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Fabio Larcher

L’I N
GAN
NO
*
DEL
LE
FATE
Romanzo fantastico
in sedici canti
di ottonari a rima baciata

1
L’I N G A N N O D E L L E F A T E
by Fabio Larcher © 2018

L’autore

Fabio Larcher (Brescia, 1974) è stato editore


(dal 2002 al 2014) e libraio, nonché collabora-
tore esterno per Mondadori e Salani. Con A.Car
edizioni ha pubblicato i romanzi Un delitto al
rosmarino e Il Mostro della mostra. Come autore
indipendente ha, invece, pubblicato i roman-
zi: Rock elfico (2011); Calasperio – Attraverso
il Syvyys (2015); La donna elettrica (2018);
Automata homenaria (2018). Inoltre segnaliamo
l’antologia erotico-fiabesca L’antimago (2017);
la saga mitologica Gli skàlter (2018); il romanzo
in versi Storielle di re Artù (2018); la silloge
per bambini Papà fa brutti sogni; e la raccol-
ta poetica Atlante onirico – poesie 1998-2018
(2018).

2
prefazione

Sono trascorsi secoli, probabilmente, dall’ultima volta


che qualcuno abbia avvertito la seria esigenza di riesu-
mare il “romanzo” in versi, sul modello medievale di
Chrétien de Troyes.
Ciò non è affatto stupefacente. In effetti non esiste
una sola ragione oggettiva, per farlo, se non quella
puerile di tentare l’esperienza nuova (per me) di una
certa forma d’arte. Non fingerò, dunque, di aver pro-
dotto qualcosa di utile o di aver compiuto chissà quale
impresa “necessaria”. Non lo penso per nulla.
Ho scritto un “romanzo” in ottonari a rima baciata
semplicemente perché mi piace questo tipo di poesia nar-
rativa, fatta di azione, ritmo, e nella quale si stem-
pera la folgorazione (quando e se c’è) di una metafora
particolarmente riuscita o di un’immagine sintetica,
a volte icastica, con il “di più” dei versi a funzione
prosastica.
Inoltre accarezzavo da tempo l’idea di trattare la
materia arturiana, anche se usata e abusata, negli
ultimi due secoli e specialmente tra Otto e Novecento,
tra romanzi in prosa di ogni tipo, liriche, canzoni,
film, eccetera.
A causa di questo abuso (che, peraltro ha prodotto
alcune opere affascinanti e a me carissime, come Re in
3
eterno di T. H. White, o La grotta di cristallo di
Mary Stewart) è ben difficile dire qualcosa di relativa-
mente nuovo su re Artù e sui suoi cavalieri. A maggior
ragione se, come me, non si è attratti dagli studi storici
o specialistici, dalla filologia o dalla linguistica; ma si
è solo bambini troppo cresciuti, che hanno amato le leg-
gende di un re mitico, forse celta, forse celto-romano,
forse mai esistito, e si vorrebbe soltanto riprendere in
mano i tanti fili già noti, per riunirli di nuovo in
un arazzo simile e dissimile (più personale) all’arazzo
originale.
In questo “romanzo” troverete, perciò Artù, Gine-
vra, Lancillotto, Merlino, Morgana, Galvano, Per-
civalle, Mordred... sì, ma soprattutto le fate. Il popolo
della collina, oltre il confine dell’esistenza terrena, è il
motore di questa piccola, semplice novella in versi, con
le sue illusioni, i suoi inganni, le sue trappole e i suoi
pericoli spesso fuori dalla portata e dalla logica umane.
Si tratta di una delle molte licenze che mi sono preso,
rispetto alle linee guida della tradizione; ma confido
che non ne avrete a male.
Ho utilizzato anche un tono “comico”, meno pre-
occupato delle gesta guerresche che dell’umorismo da
esse scatenato involontariamente. Non sono Chrétien de
Troyes, certo: ho dei limiti patenti. Però non penso che
all’illustre “romanziere” del X I I secolo sarebbe di-
spiaciuto. Lui pure abbonda d’ironie; siamo noi, dopo
tutto il tempo passato e la distanza linguistica, a non
cogliere questo semplice fatto; o forse la nostra retorica
emotiva è, ormai, cristallizzata su toni e timbri diver-
si.
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Sarò franco fino in fondo, ammettendo che, a livello
di storia, ho preso spunto dall’Orlando innamorato di
Matteo Maria Boiardo, imbastardendo (per così dire)
la materia arturiana con quella carolingia; tanto che,
a tratti, il mio re Artù sembra quasi un Carlo Magno
da poema rinascimentale. Il risultato è sotto i vostri
occhi, sia nel bene sia nel “non-bene”.
Clownerie, calembour, allusioni sessuali, battute tri-
viali, situazioni boccaccesche, fate spessissimo nude,
cavalieri perennemente eccitati, intrighi e vendette sen-
za alcun senso, magie, avventure sciamaniche, schietto
erotismo, anacronismi in funzione prettamente umori-
stica e, dulcis in fundo, una “morale” di fondo molto
più seria e cristiana di quanto potreste aspettarvi: ecco
gli ingredienti de L’inganno delle fate.
Sento già l’obiezione giustissima: «Ma tutta questa
bella roba non avresti potuto metterla in un semplice
racconto in prosa, senza costringerci a leggere un testo
reso ostile dalla sintassi e dalle parole desuete propri di
un’opera poetica? Perché non hai scritto qualcosa che
fosse adatto allo spirito dei tempi?».
Perché non esiste cosa che valga la pena scrivere en-
tro lo “spirito dei tempi”. Lo scittore è, per natura,
sradicato dall’orizzonte culturale in cui vive.
O forse perché mi è venuto di far così e basta.

Fabio Larcher
San Donato Milanese,
20 novembre 2018

5
canto i

Sotto un albero di pere


Lancillotto andò a sedere.
Sotto il pero Lancillotto
non si addormentò di botto,
ma pian piano, pian pianino,
alle dieci del mattino,
per l’insolito tepore
e l’odor di menta e more;
per gli zirli e i cinguettii
degli uccelli, e i ciangottii
del ruscello cristallino.
Pensò: “Schiaccio un pisolino”.
Pensò: “Dormo”. E già dormiva,
dal suo naso un zzz! zzz! usciva,
che riempiva la foresta
con la sua quieta tempesta.
Lancillotto fece un sogno;
sognò un tenebroso regno,
buïo, tetro e senza stelle,
pieno di cose non belle:
le macerie di un castello
in cui ardeva un lume giallo;
uno strano uomo ozioso,
bello ma sporco e cencioso,
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molto pallido, anzi bianco,
nudo dalla spalla al fianco;
ampie, spoglie, arse pianure
in cui il vento urlava, oppure
sibilava quieto quieto
qualche orribile segreto.
«Salve!» disse quel signore
molto pallido. «Timore
non avere. Io sono il re
della terra intorno a te.»
«Grazie!» disse Lancillotto.
«Perché è tutto sopra-sotto,
questo luogo? Non c’è stella,
non c’è luce, tranne quella
che barbaglia nella torre
diroccata? Non c’è luna,
sole, vita; non c’è alcuna
traccia della bella estate?»
«Questo è il regno delle fate»
disse il re di quella terra.
«Siamo da anni in piena guerra;
e la guerra ha prosciugato
tutto: gli astri, l’acqua, il prato.
Non c’è cibo o acqua da bere,
né una brocca né un bicchiere.
Solo un lungo, buio imbrunire.»
«Contro chi lottate, sire?»
domandò, sconvolto, il prode.
«Contro chi del sangue gode:
contro la mia amata moglie»
sospirò il signore. «Spoglie
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sono ormai le vigne; calvi
i frutteti. Sono salvi
solo pochi beni mobili,
ma per poco. I nostri nobili
sono morti e sotterrati
con gli eserciti, i soldati;
sono morti, senza scampo,
stesi sotto il santo campo.»
Lancillotto disse: «Ohibò!
Più nessuno è vivo?». «No,
sono morti, senza fallo
e non canterà mai gallo
sopra il loro nuovo giorno:
non faranno più ritorno.»
«Dunque» chiese Lancillotto,
«l’ecatombe ha ormai interrotto
questa guerra devastante,
che ha azzerato gente e piante?»
Rise il re, con vero spirito.
«Cavaliere, ho forse il merito
di affermare che è ben sciocco
pensar questo. Ogni balocco
di Feerìa è pericoloso.
Un cervello fantasioso
Lo può usare come un’arma.
Pietre, stecchi, foglie ed erba...
tutto è magico o “magabile”;
tutto in morte è trasformabile,
in un’esca oppure in amo.
Io e mia moglie proseguiamo
il litigio con l’intrigo,
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con canzoni in cui un sol rigo
porta orrori e malattia;
con la buia negromanzia.
Scateniamo mal di pancia
con l’ausilio di una ciancia.
Evochiamo il fuoco, il fulmine
e la peste al proprio culmine,
l’uno contro l’altra: piaghe,
cancri, colpi delle streghe,
febbri, lebbre, gonorrea.
Morte porta anche un’idea.»
«Come posso darti aiuto?»
chiese Lancillotto. Muto
restò il sire delle fate,
con le sopracciglia alzate.
«Ci sarebbe un modo» disse:
«se un mortale rïuscisse
A baciare la mia sposa,
questa terra tenebrosa
tornerebbe a rifiorire,
smetterebbe di appassire
sempre più, di putrefarsi…»
Lancillotto sul da farsi
restò incerto. «Mio signore,
potrei farti un tal favore,
ma soltanto se prometti
che non abbia brutti effetti,
su di me, la grande impresa,
non ci sia qualche sorpresa
dopo che l’avrò baciata.
Dopo tutto sei una fata;
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fata è pure la regina:
so che Sotto la Collina
vige un veto, che proibisce
ai mortali sulle lisce
pelli di una fata fare
le carezze.» «Non tremare,
cavaliere» disse il re.
«Resta inteso fra me e te:
non avrai ripicche magiche,
conseguenze oscure e tragiche,
se contento mi farai
e mi toglierai dai guai.»
«Sia così. Signore, accetto
di posare il mio bacetto
sulla tua regina. E cessi
questa guerra enfia di eccessi.»
«Ti rimeriti Gesù»
disse il re. «Seguimi, orsù.
Vieni meco ad affrontare
tale impresa.» Camminare
Lancillotto ahimè dovette
per sei miglia o, forse, sette.
Ma al suo impegno ora lasciamo
quell’eroe e ad Artù veniamo.

10
canto ii

Mentre Artù teneva corte


Presso Camelot, le scorte
Di panini e di salame
Dando in pasto alle gran dame,
arrivò un’ambasceria
che bussò con scortesia
alla porta del castello.
Interrotto sul più bello,
proprio mentre il maggiordomo
gli sbucciava un grosso pomo,
si arrabbiò re Artù e, imprecando,
disse: «Mala morte e bando
a colui che mi disturba!».
«Siamo sassoni» la turba
degli ambasciatori disse.
«Peggio! Muoia come visse,
con violenza ed ingiustizia,
chi mi porta una notizia
dalle genti di Sassonia!»
urlò, senza cerimonia,
rosso in faccia Artù. «Veniamo
a gettarti solo un amo,
mio signore» disse il messo.
«Se parlare ci è concesso,
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proponiamo che la guerra
che ci affligge e che ci atterra
sia risolta con le gare,
senza orrendo guerreggiare,
con lo sport, le giostre, il gioco
del pallone. E chi ha più fuoco
nelle vene e più punteggio
pigli tutto: il regno e il seggio.»
Così disse. Artù e Merlino
ci pensarono un pochino,
valutando i contro e i pro.
Alla fine Artù spianò
la sua collera e convenne
con il suo piglio solenne
che era un’ottima proposta
e fu pronta la risposta:
«Se ai miei cavalieri piace,
sia così e tra noi sia pace».
I gloriosi cavalieri
approvaron volentieri
quell’insolita proposta
e fu «Evviva!» la risposta.
«Bene» disse Artù, «sedete
e una bibita bevete.
Suggelliamo con il vino
L’armistizio, accanto al pino
che arde rosso fra gli alari.
Porta un po’ di calamari
fritti a questa buona gente,
Kay, lestissimo sergente.»
Tutti i sassoni barbuti
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si disposero seduti,
mescolandosi ai baroni
e alle dame, e ricchi doni
ricevettero da Artù.
Cibo e vino mandò giù
la combriccola festosa,
tra una celia spiritosa
e l’allegro pungiglione
del motteggio. L’amarone,
il nebbiolo ed il barbera
fu bevuto fino a sera.
E fra un rutto, un peto, un «Viva!»,
pace è fatta, anzi è fattiva.
La Battaglia della Tavola
Rotonda fu grande favola
Presso i nobili e il contado,
presso gente di ogni grado,
per vent’anni o poco meno,
con stupore e tono ameno:
quando Artù e i suoi cavalieri
guerreggiarono severi
contro spigole e fagiani,
con i denti e con le mani,
e alla fine fu sconfitto
dai guerrieri il pollo fritto.
Il coltello e la forchetta
dilaniarono porchetta,
cacio, carne di coniglio,
con impavido cipiglio.
Le stoviglie e le posate
lampeggiarono, scagliate
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in fendenti, affondi, finte.
E le barbe erano tinte
di ragù simile a sangue.
Ma oramai il racconto langue.
Ritorniamo a Lancillotto
e al suo sogno, che ho interrotto.

14
canto iii

Lancillotto fu condotto
dal re-fata astuto e dotto
fino al muro di una torre
che affacciava su alte forre,
su vertigini di pietra,
che non canterà mai cetra.
«Questa casa è la dimora
di colei che mi innamora,
ma a cui sempre faccio guerra:
la rovina della terra;
la regina» disse il sire.
«Ora, amico, devi agire:
entra da questa postierla.
Un fendente od una sberla
proverà a darti un soldato
d’oro ed automatizzato.
Se puoi, scansalo e prosegui,
finché il buio si dilegui.
Troverai tre donne belle,
tutte nude, con la pelle
nivea esposta al malandrino
sguardo. Forse un rosso vino
ti offriranno; tu non berlo.
Esso è sangue, puoi saperlo.
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Quelle sono tre vampiri
assetati. Con raggiri
ti vorranno amare a morte,
dischiudendoti le porte
delle loro lisce cosce.
Chi il pericolo conosce
può evitarlo e può salvarsi.
Se sei incerto sul da farsi,
piglia l’uscio sulla destra,
che è vicino alla finestra:
troverai nani e pagliacci
pieni di sgargianti stracci.
Ti faranno scherzi orribili,
quei giullari innominabili;
tenteranno di ammazzarti
con l’inganno e di fermarti.
Sali al piano superiore:
ivi troverai il mio amore.
Dorme. Baciala nel sonno
(non la bocca, ma sul conno).
Sono stato chiaro?» «Chiaro»
disse Lancillotto. Al faro
di una luna inesistente
penetrò comodamente
oltre il muro fatiscente.
Cigolò con bocca urlante
sopra i gangheri la porta,
mentre il buïo e la sua scorta
di assassini silenziosi,
predatori perniciosi,
verso gli occhi suoi avanzavano.
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Nel silenzio gocciolavano
lente, dolci perle acquose
dalle gronde rugginose
tintinnavan stilla a stilla.
Lancillotto una favilla
scorse a un tratto nelle tenebre.
Intuì dietro le palpebre
l’energia di un moto in atto.
Con l’agilità di un gatto
si scansò, evitando il ferro
dell’artificiale sgherro.
Non riuscì però a evitare
il secondo colpo e a urlare
lo costrinse l’ematoma
che gli procurò l’automa,
percuotendogli lo scudo,
come avesse il braccio nudo.
Per istinto e per reazione
Lancillotto il suo spadone
balenò in un arco al viso,
che ogni prode avrebbe ucciso:
ciò che ottenne fu il clangore
del metallo cavo. Il cuore
gli tremò, schivando il lesto
terzo attacco del funesto
cavaliere artificiale.
Quella macchina infernale
si muoveva abile, ardita,
senza scrupoli, alla vita
attentando del nemico.
Lancillotto era ferito,
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dolorante, benché esperto
nella guerra a viso aperto.
Seppe d’essere in pericolo,
chiuso in un nero cunicolo,
con quel lucido assassino.
Pregò Dio: “Stammi vicino!”.
E la cortesia sportiva
verso la creatura priva
di coscienza accantonò:
una pietra gli lanciò
(ne era pieno il pavimento
di quel luogo macilento)
tra le gambe articolate,
fabbricate dalle fate.
L’oro tenero si storse
ed il passo zoppo porse,
rallentandolo, un vantaggio.
Lancillotto con oltraggio
tempestò a colpi di sasso
il robot, finché un ammasso
di metallo deformato
non divenne. In quello stato
non avrebbe più nuociuto
ad alcuno sprovveduto.
Lancillotto si deterse
dal sudore; e poi si immerse
nell’angusto corridoio,
verso un cupo ballatoio,
tra le ragnatele e muffe
testimoni delle zuffe
di quel cavaliere eletto.
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Lancillotto un do di petto
udì nella stanza accanto,
femminile e un controcanto
di risate come argento.
C’eran tre donne a commento
di pettegolezzi infami
su amorazzi a far ricami,
maliziose e tutte nude.
Ma il mio canto ora le esclude.

19
canto iv

Si destò re Artù, giulivo,


di mattane tutto privo,
e ordinò che i cavalieri,
coi cimieri e gli schinieri
lucidati e luccicanti,
le corazze sfavillanti,
si schierassero in parata,
tutti quanti in piazza armata,
con la lucida armatura,
sotto l’ombra delle mura.
Li passò con Kay in rivista,
orgoglioso ed ottimista.
Si sentiva già invincibile,
fortunato, un re terribile,
ma graziato dalla hybris.
Li contò: Galvano, Gaheris,
Gareth, Galahad, Bedivere,
tutti con paggi e scudieri;
Erec, Caradoc, Tristano,
Percivalle, Ettore, Ivano…
Si bloccò re Artù di botto.
«Dov’è andato Lancillotto?»
«Starà, forse, lancia in resta,
traversando la foresta
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di una qualche dama» disse
Kay, malevolo. «Ha vibrisse
come i gatti, quel guerriero,
quando c’è una donna. In vero
tu, signore mio, dovresti
ben saperlo» aggiunse. Questi
vaghi accenni al tradimento
di Ginevra come un vento
diaccio punsero la mente
di re Artù. Un male possente
gli arrossò le guance. «Avanti!
Paggi a me, per tutti i santi!
Voglio qui il signor del Lago.
Scomodate l’arci-mago,
se necessita, ma esigo
(per il ghiaccio del mio frigo!)
che egli sia presto costà.
E se non proprio costà,
sia costì, ma a tutti i costi.»
I valletti furon tosti
a eseguire il suo comando,
alla frusta già pensando,
già temendo le vergate.
Ma non furono trovate
tracce del signor del Lago,
Lancillotto, né nel brago
del porcile né nel lusso
della casa. Fu discusso
il bizzarro caso; un grande
mormorio che tuona e espande
si diffuse preoccupato.
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Ma re Artù gridò: «Malnato!
Proprio quando più mi occorri,
bestia, tu non mi soccorri?
Maledetto! Malcreato!
Mi hai (bastardo!) abbandonato»
disse con rabbia malsana,
«brutto figlio di puttana!
Chi difenderà il mio onore?»
Kay intervenne. «Mio signore,
tu mi umili e con me gli altri
cavalieri.» «Ah, sì, voialtri!»
sputò Artù, con grande schifo.
«Voi mangiate il pane a sbafo,
maledetti mangia-pane,
voi, cervelli di banane!
In confronto a Lancillotto
siete fatti di biscotto,
vagabondi e piantagrane,
sacchi pieni di letame!
Scarabocchi fatti a biro!»
I baroni inorridirono,
sbigottiti per l’insulto
ed emisero un singulto
lamentoso. Alcuni svennero,
altri ancora si ritennero
mortalmente offesi e il broncio
misero a quel tono sconcio.
Però tutti, a un modo, avevano
la coscienza sporca e ardevano
come brace, per vergogna.
Come chi sonnecchia e sogna,
22
furono di colpo desti
e i confetti più indigesti
che il sovrano avesse dato
inghiottirono d’un fiato.
Sir Galvano disse: «Sire,
brillerò d’onore e ardire,
nelle gare di domani
contro i sassoni marrani».
«Lo prometto anch’io, signore.
Saprò, certo, farmi onore
contro l’avversario infame
e tuffarlo nello strame»
disse onesto Percivalle.
«Sono tutte quante balle»
disse Artù, con un sorriso
triste e ansioso sopra il viso.
«Nessun altro è come il grande
Lancillotto. Le mutande
mangerei se mi sbagliassi!
È notissimo. Anche i sassi
sanno che nessun soldato
d’Inghilterra ha tanto fiato
da competere nel getto
della pietra o giavellotto,
contro i sassoni di ferro.
Ma ora basta: mi sotterro
per il disonore. È legge:
sono il re delle scoregge.»
Certo, Artù ha un bel grattacapo;
però metto un punto e a capo
e ritornerò alle spire
23
delle splendide vampire
chiacchierone ed impudiche,
dell’amore false amiche,
e a messere Lancillotto,
che di loro è quasi cotto.

24
canto v

Lancillotto fu sconvolto
dal bel corpo e dal bel volto
delle tre vampire nude,
depilate fino al pube,
come acerbe verginelle
ma di forme adulte e belle.
Esitò presso alla soglia,
preso da un’acuta voglia,
nel pensiero già eccitato,
di toccare e esser toccato
dalle mani dolci e fini
dei vampiri femminini.
Ma il suo senso dell’onore
placò l’eros senza amore
e gli impose continenza,
forza e massima prudenza.
La vampira mora disse
senza ipallagi prolisse:
«Ciao guerriero, ciao bel fusto,
giungi nel momento giusto,
in quest’ora di solstizio
puoi godere il mio orifizio
(quale sceglilo tu stesso)
nel torneo folle del sesso.»
25
Fu un icastico riassunto.
Spalancò la bocca al punto
Lancillotto che, a momenti,
si vedevano i suoi denti
fino all’ultimo molare.
Non cessava di sbavare,
per l’invito lussurioso.
Ma ripresosi per grazia
dalla brama che non sazia,
alzò in alto un dito, urlando:
«Vade retro! Per il santo
nome di Gesù, fuggite,
creäture selenite!»
«Non scacciarci» disse quella
dai capelli rossi. «È bella
l’estasi dei nostri baci.
Non scacciarci: bacia e taci.»
Quella coi capelli biondi
«Perché invece non affondi»
disse, «nei nostri giardini?
Vieni, assaggia i miei rubini»
disse accarezzando i seni
dalle punte rosse e pieni.
«Vieni» aggiunse quella mora,
«metti il tuo latte a dimora
sulle mie bianche mammelle;
io lo leccherò da quelle.»
«No, a me!» «No, lo voglio
anch’io:
sono lacrime di Dio!»
Le maliarde si azzuffavano
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contendendosi il buon ràfano
oleoso del guerriero.
Lancillotto il suo cimiero
toccò, chiuse la celata;
brandì l’arma equilibrata
e per mettere a tacere
le bellissime megere,
con un colpo spiccò il capo
ad ognuna. Punto e a capo.
Rotolarono nel vento
le tre teste in un momento,
mentre i tre corpi graziosi
si afflosciavano gommosi
sui tappeti. Il cavaliere
non rimase lì a vedere;
non rimase fermo: corse;
la maniglia in fretta torse
della porta a destra, accanto
alla feritoia. Ma intanto
ritorniamo alle afflizioni
di re Artù e dei suoi baroni.

27
canto vi

Il gran giorno giunse e Artù


con gran pompa la tribù
della Tavola Rotonda
rïunì presso la sponda
del Tamigi. Qui allestito
era stato (di sciamito
ricoperto e di scarlatto,
per le autorità di fatto
e per gli ospiti onorati,
dai vestiti ingioiellati)
un solenne baldacchino
sopra il palco. Un gran rubino
tempestava la corona
della regia sua persona.
Quattro campi e nove prati
erano adibiti al gioco,
alle gare, al sacro fuoco
dello sport, con mille addobbi.
Nove araldi e quattro gobbi
che suonavano i tamburi,
la chiarina, gli oboi scuri
ed i pifferi traversi,
con vestiti di diversi
tono e tinta declamavano
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forte i nomi che rientravano
nella rosa degli atleti.
Chi palesi, chi segreti
gli sportivi in armi lucide
e con sguardi e facce trucide
sotto il palco transitarono
ed i duci salutarono.
«Ave! Gloria a Dio nei cieli
com’è scritto nei Vangeli;
pace in terra all’uomo onesto
di mortalità contesto.
La vittoria baci i forti
ed i deboli sian morti,
prima che il tramonto cali
sopra il giorno. I funerali
della gloria dei perdenti
noi celebreremo ardenti.»
Così dissero, i forzuti,
suggellando con gli sputi
il solenne giuramento.
Disse Artù: «Sono contento
della volontà divina.
Sia vittoria o sia rovina!».
Il clangore delle trombe
d’oro esplose come bombe
nel mattino lindo e terso.
Quasi tutto l’universo
Parve esplodere in frantumi
A quel suono. Fuochi e fumi
Segnalarono l’inizio
Delle gare. A precipizio
29
Si affollarono gli atleti,
(cento e più maratoneti,
lanciator di pesi e dischi,
saltator, pesisti…). I fischi
degli spettatori ai bordi
delle piste reser sordi,
quasi, per l’intensità
del volume. La metà
dei tifosi per Artù
era e l’altra (o poco più)
per i sassoni incivili.
Nell’agone senza vili
si sfidarono gli eroi.
Tu puoi dire quel che vuoi,
mio lettore altero, incredulo,
con il tono tuo più querulo:
nessun uomo fu meschino,
nelle gare, quel mattino.
Ma i teutonici più grandi,
più membruti eran, giganti
partoriti dalla pietra
in una cava segreta.
I guerrieri della Tavola,
come polli alla diavola
cotti furono e mangiati.
Tutti persero, stracciati
dalla lena dei teutonici
dai polmoni stereofonici.
Perse Percivalle, perse
Bedivere, perse e perse
sir Galvano, con disdoro.
30
Esultava il barba-d’oro
re dei sassoni, sbafando
noccioline in modo blando.
«Per i piedi di Gesù!»
esclamò piano re Artù,
nell’orecchio del suo mago.
«Tu che sei sempre presago,
dimmi: perderò il mio regno,
andrà a monte il mio disegno
di salvare l’Inghilterra
dai pirati, dalla guerra
dei vassalli litigiosi,
dagli intrighi perniciosi?
Oh, me misero e tapino!
Parla, avanti, mio Merlino!»
Ma Merlino era tranquillo;
non saltava come un grillo;
non smaniava. Disse: «Calma.
Uomo vivo sei e non salma.
Può succedere di tutto,
prima che ti vesta a lutto.
Credi. È tutto in mano a Dio,
il destino tuo ed il mio.»
Tacque, a questo, Artù e fu queto;
non emise neanche un peto.
Ma Ginevra, d’altro avviso,
simulò un gaio sorriso,
ruminando in seno idee
troppo ignobili e plebee
per poterle riferire.
«Mio signore» prese a dire,
31
«Devo fare la pipì.
Vado. Tornerò costì
tra brevissimo. Non stare
ad accompagnarmi.» Il mare
non fu mai più svelto a alzarsi
che Ginevra a ritirarsi.
La regina corse verso
la foresta. Ma il motivo
narrerò dopo. Ci arrivo:
prima voglio Lancillotto
inseguire nel salotto
delle fate. Cosa vide?
Una maschera che ride.

32
canto vii

Lancillotto aprì la porta


tutta sgangherata e storta
e trovò, dietro, una festa
di pagliacci con in testa
dei sonagli e dei cappelli
spiritosi, irti d’orpelli
dalla foggia originale.
Disse con voce nasale
una nana: «Ecco è venuto
uno stupido cazzuto».
«Viene dalla stanza erotica»
disse un altro. «Oh, com’è comica
la sua faccia! Sembra un grullo
che manipoli il “trastullo”
dal tramonto all’alba.» «Sciocchi!
Che volete che si tocchi,
questo qui? è soltanto un bischero
con una severa maschera.»
Quegli insoliti pagliacci
gli mostravano fallacci
di cartone o cuoio grezzo;
spetazzavano con lezzo;
piroettavano incessanti.
Per alcuni brevi istanti
33
i coriandoli policromi
lo accerono. In pericolo
Lancillotto si sentì.
Udì il fischio ed il zi! zi!
di una lama e si chinò.
L’arma fella s’incagliò
nella carne di un pagliaccio,
amputandogli via un braccio.
L’arto, lesto, spruzzò un fiotto
di arterioso sangue rosso
sui deformi mascherati.
I costumi colorati
diventarono all’istante
mono-tinta. Dominante
lo scarlatto scuro fu
sopra i gialli, i verdi, i blu.
La vivacità apparente
sparve col colore assente
e la festa un tetro rito
parve al cavaliere ardito.
I pagliacci gai, feroci
boia divennero ed atroci
orchi i nani e gli arlecchini.
Unghie, artigli, fauci, uncini
dai mantelli e dalle maniche,
dai cappucci e dalle paniche
tasche uscirono, oscillanti,
tra coriandoli e filanti
stelle. Lancillotto estrasse
la sua spada e a mani basse
(senza attendere l’attacco)
34
colpì forte; non fu fiacco.
Gli spregevoli pagliacci,
saltimbanchi pien di lacci,
giocolieri, menestrelli
dai magnifici cappelli
falcidiò con ampie ellissi
della lama. Tutti rossi
rese gli abiti ed i muri.
Ammaccò molti figuri
repellenti, altri ne uccise,
altri nel lor sangue intrise.
Dopo molta lotta e strepito,
Lancillotto sul decrepito
legno dell’uscita strinse
la sua mano. Uscendo, vinse.
E quel premio lo compiacque
come per chi ha sete le acque.
Chiuse l’uscio ed un sospiro
fece. Poi si guardò in giro.
Si trovava in una stanza
vuota. Con maestà e eleganza,
su una tavola dormiva
la regina, bella e priva
di coscienza. Lancillotto
si meravigliò, già cotto
della sua bellezza lieve,
più leggiadra della neve.
Ma torniamo a Artù e a Ginevra:
Lancillotto stia là sopra;
cosa disse e cosa fece
dirò in altro canto, invece.

35
canto viii

Corse via Ginevra, schietta,


quasi fosse in bicicletta.
Giunse all’antro di Morgana.
teschi d’uomo e pelle umana
costellavano l’ingresso
imbiancato con il gesso.
Sulla porta, in rosso, simboli
esoterici e altri vincoli
stregoneschi erano stati
scritti a mano e mai lavati,
con il sangue bruno e denso,
tolto altrui senza consenso.
Di fuggire via incapace,
la regina senza pace
mordicchiava il proprio labbro,
con perizia, come un fabbro
che lavori un po’ di ferro.
“Se con forza non afferro
l’occasione, perdo tutto:
la ricchezza, il regno, il frutto;
gli ozi dolci ogni mattina
d’uva-fragola e uva-spina;
le baldorie della sera;
l’ansia della cameriera
36
che si affanna a compiacermi;
gli animali, i pachidermi
comperati a caro prezzo;
ogni capriccioso vezzo;
ogni argento; ogni gioiello;
ogni fantasioso orpello.
Dovrò vivere da schiava,
mendicando qualche fava
da padroni rozzi, atroci,
spregiatori delle croci.
Sarò palpeggiata, offesa
da villani o vilipesa
da chi non ha cortesia,
di ogni stupro ahimè in balia.
E per cosa? Per l’orgoglio
di un marito che non voglio,
a cui fingo soggezione
solo perché è un po’ minchione!
Perderò tutto per niente,
per l’inanità di gente
che misura il suo valore
non col metro dell’errore,
ma con quello del suo cazzo.”
Ripensando al suo palazzo,
morse a sangue il proprio labbro,
bianca come per la lebbra
e l’avidità febbrile
cancellò il tremore vile
dalla sua prudente mente.
Penetrò nell’antro olente
di profumi inafferrabili,
37
di fetori inenarrabili,
e chiamò: «Morgana, assente
sei o invisibie e presente?».
«Sono qui» disse la strega.
«Il suo aiuto non ti nega,
se lo vuoi, Morgana. Parla.»
La regina, nel guardarla,
esitò: era bella e bruna,
bianca come bianca luna
e due lune le mammelle
nude, gelide gemelle,
orbitavano sfacciate
fra le ascelle depilate.
Nuda fino all’ombelico,
la signora con amico
sguardo interpellò, Morgana.
«Dimmi, quale toccasana
posso offrirti o lenimento?»
La regina rialzò il mento.
Era bionda, bella, altera;
non ancora prigioniera
di barbuti stupratori.
«C’è un cimento fra i signori
della Tavola e stranieri
forti e della forza fieri.
Oggi in palio c’è lo stato:
il più forte o fortunato
avrà tutto. Per sfortuna
non hanno vinto neanche una
gara, i cavalieri. Temo
che il potere perderemo
38
e esiliati o schiavi, a sera,
noi saremo.» «Chi dispera»
disse l’altra, «non ha scampo.
Posso rallentare il lampo
nei talloni ai corridori,
rammollire ai forti i cuori.
Posso inflaccidire i muscoli
dei pesisti, e molti bruscoli
invisili soffiare
a chi pensa di mirare
proprio al centro del bersaglio...»
«Fallo, allora!» «Se non sbaglio
ogni prestazione ha un prezzo.»
«Quale?» «Oh, solo (o quasi) un vezzo:
voglio un figlio da re Artù.
Una notte, non di più,
dentro il letto del sovrano.»
La regina «Qua la mano»
disse gaia, del tutto inerte
emotivamente. Esperte
nel do ut des le donne strinsero
il contratto. Il dito intinsero
dentro il sangue di un caprone
dio di oscena religione.
Poi Ginevra corse in fretta,
con la gonna in alto stretta,
nuovamente dal suo sire.
E re Artù ebbe a ridire
sull’assenza prolungata
e sospetta dell’amata,
più geloso di un Efesto.
39
«Non potevo far più presto»
replicò la donna, angelica.
Sfarfallò, mefistofelica,
le sue ciglia maliziose.
E re Artù per poco esplose
in omeriche risate.
«Saran, forse, le insalate
che ti ostini a manducare
notte e dì a farti evacuare
così tanto. La regina
sei, amor mio, della latrina!»
Si sentì spiritosissimo,
ma lo spirito fu pessimo.
La regina gli rispose:
«I miei peti sono rose
profumate, mio signore.
Vuoi negare il loro odore,
ripudiarne la dolcezza?
Tu millanti da villano,
ma chi spregio fa dell’ano
della propria donna è un fesso.»
Restò male e un po’ perplesso
il sovrano, ma un boato
della folla gli fu grato,
distogliendolo da sé,
dalle sue battute osé.
Inspiegabilmente i validi
lottatori agnelli pavidi
divenarono; gli atleti
tutti molli come preti,
lenti, liquidi, lagnosi,
40
di ferirsi timorosi.
Al contrario i cavalieri
della Tavola più fieri,
nobili, abili, prestanti
si mostrarono agli astanti.
«È un miracolo ben grosso!»
esclamò re Artù, commosso.
“Un miracolo d’ingegno,
caro il mio testa-di-legno”
replicò tra sé Ginevra,
d’allegria del tutto scevra.
Il re sassone cambiava
mano a mano tinta e bava
spumeggiava dalla bocca.
La sua mente era una brocca
di furore e frustrazione.
La terribile emozione
lo costrinse ad afferrare
la sua mazza triangolare
per picchiarla sulla testa
di re Artù, con gran tempesta.
Però Artù non era affatto
uomo debole o distratto:
prevenendo la reazione
del teutonico bestione,
sciolse Excalibur dal fodero
sotto il manto, presso l’omero.
Con un abile fendente
lui, longitudinalmente
resecando e dividendo,
lo tagliò. Fu un taglio orrendo.
41
Un silenzio stuporoso
pietrificò il numeroso
gruppo urlante dei tifosi.
Tutti furono confusi,
finché Artù parlò: «Signori!
Voi sapete quanto onori
la parola data. L’ospite
ha attentato come un aspide
alla mia persona e ha avuto
ciò che è giusto. Non è astuto
chi tradisce i patti in casa
del nemico. Sia persuasa
del suo errore la sua gente.
Se ne vada immantinente,
chi ha spezzato i sacri patti
e ha insultato noi, nei fatti».
Esultarono gli inglesi:
«Sì, la patria è salva!». Illesi
se ne andarono i campioni
di Sassonia. Ed i baroni
festeggiarono l’evento
con la birra del convento,
col prosciutto dell’abate.
Ma torniamo dalle fate
e alla solitaria gesta
tetra, macabra, indigesta
di messere Lancillotto,
che nell’altro canto ho cotto.

42
canto ix

La regina-fata stesa
su una tavola, indifesa,
stava. Il sonno saporoso
l’avvinceva. Un vaporoso
manto l’avvolgeva blanda,
rivelando la mutanda
tutta pizzi e roselline,
che hanno spesso le regine.
Lancillotto avanzò incerto,
di ferraglia ricoperto,
come se temesse un trucco.
Non aveva ombra di trucco,
sul bel viso la regina;
nessunissima moina
decorava il suo decoro.
Si convinse il cavaliere
che non c’era da temere
e si avvicinò, tacendo,
alla fata. Fu un crescendo
di cautela: scostò il manto,
che frusciò tutto da un canto.
Poi, con mani tremebonde,
le sfilò le rose monde
della biancheria. Non fece
43
scatti e non rivolse prece
la signora; non si mosse
quasi morta o in coma fosse.
Lancillotto in forma pavida
accostò la bocca all’avida
apertura tra le cosce
molli ma per nulla flosce.
E legato alla promessa
baciò la regale fessa.
La baciò, in principio, lento,
ma cambiò ben presto accento,
preso da una frenesia
inspiegabile. “È magia!”
pensò un poco preoccupato.
Gli mancò ben presto il fiato,
ma cessare non poteva
di baciare il “cuore d’Eva”.
Leccò l’anima di lacca
come fosse un lecca-lecca
ai lamponi, indolenzito,
bluastro, mezzo soffocato.
La regina non fiatava,
ma la sua “lumaca” bava
secerneva, intanto, l’uomo
annegando. Un mezzo prodromo
d’asfissia colpì il guerriero.
Quando sospirò un leggero
lento gemito di pace
la regina. «Oh, sì! Mi piace
ciò che fai» disse destandosi.
Boccheggiò un poco, arrestandosi,
44
Lancillotto. Ella gli prese
il virile volto inglese
tra le mani fresche e disse:
«Io vorrei che non finisse
questo gioco. Anzi, lo esigo!
Fa di due corpi un intrigo,
come fate voi mortali
quando amate e gli umorali
succhi mescoliamo insieme».
Dolci, mobili catene
mise l’uomo all’elfa e uniti
cavalcarono stupiti
per le praterie assolate
del piacere. Prese e date
furon le consolazioni,
mentre il soffio dei monsoni
scompigliava a ognuno l’anima.
E così, di riga in pagina,
l’abc dell’erotismo
la regina apprese: un sisma
di emozioni la travolse;
l’acme del piacere colse
quella fata impreparata,
dilaniandola e prostrata
(ma felice) poi lasciandola,
soddisfatta in ogni ghiandola.
Alla fine della danza,
Lancillotto quella stanza
trasformarsi vide: il sole
colorò giardini e aiuole;
mostrò un mondo verde e fertile,
45
di bellezza estiva al vertice.
Le macerie mostrò intere;
mutò in dolci primavere
il crepuscolo e l’inverno
che sembrava, dianzi, eterno.
Ogni cosa secca o morta
rifiorì. Ogni cosa storta
bella apparve e raddrizzata.
Lieta la regina-fata
baciò Lancillotto in fronte.
E dal bacio suo una fonte
di benessere sgorgò.
«Grazie» disse. «Ciò che può
il mio magico potere
io te lo farò ottenere,
perché hai dato più di quanto
pensi, amico. L’atto santo
ha riacceso in me la vita.»
L’espressione sbalordita
del signor del Lago comica
appariva. L’anatomica
complessione della fata
gli sembrò, però, mutata:
se era bella, prima, adesso
appariva del suo sesso
la più bella in assoluto.
Era onore averla avuta.
Disse: «A me, signora, basta
la promessa avere esausta,
aver fatto il mio dovere
e aver dato a te piacere».
46
«Saggio» disse la regina,
«sei e gentile. Stamattina
tu ritornerai al tuo mondo,
con il cuore più giocondo
e la mia benedizione
ti accompagnerà.» Nozione
non fu mai compresa quanto
quella. Lancillotto un canto,
suo malgrado cantò intero,
e alla fine sotto il pero
si svegliò. Lo strano regno
era stato solo un sogno.

47
canto x

Tutta Camelot festante


fu per cinque notti. Il fante,
lo scudiero, il cavaliere,
il re, il villico a sedere
stretti insieme stavan tutti,
pasteggiando dolci e frutti,
spiedi, spigole, torroni,
cosce, costole, rognoni,
con la birra spumeggiante,
il vinello dissetante.
Tra quei piatti prelibati
eran tutti avvinazzati:
ebbro Artù; Merlino alticcio;
ciucco Galahad ed il riccio
sir Galvano; sir Tristano
sbronzo marcio; sir Ivano
ciucco triste; la regina
ciucca per la porporina
sua bevanda. I più “bevuti”
non restavano seduti:
rotolando sotto il tavolo,
tra le scorze, i gusci, il cavolo
erano finiti, stesi
e russavano. Gli inglesi
48
gli inni, i canti, le ballate
ascoltavano affollate
di prodigi e di miracoli.
E la notte e i suoi tentacoli
i trovieri allontanavano
dalle menti. Ebbri cantavano
sopra il liuto e la ghironda,
«Non c’è qui chi mi risponda!»
dichiarò re Artù a Merlino,
singhiozzando enfio di vino.
«Dov’è andato, Lancillotto?»
«Dove sia, se intero o rotto»
gli rispose il mago, «è perso
sotto il limpido universo.»
«Lancillotto è qui, mio sire!»
annunciò senza piatire
in persona, Lancillotto.
Un boccone di stracotto
sputò Artù, per la sorpresa
dell’epifania inattesa:
gli era andato per traverso
e tossiva. Il mago, asperso
dallo sputo del sovrano,
si pulì con lasca mano.
«Dove sei stato, canaglia?
Emanai, quasi, una taglia
sul tuo capo di marrano.
Mi servivi e eri lontano.
Il mio regno ho messo a rischio:
tu non rispondevi al fischio.
Ora adducimi una scusa,
49
che non sia molesta e ottusa.»
Lancillotto diede stura
alla narrativa pura.
«Ho sognato un sogno strano»
raccontò. E nessun villano
lo interruppe, fino in fondo
al bizzarro suo racconto.
Alla fine, stupefatti
e dimentichi dei piatti,
dei bicchieri e del banchetto,
con la meraviglia in petto,
gli invitati applaudirono
fascinati nello spirito.
Disse Artù: «Caro vassallo,
per l’orrore sono giallo.
L’avventura che hai qui detto
è l’esempio più perfetto
dell’idea cavalleresca
di coraggio. Non t’incresca
ora unirti a noi e brindare.
Anche se mi fai arrabbiare,
se mi lasci nello strame
del periglio, in mezzo a trame
di intriganti e maneggioni,
tu non torni senza doni.
Questa storia ti ha salvato,
sai, dall’essere impiccato».
Le bevute e le mangiate
furon tosto replicate,
finché Artù non disse: «Basta!
Sono sazio della pasta-
50
sciutta e voglio andare a letto
con Ginevra bianco-petto».
Si alzò incerto, barcollante,
e si alzarono all’istante
tutti gli altri, alquanto alticci.
«Cari addio, vigne e pasticci»
sospirarono. Re Artù
“Marameo!” fece e “Cucù!”
alla malasorte, lieto,
schiaffeggiando il bel didietro
di sua moglie. Ella ringhiò.
“Uno scherzo ti farò,
che ti costerà assai caro,
re imbecille e pallonaro”
pensò lei, ammiccando a un servo.
«Ti farò assaggiare il nerbo
di un sovrano molto maschio.
Correrò di nuovo il rischio
di piegarti al mio piacere»
rise Artù, senza vedere
i maneggi di Ginevra
dalla mente come piovra.
Entrò in camera e, d’un balzo,
fu già nudo e fu già scalzo.
«Vieni, bella pollastrella,
a pregare: la cappella
è addobbata per la messa.
Prima qui ci si confessa,
in ginocchio, con pazienza.
Poi si fa la penitenza,
recitando gli Ave e i Gloria,
51
senza libro ma a memoria.»
Scelse Artù male l’esempio;
non fu comico, bensì empio.
E Ginevra, con disprezzo,
calcolò esultante il prezzo
ch’egli stava per pagare.
Non è un bene bestemmiare.

52
canto xi

Stava Artù tutto eccitato


sopra il letto, col gelato
alla fragola già in resta,
teso verso la foresta.
La regina disse: «Aspetta.
Vado a fare la toeletta.
Nel frattempo, amor di miele,
spegni tutte le candele».
Uscì in fretta e, uscita fuori,
introdusse ai regi amori,
nelle tenebre, Morgana,
in attesa nella tana.
«Vieni, maga, è il tuo momento.
Mio marito è ebbro e contento:
non si accorgerà di nulla.
Sia che monti una fanciulla,
sia un altro uomo, sia una vacca,
non si accorgerà d’un’acca.
Va’ e riscuoti il guiderdone
che mi hai chiesto: è l’occasione.»
La spronò ad entrare ed ella
si infilò nel letto, bella
come i raggi di Semèle.
E l’amor gonfiò le vele
53
della carne e della mente
di re Artù. Non capì niente
il sovrano, obnubilato
dal vinello e dal moscato.
Nel disordine mentale
solo un fatto era anormale:
era bello far l’amore
con sua moglie! Ed ore ed ore
(anziché cinque minuti)
durò l’atto, con saputi
giochi, trappole, varianti.
Ringraziava tutti i santi
per quel dono inaspettato
e sentì d’essere amato
(dico “amato” veramente)
il sovrano. Fuor di mente
galoppò verso la meta,
per la strada più segreta:
tra le gambe della maga.
E fu la sua voglia paga;
paga come mai fu stata
con la moglie invano amata.
Poi crollò nel regno nero,
nel cangiante cimitero,
che è del sogno in dittatura.
Via sgusciò la strega impura;
tornò a casa sua, nel bosco,
là dove era fitto e fosco.
La regina tornò accanto
al suo re, per nulla in pianto
per quel tradimento indotto.
54
Lei pensava a Lancillotto.
Si chiedeva se il suo sogno
fosse frutto del bisogno
della psiche di far simboli
della realtà tra gli angoli,
o ci fosse, sotto, un vero,
segretissimo mistero.
Le sembrava troppo lucido,
troppo razionale e trucido,
perché fosse solo un parto
della fantasia, lo scarto
dell’attività pensante
di un cervello elaborante.
Se era un sogno: così fosse!
L’immaginazione è tosse,
non esiste, non è vera.
Ma se fosse stata vera
esperienza, benché strana,
quel gran figlio di puttana
(Lancillotto) allora aveva
fornicato con chi alleva
figli sotto la collina.
“Sciocca! Stupida! Cretina!”
si rimproverò Ginevra,
colta da una rabbia negra.
“Il tuo onore e la tua rosa,
così ambita, hai dato in sposa
a chi le mancò di fede,
calpestandola col piede.
Non è stato l’uomo ai patti:
ha mangiato entro due piatti
55
e non merita più amore.”
Nel tumulto del suo cuore,
la regina innamorata
maledisse amante e fata.
L’indomani avrebbe posto
quel quesito, ad ogni costo,
a Merlino. E se il suo amore
fosse stato un traditore
si sarebbe vendicata
con la mente o a mano armata.
Consolata, a quel pensiero,
trovò sonno e il mondo intero
si smorzò come una fiamma,
col suo ansioso melodramma.

56
canto xii

Il mattino successivo
trovò ancora urgente e vivo
il quesito di Ginevra.
Non appena poté l’egra
sua domanda porre al mago,
si alzò in fretta e dal presago
corse con il fiato corto.
Lo trovò chino sull’orto.
«Mago, dimmi, a tuo parere
sono finte o sono vere
le parole del signore
Lancillotto? Nel mio cuore
c’è una spina: questo cruccio
porto in me come un astuccio.»
Così disse, a lei, Merlino,
lavorando nel giardino,
con le mani inzaccherate
di terriccio e di patate,
nella sua piccola ortaglia:
«Lancillotto ahimè si sbaglia.
Non è stato un brutto sogno.
Egli ha visitato il regno
delle fate ed ha parlato
con il suo capo di stato.
57
Ma il re-fata gli ha mentito.
Tutto quello che ha sentito
è una mezza allegoria,
frutto della fantasia.
Non c’è alcuna guerra in corso.
Nessun’arma ha dato un morso
per cui alcuno sia mai morto.
Lancillotto non si è accorto
della messinscena ad uso
del suo cerebro confuso.
L’obiettivo del re-fata
fu mandarlo dall’amata,
perché raccogliesse il seme
dell’umano e, fusi insieme,
producessero un erede.
Il buon Dio alle fate chiede
molte cose. Una di queste
è di far carne celeste
dalla carne d’uomo effimero,
raffinarla in un polimero
che resista eternamente
alla corruzione agente.
Sai le fate sono pura
Forza immateriale. Dura
L’esistenza loro eoni.
Perciò gli uomini più buoni
sono scelti e poi rapiti,
con la forza o con gli inviti,
e condotti in Feeria,
da cui non andran più via.
Chiusi dentro ad un sacrario,
58
dove colmano il divario
tra l’ignoto ed il notorio,
gli elfi, nel laboratorio
alchimistico, composti
fanno e tutti sottoposti
i rapiti ad un’indagine
sono ed archiviati in pagine
di manuali. Esperimenti
strani, sai, le fate compiono
ed il lor progetto adempiono.
Sono loro gli scienziati
che lavorano affiatati
per produrre a Dio, a trilioni,
corpi di Resurrezioni,
quando a Dio piacerà dire:
“Non vi posso più soffrire,
donne ed uomini. È la fine
delle vostre ree manfrine”.
I prescelti avranno in dono
corpi nuovi, fatti in buono
materiale.» La regina
tacque, ma la sua vagina
ebbe un doloroso spasmo.
“Dunque è vero!” un triste chiasmo
partorì nella sua mente.
“Vero è dunque!” Rattamente
la mania la colse, oscena,
con la sua ferrea catena
e le imprigionò il cervello
nel suo turbinoso anello.
Lasciò il mago alle sue erbacce;
59
ripercorse le sue tracce
fino a chiudere di fuori
tutto il mondo e i suoi colori.
Pianse di dolore e rabbia
dentro la dorata gabbia
della camera da letto.
Rifiutava ahimè il concetto
che il suo Lancillotto avesse
disatteso le promesse
e il suo membro avesse intinto
chissà in chi e per solo istinto.
La disperazione crebbe
come un fiume in piena e seppe
esondare tumultuosa
nella mente che ogni cosa
capta, elabora, registra.
Una gelosia sinistra,
livorosa, senza alcuna
carità, pietà o fortuna
sorse, esplose, fece a pezzi,
con inusitati attrezzi,
la salute e l’equilibrio
della donna. Prese abbrivio
nella psiche regia un piano
spaventoso e disumano.
Simulò per tutto il giorno
d’esser gaïa, mentre un forno
infernale era la testa,
una furia di tempesta.
Se ne accorse Artù? No, certo.
Lancillotto, ben più esperto
60
nelle fantasie d’amore,
non capì ciò che nel cuore
c’era (il mostro) della femmina.
Era una sottile lamina
la sua maschera e Ginevra
sembrò a tutti buona e allegra.
Ma poi venne il buio e con esso
tutto il miasma uscì dal cesso
dell’inconscio. E quel che fece
dirò in canto d’altra specie.

61
canto xiii

La regina, risoluta,
nottetempo e all’insaputa
del marito uscì. Il tratturo
per il bosco, prese. Scuro,
scuro e senza luna e stelle
fu il cammino suo, ribelle
alle leggi ed ai costumi
ed agli usi più comuni
del suo tempo. Prese a destra,
ad un tiro di balestra,
e si immerse dove folto
si mostrava il bosco incolto.
Camminò palpando i pini,
tutti gli alberi vicini,
col mantello stretto addosso.
Scavalcò, correndo, un fosso
gorgogliante nel silenzio.
Le sembrava orribile, empio,
far rumore in quello spazio.
Provò orrore, provò strazio,
ma alla fine scorse un fioco
lingueggiare giallo. Un fuoco
balenava in lontananza,
dall’interno di una stanza.
62
Giunse all’antro di Morgana,
trafelata. L’inumana
determinazione ancora
le rodeva le interiora,
nonostante gli spaventi
della notte. I neri venti
della collera amorosa
la rendevan coraggiosa.
«Ben tornata, mia signora,
benché sia sì tarda l’ora»
l’infernale fattucchiera
disse. «Sii con me sincera»
la pregò Ginevra, «esiste,
sotto il ciel mondano e triste,
la maniera di ammazzare
una fata?» «Si può fare»
sogghignò la maga gravida
di re Artù. «Se non sei pavida.
Ho un coltello fabbricato
d’aria; solidificato
con il gelo dei pianeti,
bisbigliando tre segreti
con il fiato a fior di bocca.
Chi la lama nera tocca
muore, sia mortale o fata.
L’omicida mano, armata
di quell’arma, non fallisce
mai, perché essa non agisce
sulla carne, ma sull’anima.
Il potere non immagina
del coltello, chi non soffre
63
la mortalità e le nostre
pene effimere. Sta’ certa,
sarà libera, deserta,
la tua strada all’omicidio,
perché non creduta. Invidio
la tua determinazione.»
«Ma come entrerò in azione?»
chiese la sovrana. «Come
giungerò alla riscossione
del mio guidrigildo attivo,
dalla femmina che un vivo
scorno mi ha fatto provare?»
«Se lo vuoi posso portare
la tua mente dalle fate,
dove culmina l’estate»
sussurrò Morgana. «Basta
che tu il segno che sovrasta
il soffitto fissi forte.
Quello è il segno della morte,
della via tra i mondi affini,
che contengono inquilini
strani e magici.» Ginevra
fissò forte la latèbra
indicatale. Un solletico,
quasi un sintomo piretico,
la colpì, spegnendo i sensi
così chiari, prima, e intensi.
Vide nero e poi blu-polvere;
poi la tenebra dissolvere
vide la regina e il sole
risplendette. Linde aiuole
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ricoperte di sgargianti
fiori ed alberi invitanti
d’ogni frutto onusti scorse
la signora. Non trascorse
molto tempo che un castello
le si palesò (un gioiello
di muratoria fatata,
di struttura equilibrata
ma fantastica, barocca,
con i muri d’albicocca
e le cupole cangianti).
Vide balconi aggettanti,
su cui militari-adoni,
con in testa dei morioni
e alabarde a mano dritta,
senza muri né garitta,
vigilavano il confine
da intrusioni clandestine.
Qui Ginevra ebbe uno scrupolo:
alla vista delle cupole
e dei militi fatati,
corazzati, allampanati,
ricordò d’essere fragile
donna, sola, contro l’agile
e pericolosa schiera
delle fate, tutt’intera.
Ma il suo dubbio fu zittito
dal suo cuore imbizzarrito.
“O la va o la spacca” disse
a se stessa. “Apocalisse
o vittoria, andrò all’impresa.
65
La maestà non sia mai lesa
da una magica sgualdrina.”
Prese a scendere la china
che menava all’incantato
edificio. Non bloccato
fu il suo passo. Ed ella entrò.
Nel palazzo camminò,
ma nessuno le badava
e nessuno le parlava,
troppo intenti, affaccendati
in chissà che, in tutti i lati.
La signora di re Artù
proseguì tra arazzi blu-
lapislazzuli; ma a un tratto
fu il suo cuore sopraffatto
da sottili, fantasmatiche
voci orribili ed enfatiche:
«Fuggi via da questo posto!
Torna indietro ad ogni costo!».
La signora ebbe paura,
ma la sua mente era dura:
ignorò le voci orrrende,
tra le cupole stupende,
e avanzò determinata.
La osservava il gran re-fata
nello specchio del suo bagno,
ch’era magico. Il suo ragno
personale ordiva, intanto,
con la tela attorno e accanto
un fatato pentagramma
fatto col filo d’Arianna.
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“L’ostinata donna inglese,
col suo agir, tutto il paese
d’Inghilterra punirà.
Anche s’ella non lo sa.
Mene tekel phares” disse
e tracciò ordinate e ascisse
di pentacoli empi, occulti.
Poi uno scrigno ligneo, avvolto
dentro un panno, prese in mano
e parlò in un modo strano.

67
canto xiv

Il re-fata aprì il coperchio


della scatola, nel cerchio
esoterico, e sputò.
L’incantesimo frugò
tra le pance degli inglesi,
rimestò fra gli indifesi
intestini, i villi penduli,
strapazzando come un vandalo
tutti i ventri. I servitori,
colti da forti dolori,
evacuarono all’impronta
lì dov’erano. La sponda
del fossato o la latrina,
benché prossima, vicina,
era lungi. L’impellenza
scavalcò tatto e decenza:
chi le brache del pigiama,
chi lenzuola (o uomo o dama),
chi la sedia o la poltrona,
chi la nuda sua persona...
fu del tutto inzaccherato
fino a stare senza il fiato.
Camelot di peti ignobili
si riempì e di irrespirabili
68
fiumi liquidi di feci.
Col sedere urlavan preci.
Ma Ginevra non si arrese.
Superò la porta. Chiese:
«La regina-fata è qui?
Qui è colei che mi tradì
col mio amante Lancillotto?
S’ella è qui dovrà lo scotto
ben pagare, ch’io l’ammazzo.»
Nel silenzio del palazzo
il quesito echeggiò tetro.
L’omicida compì un metro
oltre il vano della porta,
procedendo cauta, accorta,
verso il compimento della
sua vendetta. Proprio in quella,
ritornarono le voci
sussurranti. Con atroci
toni dissero: «Va’ via!».
“La vendetta sarà mia”
replicò Ginevra, chiusa
nella sua lussurria ottusa.
Il re-fata la osservava
triste; lacrime colava.
Il coperchio dello scrigno
ligneo aprì e sputò. Un maligno
strimpellar di tube e trombe,
di tamburi dalle tombe
dei funesti cimiteri
dai sepolcri ancora interi
tosto uscì, svegliando tutti
69
gli arturiani servi. Lutti,
malinconiche manfrine,
pianti disperati, infine
urla senza senno e senso.
Cittadini di ogni censo
imprecavano a dirotto.
Camelot spariva sotto
vasti fiumi lacrimali
di dolori esistenziali
scaturiti dai precordi.
«Ah, perché tu mi rimordi,
mia coscienza e sono ciechi
(vani ed evanescenti echi)
i miei simili al mio male?»
Un enorme funerale,
pieno di isteria, di prèfiche
ululanti in fitte raffiche,
la città sembrava, a un tratto.
E re Artù pareva matto
di dolore. Ma non c’era
una spiegazione vera
all’umore generale.
Kay gemeva, stava male,
e la stessa cosa dicasi
di coloro che, con enfasi,
imploravano l’Eterno
di salvarli dall’Inferno
della lor serotonina
sbarellata ed aguzzina.
Ma Ginevra, ignara, giunse
nella stanza dove munse
70
la regina, Lancillotto
(spillò dal suo membro un gotto)
del suo latte seminale.
Le voleva fare male.
Strinse i denti, in pugno strinse
il pugnale e glielo intinse
dentro il seno; ma non vinse.
Come da uno sguardo evinse,
ella aveva accoltellato
solo un cesto di bucato.
Si sfregò, Ginevra, gli occhi,
rampognandoli: «Che sciocchi!
Voi tradite il mio volere.
Mi impedite di godere».
Il re-fata osservò tutto,
con il cuore stretto a lutto.
Scoperchiò lo scrigno magico
e sputò. Un incanto panico
Camelot travolse. Infatti
risa, canti, scherzi matti
tutti fecero, festanti
come a Carnevale o ai Santi.
Per le strade, nelle case
per le risa erano rase
le persone, stese a terra
dall’odiosa ridarella.
Le canzoni da osteria
riecheggiavano ogni via.
I monelli più leccardi
infilavano petardi
sotto la seriosa gonna
71
di velluto della nonna.
Scherzi, schiaffi, frizzi, lazzi,
botti... La Città dei Pazzi
ora Camelot sembrava.
Ma Ginevra non mollava.
Si infilò in un’altra stanza,
fiera della propria istanza
omicida. Ivi la fata
gonfia e gravida, allettata,
stava già per partorire.
Ciò Ginevra sbalordire
fece. “Dopo un giorno appena?
Ma non mi fa affatto pena.”
Il coltello le bruciava
tra le dita, come lava;
e il vulcano suo mentale
(pazzo spirito animale)
l’accecò di furia ctonia
senza alcuna parsimonia.
“Ora avrò ciò che mi spetta:
morte o limpida vendetta.”

72
canto xv

Mosse un passo, alzando l’arma.


«Ferma, donna, non usarla!»
urlò il re-fata, afferrando
di Ginevra il polso. Il brando
scivolò dalle sue dita.
«Le mie dita mi han tradita!»
esclamò con rabbia. «Illusa
dalla mente altera, ottusa»
replicò il re-fata. «Cessa
la tua stupida promessa.
Tu non sai cosa combatti,
contro chi commetti gli atti
tuoi malvagi, peccatrice.
Te lo mostrerò. Matrice
del potere e del dovere
nostro è qui. Devi sapere
contro cosa davi sfogo.»
Il signore di quel luogo
trascinò Ginevra a forza.
La sua mano era una morsa
ferrea. Si dibatteva
simile a un gatto, Ginevra,
quasi in preda a epilessia.
La violenta frenesia
73
la spingeva a dimenarsi,
ma con risultati scarsi.
Il re-fata la teneva
senza sforzo. «Figlia d’Eva,
tu ti opponi inutilmente»
la rimproverò. «La mente
tua sia libera. Vedrai
cose che nessuno mai
ha veduto.» Aprì una porta.
«Ora, vile gattamorta,
guarda e dimmi ciò che vedi,
se nel giusto ancora credi
d’esser nella tua vendetta,
o se sei d’errore infetta.»
Dalla porta spalancata
dalla mano del re-fata,
la signora di re Artù
vide un vaso immenso. In su
ella spinse l’occhio. I manici
della coppa eran titanici
e la sommità toccava
il soffitto, gareggiava
con il cielo azzurro. D’oro
traparente era; un lavoro
disumano, anzi divino.
Non era coppa da vino:
nella forma a doppio manico
(e percorsa da un galvanico
ghirigoro di energie)
ricordava geometrie
similissime ad un utero,
74
dove feti in soprannumero
maturavano e, maturi,
diventavano futuri
corpi umani, ma senz’anima.
Nella loro volta cranica
c’era spazio per un nuovo
germe d’anima dell’uomo.
«Serve a questo il vostro seme,
prelevato con estreme
compiacenze femminili
delle fate, verso ostili,
minacciosi uomini umani.
La matrice afferra i grani
lattei dello sperma e crea
la divina carne enèa,
pronta per l’eternità
della vostra umanità,
dopo la Resurrezione,
quando Dio ne avrà intenzione.
Come già spiegò Merlino
al tuo orecchio birichino.
Ma tu non riuscivi a udire
ciò che il mago avea da dire,
perché il fiume del tuo sangue
ti assordava troppo.» Esangue,
molto pallida, Ginevra
vide e udì. Non era allegra,
ma si vergognava a morte
per le molte cose storte
che le sue spire mentali
concepito avean, carnali,
75
fuori dalla volontà
della pia divinità.
«Noi chiamiamo la Matrice
santo Graal» disse la voce
del re-fata. «In essa l’oro
dei filosofi ha ristoro.
Essa è della giovinezza
l’elisir, l’eterna pezza
al decadimento atomico,
energetico, economico,
che del mondo fa entropia.
Essa è il viatico e la via.
Se tu avessi accoltellato
la regina, abbandonato
il miracolo sarebbe
stato e all’uomo mancherebbe
una via di salvazione.
Ti sia chiara la lezione.»

76
canto xvi

«Ora ascoltami, Ginevra»


disse il re, con voce greve.
«Ti predico che il peccato
che hai commesso ha già segnato
l’andamento dei tuoi giorni
e tu avrai cento e uno scorni.
Hai tradito Artù, nel letto
del signore Lancillotto;
perciò il re (e sarà nel giusto)
per te proverà disgusto.
Hai ingannato, mia signora,
tuo marito: adesso ignora
di aver fatto pregna quella
che alla sua legge è ribella
e che dal suo ventre un figlio
nascerà. Sarà in periglio
la sua vita, il sogno, il regno,
il suo splendido disegno
di creare un giusto stato
di cristianità permeato.
Mordred chiamerà Morgana
questo figlio e disumana
sarà la sua mente arcigna,
come stella che si allinea
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in infausta figura.
La crudele dittatura
di quel figlio maledetto
porterà te nel suo letto
e i tuoi giorni in clausura
finirai, regina impura.
Morirà re Artù, trafitto
da suo figlio. Il re, sconfitto,
sarà ad Avalon portato,
dentro il mio regno fatato.
Poiché hai alzato la tua mano
contro la mia donna, strano
non ti sembri ciò che dico:
d’ora in poi sarà l’intrico
coniugale per te pena.
Non godrai mai più, la vena
del piacere sarà estinta
e non resterai mai incinta.
È il migliore contrappasso,
per chi segue il ventre basso,
anziché ragione ed etica
e antinomica e antitetica
non persegue e non rispetta.
Ora tornatene in fretta»
disse il re-fata, crudele,
«nel tuo mondo senza miele.»
Fu Ginevra sopraffatta
da un formicolio, disfatta
da un’angoscia irreprimibile.
Si destò al mondo sensibile,
spalancando gli occhi in fretta,
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come chi il sonno dismetta
per un improvviso suono.
Si svegliò ed il corpo prono
raddrizzò. Morgana disse:
«Ben tornata!». Ombre d’eclisse
erano i capelli neri
sopra i seni nudi, alteri.
«Hai lavato il disonore
che ti obnubilava il cuore?
Per Cernùnno, hai fatto in fretta!»
«Taci, maga maledetta!»
pianse la donna di Artù,
con il sangue come igloo.
«Perché mai non hai abortito
il delitto mio marcito?
Perché mi hai la mano armata
contro la regina-fata?»
«Lo volevi.» «Com’è insana
la tua viscida risposta.
Mi hai tradito a bella posta.
Mi hai mandato, ben sapendo
quale fosse il fio tremendo,
a rovina certa.» «Certo!
Se tu il cuore avessi aperto
della fata il Gran Progetto
non avrebbe avuto effetto
del cristiano Dio. Nessuno,
sai, sarebbe mai risorto.
L’uomo è buono solo morto.
Ma se tu fallito avessi
fatto avresti i miei interessi,
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poiché ho in grembo, come sai,
di re Artù il bastardo ormai.
Il re-fata non ti ha uccisa;
non ha l’anima recisa
dal suo stelo. Che peccato!
Però ha sol dilazionato
la rovina della favola
di quella Rotonda Tavola
che re Artù ha penato tanto
per erigere. Dio santo!
Se egli accanto avesse avuto
non un aspide cornuto
ma una donna a lui leale,
nessun mesto funerale,
nessun piano avrebbe fatto
rovinare il bel progetto
di re Artù. Ma il sire volle
proprio te, che tra le zolle
ti sei unita (avida cagna!)
nella florida campagna,
ad un altro.» «Maledetta!»
«L’hai già detto. Il giorno ha fretta:
corri a casa o ancora guai
nel tragitto patirai»
ridacchiò Morgana. L’altra
ch’era stupida e non scaltra,
scappò via, col cuore in bocca,
verso Camelot. «Che sciocca!
Dio, che sciocca sono stata.»
Fece tutto di volata
il percorso verso casa,
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con la mente usta ed abrasa
dall’angoscia. Entrò non scorta
nel castello, quasi morta.
Conscia del grande peccato
ch’ella aveva perpetrato,
si spogliò e raggiunse il letto
con un fuoco dentro il petto.
Ma per quanto piano agisse,
capitò che Artù la udisse.
Aprì gli occhi, vide il volto
pallidissimo, sconvolto,
della moglie e fu ben desto.
«Che succede? Cos’è questo
viso stralunato, afflitto?»
Tacque lei, nel suo conflitto,
la regina ebbra d’Inferno,
chiusa in sé come un quaderno
personale, per vergogna.
«Non è, moglie, una rampogna»
la rassicurò il marito.
«Non ti punto contro il dito.
Sono solo preoccupato,
moglie amata, dal tuo stato.
Mi sei cara, nonostante
la tua indole intrigante.
Già lo sai che ti amo molto.
La tua pena mi ha sconvolto.
Parla, avanti! Fammi sazio
del perché di tanto strazio.»
La regina, punta al cuore,
pianse. «Caro mio signore
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ho commesso molte colpe,
più maligna di una volpe,
verso te, che invece scoppi
di benignità e raddoppi
la mia rea colpevolezza.
Ma perché non mi disprezza
il tuo cuore? Perché ignora
cos’ha fatto la signora
sua, che razza di peccati
ha commesso. Mal pagati
sono stati i tuoi servizi,
sposo mio, i tuoi sacrifizi.
Io confesserò a te tutto
il mio ego farabutto.»
E vuotò il suo sacco immondo
sopra il capo d’oro biondo
di re Artù: di come amasse
Lancillotto e come osasse
fornicare col vassallo
dall’attrezzo di cavallo;
raccontò l’inganno infame
di Morgana e le sue brame;
disse d’essersi recata
col pugnale dal re-fata,
alla cerca di vendetta...
Narrò tutto e molto in fretta.
Il suo sposo ascoltò tutto
zitto il vorticoso flutto
di parole velenose,
che sembravano ventose,
schiaffi, artigli, bastonate
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sulle sue guance sbiancate.
L’ira, il male ed il disprezzo
traversarono nel mezzo
la sua mente, e fu tentato
di commettere un reato,
di afferrare la sua spada,
di pensare: “Adesso vada
come vada, o Dio, l’ammazzo!”.
Ma non era che un ragazzo
pieno di buone intenzioni
e le banalizzazioni
non amava. Il suo disegno
di creare un giusto regno
(se lo disse onestamente)
dipendeva espressamente
dalle proprie scelte; dunque
era colpa sua, comunque,
se sarebbe andato tutto
in mondezza il caro frutto.
Egli aveva scelto in sposa
quella donna vanitosa.
Quindi: o caso o volontà
di una ria divinità,
era colpa di nessuno,
tranne sua, il suo inopportuno
invaghirsi di colei
che lo avrebbe in ventisei
pezzi fatto. Sospirò.
«Senti ciò che, ora, dirò.
Mia Ginevra, ti perdono.
Con te sarò sempre buono,
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anche se tu mi dispiaci
dando ad altri i tuoi bei baci.
Tu non sei la causa amara
della mia rovina. Cara,
tu sei solo lo strumento
del mio immenso fallimento.
Credo sia così, ho voluto
fare ciò che (è risaputo)
è appannaggio del Signore.
Per un po’ un mondo migliore
ho creato. Forse è il massimo
che si possa fare. Il prossimo
re farà di meglio, oppure
questa legge di natura
glielo impedirà di nuovo.
È la terra un triste covo.»
Questo disse Artù (si vede
che orator non è né chiede
d’esserlo) e Ginevra: «Grazie,
mio marito e re». «Uff, inezie!»
Si sorrisero gli sposi
dai pensieri laboriosi,
un po’ tristi, forse, e mesti
ma di sentimenti onesti.
Se l’amore a volte falla,
l’amicizia viene a galla,
con più forza e intelligenza.
Grazie per la tua pazienza,
mio lettor. Vattene in pace,
se così proprio ti piace.

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