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Da «Controinformazione», anno 5, n. 11.

12, luglio 1978

Lotta armata in Italia. Documenti, programmi e tesi delle organizzazioni politico-militari

Organizzazione comunista combattente Prima linea

La storia delle idee è un soggetto attraente per


l’intellettuale, giacché dopotutto esso si occupa del suo
stesso mestiere. Ma è anche un soggetto che può molto
facilmente portare a confusioni ed errori.
E.J. Hobsbawn

Nella rosa delle formazioni politico-militari Prima linea costituisce un esempio interessante di «anomalia
teorica».
Questa organizzazione pone al centro del suo intervento armato non la funzione o il simbolo, ma il
comando; non l’apparato istituzionale, ma l’articolazione dello Stato.
La peculiarità d’analisi che ne deriva spezza il cerchio magnetico in cui si inscrivono, più o meno
esplicitamente, le varie formulazioni terzo-internazionaliste dei gruppi combattenti. Per questo motivo la
critica della armi non è mai dissociata dalle armi della critica, anzi si direbbe che intenda esserne il
proseguimento con altri mezzi. L’immagine di Pl ha dunque contorni originali, anti-militaristi, improntati da
una concezione sociale dello scontro di classe che rovescia l’impostazione « statocentrica » degli altri gruppi.
Il capitale produce strutture generali di comando sulla produzione, lo Stato ramifica e salvaguarda la
socializzazione del comando. Produzione e comando sulla classe sono dunque aspetti inscindibili del
dominio reale sul proletariato.
Da parte sua il proletariato vive un’esistenza duplice e ambigua: da un lato è forza-lavoro socializzata e
subalterna, dall’altro è soggetto politico irrimediabilmente contrapposto al capitale.
L’antagonismo fermenta nelle pieghe della contraddizione, si consolida nell’ambiguità di uno strato sociale
che si riproduce in quanto merce (per il capitale) ma si autovalorizza in quanto soggetto rivoluzionario
(contro il capitale).
Tutti gli attacchi spontanei, tutti i frammenti di resistenza, tutti i sussulti di opposizione vanno quindi
considerati come dati in potenza dell’organizzazione rivoluzionaria, poiché negando la subalternità al
comando del proletariato ne spezzano la dipendenza dalla funzione immanente di merce.
Che tipo di organizzazione possa attagliarsi a una tale analisi della classe «sgranata» e valorizzata in ogni
suo comportamento, non è facile dire.
Pl , comunque, nega recisamente che si possa identificare, in un unico soggetto, partito ed esercito
proletario. Scatenare soggettivamente «l’attacco al cielo» senza riuscire a strutturare, tra le masse, potere
effettivo significa ghettizzare nella professionalità esclusiva l’organizzazione armata, scompaginando, al
contempo, la resistenza possibile del proletariato fino a creare un dislivello di lotta tra l’avanguardia e il
grosso della classe.
L’esercito proletario viene considerato quindi come «traguardo dialettico», congiunzione storica tra
organizzazione combattente e spontaneismo armato della classe.
La destrutturazione del nemico di classe deve comportare sempre un elevamento della coscienza
organizzativa e politica del proletariato: la classe è forza propulsiva, non delega nessuno a rappresentarla nel
processo di emancipazione storica. Perciò – si sottolinea – il politico non è autonomo dal quotidiano né
separato da esso, il fucile può accelerare, attivare forse, il processo ricompositivo tra rivendicazioni e
attacco, difesa e offesa, tattica e strategia, ma mai sostituirsi ad esso.
Pl ha un indubbio merito teorico: ha lacerato più di un involucro (conformista e rituale) di cui è prigioniero il
lottarmatismo.
La feticizzazione dello «spirito combattente» e del partito «esterno» è stata sconfitta da una critica attenta e
puntuale. Per converso, ci sembra che la categorizzazione della classe, della spontaneità armata, della
resistenza possibile, rischi di sconfinare in un’esaltazione dell’innatismo strategico, priva di riferimenti
concreti. Ogni affermazione, specie oggi, implica come presupposto di verifica il dubbio. Cosa sia la classe
in concreto, come si agiti in essa «l’anima politica» e quali tensioni di segno specifico «portino ad
ebollizione » il movimento non è problematica astratta, ma riferimento costante dello scontro. Se il potere da
tempo non è più incorporato nel Palazzo, a maggior ragione l’analisi e l’intervento rivoluzionario, in ogni
forma, devono darsi da fare per stanarlo dai suoi «antri sociali»... Ma su questo punto gli interrogativi critici
rimangono sempre aperti, e sono ancora molti...

Organizzazione comunista combattente Prima Linea

L’antagonismo totale tra il sistema dei bisogni del proletariato – critica ai rapporti sociali di produzione
capitalistici – e la necessità del capitale di imporre le proprie regole a tutta l’organizzazione sociale, di
sottomettere a sé ogni potenzialità di cooperazione, rende la lotta operaia lotta sovversiva, distruttiva dei
rapporti sociali esistenti.
Il capitale si arma contro la lotta operaia, proletaria sovversiva; irrigidisce ogni rapporto sociale, ogni
articolazione del suo modo di produzione nella difesa della propria necessità di valorizzarsi e di espandersi;
allinea figure di comando che presidiano ogni più piccolo passaggio dei rapporti di produzione, ogni più
recondita piega del vivere sociale: sentinelle, trincee successive – percorsi di guerra imposti alla lotta
proletaria – che la lotta proletaria deve aggredire.
L’esplosione di comportamenti autonomi da parte del proletariato ha provocato una proliferazione
incredibile di figure di comando, di regolamento per ognuno dei passaggi della vita sociale.
Ciò che il capitale cerca di imporre è una pratica tremenda di terrore, di distruzione fisica del proletariato, di
logoramento di ogni briciola di potere politico.
Dalla fucilazione dei militanti rivoluzionari, alla tortura, al sequestro dei militanti della lotta operaia, alla
sanzione del diritto di esproprio del reddito proletario a favore del blocco sociale antioperaio, fino all’azione
quotidiana del più sconosciuto capo officina, ogni giorno il capitale produce una montagna di provvedimenti,
sanzioni, ingiunzioni, decreti che applicano le sue regole generali.
Se lo Stato rappresenta l’assunzione centrale della regolamentazione dei rapporti di produzione
capitalistici, ogni cosa è parte dello Stato tutta la vita sociale si fa Stato, amministrazione violenta delle
necessità del capitale.
La socializzazione del comando è la fonte di legittimità per il comando stesso. La nuova democrazia è una
foto di gruppo delle gerarchie sociali di comando che sono garanti del regolare sviluppo del capitale.
Dopo la confusione generata dalla trasformazione degli istituti di contrattazione e di mediazione dei conflitti
– consigli di fabbrica, decentramento amministrativo, organismi territoriali – in puri organismi di comando la
classe operaia comincia proprio in questi mesi ad esprimere lotte orientate esplicitamente contro il comando
capitalistico e contro la produzione come strumento di comando.
Questo salto politico è fondamentale poiché permette una generalizzazione di indicazioni politiche di
combattimento, di iniziativa di lotta, dall’organizzazione combattente al quadro combattente proletario e agli
istituti della lotta di massa.
L’iniziativa capitalisica ha chiuso una fase di lotte in cui era immediata la conquista di obiettivi,
l’imposizione di una pratica di programma con la semplice lotta di massa, il capitale risponde con la guerra,
con il funzionamento rigido delle leggi della società.
Le giornate di Marzo sono state una grande lezione: da condizioni oggettive che massificavano bisogni e
caratteri politici del proletariato si è passati alla lotta di massa contro lo Stato. In essa si sono esplicitate le
diverse ipotesi politiche che vivono nell’area rivoluzionaria tra le organizzazioni combattenti, si sono
esplicitate le diverse ipotesi politiche che vivono nell’area rivoluzionaria tra le organizzazioni combattenti, si
sono manifestati i limiti della rete organizzata che ha diretto queste lotte e ha fatto pratica di combattimento
in quella fase.
La domanda politica sviluppata in questi mesi, la ricerca di una chiarezza, di un progetto lucido di
prospettiva e di organizzazione impone di rompere tutte le nozioni di «area», da quella autonoma a quella
armata, di scatenare la battaglia politica, di confrontare proposte politiche con la tensione rivoluzionaria che
vive nel proletariato e nella classe operaia.
Ciò che puntualizziamo prima di tutto per il dibattito – che in maniera parziale ed interlocutoria cominciamo
ad introdurre in questo numero zero del giornale di Pl – è la natura dei processi di ristrutturazione
complessiva degli assetti capitalistici.
Va capito come non solo si moltiplicano le figure di comando, se ne serrano i ranghi, ma si esplicita il
carattere politico di dominio della struttura produttiva. La forma della produzione non ha niente di naturale,
ha la natura del capitale, della distruzione – in ogni suo passaggio – della forza politica, sovversiva della
classe; ha il carattere della espropriazione di ogni scintilla di forza creativa del proletariato.
Il capitale non produce più singole merci o macchine ma strutture generali di comando sulla produzione,
assetti produttivi territoriali in cui garantire il profitto, il comando sul meccanismo di accumulazione, la
sottomissione di ogni capacità produttiva.
Si vendono assetti territoriali, macchine, tecnologie, scienze, tecnici per svilupparle. Tutto è sottomesso ai
movimenti del capitale sulla scala del mercato mondiale: dalle armi alla scienza del comando, della
produzione, della amministrazione...
Produzione e comando sono inestricabilmente intrecciati.
Da ciò segue la messa all’ordine del giorno per la lotta operaia e la pratica combattente dell’attacco alla
circolazione delle merci come riproduzione del comando sulla classe. Alla socialdemocrazia in questa fase in
Italia in particolare è delegata la riproduzione del comando in ogni luogo della società, la costituzione dello
stuolo di funzionari del capitale ad ogni stazione della catena della produzione capitalistica.
Essi sono i guardiani fedeli dei rapporti di produzione, i fedeli esecutori (i più fedeli di tutti) delle direttive
del capitale.
Sono i promotori di quel processo di leggittimazione e di ricostruzione del comando che passa per la sua
socializzazione.
Sono i cani lupo più accaniti, i seguci più feroci nel seguire la pista dei rivoluzionari.
L’attacco generale alle concezioni fondamentali del dominio del capitale, lo svelamento dell’aspetto politico
di ogni condizione del proletariato in questa società è oggi più che mai possibile per la miseria di ciò che la
social democrazia ha messo in piedi come adesione operaia al progetto del capitale, come blocco operaio
antiproletario.
Certo la ristrutturazione ha messo a segno parecchi colpi, la socialdemocrazia e gli istituti sindacali hanno
spezzato a più riprese le capacità di mobilitazione della classe, ma è da oggi che ha inizio il tentativo di
consolidare alcuni puntelli fondamentali per il comando capitalistico, sulla base dell’attacco portato in questi
anni.
Il capitale – recitando lo scontato gioco delle parti nelle trattative istituzionali, secondo i ruoli affidati dopo il
20 giugno – passa all’attacco del cuore della classe operaia, porta lo Stato in fabbrica, stringe i ranghi,
rinnova le attrezzature, rilancia i nuovi centri di impresa e finanziari, scarica sul proletariato tutto quanto i
nuovi assetti internazionali della produzione e del mercato richiedono, affinché la grande impresa italiana e
con essa tutto l’apparato produttivo stia al suo posto nella gerarchia imperialista.
Il ruolo conquistato dalla grande impresa italiana pubblica e privata, dai centri finanziari come impresa
multinazionale, la competitività sul mercato mondiale di settori produttivi tradizionali, mantenuta con il
nuovo decentramento produttivo, sono la base del rilancio che il capitale internazionale è deciso a sostenere
nei confronti del suo segmento italiano.
Si apre un dibattito fra i comunisti, sul quale ora non ci soffermiamo, sul ruolo che un processo
rivoluzionario in Italia gioca nel determinare contraddizioni più vaste nel mercato mondiale.
Lo sviluppo di una opposizione operaia alle nuove condizioni determinate nei diversi paesi dalla
ristrutturazione (Francia, Spagna, Inghilterra fanno testo), l’applicazione delle regole della produzione
capitalistica dal sud-america ai paesi socialisti (richiedono la costruzione di nuovi assetti politici e sociali, il
che rende omogenee le diverse situazioni nazionali molto più di prima), la definizione di una maggiore
centralizzazione dell’azione del capitale e quindi, per così dire, la unificazione delle controparti delle diverse
sezioni del proletariato internazionale, tutto questo compagni fa nascere nuovi problemi per i comunisti che
si sforzano di prevedere i passaggi della guerra civile in Italia, il formarsi degli schieramenti. Fa anche della
lotta rivoluzionaria del proletariato italiano un punto di riferimento storico di un processo più generale, che
in tutti i paesi vede una crescente politicizzazione dello scontro di classe, e con essa l’esplicitazione dei reali
interessi in gioco.
A fronte di questo assistiamo ad un processo che va incrementato e guidato, di sabotaggio sociale da parte
dei proletari; cresce il combattimento proletario e l’iniziativa dei settori più lucidi delle organizzazioni
combattenti.
Contro la scientificità, la capillarità, l’estensione dell’attacco capitalistico si deve radicare il combattimento
come sviluppo della guerra da parte proletaria, con caratteri di stabilità, di regolarità, di riproduzione di
strutture embrionali di esercito proletario.
Sbaglia chi oggi spara a zero contro lo spontaneismo del combattimento proletario e vuole ridurre il
combattimento ai soli percorsi verso l’organizzazione ed alla sua pratica diretta. È vero invece che si deve
radicare una pratica combattente fondata sulla definizione precisa dei terreni di scontro, delle forme di
organizzazione, dei rapporti tra disarticolazione del comando nemico, riappropriazione di ricchezza sociale, e
costruzione di organizzazione.
Lo sviluppo del combattimento proletario è un processo contraddittorio e collettivo: è imperativo il confronto
serrato fra le formazioni che lo praticano. Questo non può essere ridotto ad uno schema fisso, comunque
oggi lo sviluppo dello scontro deve contemporaneamente arricchire, trasformare, ma anche omogeneizzare
un tessuto organizzativo che sia in grado di riprodursi nelle sue caratteristiche fondanti. Deve attuarsi una
dialettica tra massimo di scontro politico e sforzo di omogeneizzare la tattica. Del resto l’evidenza
dell’iniziativa del nemico di classe, la forza con cui si riproducono elementi di programma nelle lotte
proletarie spingono in quella direzione.
È tale l’esperienza accumulata in questi anni, la legittimità degli obbiettivi, degli elementi di programma ad
essi collegati, i modelli operativi, che per non farlo ci vuole una precisa volontà politica contraria. Il
superamento delle istanze di semplice autonomia, la nascita di una tensione apertamente rivoluzionaria,
producono una forte domanda politica, che qualcuno confonde con la delega; si tratta in realtà di domanda di
intelligenza politica come capacità di cogliere il progetto del capitale, le contraddizioni e l’unità della
coscienza proletaria, i passaggi della costruzione, nella guerra civile, della organizzazione di combattimento
della classe.
È maturo a questo punto un discorso sui caratteri fondamentali dell’organizzazione comunista combattente,
sul programma rivoluzionario.

L’organizzazione
Mentre il proletariato tenta di sciogliersi dalla sua esistenza duplice ed ambigua, in questa società, di forze
lavoro socializzata, sottomessa al capitale, e di soggetto politico irrimediabilmente contrapposto ad esso,
l’organizzazione comunista esprime la volontà lucida della parte avanzata della classe di abbattere la società
e di realizzare un processo rivoluzionario.
La delega da parte del proletariato, l’esternità dell’organizzazione, non si basano su una separazione tra una
parte maggioritaria della classe passiva ed attendista ed una minoranza superattiva che si sostituisce al
compito storico del proletariato, ma sul rapporto dialettico tra lo strumento di lotta rivoluzionaria che è
l’organizzazione e lo sviluppo della faccia rivoluzionaria della classe a scapito di quella di forza lavoro, di
merce particolare del mercato capitalistico.
L’intelligenza politica dei comunisti, la loro pratica combattente non sono altro da questo: la riproposizione
al proletariato stesso, in forma stabile e lucida, di quanto esso ha prodotto come scienza della rivoluzione.
L’organizzazione comunista combattente allora sviluppa la sua opera di promozione e di direzione del
combattimento operaio e proletario, per una articolazione massima dei diversi livelli di iniziativa
combattente corrispondenti ai diversi livelli di maturità organizzativa e politica, per una massima definizione
e circolazione dei modelli operativi.
Lo sviluppo del combattimento diventa elemento centrale di rovesciamento della vita del proletariato,
strumento per la pratica e la permanenza dell’antagonismo verso questa società: si apre una dialettica
positiva tra definizione del sistema dei bisogni, programma rivoluzionario e crescita degli strumenti di lotta
rivoluzionaria, che si articolano nei diversi modi di esistenza della classe in questo periodo storico.

L’azione combattente dell’organizzazione


All’altro polo di queste posizioni politiche stanno coloro che negano la necessità dell’azione di
organizzazione, la sua esplicitazione agli occhi delle masse.
La lunga storia del combattimento in Italia ha prodotto in una rete di quadri comunisti un dibattito politico,
che permette di indirizzare lucidamente l’azione combattente contro i nodi del dominio del capitale, che
permette di colpire secondo previsioni politiche precise sullo sviluppo dello scontro, che disarticola la
capacità scientifica del capitale di costruire il proprio dominio. Del resto è di fronte agli occhi di tutti la
trasformazione continua della pratica di organizzazione per un avanzamento dei terreni di scontro e per uno
spessore sempre maggiore del combattimento proletario; l’osmosi continua tra pratica soggettiva
d’organizzazione e radicamento di organizzazione combattente nella classe; l’azione dispiegata su tutta
l’ampiezza dei rapporti sociali; la dialettica fra proletariato e lo sviluppo e il radicamento della capacità di
combattimento dentro la classe operaia.
Si debbono necessariamente esplicitare i nessi tra pratica di programma e crescita di un programma
rivoluzionario, tra disarticolazione del comando nemico e crescita di una esistenza politica sovversiva
autonoma combattente della classe.
Non faremo qui il lungo elenco degli obiettivi della lotta proletaria che sono assieme proposta di bisogni
immediati da soddisfare, critica pratica a questa società, proposta di programma per una nuova società:
ampiamente ne dibattono il movimento ed i rivoluzionari in tutte le sedi.
È difficile oggi immaginare una proposizione di programma che non sia frutto della pratica storica della
classe, d’altra parte svanisce nella memoria collettiva della classe il ricordo del programma che ha praticato e
resta patrimonio di intellettuali nostalgici, se questi elementi di programma non si trasformano da subito in
pratica combattente.
Ci interessa poi il nesso tra distruzione di comando e costruzione di forza collettiva della classe. Il rapporto
con le merci, con il prodotto finito, con le strutture sociali, ne è parte fondamentale; esso è determinato dallo
scontro, dai rapporti di forza fra le classi.
Nelle merci, non va letto soltanto il carattere distruttivo dei bisogni proletari, ma anche la funzionalità al
dominio del capitale.
Per definire un atteggiamento corretto nei confronti del prodotto finito non si può operare una astratta
suddivisione fra valore d’uso e valore di scambio; soltanto la conoscenza concreta di come le merci e la
produzione comandano sui proletari, di come il possesso della ricchezza nelle mani degli espropriatori ricatta
i proletari, può fondare parametri corretti di valutazione.
Si può sottolineare la funzione della ricchezza sociale come valore d’uso solo se la forza dei proletari
organizzati è in grado di sottrarla al dominio del capitale. Parte del dibattito che si è sviluppato dopo le
azioni alla Magneti-Fiat, alla Sit-Siemens di Milano, alla Fiat di Prato è stato contagiato da forti tentazioni
opportuniste: si attribuiva a queste azioni la responsabilità di far arretrare il dibattito ad un periodo in cui la
ristrutturazione non aveva ancora piegato il processo produttivo ad una forma adatta a piegare la classe, nei
suoi nuovi assetti internazionali, nel suo decentramento territoriale, nella concentrazione del potere
finanziario, che aveva sottomesso a pochi centri di potere il controllo sul ciclo produttivo.
Che il nodo da sciogliere sia il potere politico, la capacità di esercitare forza, è evidente per esempio nello
sviluppo del combattimento proletario contro il decentramento produttivo, le forme di lavoro nero, in cui non
si riesce a legare disarticolazione del ciclo produttivo, come forma di comando, e riorganizzazione della
forza proletaria, per legare sopravvivenza a lotta. Appare chiaro che si sottovaluta il nesso che esiste tra
azione dei reparti avanzati della classe che disarticolano per primi il comando nemico e schieramento
rivoluzionario che si realizza nello scontro: la parte avanzata della classe nella sua azione pone il resto del
proletariato nella alternativa tra avviarsi ad una strada di lotta e/o legarsi al carro del capitale per ricrearne le
condizioni di dominio.
Il sabotaggio del funzionamento generale della macchina capitalistica è stato ed è tuttora pratica delle lotte di
massa; quando il capitale si arrocca, si arma, consolida i passaggi fondamentali dei processi di riproduzione,
allora l’azione politica della classe si deve elevare. A nulla valgono ancora una volta le accuse di sostituzione
alla classe, vale invece il principio di articolare i terreni politici di attacco da fornire alla classe, nuovi
strumenti per lottare. Vale il principio di rendere pratica la critica allo sviluppo mostruoso del capitale.
Stante l’attacco concentrato in questi mesi al reddito proletario ed alla rigidità del mercato del lavoro, si
prevede una ripresa di lotte per la riappropriazione di elementi di ricchezza sociale: ciò si svilupperà – ed
avrà continuità se e solo se l’attacco al comando come lo abbiamo descritto creerà e fonderà le condizioni
per cui quelle che fino ad oggi sono state soltanto parole d’ordine di movimento – il contropotere, il decreto
proletario, la milizia proletaria – diventino pratica reale di costruzione di organizzazione
Il nostro punto di vista sull’organizzazione è la negazione della concezione che identifica sviluppo del partito
e dell’esercito proletario in un unico soggetto, che poi è l’organizzazione comunista combattente, che punta a
forzare i passaggi sulla reazione dello Stato alla iniziativa rivoluzionaria, sulle sconfitte degli strumenti di
lotta operaia autonoma, questo nega una dialettica tra masse e partito, una dialettica di scontro politico
interno alla classe.
Quando evidenziamo la necessità del carattere politico militare dell’organizzazione proletaria noi
intendiamo affermare la dialettica precedente, poiché questa fase di scontro ci ha sì consegnato una serie di
vittorie per il capitale, il ricomporsi di un suo blocco sociale, elementi di un suo progetto politico, assieme
però ad una tensione operaia e proletaria a contrastarlo, a realizzare il proprio sistema di bisogni con uno
scontro frontale, senza mediazioni, nella prospettiva di un lungo processo di lotta rivoluzionaria.
Non confondiamo alcune ipotesi sconfitte come quella dell’area dell’autonomia: una visione aggregativa
della costruzione dell’organizzazione, di fronte alla potenzialità rivoluzionaria della classe ed al radicamento
crescente di ipotesi ed elementi di organizzazione in essa.
Oggi è sufficientemente maturo un ceto politico rivoluzionario, con conseguente radicamento di idee
rivoluzionarie nella classe, perché si imponga un rapporto diretto tra masse ed organizzazione, perché nella
classe si sviluppi parallelamente dibattito sull’organizzazione combattente proletaria e sul partito, perché
appaia chiaro il nesso tra sviluppo del combattimento e del programma, perché l’azione intelligente
dell’organizzazione costruisca la figura del combattente, dell’agitatore del programma, del dirigente dei
nuovi processi di organizzazione delle masse.
Il processo di costruzione dell’esercito proletario in un paese a capitalismo avanzato passa per l’intreccio
tra organizzazione combattente e istituti di potere della classe.

Sulla rappresaglia, sull’attacco alle figure di comando


La storia di atti di rappresaglia in Italia, l’intensificazione nell’ultima fase dell’attacco alle figure di comando
impone di dare precise indicazioni politiche a questo proposito. L’intensificazione dello scontro armato in
Italia, il precisarsi dell’azione controrivoluzionaria con l’obiettivo di annientare i quadri combattenti –
l’ultimo episodio della fucilazione del compagno Lo Muscio insegna – e insieme di sbaragliare la rete
operaia e proletaria di movimento, tutto questo fa sì che l’eliminazione di un nemico non è più un atto isolato
di rappresaglia, ma un’azione precisa contro i corpi più efferati delle truppe della contro-rivoluzione, contro i
centri di comando dell’attacco antiproletario.
L’organicità al progetto capitalistico di tutte le forme di attacco controrivoluzionario rende la rappresaglia
parte dell’azione generale delle forze combattenti.
Al di là di punte più o meno alte dello scontro, in cui si intensifica l’azione di guerra, l’azione combattente
ha carattere di continuità in ogni suo aspetto: proprio per questo è molto grave quanto è accaduto a Roma nel
tentativo di colpire la guardia carceraria Velluto, non è ammissibile l’errore in una azione simile, ai
compagni che l’hanno compiuta va la responsabilità di aver fatto arretrare nei proletari la comprensione della
necessità dell’attacco, di confondere i contenuti di cui è portatrice l’azione combattente.
La decisione di eliminare un nemico oggi è più attuale parallelamente al fatto che lo scontro diviene più duro
in ogni suo aspetto, infatti all’altro polo dello scontro di classe l’opera di delazione dei vari momenti del
comando decentrato rende necessaria un’azione più dura contro di esso, sia pure calibrata alle necessità.
Rispetto all’invalidamento delle figure di comando va detto che alla organizzazione combattente compete la
promozione del combattimento proletario su questo terreno e la definizione della sua azione ad un livello di
intelligenza e di attacco più alto, e che queste due cose vanno nettamente differenziate, che non vale più la
sostituzione del combattimento proletario con l’organizzazione o l’appiattimento di questo tipo di azione ai
suoi livelli medi consolidati.
Va detto anche qui che l’organizzazione combattente quando sbaglia provoca grossi danni politici a se stessa
ed agli altri.
In queste settimane ci siamo assunti la responsabilità di alzare il livello di attacco alle figure di comando,
parallelamente ad un livello di promozione del combattimento proletario su terreni che in passato erano
propri dell’organizzazione: questa è un’indicazione che vale per tutta la prossima fase.
La suddivisione tra i terreni di combattimento dell’organizzazione e del combattimento proletario va definita
in modo preciso anche nelle scontro con le forze armate della controrivoluzione, dello stato in azione
complessiva che cominci a rendere impraticabili i modelli con cui esse controllano i territori, bloccano città,
entrano nelle fabbriche.
La disarticolazione complessiva dell’apparato di comando è indicazione che nasce dalle lotte di questi mesi,
passaggio necessario al proseguimento di ogni iniziativa proletaria.