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La Grande Roma dei Tarquini

L'espressione “Grande Roma di Tarquini” è stata coniata per la prima volta dal filologo Giorgio
Pasquali del 1930 per indicare un periodo esemplificato del 6º secolo di ingente crescita sotto vari
punti di vista, del passaggio da un semplice agglomerato ad una grande metropoli quale la città di
Roma. A suffragio di tale ipotesi si può fare anzi tutto riferimento ai numerosi sviluppi economico-
artigianali, la frequenza dei rapporti commerciali, culturali ed artistici anche col mondo greco.
Pertanto ci sono testimonianze archeologiche dell'influenza tra Punici ed Etruschi già partire dal 3º
secolo e legate tuttavia ai rapporti Commerciali fra Roma e le citta Etrusche (es. famoso porto di
Caere 6º 5º a.C.) come le lamine di Pyrgi che risalgono al 500 a.C circa e sono state ritrovate nel
1904 da Massimo Pallottino sottoforma di 3 fogli in lamine d'oro (2 in etrusco ,1 in fenicio-punico)
che descrivono non soltanto la celebrazione sacra del tiranno di Cerveteri alter ego di Sergio Tullio
e dunque anche i complessi rituali svolti nel santuario emporico della città laddove si venerava la
dea madre etrusca della fertilità Uni nota come Thefarie Venalias. Ancora il primo trattato
Romano cartaginese (508 -509 a.C. post passaggio monarchia repubblica) di cui si parla Polibio
del III libro delle Historiae in cui Cartagine vietava ai Romani di circumnavigare Tunisi
sollecitandoli invece a contrastare le intemperie di Greci ed Etruschi ben più temibili via mare, e
l'espansione territoriale di Roma si estendeva fino a Terracina conosciuta già all'epoca dei primi
consoli M.Orazio e L.Giunio Bruto, 28 anni prima del passaggio di Serse in Grecia, come città
commerciale comprendente territori del golfo di Napoli fino alle zone a nord del Tevere (incluse le
città Etrusche). Possiamo fare tuttavia riferimento all'espansione topografica, urbanistica ed
edilizia a partire dalla seconda metà delle 7º secolo: la Roma primitiva del Palatino e della Veia
( VII a.C. ) aveva un’estensione di circa 50 ettari poi divenuti 80 con la Roma dei 7 colli all'indomani
del tardo VIII secolo fino a raggiungere una crescita esponenziale intorno al VI a.C. di circa 285
ettari della Roma delle quattro regio serviane, divenuti 427 nelle mura. Altre testimonianze
suffragio di cio sono il Lapis Niger (pavimentazione in marmo nero ritrovata all'angolo del Foro da
Giacomo Boni nel 1899 e oggetto di studio per Festo, Dionigi di Alicarnasso e Plutarco), l'esistenza
di residenze private sulla Via Sacra, il Santuario Monastico a Vulcano, la consacrazione del
Tempio di Zeus Capitolino ai primi consoli dopo la cacciata dei re, dunque l'edificio dedicato a
Giove sul Campidoglio, lo scavo sotterraneo nella Cloaca, la costruzione di un tempio inedito vicino
alla Chiesa Di Sant'Omobono nel Foro Boario, al cui interno vi sono stati trovati reperti delle statue
di Ercole e Minerva ed il calendario arcaico. Da non sottovalutare i dati mitico-documentari
nonche archeologici come la Tomba Francois e la Tavola di Lione su cui Claudio (Etruscologo)
nel 48 fa incidere discorso che perorava la fondazione di Roma ad opera di stranieri in difesa della
decisione di far eleggere in assemblea alcuni Galli. Per il VI seolo la tradzione fornisce l’immagine
di Roma in crescita, coinvolta negli intensi traffici mediterranei, alla stregua delle metropoli del
mondo greco, punico ed etrusco.