Sei sulla pagina 1di 213

Massimo Ciceri

Origini controllate
la prima eugenetica italiana
(1900 – 1924)
Introduzione

Eugenetica: «lo studio dei fattori, suscettibili di venire regolati dalla


società, che possono migliorare o peggiorare le qualità biologiche delle
future generazioni, sia dal punto di vista fisico, sia dal punto di vista
psichico»1. Questa fu la definizione del termine che diede Francis Galton,
cugino di Charles Darwin, acclarato fondatore della scienza della “buona
generazione umana”: eugenica o eugenetica, appunto2.
Amplificando alcune riflessioni di Darwin sulla generazione umana (e
riflettendo in modo molto “epidermico” sull’allevamento e la selezione degli
animali da fattoria…) Galton si era proposto, fin dal 18643, l’ambizioso
scopo di trovare regole scientifiche e certe per accelerare il progresso dell’
“animale uomo” sulla strada dell’evoluzione, scavalcando e forzando il
meccanismo casuale, lento e imperfetto della selezione naturale.
La risposta alla nuova scienza eugenetica di Galton fu immediata ed
entusiasta. In Inghilterra e nel mondo anglosassone in particolare, ma anche
in Germania, Francia, Danimarca, Norvegia un moto di opinione pubblica
colta diede vita a istituzioni scientifiche dedicate, dibattiti, convegni, mostre
itineranti ed associazioni propagandistiche come la Eugenics Education
Society. La nuova scienza prometteva benessere diffuso per tutti in tempi
brevi, sembrava richiedere poco approfondimento accademico e lasciava
intravvedere risultati sorprendenti con procedure semplici e comprensibili a
chiunque. L’eugenetica sembrava una “scienza della porta accanto”,
propedeutica alla puericoltura leggera: qualsiasi coppia di genitori avrebbe
potuto trarne facilmente e immediatamente beneficio.
Anche in Italia4 infine si era discusso di eugenetica. Apparentemente il
dibattito aveva preso le mosse dalla partecipazione di una delegazione italiana

1) La definizione di Galton è ripresa da C. Gini, Eugenica, in «Rivista italiana di sociologia», gennaio 1914.
2) “Eugenica” ed “eugenetica”: la radice greca è la medesima, così come il loro significato. Nelle fonti di inizio
del secolo la sovrapposizione e confusione dei due termini è frequentissima, cosicché vengono utilizzati, a volte
addirittura nello stesso testo, i due termini (o ancora viene utilizzato “eugenìa”) per indicare la scienza del
miglioramento biologico delle discendenze umane.
3) Vedi principalmente in tutta l’opera di F. Galton, Eugenics in «American journal of sociology», luglio 1904,
Hereditary Genius, London, 1869 e Inquiries into human faculty, London, 1883.
4) Punto di partenza fondamentale per ogni ricognizione sulla storia dell’eugenetica italiana l’articolo di Claudio
Pogliano, Scienza e stirpe, l’eugenica in Italia, in «Passato e presente», gennaio 1984.
2
al primo Congresso internazionale di eugenetica a Londra, nel 1912. In realtà
la nuova scienza raccolse e catalizzò, nel nostro paese, temi e problemi già
lungamente discussi da scienziati e sociologi.
La storia della diffusione del “galtonismo”, gli elementi del ricco dibattito
d’inizio secolo sull’eugenetica sono stati un argomento storiografico finora
affrontato in maniera molto differente da nazione a nazione. All’estero, dove
il dibattito fu amplissimo e le applicazioni pratiche, legislative, dell’eugenetica
numerose e importanti, gli studi sono stati e continuano ad essere numerosi
ed approfonditi.
Per l’Italia, viceversa, l’esplorazione di questo territorio storiografico è
iniziata solo da pochi anni.
Il fascino di un campo d’indagine ancora poco esplorato, la novità
dell’argomento, la soprendente attualità dei temi sono le ragioni principali
che mi hanno spinto a questa piccola ricognizione delle fonti sulla “prima”
eugenetica italiana (definisco così l’eugenetica precedente il discorso
dell’Ascensione di Mussolini del 1927) che ora presento. Fonti per la
maggior parte costituite da articoli di riviste, opuscoli, recensioni di
pubblicazioni straniere.
Fonti che, per quel che ho potuto constatare, si sono dimostrate
insospettabilmente ricche, eloquenti sul fatto che dal 1912 al 1930 il dibattito
sull’eugenetica in Italia fosse più denso ed articolato di quanto si possa a
prima vista pensare.
Dunque, quale risultato per questa mia circoscritta e abbozzata – ancorché
entusiasmante – ricerca? Soprattutto la conferma dell’intuizione, già
lucidamente espressa da Pogliano, che vi sia una peculiarità netta della prima
eugenetica italiana rispetto a quella anglosassone, e in termini più ampi,
europea.
I quasi sconosciuti eugenisti italiani furono tutt’altro che dei muti spettatori o
imitatori degli inglesi, ma impressero coscientemente un “carattere”
particolarissimo alla propria discussione scientifica, viva e sorprendentemente
ancicipatrice di discussioni dell’oggi. I nostri scienziati (e i divulgatori
dell’eugenetica più in generale) diedero alla nuova scienza una
“modulazione” peculiare, fatta di scetticismo verso le semplificazioni, di
ostilità verso le soluzioni legislative troppo precipitose e persecutorie, di
ricerca tenace di alternative moderate alla meccanica e brutale persecuzione
degli individui ritenuti inadatti.
La decisione di incamminarsi su questa via moderata fu un tratto unificante
di tutti gli eugenisti italiani, a prescindere dal loro orientamento ideologico,

3
politico o religioso. E questo è, a mio avviso, un dato rilevante, che sembra
smentire con forza ogni tesi di “pressioni” insostenibili da parte di ambienti
religiosi ad orientare la risposta della scienza alla nuova proposta eugenetica.
Se negli eugenisti italiani – fortunatamente! - moderazione e prudenza anche
eccessiva vi furono, io penso, non nacquero dalla cieca deferenza o
dall’obbedienza a poteri forti e autorità morali, ma furono frutti spontanei di
riflessioni scientificche e sociologiche profonde, pacate e non banali. E,
perchè no, di un pizzico di buonsenso tutto italiano.
Questa linea di cautela uniforme nel dibattito forse potrebbe far giudicare gli
studi sull’eugenetica italiana oziosi o irrilevanti: pur dando vita ad un vivace
scambio di idee, infatti, gli eugenisti del nostro paese non furono quasi mai in
vera e schietta polemica tra di loro (fatta eccezione per alcuni interventi in
tema di Certificato sanitario obbligatorio prematrimoniale) e non fecero
approdare gli studi a conclusioni pratiche rilevanti. Personalmente credo di
poter rispondere a questa obiezione semplicemente sottolineando il fatto che
anche una situazione di profonda stabilità ed equilibrio come quella italiana
appare significativa in una Europa in cui le atrocità eugenetiche naziste si
imposero con agghiacciante facilità e in cui cascami scientifici come il
razzismo o il darwinismo sociale estremo trovarono percorsi agevoli grazie a
intellettuali fiancheggiatori fin troppo liberi di agire.
Naturalmente parlare di “resistenza” in questo caso sarebbe assolutamente
eccessivo. Ma non lo è, credo, sottolineare l’esistenza e l’importanza di isole
di riflessione calma e controcorrente nel montare di una marea di folle
crudeltà e di asservimento del pensiero al disprezzo e alla violenza.
In conclusione, proponendo questa ricerca come piccolo tassello di un
mosaico ai suoi inizi, che sarà abbellito certamente da opere di autori più
capaci di me, invito il lettore a volgere senz’altro lo sguardo oltre il mio
lavoro nel profondo di questo tema storiografico nuovo e a volerne sapere di
più. Poiché si tratta di un tema che nel clima d’oggi acquista una suggestione
particolare. L’eugenetica del primo novecento è un frammento di storia
vicinissmo a ciascuno di noi, nella sua quotidianità ed individualità: le parole
degli eugenisti di allora sono, incredibilmente, ancora qui, ora, nei mass
media, negli scambi di idee quotidiani della gente comune e nelle aule
scolastiche. Le inquietudini della medicina sociale di allora sono, amaramente,
quelle della bioetica d’oggi.
Non già appannate dal tempo ma rese, se possibile, più profonde ed urgenti.

4
Capitolo 1

Lombroso,
il precursore

Da Galton a Lombroso

«Eugenics is the study of agencies under social control that may


improve or impair the racial qualities of future generations either phisically
or mentally»: nel luglio del 1904 Francis Galton, biologo, antropologo,
psicologo e cugino di Charles Darwin, sull’American Journal of Sociology in
un saggio dal titolo Eugenics descriveva la nuova scienza del “razionale
allevamento umano”.
Selezionare gli esseri umani per migliorarli, esattamente come gli
allevatori di cavalli facevano coi puledri da corsa… Fin dal suo saggio
Hereditary Genius, del 1869, Galton si era dichiarato convinto che le doti
intellettuali eccellenti si trasmettessro prevalentemente per via chimica, con
legami solo secondari con le condizioni culturali ed ambientali, seguendo
leggi regolari e perfezionandosi nel senso della selezione naturale darwiniana.
Non vi era ragione per cui questo meccanismo chimico, anche se sofisticato,
non potesse essere modificato dall’uomo.
Per ovviare alle “storture” della selezione naturale casuale e togliere
all’umanità il peso dei suoi difetti sarebbe bastato dunque studiare a fondo le
leggi dell’evoluzione e sorvegliare gli incroci tra uomini. L’umanità futura,
affermava Galton, sarebbe stata perfetta e geniale, se solo al presente avesse
sconfitto quella inesorabile legge di natura che lui definiva di regressione
verso la media, secondo la quale i caratteri eccellenti, mescolandosi a quelli
mediocri o degenerativi, alla lunga scomparivano.
Sorprendentemente, la scoperta “scientifica” di questa legge ebbe ben
poco di scientifico, basata com’era su un’entusiastica approssimazione e su
ricerche statistiche per lo meno frettolose (per non dire tendenziose) condotte
da Galton su campioni scelti con criteri molto opinabili (dalla posizione nella
società al luogo di residenza, alla professione, ai tratti somatici…).

5
Ma l’ottimismo di Galton, i risultati sorprendenti promessi dalla nuova
scienza e e la sua reputazione spensero sul nascere ogni obiezione: alla
ricerca dei caratteri eccellenti da preservare nell’uomo, il cugino di Darwin
dedicò tutti gli sforzi della propria vecchiaia, fondando un laboratorio di
misurazioni antrtopologiche e un periodico (Biometrika, 1901) col sostegno
di Pearson, Weldon e Davenport, diffondendo l’entusiasmo in tutto il mondo
anglosassone e affidando a questo entusiasmo il futuro della nuova scienza5,
mentre in Gran Bretagna e negli Stati Uniti non solo nascevano gruppi di
propaganda dell’igiene eugenetica dei matrimoni, ma si traducevano già in
legge le proposte di sterilizzazione eugenetiche di “indesiderabili” e i vincoli
ai matrimoni disgenici.

Il legame con Darwin e Mendel

Appariva sorprendente che una scienza confezionata in modo così


frettoloso, sulla base di ricerche minime e risultati parziali raccogliesse un
consenso così unanime senza alcuna importante obiezione dal mondo della
medicina sociale ma, soprattutto, che arrivasse così velocemente ad
applicazioni legislative pratiche così incerte e gravi.
Eppure dalle scoperte di Galton all’eugenetica pratica, di qua e di là
dall’oceano, il passaggio fu repentino: il mondo sembrava addirittura
“sedotto” dalle promesse di rigenerazione dell’umanità che la nuova scienza
prometteva e assolutamente certo che le nuove teorie offrissero ampie
garanzie. Perché?
In parte possiamo cercare di spiegare la fortuna e la forza dell’eugenetica
anche con la fortuna delle ricerche di Darwin: l’eugenetica doveva
moltissimo ai passi compiuti dal padre della selezione naturale, il quale aveva
già guardato con interesse all’ipotesi di poter “truccare” a beneficio
dell’uomo la lotta naturale per la sopravvivenza del più adatto.
Così si era espresso infatti Darwin (dopo che Huxley aveva pubblicato
nel 1863 il saggio The man’s place in Nature, che aveva aperto la
questione): «l’uomo investiga scrupolosamente il carattere e il pedigree dei
suoi cavalli e dei suoi cani prima di accoppiarli. Ma quando si tratta del
proprio matrimonio, raramente, o non mai, si prende questa cura (…) la
ricchezza ed il grado sociale solo lo attirano grandemente (…) Eppure con
la selezione egli potrebbe fare qualcosa, non solo per la costituzione

5) G. Perondi, Origine storia e scopi dell'eugenica, in «Difesa sociale», settembre, 1933.

6
corporea dei suoi figli, ma anche per le loro facoltà intellettuali e morali.
Qualora fossero in grado evidente deboli di corpo o di mente, i due sessi
dovrebbero stare lontani dal matrimonio. Ma queste speranze sono utopie
che non si avvereranno mai, neppure in parte, finché le leggi della eredità
non saranno pienamente note».
Considerando la selezione della specie come una vera e propria eugenica
razionale del mondo creato dai fini incomprensibili ma certamente orientati al
perfezionamento, Darwin non ebbe timore a dichiararsi convinto che, nel
caso dell’uomo, l’assistenzialismo e la cura degli “idioti, storpi e malati”
andassero per così dire, contro la “saggezza” della Natura.
Erano affermazioni forti che, oltretutto, portavano ad un paradosso.
L’emergere di una coscienza, di una morale, dichiarava infatti Darwin, la
protezione sociale, la compassione e la benevolenza, erano chiaramente tesori
faticosamente conquistati nella nostra evoluzione da scimmie a uomini, segni
inconfondibili del perfezionamento del nostro cervello. Ma dal punto di vista
dell’evoluzione, quando venivano utilizzate come strumenti per proteggere i
figli deboli dalla scure della selezione naturale, queste erano caratteristiche
anti-evolutive. E in definitiva, disgeniche6.
Un paradosso che, inevitabilmente, costituì una delle tante crepe nella
scientificità della nuova disciplina.
Anche un altro dettaglio contribuiva a spiegare la mancanza di serie
obiezioni scientifiche e il travolgente successo di questa nuova scienza dalle
basi così fragili. Si proclamava di voler intervenire rigorosamente sui
meccanismi di riproduzione umana per bloccare i caratteri indesiderabili, ma
in effetti nessuno aveva fino ad allora ben chiaro in che modo questi caratteri
fossero individuabili prima del concepimento. E tantomeno nessuno poteva
affermare di sapere con certezza come questi caratteri venivano trasmesi alla
prole. La struttura del genoma umano era ancora un capitolo chiuso per la
scienza dell’epoca e, viceversa, era ancora apertissimo il capitolo della
trasmissibilità dei caratteri acquisiti e del decisivo ruolo giocato dall’ambiente
nell’ereditarietà. In questo modo, in questa cronica mancanza di riferimenti
sperimentali e paradigmi solidi, ogni ipotesi di eugenetica pratica appariva
possibile e verificabile, ogni mera coincidenza appariva un risultato, ogni
studio una scoperta. In questo modo la medicina sociale assurgeva ex
abrupto al trono dell’eugenetica, includendo nella nuova scienza il massimo
possibile di voci a favore.

6) L. Geymonat, Storia del pensiero filosofico e scientifico, vol. V, Milano, 1981.

7
Questo fu per l’Italia, come vedremo, il fatto decisivo, poiché consentì di
affermare la possibilità di una eugenetica “educativa” che non si limitasse a
eliminare i riproduttori indesiderabili ma, in qualche modo, li guarisse. Senza
pericolose corse in avanti ma con il passo lento e sicuro della tradizionale
medicina sociale.
Del resto in Italia il “mendelismo” e le prime scoperte della genetica
moderna non avevano certamente infiammato i cuori7. Gli scenziati italiani, a
differenza di quelli anglosassoni che le appoggiavano con enorme
entusiasmo, guardavano con sospetto alle leggi di Mendel riscoperte nel 1900
da De Vires e Correns, che apparivano loro una riduzione fin troppo brutale
del problema dell’ereditarietà a schemi fissi e rudimentali, dove il dato della
variazione sportiva di questi caratteri fuori dalle leggi mendeliane appariva il
vero mistero da risolvere8. Già prima dell’eugenetica in Italia, l’indirizzo
“neolamarkiano” sostenuto dagli scienziati francesi Quinet, Renan Giard e
Perrier9, che vedeva l’opera di Darwin solo come una sorta di
perfezionamento di quella di Lamarck e riuniva in un unico paniere i frutti
buoni di teorie contrastanti, era apparso ben ben più consono al “buon
senso” e alla cautela che caratterizzavano il lavoro dei nostri scienziati.
Prudenza, circospezione e massima fiducia nella medicina sociale: proprio
nelle incertezze scientifiche e nelle fragilità di fondo del “galtonismo” l’Italia
avrebbe presto modellato la sua propria genuina chiave di lettura della
profilassi eugenetica.
E sarà partendo proprio da una lettura originale, personale e articolata
delle leggi evolutive di Darwin10 e del problema della degenerazione che la
scienza italiana approderà, secondo l’ipotesi che proponiamo, ai temi
dell’eugenetica, prima di Galton e in parallelo a lui, attraverso l’opera di uno

7) Per un quadro della conoscenza della genetica in quegli anni e per una ricognizione del rapporto tra scienziati e
leggi di Mendel vedi: C. Artom, Principi di genetica, in «Rivista di antropologia», vol. XIX, pag. 382; Giuseppe
Sergi, Problemi di scienza contemporanea, Torino, 1915; H.S. Jennings, Eredità biologica e natura umana,
Milano, 1934; F.L. Maiocco, Le leggi di Mendel e l'eredità, Torino, 1917; R. Punnet, I progressi degli studi
mendeliani nella G. Bretagna, in «Bollettino di informazioni agrarie e patologia vegetale», Roma, 1913; G.
Cuboni, Una rivoluzione nella biologia. Dal darwinismo al mendelismo, Roma, 1914; G. Cuboni, L'opera
dell'abate Mendel ed il suo significato teorico e pratico, Roma, 1911; Le leggi dell'ibridismo secondo i recenti
studi, Roma, 1903, V. Vezzani; Le leggi di Mendel in zootecnia, Milano, 1909; A. Bartolucci, Le basi
fondamentali della zootecnia, Catania, 1912; T. Pascal, Il mendelismo in rapporto all'avicoltura, Catania, 1911;
C. Pucci, Alcune esperienze su le leggi mendeliane della eredità, Bologna, 1914.
8) Persino Darwin aveva lasciato aperta la questione nel suo saggio Variations of animals and plants under
domestication del 1868 concedendo spazio all’ipotesi della ereditarietà dei caratteri acquisiti, I quali secondo la
sua teoria della “pangenesi”, potevano effettivamente modificare le “gemmule” che costituivano il plasma
germinativo.
9) L. Geymonat, Storia del pensiero filosofico e scientifico, Vol. VI , Milano, 1981.
10) G. Giacobini, G. Panattoni, Il darwinismo in Italia, Torino, 1983. Sulla particolare interpretazione di Darwin
che condusse a Lombroso e sul ruolo chiave del futuro eugenista Enrico Morselli vedi anche G. Landucci, Il
darwinismo a Firenze, tra scienza ed ideologia, Firenze, 1977.
8
scienziato che ancora oggi affascina il pubblico esperto e profano: Cesare
Lombroso.
E proprio abbandonando imbarazzata l’opera di Lombroso e i suoi
spunti eugenetici anticipatori, la scienza italiana metterà fin dall’inizio grande
distanza tra se stessa e le ricadute estreme della nuova scienza creata da
Galton.

L’eugenista senza eugenetica: Cesare Lombroso

Cesare Lombroso eugenista “inconsapevole”? Una eugenetica già scritta


prima delle ricerche di Galton? Non vogliamo sostenere una ipotesi così
perentoria, semmai sottolineare una sincronia molto interessante tra le
ricerche del nostro scienziato e il lavoro di Galton.
Probabilmente non era un caso che al primo congresso internazionale di
eugenetica di Londra del 1912, diversi delegati italiani avessero legami stretti
con il celebre criminologo11. Ed è spontaneo supporre che proprio in questi
legami, nel rimando a Lombroso piuttosto che a Galton, sia possibile trovare
quella elaborazione teorica della nuova scienza che agli scienziati italiani,
rimasti fino ad allora in silenzio, sembrava mancata.
Lombroso e Galton in più occasioni sembrarono muoversi con lo stesso
passo sui medesimi argomenti, in sincronia a volte perfetta di pubblicazioni.
Hereditary Genius, l’opera di Galton sulla ereditarietà dei tratti eccellenti
nell’uomo è del 1869: a quella data Lombroso aveva già dato alle stampe il
saggio sulla pazzia di Cardano e le prime due edizioni di Genio e follia in cui
si era occupato della discendenza degli uomini d’eccezione allo stesso modo
di Galton. Così l’antropometria legata alla pubblicazione de L’uomo
delinquente, precedette la biometrica di Galton, così come il Museo di
Antropologia Criminale, anticipò il laboratorio di Pearson12. Ancora: la
ancestral law di Galton, sull’atavismo compare analoga in Lombroso, così
come la legge definita di regressione verso la media dei caratteri eccellenti
degli uomini geniali.
Della sincronia dei suoi studi con quelli di Galton i contemporanei di
Lombroso si dimostrarono consapevoli. Certo le diedero un peso molto

11) Giuseppe Sergi fu uno dei più brillanti allievi di Lombroso, Raffaele Garofalo diresse con lui la rivista
«Archivio di psichiatria» e fu sostenitore della Scuola Positiva di Diritto Penale, Enrico Morselli fu autore con
Lombroso di lavori sull'epilessia, Antonio Marro fu allievo e collaboratore stretto di Lombroso così come
Alfredo Niceforo, che proseguì i suoi studi antropometrici
12) C. Lombroso, Sulla pazzia di Cardano, in «Gazzetta medica italiana lombarda», ottobre, 1855; Genio e follia,
Milano, 1864; L'uomo delinquente, Milano, 1876.
9
modesto, badando a mettere il Nostro in posizione di rilievo: «Lombroso ha
recato forse al pensiero un contributo ben più largo di quello che implichi
la sola conoscenza positiva della genialità (…) Qualche antecedenza di
questa posizione metodica non mancava, come ad esempio le ricerche
statistiche del Galton e gli studi del De Candolle e del Jacoby; ma essi non
si riferivano direttamente alla natura del genio, che restava sempre qualche
cosa di misterioso nella sua origine e nei suoi processi»13.
E lo stesso Lombroso più che ai lavori di Galton, volentieri accostava la
sua opera a quella di Benedict Morel, vero punto di riferimento sul tema
della degenerazione, lasciando sullo sfondo il suo rapporto tiepido e non
semplice con le ricerche di Darwin e tutta la scienza anglosassone
“darwinista”14. E nonostante questo distacco il criminologo italiano veniva
indicato come uno dei più fecondi e schietti interpreti di Darwin in Europa15.
Sincronismo, dunque. E comune “basi”. Eppure i due scienziati scelsero
due strade affatto differenti, Lombroso non teorizzando mai esplicitamente
una sua eugenetica.

Genio e degenerazione

Il punto di partenza del sincronismo Galton-Lombroso è senza dubbio il


tema della degenerazione, tema inflazionato sul finire dell’ottocento anche
dalla letteratura destinata ad un pubblico non specializzato, che finì per
ritagliarsi uno spazio notevole- anche oltre il lecito - stendendo il proprio
giudizio catastrofista sulla letteratura, sull’arte, sulla musica e sul costume16
Un tema che se aveva un marcato tratto pessimista (l’inevitabile corsa
dell’umanità verso il baratro della sua involuzione), presentava pure spunti
luminosi di ricerca. In particolare se si parlava di genialità: la scienza si
interrogava sul motivo per cui nonostante l’àncora della degenerazione
facesse affondare l’umanità, ogni tanto, casualmente, qualche uomo di genio,
quasi per miracolo si levava a dare un segnale di ottimismo e di speranza.

13) G.C. Ferrari e A. Renda, La teoria del genio di Cesare Lombroso, in «L'opera di Cesare Lombroso nella
scienza e nelle sue applicazioni», Torino, 1908.
14) P.L. Baima Bollone, Cesare Lombroso, Torino, 1992 e G. Pancaldi, Darwin in Italia, Bologna, 1983.
15) G. Sergi, Cesare Lombroso come scienziato, in “Nuova Antologia”, novembre, 1909, Max Nordau,
Signification biologique de la dégénéréscence, in "L'opera di Cesare Lombroso nella scienza e nelle sue
applicazioni", Torino, 1908
16) M. Nordau, Degenerazione, Torino, 1896, Alcuni aspetti di questa teoria muovono oggi anche al sorriso:
leggiamo descrizioni addirittura paradossali di effetti catastrofici dell'abuso della carta colorata o dei rapporti
sessuali, o giudizi sprezzanti sulla famosa pennellata degli impressionisti attirbuita alla loro... scarsa salute
oftalmica!
10
Perché questi genii nascevano? Perché in modo così casuale? Come
“moltiplicarli” artificialmente?
Il “problema del genio” appare a noi oggi largamente un falso problema
(venivano allora per esempio considerate “eccellenti”, le persone – in gran
parte maschi – che avevano raggiunto un elevato prestigio sociale…) che
Lombroso e Galton approcciarono in modo frettoloso e forse ingenuo,
studiando più le opere letterarie e l’aneddotica degli uomini celebri o
semplicemente talentuosi (e di questa “ingenuità” in fondo, Lombroso
sembrò essere consapevole17) che facendo prove in laboratorio.
Il criminologo italiano a conclusione di queste ricerche, collegò
sbrigativamente la rarità della comparsa dei caratteri eccellenti alla altrettanto
rara comparsa dei caratteri degenerativi, quasi in un cerchio chiuso di cui gli
estremi si toccavano e in cui era possibile tenere sotto controllo da un unico
punto di vista aspetti positivi e negativi della degenerazione. Come avrebbe
affermato in seguito Nordau: «fra la malattia e la salute non esiste una
differenza di ente, bensì di quantità»18. In seguito si sarebbe potuto dire che
tra eugenetica “positiva” e “negativa” non sarebbe stata questione di
strumenti diversi, ma solo di differenti intensità di applicazione.
Così appariva già reale la possibilità - mentre si arginava efficacemente
la degenerazione - di far nascere dei genii mediante veri e propri metodi di
“innesto” di razze o gruppi di individui eccezionali in situazioni socio
ambientali favorevoli19. Due risultati con un’unica azione.
Il genio, nell’opinione di Lombroso, aveva alcune linee di sviluppo
costanti - pur deboli, impalpabili, incerte, ma presenti - che potevano essere
scoperte e mappate: le spinte convergenti dell’ambiente e dell’eredità
esprimevano una varietà individuale che sembrava talvolta cristallizzarsi in
schemi noti, spesso legata alle caratteristiche della razza. Lombroso riteneva
che esistessero razze umane più ricche di elementi biologici favorevoli alla
nascita dei genii, alla comparsa di ottime “linee gentilizie” 20 e razze meno
“dotate”. Oltre alla gradualità evolutiva delle razze umane tra loro, la
diversità nasceva soprattutto dal rapporto tra razze e territorio: il genio quasi

17) «Galton, in un lavoro prezioso, ma che confonde assai spesso (difetto di cui io pure non posso spogliarmi) i
talenti coi genii, conclude che proporzionati a 100 questi genii per rapporto all'eredità, si distribuirebbero i n
media su 48 figli, 41 fratelli, 31 padri, 22 nipoti, 14 pronipoti, 18 zii, 13 cugini, 17 nonni, 3 bisavoli, 5 prozii.
(…) non credo che questo immenso agglomero di dati possa farci concludere ad una così completa azione
ereditaria del genio come si osserva nella pazzia». C. Lombroso, L'uomo di genio, Torino, 1894.
18) M. Nordau, Degenerazione, Torino, 1896, pag. 560
19) C. Lombroso, L'uomo di genio, Torino, 1894
20) C. Lombroso, Nuovi studi sul genio, Palermo, 1902. Lo stesso Darwin, secondo Lombroso, era la prova più
esplicita del fatto che la genialità fosse una “dote di famiglia”.
11
“fioriva” in razze favorite da terreno fertile e clima salubre e “sfioriva” in
presenza di isolamento, aridità e carestie.
Teoria certamente bizzarra e fragilissima (anche per il fatto che
Lombroso confondeva volentieri razze e nazionalità). Ma,
sorprendentemente, già eugenetica, soprattutto per i suoi impliciti sociali e
politici. É infatti proprio nell’ambito degli interventi possibili che
cominciamo ad osservare in trasparenza l’emergere in Lombroso di una
“questione eugenetica”. Apparivano chiare ai degenerazionisti e a Lombroso
in particolare due cose: la prima era che il genio, strettamente legato alla
malattia e al disordine fisico e mentale21, finiva per essere da quelli
soggiogato e sparire, la seconda che ogni degenerazione dall’eccellenza si
avviava inevitabilmente a diventare un carattere divenire ereditario.
Così rispetto al primo problema, la soluzione22 consisteva nel creare
attorno all’uomo pregevole e alla sua discendenza una specie di cordone
sanitario ambientale e culturale atto a preservare e stimolare la nuova
comparsa di caratteri eccellenti in una prole considerata comunque “ad alto
rischio” quando non fosse addirittura… assente, data la congenita sterilità
degli uomini eccelsi: «la regola più comune è la mancanza di eredi nel
genio, più di frequente presentandosi quella che io vorrei chiamare eredità
dissimilare o contraria». E rispetto al secondo problema, quello del dilagare
incontrollato della degenerazione dell’umanità, la soluzione suggerita da
Lombroso (e da Morel) era lasciare le cose come stavano. Il carattere
indesiderabile era sì capace di divenire ereditario, ma il fenotipo degenerato,
espressione viva di questo carattere, quasi come un martire era destinato ad
estinguersi sotto il peso stesso della propria degenerazione e a portarla con sé
nella tomba. La sua sterilità, analoga a quella dell’uomo geniale, lo
condannava: «ciò che distingue la degenerazione dalla discendenza
normale, sì é che la specie morbosa non si conserva né si propaga
durevolmente come quella sana, bensì diventa ben presto, per fortuna,
sterile e si estingue dopo poche generazioni, spesso prima ancora che esse
raggiungano l’infimo grado dell’avvilimento organico».
Rimanere a braccia conserte aspettando che la Natura si riequilibrasse
spontaneamente: questa, per così dire, “l’eugenetica positiva” lombrosiana,
già anticipatrice delle conclusioni che sarebbero state tratte da Corrado Gini e

21) «Non solo si capisce, ma ci appare necessario, quasi fatale, che alla forma in tante direzioni più evoluta del
genio corrisponda un arresto, un regresso non solo in alcune direzioni, spesso anche nell'organo stesso che è
sede e fonte della genialità. E così si spiegano le frequenti anomalie cerebrali e il mancinismo, pigmeismo,
misoneismo, follia morale, pervertimento degli affetti, mancanza di volontà od abulia, paranoie, triste scotto
che deve pagare il genio per potersi insediare ed assurgere» C. Lombroso, Genio e degenerazione, Torino, 1907.
22) C. Lombroso, Nuovi studi sul genio, Palermo, 1902.

12
e Agostino Gemelli . Era impossibile infatti, secondo Lombroso, prevedere e
contenere la comparsa dei caratteri negativi che in seguito diverranno
ereditari poiché essi appaiono sempre in modo assolutamente casuale, a
livello embrionale, senza alcun segno premonitore: «queste forme di
degenerazione, dipendono da un arresto di sviluppo embrionale che ha
acquistato carattere atavico per l’eredità». Ogni intervento attivo come
quelli auspicati da Galton per cancellare definitivamente ogni carattere
ereditario indesiderato equivaleva al tentativo di vuotare un oceano col
cucchiaio.

L’uomo delinquente = l’uomo disgenico

Ma è nel suo lavoro ben più noto sull’atavismo nel criminale23 che
Lombroso si porta più sicuramente sui territori dell’eugenetica.
L’uomo delinquente lombrosiano, atavico, puramente corporeo,
puramente istintuale è, quasi per antonomasia, la concrezione del “tipo
disgenico” massimo. Un irrecuperabile pronto a cedere una eredità
pericolosamente involuta e malata ed erede a sua volta di un peccato
originale biologico ancestrale. È l’icona del male fisico che stringe da presso
l’uomo fin dalla sua comparsa sulla terra e diventerà il principale bersaglio
dei futuri eugenisti: «il delitto (…) è un fenomeno naturale (…) sempre
connesso sin dalle sue prime manifestazioni alle condizioni dell’organismo,
delle quali è un effetto durevole. L’esame del delinquente fatto
dall’antropologia criminale ha stabilito trovarsi in questi (…) una quantità
di caratteri abnormi, anatomici, biologici e psicologici, molti dei quali
hanno significato atavico, perché ripetono le forme proprie degli antenati
preumani dell’uomo».
Dati così i tratti del crimniale, ecco che il problema dell’ordine pubblico
si trasforma spontaneamente in problema eugenetico: «nella genesi del
delitto come di ogni altra forma di degenerazione, interviene come
elemento essenziale l’eredità. Questa si chiama diretta, se è trasmessa
immediatamente da padre in figlio; indiretta se una o più generazioni sono
saltate; omologa se si eredita la stessa forma di degenerazione; dissimilare
se l’una e l’altra forma equivalenti di degenerazione fisica e psichica, si
sostituiscono; come il delitto, la prostituzione, l’alcoolismo, la pazzia».
L’eredità morbosa criminale viene tenuta sotto stretta sorveglianza: ancora

23) C. Lombroso, L'uomo delinquente, Torino, 1878.

13
impossibile da vedere nei cromosomi, viene individuata tracciandone il
profilo attraverso marcatori ritenuti affidabili, come l’età dei genitori24. E
comunque come vediamo, si tratta già, in trasparenza di un atteggiamento
significativamente eugenetico: incoraggiare la procreazione in giovane età per
ridurre i rischi di degenerazione da un lato. E dall’altro confidare nella natura
per una spontanea regressione e scomparsa delle peggiori tare dell’umanità
dopo un malaugurato picco: «l’eredità morbosa scarsa nelle prime
generazioni aumenta sempre più nelle successive, finché alla 6° o alla 7°
grazie alla completa sterilità, cessa del tutto».
Confidando in questo automatico potere lenitivo e rigenerante della
Natura sull’uomo e sull’incentivo al matrimonio e alla maternità precoci,
Lombroso non sentì probabilmente la necessità di approfondire gli aspetti
eugenetici del suo lavoro nella direzione presa da Galton.
Per una eugenetica “negativa” e una efficace lotta all’atavismo gli bastò
sostenere e promuovere lo strumento che la modernità aveva eletto al
controllo del crimine: la segregazione. Il carcere duro, la segregazione più o
meno protratta, l’ampio uso dello strumento del manicomio criminale,
giocando proprio su quel fattore “tempo” che occorreva alla natura per
riequilibrarsi, costituivano già uno strumento eugenetico potente: «codesto
loro sequestro non sarebbe più ingiusto di quello di un alienato e forse più
utile; e la spesa del loro mantenimento sarebbe minore assai di quella che
incontrerebbe la società pei nuovi delitti e pei nuovi processi. E si
toglierebbero i crimini dovuti all’eredità». Contando anche sul fatto che in
casi estremi e particolarmente efferati lo strumento della pena di morte25
avrebbe stretto ulteriormente il cappio intorno alle eredità guaste: «Se è
giusto considerare che la radice di certi mali non si sopprime con la morte
di pochi malvagi, è pur vero che i delitti hanno scemato di intensità e
ferocia in questi ultimi secoli anche in grazia della pena di morte, (…) che
fa insomma quello che fece la natura, quando, colla selezione della specie,
dagli esseri più inferiori, giunse a darci il grande dominatore del globo». E
ancora: «è lecito ricorrere a quell’eliminazione dei più dannosi che fu
l’origine del perfezionamento degli esseri, secondo le leggi di selezione
nella lotta per la vita, formulate da Darwin».

24) C. Lombroso, prefazione a L'eredità nelle famiglie malate, di I. Orchansky, Torino, 1895. La relazione tra
degenerazione ed età dei genitori fu suggerita a Lombroso fin dal 1895 dai lavori di Antonio Marro e sarà la base
sulla quale Corrado Gini, utilizzando a suìa volta i dati di Marro, costruirà la sua eugenetica.
25) C. Lombroso, Troppo presto. Appunti al nuovo progetto di codice penale, Torino, 1888.

14
Nessun accenno alla sterilizzazione o alla uccisione troppo precoce dei
degenerati, quindi. Ma, se vogliamo, una giustificazione comunque
“eugenetica” dell’uso della forza da parte del Legislatore.
Con il quale uso certamente ci troviamo ancora in ambito di cura e non
di prevenzione: come già abbiamo detto, la comparsa casuale delle tare
ereditarie rimaneva, per la scienza, ancora un mistero insondabile. Ma valeva
la pena tentare qualcosa, strutturare una profilassi non invasiva e reversibile
pensata soprattutto con un occhio al buonsenso, che togliesse terreno di
coltura all’atavismo e alla tara ereditaria. Così già in Lombroso vediamo
delinearsi quell’uso di rimedi “ambientali”, di medicina sociale cauta e
collaudata – scettica verso l’inevitabiilità leggi di Mendel – che avrebbe
costituito la soluzione squisitamente italiana ai problemi posti dalla nuova
scienza eugenetica. Lombroso già prudente e possibilista come lo saranno
tutti gli eugenisti italiani, titubanti incapaci di “affondare il bisturi”.
Ecco quindi, a lato dello strumento carcerario, Lombroso vedere bene
provvedimenti di ordine economico-sociale per alleviare il peso della miseria
sui degenerati e una legislazione per la tutela della madre e del figlio,
legittimo ed illegittimo: sì al riconoscimento di paternità (che ritornerà in
Serafino Patellani come strumento eugenetico), sì al divorzio come
deterrente contro l’abuso sessuale, il procurato aborto e l’infanticidio. Infine
dura lotta all’alcolismo, che verrà sempre considerato dagli scienziati italiani
il massimo terreno di coltura per le eredità disgeniche: «non solo i bevoni
trasmettono ai loro figli la disposizione ad impazzire o a commettere
delitti, ma persino i genitori sobrii, che diedero luogo ad un concepimento
durante una breve e momentanea ubbriachezza, ne conseguirono figli
epilettici, o paralitici, o pazzi, o idioti, e specialmente microcefali o con
una debolezza mentale straordinaria, che alla prima occasione si trasforma
in pazzia; per cui un solo bacio, concesso in un momento di ebbrezza, può
divenir fatale ad una intera generazione»26.

In corsa contro il destino

Rispetto all’eugenetica, in definitiva, troviamo in Lombroso ben più che


qualche premonizione distratta e casuale. Egli stabilì, con lo studio sull’uomo
di genio e delinquente, un collegamento scientifico perlatro non solo implicito
con Galton. Ebbe una impostazione spesso schiettamente “eugenetica” ma

26) C. Lombroso, L'uomo di genio, Torino, 1894

15
nonostante tutto questo non raccolse gli spunti e non si allineò sulla nuova
scienza galtoniana, esplicitandone la struttura.
Perché? Lo abbiamo già accennato: un solido convincimento glielo
impediva. Considerava l’atavismo e limperfezione profondamente immanenti
alla natura stessa dell’essere umano, strutturali, inemendabili: «l’orbita del
delitto è troppo profondamente scolpita nel libro del nostro destino perché
noi possiamo lusingarci di sopprimerne il corso».
Nonostante qualche timida attesa sull’igiene sociale, un pessimismo di
fondo gli impedì di scoprirsi “eugenista” entusiasta. Il sistema naturale
appariva chiuso e resistente e l’atavismo un ingranaggio addirittura
indispensabile di questo sistema (che a livelli bassi si mostrava efferato e a
livelli alti si mutava in forme meno raccapriccianti ma pur sempre delittuose
come… la corruzione parlamentare!): «se infatti noi tentiamo di accordare
le lotte darwiniane, secondo cui non sopravvivono che gli organi i quali
abbiano una qualche utilità per la specie (...) dobbiamo sospettare che il
delitto, che anch’esso abbia, almeno nei popoli meno civili, se non una
funzione, una utilità sociale». Persino la stessa repressione carceraria
rientrava tra le “espressioni” del delitto atavico, persino la profilassi
eugenetica poteva apparire gemma della disgenìa. In qualunque essere
umano, dunque, l’atavismo e il vizio potevano improvvisamente emergere,
gli estremi di bene e male si toccavano e affondare il bisturi nel punto di
contatto preciso appariva impossibile. Certo, l’Antropologia Criminale come
la biometrica di Galton, classificò rigidamente gli uomini in categorie
patologiche. Ma non credette (a differenza di Galton) che questa
classificazione potesse avere solidità e stabilità: nel caso del vivente cercare di
arrestare l’evoluzione distillando una razza era una vera contraddizione in
termini. Ed in questo, crediamo, Lombroso fu assai più lungimirante del
collega inglese.
Il Nostro (a nostro avviso saggiamente) preferì fermarsi qui, all’ipotesi,
all’aspetto scientifico e sperimentale della classificazione. Lasciando
responsabilmente ad altri la decisione di utilizzare il dato scientifico come
base per una azione politica. Suggerendo semmai di vigilare sempre sullo
stato di salute di chiunque, contando sul fatto che anche nei peggiori
criminali (specie in quelli… politici) si potevano trovare «rivoluzionarie
energie rivolte verso il nuovo, verso l’utile futuro» da incanalare 27.

27) «se vi è un gruppo di rei nati pel male, sui quali come sul bronzo si infrangerebbe senza alcun vantaggio, anzi
con danno, ogni cura sociale, vediamo anche un'altra larga schiera, cui le cure preventive e mediche e sociali
potranno adattare alla vita sociale» (C. Lombroso, L'uomo delinquente, Torino, 1878)
16
Questa riflessione sui limiti di una probabile scienza eugenetica frenò
Lombroso e impedì all’Italia di avere il primato di un “Galton italiano”.
Certamente proponiamo questa solo come una ipotesi di lavoro, accettando
già tutte le obiezioni e le critiche del caso. Lo ripetiamo, è solo una nostra
ipotesi quella secondo cui Lombroso considerasse i gruppi di persone
classificati dall’antropologia come troppo instabili per tentare una azione
preliminare (eugenetica) o troppo stabili (e votati all’estinzione ed al carcere)
per preoccuparsi della loro discendenza.
Fu una “eugenetica non detta” che comunque costò a Lombroso crtiche
aspre proprio a causa del suo determinismo28. Aspre almeno quanto
sarebbero state se avesse teorizzato un’eugenetica attiva.
Possiamo anzi considerare che fu proprio la crisi delle teorie di
Lombroso, inserita nella più ampia crisi del positivismo, il punto di svolta
imprescindibile, al di là del quale il “galtonismo” italiano potè svilupparsi per
linee autonome ed accettabili. Solo fortemente riviste, mutate e passate allo
stretto vaglio della comunità scientifica, le intuizioni del criminologo italiano
poterono approdare alla prima eugenetica.

28) A. Gemelli, Cesare Lombroso, i funerali di un uomo e di una dottrina, Milano, 1911. Vedi anche. P.L. Baima
Bollone, Cesare Lombroso, Torino, 1992.
17
Capitolo 2

Dal neomalthusianesimo
all’eugenetica

Perché parlare di neomalthusianesimo?

Nel 1912, a Londra, come già accennato una consistente delegazione di


scienziati italiani si presentò davanti all’Europa e al mondo a parlare di
eugenetica. Lo fece, come vedremo, in modo competente e per nulla
“provinciale”.
Stante il fatto che il “galtonismo” non sembrava essere esploso nel
nostro Paese come una moda dirompente e appassionante è quasi obbligato
domandarsi, perciò, come sia stato possibile alla scienza italiana arrivare
“preparata” all’evento, su cosa si fosse basata la riflessione “eugenetica” dei
nostri studiosi prima di questo Congresso cardine e - soprattutto - che tipo di
eugenetica interpretassero e volessero questi intellettuali, quali fossero le
istanze di miglioramento della stirpe che l’Italia sentiva proprie.
É una domanda la cui risposta, come è facile immaginare, non è facile ed
elude ogni chiusura frettolosa e tranciante. Come abbiamo visto parte della
conoscenza “pre-eugenetica” dei nostri studiosi può senz’altro essere
ricondotta alle ricadute (massicce!) dell’opera di Lombroso sull’antropologia,
la politica e la medicina sociale, e parte fu probabilmente conseguenza
dell’attenta lettura del “fenomeno” nel mondo anglosassone, delle ricadute
pratiche del pensiero di Galton e delle incalzanti iniziative di propaganda della
nuova scienza che prendevano l’avvio quasi ovunque. Ma siamo ancora solo
alla punta dell’iceberg.
Il fatto che gli studiosi italiani desiderosi di parlare al congresso di
Londra fossero così tanti, mostra che la nostra partecipazione al progetto
eugenetico fu fin dall’inizio qualcosa di più che una semplice presa d’atto
dell’emergere di nuovi studi, di cui era obbligatorio essere al corrente.

18
Vi era dell’entusiasmo sincero e, crediamo, quasi un tentativo di inserire
organicamente e di collegare all’eugenetica elementi di riflessione sulla
medicina sociale e sul welfare di cui già in Italia si discuteva da tempo.
Per questo riteniamo qui importante parlare di dibattito sul controllo
delle nascite precedente il Congresso di Londra del 1912: ché se troviamo
solo debolissime tracce della parola “eugenetica” in Italia prima di questa
data, troviamo già interi diversi temi del “galtonismo” nell’appassionato
dibattito tra “neomalthusiani” e loro avversari. Anche se non si parlò
esplicitamente di “scienza del miglioramento umano”, leggendo tra le righe
del dibattito italiano sul controllo delle nascite vediamo apparire cristallini
molti dubbi e incertezze “fondanti” dell’eugenetica. Ed è una ipotesi
probabilmente non peregrina pensare che si siano infine saldati e rinvigoriti
nel contatto con la presa di coscienza scientifica sull’eugenetica che, nel
frattempo, si andava formando nel mondo accademico italiano.

Controllo delle nascite come strumento eugenetico

Ettore Levi, un eugenista di spicco nel primo dopoguerra, ancora nel


1924 considerava quello del controllo delle nascite un «problema
essenzialmente eugenico»29. Il perché è evidente: il controllo delle nascite è il
primo tassello di una strategia di controllo delle nascite indesiderate. E
all’epoca in cui Levi scriveva il controllo delle nascite era ancora in Italia un
terreno di scontro vivo.
A quell’epoca la propaganda neomalthusiana in Italia aveva dimostrato a
chiare lettere il proprio quasi totale fallimento. Eppure, nonostante l’esiguità
degli strumenti della propaganda30, e l’indifferenza con cui veniva accolta,
era evidente che il controllo volontario delle nascite fu, nel periodo che ci
interessa (1900-1924), largamente praticato in Italia31, nonostante ci si
ostinasse a ripetere il pregiudizio secondo cui nel Paese «la maternità è
sentita più profondamente, o almeno in modo diverso, rispetto ai paesi
Anglo-Sassoni»32.
Questo dato, con l’avvento della propaganda eugenetica in Italia,
convinse i pronatalisti che la nuova scienza delle buone nascite non fosse

29) E. Levi, Natalità ed Eugenica, in «Difesa sociale», febbraio 1924.


30) Le forze favorevoli al controllo delle nascite in Italia si radunarono prevalentemente attorno alla Lega Neo
Malthusiana, fondata nel 1913 da Luigi Berta, che pubblicava a Torino una rivista intitolata «L'educazione
sessuale». Alla Lega aderì anche Benito Mussolini nel 1912.
31) G. Mortara, L'incubo dello spopolamento e l'Italia, Messina, 1912.
32) E. Levi, Natalità ed Eugenica, in «Difesa sociale», febbraio 1924.

19
altro che un astuto espediente per ripetere vecchi argomenti a favore della
limitazione volontaria della fertilità33. Vino vecchio in botti nuove.
Non si poteva dar loro completamente torto. Lo strumento del
Certificato prematrimonale obbligatorio che introduceva surrettiziamente una
limitazione volontaria delle nascite fu uno degli strumenti auspicati
dall’eugenitca italiana come “ragionevole” rispetto a strumenti più brutali in
uso nei paesi anglosassoni. E fu uno degli argomenti sostenuti dagli
eugenisti34 quello secondo cui la regolazione prudente dello stimolo sessuale
contribuisse a migliorare la qualità delle nascite: «con la limitazione e lo
spaziamento delle nascite, è meglio garantita la conservazione della salute
(della donna n.d.r). Il fanciullo poi, venendo messo al mondo solo
allorquando è desiderato e quando la donna si trova nelle migliori
condizioni di salute, ha maggiori probabilità di crescer sano e di diventare
efficiente. (…) l’eccesso di natalità in genere è un fenomeno che va di pari
passo con l’alta mortalità infantile, perciò non è un fattore di aumento
della popolazione».
Il principio generale stabilito da Malthus (regolare la riproduzione umana
in funzione delle circostanze) veniva in parte accolto e quasi “rinnovato”
dall’eugenetica italiana. Che comunque non mancava di interrogarsi e di
esprimere incertezze e perplessità anche in questo ambito.

Perplessità e chiusure

Possiamo leggere un esempio di queste perplessità sul rapporto tra


controllo volontario delle nascite e l’eugenetica in Achille Loria.
Loria, fin dalla sua tesi di laurea, si trovò alle prese con Malthus e il suo
giudizio verso di lui non fu sempre benevolo (e spesso anche
contraddittorio35) parendogli fin troppo grossolano e rigido il legame tra
popolazione e risorse. Lo studioso italiano prima della sua partecipazione al
primo Congresso di eugenetica non fu d’accordo con la rigida castità
malthusiana, ma fu già incline a suggerire comunque un prudente
regolamento dell’atto riproduttivo in funzione di miglioramento della prole36.

33) A. Gemelli, Le dottrine eugeniche sul matrimonio e la morale cattolica in «Vita e Pensiero», aprile 1931.
34) E. Levi, Natalità ed Eugenica, in «Difesa sociale», febbraio, 1924
35) T. Isenburg, Il dibattito su Malthus e sulla popolazione nell’Italia di fine 800, in «Studi storici», n° 3, 1977.
36) Per la posizione neomalthusiana di Achille Loria vedi: A. Loria, La legge di popolazione ed il sistema
sociale, Siena, 1882; Carlo Darwin e l'economia politica, in «Rivista di filosofia scientifica», giugno 1883; La
vecchia e nuova fase della teoria della popolazione, in «Rivista italiana di sociologia», gennaio 1897; Malthus,
Modena, 1909.
20
Dopo il 1912, il suo superamento del neomalthusianesimo fu deciso e
coerentemente allineato alle sue simpatie politiche37. E dimostrava, se mai ce
ne fosse ancora bisogno, che in Italia la pressione antimalthusiana era senza
dubbio fortissima e i tentativi in senso contrario destinati a scarsa fortuna.
Dopo la faticosa traduzione e la pubblicazione dell’opera del divulgatore
di Malthus, Kautsky, compiuta da Bissolati nel 1883 e un primo slancio in
avanti da parte dei socialisti italiani sul tema, l’interesse per le opere
malthusiane si affievolì rapidamente per spegnersi in un ultimo dibattito tra
«Critica sociale» ed il «Giornale degli economisti» negli anni tra il ‘92 ed il
’94. Dopodichè la questione poté considerarsi chiusa. Anche perché con
l’inizio del nuovo secolo, in Europa l’incubo della sovrappopolazione aveva
lasciato il posto all’incubo della degenerazione e dello spopolamento. Gli
allarmismi (in particolare di fronte alla vera e propria implosione di nascite
registratasi in Francia) si moltiplicavano, così come i profeti di sventura che
in luogo dei benefici eugenetici della contraccezione ne enfatizzavano la
carica distruttrice.
L’Italia in questo contesto appariva spettatrice preoccupata. Si aveva il
timore fondato che certi comportamenti malsani avrebbero agevolmente
scavalcato le frontiere (la sterilità francese sembrava “contagiosa”…) e che
ciò che era stato combattutto efficacemente sul piano teorico (soprattutto
dalla Chiesa cattolica) sul piano meramente pratico avrebbe messo
velocemente e rapidamente radici. Con buona pace di ogni riflessione in
merito.
Che si trattasse di un problema di "contagio" o di altro, appariva
evidente ad inizio secolo che il neomalthusianesimo, con un colpo di coda,
stava vincendo. E tutto si riduceva in definitiva a stabilire se ciò dovesse
essere considerato un bene oppure no. Si accese quindi il dibattito, e le forze
in campo si orientarono verso due schieramenti di massima. Da un lato il
socialismo e più in generale il mondo laico e progressista, favorevoli a
incoraggiare la diminuzione delle nascite come strumento di rivoluzione
sociale. Dall’altra uno schieramento in senso ampio “conservatore” - al
centro la Chiesa cattolica - popolazionista e nazionalista, incline a legare
destino degli stati e numero dei loro abitanti38.

37) A. Loria, La vecchia e nuova fase della teoria della popolazione, in «Rivista italiana di sociologia», gennaio
1897
38) «se dopo aver supplito alla sterilità francese diverranno anch'esse infeconde, le germaniche e le italiche e le
iberiche genti si confonderanno forse un giorno, sommerse nella saliente marea slava (…) (la scienza) insegna
che la forza espansiva onde sono dotati i popoli esuberanti di vitalità spesso finisce col farli prevalere nel campo
politico e nell'economico, nell'intellettuale e nel morale» (G. Mortara, L'incubo dello spopolamento e l'Italia,
Messina, 1912).
21
Al centro di questi schieramenti la nascente eugenetica italiana, come
vedremo, con un anima “popolazionista” ed una “neomalthusiana” in
conflitto tra loro.

Tre inchieste

Dati i numeri demografici, se il calo spontaneo delle nascite fosse stata la


soluzione migliore per il futuro dell’Italia si sarebbe dovuto incoraggiarlo?
Era opportuna la propaganda di metodi di contraccezione? Perché? A
rispondere a queste domande giunse nel 1909 un’inchiesta della rivista
«Pagine libere», quindicinale stampato a Lugano e diretto alla fondazione da
Arturo Labriola e in seguito da Angelo Oliviero Olivetti.
L’inchiesta39 prese avvio da una breve lettera di Alfonso De Pietri
Tonelli40 (convinto avversario di ogni pratica neomalthusiana), e suscitò un
interesse più che discreto: venne ripresa da diversi altri giornali, si fregiò della
piccata critica di Prezzolini, che la giudicava “inconcludente” e coinvolse
infine Gini, Loria e Morselli, i quali nel giro di pochi anni sarebbero divenuti
i primi eugenisti italiani.
Gli interventi a favore della contraccezione, come è facilmente
prevedibile, facevano leva soprattutto sul problema della miseria relativa delle
famiglie proletarie che, nonostante i progressi alimentari e sociali, non si
sarebbero mai realmente liberate delle spettro della fame e di un futuro
misero per i loro discendenti.
Nulla di nuovo. Senonché a legare le ragioni neomalthusiane si
distingueva un accento nuovo, sinceramente anticipatore degli orizzonti
eugenetici: la necessità di educare ogni uomo e donna, fino agli strati più
bassi della società a procreare “consapevolmente” e “responsabilmente” una
prole “migliore”. Contenere le nascite non tanto per sfuggire alla miseria
quanto per “elevarsi” da essa. «Valga la istruzione e l’educazione che elevi
la dignità dell’individuo e gli permetta di comprendere tutta la
responsabilità che racchiude in sé l’atto della riproduzione»41. La

39) Pubblicata in diverse puntate su «Pagine Libere», dal settembre 1909 fino al febbraio 1910.
40) A. De Pietri Tonelli, Per una inchiesta sulla opportunità della propaganda neomalthusiana in Italia, i n
«Pagine libere», luglio, 1909. Di questo autore vedi anche Il problema della procreazione, Milano, 1911, e Il
neomalthusianesimo in Italia, Lugano, 1910.
41) A.J. de Johannis in «Pagine libere» dicembre, 1909.

22
procreazione responsabile come «conquista dell’intelligenza umana sulla
bestialità ancestrale»42.
L’aspetto eugenetico della regolazione delle nascite veniva a tratti
chiaramente palesato: «dobbiamo dire ai giovani operai (…) che la
selezione dà migliori risultati quando è preparata con mezzi preventivi di
quando si compie con mezzi repressivi»43. E ancora: «i medici ammettono
che non si debba procreare, quando i genitori sono malati e possono
lasciare una genitura degenerata e dannata alle peggiori malattie. Perché
lo stesso non dovrebbe sentire, per esempio, l’operaio povero? (…) Non è
forse un delitto creare degli esseri che si sa dovranno svilupparsi
incompletamente, perché destinati dalla fame e dalla mancanza di cure al
linfatismo ed al rachitismo?»44.
Tuttavia in questo dibattito che si stava spostando senza poter prevedere
il futuro già sul sul terreno dell’eugenetica, un silenzio appariva assordante:
quello delle donne. Si sarebbe parlato moltissimo di donne e dei loro compiti
“naturali” sia nel dibattito sulla contraccezione che in quello dell’eugenetica.
Ma in entrambe i casi le donne parlarono poco (o vennero lasciate parlare
poco...)45.
Rispetto all’eugenica in Italia le voci femminili tacquero in maniera
massiva (e la cosa appare singolare, se si pensa che nei paesi anglosassoni la
scienza delle buone nascite poteva vantare molte divulgatrici). Rispetto al
neomalthusianesimo è possibile rintacciare qualche intervento significativo,
che utilizziamo in mancanza d’altro come chiave di lettura provvisoria e
indiziaria per chiarire il rapporto tra cultura femminile e prima eugenetica.
Facciamo ancora riferimento ad una inchiesta del periodico «Pagine
libere»46. Nel momento in cui il dibattito ospitato dal giornale toccava il ruolo
della donna moglie e madre, emergeva con prepotenza la rivendicazione
femminile di un ruolo “privato” nelle scelte sessuali contro le necessità della
nazione o le opportunità eugenetiche suggerite dai medici. Gli interventi
femminili apparivano anzitutto decisi a chiarire quanta parte di benessere e di
salute fosse derivata alla singola donna e madre dall’accettare determinati
modelli di comportamento imposti dalla scienza e dal Legislatore: chiara e
netta la richiesta di tutela e di pratiche contraccettive (e, aggiungiamo noi,

42) A. David in «Pagine libere», gennaio 1910.


43) F. Virgili in «Pagine libere», dicembre 1909.
44) L. Fabbri in «Pagine libere» ottobre, 1909.
45) Suggestione che riprendo dalla lettura di R. A. Soloway, Demography and degeneration: Eugenics and the
declining birthrate in twentieth-century Britain, University of North Carolina, 1990.
46) Inchiesta intitolata La donna ed il problema dell'amore, in «Pagine libere», dal settembre 1908 al febbraio
1909. Ci si domandava nell’inchiesta se fosse giusto e opportuno in amore per la donna anteporre le
convenzioni sociali (marito, figli e vita famigliare) alla sua propria felicità.
23
eventualmente eugenetiche…) anzitutto “igieniche e sicure”. Allora e solo
allora, una volta posta al centro di cure assidue e certezze scientifiche,
sarebbe stato opportuno per la donna sacrificare se stessa completamente al
ruolo di madre come nella più rigida tradizione: «una madre non diserta, e
se lo fa merita una palla nella schiena»47
La donna dunque al centro della maternità, chiusa nel màstio della
famiglia, votata al sacrificio ma non senza la possibilità di scegliere
consapevolmente le strategie di generazione consapevole. Come sarebbe
stata aiutata in questa scelta e da chi? Ecco aprirsi davanti ai nostri occhi,
anche nella cultura femminile così taciturna, un piccolissimo spiraglio per la
futura eugenetica. La responsabilità dalle istituzioni48 nell’educare all’essere
madri («sarebbe ottima cosa che la società educasse le ragazze ad essere
buone madri e compensasse queste per l’educazione dei figli»49), come
condizione attraverso cui lo il corpo sociale potesse progredire e rafforzare se
stesso.
Uno Stato che educasse le madri ad una maternità responsabile
soprattutto riguardo alla salute dei nati: le donne che avevano spazio sui
periodici e cultura per farlo mettevano in guardia le madri50 verso fattori di
rischio come l’alcoolismo dei padri, le malattie sessuali, o la misera.
L’avvertimento che in seguito gli scienziati daranno ex cathedra alle madri
come risultato sapido di approfondite ricerche eugenetiche si trovava già
espresso nel buon senso della cultura femminile: «l’uomo e la donna devono
sentire come un dovere di dare la vita soltanto a una prole completamente
sana (...) la nuova morale sessuale avrebbe dovuto tutta concentrarsi
nell’insegnamento rigoroso dei doveri verso le nuove generazioni, ai futuri
genitori, anziché istituire matrimoni immorali».
Dove per “immorali” potremmo leggere già “disgenici”.

No al controllo delle nascite

Il fronte degli antimalthusiani si trovava, sui periodici, a manovrare da


posizioni di forza. E paradossalmente vinceva il dibattito essendo già
sconfitto sul terreno della pratica,

47) C. Pellicano in «Pagine libere», gennaio, 1909.


48) Donna Paola in «Pagine libere», dicembre, 1908
49) H. Elsvale Goad in «Pagine libere», febbraio, 1908
50) E. Key in «Pagine libere», novembre, 1908
24
Ancora più paradossale il fatto che la maggioranza dei primi eugenisti
italiani (in cima a tutti Corrado Gini, vero maestro di cerimonie della nuova
scienza nel Paese…) con il gruppo antimalthusiano poté vantare i legami più
diretti. Loria, Gini, e Sergi, dichiaratisi nel 1909 esplicitamente
antimalthusiani compiaiono già nel dibattito su «Pagine libere», anticipando,
come vedremo, alcune delle loro riflessioni sull’eugenetica.
Il fornte dei popolazionisti dava atto che lo strumento della
contraccezione avesse dei risvolti eugenetici51. Ma sottolineava anche che in
questo ambito poteva rivelarsi una pericolosa arma a doppio taglio: «non
nuocerebbe qualche impedimento matrimoniale di più; nei casi per esempio
di provate malattie ereditarie, di degenerazione morale e fisica, di assoluta
e permanente miseria. Ma si riuscirebbe poi allo scopo? L’aver impedito
un certo numero di matrimoni non aumenterebbe il numero delle unioni
libere? E se invece di avere dei disgraziati figli legittimi avessimo
altrettanti disgraziati figli illegittimi?». L’obiezione era pertinente e
portava, con sorprendente anticipo, già al tema cardine della prima
eugenetica italiana: l’istituzione di un Certificato prematrimoniale
obbligatorio.
E si sottolineava già52 – già mettendo sul banco degli imputati una
scienza nuova di cui non si era ancora mai parlato - il pericolo implicito di
una forte ingerenza del Legislatore nelle questioni riproduttive: «è difficile
immaginare quali sconvolgimenti accadrebbero nelle società umane il
giorno in cui anche la riproduzione degli uomini potesse realmente
dipendere dal capriccio di qualche classe dominante, a qualunque strato
sociale essa appartenga». E ancora dal più autorevole Corrado Gini53: «non
conviene però esagerare l’importanza pratica di tale questione: poiché non
pare verosimile che, nella pratica delle cose, vi sieno molte persone che
inspirino la propria condotta sessuale a criteri di pubblica utilità».
Anche Giuseppe Sergi54 non ebbe difficoltà ad allinearsi alla “naturalità”
sessuale invocata da Gini, additando già come “disgenico” proprio il
comportamento contrario spontaneità sessuale: «l’atto sessuale limitato od
alterato non può soddisfare la donna e può essere ragione di disturbo
famigliare oltre che fisiologico. Ciò che è naturale e prepotente per
necessità biologica non deve essere artificiosamente alterato senza pericolo

51) Enrico Castelnuovo in «Pagine libere», ottobre, 1909


52) G. Sensini in «Pagine libere», dicembre, 1909
53) C. Gini in «Pagine libere» , settembre, 1909
54) G. Sergi in «Pagine libere», ottobre, 1909. Sugli effetti medici negativi della contraccezione vedi anche
L.M. Bossi La donna e la questione sessuale nella moderna civiltà, Genova, 1911.
25
di una grave sanzione negli effetti». Anche qui l’accenno alle ricadute
“famigliari” dei cattivi comportamentei appare anticipatorio.

Il convegno de «La voce».

Una “contro-inchiesta” opposta a quella di «Pagine Libere», fu


promossa da «La voce», che volle distinguersi dalla rivista avversaria
organizzando un “Convegno per la questione sessuale”, dopo l’uscita di un
numero monografico della rivista55.
Sui termini già accennati di questa “questione sessuale” e sul dibattito
innescato con gli avversari politici non val la pena di soffermarsi.
Piuttosto vale la pena sottolineare anche qui alcuni importanti spiragli e
anticipazioni di temi eugenetici che sarebebro presto stati dibattutti.
A cominciare dalla necessità di delegare alle istituzioni la formazione
sessuale delle nuove generazioni, in un’Italia in cui le famiglie sembravano
avere difficoltà ad adeguarsi a comportamenti “moderni” e a orientamenti
educativi scientifici. Pur inclini a pensare che una buona educazione sessuale
impartita da genitori responsabili fosse il mezzo migliore per sostenere «la
salute morale e fisica dell’individuo e della razza», e che bene essa potesse
«illuminare ed affinare l’istinto bruto»56, gli intellettuali che scrivevano sulla
rivista (e qui in prima linea troviamo una donna) erano convinti che i genitori
fossero «di regola troppo occupati o troppo ignoranti», per il delicato
compito e che pertanto fosse da invocarsi «il provvido intervento della
scuola»57.
Nonostante le esplicite aperture della rivista verso la Chiesa in altri ambiti
e la benevolenza verso la ricerca di un rigore morale condiviso che
strutturasse la sessualità giovanile, anche su «La voce» era dato di leggere un
apprezzamento neppure troppo velato verso il controllo delle nascite a scopo
“eugenetico” proposto da A. Forel: «la cosciente e acconcia regolazione
delle procreazioni come dovere etico-sociale nel senso di un miglioramento
metodico, qualitativo della nostra razza per quel che riguarda la forza

55) «La voce», febbraio, 1910. Il convegno si tenne a Firenze dal 12 al 14 novembre 1910.
56) M. Sarfatti, Quel che pensa dell'istruzione sessuale una mamma, in «La voce», febbraio, 1910.
57) Ibid. E sulla stessa posizione anche Prezzolini e R. Michels (Cfr. il resoconto, Il Convegno per la questione
sessuale, in «La voce», novembre 1910).
26
fisica e la salute, ma anche le facoltà etiche, carattere, fermezza di volontà
ed intelligenza»58.
Con buona pace delle aperture al mondo cattolico, il giornale di
Prezzolini incitava all’azione la classe medica, indicata come bigotta e
oscurantista per aver propalato notizie false sui pericoli della contraccezione.
Su questo terreno vi fu un duro scontro tra Prezzolini e L. M. Bossi,
accusato di parzialità (se non addirittura di mistificazione)59.
Appariva chiaro, da questi dibattiti su questioni di procreazione, che pur
in presenza di tensioni opposte, discorsi retorici e chiusure pregiudiziali, un
ventaglio di idee e di prese di posizione a favore delle ragionevoli aspettative
che l’eugenetica avrebbe proprosto già si era diffuso nella cultura e nella
comunità scientifica. E seppur tiepido, un certo entusiasmo per l’idea di un
razionale controllo delle nascite cominciava a delinearsi.

I cattolici e controllo delle nascite

Certo, parlando dell’Italia, su questioni di morale sessuale è giocoforza


delineare uno scenario massivamente occupato dalla Chiesa cattolica.
La quale, come vedremo, dopo il 1912 contro l’eugenetica sarà
durissima e che già in occasione di questi dibattiti sulla morale sessuale e sulla
contraccezione si getterà nella mischia con tutto il peso della sua autorità,
senza dare quartiere ad alcuna “suggestione” di manipolazione delle stirpi,
sia che la si volesse già chiamare eugenetica o no.
Nel panorama della questione sessuale che precedette la scienza
galtoniana, il mondo cattolico assunse volentieri il ruolo di garante della
tradizione (se non addirittura di una improbabile e utopistica purezza sessuale
“originaria” e originariamente sana60…), e di censore. Ma anche – e questo
ci interessa sicuramente di più – di istituzione autorevole a contendere il
ruolo di educatore alla procrazione che altri avrebbero voluto dare allo Stato.
Se anche vi fosse stata in futuro la necessità di dirigere con mano ferma e in
modo scientifico la “spontaneità” sessuale dei cittadini, la Chiesa rivendicava
il privilegio di scegliere la direzione da prendere e i modi di questa
educazione. Proprio in materia di eugenetica, come vedremo, Agostino
Gemelli riprenderà volentieri questo “primato morale e civile” della Chiesa

58) A. Forel, Due parole sulla questione sessuale, in «La voce», febbraio 1910.
59) Atti del Convegno per la questione sessuale, in «La voce», febbraio, 1910
60) Vedi ancora lo scambio di idee tra Prezzolini E. Bettazzi nel corso del 1910 su «La voce» e sul numero di
agosto 1910 di «Battaglie d'oggi».
27
per dare forza e autorità alla propria visione restrittiva degli obiettivi
eugenetici.
Ma torniamo all’Italia prima del congresso internazionale di Eugenetica
di Londra: nella “questione sessuale” la Chiesa tenne come punto fermo
anzitutto il rispetto di una gerarchia come premessa per una educazione
efficace61. Le classi dirigenti colte, «direttrici di ogni ascensione umana»
sarebbero state le naturali educatrici del proletariato che, dalla sua, poteva
menar vanto di essere considerato dalla Chiesa come colmo di ingenua
purezza e gioiosa fertilità naturale. Puro e incontaminato, quasi cittadino
dell’Eden, il proletariato proprio per questo privilegio era molto più di altre
classi in pericolo di cedere alla tentazione e di precipitare nel peccato, tentato
dal serpente della modernità e del progresso.
Il paternalismo veniva speso a piene mani e l’anatema verso l’egoismo di
chi volesse figli unici o nessun figlio era senza mezzi termini. Tranne in un
caso: che la castità, l’astinenza sessuale (pur sempre una forma in fondo di
regolazione volontaria delle nascite…) e l’assenza di prole non fossero state
decise di comune accordo tra i coniugi per favorire la contemplazione
interiore: «a meno che essi (gli sposi) - in circostanze affatto eccezionali -
si fossero accordati di creare nella continenza volontaria, la realizzazione
di un distacco più elevato dai sensi e di attaccamento più esclusivo a Dio».
Il passaggio apre al paradosso: la continenza sessuale in vista di fini
razionalmente definiti (in fondo la premessa filosofica di ogni eugenetica…)
era letta come virtù eminentemente cristiana. E allo stesso modo era eletto a
virtù il suo esatto opposto, l’abbandono fiducioso alla “naturalità” dell’istinto
sessuale. Il filo sottile che dipanava questo paradosso, nella lettura cattolica,
doveva essere quello dell’intenzione secondo la quale un atto di continenza
sessuale veniva compiuto (rispetto al quale, ad esempio, si condannava
fortemente “l’egoismo” della famiglia borghese). Non si trattava certamente
di un argomeno inattaccabile: nel caso dell’eugenetica, le cui intenzioni a
prescindere non potevano che essere giudicate “buone”, diventava difficile
propugnare una “sessualità naturale” in accordo ai voleri di Dio quando
questa contribuiva non solo a diffondere il peccato originale, ma anche e
soprattutto la malattia e la sofferenza umana.
Prole numerosa, quindi; “naturalmente” numerosa anche se e quando la
medicina mettesse in allarme contro la pericolosità di parti troppo ravicinati e
iniziati senza cautele (e anche in questo caso ecco una importante
anticipazione di temi poi ripresi nel dibattito sull’eugenetica). Grosse accuse

61) Card. D. Mercier, Matrimonio e neomalthusianesimo, Torino, 1910.

28
venivano infatti formulate, dal punto di vista medico, contro i sostenitori della
fecondità naturale: i parti ripetuti e ravvicinati sfinivano la donna, la
esponevano a rischi di morte e peggioravano la qualità della prole,
aumentando tra l’altro la mortalità infantile . Era evidente che difesa della
vita e fecondità naturale alla luce della scienza moderna cominciassero a
trovarsi su fronti opposti.
Per la Chiesa e la medicina cattolica il punto fu di particolare imbarazzo
e richiese impegno nelle repliche62. Si badò a ripetere e a chiarire che il tanto
paventato “sfinimento” dovuto ai parti ripetuti fosse una pura congettura,
priva di riferimenti scientifici e contraria al buon senso. La donna, si
sosteneva, «ha per scopo essenziale la riproduzione» ed era riduttivo
pensare che questa attività sua precipua le potesse essere di danno. Oltre a
darle pienezza morale e spirituale, la maternità le era di benefico stimolo
fisico e le apportava un «accrescimento di vita». Le ultime conquiste della
endocrinologia, mostravano come in maniera imperscrutabile la vita del
corpo femminile fosse regolata (e rigenerata…) dal sistema endocrino in modi
sconosciuti. Considerare il feto come un formidabile stimolatore di
metabolismo endocrino appariva allora ragionevole: le madri, sottoposte alla
della gravidanza «acquistano una pienezza di forme e una pienezza di vita
che si accresce ad ogni nuova gravidanza».
Anche qui gli studi e i dati certi su questa “opoterapia totale”, però,
mancavano o erano poverissimi o si riferivano a generiche coincidenze. Per
di più questo paradigma traballante sostenuto dalla medicina cattolica si
andava a scontrare con una ben più solida e indiscussa certezza acquisita
dalla ginecologia: quella secondo cui il rispetto del periodo di allattamento tra
le gravidanze e la distanza tra i parti migliorasse la salute della madre e dei
figli. La medicina cattolica sembrava volersi spingere qui al limite di una
posizione ragionevolmente sostenibile: «non è menomamente provato che un
intervallo di due anni sia necessario tra due gravidanze, perché la donna
non ne soffra; se io apro gli occhi intorno a me (sic), constato che in tutte
le famiglie cristiane che mi circondano i figli seguono ad un anno di
distanza (talvolta meno, quando la madre non può allattare)».
In definitiva nel dibattito sulla “questione sessuale” e, come vedremo, in
seguito nel dibattito sull’eugenetica, la Chiesa cattolica si trincerava
facilmente dietro la mancanza di dati certi e di prove sperimentali
inoppugnabili per fare fortissima pressione sulla scienza laica. Il discorso
veniva abilmente spostato, di conseguenza, sul piano metafisico, dove ogni

62) Ibid.

29
incertezza scientifica veniva risolta non in una richiesta di ricerche più
approfondite ma in un laconico (e fin troppo deresponsabilizzante)
affidamento alla saggezza divina. Preoccuparsi del futuro della prole oltre il
ragionevole sarebbe stato disconoscere il disegno provvidenziale di Dio su di
essa: «soltanto la morale cristiana è garanzia di progresso».

30
Capitolo 3

La statistica
e l’eugenetica:
Corrado Gini

Un manifesto di reclutamento

«Genetica e statistica appaiono (...) come le testate su cui posa, a


guisa di ponte lanciato dalle scienze biologiche alle scienze sociali, tutto
l’edificio dell’eugenica. Poiché la genetica fornisce all’eugenica i criteri
direttivi delle sue ricerche e dei suoi provvedimenti e la statistica permette
di verificarne, con metodo rigoroso, i risultati»63.
Con queste parole, Corrado Gini, eminente studioso di statistica, apre
quello che può essere definito64 il primo “manifesto di reclutamento
eugenico” italiano.
L’entusiasmo di Gini per la scienza propugnata da Galton era legato,
oltre che alla novità della disciplina, anche ai suoi fini così ampiamente
condivisibili e schiettamente umanitari. Occorreva, nell’opinione di Gini, il
massimo concorso di menti alla costruzione di una dottrina eugenetica anche
nel nostro Paese. Tutti gli uomini colti avevano qualcosa da spartire, secondo
lui65, con una disciplina dalle radici antichissime, anche prima di essersi
dichiarati eplicitamente eugenisti. «Se l’idea è antichissima la scienza è
nuova», affermava infatti scrivendo una recensione degli Atti primo
congresso internazionale di Eugenetica di Londra nel luglio 1912 a cui aveva
partecipato una nutrita delegazione di scienziati italiani. Di ritorno dall’assise
londinese, il Nostro restò meravigliato dalla vastità dell’impegno di tutte le
scienze a livello europeo sui nuovi temi e della possibilità di chiamare gli
esperti più diversi a concorrere a un progetto di salute pubblica davvero
nuovo e imponente. Persino ambiti apparentemente distantissimi come il

63) C. Gini, Genetica e statistica rispetto all'eugenica, in «Rivista italiana di sociologia», marzo 1915.
64) C. Pogliano, Scienza e stirpe, in «Passato e presente», gennaio 1984.
65) C. Gini, Eugenica, in «Rivista italiana di sociologia», gennaio 1914.

31
diritto avrebbero potuto contribuire alla sinergia: il diritto civile avrebbe
stabilito il valore eugenetico della primogenitura e avrebbe detto l’ultima
parola sui pericolosissimi matrimoni tra consanguinei, infermi e degenerati, il
diritto penale - ed ecco tornare sulla scena le ricerche lombrosiane - si
sarebbe occupato di eredità biologica del criminale e della sua segregazione
sessuale, e così via. Il Legislatore poi avrebbe intensificato in nome
dell’eugenetica l’antica lotta contro le malattie veneree e l’alcoolismo. E
avrebbe tenuto sotto attentissima osservazione le «ripercussioni che sulla
razza possono esercitare disposizioni rivolte a fini puramente economici»,
regolamentando il lavoro delle madri e dei fanciulli e i sistemi di pubblica
beneficienza indiscrimiati, che finivano per sostenere frange della società
«meno atte al vivere sociale e meno dignitose». Ancora, gli economisti
avrebbero avuto il compito di calcolare e soppesare il cospicuo passivo
monetario costituito dalla propagazione dei disadattati, dovendo
«domandarsi quali possano essere, sulle qualità delle future generazioni, le
conseguenze della diminuita prolificità delle coppie matrimoniali». Gli
apporti possibili apparivano infiniti.
L’ottimistico affresco degli orizzonti futuri proposto da Gini, certo,
affascinava. Ma, letto in controluce, delineava una situazione dell’eugenetica
italiana certo meno idilliaca e il tentativo di rimediare a un ritardo
imbarazzante.
Ancora nel 1914, a più di due anni dalla Conferenza di Londra, a più di
dieci dall’edizione delle opere di Galton e dalla nascita in Germania, in
America e Inghilterra di associazioni eugenetiche e di cattedre universitarie
eugenetiche (a cui erano affiancati spesso lo studio di impianti legislativi e
applicazioni pratiche), in Italia di eugenetica non si era ancora seriamente
parlato. E forse ancora nulla di preciso si sapeva.
Occorreva fare presto, recuperare il tempo perduto e cancellare
l’imbarazzante assenza di una “strategia eugenetica” nello Stato e nella
medicina sociale italiani. Occorreva inventare velocemente una eugenetica
italiana, a partire dal materiale scientifico già raccolto in altri tempi per altri
motivi – evidentemente - e partire con una massiva campagna di
informazione e divulgazione. Sarebbe stata una eugenetica, si badi bene, non
più precipitosa di altre, entusiasta e letteraria nei toni ma molto cauta e
diffidente sulle applicazioni pratiche: in fondo gli scienziati italiani, pur ansiosi
di muovendosi velocemente, non perdevano di vista il fatto che, oltre le
parole, i “risultati” fino ad allora raggiunti dagli eugenisti fossero scarsi,
controversi e per molti aspetti addirittura moralmente eccepibili.

32
Gini, in questa “rincorsa” al galtonismo, fu decisamente una forza
trainante e un vero pioniere. La sua idea di eugenetica (descritta già a
Londra66) nacque come a completamento di ricerche che lo avevano
impegnato da tempo e il suo impegno speso a beneficio della nuova scienza
fu perciò assiduo più che per altri. La presidenza della SIGE. (Società Italiana
di Genetica ed Eugenica) nell’ immediatodopoguerra, e la direzione dei
lavori del secondo Congresso di eugenica del settembre 1929 a Roma, sono i
punti più alti di questo impegno costante.

Verso lo “stato di natura” ?

Da statistico, Gini intese per eugenetica essenzialmente il miglioramento


su larga scala di caratteristiche biologiche misurabili numericamente nelle
popolazioni. Un miglioramento attuato mediante la variazione su larga scala
di comportamenti sociali legati alla riproduzione.
In altre parole egli sottolineò con forza che anzitutto, per fare
euegenetica, era indispensabile capire quali fossero le caratteristiche da
migliorare nei popoli presi nel loro complesso, senza privilegiare, come
faceva Galton, un gruppo riproduttivo a scapito di altri. La popolazione nel
complesso sarebbe migliorata o nessuna eugenetica sarebbe stata possibile. E
per riuscire in questo la statistica appariva a Gini la via maestra da seguire
per capire cosa andsse modificato e in quale misura. Induzione anziché
deduzione: grandi numeri per capire e modificare popolazioni numerose in
modo trasversale, massivo e uniforme.
Tra i valori demografici suscettibili di un miglioramento eugenico, Gini
dunque individuò subito la robustezza dei nati alla mortalità. L’abbattimento
della mortalità infantile era infatti un presupposto ovvio di “buona nascita”,
di “eu-genica”: il buon senso bastava a capire che nessuna stirpe selezionata
sarebbe stata utile in presenza di alta mortalità.
Quindi si doveva partire dall’osservazione ovvia: andava valutato,
anzitutto, se negli animali le cui razze venivano selezionate la mortalità
infantile fosse calata. Infatti – e qui Galton veniva preso all’amo… - gli stessi
eugenisti dimostravano con le loro ricerche biometriche che le stirpi
selezionate acquistavano gracilità in misura proporzionale al
perfezionamento. Negli animali e, malauguratamente, nell’uomo…

66) L'intervento di Gini a Londra, fu pubblicato con appendici, sulla «Rivista italiana di sociologia», maggio
1912 in un articolo dal titolo Contributi statistici ai problemi di eugenica.
33
In effetti il punto era decisivo, anche perché la selezione animale non
riusciva a darer indicazioni utili a quella umana. Gini coglieva nel segno
notando come l’uomo fosse il prodotto di una ereditarietà affatto complessa,
sulla quale la mortalità infantile giocava un ruolo strategico, per non dire
totalizzante. Molto più che sugli animali selezionati. La mortalità infantile
«rappresenta una conseguenza delle condizioni più o meno artificiali in
cui, almeno nelle società incivilite, si compiono la riproduzione e
l’allevamento dell’uomo». Il vero paradosso delle ricerche fino ad allora
condotte dagli eugenisti, chiariva Gini, era proprio che si lavorasse non su
materiale grezzo ma su materiale già… eugeneticamente (o disgenicamente)
selezionato. Selezionato in modo tacito dalla civiltà e dalla cultura!
Dato questo presupposto e dato il postulato galtoniano e lombrosiano
secondo il quale le stirpi ecelse tendevano a indebolirsi e inaridire, per Gini fu
agevole sostenere che ogni selezione eugenetica diretta alla riproduzione
artificiale controllata di ceppi selezionati fosse un azzardo oltre che una
impostazione già superata nei preupposti. L’uomo perfetto non avrebbe
generato figli perfetti o, peggio, non avrebbe generato affatto.
E allora cosa fare? Sfruttare, secondo Gini, i dati raccolti dalla biometrica
“in negativo”. Se la civiltà urbana e la cultura avevano inaridito le fonti
allora occorreva tornare ad un ambiente naturale selettivo, che fortificasse
l’uomo. Occorreva ritornare alle origini ambientali dell’uomo, dove la fertilità
era alta e tassi di mortalità non così ridotti da evitare di “togliere di mezzo” i
deboli.
Ma era mai esistito per l’umanità questo ambiente naturale? E se era
esistito davvero favoriva la nascita di individui più forti? Era possibile
delinearne le caratteristiche? Quale era il ruolo dello statistico, si chiedeva
infine Gini, nello scoprire gli elementi cardine di questo ambiente naturale, da
utilizzare come ‘terreno di coltura’ eugenica ? Era possibile coniugare poi
armonicamente queste condizioni “naturali” della riproduzione umana: una
buona fecondità (uguale, secondo Gini, al vigore di una popolazione), buona
resistenza della prole e longevità ? Ed era possibile riprodurre questo
ambiente naturale senza dover radere al suolo le città e senza dover
costringere le popolazioni a vagare per i boschi?
Secondo il Nostro, sì. Secondo lui proprio l’eugenetica avrebbe ricreato
questo ambiente: una eugenetica popolazionista non selettiva.

34
L’idea di questa eugenetica per Gini non era nuova67. Discendeva in
linea diretta dalla sua teoria del diverso accrescimento delle classi sociali,
pensata già cinque anni prima della Congresso di Londra attingendo a piene
mani dall’opera di Mommsen, di Pareto, di Rihel, di Kleine, del Pearson e
dell’italiano Renda: «non potrebbe darsi invece che la minore tendenza a
sposarsi e a procreare avesse le sue radici in una minor forza dell’istinto
sessuale (…) questa conclusione starebbe bene coi dati della biologia,
della zootecnia, della medicina, i quali ci mostrano come le funzioni
sessuali sieno favoriti nelle specie superiori da una vita di affaticamento
fisico»68.
Punto centrale della teoria è la negazione esplicita e netta da parte di
Gini di ogni tentativo di confondere parametri biologici e parametri sociali
(come faceva Galton…) per giungere a considerare “migliore” e da tutelarsi
solo la prole delle aristocrazie e delle classi abbienti, che veniva considerata –
secondo lui inutilmente – a rischio e “spossata”. Questa semplificazione che
molto solleticava gli studiosi anglosassoni (forse anche perché dietro
l’eugenetica vi erano fortissime pressioni culturali, politiche e sociali alla
difesa di certi privilegi…) gli appariva grossolana, non scientifica e
completamente smentita dal dato statistico. Il buonsenso faceva capire a
chiunque – puntualizzava Gini – che le aristocrazie non rientravano in quei
particolari parametri statistici di riproduzione “a rischio” per motivi clinici,
biologici o addirittura evolutivi. I numeri dimostravano chiaramente come “i
migliori” da proteggere fossero in realtà persone normali che si erano
comportate sessualmente in maniera egoistica per generazioni, pagando
infine lo scotto. Persone comuni che una incauta scelta sessuale aveva
portato al limite del proprio potere riproduttivo. La loro degenerazione
consisteva proprio nel loro tentativo ostinato di conservare la propria
eccellenza auto-selezionandosi e chiudendosi in… aristocrazie! Fuori dalla
loro “solitudine sociale” sarebbero tornati alla normalità. Il fatto che avessero
moltissimi figli gracili o deboli di mente era solo un abbaglio statistico. Se gli
aristocratici avessero fatto più figli il numero di gracili o deboli rispetto al
totale sarebbe diminuito fortemente, concludeva Gini.
Questa idea di una diversità temporanea indotta da comportamenti di
auto-isolamento andava contro l’opinione di molti, tra cui Pareto, il quale era
convinto appieno del fatto che gli aristocratici fossero “geneticamente”

67) C. Gini, I fattori demografici dell'evoluzione delle nazioni, Torino, 1912; l'Uomo medio, in «Giornale degli
economisti», gennaio 1914; Nuove osservazioni sui problemi di eugenica in «Rivista italiana di sociologia»,
marzo 1914.
68) C. Gini, Il diverso accrescimento delle classi sociali e la concentrazione della ricchezza in «Giornale degli
economisti», gennaio 1909.
35
peggiori e degenerati, che la loro bassa fertilità fosse una caratteristica
ereditaria inscritta nei loro gameti. Si erano ridotti così perché fin dall’origine
i portatori di tare ereditarie presenti tra loro erano stati protetti dalla
selezione naturale e contro-selezionati con unioni matrimoniali artificiose. La
caduta era irreversibile poiché il “plasma germinativo” era ormai corrotto.
Gini non era assolutamente d’accordo e invocava il ruolo chiave
dell’ambiente nel dimostrare la falsità della ipotesi di Pareto: «a tutte le età la
mortalità è minore nelle classi elevate». Se le classi elevate fossero state
condannate non si sarebbe visto alcun indicatore di ottima salute in numeri
tanto elevati. In realtà, come sosteneva anche Niceforo, le classi elevate
avevano solo pochi figli su cui il numero relativo di anormali pesava come un
macigno.
Quindi occorreva tornare ad un ambiente originario.
E tenere d’occhio l’unico indicatore trasversale a ogni classe sociale e
culturale che avesse senso considerare come indicatore di salute delle stirpi: la
fertilità. Figli di ricchi e di poveri, secondo Gini, erano biologicamente molto
simili per quel che riguardava la distribuzione delle caratteristiche buone o
cattive. La differenza che privilegiava i secondi era solo il numero
decisamente maggiore di progenitori protagonisti della generazione
successiva. Era intuitivo che in questo i ricchi neomalthusiani partivano
battuti: lo spazio per il patrimonio ereditario delle classi elevate si andava
restringendo una generazione dopo l’altra.
Se l’intensa cura parentale che riduceva la mortalità infantile non serviva
a produrre molti figli e molti figli fertili, la sua utilità, nel tempo, era
eugeneticamente nulla.

La statistica e i professori

Le aristocrazie dunque, secondo Gini, non avevano bisogno di nessun


“soccorso” eugenetico per mantenere la propria posizione privilegiata. Anzi,
era vero piuttosto il contrario: che le classi elevate non avevano affatto il
privilegio di una prole eccellente.
Ma, ovviamente, questa affermazione richiedeva prove scientifiche, così
come era da dimostrare la tesi secondo cui l’elevato numero di figli e la
generazione “naturale” senza restrizioni portassero benefici eugenetici.
Per sostenere le sue tesi, dunque, Gini approfondì le ricerche sul
rapporto tra fertilità dei genitori e caratteristiche intellettuali dei figli.

36
Muovendosi in maniera diametralmente opposta rispetto a Pareto (che
sosteneva che i degenerati fossero spesso figli con basso numero d’ordine
generazionale), verificò il rapporto tra intelligenza (o per meglio dire
affermazione in campo intellettuale…) e numero d’ordine alla nascita.
Nel 1914 Gini classificò il numero d’ordine di generazione di circa 400
professori universitari69 e nei sui primi risultati (affidati per ulteriori sviluppi al
Comitato Italiano per gli Studi di Eugenica, allora da poco inaugurato da
Giuseppe Sergi presso la Società Romana di Antropologia), verificò la sua
ipotesi che le aristocrazie intellettuali del Paese (o le aristocrazie tout court…)
non fossero né asfittiche né degenerate: «Il numero effettivo dei professori
universitari risulta superiore al teorico nei primogeniti e inferiore nei
cadetti». Naturalmente nel dare questa ottimistica conclusione Gini
anteponendo mille cautele, ben sapendo che nella carriera di professore
universitario non erano coinvolte unicamente le qualità mentali, quanto
piuttosto la possibilità delle famiglie di sostenere i figli agli studi o altre
variabili completamente slegate dai problemi dell’eugenetica.
Tuttavia si trattava di risultati che difficilmente sarebbero stati messi in
dicussione: il campionamento per fini eugenetici di strati di popolazione
socialmente (e non “biologicamente”…) affermati per trarre conclusioni
eugenetiche era già stata farina del sacco di Galton e Lombroso e ogni
obiezione a questo metodo grossolano non aveva mai trovato campo.

L’equilibrio dei sessi

In questo clima di ottimismo, dunque, di risultati facili e sempre


sensibilmente favorevoli all’eugenetica (qualunque fosse il contenuto che a
questo termine si volesse dare…) Gini si impegnò a fare della statistica la
“scienza guida” dell’eugenetica.
La statistica si sarebbe occupata di dimostrare agli eugenisti – ma
soprattutto ai biologi - se esistevano condizioni differenziali di concepimento
efficaci su larga scala. Ogni scelta praticabile avrebbe dovuto essere
suscettibile di applicazione massiva.
Gini si era già cimentato in questo uso spregiudicato della statistica sul
terreno della biologia, con uno studio sulla possibilità di determinare il sesso
dei nascituri70. I risultati a cui era giunto erano, per la verità, abbastanza

69) C. Gini, Nuove osservazioni sui problemi dell'eugenica, in «Rivista italiana di sociologia», marzo 1914.
70) C. Gini, Il sesso dal punto di vista statistico, Milano, 1908.

37
inconcludenti e possibilisti. Ma non per questo furono inutili: nel momento in
cui iniziò ad occuparsi di eugenetica, questa ricerca del 1908 trovò nuova
freschezza, anche perché era già stata concepita secondo fini “eugenici”.
All’epoca Gini aveva legato la ricerca sulla determinazione del sesso
esplicitamente in funzione di un benessere maggiore della società. Lo studio
della ereditarietà del sesso avrebbe permesso di definire, secondo Gini, le
leggi che governavano la trasmissione dei caratteri secondari alla prole. Al di
là del generico schema di Mendel (peraltro non ancora ritenuto affidabile…)
lo schema statistico avrebbe forse chiarito in che modo i caratteri secondari si
potessero eventualmente “manipolare” a piacere.
L’approccio era estremamente ambizioso: Gini sosteneva di poter
semplicisticamente estendere il dato del sostanziale equilibrio tra i sessi in
natura ad una più ampia legge equilibrio per ogni carattere secondario o
recessivo. L’equilibrio della distribuzione del cromosoma y – diremmo noi
oggi – secondo Gini, per così dire “trascinava” con sé altri caratteri
imprescindibili, dando per scontato che sui grandi numeri ogni caratteristica
di un certo tipo si sarebbe “compensata” con quella opposta.
Tuttavia la sbrigatività delle indagini genetiche giniane, è superfluo dirlo,
lo costrinse infine ad un cul-de-sac inevitabile, che il suo studio, abilmente,
cercava di minimizzare. La statistica poteva dimostrare ovviamente che il
rapporto tra i sessi fosse sempre vicino all’equilibrio (ma questa era piuttosto
la premessa da cui lo studio partiva…): chiarire i motivi di questo equilibrio
era un altro paio di maniche. E senza la risposta a questo perché l’indagine
nel suo complesso perdeva di ogni utilità (anche per una futura
eugenetica…).
Tuttavia il lavoro di Gini celava anche risvolti decisamente interessanti:
vi si rimarcava, con prudente insistenza, l’influenza dell’ambiente sulla
determinazione della eredità genetica.
I dati che Gini faticosamente accumulò per dimostrare l’influenza
dell’ambiente sulla distribuzione dei sessi non davano (ovviamente) risultati
inoppugnabili, ma lasciavano aperta l’ipotesi che il “lamarkismo” avesse
ragione. Ad esempio si sosteneva il ruolo decisivo della dieta della madre sul
sesso dei nati: « la produzione di femmine sta in correlazione con le
condizioni anaboliche dell’organismo (condizioni di forte nutrimento,
alimentazione ricca di carboidrati, vita sedentaria, n.d.r.), la produzione di
maschi con le condizioni cataboliche (condizioni di scarso nutrimento,
alimentazione ricca di proteine, vita attiva, n.d.r.)».

38
Anche se Gini escludeva una una determinazione forte, decisiva,
dell’ambiente sulla ereditarietà in generale, appare sorprendente la possibilità
intravista di “manipolare” la prole.
Esisteva secondo Gini una sorta di “diversa facoltà di reagire”,
squisitamente ereditaria, che rendeva sensibile il plasma germinale dei
genitori alle modificazioni ambientali. Leggendo (un po’ superficialmente…)
alcune ricerche, il Nostro azzardò l’ipotesi che l’uovo fecondato avesse un
suo “sesso potenziale” che l’influenza dell’ambiente poteva far cambiare:
«una tendenza che finora non si è riusciti a vincere, al tipo maschile o al
femminile (…) di uno stadio neutro degli organismi al principio del loro
sviluppo non si può dunque propriamente parlare».
L’ipotesi era suggestiva: che il corredo cromosomico fosse solo un
ricettacolo di “linee guida” in seguito riplasmate dall’ambiente. Era la via
(prediletta come vedremo dagli eugenisti italiani) per affermare che la vera
eugenetica umana veramente efficace fosse l’“eutenica”, cioè l’eugenetica
“ambientale”.

L’età delle madri

Ben poco spazio fu dedicato negli scritti di Gini alle ipotesi di eugenetica
“negativa”, sul modello anglosassone, all’eliminazione degli elementi
disgenici. Gini indicò per la nuova scienza come unica via percorribile (e
reversibile..) l’adozione di comportamenti sociali diffusi. Una eugenetica “di
scala”, a costi contenuti, sposa della medicina sociale e legata ad un non
meglio definito “stato naturale” della riproduzione umana.
Ma erano mai esistite in fondo, si chiese Gini, delle condizioni “naturali”
della riproduzione umana? E da dove partire per trovare questa “arcadia
eugenetica”?
Una via maestra poteva essere quella di ritrovare l’originaria “stagione
degli amori” dell’uomo che, nei millenni, si era trasformato in un animale
dall’estro nascosto. Se esisteva, ed era probabile, un periodo dell’anno nel
quale in origine i progenitori umani si accoppiavano di preferenza, anche
l’uomo moderno avrebbe dovuto risentire degli effetti benefici di questo
periodo particolare, nonostante la civilizzazione. L’eugenetica avrebbe
sfruttato il periodo dell’estro naturale umano in cui - era abbastanza intuitivo
secondo Gini – si generavano naturalmente figli “migliori”.

39
La risposta del Nostro71 alla domanda se fosse possibile rivelare l’estro
nascosto dell’uomo però fu drasticamente negativa (con l’appoggio di una
copiosa messe di dati…). Non esisteva e forse non era mai esistita una
stagione degli amori originaria della specie umana. E se mai fosse esistita, i
suoi effetti erano ormai scomparsi.
Le variazioni di prolificità dipendevano unicamente da variabili di tipo
culturale o sociale. E le variazioni di qualità dei nati erano di conseguenza
legate alle stesse variabili. L’influenza diretta sulla vitalità dei figli della
stagione del concepimento era esclusa completamente: «restava del tutto
oscurata dall’influenza della stagione del parto».
Risultato deludente. E tuttavia non catastrofico. Per altri versi, infatti, gli
stessi dati sull’estro nascosto potevano essere utilizzati a favore
dell’eugenetica. Era infatti certo, affermava Gini, che la stagione di nascita
esercitasse una selezione naturale sui bimbi già nati, privilegiando gli elementi
più robusti e capaci, o indebolendo in maniera uniforme tutti i nati. La vera
selezione naturale avveniva nel puerperio e nel periodo perinatale. Anche se,
a dire la verità, i numeri statistici lasciavano come sempre un margine di
dubbio: «É accertata una influenza dannosa delle stagioni di nascita
eccessive (inverno ed estate) sulla vitalità del neonato: i concepiti in
primavera, nascendo in inverno, si trovano pertanto sottoposti, nei primi
mesi della loro vita, a cattive condizioni di ambiente (…) che sembrano
diminuire la loro resistenza vitale per il resto dell’esistenza».
I dati erano troppo opinabili, e Gini lo ammetteva francamente: la
verifica della relazione tra intelligenza e mese di nascita portava addirittura a
conclusioni opposte. E tuttavia la linea di indagine dava risultati incoraggianti.
Ma non era ancora piena eugenetica. Occorreva cercare altrove.
L’attenzione di Gini si concentrò perciò su variabili ritenute più rilevanti:
l’età della madre all’atto del concepimento e la distanza tra i parti. Variabili
che si dimostrarono infine tali da poter sostenere una proposta di intervento
pratico: «Vi sarebbero (…) mezzi sicuri per abbassare la mortalità durante
lo sviluppo, nelle società incivilite. Di tali mezzi (maggiore intervallo tra i
parti, allattamento naturale, matrimoni più precoci, ostacoli alla
riproduzione dei deboli e degenerati) quello che pare attuabile fin d’ora è
l’abbassamento dell’età della donna al matrimonio. Poiché esso non
contrasta con sentimenti egoistici o con esigenze igieniche (...) d’altra
parte esso si trova in armonia coi desideri delle fanciulle e coi gusti estetici
degli uomini».

71) C. Gini, Contributi statistici ai problemi di eugenica, in «Rivista Italiana di Sociologia», maggio 1912.

40
L’età della donna al matrimonio è, ovviamente, una variabile decisiva
rispetto alla salute della prole e la cosa era ai tempi già nota: Gini, nonostante
l’enfasi, non aveva certo fatto una scoperta eclatante. I riscontri erano
ovunque. I suoi dati, ad esempio, concordavano in pieno con i risultati portati
alla Conferenza eugenica di Londra da Marro72, dimostrando quanto fosse
circoscritto l’ambito di ricerca da cui germogliavano le “scoperte” gli
eugenisti italiani. Gini, citando Marro concludeva: «Tutti i dati che abbiamo
esaminati(…) concordano nel mostrarci che più giovane è l’eta della
madre al parto e più risultano favorevoli i caratteri dei nati».
Questo riscontro, tutavia, servì ancora a Gini per auspicare la ricerca
dello “stato primitivo” della generazione umana contro la degenerazione
portata dalla civiltà: i popoli più primitivi infatti, tendevano spontaneamente a
favorire con svariati strumenti culturali e religiosi il matrimonio precoce, al
limite dell’inizio della fertilità. Col progredire della civiltà l’istituto
matrimoniale si era caricato di sovrastrutture culturali “disgeniche”,
constringendo l’uomo a ripensare pratiche eugenetiche che in origine erano
naturali.
Quadro idilliaco, senz’altro. Che però Gini stesso smentiva: le civiltà
meno progredite nonostante la “buona condotta matrimoniale” avevano poi
una maggiore mortalità infantile. Solo se si fosse riusciti a coniugare (e la
civiltà moderna lo poteva) antiche tradizioni nuziali e igiene ostetrica, un
primo intento eugenetico sarebbe stato raggiunto senza sforzi.
Considerando sempre solo, sosteneva Gini, le variabili post o perinatali
in relazione all’eugenetica, ecco che la civiltà moderna avrebbe potutto far
moltissimo con correttivi minimi. Ad esempio con la prosecuzione naturale,
senza interruzioni precoci, del periodo dell’allattamento materno. Nelle civiltà
primitive, osservava Gini, divieti culturali, religiosi o solamente tradizionali
tendevano a incoraggiare il più possibile l’astinenza sessuale del marito
durante il periodo critico. Di conseguenza i parti venivano distanziati quel
tanto che bastava a diminuire sensibilmente la mortalità infantile. Con la
messa a balìa dei neonati, nelle popolazioni più ricche e civilizzate, le nascite
si susseguivano a ritmo più serrato con evidenti segni di aumento della
fragilità della prole. L’incoraggiamento alla ripresa di abitudini “naturali” di
svezzamento, suggeriva Gini, avrebbe potuto portare, senza spesa e senza
sforzo, un sensibile contributo eugenetico alla civiltà moderna (anche se, per
la verità, Gini attribuiva a questo rimedio una importanza non eccessiva).

72) A. Marro, Iinfluence de l'àge des parents sur les cractères psycho-physiques des enfants, in «Problems i n
eugenics», London, 1912.
41
L’immortalità del corpo sociale

«Produrrebbero i popoli all’inizio della loro civiltà, figli naturalmente


più robusti, più intelligenti, più allegri : questi vantaggi andrebbero di
mano in mano perdendosi col progredire del popolo e con l’innalzarsi
dell’età al matrimonio (…) l’osservazione comune parla di popolazioni
giovani e popolazioni vecchie; e tutti noi sentiamo che vi è, in tale frase,
molto più di una semplice metafora».
Molto più che una metafora: si tratta del cuore dell’eugenetica di Gini,
che pone al centro il rimescolamento sociale73, per il ricambio ciclico delle
classi dirigenti, anziché l’ostinata difesa delle medesime. L’ambito, come è
naturale per quegli anni, confonde razza, nazionalità e – in parte – classi
sociali. Ma l’impianto eugenetico è chiaro. Ed è la vera “cifra” della prima
eugenetica italiana.
Nel mondo, affermava Gini, esistevano razze «ricche di intelligenza,
fornite di censo, nutrite di nobilissime tradizioni, animate da alti ideali»,
divenute ormai lente, vecchie e decadenti rispetto a razze vicine giovani,
aggressive, povere ma intraprendenti. Le prime erano destinate a
soccombere alle seconde (facile identificare l’adesione a paradigmi di
darwinismo sociale condivisi da altri eugenisti italiani come Sergi e Loria.
L’apparizione del volume di Spengler, anni più tardi confermerà e irrobustirà
questi paradigmi).
Il loro fronteggiarsi ed il loro scontrarsi costituiva un vero e proprio
centro motore fisiologico del progresso. Tutto questo non poteva essere,
concludeva Gini, un mero frutto del caso. Vi doveva essere una “costante”,
una sorta di regola secondo la quale questo movimento avesse una direzione
ed uno scopo. Vi era una direzione razionale nel destino delle razze (o, per
meglio interpretare questo termine, dei popoli…) e questo era dimostrato
anche dal fatto che le popolazioni di un territorio non decadessero mai
contemporaneamente, come sarebbe stato logico nel caso di cause
“ambientali”. Il centro del problema era squisitamente umano: popolazioni
fertili soggiogavano popolazioni che avevano smesso di esserlo.
Ma c’era di più. Nel caso del nord dell’Italia con i suoi continui passaggi
di eserciti e popolazioni era evidente come, notava Gini, vi fosse stato
qualcosa di più di un semplice scontro di popoli: un vero e proprio amalgama

73) C. Gini, I fattori demografici dell'evoluzione delle nazioni, Torino, 1912

42
biologico non casuale. Le misure antropologiche di alcune popolazioni nella
pianura padana mostravano un livellamento dei caratteri somatici che
sarebbe stato impossibile da spiegare unicamente con il passare del tempo In
altre parole, spiegava Gini, le razze umane si fondevano e rinvigorivano a
vicenda, puntando verso una direzione di progresso ignota ma determinante.
Quindi, leggendo più accuratamente le premesse, non era dato di vedere
“soltanto” popolazioni vecchie che scomparivano, bensì una vera e propria
“fenice” sociale, che rinasceva più forte e perfetta ad ogni tramonto di
popoli. Vi era un continuo moto ascendente e discendente di “caratteri-
unità” (così Gini definisce ciò che noi oggi conosciamo più nel dettaglio
come i cromosomi…) di dominatori e dominati nel corpo sociale: «gli
individui di una società, come le cellule di un corpo, sono dotati di un
diversissimo potere riproduttivo».
La società umana come corpo vivente con un suo sistema immunitario:
l’eugenetica allora non come “antibiotico” in sostituzione di questo ma come
“vitamania” atta a rafforzarlo. Se vi doveva essere eugenetica, spiegava Gini,
essa sarebbe stata eugenetica «del corpo sociale», semplice igiene di questo
corpo. In che modo? Gini lo ribadisce: combattendo le pratiche
contraccettive.
Nel periodo della loro decisiva espansione «la diminuzione delle morti,
la pace sociale, i progressi igienici, l’aumentato benessere» stimolano le
pratiche neomalthusiane delle classi giunte al vertice della società (che si dà
per scontato siano “migliori”…). Queste: «inneggiano ad una nuova era
demografica, in cui la prole viene saggiamente commisurata alle economie
familiari». Dal comportamento sociale al disastro biologico il passo è breve:
il “plasma germinativo” della seconda generazione di queste classi dirigenti
malthusiane si corrompe, il peccato sociale veniale diventa peccato originale,
passa dalla cultura al corpo, dal fenotipo al genotipo. Per suffragare questa
affermazione scioccante Gini non riterrà opportuno fornire dati sperimentali
inoppugnabili, limitandosi ad affermazioni lapidarie74 sostenute da una
robusta critica ambientalista ante-litteram alla civiltà urbanizzata: «non è
affatto assurdo che il plasma germinativo delle classi lavoratrici (...) vada
progressivamente migliorando e che al contrario, per le opposte condizioni
il plasma generativo delle classi intellettuali vada progressivamente
peggiorando». L’impianto scientifico della teoria appariva sconcertante, ma

74) C. Gini, Il diverso accrescimento delle classi sociali e la concentrazione della ricchezza in «Giornale degli
economisti», gennaio, 1909. Sui danni prodotti dall’urbanizzazione vedi anche l'opuscolo divulgativo
L'eugenica, a.c. Segretariato per la Moralità Presso la Giunta Diocesana di Napoli, 1925.
43
ancor più la confusione tra popoli dominatori, aristocrazie e classi
“intellettuali” i cui confini apparivano nebulosi
Le classi inferiori erano così, col loro vigore sessuale, la salvezza del
corpo sociale: E questa missione salvifica era impedita loro solo da
pregiudizi sociali, che costringevano gli ambiziosi a perdere il fardello di una
famiglia numerosa per potersi elevare (è ciò che Gini chiama la capillarità
sociale) e costringevano i più, per poter mantenere la prole numerosa ad
emigrare o a divenire carne da cannone.
Qui, sui campi di battaglia o nel crogiuolo di altre nazioni, le ultime forze
vive di una nazione si disperdevano come rivoli di un fiume fino ad inaridire.
E proprio qui, nel tentativo forte e deciso di arginare questa dispersione,
l’eugenetica, secondo Gini, avrebbe dovuto compiere la sua missione.
Missione quanto mai delicata: a poco serviva infatti, invocare una
eugenetica di Stato75 restauratrice delle classi dirigenti ormai logore e
corrotte dal vizio della contraccezione: «a questo punto governanti e
scienziati al pericolo estremo invocano estremi rimedi: tasse sui celibi,
esenzioni ai coniugati, premi alle famiglie prolifiche; all’incremento della
natalità si vuole asservito tutto il sistema fiscale, tutto il reclutamento
militare, tutto l’organismo della burocrazia, tutto il regolamento di diritti
amministrativi e politici. Occorreva intervenire prima, nel momento della
massima emigrazione indice del massimo vigore delle classi basse (guarda
caso proprio gli anni in cui Gini scrive di eugenetica…) per riportare il fiume
di fertilità nell’alveo della Nazione, prima che le popolazioni circonvicine,
inferiori ma giovani, migrino e vengano a prendere il posto dei “non-nati”.

Al capezzale delle nazioni

Dunque eugenetica dei popoli.


Ma in pratica? Stante il fatto che i popoli si “autorigeneravano” quale
sarebbe stato il ruolo attivo degli eugenisti?
In lusinghiera recensione ad un libro di J. Bertillion76, Gini riprende il
tema inflazionatissimo all’epoca della “decadenza” francese per dipingere a
tinte rosee la situazione italiana (già con segnali preoccupanti ma ancora al
limite della caduta irrversibile), dare i suoi suggerimenti eugenetici e
proprorre una tesi tutto sommato paradossale. Se infatti era vero, come Gini

75) C. Gini, I fattori demografici dell'evoluzione delle nazioni, Torino, 1912


76) Recensione a J. Bertillon, La depopulation de la France a. c. C. Gini, in «Rivista italiana di sociologia»,
gennaio 1912.
44
pensava, che il rimescolamento di popoli giovani e vecchi fosse
assolutamente fisiologico, appariva sconcertante l’eugenetica come una
forzatura di questo processo naturale, che avrebbe impedito all’Italia “paese
giovane” di arrivare ad una naturale senescenza e ad una contrazione delle
nascite. Eppure alla domanda se si dovesse in qualche modo frenare,
rallentare il movimento di contrazione delle nascite che sembrava prender le
mosse in Italia, Gini ironicamente rispondeva testualmente «forse che sì,
forse che no», rimanendo in equilibrio sul filo del rasosio e lasciando la porta
aperta ad ogni possibile interpretazione.
Gini infatti da un lato sostenne che cercare di far sopravvivere oltre il
limite una popolazione vecchia, sulla base di considerazioni di politica interna
ultranazionalista, respingendo l’idea del mescolamento “eugenico” con
popolazioni giovani sarebbe stato come cercare di trovare l’elisir di lunga
vita per un uomo senza figli77. Ma l’italia, sosteneva altresì con una non
indifferente abilità, era una nazione ancora giovane, che richiedeva solamente
un tonico rinvigorente per non appassire troppo presto. Il libero gioco della
vita e della morte degli imperi, il ricambio biologico dei plasmi generativi dei
popoli, non si chiudeva infatti mai senza una eredità di sangue. Nel caso
italiano, fuor di metafora, i nuclei di emigrati erano “l’eredità di sangue”
della nazione. L’emigrazione perciò andava lasciata libera78 come scelta…
eugenetica! «Lo stato vedrà riprodursi in nuove terre la parte più vivace e
vitale di sé».
Per il resto si poteva puntare, come già visto, ad una eugenetica fatta di
rimedi ostetrici semplici e buonsenso. Ma senza illusioni , concludeva Gini.

Al margine della corrente dei popoli

Il quadro giniano, come abbiamo visto, appare fin qui disinvolto e


ottimista. E fin qui è apparso quasi inconsapevole del vero nodo gordiano
dell’eugenetica galtoniana: che fare dei portatori di tare ereditarie?
Fu un problema che Gini pose nettamente in secondo piano, quasi con
malcelato imbarazzo.
Ammise che i riproduttori inadeguati andavano esclusi dal circolo
riproduttivo. Ma questa, si affrettò a sottolineare, non era una priorità. Pazzi,
maniaci suicidi, degenerati in genere, dimostravano di non costituire una

77) Intervento di Gini al 1°Congresso italiano di eugenetica sociale, 1924, riassunto in «Giornale della Reale
Società di Igiene», ottobre 1924.
78) C. Gini, I fattori demografici dell'evoluzione delle nazioni, Torino, 1912

45
classe riproduttiva capace di espandersi e occupare spazi destinati ai sani (e
anche qui sia la statistica che la scienza sperimentale tacciono prudentemente
su ogni cifa esatta.…). Certo, non si poteva ignorare il problema79:
involontariamente, spiegava Gini, i degenerati avrebbero potuto rapidamente
trasformarsi in problemi seri a causa dello zelo di qualche miope filantropo:
«la difesa sistematica degli esseri deboli e degenerati deve condurre
certamente a conseguenze dannose per la razza, ma non pare che tali
conseguenze abbiano ancora raggiunto tale gravità da rendere la
riproduttività degli esseri deboli e degenerati maggiore di quella delle
persone normali. Deve però aggiungersi che, indipendentemente dalla loro
maggiore o minore riproduttività, la semplice esistenza degli esseri deboli,
quando non sieno rigorosamente segregati, rappresenta un pericolo di per
sé, poiché essi costituiscono un terreno propizio allo sviluppo di malattie,
hanno, si può dire, probabilità di trasformarsi in vere e proprie «colture di
microbi» con manifesto pericolo degli individui sani».
Che fare, perciò? Gini semplicemente tace sulla questione rimandando
ancora una volta al “corso naturale” delle cose (… e deresposnabilizzando
prudentemente la classe medica e gli scenziati sedicenti eugenisti!).
Paradossalmente allora, ecco Gini che da un lato pone come obiettivo
eugenetico l’abbatimento della martalità infantile e dall’altro… vede la
mortalità infantile come rimedio contro le nascite di figli non perfetti.
Il punto, è evidente, lo metteva in forte imbarazzo. Ma non gli impedì di
prendere posizione (tiepidamente nel congresso del 1912, nettamente in
quello del 192480) contro i trattamenti discriminatori verso i degenerati: i
fenomeni dell’ereditarietà, le linee-guida mendeliane della ricaduta
degenerativa non erano a sufficienza chiare agli scienziati da permettere una
individuazione sicura del genotipo malato attraverso l’analisi del fenotipo. I
sani potevano essere portatori di geni recessivi malati e viceversa; la totale
mancanza di controllo su questo aspetto del problema permetteva solo di
incoraggiare e auspicare studi ulteriori.
Nessuna “mano pesante” dello Stato contro i deboli che fossero riusciti
a sopravvivere…
Anche perché precisare chi andasse incluso nell’insieme dei “degenerati”
era, per l’epoca, una sfida aperta e un tema imbarazzantissimo81. Tutti i
nuovi sedicenti esperti di eugenica come Gini utilizzarono il termine in modo
79) C. Gini, Contributi statistici ai problemi di eugenica, in «Rivista Italiana di Sociologia», maggio, 1912
80) Intervento di Gini al 1°Congresso italiano di eugenetica sociale, 1924, riassunto in «Giornale della Reale
Società di Igiene», 31 ottobre 1924.
81) Per un primo approccio a questo argomento studiatissimo cfr. senz’altro il volume di Daniel Pick Volti della
degenerazione, Milano, 1999.
46
assolutamente disinvolto, con ricadute evidenti sulle loro riflessioni teoriche.
Riportiamo un solo elenco fatto da un eugenista italiano per rendere più
chiaro questo aspetto: «nevrotici e psico-nevrotici, potenziali o in atto,
nevrastenici, isterici ed isteroidi vasomotori, epilettoidi, cenestopatici con
turbe distimiche (…) frenastenici, deboli di spirito, primitivi nel carattere,
timidi per insufficienza o tardità appercettiva (…) isterici con
degenerazione psichica o con grave disagregabilità mentale, epilettici vari,
psicopatici diversi (eccentrici, squilibrati, mattoidi) od anche in latente
psicosi (eboidi, paranoidei, maniacali, depressi, ecc.), psicastenici,
(fobioco-ossessivi, ansiosi, melanconiformi) (…) degenerati morali o psico-
morali, querulomani, persecutori, immorali costituzionali, violenti
impulsivi ad appercettività ostile-reattiva, alcoolizzati, pervertiti istintivi,
gravemente viziati e discoli (sic!)»82.

Verso dove?

Immaginando che le cautele eugenetiche che Gini ipotizzava fossero


andate a buon fine, quale “uomo del futuro” secondo lui si sarebbe
generato? La risposta a questa domanda non è semplice.
In parte, come abbiamo visto nelle opere già esaminate, un generico tipo
umano mediamente “migliore” garantito dalle nuove pratiche eugenetiche
traspare in controluce in modo abbastanza netto.
Ma qualcosa ancora manca: il tema de “l’uomo medio” affrontato da
Gini in termini statistici può chiarire ulteriormente il quadro dei suoi obiettivi
eugenetici.
Il tema de “l’uomo medio”, in linea generale, era già avviato a divenire
superato quando Gini lo ripropose in contemporanea alle sue ricerche di
eugenetica. Dopo aver entusiasmato fin dall’antichità, all’alba del nuovo
secolo suscitava comunque ancora entusiasmi e studi febbrili da parte di
qualche voce isolata, convinta ancora (anche perché il tema aveva facile
presa sull’opinione pubblica…) di poter ricavare il segreto di una umanità
“equilibrata” in senso biologico e spirituale dall’accumulo di misure a
campione di persone esteticamente gradevoli:«possiamo dire che la teoria
"dell’uomo medio" di Quetelet (…) resiste ad una rigorosa dimostrazione. I
valori normali, estratti dalle curve di seriazione, corrispondono ai valori

82) P. Consiglio, Come difenderci dagli anormali nell'ambiente militare, in «Difesa sociale», ottobre 1923.

47
suggeriti dal senso estetico, il quale in ultima analisi non è che un sintetico
apprezzamento dei caratteri mediani o normali»83.
Il tema, più pertinente certo all’estetica e alla filosofia, cercava ancora
scampoli di attenzione nel mondo scientifico (ormai orientato verso ricerche
ben più solide). Anche Gini, dunque non rimase insensibile alle suggestioni di
questo vaporoso ideale: riprese il tema da Quetèlet e lo fece suo. Ma non
certamente per un maldestro tentativo di rincorsa ad un ideale filosofico di
“aurea medietà”, come accadeva per altri. Egli, per quanto su un terreno
scivoloso, seppe tenersi prudentemente nei confini dei numeri statistici. Il suo
uomo medio (che l’eugenetica probabilmente avrebbe contribuito a
difendere) non costituiva un ideale filosofico da raggiungere, quanto piuttosto
un obiettivo verificabile con dati certi84 e - così interpretiamo noi - una utile
verifica seria del valore dei suoi presupposti eugenetici. La statistica infatti
riprendeva questo tema e lo portava decisamente nel campo della scienza:
«(la statistica) che estende la sua critica ed apporta i suoi risultati a tutte le
questioni in cui fosse consentita l’analisi quantitativa per masse di
fenomeni». L’uomo medio di Quètelet, ammetteva Gini, era una semplice
bizzarria aritmetica. L’uomo medio statistico, il neonato medio, il fanciullo
medio, erano persone reali.
Certo, di eugenetica in questo contesto, Gini non parlò esplicitamente.
Ma la nostra interpretazione delle sue teorie eugenetiche ci porta a pensare
che sia proprio questo il punto di arrivo da lui auspicato: la cura per il livello
medio di benessere biologico e sociale della nazione. Affermò infatti: «ha
importanza, non tanto fissare un ideale eugenico, che nel fatto ben
raramente si avvera, quanto fornire un criterio per decidere quali, tra le
svariatissime combinazioni di pregi e di difetti che si incontrano nella vita,
meritino di venire riguardate come favorevoli e quali come sfavorevoli (…)
la legge della domanda e dell’offerta governava non solo i valori
economici, ma tutti i valori»85.
Naturalmente il valore medio statistico non avrebbe potuto diventare un
rigido obiettivo dell’eugenetica. Si sarebbe ricduti nell’errore di Galton e
degli anglosassoni di voler “cristallizzare” e preservare artatamente in vitro
la complessità della vita. Il mercato dei desideri eugenetici poi, variava

83) G. Viola, La teoria dell'uomo medio e le leggi di variazioni individuali, in «Rivista italiana di sociologia»,
febbraio 1906.
84) C. Gini, l'Uomo medio, in «Giornale degli economisti», gennaio 1914.
85) C. Gini, La guerra dal punto di vista eugenico, in «Atti della XI riunione della Società Italiana per il Progresso
delle Scienze», Trieste, settembre, 1921.
48
continuamente a seconda del progresso delle attese umane86. L’uomo medio
sarebbe comunque sfuggito a questa selezione: «per molti caratteri, dunque,
l’uomo medio non è punto l’ideale dell’equilibrio fisico e della salute, e la
selezione naturale tende a spostare il tipo della specie verso un valore più o
meno diverso dalla media odierna (…) nella formazione del nostro ideale
estetico, l’uomo medio agisce come forza centripeta, mentre le tendenze a
stilizzare la razza ed il sesso o ad imitare modelli superiori agiscono da
forze centrifughe in vari sensi». Non dunque una tensione verso la “perfetta
medietà” ma piuttosto un continuo assestamento delle aspettative di
benessere biologico e sociale attorno a valori statistici medi e diffusi. Una
dialettica tra opposti che portava faticosamente a gradi successivi di
progresso.
Un progresso che andava pensato in termini non squisitamente biologici
ed eugenetici, ceramente: «questo è certo, infatti, che, se anche la media dei
nostri caratteri fisici resta inferiore all’ideale della salute e della bellezza,
non è dalle modificazioni che eventualmente ne seguiranno nelle nostre
qualità estetiche o nella nostra resistenza vitale, che può essenzialmente
dipendere l’avanzamento delle umane società, bensì dal progresso
intellettuale e morale».
Eugenetica, dunque.
Ma con grande diffidenza.

86) A. Niceforo, recensione dell'articolo sull'uomo medio di C. Gini, in «Rivista italiana di sociologia», maggio
1914.
49
Capitolo 4

Eugenetica come scienza:


Sergi, Loria,
Morselli, Patellani

Antropologia ed eugenetica: Giuseppe Sergi

Galton per convinzione profonda ne parlava in questi termini, ma


l’eugenetica poteva dirsi davvero una scienza?
Disciplina squisitamente “umana”, traballante su scarne conferme
sperimentali, l’eugenetica appariva agli osservatori ed agli scettici molto più
un elegante repertorio di speranze filantropiche adatte a studiosi di ogni
disciplina che una scienza vera e propria.
Fino a che punto questo era tollerabile? Fino a che punto l’eugenetica
avrebbe potuto a buon diritto elevarsi sopra le altre discipline, diventando
quella “disciplina unificante” che Gini auspicava?
Tra i primi eugenisti italiani un certo imbarazzo di fronte a questa
domanda c’era senz’altro. Alcuni, come Gini, vi reagirono tenendosi al
margine del problema. Altri si sentirono più direttamente coinvolti nel
“riconoscimento” della nuova scienza. O almeno dichiararono di voler agire
in tal senso.
In Italia tra gli studiosi di antropologia troviamo uno scienziato
particolarmente impegnato in questo riconoscimento. Giuseppe Sergi collocò
infatti l’eugenetica idealmente a lato dell’antropologia e della biologia87,
scienze che secondo lui l’avrebbero vivificata dal lato teorico e pratico.
L’eugenetica, nell’opinione di Sergi era molto più che un semplice
orientamento di moda: era scienza rispetto a cui: «la biologia deve porsi al
servizio (…) Il biologo, il patologo, l’educatore, il giurista, il sociologo,

87) G. Sergi, L'eugenica, dalla biologia alla sociologia, in «Rivista italiana di sociologia», settembre 1914.

50
l’igenista, tutti concorrono con dati sperimentali allo stesso fine
dell’eugenica, e si associano per i futuri contributi alla scienza e alla sua
applicazione pratica, cui quella mira». Il valore scientifico dell’eugenetica,
secondo Sergi, sarebbe cresciuto nella misura in cui le scienze collegate
fossero intervenute a vivificarla.
Questa impostazione, con il passare degli anni, diede i suoi frutti: i
termini scientifici dell’eugenetica divennero via via più chiari, contro gli
attacchi dei detrattori. Ecco dunque Ettore Levi, nel 1924, affermare: «la
scienza eugenica è lungi dal naufragio, come è stato asserito da qualcuno.
E’ una scienza giovane, i cui risultati necessariamente non potranno essere
controllati che attraverso l’esperienza di varie generazioni in lunghi
periodi di tempo. Negare oggi le possibilità all’Eugenica è altrettanto
antiscientifico di quello che sarebbe stato di negare, agli inizi dell’epoca
Pasteuriana, le possibilità della batteriologia»88.
Nel 1913, spinto dall’ambizione di dare sistematicità alla nuova scienza,
Sergi, considerò l’idea di creare in Italia, una struttura di studio che
sostenesse gli studi di eugenetica come già era avvenuto in altre nazioni89.
Così con l’appoggio di Gini, Sergi realizzò a lato della Società Romana di
Antropologia il Comitato Italiano per gli Studi di Eugenica.
L’istituzione, pur nata sotto ottimi auspici, non ebbe vita lunga e non
brillò per realizzazioni pratiche: nata nel marzo 1913, naufragò
repentinamente un anno più tardi, dopo pochissime riunioni dei soci delle
quali la cronaca90 risulta, quindi, abbastanza scarna.
Nella seduta del 21 Marzo 1913 della Società Romana d’Antropologia,
come già detto, Sergi e Alfredo Niceforo organizzarono una Commissione di
soci con lo scopo di organizzare un Comitato di Eugenica. La Commissione,
presieduta da Sergi e composta da Corrado Gini, Antonio Marro e Niceforo,
spedì una circolare con data 1 giugno 1913, “ai cultori più competenti di
discipline”, dalle quali ci si attendeva un contributo. Nella circolare si
precisava lo scopo del Comitato: «studiare i fattori che possono determinare
il progresso o la decadenza delle razze, sia sotto l’aspetto fisico, sia sotto
quello psichico, eseguendo per esempio, ricerche su l’eredità normale o
patologica dei caratteri, sull’influenza dell’ambiente e del regime di vita
dei genitori sopra i caratteri dei figli, sull’importanza delle condizioni
momentanee dell’organismo all’atto della riproduzione, sull’influenza del
regime di vita o di ambiente in cui si sviluppa il nuovo organismo».

88) E. Levi, Natalità ed eugenica, in «Difesa sociale», febbraio 1924.


89) AA. VV., Origini e sviluppo del movimento eugenico, in «Difesa sociale» da maggio a settembre 1925.
90) Atti del Comitato in «Rivista di antropologia» allegati al volume dell'anno 1913.

51
Trascorse del tempo, durante il quale la Commissione provvisoria inviò il
già esperto eugenista Gini a Parigi, il 4 Agosto 1913, alla riunione dei
Rappresentanti delle Società e dei Comitati di Eugenica. Nella riunione
francese si presero gli accordi per il II° Congresso Internazionale, che si
sarebbe dovuto tenere a New York nel 1915 (ma venne posticipato a causa
dello scoppio della guerra al 1921). Si propose l’istituzione di una Società
Internazionale di Eugenica, (che venne effettivamente costituita dopo la
guerra sotto la presidenza di Leonard Darwin), che secondo le intenzioni del
tedesco Ploetz avrebbe dovuto giungere lentamente ad unificare in un unico,
potente organismo tutte le associazioni dei vari paesi, imponendo una
direttiva comune all’eugenetica mondiale91, e vennero gettate le basi per la
creazione di una Biblioteca Internazionale di Eugenica, con scambi di opere
tra eugenisti di tutti i paesi del mondo.
Nel frattempo le circolari della commissione Sergi erano giunte a
destinazione: le adesioni erano state numerose e il 17 novembre 1913 si riunì
la prima assemblea del neonato Comitato, che commemorò per prima cosa la
scomparsa di Antonio Marro, il cui ultimo lavoro era stato proprio dedicato
all’eugenetica, una memoria sul rapporto tra l’età dei genitori ed i caratteri
psicofisici dei figli, presentata alla Conferenza di Londra.
Nella riunione si parlò di eugenetica, a quanto pare, molto poco. Fu
approvato uno Statuto, che, tra le altre cose, deliberò di pubblicare gli Atti
del Comitato in appendice alla «Rivista di antropologia» e di costituire una
biblioteca sociale. La lista degli aderenti al costituito Comitato, ricca di 58
nomi notevoli, comprendeva praticamente tutti coloro che in Italia avrebbero
discusso di eugenica di lì a vent’anni: Artom, Baglioni, Cavaglieri (il direttore
della «Rivista italiana di sociologia»), Cevidalli, Consiglio, De Giovanni,
Garofalo, Gini (consigliere del Comitato), Giuffrida Ruggeri (che a Londra
aveva relazionato sugli ibridi mendeliani), Loria, Michels, Niceforo e
Savorgnan. Un vero spiegamento di forze per una battaglia eugenetica che
non ebbe mai luogo.
Nell’Aprile del 1914 fu dato alle stampe il primo numero degli Atti del
Comitato, già canto del cigno della fragile istituzione, che conteneva un
progetto ambiziosissimo (probabilmente mutuato dalla Commissione
Internazionale di Eugenica) per la classificazione bibliografica delle opere
scientifiche inerenti alla nuova scienza. Questa classificazione minuziosa
sarebbe stata divisa in due grandi settori (teoria e pratica), nei quali le opere

91) Il convegno dei rappresentanti delle società nazionali di eugenica, in «Rivista italiana di sociologia»,
settembre 1913
52
sarebbero state divise in categorie. Nel primo gruppo cinque grandi
categorie: 1) elementi di valutazione del problema eugenico, 2) influenza dei
fattori naturali sui caratteri individuali, 3) dinamica naturale dei caratteri
individuali (selezione e propagazione dei caratteri), 4) generalità biologiche
attinenti all’eugenica, 5) generalità metodologiche attinenti all’eugenica
(problemi di statistica, di misurazione antropologica, ecc..). Nel secondo
gruppo la consueta divisione tra provvedimenti eugenici pratici, persuasivi e
coercitivi.
Accanto a questo progetto di classificazione comparve poi negli Atti
l’unico tentativo di apporto scientifico del Comitato: un questionario
destinato a persone illustri per indagare il variare delle doti psichiche e
fisiche dei nati secondo l’ordine di generazione, realizzato per proseguire il
tentativo di Gini a cui abbiamo già fatto cenno.
E questo fu tutto.
Il Comitato scomparve senza lasciare traccia rilevante di sé, mentre
Sergi, durante la guerra, continuò a titolo personale ad occuparsi di
eugenetica e a pubblicare articoli.

Eugenetica prima dell’eugenetica

Al di là degli scarsi risultati di questo suo tentaivo, Sergi rimane, nel


panorama della prima eugenetica italiana, figura di spicco, schietto
anticipatore e, probabilmente, il più convinto propugnatore della nuova
scienza. Legato a Lombroso, fu il primo assieme a lui, a indagare temi
eugenetici in Italia molto prima della Conferenza di Londra.
La sua “proto-eugenetica” fu in gran parte lo studio di contromisure
scientifiche alla ben nota teoria della degenerazione92 divulgata da
Lombroso, Morel e Nordau. Teoria che, nelle parole di Sergi, tratteggiava un
futuro dell’umanità decisamente cupo e… socilamente connotato: «se i
degenerati si limitassero alle classi ed alle persone di nessuna influenza, la
società non patirebbe molto, ma purtroppo la degenerazione invade ogni
classe e penetra fin nelle midolla di coloro che hanno il timore di questo
popolo numeroso». Degenerazione biologica e degenerazione sociale infatti
potevano essere letti secondo Sergi in modo ambivalente: «ho sempre
considerato la società umana come una manifestazione di carattere
biologico».

92) G. Sergi, Le degenerazioni umane, Milano, 1889.

53
Così il fenomeno del colonialismo «non può esplicarsi solo con leggi
sociologiche; ha bisogno di un supporto antropologico». La diversità delle
razze si trovava alla base di un darwinismo sociale planetario93, di una lotta
per la sopravvivenza della razza più adatta in uno scenario in cui, su un
palcoscenico sociologico, i passi delle civiltà erano segnati dalla biologia : «se
nella origine la società ha un carattere biologico non potrà perderlo nel
suo sviluppo per quanto grande sia ed esteso. Allo stesso modo l’uomo non
cessa di essere un mammifero se ha molto cervello». L’inevitabile, politico e
biologico, emergeva evidente, in special modo quando si riscontravano nei
popoli i sintomi della degenerazione e della decadenza94.
Come agire contro la degenerazione biologico-sociale? Ecco i tratti della
“proto-eugenetica” di Giuseppe Sergi: «per i figli di degenerati, dannati sul
nascere alla morte prossima (…) verrà la selezione naturale (…) e sarebbe
poco utile occuparci, se non fosse per quella dispersione di forze e di mezzi
impiegati dai genitori, dalla società, ancora per salvarli dalla morte. Sono
i tubercolosi, i rachitici, gli scrofolosi dello stato più avanzato, pei quali si
spende molto senza utilità individuale e sociale, ma per soddisfare il
sentimento umanitario verso i deboli infelici e innocenti. L’eliminazione
pronta sarebbe efficace, perché i mezzi che vi si impiegano potrebbero
andare a profitto dei futuri uomini sani e creatori di discendenza valida».
Sergi già allora non mancava di ricordare come fosse da «impedire il
matrimonio ai degenerati ed evitare ogni pericolo di discendenza
illegittima». Ed aggiungeva perentoriamente: «oggi noi dobbiamo tendere
con tutte le forze a compiere la selezione artificiale, coi due mezzi energici,
repressione ed educazione. Senza di essi noi non riusciremmo a migliorare
la razza. La selezione artificiale è rigenerazione».
Affermazioni assai forti, drastiche.
E tuttavia fuorvianti.
Al di là di questi auspicati rimedi draconiani, infatti, a ben leggere la
successiva eugenetica di Sergi possiamo cogliere un progrerssivo smussare le
punte, un graduale livellamento sui toni pacati tipici dell’eugenetica italiana
negli anni dalla Grande Guerra in poi.
La chiave di lettura per leggere fin dalle prime righe questa volontà di
Sergi di mitigare i toni e non aderire a posizioni pericolosamente eccessive
tipiche del mondo anglosassone sta, secondo noi, nell’osservare da vicino la
sua definizione di “degenerato”.

93) G. Sergi, L'evoluzione in biologia e nell'uomo come essere individuale e collettivo, in «Rivista italiana di
sociologia» luglio 1901.
94) G. Sergi, La decadenza delle nazioni latine, Torino, 1900.

54
L’individuo degenerato di Sergi, infatti, è riconducibile sostanzialmente a
due tipologie differenti e contrapposte, largamente mutuate da Lombroso, la
cui profonda differenza biologica e sociale ne fa due poli addirittura opposti.
Da una parte vi sono i degenerati cronici, atavici, irrecuperabili,
ineducabili: i disabili gravi, inabili a tutto. Innocenti che scontano colpe
ereditarie e «vivono più o meno stentatamente ma vivono impiegando tutta
la loro energia». Per costoro, precisa Sergi l’assistenza umanitaria e
caritatevole è un dovere, un onore ed un vanto per l’umanità (e ogni azione
eugenetica forzosa, di conseguenza, è vietata…)
Dall’altro lato vi sono i degenerati lievi, individui che hanno marcati
segni di atavismo nella loro biologia e che sono suscettibili di miglioramento
sotto particolari condizioni ambientali. Per essi il discorso è assai più
complesso e esisterebbero gli estremi per una “selezione artificiale” rigida.
Ma anche qui è possibile trovare margini di manovra per una azione
eugenetica nella modifica delle condizioni ambientali. E anche qui i rimedi
drastici dell’eugenetica anglosassone sembrano avere pochissimo spazio
Gli elementi strutturali della degenerazione di questi individui, precisa
Sergi, sono ascrivibili al “carattere”, più che alla degenerazione delle funzioni
corporee del singolo individuo. É infatti la degenerazione del carattere,
avverte Sergi, a fare di alcuni uomini sani delle «specie parassite». Il
“carattere”, per Sergi, è qualcosa di estremamente concreto: «forma un
tutt’uno, un intero con tutto l’organismo individuale fisico e psichico (...) è
un organismo che dipende dall’organismo fisico (…) è organismo psichico
risultante di vari fattori psichici ed organici». Viene ereditato, e nel corso
delle generazioni, fissa nel patrimonio ereditario le caratteristiche ataviche in
funzione degli stimoli esterni. Sul ceppo del carattere l’ambiente innesta la
tara ereditaria che forma il degenerato, il mattoide, il delinquente occasionale,
il parassita sociale, l’alcoolista.
Dunque è il carattere a dover essere oggetto di cure.
Una rigenerazione del carattere, afferma Sergi, non è mai possibile: «le
società sono minacciate da un pericolo molto grave, che è lo scadimento
delle migliori disposizioni della razza, il carattere con tutti i suoi attributi».
Tuttavia, quando la degenerazione è lieve e la tara è «limitata a qualche
elemento accessorio», è possibile un arresto del decadimento, specie nei
soggetti giovani: «nel momento attuale i soccorsi dovrebbero essere diretti
ai nati dei degenerati, impotenti per l’età, perché possano ricevere una
educazione energica e vigorosa, diretta a correggere i vizi ereditari che
possono avere (…) invoco tutto l’amore e tutte le cure per una possibile

55
rigenerazione». La rigenerazione del corpo dei figli mediante terapia medica
sarebbe stata in grado di “congelare” il decadimento fino a dare al nuovo
soggetto un autocontrollo accettabile per vivere in società. L’educazione poi,
la scuola vera e propria, «nel senso più largo della parola, deve concorrere
con la rigenerazione fisica per produrre il gran frutto» (e spesso,
aggiungeva Sergi, il guaio era proprio che nelle scuole di formazione degli
educatori del popolo «l’istruzione e l’educazione erano meschine»).
Quando però la metastasi si è spinta troppo in là, il recupero è
impossibile. Vi è uno «sfacelo nell’organizzazione del carattere, simile alla
dissoluzione del corpo organico in decomposizione (…) formazioni antiche
e nuove vengono rimescolate senza ordine e ogni elemento è unito all’altro
non per organizzazione ma per posizione accidentale». Il dato notevole e
singolare è che se da una parte, per Sergi come per Lombroso, la
degenerazione è ineluttabile e la Natura è più forte dell’uomo, dall’altro lato
su questi degenerati irrecuperabili cade ogni colpa e ogni responsabilità, per
non aver saputo combattere la Natura e rimediare allo svantaggio ereditario.
Sergi ha buon gioco nel sollevare da ogni responsabilità le strutture
mediche e politiche e nello stigmatizzare questi individui marginali come
indolenti, maliziosi e antisociali: «quando si sa di non valer nulla (…) ci si
umilia fino alla bassezza più ributtante». Appare già chiaro come sia
singolarmente rassicurante, per il futuro eugenista, modellare le proprie
certezze “scientifiche” sul senso comune piuttosto che su dati sperimentali,
per arrivare velocemente ad un quadro chiaro e a rimedi semplici e condivisi
da tutti.
Vagabondi, delinquenti abituali, bevitori, mendicanti, «lazzaroni, poltroni
e specie di animali inferiori» di ogni sorta, sollevano già col loro
comportamento – con l’aver rifiutato la redenzione rappresentata dal lavoro
– la società da ogni futuro fallimento “eugenetico”. Questi veri e propri
nuclei di contagio sociale, fissando col loro riprovevole comportamento le
peggiori caratteristiche sul “cartattere” delle generazioni future, quasi
spontaneamente mettevano il collo sotto la scure della selezione artificiale ,
quasi invocavano una eugenetica coercitiva.
E infatti in questo scritto “pre-eugenetico” Sergi invocava contro di loro
il massimo rigore: «le leggi devono essere assolutamente repressive e la
filantropia deve tacere (...) si costringano rinchiudendoli o si deportino in
isole deserte (...) questi fannulloni sono nature inferiori e si trattino
secondo la loro natura».

56
Salvo poi, divenuto eugenista, fare marcia indietro e dimenticare queste
considerazioni perentorie.
Che, si badi bene, per Sergi avevano una valenza assolutamente
interclassista: la degenerazione, il “parassitismo”, e i caratteri corrotti erano
presenti, mimetizzati dal denaro, anche e soprattutto nelle classi dirigenti,
dove i redditieri fannulloni o i burocrati servili davano un esempio concreto
di metastasi bio-sociologica: «tutte le classi operaie entrano nella categoria
superiore e loderò il filantropo e il socialista se l’uno e l’altro faranno
sforzi e riusciranno ad aiutare e tutelare queste classi, utili all’intera
società (...) l’eccesso di lavoro senza il debito compenso o la privazione di
lavoro e quindi l’ozio, apportano degenerazione. (…) Un operaio ha
coscienza del suo valore personale quando sa che egli vive e può vivere del
suo lavoro (...) il lavoro rigenera moralmente qualunque individuo».
E quindi, dal punto di vista politico, nessun appiglio poteva essere
concesso a forze che appoggiassero forme di assistenzialismo degenerante:
«a me parrebbe incredibile che vi fossero socialisti i quali, convinti delle
leggi biologiche e dei loro effetti, della degenerazione di tali esseri
disgraziati, possano volere una legge protettrice a loro vantaggio». Ben
prima di ogni discussione sulla legislazione eugenetica o su certificati
prematrimoniali, ecco già chiaramente il luce i temi di questi futuri dibattiti.

Dopo Londra

Nell’ambito del suo studio sulla teoria della degenerazione, comunque,


queste affermazioni di Sergi in qualche modo anticipatrici dell’eugenetica
erano in gran parte tasselli isolati che all’epoca non componevano alcun
mosaico.
Il frutto di questi studi, come si è detto, sarebbe stato raccolto da Sergi
solamente più tardi, lungo il percorso che lo vide interessarsi agli sviluppi
della genetica95. E che lo vide progressivamente aumentare le cautele in tema
di selezione artificiale degli individui e di eugenetica. Già due anni dopo il
congresso di Londra, infatti, Sergi si dichiarava in accordo con le cautele
proposte da Cesare Artom sulle pagine della Rivista di Antropologia96
rispetto alle leggi di Mendel: «lo scetticismo», affermava Artom, «è
giustificato, anzitutto perché le ricerche concernenti l’uomo non possono

95) G. Sergi, Problemi di scienza contemporanea, Torino, 1911.


96) C. Artom, Principi di genetica, in «Rivista di antropologia», maggio 1914.

57
estendersi al di là di qualche famiglia ascendente e collaterale. In secondo
luogo perché per l’uomo non è possibile operare sui grandi numeri così
come è stato fatto nell’esperienza di Mendel. Infatti è noto che tra migliaia
di uova che una donna può produrre, poche centinaia solamente giungono
a maturazione; e di queste solo pochissime vengono ad essere fecondate
(…) quindi troppo pochi sono i prodotti su cui si esercita il controllo in
confronto con la quantità di gameti (…) Oggi si contrappone
all’Eugenetica, l’Eutenica, un ramo della genetica forse di attuazione più
pratica, inquantochè si propone unicamente di migliorare il fattore
ambientale in cui crescono gli individui, senza riguardo al patrimonio
ereditario degli individui stessi».
E al primo Congresso di eugenetica di Londra, già abbiamo occasione di
incontrare un Giuseppe Sergi completamente distante dalle proprie riflessioni
in materia di degenerazione: incontriamo qui un antropologo singolarmente
scettico e polemico contro le affermazioni di una Commissione insediata a
Washington nel febbraio 1907, che dopo aver effettuato misurazioni
antropologiche sugli immigrati97, aveva affermato che l’indice cefalico delle
popolazioni di ebrei e italiani meridionali emigrate in America, si andava
modificando in senso peggiorativo. La Commissione suggeriva che si potesse
misurare l’ereditabilità dei caratteri acquisiti in popolazioni migrate che
rimanevano più isolate delle altre, e tendevano a non contrarre matrimoni
misti. Sergi (smentendo sorprendentemente il metodo da lui stesso usato nei
propri studi…) riteneva le conclusioni di questa commissione assolutamente
imprecise98. Non era possibile ottenere dati scientifici validi su medie di
popolazioni così mel assortite come quelle degli immigrati, in un arco di
tempo minimo: «supposta dimostrata la teoria dell’eredità dei caratteri
acquisiti, il mutamento per lunga dimora negli Stati Uniti, avrebbe dovuto
prodursi negli immigrati, padri e madri, e trasmettersi ai discendenti. Ma
ciò non è. Secondo il Boas, nei discendenti degli immigrati si produce
improvvisamente tale mutamento, appena i genitori sbarcano in America o
che vi sono da un anno o due. questo è assurdo teoricamente (…) sarebbe
da supporsi che un mutamento generale dovesse essere avvenuto
nell’organismo degli immigrati da modificare le cellule generatrici (…)
così che nello sviluppo embrionale l’organismo dei discendenti apparisse
modificato nelle forme. Chi può sostenere tale teoria?». Dimenticando

97) F. Boas, Changes in bodly form of descendent of immigrants, Washington, 1910.


98) G. Sergi, Il preteso mutamento nelle forme fisiche dei discendenti degli immigrati in America, in «Rivista di
antropologia», febbraio 1912 Vedi anche G. Sergi, La pretesa influenza dell'ambiente sui caratteri fisici
dell'uomo", in «Rivista italiana di sociologia», gennaio 1912.
58
completamente le sue disinvolte generalizzazioni passate, Sergi sottolineava
ora il pericolo in eugenetica di generalizzazioni “mendeliste”.
Nell’eugenetica, secondo lui, mille cautele e studi incrociati occorrevano
prima di passare ad una eventuale azione, equamente divisa tra ricerche
antropologiche e scenari sociologici. La biologia poteva dare delle
indicazioni sul “come”, la sociologia avrebbe dovuto indicare gli obiettivi di
progetto: «la biologia e la sociologia sembrano trovarsi, qualche volta, in
contrasto riguardo ai principi che l’una e l’altra sostengono ed ai fini cui
l’ultima mira con l’Eugenica. A risolvere i vari problemi che si riferiscono
alla ereditarietà dei caratteri non v’è che a studiare, sperimentare,
osservare i fenomeni che si possono conoscere, con vari metodi e con vari
mezzi, negli esseri viventi, per trovare una possibile applicazione alla
natura umana».
La nuova scienza, così come veniva proposta dal mondo anglosassone
all’Italia, pareva affetta, nell’opinione di Sergi, da una forma di paralisi
congenita dovuta alla eccessiva teorizzazione. Nel momento in cui incontrava
l’ambito psichiatrico e criminologico la nuova scienza stallava infallibilmente:
«la contesa che si fanno mendelisti e biometrici veramente non ci
sorprende. Ciascuno tende a sostenere le proprie convinzioni e ad abbattere
le opposte; soltanto che io fra i contendenti vorrei dire che i biometrici del
fenomeno non possono che vedere la superficie, e i mendelisti si chiudono
in un cerchio ristretto, in cui vorrebbero costringere tutta la genetica (…)
Quindi ignoro se la teoria mendeliana, con tutto lo svolgimento che oggi
ha avuto, possa interpretare un fatto così complesso (la manifestazione
morbosa varia e molteplice. n.d.r.) con teorie così semplici, e se la
biometrica sia in grado di dare qualche contributo».
La conseguenza era ovvia: nessun mezzo pratico drastico di selezione
eugenetica poteva essere applicato. O almeno esso non poteva essere
applicato senza assumersi gravi responsabilità. La sterilizzazione su larga
scala, affermava Sergi, era un provvedimento irto di dubbi e pericoli. La
segregazione non poteva «essere perpetua» e i provvedimenti di selezione
matrimoniale erano inefficaci a causa della natalità illegittima. Secondo Sergi
solamente la via della educazione, «il cui valore e l’efficacia sono molto
discussi», avrebbe potuto realizzare le aspettative dell’eugenetica. Contro di
essa, contro «il valore educativo della razza» si schieravano i biologi e i
genetisti convertiti al mendelismo.
In polemica con essi, Sergi nel 1914 si dichiarò convinto, con Weissman
e De Vires, che la materia vivente, proprio perché vivente, fosse dotata di

59
grande reattività alle condizioni dell’ambiente in cui si trovava. Era
improbabile che questa reattività patellare e universalmente dimostrata non
arrivasse fin nel fondo della materia, fino al luogo chimico in cui, saldandosi
con il gene, poteva produrre caratteri ereditari nuovi. Mentre nei lavori
precedenti su questo punto appariva, come abbiamo visto, relativamente
possibilista, ora Sergi ne era convinto: nulla impedisce che lo sviluppo di
caratteri negativi possa essere bloccato da una terapia ambientale forte.
Addirittura nelle opere di Sergi eugenista, emerge per la prima volta – e
in aperta smentita ai lavori precedenti – la possibilità che vi possa essere un
vero e proprio regresso dei tratti negativi sotto l’incalzare della crescita di
caratteristiche positive, che grazie alle terapie ben condotte si
svilupperebbero in maniera pressoché spontanea: « se io parlassi col
linguaggio dei mendelisti, domanderei se non si potrebbero per mezzo della
cultura educativa rendere recessive alcune tendenze e dominanti altre,
senza per questo, pensare ad una alterazione del plasma germinale? Non
potrebbe esservi, quindi, una selezione per ciò che chiamasi
educazione?(...) qualunque idea noi ci facciamo dell’immutabilità del
plasma germinale, i mutamenti sono in realtà avvenuti nell’umanità nella
successione delle generazioni; e allora noi dobbiamo concedere qualche
valore al potere educativo, se l’educazione sarà razionale e sotto la guida
della biologia».
Certamente non è da attendersi un ribaltamento teorico così lampante
senza qualche sbavatura: in alcune righe delle opere successive al Congresso
di Londra Sergi si chiese ancora se non fosse il caso di escludere dalle terapie
i degenerati gravi, «perché i deficienti sono la semenza da cui nascono i
criminali, le prostitute, gli squilibrati, i pazzi e i pazzeschi, i vagabondi e i
mendicanti». E tuttavia la diversità di impostazione è ormai evidente.
La via educativa dell’eugenica, l’eutenica, sembrava all’opinione di Sergi
quel ponte mancante tra biologia e sociologia che poteva ascrivere
definitivamente le pratiche eugenetiche nei ruoli della scienza. Col vantaggio
di poter perseguire a piacere “esperimenti” senza l’incubo di aver affondato
il bisturi in modo erroneo e in maniera irreversibile.
Sembrava un orizzonte scientifico luminoso, senza ombre. Ma in effetti
non lo era. Sergi sapeva bene che le buone intenzioni ed applicazioni
dell’eugenetica erano e sarebbero state poca cosa di fronte alle cicatrici più
oscure, primordiali e spaventose che l’umanità celava nel suo profondo e
dalle quali non sarebbe mai riuscita a liberarsi.

60
Parlando di eugenetica all’inizio del primo conflitto mondiale, Sergi
infatti affermò: «certi caratteri, se non sono scomparsi, direi che sono
latenti e recessivi, perché è pur vero che in circostanze eccezionali,
disgraziatamente, possono diventare attivi e dominanti, sia pure per breve
tempo». E di lì a poco avrebbe trovato la peggiore delle conferme a questa
previsione funesta: «lo stato psicologico del popolo germanico mostra una
violenta reviviscenza di barbarie per quei metodi coi quali la guerra è
condotta da parte loro (…) l’elevazione intellettuale con la scienza, con
l’arte, con le abitudini della vita civile, non muta né distrugge le tendenze
primordiali barbariche e feroci (…) É nel sentimento, quindi, e nei suoi
componenti che bisogna trovare l’interpretazione del fenomeno».

Socialismo ed eugenetica: Achille Loria

«Qualunque teoria la quale riconosca la esistenza di un rapporto, sia


poi diretto od inverso, fra la superiorità fisio-psichica e la superiorità
economica, conduce fatalmente ad un nichilismo eugenico, od annulla ogni
nostra pratica azione»99: così Achille Loria, al Congresso di Londra. Erano
parole estremamente dure, che portavano sul primo palcoscenico
dell’eugenetica, tra le considerazioni mediche, i temi del darwinismo sociale
e della lotta di classe. Il suo ruolo di sociologo ed economista, a tutta prima,
sembrava tenere Loria naturalmente lontano da un argomento prettamente
medico, tuttavia il suo entusiasmo, le sue curiosità molteplici100 e i contorni
assolutamente indefiniti della nuova scienza lo avevano incluso a buon diritto
nel novero degli eugenisti.
Per lui eugenetica e darwinismo sociale erano legate a filo doppio: la vera
azione eugenetica era per lui essenzialmente azione politica. Paragonando101
gli scoppi rivoluzionari alle improvvise mutazioni e comparse di nuove specie
teorizzate in biologia dal De Vires, scriveva: «la tesi di Giorgio Sorel, non fa
che tradurre nel linguaggio della sociologia e del socialismo le teorie
biologiche e sociologiche dominanti. La mutazione di De Vires, Lo slancio
vitale di Bergson, e la violenza di Sorel non sono dunque, a chi ben
guardi, che tre aspetti di uno stesso principio, o tre facce di una stessa
orientazione mentale. Sono altrettante espressioni, finché vuolsi diverse, ma

99) A. Loria, Elite fisio-psichica ed elite economica, in «Verso la giustizia sociale», Milano, 1915.
100) A. Loria, Malthus, Milano, 1911.
101) A. Loria, L'ultima evoluzione della teoria dell'evoluzione, in «Revue internationale de sociologie»,
dicembre 1912.
61
essenzialmente connesse, del creazionismo, il quale, vinto altra volta
dall’evoluzionismo, riprende oggi l’impero e si rovescia sul proprio
vincitore».
L’eugenica sembrava nata appositamente per dare alla politica una
missione quasi salvifica per le società umane. Se era vero che le buone doti
sociali non potevano essere cucite sulla pelle dell’uomo in laboratorio,
l’eugenetica si dava comunque l’obbiettivo di creare uomini meno oppressi
dal capriccio della natura e più liberi di creare un futuro per se stessi: poteva
divenire una alleata potente per la sociologia. E per la democrazia.
Il registro interamente sociologico dell’intervento di Loria a Londra era
perciò scontato: prima di pensare a qualsiasi strategia di elevazione biologica
dell’uomo, affermava, era necessario superare qualsiasi pregiudizio di classe
nella divisione degli uomini.
All’interno delle società umane esisteva, effettivamente, una lotta per
l’esistenza che pareva orientata nel senso di selezionare la specie, ma
selezionava gruppi umani incapaci di riprodurre la propria eccellenza: «la
élite economica non è punto il prodotto di possesso di qualità superiori, ma
semplicemente il risultato della cieca lotta tra i redditi, che porta al
fastigio di quelli che inizialmente posseggono un reddito maggiore». Se
non vi era selezione eugenica degli uomini ve ne era già una dei redditi. I
matrimoni degli elementi di queste caste economiche, che trionfavano nella
lotta coi «metodi della violenza, della frode e del monopolio», portavano
perciò i «prodotti più desolanti». Le aristocrazie del denaro, biologicamente,
seguivano la legge di Galton e regredivano inesorabilmente verso la
mediocrità. E perciò, concludeva Loria, l’eugenetica, per poter agire, doveva
evitare le generalizzazioni classiste e guardare agli uomini uno per uno
procedendo ad un «minuzioso e positivo esame dei caratteri individuali»,
impresa questa «difficile e richiedente un assiduo lavoro collettivo».
Dopo il Congresso di Londra, Loria ridusse il suo impegno diretto nel
campo dell’eugenetica, senza però abbandonare la nuova disciplina.
A guerra conclusa entrò a far parte del consiglio di presidenza della
Società di Genetica ed Eugenica (SIGE) accanto a Gini e, dopo il 1924,
senza aver partecipato ai lavori del congresso di Milano, trovò modo di
ricoprire nuovamente il ruolo di eugenista nel Gruppo Eugenico Napoletano
di Leonardo Bianchi e Pietro Capasso. Molta acqua era passata sotto i ponti
dell’eugenica dal congresso di Londra.

62
In un nuovo contesto102, Loria riprese il tema delle sperequazioni
classiste legate al controllo delle nascite come basi del problema eugenetico:
«oggi non è possibile riparare alle deficienze fisiche e morali della
popolazione eliminandone le cause prime, cioè il neomalthusianesimo e lo
squilibrio tra domanda ed offerta di lavoro (...) occorre colpire le tare
della popolazione in se stesse, od adoprarsi a rintracciarle ed estirparle
negli individui».
Il superamento delle dottrine malthusiane, la dimostrazione palese della
loro inutilità a danno delle classi proletarie, aveva aperto una fase nuova,
assegnando all’eugenica compiti nuovi di ingegneria sociale: «noi dobbiamo
insorgere, mettendo in rilievo come, tale processo (la contraccezione n.d.r.),
applicato per ragioni egoistiche da coppie di genitori normali, tenderebbe
ad eliminare i figli migliori», poiché pareva dimostrato che il terzo figlio era
biologicamente meglio riuscito, rispetto al primo ed il secondo che erano
«una specie di tirocinio di ammaestramento dell’organismo dei genitori».
La questione sociale si era spostata dall’asse della quantità a quello della
qualità: la Francia dimostrava che i dipartimenti ove era minore la natalità
erano quelli con il più alto numero di suicidi. Il controllo della nascite agiva
in modo scopertamente disgenico.
Ed accanto ad esso agiva in modo disgenico un’altra piaga sociale
«talmente inserita nel plesso dei rapporti economici vigenti che era vano
pensare di toglierla (…) l’esubero dell’offerta sulla domanda di lavoro che,
spingendo gli operai al di sotto del salario della sussistenza, provocava
influenze deterioranti l’organismo e tare fisiche o morali veramente
inquietanti».
L’eugenetica quindi, come leva della giustizia sociale. Ma in che modo?
Il dibattito mai concluso sulla ereditarietà dei caratteri acquisiti,
«ripresentazione sotto veste antropologica, della vecchia controversia
teologica se sia la grazia o le buone opere che salvano l’individuo», era un
bizantinismo inconcludente. Loria tagliava corto: che fosse stata o no
verificata la famosa ereditarietà lamarckiana, «è stretto dovere dell’eugenista
il presupporla», per non ricadere in soluzioni eugenetiche minimaliste, come
la limitazione matrimoniale. «Il pensiero di un miglioramento duraturo della
specie umana conseguito a mezzo della selezione sessuale è al tutto
utopistico», vero compito dell’eugenetica era lavorare per fortificare il

102) Vedi A. Loria, Una scienza nuova: l'Eugenica, Napoli, 1927 e A. Loria, Eugenica, in «Pensiero sanitario»,
novembre, 1926.
63
tessuto sociale, anziché ritagliarne i frammenti, facendo piazza pulita anzitutto
delle “tesi arbitrarie”.
Così si sarebbero dovuti combattere gli eugenisti che si opponevano alla
elevazione del minimo salariale degli operai, per impedire l’ascesa degli
elementi inferiori della società. Nessun elevamento del tenore di vita avrebbe
prodotto comportamenti spontaneamente disgenici. Piuttsto ove non si fosse
combattuta la miseria, sarebbero cresciute le famiglie miserabili, sicuramente
disgeniche.
Imperativo categorico poi, secondo Loria, era sbarrare il passo ai
sedicenti professori di eugenetica che si dichiaravano contrari alle pensioni di
vecchiaia. Queste pensioni, funzionando come stimoli alla prolificità delle
classi inferiori, venivano reputate pericolosamente disgeniche, «dacché
esimono i figli degli operai dall’onere del mantenimento dei loro genitori e
con ciò incoraggiano quelli (i proletari N.d.R.) al matrimonio ed alla
procreazione; mentre d’altro canto i fondi necessari a provvedere a codeste
pensioni si prelevano sugli individui più efficienti che per tal modo erano
scoraggiati dal procreare”.
Questo ragionamento, ribadiva Loria, non era che puro pregiudizio
classista. Affamare i vecchi col pretesto di ingrassare i giovani sarebbe stata
una operazione eugenetica a doppio taglio, poiché avrebbe «privato le
giovani generazioni di una guida e la vecchiaia di ogni dignità». E
avrebbe sollevato una questione morale a cui gli eugenisti non erano
preparati a rispondere.
Ugualmente assurda, secondo Loria, era la proposta eugenetica di taluni
scienziati stranieri che vedevano nel lavoro minorile una sorta di strumento
di selezione naturale e controllo demografico delle forze proletarie, senza il
quale inferiori e degenerati avrebbero ottenuto «sopravvivenza e longevità».
Questa, come altre, secondo Loria era null’altro che una teoria spregevole
che si demoliva da se stessa: nulla a che vedere con la vera eugenetica. Il
dibattito con i sostenitori di queste idee era chiuso in partenza, così come
quello con chi volesse incoraggiare l’abuso eugenetico di alcol «perché
riusciva a estirpare gli scavezzacolli e gli abbrutiti». Loria non poteva
essere meno chiaro e perentorio: «la società dovrebbe sterilizzare se stessa,
o sopprimere quelle nefaste influenze di cui essa sola è responsabile e
generatrice».
Non rimaneva allora che promuovere l’eutenica e la medicina sociale
come colonne portanti della nuova scienza della generazione. E nell’eutenica,
un posto di tutto rilievo veniva riservato come abbiamo detto, alla politica:

64
«le assicurazioni sociali, le leggi contro il latifondo, le leggi sul controllo
operaio, il socialismo, divengono altrettanti metodi di propaganda
eugenica, in quanto che tendono al miglioramento fisico e morale della
popolazione presente e perciò de’ suoi più remoti successori. Può dirsi
ormai che non v’ha più alcun atto di legislazione democratica e veramente
civile, il quale non rientri nel sistema dei provvedimenti eugenici e non ne
formi parte integrante, o che la dottrina eugenica traducesse in fatto in una
teoria della civilizzazione».

Enrico Morselli : la Razza e la psiche

Nell’opinione di Enrico Morselli, psichiatra ed antropologo, l’eugenetica


fu «dottrina e pratica della profilassi di razza»103. Tra tutti gli scienziati
italiani Morselli fu colui che maggiormente pose l’accento sui risvolti razziali
dell’eugenetica, collegando nelle proprie considerazioni eugenetica dei popoli
ed eugenetica dei singoli individui, intesa come il miglioramento della psiche
degli uomini.
Una delle sue affermazioni di questa bipolarità razziale/individuale
dell’eugenetica divenne celebre e più volte citata: «la razza non decade in
astratto, bensì nei singoli individui e nelle famiglie (...) L’esogenesi dei
morbi non è soltanto individuale: diventando, per mezzo della trasmissione
ereditaria, endogenesi, essa si fa collettiva».
Di fronte agli intervenuti al Congresso di Londra, Morselli collegò in
maniera decisa l’eugenetica delle razze alle patologie individuali104: una
impostazione teorica che derivò dagli studi portati al Congresso Universale
delle Razze riunitosi a Londra nel luglio 1911.
Ecco dunque Morselli suggerire alla scienza di Galton l’idea che anche i
caratteri razziali, in quanto elementi del vivente e inscritti nella profonda
matrice biologica degli individui, fossero materiale da manipolare in senso
eugenetico. Primo passo di questa eugenetica razziale era ovviamente, la
classificazione: essa si sarebbe compiuta su «ambedue i lati inscindibili della
personalità umana, cioé sul fisico e sul morale (sic!)». Morselli propose
all’eugenica di avvalersi dei risultati della psicologia etnica per vigilare sulla
ereditarietà dei caratteri delle popolazioni. Le razze si sarebbero dovute
considerare ciascuna come un individuo biologico, come organismi cresciuti,

103) E. Morselli, L'eugenica e le previsioni sulla eredità neuro-psicopoatologica, in «Quaderni di psichiatria»,


febbraio 1915.
104) E. Morselli, La psicologia etnica e la scienza eugenistica, in «Rivista di psicologia», n°8, 1912.

65
nella psiche e nel corpo sociale, con caratteri etnici ereditari e caratteri
acquisiti attraverso l’adattamento ambientale e geografico, veri organismi
modificatori e modificati ognuno dalla propria nicchia ecologica.
Organismi a differenti gradi di evoluzione ed adattamento. Da qui il
presupposto che tra le razze e gli individui la gerarchia fosse ereditaria: anche
le razze, affermava Morselli, in quanto aggregati di uomini, si stratificavano
secondo il grado evolutivo raggiunto: «esiste una gerarchia delle varietà e
razze umane, sia sotto il punto di vista statico della loro morfologia e
psicologia sia sotto quello dinamico della loro predominanza e della loro
dissoluzione nelle unioni miste».
Il logico corollario di queste affermazioni era che l’eugenetica avrebbe
dovuto inserirsi tra le maglie di questa gerarchia di razze105, una gerarchia a
detta di Morselli assolutamente evidente dalla semplice osservazione dei
gruppi sociali: «posso dire che la dottrina evoluzionistica mi ha ispirato
sempre e mi ispira tuttora un vero ottimismo sociologico». Una gerarchia
che era ragionevole pensare, secondo Morselli, rinviasse a un vero e proprio
concetto di destino delle singole razze contro il quale qualsiasi tentativo di
manipolazione sarebbe stato intempestivo o, più precisamente, disgenico. In
cosa consisteva dunque la scienza eugenetica secondo Morselli? Niente più
che nella «conservazione del tipo etnico», nel discernimento della gerarchia
razziale, dei destini peculiari delle razze contro l’amalgama e la regressione
verso la media: «sarà eugenistica etnologica, che abbia di mira la difesa e
la propagazione del proprio tipo fisico sempre più differenziato e della
propria mentalità sempre più caratteristica».
Ciò che distingueva autenticamente le razze umane, secondo Morselli,
era la posizione relativa degli individui che le componevano106. sulla scala
della evoluzione, il grado antropometrico di differenziazione dal primate. Vi
era infatti nel corpo umano, un vero e proprio «processo di specificazione
antropinica», indizio di «una appropriazione sempre più grande dei nostri
apparati organici in senso ortogenetico, o di una liberazione sempre più
sicura dalle vecchie scorie del processo evolutivo»
Tornava qui, a costituire l’eugenetica, parecchio materiale delle riflessioni
lombrosiane sull’atavismo. Sulla base delle caratteristiche somatiche Morselli
dividendo le razze in protomorfe, arcimorfe, e mesomorfe107 individuava e
delimitava un numero di individui che, conservando spiccati caratteri di
105) E. Morselli, Progresso sociale ed evoluzione, in «Rivista italiana di sociologia», settembre 1911.
106) E. Morselli, L'uomo dell'avvenire, in «Rassegna contemporanea», dicembre 1910. Vedi anche E. Morselli,
Antropologia generale e Lezioni sull'uomo secondo la teoria della evoluzione, Torino, 1911.
107) E. Morselli, Le razze umane ed il sentimento di superiorità etnica, in «Rivista italiana di sociologia»,
maggio 1911.
66
atavismo, rappresentavano «gli avanzi di una umanità arretrata» al di fuori
dei minimi richiesti dalla vita in società civilizzate, altri individui “mediamente
evoluti” (quasi come dire “sotto osservazione”) e razze spostate in avanti
rispetto alla direzione del moto della evoluzione dell’uomo (tra cui
ovviamente gli ariani…)
Nulla di notevole, senonché il presupposto di tutta questa divisione
meticolosa era implicitamente la conoscenza di quale fosse la direzione che
l’evoluzione stava prendendo, o, in altre parole, la prova dell’affermazione
che le razze arcimorfe fossero razze più evolute. Un punto delicatissimo per
l’eugenetica che avrebbe dovuto, negli intenti di Morselli, accelerare il
destino già glorioso di queste razze privilegiate. Il Nostro non sembra avere
alcuna incertezza: Morselli dichiara di poter scoprire a colpo sicuro mediante
l’anatomia comparata le linee di tendenza seguite dalla evoluzione umana. E
non solo: dichiara anche di poter prevedere il punto di arrivo, la fisionomia
dell’uomo del futuro. Sarà, afferma Morselli un uomo liberato per sempre da
certi suoi caratteri atavici, come il muscolo dilatatore delle narici, l’osso
coccìgeo o il dito mignolo del piede, e al quale la civiltà avrebbe regalato
mani più aggraziate ed una calvizie precoce e diffusa.
Morselli respinge, nettamente contro Sergi e la scuola lombrosiana, ogni
antiquata teoria degenerazionista in supporto all’eugenetica: «si rifiuta con
fermezza l’assurda idea che l’Uomo sia degenerato dal suo tipo originario
(…) Nell’insieme l’umanità ha progredito sempre nella sua specificazione
arci-metamorfica e il progresso si continua anche presentemente».
Questa negazione ha una conseguenza fondamentale: non eugenetica
“riparatrice” come nell’originario pensiero di Galton, ma piuttosto
eugenetica “levatrice” che stimoli le razze umane privilegiate a trovare il
proprio destino.
Naturalmente questa visione evoca per noi, oggi, scenari oscuri ben noti:
nell’opinone di Morselli la razza bianca, o ariana poteva vantare il diritto ad
una posizione di relativa preminenza e diventava perciò l’unica ad avere
diritto a cure eugenetiche108. Anzi, più in dettaglio, pare essere l’unica ad
avere diritto di esistenza: «dai tipi umani oggi viventi alla superficie del
globo e di così dissimile sviluppo fisico, intellettuale e morale, bisogna,
con provvedimenti selettivi adatti far uscire un tipo sempre più eletto,
sempre più capace di vincere le opposte forze di natura; un tipo, cioè, in
cui si assommino salute, vigoria, e bellezza del corpo, intelligenza,

108) E. Morselli, L'uccisone pietosa: l'eutanasia in rapporto alla medicina, alla morale ed alla eugenica, Torino,
1923.
67
carattere ed energie morali. Per raggiungere questo scopo occorre
effettuare una cernita fra tutte le razze o varietà umane contrastantisi il
dominio delle terre e dei mari; poiché senza alcun dubbio le più evolute nei
riguardi del fisico, le più avanzate nei riguardi della mentalità sono le cosi
dette razze Bianche o «Leucodermiche», bisogna assicurarne il predominio,
risanarne l’organismo, perfezionarne l’intelligenza; e ciò non si può
ottenere se non a spese delle razze di colore, delle gialle e specialmente
delle Negre.».
Certo, Morselli rifugge prudentemente da ogni eccesso: per lui lo
sterminio manu militari delle razze inferiori «non fa onore alla Civiltà
europea», e va evitato. Ma non per questo bisogna evitare anche la
segregazione razziale più rigida: «occorre impedire gli incrociamenti degli
individui di razza bianca con quelli di qualsiasi razza inferiore, non esclusi
gli stessi gialli»109.
Affermazioni a prima vista sconcertanti.
E tuttavia Morselli si preoccupò per primo di ridimensionare la portata
dirompente di queste sue affermazioni, specificando candidamente che la
superiorità relativa delle razze e la segregazione razziale non dovevano
implicare l’inimicizia ed ostilità degli uomini: «anche data la convinzione
scientifica che vi siano realmente razze umane più alte e razze più basse,
non ne segue che in pratica si debbano alimentare nelle prime sentimenti di
odio e di disprezzo verso le seconde. Le razze gerarchicamente meglio
dotate avranno anche una visione più larga e comprensiva della Natura e
della Umanità, e riconoscendo il vincolo filogenetico che le lega alle meno
capaci, potranno benissimo iniziare e coltivare un contegno meno ostile, un
trattamento più umano, indottevi dalla simpatia istintiva per i propri simili
(...) ma anche qui tanto più intenso e fecondo sarà il sentimento di
colleganza e di mutualità, quanto minori saranno le differenze
caratteristiche».
Morselli, peraltro, più che vedere nella sua eugenetica delle razze un
modo per far trionfare l’arianesimo, vi scorgeva forse un gradino intermedio
per una propria “utopia etnica” globalizzatice110.. Scrisse in proposito:
«L’uomo dell’avvenire, o meglio il Metantrophos della sana e completa
teoria della evoluzione è un uomo normale, armonicamente sviluppato in
tutti i sensi, che sarà senza fallo più intelligente di noi, ma che sarà anche

109) Una volta segregati I guppi umani eccellenti si sarebbero poi dovute incrementare le loro qualità mentali
«che caratterizzano le razze superiori, ossia le nostre: l'intelligenza, lo spirito di inventiva e ad un tempo di
assimilazione, la solidarietà sociale, il senso del dovere individuale, la coscienza della altezza morale e sociale
del lavoro»
110) E. Morselli, Progresso sociale ed evoluzione, in «Rivista italiana di sociologia», settembre 1911.

68
più morale. bene all’opposto di quanto vorrebbe prevedere la filosofia
amoralistica contemporanea degli Stirner e dei Nietzsche, l’avvenire non
può segnare la vittoria dei potenti e dei cattivi (…) Disseminato su tutta la
terra, l’uomo evoluto dell’avvenire farà cadere le barriere tra i popoli,
collegandoli in gruppi federati in conformità della loro estensione
naturale, della loro parentela etnica, della loro affinità storica e di una
libera scelta (…) Certe differenze di individui, di varietà e di razze
esisteranno sempre, tale essendo la prerogativa degli esseri viventi come li
concosciamo (…) Ma nel frattempo si formerà una coscienza etnica sempre
più uniforme, e senza contrasti stridenti». Una singolare mescolanza,
l’eugenica di Morselli, tra tensioni assolutamente opposte.
L’utopia eugenetica del Metantrophos, in ogni caso, sarebbe stata vista
soltanto dagli abitanti del futuro remoto della terra. Per i contemporanei di
Morselli, non rimaneva che procedere a tentoni ad applicare le norme
eugenetiche nei singoli casi quotidiani, confidando sull’infallibilità
dell’obiettivo finale collettivo: «contentiamoci per ora, di uscire dalle troppo
larghe generalizzazioni della dottrina Evoluzionistica, e mettiamoci sul
terreno assai più accessibile e pratico della Eugenetica: difendiamo gli
attuali organismi nazionali dalle cause di degenerazione che ne minano il
valore fisico».
Sul terreno della eugenetica quotidiana ecco che la psichiatria, tra tutte le
branche della medicina, era quella che più direttamente avrebbe potuto dare
buoni risultati111. Il male psichico era il male disgenico per eccellenza: più di
altri, colpiva senza motivo e scompariva nelle discendenze senza lasciare
traccia apparente, in una alternanza di eziologie esogene ed endogene al
paziente. Il ruolo dello psichiatra come punta di lancia della nuova scienza si
imponeva perciò, secondo Morselli, come ruolo di responsabilità: «se noi
alienisti e neurologi ci contentassimo di accertare che nelle famiglie dei
nostri malati esistono altre persone affette da disturbi consimili del sistema
nervoso, o da influenze tossiche o infettive, non faremmo che
dell’empirismo volgare (...) ben più alto dovrebbe essere il compito del
medico colto e soprattutto dell’alienista e neurologo: sapere interpretare
quei dati clinico storici alla luce della Biologia, anzi, urge dirlo una bella
volta, della filosofia scientifica».
E tuttavia mancava sempre un quadro unificante per eventuale azione
eugenetica: il mendelismo, a detta di Morselli, era una dottrina assolutamente

111) E. Morselli, L'eugenica e le previsioni sulla eredità neuro-psicopoatologica, in «Quaderni di psichiatria»,


febbraio 1915.
69
inadeguata ad esercitare questo ruolo. Anzitutto per essere essa un «tributo
di pedissequa ammirazione soltanto agli esotismi transalpini del nord o
Nord-est», in secondo luogo per il fatto che le leggi aritmetiche di Mendel
erano incapaci di spiegare le cadenze ereditarie delle grandi patologie mentali,
che invece di separarsi in “caratteri-unità” parevano mescolarsi ed
aggrovigliare reciprocamente le proprie sintomatologie. Inoltre, commentava
sarcstico Morselli, le “geniali” leggi del monaco boemo erano arrivate in
netto ritardo ad invadere lo spazio da sempre occupato dalla teoria della
degenerazione di Morel112, che nel 1857 aveva pubblicato un libro dal titolo
Degenerazioni fisiche, intellettuali e morali, nel quale si verificava una
generica legge di deterioramento delle caratteristiche ereditarie in quattro fasi
che rimase nota con il suo nome.
La teoria di Morel ebbe le sue fortune in Italia113, accanto alla Scuola di
Antropologia Criminale e, ad opinione di Morselli, poteva ricevere nuova
linfa dalle discussioni sull’eugenetica: «chi non si è lasciato mai prendere la
mano dalle sedicenti novità, che il più spesso altro non sono se non
rimaneggiamenti o riverniciature del vecchio o dell’antico opportunamente
sottaciuto, ha sempre dovuto riconoscere e tuttora riconosce la saldezza
della legge di Morel, quando sia intesa con larghezza di spirito e con sano
criterio storico di fronte ai progressi della scienza».
Nel complesso però, sia che si parteggiasse per Morel o per Mendel, il
problema principale dell’eugenetica restavano le applicazioni pratiche, e
Morselli lo sapeva fin troppo bene: «se si scende ad analizzare la intima
natura delle malattie e anormalità trasmesse, non si spiega neppur bene il
trasformarsi dei germi morbosi ereditarii: questa trasformazione per cui un
carattere patologico od anomalo si sostituisce ad un altro, non trova posto
in un mendelismo neuropsichiatrico (…) Siamo ancora agli inizii di una
auspicabile profilassi collettiva rispetto alle malattie mentali e nervose.
Dire che bisogna intensificare la lotta contro le grandi piaghe e infermità
del corpo sociale (…) è dire ancora poco, questi sono consigli generici».
Tutta l’eugenetica si riduceva in buona sostanza quindi, nell’opinione di
Morselli, a sottoporre gli individui ad un «accurato esame fisio-
psicologico», alla verifica anamnestica delle «facoltà mentali più semplici»
delle famiglie. Tutto si riduceva ad imporre una visita medica obbligatoria
prematrimoniale.

112) E. Morselli, La rivendicazione delle leggi di Morel, in «Quaderni di psichiatria», novembre 1916.
113) Vedi A. Renda, Il destino delle dinastie l'eredità morbosa nella storia, Torino, 1904, e E. Petrazzani, Le
degenerazioni umane, Torino, 1911.
70
E alla sempre utile e condivisa medicina sociale: Morselli (anche se con
ripensamenti) sostenne il valore dell’educazione dei frenastenici, e si rivelò
attentissimo ad impedire che una eugenica approssimativa cancellasse, col
pretesto della inutilità, il tentativo pedagogico della psichiatria. Per questo
scese anche in aperta polemica con Sergi114. L’educazione dei frenastenici,
affermava Morselli, limitata a pochi individui “educabili” che a malapena
riuscivano a raggiungere la consapevolezza di sé, non poteva certo essere
considerata come faceva Sergi, una piaga aperta attraverso cui la infezione
degenerativa avrebbe contagiato la razza. I deboli di mente rieducati che
riuscivano a rientrare nel circuito sociale erano assai pochi: molti di loro,
passato il periodo fertile dell’infanzia in cui avevano appreso, fatalmente
regredivano durante l’adolescenza, andando ad arricchire la popolazione
manicomiale irriducibile. Essi si auto-escludevano dalla evoluzione razziale,
invocando unicamente poche cure per la propria breve esistenza. Valeva la
pena, queste poche cure, di concederle. In generale si tendeva anche a
sopravvalutare grandemente il gruppo dei «frenastenici di grado mediocre,
deficienti, tardivi, insufficienti», i quali «inorpellati dalla Ortofrenia»,
riuscivano ad arrivare alla soglia del matrimonio e a buggerare l’eugenetica
riproducendosi impunemente («e la cosa è più che verosimile nelle classi
agiate, dove specialmente le ragazze imbecilli e tarate trovan marito
quando hanno una buona dote!»).
Secondo Morselli questo gruppo di persone, che da più parti veniva
descritto come un esercito assediante la cittadella del mondo dei sani, era
tutt’altro che una gran massa abile a mimetizzarsi: «il maggior risultato
della Ortofrenia (…) concerne la cancellazione degli effetti nocivi
dell’ambiente famigliare, restando naturalmente meno influenzabile la
condizione organica». Nessuna «inverniciatura» ortofrenica avrebbe perciò
reso inutile l’eugenetica.
Il problema grave era piuttosto un altro: l’ortofrenia rispetto
all’eugenetica implicava dei costi molto elevati in rapporto all’ottenimento di
benefici tutto sommato scarsi. La grossa spesa sociale per la cura dei deboli
di mente poteva rappresentare un peso del tutto “disgenico” per la società,
diminuendo le cure agli individui più adatti. Non sarebbe stato più semplice
sopprimere delle esistenze parassite, anche senza porsi il problema della loro
riproduttività ?
Il problema della “inutilità” degli esseri umani, asseriva Morselli in
questo frangente, era davvero mal posto: «i biologi sono oramai convinti

114) E. Morselli, É socialmente utile l'educazione dei frenastenici?, in «Quaderni di psichiatria», febbraio 1915.

71
che la pretesa di giudicare “utile” od “inutile” una data forma vivente o
un dato carattere è non solo filosoficamente, ma anche scientificamente
assurda». Era chiaro il sospetto che il pietoso pretesto di liberare i deboli di
un esistenza inutile non nascondesse motivi di puro interesse: troppa era
infatti «la residua barbarie in mezzo a noi, come la guerra immane ha
dimostrato».
Sulla base del suo proprio scetticismo e della più volte invocata
particolare sensibilità umana dei latini, Morselli si schierò perciò con
rammarico contro il suo «illustre amico, simpatico scienziato francese»
Charles Richet, che nel 1919 ne La sèlection humaine, aveva invocato la
ghettizzazione, la sterilizzazione dei minorati e la loro soppressione fisica.
Scriveva infatti Richet: «se dunque esistono, fisicamente e psichicamente, di
questi anormali, noi senza falso pudore dobbiamo scartarli dall’Umanità
futura (…) Questi abbozzi di Umanità, questi prodotti disgraziati,
condannati in sé e nei loro discendenti ad essere sempre dei rifiuti, questi
poveri aborti, dotati di difetti fisici o di tare mentali, non possono ispirare
che pietà, disgusto, avversione. Perché ostinarsi a prolungare la loro
esistenza, malgrado l’ordine formale della Natura li vuole sopprimere?». Di
fronte a Richet, a Hoche, a Erwin Eaur ed Eugenio Fischer, Morselli
fermamente si ritirò, «turbato e quasi disorientato nel suo sentimento di
uomo», interprete fedele della moderazione dei primi eugenisti italiani. Ove
altri vedevano un problema da liquidare, affermava, lo scienziato con etica
professionale vedeva una sfida da vincere: «ogni medico che intenda ed
eserciti coscienziosamente il suo nobile ufficio di «medico dell’anima» e
non solo del corpo dei propri ammalati, può vantarsi di essere talvolta
riuscito in questa opera di redenzione del pazzo, di riabilitazione della
pazzia». L’intera breve storia e vita della scienza eugenica, ammoniva
Morselli era un lungo elenco di soluzioni alternative all’eutanasia nel rispetto
della integrità fisica e morale degli individui: «la Eugenica intesa in senso
scientifico ed umano non può avere in programma di impedire la
degenerazione della Razza troncando le vite individuali una volta
incominciate, bensì quello di eliminarne le cause mediante provvedimenti
profilattici (…) il miglioramento fisico dell’Umanità e della razza non deve
ottenersi a scapito dei sentimenti morali. L’abnegazione per assistere
ammalati ripugnanti, la compassione attiva per i nostri simili sofferenti, la
simpatia per ogni creatura vivente, sono valori altamente utili, cui non
dobbiamo rinunziare».

72
L’insegnamento dell’eugenetica: Serafino Patellani.

Nel 1912, sull’onda della Conferenza di Londra, l’Università di Genova


inaugurò presso l’Istituto Ostetrico e Ginecologico, diretto allora dal prof.
Luigi Maria Bossi, la prima cattedra italiana di Eugenetica Sociale115, che fu
affidata al prof. Serafino Patellani.
Patellani non fu certo il più popolare tra gli eugenisti; nondimeno il suo
insegnamento universitario dell’eugenica dovette essere apprezzato, se nel
1924 al Congresso di Eugenetica Sociale di Milano egli venne ufficialmente
invitato da Luigi Mangiagalli a tenere una cattedra di genetica ed eugenica
presso la Clinica Universitaria del capoluogo lombardo, e se Capasso sul
Pensiero Sanitario ne pianse la scomparsa, nel gennaio del 1926, come
quella di un «forte compagno di battaglia»116 degli eugenisti.
Patellani non lasciò dietro di sé una messe copiosa di scritti eugenetici: al
di là della sua traduzione e commento dei celebri articoli di Mendel117 e degli
estratti delle sue lezioni universitarie, rimane molto poco della sua carriera di
eugenista. E tuttavia è da considerarsi figura davvero interessante.
Chi si aspettasse infatti di trovare nell’insegnamento universitario di
Patellani elementi caratteristici del rigore scientifico della genetica moderna, i
rudimenti di una “tecnica” delle buone nascite rimarrebbe probabilmente
deluso. Quella di Patellani si potrebbe definire, infatti, una cattedra di bioetica
ante litteram: Patellani sembrò dimostrare particolare interesse per l’etica
sottostante i principi della nuova scienza, per il suo fondamento morale,
sociale e storico, piuttosto che per il problema della determinazione e
modifica dei meccanismi della ereditarietà.
È giocoforza, allora partire dal concetto di “morale eugenetica” che
attraversò completamente l’opera di Patellani per capirne la peculiarità.
Questo termine era contenuto nella sua definizione della nuova scienza
ricalcata su una ben più celebre frase di Galton: «l’eugenetica è la morale
della generazione, studia le leggi della eredità normale e patologia e
insegna le cause che ostacolano e i mezzi che favoriscono il miglioramento
naturale e progressivo della specie umana»118.

115) S. Patellani, Prolegomeni di eugenetica sociale, Milano, 1925.


116) P. Capasso, Serafino Patellani, in «Pensiero sanitario», gennaio 1926.
117) S. Patellani, Gregorio Mendel e l'opera sua, in «Il Morgagni», n. 56, 1914.
118) S. Patellani, L'insegnamento della Eugenetica, in «La Ginecologia moderna», maggio 1913.
73
Patellani ebbe un senso quasi “religioso”119 della missione
dell’eugenetica, e proprio con questa chiave di lettura volle proporla:
«l’Eugenetica è una credenza piena di speranza che fa appello ai più
nobili sentimenti della natura (…) è religione biologica dell’avvenire»,
chiusa in regole etiche immutabili e universalmente valide. Regole talmente
cogenti da far considerare l’eugenetica come banco di prova assoluto
dell’etica “relativa” di molte altre azioni umane: «la morale dell’eugenesi
individuale e collettiva non può subire restrizione alcuna (...) quando
pecchiamo contro la morale dell’eugenesi, la nostra colpa è irreparabile e
si sconta da noi, dai nostri figli e dai nostri nipoti (...) L’onestà quale di
solito si considera come guida della vita non è che poca cosa in confronto
all’onestà eugenetica: quella è relativa, questa è assoluta».
Ma di quale natura erano, secondo Patellani, i peccati contro la morale
eugenetica? Non è difficile intuirlo: Patellani ispira senz’altro il proprio
insegnamento all’opera ben più nota di Bossi: «fin dai primi anni del suo
insegnamento universitario il prof. L.M. Bossi ha sostenuto - con concetti
eugenetici - che il problema dell’avvenire dei popoli di razza bianca è
soprattutto un problema ginecologico». Ecco perciò che all’ambito
ginecologico andavano ascritti i peccati contro la buona generazione: il
«degenerato femminismo» che equiparava la donna all’uomo nei lavori
pesanti, la mancata assunzione della paternità, la natalità illegittima e l’aborto.
Naturalmente, all’interno della morale eugenetica, queste ultime erano colpe
di minore rilevanza. Il “peccato originale” disgenico era ovviamente la
procreazione innaturalmente controllata o minata da contagi: contraccezione,
alcolismo e sifilide: «il connubio tra persone giovani, robuste e sane che non
abbia per spinta l’amore e per iscopo la procreazione non è, per
l’eugenesi, morale e deve considerarsi peccaminoso (...) ogni matrimonio
non selettivo tra persone malate è immorale, come altamente immorali
sono le unioni sessuali compiute per ragioni di interesse».
Contro il peccato disgenico la donna, tuttavia, secondo Patellani, sarebbe
stata assai meno incline a cedere, essendo istintivamente portata verso la
generazione e la cura della prole, «se non fosse stata corrotta e deviata dalla
convivenza con l’uomo» (quasi un ribaltamento della descrizione cristiana del
peccato originale). Il castigo seguente al peccato era sociale e collettivo
(«tutti i popoli che decaddero ebbero prima un periodo di corruzione
sessuale»), ma anche individuale: «la Natura, sotto l’imperio delle sue leggi
ineluttabili, proseguì lo stesso rendendo infelici coloro che nel puro

119) S. Patellani, Etica della generazione, Milano, 1919.

74
godimento sessuale credettero riassunto il fine supremo, dannandoli alla
sterilità o uccidendone i prodotti nell’utero materno o lasciando nascere i
loro figli deformi degenerati o deboli (…) le infermità fisiche, morali ed
intellettuali che affliggono l’umanità trovano ragione quasi sempre nei
matrimoni conclusi sotto l’imperio delle considerazioni estrinseche e di
circostanze accidentali e mai per libera scelta».
Implicitamente Patellani in parte sconfessava il suo mentore, Bossi, che
per sua stessa ammissione pensava che «l’Eugenica non è metafisica, ma
una scienza sperimentale e clinica»: non tutti gli argomenti eugenetici di
Patellani, come abbiamo visto, rimasero su un piano di “scienza sperimentale
e clinica”, Tra questi l’esistenza del «genio della specie». L’opera di questo
particolare genio diafano era secondo Patellani autenticamente biologica sotto
le spoglie di una “corrispondenza di amorosi sensi” affatto sentimentale che
guidava le scelte matrimoniali e sessuali di tutte le persone del mondo. In
campo sessuale, infatti, affermava Patellani, quando uomini e donne
reciprocamente si sceglievano secondo l’istinto rettamente interpretato,
inconsciamente seguivano i suggerimenti di questo genio, si selezionavano
inconsapevoli in base a caratteri squisitamente eugenetici: «anche se noi non
abbiamo coscienza di ciò e crediamo di far la scelta per il nostro diletto
mentre la facciamo per l’interesse della specie». Veniva confermata
l’importanza eugenetica del criterio estetico nella scelta («l’importanza del
bello in amore»), la corrispondenza (non provata da alcuna ricerca
sperimentale) tra buon fenotipo e genotipo sano. Quel senso di repulsione, di
«avversione amorosa» di fronte alla bruttezza era considerato sanamente
eugenetico, poiché l’unione tra brutti e deformi: «non risponde nella sua
essenza e natura allo scopo che si propone la volontà vitale».
Così, secondo Patellani «l’essenza dell’istinto sessuale» era
sostanzialmente, per sé sola, autenticamente eugenetica. Le applicazioni
pratiche della nuova scienza non potevano che essere conformi a questa
naturalità. Ecco quindi consigliate la verginità prematrimoniale, la condanna
del celibato legale da parte dello Stato, l’intervento dello Stato «con premi e
compensi» per facilitare le buone unioni, la tutela della maternità dell’infanzia
e del comune senso del pudore in campo sessuale.
A testimoniare la giustezza della tesi dell’«elevato concetto etico
dell’atto sessuale fecondante», Patellani chiamava volentieri Morselli120
ricordandone la «tendenza della filosofia morale», assimilabile alla sua
morale eugenetica, «ad integrarsi nella sociologia». In termini di strutture

120) Cfr. l'introduzione di Morselli all'edizione italiana di Problemi dell'Universo di E. Haeckel, Torino, 1904.

75
dell’universo, suggeriva Patellani leggendo Morselli, non era possibile
esercitare una scissione arbitraria tra singoli esseri e continuità dell’esistenza,
tra individui e stirpe, tra l’uomo ed il suo futuro. Ognuno era moralmente
responsabile delle conseguenze pratiche della propria «etica generativa»
rispetto all’intera vita dell’universo. Ecco perciò che l’eugenetica, o meglio
«l’etica generativa» governava un universo biologico senza soluzioni di
continuità: si trattava di uno schietto «moderno monismo».
Ed era, quella di Patellani, una visione forse esageratamente ottimista
della nuova scienza e dei suoi traguardi imminenti e universalmente
condivisibili. La sua eugentica, proprio a causa di questo schietto ottimismo,
patì dall’esperienza della guerra un colpo decisamente duro.
Patellani, come era prevedibile, fu tra i primi a condannare nelle proprie
lezioni universitarie gli spaventosi effetti disgenici della Grande Guerra121,
parlando esplicitamente di morte della nuova scienza: « l a morte
dell’eugenetica, quando, appena nata, lasciava presagire un cammino
luminoso e intravvedere i grandi benefici per l’umanità, non è il minor
danno portato alla medesima scienza dalla guerra: la morte
dell’eugenetica è il marchio d’infamia che distinguerà la nostra civiltà,
così atrocemente offesa nei primordi del secolo ventesimo (…) verrà un
giorno, e sarà pur troppo assai lontano, in cui i posteri pronuncieranno un
giudizio sugli avvenimenti odierni e sull’arresto del processo eugenetico,
che doveva rappresentare una nuova religione sociale. Quel giorno forse si
ricorderà che, attraverso alle violenze ed alle stragi, libera in Italia
s’innalzò, in periodo di guerra, una voce di protesta e di fede».
Patellani fu in generale concorde con altri studiosi di ogni nazione
nell’individuare i danni provocati dalla guerra alla struttura biologica delle
popolazioni nel calo della natalità generalizzato, nel peggioramento del
patrimonio ereditario degli uomini strapazzati dalla vita di trincea, nel
dilagare delle malattie veneree e dell’alcoolismo, nel dilagare delle
conseguenze debilitanti delle epidemie, a torto o a ragione, favorite dal
conflitto, e ciò che Patellani ebbe da dire circa la “morte dell’eugenetica”,
non fu diverso da ciò che affermarono Gini, Morselli o Savorgnan. Ciò che
distinse nettamente il modo con cui Patellani giudicò gli effetti della guerra fu
piuttosto la sua cosciente analisi delle conseguenze che essa ebbe sull’«etica
generativa» al cui studio aveva dedicato parecchi sforzi.
I bombardamenti, la fame, gli stenti, gli assalti, potevano forse avere
indebolito e sciupato i corpi, affermava Patellani, ma questa non era la

121) S. Patellani, Eugenetica e guerra, Genova, 1915

76
conseguenza più devastante, poiché la Natura, con i propri sistemi di
regolazione poteva pazientemente riparare i danni fisici. Il vero nodo
inestricabile della situazione era piuttosto il militarismo in senso stretto, il
grave aumento di ferocia e di immoralità degli uomini ridotti a soldati che
aveva corrotto la purezza della loro etica generativa: «se infatti un uomo
entra nell’esercito perché nella pienezza della sua potenza sessuale,
giovane, forte, robusto, onesto e sano, più tardi può essere assai pericoloso
(…) La vita oziosa della caserma, l’amicizia dei compagni eventualmente
corrotti, la vita nelle grandi e nelle piccole città (…) creano speciali
condizioni che intensificano i danni dell’urbanesimo, favoriscono il vizio e
la diffusione delle malattie sessuali (…) i vantaggi dell’educazione fisica e
degli esercizi militari sono così distrutti da cause disgeniche, contro le
quali l’esperienza dimostra non sufficiente l’opera dell’uomo».
La guerra – e non solo nei combattenti - aveva sconvolto fin dalle
fondamenta tutto l’edificio morale della nazione. La disgenìa trovava una
breccia insospettabile in un vero e proprio stato di prostrazione morale delle
popolazioni che, sotto certe angolature, si evolveva in uno stato di autentica
prostrazione fisica e biologica. Gli scenari futuri presentati da Patellani ed il
quadro presente erano a tinte fosche: «i matrimoni (…) saranno celebrati in
case chiuse per recenti lutti e le vere nozze si compiranno precedute,
accompagnate e seguite dal racconto di atroci violenze umane, con la
visione del sangue, tra l’eco non sopita degli urli dei fratelli feriti, dei
gemiti dei moribondi, con la rievocazione, quasi a titolo di gloria, di un
momento di follia collettiva. E le donne, già preparate dall’ansia
dell’attesa angosciosa e dalle notizie avute e dalle fatte letture, pur essendo
in esse affievolito il desiderio della procreazione e l’amore della loro casa,
sopraffatti in esse da un sentimento di umanità materna intensificato ed
esteso alle miserie di tutti, vinte dalla gioia di rivedere il fidanzato od il
marito che temevano perduto, cederanno ancora una volta e per il piacere
dell’uomo, stanche e malate, rinnoveranno in altri la vita».
Tuttavia, nonostante un quadro così pessimista delineato negli anni della
guerra, nonostante la “morte dell’eugenetica” Patellani continuò il suo
impegno costante di eugenista, culminato nella preparazione del Congresso di
Milano. Se fosse vissuto oltre il 1930, se la sua cattedra di eugenetica presso
l’università di Milano avesse percorso un cammino più lungo, avremmo
probabilmente continuato a trovare in lui uno dei più sinceri apologeti della
nuova scienza; un convinto sostenitore della avvenuta “risurrezione”
dell’eugenetica nel dopoguerra.

77
Capitolo 5

Eugenetica a forti dosi:


Placido Consiglio e
Angelo Zuccarelli

L’esperimento in ambiente militare: Placido Consiglio

Per i primi anni del ‘900, e in maniera particolare durante il primo


dopoguerra l’eugenetica in Italia, oltre a costituire terreno di studio per
specialisti dell’antropologia e della medicina, fornì anche materiale per una
più ampia letteratura divulgativa (anche se con ovvi limiti). Accanto agli
interventi sempre molto moderati e circostanziati dei maggiori scienziati
eugenisti, accade così di trovare interventi di cultori della materia, che si
lasciavano, per così dire, trascinare dall’entusiasmo delle possibilità offerte
dalla nuova disciplina, parlando sempre molto liberamente (e spesso
superficialmente…).
Ciò che allora ci sembra rilevante, analizzando questo aspetto
dell’eugenetica prima del “discorso dell’Ascensione” mussoliniano è notare
come l’entusiasmo incauto, la prosa ridondante, la retorica “forte”, i grandi
quadri ottimistici sull’avvenire dell’umanità rigenerata, non avessero dovuto
aspettare l’avvento di una dittatura per trovare campo. Così, a dispetto della
moderazione degli studiosi più in vista, molte spinte differenti e scarsamente
controllate convergevano nel dibattito: il clima appare tutto sommato molto
più mosso e ricco di stimoli di quanto la sistemazione letteraria dei pensieri
degli eugenisti più in vista indicasse. Un clima che per alcuni tratti ricalcava
la grande libertà d’espressione tipica della divulgazione eugenetica
anglosassone.
In generale l’Italia, a contatto con la letteratura scientifica inglese,
raffreddò molto gli entusiasmi che provenivano da oltre frontiera, salvo
alcune interessantissime eccezioni, tra cui quella del tenente colonnello
medico militare Placido Consiglio.

78
Consiglio, medico e psichiatra, in controtendenza rispetto alla scienza
italiana post-positivista, fu uno strenuo difensore delle tramontate teorie
lombrosiane. E un deciso sostenitore delle teorie evoluzioniste di Lamarck122:
da questi pardigmi mutuò una entusiastica fiducia nell’eugenetica laica e
positiva e nell’«uomo dell’avvenire, sano e normale, fondamentalmente
ego-altruista e condotto automaticamente, spontaneamente al bene, nella
serra calda e fiorita del sentimento solidale».
Certamente, come abbiamo accennato, non è facile trovare negli articoli
di Consiglio un impanto teorico solido e una argomentazione sull’eugenetica
in qualche modo chiara persuasiva: ci troviamo davanti, leggendolo, più a un
pulviscolo di nozioni scientifiche mal digerite e affastellate che a una
argomentazione cogente. Val la pena comunque di cercare di ricostruire,
sotto la vernice di un entusiasmo di maniera, le linee del suo pensiero
eugenetico. Che immaginiamo possano gettare una luce particolare sul modo
in cui il grande pubblico non specialistico leggeva l’eugenetica e ne
considerava gli obiettivi.
Alla base della “scienza della bona generazione” immaginata da
Consiglio troviamo la fiducia nella “legge dell’esaurimento” della materia
(qualcosa di analogo all’entropia dell’universo....): «L’esaurimento è nel
Cosmo», affermava Consiglio, «i pianeti restringono le loro orbite (sic!)
perché l’energia centrifuga sempre scema», così nel mondo biologico gli
organismi meno adatti rallentavano e venivano in ultimo cancellati
dall’affermazione di sistemi più ricchi di energia.
Il mondo biologico e il cosmo pulsavano secondo Consiglio, in cicli
ritmici123: «la vita stessa è l’adattamento continuo delle reazioni interne
alle relazioni esterne. Ciò avviene attraverso oscillazioni che conducono
sempre all’equilibrio; donde la legge universale del ritmo, che oscilla tra
l’esaurimento della energia e il ripristinarsi dei legami dinamici di
consistenza». L’adattamento era una conseguenza necessaria di questa
teoria dei bioritmi cosmici: se il sistema di forze è vivo si adatta sempre alle
peggiorate circostanze, e può compensare le perdite e gli urti con una spinta
contraria. Viceversa il sistema, biologico o cosmico, soccombe quando
l’ambiente gli impone pressioni eccessive: è il momento dell’esaurimento.
Da tutta legge cosmica, secondo Consiglio, sorprendentemente l’uomo
pare potersi affrancare: «l’organismo umano, mercé l’intelligenza cosciente,
è capace, solo nella Natura, di contro-invertire il sistema, nella vita delle

122) P. Consiglio, La legge dell'esaurimento e l'igiene sociale, in «Rivista d'Italia», IX, 1907.
123) P. Consiglio, Problemi di Eugenica, in «Rivista italiana di sociologia», maggio 1912.

79
sue cellule» L’uomo falsifica le leggi naturali con le leggi artificiali della vita
sociale: ma nel farlo attua un rimedio peggiore del male, poiché si condanna
fatalmente alla degenerazione. Alla ricerca del «sempre maggiore benessere»,
esaurisce più rapidamente le proprie energie mediante regole di vita fisica e
psichica che aumentano i fattori tossici dell’organismo.
L’uomo, quindi, potendo dominare la Natura, mercé la vita sociale ne è
invece una creatura in balìa. Senza contare il fatto che la sua evoluzione è
incompleta: egli è una creatura di natura fragile incapace di grandi
adattamenti: «non dobbiamo dimenticare d’altra parte che, soprattutto per
le funzioni nervose e mentali, l’anomalia è la regola in quanto l’uomo è
ancora un prodotto incompleto dell’evoluzione organica (…) donde la
facilità delle disarmonie, delle dismorfie, delle deviazioni evolutive (…)
che, perdurandosi nella prole, producono anormalità, malattie,
degenerazioni».
Il progressivo esaurimento della razze umane crea ben presto sacche di
individui deboli, fragili, esauriti psichicamente e fisicamente. La legge di
natura vorrebbe che questi “sistemi” incapaci di rispondere alle sollecitazioni
ambientali, incapaci di adattarsi all’ambiente secondo le teorie di Lamarck,
soccombessero lasciando il posto a organismi, più efficienti. Nel mondo
umano questo però, puntualizza Consiglio, non accade: «la Psiche spesso
falsa la sana selezione, non disciplina la lotta, non sa preservare il sistema
di forze, sciupa la vita e ne inaridisce le fonti; in uno spreco insensato, in
una insufficiente riparazione in un falsato calcolo della disponibilità
organica produce un adattamento incompleto, inferiore, insufficiente». La
ragione umana creava sacche di sopravvivenza alla vita degenerata,
disgenica, secondo Consiglio, inaccettabili: «causa della degenerazione
della razza e della decadenza delle nazioni (…) e dell’aumento delle scorie
della fiumana che corre all’avvenire (…) vi è lo sperpero di tante energie
sociali nel sostegno dei deboli, dei poco produttivi, per un falso
sentimentalismo, quando la gran massa della normalità deve affaticarsi
nella lotta diuturna contro gli attriti enormi e complessi che i legami
economici del presente sistema di produzione vanno accumulando contro
ogni libera esplicazione delle proprie attività, in un lavoro fecondo e libero
di utilità sociale».
La prova “scientifica” che queste scorie umane indesiderabili fossero in
netto aumento, Consiglio la forniva compulsando le statistiche dei riformati
alle visite di leva, e sottolineando gli aumenti vertiginosi del loro numero:
«questo periodo ha la caratteristica della nervosità, delle ambizioni

80
insoddisfatte, dei godimenti sfrenati delle intense vibrazioni,
dell’esaurimento facile, della debolezza nervosa: donde l’infralirsi della
razza, l’eccitabilità individuale, la degenerazione diffusa, i pervertimenti
estetici, artistici, letterari che sono spesso riviviscenze delle epidemie
psichiche medioevali (…) Poiché oggidì il grande fattore di esaurimento
sono gli appetiti sociali (…) onde i nuovi migliori non possono emergere
facilmente come quelli che hanno mezzi e la cui concorrenza è falsata da
questa predestinazione sociale e lo sarà finché la società non equilibrerà il
suo complesso sistema di forze».
Solo l’eugenetica, dunque, poteva intervenire a sistemare le cose. Il
momento presente, affermava Consiglio, momento in cui le masse umane
erano potentemente agitate, era il momento in cui «s’afferma la medicina
politica e la sovrana igiene sociale, che guarda prima all’aggregato che
all’individuo», virilmente promossa dalle classi dirigenti. Ma capire quali
fossero i confini di questa immediata azione eugenetica, seguendo il pensiero
di Consiglio, non è sempre facile: non di rado il Nostro incappa in
contraddizioni non da poco, come quando sostiene la strenua difesa delle
«magnifiche opere di assistenza e di legislazione sociale» dello Stato contro
tubercolosi e l’alcoolismo mentre rivolge un pesantissimo giudizio contro
«l’esagerato sentimentalismo che protegge vivamente gli scarti».
In ogni caso appariva chiaro che l’eugenetica dovesse preservare i
sistemi umani meno “esauriti”, togliendo per loro linfa ed assistenza ai
“sistemi degenerati”. Per conoscere esattamente quali individui andassero a
collocarsi nel primo piuttosto che nel secondo gruppo, concludeva Consiglio,
non vi era che un modo: utilizzare largamente lo strumento della
antropometria di Lombroso.
E qui possiamo apprezzare il punto di vera originalità della teoria
eugenetica di Consiglio: l’ambiente privilegiato, lo scenario di applicazione
dell’antropometria a fini eugenetici, non erano semplicemente auspicabili e da
costituirsi al più presto. Erano già pronti, presenti, funzionanti in una
istituzione consolidata e già pagata dai cittadini. Il laboratorio pronto per
l’eugenetica che tutti auspicavano poteva essere per definizione l’ambiente
militare.
La caserma, ammoniva Consiglio, era già in gran parte concepita come
strumento largamente eugenetico. Era una istituzione elitaria, la cui elitarietà
era squisitamente biologica: solo i sani ed i forti potevano divenire soldati. Se
in tempo di pace i criteri di selezione delle reclute fossero stati perfezionati
sulla linea dei suggerimenti della biometrica, affermava Consiglio, l’esercito

81
sarebbe divenuto un vero e proprio “laboratorio eugenetico”. Anche perché
l’esercito, oltre a selezionarli, curava in modo speciale l’adattamento e
l’irrobustimento degli individui migliori di fronte a condizioni ambientali dure
(e questa, per il “lamarckiano” Consiglio era sicuramente la via maestra di
miglioramento): «la lotta contro ogni forma di degenerazione e di
anormalità, combattuta con metodi diretti ed indiretti insieme, meglio può
attuarsi in una collettività speciale, più ristretta, più intima nella struttura
e più omogenea, qual è l’ambiente militare (...) ho sempre pensato che
questo speciale ambiente debba considerarsi quale una forma istruttiva di
vero sperimentalismo sociale (…) dal lato fisico la rigorosa selezione degli
iscritti, i miglioramenti igienici del vitto, nell’abitato, nella seriazione di
robustezza e di attività fisica, nell’allevamento muscolare razionale, la
igiene (...) e la cura del potenziale energetico del lavoro che ciascuno può
fare senza danno».
Alla tradizionale selezione della visita di leva si dovevano già molti
risultati graditi all’eugenetica: «il grande risanamento fisico e morale della
collettività militare e la grande diminuzione che in essa registriamo delle
varie forme di eredità morbosa».
Questo per quanto riguardava l’eugenica “positiva”, la valorizzazione
dei migliori. Ma l’eugenica negativa ? Cosa avrebbe potuto fare l’esercito per
sbarazzarsi degli inadatti, o per utilizzarli in funzione positiva alla
sopravvivenza dei migliori ?
Su questo argomento riassume efficacemente il pensiero di Consiglio,
Claudio Pogliano124: «Consiglio (…) suggeriva nel 1915 di formare reparti
di “anormali”- “incompleti o deficienti nell’evoluzione neuropsichica”- da
adibire alle postazioni più pericolose: una “fatale selezione benefica” che
avrebbe ovviato non solo al contagio in zona operativa ma anche al futuro
rischio di procreazione».
É un quadro certamente esatto ma forse un po’ sbrigativo del progetto
eugenetico di questo medico miliate. Questo suo “meccanismo” di selezione
eugenetica abbastanza sconcertante e del tutto occasionale (legato al
persistere degli eventi bellici in Europa), infatti, è proposto da Placido
Consiglio, si badi bene, solo: «se non vuol darsi premio in guerra»125 agli
anormali. Non dunque progetto sistematico, ma critica aperta, quasi
provocatoria, all’assurdità della guerra moderna, che richiedeva all’ambiente

124) C. Pogliano, Scienza e stirpe, in «Passato e presente», gennaio 1984.


125) P. Consiglio, I militari anormali in guerra, in «Rivista di antropologia», n° 20, 1915.

82
militare la selezione degli elementi migliori secondo una tradizione di nobiltà
e valore per poi massacrarli ciecamente in carneficine di massa.
Ad interessare Consiglio, quindi, non è tanto l’eleminazione attiva dei
“disgenici” mediante la guerra, quanto piuttosto la protezione dei sani. Per i
degenerati e gli anormali Consiglio non aveva molta compassione e neppure
molta considerazione: i degenerati indisciplinabili, assolutamente incapaci di
resistere alla metodica vita militare, difficilmente sarebbero entrati
disciplinatamente in azione sotto il fuoco, piuttosto se la sarebbero data a
gambe di fronte al pericolo. Anche la loro uccisione da parte del nemico
appariva una soluzione eugenetica poco praticabile (il che ci autorizza
ulteriormente a pensare che quella di Consiglio fosse in fondo solo una
provocazione).
Un esercito in tempo di pace avrebbe potuto ricevere solo danno dalla
costituzione di “reparti suicidi” di malati mentali, per i quali Consiglio aveva
ben altri progetti. La sua proposta seria, più volte reiterata, sull’impiego degli
anormali nell’esercito, fuori dall’eccezionalità della Guerra Mondiale, era
molto meno “avventurista”.
Prima del conflitto, Consiglio si oppose largamente all’affermazione che
gli anormali fossero i migliori tipi di soldati, i più incoscienti del pericolo e
quindi i più temerari e combattivi. La guerra di Libia era stata secondo lui
l’esempio del fatto che negli scenari tattici moderni gli istinti crudeli e
sanguinari dell’anormale bellicoso fossero definitivamente caduti in disuso:
«al combattimento scientificamente preparato e sostenuto si associano
previdenze ed assistenze umanitarie e cavalleresche verso i caduti».
Nell’esercito moderno l’anormale «cede per deficienza di potenziale, di
sentimentalità e per un particolare ed irregolare modo di intendere la vita,
i bisogni di una collettività superiore o di un movimento storico, ed i
rapporti ambientali. Quindi esso è di scarso valore in guerra». E sarebbe
stata «fantastica cosa», poi, inaudita, permettere l’affrancamento dal carcere
ai delinquenti abituali per farne soldati d’assalto, confondendo così il
coraggio occasionale, dato dalla delinquenza congenita, con il merito
genuino.
Col divenire la guerra un massacro tra le trincee, l’esercitò di élite
decantato da Consiglio sembrava definitivamente finito. Ma anche in questo
caso egli vide che era necessario fare delle distinzioni: non tutti gli anormali,
anche in una simile carneficina, erano ugualmente adatti a fare i soldati e ad
essere gettati nella mischia.

83
Consiglio accettò, in linea di principio, la graduazione delle anomalie, e
considerò il fatto che i criminali d’occasione e i passionali, gli irrequieti in
genere potessero essere «coraggiosi, audaci, sprezzanti del pericolo e
magari veri eroi per temerarietà», anche se troppo indisciplinati. Ma il suo
giudizio per i degenerati costituzionali (definiti sempre seguendo «l’opera
sovrana del Lombroso»), dal fondo epilettoide, rimase duramente negativo. Il
malato mentale cronico era «fonte di contagio morale» pericolosissima. Ed
era proprio da questo punto che nasceva l’idea di reparti “speciali” di
degenerati: non tanto per eliminare quanto per contenere. E da sacrificare in
casi estremi.
In tempo di pace, l’esercito sarebbe stato l’ambito educativo sovrano126,
per recuperare i recuperabili e difendere (… come intitolava l’articolo) la
società dai malati: i «piccoli nevrotici, i deboli di spirito ad indole mite, i
timidi, alcuni primitivi non violenti né intossicati» sarebbero stati addestrati
alle armi in considerazione del «vantaggio educativo e igienico che traevano
da un ambiente sano ed ordinato», in modo che in tempo di guerra, ciascun
disgenico avrebbe trovato la propria redenzione nel servizio all’esercito. La
maggior parte, i non gravi, gli alcolizzati e i nevrotici, avrebbero trovato il
loro posto «nelle centurie di boscaioli, di minatori, di scaricatori, di
zappatori, per scavo e sistemazione di gallerie, trincee e camminamenti,
ecc. O nei trasporti a spalla». I gravi degenerati etici, «i pervertiti e viziati
cronici incorreggibili, i condannati abituali od i gravi pregiudicati (…)
dovranno essere segregati ed utilizzati in colonie di lavoro nelle zone
territoriali metropolitane». I frenastenici più gravi, «che la guerra avrà
meglio disvelato», non avrebbero corso i campi di battaglia, col rischio di
“contagiare” i buoni soldati, ma sarebbero stati segregati in appositi Istituti di
ricovero127.
Quindi, in definitiva, la concreta proposta eugenetica di Consiglio appare
ben più mite ed articolata della semplice costituzione di gruppi di soldati
pazzi suicidi. E appare sempre più come una sua aperta provocazione la
proposta di istituire formalmente questi gruppi: un proposta che, unica, era
emersa a conclusione ad un articolo che due lunghe postille indicavano come
assai provvisorio.

126) P. Consiglio, Come difenderci dagli anormali e dai degenerati nell'ambiente militare, in «Difesa sociale»,
ottobre, 1923.
127) Queste proposte di irregimentazione eugenica dei degenerati furono sostenute da Consiglio ripetutamente, a
partire dal 1915, presso la Direzione Generale della Sanità Militare, presso il Ministero della Guerra e presso i l
Ministero della Sanità.
84
La sterilizzazione eugenetica : Angelo Zuccarelli.

La sterilizzazione coatta di individui (in particolare maschi) ritenuti


“disgenici” e pericolosi riguardava, nel periodo che esaminiamo, in
prevalenza i paesi anglosassoni, e in particolar modo in America. Rispetto
all’eugenetica italiana prima della Grande Guerra non solo non vi furono
esperimenti pratici in tal senso, ma anche le voci di sostegno a queste forme
di eugenetica “estrema” furono debolissime.
Fuori dall’Italia la proposta di sterilizzazione dei minorati, a scopo sia
punitivo che eugenetico era divenuta ben più che una semplice voce in un
dibattito128. Negli Stati Uniti il primissimo passo in questo campo legislativo
fu compiuto dallo stato del Michigan che nel 1898 esaminò una proposta di
legge per la castrazione dei malati di mente, degli epilettici e dei criminali
condannati per la terza volta. In seguito l’Indiana, nel 1907, promulgò la
prima legge degli Stati Uniti che autorizzava la sterilizzazione coatta di
“criminali, idioti, violentatori e imbecilli”. La legge poteva venire applicata a
richiesta su casi presentati da una speciale Commissione medica.
L’ordinamento faceva seguito ad un periodo di incertezza legislativa (o,
se vogliamo, di prova) durato dal 1899 e il 1907, in cui nell’Indiana erano
stati sottoposti a sterilizzazione circa 700 individui maschi, probabilmente in
istituzioni mediche private che si erano esplicitamente assunte la
responsabilità penale degli interventi di mutilazione.
L’applicazione di una legge costituì unna sorta di “regolamentazione del
settore”, e fece da preludio a esperienze simili in altri stati. Essa non nasceva
con un intento esclusivamente o principalmente eugenetico, ma rifletteva
ampiamente un «fine punitivo, dandosi alla soppressione della facoltà
procreatrice un significato di pena per certi speciali reati», e un fine di
sicurezza sociale, arrestandosi la ereditarietà della pazzia criminale. Si
contemplava inoltre l’idea che la sterilizzazione avesse un «effetto benefico
sulla persona del deficiente, diminuendone i sintomi di squilibrio».
In ogni caso si trattava di una legge dal punto di vista giuridico assai
discutibile: essa non specificava dei criteri oggettivi di valutazione del tipo di
individui degenerati che intendeva colpire, non specificava esattamente chi e

128) Sulla sterilizzazione e dei rimedi estremi negli Stati uniti e in Germania vedi: Cenni storici e critici sulla
sterilizzazione eugenica, in «Difesa sociale», maggio 1926; Origini e sviluppo del movimento eugenico, i n
«Difesa sociale», maggio 1925, luglio 1925, agosto 1925, settembre 1925; A proposito della sterilizzazione
dei malati mentali, in «Difesa sociale» settembre 1928; Inchiesta sulla sterilizzazione eugenica in California, i n
«Difesa sociale», giugno 1928; Alcune critiche all'eugenica pratica, in «Difesa sociale» giugno 1928. Vedi
inoltre A. Carelli, Valore della sterilizzazione eugenica nel miglioramento della razza umana, in «Difesa
sociale», ottobre 1928; Quali e quanti individui dovrebbero sottoporsi alla sterilizzazione eugenica, in «Difesa
sociale», dicembre 1928; T. Gerrard, The Church and the eugenics, London, 1912.
85
come andasse sterilizzato. Si limitava a rimettere la decisione ad una speciale
Commissione medica per ogni singolo caso, lasciando in tal modo un largo
margine all’interpretazione e un potere altrettanto largo ai medici
componenti la Commissione.
Il testo di legge infatti affermava: «se nel giudizio di detta Commissione
la procreazione venga ritenuta inopportuna e non vi siano probabilità di
miglioramento delle condizioni mentali del ricoverato, sarà obbligo legale
per il chirurgo compiere una operazione che possa prevenire la
procreazione, che sia il più possibile sicura e efficace»129.
Nonostante l’opinabilità dei suoi contenuti, tuttavia, la legge dell’Indiana
andò in effetto, ed il provvedimento di sterilizzazione degli indesiderati in
breve fu esteso ad altri 23 stati americani. Ben presto, però, proprio
nell’Indiana cominciarono a sorgere le prime decise opposizioni al carattere
punitivo della sterilizzazione nei confronti dei criminali: l’aspetto eugenetico
del provvedimento rimaneva su un piano di tolleranza più elevato, ma ben
presto furono messe in discussione le reali capacità della legge di contribuire
all’ordine pubblico ed il provvedimento perse di credibilità.
L’Indiana nel 1909 decise di rinunciare alla legge di sterilizzazione
obbligatoria dei degenerati, dopo una dichiarazione di anticostituzionalità. In
tutta l’America, comunque, in almeno venti stati (in testa a tutti per numero
di interventi la California) per almeno vent’anni, vennero largamente
applicati anche dopo il 1909 provvedimenti di sterilizzazione, con o senza il
consenso dei parenti. Unico stato ad aver seguito l’esempio dell’Indiana nel
ritirare l’appoggio a provvedimenti di chirurgia eugenetica fu lo Stato di
New York nel 1918.
Tra gli stati dell’Unione le sfumature legislative in tema di sterilizzazione
erano, naturalmente, molto varie. Il Connecticut, per esempio, rilasciava a
singole istituzioni manicomiali la discrezionalità del provvedimento: «il
direttore delle prigioni di Stato e il sovrintendente del manicomio di
Middleton e Norwich sono autorizzati con questa legge e ricevono ordine di
nominare, per ciascuna delle due istituzioni rispettivamente, due chirurghi
esperti, i quali, in collaborazione con i medici e i chirurghi in carica in
ciascuna delle dette istituzioni, esamineranno ciascuna persona che venga
sottoposta al loro giudizio da parte del direttore, soprintendente, medico o
chirurgo in carica, per appurare se sia persona la cui procreazione possa
ritenersi sconsigliabile. Ciascun Consiglio esaminerà le condizioni fisiche e
mentali di dette persone, e la loro anamnesi familiare indietro nel tempo

129) In The Eugenics Review, aprile 1910 (trad. nostra).

86
fino al punto ove sia possibile giungere, e se nel giudizio della
maggioranza di detto Consiglio, la procreazione di ciascuna delle dette
persone sia suscettibile di poter produrre bambini con una congenita
tendenza al crimine, insanità mentale, feeble-mindedness, idiozia o
imbecillità e non vi sia probabilità alcuna che le condizioni di detta
persona possano migliorare raggiungendo un livello nel quale si possa
giudicare la procreazione da parte di detta persona consigliabile,o se , in
tal modo, le condizioni fisiche e mentali della detta persona verranno
migliorate, allora il detto Consiglio incaricherà uno dei suoi membri di
compiere una operazione di vasectomia o di ophorectomia, a seconda del
caso, su detta persona».
Negli Stati Uniti, la sterilizzazione eugenetica restò per la maggior parte
dei casi sempre legata alla psichiatria criminale e, tra varie differenziazioni, il
Governo Federale rimase comunque sulla posizione di non promulgare
regolamentazioni troppo dettagliate in materia, ma di lasciare la soluzione dei
problema ai tribunali dei singoli stati, per i singoli casi.
In Europa le proposte di provvedimenti di sterilizzazione ebbero
decisamente vita più difficile e, a parte la Germania e la Svezia, non
riuscirono mai a raggiungere una sistemazione legislativa solida e duratura.
L’Inghilterra, la culla dell’eugenica teorica, visse intensamente il dibattito
sulle proposte di sterilizzazione130, ma non promulgò mai leggi o regolamenti
sull’argomento. L’unico provvedimento rilevante nel periodo precedente la
guerra 14-18, fu una proposta di legge governativa, a fini anche eugenetici
ma destinata più ampiamente al controllo dei “feeble-mindened”, che
intendeva semplicemente privare i deboli di mente della possibilità di
contrarre matrimonio, senza imporre loro mutilazione alcuna.
Essa recitava al comma 50: «Se una persona contrae matrimonio con, o
tenta di contrarre matrimonio con qualsiasi altra persona di cui si conosca
l’essere difettivo mediante le condizioni espresse in questa Legge, o se
qualsiasi persona conferisce solennità o procura o connive a qualsiasi
matrimonio in cui una delle parti sia riconosciuta come difettiva, tali
persone verranno riconosciute colpevoli di contravvenzione».
Nel complesso, tuttavia, in nessuna nazione europea, prima della Grande
Guerra, la sterilizzazione a scopo eugenetico, venne applicata in maniera
significativa.
L’Italia sulla sterilizzazione eugenica, in un contesto ove neppure i paesi
più accalorati nella propaganda (a parte la Germania, che, ovviamente, ha

130) Vedi per questo la Eugenic Review, dal 1909 al 1918.

87
storia a sé) erano riusciti a compiere il fatidico passo legislativo, si schierò
nettamente dalla parte degli oppositori: l ‘idea di proposte di legge di
sterilizzazione, nonché di commissioni di esame delle categorie di persone da
sottoporre a mutilazioni, non era nemmeno pensabile.
Ma vi erano delle eccezioni. La voce discorde in questione apparteneva
ad Angelo Zuccarelli, professore dell’università di Napoli e medico militare
durante la Grande Guerra, il quale aveva caldeggiato la proposta di
sterilizzazione fin dal 1898. In quell’anno Zuccarelli aveva proposto la
sterilizzazione chirurgica come provvedimento umanitario da utilizzare in
luogo della castrazione per i criminali, aprendo una polemica sulle proposte
di legge avanzate nello stato del Michigan131.
Continuò poi a sostenere al proposta di asessualizzazione chirurgica, per
motivi e soggetti affatto differenti, nel 1901 di fronte alla Società
Ginecologica di Napoli132, nello stesso anno al 5° Congresso di Antropologia
criminale di Amsterdam, e all’XI Congresso della Società Freniatrica Italiana,
ad Ancona. Tra il 1901 e il 1906 sostenne l’opera del deputato Enrico Ferri,
il quale parlò della questione della sterilizzazione dei minorati psichici dinanzi
al Parlamento, e nel Settembre 1906 portò la proposta dinanzi al Congresso
Internazionale per l’Assistenza agli Alienati di Milano.
Una voce, come si vede, forse poco condivisa ma certamente insistente.
Zuccarelli era un uomo che in merito alla questione della rieducazione
“lamarckiana” dei minorati aveva scetticismo da vendere. Non credeva
nell’assistenzialismo sociale e lo irritava il danno economico che i degenerati
arrecavano alla società: «so che la scienza pedagogica ed emendatrice (…)
può vantare il fatto d’un idiotino che, prima brancolante con le mani nel
cibo, in capo a nove anni si trovi ad aver appreso a mangiar col cucchiaio.
Ma tal risultato compensa tutta l’opera ed il danaro speso ?».
Se si voleva essere davvero filantropi, ammoniva Zuccarelli, occorreva
rendersi conto che la replicazione e la cura dei degenerati costituiva un costo
sociale impagabile, uno spreco di energie enorme sottratto a imprese sociali
ben più utili. Bisognava aiutare i migliori invece di perdere tempo con i
peggiori.
La cifra dei degenerati, interpretata in maniera estremamente varia dai
vari studiosi, veniva presentata da Zuccarelli come degna di molto più che
semplice attenzione: «in Francia (…) i pazzi ricoverati son cresciuti da
12000 a 40000 annualmente; in Germania son quadruplicati, e nella sola

131) A. Zuccarelli, La proposta della sterilizzazione dei più anormali, in «L'anomalo», n° 6, 1898.
132) Vedi A. Zuccarelli in «Bollettino della Società Ginecologica di Napoli», feb. mar. apr. 1901

88
Prussia il numero è 7 volte maggiore». Anche se era lo stesso Zuccarelli a
sospettare che nelle cifre vi potesse essere esagerazione, restava il fatto che la
marea dei pesi sociali, rapidamente o lentamente, secondo lui stava montando
e bisognava intervenire arrestando la replicazione degli indesiderati.
E tuttavia Zuccarelli, nel suo paventare l’aumento eccessivo dei
discendenti da genitori minorati, senza accorgersene sorvolava su una
contraddizione evidente, e cioè l’ammettere da un lato che uno dei fattori
tipici e indicativi della stirpe degenerata fosse la sterilità e il proporre
dall’altro un rimedio estremo per arginare la riproduzione eccessiva dei
malati di mente: «ricordo a me stesso l’esistenza di una selezione naturale,
onde avviene che le malattie nervose e mentali, che sono tra le più
ereditarie, intensificandosi via via per trasmissione, dopo una serie di
discendenze conducono all’estinzione delle famiglie (…) Ma pure un
aumento bisogna riconoscerlo in relazione della vita presente. Si rende
quindi desiderabile e necessaria una selezione artificiale, nell’interesse
d’un maggior bene umano».
Sorvolando ampiamente sul fatto che la malattia mentale non seguiva
linee ereditarie così precise e lineari come gli apparivano, Zuccarelli elencava
dettagliatamente le categorie di persone da sterilizzare mediante vasectomia o
vaporizzazione dell’utero: gli epilettici, evitando gli affetti da forme «molto
leggere e a lunghissimi intervalli», da forme traumatiche «più o meno
riparabili», gli alienati mentali la cui malattia fosse precoce, gli alienati con
forme prettamente degenerative, i frenastenici, gli alcolizzati e sifilitici (con
qualche dubbio). E naturalmente i delinquenti «istintivi e abituali» (secondo
le indicazioni sempre valide dell’antropologia criminale). E nonostante questa
classificazione precisa Zuccarelli rimetteva ogni decisione sulle mutilazioni al
«giudizio di una Commissione di persone competenti». Ma sui crtieri di
valutazione di queste competenze, ovviamente, non vi sono indicazioni
precise…
Zuccarelli, per quanto spavaldo possa apparire qui, non seppe superare
mai l’incertezza di giudizio per i casi lievi o dubbi. Per i casi che si trovassero
in zone intermedie, ammessa genericamente la ereditarietà dei caratteri
complessivi dell’individuo, il medico (scelto da chi, ci domandiamo…)
avrebbe dovuto saper cogliere, tra le manifestazioni di squilibrio, «quelle con
maggior tara ereditaria», oppure avrebbe dovuto individuare le forme «più
intimamente legate a condizioni di trasmissione ereditaria». Il che
equivaleva ad affermare proprio un paradosso, poiché i malati delle zone
intermedie, che più facilmente secondo l’opinione di Zuccarelli si

89
riproducevano, erano quelli che meno evidentemente manifestavano
ereditarietà. Tutto rientrava, come è facile intuire, nell’approssimazione.
E tuttavia Zuccarelli, pur scrupoloso nel dimostrare gli effetti positivi
della sterilizzazione nel campo della psichiatria, aveva del provvedimento
eugenetico di sterilizzazione una visione assai ottimistica. Non solo la
psichiatria, ma anche la medicina sociale in genere avrebbe tratto grande
giovamento, secondo lui, dall’estensione del provvedimento. In questo senso
gli affetti da tubercolosi rappresentavano un campo di applicazione
privilegiato per le sue proposte, in particolare per quel che riguardava il
problema della malattia in rapporto alla ostetricia e alla puericoltura.
Zuccarelli era convinto infatti che le donne tubercolotiche non avrebbero
mai potuto portare a termine buone gravidanze. E se per un caso fortunato i
bambini di queste madri non fossero nati già gravemente ammalati, era
chiaro che sarebbero nati predisposti a contrarre la malattia. O comunque
sarebbero stati sempre fragili, e avrebbero finito per gravare sulle spalle
dell’assistenza sociale.
Come appare scontato, una simile posizione veniva largamente
osteggiata da gran parte della classe medica, che vedeva nel sostegno alla
terapie farmacologiche una valida via d’uscita alle gravidanze complicate
dalla tubercolosi. Ammettere la sterilizzazione delle donne tubercolotiche
avrebbe significato, implicitamente, sostenere la dubbia utilità (dati i costi…)
di tutte le terapie farmacologiche per gravi malattie infettive. Ed erano molti i
medici che non avrebbero mai accettato questa facile semplificazione.
Rappresentante autorevole dell’ostilità della classe medica alla proposte
di Zuccarelli fu Luigi Maria Bossi, primario di ostetricia all’Università di
Genova, che aveva dato impulso alla costituzione della prima cattedra italiana
di eugenetica.
Bossi era un aperto oppositore dell’aborto terapeutico per le donne
affette da tubercolosi, e fu un forte sostenitore del parto prematuro quale
rimedio ostetrico efficace in questi casi per tutelare la vita della madre e del
figlio. Sostenuto da una serie di cifre tutt’altro che approssimativa, si era
risoluto a sfatare con ogni mezzo le credenze propagandate da Zuccarelli;
Non sempre, però, l’ebbe vinta: vi furono casi in cui egli dovette arrendersi
all’evidenza, considerando laconicamente che le gravidanze delle donne
tubercolotiche erano operazioni gravemente a rischio e che, nonostante la
ostetricia si prodigasse per loro, «indubbiamente la migliore profilassi è

90
quella di consigliare le donne tubercolotiche a non diventare madri»133,
come sosteneva Zuccarelli.
Zuccarelli, in una situazione tiepida verso l’eugenica, giocò d’azzardo
una ipotesi ardita confidando nella novità della scienza: «fra noi, col pretesto
che le dottrine eugeniche sono ancora bambine, si predica che per ora
bisogna studiare e discutere soltanto (…) E’ poco in verità. bisogna
decidersi ad affrontare in pieno certi problemi, che debbono essere
affrontati (…) lo studiare ancora, lo studiare sempre, quando frattanto la
criminalità allegramente si riproduce (…) include una non lieve
consapevolezza i coloro i quali (…) finiscono con la loro inerzia per
assumere la spirituale responsabilità de una non indifferente complicità nel
tollerare lo sviluppo di così preoccupanti fattori disgenici»134.

Dopo la Grande Guerra

Le reiterate proposte di Zuccarelli morirono con lui, subito dopo la


Guerra e con l’avvento della dittatura la sterilizzazione dei minorati psichici
fu assimilata ad altre “pessime abitudini” estere che l’Italia avrebbe dovuto
rigettare. Anche perché proprio nei paesi in cui la sterilizzazione era legge la
tanto deprecata “straripante natalità” dei minorati psichici riceveva smentite
continue piuttosto che conferme.
Popenoe, un accanito sostenitore inglese della sterilizzazione, dichiarava
che non vi erano ragioni così pressanti da imporre di sterilizzare tutti i
presunti elementi degenerativi della società: molti individui con Q. I. di 70 ed
anche di 60 potevano benissimo essere «non solo innocui per la società ma
capaci di vivere onestamente e senza pesare a carico di essa». Non erano
elementi rappresentativi di una razza purissima ma potevano diventare
cittadini onesti, pacifici e laboriosi. Per il resto dei casi, aggiungevano alcune
fonti americane riprese di buon grado sulla nostra stampa medica durante gli
anni venti e trenta, se anche si fossero sterilizzati individui pericolosi e li si
fosse lasciati liberi nella società, non si sarebbero evitati i problemi di ordine
pubblico. Per i degenerati psichici più gravi la segregazione avrebbe
efficacemente costituito una sorta di “sterilizzazione incruenta”, senza inutili
crudeltà aggiuntive.

133) L. M. Bossi, Sull'interruzione dela gravidanza nelle donne tubercolotiche, in «Archivio italiano di
ginecologia», n°6, 1905.
134) Vedi l'articolo non firmato, Eugenica mentale, in «Pensiero sanitario», giugno 1925.

91
In più le persone eccellenti, spesso, nascevano da genitori mediocri se
non scadenti. Constatati i criteri con cui si erano operate le sterilizzazioni in
America, era facile immaginare che se si fosse operato sistematicamente per
lungo tempo, il 95 per cento dei potenziali genitori di persone geniali sarebbe
stato sterilizzato. Senza contare che, anche senza considerare le discendenze,
sterilizzare un numero così alto di disgenici sarebbe stata una impresa assai
ardua. Al ritmo in cui in America la popolazione cresceva, infatti, crescevano
di numero anche i minorati e le persone di debole intelligenza. Sterilizzare
per esempio tutti i primi accolti ogni anno negli istituti psichiatrici avrebbe
significato compiere circa 75000, operazioni all’anno. E se anche se ne fosse
sterilizzato uno su dieci, il conto sarebbe rimasto comunque alto, e il lavoro
difficilissimo.
Così, Zuccarelli riceveva postuma ampia smentita proprio dai risultati
delle provvidenze eugenetiche che avrebbe voltuo applicare. Ma la sua
pubblicistica appassionata non era passata senza lascia tracce. Bianchi e
Capasso si sarebbro in seguito dichiarati a favore della sterilizzazione «nei
casi eccezionali di gravi forme, specie nei grandi criminali e negli epilettici
gravi»135. E di sterilizzazione si parlò ancora, specialmente in occasione del
dibattito sul Certificato prematrimoniale. A guerra da poco conclusa, nella
sua relazione al III Congresso della Società Italiana Pro Anormali, Umberto
Saffiotti mise sul tavolo della discussione aperta da Sergi sul valore
dell’educazione la constatazione che altro era il piano biologico-pratico ed
altro quello morale nella considerazione della riproduttività degli anormali. E
la considerazione del piano biologico imponeva la sterilizzazione dei malati
mentali: «due sono gli aspetti del problema fra loro profondamente diversi:
l’aspetto biologico e l’aspetto sociale (…) e questi due aspetti non sono
riducibili l’uno all’altro (…) nel subordinare l’interesse dell’individuo
all’interesse della razza anche noi sentiamo gravare il peso immane delle
tradizioni e dei sentimenti egoistici ed umanitari e anche noi sentiamo una
timidità ed una incertezza nel propugnare la necessità di misure estreme,
non tanto per la convinzione sicura della loro necessità, quanto per la
considerazione opportunistica della impreparazione morale e giuridica in
cui noi ci troviamo di fronte alla legittimità di sanzioni estreme. Bisogna
superare questa timidità e questa incertezza e potere affermare recisamente
che la soluzione vera e propria del problema eugenico, nei riguardi degli
insufficienti fisici e psichici, consiste unicamente nel renderli, comunque,

135) Vedi l'articolo non firmato Un tribunale eugenico, in «Pensiero sanitario», ottobre 1927.

92
incapaci di generare»136. Convinto sostenitore della sterilizzazione incruenta
ai raggi X, Saffiotti fu uno dei pochi in Italia (se non l’unico) che ebbe il
coraggio di opporsi alla nota considerazione (cavallo di battaglia dei prudenti
sostenitori dell’eutenica) dell’alta utilità della degenerazione nel produrre geni
immortali come Leopardi o Manzoni. I geni degenerati, affermava Saffiotti,
brillavano di luce folgorante solo in rapporto alla grande oscurità che li
circondava: «il fatto che da una famiglia di degenerati sorga un genio non
è compensato dalla moltitudine di individui che danneggiano il progresso
sociale». E ugualmente Saffiotti con coraggio negava che l’educazione
potesse rendere recessivi i caratteri mendeliani dominanti. L’educazione dei
frenastenici, specie dal lato del controllo sessuale, sebbene lodevole non era
che un velo pietoso steso su una situazione irrimediabile: «le opere di
assistenza, di miglioramento igienico, di educazione fisica, di profilassi
individuale e sociale sono tutti mezzi utilissimi per cercare di contenere la
degenerazione fisica e psichica, ma i loro effetti sono incerti, lenti, difficili,
inadeguati certamente a compensare gli effetti deleteri del diffondersi di
tutte le cause di degenerazione. E se non si à il coraggio di affermare
recisamente la necessità di porre rimedi estremi ad estremi mali non ci si
avvierà mai sulla via di preparare per noi e per l’umanità un avvenire di
progresso della sanità fisica e psichica».
Lo stato aveva perciò il diritto di «imporre una selezione artificiale sia
diretta che preventiva: diretta sugli individui adulti, preventiva con la
soppressione dei neonati che presentino indubbie manifestazioni di
degenerazione ereditaria».
Intenzioni energiche e determinate che avrebbero fatto di Saffiotti
l’ultima vera voce di opposizione tra i primi eugenisti. Senonché da queste
premesse vigorose l’autore scese poi ad un ben più modesto “programma
minimo”, accettando il fatto fin troppo ribadito che i tempi (e gli strumenti di
valutazione137) non fossero adeguati allo strumento sterilizzazione: «Il
cammino per raggiungere certe tappe del progresso umano è lungo ed irto
di difficoltà (…) c’è dunque un’azione pratica dell’eugenica, che è
immediata: un programma minimo. In questo programma minimo si
conciliano i sostenitori e gli oppositori delle misure estreme. I primi
rinunziandovi per necessità contingenti del momento; gli altri,
apportandovi tutto il fervore dei loro sentimentalismi umanitari. In questo
programma minimo, il problema diventa non soltanto problema

136) F.U. Saffiotti, Eugenica ed Anormali, in «L'infanzia anormale», maggio 1920.


137) «Non uniamo il comico al tragico e confessiamo umilmente che non sappiamo e non possiamo ancora dare
una risposta perchè non conosciamo la natura, l'origine, i modi di trasmissione della insufficienza mentale».
93
strettamente biologico, ma principalmente problema ampiamente sociale».
Ed è quasi superfluo riferire i punti chiave di questo programma minimo, ché
si trattava delle consuete linee-guida molto moderate ripetute da tutti gli
eugenisti italiani: Certificato prematrimoniale, Casellario sanitario, lotta
antiluteica ed antitubercolare, assistenza e scuole speciali per insufficienti
mentali.
In seguito, a partire dal 1927, il provvedimento di sterilizzazione
eugenetica venne considerato alla stregua del neo-malthusianesimo: contrario
alle linee guida popolazioniste tracciate da Mussolini e classificato come
intollerabile offesa alla istituzione tradizionale della “sensibilità” italiana.
Commentando gli inefficaci e scarsi risultati della sterilizzazione
eugenetica anglosassone, i medici come Augusto Carelli ebbero aspre parole
di rimprovero: «questa moderna civiltà di marca anglo-sassone ha un
cervello meccanico ed un cuore meccanico; e di conseguenza non può
comprendere per i mali dell’umanità altri rimedi derivati da analogie con i
sistemi meccanici. (…) Ma la gentilezza latina rifugge da questa brutalità
della quale, del resto, il suo genio secolare intuisce la assoluta inutilità.
(…) Per altre vie dunque, riteniamo anche noi, si dovrà arrivare al
miglioramento delle generazioni, che quella dell’eugenica, la quale per i
motivi che siamo venuti esponendo, non potrà che dimostrarsi inefficace a
tale compito»138.
Era una oscillazione del pendolo da un estremo all’altro troppo forte
anche per gli eugenisti più moderati, che si sentirono accusati di insensibilità,
se non di ciarlataneria. Anche se unanime era l’ostilità degli eugenisti ai
provvedimenti chirurgici che ledevano l’integrità della persona, il rischio che
“il genio secolare” italiano cancellasse con un tratto di penna tutta
l’eugenetica assieme con il provvedimento di sterilizzazione era troppo
grande perché alcuni cultori della nuova scienza non sentissero il dovere di
fare delle precisazioni. Così Pietro Capasso scese in campo per rivendicare i
meriti della “scienza bambina”. «L’eccessivismo americano», scrisse
Capasso, in tema di sterilizzazione eugenetica era stato senza dubbio un
errore: «ma da questo a voler gettare senz’altro l’Eugenica dalla Rupe
Tarpea (…) ostinandosi ingenuamente a voler basare il miglioramento
della stirpe solo provvedendo con amore alle miserie degli sventurati
derelitti della natura (…) corre davvero un abisso»139.

138) A. Carelli, A proposito della sterilizzazione eugenica, in «Difesa sociale», ottobre 1928.
139) P. Capasso, Valore della sterilizzazione eugenica nel miglioramento della razza umana, in «Pensiero
sanitario», novembre 1928.
94
Nessun assistenzialismo poteva sostituirsi all’eugenetica, ammoniva
Capasso, la quale, di per sé, aveva diverse vie, meno cruente con cui
esprimere favorevolmente le proprie potenzialità rigeneratrici, come il
Certificato prematrimoniale. Una istituzione questa, ragionevole, moderata,
facilmente applicabile che comunque, come vedremo, venne rigettata alla
stessa stregua della sterilizzazione chirurgica come lesiva dell’integrità della
persona.

95
Capitolo 6

Eugenetica
e guerra

Una scelta difficile

Fino al 1914 gli eugenisti europei furono assolutamente convinti che la


loro marcia verso la costruzione razionale della generazione futura potesse
avere un solo e comprensibile nemico: la degenerazione biologica.
Nel 1914 però successe qualcosa che questi scienziati non avevano
saputo prevedere: per quattro interminabili anni le civilissime nazioni europee
martirizzarono le proprie stirpi e le proprie gioventù nelle trincee, come
meglio non avrebbe saputo fare qualsiasi nascosta “tara ereditaria”.
Gli abitanti d’Europa contemplarono attoniti ciò che ai loro occhi
appariva come una Apocalisse inimmaginabile ed irripetibile. E se i genitori,
molto distanti dal vedere in essi dei “riproduttori selezionati”, piangevano i
loro figli, gli eugenisti esterrefatti iniziavano a porsi amari dubbi sul senso del
loro lavoro scientifico. E si chiedevano molto seriamente che che cosa
avrebbe potuto fare e significare in quel momento l’eugenetica: contro una
tale distruzione di massa di “riproduttori eccellenti”, che senso poteva
ancora avere la selezione metodica dei nuovi genitori? Tutto sembrava dover
ricominciare da zero.
Gli eugenisti gettavano la spugna: «l’eugenetica sociale è morta, o
meglio, alla distruzione guerresca soltanto sopravvive come una scienza
astratta, avendo perduto ogni valore pratico»140. La Grande Guerra,
voragine che inghiottiva tutto, divenne per loro un evento quasi impossibile
da comprendere, spesso troppo vasto anche solo per quantificare la misura
del danno biologico, del carico “disgenico”, sofferto dalle popolazioni. Il
disorientamento degli eugenisti si vide bene quando essi cercano una pietra di
paragone statistica da mettere a confronto con i numeri di uomini inabilitati
dalla guerra. Per calcolare gli effetti disgenici di un conflitto, infatti, essi
140) S. Patellani, Eugenetica e Guerra, Genova, 1915.

96
avevano a disposizione, alla meno peggio, soltanto i dati demografici della
guerra franco-tedesca del 1870, di quella russo-giapponese del 1905 o di
qualche recente impresa coloniale. Numeri, lo si capisce subito, impossibili da
mettere anche solo lotanamente a confronto con i numeri della prima guerra
mondiale.
Fu questo il momento in cui agli eugenisti italiani lo stato delle cose
impose di scegliere tra due strade: reagire alla situazione tragica e lavorare
alla ricostruzione, considerando il mondo del dopoguerra come una
occasione formidabile per mettere alla prova la nuova scienza, oppure
dichiararsi sconfitti e ammettere lucidamente che l’eugenetica era una scienza
semplicemente assurda in un mondo in cui l’uomo sapeva distruggere in
quattro anni di guerre un lavoro di selezione paziente durato magari decenni.
I nostri eugenisti non scelsero l’una o l’altra soluzione: le scelsero
entrambe, continuando nel loro cammino e constatando che la nuova scienza
era irrimediabilmente cambiata. Soprattutto sulla base di due considerazioni:
anzitutto era dimostrato che la degenerazione della civiltà europea si era
spinta oltre i fragili confini del numero dei “deboli di mente” e aveva
dimostrato che l’animale più irrazionale e feroce era proprio il pacato “uomo
medio” di buon senso. In secondo luogo era ormai acclarato che il mondo
del dopoguerra appartenesse alle masse: qualsiasi scenario eugenetico sarebbe
stato solo e comunque “sui grandi numeri” o non sarebbe stato. La difesa
galtoniana e lombrosiana delle aristocrazie apparteneva ormai al passato e ai
due aggettivi “sani e forti”, si aggiungeva insesorabilmente un terzo
aggettivo: “molti”.

Inghilterra : la generazione perduta

Tra il 1914 e il 1918 il contingente territoriale dell’esercito inglese,


aumentato ogni anno di un numero di effettivi sempre maggiore, subì delle
perdite notevoli. Molti giovani soldati inglesi morirono nelle Finadre, ma non
più di quanti fossero morti nel resto delle trincee alleate, e certamente non
più di quanti soldati nemici morirono dall’altro lato della terra di nessuno.
Nonostante fosse evidente che vi era sostanziale equilibrio delle perdite in
tutti gli eserciti belligeranti (ed equilibrio della composizione per età del
numero dei caduti su tutti i fronti), l’Inghilterra, dopo il conflitto, subì una
sorta di shock collettivo che la indusse a credere di aver sacrificato più di

97
altre nazioni giovani uomini sani e “geneticamente” migliori141 sui campi di
battaglia. Una intera generazione era andata perduta, si disse e quello della
“generazione perduta”, divenne quasi un mito fondante nella cultura inglese
(soprattutto dal punto di vista demografico142) e nella sensibilità popolare. Un
mito all’epoca tanto forte e condiviso da indurre molti a considerare la
tragedia della “generazione perduta” come la chiave per capire la rapida
ascesa del nazismo. La distruzione dell’aristocrazia biologica, sostennero
alcuni, aveva privato l’Inghilterra di politici lungimiranti e capaci, e aveva
lasciato il posto alla decadenza della nazione, ai segnali sempre più evidenti di
umilante regressione della potenza inglese, alla perdita di prestigio
internazionale e all’ascesa impudente delle dittature di uomini rozzi e barbari.
Dal punto di vista della nostra indagine è interessante perciò chiedersi se
i primi eugenisti italiani - osservatori attenti del mondo anglosassone -
avessero recepito questo mito della “generazione perduta” mediato dalla
visione degli eugenisti d’oltralpe, se vi avessero creduto o meno e - data
questa seconda ipotesi - come mai nel nostro Paese nulla di analogo a questa
psicosi collettiva si fosse mai verificato. É interessante domandarsi come mai
gli eugenisti italiani, nonostante l’evidente sconcerto e pessimismo di cui
dicevamo sopra, continuassero ad essere ottimisti non ritenendo mai di aver
“perso” per sempre i germi fecondi e migliori delle generazioni future.
Per dare una risposta a queste domande occorre anzitutto muovere da
una precisazione. L’ambito in cui in Inghilterra nacque il mito della
generazione perduta non fu quello medico o statistico, ma certamente quello
culturale e letterario143. Molti di coloro che diedero per scontata la fine di una
generazione erano scrittori ed intellettuali, per lo più di ceto sociale elevato,
che amplificavano in emozione letteraria la fine cruenta dei propri compagni
(in fondo pochi, se guardiamo al numero dei soldati morti su tutti i campi di
battaglia della Grande Guerra…) pensando che il proprio sacrificio fosse
inutile: «uno sporco tiro giocato dalla generazione più vecchia a quella più
giovane». L’avvio “letterario” di questo mito della generazione perduta,
fatalmente poi trascinò con sé senza soluzione di continuità e sull’onda della
pura emozione anche considerazioni di carattere medico e biologico. Dando
per scontato i giovani inglesi benestanti e colti fossero uomini “migliori” di
altri in senso biologico (così aveva già suggerito Galton!), fu facile ai più
collegare al terreno fertile delle torie sulla degenerazione quest’ultimo tassello
141) Vedi su questo tema R. Wohl, 1914: storia di una generazione, Milano, 1984, a cui rimandiamo anche per
una vasta bibliografia sull'argomento.
142) Vedi la bibliografia in J. M Winter, The Great War and the British people, London, 1985.
143) Vedi ancora R. Wohl, 1914, storia di una generazione", Milano, 1984 ma anche P. Fussel, La Grande Guerra
e la memoria moderna, Bologna 1984.
98
e dichiarare avverata una profezia lungamente ripetuta dagli scienziati: le
aristocrazie già quasi sterili - e soprattutto assediate dalla marea inarrestabile
della crescita delle classi inferiori144 - perdevano anche gli ultimi germogli. E
con essi ogni speranza di migliorare la società, politicamente e
biologicamente.
In italia (lo abbiamo visto parlando di Gini), l’omologazione della
superiorità biologica all’aristocrazia non si era verificata, il nostro metro di
giudizio eugenetico, per quanto approssimativo e dilettantesco, non era così
classista. E questa fu la ragione principale, supponiamo, per le quali un mito
della “generazione perduta” italiano non è mai esistito.
Ma vi è anche dell’altro.
Il fatto che la guerra fosse un fattore “disgenico” in Inghilterra per certi
versi fu un paradigma assunto ciecamente dalla scienza e dagli eugenisti,
quasi un postulato creduto sulla base dell’emozione collettiva145 e soprattutto
sulla base di una forte fiducia nelle precedenti teorie dei “degenerazionisti”.
In Italia, come abbiamo visto in precedenza, le teorie della decadenza delle
nazioni erano certamente diffuse146 ma trovarono scarso appiglio, stante la
nostra situazione particolare di nazione dei emigranti e la natalità ancora
vigorosa nel mondo rurale. In più, come si è detto, l’eugenetica era stata
accolta tiepidamente, quasi con diffidenza, e si era fin dall’inizio allineata
nella maggior parte dei suoi fautori su posizioni “euteniche” e sulla
convinzione che l’ambiente potesse modificare efficacemente i caratteri
ereditari.
É agevole pensare, perciò, che gli eugenisti italiani trovarono logico
vedere nella Grande Guerra niente più che un episodio transitorio, una crisi
settica che aveva colpito un tessuto da tutti considerato sano, che poteva
efficacemente guarire. Se la guerra aveva rappresentato un esempio
lampante degli effetti “disgenici” di un ambiente tossico e ostile, la pace e la
ricostruzione avrebbero potuto essere in Italia un banco di prova eccellente
delle teorie secondo le quali un ambiente favorevole poteva risanare la gran
parte dei “plasmi germinativi” dannegiati dal conflitto. Se mito vi fu per gli
eugenisti italiani non fu quello di una “generazione perduta” ma, potremmo
quasi dire, quello di una “generazione in pericolo” che richiedeva alla nuova
scienza eugenetica di fare assolutamente presto.
Di arrivare presto dalle discussioni teoriche alle applicazioni pratiche.

144) S. Teitelbaum e J. Winter, La paura del declino demografico, Bologna, 1987.


145) J. Winter, The Great War and the British People, London, 1987.
146) A. Renda, Il destino delle dinastie: l'eredità morbosa nella storia, Milano, 1914; E. Petrazzani, Le
degenerazioni umane, Torino, 1911.
99
Italia : il futuro di una generazione

Anche nel nostro Paese tutti furono concordi nel vedere nella guerra un
fattore profondamente degenerativo, una regressione rispetto ad una non
meglio specificata “buona” situazione antropologica, sociale e demografica
prebellica: «Vi è un che di belluino risorto e ristabilito in senso dominatore,
sul complesso psicoetico umano, e che perdurerà assai, dopo la più grande
catastrofe che mai, attraverso i secoli, abbia colpito l’umanità»147.
Ciò che contraddistinse l’eugenica italiana fu piuttosto il fatto di non
considerare questi danni causati dalla guerra come irreparabili. Ancora una
volta fu Corrado Gini ad indicare la rotta, e con lui Franco Savorgnan, che
passò da posizioni di aperto scetticismo durante il conflitto a posizioni di
ottimismo altrettanto aperto nel primo dopoguerra. Attorno a loro si
orientarono poi una serie di interventi diversi meno originali e più retorici.
L’analisi delle conseguenze demografiche del conflitto avvicinava molto i
punti di vista dei due studiosi. Entrambi notarono quanto fosse determinante
nelle guerre moderne la variabile demografica: qualsiasi considerazione sugli
effetti disgenici del conflitto, si dissero, doveva partire dal presupposto che il
numero dei cittadini di una nazione e dei suoi cittadini in armi fosse diventato
un “valore eugenetico” il cui peso superava di molto quello della qualità.
Lo stesso schema di rapporti di forze che aveva permesso lo scoppio del
conflitto era uno schema essenzialmente numerico: era una pia illusione
considerare gli scontri tra nazioni come scontri di opposti interessi politici e
diplomatici. In realtà la guerra aveva dimostrato che anche nel mondo
moderno i conflitti esplodevano per le stesse ragioni per cui esplodevano nel
mondo antico: razze ed etnie differenti in lotta per “spazi vitali”. Non era chi
non vedesse, osservava ad esempio Gini, la marea montante degli slavi
pronta a sommergere la fragile ed esigua torre d’avorio demografica degli
stati europei neo-malthusiani.
In un simile scenario di scontri di masse e di razze l’idea della guerra
come strumento di selezione della specie umana non era più sostenibile,
affermava Savorgnan. In una guerra moderna, “automatica” le élites
(comunque fossero definite…) non venivano risparmiate e la superiorità
biologica di un uomo, la sua forza fisica, la sua sanità, la sua intelligenza e la
sua “purezza eugenetica” non contavano più nulla. Se la guerra antica

147) F. Cazzamalli, La guerra come avvenimento storico degenerogeno, in «Pensiero sanitario», dicembre 1924.

100
creava delle élites umane, a cui veniva offerta la possibilità di vivere in un
ambiente “eugenetico”, confortevole, la guerra moderna aveva
completamente perso questo tipo di funzione, affermava Savorgnan: «non
porta più alla distruzione totale dei vinti», che quindi potevano moltiplicarsi
anche se biologicamente inferiori, e quindi «la virtù di un popolo può oggi
meglio esplicarsi nelle arti della pace che in quelle della guerra»148.
Gini accettava in linea di massima il principio che le guerre moderne non
funzionassero più come laboratori eugenetici, ma non era d’accordo con
Savorgnan su un punto fondamentale: che le guerre moderne di massa
fossero unilateralmente disgeniche. Gini intuiva infatti che anche esaurimenti
totali come le guerre moderne, pur malaugurati e da evitare, avessero delle
ricadute eugenetiche.
Il segreto era considerare, come faceva lui, le nazioni alla stregua di
persone. La guerra era diventata l’equivalente di una malattia inevitabile nel
corpo umano: non contava tanto chi fosse più o meno predisposto alla
malattia, chi la prendesse prima o dopo, chi soffrisse più o meno lungo il
decorso. Contava essenzialmente chi sarebbe guarito più velocemente: quale
dei due organismi avesse impiegato meno tempo per curarsi, quello sarebbe
certamente risultato l’organismo migliore.
Fuor di metafora, non contava la quantità relativa delle perdite
numeriche di una popolazione, contava essenzialmente quanto intatta fosse la
capacità delle popolazioni di reagire alle perdite: «Adattamenti successivi
potranno correggere, e talora completamente mascherare lo squlilibrio che
così si determina, fin tanto che questo, o cessa per il ristabilirsi
dell’armonia tra forze interne e condizioni esterne od oltrepassa il limite di
cui l’adattamento è capace. Si determina, in quest’ultimo caso, quella
rottura di equilibrio che nello sviluppo dell’organismo dà luogo alle crisi
di crescenza e alle malattie e che, nell’evoluzione della specie (…) esplode
nelle guerre. L’evoluzione delle forme biologiche non viene così punto
negata, ma solo posta in nuova luce»149. Il fatto da osservare attentamente
non era la caduta di natalità durante i conflitti, ma la durata e l’intensità del
“picco” di natalità che si verificava con l’avvento della pace.
In quest’ottica si capisce bene come ritrovasse conferma dopo la guerra
il valore eugenetico privilegiato secondo Gini: l’alta fertilità. Secondo lui il
risultato eugenetico delle guerre moderne era la vittoria delle nazioni fertili al
termine della lotta. Nazioni fertili erano considerate più “adatte” all’ambiente

148) F. Savorgnan, La guerra e la popolazione, Bologna, 1917.


149) C. Gini, I fattori latenti delle guerre, in «Rivista italiana di sociologia», gennaio 1915.

101
alterato dalla guerra: certo, a prima vista, poteva sembrare che nazioni sterili,
grazie a floride economie e a tessuti tecnologici moderni, fossero favorite
rispetto a nazioni fertili ma primitive, ma si trattava solo di una illusione
ottica. Alla lunga la penuria di persone, anche nel tessuto produttivo, si
pagava cara. E le guerre moderne erano ormai guerre lunghe.
Su quest’ultimo punto la convergenza tra Gini e Savorgnan fu del tutto
completa: l’eugenica avrebbe valutato i propri risultati sulla base dei tassi di
natalità.
E tuttavia, ammessa questa realtà, il problema sembrava complicarsi
invece di risolversi. Ammesso che fosse vero che le nazioni “giovani”
fossero spontaneamente fertili, ammesso che la fertilità fosse perciò
l’obbiettivo dell’eugenetica, non era forse evidente che guerre così disastrose
intaccavano comunque il potenziale riproduttivo delle popolazioni? Quanta
parte del potenziale riproduttivo delle nazioni veniva distrutto proprio e solo
dalle guerre? Chi poteva dire che l’ambiente disgenico alla lunga non avesse
prodotto lesioni gravissime a nazioni con ben altri destini?

La “conversione” di Savorgnan

Che la guerra potesse distruggere il potenziale riproduttivo delle nazioni


giovani era una ipotesi infondata: Gini ne era convinto. Soltanto
l’obsolescenza relativa delle popolazioni poteva diminuire la loro fertilità.
Così come, secondo lui, era senza fondamento l’idea che particolari classi
sociali fossero state colpite in modo peculiare. Egli definì apertamente come
semplicistiche le teorie su “generazioni perdute” che circolarono
nell’immediato dopoguerra: «è molto pericoloso trarre illazioni sul valore
comparativo dal punto di vista eugenico, di persone appartenenti a classi
sociali diverse (…) nel comparare il valore eugenico delle persone sarà
bene restare pertanto sempre nell’ambito di una singola classe sociale»150.
La mortalità bellica, infatti, si era spinta molto al di là di quella provocata
dalle armi, mercé le epidemie e le crisi alimentari. Se vi era stata una
selezione naturale dovuta alla guerra essa non era passata trasversalmente,
dividendo le classi sociali, ma ugualmente attraverso tutta la società, ed
all’interno delle classi. Ciò induceva a pensare che le guerre, anche le più
gravi, non potessero intaccare la composizione sociale e demografica dei
popoli: «non si è verificato un decadimento della razza bianca», affermò

150) C. Gini, La Guerra dal punto di vista eugenico, in «Atti della SIPS», Trieste, settembre 1921.

102
perciò Gini, «nell’arco di due secoli si è avuto un un progresso nella durata
della vita (…) che le rilevazioni statistiche mettono oramai fuori
discussione».
I dati della guerra mondiale verificavano che per l’Italia ogni danno non
era irreparabile: la aumentata distanza tra i parti dovuta alla separazione dei
coniugi aveva provocato, secondo Gini, una diminuzione effettiva della
natimortalità. I nati di guerra erano molti di meno, ma la loro vitalità
sembrava superiore a quella dei nati prima del conflitto, segno tangibilissimo
che il “vigore riproduttivo” era intatto. Quando le donne non avessero
dovuto limitare il loro numero di rapporti sessuali, il numero dei nati sarebbe
tornato a livelli normali senza interventi straordinari da parte dell’uomo. E
forse la qualità della prole sarebbe migliorata. Senza dubbio vi sarebbero stati
meno nati-morti e aborti: questo già aumentava la natalità netta ed era un
risultato eugenetico. La natura, ancora una volta, sembrava fare da sé.
Proprio su questo punto delicato avviene quella che possiamo
considerare quasi una “conversione” di Franco Savorgnan all’ottimismo del
collega. Lo studioso, che nel 1916 aveva scritto sconsolatamente: «il livello
razziale dei padri sarà molto basso (...) la probabilità di ottenere prole
veramente eugenica sarebbe piuttosto scarsa», dieci anni dopo scrisse: «non
sembra che la generazione nata durante il conflitto sia stata nel suo
complesso, meno eugenica delle generazioni nate in tempi normali»151.
Egli aveva avuto modo di verificare, con Gini, come gli indici di
natimortalità fossero rimasti costanti. Allo stesso modo vide che gli indici di
mortalità infantile, nonostante la scure bellica, si erano mantenuti sui valori
oscillanti intorno al 150 per mille (“miracolo” dovuto, egli pensava, al
benefico effetto dell’allattamento materno) e si era verificato un aumento di
peso medio dei neonati ( i dati utilizzati erano in prevalenza proprio quelli di
Gini). I valori che si erano riscontrati, in qualsiasi modo venissero letti,
proponevano un quadro ottimistico della sostanziale salute dei nati di guerra.
La teoria di Gini fu accolta con largo consenso (e non solo da
Savorgnan): gli effetti disgenici del fronte, sostennero in molti, erano
compensati ad usura dagli effetti eugenetici della aumentata distanza tra i
parti e soprattutto venivano compensati dalla verificata disparità tra i sessi
che il conflitto aveva provocato. La guerra aveva infatti prodotto una
eccedenza delle donne rispetto ai maschi delle medesime classi d’età e ciò
poteva forse tradursi in un bene per le generazioni future. La sproporzione
dei sessi era un dato facilmente accertabile, anche se non tutti erano

151) F. Savorgnan, La guerra e l'eugenica, in «Scientia», vol. 6 (1926).

103
d’accordo sulle cifre di questa sproporzione. Vi fu chi le calcolò in un
rapporto di 1080 a 1000 unità, rispetto alla proporzione prebellica di 1026 a
1000152. Ma uno studio approfondito mancava, e lasciava le affermazioni
degli eugenisti nel vago.
Perché mai la sproporzione sessuale dovuta alla guerra veniva
interpretata come un positivo fattore eugenetico? La ragione appare a noi
oggi abbastanza sconcertante, per non dire… sessista! La sproporzione
determinava una maggiore e migliore “scelta sessuale” per i maschi
sopravvissuti. Specialmente per i reduci dal fronte che non avessero
contratto malattie veneree o tubercolosi: una categoria di riproduttori,
affermava Savorgnan, dei quali lo Stato avrebbe fatto bene bene ad
incentivare la nuzialità, poichè si trattava di giovani forti e vigorosi, resi ancor
più robusti (sic!) dalla vita militare. Degli autentici riproduttori eugenetici che
sarebbe stato opportuno aiutare economicamente a farsi una famiglia.
Il criterio di decisione maschile (sic!) in questa situazione di “maggior
scelta”, pur restando spontaneo, avrebbe privilegiato le età più basse e le
donne più belle: fattori, secondo alcuni, squisitamente eugenetici.
Probabilmente la maggior “scelta sessuale” avrebbe portato come inevitabile
conseguenza un aumento della natalità illegittima. Ma questo aveva a che
fare con la morale piuttosto che con l’eugenetica. Per quest’ultima l’aumento
di fetilità, comunque fosse, era un dato positivo.
In definitiva, concludevano Gini e Savorgan, l’ottimismo eugenetico
vedeva infatti l’Italia non solo risollevarsi rapidamente dalle macerie del
conflitto, ma anche riattivare la grande risorsa rappresentata dal canale
migratorio. La Francia, si aggiungeva, paese annichilito dalla cronica
mancanza di popolazione, dopo la guerra sarebbe stata costretta ad attirare la
nostra emigrazione per poter sopravvivere. Una emigrazione valorizzata, che
sarebbe convenuto ai francesi «trattare e rimunerare altrettanto bene della
mano d’opera nazionale». Una emigrazione migliore di quella extraeuropea,
«pericolo per la razza». Una emigrazione di uomini « di razza latina,
frugali, robusti e tradizionalmente prolifici, che unendosi alle ragazze
francesi - che in confronto ai maschi della loro nazionalità sono in numero
esuberante - può ravvivare potentemente la scarsa natalità, costituendo
ottimo cemento politico tra i popoli».

Contro l’ottimismo eugenetico

152) E. Levi, Bilancio umano della Guerra Mondiale, in «il Mondo», 2 febbraio 1922.

104
Naturalmente non tutti la pensavano come Gini e Savorgnan. Vi erano
molti che erano ben decisi a sottolineare come la guerra avesse portato ferite
insanabili. Alcuni, valutando l’effetto della disparità sessuale, pensavano che
quest’ultima servisse a poco di fronte al decadimento biologico degli uomini
tornati dal fronte: «le donne di quest’epoca fortunosa fatalmente dovranno
adattarsi al matrimonio con quella residuante gioventù maschile tarata
(…) la prole derivante si può indurre che sarà scarsa, a mortalità elevata,
certamente neurosica o almeno predisposta gravemente ai disordini
psichici»153. Se si voleva essere coerenti si doveva ammettere che non erano
gli uomini ad avere più scelta, ma le donne a non avere scelta! Esse perciò
avrebbero permesso la riproduzione anche a uomini che normalmente
sarebbero stati istintivamente rifiutati.
Le considerazioni ottimistiche di Gini o Savorgnan, inoltre, che
guardavano al ripopolamento della nazione come ad una operazione
“d’ufficio” e si mantenevano per gran parte nell’astrazione delle cifre,
tenevano assai poco conto di ciò che la guerra aveva mutato nella vita sociale
di uomini e donne, nei loro costumi, nei loro sentimenti. Non era del tutto
automatico, affermavano alcuni, che le donne, anche se in eccedenza, si
sarebbero accontentate di essere scelte secondo algidi criteri eugenetici.
Molte cose erano cambiate nel mondo dei sentimenti umani e della
famiglia. E vi era chi ammoniva a non lasciarsi trascinare troppo in là
sull’onda delle astrazioni e a considerare le donne un po’ più che delle
semplici incubatrici: «l’enorme mortalità mascolina, cagionata dalla
guerra, accrescerà quella eccedenza numerica delle donne sui maschi, che
è il fondamento demografico del femminismo, e renderà con ciò più intensa
l’agitazione femminista e più incalzanti le sue rivendicazioni. Sarà dunque
necessario che lo Stato si preoccupi della sorte di tante disoccupate sessuali,
cui la guerra avrà negata ogni possibilità di accasarsi, e schiuda loro per
sempre quegli impieghi industriali e professionali, monopolizzati fin qui
normalmente dalla cupidità mascolina»154.
Gini e Savorgnan, comunque, potavano contare su un appoggio esteso155
nonostante le inevitabili critiche. Persino i demografi più scettici, come
Boldrini156, che intravedevano gli estremi di un mito della “generazione

153) F. Cazzamalli, Guerra e degenerazione etnica, in «Quaderni di psichiatria», luglio 1916.


154) A. Loria, Fra i problemi del dopoguerra, in «Nuova antologia», giugno 1918.
155) Vedi ad esempio G. Del Vecchio, Questioni di teoria economica relative alla guerra, in «Giornale degli
economisti», agosto 1916 e L. Amoroso, Il costo della guerra, in «Giornale degli economisti«, dicembre 1916.
156) M. Boldrini, I figli di guerra, in «Rivista d'Italia», aprile 1916.

105
perduta” nel rallentamento della fertilità relativa dei reduci, erano costretti
altrove a constatare la sostanziale tenuta degli indici di fertilità dei soldati
durante le licenze. Nel momento più duro del combattimento gli uomini non
sembravano aver sofferto dei danni disgenici. La fecondità degli uomini in
licenza dal fronte, tenuto condo dell’inevitabile crollo verticale, era addrittura
«poco più di un terzo superiore a quella teorica, la supera da un decimo a
dieci decimi a seconda delle età». Tutti questi dati erano certamente
confortanti. Ma, si chiedevano alcuni, era poi vero che l’aumento della
popolazione fosse auspicabile per il futuro della generazioni che sarebbero
nate dopo la guerra?
Era una domanda non da poco. Gli eugenisti d’accordo con Gini, infatti,
consideravano intrinsecamente buona l’elevata natalità. E implicitamente
consideravano le guerre come parte del meccanismo eugenetico, come
elementi di controllo degli eccessi di popolazione. Ce n’era abbastanza
perchè i pochi e dispersi sostenitori del neomalthusianesimo italiano avessero
qualche cosa da replicare157.
Gli argomenti dei neo-malthusiani non erano nuovi: essi sostenevano che
proprio la fertilità delle nazioni era stata la causa del massacro del 15-18.
L’eccesso di popolazione sulle risorse, la fame cronica, aveva imposto alle
nazioni lo scontro. A causa dell’aumento della popolazione sulla base di un
aumento esclusivo dell’industria e del terziario, la Germania era diventata
«una caldaia troppo riscaldata», che sarebbe inevitabilmente esplosa:.
«l’industrialismo, il protezionismo, il militarismo sono gli esecutori di un
piano che si elabora inconsapevolmente sotto la pressione dell’aumento
eccessivo di popolazione». Erano argomenti vecchi, ma che non avevano
perso la loro efficacia. Ciò che vi era di nuovo in Italia era la formidabile
occasione che si presentava allorché la popolazione era diminuita e
soprattutto le risorse militari e l’aggressività degli imperi si erano
momentaneamente esaurite. Bisognava cogliere il momento eccezionale e
mantenere la situazione demografica bloccata.
Gini veniva esplicitamente sconfessato: «ammessa pure la stabilità del
libero scambio universale e garantita la porta aperta ai capitali, alle merci
od agli uomini emigranti, ciò non farebbe che ritardare di poco la
catastrofe trasformando la guerra ordinata degli eserciti regolari in una
generale e più mostruosa guerra civile (…) Gini, ne I fattori demografici
dell’evoluzione delle nazioni dice che “emigrazione e guerra servono di
sfogo all’esuberante riproduttività delle classi più prolifiche”, ma è

157) S. Giorni, Il neo-malthusianismo e la guerra mondiale, Firenze, 1920.

106
evidente che ove tale riproduttività non trova freni, l’emigrazione, così
come il libero scambio delle merci (…) farebbero soltanto differire la
guerra fino al non lontano sovrappopolamento del globo».
Unica soluzione realmente eugenetica, ammonivano i neomalthusiani, era
perciò una sola: «deve cessare la corsa pazza all’esportazione di manufatti
che porta seco la corsa pazza agli armamenti e rende inevitabile la guerra.
E ciò sarà possibile solo con la limitazione delle nascite».

La nipiologia eugenetica postbellica

Dalla parte dei più preoccupati per gli effetti duraturi e deleteri della
guerra si schierò Giuseppe Sergi.
Scriveva infatti: «la Società Eugenica di Londra ultimamente di ciò
(degli effetti della guerra n.d.r.) si è occupata (…) le conclusioni di tali studi
sono state, a parer mio, molto limitate, perchè si sono ristrette al possibile
effetto della mortalità degli uomini giovani e robusti (…) Se il danno e il
male si limitassero a questi ora detti, sarebbero temporanei soltanto (…)
ma non è così: gli effetti sono molto più gravi»158.
Sergi si distaccava moltissimo dalla visione ottimistica di Gini. Da
antropologo aveva sempre considerato il problema dell’eugenetica come un
fatto indipendente dallo stadio di “anzianità” della popolazione. Per lui la
vera chiave di lettura privilegiata era stata da sempre il rapporto tra uomo e
ambiente. Era evidente, dal suo punto di vista, che la guerra aveva costituito
una alterazione potente dell’ambiente, una distruzione delle risorse che
alterava profondamente le caratteristiche ereditarie dell’uomo. E fin dal
Congresso Internazionale di Sociologia di Roma del 1912, aveva sostenuto
che le cause della caduta della fertilità delle popolazioni (l’esempio portato
era naturalmente la Francia) fossero legate alle guerre. In Francia infatti i
tassi erano incominciati a crollare ben prima che la propaganda
neomalthusiana avesse mietuto le proprie vittime: non si poteva imputare agli
opuscoli Lega Malthusiana nata a Parigi nel 1896 la responsabilità per la
caduta della fertilità dell’11 per mille di una intera nazione nell’arco di un
secolo. Occorreva una concausa. E questa poteva essere una soltanto: la
guerra; o meglio, la serie di guerre che aveva costellato il secolo
diciannovesimo della Francia.

158) G. Sergi, L'eugenica e la guerra, in «Nuova antologia», maggio 1916.

107
Altre spiegazioni non funzionavano ugualmente bene per chiarire le
sterilità relative. Ad esempio la teoria degli ibridi (che sosteneva che la
sterilità derivasse dalla mescolanza razziale) portata avanti da Vacher de
Lapouge, l’antropologo francese del XIX secolo, non reggeva, secondo
Sergi, il peso della dimostrazione: « il fenomeno dell’ibridismo delle
popolazioni non è della Francia soltanto, ma di tutta l’Europa, e quindi i
fenomeni della sterilità dovrebbero essere comuni alle altre nazioni
europee, e questo non avviene».
Viceversa, dopo lunghe e continue guerre il fenomento della sterilità delle
popolazioni era tutt’altro che un fatto locale o straordinario. L’italia di
Cesare Augusto, commentava Sergi, continuamente coinvolta in guerre,
aveva dovuto ben presto vergare leggi contro i celibi. Così la Francia e la
Spagna di Filippo II e Carlo V. Così le grandi monarchie orientali, come la
Persia e la Siria. E ancora e soprattutto la Francia dopo le guerre
napoleoniche.
Nei conflitti secondo Sergi il “perturbamento biologico”, andava sempre
oltre l’effetto della distruzione fisica delle generazioni giovani. Si aveva
sempre un aumento vertiginoso dei traumi psichici che coinvolgeva l’intera
popolazione, un aumento di ansie e dolori di ogni sorta, aggravati dalla
miseria a cui era sottoposta la popolazione, costretta a nutrirsi di «pane da
cani»: chi poteva sapere con precisione quali erano stati in passato gli effetti
negativi di una alimentazione deprivata sul “plasma germinativo” dei
genitori maschi, si domandava Sergi. Troppo poche ricerche si erano
compiute.
Dunque la guerra era un fattore ambientale potentemente disgenico. E
quindi che cosa si sarebbe dovuto fare per arginare i danni ecologici che la
guerra aveva arrecato all’Italia ?
Sergi, lasciando per un attimo il rigore scientifico, rinnova per rispondere
a questa domanda la sua piena fiducia nell’eugenetica159: «questa conclusione
non ha significato pessimistico per quanto si riferisce agli effetti della
nostra guerra, che è difficile e dura (…) possiamo assicurare che l’Italia
per la eugenesia è in piena efficienza (…) L’eugenica, nel grave momento
in cui siamo deve soprattutto aver cura di conservare gli elementi sani
molto più che di reintegrare gli elementi che hanno già affezioni morbose».
Il danno maggiore che la guerra aveva compiuto era il peggioramento
evidente della qualità fisica e psichica degli uomini mobilitati: non era tempo,
secondo Sergi, di preoccuparsi di verificare se effettivamente le condizioni

159) G. Sergi, I doveri presenti della eugenica, in «La nipiologia», aprile 1917.

108
ambientali estreme avessero peggiorato i caratteri ereditari dei soldati ma
bisognava ragionare come se questo assioma fosse comunque provato. La
dottrina della ereditarietà presentava difficoltà di applicazioni «teoriche e
pratiche troppo grandi per essere superate», e bisognava agire
immediatamente ripristinando delle condizioni ambientali buone per gli
elementi che la guerra aveva risparmiato. La vera eugenetica stava perciò
anzitutto in un vigoroso sostegno alle fatiche della nipiologia160 e della
pediatria in genere, le cui regole «varranno per ogni tempo e per ogni epoca
e sono e devono essere di guida per l’Eugenica». Ancora una volta la serie
dei rimedi eugenetici privilegiati di Sergi ritorna pressochè identica a quella
proposta nel 1889 ne «Le degenerazioni umane»: difendere il lattante ed il
fanciullo dalle insidie delle malattie in generale e della tubercolosi,
promuovere l’allattamento materno piuttosto che l’allattamento mercenario,
stroncare sul nascere le infezioni virali e soprattutto insistere vigorosamente a
che una buona alimentazione venisse concessa a chiunque nella nazione
nonostante le privazioni dovute alla guerra. Facendo crescere sani i bambini
rimasti si sarebbe creata una classe di riproduttori perfetta per il futuro.
L’alimentazione fu il vero punto di forza della proposta eutenica di
Sergi: «incombe allo stato, ai dirigenti, a tutti coloro che hannno potere,
mente e cuore, di sorreggere il popolo nel grave e difficile cimento (...) sia
conservata sufficiente l’alimentazione per ogni classe nelle città e nelle
campagne».
Lo Stato aveva il dovere di intervenire ove la semplice filantropia (che
Sergi tuttavia trova modo di lodare ampiamente) rischiava di parcellizzare e
vanificare gli sforzi. L’alto prezzo dei generi alimentari durante e dopo il
periodo bellico era, secondo Sergi, il nemico principale da combattere in
nome dell’eugenetica. Esso era la causa della denutrizione, che portava con
sé la scarsa resistenza alle affezioni morbose per le quali la popolazione
restava infine «diminuita del potere eugenesiaco, che sarebbe un effetto
finale gravissimo».
Dal lato nipiologico e pediatrico l’alimentazione era decisiva, avvertiva
Sergi. Meno negli adulti, che dai 20 anni, a maturazione completa, erano in
grado di sopportare meglio le privazioni e non rischiavano di subire
alterazioni disgeniche da carenza di cibo.
Non che questi individui, comunque, fossero immuni da rischi generici di
disgenìa: per la generazione che sarebbe sopravvissuta al conflitto Sergi
indicava come “eugeneticamente” indispensabili aria, luce, pulizia, igiene

160) G. Sergi, La guerra e la preservazione della nostra stirpe, in «Nuova Antologia», novembre 1917.

109
della persona e dell’abitazione. E movimenti liberi a volontà: il suo sogno era
l’istituzione di «campi di ginnastica poco lontano dalla città».
Per i giovani della borghesia vi erano poi direttive euteniche specifiche.
Parecchi di loro che sceglievano la via dello studio e l’università, sostenne
Sergi, erano veri e propri esempi di disgenìa consapevole: «già a 20 anni un
giovane è maturo per il matrimonio, a 24 dovrebbe avere una famiglia,
essendo nel maggiore periodo attivo della discendenza». E invece «per
raggiungere una laurea (…) deve impiegare 16 o 18 anni di studio e vi
arriva a 22 o 24 anni di età senza poter mettere in opera la sua energia
giovanile». Per di più ficcandosi il più delle volte, notava sconsolatamente
Sergi, nei meandri di una vita disordinata che portava alle malattie sessuali.
Se gli studi fossero serviti a qualcosa il rischio disgenico sarebbe stato
tollerabile. Ma essi, affermava Sergi, erano ammucchiamenti di nozioni vaghe
ed inutili: «l’esperienza insegna che tre quarti di ciò che si insegna (…)
vanno perduti o lasciano reminiscienze soltanto». A che scoposi cercava di
risparmiare una generazione dei giovani scampata al macello della
degenerazione bellica se poi l’istruzione scolastica li mummificava per anni?
Meno scuola, anzitutto e più lavoro: «più densità e meno estensione di
materia, più lezioni opportune che conducono allo scopo, meno lezioni
vaghe (…) Il lavoro è anche igienico».

La critica di Colajanni

Nonostante l’eutenica postbellica di Sergi fosse tutto sommato blanda


cosa rispetto a soluzioni eugenetiche ben più drastiche, le critiche non
mancarono.
Napoleone Colajanni puntò il dito161 contro l’affermazione di Sergi che
fossero le guerre susseguitesi nella storia di Francia la causa della sua sterilità:
«ho combattuto da circa 30 anni le spiegazioni antropologiche dei
fenomeni sociali e demografici (…) oggi a non darmi ragione non restano
che pochi fanatici lombrosiani, che diminuiscono ognora di più di numero
e di autorità».
Colajanni volle dimostrare che la caduta di natalità fosse un fenomeno
esclusivamente volontario che non dipendeva nè dalle guerre nè dalla
degenerazione biologica legata alle cattive condizioni ambientali. Era il
risultato di un comportamento deliberato e reversibile, che non aveva

161) N. Colajanni, La guerra e la degenerazione biologica della Francia, in «Nuova antologia», luglio 1916.

110
intaccato la forza generatrice della razza francese. Ma non solo: era anche il
risultato di un comportamento maturo e socialmente responsabile rispetto ai
bisogni delle generazioni future. Lungi dall’essere – come affermavano i più
– una nazione “morente”, la Francia piuttosto si rivelava una nazione più
civile di altre: una nazione che si preoccupava di allevare solo i figli che
poteva nutrire.
La spiegazione antropologica della sterilità dovuta alle guerre era,
secondo Colajanni, «assolutamente errata, per non dire fantastica»: diverse
nazioni tra cui Australia, Nuova Zelanda e Stati Uniti, pur avendo goduto di
grande benessere e periodi di pace anche molto estesi, avevano avuto
diminuzioni consistenti dei tassi di natalità. Di più: la stessa Germania,
coinvolta insieme alla Francia nelle medesime guerre alle quali Sergi aveva
dato tanto potere disgenico, dimostrava di avere avuto, viceversa, una caduta
di natalità visibilmente inferiore. E le cifre della superiorità tedesca erano
sotto gli occhi di tutti. Il punto era un altro, affermava Colajanni: Vacher de
Lapouge e Sergi lavoravano coscientemente con presupposti del tutto falsi e
deliberatamente proditori. E la smentita delle premesse veniva da loro stessi.
Era stato proprio Sergi infatti, affermava Colajanni, ad ammettere che la
natalità fosse maggiore tra il proletariato, dove miseria, sporcizia e
malnutrizione erano diffusissime. L’ambiente e la nutrizione evidentemente
non modificavano il «potere genesiaco».
Tutto il dibattito sulla denatalità francese, concludeva Colajanni, era da
porsi sul piano esclusivamente culturale: era vero, come diceva Sergi, che
non era stata la propaganda neomalthusiana a forzare le coppie alla
contraccezione, ma neppure erano state le guerre. Si trattava di
comportamenti spontanei che la propaganda neo-malthusiana non faceva che
ratificare e aiutare, in uno scenario che dipendeva dalla urbanizzazione e
dallo sviluppo industriale. E dall’egoismo dei singoli.
Ma in definitiva diminuzione volontaria delle nascite costituiva un
elemento contrario all’eugenetica o no? Colajanni lasciava aperto il quesito:
non era questo il punto. L’aspetto eugenetico del discorso di Sergi,
incredibilmente, non lo interessava. Il suo scopo nell’intervenire nella
polemica era impedire che il determinismo antropologico lombrosiano si
impadronisse, anche nel caso dell’eugenetica postbellica, di territori pertinenti
prettamente alla politica.

Contro proposte “becere”: Agostino Gemelli

111
Se in Colajanni l’eutenica di Sergi trovò un forte avversario, in Agostino
Gemelli trovò un insospettabile alleato, nonostante il religioso avesse criticato
duramente il maestro di Sergi, Lombroso.
Anche Gemelli (come moltissimi del resto) conveniva nel considerare162
che la Francia neomalthusiana per ricostruirsi avrebbe dovuto impiegare
parecchio tempo. Meno tempo sarebbe stato necesario all’Italia, «data la sua
prolificità». Sergi aveva pienamente ragione a sottolineare le cause
biologiche del fenomeno della denatalità francese (sebbene avesse ragione «in
parte» sulle cause in se stesse), anche se sottovalutava in pieno l’imponenza
dell’assalto della propaganda neomalthusiana all’istituto della famiglia. Come
pure aveva ragione, affermava ancora Gemelli, a guardare con grandissima
preoccupazione i disagi alimentari e psicologici che derivavano dalla guerra e
ad inserirli in un quadro disgenico coerente. Certo occorrevano le dovute
cautele: la guerra aveva una importanza come fattore disgenico, ma questa
importanza, secondo Gemelli, era molto più circoscritta di quanto pensasse il
noto antropologo.
La linea di vedute dei due studiosi era omologa, sulla necessità di
combattere le pratiche neomalthusiane e soprattutto circa la tutela eugenetica
dei figli di guerra. Secondo Gemelli figli della guerra erano una occasione
eccellente per mettere alla prova la bontà delle teorie della nuova scienza
eugenico-nipiologica e, inoltre, per restaurare da zero la struttura morale
delle famiglie.
Come sarebbe stata la prole generata da padri-soldati duramente provati
dal conflitto? Non lo avremmo mai saputo con certezza, affermava Gemelli.
Quel che si poteva intuire era che le probabilità erano, come afferma Sergi,
del tutto contro di essa. Occorreva accettare questi figli così come erano e
ripararne i danni ereditati dai genitori con il contrappeso di una tutela igienica
strettissima durante la crescita: «se non possiamo neutralizzare tutte le
conseguenze che la guerra in questo campo determina, tuttavia noi
possiamo fare molto».
In cosa consisteva questo “molto”? Anzitutto nel condannare con forza
le proposte assurde e criminali che, con la scusa dell’urgenza bellica,
piovevano sugli eugenisti. Proposte «luride, becere e indegne di ogni vivere
civile», come la poligamia, le selezioni artificiali di coppie, le riproduzioni
forzate, o le agenzie matrimoniali “pro-riproduzione” per reduci di guerra,
sorte in Germania e in Inghilterra.

162) A. Gemelli, Eugenica e guerra, in «Vita e pensiero», settembre 1916.

112
Si sarebbe dovuto riorganizzare piuttosto la famiglia su basi razionali,
con grande attenzione e metodi incoraggianti piuttosto che repressivi:
«ritengo che pur dovendosi dare importanza ai rimedi eugenici negativi
(quelli cioè che servono ad impedire le unioni matrimoniali capaci di dare
origine ad individui malati), deve essere riconosciuto che l’aumento di
natalità di una nazione non si può ottenere con provvedimenti legislativi e
sociali». Gemelli fu ben lieto di schierarsi dalla parte degli eugenisti che
combattevano la contraccezione. E fu allo stesso modo ben lieto di verificare,
con Sergi, il fatto che un aumento eugenetico della natalità postbellica non
potesse partire “dall’alto”, non potesse sperare di funzionare cadendo in
forma di imposizione legislativa su una popolazione stremata dalla guerra.
Occorreva rifondare profondamente la Città dell’Uomo, distrutta fisicamente
e moralmente dalla guerra, creando anzitutto una «eugenica della morale» e
della famiglia, prima di una eugenetica dei corpi.
Ma la guerra (e Gemelli medico non potè ignorare questo dettaglio)
aveva messo in circolazione un numero notevole di individui fisicamente
prostrati, malati, sovraffaticati. Essi potevano forse essere in buona fede,
potevano addirittura essere uomini di grande Fede cattolica, uomini
esemplari: ma restavano un pericolo concreto per l’istituto della famiglia.
Come frenare l’aumento di matrimoni disgenici se il Legislatore non poteva
intervenire ?
Per la prima volta qui Gemelli esce in campo aperto con ampie
affermazioni sul «controllo della nascite secondo la dottrina cattolica». Era
necessario, affermava, utilizzare una efficace propaganda per convincere gli
uomini di buona volontà che fossero stati riconosciuti disgenici a imporre a
se stessi, cristianamente, il celibato volontario. Occorreva una propaganda di
«idee, di dati scientifici, ovvero promuovendo provvedimenti legislativi,
sociali ed economici». Qui Gemelli, ai primi seri approcci con l’eugenetica,
appare ancora possibilista circa un ruolo propositivo dello Stato rispetto alla
tutela della futura prole non ancora concepita. Con l’andare del tempo,
entrando più a fondo negli aspetti cristiani dell’eugenica, Gemelli osteggiò del
tutto azioni dello Stato di qualsiasi natura, che andassero in senso contrario
alla libertà di contrarre matrimonio. E auspicò che i cristiani seguissero una
linea intransigente di sfida alle pratiche neomalthusiane combattendo la
diffusa immoralità: «il miglior provvedimento eugenico del dopo guerra (…)
consiste nel ricollocare la famiglia sulle sue naturali basi». La strada
dell’eugenetica cattolica era già tracciata.

113
Eugenetica e psichiatria di guerra

La retorica che durante la guerra taluni conferenzieri regalarono a piene


mani agli uditori appariva, ironicamente, elogio delle virtù curative delle
battaglie che rendevano inutile l’eugenetica: «osservo che la guerra è un
male necessario, come l’unico mezzo, socialmente possibile, di risolvere le
controversie internazionali (…) non solo nel duro cimento delle fatiche
militari rinvigorisce il corpo, ma ritempra lo spirito, educa il cuore, spinge
l’uomo ai più sublimi altruismi e tramuta il più umile soldato in eroe,
forma la coscienza e disciplina nazionale»163.
In realtà, fuori dalle illusioni della propaganda, il conflitto - ben lungi
dall’aver tramutato “il più umile soldato in un eroe” - piombò sulla mente
dei soldati italiani come un peso gravissimo, portando un grave fardello alla
psichiatria e, attraverso questa, di nuovo all’eugenetica. Si poteva dire con
certezza che la lunga vita di trincea non avesse prodotto nuove forme di
alienazione ereditarie?
Il problema eugenetico della psichiatria in ambito militare passò
attraverso la creazione di un Servizio Sanitario Psichiatrico dell’esercito,
istituzione a cui lavorarono l’eugenista Enrico Morselli ed il figlio Arturo. Il
Servizio Psichiatrico fu una sorta di esperimento di “pronto soccorso
psichiatrico” in zona di guerra, che ben presto si trovò di fronte ad una
messe di dati scientifici realmente imponente, dati che per certi versi erano
preziosi anche per l’eugenetica. In maniera epidermica praticamente
chiunque era convinto che lo stato di guerra potesse provocare disordini
psichici spropositati e che questi si sarebbero trasmessi alle generazioni
future164, ma quantificare e descrivere precisamente165 questa impressione era
qualcosa di ben diverso, qualcosa che solo medici sul campo come i Morselli,
facendo riferimento ai dati raccolti dal loro ambulatorio, erano in grado di
fare.
Gli effetti devastanti del conflitto sulla psiche erano davvero parecchi:
andavano dalla «ipnosi da combattimento, in cui il soldato inebetito ed
incosciente continuava a compiere movimenti di sparo del fucile» alle
forme più complesse e gravi di epilessia. Si andava dalle forme più o meno

163) A. Andreotti, Guerra e criminalità, Verona, 1916.


164) Cfr, per esempio L. Ferriani nel volumetto di A. Andreotti sopra citato: «la guerra è fattore vigoroso di
criminalità per via indiretta, specie nella classi inferiori: l'alcool, le forzate astinenze sessuali, spingono l'uomo
alla procreazione, che essendo aggravata dallo shock morale provato dal soldato in guerra, determina quasi
sempre la nascita di una prole anormale e proclive al crimine».
165) A. Morselli, Psichiatria di guerra, in «Quaderni di psichiatria», marzo 1916.

114
gravi di astenìa, cagionate da «strapazzi, fatica, scarsità di sonno» e
complicate da vistosi deperimenti organici, a stati allucinatori diversissimi,
con rievocazione continua delle esperienze belliche. Dagli stati depressivi
generali e generici, caratterizzati da preoccupazioni ossessive per la famiglia
lontana e «depressione ansiosa con idee deliranti di rovina, di incapacità
ed anche di suicidio», ai quadri clinici misteriosi, implicanti paralisi,
convulsioni, tremori, emiplegìe, spesso dall’eziologia inspiegabile. Gli
psichiatri si resero ben presto conto che la quantità di danni mentali legati
direttamente od indirettamente alle operazioni militari non poteva essere
affrontata facilmente con i sistemi collaudati della medicina di pace.
Un caso tipico in questo senso era quello della “neurosi traumatica”166,
una situazione di nevrosi grave, di spavento cronico, scatenata da ferite di
lievissima entità. L’importanza particolare di questo tipo di quadro clinico
per la psichiatria e l’eugenetica stava proprio nel legame particolarissimo che
veniva a stabilirsi tra una causa derivata direttamente dalla situazione bellica,
e un quadro clinico profondamente alterato, la prova più schietta di un
probabile effetto “disgenico” della vita di trincea. Nel complicato quadro
della medicina di guerra, in cui gli psichiatri militari si muovevano spesso con
difficoltà, dovendo esercitare il più delle volte l’ingratissimo compito di
scovare coloro che simulavano la malattia, gli eugenisti si muovevano con
difficoltà ancora maggiore, ponendosi il quesito se anomalie come la nevrosi
traumatica si ereditassero e in che misura.
In generale la psichiatria riusciva solo a distinguere due grandi categorie
in cui inserire i malati mentali: i potenziali squilibrati per eredità, individui
apparentemente normali che la guerra rivelava come degenerati, ed individui
normali, che ricevevano dalla vita di trincea una impronta di degenerazione
indelebile. I primi rientravano già da tempo nel novero dei potenziali pericoli
indicati dagli eugenisti e non avevano in fondo veramente a che fare con
l’eziologia bellica poiché il loro stato di degenerazione veniva da direzioni
differenti (e le vie principali erano, inutile dirlo, la sifilide e l’alcoolismo): «se
la guerra in molti soggetti esercita un’azione detrerminante diretta, in
molti altri, per contro, non può avere che un’influenza generale come
fattore o predisponente od anche solo aggravante una condizione morbosa
preesistente».
I secondi, le persone normali che ricevevano dalla guerra un’impronta
indelebile, erano un gruppo più vasto e fluido e, soprattutto, più interessante
dal punto di vista eugenetico. La reale portata delle conseguenze dei loro

166) G. Boschi, La neurosi traumatica in guerra, Milano, 1918.

115
momentanei squilibri era difficilmente immaginabile e comunque era il
risultato ultimo di uno stato di degrado psichico imputabile sempre e solo
all’ambiente e alla modernità: «questa guerra è combattuta da individui resi,
dall’intensa e febbrile vita moderna più che in passato eretistici e
nevrastenici (…) Tutti questi combattenti trovasi in istato di minor
resistenza del sistema nervoso ad ogni trauma psichico»167. Per essere già
stati provati dalla vita militare o per avere un’età troppo avanzata che li
faceva allontanare con difficoltà dalla vita civile o per essere padri di famiglia
preoccupati per la sorte dei propri congiunti, questi uomini pativano l’effetto
di una tempra mentale indebolita e questo spiegava l’aumento del numero di
persone sane che manifestavano squilibri improvvisi nel corso del conflitto.
La loro malattia poteva essere riassorbita, ma nel suo stato latente la ferita
psichica avrebbe costituito una fonte di preoccupazione eugenetica.
La discendenza di entrambe i gruppi di ammalati poi, ne erano convinti
praticamente tutti168, sarebbe stata sicuramente ereditiera di tare più o meno
gravi. Nei primi, infatti, «nei predisposti per tara ereditaria e nei malati
latenti di sistema nervoso, scoppiavano facilmente crisi neuropsicopatiche
gravi sotto l’influenza del trauma emozionale, che non significava sempre e
semplicemente esaurimento, ma bensì disintegrazione del chimismo dei
delicati congegni nervosi, turbata espressione dei prodotti di ricambio (…)
onde essi come generatori appoteranno nel crogiuolo della vita il loro
aggravato disordine neuropsichico», e i secondi «la massa dei
congenitamente sani che la guerra può rendere specificamente neuropatici
e psicopatici», come genitori non sarebbero stati certamente migliori: «tutte
le influenze nocive dell’ambiente possono indurre, in primo o secondo
tempo, una incapacità organica o funzionale in determinate zone strutturali
(…) Il patrimonio biologico ereditario è affidato soprattutto ai centri
nervosi superiori; una falla di detto patrimonio conturba il valore
qualitativo e quantitativo che originariamente un individuo possedeva, sì
che esso non può più trasmettersi inalterato ai figli(…) Ne deriva che non
la malattia del procreatore genera la malattia del procreato, ma sibbene,
attraverso la filiera nervosa, una speciale minor resistenza che si è
convenuto chiamare predisposizione (…) Dunque: degenerati non si
diventa mai, si nasce; si diventa invece degenerogeni».
E quindi cosa occorreva fare? Quali sarebbero state le linee di intervento
che la psichiatria pratica proponeva all’eugenetica per salvare il salvabile? La

167) S. Patellani, Eugenetica e guerra, Genova, 1915.


168) F. Cazzamalli, Guerra e degenerazione etnica, in «Quaderni di psichiatria», luglio 1916.

116
cura dei singoli soggetti ricoverati negli ambulatori, era facile intuirlo, non
sarebbe stata sufficiente a impedire la propagazione del male sotto
l’apparente normalità. E dunque?
Una vera linea di intervento pratica non fu mai proposta. Il problema
della permanenza delle ferite psichiche di guerra, affermato come dato di
fatto, fu presto spinto da parte. Nessun medico sarebbe stato disposto ad
andare fino in fondo nelle conseguenze dell’affermazione che i traumi
occasionali modificavano in modo permanente le caratteristiche ereditarie,
suggerendo ad esempio di sterilizzare gli epilettici di guerra. Nel passaggio
alla teoria alla pratica parecchie certezze scientifiche andavano perdute.
Morselli non riteneva che la psichiatria fosse in grado di imporre quello
che definiva «pragmatismo eugenistico». Era piuttosto orientato a pensare,
con Sergi, che così come l’ambiente di guerra guastava i riproduttori, la
permanenza dei soggetti in un ambiente sano in tempo di pace avrebbe
riportato naturalmente le cose al loro posto. La linea di intervento auspicata
da Morselli fu quella di potenziare solo le occasioni educative e incentivanti.
Nel momento in cui tanta parte della società (e in particolar modo i
sostenitori dell’igiene sociale) si batteva per il reinserimento sociale e la cura
dei reduci dal fronte, qualsiasi iniziativa in senso coercitivo non avrebbe
avuto alcun futuro: «è la medicina sociale che si invoca; ebbene, questa
ragiungerà i suoi effetti migliori solo quando potrà svolgersi in un
ambiente adatto, che non è certo quello di violenza brutale ora all’apogeo
per merito e con cinico vanto instaurato dalla Teutonica e bugiarda
“Kultur”». E questa linea proposta da Morselli sarebbe stata prontamente
ripresa proprio da una delle istituzioni che più si diedero da fare a favore
della medicina sociale e dell’eugenetica: l’Istituto Italiano di Igiene,
Previdenza e Assistenza Sociale.
Proprio sul tema del recupero eugenetico dei reduci, infatti, Ettore
Levi169 avrebbe chiesto il sostegno dello Stato: «la guerra guerreggiata ci ha
lasciato, come abbiamo visto, un numero grandissimo di questi sacri
residui umani (…) che la società futura dovrà, con paziente opera
ricostruttiva, rieducare alle attività compatibili con le loreo energie
residuali (…) Quel Governo che dell’esperienza di guerra saprà fare tesoro
per l’avvenire della Nazione, avrà realmente iniziata l’opera di
ricostruzione», citando poi Enrico Ferri, che in parlamento, incitava lo stato
a riutilizzare i “cascami umani” così come l’industria riutilizzava i cascami di

169) E. Levi, Bilancio umano della guerra italiana, in «Il mondo», febbraio 1922.

117
cotone. Per parte sua poi, Giuseppe Tropeano170 indicava nella medicina
sociale la disciplina più utile al paese nell’«epoca così tragica e devastatrice».
La base su cui la medicina sociale confidava per la ricostruzione era la
«mirabile potenza di reintegrazione spontanea della razza», proficua base
su cui la filantropia pubblica «da individuale e famigliare si farà collettiva,
da palliativa deve divenire curativa e preventiva, non più empirica ma
sistematica, avrà propri metodi di diagnosi, di accertamento e di cura: la
filantropia operosa raggiungerà allora la dignità e l’importanza di
funzione fondamentale degli organismi politici ed amministrativi»171.
E non era da credere che questa invocazione allo Stato e
all’assistenzialismo eugenetico venisse da una sola parte politica. Si legga ad
esempio Colajanni172: «la grande guerra avrà avuto pur sempre da effetto di
dilatare sensibilmente le funzioni e l’ingerenza dello Stato(…) perchè
questa dischiuderà ai gioverni compiti più nuovi e più vasti di rinnovazione
civile (…) la teoria del “lasciar fare” è sepolta, senza possibilità di
risurrezione».

In margine al conflitto : disgenìa come arma?

Durante il conflitto dall’utilizzo in chiave propagandistica dei fatti più


atroci, strani e inquietanti contro il nemico, meno che altri riuscirono a
sottrarsi gli argomenti di natura sessuale: la stampa amplificava a dovere
anche le notizie più improbabili, alimentando sospetti che venivano accolti
con facilità e grande preoccupazione anche dagli studiosi più cauti. Nel caso
dell’Italia è da segnalare la forte impressione che suscitò tra gli eugenisti il
sospetto che i soldati tedeschi stessero mettendo in pratica tra la popolazione
del Belgio un consapevole progetto di pulizia etnica attraverso lo strumento
della violenza sessuale.
Nel momento in cui i tedeschi avevano invaso il Belgio, più precisamente
dopo la caduta di Lovanio e il bombardamento di Reims, sui giornali europei
erano comparse inquietanti notizie di stupri di massa perpetrati dall’invasore
nei confronti delle donne belghe. Violenze che riguardavano, oltre alla
popolazione civile, anche interi conventi di religiose, presi letteralmente
d’assalto dai militari tedeschi. L’impatto sulla opinione pubblica europea di
questi fatti fu enorme ed ebbe presto vita facile il sospetto che le violenze

170) G. Tropeano, Ricominciando, in «La medicina sociale», n° 9, 1919.


171) E. Levi, Valori umani e Difesa sociale, in «Il mondo»,gennaio 1922.
172) N. Colajanni, Fra i problemi del dopoguerra, in «Nuova antologia», giugno 1918.

118
avessero seguito un piano prestabilito: «in una nazione come la Germania,
dove la disciplina è ferrea, dove l’obbedienza più cieca regna sovrana ed
ogni tedesco è un automa, è evidente che il fatto risponde ad un
premeditato e duplice scopo: da una parte si vuole annichilire
coll’incendio e col saccheggio e con la strage le popolazioni indigene;
dall’altra si vuol sostituirvi cose e popolazioni tedesche»173. La stampa,
ovviamente, non faceva nulla per smontare questi sospetti, badando anzi a
tenerli vivi nel corso degli anni. Il Corriere della sera, ad esempio, pubblicò
nel 1916 un Ordine del giorno del Generale di Corpo d’Armata tedesco della
regione di Kalish in Polonia il quale, accogliendo le insistenze delle donne che
chiedevano soccorso per le gravidanze procurate da soldati tedeschi,
ordinava che i bambini nati da soldati tedeschi venissero mandati in
Germania, dove sarebbero stati allevati. Per ogni maschio la madre avrebbe
ricevuto 150 marchi, per ogni femmina 100 marchi. Le madri che avessero
tenuto con loro i bambini non avrebbero ricevuto alcun compenso174.
Vi erano alcuni175, tra gli eugenisti, che minimizzavano il fatto, e
consideravano che «gli effetti delle violazioni di poche decine di donne,
stuprate nei territori invasi, hanno minima importanza». Altri invece,
tralasciando magari l’aspetto sistematico e la presunta regìa occulta delle
violenze, si interrogavano su quali sarebbero stati gli effetti disgenici su
bambini nati da unioni tanto sventurate. In Francia immediatamente dopo il
fatto divampò la polemica e vi fu discussione sulle pagine della «Presse
médicale» di Parigi: si sostenne l’idea che in ogni caso non vi era nessun
bisogno di compiere analisi scientifiche per capire che i nati da violenze di
guerra sarebbero stati dei degenerati.
Il parere fu ripreso anche in Italia. Vi furono articolisti176 che
tempestivamente ripresero i dibattiti divampati in Francia sulla sorte dei figli
dell’orrore, sottolineando il fatto che il diritto alla loro esistenza fosse un
problema da mettersi esattamente sullo stesso piano morale del diritto di
esistenza di altre creature disgeniche: «si può forse giurare che il figlio di un
brigante rassomigli al padre: ma la legge non sopprime, per questo, il
figlio del brigante. Quante volte la moglie dell’alcoolico o del pervertito si
trova incinta, dovrebbe dunque abortire». Il problema degli stupri sistematici
di guerra, cessando di essere solo un problema pertinente alla umana pietà,

173) S. Giorni, Il neo-malthusianismo e la guerra mondiale, Firenze, 1920.


174) «Corriere della sera», 6 Febbraio 1916.
175) F. Cazzamalli, Guerra e degenerazione etnica, in «Quaderni di psichiatria», luglio 1916.
176) Vedi i due articoli non firmati intitolati L'enfant du crime doit il naitre e Ancora l'enfant du crime, i n
«Questioni Sessuali», aprile 1915 e maggio 1915.
119
per la inaspettata vastità era divenuto problema eugenetico delle nazioni
belligeranti. Commentava su questo punto Patellani: «comunque appaiono i
termini del problema, comunque la questione si risolva nessuno potrà
misconoscere i danni eugenetici determinati da tali obbrobri (…) Da tutte
codeste donne sventurate (…) non potranno nascere, per fatto di un
delittuoso incrocio non selettivo, dei bambini normali, robusti e sani».
A Parigi, per rimediare alla situazione delle donne belghe e francesi
violentate, dopo che il governo belga era fuggito in esilio, il senatore L.
Martin presentò un progetto di legge per depenalizzare l’aborto nei casi di
violenze da parte del nemico. Il provvedimento subì l’opposizione dura del
ministro dell’Interno Malvy e del Guardasigilli Briand, che risolsero la
questione ritirando gli infelici “enfants du crime” tra i bambini abbandonati.
Quello delle violenze di guerra, nel frattempo, era divenuto un problema
pesante. E sempre più si ventilava il sospetto che dietro i pretesti diplomatici,
la sistematicità degli stupri celasse il vero movente della guerra europea, la
vera chiave di lettura dell’aggressione tedesca: una invasione razziale e
“genetica” della nazione avversaria, che consolidasse, a guerra finita, la
supremazia militare, politica e biologica del popolo invasore sulla nazione
invasa. In Italia alcuni medici si mossero a sorpresa e a conti fatti giudicarono
che, in tempi di guerra, la soppressione degli embrioni concepiti così
disgenicamente fosse l’unica difesa possibile contro “l’arma demografica”
inventata dai tedeschi.
Luigi Maria Bossi, l’8 Marzo 1915 alla Regia Accademia di Genova
propose un ordine del giorno eloquente sulla questione che fu votato alla
unanimità : «La R. Accademia di Genova, udita la relazione del prof. Bossi
intorno ale condizioni morali e fisiche in cui si trovano le donne incinte per
spaventosa violenza perpetrata dai nemici in guerra, considerando :
1) che sono sempre assai relativi i criteri giuridici ed ostetrici che, a
seconda delle contingenti circostanze morali e sociali dei popoli, sono posti
a fondamento della incriminazione del procurato aborto;
2) che è giustamente profonda la commiserazione e la reazione che
desta nel sentimento pubblico la gravidanza che segue a qualsiasi barbara
violenza carnale sicchè può elevarsi il dubbio che la legge non sia
pienamente in armonia colla coscienza generale;
3) che talune ragioni potrebbero far pensare in simili casi alla
indicazione di aborto anche sotto il punto di vista terapeutico e profilattico
della gestante e sotto il punto di vista eugenetico e sociale;

120
4) che con dolorante insistenza la questione è agitata nei paesi
belligeranti ed in vario senso discussa;
Fa voti che presso i corpi scientifici competenti, presso l’opinione
pubblica e presso i poteri legiferanti dello Stato s’abbia a prendere in
considerazione il problema della scriminante nell’aborto procurato, avendo
riguardo delle eccezionali e gravi conseguenze della più bestiale delle
violenze».
Naturalmente, a distanza di anni, possiamo essere ragionevolmente sicuri
che non vi fosse alcuna regìa occulta dietro alle vergognose violenze
occasionali di tanti soldati. V’era soltanto il fatto che eserciti numericamente
enormi aumentassero in maniera altrettanto enorme i danni (funestamente
“abituali”…) che provocavano. Ma questo aveva poca importanza. Il fatto
decisivo è notare come oramai, nel 1915, l’argomento eugenetico fosse
decisamente attecchito nella vita scientifica italiana.
Nel bene e nel male.

121
Capitolo 7

1919-1924:
Igiene sociale e
“uomini nuovi”

La ripresa eugenetica degli anni venti

Il periodo trascorso dalla fine della guerra al 1924, la data del primo
Congresso Italiano di Eugenetica Sociale, fu per l’eugenetica italiana periodo
di consolidamento e di passaggio: passaggio dalla frammentarietà degli
interventi alla discussione più ampia, dalle prime impressioni alla volontà di
pianificare, da un terreno aperto di discussione al dialogo privilegiato con il
potere. In questo arco di tempo la nuova scienza divenne ufficialmente
conosciuta nell’Italia medica e scientifica. Non popolare ma nota, l’eugenetica
uscì dalla prima fase di curiosità benevola che le aveva consentito di mettere
radici, per sottoporsi alla prova di una critica più ampia e circostanziata.
Le premesse non erano delle migliori. Lo zelo dei primi eugenisti,
l’ottimistica dichiarazione di fiducia degli osservatori più o meno convinti
non erano riusciti a penetrare il muro di indifferenza scientifica che separava
il mondo latino da quello anglosassone. L’eugenetica italiana, poco compresa,
si trovava decisamente in pericolo di scomparire: «i provvedimenti legislativi
propugnati dagli eugenisti sembrano a molti delle utopie e delle
guasconate, sì che è facile combatterle, mettendole in ridicolo e
riducendole all’assurdo»177.
Scienza considerata ancora precaria, l’eugenetica degli anni venti si
impegnò in uno sforzo di propaganda e di allargamento del consenso che le
garantisse una sopravvivenza non effimera. Il Primo Congresso milanese di

177) U. Saffiotti, Eugenica e anormali, in «L'infanzia anormale», maggio 1920.

122
eugenetica del 1924 fu la prova che gli sforzi di sostegno alle nuove teorie, la
condanna esplicita del neomalthusianesimo, la decisa presa di distanza dagli
eccessi della scienza inglese, erano divenuti patrimonio solido degli studiosi
italiani. E che l’aperto scetticismo verso la nuova scienza si era circoscritto.
Il legame dell’eugenetica col fascismo (imperniato sul secondo Congresso
di Eugenetica Sociale di Roma, nel 1929, del quale presidente onorario fu
Mussolini) dovette molto a questa fase di ricostruzione della nuova scienza
nel primo dopoguerra, in cui l’eugenetica si collegò esplicitamente all’igiene
sociale. Ma quando eugenetica e regime strinsero i loro legami, lo scenario
aveva già subìto un cambiamento profondo: dal 1925 si era già in una
“seconda fase”, che costituisce storia a sé. Una vera e propria nuova
stagione ricca di discorsi e di fatti, ma fatta di voci tutto sommato appiattite,
senza vero dialogo, ben diversa dalla fase di “scoperta” dell’eugenetica
oggetto della nostra ricerca.
Le linee fondamentali dello scenario di questi anni di ricostruzione
postbellica sono sintetizzate in un volumetto del 1926 di Silvestro Baglioni, il
presidente della Società Italiana per lo Studio delle Questioni Sessuali178, che,
sottolineando l’incertezza perdurante delle basi teoriche e sperimentali della
nuova disciplina affermava: «solo quando queste leggi (di Mendel n.d.r..)
siano assurte alla dignità di leggi generali, inconfutabili e inoppugnabili,
potranno costituire la salda base teorica di una pratica applicazione (…)
l’eugenica potrà essere considerata nei suoi provvedimenti pratici di vera
utilità soltanto a patto che le leggi oggi note sulla genetica rappresentino
realmente un corpo unitario di dottrine, senza lacune e senza dubbi». Nel
vasto campo di incertezza che circondava il mendelismo, gli scienziati italiani
si schierarono di nuovo apertamente per un compromesso teorico che
salvasse l’influenza dell’ambiente: «non si può pensare che il sostrato
materiale sia sede a modo quasi dell’anello che rechi l’impronta del
suggello, di particolari proprietà morfologiche, siano esse finissime o
impercettibili, che rappresentano i caratteri somatici di eredità (…) i
cosiddetti caratteri ereditari, i quali finora, seguendo lo sviluppo storico
delle nostre scienze, sono stati prevalentemente considerati come fenomeni
o proprietà morfologiche, debbono essere considerati più specialmente
come funzioni e perciò l’eredità o trasmissione di doti paterne e materne
consistono nel passaggio di particolari caratteristiche del complessivo
metabolismo e del metabolismo specifico e funzionale dei diversi tessuti ed

178) S. Baglioni Principi di Eugenica, volume della «Piccola biblioteca di propaganda Eugenica» a.c della rivista
«Pensiero sanitario», Napoli, 1926.
123
organi». In altre parole non venivano trasmessi solamente i geni, come
affermavano i genetisti, bensì un insieme di strutture e metabolismi, di eredità
e di somatizzazioni acqisite, di cellule e di “modi di vita”. Un paradigma per
l’ereditarietà particolarmente intricato e non privo di lacune, ma per l’epoca
condiviso da molti179, e non privo di una certa solidità scientifica.
Sulla grande incertezza che invitava alla prudenza180, sul difficile
compromesso tra cromosoma ed ambiente, l’eugenetica italiana cristallizzò
su un “dubbio” sistematico. Di fronte ad essa lo Stato, ultimo referente
dell’azione eugenetica, e l’opinione pubblica, due difficili interlocutori:
«finché non conosciamo esattamente nella loro entità i diversi fattori
ereditari o biogenetici, non abbiamo il diritto di intervenire con leggi
limitanti la nascita dei figli che potrebbero essere anche organismi sani e
forti (…) l’intervento dello Stato in questa limitazione delle nascite trova,
d’altra parte, un potentissimo ostacolo, specialmente presso le nostre
nazioni che vivono di sentimento, in quella grande forza che è l’amor
filiale. Parlando dell’amore filiale intendo parlare dell’amore dei genitori
per i figli, che, come è noto, appare più sviluppato che ordinario nella
donna che nell’uomo, come senso della maternità».
Ristretta da vincoli molteplici l’eugenetica sceglieva le uniche strade
percorribili: l’appiattimento sull’igiene sociale (lotta alla tubercolosi, alla
sifilide, all’alcoolismo, agli stupefacenti…) e la propaganda educativa,
puntando al consenso popolare diffuso: «l’intervento dello Stato che miri al
controllo della prole, con scopo eugenico, potrà essere soltanto veramente
accettato dal popolo e dai cittadini, se otterrà da loro il consenso del
provvedimento, ossia se tutti riconosceranno giusti il fine e i mezzi. Il che
val quanto dire che ogni provvedimento di questo genere dovrà essere
conciliato coi sentimenti individuali genetici di tutti».
Su questo scenario immobile, passarono praticamente inosservati il
secondo Congresso Internazionale di Eugenica, tenutosi a New York nel
settembre del 1921, (nel quale gli italiani, con Gini, reagirono assai
freddamente all’eugenica razzista e sterilizzatrice degli Stati Uniti181), e le
«Journées Internationales d’Eugénique» del 1922 a Bruxelles182. Ed

179) Le basi scientifiche del movimento eugenico, in «Difesa sociale», dicembre 1925 (articolo non firmato).
180) Alcune critiche all'eugenica pratica, in «Difesa sociale» giugno 1928 (articolo non firmato).
181) Vi sono due volumi di atti del congresso: Eugenics, genetics and the family e Eugenics in race and state
(Baltimore, 1923). L'intervento di Gini è nel secondo volume (C. Gini, The war from the eugenic point of view)
fu pubblicato in italia come La Guerra dal punto di vista eugenico, in «Atti della SIPS.», XI riunione, Trieste,
settembre 1921. Vedi inoltre C. Gini, Eugenics and the war in «Eugenics review», marzo 1922.
182) Vedi la rubrica notizie varie, in «Difesa sociale», aprile 1923.

124
all’interno di questo scenario si mossero i percorsi forse un po’ provinciali
della nostra eugenetica.
Ancora una volta la voce autorevole in campo fu Corrado Gini, il più
chiaro trait d’union tra l’eugenetica di prima e dopo la guerra. Nel 1919,
raccogliendo le ceneri del vecchio Comitato per gli Studi di Eugenica creato
da Sergi, Gini diede vita, con l’aiuto (e la co-presidenza) di Achille Loria e
Cesare Artom, alla SIGE, la Società Italiana di Genetica ed Eugenica. Gli
inizi della società furono assai sotto tono: dalla data della fondazione nel 1919
fino al ai primi di febbraio del 1923, l’istituzione fluttuò nel limbo delle buone
idee, senza una sede, senza un ufficio di segreteria e senza aver pubblicato
alcunché, fino all’incontro con Ettore Levi e l’istituzione che questi aveva
fondato due anni prima: l’IPAS (Istituto Italiano di Igiene Previdenza ed
Assistenza Sociale)183.
Grazie all’interesse e alla benevolenza di Levi, la SIGE si fece posto
accanto all’IPAS e alla sezione italiana della Federazione Abolizionista
Internazionale in una “modesta ma decorosa” sede di via Condotti 33 a
Roma, incaricò l’economato dell’IPAS di raccogliere dai propri aderenti le
cinque lire di iscrizione annuali, dispose della biblioteca dell’Istituto, promise
di collegarsi alla rivista «Difesa sociale» per la pubblicazione dei propri atti, e
come prima uscita offrì ai propri iscritti l’abbonamento annuale alla suddetta
rivista con dieci lire di sconto. Di più, almeno per l’anno 1923, e almeno
come propria iniziativa, la SIGE non fece. Gli Atti promessi non vennero
pubblicati e su «Difesa Sociale» comparvero unicamente articoli di
eugenetica in ordine sparso, firmati dai singoli aderenti alla Società. Tutto
questo mentre l’istituto ospitante, l’IPAS allargava rapidamente e
sistematicamente la propria azione, propagandando, pubblicando e
partecipando a congressi e convegni184.
Nel corso del 1923 la SIGE procedette a rilento. Parallelamente, in aprile
Serafino Patellani (il titolare delle cattedra di eugenica genovese), sottopose
all’assemblea dei Medici della Reale Società d’Igiene una proposta di
istituzione del Certificato prematrimoniale obbligatorio: «come semplice
informativa eugenetica, ai fidanzati, delle reciproche condizioni di salute, e
come mezzo di propaganda per un miglioramento della coscienza igienica
popolare, non come provvedimento di legge dal quale debba dipendere la
concessione, da parte dell’autorità, al matrimonio»185 e aggiunse alla
183) Scarne notizie sull'avvio dell'attività della SIGE in E. Levi, Un centro di Studi e di attività sociali, Roma,
1925, e episodicamente anche nella rubrica notizie varie della rivista «Difesa sociale» a partire dal 1923
184) I Verbali delle riunioni dell'Istituto di Igiene Previdenza e Assistenza Sociale (IPAS) vennero pubblicati
ogni mese nella rivista «Difesa sociale».
185) Vedi il «Giornale della Reale società d'Igiene», aprile 1923.

125
proposta l’idea di organizzare un congresso nazionale di eugenetica, il primo
in Italia. La SIGE, arrivando di rincorsa, appoggiò, nella riunione del 5
gennaio del 1924, l’iniziativa della Reale Società d’Igiene e la proposta di
Patellani: Gini e Pestalozza chiesero ed ottennero che il congresso nazionale
di eugenetica fosse patrocinato dalla Società Italiana di Genetica ed Eugenica
accanto alla Società d’Igiene. E le società in accordo fissarono la data ed il
luogo dell’assise: il 20 settembre, a Milano.
Al di là della presa d’atto del traguardo congressuale, la SIGE non diede
prova di essere spinta da dirompente iniziativa, stazionando nelle poche
riunioni del ‘23 e ‘24, sulla pluriripetuta proposta di Biblioteca Internazionale
di Eugenica, appoggiata da Gini, o su idee molto vaghe di sezioni eugeniche
da aprirsi nelle Università d’Italia. A sostenere il lavoro della SIGE e a
giungere dove questa istituzione non arrivava, provvedeva comunque in
parte l’IPAS di Levi, che con la SIGE faceva più o meno corpo unico. Il 5
Aprile 1923, per esempio, Pestalozza (iscritto ad entrambe le associazioni) a
Milano, aveva portato, come relatore dell’IPAS, la voce dell’eugenetica di
fronte alla attenta platea del Congresso di Ostetricia e Ginecologia. La
contiguità di ruoli tra SIGE ed IPAS non aveva affatto giovato alla prima
istituzione, che si vedeva attribuita il sospetto di essere un ente inutile. Nel
Marzo del 1924 Aldo Mieli, dalle pagine della «Rassegna di studi sessuali»
invitava la SIGE «che non ha dato finora segni di notevole attività», a
«stringersi fortemente» con la Società di Studi Sessuali, che in fatto di
propaganda su temi igienico-sessuali dava certamente dei punti di notorietà
alla istituzione di Gini. E anche Levi, in qualche caso, non perdeva
l’occasione di convenire in questo con Mieli.
Clima dunque freddo attorno alla associazione eugenetica di Gini. Anche
senza tener conto di alcune posizioni estremamente critiche, espresse nel
campo della propaganda igienica e igienico-sessuale verso il «frazionamento
di obbiettivi che porta a creare per ogni pericolo nuovi enti», e che per la
battaglia contro i mali sociali invocavano una efficace sinergia in luogo del
pullulare di istituzioni e di intenzioni: «se non è possibile avere la fusione di
tutte queste associazioni (anti-tubercolare, anti-malarica, anti-alcoolica,
eugenica, contro il pericolo venereo, ecc.), si faccia almeno una
federazione, perché divenga più efficace la difesa contro i mali sociali»186.
L’incitamento a darsi da fare e a legarsi più strettamente con associazioni
attive dovette toccare sul vivo la presidenza della SIGE Nella seduta del 13

186) Intervento del prof E. Corrado alla riunione nazionale della Società Italiana per lo Studio delle questioni
Sessuali a Napoli nel 1924 (in «Rassegna di studi sessuali», giugno 1924).
126
Giugno 1924 Gini e i co-presidenti autorizzarono le “sezioni locali” (non
meglio definite…) della Società Eugenica a funzionare congiuntamente ai
Gruppi locali della Società di Studi Sessuali. Tra Aldo Mieli e Gini intervenne
un accordo che prevedeva che la rivista «Rassegna di studi sessuali»
funzionasse anche come organismo di propaganda eugenetica modificando
leggermente la testata e prevedeva altresì che i soci di una delle due società,
versando una reciproca integrazione pecuniaria potessero aderire anche
all’altra. Il legame tra la SIGE e la Società di Studi Sessuali fu in realtà un
legame “triangolare” del quale uno dei vertici era costituito dall’IPAS. Al di
là degli accordi diretti tra Mieli e Gini, il legame principale tra le tre istituzioni
passava ancora una volta per l’attività di conferenziere di Ettore Levi: si
avvaleva dei suoi personali rapporti di amicizia con Silvestro Baglioni, il
presidente della Società di Studi Sessuali, e dei rapporti intercorsi tra l’IPAS
e la Società di Studi Sessuali per l’organizzazione della propaganda
antivenerea ed antimalthusiana. Ecco perciò il ruolo di Levi e dell’Istituto di
Previdenza Sociale farsi ad ogni passaggio più determinante in un’eugenetica
orbitante attorno a pochi nomi e poche istituzioni.
Ma cosa fu, in dettaglio, l’IPAS, una delle poche istituzioni che sembrava
concretamente “trainare” l’eugenetica italiana fuori dall’orizzonte piccolo dei
primissimi entusiasmi ? E quale fu il rapporto di Levi con l’eugenetica?
L’Istituto di Previdenza ed Assistenza Sociale era nato ufficialmente al
Policlinico di Roma il 12 novembre 1920187. Il programma di questo Ente
era semplice: sensibilizzare classi dirigenti e classi meno abbienti
sull’importanza della igiene con una penetrante e massiccia opera di
propaganda igienica in vari settori, educare i giovani a comportamenti
igienici, organizzare una profilassi decisa delle malattie sociali e convincere le
classi dirigenti a finanziare questa propaganda188. L’IPAS si disegnò (o volle

187) Cfr. la cronaca dell'Istituto in «Dfesa Sociale», gennaio 1923.


188) Questo il programma dell'IPAS: «1) ricercare, raccogliere, vagliare informazioni e documenti, ecc. Condurre
o provocare inchieste, indagini, ricerche, ecc. sulle cause delle malattie sociali (veneree, tubercolosi,
alcoolismo, malaria, tracoma, lmalattie infantili, mentali, cancro, ecc.), sui danni morali ed economici che da
esse derivano all'individuo ed alla comunità, sulle provvidenze legislative e di medicina preventiva atte a
correggere tali cause e ad evitare tali danni. 2) Fare opera di propaganda, estesa, energica, continuativa, degli
elementi informativi così raccolti e debitamente elaborati: propaganda da esercitarsi, a scopo di stimolo, sulle
classi dirigenti e nelle sfere politiche; a scopo educativo, ovunque si può influire sulle masse (scuola, opificio,
caserma, comunità agrarie, centri emigratori, ecc.).3) Esercitare opera di stimolo per il coordinamento funzionale
delle organizzazioni benefiche ed assistenziali (nazionali, centrali, periferiche ed estere).4) Tutelare presso i
poteri centrali gli interessi di tali organizzazioni benefiche ed assistenziali per un pronto e completo
raggiungimento dei fini comuni. 5) Partecipare direttamente o indirettamente all'applicazione di quelle moderne
provvidenze di organizzazione scientifica dell'educazione (orientamento educativo), del lavoro (orientamento
professionale), dell'assistenza (scuole di avviamento alle carriere sociali), che possono contribuire alla salute
fisica e morale degli individui e conseguentemente alla economia della collettività. 6) Provocare ai suddetti fini i l
consenso morale e l'aiuto finanaziario dello Stato, delle organizzazioni politiche e sindacali di qualunque partito,
degli Enti economici, delle Confederazioni dei Datori di lavoro e dei Lavoratori, degli enti e degli individui
interessati».
127
considerarsi) come una vera e propria forza trasversale e aggregante rispetto
alle classi sociali ed ai partiti189, collegata alle altre associazioni di propaganda
igienica estere e nazionali in una vera e propria “Internazionale dell’Igiene”.
A partire dal primo atto ufficiale (la diffusione presso i parlamentari, le
banche e gli imprenditori della Confederazione Generale dell’Industria di
6000 copie di un opuscolo di propaganda della medicina sociale) fino al 1924
l’IPAS crebbe a ritmi sostenuti, grazie anche alla quantità cospicua di
donazioni e di abbonamenti all’organo dell’Istituto, il periodico «Difesa
sociale». L’idea fondamentale dell’istituzione «di risvegliare l’attenzione del
mondo finanziario sul valore economico di una intensiva campagna di
educazione e propaganda per la difesa della vita umana (…) esercitando
una azione intensamente stimolatrice rispetto a coloro che dirigevano e
costituivano i massimi organi economici italiani», oltre ad assicurare le
entrate finanziarie sufficienti alla sua propria vita, avvicinò ben presto l’IPAS
agli uomini di governo, collocandolo fermamente tra le strutture sanitarie
dello Stato. L’Ente di Levi, in poco tempo, ottenne il Patronato del Re
d’Italia, le visite (e le donazioni) di ministri e presidenti delle camere di
Commercio, l’appoggio della Federazione degli Ordini dei Medici e il
beneplacito di parecchi congressi di settore. E con l’avvento di Mussolini alla
ribalta della politica italiana, nel dicembre 1923, l’istituto ottenne l’Alto
Patronato Reale e la qualifica di Ente Morale. Tramite Mussolini ottenne poi
ancora l’Alto Patronato della Cassa Nazionale per le Assicurazioni Sociali e
l’energica spinta a legarsi al capitale per proseguire nella lotta alle malattie
sociali190.
Il dialogo tra l’IPAS e Mussolini fu un punto delicatissimo del passaggio
dell’eugenetica dall’Italia liberale all’Italia fascista. L’IPAS a vario titolo, e
con diversi organismi (come la SIGE, la Lega contro il Pericolo Venereo,
costituita nel maggio 1924 da Levi sul modello di quella francese, o la Lega
di Igiene e Profilassi Mentale, nel cui consiglio di presidenza sedevano oltre a
Levi, Bianchi e Morselli) raccolse attorno a sé praticamente tutti i nomi
dell’eugenetica italiana, ponendosi come istituzione interlocutrice in una
situazione in cui la nuova scienza, di per sé, non aveva praticamente dei
portavoce ufficiali.

189) Vedi anche E. Levi, I partiti e la salute della Stirpe, Roma, 1921.
190) Vedi la lettera di Mussolini a Levi in «Difesa sociale», dicembre 1923: «una propaganda igienica a scopo
educativo, intesa a difendere il Patrimonio Umano della Nazione, non può non trovare l'unanime approvazione,
ed io sono sicuro che, qualora interpellati, tutti gli enti commerciali, industriali ed assicuratori, nonchè le
Confederazioni padronali e dei lavoratori, non mancheranno di concedere il loro appoggio morale e materiale
affinchè la Sua nobile iniziativa abbia il miglior successo».
128
Certo, il lettore non deve interpretare rigidamente quest’ultima nota.
Non deve pensare che il rapporto tra eugenisti e fascismo si fosse
meccanicamente servito dell’ IPAS di Levi come dello sportello di un ufficio,
quasi che l’eugenica “libera“ fino al 1919, ad un certo punto venisse
“burocratizzata” da Levi e consegnata nelle mani del capo del Governo
perché ne facesse uno dei tanti strumenti della sua propaganda.
Il rapporto degli eugenisti italiani con lo Stato, anche con quello fascista,
non fu mai qualcosa di ben definito. Fu un insieme di intese e di smentite, di
intenzioni e di ripensamenti, di entusiasmi e disillusioni. Nel caso dell’IPAS e
degli eugenisti insigni come Gini, si trattò sempre solo di “direttrici
preferenziali” di dialogo con il potere, non certo di direzioni istituzionali di
questo dialogo, in un clima (fino al “discorso dell’Ascensione” del 1927)
ancora per molti versi libero e aperto.
Chiarificatrici in questo senso sono le parole che Levi sentì di dover
rivolgere ben presto a Mussolini191, permettendosi di indicare le mete
dell’eugenetica e dell’igiene sociale. Parole di fiducia, certamente, di
avvicinamento, ma anche di monito e sicuramente non di ossequio:
«l’attuale edificio politico-sociale ha le sue instabili fondamenta su un
terreno minato dall’umana sofferenza. Nessuno dei Governi che in Italia si
sono succeduti in questi ultimi decenni, ha saputo o voluto scoprire e
denunziare tale cancrena in tutta la sua gravità, né ricercarne i rimedi con
l’energia e la continuità necessaria (…) Vorrà il nuovo Governo
solennemente denunziare nel suo programma di lavoro l’entità dei mali che
diminuiscono le energie della nostra stirpe, ed instaurare l’opera
risanatrice?».
Offrendogli lo strumento giovane e potente dell’eugenetica, venivano
risparmiate a Mussolini le pregiudiziali politiche, ma si chiedeva al fascismo di
usare questo strumento in maniera non ambigua. L’igiene e l’eugenetica
avevano, secondo Levi, obiettivi concreti e non aleatori da perseguire,
obiettivi che avrebbero giudicato senza sconti il valore sociale del fascismo:
«se l’Uomo nuovo ed il nuovo Governo sapranno e vorranno con questo
spirito ed a questi fini, pensare, studiare ed agire, potranno, senza grande
sacrificio, senza creare nuovi organi burocratici, ma bensì armonizzando e
coordinando quelli esistenti nel campo statale e para-statale, sia al centro
che alla periferia, indirizzare l’opera di difesa sociale preventiva sul giusto
cammino, utilizzando economicamente quelle energie morali e quegli
incalcolabili capitali che oggi ancora vengono disarmonicamente dispersi

191) E. Levi, Alla radice dei mali sociali, il Fascismo alla prova, in «Difesa sociale» gennaio 1923.

129
nel campo della sanità pubblica, dell’istruzione, del lavoro, della
beneficienza e dell’assistenza».
Da parte dei medici sociali al fascismo veniva chiesto nulla più della
coerenza con le proprie premesse: efficientismo, riduzione degli sprechi e
fluidità dello Stato, soprattutto nell’assistenza e nella propaganda igienica.
Tutto questo sarebbe divenuto realmente eugenetica, laddove la teoria clinica
e la genetica annaspavano e non ci si potevano permettere utopie fanatiche.
Il monito all’Uomo nuovo non nasceva certamente inaspettato per Levi,
che puntava ad una una eugenetica “totalizzante”, basata sul presupposto
che la scienza giovane fosse un momento di legittima difesa dello Stato dai
pericoli di dissipazione del proprio futuro. Per Levi l’eugenetica «poggiata
sul tripode: educazione, documentazione e legislazione» 192 aveva come
esempio l’Eugenics Record Office di New York, un vero e proprio istituto
modello193 collegato alla Sezione di genetica dell’Istituto Carnegie di
Washington: un grande archivio genetico-genealogico della popolazione
realizzato in gran parte da personale volontario addetto alla raccolta
minuziosa di dati di interesse eugenetico sul territorio. Così Levi immaginava
una istituzione Nazionale Eugenetica: «in ogni singola nazione l’ufficio di
eugenica potrà, attraverso le sue inchieste, raccogliere i dati statistici dei
singoli dicasteri per mettere in evidenza di fronte al grande pubblico la
distribuzione geografica, l’indice di natalità, di mortalità, di fertilità dei
diversi aggruppamenti etnici, professionali, delle categorie sociali, delle
famiglie (…) insomma, in poche parole, l’eugenica, con la creazione di
centri di studio, può raccogliere tutti i rilievi già esistenti, classificarli, e
per mezzo della biometria, dedurne le grandi leggi da cui dipende la salute
il movimento e l’evoluzione della popolazione» . Strumento di azione
concreta, a valle della raccolta di dati, il Certificato prematrimoniale. E a
monte di questo, l’opera di investigatori (sic!) eugenetici: «l’investigatore
eugenico dovrà ricorrere alle autorità civili e religiose, frequentare le
scuole, gli asili, le prigioni, gli ospedali, e valersi dell’aiuto di tutte le
associazioni benefiche ed assistenziali. La redazione delle liste delle
famiglie pericolose in causa delle loro tare o rimarchevoli per le loro
qualità, costituisce il punto di partenza di ogni inchiesta. Il lavoro pratico
si traduce poi nelle visite a tutti gli iscritti a queste liste ed alla ricerca di
loro parenti diretti, dei collaterali e dei discendenti».

192) E. Levi, L'eugenica e le organizzazioni di igiene sociale, in «Difesa sociale», settembre 1923.
193) «costruito in materiali non combustibili per evitare la distruzione accidentale dei documenti».

130
V’è da dire che l’ambizioso progetto di Levi di un monitoraggio globale
della malattia ereditaria non era una semplice ipotesi se nell’atto della
costituzione della Lega di Igiene e Profilassi Mentale, presieduta da Bianchi e
Morselli, il principio della sorveglianza delle famiglie affette da malattie
mentali trovò una sua naturale collocazione194.
Pur nella maggiore ampiezza di vedute, Levi non venne meno alla
prudenza di tutti gli eugenisti italiani, condannando come facevano altri195 le
«frequenti stramberie degli utopisti e dei mattoidi» degli altri paesi europei,
«che prendono fin troppo sul serio l’erronea idea di una eugenica
incaricata di trasferire nel campo dell’allevamento umano i criteri che si
adoperano per migliorare le specie domestiche animali e vegetali». Badò a
tenersi nei limiti delle realizzazioni proponibili al Legislatore italiano
collegandosi con dibattiti più ampi e sentiti dall’opinione pubblica, come
quello sul controllo delle nascite (che Levi collega in maniera molto esplicita
all’eugenetica) per ribadire la prudente regolazione eugenetica delle nascite196
e puntando a tenere sempre la nuove scienza sul tavolo delle decisioni di
politica sociale: «sotto ogni aspetto, il gravame delle tasse forma un
ostacolo serio al matrimonio, che colpisce prima di tutti l’uomo onesto,
che si rispetta, che è previdente e regola la sua condotta al lume di ragione
(…) da queste considerazioni economiche deriva la necessità di migliorare
le condizioni dei padri di famiglia; ogni aumento di imposte in questo
senso è un passo verso la degenerazione della razza»197.

I nodi al pettine: il congresso di Milano

Nell’autunno del 1924 il mosaico dell’eugenica italiana, tassello dopo


tassello, si componeva in una immagine più nitida. Sulla diffusione più ampia
nel paese di opere che a vario titolo riguardavano la nuova scienza (più o
meno pertinenti), sul tessuto ampio di articoli di riviste mediche emergevano

194) Vedi l’articolo Costituzione della Lega italiana di Igiene e Profilassi Mentale, in «Pensiero sanitario»,
ottobre 1924, e anche E. Levi, La lega italiana per l'igiene mentale, in «Difesa sociale», giugno 1924.
195) M. Boldrini, Il movimento eugenico in alcuni paesi, in «Difesa sociale», febbraio 1928: «è solo, infatti,
per riderne, che si possono ricordare le proposte del sig. Roussy, che, in Francia, vorrebbe vedere instaurato un
servizio di maternità obbligatorio, corrispondente al servizio militare maschile, creato un corpo di riproduttrici
volontarie -le regine del termitaio sociale- che dovrebbero essere onorate in tutta la nazione».
196) E. Levi, Natalità ed eugenica (birth control), in «Difesa sociale», febbraio 1924. Levi si dichiara:«del tutto
d'accordo col Senatore Pestalozza, che di questa questione non si debba fare in Italia alcuna azione di propaganda,
ma afferma la necessità che di essa si occupino gli uomini di scienza, e più specialmente i dirigenti le cliniche
ostetriche e ginecologiche, essenzialmente interessati a studiare scientificamente quei metodi di limitazione
delle nascite che pure sono universalmente adottati e che hanno carattere del tutto empirico e perciò spesso
dannoso».
197) E. Levi, Contenuto etico e sociale dell'eugenica, in «Difesa sociale», novembre 1925.

131
chiaramente i nomi divenuti più noti (Gini, Morselli, Loria, Levi, Bianchi,
Capasso, Baglioni, Artom…) e si stagliavano siti di eugenetica privilegiati: la
SIGE, l’IPAS, la Lega contro il Pericolo Venereo e quella di Profilassi
Mentale, l’attivissimo Gruppo Eugenico Napoletano stretto attorno alla
rivista «Pensiero sanitario», la Società italiana di Studi Sessuali, la Società
Italiana per il Progresso delle Scienze. Gli sforzi conversero finalmente nel I°
Congresso nazionale di Eugenica Sociale198, apertosi a Milano il 20
Settembre 1924. Con 350 iscritti, 500 partecipanti, l’appoggio finanziario
della Carlo Erba, della Zambeletti e della Cassa di risparmio delle Provincie
Lombarde, con i telegrammi augurali di Mussolini, del Ministro della
Pubblica Istruzione e l’interesse della stampa199, i tre giorni del congresso
milanese furono il punto più altro dell’eugenetica italiana prima del “discorso
dell’Ascensione” mussoliniano.
L’Italia emendava alla poca rilevanza internazionale di dodici anni di
pratica della nuova scienza con l’ospitalità data a Leonard Darwin e alle
potenti e attive associazioni eugeniche inglese, francese e sovietica. Le
ospitate prestigiose erano state evidentemente possibili solo grazie alla
mediazione dell’onnipresente Gini all’interno della Commissione
Internazionale di Eugenica, ed era ovvio, perciò, che la sua voce al
Congresso - come quella della Chiesa e di Agostino Gemelli - fosse alla fine
molto forte. Sarebbe stato un facile pronostico indovinare le linee
dell’intervento di Gini al Congresso, anche perché molta parte di questo era
stata già anticipata200.
Sul piatto della bilancia si trovavano ereditarietà “mendeliana” ed
ambiente: l’opinione del prudente Gini gettava la spada decisamente sul
piatto della seconda e sulla totale inconsistenza eugenetica dell’uomo
individuale di fronte all’”uomo sociale”: «attitudine che rappresenta il
massimo della prudenza e che consiste nel limitarsi allo studio degli
argomenti. E molte ragioni militano in favore di quest’ultima tesi».
Prudente dunque Gini, al punto da dubitare perfino dell’efficacia del
Certificato prematrimoniale: «chi ci assicura che il certificato medico
prematrimoniale, non abbia ad avere l’effetto di distogliere dal matrimonio
soprattutto gli individui più prudenti e più padroni delle propie azioni,

198) Gli atti del Congresso (pubblicati dalla «Fondazione Mantovani» di Milano) anche in «Giornale della Reale
Società d'Igiene», ottobre 1924, «Difesa sociale» ottobre 1924, «Pensiero sanitario», ottobre 1924, e i n
«L'infanzia anormale» ottobre 1924.
199) Vedi gli articoli sul Corriere della Sera dal 21 settembre 1924 (Il primo congresso eugenico italiano).
200) In una conferenza dal titolo Che cos'è l'Eugenetica, 19 giugno 1924, a.c. Reale Società d'Igiene (in
«Giornale della Reale Società d'Igiene», luglio 1924).
132
conseguendo così un effetto contrario a quello che si sarebbe voluto?», cioè
la diminuzione della natalità.
La cautela di Gini, in sede congressuale, trovò largo consenso. Il
presidente Mangiagalli ebbe buon gioco a mettere le mani avanti e a
dichiarare «l’essere l’eugenica una scienza d’intenzione (…) la perfezione
umana non è realizzabile e più che l’uomo è la società che si deve rendere
perfetta». E l’intero Congresso pose in testa agli ordini del giorno conclusivi
l’affermazione lapidaria che «la più grande prudenza s’impone».
La distanza dell’eugenetica italiana da quella di altri paesi, perciò, fu
chiarissima. E si crearono delle imbarazzanti situazioni di “ribaltamento” di
fronte nelle opinioni sulla ereditarietà. Mentre Leonard Darwin, considerato il
massimo eugenista mondiale, tributando omaggio al “grande Lombroso”
ribadiva fortemente l’inutilità della educazione dei criminali, la loro inferiorità
fisica e mentale ed il valore eugenetico dell’ergastolo, un allievo di
Lombroso, Leone Lattes, rinnegava il proprio maestro e si metteva senza
mezzi termini contro Darwin, affermando che «molte deviazioni non sono
vere anomalie ma invalidità da da superate malattie», come nel caso dei
postumi dell’encefalite letargica, e che perciò la «prassi eugenica può
procurare d’impedire la riproduzione degli individui criminali e degenerati
colla cura delle malattie germinali, nel periodo in cui ciò è possibile».
All’estero gli eugenisti erano più lombrosiani dei lombrosiani d’Italia. Le loro
relazioni al Congresso, in questo senso, ebbero titoli eloquenti, come fu per
quella degli eugenisti di Svezia201.
Al di là delle differenze, l’assise milanese fu una fioritura di lavori e
argomenti davvero nuova per il panorama italiano. Una fioritura che,
comunque, desta qualche sospetto in chi osservi le fonti: il sospetto che parte
di tutto questo materiale non fosse nato per l’eugenetica in senso stretto, ma
fosse il lavoro di singoli specialisti “adattato” per l’occasione in chiave
eugenetica. Troppo stridente infatti è il contrasto tra l’abbondanza degli
interventi al Congresso e la scarna pubblicistica precedente. Troppo stridente
il contrasto tra il lavoro continuo e massiccio delle organizzazioni estere e
l’attività zoppicante della SIGE italiana202.
Alcuni interventi, è pur vero, furono del tutto estemporanei e affatto
distanti dal “nocciolo” (ad es. L. Pigorini sui vantaggi economici
dell’eugenica applicata al baco da seta, o G. Pieraccini, sull’esumazione a
scopo medico-genealogico e astrattamente “eugenetico” di alcuni cadaveri

201) A. Mjoën, sulla criminalità e genio come problema biologico, V seduta, 21 Settembre.
202) Sono ampie e dettagliate le bibliografie di lavori sull’eugenetica pubblicati all’estero. Come esempio molto
eloquente vedasi S. Holmes Bibliography of eugenics, Berkeley, 1924. Nulla di paragonabile in Italia.
133
della famiglia Medici, o quello ancora di A. M. Pizzigalli sulla prevalenza della
razza bianca nell’India moderna a causa delle indicazioni eugenetiche delle
religioni indiane…). Parecchio del materiale congressuale era poi
semplicemente collocabile a lato dell’eugenetica, legato a questa da
considerazioni inevitabilmente approssimative di “influenza sulle nascite”,
per le quali l’onere della prova veniva cancellato dall’idea persistente che
nulla fosse più insondabile delle leggi dell’ereditarietà. Così, ad esempio,
Livio Livi, che associava le «buone qualità fisiche degli emigranti» alla
funzione non disgenica dell’atto migratorio, chiedendo al Congresso di
richiamare l’attenzione del Governo a che le condizioni degli italiani
all’estero non peggiorassero dal lato eugenico. Si trattava, naturalmente, non
di eugenetica quanto di semplice e scontata medicina sociale: e così si
biasimava l’attività sportiva esasperata come un veicolo di sterilità (Attilio
Maffi), si ribadiva la condanna dell’alcoolismo e di tutte tutte le forme di
intossicazione sociale in nome dell’eugenetica (Giuseppe Antonini, Lanfranco
Maroi) o ancora si ribadiva la pericolosità anche disgenica di determinate
situazioni di lavoro (Luigi Devoto). Spesso il congresso segnò il passo su
questioni affatto irrisolte, come quella opportunità della propaganda
neomalthusiana e della educazione sessuale (Ettore Levi ed Angelo Santoro)
o confuse completamente l’eugenetica con la puericoltura, invocando
l’istituzione nei quartieri industriali di camere d’allattamento rionali (Luciano
Ermolli) e chiedendo la costruzione di Enti Comunali per la tutela della prima
infanzia (Annibale Bertazzoli).
Appesantito da questa serie di comunicazioni in qualche modo poco
pertinenti il problema della ereditarietà, comunque, il Congresso poggiò
solidamente le proprie basi su una serie di interventi squisitamente medici,
istologici e psichiatrici che colpirono nel segno il problema (Cesare Artom,
Ernesto Pestalozza, Eugenio Medea e diversi altri): una serie di
comunicazioni che forse non apportavano grandi novità al bagaglio di
conoscenze della genetica di quel momento ma che portarono la discussione
su un piano concreto con dati, cifre e anamnesi clinicamente valide. Certo,
anche in questo caso non si trattò di nulla più che di caute “tappe di
avvicinamento” alla complessa questione della ereditarietà (spesso semplici
constatazioni di ereditarietà di talune malattie), sempre strettamente pertinenti
le scoperte in ginecologia e nell’ostetricia.
Ma non vi fu solo questo.
Il Congresso pose decisamente in luce e sancì apertamente
l’atteggiamento compatto ostile della classe medica italiana nei confronti della

134
disinvolta chirurgia eugenetica abortista o sterilizzatrice: «l’ammettere una
indicazione sociale od economica sia pur velata sotto una pretesa efficacia
eugenica significherebbe aprire la via ad un arbitrio del quale non è
difficile prevedere le gravissime conseguenze nel campo morale e nello
stesso campo eugenico». E sancì la decisa spaccatura tra l’eugenica italiana,
garante dell’integrità della persona, e le più disinvolte eugenetiche estere,
confortata dalla serie di dati che dimostravano che parecchie situazioni di
eredità patologica mendeliana in realtà erano semplicemente situazioni di
contagio virale dissimulato (tubercolosi ed epilessia costituivano un terreno di
dibattito infinito su questo argomento). L’appuntamento milanese, aprendo
una fase nuova, orientò l’eugenetica senza più ripensamenti a tramutarsi in
eutenica, a dichiararsi popolazionista, “igienica” e chiusa nell’angolo di due
sole applicazioni pratiche possibili: il Certificato prematrimoniale e i Casellari
Sanitari.
Il risultato più significativo del Congresso, al di sopra della gran quantità
di problemi medici e tecnici che arricchirono le comunicazioni più importanti,
emerge comunque a partire dagli Ordini del Giorno conclusivi ove è
inappellabile l’arrocco sulla istituzione del Certificato prematrimoniale,
nonché l’appello allo Stato perché sollecitamente integrasse il Codice Civile
«con l’Istituto della ricerca della Paternità».
Per il resto la richiesta era che l’eugenetica italiana potesse crescere in
pace nei propri studi con cattedre di Genetica in tutte le Università del
Regno, con lezioni diffuse di statistica agli studenti di medicina, nonché con
l’approfondimento degli insegnamenti di zoologia e di «dottrina della
specie», restando lontana dalle applicazioni pratiche. E a lato di questa
richiesta, il Congresso sanciva il principio che l’eugenetica vera e propria in
Italia si stesse già sfilacciando in qualche cosa d’altro: esso infatti concludeva
auspicando attenzione verso le condizioni degli emigranti, lotta alle malattie
veneree nelle carceri e nell’esercito, lotta alla tubercolosi e sorveglianza
estesa sul territorio delle anomalie costituzionali ereditarie nell’infanzia, non
senza aver infine rivolto un alto monito alle autorità dello Stato affinchè
«regolassero con speciali disposizioni la esumazione di resti cadaverici
conservati nelle tombe di famiglie celebri italiane, allo scopo di favorire
gli studi di Eugenica», e affinché nell’educazione fisica fossero
«abbandonati i criteri del campionismo».
L’eugenetica italiana era ormai solo prudente eutenica.

135
Mente, educazione ed eredità: Leonardo Bianchi

Tra il pensiero dei partecipanti illustri al Congresso, uno in particolare


crediamo meriti un particolare approfondimento come significativo rispetto a
questo delicato periodo di “passaggio” degli eugenisti tra esordi e Regime:
si tratta del pensiero di Leonardo Bianchi.
«La salute è gioia, è armonia, è inno alla natura. Tutti vi aspirano.
L’eugenetica è un ideale luminoso dal quale tutti devono assorbire qualche
raggio»203: così Bianchi, psichiatra napoletano di fama, si esprime nel
capitolo sull’eugenetica dell’ultimo libro della sua vita. Vero decano della
psichiatria italiana di inizio secolo, fu una figura di riferimento per gli
eugenisti, sia per la sua autorevolezza sia per i legami che mantenne con le
istituzioni rappresentative della nuova scienza.
Fu presidente nel 1924, della sezione napoletana della Società per lo
Studio delle questioni Sessuali ed amico (nonché ispiratore) di Pietro
Capasso, una delle voci più importanti nella discussione sul Certificato
prematrimoniale. Poiché, come abbiamo visto, nel maggio del 1924 era
intervenuto un gemellaggio tra la SIGE di Gini e la Società di Studi Sessuali,
Bianchi divenne presidente anche della sezione napoletana della SIGE. Con
Ettore Levi, direttore di «Difesa sociale», fondò nel 1924 a Bologna la Lega
Italiana di Igiene e Profilassi Mentale204. Ed ancora, prima di rendere aperta
testimonianza alla nuova scienza eugenetica, partecipò in qualità di Senatore
alla monumentale Commissione per il Dopoguerra.
Il suo interesse per l’eugenetica fu genuino e profondo205: alla nuova
scienza Bianchi si accostò con mentalità da psichiatra, senza però ignorare la
quantità di conoscenze biologiche di genetica e di “mendelismo” che della
nuova scienza sembravano essere il più potente fattore di progresso. I
colleghi riconobbero nel suo eclettismo, unito a grande esperienza pratica, la
“forma mentis” ideale per l’eugenista del futuro.
L’eugenetica di Bianchi fu essenzialmente eugenica dell’educazione in un
ambiente umano, quello moderno, attraversato da pressioni violente sulla
psiche dell’individuo. La quotidianità del primo dopoguerra gli si poneva di
fronte come un cupo scenario: «l’abuso di alcoolici e di nervini, la sifilide,
la tubercolosi, la scuola con i suoi metodi irrazionali e con i suoi
programmi che logorano invece di allenare la mente, l’ansia che ci

203) L. Bianchi, «Eugenica, igiene mentale e profilassi delle malattie nervose e mentali», Napoli, 1925.
204) E. Levi, La Lega Italiana per l'Igiene Mentale, in «Difesa sociale», giugno 1924.
205) C. Pogliano, Scienza e stirpe, in «Passato e presente», gennaio 1984 e P. Capasso, Per una vita migliore.
Un libro di Leonardo Bianchi, in «Pensiero sanitario», settembre 1925.
136
pervade nella lotta per l’esistenza, il fremito della vita che incalza con le
sue crescenti esigenze, il desiderio universale di conseguire i maggiori beni,
la fretta di arrivare, la corsa al piacere sotto tutte le forme, l’esaltazione
del senso edonistico dell’esistenza sono altrettante cause di stanchezza
cronica nervosa, con la quale comincia, se non riparata in tempo, la
decadenza delle famiglie». La guerra si era stesa su questa situazione di
accelerata sollecitazione della psiche come un elemento di danno ulteriore,
cogliendo di sorpresa anche coloro che, come Bianchi, erano stati
interventisti: «La guerra è certamente scuola di virtù, essa sfavilla dagli
oscuri fondi dell’anima della razza imprevedute energie (…) E tuttavia la
guerra influirà sinistramente sull’avvenire della nazione, laddove noi non
invocassimo quelle previdenze che il progresso delle scienze ha dimostrato
più propizie ad impedire la decadenza della stirpe».
Molteplici206 (…ma tutte ecologiche) erano le direzioni dalle quali
l’attacco disgenico alla psiche della razza partiva quotidianamente:
l’urbanesimo, la vita sregolata, il macchinismo industriale che privava il
lavoro umano della sobrietà contadina (la quale sola poteva «mantenere
inalterate le cellule germinative primigenie della razza»), il “ritardo
evolutivo” del cervello umano, fragile organo al confronto del resto
dell’organismo. Inoltre la morale sessuale, corrotta dalla mancanza di freni,
concorreva a spingere la gioventù “autoerotica” e la borghesia libertina
verso la degenerazione biologica: «non v’è chi non sa che gli abusi sessuali
sono ricominciati; e molti di noi, clinici, vediamo una quantità di fiacchi,
nevrastenici, ridotti così dagli abusi sessuali (…) Il giovane ignaro non ha
conoscenza del danno: non la scuola, non il padre, non il prete irradiano
luce. I più forti si avvedono presto delle tristi conseguenze e si correggono;
altri continuano e perdono una parte delle innate energie destinate alle
loro fortune ed alla società». Tutto concorreva a determinare un solo
risultato: il diffondersi degli individui «non-valori»207 nell’umanità.
Non era un problema, per Bianchi reperire i dati che dimostrassero
l’effettivo ingrandirsi in tutti i paesi europei (e negli Stati Uniti) del numero
dei deboli di mente ricoverati: l’aumento della follia era un dato palpabile che
implicava: «un problema di grande ampiezza, quello della profilassi (…)
per imprimere una maggiore consistenza intellettivo-morale alla razza ed
aumentare la resistenza necessaria a sopportare le maggiori esigenze della
civiltà, in lavoro, contro le lusinghe della spensieratezza e del piacere».

206) L. Bianchi, Problemi sessuali e di eugenica, in «Rassegna di studi sessuali», giugno 1924.
207) Cfr. la conferenza di Bianchi presso il Gruppo Napoletano per lo Studio delle Questioni Eugeniche e Sessuali
in «Pensiero sanitario», dicembre 1924.
137
Naturalmente, notava Bianchi, non si sarebbe dovuto pensare che la
profilassi potesse funzionare miracolosamente facendo scomparire per
sempre tutti i deboli di mente del mondo nel giro di un decennio. Con lo
strumento eugenetico/profilattico (ché in Bianchi le due definizioni
praticamente coincidono) si sarebbe potuto al massimo esercitare un
controllo sul numero dei degenerati, si sarebbe potuta tenere la pressione
sulla società sotto il livello di guardia. La presenza degli alienati era infatti
fisiologica nel corpo sociale: «la degenerazione è inalienabile gemella della
evoluzione; è una condizione di esistenza, alla stessa guisa che la morte è
compagna indissolubile della vita, come l’oblìo è della memoria. Ma la
degenerazione può essere ridotta a proporzioni più tollerabili».
Proprio la situazione particolare in cui si andava dibattendo la società del
dopoguerra, affermava Bianchi, giustificava l’eugenetica come strumento
speciale di contenimento. Essa forse poteva apparire come un doppione
cresciuto sul tronco dell’igiene, ma il suo compito era specifico: «l’igiene
comune ha compiuto il ciclo del suo funzionamento quando è giunta al
culmine della sua lotta contro i mali infettivi acuti. ora il posto di dovere è
all’eugenica (…) L’eugenica deve essere diffusa nel suo concetto e nella
sua opera, dev’essere una grande crociata per la difesa ed il miglioramento
del popolo nostro»208.
Certo la “crociata” chiesta da Bianchi era suggestiva.
Ma realizzarla concretamente era un’altra faccenda. Occorreva anzitutto
districarsi tra le indicazioni spesso contraddittorie dell’istologia, della genetica
e della biologia. Bianchi, per uscire dalle incertezze tecniche di una scienza
dai grandi intenti ma dalle misere conquiste, volle creare una sintesi originale
del mendelismo con le dottrine ad esso antagoniste, una vera e propria
“terza via” tra Mendel e Benedict Morel. Così accettò le leggi di Mendel,
ma, come altri suoi colleghi, non le considerò vincolanti. Le vide come
semplici leggi di propagazione secondaria di caratteristiche che venivano
elaborate e modificate a priori. Le variazioni sul genoma avvenivano a priori
sotto la pressione dell’ambiente e, trasmettendosi secondo le leggi di Mendel,
si rafforzavano “a posteriori” di passaggio in passaggio. I caratteri psichici
diventavano dominanti o recessivi secondo le regole di Mendel a seconda che
si fossero rafforzati od indeboliti con il molto od il poco uso, o sotto le
influenze ambientali. Si trattava di una mediazione tra teorie opposte tutto

208) L. Bianchi, intervento alla riunione del 13 Marzo 1924 del Gruppo Eugenico napoletano (in «Rassegna di
Studi Sessuali» aprile 1924).
138
sommato complicata ma non priva di ragioni, specialmente in un periodo in
cui il mendelismo “puro” non si era ancora affermato sperimentalmente.
I dettagli della teoria non sono privi d’interesse. In termini di caratteri
recessivi, per esempio, Bianchi era convinto che l’azione meccanica di
ricombinazione di geni rari non bastasse a spiegare il sorgere improvviso nei
figli di caratteristiche assenti nei genitori. Essa poteva al massimo costituire
un inizio di spiegazione: la spiegazione completa era quella di un genoma che
poteva, per così dire, “attivarsi” solo in presenza di caratteristiche ambientali
particolari. In parole povere il DNA (o meglio, ciò che si intuiva che il DNA
fosse…) era solo una chiave che per funzionare richiedeva una “serratura”
di condizioni circostanti uniche e particolari: «nelle diverse fasi biologiche
muta l’ambiente chimico, e si ricompongono le stesse condizioni organiche
ed istochimiche nelle quali si avverarono i fatti morbosi dei progenitori o
dei genitori». Si trattava dell’adesione alla teoria del mnema di Richard
Semon, la quale, formulata per le operazioni mentali, era stata applicata da
Bianchi ai caratteri ereditari. Questa teoria, in parole povere, si basava sul
fatto che la memoria fosse un processo biochimico dei più semplici e comuni
al mondo naturale. Nell’opinione di Bianchi il “plasma germinale” veniva
equiparato alle cellule del cervello: se il tessuto cerebrale (un tessuto biologico
comune) era in grado di elaborare memoria, di rafforzarla, di perderla, non
era illogico pensare che anche il plasma germinale, accumulasse nel
medesimo modo “memorie” più o meno solide.
Spiegava Bianchi: «ogni eccitazione prodotta da uno stimolo lascia nel
tessuto stimolato una modificazione, qualunque essa sia, certo di natura
fisico-chimica (…) questa modificazione che rimane latente va con il nome
di engram. La capacità della sostanza organica ad essere affetta
engraficamente costituisce il principio mnemico. La sostanza organica che
ha subìto, reagendo, un primo eccitamento è particolarmente disposta a
quegli stati di eccitamento che vi furono indotti dallo stimolo originale».
La teoria non era del tutto peregrina: oggi sappiamo che il DNA contenuto
in una qualsiasi cellula del corpo degli esseri viventi è realmente una memoria
biologica e che l’ambiente (si pensi alle radiazioni…) provoca su esso
facilmente delle mutazioni casuali. Ciò che rendeva la teoria di Bianchi
insostenibile era il carattere metodico di queste mutazioni ambientali: l’idea
che la materia organica, per così dire, “apprendesse” le mutazioni e allo
stesso modo potesse quindi “disimparare” le cattive abitudini ereditarie.
La teoria del mnema consentiva agevolmente a Bianchi di individuare e
spiegare le cause della tenace eredità atavica come un insieme di “ricordi”

139
più tenaci realizzatisi in strutture più malleabili alle modifiche: «il processo
degli engrammi corrisponde alla maggiore permeabilità delle vie
neuroniche (Lloyd Morgan). Maggiore è questa permeabilità per i riflessi
istintivi», il che spiegava, tra le altre cose, il motivo per cui gli engrammi più
antichi, istintivi, ancestrali, fondamentali (piacere, dolore, istinto di
conservazione) fossero memorie collettive, incancellabili ed invariabili,
«niente autorizza a ritenere mutabili gli engrammi della specie; ma mutano
in parte quelli delle rispettive razze, e assi più quelli degli individui di
ciascuna razza (…) I nuovi adattamenti utili all’individuo ed alla specie
sono la base fisio-psicologica del progresso». Considerando poi il fatto che
vi fossero tempi di evoluzione differenti nelle differenti sostanze germinali
Bianchi concludeva: «per me e per molti altri è risoluto in senso affermativo
il dibattito se le nuove acquisizioni siano ereditabili. I nuovi engrammi,
vale a dire la permeabilità di alcuni sistemi o vie neuroniche (…) sono
trasmissibili, e direi meglio: si trasmettono, salvo s’intende, le leggi di
Mendel». La chiosa finale del periodo citato chiarisce bene come nonostante
tutto fosse assai difficile la mediazione tra mendelismo e teoria del mnema.
Bianchi si trovò ben presto tra l’incudine del determinismo di Mendel ed il
martello di una teoria che non spiegava in maniera sufficiente la persistenza
dei caratteri e che per funzionare doveva essere corretta con un passaggio
ulteriore, la teoria della kinetogenesi, secondo cui gli engrammi tendevano ad
orientarsi secondo il principio del massimo rendimento con il minimo sforzo.
Ciò spiegava il motivo per il quale la natura, nonostante la incredibile varietà
di esperienze, di specie, di razze, di individui e di “memorie” conservasse un
moto di progresso uniforme.
Il risultato della rilettura che Bianchi fece di Mendel fu una aperta
dichiarazione di provvisorietà delle leggi dell’abate boemo per l’ambito
umano: «l’uomo non si sottrae alla legge della eredità. però questa è meno
costantemente osservata, perché nell’uomo subentrano circostanze
numerose, che in parte la eludono e la alterano (…) è necessario tenere
presente che le circostanze della vita nei paesi civili variano per tal guisa e
modificano così, con le differenti forme di lavoro, con le svariate emozioni,
e con i mutevoli atteggiamenti intellettivi, morali e fisici, le sostanze
germinali, così che le leggi dell’eredità attraverso due o tre generazioni,
non sempre possono rigorosamente essere osservate. Tuttavia trovano
riscontro in quelle che regolano la discendenza degli altri esseri viventi del
regno vegetale ed animale».

140
Il tentativo di derogare alle leggi di Mendel era una presa di posizione
decisamente impegnativa: in particolare, in psichiatria, era assai difficile
spiegare con la teoria del mnema il meccanismo con cui le impressioni
nervose e l’ambiente guastavano prima il pensiero in senso lato, poi il suo
sostrato cellulare ed infine i gameti e l’ereditarietà. Molto più difficile che
ammettere la meccanica ricombinazione dei caratteri mendeliani. Il
determinismo “meccanico” delle leggi di Mendel si valeva (era ammissione
dello stesso Bianchi) di una base istologica solida: per poterlo mettere in
discussione occorreva per la teoria del mnema una base istologica altrettanto
convincente. Occorrevano risultati sperimentali che spiegassero come
qualcosa di impalpabile, di imponderabile (l’impressione emotiva) potesse
modificare il corpo umano e divenire “cromomero” (gene). La questione era
vastissima, ed andava ben al di là del ristretto cerchio del problema
eugenetico, andando indietro addirittura al Discorso sul metodo di Cartesio
ed al problema della “ghiandola pineale”. Ma era per Bianchi decisiva ed
aveva secondo lui una soluzione semplice (anche se tutta da verificare
sperimentalmente): il rapporto tra psiche e secrezione delle ghiandole
endocrine.
Bianchi di questa chiave di volta clinica fece un largo uso209. contro il
mendelismo “puro”, dimostrando che l’emozione, l’impressione,
potessevano produrre memoria chimica e modificazione dei tessuti: «oggi
intendiamo più facilmente questi fatti con le conoscenze acquisite sulle
relazioni delle emozioni con le ghiandole endocrine, e però s’intende che le
emozioni influiscano sulla qualità del prodotto dell’umore (la prole,
N.d.R.). La maggior parte di queste emozioni sono quasi esclusive all’uomo
e da questo fatto derivano le maggiori varietà della prole, rispetto agli
altri esseri viventi, compresi i mammiferi superiori». Sottolineando le
certezze istologico-ereditarie della endocrinologia per modellare la propria
eugenetica, Bianchi non fece nulla di realmente straordinario, si limitò
semplicemente a condividere una parte degli entusiasmi che le ricerche di
Voronoff -l’endocrinologo russo che dal 1901 aveva realizzato singolari
esperimenti di “ringiovanimento” impiantando ghiandole sessuali giovani
prima su animali e poi su uomini attempati - avevano alimentato in Italia210.
Nel nostro paese Voronoff ricevette una calorosa accoglienza: tenne
conferenze a Torino, Pavia e Milano, durante il 1923, venendo a contatto
con i nostri maggiori medici e chirurghi, tra cui Golgi, Mangiagalli e Cervelli.

209) Intervento di Bianchi alla seduta del 5 maggio 1926 del Gruppo Eugenico napoletano (in «Pensiero
sanitario», maggio 1926).
210) G. Cesana, Le recenti ricerche di Serge Voronoff, in «Difesa sociale», marzo 1924.

141
L’idea che l’endocrinologia costituisse la nuova frontiera della medicina
in tema di prolungamento della vita, affascinava. Ma ancora più affascinava e
suggestionava, nelle ricerche di Voronoff, l’idea che la longevità fosse una
caratteristica ereditaria ed ereditabile, e che fosse la chiave di volta,
finalmente non vaga, per capire in che modo l’ambiente condizionava la
discendenza: «i centenari si incontrano spesso nelle stesse famiglie, e la
longevità è sovente ereditaria, per cui sorge naturale il pensiero che essa
dipenda da intime particolarità di costituzione di alcuni nostri organi
(ghiandole a secrezione interna), che hanno un’influenza diretta sulla
durata della nostra vita e sullo sviluppo del corpo umano». L’opoterapia,
che si collegava tra le altre cose agli studi compiuti da Lombroso per la
terapia del gozzo-cretinismo, apriva decisamente la strada eugenetica alla
«sana politica della medicina preventiva» che modificava profondamente la
struttura ereditaria dell’uomo proprio e solo attraverso la somministrazione
di farmaci, con la modificazione delle «condizioni di ambiente, il
risanamento igienico degli abitati ed i l miglioramento
dell’alimentazione»211.
Per Bianchi tuttavia l’opoterapia era solamente un tassello di un mosaico
più ampio, dove eugenetica significasse via educativa a tutto spettro212. La
ricaduta più immediata delle suggestioni opoterapiche, infatti, venne collocata
da Bianchi nel rapporto tra educazione e salute: se le brutali impressioni
potevano imporre al corpo delle secrezioni interne perniciose, un ambiente
sereno poteva stimolare le ghiandole ad un funzionamento perfetto e
salutare. Il troppo studio scolastico, ad esempio, lo studio sregolato, colpiva i
giovani nel momento della pubertà, nel momento della fissazione della
biologia sessuale: esso rallentava psicosomaticamente la regolare formazione
degli apparati riproduttivi, risultando in definitiva disgenico. L’idea, come
abbiamo, era già stata suggerita da Sergi. Ma in Bianchi, alla luce
dell’endocrinologia, raggiunse una sistemazione definitiva: «moltissimi
giovani mirano all’Università già stanchi, esauriti nelle scuole secondarie.
Ed il sopraccarico di lavoro nei giovani si opera in un momento in cui
tutto l’organismo subisce una vera e propria trasformazione ed uno
sviluppo rapido per l’istituirsi di una nuova funzione e per il penetrare in
circolo di ormoni specifici che dirigono lo spirito diversamente (…) Ecco
perché noi dobbiamo moltissimo preoccuparci a ché i giovani conservino
intatte le loro energie».

211) G. Cesana, Per l'avvenire della Razza: l'elixir di lunga vita, in «Difesa sociale» dicembre 1923.
212) Vedi la serie di giornate di discussione sul problema dell'igiene mentale in «Pensiero sanitario» dal febbraio
al maggio 1926.
142
Bianchi tenne moltissimo a che la scuola funzionasse da luogo eugenico
per la formazione di caratteri equilibrati ed il contenimento delle disgenìe:
«l’igiene mentale è destinata ad avere una importanza enorme per il
divenire della stirpe. Non bisogna stancare l’intelletto, ma educarlo.
Creare i caratteri: questo è il compito supremo della scuola». L’opera del
celebre psichiatra si inseriva in un vero e proprio progetto globale del
Gruppo Eugenico napoletano in tre grandi settori per rendere la scuola un
prezioso alleato dell’eugenetica: l’insegnamento dell’educazione sessuale, la
tutela dell’igiene mentale e la promozione di una educazione fisica armonica
e formativa213.
La scuola promossa a luogo eminentemente eugenetico, da affiancarsi,
secondo Bianchi, ai dispensari psichiatrici per la cura e la sorveglianza della
malattia mentale lieve. Scuola come luogo eugenicamente formativo per i
sani ma anche luogo di selezione, controllo e individuazione dei “disgenici”
(un’idea non nuova, già di Ettore Levi). La strada poteva essere, secondo
Bianchi, l’istituzione della figura di un medico scolastico eugenista in grado di
valutare il livello di “pericolosità disgenica“ delle generazioni future caso per
caso: «io ho dovuto malinconicamente constatare che in alcune grandi
città, nei progetti di sistemazione degli organici sanitari non ha trovato
posto il medico scolastico se non nella forma vaga di medico igenista, il
quale non à niente da fare con l’obbietto precipuo di mettere in evidenza i
veramente malati, gli anormali, i deficienti nelle scuole del nostro paese.
Per assolvere il compito civile affidato alla scuola questa non deve solo
favorire la cultura generale, ma disporre di organi ausiliari idonei a
fornire una più sicura conoscenza della predisposizione a determinate
malattie e della deficienza mentale degli alunni (…) saranno assegnati
precisi compiti ai medici scolastici i quali abbiano particolari titoli e
speciali attitudini, si potrà formare la statistica dei deboli mentali, dei
nevrotici, degli epilettici, degl’imbecilli morali, i quali debbono essere
accolti, curati ed istruiti in scuole speciali».
In omaggio al principio che era «ormai tramontata la leggenda paurosa
del pazzo e del lunatico inguaribile», Bianchi proponeva una selezione
eugenica nella scuola soprattutto come primo passo per una rieducazione
attiva dei deboli di mente, entrando perciò nella difficile polemica se avesse
senso differenziare l’educazione in ragione della qualità eugenetica degli
alunni. E se fosse vantaggioso investire masse crescenti di risorse

213) Le discussioni sui tre grandi filoni di intervento sono raccolte in «Pensiero sanitario». Oltre alla già
indicata discussione sulla igiene mentale, vedi i numeri del marzo 1925 per l'educazione sessuale, e quelli di
maggio e giugno 1925 per l'educazione fisica.
143
economiche nell’assistenza e l’educazione dei minorati psichici. La questione,
suscitata prima del 1915, si era estesa su due direttrici opposte: da un lato214
si poneva la questione se fosse opportuno aprire in Italia scuole speciali per
ragazzi intellettualmente molto dotati, o se si dovesse modificare per loro la
struttura scolastica esistente per «contribuire efficacemente benché
indirettamente al lavoro selettivo ai fini dell’eugenica». I suggerimenti
venivano dalla Germania e dagli Stati Uniti, dove nel 1909 erano state create
classi speciali per bambini dotati affiancate ad altrettante per bambini
minorati215. Entro il 1924, negli USA la consuetudine di formare classi
speciali si estese alle scuole di diversi comuni di grandi città: queste classi, a
testimoniare la resistenza che un simile idea suscitava nella opinione pubblica,
venivano mimetizzate con nomi “neutri” (classi “di miglioramento”, classi
“alfa”...). In Europa solamente la Germania, durante la guerra, si incamminò
sulla strada della selezione scolastica dei migliori, sulla base dei test di Moede,
Piorkowsky e Wolf. Nelle altre nazioni la questione rimase a livello di
dichiarazione di intenti. In Italia, a parte qualche marginale intervento216, gli
spunti esteri caddero nell’indifferenza.
Dall’altro versante la questione verteva sul costo e l’opportunità
dell’educazione dei minorati217. Ci si chiedeva sopèrattutto se fosse utile
promuovere all’interno della scuola la mescolanza tra deboli di mente e
“normali”, stante l’alto costo e la difficolta dell’educazione dei secondi e il
pericolo di “contagi” disgenici. La questione aveva dei risvolti etici
imponenti poiché schierava su fronti assolutamente opposti l’intenzione dello
Stato di tutelare imparzialmente la salute e il benessere di ciascun individuo e
il suo diritto, sancito dall’eugenetica, di scegliere gli individui da tutelare
“meglio” in vista di maggiori beni futuri: «qui sorge più stridente il
contrasto: ché se da una parte si vuole che lo Stato assuma la protezione
degli anormali, d’altra parte si vuole che lo Stato dichiari il proprio diritto
alla loro soppressione». Il problema implicava non solo risvolti morali ed
economici, ma metteva in gioco la stessa validità dei criteri di selezione218 su
cui l’eugenica proditoriamente avrebbe voluto basarsi: « le multilaterali
divergenze di pensiero intorno ai metodi di ricerca dei cennati caratteri
differenziali (…) apparirebbero assorbite da un radicale categorico
negativismo che investe in pieno le classificazioni dei minorati, le quali

214) Ciò che può fare l'eugenica per la selezione dei migliori, in «Difesa sociale», dicembre 1924.
215) G.L. Goy, The interests, abilites and achievements of a special class for gifted children, New York, 1924.
216) G. Zibordi, Istruzione a tutti selezione dei migliori, in «La Coltura popolare», novembre 1924.
217) U. Saffiotti, Eugenica e anormali, in «L'Infanzia anormale», maggio 1920.
218) E. Scuri, Eugenica e Scuola - nota contributiva di pedagogia emendatrice, Napoli, 1925. Anche G. Vidoni Il
problema della eredità nella classificazione dei fanciulli normali, in «Rassegna di studi sessuali», febbraio 1925.
144
risulterebbero destituite di ogni e qualsiasi valore in vista della
presupposta inefficacia dell’opera ristoratrice della scuola». Una selezione
rigida sarebbe stata efficace ma avrebbe sconfessato l’eutenica che gli
scienzaiti italiani sostenevano, viceversa qualsiasi selezione che si basasse sulla
possibilità di interventi eutenici sarebbe stata vaga e poco incisiva. Si trattavia
di due mondi inconciliabili. Bianchi si schierava a favore della istituzione di
scuole speciali per la rieducazione dei minorati, interpretando le aspettative di
uno schieramento ampio che sosteneva il valore dell’individuo al di là della
sua utilità, il diritto all’educazione e la necessità di «assistere caritativamente
gli incurabili, badando sempre a sradicare il male dalle sue origini- guerra
alle tare piuttosto che ai tarati». L’educazione dei minorati, secondo
Bianchi, andava intesa entro un più ampio discorso pedagogico: affermare
che l’educazione dei minorati fosse inutile poiché produceva scarsi risultati in
rapporto agli sforzi significava porre una base al principio che qualsiasi tipo
di educazione fosse inutile, poiché qualsiasi sistema educativo produce
risultati inferiori agli sforzi. L’educazione doveva essere perciò considerata
«emendatrice sempre», anche per il fatto che le ricadute di un programma
educativo di qualsiasi genere erano imperscrutabili, più cospicue di quanto i
parametri scolastici potessero valutare: «tutti i problemi umani debbono
essere ricondotti a problemi di educazione. E se ogni sistema di educazione
dev’essere orientato verso la conservazione ed il progresso della razza, si
vorrebbe non timidamente chiedere perché le concezioni della biologia e
dell’eugenica debbano ritenersi a priori, pregiudicate da quell’opera
educativa che volgesi alla ristorazione dei deboli».
Non era certamente in discussione il problema della pietà umana per
delle creature infelici ma la più decisiva questione della ereditarietà dei
caratteri acquisiti nell’educazione dei minorati: «l’educazione la quale lotta
contro una sicura eredità, vede essa stessa i suoi risultati fissarsi a traverso
i secoli nell’eredità medesima». Il problema per cui, evidentemente, il valore
eugenetico dell’educazione delle menti deboli non si era mai affermato
chiaramente non era certo nel merito dell’educazione stessa, ma nel modo in
cui essa veniva impartita. La scuola non contribuiva a fissare le caratteristiche
“buone” nella eredità perché non sapeva di dover svolgere in coscienza
questo compito, perché non le era stata fino ad allora affidata una vera
missione emendatrice in sinergia con le famiglie: «troppo spesso, padre,
madre, maestri, amici, influenze multiple ambientali, operano ed agiscono
senza connessione alcuna, senza alcuna intesa, senza un piano di insieme,
senza una direzione che fra loro annodi e coordini tanti svariati e, di

145
frequente, contrapposti sforzi. Se tutte queste energie non si rendono
convergenti, gli individui che escono da questo lavoro collettivo, saranno
sempre individui senza originalità, senza iniziative».
Contro l’opinione di Bianchi219, però, vi era chi affermava senza mezzi
termini che «fra le molteplici aberrazioni che hanno traviato il retto
pensiero nel campo sociale in questi ultimi tempi, non è trascurabile quella
riguardante l’affannosa ricerca di mezzi di soccorso per l’infanzia
deficiente». Da questa parte si trovavano due dei maggiori eugenisti italiani,
Sergi e Morselli, dei quali il secondo, dopo avere sostenuto l’efficacia
dell’educazione degli anormali, l’aveva in parte rinnegata, allineandosi sulle
posizioni del primo220.
I due scienziati ponevano sul tappeto una questione affatto determinante,
alla quale era difficile rispondere. Posto il fatto, si domandavano, che ciascun
debole di mente avesse il diritto di vivere, lavorare ed essere accudito ed
istruito, se si fosse equiparata l’educazione dei minorati lievi a quella dei
fanciulli normali, non si sarebbe corso poi il rischio di rimettere “in circolo”
le tare degenerogene? Educare un alienato fino al punto di “mimetizzarlo“
nella società non sarebbe stato forse un rimedio peggiore del male?
La questione raggiunse il livello importante dei congressi221. Al quesito
provocatorio i sostenitori dell’educazione non poterono che rispondere con
la ribadita fiducia nell’efficacia del Certificato di selezione prematrimoniale
(«la questione eugenica che investe l’atto solenne del matrimonio superi la
linea equinoziale della teoria per entrare nell’emisfero della pratica
realtà!») o con la ritorsione delle accuse sulla impotenza dell’eugenetica:
«prima di pensare che le opere di assistenza dei soggetti fisicamente deboli
e dei meno dotati di intelligenza contribuiscano all’indebolimento della
razza come taluno vorrebbe sostenere, bisognerebbe poter dimostrare che le
generazioni si rafforzano abbandonando a se stessi questi elementi che
sono suscettibili di educazione e di utilizzazione in modo spesso
impensato». Bianchi compì allora un passo ulteriore in questa direzione,
precisando i differenti livelli di intervento. Nella sua eugenetica l’educazione
dei disgenici accanto a quella rinnovata dei sani non era praticabile, ma
questo senza necessariamente privare i minorati di cure attente: l’educazione
sarebbe stata una vera “cittadella fortificata” a cerchi concentrici, a tutela dei
sani e a protezione dei malati, permettendone comunque il potenziamento
219) G. Ferreri, Eugenetica a rovescio, in «Minerva», gennaio 1924. Vedi anche il contro-articolo della Società
Italiana Pro Anormali in «L'infanzia anormale», gennaio 1924.
220) G. Sergi, in «Rivista di antropologia», Vol XIX, Fasc. III.
221) Vedi gli atti del il Congresso della Società Italiana di Psicologia”, 25/27 Novembre 1919, ed anche il III°
Convegno della Società Italiana Pro Anormali”.
146
delle deboli facoltà. Ma in aree ben distinte. Una cittadella le cui strette porte
di comunicazione con la società futura non erano sbarrate, ma poste sotto la
occhiuta sorveglianza del Certificato prematrimoniale e della perizia del
medico scolastico. Era illusorio, secondo l’opinione che Bianchi ricavava da
Lombroso, credere in un mondo futuro nel quale l’eugenetica avrebbe
debellato per sempre la degenerazione (ché essa era parte dell’evoluzione).
Più realistico era vegliare sopra questa degenerazione sempre latente: «si
accolgano almeno con rigorosa indagine tutti i dati circa le anomalie
morfo-psichiche, perché allora solamente l’eugenica potrà ripromettersi
vittoria contro i mali umani, quando le cause di essi saranno meglio
conosciute». A valle della educazione scolare, prima dell’ingresso della
gioventù potenziata nel ciclo riproduttivo, lo Stato ed il Certificato
prematrimoniale avrebbero realizzato la selezione eugenetica finale, poiché
nessun altro strumento, nell’opinione di Bianchi, sarebbe stato applicabile:
«Sono molto peritante a consigliare la sterilizzazione. Il nostro paese è
troppo sentimentale, ed io partecipo alla ripugnanza dei più per un
intervento chirurgico o di diversa natura»222.
Il Certificato, come la scuola, erano strumenti legittimi dello Stato verso i
quali nessuno poteva opporre ostacoli: «il matrimonio non è solo una
funzione individuale, regolata dalle sole leggi civili e religiose; è
essenzialmente una funzione sociale, e deve intervenire lo Stato, come
supremo regolatore della vita sociale, a tutelare l’avvenire della razza e a
garantirla dai fattori della decadenza (…) Il piccolo organismo, che è
fondamento della società, la famiglia, o è sano e concorre a dare un
maggiore esponente di forza e di dignità alla nazione, o è debole e deviato
dalla linea della evoluzione, ed è a scapito della forza e della dignità della
razza. É erronea la sentenza spesso ripetuta che la maggior produzione è
graranzia della forza e della vitalità della razza; la storia filogenetica della
vita nelle serie zoologiche dimostrerebbe il contrario. In ogni modo non
basta solo produrre molto, ma produrre bene».
Anche oltre il crivello del Certificato, comunque, l’azione eugenetica
doveva continuare: essa si concretizzava in azione di responsabilizzazione

222) Il modo particolare di Bianchi di intendere la “sensibilità” italiana in merito alle questioni di carattere
sessuale emerge anche dalle sue affermazioni sulla psicanalisi di Freud: «a questo proposito consentitemi che dica
due parole intorno agli errori freudiani. Il freud afferma che l'istinto sessuale s'inizia nella infanzia ed anche nella
preinfanzia. Egli assevera in una serie di pubblicazioni che il primo nucleo dell'istinto sessuale è plasmato dai
baci e dalle carezze della madre o della balia e col succiamento del lattante. Questa affermazione non è scientifica
ed è forse anche offensiva . Noi italiani non avremmo saputo concepire una mostruosità come questa, che deturpa
il più nobile ed il più sacro dei sentimenti. queste sensazioni, noi le riteniamo come il nucleo del sentimento e
della personalità organica, cenestesica, non della sessualità» (L. Bianchi, intervento alla II° Riunione nazionale
della Società per lo Studio delle Questioni Sessuali, Napoli, aprile 1924.).
147
dei singoli, di vera e propria educazione permanente dei giovani in senso lato.
Attraverso regole semplici.
Ecco che, per esempio, la scelta sessuale eugenetica si sarebbe dovuta
orientare secondo il criterio del “giusto mezzo”: «la scelta del coniuge,
quando in uno esista uno dei caratteri anormali ricordati od altri, è di una
grande importanza per l’avvenire della famiglia. Chiunque abbia la
consapevolezza di questi suoi difetti si guardi bene dallo sposare un
coniuge che presenti gli stessi caratteri od analoghi, o sia, per deficienza
mentale, incapace di correggere la deficienza del compagno (…) Molte
persone sagge che avendo ammalati mentali in famiglia (…) si sono
attenute a metodi educativi razionali ed alle altre norme consigliate, hanno
ottenuto effetti insperati, migliorando in modo veramente sorprendente la
loro prole, che ha potuto essere salvata dalle spire delle leggi mendeliane».
O ancora, per realizzare un matrimonio eugenetico si sarebbe dovuta evitare
l’età avanzata: «la vecchiaia induce una modificazione nei nemaspermi o
nell’ovulo, pur quando la funzione sessuale appaia conservata. I figli dei
vecchi manifestano spesso alcuni caratteri psico-somatici della vecchiaia,
non raramente l’impotenza od il debole entusiasmo sessuale nei maschi».
In conclusione, l’eugenetica di Bianchi si costruiva come un vero e
proprio programma di educazione sanitaria esteso dalla biologia alla
psichiatria, dalla sociologia alla pedagogia. Un programma alla base del quale
Bianchi pose sempre (e ribadì con forza) l’aspettativa di una sinergia di
intenti e di interventi estesa all’intera nazione: «questo intento (la
razionalizzazione eugenetica del matrimonio, n.d.r.) sarà possibile realizzare
solo quando la cultura e la educazione del popolo saranno molto più
avanzate, quando le norme eugenetiche avranno logorato e rotto gli argini,
tra i quali scorre misoneisticamente la vita, e quando lo Stato, che si vuol
forte, animato da grandi ideali di giustizia e di amore, si proponga di
sviluppare le latenti energie morali, intellettive e fisiche del popolo». Una
aspettativa di grande respiro, aperta all’attesa di una nuova educazione
scolastica responsabile, e di una nuova religione cristiana, spogliata dalle
superstizioni e collaboratrice dell’eugenetica in campo morale.

148
Capitolo 8

Un nodo
inestricabile:
il Certificato
prematrimoniale

Un nodo mai sciolto

Nel passaggio dal terreno delle intenzioni alla pratica, vero punto debole
degli eugenisti, il castello di teorie franava drammaticamente sotto il peso
delle responsabilità: se il miglioramento della razza umana era auspicabile,
non tutte le vie per perseguirlo potevano essere percorse. Nell’eugenetica
scelte anche minime aprivano sempre e comunque spiragli in problemi
enormi. Tutto questo quando il fine della nuova disciplina sembrava a portata
di mano, quando le realizzazioni pratiche sembravano semplici.
L’immobilismo sul piano concreto appariva, agli occhi degli eugenisti più
convinti, davvero paradossale. Nell’agricoltura e nella zootecnia, dove la
bioetica non aveva alcun appiglio, l’eugenetica era già prassi: in questi campi,
era stata la teoria a venire assorbita dalla pratica, a venire soffocata dal mero
empirismo. Si procedeva a tentoni, guidati dal buon senso di allevatori e
agricoltori spesso ignoranti, ma si producevano nonostante tutto risultati
concreti sorprendenti, utili a tutti.
Nel campo della viricoltura le cose andavano diversamente. Soprattutto
in Italia, la teoria si stava gonfiando in maniera patologica, senza trovare vie
d’uscita verso la pratica e l’armadio farmaceutico dell’eugenetica appariva
desolatamente vuoto. Se si escludevano infatti gli accoppiamenti forzosi, la
sterilizzazione dei riproduttori indesiderati o la loro eliminazione fisica,
rimanevano ben pochi strumenti nelle mani dei volenterosi. E tra questi
strumenti, uno soltanto dava agli eugenisti italiani la garanzia di valere
149
qualche cosa: il Certificato prematrimoniale obbligatorio. E anche questo era
di applicazione perlomeno difficilissima.
Con la definizione “Certificato medico obbligatorio prematrimoniale” gli
eugenisti intesero una proposta di modifica al Codice Civile che avrebbe reso
obbligatorio, per i futuri sposi, un Certificato medico che dichiarasse
l’immunità da gravi tare ereditarie o da malattie sociali. Chi non avesse
potuto produrre il Certificato o ne avesse prodotto uno negativo, non si
sarebbe potuto sposare. In tal modo, pensavano gli eugenisti, senza
intervenire sulla integrità fisica della persona, si sarebbe limitata la
riproduzione dei figli degli disgenici. E gli affetti da malattie contagiose
sarebbero stati spronati a curarsi efficacemente per ottenere il permesso alle
nozze. Sembrava una proposta semplice e graduale, bene in sintonia con i
pareri degli igenisti e dei medici sociali. Invece si rivelò presto un rebus
complicato, cruciale nel dibattito italiano.
Un dibattito che, è bene sottolinearlo, non fu limitato al problema della
ereditarietà e dell’eugenetica in senso stretto. La base dell’idea di Certificato
medico prematrimoniale, infatti, era ferma essenzialmente nella
preoccupazione dei medici di trovare un argine efficace alla diffusione della
sifilide, della tubercolosi e dell’alcoolismo cronico. Il legame (casuale si
direbbe) con l’eugenetica fu nel fatto che sifilide e tubercolosi erano
considerate malattie ereditarie, o quanto meno malattie che potevano minare
il patrimonio ereditario. Anche l’alcoolismo cronico veniva considerato un
fattore di modificazione del patrimonio ereditario dei genitori. Si presumeva
che i genitori affetti da questo genere di degenerazioni potessero modificare
in qualche modo il metabolismo dei figli, sicchè questi non sarebbero nati
alcoolizzati o tubercolotici, ma avrebbero avuto una “complessione”
gravemente indebolita rispetto agli attacchi di questi mali sociali.
Gli eugenisti mutuarono senza soluzione di continuità moltissimo
pensiero scientifico dai medici sociali e dai puericultori. E mutuarono il
Certificato come strumento principe di medicina preventiva. Non esisteva
una vera e propria linea di demarcazione tra posizioni di eugenisti e
dermosifilografi o esperti della tubercolosi. I loro punti di vista erano
omologhi, tranne per i casi espliciti in cui alcuni medici non ammisero
l’ereditarietà di queste malattie. E se non si tiene conto di questo particolare
si rischia a volte di perdere completamente di vista l’aspetto “eugenetico”
della questione.
Il dibattito sul Certificato fu relativamente vivace, e durò, con varie
riprese, diversi anni. Ma non portò a conclusioni rilevanti: si risolse in una

150
amara sconfitta per i sostenitori del Certificato, che rimasero bloccati dallo
scetticismo di larga parte della classe medica e dalla aperta ostilità manifestata
da Mussolini.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando il dibattito riprese su basi
differenti, quando vi fu ancora chi sostenne l’opportunità di rendere
obbligatorio il Certificato, la rinnovata proposta non ebbe fortuna migliore.
Nessuna legge della giovane Repubblica trasformò l’ipotesi in realtà,
nonostante gli incitamenti e le intenzioni che provenivano da diverse parti.
La Repubblica infatti ereditò dal fascismo tutta intera la questione del
Certificato, lasciandola irrisolta: nel 1947 la Croce Rossa Italiana promosse a
Milano, dove aveva inaugurato un esperimento-pilota di Consultorio
prematrimoniale nel 1924, un Convegno Internazionale per la Profilassi
Prematrimoniale. Nel Convegno in questione si ripeterono ancora ad usura le
ragioni per la costituzione di una legge di Certificato obbligatorio, e si
sentirono ripetere ancora le antiche ragioni contrarie alla proposta. Erano
passati più di quarant’anni e nulla sembrava essere mutato.
Pochi anni dopo - per proporre solo un esempio del procedere della
questione - il Sen. Vincenzo Monaldi, elaborando un progetto di legge “Sulle
misure di lotta alle malattie veneree”, incluse un articolo (il 7°), che stabiliva
la obbligatorietà del Certificato in funzione profilattica per le malattie
sociali223. Il progetto non approdò a nulla.
E questi sono solo due esempi scelti a caso: il dibattito sulla questione del
Certificato prematrimoniale nel dopoguerra occupa un lembo di storia ancora
tutto da scrivere.

La questione sul tappeto

Nel periodo compreso tra il 1911 e il 1918 ben poche furono le parole
spese a favore della proposta di Certificato. Le parole di Pietro Capasso224
bastano a fare un quadro eloquente della situazione: «è certo che in Italia,
nel periodo dell’anteguerra, tutti i timidi accenni che ne vennero da
scienziati, sociologi e studiosi in genere, naufragarono rapidamente. Porre

223) Il testo del progetto di legge è contenuto in un opuscolo reperibile presso la Biblioteca Centrale del Comune
di Milano: «il cittadino dell'uno e dell'altro sesso che si appresta a contrarre matrimonio deve sottoporsi a visita
consultiva da parte di un medico. Il medico qualora trovi il soggetto affetto da malattia venerea, lo rende edotto
della natura del male, dei pericoli che incombono sul coniuge e sulla prole, dei doveri sanciti dalla presente
legge, delle responsabilità a cui va incontro se trasmette il contagio. Della visita il medico rilascia un attestato
con la semplice dicitura: “si è sottoposto a visita prematrimoniale”. L'attestato fa parte dei documenti di rito».
224) P. Capasso, Il certificato prematrimoniale, in «Rassegna di studi sessuali», giugno 1924.

151
le mani a difendere la salute di sposi, talvolta inconsapevoli, e di salvare
la vita ad innocenti nascituri pareva da noi quasi un oltraggio alla
intangibilità mistico-superstiziosa del matrimonio».
Altrove, nel mondo, nello stesso arco di tempo, il Certificato era già
divenuto legge dello Stato (e le riviste italiane tenevano a ribadirlo con
precisione225). Dal 1913 in America, negli stati dell’Indiana, Michigan,
Oregon, Texas, Rhode Island, Utah, Washington e Wisconsin era stato reso
obbligatorio ai richiedenti la licenza matrimoniale, un certificato medico che
dichiarasse la immunità da ogni infezione venerea. Nel Dakota e nella
Carolina del Nord il Certificato fu richiesto anche per la tubercolosi e per la
deficienza mentale.
L’Italia attese la fine della guerra per muovere qualche passo in questa
direzione. La mobilitazione, che aveva complicato i problemi epidemiologici
in genere, la accresciuta importanza del “patrimonio umano” scampato alla
guerra e alla epidemia di influenza del 1919, spinsero la medicina sociale a
cercare nuove soluzioni per rimediare ai gravi danni subiti dalla Stirpe. E a
cogliere l’opportunità offerta dalla Commissione per il Dopoguerra.
Davanti alla sezione XXIV della Commissione (Igiene Sociale), si
presentò il 27 gennaio 1919, un intraprendente Tenente Colonnello medico
dell’Università di Bologna, per presentare la prima seria proposta italiana di
Certificato, che doveva escludere dal matrimonio gli affetti da sifilide. Il
Tenente Colonnello si chiamava Ferdinando de Napoli226.
De Napoli, pur avanzando la migliore proposta attuativa che l’eugenetica
italiana finora avesse concepito, non si presentò davanti alla Commissione
con le credenziali di eugenista: «io non sono un eugenista perché non
riconosco l’attuabilità del concetto eugenico di Galton nelle unioni tra
uomo e donna, dal momento che elementi psichici di ordine elevato urtano
contro il concetto della riproduzione, direi quasi, coattiva, possibile nel
dirigere gli accoppiamenti tra gli animali inferiori». Ma degli eugenisti il
Nostro condivideva lo spirito227, quando affermava: «urta parimenti contro
gli interessi dello Stato, anzi del genere umano, l’eccesso opposto, per cui i

225) Origini e sviluppo del movimento eugenico, serie di articoli non firmati in «Difesa sociale» da maggio a
settembre 1925.
226) F. De Napoli, Difendiamo la stirpe, in «Resto del carlino», 26 gennaio 1927. De Napoli fu un divulgatore
instancabile dei temi della profilassi prematrimoniale. Indichiamo alcuni titoli: Lue, maternità, eugenica e guerra
in rapporto alla politica sanitaria in «Il Policlinico», anno XXVI, fasc. 45; Maternità, infanzia e visita
prematrimoniale, in «Resto del carlino», 19 Aprile 1926; Per l'avvenire della nostra Stirpe, in «Resto del
carlino», 1 Marzo 1918; L'appello della Signora Wilson alle donne delle nazioni alleate di Europa, i n
«Assistenza civile», aprile 1918; Eredo-sifilide tardiva e servizio militare, in «Giornale medico e militare»,
giugno 1910; La Difesa sociale contro la sifilide in rapporto alla profilassi ed alla cura della sifilide ed eredo-
sifilide nei militari, intervento al VII Congresso internazionale di medicina, Roma 1912.
227) F. De Napoli, La Difesa sociale contro la sifilide e le malattie veneree, in «Bullettino delle scienze
mediche», marzo 1919.
152
matrimoni sono lasciati liberi da qualsiasi vincolo o controllo sanitario», e
condivideva l’ottimismo: «preserviamo la Razza ! Dev’essere il nostro
grido, né si ripeta oltre, scioccamente, il solito ritornello: che i vantaggi
della lotta contro la lue sarebbero piccoli e che lo scopo non si
raggiungerebbe interamente».
L’orizzonte della sua proposta alla Commissione andò ben oltre la
semplice richiesta di Certificato228. Ciò che De Napoli sperava era costruire
una solida base legislativa perché nel paese si formasse una coscienza civile
orientata alla lotta contro le malattie sociali: «L’educazione del popolo è
deficiente o addirittura nulla, perché impastata di pregiudizi e di falso
pudore, che circondano di mistero tutte le questioni sessuali». Accanto alla
preoccupazione per la coscienza igienica del Paese, la proposta di Certificato
obbligatorio avrebbe dovuto servire a mettere finalmente i medici di fronte
alle loro responsabilità nella diffusione dell’epidemia di lue. Troppo spesso nel
quadro di ignoranza colpevole che contribuiva alla diffusione del male, la
figura del medico spesso brillava per la propria assenza, per la trascuratezza,
quando non per la complicità nel peggiore dei casi: «il medico, secondo le
vigenti disposizioni di legge è costretto a curare di nascosto, a mentire,
occorrendo, d’accordo col sifilitico, e a divenire in tal modo un alleato del
malato e del male (…) la colpa è nostra».
Con la adozione del Certificato su larghissima scala questo stato di cose
sarebbe finito. Ai medici sarebbe stata richiesta una professionalità decisiva in
tema di malattie disgeniche e non sarebbe più stata permessa alcuna forma di
ignoranza o disinformazione. Troppo spesso i medici condotti ed addirittura
gli specialisti non erano in grado di trattare la particolare malattia e persino la
situazione dei medici deputati alla visita delle case di tolleranza, delle caserme
o dei dispensari celtici era poco incoraggiante: «gli stessi Direttori dei
dispensari celtici (…) non sono stati nominati che in rari casi secondo il
regolamento, cioè in seguito a concorso da sostenersi presso le sedi
universitarie. Ciò è avvenuto rarissimamente. Quali altri criteri hanno
dominato nelle nomine? I medici militari, chiamati eventualmente a
coadiuvare i medici civili, secondo l’articolo 19 (R.D. Luglio 1905, n°
487), non sono mai medici specializzati ma sono i medici del Presidio in
cui la visita viene eseguita. Perciò pochissimi sono in grado di fare
diagnosi estremamente difficili». Era facile intuire che «non tutti i medici
esercitano con piacere la pratica della venereologia», esistendo in molti di

228) F. De Napoli, Lue, maternità, eugenica e guerra in rapporto alla Politica Sanitaria, in «Il Policlinico», Anno
XXVI, fasc. 45.
153
essi «una vera ripugnanza». Ma questo non scusava nessuno, in un
momento di grave emergenza. Era venuto il momento di fare in modo che
nella sanità vi fossero «responsabilità pari alle cariche, senza
improvvisazioni pericolose». E l’adozione del Certificato sarebbe stata lo
stimolo energico per procedere nella giusta direzione: quando i medici
fossero stati obbligati a essere ben preparati, il Certificato avrebbe potuto
facilmente essere introdotto. E senza troppe delicatezze: «non si parli del
solito rispetto alla libertà e personalità umana. La guerra ha soppresso
non pure tante libertà, ma tante vite (…) Libertà di nuocere, libertà di
spopolare e depauperare la nostra Patria, a me pare».
L’obbligatorietà del Certificato e soprattutto la proibizione tassativa delle
nozze in caso di esito sfavorevole della visita, non ammettevano, secondo De
Napoli e contro il parere di un altro igenista insigne, il Tropeano, deroga
alcuna: «bisogna, come ha detto il Prof. Bianchi, considerare il matrimonio
quale funzione di Stato». Con le vaccinazioni, lo Stato aveva dimostrato di
poter imporre obblighi di profilassi. Questa argomentazione di De Napoli,
tutta protesa a confidare nella forza impositiva dello Stato per vietare i
matrimoni appare importante, poiché fu “in embrione” uno degli argomenti
principali dei sostenitori del Certificato di fronte a Mussolini.
De Napoli confidava ampiamente nella rapida diffusione del Certificato
grazie agli auspici della Commissione: per facilitare il compito sarebbe stato
sufficiente poi limitare l’estensione del provvedimento alla popolazione
maschile visto che per quasi la totalità dei casi era il marito a portare il
contagio all’interno della famiglia. Il divieto di matrimonio si sarebbe limitato
al tempo necessario alla completa guarigione del soggetto: in questo De
Napoli si dimostrò affatto contrario alle ipotesi dei venereologi che
consideravano incurabili i danni ereditari provocati dalla sifilide o comunque
si mostravano scettici sul concetto di “completa” guarigione.
La proposta De Napoli venne accolta con entusiasmo dalla
Commissione, ricevendo il plauso di Leonardo Bianchi (ponte importante tra
questa proposta e l’opera di propaganda successiva del Gruppo Eugenico
Napoletano), Murri, Foà, Mangiagalli (uno degli organizzatori del 1°
Congresso di Eugenica di Milano), Borri, Sclavo, Tropeano. La commissione,
nell’intento già ampiamente dichiarato fin dal 1916, di rivedere il
regolamento di profilassi antivenerea del 1905, emanò un ordine del giorno
in cui, oltre a raccomandare a beneficio dei medici «il sempre maggiore
incremento agli studi di clinica dermosifilopatica», l’istruzione e
l’educazione contro i «vieti e dannosi pregiudizi» legati alla malattia,

154
chiedeva di «istituire ispettori dermosifilopatici provinciali od
interprovinciali» di provata capacità tecnica. E concludeva : «la sezione fa
voti che sia sancito il principio del Certificato medico prematrimoniale,
che nei riguardi della sifilide sarà più facilmente accettabile, in quanto
dovrà imporsi esclusivamente al futuro sposo, nella quasi totalità dei casi
responsabile dei contagi coniugali». Le proposte di De Napoli erano state
accolte integralmente.
Malauguratamente però, come accadde per parecchi altri voti della
mastodontica Commissione, la cosa non ebbe seguito. De Napoli, comunque,
non arrestò il proprio impegno, portando pochi mesi più tardi la sua proposta
di fronte alla Società di Dermosifilografia. Qui non trovò il plauso che
l’aveva accolto davanti alla Commissione: vi fu una discussione accesa e la
quasi totalità della Società si trovò schierata contro la sua proposta.
Trascorsero undici mesi di riflessione e valutazione, dopo i quali la Società di
Dermosifilografia stilò un ordine del giorno che ammetteva i termini generali
del Certificato, rifiutando però il carattere di obbligatorietà e i termini di
impellente necessità.
Nel frattempo, attorno alla questione, l’interesse andò pian piano
crescendo. Il 1° congresso dell’Associazione Italiana tra le Dottoresse in
medicina229, approvò a larga maggioranza un ordine del giorno a favore del
Certificato, presentato da una delle studiose e divulgatrici di questioni sessuali
più attive del periodo, la dott.ssa Clelia Lollini, socio della Società Italiana per
lo Studio delle Questioni Sessuali (uno dei ‘centri’ più impegnati a sostenere
il Certificato) ed una delle poche voci femminili, se non l’unica, che parlasse
autorevolmente di queste cose. E al proposito non va trascurato il fatto che
parecchio consenso all’istituto del Certificato (e anche feroci critiche)
vennero proprio da associazioni femminili e in particolar modo da
associazioni a contatto con il problema della prostituzione. Ma non solo: il
Congresso Internazionale pro Suffragio femminile230 discusse di Certificato
come già prima aveva fatto il Consiglio Nazionale delle Donne Italiane,
riunito a congresso.
Sotto la spinta di sempre maggior attenzione e sempre maggiori
consensi, ben presto la questione del Certificato varcò la soglia del
Parlamento e, in un momento per il Paese assai delicato, fu oggetto di
discussione all’interno del Fascio Medico Parlamentare231. Il 19 Novembre
1922, presenti Bianchi e Capasso, che fu relatore della proposta, il Fascio

229) A Salsomaggiore, il 14 Ottobre 1921.


230) A Roma, nel maggio 1923.
231) L. Maggiore, Per la difesa della Stirpe: il Certificato prematrimoniale, in «Politica sociale», n°2, 1930.

155
Medico discusse questo ordine del giorno: se si dovesse «far obbligo
all’Ufficiale di Stato Civile di ogni Comune di chiedere agli sposi se sono
provvisti di un Certificato medico, senza che la mancanza di esso
costituisca un impedimento alla celebrazione del matrimonio». Il Fascio,
dopo lunga discussione giunse alla compilazione di un progetto di legge da
presentarsi alla Camera, che però non giunse mai all’esame dell’assise
parlamentare e ben presto scomparve nel nulla, mentre la Camera veniva
travolta dagli eventi.
La questione della certificazione, nel frattempo, si andava dilatando nel
mondo e gli esperimenti pratici si andavano moltiplicando. Dopo l’America,
anche in Europa232 alcune legislazioni si andavano orientando verso
l’adozione del Certificato obbligatorio. A Vienna, nel 1922, fu costituito un
Dispensario Comunale con funzioni specifiche di Consultorio per i futuri
sposi. Il Consiglio Superiore dell’Igiene Pubblica tedesca, negli stessi anni,
decise di richiedere ai fidanzati un certificato di buona salute stipulato non
anteriormente a quattro settimane dalla data delle nozze. Il 9 febbraio 1922
questa disposizione fu integrata da un progetto di legge per l’adozione di un
certificato obbligatorio, in cui, tra l’altro, fu prevista una pena carceraria per
chi contraeva matrimonio pur sapendo di essere affetto da malattie
contagiose. In Norvegia, dal 1919, la mancata cura delle malattie veneree fu
dichiarata reato e punita col carcere. Il medico generico fu obbligato a
denunziare alle autorità i propri assistiti affetti da malattie veneree,
tubercolosi e malattie mentali, che intendessero contrarre matrimonio. Nei
casi in cui uno dei due coniugi avesse contagiato l’altro, venne prevista la
possibilità di ottenere il divorzio, oltre che il carcere e una multa superiore
alle 50 corone per il contagiante. In Svezia a partire dal 1919 la legge contro
la propagazione delle malattie veneree dispose il divieto di matrimonio per gli
affetti da tali malattie e obbligò i medici a denunciare alla Polizia Sanitaria gli
affetti da lue che rifiutassero di farsi curare. In Danimarca una legge del 30
Giugno 1922 dichiarò l’impedimento al matrimonio a coloro i quali fossero
affetti da malattie sessuali o epilessia, salvo il fatto che il futuro coniuge,
debitamente informato, decidesse comunque di contrarre il legame. Si stabilì
inoltre la possibilità di avvalersi del Certificato per coloro i quali, avendo
sofferto di malattie sessuali, intendessero provare alle autorità l’esclusione del
pericolo di contagio.

232) Per le notizie sul Certificato in Europa vedi la rubrica notizie varie di «Difesa sociale» dal 1923. In
particolare La visita prematrimoniale in Danimarca ed Austria (novembre 1923); Germania: ufficio municipale di
consultazioni al matrimonio (maggio 1925); Austria: visita medica prematrimoniale (ottobre 1925). Vedi anche
M. Boldrini Il movimento eugenico in alcuni paesi in «Difesa sociale», febbraio 1928.
156
Lo strumento del Certificato convinse sempre più nazioni nell’arco degli
anni ‘20. Arrivò a radicarsi, nel 1926, persino nell’arretrata Turchia, dove il
medico apponeva un timbro sul polso sinistro agli idonei. Per le donne,
rigidamente chiuse nei dogmi della legge islamica, la visita prematrimoniale si
limitava (e solo in casi speciali) ad un esame otolaringoiatrico.
L’Italia dal 1922 al 1924 rimase in posizione di attesa, mentre Pietro
Capasso, il curatore della abortita proposta di legge del Fascio Medico
parlamentare, manteneva vivo l’interesse sull’importante questione233 finché i
termini della questione raggiunsero anche personalità pubbliche di rilievo. E
tra queste, al vertice, Benito Mussolini. Capasso incontrò Mussolini per
parlargli di Certificato, con tutta probabilità nel gennaio del 1924, mentre
Mussolini era un Presidente del Consiglio alla vigilia di elezioni delicatissime,
e di igiene sociale non aveva avuto forse ancora il tempo di occuparsi
seriamente. Mancava ancora parecchio tempo al discorso dell’Ascensione234
in cui Mussolini avrebbe detto: «Le malattie cosiddette sociali segnano una
recrudescenza. Bisogna preoccuparsene, e preoccuparsene in tempo».
E tuttavia Mussolini, per certi aspetti, dimostrò già a Capasso di avere le
idee chiare sul merito della questione e di aver lasciato definitivamente alle
spalle la sua vecchia simpatia per le idee neo-malthusiane. Racconta Capasso:
« or sono alcuni mesi, parlai all’on. Mussolini della necessità del
provvedimento del Certificato. Egli mi prospettò due obiezioni: e cioè la
necessità di avere sempre maggior numero di braccia e la preoccupazione
del turbamento della compagine familiare. Per questo egli in un primo
momento si mostrò decisamente contrario. Mi fu facile ribattere, con
qualche cifra alla mano, che oggi per noi l’aumento delle nascite è un
pericolo e non un bene, e con la forma da noi proposta del Certificato a
titolo informativo, nessun turbamento sarebbe venuto alla costituzione etica
della famiglia: tutt’al più con la compagine fisica anche quella etica ne
sarebbe uscita rafforzata. L’on Mussolini si ammansì un poco (sic!) e
promise di ristudiare personalmente l’argomento»235.
Capasso non diede peso eccessivo alla risposta negativa dell’Onorevole
Mussolini e, ignaro degli eventi politici che avrebbero travolto l’Italia dopo il
delitto Matteotti, non insistette oltre e volse lo sguardo altrove, avendo in
mente di allargare il consenso al Certificato con altri mezzi prima di giocare
di nuovo la carta parlamentare. Ma il suo cammino, anche se non poteva
233) Vedi un vivace scambio di idee in «Rassegna di studi sessuali», tra aprile e giugno del 1923.
234) L’analisi del discorso di Mussolini del 26 Maggio 1927 (discorso “dell'Ascensione”) nell’articolo anonimo
Il programma demografico del governo nazionale in «Rassegna di studi sessuali», giugno 1927.
235) P. Capasso, intervento alla riunione del gruppo romano della Società per lo Studio delle Questioni Sessuali
il 28 gennaio 1924, in «Rassegna di studi sessuali», maggio 1924.
157
saperlo, era segnato. Mussolini avrebbe “ristudiato” attentamente la
questione e avrebbe tramutato la sua prima impressione in una ferma
decisione: aperta ostilità ad una proposta che agitava inutilmente le acque
dell’intimità della famiglia e che rischiava di deprimere la natalità. Senza
aggiungere altro sulla questione del Certificato, Mussolini la considerò
implicitamente archiviata.

Schermaglie neomalthusiane

Mussolini e Capasso dopo il 1924 non si sarebbero più incontrati. Il Duce


avrebbe interpretato le istanze dell’eugenetica e della medicina sociale
attraverso l’Opera Nazionale per la Maternità e l’Infanzia, celebrando l’igiene
e la puericoltura e dimenticando il Certificato.
Nonostante la situazione politica sfavorevolissima però, i sostenitori del
provvedimento non si scoraggiarono. Aderirono alle istanze “rigeneratrici”
della politica sociale del fascismo e si diedero da fare per rendere presentabile
l’immagine del Certificato agli occhi della nuova classe dirigente. Si diedero
da fare soprattutto per combattere un grave pregiudizio che parecchi medici,
sostenuti via via fortemente dal Governo, gettavano sulla loro iniziativa: che
il provvedimento obbligatorio deprimesse la nuzialità e la natalità ed incitasse
alle pratiche neo-malthusiane.
Non era impresa facile combattere queste accuse. Capasso, la punta di
lancia del Gruppo Eugenico Napoletano, si era sempre dichiarato un neo-
malthusiano convinto, e non condivideva assolutamente le preoccupazioni di
Mussolini sulla “mancanza di braccia” convinto com’era della necessità di
dover arginare la valanga dei cattivi matrimoni e delle «tristi nascite» con
tutti i mezzi, non escluso quello di propagandare la contraccezione fin negli
strati più bassi della popolazione. E con lui si erano schierati parecchi altri
medici: «prolificità non è ricchezza, se non potenziale (…) le nascite in
Italia sono troppe, bisogna limitarle per ragioni politiche e per ragioni
eugeniche. I tubercolotici, i sifilitici, gli epilettici, i degenerati alcoolici,
gli omosessuali non dovrebbero generare. Occorrono dunque limini, altro
che la balorda imposizione della tassa sui celibi!».
Quando però la “balorda imposizione” e il popolazionismo, divennero
una realtà contro cui non ci si poteva più scontrare, anche Capasso dovette
piegarsi alla fiducia nella «capacità di rigenerazione spontanea della Razza».
E abiurare esplicitamente il proprio neomalthusianesimo. Anche per

158
distogliere dai sostenitori del Certificato il sospetto sempre più grave di essere
sabotatori della politica demografica del fascismo.
Non si poteva dire che mancasse alimento a questi sospetti: vi era larga
coincidenza, nel mondo, tra nazioni tradizionalmente neomalthusiane e
nazioni che si avvalevano dell’istituto del Certificato236, e dove erano stati
creati consultori prematrimoniali accadevano fatti eloquenti. L’Ufficio
Municipale di Consultazioni sul Matrimonio a Berlino (la notizia arrivò in
Italia nel 1926), dopo aver delucidato ampiamente sposi e fidanzati sul loro
stato di salute, e aver sconsigliato alcuni concepimenti, consigliava
contemporaneamente una efficace pratica contraccettiva, e offriva
l’applicazione gratuita di pessari (sorta di diaframmi) alle donne meno
abbienti. In Italia medici come Silvestro Baglioni, presidente della Società di
Studi Sessuali, non facevano mistero del fatto che la limitazione volontaria
del concepimento avrebbe potuto in qualche modo contribuire all’eugenetica,
e con lui Ettore Levi, il direttore di «Difesa sociale», auspicava una istruzione
contraccettiva di massa impartita da medici e ginecologi alle classi meno
abbienti, a sostegno della ricerca incessante nel campo dell’eugenetica.
Capasso e i sostenitori del Certificato rinunciarono a propagandare
apertamente il neomalthusianesimo. Ma non abbandonarono le loro idee. E
reagirono alle accuse sostenendo che il popolazionismo sfrenato, senza un
controllo eugenetico, sarebbe stato per la natalità un rimedio peggiore del
male. La quantità non valeva la qualità, insistette sempre a dire Capasso, e
questo, aggiungeva, era un pensiero forse condiviso anche da Mussolini237:
«abbiamo oggi delle sane e nitide direttive del Governo nazionale nei
riguardi del problema demografico: e vogliamo rilevarlo perché serva di
ammonimento a coloro i quali pensano che, comunque, il numero inteso
solo nel senso volgare od aritmetico della parola possa costituire potenza e
ricchezza di un popolo (…) É evidente che per essere sorta in Milano e per
opera della Croce Rossa una istituzione che mira a preparare matrimoni
sani attraverso la visita prematrimoniale, essa deve aver avuto il preventivo
assenso del Capo del Governo, nel lucido e fermo pensiero del quale il
problema del numero non può essere disgiunto dal problema della vitalità
feconda e della Sanità». Era improbabile che il Duce intendesse ripopolare
l’Italia coi sifilitici e con i minorati mentali, concludeva Capasso e quindi un
compromesso ragionevole col governo era possibile. Ma si trattava di un
compromesso, non di consenso.

236) Rubrica notizie varie, in «Difesa sociale», maggio 1925.


237) P. Capasso, Le consultazioni prenunziali organizzate dalla Croce Rossa, in «Pensiero sanitario», settembre
1928.
159
L’ossequio di Capasso al “lucido pensiero” di Mussolini, però, non gli
impedì di affondare qualche stoccata polemica da fiero neo-malthusiano, in
nome dell’eugenetica, quando la situazione tattica e gli errori dei Governo lo
permettevano, con corsivi non firmati sul «Pensiero sanitario». Ad esempio,
quando nel settembre del 1928 il Podestà di Firenze, Garbasso, decise di
istituire cinque premi di natalità da 100,000 lire per i genitori sani e “di
buona condotta morale e politica” che fossero riusciti ad avere almeno
quattro figli in sei anni238.
Qualcuno239 (per giunta non un medico ma un ingegnere), riportando la
notizia, aveva fatto notare il fatto che il premio, nonostante esigesse la sana e
robusta costituzione dei partecipanti, imponeva loro di infrangere una regola
eugenetica (e di buonsenso...) fondamentale: il rispetto del periodo naturale
dell’allattamento. E polemicamente si era chiesto: «dove andiamo ? Verso i
porcellini d’India? (…) è permesso in Italia che un Podestà, per quanto in
buona fede, contravvenga ad ogni norma eugenica elementare di
puericoltura ?». La bordata era davvero potente e ancor più l’uso che ne
fece «Pensiero sanitario», rimproverando agli eugenisti “popolazionisti” di
essersi lasciati prendere per il naso, e di aver lasciato passare la scandalosa
proposta calpestando (forse intimoriti dalla carica ufficiale del propositore del
premio) le loro tanto decantate norme eugenetiche: «di figli procreati in
fretta, animalescamente, per far danari, male allattati (…) il Governo
Nazionale non avrebbe cosa farsene. Altro che porcellini d’India! Il
senatore Garbasso, nella sua ignoranza di queste cose non ha ritegno a
dire che nel bando premierà le madri che, poniamo, in sei anni avranno
avuto sei o sette figli ! Sarebbe davvero tempo che su questo punto delicato
del nostro problema demografico fosse detta una parola savia e chiara, a
scopo di frenare certi eccessi di zelo che hanno il sapore della più spietata
ignoranza intorno alle pause occorrenti per una proficua generazione».

Anni importanti

Il 1924 fu un anno importante per la questione del Certificato. Il Gruppo


Napoletano della Società per lo Studio delle Questioni Sessuali nel maggio
1924, grazie alla grande attività e intraprendenza di Capasso riuscì, ad

238) Il bando in «L'Ambrosiano», 12 settembre 1924.


239) D. Pastorello, Porcellini d'India, in «Pensiero sanitario», settembre 1928

160
affrontare di petto la questione di fronte ad una platea finalmente vasta:
quella della II° Riunione Nazionale della Società.
Sotto l’ala protettrice del carismatico Leonardo Bianchi, che dipinse
disastrosi scenari di crollo della moralità pubblica, Capasso invocò un pronto
rimedio alla nascita e «all’intristire pietoso di tanti malatini senza sguardo,
senza sangue, infiltrati di un giallore trasparente che li fa morti prima di
morire, larve infantili, piccoli stracci innocenti di carne ed ossa
suppuranti, frutto criminoso di tanti accoppiamenti fra l’alcoolismo e la
lue, l’epilessia e la tubercolosi, la blenorragia e la deficienza psichica».
Oltre la retorica, comunque, Capasso seppe portare solidi argomenti alla
questione del provvedimento obbligatorio. Non ultimo il plauso di Achille
Loria, che si era dichiarato favorevole alla obbligatorietà del Certificato ma
che era contrario al divieto di matrimonio per chi avesse ottenuto un esito
sfavorevole dalla visita medica: «ciò che importa è che i candidati al
matrimonio conoscano esattamente le condizioni fisiologiche e patologiche
delle persone con cui stanno per accasarsi». Capasso su questo era
perfettamente d’accordo con lui, reclamando un «gradualismo nel
reclamare provvedimenti legislativi», convinto che l’informazione bastasse a
scoraggiare i matrimoni pericolosi, senza però precludere una apertura verso
la obbligatorietà completa. Inutile dire che nella riunione napoletana la
proposta di Capasso ricevette un plauso ampio, pur con inevitabili eccezioni.
Qualcuno, certo, lo rimproverò per la «mania di imitare altre nazioni», ma
in generale il suo principio di tentare comunque poiché «pel desiderio del
meglio non si doveva sacrificare il buono», passò facilmente. L’appoggio
decisivo gli venne da Ettore Levi, in qualità di portavoce della Lega Italiana
contro il Pericolo Venereo. E nell’ordine del giorno conclusivo l’assemblea
chiese al Governo l’adozione del provvedimento.
Il passo successivo fu il congresso milanese di eugenetica del settembre
1924 il quale, lo ricordiamo, era nato proprio sulla base della questione del
Certificato portata avanti da Patellani di fronte alla Reale Società d’Igiene. A
Milano Capasso non fu presente, ma Bianchi portò più che degnamente alta
la bandiera del giovane Gruppo Eugenico Napoletano. Di Certificato
naturalmente al Congresso si parlò, ma non ne parlò Bianchi, lasciando che
fosse il meno autorevole prof. Agostino Pasini a spezzare le sue lance a
favore del provvedimento240. Pasini, intelligentemente, portò di fronte
all’assemblea un caso concreto di lue celtica latente, in cui l’infezione si era

240) L'autorizzazione medica al matrimonio, in «Corriere della Sera», 23 Settembre 1924, e Il certificato
prematrimoniale, in «Pensiero sanitario», ottobre 1924.
161
trasmessa per quattro generazioni «rimanendo latente per due di esse», a
prova del fatto che il contagio luteico fosse un problema primario
dell’eugenetica, urgente e risolvibile solo con la profilassi prematrimoniale.
Nel panorama complessivo degli atti del Congresso l’intervento di Pasini non
sembrò emergere con forza particolare, relegato tra le comunicazioni della
VI° seduta scientifica. Questo però non impedì che, al termine dei lavori,
nella stesura degli ordini del giorno, il Certificato si ritagliasse una posizione
di tutto rispetto, fregiandosi oltretutto della aperta stima della Reale Società
di Igiene. L’OdG del Congresso approvò il Certificato «come semplice
informativa Eugenetica ai fidanzati e mezzo di propaganda igienica
popolare», ma non come «provvedimento di legge dal quale debba
dipendere la concessione da parte dell’Autorità al matrimonio»,
augurandosi che nelle città venissero presto istituiti consultori adatti a
rilasciare le certificazioni. Era un forte appoggio per i “gradualisti” che
volevano l’obbligatorietà dell’esame ma non il divieto alle nozze.
Dal 1924 al 1927 la questione Certificato crebbe in sintonia con la
propaganda eugenetica241, ma nulla di decisivo accadde. Sulla scorta delle
leggi di Mendel, rese sempre più credibili da «continue verifiche», Capasso
suggerì all’eugenetica italiana di guardare oltre confine per rendersi conto di
quanto tempo prezioso si perdesse nel nostro paese dietro a bizantinismi
oziosi. Persino la Francia, che dopo la guerra non poteva più permettersi il
lusso del neomalthusianesimo, con la proposta di Legge Pinard si dichiarava
a favore della selezione delle coppie. Soltanto l’Italia, commentava infastidito
Capasso, tardava a scuotersi dal torpore del falso moralismo, dagli egoismi e
dagli «argomenti sciupatini anzichenò» degli oppositori, mentre a parole di
dichiarava pronta a «creare una razza più forte». Occorreva accettare il
Certificato, senza nascondersi dietro ad un dito: «violazione del segreto
professionale, orrore per le coercizioni legali ? Ma non ci fate ridere!».

Consultori prematrimoniali privati

La strada che i sostenitori del Certificato si erano proposti di seguire,


come si è visto, era senza uscita. Il progetto non si sarebbe mai concretizzato

241) Cfr. In particolare gli inteventi di Capasso tra il '24 e il '28: I sessi e la doppia morale sessuale, in «Pensiero
sanitario», giugno 1925; Intorno al Certificato Prematrimoniale, in «Pensiero sanitario», marzo 1927; Alla
difesa del matrimonio, in «Pensiero sanitario», luglio 1927; Consultori prematrimoniali e certificato, i n
«Pensiero sanitario» marzo 1928. Vedi anche C. Lollini Visita e certificato prematrimoniale, in «Pensiero
sanitario» dicembre 1927 e F. Travagli, "Consultori prematrimoniali e certificato, in «Pensiero sanitario»,
marzo 1928.
162
in legge dello Stato, anche se i Codici, spontaneamente, avevano già recepito
alcune delle sue istanze, sbarrando in qualche modo la strada del matrimonio
alle imperfezioni biologiche. L’articolo 61 del Codice Civile stabiliva il divieto
di matrimonio per le persone imparentate in primo o secondo grado (anche
se dispense a questo articolo di legge venivano concesse con grande
indulgenza). Lo stesso articolo stabiliva poi la esclusione dal matrimonio per
gli affetti da infermità mentale grave, vincoli mutuati direttamente dalle
antiche consuetudini matrimoniali religiose. Al di là dell’escludere i casi
estremi, però, la legge non si era occupata dei criteri di “adeguatezza
biologica” al matrimonio. Anche se, da direzioni diverse, venivano
caldeggiate modifiche di tipo eugenetico all’orientamento giudiziario.
In merito al contagio da malattie veneree, ad esempio, alcuni penalisti
insistevano perchè il Legislatore si decidesse a considerare il reato di contagio
consapevole alla stregua del reato di omicidio colposo, come accadeva in
altre nazioni. La configurazione di reato nel contagio da sifilide in qualche
modo rispondeva alle istanze del Certificato e poteva diventarne un veicolo
efficace, quando obbligava l’ammalato a denunciare la propria malattia al
coniuge242.
La realizzazione concreta del Certificato passava dunque nelle mani delle
iniziative private. Esperimenti anche notevoli furono tentati, con il fine
esplicito di dimostrare la fattibilità del progetto, ma soprattutto con
l’intenzione di suscitare nella popolazione quella curiosità e quella fiducia che
si sarebbero dovute tradurre in aperto sostegno popolare al provvedimento.
In alcuni capoluoghi italiani iniziarono a funzionare, a metà degli anni venti, i
primi consultori sperimentali prematrimoniali, che fornivano gratuitamente
visite e pareri non vincolanti ai fidanzati, in un clima di grande attesa e di
altrettanto grande incertezza. Primo tra tutti (per quanto che ci risulta) fu, a
metà del 1926, l’Ufficio di Avviamento Professionale e visita
prematrimoniale di Trieste, istituito a cura del locale Gruppo Sanitario
Femminile del Fascio, sotto la direzione della dott.ssa Emma Barzilai
(nonostante la scarsa rappresentanza nei congressi ufficiali, le donne, vere
vittime delle disgenìe che colpivano il matrimonio, trovarono sempre la
maniera di partecipare attivamente alla propaganda della profilassi
prematrimoniale e del Certificato). L’istituzione triestina, appoggiandosi al
Patronato Sociale del Lavoro per i risvolti pratici della questione, intendeva
così tutelare in diverso modo due categorie di donne: le donne che si
avviavano a un’arte o a un mestiere, e le donne che si «avviavano al

242) Il reato di contagio di sifilide o di malattia venerea, in «Rassegna di studi sessuali», ottobre 1928.

163
matrimonio», considerando il matrimonio allo stesso livello delle professioni
retribuite, per le quali era obbligatoria la tutela sanitaria243.
Parecchi anni dopo l’esperienza di Trieste, anche a Torino, per opera
della Società Italiana di Sessuologia con l’impegno personale di Cesare
Artom, e a Genova vennero istituiti consultori prematrimoniali, che ebbero
però vita breve. Nel capoluogo ligure il consultorio iniziò a funzionare nel
Febbraio del 1928, auspice il Gruppo Ligure della Società Italiana di
Igiene244, fornendo consulenza e propaganda pre e post-matrimoniale, sotto
la guida del titolare della cattedra di medicina legale dell’università, prof.
Ferrando, nella più stretta discrezione e riserbo sui nomi delle persone che,
spontaneamente, si rivolgevano all’istituzione.
La Lega Italiana (o Società Italiana) di Igiene e Profilassi Mentale da
tempo aveva sostenuto l’istituto della certificazione prematrimoniale. Nel
1927, Sante de Sanctis, parlando a nome della sezione laziale della Lega,
propose un fac-simile per una certificazione da realizzarsi con l’aiuto degli
ambulatori gratuiti245. Negli ambulatori del Regno, proponeva de Sanctis, si
sarebbero dovuti mettere cartelli di propaganda per la visita prematrimoniale
facoltativa. A seguito delle visite mediche sarebbero stati redatti speciali
moduli, che riportavano notizie sul sesso l’età, la condizione sociale, le
patologie in corso e una serie di accurate informazioni - personalizzate per
ciascun paziente - sui pericoli dell’unione matrimoniale. Parte dei moduli
sarebbe stata conservata dai richiedenti con valore di Certificato, parte,
invece avrebbe integrato i dati di un Archivio Centrale da realizzare
mediante una intesa tra la Lega d’Igiene Mentale, la Società d’Eugenica ed
altri istituti.
Dopo l’esperienza genovese, fu la volta di Milano, dove si aprì un
consultorio a cura della Croce Rossa nell’autunno del 1928. La vicenda di
questa istituzione fu senza dubbio la più ricca tra tutte quelle a cui abbiamo
fatto cenno. E la più estesa negli anni, poiché ebbe inizio nella tarda estate del
1924, quando la vita milanese fu scossa da un inusuale episodio di cronaca
nera246: un omicidio-suicidio alla cui origine era un matrimonio contratto
senza “precauzioni eugenetiche”.
Un fiorista che abitava in via Niccolini, tale Giuseppe Mandelli, sposato e
con una figlia, ammalatosi di tubercolosi, aveva freddato nel sonno con un
colpo di pistola il padre sessantenne. Poi, con la stessa arma, si era tolto la

243) Rubrica Notizie varie, in «Difesa sociale», novembre 1924 e luglio 1926.
244) Rubrica Notizie varie, in «Difesa sociale», febbraio 1928.
245) Il fac-simile in «Difesa sociale», gennaio 1927.
246) Vedi «Corriere della sera», 22 settembre 1924.

164
vita. Con quel gesto, Mandelli, ormai incurabile, credeva di aver fatto
giustizia di un padre imprudente che aveva trasmesso ai discendenti la
tubercolosi. Prima di morire aveva scritto un laconico biglietto in cui si
leggeva: «ho vendicato mia madre. Ho ucciso mio padre perché lui solo è
responsabile della sua morte. Lui solo , con tutti i suoi barbari sistemi e
con il suo poco nutrimento, ci ha ridotti tutti tubercolosi. Oggi se ne
infischia altamente ma sulla sua coscienza ci sono quattro morti». I quattro
morti in questione erano la madre dell’omicida, lui stesso e due sue sorelle,
morte anni prima, che il Mandelli credeva fossero altre vittime della triste
eredità biologica paterna. Al di là del fatto di cronaca, e al di là del fatto
(come l’articolista del “Corriere” sottolineava) che: «il dubbio che un male
atavico minasse la famiglia, originando dal padre, non è fondato» (anche
perché le sorelle erano morte di “spagnola”, e il padre era assai dubbio che
fosse tubercolotico), la meccanica dell’episodio aveva messo non poco in
fermento la propaganda contro le malattie sociali.
L’ambiente degli eugenisti recepì con una punta di enfasi l’omicidio-
suicidio milanese, e ne parlò come di un avvenimento che aveva
profondamente scosso l’opinione pubblica, insistendo parecchio sul tasto del
movente “ereditarietà”. E mise ben presto in relazione (giustamente o no) la
reazione dell’opinione pubblica al fatto di sangue con l’iniziativa eugenetica
promossa poco dopo da un medico illustre, Emilio Alfieri, allora direttore
della clinica Ostetrica di Pavia e presidente del sottocomitato pavese della
Croce Rossa. Alfieri aveva presentato nel tardo autunno del 1924 alla Croce
Rossa una proposta per l’istituzione a Milano di un consultorio
prematrimoniale, sul modello del Consultorio facoltativo di Vienna247, che egli
aveva conosciuto nei dettagli grazie allo zelo di Ettore Levi. Mettendo
l’accento, tra le altre cose, sul grave danno economico che le malattie
disgeniche portavano alle famiglie costringendo i familiari sani ad «un
maggior lavoro per sopperire alle necessità domestiche» (uno dei motivi
dell’omicidio milanese), Alfieri aveva sottolineato la necessità di una
istituzione che potesse finalmente inculìcare un minimo di responsabilità nel
popolo «ancora troppo spesso imprevidente».
La speranza che i malati volontariamente si sottoponessero agli esami e
ne accettassero responsabilmente le conclusioni come persone «intelligenti
ed oneste» era forse ottimistica, così come la speranza che i genitori
vigilassero sui figli perché si sottoponessero gli esami. Ma Alfieri contava

247) E. Levi, Per un'Istituto di consulenza igienica prematrimoniale in Milano, in «Difesa sociale», novembre
1924.
165
soprattutto sulla discrezione e la rassicurante immagine dell’istituzione Croce
Rossa perché le arti calme della persuasione funzionassero: «all’indagine
medica non devono frapporsi ostacoli, né limitazioni o reticenze, sotto la
salvaguardia assoluta del segreto professionale garantito dalla legge».
I principi fondamentali da porre a base del consultorio (o meglio Istituto
di Consulenza Igienica Prematrimoniale) sarebbero stati anzitutto la gratuità
delle analisi - salvo l’accettazione di contributi volontari alla C.R.I. da chi
potesse permetterseli - la garanzia del segreto assoluto, della riservatezza
nelle risposte e l’accertamento medico diretto. Si sarebbero potuti
interpellare eventualmente i medici curanti dei singoli, proponeva Alfieri, ma
non prima e non senza aver compiuto esami radiologici endoscopici o
sierologici diretti. E questa era una grossa novità rispetto al Consultorio
viennese, dove i certificati venivano stipulati solo sulla base delle dichiarazioni
dei medici condotti. Per questo, continuava Alfieri, sarebbe stato necessario
far firmare ai richiedenti una dichiarazione preliminare che consentisse al
consultorio di fare qualsiasi tipo di indagine ritenesse opportuna. L’esito degli
esami avrebbe prodotto un Certificato da esibire in qualsiasi occasione il
soggetto lo ritenesse opportuno, in particolar modo per l’abilitazione al
matrimonio. Si sarebbe dovuto garantire l’anonimato a chiunque lo
desiderasse.
Alla proposta di Alfieri occorsero ben 4 anni per divenire realtà. Il 15
ottobre 1928, finalmente, «piccola scintilla cui seconderà la gran fiamma»,
come venne annunciato da Capasso, un Centro di Consultazione prenuziale
della Croce Rossa aprì i battenti a Milano, nei pressi di Piazzale Cadorna,
presso la sede dell’ambulanza “Piave”. L’istituzione forniva pareri sanitari e
consulenze di vario genere a fidanzati e genitori, sotto il massimo riserbo e
gratuitamente per i poveri. Nei casi necessari un segretario medico
provvedeva a ordinare analisi cliniche e mediche ad un collegio di specialisti
immunologi, dermosifilografi, ostetrici, ecc. collegati all’Istituto. Era prevista
inoltre la possibilità di ricevere consulenze per posta248. L’iniziativa si sposò
con altre iniziative di propaganda che auspicavano il diretto coinvolgimento
dello Stato, come la richiesta ai Podestà di consegnare “memorandum”
eugenetici alle coppie di fidanzati che si presentavano allo Stato Civile.

Una banca-dati per l’eugenetica

248) P. Capasso, Le consultazioni prenuziali organizzate dalla Croce Rossa, in «Pensiero sanitario», settembre
1928.
166
I consultori prematrimoniali privati a cui abbiamo fatto cenno
sembrarono aprire una breccia nel muro dell’indifferenza del Paese. Ma gli
eugenisti si rendevano ben conto che essi, lasciati soli, sarebbero scomparsi
come cattedrali nel deserto. Appariva chiaro, e veniva continuamente
ripetuto, che nessun serio dispensario eugenetico avrebbe funzionato senza
una massiccia raccolta di dati ed osservazioni a supporto. Era quindi logico
che tra le realizzazioni pratiche sperimentali collegate ai Certificati nascesse
presto una “banca-dati”. Fu Nicola Pende, direttore della Clinica medica di
Genova, a assumersi il ruolo di figura di riferimento in questo campo.
Le realizzazioni di Pende non godettero mai dell’enfasi che accompagnò
il dibattito sul Certificato e tuttavia ebbero notevole spirito d’iniziativa e
intuito. Durante il 1925 a Genova, Pende realizzò un “Dispensario
Biotipologico ed Ortogenetico”249, osservatorio permanente delle condizioni
di ereditarietà, di sviluppo, di crescita dei nuovi nati che si proponeva lo
scopo di «amministrare sapientemente» le risorse degli individui,
correggendone i difetti e seguendoli nel cammino della crescita fino
all’orientamento professionale, studiato accuratamente sul modello della
“biotipologia” di ciascuno. L’idea era di andare oltre il semplice accumularsi
di provvedimenti eugenetici, e di fare della “biotipologia” - insieme di
biologia, eugenica, psicologia, antropologia e pedagogia - una vera e propria
branca autonoma delle scienze umane250.
L’idea di questo tipo di istituzione era venuta a Pende da Stoccolma. Il 1
gennaio 1921 il parlamento svedese aveva versato la somma di 60 mila
corone per la costituzione di un Istituto di Stato per la Biologia delle Razze,
alla cui direzione fu posto Herman Lundborg, insegnante di Biologia delle
razze ed accanito eugenista, che aveva già ricevuto stanziamenti governativi
per lavorare ai problemi dell’ereditarietà presso l’Università di Uppsala251.
L’Istituto, ente autonomo i cui membri venivano nominati direttamente dal
Re, promosse indagini demografico-antropologiche basate sulla ricostruzione
degli alberi genealogici. Il fine era quello di chiarire i caratteri ereditari e la
tipicità della “razza svedese” (e dell’enclave Lappone) sulla base di una
“Carta Antropologica” e genealogica di tutta la Nazione.
Nicola Pende capì molto chiaramente quali potessero essere le
potenzialità di un centro di studio sull’ortogenesi che ricevesse larghe
249) Dispensari biotipologici ed ortogenetici, in «Difesa sociale», febbraio 1926.
250) N. Pende, Gli istituti di Biologia e Psicologia dell'individuo e della Razza, in «Difesa sociale», aprile 1923
(vedi anche la rubrica Notizie varie, in «Difesa sociale», gennaio 1926).
251) U. Giusti, L'istituto nazionale svedese per le ricerche biologiche sulla Razza, in «Difesa sociale», aprile
1923.
167
provvidenze dallo Stato. Ispirandosi all’istituto svedese ben presto caldeggiò
l’idea di istituti come quello di Genova distribuiti in tutta Italia, collegati alle
Università, capaci di «analizzare e valutare le qualità biologiche e
psicologiche, ereditarie o condizionate dall’ambiente, così dell’individuo
come della famiglia (…) allo scopo di applicare agli individui ed alle
famiglie costituzionalmente tarate la bonifica somatico-morale più adatta».
Il tutto razionalizzando i passaggi della ricerca in un campo che fino ad
allora, ammoniva Pende, era stato «assai poco fruttifero, perché gli studiosi
in questo campo disperdono le loro energie in iniziative parziali». Ecco
dunque la necessità di «chiamare a raccolta ed alleare medici, psicologi e
psicopatologi, educatori, sociologi e criminologi», per creare istituzioni di
indirizzo finalmente unitario, «come unitaria è la costituzione e la
personalità dell’individuo». Opera questa finalmente «più completa e più
razionale che un semplice Istituto per l’igiene della razza e per
l’eugenetica».
La novità metodologica delle istituzioni auspicate da Pende era evidente
nel programma: alla base dell’intera struttura v’era una divisione in due
grandi tronconi, quello pratico di terapia dell’anomalia e quello teorico di
studio delle ereditarietà. Poi alcune sottodivisioni accurate di ambiti per
ciascun indirizzo: insegnamenti di fisiologia, patologia della crescita ed
educazione fisica per puericultori ed educatori, insegnamenti di eredità ed
eugenica per medici, psicologi e criminologi. Per tutte le categorie di medici
ed antropologi, poi, un insegnamento di norme pratiche di «bonifica
somatica e psichica» e di valutazione sociologica dell’individuo, da applicarsi
nell’orientamento professionale, nella scelta sessuale, nella selezione dei
servizi militari, eccetera. Dal punto di vista pratico gli istituti si sarebbero
dovuti collegare alle scuole «per minorenni deficienti ed anormali» e alle
scuole correzionali per «minorenni amorali e delinquenti», nonchè farsi
promotori di corsi popolari di puericoltura. La realizzazione più importante,
in ogni caso, sarebbe stata quella di un Registro Personale dell’Individualità,
aggiornato di semestre in semestre coi risultati ottenuti dalla «bonifica
psichica”, e di un Archivio Genealogico Statistico con tutti i dati che si
riferissero alla storia ereditaria dell’individuo. Ultima realizzazione, ma non
meno importante, un “Museo dell’Eredità”, destinato a raccogliere «tutti i
documenti morfologici, fotografici, ecc… che si riferiscono alla eredità
morbosa».

168
Il progetto, come si vede, era ambiziosissimo. Ma non irrealizzabile. E i
fatti lo dimostrarono: il dispensario funzionò252 e suscitò ammirazione dei
medici per la completezza delle strutture. E riuscì ad interessare il Comando
di Corpo d’Armata di Genova, per la selezione dei soldati, ed il Ministero
dell’Istruzione, per un progetto di programma di educazione degli anormali.

Due inchieste

Quali furono gli argomenti del dibattito intorno alla questione del
Certificato ? Seguire la questione passo passo sugli articoli disseminati nelle
riviste specializzate, cercarne i frammenti nelle messe delle pubblicazioni
scientifiche è senz’altro una via maestra. Ma sarebbe uno sforzo
probabilmente inutile, poiché gli argomenti di dibattito non furono molti e le
polemiche furono spesso dispersive, tirate per le lunghe, talvolta oziose,
spesso ripetitive. Per avere una panoramica della situazione sufficientemente
chiara senza il peso di dettagli di scarso interesse per il lettore, preferiamo
perciò basare la ricognizione del dibattito su due fonti privilegiate e a nostro
parere esaurienti: le inchieste giornalistiche del 1927.
Nel Gennaio del 1927 la questione Certificato fu affrontata dal «Resto
del carlino», in un’inchiesta, per gli eugenisti di allora, di rilevanza
grandissima. A breve distanza dal quotidiano bolognese anche un altro
quotidiano, il «Roma», si occupò del problema. E così fece anche il mensile
«Difesa sociale», promuovendo una inchiesta omologa a quella del
“Carlino”253.
Queste inchieste rappresentarono un sorta di “sistemazione
definitiva”della questione del Certificato e, per via delle conclusioni a cui
pervennero, rappresentarono un vero e proprio “non expedit” della classe
medica alla sua istituzione. Furono gli stessi promotori delle inchiesta, infatti,
a dichiarare254 che con gli interventi pubblicati il dibattito si era
«praticamente esaurito» e che gli argomenti dei contendenti si riducevano
«fondamentalmente a pochi che tornano sempre in ballo con variazioni
formali e con gli stili più diversi, in prosa e perfino in versi». Segno
indiscutibile che la questione teorica era assai più che matura e che per

252) G. Vidoni, Il laboratorio di psicotecnica dell'istituto biotipologico della R. Università di Genova, i n


«Difesa sociale», dicembre 1928.
253) L'inchiesta sul «Resto del carlino», venne pubblicata nei numeri del 26, 28 , 30, gennaio e 2, 6, 9, 12, 1 7
febbraio 1927, in articoli vari riuniti dal titoletto Per le generazioni future. Quella di «Difesa sociale» fu
pubblicata in due puntate nei numeri di marzo e aprile 1927 con il titolo Visita prematrimoniale obbligatoria?.
254) Inchiesta del Resto del Carlino, Conclusioni finali (17 febbraio 1927).

169
l’eugenetica era venuto il momento di passare alla istituzionalizzazione,
oppure di tacere. Ma veniamo al merito.
Ciò che stupisce maggiormente il lettore di queste inchieste è constatare
quanto pochi furono gli aperti sostenitori della obbligatorietà del
provvedimento. L’ampia maggioranza degli interventi si dichiarò nettamente
a favore dell’idea di sottoporre i futuri sposi ad una visita medica. In molti si
dissero convinti che la stessa visita si sarebbe potuta anche rendere
obbligatoria, che i risultati si sarebbero dovuti reciprocamente comunicare
agli sposi. Ma all’impedimento al matrimonio conseguente al Certificato ben
pochi si dichiararono favorevoli. Praticamente soltanto De Napoli, Gabbi,
Capasso e Bianchi furono coloro che premettero per la realizzazione pratica
immediata (e l’obbligatorietà) del provvedimento. E non tutti con la stessa
forza. Pur in minoranza, in ogni caso, i sostenitori della obbligatorietà non
esitarono a a esprimere con forza le proprie opinioni. Trovandosi in una
posizione difficile rispetto alla politica demografica che Mussolini andava
elaborando.
Il dettaglio è interessante: Mussolini non prese mai posizione ufficiale in
merito alla questione del Certificato, pur non nascondendo un’aperta ostilità
verso la proposta. Per questo sarebbe lecito pensare, tirando le conclusioni,
che i più convinti a sostenere che - in assenza di menzioni esplicite sulla
questione - Mussolini fosse daccordo con loro, fossero i sostenitori del “no”.
Invece accadde il contrario: le lodi più aperte al Duce “eugenista” vennero
proprio da coloro che meno avrebbero tratto vantaggi da ciò che il Mussolini
andava preparando.
E i motivi sono abbastanza comprensibili: la linea delle leggi Federzoni,
sulla tutela della maternità e dell’Infanzia, dell’ONMI, della tassa sui celibi,
sembrava indicare chiaramente che Mussolini non intendeva lasciare il campo
della medicina sociale alle improvvisazioni e agli spontaneismi, che intendesse
adoperare il peso della legge per rendere finalmente “eugenetica” la
Nazione. Benchè Mussolini non si fosse mai dichiarato eugenista (mancano
ancora due anni alla data in cui Gini lo investirà della presidenza del II°
Congresso Nazionale di Genetica ed Eugenica), da eugenista sembrava
pensare. In questo senso la lettura delle parole di Umberto Gabbi255 è
illuminante: «il Fascismo, dottrina per eccellenza», avviava un’era nuova,
«con una documentazione meravigliosa di leggi e conquiste sociali».
Mussolini aveva dato prova di voler andare alla radice dei mali sociali: «la
piena libertà d’azione alla luce di un ideale di patriottismo, di altruismo e

255) U. Gabbi, Sentimento e necessità, in «Resto del carlino», 28 gennaio 1927.

170
di difesa sociale ai fini eugenici dev’essere un diritto del Fascismo
rigeneratore», per assolvere il compito di «ricondurre la stirpe all’antica
forza, alle antiche virtù guerriere» che si era prefisso. La grande fiducia nel
“Fascismo rigeneratore” aveva radici profonde. Prendeva alimento certo in
larga parte dalla propaganda, ma era innata nei propositori del Certificato
l’idea che lo Stato ben governato avesse la forza di superare i tentennamenti
interminabili di un dibattito inconcludente.
Capasso e De Napoli256, come abbiamo visto, sapevano bene come sul
Certificato gravasse l’accusa di andare contro la libertà individuale. Il
Fascismo sembrava liquidare con facilità questo problema: per questo essi
pensarono che forse era giunto il loro momento. E ribadirono al pubblico
l’idea che in tema di igiene matrimoniale la libertà individuale fosse un
irresponsabile abuso. Ecco dunque parole di condanna per gli «stupidi
egoismi» che circondavano il matrimonio, per la assurdità del «diritto di
scelta sessuale» che impediva la rigenerazione eugenetica essendo «causa
prima e mirabile della degenerazione della stirpe».
Nel paradosso del diritto alla scelta sessuale l’assurdità su cui puntare
l’indice era il miraggio della “scelta irresistibile” che conduceva al
matrimonio. Il mito dell’istinto amoroso accecava ancora le menti degli
eugenisti, affermava Gabbi, impedendo loro di decidersi a votare in pro del
Certificato. La verità era piuttosto che i matrimoni venivano combinati, sia
nelle classi alte che nelle intermedie e perfino nelle basse, sulla base di precise
convenienze soprattutto economiche: erano commistioni di «aritmetica e
sentimento». E per ironia della sorte nelle classi medie la pedina del
Certificato faceva già parte del “contratto”. Parecchi genitori infatti non
avevano scrupolo di informarsi tempestivamente dello stato di salute del
futuro genero o nuora. Alcune arrivavano a chiedere ai futuri sposi di
stipulare una polizza di assicurazione sulla vita per avere la certezza che si
sottoponessero ad una visita medica. Il requisito “salute”, indicava Gabbi, era
già inserito nel conto dei requisiti matrimoniali necessari al pari della
disponibilità economica. Occorreva soltanto estendere un costume igienico
già consolidato, superare le resistenze individuali e lacerare il velo che
circondava il sacrario della famiglia: «è certo che in passato e in presente
queste difese (quelle dello Stato rispetto alla Razza, n.d.r.) hanno urtato o
urtano contro lo scoglio formidabile del sentimento e del pudore
principalmente, ma anche contro la libertà individuale, che intesa in senso
egoistico, è il più ammuffito, il più idiota, il più deleterio degli immortali

256) F. De Napoli, Difendiamo la stirpe, in «Resto del carlino», 26 gennaio 1927.

171
principii del diritto». L’Italia, a detta di Gabbi, «serra calda del sentimento
con una tradizione immutata di concetti antidiluviani del pudore»,
richiedeva una pronta rigenerazione biologica suo malgrado. Troppo
sentimentale (o meglio, troppo ignorante) per capire il valore biologico ed
economico delle pratiche eugenetiche, andava portata per mano verso la
propria salute e il Fascismo poteva essere la strada maestra per l’energica
cura: «lo Stato concepito fascisticamente come forza e come realtà etica
non può lentamente procedere, né essere privato del suo dominio
sull’individuo e sulla collettività. Il suo diritto di penetrare nella famiglia,
quando vi è un grande e luminoso interesse sociale nazionale da
conseguire, non deve più trovare ostacolo nella muraglia cinese di un
sentimento a base egoistica». Del resto, in tema di sanità pubblica, lo aveva
già affermato De Napoli da tempo, il principio della libertà individuale era
stato infranto senza problemi. Le vaccinazioni erano forse facoltative ? In
tema di malattie sociali, la salute era imposta al cittadino anche contro la sua
volontà.
Giusta o sbagliata che fosse l’opinione di Gabbi, formulata in buona fede
o in ossequio alle pressioni della dittatura, quel che è certo è che non fu una
opinione isolata257: «un tempo, forse, quando la “libertà personale” era
divenuta sinonimo di abuso e di disciplina morale e politica, avrebbe
potuto agitarsi ancora il fantasma della libertà individuale: ora che il
popolo italiano è irregimentato sotto la salda legge Fascista ed ha potuto
convincersi dei grandi benefici che questo nuovo orientamento politico,
voluto dal Regime, ha dato e darà alla Nazione è un non senso considerare
colla mentalità antica il concetto di libertà individuale».
La ottimistica visione di Gabbi, e il suo deciso impegno parlamentare, si
aprivano comunque in una visione ben più ampia dell’impegno fascista in
tema di “polizia sanitaria”. Lo strumento del Certificato era infatti il
corollario auspicabile di un progetto più ambizioso: la stipula di una “fedina
gentilizia” per ogni cittadino, una sorta di curriculum sanitario compilato fin
dalla nascita nel quale fossero indicate tutte le possibili patologie familiari del
soggetto, in cui fosse riportato il quadro sanitario « di almeno due
generazioni precedenti», da aggiornarsi costantemente. Fedina gentilizia e
Libretto Scolastico Sanitario, sarebbero dovuti diventare, nell’opinione di
molti, i documenti personali indispensabili per qualsiasi passaggio della vita
pubblica, venendo a sostituire gli imperfetti e provvisori certificati dei medici,
e afferendo ad un grande e minuzioso Casellario Sanitario Nazionale che

257) L. Maggiore, Per la difesa della Stirpe, in «Politica sociale», n°2, 1930.

172
avrebbe dovuto funzionare (singolare coincidenza) come un casellario penale
per la sorveglianza dei “criminali biologici” responsabili di infralire la razza
moltiplicando i contagi. E questa della Fedina gentilizia non fu certo un idea
peregrina di Gabbi, se anche personaggi moderati e tiepidi verso il fascismo
come Arcangelo Ilvento258 si trovarono a sostenerla.
Il gruppo del “sì” al Certificato prematrimoniale, ad ogni buon conto,
varò con particolare decisione l’idea di un controllo stretto in tema di sanità,
sovrapponendo spesso con grande disinvoltura lo stile della repressione di
polizia all’argomento della repressione delle malattie ereditarie della
popolazione. Del resto, così facendo, non proponeva nulla di realmente
straordinario, poiché già la mancata profilassi delle malattie epidemiche
veniva considerata dallo Stato nell’ambito dei reati del Codice Penale.
Non mancavano le espressioni forti: «che l’allevamento umano - per
migliorare la stirpe secondo i dati mendeliani e darwiniani - così come,
assai più, si è fatto per l’allevamento dei cavalli, buoi, pecore, maiali, ecc.
sia una urgente necessità, non v’è dubbio», proclamava Enrico Ferri259,
sostenitore parlamentare del Certificato, che lo equiparava ad una «azione di
prevenzione diretta o di polizia» (insistendo però nella debole efficacia del
Certificato lasciato a se stesso). E ancora: «Non si deve varcare il traguardo
delle nozze senza un «lasciapassare» sanitario», sosteneva Gesualdo
Giarrusso260 invocando una «igiene sociale più energica nella sua pratica
applicazione civile e legale». E accanto a lui Guglielmo Bilancioni261, un
otorinolaringoiatra improvvisatosi propagandista eugenetico, si schierava nel
chiedere allo Stato fascista, «inteso nel senso concessogli da Alfredo
Rocco», la tutela della integrità fisica e morale della Stirpe.
Nella linea della responsabilità penale per i “reati biologici” ecco la voce
di Widar Cesarini Sforza, il direttore del “Carlino” e promotore
dell’inchiesta: «perché non dovrebbe essere considerato come un
delinquente anche quel padre luteico, alcoolizzato, epilettico,
tubercolotico, e via dicendo che mette al mondo un figlio ammalato come
lui ?». Cesarini Sforza non fu uno dei sostenitori estremi del provvedimento
e condivise, anche se indirettamente, il punto di vista gradualista di Capasso.
La necessità di non trovarsi in aperta opposizione alle direttive pronuziali del
Governo probabilmente lo tratteneva dallo spingersi più in là dal richiedere la
semplice obbligatorietà della visita.

258) A. Ilvento, Visita medica prematrimoniale?, in «Difesa sociale», marzo 1927.


259) E. Ferri, risposta senza titolo all'inchiesta, in «Difesa sociale», aprile 1927
260) G. Giarrusso, Risposta affermativa, in «Resto del carlino», 30 gennaio 1927.
261) G. Bilancioni, Questione di civiltà, in «Resto del carlino», 2 febbraio 1927.

173
Ma in ogni caso era evidente, contro gli stessi risultati dell’inchiesta,
l’intenzione di appoggiare apertamente mediante il Certificato, la
“fascistizzazione” della salute pubblica contro le libertà individuali: «lo Stato,
che domina e controlla in nome di un supremo interesse etico ogni
manifestazione, si può dire, della vita associata, che interviene con tutta la
sua forza anche per le più piccole infrazioni della solidarietà sociale,
dovrebbe poi trascurar l’offesa a volte gravissima che alla solidarietà
umana e sociale arreca chi (…) contribuisce al decadimento della razza ?».
L’intera conclusione dell’inchiesta era una decisa affermazione della necessità
che i figli divenissero un «tributo che l’individuo porta alla specie», tributo
all’eugenetica, sottratto all’egoismo e affidato alle cure dello Stato.
I cittadini avrebbero fatto perciò la loro parte, offrendo i propri legami
coniugali alla lente scrutatrice della medicina sociale. I medici sarebbero stati
investiti, lo si capisce, di un potere di discrezione immenso. Il logico
corollario era chiedersi se medici fossero pronti, a far funzionare una
macchina tanto complessa e delicata? Avrebbero capito le istanze di
rigenerazione biologica? Avrebbero, soprattutto, collaborato?
Il problema era delicatissimo, e dalle inchieste questo appare con forza,
stante il fatto che un grosso ostacolo al provvedimento, ben più solido della
libertà sessuale dei cittadini, era il segreto professionale medico.
Ben pochi erano disposti a partire per una crociata contro i camici
bianchi. Tuttavia qualcuno prese le mosse (riprendendo in parte cose già
dette), con accuse piuttosto pesanti: «io dico francamente», affermava De
Napoli (e Gabbi era con lui) «che in qualche speciale circostanza il segreto
professionale ha il vero significato di associazione a delinquere fra medico
e malato fraudolente, e mi sa addirittura di omertà (…) come si può
ancora invocarlo e costringere ancora noi medici ad osservarlo in simili
casi, profondamente immorali o addirittura criminali ?».
Dare dei criminali ai medici era un passo estremamente pericoloso,
specie su questioni di ereditarietà delle malattie epidemiche, in cui la totale
incertezza scientifica metteva gli accusatori sotto un onere della prova
praticamente insostenibile. Certo l’ottimismo di chi si scagliava contro il
segreto professionale confidava ampiamente in Mussolini, che aveva
dimostrato di non gradire i segreti personali di alcun genere. Ma in questa
particolare circostanza, come in tutto il tentativo di convincere il Duce a
spingere il suo zelo riformatore dal campo delle puericoltura a quello
dell’eugenetica, gli eugenisti non ebbero chances.

174
In sintesi, quindi, il fronte dei sostenitori del Certificato obbligatorio non
parlò di nulla più che di argomenti eugenetici e di igiene sociale già molto
noti. E ripeté ad usura ciò che tutti condividevano: che l’allarme mille e mille
volte ripetuto dalle innumerevoli associazioni contro le piaghe sociali dovesse
venire ascoltato dallo Stato senza indugi. Che si dovesse andare al Certificato
o anche più in là, come sosteneva Pellacani: alla sterilizzazione.
Ma la situazione, nonostante la pioggia di argomenti, rimaneva bloccata.
E al fronte degli oppositori al provvedimento, questo blocco non poteva
che portare buonumore e soddifazione: vediamo le loro posizioni, dunque,
più in dettaglio.
Va anzitutto sottolineato come anche in questo campo fosse solida una
grande fiducia ed aspettativa (che sarebbe ingiusto considerare non genuina)
rispetto alle manifeste buone intenzioni di Mussolini o in tema di tutela della
salute e della propaganda igienica ed eugenetica. Personaggi come Aldo
Mieli262, il direttore della Rassegna di Studi Sessuali, pur rimanendo
saldamente trincerati sul fronte del “no” al Certificato, pur verificando le
«insormontabili difficoltà» nella applicazione obbligatoria e chiedendo allo
Stato di «intervenire il meno che è possibile», in tema di disciplina
matrimoniale, non sembravano ostili all’intenzione di Mussolini di ottenere
generazioni sane e forti.
Tuttavia, pur in questo sostanziale ossequio al Governo e pur non
potendo vedere chiaramente una una divisione tra fascisti ed antifascisti nella
frattura tra sostenitori del Certificato e scettici, va notato come una linea di
demarcazione quasi “politica” legata all’inviolabilità della persona apparisse
comunque visibile tra i due schieramenti.
Dalla parte dei sostenitori del Certificato obbligatorio vi fu una irritata
ostilità verso «il preteso diritto naturale degli individui a fare i propri co-
modi», contro «le forme di ingerenza sociale nel campo della procreazione
e in difesa della stirpe». Dalla parte degli oppositori emergeva spesso con
forza la condanna dell’«egoismo di una maggioranza al danno delle
minoranze», e, paradossalmente, «il sentimento di solidarietà con i deboli
ancor più che con i forti».
La situazione, per certi versi, era singolare. Da un lato il direttore del
“Carlino”, Cesarini Sforza, strenuo denigratore dello «scetticismo individua-
listico che nasconde quasi sempre le manifestazioni del più grossolano
egoismo». Dall’altro canto il direttore di «Difesa Sociale» dal 1927, Augusto
Carelli, che si esprimeva concludendo la sua inchiesta in termini

262) A. Mieli, Proposte pratiche, in «Resto del Carlino», 9 febbraio 1927.

175
assolutamente antitetici: «l’umanità oggi sembra un po’ ubbriacata dalle
conquiste del suo cosi detto progresso meccanico e sembra essere sempre
più proclive a disprezzare certi valori morali che a quello si con-
trappongono. Ai suoi ideali di potenza fisica, sembrano sempre più ripu-
gnare quelli di umiltà, pietà e di carità umana; e pare essa dimentichi che
il dolore non solo è compagno insopprimibile dell’esistenza, ma ha un
altissimo valore morale e quindi sociale. Il dolore è il vero grande maestro
della vita (…) Qualunque sforzo diretto al miglioramento della società,
sforzo sempre legittimo, lodevole e doveroso, deve tener presente questa
necessità di dolore, e deve per conseguenza portare in sé la convinzione che
non sarà mai possibile all’uomo l’eliminazione del male dalla sua esistenza
per virtù di postulati scientifici». Un vero schiaffo in volto a chi batteva in
continuazione il tasto dell’eugenetica “purificatrice” della razza dai relitti
umani degenerogeni. Parole sconcertanti sulle pagine di un periodico come
«Difesa Sociale», addirittura anti-eugenetiche. Ma condivise da molti.
É pur vero che i negatori della obbligatorietà del Certificato, comunque,
ricorsero spesso all’argomento della dignità intangibile dell’uomo per giustifi-
care l’opposizione a quella che sarebbe stata una assai maldestra prova
pratica dell’eugenetica. Nicola Pende263, certo non sospetto di rancori
particolari verso lo Stato, pur richiedendo provvedimenti igienici decisi, trovò
il modo di affermare che «una Legge che imponesse ai futuri coniugi (…)
un Certificato di sanità fisica, metterebbe lo Stato e il medico nell’obbligo
morale e giuridico di provvedere, con leggi adatte per tutelare i diritti
sessuali (una volta impediti i diritti procreativi legittimi) dei respinti dalle
Assise matrimoniali. La funzione sessuale non può essere soffocata per
legge». Da più parti ed in più punti emerse qualcosa264 che potremmo
definire come una “tutela della resistenza individuale” alle provvidenze
igienico-eugenetiche dello Stato, o piuttosto una sorta di vigoroso invito allo
Stato ad essere sommamente prudente nell’applicare il bisturi della le-
gislazione eugenetica: «disciplinare cuore e sentimenti non è facile cosa,
neppure da parte di un Governo che tra le sue doti fa registrare, ogni qual
volta occorre, la forza, e una forza invincibile (…) Quanti imbarazzi allo
Stato e alle sue gerarchie e ai sanitari creerebbe una legge siffatta». Una
legge che rischiava di funzionare come «se il matrimonio avesse solo il fine
di propagare la specie e non racchiudesse altissimi valori morali".

263) N. Pende, Sul Certificato prematrimoniale: obbligo legale od obbligo morale?, in «Difesa sociale», marzo
1927.
264) G. Lucchetti, "Le difficoltà del certificato", in «Resto del carlino», 7 febbraio 1927.

176
Si sosteneva altresì265 che le indagini e le prove necessarie per la stipula
del Certificato: «porterebbero gravi umiliazioni e turbamenti alle famiglie e
le ricerche inquieterebbero, agiterebbero la opinione pubblica e potrebbero
condurre a pregiudizi ulteriori anche diversi e distinti da quello di non
poter contrarre il desiderato matrimonio», come dire un aumento
dell’inquietudine sociale che si sarebbe ritorto contro chi desiderava il
benessere della popolazione.
Consueto appello alla prudenza, quindi, evitando di calcare troppo la
mano sul matrimonio, per scampare malaugurati “imbarazzi”. La solida base
argomentativa dei sostenitori del “no” all’obbligatorietà si fondava su un
argomento pressoché inattaccabile: quasi nessuna delle entusiastiche
proclamazioni dell’eugenica aveva una solida base scientifica. Nessuna delle
malattie infettive per le quali veniva proposto il Certificato prematrimoniale
era incurabile (a parte le malattie psichiche gravi, che comunque non sempre
avevano base organica, e Freud lo stava dimostrando). E in ogni caso le
malattie ereditarie seguivano spesso la via sotterranea dei caratteri recessivi,
rendendosi invisibili.
Ancora una volta Corrado Gini266 guidava le fila degli apologeti della
nuova scienza e degli oppositori a qualsiasi provvedimento limitatore delle
nascite, Certificato compreso: «anche le misure che a prima vista sembrano
sottrarsi ad ogni obbiezione e formano il programma minimo
dell’Eugenica applicata, quale il Certificato prematrimoniale, non vanno
esenti da difficoltà», aveva proclamato al Congresso di Milano del 1924.
Il tema della trasmissione e formazione dei caratteri ereditari era ancora
del tutto fuori dalla portata delle applicazioni pratiche: il ben magro bottino di
dati (quasi sempre non indicativi) che si era potuto ricavare dalle esperienze
di sterilizzazione e impedimenti matrimoniali in USA, costituvia per Gini un
dissuasore poderoso: «l’eugenica è ancora immatura per scendere alle
applicazioni. Si deve affermare che sarebbe una grave responsabilità da
parte delle società scientifiche di non mettere in guardia il pubblico incolto
e la categoria anche più pericolosa delle persone semicolte, contro
applicazioni affrettate e premature da cui il buon nome dell’Eugenica
potrebbe uscire definitivamente compromesso». Parecchia acqua sul fuoco,
come si vede, di quegli scienziati che proponevano di «sperimentare
impunemente» sull’uomo i meccanismi della zootecnia.

265) A. Stoppato, I vantaggi e i danni, in «Resto del carlino», 28 gennaio 1927.


266) C. Gini, risposta senza titolo all'inchiesta di «Difesa sociale», marzo 1927.

177
«L’eugenica», insisteva Gini, «è solo mezzo di migliore adattamento
individuale e di maggiore efficienza sociale e non fine a se stessa (…) non
credo che si possa contare seriamente sull’efficacia pratica di
provvedimenti che, permettendo la vita, impediscano la riproduzione degli
esseri deboli o tarati. Meglio è riconoscere francamente che, in questo
campo, Eugenica ed Eutenica sono inevitabilmente in disaccordo, come
spesso sono in disaccordo, per la vita sociale, gli interessi delle generazioni
attuali e quelli delle generazioni future». E nel dire tutto ciò lasciava
intendere che il miglioramento biologico individuale si sarebbe potuto
raggiungere anche per altre strade. La Francia, esempio chiarissimo,
perseguendo la politica di fare meno figli ma più curati, era incappata,
secondo Gini, in un grossolano errore di valutazione, innescando un processo
di invecchiamento della stirpe senza più ritorno.
Lo zelo pronatalista Gini (che ripudiava francamente il Certificato
prematrimoniale come un neomalthusianesimo di Stato) rimandava, come
abbiamo visto, nelle sue teorie eugeniche elaborate prima della Grande
Guerra. E venne ribadito con forza dallo studioso già nel II° Congresso
Internazionale di Eugenetica, che si tenne nel 1921 a New York, ove Gini e
la delegazione italiana, in una specie di “prova generale” per il Congresso di
Milano, si trovarono solidali con il generale scetticismo verso le poche e poco
documentate proposte di sterilizzazione, di Certificazione prematrimoniale e
di “coltura intensiva” delle stirpi geniali.
Gini, rispetto ad altri interventi in tema di Certificato, nel momento del
dibattito del 1927 si trovò così decisamente più preparato di altri, esponente
per l’Italia della Commissione Internazionale di Eugenica presieduta da
Leonard Darwin, testimone di una consapevolezza diffusa in tutta Europa
che i tempi per l’eugenetica non fossero ancora maturi. A livello europeo,
infatti, se alcuni paesi andavano verso il Certificato, in altri, dalla Scandinavia
al Belgio, il principio della obbligatorietà incontrava resistenze e ripensamenti,
pareggiando il conto. Per ben 25 anni, ad esempio, in Francia la Societé
Française de Prophylaxie Sanitaire et Morale aveva proposto invano al
Governo l’adozione del Certificato obbligatorio. E nel 1927, in Parlamento, il
deputato Pinard aveva proposto un progetto di legge del medesimo tenore: il
progetto avrebbe scontato opposizioni fortissime proprio sul punto della
obbligatorietà267. Persino la Società Francese di Eugenica, appariva incerta,

267) La visita medica prematrimoniale dovrà essere obbligatoria?, in «Difesa sociale», febbraio 1927 Le notizie
su questo punto anche nei vari articoli di Capasso in «Pensiero sanitario» e in «Rassegna di Studi Sessuali».
178
ammettendo l’obbligatorietà del Certificato sotto la condizione
imprescindibile che si creasse una «bene attrezzata polizia sanitaria».
Gli interventi dei sostenitori ad oltranza apparivano perciò, agli eugenisti
di vecchia data come Gini, assolutamente intempestivi.

Le incertezze dei medici

Il motivo principale delle perplessità della maggior parte dei medici


coinvolti nel dibattito sul Certificato fu di carattere squisitamente tecnico: vale
a dire l’estrema difficoltà della diagnosi e l’estrema varietà di gradi in cui le
degenerazioni da colpire si presentavano agli esami. Era difficile, si
affermava, stabilire chi fosse da escludere e chi no dal matrimonio. Molto
difficile. Al punto in cui erano giunte le conclusioni del dibattito, soltanto
cinque categorie di persone sarebbero potute cadere sotto la scure delle
sanzioni legislative: gli alcoolisti cronici, i sifilitici e blenorragici, i
tubercolotici, gli epilettici e i malati mentali in genere. Per nessuna di queste
categorie vi era la certezza di poter non solo affermare la ereditarietà delle
tare, ma anche solo di individuare un quadro nosografico soddisfacente. E in
questo senso la sifilide costituiva l’ambito decisamente più ricco di difficoltà.
Molto spesso la malattia si presentava con uno stato di latenza che
facilmente poteva trarre in inganno il medico e lo stesso ammalato, e faceva
pensare ad una via ereditaria del contagio. La particolare modalità con cui la
malattia si propagava, poi, induceva i contagiati a dissimulare il più possibile il
proprio stato, creando un problema ulteriore e complicando le diagnosi. E
per questi motivi nessun medico268 si sentiva in grado di giudicare con
assoluta sicurezza lo stato di salute di individui sospetti oppure (ed era la cosa
che maggiormente importava ai fini del Certificato) l’avvenuta guarigione.
«É più facile guarire dalla lue che che non avere la sicurezza della sua
completa guarigione (…) Il sifilografo può affermare la guarigione dalla
lue non in base a criteri assoluti ma, direi quasi, in base al calcolo delle
probabilità, cioè tenendo conto di molti elementi (…) ed il consenso al
matrimonio che noi diamo ai malati che abbiamo seguiti e curati per lungo
tempo è per lo più circondato da qualche riserva». In queste circostanze
pensare che un esame medico occasionale, a poche settimane dalla data delle
nozze, potesse garantire alcunché era una pia illusione, anche perché non

268) V. Montesano, Risposta negativa, in «Resto del Carlino», 2 febbraio 1927.

179
sarebbero stati molti gli ingenui che sarebbero andati a farsi esaminare
dall’Ufficiale Sanitario durante la piena efflorescenza della malattia.
Sarebbe occorso ben di più. Perché realmente l’esame certificale potesse
colpire la sifilide con efficacia, sarebbero occorsi controlli medici
accuratissimi, capillari sul territorio. Nella lotta alle malattie veneree così
come in altri ambiti, bisognava essere coscienti del fatto che il Certificato, se
reso obbligatorio, sarebbe stato caricato di responsabilità che non potevano
più essere disattese. Responsabilità al limite anche contraddittorie tra loro. Se
si voleva essere coerenti, infatti, si sarebbe dovuto tener fede a tutti i precetti
dell’eugenetica, compreso il più consolidato e indiscusso: quello dell’influenza
dell’età. Impedendo o ritardando il matrimonio dei casi sospetti, il Certificato
agiva paradossalmente in senso disgenico: «dopo quale età si deve impedire
il matrimonio ? Non si sa che per l’eugenica è spesso dannoso procreare in
tarda età?».
L’opinione consolidata di molti medici era che il Certificato, piacesse o
no ai propositori, implicava conseguenze troppo gravi per essere lasciato alle
improvvisazioni. E non si poteva creare una rete di consultori efficentissimi
con un colpo di bacchetta magica. Se si fosse dovuti passare attraverso le
strutture ambulatoriali esistenti ed i medici condotti si sarebbe ottenuto un
rimedio peggiore del male. Il Certificato, affermava Nicola Pende, «deve
essere ben diverso dal famoso Certificato di sana e robusta costituzione
fisica che ancora si rilascia con tanta facilità dai medici per l’ammissione
ai vari concorsi». Pende, come abbiamo già avuto modo di dire, aveva già
ampiamente dato spazio all’idea di uno studio sistematico e capillare dei
quadri nosografici ereditari, all’interno di speciali istituti di biologia e
psicologia della razza, e considerava la certificazione prematrimoniale una
inconcludente inutile replicazione di carte.
In ogni caso il problema della lue si sarebbe potuto meglio aggredire dal
lato igienico che da quello eugenico. Buona parte dei medici, come
Arcangelo Ilvento, era convinta che la trasmissione fosse «concezionale e
non ereditaria, perché è erroneo chiamare chiamare questa infezione una
malattia ereditaria (…) vi sono casi ben sicuri di padri che contrassero la
malattia ed hanno avuto prole perfettamente sana».
Così per la tubercolosi: se il problema non era certo quello della difficoltà
della diagnosi, pure rimaneva il gravissimo dilemma di decidere quale fosse il
grado della malattia dal quale si dovesse partire per proibire il matrimonio.
Vietare infatti il matrimonio “ai tubercolotici” era una inaccettabile
semplificazione. Ammoniva ancora Ilvento: «la tubercolosi polmonare

180
arrestata, la tubercolosi fibrosa a lento decorso, la tubercolosi chirurgica
con lesioni pregresse o in atto nelle ossa, nelle articolazioni, nelle sierose,
la tubercolosi latente con semplice tumefazione sospetta di un gruppo di
glandule linfatiche e reazioni allergiche positive (…) si può facilmente
concludere che qui sono nominati i quattro quinti dei viventi nelle città
(…) escludere tutti dal matrimonio è una fantasia irrealizzabile».
Altri269 fornivano dati ancora più espliciti: «le statistiche del Någeli
mostrano che sopra 100 morti sezionati egli avrebbe trovato che 97
presentavano lesioni tubercolari (…) il Monti ha trovato sopra giovani di
15 anni il 91 per cento di infetti da tubercolosi». Anche in questo caso la
latenza dei sintomi e la trasmissione batterica, fuori dalle vie ereditarie,
rendeva impossibile arrestare la malattia con il semplice ‘catenaccio’
prematrimoniale. A meno di non volere commettere abusi, nessuna diagnosi
avrebbe potuto efficacemente dividere i cattivi riproduttori dai buoni: «allo
stato attuale delle nostre conoscenze, la legge non può che codificare uno
stato di fatto, cioè escludere dal matrimonio quelli che si escludono da sé:
i gravemente infermi. É assai poco; ma sarebbe difficile estendersi di più»,
concludeva ancora Ilvento. Analogo discorso poteva valere secondo lui per
gli alcolizzati cronici, la cui ereditarietà patologica era argomento di contrasti
accesissimi. Era infatti possibile individuare «individui nelle cui famiglie è
ereditaria una minorazione mentale e specialmente la frenastenia, in cui
l’alcoolismo è un effetto ed un esponente della lesione e vale ad
aggravarne le manifestazioni. Eliminato l’abuso dell’alcool, scompaiono
gli effetti tossici di questo, ma l’eredità frenastenica si conserva immutata e
potrà dare luogo ad altre forme di intossicazioni voluttuarie - oppio,
morfina, etere, cocaina».
Ma se si trattava della gran massa degli alcoolisti, dei bevitori occasionali,
dei contagiati dall’ambiente sociale, il discorso cambiava radicalmente: «non
è stata finora addotta alcuna prova sicura che l’alcoolismo eventuale sia
sufficiente a produrre da sé solo tare ereditarie permanenti», affermava
Ilvento, notando come solamente l’indagine anamnestica estesa ad almeno
due generazioni potesse distinguere i due tipi differenti di bevitori. La
conferma di queste realtà si trovava a volte in casi clamorosi come quello di
Beethoven, citato da Aldo Mieli: «se le autorità dei suoi tempi avessero
sterilizzato i suoi genitori, certamente alcoolisti e degenerati, il mondo non
avrebbe avuto uno dei suoi più grandi artisti». Nessun esame medico isolato

269) A. Del Prato, Basta la pratica igienica, in «Resto del Carlino», 7 febbraio 1927.

181
avrebbe potuto misurare il livello di pericolosità disgenica di un bevitore
occasionale.
Il problema si presentava identico per tutto l’ambito delle malattie
neurologiche e psichiche. Esistevano forme ampiamente conclamate e gravi,
specie per l’epilessia, sulla cui cattiva eredità nessuno avrebbe avuto dei
dubbi. Ma queste, come abbiamo già visto, subivano già per la maggioranza
dei casi l’esplicito divieto al matrimonio del Codice Civile. E per il resto
rappresentavano una trascurabilissima minoranza di riproduttori.
La parte maggiore degli instabili psichici, gli affetti, ad esempio da
episodi epilettici occasionali o gli epilettici in gioventù che non avevano più
manifestato alcun sintomo per diversi anni, erano assai difficili da classificare.
E incognita molto maggiore rappresentavano gli individui sani che non
sapevano di trascinare con sé un gene recessivo patologico ereditato da
generazioni precedenti. Se era pur vero che la cadenza mendeliana nelle
malattie psichiche era stata verificata, come sosteneva Capasso, questo
rappresentava un problema piuttosto che una soluzione: dimostrava cioè che
chiunque, senza distinzioni, poteva generare figli malati. Le linee di
trasmissione ereditaria poi erano state verificate accuratamente solo per
sintomatologie minori o rare. In generale, se si fosse ragionato solo sulla base
delle malattie ereditarie accertate, il Certificato avrebbe avuto una utilità
miserevole. A cosa poteva servire, si domandavano ad esempio alcuni270,
impedire il matrimonio degli affetti da malattie come la retinite pigmentosa?
Il campo psichiatrico e criminologico era poi il vero tallone d’Achille del
Certificato. Per certi versi la bizzarra serie di incroci dei caratteri recessivi
poteva addirittura divenire una buona ragione per impedire qualsiasi
intervento di legislazione matrimoniale: «non sono pochi poi coloro i quali
pensano che date malattie, quando siano di lieve intensità e si producano
in soggetti dotati di cervello molto robusto, favoriscano nei medesimi
un’attività geniale»271. La conclusione definitiva era ancora una volta:
prudenza. E già nel momento della diagnosi.
A queste accuse i sostenitori del Certificato rispondevano sostenendo che
fosse meglio rischiare qualche errore di valutazione che accollare alla
pubblica assistenza un sicuro fardello di relitti umani, concepiti senza
controllo. E non era un argomento peregrino. Ma anche se si fosse chiuso un
occhio sulla difficile diagnosi, ribattevano allora i sostenitori del “no”, a che
sarebbe servito un lasciapassare sanitario per malattie contagiose dal decorso

270) E. Pestalozza, risposta senza titolo all'inchiesta di «Difesa sociale», aprile 1927.
271) G. Montesano, Il certificato prematrimoniale, in «Difesa sociale», aprile 1927.

182
ambiguissimo che potevano colpire le coppie anche dopo il matrimonio? Il
Certificato avrebbe inutilmente danneggiato e complicato la vita delle
famiglie e avrebbe avuto effetti disastrosi sulla moralità pubblica: «forse che i
soggetti, maschili e femminili, comunque tarati, ai quali sia inibita la
procreazione legittima attraverso il matrimonio, vengono perciò tolti dalla
circolazione sessuale entro la società e quindi dalla procreazione
illegittima? No, certo»272. Il carico di miseria e degenerazione bloccato alle
soglie del talamo nuziale, affermavano gli oppositori al Certificato, si sarebbe
scaricato con danni moltiplicati nel canale dell’adulterio, del concubinaggio e
dell’unione irregolare. Con danni sicuri per le generazioni future e forse con
danni imprevisti sulle generazioni presenti: «la cronaca nera potrebbe anche
aumentare le proprie colonne per l’intensificarsi di omicidi e suicidi
passionali, i tribunali si affannerebbero maggiormente per i guai
centuplicati offerti dal concubinaggio e dalla prole illegittima»273.
Certamente, replicavano i sostenitori del provvedimento restrittivo, lo
scenario di una esplosione della natalità illegittima avrebbe dovuto essere
verificato. E non era poi così probabile che si avverasse, date le circostanze e
dato proprio il deterrente costituito dalla chiarezza del Certificato: chi
avrebbe voluto accettare consapevolmente di unirsi ad un partner
dichiaratamente sifilitico o alcoolista cronico, per giunta nella clandestinità?
Questa certezza non convinceva affatto gli oppositori: le persone, in tema
di scelte sessuali, avevano dimostrato di essere assai più che testarde. E di
fronte alle visite mediche obbligatorie assai più che furbe: si doveva temere
l’effetto poliziesco del provvedimento e l’inevitabile aumento delle scappatoie
e delle illegalità. Il Certificato prematrimoniale avrebbe potuto fatalmente
aumentare il livello di corruzione di medici senza scrupoli “dal Certificato
facile”, che con l’uso di arsenobenzoli, per esempio, potevano letteralmente
far sparire i sintomi della sifilide. E vano sarebbe stato aver fede nell’onestà e
nello spirito di sacrificio sociale proprio di quei malati sulla cui riottosità si
cercava di imporre il giogo della legge.
I medici oppositori al Certificato, pur condividendone le ragioni ideali e
gli orizzonti morali ed umanitari, non ritenevano fosse ancora il momento di
caricare sulle spalle responsabilità così gravi. E tanto meno che a simili
responsabilità si dovesse sacrificare il loro segreto professionale e il delicato
rapporto medico-paziente, viste le deboli ragioni scientifiche che stavano
dietro al provvedimento: «certi malati possono essere inibiti dal farsi

272) G. Pellacani, Basta la visita prematrimoniale, in «Resto del Carlino», 30 gennaio 1927.
273) G. Lucchetti, Le difficoltà del certificato, in «Resto del Carlino», 7 febbraio 1927.

183
curare, per evitare che le loro malattie siano conosciute da medici non più
vincolati dal segreto professionale», intuiva Pellacani, «la trasformazione
del medico in possibile agente fiscale può presentare, da questo punto di
vista, pericoli anche gravi». Anche perché i medici generici non avevano
competenze e strumenti sufficienti per portare il peso dello Stato interamente
sulle proprie spalle: «una necessità pratica inderogabile indurrebbe
certamente a distinguere tra tarati e tarati; ed è qui (…) che la
formulazione si presenterebbe disperatamente inattuabile; a meno che non
si volesse (il che non credo opportuno né politicamente accettabile)
affidare la delicatissima ed essenziale libertà di fondare una famiglia ai
poteri discrezionali dei medici»274, scriveva Leone Lattes. E con lui ancora
Pende: «nessun collega vorrà illudersi di essere ispirato da Dio, oltreché
così colto, da essere infallibile come un Papa della medicina. É la
Medicina clinica che deve oggi dichiararsi onestamente incapace di dare
un verdetto sicuro».
Come si vede, una spaccatura neanche troppo sottile tra una concezione
di medico, per così dire, “interventista” per i sostenitori del Certificato
obbligatorio, e quella di un medico “neutrale” per gli oppositori. Eppure
questi ultimi non erano assolutamente ostili in linea di principio a che futuri
sposi si sottoponessero ad un esame medico, anzi. In maniera massiccia
caldeggiavano tutte le forme e le gradazioni di informazione medica ed
igienica, di consultorio prematrimoniale, di indottrinamento sui pericoli delle
malattie infettive, che andassero dagli opuscoli in dono alle giovani coppie
alle pellicole cinematografiche educative. La loro linea di intervento, infatti,
era proprio quella di auspicare che lo Stato agisse con tutta la sua autorità:
ma anziché con un regolamento repressivo, si muovesse in una massiccia
azione propositiva, di propaganda e di profilassi personale, diffusa e gratuita.
Vi era chi arrivava anche agli eccessi, suggerendo di obbligare le coppie
di sposi a stipulare una polizza sulla vita obbligatoria, nell’intento segreto di
sottoporre i futuri coniugi all’esame medico conseguente senza traumi e con
benefici di tipo economico. Ma si trattava di eccezioni alla regola.
La regola era piuttosto quella di chi affermava con Stoppato: «è
preferibile il tentare di conseguire la affezione dei cittadini e la solidarietà
sociale con le arti calme della educazione al violentare le inclinazioni e le
risoluzioni con la forza imperativa ed indeclinabile della legge». In merito
poi alle arti calme dell’educazione, gli oppositori al Certificato ebbero diverse
frecce al proprio arco, numerosi progetti per indurre i malati sociali a curarsi

274) L. Lattes, Dalla teoria alla pratica, in «Resto del Carlino», 7 febbraio 1927.

184
e a non tenere nascosta la propria condizione. Ma tutti questi strumenti, presi
in gran parte dall’armadio farmeceutico della profilassi antitubercolare,
antimalarica ed antivenerea, fatalmente uscivano dal campo dell’eugenetica
per situarsi nell’orizzonte più ampio dell’igiene sociale.
Entrando la discussione in tutta questa sfera di problemi, l’eugenetica,
inevitabilmente, cessava di avere voce in capitolo. Dal suo punto di vista il
dibattito sulla questione del Certificato si interrompeva rimanendo
sostanzialmente irrisolto.
E l’intera questione, con le sue sporadiche realizzazioni pratiche,
rimaneva chiusa nel cassetto.

185
Capitolo 9

I cattolici e
l’eugenetica:
Agostino Gemelli

Il “peso” dei cattolici.

Da qualsiasi lato si osservi la questione dell’eugenetica italiana una cosa


appare chiara: partita tra cautele e scetticismi essa ripiegò presto e
decisamente su se stessa, per ricadere nel generico e nell’astratto di propositi
igienici. Si ha quasi l’impressione che vi fosse una “forza” a trattenere l’Italia
al di qua dei risvolti più oscuri della selezione artificiale dei riproduttori.
Qualcosa che non solo impedì le applicazioni pratiche, ma persino
l’accendersi del diabttito scientifico su proposte“estreme”.
È difficile spiegare con precisione perché gli scianziati e i politici italiani
non si siano comportati, per esempio, come i loro omologhi statunitensi
dell’Indiana, che prima ancora di aver chiari alcuni rudimenti teorici
dell’eugenetica, avevano già sterilizzato decine di persone275. È difficile
spiegare con precisione perché l’Italia, pur ribadendo i legami con la
Germania nazista, rimase sempre fortunatamente al di qua degli eccessi
eugenetici a cui arrivarono gli scienziati tedeschi.
É difficile soprattutto per il fatto che in Italia non furono solo i
“moderati” a frenare e a insistere sulla particolare sensibilità filantropica del
popolo italiano, ma anche iniziali sostenitori di rimedi drastici finirono per
ricredersi e consigliare infine cautela e moderazione, ammettendo il vigore e
la invincibilità di questa sensibilità nazionale: «dobbiamo però convenire che
tutto ciò (la sterilizzazione coatta), per ora, non è possibile ottenere nel
mondo latino, ove gli istinti umanitari tradizionali si ribellerebbero, né
avrebbe valore una sterilizzazione praticata soltanto a chi la richiede,
perché pochi la richiederebbero, ed allora scarso ne sarebbe il vantaggio

275) Cenni storici e critici sulla sterilizzazione eugenica in «Difesa sociale», maggio 1926.

186
sociale, dopo la viva lotta occorrente per vincere il misoneismo del popolo
dei politici e dei legali»276.
Il quadro sconcerta: l’Italia aveva davvero degli istinti umani e
misoneismo di popolo e politici così sviluppati da impedire persino le ipotesi
di una azione eugenetica drastica? Davvero gli scienziati italiani
consideravano i loro colleghi eugenisti oltralpe semplicemente avventurieri
incoscienti? Non ci sentiamo di sostenerlo per vero, dati gli elogi277 per la
filantropia degli scienziati inglesi che aveva permesso la nascita dell’eugenica.
Si potrebbero forse cercare le ragioni di questo “appiattimento” del
dibattito italiano in una sostanziale pigrizia della classe medica , che
rendendosi conto delle difficoltà tecniche di ogni discorso eugenista, decise
semplicemente di non assumersi i rischi di una posizione radicale per non
dover manipolare un apparato sperimentale enorme e sproprozionato
rispetto alle possibilità del nostro Paese. Questo spiegherebbe forse la
mancanza di applicazioni pratiche ma lascerebbe aperta la sconcertante
questione di un dibattito così privo di contrapposizioni dure e di ipotesi
teoriche estreme.
Si potrebbe allora deleineare un quadro di provincialismo e di
arretratezza del mondo scientifico italiano per dar ragione di questa assenza
di estremismi. Ma anche qui sorgerebbero difficoltà: si vedrebbe, dalle loro
numerose recensioni, come gli scienziati italiani fossero perfettamente al
corrente dei progressi degli eugenisti europei e di ogni aspetto anche estremo
dei dibattiti all’estero. La “nuova scienza” aveva sempre trovato in Italia
ascoltatori attenti, attentissimi. E preparati.
Una chiave di lettura potrebbe allora essere il persistere di una generica
resistenza (al limite anche pànica e immotivata…) della classe politica a ogni
pratica irreversibile di medicina sociale. Si dovrebbero allora chiarire le
ragioni profonde di questa resistenza, così granitica da orientare in partenza
scienziati di fama (e, si presume, capaci di proporre più che di subire
imposizioni) sulle ragioni della politica. E non ci sembra compito facilissimo.
Per capire dunque le ragioni profonde della “prudenza” eugenetica
italiana bisognerà allora scartare a priori una causa decisiva e unificante,
assumendo piuttosto quelle anzidette come ipotesi valide, ma cercando anche
oltre, in moventi legati alla “trama” culturale di un Paese su cui “l’ordito”
scientifico eugenetico venne tessuto.

276) P. Consiglio, Problemi di eugenica, in «Rivista italiana di sociologia», maggio 1914.


277) Vedi gli articoli non firmati Origine e sviluppo del movimento eugenico, in «Difesa sociale», maggio
1925, luglio 1925, agosto 1925, settembre 1925. E ancora E. Levi, Contenuto etico e sociale dell'eugenica, i n
«Difesa sociale», novembre 1925 e G. Perondi, Origine, storia e scopi dell'eugenica, in «Difesa sociale»,
settembre 1933.
187
Proproniamo perciò come ipotesi di ricerca valida una ricognizione della
grande importanza che l’istituzione Chiesa cattolica ebbe in Italia nel
determinare gli “istinti umanitari” che pesarono sulle scelte degli scienziati.
L’argomento “cattolici ed eugenetica”, in qualche maniera, si impone.

Il sigillo di una Enciclica

Se la razza ha dei diritti, ne ha anche l’individuo: questo sembrò essere il


punto focale dell’approccio della Chiesa all’eugenetica. E se l’individuo
aveva dei diritti, in tema di generazione, questi potevano essere garantiti solo
privilegiando e difendendo l’istituzione della famiglia, a cui dovevano spettare
tutte le capacità riproduttive della società. Il confronto della Chiesa con
l’eugenetica fu inevitabile.
La presa di posizione ufficiale e definitiva della gerarchia ecclesiastica nei
confronti della nuova disciplina avvenne relativamente tardi rispetto al
dibattito eugenetico, nel 1931, con l’enciclica «Casti Connubi»278 di Papa Pio
XI. Dopo che il Congresso di Roma del 1929, sotto l’occhiuta sorveglianza
di Mussolini, ebbe definitivamente approvato l’eugenetica popolazionista e
moderata caldeggiata da Gini, e soprattutto dopo che il problema
delicatissimo della famiglia ebbe trovato una soddisfacente composizione nel
Concordato. Pio XI dedicò uno spazio significativo al tema della famiglia
nella propria cura pastorale, sulle orme di Leone XII, in conseguenza agli
attacchi concentrici e durissimi dei «falsi principii di una certa nuova e
veramente perversa moralità», che spingevano l’istituto familiare verso i lidi
pericolosi del socialismo, della libera unione, del divorzio e della
contraccezione. L’eugenetica, di fronte al matrimonio cristiano, si poneva
proprio come la sfidante più subdola, poiché muoveva da benevole ragioni di
miglioramento sociale e alleviamento dei dolori che a prima vista apparivano
in perfetta sintonia con i valori cattolici.
La Chiesa fin dal principio fu scettica. Il fine eugenetico, precisava il
Papa, era certo lodevole e incoraggiabile, ma non quando esso diveniva
«troppo sollecito» e si anteponeva ad qualsiasi altro fine, colpendo il diritto
dell’individuo, e in quest’ultimo la libertà. Con la scusa del bene futuro, la
nuova scienza rischiava di porre seri ostacoli al godimento presente del
diritto naturale al matrimonio e, peggio, li colpiva nel corpo oltre che nel
diritto, quando auspicava la mutilazione coatta della facoltà generativa dei

278) Del matrimonio Cristiano, Lettera Enciclica di S.S. Papa PIo XI, Roma, 1931.

188
disgenici. Ciò non poteva ammettersi, soprattutto col concorso dello Stato:
«le pubbliche autorità, non hanno alcuna potestà diretta sulle membra dei
sudditi; quindi è che, se non sia intervenuta colpa alcuna, né vi sia motivo
di infliggere pena cruenta, non possano mai in alcun modo, ledere
direttamente o toccare l’integrità del corpo, né per ragioni eugeniche né
per qualsiasi altra ragione». In merito alla sterilizzazione poi, in pericolo, in
non era solo l’istituto della famiglia o l’etica sessuale, ma le fondamenta del
vivere civile, data l’assurdità di una sentenza di condanna per crimini non
ancora commessi. Se la mutilazione era già inammissiblile come punizione di
un delitto commesso, lo era ancor più come punizione preventiva di un
delitto non ancora avvenuto e per di più trasversalmente a legami individuali
(sarebbe stato come tagliare una mano ad un genitore per impedire che il
figlio diventasse ladro…).
Il punto centrale delicatissimo dell’enciclica tuttavia era l’attacco
dell’eugenetica al diritto di contrarre matrimonio, attacco che veniva
duramente respinto stigmatizzando l’unico strumento pratico alla portata
degli scienziati italiani: il Certificato prematrimoniale. Il nodo da sciogliere era
nell’obbligatorietà e il passaggio - è facile intuirlo - era delicatissimo. Nel
definire una volta per tutte la questione del Certificato la lettera enciclica
parlò amaramente chiaro agli scienziati, pur lasciando loro uno spiraglio
d’intervento: «non è giusto certamente accusare di grave colpa uomini,
d’altra parte atti al matrimonio, e che, anche adoperando ogni cura e
diligenza, si prevede che avranno una prole difettosa, se contraggono
nozze; sebbene ad essi spesso convenga dissuaderlo». La facoltà di generare
non era suscettibile di alcun limite che non fosse quello del libero arbitrio del
singolo, sempre, beninteso, fuori dagli abusi neo-malthusiani: «niuna legge
umana può togliere all’uomo il diritto naturale e primitivo del coniugio, o
in qualsivoglia modo circoscrivere la cagione principale delle nozze,
stabilita da principio per autorità di Dio : crescete e moltiplicatevi».
Leggendo soltanto questo passaggio così “forte” contro gli eugenisti si
potrebbe avere l’impressione che il Papa si arroccasse in una presa di
posizione tranciante e sorda rispetto agli intenti più squisitamente umanitari
della nuova disciplina in modo improvviso e unilaterale, quasi dogmatico,
senza alcun apparente percorso di riflessione sulla nuova scienza, leggendone
solo - e combattendo con forza – gli eccessi del mondo angolosassone.
In realtà la situazione fu decisamente più complessa: l’Enciclica raccolse,
elaborò e conchiuse un ventaglio di riflessioni e prese di posizione
provienienti dal mondo cattolico che avevano seguito passo passo la nascita e

189
la diffusione della nuova scienza. Fu un punto d’arrivo di un rapporto
cattolici-eugenetica affatto consolidato da tempo.
Cercare di abbozzare le linee principali di questo rapporto è ciò che ora
ci proponiamo di fare.

La minoranza consapevole. I cattolici inglesi.

Ai suoi esordi nella sua nazione d’origine, l’Inghilterra, l’eugenetica non


dovette aspettare molto per essere saggiata nel crogiuolo della morale
cattolica. Sebbene la Curia romana, e specialmente il Sant’uffizio, non
avessero ancora preso, nel 1912, alcuna opinione ufficiale in merito alle teorie
di Galton e contro la Eugenic Education Society, editrice della «Eugenic
Review», pure in Inghilterra, la base cattolica con i propri mezzi aveva preso
posizione sul nuovo delicatissimo argomento.
Certo, a una prima occhiata, la battaglia dei cattolici inglesi appariva una
battaglia della retroguardia: la guidava la “Catholic Social Guild”, nota per
occuparsi di problemi igienici e sociali più vari.
La lega agiva in un vuoto di interventi da parte dei cattolici e della
gerarchia a suo dire preoccupante: il compilatore di un opuscolo di
eugenetica279 della Catholic Social Guild lamentava che «as yet, outside
Moral Theology Books, there is no Catholic literature on the subject,
therefore all the books mentioned below must be read with reserve and
criticised in the light of the principles suggested in this manual». E,
particolare assai più rilevante, parlando di sterilizzazione coatta dei minorati,
lamentava come ancora nel 1912 il Sant’Uffizio non avesse preso alcuna
espressa decisione in merito alla vasectomia (che evitava la castrazione pur
comportando sterilizzazione): per giudicarne la moralità, l’autore
dell’opuscolo dovette basarsi sui «prevalent teaching of theologians and
Catholic phisicians».
Battaglia certo impegnativa, quella dei cattolici inglesi contro
l’eugenetica, contro l’ampio schieramento della chiesa anglicana che agli
eugenisti dava un sostegno strategico. Gli anglicani, infatti, slegati dal
problema neomalthusiano (che diventerà uno dei punti chiave del conflitto
tra religione ed eugenica), potevano permettersi di non prendere “parte
attiva” al dibattito eugenetico280, non avendo sufficiente conoscenza dei

279) Rev. T. J. Gerrard, The Church and the Eugenics, London, 1912.
280) Cfr. Le posizioni espresse da I Rev. J.H.F. Peile e Rev. W.R. Inge, in «Eugenics Review», aprile 1909.

190
dettagli scientifici della materia, oppure di prendere posizione in modo
decisamente possibilista sulla supremazia dell’elemento spirituale e
soprannaturale rispetto alla inerte materia, nella perfezione dell’uomo: «full-
grown, complete and entire; spirit, soul, and body altoghether without
blame. These are eternal values (…) need a drastic revalutation of all the
goods things of life. They lead us to the conclusion that any sacrifices wich
a good man would make for the good of his kind ought, when the time
comes, to be exacted from those who are not good».
Questa posizione possibilista della chiesa Protestante verso gli eugenisti
fu subito additata dai cattolici in maniera severa, con l’accusa agli anglicani di
voler fare della religione l’handmaid della nascente eugenetica.
Fu dunque in una sorta di “tiro incrociato” che la Chiesa cattolica
inglese prese per prima posizione sul problema, nell’imbarazzante apparente
silenzio del Vaticano. Apparente perché il grosso impegno passato della
Chiesa contro il divorzio e le pratiche neomalthusiane, la nutritissima
pubblicistica di pastorale della famiglia si rivelarono essere un terreno fertile,
già consolidato e pronto sul quale la posizione ufficiale della gerarchia in
tema di eugenetica non ebbe che sedimentare. Anche la difesa
“autocostruita” della Catholic Social Guild aveva attinto tutta se stessa
proprio da questa consolidata tradizione di interventi della gerarchia
ecclesiastica nel campo della morale sessuale.
Quali furono, quindi, i punti principali della difesa dei cattolici inglesi
contro i rischi impliciti della scienza nascente?
Il primo e decisivo punto di scontro fu in merito alla legittimità
dell’intervento. Poteva la Chiesa accampare dei diritti su una materia come
l’eugenetica? I cattolici inglesi consapevoli di rappresentare una minoranza,
rivendicarono essenzialmente il diritto di non essere esclusi dal compimento
del “progetto-uomo” del futuro: nessuna umanità futura, sebbene
eugenetica, avrebbe potuto essere agnostica: «religion is brought in and
assigned the function of strenghtening and sanctifying the sense of eugenic
duty».
Soltanto in Italia, grazie alla maggioranza confessionale cattolica, la
Chiesa avrebbe potuto rivendicare con autorità il diritto di essere la gelosa
custode dell’istituto familiare e pertanto l’unica autorità in grado di
autorizzare l’opera eugenetica. In Inghilterra la Chiesa dovette ancora
giustificare la propria utilità alla costruzione della stirpe, prima di poter
criticare le modalità di questa costruzione. Così veniva rivendicata una
funzione costruttiva in quanto educativa: vegliare affinché l’uomo non

191
corresse incontro a tutte le “panacee” senza avere accuratamente prima
esercitato la propria capacità di giudizio. L’eugenetica era una proposta
allettante, ma richiedeva una verifica delle credenziali: «those who belive in
her claims have no difficulty in accepting her decisions, for they know that
the divine assistance, wich guarantees the correctness of her final
judgements on moral questions, operates also to prevent her judging on
insufficient or unsafe grounds. Where principles of morality are not
involved, or where their precise application is really doubtful she is careful
not to interfere with the liberty of her members».
Naturalmente poi, la funzione pastorale della Chiesa poteva
rappresentare una vera pars construens di tipo morale nel completamento
del programma eugenetico: «is precisely from these three virtutes which
bind us to God that there flow the virtutes wich enable us to work directly
for the race. Here at lenght we have the moral force wich is the prime
factor in eugenics, the supernatural virtutes of prudence, justice, fortitude
and temperance».
È significativo osservare come l’intervento cattolico nella patria
dell’eugenetica tenesse molto a sottolineare che i valori spirituali fossero
inerenti alla nuova scienza anche sul verante strettamente biologico e
medico: «the Catholic has no fear for the eugenics of the future». In un
certo senso la reilgione cattolica poteva scoprirsi essa stessa “eugenetica”:
aveva delle tensioni escatologiche verso liberazione dai dolori che ben si
sposavano con le tensioni analoghe della nuova scienza. Se l’eugenetica, agli
esordi, nelle mani di scienziati laici assolutamente scevri da facili misticismi si
era posta ben al di sopra281 della medicina intuendo la vastità e profondità
delle speranze che suscitava e delle conseguenze benefiche che alla vita degli
uomini avrebbe potuto portare, allo stesso modo la religione si trovava a
doverle contentestare questo primato e a doverne comunque incoraggiare gli
sforzi. Non era una posizione facile. L’eugenetica aveva suscitato negli
scienziati laici ben più che un semplice ottimismo tecnico. Anche nel nostro
Paese, all’incontro con una cultura fortemente permeata di cattolicesimo,
questo orgoglio particolare degli eugenisti era palpabile: «l’eugenica ha un
fondamento di religione, è anzi un fattore religioso, (…) è una credenza
piena di speranza che fa appello a molti tra i più nobili sentimenti della

281) «And if religion whatever its origin and the more questionable chapters in its past, be now “morality
touched with emotion”, I claim that eugenics is religious, is and ever will be a religion" (C.W. Saaleby,
Parenthood and Race Culture, London, 1909)
192
natura»282. Si delineava già uno scenario di problemi bioetici particolarmente
complesso.
Notando questa chiave di lettura, i cattolici più attenti vollero presto
catalizzare e far proprio ciò che era solo un accenno insito nelle nuove teorie,
facendo appello al valore eugenetico della dottrina sessuale della Chiesa. Per
non perdere la ricca opportunità di un legame nuovo e fecondo tra scienza e
fede.Che in Italia sembrava gradito e auspicato da entrambe: già parlando di
Serafino Patellani, abbiamo già avuto modo di notare come gli eugenisti
italiani non rimanessero algidi di fronte alle lusinghe filosofiche della nuova
scienza: «come lo scopo ultimo e supremo di ogni essere è rappresentato
dalla continuazione della specie sua, così la morale generativa dovrebbe
riassumere e comprendere ogni altro valore etico».
E leggendo l’intervento283 di Agostino Gemelli al primo Congresso di
eugenetica di Milano, appare chiarissimo questo tentativo dei cattolici italiani
di porre una mano forte sulla nuova scienza, prima che questi spunti etici e
filosofici potessero prendere una strada imprevedibili nelle mani della cultura
laica: «possiamo noi chiedere ad essi (ai cattolici n.d.r.) una cooperazione
nell’opera che, come cultori dell’eugenistica ci siamo proposti? (…) le
leggi morali che il Cattolicesimo insegna ed impone ai suoi seguaci hanno
anche uno scopo, o meglio un effetto eugenico».
Fu questo ciò che maggiormente ebbe importanza, secondo i cattolici,
nell’intera architettura di una nuova scienza. Qualsiasi fossero le sue
aspirazioni, era assurdo pensare di poter lavorare sul vuoto. Non era possibile
fare a meno del consenso dei cittadini in qualsiasi proposta eugenetica. E in
Italia, dove il tessuto della cultura cattolica era fitto, ecco che la Chiesa
doveva assumere delle precise responsabilità di tipo eugenetico, doveva
intervenire per rivendicare a sé i nobili fini che condivideva con la nuova
scienza. Poiché questi nobili fini e gli strumenti per raggiungerli essa li aveva
avuti in cura da sempre: la chiesa era da sempre stata eugenetica, si
affermava, e la scienza laica aveva in fondo solo “riscoperto” e rivendicato a
sé qualcosa che aveva riadici antichissime. È ancora Agostino Gemelli a
chiarire questo punto: «il genitore che compie atti che nuocciono alla salute
del nascituro viola la Carità; il genitore che trasmette malattie al figlio
viola il precetto fondamentale di Carità (…) la procreazione non è lasciata
dal cristiano al caso, al capriccio, ma è regolata dalla ragione» e
sostenuta dal senso del sacrificio284 che rendeva possibili scelte anche difficili.

282) S. Patellani, Etica della generazione. Principii di eugenetica sociale, Milano, 1919.
283) A. Gemelli, Religione ed Eugenetica, intervento al 1°Congresso Nazionale di Eugenetica, Milano, 1924.
284) G. De Giovanni, M. Mazzeo, L'eugenica, Napoli, 1924.

193
Right people for what ?

Anche per i cattolici inglesi fu importante nobilitare subito moralmente


l’eugenetica separandola dal piano della semplice, amorale viricoltura: «when
the lower nature of man chafes against law, the proposal wich bids him be
above all law is both attractive and flattering».
Laddove la dimensione morale sembrava sfuggire all’eugenetica nel suo
complesso i cattolici sottolinearono come fosse evidente che la ricerca della
perfezione del mondo materiale non fosse compito del cristiano. La
degenerazione, anche biologica, che si stendeva sopra l’umanità era
certamente da emendare, ma dal punto di vista religioso era alla radice
assolutamente ineliminabile secondo la dottrina cattolica, poiché strettamente
connessa al peccato e perciò alla redenzione di Cristo. Il male, anche
ereditario, nell’ottica cristiana non era unicamente punitivo, ma funzionale
alla Salvezza.
E questo creava, come è facile intuire, un serio problema di dialogo con
la nuova scienza: la perfezione corporea per quanto auspicabile non avrebbe
mai potuto competere con la perfezione spirituale.
L’attacco veniva portato alla divulgazione eugenetica non solo con
chiarimenti morali ma anche con esempi pratici chiari anche dal punto di
vista della sensibilità dell’uomo comune: menti e personalità eccellenti sepolte
in corpi degenerati («Julius Caesar was an epileptic»). L’abilità
dell’argomento consisteva proprio nell’affermare che la perfezione si
avvalesse delle rette facoltà corporee (e in questo gli anglicani coglievano nel
segno) ma che fosse anzitutto - e in partenza - un fatto spirituale. Era quindi
assolutamente auspicabile che un “superuomo” eugenetico dovesse nascere,
ma solo se avesse avuto una superiorità anzitutto spirituale. Di più, i cattolici
inglesi delinearono il quadro di questo “superuomo spirituale” come il
prodotto delle leggi drastiche della “selezione naturale”, morale. Così le
figure di Sant’agostino, San Francesco, Giovanna d’Arco diventavano veri
esempi di “evoluzione della specie” religiosa assolutamente anticipatori di
ogni altro tipo di evoluzione umana biologica.
Tuttavia questo rimaneva un argomento azzardato e sul filo del rasoio:
anche l’eugenista cattolico doveva fare brutalmente i conti con
l’insostenibilità delle malattie ereditarie. E non era facile sciogliere
completamente l’aspetto dell’infrazione morale e quello della degenerazione

194
fisica puntando esclusivamente sul perfezionamento morale degli individui.
Per quanto la sofferenza conducesse alla Salvezza vi erano sempre diversi
tipi di sofferenza (ed è ancora Patellani a parlare): «quando invece
pecchiamo contro la morale dell’eugenesi la nostra colpa è irreparabile e
si sconta da noi, dai nostri figli, dai nostri nipoti o dalle persone care alle
quali siamo uniti; come noi scontiamo, in alcuni casi le colpe dei nostri
ascendenti». Nel campo dell’eugenetica, pur tenedo buon conto delle
riflessioni etiche, il peccato e la salvezza assumevano plasticità e spessore
immediati, concreti, drammitacamente presenti. A poco poteva valere ogni
discorso morale sulla taumaturgia del dolore quando divorzi, promiscuità,
disordini sessuali, malattie veneree e degenerazioni indotte di ogni genere già
piegavano l’esistenza umana verso un inferno terreno. Gli esperimenti di
selezione dei riproduttori e le pratiche neo-malthusiane avevano dimostrato
di produrre sterilità e scarsa resistenza vitale della prole285 e questo appariva
senz’altro un ambito di sofferenza incompatibile con ogni discorso
soteriologico.
L’eugenetica pensata dall’uomo, perciò poteva e doveva essere solo al
servizio di Dio, non certo al suo posto: «in this as in every other experience
of life, we have first to seek the Kingdom of God and his Justice and then,
in so far as they help towrds our highest well-being, the natural gifts of of
body and mind will be added unto us».
Come dunque orientarla secondo la dottrina cattolica?
L’intervento privilegiato era inevitabilmente sul terreno della cura delle
piaghe sociali, alcoolismo, sifilide, tubercolosi, e in direzione di un
miglioramento igienico che poteva passare anche e soprattutto dall’azione
concreta delle singole parrocchie286.
In seconda istanza occorreva che la Chiesa combattesse con fermezza e
controllasse i due “strumenti” prediletti dagli eugenisti: la sterilizzazione
obbligatoria e il Certificato prematrimoniale.
I cattolici inglesi fin dall’apparire dei provvedimenti di sterilizzazione nel
mondo anglosassone non poterono che porsi su una posizione di opposizione

285) A. Gemelli, Lacune ed incertezze dell'eugenica come fondamento della inammissibilità della sterilizzazione
preventiva, intervento al Congresso dei medici cattolici a Vienna nel 1936.
286) Sollecitate addirittura a divenire luoghi “eugenetici” e salubri: «the soul suffers along with the body. All true
worships consist in the right functioning of the will in relation to God. But hte will cannot act unless the
intelligence acts also, for nothing is willed wich is not previously understood. Now neither intelligence nor will
can function properly when the brain is fed by impure air. The respiratory machinery is worked by a nervous
apparatus having its centre in spinal cord. This mechanism is disturbed and thrown out of order by deprivation o f
pure air. The stimuli being confused, the respiratory movements are quickened and require concious action. Thus
the attention is drawn for its propter object, and we suffer what is known as a distraction in prayer. The mental
effort required to deal with the sensations caused by carbonic acid gas, dirty water, and animal refuse, inevitably
results in fatigue and strain. The prayer of distraction degenerates into sleep!»
195
totale. Ma (ed è il fatto rilevante) non utilizzarono principalmente le
argomentazioni utilizzate in seguito da Pio XII relative alla illegittimità della
mutilazione. Piuttosto insistettero sul fatto che la provocata incapacità di
generare non impediva il compimento dell’atto sessuale e quindi del peccato:
«the sexual appetite is for the purpose of the procreation of the children. It
is not for the sake of sensual pleasure». La sterilizzazione non era rimedio
alla concupiscenza, anzi, ne era addirittura esplicito incitamento: poteva
essere eugenica ma non morale. Peggiore del male. Pertanto inutile.
Meglio lo strumento della segregazione per tutti coloro che, feeble-
minded, richiedevano di essere allontanati dal meccanismo riproduttivo della
società. La segregazione (e anche su questo i prelai inglesi lamentarono un
disarmante silenzio della gerarchia) si sarebbe potuta rendere
immediatamente obbligatoria e, di primo acchito si dimostrava morally
unquestionable, poiché si proponeva di segregare i malati mentali in strutture
(secondo le ottimistiche descrizioni) dotate di ogni comfort e piacevolmente
serene. Certo non era molto chiaro quali sarebbero stati i limiti operativi di
questa segregazione-sterilizzazione dei gruppi di alienati. Ma in definitiva
risultava chiaro come il problema della loro riproduttività trascinasse la
Chiesa su posizioni di compromesso difficili.
Sul punto estremamente scottante della moralità pubblica e privata e
della contraccezione, i cattolici inglesi non ebbero difficoltà a prendere
posizione contro ogni finalità eugenetica, trattandosi di una materia su cui la
dottrina cattolica si era da tempo ben consolidata: «every perversion of
nature is followed by nature’s retribution. Just as the right use of sex tends
to the preservation of the race, so the abuse of it tends to the deterioration
and extintion of the race. Now we can escape the conclusion that the
punishment inflicted by nature is a punishment inflicted by God». Solo la
buona condotta morale poteva validamente tenere il cattolico lontano da ogni
lusinghiera giustificazione per condotte scorrette. Anche i dettagli, come la
lotta alla pornografia, facevano parte di un piano esplicitamente
“eugenetico” della morale cattolica: ogni sbavatura, ogni perdita di controllo
del fedele sulla sua volontà poteva impedirgli di compiere quei sacrifici
materiali ritenuti indispensabili alla crescita armonica delle stirpi, secondo le
indicazioni della medicina e della Chiesa. Tutto, nella dottrina cattolica,
diveniva funzionale a far propri i fini e gli ideali dell’eugenetica: «there is a
connection between the beginning and the end».
Naturalmente da parte degli eugenisti laici non mancavano resistenze
escetticismo verso questo tentativo deli cattolici di “prendere il timone”: se la

196
Chiesa alla fine anteponeva l’individuo nelle sue fragilità alla salute della
stirpe nel suo complesso, come poteva parlare di eugenetica?
I cattolici inglesi per primi risposero all’obiezione sostenendo di non aver
mai accolto una visione così manichea – o l’individuo o la stirpe –ma di
avere anzi, più efficacemente dei “galtonisti” trovato accordo perfetto tra
questi due estremi del problema. Nel corso dei secoli non a tutti, infatti, la
Chiesa aveva permesso di contrarre matrimonio. E gli esclusi erano proprio
gli affetti da tare ereditarie e i deboli di mente. Non solo: gli esclusi dalla
riproduzione secondo la dottrina della Chiesa, erano sempre stati i
consanguinei e i collaterali, i quali avevano la probabilità massima di far
nascere una prole degenerata. La Chiesa perciò si qualificava come
autenticamente eugenista, ed eccellente eugenista, poiché agiva seguendo fini
ottimi e direttive perfette in quanto divine e trascendenti287.
Naturalmente questa conclusione agli eugenisti non bastava: si obiettava
che, in realtà, questo rigore e questi impedimenti fossero di rado utilizzati
dalla Chiesa, che si era sempre mostrata assai indulgente e discrezionale nel
concedere l’autorizzazione al matrimonio, specie ai potenti. La risposta astuta
dei cattolici inglesi allora fu che era sufficiente l’esistenza del principio a
garantirne l’immediata attuazione: se l’eugenetica scientifica e laica avesse
portato validi motivi la rigida tradizione sarebbe stata ripresa col necessario
rigore, e gli impedimenti al matrimonio resi severi288; realizzando un
controllo migliore di quello del Certificato prematrimoniale. Il quale veniva
additato sempre come un meccanismo poco affidabile, tenuto insieme dal
collante provvisorio della biometria e della parziale considerazione di un
“fitness” puramente biologico. Poiché nessuno strumento poteva misurare
la rettitudine morale o la bontà di un uomo, ammonivano i cattolici, ecco che
sul famigerato Certificato nulla sarebbe risultato circa queste caratteristiche:
tra le qualità altamente ricercate dagli eugenisti per il loro “uomo nuovo”
l’intero patrimonio della spiritualità umana sarebbe andato perduto.
Si sarebbero ottenute certamente right people, ma, si chiedevano
polemicamente i cattolici «right people for what?».
L’ostilità aperta al Certificato prematrimoniale e a qualsiasi forma di
impedimento all’istituzione matrimoniale che scavalcasse la Chiesa era
destinata a diventare sempre più incisiva e unilaterale, nel passaggio
dell’eugenica cattolica dall’Inghilterra all’Italia.

287) «And who shall say that the limiting of the Church's power (nell'impedire matrimoni, n.d.r.) has not tended
to increase those ereditary evils wich the eugenist deplores?».
288) «Indeed at one time in her history she exercised a much more particular choice in forbidding unhealthy
people to marry. If she has allowed such impediments to fall into desuetude, it is only in deference to the claims
of the Spirit in changed circumstances».
197
Agostino Gemelli e l’eugenetica cattolica italiana

Dopo aver analizzato cosa accadeva in Inghilterra, viene spontaneo


chiedersi se qualcosa di analogo agli interventi della “Social Guild”.
Va detto subito gli eugenisti italiani, sempre così solleciti nel reciproco
riconoscimento, ebbero ben poca occasione di citare interventi espliciti sulla
nuova scienza che provenissero dalla Chiesa cattolica.
Tuttavia il mondo cattolico anche nel nostro Paese osservava con
attenzione e molto da vicino gli sviluppi del dibattito sull’eugenetica. E ne
veniva coinvolto: la cattedra di eugenetica sociale di Patellani, ad esempio,
fu un primo punto di riferimento importante. Il nome di Patellani è infatti
ricordato da Agostino Gemelli (col quale Patellani strinse rapporti cordiali289)
assieme a quelli di Mangiagalli e Pestalozza nel novero degli eugenisti “seri”,
coi quali la Chiesa avrebbe potuto intavolare un confonto costruttivo, poiché
nulla avevano a che vedere con quelli che il religioso definiva
“pseudoscienziati”. Inoltre auspice primo della costituzione della cattedra
tenuta da Patellani, fu il prof. Luigi Maria Bossi, non alieno da simpatie verso
la Chiesa cattolica.
Gemelli, partecipando alla conferenza eugenetica del 1924 fornisce al
ricercatore un altro indizio sulla presenza discreta ma non esigua dei cattolici
nel dibattito: accanto a Pestalozza, Patellani e Mangiagalli, cita un altro nome
notevole - del quale suggerisce il gradimento290 da parte del pensiero
cattolico - quello di Corrado Gini. Gemelli definisce infatti Gini come l’uomo
che «ha gettato parecchia acqua nel vino dell’entusiasmo di chi vedeva
solo l’aspetto medico del problema», e con la sua teoria del ricambio sociale
è vera testa di ponte per i cattolici nella lotta all’estremismo laico. La libera e
naturale circolazione ascensionale delle classi inferiori, infatti, «un salutare
processo di ricambio biologico», che fortificava la stirpe senza lederne la
libera espressione spirituale, trovava certo consenziente la Chiesa. E i
meccanismi di autoregolazione delle popolazioni intuiti da Gini, soddisfavano
appieno la sua dottrina sociale.
Tra cattolici e eugenisti “laici” e figli del positivismo291 dunque, anche se
sotterraneo e discreto, vi fu un reciproco duro confronto. Un confronto in
289) La copia di Etica della generazione, di Patellani nella biblioteca dell'Università Cattolica reca scritta a penna
sulla copertina la frase : «Al colto, distinto e caro amico Padre Gemelli offre, con animo fraterno, Patellani- 7 VII
1919».
290) A. Gemelli, Il controllo delle nascite secondo la dottrina cattolica, Milano, 1926.
291) A. Gemelli, Cesare Lombroso, i funerali di un uomo e di una dottrina, Milano, 1912.

198
cui i cattolici ebbero una superiorità schiacciante e che non ammetteva
mezze misure. Si veda solo un esempio: i “lombrosiani” Sergi e Morselli
vengono additati, quasi screditati, nel loro ruolo di eugenisti come i superstiti
di un triste naufragio della loro fede positivista, «tratti in salvo dalla scuola
tedesca e quella inglese, con le loro ricerche di biometrica e
psicopatologia», abbandonati disperati sulla spiaggia dell’eugenetica con
rottami di misurazioni antropologiche inutili. Disperati perché gli stessi
scienziati292 che grande speranza riponevano nella nuova scienza,
manifestavano a chiare lettere l’evidenza della sconfitta della scienza positiva
che aveva generato questa grande speranza. Anche se vedevano «la presente
crisi» della scienza come un «prodotto incidentale ed effimero».
L’eugenetica nasceva consapevole del proprio peccato originale sulle fragilità
e i dubbi della scienza laica. E la Chiesa aveva buon gioco a sottolinearlo.
Gli scienziati laici italiani si trovarono sconfitti da loro stessi. E proprio
nel campo dell’eugenetica: i postulati antropologici lombrosiani e galtoniani,
le stesse leggi di Mendel si erano rivelati, alla resa dei conti, praticamente
inutilizzabili e soggetti a errori grossolani. E della “nuova scienza” nessun
postulato o paradigma potevano definirsi… scientifici.
I cattolici, viceversa, da questo lato erano tranquilli: quando i positivisti li
accusavano di trascinare la nazione nel baratro del più oscuro medievalismo,
rispondevano con la difesa orgogliosa proprio di questo medioevalismo293,
unica scappatoia possibile tra le strettoie di paradigmi scientifici unificanti che
non erano riusciti ad unificare nulla. Di più: unica guida ragionevole
all’azione su temi, come quello della “buona riproduzione”, nei quali la
scienza chiedeva di bruciare le tappe senza sapere… dove stesse correndo.
Nell’ambito dello scontro tra cattolicesimo e post-positivismo, però,
l’eugenetica costituiva una sorta di “campo minato” sul quale gli scienziati
laici e teologi si muovevano con identica difficoltà, alla cieca. Se questo fatto
da un lato paralizzava le ricadute pratiche della nuova scienza, dall’altro
consentì un avvicinamento forse non previsto tra “moderazione” obtorto
collo degli eugenisti e tradizionale chiusura dei cattolici sui temi della
famiglia.
Più per l’evolvere delle circostanze, quindi, che per un accordo meditato
e voluto con la scienza, la Fede poté dare un primo parziale assenso alla

292) A. Loria, La crisi della scienza, Torino, 1907: «Il grande astro darwiniano frantumasi in una miriade di
schegge, luminose pur sempre, ma tenui e circoscritte; e l’opera dei discepoli è tutta intesa a lumeggiare questo o
quel frammento di sistema, quando non mira semplicemente a levigarne le asperità, o ad impicciolirne i l
significato».
293) Editoriale di A. Gemelli, in «Vita e pensiero», dicembre 1914

199
nuova scienza della “buona procreazione”. La quale, in realtà, era in Italia
ancora solo il fantasma di sé stessa.
Certo il percorso era tutto in salita dagli eugenisti verso il Vaticano: la
Chiesa infatti nei suoi primi contatti con la nuova disciplina, mostrò subito
chiarezza di posizioni e fermezza davvero notevoli.
Il perché è facile da comprendere: se alla parola “eugenetica” si
sostituisce infatti la parola “controllo delle nascite”, (e questa omologazione
di termini è agli occhi dei cattolici del 1900 quasi automatica…), si può
agevolmente comprendere come ci si trovasse allora su un terreno sul quale
la Chiesa combatteva già da tempo, e rispetto al quale aveva maturato a
fondo una dottrina.

Il “Machiavelli di Dio”

Gli interventi cattolici sullo specifico tema dell’eugenetica fino al 1925


non furono numerosissimi, e, al di fuori di quelli di cui ci occuperemo, in
generale furono riprese e ripetizioni operate da personaggi di secondo piano
su temi noti.
Temi per la maggior parte suscitati e sostenuti nel dibattito dalla
pubblicistica vigorosissima di Agostino Gemelli294, attraverso la quale
intendiamo tracciare il profilo della posizione cattolica sull’eugenetica italiana.
Gemelli fu infatti probabilmente l’unico vero esperto cattolico di
eugenetica, e certamente fu il primo religioso italiano a parlare esplicitamente
di eugenetica295, dalle colonne della sua rivista, negli anni della guerra. Il suo
approccio - data la sua formazione medica e scientifica - non poté essere che
sul terreno dei dati oggettivi: dato che l’eugenetica derivava direttamente dal
tema dell’evoluzionismo darwinista Gemelli sapeva fin dalle prime mosse di
avere parecchie frecce al proprio arco.
Il padre agostiniano infatti si era battuto strenuamente per evitare che il
determinismo evoluzionista si permettesse di cancellare l’opera feconda del
Creatore dalla partitura della Vita. E aveva pubblicato interventi accesi. Ora
che l’eugenetica riproponeva parte del materiale evoluzionista la presa di
posizione non poteva che essere automaticamente diretta contro il «gran
chiasso che si è fatto nei giornali e sulle riviste a scopo di volgarizzazione
dell’eugenica».

294) G. Cosmacini Gemelli - il Machiavelli di Dio, Milano, 1987.


295) A. Gemelli, Religione ed eugenetica, Milano, 1924.

200
L’attacco, ancora al di fuori dei temi della prassi, partì subito diretto, a
partire dal primo dopoguerra, contro il fondatore della nuova disciplina,
Galton. Sulle sue tabelle biometriche, Gemelli apportò la sua prima serie
importante di critiche.
La precisione di queste tabelle, affermò, era scarsissima e dimostrava con
ampiezza quanto poco si fosse considerata l’influenza dell’ambiente sulla
espressione del “genio”. La dimostrazione che le qualità psichiche e morali
o del temperamento potessero essere ereditate nella proporzione aritmetica
già intuita da Condillac (0,10%) era un postulato orfano delle prove più
elementari. Dai dati raccolti da Galton emergeva piuttosto, secondo Gemelli,
un altro dato: e cioè che si ereditava la predisposizione corporea in cui le
attività psichiche venivano a svolgersi (assunto che fu anche il punto di
partenza per la genetica di Baglioni e Bianchi)296.
Da punto di vista morale e biologico l’anima, il pensiero erano perciò
autenticamente “forma del corpo”, ma non erano in alcun modo determinati
da esso. Le qualità psichiche o morali, che ne erano l’espressione, erano
sempre e comunque pure e perfette, anche in un corpo deforme che non ne
permetteva la libera espressione. Quanto più il corpo era comunque un
meccanismo efficiente, tanto più l’anima soggiacente, anche grazie alla
positiva influenza dell’ambiente e dei genitori, sarebbe riuscito ad essere
espressione fedele della propria perfezione. Ma la salute del corpo non era
salute dell’anima, ecco perché Galton non riusciva a raccapezzarsi in maniera
univoca con le sue tabelle nel rapporto tra salute fisica e salute psichica. Tra i
due poli del problema non esisteva un legame meccanico.
Selezionare buoni corpi umani secondo misure biometriche non
significava perciò selezionare buoni uomini. Selezionare buone menti, che
dimostrassero un buon metabolismo non significava selezionare buoni
pensieri: «il grossolano materialismo di alcuni anni or sono, perché trovava
che negli idioti, negli imbecilli, nei deficienti, ecc. (…) il cervello è leso,
credeva perciò stesso di poter dire che con ciò è dimostrato che l’attività
psichica è funzione del sistema nervoso - è il cervello che pensa, si diceva,
il pensiero è una secrezione del cervello - per escludere così la natura
spirituale dell’uomo. Errore grossolano, col quale si scambiava la
condizione con la causa. Il sistema nervoso era leso in questi casi e perciò
era lesa quella unione tra fisico e psichico che è condizione perché si abbia
il dispiegarsi della vita psichica, e con ciò è impossibile alla attività
psichica di manifestarsi e di essere in relazione con il mondo esterno».

296) A. Gemelli, Si ereditano le qualità psichiche?, in «Vita e pensiero», dicembre 1914.

201
La vera eugenetica utilizzando la biometrica non avrebbe avuto gli
strumenti necessari a valutare il vero valore di un uomo.
Tuttavia il problema dei deboli di mente, il problema concreto del peso
della loro malattia sul plasma germinale della stirpe, al di là della
considerazione del loro valore spirituale, però restava. L’accusa ai cattolici, in
questo senso era pesantissima, e proprio sul terreno dell’eugenetica: le
politiche di igiene sociale appoggiate dalla Chiesa che sostenevano i deboli
toglievano forza alla parte migliore della Stirpe e concretizzavano una
situazione paradossale, cioè che il vantaggio dei pochi andasse a detrimento
di quello dei molti. Il compito di Gemelli - articolare una difesa che
dimostrasse il valore anche scientifico della tutela dei deboli - non era facile.
La sterilizzazione come soluzione del problema, egli affermava, avrebbe
potuto essere una politica esatta a rigore di logica scientifica. Se non che un
rapido calcolo portava a considerare che i deboli di mente non fossero che
uno su mille nella popolazione italiana. E se anche la politica della
sterilizzazione fosse stata perseguita col massimo del rigore, per portare la
proporzione, ad esempio ad un minorato su diecimila, sarebbero occorse non
meno di 60 generazioni, ossia due o tremila anni.
Il verdetto contro l’eugenica negativa era inappellabile. Ed era
dimostrato il valore della carità verso un peso sociale difficilmente
eliminabile. Altri dettagli non meno rilevanti poi suffragavano il verdetto
medico-biologico negativo circa la sterilizzazione dei minorati.
Ad esempio la ovvia considerazione che la selezione dei migliori non
potesse assolutamente prevedere il futuro. Scegliere nell’oggi chi sarebbe
stato migliore nel mondo di domani era un puro azzardo, l’adattamento
artificiale avrebbe dovuto essere incessante: « il ciclo di sacrifici...si
ripeterebbe inutilmente». Tanto più che pareva dimostrato (Gemelli lo
invoca come postulato) che fosse proprio l’ambiente a determinare le
caratteristiche ultime del genidio (cioè del gene). E questo senza nulla
togliere al dimostrato valore delle leggi di Mendel. Il plasma germinale
interagiva in maniera omogenea con la ereditarietà e gli stimoli esterni
«mutando la propria azione col mutare dell’ambiente». Affermazione tanto
più perentoria sulla bocca di chi, come Gemelli, non credeva che al singolo
genidio potesse essere legato il singolo carattere somatico. Che insomma si
potesse tracciare una mappa cromosomica. Il fatto che il plasma germinale
fosse un supporto vergine su cui le circostanze ambientali scrivevano le
proprie tracce derivava dal fatto che, come tutte le sostanze chimiche, esso
fosse suscettibile di mutazioni. E ciò spiegava, secondo Gemelli, parecchi

202
misteri. Per esempio come mai determinati esperimenti di segregazione degli
individui indesiderati su larga scala (le colonie dell’Australia e della Nuova
Zelanda) avessero prodotto discendenze ottime.
Molto del patrimonio di convinzioni biologiche e genetiche, lo si capisce
subito, veniva condiviso allo stesso modo da Gemelli, da Sergi, da Gini, da
Bianchi, da Baglioni, da Artom: l’ambiente prevaleva sul gene. Il
meccanismo delle ereditarietà poteva poi essere addirittura frainteso,
affermava ancora Gemelli. Esistevano meccanismi di pseudoereditarietà o di
induzione che potevano far pensare a dirette eredità biologiche laddove vi
erano solo analoghi percorsi ambientali. La rassomiglianza tra genitori e figli,
nel bene e nel male, il più della volte non era che una rassomiglianza tra
reazioni simili agli impatti ambientali. L’induzione faceva sì che venisse
tramandata la predisposizione o meno alla malattia e l’ambiente decideva se
questa predisposizione potesse venire attivata o meno. Figli di genitori ricchi,
ad esempio, erano fin dall’infanzia protetti dalla denutrizione e dall’ambiente
malsano. Figli di genitori tubercolotici ereditavano la diminuita resistenza al
contagio, e così via297.
Certe degenerazioni che parevano ereditate dal concepimento erano in
realtà acquisite allo stato fetale dal bambino attraverso l’ambiente di
gestazione: determinati veleni come l’alcool, la sifilide o la tubercolosi
agivano durante la vita intrauterina sul feto, scavalcando le architetture
genetiche e passando attraverso il sangue infetto della madre. In questo caso,
concludeva Gemelli, a nulla serviva lo studio del genidio: la malattia veniva
trasmessa per contagio a feti sani. Impossibile perciò governare il
meccanismo della degenerazione, sia fisica che psichica. E impossibile trovare
la formula stabile di produzione dell’uomo considerato ideale (bello e
generoso, onesto e forte, accorto e prudente, ricco di iniziativa e coraggio).
Anche se si fosse trovata questa formula, era folle pensare ad una nazione
composta esclusivamente da uomini e donne ideali: le nazioni, i popoli,
affermava Gemelli, erano composti sostanzialmente di uomini che restano
nella zona intermedia tra la degenerazione e l’eccellenza. Composti di bene e
di male, secondo la più schietta visione cristiana dell’uomo, essi erano
continuamente in equilibrio sul crinale della degenerazione e dell’eccellenza,
se nessun gene li trascinava da una o l’altra parte di questo crinale. In special
modo per quel che riguardava le qualità psichiche e morali. Gemelli,
psicologo, anche se non esplicitamente, sembrava far sua la definizione di
Freud: «che non sia possibile tracciare un netto confine tra ‘nervosi’ e

297) M. Mazzeo Note di Igiene ed eugenetica, Napoli, 1924.

203
normali, sia bambini che adulti; che la ‘malattia’ sia soltanto un concetto
meramente pratico di sommazione; che la predisposizione e i casi della
vita debbano combinarsi per varcar la soglia di questa sommazione; che
pertanto numerosi individui passano continuamente dalla categoria dei
sani a quella dei malati di nervi, mentre un numero assai minore compie il
tragitto inverso, sono tutte cose che sono state dette tante volte e hanno
trovato tanta ecco che non sono io certo il solo a sostenerle»298.
La gran massa delle persone, sospesa tra bene e male, si adattava come
poteva alle circostanze. Unico aiuto possibile a questa massa di persone non
poteva essere perciò che la carità, il sostentamento cristiano di ciascuno, dai
“miserabili” ai più o meno capaci. Gemelli biologo e medico confermava la
diagnosi di Gemelli sacerdote.

Il trono, l’altare e le culle

Gemelli fu uno dei pochi eugenisti italiani ad avere avuto l’onore di una
vera e propria investitura a fondamento della propria missione.
Nel Maggio del 1924, in occasione del centenario, l’Università di Napoli
tenne un Convegno sull’eugenetica (patrocinato dal Gruppo Eugenico
Napoletano di Bianchi e preparatorio al Congresso Nazionale di settembre),
al margine del quale, il Segretariato per la Moralità della Giunta diocesana
della città partenopea, che era in contatto con la Società di Studi Sessuali e
con Capasso, richiese esplicitamente ai dirigenti della Azione Cattolica
Nazionale di inviare alla conferenza milanese di settembre «un autorevole
rappresentante del pensiero cattolico». E a Gemelli toccò l’onore
dell’incarico.
Il Segretariato per la Moralità, il 7 luglio, promosse poi un ordine del
giorno299 riguardante l’eugenetica, approvato dalla Giunta Diocesana, nel
quale, in maniera decisa, si sanciva la diffidenza cattolica verso le proposte
della nuova scienza, la «così detta eugenica (…) movimento in Italia solo da
poco iniziato (…) non ha ancora definito i mezzi pratici di cui vuole
servirsi». La Giunta, lamentava il fatto che, data la difficoltà di disporre «su
larga scala di adeguate risorse curative, profilattiche, igieniche e di
efficaci interventi statali», alcuni eugenisti, che ritenevano auspicabile tra
l’altro una diminuzione della popolazione per ragioni demografiche,

298) S. Freud , Analisi della fobia di un bambino di cinque anni, in Opere, a.c. Cesare Musatti, Torino 1989
299) In G. De Giovanni, M. Mazzeo, L'eugenica, Napoli, 1924.

204
economiche e politiche, risolvessero sbrigativamente i propri intenti
propagandando l’impedimento artificiale della generazione, in aperto scontro
con la morale. E perciò auspicava il legame tra lo spirito di perfezionamento
razziale («lodevole intento») con una profonda educazione cristiana ed un
fermo «atteggiamento molto guardingo e riservato» verso la nuova scienza
«in attesa che assuma tra noi scopi e mezzi ben determinati». E nell’attesa
auspicava la cognizione e la pratica della dottrina cristiana sull’etica sessuale
come supporto alla vera e sana eugenetica. Gemelli fu certo nel solco degli
intenti di questi cattolici napoletani, poiché della propaganda e
dell’educazione fece il centro delle sue proposte eugenetiche e con la lotta
alle pratiche neo-malthusiane ed abortiste costruì un baluardo difensivo
attorno ad essa. A sigillo di questa costruzione egli poi pose una sostanziale
dichiarazione di fiducia verso lo Stato, una dichiarazione solenne, in ogni
caso molto meditata, che arrivò solo dopo l’applicazione del Concordato.
Prima di esso, infatti egli era stato bene attento a ribadire la forza della
Chiesa a favore dell’istituto familiare anche contro lo Stato, se necessario.
Balza subito all’occhio come differente fosse la sua posizione rispetto a
quella dei prelati inglesi.
Gemelli e i cattolici italiani parlarono (lo si è già accennato) da posizioni
di forza. In Italia la maggioranza cattolica era variabile demografica e sociale
strategica: Gemelli non trascurò per un attimo di considerare questo fatto e
di farne leva a proprio favore.
Sei anni prima del Concordato si oppose recisamente alla «moderna
tendenza dello Stato a soffocare i diritti degli individui» e a perpetrare «un
abuso di potere». Anche se prudentemente concedeva che esso potesse
diventare un alleato prezioso per l’eugenetica come coordinatore di forze
individuali al compimento del bene comune. A patto però che tenesse ben
saldo di fronte a sé il principio che il matrimonio fosse un diritto naturale
dell’uomo, un diritto che la Chiesa e lo Stato dovevano limitarsi a ratificare e
a custodire.
Ogni violazione di questo diritto era violazione contro le libertà
fondamentali dell’uomo. Se lo Stato si impegnava a tutelare il diritto naturale
al matrimonio per chiunque, esso agiva bene e tutelava la libertà dei suoi
sudditi: i cattolici lo avrebbero fiancheggiato volentieri e sarebbero stati ben
disposti ad ammettere anche il rilascio di Certificati prematrimoniali di buona
salute (a patto che avessero un carattere esclusivamente informativo), o la

205
creazione di centri di informazione e raccolta dei dati, come già proposto
dalla Società Eugenica Belga nel giugno 1922300.
Ma queste erano le estreme concessioni: in qualsiasi altro caso di indebita
ingerenza dello Stato nel diritto naturale dell’uomo alla costituzione della
famiglia coniugale «la Chiesa difende l’individuo contro lo stato». Era
assolutamente un obbligo, per Gemelli, la cautela nell’invocare l’intervento
del Legislatore a sostegno di una scienza fragile come l’eugenetica, anche
perché la corsa sotto l’ala protettrice dello Stato era un vizio piuttosto della
Sinistra che dei cattolici: «l’intervento dello Stato è sempre una lesione della
Libertà, Libertà che noi non vogliamo soffocare e lasciamo ai sostenitori
della concezione Socialista dello stato di sacrificare sull’altare del loro
grossolano materialismo». Lo Stato veniva messo in guardia: a lui spettava
rispondere in maniera positiva per la tutela del matrimonio. Per sua stessa
convenienza: l’istituzione matrimoniale sapientemente incoraggiata era
rimedio sovrano anche contro la diffusione dell’amore mercenario, delle
malattie veneree, e della natalità illegittima. Vero e proprio strumento di
profilassi fisica e morale.
La risposta dello Stato mussoliniano alla richiesta cattolica in tema di
tutela dell’istituzione familiare fu, come sappiamo, apprezzata. E ciò era
inevitabile: qualsiasi pronunciamento in senso opposto a ciò che si era sancito
nel Concordato sarebbe stata una mossa incauta. La collaborazione dello
Stato alla difesa della famiglia era richiesta, scriveva il Papa, dalla necessità
politica prima ancora che da quella morale, poiché nessuno Stato poteva
sentirsi al sicuro dove vacillava l’istituzione del matrimonio che ne era il
fondamento. Vi erano infatti coloro che ritenevano legittimo contravvenire
alla legge morale su ciò che dalle leggi dello Stato non era vietato. E così
facendo innescavano processi demografici di spopolamento che divenivano
ben presto vero e proprio attentato alla Nazione. Per questo occorreva che il
Legislatore sapientemente prevenisse piuttosto che reprimere. Stato e Chiesa,
tutelando la famiglia unita e cristiana, si sostenevano reciprocamente, e non
avevano alcunché da temere dalla propria alleanza, come si affermava
nell’enciclica sopra esaminata: «se l’autorità civile è in pieno accordo con
la sacra potestà della Chiesa non può non derivarne grande utilità ad
entrambe».
Rispetto ai problemi sollevati dall’eugenetica, il Concordato con l’Italia fu
chiamato ad esempio di questo pieno accordo, anzi, esempio di «pacifico
accordo e amichevole cooperazione», nella lotta contro l’avanzare della

300) Rubrica notizie varie, in «Difesa sociale», aprile 1923.

206
immoralità e del secolarismo. Alleanza feconda dalla quale si speravano frutti
ancor più cospicui: «possa aversi tra le due potestà una comune cura per
ciò che spetta al matrimonio, con la quale siano rimossi dalle unioni
coniugali cristiane pericoli perniciosi, anzi la già imminente rovina».
Anche Padre Gemelli, rimossi i dubbi preconcordatari, guardò con
grande soddisfazione all’avvenuta alleanza Stato-Chiesa: “come italiano” egli
approvava decisamente il fatto che il Governo avesse rinunciato alla
sterilizzazione (uno strumento, egli affermava “da bolscevichi”) a favore di
più intense cure e assistenze sociali. E notava con soddisfazione che: «il
Governo italiano Fascista, riconosciuto che il fondamento della società è
la famiglia, posta, come vuole il Concordato, su basi cristiane, ha emesso
una serie di provvidenze legislative e sociali le quali non solo mirano a
garantire la salvezza della famiglia, ma mirano a migliorare la razza».

Il giusto controllo

Attorno all’alleanza con lo Stato si costruì l’azione della Chiesa contro la


regolazione artificiale delle nascite. E la polemica di Gemelli301 contro gli
“pseudoscienziati” che contrabbandavano con l’etichetta eugenetica questa
merce. Dal neomalthusianesimo, all’aborto terapeutico, al divorzio, vi era
tutta «una serie di passaggi in cui il vincolo viene sempre più allentato. E
in ciò l’eugenica serve di pronube».
Ma se sotto l’etichetta eugentica ci poteva essere merce avariata,
l’etichetta dava comunque indicazioni ottime. Ed anche ai cattolici imponeva
la ovvia circostanza che non era caritatevole lasciare che la tara ereditaria si
propagasse impunemente. Quindi se lo strumento era inadeguato l’intenzione
era buona. Spettava dunque prinicipalmente al cattolico trovare uno
strumento accettabile per realizzare il principio accettato del controllo
eugenico delle nascite. Gemelli si dichiarava assolutamente favorevole al
principio del controllo delle nascite e per chi sapeva di poter produrre figli
con tare ereditarie lo invocava come un dovere. Gemelli, confessore,
sosteneva il valore teologico del controllo con la importante considerazione
che la necessità della specie veniva prima della necessità del singolo.
L’unico strumento possibile lasciato al cattolico per esercitare il controllo
eugenetico delle nascite era la castità all’interno del matrimonio. Esso era il
reale punto di incontro tra le proposte eugenetiche della biologia e il libero

301) A. Gemelli, Le dottrine eugeniche sul matrimonio e la morale cattolica, in «Vita e Pensiero», marzo 1931.

207
arbitrio del singolo, strenuamente difeso dalla Chiesa. La castità
consapevolmente scelta all’interno del matrimonio, prova oltretutto di
obbedienza filiale del cristiano alla Chiesa, era assai consigliabile a chi si
sapesse portatore di gravi tare ereditarie. Essa doveva essere totale in caso di
malattia ereditaria ma poteva essere anche parziale, temporanea, nelle coppie
sane, per favorire alcuni comportamenti eugenetici come la prosecuzione
naturale dell’allattamento e il rispetto della graduale ripresa delle forze della
donna dopo il parto (come Gini andava ripetendo). La castità all’interno del
matrimonio, la prudente regolazione delle nascite, erano il vero e attivo
contributo che il cattolico poteva portare alla propria morale sessuale ed
all’eugenetica.
E se la prudente regolazione delle nascite, secondo Gemelli, era
consigliabile, ancor più era lodevole e consigliabile la castità assoluta: la
rinuncia consapevole e volontaria «per amore di Dio a un proprio diritto»,
quello di contrarre matrimonio. Per realizzare un autentico progresso
eugenetico che potesse essere anche progresso morale.
Se il matrimonio poi era stato già contratto, era più grande il sacrificio di
carità e pietà che si richiedeva ad alcune coppie di sposi, nel momento in cui
si imponeva loro di non far nascere dei figli. Coppie che spesso «non
avevano la forza d’animo per sottrarsi con la continenza ad uno stato di
cose degno di tanta pietà».
Uno stato di cose tale da suscitare pietà per le tristi condizioni
economiche nelle quali versavano a volte anche le famiglie sane a cui veniva
chiesto di allevare una prole numerosa. Il problema eugenetico non era
affatto scollegato dal problema della situazione economica delle famiglie.
E tuttavia, se nell’enciclica «Casti connubi» si sottolineava come fosse
dovere del cristiano abbiente esercitare la carità verso i bisognosi, per
consentire loro di adempiere all’unico inderogabile dovere della vita
matrimoniale, per parte sua, nella sua veste di eugenista, Gemelli pareva
quasi allonatarsi della dottrina della Chiesa, affermando che fossero
«fondamentalmente accettabili» molte ragioni del neomalthusianesimo per
giustificare la non procreazione, ivi compresa quella della estrema indigenza
delle famiglie. L’uso della castità come rimedio per le famiglie che non
potevano permettersi di avere tutti i figli che Iddio avrebbe loro concesso era
qualcosa che avrebbe potuto porsi comunque in linea con le indicazioni
pastorali ma non per questo in contrasto con la disincantata visione
“scientifica” del problema della popolazione. Anche perché la contraccezione
“casta” poteva essere una soluzione solo temporanea nei casi di estrema

208
povertà. Tutto questo senza trascurare di tessere l’elogio delle molteplici
Grazie che si stendevano sopra alle famiglie numerose.

Educazione alla purezza

La continenza e la castità erano, dunque, gli unici rimedi eugenetici


efficaci accettati dalla Chiesa. Andavano perciò promossi con ogni mezzo.
Ma andavano anche sostenuti.
La continenza e la castità, il saggio governo degli istinti, non nascevano
spontaneamente, né il cristiano era in grado, da solo, di sceglierli. Contro ad
un movimento laico a loro ostile sempre più vasto, con spazi sempre più
ampi sulla stampa, nella politica e con strumenti nuovi come il cinema302, i
cattolici si trovavano desolatamente soli. Occorreva il sostegno attivo della
Grazia e della preghiera, ma ancor più e ancor meglio una vera e propria
educazione alla castità.
Una educazione importante che non fosse semplicemente educazione
sessuale, ma «educazione alla purezza, virtù di tutti»303.
Purezza, d’accordo. Ma in concreto?
Il primo passo decisivo da affrontare, affermava Gemelli, era considerare
esattamente chi dovesse occuparsi di questo insegnamento, chi tra i cattolici
avrebbe dovuto accollarsi alla luce del sole una responsabilità che troppo
spesso si era coperta sotto il mugugno rivolto al degrado etico della società o
sotto schizzinosi pudori. I cattolici, affermava con vigore Gemelli, dovevano
smettere di avere paura dell’argomento sessuale e soprattutto dovevano
smettere di nascondersi nel silenzio o nel vago: « gli sposi vanno al
matrimonio senza alcuna preparazione intorno ai loro rapporti sessuali
(…) gli sposi che escono dalle famiglie cristiane. (…) Genitori ed educatori
non danno ai giovani quei consigli, quelle linee direttive che in argomenti
così delicati sono tanto preziosi (…) Per di più il silenzio è frutto di
pregiudizio». E così spesso si verificava l’imbarazzante episodio di giovani
cattolici che mantenevano una castità scrupolosa fino al matrimonio e
vivevano un disordinato «sfogo d’istinti dopo», lasciando aperta la porta alle
pratiche neo-malthusiane e vanificando qualsiasi discorso di castità
eugenetica. Dimostrandosi dei veri “maleducati” morali, nel senso più
etimologico della parola.

302) Cfr. gli studi di A. Gemelli sul rapporto tra cinema, moralità e psicologia.
303) A. Gemelli, Per l'educazione dei giovani alla purezza della famiglia, Genova 1926. Vedi anche A. Gemelli La
tua vita sessuale, Milano, 1941.
209
Era quindi auspicabile che l’istruzione sessuale fosse impartita con cura e
cristiana devozione dalla famiglia, concludeva Gemelli.
Tuttavia questa, che era la sua posizione del 1926, subì con il corso del
tempo un repentino cambiamento. Nel 1931 Gemelli arrivava infatti a dire,
dopo quattro anni di dibattito “vasto e acceso”: «debbo dichiarare che
qualche anno fa io ero un entusiasta della istruzione precoce e la ritenevo
efficace mezzo preventivo. Ritenevo che essa dovesse essere impartita (…)
dai maestri, dai genitori oppure dal sacerdote. Ma l’esperienza mi ha
insegnato che questa è una illusione». In definitiva l’unico referente
possibile per una completa educazione morale e sessuale era solo il sacerdote.
Anche se in definitiva, affermava Gemelli sorprendentemente «nel campo
sessuale l’istruzione non ha che una assai scarsa importanza».
Le famiglie infatti, specie nelle classi inferiori, non avevano preparazione
sufficiente al compito di formare la necessaria architettura morale che
guidasse i giovani alla sessualità casta e consapevole. Certo esse erano la base
di partenza dell’opera, sapevano con efficacia intervenire «rispettando le
differenze individuali». Ma non bastava.
La Scuola laica, poi, proponeva una istruzione precoce che «puzza
lontano un miglio di positivismo». Famiglia e scuola, beninteso se si
mantenevano nel solco dell’insegnamento della Chiesa, potevano essere un
valido aiuto alla preparazione delle nuove generazioni che il sacerdote
compiva. Ma dovevano in ogni caso, affermava Gemelli, limitarsi a sostenere
le scelte compiute da quest’ultimo. Quest’ultimo soltanto poteva insegnare al
giovane i veri dettami della purezza.
E quando al giovane fosse stata insegnata l’autentica purezza - la vera
castità feconda che persino Comte, Taine ed il laicissimo Sorel invocavano
contro la degenerazione del mondo moderno - qualsiasi istruzione sessuale
od eugenetica prematrimoniale di tipo tecnico sarebbe stata assolutamente
superflua. Il pudore non era solo accessorio all’eugenetica, affermava
Gemelli, esso era una efficace difesa dalle insidie degenerative. E questo con
buona pace anche dei cattolici che sostenevano l’istruzione sessuale come
unica misura preventiva da applicarsi nella scuola.
Occorreva una «base reale di moralità», una base da cui partire per
distruggere il nocciolo dell’errore positivista: il presupposto che l’istinto
sessuale naturale dell’uomo dovesse sempre essere lasciato libero di
esprimersi, quando il contesto era ragionevole304.

304) Vedi al proposito ad es. B. Varisco, in «Educazione nazionale», aprile 1923.

210
Il piano per una efficace educazione cattolica alla “purezza” fu delineato
da Gemelli in pochi punti: un deciso rifiuto della “scientificità”, una netta
individualità e cntralità della famiglia e del sacerdote in questo compito.
Ancora: una semplicità ed una accessibilità il più possibile omogenea, che
rompesse i silenzi e le reticenze dell’ignoranza. E ultimo punto, non certo per
importanza, l’aiuto soprannaturale costante della Fede e della Grazia.
Solo in questo modo, dichiarava Gemelli, era possibile raggiungere la
“bellezza ideale” della dottrina e richiedere ai singoli, per ragioni
eugenetiche, la pratica della continenza, come «naturale contrappeso della
fecondità matrimoniale».

Un’eugenetica abortista ?

Un altro ben più determinante ostacolo, comunque, divideva le ipotesi


eugenetiche laiche dal consenso incondizionato dei cattolici. Un ostacolo al
quale, per la verità, gli eugenisti laici del “primo periodo” fecero pochissimo
riferimento: l’aborto. Legato nella lotta dei cattolici alla sfera dei problemi
neo-malthusiani, proprio al seguito di questi entrò nell’ambito
dell’eugenetica.
Gemelli si fece portavoce delle inquietudini ufficiali dei cattolici in tema di
aborto a scopo eugenetico305 al Congresso Nazionale di Ostericia dell’ottobre
1931 a Milano306, con l’appoggio del prof. Pestalozza, presidente della
Società Ginecologica Italiana. «L’aborto a scopo eugenetico» affermò «non
è mai giustificato, poiché esso è un intervento che turba i poteri di
autoregolamentazione della specie e quindi reca danno, anziché vantaggio
alla stirpe». Esso era senz’altro condannabile a prescindere da qualsiasi
buona intenzione eugenetica, e riceveva tra l’altro l’esplicito “non licet”
espresso dal pontefice nella «Casti connubi».
Il divieto categorico ora legato al tema eugenetico si collegava alla
polemica dura sostenuta dai cattolici contro la classe medica sul più ampio
tema dell’aborto terapeutico.
Si trattava infatti di decidere se l’aborto terapeutico, cioè una azione
“immorale”, fosse giustificabile per un fine ottimo (e in senso più ampio
“eugenetico” : la vita della madre). L’argomento implicava non solo giudizi

305) - A. Gemelli, Le idee dei medici in tema di aborto terapeutico, in «Rivista del clero italiano», gennaio 1932.
306) Non fu l’unico a parlare di aborto: anche il prof. Cova interviene al Congresso con una relazione di
condanna di questa pratica a scopo eugenetico.
211
morali profondi sul tema della vita, ma anche e soprattutto il giudizio dato
dai cattolici sulla classe medica in quanto tale.
Gemelli eugenista aveva scarsa o nulla simpatia per certi medici laici, che
rimproverava di essere imbevuti di stantìo e miope positivismo, di «trattare
gli uomini come pecore», sordi a «esigenze e ideali e anche a ragioni
sentimentali». In tema di aborto eugenico e terapeutico il suo disprezzo era,
se possibile, ancora più marcato: i medici, infatti, anche cattolici, erano
secondo lui portati a pensare che fosse bene ciò che era semplicemente
“scientifico”. E il “popolo minuto” era spesso indifeso di fronte alla loro
autorità. Si affidava ciecamente a persone che, anche involontariamente
«risentivano dei danni della educazione scientifica ricevuta nelle scuole che
furono lungamente dominate dal materialismo»307.
Approssimativamente formati, i medici moltiplicavano arbitrariamente a
propria discrezione le indicazioni di aborto terapeutico. E sembravano non
occuparsi di evitare piuttosto che queste condizioni estreme abortive si
moltiplicassero. «Non c’é ostetrico che non pratichi aborto terapeutico»,
commentava laconicamente Gemelli, sottolineando anche la difficoltà creata
dalla legge, che considerava omicida il medico che non eseguisse l’aborto
terapeutico.
Le malattie per le quali l’aborto era realmente indispensabile erano
pochissime e tra queste pochissime, affermava Gemelli, gli abusi discrezionali
erano a volte evidenti. In uno dei temi cari all’eugenetica, quello dei figli degli
ammalati di tubercolosi, ad esempio non erano pochi i casi di donne che
avrebbero dovuto abortire e che invece erano riuscite a dare alla luce figli
sani, anche con l’aiuto di provvidenze sociali. E anche situazioni mediche
più gravi e complesse, come la gravidanza in presenza di tumore dell’utero,
avevano dimostrato di poter offrire soluzioni chirurgiche efficaci alternative
all’aborto, come il parto prematuro.
Ma i medici, commentava Gemelli, intendevano troppo spesso il divieto
del Papa come un “non expedit”, anziché un “non licet”, e non dedicavano
abbastanza attenzione allo sviluppo di queste vie alternative.
Ecco perciò la necessità di un fattivo e massiccio apostolato tra i medici.
Apostolato che si proponesse una vera e propria crescita morale umana e
religiosa del medico, tramite delicatissimo tra scienza, fede e maternità.
La scienza medica, Gemelli ne era certo, non avrebbe disdegnato questo
“apostolato morale”, in tema di aborto. Alcuni medici ed ecclesiastici erano

307) A. Gemelli, Dopo il Congreso di Milano, discussioni sul problema della maternità, in «Osservatore
romano», 28 e 29 Ottobre 1931.
212
infatti concordi almeno sull’intenzione di ridurre il più possibile le indicazioni
di aborto terapeutico. Comune era per loro la predilezione per la profilassi
rispetto alla cura. In questo la convergenza delle strade di scienza e Fede era
grande: «la Chiesa, lungi dall’essere nemica della scienza, ne apprezza il
valore certa com’é non potersi mai verificare contrasto alcuno verità di
Fede e verità di scienza».
Ed accanto all’apostolato diretto ai medici, Gemelli delinea anche la
possibilità che il sacerdote trovi il suo posto accanto al letto delle donne
impegnate in parti difficili. Ché spesso l’indicazione d’aborto veniva imposta
alle pazienti senza tener conto della loro scelta. Era possibile, affermava
Gemelli, che qualche madre cristiana potesse arrivare al punto da scegliere di
sacrificare la propria vita anziché abortire. Si trattava di una scelta possibile:
una scelta di fede libera che andava in ogni modo tutelata e per la quale
sarebbe stata assai opportuna una assistenza spirituale più che medica o
terapeutica.

213