strillò Polly, e a queste
sgarbate parole Amy non riuscì a trattenersi dal «tirar su
il naso».

186
Capitolo xvii

187
Capitolo xviii
Giorni neri

Beth aveva proprio la scarlattina e, tranne Anna e il medico, nessuno sospettò che
fosse grave. Le ragazze ignoravano tutto delle malattie e al signor Laurence non fu
permesso di vederla, così Anna agì di testa sua e il dottor Bangs, ch’era sovraccarico
di lavoro, fece del suo meglio lasciando piena libertà alla brava infermiera. Meg rima-
se a casa per non trasmettere l’infezione ai King e si occupò dell’andamento domesti-
co; si sentiva molto ansiosa e un po’ colpevole quando scriveva alla madre senza far
parola della malattia di Beth. Non le sembrava giusto ingannarla, d’altra parte le era
stato ingiunto di dar retta a Anna e questa non voleva sentir dire di «avvertire la pove-
ra signora March e darle preoccupazioni per niente». Jo si dedicava a Beth giorno e
notte; non era un compito difficile perché Beth era molto paziente e fin quando fu in
grado di controllarsi sopportò il male senza lamenti. Ma vennero i giorni in cui duran-
te gli attacchi febbrili cominciò a parlare con voce rotta e fioca, a muovere le dita sulla
coperta come se suonasse sul piccolo piano, oppure tentava di cantare, ma dalla gola
gonfia non usciva nessun suono musicale; poi venne il momento in cui non riconob-
be più i visi familiari che le stavano intorno, ne confondeva i nomi e invocava la
madre. Jo sentiva crescere la sua paura, Meg implorò il permesso di scrivere la verità,
e Anna giunse a dire: «Bisognerà pensarci, ma per ora non c’è pericolo». Una lettera
da Washington aumentò la loro angoscia perché il signor March aveva avuto una rica-
duta, e non c’era nemmeno da pensare che potesse tornare a casa per molto tempo
ancora.
Come sembravano cupe, ora, le giornate, com’erano vuote e tristi le stanze e quan-
t’era pesante il cuore delle ragazze che lavoravano e aspettavano mentre l’ombra della
morte incombeva su quella casa un tempo così felice! In quei giorni Margaret, sedu-
ta sola a cucire, con le lagrime che spesso cadevano sul suo lavoro, capì quanto ricca
fosse stata di cose ben più preziose del lusso che il denaro può procurare: amore, pro-
tezione, pace e salute, le vere benedizioni della vita. In quei giorni Jo, vivendo nella
camera buia con la sorellina sofferente davanti agli occhi, mentre la patetica voce le
risuonava nelle orecchie, imparò a capire la bellezza e la dolcezza dell’indole di Beth,
a sentire quanto posto occupasse con la sua tenerezza nel cuore di tutti e a riconosce-

188
Capitolo xviii

re il valore dell’altruistica ambizione di Beth: vivere per gli altri e rendere felice la casa
con il semplice esercizio delle virtù che tutti possono avere e tutti dovrebbero amare
ed apprezzare più del talento, della ricchezza o della bellezza. Amy, nel suo esilio, desi-
derava ardentemente di essere a casa per poter lavorare per Beth, convinta, ora, che
nessun lavoro domestico sarebbe stato difficile o fastidioso, e ricordando, con pena e
rammarico, quante volte aveva trascurato quei lavoretti che le volenterose mani di
Beth avevano fatto invece delle sue. Laurie si aggirava per la casa come un inquieto
fantasma e il signor Laurence aveva chiuso il pianoforte a coda giacché non poteva
sopportare il ricordo della sua piccola vicina che aveva l’abitudine di rallegrargli le ore
del crepuscolo. Tutti sentivano la mancanza di Beth. Il lattaio, il panettiere, il dro-
ghiere, il macellaio chiedevano notizie; la povera signora Hummel era venuta a chie-
der perdono e a pregare che le dessero un sudario per Minna; i vicini mandarono aiuti
di tutti i generi e anche quelli che la conoscevano bene furono stupiti dal gran nume-
ro di amici che la timida Beth si era conquistati.
Intanto rimaneva a letto, Beth, e si teneva vicina Joanna, giacché neppure nel deli-
rio dimenticava la sua protetta. Le mancavano molto i gatti, ma non voleva averli
accanto per timore che si ammalassero; e nei momenti di lucidità stava in ansia per Jo.
Mandava sempre qualche messaggio affettuoso a Amy e raccomandava a tutte di dire
alla madre che le avrebbe scritto presto; sovente chiedeva carta e matita per scrivere
lei stessa due righe al padre, perché non pensasse che lo trascurava. Ma ben presto
finirono anche questi momenti di lucidità e Beth per ore e ore si agitava mormoran-
do parole incoerenti oppure giaceva in un grave torpore che non le recava nessun
ristoro. Il dottor Bangs veniva due volte al giorno, Anna vegliava la notte, Meg tene-
va pronto sulla scrivania un telegramma da spedire da un momento all’altro e Jo non
si allontanava mai dal capezzale di Beth.
Il primo di dicembre fu veramente per le ragazze la più cupa giornata di quell’in-
verno: tirava un vento gelido, la neve cadeva fitta e sembrava che l’anno stesse prepa-
randosi alla morte. Quando al mattino venne il dottor Bangs, guardò a lungo Beth,
tenne fra le sue per un momento la mano che scottava, la posò delicatamente sul len-
zuolo e disse sottovoce a Anna:
– Se la signora March può lasciare il marito, è meglio che venga.
Anna accennò di sì senza parlare, ma le sue labbra erano agitate da un tremito ner-
voso, Meg si accasciò su una sedia come se a quelle parole le fossero venute a manca-
re le forze e Jo, pallidissima, rimase immobile per un minuto, poi corse in salotto,
afferrò il telegramma e coprendosi alla meglio si precipitò fuori nella neve e nel vento.
Tornò quasi subito e mentre si toglieva il mantello senza far rumore, Laurie entrò por-
tando una lettera: questa diceva che il signor March stava di nuovo migliorando. Jo
lesse con un sospiro di sollievo, ma il gran peso che aveva sul cuore non fu alleviato, e
sembrava talmente angosciata che Laurie chiese subito:

189
– Che cosa c’è? Beth è peggiorata?
– Ho telegrafato alla mamma di venire – disse Jo che cercava di togliersi gli stiva-
li con aria tragica.
– Brava Jo! Hai fatto bene! Ma è di tua iniziativa? – domandò ancora Laurie
facendola sedere su una sedia dell’anticamera e togliendole lui stesso gli stivali, che per
il gran tremito delle mani lei non riusciva a sfilare.
– No, l’ha detto il dottore.
– Oh, Jo, sta proprio così male? – esclamò Laurie, spaventato.
– Sì, malissimo. Non ci riconosce più, non parla nemmeno più degli stormi di
colombe verdi, come lei chiama le foglie di vite della tappezzeria, non sembra più la
mia Beth e non c’è nessuno che ci aiuti a sopportare questo dolore; mamma e papà
non sono qui e Dio è così lontano che non riesco a trovarlo.
Col viso inondato di lagrime tese una mano come se chiedesse aiuto, brancolando
nel buio, e Laurie gliela prese bisbigliando come meglio poté, giacché aveva un nodo
alla gola:
– Ci sono io. Aggrappati a me, Jo cara!
Non poteva parlare, Jo, ma si «aggrappò» e la calorosa stretta di quella mano amica
confortò il suo cuore afflitto e sembrò condurla più vicina al braccio divino che solo
poteva sostenerla nel suo smarrimento. Laurie avrebbe voluto dirle qualcosa di affet-
tuoso e confortante, ma non gli venne in mente nulla che potesse consolarla; così
rimase in piedi, in silenzio, carezzandole la testa china come usava fare sua madre.
Non avrebbe potuto trovar meglio e quel gesto la calmò più di qualsiasi parola elo-
quente; poiché Jo sentì la muta simpatia del suo fedele amico e in quel silenzio trovò
la dolce consolazione che solo l’affetto può recare a un dolore. Piangere l’aveva solle-
vata, asciugò quindi le sue lagrime e guardò Laurie piena di gratitudine:
– Grazie, Teddy. Ora sto meglio. Non mi sento più così abbandonata e cercherò
di affrontare la prova che mi aspetta.
– Non perdere la speranza, vedrai che questo ti aiuterà, Jo. Tua madre sarà presto
qui e tutto andrà meglio.
– Sono contenta che papà sia migliorato, così Mami non soffrirà troppo a lasciar-
lo. Povera me, mi sembra che i guai ci siano piombati addosso tutti insieme e che il
peso più grosso sia sulle mie spalle – sospirò Jo stendendo il fazzoletto umido sulle
ginocchia per farlo asciugare.
– Perché, Meg non prende la sua parte? – chiese Laurie, sembrando indignato.
– Oh, sì. Lei tenta, ma non è attaccata a Beth come lo sono io, e non ne sentirà la
mancanza quanto me. Beth è la mia coscienza e non posso rinunciare a lei. Non posso!
Non posso!
E nascose il viso nel fazzoletto in un pianto disperato che fino a quel momento era
riuscita a trattenere con coraggio. Laurie si mise una mano sugli occhi, ma non poté

190
Capitolo xviii

parlare finché non gli passò il groppo alla gola e il tremito delle labbra. Era forse inde-
gno da parte di un uomo, ma non poteva dominarsi. Poi, quando i singhiozzi di Jo si
calmarono disse pieno di speranza:
– Non morrà, vedrai; è così buona e le vogliamo tutti tanto bene che Dio non se
la porterà via.
– Le persone buone e care muoiono sempre – sospirò Jo, ma smise di piangere per-
ché le parole dell’amico l’avevano un po’ consolata nonostante i dubbi e le paure.
– Povera Jo, sei proprio distrutta. Non ti somigli affatto, tu sei sempre coraggiosa.
Aspettami qui, ci penso io a tirarti su in un lampo.
Laurie scese le scale due gradini alla volta e Jo abbandonò la testa stanca sul picco-
lo cappuccio marrone di Beth che nessuno aveva tolto dal tavolo su cui lei l’aveva
lasciato. E doveva possedere qualcosa di magico, quel cappuccio, giacché lo spirito
remissivo della sua gentile proprietaria sembrò penetrare Jo; e quando Laurie se ne
venne correndo con un bicchiere di vino, Jo lo prese con un sorriso e disse bravamen-
te:
– Bevo alla salute della mia Beth! Sei un ottimo medico, Teddy, e un meraviglio-
so amico. Quando mai potrò ripagarti? – aggiunse, sentendosi rinfrancata dal vino
come il suo spirito turbato lo era stato dalle parole affettuose.
– Prima o poi ti manderò il conto; e questa sera ti darò qualcosa che riscalderà le
pieghe del tuo cuore meglio d’un litro di vino – disse Laurie guardandola raggiante e
cercando di reprimere la sua soddisfazione.
– Che cosa? – gridò Jo, e per un attimo la sorpresa le fece dimenticare le sue pene.
– Ieri ho telegrafato a tua madre e Brooke ha già risposto che sarebbe partita subi-
to. Arriverà stasera e tutto andrà a posto. Non sei contenta che l’abbia fatto?
Laurie parlava molto in fretta, improvvisamente rosso ed eccitato, poiché aveva
tenuto segreto il suo progetto per timore di deludere le ragazze o nuocere a Beth. Jo
diventò pallidissima, si levò di scatto dalla seggiola e nel momento in cui Laurie finì
di parlare lo sorprese gettandogli le braccia al collo e gridando di gioia:
– Oh, Laurie, oh, mamma, oh, come sono felice!
Non ricominciò a piangere ma rise istericamente, tremando e aggrappandosi all’a-
mico giacché l’improvvisa notizia le aveva fatto perdere un po’ la testa. Laurie, deci-
samente sbalordito, diede prova della sua prontezza di spirito: le batté con la mano
sulla spalla per calmarla e, vedendo che Jo si riprendeva proseguì con uno o due timi-
di baci che la fecero immediatamente rientrare in sé. Tenendosi alla ringhiera lei lo
allontanò con gentilezza e disse, il fiato mozzo:
– Oh, non volevo! Non avrei dovuto farlo! È terribile! Ma sei stato così bravo
nel telegrafare a dispetto di Anna che non ho potuto fare a meno di abbracciarti.
Raccontami tutto e non darmi altro vino. Lo vedi cosa mi fa fare!
– Non importa – disse Laurie ridendo e aggiustandosi la cravatta. Sai, incomin-

191
ciavamo a stare sulle spine il nonno ed io. Ci sembrava che Anna esagerasse con la sua
autorità e che invece tua madre avesse il diritto di sapere. Non ci avrebbe perdonato
se Beth... Be’, se fosse accaduto qualcosa. Così ho fatto in modo che il nonno dicesse
ch’era ora d’intervenire e ieri, quando ho visto il medico tanto preoccupato e Anna mi
ha quasi staccato la testa perché avevo di nuovo proposto di mandare un telegramma,
mi sono deciso e mi sono precipitato alla posta. Lo sai che non sopporto d’esser
comandato e ho fatto di testa mia. Tua madre è già in viaggio e l’ultimo treno arriva
alle due di notte. Andrò io a prenderla, tu devi solamente ‘imbottigliare’ il tuo entu-
siasmo e tener Beth calma fino all’arrivo di questa benedetta mamma.
– Sei un angelo, Laurie! Come potrò mai ringraziarti?
– Abbracciami ancora. Non mi dispiace affatto, anzi! – disse Laurie con un’aria
maliziosa, come non aveva da quindici giorni.
– No, grazie. Lo farò per procura quando verrà tuo nonno. Non stuzzicarmi, ades-
so, va’ a casa e riposati, giacché dovrai rimanere alzato metà della notte. Dio ti bene-
dica, Laurie, Dio ti benedica!
Jo indietreggiò fino all’angolo e appena smise di parlare scomparve precipitosa-
mente in cucina; lì sedette sulla credenza e all’assemblea dei gatti disse ch’era ‘così feli-
ce, oh, così felice!’ mentre Laurie se ne andava, soddisfatto d’aver condotto tanto bene
la faccenda.
– Mai visto un ragazzo ‘intromettente’ come lui... Ma ce lo perdono e speriamo
che la signora arriva subito – disse Anna con sollievo quando Jo venne a dare la buona
notizia.
Meg si sentì calare in una gioia quieta mentre leggeva e rileggeva la lettera, e
intanto Jo riordinava la camera dell’ammalata e Anna «impastava due focacce caso
mai venisse un’improvvisata». Sembrava che un alito d’aria fresca fosse passato attra-
verso la casa e le stanze tranquille fossero illuminate da una luce più bella del sole.
Ogni cosa sembrava rinascere, l’uccellino di Beth riprese a cinguettare, e nel rosaio di
Amy accanto alla finestra fu scoperto un bocciolo; il fuoco scoppiettava con insolita
allegria e quando le ragazze si guardavano sui loro visi pallidi spuntava un sorriso
pieno di speranza, si abbracciavano e bisbigliavano s’un tono incoraggiante: «Sta arri-
vando la mamma, cara, la mamma sta venendo!» Tutti gioivano, insomma, meno
Beth, immersa nel suo grave sopore, insensibile a qualsiasi sentimento, fosse gioia o
speranza, dubbio o pericolo. Era uno spettacolo davvero pietoso: il viso una volta roseo
e paffuto ora così mutato e assente, le mani una volta operose adesso deboli e inerti,
mute le labbra sempre sorridenti e i bei capelli ondulati sparsi sul guanciale in ciocche
arruffate. Rimase in quello stato tutto il giorno, scuotendosi ogni tanto solo per mor-
morare: acqua!, con le labbra talmente screpolate che a fatica potevano pronunciare la
parola. Tutto il giorno, quindi, Meg e Jo le rimasero accanto, chine sul letto guardan-
dola, aspettando, sperando e fidando in Dio e nella madre; e tutto il giorno cadde la

192
Capitolo xviii

neve, infuriò il vento rabbioso e le ore si trascinarono lente. La notte venne, alfine; le
sorelle sedute ai lati del letto ascoltavano l’orologio battere le ore e ogni volta si guar-
davano con occhi luminosi perché ogni ora trascorsa avvicinava l’aiuto che aspettava-
no. Il dottore aveva detto che un cambiamento, in meglio o in peggio, sarebbe avve-
nuto verso la mezzanotte e per quell’ora lui sarebbe tornato.
Anna, esausta, si era distesa sul divano ai piedi del letto e presto cadde addormen-
tata; il signor Laurence andava su e giù attraverso il salotto pensando che avrebbe pre-
ferito affrontare una pattuglia di ribelli piuttosto che il viso ansioso della signora March
nel momento in cui sarebbe entrata; Laurie disteso sul tappeto fingeva di riposare, gli
occhi fissi sul fuoco con uno sguardo intento che li rendeva dolcissimi e limpidi.
Le ragazze non dimenticarono mai quella notte; il sonno non venne, per loro,
mentre vegliavano la sorella con un terribile senso d’impotenza che in simili circo-
stanze non si può evitare.
– Se Dio risparmia Beth non mi lamenterò mai più – sussurrò Meg con fervore.
– Se Dio risparmia Beth lo amerò e lo servirò per tutta la vita – rispose Jo con
altrettanto calore.
– Vorrei non aver il cuore, mi fa tanto male – sospirò Meg dopo una pausa.
– Se la vita è spesso così difficile, non so proprio come faremo ad arrivare sino in
fondo – aggiunse scoraggiata la sorella.
Quando l’orologio suonò la mezzanotte entrambe dimenticarono ogni altra cosa
per osservare Beth e nel suo viso esangue credettero di vedere un lieve mutamento. In
casa c’era un silenzio di tomba rotto soltanto dall’ululare del vento. Anna, spossata,
continuava a dormire e nessuno all’infuori delle sorelle vide la pallida ombra che sem-
brò calare sul lettino. Passò un’ora e non accadde nulla tranne la silenziosa partenza di
Laurie per la stazione. Un’altra ora – e non arrivava nessuno; l’ansiosa paura di ritar-
di a causa della bufera o di qualche incidente lungo strada, o, peggio, di qualche affan-
no a Washington, tormentava le povere ragazze.
Erano passate le due quando Jo, che stava in piedi accanto alla finestra pensando
a quanto tetro sembrava il mondo sotto l’ondeggiante coltre di neve, sentì un movi-
mento dalla parte del letto e volgendosi in fretta vide Meg inginocchiata davanti alla
poltrona della madre, il viso nascosto. Una tremenda paura la gelò mentre pensava:
«Beth è morta e Meg ha paura di dirmelo».
In un attimo tornò al suo posto e ai suoi occhi ansiosi sembrò che un gran cam-
biamento fosse avvenuto. Il rossore della febbre e l’espressione di sofferenza erano
scomparsi; e il visino tanto amato apparve così pallido e sereno nella sua immobilità
assoluta che Jo non sentì alcun desiderio di piangere o di lamentarsi. Si curvò sulla più
cara delle sue sorelle, baciò la fronte umida col cuore sulle labbra e mormorò sottovo-
ce:
– Addio, mia Beth, addio!

193
Come svegliata da quei movimenti, Anna si svegliò bruscamente, corse vicino al
letto, guardò Beth, le toccò le mani, ascoltò il suo respiro, e poi, tirandosi il grembiu-
le sulla testa si sedette esclamando sottovoce:
– La febbre si è abbassata, dorme il sonno naturale, la pelle è sudata, respira giu-
sto... Misericordia divina! Dio sia lodato!
Prima che le ragazze potessero credere alla gioiosa verità, il medico venne a con-
fermarla. Non era certo un bell’uomo, ma il suo viso ad esse parve celestiale quando
sorrise e disse con aria paterna:
– Sì, care ragazze, credo che la bambina se la caverà, per questa volta. Non fate
rumore, lasciatela dormire e quando si sveglierà datele...
Nessuna delle due sentì quel che dovevano darle; tutte e due andarono in punta di
piedi nell’anticamera buia, sedettero sugli scalini e si abbracciarono strette, il cuore
calmo di gioia, senza poter parlare. Quando tornarono indietro a farsi accarezzare e
baciare dalla fedele Anna, trovarono che Beth giaceva, secondo la sua abitudine, con
la guancia posata sulla mano, e come se si fosse appena addormentata il suo respiro
era tranquillo e il terribile pallore scomparso.
– Se la mamma arrivasse adesso! – disse Jo quando la notte invernale cominciò a
declinare.
– Vedi? – disse Meg entrando con una rosa bianca appena sbocciata. – Pensavo che
si sarebbe aperta appena in tempo perché potessi metterla fra le mani di Beth doma-
ni se... se ci avesse lasciato. Invece si è schiusa durante la notte e ora voglio metterla
qui in un vaso, così quando il nostro tesoro si sveglia, per prima cosa vedrà la roselli-
na e il viso della mamma.
Mai il sole era sorto così bello e mai il mondo era parso così stupendo agli occhi
stanchi di Meg e Jo quando, finita la lunga e tristissima veglia, guardarono fuori le luci
dell’alba.
– Sembra un mondo di fate – disse Meg sorridendo a se stessa, in piedi dietro la
tenda mentre guardava il panorama abbagliante.
– Hai sentito? – gridò Jo saltando in piedi.
Si sentì un campanello, un grido di Anna e poi la voce di Laurie che mormorava
piena di gioia: – Ecco, ragazze! È arrivata, è arrivata!

194
Capitolo xviii

195
196
Capitolo xix
Il testamento di Amy

Mentre tutto questo succedeva a casa, Amy passava momenti assai difficili dalla
zia March. Il suo esilio lo soffriva intensamente e per la prima volta in vita sua si ren-
deva conto di quanto era amata e coccolata in famiglia. La zia March non coccolava
proprio nessuno e non lo approvava, ma le sue intenzioni erano buone perché la ragaz-
zina ben educata le piaceva molto, e in cuor suo aveva un debole per le figlie del nipo-
te, anche se non trovava conveniente il dimostrarlo. Faceva veramente il possibile per-
ché Amy si sentisse felice, ma ahimè, quanti errori commetteva! Esistono persone
anziane che rimangono giovani di cuore nonostante le rughe e i capelli grigi, quindi
capiscono le gioie e i piccoli dolori dei bambini e fanno in modo che si sentano a loro
agio, celando in giochi piacevoli le loro savie lezioni, e così danno e ricevono amicizia
nella più dolce maniera. Ma la zia March questo dono non lo aveva e tormentava Amy
con i suoi ordini e le sue regole, la sua correttezza, i suoi lunghi e noiosi discorsi.
Trovandola più docile e più garbata della sorella, la zia si convinse ch’era suo dovere
cercar di annullare, per quanto possibile, i pessimi effetti dell’eccessiva libertà e indul-
genza che aveva in famiglia. Quindi intraprese la rieducazione di Amy insegnandole
quel ch’era stato insegnato a lei sessant’anni prima, e la conseguenza fu che l’animo di
Amy piombò nella costernazione e le fece sentire d’essere come una mosca presa nella
ragnatela d’un severissimo ragno.
Doveva lavare le tazze tutte le mattine, poi lucidare i vecchi cucchiaini, la grossa
teiera d’argento e i bicchieri, sino a farli brillare. Bisognava pure spolverare la stanza
e che lavoro irritante era mai questo! Alla zia non sfuggiva nemmeno un granello di
polvere, e poiché i mobili avevano piedi ad artiglio, con molti intagli, non le sembra-
vano mai spolverati a dovere. Bisognava dar da mangiare a Polly e pettinare il cane,
quindi su e giù per le scale decine di volte a prendere oggetti o trasmettere ordini,
giacché la vecchia signora era zoppa e raramente lasciava la sua poltrona. Dopo que-
sti lavori ingrati Amy doveva anche fare i compiti, quindi le sue virtù erano messe
giornalmente a dura prova. Poi le veniva concessa un’ora per giuocare o passeggiare, e
come avrebbe potuto non godersela? Laurie veniva tutti i giorni e corteggiava la zia
March finché ad Amy veniva dato il permesso di uscire con lui; allora andavano a

197
spasso o a cavallo ed era un gran divertimento. Dopo pranzo doveva prima leggere ad
alta voce, e poi starsene seduta zitta e tranquilla mentre la vecchia signora, che aveva
cominciato a dormicchiare fin dalla prima pagina, faceva la sua abituale ora di siesta.
Comparivano quindi le pezze di vario colore da mettere insieme e i tovagliuoli da
orlare; e Amy cuciva, con apparente docilità, in realtà ribelle, fino al tramonto; final-
mente le era permesso di divertirsi come meglio preferiva sino all’ora del tè. Le sera-
te erano la cosa peggiore; la zia March prendeva a raccontare interminabili storie della
sua gioventù, così indicibilmente noiose che Amy avrebbe preferito andarsene a letto
e piangere sul suo triste destino; ma di solito si addormentava prima di esser riuscita
a spremere anche solo una lagrima o due.
Amy capiva bene che senza Laurie e la vecchia Ester, la cameriera, non sarebbe
mai riuscita a sopportare quel tremendo periodo. Il pappagallo soltanto sarebbe basta-
to a tormentarla, perché avendo capito che lei non l’ammirava affatto, si vendicava
rendendosi il più fastidioso possibile. Le tirava i capelli appena gli si avvicinava, per
farla stizzire rovesciava il pane e il latte quando Amy aveva già pulito la gabbia, face-
va abbaiare Mop beccandolo mentre la zia sonnecchiava, insultava Amy quando c’era
gente e si comportava, insomma, come un vecchio uccello bisbetico. E non poteva
nemmeno sopportare il cane, Amy; grasso e stizzoso ringhiava e guaiva quando dove-
va pulirlo, e si sdraiava sulla schiena, le zampe in aria e un’espressione da perfetto idio-
ta quando voleva qualcosa da mangiare, e ciò accadeva una dozzina di volte al giorno.
La cuoca aveva un gran brutto carattere, il vecchio cocchiere era sordo e l’unica che
non ignorasse Amy era Ester.
Ester era francese e viveva con ‘Madame’, come chiamava la sua padrona, già da

198
Capitolo xix

molti anni, e la tiranneggiava un poco ben sapendo che la zia March non poteva fare
a meno di lei. Il suo vero nome era Estelle, ma la zia le aveva imposto di cambiarlo, e
lei aveva obbedito a condizione che non le si chiedesse mai di cambiar di religione.
Ebbe subito molta simpatia per Mademoiselle e quando lavorava i merletti per
Madame faceva sedere Amy accanto a sé e le raccontava vecchie storie della sua vita
in Francia. Le permetteva anche di vagare attraverso la grande casa e guardare tutte le
belle e strane cose custodite nei grandi armadi e negli antichi cassettoni. La zia March
era stata come una gazza, quanto ad ammucchiare e nascondere oggetti. Quello che
Amy preferiva era uno stipetto indiano, con tanti curiosi cassettini, piccoli scompar-
timenti e ripostigli segreti in cui si trovavano raccolti ornamenti di tutti i tipi, alcuni
preziosi, altri soltanto strani, tutti più o meno antichi. Guardare e riordinare quegli
oggetti era per Amy una gran soddisfazione; le piacevano soprattutto i porta-gioielli
in cui, sui cuscinetti di velluto, riposavano gli ornamenti che avevano adornato una
beltà di quarant’anni prima. C’era la parure di granate che la zia March aveva messo
per la sua entrata in società, le perle che il padre le aveva regalato il giorno delle nozze,
i diamanti del fidanzamento, gli anelli e le spille da lutto in giaietto, strani medaglio-
ni con i ritratti di amici defunti e salici piangenti fatti con capelli; i piccoli braccialet-
ti che l’unica figlia aveva portato, il grosso orologio dello zio March col sigillo rosso,
con il quale avevano giocato tante mani infantili e, tutto solo in una scatola, l’anello
nuziale troppo piccolo, ora, per le dita grassocce della zia March, ma conservato amo-
rosamente come il più prezioso dei gioielli.
– Quale sceglierebbe, Mademoiselle, se potesse? – chiese un giorno Ester che le
stava accanto per sorvegliare e poi chiudere a chiave tutti quei valori.
– I diamanti mi piacciono più di tutto, ma non sono una collana e le collane sono
così belle e stanno tanto bene. Se potessi, sceglierei questo disse Amy guardando con
molta ammirazione un filo di grani d’ebano e d’oro, da cui pendeva una pesante croce
pure in ebano e oro.
– Anche a me piace molto, ma non come collana, oh no! Per me è un rosario e da
buona cattolica lo userei come tale – disse Ester pensosamente, contemplando il bel-
lissimo oggetto.
– Vuol dire che lo userebbe come quel filo a grani di legno profumato che tiene
appeso al suo specchio? – domandò Amy.
– Sì, certo, per pregare. I santi sarebbero molto contenti, credo, se lo usassi come
rosario invece di portarlo come un ornamento.
– Mi sembra che lei trovi molto conforto nelle sue preghiere, Ester.
La vedo sempre tornar giù serena e tranquilla. Se anch’io potessi...
– Se Mademoiselle fosse cattolica, lo troverebbe anche lei il vero conforto. Ma
dato che non è così, penso che farebbe bene a starsene un poco sola tutti i giorni a pre-
gare e meditare, come faceva la mia buona padrona, dov’ero prima di Madame. Aveva

199
una cappelletta e lì dentro, pregando, trovava molto sollievo alle sue pene.
– Ci sarebbe qualcosa di male se lo facessi anch’io? – chiese Amy; nella sua soli-
tudine sentiva il bisogno d’un conforto, tanto più che, non essendoci Beth a ram-
mentarglielo, spesso dimenticava di leggere nel suo libriccino.
– Sarebbe invece una bella e buona cosa. Sarei lieta di prepararle il piccolo spo-
gliatoio. Non dica niente a Madame, e quando essa fa il suo pisolino vada a sedersi là
da sola a pensare buoni pensieri e a pregare Dio di guarire sua sorella.
Ester era veramente molto pia e aveva un cuore affettuoso, perciò dava il suo con-
siglio con una bontà che mostrava come sinceramente partecipasse all’ansia delle
sorelle. A Amy l’idea piacque e le diede il permesso di sistemarle lo spogliatoio vici-
no alla sua stanza, sperando che ne avrebbe avuto giovamento.
– Mi piacerebbe sapere dove finiranno tutte queste belle cose alla morte della zia
March – disse poi rimettendo lentamente a posto il rosario scintillante e chiudendo
ad uno ad uno gli astucci.
– A lei e alle sue sorelle. Lo so, perché Madame ha molta fiducia in me e io sono
uno dei testimoni del suo testamento – sussurrò Ester sorridendo.
– Che gioia! Ma come sarebbe bello se ce li desse ora. La pro-cra-stina-zio-ne non
è affatto piacevole – osservò Amy dando un’ultima occhiata ai diamanti.
– È troppo presto perché delle signorine giovani come voi possano portare gioiel-
li. La prima che si fidanza avrà le perle, Madame l’ha già detto. E credo che l’anelli-
no con le turchesi sarà regalato a Mademoiselle quando andrà via, perché a Madame
piacciono molto il suo modo di comportarsi e le sue buone maniere.
– Lo crede davvero? Oh, sarò un agnellino pur di avere quel delizioso anello! È
molto più bello di quello che ha Kitty Bryant. Dopo tutto, la zia March mi piace – e
Amy provò l’anello con un’aria ben contenta, e decisa a guadagnarselo.
Da quel giorno fu un modello di obbedienza e la zia March, molto compiaciuta,
osservava il buon esito della sua educazione. Ester, intanto, aveva preparato il riposti-
glio mettendovi un tavolino, uno sgabello e, sopra il tavolino, un quadro preso dalle
stanze chiuse. Non credeva che fosse un quadro di valore, ma le sembrò il più adatto
e lo tolse in prestito sapendo che Madame non se ne sarebbe mai accorta, e anche se
l’avesse saputo non se ne sarebbe curata. Era invece l’ottima copia d’un famoso capo-
lavoro e Amy, tanto incline alla bellezza, non si stancava mai di guardare il dolce viso
della madre divina mentre il cuore le traboccava di teneri pensieri per la sua. Mise sul
tavolino il piccolo Testamento, il libro degli inni, e un vasetto ch’era sempre pieno dei
più bei fiori che le portava Laurie. Tutti i giorni andava là a sedersi per «pensare buoni
pensieri e pregare Dio di guarire sua sorella». Ester le aveva dato un rosario di perle
nere con una croce d’argento, ma Amy, dopo averlo appeso, non lo usò mai nel dub-
bio che non fosse adatto alle preghiere protestanti.
Il desiderio di Amy era sincero perché trovandosi sola, fuori dal sicuro nido dome-

200
Capitolo xix

stico, sentiva fortemente il bisogno d’una mano a cui appoggiarsi e d’istinto si rivol-
geva a quella forte e gentile dell’Amico il cui affetto paterno circonda di particolare
tenerezza i figli più piccoli. Sentiva la mancanza della madre che l’aiutava a conoscer-
si e a governarsi ma, poiché l’era stato insegnato dove cercare, faceva tutto il possibi-
le per trovare la via e percorrerla con fiducia. Amy, però, era un’assai giovane pellegri-
na e in quel momento il suo fardello le sembrava molto pesante. Si sforzava di non
essere egoista, di aver coraggio e di esser soddisfatta di far bene, per quanto nessuno
lo notasse o la lodasse per questo. In uno dei suoi primi sforzi per essere molto, ma
molto buona, decise di far testamento, come la zia March; così se si fosse veramente
ammalata e fosse morta, ciò che possedeva sarebbe stato equamente e generosamente
diviso. Le costò qualche spasimo il pensiero soltanto di rinunziare ai propri piccoli
tesori, altrettanto preziosi ai suoi occhi quanto i gioielli della zia.
Durante una delle ore che dedicava ai suoi giuochi scrisse come meglio poté l’im-
portante documento, facendosi aiutare da Ester per certi termini legali; e quando la
brava donna ebbe firmato, Amy provò un senso di sollievo e mise da parte il foglio per
farlo vedere a Laurie che desiderava come secondo testimonio. Quel giorno pioveva e
Amy andò a giocare in una delle grandi stanze del piano superiore, portando con sé
Polly per avere compagnia. Nella stanza c’era un armadio pieno di vestiti fuori moda,
con i quali Ester le permetteva di giocare e il suo divertimento preferito era di abbi-
gliarsi con degli stinti broccati e andare su e giù davanti al grande specchio, facendo-
si degli inchini solenni e spostando avanti e indietro lo strascico che frusciava delizio-
samente. Era così presa dal suo giuoco che non sentì la scampanellata di Laurie e non
vide la sua faccia che la spiava mentre lei passeggiava su e giù gravemente, agitando il
ventaglio e tentennando la testa avvolta in un enorme turbante rosa che contrastava
bizzarramente col vestito di broccato azzurro e una sottogonna gialla trapunta. Era
costretta a camminare con precauzione su tacchi molto alti; e Laurie raccontò poi a Jo
quant’era comico il vederla barcollare a piccoli passi col suo abbigliamento multicolo-
re, seguita da Polly che procedeva altezzoso e di sghimbescio, imitandola come meglio
poteva e fermandosi ogni tanto per ridere o gridare:
– Non siamo belli? Avanti, muoviti, bruttona! Sta’ zitta! Baciami, caro! Ah, ah!
Riuscì con una certa difficoltà a reprimere una risata che avrebbe offeso la sua
maestà, poi Laurie bussò e fu graziosamente ricevuto.
– Siedi e riposati un momento, mentre io metto via questa roba. Devo chiederti
un consiglio per una cosa molto importante – disse Amy dopo essersi mostrata in
tutto il suo splendore e aver mandato Polly in un angolo.
– Quel pappagallo è la mia disperazione – cominciò togliendosi la montagna rosa
dalla testa mentre Laurie sedeva a cavalcioni s’una sedia. Ieri, mentre la zia dormiva e
io cercavo di far meno rumore d’un topo, Polly cominciò a strillare e a svolazzare nella
sua gabbia; andai ad aprirgliela per farlo uscire e ci trovai un grosso ragno, lo spinsi

201
fuori e il ragno andò a nascondersi sotto la libreria. Polly lo inseguì, si chinò per guar-
dare sotto il mobile strizzando l’occhio e dicendo con la sua voce buffa: «vieni fuori a
far due passi, caro» tanto che non riuscii a trattenermi dal ridere, Polly si mise a
bestemmiare, la zia si svegliò e ci sgridò tutti e due.
– Ma il ragno accettò l’invito? – chiese Laurie sbadigliando.
– Sì, venne fuori e Polly, spaventato a morte scappò via e saltò sulla poltrona della
zia gridando: prendilo! prendilo!, mentre io davo la caccia al ragno.
– Che bugia, santo Dio! – gridò il pappagallo beccando i piedi di Laurie.
– Ti tirerei il collo, se tu fossi mio, vecchio rompiscatole! – esclamò Laurie scuo-
tendo il pugno sotto il becco del pappagallo che piegò la testa da un lato e gracchiò
severamente:
– Alleluia! siano benedetti i tuoi bottoni, caro!
– Sono pronta, ora – disse Amy dopo aver chiuso l’armadio e prendendo dalla
tasca un foglio di carta. – Leggi questo, per favore, e dimmi se è giusto e se è legale.
Mi è sembrato che dovevo farlo, perché la vita è incerta e non voglio rancori sulla mia
tomba.
Laurie si morse le labbra e volgendo un poco le spalle alla pensosa Amy lesse con
una serietà degna di lode l’incerta ortografia del
documento che segue:

LE MIE ULTIME VOLONTÀ E TESTAMENTI

«Io, Amy Curtis March, nel pieno possesso


delle mie facoltà mentali,
lascio e lego ciò che
posseggo, cioè, ossia,
ovverossia:
«A mio padre i
miei migliori
quadri, schizi,
disegni,
cartine e
o p e r e

202
Capitolo xix

d’arte, cornici accluse. Anche i miei cento dollari, perché ne disponga.


«A mia madre tutti i miei vestiti, tranne il grembiule azzurro con le tasche, così il
mio ritratto e la medaglia, con tanto amore.
«Alla mia cara sorella Margaret il mio anello di turkesi (se l’avrò), e anche la mia sca-
tola verde con le colombe sopra, e il pezzo di vero merletto per il collo, e lo schizo che
le ho fatto, in memoria della “sua piccola”.
«A Jo lascio la mia spilla, quella giustata con la ceralacca, e anche il calamaio di
bronzo (il coperchio l’ha perduto lei) e il mio più prezioso coniglio di gesso, perché
mi dispiace di aver bruciato il suo racconto.
«A Beth (se vivrà dopo di me) lascio le mie bambole e il tavolinetto, il ventaglio, i
miei colletti di lino e le mie nuove pantofole se non sarà diventata troppo magra, per
portarle quando starà bene. E qui accludo il mio dispiacere per aver canzonato Joanna.
«Al mio amico e vicino Theodore Laurence lego e lascio la mia cartella di cartap-
pesta, il modello di creta del cavallo anche se ha detto che non ha collo. Così pure in
cambio della sua gran gentilezza nell’ora delle nostre afflizioni quella che vuole delle
mie opere d’arte che gli piace, Noter Dame è la migliore.
«Al nostro venerabile benefattore signor Laurence lascio la scatola rossa con lo
specchio sul coperchio che sarà buona per le sue penne e gli ricorderà la fanciulla
defunta che lo ringrazia per la sua bontà con la famiglia, specialmente Beth.
«Lascio alla mia amica preferita Kitty Bryant il grembiule di seta azzurra e l’anel-
lo dorato con un bacio.
«A Anna lascio la scatola che voleva e tutto il lavoro di rammendo sperando che
‘mi ricorderà quando lo farà’.
«E adesso, avendo disposto delle mie proprietà di maggior valore, spero che tutti
siano soddisfatti e non avranno da biasimare la defunta. Tutti perdòno e confido di
poterli rivedere quando le trombe suoneranno. Amen.
«A queste volontà e testamenti appongo la firma e sigillo il giorno 20 Novembre
Anni Domino 1861
Amy Curtis March»

Testimoni Estelle Valmor – Theodore Laurence.

L’ultimo nome era scritto a matita e Amy spiegò a Laurie che avrebbe dovuto
riscriverlo a penna mettendo poi il regolare sigillo.
– Chi te l’ha messo in mente? Qualcuno ti ha detto che Beth ha disposto delle sue
cose? – chiese Laurie, serio, mentre Amy gli metteva davanti un pezzetto di nastro
rosso, la ceralacca, la candela e il portapenne col calamaio.
Glielo spiegò e poi chiese ansiosa:
– Dimmi di Beth.

203
– Non avrei dovuto, ma l’ho fatto e ora ti dico tutto. Un giorno stava malissimo e
disse a Jo che voleva lasciare il pianoforte a Meg, i gatti a te e la povera vecchia bam-
bola a Jo sperando che per amor suo le avrebbe voluto bene. Le dispiaceva di aver così
poco da lasciare e distribuì a noi altre ciocche di capelli. Al nonno mandò tutto il suo
amore. Ma lei non ha mai pensato di far testamento.
Mentre parlava Laurie firmava e sigillava il documento e non levò gli occhi se non
quando una grossa lagrima cadde sul foglio.
Il viso di Amy era molto turbato; disse soltanto:
– Certe volte, nei testamenti, non si mettono anche dei poscritti?
– Sì, ma si chiamano codicilli.
– Mettine uno nel mio... voglio che siano tagliati tutti i miei riccioli e siano distri-
buiti ai miei amici. L’avevo dimenticato, ma voglio che sia fatto, anche se diventerò
brutta.
Laurie scrisse, sorridendo l’ultimo e più grosso sacrificio di Amy. Poi la fece diver-
tire per un’ora e mostrò un gran interesse per tutte le sue vicissitudini. Ma quando fu
per andar via Amy lo trattenne per chiedergli con le labbra che tremavano:
– C’è veramente pericolo per Beth?
– Temo proprio di sì. Ma dobbiamo sperare per il meglio e tu non piangere, cara
– e Laurie le mise un braccio intorno alle spalle con un gesto così fraterno che lei si
sentì confortata.
Quando se ne fu andato Amy entrò nella piccola cappella e, seduta nel crepusco-
lo, pregò per Beth con le guance bagnate di lagrime e una gran pena nel cuore, sen-
tendo che un milione di anelli di turchesi non l’avrebbero consolata della perdita della
sua dolce sorellina.

204
Capitolo xix

205
Capitolo xx
Confidenziale

Non vi sono parole adeguate per descrivere l’incontro tra la madre e le figlie.
Vivere ore simili è molto bello e chi poté assistervi ebbe la visione d’una felicità che
sembrava traboccare in tutta la casa. Perfino la tenera speranza di Meg fu realizzata,
perché quando Beth si svegliò dal lungo sonno ristoratore i suoi occhi si posarono per
prima cosa sulla rosellina e sul viso della madre. Troppo debole per potersi meravi-
gliare, Beth sorrise soltanto, si lasciò stringere dalle braccia tanto amate, nelle quali
poté annidarsi, sentendo finalmente soddisfatto quel suo grande desiderio. Poi si riad-
dormentò e le ragazze si occuparono della madre che non volle staccare dalla sua la
mano tanto smagrita che la stringeva anche nel sonno. Anna aveva intanto ‘spiattella-
to’ un sontuoso pranzo per la viaggiatrice, giacché non poteva esprimere in altro modo
la sua eccitazione; e Meg e Jo imboccarono la mamma, premurose come due giovani
cicogne, ascoltando quel che intanto lei raccontava bisbigliando, le condizioni del
padre, la promessa di Brooke di rimanere a curarlo, il ritardo provocato dalla bufera
nel viaggio di ritorno, e l’incredibile conforto che aveva provato all’arrivo nel rivedere
la faccia speranzosa di Laurie, disfatta com’era dalla fatica, dall’ansia, dal freddo.
Che strana e piacevole giornata fu quella! Così luminosa e quieta fuori, come se il
mondo volesse dare il benvenuto alla prima neve; così tranquilla e riposante in casa,
dove tutti dormirono dopo la faticosa veglia, in una pace domenicale che regnò in
tutte le stanze mentre Anna, la testa ciondolante, montava la guardia vicino alla porta.
Il sentirsi sollevate da tanto peso dava a Meg e a Jo un senso di beatitudine; chiusero
gli occhi stanchi e riposarono adagiate, come barche sballottate dalla tempesta che si
ritrovano finalmente all’ancora in un porto sicuro. La signora March non volle allon-
tanarsi dal fianco di Beth e rimase a riposare nella poltrona, svegliandosi ogni tanto
per guardare e toccare la sua bambina, covandola come un avaro il suo tesoro ritrova-
to.
Laurie, intanto, era corso a tranquillizzare Amy e raccontò così bene la sua storia
che la zia March dovette, lei!, soffiarsi il naso e non disse nemmeno una volta: io ve
l’avevo detto! Amy si comportò benissimo in quest’occasione, tanto da far pensare che
i ‘buoni pensieri’ meditati nella piccola cappella avessero cominciato a dare i loro frut-

206
Capitolo xx

ti. Si asciugò in fretta le lagrime, frenò la sua impazienza di vedere la madre e non
pensò all’anello di turchesi neppure quando la vecchia signora accettò l’opinione di
Laurie, cioè che Amy si comportava come ‘una stupenda piccola donna’. Anche Polly
sembrò impressionato, la chiamò ‘brava ragazza’, benedisse i suoi bottoni e nel suo
modo più affabile l’invitò ‘a far due passi con me, cara’. Amy sarebbe uscita volentieri
a godersi la limpida giornata d’inverno, ma essendosi accorta che Laurie cadeva dal
sonno, benché si sforzasse virilmente di nasconderlo, lo convinse a sdraiarsi sul diva-
no e riposare un po’ mentre lei scriveva un biglietto alla madre. Le prese un certo
tempo lo scriverlo e quando tornò Laurie era disteso con le mani dietro il capo e dor-
miva profondamente; la zia March aveva abbassato le tende e stava seduta senza far
niente, presa da un insolito accesso di benignità.
Dopo un po’ cominciarono a pensare che non si sarebbe svegliato prima di sera, e
forse ciò sarebbe avvenuto se il grido di gioia di Amy all’arrivo della madre non l’a-
vesse svegliato. Probabilmente c’erano quel giorno, in città, molte ragazzine felici, ma
nessuna poteva esserlo più di Amy quando sedette sulle ginocchia della madre per rac-
contarle le sue vicissitudini, avendone in compenso sorrisi di approvazione e affettuo-
se carezze. Erano sole nella cappella e la madre non ebbe nulla da obiettare quando
Amy gliene spiegò lo scopo.
– Anzi, cara, mi piace moltissimo – disse andando
con lo sguardo dal rosario polveroso al libriccino con-
sumato e al bel quadro con la ghirlanda di sempre-
verdi. – È un’ottima cosa avere un luogo tran-
quillo dove rifugiarsi quando si hanno delle
noie o delle afflizioni. Nella vita non man-
cano i periodi difficili, ma possiamo sop-
portarli meglio se chiediamo aiuto nel
modo più giusto. Penso che la mia bam-
bina lo sta imparando?
– Sì, mamma; quando torno a
casa voglio prepararmi un angolo
nel ripostiglio grande dove
metterò i miei libri e una
copia di questo quadro, che
sto facendo. La faccia della
donna non mi riesce bene, è
troppo bella perché io possa
disegnarla... Ma il bambino
è venuto meglio e mi piace
molto. Se penso che anche

207
lui una volta è stato bambino, mi sembra meno lontano e questo mi aiuta assai.
E Amy indicò il Cristo bambino sulle ginocchia della Madre e la signora March
osservò allora una certa cosa su quel dito e sorrise. Non disse nulla, ma Amy si accor-
se dello sguardo e dopo un attimo di silenzio aggiunse seriamente:
– Volevo parlartene, ma me ne sono dimenticata. La zia me l’ha regalato oggi. Mi
ha chiamata, mi ha baciata e me l’ha messo al dito. Mi ha detto che mi deve molto e
che le farebbe piacere se restassi sempre con lei. Mi ha dato anche questo buffo fer-
manello, perché l’anello di turchesi è troppo largo. Mi piacerebbe portarli sempre,
mamma, ma posso farlo?
– Sono molto graziosi, però mi sembra che tu sia troppo giovane per gli orna-
menti, Amy – disse la signora March guardando la manina grassoccia, col cerchietto
di pietre azzurre sull’indice e lo strano fermanello fatto di due piccole manine d’oro
che si univano.
– Cercherò di non essere vanitosa – disse Amy. – Ma non mi piace solo perché è
grazioso. Vorrei portarlo, come la ragazza di un racconto portava il suo braccialetto,
perché mi ricordi qualcosa.
– Vuoi dire la zia March? – chiese ridendo la madre.
– No, deve ricordarmi di non essere egoista. – Amy sembrava tanto seria e since-
ra che la madre cessò subito di ridere e ascoltò con rispetto i suoi propositi. – In que-
sti ultimi tempi ho pensato molto al mio ‘fardello di cose cattive’, e l’egoismo è la più
grossa di tutte, perciò farò il possibile per guarirne, se ci riesco. Beth non è egoista e
per questo tutti le vogliono tanto bene e si sentono male all’idea di perderla. Se mi

208
Capitolo xx

ammalassi io nessuno se la prenderebbe molto, e avrebbero ragione perché non me lo


merito. Invece vorrei tanto essere amata e che i miei amici sentissero la mia mancan-
za se morissi; perciò voglio fare il possibile per essere come Beth. Ma mi capita spes-
so di dimenticare i miei proponimenti, e se avessi addosso qualcosa che me li ricor-
dasse, forse ci riuscirei meglio. Posso provarlo in questo modo?
– Sì, ma ho più fiducia nell’angolo del ripostiglio. Porta pure il tuo anello, cara, e
cerca di migliorare. Credo che ci riuscirai, perché il desiderio sincero di voler esser
buona è come aver già vinto metà della battaglia. Ora devo tornare da Beth. Non sco-
raggiarti, bambina mia, presto ti avremo di nuovo a casa.
Quella sera, mentre Meg scriveva al padre per dar notizie del viaggio e dell’arrivo,
Jo salì in punta di piedi nella camera di Beth e, trovata la madre al solito posto, rima-
se un momento zitta, scompigliandosi i capelli con le dita, con un’aria tra preoccupa-
ta e indecisa.
– Cosa c’è, cara? – chiese la signora March tendendo una mano con un’espressio-
ne che invitava alla confidenza.
– Vorrei dirti una cosa, mamma.
– Si tratta di Meg?
– Come l’hai indovinato subito! Sì, si tratta di lei, è una cosa da poco, ma che mi
dà fastidio.
– Beth dorme, parla piano ma dimmi tutto. Spero che quel Moffat non sia venu-
to.
– No, e se fosse venuto gli avrei sbattuto la porta in faccia – disse Jo che si era
seduta sul pavimento ai piedi della madre. – Sai, l’estate scorsa Meg ha dimenticato
un paio di guanti dai Laurence e glien’è stato restituito uno soltanto. Ce n’eravamo
dimenticate fin quando Teddy mi rivelò che l’aveva Brooke. Lo tiene nel taschino del
panciotto, una volta gli è caduto, Teddy l’ha preso in giro e lui ha finito per ammet-
tere che Meg gli piace; dice soltanto che non osa parlarne, lei è così giovane e lui non
ha soldi. Ecco, non ti pare che sia una cosa orribile?
– Credi che Meg gli voglia bene? – domandò la signora March con un’occhiata
ansiosa.
– Per carità! Che ne so io dell’amore e di tutte le scemenze del genere? – esclamò
Jo con un buffo miscuglio d’interesse e di sprezzo. – Nei romanzi le ragazze innamo-
rate lo fanno vedere perché sussultano, arrossiscono, svengono, dimagrano e si com-
portano come delle stupide. Meg non fa niente di tutto questo: mangia, beve e dorme
come una persona ragionevole. Mi guarda diritto negli occhi quando parlo di quel-
l’uomo e arrossisce solo un poco quando Teddy scherza sugli innamorati. Gliel’ho
proibito, ma lui non mi dà retta.
– Allora secondo te Meg non s’interessa a John?
– A chi? – esclamò Jo spalancando gli occhi.

209
– A Brooke, insomma. Ora lo chiamo John. Abbiamo preso quest’abitudine all’o-
spedale e a lui fa piacere.
– Oh, povera me! Allora prendi le sue parti; giacché è stato buono con papà non
lo manderai via e lascerai che Meg lo sposi, se lo vuole. Bella roba! È andato a far le
moine a papà e ad aiutarti per rendersi simpatico – e Jo, dalla stizza, si tirò di nuovo
i capelli.
– Cara, non arrabbiarti e ti dirò com’è andata. John è venuto con me perché il
signor Laurence gliel’ha chiesto e poi si è dedicato tanto a papà che non abbiamo
potuto fare a meno di affezionarci a lui. È stato molto franco e onesto per Meg, per-
ché ci ha detto di esserne innamorato, ma che non le avrebbe chiesto di sposarlo prima
di guadagnare abbastanza da poterle dare una casa comoda. Ci ha soltanto chiesto il
permesso di volerle bene e di lavorare per lei e il diritto di farsi amare da lei, se ci fosse
riuscito. È veramente un ottimo ragazzo e non potevamo rifiutare di ascoltarlo. Ma
non darò il mio consenso a un fidanzamento, Meg è troppo giovane.
– Sfido io, sarebbe da idioti! Lo sapevo che qualcosa di brutto bolliva in pentola,
lo sentivo. Ed è peggio di quel che temevo. Oh, se potessi sposare io Meg e tenerla
qui al sicuro in famiglia!
Questa strana soluzione fece sorridere la signora March; ma poi disse gravemen-
te:
– Jo, mi fido di te. Vorrei che tu non dicessi niente a Meg, per ora. Quando John
tornerà e li vedrò insieme, potrò rendermi conto meglio dei suoi sentimenti.
– E lei vedrà i sentimenti di lui in quei begli occhi di cui parla tanto e allora tutto
sarà finito. Ha un cuore così tenero che si scioglie come burro al sole se uno la guarda
con un po’ di tenerezza. Le notizie che Brooke scriveva le leggeva e rileggeva più delle
tue lettere, e quando gliel’ho detto mi ha dato un pizzicotto; a lei piacciono gli occhi
castani, e non le sembra che John sia un brutto nome, e vedrai che finirà per innamo-
rarsi e sarà finita la pace, saranno finiti i divertimenti e tutte le belle cose che faceva-
mo insieme! Io vedo già tutto! Andranno in giro per la casa guardandosi negli occhi e
noi dovremo soltanto scansarci. Meg sarà tutta assorta e non sarà più buona con me;
Brooke riuscirà in qualche modo a far fortuna, se la porterà via e farà un buco nella
nostra famiglia. A me mi si spezzerà il cuore e tutto sarà rovinato. Povera me, perché
non siamo tutti maschi, così non avremmo tutte queste seccature!
Jo posò il mento sulle ginocchia in un modo sconsolato e agitò il pugno in dire-
zione del riprovevole John. La signora March sospirò e Jo subito alzò gli occhi, spe-
ranzosa.
– Anche a te non piace, eh, mamma? Sono contenta. Mandiamolo via, che vada
per i fatti suoi, non diciamo niente a Meg e vedrai che saremo di nuovo felici tutti
insieme, come lo siamo sempre stati.
– Non avrei dovuto sospirare, Jo. È giusto e naturale che ognuna di voi, col tempo,

210
Capitolo xx

abbia una casa propria; ma io vorrei tenermi le mie ragazze il più a lungo possibile e
mi dispiace che sia capitato così presto. Meg ha solo diciassette anni e ci vorrà del
tempo prima che John possa darle una casa. Tuo padre ed io siamo d’accordo, non le
permetteremo di legarsi in nessun modo, né di sposarsi prima dei vent’anni. Se Meg
e John si vogliono bene possono aspettare e così avranno la prova del loro amore. È
tanto carina e buona, la mia bambina! Spero che le cose vadano in modo che sia feli-
ce.
– Non preferiresti che sposasse un ricco? – chiese Jo avendo sentito la voce della
madre tremare un po’ sulle ultime parole.
– Il denaro è una cosa buona e molto utile, Jo. Spero che le mie ragazze che non
abbiano mai l’amarezza di sentirne la mancanza, né che siano tentate dal desiderio di
averne troppo. Sarei contenta di vedere John sistemato bene, con un lavoro stabile che
gli rendesse abbastanza da tenerlo lontano dai debiti e Meg potesse vivere tranquilla.
Non desidero un grande matrimonio per le mie ragazze, né una vistosa posizione o un
gran nome. Se il rango e il denaro venissero insieme all’amore e alla virtù, sarei grata
alla sorte e felice della vostra buona fortuna; ma per esperienza so quanta vera felici-
tà può esserci in una casa modesta, dove il pane vien guadagnato giorno per giorno e
qualche privazione rende più dolci i pochi piaceri. Mi accontento di veder Meg par-
tire da una posizione umile perché, se non mi sbaglio nel giudicare John, la sua ric-
chezza sarà di possedere il cuore d’un uomo buono, e questo è molto meglio d’un
patrimonio.
– Lo capisco, mamma, e sono d’accordo con te; ma sono anche delusa perché
avevo i miei piani. L’avrei fatta sposare a Teddy, fra un po’, e Meg sarebbe vissuta nel
lusso sino alla fine dei suoi giorni. Non sarebbe stato bello? – chiese Jo col viso illu-
minato da quell’idea.
– Ma è più giovane di lei, lo sai – cominciò a dire la signora March; e Jo la inter-
ruppe:
– Oh, solo un poco. Così com’è alto è maturo per la sua età; e se vuole può anche
dimostrarlo. Poi è ricco, è generoso, è buono, e ci vuol tanto bene. È proprio un pec-
cato che il mio piano vada sciupato.
– Temo che Laurie sia troppo giovane per Meg, troppo volubile, almeno per ora,
perché si possa far affidamento su di lui. Non far progetti, Jo, lascia che siano il tempo
e il cuore ad accoppiare i tuoi amici. Non dobbiamo intrometterci in cose del genere
o andare in cerca di ‘scemenze romantiche’, come le chiami tu, col rischio di sciupare
un’amicizia.
– Va bene, d’accordo. Ma detesto vedere le cose andare per traverso e ingarbu-
gliarsi, quando una tiratina qui e una spinta là metterebbero tutto a posto. Vorrei che
per non crescere bastasse mettersi un ferro da stiro sulla testa. Ma i boccioli diventa-
no rose e i micini gatti... che peccato!

211
– Cosa state dicendo di ferri da stiro e gatti? – domandò Meg ch’era scivolata den-
tro la stanza con una lettera finita in mano.
– Uno dei miei stupidi discorsi soltanto... Vado a letto, vieni Meggy – disse Jo
alzandosi in tutta la sua lunghezza, come un pupazzo animato.
– Va benissimo, ed è molto ben scritta. Per favore, metti anche i miei saluti affet-
tuosi per John – disse la signora March restituendo la lettera a Meg, dopo averla rapi-
damente letta.
– Lo chiami John? – chiese Meg sorridendo, gl’innocenti occhi fissi in quelli della
madre.
– Sì, è stato come un figlio, per noi, e gli vogliamo molto bene – rispose la signo-
ra March, ricambiando l’occhiata della figlia, ma con uno sguardo scrutatore.
– Mi fa piacere, è cosi solo. Buona notte, mamma cara. Non sai che conforto è
averti finalmente qui – fu la tranquilla risposta di Meg.
La madre la baciò con molta tenerezza; e mentre la figliuola se ne andava disse fra
sé con un misto di soddisfazione e di rammarico:
– Non lo ama ancora, ma presto imparerà.

212
Capitolo xx

213
Capitolo xxi
Laurie combina guai
e Jo mette pace

Il giorno dopo la faccia di Jo era proprio da studiarsi, giacché il segreto le pesava


e le riusciva assai difficile non assumere un’aria misteriosa e importante. Meg se ne
accorse, ma non si scomodò a far domande, aveva da tempo imparato che il miglior
modo di manovrare Jo era la legge del contrario, quindi era certa che avrebbe detto
tutto se lei non avesse chiesto nulla. Fu piuttosto sorpresa, invece, nel vedere che il
silenzio continuava e Jo aveva assunto una cert’aria di degnazione che finì per irritar-
la; a sua volta si chiuse in un dignitoso riserbo e si dedicò completamente alla madre.
Jo rimase quindi abbandonata a se stessa, perché la signora March l’aveva sostituita
come infermiera invitandola a riposarsi, oppure a muoversi e divertirsi dopo quel
lungo periodo di reclusione. Non essendoci Amy il suo unico rifugio era Laurie, e seb-
bene con lui si divertisse, temeva che il ragazzo, incorreggibile nel far dispetti, sareb-
be riuscito a strapparle il segreto.
Ed aveva perfettamente ragione; appena ebbe il sospetto d’un mistero, quel sim-
patico birbone fece il possibile per scoprirlo e le rese la vita difficile. Cercò di scavare
in lei, dapprima, e di corromperla; poi la prese in giro e la minacciò; finì per sgridar-
la, poi finse indifferenza per snidare di sorpresa la verità, disse che ormai sapeva tutto
e poi che non gl’importava niente di saperlo, e a via di perseveranza si convinse che il
segreto riguardava Meg e Brooke. Indignato dalla mancanza di fiducia del suo pre-
cettore, mise allora tutto il suo ingegno a escogitare una giusta rappresaglia.
Nel frattempo Meg sembrava aver dimenticato ogni cosa, tutta presa nei preparati-
vi per il ritorno del padre; poi, ad un tratto, avvenne in lei un mutamento e per un gior-
no o due parve un’altra. Trasaliva se qualcuno le parlava, se la guardavano arrossiva; se
ne stava tranquilla seduta a cucire, ma aveva uno sguardo timido e turbato. Alle doman-
de della madre rispondeva di star benissimo e a Jo disse di tacere e di lasciarla in pace.
– Lo sente in aria... l’amore, voglio dire... arriva presto. Ora ha quasi tutti i sinto-
mi, scatta per niente, è irritata, non mangia, la notte non dorme e di giorno se ne sta
in un angolo a rimuginare. L’ho sorpresa a cantare quella canzone che lui le ha dato,
e una volta ha detto ‘John’ come fai tu, e poi è diventata rossa come un papavero. Che
cosa dobbiamo fare? chiese Jo che sembrava pronta a tutto, anche alla violenza.

214
Capitolo xxi

– Niente, solo aspettare. Lasciala in pace, sii gentile e paziente, e vedrai che il ritor-
no di papà metterà tutto a posto – rispose la madre.
Il giorno dopo, distribuendo il contenuto del piccolo ufficio postale Jo disse:
– C’è un biglietto chiuso per te, Meg. Strano! Teddy i miei non li chiude mai.
La signora March e Jo erano immerse nei loro affari quando un suono che venne
dalla parte di Meg le fece voltare e la videro che guardava fisso il biglietto, sconvolta.
– Che c’è, figliuola mia? – esclamò la madre correndole vicino mentre Jo cercava
di prendere il foglio che aveva provocato il turbamento.
– È stato uno sbaglio... non l’aveva mandato lui. Oh, Jo, come hai potuto fare una
cosa simile? – e Meg si nascose il viso nelle mani, piangendo come se avesse il cuore
spezzato.
– Io?! Io non ho fatto niente! Di che cosa stai parlando? – domandò Jo, sbalordi-
ta.
I dolci occhi di Meg sfavillarono di collera; tirò fuori dalla tasca un altro biglietto
spiegazzato e lo buttò a Jo dicendo in tono di rimprovero:
– L’hai scritto tu, con l’aiuto di quel cattivo ragazzo. Come avete potuto essere così
maleducati, così meschini e crudeli con tutti e due?
Jo l’ascoltava appena perché insieme alla madre stava leggendo il biglietto, scritto
con una strana scrittura.

«Mia carissima Margaret, non posso più dominare la mia passione e devo cono-
scere il mio fato prima del mio ritorno. Non oso parlare ai tuoi genitori, per il momen-
to, ma credo che acconsentirebbero se sapessero che ci adoriamo. Il signor Laurence
mi aiuterà a trovare un buon posto e poi, mia dolce fanciulla, mi renderai felice.
T’imploro di non dire niente alla tua famiglia, ma manda una parola di speranza per
mezzo di Laurie al tuo devoto
John.»
– Piccolo mascalzone! Così vuol farmi pagare l’aver mantenuto la parola data alla
mamma! Gli darò io una buona strigliata e lo porterò qui a chiederti perdono – gridò
Jo che bruciava dal desiderio di far subito giustizia.
Ma la madre la trattenne e disse con un’espressione che aveva molto di rado:
– Aspetta un po’, Jo, devi prima mettere in chiaro te stessa. Avete giocato tanti di
quei tiri, voi due, che temo tu abbia lo zampino anche in questo.
– Ti do la mia parola, mamma, io non c’entro! Non ho mai visto questo biglietto,
non ne so proprio niente, com’è vero che son viva! – disse Jo con tanto fervore che le
credettero. – Se ci fossi entrata avrei fatto di meglio e avrei scritto un biglietto più sen-
sato. Avresti dovuto capirlo, Meg, che Brooke non avrebbe mai scritto roba simile –
aggiunse con sdegno buttando via il foglio.
– La scrittura pare la sua – disse Meg, incerta, confrontando i due fogli.

215
– Oh, Meg, non gli hai mica risposto? – esclamò subito la signora March.
– Sì, purtroppo! – e Meg nascose di nuovo il viso, sopraffatta dalla vergogna.
– Bella roba! Oh, lasciate che porti qui quel ragazzaccio a spiegare tutto e a esse-
re sgridato. Non avrò pace finché non l’avrò fra le mani – e Jo si diresse di nuovo verso
la porta.
– Sta’ zitta! Lascia fare a me, è peggio di quel che pensavo. Margaret, raccontami
tutto – ordinò la signora March sedendosi vicino a Meg ma trattenendo ancora Jo
perché non scappasse via.
– La prima lettera l’ho avuta da Laurie che sembrava non saperne niente – inco-
minciò Meg senza alzare gli occhi. – All’inizio ero preoccupata e volevo dirtelo. Poi
mi sono ricordata che hai simpatia per il signor Brooke e forse non ti sarebbe dispia-
ciuto se il mio piccolo segreto me lo fossi tenuto per qualche giorno. Sono così scioc-
ca che mi faceva piacere pensare che nessuno lo sapeva e mentre cercavo di decidere
che cosa rispondere mi sentivo come le ragazze che nei libri si trovano in queste con-
dizioni. Mi devi perdonare, mamma, perché sto pagando la sciocchezza che ho fatto.
Non potrò più guardarlo in faccia.
– Che cosa gli hai scritto? – domandò la signora March.
– Solo che sono troppo giovane per decidere; che non voglio aver segreti con te e
che parlasse con papà. Gli ho detto anche che gli ero molto grata per la sua gentilez-
za, che sarei stata sua amica, ma niente di più, ancora per molto tempo.
La signora March sorrise, compiaciuta e Jo batté le mani esclamando con una risa-
ta:
– Sei quasi come Caroline Percy ch’era un modello di prudenza! Continua, Meg.
Lui cosa ti ha risposto?
– Scrive in un modo completamente diverso, dice che non mi ha mai mandato una
lettera d’amore e gli dispiace molto che la mia maliziosa sorella Jo si sia presa tali
libertà con i nostri nomi. È molto gentile e rispettoso, ma pensate a quanto ciò è ter-
ribile per me!
Meg, che sembrava l’immagine della disperazione, abbracciò la madre mentre Jo
andava su e giù a gran passi per la camera chiamando Laurie con tutti i nomi possi-
bili. All’improvviso si fermò, prese i due biglietti e dopo averli attentamente guardati
disse, convinta:
– Credo che Brooke non abbia mai visto queste due lettere. Le ha scritte Teddy
tutte e due e ha conservato la tua per far poi il fanfarone con me, che non gli ho volu-
to dire il mio segreto.
– È meglio non aver segreti, Jo; dillo subito alla mamma e sta’ lontana dai guai,
come avrei dovuto fare io – l’ammonì Meg.
– Benedetta ragazza! Me l’ha detto la mamma.
– Basta così, Jo. Consolerò io Meg mentre tu vai a chiamare Laurie. Voglio anda-

216
Capitolo xxi

re in fondo alla cosa e metter fine a questo genere di scherzi.


Appena Jo fu corsa via la signora March con molta dolcezza parlò a Meg dei veri
sentimenti di Brooke.
– E adesso, cara, devi dirmi tu ciò che senti. Lo ami abbastanza da aspettare fin-
ché potrà darti una casa o preferisci rimanere libera, almeno per il momento?
– Mi sono tanto spaventata e preoccupata che non voglio per un bel pezzo aver
nulla a che fare con innamorati... forse per sempre – rispose Meg irritata. – Se John
non sa niente di queste sciocchezze, non dir nulla e bada a che Laurie e Jo stiano zitti.
Non voglio più essere ingannata, tormentata e presa in giro... È una vergogna!
Vedendo come il tranquillo carattere di Meg s’era ribellato a quel perfido scherzo
e quanto era stato ferito il suo orgoglio, la signora March cercò di calmarla promet-
tendole il silenzio più assoluto e molta discrezione per il futuro. Ma quando fu udito
nell’ingresso il passo di Laurie, Meg fuggì nello studio e la madre ricevette da sola
l’accusato. Nel timore che rifiutasse di venire, Jo non gli aveva detto la ragione per cui
era chiamato; ma Laurie lo capì appena vide il viso della signora March e rimase in
piedi, rigirando il cappello fra le mani, convinto d’essere giudicato colpevole. Jo fu
mandata fuori, ma per paura che l’imputato tentasse la fuga, scelse di restare come una
sentinella nell’anticamera, camminando su e giù. Per mezz’ora dal salotto venne il
suono di voci ora basse ora concitate; ma ciò che fu detto durante quel colloquio le
ragazze non lo seppero mai.
Quando furono chiamate Laurie era in piedi accanto alla signora March con un
viso talmente pentito che Jo lo perdonò subito, ma pensò ch’era meglio non farglielo
vedere. Meg accettò le sue umili scuse e fu molto confortata dall’assicurazione che
Brooke non sapeva assolutamente nulla di quello scherzo.
– Non glielo direi nemmeno in punto di morte, nemmeno se mi torturassero.
Perdonami, Meg, farò qualsiasi cosa per dimostrarti che sono davvero pentito –
aggiunse, ed era evidente che si vergognava.
– Cercherò, ma non ti sei davvero comportato da gentiluomo. Non avrei mai pen-
sato che tu potessi essere così scaltro e maligno, Laurie rispose Meg cercando di
nascondere il suo verginale sgomento in una grave aria di rimprovero.
– So di essere stato abominevole e merito che non mi si rivolga la parola per un
mese almeno. Ma tu non lo farai, vero? – e Laurie unì le mani in un gesto che implo-
rava perdono, parlando col tono persuasivo che gli era particolare e al quale nessuno
sapeva resistere; infatti, era impossibile tenergli il broncio nonostante il suo scandalo-
so comportamento. Meg lo perdonò e anche il viso della signora March si addolcì suo
malgrado quando Laurie si dichiarò pronto a scontare i propri peccati con penitenze
d’ogni genere e a strisciare come un verme ai piedi della damigella offesa.
Jo se ne stava in disparte e cercava d’indurire il proprio cuore contro l’amico, ma
riusciva soltanto ad esprimere col viso la sua totale disapprovazione. Laurie la guardò

217
una volta o due e visto che lei non mostrava d’intenerirsi si sentì offeso, tenne le spal-
le voltate finché non ebbe finito di parlare con Meg e la signora March, poi fece loro
un profondo inchino e se ne andò senza dire una sola parola.
Ma appena se ne fu andato Jo si pentì di non esser stata più indulgente e quando
la madre e la sorella salirono di sopra si sentì molto sola e desiderò la compagnia di
Teddy. Per un po’ di tempo cercò di resistere, poi cedette all’impulso, prese un libro da
restituire e s’incamminò verso la grande casa dei vicini.
– C’è il signor Laurence? – chiese alla cameriera che stava scendendo le scale.
– Sì, signorina. Ma non mi sembra che proprio ora voglia veder qualcuno.
– Perché? È ammalato?
– Be’, non direi proprio, ma c’è stata una scena col signorino Laurie, che sembra-
va furioso non so per che cosa, e quando lui è così il vecchio si arrabbia, e io non me
la sento di andargli vicino.
– Ma Laurie dov’è?
– Chiuso nella sua stanza, ho bussato non so quanto e lui non risponde. E non so
quel che sarà della cena se nessuno viene a mangiare.
– Vado su a vedere che cosa succede. Non ho paura di nessuno dei due.
Jo salì e bussò forte alla porta dello studiolo di Laurie.
– Smetti, se no apro e te lo faccio vedere io! – urlò il giovanotto in tono minac-
cioso.
Immediatamente Jo bussò di nuovo, la porta si spalancò e lei balzò dentro prima
che Laurie potesse riprendersi dalla sorpresa. Vedendo ch’era davvero infuriato, Jo, che
sapeva come trattarlo, assunse un’aria contrita e buttandosi teatralmente in ginocchio
gli disse con dolcezza:
– Perdonami se sono stata cattiva! Voglio fare la pace con te e non me ne vado fin-
ché non l’avrò.
– Va bene. Alzati e non far l’oca, Jo – fu la cortese risposta alla sua supplica.
– Grazie... e vedi che mi alzo. Ma posso chiederti cos’hai? Non mi sembri nel tuo
stato normale.
– Mi ha scrollato, capisci?! E io non lo sopporto! – brontolò Laurie, indignato.
– Ma chi?
– Il nonno. Se fosse stato chiunque altro... – e il ragazzo completò la frase con un ener-
gico gesto del braccio.
– Che importa? Anch’io ti scrollo. E non te la prendi per questo! – disse Jo cercando
di calmarlo.
– Puh! Tu sei una ragazza e con te è una buffonata... Ma a un uomo non lo per-
metto!
– E chi ne avrebbe voglia, quando hai quest’aria temporalesca? Ma perché ti ha
trattato così?

218
Capitolo xxi

– Perché non ho voluto dirgli che cosa voleva tua madre da me. Le avevo promesso
di non dirlo e naturalmente non voglio mancare alla parola data.
– Non potevi accontentare il nonno in qualche altro modo?
– Impossibile. Voleva sapere la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità. Gli
avrei detto quel che mi riguardava, se avessi potuto farlo senza tirare in ballo Meg. Ma
dato che non potevo non ho parlato e mi son preso la sua sfuriata finché non mi ha
agguantato per il collo. Allora mi sono arrabbiato io, e me ne sono andato prima di
perdere la testa.
– Non è stato bello, da parte sua, ma ora gli dispiace, lo so; va’ giù a fare la pace.
Ti aiuto io.
– M’impicco, piuttosto! Non ho voglia di sopportare prediche e tirate d’orecchi da
tutti quanti solo perché ho fatto uno scherzo! Mi è dispiaciuto per Meg e le ho chie-
sto scusa, com’era giusto fare. Ma non voglio ricominciare, quando ho ragione io.
– Ma lui non sa niente.
– Dovrebbe fidarsi di me e non trattarmi come se fossi un bambino. È inutile, Jo.
Deve capire che so badare a me stesso e non ho bisogno di star attaccato alle gonne
di nessuno.
– Quanto siete difficili tutti e due! – sospirò Jo. – Mi dici come farai a sistemare
questa faccenda?
– Be’, dovrebbe chiedermi scusa e credermi se gli
dico che non posso raccontargli di che cosa si tratta.
– Figurati! Non lo farà mai.
– E se non lo fa io non scendo.
– Su, Teddy, sii ragionevole. Lascia stare, gli spie-
gherò io quel che posso. Non puoi startene chiuso
qui, a che cosa serve far drammi?
– Non ho affatto l’intenzione di star
qui, ad ogni modo. Me ne
andrò di nascosto e

219
farò un viaggio, non so dove. Il nonno sentirà la mia mancanza e si calmerà.
– È vero; ma non dovresti andare e non dovresti dargli preoccupazioni.
– Non far prediche, Jo. Andrò a Washington da Brooke. Si sta allegri, laggiù, e
potrò divertirmi dopo tanti guai!
– Ti divertirai certamente! Se potessi scappare anch’io! – disse Jo dimenticando la
sua parte di mentore all’idea della vita guerriera della capitale.
– E allora vieni! Perché no? Tu fai una sorpresa a tuo padre e io do uno scossone
al vecchio Brooke. Sarebbe uno scherzo magnifico, facciamolo, Jo. Lasciamo una let-
tera per dire che stiamo bene e galoppiamo via, subito. Ho abbastanza soldi, sarà una
buona cosa per te, e non c’è nulla di male già che vai da tuo padre.
Per un attimo sembrò che Jo stesse per cedere; per quanto folle, il progetto le pia-
ceva moltissimo. Era stanca di aver preoccupazioni e di star chiusa in casa, aveva voglia
di cambiamenti e il pensiero di rivedere il padre si mescolava alla tentazione d’una vita
nuova negli accampamenti e negli ospedali, alla libertà e ai divertimenti. Le brillavano
gli occhi quando si voltò pensierosa verso la finestra; ma il suo sguardo cadde sulla vec-
chia casa di fronte e scosse il capo, rattristata ma decisa.
– Se fossi un ragazzo potremmo scappare insieme e sarebbe magnifico, ma sono
una miserabile ragazza e devo comportarmi bene e starmene a casa. Non tentarmi,
Teddy, è una pazzia.
– Ma il bello è proprio questo – cominciò Laurie che si sentiva irrequieto e in un
modo o nell’altro voleva rompere tutti i legami.
– Sta’ zitto! – gridò Jo tappandosi le orecchie. – La mia condanna è starmene a
casa a far la calza e le marmellate e tanto vale rassegnarmi. Sono venuta qui a farti la
morale e non per sentirmi dire cose che mi fanno saltar dalla gioia solo a pensarci.
– So che Meg avrebbe fatto la ritrosa a una proposta simile, ma credevo che tu
Capitolo xxi

avessi più spirito – ricominciò Laurie, insinuante.


– Basta, ragazzaccio! Siediti e pensa ai tuoi peccati invece di far aumentare i miei.
Se riesco a convincere tuo nonno a chiederti scusa per averti scrollato, rinunci all’idea
di scappare? – chiese Jo, seria.
– Sì, ma non ci riuscirai – rispose Laurie che voleva ‘far la pace’, ma solo dopo aver
avuto la soddisfazione che esigeva la sua dignità offesa.
– Se sono riuscita a manovrare il giovane, riuscirò anche col vecchio – mormorò
Jo mentre se ne andava, lasciando Laurie curvo s’una carta delle ferrovie, la testa fra
le mani.
– Avanti! – e la voce burbera del signor Laurence suonò più burbera che mai quan-
do Jo bussò alla sua porta.
– Sono io, signor Laurence, vengo a restituire un libro – disse Jo in tono blando,
mentre entrava.
– Ne vuoi un altro? – domandò il vecchio signore che sembrava furioso e preoc-
cupato, ma cercava di nasconderlo.
– Sì, grazie. Mi piace tanto Sam che voglio tentare di leggere il secondo volume –
rispose Jo che sperava di propiziarselo accettando una seconda porzione del Johnson di
Samuel Boswell, visto che proprio lui gliel’aveva consigliato.
Le sopracciglia cespugliose si spianarono un poco ed egli fece scorrere la scaletta
verso lo scaffale dov’era situata la letteratura su Johnson. Jo salì, sedette sull’ultimo gra-
dino e finse di cercare il libro, mentre in realtà pensava a come iniziare il pericoloso
argomento ch’era lo scopo della sua visita. Il signor Laurence, del resto, sembrava
sospettare qualcosa di quel che le frullava in mente; e dopo aver fatto vari rapidi giri
nervosi intorno alla stanza, le si parò davanti e le parlò così bruscamente che il Rasselas
venne giù, la copertina a rovescio, sul pavimento.
– Che cosa ha combinato quel ragazzo? Non cercare di proteggerlo. So che ne ha
fatta una delle sue da come si è comportato quando è tornato a casa. Non sono riusci-
to a cavargli una sola parola. E quando l’ho minacciato di fargli dire tutta la verità a
forza di scrollate è scappato su e si è chiuso a chiave nella sua camera.
– Ha fatto qualcosa di male, ma l’abbiamo perdonato e abbiamo promesso di non
dire nulla a nessuno – cominciò Jo, riluttante.
– Così non va. Non deve nascondersi dietro una promessa ottenuta da voi ragaz-
ze che avete il cuore tenero. Se ha fatto qualcosa di male deve confessarlo, chiedere
scusa ed essere punito. Parla, Jo. Non voglio esser tenuto all’oscuro.
Il signor Laurence sembrava così allarmato e parlava con tale asprezza che Jo
sarebbe volentieri scappata via, se avesse potuto; ma era appollaiata lassù sulla scalet-
ta e lui era giù, come un leone, a sbarrarle la via, e così dovette rimanere e affrontare
coraggiosamente la situazione.
– Davvero, signor Laurence, non posso dir nulla. La mamma lo ha proibito. Laurie

221
ha confessato, ha chiesto perdono ed è stato punito. Se non diciamo niente non è per
proteggere lui, ma qualcun altro; e se lei interviene, la cosa diventa molto più diffici-
le. La prego, è stata anche colpa mia, ma tutto è a posto, adesso. Non pensiamoci più
e parliamo del Rambler o di qualche altra cosa piacevole.
– Al diavolo il Rambler! Vieni giù e dammi la tua parola che quello sventato di
mio nipote non è stato né ingrato né impertinente. Perché se lo è stato, nonostante la
vostra bontà nei suoi riguardi, lo picchierò con le mie mani.
La minaccia suonò terribile, ma Jo non se la prese molto perché sapeva benissimo
che l’irascibile vecchio non avrebbe mai alzato un dito contro il suo ragazzo, anche se
affermava il contrario. Gli obbedì e discese, e poi disse il minimo indispensabile, senza
metter di mezzo Meg o alterare la verità.
– Uhm! Ah! Be’, se ha taciuto per mantenere una promessa e non per ostinazio-
ne, lo perdono. È un ragazzaccio testardo, difficile da trattare – disse il signor
Laurence scompigliandosi i capelli tanto che sembrava venuto fuori da una tempesta,
ma si passò poi la mano sulla fronte come a spianare il cipiglio, con un’aria di sollie-
vo.
– Sono così anch’io. Però una buona parola basta a calmarmi, mentre tutti i caval-
li e tutti gli uomini del re non ci riuscirebbero – disse Jo, cercando di difendere il suo
amico che, tiratosi fuori da un pasticcio ora cadeva in un altro.
– Tu credi che non sono buono con lui, vero? – fu l’aspra risposta.
– Oh no, signore. Certe volte lei è fin troppo buono, ma certe altre invece è un
pochino irascibile se Laurie le fa perdere la pazienza. Non è così?
Jo era decisa a andare sino in fondo e cercava di sembrare placida, sebbene dentro
di sé tremasse un po’ per quelle parole azzardate. A suo gran sollievo e sorpresa il vec-
chio signore si limitò a togliersi gli occhiali e buttandoli sul tavolo con fracasso escla-
mò francamente:
– Hai ragione, ragazza mia, lo sono davvero. Gli voglio molto bene, ma Laurie
mette a dura prova la mia pazienza e non so come andrà a finire se continuiamo così.
– Glielo dico io, come andrà a finire, lui scapperà di casa – e Jo si pentì al momen-
to stesso in cui lo disse; ma se aveva parlato era perché egli potesse capire che Laurie
aveva bisogno di maggior tolleranza e libertà.
Infatti il signor Laurence si era seduto e il suo viso acceso aveva cambiato espres-
sione mentre guardava, turbato, il ritratto appeso davanti al suo tavolo. Era il ritratto
di un bell’uomo, il padre di Laurie, che da giovane era davvero scappato di casa e s’era
sposato contro la volontà del vecchio autoritario. Jo pensò che forse in quel momen-
to egli ricordava con rammarico il passato e lei invece avrebbe fatto meglio a star zitta.
– Ma non accadrà, se vien lasciato tranquillo. Minaccia di fuggire solo quando non
ne può più di studiare. Anche a me piacerebbe scappare, dopo tutto, specialmente da
quando mi sono fatta tagliare i capelli. Così, se un giorno o l’altro ci vedrete sparire,

222
Capitolo xxi

fate cercare due ragazzi sulle navi che salpano per l’India.
Parlando Jo rideva e il signor Laurence parve sollevato, convinto che si trattasse di
uno scherzo.
– Ah, impertinente, come osi parlare così?! Dov’è finito il rispetto? E la tua buona
creanza? Benedetti ragazzi, siete un vero tormento! Ma guai se non ci foste – finì col
dire il vecchio, ormai di buon umore, dandole un buffetto sulla guancia. – Va’ a chia-
mare Laurie e portalo giù a cena. Digli che va bene, ma che non assuma arie tragiche
con suo nonno. Non lo sopporterei.
– Non verrà, signor Laurence. È offeso perché lei non gli ha creduto quando ha
detto che non poteva raccontarle niente. E penso che la scrollata l’abbia ferito assai.
Jo cercava di assumere un’aria patetica, ma non le riuscì perché il signor Laurence
si mise invece a ridere e allora capì d’aver vinto la battaglia.
– Oh, mi dispiace proprio! Sta’ a vedere che dovrei ringraziarlo di non aver dato
lui la scrollata a me! Ma che diavolo pretende? – e sembrava ch’egli si vergognasse un
po’ della propria suscettibilità.
– Se fossi in lei gli scriverei un biglietto di scuse, ecco. Laurie dice che non scende
se lei non lo fa, parla di Washington e di altre assurdità del genere. Invece, un biglietto
formale di scuse gli farà capire quanto è sciocco e verrà giù amabilissimo. Provi, gli
scherzi gli piacciono e scrivere è meglio che parlare. Glielo porto su io e lo costringo a
fare il suo dovere.
Il signor Laurence le lanciò un’occhiata scrutatrice e si mise gli occhiali dicendo
lentamente:
– Sei una vera furbacchiona, ragazza mia, ma non mi dispiace lasciarmi fare da te
e da Beth. Su, dammi un pezzo di carta e che sia finita con queste sciocchezze.
Il biglietto fu scritto nei termini che un gentiluomo avrebbe usato dopo aver pro-
fondamente offeso un altro gentiluomo. Allora Jo posò un bacio sui radi capelli del
vecchio e corse su a infilare il biglietto sotto la porta di Laurie consigliandogli, dal
buco della serratura, sottomissione, decoro e qualche altra gradevole impossibilità.
Avendo trovato la porta chiusa a chiave lasciò che il biglietto operasse e stava andan-
dosene in punta di piedi quando il giovanotto scivolò giù sulla ringhiera e l’aspettò in
fondo dicendo con la sua aria di virtuosa condiscendenza:
– Sei proprio un vero compagno, Jo! – e, ridendo: – Ti ha strapazzata?
– No, dopo tutto è stato abbastanza mite.
– Già, le sfuriate le ho prese tutte io. Anche tu mi hai respinto, oggi, e mi sem-
brava d’esser pronto solo per andarmene all’inferno – cercò di giustificarsi Laurie.
– Non parlare così. Volta pagina e ricominciane una nuova, Teddy, figlio mio.
– Non faccio altro che voltar pagine e le rovino tutte, come facevo con i miei qua-
derni. Ho ricominciato tante di quelle volte che non finirò mai – disse in tono scon-
solato.

223
– Va’ a mangiare, poi ti sentirai meglio. Gli uomini brontolano sempre quando
hanno fame.
– Questo è un ‘indulto’ al mio ‘setto’ – rispose Laurie citando Amy quando voleva
dire ‘insulto al mio sesso’, e andò com’era suo dovere a mangiare il pane della contri-
zione insieme al nonno, che per tutto il resto del giorno fu d’un umore angelico e
straordinariamente rispettoso.
Sembrò a tutti che la cosa fosse finita lì e la piccola nube fosse dissipata; ma il
male era fatto e sebbene gli altri dimenticassero, Meg ricordò. Non alluse mai a una
certa persona, ma la pensò molto e più che mai la sognò; e una volta che Jo, frugan-
do nella scrivania della sorella in cerca di francobolli trovò un pezzo di carta su cui
erano scritte in tutti i sensi le parole ‘Margaret Brooke’, capì che lo scherzo di Laurie
aveva avvicinato il giorno crudele e con un tragico gesto buttò il foglio nel fuoco.

224
Capitolo xxi

225
Capitolo xxii
Prati fioriti

Le settimane tranquille che seguirono furono come il sereno dopo la tempesta. Gli
ammalati miglioravano e il signor March cominciò a parlare del suo ritorno verso l’i-
nizio dell’anno nuovo. Ora Beth poteva passare le giornate distesa sul divano dello
studio, prima divertendosi con i suoi amati gattini, poi cucendo i vestiti alle bambole,
il cui guardaroba era in uno stato deplorevole. Era ancora tanto debole che per farle
prendere aria ogni giorno Jo la portava fuori reggendola sulle sue braccia robuste. Meg
annerì e scottò volentieri le sue bianche mani per cucinare vivande delicate per la ‘coc-
cola’; mentre Amy, schiava fedele dell’anello, celebrò il ritorno a casa regalando dei
suoi tesori tutto quello che riuscì a far accettare alle sorelle.
Natale si avvicinava e in casa cominciavano i soliti misteri; Jo faceva ridere tutti
fino alle lagrime proponendo cerimonie magnifiche e assurde per festeggiare un
Natale insolitamente lieto. Anche Laurie aveva progetti altrettanto irrealizzabili e se
fosse riuscito a fare di testa sua avrebbe organizzato fiaccolate, con petardi e archi
trionfali. Dopo molte scaramucce e contestazioni, si pensò che gli entusiasmi dei due
ambiziosi si fossero spenti, e difatti andarono in giro con facce sconsolate, che però
erano smentite, quand’erano soli, da esplosioni di riso.
Belle giornate con un tempo stranamente mite precedettero uno splendido Natale.
Anna sentiva ‘nelle sue ossa’ che quella sarebbe stata una giornata insolitamente
magnifica e dimostrò così d’essere una vera profetessa giacché tutto sembrava annun-
ciare un grandioso successo. Per cominciare, il signor March aveva scritto che presto
si sarebbero ritrovati insieme; poi, la mattina di Natale, Beth si sentì meglio del soli-
to e, avvolta nel regalo della mamma – una sciarpa rossa di lana merino – fu portata
in trionfo accanto alla finestra per vedere la sorpresa ‘offerta’ da Jo e Laurie. I due
‘Irriducibili’ avevano fatto del loro meglio per meritarsi il soprannome lavorando di
notte, come elfi, a preparare la buffa sorpresa. Nel giardino stava una maestosa fan-
ciulla di neve incoronata di agrifoglio, con un cestino di fiori e frutta in una mano, un
gran rotolo di nuove musiche nell’altra, una copertina di morbida lana variopinta sulle
gelide spalle e un canto di Natale scritto s’un lembo di carta rosa che le usciva dalle
labbra. La fanciulla di neve, o Jungfrau, augurava a Beth salute, pace e felicità; le offri-

226
Capitolo xxii

va frutta con cui nutrirsi e fiori da odorare, musica per il pianoforte e la copertina per
scaldarsi i piedi; poi un ritratto di Joanna fatto dal Raffaello numero due, un nastro
rosso per la coda di Madama Gatta, un gelato preparato da Meg, cioè un
Montebianco in un secchio; e tanto amore quanto poteva contenerne il suo niveo
petto. E tutto questo firmato da Jo e Laurie.
Come rise, Beth, nel vedere la fanciulla di neve, mentre Laurie correva su e giù per
recarle i doni e Jo glieli presentava con i suoi comici discorsi!
– Sono talmente felice che se ci fosse anche papà non me ne starebbe dentro nem-
meno una goccia di più – disse Beth sospirando di gioia mentre Jo la riportava nello
studio perché riposasse dopo tanta eccitazione e si rinfrescasse mangiando un po’ del-
l’uva deliziosa che le aveva portato la Jungfrau.
– Anch’io – disse Jo e diede una manata sulla tasca dove riposava il tanto deside-
rato Ondina e Sintram.
– Sono proprio felice pure io – fece Amy contemplando la stampa della ‘Madonna
col Bambino’ graziosamente incorniciata, che le aveva regalato la mamma.
– Naturalmente lo sono anch’io! – esclamò Meg lisciando le pieghe argentee del
suo primo vestito di seta, dono del signor March.
– Ed io, come potrei non esserlo? – domandò la signora March che andava con lo
sguardo dalla lettera del marito al viso sorridente di Beth e con la mano carezzava la
spilla-medaglione con le ciocche di capelli grigi, biondi, castani e neri che le ragazze
le avevano poco prima appuntato sul petto.

227
Per fortuna, in questo mondo operoso succede a volte che le cose avvengano deli-
ziosamente come nei romanzi, ed è un vero conforto che sia così. Mezz’ora dopo che
tutte avevano detto d’essere tanto felici da non aver più posto per una sola goccia in
più, la goccia arrivò. Laurie aperse la porta del salotto e mise dentro la testa, senza dir
parola. Tanto valeva che avesse fatto un salto mortale lanciando il grido di guerra
degl’indiani; il suo viso esprimeva una tale eccitazione repressa e una gioia così aggres-
siva che tutte balzarono in piedi benché lui avesse detto soltanto, col fiato mozzo:
– Ecco un altro regalo per la famiglia March.
Prima ancora che queste parole fossero uscite dalle sue labbra, fu come spazzato via
e al suo posto apparve un uomo alto, imbacuccato fino agli occhi, sostenuto dal brac-
cio d’un altro uomo alto che tentava di dire qualcosa senza riuscirvi. Naturalmente vi
fu una vera e propria carica: per qualche minuto sembrò che tutti avessero perduto la
testa, accaddero le cose più strane e nessuno disse una parola. Il signor March scom-
parve nella stretta di quattro paia di braccia affettuose; Jo si disonorò con un mezzo
svenimento e dovette esser curata da Laurie nel ripostiglio delle porcellane; Brooke
baciò Meg – ma fu proprio un banale errore, come spiegò dopo in modo piuttosto
incoerente; e Amy, la dignitosa, inciampò in uno sgabello e senza perder tempo a rial-
zarsi abbracciò gli stivali del padre piangendovi su in modo davvero commovente. La
signora March fu la prima a riprendersi e alzò la mano per avvertire:
– Zitti! Non dimenticate Beth!
Ma era troppo tardi; la porta dello studio si spalancò e lo scialle rosso apparve sulla
porta, e poiché la gioia aveva ridato forza alle sue deboli membra, Beth corse diritta
nelle braccia del padre. Non importa quel che accadde poi; i cuori traboccavano tra-
volgendo tutte le amarezze del passato, lasciando soltanto la dolcezza del presente.
E poi, cosa per nulla romantica, furono le risate a far rientrare in sé tutti quanti:
giacché Anna fu scoperta dietro la porta a singhiozzare inondando di lagrime un gras-
so tacchino che aveva dimenticato di posar giù in cucina quando si era precipitata in
salotto. Appena si furono calmati la signora March ringraziò Brooke per le affettuo-
se cure prestate al marito; di colpo egli sembrò ricordare che il signor March aveva
bisogno di riposo, prese Laurie per mano e si ritirò precipitosamente. Ai due conva-
lescenti fu dato l’ordine di riposare e seduti nella stessa ampia poltrona si misero a
chiacchierare a perdifiato.
Il signor March raccontò che da tempo pensava di fare quella sorpresa; e quando
la stagione s’era mostrata più clemente il medico gli aveva dato il permesso di appro-
fittarne. Parlò della devozione di Brooke e disse ch’era un giovane onesto, degno della
massima stima. A questo punto s’interruppe un attimo e dopo un’occhiata a Meg che
attizzava con molta energia il fuoco, guardò la moglie alzando interrogativamente le
sopracciglia; lei gli rispose di sì con un cenno gentile del capo, ma poi, all’improvviso,
gli domandò se non voleva mangiare qualcosa. Jo vide tutto e capì l’occhiata; se ne

228
Capitolo xxii

andò con furia in cucina a prendere il vino e il brodo ristretto borbottando fra sé men-
tre sbatteva la porta:
– Come odio i giovanotti degni di stima con gli occhi castani!
Mai un pranzo di Natale fu come quello. Il grasso tacchino che Anna mandò in tavo-
la era proprio una cosa da vedere, farcito, rosolato e decorato; e così il budino di prugne
che fondeva in bocca, e le gelatine sulle quali Amy si gettò come una mosca s’un vaso di
miele. Tutto era riuscito benissimo, «Dio ringraziando – disse Anna – perché, signora
mia, avevo la testa in aria ed è un miracolo se non ho rosolato il budino e farcito il tac-
chino con l’uva passa, per cucinarlo poi a bagnomaria. Davvero non lo so».
Il signor Laurence e nipote cenarono con loro; fu invitato anche Brooke al quale
Jo lanciava sguardi tenebrosi, con gran divertimento di Laurie. A capotavola, su due
poltrone vicine sedevano Beth e il padre che modestamente banchettavano con pollo
lesso e un po’ di frutta. Vi furono brindisi, si raccontarono storie, si cantarono canzo-
ni e «ci si abbandonò ai ricordi», come dicono i vecchi; tutti, insomma, si divertirono
moltissimo. C’era in programma una gita in slitta, ma le ragazze non vollero lasciare
il padre e gli ospiti andarono via presto; poi, mentre scendeva la sera la famiglia feli-
ce sedette davanti al fuoco.
– Proprio un anno fa brontolavamo perché Natale sarebbe stato triste. Ve lo ricor-
date? – chiese Jo, rompendo un breve silenzio dopo una lunga conversazione in cui
avevano parlato di molte cose.
– Un anno piacevole, dopo tutto! – disse Meg sorridendo al fuoco e congratulan-
dosi con se stessa per aver trattato Brooke con tanta dignità.
– Secondo me è stato un anno difficile – osservò Amy guardando con occhi pen-
sosi lo scintillìo del suo anello.
– Io sono contenta che sia passato, perché ora sei di nuovo con noi bisbigliò Beth,
seduta sulle ginocchia del padre.
– Una strada piuttosto faticosa per il vostro viaggio, mie piccole pellegrine, spe-
cialmente l’ultima parte. Ma l’avete affrontato con coraggio, e credo sia venuto il
momento di gettar via i vostri fardelli – disse il signor March guardando con paterna
soddisfazione i quattro visi che gli stavano intorno.
– Come lo sai? Te l’ha detto la mamma? – chiese Jo.
– No, non molto. Ma le pagliuzze mostrano da che parte soffia il vento e oggi ho
fatto varie scoperte.
– Oh, papà, ce le devi dire! – esclamò Meg seduta accanto a lui.
– Una è questa – e dopo aver preso la mano posata sul bracciuolo della sua pol-
trona mostrò l’indice ruvido, una bruciatura sul dorso e due o tre callosità del palmo.
– Ricordo che un tempo questa mano era bianca e liscia e la tua maggior preoccupa-
zione era di mantenerla tale. Era difatti una bella manina, ma per me è più bella ades-
so, perché in queste imperfezioni io leggo una piccola storia. In questa bruciatura è

229
stata sacrificata la vanità, questo palmo indurito si è guadagnato qualcosa di meglio
delle callosità; e sono certo che il cucito fatto da queste dita punzecchiate dall’ago
durerà molto, tanta era la buona volontà messa in ogni punto. Meg, cara, do molto più
valore alla femminile volontà di render felice una casa che non alle mani bianche o
agli artifici dell’eleganza. Sono fiero di stringere questa brava manina industriosa e
spero che non vengano a chiedermela troppo presto.
Se Meg aveva mai sperato in una ricompensa per tante ore di paziente lavoro, l’eb-
be in quel momento dalla stretta affettuosa della mano paterna e dal sorriso di appro-
vazione che l’accompagnò.
– E Jo? Ti prego, di’ qualcosa di bello per lei. Ha fatto tali sforzi ed è stata tanto
tanto buona con me – sussurrò Beth all’orecchio del padre.
Egli rise e guardò l’alta ragazza seduta di fronte a lui; il suo viso bruno aveva un’e-
spressione mite che in lei si vedeva di rado.
– Nonostante la zazzera ricciuta Jo non è più ‘il figlio maschio’ che ho lasciato qui
l’anno scorso – disse il signor March. – Ora vedo una signorina che appunta dritto il
suo colletto e si allaccia bene le scarpe, che non fischia, non parla in gergo e non si
sdraia sul tappeto come faceva una volta. È pallida e anche un po’ magra, in questo
momento, per le veglie e l’ansia; ma mi piace guardarla perché mi sembra più gentile
e parla a bassa voce; non scatta, ma si muove con garbo e si occupa di una certa per-
soncina con un fare materno che trovo delizioso. Sento un po’ la mancanza della mia
ragazza selvaggia; ma se al suo posto trovo una donna forte, coraggiosa e tenera, sarò
perfettamente soddisfatto. Non so se sia stata la tosatura a domare la nostra pecora
nera, ma so che in tutta Washington non sono riuscito a trovare qualcosa di abba-
stanza bello da comprarle con i venticinque dollari che la mia brava ragazza mi aveva
mandato.
Per un attimo gli occhi di Jo si velarono e alla luce del fuoco il suo viso sembrò più
roseo mentre ascoltava le lodi del padre, pensando di meritarne solo una parte.
– Ora Beth – disse Amy che aspettava con ansia il suo turno, ma era disposta ad
attenderlo.
– Ce n’è così poca, di Beth, che non vorrei dir troppo per paura di vederla scom-
parire del tutto, anche se non è più timida come una volta – incominciò il padre in
tono allegro; poi, ricordandosi di averla quasi perduta, la strinse a sé e disse tenera-
mente, una guancia appoggiata alla sua: – Ora sei al sicuro, Beth mia, e ti terrò sem-
pre così, se Dio vuole.
Dopo un momento di silenzio il signor March guardò giù verso Amy ch’era sedu-
ta ai suoi piedi su uno sgabello, le carezzò i capelli lucenti e disse:
– Ho notato che a tavola Amy ha preso la parte meno buona della coscia, ha aiu-
tato la mamma tutto il pomeriggio, stasera ha ceduto il posto a Meg e si è resa utile a
tutti con pazienza e buon umore. Vedo che non si lamenta quasi mai, che non si guar-

230
Capitolo xxii

da nello specchio e non ha neppure parlato del grazioso anello che ha al dito; così devo
concludere che ha imparato a pensare più agli altri che a se stessa e ha deciso di
modellare il suo carattere con la stessa cura che mette a modellare le sue figurine di
creta. Ne sono contento; e come sarei fiero di una graziosa statua fatta da lei, lo sarò
infinitamente di più se avrò una figlia amabile, capace di rendere la vita bella a sé e
agli altri.
– Che cosa stai pensando, Beth? – chiese Jo quando Amy ebbe ringraziato il padre
e raccontato dell’anello.
– Oggi ho letto nel Viaggio dei Pellegrini come dopo molte difficoltà Cristiano e
Speranza arrivarono a un bellissimo prato verde, dove i gigli fiorivano tutto l’anno, e
dove riposarono felici, come facciamo noi adesso, prima di continuare il viaggio –
rispose Beth; e aggiunse, scivolando dalle braccia del padre, mentre andava lentamen-
te verso il suo strumento:
– È tempo di cantare, adesso, e voglio essere al mio posto di sempre. Voglio cer-
car di cantare la canzone del pastore, quella che udirono i Pellegrini. Dato che a papà
piacciono le parole, le ho messe in musica.
Così, seduta al suo piccolo, caro pianoforte Beth toccò dolcemente i tasti e accom-
pagnandosi cantò con la dolce voce che tutti avevano temuto di non poter più udire,
l’antico inno che stranamente sembrava composto per lei:

«Chi è in basso non tema caduta né orgoglio


chi è umile avrà sempre il Signore per guida... »

231
232
Capitolo xxiii
La zia March risolve la questione

Come api sciamanti intorno alla regina, il giorno dopo madre e figlie circondaro-
no il signor March trascurando tutto il resto per assistere, guardare e ascoltare l’am-
malato, che corse il rischio di rimanere soffocato dalle cure eccessive. Il padre seduto
in poltrona accanto al divano di Beth, le altre figlie intorno, e Anna che faceva ogni
tanto capolino per il piacere di «goderselo, quel sant’uomo», sembrava che nulla man-
casse a una completa felicità. Ma di qualcosa c’era bisogno, invece, e le due maggiori
lo sentivano, sebbene non lo confessassero. I genitori si scambiavano occhiate ansiose
e seguivano Meg con lo sguardo. Jo diventava seria a un tratto e fu vista agitare il
pugno in direzione dell’ombrello di Brooke, ch’egli aveva dimenticato nell’anticame-
ra; Meg era distratta e come intimidita, non parlava, sussultava al suono del campa-
nello e arrossiva se il nome di John veniva pronunciato. Amy disse:
– Sembra che tutti aspettino qualcosa e non riescano a star tranquilli. Strano, dato
che papà è tornato fra noi.
A sua volta Beth chiese ingenuamente perché mai i vicini non si facevano vedere
come al solito.
Un pomeriggio Laurie passò davanti alla casa e vedendo Meg alla finestra prese
subito una posa melodrammatica: piegò un ginocchio sulla neve, si batté il petto, si
strappò i capelli, giunse le mani implorandola, come se chiedesse una grazia, e quando
Meg gli disse di non fare il buffone e di andarsene, pianse lagrime immaginarie nel suo
fazzoletto e girò l’angolo barcollando, come se fosse in preda alla disperazione.
– Cosa mai vorrà dire quello stupido! – disse Meg ridendo e fingendo di non aver
capito.
– Ti ha fatto vedere quello che fra poco farà il tuo John. Commovente, no?
– Intanto non dire ‘il mio John’, non è corretto e non è vero – ma Meg indugiava
sulle parole come se per lei avessero un suono piacevole. – Ti prego, Jo, non tormen-
tarmi. Ti ho già detto che non m’importa molto di lui, che non c’è niente da dire e
saremo buoni amici come prima e basta.
– Non è possibile, ormai, certe cose sono state dette e lo scherzo di Laurie per me
ti ha cambiata. Io lo vedo e mamma pure. Non sei più tu neanche un po’ e mi sei sem-

233
pre più lontana. Non voglio tormentarti e mi comporterò da uomo, ma vorrei che
fosse tutto sistemato. Detesto aspettare. Così, se hai intenzione di farlo, sbrigati e che
sia finita – disse Jo con stizza.
– Ma io non posso dire né far niente se lui non parla. E lui non parlerà perché papà
gli ha detto che sono troppo giovane – cominciò Meg chinando il viso sul lavoro con
uno strano sorrisetto, come se a quel proposito lei non fosse del tutto d’accordo col
padre.
– Se parlasse tu non sapresti cosa dire, invece, non faresti che piangere o arrossire
invece di dirgli un bel no deciso.
– Non sono sciocca e debole come pensi tu. So benissimo quello che dovrei dire,
ho già fatto i miei piani e non mi lascerò prendere alla sprovvista; non si sa mai quel
che può succedere e così mi sono preparata.
Jo non poté impedirsi di sorridere all’aria importante assunta inconsciamente da
Meg; le si addiceva molto bene, insieme al grazioso rossore che ogni tanto le colora-
va le guance.
– Ti dispiacerebbe farmi sapere che cosa gli diresti? – le domandò, subito più
rispettosa.
– Ma certo! Ormai hai sedici anni e sei abbastanza grande per avere le mie confi-
denze. E poi la mia esperienza potrebbe esserti utile fra non molto, forse, quando
capiterà lo stesso anche a te.
– Non ne voglio sapere, di cose del genere. È divertente vedere gli altri che filano,
ma se dovesse capitare a me mi sentirei un’idiota perfetta.
– Non lo credo, se un ragazzo ti piacesse molto e tu piacessi a lui. Meg parlava
come fra sé guardando fuori il sentiero dove l’estate aveva visto spesso coppie d’inna-
morati passeggiare al tramonto.
– Credevo che mi avresti detto il discorso che devi fare a quell’uomo – disse Jo,
interrompendo sgarbatamente il piccolo sogno a occhi aperti della sorella.
– Oh, gli direi soltanto molto calma e decisa: «Grazie, signor Brooke, lei è molto
gentile, ma, come dice papà, sono troppo giovane per fidanzarmi. La prego di non
dirmi più niente e restiamo amici come prima».
– Uhm! È un discorsetto abbastanza asciutto e compassato. Ma non credo che tu
glielo farai, e a lui non basterà, anche quando gliel’avrai fatto. Se si comporterà come
gli innamorati respinti dei romanzi, tu mollerai piuttosto che farlo soffrire.
– No, non è vero. Gli dirò proprio così e uscirò dignitosamente dalla stanza. – Nel
parlare Meg si era alzata e stava per provare la sua dignitosa uscita quando al rumore
d’un passo nell’anticamera volò alla sua sedia e si mise a cucire come se la sua vita
dipendesse dal portare al termine quella cucitura. Jo soffocò una risata nel vedere quel-
l’improvviso mutamento, ma quando sentì bussare alla porta con discrezione aperse
con un’aria bellicosa, per nulla ospitale.

234
Capitolo xxiii

– Buon giorno. Sono venuto a riprendere il mio ombrello... volevo dire, a vedere
come si sente suo padre – disse Brooke un po’ confuso, guardando ora l’una ora l’al-
tra delle due ragazze.
– Sta benissimo, è nel portaombrelli, lo prendo e gli dico che c’è lei – rispose Jo
mescolando il padre e l’ombrello e uscendo subito per dare a Meg la possibilità di
sfoggiare il suo discorsetto e la sua dignità.
Ma appena Jo fu sparita Meg cominciò ad avviarsi verso la porta mormorando:
– La mamma sarà contenta di vederla. Sieda, la prego, vado a chiamarla.
– Non se ne vada. Ha paura di me, Margaret? – e il giovane sembrò così ferito che
Meg pensò di esser stata molto scortese. Arrossì fino ai ricciolini che aveva sulla fron-
te perché egli non l’aveva mai chiamata Margaret, fino allora, e si accorgeva che le
sembrava dolce e naturale sentiglielo dire.
Ansiosa di apparirgli amichevole e disinvolta, gli tese la mano con un gesto pieno
di fiducia e disse s’un tono riconoscente:
– Come posso aver paura di lei ch’è stato così gentile con papà? Vorrei solo riusci-
re a ringraziarla...
– Vuole che io le dica come? – egli le chiese stringendo fra le sue la manina e guar-
dandola con gli occhi castani così pieni d’amore che il cuore di Meg cominciò a bat-
tere e lei desiderò allo stesso tempo sia di scappare sia di rimanere ad ascoltarlo.
– Oh no, la prego non... Preferisco di no – disse spaventata cercando di ritirare la
mano, nonostante avesse detto di non aver paura.
– Ma io non voglio annoiarla, voglio soltanto sapere se mi vuol un po’ di bene,
Meg. Perché io l’amo tanto, cara – aggiunse Brooke teneramente.
Era il momento adatto per il discorso calmo e deciso, ma non lo fece; anzi, non ne
ricordò nemmeno una parola e chinò la testa dicendo:
– Non lo so – a voce così bassa ch’egli dovette chinarsi per cogliere quella risposta
un po’ stupidina.
Ma sembrò che questo gli bastasse perché sorrise soddisfatto, strinse la manina
grassoccia e continuò col suo tono più persuasivo:
– Vuol cercare di scoprirlo? Tengo molto a saperlo perché sento di non potermi
mettere al lavoro con entusiasmo finché non sarò certo di avere una ricompensa.
– Sono troppo giovane – mormorò Meg esitante, chiedendosi il perché della sua
agitazione, che nondimeno trovava piuttosto gradevole.
– Aspetterò. E nel frattempo lei potrebbe imparare a volermi bene. Crede che
sarebbe molto difficile?
– Se volessi imparare forse no, ma...
– La prego di voler imparare, Meg. Insegnare mi piace, e sarà meno difficile che
imparare il tedesco – la interruppe John, impadronendosi dell’altra mano, in modo che
Meg non poté nascondersi il viso quando lui si chinò a guardarla.

235
Il suo tono era giustamente implorante; ma con uno sguardo furtivo Meg vide nei
suoi occhi, insieme alla tenerezza, un che di allegro, e nel suo viso il sorriso soddisfat-
to di chi non dubita più del proprio successo. E questo la irritò: le sciocche lezioni di
civetteria di Annie Moffat le tornarono in mente, e il desiderio di sperimentare il pro-
prio potere, che sonnecchia anche nel cuore delle migliori piccole donne, si svegliò ad
un tratto e s’impadronì di lei. Non sapendo cos’altro fare, agitata e strana com’era,
seguì un impulso capriccioso, ritirò le mani e disse su un tono petulante:
– Non voglio imparare. La prego di andar via e di lasciarmi in pace!
Il bel castello in aria sembrò crollare sulla testa del povero Brooke; non aveva mai
visto Meg in preda a un simile umore e non riusciva a capire.
– Parla sul serio? – domandò ansiosamente seguendola mentre lei si allontanava.
– Sì, sul serio. Non voglio aver noie del genere. Papà dice che è troppo presto e io
gli do ragione.
– Posso sperare che cambierà idea col tempo? Aspetterò e non le dirò più niente,
così potrà decidere con calma. Ma non giuochi con me, Meg. Non avrei mai pensato
che lei...
– Non pensi assolutamente nulla di me. Lo preferisco – disse Meg con una punta
di cattiveria; le dava una certa soddisfazione mettere alla prova la pazienza dell’inna-
morato e il proprio potere su di lui.
Pallidissimo e con un’espressione grave, Brooke adesso somigliava agli eroi da
romanzo che Meg aveva tanto ammirato; ma non si picchiava la fronte con le mani,
né camminava a gran passi per la stanza; la guardava soltanto, con tanta tenerezza e
tanta malinconia che nonostante tutto Meg sentiva il suo cuore intenerirsi. Che cosa
sarebbe accaduto se in quel cruciale momento non fosse arrivata zoppicando la zia
March!
La vecchia signora non aveva potuto resistere al desiderio di rivedere suo nipote;
aveva incontrato Laurie mentre prendeva un po’ d’aria in carrozza, e avendo saputo
dell’arrivo del signor March, era venuta a cercarlo. Tutta la famiglia si trovava nella
parte interna della casa, e lei era entrata senza far rumore, con la speranza di sorpren-
derli. E la sorpresa riuscì, almeno per due di essi; Meg, infatti, trasalì come alla vista
d’un fantasma e Brooke si rifugiò nello studio.
– Che Dio mi aiuti, che cosa significa questo? – gridò subito la vecchia signora
picchiando il bastone sul pavimento dopo aver dato un’occhiata al giovane pallidissi-
mo e poi alla fanciulla tutta rossa in viso.
– È un amico di papà. Che sorpresa vederti! – balbettò Meg che già sapeva di
dover subire una predica.
– Questo è evidente – rispose la zia March sedendosi. – Ma che cosa ti stava
dicendo l’amico di papà per farti diventare rossa come un papavero? Qui sta succe-
dendo qualcosa che non va e io voglio sapere subito di che cosa si tratta – e giù un

236
Capitolo xxiii

altro colpo di bastone.


– Stavamo solo chiacchierando. Il signor Brooke è venuto a riprendersi l’ombrel-
lo – cominciò Meg, che avrebbe voluto che Brooke e l’ombrello fossero da un pezzo
fuori di casa.
– Brooke? Il precettore di quel ragazzo? Ah, ora capisco. So tutto, io. Jo mi ha letto
per sbaglio una certa frase in una lettera di tuo padre e l’ho costretta a spiegarsi. Non
l’avrai mica accettato per marito, bambina mia?! – esclamò la zia March che sembra-
va scandalizzata.
– Ssst! Potrebbe sentire! Chiamo la mamma? – soggiunse Meg, estremamente tur-
bata.
– No, per ora no. Ho qualcosa da dirti e voglio togliermi subito questo pensiero.
Dimmi, hai l’intenzione di sposare questo Cook? Perché se è così, da me non avrai un
soldo. Ricordatelo e abbi giudizio, ragazza mia – disse energicamente la vecchia signo-
ra.
Ora, la zia March conosceva alla perfezione l’arte di svegliare lo spirito di con-
traddizione nelle persone più miti e si divertiva a farlo. Anche i migliori di noi hanno
in sé un granello di perversione, specialmente se giovani e innamorati. Se la zia March
l’avesse pregata di accettare la proposta di matrimonio di John Brooke, probabilmen-
te Meg avrebbe dichiarato che non ci pensava nemmeno; ma poiché le veniva ordina-
to in tono perentorio di non sposarlo, decise lì per lì che l’avrebbe fatto. Oltre che da
quel grano di perversità, la decisione fu resa più facile dalla simpatia che provava per
lui; ed essendo già molto eccitata, Meg si oppose alla vecchia parente con un’insolita
energia.
– Sposerò chi voglio, zia, e tu puoi lasciare i tuoi soldi a chi ti pare – disse scuo-
tendo il capo con aria risoluta.
– Sentila, che petulanza! È così che ricevi i miei consigli, signorinella? Te ne pen-
tirai, e presto, appena avrai visto che fallimento è l’amore in una capanna.
– Non sarà peggio di quel che la gente trova a vivere nei palazzi.
La zia March inforcò gli occhiali per meglio guardarla; non l’aveva mai vista di
quell’umore. E Meg stessa non si riconosceva, così coraggiosa e indipendente, così
felice nel difendere John e affermare il proprio diritto ad amarlo, se ciò le fosse pia-
ciuto. La signora capì d’aver cominciato male e, dopo una breve pausa, tentò con altra
maniera, il più mitemente possibile.
– Ora, Meg, cara, sii ragionevole e ascolta il mio consiglio. Lo dico per il tuo bene,
non vorrei che ti rovinassi per tutta la vita sbagliando all’inizio. Devi fare un buon
matrimonio e aiutare la tua famiglia; hai il dovere di sposare un uomo ricco, e qual-
cuno deve pur fartelo capire.
– Papà e la mamma non la pensano così. A loro John piace anche se è povero.
– I tuoi genitori, mia cara, non sanno stare al mondo, sono come due bambini in

237
fasce.
– Tanto meglio – esclamò Meg senza esitare.
La zia March non le badò e continuò la predica.
– Questo Rook è povero e non ha parenti ricchi, vero?
– No. Ma ha molti buoni amici.
– Non si vive di amici. Prova, e vedrai come presto si raffreddano. E non ha nem-
meno una posizione, no?
– Non ancora. Ma il signor Laurence l’aiuterà.
– Non durerà molto. James Laurence è un vecchio strampalato e di lui è meglio
non fidarsi. Così, intendi sposare un uomo che non ha né denaro, né posizione, né
occupazione, e andrai avanti lavorando anche più di ora, mentre se tu mi ascoltassi
potresti trovare un buon partito e vivere bene per il resto dei tuoi giorni? Credevo che
tu avessi più buon senso, Meg.
– Anche se aspettassi tutta la vita non potrei trovare di meglio! John è buono e
assennato; è pieno di talento, ha voglia di lavorare e farà strada perché è bravo e ener-
gico. Tutti gli vogliono bene e lo rispettano. Sono fiera che mi ami, anche se sono così
povera, giovane e sciocca – disse Meg, più graziosa che mai nel suo fervore.
– Sa che hai dei parenti ricchi, bambina mia! Temo che il segreto del suo amore
per te sia proprio questo.
– Zia! Come osi dire una cosa simile? John è superiore a queste meschinità e se tu
parli così non starò qui a sentirti nemmeno un minuto di più – esclamò Meg indi-
gnata, dimenticandosi di tutto il resto per l’ingiustizia di quel sospetto. – Il mio John
non si sposerebbe mai per interesse, come del resto non lo farei io. Tutti e due abbia-
mo voglia di lavorare e tutti e due aspetteremo. Io non ho paura di essere povera per-
ché finora sono sempre stata felice, e lo sarò anche con lui, perché mi ama e io... A
questo punto Meg s’interruppe ricordando a un tratto che non aveva ancora preso una
decisione e di aver detto al «suo John» di andarsene; e forse in quel momento lui stava
ascoltando le sue frasi contraddittorie.
La zia March era irritatissima, perché si era messa in capo che la sua graziosa
nipote doveva fare un brillante matrimonio, e la felicità che in quel momento vedeva
nel fresco viso di Meg la rese, lei che si sentiva vecchia e sola, al tempo stesso triste e
acida.
– Bene, di tutto questo io mi lavo le mani! Sei ben cocciuta e non sai quel che perdi
con questa pazzia. No, non rimango. Mi hai delusa e non ho più voglia di veder tuo
padre. Non aspettarti niente da me, quando ti sposi. Penseranno a te gli amici del tuo
signor Book! Con te non voglio aver più niente a che fare.
E, sbattendo la porta in faccia a Meg, la zia March se ne andò piena di collera. Ma
sembrò che le portasse via tutto il suo coraggio perché, rimasta sola, Meg non sapeva
più se ridere o piangere. Prima che potesse decidersi, di lei s’impossessò Brooke che

238
Capitolo xxiii

tutto d’un fiato le disse:


– Non ho potuto fare a meno di sentire, Meg. Grazie per avermi difeso... e rin-
grazio la zia March, perché è merito suo se adesso ho la prova che un po’ di bene me
lo vuoi!
– Non sapevo quanto finché non ti ha insultato – cominciò Meg.
– E ora non devo andar via, posso restare e sentirmi felice, cara, non è vero?
Era un’altra splendida occasione per un discorso dignitoso e un’uscita maestosa,
ma lei non pensò né all’uno né all’altra e perdette per sempre la stima agli occhi di Jo
mormorando dolcemente:
– Sì, John – e nascondendo il viso contro il panciotto di Brooke.
Un quarto d’ora dopo la partenza della zia March, Jo discese in punta di piedi, si
fermò un istante sulla porta prima di entrare nel salotto, e non sentendo alcun suono
o rumore, crollò la testa e sorrise con un’espressione soddisfatta, dicendosi:
– L’ha mandato via, come avevamo deciso, e la faccenda è sistemata. Voglio farmi
raccontare tutto e ci faremo su una bella risata.
Ma la povera Jo quella risata non poté farla perché lo spettacolo che le si presen-
tò la bloccò sull’uscio con la bocca e gli occhi spalancati. Era entrata per esultare sul
nemico caduto e lodare la sorella dall’animo forte, che aveva bandito un innamorato
riprovevole, e fu un brutto colpo, invece, vedere il suddetto nemico tranquillamente
seduto sul divano e sulle sue ginocchia, come su un trono, la sorella dall’animo forte,
il cui viso esprimeva la più abietta sottomissione. Jo rimase senza fiato come sotto una
doccia fredda: il fatto di veder le carte così voltate in tavola le aveva tagliato il respi-
ro. A quello strano rumore gl’innamorati si volsero e la videro. Meg balzò in piedi, un
po’ timida ma anche orgogliosa, e «quell’uomo», come lo chiamava Jo, si mise a ride-
re e disse con calma, abbracciando la nuova venuta:
– Sorella Jo, puoi congratularti con noi.
Fu come aggiungere l’insulto al danno, ed era veramente troppo! Jo scomparve,
agitando scompostamente le mani, senza dire una parola. Salì correndo e fece trasali-
re gli ammalati entrando come un bolide nella stanza ed esclamando tragicamente:
– Oh, che qualcuno vada giù subito! John Brook si comporta molto male e a Meg
piace!
I genitori scesero immediatamente. mentre Jo si buttava su un letto piangendo e
gridava la terribile notizia a Beth e Amy. Le due ragazzine, invece, giudicarono l’av-
venimento assai piacevole e interessante e da esse Jo ebbe ben poco conforto; andò in
soffitta, allora, nel suo rifugio, a confidare le sue pene ai topi.
Nessuno seppe mai che cosa avvenne in salotto quel pomeriggio; molte cose furo-
no dette e Brooke stupì i suoi amici con l’eloquenza e lo spirito che mise a difesa della
propria causa, riuscendo, quando ebbe spiegato i suoi progetti, a convincerli e a farli
approvare.

239
Non aveva ancora finito di descrivere il paradiso che avrebbe conquistato per
amore di Meg, quando suonò il campanello del tè; con grande orgoglio la condusse
alla tavola, e tutti e due sembravano così felici che Jo non ebbe cuore di mostrarsi
gelosa o malcontenta. Amy fu molto impressionata dall’affetto di John e dalla digni-
tà di Meg, Beth sorrideva felice da lontano, e i genitori contemplavano la coppia con
tale tenera soddisfazione da far pensare che la zia March non sbagliava nel giudicarli
«ingenui come due bambini in fasce». Nessuno aveva un gran appetito ma in com-
penso tutti erano molto felici e perfino la vecchia stanza sembrava rinnovarsi al rifles-
so di quel primo romanzo d’amore nato in famiglia.
– Ora non puoi più dire che non succede mai niente di piacevole, Meg – disse
Amy, già riflettendo su come avrebbe ritratto i due innamorati nello schizzo che si
preparava a disegnare.
– No, davvero, non posso più dirlo. Quante cose sono accadute da quando l’ho
detto! Mi sembra che sia stato un anno fa – rispose Meg, immersa nel suo sogno di
felicità e ben lontana da cose volgari come il pane e il burro.
– Le gioie questa volta seguono da vicino i dolori e credo che i cambiamenti siano
appena cominciati – disse la signora March. – In ogni famiglia succede che ci sia, ogni
tanto, un anno pieno di avvenimenti, com’è stato questo per noi. Dopo tutto, però,
questo finisce bene.
– Spero che il prossimo finirà meglio – brontolò Jo, che trovava assai difficile sop-
portare la vista di Meg così assorta a contemplare un «estraneo», e proprio sotto i suoi
occhi; Jo amava con tutta l’anima poche per-
sone e temeva tutto quel che poteva farle per-
dere il loro affetto o soltanto diminuirlo.
– Spero che il terzo finirà anche meglio;
intendo dire che dovrebbe, se vivrò abbastanza
per realizzare i miei progetti – disse Brooke
sorridendo a Meg come se ora per lui nulla
fosse impossibile.
– Non vi sembra che ci sia molto da aspet-
tare? – domandò Amy che sembrava avesse
una gran fretta di assistere alle nozze.
– Ho tante cose da imparare prima di sen-
tirmi pronta che a me tre anni sembrano
pochissimi – rispose Meg con un viso grave e
dolce, come nessuno le aveva mai veduto.
– Tu devi solo aspettare. A lavorare pense-
rò io – disse John, cominciando dal raccoglie-
re subito il tovagliolo di Meg; ma la sua

240
Capitolo xxiii

espressione fu tale da far scuotere il capo a Jo; che nel sentir sbattere la porta ebbe un
senso di sollievo pensando:
– Ecco Laurie. Adesso si potrà finalmente parlare in modo sensato.
Ma Jo si sbagliava: perché Laurie entrò con un paio di salti, traboccante di buon
umore, recando un grande bouquet nuziale per la ‘signora Margaret Brooke’ e con la
palese illusione che tutta la faccenda era andata in quel modo per merito suo.
– Lo sapevo che Brooke l’avrebbe avuta vinta, ci riesce sempre. Quando decide di
fare qualcosa, la fa anche se casca il mondo – spiegò Laurie dopo aver offerto i fiori e
fatto le sue congratulazioni.
– Grazie del complimento. Lo prendo come un augurio per l’avvenire e t’invito fin
d’ora al mio matrimonio – rispose Brooke, che si sentiva in pace con tutto il genere
umano, anche col suo alunno indisciplinato.
– Verrò, fossi in capo al mondo! Del resto, varrebbe la pena di fare un così lungo
viaggio solo per vedere la faccia di Jo in quell’occasione – disse Laurie mentre tutti si
spostavano in salotto per ricevere il signor Laurence. – Madame non sembra molto
festosa. Come mai?
– Non approvo questo matrimonio, ma ho deciso di sopportarlo e non dirò una
parola contro tutta la faccenda – disse Jo in tono solenne. – Non puoi immaginare che
cosa sia per me perdere Meg – aggiunse con un piccolo tremito nella voce.
– Non la perdi mica. Devi solo fare a metà – disse Laurie che cercava di consolar-
la.
– Non sarà più la stessa cosa. Ho perduto la mia più cara amica sospirò Jo.
– Comunque, hai me. Non ti servo molto, lo so, ma non ti abbandonerò mai, Jo,
per tutta la vita, ti do la mia parola – e Laurie sembrava convinto.
– Lo so, e te ne sono molto grata. Sei sempre un gran conforto per me, Teddy –
rispose Jo stringendogli affettuosamente la mano.
– Be’, adesso non essere triste, cerca di essere un ‘bravo ragazzo’. Va tutto bene,
non vedi? Meg è felice, Brooke si darà un gran daffare per sistemarsi e con l’aiuto del
nonno ci riuscirà. E sarà bello vedere Meg nella sua casetta. Vedrai come ci divertire-
mo quando sarà sposata, perché io avrò finito l’università e andremo all’estero o fare-
mo qualche viaggio in un bel posto. Non ti consolerebbe, questo?
– Credo proprio di sì. Ma non si sa mai che cosa può succedere, in tre anni – repli-
cò Jo, pensosa.
– È vero. Non ti piacerebbe dare un’occhiata nel futuro e vedere dove saremo? A
me sì – ribatté Laurie.
– No, non credo, forse vedrei qualcosa di triste; e ora sono tutti così felici come
non potrebbero esserlo di più – e gli occhi di Jo si mossero lentamente per la stanza,
e s’illuminarono perché quel che vedeva era molto piacevole.
Il padre e la madre erano seduti vicino e quietamente rivivevano il romanzo che

241
per essi era incominciato vent’anni prima. Amy stava disegnando i due innamorati
seduti in disparte in un loro mondo meraviglioso, la cui luce illuminava i loro visi con
una grazia che la piccola artista non poteva riprodurre. Beth era distesa sul divano e
chiacchierava allegramente col suo vecchio amico che le teneva una mano, quasi sen-
tisse che questa aveva il potere di condurlo verso i tranquilli sentieri che solo lei cono-
sceva. Jo stava sprofondata in una bassa poltroncina, la sua preferita, con un’espressio-
ne grave e serena che ben le si addiceva; e Laurie, appoggiato alla spalliera della pol-
trona, il mento all’altezza della sua testa ricciuta, le sorrideva, amichevolmente accen-
nando nel lungo specchio che li rifletteva entrambi.

Cala il sipario su Meg, Jo, Beth e Amy così raggruppate. Se si leverà ancora dipen-
de dall’accoglienza che verrà fatta al primo atto del dramma domestico intitolato
‘Piccole Donne’.

242
Capitolo xxiii

243
ALBUM DI
«Piccole donne»
NOTA SU
«piccole donne»

Non saprei dire se all’età in cui si leggono i buoni sentimenti, la serva fedele che fa addi-
libri del genere di queste famosissime Piccole rittura parte della famiglia, la pura, innocente
donne si leggono anche le prefazioni. Forse di- amicizia col ricchissimo vicino di casa, bello e
rei di no, e mi sembra di ricordare, infatti, che generoso, il cui bacio fraterno viene scambiato
a quell’età io stessa non le leggevo, tranquilla- soltanto in eccezionali momenti di emozione,
mente le saltavo piè pari tanto mi sembravano quando Beth è sul punto di morire, per esem-
impervie o inutili. Importante era invece get- pio. È in scena quindi il tipico ambiente angli-
tarsi subito nella lettura del racconto, cono- cano dove la professata fede religiosa e il tema
scere l’ambiente e i personaggi, seguire le loro educativo predominano: non per nulla il padre
vicende e arrivare in fondo. Questo, soprattut- delle “piccole donne”, non essendo abbastanza
to: giungere a sapere come, quando e perché la giovane per andar a combattere nella famosa
storia sarebbe finita; ma alla fine si arrivava guerra civile americana, o guerra di secessione,
sempre troppo presto, tanto avidamente si leg- ha seguito l’esercito come cappellano; e per
geva, e dopo, molto dopo, chissà! Qualche gio- quanto le spiritosaggini e l’allegria non man-
vane lettrice meno pigra o più curiosa si adat- chino affatto nei rapporti quotidiani fra le ra-
tava forse a cimentarsi anche con la “prefazio- gazze e i loro amici, le prediche morali, dette
ne”! quasi sempre dalla madre, hanno un gran po-
Bisogna dire che oggi, dopo più di un se- sto nello scorrere degli eventi e immancabil-
colo dalla prima pubblicazione (Piccole donne mente stanno lì a suggerire come affrontare
uscì nel 1868 e conobbe subito un successo quotidianamente le gioie e i dolori, scarse le une
mondiale) quel che più colpisce è la quasi inal- e assai più frequenti gli altri.
terata freschezza che il libro ha conservato at- L’interesse della narratrice è visibilmente
traverso il tempo. Gli avvenimenti che in que- accentuato sulla seconda delle sorelle, Jo, l’e-
sto secolo, nel nostro secolo, si sono accavalla- nergica, la fantasiosa e un po’ zingaresca Jo, che
ti col ritmo d’una continua tempesta, così gra- sogna di divenire una famosa scrittrice, perso-
vi sempre, ponendoci ogni volta di fronte a naggio nel quale l’autrice ha voluto dipingere se
problemi difficili e angosciosi, avrebbero potu- stessa giovane; ma anche le altre figure le sono
to travolgere e far sparire un libro simile, un li- state ispirate dalle sue vere sorelle: la bella e dol-
bro per giovinette, poi! Invece esso ha come per ce Meg, con i suoi modesti difetti che cerca osti-
miracolo resistito, e giunge a noi garbatamen- natamente e bravamente di correggere; l’ange-
te col trotto dei cavalli, l’odore delle scuderie, lica Beth che non ha nessun difetto e tutti ado-
il cigolio delle ruote di vecchie carrozze, sentori rano; la vanitosa Amy, piccola futura pittrice, bur-
e strepiti che irresistibilmente ne indicano l’e- lata per la sua pretesa a voler essere coccolata e
poca, un’epoca in cui perfino il treno è quasi una per i suoi strafalcioni nello scrivere e nel parla-
novità. Non conosce le macchine, la beata fa- re. E non sono figure caricate o leziose, come fa-
miglia March, non si parla d’inquinamenti (l’a- cilmente avrebbero potuto esserlo, data l’epoca:
ria è pura, che meraviglia!) né dei mali che re- così come sono rappresentate nel fisico e nel ca-
ca l’orrendo frastuono d’una moderna città rattere, nei dialoghi soprattutto, balzano fuori dal
meccanizzata. I grandi cappelli legati con un racconto con una vitalità e una verità che spie-
fiocco sotto il mento, i guanti che si devono as- gano la lunga durata del celebre libro; sebbene
solutamente portare se si va al ballo, le cuffiet- le vicende di questa famiglia americana di ceto
te notturne che tengono a posto i riccioli, è tut- medio, così saggia, attiva e equilibrata siano
to un modo di vivere e vestirsi che l’Autrice rac- collocate dopo la metà dell’Ottocento, lo spiri-
conta spontaneamente con annotazioni sempre to che le anima è ancora attuale.
felici e precise; ma ancora di più rivelano l’epoca, Il vivere quotidiano della famiglia March si

246
Nota su «Piccole donne»

svolge in una cornice che non è meno sinto- Sorprende, invece, come la visione reale
matica dei caratteri protagonisti: la quantità della guerra civile tra i nordisti che vogliono abo-
di libri che le ragazze hanno a disposizione, nel- lire la schiavitù della popolazione di colore e i
la loro casa e in quella del ricco vicino, quindi sudisti che vorrebbero mantenerla (argomento
la loro spontanea assiduità nel leggere; l’abitu- già trattato nel famosissimo romanzo della
dine alla corrispondenza (e non solo perché Harriet Beecher Stowe, La capanna dello zio
durante la guerra il padre è lontano ed è quin- Tom, pubblicato nel 1852), guerra che costò ol-
di normale che il ricevere o spedire lettere sia più tre 600.000 vittime, nel racconto della Alcott sia
o meno giornaliero); il cantare tutte insieme ogni una visione assai ridotta, quasi inesistente. Ep-
sera, la madre e le figlie, una canzone o un in- pure lei stessa vi aveva partecipato quale infer-
no sacro prima di coricarsi, indicano il livello di miera e l’esperienza l’aveva portata a scrivere il
cultura e civiltà proprio a una famiglia del mo- primo dei suoi libri, nel 1863, Bozzetti di guer-
desto ceto medio cui appartengono le “piccole ra. Mentre in Piccole donne quasi nulla trape-
donne”. In gran parte dovuto all’abitudine or- la della grave questione che afflisse quegli an-
mai secolare di leggere la Bibbia. Infatti, il do- ni e fu il preambolo d’un razzismo che inevita-
no più significativo di quel Natale che inizia il bilmente doveva scoppiare e affermarsi cru-
racconto è il libriccino che la madre pone sot- delmente – e non è mai scomparso. La guerra
to il guanciale a ognuna delle figliuole perché sembra quindi modificare ben poco le abitudi-
svegliandosi lo leggano ogni mattina e vi tro- ni e l’esistenza quotidiana della famiglia March,
vino la forza e la saggezza che le porterà a in- e dato il momento storico in cui l’Autrice è vis-
traprendere la loro laboriosa giornata: libro suta, e poiché le sue “piccole donne” vivono
quotidiano, insomma, quale dev’essere per ogni proprio quel momento, sorprende lo strano si-
buon protestante, fenomeno che si è già visto in lenzio in proposito. Ci sembra infatti deviante
Inghilterra fin dall’epoca elisabettiana, se non che una ragazza fiera e indipendente com’è il
prima. La Bibbia, fonte inesauribile di cultura, personaggio Jo, e i giovani amici che la circon-
è sempre a disposizione anche nelle classi me- dano, Laurie in special modo, non abbiano mai
no abbienti, per cui l’usanza di leggere è già dif- una parola che giudichi un avvenimento così im-
fusissima, come pure il mantenere corrispon- portante, che si svolge ai loro occhi, nel mo-
denza con parenti e amici lontani, ed è un’usanza mento in cui essi vivono, e giustificherebbe
che in altri paesi, e particolarmente nei paesi la- una partecipazione o un giudizio, almeno dal la-
tini, a quell’epoca si trova solamente nelle fa- to umano, poiché una guerra è pur sempre un
miglie della nobiltà, o altolocate per ricchezza, massacro, e qui si tratta di una guerra civile, su-
o dove esiste un eccezionale livello di cultura; disti contro nordisti, cioè americani da una
qui la troviamo invece nella modesta famiglia parte e dall’altra. Forse, trattandosi d’un libro per
d’un cappellano divenuto povero per rovesci di giovinette l’Alcott non ha voluto di proposito
fortuna. sollevare un così scottante problema ed ha scel-
Un’altra delle particolarità che balzano dal- to di rimanere nell’alone dei dolci sentimenti fa-
la descrizione del vivere giornaliero di questa miliari che sono, d’altronde, il “filone d’oro” in
emblematica famiglia, è il civile nutrirsi (ben- cui ha poi attinto di continuo nel produrre tut-
ché non sia affatto trascurata l’economia, nes- te le opere che hanno fatto seguito all’enorme
suno spreco è permesso); la tavola preparata an- successo del primo libro: Le piccole donne cre-
che per la colazione del mattino, tutta la fami- scono, Piccoli uomini, I ragazzi di Jo, ecc. Ma
glia riunita che poi si saluterà affettuosamente non sarebbe giusto dire che, a parte il silenzio
in vista della separazione che durerà tutta la gior- sugli orrori d’una guerra civile, non vi sia in que-
nata, poiché tutti lavorano o vanno a scuola; il sto celebre Piccole donne la visione d’un oriz-
campanello che chiama la famiglia all’ora del tè zonte più vasto. Nel vivo desiderio che hanno le
serale, suonato dalla domestica fedele, e uno quattro ragazze, Jo specialmente, di studiare, di
stesso campanello squilla alla medesima ora viaggiare, di arricchirsi d’una cultura più vasta,
nella casa lussuosa dei ricchi vicini, sebbene lì già lampeggia il problema di un’emancipazione
venga suonato da uno dei numerosi domestici. femminile che nei paesi anglosassoni ebbe le sue

247
prime coraggiose manifestazioni. Ma se anche Louisa May Alcott nacque a Germantown
limitato nei confini d’una vicenda privata, il nel 1832 e visse tra Concord e Boston in quel pe-
successo mondiale d’un libro così sincero e tra- riodo di transizione che va dalla conquista dei
sparente è oggi ancora pienamente giustificato. pionieri allo stabilirsi della tendenza conserva-
trice in America. Figlia del filosofo e pedagogista
Fausta Cialente Amos Bronson Alcott che consacrò tutte le sue
facoltà ad una riforma della scuola e dell’edu-
cazione dei ragazzi fino allora severamente ir-
rigiditi dalla puritana rudezza dei pionieri, Loui-
sa May Alcott trascorse l’infanzia e l’adole-
scenza tra gravi ristrettezze economiche causa-

248
NOTA SU
Louisa May Alcott

te appunto dagli idealismi paterni come l’espe- doravano; e con ardente idealismo si prodigò per
rimento di una scuola modello che finì tra i de- le buone cause, l’abolizione della schiavitù e l’e-
biti accettati devotamente dalla famiglia. Tem- mancipazione della donna. Donava sempre vo-
peramento affascinante di donna coraggiosa al- lentieri non solo il denaro che guadagnava, ma
la quale un intrepido ottimismo dava energia, co- tutta se stessa: famiglia, amici, persino estranei
minciò da piccola a guadagnarsi il pane con chiedevano ed ottenevano. La sua partecipa-
ogni mezzo: fu sarta per bambole, insegnante zione generosa alla vita degli altri, più che il la-
privata, guardarobiera e persino domestica. voro o la malattia, consumò le sue forze: come
A sedici anni, come Jo, la protagonista di accade agli entusiasti intelligenti, forse il suo ani-
Piccole donne, cominciò a pubblicare poemi e mo tempestoso si logorò nel placare le proprie
racconti nella maggiore rivista letteraria ame- segrete contraddizioni delle quali può essere un
ricana Atlantic Monthly. La sua fama comin- segno il romanzo per adulti pubblicato nel
ciò a crescere nel 1863 quando pubblicò un li- 1877, intitolato Un moderno Mefistofele che
bro di storie d’ospedale, in cui riassumeva la sua arieggia impensatamente a un diabolico Haw-
esperienza d’infermiera nell’ospedale di Geor- thorne.
getown durante la guerra civile. Le riuscì fi- Ma il vero mondo della scrittrice è quello
nalmente di pagare i debiti della famiglia col suo dei ragazzi ai quali dedicò sapienza, esperien-
lavoro. Nel 1865 scrisse un romanzo per adul- za e ardenti speranze riuscendo col suo robusto
ti Moods (Stati d’animo). Henry James, pur con ingegno di narratrice a trasfondere nei suoi
molte critiche, le riconobbe qualità di vera personaggi l’intimo vigore della sua stessa vita.
scrittrice. «Il posto di Louisa May Alcott, disse Emerson,
Durante un viaggio in Europa, lontana è tra i poeti della fanciullezza».
dalle preoccupazioni familiari, ebbe l’intuizio- Da molte opere della Alcott furono tratte
ne di un romanzo per ragazzi, in cui si trasfi- commedie o film. Ricorderemo per Piccole
gurasse liberamente la storia sua e delle sue donne l’edizione cinematografica del 1934 con
sorelle. Nacque così Piccole donne il romanzo Caterina Hepburn nella parte di Jo, e l’edizio-
che ormai ha passato i cento anni e conserva tut- ne del 1949 con June Allyson nella parte di Jo
tora una sua fresca vitalità: pubblicato nel 1868 e Elisabeth Taylor nella parte di Meg.
ebbe subito larghi riconoscimenti e vastissima
fortuna. Le famiglie americane si specchiaro-
no in quelle pagine e si riconobbero in quei per-
sonaggi spontanei, senza paure o tedio, nuovi al-
la vita come la nazione americana.
Nel 1869 pubblicò la seconda parte di Pic-
cole donne (in italiano Le piccole donne cre-
scono o Buone mogli); seguirono poi molti al-
tri romanzi come Piccoli uomini (1871), Ot-
to cugini (1875), Rosa in boccio (1876), Jack e
Jill (1880) e I ragazzi di Jo (1886). Per tutta la
vita l’immagine della Alcott fu quella di una
donna dritta, alta, simpatica, sempre vibrante e
appassionata anche quando, intorno al 1870, co-
minciò ad essere malata. Non volle mai sposarsi,
ma era allegramente umana con i ragazzi che l’a-

249
NOTA SU
Fausta Cialente

Fausta Cialente è nata a Cagliari da padre milla che ha avuto come protagonista Giulietta
abruzzese e da madre triestina. Figlia di un uf- Masina.
ficiale di carriera, ha seguito gli spostamenti del Al Levante e agli incantevoli paesaggi flu-
padre dall’una all’altra città italiana. Ha sposa- viali e marini del Nilo e del suo delta, Fausta
to nel 1921 il compositore Enrico Terni tra- Cialente tornò poi con Il vento sulla sabbia
sferendosi col marito in Egitto dove ha vissu- (1968, Mondadori) delicata e spietata analisi di
to ventisei anni. Questi cambiamenti di resi- due donne rivali alla vigilia della grande guer-
denza le hanno permesso di scegliere libera- ra e degli avvenimenti che stavano per sovver-
mente i luoghi del suo spirito che si possono in- tire il mondo ozioso e anacronistico della bor-
dicare in Trieste, luogo dell’infanzia, e l’Egitto, ghesia europea vivente in Egitto.
luogo della giovinezza e della sua crescita di don- Con una meditata e risoluta svolta ha scrit-
na e di scrittrice. Nel 1930 scrisse Natalia, ro- to nel 1976 l’affascinante romanzo intitolato Le
manzo che attirò subito l’attenzione dei criti- quattro ragazze Wieselberger (Mondadori) che
ci, e sei anni dopo il sorprendente e felicissimo rappresenta il mondo dell’irredentismo triesti-
Cortile a Cleopatra, dove ella rappresenta con no, i suoi inganni e i suoi errori, e si svolge da-
un ritmo naturalmente scandito nel corso del gli ultimi anni dell’Ottocento ai nostri giorni, se-
tempo, la vita di un sobborgo di Alessandria guendo appunto le vicende delle quattro sorel-
d’Egitto (Cleopatra) con i suoi personaggi si- le.
mili ad apparizioni sotto un sole splendente che La famiglia materna della scrittrice non è pe-
rende più reale e nello stesso tempo più miste- rò in questo libro pretesto per un’esplorazione
rioso il loro dramma umano. Nel 1936 pubbli- della memoria, ma un filo robusto per restituir-
cò nella rivista Occidente, «Pamela o la bella ci la vita nella storia; il presente e il passato si fon-
estate» svolgendo ancora i suoi suggestivi temi dono con una sincerità a volte implacabile e
egiziani. con un sottile nerbo a volte ironico e impreve-
Nel 1940 prese posto nelle file dell’antifa- dibile, elementi caratteristici fra i tanti che com-
scismo dirigendo prima un programma radio- pongono la personalità della Cialente. Il ro-
fonico in lingua italiana trasmesso dal Cairo, poi manzo ha avuto il Premio Strega 1976, ed è sta-
un settimanale per i prigionieri italiani in guer- to accolto da unanimi consensi di pubblico e di
ra che si trovavano nei campi di prigionia del critica.
Medio Oriente. Tornata in Italia, pubblicò nel La traduzione di Piccole donne, da Loui-
1961 Ballata levantina romanzo che ci offre il sa May Alcott, che qui presentiamo nel testo in-
ritratto indimenticabile di una nonna impera- tegrale, sarà una sorpresa. I lettori della nostra
tiva e inquietante, di volta in volta violenta e te- collana vi troveranno le qualità della Alcott ri-
nera, in una progressione di vicende quasi mu- levate da quelle della Cialente con un risultato
sicale, da «capriccio orientale». che rinnova il famoso libro. Ed è da leggere co-
Nel 1966, distaccandosi dal tema dell’O- me un racconto aggiunto la nota storica di p. 246
riente, scrisse Un inverno freddissimo, roman- che commenta le vicende delle ragazze ameri-
zo del dopoguerra italiano, che rappresenta in un cane di casa March.
sostenuto racconto corale i contrasti di caratte-
re e i contrasti delle generazioni nel difficile
nuovo rapporto fra la libertà ritrovata e l’ambi-
guo mondo degli egoismi personali. Da questo
libro è stato tratto lo sceneggiato televisivo Ca-

250
INDICE

I – GIOCANDO AI PELLEGRINI Pag. 9


II – UN LIETO NATALE » 20
III – IL GIOVANE LAURENCE » 31
IV – FARDELLI » 41
V – IL BUON VICINATO » 53
VI – BETH TROVA IL MAGNIFICO PALAZZO » 65
VII – AMY NELLA VALLE DELL’UMILIAZIONE » 72
VIII – JO AFFRONTA APOLLYON » 89
IX – MEG VA ALLA FIERA DELLE VANITÀ » 90
X – IL CIRCOLO PICKWICK E L’UFFICIO POSTALE » 106
XI – ESPERIMENTI » 111
XII – CAMPO LAURENCE » 123
XIII – CASTELLI IN ARIA » 143
XIV – SEGRETI » 153
XV – UN TELEGRAMMA » 163
XVI – LETTERE » 172
XVII – LA PICCOLA FEDELE » 180
XVIII – GIORNI NERI » 188
XIX – IL TESTAMENTO DI AMY » 197
XX – CONFIDENZIALE » 206
XXI – LAURIE COMBINA GUAI E JO METTE PACE » 214
XXII – PRATI FIORITI » 226
XXIII – LA ZIA MARCH RISOLVE LA QUESTIONE » 233

ALBUM DI «PICCOLE DONNE» » 245


NOTA SU «PICCOLE DONNE» » 246
NOTA SU LOUISA MAY ALCOTT » 249
NOTA SU FAUSTA CIALENTE » 250

251
Si avvicinarono tutte al fuoco, la madre sedette nella grande poltrona
con Beth ai suoi piedi, Meg e Amy sui due bracciuoli e Jo si appoggiò
alla spalliera, così nessuno avrebbe veduto la sua emozione
se la lettera fosse stata commovente.

p. 16
Timidamente Zara uscì dalla finestra, mise una mano sulla spalla
di Roderigo e stava per saltar giù con grazia quando – ahimè, ahimè,
Zara! – avendo dimenticato lo strascico, questo s’impigliò nella finestra;
la torre traballò, s’inclinò in avanti e cadde con fracasso seppellendo
gl’infelici amanti!.

p. 27
Salita sulla pedana, il luogo dell’ignominia, fissò gli occhi sul tubo
della stufa, sopra quel mare di facce, e rimase lì, così immobile e pallida,
che le ragazze trovarono difficile studiare avendo quella tragica
figura davanti agli occhi.

p. 76
Come facesse, Jo non lo seppe mai. Nei pochi minuti che seguirono lavorò
come un’invasata, obbedendo ciecamente a Laurie ch’era rimasto
calmissimo; disteso bocconi teneva a galla Amy con un braccio
e con il bastone da hockey, fin quando Jo ebbe strappato un paletto
dallo steccato e poterono tirarla fuori, spaventatissima ma illesa.

p. 85
Ma andarsene non poteva e fece del suo meglio per sembrare allegra;
essendo così agitata ci riuscì tanto bene che nessuno sospettò lo sforzo
che le costava. Fu contenta quando la festa finì...

p. 95
La ‘tavola’ era piacevolmente irregolare, un vero disastro per le tazze
e i piatti; le ghiande cadevano nel latte, piccole formiche nere
partecipavano al pasto senza essere invitate e pelosi millepiedi
strisciavano giù dall’albero per vedere quel che stava succedendo.

p. 131
Parlando Jo si era tolto il cappello e un coro di proteste si levò
al suo gesto: i suoi folti, lunghi capelli erano stati tagliati cortissimi.

p. 168
Mai un pranzo di Natale fu come quello. Il grasso tacchino che Anna
mandò in tavola era proprio una cosa da vedere, farcito, rosolato
e decorato; e così il budino di prugne che fondeva in bocca, e le gelatine
sulle quali Amy si gettò come una mosca s’un vaso di miele.

p. 229