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Letteratura giapponese 8 – 24/10/2018

Questi sono gli anni in cui Tanizaki comincia a tradurre il Genji Monogatari in giapponese moderno. È
un’attività che richiederà moltissimi anni a Tanizaki, ma anche un impegno emotivo. Questa traduzione gli
crea dei problemi, nel senso che Tanizaki si imbatte nella censura. Questo avviene perché siamo in tempo di
guerra: alla censura non piace che si pubblichi un’opera che metteva in dubbio la legittimità della
discendenza imperiale. La traduzione di Tanizaki diventa sovversiva sotto molti punti di vista. La censura per
Tanizaki sarà un gravissimo colpo per lui e la sua traduzione verrà pubblicata solo dopo la fine della guerra.

Questa traduzione prende il nome tuttora di Tanizaki Genji. Ha un valore particolare perché Tanizaki
interviene moltissimo sul testo e di fatto trascrive l’opera. Il lavoro che fa sul Genji è sotto molto aspetti
dissacrante e provocatorio, perché traduce il Genji facendone una versione annotata, inserendo sopra e
sotto al testo delle note incomplete o che si riferiscono a fonti inventate. È un atteggiamento irriverente nei
confronti del lavoro del filologo e del traduttore.

In questo periodo della storia della letteratura, Tanizaki è in assoluto lo scrittore giapponese più noto. Si
può permettere anche di restituire il favore che Kafu gli aveva fatto tempo prima e, incoraggiato da questa
recensione, Kafuu scrisse Bokutou Kidan, quando aveva già quasi 60 anni. È un’opera modernista, perché fa
della frammentarietà il suo tratto distintivo. Una delle caratteristiche della letteratura modernista è lo
spazio urbano, così come il caos che vi si manifesta.

Avevamo anche detto che Tanizaki fa una vera e propria rielaborazione del Monogatari, dimostrandosi
molto dissacrante. Lo sperimentalismo di Kafu e la rielaborazione del Monogatari da parte di Tanizaki sono
due facce della stessa medaglia: sul finire degli anni ’30 la forma romanzo con la sua struttura lineare per gli
scrittori era percepita come qualcosa di obsoleto. Non era più adatta, anche per l’ondata di nazionalismo e
la guerra, era considerata troppo poco lineare perché una scrittura lineare potesse definirla.

Seguendo il filone dei denki di Ogai, anche Tanizaki decide di fare un salto indietro nel tempo, raccontando
dei personaggi storici in Shunkinshou, in cui il motivo della donna crudele raggiunge forse il suo culmine. È
un’indagine sulla biografia di questo personaggio, ovviamente manipolata secondo gli stilemi di Tanizaki.

“Mentre Ogai abbandonò il romanzo per reinventare la biografia storica [shiden], Tanizaki operò una
decostruzione critica del romanzo usando le convenzioni formali offerte dalla storiografia di Ogai” [Chiba]

Tanizaki durante gli anni della guerra non solo traduce il Genji Monogatari, ma scrive varie opere come
Sasameyuki (Neve sottile, 1943-1948). Parla di quattro sorelle che vivono del Kansai abbastanza
tranquillamente e a una di queste andava cercato un marito. Nonostante essa non parli di nulla di
compromettente, viene censurata perché non si può raccontare di qualcosa di così spensierato. Nel 1949
scrive Shoushou Shigemoto no haha, in cui pure gioca con la storia. Nel 1956 scrive Kagi, in cui marito e
moglie scrivono due diari sapendo benissimo che verranno letti dal partner.

Natsume Soseki è sicuramente un grandissimo scrittore, però fino a pochi anni fa veniva sottovalutata la
sua importanza di critico e di teorico. Il suo pensiero ha influenzato molto il modo in cui si viveva all’epoca
ponendo una serie di problemi che forse non erano stati posti con la giusta dimensione. Si è formato come
scrittore sulla letteratura antica, ha ricevuto influenze dalla letteratura cinese tanto classica quanto
vernacolare e conosceva anche la tradizione letteraria europea non solo moderna ma anche pre-moderna.
In pochi giapponesi si spingevano oltre alla letteratura europea moderna.

Una caratteristica della sua produzione è che tutti questi elementi classici hanno portato alla formulazione
di una scrittura di tipo moderno. Leggiamo quindi storie moderne che si rifanno una serie di motivi e temi
classici, la cui classicità non sarà molto percepita. La sua scrittura è caratterizzata da forti elementi di
ambiguità e da finali aperti. È uno scrittore sperimentale.
Il suo vero nome è Natsume Kinnosuke (1867-1916). Come le date ci fanno intuire copre interamente il
periodo Meiji.

Il fatto che la partecipazione del Giappone alla prima guerra mondiale fosse stata limitata fece sì che questo
si rivelò un periodo di benessere per la Nazione. È proprio in queste fasi che le persone si interrogano con
maggiore profondità sul proprio ruolo nel mondo.

Soseki esprime nella sua opera tutto il disagio dell’individuo moderno, che si trova alienato sia nella città sia
nella famiglia. Come altri suoi contemporanei e precedenti c’è un collidere di forme vecchie e nuove, di
tradizione e modernità.

Soseki è un grandissimo della letteratura giapponese, con un’importanza simile a quella di Manzoni, ma la
sua produzione letteraria è concentrata in un arco di tempo brevissimo. Inizia a scrivere nel 1905 e muore
nel 1916. Meno di lui scrive solo Higuchi Ichiyou, che non raggiunge la portata di Soseki.

È un promettente scolaro, che studia per un periodo molto lungo alla Nishou Gakusha, essendo un
classicista a tutto tondo. Nel 1890 si iscrive al Dipartimento di Anglistica della Tokyo Teikoku Daigaku.

Nel 1889 incontra Masaoka Shiki (1867-1902), che vede come una sorta di mentore. Inizia a nutrire molto
interesse per la poesia, scrivendo diversi kanshi. Nel 1893 si laurea in letteratura inglese e va a insegnare
nei licei, seppur fuori da Tokyo. Insegna a Matsuyama, nello Shikoku, e questa esperienza di uomo della
città che si trova a confrontarsi con il mondo e la vita vera viene raccontata in maniera molto ironica in
Botchan (1906). Questo è un po’ un rovesciamento del motivo letterario del giovane di provincia che va in
città. Si sposta quindi a Kumamoto, nel Kyushu.

A partire dal 1900 effettua un periodo di studio di due anni in Gran Bretagna per conto del Ministero
dell’Istruzione. Oltre a lamentarsi dei soldi, il cibo e il clima, fa fronte a un esaurimento nervoso accentuato
dalla notizia della morte di Shiki.

Quando si trova in Gran Bretagna, Soseki si interroga da avido lettore sulla natura stessa della letteratura e
dice nel Bungakuron (1907) “Leggere opere letterarie nel tentativo di comprendere la letteratura equivale,
io credo, a lavare il sangue con il sangue”. Occorre leggere tanto per capire la letteratura, ma per capire i
meccanismi letterari secondo Soseki, oltre a fare questo, deve fare un maggiore sforzo.

Nel 1903 ha un’esperienza universitaria quando si libera la cattedra di letteratura inglese all’Università
Imperiale perché viene meno Lafcadio Hearn. In questa occasione raccoglie le proprie lezioni di letteratura
facendone il materiale di prima mano per Bungakuron.

Con questo testo abbiamo un tentativo di formulare una teoria scientifica della letteratura mondiale.
Questa è una cosa tutt’altro che scontata considerando il periodo storico. Soseki considera la letteratura
non tanto come un fatto nazionale, ma sovranazionale. Il concetto di world literature nascerà molto tempo
dopo.

È influenzato in questo periodo da una serie di studi di natura psicologica, perché conoscendo la letteratura
inglese era interessato al flusso di coscienza, che vedeva come un’emanazione della psicologia
dell’individuo. Secondo lui esiste un’equazione alla base della letteratura: abbiamo un umanesimo fatto di
scienza (F) e letteratura (F+f).

La scienza per Soseki è il punto focale della coscienza, ovvero ciò che abbiamo di più importante e di certo
da raccontare, la realtà. f invece è lo sconfinamento della coscienza nelle emozioni, che non sono
quantificabili. La letteratura è fatta di queste due cose, di una parte certa e di una parte emotiva.

Se la scienza può occuparsi solo del reale, la letteratura deve partire da ciò che è tangibile perché attraverso
la realtà la letteratura può raccontare e interpretare le nostre emozioni.
Il continuo scambio tra le due, tra la realtà e le emozioni che la realtà suscita, condiziona la coscienza
condivisa di una determinata società.

Tutti noi proveniamo da esperienze diverse, però abbiamo qualcosa di condiviso, come un bagaglio
culturale o morale, o ancora una serie di esperienze a dispetto delle età differenti. Di fronte a una certa
narrazione avremo quindi una reazione simile.

Se vogliamo cogliere gli aspetti intimi della società, dobbiamo fare riferimento ad altri campi del sapere
oltre a quello della “scienza”, come l’arte.

C’è in Soseki un superamento delle metodologie classiche. La morale e l’estetica per lui sono importanti,
ma non devono essere dominanti. Questi due aspetti non devono essere cancellati, ma non si può giudicare
un’opera d’arte facendo riferimento solo a questi due elementi. Ciò che conta è l’intensità delle emozioni
che un testo letterario è in grado di suscitare nel lettore.

In questo senso la sua visione della letteratura è molto moderna. Questa non è una visione naive. Secondo
Soseki quanto conta è tenere presente la risposta emotiva del lettore, che non è semplicemente un “mi
piace/non mi piace”, ma è sempre culturalmente e storicamente determinata. Una storia ci piace perché
abbiamo un determinato progresso alle spalle. Alcuni autori funzionano solo in alcuni Paesi, per esempio.
Non è detto che un autore di un libro italiano piaccia di più agli italiani rispetto a quelli di un’altra
nazionalità, ma può succedere anche il contrario. Questo è per esempio il caso di Banana Yoshimoto, che
ha avuto un particolare successo in Italia rispetto a quanto accaduto negli altri paesi del mondo.

Soseki questo l’aveva percepito e il fatto che la risposta del lettore sia determinata, non assoluta, fa sì che
l’intensità delle emozioni si debba leggere come qualcosa di relativo.

Questa è una critica implicita alla modernizzazione, perché ci dice che la condizione umana non si può
pianificare in base ai criteri positivi imposti dalla modernizzazione. Abbiamo già citato editti imperiali che
indirizzavano la letteratura e la sensibilità dei lettori, che però da Soseki sono visti come tentativi inutili.

Soseki rifiuta una nozione della storia letteraria come sviluppo lineare. 日本文学史≠西洋文学史

In quegli anni si cercava di interpretare la letteratura giapponese sulla base di categorie appartenenti alla
letteratura occidentale. Erano due sistemi differenti che potevano arricchirsi vicendevolmente ma non
potevano proseguire nella stessa direzione.

Oltre che in Bungakuron, anche in altri lavori di saggistica, come Gendai Nihon no kaika e Watakushi no
kojinshugi (1914), approfondirà questa linea di pensieri. Sono in realtà i testi delle sue conferenze che
teneva. Parla di individualismo non come sinonimo di libertà, ma allude al scegliere una propria strada e al
prendersi le responsabilità rispetto alle scelte che si fanno.

Introduce il concetto di egoismo, che è il rischio maggiore di una società individualista. Questo tema non lo
tratterà integralmente perché morirà nel 1916, ma verrà approfondito da Akutagawa Ryunosuke.

La prima opera di Soseki è del 1905, scrivendo Rondontou (La torre di Londra) e Wagahai wa neko de aru
(Io sono un gatto). Un elemento che differenzia queste opere è che pur essendo le prime, non si dimostrano
acerbe ma mature fin dall’inizio. Io sono un gatto è un’opera fortemente ironica. Per esempio il suo
padrone si chiama Kushami (starnuto). O anche il titolo del libro, che è in un registro molto elevato.

Tra il 1905 e il 1907 Soseki scrive delle opere caratterizzate da sperimentalismo. In Kusamakura (Guanciale
d’erba) troviamo un uso sostenuto del flusso di coscienza. In Botchan abbiamo invece la narrazione in
prima persona.

Nonostante Soseki scriva in genbun itchi, le prime opere rivelano un uso della lingua molto ironico. Molti
considerano Soseki in virtù di opere che ha scritto un maestro del realismo psicologico. Trovano che i suoi
personaggi siano molto più caratterizzati psicologicamente. In verità, andrebbe considerato un precursore
del modernismo, perché la sua opera è molto ironica, c’è un continuo saltare da un registro all’altro, da uno
stile all’altro, l’uso del flusso di coscienza, un aspetto molto visivo nella sua scrittura e scrive anche delle
opere dall’impianto fortemente onirico. Per esempio scrive un racconto in cui narra di 10 sogni, e quindi lo
sviluppo non è mai lineare.

Nel 1907 lascia il lavoro all’università per entrare allo Asahi Shinbun, che sarà molto importante per Soseki
e gli permetterà di fargli pubblicare alcune delle pietre miliari della letteratura giapponese moderno.

Nel 1907 scrive il Gubijinsou, che viene ritenuta un fallimento, quindi sei opere importanti raggruppate
convenzionalmente in due trilogie. La prima vede Sanshirou, Sorekara e Mon. La seconda Higan sugi made,
Koujin e Kokoro. Queste opere dimostrano che c’è una continuità di temi e di scritti da parte di Soseki.

Sanshirou (1908) può essere considerato il rovesciamento di Botchan, perché vede un abitante della
provincia andare a Tokyo. In Sorekara (1909) abbiamo l’introduzione di un motivo importantissimo nella
letteratura di Soseki, quello del triangolo amoroso. In quest’opera in particolare ci dà una panoramica della
condizione della donna sul finire del periodo Meiji. Quindi nel 1910 abbiamo il tema del passato che ritorna
e l’elemento coloniale quando scrive Mon.

Soseki aveva visitato sia la Corea che la Manciuria e aveva pubblicato un resoconto di questo viaggio, che si
intitola Mankan tokorodokoro, che viene visto in maniera ambivalente. Non si capisce se si considera
superiore rispetto agli altri abitanti asiatici o se in realtà il suo sia uno sguardo compassionevole.

Higan sugi made (1912) non è un proprio romanzo, perché è una serie di episodi vagamente collegati tra di
loro. Tra il 1912 e il 1913 scrive Koujin, che ripropone il triangolo amoroso e ha una parte epistolare. Tutto
quello che ci siamo detti finora trova una sintesi in Kokoro (1914), l’opera più importante di Soseki, che
tematizza la morte dell’imperatore Meiji. Abbiamo il triangolo amoroso, la descrizione della donna, il tema
del passato che ci porta il conto di ciò che si è fatto, episodi collegati fra loro che dimostrano di avere
un’unità, l’elemento epistolare e infine abbiamo il finale aperto.

Kokoro racconta la vita di uno studente che deve decidere che impronta dare alla propria vita. Lui è il primo
figlio della famiglia che decide di andare all’università. A Kamakura incontra un uomo che conosciamo come
sensei, che guarda con profondo rispetto. Il protagonista sarà quindi diviso tra il proprio madre (emblema di
quello che era rimasto di antico in Meiji) e il sensei, che è l’uomo colto e che lo proietta nel futuro. Una
caratteristica della caratterizzazione di questo personaggio è che leggendolo abbiamo la sensazione che
guarda con distacco ciò che succede nel mondo. Mentre il padre del gakusei è colpito dalla morte
dell’imperatore Meiji, il sensei sembra essere freddo. Questo significa che riesce a guardare più lontano. Il
sensei è un maestro non perché abbia un ruolo, non insegna qualcosa al protagonista, ma perché in quanto
先生 è nato prima e quindi ha una visione più ampia.

Se fino a Mon abbiamo un’impronta ironica, nella seconda trilogia abbiamo invece un tono più cupo e la
scrittura vede un maggiore distacco nella descrizione delle cose.

Soseki scrive anche Yumejuuya nel 1908, dieci descrizioni di notti con incubi, ricco di immagini surreali.

Abbiamo altre opere tra il 1915 e il 1916. In particolare ci interessa la serializzazione di Meian, che Soseki
lasciò incompiuta per il sopraggiungere della morte. Questa è un’opera piuttosto difficile da leggere.

Soseki è stato non soltanto uno scrittore fondamentale della letteratura giapponese moderna, ma ha avuto
un’importanza nell’editoria dell’epoca. La Iwanami Shoten è oggi la più importante casa editrice per qualità
e numero di libri. Lo è diventata anche perché Soseki si legò a questa casa editrice, che pubblica Kokoro.