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Dipendenze affettive

di Piero Priorini

Nonostante l’assenza di veri e propri criteri diagnostici con cui individuare una Dipendenza
Affettiva differenziandola dal più comune fenomeno dell’amore umano, sarà interessante osservare
come gli studi degli psicoterapeuti si stiano affollando di individui (uomini e donne) che presentano
tutti i sintomi del più grave tormento amoroso. Un tormento, tuttavia, che nell’amore non sembra
proprio essere fondato.

Se prima di oggi i fenomeni di depressione e quelli di ossessività compulsiva, i disordini alimentari


(bulimia e anoressia), gli attacchi di panico, le disfunzioni sessuali e i disturbi somatoformi,
occupavano la stragrande maggioranza delle ore di lavoro di un terapeuta, oggi appunto un numero
considerevole di casi sembra rimandare ad uno stato di vera e propria dipendenza; solo che questa
invece di essere imputabile ad una sostanza (alcool, droga o medicinali) o ad un comportamento
(gioco delle carte, dei dadi, dei cavalli ecc…), lo è ad una persona; spesso, anche se non sempre e
non necessariamente, irraggiungibile per colui o colei che ne dipende.

E quello che colpisce il clinico, in tutti questi casi, non è tanto l’assoluta incapacità del paziente di
sottrarsi ad una relazione che egli stesso è in grado di riconoscere senza speranza, insoddisfacente,
umiliante e spesso autodistruttiva, bensì anche la gravità dei fenomeni che a questa fanno da sfondo:
ansia generalizzata, depressione, insonnia, inappetenza, malinconia, fissazione del pensiero.

Certo… molte di queste manifestazioni sono proprie delle vicissitudini dell’amore ma, come
vedremo, è appunto il quadro di riferimento ad essere assente: e là dove non è lecito parlare di
amore, siamo allora in presenza di una Dipendenza Affettiva.

Come si può dedurre da questa breve introduzione, tutto rimanda alla possibilità e capacità di
distinguere tra fenomeni che solo all’apparenza sembrano simili, ma che sottendono meccanismi di
ben diversa natura. Da una parte l’amore umano, come manifestazione da parte di un individuo di
trascendere se stesso e, insieme ad un altro, creare una realtà nuova e diversa da quella
precedentemente esistente. Dall’altra la dipendenza affettiva, come manifestazione da parte di un
altro individuo di rimanere bloccato in se stesso e nel proprio dolore, perché irretito in una dinamica
simbolicamente identica a quella che nel passato ne ha fissato o condizionato la crescita.

La semplicità della definizione non deve però trarre in inganno: perché in superficie i due fenomeni
appaiono davvero simili e le distinzioni non sempre sono così nette e marcate come ci si potrebbe
aspettare. Può addirittura accadere che i due fenomeni a volte, anche se solo in minima parte, si
sovrappongano, rendendo laboriosa l’individuazione delle possibili soluzioni.

Per orientarci dobbiamo comunque fare riferimento ad un concetto quanto più possibile esaustivo,
ma nello stesso tempo elastico, dell’amore. Cos’è infatti l’amore? O meglio, più che interrogarci
sulla sua natura – cosa che è sempre riuscita meglio ai narratori e ai poeti – possiamo chiederci: in
quali condizioni si realizza? Quali sono i requisiti psichici che permettono agli uomini e alle donne
di realizzare questa straordinaria esperienza di trascendimento di sé?
Personalmente, pur senza nessuna pretesa di aver letto ed elaborato tutto ciò che è stato scritto sul
tema dell’amore, per illustrare tali condizioni sono solito fare riferimento a due testi principali: uno
è “Il significato dell’amore” del filosofo russo Vladimir Solov’ev; l’altro è “Illusioni d’amore” della
psicanalista Jole Baldaro Verde.

Secondo quest’ultima solo coloro che raggiungono la maturità genitale (in senso psicanalitico)
possono riuscire a realizzare un vero e proprio rapporto d’amore. Coloro cioè che hanno
felicemente superato tutte le precedenti tappe del processo evolutivo e sono perciò in grado di
provvedere a se stessi sotto tutti gli aspetti, di essere autonomi nelle scelte, capaci di decisioni,
soddisfatti di un lavoro che assicura loro non solo la sopravvivenza, ma anche gratificazioni e
successo. “La coppia genitale – scrive J. B. Verde – è rappresentata da due persone che per oggetto
d’amore hanno l’universo intero, attratti da ogni cosa nuova, arricchiti da ogni incontro, e che non
hanno bisogno di creare intorno a se una prigione fatta di regole rigide dentro la quale si devono
adattare. La loro sicurezza nasce, paradossalmente, dall’accettare l’insicurezza, l’ambivalenza, il
rischio. Due persone per le quali la fedeltà non è un dovere, un impegno, una delle mura della
“prigione sicurezza” ma è una scelta rinnovata ogni giorno, un libero dono che viene fatto ad un
altro che risponde altrettanto liberamente.”

Il che rimanda alle considerazioni di V. Solev’ev per il quale l’amore si pone come l’unica forza al
mondo capace di estirpare alla radice il nucleo egoico di ogni singolo individuo, uomo o donna che
sia, e, trascinandoli oltre se stessi, di fargli realizzare una vera e propria, autentica trascendenza.

Sarà interessante osservare, a questo punto, che affinché il nucleo egoico possa essere trasceso deve
prima necessariamente esserci. Deve essersi formato e consolidato all’interno dell’anima umana in
modo da offrire stabilità, autonomia, sicurezza e non ultimo fiducia e gioia di vivere. Solo ciò che
esiste può allora essere superato e appunto trasceso in un’esperienza – quella dell’amore - che si
pone come una ulteriore e più significativa tappa del processo evolutivo umano.

È grazie all’esistenza di questo nucleo egoico che, nell’amore sano, è possibile donarsi senza la
paura di perdersi, abbandonarsi senza opporsi, affidarsi senza resistere. Solo chi è forte – recita
l’antica saggezza del Tao – può cedere, solo chi è elastico può flettersi senza spezzarsi, solo chi
possiede se stesso può donarsi interamente e senza riserva alcuna.

E solo chi si è conquistato questo centro interiore è in grado di valutare serenamente il significato
specifico della propria esperienza d’amore; e – magari con estremo dolore – di rinunciarvi là dove
questa, per una qualunque ragione, si rivelasse limitata e limitante, dannosa, umiliante o addirittura
distruttiva. Perché l’obiettivo intrinseco dell’amore, come esperienza umana, è pur sempre quello
della crescita e della espansione dell’io, e, in definitiva, del piacere e della gioia di vivere. Sempre!
Anche quando incontra ostacoli insormontabili come la malattia o la morte. Perché nella sua natura
più profonda avrebbe dovuto comunque promuovere l’accordo intimo tra due persone, una simile
visione della realtà del mondo, complicità, amicizia, e un senso di reciproca appartenenza. Tutte
cose queste, che pur venendo improvvisamente a mancare, e pur sprofondando l’io di chi resta nel
dolore atroce della perdita, ciò nonostante avrebbero dovuto lasciarlo arricchito di una esperienza
che se da una parte può sembrare unica, dall’altra invece è ripetibile: quella di saper amare.

Per quanto possa sembrare ingenuo ai nostri occhi cinici di uomini moderni, ci si rifletta
attentamente e si converrà che affinché si possa davvero parlare di amore tra due persone
dovrebbero esserci reciprocità di attenzioni, rispetto, stima, desiderio e fiducia tradotti in un vissuto
di gioia quotidiana. Fuori da un simile contesto ci sono solo Illusioni d’amore (tanto per citare
ancora una volta J. B. Verde), molte delle quali poi decadono in vere e proprie Dipendenze
Affettive.
Alcune domande fondamentali che ho imparato a rivolgere a coloro che si rivolgono a me per
curare una supposta ferita d’amore, sono quelle relative alla descrizione del proprio compagno e
delle esperienze vissute insieme. Quasi sempre c’è incompatibilità d’anima, mancanza di rispetto,
progettualità diverse se non addirittura opposte, bisogni e desideri che non possono essere condivisi.
E scarsi, se non assenti, sono stati i momenti di comunione profonda e di soddisfazione reciproca.

Perché allora continuare?

Perché tormentarsi nella speranza che le cose possano cambiare quando il supposto cambiamento è
stato solo desiderato, sognato, immaginato ma mai sperimentato come possibile?

Perché non poter chiudere e allontanarsi, magari tra mille turbamenti, ma con la consapevolezza di
una fine che era inevitabile per il rispetto di entrambi?

Perché restare sul posto, immobili… spesso indifferenti agli insulti e agli oltraggi… amplificando il
proprio dolore a dismisura in una sorta di delirio sacrificale il cui orrore è pari solo alla sua
inutilità?

E – soprattutto – perché questo stato di cose sembra non avere mai fine? Non essere limitato entro
un ragionevole lasso di tempo entro il quale valutare le effettive opportunità di cambiamento…

Una osservazione superficiale potrebbe far ritenere il fenomeno dovuto alla minore capacità degli
uomini e delle donne moderni di sopportare qualunque tipo di frustrazione, e di stabilire perciò dei
legami di dipendenza non essendo semplicemente in grado di accettare il rifiuto di sé.

Ma non è così. Anzi… si potrebbe affermare addirittura il contrario: e cioè che la dipendenza si
stabilisce appunto perché c’è il rifiuto. Se non ci fosse, quasi sempre il supposto amore finirebbe in
un lasso di tempo incredibilmente breve.

Per quanto paradossale possa sembrare, la dipendenza si alimenta del rifiuto, della negazione di sé,
del dolore implicito nelle difficoltà e cresce in proporzione inversa alla loro irrisolvibilità.

Quello che seduce è la lotta.

Quello che incatena – per usare le parole della psichiatra milanese Marta Selvini Palazzoli - è
l’Ibris, cioè a dire la ingiustificata, assurda, sconsiderata presunzione di farcela. La presunzione di
riuscire prima o poi nella vita a farsi amare da chi proprio non vuole saperne. O, secondo una serie
di specifiche variabili, di riuscire a curare chi non può o non vuole essere curato, di salvare chi non
può o non vuole essere salvato.

Ma ancora una volta, contrariamente a quello che può ritenere il buon senso comune, questa
compulsione ad oltranza che spinge gli affettivo-dipendenti a permanere nella proprie inutili
battaglie, non è determinata da una sorta di masochismo psichico. Non è il piacere per le proprie
sofferenze che motiva tutte queste persone, bensì proprio l’opposto: la speranza inconsapevole di
saturare una vecchia ferita. Di guarire da un male antico.

Perché il rifiuto, l’abbandono, la svalutazione di sé, l’umiliazione, hanno già fatto parte della loro
vita emotiva; in un modo o nell’altro sono state queste le esperienze cruciali che hanno
caratterizzato il delicato periodo formativo della loro personalità. Che ne è stata segnata!
In un’epoca in cui l’autonomia emotiva e la piena coscienza non potevano ancora essersi formate ci
sono state laceranti esperienze di rifiuto e di abbandono da parte di uno o di entrambi i genitori,
come conseguenza delle quali i bambini sono cresciuti in una sorta di anestesia che nasconde però
sia l’ambivalenza dolore-rabbia per il mancato riconoscimento d’amore, sia l’atroce dubbio di non
valere poi tanto e di dover fare di tutto per essere migliori.

La crescita copre la ferita… ma la lascia insanata.

Quando poi, nella vita adulta, si presenta una situazione simbolicamente simile a quella
precedentemente vissuta è come se fosse colta al volo l’occasione di ritualizzarla per tentare di
sanare il passato attraverso il presente. L’intento dell’inconscio non è sciocco né tanto meno auto-
distruttivo. Piuttosto è ingenuo nel suo presumere di poter dimostrare una volta per tutte la propria
disponibilità affettiva e il proprio valore, di conquistare (curare o sanare) l’essere tanto amato ma
mai conquistato, e di venir così risarcito di tutto l’amore mancato.

Quasi mai l’Altro è visto per quello che è (spesso un egoista chiuso su se stesso, o un nevrotico
senza speranza o un approfittatore senza scrupoli); piuttosto è immaginato come sarebbe qualora si
lasciasse finalmente amare e con amore ricambiasse tanta dedizione. È di questa immagine, evocata
come per incantamento nello specchio magico dell’inconscio, che il dipendente si innamora; senza
accorgersi minimamente che dietro tale mascheramento occhieggia il volto del genitore che l’ha
tradito.

L’ulteriore e ultimo paradosso consiste nel fatto che il rituale simbolico è percepito tanto più
significativo – e dunque tanto più coercitivo - quanto più l’Altro si presenta affettivamente poco
disponibile e non del tutto conquistabile, così come mai raggiunto e mai conquistato è stato l’adulto
abbandonico. Non a caso la maggioranza degli affettivo-dipendenti confessa spontaneamente di non
aver provato quasi mai attrazione verso Altri che, pur avendo tutti i requisiti per essere desiderabili,
hanno commesso l’errore di testimoniare un gratuito affetto nei loro confronti. Come se la gratuità,
appunto, avesse il potere di soffocare il loro desiderio, che solo nella morbosità della difficoltà e del
rifiuto viene invece percepito e riconosciuto. In sostanza, più che di una immaturità cognitiva ed
emozionale del dipendente, si tratta di una distorsione patologica della sua vita affettiva, ricalcata
sull’impronta distorta impressa dal modello di relazionale primario.

Fermo restando che in qualunque relazione possono esserci brevi dolorosi momenti di mancata
comprensione e incompatibilità, l’essenza dell’amore dovrebbe consistere nel piacere e nella gioia
di condividere con un altro essere umano il mistero della propria vita. La dipendenza affettiva, al
contrario, è caratterizzata da una tensione di incomprensioni e di ostilità, magari inconsce ma
costanti, e dal ristagno dell’anima in condizioni quanto più dolorose e difficoltose… pena la fine
dell’incantamento e la ricerca di una nuova relazione ancora più penosa e priva di speranza, in una
coazione a ripetere pressoché infinita.