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Arnaldo Momigliano

MANUALE
DI STORIA ROMANA

A cura di
Attilio Mastrocinque

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www.utetuniversita.it

Proprietà letteraria riservata


© 2011 De Agostini Scuola SpA - Novara
1a edizione: marzo 20 Il
Printed in lta/y

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Stampa: Tipografia Gravinese - Torino

Ristampe: o I 2 3 4 5 6 7 8 9
Anno: 2011 2012 2013 2014 2015
I ND I CE

XlII Premessa

3 Parte prima - Dalle origini a Cesare

5 Capitolo primo L'Italia preistorica e le sue più antiche genti


5 1.1 Le fasi più antiche della storia d'Italia
7 1.2 Le più antiche popolazioni dell 'Italia
9 1.3 Gli Etruschi
11 1.4 La civiltà etrusca
14 Bibliografia

15 Capitolo secondo Le origini e le istituzioni antichissime di Roma


15 2.1 Caratteri della tradizione sulla più antica storia di Roma
17 2.2 Gli storici delle origini di Roma
18 2.3 La fondazione di Roma: la leggenda e la realtà
20 2.4 I re di Roma
23 2.5 Le istituzioni sociali e politiche del periodo regio
25 2.6 Gli acquisti territoriali di Roma durante la monarchia
27 Bibliografia

28 Capitolo terzo Le riforme costituzionali nel primo secolo della


Repubblica
28 3.1 La primitiva costituzione repubblicana
29 3.2 La reazione della plebe contro il governo patrizio
31 3.3 Il decemvirato
33 3.4 L'ascesa della plebe
34 3.5 L'ordinamento centuriato e la censura
36 3.6 Caratteri dello Stato romano arcaico
40 Bibliografia

42 Capitolo quarto La conquista dell'Italia centrale


42 4.1 Dalla fine della monarchia alla presa di Veio (396 a.c.)
44 4.2 La rotta davanti ai Galli e la restaurazione del prestigio di Roma (353 a.c.)
46 4.3 La prima guerra sannitica e l'ultima ribellione dei Latini (338 a.C.)
VI Indice

47 4.4 La seconda guerra sannitica: le lotte con gli Etruschi (327-304 a.c.)
49 4.5 La terza guerra sannitica o prima guerra italica
50 Bibliografia

51 Capitolo quinto La lotta con Pirro -l'assestamento della conquista


51 5.1 Roma e la Magna Grecia
52 5.2 Pirro in Italia
54 5.3 Struttura dello Stato federale romano
56 Bibliografia

57 Capitolo sesto Le prime due guerre puniche


57 6.1 Roma e Cartagine
58 6.2 La prima guerra punica (264-241)
60 6.3 Le conseguenze della guerra
61 6.4 La tregua tra Roma e Cartagine. Le guerre con i Galli e gli Illiri
63 6.5 La conquista cartaginese della Spagna
64 6.6 La seconda guerra punica: le forze in contrasto
65 6.7 Lo svolgimento della guerra fino dopo Canne
67 6.8 La fase decisiva della lotta
69 6.9 La vittoria finale di Scipione
70 Bibliografia

71 Capitolo settimo Il predominio in Oriente e la espansione in Occidente


71 7.1 I nuovi problemi della politica estera romana
72 7.2 La guerra contro Filippo di Macedonia (200-196 a.c.)
74 7.3 La guerra contro Antioco di Siria (192-188 a.c.)
76 7.4 La riconquista dell'Italia settentrionale e la sua romanizzazione
78 7.5 La fine della autonomia della Macedonia e della Grecia
82 7.6 Le ribellioni in Spagna e la presa di Numanzia (133 a.c.)
83 7.7 La distruzione di Cartagine (146 a.c.)
84 7.8 L'annessione del regno di Pergamo (133 a.C.)
85 Bibliografia

86 Capitolo ottavo La trasformazione interna di Roma


86 8.1 La trasformazione politica
89 8.2 La trasformazione economica
90 8.3 La trasformazione culturale
93 8.4 La trasformazione religiosa
95 Bibliografia

97 Capitolo nono Dai Gracchi alla guerra sociale


97 9.1 La questione dell 'agro pubblico e la legge di Tiberio Gracco (133-132 a.c.)
99 9.2 Gaio Gracco: la fine del moto agrario (131-121 a.C.)
102 9.3 La conquista della Gallia meridionale e la guerra di Giugurta (121-105 a.c.)
104 9.4 La guerra contro i Cimbri e i Teutoni (105-102 a.c.)
105 9.5 Il conflitto interno dei partiti e la questione degli Italici (103-92 a.c.)
Indice VII

107 9.6 La guerra sociale e la concessione della cittadinanza agli Italici (92-89 a.c.)
108 Bibliografia

109 Capitolo decimo Da Silla al primo triumvirato


109 10.1 La guerra civile tra Mario e Silla e la guerra contro Mitridate
111 10.2 La vittoria su Mitridate e il ritorno di Silla a Roma
113 10.3 Silla al governo
115 10.4 La rovina della costituzione sillana
116 10.5 Il potere personale di Pompeo
118 10.6 Dalla congiura di Catilina al primo triumvirato
120 10.7 Le sorti del triumvirato
122 Bibliografia

123 Capitolo undicesimo Cesare


123 Il.1 La conquista della Gallia
124 11.2 La Gallia e Cesare: il conflitto con Pompeo
127 11.3 La vittoria su Pompeo
129 11.4 Il dominio sull'impero
130 Il.5 Verso il regno
132 Il.6 Il significato di Cesare
133 Bibliografia

135 P arte Seconda - L'Impero

137 Capitolo dodicesimo Dalla morte di Cesare alla battaglia di Azio


137 12.1 Dalla morte di Cesare (44 a.C.) alla battaglia di Filippi (42 a.c.)
139 12.2 Dalla battaglia di Filippi al patto di Miseno (39 a.c.)
140 12.3 Dal patto di Miseno alle guerre con i Parti (34 circa)
141 12.4 Il conflitto definitivo fra Antonio e Ottaviano
143 Bibliografia

144 Capitolo tredicesimo La nuova organizzazione dell'Impero


144 13.1 La situazione dell'impero dopo la battaglia di Azio e il programma di Ottaviano
145 13.2 Le fasi della costituzione augustea
147 13.3 La struttura dello Stato romano al tempo di Augusto
152 13.4 Le guerre di Augusto
154 13.5 La riorganizzazione sociale e morale
156 13.6 Il nuovo significato dell'imperialismo romano
156 13.7 La famiglia di Augusto: sua morte
157 Bibliografia

158 Capitolo quattordicesimo Gli imperatori della casa Giulia-Claudia


158 14.1 L'eredità di Augusto e i suoi problemi
159 14.2 Tiberio (14-37 d.C.)
162 14.3 Caligola (37-41 d.C,)
VIII Indice

163 14.4 Claudio (41-54 d.C)


165 14.5 Nerone (54-68 d.C.)
168 Bibliografia

169 Capitolo quindicesimo I Flavi


169 15.1 La situazione dell'impero alla morte di Nerone
169 15.2 Gaiba, Otone, Vitellio (68-69 d.C.)
171 15.3 Vespasiano (69-79 d.C.)
174 15.4 Tito (79-81 d.C.) e Domiziano (81-96)
175 Bibliografia

176 Capitolo sedicesimo Da Nerva a Commodo


176 16.1 Caratteri generali del secondo secolo dell'impero
177 16.2 Nerva (96-98) e Traiano (98-117)
180 16.3 Adriano (1l7-138 d.C.)
181 16.4 Antonino Pio (138-161) e Marco Aurelio (161-180)
183 16.5 Commodo (180-192)
184 Bibliografia

185 Capitolo diciassettesimo I Severi


185 17.1 Elvio Pertinace (gennaio-marzo 193 d.C.) e la situazione generale del momento
alla morte di Commodo
186 17.2 Settimio Severo (193-211 d.C.)
187 17.3 Caracalla (211-217 d.C.); Macrino (217-218); Elagabalo (218-222); Severo
Alessandro (222-235)
188 Bibliografia

190 Capitolo diciottesimo L'evoluzione economica e sociale dell'Impero


190 18.1 Preliminari
190 18.2 Italia e province: urbanizzazione, cittadinanza romana
194 18.3 Sintomi di decadenza
197 18.4 Il problema dell' esercito
199 Bibliografia

200 Capitolo diciannovesimo Problemi spirituali: la diffusione del


Cristianesimo
200 19.1 La letteratura e il diritto
203 19.2 L'orientalizzazione della religione
205 19.3 La diffusione del Cristianesimo
207 Bibliografia

209 Capitolo ventesimo Dall'anarchia militare all'Impero cristiano


209 20.1 Parti e Germani
211 20.2 Il periodo delle rivoluzioni militari: I) Fino a Decio (235-249 d.C.)
213 20.3 Il periodo delle rivoluzioni militari: 2) Da Decio a Gallieno (249-268)
215 20.4 Verso la restaurazione: Claudio il gotico, Aureliano, Caro, Probo (268-285)
Indice IX

216 20.5 Diocleziano e la sua successione (285-312)


220 20.6 Costantino (312-337)
225 Bibliografia

227 Capitolo ventunesimo Il tramonto dell'autorità imperiale in


Occidente
227 21.1 Gli eredi di Costantino (337-361)
229 21.2 Giuliano l'Apostata. Gioviano. Valentiniano e Valente Graziano (361-378)
230 21.3 Teodosio (378-395)
232 21.4 La divisione definitiva tra Oriente e Occidente. Caratteri dello svolgimento del-
le due parti (395 d.C.)
235 21.5 Dal tramonto di Stilicone all'avvento di Valentiniano III (406-425)
236 21.6 La fine dell'autorità imperiale in Occidente (425-476 d.C.)
240 21.7 La tradizione imperiale romana in Occidente
241 Bibliografia

242 Capitolo ventiduesimo La disgregazione del mondo politico romano e


le nuove formazioni politiche e culturali
242 22.1 La situazione del mondo romano dopo il 476 d.C.
243 22.2 Il regno romano-barbarico d'Italia sotto Teodorico
244 22.3 Le conseguenze dell'insediamento dei Germani: gli altri regni barbarici di Occi-
dente
246 22.4 La riconquista dell 'Occidente da parte di Giustiniano
247 22.5 La situazione economica e spirituale dell 'Italia sotto il governo di Giustiniano. S.
Benedetto
249 22.6 L'opera di Giustiniano e il fallimento della riunificazione dell'impero
251 22.7 Taluni aspetti della civiltà bizantina

253 Appendice
254 Gli Scipioni
255 Famiglia Giulio-Claudia
256 Imperatori romani d'Oriente e d'Occidente e principali usurpatori

259 Nota bibliografica

267 Indice dei nomi


L'EDITORE RINGRAZIA

Giovannella Cresci, Università Ca' Foscari di Venezia


Cesare Letta, Università degli Studi di Pisa
Lucio Troiani, Università degli Studi di Pavia
Alfredo Valvo, Università Cattolica del Sacro Cuore

I loro preziosi suggerimenti hanno contribuito alla realizzazione di questa


edizione del Manuale di storia romana.
Premessa

Scegliere di pubblicare oggi il testo di Arnaldo Momigliano non nasce solo dal desiderio di
far rivivere l'opera di uno dei più grandi studiosi del XX secolo, che ha formato genera-
zioni di studenti. Nasce soprattutto dalla convinzione che questo manuale continui a esse-
re, oggi come allora, un vero e proprio punto di riferimento per la storia antica.
Gli anni però hanno lasciato le loro tracce su queste pagine e il nostro lavoro è stato
proprio quello di toglierle (come si fa con le opere pittoriche) per riproporre l'opera nella
sua freschezza originale. E se per i restauratori questo lento e paziente lavoro consiste nel
rimuovere la fuliggine che ha reso meno brillanti i colori, per un libro il lavoro, non meno
delicato e laborioso, vede impegnato il curatore nell'aggiornare il testo, cercando di ri-
spettarne lo spirito originario. In particolare per un manuale pensato per la didattica, per
trasmettere quindi i concetti chiave di questa disciplina, il curatore deve fare i conti non so-
lo con l'aggiornamento storiografico e bibliografico, ma anche con il nuovo modo che
hanno i ragazzi di approcciarsi allo studio e con le esigenze imposte dai crediti universita-
ri ai corsi che vengono impartiti negli Atenei. Per questo si è deciso di intervenire inte-
grando la pagina con box di approfondimento (tutti scritti da chi firma questa premessa) da
un lato per ottemperare a queste esigenze e dall'altro perché fosse sempre evidente quali
sono state le aggiunte. CosÌ lo studente vi troverà di nuovo tutto quello di cui ha bisogno,
mentre chi vorrà potrà rileggere il testo cosÌ come lo pensò Momigliano più di sessant'an-
ni fa.
Anche l'aggiornamento bibliografico è stato fatto cercando di rispettare quell'afflato
internazionale che animò il Momigliano, il quale voleva fornire agli studenti quegli stru-
menti bibliografici fondamentali per approfondire e specializzare le loro conoscenze e per
abituarli a confrontarsi con il resto del mondo.
In questo modo speriamo di aver veramente ridato vita a un classico.
Insieme con la casa editrice, si è anche deciso di rendere disponibile on line (sul sito
www.utetuniversita.it/momigliano) ulteriore materiale prodotto ad hoc per questa edizio-
ne, che speriamo possa aiutare lo studente a prepararsi al meglio, dandogli la possibilità di
un apprendimento di carattere multimediale, che impegna un po' meno la concentrazione
rispetto alla lettura di un libro ed ha una sua diversa efficacia didattica.

Attilio Mastrocinque
Manuale di storia romana
AVVERTENZA

Questo volume ha sostanzialmente i medesimi caratteri di quello che lo precede: intende


cioè dare una esposizione semplice e chiara, ma scientificamente fondata, della storia di
Roma antica. Sulla difficoltà del compito e sulle più o meno inevitabili deficienze, non oc-
corre insistere. Ciò che mi importa avvertire è che non ho, evidentemente, potuto per la
storia romana continuare il sistema, adottato per la storia greca, di dare un minimo posto
alla storia arcaica per dare un minimo posto alle ipotesi. Ho cercato solo di dare le ipotesi
per tali, e nello stesso tempo di fornire nella bibliografia il mezzo di conoscere ipotesi di-
verse da quelle accettate nel testo. Che la bibliografia sia più abbondante che nel primo
volume non ha perciò bisogno di giustificazione. Del resto, le indicazioni che non potran-
no servire subito saranno da qualcuno ricercate in seguito: il che fino a quando la storia an-
tica non sarà studiata se non in ginnasio, è forse l'unico modo per rendere possibile a chi
abbia buona volontà di non rimanere alle trattazioni elementari. E si sa che la storia di Ro-
ma è sempre la prima che suscita veramente l'interesse critico dei giovani.
Sono sicuro infine che non mi si rimprovererà di aver dato alla storia del periodo im-
periale più posto di quanto abitualmente non si faccia.

Arnaldo Momigliano
PARTE PRIMA

Dalle origini a Cesare


L'Italia preistorica e le su~ più antiche
genti
CAPITOLO PRIMO

1.1 Le fasi più antiche della storia d'Italia

L'Italia è stata abitata, salvo che nelle isole, durante il periodo paleoli-
tico, cioè durante il periodo in cui non solo non si conoscevano metal-
li, ma non si sapeva levigare la pietra. In questo periodo, a parte classi-
ficazioni scientificamente più esatte, si possono distinguere almeno due
fasi: una in cui gli uomini primitivi non sapevano valersi come arma Il periodo
che di pesanti pietre in forma di ascia (fase dell' ascia impugnata) e una paleolitico
in cui invece già si sapevano usare delle schegge opportunamente ri-
toccate come arma da taglio e da lancio (fase della cuspide oppure del-
la scheggia ritoccata). In questo secondo periodo sono sicure tracce di
una qualche religiosità e di un culto dei morti, perché i morti sono sep-
pelliti, nelle caverne stesse in cui hanno vissuto, presso i vivi. Orna-
menti di ossa, rozze incisioni parietali e più rozze statue dimostrano
germinali attitudini artistiche. Razze differenti popolano l'Italia: nel-
l'Italia settentrionale è dimostrata in questo periodo anche una razza di
tipo negroide. Tuttavia a questa differenza di razze non sembra corri-
spondere alcuna differenza di civiltà.
Un nuovo periodo si inizia coll'apprendimento a levigare la pietra
(periodo neolitico), L'uomo non è più soltanto, come nel periodo prece-
dente, cacciatore, ma anche pastore, cioè possiede animali domestici. Il periodo
Inoltre comincia ad apprendere l'agricoltura e in progresso di tempo an- neolitico
che la macinazione dei grani. Egli non vive solo in grotte, ma più spesso
in capanne, e le capanne si raggruppano in villaggio, segno che ormai
l'individuo si sente legato a una unità superiore, la tribù. Le armi sempre
di pietra si fanno più raffinate. Viene imparata l'arte di foggiare l'argilla in
vasi, che sono spesso di forma artistica e vengono anche colorati. I morti
sono alle volte ancora sepolti in grotte, ma più spesso in tombe allo sco-
perto, e il cadavere è deposto nella tipica posizione di rannicchiato. Le
tombe, come le capanne dei vivi, formano spesso dei vasti villaggi di
morti, le necropoli. La civiltà neolitica si diffonde pure nelle isole, alme-
no in Sicilia, dove assume forme peculiari: ciò conferma che in questo pe-
riodo l'uomo conosce la navigazione e quindi può superare tratti di mare.
6 Manuale di storia romana

Col diffondersi dei primi oggetti di rame (asce piatte e pugnali


triangolari) si manifesta una fase di trapasso tra l'età della pietra e l'età
dei metalli (periodo eneolitico, cioè di rame e pietra). In questa fase di
trapasso si perfeziona il sistema di costruire le abitazioni, si costruisco-
no anche per maggiore sicurezza i primi villaggi entro i laghi a poca di-
stanza dalla costa impiantandoli su sistemi di pali (palafitte). Il com-
mercio si diffonde, avvengono scambi frequenti con paesi stranieri.
Colla diffusione di un pratico sistema di mescolare rame e stagno e
L'età ottenere il bronzo, sorge una nuova fase: il periodo del Bronzo. In que-
del Bronzo sto periodo la differenziazione tra vari nuclei civili, che già si poteva
scorgere in germe nei periodi precedenti, diventa più netta. Non c'è in-
somma più uniformità di civiltà. Tipi di abitazioni e riti funebri diffe-
renti distaccano l'uno dall'altro parecchi gruppi. Nell'Italia settentrio-
nale, e in specie in Veneto e in Lombardia, permane il tipo di abitazio-
ne nei laghi a palafitte. Ma accanto a questo, soprattutto in Lombardia
e in Emilia, si diffonde il curioso sistema di costruire dei villaggi su
palafitte all'asciutto: si trasporta insomma il sistema delle palafitte a
luoghi non lacustri e lo si perfeziona dando alla costruzione del villag-
gio norme ben determinate. Il villaggio è sempre più o meno di forma
trapezoidale, circondato da un argine e da una fossa: due strade princi-
pali, come si userà negli accampamenti romani, si incrociano nel cen-
tro. Uno spazio, volto a oriente, è lasciato libero da abitazioni per com-
piervi adunate e cerimonie religiose, comprovate dall'esistenza di una
così detta fossa rituale, per sacrifici e libagioni. Gli abitanti di questi
La civiltà villaggi (a cui è stato dato il nome di terramare) erano guerrieri e agri-
delle terremare coltori, conoscevano l'allevamento del bestiame e la filatura. Essi - e
in ciò sta un'altra novità in confronto ai tipi di civiltà finora esaminati
- non seppellivano i loro cadaveri (inumazione), ma invece li brucia-
vano e ne conservavano in tante urne le ceneri (incinerazione). Parec-
chie altre forme di civiltà ben distinte da quelle delle terramare po-
trebbero essere notate: basti qui ricordare la civiltà di Sardegna, coi
suoi edifici, i nuraghi, e la civiltà delle Puglie, che sola conosce le ti-
piche grandi tombe di pietra, molto diffuse nelle restanti regioni del-
l'Europa, dette dolmen.
L'uso del ferro Verso il 1000 a.c., probabilmente, penetra in Italia il ferro prima
come oggetto di lusso, poi come oggetto di uso comune. E dà origine a
quella fase della civiltà in cui la preistoria si avvia ormai alla storia, e in
cui la popolazi~ne dell 'Italia assume la fisionomia che conserverà poi
nel complesso fino che Roma non unificherà dopo lotte secolari le gen-
ti della penisola in un popolo solo. Di questa età è caratteristico, insie-
me con l'uso del ferro, l'apprendimento a laminare il bronzo: ciò che
rende possibile tecniche più varie di lavorazione. Anche nella più anti-
ca fase dell'età del Ferro (XI-VII sec. circa a.C.) non si può affatto par-
L'Italia preistorica e le sue più antiche genti 7

lare di civiltà uniforme in Italia, bensì di vari nuclei di civiltà. In gene-


re si può notare una profonda differenza dei costumi di seppellimento: I diversi tipi
nell 'Italia settentrionale e nella parte tirrenica dell 'Italia centrale pre- di sepoltura
vale la incinerazione; nella parte adriatica dell'Italia centrale (dalle
Marche in giù) e nell'Italia meridionale prevale l'inumazione. Natural-
mente, non si può affatto dire con assoluta certezza che coloro che in-
cineravano i morti erano appartenenti a popoli diversi da quelli che li
inumavano, perché vedrem~~he gli Etruschi e i Romani conoscevano
entrambi i sistemi. Però, data la prevalenza a nord di incineranti e a sud
di inumanti, dato che l'inumazione era il sistema più anticamente in
uso in Italia, è lecito supporre che l'incinerazione sia stata diffusa da
genti diverse da quelle che inumavano i cadaveri. Tra i più importanti
nuclei di civiltà di questo periodo ricorderemo quello dei colli Euga-
nei; quello così detto villano viano da Villanova vicino a Bologna, sede
di una necropoli che può ritenersi tipica di questa civiltà; quello tosca-
no-laziale.

1.2 Le più antiche popolazioni dell'Italia

Abbiamo già avvertito che nel periodo a cui press'a poco siamo giunti
con la precedente esposizione (sec. VIII-VII a.c.), l'Italia è ormai po-
polata da quelle genti che più tardi ritroveremo in lotta con una di loro,
diventata più forte di tutte, la gente latina di Roma. Ma noi non abbia-
mo voluto indicare i nomi di queste popolazioni, perché in realtà è pro-
blema non risolto determinare a quale civiltà - come ci è rivelata dagli
scavi e soprattutto dalle tombe - corrispondano i popoli a noi noti. S'in-
tende che questa è difficoltà sussistente solo per il periodo arcaico che
ora esaminiamo. Ogni archeologo sa sicuramente distinguere una tom-
ba etrusca o una tomba osco-umbra del IV sec. a.c., quando ormai
Etruschi od Osci o Umbri sono popoli ben definiti che non solo hanno
loro tipiche forme di civiltà, ma soprattutto conoscono la scrittura e
quindi ci lasciano tracce non discutibili della loro attività. Ma in età più
antica, quando la scrittura era ignota (noi vedremo che essa fu diffusa in
Italia dai coloni greci), non è possibile attribuire sicuramente determi-
nate tombe, determinate armi etc. a un popolo piuttosto che a un altro. Dai
Di qui discende che mentre tal uno ha ritenuto che la civiltà della terra- Villanoviani
agli Etruschi
mare sia già in sostanza una civiltà etrusca, che poi avrebbe una secon-
da fase nella civiltà villanoviana e una terza infine nella etrusca pro-
priamente detta, altri abbia sostenuto che la civiltà della terramare sia
propria degli Indo-Europei venuti in Italia o anche di un particolare
gruppo indo-europeo, sia quello a cui appartenevano i Latini, sia quel-
lo a cui appartenevano gli Osco-Umbri. Analoga incertezza hanno le
8 Manuale di storia romana

teorie che tendono ad attribuire a uno dei gruppi indo-europei (di rego-
la a quello dei Latini) il sistema della incinerazione, riservando all'altro
il sistema della inumazione.
È opportuno perciò in questa sede accennare solo brevemente alle
più importanti genti dell 'Italia senza preoccuparci di identificare gli
aspetti più antichi della loro civiltà. Ci sono intanto i due gruppi princi-
Le genti pali di Indo-Europei, il gruppo latino-siculo e quello osco-umbro o um-
«Iatino-sicule» bro-sabello. Questi Indo-Europei sono probabilmente emigrati in Italia
e quelle
«osco-umbre» in due grandi ondate molto distanti l'una dall'altra. Più antichi sono in
Italia i Latini e i Siculi con cui erano imparentati gli Ausoni della Cam-
pania e gli Enotri diffusi per tutta l'Italia meridionale, entrambi presto
spariti. Di questi Enotri facevano parte con verosimiglianza quegli Ita-
li abitanti press' a poco l'odierna Calabria, a cui toccò in sorte di dare il
nome all'Italia'. Gli Indo-Europei, venuti in tempo più recente, del
gruppo osco-umbro si sono differenziati in parecchi nuclei tra cui i Sa-
bini a nord di Roma, i Volsci a sud, gli Umbri press'a poco nell'odierna
Umbria, i Sanniti più o meno nella parte centrale dell'Abruzzo e del
Molise nonché più tardi in Campania dove presero il nome di Osci da
una popolazione preesistente.
Oltre a questi due gruppi principali di Indo-Europei c'erano in Ita-
Gli Illiri, i Celti, lia almeno tre altre popolazioni indo-europee venute più tardi: gli Illiri,
i Greci i Celti, i Greci. Con gli Illiri sono imparentati probabilmente tanto i Ve-
neti, che hanno dato il nome alla regione omonima, quanto gli Iapigi
detti anche Messapii, press'a poco nell'odierna Puglia. I Celti o Galli
sono emigrati in Italia intorno al VI o al V secolo occupando vaste zo-
ne della regione padana, donde cacciarono Etruschi, Liguri e Veneti. I
Greci hanno mandato colonie in Italia dall'VIII sec. a.C. in poi e hanno
predominato in alcune regioni dell'Italia meridionale (cosiddetta Ma-
gna Grecia) e in molta parte della Sicilia, dove hanno dovuto contra-
stare il primato con i Fenici di Cartagine.
Oltre ai semitici Fenici penetrati in Sicilia e in Sardegna, tre altre
popolazioni almeno (trascurando gruppi minori) erano di origine non
indo-europea e in realtà a noi ignota: i Liguri, che occupavano non so-
lo l'odierna Liguria, ma anche grande parte del/Piemonte e la costa tir-
renica sino alla foce dell' Arno, i Sardi e infine gli Etruschi.

1 Il nome Italia si estese a poco a poco dalla Calabria a tutta la penisola. Il significato del termine non
è chiaro: la supposizione più comune è che il nome sia imparentato con quello di vitello (latino vi-
tulus), quasi a significare terra ricca di vitelli oppure che gli Itali originari avessero come divinità
della stirpe il vitello. Cfr più oltre. p. 54
L'Italia preistorica e le sue più antiche genti 9

L'età del Bronzo finale e l'età del Ferro


Il panorama delle culture dell'Italia antica si diversifica significativamente dal 1200 a.C.
circa; quando inizia il periodo del Bronzo finale e si manifesta la cultura proto-villano-
viana, la quale, a differenza dalla cultura detta appenninica, non usa l'inumazione, ma
l'incinerazione in urne biconiche fittili. I Protovillanoviani sono maestri nella lavorazione
dei metalli ed hanno contatti con culture geograficamente lontane del Mediterraneo.
Molte comunità, particolarmente nel Lazio, in Toscana, ma anche a Timmari (Matera),
Lipari e altri siti -adottano questo tipo di cultura. A Roma e presso altre comunità latine
compaiono aspetti cultuali affini. Nel corso del X secolo, nel IX e soprattutto nell'VIII,
cioè durante l'età del Ferro, molte aree dove era fiorita la cultura proto-villanoviana vi-
dero apparire un suo ulteriore sviluppo, costituito dalla cultura villanoviana, che com-
pare quasi sempre in luoghi diversi, ma vicini ai vecchi insediamenti dell'età del Bron-
zo. L'importanza di questa cultura sta nel fatto che essa si manifesta nei siti, e spe-
cialmente sui pianori, sui quali nasceranno le città dell'Etruria tirrenica e del Lazio. In-
fatti il fenomeno della nascita delle città in queste aree è un appassionante capitolo
dell'archeologia che negli ultimi decenni ha permesso di comprendere come gli abitan-
ti dei villaggi distribuiti sul territorio si concentrarono sui pianori (per esempio a Veio e
Tarquinia, ma lo stesso fenomeno dev'essere awenuto per Roma), specialmente tra il
IX e l'VIII secolo. Questa concentrazione del popolamento dev'essere stata accompa-
gnata da norme che regolavano la convivenza degli abitanti, e queste norme costituiro-
no il fondamento delle città. La fase villanoviana vide infatti nascere le città dell'Etruria
meridionale tirrenica e del Lazio e lentamente dalle manifestazioni sostanzialmente uni-
formi della cultura proto-villanoviana si manifestano caratteri regionali sempre più mar-
cati, che diventeranno i caratteri delle principali popolazioni dell'Italia antica. Si tratta di
caratteristiche dell'artigianato, dei riti sepolcrali, dei culti. Quella che noi chiamiamo
cultura etrusca si precisò chiaramente in questo periodo, e lo stesso awenne per la
cultura laziale o quella venetica. Oltre alla Toscana, all'alto Lazio e parte dell'Umbria,
gli Etruschi erano presenti nel VII secolo (ma certamente già precedentemente) in Emi-
lia e in alcune zone della Campania, come provano le iscrizioni rinvenute.
La dinamica della costituzione delle città portò alla definizione di confini di territori am-
pi, nei quali erano comprese anche popolazioni non coinvolte nella fondazione delle cit-
tà, e perciò prive dei diritti politici tipici dei cittadini. Esse vennero a costituire i ceti su-
bordinati, in semi-servitù, delle città etrusche, che, all'occasione, potevano essere an-
che chiamati alle armi sotto il comando di specifici magistrati cittadini. Le città laziali
devono avere organizzato il loro popolamento in modo diverso. In particolare, Roma
non ammise che liberi cittadini o schiavi, ma non popolazioni sottoposte del loro terri-
torio. Anzi, Roma divenne famosa per essere l'unica città che concedeva la cittadinan-
za anche agli schiavi liberati.

1.3 Gli Etruschi

Intorno agli Etruschi occorre un maggiore indugio per la parte impor-


tante che hanno avuto nella storia della civiltà italiana e per la loro di-
retta influenza su Roma. La loro origine, come dicevamo, è ignota. Chi
li crede, conformemente a una tradizione accolta da Erodoto, venuti
10 Manuale di storia romana

dall'Asia minore; chi li crede arrivati dal nord scendendo per le Alpi
Retiche o anche originari d'Italia, cioè derivati dalle più antiche popo-
lazioni del periodo paleolitico e neolitico. Nulla di positivo sapremo fi-
La lingua no a che non sarà stata decifrata la loro lingua, che per ora ci è intera-
degli Etruschi mente ignota, salvo poche parole, come hut, quattro, clan figlio, tin,
giorno, avil, mese etc. Noi leggiamo l'etrusco, perché gli Etruschi adot-
tarono per scrivere la loro lingua un alfabeto greco con modificazioni
proprie, ma non lo comprendiamo. Tutti i tentativi per decifrare la lin-
gua etrusca sono falliti. Questo fallimento dimostra però appunto che
l'etrusco non è legato direttamente a nessun'altra lingua conosciuta,
perché altrimenti la decifrazione sarebbe abbastanza agevole. È certo
quindi che gli Etruschi non sono né indo-europei, né semiti etc. È ovvio
poi che essi dovettero sentire fortemente l'influsso delle popolazioni
circostanti e soprattutto degli Italici del gruppo osco-umbro, cosÌ come
influirono per mutuo scambio su di loro.
Gli Etruschi non costituirono mai uno Stato unitario. Furono sem-
pre divisi in città rivali tra di loro e in un primo tempo governate da re,
poi da gruppi aristocratici. C'erano tuttavia legami religiosi tra le varie
città etrusche per cui un certo numero di esse si riunÌ in una lega che in-
torno al IV sec. a.c. comprendeva 12 città e aveva il suo centro nel
L'espansione Tempio di Voltumna (Fanum Voltumnae) presso VoI sini. L'odierna To-
e le principali scana o meglio la zona prospiciente al mar Tirreno delimitata dall' Ap-
città etrusche
pennino tosco-emiliano e dal Tevere è la più antica regione in cui tro-
viamo sicuramente gli Etruschi. Là sorgevano le loro città principali,
Volterra, Arezzo, Cortona, Perugia, Clusio, Vetulonia, Volsini, Tarqui-
nia, Cere, Veio. Ma gli Etruschi ebbero un'espansione tanto a nord
quanto a sud: espansione disordinata, perché organizzata di solito da
singole città o anche da singole bande di avventurieri, non da tutto il
popolo, ma espansione vigorosa. Gli Etruschi nel VII e nel VI secolo
a.c. giunsero a occupare grande parte del Lazio e della Campania: una
dinastia etrusca dominò nel VI secolo a Roma, e la tradizione romana
ancora ricorda questo predominio, quando ci parla dei due re Tarquini
(il cui nome è tipicamente etrusco), di cui il secondo fu cacciato ponen-
do fine nello stesso tempo alla monarchia e alla prevalenza straniera.
Verso nord gli Etruschi si spinsero nella pianura padana, occuparono al-
cune città, come Mantova, ne fondarono altre, come forse Modena, Par-
ma, Ravenna. Si stabilirono poi anche nell' isola d'Elba e in Corsica e
con l'aiuto dei Cartaginesi, di cui furono in quel tempo amici per la co-
mune rivalità coi Greci, sconfissero i Greci di Focea nella battaglia
d'Alalia il 540 circa a. C. e li costrinsero ad abbandonare ogni pretesa
sulla Corsica.
Ma al nord l'espansione etrusca fu troncata dai Celti che nel VI o
nel V secolo a.c., come già ricordammo, scesero nella pianura padana:
L'Italia preistorica e le sue più antiche genti 11

Le scoperte di Pyrgl
Gli scavi dell'Università di Roma nell'insediamento portuale di Pyrgi, dipendente da
Caere, ha permesso di conoscere dei testi quasi coevi al primo trattato fra Roma e Car-
tagine (509 a.C.). In un sacello fra i due templi maggiori sono state trovate tre lamine
d'oro che celebrano la dedica di un tempio, scritte sia in etrusco che in punico, la lin-
gua dei Cartaginesi. Dopo la battaglia di Alalia e il successo cartaginese ed etrusco, il
mare Tirreno fu controllato dalle due forti marinerie e divenne degno del suo nome, che
significa .il mare degli Etruschi», laddove il mare Adriatico aveva preso il nome da una
città etrusca, Adria. Le città della costa laziale entrarono pertanto nella sfera di inte-
ressi commerciali cartaginesi.

a sud trovarono infine un ostacolo insuperabile in Roma, che, dopo es-


sersi liberata dal predominio etrusco, cominciò una lotta sistematica
contro le città etrusche, la quale a poco a poco, dalla caduta delle città
etrusche o etruschizzate Fidene (circa il 425 a.c.) e Veio (circa il 396)
fino alla distruzione di Voi sini nel 265 circa, portò alla sottomissione L'Etruria
completa degli Etruschi a Roma. A nulla valse che essi via via si alleas- «romanizzata»
sero con i vari nemici di Roma, gli stessi Galli, i Sanniti etc. Tuttavia è
notevole che gli Etruschi, appena sottomessi, divenissero fedelissimi a
Roma e per Roma dessero un enorme contributo di sangue nelle guerre
puniche. Perciò l'Etruria fu presto romanizzata, e le vestigia della lin-
gua e della cultura etrusca caddero in dimenticanza. Contribuirono alla
decadenza dell'Etruria la diffusione della malaria e il prevalere dei lati-
fondi in molta parte del suo territorio. Ma il territorio etrusco romaniz-
zato, cioè la Toscana, è sempre rimasto poi una delle regioni spiritual-
mente più vive della civiltà italiana.

1.4 La civiltà etrusca

Gli Etruschi hanno sentito fortemente l'influsso della civiltà greca, co-
me dimostrano l'adozione di un alfabeto greco, la penetrazione di mol-
te divinità e leggende greche e infine il forte numero di opere d'arte L'influenza
greche, in ispecie vasi, ritrovate in Etruria. Subirono molto anche l'in- della cultura
greca
flusso della civiltà osco-umbra e certo già in periodo arcaico, per tace-
re dell' ovvio influsso posteriore, assimilarono elementi della civiltà la-
tina. Nonostante questi molteplici influssi, la civiltà etrusca ha una fi-
sionomia inconfondibile, e i suoi elementi più originali sono stati por-
tati in Roma nel periodo del predominio politico nel Lazio e vi sono ri-
masti, sicché non solo noi possiamo ritrovare in Roma molti elementi di
12 Manuale di storia romana

civiltà etrusca, ma certuni di questi elementi sono conservati esclusiva-


mente in Roma.
La letteratura Noi ora ignoriamo, si può dire, totalmente la produzione letteraria
e l'arte etrusche etrusca. E giova subito avvertire che, se anche sapessimo capire l'etru-
sco, la ignoreremmo quasi ugualmente, perché i testi etruschi da noi
posseduti sono soltanto delle brevi, sebbene numerosissime, iscrizioni,
salvo un unico lungo testo letterario, forse di carattere religioso, che ci
è conservato in modo assai curioso in una tela che ravvolgeva una
mummia (così detta mummia di Agram o Zagabria). Perciò noi cono-
sciamo della civiltà etrusca soprattutto la religione e l'arte, l'una docu-
mentata da molti accenni di scrittori romani e da rappresentazioni figu-
rate, l'altra appunto conservataci in innumerevoli opere, che gli scavi
sono venuti rimettendo alla luce. E poiché tutta l'arte ha una forte im-
pronta religiosa, uno dei caratteri inconfondibili dell'arte etrusca pro-
viene precisamente da questa religiosità grave, rigida, talvolta cupa; la
quale però non esclude atteggiamenti diversi, come di liberazione da
questa atmosfera, e quindi di una gioia sensuale di vivere, di ironia, ora
anche di fine gaiezza: né è da dimenticare il realismo della rappresenta-
zione figurata così diverso dall'idealizzamento dell'arte greca, a cui pu-
re quella etrusca deve molto. Del resto è ovvio che non si può ridurre a
poche formule uno sviluppo artistico come l'etrusco.
Gli Etruschi adoravano molte divinità, che noi conosciamo però so-
La religione: lo nel periodo in cui l'influenza greca e latina le aveva trasformate as-
divinità, riti similandole a divinità greche e romane (o anche osco-umbre): di più,
e luoghi sacri
molte delle stesse divinità che incontriamo sono di origine straniera.
Così la triade suprema degli dei etruschi, Tinia, Uni e Menrva, è costi-
tuita da una divinità certo originariamente etrusca, Tinia, che però ha
assunto il carattere del Giove latino, da un'altra Uni, che deriva dalla
latina Juno (Giunone) e da una terza Menrva che è evidentemente la la-
tina Minerva. Resta tuttavia di specificamente etrusco l'idea della tria-
de suprema, che i Romani imitarono dagli Etruschi: e si sa che gli Etru-
schi non consideravano vera città quella che non avesse tre santuari o
un santuario tripartito dedicato alla triade suprema. Altre divinità sono
Fufluns identificato con Dioniso, Turan con Afrodite, Voltumna il dio
protettore della lega etrusca, Sethlans, identificato con Efesto, e poi
Apollo sotto la forma Aplu, Eracle sotto la forma H ercle etc. etc.
Caratteristica della religiosità etrusca era la minuziosità delle pre-
scrizioni per ogni atto religioso, dalla struttura dei templi, cioè dei re-
cinti sacri, alle formule dei riti. Importante soprattutto la convinzione
che fosse possibile conoscere la volontà degli dei, cioè il futuro, osser-
vando attentamente i fenomeni naturali, e in specie i prodigi (terremo-
to, fulmini, mostruosità etc.), il volo degli uccelli e le viscere degli ani-
mali, tra le quali viscere aveva valore particolare per ragioni non ben
L'Italia preistorica e le sue più antiche genti

Caratteri delle aristocrazie italiche


Negli ultimi decenni si è più precisamente valutato il processo di acculturazione che
portò elementi greci nelle tradizioni latine ed etrusche. Nei culti italici l'iconografia, l'ar-
chitettura e la mitologia dei Greci furono recepite e usate per reinterpretare la religiosi-
tà indigena; dal VII secolo in poi la tattica militare oplitica (armatura pesante e forma-
zione serrata a falange) fu imitata dagli eserciti centroitalici; la produzione, il consumo
e il commercio del vino furono imitati, e con essi le cerimonie e le suppellettili legate al
consumo del vino; l'uso dell'alfabeto fu diffuso dai Greci della Campania a gran parte
dei popoli italici. Questi e molti altri elementi culturali modificarono profondamente le
culture laziale-ed etrusca. Le scoperte archeologiche hanno mostrato come le comuni-
tà laziali non dipendessero culturalmente da influssi di un'Etruria grecizzata, ma aves-
sero sviluppato autonomamente i loro contatti coi Greci.
Già dal primo affermarsi delle colonie greche in Italia meridionale, nell'VIII secolo, si
trovano importazioni di merci greche presso gli Etruschi e i Latini, Romani compresi, e
le trasformazioni che derivarono dal contatto fra culture determinarono una profonda
trasformazione socio-economica. Le necropoli dell'età del Ferro non mostrano consi-
stenti disuguaglianze economiche, mentre a partire dall'VIII secolo e soprattutto nel VII
esse vedono comparire, in Etruria meridionale e Lazio, i tumuli funerari principeschi,
dove venivano sepolti i ricchi e potenti delle nascenti città. Alcuni corredi funerari di
Caere (Cerveteri) e Praeneste (Palestrina) di questo periodo mostrano una straordina-
ria ricchezza, comprendendo raffinati oggetti d'oro o d'avorio, numerosissime suppel-
lettili bronzee. Gli autori antichi ci parlano di stoffe purpuree e vino costoso che veni-
vano usati senza risparmio durante i funerali dei ricchi. Tumuli funerari enormi, simili a
quelli d'Asia Minore, furono innalzati a Cortona, nel territorio di Tarquinia, di Caere e di
altre città centro-italiche sul versante tirrenico. Alloro interno venivano ricavate serie di
camere destinate ad accogliere i membri di singole famiglie, per cui il tumulo era il me-
moriale di una gens, cioè di un sistema di famiglie che portavano il medesimo nome
gentilizio. A differenza dal nome personale, quello gentilizio era ereditario, e quindi fun-
zionale alla trasmissione di un'eredità sia materiale che morale all'interno della socie-
tà. Il nome gentilizio si diffuse a partire dal VII secolo. Le gentes ricche, che avevano
approfittato delle novità tecnologiche e culturali, si posero al vertice delle città e tese-
ro a perpetuare nelle generazioni il loro ruolo dominante.
Il VII e parte del VI secolo furono epoca dello stile orientalizzante, ispirato a modelli
greci, ma anche egiziani e vicino-orientali, uno stile che differenziava per raffinatezza e
lusso le classi dirigenti dal resto della cittadinanza.
Verso la metà del VI secolo si vide in atto una tendenza apparentemente inversa: i tu-
muli diventano più piccoli e compaiono altri tipi di tombe, di ricchezza media. Giovanni
Colonna ha dimostrato che questa tendenza fu il risultato di leggi contro il lusso, simi-
li a quelle che avevano adottato molte città greche. Erano i sintomi di un rafforzamen-
to delle funzioni pubbliche (in latino: res publica) che sostituivano le prerogative dei pri-
vati più potenti. La res publica (il termine Stato non era usato né aveva un senso allo-
ra) si rafforzava, attraverso lo strumento delle leggi. Si credette che non fossero cono-
sciute le sepolture del Lazio del V secolo, mentre invece si trattava della scomparsa, o
Quasi, dei corredi funerari.
Forse a Roma già gli ultimi re imposero delle norme di questo genere, che privavano i
nobili e i ricchi della facoltà di manifestare in pubblico la loro supremazia. La tendenza
verso l'uguaglianza, o meglio, verso la creazione di un'estesa classe media, portò poi
alla creazione della Repubblica romana"
14 Manuale di storia romana

chiare il fegato. L'arte degli aruspici, che ebbero molta autorità anche
in Roma, aveva appunto lo scopo di interpretare questi segni della divi-
Gli «aruspici» nità: tale arte è di natura analoga a quella degli auguri, che in Roma
e la concezione prendevano gli auspici per ogni atto importante della vita pubblica e
della morte
privata, e perciò si venne in parte confondendo con quella degli auguri.
Molto preoccupava gli Etruschi anche il problema della morte, e, seb-
bene in età arcaica prevalessero concezioni piuttosto liete dell'al di là, e
si immaginasse che il defunto potesse continuare a godere dei diverti-
menti della vita, nel complesso la visione etrusca della morte venne
sempre più accentuando gli aspetti cupi e orridi fino a immaginare il de-
funto tormentato da mostri infernali, come Tuchu/cha o Charun, che è
il Caronte greco, ma diventato ben più mostruoso e feroce. I morti ora
erano seppelliti, ora invece bruciati.

Bibliografia
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renze 1996.
Per il Lazio e Roma: E. GJERSTAD, Early Rome, 6 voi!., Lund 1953-1973;
Civiltà del Lazio primitivo, Roma 1976; oltre ai molti volumi editi dal Comi-
tato per l'archeologia laziale. Sui costumi funerari come sintomi di fenomeni
sociali: C. AMPOLO, Su alcuni mutamenti sociali nel Lazio tra l'VIII e il V se-
colo, in «Dialoghi di Archeologia», IV-V.l, 1970-1971, pp. 37-68; G. COLON-
NA, Un aspetto oscuro del Lazio antico. Le tombe del VI-V secolo a. c., in «La
Parola del Passato» XXXII, 1977, pp. 131-165.
Per gli ordinamenti politici degli Osco-Umbri e degli Etruschi in rapporto
con i Romani cfr. anche A. ROSENBERG, Der Staat der alten Italiker, Berlino
1913; E. CAMPANILE, C. LETIA, Studi sulle magistrature indigene e municipa-
li in area italica, Pisa 1979.
Le origini e le istituzioni antichissime
di Roma
CAPITOLO SECONDO

2.1 Caratteri della tradizione sulla più antica storia di


Roma

I cenni che finora abbiamo dato sulla più antica storia d'Italia non sono
dedotti, nel complesso, da fonti letterarie, ma da attestazioni archeolo-
giche e linguistiche, cioè da rimanenze dirette dei popoli antichi. Solo
per le origini di Roma alla documentazione archeologica e linguistica si
aggiunge una abbondante produzione letteraria di storici, che ci narra-
no le vicende più antiche della città. E ciò è ben naturale, perché l'im-
portanza di Roma ha fatto sÌ che con cura particolare se ne raccoglies-
sero le memorie più antiche. Ma questa produzione letteraria, se ha un La produzione
valore indiscutibile come testimonianza di ciò che si è pensato e credu- letteraria latina
come fonte
to sulle origini di Roma, ha valore discutibile come testimonianza di storiografica
fatti realmente accaduti. Se invero tale tradizione conserva il ricordo di
molte cose che l'archeologia e la linguistica ci confermano, ne ricorda
altre leggendarie e altre ancora, che possono essere vere, ma di cui noi
non abbiamo più mezzo di confermare la verità.
Tutto ciò apparirà comprensibile, quando si rifletta sul modo con
cui si è potuta formare la tradizione sulle vicende più antiche di Roma.
C'erano intanto documenti ufficiali ben noti, come le liste dei magi-
strati o i trattati con popoli stranieri o le leggi più importanti, che dava-
no a chi volesse alcune notizie sicure anche per tempi molto antichi, ma
solo entro certi limiti (VI sec. a.c.) al di là dei quali tacevano.
C'erano poi le raccolte di notizie compilate anno per anno dal pon-
tefice massimo, che conservavano il ricordo di molti dei più importan-
ti fatti di ogni anno; ma è assai dubbio che tali raccolte siano state co- Le raccolte di
minciate dai pontefici in età molto antica ed è quindi verosimile che an- notizie annuali
del pontefice
ch'esse per quell'età non potessero offrire nulla di sicuro. C'erano infi- massimo
ne le tradizioni gelosamente custodite dalle famiglie nobili sui fatti più
importanti a cui avevano partecipato i loro antenati; ma si comprende
bene come tendessero ad esagerare i meriti di questi antenati e giun-
gessero anche talvolta in loro onore a falsificare la storia. Tanto più poi
quando tali tradizioni erano evocate per celebrare un morto della fami-
16 Manuale di storia romana

glia negli abituali elogi funebri oppure per dare materia a carmi convi-
viali, che si recitavano in occasione di solennità domestiche. In queste
Leorazioni circostanze nessuno più si poteva preoccupare della verità storica, ma
funebri solo di esprimere la emozione collettiva di tutti gli astanti. Ne potevano
per tramandare
la gloria quindi nascere leggende piene di poesia, non ricostruzioni storicamen-
degli avi te fedeli. Si pensi del resto all'abitudine costante di tutti i popoli ai pri-
mi sviluppi della civiltà di celebrare con canti le glorie dei propri eroi
morti o vittoriosi: abitudine che non poté mancare in Roma, anche al-
l'infuori della cerchia dei familiari di un eroe.
Già gli stessi Romani sapevano quanto fosse difficile ricostruire la
loro più antica storia. Livio lamentava l'abitudine delle famiglie, che
volevano attirare su di sé tutta la gloria delle imprese e delle magistra-
ture (VIII, 40) e Cicerone dichiarava addirittura che «le orazioni fune-
bri hanno riempito la nostra storia di menzogne» (Bruto 16, 62). Essi
anzi esageravano perché noi oggi sappiamo riconoscere meglio di loro
anche il valore delle leggende. Le quali sono sempre, come già dicem-
mo, testimonianze importantissime per conoscere coloro che le crearo-
no. E perciò, se anche l'eroismo di un Muzio Scevola o di un Attilio Re-
golo, cosÌ come ci è raccontato, è leggendario, nulla può meglio farci
intendere l'alto concetto che i Romani si facevano dell' amor di patria
che l'aver immaginato cosÌ tipiche forme di coraggio e di dedizione.
L'oscurità dunque rimane e rimarrà forse sempre su grande parte
delle vicende più antiche di Roma. Ma la stessa leggenda è preziosa
fonte d'informazioni. E se non è possibile ricostruire minutamente
quelle vicende, è però sempre più agevole - via via che le indagini pro-
cedono - intuire le grandi linee della più antica storia di Roma.

Incertezza della tradizione


Livio 11.21.3-4:
Ogni storico adotta un criterio arbitrario in materia di cronologie e di liste di magistrati,
e da ciò consegue che è quasi impossibile riferire con esattezza la successione dei
consoli e le date degli eventi, quando non solo i fatti ma anche gli autori stessi sono av-
volti nelle nebbie del passato.

Livio VII1.40A-5:
Non è facile scegliere tra le varie versioni e i diversi autori. Ho l'impressione che i fatti
siano stati alterati dagli elogi funebri o da false iscrizioni collocate sotto i busti, dato
che ogni famiglia cerca di attribuirsi il merito di gesta gloriose con menzogne che trag-
gono in inganno. Da quella pratica discendono sicuramente sia le confusioni nelle ge-
sta dei singoli individui, sia quelle relative alle documentazioni pubbliche. Per quegli an-
ni non disponiamo di autori contemporanei agli eventi, sui quali ci si possa quindi ba-
sare con certezza.
Le origini e le istituzioni antichissime di Roma

2.2 Gli storici delle origini di Roma

Gli scrittori maggiori a noi pervenuti che trattano delle origini di Roma
sono Tito Livio e Dionigi di Alicarnasso, entrambi vissuti nell'età di
Augusto e l'uno scrivente in latino e l'altro in greco. Le storie di Livio Tito Livio
andavano da Enea al9 a.c. in 142 libri, dei quali solo 35 ci sono perve-
nuti e precisamente i libri l-IO che comprendono la storia romana fino
al 293 a.C., e quelli 21-45, che narrano il periodo 218-167. Di quasi tut-
ti i libri perduti abbiamo brevi sommari, le così dette periochae che ci
danno un'idea del contenuto. Di Dionigi di Alicamasso, che scrisse 20
libri sulla storia di Roma dalle origini alla prima guerra punica (Anti- Dionigi di
chità romane), ci restano solo i primi dieci libri e una parte dell'undi- Alicarnasso
cesimo: la sua opera fu pubblicata il 7 a.C. Per quanto Livio e Dionigi
si valgano spesso delle medesime fonti o di fonti affini, siano dotati en-
trambi di scarso senso critico, e vivano nella medesima atmosfera, sono
però lontanissimi di spirito: Livio è un Romano che partecipa intima-
mente alla restaurazione augustea e ha un senso profondo del destino
di Roma, che anima tutta la narrazione e le dà una nobile efficacia non
più raggiunta; Dionigi è invece un retore, preoccupato specialmente di
scrivere un' opera retoricamente perfetta.
Notizie importanti sulla storia romana arcaica si trovano pure nella
cosiddetta Biblioteca storica del siculo Diodoro, anch'egli un contem-
poraneo di Augusto. Nella Biblioteca Diodoro dava in greco un rias-
sunto della storia universale secondo buone fonti greche e romane. Dei
quaranta libri, ne possediamo, oltre a piccoli frammenti, solo 15, cioè i
primi cinque, che comprendono la storia mitica, e i libri 10-20 in cui è
narrata la storia dal 479 al 301 a.c.
Qualche notizia possiamo pure trarre dal riassunto che nel XII sec.
d.C. il bizantino Giovanni Zonara fece dei primi 35 libri ora perduti
della storia romana scritta nella prima metà del III sec. d.C. da Cassio Cassio Dione
Dione. Dell'opera di Cassio Dione, che era completa in 80 libri e anda-
va dalle origini all'imperatore Severo Alessandro, possediamo invece
ancora più o meno completi i libri 36-60, comprendenti il periodo dal
69 a.c. al 44 d.C., e i libri 78-79 che parlano degli anni 216-219 d.C. E,
infine, non sono da trascurare i riassunti pervenutici dei capitoli che Ap-
piano, vissuto nel II d.C., dedicava alla storia romana arcaica in una sua
opera generale sulle guerre dei Romani, di cui altre parti ci restano in-
tegre. Ci sono pure conservati tre brevi schizzi di tutta la storia romana,
uno scritto da Floro al principio del II sec. d.C., uno da Eutropio nel IV
sec. e uno dal cristiano Orosio al principio del V.
Livio, Dionigi di Alicarnasso, Diodoro, probabilmente anche in
parte Cassio Dione e Appiano, si valsero per redigere le loro storie del-
le opere di annalisti, cioè di storici che dalla fine del III sec. al I sec.
18 Manuale di storia romana

a.c. elaborarono i ricordi tradizionali, le notizie contenute negli annali


dei pontefici, nelle memorie familiari etc. distribuendole, ad imitazione
appunto degli annali dei pontefici, anno per anno. Il più antico di questi
Gli «Annali» annalisti è forse Q. Fabio Pittore, che intorno al 200 a.c. scrisse brevi
di Fabio Pittore annali in greco, che si dubita siano la fonte di Diodoro. Un annalista a
lui contemporaneo è L. Cincio Alimento, anch' egli scrittore in greco. Il
primo annalista che scrisse in lingua latina fu forse L. Cassio Emina
vissuto intorno al 150 a.c. Gli annalisti del I sec. a.c., quali Q. Claudio
Quadrigario, Valerio Anziate e Licinio Macro, che furono le fonti mag-
giori di Livio e di Dionisio, davano narrazioni assai più estese e quindi
più ricche di particolari leggendari.
Narrazioni storiche erano anche le opere dei due contemporanei
Ennio e Catone Ennio e Catone il vecchio. Ennio (239-165 a.c.) narrava nei suoi poe-
tici Annali in esametri la storia di Roma fino al suo tempo; e così Cato-
ne (234-149 a.C.) nelle Origini in prosa, che in realtà non raccontavano
solo, come il titolo sembra promettere, le origini di Roma e dei munici-
pi d'Italia, ma anche la successiva storia fino al suo tempo. Queste ope-
re, di cui sono giunti a noi solo brevi frammenti, hanno però influito po-
co sugli storici successivi.

2.3 La fondazione di Roma: la leggenda e la realtà

Tutti gli scrittori ora ricordati, pure con differenze nei particolari pro-
fondissime, accettavano per vera la leggenda che la fondazione di Ro-
ma fosse collegata con la distruzione di Troia. Tale leggenda è di origi-
ne greca e si trova già in scrittori greci della fine del V sec. a.c., come
Ellanico di Mitilene e Damaste di Sigeo, che la narravano nella forma
più semplice secondo cui Enea fondò senz'altro Roma. Ma la distru-
zione di Troia posta dalla tradizione anteriormente al 1000 a.c. era
troppo antica per potersi conciliare con i ricordi dei Romani, che non
conoscevano se non sette o al più otto re prima dell'inizio della repub-
blica, che essi, basandosi sulle liste dei consoli ponevano, press' a poco
La leggenda esattamente, alla fine del VI sec. a.c. (di solito nel 509 a.c.). Per ciò e
di Troia per altre ragioni, non si poteva accettare che Enea avesse fondato Roma
come mito
delle origini e si immaginò quindi che Enea, giunto in Italia, avesse fondato Lavinio
e che suo figlio Ascanio avesse poi fondato Alba Longa. In Alba Longa
dopo una lunga serie di altri re discendenti da Ascanio, sarebbe salito al
trono Amulio spodestando il fratello Numitore. Ma da una figlia di Nu-
mitore, Rea Silvia, sarebbero nati due gemelli, Romolo e Remo, che,
salvati dalla morte a cui Amulio li aveva destinati, perché nutriti da una
lupa, avrebbero poi fondato Roma nel luogo ove erano stati salvati. Ve-
nuti quindi a discordia i due fratelli, Romolo avrebbe ucciso Remo e
Le origini e le istituzioni antichissime di Roma 19

avrebbe regnato solo sulla nuova città popolata con avventurieri accor-
si d'ogni parte. La fondazione della città era posta in anni diversi, se-
condo i diversi storici: e la data che prevalse fu quella accettata dal-
l'erudito Varrone nel I sec. a.c. del 753 a.C. Si immaginò poi che la
fondazione fosse avvenuta il 21 aprile, giorno della festa Palilie, una 21 aprile 753 a.c.:
solennità agricola. Che questa sia leggenda, e leggenda di origine so- la nascita
di Roma
stanzialmente non romana, non c'è bisogno di insistere. Basti ricordare
che la leggenda più antica non conosceva due fondatori di Roma, ma
uno solo, Romolo o anche Romo, entrambi nomi che evidentemente do-
vevano spiegare il nome di Roma. Più tardi, per ragioni non ben chiare,
a Romolo fu attribuito un fratello, che però non aveva alcuna importan-
za nella storia delle origini se lo si faceva eliminare da Romolo.
La realtà sulle origini di Roma, quale almeno si può verosimilmen-
te ricostruire, è nello stesso tempo più semplice e più complicata. Dei
Latini, la gente che prendeva il nome dalla pianura del Lazio, alcuni
gruppi occuparono un tempo assai antico, forse tra il X e l 'VIII sec.
a.C., i colli che noi ora chiamiamo romani e fondarono tante piccole co-
munità autonome. Alcune di tali comunità costituivano tra loro una le-
ga sacra, il cosiddetto Settimonzio, che riuniva gli abitanti delle tre cime I primi abitanti
del Palatino, delle tre alture dell'Esquilino e infine del colle Celio. Un del colle
Palatino
passo decisivo verso la costituzione di una città si ebbe quando gli abi-
tanti delle tre cime del Palatino si fusero in una comunità sola, i cui con-
fini erano esattamente delimitati da un circuito di carattere sacro, detto
pomerio. È indubbio infatti che nella comunità del Palatino c'è la Roma
primitiva ed è anzi verosimile che appunto questa comunità unificata
abbia assunto per la prima volta il nome di Roma l . A poco a poco poi
Roma si estese verso gli altri colli e correlativamente si spostò il pome-
rio: così essa venne a comprendere i colli Celio, Esquilino, Viminale,
Quirinale e Capitolino, mentre invece rimase a lungo fuori della città
l'Aventino, che infatti per tutto il periodo repubblicano non fu compre-
so entro i limiti del pomerio, segno che fu aggregato alla città dopo che
il pomerio era ormai diventato una linea fissa.
Per quanto allargata, Roma non ebbe tuttavia per molto tempo im-
portanza tra le città latine. Noi sappiamo che già almeno nel VII sec.
a.c. esisteva una lega che comprendeva grande parte di queste città sot-
to l'egemonia di Alba Longa e radunava tutti i membri intorno al culto
di Giove Laziare. A questa lega Roma partecipò senza dubbio presto,
ma solo in condizioni di subordinata. La supremazia che a poco a poco

I I Romani si chiamavano anche Quiriti. È probabile che Quiriti fosse il nome più antico di coloro
che. avendo poi fondato Roma, si vennero a chiamare Romani. In altri termini: Quiriti dovette
essere il nome di quella parte dei Latini che fondò Roma.
20 Manuale di storia romana

Roma venne acquistando sulla lega è una delle più immediate espres-
sioni della lenta ascesa della città sotto i re.

2.4 I re di Roma

È inutile domandarci quando è sorta la monarchia in Roma. I re sono


tanto antichi quanto la città. Ma la tradizione ha potuto solo ricordare i
più famosi di questi re. Tali sono gli otto il cui nome si conserva: Ro-
molo, Tito Tazio, Numa Pompilio, Tullo Osti/io, Anca Marcio, Tarqui-
I re di Roma nia Prisco, Servio Tullio, Tarquinia i/ Superbo. Essi - a prescindere da
Romolo, il mitico fondatore - sono probabilmente tutti esistiti, ma non
è detto che si siano succeduti in quell' ordine che lo schema consacrato
loro attribuisce. Tanto meno poi dovremo prendere sul serio tutte le no-
tizie che la leggenda ci tramanda per ciascun re, se anche non è da ne-
gare che qualcuno di questi fatti rappresenta un ricordo esatto. Le cose
stanno semplicemente in questo modo: si ricordavano nomi e gesta di
re, ma con inevitabili confusioni. Non negheremo dunque che possa es-
sere esistito un re Tito Tazio e non negheremo nemmeno d'altra parte la
possibilità che sul Quirinale esistesse un gruppo di Sabini, che fu as-
sorbito dai Romani del Palatino e venne a costituire una parte della cit-
tadinanza romana. Solo non porremo in rapporto i due fatti, come vuo-
le la leggenda, la quale immagina che Romolo abbia associato a sé nel
regno Tito Tazio capo di un gruppo di Sabini, già nemico e poi, dopo la
pacificazione, trasferito sul Quirinale. Tanto meno c'è da credere che
Numa Pompilio abbia creato ex novo tutte le istituzioni religiose, che la
tradizione gli attribuisce; e se è indubbio che ci fu un re Tullo Ostilio e
che Roma a un certo punto dell'età regia cominciò ad elevarsi in poten-
za fino a poter distruggere Alba Longa, resterà molto incerto se la di-
struzione di Alba sia avvenuta proprio al tempo di Tullo Ostilio, e nes-
suno poi vorrà prendere sul serio che la lotta tra Roma e Alba sia stata
La fase della decisa da un duello tra i tre albani Curiazi e i tre romani Orazio Infine
monarchia anche di Anca Marcio non sarà probabilmente da negarsi la storicità,
tra storia
e leggenda sebbene essa sia stata spesso contestata; si dovrà solo concedere che le
imprese attribuite a lui o sono mal sicure o sono certamente di età po-
steriore, e tra queste ultime porremo senza esitazione la fondazione del-
la colonia romana a Ostia, che sarebbe secondo la tradizione opera sua
mentre è del IV secolo a.c.
Ma i più gravi problemi sono offerti dagli ultimi tre re conosciuti
dalla tradizione: Tarquinia Prisco, Servio Tullio e Tarquinia il Superbo.
Poiché il primo e il terzo sono ritenuti dalla tradizione unanime etru-
schi, mentre il secondo è di solito creduto un romano (benché non man-
casse una tradizione che lo identificava con un avventuriero etrusco.
Le origini e le istituzioni antichissime di Roma 21

Mastarna), la questione della realtà di questi sovrani si complica con


quella degli influssi etruschi in Roma.
In linea generale possiamo dire quanto segue. Non c'è dubbio che
gli Etruschi hanno avuto fortissima influenza nel Lazio in genere e su L'influenza
Roma in ispecie nel periodo regio. Alcune città vicine, come Veio, sono etrusca su
Roma
state etrusche; in Roma è documentabile l'influenza etrusca in tanti par-
ticolari, per es. nei fasci littori dei magistrati, che sono certamente stati
imitati dagli Etruschi. Se quindi la tradizione asserisce che ci sono sta-
ti dei sovrani etruschi in Roma, bisognerà crederci. A un patto però: che
non si creda che Roma sia stata una città veramente etrusca o etru-
schizzata. Basti dire che a Roma, con tanti scavi, non si è trovata anco-
ra un'iscrizione etrusca. Ne concluderemo che delle bande di avventu-
rieri etruschi hanno dominato in Roma e hanno anche, col prestigio del-
la loro civiltà, influito notevolmente sullo sviluppo politico e culturale
di Roma; ma Roma non fu mai realmente una città etrusca. La stessa
tradizione lo confessa quando ammette che tra due re etruschi abbia re-
gnato un romano, Servio Tullio. Sull'esistenza di questo re nessun dub-
bio è possibile e nemmeno che egli abbia concluso con i Latini un trat- Servio Thllio
tato che era conservato nel tempio di Diana sull' Aventino. Più difficile
è ammettere la tradizione che a lui vada attribuito il profondo rivolgi-
mento costituzionale, che va sotto il nome di ordinamento centuriato, e
che egli abbia costruito le prime mura (mura serviane) intorno alla cit-
tà; entrambe queste cose sembrano di età più tarda del VI secolo a.c.,
benché una certezza non sia raggiungibile. Ma insomma anche questo
re è una figura storica.
Numerosi problemi particolari sono sorti intorno ai due Tarquini, e
non è mancato pure chi ha sospettato che la tradizione abbia sdoppiato
per errore la personalità di un solo re Tarquinio in due Tarquini. Ma a Tarquinio
noi interessa specialmente un problema: se davvero, come vuole la tra- Prisco
e Tarquinio
dizione con Tarquinio il Superbo sia finita la monarchia in Roma. È fa- il Superbo
mosa la leggenda romana. Mentre Tarquinio era fuori di Roma, uno dei
suoi figli, Sesto, offese una matrona romana, Lucrezia, moglie di Tar-
quinio Collatino. Lucrezia si uccise e, per vendicarla, il marito con due
altri patrizi, Giunio Bruto e Lucio Valerio, iniziò una ribellione che por-
tò alla cacciata di Tarquinio e alla fondazione della repubblica governa-
ta da due consoli. Primi consoli sarebbero stati Giunio Bruto e Tarquino
Collatino. Invano Tarquinio si rivolse per aiuto agli Etruschi suoi con- Muzio Scevola
nazionali, e invano Porsenna, re etrusco di Chiusi, venne contro Roma. e Orazio Coclite
Egli, secondo la tradizione più comune, abbandonò l'assedio della città
perché impressionato dall'eroismo di Clelia, una fanciulla romana, che
mandata in ostaggio a lui, fuggì a Roma traversando il Tevere a cavallo,
e soprattutto di Muzio Scevola, che, dopo aver invano tentato di trucida-
re Porsenna, sorpreso e portato al re nemico, si bruciò una mano senza
22 Manuale di storia romana

spasimo per mostrare al re l'ardire romano, e infine di Orazio Cadile,


che da solo difese sino all'ultimo il ponte Sublicio, dando modo ai suoi
compagni di tagliarlo e così impedire agli Etruschi di penetrare in Roma.
La tradizione è unanime nell'ammettere che Tarquinio non poté più ri-
tornare in Roma, cioè che egli fu l'ultimo re della città.
Porsenna, Ora, non sono da confondersi due avvenimenti diversi: la cacciata
re di Chiusi, di Tarquinio e l'impresa di Porsenna. Che fra i molti tentativi, riusciti e
attacca Roma
non riusciti, da parte di bande etrusche di dominare in Roma ce ne sia
stato uno di un sovrano, il cui nome i Romani pensarono a torto o a ra-
gione fosse Porsenna, non c'è dubbio: se poi la tradizione più comune
riteneva questo tentativo fallito, è però da ricordare che una tradizione
più oscura affermava invece che esso era riuscito, cioè che per breve
tempo gli Etruschi di Porsenna avevano dominato in Roma. E questa è
senza dubbio la versione esatta: non si poteva inventare l'occupazione
di Roma. Ma è allora anche evidente che la impresa di Porsenna non ha
alcuna relazione con la cacciata di Tarquinio perché Porsenna, conqui-
stata Roma, non ripose sul trono Tarquinio. Solo più tardi l'un fatto è
stato connesso artificialmente con l'altro: perciò nello studiare la fine
della monarchia si dovrà prescindere da Porsenna e dalla sua probabile
conquista di Roma durata poco tempo.
La fine della Restano allora due elementi in contrasto. Da un lato i Romani ave-
monarchia vano un ricordo vivo della fine della monarchia con la cacciata di Tar-
e l'origine
del «rex quinio e, se pure la loro tradizione era abbellita di leggende, non si può
sacrificulus» asserire frettolosamente che essa sia senz'altro falsa. D'altro lato esi-
steva ancora in Roma nel periodo repubblicano il così detto rex sacrifi-
culus, cioè un sacerdote sopraintendente a tal une cerimonie religiose
chiamato rex. Poiché in origine toccava al re-capo dello Stato soprain-
tendere a tali cerimonie, si è con verisimiglianza supposto che il rex sa-
crificulus non sia che l'antico re-capo dello Stato, privato di tutti gli al-
tri poteri e ridotto a semplice sopraintendente religioso. Così in Atene
l'antico basileus si venne a ridurre ad arconte-basileus, press'a poco
sfornito di autorità. Secondo questa ipotesi dunque, la monarchia non
sarebbe cessata violentemente, ma sarebbe stata desautorata a poco a
poco fino a ridurre il re in condizione di rex sacrificulus. L'ipotesi evi-
dentemente non nega che Tarquinio sia stato cacciato, esclude solo che
la sua cacciata possa dirsi la fine della monarchia.
È difficile poter asserire con certezza se l'esistenza di un rex sacri-
ficulus basti a escludere che con Tarquinio il Superbo sia finita la mo-
narchia in Roma. Possiamo però almeno concludere che chi vuole stu-
diare criticamente la storia arcaica di Roma deve tenere conto anche di
queste eventualità: che la leggenda di Tarquinio rappresenti erronea-
mente la cacciata di un re di famiglia etrusca come la fine della monar-
chia in Roma.
Le origini e le istituzioni antichissime di Roma 23

2.5 Le istituzioni sociali e politiche del periodo regio

Esisteva indubbiamente già nel periodo regio la distinzione della popo-


lazione romana in due classi: patrizi e plebei. I patrizi erano un numero
ristretto di famiglie, dalle quali soltanto il re traeva i suoi consiglieri,
cioè i senatori, detti anche pall·es (donde appunto ai membri delle fa- I patrizi
miglie dei patres il nome di patricii). Solo i patrizi insomma avevano
cariche nello Stato: e tale caratteristica si conservò, come vedremo, an-
che nel primo periodo della repubblica. Tra patrizi e plebei era vietato il
matrimonio. Le famiglie patrizie appunto perché ci tenevano alla loro
discendenza conservavano esatta memoria della loro genealogia: tutte
le famiglie che si consideravano tra loro congiunte, perché discendenti
da un unico antenato, costituivano una gente (gens), legata da vincoli
religiosi e giuridici. S'intende che anche le famiglie plebee più distinte
avranno tenuto a ricordare i loro antenati, e così anche queste si saran-
no considerate appartenenti a genti o stirpi. Il sistema gentilizio diven-
ne pertanto generale, e perciò ogni Romano finì col portare accanto al
nome proprio, il così detto prenome (Gaio, Manlio, Marco etc.), il nome
gentilizio (Fabio, Tullio, Giulio etc.). Per distinguere poi coloro che, ol-
tre a portare lo stesso gentilizio, avevano uguale prenome, si venne dif-
fondendo più tardi l'uso di aggiungere un soprannome, il così detto co-
gnomen (Cesare, Cicerone etc.): sicché in età classica ogni cittadino
Romano aveva i tria nomina (per es. Marco Tullio Cicerone).
Si comprende pure molto facilmente che ogni famiglia patrizia, ap-
punto per la sua autorità, avesse molte persone povere intorno, che ne
desideravano la protezione. Da questo stato di fatto sorse la categoria
dei così detti clienti, cioè di quelle persone, che, mentre sostenevano in
ogni azione politica e militare i loro patroni, ne avevano in cambio aiu-
ti finanziari e appoggio nelle cause giudiziarie.
Va da sé che i clienti erano dei plebei, ma non tutti i plebei erano
clienti dei patrizi.
Sull' origine della distinzione tra il patriziato e la plebe si è discus- I plebei
so moltissimo, e non si è ancora potuto fare l'accordo. Ma sembra or-
mai l'opinione più verosimile che, come nella repubblica di Venezia un
ristretto numero di famiglie si arrogò a poco a poco il diritto di gover-
nare lo Stato, così a Roma le famiglie più potenti si siano a poco a po-
co separate dal resto della popolazione e abbiano costituito il patriziato.
Patrizi e plebei erano però ugualmente compresi nelle tre tribù, in La popolazione
cui la popolazione di Roma era divisa: i Tizii, i Ramni e i Luceri. Il si- suddivisa
in «tribù»
gnificato di questi nomi è ignoto. Ogni tribù comprendeva lO curie. Le e «curie»
30 curie, radunandosi insieme, costituivano un'assemblea, i comizi cu-
r-iati. che prima della creazione dei comizi centuriati (v. oltre) era l'uni-
ca assemblea dell'intero popolo romano. Quali fossero in questo perio-
24 Manuale di storia romana

do più antico i compiti dei comizi curiati non sappiamo; deduciamo pe-
rò la loro importanza dal fatto che più tardi, pur decaduti, avevano sem-
pre il compito di conferire il potere ai magistrati, sanzionandone la no-
mina, di riconoscere il passaggio di un individuo da una famiglia o da
una gente a un'altra (adozione) etc.
Dalle curie e dalle tribù erano poi prelevati i soldati in guerra. Ogni
La curia dava una centuria di soldati, cioè ogni tribù dava IO centurie o
composizione 1000 uomini: così l'insieme dell'esercito romano, la legione, era costi-
della legione
tuita da 3000 uomini divisi in 30 centurie. Di più c'era un certo nume-
ro di cavalieri, probabilmente in origine 300, di cui ogni tribù ne dava
100. I cavalieri erano naturalmente tutti patrizi. Più tardi ogni tribù det-
te due centurie di cavalieri. Anche quando l'esercito romano si accreb-
be ed ebbe 18 centurie di cavalieri, ne restarono sei, di cui due si chia-
mavano dei Tizii, due dei Ramni e due dei Luceri. Erano evidentemen-
te le sei più antiche centurie dei cavalieri.
Il re comandava l'esercito, giudicava nei processi e deliberava in
ogni altra questione che riguardava lo Stato. Ma la sua autorità, fuori
che in guerra, quando il suo comando (imperium) era assoluto, era li-
mitata. Intanto ogni capo di famiglia (pater familias) aveva un'autorità
dispotica sui membri di essa, fino a poterli condannare a morte: ciò che
naturalmente limitava l'autorità del re. Poi il re non era tale per diritto
divino, ma per elezione dei comizi curiati. La sua autorità non era vali-
da se non sancita dai comizi. Infine egli era circondato da un consiglio
- il senato, prima forse di 100 membri, poi certo di trecento - che, es-
sendo costituito da potenti patrizi, aveva molta forza.
I «senatus Il senato non decretava, dava solo pareri, i senatus consulta, ma es-
consulta» si ebbero sempre più autorità, fino ad acquistare più tardi, in età repub-
blicana, pieno valore di leggi. Quando il re moriva, prima dell'elezione
di un altro re, il Senato aveva autorità sovrana ed eleggeva nel suo seno
un interrè (interrex), che non poteva durare in carica più di cinque gior-
ni, dopo dei quali o il re era nominato o si doveva scegliere un altro in-
terrè.
Il re era anche il capo religioso del popolo: egli doveva custodire la
pace con gli dei (pax deorum) evitando che essi in qualunque modo fos-
sero offesi. Come tale era assistito da sacerdoti, che, conoscendo le nor-
me per ogni occasione, evitavano appunto l'offesa agli dei. I più im-
portanti dei sacerdoti erano i pontefici, ifeziali, gli auguri, le vestali, i
flamiuni e i salii.
Il pontefice I pontefici, con alla testa il pontefice massimo, erano gli interpreti
massimo del diritto sacro: essi ebbero importanza però soprattutto dopo la cac-
ciata dei re, quando il pontefice massimo si insediò in quella che era
stata la reggia. I feziali erano gli interpreti delle norme regolanti i rap-
porti con gli altri popoli e perciò presiedevano alle cerimonie dell'aper-
Le origini e le istituzioni antichissime di Roma 25

Archeologia del riti di fondazione


Le scoperte archeologiche hanno modificato il panorama della storia romana delle ori-
gini. Scavi diretti da Andrea Carandini hanno messo in luce resti di un muro che corre-
va ai piedi del Palatino e che risale all'VIII secolo, un muro poco funzionale alla difesa
delle capanne coeve che sorgevano sulla sommità del colle, di cui si sono trovate pa-
recchie tracce, ma che serviva a delimitare uno spazio urbano da uno extra-urbano. I ri-
ti di fondazione, che segnavano ritualmente la fondazione delle città e che a Roma fu-
rono attribuiti ad un personaggio simbolico, Romolo, hanno lasciato tracce archeologi~
che. Una sepoltura di bambino rinvenuta nel centro di Tarquinia era accompagnata da
un corredo di oggetti rituali, risalenti alle prime fasi di vita della città, mentre sul Pala-
tino, nella zona dove si ubicava la capanna di Romolo, una sepoltura fu collegata con la
saga del fondatore e sempre rispettata dai successivi interventi edilizi. Anche a Lavinio
è stata rinvenuta la sepoltura di un eroe fondatore o capostipite: si trattava di una tom-
ba arcaica, che poi fu monumentalizzata e posta entro un tumulo nel IV secolo. I riti au-
gurali, consistenti nell'osservazione del volo degli uccelli mandati dagli dèi, hanno tro-
vato un riscontro archeologico in un rettangolo delimitato sul terreno da cippi, rinvenu-
ti a Bantia (odierna Banzi), in Basilicata. Nell'VIII secolo si devono essere precisate le
norme sacrali che accompagnavano la costituzione delle città: delimitazione dello spa-
zio attraverso una linea detta Pomerio, consultazione del volere divino attraverso gli au-
spici, sepoltura di un eroe protettore.

tura della guerra e dell 'instaurazione della pace. Gli auguri erano gli in- I sacerdoti
terpreti dei segni che le divinità mandavano agli uomini per fare cono- («auguri»
e «flamini») e
scere il loro volere: essi insomma erano incaricati di trarre gli auspici. le sacerdotesse
Le vestali erano le sacerdotesse della dea Vesta e custodi del fuoco sa- («vestali» )
cro. Iflamini erano sacerdoti addetti alle singole divinità. I più autore-
voli erano ilflamine diale, il marziale e il quirinale, rispettivamente ad-
detti a Giove, Marte e Quirino (il dio protettore dei Quiriti, cioè dei Ro-
mani). Tra di essi il flamine diale conservava in una quantità di prescri-
zioni a cui doveva sottomettersi (per es. non poteva andare a cavallo,
non poteva portare vestiti con nodi, non radersi se non con rasoio di
bronzo etc.), tracce di tempi antichissimi. Infine i salii erano sacerdoti
di Marte, che con le loro danze sacre, armati di lancia e scudo, si propi-
ziavano il dio della guerra.

2.6 Gli acquisti territoriali di Roma durante la monarchia

Non c'è dubbio che durante la monarchia il potere di Roma si estese


fuori dei limiti della città. Basterebbe a provarlo la distruzione di Alba
Longa, nelle vicinanze dell' odierno lago di Albano, che la tradizione at-
tribuisce a Tullo Ostilio. Più difficile è precisare, reagendo all'opinione
26 Manuale di storia romana

degli antichi che della potenza romana nel periodo dei re si facevano
La supremazia una idea esagerata, fino a che punto Roma si sia estesa. Ma certo il ter-
di Roma ritorio originario di Roma che doveva abbracciare circa 100 kmq. si era
sul Lazio
all'inizio della repubblica allargato almeno a circa 900 kmq. acquistan-
do una specie di supremazia sul Lazio, che dovette culminare al tempo
di Servio Tullio. Questi fondò infatti un tempio di Diana sull' Aventino
perché fosse santuario federale dei Latini, cioè trasferì a Roma la su-
premazia che un tempo aveva avuto Alba Longa. Allora probabilmente,

La «Grande Roma" dei Tarquinl


La Roma del VI secolo, cioè quella degli ultimi re, è stata definita "la grande Roma dei
Tarquini .. dal filologo Giorgio Pasquali, e questa definizione è stata sempre più confer-
mata dagli scavi archeologici. Recentemente il podio del Capitolio, cioè del tempio di
Giove Ottimo Massimo, Giunone e Minerva, è stato messo in luce e reso visibile al pub-
blico. Esso ha rivelato le sue misure veramente colossali, i materiali di costruzione pro-
venienti dal Lazio, e confermato la cronologia al VI secolo.
Uno fra i capitoli più importanti dell'archeologia urbana degli ultimi tempi è stato lo sca-
vo del tempio arcaico presso la chiesa di S. Omobono, nel Foro Boario. Si tratta di un
tempio, probabilmente della dea Fortuna, con decorazione architettonica fittile di stile
orientaleggiante, all'incirca dell'epoca di Servio Tullio, e un gruppo fittile di Ercole e Mi-
nerva, che decorò la sommità dell'edificio al tempo di Tarquinio il Superbo.
Poi ci sono i monumenti di particolare rilevanza politica: la Regia e il Comizio. La prima,
nel Foro romano, ha rivelato una residenza dell'epoca degli ultimi re, vicina al tempio di
Vesta e alla casa delle Vestali. La Regia era decorata da bassorilievi ispirati alla mito-
logia greca e ospitava un altare di Marte e uno di Ops, la sposa di Saturno. Nei pressi
della casa delle Vestali sono state messe in luce residenze di prestigio del tempo dei
Tarquini. La tipologia della Regia rinvia a residenze principesche arcaiche dell'Etruria
[Aquarossa e Murlo (Siena)] e del Lazio (Gabi).
Il Comizio era stato scavato all'inizio del XX secolo da Giacomo Boni, restituendo molti
materiali votivi e la famosa iscrizione latina arcaica relativa a rituali che dovevano es-
sere compiuti dal re. La cronologia del cippo che reca l'iscrizione e della coeva pavi-
mentazione del Comizio è stata fissata da Filippo Coarelli al 570 a.C. circa.
Regia e Comizio erano, rispettivamente, la sede del re (e poi del rex sacrorum) e quel-
la dell'assemblea popolare, le quali assunsero un carattere monumentale nel VI seco-
lo, evidentemente perché avevano assunto una grande importanza e solennità.
Il passaggio dalla monarchia alla repubblica e la coeva conquista ad opera di Porsenna
lasciarono tracce, che sono state riconosciute dagli archeologi sia nella Regia, che nel
Comizio e nel tempio presso S. Omobono.
La natura esclusivamente patrizia della rivoluzione repubblicana, sostenuta con entu-
siasmo dai moderni più ancora che dagli antichi, è stata riconsiderata, anche alla luce
del fatto che i re di Roma non portano nomi patrizi e fra i consoli dei primi decenni del-
la repubblica si incontrano parecchi nomi plebei. Per questo si ritiene che la definizione
giuridica del patriziato fosse stata il risultato di una dinamica propria della repubblica,
più che della monarchia.
Le origini e le istituzioni antichissime di Roma 27

se non già prima, le varie città latine, Roma compresa, riconobbero a


ciascun membro di una città latina il diritto di sposarsi, di possedere im-
mobili e di fare affari nelle altre città come nella propria: anzi ogni
membro di una città aveva il diritto di voto nelle altre città e vi poteva
diventare senz'altro cittadino quando vi si trasferisse. L'inizio del pe-
riodo repubblicano segnò invece, come vedremo, una certa decadenza
nel potere di Roma, soprattutto nei riguardi della lega latina.

Bibliografia

Oltre le opere generali (si v. specialmente PAIS e DE SANCTIS) si cfr. per esem-
pio di vari punti di vista:
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R. THoMsEN, King Servius Tullius, Copenhagen 1980.
Alba longa: mito, storia, archeologia. Atti dell'incontro di studio, a cura di
A. Pasqualini, Roma 1996.
Sulle scoperte archeologiche si veda il catalogo della mostra La Grande
Roma dei Tarquini, Roma 1990.
C. AMPOLO, Presenze etrusche, koinè culturale o dominio etrusco a Roma
e nel Latium vetus in età arcaica?, in «Annali della Fondazione C. Faina»
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A. MASTROCINQUE, Lucio Giunio Bruto. Ricerche di storia, religione e di-
ritto sulle origini della repubblica romana, Trento 1988.
I frammenti degli storici romani repubblicani (gli annalisti) sono editi in
H. PETER, Historicorum Romanorumfragmenta.
M. CHASSIGNET, L'annalistique romaine, 3 voli., Parigi 2004.
Le riforme costituzionali nel primo
secolo della Repubblica
CAPITOLO TERZO

3.1 La primitiva costituzione repubblicana

La sparizione della monarchia, comunque avvenuta, portò alla costitu-


zione a Roma di un governo aristocratico detenuto esclusivamente dal-
La fine le famiglie patrizie. Circa nel 509 a.c., la data che la tradizione assegna
della fase alla fine della monarchia, Roma era governata da magistrati annui, di
monarchica
(509 a.c.) identico potere, chiamati pretori e più tardi consoli. L'origine di questa
magistratura è immersa nell' oscurità; ma la congettura più probabile per
spiegarla è la seguente. In origine i pretori erano tre ed erano i coman-
danti dei contingenti di mille uomini, che ciascuna delle tre tribù - come
sappiamo - dava per formare la legione. Caduta la monarchia, questi tre
pretori divennero i capi dello Stato; ma a poco a poco le loro funzioni si
differenziarono. Due dei tre pretori conservarono il comando dell'eser-
cito in guerra, e il terzo rimase invece in Roma a decidere delle cause ci-
Pretori vili. Ne conseguì che i pretori, i quali comandavano l'esercito, ebbero
e consoli maggiore autorità del loro terzo collega e perciò divennero i capi effet-
tivi dello Stato e cambiarono anche il loro nome in quello di consoli,
mentre il terzo pretore (ormai rimasto isolato) conservò sempre il suo
nome antico. Questa congettura si basa essenzialmente sui seguenti fat-
ti: 1) è certo che in tempo più antico i consoli non si chiamavano conso-
li, ma pretori; 2) il pretore fu sempre considerato collega dei consoli,
benché per la sua minore importanza fosse detto il collega minore; 3) il
nome pretore (praetor), che viene da prae-itor, «colui che va davanti
(all'esercito)>>, conviene solo a un comandante militare e perciò anche il
terzo pretore dovette essere in origine un generale.
Il consolato Comunque del resto si pensi che sia sorto il consolato, certo esso
restò per tutto il periodo della repubblica la magistratura suprema dello
Stato romano, e continuò poi a sussistere anche durante l'impero come
la più importante carica onorifica. I due consoli davano insieme il nome
all'anno: i loro nomi erano registrati in un elenco, i così detti fasti con-
solari. Ciascun console aveva diritto di veto sulle iniziative del collega;
in altri termini, ogni iniziativa poteva essere presa solo d'accordo tra i
due.
Le riforme costituzionali nel primo secolo della Repubblica 29

I consoli erano eletti dai comizi: in tempo più antico dai comizi cu-
riati, più tardi, come vedremo, dai comizi centuriati. Ai comizi curiati
restò allora solo più il compito di omologare la nomina dei comizi cen-
turiati conferendo agli eletti l'imperio.
I consoli avevano diritto assoluto di vita e di morte su ognuno fuo-
ri del pomerio della città: entro il pomerio invece i cittadini avevano il
diritto di appello ai comizi (provocatio). Appunto per questa differenza
i consoli potevano essere preceduti solo fuori della città dai dodici lit-
tori muniti di fascio con la scure. Dentro il pomerio i fasci dovevano re-
stare senza scure.
Al di sotto dei consoli e del pretore stavano i due questori (quae- I questori
stores), in origine, come dice il nome, incaricati di inchieste giudiziarie,
ma poi addetti soprattutto all'amministrazione dell'erario, cioè della
cassa dello Stato. Più tardi, altri due questori, furono creati per seguire
gli eserciti e amministrare le loro finanze.
Magistratura speciale dei momenti di pericolo era la dittatura. Quan-
do la patria era ritenuta gravemente minacciata, uno dei consoli nomi-
nava un dittatore, che non poteva rimanere in carica più di sei mesi,
cioè più della normale durata di una impresa bellica. Questi assomma-
va in sé il potere dei due consoli - evitando ogni dissidio di propositi -
e inoltre, almeno nei tempi più antichi, non era legato nemmeno entro il
pomerio dal diritto di appello dei cittadini. Egli - detto anche magister Il «magister
populi - aveva sotto di sé come collaboratore, per il comando della ca- populi»
valleria, il magister equitum. Le origini di questa tipica istituzione sono
assai oscure; ma è verosimile che esse si ricolleghino con la dittatura,
che troveremo come istituzione in una nuova forma della lega latina (v.
cap. IV). Poiché i Romani sono stati a lungo alleati della lega latina in
questa nuova forma, e hanno avuto come tali diritto di partecipare alla
nomina del dittatore della lega, non farebbe meraviglia che avessero
pensato poi di servirsi della dittatura anche per loro uso particolare.
Il Senato rimaneva sempre come Consiglio dei capi dello Stato,
cioè dei consoli, che ne designavano i membri. Esso era certo costitui-
to tutto di patrizi.

3.2 La reazione della plebe contro il governo patrizio

Era naturale che la maggioranza della popolazione, cioè la plebe, cer-


casse di reagire contro questo sistema, in cui un ristretto numero di fa-
miglie, approfittando delle sue ricchezze e del vasto numero di clienti
che le ricchezze permettevano di attrarre, monopolizzava tutte le cari-
che dello Stato ed esercitava la giustizia a vantaggio suo. La situazione
diventava per i plebei tanto più insopportabile quanto più si richiedeva
30 Manuale di storia romana

il loro contributo di denari e di sangue nelle guerre che Roma era co-
stretta a sostenere continuamente contro i vicini (vedi cap. IV): ciò che
naturalmente accresceva la miseria della maggior parte dei plebei, li co-
stringeva a contrarre dei debiti coi patrizi e li riduceva in schiavitù dei
creditori nei casi frequenti in cui non potessero pagare.
Lo scontro tra La lotta tra patrizi e plebei fu dunque politica, in quanto i plebei
patrizi e plebei mirarono sempre più consapevolmente ad avere uguaglianza di diritti
politici con i patrizi, ma fu anche economica, perché essi pretesero non
solo la riduzione dei debiti esistenti, ma anche distribuzione di terre e
di viveri (frumento), che impedisse di dover contrarre in futuro nuovi
debiti.
I particolari della lotta sono estremamente oscuri. In genere gli au-
tori, come Livio, che ci danno maggiori notizie sul suo svolgimento,
fanno delle confusioni con le posteriori lotte del periodo dei Gracchi.
Ma le linee generali sono abbastanza chiare. La plebe cominciò col dar-
si, al principio del V secolo, dei capi propri, i tribuni (della plebe), il
cui numero originario non conosciamo bene, ma che erano più tardi si-
I tribuni curamente dieci per anno. Questi tribuni erano naturalmente dei magi-
della plebe strati rivoluzionari, che cercavano in ogni modo di ledere l'autorità dei
magistrati normali dello Stato: e poiché essi erano sostenuti dalla forza
della plebe, giunsero a poco a poco a farsi riconoscere anche dai patri-
zi come invio/abili e ad acquistare il diritto di intercessione, cioè di so-
spendere i decreti dei magistrati, opporsi alle votazioni nei comizi e al-
le deliberazioni del Senato; di più essi potevano anche ad arbitrio mul-
tare e, sembra, perfino condannare a morte i cittadini. Come bene s'in-
tende, nessuna legge in origine autorizzava i tribuni a compiere tutte
queste cose: solo con la violenza la loro autorità poté essere imposta e
fatta rispettare. Accanto ai tribuni, troviamo come funzionari della ple-
be gli edili, che, custodi da principio, a quanto sembra, del santuario
della plebe, quello di Cerere presso il Circo Massimo, diventarono i
cassieri delle finanze della plebe, poi gli organizzatori delle feste plebee
e infine gli aiutanti dei tribuni e i sopraintendenti a tutte le iniziative che
la plebe prendeva per il miglioramento della vita cittadina, senza più
curarsi della volontà dei magistrati patrizio
La riorganiz- Inoltre la plebe - sia per deliberare sia per eleggere regolarmente i
zazione delle suoi funzionari - si diede una assemblea propria. Continuavano i plebei
tribù su base
territoriale a partecipare ai comizi di tutto il popolo, ma in questi, come vedemmo,
avevano poca autorità. Offrì loro il sistema per crearsi l'assemblea pro-
pria la istituzione delle così dette tribù territoriali. Invece di continua-
re a far le leve dei soldati secondo le tre tribù dei Ramni, Tizii e Luceri,
tutta la cittadinanza fu distribuita in un certo momento in tribù di nuo-
vo tipo (in origine probabilmente 17), differenti dalle antiche non solo
per il loro maggiore numero, che facilitava i controlli, ma anche perché
Le riforme costituzionali nel primo secolo della Repubblica 31

i membri di ciascuna di esse abitavano tutti la stessa porzione di terri-


torio. Quando sia avvenuta tale trasformazione, che tal uno attribuiva a
Servio Tullio, non sappiamo. Certo essa non aveva altro scopo che di
favorire il migliore reclutamento dell'esercito e non abolì le tre tribù
antiche. Ma poiché spartiva le famiglie patrizie fra un numero rilevan-
te di tribù diminuiva anche conseguentemente l'autorità loro in ciascu-
na, sicché indirettamente favoriva l'accrescersi del prestigio della ple-
be. Si comprende quindi che la plebe si servisse di queste tribù come di
un quadro per organizzare la propria assemblea, in conformità dell'abi-
tudine romana, la quale non concepiva che individui singoli partecipas-
sero ad assemblee, ma solo gruppi organizzati (curie, centurie, tribù).
Nacquero perciò i concilia plebis tributa, l'assemblea in cui la ple- I «concilia
be si raccoglieva secondo le tribù territoriali. Più tardi si ebbero poi an- plebis tributa»
che assemblee di tutto il popolo ordinate con questo sistema (comitia
tributa), ma ebbero sempre poca importanza e servirono al più per eleg-
gere minori magistrati, come i questori. Al contrario, i concili della ple-
be del periodo più antico furono il centro di tutto il movimento plebeo.
Le deliberazioni di tali concilii si chiamarono plebisciti, che, se non
avevano valore legale, erano però dai plebei, almeno nei casi più gravi,
considerati sacrosanti, cioè posti sotto la tutela della divinità, precisa-
mente come l'autorità dei tribuni non era legale, ma era però sacrosan-
ta. E tale carattere sacrosanto delle proprie deliberazioni la plebe riusCÌ
a poco a poco a imporre anche ai patrizi, costringendoli a subire la va-
lidità dei plebisciti, prima ancora che si decidesse a riconoscere il loro
valore legale.
In tal modo, per reazione all'ordinamento che dava tutto lo Stato in
mano ai patrizi, i plebei avevano saputo costituire uno Stato nello Sta-
to, con magistrati e leggi proprie. La situazione era assurda e non pote-
va risolversi se non quando i patrizi aderissero alle richieste della plebe
per la parità dei diritti. Valse ad affrettare il rinnovamento, oltre l'opera
quotidiana dei tribuni in favore della plebe, la minaccia di secessione,
cioè di allontanarsi da Roma e di non prestar servizio militare, che la
plebe ripeté più volte, raccogliendosi fuori del pomerio, sull' Aventino.

3.3 Il decemvi rato

Se noi, come abbiamo già detto, non conosciamo esattamente le fasi


della riscossa plebea, è però assai verosimile che già nella prima metà
del V secolo i plebei ottenessero diminuzioni di debiti, distribuzioni a
basso prezzo di frumento, assegnazioni di ager publicus, cioè di terra di
proprietà dello Stato (frutto delle conquiste in guerra), e infine forse
l'invio di coloni, cioè, in altri termini, l'assegnazione di terre non a sin-
32 Manuale di storia romana

goli individui, ma collettivamente a un vasto gruppo di persone, in mo-


do da formare una città nuova 1•
I «decemviri» Tuttavia, la maggiore conquista della plebe in questo periodo fu di
codificano le ottenere che le leggi principali regolanti la vita dello Stato fossero scrit-
leggi in dodici
tavole te, così da toglierle all'arbitrio dei patrizio Fu questa l'opera dei decem-
viri, e la codificazione loro fu raccolta in dodici tavole, che divennero i
fondamenti di tutto lo sviluppo posteriore del diritto romano.
Come precisamente si sia giunti alla codificazione non sappiamo.
La tradizione racconta che, in seguito a una lunga agitazione della ple-
be capeggiata dal tribuno C. Terentilio Arsa, fu deciso di mandare una
commissione in Grecia a studiare le leggi di Solone e altre costituzioni.
Al ritorno dei commissari nel 451 fu sospesa la costituzione normale,
non si nominarono cioè né consoli né tribuni, e tutto il potere fu dato a
dieci patrizi, i decemviri, con l'incarico di redigere un codice di leggi.
Poiché alla fine dell'anno i decemviri avevano solo elaborato dieci ta-
vole di leggi, un nuovo collegio di decemviri fu nominato per il 450 con
l'incarico di completare l'opera del precedente. Di questo collegio (in
cui furono ammessi alcuni plebei) la persona più autorevole divenne
Appio Claudio Appio Claudio, che era già stato decemviro l'anno precedente. Egli cer-
provoca la cò di dare alle due tavole di leggi, che ancora restavano da elaborare, un
ribellione
«dell' Aventino» contenuto sfavorevole alla plebe, e tra l'altro vi codificò il divieto di
matrimonio tra patrizi e plebei. Poi, alla fine dell'anno, persuase i col-
leghi a non deporre il potere e a costituire insomma una tirannide col-
lettiva sotto la sua direzione. Ma intanto un ultimo sopruso provocò la
ribellione della plebe. Appio Claudio, per impadronirsi di una fanciulla,
Virginia, fidanzata all'ex tribuno della plebe Icilio, persuase un suo
cliente a dichiarare che era una schiava e impose fosse consegnata a
quel cliente. Ma il padre di Virginia (Virginio) uccise la fanciulla, piut-
tosto di lasciarla trascinare in schiavitù, provocando in tal modo la so-
lidale ribellione della plebe romana, che si ritirò sull' Aventino e poi sul
monte Sacro. I decemviri dovettero rassegnarsi ad abdicare: Appio
Claudio anzi si uccise, e le magistrature normali - compresa la magi-
stratura plebea dei tribuni - furono restaurate (449 a.c.).
CosÌ la tradizione, ma c'è qualche grave motivo per dubitare che i
suoi ricordi siano esatti. Colpisce soprattutto il fatto che essa presenti
come nemici della plebe proprio quei secondi decemviri, tra cui c'era-
no dei plebei. Può essere vero che la plebe abbia voluto la fine del de-
cemvirato, quando per la prima volta nella sua storia aveva potuto par-
tecipare a una magistratura dello Stato? Si noti poi che, restaurata la
normale costituzione, solo i patrizi tornarono a essere consoli: il che

l Per più precise notizie sulla struttura giuridica delle colonie, v. oltre.
Le riforme costituzionali nel primo secolo della Repubblica 33

vuole dire che i plebei perdettero una delle posizioni che già avevano
conquistato. Questo e altri argomenti fanno dunque sospettare che la
narrazione tradizionale abbia gravi inesattezze e che forse non la plebe,
ma il patriziato abbia voluto la fine del decemvirato. Ma su di ciò non
sono possibili che congetture. Certo è solo che un permanente guada-
gno venne alla plebe dall'opera dei decemviri: le leggi infine erano sta-
te scritte, cioè rese note a tutti.

3.4 L'ascesa della plebe

La lotta contro i privilegi dei patrizi poteva continuare in migliore con-


dizioni. Secondo la tradizione, nello stesso anno in cui furono cacciati i
decemviri, nel 449, i consoli Valerio ed Orazio avrebbero proposto una
serie di leggi decisamente favorevoli all'autorità della plebe. Quali fos- La cacciata dei
sero però queste leggi la tradizione non è concorde nel dirci; la loro au- «decemviri» e
l'abolizione del
tenticità è quindi da considerarsi molto dubbia. La prima sicura conqui- divieto di
sta della plebe dopo la fine del decemvirato è dunque del 445, quando il matrimonio tra
patrizi e plebei
tribuno della plebe C. Canuleio ottenne con sua proposta (rogazione
Canuleia) l'abolizione del divieto di matrimonio tra patrizi e plebei.
L'anno dopo (444 a.c.), la plebe poteva ottenere un trionfo ancora
più decisivo. Poiché i patrizi si ostinavano a rendere inaccessibile il
consolato ai plebei, la plebe otteneva l'abolizione del consolato. Invece
dei consoli divennero capi dello Stato i tribuni militari, cioè i capi dei
contingenti di 1000 uomini, che costituivano - come sappiamo - la le-
gione romana ed erano i più alti ufficiali dopo i consoli. Aboliti i con-
soli, i tribuni divennero automaticamente i capi dello Stato ed ebbero
perciò potere consolare (tribuni militum consulari potestate). Tribuni
militari potevano anche essere i plebei, e perciò la plebe ebbe ora parte
nella suprema magistratura. La quale non contò numero uguale di
membri per ogni anno. La ragione più probabile è la seguente. Ormai
l'esercito romano aveva più dei 3000 uomini dell'esercito dei re, giun-
geva anzi spesso per le più gravi necessità a metteme in campo 6000 e
in genere oscillava tra leve annue di 4000 e 6000; perciò i tribuni furo-
no di regola da 4 a 6 per anno.
Il patriziato finì col persuadersi che tanto valeva ormai restaurare il Il consolato
consolato e concedere che i plebei vi partecipassero. Senza stare qui a aperto ai plebei
raccontare le lotte, i tentativi di reazione in un senso o nell'altro, le dit-
tature di parte patrizia che si succedettero per poco meno di un secolo,
basterà dire che nel 367 furono accolte le proposte dei tribuni C. Licinio
Stolone e di L. Sestio, per cui si restaurava il consolato, dando diritto ai
plebei di occupare uno dei due posti. Per la prima volta nel 366 ci fu
quindi un console plebeo.
34 Manuale di storia romana

Già intorno al 421 la questura era diventata accessibile alla plebe, e


probabilmente già da tempo i plebei erano riusciti a penetrare nel Sena-
to. Più o meno nello stesso periodo gli edili diventavano dei veri fun-
zionari pubblici, tanto è vero che nel 366, vista la loro utilità, se ne crea-
Gli «edili rono altri due, detti curuli, eletti dai comizi tributi, che dovevano esse-
curuli» re un anno patrizi e un anno plebei. I quattro edili ebbero l'incarico di
sorvegliare i mercanti, di esercitare la polizia urbana, di custodire l'ar-
chivio della città presso il tempio di Saturno etc.
Ora poi, dopo l'ammissione al consolato, la via della parificazione
totale fu percorsa sempre più rapidamente. Si dubita se sia autentica la
legge che la tradizione vorrebbe proposta dal tribuno Genucio nel 342
di rendere accessibili ai plebei entrambi i posti di console, perché in re-
altà solo nel 172 ci furono due consoli plebei. Ma è sicuro che nel 339 i
plebisciti per iniziativa del dittatore Q. Publilio Filone, divennero leggi
dello Stato, previa approvazione del Senato. Nel 300 i plebei furono
ammessi nei collegi sacerdotali dei pontefici e degli auguri e almeno
dal 220 vi ebbero anche la maggioranza, perché ciascuno dei due colle-
gi appare in quel tempo composto di quattro patrizi e cinque plebei. In-
fine nel 287, dopo un 'ultima secessione, per la legge proposta dal ditta-
tore Q. Ortensio (les Hortensia), i plebisciti ebbero valore di legge sen-
za bisogno della ratifica del Senato, ma solo con l'autorizzazione sena-
La «Iex toria preventiva di proporli. In tal modo la plebe non solo acquistava la
Hortensia» dà parità dei diritti, ma in certo modo si assicurava una superiorità sul pa-
valore di legge
ai plebisciti triziato, perché poteva deliberare senza i patrizi, mentre i patrizi non
potevano deliberare senza i plebei.

3.5 L'ordinamento centuriato e la censura

Mentre la plebe strappava ad uno ad uno tutti i privilegi ai patrizi, un al-


tro elemento interveniva a diminuire il prestigio del patriziato e nello
stesso tempo a trasformare gli ordinamenti militari romani. Alludiamo
alla costituzione dell' ordinamento centuriato.
L' «ordinamento Gli antichi attribuiscono questo ordinamento al re Servio Tullio, e
centuriato» non sono mancati dei moderni, che hanno difeso, anche di recente, con
forti argomenti la esattezza di questa attribuzione. A noi pare tuttavia
più probabile che l'ordinamento sia della fine del V secolo a.c., sia,
cioè, posteriore di parecchi decenni alla costituzione dei concilia plebis
tributa 2•

2 Le ragioni pro e contro l'attribuzione alla fine del V secolo dell'ordinamento serviano potranno
essere trovate facilmente negli scritti del De Sanctis e del Fraccaro citati in fondo al capitolo.
Le riforme costituzionali nel primo secolo della Repubblica 35

In sostanza questo ordinamento suddivideva il popolo romano in


cinque classi, e 193 centurie. La prima classe comprendeva 80 centurie,
di cui 40 di iuniori (cioè inferiori ai 45 o 46 anni) e 40 di seniori; la se-
conda, la terza e la quarta erano di 20 centurie ciascuna (lOdi iuniori e
lO di seniori); la quinta comprendeva 30 centurie (15 di iuniori e 15 di
seniori). Al di sopra della prima classe stavano 18 centurie di cavalieri,
al di fuori dell 'ultima stavano i così detti inermi o proletari, divisi in
cinque centurie: dei falegnami (fabri [ignarii), dei fabbri (jabri aera-
rii), dei trombettieri (tubicines), dei suonatori di como (cornicines) e
infine di coloro che non avevano nessun mestiere speciale (accensi).
Ognuno vede subito che questo ordinamento era militare: esso sud- Il «censo» base
divideva i Romani in classi, secondo il servizio che dovevano prestare. della
suddivisione
E l'appartenenza a ciascuna classe era determinata non dalla nobiltà di del popolo
nascita, ma dal censo, cioè dalla ricchezza. Noi non sappiamo le cifre romano
che fossero richieste nel tempo più antico, ma a metà del terzo secolo in classi
per appartenere alla prima classe si richiedevano 125.000 assi, per la
seconda 75.000, per la terza 50.000, per la quarta 25.000, per la quinta
12.500. Più tardi queste cifre furono ancora diminuite.
La differenza tra le classi consisteva in ciò: che esse erano diversa-
mente armate; più precisamente (a prescindere dalla cavalleria) le tre
prime classi costituivano, con differenze di armatura, la fanteria pesan-
te che formava la legione, mentre le altre due classi costituivano truppe
ausiliarie armate solo di archi, fionde e simili.
Coloro che non appartenevano a nessuna classe disimpegnavano
servizi inerenti alloro mestiere o altri servizi analoghi o restavano a ca-
sa. Gli iuniori di ciascuna classe erano naturalmente le forze dell'eser-
cito normale, i seniori le riserve, la milizia territoriale, noi diremmo.
Si comprende bene che lo Stato imponesse ai più ricchi il compito La struttura
più grave nella difesa dello Stato, poiché toccava ai singoli cittadini di politica ricalca
l'ordinamento
procurarsi le armi, e non si poteva pretendere che gli sforniti di capita- miliare
le acquistassero le costose armature del legionario. Inoltre non si sole-
va pretendere, salvo casi eccezionali, che colui che non aveva un qual-
che capitale lasciasse la famiglia in totale miseria per andare in guerra.
Ma era poi logico che i proprietari, i quali si addossavano il compito
più gravoso di difendere la patria nelle legioni, pretendessero anche di
avere il predominio nel governo. Si spiega quindi che l'ordinamento
centuriato - ordinamento militare - diventasse anche ordinamento po-
litico e desse il modo di costituire un'assemblea, in cui prevalessero i
più ricchi. Nell'assemblea centuriata infatti bastava che i cavalieri (18
centurie) e la prima classe (80 centurie) fossero d'accordo, perché la
votazione - fatta, come sappiamo, non per individui, ma per gruppi -
assicurasse loro la maggioranza; tutte le altre classi non potevano di-
sporre che di 95 voti. L'assemblea centuriata, che conservò sempre il
36 Manuale di storia romana

carattere di assemblea militare e perciò si adunava fuori del pomerio,


in Campo Marzio, mentre sul Gianicolo e il Campidoglio erano fatti
sventolare i segnali usati un tempo per indicare pericolo di guerra, di-
venne quindi l'assemblea che proteggeva le classi ricche contro i poco
abbienti. Essa strappò le prerogative della assemblea curiata e finÌ per
sostituirla quasi totalmente. Come già sappiamo, i consoli furono eletti
dai comizi centuriati e solo formalmente confermati da quelli curiati.
L'importanza La necessità che l'ordinamento centuriato comportava di redigere
dei «censori» esatte liste delle ricchezze (del censo) dei cittadini provocò forse la co-
stituzione di speciali magistrati, i censori; e in ogni caso diede loro,
che compaiono nella seconda metà del V secolo, particolare autorità. I
censori, in numero di due, erano eletti ogni cinque anni, ma duravano
in carica solo diciotto mesi. Essi non solo redigevano le liste dei con-
tribuenti, ma tutelavano le proprietà dello Stato, appaltavano lavori
pubblici e riscuotevano gabelle. Poi ebbero anche l'incarico, in sosti-
tuzione dei consoli, di scegliere i nuovi senatori (lectio senatus), nel
qual compito essi dovettero sempre di più tenere conto dell'abitudine
che fossero eletti di preferenza senatori coloro che erano già stati ma-
gistrati. Ma se da questo punto di vista la loro scelta era limitata, essi
avevano potere illimitato nel decidere della onorabilità necessaria per-
ché un cittadino potesse esercitare le cariche e specialmente potesse
entrare in Senato. Di qui si sviluppò il diritto dei censori a controllare
i costumi dei cittadini (censura morum) col correlativo diritto di colpi-
re di biasimo (nota) coloro che si allontanavano dalle consuetudini
morali vigenti.

3.6 Caratteri dello Stato romano arcaico

A tutta prima può dare una curiosa impressione questo Stato romano
della fine del IV secolo, in cui si erano venuti o sovrapporre istituti co-
sÌ differenti e contraddittori. Quattro assemblee raccoglievano i cittadi-
Le quattro ni: i comizi curiati, centuriati, tributi e i concilii tributi della plebe. Tre
assemblee forme diverse di deliberazione avevano praticamente valore identico,
legislative
le leggi votate da tutto il popolo, i plebisciti e i pareri (consulta) del Se-
nato. I consoli potevano essere sostituiti da dittatori: sempre dovevano
fare i conti con l'autorità dei tribuni. Nella scelta dei senatori e in gene-
re nella determinazione della moralità necessaria per le cariche, i cen-
sori avevano potere esclusivo, indipendente da quello dei capi dello
Stato. Infine anche nella semplice polizia urbana, i quattro funzionari
che stavano alla testa, gli edili, erano eletti da due assemblee differenti:
gli uni, gli edili plebei, dai concili i tributi della plebe, gli altri dai comi-
zi tributi di tutto il popolo.
Le riforme costituzionali nel primo secolo della Repubblica

Le magistrature romane
Roma si differenziava da molti popoli barbari e dalle monarchie ellenistiche perché non
era governata da principi che si tramandavano il potere di padre in figlio per un loro pri-
vilegio ancestrale, ma da magistrati scelti dal popolo. Tutto ciò che costituiva l'aggre-
gazione sociale era publicus, cioè «del populus»: i magistrati, i templi, gli spazi pubbli-
ci, gli auspici (cioè le consultazioni del volere divino), i cavalli da guerra ecc. I magistrati
avevano varie prerogative, fra cui l'imperium, cioè il potere coercitivo (dei consoli e dei
pretori, poi anche dei questori), lo ius agendi cum populo, che permetteva di convoca-
re i comizi, l'intercessio, che permetteva di bloccare prowedimenti di altri magistrati, la
sanctitas, che rendeva inviolabili (tipiche dei tribuni della plebe). Le loro disposizioni
erano una delle fonti del diritto romano. A parte la carica straordinaria del dittatore, tut-
te le magistrature erano collegiali (almeno due magistrati) e di regola annuali.
La magistratura suprema, tipicamente repubblicana, era il consolato, ricoperto annual-
mente da due romani eletti dai comizi centuriati, perché comandassero gli eserciti,
mentre la loro prerogativa di giudici fu trasferita ai pretori nel IV secolo, dopo le leggi Li-
cinie Sestie. I pretori (il cui numero fu accresciuto nel corso del tempo per far fronte ad
esigenze sempre più articolate) avevano poteri analoghi a quelli dei consoli, ma erano
gerarchicamente inferiori a questi. Alle dipendenze dei consoli erano i questori, dappri-
ma incaricati di ricercare i criminali e riscuotere le tasse o le multe; in caso di necessi-
tà potevano assumere comandi militari. I magistrati, nelle loro campagne militari, po-
tevano nominare dei legati, vale a dire dei luogotenenti, che svolgessero compiti spe-
cifici.
Il coronamento di una carriera curule (cioè originariamente patrizia) era costituito dalla
censura. Nel corso di un quinquennio due censori, che risiedevano nella «villa pubbli-
ca», in Campo Marzio, ricevevano, uno alla volta, tutti i Romani, e ne verificavano il di-
ritto di cittadinanza, il censo, la residenza e il rango sociale. Così potevano registrare
nel loro albo la composizione della Romanità per i successivi Cinque anni. Così i nuovi
liberti venivano iscritti fra i cittadini, i ricchi e i poveri venivano assegnati alle cinque
classi censitarie e, di conseguenza, alle diverse centurie che costituivano le unità di vo-
to nei comizi centuriati, i senatori venivano designati, confermati o rimossi dal sommo
Consiglio. Alla fine del loro quinquennio riunivano tutti i Romani in Campo Marzio per il
rito purificatorio del lustrum. A partire dal IV secolo i censori ebbero un ruolo impor-
tante nell'edilizia e nelle altre opere pubbliche.
Una carica antichissima era quella degli edili, che costituiva il coronamento di una car-
riera pubblica di un plebeo, tanto è vero che, quando le leggi Licinie Sestie aprirono il
consolato ai plebei, ai patrizi fu aperto l'accesso all'edilità (furono creati così gli edili
curuli, a fianco di quelli plebei). Essi vigilavano contro gli abusi nell'uso del suolo pub-
blico, e con le multe comminate organizzavano i ludi Romani, la massima festa della
Roma repubblicana; erano sovrintendenti dei templi e sorvegliavano la morale pubblica.
Il tribunato della plebe fu l'unica magistratura che rimase appannaggio di uno solo de-
gli ordini sociali: la plebe, perché aveva la funzione di proteggere i plebei contro i so-
prusi dei magistrati e dei potenti. Il loro potere è definito come «negativo», perché loro
prerogativa era quella di bloccare i prowedimenti degli altri magistrati, compresi i loro
colleghi. Ma i tribuni presiedevano le assemblee della plebe, che in potenza erano as-
semblee legislative della romanità, e che vennero dette comizi tributi quandO ottenne-
ro la qualifica ufficiale di comizi. Queste assemblee giudicavano i processi capitali in
appello (quando il condannato ricorreva alla provocatio, chiedendo di essere giudicato
dal popOlO), ma varavano anche prowedimenti di legge importanti, tanto è vero che già
38 Manuale di storia romana

prima del loro riconoscimento come comizi nel 287 parecchie decisioni segnarono le
pietre miliari della costituzione romana (si pensi alle «leggi» Licinie Sestie, che furono
un plebiscito proposto dai tribuni della plebe). Solo colui che presiedeva le assemblee
legislative poteva proporre le leggi: i consoli nei comizi centuriati, i tribuni in quelli tri-
buti.
Accanto a questi magistrati principali, ve n'erano parecchi altri per funzioni di minore
importanza.
Anche molti sacerdozi erano pubblici, perché i sacerdoti più importanti svolgevano fun-
zioni pubbliche. Essi formavano collegi che cooptavano i loro membri in seguito alla
morte di qualcuno di loro. Nella tarda repubblica si decise di far eleggere i pontefici
massimi dai comizi. I pontefici, oltre che occuparsi degli dei, erano anche i custodi del-
le norme procedurali del diritto.
Gli dèi erano considerati dai Romani loro concittadini, dotati di maggiore potere ed au-
torità dei mortali, per cui si riteneva che anche da loro provenisse il diritto e che il ri-
spetto delle norme da loro dettate procurasse giovamento ed aiuto alla città. Per con-
tro, i malanni e le sciagure pubbliche erano ritenute la conseguenza della trasgressio-
ne di quelle norme e dell'abbandono dell'intesa con gli dèi.

L'equilibrio Disordine dunque, ma disordine apparente. Innanzi tutto le attribu-


tra i poteri zioni di ciascun organo dello Stato, e la gerarchia dei magistrati erano
cosÌ rigorosamente determinate che i conflitti di potere erano rari e fa-
cilmente eliminabili. In secondo luogo il potere era sÌ conferito ai ma-
gistrati dal popolo, ma, quando era conferito, il popolo non poteva più
revocarlo fino a scadenza del mandato. Nessun voto di sfiducia poteva
abbattere i consoli o il dittatore prima della fine del loro mandato. Per-
ciò essi non potevano essere impacciati dalla volontà popolare. Infine
solo i magistrati a ciò autorizzati (aventi il ius agendi cum populo) po-
tevano convocare le assemblee e fare loro proposte (assimilati a questi
erano i tribuni di fronte ai concilii tributi): donde l'impossibilità che i
singoli cittadini prendessero iniziative disordinate. Anzi da questa
esclusiva facoltà dei magistrati di convocare le assemblee derivava ri-
gidità e conservatorismo nel loro funzionamento.
D'altra parte, per l'ingrandirsi del territorio dello Stato romano, che
Cresce rendeva difficile il convocare spesso le assemblee; per il complicarsi
l'importanza dei problemi politici, che rendeva necessarie persone specializzate a
del Senato
trattarli; per la frequente assenza da Roma dei consoli impegnati nei co-
mandi militari, il Senato diventava sempre più l'organo effettivo diri-
gente della politica romana. Tutte le più gravi deliberazioni erano prese
da questa assemblea di persone particolarmente autorevoli, le quali era-
no tratte sempre più regolarmente dagli ex-magistrati (finché saranno
tratte solo da queste categorie) e perciò avevano molta esperienza. La
potenza tutta speciale della ristretta aristocrazia senatoria conferma
quel che si può indurre da una semplice lettura dei fasti consolari: la di-
Le riforme costituzionali nel primo secolo della Repubblica 39

rezione dello Stato era limitata in Roma a un cerchio di famiglie ricche


e potenti sia patrizie, sia plebee. Il patriziato perdette assai meno di im-
portanza di quanto potrebbe far supporre il successo esteriore della ple-
be, perché in realtà di quel successo approfittarono solo le famiglie più
ricche tra i plebei, che vennero a condividere con i patrizi l'esclusività
delle cariche dello Stato. S'intende che anche uomini nuovi potevano
giungere alle alte cariche, ma in quanto si assimilavano alla classe diri-
gente. Perciò Roma non fu mai uno Stato democratico e perciò il trion-
fo della plebe si poté accompagnare con l'istituzione dei comizi centu-
riati, in cui, come sappiamo, i ricchi dominavano.
Non che venissero meno le agitazioni degli strati inferiori della ple- Le riforme di
be. Ma si cercò in genere di evitare che dessero luogo a gravi disordini Appio Claudio
Cieco
accontentando in qualche misura le richieste. Un patrizio di singolare
tempra democratica - Appio C [audio Cieco - divenuto censore intorno
al 310, pensò di dare maggiore importanza pratica alla plebe cittadina,
che non aveva proprietà immobiliare distribuendola fra le tribù locali,
in cui finora non era stata ammessa, non avendo beni stabili in nessuna
parte del territorio romano. La deliberazione suscitò fortissime resi-
stenze, ma sei anni dopo, nel 304, si venne al compromesso di permet-
tere a questa plebe di essere iscritta in sole quattro tribù, le tribù dette
urbane, in contrapposto alle altre tribù, che furono chiamate rustiche. È
incerto se le quattro tribù urbane furono allora per la prima volta isti-
tuite oppure già preesistevano.
Comunque, è evidente che dato il sistema romano di votare per tri-
bù, la plebe nullatenente poteva contare assai meno se influiva sul voto
di quattro tribù sole che non se era suddivisa fra tutte le tribù, parteci-
pando alle votazioni in ciascuna.
Un'altra concessione alla plebe più ignorante fu che nel 304 Gneo Le basi del
Flavio, divenuto edile, pubblicasse una specie di manualetto in cui era- diritto romano:
il testo di Gneo
no registrate tutte le formule (le cosÌ dette actiones) che si richiedevano Flavio
per poter correttamente agire dinnanzi ai magistrati romani. Non rive-
lava nessun speciale segreto, ma dava modo anche ai più umili di cono-
scere bene la procedura civile e perciò completava in certo modo l'ope-
ra di divulgazione del diritto, che avevano iniziato i decemviri con la
pubblicazione delle dodici tavole.
Infine ci è giunta anche per questo periodo notizia di provvedimen- La fondazione
ti di carattere economico in favore dei proletari. Se le più antiche colo- delle prime
colonie: Ostia
nie attribuite a Roma non sono sicuramente storiche, sono storiche la e Anzio
fondazione della colonia di Ostia nel IV secolo, di Anzio più precisa-
mente nel 338, di Terracina nel 329, di Minturne e Sinuessa nel 296 etc.
Tutte queste colonie servivano naturalmente ad allontanare da Ro-
ma la parte più miserabile della popolazione. Non sappiamo invece di
distribuzioni sicure di agro pubblico, ma è certo che esse dovettero av-
40 Manuale di storia romana

venire. Si è dubitato se sia da riferirsi al 367, cioè a proposta di Licinio


e Sestio la legge che nessun Romano potesse avere più di 500 iugeri 3 di
Le prime leggi agro pubblico. Una tale legge suppone che ci fossero nel IV sec. in Ro-
agrarie ma molti ricchi che potessero avere usurpato grandi estensioni di agro
pubblico a danno dei plebei poveri, a cui l'assegnazione dell'agro pub-
blico si faceva in genere nella misura di 2-4 iugeri a testa: e tali usurpa-
zioni dei ricchi si moltiplicarono solo più tardi, via via che Roma este-
se il suo dominio sull 'Italia, e diedero poi origine alle agitazioni del pe-
riodo dei Gracchi. Ma non sembra che questa sia ragione sufficiente per
negare che già nel IV secolo ci fossero delle persone, che riuscissero ad
appropriarsi vaste zone di agro pubblico.
Sarà da ricordare inoltre che si ebbero provvedimenti per diminui-
re i debiti. Alla iniziativa di Licinio e Sestio si dovette la concessione ai
debitori di pagare i creditori a rate deducendo dal capitale gli interessi
già pagati. Il tasso di interesse fu ridotto ripetutamente, prima impo-
nendo che non superasse annualmente l' 1/12 del capitale, poi l' 1/24.
E nel 326 furono poste serie limitazioni al diritto del creditore di
impadronirsi senz'altro del debitore moroso.
La fine dei In tal modo erano evitate sempre più attentamente le agitazioni in-
contrasti tra terne; e perciò patriziato e plebe potevano costituire sempre meglio, du-
patrizi e plebei
rante i secoli IV e III, quel formidabile blocco di volontà concordi, tem-
prate da rigida disciplina e da inconcussa fede nel proprio diritto di do-
minio e di espansione, che portò Roma alla unificazione dell 'Italia. Ma
la stessa storia di questa conquista dimostra, pure nelle sue fasi più an-
tiche, che le lotte interne non tolsero quasi mai ai Romani la solidarietà
di fronte ai nemici esterni: in tale solidarietà, insieme con la volontà di
potenza e con l'abilità di farsi amici i vinti, sta la ragione della fortuna
di Roma.

Bibliografia

Da confrontarsi innanzi tutto lo Staatsrecht del Mommsen, le storie del diritto


romano, la Storia dei Romani del De Sanctis. Inoltre la Romische Geschichte
di J. BELOcH (dove si potranno trovare ulteriori indicazioni).
Sulle classi dirigenti di Roma repubblicana M. GELZER, Die Nobilitiit der
romischen Republik, Lipsia e Berlino 1912; F. MUENZER, Romische Adelspar-
teien und Adelsfanilien, Stoccarda 1920; F. CÀSSOLA, I Gruppi politici romani
nel3 secolo a.c., Trieste 1962, rist. Roma 1968; H. H. SCULLARD, Roman Po-
litics: 220 - 150 B.C., 2~ ed. Oxford 1973.

3 Uno iugero = m' 2518 circa.


Le riforme costituzionali nel primo secolo della Repubblica 41

Sul tribunato, l'edilità della plebe, e sul dictator cfr. A. MOMIGLIANO, in


Quarto Contributo alla storia degli studi classici e del mondo antico, Roma
1969, pp. 273-329; Id., L'ascesa della plebe nella storia arcaica di Roma, in
Rivista Storica Italiana 79, 1967, pp. 297-312 = Quarto Contributo, pp. 437-
454; G. NICCOLINI, Il tribunato della plebe, Milano 1932; J. BLEICKEN, Das
Volkstribunat der klassischen Republik. Studien zu seiner Entwicklung zwi-
schen 287 und 133 v. Chr., Monaco 1955; G. LOBRANo, Il potere dei tribuni
della plebe, Milano 1982.
Sulla edilità A. ROSENBERG, Der Staat der alten Italiker, Berlino 1913.
Sulla censura G. PIERI, L' histoire du cens jusqu' a la fin de la République ro-
maine, Parigi 1968. Sul decemvirato E. TAEuBLER, Untersuchungen zur Ge-
schichte des Dezemvirats, Berlino 1921. Sull'ordinamento centuriato A. Ro-
SENBERG, Untersuchungen zur romischen Centurienverfassung, Berlino 1911;
P. FRACCARO, La storia dell' antichissimo esercito romano e l'età dell'ordina-
mento centuriato, in Atti II Congresso Studi Romani, Roma 1931; Ancora sull'
età dell' ordinamento centuriato, in «Athenaeum» XII, 1934, pp. 57-71): G.
DE SANCTIS, Le origini dell' ordinamento centuriato, in «Rivista di Filologia»
LXI, 1933, pp. 289-98. Sul consolato e le insegne del potere si cfr. anche E.
TASSI SCANDONE, Verghe, scuri efasci littori in Etruria: contributi allo studio
degli insignia imperii, Pisa 200 l. E.S. STAVELEY, Greek and Roman Voting and
Elections, Londra 1972.
Sulle magistrature e gli ordinamenti repubblicani: S. MAZZARINO, Dalla
monarchia allo stato repubblicano, Catania 1945; Les origines de la Républi-
que romaine, Genève-Vandoeuvres 1967. Per la cronologia dei magistrati:
T.R.S. BROUGHTON, The Magistrates ofthe Roman Republic, 3 volI., New York
1951-1960.
La conquista dell'Italia centrale
CAPITOLO QUARTO

4.1 Dalla fine della monarchia alla presa di Veio


(396 a.C.)

La fine della monarchia, provocando gravi contese nell'interno di Ro-


ma per l'avvento di un governo esclusivamente patrizio, indebolì di
conseguenza i Romani nel loro predominio sul Lazio. I Latini cercaro-
no di liberarsi dalla egemonia di Roma e otto città (Tusculo, Ariccia,
Lanuvio, Laurento, Cora, Tivoli, Pomezia e Ardea) costituirono una le-
La lega ga militare contro Roma, alla cui testa stava un dittatore. Ne succedette
dei latini un periodo di ostilità, che si concluse con una grande vittoria dei Ro-
contro Roma
mani presso il Lago Regillo nelle vicinanze di Frascati. I membri della
lega latina si decisero quindi a venire ad accordi con Roma, che furono
conclusi probabilmente nel 493 a.C. con un patto che dal nome del con-
sole Spurio Cassio che lo firmò, si suole chiamare foedus Cassianum.
Esso stabiliva che tra Roma e la lega latina doveva durare pace e alle-
anza perpetua e garantiva parità di diritti e di doveri tra i due contraen-
Il «foedus ti. Da allora i Romani dovettero alternarsi con i Latini nel comando del-
Cassianum» le guerre in comune, cioè dovettero alternatamente con i Latini nomi-
(493 a.C.)
nare il dittatore per le imprese federali: di qui probabilmente l'introdu-
zione della dittatura in Roma (v. cap. III).
Aderì poco dopo a quest'alleanza - con analoghe condizioni - il
popolo degli Emici, che abitava nel Lazio nella regione di Anagni.
La solidarietà tra Latini, Romani ed Emici era necessaria per resi-
stere alle invasioni dei Volsci e degli Equi.
Le invasioni I Volsci erano discesi dalla regione dell' alto Liri, che prima abita-
dei Volsci vano, nella pianura Laziale occupando Anzio, distruggendo forse Po-
e degli Equi
mezia e fondando Velletri. I confederati ebbero da lottare per decenni
contro di loro e nelle fasi alterne della contesa ebbero sempre valido ap-
poggio in alcune fortezze che essi fondarono - sotto forma di colonia -
nei punti strategici più importanti, fra cui Norba e Signia. Senza stare a
raccontare i molti episodi del conflitto, si ricorderà però che con la lot-
ta con i Volsci si connette la leggenda famosa di Coriolano. Del quale
in sostanza si narrava che, dopo aver strappato ai Volsci la città di Co-
La conquista dell'Italia centrale 43

rioli (donde prese il nome), si fosse inimicato la plebe romana rifiutan-


do di fare eseguire una distribuzione gratuita di frumento: condannato,
egli si sarebbe rifugiato presso i Volsci stessi e li avrebbe persuasi a Il tradimento
marciare con lui contro Roma, ma sarebbe stato fermato a poca distan- di Coriolano
za dalla città dall'apparire della moglie e della madre, alle cui preghie-
re non seppe resistere. È difficile dire quanto ci sia di vero in questa leg-
genda: comunque essa offre un vivo esempio di quell'interferire delle
contese interne nelle lotte con i nemici esterni, che, se non fu frequen-
te, non poté mancare a Roma durante il V secolo,
Altrettanto gravi i conflitti che i Romani e i Latini ebbero a soste-
nere con gli Equi, gli alleati dei Volsci, che devastavano la regione del-
l'alto Aniene e minacciavano specialmente Tusculo. Con queste guerre
è notoriamente connessa la figura di T. Quinzio Cincinnato, il modesto Cincinnato
contadino che, nel momento della patria in pericolo, viene eletto ditta- sconfigge
gli Equi
tore, abbandona il suo campo, vince in breve gli avversari e, dopo aver
deposta la dittatura tenuta per 16 giorni, ritorna al suo lavoro agricolo.
Seppure la leggenda ha abbellito la figura di questo tipico Romano, la
sostanza dei fatti che essa narra è certamente autentica. Come è auten-
tica la notizia che nel 431 i Romani riportarono una decisiva vittoria su-
gli Equi presso il monte Algido, vicino a Tuscolo, dopo la quale gli Equi
furono ricacciati sui monti dei dintorni di Rieti, donde erano discesi.
È facile comprendere che la tradizione romana, l'unica a noi perve-
nuta, esagera probabilmente la parte avuta dai Romani in confronto ai
Latini in queste lotte. Ma non si può negare che i Romani ben presto si
assicurassero una certa superiorità sui loro alleati e finissero quindi per
esser considerati come egemoni. Ciò è confermato dalle lotte che Roma
sostenne quasi da sola con l'etrusca Veio, che a nord di Roma le con-
tendeva il dominio della valle del basso Tevere e più specialmente il do-
minio della città di Fidene. La lotta fu secolare. Due episodi ne sono La lotta
particolarmente famosi. Nel 477, in un momento in cui Roma era im- secolare tra
Roma e Veio
pegnata in molteplici guerre, la famiglia nobile dei Fabii addossò su di
sé e sui propri clienti il compito di tenere a bada i Veienti, ma fu scon-
fitta e quasi annichilita presso il fiume Cremera, non lontano da Fidene.
La tradizione vuole che 300 Fabii cadessero in battaglia, e se anche
questo particolare è una imitazione dei 300 Spartani caduti alle Termo-
pili, la sostanza del racconto anche questa volta è senza dubbio esatta.
Essa ci riporta a un periodo di tempi, in cui, pur essendosi ormai perfe-
zionato il sistema militare, non era tuttavia ancora escluso che una fa-
miglia nobile raccogliesse un piccolo esercito di clienti intorno a sé.
Un altro episodio celebre è la sconfitta che nel 428 il console A.
Cornelio Cosso inflisse ai Veienti, di cui uccise il re Tolunnio. In segui-
to a questa sconfitta Fidene, allora alleata di Veio, fu distrutta.
Ma la lotta decisiva con Veio cominciò solo più tardi, intorno al 407
44 Manuale di storia romana

o al 406 e durò, con sorti alterne, fino al 396 in cui M. Furio Camillo,
nominato dittatore, riuscì a occupare la città. Veio fu spopolata ucci-
dendo o vendendo schiavi gli abitanti, e il suo territorio fu diviso fra i
Furio Camillo cittadini romani, più che reduplicando il territorio dello Stato.
occupa Ve io La vittoria sopra Veio, oltre a liberare Roma dalla sua più pericolo-
sa competitrice, ebbe appunto soprattutto importanza per questo incre-
mento del territorio, che permise ai Romani di guardare senza timore
gli aumenti territoriali dei loro alleati Latini. Infatti i territori nuovi che
erano stati acquistati nelle lotte comuni contro gli Equi e in ispecie con-
tro i Volsci (costretti a concludere la pace press'a poco contemporanea-
mente alla distruzione di Veio) erano passati quasi tutti a far parte non
dello Stato romano, ma della lega latina. Anche le colonie fondate con
larga compartecipazione dei Romani nel territorio strappato agli Equi e
ai Volsci vennero poste quasi tutte alla dipendenza non dei Romani, ma
della lega. La quale perciò venne a incorporare tutta la pianura del La-
Roma consolida zio sino a Terracina al di là del promontorio Circeo e comprese un ter-
il suo primato ritorio di almeno 2500 kmq. Di fronte a questi lo Stato romano con
sul Lazio
l'aggregazione di Veio raggiunse 2200 Kmq. circa. La piccola differen-
za in meno era di gran lunga compensata dalla maggiore omogeneità in
confronto ai territori della lega latina senza contare che i Romani pas-
sati nelle colonie latine dovevano conservare vivo il ricordo della patria
e perciò favorirne la politica. La distruzione di Veio consolidò quindi
per sempre il primato di Roma sul Lazio.

4.2 La rotta davanti ai Galli e la restaurazione del


prestigio di Roma (353 a.C.)

L'ascesa della potenza romana fu di colpo arrestata intorno al 390 da


un'irruzione di Galli nell'Italia centrale. Lungo tutto il secolo V a.c. i
Galli (o Celti) erano penetrati nell 'Italia settentrionale e nel litorale
adriatico dell 'Italia centrale press' a poco fino ad Ancona. Essi avevano
sommerso l'elemento etrusco, salvo in poche città (come Mantova),
che conservarono per molto tempo carattere etrusco, e avevano respin-
to ai margini dei territori da loro occupati i Liguri (presso le Alpi Ma-
I Galli rittime) e i Vene ti (presso i Colli Euganei). Per quanto diventati di mas-
di Brenno sima sedentari e dediti all'agricoltura, conservarono tuttavia una certa
saccheggiano
Roma tendenza alle razzie nei paesi vicini. In una di queste una massa di Gal-
(386 a.c.) li sotto il comando di Brenno assediò l'etrusca Chiusi e di lì per ragio-
ne non ben precisa marciò contro Roma. A pochi chilometri dalla città,
sulla sinistra del Tevere, presso il fiumiciattolo Allia, le truppe romane
furono sbaragliate. Roma, forse non ancora difesa da un sistema di mu-
ra, fu aperta all'invasore.
La conquista dell'Italia centrale 45

Solo la rocca del Campidoglio ben munita poté apprestare una dife-
sa; il resto della città fu preda, ricca preda, dei Galli. I quali per altro,
non avendo nessuna intenzione di indugiarsi in Roma, dopo un vano
tentativo di occupare anche il Campidoglio, si lasciarono persuadere da
una abbondante offerta di oro a ritirarsi dalla città e a ritornarsene don-
de erano venuti.
Una parte della tradizione romana cerca di attenuare la gravità del «Vae victis»
disastro raccontando che i Galli furono respinti non dall'oro, ma dalla
spada del distruttore di Veio, Camillo, allora in esilio e sopraggiunto
con un esercito da lui costituito. L'aneddoto è evidentemente inventato;
ma rispecchia una certa verità nel senso che il principale artefice della
restituzione della potenza romana dopo l'umiliazione fu appunto Ca-
millo.
In seguito al disastro gallico i Latini avevano di fatto, se non for-
malmente, disciolto i loro vincoli con i Romani, non inviando più con-
tingenti militari in soccorso dell'alleata. Anzi, qualche città, come Tu- La ribellione
sculo, si ribellò apertamente, mentre alcune città volsche aggregate di degli ex alleati
latini
forza alla lega latina, quali Anzio e Velletri, ne approfittarono per ri-
prendere la loro libertà d'azione ai danni di Roma. Occorsero guerre
durate fino al 358 per rimettere ordine nel Lazio e restaurarvi la ege-
monia romana. Ilfoedus Cassianum fu rinnovato, vi fu ammessa anche
qualche città, come Preneste, che prima non vi partecipava. Ma nel
complesso la parità di diritti dei Latini divenne sempre più formale: Ro-
ma ormai teneva con la forza intorno a sé le città latine; e ne è una con-
ferma che essa cominciava a trattarle differentemente l'una dall'altra
per dividerle: sistema che avrà numerose applicazioni nei decenni suc-
cessivi. Già intorno al 380 circa, Tusculo ebbe il diritto di cittadinanza
romana, cioè fu incorporato nello Stato romano. Un analogo incorpora-
mento, ma con diverso scopo, si ebbe nel 358 in seguito alla sottomis-
sione di Anzio. Una parte del territorio della città fu aggregato a Roma
e con lo stanziamento di cittadini romani servì a costituire le due nuove
tribù territoriali Pontina e Poplilia.
Altri tentativi di insidiare Roma si avevano avuti per opera degli I Romani
Etruschi, in ispecie delle città di Tarquini e Caere; ma anche questi fal- sconfiggono
gli Etruschi
lirono, e Caere fu costretta a sottomettersi a Roma in una forma che eb-
be poi, con qualche perfezionamento ampio sviluppo sotto il nome di
civitas sine suffragio (353 d.C.).
In altri termini, gli abitanti di Caere dovettero rinunciare al diritto di
pace e di guerra, al potere legislativo e giudiziario e dovettero sottopor-
si all'autorità dei magistrati romani e pagare i tributi e compiere il ser-
vizio militare imposto ai Romani, ma non ebbero il diritto di voto (suf-
fragium) in Roma. Essi ebbero insomma i diritti e doveri civili di citta-
dini romani, ma non i diritti politici.
46 Manuale di storia romana

4.3 La prima guerra sannitica e l'ultima ribellione dei


Latini (338 a.C.)

La strenua energia dei Romani era riuscita quindi a capovolgere la si-


tuazione e ad accrescere lo Stato romano, che ormai superava i 3000
Kmq. Perciò le molte irruzioni dei Galli, che si succedettero a quella
del 390, non ebbero più nessun grave effetto. Roma era ben preparata a
riceverli e aveva anche munito la città di solide mura per impedire il
rinnovarsi della sorpresa.
Ricomincia La espansione ricominciò verso il sud, dove le due città (forse vol-
l'espansione sche) di Fondi e di Formia furono incluse nella lega latina, mentre i vi-
di Roma verso
Sud cini Aurunci furono debellati e costretti all'amicizia con i Romani.
L'avanzata verso sud apriva ai Romani e ai Latini la ricca e fertile
terra della Campania, ma li poneva anche di fronte ai Sanniti. Questi
formavano un gruppo omogeneo di pastori e agricoltori sulle montagne
dell' Abruzzo; le loro tribù costituivano una federazione. Più civili era-
no invece i Sanniti che erano penetrati nella pianura campana, caccian-
do quasi da ogni luogo gli Etruschi e talvolta anche i Greci '. Essi costi-
tuivano nella regione una serie di confederazioni, tra cui la più impor-
tante, quella che si strinse intorno a Capua, diede, sembra, il nome alla
regione Campania. Poiché i vari Stati sannitici erano spesso in lotta tra
loro, un conflitto tra la lega di Capua e i Sanniti dell'Abruzzo offrì ap-
punto a Roma un'occasione di intervento, che provocò circa nel 343 la
prima guerra sannitica.
La prima Di questa guerra tutto è oscuro, e non sono mancati critici i quali
guerra hanno dubitato perfino che sia avvenuta: ciò che è esagerato. La guerra,
sannitica
a quel che sembra, ebbe lo scopo di impedire che i Sanniti veri e propri
si annettessero la lega di Capua e certo riuscì in un modo o nell' altro a
persuadere i Campani all'alleanza latino-romana.
Ma l'adesione dei Campani alla lega ebbe una conseguenza che i
Romani non si sarebbero attesi: favorì le simpatie tra Campani e Latini
e in definitiva provocò un loro tentativo di spezzare l'egemonia roma-
na. La lotta durata dal 340 al 338 fu asprissima. La disciplina estrema e
lo spirito di sacrificio che richiese ai Romani sono ancora testimoniati
dai due famosi aneddoti sul console T Manlio Torquato, che condannò
a morte il figlio uscito dalle file contro il suo ordine, e sull'altro conso-
le P. Decio Mure, che si fece uccidere dai nemici, quando seppe dagli
auguri che solo la sua morte avrebbe reso possibile la vittoria. Nel 338
i Romani avevano vinto e potevano regolare in modo nuovo la sorte de-
gli ex alleati.

I I Sanniti della Campania si chiamarono anche asci (greco Opichòi); cfr. cap. I.
La conquista dell'Italia centrale 47

La lega latina fu disciolta. I membri delle città latine perdettero il La lega latina
diritto di connubio e di commercio tra di loro, ma lo conservarono con viene sciolta
Roma. Alcune città, come Tivoli e Preneste, e le colonie latine furono
lasciate autonome, sebbene ormai di fatto soggette alla volontà di Ro-
ma. Altre (fra cui Ariccia, Lanuvio e Tusculo, che, per quanto già prima
annessa a Roma, aveva partecipato alla ribellione) ebbero o riebbero la
cittadinanza romana. Due nuove tribù furono fondate nel Lazio con i
nuovi acquisti territoriali, la Mecia e la Scaptia. Le città volsche di An-
zio e di Terracina furono trasformate in colonie romane, dando però
modo a una parte degli indigeni di diventare essi stessi coloni. In altre
città, come Velletri, furono espulsi gli elementi ostili a Roma. Fondi e
Formia ebbero ora la cittadinanza senza suffragio. Altre città del terri-
torio degli Aurunci furono collegate a Roma con alleanza. Nel loro ter-
ritorio fu fondata però anche la colonia latina di Cales. Infine i Campa-
ni vennero privati di una parte del loro territorio, in cui fu fondata la tri-
bù Falerna, ma ebbero la cittadinanza senza suffragio con annessi pa-
recchi privilegi; sembra anzi che l'aristocrazia di Capua ottenesse già
allora la cittadinanza romana di pieno diritto.
La sistemazione era nel complesso favorevolissima per i vinti. Ro- Roma diventa
ma si era preoccupata di dividerli, mettendo li in tante situazioni diver- lo Stato più
forte d'Italia
se, ma si era anche preoccupata di non infierire contro nessuno, o, per
meglio dire, di creare la possibilità di una collaborazione futura con i
vinti. In tale modo, evitando ogni vendetta, gettava in questo momento
le basi del suo impero. Con un territorio proprio di circa 6000 Kmq. e
con un territorio di alleati quasi tutti fedeli di circa 5000 Kmq., Roma
era ormai già, se non lo Stato più vasto, lo Stato più forte d'Italia, in
ispecie dopo la rovina dell'impero siciliano di Dionisio I di Siracusa.

4.4 La seconda guerra sannitica: le lotte con gli


Etruschi (327-304 a.C.)

Il tentativo dei Romani di conquistare per assedio Napoli nel 327 fece
riardere la guerra con i Sanniti, che già negli anni precedenti si erano
sentiti minacciati dalla nuova espansione romana verso la Campania,
che portò, tra l'altro, alla fondazione della colonia fortificata di Fregel-
le. I Romani si accordarono con Napoli, concedendole una alleanza a
condizioni favorevolissime, e attaccarono i Sanniti. Le sorti della lotta
furono incerte per lunghi anni. La rigida struttura della legione roma-
na non si rivelava adatta a combattere per le montagne del Sannio con-
tro nemici che invece conoscevano una tattica molto più sciolta. Infine
due legioni romane furono sorprese in una gola presso Caudio (le così Le «forche
dette forche caudine) di ubicazione mal certa e furono, dopo viva resi- caudine»
48 Manuale di storia romana

stenza, imprigionate. Esse non poterono ottenere libertà, se non pat-


tuendo pace a nome di Roma, deponendo le armi e passando sotto il
giogo (321 a.c.).
La tradizione leggendaria vuole che il Senato romano si rifiutasse di
accettare la pace che costringeva, tra l'altro, ad abbandonare ai Sanniti
Fregelle. In realtà per parecchi anni non si poté riprendere la guerra,
sebbene non ci sia da dubitare che subito i Romani si preparassero alla
riscossa. Di tale preparazione il frutto maggiore fu verosimilmente la
La riforma riforma della legione. Per evitarne il difetto di rigidità essa fu come
della legione spezzata in unità minori, i manipoli, dotati di larga autonomia. E fu pu-
e l'impiego
di nuove armi re adottata un'arma dei Sanniti, il pilo, una specie di lunga lancia da
scagliare contro il nemico a distanza prima di giungere alla lotta a cor-
po a corpo con la spada. Più precisamente, la nuova organizzazione del-
la legione (almeno come ci appare dalle informazioni dei secoli poste-
riori) fu questa: i manipoli, furono distribuiti in tre file (dieci per fila) di
hastati, principes e triarii, le prime due armate di pili, l'ultima di lance
comuni. I manipoli delle prime due file erano di 120 uomini, quelli dei
triarii di 60. È certo però che in un primo tempo, come suggerisce il no-
me, i principi stessero non dietro, ma avanti gli astati.
Anche la nuova lotta, iniziata circa il 316, non risparmiò ai Romani
Gli Etruschi delle gravi sconfitte. E più grave si aggiunse la necessità di doversi di-
si ribellano fendere anche a nord dagli Etruschi. Allora i Romani furono per la pri-
ancora
ma volta costretti a mettere in campo non già solo due legioni, come da
molti anni facevan0 2 , ma talvolta tre legioni e perfino quattro. Una mar-
cia rimasta famosa del console Fabio Rulliano al di là della selva Cimi-
nia in Etruria nel 310 sorprese gli Etruschi e li spinse a concludere la
pace l'anno dopo: pace, che dava leggeri vantaggi territoriali ai Roma-
ni, ma aveva, come è ovvio, l'inestimabile valore di lasciarli liberi nel-
la guerra contro i Sanniti e nella repressione della rivolta degli Ernici,
venuta improvvisa dopo quasi due secoli di ininterrotta fedeltà all'alle-
anza con Roma.
Nel 304 i Romani erano riusciti a domare quella rivolta e avevano
La pace costretto i Sanniti alla pace. Apparentemente i Sanniti ne uscivano be-
con i Sanniti ne, perché conservavano intatta la loro autonomia, solo rinunciando a
Fregelle e a pochi altri territori; ma dovettero abbandonare ogni inge-
renza nella Campania, in Apulia e presso gli altri vicini (Marsi, Peligni,
Frentani etc.). Perciò Roma ebbe agio di fare o rinnovare con tutti que-
sti popoli trattati che assicurassero la sua supremazia. Il territorio ro-

2 Quando due legioni si siano sostituite all'unica legione del periodo regio e degli inizi della re-
pubblica, è ignoto: sembra tuttavia probabile che l'antica legione, originariamente di tremila uo-
mini si sia a poco a poco accresciuta fino a sei mila, e allora sia stata spezzata in due legioni.
La conquista dell'Italia centrale 49

Flg.4.1 L'espansione di Roma nella penisola italica

M A R
TIRRENO

mano era direttamente allargato sia con l'inclusione di una parte del ter-
ritorio degli Emici e degli Equi (venutisi ad aggiungere agli Emici nel-
la ribellione), che formò le due tribù Teretina e Aniense, sia con la con-
cessione della cittadinanza senza suffragio a parecchie città (Arpino,
Frosinone, Anagni etc.). Nuove colonie erano fondate, sia di diritto la-
tino sia di cittadini romani. In conclusione, dopo la seconda guerra san-
nitica il territorio romano ascendeva a circa 8000 kmq. e aveva alleati in
altri 20000 circa.

4.5 La terza guerra sannitica o prima guerra italica

Nel 298 i Sanniti, alleandosi con i Galli Senani (che occupavano pres-
s'a poco le odierne Marche), con i Sabini, con gli Etruschi e con gli
Umbri cercarono di scuotere la supremazia di Roma. Ebbe così inizio
quella che si vuole chiamare la terza guerra sannitica, che però ebbe il
suo momento decisivo nel 295, fuori del Sannio, a Sentina in Umbria. I Vittoria su
Romani, sbaragliando i Sanniti e i Galli là concentratisi, si assicurarono Galli, Etruschi e
Sanniti a Sentino
il predominio duraturo su tutta l'Italia Centrale. I Galli dovettero fare (295 a.c.)
50 Manuale di storia romana

subito pace e cedere ampie zone del loro territorio su cui fu poi fonda-
ta la colonia romana di Sena Gallica (Senigallia). Li seguirono gli Um-
bri e gli Etruschi, che furono legati a Roma da trattati di alleanza. Più
tenaci, i Sanniti e i Sabini resistettero fino al 290. I primi non perdette-
ro che poco territorio, ma furono ormai interamente circondati dai vec-
chi e nuovi alleati di Roma (Lucani, Apuli, Frentani etc.), e per la loro
sorveglianza fu fondata in Apulia una grande colonia di diritto latino,
Venosa. I secondi furono senz'altro annessi a Roma come cittadini sen-
za suffragio.
L'espansione di Roma aveva fatto enormi progressi. Il territorio
dello Stato venne a comprendere circa 20000 Kmq. (di cui la quarta
parte occupato da cittadini di pieno diritto, il resto da cittadini senza
suffragio); il territorio degli alleati ascese a più di 60000 Kmq.

Bibliografia

Delle storie romane specialmente Pais, De Sanctis, Beloch (l'ultimo di parti-


colare importanza per gli accrescimenti territoriali di Roma). Del Pais anche
Serie cronologica delle colonie romane e latine I Dall' età regia al tempo dei
Gracchi in «Memorie Accad. Lincei», XVII 1924. Fra i lavori particolari più
recenti: A. ROSENBERG, Zur Geschichte des Latinerbundes in Hermes, UV
1919; ID., Die Entstehung des sogenannten Foedus Cassianum und des latini-
schen Rechts in Hermes, LV 1920; G. DE SANCTIS, Sulfoedus Cassianum, in l
Congresso Studi Romani, Roma 1928; A. ALFOLDI, Early Rome and the La-
tins, Ann Arbor 1963 (troppo riduttivo sul ruolo di Roma nel VI secolo). Per i
trattati di Roma, E. TAEUBLER, Imperium romanum, I, Lipsia 1913; K.E. PET-
ZOLD, Die beiden ersten romisch-karthagischen Vertrage und das foedus Cas-
sianum, in Aufstieg und Niedergang der romischen Welt, I, l, Berlino 1972.
pp. 364-411; B. SCARDIGLI, I trattati romano-cartaginesi, Pisa 1991.
Sui Celti in Italia: Celti ed etruschi nell' Italia centro-settentrionale dal 5.
secolo a.c. alla romanizzazione. Colloquio, Bologna 1985, a cura di D.Vitali.
Bologna 1985; I Celti. Catalogo della mostra Venezia 1991, Milano 1991; D.
BRIQUEL, La prise de Rome par les Gaulois: lecture mythique d'un événement
historique, Paris 2008. Su Roma fra Celti ed Etruschi: M. SORDI, I rapporti ro-
mano-ceriti e [' origine della civitas sine suffragio, Roma 1960. Per i problemi
artistici e culturali: Hellenismus in Mittelitalien, a cura di P. Zanker, Gottinga
1976. Sui Sanniti: Italia dei Sanniti. Catalogo della mostra Roma, Milano
2000; Studi sull' Italia dei Sanniti, Milano 2000.
La lotta con Pirro - l'assestamento della
conquista
CAPITOLO QUINTO

5.1 Roma e la Magna Grecia

Fino alla fine del IV secolo i Romani non si erano mai politicamente
occupati della Grecia, per quanto la cultura greca - e in ispecie la reli-
gione greca - penetrasse già largamente in Roma. L'unica personalità
del mondo greco che non li lasciò indifferenti fu Alessandro Magno, a
cui mandarono forse un'ambasciata quando si trovava a Babilonia nel
323, poco prima della morte: ambasciata su cui nulla sappiamo di pre-
CISO.
Altrettanto poco essi si occuparono per lungo tempo dei Greci I primi contatti
d'Italia. Il loro orizzonte era limitato all'Italia centrale. Ma la vittoria politici tra
Roma e il
nelle guerre sannitiche li metteva ormai a diretto contatto con i proble- mondo greco
mi dell'Italia meridionale, dove i Greci resistevano sempre più debol-
mente contro la riscossa degli indigeni (Apuli, Lucani, Sanniti stessi
etc.). Essi avevano dovuto invocare più volte l'aiuto degli Stati della
madre-patria, e il re di Sparta Archidamo e il re di Epiro Alessandro, zio
di Alessandro Magno, si erano succeduti tra il 340 e il 330 in vani ten-
tativi di ridare vitalità alla Magna Grecia. A questa rimaneva come uni-
ca salvezza l'aiuto dei Romani, che infatti fu chiesto e ottenuto da Turi,
Locri e Reggio intorno al 282 a.c. Si comprende però che l'avanzarsi
dei Romani nella regione occupasse quelle città che tenevano di più al-
la loro indipendenza, come Taranto, allora la più potente di tutte. Ta-
ranto infatti, per garantirsi da interventi dei Romani, era riuscita in un
momento impreciso (forse nel 303) a concludere un accordo per cui i
Romani si impegnavano a non penetrare con le loro navi nel mar Ionio Taranto
oltre il promontorio Lacinio (odierno Capo Colonna). preoccupata
per
Ma i Romani, come dimostravano gli stessi presidi inviati nelle cit- l'espansione
tà greche che li avevano richiesti, erano in un momento di rinnovata romana
espansione. La federazione che si erano creati aveva resistito assai be-
ne negli anni precedenti al tentativo dei Galli Senoni, con l'aiuto dei
Galli Boi, di scuoterla (284 a.C.). Nonostante una iniziale vittoria dei
Galli vicino ad Arezzo, solo poche città etrusche e alcuni gruppi sanni-
tici e lucani avevano accolto il loro invito alla ribellione ed erano stati
52 Manuale di storia romana

del resto sbaragliati al Lago Vadimone (odierno lago di Bassano) in


Etruria nel 283. Tutto il territorio dei Senoni fino al fiume Rubicone
presso Rimini era stato annesso allo Stato romano; e anche le città etru-
sche ribelli avevano dovuto cedere una parte delle loro terre.
Pirro giunge in In tale momento parve naturale ai Romani di rompere l'impegno di
aiuto di Taranto non varcare il promontorio Lacinio mandando dieci navi da guerra da-
vanti a Taranto. La reazione dei Tarentini fu immediata. Essi affonda-
rono quattro delle navi e si precipitarono su Turii per cacciarne il presi-
dio romano. Poi, consapevoli di non poter resistere da soli ai Romani,
invitarono in Italia il re di Epiro, Pirro.

5.2 Pirro in Italia

I progetti che l'anima irrequieta di Pirro portava con sé sbarcando in Ita-


lia nel 280 ci sono ignoti. Non è però difficile supporli. Egli abbandona-
va la Grecia poco dopo che vi era avvenuto un vasto rivolgimento, per
cui, dopo la morte di Lisimaco nella battaglia di Curupedio nel 281 e
l'assassinio di Seleuco I, Tolomeo Cerauno era riuscito a impadronirsi
del regno di Tracia e Macedonia, che appunto Pirro ambiva. Egli dunque
veniva a cercare in Italia quel compenso alle disillusioni in patria, che il
suo eccezionale talento militare gli permetteva di credere agevole.
Per quanto la Magna Grecia non costituisse una solida base per lot-
Gli elefanti tare contro Roma, la sua abilità strategica riuscì per il momento a sup-
sbaragliano le plire, e due volte in campo aperto, a Eraclea presso Taranto nel 280 e ad
truppe romane
a Eraclea Ascoli di Puglia nel 279, batté i Romani. Già dopo Eraclea gruppi di
Sanniti, Bruzi e Lucani si erano schierati con lui, ma nel complesso gli
alleati di Roma rimasero fedeli: e con ciò la sorte di Pirro fu anche se-
gnata. Non potevano bastare alcune vittorie, pagate per di più a caro
prezzo, a fiaccare l'eccezionale capacità di resistenza dei Romani. E
Pirro era troppo avveduto per non accorgersi presto che i suoi successi
erano dovuti per la massima parte ai suoi sistemi di battaglia - comuni
nel mondo ellenistico, ma ignoti ancora a Roma - in cui avevano parte
importante la cavalleria e gli elefanti. Era evidente che i Romani avreb-
bero saputo fare tesoro delle prime infelici esperienze e avrebbero evi-
tato ulteriori sorprese. Perciò Pirro cercò ripetutamente di fare pace con
Le «vittorie» i Romani per andare a tentare nuova fortuna in Sicilia e ci sarebbe an-
di Pirro che riuscito, se i Cartaginesi, prevedendo un attacco di Pirro in Sicilia
contro di loro, non avessero fatto forti pressioni sui Romani perché non
cedessero. Una flotta cartaginese approdata nel 279 a Ostia venne ap-
punto a promettere ai Romani aiuto in denaro e navi. I Romani si la-
sciarono persuadere e strinsero con Cartagine un nuovo trattato (per i
trattati precedenti v. cap. VI).
La lotta con Pirro -l'assestamento della conquista 53

Pirro tuttavia non desistette dal passare in Sicilia, che dalla morte
del tiranno di Siracusa Agatocle, era nel massimo disordine. Parve in
un primo momento che egli riuscisse a creare un forte Stato unitario e
infatti si fece proclamare re di Sicilia. Poi i dissensi ritornarono a pre-
valere tra i Greci, e a lui non restò che ritornare in Italia per riprendere
la lotta interrotta con i Romani (275 a.c.). I quali si erano naturalmen-
te preparati a riceverlo, come si vide nello scontro presso Malvento (dai La sconfitta
Romani chiamata più tardi Benevento). Pirro non vinse più, anzi, seb- e la morte
di Pirro
bene non decisamente sconfitto, dovette ritirarsi. Riprendere la lotta per
il momento gli parve impossibile. Non rinunciò tuttavia ancora alla sua
speranza di trovare forze sufficienti per vincere Roma, ma credette ora
di potersele procurare solo ritentando la conquista della Grecia e per-
ciò riprese la via della patria. La morte che lo sorprese ad Argo nel 273,
in un tentativo appunto di sottomettere il Peloponneso, privò la Magna
Grecia del suo ultimo difensore. Essa restava alla mercè dei Romani, ai
quali fu ora assai facile di domare le ultime resistenze.
La lega sannita fu disciolta, e patti separati furono conclusi con le
tribù principali dei Pentri e degli Irpini. Una colonia latina fu impianta-
ta a Benevento, un' altra più tardi in Esernia, e altri territori furono con-
fiscati per rendere più reciso lo spezzettamento della regione.
Taranto dovette arrendersi, accettare una guarnigione romana e L'alleanza con
mettere una parte della sua flotta a disposizione di Roma (essere cioè le città della
Magna Grecia
socia navalis). Le altre città greche si allearono e rinnovarono l'allean-
ze tutte con Roma; e da Reggio furono cacciati via i mercenari campa-
ni che se ne erano impadroniti. I Bruzii dovettero rinnovare a peggiori
condizioni l'alleanza, i Lucani perdettero il territorio dell' antica città
greca di Posidonia, dove fu eretta la colonia latina Paestum; nel territo-
rio dei Messapii fu fondata la colonia latina di Brindisi.
Anche a nord avveniva un forte rimaneggiamento. Intanto nel 269
era occupato il territorio dei Piceni, di cui solo la città di Ascoli (odier-
na Ascoli Piceno) era riconosciuta indipendente e fatta alleata; il resto Anche i Piceni
del territorio era confiscato allontanandovi gli abitanti o era ridotto alla si piegano
aRoma
cittadinanza senza suffragio. Nel territorio dei Piceni era fondata la co-
lonia latina di Fermo. Ai Sabini, fino allora nella condizione di cittadi-
ni senza suffragio, erano concessi nel 268 i diritti politici. A Caere nel
265 fu confiscata metà del territorio; e, sorta una piccola guerra con
l'altra città etrusca, Volsini, gli abitanti (così ci vien detto) furono co-
stretti a sloggiare e ad andare a risiedere presso il lago di Bolsena.
Ciò avveniva nel 264, l'anno in cui aveva inizio la prima guerra pu-
nica. Lo Stato romano comprendeva allora circa 25.000 Kmq. e aveva
alleati in altri 100.000 circa, di cui 12.000 costituiti dalle città e dalle
colonie latine. La popolazione dello Stato romano comprendeva allora
circa un milione di persone, a prescindere dagli schiavi che non dove-
54 Manuale di storia romana

Il nome di Italia
I Greci chiamavano Italìa la parte meridionale della Magna Grecia (attuale Calabria).
Quando i Romani presero sotto la loro protezione le città di Magna Grecia e poi, con la
vittoria su Pirro, assunsero il controllo politico e militare fino allo Stretto di Messina,
usarono il termine geografico greco per indicare l'area sulla quale si estendeva il dirit-
to romano e l'autorità religiosa dei Romani. Ad esempio, solo in Italia vigeva la pro-
prietà fondiaria secondo il diritto romano, non in quelle che saranno le province, e i de-
creti del Senato o delle altre autorità romane in materia religiosa valevano fino allo
Stretto di Messina.
P. CATALANO, Appunti sopra il più antico concetto giuridico di Italia, in «Atti Accademia
Torino» XCVI, 1961-62, pp. 1-31

vano essere molto numerosi. Ce lo dice, opportunamente moltiplicata,


Cresce la cifra dei maschi adulti computata, secondo l'uso, dal censimento del
la popolazione 265-4 a circa 300.000. E un elenco di forze degli alleati, che abbiamo,
romana
ci fa sapere che nel 225 a.c. misero a disposizione di Roma circa
340.000 fanti e 30.000 cavalieri. Ne consegue che l'esercito di cui Ro-
ma poteva disporre complessivamente era all'inizio della prima guerra
punica di almeno mezzo milione di uomini.

5.3 Struttura dello Stato federale romano

Gioverà ora riepilogare gli elementi di cui la compagine dello Stato ro-
mano venne a consistere in seguito alla complicata storia, che siamo ve-
nuti riassumendo.
C'erano innanzi tutto i cittadini di pieno diritto - i veri Romani -
distribuiti in tribù. Questi cittadini abitavano o nel territorio della città
di Roma o in municipi o in colonie. Municipi erano città preesistenti al
dominio romano a cui erano stati concessi pieni diritti di cittadinanza:
I «municipi» per es. Tusculo. Colonie le città fondate con cittadini romani, che con-
e le «colonie» servavano i diritti di cittadinanza: per es. Ostia. Municipi e colonie co-
stituite da cittadini romani differivano dunque per l'origine, non per la
posizione nell' interno dello Stato. Gli abitanti degli uni e delle altre
avevano diritto di voto in Roma; ma si comprende che lo potessero
esercitare difficilmente, data la lontananza. E appunto perché il cittadi-
no romano che andava in colonia perdeva praticamente il diritto di in-
tervenire negli affari in Roma (sebbene lo conservasse teoricamente).
le colonie di pieno diritto furono prima delle guerre puniche poche e
tutte sul mare, dove Roma aveva particolare bisogno di porre nuclei fe-
deli a custodia dei porti. Tanto i municipi quanto le colonie avevano
La lotta con Pirro -l'assestamento della conquista 55

magistrati propri solo per il disbrigo dell' ordinaria amministrazione:


del resto dipendevano da Roma. Nel fondare un municipio o una colo-
nia lo Stato romano gli dava anche uno Statuto, che doveva regolarne la
vita: tali Statuti venivano approvati dai comizi. I membri delle colonie L'organizzazione
erano in tempo più antico esentati dal servizio militare, considerandosi delle «colonie»
che erano in permanente servizio, in quanto coloni. Al di sotto dei cit-
tadini con pieno diritto, stavano i cittadini senza suffragio, con i diritti
civili, ma non politici. Anch'essi costituivano dei municipi, regolati da
Statuti imposti da Roma. Conservavano, con modificazioni, i loro pro-
pri magistrati; ma intervenivano pure i magistrati romani; la giurisdi-
zione era per es. spesso riservata, non sappiamo in quale misura, al pre-
tore di Roma e, per esso, a un prefetto. Quattro speciali prefetti erano
scelti ogni anno con voto dei comizi per la giurisdizione in Campania:
erano i cosÌ detti prefetti di Capua e Cuma.
I socii latini conservavano, in quanto non erano stati ridotti in una I «socii latini»
delle condizioni ora ricordate, la loro posizione speciale (di diritto lati-
no), continuavano a costituire Stati autonomi, con diritto di connubio e
commercio con Roma, ma non tra di loro (almeno per qualche tempo).
Potevano non solo possedere beni sul territorio romano, ma, stabilen-
dosi in Roma, divenivano senz'altro cittadini romani. Diritto reciproco
era concesso ai Romani, ma era evidentemente di assai minor valore. I
Latini dovevano dare contingenti militari a Roma.
Condizioni pari alle città latine avevano le colonie di diritto latino,
sia quelle fondate dalla antica lega latina sia quelle fondate dai soli Ro-
mani, dopo lo scioglimento della lega, attribuendo ai coloni i diritti pro-
pri dei Latini nei riguardi di Roma. Più tardi fu limitato ai coloni latini
il privilegio troppo comodo di prendere la cittadinanza romana trasfe-
rendosi in Roma.
Al di sotto ancora dei socii latini stavano gli altri socii, alleati di Ro-
ma, ma non alleati tra loro, cioè legati solo dalla comune dipendenza a
Roma. Le condizioni dell' alleanza erano varie secondo la causa che li
aveva spinti a entrare in quel rapporto con Roma, secondo il grado di ci- I «foedera»
viltà, secondo la maggiore affinità etnica con i Romani. I trattati di al-
leanza con i socii si sogliono dividere in due categorie: ifoedera aequa,
in cui Romani e alleati hanno uguali diritti e doveri; gli altrifoedera, in
cui gli alleati riconoscono esplicitamente la supremazia di Roma. La
maggioranza dei trattati era di questa seconda categoria. Comunque, gli
alleati erano obbligati a inviare contingenti militari all'esercito roma-
no; qualche città era obbligata a fornire anche o invece navi da guerra.
I contingenti degli alleati non erano fusi senz' altro nelle legioni, ma co-
stituivano delle ali aggregate alle legioni e all'incirca ugualmente nu-
merose: comandavano le ali degli ufficiali romani (prefetti dei soci).
Roma concludeva i suoi accordi internazionali anche a nome dei socii.
56 Manuale di storia romana

Il diritto Il diritto di monetazione, che non esisteva per i municipi romani di


di monetazione
pieno diritto, esisteva solo eccezionalmente per quelli senza suffragio;
in teoria esisteva per i Latini e per gli altri socii (almeno sembra), ma si
diffuse presto sovrana tra tutti la moneta romana, in ispecie dopo che
dal 269 (ma la data è contestata) si comincia a coniare regolarmente in
Roma l'argento, e si crea la nuova unità, il denario equivalente a lO as-
si, a quattro sesterzi e a due quinarii.

Bibliografia

Sull'epoca delle conquiste romane: Cl. NICOLET, Rome et la conquéte du mon-


de méditerranéen, Paris 1977; trad.it.: Strutture dell' Italia romana (sec. 111-1
a.c.), Roma 1984.
Su Pirro, oltre le storie generali, P. LÉVÈQUE, Pyrrhos, Parigi 1957; J. KRO-
MAYER, Antike Schlachtfelder, III, Berlino 1912. Sulle origini del denario ro-
mano: M.H. CRAWFORD, Roman Republican Coinage, Cambridge 1971.
Le prime due guerre puniche
CAPITOLO SESTO

6.1 Roma e Cartagine

La guerra contro Pirro aveva resa più stretta la solidarietà d'interessi tra
Roma e Cartagine, che sussisteva da lungo tempo. Polibio afferma che
un trattato fra le due città fu concluso il primo anno della repubblica,
cioè circa il 509 a.c., e per quanto Diodoro e Livio non sappiano nulla
di questo accordo e pongano invece il primo trattato nel 348 a.c., non
sembra che ci siano ragioni sufficienti per negare fede a Polibio. Illun-
go periodo di concordia fra le due città si spiega. Roma non era né una
potenza navale né una potenza commerciale: non costituiva dunque una
minaccia per Cartagine, né si vedeva minacciata. D'altra parte aveva Le sfere
interesse a tenersi amica Cartagine, perché questa con la sua flotta non di influenza
romana
impedisse i rifornimenti marittimi del Lazio. E Cartagine aveva evi- e cartaginese
dentemente interesse a mantenersi aperti i mercati dell 'Italia sempre più
sottoposti al controllo romano. C'erano naturalmente delle ombre in
questa concordia, tra le altre l'amicizia romana per Massalia, la colo-
nia greca di Gallia rivale di Cartagine; ma non erano sufficienti a scuo-
tere la solidarietà degli interessi romano-cartaginesi. Perciò, mentre Ro-
ma estendeva indisturbata il suo dominio sull'Italia centrale e meridio-
nale, Cartagine altrettanto indisturbata aveva assoggettato, oltre le tribù
libiche e le città fenicie di Africa, dalla Cirenaica allo stretto di Gibil-
terra, anche la parte occidentale della Sicilia, la Sardegna, la Corsica,
le coste della Spagna meridionale.
La situazione mutò dopo la guerra di Pirro. Sebbene in Roma non ci Roma si
fosse alcuna precisa intenzione di estendere la conquista alla Sicilia, affaccia sul
Mediterraneo
tuttavia il contatto in cui si venivano a trovare il dominio romano e il
dominio cartaginese insinuava una irrequietezza nuova nei rapporti tra
le due potenze. Si aggiungeva che, se Roma non era potenza navale e
commerciale, lo erano parecchie città greche cadute sotto la sua ege-
monia (per es. Napoli e Taranto), di cui si doveva tutelare, negli stessi
interessi di Roma, la floridezza. Una politica anticartaginese era, per-
tanto, già imposta dalla semplice trasformazione della compagine dello
Stato romano. Bastò una occasione - non cercata da Roma - perché
58 Manuale di storia romana

l'ostilità latente si manifestasse e desse luogo, per uno sviluppo impre-


veduto e imprevedibile di fatti, a uno dei più lunghi e importanti con-
flitti della storia antica, paragonabile solo per importanza al conflitto
tra la Grecia e la Persia, perché, come questo, significa il definitivo
Le diverse trionfo di una civiltà su un'altra. Stavano di fronte due organizzazioni
caratteristiche statali analoghe in apparenza, ma di fatto differenti. L'impero di Roma
di Roma
e Cartagine era fino allora fondato sulla stretta e volenterosa cooperazione di allea-
ti, mentre quello di Cartagine si basava sul dispotico dominio di popoli
assoggettati. Tanto è vero che Roma non conosceva ancora il prelievo
di un tributo nei territori a lei sottomessi, mentre il sistema del tributo
era abituale nello Stato cartaginese.
Roma era una potenza militare: Cartagine una potenza navale, in
cui l'esercito terrestre era costituito da sudditi e mercenari, cioè da ele-
menti poco fidi e non omogenei. L'esperienza dimostrò non solo che la
leale cooperazione degli alleati nello Stato romano era - come si dove-
va attendere - superiore a quella forzata dei sudditi di Cartagine, ma
che una potenza militare poteva trasformarsi in potenza navale ben più
facilmente che non una potenza navale in terrestre.
I motivi Restano, oltre queste differenze strutturali più evidenti, che spiega-
della vittoria no il trionfo finale di Roma, altre, meno precise, eppure tuttavia reali, le
finale di Roma
quali giustificano la comune impressione che il trionfo di Roma fu an-
che trionfo di una civiltà superiore. Nel momento in cui si iniziarono le
guerre puniche, Roma era meno raffinatamente organizzata di Cartagi-
ne; ma nella sua salda compagine c'era latente uno spirito di umanità,
un senso di dignità, una coscienza rigorosa del diritto individuale, che
saranno più tardi le forze morali della civiltà romana.

6.2 La prima guerra punica (264-241)

I mercenari campani (Mamertini), che tenevano dal 289 il dominio di


Messina, erano stati costretti a chiedere l'aiuto di Cartagine per salvar-
si da Siracusa, che sotto il comando del tiranno lerone (un generale ve-
I Mamertini nuto al potere dopo l'allontanamento di Pirro) cercava di riprendere
contro i l'unificazione della Sicilia greca. Ammesso nella città un presidio car-
Cartaginesi per
il prodominio taginese, i Mamertini pensarono di potersene liberare e di rivolgersi in-
della Sicilia vece ai Romani, i quali, deliberando dopo molte esitazioni nel 264 a.c.
di inviare soccorsi, iniziarono di fatto la prima guerra punica.
Ierone si alleò dapprima con i Cartaginesi, ma, quando si accorse
che i Romani non solo tenevano solidamente presidiata Messina, ma
minacciavano Siracusa stessa, si accordò con loro e fu riconosciuto re.
Con l'aiuto suo i Romani riportarono molti successi (tra cui l'occupa-
zione di Agrigento); ma non si poteva sperare vittoria definitiva senza
Le prime due guerre puniche 59

una flotta, che togliesse ai Cartaginesi il dominio del mare e impedisse


quindi l'arrivo dei rinforzi dall'Africa. Questa fu costruita nel 260 e
perfezionata con un sistema di ponti a uncini per l'abbordaggio, che
permetteva alle navi romane di afferrare quelle cartaginesi e di farvi I Romani
passare rapidamente i soldati. Nello stesso 260 il console Gaio Duilio costruiscono
una flotta
conquistava per Roma presso Mite (Milazzo) la prima grande vittoria e inventano
navale: l'anno dopo, valendosi della superiorità cosÌ acquisita, i Roma- i «corvi»
ni mettevano piede, ma non durevolmente, in Sardegna e Corsica.
Intanto la guerra si trascinava in Sicilia per la volontà dei Cartagi-
nesi di evitare le battaglie campali. Perciò il console Marco Attilio Re-
golo deliberò nel 256 di riprendere il vecchio audace programma di
Agatocle e portare la guerra in Africa. Apertosi la strada con la flotta
nella battaglia di Ecnomo sbarcò in Africa, donde rimandò una parte
delle forze in Sicilia. Il successo dapprima gli arrise; gli riuscì, come
era nelle sue intenzioni, di sollevare i Libici e Numidi contro Cartagine, Attilio Regolo
tanto che questa chiese la pace, salvo rifiutarla per le condizioni troppo porta la guerra
in Africa
gravose poste da Regolo. Con l'arruolamento di nuove truppe merce-
narie greche, al comando dello spartano Santippo, Cartagine distrusse
l'esercito di Regolo e prese prigioniero il generale stesso l .
La guerra fu riportata in Sicilia, dove si prolungò ancora per quat-
tordici anni fino al 241 a.c. I Romani non riuscirono mai a impedire
che i Cartaginesi conservassero libere le comunicazioni con la Sicilia e
quindi potessero sostenere i presidi cartaginesi asserragliati nella parte
occidentale, a Trapani e a Lilibeo. Solo dopo che il console Gaio Luta-
zio nel 242 distrusse grande parte dei rinforzi che in un supremo sforzo
i Cartaginesi avevano inviato, questi si decisero alla pace. I Cartagine- I Cartaginesi
si dovettero abbandonare la Sicilia e le isole minori e obbligarsi a pa- costretti ad
abbandonare
gare ratealmente 3200 talenti, cioè circa 20 milioni di lire oro2 • la Sicilia
La fine della guerra provocò una rivolta dei mercenari cartaginesi,
che mise in pericolo la stessa Cartagine e non fu domata se non con
estrema difficoltà. Cartagine perdette, in conseguenza della rivolta, il
controllo sulla Sardegna e sulla Corsica e, quando si accinse a ricupe-
rarle, i Romani la prevennero e, dopo aver dichiarato nuovamente guer-
ra, la costrinsero a cedere loro le isole e per di più pagare altri 1200 ta-
lenti (238 a.c.).

l È noto che secondo Livio e altre fonti di minore importanza Attilio Regolo sarebbe stato inviato
a Roma per consigliare la pace ai Romani. Egli avrebbe consigliato il contrario e, tornato a
Cartagine, sarebbe stato ucciso fra i tormenti. La tradizione - ignota a Polibio e a Diodoro - è
ritenuta leggendaria da molti critici.
Si tratta di 3200 talenti euboici d'argento, del peso di Kg 26 ciascuno, equivalenti a quasi 27 mi-
lioni di euro nel 20 I O. All' epoca lo standard monetale di questo tipo era il più diffuso nel Medi-
terraneo [N.d.C.].
60 Manuale di storia romana

6.3 Le conseguenze della guerra

Roma uscì quindi dalla guerra con un incremento territoriale di incal-


colabile valore; ma era stremata dopo la quasi trentennale contesa. La
popolazione era diminuita. I piccoli proprietari di campagna superstiti,
Problemi costretti per tanti anni ad abbandonare i loro poderi per combattere, era-
nel dopoguerra no rovinati. Nonostante la vittoria, il dopo-guerra romano fu quindi in-
quieto, e ne fu un segno la rivolta di F alerii domata in pochi giorni con
la distruzione della città e il trasporto dei cittadini in posizione meno
forte. Va probabilmente anche messo in relazione con la diminuzione
della popolazione l'ordinamento dei Sabini e dei Picenti nelle due tribù
Velina e Quirina, che furono le ultime delle trentacinque tribù territo-
riali create dai Romani. I territori più tardi dotati della cittadinanza ro-
mana furono tutti aggregati alle tribù già preesistenti.
Ma la depressione fu presto superata, e rimase ai Romani il compi-
to di sfruttare adeguatamente i nuovi acquisti, in specie la Sicilia. Fino
allora i Romani non avevano conosciuto vere forme di dominio, ma so-
lo di predominio. Ora si trovarono di fronte a territori, che erano abi-
tuati a pagare tributi in decime di prodotti a Cartagine. Essi, mutando la
politica fino allora seguita, conservarono tali forme di sudditanza, ec-
cetto per pochi popoli della Sicilia, che avevano riconosciuto alleati 3 . Il
peso del tributo era del resto comparativamente lieve e compensato dal-
la pace che Roma assicurava. Furono insomma costituite le due prime
Le due prime province di Sicilia e di Sardegna, alla testa di ciascuna delle quali stava
«province» un pretore, che vi aveva potere assoluto militare e civile, durante l'an-
di Sicilia
e Sardegna no del suo governo, senza nessuno di quei limiti a cui era sottoposta
l'autorità dei magistrati in Roma. I provinciali potevano ricorrere a Ro-
ma contro l'operato del pretore solo dopo che era finito il suo anno di
carica.
La principale conseguenza della prima guerra punica fu perciò di
dare un nuovo indirizzo alla politica romana: indirizzo imperialistico.
L'imperialismo Ma tre altre conseguenze vanno notate: essa cementò nella lotta contro
romano Cartagine l'unione delle città italiche; mise in intimo contatto i Roma-
ni, in Sicilia, con la civiltà greca; diede infine un prestigio nuovo al Se-
nato che, per la lontananza quasi abituale dei consoli, dovette assumere
la intera direzione della politica romana.

3 Restava naturalmente escluso dal dominio romano il regno di Ierone.


Le prime due guerre puniche 61

6.4 La tregua tra Roma e Cartagine. Le guerre con i


Galli e gli Illiri

La vittoria su Cartagine aveva dunque dato ai Romani una consapevo- Si consolida


lezza nuova delle loro forze e delle loro possibilità. Il che non significa la supremazia
di Roma
però che essi si avventurassero da allora facilmente in nuove imprese.
Li tratteneva innanzi tutto lo scrupolo di intraprendere guerre, che non
apparissero giustificate, poi il timore di coinvolgere lo Stato in respon-
sabilità eccessive. Ciò sarà evidente soprattutto nella politica verso la
Macedonia e la Grecia e gli Stati ellenistici, in cui Roma esitò sempre a
impegnarsi a fondo.
Ma se i Romani continuarono ad essere lenti nelle decisioni, anzi
furono lenti più di prima, per quel che concerne la politica con l'Orien-
te greco, furono estremamente energici nel trarre dalle loro vittorie i
vantaggi possibili: nel che sta appunto il segno che essi erano consape-
voli della loro supremazia.
Due furono le questioni che dovettero essere affrontate poco dopo
la fine della prima punica: le agitazioni dei Galli dell 'Italia settentrio- L'agitazione
nale e la pirateria degli Illiri. dei Galli
I Galli, rimasti pacifici durante tutta la guerra di Roma contro Car-
tagine, rafforzati da loro connazionali d'Oltr'Alpe arruolati come mer-
cenari, si misero in moto nel 225 verso Roma. Si dice che essi fossero
stati offesi dalla distribuzione al popolo ordinata dal Governo romano
del cosÌ detto ager gallicus cioè di una larga estensione di terreno già
appartenuta ai Galli al sud del Rubicone; ma la spiegazione non ha va-
lore, perché la divisione dell' ager gallicus avvenne nel 233, otto anni
prima che i Galli decidessero di muoversi. Comunque, essi furono bat-
tuti in una grande battaglia nelle vicinanze di Telamone in Etruria, dopo
cui i Romani iniziarono la sottomissione dell 'Italia settentrionale. Nel
222 il console M. Claudio Marcello sconfiggeva a Clastidio (Casteg-
gio, in provincia di Pavia) la principale tribù gallica, quella degli Insu-
bri, e in tal modo assicurava a Roma il dominio su press'a poco tutta
l'Italia settentrionale. L'anno dopo erano assoggettati anche gli Istriani.
Due colonie, a Cremona e a Piacenza, rafforzarono in seguito l'oc- La fondazione
cupazione militare del territorio, senza peraltro, come vedremo, poter im- delle nuove
colonie
pedire che l'ostilità contro Roma riardesse nella seconda guerra punica. di Piacenza
In quegli stessi anni Roma affrontava il problema illirico. La ne- e Cremona
cessità di dover combattere in due campi, senza nello stesso tempo per-
dere d'occhio Cartagine, spiega la lentezza romana in questa impresa.
Gli alleati italici che avevano interessi commerciali nel mare Adriatico
superiori a quelli romani richiedevano che Roma facesse cessare la pi-
rateria degli Illiri, allora costituiti in regno sotto la regina Teuta. I Ro-
mani intervennero solo dopo che un loro ambasciatore invitato a Teuta
62 Manuale di storia romana

fu assassinato in modo da far sospettare che il governo illirico fosse re-


La pirateria sponsabile. Nel 229 passarono l'Adriatico con 200 navi, e nel 228 Teu-
degli Illiri ta dovette chiedere la pace. Gli Illiri divennero tributari di Roma e si
dovettero impegnare a non navigare con più di due navi insieme a sud
di Lissio (Alessio). Le città greche allora sottomesse alla supremazia il-
lirica - da quando più nessuno grande Stato greco, come quello di Dio-
nisio di Siracusa, le difendeva - ebbero dai Romani libertà a condizio-
ni varie, ma tutte abbastanza favorevoli: cosÌ Issa (Lissa), Dirrachio
(Durazzo), Apollonia e Corcira (Corfù). Un avventuriero, Demetrio di
Faro, che era passato al momento opportuno ai Romani ottenne un pic-
colo regno di estensione non bene determinata. Alcune tribù, infine, fu-
rono distaccate dallo Stato illirico.
Il predominio in Illiria portava con sé l'ostilità della Macedonia,
che per tradizione secolare considerava quella regione come sottomes-
sa alla sua influenza. I Romani ne ebbero qualche coscienza perché, su-
bito dopo la vittoria, inviarono ambasciatori agli Achei, agli Etoli, ai
Corinzi e agli Ateniesi, cioè appunto ai Greci nemici della Macedonia,
per fare conoscere i risultati della loro impresa, vantaggiosi anche ai
Greci, in quanto li liberavano dalla pirateria illirica. Le accoglienze fu-
rono infatti assai favorevoli, tanto che i Romani furono ammessi ai gio-
chi istmici, il che implicava una specie di riconoscimento della loro af-
I «giochi finità etnica con i Greci. Ma più in là non si andò né da parte dei Greci
istmici»: il né da parte dei Romani; sicché questo che fu (a parte qualche amba-
primo contatto
ufficiale sciata romana precedente di non sicura storicità) il primo contatto uffi-
con la Grecia ciale tra Roma e la Grecia non ebbe per allora risultati tangibili.
Roma, impegnata nelle guerre contro i Galli, non poteva pensare a
impedire che Antigono Dosone re di Macedonia, battendo a Sellasia nel
222 gli Spartani, costituisse una grande federazione greca intorno a sé.
Alla Macedonia i Romani tornarono a pensare indirettamente solo
nel 220, quando Demetrio di Faro, che intanto aveva assai ingrandito il
suo Stato, ruppe l'amicizia con loro e si gettò verso la Macedonia. Nel
Demetrio 219 una flotta romana avanzò contro Faro e costrinse in breve Demetrio
di Faro alla fuga: Faro divenne città libera. Nemmeno questa volta i Romani
procedettero a fondo, sebbene non potesse essere loro ignoto che si era-
no irrimediabilmente inimicata la Macedonia e più precisamente il re
Filippo V, successo ad Antigono Dosone. Ma stava ormai per iniziarsi
una nuova guerra con Cartagine.
Le prime due guerre puniche 63

6.5 La conquista cartaginese della Spagna

A Cartagine non si era tardato a decidere una espansione militare ed


economica, che valesse a compensare della perdita della Sicilia e assi-
curasse nuovi sbocchi alla intraprendenza punica. Due tendenze - a
quanto pare - vi si manifestarono nella scelta degli obiettivi: una ca-
peggiata da Annone, che preferiva l'estensione del dominio in Africa e
perciò era favorevole al capitalismo agrario; l'altra, diretta da Amilcare La famiglia
Barca, che indicava la Spagna come il territorio da sfruttare e si preoc- «Barca»
alla guida
cupava quindi piuttosto dei commerci cartaginesi. Vinse Amilcare Bar- di Cartagine
ca, che ebbe poteri quasi sovrani per la conquista della Spagna.
In Spagna, come sappiamo, i Cartaginesi avevano da secoli domini
costieri di non certa estensione. È verosimile che essi fossero diminuiti
durante la prima guerra punica, sicché Amilcare dovette pensare innan-
zi tutto a ricuperare il perduto. Ma presto la sua attività si svolse verso
il pieno controllo dei bacini minerari - di rame e argento, in ispecie - e
verso la sottomissione delle tribù indigene. Dopo la sua morte (229
a.c.), la sua opera fu continuata dal genero Asdrubale.
I Romani per parecchi anni non intervennero, distratti da altre più
urgenti questioni. Poi, nel 226, in un momento in cui premeva loro di
assicurarsi che i Galli dell 'Italia settentrionale non sarebbero stati aiu-
tati dai Cartaginesi, strinsero con Asdrubale un accordo, il così detto Cartagine
trattato dell' Ebro. conquista
la Spagna
Del suo contenuto non siamo bene informati. Sembra tuttavia che
esso riconoscesse soltanto ai Cartaginesi il diritto di conquistare la Spa-
gna a sud dell 'Ebro: cioè nello stesso tempo legittimasse e limitasse
l'espansione cartaginese.
Resta soprattutto incerto se i Romani avessero diritto di conservare
alleati a sud di quel fiume e se questi alleati, in quanto tali, dovessero
essere rispettati dai Cartaginesi. Certo, intorno alla interpretazione di
questo diritto, sorse la contesa che portò alla guerra.
Nel 221, ad Asdrubale ucciso, era succeduto nel comando Anniba-
le, il figlio di Amilcare Barca, a cui il padre aveva fatto giurare odio
eterno a Roma. La sua azione prese un carattere nettamente ostile ai
Romani, come se la conquista della Spagna non dovesse solo ricom- Amilcare Barca
pensare Cartagine della perdita della Sicilia, ma dovesse servire di ba- attacca Sagunto
se per una nuova guerra contro Roma. In conseguenza egli attaccò la
città di Sagunto alleata dei Romani. Questi intimarono ad Annibale di
abbandonare l'assedio. Se ne avessero o meno il diritto è discutibile;
ma Annibale sapeva che perseverando nell'assedio avrebbe provocato
la guerra con i Romani e perciò lo continuò fino alla presa della città.
Da Roma si chiese a Cartagine la consegna di Annibale e dei suoi
consiglieri: il rifiuto significò l'apertura delle ostilità.
64 Manuale di storia romana

Flg.6.1 I territori di Roma e di Cartagine prima delle guerre puniche, l'itinerario di Annibale durante la
seconda guerra punica e i luoghi dei più importanti scontri tra le due città navali

OCEAN(J

D Territori di Roma

_ Territori di Cartagine
~ Itinerario di Annibale
~ durante la seconda
guerra punica

6.6 La seconda guerra punica: le forze in contrasto

Annibale si era avviato alla guerra con un programma preciso. Egli po-
teva contare su quella sua genialità di generale, che poi ebbe piena con-
ferma durante tutta la guerra, e sul fascino che la sua indomita persona-
lità sapeva esercitare sui soldati. La tattica da lui adoperata in tutte le
battaglie combattute in Italia darà infatti la misura della sua superiorità
Le tattiche militare: egli, servendosi del sistema ellenistico di combinare opportu-
innovative namente nella battaglia la cavalleria e la fanteria, lo perfezionerà fino a
di Annibale
renderlo capace di aggirare i nemici e cosÌ di distruggerli. Aggiramen-
to e conseguente annichilimento degli avversari saranno i principi fon-
damentali della sua arte della guerra. Ma, evidentemente, egli attribui-
va valore, più ancora che a questo sistema militare, alla novità del suo
piano politico: portare la guerra in Italia e provocare con la sua presen-
za la dissoluzione della federazione stretta intorno a Roma.
In questo audacissimo piano sta la grandezza, ma anche il limite del-
la grandezza di Annibale. Perché egli, abituato al sistema cartaginese del-
la oppressione dei sudditi, non si accorse né allora né parecchi anni poi
Le prime due guerre puniche 65

che la federazione italica aveva per la sua struttura una solidità tutta par-
ticolare. La fedeltà a Roma era ormai radicata nelle convinzioni e negli
interessi della maggioranza, e infatti, anche nei momenti peggiori, non
venne meno. Annibale perciò, arrivato in Italia, ebbe dapprima quel van-
taggio che gli veniva dalla sorpresa e più dalla sua superiorità di stratega,
che non trovò a lungo rivale nei Romani. Ma quando i Romani impara- La capacità
rono a evitare le sconfitte in campo aperto, la loro forza di resistenza, la di resistenza
dei Romani
possibilità di sostituire con forze fresche quelle esauste, mentre Anniba-
le aveva una limitata capacità di rinnovo delle proprie truppe, infine il
dominio del mare (che essi seppero mantenere) assicurarono loro la vit-
toria finale. Roma trionfò su Annibale perché seppe contrapporre alla sua
superiorità di generale la superiorità del proprio ordinamento politico.

6.7 Lo svolgimento della guerra fino dopo Canne

I Romani credettero dapprima di poter fare una guerra offensiva e quin-


di allestirono due eserciti, uno destinato a invadere la Spagna, l'altro a
sbarcare in Africa. La notizia che Annibale, sorpassati i Pirenei, mar-
ciava rapidamente verso l'Itali(j. li costrinse a ridurre il primo piano e a
sospendere il secondo. Il console Publio Cornelio Scipione, che si tro- Gli elefanti
vava già in Gallia alle foci del Rodano con un esercito in marcia per la di Annibale
varcano le Alpi
Spagna, dovette ritornare indietro, ma inviò suo fratello Gneo in Spa-
gna con un corpo di spedizione, che diede in seguito sviluppi impreve-
duti alla guerra. L'altro console Tiberio Sempronio non ebbe che da ri-
passare dalla Sicilia in Italia. Le due colonie latine di Piacenza e Cre-
mona, già predisposte in precedenza, furono allora fondate e si dimo-
strarono poi i più saldi baluardi romani.
Cornelio Scipione, per quanto lanciatosi all'inseguimento di Anni-
bale, non poté impedirgli di traversare le Alpi 4 e di giungere sino al Ti- Le sconfitte
cino. Qui avvenne un primo scontro con i Cartaginesi, limitato alla ca- al Ticino, alla
Trebbia
valleria e alle truppe leggere, che si risolse in una sconfitta per i Roma- e al Trasimeno
ni. Dopo la quale, il moto di ribellione tra i Galli Insubri e Boi, che già
era in atto dall'arrivo di Annibale, prese, come era da attendersi, nuovo
slancio. Scipione si ritirò sulla destra della Trebbia, dove attese di col-
legarsi con Sempronio. Effettuato il collegamento, che portava a quat-
tro le legioni presenti, i Romani passarono il fiume e sulla sinistra di es-
so attaccarono i Cartaginesi. La rotta romana fu questa volta piena. So-
lo la vicinanza di Piacenza poté salvare i resti delle legioni.

4 È altrettanto famoso quanto ozioso il problema del valico per cui Annibale giunse in Italia: l'ipote-
si più probabile è forse il Monginevro, ma sono state difese bene anche le ipotesi che preferiscono
il Piccolo San Bernardo e il Moncenisio.
66 Manuale di storia romana

L'anno dopo, in seguito all'avanzata di Annibale nell'Italia centra-


le, la difesa romana, distribuita fra i consoli Servilio Gemino e Gaio
Flaminio, si preoccupò specialmente di tagliare ad Annibale la strada
di Roma. Ma Annibale, deviando, seppe trascinare uno dei due eserciti
consolari, quello di Flaminio, nella odierna Umbria presso il lago Tra-
simeno e distruggerlo: lo stesso console cadde sul campo. La sconfitta
fu completata dalla distruzione della cavalleria che Servilio aveva in-
viato in rinforzo del collega. Mentre tutta l'Italia centrale - eccetto le
piazze forti (tra cui Roma stessa) - restava aperta al saccheggio carta-
Il dittatore ginese, in Roma si nominava dittatore Fabio Massimo, che la tattica di
Fabio Massimo, prudenza fece chiamare «temporeggiatore» (cunctator). Ma già nello
«il temporeg-
giatore» stesso 217 e poi nel 216, con la elezione dei due consoli Emilio Paolo e
Terenzio Varrone, riprese vigore il programma offensivo. In Puglia,
presso Canne, probabilmente sulla sinistra dell'Ofanto, otto (?) legioni
romane furono aggirate e attanagliate dai Cartaginesi con una manovra
che divenne classica - e praticamente annichilite: uno dei consoli, Emi-
lio Paolo, restò sul campo. Poco dopo nell 'Italia settentrionale altre due
legioni erano distrutte dai Galli, sicché tutta la regione - salvo le due
colonie di Cremona e Piacenza - andò perduta.
La disfatta Nemmeno questo duplice enorme disastro spezzò la fedeltà della
di Canne maggioranza degli alleati a Roma. Tutta l'Italia centrale rimase unita
intorno all'egemone. Si ribellò invece gran parte dell'Italia meridiona-
le, non però senza contrasti. La prima ribelle fu Arpi in Puglia; la se-
guirono la maggioranza dei Sanniti. I Bruzi e i Lucani, finché si diede
ad Annibale Capua: e fu naturalmente quest'ultimo il maggiore trionfo
dei Cartaginesi. Nel 215 dovettero poi aprire le porte anche Cosenza,
Locri, Caulonia e Crotone. Rimasero ai Romani, tra le altre, Napoli e
Nola, le colonie di Benevento, Venosa, Luceria e altre minori.
I Romani La fedeltà della maggioranza degli alleati salvò Roma. Alla quale
salvati dagli l'esperienza insegnava che l'unica possibilità di vincere Annibale era
alleati
di riprendere la strategia del logoramento già iniziata nel 217 da Fabio
Massimo, che ora divenne infatti il più influente consigliere militare del
Senato. Il programma fu di evitare battaglie in campo aperto e costrin-
gere Annibale ad abbandonare la lotta per la lenta riduzione degli effet-
tivi militari e delle vettovaglie. Il programma presupponeva che egli
non potesse essere efficacemente soccorso né da Cartagine né dalla
Spagna. E il presupposto era, in limiti ragionevoli, legittimo, perché i
Romani da un lato mantenevano pieno il dominio del mare, sicché i
soccorsi cartaginesi non potevano essere che irregolari, dall' altra per
opera di Gneo Scipione (a cui fu aggiunto più tardi il fratello Publio)
tenevano impegnate le forze puniche in Spagna e anzi nel 215 avevano
inflitto loro una dura sconfitta sulle sponde dell 'Ebro.
Le prime due guerre puniche 67

6.8 La fase decisiva della lotta

La vittoria finale, che i Romani riuscirono a ottenere, dimostra che i lo-


ro piani erano ben fondati e specialmente che la loro fiducia nella per-
severanza delle popolazioni italiche era esatta. Ma una serie di vicende
diverse valse a prolungare più del credibile la guerra.
Innanzitutto in Sicilia, dopo la morte di lerone nel 215, il nipote Je- L'assedio
ronimo, suo erede, passò ad Annibale. Per quanto egli fosse l'anno dopo di Siracusa
e la morte
assassinato e per il momento riprendesse la prevalenza un partito favo- di Archimede
revole a Roma, infine Siracusa restò in mano del partito contrario. Clau-
dio Marcello, il vincitore di Clastidio, che era stato inviato a domare la
ribellione, dovette porre l'assedio a Siracusa. Ma la sua posizione si fe-
ce difficile quando i Cartaginesi comparsi con una flotta occuparono
Agrigento e fecero sollevare altre città contro Roma, mentre sorregge-
vano Siracusa assediata. Tuttavia, approfittando delle discordie interne,
il comandante romano riuscì ad occupare la città nel 212. È noto che nel
saccheggio, da cui fu portato a Roma un larghissimo bottino, fu ucciso lo
scienziato Archimede, che aveva cooperato alla difesa della città. Sira-
cusa e il suo territorio furono incorporati nella provincia romana, e due
anni dopo - nel 210 - per il tradimento di un generale libico al servizio
di Cartagine, Muttine, ritornava ai Romani anche Agrigento, sicché le
altre città ribelli dovevano cessare dalla resistenza e sottomettersi.
In quegli stessi anni i Romani tornavano a essere impegnati in Illi-
ria. Filippo di Macedonia aveva colto l'occasione per tentare di strap- La Macedonia
pare loro la regione, dopo essersi assicurata la pace in Grecia col tratta- si allea con
Annibale
to di Naupatto del 217 a.c. Egli dopo Canne stringeva un'alleanza con
Annibale, in cui si prevedeva appunto la cessione del possedimento ro-
mano in Illiria alla Macedonia. Quest'alleanza avrebbe potuto avere
conseguenze gravissime per Roma, se Filippo V si fosse deciso ad aiu-
tare Annibale in Italia; ma egli non lo fece, e i Romani, passato il perio-
do di maggiore depressione, trovarono il modo di impedirgli per parec-
chi anni di intervenire anche solo in Illiria suscitandogli una guerra in
Grecia in cui ebbero alleati gli Etoli e alcune città greche minori.
Infine i Romani, che erano stati favoriti dalla rivolta del numida Si-
face, per cui i Cartaginesi erano stati costretti a trasferire in Africa una
parte delle truppe dislocate in Spagna, si trovarono qui in grave diffi-
coltà dopo che quelle truppe, domata la ribellione, ritornarono. Tanto
Publio quanto Gneo Scipione furono uccisi nei combattimenti del 211,
e una parte delle loro conquiste andò perduta. Eppure anche in Spagna
i Romani riuscirono a sormontare le difficoltà e trovarono nel giovane Publio Cornelio
figlio di Publio Scipione - chiamato come il padre (Publio Cornelio Scipione guida
la riscossa
Scipione) - non solo un degno continuatore dell' opera familiare, ma il romana in
primo grande generale che le guerre puniche mettessero in evidenza. Spagna
68 Manuale di storia romana

Sarà questo il futuro vincitore di Annibale, che fin d'allora portava nel-
la sua eccezionale cultura greca, nella aristocratica finezza del suo spi-
rito, nella fede mistica nel suo compito, qualcosa di nuovo non solo co-
me generale, ma come uomo. La sua nomina aveva valore eccezionale
oltre che per la personalità che metteva in evidenza, anche per il modo
con cui avveniva: Scipione infatti, essendo stato solo edile, non avreb-
be avuto alcun diritto di comandare un esercito, fu, cioè, in Spagna un
privato con comando militare (privatus cum imperio). Il che in parte di-
pendeva dalla fiducia che si aveva in lui, in parte dalla necessità sempre
più grande di opporre ai Cartaginesi, guidati da generali che tenevano il
comando per lunghi anni, generali altrettanto indipendenti dalla rota-
zione annuale delle cariche. Scipione fu dunque il primo Romano, che
fosse generale senza essere magistrato.
Egli già nel 209 riusciva ad occupare di sorpresa il principale arse-
nale militare della Spagna cartaginese, Cartagine nuova (odierna Carta-
gena). E negli anni seguenti si adoperò con geniale tenacia, valendosi
delle sue truppe sceltissime, a creare un sistema tattico, che potesse per-
mettere di vincere anche in battaglia aperta Annibale: ciò che gli riusci-
rà, come confermerà la campagna in Africa.
Tutte queste vicende spiegano come la guerra in Italia dovesse pro-
cedere con maggiore lentezza di quanto pretendesse la stessa strategia
del logoramento; ma spiegano pure come, per la prevalenza dei Romani
in tutti i campi fuori d'Italia, il cerchio intorno ad Annibale si venisse
stringendo. Arpi era ripresa nel 213, e se nel 212 cadeva in mano dei Car-
taginesi Taranto, nel 211 era rioccupata Capua, né valeva che Annibale
per liberarla, durante l'assedio, facesse una improvvisa apparizione da-
vanti a Roma, così impressionante come in definitiva senza conseguen-
ze. I Capuani erano puniti in modo esemplare: privati di ogni autonomia,
mentre ogni loro bene era confiscato, sicché di quanto loro fu concesso
l'uso, dovettero pagare affitto. Nel 209 era ripresa anche Taranto.
Rinforzi Annibale si vide costretto a far venire in Italia dalla Spagna il fra-
dalla Spagna tello Asdrubale col suo esercito (208 a.C.). Questi riuscì, benché scon-
per Annibale
fitto poco prima da Scipione presso Becula (non lontano da Cordova), a
passare in Gallia e poi, attraverso le Alpi, in Italia. Il console Livio Sa-
linatore poté però impedirgli di congiungersi al fratello sconfiggendolo
e uccidendolo sul Metauro presso Sena Gallica. Questa vittoria decise
infine la guerra così in Spagna come in Italia. Più rapidamente in Spa-
gna, dove Scipione aveva ormai agio di sconfiggere presso Ilipe (sem-
pre nella regione di Cordova) i Cartaginesi e occupare a poco a poco
tutta la Spagna, finché un altro fratello di Annibale, Magone, per porta-
Asdrubale re aiuto in Italia, abbandonò l'ultima città, Cadice. Ma nemmeno l'arri-
sconfitto vo di Magone nell'Italia settentrionale nel 205, benché desse nuovo vi-
e ucciso
al Metauro gore all'ostilità dei Galli, poté modificare la situazione. E nemmeno po-
Le prime due guerre puniche 69

té nuocere durevolmente ai Romani che l'anno prima (206 a.c.) gli Eto-
li concludessero la pace separata con Filippo di Macedonia e gli desse-
ro quindi agio di riportare la guerra in Illiria: perché nello stesso 205
essi riuscivano a concludere la pace di Fenice (in Epiro) con Filippo,
per cui arrivavano a conservare i possessi più importanti in Illiria, cioè
le città greche, solo facendo concessioni minori al sovrano macedone.

6.9 La vittoria finale di Scipione

I Romani poterono quindi pensare allo sforzo decisivo, cioè a portare la


guerra in Africa. Due ragioni ovvie suggerivano il piano: che solo in tal
modo si sarebbe costretto Annibale a lasciare l'Italia e che si sarebbe
colpita direttamente Cartagine, rimasta fino allora quasi non toccata
dalla guerra combattuta in terra nemica con mezzi prevalentemente of-
ferti da quella terra e dalla Spagna.
Scipione fu scelto nel 204 a comandare la spedizione in Africa Scipione
(donde ebbe poi l'epiteto di Africano); fu nuovo riconoscimento non attacca
direttamente
solo del suo valore personale, ma anche della necessità di contrapporre Cartagine
ad Annibale, non dei comuni consoli, ma una individualità che valesse
quella del nemico. E Scipione fu pari all'attesa. Negli anni di Spagna
aveva elaborato una tattica nuova. Invece di far servire la seconda e la
terza fila dei manipoli (i principi e i triari) a semplice rincalzo della pri-
ma fila (gli astati) li distaccò da quella in modo che avessero maggiore
autonomia, sia per attaccare i fianchi dell' avversario, sia anche come
riserva. Così alla tattica di accerchiamento di Annibale contrapponeva La battaglia
un'altra tattica analoga, ma più perfetta, che sarà da allora tipica delle ai «Campi
Magni»
legioni romane. Perciò Scipione, se incontrò in Africa forti difficoltà
per il suo isolamento, fu invitto in campo aperto e anzi batté i Cartagi-
nesi in una grande battaglia ai Campi Magni.
Fu conseguenza di questa battaglia che il principe numida Massi-
nissa - rivale di Siface allora riconciliatosi con i Cartaginesi - strap-
passe a Siface il suo regno e ne facesse un alleato di Roma. I Cartagi-
nesi chiesero e ottennero pace, le cui condizioni provvisorie furono il ri-
tiro di Annibale e Magone dall 'Italia e la rinunzia alla Spagna. Si spie-
ga per altro che i Cartaginesi, richiamato Annibale e ritrovatolo quindi
accanto a loro con l'esercito invitto e il prestigio non scosso, pensasse-
ro di poter tentare la sorte di una ulteriore lotta piuttosto che cedere la
Spagna e riaprissero le ostilità. Lo scontro fra le truppe di Annibale e di
Scipione avvenne in posizione incerta, non lontano da un luogo detto
Zama (202 a.c.). La vittoria fu dei Romani. Con la vittoria venne la pa- Annibale
ce, durissima. Rinuncia non solo alla Spagna, ma ai domini extra-puni- sconfitto
aZama
ci in Africa, per cui Massinissa fu costituito in regno autonomo: dieci-
70 Manuale di storia romana

mila talenti di indennità, la consegna di tutta la flotta, eccetto dieci tri-


remi, divieto di fare guerra fuori dell'Africa e di farla nell'Africa senza
il consenso di Roma (201 a.C.).
Era la pace più dura che i Romani avessero mai imposto, tale da
rendere praticamente la vita impossibile a un grande Stato commercia-
le come il cartaginese, ma non poteva essere attesa diversamente da un
Roma impone popolo che per vent' anni aveva lottato con disperata energia, mettendo
un duro in campo fino a venticinque legioni, facendo senza sosta i più gravi sa-
trattato di pace
crifici di uomini e di denari, vedendosi ripetutamente saccheggiata qua-
si ogni parte del suo territorio.
Comunque, la vittoria dava incontrastato dominio all'Italia sul Me-
diterraneo occidentale, la portava naturalmente a sostituire Cartagine
anche come Stato commerciale e faceva sorgere - maggiore incognita-
il problema dei rapporti tra Roma e i grandi Stati ellenistici.

Bibliografia

Sui trattati fra Roma e Cartagine vedi p. 50. Per le due guerre puniche, delle
opere generali: DE SANCTIS, PAIS (Storia di Roma durante le guerre puniche),
Cambridge Ancient History VII-VIII.
Inoltre S. GSELL, Histoire ancienne de l'Afrique du Nord, I-IV, Parigi
1913-20; U. KAHRSTEDT, Geschichte der Karthager, III, Berlino 1913 (volume
III della storia iniziata dal Melzer); H.H. SCULLARD, Scipio Africanus in the
Secund Punic War, Cambridge 1930; R. M. HAYWOOD, Studies on Scipio Afri-
canus, Baltimore 1933; L. LORETO, La grande strategia di Roma nell' età del-
la prima guerra punica (ca. 273 - ca. 229 a.c.), Napoli 2007; G. MARAsco,
Economia, commerci e politica nel Mediterraneo fra il III e il II secolo a.c..
Firenze 1988; G.Ch. PICARD e C. PICARD, Vie et mort de Carthage, Parigi rist.
1970 (in inglese: Life and Death of Carthage, New York 1968); S. MOSCATI.
Cartaginesi, Milano 1982; Dizionario della civiltà fenicia, a cura di M.G.
Amadasi Guzzo, C. Bonnet, S.M. Cecchini, P. Xella, Roma 1992; W. Huss.
Karthago, Monaco 1995. G. BRIZZI, Scipione e Annibale, la guerra per salva-
re Roma, Roma-Bari 2007. Bibliografia sulla provincia di Sicilia a p. 253.
Il predominio in Oriente e la espansione
in Occidente
CAPITOLO SETTIMO

7.1 I nuovi problemi della pOlitica estera romana

Una grande vittoria, come quella su Annibale, non poteva non agire de-
cisamente sulla struttura militare, politica, sociale, economica dello
Stato vincitore (cfr. il cap. VIII). Ma queste furono conseguenze più
lontane. Immediato era il problema di organizzare una nuova politica Una nuova
politica estera
estera, che sfruttasse e difendesse la vittoria.
Il ricupero dell'Italia settentrionale - perduta dal 216 - e il soggio-
gamento di tutta la Spagna parevano i più ovvii compiti; e infatti Roma
attese a entrambi. Ma non costituirono gli obiettivi principali della po-
litica romana dopo la seconda punica, che fu rivolta invece ad assicu-
rarsi il predominio nell'Oriente ellenico ed ellenistico e fu inoltre pre-
occupata nel rifiorire di Cartagine più di quanto le limitate possibilità
della rivale paressero rendere necessario. Tutto ciò costituisce uno dei
più interessanti problemi della storia romana. In sostanza si assiste a un
improvviso superamento dei limiti di una politica, anche imperialisti-
ca, ma circoscritta in una determinata sfera: si afferma invece una poli-
tica di supremazia assoluta, su tutto il mondo civile. Roma, quasi d'un
tratto, non tollera più che esistano accanto a lei Stati capaci di agire au-
tonomi: si prepara cioè alla unificazione del mondo civile.
S'intende che questa nuova tendenza - che diede origine alla uni-
versalità della potenza romana, cosÌ come la tendenza nata alla fine del- L' «universalità»
la prima guerra punica aveva dato origine all'imperialismo - non sorse della potenza
romana
nei Romani con quella precisa consapevolezza con cui noi ora la enun-
ciamo. Essa si manifestò piuttosto come desiderio di prevenire ogni
possibile minaccia degli Stati ellenistici contro Roma: una preoccupa-
zione suggerita dai recenti attacchi di Filippo di Macedonia e accentua-
ta dalla scarsa conoscenza che in Roma si aveva delle forze reali di que-
gli Stati. Perciò la politica romana fu volta in un primo tempo solo a in-
debolire gli Stati ellenistici, per renderli innocui. Aiutò contro gli Stati
più forti - Macedonia e Siria - gli Stati più deboli (Egitto), o minori
(Pergamo, Rodi); distaccò la Grecia dalla Macedonia e nella Grecia
contrappose Stato a Stato; infine estese alla Grecia la politica adottata
72 Manuale di storia romana

in Italia di proteggere le classi possidenti contro il proletariato, che vo-


leva rivoluzioni economiche, e si fece perciò desiderare dovunque l'or-
dine costituito sembrasse minacciato.
Intervenivano a suggerire questa politica anche due nuovi fattori
La volontà (cfr. cap. VIII): uno di carattere culturale, l'altro economico. Poiché,
di supremazia dalla conquista della Sicilia in poi, la cultura greca era penetrata sempre
economica
e culturale più fortemente in Roma, c'era chi desiderava di imporre il prestigio di
Roma su queste terre civilissime, quasi in tal modo la cultura greca po-
tesse diventare più direttamente patrimonio romano e, d'altra parte,
l'autorità di Roma diventasse maggiore perché rispettata dai Greci. In
secondo luogo, la supremazia economica, che le guerre puniche diede-
ro ai Romani, li spingeva a imporre il nome di Roma dovunque potesse
essere vantaggioso per i traffici.
Un simile rivolgimento nella politica non poteva avvenire senza
contrasti interni in Roma. Non è facile giudicare tali contrasti, perché
spesso essi rivelano, più che diversità di programmi, rivalità di uomini.
Ma uno almeno è di significato non equivoco. Alla famiglia di Scipio-
ne Africano -la quale rappresentava la tendenza a una egemonia soste-
nuta da un forte filellenismo e da un correlativo assorbimento di cultu-
ra greca, sino a trasformare le vecchie abitudini romane - si oppose
Marco Porcio Marco Porcia Catone, un rude e aggressivo contadino di Tuscolo, che
Catone voleva come gli avversari la espansione di Roma, senza però che essa
implicasse una accettazione di costumi stranieri e senza che per amore
dei Greci si rinunciasse al benché minimo profitto di Roma. Tendenza
l'una a rinnovare, insieme con la politica estera, anche la vita spirituale
di Roma; tendenza l'altra a conservare, pur nella espansione politica, le
tradizioni di semplicità, onestà, rozzezza, che avevano creato i legiona-
ri vincitori di Annibale. Tuttavia, come si vede, questa diversità di ten-
denze poteva provocare forti conflitti nella classe dominante (e costrin-
se infatti Scipione al ritiro dalla vita pubblica, nel 184 a.c., dopo che
un clamoroso processo contro il fratello mise in causa lui stesso), non
implicava modificazioni nelle linee essenziali della politica romana.

7.2 La guerra contro Filippo di Macedonia


(200-196 a.C.)

Circa il 204 a.c. moriva Tolomeo IV Filopatore, re di Egitto: gli succe-


deva il figlio fanciullo Tolomeo V o meglio una schiera indegna di cor-
Debolezza del tigiani. La morte di Tolomeo IV manifestava in pieno la crisi di deca-
regno d'Egitto denza dello Stato tolemaico, corroso dal conflitto insanato tra Greco-
Macedoni conquistatori ed indigeni sottomessi, dalle vecchie tradizioni
separatistiche dell' Alto Egitto, da una burocrazia immensa e parassita-
Il predominio in Oriente e la espansione in Occidente 73

ria. Volle approfittare della occasione Antioco III di Siria, che, per
quanto battuto dall 'Egitto nel 217 nella battaglia di Rafia, aveva ripre-
so con il massimo vigore la riorganizzazione del suo Stato ed era riu- La Siria attacca
scito a riportare sotto il suo controllo le regioni di Armenia, Parti a e l'Egitto
Battriana da lungo tempo fattesi indipendenti. Ma Antioco III temeva di
avere contro di sé la Macedonia e perciò, dopo lungo patteggiare, si ac-
cordò con Filippo Vallo scopo di spogliare l'Egitto di tutti i suoi pos-
sedimenti extra-africani. Antioco III avrebbe occupato Fenicia, Palesti-
na, Cipro e gli altri minori possessi asiatici dell 'Egitto; Filippo avrebbe
occupato quelle tra le isole Cicladi e le città della Tracia che erano tole-
maiche.
CosÌ press'a poco l'accordo tra i due sovrani: disturbato solo dalla
reciproca diffidenza, nonostante la quale, gli Stati minori - come Rodi
e Pergamo - che avevano tutto da perdere dalla rottura dell' attuale
equilibrio politico nel Mediterraneo orientale, furono allarmati. Rodi,
appunto giovandosi di questo equilibrio, da tempo dominava i mari co-
me centro fiorentissimo di commerci; Pergamo si poteva sostenere con-
tro il maggiore regno di Siria solo a patto che questo fosse continua-
mente impegnato sul fronte egiziano.
Poiché Antioco combatteva per terra sulla costa fenicia e invece Fi- La Macedonia
lippo di Macedonia percorreva l'Egeo a sottomettere le isole dipenden- cerca di
sottomettere
ti o no dall 'Egitto, i Rodii - a cui si unirono i Pergameni - cercarono di l'Egeo
opporsi a lui, forti della loro flotta. Ma furono battuti due volte a Chio
e a Lade (201 a.c.). Dopo di che, essi, insieme con i Pergameni, invia-
rono ambasciatori a chiedere l'aiuto di Roma.
I Romani nel 200 decisero l'intervento. Un loro ultimatum a Filip- Ultimatum di
po poneva tali condizioni -l'abbandono della Grecia e di tutte le con- Roma a Filippo
di Macedonia
quiste a danno dell'Egitto - che la guerra fu inevitabile. Nello stesso
tempo però i Romani evitavano di portare all'estremo il conflitto inci-
piente con Antioco, in modo da aver da combattere solo con la Mace-
donia. Ciò che per il momento conveniva anche ad Antioco, il quale,
vittorioso circa lo stesso anno al Panion, aveva ricuperato Fenicia e Pa-
lestina e territori finitimi.
In Grecia i Romani trovarono poco entusiasmo. Nonostante i loro I Greci si
programmi filo-ellenici si diffidava di loro. Solo Atene si schierò dalla schierano
con Roma
parte dei Romani, ma è caratteristico che nel prendere la deliberazione
esaltasse non loro, ma il re Attalo di Pergamo e i Rodii alleati di Roma.
Presto tuttavia le disposizioni mutarono col delinearsi della situazione.
Nel 199 i Romani invadevano la Macedonia e gli Etoli si schieravano
dalla loro parte. Nel 198 compariva una flotta romana sull'Egeo, e la
lega achea aderiva a Roma.
Al principio del 197, con uno di quei suoi repentini mutamenti che
sconvolgevano gli avversari, si accordava anche con Roma l'avversario
74 Manuale di storia romana

accanito della lega achea, il re Nabide di Sparta, il tiranno rivoluziona-


rio, che, liberando una parte degli Iloti e ridistribuendo la proprietà,
aveva ridato forza nuova alle decadenti istituzioni spartane. Nello stes-
La battaglia so 197 sui campi di Cinoscefale in Tessaglia Filippo ormai quasi isola-
di Cinoscefale to non poteva resistere alle truppe romane comandate dal proconsole
Tito Quinzio Flaminino, che già dall'inizio del 198 erano passate dalla
Macedonia in Grecia e dopo averla press'a poco tutta occupata ora ri-
tornavano verso nord. La tattica ormai perfezionata dei manipoli roma-
ni nel suo confronto con la tattica delle falangi macedoniche - quelle
che pure avevano assicurato la vittoria ad Alessandro Magno - rivelò la
piena superiorità, che al tempo di Pirro non aveva ancora potuto mani-
festare.
Fine Filippo dovette abbandonare tutti i possessi extra-macedonici, do-
del controllo vette cedere a Roma tutta la sua flotta da guerra, eccetto cinque navi; e
macedone
in Grecia pagare 1000 talenti di indennità. Nel luglio circa del 196, alle feste
istmiche di Corinto, Tito Quinzio Flaminino poteva attuare il program-
ma degli ambienti filo-ellenistici da cui proveniva, benché avversario
di Scipione - e nello stesso tempo affermare la supremazia di Roma -
proclamando solennemente la libertà «senza guarnigioni, né tributi» di
tutti i Greci. Egli sceglieva per la proclamazione il luogo dove nel 338
Filippo II di Macedonia aveva per la prima volta legato i Greci alla po-
litica macedonica.
Anche i Greci - pure diffidenti e malcontenti dei Romani - credet-
L'illusione tero per un momento che la libertà ridata dallo straniero potesse cancel-
della libertà lare un secolo e mezzo di storia e restaurare la piena vita autonoma di
concessa
ai Greci tutti gli Stati greci. La proclamazione fu accolta quindi con immenso
entusiasmo. Entusiasmo stolto non perché i Romani non pensassero se-
riamente a mantenere fede alloro impegno, ma perché ciò che aveva
sollecitato lo straniero a intervenire in Grecia era appunto quella per-
manente agitazione di Stato contro Stato ed entro i singoli Stati di clas-
se contro classe, che ora, per la ricuperata autonomia, sarebbe riarsa an-
cora più violentemente.

7.3 La guerra contro Antioco di Siria (192-188 a.C.)

Fu un primo segno l'agitazione della lega etolica, che si riteneva mal


ricompensata per gli aiuti dati a Roma nella guerra contro Filippo. La
lega si sforzò di estendere la propria sfera di influenza occupando altre
Lo scontro tra città, tra cui Sparta, ma in tal modo si urtò contro la rivale lega achea.
la lega etolica togliendosi ogni possibilità di un futuro accordo, che era la condizione
e quella achea
per una lotta seria contro i Romani. Difatti in un tentativo che gli Etoli
fecero di impadronirsi di Sparta, dopo aver assassinato Nabide, gli
Il predominio in Oriente e la espansione in Occidente 75

Achei giunsero in tempo a sostituirsi loro e cosÌ aggregare Sparta alla


propria lega e unificare il Peloponneso: che era il vecchio ideale acheo,
ora più che mai sostenuto dal loro uomo politico più influente Filope-
mene, tanto valoroso generale quanto uomo politico di corta vista.
Gli Etoli non avevano altra speranza se non in Antioco. Speranza
giustificata, perché il re di Siria aveva relazioni sempre più tese con i La guerra
Romani. Del resto si era compromesso irrimediabilmente con loro ac- siriaca
cogliendo nel 195 alla sua corte Annibale, costretto a fuggire da Carta-
gine dopo un tentativo - subito troncato dai Romani - di rinvigorire lo
Stato con una riforma in senso democratico. E nello stesso anno aveva
concluso una pace con l'Egitto, che gliene assicurava il controllo: ciò
che non poteva se non accrescere i timori dei Romani. Antioco infatti
decise di prevenirli portando la guerra in Grecia, trascurando, per quel
che raccontano (ma è racconto di discussa autenticità), di seguire il con-
siglio di Annibale, che avrebbe voluto riportare la guerra in Italia. Non
pare, d'altronde, che né allora né poi Antioco si giovasse molto della
esperienza fatta dal Cartaginese. In Grecia si recò con un esercito in-
sufficiente, né seppe con abile propaganda sollevare le masse popolari,
che pure odiavano i Romani, sia come stranieri, sia soprattutto come
protettori dei ricchi, che le opprimevano. Infine, poiché la vecchia ge-
losia tra le due potenze ellenistiche fece rimanere la Macedonia dalla
parte di Roma, cosÌ come aveva lasciato qualche anno prima Antioco
indifferente di fronte alla sorte di Filippo, restò preclusa ad Antioco
ogni effettiva possibilità di conquistare la Grecia. I Romani ebbero agio
di apprestare quell' esercito, che nel 192 batteva alle Termopili il re di Vittoria
Siria e lo costringeva ad abbandonare la Grecia. romana alle
Termopili
Prevalse allora in Roma il partito di Scipione l'Africano, che vole-
va trasferire la guerra nel territorio del nemico, in Asia, riprendendo il
sistema che aveva assicurato la vittoria contro Annibale. Al fratello di Lucio Cornelio
Publio Scipione, Lucio, fu quindi affidato il comando, che egli - di po- Scipione batte
Antioco III a
co valore personale - tenne, assistito da Publio. I Romani seppero assi- Magnesia
curarsi una opportuna tregua con gli Etoli, ancora sempre in arme, e poi
con una serie di scontri vittoriosi conquistarono il dominio del mare - e
in ispecie dello stretto dei Dardanelli - che era la condizione indispen-
sabile per trasportare le truppe romane in Asia. Nel 189 sulla pianura di
Magnesia in Asia Minore i Romani, opportunamente aiutati dal re Eu-
mene di Pergamo, sbaragliavano Antioco.
Nel trattato di pace (pace di Apamea) i Romani si preoccuparono
non di distruggere la potenza di Antioco - ciò che avrebbe forse richie-
sto un ulteriore proseguimento della lotta - ma di ridurla nel modo più
assoluto a potenza asiatica e nello stesso tempo affiancarle, a custodi,
Rodi e il regno di Pergamo, come in Africa il regno di Numidia sorve-
gliava, con sistemi sempre più petulanti, Cartagine. Lo Stato siriaco fu
76 Manuale di storia romana

confinato al di là del fiume Halys e del Tauro: dovette consegnare tutta


la flotta, meno dieci navi, pagare una indennità di 15.000 talenti. I ter-
ritori tolti ad Antioco furono assegnati in dono per grande parte al re di
La pace Pergamo e in minor parte a Rodi. Le città greche di Asia minore furono
di Apamea: lasciate autonome, se non erano già appartenute al regno di Pergamo e
espansione
di Pergamo non erano state contro Roma durante la guerra. I Romani non ebbero
in Asia minore dunque alcun incremento territoriale. L'unico vantaggio materiale im-
mediato fu l'immenso bottino, accresciuto da una fortunata campagna
contro le tribù galliche accampate in Asia minore (188 a.c.) e da impo-
sizioni di taglie alle città più ricche.
Poco prima anche l' Etolia, rimasta isolata, aveva dovuto cedere: a
condizioni relativamente miti. Un trattato le impose di rispettare la
maestà del popolo romano e di combatterne i nemici, senza aver garan-
zia reciproca; ebbe ridotto il proprio territorio; dovette pagare 500 ta-
lenti di indennità.
Nel 188 Roma aveva affermato la sua supremazia su tutto il bacino
Il Mediterraneo del Mediterraneo. L'unico Stato, che non aveva dovuto riconoscerla
diventa formalmente, l'Egitto, sapeva però che solo Roma poteva impedirgli di
il «mare
nostro» cadere totalmente in mano della Siria: un fato, a cui la pace del 195 con
Antioco III sembrava preludere. La egemonia romana aveva già fin da
questo suo primo inizio la duplice caratteristica, che le rimarrà propria:
di voler essere universale e di pretendere una condizione stabile di pa-
ce. La pax romana che costituirà nei secoli seguenti il maggiore tenta-
tivo di risolvere i problemi politici del mondo antico, era già nella vo-
lontà di costruire nel mondo ellenistico un sistema permanente di equi-
librio governato da Roma, che si sostituiva all'equilibrio, rivelatosi
troppo instabile, creato dopo la morte di Alessandro Magno, con la co-
stituzione dei vari Stati eredi del suo impero. Il prossimo avvenire rive-
lò solo che la pax non poteva essere conservata da lontano, bensÌ esige-
va, oltre la tutela delle legioni romane, la costituzione di un uniforme
organismo politico ed economico.

7.4 La riconquista dell'Italia settentrionale e la sua


romanizzazione

Quelle terre, di cui in Roma si sentiva il bisogno per stanziarvi cittadi-


ni e alleati, furono trovate nell 'Italia settentrionale. In realtà, dopo la se-
conda guerra punica l'Italia non soffriva certo per sovrapopolazione.
Nuovi coloni ma gli squilibri economici avevano trasformato un grande numero di
nel nord Italia piccoli possidenti in proletari, che cercavano nuove terre. Per quanto le
numerose confische ai danni di coloro che erano passati ad Annibale
permettessero al governo romano di disporre di vaste zone nell 'Italia
Il predominio in Oriente e la espansione in Occidente 77

meridionale, gli stanziamenti in quelle regioni non furono né cercati dai


proletari - a cui parevano forse troppo disagiati e troppo poco redditizi
- né curati dal governo, per cui non avevano interesse militare. La co-
lonizzazione fu avviata invece verso l'Italia settentrionale, via via che
se ne procedette alla riconquista, con quelle soste che le più importanti
campagne in Oriente e in Spagna rendevano inevitabili.
Dopo la seconda guerra punica era rimasto tra i Galli un ufficiale
Cartaginese, Amilcare, che continuò a dirigere la loro ribellione contro
Roma. Riuscì infatti ai Galli Insubri di prendere di sorpresa la colonia La resistenza
di Piacenza, che era rimasta con Cremona un' isola romana in terra ne- dei Galli
Insubri
mica (200 a.c.). Ma i Romani in due campagne del 197 e del 196 pote-
rono abbastanza facilmente assoggettare gli Insubri e ristabilire l' ordi-
ne. Più lento fu l'assoggettamento dei Galli Boi, che stavano a sud del
Po tra Piacenza e Rimini. Solo nel 191 esso fu completato, e ne conse-
guì la confisca di metà del territorio a vantaggio dello Stato Romano.
Più lunga ancora la riconquista dell 'Istria protrattasi fino al 177 e se-
guita poi dall'assoggettamento di gran parte della Dalmazia, il quale,
essendo avvenuto da sud a nord, cioè partendo dall'Illiria, non si estese
in un primo tempo (155) fino a connettersi con l'Istria, e fu completato
solo un trentennio (129) più tardi.
Nel 197 cominciò anche l'assoggettamento dei Liguri, che occupa-
vano di qua e di là delle Alpi il territorio litorale fino presso a poco alla
foce dell'Amo. La lotta con i Liguri d'Italia durò decenni, nonostante La lotta contro
che nel 180 una delle tribù più bellicose, gli Apuani, fosse per gran par- i Liguri
te sradicata dalla sua terra e collocata nel Sannio, a nord di Benevento,
dove ancora risiedeva al tempo di Traiano. Intorno al 175 la sottomis-
sione era nella sostanza compiuta. Dal 166 al 156 circa i Romani ebbe-
ro poi anche da combattere con i Liguri d' oltr' Alpe con lo scopo di as-
sicurarsi la via libera per le comunicazioni con l'alleata Marsiglia e
quindi con la Spagna.
Per questa serie di guerre tutta l'Italia settentrionale, eccetto alcune
zone specialmente piemontesi, ai piedi delle Alpi, fu sottoposta a quella
influenza di Roma a cui non doveva sottrarsi più. La romanizzazione
procedette rapida per le colonie, le strade, gli insediamenti privati di cit-
tadini romani. Cremona e Piacenza furono rafforzate nel 190 con 6000 La «romaniz-
nuovi coloni e conservarono il loro rango di colonie di diritto latino. Nel zazione»
dell'Emilia
189 una colonia latina di 3000 coloni fu insediata a Bologna. Nel 183
due colonie romane di 2800 cittadini ciascuna furono insediate a Parma
e a Modena. Nel 181 era fondata la colonia latina di Aquileia, in cui la
distribuzione di terreno fu inusualmente ampia (50 iugeri ai cittadini or-
dinari; 100 ai centurioni, 140 ai cavalieri), mentre di regola oscillava fra
i 3 e gli 8 iugeri: questa colonia diventerà presto il centro degli scambi
dell 'Italia con la zona danubiana. Nel 180 era fondata la colonia latina di
78 Manuale di storia romana

Lucca, nel 172 era insediata una colonia cittadina nel porto di Luni (og-
gi probabilmente golfo della Spezia). Più tardi, circa il 120, fu fondata la
colonia romana di Dertona (odierna Tortona). Ma altri numerosissimi
centri - senza diritti coloniali e municipali - si vennero ad aggiungere o
spontaneamente o per iniziativa ufficiale alla serie delle colonie.
Contemporaneamente, sorgevano le grandi strade militari e com-
merciali, che qui come altrove furono strumenti essenziali della roma-
nizzazione: strade che presero il nome dai magistrati che le vollero. Nel
187 furono iniziate la via Emilia, da Rimini a Piacenza (che darà il no-
Sorgono me alla regione) e la via Flaminia da Arezzo a Bologna; nel 148 fu trac-
le grandi ciata la via Postumia da Genova ad Aquileia per Cremona e Piacenza;
strade:
«l'Emilia» nel 106 la Emilia Scaura da Pisa a Genova a Tortona: e qui si citano so-
e la «Flaminia» lo alcune tra le principali di queste vie. Intorno le quali occorre appena
avvertire che costituirono la linea su cui vennero a disporsi nuovi cen-
tri abitati. Sulla via Flaminia sorse ad esempio già nel II sec. a.c. Fi-
renze (antica Florentia).

7.5 La fine della autonomia della Macedonia e della


Grecia

La politica di egemonia senza dominio militare, che i Romani avevano


creduto di poter instaurare, si rivelava sempre più impossibile in tutto il
mondo ellenistico. Troppi erano i malcontenti, troppi i conflitti politici
e sociali in cui i Romani dovevano intervenire, richiesti o no, come ar-
bitri. Essi dovettero per qualche decennio durare la fatica di cercare di
tutelare con la sola forza del loro prestigio, da lontano, la loro situazio-
ne economica e finirono col convincersi, prima sporadicamente poi si-
stematicamente, che il trapasso alla conquista era inevitabile.
La situazione Il primo passo fu una nuova guerra con la Macedonia. Filippo \'
turbolenta in aveva cercato di riorganizzare il proprio stato, coll'estendere i domini
Macedonia
verso la Tracia. I Romani cercarono di limitame l'azione preparando la
successione al suo figlio minore Demetrio, che era stato ostaggio a lun-
go in Roma e pareva ben disposto. Ma l'altro figlio, Perseo, a cui que-
sta malcelata volontà accresceva solo l'ostilità contro Roma, persuase il
padre a fare uccidere Demetrio, sicché alla morte di Filippo, nel 179.
gli succedette sul trono e ne continuò lo sforzo di ridare dignità e vigo-
re al suo Stato, ma con insufficiente energia e senza consapevolezza dei
rischi a cui andava incontro.
Non mancarono accuse di altri Stati ellenistici e incidenti vari, che
potessero precipitare gli eventi. E furono i Romani a decidere una guer-
La terza guerra ra preventiva, che ebbe inizio nel 171. Ma la guerra, male preparata e
macedonica svogliatamente condotta, offrì loro assai più difficoltà di quanto nor:
Il predominio in Oriente e la espansione in Occidente 79

pensassero, sebbene Perseo si rivelasse immediatamente un generale di


poco valore. Il che favorì la ribellione contro i Romani dell 'Epiro e del
re illirio loro alleato, Genzio, mentre diffuse irrequietezza per tutta la
Grecia e a Rodi. Solo nel 168 il console L. Emilio Paolo riuscì ad aggi-
rare l'esercito Macedonico fortificatosi ai piedi dell 'Olimpo, posizione
imprendibile, e a costringerlo a ritirarsi verso Pidna. Nelle vicinanze di
questa città avvenne lo scontro tra i due eserciti, che diede in men di Lucio Emilio
due ore la Macedonia in mano ai Romani. Paolo sconfigge
i Macedonia
Perseo stesso, in conseguenza della sconfitta totale, dovette arren- Pidna
dersi. La Macedonia fu divisa in quattro repubbliche, senza diritti di con-
nubio e di commercio reciproci. Fu abolito il suo esercito, quasi total-
mente. I Romani si attribuirono i diritti dei re, cioè il prelievo del tributo,
che fu però ridotto del 50 per cento, e i terreni e le miniere demaniali; ma
le miniere d'oro e d'argento furono, almeno per alcuni anni, chiuse.
L'ordinamento era, tenuto conto dei sistemi antichi, eccezional- La Macedonia
mente umano e confermava l'intenzione dei Romani di volere evitare la viene suddivisa
in quattro
costituzione di un dominio diretto: che per altro, con il prelievo dei tri- repubbliche
buti e con l'amministrazione dei beni demaniali, già si introduceva im-
plicitamente. Analoga sorte ebbe l'Illiria, divisa in tre repubbliche e
parzialmente sottoposta a tributo.
I Romani procedettero invece in modo assai diverso con i Greci che
erano passati a Perseo e in genere con tutti coloro che non si erano di-
mostrati interamente fidi. La durezza della repressione fu anche accre-
sciuta dalla irrequietezza che dava loro in quel momento la situazione
orientale. In Egitto, morto Tolomeo V Epifane, e succedutogli il fan-
ciullo Tolomeo VI Filometore, i cortigiani pensarono di poter riprende-
re la tradizionale lotta con la Siria (169 a.c.); ma Antioco IV Epifane di
Siria li sconfisse, conquistò l'Egitto fino a Menfi e si accordò con To-
lomeo VI a condizione che dovesse di fatto rimanere sotto il suo pro- Antioco IV di
tettorato. Tutto sarebbe andato bene, se il popolo di Alessandria non si Siria approfitta
della debolezza
fosse ribellato eleggendo a re il fratello di Tolomeo VI, cioè Tolomeo dell'Egitto
VII Euergete. Tolomeo VI, richiamato al senso della realtà da questa
ferma presa di posizione, troncò l'accordo con Antioco IV e si divise il
regno col fratello. Antioco dovette pensare a riconquistare l'Egitto con
la forza e lo fece tanto più a cuore leggero, al principio del 168, perché
sapeva i Romani impegnati contro la Macedonia. Il calcolo era sbaglia-
to. I Romani, appena vincitore a Pidna, sicuri di sé, mandarono a inti-
mare ad Antioco, che aveva nuovamente conquistato tutto l'Egitto ec-
cetto Alessandria, di abbandonare ogni sua conquista. Il legato romano Il cerchio di
Popilio Lenate non permise di discutere il suo ordine: tracciando un Popilio Lenate
cerchio attorno alla persona del re e dicendogli le note parole: «Qui de-
libera», impose l'obbedienza immediata. E il re, che conosceva la sor-
te di Perseo, cedette.
80 Manuale di storia romana

Una parola dell'ambasciatore di Roma era bastata a salvare l'indi-


pendenza dell 'Egitto. Tuttavia l'episodio dava ai Romani non tanto
tranquillità, quanto piuttosto coscienza di sé e sfiducia negli altri: il che
li portava a premere la mano.
Lo provarono le città beotiche passate come ribelli a Perseo, duran-
te la guerra, e soprattutto i Molossi di Epiro, che nel 167 furono spo-
gliati, uccisi o venduti schiavi in massa. Anche la lega etolica sospetta
fu nuovamente ridotta del suo territorio, fino a renderla incapace di
I Romani nuocere. E la lega achea, benché non direttamente implicata, dovette
umiliano consegnare a Roma mille tra i suoi personaggi più autorevoli, che ven-
gli Achei, Rodi
ed Eumenell nero trasferiti in Italia: uno di questi fu, come è noto, Polibio figlio di
di Pergamo Licorta, uno dei capi più autorevoli della lega achea, dopo la morte di
Filopemene (183 a.c.), e uomo politico e generale egli stesso. Fu ap-
punto l'esilio in Italia, durato per i compagni sino al 151 e per lui tra-
sfonnato subito in libero soggiorno, che gli pennise di acquistare quel-
la conoscenza della organizzazione politica e militare romana, che si ri-
fletterà nella sua storia delle guerre puniche. Eumene di Pergamo,
ugualmente, non si sottrasse al sospetto, fu quasi cacciato dall'Italia, al-
lorché vi venne a giustificarsi, e si trovò molestato dai Romani dovun-
que cercasse di tenere saldo il suo potere sui popoli a lui soggetti e per-
ciò perdette il dominio sui territori delle tribù galliche stanziate in Asia.
Arrivò infine anche la volta di Rodi, al cui riguardo il sospetto si com-
plicava con la rivalità commerciale, perché gli Italici, avviatisi alla con-
quista dei mercati orientali (cfr. Cap. ottavo), male ne tolleravano la
concorrenza fortunata. Accadde quindi che Rodi non solo fosse privata
con cavilli giuridici dei suoi possessi in Licia e in Caria, ma fosse rovi-
nata economicamente con la trasfonnazione dell 'isola di Delo (allora
ridata ad Atene) in porto franco; una misura, che vi fece convergere tut-
to il commercio del mondo ellenistico e pennise ai mercanti italici di
riorganizzarlo nelle loro mani.
Intanto, la vittoria del 168 non era bastata a mettere tranquilla né la
Macedonia né la Grecia, nella quale ultima si venivano anche accen-
tuando i moti sociali contro i ricchi protetti dai Romani. D'altro lato i
Romani, per sfiducia contro le leghe, e in particolare contro l'ultima.
che potesse continuare a fare una politica indipendente, l'achea, tende-
vano a favorire i separatismi delle singole città.
La rivolta Nel 149 si ribellava la Macedonia per incitamento di un certo An-
dei Macedoni drisco, che si dava per figlio di Perseo. La repressione romana, sotto il
comando di Quinto Cecilia Metello, fu pronta e portò all'unica soluzio-
ne logica: l'assorbimento della Macedonia nello Stato romano come
provincia (148 a.c.). Il magistrato con potestà proconsolare (dapprima
un pretore) a cui ne fu affidato il governo ebbe anche la giurisdizione
sull'Illiria e l'Epiro. La via Egnazia da Durazzo (dove sbarcavano le
Il predominio in Oriente e la espansione in Occidente 81

navi provenienti da Brindisi) a Tessalonica collegò presto la nuova pro-


vincia con l'Italia.
Sorte analoga subì la Grecia due anni dopo (146). Sparta si era ri- Lucio Mummio
bellata alla lega achea, e questa, guidata da Dieo, si apprestava a ricu- sconfigge
gli Achei
perarla. Il divieto romano non fu ascoltato, come non fu tenuto conto e distrugge
della volontà dei Romani che fossero lasciate libere anche altre città: Corinto
ciò portò alla guerra. Le legioni romane, che penetrarono in Grecia nel
146, venendo dalla Macedonia con Cecilio Metello e dall'Italia con Lu-
cio Mummio, non ebbero difficoltà a reprimere la resistenza che si era
estesa alla Beozia e all'Eubea. L'esercito acheo fu battuto prima nella
Locride a Scarfia da Metello, poi da Mummio a Leucòpetra sull 'istmo
di Corinto, e Corinto dovette aprire le porte. Era la resa.
Tutte le leghe greche furono demolite. Tebe e Calcide di Eubea se-
midistrutte; Corinto poi interamente saccheggiata e bruciata, mentre i La Grecia
suoi tesori d'arte passavano in Italia. Parte della Grecia fu sottoposta a diventa
provincia
tributo. Tutta (anche gli Stati, come Atene, che erano rimasti fedeli e romana
perciò continuarono a essere formalmente autonomi) fu sottoposta al
controllo del proconsole risiedente in Macedonia. Alla vera costituzio-
ne di una provincia di Achaia (come si chiamerà ufficialmente da allo-
ra la Grecia) non si arriverà che al tempo di Augusto.

Fig.7.1 I possedimenti romani dopo la fine delle guerre puniche e la conquista della Grecia e della Ma-
cedonia (146 a.C.)
82 Manuale di storia romana

7.6 Le ribellioni in Spagna e la presa di Numanzia


(133 a.C.)

La zona meridionale della Spagna occupata dai Romani fu ordinata nel


La Spagna 206 a.c. in due province (Hispania citerior e Hispania ulterior), ciascu-
viene divisa in na pochi anni dopo sottoposta a un magistrato (pretore) con potestà pro-
due province
consolare. Nella Hispania ulterior fu fondata con cittadini romani ftalica.
Gli indigeni erano sottoposti a tributo fisso (stipendium), non a de-
cime: i Romani potevano inoltre sfruttare i bacini minerari ricchissimi.
Il servizio militare nei corpi degli ausiliari fu reso obbligatorio. Ma i
funzionari romani, trovatisi in un terra cosÌ ricca, non seppero astener-
si da violenze e rapine di ogni genere, invano combattute dal governo
centrale, che, sotto l'influenza di Catone, si preoccupava del diffonder-
si di questi sistemi: furono appunto alcuni episodi dell' amministrazione
in Spagna, che fecero istituire le cause per concussione (repetundae) a
carico dei funzionari. Tutto ciò, come non bastò a reprimere gli abusi,
La Spagna non poté trattenere gli indigeni dalla rivolta, che si estese fuori dei limiti
si rivolta delle due province tra i Lusitani (press'a poco odierno Portogallo) e i
Celtiberi (sulla destra dell'Ebro).
Le due ribellioni si svolsero parallele lungo decenni. La fase più
acuta di quella dei Lusitani fu tra il 154 e il 138 a.c., di quella dei Cel-
tiberi tra il 143 e il 133. E fu fortuna per Roma che le due ribellioni non
confluissero in un'azione comune. Esse, non pertanto, costarono ai Ro-
La sconfitta mani enormi sacrifici di forze umane e rivelarono in pieno la deficien-
di Lusitani za del sistema di mutare ogni anno i comandanti delle truppe. Quasi
e Celtiberi
ogni nuovo generale, che giungeva inesperto, toccava sconfitte. Due
volte, una per ciascuna ribellione, intere armate romane furono costret-
te alla resa: quattro volte la pace già accettata dai Romani in momenti di
speciale difficoltà fu rotta dal Senato. Infine la rivolta dei Lusitani fu
domata nel 138 facendo uccidere il loro capo invitto, Viriato; e la rivol-
ta dei Celtiberi si concluse quando fu messo a capo dell'esercito il ge-
nerale, che aveva conquistato pochi anni prima Cartagine (vedi paragr.
7.7), Scipione Emiliano. Questi, assunto nel 134 il comando, dopo aver
ristabilito la disciplina delle sue truppe, pose l'assedio alla fortezza dei
Celtiberi, Numanzia, circondandola di una serie di campi fortificati, che
sono stati ritrovati dagli scavatori moderni e costituiscono forse il più
notevole documento di vita militare della Roma repubblicana. Nel 133
Numanzia cadde per fame.
La Spagna Da allora le due province spagnole e i territori dei Lusitani e dei
diventa la Celtiberi, che furono sottoposti al loro controllo, rimasero per secoli
provincia più
romanizzata sottomessi. L'amministrazione venne lentamente migliorando fin a che
la Spagna diventò, con l'inizio dell'impero, la provincia extra-italica
più romanizzata.
Il predominio in Oriente e la espansione in Occidente 83

7.7 La distruzione di Cartagine (146 a.C.)

È verosimile che il timore che Cartagine potesse approfittare delle ri-


bellioni spagnole per rimettere piede nei suoi vecchi domini contribuis-
se ad avviare i Romani verso la politica di disgregazione totale dello
Stato cartaginese conclusasi tragicamente nel 146, otto anni prima del- Il suicidio
la distruzione di Numanzia. I Romani, come sappiamo, avevano aiuta- di Annibale
to la oligarchia dominante a Cartagine a liberarsi di Annibale, quando
nel 195 egli aveva tentato di rinnovare gli ornamenti della città in sen-
so più democratico. E poiché Annibale continuò anche in esilio ad aiu-
tare tutti i nemici di Roma con una rigida fedeltà al giuramento della
sua infanzia, il Senato lo ricercò presso Antioco di Siria e quindi presso
Prusia re di Bitinia, dove si era rifugiato dopo la sconfitta di Antioco
(188 a.c.), costringendolo al suicidio per evitare di essere catturato
(182 a.c.).
L' oligarchia di Cartagine per conto suo non venne mai meno agli
impegni verso Roma, aiutandola con la flotta in tutte le guerre in Orien-
te. Ciò non impedì che i Romani permettessero a Massinissa re di Nu-
midia di approfittare largamente della clausola del trattato romano-car-
taginese che gli concedeva di rivendicare tutte le terre cartaginesi, che
fossero state una volta dei suoi antenati. Il territorio di Cartagine venne Massinissa
quindi ripetutamente ridotto, fino a che nel 151, durante una delle soli- provoca i
Cartaginesi
te contestazioni, la città esasperata dichiarò guerra a Massinissa violan-
do l'altra clausola del trattato che le impediva di entrare in guerra sen-
za l'autorizzazione di Roma.
Roma aveva quindi un motivo legalmente ineccepibile per dichia-
rare guerra a Cartagine. Persuasa dal vecchio Catone, ritornato da poco
da un viaggio a Cartagine, che gli aveva lasciato una profonda impres-
sione della floridezza della città, si preparò alla guerra. I Cartaginesi, «Delenda
che compresero di non poter resistere, cedettero a tutte le richieste ro- Carthago!»
mane, anche a quella di consegnare le armi, ma, sebbene già disarmati,
si ribellarono all'ulteriore intimazione di abbandonare la loro città (che
avrebbe dovuto essere distrutta) e fondame una nuova a dieci miglia dal
mare. Con l'energia della disperazione si riarmarono quanto poterono e
si prepararono a subire l'assedio.
Quali motivi abbiano suggerito tale estrema decisione di Roma nel
volere la rovina della rivale non sappiamo. Già accennavamo alla pos-
sibile preoccupazione di interventi in Spagna: possiamo anche suppor-
re sospetti di relazioni fra Cartagine e gli Stati ellenistici ancora ostili a
Roma. E infine è evidente che i commerci punici sempre fiorenti ecci-
tavano la gelosia dei mercanti italici, così come le terre africane, rese
fertili da Cartagine, erano desiderate dai latifondisti romani. Né è im-
possibile che Roma, dopo essersi lasciata trascinare a concedere troppo
84 Manuale di storia romana

a Massinissa, ora desiderasse di sostituirsi direttamente in Africa a Car-


tagine per impedire l'eccessivo rafforzarsi del regno numidico, che si
veniva avviando rapidamente a forme di vita civili. E forse più ancora
di tutti questi motivi precisi avrà contribuito l'antico odio romano per la
rivale. Ma non si deve dimenticare che tutte queste sono congetture.
Solo i fatti sono sicuri, e questi, ridotti nella loro linea più schema-
Scipione tica, ci dicono che i Cartaginesi seppero resistere circa tre anni (149-
Emiliano 146), pur abbandonati da Utica, l'altra colonia fenicia di Africa, finché
distrugge
Cartagine Scipione Emiliano - figlio di Paolo Emilio, il vincitore di Pidna e figlio
adottivo di un figlio di Scipione l'Africano - nominato console anzi
tempo nel 147, appunto per affrettare la conclusione della guerra, seppe
prender d'assalto la città (inizio del 146).
La città fu distrutta, e fu giurato che non avrebbe mai più potuto es-
sere ricostruita: i cittadini furono uccisi o resi schiavi. Il territorio, sal-
vo qualche piccola concessione ai figli di Massinissa (morto nel frat-
tempo), fu trasformato nella provincia romana dell' Africa governata da
un pretore con sede in Utica.

7.8 L'annessione del regno di Pergamo (133 a.C.)

Conclude il periodo delle grandi conquiste, proprio mentre già ferveva


la rivoluzione graccana, l'annessione del regno di Pergamo: la quale
estende in Asia il processo di trapasso dalla egemonia alla occupazione
militare che era già avvenuto per la Macedonia e la Grecia.
L'annessione, già di per sé contraria alla sfiducia che dopo la mor-
Il testamento te di Eumene i Romani sembravano aver restituito al regno di Pergamo,
di re Attalo III accadde nella forma più strana. Il re Atta/o III di Pergamo, morendo,
nel 133 a.c. lasciò erede il popolo romano del suo Stato, eccetto la cit-
tà di Pergamo e forse qualche altra di costituzione greca, che era da lui
dichiarata libera. Noi ignoriamo assolutamente che cosa abbia spinto
Attalo a questa deliberazione. Ma un documento scoperto pochi anni fa
a Cirene ci impedisce di credere che essa sia stata spontanea. L'iscri-
zione di Cirene prova infatti che, prima di Attalo, un altro re amico dei
Romani, Tolomeo VIII, il quale, dopo aver condiviso per un certo tem-
po il regno col fratello in Egitto, era passato a governare Cirene, lasciò
per testamento il suo Stato ai Romani nel 155 a.c. Il testamento di To-
lomeo VIII non ebbe effetto, perché egli ritornò sul trono di Egitto; ma.
comunque, dimostra che Attalo non faceva se non ripetere l'analoga
iniziativa del re di Cirene, cioè che l'uno e l'altro agivano secondo sug-
gerimenti venuti da Roma per facilitare l'acquisto dei territori che si
credevano maturi per il dominio diretto.
Tuttavia i Romani non poterono cogliere facilmente l'eredità. Le
Il predominio in Oriente e la espansione in Occidente 85

classi sociali più basse del regno di Pergamo, organizzate da un tale La rivolta
Aristonico, iniziarono una ribellione di carattere politico ed economi- di Aristonico
e la creazione
co, che non fu domata se non nel 130. Quasi tutto il regno fu allora an- della provincia
nesso allo Stato romano sotto il nome di provincia di Asia: le zone di d'Asia
minore importanza furono attribuite a sovrani vicini fedeli a Roma
(Cappadocia, Bitinia ePanto), non senza che nascessero complicazioni.

Bibliografia

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Pergamo: G. CARDINALI, Il regno di Pergamo, Roma 1906; E.V. HANsEN, The
Attalids of Pergamon, 2~ ed., Ithaca 1971. Sull'Iberia: A. SCHULTEN, Geschi-
chte von Numantia, Monaco 1933. Il testamento di Tolomeo VIII è pubblicato
da G. OLIVERIO, La stele di Tolomeo Neoteros re di Cirene, Bergamo 1932. Su
Aquileia e la colonizzazione nella Cisalpina: G. BANDELLI, Ricerche sulla co-
lonizzazione romana della Gallia Cisalpina: le fasi iniziali e il caso aquileie-
se, Roma 1988.
La trasformazione interna di Roma
CAPITOLO OTTAVO

8.1 La trasformazione politica

Circa il 241 a.c. era ancora avvenuta in Roma una riforma dei comizi
centuriati. Tale riforma, in cui si mettevano in rapporto le tribù locali -
ormai fissate in numero di 35 - con le cinque classi in cui si dividevano
i comizi centuriati, è del tutto oscura nei particolari: né giova qui indu-
giare sulle varie ipotesi degli studiosi moderni.
Importava ricordare questa riforma solo per notare che essa - a qua-
L'oligarchia lunque scopo tendesse - non ebbe alcuna efficacia nell'arrestare il pro-
senatoria cesso di trasformazione dello Stato romano in oligarchia senatoria già
evidente fin dalla prima guerra punica. La ragione essenziale è quella
che si è detto altre volte: solo il Senato, in un periodo in cui la politica
estera romana si complicava sempre più e in cui i magistrati in carica
erano di solito fuori di Roma, poteva tenere in mano il Governo. Il Se-
nato era costituito ormai esclusivamente di ex-magistrati e di ex-tribu-
ni della plebe (che avevano ottenuto il diritto di essere eleggibili al Se-
nato): era quindi costituito da persone di lunga pratica nelle questioni
politiche. Infatti, poiché alle magistrature arrivavano sempre più di ra-
do uomini nuovi, cioè appartenenti a famiglie, che non avessero già
avuto altrimenti magistrati (e ne vedremo tosto la ragione), il Senato fi-
niva con l'essere costituito in maggioranza da membri di un certo nu-
mero di famiglie e aveva quindi una omogeneità e uno spirito di corpo.
che gli permettevano un'azione conseguente e di lunga portata. Al Se-
nato spettava di condurre le trattative diplomatiche con gli altri Stati.
sicché il voto di comizi che deliberava la guerra finiva non di rado per
essere solo più una formalità, il conflitto essendo stato già portato al-
Cresce il potere l'estremo dal Senato. Il Senato aveva una sempre più larga parte nel-
del Senato l'amministrazione finanziaria. I giudici venivano di regola scelti tra i
Senatori, e perciò l'influenza del Senato si estese al potere giudiziario.
Il Senato, con l'apparenza di assistere i magistrati per mezzo di suoi
rappresentanti (legati), li controllava anche non di rado da vicino.
L'autorità del Senato non poteva essere scossa dai comizi. Intanto.
con l'estendersi dello Stato romano, l'autorità dei comizi era scaduta.
La trasformazione interna di Roma 87

perché molta parte degli elettori non poteva venire a Roma a votare, co-
me il sistema antiquato pretendeva, e gli elettori di Roma, come del re-
sto anche molti di fuori, erano troppo legati alle famiglie più nobili e
ricche - da cui dipendevano economicamente - per non votare di rego-
la a favore dei provvedimenti voluti da quelle. Le clientele delle fami- Il
glie più nobili erano insomma talmente estese da togliere ogni libertà «clientelismo»
condiziona
di voto. Ma poi non si vede quale efficacia potessero aspirare di avere le elezioni
comizi chiamati solo ad approvare o disapprovare iniziative dei magi-
strati, senza nessuna autonomia di convocazione, con limitatissima fa-
coltà di discussione, in cui per di più si era stabilito l'uso che il voto da-
to da una centuria di iuniori tratta a sorte dalla prima classe (la così det-
ta centuria prerogativa) avesse valore quasi religioso di indicazione per
le centurie seguenti.
Una minaccia all'autorità del Senato era invece senza dubbio il pre-
stigio particolare di certi nobili, come Scipione Africano e Scipione
Emiliano, che per il loro fascino sull' esercito e sulla folla avrebbero po-
tuto aspirare a sostituire un potere dittatoriale all' oligarchia dominante
(intendendo dittatura nel senso moderno, perché la vecchia dittatura ro-
mana era di fatto abolita).
Il pericolo era tanto reale che di fatti la dittatura in Roma sorgerà ap-
punto dalla contrapposizione dei generali vittoriosi all'autorità della no- Emergono
bilitas senatoria. Ma per lungo tempo il pericolo fu tenuto lontano. Co- alcune famiglie
nobili
loro che, come Scipione Africano, sembravano più vicini alla dittatura,
furono stroncati dopo tenaci lotte dai loro colleghi della nobilitas. Una
serie di leggi impedì che un nobile avesse troppo a lungo e troppo spes-
so cariche pubbliche. Non si poteva essere consoli una seconda volta se
non a distanza di dieci anni dalla prima (salvo eccezioni rare); era fatto
divieto di presentarsi candidato a una magistratura essendo in carica per
un'altra, sicché era impossibile essere magistrato per due anni di segui-
to; le proroghe di potere di un magistrato uscente, dopo essere estese du-
rante le guerre puniche per necessità imprescindibili, furono sempre più
limitate. Si stabilì anche, a ritardare la carriera, che non si potesse esse-
re consoli senza essere stati pretori, né pretori senza essere stati questo-
ri: e l'edilità, pur non entrando obbligatoriamente nella carriera, era pe-
rò una condizione quasi indispensabile per passare da questori a pretori.
Con queste misure il Senato riusCÌ quindi a mantenere a lungo la
sua egemonia: in altre parole la nobilitas, non come individui singoli,
ma come corpo, ebbe il potere in Roma. E di questa nobilitas di magi-
strati ed ex-magistrati facevano oramai parte tanto i patrizi quanto i più
ricchi dei plebei, essendo venuta meno quasi ogni disuguaglianza tra
patriziato e plebe.
Dal 172 a.c. in poi sono eletti spesso due consoli plebei. Perciò i
tribuni della plebe, scelti tra la nobilitas plebea, diventano sempre più
88 Manuale di storia romana

conservatori e si valgono dell'arma del veto per impedire che siano vo-
tate leggi sfavorevoli alla oligarchia senatoria .
. Di più, la nobilitas riuscì anche, valendosi delle sue clientele, a evi-
tare che troppi nuovi ricchi penetrassero nelle sue file come eletti alle
magistrature e quindi destinati al Senato. E riuscì specialmente nei ri-
guardi dei cavalieri, cioè di coloro che avevano il censo per andare in
guerra con un cavallo proprio. S'intende che in teoria tutti i senatori
erano cavalieri; ma cavalieri si chiamarono solo quelli tra i fomiti di
La contrappo- censo equestre, che non appartenevano al Senato ed erano generalmen-
sizione tra te uomini di affari, impresari di lavori pubblici, appaltatori di tasse etc.
nobili
e cavalieri Lo sforzo rigoroso della nobilitas di non lasciare entrare nelle sue file i
cavalieri ebbe anche le sue espressioni esteriori: come illaticlavio, cioè
la larga striscia di porpora che i senatori portavano per differenziarsi
dall'angusticlavio, la striscia ristretta dei cavalieri. Non solo: lo sforzo
di differenziarsi dai cavalieri ebbe soprattutto la grave conseguenza po-
litica ed economica che i senatori si mantennero di regola lontani da
quei traffici, che caratterizzavano i cavalieri, e anzi fu loro proibito di
trafficare: per quanto non mancassero modi di violare il divieto, i sena-
tori impegnarono di solito la loro ricchezza in possessi immobiliari (la-
tifondi), mentre i cavalieri avevano la ricchezza mobile necessaria alle
loro imprese commerciali.
Mutò pure, in seguito alle grandi conquiste, il rapporto tra Roma e
I nuovi rapporti gli alleati italici. La politica romana fu senza dubbio loro favorevole
tra Romani nel senso che aprì loro i mercati di Oriente e li liberò dalla concorrenza
e alleati italici
cartaginese. Non solo, nell 'Oriente ellenistico, tutti gli Italici valevano
ormai come Romani e ne condividevano il prestigio. ·Ma l'oligarchia
senatoria tendeva a imporre la sua autorità tra gli alleati, come entro lo
Stato romano, violandone i diritti di autonomia.
E poiché ogni impresa era compiuta nel nome di Roma e diretta da
Romani, gli alleati furono messi tanto più in subordine, quanto più le
guerre diventarono facili e di esito sicuro. La coscienza della propria
invincibilità fece dimenticare ai Romani che la forza del loro Stato sta-
va nella solidarietà con gli Italici. Si cominciarono a usare disugua-
glianze nella distribuzione del bottino di guerra e nell'assegnazione dei
lotti nelle colonie, che prima non erano abituali. Mentre s'impedì ai ge-
nerali di condannare a morte e anche di battere con verghe un soldato
che fosse cittadino romano, rimase loro facoltà di infliggere queste pu-
nizioni ai non cittadini: cioè si creò una disparità insopportabile. Si
comprende che la cittadinanza romana fosse sempre più desiderata e
che in ispecie cercassero di ottenerla i Latini, a cui restava il vecchio
diritto di ottenerla trasferendosi in Roma o in colonie romane. Ma, ap-
punto perché era più desiderata, i Romani opposero sempre nuovi im-
pedimenti all' ottenerla.
La trasformazione interna di Roma 89

Trasfonnazioni, meno rilevanti, ma significative dal punto di vista


politico, accaddero anche nell' esercito. Oltre la tendenza dei cittadini I poveri
romani a far rilassare la disciplina militare e la durata della fenna, si aumentano
nell' esercito
scorge la tendenza di molti giovani nobili o ricchi a non più militare nei
manipoli, ma costituire dei gruppi privilegiati, «distaccati» presso il
Comando Supremo come osservatori. Era abitudine, che facilitava la
fonnazione dei futuri comandanti, ma dava maggiore rilievo al proces-
so di proletarizzazione dell'esercito che avveniva contemporaneamen-
te. In tempi più antichi, i proletari - cioè i nulla tenenti esclusi dalle cin-
que classi serviane - non militavano nell' esercito che nei casi più gravi.
Ora, col ridursi del ceto medio (cfr. il paragrafo seguente), i proletari
divennero sempre più numerosi in quanto chi partiva piccolo possiden-
te rischiava di ritornare proletario. Anche le esenzioni dal servizio mili-
tare dei membri delle classi alte si fecero più frequenti.

8.2 La trasformazione economica

Le guerre avevano decimato i piccoli possidenti che le avevano com-


battute, li avevano inoltre ridotti in miseria. Per quanto, con la fonda- La crisi
zione delle colonie nell'Italia settentrionale, si fosse anche cercato di dei piccoli
possidenti
porre qualche rimedio a questo depauperamento della classe, su cui fi-
no allora si era fondata la fortuna di Roma, i benefici furono scarsi. Si
accrebbe a dismisura il proletariato; e d'altro lato le piccole proprietà
furono assorbite sempre di più dai grandi proprietari, cioè il latifondo si
moltiplicò.
Se infatti la maggioranza dei Romani, anzi degli Italici, decadde
economicamente, le classi alte accrebbero enonnemente le proprie ric-
chezze. I comandanti degli eserciti, i governatori delle nuove province
fecero immensi bottini; i commercianti e appaltatori ebbero nuovi vasti
campi per la loro attività. Nei mercati d'Oriente gli Italici, sostenuti dal
prestigio morale e anche da privilegi concreti, fecero una concorrenza
fortunata ai mercanti levantini e spesso li soppiantarono.
Delo, il nuovo porto franco, fu invaso dagli Italici e più tardi il cen-
tro della vita commerciale si sposterà addirittura in Italia, rendendo inu-
tili le franchigie di Delo stessa, che infatti nel I sec. dovettero essere
abolite.
La sproporzione tra le alte classi - di continuo progredienti - e le Cresce il
basse divenne più profonda. Si aggiunse che le guerre diedero la possi- divario tra
poveri e ricchi
bilità di introdurre in Italia centinaia di migliaia di schiavi e quindi il
lavoro servile sostituì il lavoro libero, in ispecie nella agricoltura, con le
conseguenze che facilmente si intendono per il fenomeno della proleta-
rizzazione. Erano schiavi avuti per nulla o al più comperati a vilissimo
90 Manuale di storia romana

prezzo e tenuti così male da provocare la loro rivolta. Una prima ribel-
lione, che per la sua estensione merita il titolo datole di prima guerra
servite si ebbe appunto circa il 135 a.c. in Sicilia. Uno schiavo siriaco
La «prima Eunus si impadronì di Enna con un gruppo di rivoltosi, si proclamò re
guerra servile» col nome di Antioco ed ebbe modo di estendere il suo governo terrori-
stico ad Agrigento, Catania e Tauromenio: solo nel 132 fu domato. Ma
una seconda ribellione durò tra il 104 e il lO l a.C. sempre in Sicilia (se-
conda guerra servi/e) a riconfermare la gravità del pericolo.
L'accentramento dei terreni nel latifondo rese anche più facile la
trasformazione della produzione agricola. Un tempo il prodotto princi-
pale era il grano; ora si dimostrò più redditizio per i grandi latifondisti
la coltivazione dell'ulivo e della vite e l'allevamento del gregge - che
davano merci largamente esportabili fuori d'Italia - mentre il grano si
poteva importare con facilità dalla Sicilia e dall'Africa e anzi era in par-
te fornito direttamente allo Stato romano dal tributo in natura dei pro-
vinciali.
Non c'è dubbio che lo Stato romano, appunto per i tributi che gli
venivano dalle province sia in natura sia in denaro, aveva potuto facil-
Il Senato mente rimettere in sesto le sue finanze: tant'è vero che non solo pagò i
trascura i debiti contratti durante la seconda guerra punica, ma dal 167 a.c. abolì
problemi sociali
ogni tributo per i cittadini romani. Mancava però alle classi dirigenti
ogni volontà e ogni capacità di fare una politica che giovasse sistemati-
camente ai piccoli proprietari in decadenza. E dicevamo che mancava
non solo la volontà, bensì anche la capacità, perché lo Stato romano era
allora troppo impegnato in guerre e questioni diplomatiche, perché i
problemi economici apparissero così urgenti da sembrare degni di es-
sere studiati a lungo. Quando un aristocratico imbevuto di cultura gre-
ca, Tiberio Gracco, porrà all'ordine del giorno la restaurazione econo-
mica della classe dei piccoli proprietari, provocherà la rivoluzione.

8.3 La trasformazione culturale

Non si intende certo tracciare qui l'evoluzione dello spirito romano nei
suoi contatti col mondo greco. Ma basta il fatto che gli Scipioni e i
Gracchi, nella loro politica diversissima (Scipione Emiliano sarà il
maggiore avversario di Tiberio Gracco), partissero da presupposti ve-
nuti loro dalla cultura greca, perché appaia necessario almeno un cenno
La cultura di quello che fu in realtà l'aspetto più profondo della trasformazione di
Greca influenza Roma. Era la prima volta nella storia antica che un popolo assorbiva co-
Roma
sì intimamente la cultura di un altro popolo senza perdere la sua origi-
nalità. La cultura greca passò in Roma senza distruggere né i limiti del-
lo spirito romano - scarso senso per i problemi logici e metafisici e per
La trasformazione interna di Roma 91

la ricerca scientifica - né le sue forze - senso giuridico ed etico, consa-


pevolezza del valore della tradizione, volontà di realizzazione. Accadde
quindi che i Romani potessero assorbire la cultura greca fino a farla di-
ventare parte di se stessi, senza mai sentirsi perciò identici ai Greci.
Una tale situazione rese possibile quella collaborazione con i Greci,
che, soprattutto nei primi secoli dell'impero, fu uno dei sostegni dello
Stato romano, ma non pennise la piena fusione dei due elementi: ciò
che, venuta la crisi, provocherà la divisione della parte di cultura greca
e della parte di cultura latina nei due Imperi di Oriente e di Occidente
dai figli di Teodosio in poi.
Elementi della civiltà greca penetrarono in Roma prestissimo, sia
attraverso gli Etruschi, sia direttamente nei contatti con le colonie gre-
che d'Italia, da una delle quali, Cuma, giunse a Roma l'alfabeto. Ma L'ellenizzazione
non furono elementi singoli, in ispecie divinità (v. il paragrafo seguen- di Roma
te), che incisero profondamente la vita romana. Ben diverso fu l'influs-
so che cominciò a manifestarsi nel III secolo a.c. con la conquista del-
l'Italia meridionale. Allora, tutte le abitudini, tutti gli schemi mentali,
tutte le convinzioni dei Romani furono scossi dal confronto con la ci-
viltà greca. L'attrazione dovette combattere con la repulsione di chi
pensava che la raffinatezza greca avrebbe distrutto le antiche virtù indi-
gene; ma è caratteristico che lo stesso campione dell' antiellenismo, Ca-
tone, non potesse sottrarsi alla influenza di quella cultura e imparasse
anche (a quanto sembra) i rudimenti della lingua greca: il suo trattato
sull'agricoltura e la sua opera storica sulle Origini (v. p. 18) imitano in-
direttamente tipi letterari ellenistici. In definitiva la cultura greca vinse
e dominò in Roma; la reazione non fu tuttavia inutile perché impedì che
fosse accettata supinamente. Alla sua vittoria contribuì la massa dei
Greci, che come schiavi, ostaggi o anche temporaneamente come am-
basciatori confluì in Italia. Schiavi, come Livio Andronico; ostaggi, co-
me Polibio; ambasciatori, come Panezio e Carneade, furono appunto Gli intellettuali
gli introduttori della cultura greca. La cultura latina più antica era stata Greci in Italia
estremamente semplice. Carmi religiosi e conviviali, nenie per i morti,
improvvisazioni dialogiche in versi satirici (fescennini), elogi, registra-
zioni annalistiche dei sacerdoti, laudazioni funebri, composizioni tea-
trali importate dagli Osci della Campania (favole atellane) o forse an-
che di origine indigena (se composizioni teatrali sono le più antiche sa-
turae, ciò di cui si discute): tali le più antiche produzioni letterarie, che
siano state conosciute nel Lazio.
Un greco condotto schiavo da Taranto il 272 a.c., Andronico (detto
Livio dal nome del suo proprietario che lo liberò), traduceva nell'antico Livio
verso romano saturnio l'Odissea e componeva tragedie e commedie e Andronico
inni ispirandosi a modelli greci. Egli, primo, dava l'avvio a quella pe-
netrazione della letteratura greca, che sarà però immediatamente ripen-
92 Manuale di storia romana

sata con sentimenti romani da Cn. Nevio, un campano cosÌ romanizza-


to da prendere viva parte alle contese fra gli aristocratici romani (egli
stette contro gli Scipioni e i Metelli) e da scrivere un poema sulle lotte
La «contami- tra Roma e Cartagine (Bellum Poenicum) e una tragedia sulla vittoria
nazione» di Marcello sui Galli (Clastidium). E che appunto un campano come
culturale
Nevio o un iapigio come Quinto Ennio -l'autore degli Annali (v. p. 18)
- o un umbro come Plauto, il commediografo che trasformò le sue imi-
tazioni e traduzioni di commedie greche con un evidente spirito indige-
no - divenissero i maggiori rappresentanti della letteratura latina arcai-
ca, è il più elevato segno della unità spirituale che Roma aveva già sa-
puto creare in Italia: si può dire forse inoltre che sotto la spinta della
cultura greca gli Italici si rivolsero ancora di più a Roma per trovarvi
una tradizione storica che impedisse loro di sentirsi privi di originalità
e dignità di fronte ai Greci.
I Romani, attraverso alla letteratura, si assuefacevano ai modi di
pensare greci, alla complicata casistica sulla vita sentimentale e morale,
che era propria delle opere ellenistiche. Penetravano in Roma non solo
L'interesse per nuovi gusti artistici e nuove abitudini di vita, ma anche nuove irrequie-
la filosofia tudini, nuove aspirazioni. Estranei ai problemi logici della filosofia gre-
greca
ca, i Romani non rimasero però altrettanto indifferenti alle teorie sulla
morale e la religione. Il pitagorismo, sempre vivo nell 'Italia meridiona-
le, era divulgato in Roma da alcuni scritti di Ennio ed era corrispon-
dente a certe esigenze mistiche della religiosità contemporanea. Sareb-
be però erroneo ritenere che abbia avuto allora molta importanza: era
troppo lontano dai problemi più immediati che offriva la politica del
tempo, e avrà perciò successo più tardi, tra la fine della repubblica e il
principio dell 'impero, quando il bisogno di rinnovamento religioso sa-
rà più accentuato. Stoici, epicurei e scettici erano invece i filosofi, che
esprimevano i problemi del momento: problemi dei rapporti fra l'indi-
viduo e lo Stato, della giustizia, del diritto di conquista etc. Nel 173 due
filosofi epicurei erano espulsi da Roma per ordine del Senato, timoroso
delle conseguenze del nuovo insegnamento; ma nel 159 otteneva gran-
de successo il filosofo stoico Cratete di Mallo, e quattro anni dopo Car-
neade, l'accademico con tendenze scettiche, scandalizzava i Romani
con la sua asserzione che non esisteva una giustizia assoluta: intorno al
144 assumeva parte predominante, accanto a Polibio, nel circolo degli
Scipioni lo stoico Panezio, di cui era allievo lo storico e filosofo Posi-
donio, il continuatore di Polibio nell 'indagine sulla natura dello Stato
romano con più precisa tendenza a comprenderne l'imperialismo.
Nei gruppi che si raccoglievano intorno a questi pensatori il proble-
ma principale era sempre il medesimo: su quale diritto si fondava o si
poteva fondare la supremazia di Roma. La risposta di Carneade era ov-
via: sull'inesistenza del diritto, cioè sul diritto del più forte. Risposta.
La trasformazione interna di Roma 93

che non avrà mancato di influire, in un momento di disorientamento,


come quella che stava passando Roma nel II sec., a spingere molti gio- Le basi teoriche
vani romani sulla via dell' assenza di scrupoli. Ma la risposta, che di- dell'Impero
romano
venterà il credo dell 'imperialismo romano, sarà invece quella di Pane-
zio, per cui la supremazia era tutela di giustizia e diritto del più saggio.
Da questa teoria, che richiamava i Romani al senso della responsabilità
della loro situazione e nello stesso tempo faceva presa sul sentimento
del dovere e del diritto cosÌ radicato in loro, si svolgerà tutto il lento e
penoso sforzo di parificazione di vincitori e vinti, dominatori e domi-
nati, che costituisce il motivo più profondo della storia romana. Né è
caso che queste teorie si diffondessero in Roma proprio negli anni in
cui, come vedremo, si proponevano il problema della parificazione de-
gli Italici e l'altro della ridistribuzione dell' agro pubblico.

8.4 La trasformazione religiosa

Il rinnovamento religioso è un aspetto della trasformazione culturale.


Tuttavia, non solo per ragioni esteriori di opportunità, può essere tratta-
to separatamente. Infatti, mentre la letteratura e la filosofia greca pene- L'influsso della
trarono in Roma per iniziativa privata e spesso contro la volontà dello religione Greca
Stato, la religione greca - anche prima del periodo di cui stiamo par-
lando - è introdotta in Roma specialmente per iniziativa ufficiale, qua-
le misura atta a conservare la pax deorum.
La religione romana più antica era stata caratterizzata dal ricono-
scimento di una quantità di forze divine inerenti a ogni aspetto della vi-
ta umana. Non c'era atto nella vita quotidiana che non fosse presidiato
da un numen, una entità reale, ma vaga, non mai antropomorfizzata. Gli
stessi morti erano vaghe entità divine (mani; larve); gli spiriti degli an-
tenati erano pure altre divinità (fari), e divinità erano gli spiriti della ca- I «Iari» e le
sa (penati): ogni individuo maschio era posseduto o protetto da una for- antiche divinità
italiche
za soprannaturale, il genio, a cui imitazione (per quel che sembra) si at-
tribUÌ a ogni donna per protettrice una giunone, il cui rapporto con la
ben nota dea protettrice della vita femminile Giunone - sposa di Giove
- è incerto, supponendo alcuni che Giunone non sia altro che l' astra-
zione delle varie personali giunoni e altri invece il contrario. Tra i numi
che presiedevano a singole cose avevano particolare importanza Gia-
no, il dio delle porte, e Termine, il dio dei termini dei campi. C'era poi
una divinità per ogni singolo mestiere, come Minerva per gli artigiani e
Mercurio per i mercanti. E infine i grandi fenomeni naturali avevano le
loro divinità, ma con importanza ben minore che non presso altri popo-
li indoeuropei: Giove era il vecchio dio indo-europeo della luce celeste;
Tellure la personificazione divina della terra. È discussa l'origine di
94 Manuale di storia romana

Vulcano, il dio del fuoco, che taluno, forse a torto, vorrebbe di prove-
nienza etrusca, e di Vesta, la dea del focolare domestico, chiaramente
corrispondente alla greca Hestia e perciò da taluno ritenuta importata
dalla Grecia. C'era inoltre una divinità della germinazione, Cerere,
un'altra, che in tempo più antico oscillava tra il carattere guerriero e la
protezione dei campi, Marte etc.
I riti privati Comunque sia nei particolari, fra queste forze vaghe che pervade-
e le divinità vano ogni momento della vita, si svolgeva l'attività dell'antico Roma-
familiari
no; appunto perché egli si sentiva circondato da tante forze divine semi-
ignote, era portato ad affidare a collegi speciali di sacerdoti la cura che
esse non fossero offese (v. p. 24). Ma anche nella sua vita privata non
mancava di ricorrere a tutte quelle formule, incantesimi, purificazioni,
sacrifici che potessero propiziargli gli dei buoni e allontanare da lui gli
dei cattivi. Particolare importanza e significato avevano poi i culti gen-
tilizi, cioè quelli che raccoglievano nella venerazione di una determi-
nata divinità o nell'adempimento di speciali cerimonie tutti i membri di
una gente. Nel sentirsi accompagnato in tutta la vita da forze divine,
nello scorgere nel culto un legame familiare e gentilizio, stava una del-
le più profonde radici della serietà del Romano antico.
In questo fondo religioso indigeno si vennero a sovrapporre gli ele-
menti introdotti dalla Etruria e dalla Grecia (questi ultimi, almeno in un
primo tempo, trasmessi pure in parte dalla Etruria). Il concetto della
triade divina, il perfezionamento delle pratiche degli auguri con l' ap-
porto delle più elevate dottrine degli aruspici etruschi, la pratica reli-
giosa-militare dei trionfi, forse la stessa forma del tempio (che risale per
altro nelle più lontane origini alla disposizione della terramare) erano
di origine etrusca: e per influenza etrusca i Romani impararono a incar-
nare le forze divine in figure umane. Il grande tempio a Giove Capito-
L'influsso lino costruito agli inizi della repubblica conteneva statue dell'etrusco
etrusco Volca di Veio. Attraverso l'Etruria arrivò probabilmente a Roma il cul-
nei culti
to di Eracle, che divenne Ercole, di Castore e Polideuce (che divenne
Polluce) e forse di Persefone (che divenne Proserpina).
Altre divinità furono invece introdotte dal mondo greco diretta-
mente: così Apollo, il cui culto è già presupposto dai libri sibillini, che.
giunsero da Cuma a Roma al principio del V sec. a.c. e vi godettero
sempre - come libro di consultazione, quasi un oracolo -la più grande
autorità. Nel 496 fu introdotto il culto della triade Demetria, Bacco
(Dioniso), Core già conosciuta in Roma sotto l'altro nome di Persefone.
Demetra fu identificata con Cerere, Bacco fu detto Libero e Core (non
scorgendo chiaramente la sua identità con Persefone) fu detta Libera.
Gli dei greci cioè rispettivamente figlio e figlia.
aRoma Ancora nel III sec. si nota l'introduzione del culto di Asclepio, il dio
della medicina (che divenne Esculapio); mentre precisamente nel 204.
La trasformazione interna di Roma 95

alla fine della seconda punica, fu introdotto dall' Asia minore il culto or-
giastico di Cibele, la Magna Mater. Intanto erano accolti in Roma an-
che i culti specifici delle città italiche via via vinte e sottomesse per la
norma di propiziarsi le divinità dei vinti affinché non volessero vendi-
care la sconfitta dei loro protetti: il culto di Giunone come regina, fu, ad
esempio, introdotto da Veio, quando Veio fu distrutta. E venivano pure
adottate forme di culto greche, come i lettisterni, cioè i banchetti alle
divinità in occasione di pericoli, pestilenze etc.
Ma ancora non era la piena identificazione del mondo degli dei ro-
mani con l'Olimpo greco, che si effettuerà a poco a poco tra il II e il I L'identificazione
sec. a.C., trasferendo alle divinità romane i caratteri degli dei Greci: la con l'Olimpo
greco
divinità agreste Venere diventerà una copia di Afrodite, Vulcano sarà
Efesto, Giove lo Zeus olimpio, Giunone sarà Hera, Minerva Atena etc.
La religione si eleverà formalmente, acquisterà la plasticità delle forme
divine greche, ma perderà quella intensità interiore, che era propria del-
la religione romana più antica. Forse il processo era inevitabile, perché
tutte quelle vaghe forze divine potevano reggere a una riflessione più
matura, che cercasse di dare ordine e gerarchia alle divinità: ciò che si
trovava già fatto da secoli in Grecia. Ma resta che il predominio delle
forme greche coincide con la decadenza della religiosità romana.

Bibliografia

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ed., Baltimora 1927 (trad. it. Storia economica di Roma, Firenze 1924; J.
HATZFELD, Les trafiquants italiens dans l'Orient hellénique, Parigi 1919. Le
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Roma 1992; W. V. HARRIS, Rome in Etruria and Umbria, Oxford 1971.
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96 Manuale di storia romana

Sull' ellenizzazione della religione romana resta sempre importante F. AL-


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Cérès à Rome, Parigi 1958; M. TORELLI, Lavinio e Roma, Roma 1984.
Dai Gracchi alla guerra sociale
CAPITOLO NONO

9.1 La questione dell'agro pubblico e la legge di Tiberio


Gracco (133-132 a.C.)

Dei molti problemi, che la trasformazione dello Stato romano - quale


abbiamo delineato nel precedente capitolo - coinvolgeva, due si impo-
sero con particolare gravità tra gli ultimi decenni del II sec. a.c. e l'ini-
zio del I a.c.: il problema agrario, che significava poi la restaurazione
della classe dei piccoli possidenti, e il problema dei socii italici, i quali Il problema
esigevano la parificazione, cioè la concessione della cittadinanza roma- agrario
na. E poiché un aspetto del problema agrario era quello se si dovessero
ammettere i non cittadini ai benefici che si ritenevano necessari per i
Romani, la connessione dei due problemi era, anche a prima vista, stret-
tissima.
Sappiamo che le terre confiscate al nemico costituivano l'agro pub-
blico. Lo Stato romano poteva venderlo, poteva servirsene per fondare
delle colonie o per assegnazioni individuali (viritane) di terre, poteva
anche appaltarlo; ma di solito lo concedeva in uso a chi volesse occu-
parlo, purché pagasse una tassa, vectigal, che consisteva nella decima
dei profitti dei campi e nella quinta di quelli dei terreni arborati e delle
vigne. L'unica limitazione all'occupazione era, probabilmente dal tem- L'organizzazio-
po della legge Licinia Sestia del 367 a.C., che nessuno poteva occupa- ne dell'«agro
pubblico»
re più di 500 iugeri. Ma si comprende che riuscisse facile in molti mo-
di ai capitalisti di procurarsi dell' agro pubblico per misure ben maggio-
ri: la possibilità di fare occupare il terreno da un presta-nome qualun-
que, che poi lo avrebbe ceduto, la tendenza dei funzionari romani a
chiudere entrambi gli occhi per le prevaricazioni di membri della me-
desima aristocrazia, l'impoverimento dei detentori di piccole porzioni,
che erano costretti a cederle, erano tanti fattori dell' accentramento del-
l'agro pubblico in mano di pochi.
Per ridare terre ai contadini che ormai ne erano privi, Tiberio Sem-
pronio Gracco, divenuto tribuno della plebe, propose nel 133 a.c. che
fossero revocati tutti quei possessi di agro pubblico che si rivelassero Tiberio Gracco
abusivi, fosse impedito di averne più di 500 iugeri, eccetto nel caso che
98 Manuale di storia romana

il detentore avesse uno o più figli nel quale caso poteva rispettivamen-
te giungere a possedere 750 o 1000 iugeri. Ogni possesso inferiore a
500 iugeri non sarebbe stato sottoposto più a tributo e sarebbe stato va-
Le riforme di lido per sempre. I terreni recuperati, togliendoli agli illegittimi posses-
Tiberio Gracco sori, dovevano essere distribuiti a cittadini poveri, che non li avrebbero
mai potuti cedere ad altri; questi terreni dovevano pagare un tributo.
L'ager campanus risultante dalle confische nel territorio di Capua al
tempo della seconda guerra punica non doveva essere sottoposto a nuo-
va distribuzione, perché già fin d'allora troppo redditizio allo Stato ro-
mano. Sembra accertato che gli Italici avrebbero dovuto subire i danni
della legge, in quanto anche le porzioni di agro pubblico che fossero ve-
nute in loro mani dovevano essere sottoposte a revisione, ma non i van-
taggi, perché non era contemplata una redistribuzione a loro favore.
Il proponente - Tiberio Gracco - apparteneva a una famiglia impa-
rentata strettamente con gli Scipioni (sua madre era figlia dell' Africa-
no), che aveva portato alle estreme conseguenze il filellenismo dei me-
desimi adottando gli ideali democratici della Grecia: e perciò con gli
Scipioni non andava d'accordo. Tiberio Gracco e suo fratello Gaio sa-
ranno gli unici veri democratici di Roma antica: educati a queste con-
vinzioni da celebri maestri greci, Diofane di Mitilene e Blossio di Cuma.
L'ostilità Alla proposta di Tiberio si oppose l'aristocrazia senatoria, che trovò
degli ottimati il suo strumento in un tribuno collega di Tiberio, Marco Ottavio. Que-
sti oppose il veto alla proposta: Gracco cercò di farlo ritirare opponen-
do veto a veto e paralizzando la vita dello Stato. Ma quando il veto con-
tro di lui fu rinnovato, si valse della sua autorità presso la folla per far
destituire Ottavio, violando la norma che i tribuni non potevano essere
rimossi dalla loro carica. Con la illegalità fu dunque fatta approvare la
legge, e i triumviri furono scelti per attuarla nelle persone di T. Gracco,
suo fratello Gaio e suo suocero Appio Claudio.
Il Senato cercò di fare ostruzionismo ulteriore alla esecuzione della
legge ormai votata; e Tiberio rispose, contro l'abitudine che delle pro-
vince si occupasse il Senato, rivendicando al popolo il diritto di dispor-
re del regno pergameno, ceduto proprio in quell'anno da Attalo III ai
Romani per testamento. Poi pretese che il tribunato gli fosse rinnovato
per l'anno seguente: ciò che, se non era illegale, era per lo meno con-
trario alle consuetudini. Egli voleva, evidentemente, impedire che la
sua attività fosse messa in pericolo dalla cessazione della carica, che gli
forniva le armi per la lotta. Gli avversari negarono la validità della can-
didatura di Tiberio: e trovarono nuovamente nei colleghi suoi i loro al-
leati. Ne nacquero conflitti. Alla violenza dei graccani si oppose la vio-
Tiberio Gracco lenza ben altrimenti decisa degli oligarchici, guidati da P. Scipione Na-
assassinato sica. E Tiberio cadde ucciso. Ma non si osò abolire la legge da lui pro-
posta (132 a.C.).
Dai Gracchi alla guerra sociale 99

Crisi sociale del Il secolo


La società romana repubblicana era costituita da soldati-contadini, che disponevano di
appezzamenti sufficienti al loro mantenimento, ma non per aprire le loro merci al mer-
cato internazionale. Nel Il secolo la società risulta profondamente trasformata in segui-
to alla guerra annibalica. La conquista dell'Italia e le confische di terre alle città che
avevano parteggiato per· Annibale fecero sì che Roma disponesse di enormi estensioni
di agro pubblico. Non aveva nemmeno avuto il tempo e il modo di organizzarlo tutto at-
traverso assegnazioni ai veterani e agli indigenti nell'ambito di deduzioni di colonie. Fu
così che i potenti e i furbi riuscirono a farsi assegnare grandi latifondi, specie in Etruria
e nel Meridione, che furono adibiti a colture curate da schiavi o all'allevamento, pure ge-
stito attraverso gli schiavi. Questo fenomeno procurò ai latifondisti nuove fonti di gua-
dagno e di incremento delle loro terre, anche a spese dei piccoli proprietari o affittuari.
La piccola e media proprietà si ridusse in percentuale e molti soldati-contadini caddero
in povertà. La questione emerse in tutta la sua gravità nel 133, al tempo di Tiberio
Gracco. Questo fu il primo tribuno della plebe che ruppe l'equilibrio e la solidarietà fra
la classe senatoriale e la funzione tribunizia. In favore dei Romani poveri, Gracco fece
approvare una legge che permetteva di espropriare le terre di coloro che se ne erano
appropriati in modo abusivo ed eccessivo (oltre 500 iugeri). L'applicazione della legge
fu affidata ad una commissione di tre esperti, uno dei quali era lo stesso Gracco, e si
è ritrovata finora, specie nel Meridione, una decina di cippi confinari posti in base al-
l'opera della commissione.
Dopo una dozzina di anni il lavoro della riassegnazione delle terre cessò e si decise
che ognuno detenesse in proprietà quanto agro pubblico si trovava allora ad avere in
possesso.

9.2 Gaio Gracco: la fine del moto agrario (131-121 a.C.)

Rivoluzionario contro le sue intenzioni prime, Tiberio Gracco aveva


iniziato un moto, che egli certo non prevedeva. Non solo aveva provo-
cato l'ostilità degli oligarchici, che non volevano rinunciare alle terre Il fronte contro
di cui si erano impadroniti, ma aveva anche suscitato l'agitazione degli le riforme
agrarie
alleati italici, soltanto danneggiati dalle sue proposte. Gli oligarchici,
combattendo contro la sua legge, combattevano in fondo anche in fa-
vore degli Italici.
Di fatto, il principale oppositore della legislazione graccana, Sci-
pione Emiliano, si preoccupò appunto di impedire che le misure previ-
ste avessero applicazione tra gli Italici. Ma egli morÌ improvvisamente
nel 129 prima di aver potuto fare approvare le sue proposte.
Il partito graccano, rapidamente risorto dopo le prime persecuzioni,
comprese - sia per opportunità, sia per convinzione - di dover modifi-
care l'atteggiamento verso gli Italici. Iniziò quindi una decisa politica
per introdurli nella cittadinanza romana. Nel 125 il console del partito
100 Manuale di storia romana

graccano Fulvio Fiacco, propose di concedere la cittadinanza romana a


Il tentativo tutti gli Italici che la volessero e di riconoscere a quelli che non la vo-
di concedere lessero il principale diritto dei cittadini romani, cioè il diritto di appello
la cittadinanza
agli Italici ai comizi contro l'imperio dei magistrati. La legge non fu approvata,
ma fu - a quanto sembra - per lo meno impedito che fosse approvata la
proposta in senso contrario di un tribuno della plebe favorevole all'oli-
garchia, Giulio Penno, che voleva cacciare da Roma tutti gli stranieri
per impedire che vi potessero ottenere la cittadinanza romana. La pro-
testa di Penno dimostra come l'oligarchia, giunto il momento di favori-
re sul serio gli Italici, si ritirasse precipitosamente indietro. La reazione
tra gli Italici delusi fu immediata. La colonia latina di Fregelle, si ribel-
lò, e fu domata solo con la strage. La colonia fu annullata e sostituita
con una nuova romana, Fabrateria.
Toccava a Gaio Gracco, eletto tribuna della plebe nel 123, di ri-
prendere la politica agraria del fratello e a,ssociarla strettamente con la
nuova politica di pacificazione tra Romani e alleati italici. Gaio era en-
Gaio Gracco tusiasta come Tiberio, di cui era di nove anni più giovane; altrettanto
imbevuto di cultura greca, di mente aperta e lucida come pochi, orato-
re tra i più grandi di Roma, disinteressato, se anche, come era quasi ine-
vitabile nelle sue condizioni, fazioso. E, a differenza del fratello, era un
rivoluzionario per davvero: che dal problema dell' agro pubblico sapeva
elevarsi alla visione di una totale riforma dello Stato romano.
Se i particolari della sua attività sono incertissimi, per le scarse no-
tizie delle fonti, il complesso - cioè quel che conta veramente - è sicu-
ro: egli tentò di trasformare lo Stato romano in senso democratico. Do-
po aver fatto dichiarare illegali le condanne dei partigiani di suo fratel-
lo, perché avvenute senza deliberazione del popolo, Gaio, per lenire la
miseria del proletariato e per accattivarsene il favore, fece decretare che
ogni cittadino potesse prelevare a prezzo di favore dai granai dello Sta-
to una certa quantità mensile di frumento. In tal modo veniva anche sta-
bilito quasi automaticamente un calmiere sul prezzo del grano.
Un intellettuale Il favore ottenuto gli permise di avere senza difficoltà ciò che non
dalla parte era riuscito al fratello: la rielezione a tribuno per un secondo anno. È
del popolo
probabile però che una legge avesse sancito qualche anno prima esplici-
tamente la legittimità di questa rielezione. Alla fine del primo anno di
tribunato e al principio del secondo appartengono - sembra - molte del-
le principali proposte di Gaio: riconferma della legge agraria nella sua
piena estensione; creazione di alcune colonie, tra cui una sul territorio
dell'antica Cartagine (col nome di Junonia) per dare al proletariato un
nuovo sbocco oltremare; costruzione di grandi vie per alleviare la disoc-
cupazione e permettere il rapido trasporto degli alimenti, senza eccessi-
vi aggravi di spesa; introduzione del sistema che le centurie nei comizi
centuriati fossero chiamate a votare secondo l'ordine stabilito volta per
Dai Gracchi alla guerra sociale 101

volta dalla sorte e non secondo l'ordine delle classi; attribuzione ai ca- Proposte
valieri di una parte preponderante o esclusiva nelle giurie, che dovevano di riforma per
una maggiore
giudicare le cause di corruzione (de repetundis) contro i governatori del- democrazia
le province, mentre, come sappiamo, queste giurie erano fino allora
esclusivamente costituite da senatori; attribuzione ai cavalieri del-
l'esclusivo diritto di appaltare la riscossione delle imposte nella nuova
provincia di Asia etc. Con queste due ultime proposte Gaio intendeva
evidentemente acquistarsi l'appoggio dei cavalieri e contrapporli alla
strapotenza dei senatori, mentre con la riforma del sistema di votazione
(che fu accompagnata, per quel che sembra, dall'estensione del diritto
di voto agli Italici che si trovassero in Roma e dall'attribuire maggior
valore al voto dei Latini che già possedevano quel diritto) si dava la pos-
sibilità alle classi inferiori di contare nel confronto delle classi superio-
ri, che fino allora, votando prime, bastavano a costituire la maggioranza.
Gaio ritenne allora il tempo maturo per la sua proposta più rivolu-
zionaria, l'attribuzione ai Latini della cittadinanza romana e - forse -
agli altri Italici del diritto latino. Ma il suo collega Livio Druso, un av- Gaio Gracco
versario, fece delle controproposte che riuscirono più accette al popolo: sostiene
l'allargamento
fondazione di dodici colonie nuove, liberazione dei terreni distribuiti della
per la legge agraria da ogni tributo, concessione ai Latini della sempli- cittadinanza
ce parità di trattamento nella disciplina militare. Si capisce che la plebe
romana, la quale non poteva vedere di buon occhio la estensione della
cittadinanza romana, fosse lieta di una soluzione che, dando ai Latini
un contentino, evitasse di trasformarli in Romani.
Con il fallimento della proposta sulla cittadinanza, comincia la de-
cadenza del prestigio di Gaio. Nel 121 non fu più rieletto tribuno. Nel-
lo stesso anno gli avversari vollero fare abolire alcuni suoi provvedi-
menti, tra cui la fondazione della colonia a Cartagine. Bande armate dei
due partiti si organizzarono. Il Senato dichiarò con il così detto senatus
consultum ultimum - allora per la prima volta promulgato - lo stato
d'assedio. In uno scontro, i Graccani furono battuti, e Gaio, rifugiatosi Sconfitta e
in un bosco sacro, si fece uccidere da uno schiavo. I suoi partigiani fu- morte di Gaio
Gracco
rono perseguitati: alcuni suoi provvedimenti aboliti fra cui la fondazio-
ne della colonia a Cartagine. La legge agraria fu solo sottoposta a mo-
dificazioni, che apparentemente non ne cambiavano il carattere. Tra
queste la più importante fu la trasformazione in piena proprietà privata
dei lotti di agro pubblico fino allora concessi in usufrutto. Ma fu prati-
camente ottenuto che non si dovesse procedere a ulteriori revisioni del-
l'agro: cioè si pose di fatto fine al moto voluto dai Gracchi. E perciò il
loro sforzo di ricostituire la classe dei piccoli possidenti non ebbe vera
realizzazione se non in misura insufficiente.
La reazione - pur procedendo con cautela e moderazione - era riu-
scita a soffocare il moto democratico, cioè il rivolgimento sociale. La
102 Manuale di storia romana

conseguenza fu naturalmente che i proletari dovettero essere ammessi


sempre in maggior misura nell'esercito per compensare i vuoti delle fi-
le dei possidenti. Ma il predominio dei proletari nell' esercito significò
Nasce l'esercito la trasformazione dell'esercito romano in esercito di mestiere, perché i
«di mestiere» proletari, senza altro mezzo di sussistenza che quello fornito dallo Sta-
to, avevano, al contrario dei possidenti, interesse a essere tenuti sotto le
armi, dove erano stipendiati. E la costituzione dell' esercito di mestiere
ebbe l'ulteriore conseguenza di creare dei soldati devoti solo ai propri
comandanti cioè di porre le basi per quella supremazia del singolo ge-
nerale, che il Senato aveva cercato accuratamente di evitare dalla se-
conda guerra punica in poi. Il risultato fu quindi che l'oligarchia sena-
toria, combattendo quelle leggi agrarie che dovevano ricostituire la
classe dei piccoli possidenti, preparò la trasformazione della repubblica
in impero, cioè preparò la propria rovina.
I primi sintomi si ebbero nella guerra giugurtina e nella lotta contro
le invasioni dei Teutoni e dei Cimbri.

9.3 La conquista della Gallia meridionale e la guerra di


Giugurta (121-105 a.C.)

Negli anni delle agitazioni graccane Roma faceva con relativa rapidità
uno dei suoi più preziosi acquisti: la Gallia meridionale, quella che an-
che oggi chiamiamo Provenza, cioè provincia, in ricordo della sua po-
sizione nell'impero. I Romani intervennero una prima volta negli anni
La campagna 125-24 a.c. in aiuto dei loro amici e alleati di Massilia contro alcune
militare tribù galliche; ma non fecero estese annessioni al di là delle Alpi: fon-
in Provenza
darono solo una piazza forte ad Aquae Sextiae. Ma nel 122 la guerra fu
ripresa contro le tribù degli Allobrogi e degli Arverni, mentre fu assicu-
rata l'amicizia degli Edui. Prima gli Allobrogi e poi gli Arvemi, co-
mandati dal re Bituito, furono sconfitti. Nel 121 la Gallia a sud delle
Cevenne - eccettuato il vasto territorio di Massilia - fu ridotta in una
provincia, che sarà presto così totalmente romanizzata da poter essere
definita da Plinio il vecchio «Italia verius quam provincia». Tre furono
gli strumenti principali della romanizzazione: la fondazione di una
grossa colonia romana a N arbona nel 118 (donde la provincia prese il
nome di Gallia Narbonese); la costruzione della Via Domitia, che giun-
geva da Col du Perthus a Tarascona; le intense relazioni commercialI
che immediatamente si stabilirono. Roma si assicurava con la costitu-
zione della nuova provincia le comunicazioni dirette con la Spagna I.

l Nel 123 a.c. furono occupate anche le isole Baleari, e a Maiorca furono impiantati due stanZI,,'
menti di cittadini romani.
Dai Gracchi alla guerra sociale 103

Non è da escludere che interessi commerciali avessero parte nella La guerra


conquista della Gallia Narbonese: certo ne ebbero nella guerra contro il contro
Giugurta,
re di Numidia, Giugurta, guerra di cui Sallustio - un partigiano di Cesa- re di Numidia
re - comprese l'importanza per la storia interna di Roma, quando le de-
dicò una opera speciale, ma di cui non indicò con esattezza i moventi.
Micipsa, figlio di Massinissa, che aveva regnato dopo la morte del
padre, lasciò il suo regno (118 a.c.) ai due figli Aderbale e lempsale e
al nipote e figlio adottivo Giugurta. Giugurta uccise lempsale, poi cac-
ciò dal trono anche Aderbale, contando sulle simpatie che egli godeva
tra l'aristocrazia romana. Ma il Senato impose che il regno fosse diviso
nuovamente tra Aderbale e Giugurta (116 a.c.). Pochi anni dopo Giu-
gurta aggrediva una seconda volta il cugino, lo assediava in Cirta, capi-
tale del suo regno, e lo costringeva alla resa: poi lo uccideva e con lui
massacrava i commercianti italici residenti in Cirta, che lo avevano aiu-
tato nella difesa della città (112 a.c.).
L'intervento romano era inevitabile, e non si fece attendere; ma non
fu tale da spingere le cose all'estremo. Il console del 111 Calpurnio Be-
stia, venuto in Africa con un esercito, fece pace con Giugurta a miti
condizioni.
Gli avversari della fazione dominante del Senato - della quale era
capo Emilio Scauro - gridarono alla corruzione, impedirono che la pa- Giugurta
ce fosse ratificata, pretesero che Giugurta venisse in Italia a fare i nomi corrompe
il Senato
delle persone da lui corrotte e, quando il Senato con il suo solito atteg-
giamento di acquiescenza, gli permise di tornarsene tranquillamente in
patria, imposero, tra rinnovate accuse di corruzione, la ripresa della
guerra. Può essere che Giugurta prima e dopo il suo arrivo a Roma
avesse elargito del denaro, ma l'atteggiamento della maggioranza del
Senato fu sempre coerente nel voler evitare una guerra a fondo, di cui
non sentiva la necessità.
Furono invece portavoce della ostilità contro la politica senatoria e
nello stesso tempo espressione degli interessi dei commercianti romani
danneggiati dai massacri di Cirta coloro che pretesero la guerra a fondo:
e forse in loro la volontà di umiliare l' oligarchia dominante fu anche
superiore alla considerazione di qualsiasi interesse concreto. La guerra
fu lunga, sia per l'indecisione del Senato, sia per la scarsa abilità dei
primi comandanti, sia infine per la difficoltà intrinseca delle operazioni
militari. Le quali avevano la medesima difficoltà delle odierne campa-
gne coloniali, in cui si combatte non contro eserciti regolari, ma contro
bande armate sfuggenti. I Romani dovettero lentamente modificare la
loro strategia: e lo fecero soprattutto dopo che assunse il comando del-
la guerra Quinto Cecilia Metello, succedendo al generale Aulo Postu- La nuova
mio, che si era lasciato vergognosamente battere e costringere a pace strategia militare
di Metello
non riconosciuta dal governo romano.
104 Manuale di storia romana

Con Metello la guerra fu avviata alla vittoria cacciando di luogo in


luogo il nemico: e la vittoria venne col suo successore Gaio Mario, già
suo legato, che ne proseguì il metodo con quella larghezza di mezzi che
gli fu concessa dall'arruolamento volontario e stipendiato dei proletari
italici, allora predisposto per la prima volta. Al principio del 105 la si-
tuazione era così disperata per Giugurta che il re di Mauretania, Bocco,
suo suocero e alleato, si decise a tradirlo pur di avere salvo il proprio re-
gno. Le trattative in proposito furono condotte dal legato di Mario, Lu-
cio Silla, e portarono a prendere prigioniero Giugurta. La guerra era fi-
nita. Il regno di Numidia fu per grande parte lasciato autonomo sotto
un nuovo re: solo una parte fu ceduta a Bocco di Mauretania.

9.4 La guerra contro i Cimbri e i Teutoni (105-102 a.C.)

Ignoriamo se il commercio romano ebbe, dopo la sconfitta di Giugurta,


l'incremento che probabilmente si attendevano i partigiani della guerra.
Il risultato più notevole della Giugurtina fu in ogni caso che Mario tornò
in Italia con la fama di grande generale e con il seguito di un esercito di
proletari fedelmente devoto. Il prestigio che lo aveva portato - homo no-
Emerge Gaio vus - al consolato, si centuplicò e lo fece designare naturalmente come
Mario l'unico generale che potesse tenere testa alle tribù germaniche dei Cim-
bri e dei Teutoni, che emigrando dal nord e peregrinando in cerca di nuo-
ve terre, avevano invaso la Gallia e minacciavano di invadere l'Italia.
Già nel 113 esse avevano battuto a Noreia presso il fiume Sava il
console romano Papirio Carbone, ma invece di discendere in Italia, ave-
vano fatto un lungo giro al di là delle Alpi per poi traversare il Reno e
penetrare in Gallia (110 a.c.). Qui parecchi eserciti romani, inviati alla
difesa della nuova provincia narbonese, furono ripetutamente battuti:
più grave di tutte fu la sconfitta presso Arausio (Orange) nel 105, in cui
due eserciti consolari - forse 60.000 uomini - furono distrutti. Tale era
la situazione che Mario rieletto console nel 104 - e poi riconfermato
La campagna nella carica fino al 100 con cinque rielezioni di seguito - fu chiamato a
contro i Cimbri fronteggiare. Egli procedette a una energica riorganizzazione dell'eser-
e i Teutoni
cito, raccogliendo molte truppe dagli Stati vassalli di Roma e soprattut-
to accrescendo il numero dei proletari. Inoltre modificò la stessa strut-
tura tattica della legione. Oggi non si crede più che egli sia stato il pri-
mo a raccogliere i manipoli delle legioni a tre a tre (uno di hastati, uno
di principes e uno di triarii) in coorti, imitando l'ordinamento degli au-
Gaio Mario siliari che già da tempo erano distribuiti con buon esito in coorti: ma
riforma sembra indubbio che egli portò all'estremo questa riforma, che da tem-
la struttura
della legione po si andava svolgendo, col togliere ogni differenza di armamento tra
astati, principi e triari, e tutti armandoli di pilo e spada. Il che dava una
Dai Gracchi alla guerra sociale 105

superiore omogeneità alla legione, senza togliere i vantaggi della mobi-


lità propria della tattica manipolare. Le circostanze favorirono i prepa-
rativi di Mario. I Germani fecero una deviazione in Spagna che li trat-
tenne fino al 102. E nel 102, quando decisero di passare in Italia, com-
misero l'altro errore di dividersi: i Teutoni e gli Ambroni, che erano con
loro, si avviarono attraverso la Gallia Meridionale; i Cimbri invece de-
cisero di scendere attraverso il Brennero e i Tigurini - un'altra tribù
congiuntasi con loro - scelsero la via delle Alpi Giulie. Il risultato fu
che Mario poté battere ad Aquae Sextiae in Gallia Ambroni e Teutoni;
poi scendere in Italia, dove il suo collega Lutazio Catulo non aveva sa-
puto trattenere i Cimbri, e distruggerli ai Campi Raudii presso VercellF. Le vittorie
I Tigurini rinunciarono a passare le Alpi. di «Aquae
Sextiae»
L'Italia era salva: salva per opera di un homo novus, che fondando- e dei «Campi
si sul prestigio nell'esercito, che egli aveva rinnovato (e dall'esercito Raudii»
proveniva la massa degli elettori), aveva ottenuto per ben cinque volte
di seguito il consolato: una specie di dittatura quinquennale, fuori di
ogni tradizione. Per la prima volta l'esercito si rivelava fattore pertur-
batore della costituzione romana, come entità a sé stante, non dipen-
dente dal resto dello Stato.

9.5 Il conflitto interno dei partiti e la questione degli


Italici (103-92 a.C.)

La guerra giugurtina, poi l'ascesa di Mario sono fatti che bastano a di-
mostrare come la vittoria dell'oligarchia fosse limitata e corresse peri-
coli. La guerra di Giugurta era stata voluta essenzialmente dai cavalie-
ri, cioè dagli uomini di affari, contro il Senato; l'ascesa di Mario che L'ascesa
apparteneva alla classe dei cavalieri, era una conferma della potenza di dei cavalieri
questa classe e insieme rappresentava l'intervento nella lotta politica
dei proletari arruolati negli eserciti. Del resto le riforme della votazione
nei comizi centuriati - che la oligarchia non aveva osato annullare -
permettevano sempre più che le masse proletarie facessero udire la lo-
ro voce: e non era detto che gli aristocratici riuscissero loro a chiudere
la bocca in ogni occasione per mezzo della estesissima corruzione elet-
torale.
L'oligarchia senatoria era dunque tutt'altro che sicura: era anche Lastrumen-
troppo corrotta, troppo rosa da contese interne, per poterlo essere. Ma, talizzazione
delle masse
spariti i Gracchi, non ci sarà più una vera democrazia contro di lei. Con-
tro di lei ci sarà veramente solo la classe dei cavalieri con le sue ambi-

2 La localizzazione di questa battaglia non è assolutamente sicura.


106 Manuale di storia romana

zioni e con le diverse finalità della sua politica; e ci saranno taluni dei
generali col seguito dei loro eserciti. Nessuno farà più una politica fa-
vorevole al popolo per convinzione e per sistema. Piuttosto, i partiti av-
versi cercheranno ora l'uno ora l'altro di attrarre il popolo al proprio se-
guito con proposte a lui favorevoli. E insomma, la lotta che al tempo
dei Gracchi era per il sollevamento delle classi popolari ora sarà tra se-
natori e cavalieri e capi di eserciti con tutte quelle avversioni personali
e complicazioni nell 'interno di ciascun gruppo che ogni lotta ristretta
porta con sé. Anche la concessione della cittadinanza agli Italici sarà
per molti un semplice strumento di questa lotta, finché il brusco risve-
glio della rivolta degli alleati italici verrà a dimostrare in che conto in-
vece andasse tenuta.
Queste avvertenze permettono di comprendere senz'altro la politica
iniziata nel 103 e ripresa nel 100 dal tribuno della plebe Appuleio Sa-
Le riforme tumino con la solidarietà di Servilio Glaucia: politica che, riconnetten-
del tribuno dosi ai provvedimenti graccani, intendeva stabilire nuovi ribassi nei
Saturnino
prezzi dei grani per il popolo, nuove distribuzioni di terre a favore dei
veterani di Mario, sia nell 'Italia settentrionale, sia in Sicilia, sia altrove,
mentre una legge che permetteva di condannare genericamente per of-
fesa alla maestà del nome romano dava l'arbitrio di eliminare quegli av-
versari che si volessero. I provvedimenti erano democratici: l'animo
semplicemente ostile alla nobilitas. Mario, che doveva pure provvede-
re ai suoi veterani - che, proletari, non potevano essere mandati a casa
senza attribuire loro un pezzo di terra - stette un certo tempo con Sa-
tumino: poi lo abbandonò, quando vide che Satumino e Glaucia si va-
levano di metodi illegali (tra cui l'imposizione ai senatori di vincolarsi
con giuramento a mantenere le leggi agrarie) a cui egli ripugnava o che
gli sembravano pericolosi per la sua posizione personale.
Il senato si poté quindi sentire, con l'appoggio di Mario, abbastan-
La repressione za forte per proclamare nuovamente, verso la fine del 100 a.c., lo stato
del Senato d'assedio. E Mario si incaricò di eliminare con le armi gli amici di ieri,
che si erano chiusi in Campidoglio.
Nel 91 Livio Druso il giovane, figlio dell'avversario di Gaio Grac-
co, fece un nuovo tentativo di spostamento delle forze politiche, con la
speranza di poter assidere il proprio potere personale su una serie di
provvedimenti che gli conciliassero il favore di tutte le classi sociali.
La parabola Per il popolo destinava una proposta per la fondazione di nuove colonie
politica di Livio e una delle solite misure sul prezzo del frumento, per i cavalieri l'intro-
Druso
duzione in senato di 300 loro nuovi membri; e infine per la classe sena-
toria - da cui proveniva e al cui appoggio particolarmente teneva - la
restituzione (in modo che a noi non è chiaro) del predominio nelle cor-
ti di giurati per i processi di corruzione nell' amministrazione provin-
ciale (de repetundis). Ma col voler accontentare tutti, Druso finì con il
Dai Gracchi alla guerra sociale 107

sollevare l'ostilità di futti. E compromise ulteriormente la sorte delle


sue proposte col farsi campione della concessione della cittadinanza
agli Italici, o per sincera convinzione o per evitare che gli Italici si op-
ponessero, come al solito, a leggi agrarie da cui - dal tempo dei Gracchi
- avevano solo da perdere. La conclusione fu che le leggi imposte da
Druso furono annullate, appena approvate, e poco dopo Druso fu assas-
sinato.
Gli Italici, o almeno quelli di loro, che avevano visto in Druso il 10-
ro campione, si sollevarono. Roma, dopo più di un secolo, tornava ad
avere i nemici intorno a sé, in Italia.

9.6 La guerra sociale e la concessione della


cittadinanza agli Italici (92-89 a.C.)

Così bruscamente gli Italici richiamarono i politici di Roma a quella


considerazione dei loro diritti, che solo Gaio Gracco, forse, aveva com-
preso intimamente.
La maggior parte dell'Italia meridionale (eccettuato le città greche)
insorse: i Marsi e i Sanniti furono alla testa della ribellione, a cui rima- La ribellione
sero invece estranei Umbri ed Etruschi. La sede della lega costituita dai degli alleati
Italici
ribelli fu Corfinio, ribattezzata Italia. Due consoli e dodici pretori stet-
tero alla testa della lega, coadiuvati da un senato di 500 membri: i par-
ticolari della costituzione sono però incerti.
Educati agli ordinamenti militari romani, i ribelli poterono nel 90
infliggere ripetute sconfitte ai Romani, per quanto questi si giovassero
del consiglio di generali come Mario e Silla.
I Romani si decisero allora a concedere la cittadinanza richiesta. La
concessero prima a quegli italici che erano ancora rimasti fedeli, poi a
quelli che la chiedessero entro sessanta giorni dalla promulgazione del-
la legge, cioè che desistessero dalla ribellione: infine si assicurarono la
fedeltà dell 'Italia traspadana (provincia della Gallia cisalpina) conce- La concessione
dendole la cittadinanza di diritto latino. della
cittadinanza
Isolati e ridotti in tal modo i ribelli, meglio organizzata la lotta con- romana
tro di loro, essi furono cacciati ad una ad una dalle loro posizioni.
Nell'88 Silla, eletto console, poteva iniziare l'assedio di Nola, uno de-
gli ultimi loro baluardi. E per quanto la presa della città fosse ritardata
dalla guerra civile scoppiata tra i Romani (v. capitolo seguente), nell'88
la guerra sociale poteva dirsi conclusa. Vincitori erano i Romani; ma i
vinti avevano più realmente vinto, perché avevano ottenuto nella mag-
gior parte la cittadinanza romana, che era stata causa della lotta. Silla eletto
L'enorme incremento della estensione del territorio romano (nel Console
senso vero della parola) che conseguì a questa trasformazione degli al-
108 Manuale di storia romana

leati in cittadini non portò nessuna modificazione esteriore alla costitu-


zione romana. Le città italiche furono costituite in municipi romani a
sistema piuttosto uniforme: di regola i municipi costituiti dopo la guer-
ra sociale si riconoscono subito perché stanno a loro testa quattro ma-
gistrati, i quattuorviri, divisi in due giudici, quattuorviri iure dicundo e
in due soprintendenti all'amministrazione, quattuorviri aedi/es.
Ma se nulla era modificato esteriormente nella struttura dello Stato
romano, è ovvio che si rivelava sempre più la inconciliabilità tra una
costituzione atta a governare una città con ristretto territorio e i compi-
ti attuali dello Stato romano. Perciò la guerra sociale è un passo verso
l'Impero.

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1960. Sull' esercito: E. GABBA, Esercito e società nella tarda repubblica roma-
na, Firenze 1973.
Da Silla al primo triumvirato
CAPITOLO DECIMO

10.1 La guerra civile tra Mario e Silla e la guerra contro


Mitridate

La guerra sociale aveva lasciato inevitabili strascichi. Le condizioni eco-


nomiche dello Stato romano e dei privati avevano portato a leggi sulla ri-
duzione dei debiti tali da suscitare gravi conflitti in Roma. Non si era poi
d'accordo sul sistema secondo cui si sarebbero inclusi nelle tribù roma-
ne i nuovi cittadini italici: la nobilitas dominante pensava di limitare la
loro influenza inscrivendoli in poche tribù (forse otto); gli avversari, che Le conseguenze
avevano ritrovato in Mario il loro campione, volevano invece la distri- della guerra
sociale
buzione in tutte le 35 tribù. Infine, nuovo e più grave motivo di invidia e
di rivalità, venne la guerra contro Mitridate, re del Ponto.
Anche questa era conseguenza delle contese interne di Roma e del-
la guerra sociale nel senso che le preoccupazioni interne avevano im-
pedito al Senato romano di sorvegliare con attenzione sufficiente ciò
che stava avvenendo intorno alla provincia di Asia. Mitridate VI Eupa-
tore, il re di uno Stato fortemente ellenizzato, nella Cappadocia setten-
trionale, aveva dal 115 circa in poi esteso il suo potere da ogni parte.
Occupò la costa settentrionale del mar Nero, sottomettendo le città gre-
che; e appunto dall'essere diventato re del Ponto Eussino, cioè del mar
Nero, egli è di solito chiamato re del Ponto. Poi occupò la Armenia mi-
nore e, infine, s'impadronì della Paflagonia e della Cappadocia meri-
dionale. Poiché i Romani si opposero (e con loro il re Nicomede III di
Bitinia, in un primo momento suo alleato) Mitridate cedette, ma trovò Mitridate,
modo di eludere il loro divieto e riaffermare la propria supremazia su re del Ponto,
occupa le coste
quelle regioni: dopo la morte di Nicomede III intervenne anche in Biti- del MarNero
nia. I Romani imposero nuovamente a Mitridate di ritirarsi, e questo ac-
condiscese, ma appena Nicomede IV di Bitinia, succeduto al padre, fe-
ce una scorreria nel territorio pontico, egli decise di giuocare il tutto per
tutto e partì in guerra contro Roma.
Tutto l'elemento greco dell' Asia minore fu per lui. Era la reazione
della civiltà ellenistica, che aveva trovato un nuovo campione; era nel-
lo stesso tempo l'espressione di un malessere economico aggravato, ma
110 Manuale di storia romana

non provocato dai sistemi amministrativi romani. Le truppe romane


della provincia non poterono resistere. Mitridate si avanzò come trion-
fatore. Ma non bastava a lui e non bastava ai Greci, che sentivano for-
temente la concorrenza dei commercianti italici e odiavano con loro an-
La «pulizia che gli appaltatori dei tributi di Roma, aver cacciato i soldati. Si volle-
etnica» degli ro eliminare tutti gli Italici residenti in Asia e, a un dato segnale, ne fu-
Italici in Asia
rono ammazzati 80.000, una delle più atroci stragi della storia.
Intanto Mitridate aveva allacciato, ma con poco esito, relazioni con
gli ultimi ribelli della guerra sociale e, con ben altro successo, aveva
pensato di estendere la ribellione in Grecia. Atene gli aprì le porte, e
parve in quel momento che tutta la Grecia dovesse riprendere la lotta
contro Roma (88 a.c.).
La concorrenza Qui intanto le opposte ambizioni si urtavano. Il comando della
tra Mario guerra contro Mitridate toccava al console Silla, ma lo desiderava
eSilia
per guidare ugualmente Mario, che, fino alla guerra sociale considerato il più gran-
la guerra de generale della repubblica e abituato a vedersi affidati i comandi più
mitridatica delicati, non poteva sopportare di essere posposto a Silla, che era stato
per molti anni ai suoi ordini. La rivalità si complicò con la questione
degli Italici. Il tribuno Sulpicio Rufo, che propose la distribuzione degli
Italici nelle 35 tribù, propose anche la sostituzione di Mario a Silla nel
comando in Oriente e fece approvare entrambe le leggi.
Silla, dopo esser tornato tra i suoi soldati all'assedio di Nola, si ri-
bellò e marciò con le sue legioni su Roma. Agli avversari non restò che
fuggire, e Silla fu padrone del campo. Se Mario aveva trasformato la
compagine dello Stato romano, accogliendo i proletari nelle sue legio-
ni, ora Silla ne coglieva l'estremo frutto. I legionari erano pronti a mar-
ciare dietro il loro generale anche contro i loro concittadini.
Scoppia A Roma Silla restò poco. Ma quel poco gli bastò non solo a cassare
la prima le leggi degli avversari, ma anche ad abbozzare una nuova costituzione.
guerra civile
Per quanto i particolari siano incerti, sembra probabile che Silla volle
allargare l'autorità del Senato e dei comizi centuriati a spese rispettiva-
mente dei tribuni e dei concilii tributi della plebe.
Poi Silla partì con le sue legioni per la Grecia (87 a.c.). Ma egli non
prevedeva che uno dei due consoli eletti con il suo appoggio per 1'87.
Lucio Cornelio Cinna, si sarebbe schierato dalla parte di Mario fuggiti-
vo. Se il collega Gneo Ottavio riuscì per un momento a cacciarlo dalla
città, Cinna seppe assicurarsi la fedeltà di un'armata che era in Campa-
nia, poi si riunì con Mario, che aveva trovato il modo di organizzare un
esercito di schiavi fuggitivi in Etruria, e marciò su Roma.
A distanza di circa un anno, Roma fu occupata una seconda volta.
in mezzo alle stragi. Cinna e Mario diventarono consoli per 1'86, ma il
13 gennaio di quell'anno il vecchio Mario moriva, restando col deside-
rio inappagato di strappare a Silla il comando in Oriente. Moriva la-
Da Silla al primo triumvirato 111

sciando partigiani fedeli, ma nessun programma appunto perché tutta la


sua forza era stata nel comando degli eserciti e tutta la sua ambizione
nel dominare lo Stato per mezzo loro.
Cinna restò il padrone di Roma e, con nuovo atto arbitrario, quel- Cinna padrone
l'anno e i due anni seguenti scelse di volontà sua, senza nomina dei co- di Roma
mizi, il console che doveva essergli collega. Nulla poteva meglio espri-
mere il desautoramento di tutti gli organi normali dello Stato.

10.2 La vittoria su Mitridate e il ritorno di Silla a Roma

In Grecia Silla aveva ottenuto rapidi successi. Solo Atene resistette a


lungo nell 'inverno 87/86 e fu occupata nell' 86 con strage spaventevole,
che segnò la decadenza definitiva della città. Poi nello stesso anno Silla
batté a Cheronea un esercito inviato da Mitridate e ad Orcomeno un se- Silla saccheggia
condo molto più forte. Ma tra le due battaglie era arrivato in Grecia con Atene e batte
Mitridate
sue truppe il console Valeria Fiacco, inviato da Cinna a sostituire Silla
nel comando della guerra. La sostituzione era evidentemente impossibi-
le, né Fiacco era così privo di senso di responsabilità da suscitare una
guerra fratricida davanti al nemico comune. Si limitò perciò ad agire per
conto suo, riconquistando la Macedonia occupata da Mitridate e di là
avviandosi verso l'Asia. Per quanto, arrivato a Bisanzio, fosse ucciso in
una sommossa organizzata dal suo legato Flavio Fimbria, l'efficienza
dell'azione da lui predisposta non diminuì. L'esercito di Fimbria proce-
dette a ricuperare l'Asia minore portandovi la volontà di vendetta per i
massacri ordinati da Mitridate e ricambiando di pari misura.
La sconfitta di Orcomeno, la marcia vittoriosa di Fimbria, le felici
operazioni navali di un partigiano di Silla, Licinio Lucullo, persuasero
Mitridate a venire a patti con Silla. Giuocando sulla posizione precaria
di questo in Grecia, tra l'Italia e l'Asia occupate dai suoi nemici, poté
avere la pace a buone condizioni solo rinunciando a tutte le sue conqui-
ste in Asia minore, cedendo una parte della sua flotta e pagando 2000
talenti (85 a.C.).
Silla ebbe quindi agio di persuadere l'esercito di Fimbria a passare
al suo seguito: e Fimbria si uccise. La provincia dell' Asia fu duramen-
te punita della sua ribellione con l'imposizione di una indennità, che
peserà su tutto il suo sviluppo economico. Ora Silla poteva riconquista-
re l'Italia.
Cinna aveva pensato di precederlo portando la guerra in Grecia, ma L'esercito
le truppe si ammutinarono ed egli fu ucciso (84 a.c.). Nell'83 Silla di Silla rientra
aRoma
sbarcava in Italia e imprendeva una guerra, che doveva durare due an-
ni. Egli ritrovò l'appoggio di molti della nobilitas, tra cui il giovane
Gneo Pompeo, che gli portò i soldati da lui arruolati nelle sue vaste te-
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Fig.10.1 Le campagne di Mario, di Silla e la guerra civile

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MEDITERRANEO
--+ Campagne di Mitridate
--+ Campagne di Mario
--+ Campagne di Silla
Da Silla al primo triumvirato 113

nute del Piceno; ma ebbe contro di sé la maggioranza degli Italici, che


temevano in lui un reazionario ostile alla loro parificazione nello Stato
romano. Gli Italici costituirono appunto i suoi ultimi avversari, quando Silla occupa
egli nell'82 aveva già ridotto pressoché all'impotenza le truppe coman- Roma
date dai consoli Papirio Carbone e Mario il giovine, figlio di Gaio Ma-
rio, e aveva occupato Roma. In un supremo sforzo gli Italici marciaro-
no su Roma e stavano per occuparla, quando Silla, che combatteva al-
lora presso Preneste, sopraggiungeva (lo novembre 82 a.c.). Alla por-
ta Collina, le truppe italiche furono distrutte da Silla. Nello stesso anno
Gneo Pompeo, per conto di Silla, abbatteva i Mariani che ancora pre-
dominavano in Sicilia e in Africa e otteneva il titolo di Magno, che gli
rimarrà.

10.3 Silla al governo

I primi tempi dopo la vittoria furono riempiti dall'eccidio degli avver-


sari. Oltre i capi dell'esercito mariano e i prigionieri italici, furono uc-
cise migliaia di persone, sia che fossero regolarmente inserite nelle liste
di proscrizione (in cui ci si dice che fossero iscritti 4700 nomi) sia che Le liste
fossero colpite all'infuori di ogni formalità. L'Etruria e il Sannio, che di proscrizione
avevano alimentato le file dei Mariani, furono sottoposte a sistematica
distruzione. D'altro lato Silla liberava 10.000 schiavi di proscritti, che,
col nome di Cornelii, diventeranno i suoi più forti sostenitori; e, per of-
frire terre ai suoi soldati, procedette a vaste confische, le quali mutaro-
no le condizioni della proprietà in Italia. Se si aggiunge che tutta la Gre-
cia e l'Asia minore subirono una trasformazione sociale profonda per le
vicende della guerra mitridatica, si scorgerà facilmente lo stato di fatto
davanti a cui Silla si venne a trovare quando volle procedere a una ri-
costruzione, stato di fatto in parte consapevolmente voluto, in parte su-
bito per le vicende di una lotta, che trascendeva la sua persona. Gli Ita-
lici, come forza politica autonoma, erano annichiliti. Con tutti i suoi
aspetti negativi (decadenza economica e sociale di vaste regioni del-
l'Italia) ciò significava per altro la effettiva unificazione della penisola
a sud del Po. I soldati erano sempre più uno degli elementi fondamen-
tali della compagine statale: bisognava decidere se lo Stato romano do-
veva o no diventare uno Stato militare. Infine, il mondo greco era scon-
volto a tal punto che non se ne poteva aspettare se non ribellione o iner-
zia completa: e perciò, come gli Italici, poteva essere trascurato in una
riforma politica. Silla, per quanto raffinato, per quanto educato alla cul-
tura greca tanto da poter lasciare un'autobiografia in greco, era rimasto Cresce il potere
pienamente ligio all'ideale di un governo della nobilitas romana. La dei militari
sua implacabilità contro gli avversari non era, a differenza di quella di
114 Manuale di storia romana

Mario, suggerita da ambizione personale. Perciò il suo governo, se co-


me aspetto distruttivo era stato l'annichilimento di tutte le forze avver-
se alla oligarchia, come aspetto costruttivo non poteva se non rappre-
sentare la restaurazione del Senato. Egli però non aveva nessuna me-
schinità di adepto a una consorteria aristocratica: e perciò intendeva che
il Senato avesse stretta relazione col popolo e avesse larghe prospettive
nel suo governo. A tale scopo egli, prendendo occasione dalla morte dei
due consoli in carica, fece nominare alla fine dell'82 un interrè e impo-
se a questo interrè di scegliere lui, Silla, a dittatore a tempo indetermi-
La dittatura nato con lo scopo di riordinare lo Stato (rei publicae constituendae). E
di Silla la riforma della costituzione procedette rapida negli anni 81-80. Il Se-
nato fu allargato a 600 membri e riservato di diritto a coloro che aves-
sero raggiunto il grado di questore, sicché non ci fu nemmeno più biso-
gno che il censore scegliesse tra gli ex-magistrati. Il Senato era in tal
modo implicitamente eletto dal popolo, ma poiché nei comizi fu re-
staurata l'elezione per classi e non già l'estrazione a sorte voluta da G.
Gracco pareva non ci fosse rischio che la demagqgia vi prendesse il so-
pravvento. Al Senato fu riaffidata appunto l'approvazione preventiva di
tutte le proposte ai comizi. La carriera dei magistrati fu ritardata a evi-
tare il pericolo che un singolo potesse acquistare troppa somma di po-
teri: non si poteva essere che a trent'anni questori e a quaranta pretori.
A tale scopo servì però specialmente l'abitudine (se non la norma lega-
le) instaurata per i comandi militari. Divenne regola che consoli e pre-
tori non potessero tenere comandi militari durante l'anno di carica, ma
che invece dopo quell'anno ne avessero uno in provincia in qualità di
proconsoli o propretori. Poiché le province erano allora dieci, i pretori
furono elevati al numero di otto, in modo che insieme con i due conso-
li bastassero a fornire i dieci ex-magistrati per tali comandi provinciali.
L'autorità dei tribuni fu press'a poco annullata con lo stabilire che chi
era stato tribuno non potesse rivestire magistrature e col togliere loro.
almeno parzialmente, il diritto di intercessione. Infine al senato non so-
lo fu di nuovo affidato di giudicare nelle cause di concussione (de re-
La riforma petundis), ma gli furono anche demandate le più importanti cause d'al-
delle tro genere (lesa maestà, peculato, violenza etc.), in modo che il potere
magistrature
giudiziario passò al Senato.
È facile osservare che, nonostante questa riforma in favore dell 'oli-
garchia senatoria, il potere di Silla era assoluto, che egli quindi era il
primo a negare con la sua stessa opera la possibilità di un ritorno a un
governo del Senato. È ovvio che appunto la contraddizione di Silla sta
nell' aver voluto restaurare l'autorità dell' oligarchia fondando la propria
personale autorità sull'esercito. Silla perciò non potrà opporsi all'inevi-
tabile svolgimento della storia romana, che portava al principato, cioè
alla franca accettazione di un potere politico sostenuto dall'esercito.
Da Silla al primo triumvirato 115

Nella sua stessa persona Silla portava i segni di una forma di governo
non aristocratica, ma monarchica. Egli infatti non solo ebbe autorità di-
spotica, ma fu esaltato dai suoi seguaci in modo che ricorda quello usa-
to poi per gli imperatori. Fu soprannominato F e/ix, un attributo quasi
divino, e fu considerato il protetto di Venere, che, come madre di Enea,
stava già allora diventando la dea nazionale di Roma.
Ma altra è la realtà implicita, altre sono le intenzioni esplicite. Qua- Abdicazione e
li fossero quest'ultime Silla dimostrò definitivamente nel 79 abdicando morte di Silla
dalla dittatura. Egli riteneva di aver finito il suo compito di restaurato-
re dello Stato e si ritirò a Pozzuoli in una sua tenuta di campagna dove
morÌ poco dopo (78 a.c.).

10.4 La rovina della costituzione sillana

La costituzione sillana, che cercava di mutare uno stato di fatto -la pre-
valenza degli eserciti e dei loro generali - con alcune misure legislative,
non poté reggere. La minavano in fondo tanto coloro che la volevano
distruggere quanto coloro che la volevano difendere, perché gli uni e
gli altri, usando le armi, non potevano che accrescere l'importanza del
fattore militare nella vita dello Stato romano.
In Spagna aveva organizzato la ribellione degli indigeni, in ispecie Sertorio
dei Lusitani, un seguace di Mario Quinto Sertorio, cercando di costitui- e i Mariani
in Spagna
re uno Stato romano-iberico (romano di costituzione, ma iberico per la
larga compartecipazione di elementi indigeni) da opporre a Roma in at-
tesa, s'intende, di tornare a Roma vittorioso. In Italia stessa nel 77 Emi-
lio Lepido, proconsole della Gallia narbonese, che già l'anno preceden-
te aveva tentato di abbattere per vie legali la costituzione sillana, falli-
va in un colpo di mano armato per raggiungere lo stesso scopo. Il Se-
nato, per combattere Lepido, aveva dovuto valersi di Pompeo, il giova-
ne generale di Silla. E, dopo, affidava a lui, che non aveva ancora nem-
meno iniziato la carriera delle magistrature, il comando della guerra
contro Sertorio.
Tale guerra durò sino al 72, quando Sertorio fu assassinato da un
suo subordinato, M. Perperna, già coinvolto nel colpo di mano di Lepi-
do, e Perperna a sua volta diventato il capo dei ribelli si lasciò facil-
mente sconfiggere da Pompeo. Intanto l'Italia era sconvolta da una Spartaco guida
nuova ribellione di schiavi (terza guerra servite), comandati dal tracio la rivolta degli
schiavi
Spartaco, che era riuscito a impadronirsi di quasi tutto il Mezzogiorno,
attraendo intorno di sé le vittime di una crisi sociale sempre crescente.
Il Senato anche questa volta non era riuscito a evitare un comando ec-
cezionale, preponendo nel 72 ai consoli il pretore M. Licinio Crasso, un
partigiano di Silla, che si era costituita la fortuna economica più colos-
116 Manuale di storia romana

sale di Roma e già per ciò - nonché per le sue molteplici aderenze -
aveva una posizione individuale preminente. Forse appunto perché il
Senato temeva di lasciare un comando di parecchie legioni'(probabil-
mente dieci) al solo Crasso, Pompeo, tornato in Italia, ebbe l'incarico di
cooperare nella guerra con lui: e infatti i due generali riuscirono abba-
stanza rapidamente, nel 71, a restaurare l'ordine. Ma in tal modo si era
solo favorita la coalizione di Pompeo e di Crasso, che si trovarono, con
l'esercito a loro disposizione, nella possibilità di imporre la loro volon-
tà aRoma.
Il potere nelle Per quanto entrambi provenissero dalle file sillane, la stessa loro in-
mani di Crasso tenzione di sovrapporsi al Senato li portava ad assumere il programma
e Pompeo
di riforma della costituzione di Silla. Ma anche un altro fatto li poneva
inevitabilmente sulla medesima via. Se Crasso, già pretore un biennio
prima, aveva il diritto legale di ambire il consolato per il 70, Pompeo.
che intendeva procurarsi la medesima carica, mancava dei requisiti le-
gali, non avendo ancora ricoperto le magistrature minori. La sua stessa
nomina era ipso facto una violazione della costituzione di Silla. E in-
fatti Pompeo la impose portando le sue legioni alle porte di Roma.
L'esercito, come era da attendersi, distruggeva l'opera di Silla. La
legislazione di Pompeo e Crasso nel loro consolato del 70 non farà che
sanzionare la rovina. Se già nel 75 era stato abolito il divieto per i tri-
buni della plebe di adire ad altre cariche, ora il potere dei tribuni fu re-
staurato in tutta la sua estensione. E fu ritolta ai senatori l'esclusività
nei tribunali stabilendo che i giurati dovessero essere tratti in parti
eguali dai senatori, dai cavalieri e dai tribuni erarii (una categoria non
ben certa, forse di coloro che, quando ancora i Romani dovevano paga-
re i tributi, li raccoglievano nell 'interno di ciascuna tribù per conto del-
lo Stato).

10.5 1\ potere personale di Pompeo

I contrasti fra Pompeo e Crasso poterono un momento favorire la re-


staurazione di un' apparente normalità dopo la fine del loro consolato
nel 70; ma già nel 67 la pressione di vicende esterne e più ancora la
convinzione, che ormai penetrava lentamente, della inevitabilità dei co-
mandi personali, fece fare un nuovo passo sulla via del principato. La
pirateria, che aveva i suoi nidi in Cilicia e Creta, era diventata realmen-
te una piaga gravissima del Mediterraneo, dopo che Rodi non esercita-
va più il suo controllo sul mare. Negli ultimi decenni il favore di Mitri-
Pompeo date del Ponto e di Sertorio in Spagna avevano contribuito ad estender-
sbaraglia i ne l'azione, minacciando anche gli approvvigionamenti di Roma, Ma
pirati del
Mediterraneo la decisione che si prese in Roma per combatterla, su proposta del tri-
Da Silla al primo triumvirato 117

buno Aulo Gabinio, superava di gran lunga le necessità immediate. Ad


un consolare - cioè, in concreto, a Pompeo - si concedeva per la lotta
contro i pirati un potere straordinario di tre anni, che si estendeva su tut-
to il Mediterraneo, pari a quello dei governatori delle province fino a
cinquanta miglia dal mare, dotato di una flotta di 500 navi, di un eser-
cito di 120.000 uomini, di un ricco fondo di denaro: infine era conces-
sa a Pompeo di esercitarlo non solo personalmente, ma anche per mez-
zo di 24 legati ai suoi ordini.
Un tale comando straordinario dava praticamente lo Stato romano
in potere di Pompeo. Non è da stupire se egli, appena adempiuto rapi-
damente e brillantemente il compito assegnatoli (per cui anche la Cili-
cia e Creta passavano in breve sotto il dominio romano), si facesse al-
largare la sfera del suo imperio con l'attribuzione della guerra, da tem-
po ripresa, contro Mitridate.
La pace segnata da Silla con Mitridate, e non mai realmente ratifi- Riscoppia la
cata dal Senato romano, aveva corso pericolo più volte: negli anni 83- guerra contro
Mitridate
82 era anche avvenuto uno scambio di ostilità finite nel nulla. Infine nel
75, quando il re di Bitinia Nicomede IV morendo lasciò in eredità lo
Stato a Roma, Mitridate decise di ritentare ancora una volta la grande
avventura di farsi campione del mondo ellenistico La situazione era
molto favorevole: un alleato fu trovato facilmente in Sertorio, ma un al-
leato che non dimenticava gli interessi romani, perché non riconobbe
mai qualsiasi pretesa di Mitridate sulla provincia di Asia; un altro allea-
to era già in Tigrane di Armenia, che in quegli anni aveva esteso enor-
memente il suo regno ai danni della monarchia siriaca ormai in dissol-
vimento, tanto che egli aveva potuto prendere il titolo di re dei re come
successore dei Seleucidi. Tigrane aveva anche invaso, d'accordo con
Mitridate, la Cappadocia, donde trasse, dicono, trecentomila abitanti
per popolare la sua nuova capitale, Tigranocerta. Ma la netta superiori-
tà militare romana troncò presto i sogni di Mitridate. Lucullo - il colla-
boratore di Silla - inviato nel 74 a dirigere la nuova guerra ricacciò ra-
pidamente il re dalla provincia d'Asia e dalla Bitinia, che egli aveva in-
vaso, e poi lo costrinse a fuggire anche dal suo regno pontico (71). Mi-
tridate dovette cercare rifugio in Armenia, provocando in tal modo l'in-
vasione romana di quella regione (69). Con una delle più memorabili
avanzate che la storia militare antica ricordi, Lucullo giunse ad asse-
diare e poi catturare Tigranocerta.
Ma, mentre egli indugiava a conquistare l'Armenia, tra il malcon- Fallisce la
tento dei suoi soldati e la diffidenza del governo romano - ora passato strategia di
Lucullo
in mano ad avversari del partito Sillano e quindi di Lucullo - Mitridate
poteva rioccupare il suo regno, costringeva Lucullo ad abbandonare
l'Armenia e insomma, con la cooperazione del malcontento dei solda-
ti, riduceva al disfacimento l'esercito romano.
118 Manuale di storia romana

A questo punto, Lucullo fu sostituito da Pompeo. Il quale, dopo


aver paralizzato l'Armenia, sollevandole contro la Parti a, in due anni
conquistò il regno del Ponto. Poi negli anni 64 e 63 si dedicò, senza per-
Pompeo dere d'occhio Mitridate che si era ritirato nei suoi ultimi possessi sulla
conquista la costa europea del mar Nero (regno bosforano), a ordinare le condizioni
Siria e le coste
del MarNero del regno seleucidico. Liberato da Tigrane per opera di Lucullo, esso
era caduto in una anarchia solo formalmente nascosta dalla restaurazio-
ne del governo dei Seleucidi. Pompeo trasformò la Siria propriamente
detta in provincia romana ed ordinò come Stati vas salii i numerosi prin-
cipati, che preesistevano o che erano di recente sorti sul territorio se-
leucidico: tra queste sistemazioni va ricordata quella che egli impose in
Giudea a favore dell' asmoneo I rcano contro il fratello Aristobulo asse-
diando il tempio di Gerusalemme e costringendolo alla resa.
Mentre era intento a questa opera, Pompeo riceveva la notizia che
Mitridate, il quale, per quel che sembra, aveva concepito l'idea di por-
tare la guerra in Italia attraverso la zona danubiana, era stato ucciso dal
figlio Farnace. Ponto e Bitinia vennero uniti in una provincia sola,
mentre a Farnace restò il territorio bosforano.
Roma Dopo il 146 nessuno aveva più allargato i confini dello Stato roma-
si espande no come aveva fatto Pompeo. Il possesso romano in Asia era esteso ora
in Asia
a raccogliere l'eredità quasi integrale (eccettuato specialmente il terri-
torio partico) del regno dei Seleucidi, quale era stato nel suo massimo
fiore. Se ora l'Asia minore era economicamente esaurita dalle guerre,
rappresentava per il futuro un 'immensa riserva di energie e attribuiva a
Roma il compito storico di tutelare la civiltà ellenistica in tutta la re-
gIOne.
Ma per il momento il problema che si ponevano i Romani era un al-
tro: che cosa avrebbe fatto Pompeo col suo esercito, ora che la guerra
era finita.

10.6 Dalla congiura di Catilina al primo triumvirato

Durante l'assenza di Pompeo si erano delineate sempre meglio diverse


tendenze, difficili da caratterizzare perché i loro programmi politici si
confondevano o si incrociavano con ambizioni personali o familiari. Il
Senato pareva allora riconciliato nel complesso con Pompeo. Marco
Porcio Catone, un discendente del censore, continuava la tradizione di
quello come aspro e integerrimo difensore dell' autorità senatoria, non
Catone senza per altro intendere che essa non poteva reggersi in quel momen-
e Cicerone to senza Pompeo e perciò in definitiva sostenendolo. Dalla parte di
sostengono
Pompeo Pompeo e del Senato stava anche Marco Tullio Cicerone, un avvocato
di Arpino, resosi noto come oratore potente, e celante nel suo intimo -
Da Silla al primo triumvirato 119

tra le vanità e ingenuità superficiali - uno spirito ricco di cultura e di


convinzioni. Per contro, avversavano Pompeo e soprattutto la maggio-
ranza del Senato che lo sosteneva, Marco Licinio Crasso, ormai defini-
tivamente passato all'opposizione, e Gaio Giulio Cesare, che, genero
di Cinna, lontano congiunto con Mario, era portato non solo dall'ambi- Emerge l'astro
zione personale, ma anche da questi legami a favorire una politica anti- di Cesare
senatoria. Crasso e Cesare saranno più o meno direttamente implicati
in tutti i moti antisenatori di quegli anni. Crasso volle far decretare l' an-
nessione dell 'Egitto, che un testamento di Tolomeo Alessandro II (80
a.c.) - sospettato però gravemente di falsità - sembrava avere lasciato
ai Romani (come un testamento di Tolomeo Apione aveva da poco per-
messo di annettere la Cirenaica). Ma la proposta fu rigettata, appunto
perché si comprese che Crasso intendeva fare dell 'Egitto una piattafor-
ma per i suoi progetti (65 a.C.). E fu ugualmente rigettata l'altra propo-
sta, di ispirazione di Crasso e Cesare, per una nuova legge agraria, che
avrebbe dato ai funzionari incaricati di attuarla vastissimi poteri (63).
Ma il più grosso incidente di quegli anni fu la cosiddetta congiura di L.
Sergio Catilina, un nobile corrotto, che, dopo avere già nel 65 fatto sor-
gere sospetti sul proprio conto, organizzò nel 63 -l'anno in cui Cicero-
ne era console - una agitazione. Cicerone, che allora sperava di poter
salvare le istituzioni repubblicane con la sua opera, vide in questo ten- La congiura
tativo l'occasione per un suo successo personale, si fece conferire i pie- di Catilina
ni poteri dal Senato e portò le cose all'estremo. I partigiani di Catilina
in Roma furono uccisi, e Catilina, con la truppa che aveva raccolto in
Toscana, fu vinto in battaglia presso Pistoia. Che Cesare avesse parte-
cipato direttamente alla congiura non sembra probabile: certo non ne
portò alcuna conseguenza. Ma Catilina aveva lavorato in senso non dis-
simile dal suo.
Ora Pompeo, ritornando nel 62 dall'Oriente, venne a portare nella
vita politica il peso decisivo della sua presenza. Fino allora i suoi scopi
erano rimasti enigmatici: col farsi conferire poteri vastissimi egli sem-
brava però tendere a una dittatura militare. Ma al ritorno in Italia egli
disciolse il suo esercito, con l'intenzione, come è ovvio, di mostrare che
a una tale dittatura non tendeva, che insomma non voleva mettersi sul-
la linea di Mario e Silla. Da allora in poi il suo scopo sarà infatti di ac-
quistarsi una supremazia civile, dominando il Senato. Qualunque sia il
motivo del rivolgimento, in sé tutt'altro che chiaro, esso è indubitabile. Pompeo non
L'effetto fu però contrario al previsto. ottiene
l'appoggio
Il Senato, ora che Pompeo aveva disciolto il suo esercito e perciò del Senato
non sembrava più temibile, non era disposto a subirne l'autorità e re-
spinse la proposta di concedere ai suoi veterani l'ormai abituale distri-
buzione di terre. Pompeo si trovò quindi disarmato e non poté trovare
altra via che riavvicinarsi a Crasso e a Cesare pattuendo con loro un ac-
120 Manuale di storia romana

cordo prima segreto e poi palese, di carattere privato, che fu detto


Il primo triumvirato. Nel triumvirato la persona più autorevole sembrava Pom-
triumvirato peo, di fatto era Cesare, non solo perché poteva giocare sul contrasto
appena esteriormente mitigato tra Pompeo e Crasso, ma perché non
aveva gli scrupoli costituzionali di Pompeo (60 a.c.).
La conseguenza fu che nel 59 Cesare assunse il consolato e fece
passare la legge che garantiva la distribuzione di terre per i veterani di
Cesare assume Pompeo. Anche tutti i provvedimenti da lui presi in Oriente furono ra-
il consolato
tificati. E per conto suo Cesare si fece assegnare come provincia pro-
consolare a partire dal 58 per un quinquennio la Gallia Cisalpina e l'Il-
lirico. Il suo potere fu poco dopo esteso anche alla Gallia Narbonese.

10.7 Le sorti del triumvirato

Chi aveva guadagnato più dall'accordo in conformità della sua reale


preminenza era evidentemente Cesare, che si era assicurato un coman-
do militare alle porte di Roma e la possibilità di larghe imprese in Gal-
lia. Crasso e Pompeo restavano per il momento inermi: l'abilità di Ce-
sare era consistita precisamente nellasCÌarli in quelle condizioni. Tutto
ciò non poteva non creare ostilità fra i triumviri, anche prescindendo
dal fatto che essi agivano d'accordo solo perché prevedevano i danni di
Publio Clodio un disaccordo, ma senza ideali comuni. Nel 58 Cesare, pur assente da
Roma, riuscì a prevalere per mezzo di un suo seguace senza scrupoli, il
tribuno della plebe, Publio elodio (un patrizio fattosi adottare da una
famiglia plebea appunto per poter rivestire il tribunato), sicché fu esi-
liato Cicerone, sotto l'accusa di aver fatto uccidere i seguaci di Catilina
senza giudizio del popolo, e fu allontanato da Roma anche Catone col
pretesto di affidargli la riduzione a provincia romana di Cipro, già ap-
partenente all'Egitto. Ma nel 57 cominciò la reazione. Cicerone fu ri-
chiamato, si accordò con Pompeo, a cui propose fossero dati ampi po-
teri per assicurare l'approvvigionamento allora manchevole di Roma.
Intanto in Roma le bande cesariane di Clodio erano controbattute da al-
ARoma tre di Annio Milone.
riesplode la Nonostante che l'autorità di Cesare crescesse per le sue vittorie in
lotta tra fazioni
politiche Gallia (v. capitolo seguente), si rivelò la necessità di creare un maggio-
re equilibrio fra i tre contraenti per evitare la fine dell'accordo. Tale
equilibrio fu ristabilito nel convegno di Lucca del 56 in cui fu deciso
che Crasso e Pompeo divenuti consoli nel 55 avrebbero fatto confer-
mare a Cesare per altri 5 anni il governo in Gallia, avrebbero fatto as-
segnare a Crasso la provincia di Siria e a Pompeo il governo di Spagna
per uguale tempo.
Così di fatto avvenne, ma nel 53 l'equilibrio era rotto inopinata-
Da Silla al primo triumvirato 121

La crisi delle Istituzioni


L'epoca dei Gracchi mise in luce l'inadeguatezza delle magistrature e delle altre istitu-
zioni a reggere una compagine vasta e poco armonica come quella romana. Il tribunato
della plebe rivestì un ruolo chiave. I tribuni tradizionalmente presiedevano i comizi tri-
buti, che avevano compiti elettorali (eleggevano tribuni, edili e questori), giudiziari (giu-
dicavano i processi capitali in appello) e legislativi (emettevano i plèbisciti, che aveva-
no il medesimo valore delle leggi emesse dai comizi centuriati). I tribuni dell'epoca dei
Gracchi e di Mario usarono questi comizi per riformare profondamente lo Stato e per
condurre la politica estera ed interna. Fu così che Caio Gracco o Apuleio Saturnino va-
rarono prowedimenti che in passato erano stati appannaggio degli altri comizi o, ancor
più, del Senato. Per di più, tali prowedimenti stravolgevano radicalmente le linee guida
che avevano retto la politica romana nel Il secolo.
Lo Stato romano non era più armonico come in passato, ma aveva visto concentrarsi le
proprietà, le risorse e il potere nelle mani di una ristretta oligarchia e - cosa molto peg-
giore - le masse numerosissime di Romani ed Italici impoverirsi a dismisura.
I Gracchi pensarono di risolvere il problema usando il tribunato e l'assemblea legislati-
va, mentre Mario affiancò i suoi legionari e il ceto dei cavalieri all'azione legislativa dei
comizi.
Il consolato era una magistratura che non era più adeguata per rispondere alle esigen-
ze dei Romani, non solo in campo sociale, ma anche militare. Tra l'epoca dei Gracchi e
quella di Augusto si ricorse sempre più frequentemente a cariche magistratuali straor-
dinarie e anche a prowedimenti straordinari (si pensi al Senatus consultum ultimum,
che autorizzava i magistrati ad agire con qualunque mezzo per salvare la repubblica in
pericolo). Silla e, più tardi, i triumviri ottennero poteri straordinari per riformare la re-
pubblica (rei publicae constituendae). Tali poteri non erano annuali o semestrali (come
per i dittatori), ma a tempo indeterminato. Pompeo ebbe poteri straordinari di caratte-
re militare per combattere i pirati e Mitridate.
Per loro natura, i poteri dei magistrati tornavano al popolo (o al Senato) alla fine del
mandato annuale. Le cariche straordinarie della tarda repubblica tendevano invece a
non essere rimesse al popolo. Con la creazione dell'impero si arriverà ad una nuova for-
mulazione costituzionale, che diede risposte a questi problemi.

mente dalla morte di Crasso. Questi aveva voluto avventurarsi in una


guerra di conquista in Parti a, ma era stato sconfitto a Carre in Mesopo-
tamia e ucciso, mentre una parte del suo esercito si arrendeva. La scon- Crasso ucciso
fitta aveva la conseguenza di provocare una rivalità tra Parti e Romani, dai Parti
che durerà per tutto l'Impero, ma ebbe intanto l'effetto immediato di
mettere di fronte sempre più Pompeo, che era rimasto a Roma pur go-
vernando nominalmente la Spagna, e Cesare. Intanto in Roma i disor-
dini tra le bande di partigiani opposti crescevano, fino a che nel 52 Clo-
dio era assassinato dalla banda di Milone.
122 Manuale di storia romana

Bibliografia

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Pompeo: E. MEYER, Ciisars Monarchie und das Principat des Pompeius, 2~
ed., Stoccarda 1919; 1.1. vAN OOTEGHEM, Pompée le Grand, Mtisseur d'empi-
re, Bruxelles 1954.
Cesare
CAPITOLO UNDICESIMO

11.1 La conquista della Gallia

Le popolazioni celtiche occupanti la Gallia erano divise in tribù in con-


flitto tra di loro: legame unitario era la religione, governata da una cor-
porazione di sacerdoti, i druidi, ma non bastava a eliminare le rivalità
fra tribù e i contrasti sociali fra un'aristocrazia ricca e potente e un con-
tadiname ridotto quasi alla servitù della gleba. Dopo la sottomissione
della Gallia narbonese a Roma, i tre nuclei principali della Gallia libe-
ra restavano i Galli propriamente detti, nel centro, tra cui primeggiava-
no gli Edui, amici di Roma, gli Arverni e i Sequani loro avversari; gli Lo scontro tra
Aquitani a sud-ovest e i Belgi a nord-est. Roma e i Galli
La rivalità fra gli Edui e i Sequani fece sì che questi ultimi chiedes-
sero aiuto alla tribù germanica dei Suebi, comandata da Ariovisto, a cui
cedettero una parte del loro territorio in Alsazia. Così i Celti stessi per le
loro contese favorivano quella penetrazione germanica, di cui le irru-
zioni dei Cimbri e dei Teutoni erano state il primo segno. Alla sua vol-
ta un partito degli Edui trattò per l'emigrazione dalla Svizzera di una
grossa tribù celtica, gli Elvezii.
Gli Elvezii nel 58 chiesero a Cesare il permesso di passare attraver-
so la Gallia già romana per raggiungere le loro nuove sedi; ma questi lo
proibì e riuscì anche a procurarsi il pretesto per intervenire fuori dei li-
miti della provincia contro gli emigranti. In tal modo egli iniziava, qua-
si inavvertitamente, la unificazione della Gallia sotto il dominio romano.
Nel 56, dopo vittorie sugli Elvezii, costretti a tornare alle loro sedi, sui
Germani di Ariovisto e sui Belgi, nonché su altri popoli minori, la sotto-
missione poteva dirsi compiuta nelle sue grandi linee. E Cesare poteva
raccogliere immense sostanze, che gli serviranno per la sua propaganda
politica e per la restaurazione del suo patrimonio privato in rovina.
Tanto credeva Cesare di aver sottomesso la Gallia che pensava alla Cesare in
Britannia
conquista della Britannia, in cui fece due spedizioni poco conclusive nel
55 e nel 54 a.c. Ma la sua penetrazione in Britannia non poté essere con-
tinuata, perché in Gallia, prima una rivolta parziale nel 54-53, poi un'al-
tra, che divenne presto generale, scoppiata nel 52 e durata sino al 50, im-
124 Manuale di storia romana

Fig. ll.1 Le campagne condotte in Gallia da Cesare tra il 59 e il 50 a.C.

pegnò tutte le sue forze. Dalla prima fase di questa ultima ribellione fu
eroe un arvemo, Vercingetorige, un organizzatore e un guerriero di qua-
lità eccezionali, che però già nello stesso 52 doveva cedere alla superio-
Vercingetorige rità militare romana e, assediato in Alesia, arrendersi. Nel 50 Cesare po-
sconfitto teva ordinare il territorio da lui occupato. I particolari non ci sono noti.
adAlesia
Certo egli impose un tributo su tutto il territorio e fece trattati in allean-
za con alcune tribù, altre invece considerò semplici suddite di Roma.

11.2 La Gallia e Cesare: il conflitto con Pompeo

Di colpo, con la conquista della Gallia, Cesare aveva affermato la sua


personalità dominatrice. Prima di partire per il proconsolato era stato so-
lo un abile fazioso. Ora non solo si era rivelato grande generale, ma, col-
l'assicurare all'impero di Roma, la Gallia, aveva anche saputo identifi-
care la grandezza dello Stato romano con la propria grandezza. La con-
Cesare 125

quista della Gallia significherà per i secoli futuri la sua appartenenza al- La Gallia, base
la civiltà latina, di contro al pericolo che la minacciava per le sue scis- del potere
cesariano
sioni interne di essere sommersa da invasioni germaniche. Ma già ap-
pena conquistata, essa apportò a Roma una forza economica, militare e
politica, che sarà la forza di Cesare, di cui egli potrà giovarsi sempre:
senza contare che egli nel 50, concludendo la sottomissione del territo-
rio, aveva a sua disposizione dieci legioni, in grande parte di veterani,
che costituiranno la sua arma irresistibile nel conflitto con Pompeo.
Il conflitto scoppiò nello stesso 50. Esso ha una causa immediata di
natura giuridica, che ha dato luogo a varie interpretazioni. La migliore
pare nelle grandi linee la seguente. Con la proroga stabilita nel 56, Ce-
sare aveva diritto non solo a tenere il comando in Gallia fino al marzo
del 50 (secondo altri fino al marzo del 49) ma anche a non lasciare di-

Cesare e Pompeo
La chiave di lettura fondamentale per capire il passaggio dalla repubblica al principato
sta nel rapporto fra l'aristocrazia senatoriale e i grandi statisti e generali del I secolo
a.C. Nei confronti dei nemici della fazione popolare, graccana o mariana, il Senato ave-
va concesso poteri straordinari di carattere militare e politico. Prima Silla e poi soprat-
tutto Pompeo rivestirono cariche diverse dal consolato per la loro durata e per il co-
mando di legioni e flotte. Il prOblema stava nella cessazione di tali cariche. La tenta-
zione di mantenerle a vita e trasformarle in un potere personale costituiva un grave pe-
ricolo per le istituzioni repubblicane. Il potere veniva dal Senato e dal popolo e i magi-
strati dovevano deporlo e rimetterlo a questi due consessi alla fine del mandato. Silla
depose formalmente la dittatura solo quando seppe di controllare in modo ferreo la vi-
ta politica romana, mentre Pompeo fece temere il Senato e il popolo quando tornò dal-
le sue campagne in Oriente contro Mitridate, ma i timori furono sciolti quando egli con-
gedò tutte le truppe che aveva ai suoi ordini e rimise al Senato e al popolo la scelta dei
nuovi magistrati.
La questione del potere politico e militare si riaprì quando Cesare e Pompeo si allearo-
no e dettero vita, insieme a Crasso, al primo triumvirato. Pompeo non era stato onora-
to né gratificato dal Senato per le sue conquiste, a causa del dissidio fra lui e Lucullo,
un altro grande generale di quello che era stato un tempo lo statomaggiore di Silla. La
sistemazione dell'Oriente decisa da Pompeo non fu ratificata dal Senato e i suoi vete-
rani non furono ricompensati. Il rancore di Pompeo nei confronti dell'ala conservatrice
del Senato lo spinse ad awicinarsi alla fazione dei populares, di cui era capo indiscus-
so Cesare. La creazione di un'intesa privata, detta comunemente triumvirato, dette luo-
go alla creazione di poteri che sfuggivano al controllo del Senato. Nel 59 Cesare rivestì
il consolato e varò una serie di leggi volte a favorire il popolo e i veterani di Pompeo. Col
terrore gli awersari politici furono ridotti al silenzio. Poi i poteri più pericolosi per la sta-
bilità della repubblica furono quelli proconsolari, in base ai quali i tre triumviri ebbero
molte legioni ai loro ordini, e per parecchi anni. La rottura fra i grandi statisti e l'aristo-
crazia senatoriale fu così celebrata ed essa determinò l'inizio di un confronto durissimo
che modificò profondamente l'assetto del mondo romano.
126 Manuale di storia romana

scutere della successione prima di questa scadenza. Ciò equivaleva a di-


re che egli avrebbe potuto tenere il comando sino alla fine del 49, perché
la norma voleva che l'assegnazione delle province precedesse la nomina
a consoli di coloro che poi le avrebbero dovute governare come procon-
soli: sicché l'assegnazione della Gallia per il 50 avrebbe dovuto essere
Le cause fatta prima delle elezioni consolari per il 51, cioè nel 52. Ma poiché nel
della nuova 52, come nel 51, era ancora proibito discutere della successione a Cesa-
guerra civile
re, solo nel 50 si sarebbe potuto nominare un successore per i148. Quin-
di Cesare, secondo la consuetudine, avrebbe potuto tenere la Gallia in
via straordinaria per circa due anni di più in attesa che fosse nominato il
successore. Ora egli pensava di presentarsi candidato al consolato per il
48, cioè di passare dal comando in Gallia direttamente alla supremazia
in Roma, senza dover trascorrere un periodo da privato che avrebbe po-
tuto facilmente essere sfruttato dai suoi nemici. A tale giuoco sarebbe
ostato però l'altra norma che i candidati al consolato dovevano essere
presenti in Roma, mentre Cesare come proconsole non ci poteva ritor-
nare. Ma tale difficoltà era stata evitata nel 52 facendo votare una dispo-
sizione che liberava Cesare dall'obbligo di essere presente in Roma.
Ora però l'edificio che Cesare si era pazientemente costruito per in-
staurare il suo potere personale veniva minato: e per opera proprio del
suo collega Pompeo. Il quale, pure tra le oscillazioni del suo spirito in-
certo, tendeva sempre più a differenziarsi da Cesare facendosi campio-
Pompeo si allea ne del Senato. Mentre insomma Cesare mirava direttamente a un'auto-
col Senato crazia che avesse solo nell'esercito la sua base, Pompeo voleva rag-
giungere un primato che avesse non solo la sanzione, ma anche il con-
senso del Senato. La rivalità, già sopita, ma non mai spenta, con Cesa-
re, riprendeva maggiore vigore per questa più decisa consapevolezza di
poter essere non un generale, che si imponesse con le sue armi, ma il
princeps senatus.
Vennero messi in dubbio con successive disposizioni tanto il diritto
di Cesare di poter pretendere al consolato da lontano quanto la possibili-
tà che egli rimanesse in Gallia sino alla fine del 49, mentre il potere pro-
consolare di Pompeo era prolungato nel 52 per altri 5 anni in modo da
renderlo più lungo di quello di Cesare. La rottura si venne preparando.
Durante tutto il 50 Cesare si oppose per mezzo del veto di tribuni suoi
amici a ogni discussione sulla sua successione, proponendo nello stesso
Sul Rubicone tempo che egli e Pompeo dovessero lasciare il potere insieme. Ogni ac-
«il dado è cordo venne rifiutato. E infine ai primi di gennaio del 49 il Senato deci-
tratto»
se la sostituzione di Cesare nel comando della Gallia con l'avvertenza
che se entro un dato termine egli non aveva abbandonato la sua provincia
sarebbe stato considerato pubblico nemico. A Roma fu intanto ordinato
lo stato d'assedio. E i tribuni della plebe Marco Antonio e Quinto Cassio
che si erano opposti a questo provvedimento dovettero fuggire.
Cesare 127

Fig. U..2 L'espansione di Roma con Giulio Cesare

AFRICA

D Territori all'epoca del primo


triumvirato (60 a.C.)
_
Territori alla morte
di Cesare (44 a.C.)

Per Cesare, non c'era possibilità di scelta se egli voleva mantenere


il suo potere: ribellarsi. Con l'unica legione che egli aveva presso di sé
a Ravenna, dove stava attendendo notizie da Roma, egli varcò la notte
dellO gennaio il Rubicone, che segnava il confine tra la provincia del-
la Gallia Cisalpina e l'Italia, e occupò Rimini. Qui lo raggiunsero i tri-
buni fuggitivi, del cui diritto violato egli si fece difensore.

11.3 La vittoria su Pompeo

Per quanto accompagnato da una sola legione e con la prospettiva di


non poter essere rafforzato da qua1cuna delle legioni, che stavano nella
Gallia transalpina, prima di una quindicina di giorni, Cesare trovava
un'Italia impreparata a contrastargli il passo. La difesa di Pompeo, che
pure disponeva di almeno due legioni, fu inefficiente. E quando so- Pompeo e il
praggiunsero a Cesare i primi rinforzi, non restò al Senato che di segui- Senato fuggono
in Macedonia
re il consiglio di Pompeo e sgombrare l'Italia, lasciando in mano al ri-
128 Manuale di storia romana

vale Roma. I Pompei ani passarono in Illiria e di lì poi in Macedonia,


dove, a Tessalonica, si trasportò il Senato. Pompeo sperava forse di po-
ter ripetere l'impresa di Silla che con le forze ammassate in Oriente era
riuscito facilmente a riconquistare l'Italia.
Ma Cesare aveva una organizzazione militare ben più efficiente di
quella dei Mariani al tempo di Silla. Egli del resto evitò di assalire su-
bito i Pompeiani. Preferì, dopo aver occupato tutta l'Italia e le isole, do-
mare la Spagna e Marsiglia (Massalia), Stato alleato di Roma nella Gal-
lia, ribellatosi contro di lui. L'uno e l'altra cosa gli riuscirono, e Marsi-
glia fu privata non della libertà, ma di quella condizione di privilegio
che godeva da secoli nell'ambito dell'impero romano. Non riuscì inve-
ce la conquista dell' Africa, tentata a nome di Cesare, da Curione, il cui
esercito fu quasi interamente distrutto dai Pompeiani con l'aiuto di Giu-
ba re di Numidia.
Tuttavia, il possesso ormai incontrastato dell'Italia, della Gallia e
della Spagna bastava a Cesare per potere attaccare direttamente Pom-
Cesare peo. Tornò per poco tempo a Roma e si fece nominare dittatore con lo
dittatore scopo di indire le elezioni per l'anno seguente: mancavano infatti in
Roma i magistrati regolari per convocare i comizi. Assicurata la nomi-
na di se stesso a console, dopo undici giorni depose la dittatura e mar-
ciò contro Pompeo. Aveva, con nuove leve, portato il suo esercito a do-
dici legioni, a cui Pompeo poteva opporne nove, nettamente inferiori
come preparazione militare. Ma Cesare fu costretto a sbarcare sulle co-
ste dell'Epiro in due spedizioni separate, ebbe gravi difficoltà per il ve t-
tovagliamento dei soldati e soprattutto si trovò di fronte a un esercito
che lo attendeva da tempo tranquillamente organizzato a riceverlo. Per-
ciò da principio la campagna, che si svolse intorno a Durazzo, fu in-
fruttuosa per lui. Il successo venne solo quando egli si spostò in Tessa-
glia, trascinando Pompeo a seguirlo.
La battaglia Presso Farsalo si svolse lo scontro decisivo. La vittoria fu del ge-
di Farsalo nerale e dei soldati migliori (giugno 48).
Pompeo fuggì verso l'Egitto, dove sperava che il re (Tolemeo XIV)
figlio di Tolemeo Aulete da lui protetto, l'avrebbe accolto bene. Ma
quegli, per cercare di rendersi favorevole il vincitore, Cesare, fece uc-
cidere Pompeo a tradimento. Dei suoi partigiani un certo numero fuggì
in Africa. Gli altri passarono a Cesare attratti dalla mitezza verso i ne-
mici - così contraria al sistema sillano delle persecuzioni - che egli af-
fermò con le parole e coi fatti. Tra i Pompeiani, che passarono in Afri-
ca, era Catone; tra quelli che si accodarono a Cesare un nipote di Cato-
ne, un giovane stoico, Marco Giunio Bruto.
Cesare 129

11.4 Il dominio sull'impero

Prima di conoscere la sorte di Pompeo, Cesare si era avviato verso


l'Egitto per inseguirlo. Vicino ad Alessandria gli fu portata la testa del-
l'antico amico.
Nonostante che ormai uno sbarco in Egitto fosse inutile, Cesare non Cesare
volle trascurare l'occasione di approfittare delle contese fra Tolemeo conquistato
da Cleopatra
XIV e sua sorella Cleopatra per creare un ordinamento a lui favorevole.
Ma Cleopatra attrasse il suo amore: forse anche egli intravvide in lei la
sovrana del regno che egli intendeva instaurare. E decise naturalmente
in favore di Cleopatra, suscitando la ribellione degli Alessandrini che,
guidati da Tolemeo XIV, assediarono lui e i suoi pochi soldati in un
quartiere della loro città; e solo a stento, dopo che gli giunsero rinforzi,
Cesare poté liberarsi e sconfiggere gli avversari.
Il regno di Egitto restò a Cleopatra, sostenuta da un presidio roma-
no, sicché effettivamente fu preparata la via a una posteriore annessio-
ne. Cesare, dopo alcuni mesi di indugio, che servirono ai Pompeiani per
riorganizzarsi, riprese le sue campagne militari. Una, assai breve, in
Oriente gli permise di vincere il figlio di Mitridate Eupatore, Farnace,
allora re del regno bosforano, che aveva approfittato del momento per
cercare di ricuperare i possessi patemi. La vittoria di Zela contro Far-
nace fu annunciata con il famoso «veni, vidi, vici». Cesare tornò quindi «Veni, vidi,
in Italia. vici»
Già dopo la vittoria di Farsalo egli si era fatto nominare, pur distan-
te, dittatore a tempo indeterminato col diritto di pace e guerra, con la
facoltà di nominare tutti i magistrati meno i tribuni della plebe. Ma, per
il prolungarsi della sua assenza, erano sopravvenuti disordini, che il suo
rappresentante, il magister equitum Marco Antonio, non era riuscito a
domare: disordini soprattutto di carattere economico. Al suo arrivo il
malcontento fu in breve sedato, e la disciplina restaurata fra le truppe.
Poi fu intrapresa (settembre 47) la sottomissione dell' Africa. La
campagna breve, ma dura, finÌ con la piena vittoria di Cesare a Tapso
nel febbraio del 46. Molti dei più nobili romani furono uccisi, altri (fra L'Africa si
cui i figli di Pompeo e Labieno, già legato di Cesare nelle guerre galli- piega alle
legioni romane
che) fuggirono in Spagna in cui riorganizzarono la lotta anticesariana.
Catone, a cui era stata affidata la difesa di Utica, si uccise alla notizia
della vittoria avversaria illuminando di una luce di martirio una vita tut-
ta dedita alla difesa dei propri ideali.
Nonostante che in Spagna ci fosse ancora un focolaio pericoloso di
ribellione, Cesare poteva dirsi dopo Tapso padrone dello Stato. Gli fu
conferita la dittatura per dieci anni e probabilmente anche la praefectu-
ra morum che spettava ai censori, dandogli cosÌ la possibilità di con-
trollo su tutti i cittadini, anche nella vita privata. Nella incertezza di
130 Manuale di storia romana

quello che sarebbe stato il suo programma definitivo, da ogni parte ci si


rivolgeva a lui. Anche Cicerone, pur oscillando nel suo pensiero, non
disperava di poterlo vedere restauratore della repubblica. E Sallustio gli
scriveva degli appelli ancora giunti a noi (Epistulae ad Caesarem), in
cui invocava una riforma del costume quale condizione del rinnova-
mento dello Stato.
La mancata Cesare per conto suo non accennava ancora a svolgere un program-
riforma dello ma, che andasse determinatamente al di là di una restaurazione dell' or-
Stato
dine e dell'autorità nello Stato. Se egli aveva già concesso i pieni dirit-
ti di cittadinanza romana ai Galli dell'Italia traspadana (provvedimento
che fu poi ratificato dopo la sua morte) ciò rientrava solo in quel moto
di allargamento della cittadinanza a tutta l'Italia che era in corso dalla
guerra sociale. Ora dopo Tapso ridava i tribunali in mano esclusiva-
mente a senatori e cavalieri, faceva leggi per limitare il lusso, diminui-
va il numero dei proletari che avevano il diritto di ricevere distribuzio-
ni gratuite di frumento, cercava di tutelare il lavoro libero di fronte alla
concorrenza degli schiavi, prendeva misure per assicurare l'ordine pub-
blico, precisava meglio le condizioni dei municipi, faceva la famosa ri-
forma del calendario romano per metterlo in regola con l'anno solare
etc. Anche il grande piano di colonizzazione in Italia e soprattutto fuo-
ri d'Italia (nella Gallia narbonese, in Africa, dove veniva ricostruita
Cartagine, a Corinto in Grecia, a Sinope ed Eraclea sul Mar Nero etc.)
che egli abbozzava e cominciava ad attuare sembrava, guardato in sé,
non superiore se non per vastità al vecchio programma graccano e reso
Le riforme in necessario dalla esigenza di collocare i veterani. Lo stesso si può dire
campo della politica finanziaria. Le confische dei beni dei Pompeiani che rin-
economico
novarono la distribuzione della ricchezza, fortemente diminuendo la
forza economica della vecchia aristocrazia, potevano sembrare al mo-
mento imposte dalle condizioni del bilancio e, comunque, normali con-
seguenze della guerra.
Cesare creava, senza dare una precisa impronta alla sua creazione.
La sua stessa mitezza verso i nemici pareva impedire che egli si irrigi-
disse in un programma. Quando le condizioni della Spagna lo spinsero
ad allontanarsi nuovamente da Roma egli era in definitiva una incogni-
ta: la nuova vittoria di Munda (marzo 45) sopra i Pompei ani era ancora
una vittoria di carattere imprecisabile.

11.5 Verso il regno

E tuttavia la sua posizione era già allora nel fondo senza equivoci: e
senza equivoci si rivelò poi palesemente nell'ultimo anno della sua vi-
ta (45-44). Cesare, come Silla, come Pompeo stesso, aveva il suo pote-
Cesare 131

re fondato sull'esercito; ma, a differenza di Silla e di Pompeo, non ave-


va legami con nessuna tendenza politica tradizionale. Rassomigliava
forse in ciò a Mario, con questa differenza però che Mario non seppe
essere nulla di più che un capo di esercito: Cesare si valse della sua Cesare cerca di
stessa libertà di fronte ai partiti per costituire un ordine nuovo, in cui la creare un
«ordine nuovo»
sua persona fosse elevata a regolatrice della vita dell'impero secondo
una misura superiore a quella delle tendenze in contrasto. Il fatto nuovo
di Cesare è semplice e pure complicatissimo: è quella identificazione, a
cui già accennavamo a proposito delle guerre belliche, tra la sua perso-
na e l'impero.
Si è discusso spesso se Cesare volesse o no diventare re, con tutti
gli aspetti divini che la tradizione ellenistica attribuiva al re. La risposta
deve verosimilmente essere affermativa, appunto per quel che avvenne
dopo Munda. La sua dittatura decennale fu dapprima cumulata con un
consolato decennale, poi nel febbraio del 44 trasformata in dittatura a
vita e innalzata con l'attributo della sacrosantità l. Egli aveva già avuto
nel 46 il diritto di portare in permanenza l'abito del trionfatore (porpo-
ra e lauro) e di chiamarsi imperatore in permanenza, e si erano creati
anche dei sacerdoti (luperci Iulii) intitolati al suo nome. Dopo Munda
gli attributi divini furono moltiplicati: un flamine fu creato per lui, pari
ai flamini per Giove, Marte e Quirino; la sua statua fu messa nei templi La
di Quirino e della Clemenza; gli furono decretate offerte (lectisternia) divinizzazione
di Cesare
come a un dio: ebbe il diritto di coniare monete con propria effige; un e la tentazione
mese, il Quintile, fu chiamato del suo nome (Luglio =Julius) etc. Si ag- di una nuova
giunga poi che il suo amore per Cleopatra continuava: la regina di Egit- monarchia
to stava accanto a lui a Roma, ed è difficile che non influisse su di lui
per fargli accettare quelle forme regali, che le erano familiari. È vero
che già nel 46 Cesare fece cancellare una' iscrizione che lo chiamava
«semidio», che nel 44 a chi lo salutava re, rispose di non essere re, ma
Cesare, che infine un mese prima di morire non accettò in una pubblica
solenne cerimonia di mettersi sul capo la corona regale che Antonio gli
offriva. Ma tutto ciò conferma intanto che il passaggio alla monarchia
era nell'aria e dice solo che Cesare non si arrischiava ancora a fare
l'estremo passo, che egli sapeva non gradito a molti in Roma. Che egli
personalmente amasse richiamare la sua presunta origine divina (da Ve-
nere) per parte di padre e la sua presunta origine regale (da Anco Mar-
zio) per parte di madre aveva dimostrato ripetutamente, fin dal 68 com-
memorando in pubblico una zia morta.
Certo non occorre dare valore eccessivo a questa questione della re-

I È incerto se la sacrosantità dei tribuni della plebe sia stata solo allora conferita a Cesare: e se al-
lora o prima non sia stata attribuito a lui anche il diritto di intercessione.
132 Manuale di storia romana

Cesare letterato galità divina di Cesare: lo scrittore limpido ed elegante dei Commenta-
e scrittore rii alle guerre in Gallia e alle guerre civili, il polemista tagliente contro
l'esaltazione repubblicana di Catone (in uno scritto Anticato composto
prima della battaglia di Munda), illetterato e uomo di mondo Cesare era
privo di ogni esaltazione mistica. Per lui la regalità era forma politica
anche nei suoi aspetti religiosi. Ma è assai verosimile che egli la consi-
derasse l'unico mezzo per raggiungere quella omogeneità dell'Impero,
nell' accentramento nella sua persona, com'era nei suoi ideali.
Perciò non sembra che si possa trascurare la notizia dataci dalle no-
stre fonti secondo cui nella seduta del Senato del 15 marzo 44, in cui
Cesare fu ucciso, egli avrebbe voluto farsi proclamare re per i barbari,
cioè per i provinciali, restando semplice dittatore per i cittadini romani.
Una tale soluzione di compromesso era infatti bene aderente alla situa-
zione. Si spiega del resto che in quel giomoCesare, alla vigilia di par-
tire per una grande spedizione progettata contro i Parti e contro i Daci -
Le Idi di marzo che avrebbe dovuto porre le basi di un vero impero universale - voles-
se avere la consacrazione della regalità: l'esempio di Alessandro Ma-
gno stava davanti a lui. Si spiega pure che in quell' occasione decidesse
di tentare la sua carta estrema l'opposizione repubblicana, capeggiata
dai due dottrinari Marco Giunio Bruto e Caio Cassio. Erano appunto
repubblicani, che dopo essersi avvicinati per un certo tempo a Cesare
(come del resto Cicerone, che però rimase estraneo alla congiura) erano
ormai ben consapevoli della incompatibilità dei loro programmi con
quelli del dittatore. Il 15 marzo Cesare fu ucciso a colpi di pugnale.

11.6 Il significato di Cesare

È inutile discutere come Cesare avrebbe regolato la posizione dell 'Ita-


lia e di Roma nell'impero se fosse sopravvissuto. Certo egli largheggiò
in vita nel concedere ad elementi extra-italici la cittadinanza romana,
fece entrare la Gallia cisalpina nell 'Italia, volle conferire alla Sicilia la
cittadinanza di diritto latino, trasformò largamente la compagine del Se-
nato (che raggiunse 900 membri) con suoi ex-ufficiali e con provincia-
li, dimostrò una tolleranza religiosa e politica, che è testimone del suo
spirito universalistico. Ma non aveva ancora prima di morire preso nes-
suna decisione che provasse veramente la sua intenzione di parificare
gli Italici e i provinciali. Tuttavia il significato più profondo della sua fi-
Cesare gura sta appunto, possiamo dire paradossalmente, in ciò che non gli
precursore possiamo attribuire con sicurezza, ma che pure era implicito nel suo
dell'impero
programma e infatti fu realizzato dai suoi successori. L'elevazione di
una persona sopra ogni altra come il simbolo e la vita stessa dell'impe-
ro non poteva mantenere a lungo la differenza tra i dominatori e i do-
Cesare 133

minati, perché non i Romani, non gli Italici, ma uno solo, l'imperatore,
era ormai il dominatore. Cesare creerà quindi per i secoli compiuta-
mente la figura del sovrano che impersona lo Stato e perciò fonde e uni-
fica in sé gli elementi diversi che sono nello Stato. Cesare sarà vera-
mente il creatore del cesarismo e perciò diventerà un mito, e a lui si ri-
chiameranno sempre - nel medio evo, come nell' età moderna - tutti co-
loro che riprenderanno un'idea imperiale. E Cesare diventerà fin dal
motto evangelico di dare a Cesare quello che è di Cesare (in contrappo-
sto a quello che è di Dio) il nome più consono dell'autorità imperiale:
nei popoli di lingua germanica e slava assumerà anzi senz'altro il valo-
re di nome comune dell'imperatore. Perciò se Augusto fu colui che or-
ganizzò di fatto l'impero di Roma - e lo organizzò, come vedremo, te-
nendo conto di quella reazione repubblicana che uccise Cesare e quin-
di con maggiore rispetto per la tradizione della nobilitas romana - il
creatore dell'impero fu Cesare.

Bibliografia

Tra le storie generali conserva per Cesare valore particolarissimo quella del
Mommsen. Cfr. M. GELZER, Casar der Politiker und Staatsmann, Stoccarda e
Berlino 1921 (tr. ingl.: Caesar: Politician and Statesman, Cambridge, Mass.
1968); L. Ross TAYLOR, Party Politics in the Age ojCeasar, Los Angeles 1948;
C. MEIER, Res publica amissa, 2~ ed., Wiesbaden 1980; C. MEIER, Caesar, Ber-
lin 1982 (tr. ingl.: Caesar: A Biography, New York 1982); L. CANFORA, Cesa-
re. Il dittatore democratico, Bari 1999 (trad. ingl. Julius Caesar: The People's
Dictator, Edinburgo 2007); G. ZECCHINI, Cesare e il mos maiorum, Stoccarda
2001; Id., Vercingetorige, Roma-Bari 2002; A Companion to Julius Caesar, a
cura di M. Griffin, Oxford 2009.
Per la questione dei comandi di Cesare e altri aspetti dei suoi ultimi due
anni, cfr. Cesare: precursore o visionario? Atti del conv. Cividale del Friuli,
17 -19 settembre 2009 (http://www.fondazionecanussio.org/indexl.htm); L' ul-
timo Cesare: scritti, riforme, progetti, poteri, congiure, Atti del conv. Cividale
del Friuli, 16-18 settembre 1999, a cura di G. Urso, Roma 2000
(http://www.fondazionecanussio.org/indexl.htm).
Per la fortuna di Cesare nei secoli: Giulio Cesare. L'uomo, le imprese, il
mito. Catalogo della mostra, Roma 2009. Per Sallustio: R. SYME, Sallust, Ber-
keley 1964 (trad. iL: Sallustio, Brescia 1968). Per Catone: R. FEHRLE, Cato
Uticensis, Darrnstadt 1983; R.J. GOAR, The Legend oj Cato Uticensis jrom the
jirst Century B.e. to thejifth Century AD., Bruxelles 1987.
PARTE SECONDA

L'Impero
Dalla morte di Cesare alla battaglia
di Azio
CAPITOLO DODICESIMO

12.1 Dalla morte di Cesare (44 a.C.) alla battaglia di


Filippi (42 a.C.)

Gli uccisori di Cesare non provocarono quella pubblica insurrezione in


favore degli ordinamenti repubblicani che essi speravano. Se il Senato
era nella maggioranza a loro favorevole, se molta della borghesia itali-
ca aveva sempre osteggiato i provvedimenti economici del dittatore a
lei dannosi; i soldati - soprattutto i veterani sparsi per l'Italia - e il po- La difficile
polo di Roma erano per Cesare che li aveva beneficati e protetti, cioè successione
a Cesare
per la vendetta del suo assassinio. Dei soldati e del popolo di Roma sep-
pe abilmente valersi il console Marco Antonio, collaboratore tra i più
avveduti di Cesare, per mettere senz' altro in posizione di difesa - e non
di offesa, come essi contavano - Bruto e Cassio e i loro seguaci. Dopo
opportuno temporeggiare, i funerali del dittatore diedero infine la pos-
sibilità ad Antonio di sollevare l'indignazione popolare contro gli ucci-
sori e costringerli ad allontanarsi da Roma. Ma Antonio non poteva dir-
si l'incontrastato erede politico di Cesare. Appena conosciuta la notizia
dell' assassinio si era affrettato a ritornare in Italia Gaio Ottavio, il di-
ciannovenne nipote!, figlio della sorella Giulia, che Cesare aveva adot-
tato nel suo testamento, intuendone l'ingegno e il carattere singolari.
Gaio Ottavio - che per questa adozione venne a chiamarsi G. Giu-
lio Cesare Ottaviano - avrebbe dovuto accompagnare Cesare nella pro- Antonio
e Ottaviano
gettata campagna contro i Parti e si trovava allora in Epiro; ma giunse
in tempo a sequestrare la maggior parte dei tesori di Cesare e cosÌ assi-
curarsi il danaro necessario per le lotte future e intanto per soddisfare a
tutte le condizioni del testamento di Cesare, che lo lasciava erede, e in
specie allegato di trecento se sterzi a testa per ogni proletario romano.
Si comprende come il legame di parentela con Cesare, la giovinez-
za, la premura di soddisfare ai doveri di pietà verso il padre adottivo,
finissero dopo le prime esitazioni per conciliare simpatie intorno di lui,

I Era nato nel 63 a.c.


138 Manuale di storia romana

che non potevano non mettere in allarme Antonio. E Ottaviano, ren-


dendosi conto dell'ostilità di Antonio, seppe anche con cautela riavvi-
cinarsi a quei repubblicani, come Cicerone, che, se non avevano man-
cato di subire il fascino di Cesare, ora erano smarriti tra la fuga di Bru-
to e Cassio e la minaccia di una nuova dittatura per parte di Antonio.
L'ostilità tra Antonio e Ottaviano giunse a tale punto da dare luogo
Lo scontro a un conflitto armato. Ne fu occasione il tentativo di Antonio di impor-
tra gli eredi re a Decimo Bruto (da non confondersi con Marco Bruto) governatore
di Cesare
della Gallia Cisalpina e partecipe del moto contro Cesare, di abbando-
nare la sua carica: perché il Senato e i consoli in carica del 43, Irzio e
Pansa, si dichiararono favorevoli a Bruto, e Ottaviano si schierò dalla
loro stessa parte con le truppe che si era raccolto e con le altre che da
Antonio erano disertate a lui. Antonio fu sconfitto davanti a Modena
(così detta guerra di Modena) e Ottaviano restò in apparenza trionfato-
re, tanto più che i suoi collaboratori Irzio e Pansa morirono in seguito a
ferite riportate negli scontri.
Ma il Senato ora diffidava di lui per le stesse misure illegali che egli
aveva adottato nel raccogliere il suo esercito e gli rifiutò il trionfo men-
tre lo concesse a Decimo Bruto. Ottaviano vide che era impossibile per
lui mantenere il compromesso con i repubblicani e arditamente marciò
con le sue legioni su Roma imponendo con la forza di essere nominato
console.
Con questo atto l'ambigua situazione mantenutasi fino allora inal-
terata dalla morte di Cesare era dissolta: era chiaro che Ottaviano non
voleva una restaurazione repubblicana, a vantaggio dell' autorità del Se-
nato. Ma già per ciò solo era naturale che egli si riavvicinasse ad Anto-
nio col quale aveva almeno in comune l'ostilità ai repubblicani. E tan-
to più urgeva questo accordo in quanto M. Bruto e Cassio si erano insi-
gnoriti rispettivamente della Macedonia e della Siria e da queste pro-
vince avevano potuto rendersi padroni di quasi tutta la parte orientale
dell 'Impero. E poiché a sua volta Antonio si era accordato con Lepido,
già comandante della cavalleria di Cesare e ora governatore in Gallia e
in Spagna, fu dopo molte trattative deciso che i tre - Antonio, Ottavia-
L'accordo no e Lepido - avrebbero formato un triumvirato. Questo triumvirato era
per un nuovo certo una imitazione di quello già costituito da Cesare, Pompeo e Cras-
triurnvirato
so; ma a differenza del primo, che era un accordo privato, fu pubblica-
mente riconosciuto come una magistratura al di sopra delle altre (con-
solato, pretura etc.) e i triumviri si chiamarono precisamente triumviri
reipublicae constituendae, cioè col compito di creare una nuova costi-
tuzione per lo Stato romano (novembre 43).
Il nuovo triumvirato proclamò nel modo più significativo la sua de-
vozione a Cesare facendolo ufficialmente riconoscere come dio (divus
Iulius). E poi procedette a compilare quelle terribili proscrizioni, cioè
Dalla morte di Cesare alla battaglia di Azio 139

liste di condannati a morte, con cui cercò di liberarsi da tutti i nemici di


ciascuno dei triumviri e confiscarne i beni. È noto che di queste pro-
scrizioni fu vittima Cicerone, che, amico di Ottaviano, era stato invece
fieramente ostile ad Antonio, colpendolo con l'oratoria sanguinosa del- L'uccisione
di Cicerone
le sue Filippiche, così dette perché analoghe alle orazioni Filippiche
lanciate da Demostene contro Filippo il Macedone. Presto poi, nel 42,
si venne allo scontro decisivo con Bruto e Cassio. In Macedonia, nella
pianura di Filippi, i due eserciti avversari si scontrarono in due azioni
successive: nella prima Antonio sconfisse Cassio, che si uccise; nella
seconda Bruto, che pure era riuscito per conto suo a superare brillante-
mente il primo scontro, era a sua volta sconfitto e anch'egli si uccideva.
Le forze dei repubblicani erano quindi colpite nel loro centro. Re- La battaglia
stava solo la potente flotta di Sesto Pompeo, figlio di Pompeo il Gran- di Filippi
de, che pirateggiava in odio ai Cesariani e di fatto dominava sulla Sici-
lia, sulla Sardegna e sulla Corsica. Ma Sesto Pompeo poteva ostacolare
i triumviri, mettere persino in pericolo il vettovagliamento dell 'Italia,
impedendo che le giungessero i viveri necessari, non poteva impedire
che già fin d'allora i triumviri si sentissero signori dell'impero.

12.2 Dalla battaglia di Filippi al patto di Miseno (39 a.C.)

Alla costituzione del triumvirato, Ottaviano aveva avuto da governare,


tra le province, l'Africa, la Corsica, la Sardegna e la Sicilia (ma queste
ultime, come già dicemmo, erano di fatto in mano di Pompeo); Antonio
aveva avuto la Gallia cisalpina e quella transalpina eccetto la Narbone-
se, Lepido la Spagna e la Gallia Narbonese. Il resto dell'impero era al-
lora in mano ai repubblicani e non poteva essere diviso. Dopo Filippi -
tenuto anche conto dell'atteggiamento sospetto di Lepido - si venne a
una nuova divisione: Antonio, il vero vincitore, si prese la parte del leo-
ne; tutto l'Oriente, la Gallia transalpina con la Narbonese tolta a Lepi-
do. Ottaviano ebbe la Spagna tolta pure a Lepido, ma rinunciò - dopo Antonio
esitazioni - all'Africa in favore di Lepido. e Ottaviano
si spartiscono
La Gallia cisalpina, mettendo in pratica un decreto di Cesare, non fu le province
più considerata provincia, ma parte dell 'Italia: un atto di incalcolabile
portata per la nostra storia, perché estendeva i confini dell 'Italia fino al-
le Alpi, comprendendovi quella che ora, appunto per un remoto effetto
di questo provvedimento, a noi pare la cosa più naturale chiamare Italia
settentrionale e non già Gallia cisalpina. L'Italia rimase indivisa, ma di
fatto restò in mano di Ottaviano, mentre Antonio era in Oriente.
Il compito di Antonio in Oriente era ora di riordinare le province e
gli Stati vassalli, nonché di raccogliere danari. Il compito di Ottaviano
in Italia era di distribuire terre ai veterani (più di 150.000). Ognuno ca-
140 Manuale di storia romana

pisce che il compito di Ottaviano era ingratissimo, dovendo egli porta-


re via le terre a coloro che, sia pure solo per concessione precaria dello
Stato romano, le detenevano, per darle ai soldati. Ma il compito diven-
ne ancora più arduo, perché egli fu fortemente osteggiato dal fratello di
Marco Antonio, Lucio Antonio, e dalla moglie di Antonio stesso, Ful-
via, che cercarono di valersi dei malcontenti per togliergli il potere. An-
che questa volta si venne a un conflitto armato, la cosÌ detta guerra di
La «guerra Perugia, perché Lucio Antonio vi fu assediato in quella città da Otta-
di Perugia» viano e dovette capitolare (40 a.C.). Marco Antonio era rimasto estra-
neo al conflitto, sia che non volesse compromettersi, sia che di fatto non
lo approvasse. Dopo la sua conclusione, credette necessario venire in
Italia ad accordarsi nuovamente con Ottaviano. L'accordo stretto a
Il patto Brindisi, nell' ottobre del 40, stabiliva che Antonio rinunziava a favore
di Brindisi di Ottaviano alla Gallia transalpina e alla Narbonese e teneva per sé tut-
to l'Oriente. E poiché gli era morta la moglie Fulvia, sposava in segno
di concordia la sorella di Ottaviano, Ottavia.
L'accordo tra i due sembrava garanzia di pace e fu salutato con
grandissima gioia da tutto l'impero; gioia di cui ci tramanda l'eco in
versi solenni la quarta Bucolica di Virgilio, scritta appunto in quella oc-
casione. E può considerarsi un perfezionamento di questo accordo il
patto di Miseno stretto nel 39, per cui Antonio e Ottaviano si riconcilia-
vano con Sesto Pompeo e gli riconoscevano il governo della Corsica,
Il patto della Sardegna e Sicilia, nonché gli promettevano il governo del Pelo-
di Miseno ponneso.

12.3 Dal patto di Miseno alle guerre con i Parti (34


circa)

Ma in realtà non c'era accordo profondo tra Ottaviano, Antonio, Sesto


Pompeo e Lepido: c'era solo compromesso. Ognuno aveva ambizioni
diverse e tendenze politiche diverse, che per Antonio e Ottaviano si
chiariranno negli anni successivi, per Sesto Pompeo e Lepido non
avranno tempo di chiarirsi mai. Il primo contrasto sorse tra Sesto Pom-
peo e Ottaviano. Quello continuava a fare il pirata e inoltre suscitava.
come figlio del grande Pompeo, pericolose simpatie in Italia. Dopo
molte e burrascose trattative, con gli accordi di Taranto del 37, Otta-
viano ottenne da Antonio aiuti in navi e soprattutto mano libera nel
combattere Sesto. La spedizione, accuratamente organizzata da quello
I dissensi che sarà poi per lunghi anni il più fedele collaboratore di Ottaviano.
tra i triurnviri Agrippa, riUSCÌ vittoriosa; presso Naulòco nel 36 Sesto Pompeo era in-
teramente sbaragliato e costretto a prendere la fuga verso l'Asia, dove
poco dopo moriva.
Dalla morte di Cesare alla battaglia di Azio 141

Ma l'occupazione della Sicilia dava tosto luogo a un conflitto con


Lepido. Questi aveva aiutato Ottaviano, ma ora pretendeva tener per sé
la Sicilia. Dopo una breve lotta, egli fu vinto e spossessato, oltre che del
suo governo in Africa, anche del titolo di triumviro, e visse poi molti
anni ancora con la sola, per altro insigne, funzione di pontefice massi-
mo, di cui non fu privato. Ottaviano era ormai padrone assoluto del-
l'Occidente.
Intanto Antonio aveva un grosso problema da risolvere in Oriente. A Ottaviano
Nel 40 i Parti, che erano stati tempo prima chiamati in aiuto da Cassio l'Occidente; ad
Antonio
ed erano guidati da un repubblicano romano fuggiasco, Labieno, inva- l'Oriente
devano la Siria, e mettevano il disordine anche negli Stati vassalli vici-
ni, fino allora fedeli a Roma. Ci volle già molto tempo a ricacciarli al di
là dei confini dell'impero, ma poi nel 37 Antonio volle organizzare una
spedizione contro i Parti stessi per colpirli nel cuore del loro impero.
Forse egli voleva imitare la spedizione di Alessandro contro la Persia,
ma fallì miseramente e fu messo in rotta dai Parti, che non invasero di
nuovo la Siria perché divisi in contese interne (36 a.c.). Solo nel 34 An-
tonio si prenderà una parziale rivincita, occupando l'Armenia, stato
vassallo dei Parti, la quale però pochi anni dopo sarà di nuovo ricon-
qui stata dai Parti (31 a.c.).

12.4 Il conflitto definitivo fra Antonio e Ottaviano

Intanto un altro fatto approfondiva il distacco tra Antonio e Ottaviano e


valeva a definire in modo irrevocabile il diverso orientamento dei loro
spiriti. Antonio, preso di passione per la regina di Egitto, Cleopatra, la
sposava nel 37 a.c., senza curarsi del suo matrimonio con Ottavia, che Cleopatra
solo più tardi formalmente ripudiava. Aderendo all'abitudine ellenisti- conquista anche
Antonio
ca di divinizzare i sovrani, egli si faceva riconoscere quale Dioniso od
Osiride, mentre Cleopatra era salutata come Iside o Afrodite, e dei due
loro figli Alessandro era soprannominato Helios, cioè Sole, mentre la
femmina, Cleopatra, era soprannominata Selene, cioè Luna, quasi a
identificarli con questi due esseri ritenuti anch'essi divini. Un altro fi-
glio fu chiamato Tolemeo Filadelfo per ricordo del più glorioso antena-
to di Cleopatra. Poi, verso la fine del 34, con cerimonie solenni ad Ales-
sandro e Cleopatra Se lene erano assegnati rispettivamente il regno di
Armenia e il regno di Cirene e Libia, mentre all'altro figlio Tolomeo Fi-
ladelfo era assegnata una serie di territori in Siria e Cilicia, che Antonio,
togliendo alle province romane e agli Stati vassalli di Roma, aveva da-
to poco prima in dono a Cleopatra. Cleopatra stessa era proclamata, co-
me tutrice di questi figli, «regina dei re» e le era associato al trono
d'Egitto il figlio che si diceva avesse avuto da Cesare, Cesarione, col ti-
142 Manuale di storia romana

tolo di «re dei re». Benché, come si vede, Antonio non assumesse per-
sonalmente nessuna dignità reale, cioè si mantenesse semplice triumvi-
ro romano, questi fatti e altri analoghi non potevano non sollevare sde-
gno nell'opinione pubblica italiana, che vedeva abbandonati, in favore
di costumi e di persone orientali, le sue tradizioni e i suoi stessi dominii
in Oriente. Invece Ottaviano andava accentuando sempre più, con sicu-
Ottaviano a ra consapevolezza, la sua opera di restaurazione dei valori religiosi e
Roma restaura morali propri della tradizione romana, la pietà verso gli dèi, la serietà
i costumi
tradizionali dei costumi, l'amore per il lavoro, soprattutto per l'agricoltura da lui
esaltata in mille modi. E con lui collaboravano fervidamente i suoi ami-
ci, tra cui Agrippa e Mecenate. Per incitamento di Mecenate, in quegli
anni Virgilio scriveva le Georgiche, in cui cantava il lavoro dei campi
come opera di elevamento spirituale. Moltissimi ormai vedevano in Ot-
taviano chi avrebbe garantita la pace, salvando, pur negli inevitabili
sconvolgimenti economici dovuti alla necessità di accontentare i vete-
rani con distribuzione di terre, l'essenziale della tradizione romana.
Una fortunata spedizione in Dalmazia e Illiria tra il 35 e il 34 a.c.,
che, tra l'altro rafforzava il dominio romano nella Dalmazia, accresce-
va il suo prestigio. Non mancavano naturalmente anche a lui difficoltà,
soprattutto dopo che alla fine del 33, scadde il suo mandato di triumvi-
ro ed egli (come Antonio) avrebbe dovuto ritornare privato. Ma ciò
avrebbe significato rinunciare alla propria opera, perché Ottaviano non
aveva fino allora altro privilegio personale che quello dell'inviolabilità,
largitagli nel 36. Di più le popolazioni protestavano per le dure tasse
imposte. Ma Ottaviano seppe con forza e destrezza impedire di essere
deposto da triumviro e legare a sé con solenne giuramento i cittadini
d'Italia e i sudditi delle province occidentali. Poté quindi affrontare con
tranquillità Antonio, quando il conflitto si presentò inevitabile. La guer-
ra fu dichiarata, con molta avvedutezza, non ad Antonio, ma a Cleopa-
tra. Di fatto la lotta era ancora una volta tra Roma e il mondo ellenisti-
co, a cui Antonio si era assimilato: in ciò appunto, nell'avere dietro di
sé, con l'Italia, le energie più vive dello Stato romano, stava la forza di
Ottaviano.
E quando, il 2 settembre del 31, le due flotte avversarie si scontraro-
Antonio e no presso il promontorio di Azio in Epiro, la vittoria fu di Ottaviano: una
Cleopatra parte della flotta di Antonio si era ritirata senza combattere. Antonio e
si suicidano
dopo la Cleopatra si rifugiarono in Egitto, ma una vera resistenza non fu tentata.
sconfitta di Azio Entrambi si uccisero. Ottaviano fu signore assoluto dell'impero.
Dalla morte di Cesare alla battaglia di Alio 143

Bibliografia
M. A. LEVI, Ottaviano capoparte, Firenze 1933; R. SYME, The Roman revolu-
tion, Oxford 1939 (trad. it.: La rivoluzione romana, Torino 1962); Id., The Au-
gustan Aristocracy, Oxford 1986; Between Republic and Empire: Interpreta-
tions oJ Augustus and his Principate, a cura di K.A. Raaflaub, Berkeley 1990;
G. CRESCI MARRONE, Ecumene augustea, Roma 1993; A. FRASCHETTI, Roma e
il principe, Bari 2005; The Cambridge Companion to the Age oJ Augustus, a
cura di K. Galinsky, Cambridge 2005; W. ECK, Augustus und seine Zeit, 4~ ed.,
Monaco 2006 (trad. it.: Augusto e il suo tempo, Bologna 2000).
Sulle popolazioni alpine, escluse dalla concessione della cittadinanza ai
Cisalpini nel 49 a.c.: U. LAFFI, Contributio e adtributio, problemi del sistema
politico-amministrativo dello Stato romano, Pisa 1966; sulla fine dell'ammi-
nistrazione provinciale della Gallia Cisalpina e la sua integrazione nell 'Italia:
F. CÀSSOLA, La colonizzazione romana della Transpadana, in Die Stadt in
Oberitaien und in den nordwestlischen Provinzen des romischen Reiches, Atti
conv. Colonia 1989, a cura di W. Eck eH. Galsterer, Mainz am Rhein 1991,
pp. 17-44. Sull'identità italica cfr. i saggi di A. GIARDINA, L'Italia romana: sto-
rie di un' identità incompiuta, Bari 1997.
La nuova organizzazione dell'Impero
CAPITOLO TREDICESIMO

13.1 La situazione dell'impero dopo la battaglia di Azio


e il programma di Ottaviano

Dalla vittoria di Azio era intanto derivata una prima conseguenza: che
l'Egitto era passato non sotto il dominio romano, ma sotto il dominio
personale di Ottaviano, che lo governerà per mezzo di un funzionario, il
prefetto di Egitto. Già questo fatto solo indicava che egli non intendeva
ridare al Senato il potere sovrano, che le guerre civili gli avevano tolto.
La riforma Di più la stessa vittoria, vittoria militare, non poteva se non confermare
dello Stato Ottaviano nella convinzione che i soldati erano elemento essenziale
della sua potenza e che quindi egli doveva assicurarsi la loro devozione,
sia con privilegi, sia impedendo che essi passassero alle dipendenze di
altri. In fondo il principio che aveva guidato Cesare - costituire una dit-
tatura sulla forza militare - guidava anche il suo erede. Solo che questi.
(come già avvertimmo), per l'esperienza della lotta contro le tendenze
orientaleggianti di Antonio, era inoltre convinto che la tradizione di Ro-
ma con i suoi molti secoli di ininterrotta grandezza non poteva essere
abbandonata e che quindi non potevano essere nemmeno distrutte quel-
le istituzioni romane e quelle categorie di persone che avevano rappre-
sentato, anzi creato, questa tradizione. Di qui lo sforzo di Ottaviano.
dalla battaglia di Azio in poi: trovare il modo di utilizzare il più possi-
bile nel nuovo Stato i vecchi uomini e le vecchie cose, ma nello stesso
tempo, dare a sé, con l'appoggio dell'esercito, la più ampia somma di
poteri. Era un 'impresa delicatissima, che impegnerà per molti anni l'in-
telligenza di Ottaviano e dei suoi collaboratori e subirà naturalmente
trasformazioni e correzioni prima di giungere a un assetto almeno rela-
tivamente stabile: ed è appunto questa impresa, da cui è stata modella-
ta la Roma imperiale, che costituisce la vera grandezza di Ottaviano.
per la novità e originalità delle istituzioni che egli seppe creare, con-
temperando il nuovo e l'antico.
La nuova organizzazione dell'Impero 145

13.2 Le fasi della costituzione augustea

Dopo Azio, per qualche anno, Ottaviano ritenne di poter fondare il suo
potere prendendo a base l'antica autorità consolare, allargata per lui con
alcuni privilegi sino allora inerenti ai tribuni della plebe. Di fatto dal 31
al 23 a.C. egli fu ininterrottamente ogni anno console con un collega a
lui devoto, e se già nel 36 si era fatto conferire la prerogativa tribunizia
della inviolabilità, nel 30 si faceva conferire un altro privilegio tribunizio
iljus auxilii, cioè il diritto di intercessione su appello della persona lesa.
Di più, ad accennare la sua autorità militare, egli portava abitual-
mente come prenome l'appellativo imperator, come già Cesare, e per- Ottaviano
ciò imperatore divenne uno dei nomi più abituali per designare in ge- diventa
«imperator»
nere i capi dello Stato romano. Ma la base costituzionale era ancora
troppo fragile: in definitiva Ottaviano deteneva il potere illegalmente.
Perciò nel 27 a.c. si decise a una riforma più radicale pur senza ancora
rinunziare al consolato. Nella solenne seduta del 13 Gennaio con l'ap-
parenza di deporre ogni suo potere nelle mani del Senato e del popolo
romano, egli venne a una sistemazione più precisa della sua autorità. Se
egli formalmente rinunciava al potere, il Senato lo investiva per la du-
rata di dieci anni del governo di una parte delle province, quelle in cui
era stanziato quasi tutto l'esercito; sicché per questo potere che fu det-
to proconsolare, in quanto era analogo a quello che ogni proconsole
aveva nella sua provincia, Ottaviano aveva direttamente a sua disposi-
zione pressoché tutto l'esercito. In definitiva quindi egli aggiungeva al
potere che gli veniva dal consolato il potere proconsolare, cioè accre-
sceva la sua precedente autorità: e questa particolarissima autorità (auc- Il Senato
gli conferisce
toritas) che in tale modo egli acquisiva, faceva sancire solennemente il titolo
tre giorni più tardi, il 16 gennaio 27, col farsi conferire dal Senato il ti- di «augustus»
tolo di Augusto, che era imparentato strettamente con la parola auct-
oritas, derivando ugualmente dalla radice del verbo aug-eo e signifi-
cando la religiosa elevazione del principe sopra gli altri uomini l .
Augusto sarà ormai il termine con cui Ottaviano passerà alla storia,
appunto perché sarà il termine specifico e quasi intraducibile della sua
dignità imperiale: anche noi, da ora in poi, lo indicheremo sempre con
questo nome.
Ma ancora la trasformazione non era completa. I poteri di cui Au-
gusto poteva disporre erano diversi secondo le varie parti dello Stato.
Nell'Italia e nelle province lasciate all'amministrazione del Senato egli
era dotato di autorità consolare, limitata naturalmente, oltre che dal Se-

l Per questa interpretazione, che credo sicura, ma è contestata, sia permesso di rimandare ad A. von
Premerstein, «Phil. Wochenschrift» 1929,845 segg.; S. Reiter, «ib.» 1930, 1199 segg.
146 Manuale di storia romana

nato, dai singoli proconsoli delle province. Nelle province lasciate alla
sua amministrazione diretta, egli aveva invece autorità proconsolare
non limitata né dal Senato né da altri magistrati e quindi di gran lunga
superiore. Di più egli come console doveva sempre avere un collega
teoricamente uguale. La maggior parte di questi difetti inerenti alla co-
stituzione del 27 fu annullata con le riforme del 23, per cui Augusto de-
La riforma poneva il consolato, ma otteneva l'estensione del potere proconsolare
dei poteri per tutto l'impero e la sua elevazione forse in Italia e certo nelle pro-
vince senatorie al di sopra del potere dei consoli, dei proconsoli e del
Senato. Il potere proconsolare insomma, esteso a tutto l'impero, priva-
to del suo limite di dieci anni, si conformava in un imperium maius, su-
periore agli imperia degli altri magistrati. Inoltre le due prerogative tra-
sferite ad Augusto dai tribuni -l'inviolabilità e l'ausilio - erano com-
pletate con la terza prerogativa tribunizia, il diritto di veto per ogni
provvedimento che spiacesse all'imperatore, sicché d'allora in poi egli
avrà anche la potestà tribunizia nel pieno sens0 2 • Questo potere sembra
fosse ancora accresciuto nel 19 dando ad Augusto una facoltà non ben
precisabile di legislazione, e poiché già egli fungeva da presidente del
Senato (princeps senatus) e aveva il diritto di votare per primo in tutte
le proposte di legge che fossero presentate al Senato (sicché natural-
mente tutti gli altri Senatori si affrettavano a seguire il suo esempio) e
poiché d'altro lato egli aveva anche il diritto di presiedere i comizi, tut-
ta la legislazione restava praticamene in mano sua: sia quella che ema-
nava personalmente (editti), sia quella che era formalmente emanata dal
Senato (senatus consulta), sia infine quella che era emanata da tutto il
popolo nei comizi (leggi nel senso stretto della parola). E da ultimo nel
12 a.C., morto Lepido, ad Augusto era conferita anche la carica di POI/-
tefice massimo, cioè di massima autorità religiosa in Roma. Si aggiun-
ga poi che, rivestendo ripetutamente la potestà censoria, Augusto ebbe
la piena possibilità di nominare nuovi senatori e destituire antichi, che
non gli paressero degni.
Le Riassumendo, il 12 a.c. l'autorità imperiale di Augusto risultava:
caratteristiche 1) dall'avere un'autorità superiore a tutti gli altri magistrati romani (im-
dell'autorità
imperiale perio proconsolare), che gli dava anche in mano direttamente quasi tut-
to l'esercito; 2) dall'avere la facoltà di controllo sugli altri magistrati.
propria dei tribuni della plebe (potestà tribunizia) ma senza i limiti di
tempo (un anno) e di spazio (in Roma) propria dei tribuni; 3) dall'ave-
re per il diritto personale di stabilire norme giuridiche, per il controllo

2 Poiché la potestà tribunizia si intendeva teoricamente rinnovata anno per anno, il numero degli ano
ni della potestà tribunizia di un imperatore serviranno a designare i suoi anni di regno. Giova qu:
inoltre avvertire che la interpretazione dei poteri conferiti ad Augusto nel 23 è estremamente in·
certa e discussa.
La nuova organizzazione dell'Impero 147

sul Senato e sui Comizi, piena facoltà di legiferare su tutto l'impero; 4)


dall'essere il capo religioso del popolo romano (pontefice massimo).
Altre prerogative minori si verranno via via aggiungendo; così per es. il
6 a.c. gli edili curuli eletti dai Comizi ebbero le incombenze limitate
da un prefetto dei vigili, capo della polizia in Roma, nominato dall'im-
peratore, cioè suo diretto dipendente.

13.3 La struttura dello Stato romano al tempo di


Augusto

In seguito a questo rinnovamento costituzionale Augusto diveniva, co-


me è ovvio, non solo di fatto, ma anche di diritto, il capo dello Stato ro-
mano. Egli era assistito nelle sue deliberazioni e anche in processi sot-
toposti al suo giudizio da un Consiglio (consilium principis), costituito Il «consilium
da suoi amici (Agrippa, Mecenate), da membri della sua famiglia e da principis»
altri funzionari dello Stato, che però non avevano alcuna autorità speci-
fica. Gran parte delle entrate dello Stato, a cominciare dai tributi delle
province imperiali, confluiva nella cassa dell 'imperatore, il fisc0 3 , tenu-
to ben distinto dall'antica cassa dello Stato romano, l'erario, ora limita-
to soltanto più alle entrate ed uscite dipendenti dal Senato. All'impera-
tore spettava anche il diritto esclusivo di battere monete d'oro e d'ar-
gento, mentre il Senato poteva solo battere monete di bronzo. I Comizi
continuavano ad eleggere i magistrati dell'antica repubblica e a votare
delle leggi, ma non avevano più nessuna importanza. Molta importanza
invece aveva il Senato, sebbene esso non potesse svolgere un'azione
politica indipendente da quella voluta da Augusto. Rinnovato nei suoi
membri per severe selezioni operate dall 'imperatore fra gli antichi
membri e per nuove nomine, esso era un grande corpo amministrativo.
Alle sue dirette dipendenze stava una parte delle province, di cui nomi-
nava i funzionari e le cui entrate confluivano nell' erario. L'imperatore
convocava spesso il Senato per udirne il parere in questioni importanti,
per fare votare consulti e infine per costituirlo in alta corte di giustizia in La riforma
cause di particolare rilievo. Ma soprattutto fu di grande peso che Augu- del Senato
sto considerasse privilegio dei senatori la maggior parte delle alte cari-
che dello Stato, cioè quasi tutti i governi delle province e conservasse ai
discendenti di senatori che avessero un censo di almeno un milione di
sesterzi la carriera della magistratura (questura, pretura, consolato) e
quindi anche la successione ai loro padri nel senato, essendo appunto i

3 In realtà una cassa unica dell' imperatore non ci fu che dal tempo di Claudio in poi, prima c' eran
parecchie casse (ciascuna dettafisco) per le varie entrate dell'imperatore. Ma la cosa non cambia.
148 Manuale di storia romana

senatori esclusivamente degli ex-magistrati. Fu così costituita in modo


rigoroso la carriera senatoriale, al di sotto della quale Augusto orga-
nizzò la carriera degli appartenenti alla classe equestre, cioè di coloro
che possedessero quattrocento mila sesterzi e fossero discendenti di ca-
valieri o fossero elevati dall'imperatore a questo rango. Ai cavalieri era-
no riservate le cariche di prefetto di Egitto, di comandante della guardia
dell'imperatore (cioè di prefetto di pretoriani), di governatore di certe
province minori, di rappresentanti del fisco nelle province (nei quali ul-
timi due casi prendevano il nome di procuratori) etc.
L'esercito ebbe naturalmente continue cure, ma ciò non impedì che
La riorganiz- Augusto si preoccupasse principalmente di ridurre il numero delle le-
zazione gioni, che durante il periodo delle guerre civili era cresciuto a dismisu-
dell'esercito:
nascono ra a pregiudizio, non a difesa, della sicurezza dello Stato e con forte ag-
i «pretoriani» gravio dei bilanci. Con prudenza ed energia le legioni furono ridotte da
sessanta circa fino a diciotto; poi, perché la riduzione si dimostrò ec-
cessiva, dopo varie modificazioni furono portate a venticinque. La
guardia personale che l'imperatore, come ogni generale del periodo re-
pubblicano, aveva nel suo quartiere generale (il pretorio) fu invece da
Augusto accresciuta in modo da costituire un corpo speciale e privile-
giato di truppe, i pretoriani, che risiedevano a Roma e avevano il com-
pito di difendere l'imperatore da ogni ribellione. A capo dei pretoriani
fu posto, come già dicemmo, un prefetto4 , che ebbe in seguito nella sto-
ria dell 'impero una grande importanza, potendo giungere con le forze
che aveva a disposizione a minacciare lo stesso imperatore. Il recluta-
mento dei soldati fu riorganizzato, tenendo però fermo che i soldati del-
le legioni potevano essere di regola soltanto dei cittadini romani, non
dei provinciali: la durata della ferma fu stabilita a vent'anni per ogni le-
gionario, a sedici per i pretoriani. Le leve da obbligatorie diventarono
sempre più spesso, salvo casi eccezionali di bisogno, volontarie. Come
prima, i veterani congedati continuarono a ricevere premi in denaro e in
terre, ma Augusto creò una cassa speciale, l'erario militare (da non
confondersi con l'erario sottoposto all'amministrazione del Senato), il
cui compito era di pagare i premi ai soldati congedati.
L'ordinamento augusteo dell'esercito che durò per due secoli, fu
decisivo per la storia dell'impero: esso si basava sul principio di distri-
Le legioni buire le legioni ai confini e di non mantenere una truppa unitaria al cen-
mandate tro come massa di manovra. Basterà quindi finché i confini potranno
a presidiare
i confini essere custoditi facilmente: non resisterà agli attacchi concentrati in un
solo punto.

4 Spesso, appunto per limitare l' onnipotenza del prefetto, la carica fu raddoppiata: i prefetti furonQ
due.
La nuova organizzazione dell'Impero 149

Molte colonie furono create per collocare veterani, ventotto nella


sola Italia; poi molte nelle province: delle prime basti ricordare Augusta
Taurinorum (Torino), delle seconde Nemausus (Nimes) in Francia;
Caesaraugusta (Saragozza) in Spagna.
Le province subirono naturalmente la trasformazione maggiore. Nuove colonie
Abbiamo già ricordato che esse furono divise in due categorie, quelle e province
sottoposte al Senato e quelle dipendenti direttamente dall'imperatore.
Furono province senatorie la Spagna Betica, la Sardegna con la Corsi-
ca, la Sicilia, l'Illirico, la Macedonia, l' Acaia (Grecia), l'Asia, la Bitinia
col Ponto, Creta con la Cirenaica, l'Africa. Furono province imperiali
la Spagna Terraconense e la Lusitania, la Gallia narbonese, la Gallia co-
rnata o transalpina (poi divisa in tre province, la Belgica, la Lugdunen-
se e l'Aquitania), la Siria e in condizioni particolari l'Egitto: nell' Il
a.c. anche l'Illirico passò all'amministrazione imperiale. Tutte le le-
gioni erano nelle province imperiali, salvo una legione che era nel-
l'Africa. I maggiori concentramenti di legioni erano, in Occidente, in
Spagna e in Gallia e sul Danubio; in Oriente, in Siria e in Egitto.

Fig.13.1 Le province romane durante l'impero di Augusto


150 Manuale di storia romana

I poteri di Augusto
Nessuno meglio di Tacito ha trattato la questione del passaggio dal sistema repubbli-
cano all'impero.
Facendo un consuntivo dei cambiamenti politici, morali, sociali e costituzionali che con-
notarono il principato augusteo scrive lo storico, nei suoi Anna/es (1.2):
Dopo che, uccisi Bruto e Cassio, lo stato restò disarmato e, con la disfatta di Pompeo
in Sicilia, l'emarginazione di Lepido e l'uccisione di Antonio, non rimase a capo delle
forze cesariane se non Cesare Ottaviano; costui, deposto il nome di triumviro, si pre-
sentò come console, pago della tribunicia potestà a difesa della plebe. Quando ebbe
adescato i soldati con donativi, il popolo con distribuzione di grano, e tutti con la dol-
cezza della pace, cominciò passo dopo passo la sua ascesa, cominciò a concentrare su
di sé le competenze del senato, dei magistrati, delle leggi, senza opposizione alcuna: gli
awersari più decisi erano scomparsi o sui campi di battaglia o nelle proscrizioni, men-
tre gli altri nobili, quanto più pronti a servire, tanto più salivano di ricchezza o in cariche
pubbliche, e, divenuti più potenti col nuovo regime, preferivano la sicurezza del presente
ai rischi del passato.
Già Giulio Cesare aveva ottenuto la tribunicia potestas, cioè il potere di tribuno della
plebe, senza ricoprire la carica di tribuna, visto che era un patriziO e tale carica era vieta-
ta ai patrizi. Anche il figlio adottivo Ottaviano fu insignito della medesima potestà tri-
bunizia. Lo storico Appiano (1.132), parlando delle misure adottate dopo la sconfitta di
Sesto Pompeo nel 36 e dopo la deposizione di Lepido dal triumvirato, scrive quanto
segue:
per acclamazione, lo elessero tribuno a vita, sollecitandolo con una magistratura per-
petua a deporre la precedente.
La carica precedente era quella di triumviro, che in effetti Ottaviano abbandonò, per ri-
coprire cariche nuove, perpetue come la potestà tribunizia, ed estese su ogni ambito
della vita politica e militare di Roma. La potestà tribunizia lo rendeva capo del popolo,
responsabile del benessere della plebe e di un trattamento equo da parte delle autori-
tà. Suo padre adottivo, Cesare, era stato il capo del partito dei popu/ares, erede della
politica di Caio Mario, e Ottaviano seguiva l'esempio di questi suoi predecessori. Inol-
tre la potestà tribunizia conferiva l'inviolabilità alla persona di chi la rivestiva.
Scrive infatti Cassio Diane (L111.17):
La cosiddetta potestà tribunizia, che un tempo assumevano solo gli uomini di partico-
lare prestigio, concede agli imperatori la facoltà di annullare le misure decise da un al-
tro magistrato, nel caso in cui non l'approvino, e l'inviolabilità della persona; inoltre,
qualora appaia che subiscano qualche ingiustizia anche di lieve entità, non solo in caso
di aggressione fisica ma anche verbale, hanno il potere di mandare a morte senza pro-
cesso l'aggressore con l'accusa di empietà.
Lo stesso Augusto fa riferimento al conferimento della tribunicia potestas a vita, con rin-
novo annuale automatico, che fu deciso nel 23, e scrive nelle sue Res gestae (cap. 10):
Per legge è stato deciso che la mia persona fosse sacra in perpetuo, e per tutta la mia
vita io ricoprissi la potestà tribunicia. Ho rifiutato di essere nominato pontefice massi-
mo, succedendo ad un collega che era ancora in vita, allorquando il popolo mi offriva il
sacerdozio che mio padre aveva ricoperto. Alcuni anni dopo io accettai questo sacer-
dozio quando morì colui che, approfittando dell'occasione dei disordini, lo aveva avuto;
e allora una moltitudine che mai si ricorda di aver visto prima a Roma venne in assem-
blea per la mia elezione da tutta l'Italia.
La nuova organizzazione dell'Impero 151

Qui Augusto fa riferimento ad un'altra carica che costituì un altro fondamento dei nuo-
vi poteri imperiali, e che sarà caratteristica di ogni futuro imperatore, quella di pontefi-
ce massimo.
Scrive, a proposito degli imperatori romani, lo storico Cassio Dione (LlI1.17):
assumono la carica di pontefice massimo, detengono l'autorità suprema in materia re-
ligiosa su tutte le questioni sacre e profane.
Nel 12 a.C. Augusto succedette al defunto Lepido al sommo pontificato e sui rilievi del-
l'Ara Pacis egli compare in mezzo ai sacerdoti, fra i quali già rivestiva la massima cari-
ca. Anche molte statue lo raffigurano con un lembo della toga sul capo, com'era co-
stume per i ritratti dei pontefici massimi.
Altre prerogative di Augusto e, dopo di lui, degli altri imperatori romani, sono descritte
nello stesso brano di Cassio Dione:
essi hanno il potere di compilare le liste della leva, di raccogliere fondi, di dichiarare la
guerra e di trattare la pace, di avere la piena autorità sui cittadini e sulle genti stranie-
re dovunque e sempre, sino al punto di poter mettere a morte anche cavalieri e senatori
all'interno del pomerio e, infine, possiedono anche tutti gli altri poteri concessi un tem-
po ai consoli e agli altri magistrati con autorità indipendente. Per quanto riguarda inve-
ce le funzioni che essi esercitano in virtù del potere censorio, essi tengono sotto con-
trollo il tenore delle nostre vite e dei nostri costumi e svolgono il censimento incorpo-
rando alcuni cittadini nell'ordine equestre o in quello senatorio ed escludendo altri da
queste classi, a seconda della loro decisione.
La prima e più importante definizione dei nuovi poteri dell'imperatore awenne nel 27
a.C. E il più importante fra questi poteri fu quello proconsulare maius, cioè il comando
delle truppe nelle province al di sopra dei vari governatori delle singole province. Es-
sendo l'Italia in gran parte smilitarizzata, erano infatti le province ad ospitare le legioni,
e specialmente le province in cui l'imperatore nominava direttamente i governatori, va-
Ie a dire quelle in cui c'era maggiore bisogno di truppe, laddove le province pacificate
erano affidate a governatori nominati dal Senato.
Cassio Diono LIII, 32 scrive in proposito:
il Senato gli diede l'imperium proconsulare maius a vita (non rinnovandolo come prima
a ogni uscita dal pomerio)
Nel 23 i poteri del principe furono ulteriormente definiti, assumendo un carattere vitali-
zio, e anche il comando militare proconsulare maius fu conferito a vita ad Augusto.
Nel 27, per suggerimento di Munazio Planco, Ottaviano ricevette il titolo onorifico di Au-
gustus.
Scrive in proposito Cassio Dione (LlI1.16):
Quando allora Cesare ebbe assunto di fatto tali privilegi, gli venne conferito il titolo di
Augusto da parte del Senato e del popolo romano. [ ... ) Lui assunse il titolo di Augusto,
come significativo di una condizione superiore alla umana: infatti tutti gli oggetti di mag-
giore valore e piÙ sacri sono definiti -augusti ...

Anche il sistema delle tasse dovute dai provinciali fu notevolmente


modificato sia con il diminuire la entità delle imposte, sia con il dare La riforma
più importanza ai pagamenti di tributi fissi che non ai pagamenti di tri- delle tasse
buti a percentuale sui prodotti del suolo (decime): e poiché gli uni e gli
altri si limitavano fino allora a colpire i proprietari dei terreni, stabilì
152 Manuale di storia romana

che i non possessori di terre dovevano pagare una tassa speciale per
persona, il cosiddetto tributum capitis. Accurate opere di misurazione e
censimento diedero la possibilità di tassare con più equità e conoscen-
za di causa che non prima.
Anche l'ordinamento dell 'Italia subì modificazione. L'Italia fu di-
visa in undici regioni; Roma, allargata di suburbi, in quattordici quar-
tieri (detti, anch 'essi, regioni). Entrambe le divisioni avevano, come è
ovvio, lo scopo di assicurare una migliore ripartizione dei servizi pub-
blici. Questi servizi furono del resto riorganizzati con norme nuove di
funzionamento: così per es. le distribuzioni gratuite del frumento al
Il nuovo proletariato di Roma furono affidate a un prefetto e a un altro prefetto fu
ordinamento affidata la organizzazione della importazione delle sostanze alimentari
dell'Italia
(praefectura annonae).
Poiché tutti gli Italiani erano da tempo esenti da ogni tassa, impose
loro due tasse, la tassa di successione (5 per 100) e la tassa sulle vendi-
te (dapprima l per 100) che dovevano alimentare l'erario militare; ma
la tassa di successione non colpiva l'eredità da padre in figlio e di altri
parenti prossimi e le piccole fortune.

13.4 Le guerre di Augusto

La politica di Augusto fu naturalmente pacifica: il suo stesso impero era


espressione di un profondo bisogno di pace e di riassetto dopo le guer-
re civili. Egli si compiacque di chiudere più d'una volta le porte del
tempio di Giano, che era il religioso segno della pace perfetta. Ma la
preoccupazione di dare confini più sicuri allo Stato romano portò a
guerre che ebbero poi talvolta sviluppi superiori e diversi di quelli che
i piani originari supponessero.
I confini La idea direttrice di Augusto fu di avere per confini le Alpi in tutta
occidentali la loro estensione, il Danubio e l'Elba (quest'ultimo a sostituzione del
dell'impero
Reno). La conquista dei confini delle Alpi, benché lunga, fu la più faci-
le. Nel 16 a.c. il Norico (cioè con larga approssimazione gran parte del-
l'odierna Austria) fu ridotto a provincia, nel 15 ebbero uguale sorte la
Rezia (press'a poco Alto Adige, Trentino, Cantone dei Grigioni, alta
Lombardia) e la Vindelicia (parte nord-est della Svizzera, del Baden e
del Wiirtemberg) dopo una abile impresa guidata da Druso e da Tiberio:
nel 141a regione delle Alpi Marittime fu ordinata a provincia. Nelle Al-
pi che furono da lui dette Cozie, il re Cozio dovette riconoscersi vassal-
lo di Roma.
L'area del basso Già assai più difficile fu condurre avanti lo spostamento dei confi-
Danubio ni romani nel medio e basso Danubio. Solo nell' 8 a.c. dopo lunghe lot-
te la Pannonia (press' a poco parte orientale dell' Austria, Croazia, Bo-
La nuova organizzazione dell'Impero 153

snia, Ungheria) fu sottomessa, ma non durevolmente. Nel 6 d.C. Tibe-


rio per conto di Augusto si accinse a sottomettere la regione che dai
Galli Boi che l'avevano occupata prese il nome di Boemia, ma che al-
lora era occupata dalla tribù dei Marcomanni, sotto il comando di Ma-
roboduo, che aveva un ambiguo atteggiamento verso Roma: una rivol-
ta in Pannonia, prendendo alle spalle i Romani, li costrinse a recedere e
solo dopo circa tre anni poté elevare la Pannonia, pienamente sotto-
messa, a provincia romana. A est della Pannonia, la Mesia fu ridotta a
provincia, mentre la Tracia fu lasciata a un re vassallo fedele.
L'avanzata verso l'Elba invece non riuscì, costò anzi all'Impero uno
dei più gravi sacrifici di uomini e di denari. Druso, che diresse la prima
fase di quest'impresa con molta perizia, morì nel 9 a.C. avendo appena
raggiunto l'Elba, ma senza avere costituito un solido sistema difensivo.
Ne conseguÌ una serie di sforzi inefficaci per mettere in atto la linea El- «Varo, rendimi
ba-Danubio progettata, finché nel 9 d.C., il capo della tribù dei Cheru- le mie legioni»
(la disfatta di
sci, Arminio, che aveva organizzato una vasta insurrezione contro Ro- Teutoburgo)
ma, riuscì ad attrarre in un agguato nella selva di Teutoburgo il genera-
le romano Quintilio Varo e le sue tre legioni e le distrusse interamente.
L'entità enorme del disastro convinse Augusto a rinunciare ad estende-
re oltre il Reno il confine dello Stato romano: perciò anche la conquista
della Boemia, che avrebbe dovuto servire al collegamento tra il confine
dell 'Elba e quello del Danubio, fu abbandonata come superflua. Ciò eb-
be conseguenze incalcolabili per la storia della civiltà, perché stabilì al
Reno il limite della romanizzazione dell'Europa: i Germani assimile-
ranno la cultura latina solo in modo indiretto, per la maggior parte.
Sarebbe molto lungo anche solo ricordare le altre iniziative di Au-
gusto per il riordinamento delle regioni confinarie. Diremo delle prin-
cipali. Uno dei punti più vulnerabili dell 'impero si era dimostrato da
tempo la frontiera orientale verso i Parti. Appunto perciò Parti e Roma-
ni si disputavano la supremazia sul regno di Armenia, che stava inseri-
to tra i loro confini: e inoltre i Parti avevano dimostrato dopo la morte di
Cesare di non voler trascurare la possibilità di estendersi verso la Siria Gli accordi
romana, mentre era nelle ambizioni di Roma di ottenere il protettorato diplomatici
con i Parti
sui Parti stessi. Augusto seppe però evitare una guerra. Con accorta di-
plomazia nei primi anni del suo governo seppe imporre sovrani amici di
Roma in Armenia e seppe perfino ottenere che la Parti a riconoscesse la
supremazia di Roma, e il suo re Fraate IV in segno di sottomissione re-
stituisse (20 a.C.) ai Romani le insegne prese a Crasso quando era stato
sconfitto a Carre. Ma assai presto in Parti a si manifestò una reazione e
salirono al trono sovrani ostili a Roma, che cercarono anche di strap-
parle la supremazia sull'Armenia. Augusto non insistette eccessiva-
mente. FinÌ con il rinunciare a ogni protettorato sui Parti e ad acconten-
tarsi che il re imposto dai Parti sull' Armenia riconoscesse la formale
154 Manuale di storia romana

supremazia di Roma sul suo Stato. Certo, come è ovvio, il problema


dell' Annenia non poteva dirsi risolto: e infatti darà luogo a nuove con-
tese con i Parti al tempo degli imperatori successivi; ma si evitò una
guerra logorante proprio negli anni in cui gli eserciti romani erano già
duramente provati in Gennania.
Gerusalemme In Oriente nel 25 a.c. il regno vassallo di Galazia fu trasfonnato in
e la Palestina una provincia romana poi allargata alle spese del vicino Stato vassallo
del Ponto. In Palestina fu dapprima favorito il fonnarsi di uno Stato vas-
sallo potente sotto l'idumeo Erode (37 a.c. - 4 a.c.) ma quando Erode
morì il suo Stato fu diviso in tre parti: nel 6 d.C. la più importante di
queste tre parti, la Giudea, con capitale Gerusalemme, fino allora go-
vernata da uno dei figli di Erode, Arche/ao, fu sottoposta al diretto do-
minio romano e trasfonnata in provincia. In Africa la Mauretania, dopo
qualche tempo di vassallaggio, fu nel 25 a.c. data a Giuba II mentre la
Numidia era già passata al tempo di Cesare alla provincia di Africa.

13.5 La riorganizzazione sociale e morale

Non è necessario esporre quali fossero i provvedimenti del governo au-


gusteo nell' interno di ogni provincia per risanare le finanze, placarvi le
Augusto visita ostilità a Roma, renderne efficienti i contributi militari etc. Del resto
le province quest'opera ci sfugge in molta parte; ma basti ricordare che per anni in-
ten Augusto risiedette in certe province per conoscerne i bisogni e ve-
derne da vicino le deficienze. Soprattutto la Gallia in cui egli riconobbe
una delle maggiori forze del 'impero, ebbe da lui, in cooperazione con
Druso, cure particolari: egli risiedette tre anni di seguito dal 16 al 13 a
Lugduno (Lione), il centro del complesso delle province in cui la Gallia
era suddivisa. La romanizzazione della Gallia fece nel periodo di Au-
gusto un passo decisivo: già al suo tempo essa poteva dare uno storico,
Trogo Pompeo, che in latino scriveva una storia universale.
In Italia, come in quasi tutte le altre province, prese molto sviluppo
il culto imperiale, cioè l'adorazione ora dell'imperatore senz'altro, ora
del genio protettore dell'imperatore: templi furono elevati per questo
culto, in parte spontaneamente, in parte per precisa volontà di Augusto.
Il cuIto Egli ebbe l'idea di costituire delle assemblee provinciali per il manteni-
dell'imperatore mento di questo culto che da un lato dovevano servire ad alimentare il
lealismo di ogni singola provincia verso Roma e dall'altro dovevano
servire a dare il modo ai provinciali di maggiore importanza di radu-
narsi e fare sentire i loro desideri al governo.
Ma la preoccupazione maggiore di Augusto fu il rinvigorimento
spirituale dell'Italia. Nessun imperatore sentirà più come lui 1'Italia
quale centro dell'impero, le tradizioni italiane quale sorgente della po-
La nuova organizzazione dell'Impero 155

tenza imperiale romana. Agli Italiani, ormai tutti cittadini romani, egli
attribuiva il compito di governare l'impero e perciò cercava di combat-
tere la costante diminuzione di nascite, èhe si riscontrava da tempo in
Italia, con il concedere privilegi ai padri di almeno tre figli (quattro se
liberti), con il multare i celibi e gli sposi senza figli etc. Questi provve-
dimenti valsero però a diminuire, non ad annullare la denatalità del-
l'Italia nel mondo antico che, accompagnata da abbondanti emigrazio-
ni nelle province, fu primo dei fattori della sua decadenza.
All'Italia soprattutto (e in particolare naturalmente a Roma) Augu-
sto riservò la maggior parte delle grandi costruzioni pubbliche, le qua-
li, se intendevano dare lavoro al proletariato, erano poi specialmente Nuove
destinate a celebrare il nuovo ordine di cose e i nuovi ideali di pace e infrastrutture
e opere
grandezza imperiale, imponendo una fisionomia nuova alle città e so- architettoniche
prattutto a Roma. A Roma archi, fontane monumentali, templi nuovi o
restaurati, palazzi, teatri, rinnovavano l'edilizia della città; il Pantheon,
il teatro di Marcello, il portico di Ottavia, lo stesso mausoleo di Augu-
sto fattosi costruire per sua tomba testimoniano ancor oggi ai visitatori
delle iniziative di Augusto e dei suoi amici. Il mirabile altare della Pace
in Campo Marzio (Ara Pacis Augustae) celebrava con non superata ele-
vazione religiosa il bene della nuova armoniosa disciplina morale of-
ferta al mondo. Fuori di Roma in Italia, gli archi di Susa e di Aosta, di
Pola (il cosiddetto arco dei Sergii) e di Rimini dicono ancora di questo
fervore di opere: e così fuori d'Italia per es. la così detta «casa quadra-
ta» di Nimes in Gallia.
Nella religione Augusto era naturalmente favorevole alla conserva-
zione dei vecchi culti tradizionali di Roma, perché strettamente asso-
ciati con la fortuna della città. Egli anzi cercò di ridare nuova vita a
molte cerimonie dimenticate, così come ricostruì vecchi templi andati
in rovina. Tra le cerimonie risuscitate basti ricordare i Giuochi secolari,
celebrati nel 17 a.c. che, secondo le buone norme, avrebbero dovuto
essere celebrati ogni 110 anni: fu in questi giuochi che una schiera di La riorganiz-
giovani e fanciulle cantò il Carme Secolare di Orazio, in cui il poeta zazione dei
collegi
pregava che il Sole non potesse mai veder nulla di più grande di Roma. sacerdotali
Ad Augusto si deve pure la riorganizzazione di antichi collegi sacerdo-
tali, come quello dei fratelli Arvali, dei Salii, dei Sodales Titii, ai quali
egli stesso volle essere aggregato. Nonostante ciò Augusto non fu pro-
fondamente avverso a culti nuovi e stranieri: egli si limitò a impedire
che i culti egiziani fossero celebrati nell'interno di Roma. E, come già
dicemmo, si deve a lui l'organizzazione del culto imperiale, per cui lo
stesso imperatore era elevato in vari modi a personalità divina, secondo
una concezione diffusa soprattutto in Oriente.
156 Manuale di storia romana

13.6 Il nuovo significato dell'imperialismo romano

Fu insomma scopo di Augusto creare un' atmosfera di passione morale


e religiosa, nonché di serietà politica, intorno al fatto che ormai Roma
era signora di gran parte del mondo conosciuto. Con Augusto l'impe-
rialismo romano acquista una profonda consapevolezza di avere una
La «missione» missione da compiere nel mondo: riprendendo un concetto che dal pen-
imperiale siero stoico era già passato nel circolo degli Scipioni, la conquista non
di Roma
è più un fatto bruto, il dominio del più forte, ma diventa il dominio del
migliore, che sa assicurare ai popoli soggetti giustizia e pace. Non c'è
nessuna tracotanza nell' orgoglio, perché anzi si teme che le virtù più
antiche si siano perdute e che Roma corra il pericolo di essere rovinata,
se la forza morale dei suoi figli non la sostenga. A questa formulazione
dei compiti di Roma nel mondo, collaborarono intensamente, intorno
ad Augusto, i poeti e gli storici della sua età; quasi tutti uomini che ave-
vano avute simpatie repubblicane, ma che ora si volsero verso il nuovo
ordine di cose: Virgilio, Orazio, Properzio, Livio. Virgilio che già nelle
Georgiche aveva cantato il ritorno ai campi voluto da Augusto, sarà nel-
«L'Eneide» l'Eneide quasi il poeta ufficiale dell'età augustea. Egli scriverà il poema
delle più lontane origini di Roma, al tempo della guerra di Troia, quan-
do Enea per volere dei fati si volse in Italia e divenne progenitore di Ro-
molo, il fondatore di Roma, con una delicatezza e umanità quale non
sarà mai più dato di riscontrare in un' opera di esaltazione nazionale.
Orazio Fiacco riprenderà nelle odi accanto a motivi poetici venutigli
dalla tradizione lirica greca e da lui riplasmati con novità di ispirazione,
motivi patriottici e civili di attualità; Properzio rievocherà antiche leg-
gende italiche nelle sue poesie; Livio narrerà in una grande opera di 141
libri tutta la storia romana dalle origini con una sconfinata ammirazio-
ne per le virtù morali degli antenati, con riverenza per la tradizione, con
Le storie di Tito un melanconico timore che stesse per approssimarsi la rovina dopo tan-
Livio e Dionigi ta grandezza. E in greco altri scrittori, come Dionisio di Alicarnasso,
di Alicarnasso
autore, come sappiamo, di una storia delle origini romane, diffonderan-
no, seppure con minore efficacia, idee analoghe.

13.7 La famiglia di Augusto: sua morte

Le vicende famigliari di Augusto sono estremamente complicate. Ciò


ha importanza anche per la storia in quanto, se in teoria il Senato solo
poteva nominare il successore nell 'impero, in realtà era chiaro che toc-
cava ad Augusto di designarlo per il caso di morte. Augusto aveva avu-
La famiglia to dalla moglie Sempronia una figlia sola, Giulia, che gli darà gravi do-
imperiale lori per la sua condotta scandalosa, tanto che a un certo punto la man-
La nuova organizzazione dell'Impero 157

derà in esilio; dalla seconda moglie, Livia, che sarà la compagna di gran
parte della sua vita, non ebbe figli, ma Livia aveva avuto da un primo
marito due figli, Tiberio e Druso. Augusto non pensò dapprima di sce-
gliere suoi eredi Tiberio e Druso, pensò invece al nipote Marcello, fi-
glio della sorella Ottavia, ma questi morì, dopo aver assai promesso di
sé, non ancora ventenne (23 a.C.). Allora Augusto diede in moglie al
suo fedele collaboratore Agrippa la figlia Giulia con l'intenzione di no-
minare suoi eredi i figli che ne nascessero. E infatti adottò i due figli
che Agrippa ebbe da questo matrimonio, Gaio e Lucio. Ma entrambi
morirono in giovane età, uno il 2, l'altro il4 d.C. Poiché Druso era mor-
to, non restava ad Augusto altro che adottare Tiberio, nonostante che
questi si fosse guastato con lui e già da parecchi anni vivesse in una
specie di esilio a Rodi.
Tiberio quindi nel 4 d.C. non solo fu adottato, ma anche parzialmen-
te associato al trono con il concedere anche a lui la podestà tribunicia. La morte
Egli, che pure aveva un figlio di nome Druso, dovette adottare il figlio di Augusto
del fratello Druso, Germanico, al quale avrebbe dovuto toccare la suc-
cessione. Così nel 14 d.C., quando Augusto morì all'età di 76 anni, Ti-
berio gli succedette. Augusto, annesso al suo testamento, aveva lasciato,
con incarico che si pubblicasse, un elenco delle sue imprese (Res Ge-
stae) che noi ora diciamo Monumento Ancirano perché tra le copie pur-
troppo frammentarie, che abbiamo, la prima e più completa fu scoperta
ad Ancira (odierna Ancara) in Asia minore. In una obiettiva assai rapida
esposizione Augusto fissa in questo documento le varie tappe della tra-
sformazione che la sua opera instancabile fece subire all'impero.

Bibliografia

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YER, Kaiser Augustus, in Kleinen Schriften, I, 2~ ed., Halle 1924; M. ROSTOV-
ZEV, Storia economica e sociale dell' impero romano, trad. it., Firenze 1933,
pp. l segg.; M. A. LEVI, Augusto (profilo), Roma 1929; T. RICE HOLMES, The
Architect oj the Roman Empire, Oxford 1928-32; ; G.W. BOWERSOCK, Augu-
stus and the Greek World, Oxford 1965; P. ZANKER, Augustus und die Macht
der Bilder, Monaco 1987 (trad. it: Augusto e il potere delle immagini, Torino
1989); M. PANI, Roma e i re d'Oriente da Augusto a Tiberio: Cappadocia, Ar-
menia, Media Atrapatene, Bari 1972. Il monumento ancirano con gli altri
frammenti delle opere di Augusto in MALCOVATI, Imperatoris Caesaris Augu-
sti operumjragmenta, 2~ ed., Torino 1928; testo, traduzione e commento in in-
glese: http://penelope. uchicago .edu/Thayer/E/Roman/Tex ts/ A ugus tus/
Res_Gestae/home.html.
Gli imperatori della casa Giulia-Claudia
CAPITOLO QUATTORDICESIMO

14.1 L'eredità di Augusto e i suoi problemi

Augusto aveva profondamente trasfonnato l'impero romano, ma non


aveva potuto fare sì che i due elementi su cui si sosteneva il suo sistema
Esercito - da un lato l'aristocrazia romana, dall'altro l'esercito tratto dalla pic-
e aristocrazia cola borghesia e dal proletariato italiano - si amalgamassero a tale pun-
alla base
dell'Impero to da non dare più occasione a contrasti. In secondo luogo, se egli ave-
va per un lato favorito l'Italia col mantenerla, anzi rafforzarla nel pri-
mato sull'impero, dall'altro lato non aveva mancato di favorire l'incre-
mento della vita delle province, con il risultato che queste, di nuovo fio-
renti, cercavano sempre più di diminuire il loro distacco dalle condi-
zioni dell 'Italia.
I problemi interni essenziali erano dunque due: l) tendenza del Se-
nato a imporre la sua autorità e dell'esercito, e in ispecie dei pretoriani
a Roma, a contrapporre la sua; 2) contrasti politici ed economici tra Ita-
I principali lia e province. Il problema che diede più da pensare ai successori im-
problemi mediati di Augusto fu il primo. In teoria l'aristocrazia romana, che da-
del sistema
imperiale va i Senatori, non avrebbe dovuto essere malcontenta del nuovo ordine
di cose, che le assicurava occasione di così brillanti carriere nelle pro-
vince. Di più, poiché dipendeva sempre maggionnente dagli imperato-
ri essere fatto pretore o console, e poiché a coloro che erano stati preto-
ri e soprattutto consoli, spettavano i migliori posti nell' amministrazio-
ne provinciale (senza contare che ai loro figli erano aperte maggiori
probabilità di carriera) potrà sembrare naturale che la aristocrazia ro-
mana dovesse cercare di accattivarsi il favore dell'imperatore. Ma in-
tanto c'era l'ostilità delle famiglie, che si vedevano o si credevano tra-
scurate dall'imperatore nelle cariche, e poi effettivamente l'aristocrazia
romana nel complesso, nonostante la condizione di privilegio mantenu-
tale nel nuovo ordine di cose, non dimenticava di essere stata signora
dello Stato romano e perciò si piegava solo con difficoltà, e spesso re-
sistendo, ai voleri dell'imperatore. Con Tiberio comincia il culto per la
Il culto libertà repubblicana in certe famiglie romane, soprattutto in quelle su
della «libertà cui influiva la teoria filosofica dello Stoicismo, con la sua esaltazione
repubblicana»
Gli imperatori della casa Giulia-Claudia 159

della libertà interiore e della impassibilità davanti al male e al terrore


della morte. Tacito ci ha descritto mirabilmente questi tipi fieri di re-
pubblicani stoici, intolleranti sino al fanatismo.
D'altra parte era naturale che l'esercito o per meglio dire le truppe Il potere
stanziate in una determinata regione (sul Reno o sul Danubio o in dei pretoriani
Oriente) cercassero di imporre imperatori scelti tra i loro comandanti,
che assicurassero loro privilegi, vita più facile etc. In particolare poi i
pretori ani stanziati a Roma avevano agio di imporre il loro volere, sia
allo stesso imperatore, sia al Senato, ma destavano anche l'invidia degli
altri corpi armati per il tempo più breve della ferma, per la residenza
privilegiata, per tutti i donativi di cui gli imperatori, per averli devoti, li
ricoprivano.

14.2 Tiberio (14-37 d.C.)

Le difficoltà della gloriosa eredità augustea si fecero sentire subito a Ti-


berio. Uomo già anziano, sperimentato nel governo a cui era stato as-
sociato da Augusto negli ultimi anni, aristocratico d'animo, freddo e ta-
gliente di modi, ligio al dovere e onesto fino allo scrupolo, ma incline al
pessimismo, egli assunse la sua carica senza entusiasmo e solo dopo Tiberio nuovo
che il Senato insistette, di fronte alle sue esitazioni, perché egli diven- imperatore
tasse imperatore. Un seguito di rivolte militari gli fece immediatamen-
te sentire che egli aveva ragione nel ritenere gravoso il suo compito.
Nell'esercito erano stati accolti, soprattutto dopo il disastro di Varo in
Germania, molti elementi infidi; d'altra parte si aveva avuto il torto, per
ritardare il pagamento del premio che spettava ai veterani mandati in
congedo, di prolungare arbitrariamente la loro ferma: perciò si ribella-
rono prima le legioni di Pannonia, poi quelle di Germania, ma le prime
furono abilmente placate dal figlio di Tiberio, Druso, le seconde dal-
l'erede presuntivo del trono, Germanico, idolo dei suo soldati.
Intanto Tiberio aveva proceduto alla chiara formulazione del suo La rinnovata
programma. Dal punto di vista della costituzione egli si mantenne fe- importanza
del Senato
dele alle direttive di Augusto, e lo dichiarò solennemente; solo volle ac-
centuare l'autorità del Senato, di cui desiderava la intima collaborazio-
ne, e perciò tolse ai comizi, cioè al popolo, il diritto di eleggere i magi-
strati e lo attribuì al Senato medesimo, che divenne l'unico corpo elet-
torale di Roma. Tutte le questioni importanti furono sempre portate da
Tiberio al Senato per la discussione. Non volle onori speciali e rifuggì
dal culto imperiale, proclamandosi uomo degno di essere trattato da uo-
mo, ma non poté impedire che in parecchi luoghi lo si adorasse ugual-
mente. Nelle finanze volle la più assoluta economia e riusCÌ infatti, pur
evitando eccessi fiscali e atti di avarizia, a portare il bilancio in buone
160 Manuale di storia romana

condizioni, quali Roma avrà di rado. Nelle province ritenne opportuno


evitare ogni estensione di confini e perciò permise a Germanico di com-
piere tra il 14 e il 17 una serie di spedizioni punitive in Germania solo
per rinstaurare il prestigio delle armi romane, ma quando Germanico,
inorgoglito di questi successi, pensò a effettuare conquiste al di là del
Le campagne Reno, egli lo richiamò. Del resto, nella politica con i Germani, lo aiuta-
militari contro rono i loro dissidi interni, i quali portarono alla rapida disparizione del-
i Germani
e i Traci le leghe di due rivali, Arminio e Maroboduo, dei quali il primo fu ucci-
so e il secondo si rifugiò in Italia a chiedere ospitalità a Tiberio, che
gliela concedette in Ravenna per tutto il resto della vita. In Tracia sep-
pe mantenere, contro tutti i tentativi di ribellione, la divisione in due
stati vassalli, che già Augusto aveva predisposto. Per le questioni di
Oriente infine mandò in missione straordinaria con poteri speciali il ni-
pote Germanico, nel 17, appena lo richiamò dal Reno, e infatti Germa-
nico seppe assai bene accomodare i vari problemi insoluti, tra l'altro as-
sicurare all'Armenia un re vassallo ligio a Roma.
Ma il viaggio di Gerrilanico diede luogo a una tragedia familiare,
che doveva influire per sempre sull'imperatore. Germanico, popolaris-
simo tra i soldati e in Roma, era uno spirito irrequieto e ambizioso. Per-
ciò Tiberio, sebbene lo stimasse, non poteva non guardarlo con una cer-
ta ansietà e credette quindi opportuno di farlo controllare in Oriente da
un uomo di sua fiducia, il governatore di Siria, Pisone. Ne sorse un fe-
roce contrasto tra Germanico indignato e Pisone, aggravato dal fatto
che il primo volle fare un viaggio in Egitto contro il divieto che Augu-
sto, per assicurare meglio a se stesso l'assoluta sovranità in quel paese,
La morte aveva vietato a ogni senatore romano di introdursi. Insomma, quando
di Germanico Germanico venne di lì a poco a morte (19 d.C.), molti credettero che
egli fosse stato avvelenato e molti credettero pure che non fosse stato
estraneo l'imperatore per assicurare la successione al figlio Druso. Pi-
sone fu trascinato in giudizio e costretto a sottrarsi col suicidio alla con-
danna, ciò che implicitamente parve una conferma dei sospetti su Tibe-
rio. È probabile che tutto ciò fosse falso, ma non mancò di sollevare
l'opinione pubblica contro l'imperatore ed' altra parte rendere più cupo
e amaro il suo carattere.
Sorse allora la potenza di Elio Seiano, prefetto del pretorio. Tiberio
non mancava di continuare a interessarsi con senso del dovere per la
Elio Seiano sorte dell'impero; reprimeva alcune rivolte in Gallia e un'altra ben più
prefetto pericolosa in Africa, guidata da Tacfarinas, capo tribù dei Mauretani
del pretorio
(17-24 d.C.); cercava anche di trarre profitto da torbidi interni in Partia
per imporre un sovrano a lui favorevole (Tiridate III), ma quando vede-
va che era impossibile mantenerlo sul trono trovava un modo abile per
riconoscere senza diminuzione di prestigio il ritorno del sovrano legit-
timo Artabano III. Nonostante tutto ciò, era indubbio che egli non ave-
Gli imperatori della casa Giulia-Claudia 161

va più gusto al comando e sentiva il bisogno di solitudine. Perciò lasciò


sempre più mano libera a questo prefetto del pretorio e nel 26 giunse
con deliberazione stranissima ad abbandonare Roma e ad andare a ri-
siedere nell'isola di Capri, dove, salvo brevi allontanamenti, dimorerà Tiberio si ritira
a Capri
sino alla morte. Seiano poteva dirsi assai forte, non però padrone, per-
ché Tiberio continuava per mezzo di lettere a far udire la sua volontà al
Senato.
Ora Seiano, che era di pochi scrupoli, voleva succedere sul trono a
Tiberio. Perciò egli doveva da una parte eliminare il figlio di Tiberio,
Druso, dall'altra la vedova e i figli di Germanico. Certo Druso morì nel
23, e la fama che egli fosse avvelenato da Seiano merita qualche credi-
to. Non difficile era poi attaccare la famiglia di Germanico, che era ne-
cessariamente divenuta un centro di intrighi da parte di coloro che vo-
levano speculare sulla pretesa uccisione di Germanico. Tiberio poté
quindi finalmente essere persuaso a lasciare condannare Agrippina, la
vedova di Germanico, e il figlio maggiore Nerone alla relegazione nel-
l'isola Pandataria. Un secondo figlio fu imprigionato a Roma, e solo un
terzo figlio, Gaio, soprannominato Caligola', poté scampare perché
troppo giovane per dare ombra a Seiano. Il quale così giunse al limita-
re dell'impero: Tiberio, vecchio, lontano, sembra non comprendere il
gioco e nel 30 associa Seiano nella potestà proconsolare, nel 31 lo no-
mina suo collega nel consolato. La potenza di Seiano è al culmine. Ma, Le congiure
a quanto sembra, egli commise l'errore di voler affrettare la successio- di palazzo
ne congiurando contro Tiberio. In ogni caso ci fu chi giunse ad aprire
gli occhi all'imperatore, e a persuaderlo che suo figlio Druso era stato
ucciso da lui. E Tiberio, persuaso, procedette, com'era suo costume,
implacabile. Assicuratasi la fedeltà delle truppe pretoriane, sostituendo
abilmente Seiano con altro prefetto devoto, fece poi condannare a mor-
te il suo ministro dal Senato.
Era inevitabile che anche parecchi dei fedeli di Seiano fossero tra-
volti nella rovina, né Tiberio, inasprito, cercò in alcun modo di salvarli;
anzi i processi di lesa maestà, a cui anche già prima egli aveva dato mol-
ta importanza, furono resi più frequenti. E poiché la famiglia di Germa-
nico gli continuava a dare sospetti, - a torto o a ragione - infierì anche I sospetti
contro di questa. Agrippina e uno dei figli furono spinti dalla dispera- dell'anziano
Tiberio
zione a lasciarsi morire di fame, il secondogenito fu ugualmente fatto
morire, e rimase quindi vivo il solo Gaio. Non si può dire tuttavia, a par-
te questa persecuzione in ristretti limiti - di cui non possiamo sapere

l Caligola significa propriamente piccola caliga. cioè piccola scarpa militare. È l'epiteto che i sol-
dati di Germanico avevano dato al piccolo figlio del loro generale quando lo vedevano fra di loro
in tenuta militare.
162 Manuale di storia romana

quanto precisamente fosse giustificata - che nemmeno allora il governo


di Tiberio fosse veramente tirannico. La collaborazione col Senato, l' in-
teresse per il benessere dell'impero non furono mai dimenticati.
Di eredi restava a Tiberio solo il figlio del figlio Druso, Tiberio Ge-
mello, ancora troppo giovine per l'impero. Perciò egli non poté trascu-
rare (a parte altre possibili ragioni di pietà e di simpatia che non cono-
sciamo bene) di prendersi cura di Gaio (Caligola): egli comprendeva
bene che se anche non si fosse curato di lui, il Senato e il popolo, per
l'affetto che conservavano alla memoria del padre, lo avrebbero voluto
imperatore.
Gaio «Caligola» Tra Tiberio Gemello e Gaio, Tiberio non volle però decidere, la-
nuovo sciando quindi la via libera a tutti e due, ma senza certo farsi illusioni.
imperatore
CosÌ stranamente nel morire a Capri il37 d.C. a 78 anni, Tiberio lascia-
va per effettivo successore il venticinquenne figlio di Germanico, Cali-
gola.
Il giudizio di Tiberio è già in tutto quello che abbiamo detto. Non
ipocrita feroce, come lo vuole descrivere in pagine famose Tacito, ma
imperatore suo malgrado, tormentato dallo scrupolo di adempiere bene
il suo dovere e dalla incapacità di sapere trattare con gli uomini senza
prendere posizioni decise ed estreme che spesso inevitabilmente cade-
I giudizi vano nella crudeltà.
su Tiberio Egli ad ogni modo tramandava al suo successore un impero rasso-
dato contro tutte le ribellioni e finanziariamente sano; ma aveva ina-
sprito le relazioni del potere imperiale col Senato.

14.3 Caligola (37-41 d.C.)

Tiberio, come dicemmo, era sicuro che il Senato avrebbe scelto a suc-
cessore Caligola, e questi infatti, anche per l'aiuto del prefetto del pre-
torio, Macrone, fu nominato imperatore. I Senatori evidentemente spe-
ravano che il figlio di Germanico avrebbe continuato la tradizione pa-
tema e sarebbe stato favorevole alla loro autorità; ma invece il giova-
ne sovrano vagheggiava di instaurare una monarchia assoluta come
quella che aveva cercato di instaurare Antonio, di cui egli era pronipo-
te. Caligola dunque si distaccava risolutamente dalla tradizione augu-
Caligola stea: egli voleva non il rispetto della tradizione romana, ma invece in-
impone il culto troduzione di forme orientali, tra cui principalissimo il culto divino del
dell'imperatore
sovrano e dei suoi congiunti, non più semplicemente tollerato, come
avevano fatto i predecessori, ma imposto a quelli stessi che non ne vo-
levano sapere. L'urto col Senato e con tutti i fedeli alle idee tradizio-
nali fu di conseguenza tanto più forte quanto più ci si era illusi sulle
intenzioni di Caligola. Si aggiunse poi l'abitudine alle spese senza mi-
Gli imperatori della casa Giulia-Claudia 163

sure, che mise in seri imbarazzi le finanze romane già assestate da Ti-
berio e, costringendo a espedienti fiscali antipatici, accrebbe la impo-
polarità dell'imperatore.
A questa impopolarità egli cercò rimedio con alcune spedizioni mi-
litari, progettando la conquista della Britannia (Inghilterra) e una avan-
zata in Germania, ma senza pratica di cose militari, incapace di sce-
gliersi buoni generali, non concluse nulla di buono e cadde nel ridicolo. La congiura
Cominciarono le congiure: alcune furono scoperte; ma infine una, or- contro Caligola
ganizzata dall'ufficiale Cherea, riusciva a sorprendere Caligola e a uc-
ciderlo nel41 d.C. dopo poco più di tre anni di regno.

14.4 Claudio (41-54 d.C)

Caligola aveva fatto uccidere durante il suo regno il cugino Tiberio Ge-
mello nipote di Tiberio. CosÌ di appartenenti alla famiglia Giulia, capa-
ci di succedergli sul trono, non restava più nessuno. C'era solo un fra-
tello di Germanico, Claudio, che, debole di salute e timido tanto da es-
sere ritenuto deficiente, non aveva mai preso parte alla politica e non I pretoriani
era stato adottato da Tiberio, sicché in realtà egli non era passato alla acclamano
Claudio
famiglia Giulia, come il fratello, bensÌ era rimasto nella famiglia Clau-
dia e non poteva quindi dirsi in qualche modo destinato alla successio-
ne. Ma i pretoriani, affezionati alla memoria di Germanico, preferirono
Claudio a ogni altro candidato e costrinsero il Senato a riconoscere
l'imperatore.
Claudio aveva ormai 51 anni, era vissuto sempre in mezzo agli stu-
di e aveva scritto poderose opere sugli Etruschi e sui Cartaginesi, non-
ché una storia del regno di Augusto, aveva pure scritto un libretto per
caldeggiare la riforma dell'alfabeto romano. Era dunque in realtà non Uno studioso
un deficiente, come molti lo ritenevano, ma un uomo meditativo e un debole di salute
po' pedante, che, giunto sul trono, dimostrò anche di avere energia e se-
rietà nell' adempimento del suo dovere.
La fine tragica di Caligola gli aveva dimostrato che la tradizione ro-
mana era assai forte e che cercare di imporre in Roma una monarchia
assoluta era un errore. Perciò egli proclamò di voler ritornare al pro-
gramma di Augusto, desiderando assicurarsi cosÌ la fiducia del Senato
come quella dell'esercito. Di qui il suo sforzo per avere l'aiuto del Se-
nato, verso cui si espresse più volte in modo molto deferente, di qui la
restaurazione di antichi usi religiosi romani, come per es. le formule dei
feziali per concludere i trattati di pace.
Claudio restaurò anche la censura, che dai primi tempi di Augusto Claudio
riprende
non era più nominata e, per difendere l'antica fede dei Romani, allon- il programma
tanò da Roma gli astrologi che diffondevano dottrine orientali e, a di Augusto
164 Manuale di storia romana

quanto pare, cercò di sopprimere i primi germi della propaganda cri-


stiana svolgentesi nell'interno della comunità giudaica di Roma.
Ma Claudio non voleva solo accontentare l'aristocrazia romana e
conservare le antiche tradizioni: voleva anche rendere sempre migliore
il governo delle province, cercando di rendere meno forte la differenza
tra le loro condizioni e quelle dell'Italia; voleva inoltre che il Senato, il
quale, come sappiamo, aveva conservato ancora il governo di circa me-
tà delle province romane, facesse in queste province una politica tutto
affatto sottomessa ai suoi voleri. Tutto ciò irritava la suscettibilità del-
L'opposizione l'aristocrazia romana e portò molte ostilità con singoli senatori e cava-
dei nobili lieri romani, a portò soprattutto in progresso di tempo a una certa sfidu-
al potere
dei «liberti cia di Claudio verso quelle categorie di persone con la tendenza a dimi-
im periali» nuirne il potere e a sostituirle. Tra i provvedimenti più notevoli presi in
questo senso è da ricordare che egli assegnò grande autorità a liberti ap-
partenenti alla propria casa, col fame dei veri e propri i ministri. Così,
invece di nobili romani, erano chiamati alle più delicate cariche ex-
schiavi, quasi tutti di origine provinciale. Sono famosi i nomi di Pal-
lante diventato ministro delle finanze e Narcisso, capo della cancelleria
imperiale, cioè incaricato di sbrigare la corrispondenza ufficiale del-
l'imperatore. Altri provvedimenti furono intesi a diminuire l'economia
dell'erario di fronte al fisco. Ed è poi da notare che egli cercò di allar-
gare il cerchio di persone da cui si potevano eleggere i senatori, intro-
ducendo, a determinate condizioni, alcune categorie di provinciali. Al
suo rispetto per le condizioni dei provinciali si deve pure che egli, in
contrasto con i provvedimenti citati più sopra, in altri casi si preoccu-
passe dell' organizzazione di culti non romani e così riconoscesse uffi-
cialmente il culto del dio orientale Attis, ottenendo nello stesso tempo
di moralizzarlo.
Si sarà insomma ormai capito, senza bisogno di scendere ad altri
particolari, che c'è una specie di contrasto nell'interno del governo di
Claudio: per un lato egli volle favorire la conservazione dei privilegi
dell'aristocrazia romana, per un altro lato egli cercò di dare un nuovo
assetto all'impero più unitario e senza tante disuguaglianze con i pro-
vinciali; mettendosi così inevitabilmente in contrasto con l'aristocrazia
La che egli pure voleva proteggere. Il contrasto delle sue tendenze gli val-
restaurazione se in definitiva una certa impopolarità, sebbene questa fosse molto mi-
di Claudio
nore che per Caligola e non gli alienasse mai l'animo dei soldati, i qua-
li, furono a lui devoti soprattutto perché per suo volere compirono al-
cune imprese vittoriose di cui due devono essere particolarmente ricor-
date, la conquista della Britannia, fino alla linea costituita dal Trent e
dalla Saverna e l'occupazione della Mauritania in Africa in modo che
due nuove province vennero aggiunte all'impero.
Il governo di Claudio sarebbe tuttavia stato giudicato molto più fa-
Gli imperatori della casa Giulia-Claudia 165

vorevolmente anche dai contemporanei se molte disavventure domesti-


che non avessero complicato le vicende della sua vita. Egli aveva spo-
sato una donna, Messalina, dalla quale ebbe un figlio, Britannico, e una
figlia, Ottavia; ma egli fu costretto a farla uccidere per la sua immora-
lità. Si sposò in ulteriori nozze con la nipote Agrippina, figlia di Ger-
manico, che da un precedente marito, aveva avuto già un figlio, Domi-
zio Nerone, e che si preoccupò di assicurare al proprio figlio Nerone la Messalina
successione a danno del figlio di Claudio e Messalina, Britannico. A e Agrippina
questo scopo persuase Claudio di permettere il matrimonio di Nerone
con Ottavia e quando poi giudicò che la successione di Nerone era or-
mai facile a ottenersi, avvelenò, a quanto sembra, Claudio con dei fun-
ghi. Certo Claudio morì quasi improvvisamente il 54 d.C. e gli succe-
dette Domizio Nerone.

14.5 Nerone (54-68 d.C.)

Nerone aveva solo diciassette anni. Per lui governarono da principio la


madre Agrippina, e i maestri, Seneca, il filosofo, e Burro, prefetto del
pretorio. Il programma di questi si vede in una satira contro Claudio,
La trasformazione in zucca del divo Claudio, pubblicata da Seneca su-
bito dopo la morte dell' imperatore, in cui in sostanza si diceva che Alla morte
Claudio aveva finto di continuare il programma di Augusto, ma in real- di Claudio
l'impero passa
tà l'aveva violato e che invece il nuovo imperatore si proponeva di me t- a Nerone
terlo in pratica sul serio. Ma la realtà era più forte delle parole. Per
quanto la tradizione di Roma repubblicana fosse sempre vigorosa e im-
pedisse ancora di instaurare un governo assoluto dell 'imperatore, si
sentiva sempre più la necessità che la divisione di poteri tra Senato e
imperatore, fosse posta da parte; soprattutto i provinciali, che non capi-
vano il Senato romano e avevano poca simpatia per lui, agivano in que-
sto senso per persuadere l'imperatore. Il fatto è che sin dai primi anni
del governo di Nerone assistiamo, in contrasto ad apparenti concessio-
ni al Senato, a una continua esaltazione dell'autorità imperiale, definita
come salvatrice del mondo, sicché non c'è dubbio che anche per Agrip-
pina, Burro e Seneca, lo scopo era di dare una base sempre più solida al
potere dell 'imperatore in confronto a quello del Senato.
Ciò divenne ancora più palese appena Nerone cominciò a fare sen-
tire la propria personalità. Nerone era tutt'altro che sfornito d'ingegno e
di cultura, anzi era pieno di amore per l'arte e per la letteratura greca: si
compiaceva di poetare e declamare egli stesso, non ché di imitare in L'ambizione
tanti altri particolari la vita greca. Ma era in sostanza un immorale, sen- di Nerone
za affetti profondi, desideroso solo di primeggiare senza avere ostacoli
nella madre, nel fratellastro Britannico, nei maestri.
166 Manuale di storia romana

A poco a poco egli cercò di eliminare tutte queste persone che gli
davano ombra e la inumanità con cui lo fece basta a dimostrare che egli
non era del tutto responsabile dei propri atti. Cominciò a fare avvelena-
re Britannico, poi fece uccidere barbaramente la madre (59 d.C.), infi-
ne - morto Burro naturalmente - allontanò Seneca dal governo in mo-
do da restare solo al comando dello Stato (62 d.C.). Nello stesso 62,
preso da amore per Poppea e desideroso di sposarla, giunse all'ultimo
L'imperatore delitto, di fare uccidere la propria moglie, la nobilissima Ottavia, e di
si invaghisce sposare Poppea.
diPoppea
Lo Stato romano aveva veramente in questo periodo dei problemi
assai seri da risolvere. Già dalla fine del governo di Claudio era sorta
un'estenuante guerra col regno di Partia, sempre per il possesso del-
l'Armenia; era scoppiata poi una ribellione in Britannia guidata dalla
regina Boudica; infine nel 66 si ribellarono gli Ebrei in Palestina per il
malgoverno dei governatori romani. Ma Nerone si preoccupava poco
di queste vicende. Era solo fortunato nel trovare abili generali educati
alla più antica tradizione romana, che gli sapessero ben organizzare
quelle guerre, che egli trascurava, e basterà qui ricordare: Corbulone, il
Di nuovo in quale condusse tutta la guerra contro i Parti, fino a che nel 63 essa si
guerra contro concluse con il compromesso che un principe partico era nominato Re
i Parti
di Armenia, ma doveva venire a Roma a farsi incoronare da Nerone,
cioè a riconoscergli il suo vassallaggio; Vespasiano, che condusse vit-
toriosamente la guerra contro gli Ebrei, finché, come vedremo, fu no-
minato imperatore e sostituito nel comando della spedizione dal figlio
Tito.
Nerone per conto suo pensava ad altro: a esaltare la sua personalità
con tutti gli attributi della divinità, a organizzare grandi rappresentazio-
ni teatrali, a educare i giovani romani (riuniti in una associazione detta
degli Augustiani) ai costumi greci e così via. Straordinaria solennità da-
va alle feste fatte a Roma nel 66 quando il principe partico Tiridate ven-
ne a farsi incoronare re di Armenia. E infine, verso la fine del 66, pen-
sò di organizzare un grande viaggio nella terra sua ideale, in Grecia. Ar-
rivato in Grecia, per dimostrarle la sua ammirazione, la liberò dalla
condizione di provincia per elevarla a quella difederata, cioè di alleata
di Roma e in tal modo privò il bilancio romano delle entrate che la pro-
vincia dava: il che, essendo già le finanze in non liete condizioni, non
poté che incontrare l'ostilità di tutti coloro che avevano senno.
In quel viaggio in Grecia, durato sino alla fine del 67, Nerone prese
Le stravaganze una quantità di altre iniziative strambe, o per lo meno non effettuabili
di Nerone con i mezzi della tecnica antica, per es. il taglio dell 'istmo di Corinto,
che solo dai moderni poté esser compiuto verso la fine del XIX secolo.
Ne conseguì una minacciosa irritazione, sia in Italia, sia nelle pro-
vince occidentali dell 'impero, che erano giustamente invidiose delle
Gli imperatori della casa Giulia-Claudia 167

condizioni di favore fatte alla Grecia. Nerone già negli anni precedenti
aveva dovuto reprimere moti contro di lui. Nel 65 era stata scoperta una
congiura detta Pisoniana dal nome del suo capo Calpurnio Pisone, con-
giura in cui, a quanto sembra, partecipava anche Seneca, che dovette
uccidersi. Nel 66 un'altra congiura era stata scoperta, in cui era coin-
volto Corbulone, e anch' egli dovette uccidersi. E possiamo anche a
questo proposito ricordare un altro clamoroso episodio.
Nel luglio 64 era scoppiato un terribile incendio, che aveva distrut-
to molta parte di Roma. Questo incendio aveva naturalmente cause oc- L'incendio
di Roma e la
casionali, ma il popolo vide che Nerone approfittava delle distruzioni persecuzione
operate dall' incendio per costruirsi un' abitazione estremamente estesa dei Cristiani
e sontuosa, la così detta casa aurea (domus aurea), e mormorò che Ne-
rone aveva intenzionalmente dato fuoco a Roma. Nerone cercò di libe-
rarsi da questa fama, accusando di aver incendiato Roma i Cristiani, che
allora cominciavano ad essere noti, e perseguitando li: sicché appunto
nel 64 con la sua persecuzione si inizia il lungo martirologio cristiano.
Ma ciò non bastò a far cessare il fermento del popolo, sicché quando al
principio del 68 Nerone ritornò a Roma dopo la lunga assenza, trovò in
complesso un'atmosfera sfavorevole.
Ma questa non sarebbe bastata se molti militari non fossero insorti
nelle province. Il Gallo romanizzato Giulio Vindice, governatore della
Gallia Lugdunense, diede il segno della ribellione. Represso il suo mo-
to, lo continuò però in Spagna il governatore della Gallia Terraconense, GaIba si ribella
Sulpicio Gaiba, a cui aderì Otone, l'ex-marito di Poppe a (da alcuni an- contro
l'imperatore
ni morta) che Nerone per allontanare da lei aveva mandato governato-
re nella Lusitania (odierno Portogallo). Nerone non seppe reprimere
questo secondo moto, soprattutto non seppe impedire che i pretoriani in
Italia parteggiassero per GaIba, sicché nel giugno del 68 egli si trovò
interamente abbandonato e fu ucciso. Il Senato proclamava imperatore
GaIba.
Nerone aveva dunque cercato in sostanza di riprendere il tentativo
di Caligola di instaurare la monarchia assoluta in Roma; ma aveva por-
tato in questo tentativo una tale inesperienza e inumanità e ingiustizia,
che, per quanto avesse la fortuna di avere generali capaci di condurre
guerre vittoriose e quindi di rafforzare il prestigio dell'imperatore pres- Un bilancio del
so l'esercito, non poté sottrarsi al destino di vedersi ribellare contro il regno di Nerone
Senato, popolo e infine molta parte dell'esercito stesso. La sua figura
accese le immaginazioni del tempo posteriore, specialmente (ma non
sempre), per ciò che di strano e di crudele aveva saputo compiere: i Cri-
stiani soprattutto, colpiti da lui nella prima e feroce persecuzione, lo
giudicarono l'incarnazione dell' Anticristo.
168 Manuale di storia romana

Bibliografia

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Sui Cristiani: G. JOSSA, I cristiani e l'impero romano: da Tiberio a Marco
Aurelio, Roma 2000.
I Flavi
CAPITOLO QUINDICESIMO

15.1 La situazione dell'impero alla morte di Nerone

Durante tutta la serie dei successori di Augusto fino alla morte di Nero-
ne, era avvenuto che il problema della coesistenza di imperatore, Sena-
to ed esercito non era stato durevolmente risolto. Togliere l'autorità ai
membri della aristocrazia senatoria non si poteva perché rappresentava
tutta una tradizione amministrativa, che non poteva facilmente essere
stroncata. Il tentativo più serio era stato fatto da Claudio quando aveva
organizzato i liberti della sua casa costituendo per mezzo loro una buo- I problemi
na burocrazia, ma, nonostante alcuni esperimenti, né egli né i suoi suc- dell'impero
cessori giunsero ad attribuire a questi liberti il governo delle province,
sicché l'aristocrazia senatori a rimase da questo punto di vista onnipo-
tente. C'era poi l'esercito rimasto nel complesso fedele agli imperatori,
ma dopo aver dato prove sufficienti di sapere pensare a se stesso. Ora
dopo la morte di Nerone non aveva più nessun vincolo tradizionale di
fedeltà e quindi era naturale che si scatenasse. Ogni sezione dell'eser-
cito, per le ragioni che già spiegavamo, aveva interesse a nominare un
proprio imperatore, per assicurare a sé maggiori donativi e altri privile-
gi. In tal modo l'esercito veniva anche a favorire l'ambizione di quegli
aristocratici romani che stavano al suo comando e desideravano rag-
giungere l'impero. E ne conseguiva poi, a complicare la situazione, che
questi aristocratici talvolta fossero d'accordo con il corpo (il Senato) a
cui appartenevano, facendo pensare che avrebbero assicurato ai loro
colleghi senatori maggiore autorità, talvolta fossero avversati, perché il
Senato era geloso di loro. Da tutto questo complesso di azioni e reazio-
ni nasceva la situazione del giugno 68.

15.2 Gaiba, Otone, Vitellio (68-69 d.C.)

GaIba, giunto tosto in Italia, non riuscì a mantenersi a lungo. Il Senato


in sostanza era contento di lui, che si proclamava restauratore della «li-
bertà» repubblicana, ma egli non fu abile dimostrandosi severo con i
170 Manuale di storia romana

pretori ani e colpendo troppo coloro che erano stati favoriti da Nerone,
richiedendo, tra l'altro, che restituissero i donativi da lui avuti. Ne con-
seguì che molte nostalgie per il governo di Nerone si rafforzassero, e il
paradosso fu che finì coll'attirare a sé queste simpatie proprio l'ex-ma-
rito di Poppea, Otone. Egli aveva desiderato di essere nominato da GaI-
Le lotte per la ba successore: al suo rifiuto si diede all'opposizione e, approfittando
successione delle molte amicizie conservate nell'ambiente della corte di Nerone,
imperiale
corruppe i pretoriani, fece uccidere GaIba e fu nominato imperatore il
15 gennaio 69. Ma già dal IO gennaio di quel medesimo anno le legio-
ni del Reno si erano risvegliate e avevano preteso di imporre a impera-
tore uno dei loro generali, Vitellio.
Ormai la lotta era ridotta a scontro fratricida di eserciti romani. E
perciò le legioni del Reno, assai meglio disciplinate, più numerose e
compatte di quelle che Otone potesse trovare in Italia e in regioni vici-
ne (Pannonia, Illiria), avevano la certezza della vittoria. Nella primave-
ra del 69, due schiere al comando rispettivamente di Cecina e di Valen-
te penetrarono in Italia nella pianura padana: Otone cercò di sbarrare lo-
ro la strada di Roma, impedendo loro di attraversare il Po, presso Cre-
mona, in una località detta Bedriaco, ma fu sconfitto e preferì uccidersi.
Vitellio era ora il nuovo imperatore, anch'egli già accennava a un
Le legioni programma di ossequio al Senato e alle magistrature del tempo repub-
d'Oriente blicano, tanto da voler esser fatto console perpetuo. Ma non ebbe tem-
sostengono
Vespasiano po di precisare il suo programma. Anche le legioni d'Oriente reclama-
vano un nuovo imperatore e persuadevano Vespasiano a farsi nomina-
re tale.
Come Vitellio, nemmeno Vespasiano guidò il suo esercito alla con-
quista dell 'Italia. Lasciate truppe bastanti per tenere a freno, se non per
reprimere, la ribellione giudaica, e affidatele al figlio Tito, egli stesso
occupò l'Egitto, cuore dell'Oriente romano, e mandò verso l'Italia al-
cune legioni comandate da Muciano. Ma la ribellione si era estesa alle
province della Mesia e della Pannonia, le quali accettarono la procla-
mazione di Vespasiano, e, essendo più vicine all'Italia, si affrettarono;;.
marciarvi, precedendo le truppe di Muciano. È chiaro che esse voleva-
no arrivare prime in Italia per acquistarsi maggiori benemerenze, mo:.
non è improbabile che il generale che le comandava, Antonio Primi'.
nutrisse qualche segreta ambizione per sé, che per altro non ebbe mode
di esplicarsi. Queste truppe mesiche e pannoniche ebbero il compiI,
tanto più facilitato in quanto dei due generali di Vitellio, uno, Valente.
Scoppia una era allora malato e l'altro, Cecina, si rivelò disposto al tradimento. L:
nuova guerra truppe vitelliane disorganizzate, senza i loro naturali comandanti, attac-
civile
carono poco lontano da Cremona nell' ottobre del 69 le truppe di Ant0-
nio Primo; ma furono sconfitte, poi assediate in Cremona, che fu infint
occupata e saccheggiata orrendamente.
I Flavi 171

I partigiani di Vespasiano marciarono su Roma, dove del resto eran


già scoppiati violenti moti contro Vitellio, in cui però i Vitelliani ave-
vano avuto il sopravvento. Favorito da ulteriori tradimenti, Antonio Pri-
mo poteva entrare in Roma verso la fine di dicembre: Vitellio era ucci- Vespasiano
so. Muciano giunto poco dopo sapeva impedire che Antonio Primo ac- occupa Roma
quistasse eccessivo potere e allontanava dall'Italia la legione pannoni-
ca a lui più devota. Perciò alla fine del 69 Vespasiano poteva dirsi sen-
za suo merito padrone dell'Italia e senza rivali. Le legioni dell'Oriente
avevano vinto su quelle dell'Occidente.

15.3 Vespasiano (69-79 d.C.)

Vespasiano della gente dei Flavi era il primo imperatore non apparte-
nente a famiglia patrizia. Egli era un plebeo della Sabina (nato a Rieti
nel 9 d.C.) figlio e nipote di soldati che, come molti soldati, avevano
raggiunto con fatica una situazione sociale rispettabile, se non brillante.
Egli era dunque il tipico rappresentante di quei legionari italici, che tut-
tora costituivano il nerbo dell'esercito romano. Eppure uno dei più gra-
vi problemi che egli dovette immediatamente affrontare fu quello di tra- Il nuovo
sformare l'esercito per impedire che in avvenire si ripetessero le ribel- imperatore
riorganizza
lioni degli anni 68-69. Per quanto favorito da queste ribellioni, egli era l'esercito
troppo serio per non essere consapevole del pericolo che esse costitui-
vano per l'impero, e quindi, oltre a sciogliere alcune legioni particolar-
mente responsabili, si decise a un provvedimento gravissimo che era in
contrasto con tutta la tradizione della sua famiglia: escluse gli Italiani
dalle legioni, cioè decise che solo più i provinciali avrebbero militato
nell'esercito romano. Il provvedimento era, come s'intende, di eccezio-
nale gravità in quanto allontanava dall'esercito proprio coloro che con
l'esercito avevano creato l'impero. Oggi poi che guardiamo da lontano
vediamo in questa misura di Vespasiano uno dei più gravi colpi portati
alla supremazia dell'Italia sulle province, e infatti noi dovremo consta-
tare come a poco a poco l'Italia - priva della possibilità di fare udire la
sua voce per mezzo dei suoi soldati - diminuisca d'importanza. Ma cer-
to Vespasiano non prevedeva queste conseguenze: egli voleva solo cer-
care soldati più disciplinati che non gli italici.
Tuttavia nemmeno le province potevano tanto facilmente ispirare
fiducia a Vespasiano. La parte orientale dell 'Impero, con la sua cultura Il mondo greco
greca, non si conformava ai suoi piani. E la simpatia che Nerone le ave- rimpiange
Nerone
va dimostrato accresceva la diffidenza del suo rude successore: uno dei
suoi primi atti fu di togliere l'autonomia concessa alla Grecia da Nero-
ne e quindi ritornare a obbligarla a pagare i debiti tributi. Non quindi in
Oriente egli cercò principalmente di trarre i suoi soldati, bensì in Occi-
172 Manuale di storia romana

dente. Ma anche qui la situazione non era semplice. Nel 69, Giulio Ci-
vile, nobile dei Batavi - un popolo abitante press' a poco l'odierna
Olanda, che era in teoria alleato, di fatto suddito di Roma - aveva or-
ganizzato una vasta ribellione valendosi dell'esperienza acquistata in
molti anni di servizio nell'esercito romano. Il suo piano di sollevare
tutta la Gallia contro il dominio romano non gli era riuscito, perché so-
lo poche tribù aderirono, però egli giunse a sgominare le legioni che
stavano a guardia del Reno e ad occupare gli accampamenti. Fu neces-
saria una campagna estremamente decisa nel 70 per poter domare Ci-
La Gallia vile e rimettere la pace nelle regioni della Gallia che erano state turba-
si ribella te. In tali condizioni si comprende che nemmeno in Occidente i pro-
vinciali potevano ispirare assoluta fiducia a Vespasiano, sebbene la
maggior parte della Gallia avesse dato prova di sincera fedeltà a Ro-
ma. Così Vespasiano volle limitare il reclutamento alle parti più civili,
cioè più romanizzate, delle province. I legionari venivano tratti soprat-
tuto dai centri urbani e, se non avevano già la cittadinanza romana, la
ricevevano arruolandosi. Per poi avere un maggior numero di soldati
Vespasiano favorì la formazione di centri urbani e largì volentieri la cit-
tadinanza romana e latina a quelle regioni che si rivelavano meglio in-
dirizzate alla romanizzazione. Il paese da lui prediletto fu a questo ri-
guardo la Spagna, che ebbe in blocco la cittadinanza di diritto latino,
mentre vi era favorita la costituzione di nuove città. E in genere si può
dire che il grande movimento per cui a poco a poco l'impero sarà tra-
sformato in un complesso di città romanizzate, mentre il contado, la
La «romaniz- campagna, continuerà a rimanere piuttosto insensibile alla civiltà ro-
zazione» delle mana, comincia con Vespasiano, per culminare (come vedremo) con
province
Adriano e gli Antonini. Vespasiano è stato insomma un grande roma-
nizzatore delle province e non esitò a preferire per molti aspetti le pro-
vince all'Italia.
Ma questo problema dell' esercito e delle province, benché assai
complicato, fu solo uno dei tanti problemi di cui dovette occuparsi Ve-
spasiano. Innanzi tutto egli doveva regolare il suo atteggiamento di
fronte al Senato. Si capisce bene che il Senato non potesse avere molte
simpatie per un imperatore che favoriva in tal modo le province, né po-
tevano bastare a tranquillizzarlo le promesse fatte da Vespasiano al
I contrasti principio del regno - e sancite da un'apposita legge (lex de imperio Ve-
tra Vespasiano spasiani) - per cui l'imperatore non avrebbe dovuto sorpassare i limiti
e il Senato
del suo potere fissati da Augusto. L'opposizione quindi era forte, e la
alimentavano anche i filosofi e i re tori che pullulavano in Italia e si
compiacevano di predicare, magari in mezzo alle strade, l'odio per il
dispotismo, colpendo indirettamente l'imperatore. Questi, senza mai
abbandonarsi a crudeltà, provvedette però con molta energia. I filosofi
furono cacciati dall'Italia, alcuni senatori puniti o almeno esclusi dal
I Flavi 173

Senato, infine - cosa ben più importante - furono introdotti in Senato


molti nuovi membri, anche provinciali, favorevoli all'imperatore.
Un altro problema era quello della successione. Per impedire che la
morte dell'imperatore provocasse troppi disordini, non sembrava ci fos-
se che il principio ereditario, la consuetudine che il figlio o altro prossi-
mo congiunto succedesse all'imperatore morto. Vespasiano infatti de-
cise di scegliere questa via, e già fin da principio associò al trono il fi- Nuove regole
glio maggiore Tito, resosi glorioso per avere nel 70 domata la pericolo- perla
successione
sa ribellione degli Ebrei, occupando dopo lungo assedio Gerusalemme imperiale
e distruggendo il famoso tempio che da Salomone in poi era il centro
del culto giudaico. A Tito egli concesse anche la prefettura del pretorio
sempre per impedire che i pretori ani - del resto diminuiti di numero -
potessero costituire un pericolo per l'imperatore.
Un altro problema ancora era quello del riassetto finanziario. Nero-
ne aveva speso senza misura: la ribellione del 68-69 aveva seminato la
miseria in molte zone d'Italia: il deficit del bilancio era fortissimo. Con Il riassetto
nuove gravose tasse, col più razionale sfruttamento degli immensi do- delle finanze
mini terrieri che l'imperatore aveva, colla riduzione delle spese, riuscì a
Vespasiano di restaurare il bilancio.
Infine c'era la difesa dei confini dell'impero da consolidare. Ricor-
deremo qui solo alcune importanti trasformazioni. Sappiamo già che i
Romani non si erano mai del tutto ritirati sulla sinistra del Reno: essi
avevano sempre tenuto qualche testa di ponte anche a destra. Ora Ve-
spasiano fece occupare una vasta zona, che fu detta per ragione non
chiara campi decumati press' a poco tra l'odierna Heidelberg e il lago
di Costanza, cingendo questa zona, come del resto tutta la striscia tran-
srenana occupata, con un imponente sistema difensivo, l'inizio di quel-
lo che sarà illimes di Domiziano (v. più sotto). In tal modo il collega- Il «limes»
mento tra la regione del Reno e quella del Danubio fu facilitato, e anche
la regione del Danubio ebbe a subire notevoli accrescimenti e variazio-
ni nel suo sistema difensivo. In Oriente furono annessi all'impero gli
Stati vassalli di Commagene e della piccola Armenia; e la piccola Ar-
menia fu unita con la Cappadocia e con la Galazia in una grande pro-
vincia imperatoria sotto il governo di un legato.
Questi brevi cenni non possono che dare un'idea assai imperfetta
del governo di Vespasiano, ma ognuno vede che egli inizia un'era nuo-
va nella storia dell'impero romano, caratterizzata dalla sempre maggio-
re importanza delle province, dalla loro intensa romanizzazione, dalla
loro riorganizzazione economica e dai grandi lavori ai loro confini per
assicurarne le difese. Vespasiano fu uno dei più mirabili organizzatori
che l'impero abbia mai avuto.
174 Manuale di storia romana

15.4 Tito (79-81 d.C.) e Domiziano (81-96)

A Vespasiano succedette, secondo le previsioni, il figlio Tito. Il suo re-


gno di nemmeno tre anni, è povero di avvenimenti davvero significati-
vi, ma Tito lasciò ottimo ricordo di sé (fu detto delizia del genere uma-
no) per la mitezza e umanità e anche per il suo sforzo di andare d' ac-
cordo con il Senato. Di lui si ricordano specialmente molte costruzioni,
La costruzione come il compimento di quell' Anfiteatro Flavio (Colosseo) che fu eret-
del Colosseo to spianando una parte della Domus Aurea di Nerone. Si ricorda pure
che durante il suo regno (nel 79) una terribile eruzione del Vesuvio di-
strusse Ercolano, Pompei e Stabia, uccidendo tra le numerose vittime
lo storico e naturalista Plinio il Vecchio, mentre l'anno dopo un nuovo
incendio bruciò molti quartieri di Roma.
Ben più importante è il regno del fratello Domiziano, successo a Ti-
to privo di figli (81-96 d.C.). La tradizione storica ce lo descrive con i
colori più foschi, e non c'è del resto dubbio che egli suscitò odi profon-
di, perché infine venne ucciso da una congiura di aristocratici romani
nel 96 d.C. Tuttavia il suo regno è uno dei più importanti. Vespasiano e
specialmente Tito, per quanto avessero dato un forte colpo al predomi-
nio dell'Italia e dell'aristocrazia senatoria, avevano cercato tuttavia di
evitare i caratteri esteriori del dispotismo: donde la loro abitudine di ri-
vestire di regola il consolato per presentarsi quali magistrati normali di
Roma. Domiziano continuerà sì in qualche particolare la forma acco-
modante dei predecessori, perciò anch'egli non mancherà di rivestire
spesso il consolato, ma di solito amerà invece essere considerato espli-
citamente padrone dell'impero. Egli si farà chiamare dominus e deus, si
Domiziano appoggerà soprattutto sull'armata di cui aumentò il soldo, e sui funzio-
«dominus et nari suoi privati ai danni dei funzionari senatori, si farà nominare cen-
deus»
sore perpetuo per poter nominare e destituire a suo piacere i senatori
valendosi del diritto che competeva al censore, perseguiterà implaca-
bilmente tutti gli oppositori, soprattutto, come del resto già Vespasiano.
i filosofi. Non che Domiziano, come Nerone, inclinasse a forme orien-
tali di governo. Egli era in ciò fedele alla tradizione della sua famiglia e
durante il suo regno fece di tutto per ridare autorità ai vecchi culti ro-
mani e specialmente dimostrò particolare venerazione per Minerva e
per Giove: se egli perseguitò negli ultimi anni del suo regno (93-94) gli
Ebrei, lo fece appunto in quanto il loro proselitismo aveva trovato se-
guaci perfino in alcuni suoi congiunti. Ma egli voleva sottomettere a sé
tutte le forze dello Stato.
Altrettanto notevole è l'opera di Domiziano nelle province. In Bri-
tannia estese il dominio romano verso la Scozia, difendendo i nuovi ac-
quisti con una serie di fortificazioni. Ma questo sistema difensivo ebbe
particolare sviluppo in Germania, dove una guerra fortunata contro la
I Flavi 175

tribù dei Catti e altre imprese minori gli diedero la possibilità di allar-
gare il dominio romano al di là del Reno e trasformare i due comandi
militari del basso e dell'alto Reno in due province vere e proprie (la La costruzione
Germania inferiore e la Germania superiore). In tutta questa regione e di fortificazioni
lungo il «limes»
nella regione attigua del Danubio superiore egli, col perfezionare le di-
fese precedenti, costituì il così detto limes romano. Illimes (letteral-
mente: confine) era un sistema di palizzate e di fosse, interrotto da tor-
ri di guardia e più raramente da vere fortezze e da accampamenti di sol-
dati, che segnava il confine dell'impero romano, impedendo nel modo
più preciso che i barbari riuscissero a varcarlo; gli scavi archeologici
hanno dimostrato quale opera gigantesca fosse e quali accorgimenti di
ingegneria e di arte militare richiedesse per rendere sicura la sorve-
glianza dei confini. L'opera di Domiziano fu completata e allargata dai
successori, soprattutto da Adriano, ma non superata. Finché l'impero
avrà vigore, illimes rimarrà il suo maggiore baluardo. Meno fortunato
fu Domiziano nelle imprese contro i Daci (odierna Romania e regioni
vicine) che sotto il re Decebalo avevano costituito un regno assai forte
assimilando la civiltà romana. Dopo molte vicende, Domiziano fu in
sostanza non solo costretto a riconoscere l'indipendenza della Dacia, La campagna
ma anche a comperarne la benevolenza con un forte tributo annuo. militare contro
i Daci
Non c'è dubbio che il pessimo risultato di queste campagne daci-
che - le quali consigliarono Domiziano a rafforzare anche il Danubio
inferiore e a dividere in due la provincia di Mesia (Mesi a superiore e
Mesia inferiore) per meglio difenderla - contribuì ad accrescere il mal-
contento dell'aristocrazia romana. Sappiamo già che una congiura di
aristocratici (tra cui amici dello stesso imperatore) lo uccise nel 96.

Bibliografia

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Da Nerva a Commodo
CAPITOLO SEDICESIMO

16.1 Caratteri generali del secondo secolo dell'impero

Ancora una volta con Domiziano era avvenuto l'urto tra imperatore e
aristocrazia senatoria. Il Senato era sempre geloso della sua autorità tra-
dizionale, era consapevole della sua importanza, in quanto quasi tutte le
più alte cariche dello Stato erano riservate ai suoi membri, era deside-
roso di conservare ed accrescere le sue prerogative e le ricchezze dei
suoi membri: Domiziano aveva creduto di poterlo domare con la vio-
lenza, perseguitandolo, e ne era caduto vittima. In apparenza inerme, il
La riscossa Senato aveva dunque in sé ancora forza, e questa forza era dovuta al-
del Senato l'importanza delle cariche che i membri del Senato tenevano, control-
lando la maggior parte dell'amministrazione dello Stato. Se insomma
il Senato in sé non aveva più molto prestigio, perché la politica era qua-
si tutta regolata dall'imperatore, i senatori, in quanto normali esecutori
della politica dell'imperatore, avevano necessariamente molta influen-
za. Gli imperatori non potevano in definitiva continuare ad urtare per-
sone di cui dovevano fidarsi in tante incombenze delicate. Né si era di-
mostrato sufficiente il sistema di sostituire ai senatori più riottosi altri
più ligi all'imperatore, perché presto i nuovi senatori venivano permea-
ti dello spirito del corpo a cui appartenevano e perciò diventavano si-
mili ai loro predecessori eliminati.
L'imperatore che il Senato scelse alla successione dell' odiato Do-
miziano - il vecchio Cocceio Nerva - iniziò dunque un periodo di qua-
si un secolo, in cui il contrasto tra l'imperatore e il Senato si attenua fi-
no quasi a scomparire. Gli imperatori danno garanzie di incolumità e di
Nerva autorità ai senatori ed essi ricambiano collaborando attivamente nel-
designato l'amministrazione dell'impero. È questo senza dubbio il periodo più
nuovo
imperatore bello della vita dell'impero romano. Ormai saldo nei suoi confini, con-
sapevole della sua grandezza, capace di intimamente romanizzare i pro-
vinciali, l'impero è veramente tutto pervaso di giustizia e di umanità.
quale nessun altro Stato antico conobbe. Gli imperatori fanno sincera-
mente professione di mitezza e di generosità: alcuni di essi come Adria-
no e Marco Aurelio sono fini spiriti, di cultura estremamente aristocra-
Da Nerva a Commodo 177

tica. Di regola i successori all'impero vengono scelti non per eredità fa-
miliare, ma per adozione, cercando l'uomo più degno. In varia misura,
ma costantemente, i provinciali vengono ammessi alle cariche dello
Stato, sicché può darsi che una grande uguaglianza di fatto, se non an-
cora di diritto, si sia stabilita dappertutto. L'impero sa valersi assenna-
tamente di tutti gli uomini abili e onesti. E perciò tutti sentono in Roma
la loro patria e dalle più lontane regioni guardano a lei come alla «ma-
dre delle genti», e pregano, come nell'orazione del retore asiatico Elio Roma «madre
Aristide a Roma, che essa duri eterna. È pure questo il periodo in cui delle genti»
procede instancabile l'opera di trasfonnazione dei centri ancora barba-
ri in tante città romanizzate: quell'opera che si suole dire giustamente di
urbanizzazione dell 'impero. Ed è anche il periodo in cui strade, com-
merci, opere pubbliche, prendono il massimo sviluppo.

16.2 Nerva (96-98) e Traiano (98-117)

Il regno di Nerva, già molto anziano, fu estremamente breve, ma pure


importante. Nerva in fondo si trovava a dover consolidare il colpo di
Stato del Senato e aveva contro di sé i pretoriani devoti alla memoria di
Domiziano. Gli occorse perciò non poca abilità per ridurre costoro ad
arrendevolezza e non poté sottrarsi, per ottenerla, a parecchi patteggia-
menti in apparenza indecorosi. Appunto perché consapevole che la de- Le riforme
bolezza del nuovo sistema era nel non poter contare sull'esercito, egli di Nerva
scelse a suo successore un generale, di cui conosceva non solo la gran
capacità, ma anche la grande autorità, V/pio Traiano, nato nel munici-
pio di Italica in Spagna e quindi, benché naturalmente cittadino roma-
no, in realtà il primo provinciale che assurgesse all'impero. Nel suo
brevissimo regno Nerva ebbe ancora tempo di porre le basi di un'opera
mirabile di umanità, le cosÌ dette istituzioni alimentari, l' organizzazio-
ne per assicurare il nutrimento ai bambini poveri.
Traiano era stato sempre un soldato. Si comprende quindi che egli
desiderasse di lasciare traccia di sé nell'impero, specialmente con im-
prese militari. Con lui quindi Roma riprende quella politica di espan-
sione che in fondo Augusto aveva fatto cessare (se si eccettuano la con- Traiano
quista della Britannia per opera di Claudio e altri acquisti minori). riprende
l'offensiva
Una impresa era, si direbbe, quasi naturale: quella contro i Daci, contro i Daci
che avevano umiliato l'impero al tempo di Domiziano. La questione era
però se la Dacia dovesse essere semplicemente punita oppure conqui-
stata. Traiano si decise per la seconda alternativa e forse non fu estraneo
alla decisione il desiderio di impadronirsi delle ricchissime miniere del-
la Transilvania allora in mano dei Daci. La guerra si svolse in due fasi
( 101-102 e 105-107 d.C.) e portò all'annessione della Dacia. La colon-
178 Manuale di storia romana

na traiana in Roma illustra ancora oggi le principali fasi della lunga e


La «colonna non facile lotta. La Dacia fu ridotta a provincia e attivamente romaniz-
traiana» zata con il farvi immigrare sudditi delle altre province. Perciò la Dacia
- nonostante sia rimasta relativamente per poco tempo in potere dei Ro-
mani - è ancora oggi un paese di lingua latina, anzi l'unico paese bal-
canico di tale natura: tanto è vero che oggi porta il nome di Romania,
dove il ricordo di Roma è palese. E s'intende che la conquista provocò
tutto uno spostamento nel sistema difensivo del basso Danubio.
Dopo il prospero successo delle campagne daciche, Traiano tra il
La guerra 114 e il 117, anno della sua morte, iniziò un'impresa ancor più vasta, la
contro i Parti sottomissione del perpetuo rivale di Roma, il regno partico. Disturbato
da ribellioni in Oriente, sollevate in ispecie dagli Ebrei, Traiano non po-
té portare a compimento la conquista e dovette accontentarsi di annet-
tere all'impero l'Annenia e la Mesopotamia (divisa nelle due province
di Mesopotamia propriamente detta e di Assiria) e di fare riconoscere al
re dei Parti la supremazia di Roma sul resto del suo regno. A Traiano si
deve pure la conquista del regno degli Arabi Nabatei ridotto in provin-
cia nel 106 sotto il nome di Arabia: ciò sottomise alla influenza roma-
na tutte le grandi strade carovaniere che attraverso l'Arabia andavano in
Oriente e in ispecie in India.
'Forse tuttavia si può dire che la maggior gloria di Traiano non è in
queste imprese militari. Esse, che costarono somme enonni e costrinse-
ro a complicare a dismisura il sistema difensivo dell'impero, non pote-
rono essere mantenute: già il successore di Traiano, Adriano, distrug-
gerà per necessità di cose parte dell' opera del suo predecessore. Furono
quindi le guerre di Traiano uno splendore effimero, benché lasciassero
un durevole risultato nella romanizzazione della Dacia. Ma questa ro-
manizzazione può più giustamente inserirsi tra quelle opere di pace, per
cui veramente Traiano diede assetto all'impero. Tanto egli era pronto a
guerre audaci, quanto poco era incline a rinnovamenti radicali nell'or-
dine interno; e perciò egli fu assai parco nell'allargare il cerchio dei cit-
tadini romani, concedendo diritti di cittadinanza ai provinciali. Egli si
preoccupò invece soprattutto di ridare energia e prosperità all'Italia de-
caduta, ripopolandola e proteggendone l'agricoltura. Basti qui dire che
L'agricoltura egli perfezionò le istituzioni alimentari di Nerva con un sistema che do-
conosce un veva giovare anche a rinvigorire l'agricoltura italiana, perché stabilì che
nuovo sviluppo
lo Stato desse prestiti ai proprietari rurali, e gli interessi di questi prestiti
servissero a mantenere i bambini poveri. Le finanze furono riordinate.
evitando di procedere a quelle continue confische, che avevano servito
a diminuire il deficit nei predecessori. Molti altri ritocchi furono fatti
all'amministrazione dell'Italia e delle province, tra cui l'estensione in
larga misura di quei funzionari incaricati di controllare le finanze dei
municipi (curatores) già istituiti da Domiziano. Onnai questi curatores
Flg.16.1 Le province dell'Impero romano al tempo della massima espansione. In grigio chiaro le conquiste di Traiano

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180 Manuale di storia romana

diventano magistrati regolari, che mettono fine all'autonomia dei mu-


nicipi. Immensi lavori pubblici furono compiuti a Roma (c'è bisogno
di ricordare il foro Traiano?) ed altrove: Traiano fu soprattutto grande
costruttore di strade ed acquedotti. Quando un suo funzionario, Plinio il
Giovane, lo interrogò se dovevano perseguitare i Cristiani, rispose con
Traiano una relativa mitezza inusitata che solo dovevano perseguitarsi quando
«optimus fossero stati denunciati e si fossero rifiutati di prestare omaggio agli Dei
princeps))
e all'imperatore: senza denuncia (e anche le denunce anonime erano
escluse) dovevano essere lasciati tranquilli.
Traiano fu salutato dai contemporanei come optimus princeps, e an-
che coloro che non si lasciano abbagliare dalla gloria troppo momenta-
nea delle imprese militari, devono acconsentire che il titolo fu meritato.
L'impero iniziò con lui un lungo periodo di pace feconda di bene.

16.3 Adriano (117-138 d.C.)

Successe a Traiano un suo lontano congiunto, pure di origine spagnola.


Elio Adriano. È incerto se Traiano l'avesse scelto alla successione: cer-
to il Senato si affrettò a riconoscere in lui illegittimo imperatore. Il qua-
le incominciò subito a dare all'impero un indirizzo assai differente da
quello impressogli da Traiano. Le guerre di Traiano avevano stremato
le riserve di uomini e di danari dell'impero, e perciò Adriano volle la
La disciplina pace e abbandonò anche le conquiste della Mesopotamia, troppo costo-
imposta da se e impossibili a mantenersi senza una decisa volontà di continuare a
Adriano
combattere all'infinito con i Parti, che avrebbero sempre cercato di ri-
prendere questo loro territorio. Ma non per questo Adriano trascurò la
sicurezza delle frontiere e la disciplina dell' esercito, chè anzi egli se ne
preoccupò in modo particolare. Disciplina fu il suo motto; l'accresci-
mento delle fortificazioni alle frontiere una delle sue principali cure (e
celebre resterà soprattutto il così detto vallo di Adriano in Britannia.
cioè il complesso di difese dei confini verso la Scozia). Con un provve-
dimento che ebbe molta importanza in seguito, egli trasformò in regio-
nale il reclutamento delle truppe, vale a dire, stabilì che i soldati tratti da
una provincia dovessero di regola servire in quella provincia o in pro-
vince vicine. Ciò dava il vantaggio di avere soldati pratici dei luoghi e
La riforma meno irrequieti, perché vicini alle loro famiglie, ma aveva lo svantag-
dell'esercito gio di fare di essi il portavoce del malcontento di queste loro famiglie.
Ma è notevole soprattutto che Adriano si distaccasse da Traiano
nell' atteggiamento di fronte ai provinciali, il che è già ben visibile nei
provvedimenti ora citati sul servizio militare. Traiano favorì l'Italia.
non allargò di molto la cittadinanza romana. Adriano invece favorì i
provinciali. Greco di cultura e di gusti, innamorato delle opere d'arte
Da Nerva a Commodo 181

greche, desideroso di rinnovare lo splendore della civiltà ateniese,


Adriano non poteva avere particolari riguardi per la posizione privile-
giata dell 'Italia e accentuò invece l'importanza degli elementi greci
dell 'impero. Egli concesse a molte regioni provinciali la cittadinanza
romana e fondò molte città, in ispecie nella parte orientale, cioè greca
di cultura, dell' impero con la speranza che queste nuove città potesse- Cresce
l'influenza
ro contribuire alla solidità economica e militare dell 'impero, prospe- della cultura
rando e dando soldati. Invece 1'Italia subì l'umiliazione di essere divi- greca
sa in quattro distretti, ciascuno governato da un consolare (ex-conso-
le) che doveva controllarne l'amministrazione. Era togliere del tutto
l'autonomia dell'Italia, e anche offendere il Senato, dal quale fino al-
lora l'Italia era stata amministrata direttamente. Ma forse le precarie
condizioni economiche suggerivano la necessità di un controllo mag-
giore, e in ogni caso Adriano desiderava di avere sotto di sé l'Italia co-
me tutte le altre regioni dell' impero. Certo questo provvedimento pro-
vocò qualche contrasto tra Adriano e il Senato, tanto più che Adriano
si dimostrò assai favorevole anche alla classe dei cavalieri, a cui affi-
dò la direzione della cancelleria di Stato, accrescendo il prestigio di
questa ai danni del Senato. Ma un urto vero tra Senato e Imperatore
non ebbe luogo e in complesso Adriano ebbe nella sua opera l'aiuto
dei Senatori. Del resto nessuno come lui conosceva così bene tutti i
bisogni dell 'impero: in lunghi viaggi egli lo visitò minutamente e in
ogni parte prese provvedimento in favore dei provinciali, preoccupan-
dosi di risollevare dappertutto le condizioni dell'agricoltura. Nel suo
regno la pace fu in complesso conservata: solo una ribellione degli
Ebrei in Palestina e in Africa, duramente repressa, fu causa di preoc-
cupaZIOm.
Di Adriano sono degne di ricordo anche le fastose costruzioni: di La «villa
una sua mirabile villa in cui c'erano tesori di arte greca, restano avanzi Adriana»
presso Tivoli (Villa Adriana) e il Mausoleo, in cui fu seppellito, si am-
mira ancora oggi (ma trasformato e lontano dalla sua primitiva bellez-
za) col nome di Castel Sant' Angelo.

16.4 Antonino Pio (138-161)


e Marco Aurelio (161-180)

Il Senatore che Adriano designò alla successione - Antonino - era na-


to in Italia, ma anch'egli di origine provinciale (gallica). Era un one-
sto e saggio uomo, senza la vivace genialità del predecessore, ma di
alto senso morale. La mitezza caratterizza tutti i suoi provvedimenti
legislativi e fiscali: per non aggravare le tasse fece rigorose economie, Il mite
per accattivarsi l'animo del Senato abolì la divisione dell'Italia in Antonino
182 Manuale di storia romana

quattro distretti governati da consolari e perciò restituì l'Italia all'am-


ministrazione del Senato. Non fece vere guerre. Solo si preoccupò di
portare di qualche km. avanti i confini in Britannia e in Germania per
costruire un primo limes che servisse da prima difesa contro i barba-
ri, davanti allimes maggiore. Il tentativo in Britannia fallì, e i limiti
della provincia romana rimasero quelli di Adriano; in Germania ebbe
maggiore durata.
Anche Antonino - che fu detto Pio per il suo zelo religioso verso
gli antichi dèi romani sempre più in decadenza - scelse il suo successo-
re per adozione. Il prescelto fu Marco Aurelio, di origine spagnola (161
Marco Aurelio d.C.). Filosofo stoico, spirito profondamente meditativo - che conse-
sul trono gnerà il meglio della sua anima nobilissima in una raccolta di Pensieri,
imperiale
scritti nella vecchiaia tra i soldati - Marco Aurelio trasse dalle sue con-
vinzioni l'energia per un continuo, tenace lavoro in favore dello Stato.
Le condizioni dell'impero non erano più così tranquille come al tempo
dei predecessori. I Parti avevano ripreso animo a combattere contro Ro-
ma, e la guerra che durerà dal 161 al 166, scoppiò appena Marco Aure-
lio salì sul trono. Fu forse la prospettiva di questa guerra che persuase
Marco Aurelio a cercarsi un collaboratore nell 'impero in Lucio Vero.
Già altri imperatori si erano associati al potere delle persone di fiducia:
per es. Vespasiano il figlio Tito. Ma nessuno aveva dato loro autorità
così ampia come Marco Aurelio diede a Vero, associandolo in tutti i po-
teri meno che nel sommo sacerdozio, sicché per la prima volta si ha un
reale esperimento di diarchia nell'impero che - se poteva essere sug-
gerito dalla vastità dell'impero e dalle due civiltà che vi coesistevano-
La diarchia era però denso di pericoli e sarà di fatto più tardi uno dei fattori della
scissione fra Oriente e Occidente. Per allora l'esperimento durò solo 8
anni (161-169) e la personalità piuttosto insignificante di Lucio Vero gli
diminuì l'importanza. Per quanto egli fosse stato incaricato di condurre
la guerra contro i Parti, in realtà il vero generale fu Avidio Cassio, che la
portò a fine vittorioso nel 166 col risultato che nuovamente una parte
della Mesopotamia fu annessa all'impero, mentre un grande comando
militare su tutto l'Oriente era affidato ad Avidio stesso.
La guerra partica non ebbe maggiori risultati soprattutto perché nel
166 cominciarono le gravi minacce sul confine del Danubio. In seguito
a un vasto movimento di popoli avvenuto alle loro spalle, parecchie tri-
I Barbari bù germaniche furono spinte a invadere i confini romani: Marcomanni,
varcano i Quadi e altri minori tribù germaniche, con gli lapidi, di origine sarma-
confini sul
Danubio tica, invasero la Rezia, il Norico, la Pannonia, la Mesia giungendo in
Italia fino ad Aquileia. Marco Aurelio, coadiuvato da Lucio Vero (fino
al 169 in cui questi morì), affrontò ripetutamente i nemici, riuscendo a
ricacciarli al di là del Danubio e poi attaccò Marcomanni, Quadi e so-
prattutto gli lapidi nelle loro terre, finché nel 175 furono costretti a fare
Da Nerva a Commodo 183

la pace, a restituire bottino e prigionieri e ad allontanarsi di molte mi-


glia dal Danubio l .
Ma due cose impedirono a Marco Aurelio di portare a fondo la lotta
come egli avrebbe voluto: innanzi tutto una terribile epidemia che infie-
rì per tutto l'impero e poi la ribellione del suo generale prediletto Avidio Le legioni
Cassio nel 175 d.C. Questi si fece proclamare imperatore in Oriente dai orientali si
ribellano a
suoi soldati e riuscì a difendersi per più di tre mesi; ma poi fu messo a Marco Aurelio
morte. Nel 178 in seguito a un nuovo tentativo dei Marcomanni e degli
lapidi contro l'Impero, Marco Aurelio avrebbe voluto riprendere una
lotta in grande stile contro di loro, ma la morte lo sorprese nel 180, e il
suo successore non continuò la sua opera. Marco Aurelio dovette natu-
ralmente dedicare le sue migliori energie a queste lotte. Perciò egli,
l'imperatore pieno dei più nobili ideali umanitari, non poté che in mini-
ma parte realizzarli: fu forse questo il segreto sconforto della sua vita.
Restano ad ogni modo di lui molte norme giuridiche ispirate a mitezza e
si ricorda anche il suo scrupolo nell'amministrare il denaro dello Stato.
Per quanto egli desiderasse di restare d'accordo con il Senato, non cre-
dette di fare a meno di rimettere l'Italia, divisa in quattro distretti, sotto
la tutela di funzionari imperiali, che non erano più di rango consolare,
ma di rango pretorio (cioè ex-pretori) e si chiamarono giuridici.

16.5 Commodo (180-192)

Marco Aurelio ebbe una debolezza: non seguÌ il sistema di adozione dei
suoi predecessori e lasciò il regno al figlio diciannovenne Commodo.
Già in sé questo abbandono di un sistema gradito al Senato e utile per
l'impero era pericoloso, ma per di più Commodo non aveva alcuna at-
titudine a seguire le direttive dei predecessori. Violento e tirannico, egli
amava la brutalità, non aveva alcuna simpatia per le classi colte. Urta-
tosi col Senato, alla congiura dei Senatori da lui scoperta rispose non Il violento
solo con condanne a confische, ma appoggiandosi sempre di più al- Commodo
diventa
l'esercito, di cui aumentò il soldo, e dando grande autorità a favoriti, imperatore
che però cambiava spesso, per timore che lo potessero sostituire. An-
che le classi basse, soprattutto di provincia, furono da lui protette e aiu-
tate in odio alle classi alte. Insomma egli ritornò ai sistemi tirannici di
Nerone e di Domiziano e come questi pretese anche di essere adorato
come dio e precisamente come Ercole. E come di Nerone si disse che
voleva cambiare il nome di Roma in Neropolis, cosÌ di Commodo si

I La colonna istoriata. che è ancor oggi in Piazza Colonna a Roma (antico Campo Marzio) ricorda
e illustra queste guerre.
184 Manuale di storia romana

disse che voleva darle il nome di Colonia Commodiana. Vere o false


che siano queste dicerie, certo è che il malcontento in Roma crebbe, le
province, oppresse da pesi fiscali sempre più forti, divennero più irre-
quiete, e infine Commodo venne avvelenato da un proprio ciambellano
Il «nuovo (notte del 31 dicembre 192).
Ercole» L'impero illuminato degli Antonini, precipitato inaspettatamente
avvelenato
dai pretoriani nella tirannide, finiva cosÌ tragicamente. Si iniziava un periodo di lotte
civili e di profonde trasformazioni sociali.

Bibliografia

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Milano 1998; Trajano emperador de Roma. Atti del Convegno, Siviglia 1998,
a cura di J. Gonzales, Roma 2000. Per Adriano: B.W. HENDERSON, The Life
and Principate ofthe Emperor Hadrian, Londra 1923; P. GRAINDOR, Athènes
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restless Emperor, London 1997; A. GALIMBERTI, Adriano e l'ideologia del
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Marcus Aurelius: a Biography, 2~ ed., Londra 1987. Per Commodo, F. GROSSO,
La lotta politica al tempo di Commodo, Torino 1964; G. FIRPO, La congiura di
Lucilla: alle origini dell' opposizione senatoria a Commodo, in Fazioni e con-
giure nel mondo antico, a cura di M. Sordi, Milano 1999, pp. 237-262.
I Severi
CAPITOLO DICIASSETTESIMO

17.1 Elvio Pertinace (gennaio-marzo 193 d.C.) e la


situazione generale del momento alla morte di
Commodo

Lo stesso prefetto del pretorio che aveva organizzato la congiura contro


Commodo riuscì a far accogliere dai suoi sudditi la proclamazione ad
imperatore di un candidato favorito dal Senato, illigure Elvio Pertina-
ce, il quale infatti si sforzò sin dai primi giorni del suo brevissimo regno
di reagire alle tendenze dispotiche di Commodo e di favorire la classe
senatoria. Ma già alla fine del marzo dello stesso anno (193 d.C.) i Pre-
toriani stanchi del nuovo imperatore lo uccidevano e lo sostituivano con Il potere dei
Didio Giuliano, un senatore che aveva loro offerto uno spettacoloso do- pretoriani
nativo. Nello stesso tempo le truppe delle province, non volendo essere
da meno dei pretori ani e desiderando assicurarsi particolari vantaggi col
nominare loro un imperatore, proclamavano per conto proprio con ini-
ziative disordinate altri imperatori: in Siria era nominato Pescennio Ni-
gro, in Pannonia Settimio Severo, in Britannia e in Gallia Clodio Albino.
Di questi tre candidati il più vicino a Roma, e il più abile, Settimio Se-
vero, nato a Leptis Magna in Africa, riusciva per primo a occupare Ro-
ma e a destituire Didio Giuliano.
Per un certo aspetto si ripeteva la situazione verificatasi alla morte Il potere
di Nerone. Gli eserciti delle varie province cercavano di imporre cia- degli eserciti
provinciali
scuno un loro generale come imperatore. Ma le conseguenze furono ora
molto più gravi, perché durature. Già il regno di Commodo aveva di-
mostrato che gli ideali di collaborazione tra Senato e imperatore, che
avevano dominato per circa cent'anni, erano in declino. Ora le soldate-
sche, imponendo imperatori loro, daranno un colpo definitivo a questa
autorità. Anche se non mancheranno forti resistenze del Senato (soprat-
tutto al tempo di Severo Alessandro), l'impero si avvierà ormai decisa-
mente a una sovranità dispotica dell'imperatore fondata sull'esercito. E
poiché questo esercito non era più, come al tempo di Nerone, costituito
essenzialmente di soldati italiani, ma invece, nella enorme maggioran-
za, di provinciali, con la morte di Commodo avremo anche la definitiva
186 Manuale di storia romana

sostituzione delle province all'Italia nel primato dell 'impero. Infine,


poiché questi soldati provinciali erano sempre di più tratti dalla campa-
gna piuttosto che dalle città, la crisi di questo tempo significherà anche
Finisce il ruolo la decadenza delle classi cittadine più romanizzate a vantaggio delle
centrale classi rurali meno romanizzate. In conclusione con la morte di Com-
di Roma
e dell 'Italia modo si attuano tre fatti: instaurazione di una monarchia militare; pre-
valenza assoluta delle province sull' Italia; relativa prevalenza dell' ele-
mento rurale sull' elemento urbano più romanizzato.

17.2 Settimio Severo (193-211 d.C.)

Settimio Severo non poté naturalmente insediarsi in Roma conquistata.


Aveva due rivali temibili da eliminare. Cominciò col dividere Albino
da Pescennio Nigro adottandolo come suo successore e si accattivò il
favore del Senato venerando la memoria di Pertinace. Poi andò in
Oriente contro Nigro e riuscì facilmente a batterlo, e quando l'ebbe vin-
Dalla guerra to, ruppe i rapporti contratti con Albino e vinse anche lui in Gallia. Nel-
civile emerge l'intervallo tra l'una e l'altra guerra (196) nominò suo figlio Bassiano
Settimio Severo
suo successore e per calmare il malumore del Senato, che vedeva al so-
lito malvolentieri il principio della successione familiare sostituito a
quello di adozione, fece assumere dal figlio il nome assai caro all'ari-
stocrazia senatoria di M. Aurelio Antonino; ma questo figlio passerà al-
la storia col soprannome di Caracalla'.
In connessione con queste guerre va posta pure quella contro i Par-
ti amici del Pescennio Nigro, che, per quanto combattuta con molto
successo dal 197 al 202, non dette però risultati pari allo sforzo milita-
re. Una ulteriore guerra Severo dovette intraprendere verso il 208 con-
tro i Britanni ribelli, ma non poté concluderla prima della morte avve-
nuta nel 211.
Il regno di Settimio Severo è importante non per queste guerre, ma
per le trasformazioni interne dell'impero. È intanto già molto significa-
tivo che all'impero fosse giunto un africano, i cui familiari avevano
scarsa conoscenza del latino, e che aveva una moglie siriaca, Giulia
Domna, dal cervello ricolmo di credenze e superstizioni orientali. Ciò
avrà importanza soprattutto per i discendenti di Severo. Egli si occupò
Cresce specialmente di favorire i soldati provinciali. Introdusse i provinciali
l'importanza anche nelle truppe pretoriane fino allora riservate agli Italiani e per di-
dei
«provinciali)) minuire il prestigio dei pretori ani medesimi stanziò alle porte di Roma,
ad Albano, una legione che servisse da contrappeso alla loro potenza e

I Dal nome di un abito gallico che egli portava volentieri.


I Severi 187

prepotenza. Ai soldati delle legioni concesse molti privilegi, in ispecie


di sposare e forse anche di abitare, se sposati, fuori del campo. Il che,
insieme con l'immissione di molti elementi germanici nell'esercito,
provocò una certa barbarizzazione nell' ordinamento militare, le cui
conseguenze si vedranno più tardi. Settimio Severo ebbe pure la ten-
denza a spezzare le province in più province minori (per es. la Siria e la
Britannia furono divise in due) per impedire la formazione di troppo Le riforme
potenti unità intorno a un governatore. Si deve anche a lui un innalza- di Severo
mento della importanza della classe equestre. Infine egli volle una ri-
gorosa distinzione tra il patrimonio dell'imperatore (fisco) e quello del-
la sua casa privata (patrimonium privatum), ma solo perché in tale mo-
do egli arricchì la sua casa privata a spese del fisco e quindi accrebbe la
potenza della sua famiglia. L'autorità proconsolare che l'imperatore
aveva almeno esplicitamente fino allora solo fuori d'Italia era estesa an-
che all'Italia, togliendole così un altro dei suoi privilegi.

17.3 Caracalla (211-217 d.C.); Macrino (217-218);


Elagabalo (218-222); Severo Alessandro
(222-235)

Il moto di perfetto conguagliamento d'Italia e province giungeva alla


più completa realizzazione con Marco Aurelio Antonino, soprannomi-
nato Caracalla, il quale si era liberato, uccidendolo, del fratello minore
Geta, che il padre aveva negli ultimi anni pensato di associargli al tro- Caracalla
no. Di Caracalla il fatto più insigne è appunto che ne12l2 concedeva la concede la
cittadinanza
cittadinanza romana a tutti i provinciali, salvo alcune eccezioni, su cui romana ai
gli studiosi moderni non si sono potuti mettere d'accordo. Ma questo provinciali
atto non bastava a dare stabilità al suo regno. I soldati tornavano a es-
sere irrequieti e durante una guerra con i Parti il prefetto dei pretoriani
Opellio Macrino uccideva Caracalla (217 a.c.) e si faceva proclamare
imperatore dai soldati.
Il partito favorevole alla famiglia di Severo correva però alla ri-
scossa. Non c'era più veramente nessun membro della famiglia di Se-
vero, ma la moglie Giulia Domna aveva parenti in Siria molto autore-
voli e ricchi perché appartenenti a famiglia di sacerdoti del Dio Sole Elagabalo:
Elagabalo nel celebre santuario di Emesa. Un nipote 2 appena quattor- un ragazzo
sacerdote
dicenne, Avito Bassiano, soprannominato Elagabalo dal nome del dio al potere
di cui era sacerdote, fu proclamato imperatore e riuscì a sopraffare Ma-

Più precisamente la sorella di Giulia Domna, Giulia Mesa, aveva due figlie, Soemia e Mamea.
Di queste la prima aveva per figlio Elagabalo, la seconda Severo Alessandro, che gli succederà.
188 Manuale di storia romana

crino (218). Trasferitosi a Roma, non pensò ad altro che a diffondere il


suo prediletto culto del dio Sole Elagabalo e in genere ad abbandonarsi
a tutte le pratiche più eccessive di misticismo orientale. Vi fu una rea-
zione, che costrinse prima Elagabalo ad adottare e a considerare cor-
reggente il giovane cugino Severo Alessandro e poi lo uccise (222 d.C.).
Severo Severo Alessandro, che succedeva, è una delle più complesse figu-
Alessandro re di imperatore che la storia romana conosca. Portato all'impero da
e il potere delle
donne imperiali una reazione contro l' orientalizzazione, egli favorì il Senato e i senato-
ri, anche per consiglio della madre, che fu la sua tutrice nei primi anni
di regno. La prefettura del pretori o fu data, a evitare ingerenze militari,
al grande giurista Ulpiano: sedici senatori costituirono una specie di su-
premo consiglio imperiale. Ma per altro lato il prefetto del pretorio,in-
nalzaro ora dal rango equestre a quello senatorio, acquistava nuova au-
torità; nelle province l'amministrazione senatoria era limitata e soprat-
tutto nelle cose religiose Severo Alessandro portava un largo spirito
universalistico, favorevole a tutti i culti (anche al Giudaismo e al Cri-
stianesimo) che era lontano dalle tradizioni della classe senatoria.
Ma con Severo Alessandro la crisi si manifestò in tutta la sua gravi-
tà nei due suoi aspetti essenziali: crisi finanziaria sempre maggiore, di-
sordine nell' esercito e sua insufficienza a difendere i confini dell' impe-
Si accentua la ro. Questa insufficienza era tanto più dannosa in quanto proprio sotto il
crisi finanziaria regno di Severo Alessandro, circa il 224 d.C., avveniva un profondo ri-
dell'impero
volgimento nello Stato dei Parti. La dinastia dei Sassanidi, espressione
di un movimento nazionalista persiano, si sostituiva a quella degli Ar-
sacidi, che aveva una tendenza ellenizzante. Questa tendenza naziona-
lista (anche nel campo religioso, dove la religione di Zoroastro era re-
staurata nella sua purezza) portava una maggiore vivacità nella tradi-
zionale ostilità con Roma e diede luogo subito a una nuova guerra,
mentre i Germani si facevano minacciosi sul Reno e sul Danubio. Se-
vero riuscì a trattenere gli uni e gli altri; ma cadde nel 235 vittima di
una delle tante sommosse militari del suo regno, in una delle quali era
già stato ucciso Ulpiano. Cominciava così l'anarchia militare.

Bibliografia

Su Pertinace, R. WERNER, Der historische Wert des Pertinax: vita in den Scrip-
tores Historiae Augustae, «Klio», XXVI, (1933). Su Settimio Severo, A. BIR-
LEY, Septimius Severus: the African Emperor, London 1971; B. LEVICK, Julia
Domna: Syrian Empress, London 2007. Per Caracalla, O. TH. SCHULZ, Der ro-
mische Kaiser Caracalla, Lipsia 1909; W. REUSCH, Der historische Wert del'
Caracalla Vita, Lipsia 1931, (<<Klio», Beiheft 24). Per Elagabalo, R. TURCAN,
Héliogabale et le sacre du soleil, Parigi 1985 (trad. it.: Eliogabalo e il culto
I Severi 189

del sole, Genova 1991); S. GUALERZI, Né uomo, né donna, né dio, né dea: ruo-
lo sessuale e ruolo religioso dell' imperatore Elagabalo, Bologna 2005. Per
Severo Alessandro, A. IARDÉ, Études critiques sur la vie et le règne de Sevère
Alexandre, Parigi 1926; N.H. BAYNES, The Historia Augusta, its Date and Pur-
pose, Oxford 1926 (la vita di Alessandro è stata concepita come prefigurazio-
ne di quella di Giuliano l'Apostata). Per i problemi religiosi: J. REVILLE, La re-
ligion à Rome sous les Sévères, Parigi 1885; E. DAL COVOLO, l Severi e il cri-
stianesimo. Ricerche sull' ambiente storico-istituzionale delle origini cristiane
tra il secondo e il terzo secolo, Roma 1989.
L'evoluzione economica e sociale
dell'Impero
CAPITOLO DICIOTTESIMO

18.1 Preliminari

Con Severo Alessandro noi siamo giunti ai limiti di una età, in cui la
trasformazione lentamente operatasi nelle condizioni economiche, so-
ciali, politiche, culturali, religiose dell 'Impero durante circa tre secoli,
si manifesta bruscamente in quella che si suole chiamare una crisi: sca-
tenamento di forze latenti. È giunto perciò il momento di fissare le prin-
cipali caratteristiche di tale trasformazione, di cui noi abbiamo già ac-
I cambiamenti cennato molti aspetti via via che le vicende politiche andavano ponen-
nell'impero doli in primo piano, ma di cui non abbiamo ancora tracciato una rigo-
rosa delineazione. Non ci sarà nemmeno bisogno di avvertire che solo
per comodità di studio noi descriviamo a parte questa evoluzione, che
nella realtà storica concreta fu tutt'uno con la storia politica dell'impe-
ro narrata nei capitoli precedenti. Sarà inoltre opportuno che noi accen-
niamo anche in questo e nel seguente capitolo a quelle ulteriori fasi del-
la evoluzione, che si manifesteranno in pieno solo nel secolo successi-
vo, ma che sono già più che in germe nell'età dei Severi. Nel riprende-
re poi questi accenni, studiando l'età di Diocleziano e di Costantino,
scorgeremo meglio la continuità dello sviluppo.

18.2 Italia e province: urbanizzazione, cittadinanza


romana

L'ultimo secolo della repubblica, nonostante l'estensione assunta dalle


province in confronto all'Italia, era stato dominato da problemi politici
e sociali esclusivamente particolari dell 'Italia: proletarizzazione dei
contadini d'Italia, parificazione di tutti gli Italiani nella cittadinanza ro-
I cambiamenti mana. L'aristocrazia dei senatori e dei cavalieri italici dominava nel
in Italia mondo, e le province erano ancora definite praedia populi Romani. A
ciò contribuiva fortemente la decadenza del mondo ellenistico, sia spi-
rituale sia economica, che, già forte prima del dominio romano (che ap-
punto aveva reso possibile), si era ancora accresciuta per lo sfruttamen-
L'evoluzione economica e sociale dell'Impero 191

to dei governatori e degli appaltatori delle tasse, per la pirateria recfU-


descente, infine per le guerre civili. In Occidente, Spagna, Africa e Gal-
lia erano da poco venute a contatto con la civiltà e non sapevano anco-
ra valorizzare le proprie energie. L'elemento italico dominava quindi
ovunque, compatto ormai per la latinizzazione diffusa in ogni parte del-
la penisola, ricco di problemi e di iniziative: l'ultimo secolo della re-
pubblica e il primo dell 'impero sono notoriamente i secoli più produtti-
vi della letteratura latina.
Ma con Augusto si instaurò in tutto l'impero una pace, quale l'uma-
nità non aveva mai goduto: la pax romana sembrerà corrispondere ai La «pax
più rosei sogni degli utopisti. Se alle frontiere ancora si conoscevano romana»
scontri con i barbari circostanti, nell'interno dell'impero per quasi due
secoli si ebbe poca o punta esperienza di ciò che fosse guerra. Di qui la
rinascita del mondo ellenistico, in specie dell 'Egitto e dell'Asia: rina-
scita che darà i suoi risultati se non splendidi, notevoli, nel campo dello
spirito, ma che fu senza discussione straordinaria nel campo economico.
In Asia le città godettero di una floridezza senza precedenti. I mercanti
siriaci si sparsero per tutto l'impero. Ma più ancora notevole fu il nuovo
sviluppo della Gallia, della Spagna e dell' Africa, nella quale ultima gli
elementi di civiltà lasciati dai Cartaginesi si venivano ora a inserire nel-
la civiltà romana. Si formavano nuovi centri di popolazione, si coltiva-
vano zone prima abbandonate, si diffondevano scuole e abitudini di cul-
tura in ogni parte. Anche oggi si resta meravigliati a ritrovare nel deser- Lo sviluppo
to africano resti monumentali di città romane. La vita ferveva, senza delle province
profondità di pensiero, ma comoda, di buon gusto, umana. Questa flori-
dezza creava naturalmente una forte concorrenza ai danni dei paesi me-
no fertili e meno ricchi di materie prime. Già per ciò solo si spiega che
alla floridezza delle regioni ora nominate si contrapponesse un sensibi-
le declino della Grecia e dell'Italia, la cui produzione agricola non sa-
peva reggere alla concorrenza. Si deve aggiungere poi la forte emigra-
zione verso i paesi che sembravano offrire più possibilità di guadagno,
e quindi l'emigrazione dei Greci verso l'Egitto e l'Asia, degli Italiani
specialmente verso le province occidentali (un fatto, sia detto tra paren-
tesi, che giovò molto alla loro rapida romanizzazione). Si aggiunga an-
cora che l'Italia e la Grecia furono i paesi che soffrirono di più delle
guerre civili; e si noti per l'Italia in particolare che essa dovette subire,
per le confische e gli stanziamenti di veterani, continui dannosi muta-
menti della proprietà. Né deve tacersi l'impressione che tanto in Grecia Il declino
della Grecia
quanto in Italia l'energia spirituale fosse andata diminuendo: i Greci che
\-ivevano tra i ricordi del loro passato glorioso e gli Italiani che, seppu-
re in misura minore, non dimenticavano la repubblica, si ritrovavano
poco nel nuovo mondo imperiale, ma non capivano che con la loro in-
differenza contribuivano sempre più ad avviarlo verso forme orientali.
192 Manuale di storia romana

La decadenza dell'Italia era in specie molto grave, perché l'Italia


La decadenza era stata la creatrice dell'impero e ne formava tuttora la spina dorsale.
dell'Italia Eppure questa decadenza appariva da molti indizi: Vespasiano presso-
ché escludeva gli Italici dall'esercito; Nerva, Traiano e Adriano ne ri-
conoscevano con i loro provvedimenti la povertà economica, Settimio
Severo introduceva i provinciali anche nelle coorti pretoriane. Faceva
eccezione dal punto di vista economico solo Roma, dove il proletariato
(circa 200.000 persone) era mantenuto dall'imperatore e dove il lusso e
la facilità di vita erano il carattere necessario della capitale.
Tuttavia, nonostante questa decadenza dell 'Italia e della Grecia a
cui invano gli imperatori cercano di rimediare, i primi due secoli del-
l'impero si possono dire di continuo progresso. Quasi in ogni parte è
ordine, onestà, abbondanza di iniziative. I commerci si intensificano,
grandi reti stradali -le migliori che l'Europa abbia avuto prima del XIX
secolo - li favoriscono, strade carovaniere si aprono ai margini orienta-
Lo sviluppo li, il commercio giunge sino alla Cina. E anzi non si mancava già nel
del commercio primo secolo d.C. di lamentare che troppo denaro dell'impero defluisse
in Oriente per acquisti di merci di lusso. Le province orientali mandano
alle occidentali soprattutto manufatti e oggetti preziosi, le occidentali
alle orientali metalli, pelli, carni salate, schiavi. L'Africa e l'Egitto so-
no i maggiori esportatori di grano. Le miniere vengono sfruttate razio-
nalmente, di regola dallo Stato. La conquista permette di valorizzare
quelle della Britannia e della Dacia. Si creano corporazioni commer-
ciali, in ispecie per i trasporti navali. È però da notare che la diffusione
della grande industria e anche in genere dello scambio è ostacolata dal
costo e dalla difficoltà dei trasporti, accresciuta dai numerosi dazi, che
in ogni luogo si dovevano pagare.
Espressione di questa floridezza e di questa civiltà crescente è l'in-
tensificarsi della urbanizzazione dell' impero. In ogni parte si creano
centri cittadini nuovi. S'intende che il fenomeno si manifesta diversa-
L'urbanizzazione mente secondo le tradizioni delle singole regioni. In Oriente si continua
la diffusione delle città (1t6Àw;) di tipo ellenistico; in Africa e in parte in
Spagna si trasformano centri cittadini punici; in Gallia e in Britannia si
creano piuttosto dei centri delle tribù indigene, che continuano a resta-
re la compagine politica dominante. Molti di questi centri hanno natu-
ralmente la funzione di mercati. Ed è particolarmente notevole la vita
urbana, che si viene costituendo alle frontiere, come quelle del Reno e
del Danubio. Intorno agli accampamenti dei soldati diventati stabili si
formano dei villaggi (canabae): in questi villaggi il veterano, licenzia-
to dal servizio, tende ad andare ad abitare, sicché i legami tra canabae
e castra si stringono sempre più.
Tutti i centri urbani godevano di qualche autonomia. Essa era mas-
sima presso i municipi e le colonie, che avevano organizzazione ben re-
L'evoluzione economica e sociale dell'Impero 193

golata da statuti largiti da Roma; ma era pure molto ampia per le città
provinciali, di cui Roma rispettava le organizzazioni tradizionali, sia
che attribuisse loro la libertà (civitates liberae), sia che le liberasse sol-
tanto dai tributi (immunes), sia infine pure che le tenesse obbligate a pa-
gare i tributi (stipendiariae). E anche nei minori agglomeramenti urba-
ni (castella, vici, canabae, conciliabula,fora) o assimilati agli urbani, I «p agi»
come i pagi, propriamente cantoni, e i saltus, grandi tenute coloniche e i «saltus»
direttamente dipendenti dall'imperatore, non mancava una certa misu-
ra di autonomia locale. I municipi e le colonie imitavano con la loro or-
ganizzazione la Roma repubblicana. Avevano magistrati annui eletti dai
comizi popolari e un senato, generalmente di cento membri (decurioni),
scelti tra ex-magistrati e persone autorevoli; la scelta veniva fatta per i
posti vacanti ogni cinque anni dai magistrati in carica, che per l' occa-
sione assumevano funzioni di censori e si chiamavano quinquennales.
La elezione popolare dei magistrati venne però a poco a poco decaden-
do, sostituita dalla nomina da parte dei decurioni, mentre d'altro lato i
soli decurioni divennero eleggibili alle magistrature. Alle amministra-
zioni municipali spettavano compiti di polizia, di giurisdizione (entro
certi limiti), di cura del benessere (fondazione di scuole, palestre, terme
etc.): toccava inoltre loro la responsabilità, che vedremo farsi sempre
più grave, di riscuotere per lo Stato le tasse nell'ambito del territorio di-
pendente. Ma nei primi due secoli la floridezza abbastanza diffusa fa-
ceva sì che privati cittadini si assumessero volentieri molte delle spese
spettanti alle città, lieti di averne in cambio onori e attestazioni di grati-
tudine. Era pure abitudine che le città si scegliessero patroni tra i per- Privilegi
sonaggi più autorevoli. La partecipazione alle magistrature locali dava dei magistrati
delle città
luogo a privilegi. I magistrati di municipi di diritto latino ottenevano la
cittadinanza romana: i decurioni, insieme con i veterani dell'esercito,
formavano oltre ai membri delle classi senatori a ed equestre i cosiddet-
ti honestiores, che, a differenza degli altri (gli humiliores), non poteva-
no subire determinate condanne (schiavitù, bastonatura, costrizione ai
ludi gladiatori etc.).
Lo sviluppo delle province in confronto all 'Italia non poteva che
rinsaldare la convinzione della necessità di togliere le differenze tra
quelle e questa. Tutti gli imperatori in misura maggiore o minore con-
tribuirono alla estensione della cittadinanza romana o la prepararono
largendo la cittadinanza latina, come Vespasiano con la Spagna. Ciò era L'allargamento
tanto più necessario in quanto i legionari erano sempre ancora cittadini della
cittadinanza
romani di pieno diritto (ma spesso ottenevano la cittadinanza entrando
nelle legioni). Gli ausiliari invece ottenevano la cittadinanza al finire
del servizio. L'editto di Caracalla, che dava la cittadinanza alla maggior
parte dei membri dell'impero, non venne quindi che a concludere un
processo secolare di parificazione.
194 Manuale di storia romana

Ma sarebbe erroneo condividere l'illusione che pure forse ebbero


molti membri dell 'impero - e forse, tra gli imperatori, Caracalla stesso
- che l'uniforme sviluppo dell 'impero significasse una vera omogenei-
tà intrinseca. Restava intanto un grande dualismo non superato. La par-
te occidentale era più sottoposta all'influsso italiano, sia nella lingua,
che era la latina, sia nelle istituzioni locali; la parte orientale era elleni-
Il dualismo tra stica nella lingua, nelle istituzioni, nel modo di pensare; per quanto lea-
le lingue latina le a Roma, di cui riconosceva senza esitazione il prestigio, avrà sempre
e greca
una tradizione e una forma di vita propria. Inoltre c'erano numerose zo-
ne, che rimanevano, salvo che alla superficie, impervie sia alla civiltà
greca, sia alla civiltà romana. Bisogna tenere conto che la civiltà pene-
trava facilmente nelle città, ma lasciava fuori le campagne e tanto più le
montagne.
La situazione si aggraverà da questo punto di vista con lo stanzia-
mento entro i confini dell'impero di barbari - in ispecie Germani - che
ha inizio con Marco Aurelio. Saranno sempre nuovi elementi estranei e
difficilmente assimilabili introdotti nello Stato romano.
Ma, col constatare questa mancanza di omogeneità dello Stato ro-
mano, noi siamo già giunti a comprendere una delle maggiori ragioni
della sua decadenza. Ci tocca ora appunto indicame alcuni altri sintomi.

18.3 Sintomi di decadenza

Sappiamo che già dal tempo della repubblica l'economia dell'impero


romano tendeva alla costituzione di latifondi, cioè all'accentramento
della proprietà in mano di pochi. L'impero favorì questo processo, per-
ché gli imperatori con le confische si appropriarono di enormi estensio-
ni di terreno. Di per sé il latifondo non era tutto un male. Favoriva anzi
l'introduzione dei sistemi più razionali di agricoltura. Che poi la pro-
I latifondi prietà passasse dalle mani degli aristocratici italiani a quella degli im-
peratori era pure, da un lato, un bene. Mentre i privati avrebbero accu-
mulato per sé e per i loro eredi i redditi, tesaurizzandoli in Italia, gli im-
peratori se ne servivano per l'amministrazione dello Stato, in cui le pro-
vince avevano sempre più importanza; sicché le confische valevano in
definitiva a ristabilire quell'equilibrio economico, che si era rotto nei
secoli in cui il denaro passava regolarmente solo dai paesi conquistati
all 'Italia e non viceversa.
Ma l'allargarsi del latifondo significava che sempre maggiore nu-
mero di contadini decadeva da piccolo proprietario a nulla tenente (pro-
letario): e l'introduzione degli schiavi nella coltivazione dei latifondi
La schiavitù impedì a lungo che questi proletari vi potessero trovare lavoro. Duran-
te l'impero si ricominciò a usare il lavoro dei liberi. La fine delle gran-
L'evoluzione economica e sociale dell'Impero 195

di guerre di conquista aveva portato a una diminuzione ingente degli


schiavi sul mercato: e quindi essi erano diventati più cari. D'altra parte
si constatava che il mantenimento dello schiavo spesso non conveniva
in confronto al suo lavoro. E perciò si tornò ad assumere nei latifondi
dei «coloni» liberi.
Ma questi coloni furono oppressi dalle condizioni che loro impone-
vano i proprietari, e in ispecie il proprietario più importante di tutti,
l'imperatore. Reagirono, come al solito accade, sfruttando di più i ter-
reni, e la conseguenza fu l'ulteriore diminuzione delle loro rendite e La crisi
quindi il peggioramento della loro situazione. Che si fece sempre più dei contadini
grave, quanto più lo Stato, e per esso l'imperatore, aveva più bisogno di
denaro. Ne furono inizio le ribellioni dei contadini avvenute al tempo di
Antonino Pio in Grecia, di Marco Aurelio in Grecia, di Commodo in
Gallia. Si venne al punto che i coloni cercavano di sfuggire alloro in-
debitamento progressivo abbandonando i fondi: e allora il governo,
imitando un' istituzione già diffusa in Egitto e in Asia, li legò alla terra,
imponendo a loro e ai loro discendenti di non allontanarsene. Il colono
libero diventava un servo della gleba; una condizione già documentata
al tempo di Costantino.
Un analogo fenomeno avveniva in tutti gli altri campi. Finché la
prosperità era durata, non si aveva avuto difficoltà a trovare impresari
per i trasporti dello Stato e per certi indispensabili mestieri (per es.
quello dei panettieri). Anche il compito dei decurioni di garantire per le
loro città il pagamento delle tasse era agevole, finché le tasse venivano
di regola pagate.
Ma alla fine del II secolo e ancora più al principio del III la prospe-
rità era solo più un ricordo. Le guerre contro i barbari e le guerre civili
avevano provocato gravi distruzioni di ricchezze. Alcune epidemie, co- Nel III secolo
me quella del tempo di Marco Aurelio, avevano accresciuto la miseria. cresce la
povertà
L'economia agricola, come dicevamo, andava a rotoli: ed era il fonda-
mento economico dell'impero. Il pauperismo si diffondeva. Gli impe-
ratori avevano già sentito il dovere di venirgli in soccorso con istituzio-
ni del tipo delle alimentationes in Italia. La povera gente si raccoglieva
in collegi di mutuo soccorso (collegia tenuiorum) con lo scopo di cer-
care di facilitarsi reciprocamente la vita. Una delle grandi forze del Cri-
stianesimo fu appunto il soccorso risoluto a questo pauperismo. Ne
conseguiva anche diminuzione costante di popolazione: i terreni rima-
nevano desolati, nonostante la incipiente servitù della gleba, per im-
possibilità di trovare chi li coltivasse. In tali condizioni gli affari erano
sempre meno vantaggiosi: e lo Stato poteva garantire che certi servizi
indispensabili avvenissero solo costringendo chi assumeva determinati
mestieri a non abbandonarli, né lui né i suoi discendenti. Le corpora-
zioni di mestiere diventavano coattive ed ereditarie. Peggio natural-
196 Manuale di storia romana

mente si stava per i decurioni, costretti ora a rifondere lo Stato delle tas-
se che i cittadini non pagavano più. Il decurionato diventava un peso
insopportabile, a cui si cercava di sfuggire. Anche qui l'unico rimedio
fu l'obbligatorietà del decurionato, per quelli che eran decurioni e per i
loro discendenti e per quelli che avessero censo sufficiente per assu-
mersene i pesi, creando la infelice classe dei curiali. Erano esentati dal
Gli oneri decurionato i membri della burocrazia imperiale, i veterani, e alcune al-
dei «curiali» tre categorie (a cui poi furono aggiunti i sacerdoti della Chiesa cristia-
na), ma, in ispecie per i veterani, sempre con maggiori limiti. Analoghe
osservazioni si debbono fare per tanti altri obblighi (munera, liturgie)
che lo Stato, appunto per la crisi economica progrediente, era costretto
a imporre: lo Stato cerca sempre più di impedire che si possa sfuggire
legando determinate categorie di persone a soddisfarli. Si giunse perfi-
no a imporre ai latifondisti di pagare le tasse per i terreni non di loro
proprietà, ma attigui ai loro, che fossero rimasti incolti.
La società romana, che nei secoli precedenti era stata aiutata dal-
l'impero a creare forme economiche e sociali sempre più alte, ora inve-
ce era oppressa da pesi gravissimi ed irrigidita in tante classi: poche pri-
vilegiate, cioè quelle degli alti funzionari dello Stato, le altre sottoposte
ai gravami.
Era per un aspetto un sintomo e per l'altro una causa di questa de-
cadenza economica la crisi monetaria che tormentò tutto il III secolo e
da cui l'impero non riuscì più, nonostante le energiche misure di Dio-
cleziano, a sollevarsi totalmente. Già, dicemmo che fin dal primo seco-
lo si lamentava l'esodo di troppo denaro dall'impero per acquisto di
La crisi merci preziose in Oriente.
economico- Il fenomeno - evidentemente il disavanzo della bilancia commer-
monetaria
ciale romana - era tanto più grave in quanto la quantità di oro e di ar-
gento nell'impero non veniva più rinnovata abbastanza dalle miniere in
via di esaurimento. Donde un costante diminuire dei metalli preziosi,
che, aggiungendosi alla continua diminuzione dei proventi delle tasse
per le ragioni che sappiamo, portò il governo a coniare monete appa-
rentemente di argento, di fatto di rame o piombo ricoperte di una sotti-
le striscia argentea. Una tale cattiva moneta non poteva che aggravare la
crisi. Essa portò anche alla disparizione dalla circolazione dell'argento
e dell' oro autentico che ancora rimaneva per la solita regola che, quan-
do si mette in circolazione moneta cattiva, la gente nasconde la buona.
Si venne al punto che, mentre ancora alla fine del II secolo una libbra
d'oro autentica (322 grammi circa) valeva 1125 denari di argento (o
presunto tale), ne valeva 50.000 al tempo di Diocleziano. Era una enor-
me inflazione, di cui ci hanno offerto esempi alcuni Stati degli anni
L'inflazione Venti, per cui di giorno in giorno si rimaneva incerti sul valore degli og-
getti. I tentativi di risanamento della moneta, cominciati con Caracalla,
L'evoluzione economica e sociale dell'Impero 197

coniando un nuovo denaro, l' antoniniano e proseguiti da Diocleziano,


ebbero solo relativa efficacia. Nel complesso si fu costretti a tornare a
una economia naturale, cioè a esigere a pagamenti non più denari di va-
lore incerto, ma oggetti, merci, di valore riconosciuto. Le tasse, già pri-
ma in certe regioni pagate in natura, furono ora sempre più pagate con
questo sistema. Anche i soldati ebbero pagamenti in natura. Ciò co- Il ritorno
ai pagamenti
strinse a organizzare l'annona militare per la raccolta delle vettovaglie in natura
e anche a permettere ai soldati di occupare dei campi per coltivarli e
trame il vitto. Così la crisi economica, per cui lo Stato romano diventa-
va sempre più povero e quindi aveva sempre meno energie per lottare
contro i nemici esterni, dovendo fare i conti con tanti malcontenti inter-
ni, veniva ad agire direttamente anche sulla struttura dell'esercito.

18.4 Il problema de II' esercito

L'esercito era già di per sé una ragione della crisi, sebbene d'altro lato
esso - con la sua mirabile tradizione di vittorie, con la sua disciplina ri-
gida, con i suoi ordinamenti provati da esperienza secolare - restasse
poi sempre la forza maggiore dell'impero.
L'esercito era ragione di crisi intanto perché troppo interessato a so-
stituire un imperatore con un altro. Ogni nuovo imperatore significava I problemi
nuovi donativi. Se poi un imperatore era già stato comandante di deter- dell'esercito
minate legioni (come era la regola), egli favoriva quelle legioni in con-
fronto di altre. Bastava dunque che un momento la disciplina venisse
meno (e spesso erano gli stessi generali, cupidi di impero, che ne pro-
vocavano il rilassamento) perché lo spirito di avventura e di profitto
prendesse il sopravvento.
Ma poi c'erano ragioni più profonde per cui l'esercito non riusciva
più del tutto ad adeguarsi ai bisogni dell 'impero.
Augusto aveva trasformato l'esercito in permanente e volontario. Le
leve obbligatorie erano solo più fatte in caso di necessità, cioè molto di
rado. L'esercito, come sappiamo, era diviso nelle legioni, che ne costitui-
vano la parte fondamentale per numero e qualità, e negli auxilia, truppe L'esercito
fino a Caracalla di non cittadini romani, che conservavano negli arma- permanente
e volontario
menti, almeno in origine, le abitudini dei paesi da cui provenivano. Ma
poiché gli auxilia diventarono sempre più uniformi e romanizzati, dal
tempo di Traiano in poi si distinsero i numeri, cioè delle truppe analoghe
agli auxilia più antichi, tratte da popolazioni con armamenti non romani.
La parte più scelta dell'esercito e più privilegiata era costituita dalle co-
orti di pretoriani, le guardie imperiali residenti nei pressi di Roma.
L'omogeneità dell'esercito era assicurata dall'uniformità degli or-
dinamenti disciplinari e tattici, a cui contribuiva l'ottima qualità dei
198 Manuale di storia romana

centurioni, i sottufficiali o ufficiali subalterni al comando delle centu-


rie, in cui si suddividevano le coorti delle legioni. I centurioni erano
spesso tratti dai pretori ani. Il primo segno della crisi militare fu dunque
che la classe dei centurioni decadesse e si trasformasse. Verso la fine
del III sec. d.C. non si trovano quasi più centurioni, ma protectores, che
Centurioni sono poi i centurioni, ma trasformati e legati più direttamente all'impe-
e «protectores» ratore con un periodo di permanenza al suo seguito. Anche uno dei
compiti più essenziali dei centurioni viene meno in questa trasforma-
zione, quello della istruzione dei soldati ora affidata ai campi doctores.
La decadenza del centurionato andava di pari passo con tutto l'im-
barbarimento della struttura dell' esercito. Esclusi gli Italici dalle legio-
ni (Vespasiano) e poi anche dal corpo dei pretori ani (Settimio Severo),
diventato il reclutamento sempre più provinciale, cresciuta la difficoltà
di trovare soldati, per la scarsa volontà di sottoporsi alla disciplina mi-
litare e anche per la diminuzione della popolazione, la qualità dei sol-
dati decade. Gli ordinamenti creati per i soldati italiani, passano a sol-
dati di altra tradizione e di altre abitudini. Tanto meno si adattano alla
disciplina militare i barbari (Germani) accolti entro i confini sotto il no-
me di laeti, inquilini etc., col patto di servire nell'esercito.
Si noti pure che il comando delle legioni passa da legati di rango
senatorio a prefetti di rango equestre: segno che si interrompe la tradi-
La difficoltà zione romana secondo la quale la classe dei più alti funzionari civili era
di arruolare anche la classe dei più alti funzionari militari.
soldati
Si hanno dunque due fenomeni concomitanti: decadenza dell'arte
militare romana; difficoltà di trovare soldati. Le leve coattive a cui si
ricorre nel terzo secolo, l'artificio di costringere le città a crearsi delle
truppe proprie di difesa, non aumentano che il male.
Ne consegue pure che la vita dei soldati deve essere resa più facile.
Ora già fin d'Augusto l'esercito romano soffriva dell'errore di essere
stanziato tutto (salvo i pretoriani) sulle frontiere come una grande cin-
tura di difesa dell'impero col risultato che se un nemico faceva uno sfor-
zo vigoroso in un sol punto riusciva a sfondare la linea romana. Manca-
va insomma un esercito di manovra, che dal centro potesse essere lan-
ciato rapidamente contro un invasore. Questa condizione peggiorò nel II
e nel III secolo. Adriano, che permise il reclutamento regionale, per cui
ogni soldato stava di guarnigione nella sua regione; Settimio Severo,
La leva che concesse ai soldati di sposarsi e di coltivare terre, nei periodi di pa-
«regionale» ce, furono i principali autori di una forte diminuzione nelle qualità mili-
tari dell'esercito. Ormai i soldati erano degli impiegati, che amavano
poco muoversi, salvo che per tentare avventure a loro vantaggio.
In tale stato di fatto maturò la crisi militare del III secolo.
L'evoluzione economica e sociale dell'Impero 199

Bibliografia

Si vedano i libri generali di storia economica, sociale, militare citati al princi-


pio del volume. Si aggiunga, per la crisi economica, A. SEGRÈ, Circolazione
monetaria e prezzi nel mondo antico e in particolare in Egitto, Roma 1922; G.
MICKWITZ, Geld und Wirtschraft im romischen Reich des vierten Jahrhunderts
v. Chr, «Societas Scientiarum Fennica», IV, 2 (1932); F. HEICHELHEIM, Zur
Wiihrungskrisis des romischen Imperiums im 3. Jahrhundert v. Chr., «Klio»,
XXVI (1933); Les «dévaluations» à Rome. Époque républicaine et impériale.
Congr., Roma 1975, Parigi 1978. Per l'origine del colonato sempre fondamen-
tale, M. ROSTOVTZEFF (Rostowzew), Studien zur Geschichte des romischen
Kolonates, Lipsia e Berlino 1910 (trad. it.: Per la storia del colonato romano,
a cura di A. Marcone, Brescia 1994); Terre, proprietari e contadini dell' impe-
ro romano: dall' affitto agrario al colonato tardoantico, a cura di E. Lo Cascio,
Roma 1997. Per l'esercito: Impactofthe Roman army (200 BC-AD 476). Wor-
kshop Capri 2005, a cura di L. De Blais ed E. Lo Cascio, Leida-Baston 2007.
Per il corporativismo romano, J.-P. WALTZING, Étude Historique sur les corpo-
rations professionnelles chez les Romains, volI. 4, Lovanio 1895.
Problemi spirituali: la diffusione
del Cristianesimo
CAPITOLO DICIANNOVESIMO

19.1 La letteratura e il diritto

Nell'atmosfera dell'ultimo secolo della repubblica e del primo secolo


dell 'impero - in mezzo ai contrasti di tendenze - la letteratura latina
aveva avuto il suo massimo fiore. All' assorbimento della cultura greca
si era ormai sostituito uno svolgimento originale, in cui non si sentiva
più contrasto tra modello greco ed esigenze e abitudini romane (come
era ancora avvenuto a Ennio, Plauto etc.) appunto perché il modello
greco non era più modello, ma esperienza da tempo ripensata con spiri-
to proprio. Catullo, Virgilio, Orazio, per citare solo i più grandi, non si
Il periodo comprenderebbero senza la tradizione letteraria greca, eppure riflettono
«d'oro» della nei loro problemi e nei loro atteggiamenti la più genuina spiritualità di
letteratura
latina Roma contemporanea. La letteratura, che era stata irrequieta negli ulti-
mi decenni della repubblica e nei tempi di Cesare - tra il vagheggia-
mento di un ordine restaurato (Sallustio e Cicerone) e la polemica oc-
casionale dei partiti, tra il bisogno di un ripiegamento su se stesso nella
meditazione filosofica (Cicerone) e la intensità di una vita sentimenta-
le oscillante fra la tenerezza scherzosa e la passione (Catullo), tra la ri-
cerca attenta delle tradizioni del passato (Varrone) e i nuovi ideali reli-
giosi (come le speculazioni del neo-pitagorico Nigidio Figulo) - si era
fatta con Augusto più uniforme e seria, dominata da una esigenza di or-
dine morale e religioso, che non era imposta dall'esterno e corrispon-
deva alle esperienze delle guerre civili: si guardava al passato di Roma
con trepido orgoglio (Livio), se ne cercavano gli auspici per l'avvenire
(Virgilio, Orazio).
Poi era sopravvenuto il conflitto tra l'idea imperiale e il repubblica-
Il conflitto nesimo della aristocrazia, che, quando si appartava dallo Stato, cercava
tra repubblica conforto nella stoica accettazione della realtà del mondo, così come si
e impero
presenta anche quando impone il sacrificio della propria vita (Seneca).
Solo con l'avvento di Nerva avvenne la conciliazione tra aristocrazia e
principato, di cui sono massima espressione le opere di Tacito, le quali
condannano in blocco, e con arte insuperata, tutto il periodo che va da
Tiberio a Domiziano appunto in contrapposizione al nuovo ideale della
Problemi spirituali: la diffusione del Cristianesimo 201

collaborazione tra il principe e le classi alte. Ma Tacito è forse l'ultimo


grande scrittore latino anteriore al sorgere della letteratura cristiana: o
almeno è l'ultimo in cui la latinità non sia soltanto linguistica, ma spi-
rituale.
La calma dell'impero da Nerva a Commodo giova alle province,
non all'Italia, non solo dal punto di vista sociale ed economico, ma an-
che da quello spirituale. I problemi propri i della cultura latina si esauri-
scono in quella atmosfera di pace, e invece riprende vigore la letteratu- L'influsso della
ra greco-ellenistica con le sue tradizioni storiografiche e retoriche, i letteratura
greca
suoi problemi filosofici e religiosi. I maggiori scrittori del periodo di
Nerva in poi - Dione Crisostomo, Plutarco, Luciano - sono indubbia-
mente di lingua e pensiero greco. Il greco conquista gli stessi Romani.
Noi abbiamo visto Marco Aurelio e vedremo Giuliano l'Apostata scri-
vere in greco: due imperatori romani. La resistenza della cultura latina
non verrà certo meno. Nel quarto secolo avremo ancora uno scrittore
assai significativo, lo storico Ammiano Marcellino, ammiratore di Giu-
liano l'Apostata, che scriverà in latino pur essendo greco. Ma una vera
rinascita della letteratura latina si avrà solo per opera degli scrittori cri-
stiani, nei quali la tradizione universalistica e i problemi etici della Ro-
ma pagana saranno ripresi con nuovo vigore: si pensi, per citare solo tre
nomi, a Tertulliano, S. Girolamo e S. Agostino.
In un solo campo la vitalità del pensiero latino non avrà soste e in-
terruzioni: nel diritto. Il realismo nell' afferrare i rapporti di diritto fra
gli uomini e la sistematicità nel trattarli che si possono già scorgere nei Il diritto
più antichi documenti del diritto romano (quali le dodici tavole) si an-
darono continuamente affinando. L'impero di Roma, via via che si al-
largava, poneva nuovi problemi. Si trattava non più di regolare la vita di
alcune migliaia di Romani, per la maggior parte contadini, ma di stabi-
lire norme per milioni di persone, che avevano leggi e norme proprie
prima di cadere sotto il dominio romano e che ora nell'impero si trova-
vano in condizioni diverse le une dalle altre, talvolta parificate ai Ro-
mani, avendo ottenuto il diritto di cittadinanza, più spesso (fino a Cara-
calla) tenute in condizioni di inferiorità. In genere fino a Caracalla si
ebbe per regola che il diritto di Roma valesse solo per i cittadini roma-
ni e che per i provinciali dovessero conservarsi le norme tradizionali di
ciascuna regione. Si ebbero quindi fino ali 'inizio del III secolo due
svolgimenti autonomi: quello del diritto romano e quello dei vari dirit-
ti provinciali, che non potevano non modificarsi anch'essi, sia pure len-
tamente, di fronte alla realtà del dominio romano. Lo svolgimento che
noi conosciamo di gran lunga meglio è, come si intende, quello del di-
ritto romano. Esso si venne esprimendo, oltre che attraverso l'attività
più propriamente legislativa (le vere leggi del popolo, i senatusconsul-
ti. le costituzioni imperiali nelle loro varie forme), attraverso il cosÌ det-
202 Manuale di storia romana

to ius praetorium O honorarium. Nel periodo repubblicano ogni preto-


re urbano entrando in carica soleva enunciare in un editto i criteri se-
Gli editti condo cui avrebbe giudicato durante l'anno: in teoria egli avrebbe do-
dei pretori vuto enunciare solo l'interpretazione che avrebbe data della legislazio-
ne esistente, di fatto, poiché questa legislazione in parte era antiquata,
in parte era ancora insufficiente a risolvere i problemi nuovi che sorge-
vano, enunciava nonne nuove di diritto, che però erano valide solo per
l'anno in cui egli era in carica. Si venne poi instaurando l'abitudine che
ogni pretore ripubblicasse senz'altro l'editto del suo predecessore, sal-
vo a mutarlo nei particolari in cui si era dimostrato difettoso. Perciò
l'editto pretorio cominciò a prendere una fonna quasi fissa, finché nel
periodo imperiale non mutò più.
Allora, Adriano, dopo aver fatto rivedere questo editto dal giurista
Salvio Giuliano, lo fece approvare dal Senato e gli diede valore di fon-
te giuridica definitiva: non ebbe più la validità annuale che fino allora,
sia pure per finzione, aveva conservata, ma validità perpetua.
Nello svolgimento del diritto ebbero pure sempre molta importanza
gli specialisti di questioni giuridiche, i giureconsulti. I quali, benché
I semplici privati, venivano interrogati sulla risoluzione di detenninate
«giureconsulti» questioni oppure pubblicavano delle opere in cui esponevano la loro in-
terpretazione di tutto il diritto o di qualche sua parte. In età imperiale, i
giureconsulti furono spesso dei consiglieri dell 'imperatore o ebbero an-
che cariche pubbliche: sappiamo, per es., che Papiniano fu prefetto del
pretorio di Settimio Severo.
La situazione naturalmente cambiò dopo l'editto di Caracalla per
cui la maggioranza dei sudditi riceveva la cittadinanza romana e quindi
in teoria avrebbe dovuto sottoporsi a tutte le nonne del diritto romano.
In realtà per tutto il terzo secolo gli imperatori lottarono per la rigida
applicazione del diritto romano nelle province, ma cozzarono con tra-
dizioni secolari e con condizioni di cose troppo differenti dal diritto ro-
mano. Perciò avvenne da un lato che gli usi provinciali continuassero a
rimanere accanto al diritto romano, dall'altro lato che essi fossero rico-
nosciuti dagli stessi imperatori e perciò entrassero a fare parte del dirit-
to romano e contribuissero a quella sua trasfonnazione, che del resto
stava avvenendo anche a prescindere dall'influsso provinciale. Si ven-
ne in tal modo anche preparando una scissione interna del diritto roma-
no, che avrà poi modo di manifestarsi quando Oriente e Occidente si
Il diritto separeranno. Si avrà allora un diritto romano-bizantino, codificato da
«romano- Giustiniano, diverso dalle elaborazioni giuridiche occidentali, sebbene
bizantino»
forse non estraneo alla loro influenza. Lo svolgimento occidentale del
diritto romano si contaminerà con le costumanze barbariche e darà luo-
go alle varie fonne di legislazioni romano-gennaniche.
Problemi spirituali: la diffusione del Cristianesimo 203

19.2 L'orientalizzazione della religione

Il culto dell' antica religione romana, come si era costituito nei primi se-
coli della repubblica attraverso il sincretismo con la religione greca, eb-
be una perdurante vitalità, perché si identificò con le fortune dello Sta-
to romano. Sappiamo anzi che Augusto iniziò un movimento di più L'imperatore
consapevole ritorno alla religione tradizionale, anche nelle forme da pontefice
massimo
tempo trascurate. Il suo dio fu Apollo. Ed Augusto medesimo rivesten-
do il sommo sacerdozio (sull'esempio di Cesare) associò per secoli la
dignità imperiale con la tutela degli dei patrii.
Virgilio e Orazio sanno e dicono che la durata dell'impero dipende
dalla religione. Tale collegamento, che fu la forza della religione roma-
na, persistette fino alla cristianizzazione dell 'impero. Ancora Diocle-
ziano e Massimiano, come vedremo, diventando imperatori, amarono
assumere a loro divinità rispettivamente Giove ed Ercole, cioè due di-
vinità romane.
Ma varie forze tendevano a disgregare questo vecchio culto roma-
no, le quali tutte nelle loro grandi linee si possono riportare a un biso-
gno di una certezza più profonda di quella che non desse la religione
romana, austera, ma troppo formale e con scarsa considerazione dei
problemi della morte.
Quanto più l'uomo si distaccava dalla vita dello Stato, che nella po-
lis greca o nel vecchio comune italico era strettamente aderente a tutta La crisi
la sua attività, quanto più sentiva lo Stato come una forza superiore, che della religione
tradizionale
gli si imponeva, quanto più l'esistenza diventava dura per le strettezze
economiche e gli orrori delle lotte con i Barbari, tanto più cercava di
trovare in sé, nella propria individualità, una soddisfazione all' esisten-
za, una certezza. E se il mondo presente non tratteneva più l'individuo
con l'intensa compartecipazione alla vita pubblica e con l'offerta di una
esistenza facile, si guardava al mondo futuro. La crisi economica e so-
ciale accentuava dunque il manifestarsi di una insoddisfazione lenta-
mente maturatasi verso tutta la struttura spirituale del mondo classico,
scarsamente capace di darsi una ragione di esistere fuori dello Stato e
poco memore della morte.
Gli spiriti più elevati cercarono dapprima nella filosofia la soluzio-
ne individuale del problema della vita. Stoicismo con venature di cini- Le correnti
Somo, epicureismo e più tardi neoplatonismo, che fu la forma più squisi- filosofiche
tamente religiosa del pensiero antico, furono le dottrine più diffuse,
quelle che offrivano un sistema di idee e anche un metodo di vita.
Ma la filosofia era riservata a pochi e del resto anche in sé non sod-
disfaceva che in parte al bisogno di immortalità e di diretta esperienza
del Divino, che diventava sempre più forte. Perciò non solo le masse
popolari rimasero, come era da attendersi, estranee alle elaborazioni fi-
204 Manuale di storia romana

losofiche, ma queste fecero sempre meno adepti anche tra le persone


colte, finché a poco a poco gli uomini di pensiero troveranno nel Cri-
stianesimo la possibilità di concertare l'esigenza filosofica con la cer-
tezza della immediata esperienza della fede.
Le masse popolari si rivolsero di preferenza ai culti, che con la loro
dottrina e con l'adempimento di determinati riti assicuravano ai fedeli
la purificazione del loro spirito e, attraverso la purificazione, l'immor-
talità.
Forme religiose di questo genere erano già sorte in Grecia, sin for-
I cuIti di origine se dall'VIII secolo a.c.: tali i misteri di Demetra a Eleusi presso Atene
orientale e più ancora l'Orfismo, che ebbe vasta diffusione anche nell'Italia me-
ridionale e sopravvisse fino poi a confluire con i nuovi culti. Ma questi
non vennero dalla Grecia, bensÌ dall'Egitto, dalla Siria, dalla Persia.
Dall'Egitto giunse il culto di Serapide e di Iside; dalla Siria quel dio So-
le come dio supremo ed eterno; dalla Persia quello di Mitra un vecchio
dio della luce, che dal I secolo d.C. in poi si diffuse nell 'impero roma-
no, in ispecie tra i soldati, personificando le lotte della luce contro le te-
nebre, del bene contro il male.
Anche le credenze magiche e astrologiche ebbero voga come non
mai. In tutti questi culti non solo si dava al credente una certezza per la
vita futura, ma gli si offriva anche un nuovo sistema di vita terrena. I sa-
cerdoti non erano più, come nella religione tradizionale, dei semplici
funzionari incaricati di compiere determinate cerimonie, ma invece con-
fessori, guide spirituali. Gli aderenti a un culto costituivano come una
grande fratellanza, liberatrice dalle gerarchie terrene. Il culto stesso, se
non di rado degenerava in pratiche formali e anche in immoralità, dava
qualche altra volta un significato nuovo alla vita quotidiana. CosÌ il cul-
to di Mitra, che considerava la vita come una milizia contro il male ave-
va con la sua concezione militare della vita uno speciale fascino per i sol-
dati, a cui infatti dovette per molta parte la sua straordinaria diffusione.
Tutti questi culti significavano dunque anche in altro campo la pre-
valenza dello spirito orientale. E largamente influenzato dali 'Oriente fu
L'imperatore pure il culto dell' imperatore. Dall' abitudine del culto per il sovrano.
divinizzato diffusa in quella regione, si venne infatti spargendo per tutto l'impero la
identificazione pura e semplice dell'imperatore con un dio. Ma il culto
imperiale officiale non accettò fino a questo punto la tradizione orien-
tale. Di regola in vita di un imperatore fu solo adorato il suo genio, cioè
la divinità tutelare; solo dopo che un imperatore era morto e il Senato
ne aveva riconosciuto l'ascesa agli dei (l'apoteosi), ne veniva franca-
mente ammessa la divinità. Il culto imperiale restò sempre fino ali 'av-
vento del Cristianesimo l'espressione dellealismo dei sudditi verso lo
Stato, ma, naturalmente, non ebbe alcuna risonanza profonda nella co-
scienza degli individui.
Problemi spirituali: la diffusione del Cristianesimo 205

19.3 La diffusione del Cristianesimo

Gli uomini aspiravano alla salvazione. I vari culti orientali offrivano


forme più o meno elevate di salvazione. Ma nessuna di queste religioni
pretendeva che il credente rinnovasse davvero a fondo l'intimo della
sua coscienza in vista della salvazione. Una prima differenza essenzia-
le tra il Cristianesimo e gli altri culti è appunto già qui: nella trasforma-
zione di tutti i valori nella vita, nel rinnovamento totale che esso esige. Il Cristianesimo
Gesù era venuto ad annunciare l'avvento del regno dei cieli redimendo offre la
salvazione
l'umanità dal peccato con un atto di amore. I credenti in lui, che nella
fede trovavano la purezza di rinnovare la vita, sarebbero stati redenti.
L'età messianica, che era aspettazione comune degli Ebrei in questo
tempo, si realizzava, associandosi con l'altra aspirazione del profetismo
ebraico di una morale più pura e profonda, senza formalismi; con la dif-
ferenza però, riguardo a questo secondo punto, che la morale ebraica
aveva piuttosto insistito sulla giustizia come virtù suprema, mentre il
Cristianesimo scorgeva nell' amore (di Dio verso gli uomini, degli uo-
mini verso Dio e tra loro) la norma regolatrice.
Nato in ambiente ebraico, strettamente riconnettendosi con le sue I rapporti
convinzioni religiose, il Cristianesimo di diffuse dapprima tra Ebrei; ma tra Ebrei
e Cristiani
presto, come è noto, e soprattutto per opera di S. Paolo, si distinse net-
tamente dal Giudaismo e si contrappose anzi come un nuovo Israele al-
l'antico.
Tuttavia nei primi decenni della sua diffusione la propaganda cri-
stiana trovò sempre i suoi centri di espansione nelle comunità giudaiche
sparse per tutto il bacino del Mediterraneo; e solo a stento, e non senza
conflitti, le abitudini del nuovo culto giunsero a differenziarsi da quel-
le dell' antico.
La separazione del Cristianesimo dal Giudaismo fece sorgere subi-
to gravi problemi per la sua esistenza nell 'interno dell 'impero romano.
Gli Ebrei avevano il loro culto e in genere la loro vita regolati da una se-
rie di disposizioni imperiali. Nel complesso l'impero lasciava la più
ampia libertà religiosa agli Ebrei e cercava solo di impedire che essi fa- La
cessero un troppo vasto proselitismo. Col differenziarsi del Cristianesi- «pericolosità»
del
mo già di per sé diveniva impossibile che esso potesse usufruire delle Cristianesimo
norme sancite per gli Ebrei. Né gli imperatori erano disposti a conce-
derne delle analoghe, perché nell'opinione comune il Cristianesimo,
con la sua propaganda tenace e continua in tutte le classi sociali, con il
suo fervore di rinnovamento, era giudicato ben più pericoloso. Se di re-
gola si tollerava che gli Ebrei non prendessero parte al culto imperiale,
si scorgeva un pericolo che sempre più vasti gruppi di persone, diven-
tando Cristiani, vi si rifiutassero. Ed' altra parte i Cristiani, ad analogia
degli Ebrei, ma con differenza assoluta dagli adepti di altri culti, non
206 Manuale di storia romana

potevano concepire che si pretendesse da loro venerazione se non per


l'unico Dio. I Cristiani cominciarono insomma ad apparire nemici del-
l'impero; e si comprende come l'ignoranza e il fanatismo delle masse
contribuisse a travisare i loro riti e le loro credenze.
Si ode parlare per la prima volta di persecuzioni contro i Cristiani al
tempo di Claudio; ma in maniera confusa e non ancora ben distinta dal
Giudaismo. Per la prima volta i Cristiani vengono individuati al tempo
Le persecuzioni di Nerone, che dopo il famoso incendio cercò di distornare l'attenzione
dei Cristiani del popolo incolpando i Cristiani. Più tardi (almeno dal tempo di Traia-
no) i capi di imputazione contro i Cristiani si precisano: essi sono con-
dannati o perché si rifiutano di accettare il culto imperiale o perché co-
stituiscono con le loro comunità religiose delle associazioni non lecite.
Tuttavia è da ricordare che per tutto il I e il II e per molta parte del
III secolo d.C. il Cristianesimo poté diffondersi e organizzarsi se non
indisturbato, certo non violentemente perseguitato. Le persecuzioni, co-
me quelle che troveremo ancora di Decio (249-50) e di Diocleziano, so-
no l'eccezione e testimoniano ormai giunto il momento in cui il Cri-
stianesimo è così forte da dover essere o distrutto o accettato come re-
ligione legittima: difatti al tentativo fallito di distruggerlo succederà po-
co dopo, con Costantino, il riconoscimento.
In fondo, per il Cristianesimo fu ben più pericolosa e dura la lotta
con le dottrine scismatiche sorgenti dallo stesso suo seno o da ambien-
ti che ne subivano l'influsso. Tali il Marcionismo, che rinnegava il Vec-
Scismi ed eresie chio Testamento, il Montanismo, che predicava l'attesa immediata del-
la fine dei giorni e del ritorno di Gesù, e soprattutto la Gnosi, che con-
taminava il Cristianesimo con credenze dualistiche di origine persiana.
L'apologetica cristiana aveva almeno altrettanto da combattere contro
queste forme religiose quanto contro i detrattori in campo pagano.
Ma non c'è dubbio che la lotta contro gli scismi e le eresie rafforzò
la tendenza a una organizzazione unitaria della Chiesa, che del resto ri-
saliva fin alle sue origini, e contribuì al graduale riconoscimento del
primato della Chiesa di Roma. Dapprima ogni comunità era stata indi-
pendente con la sua gerarchia di vescovo, preti (presbiteri) e diaconi. A
poco a poco certe comunità cominciarono o ad allargarsi tanto da avere
la cura diretta di vasti territori (come Roma in Italia) o a sottomettere al
loro controllo comunità minori. Si costituiscono insomma dei grandi
centri, secondo il numero dei Cristiani e più ancora secondo l'origine
delle comunità - di cui tal une si riportavano all'età apostolica - e se-
I concili i condo l'intensità della vita spirituale che vi si svolgeva. Da questi cen-
tri (come, oltre Roma, Antiochia, Alessandria, Cartagine etc.) partivano
le correnti predominanti della vita e della dottrina cristiana, che poi, nei
casi di più grave dissenso, venivano presentate alla discussione in con-
ci/ii, cioè riunioni più o meno generali dei vescovi. E Roma nell'incro-
Problemi spirituali: la diffusione del Cristianesimo 207

La diffusione del Cristianesimo


Le indagini archeologiche hanno confermato quanto si poteva intuire dagli autori anti-
chi, e cioè che l'epoca dei Severi favori la molteplicità delle manifestazioni religiose,
specie quelle di origine orientale (data anche !'importanza del culto del Sole di Emesa,
patria di Giulia Domna e di Elagabalo). La prima chiesa documentata archeologicamen-
te spetta a quest'epoca, ed è stata scoperta a Dura Europos, sull'Eufrate; e non lon-
tano è stata trovata una grande sinagoga affrescata. Severo Alessandro sembra aves-
se favorito i Cristiani attribuendo loro una proprietà in Trastevere e che avesse anche
un'immagine di Cristo nel suo larario (tempietto domestico con immagini di defunti di-
vinizzati). Una tradizione attribuisce a questo imperatore il titolo di archisynagogus (pre-
sidente della sinagoga), e lo stesso Momigliano ha ritenuto questo un sintomo della
politica filogiudaica dei Severi. L'accresciuta dignità dei culti stranieri era anche un ri-
flesso dell'editto di Caracalla, che aveva concesso la cittadinanza agli abitanti dell'im-
pero. I loro culti potevano diventare culti del popolo romano. Nei decenni successivi il
Cristianesimo talora assunse posizioni rigide di fronte alle norme dell'impero, per
esempio rifiutando di prestare il servizio militare, di tributare il culto agli imperatori di-
vinizzati, di pregare gli dei per la salute dei principi e la vittoria degli eserciti imperiali.
Per queste ed altre ragioni, nel corso della seconda metà del III secolo-inizi IV, il Cri-
stianesimo fu considerato e trattato spesso come una religione illecita. Ebrei, Cristiani
gnostici (appartenenti a diverse sette che armonizzavano variamente il Vangelo con le
dottrine di Platone e con la contrapposizione dualistica fra mondo materiale e mondo
spirituale, ma rifiutavano il dio della Bibbia) e pagani influenzati dall'Ebraismo o dal Cri-
stianesimo ebbero maggiore facilità di trovare un rapporto pacifico all'interno del si-
stema giuridico e religioso dell'impero.

ciarsi di queste tendenze assumeva sempre più la funzione di regolatri-


ce e moderatrice con quella tradizione di universalismo, che ereditava
direttamente dall'Impero e che continuerà, anche quando la capitale
dell'Impero sarà trasportata altrove.

Bibliografia

Per la letteratura romana, si v. C. MARCHESI, Storia della letteratura latina,


\1essina-Roma, 2 volI., 1925-27 (rist. 1968). Per lo svolgimento del diritto le
opere citate nella bibliografia iniziale e inoltre ad esempio:
L. MITIEIS, Reichsrecht und Volksrecht in den ostlichen Provinzen des Ro-
mischen Kaiserreichs, Lipsia 1891; E. CONDURACHI, La Costituzione Antoni-
niana e la sua applicazione nell' impero romano, in «Dacia» II, 1958, pp. 281-
.316; Aufstieg und Niedergang der romischen Welt, II.13-15. Per la religione
romana le indicazioni essenziali sono date nella bibliografia finale. Qui si in-
dicano solo alcuni studi sul culto imperiale: J. TOUTAIN, Les cultes pai'ens dans
rempire romain, Parigi 1907; L.R. TAYLOR, The Divinity of the Roman Empe-
ror, Middletown Conn. 1931; Le culte des souverains dans [' empire romain, a
208 Manuale di storia romana

cura di W. den Boer, Vandceuvres-Genève 1972; D. FISHWICK, The Ruler Cult


ofthe Western Provinces ofthe Roman Empire, 3 voll., Leida 1987-2005; B.
BURRELL, Neokoroi: Greek Cities and Roman Emperors, Boston - Leiden
2004; Nuove ricerche sul culto imperiale in Italia, a cura di L. Gasperini e G.
Paci, Tivoli 2008. Cfr. anche A. STRONO, Apotheosis and After Life, Londra
1915. Per la diffusione del Cristianesimo, A. von HARNACK, Die Mission und
Ausbreitung des Christentums im den ersten drei Jahrhunderten, 4~ ed., Lipsia
1924 (trad. it. Missione e propagazione del Cristianesimo nei primi tre secoli,
Cosenza 2009); M. SORDI, Il Cristianesimo e Roma, Bologna 1965; P. SINI-
SCALCO, Il cammino di Cristo nell' impero romano, Bari 1987; G. FlLORAMO, S.
RODA, Cristianesimo e società antica, Bari 1992; G. FlLORAMO, D. MENOZZI,
Storia del Cristianesimo, Bari 2001.
Dall'anarchia militare all'Impero
cristiano
CAPITOLO VENTESIMO

20.1 Parti e Germani

Noi abbiamo cercato di chiarire nei due capitoli precedenti i fattori eco-
nomici, politici, militari, religiosi interni all'impero, che cooperavano a
metterne in pericolo la solidità. Ma a questi vanno aggiunte forze este-
riori, dovute alla trasformazione delle condizioni dei popoli confinanti.
Già abbiamo avuto occasione di ricordare che nel periodo di Severo
Alessandro arrivava in Partia al suo compimento una lunga evoluzione I Sassanidi
per cui gli elementi ellenistici, di cui era largamente costituito quel re-
gno, erano sommersi dal prevalere di forze persiane nazionaliste, ri-
connettentisi alla tradizione dell' antico impero degli Achemenidi e alla
religione di Zarathustra. La dinastia dei Sassanidi, che, sostituendosi a
quella degli Arsacidi, impersonerà queste tendenze, organizzerà anche
una politica offensiva contro Roma ben più vivace della precedente, di
cui vedremo presto gli effetti; mentre d'altro lato il nuovo prestigio co-
sì acquistato farà sì che molte abitudini e istituzioni persiane (in specie
nel cerimoniale di corte) trovino accoglienze nell 'impero romano.
Ma più grave ancora e persistente si era già rivelata, fin dai tempi di
La minaccia
Marco Aurelio, la minaccia delle tribù germaniche, le quali non solo delle tribù
erano riuscite per la maggior parte a conservare la loro indipendenza, germaniche
ma ora sospinte ad emigrare dalle reciproche pressioni e da pressioni
esteriori di popolazioni orientali, si sforzavano di penetrare nei confini
dell'impero, dove cercavano terre e occupazioni, insomma vita più co-
moda e sedentaria.
È ben noto che i Germani' erano divisi in tribù; ogni tribù a sua vol-
ta, a parte divisioni intermedie, su cui è vivo il dissenso, in genti. Lo
svolgimento politico ed economico dei Germani, che non fu del resto
uniforme per tutte le tribù, è assai discusso. Le testimonianze principa-
li sono quelle del De Bello Gallico di Cesare e della Germania di Taci-

I L'origine del nome Germani non è ben chiara: forse non è nemmeno indigeno, ma derivato dai
Celti.
210 Manuale di storia romana

to scritti a quasi 150 anni di distanza l'uno dall'altro. Le immagini che


queste due opere ci danno della vita germanica sono assai diverse ed è
Cesare e Tacito quindi verosimile che Cesare rappresenti un periodo di sviluppo ormai
descrivono sorpassato quando Tacito scriveva. In complesso Cesare conosce i Ger-
la Gallia
mani ancora in una condizione di seminomadismo, in cui la caccia e la
pastorizia erano i mezzi principali di nutrimento. L'agricoltura, riserva-
ta alle donne e ai vecchi, era già per ciò di scarsa importanza che ogni
tribù e nell'interno della tribù ogni gente cambiava spesso sede. La pro-
prietà fondiaria in tali condizioni non poteva che essere rudimentale:
cioè consisteva in distribuzioni di terreno fra i membri della gente, che
duravano fino a quando essa non cambiava sede. Al tempo di Tacito la
proprietà privata è invece ormai stabilita, sia pure in forme speciali che
risentono delle condizioni precedenti; ciò significa che ormai il noma-
dismo è al tramonto, e che le tribù non si spostano se non sospinte da
nemici o per eccesso di popolazione. In ogni villaggio esisteva un terri-
torio di possesso comune per tutti i membri (che erano generalmente i
membri di una medesima gente) ed esistevano poi porzioni di terra da-
te in godimento esclusivo a ogni capo-famiglia.
A far passare i Germani dal nomadismo al sedentarismo contribuÌ
forse l'opera politica dei Romani, che, non potendo conquistare la Ger-
mania, la isolarono e impedirono per secoli ai Germani di emigrare al di
là del Reno e del Danubio. Questo isolamento diminuì anche l'influsso
dei Celti sui Germani, che in periodo preromano era stato molto grande.
L'unità delle genti nella tribù era contrassegnata da due elementi:
L'organizzazio- uno politico e l'altro religioso. I membri della tribù costituivano un 'as-
ne sociale semblea, che decretava guerre in comune ed eleggeva per le guerre un
e religiosa
dei Germani capo, il duce. Ma non mancarono tribù in cui si stabilì un potere eredi-
tario, una vera regalità; e non c'è dubbio che a rafforzare le tendenze
monarchiche ebbe parte l'influsso romano. In fondo tentativi come
quelli di Arminio e di Maroboduo, il capo dei Marcomanni al tempo di
Tiberio, per giungere a una organizzazione unitaria sotto il loro potere
personale, sono conseguenze dell'esempio romano. L'altro legame era
quello religioso perché ogni tribù dava particolare importanza a qual-
cuna delle divinità, a carattere naturalistico, che erano patrimonio dei
Germani. Wotan, per es., il dio dei venti, è dio prevalentemente longo-
bardico, e Thor, il dio della tempesta, dio dei Cherusci. Il sacerdozio
comune alla tribù rendeva più concreto il legame religioso. Sia qui ri-
cordato pure che di regola i Germani bruciavano i cadaveri, ad eccezio-
ne dei Goti, ai quali l'inumazione fu forse trasmessa dai popoli del-
l'Europa orientale presso cui andarono ad abitare.
Nell'interno di ogni tribù esistevano, oltre ai liberi (i veri membri).
dei servi e degli schiavi, i primi dei quali costretti a coltivare terre per
conto dei liberi. Le tribù erano di regola in lotta tra di loro, e costituiva-
Dall'anarchia militare all'Impero cristiano 211

no anche coalizioni l'una all'altra avverse. Donde la nessuna unità del


loro moto di espansione verso i territori dell'impero romano, appena
vennero a confluire circostanze, che da parte germanica lo rendevano
necessario e da parte romana possibile. Il continuo aumento della po-
polazione e i movimenti migratori di alcuni altri popoli (nel IV secolo
saranno per es. i mongolici Unni a determinare un vasto spostamento
in Asia e in Europa) portarono (come già si disse) in tempi diversi le tri- Gli Unni
bù germaniche a varcare i confini dell 'Impero. E se i Romani avevano
difficoltà ad arrestarli per la stessa loro organizzazione militare che, di-
stesa a cordone per tutte le frontiere, raramente poteva resistere a forti
urti in un punto solo, d'altro lato non potevano vedere malvolentieri che
queste rudi popolazioni, di eccellenti, sebbene rozze, doti militari, si in-
sedi assero nell'interno del territorio, ripopolando zone di scarsa densi-
tà demografica e dando nuovo vigore all'esercito. La politica romana
verso i Germani fu sempre esitante fra queste due tendenze, di lottare
contro i Germani o servirsene lasciandoli insediare nell 'impero: non fu
quindi una politica energica e sistematica. Tuttavia, come vedremo, il
fenomeno dell'insediamento dei Germani nell'impero assunse, in spe-
cie, nel IV secolo dimensioni straordinarie. I Germani furono accolti in
varie forme. La più importante fu quella di considerarli federati, cioè I «federati»
teoricamente alleati, dell 'Impero, ma alleati che vivevano non fuori,
bensÌ dentro i suoi confini, e che. erano insediati nelle province con i
metodi con cui si acquartieravano i soldati, facendo cedere dalla popo-
lazione indigena una parte delle case e delle terre. Altri gruppi, come
leti e gentili, furono invece insediati in terreni demaniali. Tutti erano
obbligati al servizio militare, sicché presto le milizie germaniche, le
quali del resto erano state usate in ristretto numero già dai primi impe-
ratori, costituirono una parte importante dell'esercito in cui introdusse-
ro le loro abitudini, a tutto danno della tradizionale disciplina romana.
~ella sostanza i Germani furono dissolvitori della compagine statale ro-
mana sia quando la attaccavano di fronte, sia quando - anche col mag-
gior valore -la difendevano, militando sotto le insegne imperiali.

20.2 Il periodo delle rivoluzioni militari: 1) Fino a Decio


(235-249 d.C.)

Gli attacchi succedenti si sul Reno da parte delle tribù degli Alamanni,
Franchi e Sassoni, sull' alto Danubio da parte dei Marcomanni e sul bas- I Goti attaccano
so da parte dei Goti (da tempo emigrati sulle coste europee del Mar Ne- sul Reno
ro) valsero a rendere più caotica e arroventata l'atmosfera dei vari corpi
d'armata dell'esercito, dove i singoli generali confondevano le loro am-
bizioni personali con la convinzione di essere ciascuno il solo abile a
212 Manuale di storia romana

condurre guerre risolutive contro i nemici, e dove i soldati speravano di


sottrarsi alle campagne faticose contro i barbari sostenendo i loro gene-
L'indebolimento rali. Si aggiunga la crisi monetaria, che diminuiva le ricompense dei sol-
dell'esercito dati, il confluire nell' esercito di reclute provenienti dai paesi più diversi.
romano
le epidemie che in quel tempo si diffusero ripetutamente spargendo lutto.
disordine e miseria: e si avrà almeno una sensazione di quello sbanda-
mento, che provocò, all'assassinio di Severo Alessandro, un cinquanten-
nio di quasi continue rivoluzioni militari. I pretendenti si succedono
l'uno all'altro, e mettono in pericolo l'unità dell'impero. Non c'è in nes-
suno di loro la intenzione vera di staccare qualche provincia dal corpo
dello Stato romano ed elevarla a Stato autonomo; ma poiché in maggio-
ranza sono provinciali, cosÌ ciascuno desidera dare alla propria provincia
una posizione di primato. Perciò la supremazia dell 'Italia decade mag-
giormente. Tanto più che essa sarà minacciata spesso da vicino dai bar-
bari, e si dovrà pensare a fortificare le città dell 'Italia settentrionale (per
es. Aquileia). Non mancherà la reazione impersonata dal Senato, il qua-
le troverà larghi appoggi nella popolazione italica (senza dei quali non
potrebbe spiegarsi come, in sé inerme, potesse qualche volta tenere testa
agli imperatori militari), sicché si vedrà sempre meglio come il Senato.
difendendo le sue prerogative, difendesse anche la posizione dell 'Italia.
Ma la lotta, che si inizia subito dopo la morte di Severo Alessandro, sarà
presto troncata dal diffondersi irresistibile dell' anarchia militare.
L'imperatore elevato al trono dagli uccisori di Severo Alessandro.
Giulio Vero Massimino, un ufficiale di origine tracia, che non aveva
Massimino raggiunto la dignità senatoria, non incontrò il gradimento del Senato
Tracee la (235 d.C.). Questi prima appoggiò il vecchio proconsole dell' Africa
guerra civile
Gordiano (Gordiano l), che fu proclamato imperatore nella sua provin-
cia e si associò il figlio (Gordiano ll); poi, dopo che questa rivolta afri-
cana fu repressa da truppe fedeli a Massimino, si apprestò a organizza-
re un governo per proprio conto. Venti senatori furono scelti a prepara-
re la difesa dell'Italia e a tutelare lo Stato col titolo Vigintiviri rei publi-
cae curandae e due di questi furono nominati imperatori, Pupieno Mas-
simo e Calvino Balbino. Come si vede, questi due imperatori, parifica-
ti al punto che erano nominati entrambi pontefici massimi, erano consi-
derati presidenti di quel Vigintivirato: il loro potere doveva dunque es-
sere limitato da quello dei 18 colleghi. Il programma sembrava desti-
nato al successo, poiché Massimino avviatosi con i suoi soldati in Italia
fu ucciso dalle sue stesse truppe, che passarono al Senato (238).
Gordiano III La discordia fra i due imperatori vincitori, il fatto che le truppe di
Roma favorivano il figlio giovinetto di Gordiano I (Gordiano III) e lo
avevano già fatto riconoscere dai due imperatori come loro successore,
e infine oscuri dissidi col Senato, provocarono però dopo pochi mesi il
crollo del sistema. Pupieno e Balbino furono uccisi, e fu riconosciuto
Dall'anarchia militare all'Impero cristiano 213

imperatore Gordiano III, che trovò un valido consigliere nel suocero Ti-
mesiteo elevato alla prefettura del pretorio.
La fortuna di Gordiano III durò come la vita di Timesiteo. Morto
questi durante una campagna contro i Persiani (Parti), che avevano in-
vaso la Siria, un generale di origine araba, Filippo, sobillò i soldati, si Le lotte
fece nominare prima prefetto del pretorio, poi coreggente e infine ucci- politiche
tra generali
se Gordiano. Per poter ottenere il riconoscimento dell 'Impero, Filippo e Senato
fece subito pace con i Parti.
A Roma il Senato non poté resistere: aveva perduto la sua partita. E
in Roma nel 248 d.C. Filippo celebrò solennemente il millenario della
fondazione della città. Il momento era dei più oscuri. I Goti facevano
una delle loro più pericolose spedizioni sul Danubio, e il governatore
della Mesia, Decio, era alla fine di quell'anno proclamato imperatore
dai suoi soldati. L'anno dopo egli vinceva e uccideva in battaglia pres-
so Verona lo stesso Filippo.

20.3 Il periodo delle rivoluzioni militari: 2) Da Decio a


Gallieno (249-268)

In Decio, che era un illirico, si scorge assai bene quel complesso di at-
taccamento alla propria provincia, ma pure di profonda devozione al-
l'impero, che dicemmo proprio di questi imperatori. Egli esaltò la sua
origine illirica, ma volle tutelare la tradizione romana e per questo sca- Decio:
tenò una persecuzione (che colpì naturalmente i Cristiani) contro colo- un persecutore
dei Cristiani
ro che non dichiaravano pubblicamente la loro devozione al culto tradi-
zionale. A lui forse si deve un interessante tentativo di mettersi accanto
un magistrato, che aveva tutti i poteri civili dell'imperatore, ma non i
militari, in modo che potesse coadiuvarlo nell'amministrazione civile,
senza aver la forza militare per una usurpazione. Sembra che attribuis-
se a Valeriano la potestà censoria così allargata da comprendere press' a
poco tutte le branche della amministrazione civile. Ma la riforma subi-
va la solita fine, travolta dalla morte di Decio in una battaglia sfortuna-
ta contro i Goti nel 251 d.C.
Le sorti dell 'impero precipitarono. Due imperatori, Treboniano
Galbo ed Emilio Emiliano si succedettero rapidamente, dopo i quali nel Valeriano
253 le milizie della Rezia proclamavano imperatore il collaboratore di sconfitto e
imprigionato
Decio, Valeriano, che si associò al trono il figlio Gallieno. Le due soli- dai Persiani
te minacce dell'impero, la germanica e la persiana, si presentarono con-
temporaneamente, e Valeriano, avviandosi in Oriente, lasciava a difen-
dere la Gallia, invasa dai Germani, Gallieno, La guerra contro i Parti-
Persiani comandati dal re Sapore finiva nel modo più impreveduto e
vergognoso per Roma: Valeriano era preso prigioniero, sia pure forse a
214 Manuale di storia romana

tradimento, e moriva in prigionia. Le province d'Oriente erano meno


compromesse da questa umiliazione di quanto si poteva aspettare, per-
ché Odenato, un principe di Palmira, la città carovaniera da tempo en-
Il principato trata nell' orbita romana ed ora ancor più spinta a condividere le fortune
di Palmira di Roma dall'eccesso del nazionalismo dei Sassanidi, si assumeva il
compito di tutore degli interessi romani e ricuperava la Mesopotamia
già andata perduta. Egli era ufficialmente riconosciuto da Gallieno e in-
signito di vari titoli, come dux totius Orientis, corrector totius Orientis
e forse anche di imperator. Ma la morte di Valeriano non mancava di
avere effetto in altri modi. Gli eserciti provinciali divenivano più incli-
ni alla ribellione e, si può dire, ogni provincia aveva il suo usurpatore.
più o meno effimero.
Si crea In Gallia uno di questi usurpatori, Postumo, riusciva (258) a crear-
un impero si un saldo governo, che pretendeva naturalmente di essere il vero go-
di Gallia
verno romano: egli sapeva riorganizzare la sua regione, ricca di uomini
e di mezzi economici, e teneva testa in modo esemplare ai Germani.
Nemmeno la sua uccisione per una congiura faceva cessare il movi-
mento da lui iniziato, che si continuava, fino ai tempi di Aureliano (v.
oltre) con i suoi successori Vittorino e Tetrico.
Le ribellioni Nelle regioni danubiane si dimostrarono particolarmente pericolosi
degli eserciti i due usurpatori succedenti si l'un l'altro Ingenuo e Regaliano: in Orien-
danubiani
te una ribellione di Macriano e dei suoi figli era domata con difficoltà
da Odenato. Intanto i barbari penetravano nell 'impero da ogni parte, per
terra e anche per mare, nell 'impero di razzie disordinate: perfino Atene
doveva respingere una loro incursione.
In mezzo a tale disordine Gallieno non cessava dal prodigare la sua
energia. Spirito vivo, non privo di cultura, egli si sentiva campione e di-
fensore della civiltà ellenica e annoverava tra i suoi favoriti, quale ge-
nuino rappresentante del pensiero greco, il grande filosofo neoplatoni-
co Plotino. Non aveva invece alcuna simpatia per il Senato, e a suo dan-
no prendeva il più radicale provvedimento che il conflitto tra monar-
chia militare e Senato poteva suggerire: sottraeva ai governatori di ran-
go senatorio delle province il comando militare. La divisione tra potere
Le riforme militare e potere civile che era già in germe nella riforma di Decio di-
di Gallieno ventava un fatto compiuto: Diocleziano (v. oltre) la perfezionerà sol-
tanto. E anche in un altro punto Gallieno indicherà la via a Diocleziano,
nell'apprestare, in specie con truppe di cavalleria, un corpo d'armata
centrale pronto a lanciarsi dovunque fosse annunciato un pericolo.
Tutto questo fervore di riforme fu troncato da una delle solite con-
giure militari. Gallieno, mentre assediava in Milano Aureolo che, dopo
essere stato il suo principale collaboratore, gli si era ribellato, fu ucciso
(268 d.C.). Al suo posto venne eletto dai congiurati Marco Aurelio
Claudio (Claudio 11).
Dall'anarchia militare all'Impero cristiano 215

20.4 Verso la restaurazione: Claudio il gotico,


Aureliano, Caro, Probo (268-285)

Il bisogno di riorganizzazione che già animava Gallieno si fa più deci-


so coi suoi successori. Claudio II nei suoi due anni di regno poté pre-
occuparsi di un fatto solo, una nuova irruzione dei Goti, la più grave
forse di tutte, che egli seppe annichilire con una grande vittoria presso Aureliano
Nis (Serbia), guadagnandosi il soprannome di Gotico. Con tale vittoria, riorganizza
l'impero
che attenuò per quasi un secolo il periodo dei Goti, egli creò le condi-
zioni di relativa tranquillità per l'opera di riunificazione dell 'impero
compiuta da Aureliano, il generale che gli succedette nel 270 quando
egli morì di peste.
Appena salito al trono, Aureliano ebbe ancora da respingere alcune
irruzioni dei barbari, tra cui una di Alamanni, che penetrarono fin nel-
l'Italia centrale. Il pericolo che allora parve incombere su Roma lo per-
suase a iniziare la costruzione di una solida cinta di mura per la città, es-
sendo ormai inutili le vecchie mura di età repubblicana. L'opera fu com-
piuta con le prestazioni obbligatorie dei cittadini; e analoghi lavori si ri-
peterono nelle altre città. Intanto Aureliano provvedeva a distruggere lo
Stato di Palmira, che, sotto la guida della regina Zenobia vedova di Ode-
nato, per quanto sempre formalmente sottomesso all'autorità imperiale,
di fatto si considerava padrone di tutta l'Asia romana e dell 'Egitto. Ze-
nobia fu attaccata, attraverso il deserto, nella stessa sua capitale, Palmi-
ra, e presa prigioniera: la sua città, in seguito a un tentativo di ribellione,
fu poco dopo quasi distrutta. Tornato dall'Oriente, Aureliano poteva con
facilità sottomettere la Gallia, perché Tetrico, stanco della sua posizione
precaria, si accordava con lui e gli cedeva i suoi poteri.
La unità de li 'impero era ricostruita. Per la sua difesa, Aureliano de-
cideva di sacrificare la provincia della Dacia, che del resto era già stata I Romani
in gran parte abbandonata dai suoi predecessori e occupata dalla sezio- perdono
la Dacia
ne occidentale dei Goti, i Visigoti. Tuttavia, come a conservare un di-
ritto sulla provincia, sulla riva destra del Danubio una porzione di terri-
torio fu costituita in una provincia della Dacia ripensis.
Aureliano tentò anche di porre rimedio alla crisi monetaria, senza Il culto del sole
riuscirvi, e anzi suscitando disordini in Roma. Più interessante che con
lui il dispotismo orientale facesse una delle più significative afferma-
zioni: egli si fece chiamare dominus et deus, e per sua iniziativa il cul-
to del Sole, culto militare, come sappiamo, di origine orientale, era in-
nalzato a culto massimo di Roma. Ritornava quella teologia solare, che
Elagabalo aveva tentato di imporre già una volta.
Anche Aureliano non poteva sottrarsi al destino di essere ucciso dai La congiura
soldati, dopo nemmeno sei anni di regno nel 275, mentre si avviava a contro
Aureliano
combattere i Persiani. È certo notevole che i soldati non si decidessero
216 Manuale di storia romana

a scegliere loro l'imperatore e nel disordine del momento vedessero co-


me unica autorità stabile, a cui potersi rivolgere, il Senato: il quale, in-
vitato, designò a imperatore il vecchio Claudio Tacito, che si vantava
discendente dello storico omonimo. Donde si vede che il segreto del
prestigio del Senato, per quel poco che ancora sussisteva, era di rappre-
sentare un organismo permanente nel caotico fluttuare degli imperato-
ri. Tacito si atteggiò naturalmente a difensore del Senato, per quanto in
Le lotte realtà non gli restituisse nessun diritto di vera importanza. Ma fu dopo
tra generali pochi mesi ucciso dai soldati; e il suo successore, Aurelio Probo fu nuo-
provocano
il caos vamente un generale, già collaboratore di Aureliano, di cui continuò
l'opera, per quanto anch' egli ritenesse di dover stare in buona armonia
col Senato. Probo ebbe da combattere contro i Barbari in ogni parte del-
l'impero; ma spesso patteggiò con loro e permise loro dei vasti insedia-
menti nell'impero: fu forse anzi uno degli imperatori che in tal modo
contribuirono di più al barbarizzamento dell 'impero. Una rivolta dei
soldati, che lo giudicavano troppo pacifico, lo uccise nel 282.
Gli successe M. Aurelio Caro, che si associò i due figli Carino e
Numeriano. Ucciso Caro dai suoi soldati durante una vittoriosa campa-
gna contro i Persiani, restarono i figli. Ma Numeriano subì tosto la sor-
te del padre; e il giovane Carino, che era stato lasciato in Occidente, do-
Congiure vette contendere il trono al pretendente scelto dagli uccisori del fratel-
e assassi n ii lo, Valeria Diocleziano. Sembra che nello scontro con il rivale avvenu-
to in Mesia egli fosse già vincitore, quando era ucciso da alcuni dei suoi
stessi soldati. In ogni modo Diocleziano diveniva l'unico imperatore
(285 d.C.).

20.5 Diocleziano e la sua successione (285-312)

Dalmata di nascita, venuto da famiglia umilissima, Diocleziano portava


con sé sul trono la volontà di ordine di disciplina fino alla più assoluta
abnegazione personale. Pochi imperatori ebbero più di lui coscienza di
incarnare un principio di ordine e di equilibrio universale. In questa fer-
ma, quasi geometrica, volontà di assestare l'impero sta la originalità di
Diocleziano Diocleziano, che del resto, nei singoli elementi delle sue riforme, non
riporta l'ordine fece che portare all'estremo le tendenze predominanti nel suo tempo e
con ciò anche accogliere gli elementi contraddittori che vi si agitavano.
L'assolutismo monarchico era ormai nella coscienza della enorme
maggioranza; e Diocleziano non farà che renderlo più rigido con l' adot-
tare in pieno a corte le forme del cerimoniale persiano, che tra l'altro,
contemplava il prosternarsi davanti all'imperatore. Di un' autorità del
Senato romano non si parlava più: già Caro non aveva più chiesto il ri-
conoscimento della propria nomina al Senato, come era la norma giuri-
Dall'anarchia militare all'Impero cristiano 217

dica. E anche nel riordinamento delle tasse, come vedremo, Dioclezia-


no cancellerà i privilegi di esenzione di tutta l'Italia, eccetto la città di
Roma. Tuttavia non si può dire che egli si atteggiasse a sovrano orien-
tale. Più ancora di Mitra, a cui era devoto, gli sarà cara la divinità ro-
mana di Giove; e - ciò che importa - egli tenterà di diffondere in Orien-
te come lingua ufficiale il latino a spese del greco.
Ma la preoccupazione di Diocleziano fu di impedire in futuro il ri-
petersi dell'anarchia militare e nello stesso tempo assicurare con una Il potere diviso
giusta distribuzione dei comandi un funzionamento efficiente del pote- tra due Augusti
e due Cesari
re imperiale. La sua prima riforma fu dunque di dividere in permanen-
za il potere imperiale fra due imperatori (Augusti), e a tale scopo si as-
sociò come collega nel 286 l'amico Valerio Massimiano, a cui affidò il
governo dell'Occidente. Il sistema fu perfezionato nel 293, quando cia-
scuno degli Augusti si scelse un Cesare come coadiutore ed erede pre-
suntivo: Diocleziano si scelse Galerio; Massimiano, Costanzo Cloro.
Quando un Augusto fosse morto o si fosse ritirato, il suo Cesare dove-
va automaticamente succedergli. Ai due Cesari fu riservato un governo
particolare nelle province, a Galerio l'Illirico e a Costanzo la Gallia. È
notevole che nessuno dei quattro sovrani scelse per sede Roma: Massi-
miano, per quanto in Italia, scelse a sede Milano (Diocleziano invece
Nicomedia).
Ciascuno dei quattro sovrani ebbe un suo esercito e una guardia del
corpo, pari a quella dei pretoriani: i pretoriani veri continuarono però a Regole contro
rimanere a Roma desautorati e saranno poco dopo dissolti. La dinastia l'anarchia
degli eserciti
di adozione così iniziata da Diocleziano richiamò la sua discendenza da
Giove, e perciò Diocleziano prese il soprannome di Jovius: per analoga
ragione Massimiano si chiamò Herculius.
Il numero delle province fu molto accresciuto con lo spezzare le Le province
province esistenti, si ottenne in tal modo di non assegnare ai governa- diventano
più numerose
tori che una esigua forza di soldati. In ogni provincia il potere militare, ma piccole
affidato a un dux, fu interamente separato da quello civile, affidato, se-
condo le province, a un consularis o corrector o praeses (il quale ulti-
mo nome prevalse). Le province furono riunite in dodici gruppi, le dio-
cesi, con alla testa vicarii con funzioni prevalentemente giudiziarie e fi-
scali. I vicarii erano subordinati a due prefetti del pretorio, ciascuno ca- Province-
po di una prefettura2 • Anche l'Italia fu considerata una diocesi, ma il po- diocesi-
prefetture
tere del suo vicario si estendeva in realtà solo a nord dell' Appennino: a
sud era un altro vicario, il vicarius in urbe Roma, il quale però, se risie-
deva in Roma, non aveva giurisdizione che fuori del vero e proprio ter-

Le province di Asia e di Africa non erano però sottoposte a vicarii o prefetti. Più tardi le prefetture
furono quattro.
218 Manuale di storia romana

ritorio della città, che continuava a essere sottomesso al prefetto del-


l'urbe.
Aumenta L'esercito fu accresciuto, per le esigenze della difesa, e portato a
l'esercito forse 500.000 uomini. Ma fu importante soprattutto che ognuno dei
quattro sovrani avesse una milizia centrale (esercito di manovra), i co-
sÌ detti comitatenses, privilegiati di fronte ai soldati di guarnigione alle
frontiere (limitanei); si tentava cosÌ di risolvere il vecchio problema
della insufficienza delle milizie di frontiera.
Il sistema della tassazione era riordinato prendendo a base l' anno-
na, cioè il contributo in natura che già si era introdotto per il manteni-
Un nuovo mento dell' esercito. Tutti i possidenti di terre furono tassati col criterio
sistema che dovessero pagare un tanto per ogni persona abile al lavoro dei cam-
di tassazione
pi (caput) e per superficie di terreno bastevole a mantenere una persona
(iugum): il controllo per questa tassa, che fu chiamata capitatio o iuga-
tio, doveva farsi ogni cinque anni. I cittadini, che non avevano terre, fu-
rono poi in vari modi sottoposti a tasse che sostituissero la iugatio. In-
fine Diocleziano cercò di ovviare alla crisi monetaria emettendo nuova
moneta in sostituzione della corrente; ma la crisi di sfiducia nella mo-
neta imperiale continuò e anzi peggiorò, facendo sÌ che le merci cre-
scessero di prezzo, per il minor valore della moneta. Diocleziano tentò
di impedire il rialzo dei prezzi col pubblicare nel 301 un calmiere che
naturalmente rimase inefficace.
In questo sforzo di restaurazione non poteva mancare il tentativo di
ristabilire l'unità religiosa lacerata dall'incessante progresso del Cri-
stianesimo nonché, in molto minor misura, dal diffondersi di un'altra
religione esclusivista, il Manicheismo, una religione di carattere duali-
sta di origine persiana. Diocleziano, benché personalmente fosse incli-
ne alla tolleranza e benché avesse tra i suoi collaboratori chi, come Co-
stanzo, non era sfavorevole al Cristianesimo, non esitò a sferrare la per-
Severe secuzione prima contro il Manicheismo, poi contro il Cristianesimo. In
persecuzioni una serie di provvedimenti tra il 302 e il 304 con rigore crescente, dopo
contro
i Cristiani aver allontanato i Cristiani dall'esercito, averli privati di ogni onore,
avere dissolto le Chiese, si dichiarò punibile di morte ogni Cristiano. In
Oriente la persecuzione durò circa dieci anni, fino a1313, mentre in Oc-
cidente già nel 306 era di fatto cessata: comunque, essa si rivelò una
crudeltà vana. La constatazione della impossibilità di poter troncare con
la violenza il moto rinnovatore del Cristianesimo sarà il primo passo
per la proclamazione esplicita di tolleranza che metterà fine ufficial-
mente alla persecuzione (v. oltre).
Ma appunto l'essere caduto nell'errore di portare all'estremo inu-
tilmente la persecuzione contro i Cristiani indica quale fosse il difetto
intrinseco al regime: una rigidezza, che invano tentava di imprigionare
il corso dei fenomeni. Il sistema dei quattro sovrani, di cui due subordi-
Dall'anarchia militare all'Impero cristiano 219

nati, lungi dall'assicurare l'unità dell'impero, sarà l'avvio più risoluto


alla sua scissione, perché metteva a disposizione di ognuno dei quattro
un proprio esercito, abolendo il carattere unitario che, con tutti i suoi
regionalismi, ancora conservava l'armata romana. Il nuovo sistema di La crisi
tassazione, oltre a dare occasione ad abusi di ogni genere, sarà un nuo- dei contadini
vo passo verso la servitù della gleba. Infatti solo fissando i contadini al-
la terra, si poteva ottenere che la maggioranza non cercasse di sfuggire
a una tassa, come la iugatio, in cui ogni individuo (caput) era tassato
solo in quanto coltivava una porzione di terra (iugum).
Da principio non mancarono successi a Diocleziano. I Germani fu-
rono respinti; una guerra vittoriosa fu condotta sotto la guida di Galerio
contro la Persia e ne derivò un allargamento della provincia di Meso-
potamia. Una serie di usurpatori fu domata, tra cui quel Carausio, che
dominava, sostenuto da opportuna flotta, la Britannia e una parte della I successi
Gallia e in un primo momento era stato riconosciuto da Diocleziano e di Diocleziano
da Massimiano come Augusto loro collega, per la impossibilità di sot-
tometterlo. Resterà d'altronde a lungo all'impero come eredità di Dio-
cleziano - oltre il sistema amministrativo, finanziario e militare da lui
inaugurato -la volontà di resistere tenacemente ai mali interni ed ester-
ni. Ma il sistema politico di governo crollò, appena Diocleziano, per as-
sicurarne il funzionamento sotto i suoi occhi, abdicò e persuase Massi-
miano ad abdicare con lui nel 305.
I due Cesari diventarono Augusti, mentre Diocleziano si ritirava a
vita privata a Salona in Dalmazia e Massimiano in Lucania in Italia.
Costanzo si scelse a suo Cesare Valerio Severo, Galerio a sua volta
Massimino Daia. Entrambi fecero la loro scelta prescindendo dai fami-
liari per conservare il carattere di adozione del migliore alle loro nomi- La difficile
ne. Presto però i legami familiari, così trascurati, trovarono la via per successione
di Diocleziano
farsi valere. Alla morte di Costanzo (306 d.C.) i suoi soldati proclama-
rono Augusto il figlio Costantino. Per allora si giunse a un compromes-
so, ché Severo fu riconosciuto Augusto, e Costantino si accontentò del-
la dignità di Cesare. Ma poco dopo sorse un nuovo più grave dissidio.
Galerio volle assoggettare anche Roma all'obbligo dei tributi. La città
si ribellò, trascinando con sé parte dell 'Italia, che proclamò Augusto il
figlio di Massimiano, Massenzio. Severo, che si provò ad abbatterlo, fu
ucciso. Il successo di Massenzio spinse suo padre Massimiano a ricu-
perare la dignità a cui aveva rinunciato a malincuore, solo per obbedire
a Diocleziano. Questi tuttavia, abbandonati per un momento gli ozi di
Solona, seppe persuadere ancora una volta l'ex-collega a voler rinun-
ciare. Al posto di Severo fu eletto Augusto Liciniano Licinio, sicché re-
starono Augusti Licinio e Galerio, Cesari Costantino e Massimino Da-
ia, oltre a Massenzio usurpatore dell 'Italia.
Ma non solo Massenzio disturbava la regolarità dell' ordinamento
220 Manuale di storia romana

diocleziano. Presto Costantino e Massimino pretesero e ottennero il ti-


Costantino tolo di Augusto, sicché ci furono quattro Augusti. Poi Massimiano non
Augusto seppe resistere alla tentazione di riprendere il potere e, dopo essersi
guastato prima col figlio Massenzio, poi con Costantino presso il quale
era andato, finÌ ucciso. Tutti gli altri continuarono gli armeggi per so-
praffarsi a vicenda.
Galerio Anche le tendenze religiose cooperavano a creare tendenze politi-
fa cessare che. Se Galerio (e poi anche Massenzio) volevano assicurarsi l'ele-
le persecuzioni
mento cristiano, liberandolo dalle persecuzioni, Massimino Daia face-
va una politica fieramente pagana, diffondeva nelle scuole libelli anti-
cristiani e, comprendendo l'importanza della organizzazione della
Chiesa cristiana, cercava di opporle una effimera organizzazione ana-
loga per il Paganesimo. Quanto a Costantino, per allora era fautore del
culto del Sole.
Nel 311 moriva Galerio, e gli succedeva come Augusto di Oriente
Costantino Licinio. Poco dopo un conflitto da tempo in preparazione metteva di
batte Massenzio fronte Costantino e Massenzio. Il primo aveva già alcun tempo prima
al ponte Milvio
strappato la Spagna al dominio del secondo. In seguito, con rapidità
straordinaria e pari abilità, nel 312 invase l'Italia, per quanto inferiore
di mezzi a Massenzio. Dopo alcune vittorie parziali, nell' ottobre di
quell' anno, batteva e uccideva il nemico alle porte di Roma presso il
ponte Mi/via.

20.6 Costantino (312-337)

Costantino, prima di dare battaglia, aveva fatto incidere sugli scudi dei
suoi soldati un segno non ben precisato. La tradizione, affermatasi an-
cora durante la vita dell'imperatore e raccolta soprattutto dallo storico
della Chiesa Eusebio di Cesarea, non solo identificava questo segno
«In hoc signo con la croce, ma asseriva pure che Costantino fosse stato spinto a dare
vinces» l'ordine da una visione in cui la croce gli apparve contornata dalle pa-
role «hoc vince». Tra gli studiosi perdura ancora il dibattito sul signifi-
cato del cosÌ detto monogramma costantiniano (che l'imperatore fece
poi adottare su una nuova insegna militare, illabaro) e più in generale
sulle convinzioni di Costantino. Senza volerci avventurare qui nella di-
scussione, e avvertendo che i dubbi restano gravi, possiamo accennare
a quella che ci pare la spiegazione più probabile.
Costantino era un'anima religiosa, forse ancora più della media dei
suoi contemporanei, che pure erano tutti inclini o al misticismo o alla
superstizione. Prima di vincere Massenzio, egli era un cultore devoto
di quella religione universalistica, che considerava divinità suprema il
Sole. Se quindi egli fece incidere sugli scudi dei suoi soldati al momen-
Dall'anarchia militare all'Impero cristiano 221

to della battaglia decisiva un segno mistico, ciò non può essere avvenu-
to senza che egli credesse di avere ricevuto un ammonimento divino.
La vittoria non poté che confermargli la convinzione di essere stato
ispirato dalla Divinità. Quale divinità Costantino avesse allora in men-
te non è sicuro dire. Ma il fatto è che da allora egli protesse i Cristiani La conversione
ed ebbe nei suoi discorsi pubblici parole calde di fede, per quanto non si di Costantino
battezzasse che in punto di morte. È dunque da concludere che egli ri-
tenne di essere stato aiutato dal Dio cristiano, cioè, per meglio dire, ri-
conobbe nella religione cristiana la vera. Ciò però non significa che egli
abbandonasse del tutto la sua convinzione di credente nel Sole invitto.
Nella coscienza degli uomini del tempo la identificazione del Dio cri-
stiano col Sole invitto poteva, più o meno confusamente, avvenire: ed è
molto probabile che sia avvenuta anche nella coscienza di Costantino.
Certo in un incontro che avveniva poco dopo la vittoria su Massen-
zio a Milano nel 313 fra Costantino e Licinio era deciso di concedere la
più ampia tolleranza ai Cristiani, facendo cessare gli ultimi effetti della
persecuzione di Diocleziano anche in ciò che erano restituiti alle comu-
nità cristiane i beni confiscati. Una serie di provvedimenti estese in se-
guito alle comunità e al clero i privilegi fino allora riservati ai sacerdo-
ti e ai templi pagani. E, quel che più conta, fin da principio Costantino
sostenne con la sua autorità l'unità della Chiesa cristiana contro tutti gli
scismi, prima contro lo scisma donati sta, poi più tardi allorché era già
solo imperatore, contro lo scisma ariano, a dirimere il quale convocò Il Concilio
nel 325 il concilio di Nicea, da cui fu elaborato, come è noto, il «credo» di Nicea
ancora adesso in vigore nella Chiesa cattolica. Il fatto nuovo era ap-
punto che lo Stato si atteggiasse a tutore della unità della Chiesa e le si
costituisse organo regolatore. Ciò non avrebbe potuto avvenire, se Co-
stantino, pur lasciando teoricamente i pagani in perfetta parità di condi-
zione dei Cristiani, non avesse scorto nell'unità della Chiesa cristiana il
fondamento futuro della unità dell' impero. A Costantino si deve anche
la prima attribuzione di funzioni giudiziarie agli ecclesiastici: un dirit-
to, che in varia misura, sarà conservato dai successori e resterà come
uno dei privilegi della Chiesa fino alla età moderna.
Sarebbe però grave errore credere che Costantino fosse esclusiva-
mente dominato dal problema religioso. Innanzi tutto egli cercò di ri-
costituire l'unità del potere imperiale. Massimino Daia era morto nel L'unità
313 stesso, dopo essere stato quasi spossessato da Licinio. Restava dun- imperiale
ricostituita
que solo avversario Licinio, contro cui la lotta decisiva, spesso riman-
data, avvenne nel 324 con la piena vittoria di Costantino: che fu vittoria
anche del Cristianesimo, perché Licinio, pur essendo stato da principio
d'accordo con Costantino nel ridare uguaglianza di trattamento ai Cri-
stiani, si era poi sempre più appoggiato sulle forze pagane dell 'Oriente
dell'impero.
222 Manuale di storia romana

La unità del potere imperiale era cosÌ restituita di diritto e di fatto,


come da circa un secolo, si può dire, non si era vista più.
Costantino procedette quindi sulla via già segnata da Diocleziano
nell' instaurare una organizzazione burocratica confonne alle esigenze
La dell'assolutismo. Se Diocleziano si preoccupò specialmente della rifor-
riorganizzazione ma dell'ordinamento provinciale, egli trasfonnò invece tutti gli organi
della burocrazia
centrali dell'amministrazione. I due caratteri principali delle nuove isti-
tuzioni costantiniane furono di moltiplicare gli uffici di Palazzo e di ri-
durre l'importanza dei prefetti del pretorio, che, per quanto sempre do-
tati di larghissima autorità giudiziaria e fiscale nelle province, non eb-
bero però più autorità direttiva a corte. I quattro più alti funzionari di
corte divennero il quaestor sacri palatii, di non ben chiare attribuzioni,
ma in definitiva con larghe funzioni di grazia e giustizia; il magister of-
ficiorum, capo degli uffici di cancelleria e comandante della nuova mi-
lizia dei palatini (v. oltre), il com es sacrarum largitionum e il com es re-
rum privatarum, che con funzioni diverse amministravano la finanza
imperiale. Il consiglio privato del principe, sotto il nome di consisto-
rium, aveva rinnovata autorità, e i suoi membri prendevano il titolo di
comites (donde poi il nostro «conte»); ma molti altri comites erano
creati con funzioni ordinarie e straordinarie nell' amministrazione ed
erano distribuiti in complicata gerarchia.
Di altrettanta importanza le rifonne dell'esercito. Due comandanti
supremi erano istituiti, uno per la fanteria (magister peditum) e uno per
La riforma la cavalleria (magister equitum). Dalla annata centrale dei comitaten-
dell'esercito ses, che era ancora accresciuta a spese dei limitanei, erano distinti dei
reggimenti di guardie di palazzo, novelli pretoriani, sotto il nome di pa-
latini.
Si deve anche ricordare che Costantino riuscì finalmente a stabiliz-
zare la moneta imperiale, dopo più di un secolo di crisi: il suo solidus
d'oro, la nuova moneta da lui creata, regolerà sufficientemente a lungo
il mercato monetario.
L'ordinamento costantiniano rimarrà l'ordinamento tipico del basso
impero e si continuerà per molti aspetti anche nell'impero bizantino del
Medioevo. A Costantino, più ancora che a Diocleziano, si deve tutta la
complicata gerarchia, con i suoi titoli enfatici e con i privilegi ben gra-
duati, che è caratteristica del basso impero. Al periodo costantiniano ri-
sale anche l'ultimo definitivo passo verso la servitù della gleba dei con-
La servitù tadini e verso l'ordinamento coattivo delle corporazioni. Privilegio in
della gleba alto, servitù in basso.
Per rompere definitivamente con la tradizione del principato, che si
fondava sulla cooperazione di un Senato onnai invece lasciato da parte,
non c'era che da abbandonare anche ufficialmente Roma come capita-
le. Costantino pensò infatti di trasfonnare Bisanzio, situata in eccellen-
Dall'anarchia militare all'Impero cristiano 223

Dal pollteismo al monoteismo


A partire dall'età augustea la religione romana fu oggetto di ripensamenti e rinnova-
menti che portarono ad una gerarchizzazione del suo pantheon, Il nume di Augusto era
ritenuto simile a quello di Apollo, un Apollo solare, che pian piano fu riconosciuto come
il dio sommo del cosmo, signore e guida dei pianeti. Il dio Mithra, venerato special-
mente dai funzionari dell'impero, era il sole nel mondo iperuranio, che governava la sfe-
ra cosmica, esattamente come l'imperatore governava sulla terra. Altre divinità solari di
origine orientale ebbero molto successo nell'impero e il dio Sole di Emesa fu per la pri-
ma volta posto al di sopra dell'intero pantheon romano dall'imperatore Elagabalo. La
sua opera fu effimera, ma Aureliano, una cinquantina di anni dopo, stabilì nuovamente
il dio solare di Emesa al vertice del mondo divino e la data di inaugurazione del suo
tempio a Roma, il 25 dicembre, divenne una festa fondamentale, anche dopo che il Cri-
stianesimo la fece propria in senso cristologico. I Tetrarchi e soprattutto Costantino ri-
conoscevano nel Sole un dio sommo. Nel corso della storia dell'impero si ricercò con-
tinuamente una definizione del dio sommo e si arrivò a diverse formulazioni del sistema
gerarchico del mondo degli dei. Come in terra, così in cielo si credeva che ci fosse un
dio sommo e gli altri dei divennero suoi ministri, o suoi angeli (Cioè messaggeri).
Gli imperatori si fecero spesso raffigurare con la corona radiata del Sole in testa. Co-
stantino stesso fu raffigurato a Costantinopoli con lo stesso simbolo e volle sostituire
Cristo al dio Sole, a presiedere il giorno della domenica (sunday, ccii giorno del Sole», in
inglese) e il giorno di dicembre in cui il sole rinasceva, come a Betlemme era nato il Cri-
sto. Eusebio di Cesarea teorizzò la somiglianza fra il regno dei cieli e quello della terra,
entrambi governati da un unico sovrano. La parità fra Dio Padre e Dio Figlio creò non po-
chi problemi teologici (con riflessi sociali e politici): già all'epoca dei Severi la Chiesa
cattolica romana si orientò verso una tendenza ccmonarchiana», in cui il monarca era
Dio Padre. La tendenza riemerse con l'Arianesimo, che non riconosceva al Figlio una pa-
rità rispetto al Padre. Costantino e, soprattutto, suo figlio Costanzo Il abbracciarono
questa impostazione, che si rivelò, al tempo di Costanzo Il, funzionale per giustificare la
subordinazione del Cesare ali' Augusto.

te posizione strategica, in una nuova città, che portasse il suo nome: Co-
stantinopoli. La nuova città, costruita con straordinaria rapidità e muni-
ta di tutti i privilegi propri di Roma (non per nulla fu detta <<nuova Ro- Costantinopoli
ma»), fu consacrata l' 11 maggio 330. La sua stessa posizione nel-
l'estrema parte orientale dell'impero stava a significare che ora l'Orien-
te veniva assumendo sempre più parte preponderante nell 'Impero.
Costantino non poteva però immaginare che, abbandonando Roma,
dava la possibilità alla Chiesa di raccogliere più facilmente l'eredità
della tradizione universalistica che in Roma era radicata. Avverrà dun-
que che, mentre in Oriente si continuerà il sistema inaugurato da Co-
stantino dello Stato che controlla la Chiesa e de li 'imperatore che ne è in
certa misura il capo (cesaropapismo), in Occidente la Chiesa si affer- Il «cesaro-
merà indipendente dallo Stato, come corpo che ha nella sua origine di- papismo»
vina e perciò nell' autorità del Papa le sue esclusive fondamenta. Ma del
224 Manuale di storia romana

Cambiamenti nell'esercito tardo-antico


L'anarchia militare e la vulnerabilità del confine dell'impero, il limes, ha portato gli im-
peratori della seconda metà del III secolo e degli inizi del IV a riformare profondamente
le strutture militari, oltre che quelle amministrative.
Il timore di veder sorgere pretendenti al potere imperiale dalle province governate da
senatori aveva indotto già Settimio Severo a ridurre le dimensioni delle province, poi
Gallieno ad affidare tutte le province a cavalieri, anche quelle tradizionalmente gover-
nate da senatori. La ripresa dell'impero tra l'epoca di Aureliano e quella di Diocleziano
permise di riorganizzare e rafforzare i confini.
Diocleziano fu famoso per avere posto un muro di soldati lungo i confini. Le legioni fino
ad allora avevano contato su quasi 6000 uomini, ma allora si preferì organizzare legio-
ni più piccole, di circa 1000 uomini. Nei primi due secoli dell'impero una legione era co-
stituita da 10 coorti; ogni coorte aveva 6 centurie.
Anche i governatori di provincia persero gran parte del loro potere al tempo di Diocle-
ziano: non poterono avere più di un migliaio di soldati ai loro ordini e le aree da loro go-
vernate divennero molto più piccole. Sopra di loro vennero posti i vicarii, che ammini-
stravano più province, riunite in diocesi, e soprattutto vennero posti i prefetti del preto-
rio, autorità supreme dei quattro settori in cui fu diviso l'impero. Anche le unità minori
vennero ridotte nel loro organico: le alae e le cohortes vennero quasi dimezzate; solo
poche cohortes mantennero un migliaio di soldati, e furono dette miliariae, mentre la
maggioranza contò su metà (cohortes quingenariae) effettivi, anche se i documenti pro-
vano che molte di loro contavano su ancora meno soldati, mentre le alae di cavalleria
contarono su circa 350 militi, invece che 500. Queste unità più piccole furono ripartite
su una rete fitta di campi, forti, strade militari di frontiera. Ad esempio, il deserto siria-
no vide sorgere nuovi forti, cittadelle e strade, che proteggevano l'impero non solo dai
Persiani, ma anche dagli Arabi nomadi e altri possibili nemici.
Un'altra tendenza riformatrice condusse ad una sempre maggiore stanzialità dei mili-
tari. Fu Settimio Severo che dette l'inizio a questo processo, permettendo ai soldati di
sposarsi, trasformando le baracche militari in case simili a quelle civili e legando dun-
que maggiormente i militari alle città o ai territori dov'erano stanziati. Il processo trovò
una definitiva sistemazione formale al tempo di Costantino, quando vennero distinti mi-
lites limitanei e milites comitatenses, gli uni stanziati lungo il confine, gli altri al segui-
to di eserciti imperiali laddove era necessaria la loro presenza.
La difesa dell'impero richiedeva poi più mobilità di un tempo. Se un esercito nemico ir-
rompeva entro il limes, bisognava rapidamente far convergere migliaia di soldati in un
solo punto. Per questo scopo la percentuale dei cavalieri entro le legioni o le cohortes
fu notevolmente incrementata, e le strade di importanza strategica vennero curate con
grande attenzione, come è attestato dai molti miliari (iscrizioni di pietra che scandivano
il percorso) tardo-antichi.
Costantino apportò altre importanti modifiche negli ordinamenti militari romani. Le co-
orti dei pretoriani furono sciolte (i pretoriani avevano combattuto a fianco di Massenzio)
e sostituite dalle scholae palatinae, un corpo d'élite di cavalleria al seguito dell'impe-
ratore. I governatori di province (praesides) furono completamente privati del comando
di truppe, mentre la difesa fu affidata ai duces.
La stanzialità della maggioranza dei soldati da un lato permise di risparmiare nel paga-
mento del soldo, visto che ai militari spesso erano assegnate terre per la loro sussi-
stenza. Ma essa provocò una difficoltà nell'organizzazione di importanti campagne con-
tro i maggiori nemici dell'impero. L'abbandono del loro settore di limes veniva a signi-
Dall'anarchia militare all'Impero cristiano 225

ficare l'abbandono delle famiglie e delle terre, motivo per cui la Gallia, esposta agli at-
tacchi dei Germani, sovente vide sorgere degli imperatori locali, che promettevano una
difesa più attenta e un'amministrazione finanziaria più favorevole. Talora fu la necessi-
tà di dislocare truppe in Siria e Mesopotamia per far guerra ai Persiani che scatenò la
rivolta dei militari e delle popolazioni protette dal Iimes renano e danubiano. Lo stesso
Giuliano l'Apostata fu acclamato imperatore per ragioni del genere.

resto negli ultimi anni Costantino si era mostrato oscillante tra la Chie-
sa ufficiale e la dottrina di Ario, forse non tanto per simpatia per le teo- L'Arianesimo
rie di quest'ultimo quanto piuttosto perché, poco esperto di cose teolo-
giche, non riusciva a comprendere perché dovesse rimanere fuori della
Chiesa, distruggendo quella unità a cui soprattutto teneva. Certo è che
la tradizione vuole che Costantino sia stato battezzato nel 337, poco pri-
ma di morire, da un vescovo incline all'Arianesimo.

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226 Manuale di storia romana

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Il tramonto dell'autorità imperiale
in Occidente
CAPITOLO VENTUNESIMO

21.1 Gli eredi di Costantino (337-361)

Costantino aveva unificato l'impero, ma non aveva eliminato i motivi


che portavano a un governo separato dell 'Oriente e dell 'Occidente. An-
zi, col fare di Costantinopoli un doppio di Roma (era perfino reduplica-
to il Senato romano!) aveva reso più evidente il dualismo intrinseco al-
la diversa civiltà, alla diversa struttura economica e ai diversi problemi
politici delle due parti dell 'Impero. Ora poi si veniva anche ad aggiun- Il dualismo
gere il dualismo religioso. L'Occidente era meno cristianizzato del- tra Oriente
e Occidente
l'Oriente (Roma era sempre cittadella del paganesimo), ma, quando era
cristiano, lo era con una profondità tranquilla senza preoccupazioni
dogmatiche: rimase perciò unito intorno al Papa di Roma e al credo ni-
ceno, mentre l'Oriente viveva di dissidi fra le varie confessioni e tra le
più importanti sedi episcopali.
Una nuova divisione dell'impero fra i figli era del resto preveduta
dallo stesso Costantino. Alla sua morte infatti, dei tre figli, Costantino II
ebbe la Gallia, la Spagna e la Britannia, Costante l'Italia, l'Africa e la
Pannonia con la diocesi dacica, e Costanzo l'Asia e l'Egitto. Il nipote
Dalmazio (o Delmazio) ebbe il dominio sui Balcani. Ma Dalmazio fu
presto eliminato, e Costante e Costanzo si divisero il suo territorio. Pre-
sto poi (340) sorse un conflitto tra Costantino II e Costante in cui il pri-
mo perdette la vita: perciò tutto il suo territorio passò a Costante, che di-
venne di gran lunga più forte del fratello Costanzo a cui restava l'Orien-
te. Costante non poté tuttavia resistere a un usurpatore, Magnenzio, che
lo uccise nel 350. A Costanzo riusciva invece nel 353, dopo aver scon- La necessità
fitto Magnenzio, di ristabilire l'unità dell'impero nelle sue mani. di condividere
il potere
Il bisogno di condividere il potere imperiale si faceva sentire però su imperiale
Costanzo, tanto più che, mentre da un lato i conflitti con la Persia conti-
nuavano, gli attacchi dei Germani si facevano dall'altro più minacciosi.
Costanzo conferì quindi la dignità di Cesare al cugino Giuliano (figlio
di un fratello di Costantino), per quanto il fratello di Giuliano, Gallo,
che Costanzo aveva chiamato alcuni anni prima a suo collaboratore,
avesse fatto pessima prova. La nuova scelta fu felicissima. Giuliano, che
228 Manuale di storia romana

fino allora si era occupato di studi filosofici e letterari, frequentando i


centri migliori di cultura pagana, si rivelò un eccellente generale e rista-
bilì la sicurezza sul confine del Reno. Sotto un certo aspetto Giuliano fu
anche troppo bravo per Costanzo, perché l'esercito gallico, entusiasta

Il declino delle città


Dal punto di vista urbanistico, le città dell'impero conobbero la loro massima fioritura
all'epoca dei Severi. E questo riguarda, più che l'Italia, le province, dove esse divenne-
ro tutte città di diritto romano (municipi o colonie). Severo aveva reso i magistrati mu-
nicipali responsabili della riscossione delle imposte dovute all'impero. La floridezza
economica delle città fu minata dalle continue guerre, invasioni barbariche e pestilen-
ze del III secolo. Gravissima si rivelò la divisione dell'impero, che creò delle barriere ai
commerci, e altrettanto si dica per l'ostilità dei Persiani, che rese più difficili i traffici
verso l'India. Fu così che le cariche pubbliche municipali divennero sempre meno ap-
petibili, perché il fisco diventava sempre più esigente e le risorse disponibili sempre
più esigue. Nel I e nel Il secolo i cittadini illustri avevano generosamente contribuito al-
la costruzione di edifici pubblici, oltre che allo sfarzo delle feste cittadine. I magistrati
erano i cittadini più ricchi: essi, per mantenere il loro tenore di vita nei periodi della cri-
si, dovevano rivalersi su tutti coloro (liberi o schiavi) che lavoravano alle loro dipenden-
ze. Le condizioni di vita di questi ultimi divennero sempre peggiori e insopportabili, tan-
to che non di rado essi preferivano fuggire nelle terre dei barbari. Non molto diverse
erano le condizioni degli affittuari e subaffittuari dei domini imperiali: anche loro dove-
vano sostenere le enormi spese, soprattutto militari, dell'impero.
Un tempo i terremoti o le altre cause di distruzione erano state motivo di ricostruzioni
sempre più grandiose dei monumenti delle città, ma nel III e IV secolo le ricostruzioni di-
vennero più rare e povere. Eventualmente le risorse dovevano andare alla costruzione
o al restauro delle mura, laddove la vita era diventata sempre più insicura per le guer-
re e le calate dei barbari. Molte città avevano dismesso da secoli le loro vecchie mura,
grazie alla pace garantita dall'impero, ma ormai i tempi erano cambiati. Il declino colpì
soprattutto le città medie e piccole, mentre le poche metropoli (Roma, Costantinopoli,
Antiochia, Alessandria) restavano oggetto delle largizioni e delle attenzioni imperiali.
Nel territorio delle città sorsero però ville signorili sempre più ricche e grandi, di cui so-
no testimonianza, per esempio, i mosaici di Piazza Armerina in Sicilia, del territorio di
Cartagine (al Museo del Bardo), o Antiochia. Esse erano spesso le residenze dei sena-
tori municipali più potenti. Il baricentro della vita economica dei territori civici si spostò
pian piano dalle piazze urbane a queste residenze signorili del contado.
Nel IV secolo i pochi ricchi rimasti nelle città dovevano essere costretti ad entrare nel
Senato municipale e a rivestire le cariche pubbliche, visto che cercavano in ogni modo
di sottrarsi, anche entrando nel clero. Essendo oggetto di pressioni fortissime da par-
te del fisco, e spesso anche di abusi ad opera dei funzionari imperiali, le città si affi-
davano ai loro più illustri oratori o filosofi per perorare la loro causa davanti alla corte
imperiale. Spesso si sceglievano dei patroni importanti che le difendessero. Il ruolo di
questi personaggi assunse una forma istituzionale e così si crearono i defensores civi-
tatis, che potevano anche avere il nome di syndikoi, da cui viene «sindaci ... Nell'impero
cristiano questo ruolo venne assunto sempre più dai vescovi, dai santi Uomini, dai pre-
dicatori o filosofi cristiani.
Il tramonto dell'autorità imperiale in Occidente 229

del suo generale, lo proclamò nel 360 Augusto, contro le intenzioni del-
l'imperiale cugino. Giuliano chiese a Costanzo l'autorizzazione a con- L'impero
siderarsi Augusto, che gli venne rifiutata. Il dissidio stava già per tra- a Giuliano
sformarsi in conflitto armato, quando Costanzo moriva nel 361. Giulia-
no era riconosciuto in ogni parte come illegittimo imperatore.

21.2 Giuliano l'Apostata. Gioviano. Valentiniano


e Valente Graziano (361-378)

L'aggettivo che accompagna abitualmente il nome di Giuliano -l' Apo-


stata - dice l'aspetto della sua personalità che, a ragione, ha colpito di
più contemporanei e posteri. Tutta la famiglia di Costantino era stata
educata al Cristianesimo; Costanzo aveva fatto una politica interamen-
te cristiana con inclinazione all'Arianesimo. Giuliano invece non solo
personalmente abbandonò il Cristianesimo, ma cercò in ogni modo di La
restaurare la cultura e la religione pagana (a cui, riprendendo un 'idea di restaurazione
del Paganesimo
Massimino Daia, volle dare un' organizzazione gerarchica analoga a
quella della Chiesa cristiana) e, se non fece delle vere persecuzioni di
Cristiani, certo li allontanò spesso (non sempre) dai posti di responsa-
bilità e impedì loro l'insegnamento superiore, che, fatto sui classici pa-
gani, doveva, secondo il suo parere, essere tenuto solo dai pagani. Era,
s'intende, Giuliano uno di quei pagani illuminati da una fede filosofica,
il neoplatonismo, a cui i dissidi interni della Chiesa e gli eccessi delle
contese dogmatiche parevano confermare la calma autorità della con-
templazione filosofica insegnata dai maestri del pensiero greco. Che il
tentativo fosse destinato a non durare, è appena da avvertire. Ne affret-
tò inopinatamente la fine la morte di Giuliano stesso dopo due anni di
regno (363), in una campagna contro la Persia ispiratagli dall'esempio
di Alessandro Magno, a lui caro come Marco Aurelio. Giuliano aveva
avuto tempo in quel breve periodo di compiere un notevole riordina-
mento delle finanze, per cui aveva potuto ridurre di un quinto le tasse.
L'esercito, che seguiva Giuliano, elesse sul momento a imperatore
un generale, Gioviano, il quale concluse immediatamente una pace ver-
gognosa con la Persia, a cui cedeva una parte della Mesopotamia roma-
na. Del resto nel brevissimo regno (morì nel 364) fece una politica di
tolleranza per tutti.
A un impero risolutamente cristiano si ritorna con i due successori, Il ritorno al
i due fratelli Valentiniano e Valente, di cui l'uno tenne l'Occidente e Cristianesimo
l'altro l'Oriente, facendo rispettivamente una politica conforme al cre-
do niceno e all'eresia ariana, in corrispondenza delle correnti che pre-
valevano nei loro territori. A parte questo, si osserva una notevole uni-
tà di indirizzo nei due provvedimenti dei due Augusti. Basterà ricorda-
230 Manuale di storia romana

re che essi, in conseguenza del loro Cristianesimo, rivolsero particola-


re attenzione alla difesa delle classi umili, e perciò alloro tempo avvie-
I «defensores ne la trasformazione dei defensores civitatis, che erano degli avvocati
plebis» incaricati da ciascuna città di difendere i suoi interessi, in defensores
plebis. Fu pure curato molto il riordinamento delle finanze comunali e
fu presa la decisione, densa di conseguenze, che illatifondista fosse re-
sponsabile per le tasse del proprio colono, ciò che sottometteva pratica-
mente il colono alla giurisdizione del suo proprietario. Nonostante le
fiere lotte che dovettero essere sostenute contro i Germani, illimes ven-
ne, per quanto è possibile, restaurato.
Nel 375 moriva Valentiniano, e ne prendeva il posto, il figlio Gra-
ziano, già da alcuni anni elevato alla dignità di Augusto. Ma accanto a
Graziano, e sottoposto per il momento alla sua tutela, era posto un suo
fratellastro minore, Valentiniano Il.
Le migrazioni Nell'Occidente continuava dunque a perdurare una relativa tran-
degli Unni quillità. Nell'Oriente una minaccia nuova stava per scuotere alla base
tutto l'impero. Gli Unni, di origine mongolica, nella loro emigrazione
dall'Asia all'Europa atterrivano in quegli anni con il loro numero, con
il loro sistema di combattere, con la loro ferocia, con la stessa loro fi-
gura insolita, i Goti, dei quali una parte (costituita in prevalenza da Vi-
sigoti) cercò rifugio nell 'interno dell 'impero. Valente concesse loro
stanziamento in Tracia alle solite condizioni; ma i Goti, che non vi tro-
varono mezzi sufficienti per nutrirsi, si ribellarono e marciarono verso
Costantinopoli. Ad Adrianopoli nel 378 avvenne lo scontro con le trup-
pe di Valente, che commise l'errore di non attendere l'esercito di Gra-
La disfatta ziano avviato al suo soccorso. Ciò non diminuisce tuttavia l'enorme
di Adrianopoli gravità della sconfitta che subirono, di fronte a orde barbariche, le le-
gioni romane. Valente fu ucciso, e il suo esercito quasi distrutto. Fu for-
tuna che le piazzeforti (tra cui Costantinopoli) resistessero all'attacco
dei vincitori, che del resto furono traditi dalla loro stessa furia e dal 10-
ro disordine. Il generale chiamato a succedere a Valente, Teodosio, po-
té quindi preparare con calma la riorganizzazione.

21.3 Teodosio (378-395)

È merito essenziale di questo spagnolo l'avere attenuato gli effetti della


sconfitta di Adrianopoli, regolarizzando poi (382) la situazione con i Go-
ti con il loro insediamento nell'impero quali federati, che, dietro com-
penso, avrebbero prestato servizio militare. L'esercito romano, accre-
L'esercito si sciuto di questi nuovi elementi, si barbarizzò quindi ancora di più. E, per
«barbarizza» pagare la ricompensa pattuita, Teodosio dovette aumentare le tasse, cioè
aumentare gli imbarazzi di una situazione economica sempre difficile.
Il tramonto dell'autorità imperiale in Occidente 231

Un'altra notevole caratteristica di Teodosio è che, per quanto venuto al


dominio dell' Oriente, non perdette la sua fede nell' ortodossia cristiana e
fu quindi avverso all'arianesimo; sicché, per la prima volta (essendo
Graziano della sua stessa opinione) si ebbe la possibilità di una politica
religiosa comune nelle due parti dell'Impero, nella quale molto influÌ
l'alta personalità del vescovo di Milano Ambrogio, poi santificato. Già
Graziano (che in ispecie nella politica religiosa dovette contare partico- Ambrogio,
larmente) aveva rifiutato di continuare a essere pontefice massimo pa- vescovo
di Milano
gano. Teodosio lo imitò; e fu la prova definitiva che il paganesimo non
era più la religione dello Stato. Ma Graziano e Teodosio andarono an-
che più in là, e impedirono in vari modi il culto pubblico pagano, rifiu-
tando, tra l'altro, di sovvenzionarlo sul bilancio dello Stato.
Nel 383 Graziano era ucciso, e l 'usurpatore Magno Massimo si im-
padroniva di Gallia e Spagna, mentre a Valentiniano II, ora passato sot-
to il controllo di Teodosio, restava l'Italia. Qui in Italia appunto le ten-
denze filo-ariane della corte di Valentiniano II creavano complicazioni,
che solo l'energia di S. Ambrogio riusciva a dissipare. Ma non è im-
probabile che il filo-arianesimo contribuisse a far perdere terreno a Va-
lentiniano II di fronte a Massimo, che infine lo scacciava anche dal-
l'Italia. Fu l'atto che decise infine Teodosio all'intervento. Nel 388 egli
eliminava Massimo e restituiva tutto l'Occidente a Valentiniano II. In
quegli anni la sua politica si volgeva sempre più decisamente in favore
del Cristianesimo. Il culto pagano era proibito per sua iniziativa a Ro-
ma, in Egitto e in altre parti dell 'impero. La sua devozione alla Chiesa Il massacro
si manifestava piena nel celebre episodio nel massacro di Tessalonica di Tessalonica
(390). Dopo aver fatto uccidere, in un impeto di ira, 7000 abitanti di
Tessalonica per punirli di un atto di insubordinazione, egli accettava
l'imposizione di S. Ambrogio di confessare pubblicamente la sua colpa
prima di essere riammesso ai sacramenti: stabiliva pure che le sue con-
danne a morte dovessero essere eseguite solo dopo trenta giorni.
Valentiniano II moriva nel 392 lasciando la Gallia in agitazione,
tanto che fu sospettato che egli fosse ucciso. Comunque, dopo la sua
morte, fu proclamato Augusto dai soldati un Flavio Eugenio non rico-
nosciuto da Teodosio, con cui si ebbe in Occidente l'ultima reazione del
Paganesimo. Soprattutto durante una sua permanenza a Roma, Eugenio
galvanizzò ancora la fede nei vecchi idoli rimasta, oltre che nelle cam-
pagne, fra i membri delle famiglie aristocratiche.
Non è caso che negli anni di questa usurpazione concludesse la sua
opera l'ultimo grande storico pagano di Roma, Ammiano Marcellino,
l'ammiratore di Giuliano l'Apostata, al cui esempio Eugenio si richia-
mava. La vittoria di Teodosio contro Eugenio presso l 'Isonzo nel 394 fu
il segno del trionfo definitivo del Cristianesimo. Teodosio aveva dun- Il trionfo del
que contribuito duplicemente alla fortuna della Chiesa: col far prevale- Cristianesimo
232 Manuale di storia romana

re il credo niceno sull'arianesimo e col debellare l'ultimo tentativo di


reazione pagana. È curioso che l'Arianesimo conserverà parte della sua
La crisi forza, solo perché fu la forma del Cristianesimo che penetrò prima tra i
dell' Arianesimo Goti e altre stirpi germaniche: anzi con l'estraniarsi dei cittadini del-
l'impero dall'Arianesimo avverrà che tra le molte ragioni di antitesi con
i Germani ci sarà anche differenza di confessione.
Va però ancora insistito che Teodosio non è separabile nella sua po-
litica religiosa da Graziano e, soprattutto, dal grande Ambrogio.
Teodosio moriva poco dopo la vittoria su Eugenio nel 395.

21.4 La divisione definitiva tra Oriente e Occidente.


Caratteri dello svolgimento delle due parti (395 d.C.)

Dei figli di Teodosio Arcadio assunse il governo dell 'Oriente; Onorio,


sotto la tutela di un generale di origine vandala, Flavio Stilicone, il go-
verno dell'Occidente. Di per sé la divisione non aveva maggior valore
Aumenta che quella effettuatasi già parecchie volte prima. Tuttavia, dando luogo
la separazione a due dinastie diverse, valse a rendere più profonda la separazione tra le
tra Oriente
e Occidente due parti dell 'Impero. Le quali avranno ormai sorte diversa.
Nell'Oriente lo Stato riuscì a dominare gli elementi barbarici inse-
diati nel suo territorio. Si ebbe anzi durante il regno di Arcadio una ve-
ra politica di tendenza antigermanica, soprattutto per reagire ai tentati-
vi che Stilicone fece di estendere la sua autorità in Oriente. Ma anche
quando la necessità tornò a costringere a servirsi di Germani, come di
soldati asiatici (tra cui celebri gli Isaurii), essi rimasero di regola subor-
dinati all'autorità imperiale. In Occidente invece si assiste al fenomeno
che i popoli barbarici, i quali cominciano con lo stanziarsi nell'impero
quali sudditi, si fanno poi a poco a poco indipendenti e dànno luogo in-
fine ai cosÌ detti Stati romano-barbarici. Anche a corte i capi di e