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Pat Patfoort e la teoria della nonviolenza

Intervista di Fouzia Tnatni a Pat Patfoort avvenuta il 5


maggio 2015 presso l’Hotel Europa di Modena.

D. Lei dedica il suo libro Difendersi senza


aggredire, il potere della nonviolenza all’Africa,
sostenendo che è il continente che più di ogni
altro può indicare al mondo una nuova via per
uscire dalla violenza. Mi può parlare del suo
rapporto con questa terra, che è evidentemente
molto forte? [Prima di rispondere, sfoglia la
versione italiana del suo libro (che avevo portato
con me) per controllare che la sua dedica
all’Africa fosse stata tradotta in modo fedele; si
prende qualche secondo poi osserva che la
traduzione è stata ben fatta].
R. Già il fatto che i miei figli siano nati in Africa è
molto molto importante e non è stato un caso, è stata
una scelta. Il paese dove abbiamo avuto l’occasione [si riferisce a lei e suo marito] di lavorare e di
vivere è la Mauritania. Il luogo in sé non ha molta importanza, giacché siamo stati anche in
Senegal, in Burkina Faso e per qualche anno in Guinea – Bissau. Quando siamo partiti, io ero
incinta del mio primo figlio Malik e per me era importante in quel determinato periodo prendere una
certa distanza dalla mia cultura, non perché la considerassi in modo negativo, ma semplicemente
perché sentivo il bisogno interiore di prendere una certa distanza. Mi rendevo conto che eravamo
molto assorbiti dalla cultura occidentale e volevo capire se staccandomene un po’, avrei potuto
vedere le cose in modo più neutrale. Inoltre desideravo aprirmi ad altre culture, molto differenti
dalla mia, al fine di far emergere e mettere insieme gli elementi di nonviolenza presenti in esse, per
costruire una cultura della nonviolenza. Ho visto che la maggior parte delle donne europee che
vivevano in Africa, tornava in occidente per partorire. Per noi era molto importante andare in Africa
prima di mettere al mondo nostro figlio; era importante per me partorire lì e per questo mi ero
preparata scrupolosamente.
Uno degli aspetti che ho osservato in Africa è stato ad esempio l’atteggiamento migliore che la
madre aveva nei confronti del proprio neonato in lacrime. Di solito, o si lascia piangere affinché si
abitui, e credo che questo non faccia bene al neonato, oppure si stringe tra le braccia per farlo
calmare. Con tale atteggiamento, spesso, o è il bambino che è messo nella posizione minore o è il
genitore. In Africa ho trovato una cosa bellissima; il “marsupio” di tessuto, che ho usato tantissimo
con i miei due figli. Questo rappresenta una soluzione nonviolenta che permette di non mettere né
il neonato né se stessi nella posizione minore e che consente, inoltre, un continuo contatto fisico,
che è importante. Questo per esempio è un aspetto che non avevo ricevuto dalla mia cultura; da
noi quando un neonato piange, ci si chiede: “Ha fame?”, “Deve essere cambiato?”, “Sente
freddo?”, ma non ci si domanda se, magari, egli ha bisogno di contatto fisico. Ho riflettuto a lungo
sul fatto che il piccolo, dopo aver passato nove mesi dentro la madre, subisce uno shock enorme
quando viene al mondo, questo è ovvio; per questo ha bisogno di abituarsi al distacco dalla propria
madre in maniera molto progressiva. Per me, dunque, il “marsupio” di tessuto, che la madre, o
un’altra donna che lo accudisce, usa per tenere il neonato legato a sé, rappresenta un’eccellente
soluzione nonviolenta.
Un’altra cosa importante che ho potuto osservare è che il bambino fino ai due / tre anni è molto
legato fisicamente alla madre.
Non posso fare il confronto con la cultura asiatica o sud americana, perché non ho vissuto
abbastanza nei luoghi dove esistono queste culture. Posso tuttavia dire che in Africa ho trovato tra
gli adulti una fiducia in se stessi che non ho percepito in Europa; ma la ragione fondamentale che
spiega questa mancanza è la precoce e rapida rottura che vi è tra la madre e il bambino. Io, ad
esempio, ho allattato tutti i miei figli fino a un anno di età e non hanno mai visto un biberon. Il
contatto fisico con il bambino è importantissimo, ma noi occidentali parliamo, parliamo, parliamo;
ma anche il silenzio è una forma di comunicazione molto importante, esattamente come il contatto
fisico.
Nella nostra cultura, inoltre, si pensa che il bambino a una certa età debba necessariamente saper
fare delle cose, ma questo è terribile! Il bambino dovrebbe essere guardato e riconosciuto per le
sue capacità ed è necessario aiutarlo e dargli tutti i mezzi per sviluppare le sue potenzialità. È così
che si crea una persona forte.
In Africa ho trovato tante altre cose positive, come per esempio la gioia di vivere. Lavoravo come
biologa in un ospedale e lì ho avuto l’occasione di lavorare con gli africani i quali erano pieni di
gioia di vivere; riuscivano a far musica con qualsiasi oggetto. Io adoravo tutto ciò... anch’io ho
molta gioia di vivere… amo danzare. Credo che sia perché anch’io ho avuto la possibilità / fortuna
di avere una madre che mi ha allattato fino a un anno, che mi stringeva spesso tra le braccia e mi
teneva sulle sue ginocchia, che mi coccolava molto e mi apprezzava per quello che ero.
L’Africa mi ha davvero insegnato tante cose. In Sud Africa, ad esempio, ho trovato anche una
grande capacità di riconciliazione e di perdono da parte degli individui. È incredibile! Questo ha
permesso il processo di riconciliazione e di fare un enorme lavoro.
Ho visto molti documentari e mi sono resa conto che i “neri” sono molto più capaci di ascoltare la
loro vittima che i “bianchi”. Questi ultimi sono sempre impegnati a cercare una giustificazione e
questo è abominevole.
Queste sono tutte cose che ho trovato in Africa e meno in altre culture. Parlo dell’Africa perché è lì
che ho vissuto per qualche anno. Se magari avessi vissuto in Sud America, avrei parlato di questo
luogo. Ci sono persone che dopo aver trascorso qualche mese in Africa, dicono di conoscerla; io
dopo otto anni stavo appena cominciando!
D. Sempre nello stesso libro lei accenna ai suoi studi intrapresi sulla nonviolenza, che
come ha dichiarato le sono stati fondamentali per definire il metodo attraverso il quale ha
allevato i suoi figli. Mi può parlare del suo percorso di studi e soprattutto dei riferimenti
pedagogici che l’hanno maggiormente influenzata?
R.Quelli che mi hanno maggiormente influenzato sono i Quaccheri.
Ovviamente mi hanno influenzato anche molti altri elementi come l’analisi transazionale, il lavoro di
Rodgers e di Thomas Gordon, ecc…
I Quaccheri non sono come i mormoni o gli Amish; sono persone che si vestono come te e me e
sono inseriti nella società; coltivano dei valori molto forti, tra cui la giustizia e la riconciliazione.
All’inizio del secolo passato, molti di loro furono costretti a fuggire dall’Inghilterra per via del loro
rifiuto incondizionato a imbracciare le armi.
Prima della nascita dei miei figli cercai libri sull’educazione nonviolenta, però le sole cose che
trovai furono testi o
sull’educazione o sulla nonviolenza. Inizialmente credevo di trovare un libro sull’educazione
nonviolenta, nel quale avrei potuto trovare suggerimenti utili per allevare i miei figli, ma allora non
fu così. Così ho cominciato a mettere insieme i due argomenti, educazione e nonviolenza.
Da biologa, ho cominciato ad associare questi argomenti anche alla biologia e all’antropologia,
anche se era ancora poco sviluppata.
Questo mi portò a considerare sempre di più l’uomo come un animale, bello, molto sviluppato in
tutti i suoi aspetti. Ritengo che non ci sia nulla di denigrante nel paragonare gli esseri umani agli
animali; ho molta ammirazione per questi ultimi. Entrambe le specie hanno un istinto di
conservazione molto forte. Cominciai a riflettere su questo istinto di conservazione e lo misi alla
base del mio modello.
Ho cominciato così! Non dalla psicologia o altro. Non ho mai pensato di fare la psicologa.
Ho sempre amato molto anche la matematica in cui ero molto brava anche all’università. Penso
che questa materia, mi abbia influenzato e mi abbia condotto a utilizzare modelli e schemi che, in
effetti, hanno un po’ l’aria di essere usciti dalla matematica.
Ci sono molte altre cose che hanno contribuito allo sviluppo del mio lavoro, tuttavia credo che
l’elemento più forte sia stata la mia stessa volontà. Ho iniziato queste ricerche anche perché non
sopportavo più che le persone che mi stavano intorno, la mia famiglia per esempio, mi dicessero
che ero troppo idealista, che dovevo stare con i piedi per terra e che non sarei mai riuscita a
mettere in pratica questi principi di nonviolenza con i miei figli. Più mi dicevano così e più mi
arrabbiavo; sostenevo: “Aspettate, vi dimostrerò che è possibile!”. Io credevo che ci fossero delle
cose da cambiare del nostro stile d’educazione ed erano proprio tali elementi che non volevo
trasmettere ai miei figli.
Questa volontà è stata molto importante e lo è ancora oggi su tanti argomenti. La mia volontà
spesso diventa rabbia, ma una rabbia costruttiva, che mi spinge a voler cambiare nella mia vita le
cose con le quali mi trovo in contrasto. Per esempio negli ultimi anni mi sono anche occupata della
questione che interessa l’eutanasia soprattutto con il caso di mia madre, alla quale ero molto
legata.
Negli ultimi anni della sua vita era diventata prigioniera del suo corpo; aveva novantuno anni ed
era diventata quasi totalmente cieca e sentiva sempre meno; non era più in grado di uscire da so-
la dal suo letto e in pratica non poteva più muoversi; aveva molti dolori a diverse parti del corpo,
ma la sua memoria era ancora eccellente, il suo spirito e la sua volontà erano ancora molto forti e
chiari. Per questo voleva porre fine alla sua vita. In Belgio è legalizzata la pratica dell’eutanasia e
questa fu la sua scelta. È stato molto difficile, poiché lei non era una malata terminale e avrebbe
potuto vivere molti altri anni. Abbiamo parlato molto. Naturalmente non è semplice pianificare una
morte… non è facile! Tuttavia, per tutta la vita ho ascoltato mia madre chiedendole cosa voleva e
mi organizzavo per soddisfare i suoi desideri. Il giorno in cui mi disse che non voleva più
continuare a vivere, io ho pensato: chi avrebbe osato dirle “No, tu resti in questo corpo infermo e
infelice!”. Quale persona avrebbe osato dire questo!? Tutto ciò è legato alla mia volontà. Quando
sento che qualcosa non è giusto …; ma la domanda che mi pongo è: che cos’è giusto? Non è una
mia decisione, ma è ascoltare gli altri, le loro sofferenze.
Che sia una persona che non vuole più vivere, o che sia un bambino che soffre perché non si
sente riconosciuto poiché non lo si accetta per quello che è e lo si paragona costantemente agli
altri.
Io sento allora una volontà molto molto forte che mi guida e che è alla base di gran parte del mio
lavoro. Non potrei parlare della nonviolenza se non la mettessi io stessa in pratica nella mia vita
quotidiana. Non sostengo di non fare mai degli errori; ogni tanto mi dico “Oh là là, ma cosa ho
fatto?”, ma anche questo fa parte del lavoro e della riflessione; bisogna almeno provarci.
D. L’educazione che ha ricevuto, Pat, è stata basata sul “Modello Maggiore-minore” o
sull’Equivalenza?
R. Maggiore – minore! [Ride].
Anche tra i miei genitori il rapporto era incredibilmente Maggiore-minore. Mia madre era la classica
moglie vittima che seguiva sempre suo marito e aveva una grande forza per farlo, ma ha sofferto
molto per questo. Mio padre era un buon uomo, progressista e visionario per certi aspetti, ma che
non sapeva come mettere in pratica la nonviolenza con i bambini.
D. Era una violenza verbale, fisica o…?
R. No no, era una violenza psicologica… A un certo punto, quando avevo diciannove anni, è
andato via con una ragazza della mia età e lasciò mia madre. Io ho capito perché l’ha fatto, ma
mia madre ne ha sofferto tantissimo. Ha tentato di farla soffrire meno, ma non sapeva come fare.
Mio padre non mi picchiò molto, ma a causa della sua violenza psicologica, io ne ebbi paura per
tutta la mia giovinezza. Aveva uno sguardo…! Una volta siamo tornati dall’Africa e siamo andati a
trovarlo. A un certo punto mi disse qualcosa in un modo… ed ebbi paura che mi schiaffeggiasse,
nonostante che io fossi già madre.
A quel punto mi dissi: “Oh la la Pat… hai ancora paura di tuo padre... bisogna fare qualche cosa!”.
Allora decisi di proporre a mio padre di intraprendere un percorso di riconciliazione. È stato
d’accordo e abbiamo cominciato a lavorarci insieme. Ho potuto comunicagli tutto, anche se non è
stato immediato; ho iniziato facendogli delle domande su di lui, sulla sua giovinezza e sulla mia
infanzia. Ci siamo incontrati regolarmente per due anni; così ho potuto rimuovere un ostacolo e
questo mi ha permesso di proseguire la mia vita con molta più forza. Sono molto felice di aver fatto
questo percorso di riconciliazione con lui e gli sono molto riconoscente.
D. La sua, Pat, era paura o rispetto?
R.Certamente nutrivo rispetto per mio padre, ma ne avevo anche paura; ho lavorato molto su
questo. Per me la paura è una cosa di cui si deve essere coscienti; è necessario guardarla in
faccia e imparare a gestirla. Il processo di riconciliazione si è sviluppato molto molto bene; infatti,
la paura è svanita, ma c’è voluto del tempo. Ci incontravamo spesso e mi sono resa conto che mio
padre si comportava in modo diverso quando eravamo soli e di conseguenza potevo parlargli in un
modo differente dal solito. Ho potuto dirgli tutto quello che avevo bisogno di esprimere e mi ricordo
che a un certo punto mi disse: “Possiamo ancora continuare”, e io gli risposi: “Ma papà non ne
abbiamo più bisogno, ho potuto dirti tutto quello che avevo bisogno di dirti”; quindi il processo di
riconciliazione era finito.
Che cos’è, dunque, il processo di riconciliazione? È proprio questo: il processo durante il quale, chi
si è sentito in una posizione minore (all’interno delle famiglie sono spesso le generazioni
successive), può esprimere cosa ha provato trovandosi in tale posizione, può parlare dei propri
sentimenti e sofferenze, che l’altro ascolta. Tuttavia non giudica, non attacca l’altro, ma dice solo
come si è sentito. Se le due persone si comprendono, non c’è bisogno d’altro. Per me non serve
nemmeno che l’altro si scusi, l’importante è che abbia ascoltato. Mi ricordo che una delle cose che
mio padre mi disse fu: “Io non volevo farti paura” e io gli dissi: “Papà, io lo so, l’ho capito, tuttavia è
successo”. È importante che anch’io lo ascolti; ascolti com’è stata la sua infanzia, come l’ha
vissuta e come si è sentito.
Non credo nemmeno che si sia mai scusato, ma non è stato necessario poiché ha ascoltato quello
che avevo da dirgli.
Per me la riconciliazione tra generazioni è molto importante, perché permette di affrontare la vita
con più forza. Il processo di riconciliazione tra me e mio padre è avvenuto molti anni prima che lui
morisse; quando iniziammo il processo, lui non era malato o in fin di vita e questo è stato molto
importante. Ho potuto lasciarmi tutto alle spalle senza continuare a portarmi il peso dentro.
È molto importante lavorare sul proprio passato e se non lo possiamo fare con la persona stessa,
dobbiamo trovare un altro modo.
La riconciliazione con mio padre non è stata un caso fortuito, ma il risultato di una scelta; mi
dicevo: “Non puoi restare con questa paura”, soprattutto perché sapevo che mio padre era un
brav’uomo, ma allo stesso tempo faceva certe cose….
Mi ricordo che quando è morto ho visto nella sua biblioteca dei libri sull’educazione, ma non è mai
arrivato a…
Prima che intraprendessimo il processo di riconciliazione, gli spiegai che lavoravo sull’educazione
nonviolenta e lui mi disse: “Ma io ti ho comunque educato in modo nonviolento”; io l’ho guardai e
mi chiesi: “Ma pensa davvero quello che dice!? Lo pensa davvero!?”.
Per me è importante fare quello che sento debba essere fatto e tuttora la penso così. Di recente ho
avuto delle conversazioni con i miei figli… ora è il loro turno! Anche se ho usato l’educazione
Equivalente, probabilmente ci sono stati dei momenti in cui loro si sono sentiti messi nella
posizione minore. In tal caso è importante che loro me lo dicano, che non aspettino che io sia in fin
di vita, perché mi sarebbe più difficile comprendere. Mi rimproverano delle cose; in fin dei conti non
sono tante, ma me ne dicono.
Io li ascolto senza tentare di giustificarmi o di difendermi; semplicemente ascolto. È importante che
loro mi parlino, affinché io riesca a capire cosa posso fare negli anni che mi restano per rimediare
a quanto accaduto negli anni passati. Tuttavia ci sono anche cose che non possiamo rifare o
cambiare e allora ascolto… ed è la cosa più importante da fare.
D.Nei suoi studi sull’educazione le è mai capitato di incontrare quelli che sono stati i
grandi educatori della nonviolenza?
Ce ne sono tanti; Pestalozzi, Freinet, Steiner, la Montessori ecc. È tutto uno studio che in verità
dovrei ancora fare. Avevo comprato tanti libri dicendomi che avrei dovuto leggerli, cercare tutte le
equivalenze, ma sono ancora lì. Ho tante altre cose ancora da scrivere e da fare. Penso che non
ce la farò mai perché credo di avere tanti altri lavori da fare. Sicuramente in alcune culture e
filosofie ci sono più elementi di Equivalenza che in altre, ma puoi trovare elementi di Maggiore –
minore ed Equivalenza in tutte.
Ci sono anche le regole che spesso sono pericolose. Sono fatte e pensate per tutti, ma alcuni
riescono ad adattarsi meglio che altri a queste regole. Spesso coloro che non si adattano possono
sentirsi in posizione minore. Le regole sono pericolose. Possiamo ovviamente stabilire delle regole
per vivere in comunità, che sia dentro una scuola, dentro una famiglia, ma questo non vuol dire
che siano buone norme, ma semplicemente che sono regole che ci permettono di vivere bene
insieme e che evitano l’insorgere di continue discussioni. Tuttavia le regole devono avere la
possibilità di essere riviste, poiché potrebbero subentrare nuovi elementi. Pensiamo ad esempio a
un ragazzo, che crescendo non sopporta più, considerandole violente, le regole alle quali era
costretto da bambino.
Quando si tratta di regole, dunque, occorre fare attenzione.
Capisco che ci debbano essere, ma è necessario fare attenzione.
Esattamente come le leggi; bisogna essere disposti a farle evolvere.
D.A che punto della sua vita ha sentito di essere matura per elaborare la sua teoria? È
stato un lavoro immediato oppure è più giusto considerare il suo quadro teorico come il
risultato di un processo?
R.Non mi sono mai sentita matura o immatura. A un certo punto mi sono davvero resa conto che
dovevo scrivere delle cose, altrimenti le avrei perse. Non è stato facile, perché scrivere quando hai
dei bambini piccoli, non è semplice.
La prima brochure che ho scritto, che all’inizio doveva essere solo un articolo, s’intitola
Introduzione alla nonviolenza; esiste anche una versione italiana, ma non la trovi facilmente.
Dovresti chiederla al MIR, Movimento Internazionale della Riconciliazione, sono loro che l’hanno
pubblicata. Se confronti i miei diversi libri, puoi vedere come la teoria sia evoluta nel tempo. Nel
primo fascicolo pubblicato dal MIR ci sono già degli schemi che trovi qui [fa riferimento al suo libro
Difendersi senza aggredire – la potenza della nonviolenza, che al momento dell’intervista era
posizionato sul tavolo], esattamente come ci sono degli schemi presenti nel mio libro Costruire la
nonviolenza che non trovi nella precedente brochure. Se tu metti insieme, nel seguente ordine, i
libri Introduzione alla nonviolenza, Costruire la nonviolenza, Difendersi senza aggredire, puoi
vedere l’evoluzione della teoria.
Quando ho scritto la brochure, l’idea di partenza era di scrivere un articolo; quando ho scritto il
libro Costruire la nonviolenza, credevo di scrivere una brochure; quando ho scritto il libro
Difendersi senza aggredire – la potenza della nonviolenza, l’idea di partenza era di scrivere un
libro piccolo come quelli precedenti e invece è diventato il libro che è. Ogni volta comincio e il
lavoro si sviluppa.
D.Parliamo, dunque, di un processo?
R.Sì, sì sì sì.
D.Lei sostiene che molte persone credono che l’Equivalenza sia un’utopia e per questo ha detto di
sentirsi come un’esploratrice del passato che ha scoperto dei pigmei in Africa. Lei opera
l’Equivalenza in diversi contesti, toccandone con mano i risultati positivi. Mi può dire se qualche
sua esperienza professionale è stata accompagnata da una ricerca che possa dimostrare
oggettivamente l’efficacia del suo modello?
R.Oggettività… che cos’e l’oggettività? [Ride].
Io credo piuttosto in una somma di soggettività ed è questo che dà la teoria. Leggendo il libro
Costruire la nonviolenza, potrai vedere come io ho cominciato il mio lavoro domandando alla gente
comune, come me e te, proveniente da diverse culture, cos’è per loro la violenza e come la vivono;
non, dunque, dagli esperti o dalle persone famose.
C’è un esercizio che ho fatto svolgere molte volte; chiedevo alle persone di fare un disegno che
rappresentasse loro stessi con la sofferenza vissuta o la violenza subita. Mettendo insieme tutti i
risultati, a poco a poco, è nato il modello del Maggiore – minore.
Sono partita inizialmente dallo schema della falsa nonviolenza (pag. 252), che definisce il
comportamento di molte persone. Osservavo che le persone si muovevano su questa linea in cui
la nonviolenza è considerata, soprattutto, avvicinamento all’altro, cedere all’altro; ma la
nonviolenza deve essere anche per se stessi.
Spesso si resta su questa linea, ma in questo modo non si arriva molto lontano. È entrando in
un’altra dimensione che si arriva alla vera nonviolenza. Credo che la nonviolenza sia considerata
un’utopia perché si resta su questa linea. È necessario prendere questa linea, che tira verso i due
estremi opposti, per me – per te, piegarla per raggiungere un punto in cui i bisogni di entrambe le
parti sono soddisfatti. Questo non vuol dire raggiungere un accordo, ma una soluzione in cui
entrambi si sentono bene.
È da questo schema che sono partita e da cui piano piano è nato il “Modello Maggiore – minore”.
Ho pensato che fosse importante inserirlo in questo libro, che a mio avviso doveva essere un libro
completo.
Tutto è cominciato, dunque, chiedendo alle persone comuni. La lettura non è mai stata il mio forte,
preferisco lavorare con la gente, parlare con le persone, riassumere e sintetizzare le loro
esperienze; questo è quello in cui mi sento molto competente.
All’inizio della mia carriera scientifica erano importanti le referenze, ma poi mi sono chiesta:
“Perché devo necessariamente fare riferimento a degli autori se le mie intuizioni non sono state
suggerite da loro?”. Le mie idee non sono il risultato di questi autori ma di gente comune. Tuttavia
non potevo usare queste persone comuni come referenze, poiché non avevano scritto libri. Ancora
oggi, spesso, quando mi chiedono di scrivere degli articoli o dei capitoli sulla mia teoria per dei
giornali scientifici, alla fine mi chiedono: “Ma dove sono le referenze?”, e io gli rispondo: “Non ci
sono referenze, perché le persone di cui parlo non sono famose, non hanno scritto niente”. Allora
mettono una decina di autori perché altrimenti non possono pubblicare i miei articoli. Mi chiedono
se vanno bene le referenze che hanno scelto, come per esempio Gandhi e io rispondo: “Si si va
bene”. Servono assolutamente delle referenze!
Ogni tanto leggo dei libri perché mi dico che bisogna, però preferisco ascoltare le persone e
mettere insieme le loro esperienze, adoro fare questo! È così che sono nati i miei modelli, che, se
ci pensi in fin dei conti, sono molto semplici e per fortuna che è così! In questo modo sono
comprensibili e utilizzabili. È questo che trovo meraviglioso, la semplicità che scaturisce dall’unione
di molte molte soggettività / individualità.
D.Il modello Maggiore – minore invade ogni livello di relazione umana, tuttavia lei sostiene
che l’uomo non è cattivo per natura. Lei riconosce delle ragioni / elementi storici, culturali,
antropologici che hanno contribuito all’affermarsi del modello Maggiore – minore?
Esistono delle culture più “Equivalenti” di altre? E se sì, perché?
R.Nessuna cultura è totalmente nonviolenta. Trovi sempre degli elementi di Maggiore – minore e di
Equivalenza. Penso, inoltre, che non si debba confrontare le differenti culture perché, così
facendo, ci si presta al modello Maggiore – minore. Tuttavia mi rendo conto che nella cultura
occidentale si trova enormemente il modello Maggiore – minore. Il sentimento di superiorità, la
fatica di ammettere quando si fanno gli errori, la mancanza di fiducia in se stessi che è alla base di
queste difficoltà; ma questa non è la colpa dell’occidentale.
Mi potresti ripetere la tua prima domanda?
D.Se ci sono degli elementi storici, culturali o antropologici che hanno permesso il
prevalere del modello Maggiore – minore? Molti ad esempio parlano di modello patriarcale
piuttosto che matriarcale…
R.Il modello matriarcale non è certo meglio di quello patriarcale! Le cose funzionano nello stesso
modo.
Ascolta, credo che ci sarebbe un interessante studio da fare che tu potresti intraprendere, e
sarebbe molto utile. [Ridiamo] Credo che ci siano delle ragioni pratiche per le quali il modello
Maggiore – minore sopravvive ancora tanto; bisognerebbe sicuramente andare indietro, al tempo
della preistoria. All’inizio era diverso, gli esseri umani non sapevano parlare. A riguardo ci sarebbe
sicuramente un interessante studio che andrebbe fatto, ma non credo che sia la cosa più
interessante per me. Quello che posso affermare con certezza è che il modello persiste anche
perché è molto presente all’interno dell’educazione, motivo per il quale è trasmesso alle future
generazioni. Molte persone non si rendono conto di come, molto precocemente, già al neonato si
può trasmettere il modello Maggiore – minore o l’Equivalenza. Se facessimo uno studio su un
bambino di tre anni, penseremmo che il modello Maggiore – minore sia dentro di lui, ma non è
certo così; gli è stato trasmesso! Bisognerebbe, dunque, intraprendere l’indagine molto prima.
Credo che il modo migliore di fare uno studio sia presentare un modello diverso e osservare se la
persona, oggetto d’indagine, si comporta diversamente. Occorrerebbe fare uno studio
sperimentale.
Esiste un’altra ragione che contribuisce alla persistenza del modello Maggiore – minore. Si ha la
percezione che esso funzioni. Questo accade perché subito abbiamo l’impressione di ottenere
quello che vogliamo, ma se guardiamo un po’ più a lungo termine, un’ora, un giorno, ci
renderemmo conto che non è così. Tuttavia questo non lo percepiamo. Consideriamo l’esempio di
un padre e suo figlio. Il genitore non vuole che il figlio faccia una certa cosa, ma il bambino non lo
ascolta; il padre lo picchia e il figlio smette.
L’uomo penserà: “Ecco, vedi, il mio modello funziona!”. In seguito il bambino smetterà di mangiare,
tuttavia il padre non riuscirà a vedere la connessione tra gli eventi. Il bambino si è sentito messo in
una posizione minore e si è sentito, soprattutto, trattato in modo ingiusto e per questo non vorrà
mangiare. Tuttavia il padre continuerà a pensare che il suo modello ha funzionato. Ci sono dei
genitori che educano i propri i figli in modo incredibilmente autoritario. Obbligano, ad esempio, i
propri figli a intraprendere degli studi che non vogliono fare. Io ne conosco tanti che arrivati a
trent’anni hanno affrontano i genitori dicendo: “Adesso ne ho abbastanza, non voglio mai più
saperne di voi, me ne vado, non ne posso più!”. Per trent’anni si sono sentiti messi in posizione
minore e ne vogliono uscire; è ovvio che così facendo, si mettono in una posizione Maggiore
rispetto ai genitori, ma non sanno uscire dalla loro posizione minore se non in questo modo. È
molto probabile che i genitori non gli diranno: “È stato il nostro modo di educarti”, ma attribuendogli
tutta la colpa penseranno e diranno: “Che figlio ingrato!”. Ovviamente il modello educativo di questi
genitori non è stato creato da loro, ma è il risultato della loro stessa educazione. Non è facile
uscire da questo meccanismo.
Posso anche citare l’esempio dei delitti d’onore, che sono una cosa terribile. Esistono genitori che
hanno obbligato i loro figli maschi a uccidere le proprie sorelle per esempio, credendo che fosse la
cosa giusta da fare. È tutto un sistema che alimenta un insieme di cose. È molto difficile in questi
casi che la coscienza prevalga.
Ci si sente obbligati a seguire un sistema altrimenti non ci sente adatti, si è esclusi dalla società. È
molto difficile tutto questo e non è facile cambiare.
Per questo, partendo per l’Africa sentivo il bisogno di allontanarmi dalla mia cultura. Mia madre,
mia suocera, mia nonna, mio padre, tutti sarebbero venuti da me per darmi buoni consigli, ma
erano suggerimenti che loro avrebbero trovato giusti; consigli della loro cultura, ma io volevo
costruire un’altra cultura! Volevo, quindi, provare a non seguire i loro consigli. Da occidentale ho
deciso di partorire in Africa, in un ospedale dove non c’era un ginecologo, ma solo un medico e
un’ostetrica marocchina che mi hanno aiutato a partorire; anche se non era molto diffuso in quegli
anni, ero entrata in contatto con lo yoga prenatale e facevo tutti i giorni i miei esercizi. Ricordo che
dissi a mia madre di venire a trovarmi in Mauritania solo dopo una settimana dalla nascita di mio
figlio. Lo feci perché volevo costruire le mie abitudini con il mio bambino. Dato che non sapevo
molto sui neonati, non volevo che lei fosse lì per dirmi come fare. Trovo insopportabile che
qualcuno ti dica che cosa devi fare. Volevo creare una mia cultura; stavo andando verso l’ignoto,
ma delle volte bisogna intraprendere questa strada per avere un nuovo inizio. Ovviamente mio
marito era d’accordo / in sintonia con la mia ricerca dell’educazione nonviolenta. Anche lui era
molto interessato alla nonviolenza e approfondiva la sua conoscenza attraverso i libri, la
letteratura, mentre io più nella pratica concreta.
Ti racconto un altro aneddoto che per me è terribilmente importante e ogni volta che ne parlo,
esprimo una certa rabbia. In occasione della nascita del suo secondo figlio, mia sorella era
ricoverata in un ospedale in Belgio. Le infermiere, che erano molto gentili e premurose con lei,
dopo il parto le dissero che era molto importante che lei riposasse, quindi presero il bambino con la
promessa di riportarglielo se si fosse messo a piangere. Durante quella stessa notte le infermiere,
piene di buone intenzioni, per non svegliare mia sorella, diedero al neonato acqua e zucchero, con
la conseguenza che il neonato non volle più saperne del latte materno.
Mia sorella, che avrebbe voluto allattare il suo bimbo, non poté più farlo. Per me questa cosa è
orribile. Io ad esempio volevo allattare i miei figli e la sola idea che qualcuno avrebbe potuto
impedirmelo, anche se mosso da buone intenzioni, m’infuria. Sono io che devo poter decidere se
ho bisogno di dormire o no, le mie priorità. Le infermiere possono esprimere la loro opinione, ma
non possono decidere per gli altri. È ovvio che le infermiere hanno l’esperienza che io non ho, ma
continuando così non si cambieranno mai le cose. Bisogna, quindi, seguire nuovi modelli.
D.Uno degli elementi fissi del suo quadro teorico è la comunicazione. In merito a
quest’argomento qualche giorno fa ho seguito un dibattito televisivo in cui si parlava di un
manifesto processo di brutalizzazione, che trova campo fertile soprattutto all’interno del
social network. Cosa ne pensa al riguardo? Da ricercatrice e operatrice nel settore, ha
notato anche lei un’involuzione della comunicazione?
R.Non coinvolge solo i mezzi di comunicazione, ma è anche nel modo proprio di parlare. Ad
esempio i giovani tra di loro si dicono delle cose incredibili, ma è ancora più incredibile quello che i
genitori dicono ai propri figli. Li insultano senza nemmeno pensare a quello che dicono. Se vuoi
arrivare al modello dell’Equivalenza, ci sono tanti vocaboli da eliminare; non è sufficiente non
usarli, non devono nemmeno essere pensati. Non si deve credere che qualcuno è un imbecille, un
incapace. In Equivalenza tutto ciò non esiste. Ad esempio al posto d’incapace si potrebbe dire: “Ho
l’impressione che tu non riesca a fare questo…”, ed è normale, ognuno di noi ha delle cose che
non sa fare. Bisognerebbe essere capaci di vedere le qualità e i limiti di una persona evitando di
giudicare o di etichettare. Noi invece abbiamo la tendenza a fare il contrario.
Riguardo ai mezzi di comunicazione, bèh…io mi comporto diversamente rispetto a un giovane.
All’età che ho, sessantasei anni, ad esempio non voglio il tablet, lo smartphone e non uso il
cellulare.
Utilizzo la mail, che controllo tutti i giorni o quando ne ho bisogno e ho il telefono fisso a casa. Non
dico che è la scelta migliore e che tutti devono fare come me, dico solo che è la mia scelta.
Questo mi permette di essere tranquilla. Ad esempio io trovo folle che mentre sto parlando con una
persona, il suo telefono squilli e lui risponda interrompendo la nostra conversazione. Questo
comportamento a mio avviso equivale a mettere qualcuno nella posizione minore, anche se egli
dice “Mi scusi…”. In tal caso io vado via, a fare altre cose.
Io mi posso permettere questa cosa perché non sono all’inizio della mia vita, ma è normale ad
esempio che i miei nipoti facciano scelte diverse dalla mia. Non sono certo io che dico loro cosa
devono fare e non penso nemmeno di doverlo fare. Sostengo solo che per me è importante
dedicare sufficiente tempo alla conversazione, per parlare insieme. Ad esempio anche mio marito
non ha il cellulare e questo ci permette di comunicare di più quando stiamo insieme. Altre volte
stiamo semplicemente in silenzio, uno di fianco all’altro e guardiamo il fuoco del camino. Penso
che anche questo sia comunicare.
Ho l’impressione che con tutto questo [fa riferimento al cellulare e al tablet posizionati sul tavolo
per registrare l’intervista] spesso non ci si possa più permettere questi momenti. Non dico che
nessuno dovrebbe possederli, ma solo che non è facile usarli in modo equilibrato. E per questo io
preferisco vivere senza. Tuttavia mi rendo conto della loro utilità. Io viaggio molto e recentemente
mi è capitato di essere con mio figlio Malik e di non sapere gli orari dei treni; allora lui ha cercato
nel suo smartphone… [Ridiamo].
Generalmente quando arrivo in stazione, guardo l’ora di partenza del treno che devo prendere, e
se sono in anticipo … bèh aspetto! È una maniera di vivere che c’era prima dell’avvento di tutti
questi strumenti. È tuttora possibile vivere così. Ovviamente è una scelta. Esiste anche la scelta di
possedere queste tecnologie e di usarle in modo equilibrato, ma non è facile.
D.Sono iscritta al Dipartimento di Scienze Umane e seguo il corso di “Scienze
dell’educazione”; non è previsto un percorso che affronti il tema della nonviolenza. Lei
cosa ne pensa? Ritiene che sarebbe utile, per chi andrà a fare il lavoro educativo con gli
esseri umani, essere orientato in questa cosa?
Tu mi stai facendo una domanda, e mi chiedi di rispondere sì o no; quale credi che sia la mia
risposta?
Che è utile e che lo dovrebbero inserire!
“Voilà!”. Tu volevi la conferma di una cosa che pensi già.
In Belgio ci sono già molti corsi di questo tipo, sia nelle Università sia nelle scuole superiori; sono
stati introdotti ma si è fatto in maniera progressiva. Ci sono spesso degli educatori che vengono ai
miei corsi di formazione e che mi dicono: “Nel mio corso ho trovato il modello Maggiore – minore”,
oppure dei professori che mi chiedono se possono inserire la spiegazione del mio modello nei loro
percorsi. Questo accade sempre più spesso. La tua tesi, quindi, aiuterà a questo!

Traduzione di Khadija Tnatni e Fouzia Tnatni.


Riferimenti Bibliografici
Patfoort P. (2012), Difendersi senza aggredire, la potenza della nonviolenza, Pisa University Press,
Pisa.
Patfoort P. (2013), Io voglio, tu non vuoi: manuale di educazione nonviolenta, Pisa University
Press, Pisa.
Montessori M. (2004), Educazione e pace, Edizioni Opera Nazionale Montessori, Roma.

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