Sei sulla pagina 1di 1

URL :http://www.ansa.

it/
PAESE :Italia
TYPE :Web International

6 aprile 2020 - 18:47 > Versione online

Coronavirus: il sociologo Abruzzese, non


credo ne usciremo migliori
"Molti dicono che da questa esperienza usciremo migliori. Io ci credo di meno. In passato una
volta finita l' emergenza si è sempre tornati al comportamento ordinario. Se così fosse anche
stavolta, si passerà dalla solidarietà obbligata alla conflittualità scatenata". Il sociologo Alberto
Abruzzese, una vita dedicata allo studio dei processi culturali e della comunicazione, riflette sulla
crisi planetaria scatenata dal coronavirus prefigurando un "dopo" carico di problemi e di
incognite. "Tutti siamo colpiti dalla confusione delle informazioni, da quelle vere alle fake news -
dice -. I mezzi di comunicazione devono fare i conti con un mercato che elabora le notizie in un
certo modo perché ha bisogno di audience e con le classi dirigenti della politica e dell' economia
che puntano ad affermare interessi di parte. Di fronte a un futuro incerto questi due settori si
stanno preparando a come riprendere quando la forza del virus calerà". Su un altro terreno,
osserva, il virus ha avuto un effetto immediato. "Il dibattito sulla contrapposizione tra l' uomo e la
rete, tra il linguaggio analogico e quello digitale è superato. L' innovazione digitale è ormai un
dato acquisito. In questo senso le catastrofi hanno sempre accelerato il cambiamento".
Come ha reagito il sistema della comunicazione? Non c'è il rischio di un bombardamento
mediatico sulla pandemia? "C' è un pubblico allarmato che cerca una informazione continua e un
pubblico interessato alle fiction per compensare la tensione.
Vedrei bene un organismo che in questa fase avesse una autorità sulla programmazione di tutte le
reti per distribuire bene le notizie, evitare l' ossessione, impegnarle ad appuntamenti informativi e
a calibrare i programmi che si occupano di questo tema anche pensando al dopo. Oppure l'
autoregolamentazione di ogni rete". Molti parlano di uno scenario di guerra. "Dipende dalla
guerra a cui pensiamo. In questa fase non siamo a quella vissuta dai nostri padri e nonni, ma nella
condizione di chi è esposto ai cecchini. Si muore individualmente, senza saperlo. La difficoltà è
immaginare quale sarà il dopo. Finirà e ci sarà la pace? La situazione si aggraverà, o avremo una
pace ricca di nuove sofferenze e problemi? Non c' è nulla che ci possa tranquillizzare".
Che tipo di cambiamenti c'è da aspettarsi? "Le abitudini sono la dimensione che si trasforma più
lentamente. Ora l' attenzione è puntata sulla ricerca della soluzione, la paura riguarda il corpo e il
rischio di morire. Poi il problema sarà la sopravvivenza in un ambiente sociale ingiusto e crudele.
Ci sarà un gran caos, una crisi economica tremenda, una conflittualità moltiplicata tra lobbies, ceti
e fazioni''. Abruzzese ritiene che la maggioranza parlamentare, pur tra contraddizioni, ritardi e
ripensamenti, abbia complessivamente reagito bene. "Se al vertice ci fossero state le destre
avrebbero cercato di strumentalizzare, contrariamente a quanto avviene nelle regioni in cui invece
la destra ha dimostrato capacità''. Questa esperienza, secondo il sociologo, ha messo in luce un
elemento fondamentale: "Ci sarà maggiore attenzione alle persone competenti e alla loro
formazione. La professione ha significato solo se fusa con un grande senso della responsabilità
civile.
Negli ultimi anni, invece, nelle università si è affermato un sistema concentrato sul tecnicismo e
sulla formazione di professionisti senza vocazione". Certo è che la globalizzazione del virus ha
riproposto una visione fortemente centralizzata su come affrontarlo. "Gli stati hanno ribadito i
confini. La paura fa alzare i muri, è successo con i neri, con gli immigrati... Ci possono essere
barriere fisiche ma i mercati reagiscono su scala mondiale. Il corpo viene inchiodato nel suo
perimetro, mentre l' economia e la finanza marciano in modo globalizzato". (ANSA).

Tutti i diritti riservati