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Presentazione

I pensieri ci pensano. Le emozioni, avvilenti o appaganti, ci tengono in


ostaggio. Eppure continuiamo a chiamare «spontaneità» questo viluppo carico di
automatismi e di reattività condizionata, che una cultura dell’eccitazione
permanente rafforza a nostro danno. È nella vita di relazione che si innesca più
acutamente la sofferenza associata alla dinamica di desideri e attaccamenti. Ed è
lì che occorre disinnescarla, sostiene Gregory Kramer. Figura di spicco
internazionale nell’ambito della Mindfulness Meditation – la meditazione di
consapevolezza di matrice buddhista, le cui applicazioni cliniche sono ormai
trasversali a un numero crescente di psicoterapie, a prescindere
dall’orientamento teorico –, Kramer ha innovato la tradizionale pratica solitaria,
aprendola alla sfera interpersonale. Il dialogo meditativo tra due o più persone è
infatti al cuore della pratica formale messa a punto da lui, e qui esposta in un
testo ritenuto cardinale da chi si occupa di mindfulness: l’Insight Dialogue.
Esperienze ventennali, in tutto il mondo, hanno confermato che il potenziale
liberatorio e trasformativo della meditazione si sprigiona meglio nel momento
relazionale, quando per mezzo di tecniche appropriate anche il silenzio diventa
interattivo e la parola porta a galla le paure e gli appetiti da cui il nostro io è
ossessionato. Si affina allora la capacità di autosservazione, mentre vediamo
interrompersi il meccanismo che alimenta le «fabbricazioni» abitudinarie della
mente. Che si pratichi in ritiro, in gruppi periodici o nella vita di ogni giorno, dal
vivo oppure on-line, l’Insight Dialogue aiuta a lasciar cadere gli inutili fardelli
con i quali ci identifichiamo. «Si va incontro a interi eserciti di conflitti interiori
e li si invita a prendere un tè».
Gregory Kramer insegna Insight Meditation (vipassana) da decenni ed è
un’autorità riconosciuta nel campo della meditazione. Negli anni novanta si è
occupato tra i primi di Internet come ambiente per la comunicazione umana. Ha
fondato e dirige la Metta Foundation, preposta alla diffusione dell’Insight
Dialogue, la meditazione di consapevolezza relazionale.
www.bollatiboringhieri.it

www.facebook.com/bollatiboringhieri

www.illibraio.it



© 2007 Gregory Kramer

Pubblicato in accordo con Shambhala Publications Inc., Boston Titolo originale


Insight Dialogue. The Interpersonal Path to Freedom

© 2016 Bollati Boringhieri editore


Torino, corso Vittorio Emanuele II, 86
Gruppo editoriale Mauri Spagnol

ISBN 978-88-3397508-5

Illustrazione di copertina: © Steve Allen Stockbyte Getty Images Prima edizione digitale: novembre 2016

Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore.


È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata
Saggi
Psicologia
Prefazione all’edizione italiana
Fabio Giommi

L’Insight Dialogue come meditazione di consapevolezza


relazionale
L’Insight Dialogue è un’espressione della più generale prospettiva della
«meditazione di consapevolezza», nel senso che ciò che viene veicolato non è
solo un insieme di pratiche e di tecniche, ma anche una visione circa la natura
della mente e la possibilità reale di libertà da quei condizionamenti che la
costringono e generano sofferenza. Un orizzonte di tale profondità e ampiezza
che all’inizio la mente ordinaria non può abbracciarlo, e che prospetta un
percorso inesauribile e le scoperte di un’intera vita. In questo senso l’Insight
Dialogue è un’espressione compiuta e piena della tradizione della meditazione di
consapevolezza, e non una delle tante forme di mindfulness.
«Meditazione di consapevolezza» in italiano traduce vipassana, una parola
pali – l’antica lingua indiana in cui è tramandato il canone degli insegnamenti
del Buddha storico – che denomina uno dei principali approcci alla pratica della
meditazione, trasmesso nella tradizione del buddhismo classico detta
theravāda. In inglese vipassana è stato reso con l’espressione Mindfulness
Meditation, «meditazione che coltiva la consapevolezza»; ma esiste un’altra
traduzione considerata equivalente, ossia Insight Meditation, «meditazione che
coltiva l’insight». Le due traduzioni ci suggeriscono come in questa
prospettiva mindfulness e insight, «consapevolezza» e «intuizione», siano
in un certo senso due facce della stessa medaglia. Si può dire in modo legittimo e
preciso che l’Insight Dialogue è una forma di vipassana relazionale, o
meglio una forma di vipassana che approfondisce la dimensione relazionale.
In primo luogo perché è fondato sulla pratica di meditazione di
consapevolezza individuale: non è un’alternativa o un sostituto della pratica
silenziosa, ma una sua estensione al momento della relazione in atto. Non è
possibile intraprendere la pratica relazionale di Insight Dialogue senza aver
prima sperimentato la pratica individuale e aver iniziato a comprendere
esperienzialmente com’è lo stato di coscienza chiamato «consapevolezza».
In secondo luogo perché l’Insight Dialogue è illuminato e orientato dai
medesimi insegnamenti fondamentali del Buddha che illuminano e orientano la
meditazione di consapevolezza tradizionale, dei quali viene approfondito il
versante che riguarda la relazione tra esseri umani.

Il retroterra di Gregory Kramer


Gregory Kramer si è formato come insegnante di meditazione vipassana
facendo riferimento principalmente a maestri asiatici, come spiega nel libro. Nel
panorama occidentale è particolarmente legato all’Insight Meditation Society di
Barre e in particolare al BCBS-Barre Center for Buddhist Studies, di cui è
visiting teacher. È questa la prima immagine che ho di lui: seduto di spalle,
mentre pratica nella sala di meditazione del BCBS.
Tuttavia la più importante sorgente di insegnamento e di riferimento per
Kramer sono i sutta del Buddha come trasmessi dal canone pali, con i quali ha
una relazione quotidiana, immersiva e profonda. Ogni giorno infatti dedica
tempo alla loro contemplazione e meditazione, che continua anche nei diversi
momenti della vita quotidiana. Una delle caratteristiche e delle qualità più
evidenti di Kramer come insegnante di Dharma è proprio la sua capacità di
trasferire gli insegnamenti, anche quelli che si presentano come particolarmente
ardui, per esempio la coproduzione condizionata, nell’ordito dell’esperienza
ordinaria e di permetterci di sperimentarli come vivi anche per la vita che
comunemente conduciamo. Va aggiunto che Kramer attinge anche ad altre
tradizioni contemplative, buddhiste e non.
Infine va rimarcata la personalità sfaccettata di Gregory, il quale pur
essendosi dedicato alla meditazione a partire dagli anni settanta del secolo
scorso, ha attraversato una molteplicità di esperienze che hanno contribuito alla
sua formazione intellettuale e umana. È stato musicista, ha insegnato
composizione alla New York University, ha scritto musica per film, video e per
la danza contemporanea. Questo lo ha poi portato a interessarsi alla tecnologia
del suono, e negli anni novanta è stato tra i fondatori di una nuova disciplina
scientifica e tecnologica – parte della scienza dei sistemi complessi – detta
«sonificazione», che studia la teoria e le applicazioni della rappresentazione di
dati complessi in formato auditivo, invece che nel più diffuso formato visivo.
Infine Gregory ha conseguito, alla fine degli anni novanta, un PhD sull’uso di
Internet come ambiente per la comunicazione umana e ha esplorato tra i primi le
potenzialità della Rete per l’insegnamento e la pratica della meditazione. Questo
spiega la sua confidenza sia con la tecnologia sia con il pensiero scientifico in
generale. Non a caso nel libro compaiono riferimenti ai risultati delle ricerche
neuroscientifiche sulla «cognizione sociale» e sui processi emozionali, quando
ancora (l’edizione originale è del 2007) non era comune parlarne. In sintesi: un
profilo da autentico e appassionato pioniere, come nella migliore tradizione della
cultura nordamericana.

Quali le ragioni per sviluppare una meditazione di


consapevolezza relazionale?
Nella pratica individuale col tempo sviluppiamo la capacità di lasciar
emergere le qualità meditative nella mente-cuore «lavorata» dalla
consapevolezza; qualità che permettono una graduale disidentificazione e il
rilascio dei meccanismi psichici e degli schemi di reattività che le abitudini e
l’esperienza hanno sedimentato in noi. Un progressivo renderci consapevoli e
decostruire gli strati dell’io.
È tuttavia difficile negare che le relazioni sono il luogo dove con più intensità
e facilità si innescano reattività emotiva e proiezioni mentali. Nei momenti in cui
si trova in relazione con l’altro il nostro io attiva e manifesta con più forza le sue
molte facce. Oltre che intensa, questa reattività è molto spesso condizionata, non
intenzionale. Quando è coinvolto il linguaggio, la nostra attenzione si ritrova
quasi sempre «sequestrata» e ristretta nella sola dimensione discorsiva, con
scarsa o nulla capacità di mantenersi in contatto con quanto sta accadendo in
parallelo nel resto dell’esperienza, per esempio a livello delle sensazioni
somatiche. Ciò aumenta la nostra vulnerabilità a risposte automatiche e
inconsapevoli.
Come portare la qualità meditativa della consapevolezza proprio nel momento
in cui la relazione accade? La pratica silenziosa è essenziale, ma spesso può
accedere solo retrospettivamente a ciò che sperimentiamo nell’interazione.
Inoltre la consuetudine con la dimensione individuale e silenziosa in cui
coltiviamo di solito la consapevolezza ci lascia spesso confusi e incapaci di
ricordare di richiamarla quando entra in gioco il linguaggio. È possibile una
forma di pratica che coltivi la presenza proprio nel momento del contatto con un
altro essere umano? Che favorisca lo sviluppo di qualità meditative e di
potenziale liberatorio in un luogo tanto carico di reattività condizionata?
C’è poi un secondo ordine di ragioni per esplorare la possibilità di una pratica
relazionale: quando la nostra coscienza si trova in contatto diretto con un’altra
coscienza, ed entrambe si stanno intenzionalmente ponendo nello stato di
presenza consapevole, può accadere, e in effetti accade spesso, che si generi una
sorta di risonanza, di rispecchiamento che intensifica la consapevolezza di
ciascuno, così come le altre qualità della mente-cuore meditativa. Per esempio,
non è raro che i meditanti in diade sperimentino un livello di stabilità-
concentrazione a cui riferiscono di accedere molto più di rado nella pratica
individuale. In questo senso, la pratica relazionale può in certi casi risultare una
sorta di acceleratore.
L’Insight Dialogue si propone quindi come una pratica trasformativa
specificamente dedicata a portare la luce della consapevolezza nel cuore di molta
parte della nostra sofferenza – le relazioni con gli altri – e di favorire l’accadere
di insight liberatori, qui e ora dentro la nostra vita quotidiana.

Com’è strutturato l’Insight Dialogue


Come ogni pratica meditativa, l’Insight Dialogue si compone di istruzioni
(dette anche «linee-guida»), che hanno lo scopo, inizialmente, di orientare la
nostra attenzione a notare e osservare certi aspetti della nostra esperienza, interna
ed esterna. Tutte le istruzioni meditative solo con la pratica e la ripetizione
svelano via via gli strati e i livelli di stati mentali a cui possono aprire: la
comprensione del senso delle istruzioni è una scoperta progressiva che richiede
tempo, pazienza, diligenza e curiosità. Ogni istruzione ha la finalità di coltivare
una certa qualità meditativa della mente specificamente nella dimensione
relazionale. Per espressa decisione di Kramer, le istruzioni sono indicate con
espressioni semplici, brevi e dal significato pragmatico, ossia denotante
un’azione da mettere in atto da parte della nostra attenzione e della nostra
consapevolezza. Ciò per favorire la possibilità di indirizzarle tacitamente a se
stessi quando ci si ritrova nel mezzo di una interazione intensa e capace di
attivarci, cioè di assorbirci. Bisogna tuttavia stare attenti a non scambiare la
semantica di queste espressioni nel linguaggio corrente con il loro reale
significato nel contesto di pratica dell’Insight Dialogue: sarebbe come guardare
il dito invece che ciò che indica.
Un altro aspetto caratteristico dell’Insight Dialogue sono le
«contemplazioni», ossia i temi che si esplorano insieme, dando voce alla loro
contemplazione sia interiore sia condivisa. Sono temi al tempo stesso
universali, ossia tali che non possono non riguardare intimamente tutti i
praticanti, e inesauribili, ossia di tale profondità e portata che ogni volta sarà
possibile esplorarne solo un aspetto, e sempre in rapporto alle proprie condizioni
esistenziali del momento. Ma non si potrà mai arrivare a una soluzione definitiva
e cogente delle questioni che ci pongono. Si tratta di temi che per la gran parte
derivano dagli insegnamenti del Buddha nel canone pali. Una delle principali
qualità dell’insegnamento di Kramer è proprio la capacità di rendere questi temi
e la loro esplorazione – realizzata attraverso un dialogo tra menti in stato
meditativo – intima e urgente, e non una semplice riflessione discorsiva. In
questo genere di contemplazione si liberano le potenzialità della mente intuitiva
e gli insegnamenti tradizionali diventano vivi, capaci di portare luce nella nostra
esperienza di esseri umani «gettati» in questa dimensione di esistenza.
Secondo Kramer sono tre le dimensioni fondamentali che definiscono la
pratica dell’Insight Dialogue. 1) La dimensione meditativa intesa come pratica
trasformativa. 2) La dimensione della «saggezza» intesa come comprensione
intuitiva e realizzativa degli insegnamenti del Buddha, ossia insegnamenti
provenienti da un livello di coscienza enormemente superiore a quello ordinario.
3) La dimensione relazionale e il «potere» che ha su di noi, e quindi l’energia
che mette a disposizione della pratica. La pratica liberatoria dell’Insight
Dialogue ha luogo nell’intersezione di queste tre insiemi: se uno solo è assente
non è Insight Dialogue.

L’Insight Dialogue è mindfulness, ma nel senso originario


L’Insight Dialogue è una pratica di mindfulness ma, va ribadito, nel senso
originario di Mindfulness Meditation. Non nel senso in cui la parola
mindfulness sta circolando, spinta dalla grande popolarità, se non dalla moda,
del fenomeno. Mindfulness è diventata infatti una parola-ombrello per indicare
diverse forme di «applicazione» della meditazione di consapevolezza.
Nei casi peggiori, e sempre più frequenti, l’applicazione consiste
essenzialmente in un grande equivoco sulla reale natura della mindfulness,
promosso per finalità commerciali. Sono in circolazione forme diluite e
banalizzate, cariche di promesse illusorie di «benessere» assicurato in tempi
brevi e con poco impegno, spesso impregnate di coloriture sentimentali e
vagamente spirituali.
Nei casi migliori, invece, le applicazioni preservano e trasmettono il
potenziale liberatorio e il rigore della meditazione di consapevolezza, come nei
cosiddetti programmi o protocolli mindfulness-based, «basati sulla
consapevolezza», proposti originariamente in ambito medico da Jon Kabat-Zinn,
e poi in contesti psicoterapeutici, educativi, e di recente anche nei contesti sociali
in cui si svolge la nostra vita quotidiana. È importante comprendere tuttavia che
questi programmi mindfulness-based rappresentano – se fedeli allo spirito
originario e a condizione di essere insegnati da istruttori a loro volta ben fondati
su di una pratica matura di meditazione, e dopo un training professionale
adeguato – solo un’esperienza introduttiva, circoscritta, specifica e limitata nel
tempo (in genere due mesi), anche se relativamente intensiva, di pratica di
consapevolezza. Si tratta, appunto, di un’applicazione in contesti specifici di
qualcosa di incomparabilmente più vasto: la prospettiva della meditazione di
consapevolezza. Parlare della mindfulness come di qualcosa di paragonabile o
addirittura alternativo alla meditazione di consapevolezza è un non-senso, come
equiparare un vasto continente con una sola delle sue molte città.

L’Insight Dialogue non è una tecnica per migliorare le nostre


competenze comunicative o relazionali
L’Insight Dialogue non è neppure una tecnica per migliorare le nostre
skills comunicative o relazionali e renderci più «efficaci», più abili, più
performanti. Il rischio più grande che corre l’Insight Dialogue nel diventare più
conosciuto e popolare è proprio quello di essere equivocato e scambiato per una
tecnica finalizzata al miglioramento di qualche prestazione o al benessere
relazionale. Il prerequisito necessario per iniziare a comprenderlo è
un’esperienza personale significativa di pratica di meditazione di
consapevolezza individuale, altrimenti sarà inevitabile trasformare le sue
istruzioni, che sono istruzioni di pratica meditativa, in piccole tecniche (peraltro
scarsamente efficaci se sradicate dal loro humus meditativo) per ottenere
«incrementi» di qualche genere.

Insight Dialogue e presenza nella relazione psicoterapeutica


La pratica di Insight Dialogue che questo libro introduce si propone ed è
intesa come una pratica di coltivazione della consapevolezza di sé, che chiede di
essere approfondita direttamente attraverso la pratica personale in ritiri e altri
momenti esperienziali guidati da insegnanti qualificati.1
Un’area pionieristica di grande interesse è la pratica di meditazione
relazionale come forma di coltivazione della consapevolezza di sé da parte dello
psicoterapeuta. Per un terapeuta già coinvolto nella pratica meditativa (è il
prerequisito), l’Insight Dialogue può essere una modalità molto potente di
intensificazione e ampliamento della qualità di presenza nella relazione
terapeutica, indipendentemente dall’approccio teorico e clinico in cui si è
formato. Diversi studi di outcome sui fattori che influenzano l’esito delle
psicoterapie convergono nell’indicare come primario non il modello teorico, né
le caratteristiche di personalità del terapeuta, ma il fattore cosidetto aspecifico
della «relazione», o «allenza», o compliance terapeutica. Tuttavia non è
chiaro come lavorare concretamente su questo aspetto cruciale. La pratica
relazionale da parte del terapeuta – a cui però può portare solo una motivazione
personale e non professionale – è una risposta al desiderio di rendere più limpida
la qualità della propria presenza. Lo stiamo sperimentando negli ultimi anni a
Milano con gli allievi di Nous, la Scuola di Specializzazione in Psicoterapia che
dirigo, con risultati molto incoragganti.

Come conoscere e praticare l’Insight Dialogue in Italia


Occorre ripetere che il rischio maggiore per l’Insight Dialogue è una
diffusione in forme impoverite e banalizzate. Partecipare a un ritiro, e poi
mettersi a insegnare Insight Dialogue o proporlo ai propri pazienti e clienti
sarebbe esattamente come partecipare a un ritiro di vipassana e poi mettersi a
insegnare meditazione di consapevolezza. Oppure fare qualche mese di
psicoterapia e poi mettersi a fare lo psicoterapeuta. L’insegnamento ad altri, in
qualunque forma, richiede un tirocinio lungo e graduale con un insegnante
qualificato e autorizzato.
Con Antonella Commellato, traduttrice di questo libro, ho incontrato l’Insight
Dialogue nel 2006. Ci ha disorientati, affascinati e anche turbati: nell’esperienza
abbiamo trovato potenza, bellezza, e la sensazione di accedere a qualcosa di
ignoto e profondamente intimo al tempo stesso. Gregory Kramer ci ha proposto
di seguire con lui un tirocinio quasi decennale, culminato nell’autorizzazione a
insegnare questa pratica meditativa in qualità di full teachers. Facciamo parte
della Faculty di Metta Foundation (https://metta.org/teachers/), la fondazione
creata da Gregory Kramer per l’insegnamento e la diffusione dell’Insight
Dialogue.2
Mindfulness relazionale

In memoria di Irving Kramer


Dedico questo libro ai miei generosi insegnanti.
Più maturo lungo il cammino,
più divento grato per i loro doni:
Anagarika Dhammadinna
Ᾱnanda Maitreya Mahanayaka Thero
Achan Sobin S. Namto (Bhikkhu Sopako Bodhi)
Punnaji Maha Thero
Parte prima
Questo viene dal mondo
1. Insieme nel cammino

L’intero nostro cammino di risveglio, inclusi i profondi contributi della


meditazione, può essere integrato pienamente nella vita con gli altri. Gran parte
della sofferenza che sperimentiamo nella vita deriva dal rapporto con le altre
persone. Non sarebbe ragionevole aspettarsi che le filosofie individualistiche e le
pratiche in solitario affrontino direttamente il dolore e la confusione che
insorgono tra due persone o nella società allargata. E neppure possiamo
pretendere che i tentativi isolati traccino una via diretta alle ricompense dell’agio
e dell’intuizione relazionali. Quello che serve è una lettura essenzialmente
interpersonale del cammino e una pratica meditativa che si sia evoluta apposta
per avere luogo in relazione con altri. In questo libro si parla di un tale approccio
e di un tale cammino.
Meditiamo da soli, ma viviamo la vita insieme ad altre persone; il divario è
inevitabile. Se il cammino mira a ridurre la sofferenza, gran parte della quale
dipende dagli altri, allora forse sarà il caso di riconsiderare il nostro impegno
centrato esclusivamente sulle pratiche individuali. Meditare da soli rafforza un
presupposto dato per scontato: che il profondo lavoro del risveglio sia una
questione privata. A partire da questo presupposto elaboriamo il senso del
cammino – la direzione di massima e le specificità – che promuove lo sforzo
solitario e interiore. Meditando individualmente, vengono a mancare le pratiche
che si rivolgano direttamente alla sfera interpersonale. Magari abbiamo la vaga
sensazione che qualcosa non vada, ma non riusciamo a capire bene che cosa ci
manchi. Non ci è chiaro che il cammino personale e quello interpersonale sono
profondamente connessi, e ignoriamo pure che possono intrecciarsi con facilità,
addirittura con eleganza.
La meditazione in via di massima aiuta a calmarsi, a diventare più
consapevoli di ciò che accade in noi, ma anche ad affrontare le difficoltà con
onestà e accettazione. Meditazione significa mettere insieme sia una pratica
esplicita di tranquillità e riflessione, sia uno stile di vita all’insegna della
consapevolezza1 e della cura.
Quando meditiamo da soli stiamo in silenzio e quieti per pochi minuti o pochi
giorni, presumibilmente prestando attenzione al respiro o alle qualità del cuore.
Ci calmiamo; la mente si schiarisce e diventa più tranquilla. Nella quiete della
meditazione individuale si arriva a percepire la sofferenza che si associa al
rapporto con se stessi. Notiamo la facilità con cui ci perdiamo nei pensieri
automatici e nelle emozioni. Notiamo la sofferenza del corpo, la paura e
l’attaccamento personali, la confusione. Sullo sfondo della semplice
consapevolezza diventano crudamente visibili desideri e paure – il dibattersi per
ottenere piacere ed evitare il dolore. Vedere quanto stress comporti la
soddisfazione dei desideri ci fa intravedere come siamo noi a fabbricare per
abitudine molti dei nostri problemi; cominciamo ad allentare tale abitudine.
Nell’approfondirsi progressivo, la pratica individuale potrebbe fornire autentico
sollievo. Ci dà un assaggio di libertà. Tuttavia la pratica individuale affronta solo
indirettamente la confusione e il malessere della vita di relazione, sia che
meditiamo in solitudine sia che meditiamo in modo indipendente ma in
compagnia di altri meditanti in un gruppo o a un ritiro.
Nel meditare insieme come si fa nell’Insight Dialogue il processo messo in
atto è il medesimo, ma con due differenze significative. La meditazione
interpersonale svela in modo decisamente più diretto la sofferenza che si associa
alla vita nella relazione e nella società nel suo insieme. Si può rivelare di grande
efficacia nel mostrare desideri e paure riguardo all’essere visti, le dinamiche
della solitudine e i processi potenti ancorché nascosti che ci portano a costruire
la nostra immagine. La meditazione interpersonale ci offre anche una via più
immediata per sciogliere i nodi della confusione e della sofferenza relazionale.
Prevede dinamiche affini a quelle della meditazione personale tradizionale:
coltiviamo gradualmente consapevolezza e tranquillità; si tratta di qualità che
permettono di assimilare la natura momento-per-momento dell’esperienza; e una
tale comprensione ci libera. In aggiunta a ciò la meditazione interpersonale,
proprio perché lavora con l’esperienza momento-per-momento dell’interazione
con un altro, introduce la dinamica liberatoria della meditazione nella vita
interpersonale. Da qui migra verso la società nel complesso.
La pratica che si evolve nell’Insight Dialogue – in ritiro o in un gruppo
settimanale – è semplice: dopo un periodo di meditazione silenziosa i
partecipanti vengono invitati a disporsi in coppia o in gruppi più grandi per
riflettere insieme su argomenti come il cambiamento, la morte, il dubbio.
Vengono offerte istruzioni essenziali su come fare pausa per essere consapevoli
e come rilassarsi di fronte alla reattività. Nell’Insight Dialogue i meditanti hanno
maggiori stimoli alla reattività o all’attaccamento che non nella pratica
silenziosa. Accanto a questa sfida però, essi scoprono il dono unico del reciproco
supportarsi per vedere le cose così come sono. Insieme, le linee-guida, la pratica,
le intuizioni affrontano le dinamiche della relazione con altri esseri umani: è per
questo che si integrano con facilità e naturalezza nella vita quotidiana,
accompagnandoci passo passo. Spontaneamente ci ricordiamo di rilassarci
nell’interazione con un collega di lavoro, notiamo come ci posizioniamo in una
conversazione, oppure vediamo il nostro attaccamento con chiarezza e
compassione. Impariamo anche a riconoscere, dietro il clamore dell’incontro tra
esseri umani, lo scintillio della chiara consapevolezza. Ogni istante di
interazione umana diventa parte del cammino di risveglio.
Praticare l’Insight Dialogue in gruppo è accessibile e trasferibile: è possibile
formare un gruppo di pratica ovunque. I gruppi possono incontrarsi una volta
alla settimana; generalmente iniziano con un riesame degli scopi e dei metodi
della pratica. Meditiamo da soli e in silenzio per un certo tempo, in temporaneo
esilio dal turbinio della vita di tutti i giorni. In seguito siamo invitati a trovare un
partner e riceviamo nuove istruzioni. Ci viene offerto un argomento su cui
riflettere, che il più delle volte è una questione legata alla vita reale, considerata
alla luce di insegnamenti di saggezza appartenenti a una tradizione spirituale
riconosciuta. Siamo poi invitati a fare pause periodiche che interrompono il
corso della riflessione, e ad allentare le storie abituali e le reazioni di routine, per
andare incontro con consapevolezza al momento presente di contatto
interpersonale. Suona una campana, entriamo nella pratica interpersonale con
tutta la consapevolezza di cui disponiamo.
Subito sgorgano le storie. Scopriamo che le nostre storie, e quelle dei nostri
compagni di meditazione, sono avvincenti, a volte commoventi. Su tali storie
formuliamo dei giudizi, come pure sui protagonisti e sul modo in cui le sentiamo
raccontare. Ci facciamo prendere la mano dalle abitudini di parola; ci ritroviamo
ad aggrapparci alle emozioni suscitate dall’incontro. Suona una campana, tutti
tornano al silenzio. Interrotti nell’affabulazione abituale, torniamo a casa, alla
consapevolezza. Notiamo come sono proliferati pensieri ed emozioni. La
consapevolezza inizia a stabilizzarsi e ci calmiamo, lasciando che la mente si
appoggi sulla semplice consapevolezza corporea o sul respiro. La campana
suona di nuovo, riprendiamo il dialogo con il nostro compagno. È facile che si
ripresentino eccitazione e identificazione, ma ben presto cominciamo a fare
pausa spontaneamente, senza il richiamo della campana. Senza contare il
sostegno reciproco: anche i nostri partner si mettono a fare pausa
spontaneamente, aiutandoci così a riportare indietro la mente quando prende a
divagare. Entro la fine di una singola serata di pratica avremo fatto pausa almeno
dozzine di volte. Torniamo alla vita di tutti i giorni portando con noi la
consapevolezza della possibilità di fare pausa e di non identificarci con le
proliferazioni del cuore. Ci ritroviamo poi a fare spontaneamente pausa quando
entriamo in relazione nel quotidiano, e a incontrare l’esperienza con
accettazione, includendo anche gli altri nel nostro campo di consapevolezza. A
casa, al lavoro, come pure nel gruppo settimanale di pratica, creiamo opportunità
per coltivare la flessibilità mentale; il passaggio dalla consapevolezza interna
alla consapevolezza che include altri avviene con facilità crescente. La forma-
ritiro di Insight Dialogue è una versione più concentrata di pratica
interpersonale. Nel corso dei primi giorni di ritiro ci ambientiamo e ci calmiamo,
lasciando da parte le preoccupazioni legate al mondo esterno. Come in quasi tutti
i ritiri di meditazione, il tempo viene perlopiù strutturato al fine di supportare la
meditazione, perciò qualcuno si prende cura della maggior parte delle nostre
esigenze per permetterci di rilassarci e dedicarci appieno alla meditazione.
Dopo esserci calmati un po’ e aver raggiunto una qualche misura di
consapevolezza, siamo invitati a dialogare. Analogamente a quello che accade
nei gruppi settimanali, ci viene proposto un argomento. Iniziamo, e magari arriva
una storia che racconta di tensione al lavoro. Notiamo qualcosa contrarsi nel
corpo, e ci rilassiamo. La storia resta presente – è la verità del momento – e così
la condividiamo. Di tanto in tanto facciamo pausa smettendo di parlare, per
sganciarci dalle emozioni abituali. Alla fine il nostro partner ci guarda, nei suoi
occhi vediamo compassione. Allora ci chiediamo se non abbiamo esagerato,
dicendo troppo di noi; osserviamo la mente accelerare nel cercare un qualche
appiglio di felicità in queste circostanze, o perlomeno di evitare il disagio
dell’imbarazzo. Sediamo in meditazione, la consapevolezza si fa più limpida.
Vediamo l’arrivo dei pensieri; dopo pochissimo svaniscono. Il nostro partner
accenna al suo desiderio di essere libero dallo stress; comprende la nostra
esperienza e noi sappiamo di essere stati ascoltati. Poi cade il silenzio. Ora il
cuore è meno in affanno. Sentiamo attenuarsi il senso dell’io che ci battiamo per
proteggere; l’andirivieni di pensieri e sensazioni accade in un più vasto campo di
consapevolezza [awareness]. Questo sentire l’evolversi del momento viene
condiviso con il partner, anche se la consapevolezza resta autonoma.
Riconosciamo di esserci identificati con i rumori della mente. Riposiamo nella
consapevolezza. E in questo lasciare andare c’è gioia, e pace. Per un attimo si
arrestano le fabbricazioni mentali. Assaporiamo la libertà.
Con il proseguire del ritiro, giorno dopo giorno, le sessioni di meditazione e i
pasti silenziosi, insieme con l’ambiente naturale accogliente che circonda la sede
che ci ospita, contribuiscono ad approfondire e rafforzare la nostra tranquillità.
La consapevolezza [mindfulness] diviene più acuta, continuativa, leggera e
precisa. La tranquillità comincia a maturare e la mente è più stabile, nonostante
la complessità delle dinamiche di relazione interpersonale. Ci sentiamo sempre
più a nostro agio. La consapevolezza si allarga ad abbracciare le nostre
esperienze interne e quelle degli altri. Scopriamo da soli che durante il contatto
interpersonale è possibile coltivare la mente meditativa e addirittura stabilizzarla
pienamente.
Con l’evolversi del ritiro in ogni momento di esperienza le contemplazioni –
come quella sull’impermanenza o sulla mente che costruisce – si fanno sempre
più profonde e sorprendentemente reali. Ogni attimo è pervaso di una
consapevolezza chiara e delicata. Pur continuando a «battagliare» con il ritiro –
il corpo dolente, la noia occasionale –, avvertiamo sentori di saggezza e
compassione, che rivelano la dolcezza e la contingenza della vita nell’istante del
contatto interpersonale.
Proprio perché si tratta di una pratica interpersonale, coltiviamo
consapevolezza e accettazione degli altri, stimolando un continuo espandersi di
tali qualità. Vediamo, più e più volte, con partner di meditazione diversi e in
gruppi, che tutti vivono stress, dubbi, gioie e intuizioni analoghi. Siamo tutti
sensibili, delicati, affamati di gentilezza. La compassione matura nel modo più
naturale possibile: attraverso il semplice, onesto contatto. La pratica meditativa
rivela il dolore e l’isolamento che derivano da egoismo e giudizio. La gioia della
gentilezza amorevole e la capacità di fronteggiare la paura del vuoto sono fonte
di ispirazione. E quando non saremo in grado di andare incontro alla nostra
stessa confusione con consapevolezza, saranno i nostri partner a farlo. Nel
campo della gentilezza amorevole l’attaccamento si riduce, c’è scioglimento. Le
abitudini non utili sono notate e possono essere abbandonate, un po’ come la
muta di uno strato di pelle.
Alla luce della gentilezza e della saggezza, le formazioni di personalità
limitanti e stressanti iniziano ad ammorbidirsi. Le illusioni su noi stessi, come
indegnità, importanza, fragilità, a poco a poco si dissolvono. Si sciolgono i nodi
più dolorosi e vischiosi dell’essere – quelli associati al rapporto con gli altri. In
noi stessi notiamo una calma profonda e comprendiamo per contrasto quanto
fossimo tesi. La tendenza della mente alla fabbricazione viene osservata per
quello che è. A un livello molto profondo si è avviata la trasformazione delle
strutture che usiamo per dare forma alle nostre vite, ovvero i concetti di sé. La
consapevolezza e la concentrazione rifulgono nel momento del contatto
interpersonale, e scopriamo come queste forme di consapevolezza siano
compassionevoli. Abbiamo appreso la natura del nostro imprigionamento e il
nostro splendido potenziale di libertà.
2. L’emergere di una pratica

La meditazione interpersonale è emersa in modo naturale dalla mia vita


privata e dalla mia relazione con gli insegnamenti del Buddha; è emersa dagli
ambienti filosofici e sociali del buddhismo da poco arrivato in Occidente e dai
bisogni e dalle doti specifici del nostro tempo, incluse la scienza, l’alienazione
contemporanea e le mutevoli configurazioni della ricchezza. Sono state queste le
condizioni da cui ha preso forma la pratica dell’Insight Dialogue; e passo dopo
passo, ha preso forma in parallelo anche una visione interpersonale del
Dhamma (Dharma in sanscrito). Le pratiche meditative interpersonali e gli
insegnamenti che ora trasmetto sono affiorati gradualmente da una
sovrabbondanza di possibilità. Ho vissuto ogni stadio come un punto di arrivo:
non ho mai anticipato ogni nuovo scenario che si apriva.
Ho piantato i primi semi di questo cammino quando ho iniziato il mio
percorso meditativo nel buddhismo. La mia prima insegnante, Anagarika
Dhammadinna, era gentile, severa e teneva testa al mio egocentrismo. Mi ha
insegnato a meditare; quando la meditazione ha portato alla luce la sofferenza
connaturata alla mia autocentratura, mi ha aiutato a orientarmi in direzione della
chiarezza e dell’altruismo. Anagarika mi ha fatto scoprire che l’insegnamento
del Buddha è un cammino di formazione umana in cui saggezza e rettitudine
coincidono.
È stata ancora lei a farmi conoscere altri insegnanti, da cui lei stessa voleva
imparare. Sulle prime, Ᾱnanda Maitreya Mahanayaka Thero mi è sembrato solo
un monaco anziano e gentile; mi sono reso conto un po’ alla volta di quanto
fosse profonda la sua saggezza. Mi hanno detto che era il monaco più vecchio e
rispettato dello Sri Lanka. Lentamente mi sono accorto che era anche un mistico
e uno studioso di altissimo rango. Lavorando con lui, ho approfondito la
conoscenza formale del Dhamma e ho studiato la psicologia buddhista,
l’Abhidhamma. Nel tempo che abbiamo passato insieme in ritiro o quando
l’ospitavo a casa mia o lo accompagnavo nelle visite a centri di ritiro e
università, Ᾱnanda Maitreya mi ha trasmesso potentemente la gentilezza
amorevole – un insegnamento tacito che in seguito doveva apparire centrale nel
mio percorso e alla mia penetrazione degli insegnamenti del Buddha.
Anagarika mi ha presentato anche Achan Sobin Namto, un monaco
thailandese che è stato il mio principale insegnante di meditazione per più di
quindici anni. I suoi insegnamenti precisi si combinavano con un’altrettanto
precisa comprensione delle dinamiche mentali. Il rigore dei suoi ritiri e
l’insegnamento accurato e sincero di Anagarika e di Ᾱnanda Maitreya hanno
fatto crescere in me un autentico rispetto per le pratiche avanzate di meditazione
formale. Questi aspetti dovevano in seguito contribuire in modo determinante a
fare dell’Insight Dialogue una pratica di ritiro.
L’invito di Anagarika a partecipare a un ritiro con Punnaji Maha Thero è stato
per me il suo dono di addio: morì una settimana prima del ritiro, senza che io
potessi rivederla un’ultima volta. Il raduno è stato commemorazione e ritiro
insieme. Mi aveva vivamente raccomandato questo insegnante dicendo:
«Gregory, abbiamo lavorato troppo duro. Gli insegnamenti del venerabile
Punnaji sono freschi. Erano anni che non sentivo intuizioni così nuove sul
Dhamma». Aveva ragione: Bhante Punnaji ha finito per avere una profonda
influenza su di me. L’enfasi che poneva sul rilassamento è stata rivelatrice; e
mentre imparavo ad acquietarmi la consapevolezza emergeva con facilità. Il suo
metodo graduale di insegnare meditazione esordiva con contemplazioni tratte
dagli insegnamenti del Buddha; mi stupivo di come la mia mente riuscisse a
concentrarsi quando rivolgevo il pensiero a temi tradizionali come la realtà
dell’impermanenza nella mia vita. Dopo giorni di immersione, prima in queste
contemplazioni e poi nella meditazione di gentilezza amorevole, la mente era
rilassata e focalizzata, e mi era facile restare presente quando dirigevo
l’attenzione al respiro. Il suo insegnamento sull’importanza fondamentale del
rilassamento e il suo utilizzo di contemplazioni tratte dalla tradizione hanno
influenzato lo sviluppo dell’Insight Dialogue.
La principale influenza di Punnaji su di me e sullo sviluppo del Dhamma
interpersonale è stata il suo approccio agli insegnamenti del Buddha. Basandosi
su intuizioni profonde sperimentate nella pratica meditativa, egli notò che i modi
in cui veniva insegnato il Dhamma oscuravano verità essenziali. Si era
immerso negli insegnamenti originali del Buddha, trovandosi nella necessità di
ritradurre parole-chiave e di ricostruire parti sostanziali del Dhamma. Punnaji
integrò la struttura di base di questi insegnamenti con la psicologia e la filosofia
occidentali, le sue esperienze di medico nello Sri Lanka e i frutti della sua vita e
della sua pratica. Ho imparato da lui un profondo rispetto per le fonti antiche,
insieme con una assoluta integrità nello sperimentare la vita e la meditazione. Ho
imparato anche che l’integrità può esigere nuove forme di espressione nella
pratica, cosa accettabile e appropriata.
La seconda fase dell’evoluzione dell’Insight Dialogue è cominciata
parallelamente ai miei studi di dottorato. Nel corso del primo anno la mia collega
Terry O’Fallon e io abbiamo deciso di analizzare l’approccio al dialogo proposto
da David Bohm, un fisico che ebbe un sodalizio con Krishnamurti.1 Abbiamo
proposto come programma di lezione questo tipo di dialogo in forma di pratica
on-line. Inizialmente il nostro lavoro era animato dall’interesse per i significati
condivisi e per i modi in cui le persone imparano collettivamente a pensare e ad
agire. Ben presto ci è stato chiaro che qualcos’altro stava emergendo – qualcosa
che ci ha invogliati a lasciarci alle spalle stile e intenzioni del dialogo di Bohm.
Sono stato io a introdurre Terry allo studio della meditazione vipassana:
entrambi abbiamo notato che portare la pratica meditativa nelle sessioni di
dialogo cambiava le cose. Entrava in gioco il potere della consapevolezza ed
emergeva una nuova chiarezza; il dialogo stesso è diventato meditativo. Quando
Terry e altri miei allievi di meditazione mi hanno raggiunto a un ritiro, ho ridotto
a sei le dodici e più linee-guida per la meditazione congiunta al dialogo che
avevamo messo a punto fino ad allora, e ho dato a questa pratica il nome di
Insight Dialogue, «dialogo di consapevolezza», in virtù del fatto che derivava
direttamente dalla meditazione di consapevolezza. Nel corso di quel primo ritiro
i nostri dialoghi pomeridiani erano interludi stentati all’interno di lunghe
giornate di meditazione vipassana silenziosa. In segno di rispetto per la
pratica tradizionale dei partecipanti, ho interrotto la pratica dialogica dopo pochi
giorni. Ma portare la meditazione nella sfera dell’interazione interpersonale,
aveva «lanciato» l’Insight Dialogue per Terry e me; e avrebbe continuato a
essere fonte di ispirazione per anni.
Quattro di noi che avevano partecipato al ritiro hanno deciso di impegnarsi
con regolarità a dialogare on-line nel corso dell’anno successivo, in chat privata.
E ci siamo incontrati due volte per esplorare la pratica di persona. Le linee-guida
sono diventate nove, anche se l’idea di base è rimasta la stessa: la
consapevolezza può crescere quando le persone praticano insieme. La
meditazione on-line stava emergendo come una pratica valida in quanto tale.
Terry e io abbiamo messo a punto una metodologia di ricerca meditativa
chiamata Insight Dialogue Inquiry, che abbiamo usato per scrivere a quattro
mani la tesi di dottorato sulla pratica meditativa on-line. Terminato il dottorato,
Terry ha cominciato a insegnare all’università, continuando a condividere una
versione della pratica sviluppata assieme a me con i suoi studenti e con la sua
comunità spirituale.
Quando ho cominciato a proporre l’Insight Dialogue a gruppi di meditazione
settimanali a Portland, nell’Oregon, ha preso avvio la fase successiva. Un gruppo
continuativo e impegnato mi ha permesso di elaborare e perfezionare le linee-
guida, che sono diventate il punto di partenza dei miei discorsi di Dharma e
della pratica settimanali.
Nel 1998 ho guidato un ritiro esclusivamente di pratica di Insight Dialogue, al
Barre Center for Buddhist Studies in Massachusetts. È stato piuttosto
imbarazzante. Trentasei persone sedute in un ampio cerchio senza altro tema
comune che la consapevolezza, e io, che ero l’insegnante, ho parlato troppo,
desiderando di essere ascoltato. Non sapevo che altro fare! Ma nonostante la mia
scarsa disinvoltura, il ritiro non è stato privo di momenti intensi e molti hanno
fatto esperienze significative, dovute al potere della consapevolezza, alla pratica
stessa così come stava emergendo, e alla sostanziale integrità delle nostre
intenzioni.
Nel corso dei sei o sette anni successivi, la pratica ha avuto una notevole
evoluzione. Era innegabile che la meditazione interpersonale fosse dotata di vita
propria. Mi ero dato una disciplina essenziale: confidare in qualunque cosa
emergesse e prestare accurata attenzione a dove vibrasse la verità, e anche a
dove dominassero la confusione, le abitudini culturali, la tensione e la creazione
di un sé. La pratica e la mia comprensione del Dhamma stavano maturando, in
un alternarsi di tranquille evoluzioni e balzi in avanti.
La forma ha iniziato a liberarsi grazie all’esplosione di creatività che ho
sperimentato mentre insegnavo in un ritiro in India, ad Auroville, la comunità
spirituale riunitasi a partire dagli scritti del saggio indù Sri Aurobindo e della sua
collaboratrice spirituale, Mère. A casa, a Portland, avevo affrontato le difficoltà
più sfidanti per il mio cammino spirituale; perciò ho pensato che fosse il
momento giusto per rischiare l’esplorazione. Dal momento che avevo
l’occasione di lavorare con una comunità di persone profondamente dedite al
cammino spirituale, ne ho approfittato per introdurre per la prima volta una serie
di elementi: scomporre il gruppo in piccoli sottogruppi, cambiare la dimensione
dei gruppi nel corso del ritiro, assegnare argomenti espliciti ai gruppi di dialogo,
e impartire le istruzioni meditative in un linguaggio che tenesse conto anche di
una tradizione spirituale diversa dal buddhismo.
Una volta affrancato dalla prigione che mi ero costruito riguardo a ciò che
avrebbe dovuto sembrare la pratica, quando l’ho riportata in America ho fatto
altri cambiamenti. Ho prestato fede al mio intuito e alle necessità del momento,
integrando pratiche come lo yoga per portare agio al corpo, meditazioni in
mezzo alla natura per incoraggiare un’apertura gentile della consapevolezza, e
l’occasionale abbinamento della meditazione camminata con il dialogo.
Un altro decisivo passo in avanti è venuto dalla quieta disperazione che mi ha
colto nel corso di un ritiro che ho tenuto alla Bhavana Society, un monastero del
West Virginia. Mi ero preso l’impegno con me stesso di confidare in ciò che
emerge – vale a dire di non lasciare che la pianificazione interferisca troppo con
la capacità di cogliere il momento –, ma nonostante avessi appena introdotto
l’istruzione meditativa Pausa in una stanza piena di meditanti, non mi veniva in
mente nessun argomento, nessun tema di contemplazione da proporre per il
dialogo. Nella stanza che ospitava il gruppo di monaci, monache, e partecipanti
laici disposti a coppie è calato il silenzio, mentre mi fermavo a metà di una frase
senza sapere come proseguire. In piedi di fronte alla grande statua del Buddha,
sperando in una qualche forma di ispirazione, mi è tornata in mente la storia
dell’ingresso del Buddha nella ricerca spirituale. L’avevo contemplata in ritiro
insieme con Bhante Punnaji, ed ecco che ne coglievo i frutti. Gautama, figlio del
capo di un regno tribale, desiderando fare esperienza oltre i confini protetti della
sua vita privilegiata, chiese a un suo cavaliere di accompagnarlo a visitare la
città. Per strada si imbatterono in un vecchio, in un malato e in un cadavere. A
ogni incontro egli chiese se ciò accadesse a tutti; ogni volta gli fu risposto di sì:
tutti gli uomini invecchiano, si ammalano e muoiono. I tre messaggeri
riempirono di sgomento l’ignaro ventinovenne, ma lo shock risvegliò in lui
verità e integrità. Rinunciò alla sua vita privilegiata, iniziando il cammino che
doveva portarlo a un radicale risveglio. Non appena mi sono ricordato questa
storia, mi sono voltato per proporre al gruppo la prima di una serie di tre
contemplazioni: «Vi invito a entrare in dialogo, contemplando assieme
l’invecchiamento».
Le contemplazioni hanno creato una connessione tra l’insegnamento del
Buddha nella sua interezza e la pratica interpersonale, e hanno dato il via alla
nuova fase dell’evoluzione dell’Insight Dialogue. Sebbene non ne fossi ancora
del tutto cosciente, in me si era aperto un varco tra i contenuti di tutte le
tradizioni sapienziali e l’Insight Dialogue. Le qualità meditative fondamentali
della pratica potevano essere sviluppate contemplando qualunque verità
essenziale. Il potere di questo contenuto – le contemplazioni – mi ha chiarito la
relazione tra contemplazione e meditazione e mi ha portato a condensare le
istruzioni meditative in tre semplici elementi: Pausa-Rilassa-Apri, Confida
nell’emergere, Ascolta in profondità-Di’ la verità. La consapevolezza e la
tranquillità erano il fondamento del processo meditativo, mentre le
contemplazioni permettevano alla pratica di penetrare profondamente nelle
nostre costruzioni mentali ed emotive, generando un effetto trasformativo di
un’efficacia che non avrei mai immaginato. Ed è questo ora il fondamento
dell’Insight Dialogue.
Lo stadio evolutivo attuale dell’Insight Dialogue ha avuto inizio quando ho
cominciato a formare altri perché insegnassero la pratica. Grazie al loro apporto i
ritiri sono diventati più spaziosi, e si sono allungati i periodi dedicati alla
meditazione silenziosa. È stato assai significativo che i nuovi insegnanti
portassero all’Insight Dialogue la loro peculiare comprensione del Dhamma e i
loro particolari modi di accostarsi all’insegnamento. Con l’integrarsi di questi
doni nel nucleo della pratica si apre ora un tempo della crescita e della fioritura.
Ho cercato di applicare il più onestamente possibile gli insegnamenti del
Buddha sia alla meditazione sia alle relazioni umane, e da questa ricerca si è
originata una nuova comprensione del Dhamma. Questa visione abbraccia la
meditazione individuale e quella relazionale allo stesso tempo: a guidarla è la
comprensione della vulnerabilità umana e la visione del nostro potenziale di
libertà. È emersa la possibilità di una via per l’agio interpersonale e il risveglio
della consapevolezza. Tale cammino include la pratica di gruppo in ritiro e in
altri ambiti, e l’uso delle linee-guida dell’Insight Dialogue per trasformare le
nostre vite quotidiane in un processo di risveglio e liberazione. Se sono arrivato
fin qui, lo devo in gran parte alla saggezza, al discernimento e alla guida di altre
persone. Più di ogni altra cosa lo sviluppo dell’Insight Dialogue ha viaggiato
sulle rotaie del Dhamma: io non faccio altro che cercare di rimanere fedele a
questa significativa emersione.
3. Un essere umano presente a se stesso

Gli insegnamenti del Buddha riguardano la vita umana. Intorno a essi sono
confluiti rituali e filosofie – forme diverse in luoghi diversi –, senza però
sostituirsi al cuore dell’insegnamento, che riguarda l’affrontare le nostre vite
troppo umane di sofferenza e di gioia. Il fatto che Buddha fosse un essere umano
e non un dio può darci coraggio. Il Buddha ha insegnato ciò che aveva appreso
dalla sua stessa esperienza di essere umano. Offrì il suo insegnamento ad altri
esseri umani che furono capaci di trarne beneficio proprio perché erano umani.
Tale umanità non nega aspetti sottili o misteriosi nel nostro essere, qualità che
solo una mente stabile e intensamente vigile può percepire. Nascere in un corpo
e con mente-cuore umani e sensibili può essere splendido e difficile allo stesso
tempo. Le intuizioni del Buddha sono di una profondità stupefacente e di una
rilevanza attualissima proprio perché basate sulla sua esperienza diretta,
incarnata. Egli accettò le sfide della sua vita umana e insegnò ad altri a fare lo
stesso. Fa poca differenza che la terra tocchi i miei piedi nudi migliaia di anni
dopo, o che i pensieri che affollano la mia mente siano stati influenzati da
Internet, o che le mie emozioni abbiano un carattere occidentale moderno. Il dato
di fatto della nostra fisiologia condivisa e le reazioni delicate di mente-cuore
assicurano una ininterrotta rilevanza a quegli insegnamenti umanissimi.
Il Buddha riconobbe che passiamo la maggior parte delle nostre vite nello
stress e nella confusione. La nostra sofferenza si nutre di appetiti e attaccamenti,
senza contare l’ignoranza pressoché totale della legge di causa ed effetto che ci
affligge. Egli vide che abbiamo un potenziale di chiarezza e compassione che
resta per la maggior parte inutilizzato, e che siamo capaci di essere liberi dai
desideri egoistici e fuorvianti e dall’ignoranza. Per realizzare queste capacità il
Buddha prescrisse uno stile di vita salutare accompagnato da una varietà di
quelle che io definisco pratiche straordinarie personali. Si tratta delle pratiche
meditative più diffuse. Tali pratiche richiedono uno sforzo individuale personale
(da soli o in gruppo), differiscono dalle nostre attività ordinarie e vengono
attivate in tempi e luoghi particolari, al fine di sviluppare qualità come la
consapevolezza, la tranquillità, la concentrazione, la spaziosità. Questi
insegnamenti si dispiegano sia nella vita di ogni giorno, sia durante i momenti di
pratica meditativa in tempi e luoghi dedicati. Al pari degli insegnamenti di altre
tradizioni sapienziali, si fondano su millenni di ricerca empirica intorno a ciò che
ha come risultato un comportamento etico e la felicità personale. Quando ci
impegniamo nel cammino, l’evidenza di questi risultati ispira fiducia, oltre a
costituire la base per ulteriori sviluppi.
Gli insegnamenti del Buddha sono stati verificati da persone appartenenti alle
culture più diverse, che li hanno trovati vivificanti. A mano a mano che costoro
li applicavano alle loro vite facendoli propri, gli insegnamenti acquisivano
coloriture e tramature di differenti forme culturali e della saggezza autoctona.
Fiorirono pratiche, filosofie, divinità, rituali e scoperte. Ci furono eremiti cinesi
del VI secolo, guerrieri zen del XII secolo e popoli indigeni dell’altipiano tibetano
impegnati in un miscuglio di stregoneria e meditazione. Dalla vacuità dello zen
al cosiddetto «movimento del potenziale umano» nel XX secolo, le ricerche si
sono concentrate primariamente sulla crescita individuale e personale, stimolata
dall’utilizzo di una vasta gamma di metodi di meditazione individuale. E questo
anche se la meditazione solitamente è stata insegnata nelle comunità e nei
monasteri. In alcune tradizioni la vita di comunità era una vera e propria pratica
trasformativa; ma persino in questi casi la meditazione era esclusivamente
interiore e personale. Tale focus individuale continua ancora oggi, per esempio
nella ricerca scientifica sulle basi neurofisiologiche delle emozioni e degli stati
meditativi. Nel corso di questi sviluppi le manifestazioni interpersonali delle
pratiche individuali e le forme interpersonali di pratica sono state largamente
ignorate.
Molti momenti di stress nella vita sono in relazione ad altre persone; e molto
del nostro senso di costrizione, di paura, di mancanza ha a che vedere con le
relazioni. Spesso la nostra vita di relazione è una palude in cui viene alimentata e
coltivata l’ignoranza. Un esempio: qualcuno mi manca di rispetto e inizio a
ribollire di rabbia. Mi identifico con la ferita immaginata e divento cieco alle
cose come effettivamente sono. La proliferazione di pensieri ed emozioni
prodotta da un simile contatto interpersonale diventa matrice di litigi, dispute e
conflitti. Entrando in contatto con altri schermati da una velatura di allegria o da
uno spesso muro d’odio, non abbiamo lucidità mentale. Subito finiamo
intrappolati nell’abituale ciclicità della routine. Inconsapevoli del nostro
potenziale di agio, gioia e compassione, tralasciamo i frutti della libertà
interpersonale, ignari persino della sua esistenza. Che sapore avrebbe una vita
libera da paure e brame interpersonali? Come tratteremmo le altre persone se
riconoscessimo le loro affinità con noi, vedendo la triste somiglianza delle ferite
nei nostri cuori? Possiamo davvero lasciar andare il concetto di sé socialmente
costruito? E se la risposta fosse sì, come sarebbe la nostra vita? Come ci
apparirebbe il mondo, se potessimo incontrarci l’un l’altro senza le distorsioni
causate da stress, avidità e desiderio? Come sarebbe assaporare insieme l’amore
che è insito nello stato di calma ricettiva?
Sembra poco saggio trascurare la dimensione interpersonale della crescita
spirituale. Le pratiche interpersonali possono aiutarci a essere persone più felici
e amorevoli, aprendo la strada a uno straordinario sviluppo relazionale, che
eguaglia le realizzazioni individuali descritte dai saggi dell’antichità e rivalutate
di recente dalla psicologia occidentale. Questo sviluppo include stati di
coscienza più elevati, intuizioni degne di nota e quei cambiamenti in direzione
della libertà che possono sorgere nella pratica profonda. Include inoltre la
realizzazione del nostro profondo potenziale di solidarietà con gli altri, e la
possibilità di una convivenza caratterizzata da gentilezza e generosità. Sul
cammino del risveglio non esiste separazione tra schiavitù emotiva e schiavitù
spirituale. La via della crescita interpersonale porta maggiore felicità, saggezza e
compassione, facendo di noi esseri umani più liberi, integri, degni.
Gli insegnamenti del Buddha pongono in primo piano l’intensa umanità del
cammino, anche se, come hanno fatto notare Stephen Batchelor1 e altri, il senso
concreto di Gautama come persona e i modi in cui le sue parole si riferiscono ai
problemi quotidiani dell’esistenza sono stati ripetutamente trasformati in un
qualcosa dalle tinte più mitologiche che umane. Nel buddhismo delle origini
prese a circolare un’immagine del Buddha sempre e solo assorto in un calmo
silenzio. Si preferì ignorarne la schiena dolente, la straordinaria bravura nei
giochi di parole, il senso dell’umorismo e l’ironia; per i più si trasformò in un
ideale non umano, anziché in un essere umano dall’elevato stato di coscienza.
Nessuna traccia della persona che, poco prima di morire, disse:

Ᾱnanda, io sono ormai debole, vecchio, ho un’età veneranda, ho compiuto il tempo della mia vita, ho
raggiunto gli ottant’anni. Così come un vecchio carro è tenuto insieme con l’aiuto di cinghie, allo stesso
modo il corpo del Tathāgata è sostenuto da fasciature.2

In reazione a questa deumanizzazione, il Buddha fu riumanizzato dal


buddhismo mahāyāna come il Bodhisattva, cioè colui a cui stanno a cuore
tutti gli esseri. L’esemplarità della sua vita stessa fu considerata più persuasiva
dei suoi insegnamenti formali. Nel buddhismo ch’an cinese e nel buddhismo zen
giapponese si mise l’accento sul suo essere uno tra molti Buddha, e dal momento
che queste tradizioni si incentrarono su lignaggi multipli di grandi maestri, si
diede minor rilevanza sia all’umanità di Gautama, sia al nucleo dei suoi primi
insegnamenti. Fu il Tibet a rivitalizzare e rendere di nuovo concreti il Buddha e i
suoi insegnamenti, grazie alle ricche pratiche del buddhismo vajrayāna. Col
passare del tempo diventarono più importanti il rituale e il formalismo,
distanziando la persona dagli insegnamenti. In ciascun caso, dal buddhismo delle
origini e dalla tradizione theravāda, passando per il mahāyāna, lo zen e il
vajrayāna, cultura dopo cultura, venne meno l’apprezzamento della piena
umanità del Buddha. E ogni volta e in ogni luogo in cui si perse il senso
profondo dell’umanità del Buddha, si perse insieme con esso anche una
conoscenza inestimabile: che la liberazione può fiorire da questa feconda,
incarnata esperienza umana.
Gli umani sono una specie sociale. In questo libro presentiamo un cammino
che include la nostra innata, inaggirabile natura sociale. Proprio perché il
Dhamma viene proposto in termini umani molto diretti, occorre includere
anche la vita relazionale. La particolare pratica che qui viene proposta come
parte del cammino, l’Insight Dialogue, è insieme una pratica di stile di vita e una
pratica per ritiri approfonditi. Va a colmare una parte del cammino che più di
ogni altra è stata trascurata – l’interpersonale – rendendo possibile stabilità
mentale e intuizione profonde, e una compassione vissuta attivamente. La
saggezza che emerse dalle circostanze dell’esperienza umana del Buddha
illumina le circostanze che ci troviamo ad affrontare quotidianamente. Dopotutto
elevato e mondano sono strettamente connessi, in questa nostra esperienza
umana condivisa.
Parte seconda
Quattro verità interpersonali
4. La Prima Nobile Verità: la sofferenza interpersonale

Il Buddha era un insegnante pragmatico. Fu proprio dalla sua indagine sulla


natura dell’esperienza umana che nacquero le regole monastiche, l’analisi della
mente e un’ampia varietà di pratiche meditative. In ogni circostanza insegnò agli
altri a non prendere le sue parole per oro colato, invitandoli piuttosto a guardare
alla vita con i propri occhi. La dottrina di base del Buddha, le Quattro Nobili
Verità, fu la prima cosa che si mise a insegnare dopo l’illuminazione. È un
insegnamento fondamentale, e qui viene offerto in termini interpersonali.
In questa parte del libro, nello spirito del «guardate con i vostri occhi», i
lettori troveranno una serie di riflessioni o piccoli esercizi di osservazione delle
verità esposte. L’intento è quello di proporre alcuni suggerimenti per
sperimentare la saggezza, integrandola nelle nostre vite. Un’offerta per chi fosse
alla ricerca di spunti per interiorizzare questi insegnamenti e trarne beneficio.

Il dato di fatto della sofferenza


Se guardiamo con onestà alla condizione umana, vediamo stress.
Possiamo notarne la presenza, alternato a momenti di piacevolezza, sia nei
disagi di minor conto – la voce aspra di un vicino di casa, il bisogno impellente
di urinare –, sia nei dolori più grandi, come la malattia, il divorzio e le catastrofi
naturali. Vere e proprie industrie si sono sviluppate per distrarci dai nostri guai,
attutendo dolore e malcontento: vestiti alla moda, case lussuose, film e musiche
stimolanti, alcool e bar in cui lo si consuma. La sofferenza umana non è certo
una novità.
Proviamo a guardare in faccia queste forme di tensione; sono sempre lì, se
solo ci si prende la briga di gettarvi lo sguardo. Il più delle volte siamo restii ad
affrontare la sofferenza: è più rassicurante negarla o ignorarla. Forse temiamo
che scrutare la sofferenza potrebbe renderla più intensa o addirittura
soverchiante. E tuttavia sono tutte paure infondate. Osservare con lucidità il dato
di fatto della sofferenza è una delle poche possibilità a nostra disposizione per
trovare autentico conforto. Lo si scoprì per via empirica ai tempi del Buddha, e
lo si può riscontrare ancora oggi, basta farne esperienza.
A volte lo stress si mimetizza mescolandosi alla felicità. Ricordo, per
esempio, una volta che i miei figli erano tornati a casa per le vacanze scolastiche.
Casa nostra era piena di vita, delle attività chiassose e dello scarso autocontrollo
dei ragazzi che non sono ancora del tutto adulti. Dappertutto piatti colmi di cibo
e frastuono. Le giornate trascorrevano tra scherzi, scambi di battute, sessioni di
lotta libera e manifestazioni di affetto. Una volta ripartiti i ragazzi, mia moglie
mi ha confessato che si sentiva come se degli avvoltoi l’avessero «spolpata
viva». Era stato un periodo di grande gioia, ma anche faticoso e turbolento,
caratterizzato dall’incessante dare e ricevere che conferisce quel sapore tipico,
dolce e pungente al contempo, alla vita familiare.
Alcune esperienze di stress sono inequivocabilmente demoralizzanti. Una
meditante ha descritto l’esperienza di convivere con una malattia dolorosa e
debilitante. Sedevamo vicini in un giorno d’autunno incredibilmente fulgido: i
colori luminosi degli alberi attorno alla sala di meditazione, mentre lei parlava
tra le lacrime. La paura che la malattia non avesse mai fine era perfino più
logorante del dolore fisico. «Non c’è cura né via di fuga; non mi è concesso di
fare previsioni – mi ha confidato. – Da un giorno all’altro potrei non essere più
in grado di compiere le azioni più ordinarie. Chissà se domattina sarò in grado di
alzarmi dal letto». Il suo stato di dolorosa e incessante preoccupazione celava
una profonda paura della solitudine: si ritrovava ad affrontare la malattia non
avendo al suo fianco un compagno di vita, e senza un adeguato sistema di
supporto. Aveva vissuto gli ultimi anni in un deserto affettivo e relazionale. «Le
persone non capiscono il dolore cronico – mi diceva. – Dopo un po’ non ne
vogliono più parlare, anzi, il più delle volte non vogliono più parlarmi del tutto.
Mi sento terribilmente sola».
Nel quotidiano capita di sperimentare forme di stress meno estreme. Giorno
dopo giorno tiriamo avanti, accompagnati da un grigio senso di insoddisfazione
o, peggio, di alienazione, che oscura il potenziale di agio e comprensione che
tutti possediamo. Oggi non ce la sentiamo proprio di restare tutto il giorno seduti
dietro a una scrivania; e chi ha voglia di portare giù la spazzatura? Viviamo
relazioni intessute di disagi del genere, anche se in tono minore: ci affatica
parlare con il cassiere della banca; continuiamo a rimandare una certa telefonata.
Ricordo la volta in cui mio figlio adolescente mi ha respinto liquidando con un
grugnito sprezzante i miei tentativi di comunicare con lui. Nulla di drammatico:
ma in quel preciso momento la scontentezza mi ha serrato in una morsa,
facendomi dimenticare il mondo circostante.
Persino le gioie possono essere premessa di dolore. A volte la mente è
abbastanza lucida da scorgere con chiarezza il meccanismo. A un ritiro di Insight
Dialogue una partecipante ha descritto con tocco leggero una rapida sequenza di
stress strettamente collegati: un piacevole sentimento d’amore per gli altri
partecipanti, seguito da gioia e sollievo per il fatto di condividerne la compagnia
e il supporto; era poi arrivata l’ansia di perdere quella comunità; era insorto un
senso di tristezza, condizionato dai ricordi di perdite precedenti; infine un
diverso sentimento d’amore, meno piacevole e temperato dalla cautela. La
meditante ha aggiunto: «Tutto ciò è accaduto nello spazio di uno o due minuti al
massimo». Un simile caleidoscopio di emozioni mutevoli non è insolito; la gioia
può mutarsi da un momento all’altro in tristezza e subito dopo in qualcosa di
ancora diverso. Le perdite interpersonali che affliggono tutti noi – la morte, il
divorzio, i traumi, i traslochi, cambiare lavoro, o il lento sfilacciarsi delle
amicizie – ci condizionano diventando parte di noi, e influenzano profondamente
il nostro modo di affrontare l’esperienza; le loro tracce diventano ombre
appostate sotto la soglia della nostra consapevolezza cosciente; quando si creano
le condizioni adatte, si attivano senza preavviso. Ammettiamolo: siamo esseri
costituzionalmente delicati e c’è anche chi nasce coi nervi scoperti. Perfino chi è
dotato di una corazza dura è venuto al mondo con un sistema nervoso sensibile e
in uno stato di completa vulnerabilità. E ci sembra inevitabile dotarci di una
sorta di armatura, non appena la naturale sensibilità dell’infanzia si dissolve nel
cinismo apparente che chiamiamo «età adulta».
La complessità dei nostri condizionamenti fa sì che persino la gioia diventi
motivo di stress, perché ci sforziamo di aggrapparci alla fonte della felicità – tesi
e instabili – anche quando la prospettiva immediata non prevede separazione o
perdita. I successi e i fallimenti, anche se minimi, si alternano in continuazione.
Agio e disagio, guadagno e perdita, lode e biasimo sono le coppie di opposti che
costituiscono il carattere condizionato della vita. Non c’è scampo: avere un
corpo fisico comporta inevitabilmente dolore e disagio. Impossibile sottrarsi
all’incessante mutare del mondo; le circostanze piacevoli o confortevoli
finiscono sempre per modificarsi o svanire. Siamo noi per primi a cambiare: ciò
che siamo ora non è ciò che eravamo in precedenza. È innegabile, e rifiutare una
tale evidenza ci esilia dalla realtà facendoci sprofondare nella sconnessione e
nell’ansia.
Guardare con chiarezza alle cose così come sono ci consentirebbe invece di
evadere dalla giungla dell’angoscia non necessaria. In una vera giungla
orientarsi significa cercare le tracce che indicano la nostra posizione attuale e
come ci siamo arrivati. Non sarebbe male andare alla ricerca di segnali anche
nella giungla interiore della sofferenza e del malessere. Un ingegnere
automobilistico non può ignorare l’attrito; un architetto deve comprendere
appieno la legge della gravità. Allo stesso modo una persona che volesse
comprendere la pace non può ignorare le leggi fisiche dello stress. Chi cerca la
gioia non può permettersi di ignorare la causalità che governa la sofferenza.

Una valutazione essenziale della sofferenza


Il Buddha comprese che la sofferenza è uno dei fattori-chiave della vita
umana e cercò di metterne a fuoco il funzionamento. Nel suo primissimo
insegnamento dopo l’illuminazione affermò:

Questa è la nobile verità circa la sofferenza: la nascita è sofferenza, la vecchiaia è sofferenza, la malattia è
sofferenza, la morte è sofferenza, tristezza e lamento, dolore, angoscia e disperazione sono sofferenza.1

Questo insegnamento essenziale permette di discernere i due grandi


sottoinsiemi della sofferenza: quella fisica o biologica e quella mentale o
psicologica. Nascita, invecchiamento, malattia e morte implicano sofferenza
biologica, incentrata sul corpo. Sono inevitabili, perché nasciamo in un corpo
che entra a contatto con un mondo affollato di oggetti abrasivi, gradevoli,
maleodoranti e colorati. Appena usciti dal canale del parto siamo assaliti
dall’aria fredda che penetra nei polmoni e sfiora la pelle, insieme con la luce
viva e con i nostri primi vagiti non più attutiti. Nostra madre ci conforta, ma non
sarà mai più com’era, e non lo sarà mai abbastanza. Negli anni a seguire, non si
sa quanto numerosi, il nostro corpo andrà nutrito, mantenuto alla giusta
temperatura, protetto dai microbi e dalle ferite, aiutato a guarire quando
proteggerlo non sia stato possibile. Dall’alba allo sconcertante crepuscolo della
vita questo corpo sensibile a sua volta genera specifici cambiamenti,
attraversando tempeste neurochimiche e ormonali. Essere dotati di una
costituzione fisica che sente e percepisce significa entrare in continuo contatto
con le caratteristiche piacevoli e spiacevoli del mondo fisico.
A ciò si aggiunge la sofferenza non derivata direttamente da situazioni fisiche
o biologiche. Tristezza e lamento, dolore, angoscia e disperazione non
dipendono tanto dalle situazioni in sé e per sé, sono piuttosto conseguenza del
modo in cui reagiamo a ciò che via via sperimentiamo. Un esempio: se mi
rompo una mano non provo solo il dolore fisico dei tessuti danneggiati e dei
nervi che reclamano attenzione, mi preoccupo di non poter lavorare per un mese
e forse mi arrabbio anche con me stesso per la mia sbadataggine. Si tratta di
emozioni dolorose di per sé, forme di sofferenza basata sulla mente, ovvero
psicologica. Queste «sensazioni sgradevoli che nascono dal contatto mentale»2 –
come le descrisse il Buddha – aumentano notevolmente la nostra sofferenza.
Preoccupazione, paura, confusione e ansia maturano a partire da idee, speranze e
ricordi da noi fabbricate nel corso della vita. Siamo dotati di una mente che
costruisce e di una coscienza che si aggrappa a ciò che la mente le sottopone;
siamo continuamente sollecitati dai frutti piacevoli e spiacevoli maturati nel
tempo dalla nostra storia emotiva.
Un mattino d’estate ho visto chiaramente come la mente proliferante sia causa
di sofferenza. Mi ero svegliato presto. Ho deciso di non scendere al piano di
sotto per la meditazione, ma di esplorare l’esperienza così com’era, standomene
a letto. Osservavo le travi del soffitto immerse nella luce mattutina, e nel farlo
contemplavo gli insegnamenti del Buddha su sensazione e percezione. Ho notato
il contatto tra la luce e l’occhio, il funzionamento dell’occhio, e il sorgere della
consapevolezza di quel funzionamento, di quello che chiamiamo «vedere». E nel
momento del contatto immediatamente compariva un «io», un’esperienza, un «io
sto vedendo». Ho lasciato andare questa nozione più e più volte,
abbandonandomi alla semplice consapevolezza, al solo vedere. Una volta che la
cosa si è stabilizzata, sono passato ai suoni e alle sensazioni corporee. Era come
se le usuali fabbricazioni del mio io si fossero placate.
Nel bel mezzo di tutto ciò mia moglie Martha si è girata nel letto sfiorandomi
il piede con il suo. Immediatamente ho provato un’onda di emozione; il senso di
intimità mi ha reso felice. Ma, supportato dalla pratica meditativa, ho lasciato
andare l’aggrapparsi della mente e ho notato che ciò che stava accadendo era
solo contatto, tocco. C’era un oggetto tangibile (il piede di Martha), un organo di
senso funzionante (la mia pelle), e la coscienza del toccare.
Oltre a quel semplice contatto, era tuttavia sorto un «io» in relazione a un
«lei». Per la nostra lunga e affettuosa storia di coppia, era sorta anche della
felicità. Poi Martha ha scostato il piede: all’improvviso mi sono sentito triste. La
tristezza era moderatamente dolorosa. Mi sentivo attaccato all’emozione
piacevole che associavo alla nuda esperienza del contatto. La reazione era
automatica, condizionata. La mente si è aggrappata a quel primo impeto di
tristezza per non più di due secondi; poi l’ho riconosciuto in quanto stato
mentale innescato dalle circostanze. Mi sono rilassato nuovamente, lasciandomi
andare all’esperienza della sensazione, momento dopo momento. Ma quella
sensazione di intimità mi era piaciuta. E ho visto il gradimento aumentare, finché
non ho pensato: «Meditazione o no, io voglio ancora contatto». Così ho
allungato la gamba per toccare quella di mia moglie. Martha era mezza
addormentata e si è allontanata, in cerca di una posizione più comoda.
Immediatamente mi sono sentito rifiutato. La sensazione è sorta
automaticamente, in forma di sofferenza istintiva.
Da dove arrivava questa sofferenza? La causa immediata era l’emozione
condizionata di tristezza riconducibile alla percezione del rifiuto. Ma che cosa ci
stava dietro? L’esperienza si basava sul contatto sensoriale (il tocco di mia
moglie), l’organo di senso (la mia pelle), e la consapevolezza delle sensazioni
fisiche, che combinandosi con le costruzioni preesistenti (l’amore per mia
moglie e la nostra storia condivisa) ha fornito le condizioni per un’esperienza
mentale ed emotiva di felicità (la mia amata mi tocca). La felicità suscitata dal
contatto iniziale ha suscitato desiderio di ulteriore contatto, che a sua volta ha
suscitato tensione, sotto forma di voglia inappagata (il mio desiderio). La brama
ha generato tensione, che si è concretizzata in azione (il mio allungarmi per
toccarla di nuovo), e conseguenti sensazioni (il breve contatto) ed emozione (la
momentanea felicità). Il tutto seguito da ulteriore tensione provocata dal sorgere
di formazioni mentali elaborate (l’interpretare il suo ritrarsi come rifiuto, che ha
innescato paure condizionate) e ulteriore emozione (tristezza).
Il Buddha prosegue la sua analisi della sofferenza: «L’associazione con lo
spiacevole è sofferenza, la separazione da ciò che amiamo è sofferenza. Non
ottenere ciò che vogliamo è sofferenza». Gli insegnamenti descrivono una
gamma di modalità di sofferenza psicologica. In riferimento alla sofferenza con
base sensoriale, l’insegnamento commenta gli effetti dell’associazione con
sensazioni come suoni e odori indesiderabili. Ma il Buddha disse chiaramente
che tale insegnamento riguarda anche le relazioni umane. «Chiunque abbia
interazioni con quelli che gli augurano malattie, che desiderano il suo male, il
suo disagio, la sua precarietà» è a contatto con l’indesiderabile. La separazione
dal desiderabile non si riferisce solo alla separazione da «visioni, suoni, odori,
sapori o sensazioni tattili desiderabili, gradevoli, attraenti» e così via, ma anche
alla separazione da «quelli che desiderano il suo bene, il suo benessere, il suo
agio, la sua libertà dalla schiavitù. Separato da madre, padre, fratelli, sorelle,
amici, compagni o parenti».3
Gli elementi relazionali degli insegnamenti del Buddha vengono spesso
tralasciati. Ciò è evidente in tutte le scuole buddhiste: è come se fosse stato
costruito una specie di muro invisibile, relegando questo aspetto confuso,
ancorché inevitabile, della nostra umanità a debita distanza dall’incontaminata
bellezza degli insegnamenti formali del Buddha. Di conseguenza c’è tuttora
molta ignoranza sulla sofferenza associata alle relazioni umane, su ciò che la
causa, sulla natura della libertà. Tale sofferenza è stata sottovalutata, restando
senza nome. Non è che il risultato della nascita, in quanto esseri sociali e
sensibili, in un ambiente sociale e interpersonale complesso e mutevole. Questa
è la sofferenza interpersonale.

La grande sofferenza è facile da vedere: penetra a forza nella coscienza. Provate a notare alcuni piccoli
disagi della vita – il disagio di esser stati seduti troppo lungo, la noia, la preoccupazione – e le cose che
continuamente fate per sbarazzarvene: mangiare, cambiare posizione, accendere il televisore, prendere in
mano il telefono. Notate l’agio momentaneo che arriva insieme con il sollievo; notate anche quando l’agio
svanisce.

La sofferenza interpersonale
La sofferenza interpersonale origina dai nostri rapporti con altre persone.
Rappresenta un vasto sottoinsieme della sofferenza psicologica. Gli stress con
familiari, colleghi e amici sono sofferenza interpersonale. Anche la solitudine e
il senso di isolamento fanno parte della sofferenza interpersonale. Ciascuno di
noi la sperimenta periodicamente. Può quindi servire semplicemente riconoscere
queste dinamiche all’opera, e sapere che sorgono come costruzioni della mente-
cuore sensibile.
Gran parte delle nostre emozioni, piacevoli o dolorose, sorge quando siamo in
relazione con le altre persone. Basta aprire un libro di psicologia sociale, di
sociologia o di storia – o un qualunque romanzo – per trovare innumerevoli
esempi di sofferenza interpersonale, privata o pubblica. I problemi familiari e
matrimoniali sono sofferenza interpersonale, così come i problemi causati dalle
relazioni nell’ambiente di lavoro, i coinvolgimenti romantici e le controversie
legali e politiche. La guerra e l’onore militare che ne costituisce la linfa vitale –
dal martirio del terrorista all’orgoglio irrigidito del sergente – sono intrisi di
sofferenza interpersonale. Il dolore della rabbia e la paura di perdere l’amore
sono sofferenza interpersonale. Come pure l’ansia sociale, la gelosia, il dolore
insito nel giudicare gli altri o esserne giudicati, sono tutte manifestazioni della
sofferenza interpersonale. Di certo non sperimentiamo queste o altre forme di
sofferenza perché siamo cattivi, malati o indegni. Proviamo sofferenza
interpersonale perché siamo costituzionalmente esseri relazionali: abbiamo
menti protese ad afferrare e trattenere, viviamo una vita sociale piena di
cambiamenti che non ci è dato di controllare. La sofferenza non può che essere il
risultato naturale di tale circostanza. I sensi di colpa o di vergogna per il
semplice fatto di soffrire sono pertanto fuori luogo, semmai contribuiscono ad
annebbiarci la visione. Se il nostro intento è quello di essere più felici,
compassionevoli, saggi e autenticamente liberi, servirà allora guardare le cose
con tutta la chiarezza di cui siamo capaci.
Le varie forme di sofferenza – biologica, psicologica e interpersonale – si
intrecciano strettamente tra di loro. Il tipo di sofferenza che proviamo dipende,
più che dalle circostanze in sé, dal modo in cui reagiamo a esse. Per esempio, a
me piace lavare i piatti; è un tipo di attività che mi dà soddisfazione, anche
perché mi permette di vedere subito i risultati concreti del mio lavoro. Ma a
volte faccio resistenza. La sofferenza è personale quando resisto perché avrei più
voglia di leggere che di lavare i piatti. È interpersonale quando la resistenza è
vissuta con rabbia, perché ci si approfitta di me e non mi si apprezza a
sufficienza per tutto ciò che faccio. Un altro esempio: vergognarsi del proprio
corpo è un sentimento molto personale, ma strettamente collegato a come
immaginiamo che gli altri ci vedano. Sentirsi fisicamente a disagio perché si è
troppo grassi o troppo magri è sofferenza personale; il disagio emotivo al solo
pensiero di ciò che gli altri penseranno della forma del nostro corpo è sofferenza
interpersonale. Ricordo una volta che mia moglie si accorse di avere una piccola
lesione cutanea. Finché a preoccuparla furono le possibili complicazioni
mediche, i disagi o i disturbi, la sofferenza fu squisitamente personale. Quando
però il cruccio si concentrò sulla possibilità di restare sfigurata da una cicatrice e
su come gli altri l’avrebbero vista, la sofferenza diventò interpersonale. Lo
stesso accade con la malattia. Il disagio e il dolore di essere costretti a letto
causano sofferenza personale. Ma sentire imbarazzo per essere costretto a farmi
accompagnare in bagno da mia moglie è sofferenza interpersonale. Essere
ammalati, provare malessere e avere paura di morire: sofferenza personale.
Diventa interpersonale quando in procinto di morire soffriamo di dover lasciare
chi amiamo o proviamo rimorso per le relazioni irrisolte.
La materia di cui è fatta la sofferenza interpersonale è vischiosa. Le persone
sono complesse, le emozioni sono più mutevoli delle tempeste estive, le
soluzioni non sono mai certe. Quando si ha a che fare con una malattia, una
ferita o un incidente, si fa ciò che si deve fare. Magari sarà spiacevole, e non
sempre sarà chiaro come agire; tuttavia si tratta in genere di situazioni meno
complicate e difficili da integrare del dolore relazionale. Quando hanno
diagnosticato il cancro a Zed, il mio figlio maggiore, è accaduto spesso che
disagio fisico e persino paura della morte passassero per lui in secondo piano
rispetto alla preoccupazione per il dolore e la tristezza della madre, ovvero di
mia moglie. E noi genitori stavamo male pensando alla sua sofferenza e alla
possibilità di perderlo. In quel momento l’insieme di noi tre componeva un
sistema intimamente connesso di angosce intrecciate.
A mano a mano che i sistemi umani si estendono, la sofferenza da
interpersonale diventa sociale. Per esempio, il dolore di una ferita d’arma da
fuoco è sofferenza personale biologica; la paura della morte è sofferenza
personale psicologica. Il doloroso odio verso chi ci ha sparato è sofferenza
interpersonale. Il doloroso odio verso il Paese o il gruppo etnico a cui appartiene
chi ci ha sparato, è sofferenza sociale. La sofferenza sociale è la manifestazione
sistemica della sofferenza interpersonale, proprio come la sofferenza
interpersonale è la manifestazione sistemica della sofferenza personale.
La solitudine è una forma fondamentale di sofferenza interpersonale. È la
manifestazione interpersonale della nostra radicale paura del vuoto e della morte.
Si presenta in forme personali e sociali allo stesso tempo ed è terribilmente
diffusa. Nella solitudine personale non abbiamo un interlocutore intimo; nella
solitudine sociale ci viene a mancare l’integrazione in una comunità. Cerchiamo
di colmare il vuoto della solitudine consumando cibo, automobili, media e
droghe. Il solo fine di stabilire contatti significativi gli uni con gli altri ci spinge
a fare un consumo esorbitante di telefono e Internet, oltre a quantità esagerate di
carburante e altre risorse. Un mélange in cui si muovono insieme i tre tipi di
sofferenza – biologica, psicologica e interpersonale –, ciascuno dei quali può
determinare comportamenti che inaspriscono e prolungano il malessere.
E poi c’è la moltiplicazione delle forme di sofferenza generata dagli abitanti
delle nazioni ricche, spinti dalla solitudine e dalla brama del piacere. Alla ricerca
di conforto, prosciugano le risorse mondiali spostandosi in automobile e
importando cibi sofisticati, beni che per essere prodotti richiedono alta intensità
di lavoro e risorse insostituibili. Nelle nazioni depauperate dai consumi di queste
fameliche persone di potere, sofferenze biologiche quali la malnutrizione e la
malattia vengono esacerbate dai cambiamenti socioeconomici di massa connessi
al dominio economico. E quando i popoli ridotti alla fame comunicano tra di
loro, a unirli è certamente la compassione reciproca, ma anche – e più spesso – il
nemico comune rappresentato dalle nazioni dominanti. Il dolore generato
dall’odio si legge sul volto di entrambi, guerriero e vittima.
Nel frattempo, nei luoghi in cui si concentra il potere, proteggere a tutti i costi
il proprio stile di vita e odiare quelli che potrebbero attaccarlo produce tensioni
che vanno ad aggiungersi al dolore della solitudine e allo stress quotidiano.
Talvolta in una cittadina di provincia, da qualche parte, può capitare che
l’accumularsi degli stress causi la rottura di un matrimonio, e la coppia si trovi a
sperimentare la profonda sofferenza interpersonale del divorzio. Su scala
nazionale, contemporaneamente, si dirottano fondi ingenti sulle spese militari,
riducendo i servizi sanitari per milioni di persone, e si accresce così la sofferenza
biologica. I tagli riguardano anche l’istruzione e gli asilo nido, e si aumenta così
la sofferenza psicologica. L’odio travalica i confini politici costituiti e la
tensione diventa l’inseparabile compagna di ciascuno. La sofferenza – personale,
interpersonale e sociale – pervade le nostre vite private e satura il cuore della
società: non perché siamo cattivi, ma perché siamo umani.

Scegliete un momento in cui vi sentite sopraffatti dallo stress e fermatevi un attimo a riflettere su quali
stress riguardano di più le cose – proprietà, lavoro e circostanze pratiche – e quali invece sono più legati
alle relazioni. Notate differenze tra i due?

Un primo passo realistico


Osservare la vita con simile chiarezza non equivale a pessimismo. È
realistico. Ignorare il problema non servirebbe a niente. Di fatto l’ignoranza
rende la sofferenza invisibile pur assicurandone la continuità, e contribuisce così
a farne il fattore determinante delle nostre vite. Sapendo questo, siamo invitati a
un cammino di scoperta. Come disse il Buddha, la sofferenza può condurre allo
squilibrio oppure all’investigazione.4 Per vedere le cose così come sono
dobbiamo coltivare la consapevolezza, che è la capacità di osservare le nostre
reazioni in ogni momento. Dobbiamo anche mantenere sufficiente calma per
restare presenti a ciò che la consapevolezza osserva e guardare da vicino le
reazioni emotive che ci sospingono nei tanti cicli dello stress. Che cosa notiamo
quando vediamo con maggiore chiarezza la sofferenza interpersonale all’opera?
È possibile discernere le cause di tale sofferenza? Se riuscissimo a vedere le cose
con chiarezza, potremmo iniziare a riorientare le nostre vite verso la felicità e la
libertà. Il primo passo in direzione della libertà è comprendere le cause della
sofferenza.
5. La Seconda Nobile Verità: la brama interpersonale

Aggrapparsi alla brama causa sofferenza

Non appena il mondo tocca i sensi, un sé viene spontaneamente a essere e


sorgono desideri: brame di piacere, di sicurezza e della vita stessa. Il sé cerca di
afferrare queste cose e vi si aggrappa strettamente quando le ottiene. Ci
attacchiamo agli sforzi fatti per ottenere quello che vogliamo, nonché alla paura
di perdere ciò che abbiamo. La tensione insita in questo aggrapparsi è la radice
della sofferenza. Da bambini impariamo quali contatti interpersonali sono
piacevoli e quali spiacevoli, e lo stesso facciamo con i contatti sensoriali.
Plasmiamo preferenze e avversioni. Scopriamo che volere e non volere sono in
un rapporto di reciprocità: la fine del piacevole è spiacevole; la fine dello
spiacevole è piacevole. Il seno materno è un esempio evidente: è tiepido e dolce
e piacevole, quando viene tolto l’esperienza è spiacevole. Ma non finisce qui, in
seguito sorge il desiderio di riaverlo, non solo per il sostentamento ma come
oggetto di comfort e di piacere. Brame biologiche di base si trasformano in
brame psicologiche. In entrambi i casi l’«io» viene posto al centro dell’universo.
Sperimentiamo piacere in un sorriso o in parole di lode. E sviluppiamo brame
più sfaccettate per tale attenzione, che ci verrà data e tolta lungo tutto il corso
della vita. Proviamo dolore per parole di critica o rifiuto, e diventa urgente
evitare simili contatti. I nostri più penetranti desideri di intimità, accettazione e
comunità si sviluppano a partire da simili brame condizionate. Desideri che
hanno un nome e desideri innominati sono attivi nelle nostre vite e riusciamo a
conoscerne solo una piccola parte.
Il piacere e il dolore interpersonali ci condizionano potentemente. Da
bambino ero lodato quando finivo la minestra. Ho imparato a farlo anche quando
non avevo più appetito, pur di essere lodato, perché desideravo i sorrisi e le
parole ricevuti in occasioni precedenti. Intorno a me, i bambini bramavano la
lode perché avevano colpito bene la palla mandandola lontana, perché
indossavano i vestiti più belli, perché andavano bene a scuola. Ma siamo anche
tutti diversi. Mio padre non aspirava a un riconoscimento pubblico, ma all’amore
personale. Molto tempo dopo la morte di mia madre, lui desiderava ancora
compagnia, per avere un sollievo temporaneo a un’antica solitudine che aveva
continuato a ricrearsi nel corso della sua vita. Le origini di questa brama tuttavia
erano seppellite sotto quasi un secolo di vita. Le brame della mia famiglia, come
tutte le nostre brame, hanno preso la forma di un «sé» generatosi alla confluenza
di contatti sensoriali, sensazioni piacevoli e spiacevoli, abitudini emotive
condizionate.
L’attaccamento è la connessione tra la brama e la sofferenza. Quando non
riusciamo a ottenere ciò che vogliamo, la tensione della brama insoddisfatta
permane. Ci attacchiamo alle immagini e alle sensazioni associate a ciò che
cerchiamo. Desiderosi di caffè, abbiamo un’immagine in mente: vediamo e forse
teniamo in mano la tazza di caffè, sentiamo l’aroma della bevanda e desideriamo
le emozioni associate a una soddisfazione idealizzata. E finché teniamo
quell’immagine nella mente, e il relativo senso di mancanza, rimaniamo
insoddisfatti. Allo stesso modo, nella dimensione interpersonale possiamo
provare un intenso desiderio di essere in compagnia di qualcuno che amiamo:
immaginiamo le sembianze di quella persona e il suono della sua voce, e
teniamo la persona nei nostri pensieri fino a quando non ci ritroviamo insieme.
In entrambi i casi la mente si attacca al desiderio, ne è ossessionata. Quando ci
aggrappiamo al pensiero di qualcuno che non ci piace, la dinamica di base è la
stessa. La mente si attacca all’immagine della persona e si impregna di
avversione o persino di rabbia. Che qualcosa ci piaccia o meno, ne siamo
ossessionati.
Per comprendere la sofferenza occorre scrutare da vicino l’attaccamento.
Quando tocchiamo qualcosa di morbido, la mente prova piacere e si attacca al
piacere desiderando che duri. Sperimentiamo tensione per via della certezza che
l’esperienza piacevole avrà fine; quando accade, la rivogliamo indietro. Se
tocchiamo qualcosa di affilato e ci tagliamo, proviamo un immediato dolore
fisico e la mente si fissa sul desiderio che questo dolore abbia termine. Come
vedremo, nell’attaccamento gioca un ruolo anche il senso dell’io. La brama e
l’attaccamento si sostengono a vicenda nell’andare e venire dei piaceri e dei
dolori.
Dal punto di vista interpersonale la dinamica è ancora e sempre la stessa.
Vediamo la forma di una persona: se vi associamo qualcosa di piacevole, sorge
una felicità condizionata, e ci attacchiamo a quella felicità. Però nell’esperienza
interpersonale l’attaccamento è a più livelli e perciò è particolarmente
impegnativo. Non solo stiamo godendo delle sensazioni piacevoli derivate da
questa persona, stiamo anche trovando in esse un sollievo temporaneo, a molti
livelli, dalle brame che ci assediano: tu mi porti stimoli e piacere, tu mi fai
sentire visto, tu sei colui che lenisce i miei sentimenti di indegnità. A mano a
mano che cresciamo è inevitabile che cercheremo e resteremo fedeli a questi
piaceri. Essi ci dicono che siamo vivi e al sicuro. Le brame mettono radici nel
nostro attaccarci internamente a una nozione profondamente inveterata di sé –
quello che va compiaciuto, riconosciuto, protetto – e alle sensazioni emotive di
quel sé. Allo stesso tempo, ci stiamo attaccando esternamente all’altra persona.
Questo attaccamento non è solo il risultato del momento presente e del relativo
piacere o dolore, è condizionato da tutti i momenti di piacere e dolore del nostro
passato.
È facile vedere come ci attacchiamo a ciò che è piacevole, ma è essenziale
comprendere che ci attacchiamo anche a pensieri ed emozioni dolorose. In tutto
il mondo – dai Balcani al Medio Oriente all’Africa – ci sono popoli che
mantengono e nutrono intensi odi reciproci. Quando un individuo trattiene in sé
l’immagine dell’altro odiato – arabo, americano, straniero –, la mente si attacca a
quest’immagine nonostante l’intensa sofferenza causata dall’odio. E per venire
più vicini a casa, l’irritazione con un vicino, con un collega, con un parente
instaura attaccamento nella mente, e noi ci aggrappiamo alle nostre piccole e
grandi ferite. L’attaccamento, che sia all’odio o al desiderio, genera tensione che
diventa la base dell’insoddisfazione e del dolore. Dall’attaccamento nascono
azioni tese a porre termine alla sofferenza e a portare gratificazione. E allora
condanniamo, danneggiamo o addirittura uccidiamo l’altro odiato.
Che sia il prodotto del karma, del DNA o di un consolidato pattern neurale,
un simile attaccamento ha radici in una storia incredibilmente sfaccettata. Dal
momento che corpo e mente sono un tutt’uno non separato, questo doloroso e
instabile stato di attaccamento si manifesta sia nel corpo sia nella mente.
Incontrare un’altra persona è una forma di contatto particolarmente potente, che
può produrre sensazioni intense, sottili e complesse. Da queste impressioni sorge
l’urgenza di afferrare, nasce quella vischiosità di cuore e mente che permea di
ansietà lo stare insieme e rende dolorosa la separazione.

La prossima volta che avvertite sofferenza in una relazione, provate a vedere se vi riesce di riconoscere
l’attaccamento. Vi state aggrappando a un’immagine, a un desiderio di controllo, a una speranza o a una
paura? E notarlo produce cambiamenti nell’attaccamento o nel dolore?
Tre brame fondamentali
Nel sondare i meccanismi sottesi a questi cicli di dolore e schiavitù, il Buddha
ne riconobbe l’origine in tre diverse brame interconnesse. Egli disse:

Questa, monaci, è la nobile verità sull’origine del dolore. È la brama, che porta alla rinascita, ed è associata
al piacere e all’avidità, e gode di questo e di quello. Vale a dire la brama per i piaceri dei sensi, la brama di
esistere e di divenire, e la brama di non esistere. Questa è chiamata la nobile verità sull’origine della
sofferenza.1

La prima volta che ho incontrato questo insegnamento non mi ci è voluto


molto a comprendere che la brama per i piaceri dei sensi, e l’avversione al
dolore in essa implicita, poteva generare ogni sorta di frustrazioni e di ansietà.
La brama di esistere si traduceva a mio parere nella pulsione di sopravvivenza
fisica; tuttavia, non essendo di solito in questione la mia sopravvivenza, mi
chiedevo come questo insegnamento potesse riguardarmi nella quotidianità.
Mentre la pulsione a non esistere mi sembrava a dir poco criptica, se non astratta
e oscura. Volevo credere che avesse una qualche attinenza con la mia vita, ma
non ero sicuro di capire di che cosa si trattasse. Dopo averla studiata più a fondo,
sono arrivato a interpretare la brama di non esistere come pulsione a evadere dal
dolore della vita, cioè come la pulsione suicida. Tuttavia ancora non capivo
come ciò si applicasse alla mia vita.
Solo dopo aver compreso che la sofferenza aveva anche una dimensione
interpersonale e aver visto l’origine di tale sofferenza nella brama interpersonale,
l’insegnamento del Buddha sulle tre brame ha preso vita e mi ha toccato da
vicino. Una volta osservato come le tre brame operassero nell’ambito
interpersonale, si è approfondita anche la mia comprensione delle brame dal
punto di vista personale. Così sono arrivato a comprendere lo ">spasimare per il
piacere interpersonale come pulsione a ricevere stimoli gratificanti dagli altri, ma
anche come paura della solitudine, che tale piacere spesso non fa che
mascherare. Ho visto con chiarezza che la brama di essere2 era anche la brama di
essere in relazione, ovvero di essere visti, e ho visto l’altra faccia della medaglia:
la paura di essere invisibili. Mi sono reso conto che alla brama di non esistere si
associava, oltre alla pulsione a evadere da questa vita folle e dolorosa, anche
quella a sottrarsi all’esistere in relazione. E ho visto che parte integrante di
questo impulso era la paura di essere visti, la paura dell’intimità.
Sono arrivato a comprendere le brame come forze fondamentali elementari
che, alimentate dalla mia ignoranza circa il loro modo di operare, mi avevano
mantenuto in uno stato di confusione e stress. Sentivo che dietro la loro oscurità
non avevano mai smesso di permanere chiarezza e calma, anche se non sapevo
bene come accedervi. A quanto pareva, ciascuna delle tre brame era già
predisposta in me, da ben prima che i condizionamenti dei genitori o la
cognizione permeassero e ostruissero la mia consapevolezza essenzialmente
luminosa.

Il formarsi del sé relazionale


Il senso del sé è uno degli elementi-chiave – se non il più cruciale di tutti –
dei nostri schemi condizionati di reazione. Nasciamo dipendendo da altri esseri
umani per la sopravvivenza. Emergiamo in un mondo fatto di sensazioni, di
contatti con oggetti duri e morbidi, caldi e freddi. Per riflesso siamo attirati verso
le sensazioni che risultano piacevoli e ci ritraiamo da quelle che troviamo
spiacevoli. E come tutti gli animali impariamo. Impariamo dove si trovano i
posti soffici e impariamo a fare lì il nostro nido. Impariamo ad allontanarci dai
rumori forti. Cerchiamo il tepore e il nutrimento del seno e piangiamo per
averlo, tesi e urlanti per la nostra sopravvivenza. Confortati dal calore e dal latte
ci rilassiamo. Fa tutto parte dell’essere nati come creature senzienti e sensibili in
un ambiente di stimoli in perpetuo mutamento.
Dopo tre mesi di vita in questo corpo cominciamo a differenziare tra cosa è io
e cosa è non-io. E ci rendiamo conto che il non-io è responsivo. Il seno non si
limita a essere morbido, ci viene offerto. Ha inizio la vita di relazione. Ci diamo
da fare, cercando di conoscere e di essere conosciuti; impariamo il sorriso
«sociale». «Ciaooo», dice il neopadre. Gli occhi si incontrano. Il padre sorride e
il figlio ricambia, felice dell’attenzione ricevuta; l’intero corpo si gonfia come un
palloncino che sorride. Contatto avvenuto! Ce l’abbiamo fatta.
Con l’attivarsi dell’apprendimento il contatto diventa un’esperienza-chiave.
Nel cervello umano si formano circa due milioni di sinapsi all’ora. La memoria
via via crea connessioni tra pure sensazioni e interazioni umane. Nei suoi scritti
di neurobiologia interpersonale Daniel Siegel passa in rassegna gli studi
scientifici che esplorano i modi in cui il cervello si configura a partire dal
contatto con gli altri.3 Impariamo a sentirci al sicuro e a nostro agio con certe
persone nei cui confronti si genera attaccamento; e allora sorridiamo, siamo
espansivi e ci sforziamo di compiacere. Gli estranei ci suscitano diffidenza e il
suono di voci alterate ci mette in tensione. Questi schemi di comportamento ci
aiutano a ottenere le cure di cui abbiamo bisogno e a evitare i pericoli. Insieme a
essi emerge un senso di sé. Un sé provvisorio si forma e si riforma attorno alle
tensioni prodotte dal contatto sensoriale e da quello relazionale, in cui
desideriamo le sensazioni piacevoli e respingiamo quelle spiacevoli. Intorno ai
due anni di vita abbiamo sviluppato la più ambivalente delle benedizioni: il
senso di un sé indipendente.
È andata così per mia madre e mio padre, così è stato per me e lo è per i miei
figli. Abbiamo tutti formato un sé, che non è altro che una costruzione, una
credenza che mette a disposizione delle nostre vite un nucleo emozionale. Una
volta che il senso di sé è stato generato, ogni sensazione non fa che alimentare
ulteriormente la costruzione. Non c’è più solo «vedere», ma c’è «io vedo». Mio
figlio Jared non sperimenta solo la fame, ma sperimenta «io ho fame». Ciò ha un
enorme ripercussione sulla nostra felicità e sofferenza future, perché non ci
saranno più solo i suoni e la vista di altre persone: ci sei tu indipendente da me,
ci sono io indipendente da te. Dove esistono un io e un tu indipendenti, ci
saranno separazione e differenza, le quali diventano il fondamento della
relazione.
A mano a mano che cresciamo non ci relazioniamo più solamente con
individui, ma con i nostri pari in generale e con la cultura in senso ampio. Nel
corso dell’adolescenza il sé in formazione costruisce i nostri sé sociali per mezzo
di imitazione e comparazione. A quindici anni mio figlio Max apprendeva le
norme della tribù, le regole dell’incontro sociale. «Come fare bella figura? Come
essere all’altezza? Quali comportamenti sono ricompensati da amicizia e
apprezzamento? Quali invece suscitano rifiuto e condanna?» L’apprendimento si
estende anche alla società degli adulti; a ventiquattro anni mio figlio Zed si
poneva domande del tipo: «Come faccio a procurarmi i soldi per il cibo e per la
casa?», «Come faccio ad avere una compagna?», «Come mi guadagno
rispetto?». Il senso di sé si rafforza quando ci troviamo alle prese con il senso di
essere individui singoli inseriti in una comunità, che cercano la sopravvivenza
fisica e sociale e la felicità. Il senso di separazione e differenza si reifica del
tutto.
La separazione si riferisce all’avvertire un sé che è distinto dagli altri esseri.
La differenza si riferisce agli specifici tratti distintivi di particolari individui, e
insieme all’identificazione con tali differenze. Sia la separazione sia la differenza
sono costruzioni, credenze; delle due, la separazione è la più basilare.
La sensazione di un sé separato trova radici nell’esperienza fondamentale
della divisione tra il sé e ciò che il sé sperimenta. Quando vediamo, creiamo
istantaneamente l’esperienza di «io vedo». Tale sensazione si integra con la
percezione «io vedo questo oggetto». Il momento presente è costituito dal
soggetto e dall’oggetto, dal vedente e da ciò che è visto. Insieme con la
consapevolezza delle sensazioni tattili della mano c’è il senso della «mia mano».
Quando la mano tocca qualcosa, c’è l’esperienza «io sento». Dopo aver
identificato l’oggetto o la sua consistenza, la frase viene completata con «io
sento qualcosa». Ciò che sento è separato da me. Quando faccio esperienza di
un’altra persona, sperimento la stessa divisione: io vedo te, oppure io tocco te.
Nel momento in cui incarniamo fino in fondo questa distinzione – vale a dire
quando prendiamo per vero il dualismo soggetto-oggetto, anziché considerarlo
un modo di dare senso alla semplice esperienza sensoriale – la separatezza
diventa per noi reale. La nostra cultura può o meno produrre la sensazione che
questo sé sia inserito nella società circostante; in entrambi i casi, ciascun
momento di contatto interpersonale genera sensazioni sottili di autonomia
privata. Ciò è universale e non è certo un male. Tuttavia quando non siamo in
grado di riconoscere l’identificazione creiamo le premesse per la solitudine e
altre forme di angoscia.
Il senso di separazione è il fondamento delle nozioni di differenza. A partire
dal senso di tu e io iniziano i confronti e la competizione – e le costruzioni
interpersonali lavorano a pieno ritmo! Una volta fissata la separazione dagli altri,
ci soffermiamo sulle differenze di genere, età, colore della pelle, per arrivare a
quelle di censo, nazionalità, potere e status. E a partire dalla differenza prende
forma un’intera identità. I sentimenti di somiglianza tendono ad alimentare
sicurezza e identificazione con una comunità più vasta, come accade in tutto il
mondo nelle comunità di espatriati. Sulla base della differenza, cerchiamo
gratificazioni sociali sotto forma di apprezzamento e accettazione. Ciò si
manifesta come gerarchia, status e l’implicita differenza del «meglio di». Tali
ricompense affinano il senso di «chi sono io» e rafforzano sensazioni positive
riguardo al sé attraverso l’identificazione con i membri del nostro gruppo. Per
esempio, potrebbe capitare di sentir dire: «Appartenere a questa comunità
religiosa mi fa sentire felice e sicuro; qui siamo tutti persone perbene». Il
rovescio della medaglia è che facciamo anche di tutto per evitare le punizioni o i
fallimenti sociali. Il biasimo e il rifiuto si generano non appena consideriamo chi
non appartiene al nostro gruppo ancora più «altro», ancora più diverso da noi di
quanto non appaia di fatto ai sensi. Demonizziamo i nemici, e rendendoli più
«altri» di quanto non siano ne cementiamo lo status e al contempo riaffermiamo
la nostra comunità di origine.
L’esito di queste comparazioni e allineamenti è un sé che si sente inferiore o
superiore, si lega agli alleati, si schiera contro i nemici, e viene trascinato
dall’impetuosa corrente delle simpatie e antipatie. Proliferano i giudizi, i ruoli, la
segmentazione sociale, il desiderio, la paura e la confusione. Tutte queste
sensazioni e punti di vista procurano tensione nel corpo e disagio emotivo. La
tensione cresce e fissa l’attaccamento all’identità; dopotutto sono «io» che vado
protetto, sono «io» che devo tenere al sicuro «me stesso» e i «miei cari», sono
«io» che sono legittimato e giustificato in ciò che faccio per garantirmi la
sicurezza. A partire da un archivio interno di credenze e idee sulle caratteristiche
fisiche («io sono basso») e sulle dinamiche relazionali («io sono vulnerabile»),
nel tempo si consolidano automaticamente le costruzioni di separazione e
differenza, formando la base di una visione del mondo che influenza ogni
aspetto delle nostre vite. Il sé, separato e diverso, diviene colui che prova brama
e dolore.

Osservate in che modo vi definite simili ad altre persone o gruppi, oppure diversi da loro. Quali sono gli
aspetti coinvolti? Il genere? La razza? Le preferenze sociali? Le opinioni politiche? La professione? Il
reddito? L’età? La forma fisica? Notate se siete soliti attribuire un senso di superiorità o inferiorità a
ciascuna di queste distinzioni.

Come definite voi stessi in relazione ai vostri genitori, figli o fratelli?

Trascorrete un po’ di tempo osservando in silenzio degli estranei. Notate se nascono sentimenti di
separazione. Riuscite a cogliere momenti in cui non c’è che il semplice vedere, o invece è sempre
presente la sensazione percepita di «io» e «loro», e una distanza tra i due?

La brama del piacere e l’impulso a evitare il dolore


Abbiamo già preso in considerazione la relazione di reciprocità tra piacere e
dolore: cerchiamo il piacere non solamente per il suo effetto stimolante, ma
anche per evitare il dolore. La fine del piacere ci risulta dolorosa e perciò la
temiamo; abbiamo l’impulso di proteggere e prolungare i piaceri. Troviamo
piacevole la fine del dolore. Volendo tradurre la brama del piacere in termini
interpersonali, occorre comprendere che cosa si intenda per piacere
interpersonale. Ed è essenziale identificare il dolore interpersonale dominante
che vogliamo evitare. Una volta compresi questi semplici fatti, diventa facile
vedere all’opera nelle nostre vite la brama del piacere. Intuire ciò apre la strada
alla cessazione delle brame e al sorgere di agio e compassione.
Il piacere interpersonale è l’insieme delle emozioni e sensazioni piacevoli che
nascono dal contatto interpersonale. Ritengo che possa essere d’aiuto
suddividerlo in due classi fondamentali: il piacere altruistico e quello egoistico.
Piacere egoistico: sono annoiato, e allora ti vengo a trovare perché so che ne
ricaverò un po’ di divertimento e potrò distrarmi; riguarda solo me. Piacere
altruistico: tu sei ferito e io provo gioia nel prendermi cura di te; entrano in gioco
la compassione e la generosità. In entrambi i casi sono presenti il senso del sé e
l’impulso ad agire. Esploreremo più a fondo il piacere altruistico quando
parleremo della cessazione delle brame. Cominciamo a occuparci del piacere
egoistico.
Il modo in cui opera il piacere egoistico è prevedibile: cerchiamo il contatto
per soddisfare le nostre brame di stimolazione piacevole. La stimolazione è
finalizzata a due scopi. Ci intrattiene e ci eccita, ci fa sentire vivi, briosi e non
annoiati. E oltre a ciò ci distrae dalla sofferenza causata dai desideri
insoddisfatti. Proprio come l’organismo fisiologico, anche quello sociale cerca la
stimolazione; ne sono testimoni le innumerevoli forme di intrattenimento
interpersonale, dai party alle chat on-line, dalle partite di calcio ai pettegolezzi in
ufficio.
Per capire perché il piacere egoistico interpersonale giochi un ruolo così
fondamentale nell’evitamento della sofferenza interpersonale è necessario
comprendere più chiaramente questa sofferenza. Il senso di tristezza della
solitudine è la manifestazione interpersonale della paura del vuoto, che a sua
volta è una manifestazione della paura della morte. Da questa sofferenza, e dalla
paura che ne abbiamo, siamo portati a sperimentare la gelosia, il tradimento e
molte forme di odio e rabbia. La solitudine si fonda sulla prospettiva della
separazione, e viene esacerbata dalle idee di differenza; affonda le radici nella
brama del piacere. La solitudine è fondamentale per l’esperienza umana,
l’isolamento no. Io sono isolato in questo corpo, tu in quell’altro – sono gli
universi-isola di Aldous Huxley.4 Anche se sperimentiamo una miriade di
interrelazioni emotive ed energetiche, ci sentiamo soli quando ci aggrappiamo
all’idea di un io isolato che risale all’infanzia e oltre, un io che in realtà viene
costruito e ricostruito momento per momento. La brama del piacere può ricevere
appagamento dal contatto con altri, ma quando questo termina la solitudine
torna, insieme con la tristezza. Ogni volta che bramiamo il piacere e il piacere
non viene soddisfatto, o la soddisfazione ha fine, nasce il dolore.
Quasi tutti si attivano per soddisfare le loro brame; di conseguenza gli umani
hanno creato un sistema interattivo che alterna stimolo e distrazione, in preda a
una sorta di frenesia. Questo solleticarsi a vicenda sta alla base di numerose
norme sociali. Le persone si ritrovano al pozzo o al distributore automatico
dell’acqua per via di quel solletico relazionale. Se ci sentiamo soli entrando in
una casa vuota, magari prendiamo il telefono e chiamiamo un amico, nel
tentativo di tenere la mente occupata e la paura del vuoto a distanza.
Anche incontrarsi in gruppi allargati, fonte ancora maggiore di stimoli, è un
modo di saturare gli spazi vuoti. Ricordo di averlo osservato in azione una sera
che mia moglie e io siamo andati a cena fuori con altre due coppie. Nel corso
della serata la conversazione ha spaziato dalle lamentele sulle nostre case ai
racconti sui colleghi di lavoro. Abbiamo toccato l’economia e il cinema, la
politica e Internet. Incontri di questo tipo si svolgono a più livelli. Certo,
stavamo esprimendo i nostri valori, dando voce alle nostre frustrazioni, ci
stavamo scambiando informazioni pratiche, e nel prestarci ascolto ci offrivamo a
vicenda una sorta di gentilezza disinteressata. Ma era innegabile che ci stavamo
anche intrattenendo a vicenda per amore di stimolazione e distrazione. Le battute
brillanti, gli aneddoti interessanti e gli sguardi d’intesa procuravano piccoli
brividi di piacere, uno dopo l’altro. Chiacchiere come modo per distrarsi, per
tamponare il dolore della solitudine. Non c’è nulla di immorale in tutto ciò, ma è
utile osservare l’impulso alla stimolazione, sapendo che sono possibili anche
relazioni basate su maggior agio, compassione e saggezza.
E poi è il turno del sesso, l’antenato del solletico relazionale, che si presume
essere l’apice della stimolazione. Il sesso è notoriamente una delle principali
forme di intrattenimento condiviso. È il luogo in cui si incontrano, con
straordinaria potenza, il piacere personale e quello interpersonale. Le brame del
corpo si incontrano con quelle del cuore e in un singolo atto possono trovare una
fuggevole estinzione. Il piacere personale è mosso dall’immenso potere delle
pulsioni ormonali di base. Il piacere interpersonale a sua volta si nutre
dell’ineguagliabile intimità fisica tra corpi che entrano in contatto diretto e
hanno rapporti. Sesso e amore ovviamente non coincidono per forza, e può
capitare che venga soddisfatta una nostra brama di piacere mentre un invito fatto
con vera attenzione e amorevolezza sia lasciato cadere. È questa la natura del
sesso come distrazione, dipendenza, soddisfazione di un impulso egoistico. Il più
delle volte l’unione, l’amorevolezza e la generosità sono tristemente assenti.
Cercando di comprendere queste brame, non ci interessano solo dolore e
felicità. Entrano in gioco anche gentilezza e disponibilità nei confronti degli
altri. Come mai? Se siamo «affamati», vediamo gli altri innanzi tutto come
nutrimento potenziale, e non per quello che sono in sé. Senza contare che
quando stiamo sperimentando piacere relazionale potremmo aver paura di
perderlo, e ciò ci spinge ad agire egoisticamente per proteggere ciò che è
«nostro». Non riuscendo a ottenere il piacere desiderato, proviamo sofferenza
seguita da rabbia. E solitamente reagiamo con aggressività quando i nostri
desideri vengono frustrati. Se qualcuno diventa più intimo di noi con la persona
con cui desideriamo stare, escludendoci, la gelosia e l’odio suscitati in noi
mettono in moto delle azioni. Se un gruppo etnico dominante ci impedisce di
realizzare i nostri sogni proviamo rancore nei confronti dei membri di quel
gruppo. Ci sentiamo feriti e arrabbiati tutte le volte che qualcuno, da cui
dipendiamo per il divertimento e la vita sociale, ci abbandona.
La brama che cerca di ottenere il piacere e di evitare la sofferenza
interpersonali costituisce la base della tristezza sottaciuta, della compulsione e di
crimini violenti. Ed è quella che perpetua i comportamenti abituali di consumo
che spingono a riempire il vuoto della solitudine con cibo, droghe, consumismo
e lavoro. La brama di piacere impregna le nostre vite di sentimenti di mancanza,
di insoddisfazione e di incompletezza. E tale brama, per sua natura, non potrà
mai essere soddisfatta in modo duraturo, ma solo appagata temporaneamente.

La prossima volta che vi viene voglia di contattare degli amici, osservate l’anticipazione del piacere.
Nell’interagire con loro, osservate se vi aggrappate alla stimolazione o se magari vi sentite al riparo dalla
solitudine. È naturale che accada, perciò siate gentili con voi stessi.

Se state vivendo una relazione difficile, osservate se ricorrete a strategie per placare la sofferenza
attraverso piaceri sensoriali come il cibo o l’alcool, o a intrattenimenti e svaghi, oppure cercando conforto
in un’altra relazione.

La brama di esistere e la paura di non esistere


Secondo gli insegnamenti del Buddha la seconda delle tre brame-radice è la
brama di essere, di esistere. Dal punto di vista personale, l’impulso alla
sopravvivenza del corpo causa la brama della sicurezza e una corrispondente
paura della morte. Volere la sopravvivenza psicologica causa una brama di
sicurezza dell’io e una paura esistenziale del vuoto. Alla radice si tratta della
brama di sperimentare la vita, di divenire, in ogni momento. La brama di esistere
interpersonale è la brama di essere visti. È il desiderio di esistere nello sguardo
degli altri e la paura dell’invisibilità. Stiamo parlando di sopravvivenza
relazionale. È il desiderio di riconoscimento dell’io, che vuole essere apprezzato,
considerato e amato. Ed è pure alla base della paura di perdere il riconoscimento
di cui beneficiamo oggi. Va dal: «Mamma, guardami!» del bambino che balla in
cucina, alla spavalderia del dittatore che si pavoneggia davanti allo sguardo
oppresso del suo popolo. È una brama che trae forza dalla paura che senza il
successo in ciò che facciamo non saremo visti, o meglio, non saremo degni di
essere visti. Il che equivale a non essere vivi.
Per comprendere appieno il potere della brama di essere visti e del relativo
timore dell’invisibilità è essenziale capirne la relazione con la paura primordiale
della morte e del vuoto esistenziale. Hanno una connessione profonda, che
include anche le brame e le paure condizionate psicologicamente che le
accompagnano. Una volta compreso ciò, sarà per noi più facile vivere il
momento con impegno e presenza; e giudicare con minore severità le ansie
sociali – nostre e altrui – che altrimenti tenderemmo a ritenere banali. Forse
riusciremmo anche a cogliere l’interrelazione tra la libertà psicologica e quella
spirituale.
Il desiderio di sopravvivenza emotiva inizia, semplicemente, con la
sopravvivenza fisica. Nella primissima infanzia dovevamo ricorre ad altri,
soprattutto a nostra madre, per poter sopravvivere fisicamente. Per un neonato
impotente l’abbandono equivale alla morte. La paura della morte è primordiale.
Non ottenere ciò che bramiamo – calore, contatto, latte – genera anche
sofferenza fisica. Da piccolissimi dipendiamo da un’altra persona non solo per la
soddisfazione sensoriale, ma per l’esistenza stessa. Ecco quindi intrecciarsi
strettamente la brama del piacere e quella della sopravvivenza. E in parallelo si
mescolano anche la sofferenza personale corporea e quella interpersonale che
deriva da bisogno e mancanza. Sui nostri corpi e sulle nostre menti si imprime
l’associazione tra attenzione ricevuta dagli altri e sopravvivenza. Nel corso della
vita, mosso dalla brama e dalla sua ombra, la paura, l’io si rivolge agli altri per
ottenere soddisfazione, conferma e sollievo dalle paure più fondamentali. Dal
timore della morte deriva quello del vuoto, che riempiamo con i rapporti con gli
altri. Iniziamo a temere il silenzio e la quiete come precursori di quel vuoto. Con
la maturità la sete di essere visti assume forme più sottili. Muove la convalida
inter pares ricercata dall’adolescente, e la convalida attraverso vita e lavoro
dell’adulto. Su di un piano più lieve include il repertorio di sguardi, abbracci,
strette di mano e frasi di cui facciamo largo uso per avvalorarci a vicenda
l’immagine di sé.
Attimo dopo attimo creiamo e ricreiamo il senso di un sé separato che sta alla
base della brama di essere. Se ci hanno insegnato a esibirci per essere amati,
allora continuiamo a esibirci. È il cammino del primo della classe e di chi fa di
tutto pur di piacere, il bravo bambino che non deve mai smettere di fare il bravo
per risultare gradito agli altri. Essere riconosciuti per i propri risultati diventa un
surrogato dell’essere amati. Si esiste solo se si viene lodati. È una vera e propria
questione di sopravvivenza. Le emozioni affermano: «Se non mi riconosci e non
apprezzi me (o il mio lavoro, il mio aspetto, la mia bontà e così via), io non
esisto». E tale prospettiva ha sapore di morte, ci terrorizza; faremmo qualunque
cosa pur di evitarla.
Mi viene in mente la mia infanzia. Nel tempo, l’accumularsi dei
condizionamenti psicologici ha dato corpo alla mia innata brama di essere. I miei
genitori mi amavano molto, ma la combinazione tra le loro difficoltà e
preoccupazioni e le tendenze condizionate che mi portavo dietro ha avuto come
risultato il fiorire rigoglioso della brama di essere che era costitutiva in me.
L’esigenza di essere visto era uno dei temi dominanti della mia vita e mi ha
accompagnato durante la crescita. Ecco perché cercavo di compiacere finendo
tutta la minestra e facendo ridere i compagni di quarta elementare con le mie
battute. Più avanti mi sono dedicato alla musica; ma ero sempre combattuto tra
la gioia della musica in sé e il forte desiderio di essere visto e di piacere agli altri
adoperandomi per intrattenerli e allietarli. Perlopiù mi esibivo per poter essere
visto. Anche dimostrarsi brillante e darsi da fare nel mondo era un modo di
esibirsi. Purtroppo la brama non aveva fine: per quanto facessi, non era mai
abbastanza. Se mi dedicavo alla scienza o alla musica, mi sentivo in dovere di
realizzare contributi significativi in quei campi. Quando insegnavo meditazione,
anelavo a essere rispettato. Ma tutto il successo del mondo non era in grado di
colmare la lacuna. Il riconoscimento non è amore. La brama non veniva saziata.
La verità è che la mia convinzione che nutrire desideri portasse felicità non
faceva che rafforzarli. Senza contare che continuare ad alimentarli contribuiva a
creare una sorta di mania di grandezza che si sovrapponeva alla mia sofferenza,
mascherandola. Ciò che ritenevo essere felicità – per esempio, la fitta d’orgoglio
che mi procuravano i complimenti ricevuti – era in realtà tensione. La brama era
alla radice della mia sofferenza.
Questa brama di essere può manifestarsi in una miriade di modi. Nel mio caso
ha assunto la forma dell’orgoglio, una delle tante possibilità. Un meditante ha
descritto l’insopprimibile e perdurante risentimento che gli procurava l’assenza
di riconoscimento. Quando si è reso conto che dietro queste sue problematiche si
celava la brama di essere, è riuscito a rilassarsi e a sperimentare una certa
liberazione. Riconoscere un impulso come questo spesso precede l’intuirne la
natura inessenziale. Le dinamiche in cui si esprime la brama interpersonale sono
più facili da mettere a fuoco nel contesto tranquillo e concentrato di un ritiro di
meditazione, ma sono all’opera anche negli scambi di tutti i giorni. Basterebbe
prestare attenzione ravvicinata durante una qualunque conversazione quotidiana
per vedere in atto questi processi.
Molti di noi fanno di tutto per fare sfoggio di intelligenza in una
conversazione. Non appena arriva un’idea intelligente ci identifichiamo con
essa. Pensiamo più o meno così: «Ecco un pensiero intelligente, ed è a me che è
venuto, alla gente piacerà, e di conseguenza anch’io piacerò a loro». Non
facciamo alcuna differenza tra il pensiero intelligente e una qualche immagine di
«me». Uno sguardo ravvicinato permette di percepire lo stress, lo squilibrio e
l’insoddisfazione che si nascondono dietro questo banale esempio di desiderio di
visibilità. L’abitudine condizionata ci fa cogliere qualunque occasione pur di
alimentare il senso di sé, che è sempre a caccia di nutrimento. La brama di
feedback positivi è talmente sviluppata da prevalere sulla decenza; può capitare
infatti che facciamo osservazioni critiche su qualcuno pur di strappare una risata
o di ottenere la nomea di persone intelligenti.
Ed è sempre la medesima urgenza di essere visti che ci fa inventare o
esagerare storie pur di essere ascoltati. Una donna di nome Della ha descritto un
episodio della sua infanzia: «Ricordo che la mamma mi chiedeva sempre: “Non
hai niente da raccontare?”, e allora io ho imparato a improvvisare una storia per
lei. Ho continuato a farlo per tutta la vita, e a nascondere le mie bugie anche a
me stessa». La brama di essere visti e di essere amati colora e pervade perfino
una situazione innocua, come quella della bambina che dice: «Mamma, ascolta
la mia storia». Anche la donna vestita alla moda, che attraverso il suo aspetto
dice: «Guardate il mio corpo, il mio viso, il mio buon gusto, la mia ricchezza», è
agita dalla sua brama di essere. L’industria della moda è fondata su questa
brama. Oppure pensiamo a un ragazzo che ama le auto veloci. Vi si identifica
completamente, quindi se l’auto è eccezionale anche lui sarà eccezionale. Il
piacere della guida veloce ha tratti sensuali, mentre essere al centro
dell’attenzione è un piacere emotivo interpersonale. Sia la seguace della moda
sia l’appassionato di auto sono mossi anche dalla paura di perdere la poca o tanta
attenzione che ottengono: «Sono bella oggi?», «Sarò ancora bella quando
diventerò vecchia?», «La mia auto è al sicuro dai furti e dai danni?». Tutte
domande che si possono riassumere in: «Continuerò a essere visto, a esistere?».
È un comportamento elementare, ma con radici profonde.
Giorno dopo giorno, la brama di essere ci affligge con migliaia di
interrogativi e preoccupazioni. Non smettiamo mai di chiederci, in un modo o
nell’altro: «Esisterò agli occhi degli altri?». Sviluppiamo antenne per captare le
lodi. Ci chiediamo: «Quello che ho detto era davvero opportuno e penetrante?»,
«Le persone hanno apprezzato il mio contributo?». Proviamo disappunto, se non
rabbia, per un feedback che non arriva, specie se voluto e atteso. Giungiamo ad
abbatterci o addirittura a smettere un’attività di volontariato o a rinunciare a
mettercela tutta a scuola o al lavoro se non ne ricaviamo l’amore tanto agognato.
Ogni attività intrapresa con attaccamento al riconoscimento e al risultato poggia
su fondamenta che vacillano. Veniamo sospinti da una brama che coglie ogni
opportunità per manifestarsi. Ecco che le domande che ci poniamo acquistano
una sfumatura più amara: «Mi si ammira, mi si ascolta?», «Mi disprezzano, mi
ignorano?».
La brama di essere visti si insinua anche nelle relazioni in cui siamo amati e
onorati, trasformandosi in una delle fonti di attrito più diffuse nelle famiglie. A
volte assume le vesti dell’insistenza con cui pretendiamo la determinata forma di
attenzione che abbiamo imparato a esigere o a preferire; e capita che resistiamo
all’amore che ci viene offerto davvero, o addirittura lo rifiutiamo, solo perché
arriva in una forma diversa. Una mediatrice ha descritto come ha rifiutato
l’attenzione affettuosa e gentile del suo partner solo perché si era dimenticato del
suo compleanno. Ha fatto di tutto per sentirsi infelice e sola, nonostante la
presenza amorevole di lui.
È incredibile fino a che punto le brame permeino e orientino le nostre
percezioni, oscurando ciò che è buono. Dalle sottili tensioni delle relazioni
amorose al narcisismo rabbioso della celebrità finita male, la brama di essere
visti non smette di tormentarci. Ci facciamo intrappolare da preoccupazioni
egoiche, isolandoci; il modo in cui ci mettiamo in contatto con gli altri, in cerca
d’amore, non fa che ricordare la vecchia battuta: «Ora basta parlare di me,
parliamo un po’ di te. Che ne pensi di me?».

Osservate in che modo decidete quando contribuire a una conversazione. Come vi sentite se dite qualcosa
e nessuno reagisce? Il desiderio di essere visti influisce sul modo in cui vi mostrate presenti nei confronti
degli altri?

Investigate l’energia che muove in voi la spinta a realizzarvi nel mondo e alle cose materiali che avete
accumulato nel tempo. La brama fa parte della motivazione? Osservate la presenza di stress in relazione
ai risultati conseguiti? Paura della perdita o del fallimento?
Osservate i modi in cui la gente attira l’attenzione su di sé – l’abbigliamento, le battute, i successi – e
contemplate la brama di essere. Quali sono le strategie che usate di più per ottenere attenzione?
Considerate che tutto ciò ha origini antiche, e lasciate che nel vostro cuore si faccia strada la
compassione.

La brama di evitare di essere e la paura di essere visti


La brama di ciò che il Buddha chiamava «non essere» è la spinta a evadere. È
il desiderio di chiamarsi fuori da una certa situazione, di rigettarla, o, come
scrive l’insegnante buddhista Ajahn Sumedho, di liberarsene. Equivale
fondamentalmente a tenersi alla larga dal dolore della vita. Così come il
desiderio e l’avversione sono binari, mutuamente esclusivi, lo zero e l’uno della
reazione alle sensazioni, le brame di essere e di non essere sono gli impulsi di
base, quasi primordiali, dell’io. Quando le cose vanno bene, vogliamo «essere»
in una data situazione; l’io vuole che il suo incessante divenire vada avanti.
Quando vanno male, vogliamo scappare; l’io non vuole esistere così. La brama
interpersonale di essere equivale al desiderio di essere visti, così come la brama
interpersonale di non essere è il desiderio di non essere visti, di essere invisibili,
di fuggire, di sottrarsi al contatto interpersonale e al potenziale di sofferenza che
contiene. Un’altra forma della brama di fuggire è la paura di perdere la sicurezza
di cui godiamo nel presente.
Se il suicidio è l’autosoppressione del corpo, il suicidio sociale è la
distruzione dell’esistere nel mondo sociale, quello dei contatti interpersonali.
Nella brama di fuggire si nasconde la paura di esporsi, che si manifesta con
tensione e dolore. Funziona così anche la diffusissima paura di parlare in
pubblico. Può capitare di sperimentare tensione, costrizione, una sorta di paralisi,
una condizione realmente drammatica per chi la vive, ma sproporzionata rispetto
alla situazione e al rischio che comporta. La tensione è alimentata da pensieri,
giudizi interni, immagini e congetture: ci separa dalla disponibilità e dall’energia
altrui. L’espressione più comune della brama di invisibilità è forse la paura
dell’intimità. Esistono parti di noi che assolutamente non vogliamo rivelare. È
l’esposizione che temiamo, l’esistenza svelata.
La mancanza di autoaccettazione che proiettiamo all’esterno in forma di
paura di essere rifiutati ci porta a ritrarci dal contatto con gli altri. Sebbene anche
la brama di essere visti si basi su un sentimento di mancanza, il sentirsi
inadeguati è la manifestazione più diretta di quella che Tara Brach chiama «la
trance dell’inadeguatezza».5 Essendo inadeguato, non voglio essere visto, o che
si scopra la mia indegnità, e di conseguenza mi si respinga. Il rifiuto è una sorta
di morte interpersonale. E allora mi ritraggo, mi nascondo, per non farmi
scoprire da te. In questi momenti il senso di sé è molto forte. Mentre praticava
l’Insight Dialogue, una meditante ha avuto modo di vedere in diretta i pensieri e
le immagini alimentati da questa tensione, quando nel corso di un dialogo si è
detta: «Non ce la faccio. Non sono adatta. C’è qualcosa di fondamentalmente
sbagliato in me che non si può correggere». È arrivata addirittura a rimproverarsi
di aver provato ansia e agitazione a un ritiro di meditazione: circostanza in cui
riteneva fosse obbligatorio sentirsi in pace e tranquilli. Nel momento in cui ci
autodenigriamo siamo insieme vittime e carnefici. Ogni autocritica equivale a
una freccia che trafigge il cuore. La voce interiore dell’inadeguatezza ci
costringe alla resa; ci ritraiamo incapaci di dare e ricevere l’amore che ci
renderebbe liberi. La brama di non essere ci impedisce di accedere alla medicina
più necessaria per il cuore: l’accettazione piena del presente. È come trovarsi
sotto un acquazzone nel deserto, e morire di sete guardando l’acqua che
scompare nella sabbia. Tutto ciò che ci serve è aprire le mani per ricevere
l’amore che vorremmo disperatamente.
Troppo spesso preferiamo il dolore noto alla gioia ignota. Con le parole di un
altro meditante: «Ho tantissima paura dell’invisibilità, ma quando la gente mi
chiede di venirne fuori finisco sempre per sceglierne la rassicurante familiarità».
La paura di essere respinti fornisce i progetti architettonici che usiamo per
costruirci complesse prigioni personali. Da bambini veniamo feriti in tanti modi.
Spesso non siamo amati per quello che siamo. Subiamo abusi: emotivi, sessuali e
fisici. Genitori privi delle risorse emotive necessarie per amarci, assorbiti da
preoccupazioni personali, ci abbandonano, ci tradiscono. Se siamo donne,
trasformate in oggetti di desiderio, veniamo paragonate a modelle idealizzate e
ritoccate con photoshop. Oppure veniamo oltraggiate e disprezzate, addirittura
violentate. Se siamo uomini, ci si aspetta che reprimiamo le emozioni e che
recitiamo la parte dei duri tutti d’un pezzo. Ci mettono a confronto con
palestrati, con chi la sa lunga, con imprenditori di successo, e non siamo mai
all’altezza. Siamo assediati da pubblicità di trucchi, vestiti e automobili,
all’insegna del miglioramento perpetuo. Innumerevoli messaggi, di datori di
lavoro, genitori, media, strombazzano: «Così non va. Dovresti essere migliore».
Imbarazzo, vergogna e mancanza di fiducia in se stessi sono alcune delle piante
spinose che allignano in questo terreno.
Se ci arriva costantemente il messaggio che siamo inadeguati, si svilupperà
sempre di più l’impulso latente e condizionato dell’io di fuggire. Ci sentiamo
insicuri e ansiosi, ma essendo repressa la fonte della nostra sofferenza, può
essere che non sappiamo neppure il perché di simili sentimenti di indegnità e
pericolo. Nel tentativo di sfuggire a ciò che è spiacevole facciamo cose per
«tenere la mente lontana dal dolore». Si va dal ritrarsi dal mondo come fuga
interiore a fughe esteriori come guardare la televisione, dormire, mangiare,
fantasticare, lavorare a oltranza, drogarsi, fino all’annebbiamento del non essere
presenti all’esperienza. Le fughe diventano forme di dipendenza che seducono in
un oblio rassicurante. Qui vediamo all’opera la connessione tra alcolismo o
tossicomania e odio di se stessi e senso di inadeguatezza. Basterebbe frequentare
uno dei tanti incontri degli Alcolisti Anonimi sparsi per il mondo per farsi
un’idea di tutta la gamma possibile di disprezzo per se stessi e desiderio di
evasione. È stato proprio nel corso di un ritiro di Insight Dialogue che una
meditante, la quale da vent’anni seguiva il metodo dei Dodici Passi, ha preso
coscienza del proprio ardente desiderio di fuga. Grazie alla delicata
consapevolezza della meditazione interpersonale, è riuscita a percepire con
chiarezza il sapore dolce che era giunta ad attribuire all’invisibilità, la sua
tendenza a «romanzare il nulla», e a «conferire fascino e mistero all’oblio». Noi
non abbiamo sempre chiaro quali siano le nostre fughe; possono assumere forme
rispettabili come ritirarsi in un bozzolo di pratica meditativa, nella protezione
offerta da rituali o credenze religiose, o nelle consolidate routine sociali che
consumano le nostre vite quotidiane. La fuga interpersonale può assumere
l’apparenza della semplice introversione e arrivare fino all’ansia sociale
conclamata. A volte fuggiamo indossando una maschera; un’immagine gregaria
può funzionare per coprire tutto ciò che vogliamo nascondere. Le possibilità
sono infinite.
Comprendere fino in fondo il modo in cui vengono fabbricate le sensazioni di
inadeguatezza può essere di grande beneficio. Innanzi tutto si ha il contatto
sensoriale con il mondo: vediamo, udiamo, tocchiamo o ricordiamo un’altra
persona. La scissione tra soggetto e oggetto ha luogo istantaneamente:
sperimentiamo «io» e «loro». Successivamente sorge la visione, profondamente
condizionata, della separatezza e della differenza. Ci sentiamo impauriti, non al
sicuro. Aderendo a tale visione, ci paragoniamo agli altri; inevitabilmente ne
usciamo o al di sopra – e proviamo tensione perché cerchiamo di essere
riconosciuti per la nostra superiorità, timorosi di perdere il riconoscimento –
oppure al di sotto, e tesi, per paura di quella forma di morte sociale che è il
rifiuto. Sensazioni che vengono costruite daccapo in ogni momento. Non sono
entità permanenti, ma incessantemente ricostruite. Ecco il punto cruciale. Una
volta che i pensieri: «Sono inferiore», «Sono inadeguato» vengono costruiti
come immagini mentali e sensazioni percepite nel corpo, ci attacchiamo a esse e
crediamo a esse come fossero stabili, permanenti. Non ci accorgiamo che le
stiamo ricreando per tutto il tempo. Nel renderci conto di poter scegliere se
rinnovarle a ogni istante, oppure no, potremmo sentirci momentaneamente nudi
– privi delle protezioni a cui siamo abituati –, ma ritroviamo anche padronanza,
presenza a noi stessi e agli altri nel momento. Solo allora non staremo più
scappando dall’essere.

Fate caso alle situazioni in cui siete soliti fare confronti tra voi e altre persone, e cominciate a osservarle
con curiosità benevola. Osservate qualunque effetto abbia il paragone sulla vostra consapevolezza o sulla
vostra capacità di essere presente agli altri.

Pensate a una persona di vostra conoscenza che sia timida o che si ritragga dal contatto interpersonale
ravvicinato. E riconoscendo questa antica brama, lasciate sorgere la compassione.

Osservate le vostre sensazioni quando vi capita di ritornare a qualche forma di privacy – quando chiudete
la porta della stanza o dell’ufficio, o risalite in macchina dopo il lavoro, o salutate i bambini che vanno a
scuola. Provate un senso di sollievo per esservi sottratti? Ascoltate con cura queste sensazioni, ma senza
giudicarle, e vedete se vi riesce di mettere a fuoco a che cosa sentite di esservi sottratti.

Le brame mescolate tra di loro


Le tre brame non esistono isolate; come gli elementi chimici, si trovano quasi
sempre in composti. Si mescolano, alternandosi e alimentandosi a vicenda. La
brama del piacere, accompagnata dalla relativa paura del dolore, è a fondamento
delle altre due – di essere e di non essere. Che l’oggetto della nostra brama sia il
piacere, o l’essere visti, o lo sfuggire alla vista altrui, sono le sensazioni
piacevoli che stiamo desiderando ardentemente. Un bambino di quarta
elementare fa una battuta di fronte alla classe perché essere visto è piacevole; un
altro rinuncia a intervenire perché evitare lo sguardo dei compagni di classe lo fa
sentire più al sicuro – anche questo è piacevole. Si tratta di una felicità relativa e
condita di tensione, ma spesso è l’unica forma di felicità che conosciamo.
Facciamo del nostro meglio per soddisfare i nostri desideri.
E proprio come le tre brame interpersonali non esistono isolate le une dalle
altre, non esistono neppure isolate dalle brame personali e fisiche. La
connessione tra solitudine e cibo è risaputa. Un partecipante a un ritiro ha
riportato di non essersi mai sentito affamato nel corso del ritiro, ma che la
sensazione della fame era ricomparsa mentre guidava sulla via del ritorno a casa.
Acquietate dalla pratica interpersonale, le sue brame fisiche e relazionali erano
diminuite insieme, per poi ripresentarsi, sempre insieme. La brama del piacere
sessuale si intreccia con quella del piacere interpersonale, e solitamente anche
con quella di essere visti. La brama del piacere fisico di alcool o droghe viene
spesso associata, alle feste o negli eventi sportivi, con il forte desiderio di
stimolazione e piacere interpersonale. Il piacere che deriva dalle sostanze
intossicanti è strettamente collegato anche con la brama di sfuggire alla
sofferenza personale e interpersonale: «Bevo per dimenticare i miei problemi».
Con l’accrescersi del bisogno di sfuggire al dolore aumenta anche il desiderio
basico di non essere.
A volte le brame di essere visti e di sfuggire si alternano rapidamente. Una
meditante ha scritto così dell’esperienza fatta a un ritiro di Insight Dialogue:
«Sulle prime era come se dicessi: “Guardatemi! Guardatemi!”. Ma poi, quando
le persone effettivamente mi guardavano, mi veniva da dire: “Va bene, basta
così. Smettetela di guardarmi!”. Volevo il riconoscimento, anche se poi mi
faceva paura». La brama di essere vista e quella di scomparire andavano e
venivano in lei come le oscillazioni di un’altalena. Un’esperienza analoga a
quella di un’altra meditante, che a un ritiro in Svizzera ha vissuto una sorta di
crisi esistenziale a ogni passo di una meditazione camminata: «Passo dopo passo
oscillavo tra la brama di essere e quella di non essere». Essendo una praticante
avanzata, la concentrazione e la consapevolezza che aveva affinato nel tempo le
hanno permesso di discernere con chiarezza che alla base del suo esistere nella
società c’era una crisi esistenziale. Per fortuna la consapevolezza affinata l’ha
aiutata anche a portare presenza e accettazione a queste brame antitetiche.
L’ardente desiderio di essere e di non essere possono anche alternarsi meno
velocemente, a volte in modi assai ordinari. La loro ascesa e caduta
contribuiscono a generare molti drammi, grandi e piccoli. Un partecipante a un
ritiro si è sentito ingiustamente giudicato e svalutato dalla critica di un altro e ha
continuato a sedere nel gruppo di meditanti sentendosi inadeguato e senza
valore. Quell’osservazione critica era diventata per lui quasi il punto focale
dell’intero ritiro. «All’inizio del ritiro il mio io non aveva fatto che espandersi –
ha scritto. – Ma poi si era come rimpicciolito, ritraendosi».
Sono tutte brame che ciascuno sperimenta; in effetti è come se dominassero le
nostre vite condizionate. E fanno diminuire la disponibilità reciproca. La brama
di essere visti si protende a caccia di riconoscimento. La persona che si muove in
base a tale brama è ossessionata dall’irrefrenabile desiderio dell’io di essere
ammirato e convalidato e di conseguenza non è disponibile per gli altri. La
brama di fuggire porta a ritrarsi internamente, e la persona che si muove in base
a tale brama, essendo ossessionata dal bisogno di difendere e proteggere l’io, è
troppo occupata a nascondersi per poter offrire disponibilità agli altri. Da
entrambe le brame derivano autocentratura e autoassorbimento, caratteristiche
che rendono le persone incapaci di essere presenti alla sofferenza altrui e
impossibilitate a dare o ricevere amore. Alla base c’è il senso di indegnità, e in
ambedue i casi l’esito è l’isolamento. Alla base delle brame di essere visti e di
nascondersi si trova la fondamentale brama di ottenere piacere ed evitare il
dolore. Tutte poggiano sul senso dell’io; sono il nucleo intorno al quale l’io
prende forma. E tutte oscurano il potenziale naturale di gioia e compassione che
è in noi.

L’energia che muove avidità, avversione e illusione


Le brame muovono la mente-cuore, maree dalla forza immensa ed
elementare. I pensieri e le azioni che si sviluppano montano da queste maree
come grandi ondate. A un dato momento, una brama può rendere la mente
incline ad attirare a sé ciò che vuole e a generare attaccamento a ciò di cui si è
già appropriata. In generale sono i contatti piacevoli a stimolare il processo. In
un altro momento, la mente può essere incline ad allontanare qualunque cosa
l’abbia toccata. E questo perlopiù accade con i contatti spiacevoli. Quando
invece un contatto non è né piacevole né spiacevole la mente lo ignora, in una
sorta di opaca indifferenza. Queste tre tendenze – attirare a sé, respingere e
ignorare – sono come il laboratorio di un fabbro in cui momento dopo momento
viene forgiata la sofferenza.
In tutti i suoi insegnamenti il Buddha si riferisce a queste tre tendenze usando
un suo linguaggio specifico: lobha, dosa, e moha, ossia qualità che
«impregnano», «colorano», influenzano l’intero stato della mente e che
solitamente vengono tradotte con «avidità», «avversione» e «illusione».

Che cosa ne pensi, Kalamas? Quando avidità, avversione e illusione sorgono in una persona, ne conseguono
benessere o danno?6

Non si tratta di qualità casuali. Al contrario, l’attirare a sé, il respingere e


l’ignorare annebbiato sono le radici fondamentali del pensiero, tanto quanto il
più, il meno e lo zero in matematica. Gli opposti corrispondenti – le radici
salutari – sono non-avidità, non-avversione e non-illusione. A seconda delle
radici, i pensieri avranno qualità specifiche e risultati prevedibili. Se la radice è
non salutare i pensieri e le azioni che ne derivano porteranno sofferenza.
La mente di lobha, che attira a sé, fiorisce poi nell’avidità e nella lussuria.
Può sorgere dalla brama del piacere. Vogliamo sapori piacevoli, sorge un
pensiero avido e afferriamo una tavoletta di cioccolata; vogliamo la carezza
piacevole, sorge un pensiero lussurioso e andiamo alla ricerca della persona che
potrebbe darcela. Abbiamo voglia di stimoli sociali, sorgono pensieri che creano
strategie per appagare questo desiderio, e allora telefoniamo a un amico oppure
cerchiamo di farci invitare a una certa festa. La mente-scimmia è all’opera. Sono
pensieri radicati nell’attirare a sé e nel trattenere; sono come le assi di una
staccionata che, tutte insieme, ci imprigionano.
La brama di essere, assieme alla paura di non essere a essa associata, può far
nascere l’avidità interpersonale. Il bisogno di essere visti porta spesso ad
architettare strategie per essere visti. Magari siamo avidi di notorietà, e facciamo
di tutto per ottenerla. Anche il minimo pensiero di una mente così orientata è
pervaso dalla qualità dell’attirare a sé e del trattenere la visibilità tanto
desiderata. Una mente simile accumula avidamente alternative sociali – amici,
conoscenze, appartenenze varie, argomenti di conversazione, battute,
chiacchiericcio sportivo o mondano – e le utilizza per conquistare preminenza. È
capace di sottigliezze notevoli, e la ricerca di visibilità può mescolarsi
sapientemente a interessi intellettuali o altruistici genuini. Tuttavia la tensione
dell’avidità genera comunque sofferenza.
La brama di non essere genera avidità quando attiriamo a noi le distrazioni e
le dipendenze che ci fanno da nascondiglio. Le strategie possono variare, a
seconda del tipo di nascondiglio. In un certo momento può trattarsi di avidità per
l’alcool, in un altro per un capanno isolato. In un altro ancora i nostri pensieri
possono essere ossessionati dall’attirare a noi e trattenere la persona con cui
condividiamo una relazione sicura e di reciproca dipendenza.
Ogni brama alimenta facilmente anche pensieri carichi di avversione. La
brama del piacere porta con sé l’impulso a evitare il dolore e a conservare le
nostre fonti di piacere; quando qualcuno interferisce sorge «avversione» (dosa
in pali). Per esempio, se qualcuno cerca di mettersi tra noi e il nostro partner,
potremmo provare rabbia, e diffondere pettegolezzi malevoli su quella persona.
Nel momento in cui le pronunciamo, le parole rabbiose si radicano
nell’avversione, anche se nei momenti immediatamente precedenti a muoverci
era invece il desiderio di generare piacere al nostro consorte. Oppure potremmo
provare odio per chi ci ha causato dolore colpendoci o rubando ciò che ci
appartiene. Insieme con la rabbia proviamo anche sofferenza. Se ricambiamo
con la violenza, intensifichiamo il nostro dolore e trasmettiamo sofferenza anche
ad altri. Sono forme di avversione che poggiano sulla sottostante brama del
piacere.
Anche la brama di essere può suscitare avversione. Se facciamo progetti per
essere visti e qualcuno interferisce con i nostri piani, è probabile che sorga
avversione. Se mentre mi accingo a trasmettere delle buone notizie al mio capo,
un collega mi precede, la mia brama di riconoscimento verrà frustrata e l’energia
della frustrazione mi farà accendere di rabbia. O forse vengo ignorato, se non
addirittura umiliato pubblicamente, a causa del colore della mia pelle o della mia
fede religiosa. Ciò ravviva l’antica frustrazione del mio bisogno di esistere, e
sorge avversione. Nella mente cominciano a proliferare e a divenire ciclici i
pensieri radicati nell’avversione, e sorge una rabbia esplosiva. A seconda del
mio condizionamento e delle circostanze esterne, la natura della reazione di
avversione sarà grossolana o sottile – anche se l’avversione appena accennata e
l’odio conclamato condividono la stessa radice e conducono entrambi
inequivocabilmente alla sofferenza.
La brama di non essere, di fuggire, è chiaramente terreno fertile per il sorgere
dell’avversione. Se quello che vogliamo è l’apparente sicurezza dell’invisibilità,
proviamo repulsione, se non rabbia, per chi ci vede; chiunque penetri nel nostro
nascondiglio ci sembrerà degno di avversione. Spesso pensieri che hanno radici
nell’avversione producono parole piene di rabbia. Un giovane uomo vuole
restare nascosto nella sua rabbia o vergogna, mentre la sua ragazza, alla ricerca
dell’intimità, cerca di farlo uscire allo scoperto. Lui le risponde male. La stessa
brama di fuggire potrebbe radicarsi nell’avversione nei confronti delle persone o
della società in generale. Potremmo cercare l’ottundimento attraverso le droghe;
non appena qualcuno interferisce con la nostra strategia tossica sorge avversione.
Potremmo aver confezionato un contenitore sicuro, a scuola o al lavoro – un
modo per nasconderci, per rinchiuderci, per essere invisibili. Quando siamo
obbligati a parlare di fronte alla classe o a un incontro di lavoro, il nostro mondo
va in pezzi e sorge avversione.
La qualità relativa all’«illusione» (moha in pali) è piuttosto diversa
dall’attirare a sé e dall’avversione. Non viene stimolata o nutrita in modo
altrettanto diretto dalle brame sottostanti: esse invece sostengono indirettamente
la radice dell’illusione e i pensieri che da essa originano. Per esempio, se siamo
alla ricerca di un partner attraente, resteremo del tutto indifferenti di fronte a
chiunque non ci sembri affascinante o che non abbia l’età o il genere sessuale
giusto per noi. Se cerchiamo di fare colpo su chi ha potere, non contempliamo
neppure di praticare persone di poco conto. Chi non appaga o serve le nostre
brame è come non esistesse; per loro non ci siamo. In assenza di qualcuno o
qualcosa che stimoli la reazione dell’attirare a sé o del respingere, ci si
aspetterebbe che sorgesse la pace. Ma le brame sottostanti sono ancora e sempre
all’opera. La pressione della marea continua. Nel momento del contatto
interpersonale, la mente, anziché rimanersene in pace, resta tesa e insieme opaca
e indifferente. I pensieri generati dall’ignoranza sono automatici e privi di
chiarezza, mossi dalle oscillazioni di antichi desideri e paure. Parole e azioni
prodotti dalla mente dell’illusione perpetuano vecchi schemi di torpore. La
sofferenza permane.
Tutte le volte che siamo in contatto con gli altri, o anche solo quando
pensiamo a loro, nelle nostre vite di relazione potrebbero essere all’opera
avidità, avversione e illusione. Attiriamo le persone a noi, le respingiamo, e
ignoriamo chi non ci offre stimoli o non risponde alle nostre esigenze. Non ci
comportiamo in modo sostanzialmente diverso di quando a essere attirati,
respinti o ignorati sono invece oggetti inanimati. Un istante la mente prova
attrazione, subito dopo repulsione, mentre sullo sfondo le brame sottostanti
manovrano e controllano i nostri cuori.
Tutta questa attività disorienta e ferisce la mente; l’illusione non fa che
nutrire il caos e l’abuso. Così come le vaste forze del mare e dell’aria alimentano
gli uragani e i tornado, allo stesso modo questi movimenti della mente vengono
alimentati dai sistemi meteorologici delle brame fondamentali. L’agitazione e
l’insoddisfazione destabilizzano le nostre vite. Alla ricerca di sollievo, possiamo
trovare beneficio a breve termine affrontando direttamente le manifestazioni più
ovvie di avidità o di lussuria, di odio o di illusione ottenebrata. Possiamo
cambiare i comportamenti, prestare attenzione alla mente o modificare
l’ambiente che ci circonda. Tuttavia un cambiamento davvero fondamentale
potrà verificarsi solo volgendoci direttamente alla brama sottostante, la fonte di
energia che muove tutte queste radici, pensieri e azioni.
Come un chirurgo che si accinga a operare al cervello o un negoziatore di
pace che dialoghi con tutte le parti coinvolte in un conflitto, abbiamo esaminato
con cura la natura del problema. Siamo pronti a chiederci: è proprio necessario
che vada così? È possibile che queste brame, insieme con l’avidità, l’avversione
e l’illusione che diffondono, diminuiscano o perfino si arrestino? Abbiamo già
visto qualche accenno incoraggiante in questa direzione: non soffriamo tutto il
tempo; le brame non sono sempre presenti; anche in loro presenza, si possono
osservare amore e compassione. Le osservazioni accurate che abbiamo fatto
creano le premesse per qualche ottima notizia.

Che cosa fate per ottenere lodi, per piacere agli altri, o per ricevere riconoscimento?

Che cosa vi fa arrabbiare? Quali connessioni potete notare tra le vostre brame e il sorgere della rabbia?

Vi è capitato di recente di ritrovarvi in un gruppo allargato? Chi ha catturato la vostra attenzione?


Considerate chi tendevate a non notare, e perché.
6. La Terza Nobile Verità: la cessazione

La cessazione graduale

Le brame causano dolore, perciò è normale che con il diminuire delle prime si
riduca anche il secondo. Nel suo primissimo discorso il Buddha insegnò:

E qual è la nobile verità della cessazione della sofferenza? È l’affievolirsi e la cessazione senza residui,
l’abbandono, la rinuncia, la liberazione, il distacco da questa brama.1

Questa è un’affermazione molto forte. E considerando il fondamento


biologico e psicologico delle brame, è un insegnamento radicale indicare come
punto d’arrivo la cessazione assoluta e la liberazione. Ciononostante possiamo
notare come il Buddha parli anche dell’attenuazione graduale della brama, del
suo diminuire. È un insegnamento che ci è possibile connettere subito alla nostra
esperienza personale.
Come sarebbe vivere con meno brama? Come sarebbe vedere il mondo e
incontrare le altre persone, essendo liberi dal formicaio di ossessioni che ci
colonizzano i pensieri e ci congestionano le emozioni? Potrebbe essere più
semplice di come appare a prima vista. Non dobbiamo sforzarci di essere felici,
di coltivare la compassione, di abbracciare qualche credo religioso o di isolarci
dagli altri. Possiamo semplicemente parlare della quiete dopo la tempesta.
Solitamente non pensiamo tanto alla felicità come cessazione di qualcosa,
quanto piuttosto come accadere di cose positive o acquisizione di cose
desiderate. Tuttavia uno sguardo attento e riflessivo alle nostre vite rivela il
grado di tensione suscitato in noi da voglie, impulsi, richieste e desideri che ci
portiamo dietro. Ma fa anche vedere con chiarezza che quando la tensione cala,
non importa quando e come, ci sentiamo bene.
Di solito il parametro di riferimento della felicità è rappresentato dalla
soddisfazione temporanea delle nostre brame, oppure dalla diminuzione del
dolore nell’immediato, anche se in entrambi i casi l’appagamento non dura
molto. Le brame dei sensi lo rivelano con grande chiarezza. Se mangiamo un
pasto squisito, significa forse che la nostra fame sarà saziata per sempre e non
cercheremo più altri pasti squisiti? Ovviamente no. Anzi, ciò probabilmente farà
aumentare la nostra brama di sapori raffinati. Se desideriamo una casa grande o
vestiti eleganti, ottenere tali cose procurerà solo una felicità momentanea. La
cosa non cambia quando entrano in gioco le brame interpersonali; soddisfarle è
altrettanto effimero. Desiderio e paura lavorano insieme per destabilizzarci. Il
desiderio interpersonale del piacere ci spinge a cercare soddisfazione negli altri;
la paura interpersonale della solitudine ci segue passo passo. Se bramiamo di
ricevere attenzione, saremo felici quando le persone ci adulano per le nostre doti
o ridono delle nostre battute. E ben presto cercheremo ancora più attenzione, per
riempire il buco che non può essere colmato. Se bramiamo l’evasione, la felicità
assumerà l’apparenza di un anonimato totale, o almeno del suono rassicurante
della porta di casa che si chiude alle nostre spalle. Tutto inutile: la paura si
infilerà sotto la porta che dovrebbe proteggerci.
Qualunque soddisfazione della brama non può che essere temporanea e
precaria. Non fa nulla per porre termine ai bisogni che stanno al di sotto; e
quando la soddisfazione svanisce, la inseguiamo di nuovo, eternamente bramosi.
Andiamo alla ricerca di maggiore soddisfazione dei sensi, di più attenzione, di
più sicurezza – in un mondo in cui tutto è contingente. La cosa più triste non è
tanto che sono soddisfazioni transitorie: è che nel perseguirle o nell’aggrapparci
a esse siamo quasi sempre tesi. Questa condizione viene spacciata per felicità.
Che sapore potrebbe avere una forma più elevata di felicità? E orientare la
propria vita in direzione di una simile felicità sarebbe solo l’ennesima
espressione della brama?
L’aspetto centrale della dinamica della fine della sofferenza, così come
insegnò spesso Buddha, consiste nella cessazione graduale della brama.
Graduale si riferisce al progressivo e stabile trasformarsi della mente-cuore.
Ogni volta che lasciamo andare guadagniamo un momento di libertà che
condiziona il momento successivo: con l’aumento della frequenza dei momenti
pacifici i momenti di tensione e bramosia diminuiscono. Si possono avere anche
cambiamenti improvvisi, momenti di liberazione che non sono altro che
maturazione dei frutti del condizionamento. Tali cambiamenti vanno accolti
come doni, perché non siamo noi a farli accadere: noi creiamo soltanto le
condizioni.
Cessazione si riferisce all’attenuarsi delle qualità tossiche presenti nelle
nostre vite. Mi riferisco in modo particolare all’attenuarsi delle brame del
piacere, di essere e di non essere, e alla diminuzione delle radici non salutari di
avidità, avversione e illusione, che dalle brame vengono alimentate. Con la
cessazione diminuisce anche l’ignoranza circa la natura dell’identificazione e
dell’impermanenza. Col venire meno degli intossicanti migliora la qualità della
vita. Di questo processo fa parte la coltivazione di determinate qualità come la
chiara consapevolezza, la compassione, l’attenzione saggia e l’intuizione. Anche
se l’accento è posto soprattutto sul venire meno, sullo svanire, a restare sono
l’agio, la bontà, la saggezza e la gioia.
E squisita e stabile è la felicità che nasce dalla pace, quando le brame si
placano come un’ultima ondata che arretra sulla trasparente lucentezza del calmo
mare estivo. Nel momento della pace non c’è attaccamento e nemmeno tensione.
E neppure c’è attaccamento per la pace stessa. La mente è duttile, il cuore
ricettivo. Possiamo sperimentare un sacco di energia oppure incontrare
circostanze molto dinamiche e tuttavia, scoprendoci capaci e adattabili,
riusciamo a tenere a bada queste condizioni.
La pace che nasce dall’attenuarsi delle brame può essere personale e interiore.
Può anche includere apertura agli altri e senso di appartenenza; come vedremo,
si tratta di un’appartenenza non inquinata dal fuoco della brama o dal gelo
dell’indifferenza. È piuttosto compassione accompagnata da equanimità, e
contiene una grande gioia. Una volta sperimentata, una simile qualità di gioia,
ovvero felicità priva di tensione, sarà per noi come un faro quando ci
ritroveremo a nuotare nel mare del desiderio. Comprendiamo allora che una
gioia così semplice è a nostra disposizione tutte le volte che l’attaccamento viene
lasciato andare. Senza negare la verità umana di un corpo e di una mente che
hanno bisogni, restiamo anche aperti, vigili e disponibili all’incontro.

Pensate a un tempo in cui vi siete sentiti felici e in pace. Forse è accaduto nel corso di una passeggiata nel
parco, mentre sedevate in silenzio accanto a un amico, o verso la fine di una vacanza dal lavoro. Com’era
trovare gioia nell’agio anziché nella stimolazione? Quell’agio è disponibile in questo momento?

L’estinguersi delle tre brame


Ciascuna delle tre brame, del piacere, di essere e di non essere, reca una
particolare varietà di sofferenza. È per questo che, con l’attenuarsi di ciascuna
brama, notiamo come lo sciogliersi dei nodi comporti cambiamenti nelle
sensazioni emotive collegate. Tuttavia il dolore, che è parte integrante di tutte le
brame a cui ci aggrappiamo, le unifica nell’esperienza comune del soffrire. Di
conseguenza il loro graduale attenuarsi mostra numerose caratteristiche comuni,
a prescindere dalla brama in questione.
Ciascuna brama crea tensione; e l’attenuarsi delle brame implica sempre un
aumento dell’agio. Ciascuna brama ci separa dalle altre persone, perché ci porta
a considerare gli altri esseri per la soddisfazione che possono procurarci, anziché
per ciò che sono per se stessi. L’estinzione di qualsiasi brama ha come risultato
la riduzione dei sentimenti di separazione: ne risulta pertanto una maggiore
disponibilità nei confronti degli altri. Un senso di apertura fondato sulla nostra
umanità condivisa, che sfocia nell’integrazione e nella connessione reciproca.
Quando una brama si riduce, al suo posto aumenta la compassione. Questo
naturale emergere del bene è la dinamica essenziale che umanizza e fonda
l’intero processo del risveglio.
A ciascuna brama corrisponde una paura. Il desiderio del piacere ha come
ancella la paura del dolore, l’altra faccia della brama di essere visti è la paura
dell’invisibilità, e la brama di evadere si accompagna alla paura del
coinvolgimento e dell’intimità. Ma la radice di tutte queste paure è il terrore del
vuoto, la preoccupazione che il sé – personale o sociale – debba morire in un
gelido nulla. Questo terrore solitamente viene mantenuto al di sotto della
superficie della coscienza, e lo si può intravedere solo nelle manifestazioni di
superficie: l’evitare di restare da soli, la paura di essere criticati, il ritrarsi dalle
relazioni intime. In tutti e tre i casi, lo svanire di una brama implica anche lo
svanire della paura associata, e lo svanire di una paura porta con sé lo svanire
della brama connessa. Ciò accade perché brama e paura sono due facce della
stessa cosa. Quando la mente meditativa vede la paura-radice e la affronta con
accettazione, questa viene meno – e con essa si dissolvono anche tutte le brame.
Le relazioni smettono di essere alimentate da desiderio e disperazione. Il
tormento della vita famelica si allenta.
Minore tensione significa maggiore agio. Minore separazione significa
maggiore connessione e compassione. Minore paura significa che possiamo
partecipare alla vita in modo fluido e senza difese, più presenti alla nostra reale
esperienza, più disponibili reciprocamente. Il corpo si rilassa, la mente si calma,
dunque siamo spontaneamente felici. Una minore presenza di emozioni
fuorvianti e distraenti significa anche avere la mente più lucida, vedere il mondo
senza troppe distorsioni. La cessazione della brama prepara le condizioni per il
sorgere della saggezza.
L’attenuarsi di ciascuna brama si manifesta in cambiamenti che, anche se in
modi diversi, sono comuni. La brama del piacere interpersonale, come quella di
qualunque oggetto di piacere, rende la vita carica di tensione. L’attenuarsi della
frenetica ricerca di stimolazioni assomiglia alla sensazione che proviamo quando
smettono di farci il solletico. Ridevamo in modo teso, e il corpo era teso; ora può
rilassarsi. Anche la mente si rilassa, e smette di scrutare il paesaggio circostante
alla ricerca di delizie sociali e di persone con cui appagare le proprie voglie. Non
essendo più accecati da filtri selettivi, diventiamo disponibili di fronte al dolore
altrui e consci degli aspetti ordinari delle nostre e delle loro vite. Se non
cerchiamo a tutti i costi di essere intrattenuti possiamo accedere a nuove forme
di creatività sociale. Emergono nuovi modi di relazionarsi, fondati sulla serenità
e sulla presenza.
La brama del piacere si accompagna alla paura del dolore, della solitudine e
del rifiuto. Ciò aggiunge urgenza a una brama già di per sé spiacevole. Le
stimolazioni che perseguiamo disperatamente sono pari alla sottile atmosfera
terrestre che a malapena ci protegge da un universo freddo e vuoto. La
cessazione, in questo caso, sta nel lasciare andare questa disperata fuga dalla
solitudine. Col placarsi della tensione dell’attaccamento e il relativo pacificarsi
di corpo-mente, non è più l’assillante paura della solitudine e dell’assenza ad
alimentare le relazioni. Affiora la nostra grazia naturale.
La libertà dalla brama di essere visto contempla dinamiche simili, anche se
possiede qualità distintive proprie. Dalla fame d’amore nasce il bisogno
tormentoso di riconoscimento; con l’allentarsi di questa morsa le nostre vite non
sono più fondate sulle strategie per essere visti e ammirati. Che i nostri sforzi o
la nostra persona siano riconosciuti o meno, ci sentiamo a nostro agio con noi
stessi. L’energia che investivamo per assicurarci visibilità si rende disponibile
per altri scopi; e l’attenzione da noi prodigata ai bisogni dell’io può essere
liberamente offerta agli altri, in forma di riconoscimento e cura. Le persone
tenderanno allora a fidarsi di noi percependo la nostra presenza come
disinteressata, senza secondi fini. La nostra motivazione, a casa o al lavoro,
saranno la gioia e la bellezza di ciò che facciamo, anziché le gratificazioni
egoiche che potrebbe procurarci. Se eccelliamo nello sport o nella danza, sarà
perché li consideriamo vie d’accesso a una vita vissuta con piena presenza. La
bellezza, il talento, l’intelligenza, perfino la simpatia non rappresentano più meri
strumenti per ottenere attenzione o ammirazione, moneta di scambio con cui
acquisire rispetto. Si tratta di doni naturali del nostro essere, da condividere e di
cui gioire. Se rilasciamo la brama di essere visti – che è la forza che muove
l’insicurezza – saremo in pace con il guadagno e la perdita, con la lode e il
biasimo che sono parte integrante della vita interpersonale.
Il venir meno della paura di essere invisibile – l’altra faccia della brama di
essere visto – è essenzialmente il dissolversi della paura del vuoto. Prima
stavamo sempre all’erta in caso di pericoli per l’io, ora scopriamo di sentirci in
pace e saldamente fondati proprio lì dove siamo. Non abbiamo più l’ossessione
di rafforzare l’io, possiamo ammetterne la fragilità, o addirittura l’insostanzialità.
Ed essere umili in un modo che prima ci era precluso. Incontrare gli altri senza
giudizi e senza metterci al di sopra di nessuno. Le relazioni si sviluppano allora
in un contesto di autentica fratellanza, basate sul coraggio della libertà.
Se la brama di essere visti ha una sfumatura maniacale, la brama di
nascondersi è depressiva. I sentimenti di paura, inadeguatezza e indegnità ci
limitano, confinandoci nella strada stretta e sicura, sia socialmente sia
professionalmente. La brama di scomparire si accumula nel corpo caricandolo di
tensione, e ci sottrae energia e la voglia di mettere impegno nelle cose. Uscire
dalla paura interpersonale e sociale è come toglierci dalla testa una pesante
coperta di lana. L’impulso a scappare dalla vita, dalle persone, da noi stessi,
aveva ispirato un geniale assortimento di strategie difensive e un groviglio di vie
di fuga. Lo svanire di questa brama ci lascia liberi e leggeri. L’energia non viene
più risucchiata dallo stillicidio incessante dell’autocritica e il mondo prende vita.
La gamma sensoriale si espande fino a ritrovare la sua naturale capacità. L’acqua
canta sulle rocce, e la luce sulle colline non è più grigia e scialba, ma nitida e
radiosa.
Lo svanire della paura di essere visti ci rimette al mondo saldi e coraggiosi,
trasformando le nostre relazioni con le persone. Quando non siamo più
sopraffatti dal nostro abituale senso di inadeguatezza e dal desiderio di scappare
possiamo finalmente incontrare davvero le persone, guardandole in faccia.
Siamo visti, e ora a nostra volta vediamo gli altri più chiaramente. Siamo
disponibili nel dolore e nella gioia, presenti e capaci di offrire comprensione. Dal
momento che non teniamo più un piede fuori dalla porta pronti alla fuga,
diventiamo partecipi della vita e nelle relazioni portiamo stabilità e fiducia in noi
stessi. Ciò che abbiamo imparato dalla timidezza e dalla paura ci consente ora di
trattare con sensibilità chi è ancora timoroso e tremebondo. Mentre la paura di
essere visti ci spingeva a evadere con la televisione, il troppo lavoro, le droghe o
l’isolamento, il cessare della paura svela in noi un’innata energia sociale. Non
sperimentiamo l’impulso di esistere, ma piuttosto la volontà di esistere. Quando
tendiamo la mano non è con bramosia, ma nella pienezza vitale delle creature
sociali che siamo.
Lo svanire della brama, quale che sia, ci libera dalla stretta della paura. La
vita sociale diventa incontro compassionevole, anziché sforzo per ottenere
stimoli piacevoli, per difendere la nostra immagine o per evitare lo sguardo
altrui. I comportamenti imprevedibili o offensivi hanno meno ragione d’essere.
Gentilezza e cura si fanno avanti, non più camuffate. Torna la pace, affiora la
chiarezza e la felicità ci visita con frequenza. Finalmente scorgiamo alternative
allo stato angoscioso della tensione cronica. Non essendo più ossessionati dal
desiderio di piaceri, non più avidi di riconoscimento e non più riluttanti a
esistere, vediamo quietamente emergere la mente equilibrata della compassione
e della saggezza.

Riportate alla mente una volta che sentivate particolare tensione a causa di una brama interpersonale.
Provate la stessa tensione, mancanza, o paura anche adesso? Se non la provate, prendetevi qualche
momento per apprezzare l’agio che si accompagna all’assenza di brama.

Trascorrete del tempo con qualcuno con cui vi sentite bene. Non serve che riveliate nulla di particolare a
questa persona, ma notate come il vostro benessere emotivo si colleghi all’assenza della paura di esporsi.

Ridurre avidità, odio e illusione


L’affievolirsi di ciascuna delle tre brame accade in un unico modo, anche se
ne deriva una qualità condivisa di agio, chiarezza e compassione; ma la
dissoluzione di avidità, odio e illusione attiva nella mente-cuore potenzialità
ancora più nette. Se esaminiamo le parole utilizzate dal Buddha per descrivere
queste cause-radice e i loro opposti, sarà più facile comprendere il loro operare,
il loro affievolirsi, e la possibilità di una loro totale assenza.
Il Buddha usava il termine lobha per riferirsi alla radice che noi conosciamo
come avidità o cupidigia, e per la radice salutare corrispondente usava la parola
alobha. La a- è il prefisso privativo. Invece di riferirsi direttamente a una
qualità positiva il Buddha citava l’assenza della qualità negativa: perciò si
riferiva alla «non-avidità». Questa definizione in negativo è efficace, facile da
comprendere, e suscita meno fraintendimenti di una definizione in positivo. Ma
è anche importante per capire la nostra pratica. Significa che nella semplice
assenza di avidità – l’assenza di attrazione e di attaccamento – nella mente si
manifesteranno pensieri salutari. Se si dovesse cercare di determinare la propria
generosità mentale, per così dire, ci si potrebbe domandare: «Sono abbastanza
generoso?», oppure: «Sono generoso nel modo giusto?». Ma se invece nella
propria mente si riscontrasse in quel preciso momento semplicemente assenza di
avidità, sarà sufficiente. Il resto, il benefico manifestarsi dell’integrità, dipenderà
dalle circostanze.
Non-avidità non si riferisce alla fine permanente di tutti i pensieri di cupidigia
o lussuria. Si riferisce solo all’attività mentale del momento presente, ai pensieri
e alle emozioni che sorgono adesso. Le azioni che nascono naturalmente da
questa attività mentale saranno salutari e rifletteranno la qualità di non-avidità.
Ma la mente è incredibilmente veloce, e nel momento successivo potrebbero
arrivare pensieri che originano dall’avidità o dall’avversione.
Nel corso del tempo sono arrivato a comprendere questo momento di non-
avidità come un potenziale. La mente è del tutto libera dall’attrazione o
attaccamento per un qualsivoglia oggetto, o persona, possesso, informazione,
qualsiasi cosa. I pensieri saranno assolutamente liberi da intenzioni egoistiche.
Quando un simile campo di potenzialità viene toccato dal bisogno di un altro
essere umano, il potenziale di non-avidità si manifesta come forza attiva di
«generosità» (dana in pali). I pensieri e le azioni generose emergono
spontaneamente da una mente-cuore che è libera dalla radice dell’avidità.
Può essere facilmente dimostrato con un esperimento mentale. Cominciamo
pensando a un oggetto che suscita in noi cupidigia e possessività. Scegliamo
qualcosa a cui diamo valore, ma che non consideriamo indispensabile per la
nostra felicità. Immaginiamo ora una situazione in cui questo oggetto non ci
sarebbe di alcuna utilità, anzi sarebbe d’intralcio. Forse possiamo immaginare di
essere diretti in un monastero, o in una casa molto piccola, o in un’isola deserta
dove condurremo una vita felicemente semplice e senza fronzoli. A questo punto
nella nostra vita fa la sua comparsa qualcuno che ha realmente bisogno proprio
di quell’oggetto. Se dovessimo consegnarlo alla persona in questione, lei o lui
sarebbe più felice, più sicuro, più tranquillo, più incline a dare agli altri e cose
del genere. Glielo diamo? La nostra avidità, non dimentichiamolo, è stata
disinnescata dal mutare delle nostre circostanze. Il donare ora fluisce?
Ho fatto questa domanda a moltissime persone, e tranne che nei casi in cui
l’oggetto scelto in origine era troppo prezioso, la risposta universale è sempre
stata: «Sì, posso darlo con gioia alla persona che ne ha bisogno». Siamo di fronte
al principio attivo della generosità, che nasce spontaneamente nella potenzialità
generata dalla non-avidità. A mano a mano che la non-avidità acquista
compiutezza saremo in grado di offrire generosamente anche ciò che ci è caro.
Gli effetti interpersonali della non-avidità sono molto belli. Anche solo in
momenti di temporanea assenza del trarre a sé e dell’attaccamento, le relazioni
sono intrise di generosità, e non solo tra due persone, ma anche in famiglia e
nella comunità. Le persone sono più disposte a donare con facilità. Nella mente
della non-avidità non sorgono gelosia e invidia, e nemmeno i comportamenti
manipolativi. Le persone si danno reciprocamente la libertà di essere quello che
sono, non più condizionate da desideri egoistici. Con l’intensificarsi dei momenti
di non-avidità, l’agio e la gentilezza diventano la norma.
La «non-avversione», o adosa, è la radice salutare che corrisponde a dosa,
la radice dell’avversione o dell’odio. La mente che è libera da avversione genera,
in quel preciso momento, pensieri e azioni totalmente privi di rifiuto, di giudizio
negativo, di paura o del pur minimo accenno di antipatia. C’è una non-
avversione semplice e compiuta. Come per avidità e generosità, la definizione si
fonda sull’assenza della qualità negativa, e sulla presenza di qualità positive
quali la ricettività e la gentilezza; di nuovo, l’asciuttezza della definizione
protegge la nostra pratica da giudizi o travisamenti.
Una mente di non-avversione è in uno stato di grande potenzialità. La mente
completamente libera dall’avversione, quando viene toccata da un’altra mente,
fiorisce in accordo col principio della «gentilezza amorevole», o mettā. Per
meglio comprendere ciò, dobbiamo considerare la non-avversione totale:
l’assoluta assenza del respingere o allontanare alcunché. Non si tratta però di
uno stato permanente, piuttosto di un istante della mente, un frammento di tempo
da cui fiorisce il pensiero del momento attuale. In questo attimo nessuna
repulsione è all’opera. Questo è il luogo della grande potenzialità dell’amore, la
mente-cuore riceve tutti i fenomeni con accettazione incondizionata. Quando
qualcun altro tocca un campo simile, la gentilezza amorevole sboccia
spontaneamente. Non si tratta di gentilezza o di amore emotivo o sdolcinato. È la
semplice e spontanea risposta del cuore ricettivo.
La contemplazione che segue può rivelare come l’amore nasca
spontaneamente nell’assenza totale di avversione: per cominciare prendiamoci
tempo per considerare e coltivare la pura e profonda ricettività. Possiamo farci
aiutare da un oggetto specifico, come per esempio il tocco degli abiti sulla nostra
pelle, o forse un albero o un altro oggetto neutro. Nessun bisogno di concentrarsi
sulla gentilezza, solo, in questo momento preciso, l’assenza di qualsivoglia
resistenza a ricevere pienamente questo oggetto. Lasciamo che l’oggetto tocchi
in noi una consapevolezza priva di difese. Una volta familiarizzati con questo
passaggio, proviamo a pensare a qualcuno con cui abbiamo un rapporto
moderatamente piacevole. Possiamo lasciare che questa persona ci tocchi
pienamente il cuore e la consapevolezza senza che ci ritraiamo e senza
avversione, proprio come abbiamo fatto con l’albero? Se c’è paura dell’intimità,
vedremo ora la resistenza generata da tale paura, e ne conosceremo la specifica
qualità di avversione. Ma se ogni forma di rifiuto verrà incontrata con gentilezza
e accettazione, allora anche l’avversione si dissolverà. Ora forse possiamo notare
che quando qualcun altro tocca questo campo di accettazione totale e ricettività,
spontaneamente sorge gentilezza. È questa la natura della mente-cuore priva di
avversione: quando viene toccata, c’è amore. L’amore è la risposta istintiva del
cuore non carico di avversione. In altre parole, la consapevolezza è per sua
natura amorevole.
Quando in una relazione si verificano momenti di non-avversione, si
manifestano l’agio e la gentilezza amorevole. Anche nel caso in cui la persona
che incontriamo in quel momento sia stata un nemico, nel momento della non-
avversione l’odio e la repulsione non si manifesteranno. Nelle relazioni toccate
dalla non-avversione si riflettono gioia e armonia. C’è leggerezza, agio e
autenticità, senza la paura. Istanti di non-avversione e pensieri nati dalla
gentilezza amorevole si combinano in caratteristiche personali e comportamenti
armoniosi e premurosi.
La «non-illusione», o amoha, è la radice che cresce quando la mente è libera
dalle nebbie dell’indifferenza. Per facilitare la comprensione della non-illusione
ripensiamo alla natura dell’illusione. L’«illusione», o moha, sorge quando le
ondate di tensione causate dalle brame, pur non innescando reazioni di avidità o
odio nella mente, la imprigionano nell’ossessione e nella paura. Elementi di
illusione si ritrovano in tutti i momenti di avidità e avversione, in quanto la
confusione oscura l’oggetto della nostra mente distorta dall’attrarre o dal
respingere, e non conosciamo con chiarezza la cosa per come è realmente, né le
nostre reazioni a essa così come sono. Questa tensione ottenebrata ha come
effetto un’inerzia permeata di confusione e di non-attenzione. Le persone
vengono ignorate, parole e azioni vengono fraintese, le cose passano inosservate;
giungiamo a ignorare interi eventi, le nostre emozioni e la sottile trama
dell’esperienza. I pensieri che nascono dalla radice dell’illusione riflettono
l’assunzione di informazioni lacunose, la prevedibilità condizionata e la
vaghezza.
In assenza di indifferenza, ottusità e confusione, la mente è presente, con
semplicità, alle cose così come sono. Viene stabilito con chiarezza un campo in
cui gli oggetti sono quel che sono, le persone sono quel che sono, e i pensieri e le
azioni emergono dalla trasparenza. La mente del tutto libera dall’illusione è un
campo da cui sorge la qualità attiva della «saggezza», o paññā. La saggezza è
vedere le cose per quello che effettivamente sono nel momento presente. Col
presentarsi di molteplici momenti di non-illusione, l’esperienza assume il tono
della lucidità. Si discerne senza problemi la natura delle situazioni esterne, e si
conosce e si vede con chiarezza la natura della propria mente.
Per esplorare questo aspetto, proviamo a immaginare o ricordare un momento
in cui ci siamo sentiti rilassati ma vigili, sottilmente concentrati e sintonizzati
con i nostri pensieri e le nostre sensazioni, come pure con l’ambiente circostante.
Un tempo in cui ci siamo sentiti saldi e liberi dal desiderio e dalla paura. Forse
eravamo a contatto con la natura, oppure più semplicemente vigili e presenti con
un amico. Un momento in cui vediamo e ascoltiamo con insolita chiarezza.
Ciascuna sensazione, ciascuna parola, le frasi dell’amico, sono ricevute,
pienamente sperimentate, e lasciate andare. Nel momento di non-illusione
percepiamo nitidamente l’altro – persona, albero, qualsiasi cosa – e nella mente,
a partire da questa disponibilità e potenzialità, si attiva la qualità di saggezza.
Percepiamo chiaramente l’albero e la nostra relazione con esso e con la natura
tutta. Siamo consapevoli di ciò che costituisce l’umanità del nostro amico; è un
conoscere pieno, semplice e diretto.
La non-illusione interpersonale, e la sua emanazione attiva come saggezza
interpersonale, si manifesta nelle relazioni in forma di compassione, maestria e
perspicacia. In questo momento la mente è lucida e capace di discernere le
emozioni e le motivazioni proprie e altrui. Vediamo noi stessi, gli altri e la
situazione sociale in cui si trovano. Non ci perdiamo in concetti e costruzioni
mentali. Le azioni, espressioni e decisioni che scaturiscono in momenti come
questi tendono a essere premurose ma precise, amorevoli e prive di
attaccamento, incisive ancorché gentili, compiute e tuttavia semplici. A mano a
mano che sorgono altri istanti di non-illusione, insieme vanno a integrarsi in una
vita all’insegna del discernimento e danno luogo ad azioni e a discorsi di
coerente e perdurante saggezza. La mente-cuore riposa nella non-illusione con
una frequenza tale da trasformare la saggezza da circostanza temporanea, se non
accidentale, in una qualità che è parte integrante della nostra vita. Se condivisa
con gli altri, la saggezza interpersonale si manifesta come prudenza, tranquillità
e capacità di gettare luce sulle questioni da affrontare.
Non è difficile vedere come un minor numero di momenti di avidità,
avversione e illusione equivalgano a maggiori momenti di non-avidità, non-
avversione e non-illusione; e come ciò a sua volta produca maggiori momenti di
generosità, amore e saggezza. Ed è facile comprendere che una vita intessuta di
simili momenti sarà più felice; si verificherà minore sofferenza in noi e, con il
modificarsi dei nostri comportamenti, anche in chi ci sta accanto. La mente è
libera e luminosa. Inoltre è chiaro che una persona che abbia sviluppato simili
caratteristiche mostrerà di possedere molte delle qualità desiderabili associate
alla maturità emotiva e spirituale: carità, benevolenza, riguardo, solidarietà,
umiltà, rispetto, buon senso, equanimità, compostezza e presenza. Una persona
così non sta al mondo atteggiandosi, ma entra in relazione con calore e integrità,
non danneggia il mondo naturale, è portatrice di pace e tutti le stanno a cuore.

Quando vi imbattete in un atto di generosità, nato da una scelta vostra o altrui, prendetevi un momento per
riflettere sul non-trattenere e sull’assenza di avidità che lo permea. Osservate inoltre la serenità e la gioia.

Riflettete sui momenti di non-avversione che accadono nelle vostre relazioni intime. Notate le volte in cui
vi sentite a vostro agio: quando non respingete né trattenete. In quegli istanti è forse spontaneamente
presente la dolcezza?

Quando siete stati in una situazione di relazione in modo limpido e abile? Vi sentivate più o meno
energetici? Più o meno felici?

Ignoranza e libertà
Anche l’ignoranza va ad aggiungersi alle qualità della mente-cuore che
dobbiamo prendere in considerazione, se desideriamo comprendere la Terza
Nobile Verità. L’ignoranza è lo stato di opacità della mente che crede e si
identifica con le proprie fabbricazioni. Il Buddha insegnò che è proprio
l’ignoranza a generare costrutti come i ricordi, le idee, le emozioni, le tendenze
personali e gli stati d’animo, e che questi costrutti a loro volta generano l’io.
L’ignoranza è il non-conoscere, il non-discernere con cui abitiamo tali
proliferazioni, confondendole con la realtà. È ciò a cui il Buddha si riferiva come
«la nozione, la presunzione di io sono».2 L’ignoranza gioca un ruolo altrettanto
decisivo della brama nel perpetuare la sofferenza. Buddhaghoṣa, monaco e
pensatore buddhista vissuto milleseicento anni fa, disse:

Il dispiacere, il dolore, lo sconforto e la disperazione sono inseparabili dall’ignoranza, e per l’essere che si
illude la lamentazione è la norma. Ecco perché quando il dispiacere si manifesta pienamente, lo stesso fa
l’ignoranza.3

È chiaro dunque che l’affievolirsi dell’ignoranza porta con sé l’affievolirsi


della sofferenza. Come pure è chiaro che brama e ignoranza sono connesse. La
brama sostiene l’ignoranza. È una forza che ci rende tesi, sbilanciati e incerti; e
fa da carburante al processo di costruzione mentale. Con l’attenuarsi
dell’ignoranza ci rilassiamo, recuperiamo l’equilibrio e vediamo le cose per
quello che sono: diminuiscono le fabbricazioni. Alla base, l’ignoranza è
ignoranza della sofferenza, della sua causa, e della sua cessazione; l’ignoranza è
sottesa alla cecità che ci convince che sia possibile soddisfare durevolmente le
nostre bramosie, e alla credenza in un io che è ferito e che smania. In altre
parole, è l’ignoranza a sostenere la brama.
L’identificazione è figlia dell’ignoranza ed è fonte di pena, e il suo svanire è
un passo in direzione della libertà, come ho appreso nei giorni seguiti alla morte
della mia unica figlia, Ona. Aveva avuto una congestione; il dottore non si era
accorto delle caviglie gonfie e del colorito pallido. Era una bambina angelica, e
noi stessi ci eravamo accorti in ritardo della gravità del suo stato di apatia. Un
consulto con un secondo medico ci ha portato d’urgenza all’ospedale; Ona è
morta quella stessa notte. Nel suo cuore c’era un buco che le impedì di reggere
l’aggravarsi di una polmonite.
Sono seguiti giorni e notti di annebbiamento emotivo. I parenti piangevano
insieme con noi, i visitatori andavano e venivano, non riuscivamo a dormire. Il
dolore si è installato nel mio corpo. Non avevo mai conosciuto uno strazio
simile. Ciononostante, c’erano istanti in cui riuscivo a provare dolore senza
identificarmi con esso, osservano il sorgere e svanire delle sensazioni, come si fa
in meditazione. E ho cominciato a riconoscere uno schema ricorrente. Ogni volta
che il telefono squillava – l’ennesima persona che faceva le condoglianze –, il
mio lutto erompeva con rinnovato impeto. L’emozione sgorgava dalla pancia
passando per il cuore, provavo sensazioni di calore alla testa, gli occhi si
riempivano di lacrime.
Nell’osservare tutto ciò più e più volte, ho notato come, nel momento del
contatto con chi telefonava, si formasse nella mia mente un’immagine: il padre
che aveva perso la sua bambina. Invece di sperimentare la mutevolezza delle
effettive emozioni del momento – ora tristezza, ora incredulità, ora compassione
per mia moglie –, abitavo l’immagine di uno che è sopraffatto dal lutto. Mi
identificavo con quell’immagine fabbricata, ci salivo a bordo come su un treno, e
mi facevo travolgere. L’immediatezza della sofferenza veniva aggravata, distorta
e amplificata. Conoscere tutto ciò era liberatorio. Una volta messo a fuoco
questo schema, sono stato in grado di osservare il treno che entrava in stazione,
senza però salire a bordo. Provavo lo stesso dolore, Ona era nel mio cuore, la sua
assenza era sconcertante e straziante. Ma smettere di infilarmi nella costruzione
mentale-emotiva del «padre in lutto» ha reso il dolore meno acuto e tormentoso,
perché evitava la proliferazione nella «seconda freccia» della sofferenza.
La brama e l’ignoranza lavorano assieme, si spalleggiano a vicenda, corrono
in tondo una intorno all’altra. Ciascuna è implicata nelle condizioni che
sostengono l’altra. La sofferenza trova in esse due potenti appoggi. Abbiamo
osservato lo svanire della brama seguito dal naturale emergere di agio e
tranquillità. La saggezza cresce di pari passo con l’attenuarsi dell’ignoranza.
Saggezza personale significa conoscere la sofferenza, l’impermanenza e il non-
sé. La saggezza interpersonale è la stessa identica cosa, ma si riferisce alla
conoscenza dei modi con cui si manifesta la sofferenza in relazione alle altre
persone, all’impermanenza delle nostre interazioni con loro, e all’insostanzialità
del sé socialmente costruito.
Fino a qui abbiamo parlato dell’attenuarsi; ora è il momento di parlare della
cessazione. Esistono momenti in cui l’ignoranza non si manifesta affatto. Tali
momenti possono essere sottili oppure oltremodo luminosi. A volte i sistemi di
credenze si dissolvono, altre invece si limitano a incrinarsi appena un po’.
Questo ci spinge ad andare oltre lo svanire di brama e ignoranza per contemplare
la piena cessazione, l’assenza di ignoranza. Ma prima dobbiamo guardare da
vicino perché molti di noi oppongono resistenza a qualunque discorso sulla
libertà.
I cammini verso la pace, personali e interpersonali, condividono un dilemma:
ambedue vengono travisati e derisi dalle persone ben inserite in vite dominate
dalla tensione, perché sono due prospettive che si situano all’opposto della
cultura dell’eccitazione. Le persone hanno sete di piacere sensoriale, che si tratti
di cibo squisito o paesaggi meravigliosi, e tengono i propri desideri in grande
considerazione. La brama, il desiderio e la sua soddisfazione occasionale sono
visti come valore essenziale della vita. Siamo avidi di piaceri interpersonali,
portiamo avanti relazioni basate sul desiderio, ignari dello stress che comporta
l’incessante ricerca del piacere. E dal momento che non abbiamo alcuna
familiarità con l’innocuità e la gioia del cuore che è libero, vediamo il cammino
della cessazione come mortificante, vuoto e persino repellente. A volte si
sostiene che chi segue la via della cessazione delle brame non possa che essere
una persona che ha paura del proprio corpo, oltre che della sensualità e delle
emozioni.
È il modo di proteggersi della mente ignorante. Perché non c’è dubbio che la
mente abbia qualcosa da perdere. Il Buddha fu interrogato sul timore della
cessazione; con un piccolo sforzo di immaginazione possiamo quasi vederlo
mentre si strofina il mento e sorride:

«Venerabile signore, può esserci agitazione per ciò che non esiste all’interno?»
Il Beato rispose: «Può esserci, o monaco. Qualcuno ha il seguente punto di vista: “Questo è il sé, questo è il
mondo” … Quest’uomo poi ode … la dottrina dell’abbandono di tutti i punti di vista … del lasciare andare
tutti gli attaccamenti … della cessazione … e pensa così: “Dunque io sarò annichilito! Dunque perirò!
Dunque non ci sarò più”. Di conseguenza soffre, prova dolore e si lamenta».4

Così come ci attacchiamo al sé personale, analogamente ci attacchiamo al sé


sociale. Fintanto che crediamo nella nostra identità sociale e cerchiamo appoggio
in un sé solido fabbricato dalle relazioni interpersonali, vivremo nel timore di
perderlo. Come ha detto una volta un meditante: «Intuire che io non sono le mie
storie e neppure i miei ruoli mi ha riempito di ansia e confusione; ma se io non
sono queste cose, chi sono?». Ci dedichiamo anima e corpo a nutrire e difendere
il concetto chiamato «sé», credendo di stare difendendo la vita stessa. Può essere
invece che l’idea della libertà dalla sofferenza interpersonale e sociale ci piaccia,
ma arretriamo riluttanti di fronte alla prospettiva di lasciare andare identità
sociali conquistate a caro prezzo. «Chi sono io, se non sono il genitore, il figlio,
l’insegnante, l’amico, l’americano, il cristiano, il buddhista, il latino-americano,
l’amante della natura?»
Sono tutte identità fondate sulle brame e cristallizzate dall’ignoranza. Nella
brama del piacere interpersonale ci autodefiniamo grazie a ciò che ci procura
compiacimento e a chi ci compiace, e grazie a come siamo compiacenti con gli
altri pur di evitare la solitudine. «Trovo bella quella persona? E lei mi troverà
attraente?», «Sono un tifoso, e quando sto con quelli come me non mi sento più
solo». Nella brama di essere visti, ci definiamo attraverso le strategie per
renderci visibili – attraverso coloro di cui attiriamo l’attenzione e attraverso il
modo in cui ciò accade. «Sono un artista, un bravo genitore, un figlio rispettoso,
un gran lavoratore, un collezionista di vetri rari, il presidente della fondazione
culturale, una brava persona». Nella brama di non essere visti, paura e
inadeguatezza diventano per noi l’identità. Rinchiusi nel bozzolo, ci
identifichiamo con la nostra armatura; l’armatura diventa «me». «Sono un
introverso», «Sono un drogato pentito», «Sono fragile e basta pochissimo per
ferirmi». Il concetto di sé, non riconosciuto, porta facilmente dolore, pensieri e
comportamenti autocentrati, che diventano un veicolo di trasmissione ad altri
della nostra sofferenza.
Le nostre identità sono concetti, impermanenti per natura. Con la cessazione
dell’ignoranza vengono riconosciuti con chiarezza. Non si tratta di potenziare la
felicità o la compassione dell’io; si tratta piuttosto di guardare a fondo, di
penetrare attraverso il concetto di io. Disse il Buddha:

Le maree del concepire e dell’immaginare non travolgeranno colui che poggia su queste fondamenta [di
saggezza, verità, distacco e pace].5

Nel momento in cui si arresta il processo del concepire – in particolar modo il


concetto di sé – siamo liberati dalle brame egoistiche, perché siamo liberati dalla
fabbricazione del concetto di sé che le alimenta alla radice. In quel preciso
momento siamo liberati da ciò che i praticanti dell’Ordinary Mind Zen chiamano
«il sogno egocentrico». È una libertà possibile. Di fatto, se prestiamo attenzione,
noteremo che veniamo visitati dalla libertà tutte le volte che la mente,
rilassandosi, rilascia le tensioni che si autoalimentano.
Particelle di liberazione che moltiplicandosi si legano tra loro con il crescere
della comprensione. Ecco l’alchimia del non-attaccamento. Succede anche, a
volte, che il risveglio arrivi come torrente impetuoso, sostenuto dalla stabilità
mentale indotta dalla meditazione. Nel momento della liberazione, cessiamo di
attaccarci a una sicurezza o a una stabilità immaginarie, sovrapposte alla realtà
del costante cambiamento. Cessiamo di cercare il piacere in ciò che è doloroso, e
di inseguire un’identità duratura nel flusso ininterrotto delle fabbricazioni sociali
e personali. In assenza di attaccamento può accadere qualcosa di meraviglioso.

Ora, monaci, se un monaco ha rinnegato l’ignoranza e ha acquistato la sapienza, egli non è più attaccato ai
piaceri dei sensi, non più alle opinioni, non più alle regole e alle osservanze, non alla dottrina del sé. Senza
attaccamento egli non è più agitato. Quando non è agitato egli raggiunge personalmente il nirvāṇa. Egli
allora comprende: «Distrutta è la nascita, compiuta la nobile vita, operata l’opera, non esiste più questo
mondo».6

Al di là delle brame e dell’ignoranza si trova una felicità molto elevata. Il sé


non viene più messo al mondo, in questa vita o in altre. Più semplicemente,
cessiamo di credere al sogno dell’io che la mente instancabile intesse. Una gioia
che coniuga estasi ed equanimità. La saggezza, nel dissolvere le identità
costruite, libera generosità e amore dai ceppi del sé. Ed ecco allora accettazione
senza avidità, discernimento senza rifiuto, e stabilità senza l’illusione della
permanenza. Si tratta di quel momento duraturo del processo della vita che il
Buddha descrisse come «oltre il comune pensare» e «privo di dolore» e «il
placarsi di ciò che è condizionato: gioia».7 Il nirvāṇa è detto anche «il senza
morte». È ciò a cui si riferiva il mio maestro Ᾱnanda Maitreya chiamandolo
semplicemente «raffreddamento». Bhikkhu Ṭhānissaro, un monaco buddhista e
traduttore americano dei testi del canone pali, si riferisce al nirvāṇa come a
uno «slegare», «sciogliere».
Idealizzare tale scioglimento è una tentazione pressoché inevitabile. Lo
consideriamo inumano, di una purezza simile alla sterilità. Ma la logica e le
storie molto concrete degli ultimi anni di vita del Buddha dicono altrimenti.
Anche quando la forza dominante dell’ignoranza svanisce dalle nostre vite,
continuiamo a possedere corpi che non smettono di defecare, invecchiare, farci
soffrire. Continuiamo a stringere relazioni; la situazione resta complessa. Il
corpo è ancora soggetto alle brame, la mente continua a costruire. La differenza
fondamentale sta nel nostro non reagire alle brame del corpo e del cuore, nel non
credere ai costrutti mentali. Restiamo umani – però non ignoranti.
Sciogliere è un processo di trasformazione. La possibilità di uno stato sciolto,
liberato, è reale, ma è lo sciogliere in quanto processo che acquista ovvia
rilevanza per le nostre vite. Dal punto di vista interpersonale, placare ciò che è
condizionato include l’acquietarsi di paura e desiderio relazionali, anche se non
si limita a questo aspetto. Naturalmente paura e desiderio personale e relazionale
diminuiscono insieme, visto che il sé sociale e quello personale sono
strettamente intrecciati. Quando salvaguardare l’identità personale non ci
preoccupa più, lo stesso accade con la morte di una determinata identità sociale.
Il «raffreddamento» non è accompagnato da dispiacere. Ma c’è di più.
Trovandoci con altri senza attivare la costruzione di un sé, il cuore è pacato ed
equilibrato. Non scattando l’urgenza di ritirarsi internamente o di buttarsi avanti,
non sorprende né spaventa che i confini dell’io, fabbricati e condizionati,
svaniscano. Ecco realizzata la saggezza naturale innata della mente-cuore.
La saggezza interpersonale è compassione, è gioia simpatetica. Abitiamo nel
paradosso dell’intimità senza sé. Siamo il mare e il cielo, che condividono le
gradazioni di blu e l’orizzonte, come parti della medesima spaziosità vuota. Non
ci turba che uno stato del genere sia impermanente. Pronti a incontrare con
equanimità il momento che seguirà, così come quello attuale.

Dedicate del tempo a osservare l’impermanenza, la sofferenza e il non-sé. Fatelo in qualunque momento –
anche adesso –, ma provateci anche quando siete in compagnia di altri. Guardate cose semplici: i corpi in
movimento (come impermanenza), l’andare e venire di piccoli disagi (come sofferenza), il modo in cui i
pensieri condizionati vengono innescati e si susseguono automaticamente (come indicazioni di non-sé).
Continuate per qualche tempo a contemplare tutto ciò contemporaneamente, oppure lavorate con ciascun
aspetto separatamente. Iniziate a scorgere spontaneamente la presenza di queste qualità, oppure le risposte
abituali riprendono il sopravvento?
La cessazione e la felicità di una vita non intossicata
Che cosa dovremmo farne di tutto questo venir meno e cessare? Il venir meno
delle brame implica benefici immediatamente rilevabili, come meno dolore e più
agio, mentre la cessazione dell’ignoranza mette in gioco e sfida ciò che siamo
disposti a credere, o persino che siamo in grado di comprendere. Ecco che cosa
ha condiviso un meditante a proposito del lasciare andare il costrutto dell’io: «Io
non sono qui, tu non sei qui – solo che io ancora non ci sono arrivato». Ma
lasciare andare il senso del sé implica forse una sorta di libertà idealizzata che
dovremmo impegnarci a raggiungere? Non è che, concentrandoci su un
traguardo futuro, rischiamo di alimentare l’attaccamento e ci predisponiamo a un
fallimento pressoché certo? O invece esiste la possibilità di praticare una via di
mezzo, che non sia né un nirvāṇa sociale idealizzato, né una negazione della
capacità umana di attingere l’agio profondo della liberazione?
L’agio include l’abbandono di desiderio egoistico, avversione e illusione.
Lasciamo cadere la ricerca senza fine di piaceri sensoriali duraturi,
abbandoniamo la rabbia e il risentimento, molliamo il torpore distratto e la
sporcizia mentale accumulata che ostruiscono la visione delle cose così come
sono. Nell’insegnamento sulle Quattro Nobili Verità il Buddha si limitò a parlare
di venir meno, abbandono e cessazione; non affermò che ci fosse qualcosa da
ottenere. Non si fa menzione di raggiungimento, risultato o
autoperfezionamento. Questi insegnamenti, fondamentali, non citano mai il
nirvāṇa; in essi si parla solo di cessazione della brama. L’unico
raggiungimento è quello del lasciare andare, l’acquietarsi del cuore che non
cerca più di ottenere nulla. E se è vero che ogni brama ha manifestazioni e
tonalità emotive diverse, la felicità e la compassione della libertà hanno un solo
gusto. E che si creda o meno alla possibilità della libertà, ciascun passo in
direzione della diminuzione della brama porta del bene nel preciso momento in
cui quel passo viene fatto.
Lasciare andare la brama interpersonale non è impresa da poco. Le sue
manifestazioni – per esempio, la mancanza di fiducia in se stessi o la tendenza a
inorgoglirsi – ci mettono in discussione quotidianamente. Ma è ancor più
sfidante la piena libertà indicata dal Buddha quando dice:

Questa è la pace, questo è sublime: ossia lo svanire di ogni concezione, il distacco da ogni attaccamento, il
venir meno del desiderio, la cessazione, nirvāṇa.8
Se applichiamo questo insegnamento alle nostre vite interpersonali, facciamo
però attenzione a non prefigurarci un nirvāṇa sociale idealizzato, che nega e
ignora l’inevitabile complessità delle relazioni umane. Quando due o più si
riuniscono, si può evocare il divino, come indicò Gesù, ma è pur vero che
quando due o più si riuniscono si hanno anche due o più opinioni, due o più
esigenze. Le probabilità che si verifichino problemi aumentano
esponenzialmente. L’agio relazionale è possibile; i problemi arrivano se si va
alla ricerca di un qualche stato particolare, di un paradiso, di una felicità
egocentrata. Tuttavia possiamo sempre contemplare la cessazione della brama
interpersonale, magari prendendo in considerazione anche la fine, o perlomeno
la diminuzione, del dolore assillante e della confusione delle nostre vite sociali e
relazionali. E possiamo richiamare alla mente la semplicità del volgerci verso la
vigilanza, lo stato di risveglio.
Mentre stavo illustrando le tre brame in un ritiro di Insight Dialogue, un
partecipante ha chiesto:

Buona parte del mio lavoro consiste nell’aiutare le persone a imparare a soddisfare le proprie necessità
sociali senza intralciarsi e ostacolarsi. Che legame c’è tra brame e bisogni peraltro sani e salutari?

Nelle vesti di terapeuta gli era capitato di lavorare con tante persone che non
riuscivano a considerare se stesse degne di ispirare amore, incapaci di dare o
ricevere gratificazioni emotive. In un contesto simile, anche solo sperare nella
«normalità» risulta più che ragionevole, anche se «normale» equivale a uno stato
più o meno costante di tensione e dipendenza. Una delle migliori intuizioni di
Freud è che esiste un livello di nevrosi condivisa da quasi tutti coloro che
possono essere definiti «normali». Si tratta di quella dimensione mentale della
sofferenza di cui parlava il Buddha, al livello in cui la sperimenta la maggior
parte di noi. Freud concepiva il suo lavoro come un modo per aiutare i pazienti a
lasciarsi alle spalle le forme invalidanti e inusuali di nevrosi, per accedere alla
«sofferenza ordinaria» condivisa dai più. Gran parte delle moderne scuole
psicologiche, freudiane e non, hanno fatto proprio tale obiettivo, e hanno
elaborato strategie per realizzarlo. Eppure al di là di questo tipo di ordinaria
infelicità c’è dell’altro! Possiamo aspirare a qualcosa che vada oltre una migliore
gestione dei nostri attaccamenti, oltre la ricerca di un percorso meno conflittuale
per la soddisfazione delle nostre brame. Una felicità più stabile e profonda è
possibile. Se lo riconosciamo, e ne facciamo qualche esperienza, l’intera nostra
visione della vita si trasforma, e con essa anche le aspirazioni che stanno
all’origine dei nostri incontri interpersonali.
Questa forma più elevata di felicità è detta derivare dalla cessazione della
brama, ma cessazione non implica forse non-esistenza, non implica forse il
nulla? L’esperienza ci dice che non è così. Quando stavo arrivando a
comprendere le manifestazioni interpersonali delle tre brame, le ho cercate in
tutti i tipi di incontri sociali. Le mie osservazioni «sul campo» hanno confermato
l’ubiquità delle brame. Ma qualcosa mi ha turbato non poco. Dunque la
condizione umana non sarebbe altro che l’avida e bisognosa interazione di
desideri egoistici interdipendenti? E quando mi sono guardato intorno con questa
nuova domanda, ho visto anche che non era sempre e solo così: il mondo
traboccava anche di bene. Ciononostante sapevo con certezza come
l’osservazione che le brame erano all’opera fosse fondata. Che cosa succedeva?
Com’era possibile che fossero presenti anche il bene e la gioia, se siamo spinti
costantemente da tutti questi desideri e voglie?
Ho deciso allora di andare alla ricerca dell’amore e della compassione in
quelle stesse situazioni dove avevo rilevato desiderio egoistico e paura. Con
piacevole sorpresa, ho trovato esempi di compassione dappertutto. Nelle
conversazioni in famiglia e tra amici, ho notato che parlare di cinema e di figli
era sì un modo di intrattenersi, ma anche di scambiarsi con generosità attenzione
e informazioni. Nello scambio di aneddoti di lavoro, tra amici, ho visto la
compresenza di futile distrazione e sincera compassione. Un tifoso che racconta
a un altro: «La nostra squadra ha vinto di sette punti», da un lato prende parte
alla danza del riconoscimento reciproco, cioè fa qualcosa per essere visto,
dall’altro offre al suo compagno un gesto di bontà e gentilezza, un po’ come se
gli dicesse: «Io ti vedo». In ogni risposta al medesimo senso di solitudine
sottostante, si può cogliere la presenza di elementi di egoismo e insieme di
altruismo.
Questa sollecitudine diffusa si basa su una profonda e innata empatia. La
stessa che ci fa sussultare quando vediamo la foto di una vittima di torture. Può
estendersi anche oltre la nostra specie: proviamo disagio e tristezza nel vedere un
animale che muore di fame. Tendiamo inconsapevolmente a lenire le sofferenze
altrui, perché ciò allevierà anche il nostro dolore. Ossia per essere felici noi
cerchiamo anche la felicità degli altri. Prendersi cura degli altri non si limita a
portare felicità, ma aiuta la sopravvivenza. Ai primi uomini l’empatia e la
cooperazione servivano per sopravvivere di fronte ai grandi predatori. In termini
evolutivi, la compassione è adattativa e non meno primordiale del desiderio di
competizione.
Sono giunto alla conclusione che ciascun momento di contatto interpersonale
sia intriso contemporaneamente di desiderio egoistico e altruistico, di brama e di
amore. E quando ho visto ciò, ho compreso un’importante dinamica della
trasformazione umana. Sapevo per esperienza che ogniqualvolta le mie brame si
riducevano, apparivano l’amore e la compassione. Una volta compreso come
amore e brama fossero strettamente connessi, ne ho compreso anche la ragione.
Poiché di solito sono presenti entrambi, laddove una è attenuata, l’altro acquista
preminenza. Immaginate un vaso pieno di acqua fangosa: se prima lasciate che il
fango si sedimenti e poi lo rimuovete, ciò che resta è limpido. È semplice:
quando la brama diminuisce, resta l’amore.
Mi è apparso chiaro che ciascuno di noi è come una pentola di brama e
amore, ribollente e complessa. E ho cominciato a vedere all’opera questo
miscuglio in ogni aspetto della mia vita. In ritiro, dove le persone lavorano con
diligenza per calmarsi e lasciar cadere le abitudini legate alla brama, emerge
sempre con forza e nitidezza la dinamica del diminuire della brama che porta
maggiore compassione e amore nella luce chiara della consapevolezza. Lo vedo
anche nella vita di tutti i giorni. Ogni volta che le tendenze salutari
controbilanciano e superano quelle non salutari, il nostro comportamento
cambia. I convenevoli, quel chiacchierare per nascondere le nostre paure che
assomiglia un po’ al fischiettare al buio, si trasformano in piccole espressioni di
gentilezza e cura. Parallelamente, i moti di compassione in noi più forti, quelli
che motivano chi lavora nel sociale, i medici coscienziosi, gli insegnanti
generosi, vengono depurati dalle istanze egoistiche e permeati di intenzioni
ancora più potenti. Ed è proprio ciò che mi veniva riferito dai partecipanti ai
ritiri, e che mi scrivevano le persone che volevano integrare i principi
dell’Insight Dialogue nelle loro vite. Non solo erano più felici, ma anche più
gentili e benevole.
Quando i desideri autocentrati diminuiscono, ciò che accade in parallelo è
bellissimo. Visto che la felicità altrui ci porta gioia, la ricerca di tale gioia
diventa un modo di vita. L’egoismo originariamente insito anche nella risposta
compassionevole: «Non sopporto di assistere al tuo dolore», si trasforma in: «Per
il tuo bene e non per il mio, vorrei che tu fossi felice». La compassione ci
segnala la sofferenza, e risuoniamo con gioia partecipe quando la sofferenza di
un altro vede la fine. Gioia e compassione creano un circolo virtuoso che
promuove le nostre migliori qualità relazionali: gentilezza amorevole,
compassione, gioia partecipe ed equanimità.
Quando la mente limpida assiste alla sofferenza, sorge il prendersi cura.
L’amore radicato nella cura si purifica dall’io. L’amore purificato dall’io non ha
vincoli. Senza la brama, l’amore emerge spontaneamente in forma di
disponibilità all’esperienza. Il cuore amorevole, privo di difese e intrepido,
aperto al contatto con gli altri, è vicino al mondo. E non si tratta dell’intimità del
bisogno egoistico, ma dell’intimità della coscienza senza limitazioni.
Quando l’essere sensitivo che noi siamo viene toccato dal dolore di un altro,
sorge la compassione. E proprio come l’amore, la compassione non esige
vincoli. Risuoniamo con il dolore altrui in virtù della nostra disponibilità
all’esperienza, uno stato che in precedenza era sepolto sotto le coltre delle
brame. La compassione è libera dall’autoreferenzialità, e da ciò le derivano
precisione e potere.
Questo essere sensitivo viene toccato anche dalla gioia degli altri. Quando le
brame egoistiche incontrano la buona sorte degli altri, insorgono invidia e
desiderio. Quando le brame diminuiscono, cominciano a risplendere
apprezzamento e generosità. Se sono libero da preoccupazioni riguardo a ciò che
possiedo o di cui sono privo, posso sentirmi felice per quello che hai tu, felice
dei tuoi conseguimenti e della tua gioia. Non più vincolato dalla paura, posso
esprimerti questa gioia, e possiamo essere felici insieme – e presenti a noi stessi.
Mentre le brame svaniscono e crescono tali qualità, svanisce anche la nozione
di me e di mio. I confini vengono riconosciuti senza che ci si aggrappi a essi:
sono semplici percezioni. Una visione che va a fondersi con la potenziale
capacità che hanno amore, compassione e gioia di produrre affinità, ovvero (per
ampliare il senso di una parola introdotta da Thích Nhất Hạnh) inter-essere.
Inter-essere non è qualcosa che si sperimenta in forma di idea e neppure come
emozione; è una caratteristica del flusso della vita. Il dolore va e viene, il nostro
e quello di chiunque altro. Restiamo aperti e presenti a ciò, pur restando
nell’equanimità. Il cuore è pronto, equilibrato e aperto; ed essendo aperto
sorgono comunanza e comunione. E questo è tutto. Una meditante si è molto
sorpresa di come le si fosse aperto il cuore praticando Insight Dialogue:

Qui non si tratta di amore o compassione come li intendevo in precedenza. Ci si sente come se l’esperienza
di apertura del cuore comprendesse aspetti sia di compenetrazione sia di vacuità – oltre la persona –, ma
decisamente nella forma e della forma.

Le sue parole catturano lo specialissimo accostamento tra l’esperienza


personale, incarnata, di amore e l’esperienza impersonale di consapevolezza
priva di attaccamento. Corporeità incarnata e vuoto nello stesso momento.
Possiamo mantenere nella coscienza l’intero nostro potenziale, senza negare
il condizionato e il costruito, e senza negare ciò che non ha limiti, che è oltre i
limiti? Siamo esseri condizionati; benché tale condizionamento costituisca il
nesso e la prerogativa della nostra umanità, abbiamo anche a disposizione una
consapevolezza illimitatamente libera. È una consapevolezza che non offre
appigli alla mente costituita da abitudini; e non è meno tangibile della soffice
fontanella di un neonato o della pianta callosa e indurita di un piede vecchio.
Qui si torna al punto di partenza. Vediamo che la libertà dalla brama
interpersonale, e dalla sofferenza interpersonale che genera, si intreccia
strettamente con il lasciare andare a livello individuale, personale. La saggezza è
solo una, interpersonale o personale che sia. Ecco il punto cardine di personale e
interpersonale, di individuale e sociale. La saggezza personale conosce le cose
così come sono nel modo più nudo e diretto: tutte le forme sono mutevoli e
vuote. Quando la saggezza incontra gli altri si manifesta come compassione. La
saggezza interpersonale è compassione che si combina alla conoscenza
incrollabile della natura vuota del concetto di sé sociale. Chi abbia coltivato
queste qualità è spontaneamente incline a generosità, empatia, giustizia, senso di
comunanza; e a vedere chiaramente le cose, con equilibrio, curiosità, agio e
gioia. A differenza del piacere che deriva dalla soddisfazione delle brame
egocentriche, la gioia basata sul lasciare andare perdura, e pervade la vita di
felicità, leggerezza e calore. Proprio come succede con le persone felici, che
sono più propense a essere gentili, anche le persone gentili hanno più probabilità
di essere felici.
Fin qui abbiamo esplorato la situazione umana comune: dolore, brama e il
profilarsi della libertà. Le domande più logiche da farsi sono: come facciamo a
realizzare appieno questo potenziale umano? Come facciamo a imparare a
lasciare andare, affinché possano manifestarsi amore e compassione? Come
facciamo ad arrivare a vedere le cose per quello che sono, senza le distorsioni
causate dall’attaccamento? Molto di ciò che già sappiamo può offrirci le risposte
che cerchiamo. Facciamo già molte cose che quotidianamente sono salutari e
generose. Se osserviamo con cura, vedremo che i nostri atti di gentilezza, i lampi
di altruismo, stanno accanto a pensieri e azioni radicati nell’egoismo. Noteremo
che la compassione si intreccia strettamente con paura e avversione. Quando
incontriamo i nostri amici o nelle relazioni intime abbiamo la possibilità di
accorgerci della commistione tra altruismo ed egocentrismo, e quanto spesso
scegliamo di dare.
Le nostre esperienze di generosità e di gentilezza sono pietre miliari sul
cammino della cessazione della brama interpersonale. Sono momenti – migliaia
di piccoli momenti – che indicano una vita al di là la brama. Il cammino per la
compassione e la libertà è ampio; si fonda sulla nostra innata capacità e spinta a
risvegliarci. Lo si percorre da soli e con altri, nella vita quotidiana e nella pratica
straordinaria dedicata.

Seduti in un posto pubblico e affollato, osservate le interazioni della gente intorno a voi. Osservate come
amici, o anche estranei, cerchino e offrano riconoscimento.

Sforzatevi di trovare in voi il bene intessuto con le normali brame. Osservate come gentilezza e generosità
coesistano con motivazioni autorientate, per esempio volere essere visti e desiderare di nascondersi.

Riflettete sulla buona sorte di qualcuno a cui siete affezionati. Concedetevi di percepire la gioia insita in
tale riflessione. Con l’accrescersi della gioia, non osservate forse la mente diventare più vigile?
7. La Quarta Nobile Verità: il sentiero nella totalità dello spettro

La natura dell’Ottuplice Sentiero

Quando riconosciamo le radici della sofferenza umana nelle brame


inappagabili, emerge un’immagine nitida e potente della condizione umana.
Dolore e pace, attaccamento e libertà, sorgono in dipendenza dalla mente. I
pensieri e le emozioni della mente prendono forma in dipendenza da ciò che
facciamo e da come viviamo. Le fantasie della mente-cuore determinano le
azioni, le azioni a loro volta influenzano i pensieri e le emozioni, i pensieri e le
emozioni danno luogo a ulteriori azioni, e il ciclo continua. È un’immagine
commovente della condizione umana. Siamo uniti dall’universalità del soffrire
non necessario e dalla nostra risposta mossa dalla compassione.
Quando l’attaccamento si allenta, ci apriamo spontaneamente alla
compassione. Ma continuiamo a chiederci: conoscendo questo principio, che
cosa possiamo fare? A quali azioni specifiche, a quale stile di vita dobbiamo
ricorrere per mettere in pratica il potere di questo intendimento? Come possiamo
diminuire i cicli reattivi del dolore nell’intero spettro delle nostre vite, da soli e
con gli altri, dimorando in compassione e libertà?
La comprensione della causalità umana porta sollievo. Forse non ci riuscirà di
arrestare l’invecchiamento e la morte, ma possiamo allentare la morsa che ci
rende così penose queste esperienze. È vero sia per le sofferenze e i conflitti
interpersonali, sia per tutte le altre forme di brama e attaccamento.
Il Buddha riconobbe la necessità di ricorrere a specifiche condizioni e azioni
per rendere effettiva la possibilità della libertà, e le descrisse con chiarezza nel
fondamentale insegnamento che chiamò «Nobile Ottuplice Sentiero», un
sentiero comune a tutte le scuole buddhiste e che attrae anche chi buddhista non
è. Il suo «nobile» sentiero si rivolge alle nostre vite nella loro totalità, dalle
azioni quotidiane alle pratiche meditative più raffinate:

E qual è, amici, la nobile verità della via che conduce alla cessazione del dolore? È appunto questo Nobile
Ottuplice Sentiero, ossia: Retta Visione, Retta Intenzione, Retta Parola, Retta Azione, Retta Condotta di
vita, Retto Sforzo, Retta Consapevolezza, Retta Calma concentrata.1

Il termine tradotto con «retto» non implica un giudizio riguardo a chi o che
cosa sia buono o cattivo in senso assoluto o moralistico. È un’indicazione sulla
strada per la libertà, e ha a che vedere con il potere di causa ed effetto. Una
determinata azione, o un modo di comunicare, o una qualità mentale, va o meno
verso la cessazione della sofferenza? Se sì, allora sarà «retto» o «giusto», e con
ciò si vuole significare che l’azione, l’opinione, il discorso o altri aspetti della
vita sono efficaci ed efficienti nel farci raggiungere la libertà.
Mente e comportamento si influenzano sempre a vicenda; una persona non
può coltivare il bene in una sola dimensione isolata. I fattori individuali di questo
Ottuplice Sentiero servono a poco se presi separatamente, perché lavorano
insieme. Questo spettro di fattori, che il Buddha specificò essere efficaci, deriva
dal modo in cui funzionano davvero gli esseri senzienti. È per questo che io lo
chiamo il «sentiero umano». Deriva dal semplice fatto di essere umani.
Ciascun fattore del Nobile Ottuplice Sentiero può essere praticato in
qualunque momento, ma proprio perché le influenze reciproche di mente e
azione si manifestano per cicli nelle nostre vite, il sentiero contempla anche
metodi specifici che hanno un andamento circolare. Gli otto fattori del sentiero
umano cominciano con la mente. La Retta Visione inizia con una comprensione
di causa ed effetto. Finché non vediamo che certe azioni portano a nuocere a noi
stessi e agli altri, non sarà possibile allineare con il processo di risveglio alcuna
parte della nostra vita. La Retta Visione sfocia in un’inclinazione della mente: la
Retta Intenzione. Quando la mente tende in una certa direzione – verso
gentilezza, compassione e liberazione –, i risultati spontanei sono sia
comportamenti specifici (la Retta Parola e la Retta Azione), sia un pattern di
comportamento, il retto vivere. Questi tre campi d’azione riflettono il nostro
stato mentale. L’affinarsi delle nostre vite esteriori ci prepara a un addestramento
mentale, interiore, più approfondito – il Retto Sforzo, che sta alla base della
chiarezza della Retta Consapevolezza [Mindfulness]. A sua volta, la Retta
Consapevolezza favorisce la stabilità necessaria per discernere più a fondo la
natura delle cose, che altro non è se non la Retta Calma concentrata. Questa
nuova stabilità consapevole ci aiuta a vedere più lucidamente come stanno
realmente le cose – e il sentiero chiude il cerchio ritornando alla Retta Visione,
che ora però include anche la natura della sofferenza, la sua causa e la sua
cessazione. Nel percorrere il sentiero procediamo a spirale nella direzione di
moralità, serenità e saggezza sempre più profonde. È un insegnamento semplice
che si è rivelato utile alle persone per millenni, perché segue in modo così
calzante i contorni del cuore. È utile e prezioso perché si adatta alle nostre vite.

Un solo sentiero: personale e interpersonale


Tradizionalmente si è interpretato il Nobile Ottuplice Sentiero perlopiù in
riferimento a vita e pratica personali. Si è riflettuto sugli elementi del sentiero
praticandoli anzitutto come iniziative individuali, per maturare nelle otto aree
descritte dal Buddha. Tuttavia le nostre vite non si limitano a essere individuali,
sono anche relazionali. Le persone vivono e lavorano insieme, soffrono insieme
e incidono profondamente sugli stati mentali reciproci, sofferenti o liberi.
Anche se non è stato riconosciuto altrettanto esplicitamente, in genere si
assume che il sentiero del Buddha abbracci, oltre ai nostri sforzi individuali,
anche le nostre vite interpersonali. Ogni altra conclusione – per esempio:
«Coltivo la saggezza solo quando me ne sto da solo» – risulta ovviamente
assurda. I monaci vivono in comunità dedite al risveglio; il contesto monastico
supporta sia la pratica individuale sia quella collettiva. Nelle culture imbevute di
buddhismo, le persone condividono innumerevoli gesti di consapevolezza e
compassione tacitamente riferiti a tali insegnamenti. La maggior parte degli
occidentali, invece, è un po’ abbandonata a se stessa quando entrano in gioco gli
aspetti collettivi e operativi dell’Ottuplice Sentiero. In Occidente la situazione si
è resa ancora più difficile, perché le pratiche più elevate di Retto Sforzo, Retta
Consapevolezza e Retta Calma concentrata sono state staccate dal loro contesto
allargato di moralità attiva e impegnata. Alle persone vengono insegnate
tecniche meditative, e il risultato per alcuni è quello di calmarsi, ma i fattori etici
o di stile di vita del sentiero – quegli elementi che potrebbero aiutarli ad
affrontare le loro vite piene di stress e bramosia, e gettare le basi per una calma
più stabile – non sempre vengono insegnati. Possono prodursi risultati infelici,
come l’isolamento e il trascurare la maturità interpersonale e sociale. In tal modo
molti sperimentano il sentiero in una versione priva dell’energia che nasce dal
sostegno reciproco, e alla quale manca la dimensione della relazionalità. Un
numero ancor minore di insegnamenti ha approfondito le pratiche meditative
interpersonali. Proprio perché gli esseri umani sono così profondamente
relazionali, sarebbe saggio intendere il sentiero come individuale e relazionale al
contempo, se desideriamo una pratica che possa avere un impatto sulla totalità
delle nostre vite.
Perciò, se concepiamo il sentiero come inclusivo degli aspetti relazionali e
interpersonali della vita, si apriranno molte più opportunità e modalità di pratica.
Vedremo che le pratiche personali si rivolgono più direttamente alla sofferenza
personale, mentre quelle interpersonali affrontano direttamente la sofferenza
interpersonale.
La pratica personale è quella che la persona fa internamente
(intrapersonalmente). Ci aiuta a liberarci dal dolore personale; questo è ciò che
fa più direttamente e meglio. E certo contribuisce anche a favorire la libertà dalla
sofferenza che emerge in relazione agli altri. Capita spesso che i meditanti
riferiscano quanto la meditazione silenziosa individuale li abbia aiutati a
calmarsi, a favorire in loro l’osservazione delle emozioni con minor
attaccamento, e a non credere così pienamente alle proprie storie reattive. Grazie
a ciò, sono più presenti e compassionevoli con gli altri. Alcuni frutti
interpersonali della pratica personale emergono con grande evidenza.
Buddhadāsa, un amatissimo insegnante della tradizione buddhista tailandese del
XX secolo, espresse così la relazione tra la meditazione personale e le nostre vite
interpersonali: «Se davvero stiamo imparando qualcosa con la pratica
meditativa, verrà fuori nelle nostre relazioni con altre persone».
La pratica interpersonale è pratica fatta insieme ad altre persone. Ci aiuta a
liberarci dalla sofferenza interpersonale. L’aiuto che ci offre è molto diretto.
Quei nodi karmici che sono stati legati per via interpersonale possono essere
sciolti efficacemente nello stesso modo: interpersonalmente. Ricordo che una
partecipante a un ritiro di Insight Dialogue ha riferito come avesse proiettato sul
suo compagno di pratica quello che ha definito un ruolo di «insegnante», per poi
ritrovarsi a reagire a quello stesso ruolo sentendosi deprivata di ogni potere.
Dopo un avvio stressante ha trovato il coraggio di esprimere questa reazione al
partner. Ma poiché è stata accolta con compassione, il suo imbarazzo ha lasciato
il posto al sollievo, e la donna ha cominciato a sua volta a provare compassione
per se stessa. Ciò ha rappresento un notevole cambio di rotta rispetto alle sue
abitudini, e ha portato agio e nuove possibilità. È improbabile che un simile
schema di relazione, e la brama di essere che gli è sottesa, si sarebbero
manifestati con tanta chiarezza nel contesto della tradizionale meditazione
solitaria, ed è altrettanto improbabile che si sarebbero risolti in modo così
elegante. La pratica interpersonale ha fornito un contesto efficace per lavorare
con quelle formazioni mentali. Si tratta di cambiamenti semplici, ma con un
impatto diretto sulla condizione delle nostre vite: una consapevolezza più lucida,
maggiore calma e minore attaccamento.
Il Buddha stava sottolineando l’importanza della dimensione interpersonale
quando rispose ad Ānanda che esclamava: «Venerabile Signore, io penso che
metà della vita santa sia la buona amicizia, la buona compagnia, la buona
solidarietà»:

Non è così, Ānanda, non dire così! Non è metà della vita santa, ma è tutta la vita santa, Ānanda, cioè la
buona amicizia, la buona compagnia, la buona solidarietà. Quando un bhikkhu [monaco] ha un buon amico,
un buon compagno, un buon sodale, ci si può aspettare che svilupperà e coltiverà bene questo Nobile
Ottuplice Sentiero.2

In altri discorsi il Buddha spiegò perché i buoni amici sono così importanti.
Per esempio disse:

Amico, due sono le condizioni perché sorga la Retta Visione: la voce di un altro e l’attenzione saggia.3

Dal momento che la Retta Visione viene considerata il fondamento del


sentiero, questo consiglio attribuisce un grande valore al contatto interpersonale
saggio.
Molti psicoterapeuti concordano sull’importanza di affrontare la sofferenza
interpersonale in un contesto relazionale. Di fatto la ricerca scientifica sugli esiti
delle psicoterapie ha trovato che alcune qualità della relazione terapeutica sono
correlate a risultati positivi indipendentemente dal tipo di terapia. In altre parole,
la relazione in sé si può dimostrare più importante delle tecniche. Nel corso di un
ritiro di Insight Dialogue un terapeuta ha osservato come molti partecipanti
presupponessero che tutti i loro sentimenti fossero esclusivamente personali e
interiori, come se non avessero niente a che fare con le altre persone presenti – e
così facendo si erano persi tante opportunità di contatto e di intimità, oltre alla
possibilità di abbandonare vecchi schemi relazionali. Ha messo così a fuoco un
aspetto sottile e spesso implicito, e cioè che il mondo interiore delle persone ha
vari livelli, e prende forma in rapporto con il mondo degli altri.
Indubbiamente, le relazioni tra persone possono essere comprese dalla
prospettiva degli individui che si relazionano. Un esempio: vedo una forma, è un
altro essere umano; c’è riconoscimento di questa persona; nella mente sorgono
pensieri. Sento le parole pronunciate da questa persona; avvengono reazioni
emotive e concettuali; la mente, a partire da queste, entra in attività. Da tale
prospettiva – che ha certamente valore – il cammino interpersonale viene
interamente incluso in quello personale.
Ciò non toglie che siamo anche esseri sociali complessi. Le nostre identità
hanno preso forma in relazione ad altre persone. Una volta formatesi, tali identità
vengono ininterrottamente rinforzate e riplasmate nei rapporti con gli altri e nei
sistemi sociali. Anche le nostre brame sorgono e cambiano forma sulla base del
contatto interpersonale.
Vista la sottigliezza e complessità dello scambio interpersonale, è importante
chiarire in che modo il cammino spirituale possa svilupparsi in modo
interpersonale. Ho praticato la meditazione vipassana tradizionale per molti
anni, seguendo in particolare l’insegnamento del mio maestro tailandese Achan
Sobin Namto. In seguito a questa pratica intrapersonale, le mie reazioni
interpersonali condizionate si sono ammorbite, ma solo lentamente. Meditando
nei ritiri silenziosi ho imparato a riconoscere parte dello stress e della confusione
che popolavano le mie divagazioni mentali; questo mi ha aiutato a sviluppare
una certa lucidità mentale quando mi trovavo in compagnia di altri. Tuttavia si
trattava di cambiamenti di lieve entità, e indiretti. Quando ho iniziato a
dedicarmi alla pratica interpersonale e ho messo a punto l’Insight Dialogue nella
versione on-line con la mia collega Terry O’Fallon, e poi quando ho cominciato
a insegnarlo a dei gruppi, mi sono reso conto di tutta una serie di questioni. Ho
notato in me l’impulso a intrattenere o a impressionare le persone, e il tentativo
di colmare il vuoto di una solitudine della cui presenza non mi ero accorto. Il
coinvolgimento con gli altri, alla luce della consapevolezza meditativa, ha fatto
emergere questi aspetti – aspetti che in origine avevano preso forma proprio in
relazione agli altri. Grazie al sostegno sia della meditazione personale sia di
quella interpersonale, ho potuto accogliere con un sentimento di gentilezza
amorevole i pensieri e le emozioni frutto di quelle brame interpersonali. Di
conseguenza, nel tempo le brame si sono mitigate e mi sono diventate più
familiari, e sono anche decisamente diminuite. Se avessi proseguito limitandomi
alla pratica meditativa individuale e personale, dubito che una simile
trasformazione avrebbe avuto luogo in modo tanto veloce e profondo.
Tradizionalmente la meditazione formale si fa da soli. Anche in una stanza
piena di meditanti, se si esclude il contatto richiesto dalla condivisione di spazio,
cibo o altro, finisce per esserci pochissima interazione o cooperazione. Il
sostegno energetico generato dal meditare in presenza di altri può risultare
sorprendentemente potente; tuttavia è qualcosa che emerge spontaneamente e di
norma non viene promosso di proposito. Tutte le istruzioni sono formulate in
termini individuali intrapersonali: «Osservate il respiro. Se arrivano pensieri,
lasciateli andare. Se udite suoni, notate l’ascoltare e ritornate al respiro». O
ancora: «Lasciate che la mente riposi in una consapevolezza spaziosa. Lasciate
che qualunque pensiero sorga si liberi da sé». Entrambe le istruzioni contengono
una tacita indicazione: «Non interagite con gli altri». E questo significa, per
esempio, che se qualcuno vi infastidisce muovendosi o tossendo, potreste
cogliere la spiacevolezza dell’esperienza di essere disturbati, ma non dovreste
relazionarvi esplicitamente a costui. Le istruzioni meditative di un gran numero
di tradizioni – come visualizzare divinità, fissare con delicatezza un muro,
pregare, o camminare in mezzo alla natura – condividono lo stesso orientamento
intrapersonale. Sono queste le pratiche che i più immaginano quando pensano
alla meditazione o alle discipline spirituali. Le pratiche individuali sono
importanti e possono essere immensamente trasformative, ma affrontano
direttamente solo una porzione dei dilemmi della vita.
Può capitare che ci impegniamo in una pratica interpersonale che risulta
essere unilaterale anziché reciproca. Per esempio, nell’interagire con altri nella
vita di tutti i giorni, si potrebbe osservare la propria mente, osservare il sorgere
di emozioni e rilassarsi senza che gli interlocutori siano esplicitamente coinvolti
in questa pratica o ne siano a conoscenza. Si potrebbe praticare la Retta
Consapevolezza in interazione con membri della famiglia, colleghi di lavoro,
oppure con estranei. A costoro non servirebbe a nulla praticare in modo analogo,
e nemmeno sapere ciò che stiamo facendo. Mi torna in mente una donna che è
stata capace di far entrare la sua pratica di consapevolezza nella relazione con
suo marito, piuttosto distaccato. Forse lui non ha notato neppure la differenza,
ma grazie a ciò lei ha provato più compassione e calore. In simili pratiche
interpersonali unilaterali, le persone non parlano della pratica, non condividono
le proprie osservazioni individuali, e non si sostengono a vicenda nella pratica in
quanto tale. Possiamo anche essere in presenza di altri, ma ciascun individuo sta
per proprio conto. La pratica interpersonale unilaterale non si limita alla
consapevolezza; può includere anche la cura per le proprie interazioni verbali
(Retta Parola) e per la moralità di base del proprio comportamento (Retta
Azione). Nella pratica personale unilaterale, la persona porta un’attitudine
meditativa alle sue interazioni con gli altri senza che essi necessariamente
condividano o addirittura conoscano la pratica.
Tuttavia la pratica interpersonale si manifesta più compiutamente solo quando
l’interazione reciproca fra le persone diventa parte della pratica stessa, con
l’intenzione espressamente condivisa di coltivare il sentiero grazie a tali
interazioni. La mutua pratica interpersonale va al di là degli sforzi unilaterali
profusi nella relazione con gli altri, e persino degli sforzi paralleli ma scollegati
con altri che condividano un’intenzione meditativa. Al cuore della pratica
interpersonale reciproca stanno la mutua interazione e il mutuo sostegno. I
quaccheri, e altri, usano la parola «corporativo» per riferirsi alla dimensione
reciproca della pratica interpersonale, evocando l’immagine di una totalità
interdipendente molto simile a un corpo o a un organismo. L’esperienza
indipendente viene riconosciuta e valutata, ma la priorità va alle sfide e ai
benefici della pratica reciproca. La pratica interpersonale, in aggiunta alla
miriade di forme di supporto vicendevole, offre l’opportunità di attingere al
potere insito nella meditazione di gruppo, ampiamente riconosciuto, anche se
difficile da spiegare. Le pratiche spirituali interpersonali includono meditazione
di gruppo interattiva, pratiche contemplative collettive, e azione morale con e in
relazione agli altri.
La coltivazione della Retta Consapevolezza nelle nostre interazioni, per
esempio, è pratica interpersonale, ma può essere unilaterale o reciproca. Anche
se i compagni sono impegnati in pratiche simili, simultaneamente ma
separatamente, il carattere della pratica sarà unilaterale perché la sua natura
condivisa non è stata esplicitata e non c’è intenzione di offrirsi a vicenda un
sostegno per la pratica. Nella pratica interpersonale reciproca, viene resa
esplicita l’intenzione di praticare interpersonalmente e meditativamente. I
partecipanti riconoscono di dare sostegno alla consapevolezza di ciascuno; nelle
azioni e nelle parole si ricordano a vicenda di risvegliarsi all’esperienza di
questo momento. Lo sforzo è reciproco e collaborativo.
Nella pratica interpersonale reciproca l’aspetto collaborativo può spaziare dai
richiami gentili all’apertura di nuove prospettive su che cosa significhi essere in
relazione. Cheri, che ha partecipato a un gruppo settimanale di Insight Dialogue
in Nuova Zelanda, ha condiviso ciò che segue:

Mi sono accorta che le mie relazioni con gli altri sono indicatori del mio livello di pace interiore. Quando
sono con gli altri non mi è così facile nascondermi dietro le mie stesse distrazioni; mi ritornano indietro
immediatamente sotto forma di sensazione di distanza. Quando sono in pace con me stessa, mi sento
spontaneamente vicina agli altri.

Ai meditanti succede spesso di sperimentare l’attenuarsi o il dissolversi del


senso di separazione tra chi parla e chi ascolta; nel momento in cui si crea o si
condivide un momento presente congiunto, si intravede una realtà che va oltre la
scissione tra soggetto e oggetto, tra io e tu. Un’esperienza del genere, non
infrequente nei ritiri di Insight Dialogue, accade raramente nella meditazione
personale della maggior parte delle persone. Il circolo virtuoso retroattivo – in
cui due o più persone sostengono e amplificano a vicenda concentrazione e
consapevolezza – è uno dei grandi vantaggi della pratica interpersonale.
Dunque la meditazione interpersonale reciproca rende possibili momenti di
intuizione e comprensione profonda a cui altrimenti sarebbe difficile accedere
attraverso la meditazione personale, o anche tramite la meditazione
interpersonale unilaterale, nella quale il sostegno degli altri è meno diretto, se
non inesistente. La meditazione interpersonale, specie nelle sue forme di
reciprocità, favorisce anche in modo diretto la comprensione profonda delle
modalità interpersonali di sofferenza e di brama, e così facendo accelera la
liberazione interpersonale. Praticare con altri è anche una maniera potente di
coltivare una compassione attiva e viva, svincolata dalle astrazioni della
«pratica». Intuizione e ragione insieme indicano il bisogno impellente e la
potenzialità di una meditazione esplicitamente interpersonale.

Quali sono le componenti personali – pratiche, studio, riflessione – del vostro cammino di risveglio? E
quali le componenti interpersonali? In quali circostanze avete sperimentato un sostegno pienamente
reciproco sul cammino dello scioglimento?

Manifestazioni ordinarie e straordinarie del cammino


Alcune forme di pratica si integrano perfettamente con le nostre vite
ordinarie, mentre ne esistono altre che si intraprendono in luoghi e tempi
particolari e con un senso di dedizione intensificato. Si tratta di una distinzione
trasversale all’intera gamma delle pratiche possibili, diversa da quella tra pratica
personale e interpersonale. Chiamo «ordinarie» le pratiche pienamente integrate
nelle nostre vite, e «straordinarie» quelle che hanno luogo in circostanze speciali
o con comprensione e dedizione intensificata.
Per anni ho praticato la meditazione formale a casa e in ritiro, cercando di
integrare il tutto nella mia vita quotidiana. Ma qualsiasi cosa facessi, tra le due
situazioni rimaneva un abisso. Tornato a casa da un ritiro che mi aveva visto
sperimentare grande calma, se non felicità, ci mettevo pochissimo a sentirmi teso
e infelice. Dopo una sessione meditativa a un ritiro di consapevolezza, cercavo a
ogni costo di essere consapevole a casa mia, solo per ritrovarmi preoccupato
come al solito. Era innegabile che la mia vita fosse influenzata in modo potente e
positivo dalla meditazione formale. Certo, ero capace di raccontare come
meditazione e vita formassero un tutto unico – cosa che potevano e dovevano
essere –, ma era chiarissimo che mi mancava l’esperienza di una simile unità.
Dato che le cose non funzionavano come avrei sperato e come mi era stato
lasciato credere, ho preso a riconsiderare l’intera faccenda. Invece di continuare
a focalizzarmi sull’integrazione fra le due modalità, ho deciso di aprire a ciò che
potevo imparare se avessi ammesso che esistevano un tempo per la pratica
speciale e un tempo per la vita regolare, e che si trattava di due cose diverse.
Infine ho scoperto che fare chiarezza sulle differenze tra pratica ordinaria e
straordinaria rendeva possibile chiarire anche il rapporto fra le due. E ciò mi ha
aiutato ad arrivare a un senso autenticamente integrato del cammino. Ho potuto
vedere come ciascuna delle due contenga l’intero Ottuplice Sentiero, e come le
esperienze ordinarie e straordinarie lavorino insieme nelle nostre vite per
determinare un cambiamento significativo e duraturo.
Sono due i fattori principali che distinguono la pratica ordinaria da quella
straordinaria: l’essere abituale e lo stato mentale. Per comprendere che cosa
significa l’essere abituale basta un po’ di buon senso. Potremmo semplicemente
chiederci: «Questa attività è una parte consueta della vita di tutti i giorni? È parte
delle mie solite attività come parlare con un amico, andare a fare la spesa o fare
una passeggiata?». Se lo è, si tratta di pratica ordinaria. Se quello che sto
facendo viene intrapreso specificamente o perfino esclusivamente al fine di
coltivare il cammino, è pratica straordinaria. Sempre con il criterio dell’essere
abituale, il tratto più notevole della pratica straordinaria è che avviene in un
tempo che è «estratto» dal flusso delle attività ordinarie. Può accadere in un
momento fissato dall’orologio (per esempio, le 6 del mattino) oppure stabilito in
base ad altre considerazioni (per esempio, non appena i bambini sono saliti sullo
scuolabus), ma è comunque un tempo dedicato alla pratica, e non al servizio di
un altro scopo. Molte volte viene anche fatta in un posto speciale, come una sala
di meditazione, oppure su un cuscino. In questo senso la pratica straordinaria è
una pratica formale. Tra gli esempi di pratica straordinaria sono inclusi la
meditazione silenziosa, l’immersione nella preghiera, lo studio delle scritture, o
qualunque ritiro che ci porti fuori dal nostro ambiente di tutti i giorni al solo fine
di coltivare il cammino. Nell’uso tecnico del termine, a rendere straordinaria la
pratica è il fatto di riservarle appositamente del tempo. Ti siedi a meditare a casa
ogni mattina: ecco un atto straordinario. Tagli il prato, guidi lo scuolabus, vai in
vacanza alle Galapagos, vieni eletto presidente degli Stati Uniti: questi sono atti
ordinari.
Il criterio dell’essere abituale produce una distinzione del tipo «o uno o
l’altro» tra pratiche ordinarie e straordinarie. Secondo tale parametro, quando
pratico ogni giorno in modo informale la Retta Parola con familiari e amici, si
tratta della pratica ordinaria di Retta Parola. Per contro, se ho destinato un
momento speciale per praticare la Retta Parola con costoro, allora è una pratica
straordinaria. Se andando a piedi a un appuntamento, nell’aria frizzante del
mattino, mi accade di calmarmi spontaneamente, sto praticando la Retta Calma
concentrata in modo ordinario. Se siedo sul cuscino da meditazione e calmo la
mente e il corpo, sto facendo la pratica straordinaria di calma concentrazione.
Secondo tale criterio, le condizioni di vita specifiche della vita monastica, e le
speciali pratiche, rendono la vita di una monaca o di un monaco straordinaria.
Il secondo criterio per distinguere tra pratica ordinaria e straordinaria è lo
stato mentale individuale, in particolare quanto è sviluppata la forza di Retta
Visione, Retto Sforzo e Retta Consapevolezza. Sāriputta, il discepolo più saggio
del Buddha, insegnò che queste qualità elevano e affinano ogni elemento
dell’Ottuplice Sentiero. Disse al proposito:

Queste tre qualità – Retta Visione, Retto Sforzo e Retta Consapevolezza – circondano [ciascun fattore del
sentiero].4

Ovvero, questi tre fattori sono necessariamente presenti ogniqualvolta si stia


mettendo in atto uno degli altri fattori del sentiero, anche in modo ordinario.
Significa inoltre che con l’accrescersi di questi fattori, si accresce anche la
«rettitudine», o potere liberatorio del sentiero.
La Retta Visione è l’accesso ai tre fattori di elevazione. Nella sua accezione
più semplice la Retta Visione implica saper distinguere il salutare dal dannoso.
Ci si chiede se un pensiero, parola o azione arrecheranno beneficio oppure
danno. Se in un particolare momento una persona non sa distinguere il bene dal
male e agisce in modo dannoso, allora la persona non è sul cammino; la sua
confusione si accentuerà, e ne risulterà un danno. La Retta Visione si riferisce
alla consapevolezza del fatto che pensieri, parole e azioni determinano degli
effetti; è questo il modo corretto di intendere il karma. Questo aspetto della Retta
Visione sta alla base della moralità.
La Retta Visione ha però anche un aspetto globale: capire la verità della
sofferenza, le sue cause, la possibilità della cessazione e il sentiero per arrivarci.
Se riconosco che la corsa per appagare le mie brame produce al massimo una
soddisfazione fragile e precaria, ma che la diminuzione delle stesse produce una
gioia forte e piena di agio, tale riconoscimento può portarmi a orientare la mia
vita, le mie pratiche meditative e i miei pensieri in direzione della libertà. A
partire da questa consapevolezza tutti gli aspetti della mia pratica diventano più
straordinari. Lo stato di confusione dell’illusione abituale viene dissipato e una
nuova lucidità nutre coraggio, inquiry [indagine, esplorazione meditativa] e
un’attitudine vibrante verso la vita. Una maggiore chiarezza di comprensione
cambia le cose.
Il Retto Sforzo è il secondo dei fattori che elevano l’ordinario a straordinario.
Il Buddha consigliò:

Abbandonate ciò che è nocivo … sviluppate ciò che è salutare…[questo] porta al beneficio e al piacere.5

Lo sforzo, in questa circostanza, inizia col portare maggiore energia al


momento di esperienza. L’energia rende il corpo pronto e la mente lucida. Si
attivano cambiamenti ormonali e neurochimici; e l’intero corpo riprende vita con
rilassata consapevolezza. Un simile sforzo tende all’agio e al rilascio, non cerca
il risultato o il successo. Quindi si applica l’energia alla purificazione della
mente-cuore. La si usa per rilasciare i pensieri e le emozioni confusi e dolorosi,
per restare liberi dalle opinioni e dagli influssi, e per coltivare e mantenere la
consapevolezza, la chiarezza, la gioia e l’agio. Le vecchie abitudini si
dissolvono, e crescono l’inquiry, l’energia, la tranquillità, la gioia e la stabilità
mentale. Una simile intensificazione del Retto Sforzo aiuta a rendere il momento
straordinario.
Una consapevolezza accentuata è il terzo fattore di elevazione dall’ordinario
allo straordinario. La rivitalizzazione del corpo e della mente dovuta all’aumento
dell’energia ha come conseguenza l’accrescersi della consapevolezza. Ci
risvegliamo nel momento, presenti mentalmente al ruolo attivo che assumiamo
nel determinare il tenore dell’esperienza. Non più dominati da emozioni e
pensieri reattivi, ne diventiamo consapevoli, e li lasciamo essere. La
consapevolezza è intrinsecamente ricettiva. È fare fronte alle esperienze con
consapevolezza accettante, non identificata, e non avversiva. La mente si fa
consapevole di se stessa, degli altri e dell’ambiente circostante. Col crescere del
fattore della Retta Consapevolezza, il momento diventa straordinario.
Retta Visione, Retto Sforzo e Retta Consapevolezza, associandosi, danno
luogo a un’esperienza di chiara consapevolezza. Si percepisce la natura
mutevole e vibrante dell’essere. Il corpo è consapevolmente vitale; la mente è
ricettiva. Il termine pali sampajañña indica questo stato di vigile lucidità. Si
potrebbe usare la parola «presenza» per questo intensificato stato di
consapevolezza di tempo e luogo, tuttavia non si tratta di presenza di un sé, sia
pure trascendentale, ma piuttosto di una presenza paradossalmente vuota. Una
prontezza vigile e calma che si dispiega nel pieno dei pensieri e delle sensazioni;
forse la si può accostare a ciò che Wordsworth descrisse in Tintern Abbey:
… E ho sentito
una presenza che mi turbava con la gioia
di pensieri elevati ...6

Ogni volta che questi tre fattori si combinano con uno qualsiasi degli elementi
del cammino, quell’elemento diventa straordinario. Per esempio, la chiara
consapevolezza insieme con la Retta Parola innalza a straordinario un momento
di espressione verbale. È il nostro stato mentale a poter rendere straordinaria o
meno qualunque attività. Seguendo questo criterio, la chiara comprensione, la
consapevolezza e lo sforzo intensificati che i monaci cercano di applicare alla
routine della loro vita quotidiana sono straordinari, e sono in grado di
trasformare anche la routine più umile in forme di pratica straordinarie. I
medesimi effetti trasformativi di tali fattori offrono occasioni di pratica
straordinaria a chiunque, dovunque, in ogni momento.
Dopo aver guidato un ritiro di un giorno, mi è capitato di pranzare con un
collega insegnante di meditazione. All’inizio, per fare conoscenza, ci siamo
messi a parlare di come andavano le cose nella sua comunità. Abbiamo
continuato poi a conversare sulla natura della pratica meditativa e del cammino
in generale. Parlando dello stato di calma e di consapevolezza, di dedizione ed
energia, abbiamo visto rafforzarsi in noi progressivamente le qualità di cui
discutevamo. Ed ecco che proprio lì, in un ristorante thailandese dell’America
urbana, la nostra pratica ordinaria è diventata sempre più straordinaria. Avevamo
entrambi alle spalle anni di pratica meditativa, oltre che di dedizione e
conoscenza; elementi che hanno favorito il nostro semplice incontro,
delicatamente straordinario. Mi è capitato di avere conversazioni analoghe con
un amico che segue una tradizione sapienziale indigena. In quei momenti si
sperimenta una chiarezza che ha la stessa realtà e magia del cielo sul deserto, e si
apre una via d’accesso a una più profonda comprensione del momento.
È importante capire bene che utilizzo il termine «straordinario» in questa
accezione tecnica. Vale a dire, che sono due i criteri che concorrono a definire
«straordinario»: l’essere abituale e lo stato mentale. Secondo il criterio
dell’essere abituale, «straordinario» significa fuori dell’abituale, insolito,
estraneo all’ordinario – il cuscino, il tempio, l’incontro di pratica di gruppo, il
centro per ritiri. «Straordinario» non significa però necessariamente «speciale»,
e non deve per forza sottintendere pratiche inaccessibili o elitarie. Esistono
apprendimenti per i quali è importante allontanarsi dalle attività quotidiane, e
quando è così, «straordinario» comporta uno sfondo non abituale, ossia che non
appartiene alla vita di tutti i giorni. È vero, però, che quando lo stato mentale
sviluppa maggiore comprensione, energia e consapevolezza, persino le consuete
situazioni di vita diventano straordinarie. Il rovescio della medaglia si ha le volte
in cui una pratica è straordinaria, cioè nel contesto appropriato, ma viene
eseguita in modo opaco, con poca consapevolezza, energia o comprensione: ne
risultano stati mentali decisamente non straordinari.
Numerosi meditanti hanno descritto come, a seguito di un ritiro di Insight
Dialogue, si siano ritrovati a essere insolitamente coscienti e compassionevoli
con i propri compagni di vita. Un praticante ha raccontato di quando, tornato a
casa dopo un ritiro, la moglie continuasse «a interrompersi nel mezzo di una
frase dicendo: “Che cosa c’è? Perché mi guardi in questo modo?”. Io dico: “Ti
ascolto”, e lei: “Oh, che bello… è che non ci sono abituata”». Le interazioni
ordinarie tra i due partner erano andate verso lo straordinario, nonostante solo
uno dei due stesse provando a portare consapevolezza meditativa alla loro
relazione, e quindi la pratica fosse unilaterale. Un’altra coppia, dopo avere
partecipato a un ritiro, ha osservato che una volta tornata a casa ha continuato a
scambiarsi pensieri nel momento, senza giudizio e con minore
personalizzazione. I due hanno sperimentato che l’abilità crescente
nell’affrontare le emozioni con consapevolezza dava loro sollievo e senso di
liberazione; essere consapevoli per la prima volta della tendenza a personalizzare
le cose ha fatto loro intuire la natura non sostanziale del sé – un potenziarsi della
Retta Visione. Ogni volta che una persona affronta le normali interazioni umane
della vita quotidiana con comprensione, energia e consapevolezza approfondita,
le interazioni ordinarie si trasformano in pratica straordinaria. Il rapporto tra
pratica ordinaria e straordinaria, proprio come tra pratica personale e
interpersonale, non è di netta opposizione, ma è fatto di gradazioni. Di solito non
è difficile determinare se una certa pratica appartenga o meno alle proprie
attività quotidiane. Ma quando entrano in campo la Retta Visione, il Retto
Sforzo e la Retta Consapevolezza, diventa questione di gradi. E allora la pratica
di una certa persona può essere più o meno ordinaria, o più o meno straordinaria,
a seconda della sua comprensione e applicazione di energia e consapevolezza.

Come si sviluppa il cammino nella vostra vita ordinaria? Vi dedicate alla contemplazione degli
insegnamenti di saggezza? Quali sono le vostre attività nella vita che supportano la consapevolezza, la
curiosità salutare, l’energia, la gioia e la tranquillità?

Provate a sperimentare la trasformazione dell’ordinario in straordinario con l’aiuto della Retta Visione,
del Retto Sforzo e della Retta Consapevolezza. Cominciate dalla consapevolezza. Durante una
passeggiata da soli all’aperto, fate attenzione al semplice atto di muovere le gambe, e osservate che ne
siete consapevoli. Subito dopo ravvivate l’energia e l’attenzione che portate all’esperienza; notate gli
eventuali cambiamenti che ciò apporta alla sensazione percepita del momento. Infine considerate
l’impermanenza del corpo che cammina e, restando perfettamente consapevoli, lasciatevi andare
morbidamente al flusso del camminare. Questi esperimenti in che modo hanno influito sulla qualità
dell’esperienza? Provate di nuovo mentre siete in compagnia di altri.

Trasformazione e integrazione
Le pratiche straordinarie aprono squarci di libertà e intuizione in modalità per
noi trasformative; le pratiche ordinarie tendono a integrare l’intuizione nella
configurazione delle nostre vite e abitudini quotidiane. Sono due movimenti non
del tutto distinti che lavorano insieme a coltivare il risveglio. La trasformazione
sposta la nostra prospettiva nel pensare e vedere il mondo. Nel corso del
processo di integrazione i cambiamenti trasformativi si armonizzano
naturalmente con le nostre vite quotidiane. Le pratiche integrative servono a
conservare i benefici delle pratiche straordinarie, oltre a coltivare e a infondere
nuove intuizioni circa la nostra natura e la nostra prospettiva, in modo gentile e
graduale. Le intuizioni straordinarie si integrano nella nostra realtà quotidiana;
poco alla volta ciò contribuisce a innalzare il quotidiano verso lo straordinario.
L’abituale diventa straordinario grazie alla potente sinergia creata dal reciproco
alimentarsi dei due tipi di pratica.
Quando sperimentiamo qualcosa che non si adatta ai nostri schemi
interpretativi fabbricati, si apre una strada di trasformazione. Nella meditazione
profonda – una pratica straordinaria – potrebbe arrivare un’intuizione circa i
processi mentali e il loro appiccicare insieme sensazioni e percezioni in un sé
illusorio. Ne potrebbe conseguire che, da quel momento in poi, il concetto di sé
sia visto come opinabile. Ma al contrario potrebbe anche succedere che, in
seguito a un simile momento trasformativo, ci rifugiamo nella negazione; per
scomodo che sia, ci mettiamo a fabbricare una sorta di toppa da applicare ai
nostri sistemi di significato per lasciare intatte le vecchie configurazioni delle
emozioni e dei pensieri. O ancora, potrebbe accaderci di lasciar andare le
vecchie posizioni per adottare una visione diversa e di ordine superiore, che
abbraccia sia i vecchi sia i nuovi modi di intendere il mondo. Questa è
trasformazione. Ci vollero anni di evoluzione e una cosmologia tutta nuova
perché la gente accettasse le intuizioni di Galileo, Newton e altri – perché
davvero accogliesse l’idea che la Terra non sia il centro dell’universo.
Analogamente, l’idea che «io» non sia al centro dell’universo richiede un
cambio di paradigma altrettanto impegnativo, se non disturbante.
Non sono passaggi facili da attuare. Un mutamento in un sistema di
significato trasforma il modo in cui vediamo il mondo, e incide necessariamente
su tutto ciò che facciamo. Le pratiche trasformative hanno una potenza molto
superiore al tempo speso praticando. Persino un ritiro di meditazione di cinque
giorni può cambare come percepiamo noi stessi o come prefiguriamo la
direzione da dare alla nostra vita. Ho visto molti, terrorizzati all’idea di parlare
davanti a dei gruppi, sostituire alla paura l’agio, perlopiù sulla base di una
comprensione esperienziale della possibilità di essere accolti dagli altri senza
essere giudicati. Anche un solo momento di contatto interpersonale libero da
brama può avere un impatto duraturo e diminuire l’attaccamento e la paura. Una
vita con minore attaccamento e paura non potrà che essere diversa.
La trasformazione e l’integrazione sono trasversali alla distinzione tra
pratiche ordinarie e straordinarie, e sono entrambe necessarie. Nelle pratiche
trasformative l’intuizione nasce, gli atteggiamenti mutano, la compassione e la
saggezza si approfondiscono. Nelle pratiche integrative questi cambiamenti
vengono resi effettivi dal mutamento di prospettiva e di comportamento. Le
pratiche integrative rendono attive nella nostra vita di tutti i giorni le intuizioni
trasformative, che diventeranno parte della nostra personalità.
Talora le persone si chiedono se la distinzione ordinario/straordinario non
costituisca una dualità nociva, che priva il quotidiano della sua unicità e
cristallizza una pratica speciale circondata da attaccamento e aspettative.
Chiedono: «Ma non ci si risveglia anche solo tagliando la legna e portando
l’acqua?», oppure: «Ma non siamo forse già risvegliati, senza saperlo?».
Tuttavia, fino a che il risveglio non sorge spontaneamente, occorre portare
un’attenzione particolare alle abitudini del cuore. Perché siano rilasciate c’è
bisogno di amore, consapevolezza e calma straordinari. Il nostro attaccamento è
nascosto dentro, protetto dalla paura e da altre difese. L’intelletto, il tumulto
emotivo quotidiano e le distrazioni della vita costituiscono eccellenti
nascondigli. Concentrazione e consapevolezza approfondite rendono il rilascio
più radicale, via via che emerge l’attaccamento più sottile, che in tal modo si
allenta. E allora diventano necessarie e appropriate attività dedicate, in cui
coltivare lo straordinario. Esse penetrano sotto la superficie, come quando si
svellono le radici delle erbacce anziché limitarsi a strapparne le foglie. Quando
siamo in grado di rilasciare l’attaccamento, ecco che il nostro dolore cambia
davvero, riducendosi. Un certo grado di serenità e di amore prende il posto della
sofferenza; e ritrovandoci nel flusso della vita ordinaria, a «tagliare la legna e a
portare l’acqua», siamo un po’ più presenti a noi stessi, e lo sappiamo. Si apre
un’esperienza di maggiore agio, chiarezza, una saggezza più grande, maggiore
compassione. Le attività straordinarie sono efficaci nel provocare tale
cambiamento, e dunque sono necessarie oltre che appropriate. Ecco come si
incontrano straordinario e ordinario. Per effetto della trasformazione lo
straordinario diventa piuttosto normale: l’ordinario ha rivelato la sua natura
sostanzialmente straordinaria. A mano a mano che si procede, iniziamo a
riconoscere quella consapevolezza limpida e spontanea da sempre connaturata
all’ordinario.

Un sentiero ad ampio spettro


Sono in molti a concepire la meditazione formale o preghiera come parte
principale del sentiero spirituale, nonostante persino i praticanti assidui non
dedichino più del dieci per cento del loro tempo da svegli alle pratiche
straordinarie. L’attrazione per esse è facile da capire. Esiste qualcosa in noi, a
volte nascosta, che anela a rilasciare i punti di vista che limitano e le vecchie
abitudini emotive a favore di una comprensione vasta, della gioia e della libertà.
Tuttavia per la maggior parte di noi un sentiero spirituale riduttivamente
concentrato sullo straordinario non potrà che sfociare nella frustrazione. Per
quanto possiamo desiderare o temere le esperienze trasformative, le nostre vite
sono perlopiù all’insegna della normalità, se non della banalità. Lavoriamo,
abbiamo una vita di relazione, ci prendiamo cura del corpo. La visione di un
sentiero maturo e inclusivo mette a disposizione percorsi personali e
interpersonali dal potere trasformativo, e i mezzi per integrare i cambiamenti più
profondi. Un simile cammino trascende le divisioni provocate dall’arduo
incontro tra le culture asiatiche e quelle occidentali. L’individualismo, l’onestà
emotiva e la propensione ad agire propri del mondo occidentale possono
associarsi alla comunanza, alla quiete e al non-attaccamento asiatici, in un
sentiero che rispecchi l’intera nostra persona. Un simile cammino non potrebbe
non essere anche robusto, adattabile sia a tempi di cambiamenti economici e
sociali, sia a tempi di relativa stabilità e benessere, come per esempio il periodo
che ha permesso che gli insegnamenti buddhisti trovassero in Occidente un
terreno fertile in cui crescere.
A partire da questa definizione del sentiero – ad ampio spettro e pienamente
umano – si apre per noi la possibilità di incarnarlo in tutto ciò che facciamo.
Esistono quattro aspetti interrelati nel sentiero: ordinario personale, ordinario
interpersonale (o sociale), straordinario personale e straordinario interpersonale.
Le otto componenti del cammino – Retta Visione, Retta Intenzione, Retta Parola,
Retta Azione, Retta Condotta di vita, Retto Sforzo, Retta Consapevolezza e
Retta Calma concentrata – restano le stesse nella pratica di tutti i giorni o in
quella espressamente profonda. Gli otto fattori coincidono anche nella pratica
personale e interpersonale.
Questa visione ampia del sentiero suggerisce una varietà di pratiche
meditative e linee-guida per la vita. La pratica personale ordinaria della Retta
Visione potrebbe includere le letture informali sulla condizione umana – un
esempio: la lettura di questo libro –, purché sia presente un certo grado di
conoscenza della sofferenza, delle sue cause, della sua cessazione. Quando si
studia con energia e consapevolezza, guidati da una chiara intenzione di
abbandonare l’attaccamento, l’atto della lettura non può che assumere la qualità
meditativa della pratica straordinaria, indipendentemente dal fatto che il
materiale di lettura siano i testi buddhisti, altri insegnamenti profondi, o questo
stesso libro.
La pratica ordinaria personale della Retta Parola richiederebbe di parlare
consapevolmente in modi veritieri e portatori di armonia – e, ripeto, con un
minimo di comprensione dell’attaccamento e del lasciar andare. La Retta Parola
straordinaria interpersonale potrebbe comportare incontrarsi con altri in una
situazione apposita per esplorare il parlare con concentrazione e consapevolezza
profonde. Il ritiro di Insight Dialogue rappresenta un buon esempio di una
pratica simile. La Retta Condotta di vita ordinaria, in ambito personale e in
comunità, dovrebbe rimanere nell’innocuità rispetto agli altri e all’ambiente.
Nella sua accezione straordinaria potrebbe comprendere lo stile di vita
monastico o eremitico, apertamente dedicato a un cammino di risveglio. Il Retto
Sforzo straordinario potrebbe essere praticato personalmente nella meditazione
silenziosa, oppure interpersonalmente nell’abbandono della rabbia e nella
coltivazione dell’equanimità. L’intero cammino è sempre disponibile, e in ogni
circostanza. Possiamo cominciare da uno qualsiasi dei fattori o dei quadranti. Il
sentiero non è avulso dalla vita, è la vita. Come disse il Buddha: «Il Nobile
Ottuplice Sentiero, o monaci, è la vita santa».7
IL NOBILE OTTUPLICE SENTIERO AD AMPIO SPETTRO

Straordinario personale
Si rafforzano sempre più Retta Visione, Retto Sforzo,
Retta Consapevolezza e/o i tempi di pratica dedicati.
I ritiri tradizionali racchiudono la maggior parte dei fattori del sentiero

Retta Visione Contemplazione Retta Condotta di vita Sforzo individuale esplicito e


in isolamento di testi sapienziali intenso di vivere innocuamente

Retta Intenzione Ritiro di rinuncia Retto Sforzo Ritiro sulla morte (la rinuncia) o sulla
e di compassione gentilezza amorevole (coltivazione)

Retta Parola Sforzo individuale esplicito Retta Consapevolezza Ritiro vipassana


e intenso di dire solo la verità

Retta Azione Vivere votandosi fortemente al servizio Retta Calma concentrata Ritiro tradizionale
disinteressato e alla giustizia economica incentrato sulla meditazione sul respiro

Ordinario personale
Incorporato nella vita, con un minimo di Retta Visione,
Retto Sforzo, Retta Consapevolezza.

Retta Visione Lettura consapevole sulle funzioni del corpo Retta Condotta di vita Evitare lavori
umano che danneggino gli altri

Retta Intenzione Pensare alle gioie Retto Sforzo Evitare le persone


di una vita gentile e generosa le cui parole sono disoneste, volgari
(prevenzione)

Retta Parola Impegnarsi personalmente Retta Consapevolezza Pulire consapevolmente la


a non parlare male degli altri cucina

Retta Azione Impegnarsi personalmente alla fedeltà Retta Calma concentrata Calmarsi prima
sessuale di varcare la soglia di casa

IL NOBILE OTTUPLICE SENTIERO AD AMPIO SPETTRO

Straordinario interpersonale
Si rafforzano sempre più Retta Visione, Retto Sforzo,
Retta Consapevolezza e/o tempi di pratica dedicati.
Il ritiro di Insight Dialogue racchiude la maggior parte degli otto fattori del sentiero

Retta Visione Conversazioni Retta Condotta di vita Comunità monastica


consapevoli programmate sul Dhamma

Retta Intenzione Patto reciproco tra Retto Sforzo Ritiro interattivo di gentilezza amorevole
i partecipanti di impegno alla rinuncia (mantenere-aumentare)
(per esempio, non sprecare)

Retta Parola Sessioni di pratica reciproca ed Retta Consapevolezza Ritiro di consapevolezza interattiva
esplicita di parola utile e compassionevole

Retta Azione Vivere in una comunità dedita alla Retta Calma concentrata Incontro settimanale per
pace praticare esercizi calmanti interattivi

Ordinario interpersonale
Incorporato nella vita, con un minimo di Retta Visione,
Retto Sforzo, Retta Consapevolezza.
Retta Visione Discutere con Retta Condotta di vita Impegno familiare per la
un amico dell’impermanenza sostenibilità e l’innocuità

Retta Intenzione Pianificazione a lungo termine di Retto Sforzo Accordo di gruppo per rinunciare alle droghe e
obiettivi di lavoro salutari all’alcool (abbandono)

Retta Parola Gruppo di lavoro che Retta Consapevolezza Lavoro di gruppo volontario dedito
di comune accordo pratica la parola al reciproco sostegno della consapevolezza
gentile e vera

Retta Azione Partecipare a un comitato Retta Calma concentrata Rilassarsi in mezzo alla natura in
scolastico dedito alla riduzione del consumismo compagnia di amici

Sulle prime ci accostiamo al sentiero come a un insieme di qualità da


coltivare passo dopo passo, con un andamento a spirale in direzione di una
maggior comprensione. A mano a mano che tali qualità si radicano in noi, si
afferma con crescente evidenza l’aspetto di nobiltà del cammino. E allora
vediamo otto qualità che convergono nella vita e nella mente di un individuo, e
si manifestano che sia solo o con altri, in ritiro o in cucina. È così che mi è
capitato spesso di sperimentare la mia insegnante Anagarika Dhammadinna.
Energia, consapevolezza, gentilezza e generosità erano parte integrante di lei,
come la costituzione robusta e il viso tondo. Con persone così, in certi momenti,
non c’è nessun fare, nessun atteggiarsi. E allora il sentiero diventa la descrizione
della mente-cuore di un individuo estremamente evoluto. La comprensione di
tale persona è armonica, la sua consapevolezza e concentrazione sono stabili.
Le manifestazioni ordinarie del cammino, sia personali sia interpersonali,
sono state esplorate a fondo da esponenti di molte religioni e culture.
Compassione e moralità sono naturalmente al centro dell’interesse delle
esplorazioni dell’ordinario. Dovunque ci sia stata Retta Visione, anche in
minima parte – ovvero l’accento sul lasciare andare anziché ottenere, sul ridurre
le brame anziché alimentarle –, io sarei dell’idea di includere tali manifestazioni
in questa definizione del sentiero umano. Nel corso del tempo i buddhisti hanno
esplorato le pratiche straordinarie personali, e così i mistici di varie tradizioni. I
cabalisti nel giudaismo, i sufi nell’islam, i padri del deserto nel cristianesimo e i
saggi nell’induismo sono tutti campioni del sentiero straordinario personale.
Ancora una volta, quando la Retta Visione è presente, tali pratiche entrano a far
parte di questo cammino umano ad ampio spettro.
Eppure, tranne poche eccezioni, tra cui le riunioni dei quaccheri, i dibattiti dei
monaci tibetani, le danze sufi e certe forme del rapporto insegnante di
meditazione-allievo, è raro che si siano sviluppate pratiche straordinarie che
siano interpersonali e insieme interattive. Ho scoperto che pratiche del genere
possono davvero aiutare a realizzare la nostra innata capacità di sviluppare agio
e vigilanza, felicità e saggezza, e compassione. E contribuiscono al nostro
percorso grazie al quarto quadrante, lo straordinario interpersonale. I quattro
quadranti presi insieme non costituiscono cammini separati, ma l’intero spettro
di un unico cammino umano.
Parte terza
La pratica
8. Elementi di un sentiero efficace

Quale aspetto avrebbe una pratica straordinaria interpersonale? Come sarebbe


la vita, se le nostre vite interpersonali fossero infuse di tranquillità e lasciare
andare? Nella tradizione buddhista il sentiero poggia su moralità, tranquillità e
saggezza.1 Se fondiamo una pratica su questi elementi, ci stiamo ispirando a una
tradizione collaudata nel tempo. Tuttavia, una pratica basata sull’esperienza
interpersonale dovrebbe necessariamente includere il contatto interpersonale.
Avrà una serie di tratti distintivi, senza contare che le forme di una simile pratica
potrebbero non corrispondere ai nostri preconcetti sulla meditazione.
Le pratiche interpersonali dovranno prevedere il parlare o comunque
l’interagire con altri, di conseguenza si lasceranno alle spalle la caratteristica più
ovvia della meditazione tradizionale: il baluardo del silenzio. Dobbiamo inoltre
aggiungere l’elemento della reciprocità a quelli più tradizionali della moralità,
della tranquillità e della saggezza. A questo punto saremo in grado di discernere
i contorni di una pratica straordinaria interpersonale ben fondata.
La moralità è la terraferma di qualunque cammino di risveglio, ordinario o
straordinario che sia. Il Buddha, e con lui altri saggi, si espresse al riguardo con
grande chiarezza:

O monaci, così come tutte le azioni ardue che si fanno vengono fatte basandosi sulla terra, stabilendosi sulla
terra, lo stesso accade a un monaco che, basandosi sulla virtù, stabilendosi sulla virtù, svilupperà e coltiverà
il Nobile Ottuplice Sentiero.2

Senza la considerazione per l’uomo che è all’origine della moralità, senza


l’agio trasmesso da una coscienza limpida, anche la saggezza più profonda resta
un’idea, l’ennesima illusione nella nostra collezione di attaccamenti. Ne
consegue che il sentiero, poco importa se lo si considera dalla prospettiva
personale o interpersonale, non può che fondarsi sulla moralità. I fattori morali
dell’Ottuplice Sentiero – Retta Parola, Retta Azione e Retta Condotta di vita – si
riferiscono anzitutto al modo in cui incontriamo e trattiamo gli altri. Parlare, così
come ascoltare, implica relazione. La Retta Azione corrisponde al fondamento
morale di quasi tutte le religioni: astenersi dall’uccidere, dal rubare e dalle
molestie sessuali – sempre questioni relazionali. La Retta Condotta di vita e la
Retta Parola si riferiscono all’onestà e al decoro del nostro sostentamento, o del
nostro stile di vita complessivo. La moralità è il principio fondante di qualunque
reciprocità salutare.
Tra gli elementi specifici della moralità ce n’è uno che si applica in particolar
modo alla presente esplorazione della pratica straordinaria interpersonale: gli
insegnamenti del Buddha sulla Retta Parola. Questo elemento di Insight
Dialogue viene rappresentato molto chiaramente dalla linea-guida Di’ la verità.
Come vedremo, ciò implica gentilezza, consapevolezza, utilità, e altre buone
qualità della parola. Dal momento che la pratica di Insight Dialogue riesce a
trasformare così tanto le nostre modalità abituali di conversazione quotidiana, a
volte ci si riferisce a essa come a una pratica di Retta Parola. L’Insight Dialogue
è tuttavia una pratica adattabile e ad ampio spettro, che non si limita alla Retta
Parola, proprio come la meditazione tradizionale non è semplicemente una
pratica di «retto silenzio».
Il secondo elemento di un cammino straordinario è la tranquillità. Per essere
felici, per vedere le cose così come sono, sono essenziali una mente in pace e un
cuore calmo. La tensione distorce la lente attraverso la quale guardiamo il
mondo, presentandoci tutto con il filtro di ciò che ci rende tesi. Senza tranquillità
la mente non può soffermarsi sulle esperienze per tutto il tempo necessario a
conoscerne la natura. Se non conosciamo la natura dell’esperienza, è
improbabile che riusciremo ad abbandonare le fabbricazioni egoiche e a essere
pienamente compassionevoli verso noi stessi e gli altri.
Retto Sforzo, Retta Consapevolezza e Retta Calma concentrata sono tutti
considerati componenti della parte incentrata sulla tranquillità del sentiero
buddhista tradizionale. Hanno a che vedere con la coltivazione della mente, che
include affinare le emozioni, potenziare la presenza momento per momento, e
attivare serenità e lucidità. Come abbiamo visto, l’energia e l’impegno del Retto
Sforzo e la limpida ricettività della Retta Consapevolezza sono necessari per
poter definire straordinaria una pratica. Questi due fattori sono rappresentati
soprattutto dalla prima linea-guida dell’Insight Dialogue, ovvero Pausa.
Resta ancora il fattore di tranquillità della calma concentrata. Di primo
acchito potrebbe sembrare poco opportuno il tentativo di rafforzare la calma
concentrata nel contesto di una pratica che vede le persone in relazione
reciproca. Generalmente, infatti, sono gli altri esseri umani a costituire la nostra
massima fonte di stress, senza contare che esistono sistemi di meditazione
individuale silenziosa altamente sviluppati adattissimi alla coltivazione della
calma. Il Buddha accennò spesso all’«estasi dell’isolamento»,3 e nei secoli i
mistici non hanno mai smesso di esaltare il valore della solitudine silenziosa. Si
potrebbe allora facilmente sostenere che il fatto stesso che gli altri siano una
fonte di stress così significativa rende prioritario imparare a meditare con altri; in
questo modo cominceremmo a calmarci mentre siamo in relazione. Ma dal
momento che stiamo parlando di pratiche straordinarie, allora ha senso il
lasciarsi alle spalle gli stimoli per determinati periodi di tempo, condizione
preziosa, anzi necessaria, per fare un lavoro su di sé realmente trasformativo.
Non posso che essere d’accordo, e ho moltissimo rispetto e apprezzamento per il
silenzio profondo della meditazione personale. Tuttavia ho imparato che anche
nella pratica interpersonale può esserci profonda calma. Ho trovato una chiave di
comprensione di questa possibilità direttamente negli insegnamenti del Buddha;
tutto dipende dalla relazione tra felicità e concentrazione.
L’ottavo fattore del sentiero, samādhi, o «calma concentrata», è uno degli
insegnamenti del Buddha più fraintesi. Spesso si intende la concentrazione come
qualcosa di collegato allo stabilirsi intenzionale della mente su un oggetto, uno
stato mentale strettamente focalizzato. Sono numerosi gli insegnanti e le pratiche
influenzate da questa prospettiva. Di fatto, il Buddha insegnò invece che la
mente è concentrata – naturalmente unificata e stabile – quando è felice e calma.
Egli disse:

Per chi è gioioso, non c’è bisogno di un atto di volontà: «Che il mio corpo possa essere sereno!». È una
legge di natura che il corpo sia sereno, per chi è gioioso.
Per chi è sereno nel corpo, non c’è bisogno di un atto di volontà: «Che io possa provare felicità!». È una
legge di natura che chi è sereno provi felicità.
Per uno che è felice, non c’è bisogno di un atto di volontà: «Che la mia mente sia concentrata!». È una
legge di natura che chi è felice abbia la mente concentrata.
Per uno che è concentrato, non c’è bisogno di un atto di volontà: «Che io possa conoscere e vedere le cose
per quello che realmente sono!». È una legge di natura che chi ha la mente concentrata [calma e unificata]
veda e conosca le cose per quello che realmente sono.4

Questo insegnamento ci indica l’agio e la calma insiti in samādhi. Ecco


perché sono solito fare riferimento a questo aspetto del sentiero come alla calma
concentrata, e non semplicemente come alla concentrazione. È un tipo di
tranquillità che di solito si pratica individualmente. Il Buddha esortava i monaci
a raccogliersi ai piedi degli alberi o in capanni vuoti per applicarsi con diligenza.
È logico: pensieri, emozioni, desiderio e avversione sorgono mentre ascoltiamo,
guardiamo, tocchiamo e, in un modo o nell’altro, incontriamo le persone.
Tuttavia la meditazione interpersonale può di fatto favorire il sorgere di uno
stato mentale calmo e felice. A questo riguardo la linea-guida cruciale è Rilassa.
In ogni ritiro di Insight Dialogue in cui insegno mi capita di sperimentare e
osservare negli altri stati significativi di calma. La tranquillità gioca un ruolo-
chiave nell’integrazione della nostra pratica interpersonale con la vita reale. Lo
stress acuisce la reattività e interferisce con la consapevolezza. Di contro, la
coltivazione intenzionale di una mente-corpo calma orienterà la persona a
rispondere agli altri con attenzione e a essere consapevole dell’esperienza
presente. Un po’ alla volta accresciamo la facoltà di richiamare alla mente la
serenità, suggerita dalle linee-guida meditative, nei momenti critici della vita; nel
farlo siamo sempre più capaci di mantenerci presenti di fronte a chiunque.
Restare tranquilli nelle nostre relazioni farà di noi esseri più felici, sani,
empatici. Quando il cuore è calmo, le abitudini reattive si ammorbidiscono e si
depotenziano. La mente calma è anche naturalmente più concentrata; quando si è
rilassati, anziché distratti o stressati, si può restare concentrati più a lungo su un
compito.
Nella pratica quotidiana, di solito tranquillità non significa necessariamente la
totale immobilità propria della meditazione. È più probabile che si riveli in un
volto calmo, in una facilità al sorriso e in una voce rilassata. Quando siamo
sereni, tendiamo a essere pazienti, lucidi ed emotivamente equilibrati.
La saggezza – vedere le cose come realmente sono – è un terzo elemento di
base dei sentieri straordinari tradizionali. Il Buddha insegna che i fattori di
saggezza sono Retta Visione e Retta Intenzione. Abbiamo preso in
considerazione la natura di una comprensione armoniosa e adeguata, ma
abbiamo accennato appena a come si potrebbe coltivare un simile fattore.
Esistono pratiche specifiche che supportano lo sviluppo dalla Retta Visione.

Monaci, quando la Retta Visione è sostenuta dai cinque fattori, si ha la liberazione della mente come suo
frutto … La Retta Visione è sostenuta dalla virtù, dallo studio, dalla discussione, dalla tranquillità e
dall’intuizione.5

Questa evocazione di virtù, tranquillità e intuizione coincide con la maggior


parte delle immagini della meditazione. Meno prevedibile è l’inclusione dello
studio e della discussione. L’aspetto di saggezza – la Retta Visione – sarà
sostenuto dalla contemplazione e dalla discussione di insegnamenti che rivelano
la natura delle cose in modo attendibile. Ascolta in profondità e Di’ la verità
sono linee-guida che mettono in risalto questo aspetto del fattore di saggezza. Si
tratta di pratiche che si inseriscono naturalmente nello sviluppo straordinario
interpersonale.
In tutti i suoi discorsi, il Buddha insegnava attraverso contemplazioni,
ponendo domande del tipo:

Questa azione che voglio compiere … provocherà il mio tormento, quello di altri, oppure quello di
entrambi?6
Vi è forse in me qualche ossessione non lasciata a se stessa che abbia ossessionato la mia mente al punto
che io non possa conoscere o vedere le cose così come realmente sono?7

Tali domande affiancano le classiche contemplazioni sull’impermanenza, la


sofferenza e l’impersonalità. Nell’Insight Dialogue l’utilizzo di contemplazioni,
unitamente alla linea-guida Confida nell’emergere, accresce e sostiene gli
elementi di saggezza. Lo studio e la contemplazione sono venerati come vie per
la saggezza in quasi tutte le tradizioni spirituali, orientali e occidentali. Anche le
tradizioni occidentali della scienza, della psicologia e della filosofia cercano
saggezza nello studio. La maggior parte delle tradizioni sapienziali introducono
contemplazioni su corpo, morte, transitorietà, amore, compassione e sacralità
della vita.
Ha quindi senso che queste e altre contemplazioni possano svolgere un ruolo
importante in una pratica straordinaria interpersonale. E non è difficile vedere
come portare nella vita quotidiana contemplazioni scelte con cura potrebbe
accrescere la nostra comprensione consapevole. Durante un ritiro, grazie a una
contemplazione di gruppo sull’impermanenza nelle relazioni, Celia ha avuto una
potente intuizione sulla natura dell’esperienza momento per momento:

Sei di noi si sono seduti in cerchio. Era quasi il tramonto, e proprio mentre parlavamo del cambiamento
nelle nostre vite, all’esterno la natura ha inscenato un esempio di cambiamento in diretta: dal giallo al rosa
al rosso alla quasi completa oscurità. Nel contemplare i cambiamenti nelle relazioni siamo diventati più
quieti. Nessuno di noi nutriva ancora l’illusione dei rapporti stabili; eravamo tutti troppo stagionati – cioè
vecchi, oserei dire – per poter anche solo immaginare una relazione che non cambiasse da un giorno
all’altro e da un anno all’altro. Questo ci ha disposto a saper cogliere il cambiamento a partire da quel
preciso momento di pratica. È stato Jack ad avviare il movimento a spirale che doveva portarci al punto, il
nostro essere insieme nell’istante. Ha detto soltanto: «Mi fa male il ginocchio». Dopo una pausa, ha
aggiunto: «Adesso non mi fa più male». Tutto qui. Ma in quel momento, come tessere di domino messe in
fila, ciascuno di noi ha sperimentato l’insieme delle proprie sensazioni come fuggevole. «Osservo la mente
che non sa che cosa dire… ora quel pensiero se n’è andato». Poi: «La luce rossastra sul volto di Lisa è
molto bella… ora è solo rossastra». Tutto ciò a cui ci attaccavamo sembrava svanire a ogni istante,
dissolvendosi come la luce del giorno nella notte. Quando è arrivata l’ora di cena, l’impermanenza non era
più un tema di contemplazione, era diventata un semplice e lampante dato di fatto.
Nella sua manifestazione più diretta, la saggezza può svilupparsi nella pratica
straordinaria interpersonale facendo maturare una consapevolezza immediata di
sofferenza, brame e libertà interpersonale, come è accaduto nel gruppo di Celia.
Nessuna esperienza intellettuale può sostituire la comprensione diretta e
immediata dello stress e della libertà. Se radicata in questa intuizione, la pratica
si orienta verso il rilascio, anziché alimentare le brame. Non c’è differenza
rispetto al modo in cui la Retta Visione viene sviluppata nella meditazione
tradizionale silenziosa: i meditanti vedono l’impermanenza, la dolorosità e
l’impersonalità dei loro pensieri e delle loro emozioni, e sperimentano in prima
persona l’agio che sorge quando la mente abbandona l’attaccamento abituale. La
differenza principale è che l’intuizione avviene nella pratica reciproca, anziché
solitaria.
La recipocità, che comprende la comunicazione, è il quarto elemento chiave
di una pratica straordinaria interpersonale. Ciò viene evidenziato al meglio con
Apri, la terza linea-guida dell’Insight Dialogue, come pure dalla coppia di
istruzioni Ascolta in profondità-Di’ la verità. Ho sottolineato come il Buddha
considerasse il supporto degli amici spirituali e della comunità l’elemento più
importante della vita santa. Ciononostante, la reciprocità non viene inclusa tra i
fattori espliciti nell’Ottuplice Sentiero del Buddha. Di fatto si potrebbe
addirittura affermare che, in una prospettiva buddhista tradizionale, l’elemento
meno ortodosso dell’Insight Dialogue sia il suo carattere collettivo. Ma se
guardiamo da vicino, vedremo che la reciprocità è parte integrante della
coltivazione della moralità – Retta Parola, Retta Azione, Retta Condotta di vita
–, anche se viene considerata solo indirettamente per quanto attiene alla
tranquillità e alla saggezza. Ma se vogliamo giungere a una pratica, o addirittura
a un cammino, che includa il relazionale, dovremo necessariamente affrontare la
reciprocità in ogni componente del percorso.
Ascoltare e parlare vanno inclusi in una pratica reciproca completa, dal
momento che sono tratti determinanti degli esseri umani. Inoltre la
comunicazione verbale è singolarmente adatta alla coltivazione della Retta
Visione. Permette alla conoscenza di evolversi collettivamente, e alle emozioni
di districarsi. Malgrado si usi il linguaggio, un simile rilascio può aver luogo a
un livello prerazionale, in cui il cervello limbico – il cervello dei legami
relazionali e dell’emozione – si riconfigura nell’incontro dialogico. A questo
livello la trasformazione non è più soltanto una questione individuale. La
meditazione interattiva apre nuove strade evolutive.
Poiché la parola esercita una grande forza nelle nostre vite di relazione, e
visto che tanta parte della nostra vita è relazionale, includere il parlare e
l’ascoltare in una pratica straordinaria consente al potere della pratica di
infiltrarsi nell’intera nostra vita. Il linguaggio porta all’interno della pratica la
forza dell’intelletto, il potere associativo delle parole, e la sua capacità di rivelare
le credenze che ci limitano, i desideri, l’attaccamento e le paure. Il linguaggio è
uno strumento efficace sia per costruire sia per decostruire tali formazioni. Una
meditazione interpersonale ben concepita, se praticata con diligenza, può indurre
una profonda trasformazione negli individui e nei gruppi.
Qualunque pratica interpersonale, ordinaria o straordinaria, deve avere radici
nella compassione. Parlando e ascoltando, sentiremo il dolore l’uno dell’altro.
Quando dimoriamo nella compassione, è facile che l’attenzione si sposti
dall’autoreferenzialità, il che può rappresentare un punto di partenza per
intuizioni sulla natura della mente relazionale. Invece di concentrarci su soggetto
e oggetto, su di me e su di te, ci sintonizziamo con l’incontro stesso, l’esperienza
sempre emergente dell’incontro. Non abbiamo altro modo di conoscere il mondo
se non attraverso una comprensione forgiata in presenza degli altri. Resi umili da
questo fatto, con la compassione a costituire il fondamento di un cammino
interpersonale, saremo in grado di accettare con maggiore prontezza
l’impermanenza e lo stress insiti nella vita relazionale.
Una pratica siffatta deve richiamarsi anche alla gentilezza amorevole, vale a
dire una mente-cuore altruista e ricettiva. Un cuore gentile è fondamentale per la
pratica interpersonale, per una ragione semplice e concreta: se le persone sono
invitate a presentarsi reciprocamente alla luce chiara della consapevolezza,
saranno a loro agio nel farlo solo sapendo di essere ricevute con gentilezza e
comprensione. Il cuore aperto dell’amore genera compassione; una pratica
straordinaria interpersonale non si limiterà a riposare su una base di compassione
già sviluppata, ma farà accrescere la compassione spontaneamente. Ecco il
risultato che si ottiene indefettibilmente quando la consapevolezza meditativa
svela la nostra umanità condivisa.
Vediamo quindi che la pratica interpersonale poggia sui quattro elementi:
moralità, tranquillità, saggezza e reciprocità. Perché una simile pratica sia forte
ed efficace, ciascuno dei quattro elementi dovrà essere ben sviluppato e dovrà
avere con gli altri tre un rapporto di mutuo sostegno. Idealmente si tratterà di una
pratica che si presta a essere coltivata sia nella vita di tutti giorni sia in luoghi
dedicati, e in modo straordinario in entrambe le condizioni, e senza scendere a
compromessi. L’impatto di una simile pratica potrà essere colto dal
discernimento saggio, riflettendosi nella dignità umana trasmessa dal praticante.
L’Insight Dialogue risponde a questi criteri.
L’Insight Dialogue si sviluppa sia in circostanze appartate sia nella vita
quotidiana. Nei ritiri o gruppi di Insight Dialogue due o più persone si ritrovano
nella meditazione personale silenziosa, per poi estendere la pratica a una
modalità interpersonale che comprende il parlare e l’ascoltare. Quando la pratica
viene integrata nella vita, le istruzioni meditative fanno da linee-guida di un
vigile impegno con gli altri. In entrambi i casi l’esito è lo svanire di brama e
ignoranza.
Al pari della meditazione tradizionale individuale, L’Insight Dialogue in
gruppo e in ritiro è una pratica straordinaria, in quanto le persone si riuniscono in
gruppo per periodi di tempo appositamente riservati allo scopo. I meditanti si
aspettano che la pratica influisca in modo positivo sulla loro realtà quotidiana,
ma riconoscono il particolare potenziale trasformativo della pratica esplicita
straordinaria. Praticare nella vita quotidiana contribuisce a passare dall’ordinario
allo straordinario, evocando i fattori trasformativi di Retta Visione, Retto Sforzo
e Retta Consapevolezza. In entrambi i casi è presente in noi l’aspirazione a
incontrare il momento presente accorgendoci in qualche modo della futilità insita
nell’alimentare le brame, e con l’intenzione di lasciare andare gli attaccamenti.
Le varie forme di meditazione tradizionale silenziosa beneficiano di una serie
di istruzioni diverse e specifiche. Allo stesso modo anche l’Insight Dialogue
propone istruzioni di meditazione, o linee-guida, messe a punto nel tempo per
sostenere i meditanti a passare dalle modalità abituali di interazione con gli altri
a modalità allineate con il sentiero della virtù, della tranquillità, della saggezza e
della reciprocità.
Ci accingiamo a esplorare le istruzioni meditative dell’Insight Dialogue:
Pausa-Rilassa-Apri, Confida nell’emergere, Ascolta in profondità-Di’ la verità.
Guarderemo anche alla componente contemplativa della pratica, che ne
canalizza e accresce il potere. Verranno presentate le differenti forme della
pratica, ma anche le circostanze che possono farla deragliare. Per finire
osserveremo l’impatto che la pratica può avere sulla vita. La prova di qualsiasi
pratica meditativa, di qualunque direttiva di vita, non può che stare nella
liberazione personale e nel nostro comportamento con gli altri. Per alcuni una
pratica di meditazione interpersonale come l’Insight Dialogue si rivela uno
strumento molto efficace per sviluppare quella che Daniel Goleman definisce
«intelligenza sociale».8 Ma offre anche molto più di questo.
9. Le istruzioni meditative dell’Insight Dialogue

Le istruzioni – o linee-guida – che fanno da impalcatura all’Insight Dialogue


sono sei. Eccole: Pausa
Rilassa Apri
Confida nell’emergere Ascolta in profondità Di’ la verità.
Le linee-guida restano sempre le stesse, sia che ci si accosti all’Insight
Dialogue come pratica di meditazione formale, sia che lo si abbracci come
cammino per una vita illuminata dalla saggezza. Suddivise in tre gruppi saranno
più facili da ricordare e da attuare: Pausa-Rilassa-Apri; Confida nell’emergere;
Ascolta in profondità-Di’ la verità.
Le linee-guida, prese assieme, offrono sostanziale supporto al risveglio,
aiutandoci a raccogliere e affrontare le intense sfide dell’incontro interpersonale.
Ciascuna linea-guida attinge a qualità meditative differenti ma complementari.
In breve: Pausa predispone alla consapevolezza; Rilassa apre a tranquillità e
accettazione; Apri a disponibilità relazionale e spaziosità; Confida nell’emergere
a flessibilità e lasciar andare; Ascolta in profondità a ricettività e
sintonizzazione; Di’ la verità a integrità e cura.
Nella vita di tutti i giorni, si possono adottare le linee-guida ogni volta che
serve per facilitare una modalità di relazione più gentile e consapevole. Nei
gruppi di meditazione e in ritiro, le istruzioni vengono introdotte
individualmente in un’atmosfera di pratica dedicata e di reciproco
coinvolgimento. Se praticate con diligenza, le istruzioni dell’Insight Dialogue
aiutano a indirizzare la pratica del meditante verso la profondità, l’intuizione e la
liberazione.
10. Pausa

Fare pausa equivale a interrompere un movimento, a uscire dall’abituale fuga


in avanti. Facendo pausa consentiamo la riflessione, la riconsiderazione, il
riposo. Nell’Insight Dialogue, il movimento che viene interrotto è lo strenuo e
incessante attaccarsi del corpo-mente a qualunque cosa con cui venga in
contatto: visioni, suoni, tocchi, odori, gusti e pensieri. Nel dominio
interpersonale l’abitudine all’attaccamento è molto forte. Nel vedere un’altra
persona, la mente si attacca al trattenere o allo spingere via, al conoscere o essere
conosciuta, al toccare, al sistemare, al modificare. E tuttavia, per forti che siano
tali impulsi, è possibile uscirne momentaneamente, mettendo tra parentesi le
preoccupazioni che li animano: cioè fare pausa.
Il primo passo di ogni cammino è interrompere l’abitudine automatica. Perché
accada qualcosa di nuovo, occorre disattivare le configurazioni condizionate di
pensiero ed emozione. La prima istruzione dell’Insight Dialogue è Pausa.
Portiamola con noi mentre meditiamo con altri, o quando siamo intenti alle
nostre occupazioni quotidiane. Fare pausa è interrompere le reazioni
automatiche, e nel fare ciò si apre la porta al non-attaccamento. L’istruzione
Pausa è un invito a uscire dalle reazioni e dall’identificazione con le storie, le
nostre e quelle degli altri. Si tratta di un movimento di base, un po’ come
ritornare al respiro nella meditazione individuale. Un’opportunità di scendere dal
treno e dare un’occhiata in giro, ovvero soffermarsi per un attimo sull’esperienza
immediata prima di parlare, o mentre si ascolta. Lasciare che la mente riposi per
un po’. Un ritorno alle cose così come sono.
Vi invito a rallentare, a trovare il momento presente, per esplorare Pausa – qui
e ora. Non vi serve per forza la presenza di un’altra persona per prendervi una
pausa dai pensieri e dalle reazioni abituali. Per un attimo fate una pausa dal
leggere e dal pensare e osservate il corpo. Qual è ora la postura del corpo?
Com’è la forma e il contorno del corpo? Potete chiedervi: «Come mi sento in
questo istante?» Osservate sensazioni o tensioni. A un primo livello, Pausa è
un’interruzione netta delle nostre attività; richiede tempo. Notate la
sensazione di lasciare andare qualunque cosa stiate facendo o pensando.
Pausa.
Nel corso dell’interazione con un’altra persona, possiamo fare una pausa
prima di parlare, mentre stiamo parlando, oppure subito dopo. Lo si può fare
mentre si ascolta, nel mezzo del discorso, o mentre sediamo in silenzio. Un
momento di riflessione, che implica staccarsi per un po’, mentalmente, dal flusso
del discorso. Dal punto di vista interiore, Pausa è uscire dal coinvolgimento con
un’emozione o un pensiero, per diventare consapevoli dell’esperienza, nel
momento, senza identificazione. I modi abituali di parlare – anzi, a ben vedere,
tutte le abitudini relazionali – si riversano automaticamente nel momento, senza
che ci sia consapevolezza o scelta. Il processo resta lo stesso, indipendentemente
dal fatto che la nostra abitudine sia esprimere giudizi o fornire rassicurazioni.
Siamo prevedibili, e prevedibilmente stressati. Senza scelta non può esistere un
cambiamento significativo: restiamo avviluppati negli strati dell’identità, della
solitudine, della paura e del desiderio. Pausa rompe questo circolo, un punto di
articolazione che è preludio di libertà.
In un gruppo o ritiro di Insight Dialogue, invito i meditanti a una
conversazione in cui contempliamo collettivamente le verità di fondo della vita.
Sono contemplazioni che possono risultare stimolanti e avvincenti; ne può
derivare reattività emotiva, quando portano a galla attaccamenti e paure. Di tanto
in tanto interrompo tali conversazioni suonando una piccola campana: la
conversazione si ferma e ai meditanti viene ricordato di uscire dalla reazione per
entrare nella consapevolezza. Questa pausa, indotta dall’esterno, è una pausa
letterale, un arrestarsi temporaneo della conversazione. Aiuta i partecipanti a
comprendere la natura di Pausa e supporta i loro tentativi iniziali di praticarla. In
questa pausa si possono vedere e rilasciare le antiche e sfilacciate abitudini della
mente, sviluppando al contempo una tendenza alla consapevolezza. E questa è
consapevolezza nel momento del contatto interpersonale; fare pausa è la tecnica,
la pratica.
Laurie è venuta a un ritiro di un giorno a New York schiacciata dal peso di
lunghi anni di rabbia e in uno stato di intensa reattività: soffriva di dolorosi
sintomi fisici collegati allo stress e traboccava di giudizi sugli altri meditanti. La
giornata di ritiro è stata per lei un crescendo di stress autogenerato, fino a che
non ha avuto un istante di consapevolezza più distaccata:

Mentre sedevo in silenzio i miei giudizi e il desiderio di vicinanza si sono trasformati in un devastante
circolo che mi ha sovrastata. Ma a un tratto sono stata in grado di vedere per un attimo gli effetti della
rabbia su di me: il modo in cui mi invade il corpo e mi sequestra, impedendomi di accedere alla possibilità
di essere presente e lasciare andare. Ho visto che mi si aprivano due modi di vivere, una duplice scelta:
apertura e amore o rabbia e distanza. Per la prima volta sono riusciata a stare con la mia rabbia abbastanza
da vederla bene da vicino. Pausa mi ha permesso di stare con la rabbia che mi scuoteva dentro. Dubito che
avrei mai potuto rimanere presente tanto a lungo da venirne a conoscenza in questo modo, non fosse stato
per il ritmo del ritiro e la pausa.

Nel caso di Laurie Pausa ha creato uno spazio temporaneo nel suo subbuglio
emotivo, in cui essere consapevole e disidentificata dalla rabbia. In quel
momento le è riuscito di scorgerne le ripercussioni sulla sua vita. Pausa ha
inoltre aperto la possibilità di decidere diversamente, in modo meno automatico.
Le ha offerto una scelta, una via d’uscita.
Tutte le volte che pensieri ed emozioni abituali e dolorosi ci assalgono, può
non essere facile per noi fare Pausa, perché l’agitazione sembra fondata, più che
reale. Per trovare l’attimo, l’aiuto deve arrivare da qualcosa di stabile e
immediato. Nell’Insight Dialogue la consapevolezza del corpo fornisce un
ancoraggio certo. Persi nelle fabbricazioni della mente, trasportati dalle
emozioni, possiamo prenderci un momento per diventare consapevoli del corpo
– ne sentiamo la forma, il contorno; e notiamo come sia pervaso dalla vibrazione
della consapevolezza. È il corpo stesso a rivelare dove sia il momento:
quell’«adesso» tanto elusivo è qui.
Il corpo è anche il cielo limpido in cui ogni pensiero ed emozione lasciano la
propria traccia. A mano a mano che impariamo a riposare nella consapevolezza
mentre tali perturbazioni si scaricano nel corpo, ci scopriamo capaci di evitare di
identificarci con ogni emozione. Osserviamo le qualità piacevoli/spiacevoli
dell’esperienza, e il sorgere e scivolare via di pensieri e stati d’animo. Finiamo
per renderci conto che, di fatto, quei fenomeni che vanno e vengono non sono
noi.
I fenomeni prettamente mentali, come per esempio le reazioni nei confronti
degli altri, si muovono ancora più velocemente delle sensazioni corporee. Ci
vogliono agilità e pratica per esserne consapevoli senza ricadere
nell’identificazione. Sulle prime Pausa richiede un certo sforzo, perché va a
interrompere la pressione in avanti di una vita, motivata dalla tensione e
alimentata con la benzina delle emozioni. Come ha detto una meditante
raccontando il tentativo di fare Pausa mentre si trovava con la sorella:

Ogni volta che facevo pausa era come se mi venissero incontro i miei giudizi su mia sorella. Ma quando c’è
stata consapevolezza di tali giudizi, ho visto che la mente giudicante non era che un’abitudine. E lo stesso
ho intuito dei miei desideri: abitudini. E quando ho scoperto come ci si sentiva a non essere avviluppata dai
giudizi, ho cominciato finalmente a sentire un mucchio di cose.

Così come ci vuole energia per modificare la dinamica di un grosso oggetto in


movimento, altrettanta ne serve per interrompere la spinta in avanti della mente
abitudinaria. Questa energia è il nostro Retto Sforzo per risvegliarci e rilasciare.
Lo sforzo è fondamentale se vogliamo invertire la rotta rispetto a vecchi rituali
ormai logori.
Coltivare maggiore consapevolezza richiede una forte intenzione. Ma persino
in presenza di una forte intenzione serve una modalità per lavorare con le cose
così come sono, nella mente-cuore. Come accade questo ricordare, questa
Pausa? Senza il sostegno di una pratica sarà inevitabile ricadere nella ripetizione
di ciò che abbiamo sempre fatto: vivere nella trance delle emozioni e dei pensieri
condizionati. U Pandita, autorevole insegnante di meditazione, sottolinea nello
specifico che i fattori che danno origine alla consapevolezza sono la percezione
unita ai momenti di consapevolezza che sono venuti prima. Vale a dire che i
momenti di consapevolezza che hanno preceduto favoriscono futuri momenti di
consapevolezza. È arduo trovare aderenza sulle ghiaiose colline dell’abitudine.
Anche nel caso in cui fossimo impegnati nella meditazione tradizionale,
risvegliarci nella Pausa dell’Insight Dialogue ci chiederà di impegnarci ancora di
più, dal momento che la sfida è quella di risvegliarci e rilasciare l’attaccamento
mentre ci relazioniamo con altre persone.
Nel fare Pausa, vi invito a rilasciare, per il momento, le reazioni automatiche
e abituali. Percepite la leggerezza che subentra quando la mente
dell’attaccamento allenta la presa sui vostri pensieri o sulle vostre sensazioni
del momento. Entrate nella consapevolezza. Nel prestare attenzione al corpo o
nel guardarvi in giro, potete chiedervi: «Che cos’è questo?». Facendo pausa,
forse noterete una certa freschezza rispetto alle cose. E a partire dalla
freschezza forse sarà possibile osservare la mente dell’abitudine al lavoro.
Forse noterete anche nuovi pensieri.
Se siete in compagnia di qualcun’altro, vi invito a fare Pausa prima di
parlargli. La pausa contiene un interrogativo silenzioso: «Che cosa sta
accadendo in questo momento?». Vi invito a tentare di fare Pausa dopo aver
parlato, per osservare ciò che la mente sta facendo – forse scoprirete che sta
pensando a che cosa dirà poi, oppure sarà invischiata in una reazione emotiva
a una affermazione precedente. Potete anche fare Pausa mentre state parlando
– e diventare consapevoli di voi stessi e dell’altra persona. Per farlo non è
strettamente necessario smettere di parlare, anche se sulle prime potrebbe
essere d’aiuto. Pausa è la qualità della consapevolezza, l’interruzione degli
automatismi abituali.
Potete anche fare Pausa mentre ascoltate. Uscite dall’identificazione con la
storia o l’argomento del momento e arrivate qui e ora, con freschezza. Magari
potete riprendere contatto con il corpo con consapevolezza e scoprire che
l’ascoltare si radica nel momento presente, anziché in una qualche
fabbricazione mentale su ciò che è stato detto.
Anche se Pausa non prescrive per forza di fermarsi, se vi sentite più reattivi
forse sarà il caso di concedere un tempo maggiore a Pausa. Potrebbe volerci
un po’ perché il corpo si calmi e la mente si acquieti. Se siete consapevoli e
rilassati, con Pausa diventa più facile calarvi nel momento presente. Basta un
istante per rilasciare l’attaccamento a qualunque cosa vi stia colonizzando, e
per accedere al presente. Nel praticare, prestate attenzione alla leggerezza che
si associa al lasciare andare, forti del non-attaccamento di Pausa.
Con Pausa non stiamo parlando di tempo, ma di consapevolezza. A seconda
delle circostanze, può essere lunga o corta. Quando le emozioni sono forti,
potrebbero giovarci pause più lunghe, per farne defluire la potenza. E qui torna
utile la massima: «Se sei arrabbiato, prima di parlare conta fino a dieci». Nel
contesto di questa pratica vale la seguente generalizzazione: quando l’emozione
è forte, Pausa si allunga. Anche se non è una regola inappellabile, ma solo
un’indicazione, o meglio un punto di partenza.
Quando la consapevolezza è ben stabilizzata, Pausa richiede pochissimo
tempo. La mente risiede già nella pienezza del momento, e basta un attimo per
ricordarsene e rilasciare l’attaccamento. A mano a mano che la conversazione si
dipana, la mente atterra leggera nel presente, stabile e risvegliata. Il meditante,
nel partecipare alla conversazione, alterna momenti in cui è identificato con i
propri pensieri ad altri in cui non lo è. C’è un intercalarsi della consapevolezza al
pensiero astratto richiesto dall’uso del linguaggio, e basta una minima
sollecitazione, interna o esterna, a originare una consapevolezza lucida e
protratta. Pausa, che è consapevolezza, si integra con altra esperienza, in modo
fulmineo.
La sottigliezza di Pausa è condizione necessaria per poterla integrare nella
realtà quotidiana. Se dovessimo prenderci una consistente quantità di tempo ogni
volta che facciamo pausa nella vita quotidiana, le persone potrebbero dedurne
che non stiamo prestando attenzione, o che siamo contrariati, o addirittura che
siamo un po’ ebeti. Il che sarebbe di scarsa utilità. Senza contare che c’è chi
potrebbe sentirsi indignato e contrariato perché il ritmo della conversazione o
dell’argomentazione non coincide con le proprie aspettative. È ciò che mi
accadeva quando stavo sviluppando la pratica agli inizi, e tentavo di inserire
Pausa nelle discussioni animate con mia moglie. E allora il consiglio è
cominciare sperimentando pause più brevi, oppure praticare in situazioni più
rilassate.
Anche la pratica reciproca con un amico o due può costituire un ponte tra la
pratica formale e la vita di tutti giorni. Basta accordarsi sul fatto che ciascuno
parlerà di cose che gli stanno a cuore e che ci si impegnerà a fare pausa prima o
dopo aver parlato per fondare la consapevolezza. Per cominciare potrebbe
bastare mezz’ora. È sorprendente come persino in un tempo così breve, e senza
troppe storie, possa verificarsi uno slittamento in direzione della presenza
mentale e dell’agio.
La pratica di gruppo può sostenere la consapevolezza. Se facciamo pausa in
un gruppo di Insight Dialogue, i nostri compagni di meditazione possono
riposare consapevolmente nel momento, con apertura ma senza trepidazione e
instabilità. Ciò a sua volta alimenterà la consapevolezza di Pausa. Anzi il
momento può estendersi, prendere vita grazie al rafforzamento reciproco della
consapevolezza. È anche possibile che si districhi un po’ della nostra reattività,
vista chiaramente ma non alimentata e neppure incoraggiata. Ma non è per
niente facile. Soprattutto all’inizio della pratica, l’annotazione mentale interna
Pausa può aiutarci a lasciare andare. Quella volta che durante un ritiro Krista è
stata bollata di ottusità da un compagno di meditazione, ha avuto un’immediata e
automatica reazione di attaccamento:

Sulle prime mi sono sentita sotto attacco e ho avuto molta paura. Mi è salita in tutto il corpo un’enorme
ondata di emozione, quasi a segnalarmi che forse era venuto il momento di fare pausa. Ho osservato la
reazione di difesa, il desiderio di capire. La mente tentava di aggrapparsi a qualunque cosa potesse aiutarmi
a superare la situazione. Così ho fatto nuovamente pausa cercando di rilassare tutte le tensioni nel corpo, e
nel gruppo. A quel punto ho sentito che il corpo si ammorbidiva e rilassava. Mi sono ritrovata a seguire il
respiro e ho cominciato a sentire la mia verità, aprendomi a qualunque cosa venisse dopo.

Il racconto di Krista è un esempio di forte reazione emotiva, tale da richiedere


una pausa più lunga. Nel contesto di un gruppo impegnato a praticare Insight
Dialogue, la pausa poteva essere esplicita ed evidente; e Krista si è presa il
tempo che le serviva, sostenuta dalla comprensione del gruppo. Il suo non è stato
solo un tentativo di modificare il proprio comportamento per impedirsi di
rispondere con rabbia. Si è trattato di praticare la consapevolezza in una
situazione molto difficile. Lei stessa ha capito quello che stava accadendo ed è
riuscita a continuare a fare pausa finché l’emotività non è passata.
Il corpo-mente, con i suoi pensieri e le sue emozioni, non si arrende
facilmente alle interruzioni, e il momento successivo riaffermerà se stesso. La
persona o gruppo con cui stiamo meditando può rappresentare un monito a
riposare nella consapevolezza, oppure un magnete per affermare la propria
personalità. Se stiamo parlando con amici che hanno voglia di sentire la nostra
storia, persino la nostra intenzione di fare Pausa può venire sopraffatta
dall’eccitazione che leggiamo nei loro occhi. Il nostro stesso bisogno di essere
ascoltati o di riscoprire la nostra storia può spingerci alla reidentificazione e
all’agitazione mentale. Ci tuffiamo in una pozza familiare, ed ecco che la
consapevolezza da luminosa si fa di nuovo oscura.
Può essere che Pausa ci sembri artificiale e imbarazzante, se non abbiamo
ancora dimestichezza con come ci si sente a fare pausa in consapevolezza. La
nostra cultura ci condiziona ad aspettarci movimento, suono, interpretazioni
veloci, decisioni rapide. Sulle prime il silenzio, l’immobilità, il non sapere e
l’indecisione sembrano totalmente sbagliati, al punto da innescare reazioni
ansiose. Un meditante ha osservato: «All’inizio mi sentivo obbligato a riempire
gli spazi vuoti». Ovviamente anche i meditanti impegnati nella pratica
straordinaria personale incontrano problematiche del genere.
Fare pausa potrebbe anche apparire come il contrario della spontaneità,
qualcosa che stravolge quello che crediamo un modo «naturale» di interagire.
Tuttavia non serve uno sguardo ravvicinato per vedere che ciò che riteniamo
spontaneo e naturale è di solito abituale e condizionato. Se la pausa viene sentita
come interruzione, può servire rendersi conto che a essere interrotto è
l’assemblaggio di fabbricazioni che prendiamo per realtà: le «mie» emozioni. Le
nostre risposte non sono veloci e poco meditate perché prive di abitudini mentali
incontrollate. Sono veloci e poco meditate perché sono predeterminate dal nostro
passato. Ciò che chiamiamo «spontaneità» il più delle volte è reazione
impulsiva, riflesso condizionato. Causa ed effetto dominano il momento
presente; ascoltiamo nel tal modo oppure rispondiamo nel talaltro perché in
passato abbiamo vissuto questa o quella interazione. Che cosa ne risulta?
«Dammi dell’idiota e ti darò del cretino». Assenza di scelta o presenza mentale,
nessuna risposta creativa: c’è solo il riflesso.
Viceversa, paradossalmente Pausa apre le porte all’autentica spontaneità.
Nell’uscire dalla reattività abituale, entriamo nel momento di nuovo. E una volta
che siamo liberi anche solo temporaneamente dalle catene del passato, tutto può
succedere. Certo, Pausa potrà risultare innaturale finché non viene istituita come
nuova abitudine, ma è altrettanto vero che il momento di non-naturalezza dura
poco e ce lo lasciamo ben presto alle spalle per ritrovarci qui e ora, nella
freschezza del flusso dinamico del presente. È riposante, a volte esaltante.
Quando reazioni come l’avversione o il gradimento o altre emozioni sono
molto forti, non siamo del tutto consapevoli di quanto accade intorno a noi, o
delle nostre risposte interne. Pausa ha la facoltà di rivelare giudizi, rabbia, stress,
paura o desiderio. Forse in quei momenti saremo pronti a rilasciare simili
reazioni dolorose. Ma anche le reazioni positive, quelle che ci fanno sentire
bene, possono impadronirsi di noi. Magari la nostra è una reazione di
eccitazione, oppure stiamo apprezzando molto qualcosa che qualcuno ha detto –
ma in questo apprezzamento ci sono attaccamento e identificazione. Potremmo
davvero ritrovarci nella nostra solita storia automatica, abituale e condizionata. È
come una spinta che arriva dal passato o da un qualche motore emotivo pronto a
partire. Quando si attiva qualcosa di piacevole, non vogliamo notarlo e lasciare
andare; ci facciamo agganciare.
Quando fate Pausa, notate come ci si sente a rilasciare l’attaccamento. Fin dal
primissimo istante in cui entrate nella consapevolezza, state facendo un passo
fuori dall’identificazione con tutte le vostre reazioni. Se per caso la mente
fosse ancora piena di emozioni, non vi preoccupate. È naturale. È da una vita
che la mente si lancia in avanti in attesa di che cosa verrà dopo, e questo non
smetterà subito di accadere. Osservate piuttosto la qualità del conoscere i
pensieri e le emozioni senza identificarsi con essi. Le emozioni vengono
interrotte, e qualcosa di fresco può ora succedere.
Con il maturare della pratica, Pausa diventa sostanzialmente ininterrotta. Ci si
sente stabili e risvegliati. Nella mente c’è sempre meno attaccamento. Se
anche si ricade nella mente abitudinaria, non è che uno spostamento
temporaneo. Osservate come la mente si faccia carico dei vecchi fardelli, ma
poi di nuovo li lasci andare. Pertanto la consapevolezza di Pausa percorre
trasversalmente il parlare, l’ascoltare, il silenzio e il pensiero. Forse noterete
una sorta di silenzio vibrante quando fate pausa. Persino mentre qualcuno
parla, o quando si affaccia un pensiero, il silenzio è presente. Mettendo un
piede fuori dalle tempeste mentali che sono solite invaderci, scopriamo che
quel silenzio vigile è disponibile in qualsiasi momento: in ritiro, nella vita; è
la stessa cosa.
Due sono le cose che si verificano quando facciamo Pausa. Innanzi tutto, ci
fermiamo. Non solo smettiamo di parlare, smettiamo di chiacchierare
internamente, ma arrestiamo anche lo slancio delle nostre tendenze condizionate.
E la discontinuità con le abitudini del passato è un cambiamento enorme.
Tecnicamente, Pausa è lo spostamento da attaccamento a non-attaccamento. Al
contempo stiamo piantando i semi di un nuovo futuro, e creando una tendenza
nuova, la tendenza verso la consapevolezza e il non-attaccamento. Come se
inclinassimo la mente, ben vigile, a soffermarsi nel momento. Facendo pausa nel
pieno della reattività, e rinunciando ad alimentare le abitudini emotive, togliamo
energia ai vecchi schemi. Quando pratichiamo Pausa a casa o in ritiro, diventa
più probabile che la prossima volta che verremo attivati sarà per noi naturale fare
Pausa nella consapevolezza, senza sforzo intenzionale. Dal momento che Pausa
accade nel contesto di una relazione interattiva con un’altra persona – un
contesto che è stato fonte e insieme causa di tante abitudini –, è proprio il
contesto a essere trasformato, in direzione di una maggiore chiarezza. Tu risvegli
me, io risveglio te. Ci risvegliamo a vicenda, e insieme.
Anziché basarsi sull’obbligo, o sulla forza, o su una responsabilità imposta
dall’esterno, la presenza di Pausa si radica nella gioia. Un sentimento che nasce
dalla leggerezza della mente priva di attaccamento. Da Pausa può svilupparsi
rispetto per il momento e per le altre persone. Può arrivare insieme con una
qualità di attesa e con il piacere della scoperta: forse sorgerà qualcosa di nuovo.
E c’è gioia anche nel momento in cui si sceglie di impegnarsi, perché esprime la
nostra dedizione a un maggiore felicità e libertà. Impegnarsi in modo energico
non entra in alcun caso in conflitto con l’agio e la spontaneità. Anzi nasce dal
naturale impulso alla felicità. Con l’approfondirsi della pratica cresce il potere
del silenzio. Sulle prime Pausa rivelerà prevalentemente la reattività: le risposte
condizionate, automatiche, non libere. Nelle pause consapevoli vediamo una
complessa rete di condizionamenti sorgere nel momento. Ci rilassiamo, senza
voltare le spalle alla tensione e al condizionamento. Quando rimaniamo in
contatto con loro, diventa possibile cogliere il silenzio sotteso alla reattività.
Pausa diventa continua, permettendoci così di sperimentare la natura fluida delle
cose.
Si tratta di un risveglio naturale. Non ci si deve sforzare a tutti i costi di essere
consapevoli. Se non si alimenta il torrente di pensieri e sensazioni
identificandosi con essi, il risultato naturale sarà la consapevolezza. Piuttosto che
tentare di essere consapevoli, ci abbandoniamo alla consapevolezza che emerge
dalla nostra intenzione. Quando qualcuno parla, è come se le parole uscissero dal
silenzio e lì ritornassero. Proprio come accade negli incontri quaccheri, sembra
che il silenzio prosegua ininterrotto. Ma sia che si parli con la voce di Dio, come
esige la Società degli Amici quaccheri, o invece si giunga a conoscere
l’Incondizionato che è sotteso a tutte le cose condizionate, è Pausa che accenna
all’infinito. Dalle impegnative attività lavorative e familiari ai sottili risvegli
interiori di un ritiro di meditazione, Pausa offre un punto di contatto con
l’equilibrio mentale e un richiamo alla quiete. Nel corso di Pausa possiamo
conoscere da vicino la consapevolezza e il coprodursi dei fenomeni che la
toccano. In termini più semplici, fermarci ci orienta alla calma, al rallentare, al
vedere noi stessi in una cornice di riferimento più ampia. Quando facciamo
Pausa, diminuisce l’attaccamento al dolore, si ha una momentanea sospensione
della reattività alla rabbia, ci si rende conto della vacuità dei fenomeni, o forse si
conosce la pace.
Ben più che una gradita tregua, Pausa ha anche carattere trasformativo. Una
delle dinamiche di base dell’Insight Dialogue prevede che quando la quiete
incontra la reattività si produca scioglimento. La configurazione karmica che ha
generato la reazione si interrompe, viene separata dalla propria fonte. Non più
alimentata, l’energia defluisce dalla reazione. Se guardiamo al cervello, troviamo
che i pattern di scarica neuronale associati all’emozione o al pensiero del
momento continuano a «sparare», ma non trovano più risonanza e rinforzo negli
anelli di retroazione della proliferazione. La loro scarica viene intercettata
dall’intervento corticale della consapevolezza: le reti neuronali dello stress si
disinnescano. Se proprio allora dovesse venirci meno la consapevolezza, forse
sarebbe il nostro partner che, restando consapevole, ci inviterebbe nel momento.
Sostenuti internamente o esternamente, ci fermiamo al confine tra lucidità e
fabbricazioni; potremmo addirittura entrare e uscire dall’identificazione. La
scelta si fa chiara: costruzioni e illusione o consapevolezza e saggezza?
Impariamo a conoscere la natura della mente capace di creare e credere alle
proprie storie. Non si tratta di mettere da parte tutte queste costruzioni, quanto di
rilasciare la morsa mentre si fa Pausa, e di lasciar emergere la conoscenza.
Questa è la libertà verso cui gravitiamo, questa è la scintilla di saggezza.
Com’è Pausa matura? La risposta viene rivelata nella meditazione silenziosa
tradizionale, nella pratica personale di consapevolezza e restando saldi nella
consapevolezza. Nella pratica interpersonale ci raccogliamo e ci dedichiamo alla
ricchezza della pratica personale silenziosa. Un meditante la descrive così:

Quando ho fatto Pausa per la prima volta ho notato, anche se erano anni che meditavo regolarmente, un
senso di apertura più profonda, di rilassatezza, e una permeabilità con particolare attenzione al corpo.
Percepivo una maggiore quiete, forse addirittura della leggerezza. Sperimentavo un modo splendido di
soffermarmi nella consapevolezza ed essere presente con gli altri.
Riportiamo alla mente la chiarezza, la quiete intatta, le leggerezza e la gioia
della meditazione personale, solo che in questo caso non è solitaria e interna.
Restiamo presenti a noi stessi nella relazione. Nella meditazione personale e in
quella interpersonale restano identici l’incisività e il discernimento, il non-
attaccamento, la consapevolezza [mindfulness] e la vacuità della
consapevolezza [awareness]. Forse scopriamo che il restare presenti a noi
stessi può essere accentuato nella presenza consapevole altrui.
Una determinata Pausa può essere rumorosa o deliziosamente quieta. La
quiete fine a se stessa non è un obiettivo. Cerchiamo piuttosto di conoscere le
cose per quello che in effetti sono. Quando la consapevolezza viene toccata da
un qualsiasi livello di attività, l’esperienza è conosciuta per come è, pulita e
semplice. In quel momento smettiamo di costruire il mondo. Non c’è più passato
né futuro, mio o tuo, nulla si spezza e nulla si aggiusta. Il conoscere è adiacente
alle fabbricazioni della mente. Conosciamo la natura mutevole e non sostanziale
di tali costruzioni, e riconosciamo la natura costruttrice della mente. Ora come
ora esiste solo la nuda esperienza di questo momento. Il corpo sta seduto. Il
corpo respira. I pensieri sorgono e decadono. Le emozioni si infrangono come
onde sulla riva e ritornano al mare. C’è conoscenza.
11. Rilassa

Quando facciamo Pausa in consapevolezza, come rispondiamo all’esperienza


che ci troviamo di fronte? Il più delle volte Pausa ci coglie nel bel mezzo di
pensieri automatici o reazioni emotive. Il corpo è agitato, mosso da un picco di
tensione a causa di una interazione recente, oppure dall’irrompere di pensieri. Se
non andiamo incontro a queste esperienze in modo accorto, appropriato, ci
ritroveremo ricacciati nell’attività inconsapevole e identificata. La presenza di
Pausa durerà poco; una consapevolezza fragile da sola non basta. Abbiamo
bisogno di ulteriore sostegno.
La seconda di dell’istruzione fondamentale di meditazione interpersonale è
Rilassa. Facciamo pausa nella consapevolezza, rilassiamo il corpo e la mente. A
un livello iniziale di base questa istruzione è in effetti semplice come appare.
Portiamo consapevolezza alle parti del corpo in cui è più facile che accumuliamo
tensione, e permettiamo alla tensione di rilassarsi. Nel diventare consapevoli del
corpo nel suo insieme, come un tutto, ci permettiamo di abbassare la guardia, di
lasciare andare, senza attaccarci allo stato di reattività che scopriamo.
In questa pratica riconosciamo la tensione e scegliamo l’agio. La pratica
consiste proprio nel lasciare andare, nient’altro. Abbiamo solo bisogno di
scegliere l’agio. Scegliere l’agio di nuovo e di nuovo, ripetutamente, è di per sé
la pratica. E il supporto formale per fare questa scelta, per rammentarci che
questa scelta è a nostra disposizione, è la semplice istruzione meditativa Rilassa.
Questa parola-guida non è offerta solo al corpo, né solo alla mente. Il corpo e la
mente si muovono insieme, non sono due unità distinte. Il corpo si rilassa, la
mente si calma. La mente si calma, il corpo si rilassa.
Dopo aver fatto Pausa, che cosa notate? C’è forse tensione intorno agli occhi?
Lasciate che si sciolga. Le labbra o le mascelle sono contratte? Lasciatele
andare. Come sono il collo e la gola? La pancia è contratta? Lasciatela
ammorbidire, invitando al rilascio della morsa di anticipazione, paura,
desiderio e altre forme di agitazione. Rilassatevi.
Rilassandovi nel momento, forse potete sviluppare una maggiore presenza al
corpo. Le sue tensioni emergono nel momento presente in forma di sottili
disagi. Potrete anche notare che i pensieri continuano a prodursi, persino
mentre siete in Pausa, e che tali pensieri si registrano nel corpo sotto forma di
sensazioni o tensioni. Invitate il corpo a lasciarsi andare alle tensioni, senza
combatterle o resistere, ma piuttosto a cedere, ammorbidendosi.
Quando incontrate qualcun’altro, è normale che la mente si ecciti e il corpo si
agiti. Non appena lo osservate, potete evocare lo stesso invito all’agio: non
serve nient’altro che fare pausa per un momento, dandovi il tempo di
rilassarvi, di lasciare andare. A poco a poco il cuore diventa stabile e si
pacifica, persino quando siete a confronto con altri. Mentre state praticando,
ricordatevi di rilassare, sempre e di nuovo.
Mi-Ja, in un momento di particolare stress durante un ritiro in Corea, ha
lavorato con le prime due istruzioni meditative in modo molto esplicito. Ha
raccontato che un «potere opprimente» bloccava le sue emozioni:

Mi sono concentrata sul corpo ripetendomi «Pausa» e «Rilassa» allo scopo di lasciare che il rammarico e lo
strazio uscissero dal mio corpo. Così le lacrime che mi premevano dentro sono fluite dagli occhi, e la
tensione del corpo si è alleggerita.

L’immagine di un momento emotivo che era bloccato ci suggerisce qualcosa


di importante: si tratta di reazioni impersonali, che non vengono avviate da un
sé. In un’esperienza come questa non c’è stata decisione di bloccare le emozioni:
si tratta di una reazione condizionata. Ciò ha implicazioni profonde. Ci mostra
che siamo tutti costantemente in balia dell’imprevedibilità di eventi e reazioni
che hanno finito per determinare quel preciso momento. Non sono io che
esercito controllo sulla mia vita, ma è una vita intera di condizionamenti che
controlla me. Mi-Ja, invocando le istruzioni meditative Pausa e Rilassa, ha fatto
svanire quel «potere opprimente». Tale è la forza della consapevolezza rilassata.
L’immagine di pressione di Mi-Ja ci svela anche la tensione presente
nell’esperienza. Possiamo identificare la tensione come felicità – «Scoppiavo di
eccitazione» – o come stress: in entrambi i casi c’è contrazione. Un buon modo
per comprendere questa tensione è paragonarla a un’occasione di profonda
quiete, che potremmo aver sperimentato in ritiro o in un momento
eccezionalmente tranquillo. Un telefono che squilla o un incontro fortuito nel
corridoio ci coglie alla sprovvista. Si può riconoscere facilmente la tensione
della nostra risposta, dal momento che è in contrasto con la profonda quiete che
sperimentavamo. Però quando siamo nel bel mezzo di vite che sono già tese, può
essere difficile riconoscere che la tensione non è serenità, perché non abbiamo
punti di riferimento rispetto alla tranquillità reale.
Uno sfondo di tensione oscura i dettagli della nostra esperienza, separandoci
gli uni dagli altri e da noi stessi. Pensiamo a un ristorante rumoroso dove si fa
fatica a sentire le parole della persona seduta accanto a noi. Anche se parla a
voce alta, dobbiamo fare uno sforzo per sentire e capire ciò che dice. Il segnale
vocale è sovrastato dal rumore della stanza. Se invece nella stanza il rumore
scema, è facile sentire una voce, persino un bisbiglio. Nel corso di un dialogo
meditativo Gail ha osservato come il rumore di fondo delle sue tensioni latenti la
separasse dagli altri:

Quando mi ha assalita l’emozione, non riuscivo nemmeno a sentire ciò che si diceva, perché ero travolta da
un’ondata interna di pensieri.

Si tratta di ondate abituali composte da pensieri e sensazioni reattive, che


coprono le nostre stesse esperienze, separandoci dagli altri, dai nostri pensieri e
sentimenti più sottili, come anche da tensioni più sottili presenti in noi.
Calmarsi migliora il rapporto tra segnale e rumore. Quando Polly è riuscita a
rilassare le proprie tensioni, ha scoperto che nascondevano una brama
fondamentale:

Ero stupefatta che fosse bastato un semplice commento di Jon su quello che avevo detto per scatenare in me
una reazione così forte. L’Insight Dialogue è davvero in grado di rallentare il ritmo di input e output – nel
mondo «normale» magari non mi sarei neppure accorta di queste sensazioni. Fare Pausa mi ha dato
l’opportunità di percepire le sensazioni senza alcuna pressione a rispondere. Rilassandomi con le
sensazioni, mi sono resa conto che si basavano sulla paura, e sono riuscita a condividerlo. In seguito mi
sono resa conto che la paura era un mio antico spauracchio: dietro c’era il bisogno di approvazione.

Era bastato sottrarsi alla reattività automatica e rilassarsi nelle sensazioni


perché Polly fosse in grado di percepire le sottili tensioni solitamente nascoste, e
vedere anche la forza motrice di una brama che tali tensioni occultavano.
Nella meditazione personale si può coltivare una tranquillità profonda, che
però spesso è troppo fragile per essere mantenuta in un contatto interpersonale. Il
meditante individuale può anche sentirsi temporaneamente più felice, ma le
relazioni turbano tale agio; la società resta insoddisfatta. Nella meditazione
interpersonale pratichiamo la tranquillità in presenza di altri e come parte di un
sistema più ampio. Se non riusciamo a rilassarci con gli altri in circostanze
favorevoli, come potremmo farlo nel mare agitato delle relazioni? Se non
riusciamo a essere in pace nelle nostre vite relazionali, come potremmo
contribuire a una società sana e pacifica? Se la nostra società non è in pace,
come potremmo aspettarci che nasca la pace universale?
Sarebbe bello se bastasse dire ai nostri corpi di rilassarsi perché obbediscano.
Tante ulcere e mal di testa scomparirebbero; saremmo più felici e vivremmo più
a lungo. Peccato che non funzioni così. Il più delle volte, ora che ci accorgiamo
di essere scivolati fuori della consapevolezza per ricadere nelle abituali modalità
di relazione, ci ritroviamo con la mente eccitata e le emozioni in subbuglio, anzi
sul punto di traboccare. Dato che mente e corpo sono connessi, tale reattività ha
ormai già attivato i vari sistemi di neurotrasmettitori e ormoni. Rabbia, paura,
disperazione e gioia hanno tutti correlati nell’attività elettrochimica. Sebbene la
mente sia infinitamente leggera e capace di cambiare rotta velocemente
lasciando andare il passato, è la massa corporea a inibirlo. I muscoli tesi ci
mettono un po’ a decontrarsi. L’adrenalina ha bisogno di tempo per essere
eliminata dal sangue. Anche con le migliori intenzioni, una richiesta (o un
ordine) di «rilassare» non può essere esaudita all’istante dal nostro corpo e dal
nostro cervello. Sono necessarie pazienza e pratica.
Non è soltanto una questione fisica. I pensieri continuano anch’essi a
premere, persino dopo che ne siamo diventati consapevoli; lo stesso accade con
le componenti mentali delle emozioni. Magari abbiamo invitato in noi il
rilassamento, catturati dall’interesse intenso e identificato per la storia di
qualcuno; ciononostante, il desiderio di sapere di più o di essere intrattenuti
protrae ulteriormente la tensione. Le abitudini della mente scavano in profondità
e in fretta; hanno alle spalle la spinta di una vita intera. Se la pratica non è
profonda, fermarsi per sostare nel presente non è certo facile. Per molti di noi
l’unico momento in cui si sperimenta la chiarezza naturale, spontanea di un
corpo-mente realmente calmo è quando ci svegliamo dopo aver dormito
insolitamente bene. Se non viene disturbato da sogni irrequieti, l’interludio
notturno può offrire naturalmente sia Pausa sia Rilassa.
Quando il cuore si calma, diventiamo più consapevoli e così facendo ci
calmiamo. Con il sostegno della pratica la visione fresca che abbiamo al mattino
può essere a portata di mano più volte al giorno. Sono numerose le forme di
yoga che aiutano a calmare il corpo e a portare agio. Il progressivo rilassamento
muscolare consente di prendere coscienza degli schemi abituali di
accumulazione della tensione, e fa scoprire che cosa si sente quando si sceglie di
rilassare i muscoli contratti. Anche il biofeedback può aiutare a identificare e
coltivare stati di calma più profonda. Le pratiche di consapevolezza corporea –
che siano incentrate su respiro, postura o movimento – contribuiscono alla
tranquillità mentale ed emotiva. La meditazione personale tradizionale
costituisce un modo eccellente di sviluppare una calma più profonda. Il legame
organico tra consapevolezza e calma, o tranquillità, è al cuore di numerose
pratiche meditative tradizionali, inclusa la vipassana. Tutte possono essere di
supporto all’istruzione Rilassa dell’Insight Dialogue.
A mano a mano che Rilassa si intensifica e diventate più consapevoli delle
tensioni e delle emozioni più sottili, appare chiaro che il continuo aggrapparsi
e attaccarsi alle cose non si dissolverà tutt’a un tratto. Rilassa diventa
«accetta». Ricevete le cose come sono, con mente e cuore arrendevoli.
Ricevete così, semplicemente, sensazioni, emozioni o pensieri di qualsiasi
genere che sorgano nel momento. Nessuno sforzo per cambiarli o
sbarazzarvene; lasciate andare la resistenza e praticate Rilassa, accetta.
Quando praticate Pausa e notate la postura corporea, lasciate che questo dato
sia ricevuto con consapevolezza accogliente, e niente più. Se notate che la
mente accelera con storie, vostre o altrui, accettate il flusso e l’intrinseco
movimento che la incalza. Lasciate che la mente-cuore ceda all’esperienza.
Persino se ciò che il momento presenta è forte, come una grande tristezza del
cuore o una intensa paura nella pancia, ogni volta andate incontro
all’esperienza del momento con accettazione. Potete osservare in che modo il
dolore tocchi la consapevolezza – toccato, toccato, toccato, e ciascun tocco è
ricevuto con accetto, accetto, accetto.
Se siete in compagnia di altri, invocate Rilassa e lasciate entrare le loro parole
con la stessa ricettività. Accettate le loro parole e qualunque reazione si
presenti. E se, quando siete toccati da quello che gli altri dicono, vi sentite
impazienti, o critici, o vi lasciate invadere da brame intense, incontrate tutto
ciò con accettazione. Di volta in volta invitate voi stessi a rilassarvi nel
momento e ad accettare le cose così come sono. Rilassa. Accetta.
Quando ci rilassiamo, facciamo spazio dentro di noi agli altri. E diventa
anche possibile accettare il nostro stesso paesaggio interiore. Gail – che aveva
notato come le sue reazioni emotive le impedissero di ascoltare quello che
dicevano gli altri – era sorpresa di questa dinamica:

All’inizio del seminario ero molto tesa. L’anno appena trascorso era stato per me emotivamente
impegnativo, tra problemi di salute e separazione coniugale. Avevo pensato che il seminario potesse
aiutarmi a conversare con gli altri, ma certo non mi aspettavo la leggerezza e l’allentarsi della tensione che
ho sperimentato al momento di andarmene. Il fine settimana mi ha fatto capire l’importanza di prendermi
cura di me stessa, di accettarmi e di coltivare l’equanimità e la pace. Ho visto che quando mi amo e sono
calma, anche le mie relazioni con gli altri si riempiono di amore e calma.

Le tensioni ci portano a separarci dagli altri, mentre l’agio è una via d’accesso
alla disponibilità. Gail ha fatto esperienza della connessione tra la calma
personale e l’essere presenti agli altri. Quando facciamo Pausa, usciamo dalla
reazione per entrare nel momento; con Rilassa, incontriamo con accettazione
pensieri e sensazioni. Accettare sta alla mente come rilassare sta al corpo. È il
modo che ha la mente di rilassarsi. Essendoci risvegliati all’esperienza di questo
momento, riposiamo in una qualità di consapevolezza che è accettante, flessibile,
non resistente e disponibile.
Una simile accettazione e apertura è una qualità insita, innata nella
consapevolezza [mindfulness]; solo che l’abitudine delle tensioni l’ha
oscurata. In quanto rilassata e stabile, la consapevolezza [awareness] può
conoscere il momento presente intimamente, senza attaccamenti né ripiegamenti.
Dopo esserci dati intenzionalmente il richiamo iniziale, Rilassa, può essere che
le emozioni continuino a manifestarsi. Tutto viene ricevuto e accettato. Non
fuggiamo dal disagio, dalla confusione, dalla paura, dall’infelicità o dalla
bruttura – nemmeno da quella che percepiamo come la nostra stessa bruttura.
Nel notare un senso di oppressione allo stomaco o quel sentirsi sprofondare
tipico della tristezza, la consapevolezza rilassata è abbastanza stabile da restare
morbida e presente alle sensazioni che sopraggiungono. E quando la tendenza
automatica a ritrarci pieni di avversione viene interrotta dall’esortazione Rilassa,
la mente si stabilizza. Rilassa supporta il non-attaccamento.
Qualcosa cambia: alla vecchia abitudine di perpetuare o amplificare la
tensione ne subentra una nuova, di agio e accettazione. Joan era sorpresa e
contenta al tempo stesso nello scoprire in quell’agio e in quell’accettazione un
certo grado di libertà:

All’inizio mi sono sentita davvero tesa. Mentre insieme con il mio compagno di meditazione parlavamo di
relazioni inconsapevoli del passato, continuavo a fare Pausa e Rilassa, e questo mi ha fatto sperimentare
maggiore agio nei suoi confronti. Poi ho avuto un’intuizione: stavo accettando me stessa. Non importava
che a lui piacesse o meno quello che dicevo, e che mi accettasse o rifiutasse, perché a quel punto ero io che
accettavo me stessa. Accettavo ogni pensiero e sensazione a mano a mano che arrivavano, come pure
l’intera, composita, «me stessa». Incredibile, l’esperienza di accettazione di sé proprio nel momento, e non
come un obiettivo di crescita personale! Com’era liberatorio!

Accettando le tensioni che sorgevano nella pratica dialogica, Joan stava anche
lasciando andare l’attaccamento che le sosteneva. Quel lasciare andare
confortevole e leggero era la fonte di ciò che ha definito «liberatorio», un
assaggio di una più profonda liberazione. La mente che riesce ad accettare è più
stabile della mente che brama o respinge; può riposare nel flusso in continuo
cambiamento dell’esperienza. Si tratta di una mente sufficientemente adattabile
da dimorare nella continua evoluzione del momento. Rilassa dà stabilità e
continuità a Pausa. Nel corso dello scambio interpersonale le emozioni vanno e
vengono, ma la mente che fa Pausa non si identifica con esse. Uno sforzo di
attenzione deliberata si rivela inutile. Quando la mente è felice e in pace, si
stabilizza spontaneamente nel momento presente, appagata e vigile. L’agio è il
seme della concentrazione.
Il rapporto tra Pausa e Rilassa nell’Insight Dialogue è identico a quello tra
«consapevolezza» ([mindfulness] sati in pali) e «calma concentrata»
(samādhi) nella meditazione buddhista tradizionale. Con l’intensificarsi e
stabilizzarsi della consapevolezza (Pausa), il corpo-mente si fa più calmo e
tranquillo. Se il corpo è calmo, la mente è felice, e anch’essa si calma. Con
l’approfondirsi della tranquillità la mente può diventare molto ferma. È contenta
di riposare con agio in qualunque cosa si pari di fronte alla consapevolezza, e
questa focalizzazione piena di serenità è la Calma concentrata (Rilassa).
La Calma concentrata sostiene una consapevolezza più precisa. La stabilità
naturale, anche se non si fruga deliberatamente con lo sguardo, può rivelare
dettagli notevoli sui contorni sottili della mente-cuore. La consapevolezza è
molto limpida e totalmente scevra di giudizio o altre affilate abitudini delle
normali funzioni cognitive. Consapevolezza di Pausa e Calma concentrata di
Rilassa si equilibrano; ecco allora che si apre un accesso profondamente
intuitivo al mondo interiore e al mondo esterno, che include gli altri e la
consapevolezza del tra della relazione.
Le sottili verità su noi stessi e sulle persone con cui siamo in relazione,
rivelate da una consapevolezza ferma e stabile, portano a riconoscere desideri e
brame, come pure compassione e gentilezza. È una presenza mentale flessibile e
accogliente; ecco perché riduce la probabilità che compiamo il rigido salto
all’indietro nella reattività, anche se la possibilità che ciò accada permane. Nuovi
pensieri continuano a sorgere, e con essi l’impulso a identificarsi. Però sono
pensieri e impulsi ricevuti con consapevolezza e accettazione, conosciuti e
rilasciati, e non messi in atto per riflesso condizionato. Perché se abbiamo
accolto pensieri ed emozioni, allora sta a noi scegliere se darvi seguito. Così
come non c’è attaccamento al pensiero o all’emozione, non c’è neppure giudizio.
Queste attività della mente-cuore vengono conosciute per quello che sono:
risposte condizionate che, trascurate, possono causare sofferenza e provocare
azioni inefficaci e ulteriore dolore. Ma se le riceviamo con accettazione, si
depotenziano. E allora forse sapremmo come rispondere al meditante che mi ha
chiesto: «Come sarebbe se non ci rifugiassimo nell’ansia? Mi sembra che sia alla
base di tutto ciò che conosciamo». Se ci chiedessero: «È possibile una vita senza
ansia?», saremmo in grado di rispondere: «Sì» .
Fino a che Camille non ha partecipato al suo primo ritiro di Insight Dialogue,
quando si trovava con persone nuove le capitava spesso di farsi sopraffare dalla
paura. Dopo ha condiviso ciò che segue:

Tutta la comprensione intellettuale del mondo non era sufficiente a porre rimedio all’intensità della mia
reazione di paura. L’effettiva esperienza di rilassarmi profondamente nel silenzio mentre mi trovavo con
altri ha creato un’apertura nella mia consapevolezza che ha fatto diventare la pace una realtà. È stata
un’esperienza che tuttora ispira e stabilizza la mia pratica.

Camille ha vissuto una delle dinamiche essenziali dell’Insight Dialogue:


Rilassa sana ciò che Pausa svela. Ossia l’agio e l’accettazione di Rilassa
consentono mutamenti profondi e salutari del proprio panorama interiore. In
Camille, agio e accettazione non sono sorti solo a partire dai suoi sforzi: è stato
cruciale anche il suo coinvolgimento consapevole con altri, che insieme con lei
ricevevano il momento presente con calma e accettazione.
Vi invito a osservare, in parallelo con il compiersi dell’istruzione Rilassa e
accetta, come questa istruzione meditativa punti fondamentalmente nella
direzione di una pratica di gentilezza amorevole. Vedrete emergere ciò
spontaneamente. Nell’incontrare l’esperienza interiore – pensieri ed emozioni,
tensioni fisiche – l’accettazione diventa benevolenza. Lasciate che la mente, il
cuore, siano pienamente ricettivi all’esperienza così com’è. L’eventuale
avversione o il tentativo di mettere distanza tra voi e il disagio possono essere
conosciuti, e non sono che alcuni dei tanti strati di tensione. Affrontate il
vostro ritrarvi con accettazione, e con l’ammorbidirsi della mente notate
l’emergere spontaneo di gentilezza amorevole.
Ecco la gentilezza amorevole della mente priva di avversione. Incontrate
ciascun pensiero con benevolenza e ricettività. E in Pausa lasciate che la
gentilezza amorevole saturi il corpo. Non c’è bisogno di produrre qualcosa
che si chiama «amore». Semplicemente ricevete appieno il momento,
assorbite con gentilezza tutto ciò che tocca la consapevolezza, restando
consapevoli nello spontaneo emergere dell’amore.
Se siete in compagnia, in silenzio o in conversazione, ricevete l’esperienza
esterna – le altre persone – proprio come fate con l’esperienza interiore dei
pensieri ed emozioni. I loro volti toccano i vostri occhi; se li ricevete senza
resistenza e senza paura, nascerà gentilezza. Le loro voci toccano le vostre
orecchie e le loro parole toccano la vostra mente: non c’è avversione, solo
gentilezza amorevole. Nel caso sorgessero la vecchie abitudini della paura o
dell’allontanamento, le si può incontrare con gentilezza. Si tratta di una
risposta normale e profondamente condizionata; semplicemente la accogliete
con accettazione e benevolenza. La lasciate andare. E di nuovo incontrate il
momento praticando Rilassa, interiormente e con altri. Di nuovo accettato.
Spontaneamente emerge amore. È ben più di un semplice atto, è un
cambiamento di stato della mente-cuore: lasciate che sia la gentilezza
amorevole a dare il tono al momento presente.
Rilassa e accetta, approfondendosi, ci fa penetrare ancor di più
nell’esperienza meditativa matura: l’accettazione diventa amore. L’accettazione
è non-avversione; e la piena accettazione è il fondamento dell’amore. Non mi
riferisco all’amore emotivo, sentimentale, ma a mettā, o «gentilezza
amorevole». Infatti le pratiche tradizionali che favoriscono l’amore altruistico –
per esempio, tenere gli altri nella consapevolezza augurando loro ogni bene –
costituiscono un aiuto preziosissimo per l’Insight Dialogue, in cui simili pratiche
non hanno nulla di astratto. Sono sperimentate direttamente come energie del
cuore, stati della mente, esperienze di inviare e ricevere vissute dinamicamente
insieme con altri. Nel fare pausa nella consapevolezza, stiamo anche rilassando e
accettando tutto ciò che si presenta alla coscienza. Incontriamo questa esperienza
con amore, con gentilezza, con una mente elastica e arrendevole che rende
possibile una meravigliosa prossimità con ciò che è conosciuto. Con rilassa-
accetta-ama, le sensazioni non più giudicate smettono di sottrarsi alla
consapevolezza. Questa è intimità con l’esperienza. Internamente è intimità con
la nostra esperienza; esteriormente è intimità e disponibilità all’altro.
La gentilezza amorevole, inoltre, rivela più a fondo quello che abbiamo nel
cuore. Immaginiamo una luce posta all’esterno di una casa, collegata a un
sensore di movimento. Se ci avviciniamo alla casa da intrusi, avremo timore di
essere visti e scapperemo via non appena la luce si accende. Ma se ci arriviamo
come viaggiatori in difficoltà, che scorgono con sollievo nella luce ciò che fende
l’oscurità, raggiungeremo direttamente la casa, senza difese. La verità è che
siamo al contempo chi diffida e il viandante allo stremo. Possiamo concepire la
luce della consapevolezza come un proiettore puntato sul male che ci ha invaso e
che immaginiamo dimori in noi: è ciò che fa il più delle volte la mente abituale.
Oppure possiamo fare della consapevolezza la luce della gentilezza amorevole,
delicata e ospitale. Perché non incontrare e conoscere l’esperienza con calore?
Nel bagliore dell’accettazione rilassata e amorevole, il freddo viene riscaldato, lo
strappo ricomposto, l’attaccamento rilasciato.
Se è vero che Pausa è il luogo dove la quiete affianca la reattività, in Rilassa
l’amore avvicina la sofferenza. Quando accade, c’è guarigione. E accade
all’istante. La consapevolezza è frutto dell’amore; il cuore confuso e dolente
scioglie i vincoli che lo limitano. Un’amorevole consapevolezza permea le fibre
del corpo-mente, afflitto e confuso, e la morsa protettiva si allenta. Il cuore inizia
ad arrendersi, le brame fondamentali diminuiscono, il rigido senso di sé si
attenua ammorbidendosi. La voragine dei desideri non chiede più di essere
colmata; la vergogna non impone più di nascondersi; senza combustibile le
fiamme della rabbia non hanno niente da bruciare. L’amore incontra la
sofferenza può anche significare l’amore incontra la non-quiete.
Tensione e cambiamento sono accettati. In molti casi si mutano in quiete, e quel
che ne resta può essere accolto.
Nella meditazione individuale quiete e amore si generano interiormente.
Anche nella pratica interpersonale quiete e amore si trovano dentro di sé. Ma il
fatto che la reattività di una persona possa essere incontrata dalla quiete di
un’altra è parte integrante della magia della pratica relazionale. La sofferenza
dentro di noi può essere ricevuta dall’amore di un altro, o del gruppo.
L’amore, ce ne accorgiamo, era qui da sempre. Il rumore di fondo della
tensione era talmente forte da impedirci di udire la voce della gentilezza
amorevole. Le tendenze all’attaccamento, più antiche di qualsiasi altro ricordo,
incontrate con perseverante gentilezza amorevole decadono nel non-
attaccamento tipico della mente consapevole e accogliente; c’è agio. Nella calma
perseverante della mente tranquilla, il cuore non fatica a rilasciare ciò che viene
trattenuto. Si potrebbe descrivere così il maturare progressivo di questa
istruzione meditativa: rilassa-accetta-ama-sciogli i vincoli. E se a essere
rilasciato è il concetto di sé, odio, offesa e autoprotezione si ammorbidiscono
dissolvendosi. Il cuore riposa saldo nella tranquillità. Cominciamo a vedere le
cose per quello che sono.
12. Apri

Pausa e Rilassa definiscono la tradizionale cornice meditativa di


consapevolezza e tranquillità. Con Pausa usciamo dall’abitudine e incontriamo il
momento di nuovo. Consapevoli di corpo, emozioni e pensieri, ci risvegliamo
dall’identificazione con la reazione. Con Rilassa incontriamo con accettazione
tutto ciò che si presenta alla consapevolezza. Non importa quale sia l’esperienza,
viene accolta con ricettività e gentilezza. La terza parte dell’istruzione centrale
dell’Insight Dialogue è Apri. Con Apri la consapevolezza si estende al mondo
intorno a noi. Apri ci invita a estendere la consapevolezza che accetta, sviluppata
con Pausa e Rilassa, al mondo oltre i confini della nostra pelle. L’estensione al
mondo al di fuori di noi apre la porta alla reciprocità; ed è la base della
meditazione interpersonale.
Una volta estesa la consapevolezza al di là dell’io racchiuso nella pelle, la
meditazione cresce per includere altre persone e l’ambiente. Le istruzioni
cruciali del Buddha sulla meditazione vipassana comprendevano l’indicazione
di contemplare l’esperienza «internamente … esternamente … o sia
internamente sia esternamente».1 Concentrata internamente, la consapevolezza
mette in evidenza il sentire questo corpo, questi pensieri, queste emozioni.
Espandendosi all’esterno, la consapevolezza include il mondo che viene
percepito e a cui si reagisce: oltre al mondo fisico, l’aspetto, le parole e le azioni
altrui. Incontreremo altre persone con la stessa consapevolezza e calma
accettazione con cui stiamo imparando a incontrare la nostra esperienza interna.
Se meditiamo dialogando con un’altra persona, la incontriamo con vigile
accettazione. Se stiamo meditando con un gruppo, la stessa consapevolezza si
apre a riceverlo tutto. Grazie alla consapevolezza interna ed esterna al tempo
stesso, siamo coscienti del momento relazionale – quello che Martin Buber
chiamò «il tra», l’incessante flusso di io e altro.2
Con Apri la pratica matura e sfocia nella reciprocità. Estendiamo la presenza
mentale includendo l’altro, e altrettanto fanno il nostro compagno o compagni di
meditazione. Ed è qui che ci si riunisce, incontrandosi nella consapevolezza
interna ed esterna. Nell’allargare la consapevolezza verso l’esterno, a integrare
un altro essere umano, ho la sensazione che anche costui, nello stesso preciso
momento, stia facendo un analogo movimento di inclusione nei miei confronti.
Una mossa delicata e potente. Esistono pratiche meditative tradizionali, tra cui lo
dzogchen tibetano o la preghiera contemplativa cristiana, che incoraggiano la
consapevolezza completamente aperta, ma perlopiù non estendono tale stato agli
esseri umani presenti fisicamente, e dunque non aprono la porta all’incontro
nella meditazione condivisa. Nell’Insight Dialogue questa porta si apre di
proposito.
È facile iniziare a esplorare l’istruzione Apri. Partite dalla presenza mentale
coltivata in Pausa e Rilassa. L’invito è a diventare consapevoli del corpo
adesso, seduto così com’è. Questa è consapevolezza fondata sul corpo: noi
abitiamo il corpo e abitiamo il momento, con accettazione e non-
attaccamento.
E ora, a partire da questa consapevolezza interiore stabile e chiara, trovate una
parte specifica dove la sensazione attira la vostra attenzione: forse il contatto
del corpo con la sedia o con il cuscino, oppure un punto indolenzito nel fianco
o alle ginocchia. Stabilizzate la consapevolezza in quell’area, portandovi
un’attenzione concentrata. E proprio in quel punto accogliete la sensazione
accettandola; questa consapevolezza è molto precisa e al tempo stesso molto
gentile. Osservate la qualità ricettiva della coscienza, concedendovi un po’ di
tempo per familiarizzare con essa. La sensazione semplicemente tocca la
coscienza.
Ora, internamente, cominciate a espandere ed estendere quella
consapevolezza delicata in modo tale che pervada l’intero corpo. Esso è
saturato di consapevolezza ricettiva. Lasciate che questo si stabilizzi. Però
non vi fermate qui; per esplorare Apri, lasciate che la consapevolezza si
estenda oltre il corpo. Sulle prime potrete notare la qualità espansiva di un
senso dell’udito più ampio. I suoni che giungono dall’intero ambiente toccano
la consapevolezza. E se avevate gli occhi chiusi, adesso potete aprirli
delicatamente e notare che il campo visivo, l’intera stanza, è contenuto nel
vostro campo di consapevolezza. Potete notare che anche altre persone sono
nel vostro campo di consapevolezza. Se avete qualcuno di fronte, limitatevi a
mantenere la qualità visiva morbida e non focalizzata. Se incontrate lo
sguardo di qualcuno, non cercate di forzare una qualche esperienza speciale,
per esempio fissandolo negli occhi. Quella stessa attenta, gentile e accogliente
consapevolezza che offrivate interiormente al vostro corpo-mente, abbraccia
ora l’altro. È più vasta, più spaziosa. Con Apri, la consapevolezza abbraccia
l’interno al pari dell’esterno. Questo è il passo verso la reciprocità. Apri.
Una simile qualità di apertura si può coltivare in molti modi. Forse all’inizio è
opportuno esplorarla in modi che non coinvolgono altre persone, oppure farlo in
parallelo al lavoro svolto con altri. Uno dei metodi più facili per conoscere la
spaziosità della consapevolezza esterna – che è parte della spaziosità di Apri – è
il risveglio nella natura. Mentre camminiamo in un bosco, la nostra coscienza
può estendersi spontaneamente ad abbracciare gli alberi o il cielo. Seduti sulla
spiaggia, potremmo ritrovarci con la mente vasta come il mare; questo senso di
espansione ci strappa in modo naturale alle nostre anguste abitudini. La
grandiosità, la bellezza e l’incoercibile vitalità della natura ci invitano, ci
innalzano, fuori dal nostro mondo interiore costruito, e ci trasmettono il dolce
sapore della libertà per un attimo senza costrizioni. Sono modi semplici per
estenderci al di là dei nostri piccoli sé, per abbandonarci a una relazione spaziosa
con il mondo naturale. Potremmo persino scoprire che apparteniamo
completamente alla natura, anziché esserne separati.
Non sempre aprire la consapevolezza per includere altre persone risulta facile.
In molte pratiche e contesti di pratica si viene isolati dal volto o dalla voce o
dalle opinioni altrui, in modo da poter raggiungere la pace con più facilità.
Alcune pratiche, fra cui la tradizionale pratica di «gentilezza amorevole»
(mettā) o il cuore illimitato della compassione praticato come bodhicitta,
possono supportare in profondità l’istruzione Apri dell’Insight Dialogue.
Tuttavia, mentre stiamo per estendere la consapevolezza a chi è con noi,
potremmo ritrovarci incerti e timorosi. Nel momento dell’incontro, apriamo una
porta contemporaneamente a reattività e possibilità, egoismo e generosità, paura
e libertà.
Quando estendiamo la consapevolezza ad altri, ci apriamo alle brame
interpersonali e alle tensioni che esse generano. Annie, una meditante in
California, ha descritto così il suo primo incontro con il processo dell’aprire:

Dal momento che evito l’intimità, stare in questo processo ha avviato una trasformazione. Al semplice
pensiero di interagire con un estraneo, mi sentivo torcere le budella e mi si annodava la schiena.

Dall’altro lato del pianeta, in India, un meditante di nome Stefan ha detto di


essersi sentito come se stesse «arrostendo sul fuoco». Aveva vissuto la pressione
dell’anticipazione, chiedendosi che cosa avrebbe detto. Oscillando tra la
pressione percepita e le istruzioni Rilassa e Apri, lo stress del primo giorno gli
ha causato il mal di testa. La paura di Annie e l’arrostire di Stefan hanno messo
radici grazie ad anni e anni di condizionamento. Le loro sensazioni si sono
manifestate automaticamente, perché la presenza di altre persone aveva
innescato il condizionamento. Nel contesto dell’Insight Dialogue hanno potuto
riconoscere con maggiore chiarezza i tormenti dell’incontro grazie all’assenza di
distrazioni e al grado di consapevolezza e ricettività sviluppato. Insieme, queste
condizioni – i fattori scatenanti delle vecchie brame e dei vecchi attaccamenti, la
consapevolezza di Pausa e l’accettazione di Rilassa – hanno consentito un
rilascio insperato. Annie ha notato: «Ho ancora tanta strada da fare, ma ho
sentito che con quel semplice ma monumentale salto nel silenzio si era colmato
un abisso». Stefan ha compreso che la sua abituale ricerca della tecnica corretta
era troppo faticosa: «Sorprendente! Nel momento dell’Apertura c’erano
leggerezza, energia e spaziosità. Ogni cosa mi sembrava fresca, nuova e
possibile».
Non tutti provano timore alla prospettiva di aprirsi agli altri, ma anche coloro
che non lo provano possono ignorare come si fa ad aprire a un’altra persona
meditando. Per esempio, Mike si chiedeva: «Se ti sei reso conto che in te c’è una
profonda tristezza, come si può pensare che tu sia presente alla gioia di qualcun
altro?». Mike è un terapeuta e un esperto meditante di vipassana; entrambi i
percorsi lo avevano portato a una forma di consapevolezza che può essere o
interna o esterna, ma non entrambe insieme. Senza contare che la sua mente è
molto precisa e abituata a conoscere, o pensare di conoscere, esattamente ciò di
cui è consapevole in un dato momento. Ma la componente Apri di Pausa-
Rilassa-Apri non ci orienta verso la precisione spaziale, verso la consapevolezza
di me o di te. Suggerisce piuttosto una flessibilità che si muove con il continuo
mutare dell’esperienza. Consapevolezza esplicitamente interna, consapevolezza
esplicitamente esterna, e consapevolezza sia interna sia esterna: tutte sono
apprezzate e praticate. La mente, non più oberata dall’attaccamento, si fa
malleabile e apprende a navigare liberamente all’interno e all’esterno, senza
confini netti o transizioni. Ci godiamo un riposo vibrante nel vasto mare
dell’esperienza.
Mentre praticate Apri e la consapevolezza si stabilizza, potrete accorgervi che
osservate sorgere i pensieri con la stessa facilità con cui osservate le
sensazioni fisiche. Non è diverso da guardare un albero per un istante, e in
quello successivo prestare attenzione all’ascolto di insetti o uccelli. Potete
dedicarvi con la stessa facilità ai fenomeni interni e a quelli esterni. L’invito è
a sviluppare una mente malleabile. Vedete com’è essere consapevoli del salire
e scendere delle emozioni e successivamente prestare attenzione alle parole o
alle espressioni del volto di chi ci sta davanti. Talvolta l’attenzione può essere
molto concentrata, altre volte più aperta. In qualche caso interna, in altri
esterna. Lasciate che l’esortazione Apri sia un invito a muovervi liberamente
attraverso il campo della coscienza, senza aggrapparvi ad alcunché.
La consapevolezza diretta all’interno è estremamente preziosa per l’Insight
Dialogue, in particolare per la sua capacità di rivelare dettagli dell’esperienza
che si sta verificando, destinati altrimenti a sfuggire. Un meditante ha descritto
come fosse riuscito a osservare le proprie risposte fisiche nel corso di una
intensa reazione emotiva al comportamento di un altro partecipante:

Dopo che la pancia si era contratta, ho visto i pensieri giudicanti scoppiettare come popcorn, e l’impulso a
parlare mi esplodeva in testa. Mentre continuavo a osservare, i pensieri hanno perso un po’ di carica
propulsiva; ho potuto rilassarmi di nuovo e ho aperto al mio compagno di meditazione.

Spostando l’attenzione sui fenomeni interni, è stato capace di cavalcare la


fase più intensa della sua tempesta emotiva, e al tempo stesso ha imparato molto
sui suoi schemi di reazione. Passata la tempesta, ha potuto estendere di nuovo la
consapevolezza al mondo esterno, in particolare alla persona il cui commento
aveva scatenato in lui la reazione.
Con la consapevolezza interna ed esterna la mente è ampia, ma in genere
sempre in contatto con il flusso di sensazioni e stati d’animo. Greta ha descritto
un’esperienza in cui aveva visto la propria attenzione muoversi con agio
dall’interno all’esterno:

La stanza era silenziosa. Tutti stavano immobili. La stessa compostezza che c’era «là fuori» era anche «qua
dentro». Dave ha detto di essere stranamente rilassato e di provare simpatia per il gruppo. Sentirlo parlare e
conoscere ciò che aveva detto non ha interrotto la mia consapevolezza del corpo o del mio stato emotivo.
L’ascoltare e la consapevolezza erano tutti parte della medesima esperienza, conoscere il momento.

Greta ha sperimentato uno stato mentale flessibile. È importante in tutte le


pratiche meditative, ma necessario soprattutto nell’Insight Dialogue, in cui la
consapevolezza può spostarsi dall’interno all’esterno momento per momento.
Durante la pratica la consapevolezza può muoversi parecchio, anche nel corso di
una singola conversazione. Qualcuno parla, e la consapevolezza si apre verso
l’esterno per ascoltare. L’agganciarsi a emozioni o idee può trascinarci
momentaneamente nell’identificazione e nella reazione. Apriamo di nuovo e
forse il nostro compagno sta ancora parlando; la consapevolezza può ora
includere il nostro corpo e la voce di chi parla, in seguito le sensazioni della
nostra risposta emotiva e la visione e l’impressione delle risposte emotive del
nostro partner. Nel silenzio che segue, la coscienza può rivolgersi all’interno per
notare il delicato riverberare dei pensieri suscitati da ciò che è stato detto, per poi
stabilirsi in una più vasta consapevolezza del silenzio. Fino a che una terza
persona non inizia a parlare, e allora siamo di nuovo richiamati alle percezioni
esterne di parole e labbra che si muovono e occhi espressivi. Mentre parliamo,
prendiamo contatto con la consapevolezza del corpo e percepiamo la vitalità del
momento presente, e c’è conoscenza di interno ed esterno. Riconosciamo che la
coscienza non ha un sé al centro. Sono fondamentali apertura e sensibilità alla
fluidità del momento.
Questo modo di praticare favorisce lo sviluppo della capacità di spostarsi con
facilità tra consapevolezza interna ed esterna. Ci accorgiamo che Apri è una
sorta di estensione spaziale del non-attaccamento. La mente del non-
attaccamento non ha bisogno di posarsi da qualche parte, né sulle nostre
emozioni né su quelle di qualcun altro. A proposito dei problemi che derivano da
una pratica poco equilibrata, l’insegnante di meditazione Joseph Goldstein ha
giustamente osservato che praticare solo la consapevolezza concentrata tende a
lasciarci ristretti e contratti, mentre coltivare solo stati mentali vasti e spaziosi
può renderci astratti e confusi.3 L’Insight Dialogue è una via per familiarizzarci
con qualità differenti della coscienza – interna ed esterna – senza privilegiarne
una in particolare, spostandoci con semplicità dall’una all’altra.
Questo movimento richiede stabilità e calma, se vogliamo evitare di
rimbalzare nell’agitazione e nella reattività. Ecco perché è così importante un
radicamento nella pratica silenziosa tradizionale per far maturare l’Insight
Dialogue. La calma concentrata sviluppata individualmente viene riproposta ai
fini della meditazione relazionale. Possiamo restare ancorati e pacifici mentre la
qualità dell’esperienza momentanea muta costantemente. All’interno o
all’esterno, gli oggetti semplicemente toccano la coscienza. Questo contatto è
relazione. La mente diventa sempre più pronta, invochiamo Rilassa e la tendenza
all’inclusività si rafforza.
Sulle prime aprire è costato ad Amy un bel po’ di lavoro:

Avevo un gran desiderio di connettermi e di aprire, pari a quello di chiudermi e ritrarmi. Continuavo a
passare da uno all’altro. Mi affaticava il tentativo di fare Pausa, Rilassa e Apri ogniqualvolta sentivo la
voglia di chiudermi, ma al tempo stesso provavo anche esaltazione e speranza. Dopo un po’ sono stata in
grado di restare aperta per un periodo di tempo più lungo.

Forse lo sfinimento di Amy derivava dalla paura di essere vista. O magari era
la conseguenza di quei vincoli impliciti che accompagnano il credere nella
separazione. In Occidente siamo cresciuti per la maggior parte in una cultura
molto individualistica. Siamo stati attivamente incoraggiati a costruire un forte
senso dell’io: «Pensa a te stesso», «Sii te stesso».
Apri è un invito a lasciare andare questo senso dell’io isolato e fortemente
vincolato. All’inizio aprire la mente così potrebbe apparire come una
fabbricazione. In realtà, aprire intenzionalmente offre un bilanciamento rispetto
al costrutto non riconosciuto di una coscienza contratta. Prigionieri di tale
costrutto, nell’aprire potremmo anche sperimentare un certo attrito. Un’altra
meditante, Linda, sulle prime, più che esausta, si sentiva confusa:

La consapevolezza interna era molto familiare e precisa. Era come la mia solita pratica di meditazione, solo
che stavamo parlando. E la coscienza esterna era facile da comprendere – era come quando sono a casa e
siedo in riva al lago; molto spazioso. Ma ci sono voluti vari giorni perché potessi sperimentare le due
simultaneamente. Nel tempo la mia consapevolezza è diventata delicata e chiara, coinvolta e spassionata
allo stesso tempo. Ed è qui che ho imparato che cosa davvero significhi tutto l’insegnamento.

Il processo di apprendimento descritto da Linda è proseguito con naturalezza.


Il rilassamento ha creato le condizioni per l’apertura.
Aprire inizia a volte con un processo razionale: guidiamo noi stessi tra
specifiche sensazioni interne e una consapevolezza ampia e spaziosa. Ma ci può
anche accadere di ritrovarci aperti al mondo senza sforzo, semplicemente
praticando Pausa e Rilassa. Nel corso degli impegni quotidiani con il mondo, la
mente non smette mai di andare avanti e indietro – un momento persa nei
pensieri (interno) e quello successivo intenta a non finire sotto un autobus
(esterno). Tali movimenti interni ed esterni possono essere conosciuti dalla
consapevolezza senza attaccamento e identificazione. Nel tempo potremmo
trovare questi spostamenti abbastanza naturali, anche quando sono intenzionali.
Noteremo le nostre emozioni oppure l’espressione esteriore di quelle di qualcun
altro – il suono della voce o il tremolio degli occhi – e tutti comunque non
saranno che fenomeni, conosciuti nel loro nascere e venir meno. Che siano
interni o esterni, noi restiamo consapevoli. Che siano piacevoli o spiacevoli, noi
restiamo consapevoli – non catturati, consapevoli.
Quando aprite in meditazione, lasciate che la mente si rilassi, abbandonando
qualunque senso di essere il soggetto che decide o controlla. Con il
progressivo rilassarsi della mente, e a mano a mano che l’istruzione Apri
diventa molto estesa e familiare, potrete ritrovarvi assestati in una
consapevolezza che è insieme interna ed esterna. Se vi trovate con
qualcun’altro, potrete notare che il divario tra ciò che costui sta dicendo e ciò
che state pensando non è così marcato; ambedue sorgono e sono conosciuti. A
mano a mano che prendete dimestichezza con questo, potete cominciare a
notare il tra, il manifestarsi stesso della relazione tra voi e altri. Il soggetto,
io, e l’oggetto, tu, o esso, si congiungono nel momento relazionale. Lasciate
che Pausa sveli tale qualità io-tu di Apri.
In questa pratica, come nella meditazione individuale, non si cerca una
condizione stabile, ma si coltiva la capacità di adattamento mentale, quella
malleabilità che consente l’apertura e la riapertura continua all’esperienza
mutevole. Lo spostarsi della consapevolezza all’interno e all’esterno, più e più
volte, rende tale movimento più facile e familiare. Gli spigoli del sé costruito si
smussano, ridefinendo la relazione, che da contatto tra oggetti distinti diventa il
convergere di due persone che scoprono insieme il momento – apertura,
contatto, apertura.
Quando due persone si incontrano nell’intimità meditativa, l’attaccamento si
riduce a un guizzo. I contenuti non smettono di presentarsi, ma in primo piano
c’è la compiutezza del momento relazionale. Volere, desiderare, cercare,
afferrare non si attivano. Se si attivano, li riconosciamo e rilasciamo come
meglio possiamo. E quanto più rilasciamo ogni attaccamento, tanto maggiore
sarà l’intimità. Sulle prime, a causa del nostro condizionamento, tutto ciò
potrebbe sembrare controintuitivo. Siamo avvezzi a una forma di intimità
costruita a partire dai contenuti delle nostre vite, le esperienze condivise.
Abbiamo imparato a tesaurizzare, a bramare, questa intimità costruita. Eppure,
non appena rilasciamo l’attaccamento, l’esperienza relazionale diventa molto
immediata. L’aggettivo «immediato» deriva dal latino immediatus, in e
mediatus, che significa che nulla si interpone, che non c’è niente tra – cioè che
brame e paure non ci separano. È una vicinanza non personalizzata. Dal
momento che non c’è una personalità piena di brame e desideri che la costruisca,
la definisco «intimità non costruita». Nell’intimità non costruita, molto si rivela
in virtù del campo vuoto in cui l’esperienza si dispiega; qualunque cosa si
manifesti viene accettata. Ed ecco allora la connessione libera da attaccamento,
connessione come non-separazione, vuota presenza.
Una tale intimità naturale, non personalizzata, sorge sulla base di una
consapevolezza cristallina e per essere sostenuta richiede continuità. Mentre è
facile aprirsi al silenzio o alla natura, aprirsi alla complessità del contatto umano
è più impegnativo. La resistenza ad aprirsi è normale, ed è l’abitudine di tutta
una vita. Appartiene al sistema di difese che il sé ha attivato per sopravvivere in
famiglia e nella società. Pertanto dobbiamo essere pazienti con noi stessi. Più e
più volte Pausa-Rilassa-Apri ci invita a una calma vigilanza. Più e più volte
incontriamo con accettazione l’esperienza interna. Ci chiediamo: «Dove si
attacca la mente? Che cosa fa indietreggiare il cuore?». Proviamo a entrare
coraggiosamente in Apri quando siamo in conflitto con un altro, o ci sentiamo
attaccati. Consapevoli della persona e della sua ostilità senza per questo tagliarla
fuori, potremo scoprire il sorgere della compassione. Ed essere capaci di
osservare in noi l’impulso a ritrarsi; forse percepiremo la presenza di chiara
consapevolezza. A mano a mano che impariamo che ciascuno di noi vive
nell’esperienza umana condivisa della vulnerabilità e che ciascuno di noi è
capace di amare molto, il corpo emotivo si rilassa e permette l’apertura.
Saremo in grado di sostenere l’apertura solo quando dimoreremo
nell’accettazione e nell’amore. Se siamo risospinti all’interno alla ricerca della
sicurezza dell’io-capsula, ritraendoci persino da un’intimità silenziosa libera da
aspettative, allora possiamo invitare di nuovo la consapevolezza, nella spaziosità
della compassione. La triste abitudine all’angustia e alla separazione ha su di noi
un effetto analogo a quello della gravità che fa collassare le stelle. Ma se ci
affidiamo a Pausa, Rilassa e Apri, lasciando che siano gioia e compassione a
guidare il cuore, allora forse si aprirà per noi l’esperienza descritta dallo scrittore
quacchero Douglas Steere: «Una prontezza a rispettare e a fermarsi con stupore e
apertura di fronte alla misteriosa vita e influenza dell’altro».4 Una postura che ci
vede stabili e consapevoli; la consapevolezza abbraccia il personale e l’interno
così come l’altro e il mondo, in un contatto che definisce il confine tra l’io e il
momento.
Le volte in cui vi sentite a vostro agio, stabili e presenti, lasciate che la mente
si spalanchi e vedete com’è riposare nella vastità. Il cuore è in pace; non ci
sono divisioni tra interno ed esterno, sé e altro da sé non sono ben definiti.
Qui potete dimorare. Se, trovandovi con altri, decideste di parlare in quella
vastità, qualunque contrazione dovesse accompagnare le vostre parole passerà
in fretta. Di nuovo rimanete nella spaziosità. L’esperienza va e viene e non
c’è che il conoscere. Solo l’apertura stessa.
Scopriamo che l’esperienza fondamentale della coscienza è quella del
contatto e della consapevolezza che sorge da tale contatto. Non fa differenza che
sia consapevolezza di un pensiero interno o di qualcosa di esterno, come udire
qualcuno che parla. Sono pur sempre «io» che sperimento ciò. Ma nel momento
esatto del contatto, la relazione soggetto-oggetto svanisce. Non viene esperita
come «io che conosco». I confini un tempo rigidi tra sé e altro si allentano:
ambedue sono conosciuti semplicemente come esperienza. C’è il puro e
semplice conoscere. La mente flessibile, ancorata nella consapevolezza
[mindfulness], circola liberamente tra sensazioni, pensieri e consapevolezza
[awareness] allargata. Ovvero, la mente può semplicemente conoscere tutti i
fenomeni che allo stesso modo toccano la coscienza. Le sensazioni fisiche si
affacciano alla consapevolezza in modo pressoché sinestesico, come se non
fossero differenti da suoni e pensieri. Siamo alleggeriti del fardello di sostenere
un sé, e scopriamo che la separazione tra fenomeni ed esperienza è una
costruzione; sperimentiamo unicamente il conoscere.

Tocco – desiderio
tocco – paura
tocco – eccitazione

tocco – amore
tocco – compassione
tocco – equanimità

tocco – solo toccare


tocco – solo conoscere il tocco
solo conoscere.

La mente aperta, che conosce e basta, non viene catturata, è ricettiva e non
attaccata. La preoccupazione per se stessi, non più totalizzante e incoercibile, un
po’ alla volta scivola via, favorendo un aprire più completo. L’apertura interna
completa permette l’accesso all’inconscio, la base dell’essere, del silenzio e
dell’amore. L’apertura esterna completa è estensione universale ed equivale a ciò
che alcuni chiamerebbero «contatto con il divino». Nella pienezza completa non
c’è confine tra le due, la mente è vasta come il mare. I particolari dell’esperienza
sono privi di sostanza; sono conosciuti come il cambiamento stesso. Quando
scompare la scissione tra soggetto e oggetto, guardare all’esterno e guardare
all’interno sono la stessa cosa. Tutti i fenomeni condividono qualità di apertura –
il cuore si è aperto pienamente all’esterno e ha compreso l’interno; il cuore si è
aperto pienamente all’interno e ha compreso l’universo. C’era solo un confine, il
senso del sé, ma scopriamo che è un’illusione, un prodotto dello stress.
Eliminata l’illusione non resta che l’essere, «esperire l’esperienza», come dice il
Venerabile Punnaji. Resta solo la presenza, che è consapevolezza in sé.
13. Confida nell’emergere

Abbiamo definito il cuore della pratica: la consapevolezza di Pausa, la calma


accettazione resa possibile da Rilassa, la reciprocità che deriva da Apri. Grazie a
queste istruzioni incontriamo il momento vigili, amorevoli e spaziosi. Ma che
cosa succede se scopriamo che il momento presente cambia in maniera
incontrollata? O se invece ci sembra che non cambi mai: prevedibile, noioso e
governato dall’abitudine? La prossima istruzione meditativa dell’Insight
Dialogue è Confida nell’emergere. Con essa siamo invitati nella numinosa ma
osservabile impermanenza di tutte le esperienze.
Confida nell’emergere si radica nell’aspetto di saggezza dell’Insight
Dialogue. Ossia favorisce il nostro vedere le cose come sono – instabili e molto
più complesse e fluide di quanto risulti a uno sguardo ordinario. La qualità
dinamica dell’esperienza esige una pratica solida e fornisce l’oggetto di una
simile pratica: il cambiamento stesso. L’istruzione Confida nell’emergere non è
che l’invito a tuffarci a capofitto nel precipitare del momento, offrendoci
orientamento per come relazionarci l’un l’altro e alla totalità dell’esperienza.
Confidare implica l’atto di piena fiducia necessario per immergerci nel mare
ribollente del cambiamento. Emergere si riferisce al processo attraverso il
quale le cose complesse che sperimentiamo emergono spontaneamente da
un’insieme di concause soggiacenti.1 Possiamo accertare la realtà dell’emergere
osservando l’impermanenza nel mondo circostante, specialmente nel modo in
cui i pensieri coscienti sorgono dal calderone di sensazioni, ricordi, emozioni. In
maniera analoga, possiamo osservare direttamente come gli incessanti
mutamenti degli incontri sociali – conversazioni e altre interazioni – emergano
dalle personalità complesse e condizionate dei partecipanti, e dalle società in cui
vivono.
Confidare nell’emergere è abbandonarsi al processo mutevole che chiamiamo
«adesso», pieno di sensazioni incontrollate, pensieri, emozioni, interazioni,
parole, argomenti, energie e intuizioni. In ritiro o nella vita quotidiana, praticare
Confida nell’emergere può aiutare a convivere con l’insicurezza e l’ambiguità
del presente che evolve. L’emergere e la rinuncia derivano entrambi da una
radice sanscrita il cui significato in origine era collegato a lasciare la vita
familiare. Ambedue i significati sottolineano il medesimo gesto interiore:
lasciare andare la tendenza ad aggrapparsi a condizioni in continuo
cambiamento, smettendo di fare riferimento a esse per orientarsi nel mondo. Ed
è paradossale che prestare attenzione all’impermanenza finisca per darci una
certa stabilità. Si tratta di rinunciare a una pseudosicurezza, e in cambio siamo
liberati dalla sofferenza derivante dalla paura del cambiamento. Negli
insegnamenti del buddhismo tibetano lo spirito dell’emergere è visto come
fattore di potenziamento della calma. La vita quotidiana non può che trarne
beneficio, se si smette di resistere all’inevitabile cambiamento – del conto in
banca, delle relazioni o delle condizioni di salute.
Nell’Insight Dialogue questa attitudine viene portata alla meditazione.
Confidare nell’emergere vuol dire entrare nella pratica senza essere condizionati
da un fine. Non significa certo abdicare alla speranza di una migliore
comunicazione, di relazioni sagge, oppure dell’emergere collettivo di
intelligenza, compassione o pace. Più che altro è riconoscere che non sappiamo
che cosa veramente siano queste cose, o come ottenerle, perciò ci dedichiamo
pienamente e con ogni energia solo all’esperienza del momento. Si mettono da
parte immagini e giudizi che ostacolerebbero una coscienza chiara e fluida,
liberando l’intelligenza naturale. Ci ricordiamo che l’Insight Dialogue, come la
meditazione personale, può portarci alla chiara comprensione e ci impegniamo a
coltivare la consapevolezza. Emergeranno cose buone come libertà personale e
armonia interpersonale: senza bisogno di perseguirle.
Potete esplorare Confida nell’emergere qui e ora. Quando Pausa vi libera
dalla preoccupazione per prestare attenzione a questo momento, notate se per
caso avete programmi per la giornata, una sorta di lista continua di cose da
fare. Come sarebbe se invitaste voi stessi a lasciare andare i piani, a liberarvi
dalla tacita insistenza della vostra agenda? Forse vi state facendo carico anche
del peso delle agende altrui, oppure sentite la fitta associata alla paura del
cambiamento. In questo preciso istante invitate voi stessi a entrare nel
momento senza nulla da portare a termine, senza dover essere qualcuno di
speciale, o dover raggiungere qualcosa. Invitate voi stessi a lasciar cadere il
peso del costante sforzo di controllare le cose.
Se siete con altri potete ricordare a voi stessi di Confidare nell’emergere ogni
volta che vi ritrovate a pianificare quello che state per dire, oppure quando
volete ottenere un risultato preciso da una certa conversazione. Incontriamo gli
altri nello spirito del non sapere. Prendetene atto: non sapete che cosa accadrà
fra un secondo, un’ora, una settimana o un anno. Incontrate il momento che
cambia. Confida nell’emergere.
Un gruppo che si ritrova apposta per meditare offre la rara opportunità di
incontrare la vita in maniera radicale, al di là delle norme sociali che riguardano
la produttività e i risultati. Una simile pratica ci insegna nuove modalità di vita.
La linea-guida Confida nell’emergere ci chiama a sperimentare come possa
essere stare con un’altra persona o con un gruppo di persone nel momento
presente, senza per forza tentare di far accadere qualcosa o di non vedere l’ora
che accada qualcosa in futuro.
Capita spesso che i partecipanti ai ritiri di Insight Dialogue mi dicano che,
sebbene l’istruzione meditativa Confida nell’emergere fosse inizialmente la più
confusa, in seguito si sia rivelata la più utile per la pratica. A Klaus, per un certo
periodo, era sembrata addirittura stupida. Si era talmente dedicato a imparare la
pratica con precisione che faceva resistenza all’idea di lasciare cadere
programmi e aspettative:

Poi mi sono ritrovato con un gruppo che aveva smarrito del tutto la strada. Non facevamo altro che
chiacchierare e ridere. Certo, era divertente, ma non capivo che cosa c’entrasse con la meditazione. Allora
ho pensato a questa istruzione, Confida nell’emergere. All’improvviso tutto quel chiacchierare non è stato
altro che esperienza mutevole. Quando l’ho condiviso con gli altri, mi è sembrato che capissero che cosa
intendevo. Poi, anche quando la conversazione è calata, l’impermanenza era ancora del tutto evidente.

La saggezza dell’emergere ha un fondamento evolutivo. L’organismo umano


si è evoluto per incontrare il mondo: non solo per sopravvivere, ma anche per
apprendere. Tuttavia l’aumento delle capacità mentali ha creato al contempo
opportunità e ostacoli. Abbiamo sviluppato la capacità di riflettere
sull’esperienza e di imparare sul modo in cui impariamo. Questo ci ha aiutato ad
apprendere certe cose più velocemente e in profondità. Però la stessa potenza
mentale è diventata anche il fondamento di un senso del sé intricato e fatto di
concetti e norme sociali fuorvianti che ci separano da ciò che sappiamo fare
meglio: muoverci nel mondo con sensibilità, sintonizzandoci intimamente con
l’ambiente. Si direbbe che la capacità di confidare nell’emergere sia stata
collocata fuori di noi. Se abbiamo chiara la natura della pratica, siamo in grado
di ricordare e ripristinare un modo di essere naturalmente fluido e flessibile. Non
si arriva all’Insight Dialogue per sfoggiare o accrescere le proprie conoscenze
concettuali, ma per conoscere la natura della mente pensante e lasciarne cadere il
peso. Ci accostiamo alla pratica pieni di aspettative, all’erta, pronti a tutto e a
niente, cacciatori e raccoglitori in marcia verso l’ignoto – calmi, vigili, pazienti e
pronti.
Confida nell’emergere è un potente sostegno alle nostre vite attive in questo
affaccendato mondo attuale. Mi capita spesso di invocare Confida nell’emergere
quando mi ritrovo incastrato in pensieri sulla direzione da dare alla mia vita, o
quando mi fisso su determinati programmi a lungo termine. Oltre che a
incontrare l’esperienza senza attaccamento a obiettivi a lungo termine, Apri e
Confida nell’emergere ci esortano anche a rilasciare gli attaccamenti a breve
termine e le agende personali che ci nascondono gli uni dagli altri. Accade di
frequente che mentre parliamo con gli altri gran parte dell’attività mentale sia
riservata a pianificare che cosa diremo in seguito e, soprattutto nei gruppi
allargati, a come inserirci con il nostro contributo. Facendo pausa nell’Insight
Dialogue, diventiamo consapevoli di questa microprogrammazione, rilassiamo la
tensione che ci sta dietro, ci apriamo al nostro partner e al gruppo e – in quel
preciso istante – lasciamo andare persino quei piccoli piani e confidiamo
nell’emergere. Per Kim è stato come deporre un peso:

Al ritiro, a mano a mano che la mia attenzione si affinava, percepivo nel corpo le piccole contrazioni
muscolari che accompagnavano anche il più piccolo pensiero di «Non voglio quello; voglio questo»,
compresa la mia reazione a quanto dicevano gli altri, il preoccuparsi per il contatto oculare (troppo o troppo
poco) e così via. Ho visto come mi stessi attaccando persino ai pensieri più insignificanti e minuscoli, e
come cominciassi a elaborare la risposta ancora prima che il mio partner avesse finito di parlare – non
confidavo nel momento, facevo congetture, rabbrividivo al solo pensiero di un attimo di imbarazzo o di
disagio, indipendentemente dal fatto che si verificasse o meno. L’espressione «Confida nell’emergere»
trasmette un grande sollievo. La tensione mentale e persino fisica che si associa alla minima brama e
avversione sono un fardello che mi trascino dietro sempre, al punto da non accorgermene neppure, fino
a che non ne scopro l’assenza. Allora riesco a intravedere il sollievo del deporre tutto quel peso. E mi si
apre un senso di spaziosità in cui mi relaziono agli altri in modo più diretto e immediato. Portando la
consapevolezza nei miei pensieri, discorsi e azioni, senza impantanarmi nell’autorecriminazione quando
faccio un passo falso, la prossima volta sarò maggiormente in grado di confidare nell’emergere.

L’ultimo punto, e cioè che Kim scopra la possibilità di migliorare la capacità


di confidare nell’emergere, è cruciale. È un’abitudine mentale quella di
attaccarsi a sensazioni, pensieri ed emozioni anche quando li troviamo
spiacevoli. Ma se, come Kim, riusciamo a osservare senza giudicarlo il sorgere
dell’attaccamento e a lasciare andare tutte le volte che serve al flusso
dell’emergere, allora ciò si trasforma in una nuova tendenza della mente. Proprio
grazie a tale pratica, in futuro lasciare andare diventerà più facile. La maggior
parte di noi sopporta un grosso peso, il peso della personalità, una sorta di
obbligo di comunicare o intrattenere o rispondere agli altri secondo le
aspettative. Confidare nell’emergere offre come ricompensa immediata la
sensazione di togliersi di dosso questo peso.
Nel lasciare andare i programmi, vi collocate al limite della possibilità.
Lasciate che l’esortazione Confida nell’emergere risvegli in voi la curiosità.
Che cosa sta accadendo ora? Percepite la verità della contingenza e lasciatevi
attirare fuori dalle rassicuranti certezze. Sintonizzatevi con l’evolversi del
momento, permettete che la mente si faccia flessibile e non resistente; che si
muova con l’esperienza. È impossibile prevedere ciò che una persona dirà,
ciò che accadrà domani. E allora state in attesa, rilassandovi nell’aspettativa.
Dimorate nel momento con leggerezza, con pazienza. Se la mente vuole
correre in avanti, capire come stanno le cose, ricordatevi della loro
imprevedibilità. Lasciate cadere i programmi. Cavalcate il momento. Fate sì
che la saggezza coincida con il non sapere. Questo ci lascia aperti a qualsiasi
cosa, senza timore del cambiamento. Confida nell’emergere.
Ignoriamo quale sarà il prossimo pensiero che si affaccerà alla mente; cinque
minuti di meditazione convinceranno tutti – tranne i più ottusi – di questa verità.
Non sappiamo che cosa sorgerà nella mente del nostro compagno di dialogo; non
sappiamo neanche che cosa gli passi per la testa in questo preciso istante. Allora
come potremmo conoscere ciò che sorgerà dalla complessità delle nostre
interazioni? Gli esseri umani sono ingegnosi, imprevedibili, capricciosi,
misteriosi e infinitamente vari. Ciascuno di noi giunge al momento
interpersonale profondamente condizionato, il corpo in un determinato stato, le
emozioni e i pensieri che sbandano in diverse direzioni. Pensare di poter capire,
o peggio ancora prevedere, che cosa avverrà in una certa conversazione è una
follia che ha il suo prezzo. Le previsioni ci riempiono di ipotesi, non di verità.
Anziché incontrare gli altri, incontriamo le nostre proiezioni, e si perde la
sottigliezza dell’emergere.
È curioso come le cose procedano così veloci, ma sembrino cambiare a un
ritmo terribilmente lento secondo gli standard mondani. Lasciare che le cose
evolvano naturalmente va contro l’attitudine «fai sì che accada», tanto radicata
in Occidente. Quando ho iniziato a insegnare in ritiri di Insight Dialogue, ero
costretto a dirmi di continuo: «Apparentemente non accade nulla. Ma accadrà.
Confida nell’emergere». All’epoca il massimo trasgressore di questa linea-guida
forse ero proprio io. Conoscevo la potenza di questa pratica, e volevo a tutti i
costi che le persone avessero esperienze significative. Quando le cose andavano
a rilento, ero spesso tentato di rimescolare i gruppi, proporre un cambio di linea-
guida, o lanciare esortazioni. Magari dicevo: «Percepite lo scaturire delle
emozioni nel momento», oppure: «Questo silenzio è logorante?». Volevo che le
persone «ci arrivassero» subito. Ho scoperto che ogni mio intervento dettato
dall’impazienza aveva come risultato imbarazzo e tensione: proprio quello che
cercavo di evitare! Non avevo ancora messo a fuoco che le difficoltà che tutti i
gruppi attraversano è una fase necessaria, e che sotto l’apparente girare a vuoto
del gruppo prendono corpo processi importanti. Inoltre, allora, non mi esaltava
osservare le persone prendere più confidenza con i silenzi nella conversazione o
notare come i giudizi meschini della mente causassero loro stress. Adesso invece
sì.
Seguire la linea-guida Confida nell’emergere è diventato per me una sorta di
credo personale. Quando nella mia vita le cose andavano storte, invocavo questo
insegnamento senza smettere di stupirmi della sua potenza. Non appena ho
iniziato a comprendere e ad avere fiducia nel processo dell’emergere, in ritiro
sono diventato più paziente. Inoltre confidare nell’emergere significava anche
sbarazzarmi di qualunque agenda personale, in modo da mantenere la sensibilità
all’evolversi dell’insegnamento e agire con integrità. Sapevo bene di non avere il
controllo, e sono stato chiamato ripetutamente ad arrendermi a questa verità.
Riuscire a incarnare pazienza e non-attaccamento ha avuto come risultato di
incoraggiarne lo sviluppo negli altri. Ha finito per essere un dono inaspettato del
confidare nell’emergere: la pazienza apre porte che lo sforzo trova sbarrate.
Pensare di conoscere ci costa tutto ciò che invece non conosciamo – che poi
sarebbe quasi tutto. Conoscere è un’impiallacciatura creata dalla mente e
applicata al paesaggio, come il telo protettivo di un imbianchino steso sul terreno
del giardino. La sua uniformità ci protegge dagli aghi di pino e dagli insetti, però
li nasconde, e nasconde anche il soffice muschio, il terriccio odoroso e la
brulicante complessità della natura. Il nostro conoscere è quasi sempre velato dal
filtro di un punto di vista condizionato, e ciò che vediamo come «vero» è in
realtà determinato da aspettative, preconcetti, speranze e paure. In definitiva, ciò
che determina il sé si frappone tra la consapevolezza e l’ambiente in quanto tale.
Tuttavia, a tratti cogliamo lampi e sentiamo il soffio di qualcosa di più diretto,
qualcosa che sta al di fuori del sistema dell’io. Magari è solo la visione più
limpida di una catena montuosa, come mi è accaduto alle Hawai, o forse
potrebbe trattarsi di qualcosa che ha forte impatto sulle nostre vite.
Possiamo affrontare questo mondo in modo immediato; ma, come ha scoperto
Brigid, occorre sacrificare la sicurezza. Ecco il suo racconto:

Ogni volta che ricordavo a me stessa Confida nell’emergere, mi sentivo come se perdessi tutto ciò che
sapevo fare. Perdevo come si fa una conversazione normale. Perdevo la solidità del mio stesso corpo.
Sentivo che anche la mia relazione con Dio saltava in aria, perché si suppone che Dio sappia che cosa viene
dopo. Dov’era il controllo? Ho perso l’orientamento. Era piuttosto terribile, ma mi sentivo anche esaltata.
Non so come, ma sentivo che Dio era più presente in questo non conoscere e in questa paura di quanto non
lo fosse stato quando pensavo di sapere che cosa fare.

Brigid stava mettendo a fuoco quella che Alan Watts chiama la «saggezza
dell’insicurezza».2 Sacrificando la rattrappita silhouette della vita a favore della
realtà «mai due volte nello stesso fiume»3 dell’esperienza vissuta, Brigid ha
toccato il numinoso e insieme la paura. La sua abilità nel parlare secondo le
norme era temporaneamente sparita. Come pure la sicurezza derivante da un
senso dell’io stabile e la sensazione di affidabilità dei contratti sociali. Brigid è
stata chiamata ad accedere a quella che Suzuki-roshi ha chiamato «mente di
principiante»,4 in cui la possibilità sostituisce la sicurezza e l’interesse
l’illusione. In questo stato si allentano le radici di ciò che crediamo di essere. Mi
ricordo di un cartello appeso fuori da una chiesa che recitava: «Se non vi piace
come siete nati, cercate di nascere di nuovo». Confida nell’emergere è un modo
per nascere di nuovo, nella freschezza di ogni nuovo momento. È un atto
radicale in cui ci lasciamo alle spalle il bagaglio personale, emotivo e
intellettuale. Un simile rilascio può essere temporaneo; ma se penetriamo i gusci
della certezza per intravedere l’ampio potenziale dell’incertezza, l’universo si
apre e sparge i suoi tesori in abbondanza.
La via d’accesso al riconoscimento dell’impermanenza sono i sensi. E come
accade con il corpo, che è la terraferma di Pausa, le sensazioni sempre mutevoli
diventano il modo più attendibile di connetterci con l’emergere. È possibile
sperimentarlo direttamente nel corpo, portando consapevolezza al mutare delle
sensazioni fisiche. Il Buddha lo insegnò in forma di pratica di consapevolezza:

Oppure dimora contemplando nel corpo la caratteristica del sorgere ... o la caratteristica dello svanire ... o la
caratteristica del sorgere e svanire.5

Possiamo trasferire questa stessa pratica a tutte le sensazioni, percezioni,


fabbricazioni mentali ed emotive, e alla coscienza stessa.
Per esplorare Confida nell’emergere in modo sottile e momento dopo
momento, è utile armonizzarsi con i sensi. Potete osservare dove il corpo
tocca la sedia o il cuscino. Guardando più da vicino noterete che le sensazioni
mutano in continuazione. Che la sensazione sia focalizzata o diffusa,
piacevole o spiacevole, quello che conta è che sta cambiando. Ma c’è
qualcosa di più sottile ancora, cioè notare che la sensazione in sé è vibrazione.
Toccare, udire, vedere: sono tutte sensazioni fatte di cambiamenti
elettrochimici. Continuamente sorgono, permangono nel sorgere, decadono,
svaniscono. Le sensazioni sorgono e decadono condizionate dallo stimolo e
dall’organo di senso attivo, per esempio la pelle e gli occhi. Questo è
conosciuto dalla coscienza, che è anch’essa, come ciò che sorge, in costante
mutamento. Conoscere «Io sento questo» è il risultato spontaneo, emergente,
di tale contatto. Notate il cambiamento. Notate l’emergente e mutevole
esperienza di «sorge l’udire» oppure «sorge il sentire». Ed è qui, in questo
punto preciso, che avete la possibilità di venire a contatto con la verità
dell’impermanenza, e praticare Confida nell’emergere.
Se siete in compagnia di altre persone, notate che anche ascoltarle e vederle
rivela questa qualità di cambiamento. Sintonizzatevi con la voce che parla
come fosse un canto dell’impermanenza. E che Confida nell’emergere ci
ricordi la possibilità di avvicinarci ancora di più agli aspetti non
programmabili e inconoscibili di tale relazione.
La verità del cambiamento è parte integrante della magia della musica. Il
suono stesso è vibrazione e la musica è in costante cambiamento, perciò la
musica è cambiamento che cambia. Ci invita a lasciarci andare alla sua
insostanzialità, e a definire il ciglio del momento in toni, ritmi e timbri in
movimento. Ma proprio come accade nel resto della vita, abbiamo cervelli che
concorrono a congelare le sensazioni in eterno movimento, in modo che
possiamo ricavarne un senso. Il puro suono diventa melodia e risoluzione.
Analogamente, le facce mutevoli e le voci vibranti vengono congelate dalla
mente in qualcosa di prevedibile. Persino gli stati d’animo sembrano susseguirsi
in blocchi distinti, anziché in esperienze in continua evoluzione. Meglio allora
nominarli e controllarli. Il semplice richiamo a Confida nell’emergere svela
internamente ed esternamente il continuo cambiamento. Ci invita a lasciare
andare qualunque illusione di controllo e a rilassarci, per deporre il peso di
essere responsabili di quanto oltrepassa la stretta di ciò che è razionale. Le cose
sfuggono al nostro controllo, e sono imprevedibili: forse sarà meglio confidare
nella nostra abilità di percepire e agire con chiarezza una volta che si sia lasciata
la mente libera dai ceppi.
Nella nostra società altamente razionalizzata, l’attitudine alla resa può
risultare aliena, sebbene sia universalmente riconosciuta come cuore
dell’esperienza mistica. La meditazione, paradossalmente, può rafforzare
l’illusione di riuscire a conoscere perfettamente le nostre menti, e che non esista
mistero che la consapevolezza non riesca a comprendere. Mi ci sono volute
numerose esperienze inspiegabili – emotive, energetiche, non razionali – perché
riconoscessi l’inconoscibilità della mente e perché accettassi esperienze
meditative che per anni avevo archiviato. Penso, per esempio, a come la morte di
mia madre mi abbia fatto vivere cambiamenti energetici corporei che non avevo
compreso. In seguito alla sua scomparsa, ho anche sperimentato una scintillante
esplosione di vitalità nella natura che non trovava posto nel mio sistema di
credenze. L’insistenza sulla conoscibilità e sul controllo mi aveva imposto di
accantonare simili esperienze. Confidare nel cambiamento equivale ad arrendersi
al flusso dell’essere, a rilasciare la razionalità. Di solito vi opponiamo resistenza
con la stessa energia con cui ci aggrappiamo all’io. Dobbiamo essere pazienti.
Un altro meditante l’ha messa così: «Mi ci è voluto del tempo per entrare
davvero in Confida nell’emergere, dal momento che l’abitudine a reprimere, di
tutta una vita, funzionava alla perfezione». Siamo sempre rifuggiti dal
cambiamento e dal mistero per una quantità di buoni motivi. Il controllo ci era
necessario per fronteggiare le insicurezze dell’ambiente fisico ed emotivo. Tutti
noi, prima o poi, siamo stati traditi, feriti e lasciati nella confusione o nella
solitudine, quando ci siamo affidati a persone, a istituzioni o a Dio perché si
prendessero cura di noi. Nel contesto dell’Insight Dialogue, Confida
nell’emergere non significa che ci si aspetta da noi che abbandoniamo all’istante
l’abitudine a diffidare o che ci consegniamo mani e piedi a chiunque stia
praticando con noi. Confida nell’emergere, che è consapevolezza del
cambiamento, non vuol dire fidarsi delle persone; significa avere piena fiducia
che nell’incontrare l’ignoto con consapevolezza e accettazione riemergeremo
dall’esperienza più saggi e compassionevoli di come ci siamo entrati. In altre
parole, si tratta di avere piena fiducia che la vita non ci distruggerà, ma anzi ci
passerà attraverso rafforzandoci.
Confida nell’emergere non coincide con l’irresponsabilità personale. È molto
distante dall’affermare che non abbiamo alcun ruolo nell’andamento della vita,
per cui tanto vale starsene con le mani in mano, mettersi alla finestra, e fare tutto
quello che ci pare. Confida nell’emergere ha piuttosto a che vedere con la
saggezza insita nel riconoscere l’impermanenza e con la forza necessaria per
incontrare questa verità a viso aperto. In Confida nell’emergere le percezioni
sono più autentiche e accurate, perché non derivano da illusioni di stabilità. Le
decisioni prodotte sono più degne di fiducia perché non pilotate da un cuore
avido o da una mente controllante.
Mentre la mente si fa più chiara e leggera, più in accordo col presente,
lasciate che Confida nell’emergere si trasformi in un invito ad arrendersi al
cambiamento stesso. Nel ricordarvi di confidare nell’emergere, notate i
momenti di rilascio. La mente sorge e tramonta con i fenomeni. Siete attirati
dalla leggerezza, dalla libertà del non-attaccamento. Osservate che non sapete
che cosa sta per essere annunciato al telegiornale, quale sarà il vostro
prossimo pensiero o il prossimo momento di contatto interpersonale. Non
potete saperlo. E allora accettate questa condizione con coraggio e agio,
arrendendovi al non conoscere. In ogni istante tutto sorge e tramonta. Confida
nell’emergere. Confida anche nella dissoluzione. Restate vigili mentre i
fenomeni svaniscono. Restate consapevoli nel dissolversi del presente.
Quando la consapevolezza è forte, le certezze scompaiono. In assenza di
certezze emerge la spontaneità. Il fiume del rinnovamento vitale allaga i solchi
dell’abitudine. Come scrisse Lao-tzu:

Il Grande Tao scorre ovunque.


Può andare a sinistra o a destra.
Tutte le cose da esso dipendono,
Esso le genera e non le respinge.6

Nonostante l’incertezza sulla direzione del flusso del Tao, c’è fiducia che non
sarà inaccessibile ad alcuno. Analogamente, se chiamiamo a raccolta il coraggio
e la flessibilità necessari per Confida nell’emergere, agiremo con una libertà che
sta oltre le certezze – ed è la stessa libertà che non ci respingerà mai.
Visti dalla prospettiva di confidare nell’emergere, anche comportamenti che
eravamo arrivati a credere fossero spontanei, si rivelano monotoni e prevedibili.
E se, sulle prime, pareva che la consapevolezza precludesse la naturalezza e
l’imprevisto, ora vediamo che è essenziale affinché ciò che è autenticamente
fresco emerga dal fango del condizionamento. Di norma siamo un po’ come
palle da biliardo che rotolano su un piano, obbedendo alle leggi della fisica della
personalità – fino a che una vigilanza priva di attaccamenti non interviene a
rendere possibile cose nuove. I venti del Tao non possono sospingere un cuore
appesantito da egoismi o preoccupazioni. Quando ci ritroviamo impantanati
nell’io, possiamo fare appello a Confida nell’emergere per districarci. Confida
nell’emergere è non-attaccamento nel tempo.
In questo passaggio attraverso l’ignoto non siamo soli. Confidiamo
nell’emergere insieme con altri, il che porta energia e prontezza e ci aiuta a
notare quando gli uncini dell’attaccamento si agganciano al tessuto
dell’esperienza. È a partire da questi momenti di inceppamento che, passo dopo
passo, fabbrichiamo ciò che chiamiamo il «reale». Qui emozioni, pensieri,
sensazioni vengono congelate dalla mente avida, diventando la «tua» esperienza
e la «mia» esperienza. In quei momenti ci supportiamo, noi stessi e l’un l’altro,
rammentando questa linea-guida meditativa. Prestiamo attenzione al tra, e ci
chiediamo, perlopiù interiormente: «Che cosa sta emergendo ora?». O anche:
«Che cosa si sta dissolvendo ora?». Dimoriamo nel punto d’incontro di dubbio e
stupore. Che cosa sta sorgendo in questa mente-cuore, in questa relazione, nel
gruppo? Potremmo chiederci: «Che cosa posso dire che arrivi proprio dal
culmine dell’istante?». Può essere che il nostro esplorare insieme sveli il
prossimo fiore del presente che eternamente sboccia? E in questo spazio tra, c’è
forse un elemento latente che, ricevendo attenzione, potrebbe rivelare una verità
più sottile di quelle della psicologia di routine? Arrendersi al flusso dell’essere
trasforma un’esperienza statica in puro processo; ci lasciamo andare fino in
fondo alla meraviglia. I miei pensieri diventano pensare. Le mie emozioni
diventano sentire. L’io diventa semplicemente conoscere.
Quando in Confida nell’emergere sono coinvolti tutti i membri di un gruppo,
c’è un fluire spontaneo, e il gruppo funziona bene. In molti campi – sport di
squadra, teatro, ensemble musicali – le persone hanno riconosciuto questo flusso
spontaneo, grazie al quale l’intero gruppo funziona all’unisono. Ciascun
individuo si arrende allo scorrere dell’attimo, quindi ogni interazione manifesta
liberamente rapporti di livello più elevato, non costretti dall’abitudine o
dall’aspettativa. Si passa la palla, si introduce la frase musicale, si recita la
battuta: tutti cavalcano l’andamento che emerge, ma non c’è nessuno che lo fa
accadere. Gli uccelli che volano in formazione creano configurazioni splendide
con agli uccelli che hanno accanto. La configurazione di livello superiore non
viene pensata né preordinata.
Possiamo essere dove siamo solo se mettiamo da parte dove siamo stati e
dove stiamo andando. Il mettere da parte non ci impedisce di sperimentare la
continuità dell’essere, e forse anche della consapevolezza individuale. Ma
l’impermanenza è più grande della personalità, e dunque ci arrendiamo al senso
del cambiamento, che tutto abbraccia. Attaccarsi è soffrire; confidare
nell’emergere è arrendersi al mistero dell’essere coscienti. Possiamo curarci
delle ascese e delle cadute soltanto riconoscendo il dolore che accompagna
l’aggrapparsi e l’agio che nasce quando lasciamo la presa. Ne facciamo la boa
che orienta la nostra navigazione. Praticare Confida nell’emergere insieme con
altri permette di farsi sostenere da un ambiente amorevole, dove sia possibile
portare accettazione affettuosa anche quando battiamo in ritirata vinti da
un’abitudine o da paura. Di nuovo, pratichiamo la pazienza; portandovi
attenzione constatiamo che si tratta comunque di un momento impermanente.
Quando le sensazioni si frammentano in percezioni e il flusso delle percezioni si
congela in un sé costruito, il flusso si irrigidisce, assumendo la forma
dell’esperienza di una persona. La fuggevolezza di ciascuna esperienza è la
manifestazione vivente della fuggevolezza della vita tutta. Cavalchiamo il
momento come un’onda: ne conosciamo la direzione, forse anche la distanza
dalla riva, ma non sappiamo quando l’onda si infrangerà, nella schiuma
ribollente, per farsi risucchiare dall’eterno riformarsi del mare.
14. Ascolta in profondità

Pausa-Rilassa-Apri crea lo stato mentale che predispone a una presenza piena


nel momento. Confida nell’emergere aiuta a stabilizzare ancora di più la
presenza, nell’attivo dispiegarsi della reciprocità. Nella cornice vibrante e
consapevole del momento, ascoltiamo e parliamo. L’Insight Dialogue prevede
due istruzioni per affrontare direttamente tutto ciò: Ascolta in profondità - Di’ la
verità. Iniziamo a concentrarci su Ascolta in profondità.
L’istruzione apre sensi, cuore e mente per ricevere il momento con pienezza.
Ascoltare in profondità significa ascoltare con consapevolezza, consegnandosi
interamente al fluire delle parole e alla presenza del compagno di meditazione e
delle altre persone nella nostra vita. Siamo un campo di ricezione toccato da
parole, emozioni ed energie di esseri umani come noi, stabiliti nella chiara
consapevolezza e sensibili a ciò che chi parla offre.
Quando richiamate alla mente Ascolta in profondità, fate un richiamo a
risvegliarvi ancor più nel presente. Ossia fate un passo nella consapevolezza
portando un’attenzione particolare a ciò che viene detto. Mentre ascoltate, la
consapevolezza vigile è come se chiedesse: «Che cosa sta succedendo ora?».
Le orecchie sono in sintonia, ma anche il cuore è aperto. State ascoltando un
altro essere umano. Ascoltate con delicatezza. Lasciate che parole e storie
tocchino un cuore compassionevole. E così vedete che Ascolta in profondità
vi esorta a portare grande attenzione e a lasciarvi toccare dall’esperienza di un
altro.
La comunicazione è un atto di reciproca donazione. Ci offriamo l’un l’altro il
regalo della presenza, della particolare saggezza del momento; una condivisione
del cuore, tonico e delicato al tempo stesso. Riceviamo con apprezzamento il
dono della parola pronunciata. Ascoltiamo con la generosità della pazienza,
senza la sollecitazione di uno scopo personale. L’aspirazione è a quel tipo di
generosità che suggeriva Thoreau quando disse: «Il più grande complimento che
mi sia mai stato fatto fu quando uno mi chiese che cosa ne pensassi, e prestò
attenzione alla mia risposta». Con la mente che si è espansa grazie ad Apri e
Confida nell’emergere, veniamo toccati; siamo tranquilli e non interrompiamo
l’ascolto con un dialogo interno. Per il momento siamo liberi dalla fissazione di
escogitare che cosa potremmo rispondere per calmare, sistemare, impressionare
o dominare. Ascoltiamo con gentilezza, compassione e sensibilità.
Tutte le volte che le parole di un altro ci toccano, si chiude lo stupefacente e
ordinario circuito del contatto comunicativo. Ciò che ha avuto inizio sotto forma
di emozione o pensiero nella mente di chi parla approda nella mente-cuore di chi
ascolta. Per tale viaggio il pensiero del parlante è avvolto nel linguaggio
condizionato espresso nei suoni della lingua. Le orecchie sono toccate dal
contatto della pura sensazione; subito dopo la mente, toccata da un contatto
mentale, interpreta istantaneamente tali suoni. Ed ecco che la meccanica
associativa del condizionamento si impadronisce di questi dati in ingresso e
prolifera in idee, emozioni e immagini. Tutte insieme queste reazioni producono
l’esperienza che chiamiamo «comprensione», come quando diciamo: «Ho
compreso quello che hai detto». È raro che si osservi in azione la natura costruita
e soggettiva di questo comprendere, anche se crea la sensazione vissuta delle
nostre conversazioni quotidiane.
Nella meditazione la consapevolezza svela questo processo di reciproco
contatto e la reattività che pervade la comunicazione verbale. Uno dei primissimi
aspetti è quanto troviamo irresistibili le storie che ci narriamo l’un l’altro. Siamo
attratti dalle parole e dalla cadenza dei nostri compagni, mentre qualche parte
della nostra psiche si bea della dolcezza del presunto contatto. Ci trasferiamo
nella storia che ci viene raccontata, e ne ricreiamo dentro di noi immagini ed
emozioni, nel tentativo di comprendere ed empatizzare. La facciamo nostra.
Ecco ciò che una meditante di nome Emma ha osservato durante un ritiro:

Quando mi faccio coinvolgere dalla storia di qualcun altro, non sono più presente come ascoltatrice. Sono
meno disponibile a sostenere l’altro e meno consapevole di me stessa. L’ho notato in particolar modo con
storie potenti, per esempio ascoltare Li che raccontava della vergogna di essere stata rifiutata dalla sua
famiglia. Le mie reazioni ed emozioni si appropriano di una parte della storia e mi portano fuori dal mio
centro.

Pertanto, ciò che Emma sulle prime ha percepito come ascolto generoso ed
empatico, si è poi trasformato in una sorta di autoreferenzialità egocentrica. In
quell’istante di esperienza si è sentita portare via dal proprio centro, e dunque
non era più disponibile per Li nel suo momento di sofferenza. Grazie ad Ascolta
in profondità, riconosciamo il valore dell’abitare momentaneamente le
fabbricazioni interne che generiamo a partire dalle storie altrui; d’altronde è
proprio questa la sorgente più ricca dell’empatia. Tuttavia coltiviamo al
contempo la capacità di ripristinare una consapevolezza non identificata di
corpo, sensazioni, stati mentali e pensieri, che ci permette di sostenere una
presenza ben fondata persino quando le storie ci affascinano o le relazioni si
riscaldano.
Fino a che non ci stabiliamo in una consapevolezza ferma e non identificata, è
probabile che ascoltare in profondità verrà sperimentato come qualcosa sempre
in bilico tra empatia e autoreferenzialità. Mentre ascolto la tua storia, la mia
prima via d’accesso alla verità che contiene sarà ciò che risuona con mie
esperienze analoghe. Così, di fatto, le tue parole attivano la mia storia;
chiamiamo questo «empatia». Se però sono consapevole, mi rendo conto che mi
sto identificando con le mie personali fabbricazioni, e questa stessa
consapevolezza diventa l’elemento determinante del mio stato mentale. Rimango
così aperto alle tue parole e alle mie reazioni empatiche, senza però perdermi in
una cascata di proliferazioni. Mi posiziono al confine tra la risposta empatica e la
consapevolezza non identificata.
Se le immagini che ci siamo formati internamente fossero totalmente in
accordo con l’intenzione di chi parla, forse le incomprensioni diminuirebbero al
punto che il conseguente calo della consapevolezza non sarebbe poi un prezzo
troppo alto da pagare. Purtroppo la triste verità è che rimodelliamo e
contaminiamo quello che gli altri condividono, sovrapponendo le nostre storie a
quelle di chi ci parla. Nel farlo scambiamo le nostre interpretazioni condizionate
per la verità altrui. Ogni volta che l’ascolto è privo di consapevolezza, ci capita
di «sentire» e reagire ai ruoli e alle aspettative portate da noi, e non alla persona
che abbiamo di fronte.
Ascolta in profondità ci richiama all’istante, a uscire dalle reazioni, attraverso
la domanda: «Che cosa sta accadendo ora?». Come avrebbe chiesto il maestro
zen Seung Sahn: «Che cos’è?». Questa istruzione meditativa, insieme al non-
attaccamento nutrito da Confida nell’emergere, ci spinge a investigare più in
dettaglio il momento presente. Ritrovandoci in famiglia o con amici, possiamo
provare a rilassarci in un ascolto ampio e ricettivo – per notare eventuali
tendenze della mente a contrarsi per via dell’interesse o dell’avversione, oppure
a imporre le sue visioni fabbricate. Cominciamo ad aprirci a qualunque nuova
comprensione che arrivi dal fluire del presente. Come osserva Thoreau, «Ci
vogliono due persone per dire la verità – uno che la dica e un altro che l’ascolti».
Siamo noi «l’altro», pronto a ricevere la verità in qualsivoglia forma si presenti.
Mentre ascoltate, l’invito è a prestare un’attenzione particolare ai vari livelli
di ciò che viene espresso. Cominciate concentrandovi sul significato.
Ascoltate in profondità il contenuto trasmesso da chi parla. Ascoltate le
specifiche parole e frasi, e intanto osservate lo schiudersi nella mente del loro
significato. In questo momento Ascolta in profondità significa portare una
consapevolezza chiara e precisa alle parole e all’emergere del significato.
Dopo avere esplorato in profondità contenuto e significato, spostate
l’attenzione sulle emozioni. Prestate attenzione al vostro corpo che risponde a
parole e immagini. Ma ascoltate anche con gli occhi e osservate con presenza
mentale il linguaggio del corpo del parlante. Ascoltate il tono del flusso che
trasporta i significati delle parole. Dove sono le pause? La voce si incrina
ogni tanto? Osservate l’alzarsi e l’abbassarsi di tonalità e volume. Ricevete
consapevoli il ricco fluire.
Ora l’invito è ad ascoltare i sottili messaggi del vostro corpo. Quali sensazioni
sorgono mentre lasciate che la voce dell’altro vi tocchi? Qui Ascolta in
profondità equivale a dimorare consapevolmente, ricettivi alla presenza
energetica dell’altro.
Iniziate a notare come a volte ascoltiate in modo concentrato, cogliendo i
dettagli delle parole o il tono della voce, e altre volte invece ascoltiate in
modo più aperto, prestando attenzione al flusso del linguaggio nell’insieme, al
suono, al movimento della persona. Esplorate com’è muoversi tra queste
modalità di ascolto; la consapevolezza si fa stabile e lieve, senza aggrapparsi
a questo o quel particolare momento di significato. Ascolta in profondità.
In Ascolta in profondità si manifestano qualità esplorative e ricettive.
Nell’ascolto esplorativo applichiamo l’energia dell’attenzione alle numerose
qualità dell’esperienza. Cerchiamo di capire, assorbiamo i dettagli e navighiamo
a vista lungo insenature e baie della costa sempre mutevole del relazionarsi
verbale. La ricettività che qualifica Ascolta in profondità sottolinea stabilità e
sensibilità della consapevolezza. Non c’è un mettersi in contatto, non si va da
nessuna parte. Calmi e vigili, lasciamo che i suoni e le immagini ci tocchino
come vogliono. In entrambi i casi è un ascolto che non si aggrappa a quello che
viene udito.
L’ascolto esplorativo, nell’accezione che conferisco all’espressione, non è
che un’altra forma di meditazione attiva. E non mi riferisco alle tecniche di
comunicazione che pongono l’accento su strumenti quali il riconoscere quanto
udito riportandolo come in uno specchio al parlante: riassumendo,
ricontestualizzando, offrendo sostegno, verificando le percezioni e così via.
Intendo alludere semplicemente all’atto di ascoltare in sé, visto come pratica
meditativa dinamica e di coinvolgimento pieno. Proprio come nella meditazione
si esplora il mondo interno del corpo e dei pensieri, in questa pratica reciproca si
può esplorare il mondo esterno di parole vocalizzate e di gesti. La qualità di
ascolto vivifica il momento con l’energia dell’inquiry.
C’è sempre qualcosa da ascoltare, anche se non è incluso nell’argomento di
conversazione apparente. Quando è saltato fuori il tema della morte, Dmitry ha
percepito un senso di sgradevole familiarità, dal momento che ci aveva già
lavorato su a fondo. Ha risposto passando spontaneamente a una forma di
ascolto vigile e piena di energia:

Invece di staccare la mente, mi sono messo a guardare i volti delle persone. In essi vedevo un’elettricità
vitale – tristezza, felicità, confusione, l’espressione di una molteplicità di cose. Osservare tutto ciò ha
intensificato ancor più la mia consapevolezza, e ho cominciato ad ascoltare le loro voci. Anche se le parole
esprimevano paura, il tono vocale emanava forza. Ho percepito anche il dubbio, persino quando si dicevano
parole fiduciose. A essere sincero, per me l’argomento era roba vecchia. Mentre la consapevolezza che
accompagnava l’ascolto mi è apparsa nuova e molto vitale.

La qualità dell’ascolto di Dmitry aveva sorretto in lui la vigilanza in una fase


della pratica in cui la sua attenzione avrebbe potuto stemperarsi in educata
indifferenza. Invece di astrarsi, era se possibile ancor più sintonizzato con i
sensi, offrendo ai compagni di meditazione una presenza piena. Nel caso costoro
fossero stati attenti alla qualità di attenzione di lui, ciò avrebbe potuto invitarli
più intensamente nella chiara coscienza del momento, aprendo loro l’accesso a
una contemplazione più acuta e sottile del tema proposto.
Ascoltare può dimostrarsi una vera e propria pratica di meditazione, e rivelare
aspetti della natura dell’esperienza. Così è stato per Brenda:

Lisa e io stavamo parlando di relazioni/solitudine/modi per evitare la sensazione di isolamento. A un certo


punto, nel corso del dialogo, ho vissuto un’esperienza: le parole di Lisa toccavano i confini della mia
consapevolezza. Le ho detto che era come se gocce d’acqua sfiorassero un laghetto tranquillo... non avevo
mai sperimentato nulla del genere prima di allora... poi la sensazione è svanita.

L’esperienza di Brenda, semplice e breve, è interessante perché, nonostante la


natura psicologica del tema, è stata priva di personalizzazioni; lei era ricettiva,
come un lago tranquillo, e le parole toccavano quella tranquillità. Si è trattato di
un processo puro: Brenda era entrata in viva sintonia con il semplice essere
toccata, senza limitarsi al contenuto emotivo o verbale.
Non sempre siamo benedetti dalle qualità di ascolto che hanno visitato
Dmitry e Brenda. Nella complessità del relazionarsi con altri è facilissimo
rimanere impigliati o distrarsi. Quando ciò accade Ascolta in profondità può fare
da richiamo a esplorare altre qualità di ascolto. Possiamo ascoltare bene e da
vicino, prestando attenzione ai dettagli dell’esperienza, oppure in modo più
ampio, allargando al flusso più vasto della comunicazione. Si può accostare
l’ascolto ravvicinato in vari modi. Vista la difficoltà e ricchezza di sfumature
dell’ascoltare e parlare meditando, nei ritiri di Insight Dialogue mi capita di
separare le due fasi, guidando i meditanti a un cammino di avvicinamento
graduale e sempre più sottile all’ascolto profondo: ascoltare in successione i
significati, l’emotività e la presenza. Tre aspetti interrelati. Le parole trasportano
significati, hanno una valenza emotiva e suggeriscono una qualità di presenza.
Anche le pause e le espressioni facciali che mostrano emozione aiutano a
convogliare contenuti. Attraverso parole, inflessioni e gesti passa un senso di
presenza. Può essere utile esplorare questi aspetti singolarmente.
Le parole e le frasi trasportano contenuti; ascoltare più da vicino le parole
affina la capacità di ricevere tali contenuti con maggiore precisione. Sebbene
ciascuno di noi abbia appreso significati e associazioni diversi, in genere c’è
sufficiente sovrapposizione perché parole e frasi trasmettano il senso di ciò che
intende il parlante. Prestando particolare attenzione ai significati delle frasi, ci si
può rendere conto di ambiguità, domande e metamessaggi che altrimenti
andrebbero perduti. Potremmo notare le reazioni soggettive a determinate parole
particolarmente ricche e cruciali per la conversazione, oppure a parole che
denotano qualcosa dello stato mentale del parlante. Nella meditazione
interpersonale aspiriamo a favorire una consapevolezza chiara e ricettiva; non
siamo attivamente alla ricerca di benefici a livello comunicativo. Ma la
conseguenza sarà ovviamente una comunicazione più precisa e limpida.
Ascoltare bene esige che ci si impegni con energia, e dunque accresce la vitalità
della pratica.
I significati delle parole possono veicolare contenuti carichi di emozione,
anche se l’emozione si svela più direttamente nella prosodia, nelle pause e nel
timbro vocale. La maggior parte di noi è acutamente sensibile alle sfumature
vocali; una facoltà che abbiamo cominciato a sviluppare ancor prima della
nascita, e che ci ha resi capaci di navigare tra le secche della vita relazionale. Ciò
che nostra madre intendeva con «Vieni qui, per favore», era affidato più al tono
di voce che non alle parole in sé. Una pausa può indicare pensosità o
dimenticanza, insicurezza o distrazione. L’incrinarsi della voce, l’enfasi, i
mutamenti di volume, la speditezza di eloquio e il ritmo formano un flusso che
trasporta il contenuto emotivo – contenuto che non può che svelarsi a un ascolto
ravvicinato e attivo.
Anche gli indizi visivi fanno parte dell’ascolto profondo. Le sottigliezze del
gesticolare con le mani, la postura corporea e le espressioni del volto possono
insieme fare da fondamento alla consapevolezza. Non è difficile capire che
«L’ho fatto io» può essere percepito come confessione, vanteria o bugia, a
seconda dello sguardo di chi parla. In effetti, la psicologia delle espressioni
facciali ne rivela il ruolo nella lettura inconscia che ha luogo spontaneamente tra
gli interlocutori. Nel dialogo meditativo ascoltare con attenzione con gli occhi
può rivelare ricche sfumature di significato, ancor più delle parole pronunciate.
Craig ha avuto un’esperienza di grande sottigliezza in meditazione, come non gli
era mai capitato nella vita quotidiana:

La mia partner di meditazione mi stava raccontando le sue preoccupazioni per il cambio di lavoro; non
ricordo come, ma la nostra conversazione è culminata in un silenzio prolungato. Ci guardavamo a vicenda
senza paura o intenzione, ci guardavamo e basta. La mia consapevolezza si è intensificata, percepivo
l’acutizzarsi dei sensi e la compostezza della mente. Le ho visto negli occhi un lampo di tristezza. Non
saprei nemmeno dire con precisione che cosa ho visto, se un movimento delle sopracciglia o un
socchiudersi gli occhi; sapevo che era tristezza, tutto qui. Ho detto a Jane che cosa avevo visto. Per un po’ i
suoi occhi si sono ritratti, poi sono tornati a guardarmi. Dopo qualche istante ho visto ancora la tristezza, e
gliel’ho detto. Provavo compassione e insieme autentica curiosità per ciò che stava accadendo. Cioè, era
come se la sua faccia non si muovesse per niente. Mi ha detto: «È vero, sto vivendo un periodo di grande
tristezza, ma preferirei non parlarne». Scorgevo molta più sofferenza sul suo volto di quanta ne sentissi
nelle sue parole, ma ho voluto rispettare la sua privacy e non ho chiesto oltre. A dire il vero, ho smorzato
l’attenzione per non sembrare un ficcanaso. Non volevo usare un simile dono in modo invasivo.

Craig ha deciso saggiamente di smorzare l’attenzione. Un ascolto di piena


presenza può mettere a nudo questioni che le paure che ci abitano preferirebbero
tenere nascoste. In meditazione diventiamo consapevoli di aspetti sensibili e
sottili spesso presenti ma di solito sottovalutati o ignorati del tutto. Una simile
consapevolezza accresce la compassione. Allo stesso tempo, però, la medesima
consapevolezza affinata e ferma, puntata su impermanenza, stress e
impersonalità delle esperienze, farà maturare in noi la dote di vedere le cose così
come realmente sono.
Se riusciamo ad ascoltare i significati e le emozioni, allora possiamo
«ascoltare» anche l’energia e la presenza di un individuo o di un gruppo. È un
tipo di ascolto che certamente si fa con le orecchie, per esempio cogliendo il
volume complessivo o la velocità dei discorsi di una conversazione di gruppo;
tuttavia è il corpo lo strumento più sensibile per un ascolto ravvicinato del
genere. Forse avremo il cuore che pulsa mentre un gruppo allargato si dispone a
entrare nel momento. Forse la testa ondeggerà un poco nel trovarci di fronte la
lucidità di espressione del nostro partner. Arriveremmo a percepire l’intero
nostro corpo come quell’organo sensibile che è da sempre. Non sono cose facili
da descrivere; il linguaggio non soccorre quando ciò che dobbiamo descrivere si
limita a baluginare, senza mai assestarsi in modo definito. Quale che sia il canale
sensoriale, prestiamo attenzione a queste energie con la stabilità di Pausa-
Rilassa-Apri e il non-attaccamento di Confida nell’emergere. Piuttosto che
fissarci su una percezione particolare, consapevolmente ci sintonizziamo con il
flusso dell’esperienza.
Quando si passa da un ascolto mirato – a significati, emozioni o presenza
energetica – a un ascolto allargato, diventa più immediato percepire il flusso
nell’insieme e la direzione del dialogo. Invece di concentrarci sulle singole
parole, lasciamo che la corrente sonora si riversi su di noi rivelando in modo più
ampio i propri contorni. I cambiamenti di tono e volume diventano di natura più
musicale che linguistica e quelli energetici entrano semplicemente a far parte del
tessuto mutevole delle sensazioni. Le diverse sfaccettature della comunicazione
si fondono in una Gestalt, in una configurazione, di esperienza in
cambiamento. Nel soffermarci su tale Gestalt entriamo in sintonia con gli altri.
Ciascuna qualità di ascolto ha doni da offrire, e possiamo navigare
intenzionalmente tra le qualità, oppure attendere che si presentino
spontaneamente. Non esiste un solo modo giusto di ascoltare in profondità.
L’ascolto mirato al contenuto e significato tramite le parole, l’ascolto mirato alle
emozioni tramite le qualità sonore e i cambiamenti visibili del corpo, l’ascolto
mirato all’energia e alla presenza e l’ascolto ampio mirato alla Gestalt possono
tutti fungere da fondamenti per la consapevolezza, e svelare di conseguenza
l’impermanenza e il vuoto. La meditazione di ascolto profondo ci insegna a
discernere in ogni suono il sorgere e trascorrere dell’esperienza: questo è
saggezza. Ci insegna anche a discernere gli specifici dolori e gioie
dell’esperienza umana condivisa: e questa è compassione. Le qualità di ascolto
hanno tutte in comune la qualità di inquiry; e tutte hanno la possibilità di
prolungarsi anche dopo che l’altro ha smesso di parlare. Nel silenzio i significati
non smettono di dispiegarsi al nostro interno. E quando qualità diverse di ascolto
vengono evocate confidiamo nell’emergere.
Mi torna alla mente un’esperienza di quando da ragazzo ho frequentato un
seminario in un campus universitario del Maine. Mentre girellavo durante un
intervallo mi sono imbattuto nella sala da musica, splendida, con il soffitto a
cupola e un favoloso pianoforte a gran coda. Dopo aver suonato per circa un’ora,
sedevo con le dita abbandonate sui tasti mentre le lunghe corde fasciate facevano
riecheggiare le ultime note. Era un momento contemplativo, anche se la mia
mente non era concentrata sul suono. Ho accennato un’altra nota e l’ho ascoltata
affievolirsi, con la mente di nuovo attraversata dai pensieri. Ho deciso di restare
nella sala finché non mi fosse riuscito di farmi assorbire dall’ascolto pieno di
una nota del pianoforte che svaniva oltre la soglia dell’udibile. Mentre calava il
buio, ho suonato ripetutamente una sola nota, fino a quando, un’ora più tardi,
non sono rimasto con la mente sgombra e stabile ad ascoltare la nota che si
dissolveva nel vuoto. Ho alzato lo sguardo. La sera ancora giovane entrava dai
lucernari in cima alla cupola, e l’ampia stanza circolare brillava delicatamente
nella morbida luce diffusa grigia. Gli oggetti risultavano ben definiti alla vista.
Interiormente la mente era in pace. Era un ascoltare come via di concentrazione,
una via per la chiarezza.
Ascoltare le persone è molto più complesso che ascoltare una singola nota
musicale. Per ravvicinato o ampio che sia, l’ascolto di alto livello qualitativo in
tutte le sue forme ha come oggetto la complessità dell’altro. È probabile che
l’esperienza sia ricca di attrazione, avversione, esplosioni di energia, e ciò va ad
aggiungersi all’intensità della caducità umana nella sua pienezza. È opportuno
ricordare che anche mentre la consapevolezza si sposta dal ravvicinato
all’ampio, e tra significati, emozioni ed energie, possiamo sempre «tornare a
casa», ossia al corpo o al riconoscimento della consapevolezza stessa: al
semplice conoscere. Pausa-Rilassa-Apri rivela questo movimento essenziale tra
l’interno, l’esterno e l’interno e l’esterno congiunti. Il corpo resta come
indicatore dell’adesso; la chiara consapevolezza può sempre essere riconosciuta.
Con l’approfondirsi ulteriore dell’ascolto, l’invito è ad ascoltare i silenzi tra le
parole o tra un parlante e l’altro. Restate quieti e ricettivi nella
consapevolezza aperta e ascoltate l’emergere stesso. Forse la vostra
attenzione è attratta da un volto o da qualcosa detto da un altro. Va bene. Ma
poi ricordatevi di ascoltare in profondità lasciando andare tutti i dettagli.
Soffermatevi nella ricettività. Lasciate che il cuore riposi nella ricettività e
maturi la gentilezza amorevole. Le parole, altri suoni, i volti e altre visioni
vengono tutti recepiti: non sono che fenomeni che sfiorano la coscienza.
Restate in questa presenza. Lasciate che i dettagli del sorgere e trascorrere del
contatto umano si riuniscano nella continuità di presenza. Ascolta in
profondità.
Diventare sempre più sensibili gli uni agli altri fa sì che anche la nostra
inquiry si tinga della qualità di gentilezza amorevole. Anzi, è il nostro stesso
amore per l’inquiry a motivare una pratica più finemente accordata. Sorge un
senso di possibilità e creatività sinergico con Confida nell’emergere. Una
partecipante a un ritiro di quattro giorni ha condiviso così la sua esperienza della
connessione tra emergere, ascolto e creatività:

Gregory stava rispondendo a una domanda sul parlare a partire dal silenzio, quando tutt’a un tratto ho
realizzato che nel rispondere stava facendo esattamente quello. La dimostrazione mi ha svelato la natura
creativa del discorso. Ho l’abitudine di interrompere le persone e completarne le frasi. Forse lo faccio per
desiderio di dominare, ma credo si tratti soprattutto del desiderio di sintonizzarmi così a fondo con l’altro da
condividere gli stessi pensieri, per poi dimostrarglielo dicendoli a voce alta. Ciò che ho visto è che ogni
persona deve potersi sentire libera di dare più spazio all’aspetto creativo, per lasciare che quello che accadrà
in seguito resti sconosciuto. Nei dialoghi si estrae insieme qualcosa dal non conosciuto, a turno.

Quando Ascolta in profondità conduce a una simile qualità creativa, si scopre


che chiunque ha qualcosa da insegnarci. Di che cosa si tratti ce lo rivelerà una
calda e diligente attenzione al momento. La nostra presenza energetica viene
ricompensata da nuove visioni e intuizioni. Come recita un detto tibetano:
«Forse non ci sarà qualcosa di nuovo da ascoltare, ma ci sarà qualcosa di nuovo
da imparare». Quando lavoriamo con Ascolta in profondità impariamo sempre
qualcosa di nuovo.
L’ascolto esplorativo ci offre molte ricompense, pur presentando anche
pericoli. Il semplice fatto di provarlo può creare tensione e distanza, cosa che
accade spesso a chi è nuovo della pratica. Mi capita che qualcuno mi racconti di
come «cercare di ascoltare» e cercare di «prestare attenzione a tutto» lo renda
esausto. Critica se stesso per non essere consapevole e si costringe a uno sforzo
molto stressante. Fortunatamente la maggior parte ben presto si rende conto della
scarsa utilità di questo approccio, e che è molto più facile e gioioso rilassarsi
nell’ascolto, invece di sforzarsi a tutti i costi di farlo. Come per tutti i cammini
meditativi, dobbiamo bilanciare l’energia e la calma. Una mente vigile e
tranquilla, sensibile, pronta a rispondere e disponibile, ricade spontaneamente
nell’ascolto ricettivo. Laddove l’ascolto attivo offre i benefici del fare, l’ascolto
ricettivo attinge al puro e semplice essere. La qualità ricettiva insita nell’ascolto
profondo placa l’agitazione. Questo ascolto si fonda sul silenzio, che diventa
anche un dono per chi sta parlando. Attraverso la pratica di Insight Dialogue,
Thea ha scoperto l’ascolto senza parole:

Mi sentivo acutamente conscia del mio desiderio interiore di parlare e di ricordare a chi stava parlando che
la stavo ascoltando. Invece ho fatto una pausa e mi sono limitata a offrirle lo sguardo, che esprimeva la mia
presenza a quello che era appena stato detto. Dopo un breve silenzio lei è andata avanti. Mi rendo conto ora
di apprezzare il fatto di poter ascoltare in silenzio, senza parole; ciò permette al parlante di entrare ancora
più in profondità nel processo di risveglio.

Essere presenti agli altri si basa sul silenzio interiore, e tuttavia quando un
simile ascolto matura, assume un ruolo attivo nella vita spirituale del gruppo.
Douglas Steere, un pensatore quacchero, afferma che l’atto dell’ascolto ricettivo
rivela «la consistenza sottile del filamento che separa (le persone) che si
ascoltano apertamente tra loro e quella di Dio che ascolta intensamente ogni
anima».1 Nell’Insight Dialogue la partecipazione dei meditanti all’ascolto
rappresenta un invitarsi vicendevolmente alla presenza. Ecco un tratto saliente
della pratica reciproca: una ricettività abbastanza potente da suscitare negli altri
la piena partecipazione al momento. Quando ascolto in tal modo, è come se
inquiry e amorevolezza cominciassero a risplendere, nutriti dall’energia della
calma concentrata. Ne percepisco la qualità attrattiva, quella particolare
ricettività di ascolto che porta chi parla a lasciarsi andare all’essenzialità. Non
contiene brama, solo consapevolezza pienamente disponibile a farsi toccare.
La squisita sensibilità dell’ascolto ricettivo amplifica il campo
intersoggettivo. Se qualcuno dice la verità usando quel veicolo condizionato che
sono le parole, e queste vengono ricevute tramite le nostre menti condizionate, è
possibile che aumenti l’intersezione tra i significati intesi dall’altra persona e i
significati da noi ricevuti. Ciò accade perché l’ascolto stesso penetra entro e al di
sotto dei significati di parole, frasi, intonazioni, gesti ed energie, raggiungendo
l’esperienza immediata e condivisa della nostra umanità. C’è un percepirsi a
vicenda mentre si condivide il fatto di essere nel corpo e il silenzio sotteso a
questo fatto. In un gruppo dove più persone ascoltano uno che parla, siamo uniti
in tale ascolto. Persino chi parla ascolta. Siamo uniti nell’intenzione condivisa
che punta al rilascio, alla cessazione delle brame disorientanti. Nella preghiera
collettiva dei quaccheri si dice che i partecipanti ascoltano e parlano come un
corpo unico. È così, siamo uniti nell’amore. Ascoltando il tra, lo spazio in
mezzo alla relazione, diventiamo sensibili a ciò che in esso si muove. Come
recita un proverbio africano: «Un grande silenzio fa un bel rumore».
Ascolta in profondità può rivelare un’intelligenza collettiva, se è ciò a cui
tendiamo, oppure, quando un incontro diventa una «riunione» – come dicono i
quaccheri –, potremmo sperimentare la presenza di Dio, se la nostra mente-cuore
inclina in tale direzione. Nell’Insight Dialogue ci riferiamo semplicemente
all’attesa, e confidiamo nell’emergere. Permettiamo a quello che viene dopo di
restare sconosciuto. Confidiamo che gli altri stiano facendo del loro meglio per
parlare dalla vuota presenza, e ascoltiamo in profondità, consacrando l’attesa. Il
nostro ascolto rivela ora le sfaccettature più affinate dell’attenzione saggia.
Considerata come una pratica etica, «attenzione saggia» significa semplicemente
distogliere l’attenzione dagli incontri che corrompono la mente. Nella pratica
straordinaria l’attenzione saggia include anche ascoltare lo stesso campo radiante
del cambiamento, quell’eco indistinta del vuoto rilevata tra le parole
pronunciate.
Ascoltare non ha a che vedere soltanto con il suono; è l’azione naturale della
consapevolezza ricettiva. Tutti i nostri sensi, tutto il nostro essere ascolta.
Ascolta in profondità si fonda sulla pratica personale silenziosa, come le tante
forme di meditazione seduta. Ascoltare è quiete, e il vibrare di tale quiete.
Quando la quiete si approfondisce, si decentra l’io che si presume essere al
centro di questa esperienza. L’ascolto ricettivo dissolve l’egoismo. La sua quiete
intrinseca fa spegnere le grida interne della costruzione del sé. L’attenzione non
si raccoglie attorno a me e ai miei bisogni. Ascoltare in profondità include
comunque un delicato ascolto interiore che rende possibile ascoltare
ricettivamente l’altro. Un meditante si è espresso così: «Più porto l’attenzione
all’interno, più sono capace di ascoltare gli altri. Se non sono presente a me
stesso, non riesco a essere presente agli altri».
Nella vuota presenza la ricettività continua, invece colui che è ricettivo non lo
fa. L’analisi discorsiva tende spontaneamente a ridursi, il mondo naturale viene
semplicemente conosciuto. Una monaca buddhista di nome Vayama ha
condiviso un accenno di tale esperienza a un ritiro di Insight Dialogue:

Per uno dei dialoghi mi sono seduta nell’angolo posteriore, vicino a un laghetto. Le finestre erano aperte e
le rane cantavano. È sbocciata in me la gioia, perché ero in un dialogo meditativo e per quel canto. Non
avevo mai udito quel canto con tanta chiarezza prima di allora. È la voce del Buddha a cantare. Non saprei
descrivere com’era stare con le rane e con il silenzio. Un po’ come una splendida sinfonia. Anche gli uccelli
cantavano, come una sveglia.

La percezione semplice e diretta qui descritta non aveva comportato sforzo.


Sorella Vayama aveva già fatto il suo «lavoro». Una simile qualità della
coscienza era il frutto naturale della sua pratica. La consapevolezza c’è, ma forse
ci sono momenti in cui non prende forma un «io sono consapevole». Sandra
parla proprio di questo:

Questo ritiro mi ha aperto la mente alle qualità e al potere dell’ascolto senza un io. È un’esperienza che
offre un senso di connessione – cioè è come se tutti fossimo una cosa sola – e una sensazione percepita di
gentilezza amorevole e compassione. In quanto terapeuta, ero convinta di comprendere e praticare «buone
capacità di ascolto», ma quest’esperienza va molto oltre.

L’esperienza di essere «tutti una cosa sola» non si manifesta a forza di


provarci o sforzandosi o imponendo ai nostri sé un nuovo sistema di credenze
nel non-sé. Si potrebbe dire piuttosto che il senso di unione non è che la
semplice dissoluzione temporanea del sé prodotta da un ascolto generoso e
immensamente ricettivo. Allora Pausa è continua e infinita. Rilassa è accettante e
pieno d’amore. Apri si estende a una reciprocità senza centro. Confida
nell’emergere è realizzato come un vitale arrendersi alla lucidità. Il non-sé
ascolta in profondità la verità che si rivela parlando.
15. Di’ la verità

Fin qui abbiamo esplorato come dimorare nella consapevolezza meditativa


insieme con altri. Facendo pausa possiamo rilassare e accettare ciò che troviamo,
per poi aprire la coscienza a includere l’esperienza esterna oltre che quella
interna. In quel momento confidiamo nell’emergere, riposiamo nel flusso
dell’esperienza. Incontriamo l’impermanenza delle cose e viviamo la gioia e la
precarietà del cambiamento e del non sapere. Ci impegniamo a stare con quello
che il momento seguente porterà con sé. Ascoltando in profondità la nostra voce
interiore e le voci degli altri, la meditazione ci condurrà sul precipizio
dell’azione all’esterno. La sintonia con il momento ci fa dire la verità.
È inevitabile che la comunicazione sorga nel momento del contatto
interpersonale emergente. Con o senza uso di parole, vedere ed essere visti avvia
uno scambio emozionale. La mera prossimità dei corpi genera un flusso di
energia tra le persone. E tuttavia è straordinariamente potente usare il potere del
linguaggio per incontrarsi. Nel parlare si rivelano parti della mente-cuore. Ogni
giorno, attraverso il mistero del linguaggio, ci tocchiamo l’un l’altro: da mente a
mente, da cuore a cuore.
Prima di iniziare a esplorare Di’ la verità vi invito a prendere in
considerazione i principi di base: non mentiamo; diciamo le cose così come le
percepiamo effettivamente. Allo stesso tempo, nessuna pressione a dire cose
che non si vogliono dire o che per qualche motivo non sembrano appropriate.
Siete sempre noi a decidere. Evitate di dire ciò che non serve; c’è economia
nelle vostre parole. Dite ciò che è appropriato e non di più. Inoltre accostatevi
al parlare con un’attitudine gentile, di non-durezza. Così come parlate con
gentilezza, con gentilezza ascoltate. Persino le cose più difficili da dire sono
dette con buona volontà.
A partire da questa comprensione fondamentale, vi prego di considerare che
cosa significhi Di’ la verità. È la verità soggettiva, quella che corrisponde
all’esperienza interna. E poiché è soggettiva può solo essere conosciuta dalla
consapevolezza. Provate a esplorare il parlare con consapevolezza, la preziosa
sfida di dar voce alla verità di questo momento di esperienza. Conoscete i
pensieri che vanno e vengono; siete consapevoli delle sensazioni corporee.
Portate questa stessa consapevolezza al parlare. Osservate il sorgere e
decadere dei pensieri: prima, durante e dopo aver parlato. Siate consapevoli
dell’atto fisico del parlare – respiro, lingua, labbra. Lasciate che sia la
consapevolezza ad aiutarvi a custodire il senso del momento, il senso della
verità. Di’ la verità.
Di’ la verità incarna nel modo più evidente la moralità e la reciprocità della
nostra pratica; contribuisce anche all’elemento della saggezza. Dire la verità in
meditazione coinvolge anche i fattori del Nobile Ottuplice Sentiero che fanno
crescere la pratica nello straordinario: Retta Visione, Retto Sforzo e Retta
Consapevolezza.
La virtù rende vivibile la vita sociale e pone le basi per la felicità e l’agio. La
moralità inibisce le azioni dannose come la parola aspra, e contribuisce a creare
armonia. Una volta stabilita l’armonia, si può coltivare la pace. Con l’Insight
Dialogue ci impegniamo a praticare la parola etica, la verità e la gentilezza. A
questo proposito le parole del Buddha sono semplicissime:

O monaci, se la parola ha cinque caratteristiche è ben detta, non mal detta; né viene scoraggiata o criticata
dai saggi. Quali cinque?
È detta al momento opportuno; in accordo con i fatti; con garbo (o moderazione); utilmente; senza ostilità.1

A livello basilare, Di’ la verità è Retta Parola che non sarà dannosa.
L’elemento di saggezza della pratica si sviluppa spontaneamente in Di’ la
verità, mentre condividiamo con gli altri osservazioni e intuizioni. Senza contare
che contemplare insieme un argomento equivale a permeare le nostre menti di
pensieri su cose che contano, cose che possono trasformare il nostro modo di
vedere il mondo. Qui si manifesta con evidenza anche l’elemento di reciprocità
della pratica, visto che ascoltare e parlare coinvolgono più di una persona. È un
semplice atto di comunicazione in cui ci si invita a vicenda nel momento
presente.
Vista l’umana propensione alla reattività e il potere del linguaggio di farci
uscire dalla consapevolezza centrata nel presente per ributtarci nelle abitudini
egocentriche, non sorprende che la maggior parte delle pratiche straordinarie non
includano il parlare. Molti addirittura danno per scontato che nella pratica
spirituale non ci sia posto per le parole. Con Di’ la verità siamo invitati a portare
le nostre più elevate intenzioni e più affinate percezioni nel linguaggio, il
laboratorio della vita concettuale, ossia siamo invitati a includere il ricco
processo della comunicazione interpersonale nel campo allargato della
consapevolezza. Questo può sembrare insensato, persino arrogante. Eppure
lasciarsi sfuggire l’opportunità di portare il potere della pratica straordinaria
nella parola sarebbe inutilmente limitante, forse anche irresponsabile.
Di’ la verità ci invita a riesaminare processo e funzione della comunicazione
verbale. Per dire la verità dobbiamo conoscere la verità. Poiché ci riferiamo alla
verità soggettiva, quella dell’esperienza, per discernerla occorre un ascolto
interiore. Ecco allora che il parlare penetra nella pratica meditativa attraverso la
porta della consapevolezza. Le linee-guida dell’Insight Dialogue supportano e
alimentano la consapevolezza in presenza di altri. Quando la mente è energetica,
consapevole, calma e spaziosa (Pausa-Rilassa-Apri) e quando non prova
attaccamento (Confida nell’emergere), sorge chiarezza. Ed è solo grazie a tale
chiarezza che siamo in grado di discernere la verità del momento. Di’ la verità
sostiene la nostra consapevolezza mentre agiamo e interagiamo con gli altri.
La verità che diciamo non è statica. Quando pratichiamo Di’ la verità, la
storia muta a mano a mano che la raccontiamo, e si evolve con il dispiegarsi
dell’esperienza soggettiva. Possiamo sperimentare questo processo nella vita
quotidiana notando i pensieri differenti che esprimiamo nelle varie situazioni
sociali, e tutte le direzioni diverse che potremmo scegliere nella nostra
condivisione. Dietro queste direzioni si possono rilevare le motivazioni delle
nostre scelte, che si compongono di elementi vari, brama, generosità, curiosità e
saggezza. Inoltre non potremo mai dire tutta la verità, nel senso che le parole non
esauriscono mai per intero il senso vissuto dell’esperienza. Per esempio, la
parola «alba» può riferirsi a un momento della giornata, ma certo non può
restituire la qualità essenziale dell’esperienza che una persona fa di quel delicato
arrossarsi nell’azzurro del cielo. Ciononostante, il momento del contatto
comunicativo tra persone, la qualità essenziale di quella esperienza, è vero e
integro, specie se contraccambiato da Ascolta in profondità.
Non è facile stabilirsi nella consapevolezza mentre si parla. Un meditante si è
fatto portavoce di tantissimi altri quando ha detto: «Mi sentivo realmente
presente mentre ascoltavo, e in una situazione autenticamente sfidante mentre
stavo parlando». Le parole sono rappresentazioni concettuali dell’esperienza;
quando parliamo è facile che ci facciamo travolgere dal flusso delle idee
perdendo l’ancoraggio della presenza. A prima vista si potrebbe pensare che il
solo atto di esprimerci richieda di abbandonare la consapevolezza, la calma e
tutte le qualità meditative coltivate. Ci vuole pratica per mantenere la
consapevolezza mentre si parla. Insieme due amici possono decidere, per una
interazione, di prendersi il tempo di dire soltanto il senso profondamente sentito
di ciò che è necessario e vero. Una pratica simile, anche in piccola dose ma
intrapresa con energia e coinvolgimento, ha potere. Coloro che tentano
l’esperimento possono anche investigare la qualità del proprio parlare: è presente
una qualche sensazione di freschezza? O di cliché familiare? Come cambia la
relazione o la qualità della coscienza?
Quando usiamo le parole è come se avviluppassimo il tessuto grezzo del
linguaggio attorno alla trama sottilmente in rilievo dell’esperienza. Le parole
«emozione» o «cuore» riescono anche solo a iniziare a cogliere la natura della
mente? Possono le parole esprimere l’esperienza della morte di una persona
amata o come ci si sente nel vedere un bambino appena nato? Ogni volta che
comunichiamo con le parole entriamo in un dominio tanto scivoloso quanto
potente. Il linguaggio si situa culturalmente, e ciascuno di noi apporta al suo uso
una vita intera all’insegna del condizionamento. Il significato di ogni parola,
ogni frase, è perciò altamente soggettivo. Quando due persone si incontrano
verbalmente, l’intersezione dei significati soggettivi produce una certa
intersoggettività, e ciò diventa il fondamento della comunicazione. Uno dei
benefici immediati dell’integrazione della comunicazione verbale nella
consapevolezza meditativa è che viene sconfitta l’illusione che una
comunicazione chiara sia facile o diffusa. Sheila ha offerto la riflessione che
segue dopo aver partecipato a un paio di incontri di gruppo settimanali di Insight
Dialogue:

Abbiamo passato tantissimo tempo a ridere scompostamente dei nostri presupposti, delle nostre percezioni
errate e indoli autocentrate, a mano a mano che venivano a galla. Rendermi conto di quanto la
«comunicazione» e la «relazione» fossero davvero marginali in confronto all’esperienza interna nella sua
effettiva realtà, mi è parso ridicolo se non stupefacente, per non dire inquietante.

Quando la concettualizzazione associata al parlare ci spinge fuori dal


momento di esperienza, la consapevolezza del corpo può aiutarci a ritornare
all’immediatezza dell’esperienza. Per esempio, notare la postura del corpo
oppure le sensazioni del punto di contatto con la sedia ci riconnetterà con il
momento. La mente è capace di farlo mentre si parla, proprio come mentre
parliamo possiamo conoscere i nostri pensieri o il nostro stato emotivo. Questa
qualità della parola è tuttavia possibile solo se c’è consapevolezza, che spesso
vien sfidata dalle forze dell’attaccamento e della reattività. Quando diciamo
qualcosa con attaccamento a un determinato effetto, non siamo pienamente
presenti ai nostri pensieri e all’ambiente. Un modo efficace di essere più
consapevoli è quello descritto da Elisabeth:

L’Insight Dialogue mi ha fatto guadagnare una comprensione molto più approfondita della differenza tra
pensiero e sensazione. Pensare sembra essere uguale a credere, quando invece la sensazione arriva da
dentro: è più certa, più autentica. Parlare a partire dalla sensazione è parlare dell’esperienza interiore.

La certezza a cui allude Elisabeth riflette la centralità della sensazione fisica


rispetto al modo in cui comprendiamo il mondo e prendiamo decisioni. Gli
uomini d’affari, gli artisti, i terapeuti (noi tutti, almeno una volta), dovendo
prendere decisioni difficili o affrontare situazioni inconsuete, riferiscono di aver
seguito sensazioni istintive, «di pancia». Studi neurocognitivi lo hanno
confermato, mettendo in relazione l’attivazione limbica (emotiva) e corticale
(cognitiva) nel processo decisionale.2 Nella pratica di focusing messa a punto
dal filosofo Eugene Gendlin, viene sviluppata un’attenzione approfondita alle
sensazioni corporee interne, al fine di comprendere il nostro rapporto con
situazioni di vita particolari.3 I filosofi e gli scienziati cognitivi parlano di
conoscenza incarnata, arrivando a suggerire la possibilità di comprendere il
mondo non fisico solo attraverso metafore che collegano concetti e stati d’animo
alle sensazioni vissute.4 Gli esempi includono: «Ha la lingua affilata» o «Mi
sono aggrappato a quell’idea».
La consapevolezza del corpo e delle sensazioni ci facilita l’accesso al
momento presente; è particolarmente importante quando siamo reagendo.
Madeline, in gruppo con un’altra donna e due uomini, ha cominciato a ribollire
nel vedere che, «come sempre, le donne erano in posizione subalterna rispetto
agli uomini»:

Ho detto al gruppo che avevo bisogno di dire qualcosa. Il gruppo è ammutolito. Ho sentito crescere in me la
consapevolezza e l’energia, percepivo il momento come particolarmente reale. In quell’istante l’energia del
gruppo si è intensificata. Non sapevo bene come esporre la mia verità. Ho fatto un respiro con l’intenzione
di cominciare a parlare, ma ho capito di non essere sufficientemente calma; ero ancora arrabbiata. Ho
lasciato uscire un sospiro. Poi ho respirato ancora. Non bastava. Ho chiuso gli occhi, ho preso ancora fiato,
ho aspettato, mi sono concentrata di nuovo sul mio corpo, e con un misto di paura e tensione ma anche di
calma e centratura, ho raccontato al gruppo dell’irritazione che mi aveva assalita come conseguenza del
comportamento stereotipato del gruppo. Tutti, inclusi gli uomini, hanno ascoltato con apertura. È stato
come se ciascuno di noi si risvegliasse; e siamo stati immediatamente riportati al presente.

Madeline ha reagito a uno stimolo esterno – le parole e i gesti che secondo lei
esprimevano la marginalizzazione delle donne – e ha tratto beneficio dal suo
ricentrarsi nel corpo. Tuttavia un apporto esterno non è che una piccola parte di
ciò che può dare il via alla parola reattiva. Le brame condizionate e le
costruzioni mentali ed emotive sollecitano la parola spesso a nostra insaputa. Il
discorso di per sé non è che la punta del tornado, il punto in cui la mente
vorticante tocca terra sul suolo interpersonale. Per via delle percezioni dei sensi,
le nostre menti ospitano una continua danza di proliferazioni: una rosa rossa ci
ricorda un’auto rossa, il tocco di un estraneo sull’autobus suscita disgusto o
pensieri erotici. Il linguaggio partecipa della danza, gettandoci con facilità in
quel folle miscuglio di pensieri che chiamiamo «mente». Come la meditazione
personale silenziosa rivela tendenze innate prima nascoste, lo stesso accade
portando la consapevolezza meditativa al discorso. Osservare noi stessi mentre
parliamo può svelare moltissimo. È capitato a Ryan:

A volte non mi era facile evitare di infarcire le mie frasi di affermazioni irrilevanti allo scopo di
impressionare la persona o il gruppo di persone con cui stavo parlando. Era il mio ego che parlava. Voglio
che gli altri pensino che sono un tipo in gamba. Invece di: «Sono un perfezionista e vorrei tanto non
esserlo», dicevo: «Sono un perfezionista; grazie a questo ho vinto un sacco di premi come venditore, ma
vorrei tanto non essere un perfezionista».

Ryan ha scoperto che la brama di essere visto interferiva con la trasmissione


della verità pura e semplice ai suoi compagni di meditazione. Le nostre parole
vengono da un vasto serbatoio di ricordi e opinioni, e dal momento che le parole
fluiscono dalla mente e che noi pensiamo e sentiamo molto più velocemente di
quanto parliamo, spesso il nostro parlare è frutto di conclusioni. Una meditante
australiana, ascoltando un modo di parlare come quello appena descritto, ha
detto che la faceva sentire come se le venissero servite verdure surgelate anziché
fresche. La poveretta era malnutrita! Le nostre parole-verdure surgelate sono
totalmente condizionate e semplicemente immesse nel momento interpersonale.
Non che sia per forza sbagliato; è efficiente e spesso necessario. Tuttavia non è
straordinario. Quando parliamo velocemente o a lungo senza interruzione, è
probabile che le parole siano frutto di abitudine. Facendo appello a Pausa per
interrompere un tale flusso, il discorso si trasforma da romanzo in haiku, ricco di
sottigliezza, significato e chiarezza. Senza Pausa, che ha più a che vedere con la
consapevolezza che con il tempo, di rado viene detta la verità.
Il linguaggio così condizionato ci induce a reazioni e interreazioni con altri,
oltre a generare grande confusione e malessere. Le brame ostacolano il dire la
verità, soggettiva o oggettiva che sia, spingendoci a parlare per intrattenere, per
ottenere quello che vogliamo o per proteggerci.
Come ha scoperto questo meditante, molto di ciò che diciamo ha il solo fine
di alleviare lo stress, persino quando parliamo in modi non esplicitamente
dannosi:

Mi è stato chiaro, all’istante e in tempo reale, che la maggior parte di ciò che mi esce dalla bocca non è che
un tentativo di fare qualcosa, qualsiasi cosa, per il mio stress interiore. La possibilità di osservarmi «colto in
flagrante» è impagabile. Specie se quando succede si riesce a non bloccarsi. Un paio di volte mi è stato
chiarissimo, in diretta e in modo fulminante, che la maggior parte degli atteggiamenti che mi infastidiscono
negli altri erano la stessa cosa: manovre per sottrarsi alla linea di fuoco del loro stress.

Le parole dette per brama e stress sono potenzialmente molto dannose.


Questo perché le parole sono un indice della nostra storia intellettuale ed
emotiva. Quando una moglie dice al marito: «Tu fai sempre cose del genere»,
con quel «sempre» potrebbe riferirsi ad almeno trent’anni di sopportazione.
Quando diciamo «americano» o «cancro», non attingiamo solo a emozioni, bensì
a una base di conoscenza che può evocare una grande quantità di associazioni a
seconda del contesto. Esistono innumerevoli tecniche di comunicazione, per
esempio la pratica della comunicazione non violenta sviluppata dall’educatore e
attivista Marshall Rosenberg,5 che può aiutarci a gestire il comportamento
verbale spesso poco abile prodotto da brame e stress, e poi amplificato e
rafforzato dal potere del linguaggio. Tra le varie tecniche ce ne sono molte di
assoluto valore. Autoregolarsi, valutare la forza, offrire supporto agli altri, usare
la prima persona singolare quando si parla, riformulare le divergenze e altre
tattiche simili giocano un ruolo importante in prima linea nell’interazione
umana. La pratica straordinaria, in particolare la meditazione, invitano a
esplorare altre possibilità.
Nella meditazione interpersonale si svelano e si trasformano le dinamiche
fondamentali da cui emerge il discorso. Siamo invitati a rallentare e magari
trovare parole fresche in mezzo a quelle reattive. Non ci si illude di riuscire a
parlare evitando l’inerzia dell’abitudine. Se la regola fosse la totale non-
reattività, saremmo tutti muti. Ma quali porte si aprono quando pratichiamo la
consapevolezza? Forse si può cominciare facendo come Cindy, che ha osservato
come il modo di parlare ci faccia scivolare verso l’identificazione; questo
potrebbe aprire nuove opportunità:

Amo il silenzio e solitamente sono più incline ad ascoltare che a parlare. Questo fine settimana è stato
difficile stare in silenzio e parlare. In un attimo la consapevolezza si trasforma in autoanalisi fuori controllo.
Credo che parte della riluttanza a parlare venisse dal non aver voglia di raccontare la mia storia – per
l’ennesima volta. Non avevo voglia di identificarmici, o che altri mi ci identificassero. Praticare il parlare a
partire dalla consapevolezza del momento aiuta.

Cindy ha scoperto che la consapevolezza tendeva ad alleviare


l’identificazione che imperava nelle sue conversazioni. Le radici della
comunicazione vocale mostrano che, insieme con l’illusione, il linguaggio offre
anche alcuni doni esclusivamente umani. Il potere della parola, accanto alla sua
sottigliezza e delicatezza, costituisce una spada a doppio taglio forgiata in anni
di evoluzione. La comunicazione verbale si è evoluta da quella animale per
ragioni di sopravvivenza. L’uccello che schiamazzando avverte gli altri volatili
del pericolo è uno dei possibili predecessori; per altri animali un analogo
messaggio si sintetizzò nel gesto del muso puntato o delle orecchie ritte. Ma se
grugniti e gesti erano senz’altro sufficienti per segnalare un pericolo e lanciare
una richiesta d’aiuto o un comando da eseguire, con l’aumento delle dimensioni
della corteccia cerebrale, gli esseri umani hanno rafforzato di molto la capacità
di esprimere tenerezza, compassione, rabbia, desiderio e paura. Il pensiero
astratto reso possibile dal linguaggio ha costituito il fondamento di società
complesse che contemplano sistemi legali e monetari, concetti di giustizia,
accumulazione e condivisione rapida di idee e trasmissione di queste nel tempo.
Il linguaggio rende possibile la complessità.
Cominciamo l’esplorazione di Di’ la verità. Guarderemo a diverse
sfaccettature, diversi livelli della verità. Per iniziare, vorrei invitarvi a prestare
attenzione al significato, al reale contenuto che volete trasmettere, e alle
parole usate per farlo. Quando prendete in considerazione il tema della
contemplazione, o anche quando incontrate semplicemente il momento, quali
pensieri si affacciano? Siate consapevoli di questi pensieri. Ricorrendo alla
Pausa, prendetevi il tempo di osservare in che modo trasformate quei pensieri
in parole. Scegliete le parole con cura e consapevolezza. Dicono davvero ciò
che intendevate dire? O invece vi ritrovate a condividere una storia derivata
dall’abitudine, e parlate in modi preconfezionati? Fate Pausa anche mentre
parlate, e chiedetevi se le parole che condividete rispecchiano accuratamente
immagini e idee che sorgono nella mente. Questa è la verità? Ed è vero anche
in questo momento? Lasciate che i significati siano i più chiari possibili.
Mentre vi stabilizzate, vi invito anche a esplorare la verità per come è
conosciuta nel corpo. È la verità che si rivela nella pancia, nel plesso solare,
in gola. Prima di mettervi a parlare, prestate attenzione alle vostre emozioni e
ai vostri stati mentali per trovare la verità del momento. Questo è ciò che
direte. Restate vigili, state forse rimasticando vecchie idee, vecchie
sensazioni? Attenzione alle parole che escono fuori senza consapevolezza né
cura. Dite la verità del cuore. Prima di parlare soffermatevi sui pensieri e sulle
sensazioni. Come si riverberano nel corpo? Come si evolvono mentre parlate?
E dopo che avete parlato? Ecco un aspetto sottile della verità del momento.
Prendetevi il tempo che serve. La consapevolezza riconoscerà le piccole
avvisaglie che definiscono, qui e ora, ciò che può essere detto perché ha
potere di verità.
E con una mente-cuore più stabile, esplorate com’è dire la verità che sta sotto
a tali pensieri e sensazioni. Qual è la verità che proviene dal silenzio,
dall’energia di questo momento, seduti qui? Quale verità può essere percepita
nel semplice essere consapevoli? Lasciate che il momento, e l’attenzione
energetica dell’ascolto altrui, diano forma a ciò che è detto. Non c’è giusto o
sbagliato, ma solo l’intenzione di essere pienamente presenti nel momento, e
lasciare che la coscienza parli da ciò che la muove.
Certo, il linguaggio è una sorgente continua di trappole concettuali e
incomprensioni, ma ha anche un grande potere positivo. Le parole possono
trasmettere semplice interesse, incarnare gentilezza, sottolineare saggezza, o
condividere presenza. Possono addirittura venire usate per decostruire se stesse,
per decostruire proprio le incomprensioni che le parole intessono.
Il potenziale salutare delle parole ha molti aspetti. Grazie alle parole
possiamo trasmettere cura, offrire amore, esprimere gioia. Ecco che cosa è
capitato a Marcel con sua moglie:

La mattina seguente, dopo essermi scusato per quello che avevo detto, ero pienamente consapevole. Mi
sembrava che, grazie al potere di quelle scuse, Eve e io avessimo finalmente realizzato che la nostra
situazione era a tutti gli effetti parte del semplice essere sposati. Non eravamo che umani, tutto qui.

Le parole ci permettono di condividere ciò che sappiamo e anche di


convogliare intuizioni agli altri. Da sempre i maestri spirituali hanno lasciato
dietro di sé tracce in forma di parole portatrici di conforto e cura. Le parole sono
di certo necessarie – ma da sole non sufficienti – per risvegliare saggezza. Capita
anche che il potere delle parole venga sprecato, tanto da impedire la trasmissione
di saggezza agli altri.
La pratica di Insight Dialogue a volte risulta paradossale e inaccessibile alla
comprensione razionale, un po’ come le affermazioni enigmatiche o i koan usati
dagli insegnanti della tradizione zen. Il potere del pensiero concettuale si ritorce
talora contro se stesso, e la fondamentale relatività del linguaggio può far sì che
la conversazione si dissolva nella circolarità senza senso e nell’infondatezza.
Che ne risulti ilarità o disagio, i partecipanti hanno allora la possibilità di vedere
con assoluta chiarezza quanto sia assurdo credere nella logicità e validità delle
proprie fabbricazioni. Il che può spingerli verso una comprensione intuitiva della
condizione umana.
La malta con cui sono costruite le mura delle nostre prigioni interiori è fatta
di parole, ma nell’Insight Dialogue le parole possono servire anche a rompere
tristi confini e a orientare la mente in direzione di ciò che è salutare, come è
capitato a Frank:

Nel corso di un dialogo in diade mi è balenata un’intuizione. Il mio partner, che veniva dalla Corea, ha fatto
un commento che mi ha colpito, allora gliel’ho detto, ringraziandolo. Lui mi ha guardato negli occhi e ha
risposto: «Prego, non c’è di che». In quelle parole c’erano una tale intensità e una tale presenza che mi sono
penetrate dalle orecchie fin dentro lo stomaco. L’esperienza mi ha aiutato a comprendere il potere delle
parole che arrivano dalla verità e dalla presenza mentale. Mi sono sentito accolto in una nuova
consapevolezza.

Il potere delle parole pronunciate dal partner di quest’uomo emanava dalla


forza della sua intenzione di presenza. Con il sorgere del discorso nella mente, si
apre una finestra sulla sottile base emotiva dell’intenzione. L’istruzione
meditativa Di’ la verità ci placa facendoci coltivare la Retta Intenzione, «retta»
nel senso di ciò che porta a rilascio, amore e compassione piuttosto che ad
attaccamento, odio e durezza.
Sebbene l’Insight Dialogue sia una pratica straordinaria, poggia comunque
sulle stesse basi di gentilezza che costituiscono il fondamento della normale
convivenza umana. La regola aurea – parlare e ascoltare come vorremmo che ci
parlassero e ascoltassero – contribuisce a creare condizioni di agio e sicurezza.
Osservazioni e battute che hanno l’unico scopo di incoraggiare relazioni
amichevoli, e che accadono in forma di convenevoli al di fuori delle situazioni di
ritiro, possono comunque favorire rilassatezza, confidenza e contentezza. Non
diversamente da quella saggia, la parola gentile condiziona il futuro coltivando
stati mentali salutari.
Tuttavia la vita reale è complicata e confusa, e l’Insight Dialogue non va
inteso come scudo contro la propria paura e la propria rabbia. E allora si ritorna
alla questione dell’intenzione. Se ognuno comprende che stiamo praticando per
scopi più elevati, le parole potranno esprimere emozioni difficili, confidando che
il gruppo sappia mantenere consapevolezza, amore e ricettività. Quando un
gruppo di meditanti cresce e matura in tal modo, diventa possibile non soltanto
accorgersi della propria tendenza a parlare in modo poco saggio e a smorzarla,
ma anche trasformare le proprie reazioni nei confronti di altri che fanno la stessa
cosa. Durante un ritiro una compagna di meditazione si è rivolta in modo aspro a
Megan. Nonostante fosse abituata all’autocritica e a sentirsi insicura, si è accorta
che qualcosa era cambiato dopo parecchi giorni di meditazione dialogica:

Dopo che Jenna si era lasciata andare nei miei confronti, ho cominciato ad accorgermi dell’impatto delle
parole e della grande responsabilità che tutti condividiamo nell’usarle con cura e rispetto. Ho realizzato che
in alcune occasioni della vita avevo parlato di questioni di cui non sapevo nulla – che era esattamente ciò
per cui Jenna mi aveva criticata. In ciò che aveva detto c’era del vero. Ma che io sapessi o meno qualcosa di
quella faccenda non era rilevante rispetto a quello che avevo condiviso. Nel corso del processo ho
cominciato a sentirmi davvero libera e aperta. Le mie solite abitudini emotive non erano presenti. Ero libera
da autogiudizio, rabbia, rimorso e da tutte le emozioni che di solito mi assillano. Riuscivo a capire che la
reazione di Jenna non riguardava me. Inoltre provavo molta compassione per lei. L’ho vista star male per il
dolore che poteva avermi causato. Mi ero chiesta se stessi realmente «capendo» questa pratica di
meditazione: se in questa occasione l’avrei davvero messa a fuoco. Penso di averla capita; di certo non mi
sembra che si tratti solo di parlare in modo tranquillo e pacifico. Provo gioia e gratitudine.

L’osservazione di Megan sull’Insight Dialogue – che non è solo parlare in


modo tranquillo e pacifico – è importante. Pensare che la meditazione parlata e
ascoltata debba essere scevra di ogni emozione difficile è altrettanto dannoso che
crederlo riguardo alla meditazione personale silenziosa. In entrambi i casi si
produce repressione, trasformando la pratica spirituale nell’ennesimo modo per
aggirare le caotiche verità delle nostre vite. Dire la verità incoraggia l’onestà
emotiva e intellettuale che è parte integrante del cammino di libertà.
D’altra parte la parola sbagliata ferisce. Stringe le emozioni in una morsa
dolorosa, fa crescere l’agitazione e genera confusione. Mentire, oppure parlare in
modo duro, polemico e frivolo hanno il potere di ostacolare la pratica meditativa.
Dire la verità non significa indulgere egoisticamente nell’emotività incontrollata.
Se ci coglie l’impulso di manipolare la verità o parlare duramente, facciamo
pausa e prendiamoci il tempo di chiederci se quello che stiamo per dire nasce da
avidità, odio o illusione, oppure da generosità, amore e saggezza. Stiamo
parlando per intrattenere ed eccitare o per esprimere la verità di questo
momento?
Ciò ci conduce al tema del discernimento. Di tutte le cose che potremmo dire,
a che cosa daremo voce? Buona parte di ciò che potremmo dire non è né
scorretto né duro, ma deve per forza essere detto? E qui arriva la sfida più
impegnativa di Di’ la verità. A mano a mano che attraverso la pratica impariamo
a percepire direttamente la verità istantanea della nostra esperienza diretta,
cominciamo a renderci conto che la mente è sommersa da pensieri ed emozioni.
Quando un pensiero o una sensazione si affacciano, possiamo dirli subito oppure
osservarli e lasciarli andare. Che fare? Che cosa significa dire la verità?
Ora esploreremo uno strato più sottile della verità. È la verità che emerge con
discernimento. È parlare dall’emergere stesso, analogamente a ciò che accade
quando si parla dalla presenza. Adesso però occorre una delicata sintonia per
riconoscere che cosa è giusto, che cosa è vero, ora. Qui vi invito al paradosso
della conoscenza e del vuoto, della parola e del silenzio che il parlare non
interrompe.
Nell’unirvi ad altri per praticare, date un fondamento al momento: prestate
attenzione al corpo, alle sensazioni e agli stati mentali, e al flusso
dell’esperienza. Osservate la luminosità della stessa consapevolezza. Vi invito
a rilassarvi e a lasciare andare, nel mutare del momento. Prendetevi il tempo
che serve. Che cosa viene rivelato dallo sfarfallio dell’impermanenza? Tra tutti
i pensieri che si presentano alla mente, in quale risuona la verità? Ed è la verità
per adesso o per dopo? È la verità del sé condizionato oppure si sta presentando
qualcos’altro? Non preoccupatevi di come dovrebbe sembrare. Non c’è un
modo giusto di fare questo. Basta prestare attenzione a quel delicato senso di
essere nel giusto. Ritornate al momento presente tutte le volte che serve, e
parlate attingendo all’energia che esso offre. Osservate come aumenti l’energia
del parlare. È questa la verità?
Lasciatevi essere perplessi, arrendetevi al non conoscere. Qual è la verità del
contatto meditativo? Che cosa c’è nel linguaggio e oltre? Ogni volta che vi
sentite persi, restate in silenzio e prestate attenzione all’ascolto che i vostri
partner vi dedicano. Lasciate che sia quest’ascoltare a farvi uscire allo scoperto,
a definire il momento presente mentre sorge tra di voi. Apritevi al contatto
meditativo. Nessun bisogno di forzare alcunché. Persino il vostro silenzio
parla. Convivete con la domanda che Di’ la verità pone.
L’Insight Dialogue ci invita a esaminare e praticare il cuore, l’essenza se
preferite, che sta dietro ciò che verrà pronunciato. Quando ci viene richiesto di
dire la verità, non siamo chiamati solo a vagliare ciò che è vero, ma anche ciò
che è utile e persino ciò che in un modo o nell’altro è giusto in quel determinato
momento. Diciamo la verità soggettiva, ciò che ha in sé una qualche integrità. Il
Buddha non mancò di fissare un obiettivo elevato quando disse:

Io terrò quel discorso accurato, che conduce al rilascio della coscienza ... alla conoscenza diretta, al
risveglio, e all’estinzione [nibbāna].6
I quaccheri invitano a discernere tra ciò che va detto e ciò che è meglio
tacere. Per loro il discernimento pone uno criterio molto elevato: parlare nelle
riunioni di gruppo non deve esprimere il sé limitato, ma la voce di Dio così come
penetra nel gruppo in quel momento – e il discernimento quacchero è capace di
riconoscere tale voce. Anche l’istruzione Di’ la verità dell’Insight Dialogue, pur
non essendo concepita come atto di devozione, include l’intenzione di discernere
ed esprimere le parole che appartengono al momento e sono libere dalle
preoccupazioni costruite dall’io. Questo senso di integrità include anche il
parlare da un luogo che certo non è quello dei pensieri e delle emozioni ordinari;
e abbraccia anche il nostro sé condizionato, se tale è la verità del momento. Nel
discernere quella integrità, siamo ricondotti a tutti gli elementi del nostro
cammino: moralità, tranquillità, saggezza e reciprocità.
Potremmo scegliere di ignorare o sopprimere un pensiero, perché magari è
troppo privato, scortese, o anche solo non degno di essere condiviso. Se
l’impulso a dire ciò che si è affacciato persiste anche dopo le pause consapevoli,
forse – confidando nell’emergere – vorrà dire che percepiamo che le nostre
parole hanno realmente valore in quel momento. L’esperienza vissuta del
discernimento muta con lo stato mentale e le circostanze. Talora le parole di
verità si presenteranno con intensità. Altre volte, sentendoci rilassati, il discorso
cadrà come un frutto maturo dall’albero. La verità potrebbe emergere
dall’interesse o per effetto del coinvolgimento emotivo. Non esiste una formula
per rispondere alla domanda: «Che cosa devo dire?». Di’ la verità ci sollecita a
vivere con il paradosso che nasce se si onorano simultaneamente emergere e
consapevolezza. I pensieri fioriscono attimo dopo attimo, ma la consapevolezza
resta ferma come un saggio nella caverna: azione e immobilità al contempo. Se
ci chiediamo: «È questa la verità che dovrebbe essere pronunciata?», scopriamo
che ci stiamo anche chiedendo (con i quaccheri): «C’è vita in essa?». Come
faccio a riconoscere la vita, o la verità?
Arriviamo a riconoscere il discorso meditativo come qualcosa che ha meno a
che fare con le parole che con la fonte da cui esse sgorgano. Impariamo a
riconoscere la verità attraverso lo sviluppo di una relazione intima con il nostro
stesso parlare. Presenti con lucidità all’istante di esperienza, osserviamo le
parole emergere dal corpo, dai pensieri, o dall’imperscrutabile inconscio. Forse
allora accediamo al livello di verità a cui allude il Buddha:

La verità è parola immortale.


Questo è un antico principio.7
La capacità di riconoscere arriva con la pratica, proprio come accade con
l’ascolto della musica, l’apprezzamento della poesia o delle opere d’arte.
Attraverso tentativi ed errori impariamo a cogliere l’aumentare e il ridursi delle
condizioni favorevoli. Ci ritroviamo a confronto con l’ambiguità, l’estrema
soggettività, a volte il mistero. Non si può dare un’unica risposta a che cosa
verbalizzare. Condivideremo quelle esperienze interiori che, qualunque sia la
ragione, ci sembra giusto condividere. Magari in esse risplende la luce della
comprensione. Non si tratta di pensieri da difendere: li si esprime a voce come la
semplice verità di quel momento.
Una volta riconosciuta la verità del momento, la diciamo con naturalezza e
fiducia. Alle volte, quando sto parlando di cose delicate con mia moglie o un
amico intimo, mi capita di fare pausa per un lungo periodo, addirittura a metà di
una frase. Durante tali pause posso portare l’attenzione alla pancia e alle
sensazioni che ospita, per vedere che cosa suggeriscono su ciò che ho da dire.
Poi magari osservo la mente che pensa, come per chiedere: «È questo ciò che va
detto adesso?». Posso entrare in un silenzio vuoto per poi rivolgermi al plesso
solare o alle sensazioni percepite del mio stato emotivo, nella sua interezza.
Grazie a questi movimenti scopro che la verità emerge spontaneamente. A volte
ci vuole solo un po’ di tempo. Altre volte nel parlare mi sento sereno e vuoto, e
allora lascio gentilmente che la mia mente segua il filo di un discorso,
confidando che ciascun momento svelerà la prossima cosa da dire. Mentre parlo,
davvero non so quale sarà la frase seguente. Ma essendo a mio agio nell’istante,
non servono pause. Confido nello scorrere della verità. Quando offro
insegnamenti, mi capita di notare che il filo può attingere a una base di
conoscenza, per poi rituffarsi nella verità di quel momento di esperienza. Molto
spesso però, quando insegno o nella vita di tutti i giorni, scopro di dovermi
sganciare dai riferimenti e dalla conoscenza già acquisita, e vado dietro al filo
dell’esperienza, connettendomi all’istante con dolcezza.
Impariamo a fidarci del nostro discernimento. A volte esitiamo, facciamo
esperimenti. Ma persino allora si apre la possibilità di ammettere che la verità
irradi un senso di stabilità, coraggio e integrità. Un’integrità che si può
discernere anche nelle piccole verità di ogni attimo; e anche quelle possono
essere dette con fiducia. All’origine del sentimento di fiducia sta quel senso di
equilibrio interiore che accompagna il cuore privo di attaccamenti. A parlare non
è solo la voce di un sé separato. È anche la voce del cerchio, o del rapporto che
sta emergendo tra di noi. Siamo incoraggiati a sentirci a nostro agio con noi
stessi, fiduciosi nella gentile benevolenza del gruppo. In tutto questo c’è audacia,
un’audacia che nulla ha a che vedere con l’aggressività o l’autopromozione. È
piuttosto confidare nei pensieri, nelle intuizioni e nell’ispirazione del momento.
Da questo punto di vista Di’ la verità comporta imparare a riconoscere e avere
fiducia nella ricettività altrui.
A partire da questa fondamentale base di accettazione potremmo trovare il
coraggio di dire la verità come mai abbiamo fatto in precedenza. Ci sono così
tante cose che non diciamo; la pratica della verità può rivelare ciò che è stato
nascosto. Nel clima sicuro del ritiro, accolti dall’accettazione dei compagni di
meditazione, forse troveremo il coraggio di parlare chiaro come mai prima. La
semplice ammissione: «Quella cosa mi ha ferito», oppure: «Mi serve tempo per
assimilare tutto quanto», possono rappresentare un momento liberatorio per chi
tende a indietreggiare di fronte a verità scomode.
Dire la verità affina il discernimento. Parole dette nella verità e nel contesto
della pratica spirituale hanno la forza della testimonianza. La storia di Claudia
mostra molto bene la potenza insita nel dirsi reciprocamente la verità:

Ho raccontato alla mia partner che desideravo che dietro alla mia attività artistica ci fosse l’intenzione di
investigare. Ho subito realizzato che enunciare a voce alta questa intenzione nel contesto del ritiro rendeva
ancora più intenso il mio impegno, nonostante mi capiti spesso di ripeterlo nelle discussioni e nelle
conferenze. Dirlo a lei aveva un sapore fantastico. Mi ha risposto: «Mi chiedo come mai». In quel preciso
momento aveva cominciato a investigare! Allora insieme abbiamo esplorato perché fosse così: parole che
veicolano un altro tipo di significato, qualcuno che fa da testimone, l’intenzione che va oltre la sfera di se
stessi, il campo di energia allargato che la custodisce, il dialogo che evoca una verità in profondità,
l’eccezionalità del contesto che conferisce peso straordinario, inclusa la rinuncia a obiettivi meno elevati, e
infine il sapere che le affermazioni verranno ascoltate in profondità. Nell’ascoltatrice si è riverberata, in
risposta, l’intenzione.

Nella storia di Claudia si assiste all’impatto diretto della relazione


comunicativa sulle costruzioni dei meditanti. Idee ed emozioni sono costruite, e
in tale processo le parole giocano un ruolo influente. Quando il linguaggio è
adeguato ed espresso con saggezza e amore, la montagna di detriti accumulati si
sposta con la leggerezza di una piuma; e cadono le catene arrugginite del
pensiero schematico. Le parole possono cambiarci.
A un ritiro in India un partecipante ha fatto una riflessione sull’importanza di
praticare Di’ la verità con il supporto di Confida nell’emergere; di fatto dire la
verità nel e del momento:

È tanto che conosco le conseguenze del parlare in modo sbagliato. Ma non mi era mai passato per la mente
che ce ne potessero essere anche se ci si trattiene. Ora mi è chiaro. Non è solo «Di’ la verità», ma anche
«Di’ la verità».
Quando diciamo la verità, asteniamoci dal seguire il consiglio sarcastico di
Mark Twain: «La verità è la cosa più preziosa che abbiamo. Risparmiamola».
Dire la verità può liberare noi e gli altri. Può essere un atto di generosità e
compassione, come quando il Buddha decise, dopo l’illuminazione, di mettersi a
insegnare.
Le verità più nitide vengono dette dal silenzio. Anche quando la mente
diventa calmissima, il che certamente accade in ritiro, i processi mentali
continuano ad avere luogo. Non stiamo sperimentando la quiete del totale
assorbimento come definito dalla rigorosa interpretazione theravāda dello
stato mentale di «assorbimento» (jhāna). Secondo la psicologia del buddhismo
delle origini, perché sorga la parola devono esserci sia un pensiero iniziale, sia la
forza di un pensiero successivo che induca questo atto complesso e potente. Le
precise osservazioni rese possibili dalla pratica di consapevolezza aiutano a
gettare luce su tali processi. La chiarezza mentale si manifesta soprattutto
quando siamo parchi di parole, e diventiamo testimoni di gran parte di ciò che è
stato nascosto. Chiarezza e bellezza del processo accrescono in noi l’energia.
Dirigiamo l’attenzione all’interno e poi nuovamente all’esterno, notando i
dettagli della mente che sta per parlare, per poi aprire a ciò che è al di là delle
fabbricazioni. Osserviamo il respiro e ci calmiamo nuovamente – poi apriamo
ancora una volta per dedicarci al tra.
Con una consapevolezza sempre più affinata e ferma, siamo spinti a chiedere:
«Come si può riuscire a parlare a partire dal silenzio?». La maggior parte dei
consigli pratici spirituali che riguardano la parola si incentrano sulla gentilezza.
Nel confrontarci con il mistero del discorso, veniamo continuamente ricondotti
alla «mente del non so». È uno stato (o un’attitudine) spesso citato nella pratica
zen; si manifesta all’intersezione tra mistero e innocenza. Non conosco una
formula che riesca a rendere il modo delicato con cui le parole possono sfiorare
la base del silenzio. Ma mi capita spesso di osservare meditanti raggiungere stati
di profonda «calma concentrata» (samādhi), a partire dai quali si dissolve la
scissione tra soggetto e oggetto, e conseguentemente il concetto di sé.
Basandomi sull’esperienza e su ciò a cui ho assistito in ritiro, so che è possibile
parlare a partire da una grande, silenziosa quiete, e che le parole contengono
molta più sottigliezza e potere di quanto si pensi comunemente. In un discorso il
Buddha descrisse come fosse in grado di incontrare persone pur rimanendo in
uno stato meditativo potente e profondo. Con le sue parole: «Entra e dimora nel
vuoto interiore, e non prestare attenzione a nessun segno». Ciò comportava
anche entrare e uscire dai vari livelli di un assorbimento straordinariamente
profondo, senza però entrare nel vuoto che tale assorbimento rende possibile.
Alla fine il Buddha lasciava questi rifugi solitari e si ricongiungeva con gli altri
per offrire discorsi che «favoriscono il rilascio della mente».8
L’Insight Dialogue non esige, ma nemmeno esclude, un simile grado di
facilità e stabilità mentale. Quando invece siamo invitati a dire la verità,
possiamo toccare da vicino la nostra possibilità di esprimerci con parole non
dettate dall’io. Nigel si è interrogato sulla fonte dell’intuizione spirituale:

Mi capita di rado di dar voce alla verità in un dialogo, o di avere un’intuizione nell’istante. Il più delle volte
le intuizioni arrivano a posteriori, quando l’esperienza è in fase di assimilazione. Ma come si fa a sapere che
cosa è vero? Nella mia tradizione è l’essere psichico ad avere il potere di discriminare. Secondo il
buddhismo invece la verità sorge spontaneamente dal fondamento dell’essere? Non mi sento in conflitto al
riguardo. Vedo solo che il nostro dialogo si approfondisce sempre più.

Come ha visto Nigel, dire la verità trascende i confini delle singole tradizioni
spirituali. Ad andare sempre più in profondità non è solo il dialogo tra individui,
ma anche quello tra culture e tradizioni. Al di là delle costruzioni della cultura e
della tradizione, scopriamo un unico mistero.
Forse ci troviamo di fronte a un paradosso: il linguaggio può aprire porte
conducendoci oltre il concetto di sé. Juan ha percepito se stesso come un canale
o un testimone:

Il linguaggio apre delle porte. Spesso basta che io colleghi i punti da chiarire e il gioco è fatto. Quando
faccio da canale a un’energia che mi suggerisce parole ed espressioni, le parole mi giungono in testa, in
mente, ma non le sento come mie. È come essere un messaggero, senza interferenze da parte dell’io. Lo
trovo molto appagante.

Senza interferenze da parte dell’io, la consapevolezza di Pausa, la calma


amorevolezza di Rilassa e la sconfinatezza di Apri pervadono le nostre parole.
Allora parlare non interferirà con il nostro dimorare nel flusso dell’emergere.
Parlare a partire da ciò che non è personale apre il varco all’esperienza collettiva.
Nella comeditazione può manifestarsi una certa coerenza generatrice di
conversazioni che vanno molto in profondità. Molti praticanti hanno riportato di
aver espresso o ascoltato la voce del gruppo, piuttosto che una moltitudine di
opinioni-persona separate. Quando diciamo la verità del momento, quella
soggettiva, incontriamo una verità intersoggettiva più estesa della minuscola
intersezione normalmente prevista dall’uso quotidiano delle parole.
Nell’incontro di Di’ la verità e Ascolta in profondità, il tra prende vita sotto
forma di esperienza condivisa. La comunicazione diviene contatto comunicativo.
Ascoltare e parlare nella compassione diventa un unico atto. Ci accompagniamo
a vicenda sull’orlo della vacuità; nel farlo ci incontriamo più pienamente in
questa esperienza umana.

La presenza è trasparente.
Quando sono presente, le parole sono trasparenti.
Quando sono trasparente, le parole hanno presenza.
Quando la presenza è trasparente, non c’è più «io sono».
16. Quando le linee-guida lavorano insieme

Pensare alle istruzioni meditative svela dettagli e distinzioni inaspettati. Una


pratica attenta rivelerà anche che nell’esperienza le diverse istruzioni
costituiscono un tutt’uno.

– Pausa è essenzialmente accettante (Rilassa), spaziosa (Apri), e dà luogo


all’impermanenza (Confida nell’emergere). Ricezione ed espressione (Ascolta in
profondità-Di’ la verità) derivano da essa.
– Rilassa produce una consapevolezza [mindfulness] semplice (Pausa) e
una consapevolezza [awareness] vasta se non addirittura sconfinata (Apri). Si
muove con facilità con l’evolversi dell’esperienza (Confida nell’emergere). La
parola fiorisce e viene ricevuta (Ascolta in profondità-Di’ la verità).
– Apri invita la mente a non distrarsi e alla vigilanza (Pausa) tranquilla
(Rilassa), e ad abbracciare l’emergere tutto, incluso l’ascoltare e parlare.
– In Confida nell’emergere la mente è pienamente presente (Pausa), non
oppone resistenza (Rilassa), non è ostacolata da confini fabbricati e non è
attaccata al concetto di sé (Apri). La mente che confida nell’emergere ascolta
con la leggerezza, l’agilità e la curiosità del non sapere e parla dal momento
presente.
– In Ascolta in profondità siamo consapevoli e pienamente presenti
(Pausa), stabili e profondamente ricettivi (Rilassa), permeabili a ricevere sia
l’esterno sia l’interno (Apri), e sempre pronti a stare sul filo del momento
presente (Confida nell’emergere), là dove il suono diviene udire, udire diviene
ascoltare e si produce il contatto.
– Di’ la verità rende necessario conoscere consapevolmente il momento di
esperienza (Pausa), saper sostare accettando ciò che sorge (Rilassa), ascoltare
internamente ed esternamente (Ascolta in profondità), aprire la coscienza per
condividere con altri (Apri), e arrendersi alla verità che emergerà nel momento
in cui parleremo (Confida nell’emergere).
L’interoperabilità di queste istruzioni meditative viene suggerita dal modo in
cui sono raggruppate: Pausa-Rilassa-Apri viene spesso proposta come un’unica
linea-guida, Confida nell’emergere come la seconda, e Ascolta in profondità-Di’
la verità come la terza. Le si potrebbe presentare tutte insieme come un’unica
istruzione, oppure come sei istruzioni distinte. Ciascun approccio metterebbe in
evidenza aspetti diversi e importanti della pratica. Considerarle come sei
istruzioni o linee-guida separate ci incoraggia a concentrarci su ciascuna per
approfondirne le sfumature. Pensarle come tre non solo ci aiuterebbe a
ricordarle, ma metterebbe anche in luce il flusso che connette Pausa, Rilassa e
Apri, la centralità del lasciare andare in Confida nell’emergere, e la reciprocità di
Ascolta in profondità e Di’ la verità. Le linee-guida mantengono una certa
armonia anche in coppia: Pausa e Rilassa costituiscono il nucleo meditativo fatto
di consapevolezza e concentrazione, Apri e Confida nell’emergere sono
l’estensione di questo stato mentale nel tempo e nello spazio, Ascolta in
profondità e Di’ la verità portano le qualità della pratica nell’interazione.
Considerare tutte le linee-guida come un’unica istruzione rivela la simultaneità
della meditazione, quel concorso di qualità che costituisce il tratto distintivo
della mente-cuore matura.
Memorizzare come sei elementi distinti le istruzioni meditative dell’Insight
Dialogue può sostenere decisamente la nostra pratica, soprattutto all’inizio, e
ogni volta che si rendono necessarie maggior energia o chiarezza. All’inizio ci
serve semplicemente il sostegno di determinate istruzioni per contrastare le
nostre abitudini di incontro interpersonale. Prese singolarmente, le linee-guida
sono più facili da trasferire nella pratica ordinaria quotidiana. Per esempio, non
sarebbe troppo difficile ricordare a noi stessi in qualunque momento di rilassare,
o di confidare nell’emergere in determinate situazioni. Quando il nostro impegno
si affievolisce, la mente è confusa, o il cuore è agitato, un focus specifico può
aiutarci a ritrovare lo stato meditativo. Per esempio, un focus specifico su Pausa
ci potrà aiutare a tirarci fuori dagli affanni di una mente concitata. Potrebbe non
essere il caso di espanderci nella spaziosità di Apri, perché il nostro stato di
distrazione rischierebbe di aumentare ancor più, impedendoci di essere presenti.
Una nota mentale, Pausa, può richiamare la lucidità della nostra pratica
precedente – personale e silenziosa oppure interpersonale e attiva – e trasformare
l’energia dell’agitazione in vigilanza. Se ciò non dovesse funzionare, potremmo
ricorrere a Confida nell’emergere, per cavalcare l’onda selvaggia dell’agitazione
facendone una base fresca e duttile per la chiara consapevolezza.
Quando sorgono gli attaccamenti emotivi – rabbia, paura, desiderio e simili –
trarremo beneficio dallo specifico suggerimento di calmare il corpo e di
incontrare dolore e attaccamento, nostri e altrui, con accettazione e amore.
Questo è Rilassa. Forse in quei momenti Ascolta in profondità ci aprirà al di là
delle ristrette configurazioni del concetto di sé, mentre apriremo il cuore per
ricevere le parole dette umanamente da chiunque stia praticando con noi. Forse
Confida nell’emergere, a qualsiasi livello di sottigliezza, porterà allo scoperto la
natura mutevole e insostanziale della reazione emotiva a cui ci siamo attaccati,
aprendo la strada a quel movimento trasformativo che è lasciare andare.
Se ci ritroviamo bloccati nella letargia, l’energia e il coinvolgimento insiti in
Pausa ci inviteranno di nuovo a una piena partecipazione. Forse Apri metterà in
luce il sostegno dei nostri compagni di pratica, e la loro presenza energetica ci
risveglierà dal torpore. Se la contemplazione evocata sarà abbastanza profonda,
l’energia selvaggia di Confida nell’emergere potrebbe farci uscire dal sonno,
svelarci la contingenza di tutte le cose, e forse addirittura scacciare la noia con la
spada della saggia insicurezza. L’esserci impegnati a dire la verità ci farà uscire
dalla stasi, invitandoci a offrire il dono della nostra verità momentanea al
gruppo, intento nell’ascolto dell’espressione di quel particolare istante. Se il
torpore permane, abbiamo a disposizione Rilassa, e nell’offrire a noi stessi
questa istruzione interna ci inviteremo ad accettare il torpore, rivelandone
l’intima natura di quieta e consapevole compostezza.
Si possono anche richiamare alla mente le diverse linee-guida come sostegno
a specifiche difficoltà nella nostra pratica o nel modo in cui incontriamo gli altri
nella vita.

– Ricordatevi di Pausa quando serve rallentare, lasciar cadere l’ignoranza,


vedere più a fondo o illuminare la mente.
– Ricordatevi di Rilassa nei momenti di stress, quando vi trovate a dover
affrontare verità che vi mettono in discussione, e per portare agio al corpo-
mente.
– Ricordatevi di Apri quando avete bisogno di uscire dalla pratica isolata, da
circoli viziosi, da contrazione e da schematismi egocentrici.
– Ricordatevi di Confida nell’emergere per richiamare un po’ di
energia, porre fine al dubbio, e darvi aiuto a cavalcare il momento.
– Ricordatevi di Ascolta in profondità per accrescere la ricettività,
intensificare l’inquiry e allargare il cuore.
– Ricordatevi di Di’ la verità per porre fine alla stasi, potenziare generosità
e coraggio, e per introdurre l’interazione meditativa.
Al cuore dell’Insight Dialogue troviamo il sempre più profondo supporto
reciproco di Pausa e Rilassa. La consapevolezza genera calma, e la calma
concentrata porta stabilità alla consapevolezza. Insieme le linee-guida ci fanno
sviluppare una sempre maggiore sottigliezza intuitiva. L’accrescersi della calma
aiuta a diventare più consapevoli di ciò che sta succedendo in qualsiasi
momento; accettare e rilasciare le tensioni presenti le fa diminuire, e viene
naturale mettere a fuoco il momento. L’entrare in equilibrio di consapevolezza e
tranquillità pervade tutte le altre linee-guida, sia che le adottiamo in particolari
contesti di gruppo sia che lo facciamo nella vita di tutti i giorni.
Perché si rivelino ulteriori qualità benefiche della pratica, le linee-guida
possono anche lavorare insieme in raggruppamenti di due o tre. Abbiamo già
esaminato il modo in cui Pausa e Rilassa si combinano per produrre una
consapevolezza chiara e amorevole. Combinando l’empatia resa possibile da
Ascolta in profondità con il distacco attimo per attimo di Confida nell’emergere,
ci ritroveremo con un elisir che ci permette di ricevere fino in fondo la storia di
un altro pur conoscendone la natura impermanente e insostanziale. Viviamo nel
paradosso che accosta il dolore umano a vuoto, compassione e saggezza. Se
combiniamo Pausa con Confida nell’emergere, la pratica ci condurrà sull’orlo di
un precipizio, dove sarà per noi sconvolgente realizzare quanta energia e vitalità
siano insite nell’essere pienamente risvegliati. La stessa combinazione stimola in
noi anche lo humor, nel farci vedere l’assurdità e l’agitazione della nostra
quotidiana follia. Insieme Apri e Confida nell’emergere condizionano l’essenza
dell’arrendersi, mentre Apri, Confida nell’emergere e Di’ la verità mostrano
l’essenza del coraggio interpersonale. La combinazione di Pausa, Confida
nell’emergere e Ascolta in profondità ci mette faccia a faccia con il mistero
vibrante delle cose; Rilassa, Confida nell’emergere e Ascolta in profondità ci
sprofondano nella vibrazione stessa. Rilassa, accostandosi ad Ascolta in
profondità, genera pazienza e ricettività; Rilassa insieme con Apri e Ascolta in
profondità ci decentra così radicalmente da sospingerci sul limitare
dell’altruismo e del vuoto.
Far entrare le linee-guida nella nostra vita può anche voler dire giocarci un
poco. Quali combinazioni ci toccano? Che cosa accade se pratichiamo Pausa e
Confida nell’emergere mentre siamo impegnati nello sport? O in un’accesa
conversazione? Qual è la differenza con l’abbinamento di Rilassa e Confida
nell’emergere? Sperimentando, impariamo che cosa ci favorisce in differenti
situazioni e stati d’animo. Forse finiremo per scoprire che le linee-guida si
manifestano tutte simultaneamente. E nel farlo sono tutte assorbite dalla
semplice verità dell’essere. Questa è la pratica: pienamente interattiva,
relazionale e reciprocamente impegnata. Allora non ci sono più richiami, né
segnali; solo presenza degli uni con gli altri. Ci siamo presi cura della
consapevolezza, che ora a sua volta si prende cura di noi. E se la consapevolezza
ogni tanto si eclissa, è solo parte dell’essere umani. Accettiamo la nostra umanità
con umiltà e amore, e ci apriamo al momento che viene subito dopo.
Se la pratica è matura, può anche non servire ingombrarsi la mente
ricordandoci di fare Pausa. Quando la tensione sorge, potrebbe non arrivare la
voce che suggerisce: «Rilassa». Potrebbe invece esserci il semplice movimento
condizionato in direzione dello scioglimento della tensione. La mutualità,
l’impermanenza e la libertà di parlare o meno sono riconosciute come naturali.
Le linee-guida sono lì se ci servono, ma non c’è attaccamento alla forma. Al di
sotto del frastuono di dolore e attaccamento siamo fermi nella consapevolezza.
In assenza di avido egocentrismo sorgono accettazione e amore. Se sciolto, il filo
tirato e ingarbugliato della piccineria dà accesso a una mente naturale,
sconfinata, che in tale estensione trova agio. Sono solo la nostra avidità e la
paura dell’imprevisto a trattenerci dall’arrenderci al fiorire del presente. Liberi
dai vincoli dell’offesa e dei costrutti del sé, non sarà difficile dar voce alla
saggezza e alla compassione che costituiscono la Verità. Il cuore privo di lacci,
la mente senza ostacoli: ascoltiamo ogni goccia di pioggia che sfiora e bagna la
terra che noi siamo.
17. Le contemplazioni

La contemplazione nell’Insight Dialogue

Ciò di cui parliamo conta. Ciò di cui parliamo è anche ciò a cui pensiamo, e
ciò a cui pensiamo è alla radice delle nostre azioni e orienta la nostra vita.
Parlare di cose che sono importanti soppesandole a fondo apre la porta della
trasformazione dei contenuti esistenti della mente-cuore. Le istruzioni-chiave
dell’Insight Dialogue sono Pausa-Rilassa-Apri, Confida nell’emergere, Ascolta
in profondità-Di’ la verità. Grazie a questa pratica la mente acquista sensibilità e
potenza. Introdurre un tema in questo ecosistema equivale a piantare un seme in
un fertile suolo tropicale. Non ci metterà molto a fiorire in una conversazione
carica di frutti. E se scegliamo con cura i temi, il potere della pratica verrà
amplificato. I temi sono le contemplazioni dell’Insight Dialogue, il timone che ci
permette di governare la rotta nell’oceano della mente condizionata.
Dal punto di vista operativo, una contemplazione dà ai praticanti di Insight
Dialogue qualcosa di cui parlare. La si introduce al gruppo appena riemerso
dalla pratica silenziosa, poco prima che entri in dialogo, e fornisce un argomento
alla meditazione parlata e ascoltata. Nella pratica informale i temi di
contemplazione esistono come riflessione di fondo sempre disponibile nel corso
della giornata, punto di riferimento che inclina la mente a pensieri benefici.
Invece in ritiro la contemplazione di solito viene indicata con chiarezza e la si
riprende di continuo. Ogni tanto però viene offerta in modo generale, con una
funzione più di suggestione che non direttiva. Una volta che la meditazione di
Insight Dialogue sia ben consolidata, può svilupparsi una pratica proficua anche
in assenza di qualsivoglia tema di contemplazione. Tuttavia nella maggior parte
delle situazioni di pratica le contemplazioni ci aiutano a raggiungere luoghi che
non scopriremmo mai, se a sospingerci fossero solo i venti dell’abitudine.
Quando, nel corso di un ritiro lungo, le contemplazioni si concentrano su un
insieme coerente di insegnamenti, possono avere un forte impatto sulle persone,
perché contribuiscono a decostruire le configurazioni di pensiero non salutari e
facilitano le intuizioni sull’esperienza umana.
Dopo che è stato introdotto il tema di contemplazione, lo manteniamo in
primo piano nella mente come pensiero, e vediamo quali immagini, sensazioni e
idee sorgono in risposta. Per esempio, invitati a contemplare la liberazione,
potremmo anche notare una certa avversione all’idea di «lasciare» attività o
persone che amiamo. Questo pensiero lo possiamo esprimere o meno a voce alta.
Poi però potrebbe venirci in mente un episodio di quando ci sentivamo
imprigionati in un rapporto e di quanto ne abbiamo vissuto come liberatoria la
fine. Possiamo dire questo in forma di verità del momento presente. E tutto ciò
magari attiva ricordi su quella o altre relazioni spostandoci dal tema proposto.
Notando il divagare della mente facciamo Pausa e, una volta rientrati
nell’adesso, sottoponiamo nuovamente «liberazione» alla mente conscia. Se il
tema della liberazione stimola in modo significativo e consapevole la
conversazione, seguiamo fin dove ci porta, mantenendo nella mente
«liberazione» con delicatezza, o persino dimenticandola del tutto fino a che non
riemergerà spontaneamente nel corso di una pausa prolungata. Forse scorgiamo
la mente liberata nel suo manifestarsi in quel preciso istante, come
consapevolezza che non si identifica con nessuno di quei pensieri. Ed è così che
il tema aiuta a orientare la conversazione, pur lasciando spazio alle sorprese che
l’emergere porta con sé.
La contemplazione diventa un campo in cui noi esseri condizionati ci
incontriamo, ci sentiamo ascoltati e ascoltiamo gli altri. È la fonte dei contenuti
che ci scambiamo, noi e i nostri simili, nel processo della conoscenza reciproca.
O, se preferite, le contemplazioni sono la moneta corrente della nostra generosa
condivisione. Via via che ci comunichiamo a vicenda i più intimi pensieri, ci
incontriamo a più riprese in ciò che è comune a tutti noi. Tutti sperimentiamo lo
stress, tutti siamo stati sorpresi dall’inaspettato, e tutti abitiamo un corpo che
invecchia. Nel corso di un ritiro in Australia Rachel ha fatto alcune osservazioni
struggenti al riguardo:

Sono una donna di mezza età che avverte i pro e i contro dell’invecchiamento. Lavoro in un programma per
malati cronici di cuore o polmoni. Capita che i nostri pazienti muoiano mentre sono ancora da noi. Ho
genitori anziani e sempre più fragili; faccio tesoro del tempo che abbiamo ancora a disposizione. Ecco
perché sono entrata nella contemplazione con materiale sufficiente a parlarne tre giorni di fila. All’inizio,
c’è così tanto che potrei dire che me ne sto perlopiù in silenzio. Ci fermiamo con il suono della campana.
Mi metto comoda, mi calmo, mi connetto alle sensazioni della schiena, e respiro. Subito dopo dichiaro la
mia paura di invecchiare – le perdite, l’imprevedibilità del processo stesso. Ernest dichiara paure molto
simili, e io sento di essere in compagnia, di non essere sola. La paura si placa. Ci fermiamo. Sprofondo in
me stessa, pur restando consapevole di Ernest. Parliamo lentamente, con lunghe pause che inframmezzano
il discorso. Mi sento sempre più ancorata nel momento presente. La malattia suscita più paura e terrore della
morte. Il semplice parlare e fare pausa fa sì che queste emozioni passino. Alla fine della pratica mi sento
profondamente connessa con Ernest, nel modo in cui l’intera umanità è connessa – perché viviamo un
processo naturale su cui abbiamo pochissimo controllo, ma attraverso il quale possiamo vivere pienamente,
nell’azione e nell’immobilità silenziosa. Un’esperienza in cui qualcosa mi è stato rivelato. Finisco la
sessione parlando dei temi che più dolorosamente mi coinvolgono nella mia vita attuale, sentendomi calma.

Nella storia di Rachel vediamo quell’attenuarsi dell’identificazione che


avviene quando ci si rende conto della non-unicità delle nostre esperienze; il
dolore che si prova è parte integrante della condizione umana. I ruoli, le disparità
di potere, le reciproche supposizioni – e le contemplazioni tutte – diventano
ovvie e rarefatte nella cruda verità dell’esperienza umana. In fondo, siamo
creature biologiche, nate in un corpo di carne con un ventre morbido e una
mente iperattiva. Tutti condividiamo il mistero della coscienza e di un cuore che
per sua natura è desto e saggio. Ed è indubbio che l’estensione di tale
comunanza risulti sempre più evidente a mano a mano che i vari temi rivelano
sfaccettature inedite dell’umanità condivisa.
Il tema di contemplazione diventa un punto di riferimento. Non viene
manipolato dalla prospettiva condizionata e mutevole di qualcuno. Accettando la
sfida lanciata dalle contemplazioni e praticando con rigore, diventa difficile
evitare le intuizioni a volte dolorose che esse innescano. Non sappiamo dove mai
ci porterà Confida nell’emergere; ma quando il punto di partenza è, per dire, il
tema del rimorso e della preoccupazione, il cammino può essere aspro e
accidentato. Una pratica meticolosa contrasta la natura ingannevole della mente;
e sventa i nostri innumerevoli tentativi di evitare le cose che appaiono strane o
che ci fanno soffrire.
Le contemplazioni forniscono un solido, anche se a volte impegnativo, punto
di riferimento nella ricerca della verità; aiutano a intensificare la concentrazione
e a mantenerla su ciò che conta. Perché nel contemplare l’invecchiamento, la
malattia e la morte potremmo scoprire di avere pochissimo controllo sui processi
vitali. Tale assenza di controllo è esattamente il genere di fatto che la mente
lavora attivamente per evitare. Capita che i meditanti siano infastiditi dalla
struttura delle contemplazioni; le percepiscono come artificiose e limitanti. Per
me sono state utili, se non necessarie, per ridurre le conversazioni dispersive e
guidare la mente più a fondo. Senza la profondità, la mente si limiterebbe a
evitare l’insicurezza che scaturisce dalla visione delle cose per quello che sono, e
cioè impermanenti, spesso dolorose, e prive dell’ancora costituita da un sé
stabile.
Sotto questo profilo, persistere con le contemplazioni è una forma di pratica
di ciò che il Buddha chiamava yoniso manasikhara, «attenzione saggia».
Diamo attenzione a ciò che conta e ritiriamo l’attenzione da ciò che è inutile o
non salutare. Dal punto di vista del Nobile Ottuplice Sentiero contemplare
l’esperienza attraverso la cornice degli insegnamenti di saggezza tradizionali
costituisce una pratica di Retta Visione. Pertanto l’Insight Dialogue si colloca
all’interno dell’elemento di saggezza del sentiero. Vale a dire che queste
contemplazioni, unitamente a moralità e tranquillità, ci aiutano a vedere le cose
così come sono.
Le contemplazioni si suddividono in due grandi categorie: tradizionali e
contemporanee. Le contemplazioni tradizionali che vengono offerte nella pratica
sono perlopiù riconducibili agli insegnamenti del buddhismo delle origini. In
esse sono compresi temi consolidati, come invecchiamento, malattia e morte;
impermanenza, sofferenza e impersonalità; desiderio, avversione e illusione; le
tre brame – di piacere, di essere e di evadere; gli stati mentali belli ed elevati
della gentilezza amorevole, della compassione, della gioia partecipe e
dell’equanimità; le qualità che ostacolano la nostra naturale gentilezza e
chiarezza, ossia lussuria, avversione, torpore e pigrizia, rimorso e
preoccupazione, dubbio; i fattori del risveglio della mente, tra cui
consapevolezza, investigazione, energia, gioia, tranquillità e così via. A volte mi
capita di introdurre versioni ibride delle contemplazioni tradizionali, come quella
sulle virtù personali di compassione, consapevolezza e concentrazione del
meditante stesso. Oppure propongo contemplazioni tratte da altre tradizioni
sapienziali, per esempio quella sulla gratitudine (che spesso è associata al
cristianesimo) o sul mistero del cambiamento così come si manifesta in natura
(ispirata alle tradizioni indigene).
Le contemplazioni contemporanee tendono a essere di natura psicologica e
pragmatica. Introducono temi del tipo: i ruoli e le identità nei vari aspetti della
vita; i giudizi che formuliamo su noi stessi e sugli altri; le opinioni, i punti di
vista, i presupposti e altre fabbricazioni della mente pensante. Simili
contemplazioni hanno spesso correlati nelle maggiori tradizioni religiose, ma
vengono elaborate in termini moderni. Un esempio su tutti è la contemplazione
sui giudizi, che si rifà ai fondamentali «avidità, avversione e illusione» del
pensiero buddhista. Le opinioni e i presupposti evidenziano i saṅkhāra,
«costruzioni mentali», uno degli aspetti più importanti della psicologia
buddhista. La rielaborazione moderna di tali contemplazioni riesce a innescare
intuizioni che hanno immediata e ovvia rilevanza per le nostre vite.
Un altro genere di tema contemporaneo è la contemplazione su misura.
Quando devo insegnare a una particolare collettività, per esempio terapeuti,
partner o membri di una comunità, a volte costruisco apposta un tema di
contemplazione che si adatta alle particolarità di quel gruppo. Nel caso dei
terapeuti magari li invito a concentrarsi sul loro ruolo di «professionisti
dell’aiuto», o sull’aspettativa, nutrita nei loro confronti, che abbiano tutte le
risposte e siano capaci di mettere a posto le cose. In una comunità, invito tutti a
riflettere sui valori o obiettivi della comunità. Non aspettiamoci però che tali
contemplazioni abbiano il potere di giungere a conclusioni o di risolvere i
problemi. Anzi, nell’utilizzare le contemplazioni su misura è richiesta una
particolare cautela, per scongiurare l’identificazione reattiva. Per sostenere la
pratica in questo senso si rafforza il nucleo meditativo – Pausa-Rilassa-Apri – al
fine di mostrare come siano costrutti mentali le nostre reazioni ai temi visti. È un
modo per riconoscere le reazioni nella veste fondamentale di attaccamento e
avversione. Osserviamo la mente attaccarsi e proliferare; vediamo le emozioni
dimostrare la verità dell’impermanenza. Per quanto le contemplazioni ci aiutino
ad approfondire la comprensione di tematiche ed emozioni, la pratica di Insight
Dialogue rimarrà centrata sull’opportunità di coltivare consapevolezza e calma, e
di lasciarsi andare al cambiamento in sé.
ESEMPI DI CONTEMPLAZIONI USATE NELL’INSIGHT DIALOGUE

Contemplazioni buddhiste tradizionali Altre contemplazioni

invecchiamento-malattia-morte nascita: corpo, genere, etnia

lussuria-rabbia-preoccupazione/rimorsosonnolenza/torpore-dubbio ruoli: pubblici, relazionali, interni

consapevolezza-investigazione-energiagioia-tranquillità-concentrazione- giudizi: altri, sé


equanimità

impermanenza-sofferenza-impersonalità punti di vista/presupposti

ignoranza/costruzioni-sensazione/desiderio/attaccamento comunità

avidità/odio/illusione natura

brame di piacere-di essere-di non essere libertà: politica, sociale, personale

insegnante-insegnamento-e chi lo riceve (Buddha-Dhamma-saṇgha) gratitudine

preziosità della vita umana perdono: società, altri, sé

vuoto gerarchia al lavoro, in famiglia, nella


società
società

costruzioni, ignoranza e libertà

Spesso le contemplazioni vengono proposte in raggruppamenti. Un gruppo di


pratica può dedicare un’intera seduta alla contemplazione delle tre caratteristiche
dell’esistenza: impermanenza, sofferenza e impersonalità. Per esempio, tenendo
a mente «impermanenza», si può prenderne in considerazione gli aspetti in
generale – relazioni, lavoro, meditazione, corpo fisico, natura o società –, anche
se si può dire qualunque cosa emerga come vera e significativa in quel momento.
Successivamente l’insegnante può invitare il gruppo a una contemplazione
ancora più generale sulla sofferenza, per proporre poi l’assenza di un io
controllante in qualunque aspetto della vita. Oppure un gruppo di meditanti può
concentrarsi anch’esso sull’impermanenza, ma l’insegnante o il facilitatore della
pratica parte da una contemplazione sull’impermanenza nella vita lavorativa,
prosegue con quella nella vita familiare e arriva a quella nelle emozioni. La
prima opzione permette di trattare argomenti più vasti; la seconda di esplorare in
modo più approfondito temi più ristretti.
Un singolo tema incisivo o un insieme coerente di contemplazioni possono
fare da Leitmotiv per un intero ritiro. Sebbene tutte le contemplazioni possano in
fondo essere incluse nel grande tema dell’esperienza umana condivisa, temi di
ritiro più specifici diventano opportunità per approfondire la conoscenza e
sperimentare direttamente potenti verità. Un esempio: un ritiro dedicato
all’esplorazione delle tre brame può includere una riflessione su come tali forze
ci motivino individualmente e nell’interazione reciproca; il modo in cui si
manifestano nelle diverse sfaccettature della vita pubblica, relazionale e
interiore; che cosa si sperimenta e come si agisce quando le brame non sono
all’opera. Ho visto ritiri di questo tipo produrre comprensione affinata e
liberazione emotiva, oltre ad avere un impatto duraturo sulla capacità delle
persone di sperimentare l’agio del non-attaccamento.
I ritiri multitematici possono inserirsi in un programma di meditazione di
consapevolezza più esaustivo. Come nel caso dei ritiri centrati sui diversi aspetti
della «coproduzione condizionata» (paṭicca samuppāda in pali), che
insegno da anni. Questo antico insegnamento descrive sottilmente nel dettaglio
come creiamo sofferenza a partire dall’ignoranza, momento dopo momento,
come ciò si estenda da una vita all’altra, e come si possa ottenere la libertà
interrompendo, o invertendo, il processo. Siamo di fronte all’essenza stessa degli
insegnamenti del Buddha su ignoranza, brama e libertà. Ho proposto ritiri sulla
maggior parte dei dodici anelli del ciclo di cause ed effetti della coproduzione
condizionata, tra cui le «costruzioni mentali» (saṅkhāra), la «mente-corpo» e
la dicotomia «soggetto-oggetto» (nāma-rūpa), la «brama» (taṇhā),
l’«attaccamento» (upādāna) e ovviamente la «sofferenza» (dukkha). Nel
complesso questi ritiri fanno vedere che le contemplazioni dell’Insight Dialogue
costituiscono a tutti gli effetti una potente pratica di saggezza, in grado di aprire
varchi tra la mente che pensa, le emozioni e, grazie al sostegno delle linee-guida
dell’Insight Dialogue, la comprensione intuitiva diretta.
Temi forti che, quando fondati sull’inquiry consapevole e senza vincoli,
mettono in discussione le nostre sicurezze e creano fiducia. Non intendo però la
comune fiducia basata sulla rassicurazione che non verremo aggrediti o
ingannati, bensì quella che deriva dalla consapevolezza di trovarci tutti sulla
stessa barca. Non è raro che gli psicologi che partecipano a un ritiro di Insight
Dialogue mostrino apprensione all’idea che i partecipanti vengano invitati a
discutere questioni delicate senza avere prima sviluppato un adeguato senso di
sicurezza. Tuttavia le nozioni ordinarie di sicurezza si basano sul presupposto
che le persone continueranno a identificarsi con le loro storie. Per contro,
l’essenza meditativa di questa pratica ci invita a osservare e rilasciare proprio
tale identificazione. Grazie al sostegno offerto da Pausa e Rilassa, persino la
maggior parte dei principianti riesce a far fronte alle contemplazioni più sfidanti
e a stabilire una pratica solida. Ma è pur vero che nessuno viene costretto a dire
qualcosa che non desidera rivelare. In tal modo le persone si incontrano con
pudore, rispetto e compassione.
Occorre scegliere con molta cura le contemplazioni. Potenzialmente hanno un
grande impatto, dal momento che sono offerte come oggetto di meditazione a
persone che la pratica di consapevolezza e tranquillità ha reso via via più
sensibili. Le contemplazioni tradizionali invecchiano bene; collaudate nel tempo,
hanno dimostrato di funzionare da via d’accesso alla comprensione intuitiva
profonda. Questo le rende scelte eccellenti, meno inclini a indurre fredda
speculazione o autoindulgenza emotiva. Nel contesto del ritiro, dove la
sensibilità a tali stimolazioni non di rado aumenta enormemente, abbiamo la
possibilità di discernere sfumature intuitive ancora più sottili riguardo ai temi
proposti. Ciò sfida in noi la compostezza di Pausa e Rilassa, rendendo arduo
Apri e Confida nell’emergere. Tuttavia impegno e pratica ci mettono in grado di
affrontare tali tematiche, come ha fatto Gigi nel contemplare l’insieme di ruoli
che assumeva nella vita:
Con l’evolversi dei processi, insieme con l’intuizione che io non sono le mie storie e neppure i miei ruoli,
sono sopraggiunte anche confusione e ansia, perché non sapevo più chi fossi. Tuttavia mi sono ricordato di
respirare, fare pausa, rilassare e stare con il processo stesso.

Se ci impegniamo a stare con la pratica in questo modo, non solo le


contemplazioni ci aiuteranno a rimanere in meditazione, ma in realtà non
faranno che approfondire in noi concentrazione e consapevolezza.
Questa attenzione approfondita a sua volta genera una comprensione della
contemplazione a un livello ancora più sottile – il che porta con sé ulteriore
intensità e profondità. Ed è così che le contemplazioni, oltre a offrire intuizioni
topiche, potenzieranno il nucleo puramente meditativo dell’Insight Dialogue.
Questo ci porta dritti sulla soglia della comprensione intuitiva profonda, come è
accaduto a Linda:

Le lacrime versate nel contemplare il mio ultimo respiro: erano lacrime di gioia, non di tristezza. Un luogo
speciale, carico di emozione, ma in cui non c’era identificazione. La sensazione di essere entrata in contatto
con la mia esperienza interiore più intensamente che non con la meditazione seduta.

Nel contemplare la propria morte attraverso la sicurezza rivelatrice


dell’Insight Dialogue, Linda ha offerto ai compagni di meditazione il suo cuore
non schermato, come a invitarli nella bellezza della vulnerabilità. Era un modo
gentile di insegnare ai compagni di pratica a non negare le emozioni né a
identificarsi con esse. In una futura sessione qualcun altro potrebbe ricambiare,
insegnandole la natura incessante dell’impermanenza, o piaceri e trappole del
desiderio.
Guidati dai temi di contemplazione, parliamo di questioni sostanziali;
un’opportunità più che rara, in un mondo dove si va di fretta e si tengono alte le
difese. Solitamente le conversazioni quotidiane si incentrano su preoccupazioni
di carattere concreto e questioni di rilevanza passeggera. Ma siamo sempre alla
ricerca di senso; confrontandoci in modo diretto su tematiche come l’amore e il
dubbio, diano nuova freschezza alla percezione di ciò che è possibile in
relazione.
I temi di contemplazione ci mettono a confronto anche con i limiti del
linguaggio e della mente pensante. Alla stregua di ciò che accade nella pratica
con i koan, la mente è sospinta al limite della coerenza da troppo lavoro, troppo
pensare, troppe parole. Le parole sembrano così insensate, e la mente cognitiva
esaurisce le energie. Numerosi meditanti mi hanno confidato: «Non riesco più a
pensare». Uno mi ha detto che si sentiva «vuoto, ma con addosso un senso di
benessere». Altri hanno toccato l’assurdità o lo sfinimento; spesso tacciono. E
questi sono momenti in cui la mente pensante si acquieta, sconfitta, e l’intuizione
ha lo spazio per manifestarsi.
Non sempre è necessario un tema. Quando le persone si stabilizzano appieno
nella pratica ed entrano in dialogo senza alcun argomento di contemplazione.
Confida nell’emergere ci invita a tuffarci a capofitto nelle costruzioni mentali del
momento. Seguiamo allora il Tao, per così dire, la pratica si apre come la vita;
possono accadere cose splendide. Concentrazione, agio e coraggio dei
partecipanti forniscono naturalmente quel rigore che prima era dato dalle
contemplazioni. E la fiducia, già sviluppatasi a partire dalla realizzazione
dell’esperienza umana condivisa, ora viene stabilita sulla base della mente del
non-attaccamento. Non c’è niente qui che possa essere ferito. Ora ogni tema,
ogni parola, ogni sguardo nutrono l’intuizione. Riposiamo assieme nel non
sapere che cosa sorgerà dopo. È sufficiente. Non c’è nulla da ottenere, nessun
luogo da raggiungere.
Persino quando la pratica è solida e stabile, contemplazioni scelte con
saggezza potenziano incommensurabilmente il potere trasformativo della
meditazione. I meditanti dimorano nel paradosso del tema corrente condizionato
e dell’assoluto meditativo. Ogni scintilla prodotta dal contatto dell’idea o
dell’emozione con la coscienza getta luce. Così, mentre le contemplazioni
illuminano il paesaggio marino, il mistero dell’oceano permane.

Esempi di contemplazioni
In questo paragrafo vengono presentati due esempi di contemplazioni
dell’Insight Dialogue, una contemporanea e una tradizionale, insieme con
l’abbozzo di un intero ritiro basato su un unico tema di Dhamma. Queste
contemplazioni abbreviate sono insegnamenti a tutti gli effetti, e sono qui incluse
per aiutare a illustrare la pratica. Possono anche servire da spunto per chi volesse
provare la pratica per proprio conto.
Primo esempio. I ruoli
Un ruolo è una nozione, un’idea della mente-cuore su chi sono io o chi sei tu.
Questa contemplazione contemporanea – che trova radici in molte
contemplazioni tradizionali – si applica a ruolo, identità, immagine pubblica e
immagine di sé; per farla breve, a qualunque costrutto mentale collegato alla
definizione di noi stessi o degli altri. Sono spesso necessari, come nel caso dei
ruoli complementari di genitore e figlio. Senza tali schemi, è abbastanza arduo
navigare nelle complesse situazioni sociali di cui è composta la vita della
maggior parte di noi. In genere abitiamo questi ruoli identificandoci con essi – io
abito i miei ruoli in quanto «me stesso» – e questo determina gran parte di come
ci sentiamo, pensiamo, agiamo. Allo stesso modo in cui assumiamo ruoli per noi
stessi, li proiettiamo sugli altri. Capita spesso che entriamo in rapporto con gli
altri da ruolo a ruolo, piuttosto che in modo fresco e presente.
Esistono molti tipi di nozioni che costruiscono l’identità, alcune necessarie,
altre problematiche. Possiamo farci definire dalla nostra realtà biologica e da
tutto il bagaglio che viene associato a essa: uomo, donna, caucasico, asiatico,
africano, dislessico, paraplegico, biondo, genio, brevilineo. Possiamo farci
definire dai nostri ruoli funzionali: capo, impiegato, madre, giardiniere,
donatore. Possiamo farci definire dai nostri sistemi di credenze: cristiano,
capitalista fautore del libero mercato, scienziato, filantropo. O dal nostro status
in rapporto ad altri: più giovane, più intelligente, più sexy, più povero, più forte,
più bisognoso. O ancora a partire dalle dinamiche espresse dalla relazione: punto
di riferimento, facilitatore, maneggione, palla al piede, amico, nemico, allievo,
guida. Possiamo anche identificarci in termini di immagini più ampie,
individualmente o nella relazione: spirituale, bisognoso, potente. Nella vita
ricopriamo più di un ruolo, e molti di essi si sovrappongono, per esempio:
amante, capofamiglia, comico, cliente, tutore, moglie; o ancora datore di lavoro,
simpatizzante, saggio, figura paterna. Le nozioni e combinazioni a disposizione
sono innumerevoli.
La contemplazione sui ruoli, come la maggior parte delle altre, è abbastanza
semplice.

I ruoli nella vita operativa:


Per cominciare vi invito a sedere in silenzio, prendere consapevolezza del
corpo e semplicemente riposare, con agio, in tale consapevolezza. Iniziamo
dal volto pubblico. Contempleremo i ruoli che abitate al lavoro, nella vita
sociale attiva o di volontariato, o come membri di una comunità. Di quali
titoli e qualifiche siete in possesso, e quanto profondamente vi identificate
con essi? Quanti ruoli sono stratificati all’interno dei vostri ruoli operativi?
Per esempio, da venditori, siete anche intrattenitori oppure capri espiatori?
Mentre pensate alle cose che fate e alle relazioni che intrattenete nel mondo in
generale, come vi vedono gli altri? Dov’è che minimizzate o ingigantite le
vostre capacità o funzioni? Quali ruoli imponete agli altri? Vedete le persone
in modo fresco o innanzi tutto per come contribuiscono ai ruoli da voi
sostenuti? Quando parlate, osservate la tendenza ad abitare la storia che vi
siete costruiti da soli, e quella che gli altri hanno costruito per voi. Com’è,
adesso, uscire da quella storia in Pausa, accettare le tensioni che scoprite nel
fare Rilassa e Apri oltre la vostra autocentratura – e non ritrovarvi più nel
ruolo in questo momento?
I ruoli nella vita di relazione:
Ora estendete questa contemplazione alla vostra vita personale, relazionale.
Per il semplice fatto di essere nati, ricopriamo ruoli in rapporto ad altre
persone. Vi invito a contemplare quali ruoli assumete in famiglia: fratello,
madre, pacificatore, pragmatico. Quali ruoli assumete con gli amici:
l’affabulatore, quello che ascolta, il generoso, il flemmatico o l’inaffidabile?
Come ci si sente a vivere i molti ruoli che ci addossiamo nelle relazioni
intime: il comprensivo, il saggio, il buffone, l’eternamente arrabbiato? O il
punto di riferimento, il pacificatore? Esiste relazione al di fuori di questi
ruoli? Prendete il tempo che serve per fare pausa e uscire da storie, sensazioni
corporee e tensioni associate con questi ruoli. Fate pausa persino per uscire
dalla gioia. Andate a vedere come entrate in un personaggio e lo interpretate,
anche solo la sottile intima «maschera» del «maschio» o della «femmina» nel
rapporto. Potreste anche esplorare se esiste possibilità di scelta al di là di ciò.
Il ruolo del sé:
E ora si arriva al ruolo che sta dietro a tutti i ruoli: il ruolo del sé. In questo
istante di pratica meditativa avete l’opportunità di osservarvi mentre
cominciate a parlare. Quale sé sta parlando? Fino a che punto abitate il ruolo
di «me stesso»? Com’è essere quel «me stesso»? E mentre ascoltate, state
forse ascoltando attraverso un filtro di condizionamento? Si tratta forse di un
sé? Vi invito a prendervi tempo nella pratica per parlare dal silenzio e per
ascoltare in profondità. Che cosa resta se uscite dai ruoli, anche solo per un
istante? Se la mente cade in Pausa, deve proprio appoggiare su un’identità
perché voi possiate rapportarvi con il compagno o i compagni di
meditazione? Nel mutevole momento presente di Confida nell’emergere
esiste un ruolo o qualcuno che possa credere in esso?
Quest’ultima contemplazione mette in chiaro che l’identità definitiva, il ruolo
che sta dietro a tutti i ruoli, è il sé. E questo sé, che parrebbe generare i nostri
pensieri vaganti o essere il beneficiario delle nostre intuizioni, prende vita non
appena ci ritroviamo con un altro. Possiamo esistere senza questa identità?
Possiamo esistere in relazione con un altro senza questa identità? È possibile
comunicare con un altro senza di essa? Il personaggio/maschera è la forma e la
sostanza dell’individuo nel mondo. Nella pratica meditativa individuale il
costrutto del sé è la chiave di volta che sostiene l’arco dell’identificazione. Nella
meditazione interpersonale, il personaggio/maschera è quello del sé in rapporto
con l’altro, ed è questo il costrutto-chiave di volta, quello che permette la
relazione identificata. Questa forma – il personaggio, la persona che si relaziona
– è vuota; è solo un costrutto. Ma senza di essa, chi si relaziona? O meglio: è
possibile che ci sia relazione? Chi parla? Se la forma/persona è vuota, ma c’è pur
sempre il parlare, allora il vuoto deve per forza essere anche forma, forma in
relazione. Qual è la differenza? Ci prendiamo una libertà con il Sutra del
cuore, che recita: «Forma è vuoto, vuoto è forma»,1 per dire, per esperienza,
che «Persona è vuoto, vuoto è persona».
Secondo esempio. Virtù già manifestate: compassione, consapevolezza e calma
Prestare attenzione alle qualità che si sono già manifestate nella mente tende
ad accrescerle. È vero per qualità ostiche come l’agitazione e il dubbio, e lo è per
qualità salutari come la gentilezza e la concentrazione. Oltre a insegnare che
qualità specifiche, come la concentrazione, si accrescono se ce ne prendiamo
cura, il Buddha consigliò anche di prestare attenzione alle nostre virtù in
generale:

E ancora, quando ti ricordi delle tue proprie virtù: «[Sono] salde, senza crepe ... Ogni momento quando un
discepolo delle nobili persone [praticanti del Dharma] si ricorda la virtù … la sua mente non è posseduta
dalla concupiscenza ... dall’avversione [o] dall’illusione. La sua mente è retta, si fonda sulla virtù. E il
discepolo delle nobili persone ne trae un senso dello scopo, ne trae un senso dal Dhamma, ottiene gioia ...
e la mente diventa concentrata».2

La contemplazione in sé è piuttosto semplice. Qui offro una contemplazione


ibrida di compassione, consapevolezza e concentrazione. In termini buddhisti
formali, la compassione è una delle «dimore sublimi» o «incommensurabili»,
così chiamate perché si estendono senza limiti a tutti gli esseri. Consapevolezza
e concentrazione sono due tra i «fattori di illuminazione», ma anche fattori del
Nobile Ottuplice Sentiero. Insomma, tutte e tre le componenti di questa
contemplazione sono qualità centrali e tenute in gran conto in tutte le scuole del
buddhismo.
Compassione:
Seduti in silenzio, consapevoli del vostro corpo, vi invito a cominciare
rilassandovi in tale consapevolezza. Semplicemente tornate a casa nel
momento. Mi piacerebbe invitarvi a contemplare la virtù già manifestatasi
della compassione. Prendete in considerazione dove nella vostra vita emerge
naturalmente la cura per gli altri. Il cuore vibra quando vedete una persona
anziana scendere a fatica da un marciapiede? Vi sentite solidali nei confronti
della sofferenza dei bambini malnutriti, in Africa o dall’altro lato della strada?
Provate compassione per il dolore fisico dei vostri genitori o per quello
emotivo di vostro fratello o vostra sorella? Dite questa verità
consapevolmente.
Molti di noi sono riluttanti a riconoscere le proprie virtù. In questa pratica, per
favore non distogliete lo sguardo dalla vostra bontà, dal vostro cuore
premuroso. La compassione è già lì. Forse la troverete nel modo in cui
interagite con gli animali o nella tristezza che provate quando guardate il
telegiornale della sera. Potete sentire la compassione anche ora,
semplicemente guardando le persone con cui vi trovate o pensando a un
familiare in crisi. Identificate e riconoscete la delicatezza e la disponibilità del
vostro cuore. Nel fare Pausa, scoprite la verità del momento. Dite la verità di
tale compassione. Dite la verità che vi si rivela nel corpo. E allo stesso modo,
come dono fatto ai vostri compagni di pratica, rimandate loro indietro come
se foste uno specchio la compassione che vedete manifestarsi in loro.
Osservate e onorate la loro compassione, e nel farlo, notate il bene sorgervi
nel cuore.
Consapevolezza:
Prima di continuare questa contemplazione, prendiamoci il tempo di
ricentrarci in silenzio. Non c’è fretta. Seduti quietamente, notate com’è facile
essere consapevoli del vostro corpo seduto, qui? Potete con facilità sentirvi le
mani che si toccano? Vi invito a osservate quando siete consapevoli. È molto
semplice. Non andata alla ricerca di una qualche consapevolezza penetrante,
basta la semplicità della presenza mentale. E adesso notate sensazioni? Notate
i vostri pensieri o stati d’animo? Com’è? Com’è la consapevolezza? Quali
qualità della mente si associano alla consapevolezza? Leggerezza? Chiarezza?
Flessibilità? Prestate un po’ di attenzione a queste qualità. Notate com’è
essere consapevoli della consapevolezza. I pensieri non sono nemici, sono
soltanto tracce dell’essere vivi che sorgono naturalmente. Non c’è bisogno di
trattenerne nessuno; sorgono e passano. Com’è il semplice conoscere questo
sorgere e passare?
Entrando in dialogo, notate questa qualità della consapevolezza nel momento:
stabile, leggera, vigile. Date voce a ciò che percepite. Se la mente emette
pensiero abituale e poi, in Pausa, ritornate osservando che eravate altrove,
osservate l’osservare. Dite la verità su questo osservare. Può diventare un
dono fatto ai compagni di meditazione. State indicando la vostra stessa
consapevolezza, e ciò ricorderà loro di osservare la propria consapevolezza.
E, importante, quando uno dei vostri partner fa un’osservazione che nasce
dalla consapevolezza, riconoscete la sua consapevolezza, riflettendogliela
indietro. Ascoltate in profondità, e notate che questa è la vostra
consapevolezza all’opera. Lasciate che si avvii un ciclo virtuoso di attenzione
e incremento di ciò che è già sorto, la qualità della consapevolezza che si
manifesta naturalmente.
Concentrazione:
Molti di noi sanno riconoscere l’operosità della propria mente, e non pensano
a se stessi come concentrati. In questa contemplazione vorrei invitarvi a fare
attenzione specificamente e intenzionalmente ai segnali della mente già
concentrata. Chiedetevi: «Il mio corpo è rilassato?». Non curatevi delle parti
del corpo che potrebbero essere tese; esplorate e contemplate nello specifico
l’agio che ritrovate nel corpo-mente. Forse proprio ora state prestando
attenzione a un’unica cosa, per esempio alcune parole e sensazioni. Notate la
gentile concentrazione insita in ciò. Lasciando cadere tutti i presupposti circa
il vostro livello di calma, tutte le critiche riguardo al vostro stato mentale, vi
invito a prestare attenzione all’agio e alla stabilità che si manifestano proprio
ora. Questo è ciò di cui parleremo, ciò a cui daremo voce nel momento di
esperienza. Notate come, quando qualcuno parla, voi prestate attenzione a
quello che sta dicendo. Ecco la mente centrata, che resta attenta a queste
parole, a questa persona. Notate la stabilità. Notate l’agio che si rivela quando
vi rilassate in Pausa. Questa è la manifestazione della tranquillità che avete
già coltivato.
Questa particolare contemplazione tende a generare un dialogo pieno di
intervalli di silenzio. Osservate l’agio con cui accettate e riposate in tali
intervalli. Osservate lo stesso anche nei vostri partner. Osservate e date voce
alle sensazioni associate a un corpo calmo, stabile. Nel farlo lasciate che la
calma non venga interrotta. Notate l’accrescersi della concentrazione quando
vi prestate attenzione. Offrite generosamente ai partner il dono delle parole
dette a partire dal centro silenzioso e immobile. Lasciate che i silenzi
risuonino di quiete. La coscienza naturalmente si unifica.
Queste contemplazioni su qualità salutari operano a molti livelli. Come
insegnò il Buddha, i fattori salutari si accrescono sulla base dell’attenzione che si
presta loro. Questa dinamica essenziale viene poi amplificata dal potere della
pratica di gruppo, in cui le persone si sostengono a vicenda a restare connesse al
tema, notano il mutare delle sfumature e si incoraggiano vicendevolmente.
Quando ci si offre l’un l’altro semplice gentilezza ed apprezzamento, crescono i
sentimenti di affiliazione e intimità. I meditanti diventano capaci di lasciarsi alle
spalle l’autocritica e di offrirsi buona volontà, fiducia e incoraggiamento. La
contemplazione dialogica degli stati salutari già sorti si trasforma in una pratica
potente e piena di gioia.

Il ritiro a tema: «saṅkhāra»-costruzioni


Le contemplazioni non vengono solo usate indipendentemente l’una
dall’altra; si può dedicare un ritiro intero a una esplorazione approfondita di un
qualche aspetto dell’esperienza umana. Per esempio, nel corso di un ritiro lungo
una settimana si può introdurre una sequenza di argomenti basati sull’idea di
saṅkhāra, «costruzioni mentali, predisposizioni». Per prevenire il rischio di
una pratica intellettualizzata o disincarnata, in tali ritiri si mette una cura
particolare nell’invitare i meditanti a ricentrarsi nel corpo e nelle sensazioni, a
dire la verità dell’esperienza che vivono nel presente.
Il corpo e la mente non smettono mai di fiorire nel momento, che si costruisce
a partire da ciò che è venuto prima. Saṅkhāra si riferisce a questo processo di
costruzione momento per momento, e anche alla complessiva tonalità di vita, o
edificio karmico, che risulta dal processo di costruzione: la personalità, i ricordi,
e così via. La contemplazione dei saṅkhāra, intrapresa con l’occhio acuto
della meditazione e aiutata dal potere dell’inquiry reciproca, rivela crudamente
sia il processo sia i risultati di tale processo di costruzione. Si comincia dal corpo
per poi passare ai vari aspetti del concetto di sé e del sé nella società, e poi si
arriva alle qualità della mente-cuore che costruisce e viene costruita.
Per esempio, un ritiro può prendere avvio contemplando come il corpo sia
costruito dai geni e dal cibo, e condizionato dalle azioni che si intraprendono. A
partire da queste considerazioni il gruppo può proseguire e vedere come
l’esperienza di genere vissuta si costruisca al di sopra del sesso biologico, come
l’immagine del corpo si costruisca con la materia prima del tipo di corporatura, e
come l’appartenenza etnica sia fabbricata a partire da razza e cultura.
Un’ulteriore esplorazione può muovere da gran parte delle riflessioni fatte sotto
la voce dei ruoli: l’esperienza del meditante a proposito della persona costruita al
lavoro, in famiglia e nelle relazioni intime. Anche la personalità, i carattere e le
opinioni che ci costruiamo vengono prese in considerazione alla luce di
istruzione, religione e patrimonio.
Il ritiro può poi passare ad altri raggruppamenti tematici collegati ai
saṅkhāra, tra cui l’esperienza personale di vivere con i costrutti sociali, come i
marchi commerciali, le celebrità, il patriottismo e le comunità e credenze
religiose. Si possono anche esaminare i modi in cui cosmetici, moda e altri
prodotti commerciali accrescono questo sé fabbricato. Nel frattempo si sta anche
osservando la mente costruttrice al lavoro, e la chiara consapevolezza che resta
in equilibrio nel corso del processo.
E a partire da qui un gruppo può contemplare il modo in cui viene costruito
un intero stile di vita volto a fissare questi schemi, o al contrario come costruirne
uno che tenda alla liberazione. Possiamo a questo punto contemplare anche le
nozioni, che abbiamo accumulato, di Maestro – qui in ritiro oppure guardando a
figure storiche come il Buddha o Gesù –, gli insegnamenti e i punti di vista che
ispirano le nostre vite, e il cammino che ci sembra di aver intrapreso.
Parallelamente allo stabilizzarsi della mente nella pratica, i meditanti sono
invitati a guardare da vicino i costrutti associati alle loro paure e quelli associati
agli «impedimenti» di cui parla la tradizione buddhista, ossia lussuria, rabbia,
preoccupazione e rimorso, torpore e dubbio. Allo stesso modo, possiamo
incontrare i costrutti associati alle tre brame. Ciò può rivelare come siano le
brame a guidare la mente che costruisce e come intorno alla gestione delle brame
venga costruita la personalità. Per tutto il corso del ritiro vediamo in diretta il
costruirsi e dissolversi di ciascun momento di pensiero, e le tracce lasciate da
tutto ciò nello stato d’animo e, in ultima istanza, nel carattere. Si può costruire
uno stile di vita appositamente per mantenere intatti questi schemi di
comportamento, oppure per liberarcene.
Questo genere di ritiro può condurci a esplorare come noi costruiamo sia il
salutare sia il non salutare. Si dà forma a immagini mentali e caratteristiche di
personalità associate a generosità e gentilezza, e si mettono a punto abitudini che
sostengano consapevolezza e tranquillità, dalla meditazione alle passeggiate nei
parchi. Si esplorano le qualità salutari già emerse e i modi per contribuire a
rafforzarle. Per finire, si contemplano tre modalità salutari di rapportarci con il
dato di fatto costituito dalla mente-corpo che costruisce: edifichiamo costrutti
salutari; decostruiamo quelli non salutari grazie a meditazione e contemplazione;
diventiamo semplicemente consapevoli del processo e dei prodotti delle nostre
fabbricazioni e le incontriamo con accettazione. Nel tempo, l’amorevole
consapevolezza, senza bisogno di allontanamenti o di avversione, scioglie i
vecchi costrutti e districa i nodi del cuore. Il processo può essere lento, ma è
costante – e funziona.
Alla fine di una settimana di ritiro la maggior parte dei partecipanti avranno
guadagnato un po’ di esperienza diretta e di comprensione intuitiva di questo
cruciale insegnamento del Buddha. Ma più ancora, avranno visto e rilasciato
numerosi costrutti non salutari, riconosciuto la natura fondamentalmente dedita
alle fabbricazioni del corpo-mente, e in un certo modo avranno aperto il cuore ad
attimi di non-costruzione.
18. Forme di pratica

Quattro forme di pratica, una serie di istruzioni

Le istruzioni meditative e le contemplazioni dell’Insight Dialogue si possono


usare per supportare la pratica di ritiro, la pratica di gruppo inserita nei ritmi
ordinari della vita, e la pratica di meditazione on-line. Possiamo richiamare alla
mente queste istruzioni e contemplazioni anche nel corso della vita di tutti i
giorni, perché ci aiutino a essere più vigili, pacifici e gentili quando siamo in
relazione con altri. Le istruzioni meditative restano le medesime in tutte e quattro
le forme di pratica. Molti trovano utile richamarle alla mente quando stanno
imparando oppure desiderano riorientarsi con la pratica.
All’inizio ricordare intenzionalmente le istruzioni meditative può far sentire
un po’ a disagio, mentre si è coinvolti con altre persone. Aggiungere un tema di
contemplazione alla consapevolezza del corpo proprio e dei compagni di
meditazione potrebbe avere l’effetto di aumentare la confusione; ma con la
pratica arrivano anche agio e facilità. Le linee-guida diventano silenti, senza
parole. Invece di pensare «Apri», non facciamo che espandere la
consapevolezza; piuttosto che pensare «Confida nell’emergere», ci
abbandoniamo all’esperienza effettiva di impermanenza e contingenza. Il tema
di contemplazione definisce tono e direzione dell’esplorazione condivisa, per
sostenere la quale è sufficiente appena un po’ di cognizione.
Come tutte le cose, la pratica è mutevole: a volte sarà facile e naturale; altre
volte per rinfrescare o intensificare la pratica sarà necessario richiamare alla
mente un’istruzione meditativa. Nel tempo la pratica individuale si
approfondisce. Linee-guida e contemplazioni lavorano insieme, e il crescere
progressivo di coinvolgimento, impegno e abilità della comunità di praticanti fa
sì che tutti vadano più in profondità, come un branco di balene che si immergono
all’unisono.
Le quattro forme di pratica – ritiri, gruppi su base periodica, pratica on-line e
pratica inserita nella vita quotidiana – si rafforzano a vicenda. La pratica di
Insight Dialogue incorporata nella vita aiuta ad arrivare ai ritiri e ai gruppi più
calmi e presenti a noi stessi, ma anche più pronti ad accostarci alle linee-guida. I
gruppi su base periodica, on-line o dal vivo, rinvigoriscono la pratica nella vita e
offrono opportunità per esplorare più a fondo le sottigliezze della pratica. La
pratica in ritiro, dove si ha la possibilità di meditare in modo esteso e
continuativo, svela nuove possibilità per la vita. Nell’insieme tali forme di
pratica indicano la via per una vita sempre più piena di chiarezza e attenta
sollecitudine.

Il ritiro di Insight Dialogue


Un ritiro di meditazione di Insight Dialogue non è troppo diverso da altre
forme di ritiro; può durare da un giorno a più di una settimana. Ai partecipanti si
chiede di lasciarsi alle spalle lavoro, cellulari e libri, oltre a invitarli a «mettere
da parte bramosia e scontento nei riguardi del mondo».1
I ritiri di Insight Dialogue sono un po’ come l’opposto della vita: si sta
sempre in silenzio tranne quando si medita. I pasti e i periodi di riposo
trascorrono in silenzio, e ciascun pasto e pausa vengono seguiti da meditazione
silenziosa tradizionale. Il silenzio è essenziale per più di una ragione. Le
interazioni sociali casuali fanno da capsula di Petri proprio a quegli schemi
abituali di discorso che nell’Insight Dialogue si impara ad abbandonare. Il
silenzio contribuisce anche a favorire nella mente la calma concentrata. Dal
momento che si pratica una meditazione interattiva, nel contesto di un ritiro di
meditazione interpersonale il parlare in modo incurante e altre distrazioni
avranno un impatto sugli altri meditanti. Si tratta di una pratica realmente
condivisa, ecco perché si mantengono consapevolezza e tranquillità a sostegno e
beneficio di tutti.
In un ritiro di Insight Dialogue, come accade in un ritiro tradizionale, la
pratica è sostanzialmente continua. Dalla pratica silenziosa del primo mattino
fino alle sessioni mattutine, pomeridiane e serali di meditazione relazionale, i
giorni trascorrono coltivando una ininterrotta consapevolezza. Orientiamo il
cuore in direzione della calma; ci sostengono l’ambiente del centro di ritiro e i
nostri compagni di meditazione. Le giornate di ritiro sono lunghe e immersive.
Le serate si chiudono con una meditazione di gentilezza amorevole prima che
ciascun partecipante raggiunga in silenzio la sua stanza per il sonno notturno.
Con tanta cura, la pratica matura adeguatamente.
La maggior parte delle sessioni di meditazione di Insight Dialogue
cominciano con la meditazione individuale silenziosa, solitamente fondata sulla
consapevolezza corporea. Vengono poi offerte istruzioni, e si invitano le persone
a distribuirsi in gruppi. Nella fase iniziale del ritiro la maggior parte dei gruppi
sono diadi-coppie, che si allargano nel corso del ritiro fino a gruppi di tre o
quattro, o all’intero consesso. Persino il processo di autoselezione in gruppi può
essere rivelatore. I meditanti si chiedono spesso: «Meglio se scelgo io qualcuno
o invece aspetto di essere scelto? E se chi scelgo poi mi dice di no?».
Con il proseguire del ritiro, i raggruppamenti cambiano quasi a ogni sessione.
Ciò può creare ulteriori sollecitazioni: per esempio, può generarsi del disagio
quando, dopo che si è istaurato un rapporto di fiducia con persone diverse,
occorre lasciare andare tali relazioni e passare oltre. All’inizio del ritiro i
frequenti cambi di partner nei dialoghi meditativi offrono la preziosa opportunità
di riconoscere le brame sottese alle sensazioni di disagio, e di essere testimoni in
diretta della costruzione da parte del cuore di ciò che chiamiamo «familiarità».
In assenza di familiarità, siamo invitati alla chiara consapevolezza del nostro
condizionamento sociale. Per Katherine, in ritiro in Nuova Zelanda, la cosa si è
rivela piuttosto impegnativa:

Ho trovato difficile praticare le contemplazioni in piccoli gruppi, perché non mi sentivo del tutto a mio agio,
non sapendo quando prendere la parola o se dovevo essere io la prima a parlare. Ho scoperto di detestare
l’imbarazzo; mi riportava alla memoria cose dell’infanzia, di quando noi bambini non ci sentivamo liberi di
parlare in presenza degli adulti.

Se Katherine ha provato imbarazzo, l’esperienza di Bjorn con persone che


non conosceva è stata invece di tono diverso:

Era più facile ritrovarsi con stranieri, perché non c’erano strutture mentali o emotive e storiche da cui
guardare e ascoltare. Il mio partner ha saputo essere pienamente e puntualmente presente a ciò che
esprimevo. Io con lui ho fatto lo stesso.

Nelle fasi iniziali del ritiro cerco di trarre vantaggio da questa mancanza di
«struttura storica». Suggerisco ai meditanti di praticare con persone che non
conoscono, per trarre beneficio dalla freschezza menzionata da Bjorn. In fin dei
conti, conoscere qualcuno significa avere costruzioni mentali su quella persona.
Ecco perché nella maggioranza dei casi risulta più facile instaurare una pratica
meditativa con chi non conosciamo.
La libertà dalle strutture storiche include anche la struttura storica che
chiamiamo il sé. Lo si comprende ogniqualvolta entriamo in Pausa e osserviamo
la mente abitudinaria lottare per mantenere le proprie caratteristiche consolidate.
In quel momento la mente è chiamata ad adattarsi, ad aprire di più. I gruppi di
dimensioni diverse fanno da «bersaglio in movimento», il che rende più difficile
riadattare e ristabilire le costruzioni del sé. Cambiare la dimensione del gruppo
ci aiuta a lasciare andare le costruzioni e fornisce dunque un’opportunità di
crescita. Non sempre è facile, come sottolinea un meditante:

Riesco a praticare Apri e sentire intimità con una singola persona, non con un gruppo più ampio. È una
questione di contatto visivo; non riesco a guardare negli occhi tante persone insieme.

Per alcuni la meditazione faccia a faccia è facile, anzi apprezzano di potersi


incontrare al di fuori delle norme alienanti dell’attuale società. Altri invece fanno
fatica a mantenersi calmi e intensamente consapevoli insieme con un’altra
persona. Trovano che sia troppo intimo. E ritornano le solite domande: «Chi
devo guardare?», «Dove dirigere l’attenzione?».
Alle domande su come praticare con più di una persona, dove guardare,
risponde Apri. Grazie a questa linea-guida allarghiamo il campo dell’attenzione.
Un po’ come avessimo occhi distribuiti su tutta la superficie del corpo. Anche se
lo sguardo si dirige in una direzione precisa, la consapevolezza è vasta. La
consapevolezza che si apre agli altri viene appresa nel corso del ritiro, a mano a
mano che la dimensione dei gruppi aumenta. Come ha osservato un meditante,
l’energia e la chiarezza di pratica nei piccoli gruppi viene «spalmata» sul gruppo
allargato.
A volte però i gruppi più ampi risvegliano configurazioni abitudinarie che è
probabile non emergano nei gruppi ridotti. In genere chi brama essere visto si
sente spinto a parlare e a essere ascoltato da un uditorio più vasto del solito.
Coloro che invece bramano l’invisibilità spesso nei gruppi più grandi sentono
ancora più forte l’impulso a ritrarsi, hanno paura di parlare.
In ogni caso è sempre più facile nascondersi nei gruppi allargati, e lasciarsi
sospingere dall’energia dell’insieme. Può essere un beneficio, ma anche indurre
pigrizia, come è accaduto a Shawn:

Ho avvertito una netta dicotomia tra il dialogo in diade e il gruppo allargato. Nella diade il mio impegno nel
processo era forte, come pure la connessione con gli altri. Ma nel gruppo più grande mi accontentavo di
lasciare che fosse «l’insegnante» a fare il lavoro, così potevo dar corso all’agitazione mentale, cosa che mi
ha separato da tutti gli altri.

Tuttavia in ritiro l’insegnante designato non è che una delle fonti di


apprendimento. La pratica viene portata avanti anche dagli insegnamenti
tradizionali, dagli altri meditanti e dal cosiddetto «maestro interiore». La
situazione ci sfida a incontrare e onorare questa facoltà presente in ciascuno di
noi:

Hai detto qualcosa del genere: «E ora stai aspettando che sia io a dirti che cosa fare, non è vero?». Ho
sentito spuntare tutte le mie convinzioni e aspettative sui maestri. Stavi cercando di dirmi ciò che non avevo
voglia di ascoltare, e cioè che ciascuno di noi è maestro di se stesso, responsabile di qualunque cosa stia
accadendo.

L’Insight Dialogue cambia radicalmente il flusso abituale dell’insegnamento


e dell’apprendimento meditativo. Si innesca un processo che ci sfida a espandere
la nostra nozione del rapporto insegnante-allievo, riportandoci a fare affidamento
su noi stessi e l’un l’altro come importanti fonti di saggezza. Nella classica
relazione studente-insegnante o maestro-discepolo il sapere viene dispensato. Si
tratta del modello della lezione frontale, comune a molte tradizioni spirituali.
L’Insight Dialogue introduce in un vasto sistema di sapienza tradizionale,
principalmente buddhista, l’apprendimento da pari a pari.
Nel corso dei ritiri l’apprendimento non avviene solo grazie ai discorsi di
Dharma e all’esperienza interna: si ha anche a partire da ogni incontro
affrontato in modo vigile. I momenti di insegnamento si moltiplicano via via che
vediamo la sofferenza negli altri e in noi stessi, e sperimentiamo la contingenza
degli stati d’animo e dell’identità. Gli altri meditanti ci insegnano attraverso il
loro comportamento, manifestando compostezza quando siamo agitati e
consapevolezza quando siamo egocentrici o assorbiti in noi stessi. Sembra che il
nostro cervello sia dotato dei cosiddetti «neuroni-specchio», che accelerano e
facilitano questo tipo di apprendimento più di quanto faccia quello cognitivo,
che passa attraverso la comunicazione verbale o la rappresentazione di qualcosa.
Inoltre le diadi o i gruppi di meditazione e l’insegnante ci invitano e ci inducono
direttamente alla vigilanza, per via della relazione attiva e meditativa che
intratteniamo con essi.
Eppure è innegabile che il supporto di un insegnante o facilitatore sia uno dei
vantaggi della pratica formale. Gli insegnamenti vengono offerti tramite le
contemplazioni, dove anche un discorso di due minuti può stimolare l’emergere
di nuova comprensione nel dialogo a seguire. Senza contare che le pause tra i
gruppi diventano spesso interludi in cui si fanno domande all’insegnante e ci si
confronta consapevolmente sulla pratica.
Oltre a condividere le linee-guida e a introdurre le contemplazioni,
l’insegnante aiuta i partecipanti ad alimentare e sostenere la loro pratica. Durante
i ritiri suono più volte una campana nel corso di una contemplazione, per invitare
i meditanti al silenzio. Pausa, incoraggiata dall’esterno, può arrecare sollievo,
soprattutto quando a chi sta ancora imparando la pratica serve tempo per
ristabilire un po’ di tranquillità. È un’opportunità per rendersi conto se si ha la
faccia tesa o se gli schemi abituali hanno ripreso il sopravvento. La campana,
però, può anche essere percepita come l’interruzione di un’emozione preziosa,
suscitando attaccamento e un senso di perdita per ciò che non è ancora stato
detto. Se dopo la campana la diade o il gruppo si scioglie può esserci un senso di
perdita. In tal modo la campana diventa il trickster, che interrompe la mente
normale per creare un’apertura al cambiamento.
Nel tempo le persone diventano più adattabili, meno aggrappate a desideri e
paure. Scoprono che gli stati mentali che si coltivano nella pratica, per esempio
la tranquillità e il non-attaccamento, si prolungano anche dopo che i gruppi
cambiano. È successo a Claude:

All’inizio del ritiro il tuo discorso sull’attaccamento della mente e la tensione che ne risulta mi ha aiutato a
osservare la natura dei miei processi mentali. Mi stavo aggrappando soprattutto a pensieri sul nostro gruppo
– ma i gruppi continuavano a cambiare. Mentre sorgevano i pensieri e io praticavo Pausa e Rilassa, gran
parte della mia reattività è cessata. Il silenzio dopo ogni campana mi invitava a lasciare andare, a rilasciare
qualunque creazione di un io fosse in atto, e a confidare nell’emergere. Si trattava di un’esperienza di vita
molto più fluida, che veniva naturalmente percepita come più felice e meno difesa.

Quel centrarsi e ricentrarsi a cui fa riferimento Claude equivale a una pratica


di consapevolezza e concentrazione.
Nel ritiro silenzioso personale dobbiamo vedercela da soli, mentre nella
pratica interpersonale ci ricordiamo l’un l’altro di essere presenti. In particolare
nell’Insight Dialogue anche l’insegnante è lì a ricordarcelo, cosa che può
accentuare di molto la qualità della pratica, come è accaduto a Bruce:

Verso la fine dei tre giorni di ritiro avevo raggiunto una quiete che non credo di aver mai sperimentato in
precedenza. Immagino che una stabilità e tranquillità tanto profonde fossero dovute alle tue istruzioni,
continue e chiare, che hanno permesso alla nostra concentrazione e alla nostra intenzione di restare forti.
Nei ritiri fatti fino ad allora l’insegnante aveva predisposto il tono e il contenitore per l’esperienza
individuale, ma poi il resto spettava a noi; non era difficile ricadere nella «non-consapevolezza». Cosa che
di certo non avviene nell’Insight Dialogue, dove si era continuamente sfidati ad andare più a fondo.

La campana non ci richiama solo alla consapevolezza, ma anche a confidare


nell’emergere e a ricordare le contemplazioni. In un ambiente di pratica
strutturato in tal modo, Seth ha avuto accesso a un’esperienza di grande verità:
Siccome ho parlato facendo riferimento al Dharma, la mia comprensione di «chi» parlava si è chiarita. Le
parole arrivavano dal presente senza essere pensate prima, e le contemplazioni che riguardavano il Nobile
Sentiero creavano pace; ci sono stati momenti che fluivano direttamente da ciò che non ha vincoli, da un
luogo di luce. Non trovo le parole per dirlo.

Quando un intero ritiro si incentra su di un singolo tema di contemplazione, i


momenti di comprensione che si diramano a partire da quel tema procedono di
pari passo con l’intensificarsi della pratica. Contemplare la morte per più giorni
di fila può evocare paure di lunga data, aiutando a scioglierle. Esplorare le
molteplici componenti del contatto e della reazione sensoriali contribuisce a
rivelare fino a che punto siamo dominati da desideri e avversioni. Aspetti
complessi del Dhamma, come i costrutti del sé che ci limitano la vita
causandoci intensa sofferenza, possono dissolversi alla luce perseverante
dell’investigazione e dell’accettazione. Celia, madre di una bambina di due anni,
ha condiviso ciò che segue:

Sette giorni passati a contemplare le costruzioni mentali mi hanno fatto vedere che dubitavo di poter amare
mio marito pienamente. Ho visto anche che si trattava di una mera fabbricazione. Ecco allora svanire
un’altra dolorosa parte della mia idea di me.

Ed è stata una gioia vedere il suo sorriso rilassato a fine ritiro.


Tuttavia la pratica non è sempre facile. Meditare in ritiro ci pone di fronte
all’inerzia e all’abitudine, i bunker di cemento armato delle difese. Può capitarci
di sperimentare cambiamenti d’umore e sonnolenza, sia nel ritiro personale sia in
quello interpersonale. A volte la struttura e l’invito a rilasciare le abitudini che ci
limitano suscitano rabbia e risentimento. Fa tutto parte della resistenza a lasciare
andare. Il corpo può essere dolorante. Prestare attenzione a linee-guida nuove
può creare confusione o stanchezza. Senza contare che anche solo affrontare il
nostro condizionamento può risultare gravoso.
È vero che la pratica può essere intensa, ma anche illuminante e liberatoria.
Con tutti questi cambiamenti, faremmo bene a ridere insieme della stoltezza
insita nei nostri dolorosi attaccamenti. Come ha detto un meditante: «Lo humour
è un chiaro indicatore della salute del processo: perché segnala la contentezza e
la giocosità che ne costituiscono l’essenza». Proprio come lo humor alleggerisce
la mente, i ritiri prevedono periodi dedicati al movimento per rinfrancare il corpo
e farci sentire radicati per terra. La natura delle pratiche corporee muta secondo
le esigenze del momento, e può variare da una calma lentezza a un ritmo più
veloce ed energico. Anche trascorrere momenti in mezzo alla natura può far
lievitare la pratica, che in tal caso si fa in coppia o da soli.
Ecco gli elementi che insieme creano le condizioni per il cambiamento: il
silenzio, la pratica personale, la meditazione di gentilezza amorevole e il
supporto degli altri meditanti; il sostegno dell’insegnante offerto nelle riflessioni
condivise, gli insegnamenti formali e la struttura temporale fornita dal suono
della campana; il ritornare di continuo sulla distensione e sul rilassamento; il
variare della dimensione dei gruppi (diadi, triadi ecc.), il movimento, il tempo
trascorso in mezzo alla natura; l’essenza della pratica meditativa e le
contemplazioni. Peter ha osservato:

Verso la fine del primo giorno intero di ritiro mi sentivo come se fossi stato lì da una settimana. Non che la
giornata mi fosse sembrata troppo lunga. Era piuttosto che dentro di me erano successe tantissime cose. Il
mio stato d’essere si era già trasformato in uno stato di attenzione e calma intensificata. Avevo già una certa
esperienza di meditazione, perciò mi è parso singolare sentirmi tanto diverso in così poco tempo.

A dire il vero, è abbastanza usuale che alla fine del primo giorno – persino la
prima sera – la sala di meditazione si riempia di consapevolezza, pervasa da
sentimenti gioiosi. Lo si direbbe un caso di fortuna del principiante, se non fosse
che capita piuttosto di frequente.
E altrettanto di frequente accade che, dopo due o tre giorni di ritiro, molti
meditanti sperimentino resistenza, fatica, frustrazione o desiderio di abbandonare
il ritiro. Una pratica potente offre senz’altro benefici, ma sulla strada per una tale
intensità è lecito aspettarsi di incontrare molti alti e bassi, individualmente e in
tutto il gruppo. Come ha scoperto Denise, oltre lo strato di resistenza aleggia una
certa dolcezza:

Mi sentivo davvero stanca, il corpo pesante e scomodo carico di resistenza, e la mente attiva e agitata. Poi i
compagni si sono messi a parlare della libertà che accompagna l’accettazione e il rilassamento, e
dell’accettare le cose negli altri senza aspettative. Ciò che dicevano si è riversato su di me; la mia resistenza
si è sciolta. Non credo di aver mai incontrato una pace simile in precedenza. Al posto di volontà, obblighi e
condizioni mi sono sentita sollevata di poter essere e basta. Mi sono venute le lacrime agli occhi, lacrime di
gioia e sollievo. In quel momento ho avvertito una tale vicinanza agli altri, un tale senso di presenza – il
semplice stare lì seduta, esistere. Il mio corpo ora era sostenuto; non provavo più dolore.

Uno dei principali effetti benefici dei ritiri prolungati è l’opportunità di


sviluppare l’alto livello di chiarezza, tranquillità e profondità di concentrazione
che contraddistingue la pratica straordinaria. Tali stati hanno un obiettivo:
aiutano a vedere le cose con chiarezza. Attaccamenti e paure, dubbi e desideri
sono conosciuti, e solo allora possono essere rilasciati. Ci svincoliamo rilassati
dai grovigli in cui eravamo impigliati, in modi a cui una spiegazione razionale
non sa arrivare.
Vediamo qui in azione una potente verità che ci invita a uscire dalla
separatezza delle nostre vite-isola: la capacità di avere un’esperienza mistica è
comune a tutti. Che pensiamo a Dio, alla bontà fondamentale, al vuoto in
continuo divenire, o all’immensità della compassione, questa scintilla, così come
la lama della sofferenza, è un’eredità comune a tutti noi. Sì, ci fa male. Sì,
l’intimità meditativa si apre sulla nostra comune vulnerabilità. Ma si apre anche
sulla nostra comune vastità. Intuizioni simili ci danno forza, e noi le accogliamo
con favore.
Nei ritiri di Insight Dialogue l’energia che si genera nella pratica di
meditazione – sperimentata sia come vitalità del corpo sia come vigilanza
mentale – viene amplificata nel sistema di gruppo. Sono forme di energia che si
generano anche nei ritiri di meditazione personale. Ma quando questa «energia»
(viriya in pali) si riflette tra due o più persone che non temono né si aggrappano
alle esperienze piacevoli o insolite, l’energia cresce fino a rivelare
un’interdipendenza tra le persone che di solito rimane celata. Punta a qualcosa di
misterioso. Al tempo stesso tale energia ha efficacia meditativa: quando siamo
pieni di energia e presenti a noi stessi, impermanenza, sofferenza, non-sé
diventano crudamente evidenti.
Tuttavia gli stati alterati sono temporanei: passano. Ci arrendiamo di nuovo
all’impermanenza. Lo sperimentare simili alti e bassi è in grado di per sé di
produrre cambiamento e accettazione. Iniziamo a capire che i nostri stati
d’animo sono impermanenti e non bisogna attaccarvisi. A maggior ragione la
consapevolezza e la concentrazione profonde portano intuizioni su come sono le
cose veramente, dentro e intorno a noi. E l’intuizione è liberatoria.
Forse è vero che, come ha detto John, un meditante esperto della pratica di
Insight Dialogue: «Questa è roba seria, anche se non è la tipica meditazione
buddhista». Se così fosse, possiamo aspettarci alti e bassi, intuizioni e opacità,
paura e rilascio. Aspettiamoci poi che la pratica si intensifichi da un ritiro
all’altro e che la semplicità della pratica meditativa generi effetti sempre più
sottili, sia in ritiro sia riversandosi naturalmente su altre forme di pratica, incluse
le nostre vite quotidiane.

I gruppi settimanali
Anche se la forma dei gruppi di Insight Dialogue non in contesto di ritiro può
variare, un gruppo tipico comprende da cinque a quindici persone che si
incontrano tutte le settimane oppure ogni quindici giorni o una volta al mese per
due ore. Nel gruppo può esserci un facilitatore – che può avere una preparazione
in Insight Dialogue limitata oppure approfondita –, oppure un insegnante. Alcuni
gruppi iniziano da una sorta di check in, dove ciascuno saluta e dà un breve
ragguaglio agli altri circa la sua pratica personale dall’ultimo incontro. Poi
praticano la meditazione silenziosa per circa mezz’ora. Altri gruppi iniziano
semplicemente con la pratica silenziosa. Nello spirito della linea-guida Confida
nell’emergere, non serve che ci sia un’agenda ferrea a cui attenersi
rigorosamente. I gruppi tentano piuttosto di mantenersi flessibili, pur restando
concentrati sull’intento meditativo del loro ritrovarsi.
Dopo la meditazione silenziosa, il facilitatore offre una riflessione su qualche
aspetto della pratica, in genere una delle linee-guida. A questo punto il gruppo
entra nella pratica di dialogo, solitamente con un tema di contemplazione.
Alcuni gruppi praticano sempre tutti insieme, altri solo a coppie e altri ancora
variano la dimensione dei gruppi. In qualche gruppo il facilitatore interrompe la
pratica con un apposito suono di campana; altri gruppi trovano che la disciplina
della Pausa offra loro tutto il sostegno necessario. I gruppi proseguono per
periodi di tempo variabili. Ho conosciuto gruppi che si sono incontrati solo
poche volte e altri che sono durati anni.
Nei gruppi settimanali o mensili le persone si alternano tra la loro vita
ordinaria e le due ore dedicate invece alla pratica straordinaria. Dal momento che
i gruppi settimanali non beneficiano del sostegno della pratica ininterrotta offerta
dal ritiro, i praticanti hanno meno probabilità di sviluppare una consapevolezza
acuta o una calma profonda. D’altro canto, va detto che il movimento tra gli
incontri di tutti i giorni e la meditazione relazionale può aiutarli a integrare le
pratiche più a fondo con le loro vite quotidiane. Ogni volta che un meditante
entra nel gruppo di pratica per poi ritornare alle relazioni giornaliere, c’è
l’opportunità di trasferire le intuizioni della pratica dedicata nelle circostanze
della vita ordinaria. I membri del gruppo si uniscono con l’intenzione condivisa
di diventare più vigili e compassionevoli, che viene supportata dalla specificità
del format e della struttura offerta dalle linee-guida meditative dell’Insight
Dialogue. Come sottolinea un meditante, ciò può produrre un forte senso di
comunanza:

Il gruppo è diventato un saṇgha (comunità) assai rapidamente, e credo che gran parte del merito sia
dovuto all’Insight Dialogue.

Sulle prime, passare direttamente dalle nostre vite sempre distratte alla
meditazione relazionale può sembrare faticoso. Il gruppo di Insight Dialogue
all’inizio appare come una situazione sociale normale: persone che siedono e
parlano con altri di questioni «personali». Ma nella comeditazione siamo invitati
a più riprese a lasciare andare gli argomenti e le reazioni, e a trovare insieme il
momento nella sua essenzialità. Una tale qualità di intenzione non coincide con
la maggior parte delle norme sociali, come ha scoperto Doris:

Mi sentivo confusa, perché di solito il mio modo di stare con la gente è di essere molto partecipe di quello
che si sta dicendo. Questo modo di stare con gli altri, privo di attaccamento, era in contrasto con la mia
aspettativa di dover essere reattiva nei loro confronti, e di farlo apparire in un dato modo.

Doris ha portato nella meditazione un’aspettativa su di sé: essere lo stesso


genere di «buona ascoltatrice» che era normalmente. Quel tipo di ascoltatrice
che asseconda le reazioni emotive e offre continuamente feedback solidali.
Quando si è sentita più a proprio agio con la pratica, di cui stava maturando
maggiore comprensione, ha cominciato ad apprezzare quel tipo di ascolto al
contempo empatico e privo di attaccamento.
Il coinvolgimento personale dei membri del gruppo ha un impatto diretto sui
benefici che le persone traggono dalla pratica. L’impegno influenza la profondità
della pratica e la comprensione intuitiva del gruppo, nonché la sua longevità.
Non è diverso dal ruolo che l’impegno gioca nella pratica personale o di ritiro. In
alcuni gruppi l’impegno è favorito dal fatto che tutti i membri hanno già
partecipato a un ritiro di Insight Dialogue. Hanno già avuto un’esperienza di
prima mano dei benefici della pratica; non sono necessari convincimenti astratti.
L’impegno può anche essere supportato da accordi preliminari tra i membri del
gruppo, per esempio i partecipanti concordano di frequentarlo regolarmente
almeno per i primi tre mesi.
Impegnarsi a frequentare con regolarità è importante soprattutto all’inizio,
perché può volerci un po’ prima che la pratica prenda corpo. Un sentimento di
comunanza può sorgere abbastanza rapidamente, ma perché maturi il senso di
una pratica realmente condivisa occorre più tempo. Con ogni probabilità
all’inizio la pratica si reggerà su gambe incerte, con silenzi imbarazzati,
confusione su come praticare, e un approccio esitante ai temi di contemplazione
più sfidanti. Ciononostante, dopo che un gruppo si è trovato per un certo numero
di sessioni, è probabile che l’iniziale impaccio o estraneità si riducano di molto.
Con l’attenuarsi delle goffaggini iniziali, può subentrare un problema più
insidioso, la pigrizia. L’impegno non è solo questione di partecipazione al
gruppo, ma di portare una presenza piena e attiva alla pratica. Cosa non facile:
essendo le nostre vite quotidiane invase da stress e disconnessione, limitarsi a
sedere in un silenzio confortevole può essere allettante. Per i gruppi più maturi la
sfida è la stessa del cammino del risveglio nel suo insieme. Abbiamo intenzione
di impegnarci appieno in ogni istante? Estenderemo e apriremo l’attenzione
anche quando gli schemi abituali ci spingeranno a ritrarci dentro di noi?
Accoglieremo l’invito a investigare in profondità con energia e coraggio? Posso
essere profondamente rilassato e tuttavia chiaramente consapevole?
Nella pratica con cadenza settimanale, i temi di contemplazione hanno
particolare valore nel sostenere l’inquiry. Alcuni temi, introdotti appositamente
oppure emergenti, possono continuare a svolgersi da una settimana all’altra. È
accaduto in un gruppo che si teneva in una comunità spirituale in India:

Ho notato che ci sono dialoghi che si completano in una sola seduta e altri che si protraggono nel tempo. In
un certo senso è come se avessimo un dialogo in corso sul tema della coscienza.

Nei gruppi settimanali senza un tema di contemplazione, si profila la sfida di


incontrarsi nello spazio aperto definito da Confida nell’emergere. Il medesimo
gruppo in India ha rilevato la natura degli incontri privi del supporto di un
argomento di contemplazione:

Trovo interessante che continuiamo a chiederci: «Che cosa stiamo facendo?», oppure: «Perché siamo qui?».
Ci siamo dati varie risposte a vicenda, che non sembra abbiano funzionato. È difficile che le persone
accettino di riunirsi senza ordine del giorno/argomento/finalità definiti con chiarezza, e dirci che stiamo
esplorando la coscienza non soddisfa tutti quanti.

Anche senza un tema che orienti, i buoni sentimenti suscitati dall’incontro


con altri in un contesto calmo, attento e incline alla spiritualità, possono risultare
piuttosto attraenti. Ma è indubbio che prima o poi emergeranno dinamiche
interpersonali. Ecco un motivo in più per essere chiari rispetto alle intenzioni e al
coinvolgimento dei membri del gruppo. Come accade in molte situazioni di
gruppo, le persone possono ricadere in schemi abituali non salutari, quali la
ricerca di approvazione o di controllo. Possono manifestarsi anche abitudini di
scortesia e disonestà.
Se il contenitore del gruppo è sufficientemente forte si può trasformare il
conflitto in armonia. Ma se il conflitto insorge quando il gruppo è ancora troppo
«giovane», o non abbastanza stabilizzato nella meditazione, potrebbe essere
necessario ristrutturarlo, oppure intraprendere un processo di risoluzione del
conflitto. I sentimenti forti, positivi o negativi, possono invischiare il gruppo e
persino trascinarsi da una settimana all’altra. Marcus ha osservato:
Cominciavamo ad affezionarci alle buone vibrazioni generate dal nostro dialogo, ma abbiamo avuto
qualche difficoltà di minor conto dopo che un paio di sessioni si sono concluse con una nota di dubbio o
incertezza. Un terzo incontro ha completato del tutto quel particolare processo, e siamo stati di nuovo in
grado di raggiungere un livello di armonia che soddisfa le aspettative del gruppo. È molto più semplice
continuare a esplorare quando si sta soffrendo, e invece lasciare che le cose scivolino nell’inconsapevolezza
quando siamo compiaciuti.

La pratica di gruppo settimanale supporta l’integrazione della pratica


straordinaria con la vita quotidiana, ossia la famiglia, il lavoro, la vita sociale.
L’importanza di ciò assume la giusta prospettiva se prendiamo in considerazione
la nostra motivazione a praticare. Ci incontriamo per scoprire che cosa è reale e
vero in questa esistenza umana condivisa, e per lasciare che tali realizzazioni
influiscano sul modo in cui affrontiamo il mondo. Il gruppo settimanale di
Insight Dialogue è prezioso anche solo perché ci aiuta a mantenere il focus sulla
direzione della vita.
Il gruppo settimanale si situa a metà strada tra la pratica di ritiro e la pratica
inclusa nella vita. Del ritiro condivide l’intenzionalità e il fatto di essere un
tempo dedicato, se non la profondità. Ciò gli conferisce una chiarezza formale
che lo aiuta a trasporsi con facilità nelle nostre vite. Nei gruppi settimanali ci
ritroviamo a zigzagare tra l’ignoranza e la chiara consapevolezza, come accade
nella vita, ma forse non in modo altrettanto veloce o discontinuo. Settimana
dopo settimana possiamo coltivare in noi la dolcezza della tranquillità e la
consapevolezza interpersonale.

L’Insight Dialogue on-line


L’Insight Dialogue si può praticare con una certa efficacia anche in Rete. Pur
essendo diversa da quella fatta di persona – forse non ci sono lo stesso calore e
lo stesso coinvolgimento immediato –, la pratica on-line ha numerosi punti di
forza. Può rivelarsi calma, concentrata, attiva, energetica e trasformativa. La
maggior parte degli elementi di base sono gli stessi della pratica dal vivo: un
piccolo gruppo di persone riunite in nome dell’intenzione di rilasciare
l’attaccamento e diventare più calme e vigili; istruzioni meditative e temi di
contemplazione che supportano tali intenzioni; la possibilità per le persone di
incontrarsi nel sostegno reciproco di consapevolezza, tranquillità e compassione.
Molti di coloro che hanno praticato l’Insight Dialogue on-line hanno riferito di
essersi in seguito sentiti vigili e insieme rilassati. Alcuni parlano di esperienze di
presenza condivisa e sottile consapevolezza anche quando la meditazione ha
avuto luogo in situazioni spartane, solo testuali e non visive.
L’Insight Dialogue on-line può svolgersi sia attraverso interfacce solo testuali
(sessioni via chat o simili) sia con conversazioni audio o video. Le pratiche
basate sulla modalità audio-video sono sostanzialmente identiche alla pratica di
persona, con la sola eccezione dell’assenza di prossimità fisica. Le caratteristiche
specifiche e le criticità di tale pratica potranno allora rivelarsi con la massima
evidenza se si guarda alla pratica solo testuale, che è la variante che più si
discosta dall’Insight Dialogue di persona e faccia a faccia.
L’Insight Dialogue on-line ha avuto inizio nel 1995, grazie all’uso di chat
room e bacheche dedicate solo testuali.2 A partire da allora non ha mai smesso di
essere una pratica meditativa valida ed efficace. Usare le linee-guida dell’Insight
Dialogue nel corso di sessioni on-line – un aspetto ormai consolidato e diffuso
della vita quotidiana – aiuta le persone a mostrarsi più calme e consapevoli nel
corso di tali incontri. È una pratica che contribuisce a stemperare gli sfoghi
emotivi o le accensioni che possono capitare on-line in assenza di riferimenti
visivi e uditivi. La pratica fondata sul testo scritto si concentra sul semplice fatto
che le parole condivise in meditazione rimangono visibili sullo schermo anche
molto dopo che sono state «pronunciate». Ciò ha come effetto di estendere il
momento, e di permettere ai meditanti di notare il sorgere di pensieri e
sensazioni continuando la riflessione in parallelo al persistere sullo schermo del
testo. Si possono rileggere le proprie parole e investigare l’eventuale reazione
che producono su se stessi. È un modo per rivelare e rilasciare brama e
attaccamento. L’ignoranza può essere riconosciuta e attenuata, e i lampi di
intuizione osservati.
Esistono due contesti principali per la pratica on-line: punti d’incontro
sincroni come le chat room e forum asincroni come le bacheche elettroniche. Le
linee-guida della pratica si traducono con facilità in entrambi i contesti. Pausa
funziona sempre come un richiamo a rilasciare l’identificazione con le nostre
reazioni e a muovere un passo nella consapevolezza. Potrebbe anche voler dire
che ci si ferma a metà di una frase mentre si sta leggendo quello che qualcuno ha
postato, oppure che si fa pausa mentre si scrive rivolgendo la consapevolezza
all’interno, a percepire le sensazioni del corpo. Rilassa non smette di essere un
monito a calmarsi e accettare ogni pensiero o sensazione che sorga internamente
o negli altri. Data l’assenza della tensione che spesso si produce quando siamo
fisicamente al cospetto degli altri, la pratica on-line può diventare molto serena.
Apri comporta sempre una consapevolezza estesa, sebbene senza la presenza
fisica di altre persone possa rivelarsi abbastanza impegnativa. Potrebbe allora
prendere un significato più intimo e privato, come aprire la presenza mentale
all’intero corpo, o magari alle parole che compaiono sullo schermo, o anche
aprirsi a qualcosa di vasto come i praticanti da un’altra parte del Paese o del
mondo. Ci si potrebbe aprire a un’immagine, quella dell’ampiezza di Internet nel
suo insieme, ossia la maggior parte del pianeta.
Confida nell’emergere resta un invito a osservare l’impermanenza e a entrare
in ciascun momento senza attaccamento a risultati o conseguenze. Tuttavia
quando si è on-line l’emergere include: «Quale sarà il prossimo messaggio in
arrivo nella chat?», oppure: «Che cosa accadrà a partire dal momento in cui
aprirò questo messaggio?». Si è collocati in un contesto rarefatto e specifico; la
pratica può diventare molto concentrata. Ascolta in profondità implica prestare
attenzione ai molteplici livelli delle sfumature di un messaggio, dal significato
all’emozione, fino alla presenza trasmessa «tra le righe». Le parole dette di
persona trasmettono molta più informazione di un testo che compare sullo
schermo: il tono della voce e le espressioni facciali consentono l’accesso al
cuore di chi parla. Eppure, mentre le parole dette scompaiono non appena sono
state pronunciate, le parole sullo schermo di un computer perdurano. Se
l’affermazione di qualcuno permane nella coscienza, può svolgersi un ascolto
profondo. Si discernono stratificazioni di significato e reazioni sottili. Allo stesso
modo, nel lavorare con Di’ la verità, c’è la possibilità di esplorare il sorgere delle
parole nella propria mente, notando come risuonino quando sono digitate o
dettate sullo schermo – e forse ancor più significativo è che si può riflettere su
tali parole prima e dopo averle postate. Ciò consente una qualità riflessiva della
pratica che non è disponibile nelle videoconferenze o nella pratica dal vivo, e
può costituire una ragione sufficiente per optare per la pratica basata sui
messaggi di testo.
Sia nelle sessioni sincrone (chat) sia in quelle asincrone (bacheca elettronica),
in genere i meditanti decidono di incontrarsi per un certo numero di settimane o
mesi, impegnandosi a farsi vivi e partecipare nello spirito delle linee-guida
meditative. La cosa migliore è quando le persone entrano nell’ambiente di
pratica in modo consapevole e con lo stesso rispetto che avrebbero se stessero
iniziando una pratica meditativa personale. È utile che si stabilisca la
consapevolezza a partire dal corpo, per esempio si può sentire il contatto del
corpo con la sedia o le dita sulla tastiera. Si potrebbe anche portare la mente sul
respiro che si alza e si abbassa. La pratica centrata sul corpo è particolarmente
importante perché fa da contrappeso a quelle tendenze all’intellettualismo che
potrebbero emergere per effetto di una pratica che dipende così tanto dalle
parole. La sessione di meditazione on-line diventa un tempo per calmarsi e
lasciare andare le modalità abituali di partecipazione. Ci può essere anche un
insegnante o un facilitatore che inizia e termina le sessioni e introduce il tema di
contemplazione della settimana.
Le sessioni sincrone e asincrone sono strutturalmente diverse, una differenza
che si riflette sulla loro durata e frequenza. Una tipica sessione in chat prevede
che tutti si incontrino alla stessa ora, dura circa sessanta minuti, e in genere si fa
una volta alla settimana. Una sessione di bacheca elettronica individuale di solito
dura dai cinque ai quindici minuti, anche se ci si può solo presentare e, dopo una
riflessione consapevole, limitarsi a postare: «Sono qui che ascolto», e poi
disconnettersi. Chiunque può partecipare a una singola discussione in momenti
di sua scelta, e le persone possono connettersi a piacere, da una volta alla
settimana a più di una volta al giorno.
L’uso delle linee-guida dell’Insight Dialogue in altri tipi di interazioni on-line
– in modo unilaterale e al di fuori dei gruppi formali – crea opportunità casuali
di «pratica» che possono durare anche solo due minuti. Possiamo semplicemente
accostarci alla lettura o scrittura di una e-mail con l’intenzione di essere
chiaramente consapevoli.
A causa di tali diversità, differisce il tono e l’impatto di queste forme di
pratica. Le sessioni in chat room, più lunghe, tendono a essere più concentrate
della pratica sulle bacheche digitali. Tutti si presentano alla stessa ora e il senso
della condivisione del momento può essere molto forte. Tuttavia potrebbe non
esserci un’altra pratica fino alla settimana successiva. Le sessioni su bacheca
sono più brevi, perciò non si raggiunge in genere lo stesso livello di profondità
di pratica. Le persone possono però connettersi allo spazio di pratica con la
frequenza preferita, cosa che può facilmente rafforzare il senso della pratica
meditativa durante tutta la settimana. Inoltre chi pratica può esplorare a fondo il
tema di contemplazione nelle proprie attività quotidiane. Nella pratica su
bacheca non sono previsti momenti di condivisione simultanea. Il momento
presente della pratica condivisa si crea ogniqualvolta qualcuno si connette al
forum. Normalmente ciò richiede un alto livello di impegno personale, e lo
sforzo spesso si trasferisce nella nostra esperienza quotidiano dell’uso del
computer.
Una reale pratica meditativa è piuttosto rara nei network. Internet viene
ampiamente utilizzato come mezzo di divulgazione e comunicazione religiosa,
ma vi dominano norme sociali piuttosto instabili. Le chat e le bacheche dove si
scambiano messaggi di testo sono associate a discussioni sociali superficiali,
comunicazioni di lavoro efficaci, o semplice scambio di informazioni tra gruppi
di interesse. Gli scoppi emotivi, lo stress e la confusione non sono infrequenti
nella comunicazione on-line. Al tempo stesso, le conferenze audio e video sono
state utilizzate anzitutto in sostituzione degli incontri dal vivo, e sono state
messe a punto per svolgere funzioni specifiche. Il telefono, che è la tecnologia di
rete più vecchia e familiare, ci offre il contatto emozionale del «farsi sentire» da
amici e familiari e condividere le nostre storie quotidiane. In sostanza, il contatto
interpersonale in rete riflette la qualità della maggior parte dei contatti
interpersonali nella vita: stressante, identificata, avida e occasionalmente
affettuosa.
Sebbene Internet di solito non venga percepita come contesto adatto alla
gentilezza amorevole, la pratica on-line offre benefici sostanziali. Le persone
partecipano da ogni parte del mondo, e la cosa è tutt’altro che indifferente per
chi è disabile o vive in regioni ultraperiferiche, oppure per chi non avrebbe
altrimenti una comunità di pratica. La portata globale apre la porta al dialogo
contemplativo tra culture diverse e comunità di pratica distribuite dappertutto.
La pratica asincrona ha un ulteriore vantaggio: è accessibile a qualsiasi ora. Vuol
dire che ciascuno si programma come vuole, e si connette anche brevemente a
un contesto meditativo per rinfrescare la propria pratica in un intervallo della
vita lavorativa o familiare. L’applicazione delle linee-guida dell’Insight
Dialogue ha come effetto l’approfondimento e l’affinamento di sforzi
collaborativi di vario tipo. Si possono costruire comunità attraverso lo spazio e il
tempo, su valori condivisi come la chiara consapevolezza e la compassione.
La meditazione on-line ci aiuta a umanizzare gli ambiti comunicativi in rete e
a comprenderne l’autentico potenziale. La consapevolezza affinata che si coltiva
nella meditazione può gettare luce su pro e contro delle varie modalità di
contatto interpersonale. Quali media sono adatti ai modi più appropriati per certi
compiti? Una maggiore ampiezza di banda sensoriale (audio-video) è comunque
e sempre preferibile a una più ridotta? Quali tipi di ambienti digitali in rete si
possono progettare perché siano compatibili con la consapevolezza, o addirittura
accrescerla? Che cosa favorisce la serenità? Quali sono le qualità che
contribuiscono a una sensazione vissuta di presenza? La mente meditativa è lo
strumento più sensibile che abbiamo a disposizione per esplorare tali questioni.
L’Insight Dialogue on-line sfida le nostre usuali nozioni di meditazione. Non
è così difficile comprendere come si riesca a coltivare una chiara consapevolezza
mentre si è in relazione con altri attraverso una rete di comunicazione. Ma per
comprendere come questo si trasformi in una vera e propria pratica meditativa
dobbiamo riconsiderare la natura essenziale della pratica. Nella meditazione,
formale o informale che sia, l’intenzione è vedere le cose con chiarezza ed essere
liberi dalla sofferenza. Ciò significa che si pratica per ridurre avidità, avversione
e illusione, e per lasciare che brama e ignoranza non siano più forze che
determinano la nostra vita. Pratichiamo per riconoscere la luminosità insita nella
consapevolezza. Qualunque incontro on-line è in grado di farlo, a condizione
però che lo affrontiamo con comprensione saggia, supportata da giusto sforzo e
consapevolezza. Forse queste parole suonano familiari, perché si tratta dello
stesso processo di cui abbiamo parlato fin dall’inizio. Sulle prime, sacralizzare
Internet potrebbe sembrarci una missione donchisciottesca. Poi però vediamo
che non è che una componente della vita che abbiamo trascurato, e che ha la
potenzialità di sostenere il risveglio tanto quanto una sala di meditazione, un
salotto o un tavolo da picnic sotto gli alberi. Grazie al supporto delle linee-guida
dell’Insight Dialogue il lasciare andare può accadere ovunque.

La pratica nella vita


Vivere ciascun giorno secondo standard elevati di relazione e chiari principi
meditativi è sommamente sfidante. In realtà trascorriamo pochissimo del nostro
tempo in ritiro o in gruppi di pratica, dove le pratiche intenzionali possono
ricevere l’attenzione necessaria a farle consolidare. Per contro, quasi tutti i nostri
incontri interpersonali accadono nel vortice delle cose da fare e del confrontarsi
con lo spettro di emozioni che noi umani siamo esperti nel generare. La vita è un
processo: essere chi siamo, più che fare pratiche speciali. Fare pratiche, come
per esempio usare le istruzioni meditative mentre svolgiamo le incombenze
quotidiane, può risultare innaturale e scomodo. È preferibile che i benefici della
meditazione interpersonale si presentino naturalmente nelle nostre vite. A volte
questo naturale manifestarsi ha bisogno di essere aiutato. Come sviluppare le
qualità indicate dalle linee-guida dell’Insight Dialogue nella vita di tutti i giorni?
Come trasformare l’ordinario in straordinario?
Non c’è nessuno che non si auguri qualche trasformazione positiva nella sua
vita di relazione. Una visione più specifica di che cosa significherebbe può
risultare da un’esperienza di consapevolezza, agio o compassione relazionale
vissuta durante un ritiro o in un gruppo di Insight Dialogue. O forse tale
speranza universale è diventata una prospettiva più nitida leggendo questo libro.
Il semplice atto di prestare un’attenzione prolungata alla possibilità di una vita
interpersonale più presente a sé avrà di certo un effetto sulle nostre abitudini
relazionali. Ma senza un supporto continuo, troppe cose si perderanno per strada.
Data la forza delle abitudini emotive, una pratica intenzionale diventa essenziale.
La pratica nella vita è di certo la più sfidante e impegnativa. È il luogo ideale
per vedere le dinamiche e la persistenza della mente che si illude e si aggrappa
alle cose. È il luogo ideale per vedere la sofferenza e il doloroso impulsare della
brama. La vita è anche il luogo dove possiamo vedere la compassione in azione,
e la forza dinamica dell’equanimità. Nelle nostre vite impegnate rechiamo danno
agli altri, oppure facciamo loro del bene. Qui non abbiamo il lusso di liquidare
alcunché come diversivo; è tutto vita: con questo dobbiamo lavorare. Qui la
posta in gioco è molto alta: le nostre parole e azioni hanno un impatto sugli altri,
che non è altro che la forza della realtà nella sua pienezza; non c’è un posto dove
nascondersi. Se ne siamo consapevoli, saremo motivati a fare del nostro meglio
per essere quanto più gentili, veritieri e saggi ci è possibile.
Gran parte di questo libro tratta della pratica interpersonale reciproca, cioè del
praticare con altri che partecipano attivamente con noi, dell’usare le linee-guida,
e del supportarsi a vicenda. Che ci si trovi in gruppi di pratica o in ritiro, ciò
accade in un tempo dedicato e condividendo un intento. Ma i ritiri sono costosi,
in termini di tempo e denaro, e i gruppi potrebbero essere non accessibili, o non
appropriati alle nostre esigenze. La pratica interpersonale reciproca è davvero
molto utile e preziosa, ma fortunatamente non è l’unica via per trasformare la
nostra vita relazionale.
A meno che non viviamo in una comunità dedita alle relazioni consapevoli e
alla riduzione della brama e dell’attaccamento, la maggior parte degli incontri
con altre persone – e delle opportunità a nostra disposizione per intraprendere il
cammino interpersonale – ci vedranno attivi in modo unilaterale. Significa che
decideremo di fare Pausa e Rilassa senza che le persone con cui ci troveremo
siano propense a fare lo stesso. Però potremo fare ugualmente un lavoro degno e
importante. Tutte le volte che richiamiamo esplicitamente alla mente una delle
linee-guida nel corso delle interazioni quotidiane, oppure sperimentiamo
spontaneamente una delle qualità mentali a cui orientano le linee-guida, e lo
osserviamo e alimentiamo, significa che ci stiamo impegnando in una pratica
interpersonale unilaterale. E dal momento che molti degli stessi schemi
abitudinari vengono a galla non appena accenniamo a pensare agli altri, è
possibile fare Pausa per uscire da tali reazioni e impegnarci intenzionalmente
nella pratica anche quando siamo soli. Ci conforta sapere che esistono molti
modi di sostenere il cammino interpersonale, tutti radicati nella vita quotidiana.
E abbiamo tanto bisogno di supporto! I nostri stili di vita sono plasmati da
abitudini mentali potenti; viviamo come pensiamo e pensiamo come viviamo.
Esistono alcune pratiche basilari che si possono fare per stabilire un buon
punto di partenza per l’Insight Dialogue e per il rilascio della brama
interpersonale. La pratica interpersonale si basa su consapevolezza e tranquillità;
coltivare tali qualità individualmente consentirà di migliorare la nostra pratica
relazionale. Uno dei modi migliori per incominciare a migliorare la qualità della
nostra vita interpersonale è sviluppare una pratica di meditazione silenziosa
tradizionale personale. Nella pratica personale impariamo cosa vuol dire essere
calmi e consapevoli, e come iniziare a realizzare tali qualità.
La cosa miglior è una pratica semplice. Io raccomando di iniziare con sessioni
brevi, di circa dieci minuti: ci si siede e ci si calma. All’inizio della seduta è bene
osservare la postura del corpo, e se si stanno manifestando disagi o tensioni, e
invitare l’agio. Se la tensione permane, le tensioni vanno incontrate con
accettazione. Si può fare la meditazione una o più volte al giorno, allungando i
tempi a piacimento. Con il calmarsi del corpo cominciamo a notare che il corpo
sta respirando. Ogni volta che espiriamo, il diaframma si rilassa. Lo notiamo e
invitiamo anche il resto del corpo, e la mente, a rilassarsi ulteriormente. I
pensieri vanno e vengono: non costituisce un problema se, solo per il momento,
non li inseguiamo. Questi pensieri, per importanti che possano sembrare, sono
perlopiù il risultato di attività cerebrale residua che deriva dalla tensione
abituale. Quando sorge un pensiero, lasciamo andare il pensiero stesso e
spostiamo gentilmente l’attenzione a qualsiasi tensione associata nel corpo.
Riceviamola con accettazione. All’inizio ciò che conta è osservare
semplicemente che cosa ci fa provare tensione e che cosa ci fa provare agio.
Impariamo a distinguere la differenza tra i due, in noi stessi e negli altri, ad
accettare il dolore e a consentire l’agio. Impariamo a riconoscere la capacità di
lasciare andare. Mentre comprendiamo tutto ciò, inizia a sorgere
consapevolezza. Se persistono pensieri o emozioni, possiamo lasciarli andare e
venire, e conoscerli senza identificarci con essi.
La meditazione silenziosa solitaria è una buona base per la pratica
interpersonale, sia reciproca sia unilaterale. Accedendo a una certa tranquillità,
diventeremo meno reattivi quando siamo con altre persone. Interrompiamo cicli
di desiderio e avversione, e le nostre menti iniziano a schiarirsi. Nel momento di
esperienza percepiamo le nostre emozioni più nitidamente, e con esse le
emozioni degli altri. Percepiamo i risultati di tali emozioni. Diventiamo più
presenti alle cose così come sono. Con una base del genere nella meditazione
individuale, diventa più facile portare l’approccio meditativo nelle nostre
relazioni, sia nella pratica interpersonale esplicita dell’Insight Dialogue sia negli
incontri quotidiani con gli altri.
Ci si può dedicare alla contemplazione del Dhamma interpersonale anche
nella pratica solitaria. Possiamo provare a richiamare alla mente l’onnipresente
brama del piacere, e ciò ci aiuterà a essere più presenti e compassionevoli. Allo
stesso modo possiamo contemplare lo stress interpersonale, o sofferenza, e
notarne la cessazione in qualsiasi momento. Proprio come le linee-guida, queste
contemplazioni possono aiutarci a diventare più presenti a noi stessi, capaci e
adeguati.
Le linee-guida dell’Insight Dialogue sono in grado di sostenere anche la
pratica unilaterale. Sarà più facile utilizzarle se stabiliamo un’intenzione chiara e
scegliamo abilmente il nostro metodo di pratica. Potremmo cominciare
concentrandoci su di una sola linea-guida. Pausa è probabilmente la linea-guida
che le persone richiamano alla mente con più frequenza. È concreta; in una
cultura iperveloce come la nostra è sempre possibile applicarla. Si potrebbe
lavorare con Pausa per un giorno, una settimana o un anno. Potremmo
sperimentare l’uso della parola «pausa» come richiamo per praticare, o
potremmo praticare senza il sostegno di un segnale verbale, basterebbe lasciar
cadere l’illusione entrando consapevolmente nel momento. Potremmo lavorare
intensamente in alcuni giorni, e con più leggerezza in altri, mettendo a punto un
ritmo e uno stile adatti a noi. Gli stessi approcci valgono anche per le altre linee-
guida. Potremmo passare a rotazione da una linea-guida all’altra, dedicando una
giornata a ciascuna, o forse dando più tempo a quella che necessita di maggiore
attenzione. Se lo stress è per noi un tema di primaria importanza, potremmo
scegliere di rimanere per un po’ su Rilassa/Accetta. Se siamo ossessionati da una
preoccupazione, potremmo ricevere sostegno quotidiano da Confida
nell’emergere. Una concentrazione specifica su ogni singola linea-guida affrirà i
propri doni. Se l’intenzione che ci motiva è quella più generale di incorporare le
linee-guida nella nostra vita, potremo allora richiamare una linea-guida a scelta,
o una combinazione di linee-guida, a seconda della necessità. Verremo a sapere
che cosa funziona meglio a partire da come ci sentiamo e comportiamo.
Chiediamoci: «Sono più presente a me stesso?», «Sono più gentile?», «Vivendo
così, vedo le cose più chiaramente?».
Una pratica abile include anche saper scegliere come, quando e con chi
affrontiamo il cammino. Un altro possibile approccio all’uso esplicito delle
linee-guida è praticare con una singola linea-guida in una situazione che ha un
inizio e una fine definiti. Ciò si rivela meno scoraggiante della pratica «aperta».
Ci limitiamo a stabilire un’intenzione per episodi specifici. Un approccio che si
dimostra particolarmente efficace quando scegliamo una linea-guida adatta alle
necessità contingenti. Per esempio, se si tratta di interagire in un determinato
modo con i nostri figli, potremmo pensare più e più volte: «Rilassa, accetta,
ama». Aiuterebbe a intensificare l’amore che già proviamo e a invitare maggiore
agio in rapporti che per noi sono anche fonte di attaccamento e ansietà.
All’inizio, lavorare in modo tanto esplicito con una singola persona e una
singola linea-guida potrebbe risultare ostico, se non falso; ma passerà. La
memoria del corpo associata con accettazione e amore si consoliderà, e per la
magia del consolidamento di determinate configurazioni neuronali, si renderà
disponibile in futuro. Analogamente, potremmo partecipare a un certo incontro
di lavoro con l’intenzione di confidare nell’emergere. Quando, come ci è
abituale, dovessimo ritrovarci aggrappati a pianificazioni e risultati, ricordiamo a
noi stessi di lasciare andare per ricadere ancora e ancora nell’evenienza del
momento.
Possiamo anche praticare nelle situazioni di tutti i giorni, notando in che
modo entriamo in relazione con le persone che sono più o meno difficili.
Tendiamo a sentirci a nostro agio con determinate persone – e poi ci sono tutti
gli altri: gli esigenti, gli ammirati, i temuti, gli invidiati e semplicemente gli
sconosciuti. Esploriamo allora Di’ la verità, a partire da una persona con cui
stiamo bene. Ricordando che con questa linea-guida ci si riferisce alla verità
soggettiva conosciuta dalla consapevolezza, ci basterà anche solo notare come
nasca un «Buongiorno», e come venga detto con sincerità e presenza. Oppure
esploriamo Ascolta in profondità, ricevendo le parole di nostro figlio o del
nostro partner con eccezionale ricettività e notando come influiscano sul corpo e
sulla mente. Qualora ci venisse voglia di estendere la pratica a scenari più
sfidanti, potremmo praticare le linee-guida dell’Insight Dialogue mentre siamo
in relazione con qualcuno con cui avvertiamo stress. Cominciamo con Rilassa,
non solo per calmare le reazioni del corpo, ma anche per incontrare l’altra
persona con accettazione. Affrontiamola con la compassione di Ascolta in
profondità o l’attenta integrità di Di’ la verità. O anche, memori del fatto che
tutte le linee-guida lavorano insieme e sono coprodotte, sperimentiamo
l’incontro con una persona difficile impegnandoci a mantenere una
consapevolezza chiara e amorevole, all’occorrenza riportando alla mente le
linee-guida per sostenerci in questo esperimento. Se la persona ci attacca,
rilassiamo, ossia lasciamo andare lo stress e coltiviamo l’agio; se si lanciano in
una tirata antagonistica, confidiamo nell’emergere e osserviamo il flusso
stressante di quel momento umano. Riconosciamo la difficile situazione umana
condivisa e coltiviamo compassione.
Un altro modo di invitare una pratica sapiente è notare il tenore emotivo di
una situazione e adattarvisi opportunamente. A volte siamo in compagnia di
molte persone, altre volte di poche, il che può influire sulla nostra pratica.
Alcune situazioni sociali sono relativamente rilassate, come una cena a casa di
amici. Lì, dimorando nella libertà dell’accettazione, potremmo abbandonarci a
un ascolto molto profondo, per poi volgere l’attenzione all’impermanente
sorgere e cadere di voci, fatti ed emozioni, in quell’incontro così umano, così
normale. Mentre in una riunione di famiglia dove cova tensione potremmo fare
una serie di brevi pause, usando ciascun interludio di lucidità per osservare in
che modo la nostra mente ricordi, faccia appello a convinzioni e reagisca al
generarsi di una molteplicità di costrutti: «Oh, ecco lo zio John; con ogni
probabilità è ancora arrabbiato con mio padre», oppure: «Ma come ho fatto a
finire in una famiglia del genere?». Ogni volta che riconosciamo un costrutto –
cosa che può verificarsi in Pausa – abbiamo l’opportunità di rilasciare, usando
Rilassa e Confida nell’emergere. Forse noteremo anche la consapevolezza
immacolata che illumina e circonda tali costrutti. Sono tutti piccoli movimenti in
direzione della libertà.
Integrare l’Insight Dialogue nelle nostre vite può essere più o meno difficile –
o perlomeno diverso – a seconda che le persone stiano cercando o meno di
assolvere un compito insieme. Come abbiamo visto in precedenza, una pratica
sapiente è una pratica che sa adattarsi in modo opportuno. Se il nostro gruppo di
lavoro è intensamente concentrato in una riunione strategico, il massimo che ci
sia consentito è rilassare il corpo di tanto in tanto, e riaprire al flusso di persone e
idee. Se siamo con amici e dobbiamo decidere dove andare a cena, potremmo
giocare un po’ con la situazione, magari notando l’impermanenza sui loro volti
animati – Confida nell’emergere. Oppure potremmo fare Pausa nel bel mezzo
del dibattito sui meriti rispettivi della pizza e del fritto misto, e cogliere i
sentimenti d’affetto non detti che affiorano internamente o nelle voci e negli
sguardi altrui. O ancora, sedendo accanto a nostro figlio, senza fare nulla di
particolare, senza andare da nessuna parte, possiamo metterci a praticare come
preferiamo una o più linee-guida. Praticare così potrebbe anche non essere
necessario, dal momento che la chiara consapevolezza sorge naturalmente: una
pausa non ha inizio o fine, c’è solo consapevolezza; scopriamo che Apri si
impone naturalmente mentre siamo a nostro agio con qualcuno che ci sta
particolarmente a cuore. Se qualche pratica ci deve essere, consisterà
semplicemente nell’osservare la mente risvegliata, rilassata.
Possiamo trarre beneficio dalla consapevolezza e dalla cura insite nelle linee-
guida anche quando siamo soli, ripensando agli incontri con altri. Gli atleti si
allenano non soltanto praticando la loro disciplina, ma anche ripercorrendone
mentalmente i movimenti decisivi. Un giocatore di tennis che provi mentalmente
tutto ciò che non va nel proprio servizio in realtà non fa che danneggiare le sue
capacità. Ogni volta che ci mettiamo a pensare agli altri, sorgono reazioni,
proliferano pensieri, si suscitano emozioni. Il modo in cui riceviamo tali reazioni
– se le rinforziamo o le rilasciamo, se siamo consapevoli o illusi – aiuta a dar
forma alle abitudini che si manifestano quando interagiamo con gli altri, nel
bene o nel male.
Fortunatamente, si possono coltivare gli atteggiamenti e le risposte che
supportano l’incontro vigile anche quando si è soli. Si può praticare il rilasciare i
pensieri e le emozioni automatiche innescate da determinate persone della nostra
vita, o da certi tipi di situazione. Lontani dalla pressione dell’interazione,
possiamo prenderci il tempo di notare le caratteristiche di tali pensieri; possiamo
fare pausa per un po’ mentre la situazione immaginata diventa troppo stimolante,
e calmarci prima di proseguire. Perché sia fruttuosa, occorre che tale pratica sia
disciplinata; è facile scivolare nel rivangare il passato o pianificare il futuro nella
totale inconsapevolezza. Questo tipo di pensiero abituale rafforza
l’identificazione, e oscura la chiara consapevolezza. Quando integriamo le linee-
guida nel nostro pensiero, possono aiutare a supportare un’intenzionalità limpida
e forte. Nel praticare con pensieri e reazioni trasformati, essi divengono una base
per la trasformazione di emozioni e comportamenti.
Prima di uscire con un buon amico, chiediamoci come fare per rilasciare una
vecchia abitudine a condividere delle lamentazioni, e iniziare così a parlare in
modo più gentile e vero. Prima di una riunione di famiglia richiamiamo alla
mente nostro padre o nostra madre e prendiamo in considerazione la possibilità
di fare Pausa la prima volta che lui o lei dovesse mostrarsi poco rispettoso/a del
nostro stile di vita. Esaminiamo se bramiamo la sicurezza oppure rifuggiamo
l’intimità. In quei momenti – in cui siamo soli ma stiamo pensando ad altre
persone – possiamo imparare a rilasciare i giudizi e a coltivare accettazione e
pazienza nei confronti nostri e altrui. Questa forma interna e solitaria di pratica
porta a incontri più calibrati e armoniosi. Pace e gentilezza penetrano nella
nostra vita ed entrano a far parte del cammino di liberazione.
Un altro modo di integrare il cammino di risveglio interpersonale nella nostra
vita è focalizzarsi su Retta Visione, Retto Sforzo e Retta Consapevolezza. Ogni
volta che tali qualità si intensificano – nella pratica reciproca o in quella
unilaterale – l’ordinario diviene straordinario.
L’intero cammino ruota attorno alla Retta Visione, o Saggia Comprensione.
A meno che non sia presente un senso della direzione – la sensazione vissuta di
ciò che stiamo facendo e perché –, potrebbe essere frustrante cercare di «essere
consapevole» o di richiamare alla mente le linee-guida. Brama e ignoranza non
rispondono bene alla forza bruta; serve piuttosto la forza del convincimento
emotivo e una chiara comprensione. Stiamo imparando ad abbandonarci alla
libertà, non ad architettare felicità. Un senso di direzione motivante viene
alimentato quando comprendiamo le quattro verità interpersonali – sofferenza,
brama, cessazione e cammino per la libertà – e le contempliamo in noi stessi e
negli altri. Lo alimentiamo anche quando cerchiamo di riconoscere la sofferenza
interpersonale. Nei nostri incontri quotidiani, notiamo tensione e paura, desiderio
e relativi risultati. Uno dei primi insegnamenti che mi ha impartito Anagarika,
dopo l’istruzione di meditazione di base, è stato di osservare le esperienze
piacevoli e spiacevoli nella mia vita di tutti i giorni. Anche se non pensavo alla
Retta Visione, in fin dei conti era proprio quello che stavo praticando;
l’incessante sfarfallare della reattività che ho visto mi ha sorpreso e mi ha
motivato. Allo stesso modo, nel corso delle interazioni quotidiane possiamo
notare la manifestazione delle tre brame in noi stessi e negli altri. Nel farlo
cresce la compassione. E notiamo la nostra reattività agli altri anche quando non
sono presenti. Non riviviamo forse un incontro di lavoro mentre aspettiamo il
treno, o brontoliamo ripensando a una conversazione mentre passiamo
l’aspirapolvere? E le volte che un conflitto di qualche ora o qualche decennio
prima turba la nostra meditazione individuale? Abbiamo modo di contemplare
tali reazioni con compassione. Possiamo sperimentare il fatto di alimentare e
rilasciare le brame, testando queste strategie per la felicità e osservandone i
risultati. Arriviamo a conoscere per via esperienziale che le brame non possono
mai venire soddisfatte in modo permanente. Se scopriamo che lasciare andare
porta più felicità di qualunque altra cosa, allora diventerà la direzione della
nostra vita. Ecco la pratica della Retta Visione.
Tutte queste opportunità di coltivare la saggia comprensione iniziano con il
pensiero, ma portano a un cambiamento profondamente sentito del nostro senso
del mondo. Una visione di felicità di ordine superiore fa virare la mente e le
emozioni. Una svolta che imposta la direzione e l’intenzione delle nostre vite.
Una svolta che non è solo cognitiva; è anche emozionale. Viene suscitata energia
per il risveglio, cominciamo a praticare con particolare attenzione e facciamo
scelte sagge. L’energia altro non è che l’inizio del Retto Sforzo.
Retto Sforzo significa portare energia e impegno a ciascun momento di
esperienza. Applichiamo il Retto Sforzo alle nostre vite quotidiane. Guidata
dalla Retta Visione e resa concreta dalla Retta Consapevolezza, l’energia ci
risveglia, porta attenzione a come realmente sono le cose in questo momento, e
ci chiama all’azione. La natura dell’azione, della nostra pratica, viene descritta
nei quattro aspetti del Retto Sforzo: prevenzione, abbandono, sviluppo,
mantenimento e moltiplicazione.3 Tali sforzi saggi sono una risposta abile al
semplice fatto che nella vita siamo incastrati in un sistema fondamentalmente
incontrollabile. La nostra cultura, molti nostri conoscenti, e le nostre stesse
abitudini solitamente non supportano il risveglio. A partire da questa matassa
intricata, i nostri quattro sforzi hanno inizio con il fare le giuste scelte.
Il Retto Sforzo della prevenzione include riconoscere che alcune situazioni
interpersonali sono più complicate e difficili di altre. Attenzione saggia e abilità
vuol dire che sapremo scegliere a quali pensieri e situazioni dedicarci, quali
lasciar correre e da quali ritirarci. Decidiamo che certe circostanze o relazioni
sono troppo stimolanti, tossiche, o comunque troppo impegnative, e scegliamo di
non partecipare a situazioni del genere. Tuttavia non sempre la pensiamo così; in
questo caso la prevenzione ci porta a un forma di impegno moderato: ci
mettiamo comodi e rilassati, e osserviamo. La pazienza è essenziale.
I successivi due elementi del Retto Sforzo sono abbandonare pensieri e azioni
non salutari, coltivandone invece di salutari. Si tratta di due azioni reciproche, e
infatti le esamineremo insieme. Per esempio, l’abbandono della rabbia nei
confronti di qualcuno può avvenire se spostiamo intenzionalmente l’attenzione
su altro. A volte girarsi dall’altra parte è necessario, perché forse non sempre
saremmo in grado di incontrare la nostra rabbia a viso aperto, con
consapevolezza e amore. Il rilascio della rabbia può però anche arrivare dalla
coltivazione di pensieri gentili al posto di quelli risentiti. E allo stesso modo
rilasciare il desiderio egoistico in una relazione può prendere la forma
dell’abbandono dei pensieri ossessivi su di sé; può anche accadere coltivando la
generosità e nutrendo pensieri e azioni gentili. Pausa aiuta questi passaggi,
perché permette alla consapevolezza di rivelare la natura delle nostre reazioni: il
dolore della rabbia, per esempio, o il guscio della fissazione su di sé, che esclude
tutto il resto. Qui tutte le linee-guida contribuiscono in qualche modo. Per
esempio, Apri ci aiuta a estendere il cuore della compassione, mentre Ascolta in
profondità invita generosità e sensibilità nei confronti degli altri. Di’ la verità è
un invito globale a rilasciare le abitudini di parola offensive e a riorientare
l’attenzione verso verità e gentilezza. Ciascuna linea-guida dell’Insight Dialogue
va compresa anche come invito ad abbandonare le tendenze non salutari e a
coltivare quelle corrispondenti di segno opposto.
Nel tipo di pratica descritta a inizio capitolo si può trovare una forma efficace
e potente di Retto Sforzo: praticare da soli richiamando alla mente altre persone,
al fine di coltivare e nutrire stati mentali salutari. Da un punto di vista formale, si
tratta di pratiche straordinarie. Numerose tradizioni religiose prevedono pratiche
di coltivazione analoghe. L’insieme di pratiche buddhiste chiamate
brahmavihāra, «dimore divine», comporta l’aprire la mente nella gentilezza e
forse anche portare alla mente varie persone amate, che ci sono indifferenti o che
sono difficili, oppure persone malate, sofferenti, o in buona sorte. Nei confronti
di tali persone si coltivano pensieri di gentilezza, compassione, gioia
simpatetica, equanimità. Nello sviluppare simili qualità nel corso della
meditazione, stiamo letteralmente praticando – un po’ come se facessimo le
prove – come rispondere a costoro di persona. Di più, stiamo coltivando il cuore
e inclinando la mente verso stati elevati di benevolenza e cura, una sorta di vera
e propria riconfigurazione della nostra materia grigia. In altre tradizioni la
preghiera, le visualizzazioni curative e le aspirazioni alla pace nel mondo sono al
cuore di pratiche e stili di vita salutari. Tutte queste pratiche sono atti mentali di
coltivazione e fanno parte di un cammino interpersonale impegnato.
Il quarto aspetto del Retto Sforzo è mantenere e accrescere le qualità salutari
della nostra pratica. Saggio sforzo qui si riferisce al discernere le qualità salutari
già sorte, in qualsiasi momento, oltre che al nutrirle e proteggerle. Quando
parliamo al telefono con i nostri genitori, osserviamo l’agio della gentilezza
amorevole? Possiamo notarlo e rilassarci più pienamente nello stato di
amorevolezza non avversiva. Discerniamo raggi di consapevolezza che
illuminano il nostro incontro con il parrucchiere o il meccanico? Possiamo
sorridere internamente, mentre questa chiarezza naturale viene sostenuta e
nutrita con semplicità dal semplice averlo osservato. Notiamo una maggiore
equanimità nelle nostre vite relazionali? Lasciamo sorgere e traiamo
incoraggiamento dalla gioia del cuore equilibrato.
La consapevolezza, la terza qualità che catalizza lo straordinario
dall’ordinario, scorre attraverso tutti questi sforzi di prevenzione, abbandono,
coltivazione e accrescimento. Sono possibili solo con il supporto della Retta
Consapevolezza. La Retta Consapevolezza ci aiuta a non disperdere i nostri
sforzi. Se siamo consapevoli internamente di quando siamo tesi, coltiviamo
l’agio. Se siamo consapevoli esternamente delle tensioni altrui, avvertiamo la
necessità di una dose aggiuntiva di generosità e compassione. Senza Retta
Consapevolezza la nostra pratica non maturerà. I costrutti mentali e le reazioni
emotive domineranno il momento, rimpiazzando la realtà; anche le nostre
migliori intenzioni spariranno come stelle dietro un banco di nebbia. La Retta
Consapevolezza dissipa la nebbia e ci riporta alla realtà. Insieme, Retta Visione,
Retto Sforzo e Retta Consapevolezza costituiscono un cammino
eccezionalmente efficace per il risveglio nella vita relazionale e sociale. Gli
sforzi in tale direzione verranno riccamente ricompensati.
Una delle prime cose che noteremo nell’intraprendere questo cammino
interpersonale di risveglio è la forza delle nostre abitudini relazionali. La pratica
portata nella vita inizia proprio come inizia la meditazione silenziosa: in modo
goffo e agitato. Quando cominciamo a praticare la meditazione tradizionale,
spesso abbiamo a che fare con ginocchia dolenti e una mente piena zeppa di
pensieri. Non è certo un bello spettacolo, ma nel tempo le cose cambiano.
Nell’invitare l’Insight Dialogue nelle nostre vite, dovremmo essere preparati a
un avvio altrettanto poco elegante. È altamente probabile che il punto di partenza
sarà l’usuale assortimento di distrazioni, sforzo impari, tensione e
identificazione.
Quando poi cominceremo a lavorare con le linee-guida e le contemplazioni
dell’Insight Dialogue, la mente saltabeccherà tra pensieri oziosi, preoccupazioni
circa il nostro aspetto, desideri, paure, anche se tutto ciò verrà occasionalmente
inframmezzato da momenti in cui faremo Rilassa o Confida nell’emergere. La
mente sarà ancora agitata, ma grazie all’apporto esplicito dell’intenzione
vedremo mettersi in moto la pratica. Ci impegniamo con pazienza e compassione
per i nostri stessi inciampi; e vedremo aumentare i momenti di chiarezza.
La nostra aspirazione su questo cammino non è soltanto di raggiungere
determinati stati mentali, una consapevolezza acuita, ma anche di coltivare
comprensione e compassione, vedere le cose come sono, per diventare liberi e
capaci di agire con gentilezza e saggezza naturali. Tuttavia la forza della mente
abitudinaria è notevole; se non ci impegniamo a usarle, le linee-guida non
potranno esserci d’aiuto in questo processo. Come ha sottolineato il Buddha, la
diligenza è fondamentale:

Proprio come le orme di tutti gli esseri viventi che camminano stanno dentro l’orma dell’elefante, e l’orma
dell’elefante è considerata come la principale per via delle dimensioni, così la diligenza è l’unica cosa che
assicura i due tipi di bene, il bene che riguarda la vita presente e quello che riguarda la vita futura.4

La nostra vita relazionale di tutti i giorni è la situazione di pratica più


difficile, e la più fruttuosa. In considerazione della difficoltà di praticare nella
vita, e delle conseguenze che ne derivano, occorre essere pazienti con se stessi e
con gli altri.
Dobbiamo anche essere adattabili. Cercare di scegliere l’approccio migliore,
di regolarci con calma, ed essere sempre pazienti con noi stessi, senza mai
smettere. Capiterà a volte persino di dimenticarci di questo nobile compito; non
facciamone un problema. Più e più volte il nostro condizionamento ci fa fare un
bagno di umiltà. Allora ci rilassiamo, facciamo un passo indietro, lasciamo
andare. In questo periodo siamo in grado di astenerci da pensieri, parole e azioni
offensive. Ma anche se non tentiamo, o se tentiamo senza riuscirci e arrechiamo
danno agli altri, possiamo incontrare la nostra fragilità con compassione e
pazienza. Soffermandoci sempre e comunque nella gentilezza verso noi stessi.
La pratica incorporata nella vita è la forma più immediata a nostra
disposizione. Non esige che ci rechiamo da qualche parte, o che frequentiamo un
insegnante, o che sottraiamo tempo al lavoro e alla famiglia. Ritiro, gruppo e
pratica nella vita si supportano tutti a vicenda. Così come le linee-guida
dell’Insight Dialogue sono le stesse per tutte queste forme, anche le intenzioni
che le sottendono sono le medesime. È pratica in azione. A noi spetta di
scegliere gli approcci più consoni al momento che attraversiamo, e vivere
gentilmente e saggiamente all’intersezione di diligenza e agio.
In verità non esiste una pratica davvero unilaterale, proprio come non esiste
pratica separata dalla vita: è tutta vita, o no? Ogni cosa che facciamo influenza
chi ci sta intorno. La nostra diligenza può spandere all’esterno risultati salutari, a
partire dal nostro centro di semplice consapevolezza. Il cambiamento personale è
portatore di cambiamento relazionale, e le relazioni attente e pacifiche diventano
la base di un cambiamento sociale autonomo e spontaneo. Quando rallentiamo,
quando ci relazioniamo con consapevolezza e cura, risvegliamo comportamenti
analoghi anche negli altri. Quando riusciamo a restare calmi, a loro volta gli altri
iniziano a calmarsi. Una volta calmati, la loro calma ci sostiene nei nostri sforzi,
in assenza di una pratica esplicitamente condivisa. Qualità come serenità,
saggezza e gentilezza sono contagiose. Nella pratica «unilaterale», condividiamo
la pratica con altri attraverso l’induzione o la risonanza, un modo naturale di
invitarli ad attingere alla loro stessa maggior capacità. Magari non accade subito
o in modi evidenti; lo stress potrebbe ostacolare il germogliare del seme che è
stato piantato. Ma non c’è dubbio che una qualche forma di trasmissione si sia
verificata; la nostra pratica vira silenziosamente da unilaterale a reciproca. Non
appena siamo in grado di riconoscere in noi stessi l’innata saggezza che tutti
possediamo, anche chi ci circonda è invitato a fare lo stesso. Ed è così che
cambiano le relazioni. Ho potuto vedere ciò nella mia stessa vita; e spesso i
meditanti mi riferiscono di come siano cambiate le loro relazioni in famiglia, al
lavoro e non solo. Nella vita le relazioni non offrono lo stesso supporto definito
e reciproco delle relazioni costruite a partire dalla pratica esplicita, ma
condividono un aspetto che la natura fabbricata delle relazioni di gruppo o di
ritiro non può toccare: il risvegliarsi alla vera natura della vita relazionale
vissuta, che trabocca di costruzioni mentali e sfide impegnative, e incorpora
momenti di libertà. Come insegnava il Buddha, possiamo vedere le cose come
realmente sono, proprio ora, nel mezzo della vita. E possiamo rispondere a
partire da saggezza e compassione pienamente naturali.
19. Diversioni nella pratica

La meditazione di Insight Dialogue crea un semplice scenario su cui vengono


dipinte le abitudini condizionate che portiamo nella pratica. A gruppi diversi in
tempi diversi corrisponderanno capacità maggiori o minori; a volte i gruppi non
funzioneranno. Nei gruppi di qualsiasi dimensione possono manifestarsi
schematismi che impediscono ai meditanti di lasciare andare l’attaccamento e
realizzare il potenziale di chiarezza e agio di cui dispongono. A volte singoli
comeditanti si arenano nelle abitudini per tutta la durata di una sessione. Altre
volte sono gruppi interi a restare in stallo, adottando schemi di comportamento
prolungati e improduttivi.
Non sempre l’essere bloccati ci risulta evidente. Proprio come l’indifferenza
presenta analogie con l’equanimità, anche la pratica abile e quella non abile
condividono alcune caratteristiche. Ma la buona pratica ci porta gradualmente
alla comprensione e a occuparci degli altri in modo disinteressato, mentre la
cattiva pratica ci fa smarrire in schematismi di confusione ed egoismo.
Parlerò di sei trappole, tra le più comuni: identificazione con le emozioni (il
gruppo di condivisione); evitamento del disagio e attaccamento ai convenevoli
superficiali; attaccamento alle idee e identificazione con l’intelletto (il gruppo di
discussione); atteggiamento predicatorio, di supporto psicologico o di consiglio,
che dà luogo a ruoli formulaici di studente/professore; ricaduta in una pratica
innanzi tutto individuale e silenziosa; modalità dove lo sguardo fisso o una
specie di trance sono effetto della brama di esperienze speciali. Alcuni di questi
schemi si manifestano come parte della naturale maturazione di un gruppo.
Ciascuno di essi emerge da una qualità che – opportunamente gestita –
costituisce anche una forza. Tuttavia occorre lasciarsi alle spalle ogni trappola
perché possa dispiegarsi una maturazione spirituale. Spesso basta soltanto
identificare tali disfunzioni per liberarci dalla loro morsa.

Identificarsi con le emozioni: il cerchio della condivisione


Quando meditiamo il cuore diventa ipersensibile. Sentiamo acutamente le
emozoni: le nostre emozioni interne e quelle espresse dagli altri. Inoltre, mentre
rilasciamo alcune nostre difese, possono ripresentarsi aspetti emotivi delicati. È
come se le nostre parole riecheggiassero in una chiesa: ogni espressione risuona
nello spazio del cuore. Il che può mettere alla prova la nostra equanimità. Per
cominciare, di solito non abbiamo accesso alle emozioni degli altri, e sentir
parlare delle vite interiori altrui può risultare avvincente. Senza contare che le
nostre reazioni emotive a ciò che dice la gente, e nello specifico l’attaccamento a
tali reazioni, possono compromettere la pratica. Proprio come accade nella vita
quotidiana o in ritiro. Ci aggrappiamo ai buoni sentimenti, sperando che durino.
Ci aggrappiamo ai sentimenti dolorosi, interni ed esterni, e li ricicliamo nel
gruppo, o nel nostro cuore.
Ecco come Edith ha descritto senza mezzi termini l’esperienza di essere
bloccata nell’identificazione con le emozioni:

Eravamo in sei nel gruppo del mattino. Abbiamo cominciato subito a parlare della paura e del sentirsi
invisibili in un gruppo. La persona che aveva introdotto l’argomento della paura si preoccupava di non
ricevere approvazione dal gruppo. La cosa ha fatto riaffiorare le mie, di paure. Lui però ha superato i suoi
timori e ha cominciato a parlare liberamente, mentre io mi stavo invischiando sempre più, senza neppure
rendermene conto. Una donna ha detto che si sentiva costretta a parlare, altrimenti le sarebbe sembrato di
essere invisibile. Allora abbiamo condiviso la sua preoccupazione, così come avevamo fatto con il tizio
della paura. L’intero processo è stato così intenso che non mi sono accorta di essermi fatta completamente
catturare fino a quando è suonata la campana di Pausa. Ho sentito la necessità di fare una lunga camminata
per distendermi e rilassare il corpo. Di certo mi ha fatto apprezzare moltissimo Pausa.

Edith ha trovato una via d’uscita dall’identificazione – Pausa –, ma non prima


che il gruppo terminasse e che le fosse possibile guadagnare un po’ di
prospettiva. Fino ad allora la sua pratica si era appesantita di tensione, mentre si
faceva carico delle sfide emotive dei suoi compagni. Nell’abitare quelle
emozioni, aggrappandosi a esse, aveva sviluppato tensione nel corpo. Quando il
nostro parlare e ascoltare si radica nell’identificazione emotiva, perpetuiamo e
rafforziamo vecchi schemi.
Quando gli schemi abituali sono contraccambiati dagli altri membri del
gruppo, la chiarezza meditativa vacilla. Un’altra meditante, Gerda, nel percepire
le insicurezze dei compagni è ricaduta nel giudizio anziché nella compassione.
Cosa che con ogni probabilità non ha fatto che aumentare la preoccupazione dei
suoi compagni di meditazione:

Per tutto il fine settimana non ho fatto che incontrare persone che si crogiolavano nelle loro insicurezze. Ma
questa pratica è fatta per rivelare le elucubrazioni mentali più assurde? Siamo tutti, sempre, insicuri? Forse
ne ho sentito parlare così tanto perché sono io che lo faccio venire fuori nelle persone. Non saprei. Nella
diade che ho fatto con Donald, durata almeno dieci minuti, lui ha ripetuto almeno tre volte che si sentiva
rifiutato da me. Era come se stesse ad ascoltare solo le informazioni che si aspettava di sentire – mi ami, mi
odi, pensi che io sia stupido. La cosa non mi ha reso simpatiche le persone.

Quando Gerda ha sperimentato il giudizio reattivo, e i suoi compagni


l’insicurezza, non sembrava esserci chiara consapevolezza del sorgere delle
emozioni. I compagni hanno esperimentato le proprie insicurezze come reali;
anche a Gerda l’avversione che provava è sembrata reale. In una tale situazione
di chiusura, la pratica si è bloccata. I meditanti non hanno avuto intuizioni sulla
natura dolorosa dell’attaccamento. Non hanno fatto esperienza
dell’impermanenza, e nemmeno dei modi impersonali e automatici in cui tali
configurazioni si evolvono.
Possiamo prendere parte al gruppo di Insight Dialogue in cerca di foraggio
per l’animale emotivo. Forse desideriamo l’emotività, e le diamo valore.
Cerchiamo il contatto umano per alleviare la solitudine, piuttosto che conoscere
le brame che ci rodono lo stomaco. Un’aspettativa che ha molti precedenti.
Esistono gruppi di supporto o di condivisione che si riuniscono intorno ai temi
più disparati: guarigione psicologica, comunanze spirituali o religiose e altri
interessi o bisogni condivisi. Si tratta di gruppi che nutrono temporaneamente un
bisogno di connessione, oltre a fornire benefici pratici. La cosa ha un certo
valore, e l’Insight Dialogue può anche offrire comunanza e compagnia. Tuttavia
nei gruppi di Insight Dialogue l’accento è posto sulla meditazione e tutto ciò che
implica. Quando i partecipanti sono solo alla ricerca di placare o legittimare le
proprie emozioni, si trovano di fronte a qualcosa che non coincide con le loro
aspettative. Dopo un ritiro Ella ha commentato: «È stato l’unico ritiro di
qualsiasi tipo in cui non ci siamo mai tenuti per mano». Il punto non è che
tenersi per mano non faccia parte di un ritiro o di un gruppo settimanale di
Insight Dialogue. Ciò che importa è la chiarezza degli intenti: siamo qui per
riconoscere, accettare e rilasciare le brame fondamentali, non per alimentarle. In
assenza di ciò, gli individui o i gruppi possono restare intrappolati nelle abitudini
emotive.
Quando proviamo a introdurre le linee-guida dell’Insight Dialogue nelle
interazioni quotidiane, l’intenzione è la stessa che nella pratica di gruppo, e
anche la sfida. Forse vogliamo davvero ascoltare in profondità, ma l’insorgere di
emozione che accompagna una pratica simile ci trova immersi nella reazione a
ciò che udiamo. Magari in generale abbiamo l’intenzione di praticare Rilassa,
ma le abitudini emotive – per esempio, agitarci per le novità che preoccupano
altri – producono in noi attaccamento e mettono in tensione. Quando ci perdiamo
nell’identificazione con le emozioni, la nostra pratica si indebolisce. La
consapevolezza della trappola è gia di per sé un grande passo verso una pratica
più forte, e lo possiamo esplorare nella vita quotidiana. Quando siamo in
compagnia di un amico intimo, proviamo a riflettere su come condividiamo –
ripetendoli e rivivendoli – le nostre preoccupazioni, le nostre lamentazioni e i
nostri successi. Chiediamoci se sia possibile stare con lui al di fuori di tali storie,
nella semplicità di ciò che ci circonda.
Nei gruppi la reazione dell’uno può innescare quella dell’altro, creando il
ciclo negativo che chiamo «interreattività» e sfociando in una qualità di
interazione chiassosa e decisamente non meditativa. I benefici saranno limitati
anche nella pratica di ritiro esplicita, quando si ha un’idea errata di ciò che offre.
Nel corso del ritiro potremo anche avere una tregua dalla solitudine più
attanagliante, ma è l’unico dono possibile? Non c’è nulla con un valore
duraturo? Forse no, se per noi quella tregua è l’obiettivo primario del ritiro,
invece della riduzione delle brame fondamentali.
È innegabile che nell’Insight Dialogue le emozioni siano significative. Le
emozioni costituiscono una parte considerevole dell’esperienza umana
condivisa; ci aiutano a conoscerci reciprocamente e a sentire compassione. La
sensibilità emotiva che ci porta a sentirci bloccati può anche rappresentare un
dono per la nostra pratica. Il punto di svolta è semplice: la sensibilità emotiva
porta a una consapevolezza intensificata o all’attaccamento? La consapevolezza
intensificata è una via d’accesso alla saggezza e a una compassione ancora più
profonda. L’attaccamento è una via d’accesso al crogiolarsi e al dolore, perpetua
l’illusione.
Quando ci ritroviamo incastrati nell’identificazione con le emozioni, noi o
l’intero gruppo, ci è d’aiuto ricordare a noi stessi il proposito e la natura della
pratica. Diciamo a noi stessi – o lo ricordiamo all’intero gruppo – che si tratta di
una pratica straordinaria, di un tempo dedicato appositamente a vedere le cose
con chiarezza. Se stiamo praticando senza un gruppo, ricordiamoci del valore
insito nel rilasciare le abitudini emotive. La pratica dell’Insight Dialogue non è
un tempo per indulgere e rafforzare gli schemi di identificazione, ma per
risvegliarci nell’amore e nel non-attaccamento. Le pratiche che costuiscono un
antidoto sono numerose, e ci aiutano a rinnovare e sostenere il nostro impegno.
Eccone di seguito tre.

1) Accentuate Pausa. Dal momento che le emozioni si autoalimentano, si


ha la tendenza ad accelerare il discorso e a reagire velocemente. È vero
indipendentemente dal fatto che a motivare la parola sia la rabbia o la simpatia.
Quando vi ricordate di fare Pausa, rallentate le reazioni abituali e apritevi a
nuove possibilità di chiarezza e di lasciare andare.
2) Prestate attenzione al corpo semplicemente come corpo.
Ritornate a sentire il corpo seduto: semplicemente a conoscere la forma
essenziale del corpo. Lasciate che questa pratica sia chiara, naturale e basilare.
Può riportarci alla semplicità e alla pace nell’infuriare delle tempeste interne o
esterne.
3) Contemplate la natura impersonale delle emozioni.
Consideratene cause ed effetti – qualcuno dice qualcosa, sorge una reazione, non
c’è un sé che decida di reagire. Osservate la natura automatica della reazione
emotiva.
Riconoscendo quando siamo intrappolati dai limiti insiti nel condividere
gruppi e condividere routine, possiamo trasformare la sensibilità emotiva da
collante che ci lega a vecchie abitudini a fonte di energia e compassione.

Troppo dolce: invischiati nei convenevoli superficiali


A volte, nelle prime fasi della loro evoluzione, capita che i gruppi di Insight
Dialogue ricadano in una modalità di dolcezza superficiale. Mostrano un’energia
bassa e un netto evitamento di qualunque cosa si riveli come sfidante o
apertamente espressiva. Perché i gruppi evitano la sfida e tendono a spegnere i
fuochi? Ci sono due semplici spiegazioni. Accade spesso che i membri dei
gruppi abbiano un’immagine distorta di ciò che costituisce una pratica spirituale
trasformativa. Immaginano che, trattandosi di meditazione, tutto debba essere
tranquillo e pacato. Inoltre immaginano che i sentimenti forti non siano
spirituali, che lo stress e la rabbia siano cattivi, e che la meditazione sia una cosa
fragile. Le emozioni interne vengono soppresse. Le manifestazioni esterne delle
emozioni sono temute, e affrontate allo scopo di risolverle e ripararle, quando
addirittura non le si condanna.
Un tale gruppo coltiverà una pace davvero fragile! La consapevolezza è
esigua e ristretta. C’è poca autenticità. Le persone non si comportano come sono
solite fare nel mondo reale per paura che sfugga loro qualcosa di non spirituale.
Il modo per impressionare gli altri è mostrare quanto siamo spirituali. Pervasi di
stereotipi spirituali, parliamo sommessamente, accenniamo un sorriso
perspicace, diciamo cose delicate, sagge, a volte oscure, ma sempre con gli occhi
che brillano di tenero amore.
Simili presupposti sulla natura del cammino spirituale sono superficiali e
pavidi, e risultano soffocanti. Imparare è intrinsecamente rischioso, perciò può
far paura. Questo ci fa vedere una dinamica-chiave del gruppo troppo dolce: la
paura del disagio. Proprio perché temono il disagio, i partecipanti evitano il
rischio ed evitano di dire la verità. Vengono sviluppate norme di gruppo che
privilegiano la sicurezza più che la realizzazione. In un clima così sterile non
cresce l’amore. Non è consentita l’espressione sincera che può suscitare e
verificare l’accettazione dell’autentica gentilezza amorevole. La crudezza a volte
aspra della vita viene ricoperta con un gel protettivo di banalità e frasi fatte.
Nella pratica inserita nella vita un simile comportamento si manifesta in
forma di ostentazione di spiritualità e di evitamento del conflitto. Forse non
confidiamo nella nostra capacità di Dire la verità pur restando gentili. O forse
crediamo che l’unico modo per praticare Rilassa e accetta con gli altri sia
mostrarsi un po’ mosci. Possiamo «fare i gentili» con un membro della famiglia
o un coinquilino, sottraendoci alla ruvidezza della vita di tutti i giorni.
Indossando panni «spirituali» non permettiamo agli altri di accostarci con
autenticità, e non facciamo che reprimere le emozioni che più temiamo.
Osservare la confusione della vita è una sfida da affrontare con energia, se non
con gioia, per permettere l’aprirsi di un cammino all’insegna di una maggiore
integrità nella vita.
È interessante notare come questo tipo di gruppo, o di individuo, pavido,
superficiale, sdolcinato e preda degli stereotipi, sia un sottoinsieme di quello che
si fa incastrare dall’identificazione con le emozioni. Mentre il gruppo di
condivisione reagisce alle emozioni con l’attaccamento e l’identificazione –
avvitandosi nell’effusività e nel parlare troppo in fretta –, il gruppo troppo dolce
reagisce con l’evitamento. Ma l’evitamento affiora perché, sotto sotto, i
partecipanti si identificano con tali emozioni; le temono perché convinti della
realtà effettiva di ciò che potrebbe essere ferito: i costrutti del sé. A partire da
questa convinzione, l’intero cammino di sviluppo meditativo – incluso l’Insight
Dialogue – viene ricostituito per mantenere la sicurezza ed evitare il dolore.
Se siamo coraggiosi e ci spingiamo oltre la zona di sicurezza, è probabile che
i rischi verranno ricompensati da una forma di pratica carica di verità ed energia.
Come ha riportato Amanda, il caos può sfociare in modalità di funzionamento
più elevate:

Ieri sera nel gruppo c’è stato un grandissimo caos. Non entrerò nei dettagli, ma uno ha avuto un attacco di
paura, un altro ha reagito giudicando, un terzo ha espresso il suo disagio, e molti di noi si sono sentiti
confusi. Ci sono stati lunghi silenzi molto carichi, durante i quali eravamo sopraffatti dallo stress, ma
c’erano anche prese