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Mariano Fresta

IL CICLISMO FRA IL GIOCO E LO SPORT

«Il libro da leggere appartiene a quei miracoli di una tecnologia eterna


di cui fan parte la ruota, il coltello, il cucchiaio, il martello, la pentola,
la bicicletta. Il coltello viene inventato prestissimo, la bicicletta assai tardi.
Ma per tanto che i designer si diano da fare, modificando qualche particolare,
l’essenza del coltello rimane sempre quella…. Potete inventare un sistema
di cambi sofisticatissimo, ma la bicicletta rimane quel che è, due ruote,
una sella e i pedali. Altrimenti si chiama motorino ed è un’altra faccenda».

Da U. ECO, Libri da consultare e libri da leggere,


in Libri e biblioteche, a cura di L. Canfora, Sellerio, Palermo 2002, pp. 110-111.

1.- Premessa1

Come testimoniano ampiamente i saggi di Hermann Bausinger, contenuti nel volume La


cultura dello sport (2008), e la relativa Introduzione di Alessandro Simonicca, i giochi e gli sport
sono stati spesso oggetto di studio e di riflessione da parte degli antropologi, sia per quanto
riguarda le popolazioni etnologiche2, sia per quanto riguarda il mondo occidentale
industrializzato. Più recentemente ad attirare l’attenzione di storici e antropologi sono stati i
Giochi Olimpici e soprattutto il gioco del calcio 3, la cui pratica richiama, in alcuni casi, aspetti di
rituali bellici e, in altri, forme rituali religiose che, entrambi, «connettono il gioco-sport alla
società nel suo complesso come interazione di sistemi di azione fra giocatori e pubblico,
istituzioni e management sportivo, riti di gruppo e di passaggio di stadi della vita, condensazione
di simboli e identificazione soggettiva» 4.
Il ciclismo, invece, sembra non sia stato capace di attirare l’attenzione degli antropologi
europei, se non per rapidissimi cenni; qualche anno fa se ne è occupato lo storico Daniele
Marchesini (1996), che ha tracciato una particolare storia d’Italia del Novecento attraverso la
storia del Giro ciclistico. Probabilmente questa disattenzione nei confronti del ciclismo è dovuta
al fatto che questo sport si manifesta essenzialmente come un’attività individualistica: le squadre
che si affrontano nelle gare hanno comportamenti diversi rispetto a quelle di altri sport, e inoltre
non c’è, almeno apparentemente, quella contrapposizione tra squadre avversarie che caratterizza
i giochi che hanno una lontana origine rituale. Tra l’altro, il ciclismo non si pratica, a parte quello
su pista, né negli stadi né in luoghi ben delimitati e chiusi, ma si disperde per campagne e città e
non permette che una visione fuggevole non solo agli eventuali antropologi osservatori, ma
anche agli stessi suoi tifosi e agli spettatori in genere. In compenso, almeno per quanto riguarda
l’Italia, il ciclismo ha interessato molti letterati (si vedano, per esempio: lo straordinario romanzo

1
Ringrazio qui Pietro Clemente, Paolo De Simonis , Alessandro Simonicca e Massimo Pirovano per la pazienza e la
disponibilità con cui hanno seguito e letto questo mio lavoro e per i suggerimenti che mi hanno generosamente
elargito.
2
Una discreta sintesi di questi studi si trova nella “Garzantina” sullo Sport 2008, nelle schede Antropologia (p. 44 e
sg.) ed Etnologia (p. 442 e sg.) entrambe di mano di M. Martini.
3
Tralasciando la bibliografia, molto estesa, riguardante i Giochi Olimpici, si ricordano qui gli studi sul calcio
pubblicati in Italia: quelli di A. Del Lago 1990, di Ch. Bromberger 1999 e di F. Dei, Il calcio: una prospettiva
antropologica, in «Ossimori», 1992,1: 5 .
4
Simonicca, in Bausinger 2008:21.
2

di Giovanni Testori, Il dio di Roserio, in Opere 1943-6, 19965, e il più recente, Roberto Piumini,
Il ciclista illuminato, 1994), e poi molti scrittori che, a cominciare dalla fine dell’Ottocento,
hanno seguito come inviati di alcuni quotidiani il Giro d’Italia (tra i più vicini a noi, Manlio
Cancogni, Vasco Pratolini, Anna Maria Ortese, Dino Buzzati, Alfonso Gatto, Cesare Zavattini,
Achille Campanile), nonché molti famosi giornalisti-scrittori, come Orio Vergani, Indro
Montanelli, Gianni Brera, Enzo Biagi, Sergio Zavoli, ecc.6
In queste mie brevi riflessioni, che riguardano quasi esclusivamente la situazione italiana,
affronterò solo sommariamente l’aspetto del ciclismo più noto e vistoso che è quello dell’attività
professionistica, del ciclismo cioè di alto livello, e che è la costituente fondamentale delle grandi
corse a tappe e delle corse in linea chiamate “classiche”; non mi riferirò affatto al ciclismo
agonistico giovanile, degli “allievi” e dei “dilettanti”, (categoria quest’ultima ormai abbandonata
e sostituita dalla “under 23”), che tendono al professionismo7; mi occuperò, invece, un po’ più a
lungo, dell’attività di livello più basso, quella del ciclismo “amatoriale”, o, per evitare equivoci
che questo aggettivo comporta per il suo significato nelle lingue inglese e francese, del
cicloturismo8, su cui, per altro, fortemente si riverbera la pratica professionistica. E questo per
almeno due ordini di motivi: primo, perché a questo livello è possibile cogliere meglio i modi e
l’entità della diffusione di una “cultura” ciclistica; in questa attività, infatti, sono impegnati
ragazzi, giovani e soprattutto adulti ed anziani che hanno la passione della bici e che cercano di
acquisire e mantenere un certo benessere fisico. E’ pur vero che in questa categoria si trovano
anche quelli che hanno tentato la carriera di allievi, di dilettanti e di professionisti senza però
riuscire ad avere successo. Costoro, pur essendo i più forti atleticamente (vincono quasi tutte le
gare riservate agli “amatori”), e pur riflettendo la mentalità del mondo professionistico, non sono
ideologicamente egemonici: la maggioranza degli “amatori”, infatti, va in bicicletta soprattutto
per motivi di benessere fisico e per divertimento e di essa solo una piccola minoranza partecipa
alle gare proprie di questo settore.
Il secondo motivo per cui ho scelto di osservare questo particolare aspetto del ciclismo
dipende dal fatto che da molti anni anch’io la pratico. E qui si pone una questione metodologica.
Nella sua Introduzione al testo di Bausinger 2008, Simonicca (p. 17 e sgg.), ricordando che R.
Sand e L. Wacquant passarono tre anni il primo come giocatore in una squadra di football e
l’altro presso un club di boxe, per studiare meglio il gioco e capirne le valenze culturali per
poterle descrivere, ricorda che in questo modo la prassi dell’osservazione partecipante teorizzata
da Malinowski, veniva rovesciata in quella della partecipazione osservante9. Questo
rovesciamento comporta rischi di errore nella valutazione antropologica di un fenomeno
culturale? Secondo Malinowski un osservatore che non solidarizzi con la cultura delle persone
che studia non può ritenere che gli esiti della sua ricerca siano corretti e sufficienti; ma un
partecipante a tutti gli effetti di una pratica rituale o sportiva o, in senso ampio, culturale, può
essere un osservatore tale da riuscire a dare di essa una descrizione senza che questa sia inficiata
dalle passioni e dai pregiudizi di chi c’è dentro in maniera totale? Per mettere le mani avanti e
per giustificare qualche mio eventuale giudizio partigiano, confesso che ho passato più di venti
anni tra i cicloturisti, partecipando a molti raduni ed anche a qualche gara; ma quando ho iniziato
questa attività era ben lontana da me l’idea di riflettere e scrivere su questo sport. Poiché ho
cominciato a praticare questo tipo di ciclismo quando ero ormai piuttosto adulto, in un primo
5
Nel romanzo si racconta di una gara ciclistica e del duello tra due corridori. La novità stilistica e narrativa di
Testori sta nel fatto che chi narra è la stessa persona che sta gareggiando. Il lettore ha così la medesima visione della
strada e della corsa che ha l’atleta che le affronta.
6
Sul rapporto letteratura-ciclismo, si veda Brambilla 2007, che ne fa una storia breve ma esauriente e soprattutto di
piacevole lettura. Nel suo volume si trovano molte altre indicazioni bibliografiche riguardanti il tema.
7
Su dilettantismo e professionismo si veda di M. Martini la scheda relativa in Sport 2008: 384 e sgg.
8
Anche il termine “cicloturismo” è improprio, perché di fatto esso indica quel turismo, promosso dal Touring Club
Italiano più di un secolo fa, che usava come veicolo di spostamento non l’automobile ma la bicicletta. Qui, per
semplificare il tutto, userò indifferentemente i termini “cicloturismo” e “ciclismo amatoriale” per indicare la stessa
attività.
9
Simonicca a questa metodologia di ricerca dà il nome di “etnografia esperienziale”.
3

tempo la mia osservazione era principalmente diretta a capire come si sta in gruppo, a saper
mantenere la distanza di pochi centimetri tra una bicicletta e l’altra per evitare di cadere e far
cadere, come affrontare le curve e le salite, come e quando agire sul cambio, come vestirsi per
ripararsi dal vento, come riuscire a fare la “pedalata rotonda”10. In sostanza si trattava di
un’osservazione “tecnica”, finalizzata ad una corretta attività sportiva e a non fare magre figure;
l’osservazione di carattere antropologico è venuta dopo, quando, ormai esperto dello stare in
gruppo e capace di dosare le mie forze, potevo rivolgere l’attenzione ad altri comportamenti.

2.- Dal gioco allo sport, dal dilettantismo al professionismo

E’ ormai assodato che giocare è una delle attività che accomuna tutto il genere umano:
un’attività che ai nostri occhi appare sui generis perché essa, al contrario di tutte le altre, è, per
dirla in sintesi con l’aiuto di Huizinga (2002) e di Caillois (1981), totalmente libera perché
nessuno è obbligato a parteciparvi; è improduttiva perché non crea né beni né ricchezze; non è
affatto necessaria tranne che non si tratti di esercizi fisioterapici; non ha scopi pratici ed è, infine,
del tutto fittizia, nel senso che, come dice Bateson (1996), durante il gioco ognuno assume ruoli
e comportamenti diversi da quelli della vita quotidiana. Nonostante ciò, l’antropologia, la
pedagogia e la psicologia la ritengono fondamentale nei processi di formazione; addirittura
Huizinga ne parla come di un complesso sistema culturale, ma poi, per precisare meglio il suo
pensiero, aggiunge: «[...] ciò non significa che il gioco muta o si converte in cultura, ma piuttosto
che la cultura, nelle sue fasi originarie, porta il carattere di un gioco; viene rappresentata in forme
e stati d'animo ludici: in tale "dualità-unità" di cultura e gioco, gioco è il fatto primario,
oggettivo, percepibile, determinabile concretamente; mentre cultura non è che la qualifica
applicata dal nostro giudizio storico dato al caso» (2002:55).
Il gioco può essere solitario o collettivo e si prefigge di raggiungere una finalità: quella di
vincere. Se a giocare è un solo individuo (è il caso, per esempio, del “solitario” di carte), la
vittoria gratifica il giocatore che è riuscito nel suo intento; se, invece, i partecipanti all’attività
ludica sono due o più di due, il gioco allora si trasforma in gara, col che uno vince e l’altro
rimane sconfitto. In questo caso subentrano due fattori: il primo riguarda l’introduzione di regole
ben precise, che sono inconfutabili e che devono essere rispettate da tutti obbligatoriamente; il
secondo fattore è l’agonismo, presente soprattutto nei giochi svolti durante cerimonie particolari
come i riti di passaggio riguardanti il ciclo dell’anno, specie quelli del solstizio d’inverno e quelli
primaverili. Spesso si tratta di corse a piedi, o di cavalli, in cui c’è in premio un palio, di giochi
con la palla, ma anche di gare di tiro con l’arco, o di abilità varie. A volte l’agonismo,
metaforicamente trasportato in una lotta tra Bene e Male, si trasforma in rappresentazione
drammatica, perché il teatro è di per sé “gioco” (come ci spiegano meglio le lingue francese e
inglese, per le quali “recitare” si dice “jouer” e “to play”). Queste gare e queste attività teatrali
hanno un carattere ben augurale e sono presenti in genere nelle feste rituali contadine nelle quali
svolgono la funzione di auspicare la fertilità della terra e l’abbondanza dei raccolti 11. Scrive il
Marchesini: «... si può dire che tali pratiche sono tutt’uno con le feste della comunità, del paese,
della città. Il loro calendario è perciò quello del calendario religioso, il loro tempo è soprattutto
quello della chiesa, dei suoi santi, delle sue ricorrenze, delle sue celebrazioni (anche il carnevale,
la più irriverente di tutte, è legato alla Pasqua» (1996:17). Ma è soprattutto il calendario dei cicli

10
Pare che la “pedalata rotonda” sia stata una caratteristica di Fausto Coppi, attento curatore del proprio corpo
che si studiava di far rendere al massimo. Si tratta di usare contemporaneamente la forza delle due gambe: mentre
una spinge su un pedale, l’altra, nel portarsi in posizione di spinta, si trascina dietro l’altro; in questo modo si evita
di avanzare a scatti e si dà alla bicicletta una propulsione continua e più efficace, ottenendo nello stesso tempo una
maggiore fusione tra mezzo e atleta e quindi anche una postura più armonica ed elegante. Sulle modalità di
servirsi del proprio corpo, si veda M. Mauss, Le tecniche del corpo, in Teoria generale della magia, Einaudi,
Torino 2000.
11
Si veda Toschi 1976 ai capitoli X, XI, XII, XIII.
4

della natura, del lavoro dei campi, dei movimenti astronomici che si possono osservare nel cielo,
quello sul quale lo stesso “calendario religioso” si è modellato.
Anche in certe occasioni cerimoniali famigliari, come nel passaggio da uno stato all’altro
della vita, è presente l’elemento della gara: per esempio nei banchetti nuziali della Toscana
mezzadrile i commensali, riprendendoli dalla tradizione o inventandoli lì per lì, si sfidavano
scambiandosi stornelli e indovinelli in forma di stornello. Quest’uso doveva garantire prosperità
economica e buona salute alla nuova famiglia.
Nel corso del secolo diciannovesimo i giochi tradizionali, in cui più forte era la presenza
dell’agonismo e più organizzate erano le regole di svolgimento, si sono trasformati in “sport”. E’
stato allora necessario fondare associazioni che raggruppassero gli atleti, creare organismi
dirigenti di livello nazionale (come le varie Federazioni del calcio, del tennis, del ciclismo e di
tutti gli altri sport riconosciuti), che garantissero norme uguali per tutti e che organizzassero le
gare in cui le attività sportive potessero trovare i modi e i luoghi della loro realizzazione12.
Tutto questo però non poteva avverarsi senza il presupposto che nella società capitalistica
c’è il “tempo di lavoro” e c’è il “tempo libero”, cioè, per dirla banalmente, un tempo “per gli
altri” e un tempo “per sé”, quest’ultimo spesso ottenuto dopo lunghe lotte sociali svolte in nome
della rivendicazione ad avere una propria vita, scissa da quella legata ad un lavoro subordinato
ed alienante. Così, scrive Simonicca (2002: 12), «… lo sport sembra conficcato all’interno del
tempo libero e perciò anche inevitabilmente all’interno della dinamica oppositiva con il suo
antagonista, il tempo del lavoro». E che questo sia vero è possibile verificarlo semplicemente
partecipando a qualche cicloraduno: quando i cicloturisti passano accanto a campi od orti, sono,
talvolta, apostrofati in modo poco cortese da chi sta svolgendo qualche lavoro agricolo:
«Fannulloni, andate a lavorare!». La reazione verbale dei ciclisti è piuttosto violenta: frasi e
parole ingiuriose ed offensive subissano l’imprudente che si è permesso di rimproverare
ingiustamente chi ha già assolto il suo dovere di lavoratore e adesso, in bici, si sta godendo il suo
meritato tempo libero.
Tra la fine dell’Ottocento, dunque, e i primi anni del secolo successivo avviene quel
fenomeno che Elias chiama di civilizzazione dello sport: tutti quei giochi basati spesso sulla
violenza, che avevano talora esiti cruenti (la boxe, innanzitutto), vengono regolamentati, con la
conseguente diminuzione della dose di aggressività che li caratterizzava prima e il calo dei rischi
per l’incolumità fisica degli atleti (Elias-Dumming 1989). Soprattutto gli sport di squadra
acquisiscono codici e regolamenti riconosciuti a livello internazionale e condivisi anche dagli
spettatori.
Norme e regolamenti, però, oltre che incivilire gli sport, fanno perdere loro l’aspetto di
gioco, li fanno diventare, come dice Huizinga, sempre più seri. E’ facile a questo punto che
molte discipline sportive, divenute così serie, così fortemente e severamente regolamentate, oltre
che sulla carta anche sul campo da gioco con la presenza di arbitri e di giurie, finiscano con
l’essere praticate da professionisti, che non le considerano più come gioco ma come lavoro o, per
meglio dire, fonte di guadagno.
Davanti a queste nuove situazioni, grande è il rammarico di Huizinga (2002) il quale
ritiene che con regole più severe e con una crescente sistemazione disciplinare del gioco «va
perduto alla lunga qualche cosa della pura qualità ludica» (231). Egli non crede che lo sport
moderno possa essere elevato «ad un’attività creatrice di stile e di cultura» e, pur riconoscendo
che è «importantissimo per partecipanti e spettatori, esso rimane una funzione sterile in cui è
morto in gran parte il tradizionale fattore ludico»(232); perché «per giocare veramente l’uomo,
quando gioca, deve ritornare bambino» (233).
Possiamo accettare queste rimostranze di Huizinga oppure rifiutarle o metterle in
discussione; certo è che in una società in cui lo scopo principale è il profitto, sia nel senso
materiale del termine (guadagnare denaro o beni concreti), sia in quello astratto (acquisire il
12
Su questa evoluzione dal gioco allo sport e sulla nascita delle associazioni sportive si soffermano Bausinger
2008: 71-85 e129 e sgg.; e Marchesini 1996: 17-23.
5

successo, la gloria, la notorietà), si può capire come il gioco possa diventare altro da quello che
originariamente era. Che questa mutazione sia avvenuta nel corso dell’Ottocento e nei primi
decenni del Novecento è comprensibile, perché quella età fu il periodo del progresso tecnico,
delle specializzazioni, della ricerca delle prestazioni migliori in tutti i campi, compreso quello
del lavoro, che venne suddiviso e talora parcellizzato allo scopo di una maggiore produttività e di
una diminuzione dei costi di produzione. In questo senso, scrive Bausinger, «è possibile
dimostrare che in entrambi gli ambiti [quello dello sport e quello dell’organizzazione tayloristica
del lavoro] si realizzano processi di specializzazione e di meccanizzazione delle prestazioni… Lo
sport rappresenterebbe perciò una diversa forma di lavoro alla catena di montaggio» (2008: 123).
In tempi più recenti abbiamo assistito però ad un cambiamento di scenario: se da un lato,
infatti, c’è lo sport professionistico con tutta la sequela di conseguenze (il tifo, i gruppi di ultras,
il giornalismo radiotelevisivo e quello della carta stampata, i piani urbanistici delle città con i
vari stadi, i palazzetti dello sport, le palestre e così via), dall’altro lato un sempre maggior
numero di persone si dà all’attività fisica, sia per questioni di benessere, sia perché è di moda 13,
sia per amore proprio dello sport praticato e non solamente vissuto come spettatore. Addirittura,
a livello amatoriale si organizzano campionati ad imitazione di quelli delle categorie
professionistiche. E’ il caso del gioco del calcio molto diffuso a livello di massa, sia nelle
formazioni a undici giocatori, sia in quelle a cinque, detto “calcetto”. A proposito di tutta questa
agitazione attorno alle attività sportive, Bausinger riporta le considerazioni di H. Haag il quale
sottolineava il paradosso tipico della società contemporanea: «benché il progresso consista nella
costante ricerca umana di far risparmiare gesti e movimenti, proprio da questo nasce
nell’umanità un incontenibile desiderio di movimento» (2008: 70).
Si è verificata la stessa situazione anche nel ciclismo: oltre alle squadre dei professionisti
(i quali, forse, saranno un qualche migliaio in tutto il mondo), finanziate da imprese
multinazionali, oltre ai vari Giri nazionali e alle decine di classiche, per lo più disputate in
Europa, esistono diverse decine di migliaia di persone che vanno in bicicletta non per lavoro ma
“per sport”, molte delle quali sono organizzate in squadre, a loro volta affiliate a qualche
federazione nazionale. Costoro sono i cosiddetti “amatori”.

3.- Brevi note sul ciclismo professionistico moderno

a) ciclismo e industria

Se si considerano gli aspetti ludici, la maggior parte degli sport odierni ha un’origine
antica, come l’atletica, il pugilato, lo stesso calcio; il ciclismo, invece, essendo nato alla fine
dell‘Ottocento, è uno sport del tutto moderno, come l’automobilismo, e per essere praticato ha
bisogno di un mezzo tecnico che solo una società industriale sufficientemente avanzata può
produrre, dotandolo, rispetto ai prototipi come la draisina settecentesca, di manubrio, di freni, di
ruote gommate, di una catena e di una pedaliera che consentono il movimento.
La bicicletta si è diffusa subito, specie nelle regioni pianeggianti, perché ha un costo
relativamente basso e consente una facile mobilità su distanze non grandi. Ma, essendo un
prodotto industriale, essa va commercializzata e per questo ha bisogno di essere propagandata
quanto più diffusamente possibile. Fin dai primissimi tempi della sua apparizione sul mercato,
uno degli strumenti pubblicitari più incisivi è stata certamente l’organizzazione di corse per
dimostrare l’utilità, la robustezza e l’economicità del mezzo. Le prime corse si svolsero già negli
13
La moda della bicicletta, come mezzo di diporto e non come mezzo di trasporto e di lavoro, è arrivata col periodo
dell’austerity, nel 1974, quando, dopo un decennio di euforia automobilistica, si riscoprì la campagna, il passeggiare
a piedi, l’andare a cavallo e in bicicletta, appunto. Da allora il numero dei cicloturisti, degli amanti della bici e in
ultimo, ma non meno importante come fenomeno, degli appassionati della mountain-bike, è andato via via
crescendo.
6

ultimi venti anni dell’Ottocento e collocarono il ciclismo a metà strada tra lo sport e lo
spettacolo, con gare prevalentemente disputate su pista. Più difficili da realizzare le gare su
strada per la carenza di una viabilità adeguata; ciononostante, il Tour de France, il Giro d’Italia e
le grandi “classiche”14 nacquero proprio a cavallo tra Ottocento e Novecento. In questo modo,
scrive Marchesini, «le corse diventano il palcoscenico ideale e necessario su cui esibire le virtù
degli articoli dei diversi fabbricanti (1996:24)». Ancora oggi, il giorno dopo una tappa del Giro
di Francia o d’Italia o di una classica, come la Milano-Sanremo, sui giornali compare la
pubblicità delle varie ditte che elogiano il telaio, i cerchioni delle ruote, i pneumatici, il cambio,
il sistema frenante della bicicletta del vincitore, come se il merito della vittoria fosse del mezzo
meccanico e non di colui che ci ha messo gambe e polmoni.
C’è dunque questo rapporto stretto tra industria e ciclismo. I corridori, come i
braccianti, sono assunti per un anno o più, (secondo la loro bravura), e stipendiati a contratto. Le
spese di gestione di una squadra sono enormi, perché oltre agli stipendi per i corridori e ai vari
premi, simili a quelli “di produzione” in certi settori del lavoro, occorre retribuire anche i
direttori sportivi, i massaggiatori, i meccanici, i piloti delle automobili che seguono la corsa;
bisogna provvedere alle biciclette e agli indumenti di ricambio (maglie, pantaloncini, tute,
giubbotti, calzini, guanti, ecc.) e al loro trasporto per circa 25 giorni di seguito nel caso del Tour
o del Giro d’Italia o della Vuelta spagnola; occorre, infine, pagare la quota d’iscrizione alla
corsa. Questo enorme esborso di denaro annuo costringe, dopo qualche tempo, le società
finanziatrici del ciclismo a non impegnarsi più in imprese siffatte; ma in genere si trovano
sempre i sostituti di chi si è tirato indietro. Così quasi ogni anno i corridori sono costretti a
cambiare divisa e talvolta qualcuno rimane senza lavoro15.
Guardando la condizione dei ciclisti professionisti, così fortemente vincolati ai
finanziatori delle squadre e sottoposti alle grandi fatiche della corsa, Vasco Pratolini, seguendo
come cronista di un giornale il Giro d’Italia del 1947, ebbe a scrivere che i ciclisti più che atleti
impegnati in una libera competizione, in realtà sono «divisi in classi sociali, in sfruttati e
sfruttatori, in domestici e padroni, una società dove gli schiavi persuasi e contenti di essere tali
sono pochi, e i servi della gleba la grande massa» (Pratolini 1995:78).

b) L’epopea

Il ciclismo, dunque, oltre ad essere uno sport che deve molto all’industria meccanica, è
moderno anche perché, a parte l’agonismo, sembra non avere quegli aspetti ludici, di origine
antica, propri di altri sport e si identifica in qualche modo con quella mentalità otto/novecentesca
che si basa sull’individualismo e sul conseguimento del successo. Ha, però, una sua mitologia,
nata negli anni in cui i corridori dovevano affrontare fatiche immense dovute sia al
chilometraggio del percorso16, sia alle pessime condizioni delle strade, sia al fatto che non c’era
l’organizzazione di oggi che prevede che al seguito della corsa ci siano automobili con dirigenti,
meccanici, medici, e veicoli che trasportano i ricambi per eventuali guasti del mezzo e le
provviste per alimentarsi.

14
Sono chiamate “classiche” tutte quelle gare di un giorno, nate sul finire dell’Ottocento e agli inizi del Novecento
che conservano ancora oggi molte delle difficoltà di allora (fondo stradale a “pavé” o sterrato, la lunghezza del
percorso, ecc.). Le più famose sono la Parigi-Roubaix, la Liegi-Bastogne-Liegi, il Giro delle Fiandre, la Milano-
Sanremo, Il Giro di Lombardia.
15
Negli anni 1930-50 in genere erano le fabbriche delle biciclette che finanziavano le squadre (Atala, Bianchi,
Wilier, Legnano, Olmo); negli anni 1960-75, il periodo del boom economico in Italia, a finanziare il ciclismo furono
le industrie delle cucine economiche e degli elettrodomestici (SCIC, Faema, Ignis) e poi i produttori di salumi
(Molteni) e di gelati. Oggi sono grandi gruppi industriali e finanziari come Mapei, Liquigas, Telekom, USPostal; ed
infine le banche ( come le francesi Crèdit agricole e Caisse d’erpagne).
16
A volte i percorsi misuravano oltre 400 km che costringevano i corridori a stare in sella dalle 16 alle 20 ore.
7

E a quel tempo non c’erano nemmeno i mezzi di comunicazione come la radio che può
raccontare i fatti mentre accadono a chi si trova a centinaia di chilometri di distanza. Chi stava a
casa poteva leggere solo qualche notizia sui giornali, il resto se lo doveva immaginare. E così,
nell’immaginario collettivo, i corridori apparivano come agli uomini del Medio Evo i cavalieri
erranti: eroi individualisti che, invece di combattere contro draghi ed orchi, affrontano e domano
le asperità di passi alpini e pirenaici, l’afa e la sete delle lunghe tappe di pianura del Tour de
France, le improvvise tempeste di neve sulle salite alpine e la fatica di estenuanti ore passate sul
sellino.
Fino alla fine degli anni ’30 del Novecento l’epica ciclistica è stata narrata sui giornali; negli
anni ‘40/50 subentra la radio con cronache in diretta delle tappe del Giro d’Italia e del Tour de
France e di alcune classiche. Se nella fase della carta stampata gli eroi erano stati Guerra,
Girardengo e Binda, nel mondo della radio assurgono a duelli epici, più grandiosi di quelli di
Ettore contro Achille ed Enea contro Turno, le battaglie fra Bartali e Coppi, diventano conflitti
fra giganti le sfide e le scaramucce ciclistiche tra italiani e francesi al Tour17, le lunghe tappe
alpine si trasformano in “cavalcate” nel linguaggio dei radiocronisti. L’enfasi era di casa, non
immune da un certo patriottismo e un certo nazionalismo ereditato dal Fascismo. E’ ormai fin
troppo famosa l’apertura della radiocronaca di Mario Ferretti alla conclusione della tappa Cuneo-
Pinerolo del Giro del 1949: «Un uomo solo è al comando, la sua maglia è bianco-celeste, il suo
nome è Fausto Coppi». Enfasi, certamente, forse anche retorica patriottarda, ma in quegli anni
poveri di tutto, in una situazione culturale ancora contadina e ingenua, quelle frasi erano, unite
alle reali imprese dei corridori, gli enzimi che facevano lievitare la fantasia e nascere i grandi
miti.
Nei miei personali ricordi riaffiorano i pomeriggi afosi di un luglio di un cinquantennio fa
quando, con altri coetanei, si stava attaccati alla radio dell’unico bar del paese ad ascoltare le
radiocronache del Tour de France, continuamente disturbate dalle scariche e spesso interrotte per
mancanza di collegamento internazionale. Ed ecco diffondersi nell’aria nomi di regioni, di
montagne e di città sconosciute che diventavano fiabesche nella loro vaghezza, come i paesaggi
lunari dell’Ariosto; altri fiumi, altri laghi, altre campagne: “le Midi”, l’Aubisque, il Mont
Ventoux, Pau, Besançon, il Parco dei Principi di Parigi18.
I campioni allora sopravvivevano a lungo e si radicavano nella memoria collettiva. Oggi
la televisione, per mezzo di telecamere poste su motociclette ed elicotteri, ci fa vedere le corse
metro per metro, ci fa conoscere come funziona il sistema del cambio, come il meccanico, senza
che il corridore si fermi e scenda dalla bicicletta, sporgendosi dal finestrino dell’auto in corsa
riesca a mettere a posto il guasto dei freni, ci illustra con immagini doviziose i luoghi in cui la
competizione si svolge; ma contemporaneamente essa in pochi minuti brucia le immagini, i
campioni e le esperienze sportive ed umane. I personaggi durano per qualche stagione, non nasce
nessun mito, né l'antagonismo tra due campioni diventa leggenda duratura, al massimo diventa
un fatto tecnico o di età e si spegne nel giro di qualche anno: chi ricorda i duelli tra Merckx e
Gimondi? Eppure non sono stati da meno di quelli di Bartali e Coppi.

c) Pantani, ciclismo e spettacolo.

Negli anni Novanta del secolo scorso apparve Marco Pantani, uno scalatore, e quasi
subito sembrò che fosse tornato uno di quei campioni del passato capaci di entusiasmare le folle
e di compiere imprese leggendarie da tramandare ai posteri. E così fu per alcuni anni. Era
veramente emozionante vedere quel piccolo uomo lasciarsi alle spalle gli avversari con due o tre
17
Nella canzone Bartali, del cantautore Paolo Conte, c’è l’eco di queste vicende: “e i francesi ci rispettano – che le
balle ancora gli girano”
18
Ho trovato, a proposito di ciclismo, una certa condivisione di memorie ed emozioni in P. De Simonis, Vive la
différence. Diporti, comuni e stravaganti: visti e vissuti, in «Drammaturgia», 6, 1999. Questa comunanza di ricordi
e sensazioni, non necessariamente legata al solo ciclismo, ha certamente un ambito molto più esteso di quello
relativo a due sole persone e forse appartiene alle generazioni nate tra gli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento.
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scatti brucianti nelle salite più impervie; scatti non improvvisi e di sorpresa, perché Pantani,
prima di lanciarsi all’attacco, si toglieva il casco, la bandana e gli occhiali, quasi per annunciare
la sua volontà di andarsene. Ed anche questo comportamento, così aperto nei confronti degli
avversari, questa sfida così palese, rispetto alla tradizione ciclistica che vuole che l’attaccante
parta da dietro le spalle degli avversari, lo faceva apparire, agli occhi della tifoseria e di tutto il
pubblico che seguiva la corsa, come un eroe d’altri tempi.
Ma il 5 giugno 1999, il giorno dopo una sua vittoria strepitosa che gli aveva fatto
conquistare la maglia rosa, fu trovato positivo all’esame antidoping. Non più le quasi innocue
anfetamine degli anni ’50 e ’60, ma eritropoietina che se favorisce una maggiore resistenza
fisica, per converso aumenta il rischio di trombosi. Fu un trauma per tutti: lo stesso Gianni Mura,
che per anni ne era stato il cantore, con articoli di denso lirismo19, dopo essersi chiesto perché
Pantani «doveva forzare la mano quando gli avversari li aveva soggiogati» (2008: 271),
ammetteva che poteva essersi sbagliato sull’uomo e sul campione. Quasi cinque anni dopo, alla
notizia della morte di Pantani avvenuta per overdose di cocaina, Gianni Mura ribadisce la
grandezza del corridore: «… il ciclismo senza Pantani era ed è una minestra assolutamente senza
sapore. Un palcoscenico senza un primo attore, con volenterosi caratteristi che però non riescono
a dare una scossa al cuore del pubblico» (p. 274).
E’ possibile, però, un ciclismo senza doping? La lotta contro l’uso di sostanze “dopanti” è
sempre più severa, ciononostante periodicamente arrivano notizie di corridori sospesi dalle gare,
licenziati dalle squadre, perché fanno uso di medicinali proibiti. A volte si ha l’impressione che
tutte le misure prese per combattere questo pericoloso consumo siano soltanto frutto di ipocrisia,
perché tutti sanno che è proprio lo sfruttamento esasperato del ciclismo e soprattutto dei ciclisti
che ha portato a queste conseguenze drammatiche. Per sopportare la fatica di innumerevoli gare
e di un calendario senza soluzioni di continuità, l’uso di sostanze corroboranti, già praticato
anche in anni lontani, è aumentato smisuratamente nella quantità e soprattutto nella qualità,
proporzionalmente all’aumento altrettanto smisurato della fatica dei ciclisti e, purtroppo,
parallelamente allo sviluppo continuo della chimica.
Il ciclismo professionistico è ormai da tempo un fatto spettacolare; soprattutto negli
ultimi venti anni il suo peso è cresciuto notevolmente; oltre ai Giri d’Italia e di Francia, si
svolgono ormai quelli di Spagna, di Germania, del Lussemburgo e di alcuni Paesi slavi. Si sono
moltiplicate le corse in linea, non c’è solo il Campionato del mondo (corsa di un solo giorno) ma
anche la Coppa del Mondo (basata sui punti conquistati nelle classiche); il calendario europeo
che prima iniziava il 19 marzo con la Milano-Sanremo e finiva grosso modo col campionato del
mondo e con qualche altra classica verso la metà di ottobre (il Giro di Lombardia), oggi non ha
più confini, perché durante il periodo autunno-invernale, una volta dedicato al riposo, si
disputano altre gare nelle Americhe, in Malesia, in Australia. Le società che spendono fior di
milioni per pagare tutta l’organizzazione di una squadra esigono un contraccambio in pubblicità
e perciò costringono i loro ciclisti, (con i nomi dei finanziatori ben chiari su magliette
pantaloncini calzini guanti e casco), a stare sempre sulla scena sportiva. Durante un’intervista
televisiva di molti anni fa fu chiesto a Bartali quanti chilometri avesse fatto durante tutta la
carriera. Fece un rapido calcolo: venti anni di attività per trentamila Km l’anno, cioè
seicentomila Km tra allenamenti e gare. Oggi si sa che chi partecipa alla Milano-Sanremo, che
resta sempre una delle prime gare del calendario in Europa, ha già percorso dai cinque ai
quindicimila Km. Poi verranno le classiche belghe e francesi, il Giro d’Italia, quello di Spagna, il
Tour de France, altre decine di classiche, i campionati del mondo, ecc. ecc. Ogni anno sono
certamente molto più di trentamila i chilometri che i corridori professionisti devono mettere nelle
gambe. Mentre una volta il corridore partecipava a tutte o quasi tutte le corse previste dal
calendario, oggi sono pochissimi quelli capaci di esser sempre presenti, molto più spesso i

19
Talora la prosa lirica di Mura suona falsa, come di chi deve creare il mito a tutti i costi. Con ciò non gli si nega
una sincera partecipazione sentimentale alle imprese di Pantani
9

corridori selezionano le gare cui partecipare: o si fa il Tour o il Giro d’Italia, ma corrono sempre
troppo.
Di fronte alla lunghezza delle corse nessun ciclista ha mai protestato; a volte, invece, i
corridori sono scesi in sciopero o per la pericolosità di certe strade all’origine di continue cadute
o, come nel 1947, al Giro d’Italia, contro l’organizzazione che li costringeva a correre nelle ore
più calde del giorno (Pratolini 1995: 53-60).
Era molto faticoso il ciclismo dei primi tempi, ma oggi non è da meno, tanto che anche
nei modi di dire quotidiani si usano espressioni del gergo di questo sport. «Hai voluto la
bicicletta? Adesso pedala!» si dice a chi inopinatamente ha voluto affrontare un’impresa difficile
e fuori delle sue possibilità. Il verbo “pedalare” è diventato sinonimo di «impegnarsi senza
risparmio e senza lamentarsi», perché «per primeggiare, per emergere da una situazione
personale di inferiorità – giusta o ingiusta che sia – bisogna faticare, sudare, “pedalare” appunto»
(Marchesini 1996: 26).
Così il ciclista è sempre più solo e più sfruttato, deve affidarsi alle sue gambe, ai suoi
polmoni, al suo cuore; se qualcosa nel suo stato fisico non va, è destinato alla sconfitta e nessuno
avrà pietà di lui. Oppure ricorre al doping20.
Oggi tutti sanno che il doping è generalizzato e tutti si affannano a condannare, a parole, il
suo uso, ma nessuno propone, per esempio, che un corridore ogni anno non possa fare più di un
certo numero di Km o non possa partecipare che ad un numero limitato di corse. Ma, come si
dice per altre occasioni, the show must go on; e così tutti fanno finta di nulla, compreso il
giornalismo radiotelevisivo e cartaceo che dovrebbe avere, oltre al compito della cronaca, anche
quello della critica.
Capita, poi, che un atleta forte e generoso come Pantani caschi nella trappola e ci resti
impaniato, per sempre.

d) individualismo e squadra

Le competizioni ciclistiche si svolgono all’insegna di un individualismo esasperato; ciò si


vede soprattutto nelle gare degli allievi e dei dilettanti, dove dalla partenza all’arrivo è un
continuo scattare, una lotta di uno contro tutti, mentre tra i professionisti si cerca di fare anche un
gioco di squadra che permetta poi al capitano, riconosciuto come il più forte, di venir fuori negli
ultimi chilometri e tentare di battere gli avversari.
Se tra Ottocento e Novecento è stato fatto lo sforzo di “incivilire” gli sport, togliendo ad
essi tutti gli elementi di violenza e di crudeltà, il ciclismo ha conservato un suo carattere
selvaggio, vivendo situazioni all’insegna dell’ “homo homini lupus” e della “mors tua vita mea”.
Ognuno combatte contro tutti gli altri e sfrutta tutte le occasioni in cui gli avversari hanno
qualche debolezza o si trovano in qualche difficoltà. Nel Tour de France del 1994, durante la
telecronaca di una tappa nella quale il corridore Rominger accusava un momento di crisi, l’ex
vincitore del Giro d’Italia e campione del mondo Vittorio Adorni così commentava l’episodio:
«Fa bene Indurain ad attaccare mentre Rominger è in crisi; non si può avere fair play con la
bicicletta».
Ma non c’è nemmeno pietà per chi cade. In un gruppo composto di circa duecento
corridori è facile che qualcuno perda l’equilibrio urtando con qualche altro o per una buca sulla
strada: in questi casi c’è sempre una caduta che coinvolge dieci, venti corridori. Chi ha avuto la
fortuna di trovarsi lontano dalla caduta, continua tuttavia ad andare avanti. Oggi si potrebbe
trovare la giustificazione di questo comportamento nel fatto che, essendoci le autoambulanze e le
auto dell’organizzazione al seguito, i gareggianti non sentono il dovere di fermarsi, ma non è

20
Sul doping nel ciclismo è intervenuto più volte l’ex sindaco di Pistoia e acceso tifoso di questo sport Renzo
Bardelli: di lui si veda almeno Generazione Epo. Chi e come ha distrutto il ciclismo, EDIFIR, Firenze 2005
10

così: rispetto, per esempio, al calcio o ad altri sport, nei quali se un atleta si fa male il gioco viene
fermato, nel ciclismo si continua a pedalare, anche se qualcuno, cadendo, muore21.
Nonostante l‘individualismo sia la caratteristica del ciclismo agonistico, a poco a poco
subentra l’idea che anche in questo sport, specie nelle corse a tappe, è possibile sfruttare un certo
gioco di squadra. Occorre arrivare fino alla metà degli anni Cinquanta, tuttavia, perché una
strategia e una tattica di squadra possano essere permesse dai regolamenti oltre che dalla
tifoseria. Così quando Pantani, durante un Giro d’Italia, subisce una rovinosa caduta per colpa di
un gatto che gli attraversa la strada, tutta la squadra lo aspetta, lo accompagna, lo sorregge e lo
spinge fino al traguardo per non farlo arrivare fuori tempo massimo. Allo stesso modo, nessuno
più si scandalizza se in prossimità di un arrivo in volata i velocisti utilizzano il cosiddetto
“treno”, ovverosia tutta la squadra in fila indiana che, in testa al gruppo, trascina nella parte
finale del percorso il proprio velocista ad oltre 50 km orari, per permettergli poi, negli ultimi
duecento metri, di approfittare del suo scatto potente per vincere.
Scrive a proposito Marchesini: «Alla fine vince uno solo, e la sua vittoria è il risultato
dell’impegno poco appariscente ma importante, dei compagni (i gregari). … La squadra si
impegna, si sacrifica per portare al traguardo il suo uomo più forte. Le tensioni tra le ragioni
della collettività (la squadra) e quelle del singolo (il leader), tra quelle della solidarietà e della
competizione sono ben presenti, senza che ciò impedisca la loro compatibilità, in ultima analisi
senza che sia compromesso il buon funzionamento delle regole della democrazia di massa con
tutte le sue contraddizioni» (1996: 75 e sgg.).
Nel gioco di squadra grande importanza hanno i “gregari” che nel corso degli ultimi
quaranta anni hanno cambiato ruolo. Mentre prima degli anni ’70 del secolo scorso, quando i
regolamenti delle gare non permettevano la presenza di meccanici e di mezzi di trasporto di
ricambi e di provviste alimentari al seguito delle corse, il gregario era colui che dava la propria
bicicletta al capitano che aveva forato una gomma o rotto il cambio; era colui che gli portava la
borraccia con l’acqua avendo fatto rifornimento presso le fontane pubbliche o presso le case
private o facendo qualche piccola razzia nei bar che si incontravano lungo le strade. I gregari
erano poi importanti quando il capitano perdeva contatto con il gruppo o per una foratura o per
una crisi o per una caduta: in questi casi essi lo dovevano far rientrare senza farlo affaticare
molto. Oggi i gregari non portano più l’acqua, visto che ci sono macchine e moto al seguito
adibite a questo scopo, ma devono difendere il capitano dall’attacco delle altre squadre o portarlo
all’attacco stancando gli avversari col mettersi in testa e tirando, anche per decine e decine di
chilometri, a grande velocità22.
Rispetto al passato, però, nella squadra non c’è più il capitano che comanda e gli altri che
ubbidiscono, anche perché nel ciclismo c’è stato un grande livellamento e dagli anni ’70 in poi
non ci sono state più personalità emergenti come Bartali, Coppi, Anquetil, Hinault, Gimondi e
Merckx. Ai tempi di costoro erano i campioni che si sceglievano i gregari, li facevano assumere
dagli sponsor e li facevano licenziare. Anche quando personaggi come Indurain e Armstrong
sembrano avere una squadra tutta al loro servizio, essi devono cedere qualcosa, devono lasciare
una certa libertà di movimento e di autonomia ai loro cosiddetti “gregari”. E soprattutto devono
pagarli profumatamente. Il gregario protagonista di una poesia di Gianni Rodari e i servi della
gleba di pratoliniana memoria sono ormai scomparsi23.

e) Agonismo e tifo
21
Come nel caso del giovane Casartelli caduto e morto in una discesa durante il Tour de France del 1995; si veda
Mura 2008: 157-161.
22
Su questa figura del gregario si sofferma Marchesini 1996: 139-144.
23
Questi i versi di Rodari: Filastrocca del gregario / corridore proletario / che ai campioni di mestiere / deve far
da cameriere / e sul piatto, senza gloria, / serve loro la vittoria. / Al traguardo, quando arriva, / non ha applausi,
non evviva. / Col salario che si piglia / fa campare la famiglia / e da vecchio poi si acquista / un negozio da ciclista
(da Filastrocche in cielo e in terra, Einaudi, Torino 1960).
11

L’atletica leggera è considerata la regina degli sport ed ha il posto d’onore nelle


Olimpiadi. Tutto ciò forse perché molte delle sue specialità derivano quasi direttamente dai
giochi olimpici dell’antica Grecia e perché, tranne alcune eccezioni, rispecchiano la cultura
classica nel fatto che, teoricamente, gli atleti gareggiano per se stessi e non per una nazione o un
gruppo. In fondo questa era la visione utopica di De Coubertin quando coniò il motto dei Giochi
olimpici: «L’importante è partecipare». Oggi anche nell’atletica le cose sono cambiate, ma le
idee originarie erano quelle di vedere le Olimpiadi come competizioni in cui i vincitori e i vinti
partecipano al rito mostrando il loro valore e spendendo tutto se stessi. Esattamente come
avveniva nell’antichità classica e presso le popolazioni etnologiche24 e in qualche modo avviene
anche nel rugby odierno, in cui la squadra che ha perso, nell’uscire dal campo di gioco, passa per
un corridoio formato dai giocatori della squadra vittoriosa e da costoro è applaudita.
Nel ciclismo, però, le cose non funzionano così; nel ciclismo tutto si svolge come nel
Palio di Siena. La contrada vincitrice è quella che arriva prima; è quella che viene registrata
nell’albo dei vincitori. La contrada classificatasi seconda o terza non solo non conquista nessun
premio, ma non sarà ricordata da nessuno. Per questo nelle gare ciclistiche l’agonismo è molto
acceso, fino alla cattiveria, come si può vedere nel momento culminante di una corsa, che è la
“volata”, durante la quale, nonostante i severi regolamenti e il rischio reale di gravi cadute, i
corridori si scambiano spallate violente, si tagliano reciprocamente la strada, si urtano per
impedire che gli altri li sorpassino.
Questa aggressività, questo individualismo esasperato, rappresentato negli anni ‘60/70 dal
corridore belga Eddy Merckx, che non concedeva nessuno spazio ai suoi avversari25,
probabilmente sta alla base del tifo ciclistico: nella performance del corridore la gente vede lo
sforzo che occorre all’individuo per uscire da una condizione di anonimato ed affermarsi davanti
alla società; forse vede anche una metafora della vita le cui difficoltà non si superano senza fatica
e senza dolore e soprattutto senza la volontà di superarle.
Ma tra il ciclismo e gli altri sport c’è una grande differenza anche a proposito di tifo. Gli altri
sport si svolgono in luoghi circoscritti e chiusi, dove può accorrere un pubblico numeroso che fa
da spettatore, che si eccita nel seguire le fasi del gioco o della gara, che si divide in due gruppi
contrapposti di “tifosi”. L’esempio classico è quello del calcio, ma le stesse situazioni, con un
pubblico numericamente inferiore, si verificano anche per basket, pallavolo, tennis, ecc. Anche
nel ciclismo gli spettatori parteggiano per l’uno o l’altro corridore, ma non possono aggregarsi e
contrapporsi a gruppi opposti, (come nel calcio, per esempio, dove ci sono una “curva sud” e una
“curva nord”; o nell’automobilismo dove ci sono i “ferraristi” e i “non ferraristi”) perché le gare
ciclistiche si svolgono su un percorso lungo qualche centinaio di chilometri, attraversano
campagne, villaggi, città. E soprattutto, il tifo è solo per un singolo corridore, non per una
squadra. L’eccezione a questo stato di cose era il Tour de France fino agli anni ‘60 in cui i
corridori non francesi erano raggruppati per squadre nazionali ed i francesi in squadre
subregionali (Midi, Ile de France, ecc.): in questo caso il tifo era rivolto alla squadra oltre che al
singolo. In quegli anni qualche volta si arrivava, per colpa di un tifo intriso di nazionalismo,
anche ad episodi gravi: durante il Tour del 1950, la squadra italiana, che palesemente dominava
la corsa senza lasciare spazio ai padroni di casa, fu duramente osteggiata dalla tifoseria francese
fino a che, in una tappa di montagna, Bartali che era in testa fu fatto cadere dalla bicicletta e
picchiato da uno spettatore. Bartali quel giorno vinse lo stesso, ma l’indomani tutta la squadra
abbandonò per protesta il Tour pur avendo Fiorenzo Magni in maglia gialla.
Negli altri sport, infine, sul campo a gareggiare sono sempre in pochi (al massimo in trenta
come nel rugby), nel ciclismo la gara si svolge e si combatte tra 150-200 corridori, che sfilano
24
Notizie sintetiche su questi aspetti in Sport 2008: 44-47, s.v. Antropologia.
25
Per questa sua avidità di vittorie, Merckx fu soprannominato “il cannibale”. E’ stato calcolato che le sue vittorie
da professionista ammontano a 445, una su ogni tre gare fatte; si veda Sport (2008: s.v.). Negli anni più recenti,
l’americano Lance Armstrong ha dimostrato una grande generosità concedendo a forti avversari la vittoria,
nonostante potesse batterli facilmente (Mura 2008: 289-352).
12

davanti agli occhi degli spettatori alla velocità di 40 ed oltre Km l’ora. Non c’è nemmeno la
possibilità di riconoscere il proprio beniamino26. Solo in salita il rapporto può essere più
ravvicinato; ed infatti sulle strade delle montagne, dove passano il Giro o il Tour, si accalcano i
tifosi, perché lì essi possono accompagnare i loro campioni, a passo di corsa, per qualche decina
di metri, possono toccarli e spingerli. E qui succede che spesso il tifoso dimentica di sostenere il
suo beniamino e comincia a tifare per tutti, cerca di spingere tutti, incita tutti: scatta la solidarietà
con chi sta affrontando una grande fatica.

f) Da muratori a commentatori radiotelevisivi

Quando tra gli anni ’50 e ’60 i comici del varietà televisivo volevano prendere in giro i
ciclisti, assumevano il ruolo di vincitore di una corsa e dicevano: «Ciao, mamma, sono contento
di essere arrivato uno». Era una battuta crudele nei confronti di giovani uomini che nel ciclismo
trovavano o cercavano un riscatto sociale, la possibilità di scappare da un’esistenza marcata da
un’istruzione che a malapena arrivava alla quinta elementare e da condizioni di lavoro piuttosto
disagiate. Una battuta crudele ma non lontana dalla realtà, perché quando si esprimevano ai
microfoni della radio e della televisione, i vincitori di tappa e tutti i corridori in genere non
sapevano far altro che ringraziare il patron della squadra e salutare gli amici del bar dello sport27.
Oggi molti corridori hanno diplomi di scuola superiore, altri frequentano l’università,
qualcuno è addirittura laureato; quando si esprimono sanno usare discretamente la lingua italiana
e spesso, per i loro continui impegni all’estero, sanno parlare anche il francese e lo spagnolo. I
più disinvolti nell’eloquio, come Adorni, Saronni, Cassani e Martinello in Italia e Merckx in
Belgio, “appesa la bicicletta al chiodo”, hanno trovato una collocazione presso radio e
televisioni, pubbliche e private, dove fanno
i commentatori tecnici durante le riprese delle gare, discettando non solo di tattiche di gara e
di storia ciclistica, ma illustrando e commentando anche la storia e i monumenti artistici delle
località toccate dalla corsa.
Per molto tempo il ciclismo è stato uno sport di poveri, in massima parte i corridori
provenivano da mestieri umili, come quelli di garzoni da fornaio e di muratore, e quasi tutti
erano figli di contadini o contadini essi stessi. Quando poi la loro carriera finiva intorno ai trenta
anni, solo pochissimi potevano dirsi ricchi; altri, con i risparmi, potevano comprarsi qualche
attività commerciale, molti tornavano ai mestieri di prima.
Adesso anche i gregari guadagnano bene e i campioni italiani, i vincitori dei vari Giri o
del campionato del mondo a volte, per sfuggire al fisco, vanno a prendersi la residenza nel
Principato di Monaco. Il contrasto raccontato da Pratolini tra due gregari poveri come il friulano
Conte e il siciliano Corrieri, al quale il primo rimproverava di fare incetta di traguardi volanti (in
cui si vincevano premi in denaro e in natura, come polli, bottiglie di vino e perfino un maiale
vivo) appartiene ad un mondo ormai scomparso (Pratolini 1995: 80-85).

g) Ciclismo: igiene e sesso

26
Di questa mancanza di “unità di luogo” propria delle gare ciclistiche e sul fatto che i tifosi vanno a “vedere “ una
gara, di cui non riescono a “vedere” effettivamente nulla o quasi, scrivono Marchesini (1996: 227-236) e Brambilla
(2007: 13-22).
27
Paolo De Simonis mi ha fatto notare che l’imitazione si riferiva ad un ciclista che parlava un generico dialetto
veneto, così come le servette di certi film della commedia all’italiana di quegli anni. In effetti, la maggior parte dei
ciclisti professionisti era originaria di quelle zone, massimamente, e della Toscana, regione mezzadrile, desiderosa
di riscatto sociale come le zone proletarie del Veneto. I corridori provenienti dalle regioni meridionali erano
pochissimi, ma anche oggi costituiscono una bassa percentuale rispetto alla totalità. Il Meridione era, dice De
Simonis, uno “stereotipo negativo” tanto che i ciclisti del Sud erano assenti perfino negli sketches radiotelevisivi.
13

La fine di una certa censura nelle cronache televisive delle gare ciclistiche ci ha permesso
a volte di vedere i corridori fermi ai margini della strada mentre espletano una necessaria
funzione fisiologica, o addirittura li vediamo fare la stessa operazione sulla bicicletta in corsa. Si
tratta di fatti che accadono abitualmente ma di cui non si parlava mai se non in occasioni
eccezionali. E’ da chiedersi se l’immagine leggendaria dei campioni degli anni precedenti il 1960
non sia dovuta anche al fatto che questi uomini ci venivano presentati come superuomini, come
eroi senza paura nell’affrontare le fatiche di una scalata sul Pordoi ed i pericoli di una discesa dal
Gavia, e senza nessuna macchia dovuta ai bisogni fisiologici che tutte le persone comuni hanno.
Certo, si sentiva parlare di “cotte per fame” quando al seguito della corsa non c’erano i
rifornimenti ed ogni corridore doveva provvedere da sé, o con l’aiuto dei gregari, al mangiare e
al bere, ma mai si parlava di altri bisogni, nonostante le molte ore passate sul sellino28: era come
se i corridori fossero degli uomini straordinari, fuori di ogni quotidianità. Fino a quando non
arrivò l’occasione eccezionale: al Giro d’Italia del 1957, la “maglia rosa” Charly Gaul, durante la
tappa Como-Monte Bondone, si ferma sul ciglio della strada, pressato da un impellente bisogno.
Se ne accorge il toscano Nencini, in quel momento secondo nella classifica generale, che attacca
immediatamente e alla fine della tappa è lui ad indossare la maglia del primato. E da allora,
commenta Marchesini, «anche quella generalmente solitaria operazione bisogna compierla in
pieno gruppo, mentre i fidi gregari reggono e spingono il sellino, per mantenere alla bicicletta
equilibrio e velocità» (1996: 142).
Ma c’è di più… Soprattutto nelle giornate calde ed afose, i corridori sono costretti a
bere molto, anche quattordici borracce d’acqua al giorno, secondo il commento tecnico di
Cassani, pari cioè a una decina di litri. E così avviene che qualcuno abbia un attacco di
dissenteria. Chi può si ferma, il campione che deve difendere la maglia del primato o la buona
posizione in classifica non può farlo. Jan Ullrich, nella tappa dell’Alpe d’Huez, al Giro di
Francia del 1997 che poi avrebbe vinto, dovette lottare anche contro questo inconveniente: «Si è
liberato due volte, in corsa, aiutandosi col cappellino. Lo so che non sono dettagli gentili,
neanche la corsa lo è stata», scrive Mura (2008: 209).
E poi c’è il sesso, anzi non c’è. Perché per un’antica e molto rispettata credenza si
ritiene che l’attività sessuale sia controproducente per uno sportivo. In un’intervista a me
rilasciata, I. B., corridore senese, gregario di Coppi prima e di Vito Taccone poi, mi raccontava
che quando si sposò era in piena attività agonistica, così per non disperdere le sue energie passò
la luna di miele «come un vero atleta», cioè senza consumare il matrimonio. Anche Binda pensò
che fosse meglio rimandare il proprio matrimonio fino alla fine della sua brillante carriera, e
quando nel 1994, durante il Giro, Gianni Bugno fu accusato dalla stampa di aver vissuto una
notte brava, il suo direttore sportivo così lo difese: «Per correre così forte, quel poveretto fa
l’amore due volte l’anno…» (Marchesini 1996: 50).

4.- Il ciclismo degli “amatori”.

a) ciclismo come gioco

Quelle persone che, durante la settimana, smessi gli abiti da lavoro e indossati i panni
multicolori e un po’ ridicoli del ciclista, prendono la bici per allenarsi e la domenica partecipano
ai cicloraduni, non sono, ovviamente, professionisti dello sport e non possono nemmeno essere

28
Si parlava al massimo di “foruncolosi”, una patologia tipica dei ciclisti causata dal contatto della pelle sudata con
il tessuto dei pantaloncini e dallo sfregamento contro il sellino. Oggi di foruncolosi non si parla più perché i tessuti
usati per gli indumenti sono di microfibre e asettici.
14

considerati dilettanti, i quali, per i regolamenti ufficiali, sono quei giovani – allievi o juniores -
che aspettano di raggiungere qualche successo per passare professionisti. Queste persone fanno
parte dei cosiddetti “amatori”. Il loro quadro di riferimento è, tuttavia, il mondo del grande
ciclismo, quello dei campioni, delle grandi prestazioni alpine e pirenaiche, ma poiché l’età e
spesso il peso corporeo non consentono loro di ottenere risultati di qualche rilievo, si
accontentano di dar sfogo alla loro passione percorrendo durante tutto l’anno da quattro a dieci
mila chilometri. Eliminate le velleità di imitare i loro idoli, resta in loro qualcosa di quello spirito
ludico di cui parla Huizinga, perché la bicicletta per loro è solo divertimento. A starci insieme,
durante i cicloraduni, ci si accorge che in loro è rimasto un po’ di infantilismo 29, più o meno
latente, che viene alla luce nel piacere di stare in bici, nella felicità di scorazzare per le strade e in
quel poco di aggressività che si manifesta quando la strada si fa più dura e i più forti provano
gusto a lasciare indietro gli altri. Un po’ di infantilismo c’è nel modo in cui si apostrofano
conoscenti e sconosciuti che s’incontrano nei paesi, davanti ai bar e per strada, e nelle
conversazioni che avvengono mentre si pedala al centro del gruppo o nelle retrovie: si tratta di
argomenti superficiali, di battute scherzose spesso trite e ritrite. Mentre si pedala, ci si sgombra
la mente dai pensieri che rimandano al lavoro, ai problemi della famiglia, alla serietà della vita.
Si è in piena atmosfera ludica. Anche l’indisciplina con cui si corre è propria di un certo
infantilismo; malgrado sia prescritto che si deve rispettare il codice della strada, molti scavalcano
la linea di mezzeria e continuano a pedalare contromano; altri affrontano brevi salite senza tenere
le mani sul manubrio, c’è chi in discesa fa sorpassi azzardati. A ciò si aggiunge l’abbigliamento
da corridore, multicolore e a volte stravagante, che mette sullo stesso piano queste persone,
molto serie e compassate nella vita quotidiana, ed i giovani delle nuove generazioni con i loro
vestiti casual e variopinti e stranamente acconciati. Per non parlare della bicicletta, anch’essa
variamente colorata, perfino nei copertoni delle ruote, e che da mezzo di locomozione e di lavoro
diventa così “giocattolo”, strumento di puro divertimento. Edward Norbeck, citato da Paola De
Sanctis (1994: 97-98), ritiene che Huizinga non si sarebbe rammaricato della perdita dell’attività
ludica nel mondo moderno se fosse vissuto fino ad oggi.

b) l’associazionismo, i gruppi

Sia Bausinger che Marchesini, autori già citati, e Jacomuzzi (1973) si sono soffermati
sulla nascita e l’evoluzione, nel tardo Ottocento e nei primi del Novecento, delle associazioni
sportive che, per quanto riguarda l’Italia, accompagnavano la formazione della nazione. Si
trattava spesso di associazioni le cui attività ginnico-sportive erano finalizzate alla diffusione di
uno spirito patriottico e talora anche all’addestramento militare. Oggi tutte le associazioni
sportive non hanno più queste funzioni, semmai servono agli sponsor a pubblicizzare le loro
imprese e i loro prodotti e a qualche persona ambiziosa che vuole iniziare o continuare la carriera
politica.
Nel ciclismo amatoriale i gruppi costituiti o, come si chiamano, le squadre, non sono più
nemmeno delle associazioni con finalità culturali oltre che sportive, perché si limitano ad
accettare le proposte del presidente che spesso è colui che si è fatto promotore del gruppo e che
viene acclamato ogni anno come dirigente massimo in quanto si delegano a lui tutti i problemi e i
grattacapi inerenti all’organizzazione. E difatti il presidente sceglie la federazione cui aderire
(Uisp, Endas, Udace, ecc.), cerca gli sponsor per l’acquisto delle divise (ogni gruppo ha i suoi
colori e un proprio nome), tiene i contatti con le altre squadre, attraverso un organismo zonale o
provinciale, per organizzare il calendario delle poche gare e dei cicloraduni (circa una trentina
l’anno), stimola gli iscritti a partecipare agli avvenimenti, organizza un paio di manifestazioni
l’anno (con l’obbligo, dunque, di trovare altri sponsor, i premi – trofei, coppe, targhe, gadget
29
In questo caso, col termine “infantilismo” indico non un atteggiamento giudicato negativo negli adulti, ma quella
disposizione al gioco che, secondo Huizinga (2002:231-233), è propria del bambino.
15

vari, generi alimentari, ecc. – e di chiedere le autorizzazioni alle autorità competenti),


programma e guida gli allenamenti di squadra nelle domeniche in cui non ci sono cicloraduni.
Alla fine di ogni anno sociale (ottobre/novembre), il presidente convoca presso un
ristorante tutti i soci per l’assemblea annuale in cui non si discutono e approvano bilanci
consuntivi e preventivi ma si rendicontano sommariamente spese e introiti; si rinnovano le
iscrizioni e le cariche (per acclamazione), si discute del regolamento interno e di quello federale,
si approva il calendario dell’anno successivo e si prenotano le visite mediche. Alla fine
dell’assemblea si va a tavola e durante il pranzo avviene la premiazione degli atleti e dei
dirigenti30.
Associazioni del genere non si possono definire “democratiche”, anzi, tutto somiglia ad
una tribù il cui capo non viene eletto ma accettato perché a lui si riconoscono capacità
organizzative e soprattutto un forte spirito di volontariato, necessario per il tempo da impiegare
in questo incarico; come dire che il presidente di una squadra amatoriale è come il Principe
machiavelliano diventato tale per “fortuna e per virtù”.
Eppure, nonostante questi aspetti negativi, si può confermare per il ciclismo quanto scritto da
Bausinger per le altre attività sportive: «Lo sport ha promosso… una comunicazione
interpersonale basata sul “tu” in maniera più efficace e continua che non l’ondata di proteste e di
solidarietà politica durante il movimento del 1970» (2008: 75 e sgg.). E difatti tra i ciclisti il “tu”
è d’obbligo. Con il che non vuol dire che l’egualitaria comunicazione interpersonale elimini i
dislivelli sociali, culturali e ideologici, ma sulla bicicletta l’operaio, il professionista, il
contadino, l’imprenditore, l’intellettuale, il disoccupato, l’elettore di sinistra e quello di destra
sono semplicemente dei ciclisti. Rispetto agli altri sport il ciclismo accoglie tutti, da qualsiasi
classe sociale provengano, mentre, per esempio, è difficile che il tennis o l’equitazione siano
praticati da persone che non appartengono allo stesso ceto. C’è, però, il rischio del qualunquismo
o quanto meno del disinteresse per tutto ciò che non è ciclismo. In sostanza gli amatori,
disinteressandosi, almeno durante il raduno, delle cose serie sono simili ai bambini che vogliono
solo giocare.

c) la “cultura” del cicloturista

Durante il cicloraduno i corridori sono preceduti da staffette e da una macchina


dell’organizzazione da cui spesso è lanciato, con l’altoparlante, il motto «Al servizio della salute
e dello sport» che appartiene un po’ a tutte le organizzazioni nazionali dei cicloamatori. Slogan
che è anche alla base della cultura di questa categoria di ciclisti. Essi hanno la consapevolezza di
rappresentare l’alternativa all’automobile, allo smog, al frastuono dei motori, al colesterolo. Non
hanno letto Ivan Illich31 ma sono pronti ad accogliere i suoi suggerimenti e a liberare le città dal
caos automobilistico, dallo smog, a togliere i parcheggi alle auto e a restituire le piazze ai
cittadini e ai ragazzi.
I cicloamatori sono decine di migliaia, presenti in tutte le regioni d’Italia, con
pubblicazioni periodiche a loro dedicate, con manifestazioni cicloturistiche e sportive (cioè con
gare) che negli ultimi anni sono diventate sempre più importanti, come il Campionato italiano e
ad altri campionati regionali e interregionali.
Li accomuna una subcultura sportiva, fatta di allenamenti settimanali, di problemi tecnici,
di appuntamenti cicloturistici, di condivisione di divertimento, che talora sfocia nell’ideologia,
dietro la quale si nascondono esperienze sociali, di lavoro, di cultura molto diverse. In questa
30
Nella premiazione si distribuiscono tutti i premi guadagnati partecipando ai raduni: trofei, coppe, ma anche
prosciutti, salumi, forme di cacio e gadget vari. I premi più ricchi si danno a chi ha partecipato a più raduni, ma
anche colui che è stato poco attivo se ne torna a casa con un piccolo regalo.
31
Si veda Illich 2006, in cui l’autore, facendo l’apologia della bicicletta, affronta problemi molto gravi come
l’esauribilità delle fonti energetiche e l’inquinamento. La sua disamina, venata di sentimenti antimoderni, evidenzia
le contraddizioni del nostro tempo.
16

subcultura preponderante poi è l’elemento agonistico, ma non quello vissuto in proprio, bensì
quello degli altri, dei professionisti, soprattutto dei grandi campioni, ai quali si delegano le
grandi vittorie, le grandi performance sulle salite alpine e pirenaiche: i cicloturisti si limitano a
scimmiottarli quando, scattando in prossimità di qualche cavalcavia, urlano: “ed ecco che
Pantani con uno scatto fulminante stacca il gruppo”; oppure in vista dell’arrivo del raduno alcuni
si producono in uno sprint del tutto inutile, visto che non ci sono premi per chi arriva primo, ad
imitazione dei velocisti in quel momento più famosi. Oppure si affibbiano come soprannomi i
cognomi di noti professionisti, come Carollo attribuito a colui che nelle piccole gare arriva
sempre ultimo, come il vero Carollo degli anni ’50, famosa “maglia nera” del Giro d’Italia
insieme con Malabrocca, e come Bugno e Berzin, corridore di origine russa, attribuiti a coloro
che fisicamente ricordano i due campioni di qualche decennio fa.
Questa subcultura trova l’occasione maggiore per manifestarsi nelle discussioni che
avvengono tra i corridori in gruppo, durante i cicloraduni. Oltre a lanciarsi reciprocamente frizzi
e battute varie, agli amatori piace raccontare le loro imprese, dalle volate vinte ai distacchi inflitti
ad altri in qualche salita famosa per la sua durezza. In genere si tratta di piccoli episodi gonfiati
come se fossero imprese di Coppi, più spesso sono bugie spacciate come vicende vere: gli altri le
accettano perché, prima o poi, anche per loro arriverà il turno di spacciare le proprie. Altri temi
che costituiscono materia di conversazione sono le questioni tecniche: la lunghezza delle
pedivelle, la funzionalità di un cambio, le differenze tra una ruota normale ed una lenticolare, se
è meglio usare in salita una moltiplica da 39 o da 41 denti, e cose simili. Ma può capitare di
scambiare qualche battuta sulla politica o di parlare di scuola se ci sono dei professori.

d) ciclismo e accessori

I cicloturisti sfiorano la maniacalità. Non solo parlano sempre di biciclette, ma vogliono


essere sempre à la page e per questo comprano tutto quanto il mercato presenta di nuovo per
questo sport: magliette dai colori impossibili, pedali tipo “look”, scarpette e calzini estrosi,
bandane per il capo, mantelline contro la pioggia, il cerotto per il naso per respirare meglio. Si
fanno salti mortali per poter indossare la divisa della squadra in quel momento in auge, oppure la
maglietta di Bugno o quella di Pantani. La «Gazzetta dello sport», giornale che ha inventato e
patrocina l’annuale Giro d’Italia, il giorno precedente la partenza della grande corsa a tappe
organizza un raduno al quale accorrono, da ogni parte del Paese, a volte più di dieci mila
cicloturisti i quali, con una quota di iscrizione minima, possono acquistare una maglia rosa e un
casco color rosa che indosseranno, orgogliosi, per parecchi mesi di fila. E’ ritenuto sommo
onore, da smuovere l’invidia degli altri, poter indossare una tuta o meglio ancora la divisa con la
quale la squadra italiana, gli “azzurri”, partecipa al Campionato del mondo o alle Olimpiadi.
Se poi qualcuno di loro partecipa a qualche piccola gara a cronometro, ecco che arriva al
raduno con la bici corredata da ruote lenticolari o ad “alto profilo” e con un manubrio
particolare, come quello dei grandi cronomen.
Negli ultimi anni, infine, tutti i cicloturisti dispongono di piccoli computer di bordo che
oltre al contachilometri (parziale e totale) segnalano anche tempi di percorrenza, velocità
istantanea e velocità media. Molti poi si sono dotati di cardiofrequenzimetro e di contapedalate,
strumenti molto più necessari ai professionisti che ai pedalatori della domenica.
La rincorsa all’acquisto di biciclette costruite con materiali nuovi (carbonio, titanio), il
maniacale desiderio di corredare di nuove tecnologie il mezzo, il voler possedere tutti gli
accessori, anche quelli inutili, fanno correre il rischio, come scrive Simonicca (2008: 13), che
«dalla alienazione da lavoro» si passi «alla “alienazione” da tempo libero… l’hobby … non è
affatto una forma autonoma e consapevole di scelta esistenziale, ma una conseguenza della legge
del profitto che integra l’individuo con imperativi di consumo che si trasformano in forme di
17

dominio sulla coscienza stessa… Il tempo libero non è altro che una nuova forma di consumo
mercantile».

e) le donne, il pubblico

Marchesini (1996: 47) fa notare come la bicicletta abbia dato grande impulso
all’emancipazione femminile: quando la bicicletta fa la sua comparsa «le donne l’adottano subito
intuendo la portata liberatrice ed egualitaria del nuovo mezzo, che insegna loro a vestirsi,
muoversi, comportarsi e servirsi del proprio corpo diversamente dagli schemi imposti dalla
morale sociale. Non più soltanto busti, giarrettiere, gonne e sottogonne, ombrellini, guanti,
cappelli e velette, ma anche semplici pantaloni e maglioni di lana, possibilità di essere sporche,
di sudare, di avere la pelle cotta dal sole». Per le donne, però, la bicicletta è rimasta solo un
mezzo di mobilità breve: serve in campagna ma soprattutto in città, dove casalinghe, operaie,
impiegate, signore della borghesia vanno al lavoro, al passeggio o a fare la spesa.
Negli ultimi decenni, tuttavia, a livello di ciclismo professionistico abbiamo assistito alla
presenza sempre più numerosa delle donne, cui sono riservati un Giro d’Italia e un Tour de
France, molte altre gare e i campionati del mondo e le Olimpiadi. Tra gli amatori le donne sono
pochissime. Spesso nei raduni non ci sono affatto e, quando sono presenti, la loro percentuale è
minima, perché su una media di centocinquanta corridori le donne sono quattro o cinque, quasi
tutte ragazze e giovani, qualcuna anche sposata. Quelle pochissime che ci sono, però, sono molto
allenate e danno del filo da torcere a molti uomini. Negli indumenti e negli accessori sono più
sobrie dei loro colleghi maschi.
Il pubblico, trattandosi di manifestazioni cicloturistiche, è scarso ed è costituito da coloro
la cui attenzione è attirata dallo speaker che si trova sulla macchina che precede il gruppo dei
corridori. Esso dunque è quello che si incontra per caso per le strade dei paesi, nelle piazze
adiacenti al percorso, in sosta davanti ai bar. I giovani si mostrano indifferenti, gli uomini adulti
guardano con curiosità o con aria di sufficienza, qualcuno che lavora, pur essendo giorno di
festa, invita i ciclisti ad andare a lavorare. Le donne, invece, guardano con un certo interesse,
sospendono per qualche minuto i lavori domestici, si affacciano ai balconi, guardano da dietro le
tende delle finestre. Qualcuna, fra le più anziane, si lascia andare a qualche grido di incitamento
e di approvazione.

f) Raduni: marce controllate e marce libere

Da marzo a settembre, quasi tutte le domeniche sono dedicate ai cicloraduni organizzati a


turno dalle tante società o squadre. Spesso per raggiungere i luoghi dei raduni occorre percorrere
qualche decina di chilometri, altre volte i Km da fare sono 70/100. Gli amatori dimostrano anche
in queste occasioni di aver conservato una certa dose di infantilismo, perché sembrano piuttosto
desiderosi e trepidanti di partire, tanto che la piazza di partenza è già piena di ciclisti variopinti
quasi due ore prima del ”via”. Il responsabile della squadra si preoccupa di fare le iscrizioni,
presentando i tesserini e le quote. Poi si parte per percorrere un giro che va dai quaranta ai
sessanta km. Secondo i regolamenti delle Federazioni nazionali, i raduni possono essere “a
marcia controllata” oppure “a marcia libera”; nel primo caso le staffette e la macchina che guida
il gruppo dei corridori devono contenere la velocità media finale entro i venticinque km orari;
così si marcia a volte a più di trenta in pianura e almeno a dodici in salita. Ogni tanto
l’automobile che guida la corsa rallenta per dar modo ai più deboli di rientrare. Nel caso di
raduni “a marcia libera”, che negli ultimi dieci anni sono diventati abbastanza numerosi, dopo i
primi cinque o dieci Km percorsi dietro la macchina di testa, il giudice di gara dà il via. Da
questo punto in poi ogni ciclista è libero di scegliersi il ritmo con cui andare verso il traguardo: i
18

giovani, quelli che hanno più allenamento ed i più forti subito guadagnano terreno, gli altri
procedono secondo le proprie forze.
Questi raduni “a marcia libera” sarebbero in contraddizione con gli statuti del ciclismo
amatoriale che, prefiggendosi il mantenimento di un fisico sano, limitano il numero delle attività
agonistiche; ma la presenza di ex dilettanti ed ex professionisti e la mentalità individualistica
(anche quando non è sorretta da adeguata forza fisica) e l’eco delle imprese dei professionisti
hanno fatto sì che questo tipo di raduno si pratichi quasi quanto l’altro. Non senza polemiche ed
ostilità perché la “marcia libera” non è molto ben vista dai cicloturisti più anziani e più legati alla
tradizione. In fondo per quest’ultimi il raduno è l’occasione per incontrarsi con gli amici di altri
paesi, di passare piacevolmente una mattinata all’aria aperta e non quello di emulare,
inutilmente, i campioni famosi.
Abbiamo visto che nell’attività professionistica c’è stato il passaggio dal ciclista poco
istruito a quello poliglotta, dal gregario a caccia di premi in natura a corridori ben pagati. Anche
presso i cicloamatori ci sono stati notevoli progressi, sia a livello di istruzione (molti i
professionisti, gli impiegati, gli insegnanti), sia a livello di condizioni materiali di vita. Lo strato
culturale più profondo, tuttavia, è rimasto quello di un’età povera e semianalfabeta; mentre da
una parte, infatti, i cicloturisti spendono migliaia di Euro nell’acquisto della bicicletta (per un
mezzo discreto se ne spendono almeno 2.500/3.000; per uno più sofisticato fino a 6.000) e non
lesinano denari per gli accessori, anche i più futili, dall’altra, finito il raduno, esigono che
l’organizzazione della gara offra loro quanto meno un panino col salame e un bicchiere di vino.
Quando capita qualche volta che gli organizzatori di un raduno non siano riusciti a racimolare la
somma necessaria per un buffet decoroso, i cicloamatori non si trattengono da critiche aspre e da
dichiarazioni di non voler più tornare negli anni successivi in quel luogo. E così negli ultimi
quindici anni circa, la squadra che organizza il raduno si prodiga per fare bella figura. A fine
corsa, dunque, i ciclisti si lanciano all’assalto del buffet dove possono dissetarsi con acqua e
bibite di ogni specie. Poi, dopo essersi rivestiti dentro le macchine con indumenti asciutti, senza
nemmeno potersi lavare le mani, vanno direttamente ai cestini dove si trovano i panini imbottiti o
col salame, o col prosciutto o con la porchetta; in pochi minuti i cestini si vuotano, perché non ci
si accontenta di un panino soltanto, ma qualcuno ne mangia anche tre o quattro, innaffiandoli col
vino messo a disposizione. Talora sono serviti anche piatti caldi, come le “penne all’arrabbiata”.
Dopodiché si passa alla premiazione. I giudici hanno già approntato le classifiche: ad
ogni corridore spettano dieci punti, così se una squadra ha presentato diciotto iscritti prende
centottanta punti. Vince la squadra che ha totalizzato il punteggio più alto. Il criterio di
assegnazione del punteggio rientra nei canoni del cicloturismo che premia non le capacità
atletiche ma la presenza alle attività sportive. Alla squadra prima classificata va il trofeo e tante
bottiglie di vino quanti sono i suoi corridori presenti. Il trofeo in genere è una specie di scultura
che rappresenta un ciclista sulla bicicletta, di gusto piuttosto pacchiano ma che piace tanto ai
cicloamatori, specie se è di grandi proporzioni; oppure è una coppa piuttosto grande, di metallo
dorato. I premi successivi sono progressivamente di valore inferiore al trofeo, trattandosi per lo
più di coppe più o meno grandi, targhe ed altri gadget. Ci sono premi speciali poi per le donne
partecipanti, per il corridore più giovane e per quello più anziano ed anche per il corridore
venuto da più lontano Si danno anche premi in cibarie (pacchetti di pasta e di biscotti, bibite,
ecc.). La bottiglia di vino c’è per tutti.

5. Conclusioni

Per concludere, vorrei tornare all’inizio di questo lavoro, là dove si parla di gioco e di
sport per cercare di sciogliere alcune perplessità che mi hanno seguito fino a qui. Per parlare del
ciclismo “amatoriale” ho dovuto affrontare, pur se molto sommariamente, la questione del
19

rapporto tra “gioco” e “sport”32 e poi mi sono dovuto riferire, anche qui molto
semplicisticamente, al ciclismo professionistico, quello definito da tutti come “sport”. Le
discussioni teoriche e la storia del gioco mi fanno ritenere il ciclismo come uno sport
discendente, da un lato, da un’attività umana innata che dagli studiosi è chiamata “gioco”, e
dall’altro come prodotto della società industriale, per il mezzo tecnico con cui si pratica, e della
società moderna che lo colloca tra quelle manifestazioni spettacolari proprie della cultura di
massa. Ma, pur essendone cosciente, ho eluso di discutere una questione che mi si pone ora con
urgenza dopo aver illustrato l’attività del ciclismo amatoriale.
Sia il gioco che lo sport si presentano sotto due aspetti distinti, molto bene indicati nella
lingua inglese (game e play) ma non in quella italiana. Quando parliamo di calcio ci riferiamo a
quel gioco che si pratica su un campo rettangolare che ha precise misure, che vede, in
contrapposizione tra loro due squadre di un numero limitato di giocatori (cinque, o sette o
undici); che ha regole cui devono sottostare i giocatori e che sono condivise pure dai tifosi e
dagli spettatori (altrimenti non capirebbero cosa avviene in campo), ecc. Tutto questo complesso
di norme e di regole non è il calcio “giocato”, ma è la sua definizione, è ciò che può essere
chiamato il game, o la competence, o, per dirla con De Saussure, la langue del gioco del calcio.
Quando poi i giocatori giocano, siano essi professionisti o semplicemente dei ragazzini che in
una piazza si divertono a tirare calci ad una palla, allora siamo davanti ad un play, ad una
performance, alla parole.
E’ difficile, però, potere attribuire tutte queste cose al ciclismo, perché ci troviamo di
fronte ad un’attività ludico-sportiva che non presenta molti degli aspetti contemplati dalle teorie.
E’ esso, come il calcio o il basket, sia game che play? Se è anche un game, quali sono le sue
regole grammaticali? E se invece è solamente una performance, quali sono i criteri cui i
giocatori-ciclisti si rifanno? Nella bibliografia sul gioco e sullo sport da me utilizzata non si fa
mai cenno al ciclismo. Sembra che esso sfugga agli studiosi (per colpa della velocità con cui i
ciclisti passano davanti ai loro occhi?) e che non sopporti queste classificazioni. In effetti, quali
regole presiedono a questo sport? Se ci riferiamo a quello professionistico possiamo dire che solo
tre sono le regole da rispettare: 1) partire tutti insieme se è una gara in linea, o uno dopo l’altro,
distanziati da qualche minuto, se è una gara a cronometro; 2) non danneggiare gli avversari
facendoli cadere; o non mettersi a ruota di un altro se è una cronometro; 3) spingere sui pedali
quanto più forte si può. Ma già in queste tre regole c’è una contraddizione, perché la terza
appartiene più al momento della performance che della competence.
Se invece ci si riferisce al cicloturismo, possiamo dire che solo la terza regola è rispettata,
perché le partenze sono del tutto informali e perché per civiltà, per educazione e per amicizia non
si pensa mai di far cadere il compagno di raduno, perché lì non ci sono avversari e non c’è niente
da vincere.
In sostanza non mi pare che il ciclismo professionistico e quello amatoriale, pur se
praticati “a squadre”, possano essere paragonati ad altri sport in cui un gruppo di praticanti si
contrappone ad un altro gruppo. Per questi sport sono necessari un terreno di gioco specifico,
dalle misure ben definite; occorre che lo svolgimento del gioco si attui col rispetto di certe norme
prestabilite, sono necessari alcuni momenti rituali (entrata in campo, saluto al pubblico,
esecuzione di inni in caso di incontri internazionali, ecc.); nello stesso tempo, durante la
performance, tutto ciò che avviene nel campo si riflette tra gli spettatori che partecipano
emotivamente alle fasi del gioco, che commentano azioni, errori, falli, interventi dell’arbitro e
che si contrappongono, come nel campo di gioco, tra tifosi di una squadra contro quelli dell’altra,
e che vivono i loro momenti rituali (segni di identificazione come sciarpe, fasce, bandiere, colori
sul viso e le mani; esposizione di striscioni, movimenti coreografici come l’ola, canti e inni,
ecc.). Abbiamo visto, però, che il ciclismo non ha, a parte quello su pista, un luogo deputato in
cui svolgersi, le sue regole sono pochissime e ridotte all’essenziale, non ha momenti di ritualità
(a parte la premiazione del vincitore); da parte loro, i suoi tifosi si limitano a scrivere i loro
32
Su questo tema si veda De Sanctis 1994.
20

incitamenti ai campioni sull’asfalto delle strade e su qualche cartello; se si tratta di gare


internazionali, allora sventolano qualche bandiera del proprio Paese.
Semmai il ciclismo può essere paragonato alle gare di velocità (i 100 m., gli ostacoli) o di
fondo (gli 800 m., i 1500 m., la maratona) in cui i singoli atleti corrono contro tutti gli altri. La
differenza sta nel fatto che i podisti si affidano alle loro gambe, mentre i ciclisti usano, per
correre, un mezzo meccanico dotato di ruote e di un meccanismo di propulsione. In questo modo
il ciclismo esce dalla categoria della “competizione”, in cui pur essendoci un vincitore rimane
importante il confronto, per entrare in quella dell’”agonismo” in cui il confronto è ridotto al
minimo o addirittura annullato, mentre diventa essenziale la lotta individuale per il primato. Si
torna, cioè, non tanto alle società arcaiche o a quelle etnologiche in cui il gioco risponde ad
esigenze sociali e culturali, ma a quelle società, come quella della Grecia classica in cui il gioco,
sostituendosi ogni quattro anni, con le Olimpiadi, alle attività belliche, era l’occasione in cui il
vincitore, mettendo in atto le sue virtù fisiche e morali, affermava, colla sua superiorità sugli altri
atleti, quella della sua Polis sulle altre33.
Un’ultima questione: tutti gli antropologi che si sono occupati del gioco sono arrivati alla
conclusione che esso, in un modo o nell’altro è metafora, se non dell’esistenza umana, della vita
degli uomini che vivono in società; anzi, per dirla con Umberto Eco, nella maniera più sintetica,
le regole del gioco «rendono possibile l’esistenza della società, e che momento agonale e
momento funzionale (potere) si saldano nel fatto che il gioco non è ciò che la società gioca, ma il
presupposto stesso del rapporto sociale» (1973: XXI). Ho l’impressione che il ciclismo non sia
nemmeno questo e che quindi, se è un gioco, esso è del tutto particolare. Cosa spinge, infatti, una
persona, che non pratica il ciclismo da professionista, come un lavoro, a sobbarcarsi (e molto
spesso da solo) alla fatica di 150/200 Km. a settimana per l’allenamento? Perché, dopo aver
superato una salita di diversi Km. con pendenze dal 5 al 15%, ci si sente soddisfatti e in pace con
se stessi e con il mondo tutto? E che cos’è allora questa attività sportiva che, nonostante la sua
poca “visibilità”, richiama decine di migliaia di tifosi e di spettatori? Cosa significa esaltarsi per
un velocista che col suo sprint riesce a vincere sugli avversari solo per qualche centimetro? E
incitare e rincorrere gli scalatori che affrontano salite ripide anche col 20% di pendenza a
velocità forsennata?
Se il ciclismo non può essere, come dice Eco, a fondamento dell’esistenza sociale degli uomini,
può forse essere metafora della vita in altro senso, non per profonde e soggiacenti leggi, ma per
come esso si manifesta ai nostri occhi: un’attività in cui oltre all’intelligenza si usa anche una
certa dose di furbizia, oppure un po’ di cattiveria, od anche un po’ di solidarietà, secondo i casi; e
in cui soprattutto si deve lavorare, “pedalare”, soffrire, patire il freddo, la sete e la fame ed,
infine, arrivare al traguardo: esattamente come nella vita.
Oppure, più banalmente, è la metafora della società capitalistica e del profitto, in cui ogni
tanto ai più deboli sono concesse solo le fughe solitarie con i premi dei traguardi volanti e
qualche vittoria che non disturba i grandi?
Oppure il vero ciclismo, eliminato lo spirito agonistico, è il gioco in cui tutti si danno del
“tu” e corrono alla pari, giovani e anziani, donne e uomini, e che si conclude, alla fine della
corsa, senza premi per i singoli, ma con trofei e coppe di scarso valore per tutte le squadre che
hanno con la loro presenza “celebrato” il cicloraduno, e poi cibo e vino per tutti?

BIBLIOGRAFIA

33
Spesso anche gli appassionati di ciclismo più imparziali, quando si tratta di pronosticare il vincitore di una gara
importante, si lasciano scappare di bocca: “Speriamo che vinca un italiano.. mi piacerebbe vincesse un italiano”, pur
sapendo che, in quel momento, i ciclisti non italiani sono i più forti.
21

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