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Nelle Mappe del mondo delle Fiabe, tutti i Sentieri, per impervi che

possano essere, portano sempre a un Castello, a un Tesoro Nascosto, al


Villaggio degli Elfi o a Caverne abitate da Orchi famelici; cammin facendo
ci si può imbattere in Draghi, Nani, Fate e Prodi Cavalieri. Ci sono sempre
Belle Fanciulle da salvare, Malvagi da sconfiggere, Stregoni di cui occorre
evitare l’ira, Streghe dai cui malefici è meglio non essere colpiti. Così è
stato, così sempre sarà. Davvero?
I più famosi scrittori della narrativa fantastica si sono chiesti cosa sarebbe
successo se si fossero posti l’obiettivo di attualizzare questa Mappa, di
ridisegnarne Strade e Foreste, di abitarla con figure che ripercorrano in
modo nuovo le vecchie Strade.
Ne è nata questa antologia pensata appositamente per il pubblico adulto,
abituato al mondo rutilante della Fantasy classica. Una raccolta di proposte
nuove su temi vecchi come il mondo: il Drago e il Cavaliere, la
Principessa e la Matrigna, il Ragazzo e l’Elfo… facendo commentare il
tutto dalle tavole iperrealiste di un maestro dell’illustrazione fantasy,
Michael Pangrazio.
IPERFICTION
Lester del Rey
e
Risa Kessler
presentano
MAGICLAND

Traduzioni di
Silvia Lalìa e
Claudia Verpelli

INTERNO GIALLO
MONDADORI
Scan e Rielaborazione
di Purroso

Titolo dell’opera originale:


Once Upon a Time: A Treasury of Modern Fairy Tales
© 1991 Random House, Inc.
© dei testi: Terry Brooks, C.J. Cherryh, Lester del Rey,
Susan Dexter, Wayland Drew, Barbara Hambly, Katherine Kurtz,
Anne McCaffrey, Nightfall, Inc., Lawrence Watt-Evans.
Illustrazioni © 1991 Michael Pangrazio
This Translation published by arrangement with Ballantine Books,
a Division of Random House, Inc.
© 1993 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano
Prima edizione: ottobre 1993

ISBN 88-04-37567-1
MAGICLAND
INTRODUZIONE

“C’ERA UNA VOLTA…”


Queste parole sono impresse sulle porte di un paese dove la magia esiste
ancora, come ancora esistono le creature dei nostri antichi miti: draghi
sputafuoco, unicorni, lupi che divorano le nonne in un sol boccone, elfi,
streghe, nani, principi che sono sempre d’animo nobile e principesse
inevitabilmente belle e buone.
Le storie di quel paese sono le fiabe classiche, amate da milioni di
giovani lettori e ascoltatori. Gli adulti le ricordano con affetto ma sono
convinti che debbano essere messe da parte insieme ai giocattoli di
quand’erano bambini.
Eppure le porte del paese delle fiabe non dovrebbero mai essere chiuse
solo perché si cresce e si diventa adulti. Perciò, per spalancarle in segno di
benvenuto, abbiamo deciso di comporre questo libro dove sono raccolte
storie di scrittori raffinati che non hanno però perduto il senso di stupore e
di amore per i miti e la magia delle fiabe classiche… fiabe veramente
moderne, rivolte a lettori maturi e adulti.
In cosa sono diverse queste fiabe da quelle classiche per bambini? Non
tanto nello spirito quanto piuttosto nel metodo e nello scopo della loro
creazione, questo sì, oltre naturalmente all’età dei lettori a cui aspirano di
rivolgersi.
La narrativa moderna è scritta per essere letta, non raccontata, come era
un tempo. E c’è una grande differenza, come sa per esperienza personale
uno dei curatori di questo libro, che ha pubblicato numerose storie e che si
è divertito a raccontarle a voce, compresa una serie di racconti di Natale
trasmessi da una stazione radiofonica di New York.
Da una storia nata per essere letta ci si attende che sviluppi a fondo il
carattere dei personaggi e che delinei gli eventi principali nei dettagli per
colorirla e farla sembrare vera. Ma una storia nata per essere raccontata
non ha tempo per questi fronzoli se vuole mantenere vivo l’interesse degli
ascoltatori. I personaggi spesso non devono essere altro che nomi con
caratteri appena abbozzati, e gli eventi principali devono reggersi da soli.
Quel che conta è la storia.
Le fiabe classiche non sono mai state messe per iscritto, se non molto
tardi. Erano tramandate da una generazione all’altra, narrate dalle nonne
intorno al focolare di rozze capanne, alla sera, alla fine di una giornata di
lavoro, o dai servi ai figli dei nobili.
Molti narratori di fiabe non sapevano leggere, ma, come molte persone
analfabete di un tempo, possedevano una memoria eccellente e la loro
mente non era soffocata dalle storie di libri, del cinema e della televisione.
Le storie si evolvevano molto lentamente, con piccole modifiche di
generazione in generazione.
Le vite di coloro che narravano e di coloro che ascoltavano erano spesso
dure, piene di fatica e di problemi. Esistevano ancora foreste selvagge e
chi vi si avventurava spesso non faceva ritorno. Bestie pericolose si
aggiravano ovunque e si credeva ancora alle streghe e agli incantesimi
malefici. Non era ancora stata scoperta l’elettricità e la notte era buia e
minacciosa. Erano pochi coloro che potevano permettersi il lusso delle
candele, perciò la gente si riuniva intorno al focolare al termine delle brevi
giornate invernali e si coricava presto, dopo il lavoro nei campi durante le
lunghe giornate estive.
Non c’è da stupirsi se molte storie parlavano di pericolo e di terrore.
Quel che sorprende è che in molte fiabe sopravvive ancora un filo di
speranza e di bellezza che riflette i desideri riposti di chi le raccontava.
I personaggi di quelle vecchie fiabe erano spesso stereotipi. Le matrigne
erano malvagie, le streghe cuocevano i bambini nei forni e i principi e le
principesse erano sempre buoni oltre ogni dire. E allora, perché no? I
narratori di fiabe avevano poca esperienza a cui attingere per arricchire i
personaggi. Molti non sì erano mai allontanati più di cinque miglia da
casa, eccetto forse per far visita a qualche spiritello selvatico non molto
più lontano. Non potevano conoscere i nobili che li angariavano con le
tasse. Per loro era difficile pensare a questi nobili come esseri umani.
Ma custodivano intatta nei loro cuori la meraviglia e il piacere delle
fiabe e le ricordavano per tutta la vita.
Più tardi, i fratelli Grimm raccolsero molte fiabe dalle contadine e le
trascrissero per le generazioni future. Altri scrittori (il più degno di nota è
Hans Christian Andersen) ne inventarono di nuove, naturalmente
influenzati da quelle più antiche.
Le fiabe non sono mai state dimenticate. L’amore per la magia e per gli
antichi miti ci accompagna ancora e influenza il nostro modo di
esprimerci.
Come per i tempi passati, gli scrittori moderni hanno ancora il compito
di conservare e tramandare la magia e i miti, ma le loro storie ora sono
scritte per essere lette e sono elaborate con una maestria prima
sconosciuta. E i lettori continuano a leggere e a comprare i loro romanzi di
fantasy, a volte perfino in centinaia di migliaia di copie.
Quando decidemmo di fare questo libro, riunimmo tutti i migliori
scrittori di fantasy e li informammo che volevamo fiabe vere, scritte per
lettori moderni raffinati.
Colsero quasi tutti la palla al balzo. (Isaac Asimov, che generalmente
non è considerato uno scrittore di fantasy – per quanto ricordiamo, ha
scritto solo un altro testo di fantasy, e non è una fiaba – si è dimostrato
subito entusiasta. E la storia che compare in questa raccolta è una vera
fiaba, ma con la sua impronta, naturalmente.)
Questi racconti sono scritti da autori di successo di narrativa per adulti.
Ma l’antica magia delle fiabe classiche risuona ancora forte e chiara. Lo
spirito delle fiabe antiche ci accompagna ancora.
A noi sono piaciute tutte, e speriamo e crediamo che piacciano anche ad
altri così come sono piaciute a noi.

Lester del Rey


Risa Kessler
ISAAC ASIMOV
IL PRINCIPE DELIZIOSO
R E Marcus e la sua dolce consorte, la regina Ermentrude, erano in
attesa di un figlio. In verità, era la regina a essere in attesa, anche
se naturalmente il re era interessato all’evento. Ormai vicini ai
quarant’anni, il re e la regina disperavano di avere un erede, tanto che
avevano perfino pensato di ricorrere all’adozione. Alla fine erano stati
costretti a rinunciare all’idea poiché avevano scoperto che non c’erano
trovatelli di sangue reale e qualsiasi altra ipotesi era, inutile dirlo,
impensabile.
Come spesso accade, il solo parlare di adozione provocò un certo
rimescolamento fisiologico e in men che non si dica – o meglio, giusto il
tempo necessario a contare i soldi delle tasse torchiate a dieci contadini –
la regina si trovò a sussurrare la lieta novella all’orecchio del re che
spalancò gli occhi e disse: — Ma come diamine è potuto accadere? — Al
che la regina, piuttosto piccata, rispose che se non lo sapeva lui, non
poteva saperlo nessuno.
Quando si avvicinò il momento della nascita — fatto strano e
inspiegabile, per avere un bambino una regina impiega il medesimo tempo
di una mugnaia qualsiasi – sorse il problema della cerimonia del
battesimo.
La regina, che ormai si sentiva appesantita e non vedeva l’ora che tutto
fosse finito, disse: — Spero proprio che sia un maschio e che abbia tutte le
qualità richieste per diventare un buon principe perché, mio caro, non
credo di essere disposta a farne un altro.
— Prenderemo ogni precauzione, mia regale amata. Inviteremo al
battesimo tutte le fate del regno le quali, non c’è dubbio, assicureranno che
nostro figlio sia coraggioso, di bell’aspetto e abbia tutte le migliori qualità.
— Ne sei sicuro? — disse la regina Ermentrude. — Ieri stavo parlando
con il mago di corte il quale mi ha detto che in realtà è tutta una
questione di gene.
Re Marcus si accigliò. — Vuoi forse dire che si mette in dubbio la nostra
nettezza?
— Oh no, mio caro, non ho detto d’igiene… ho detto di gene.
— Sarebbe a dire?
— Non ho ben capito, ma pare che si tratti di qualcosa che abbiamo tutti.
— Insomma! — esclamò il re piuttosto irritato. — Non credo affatto a
queste sciocche superstizioni… Figuriamoci, dovremmo avere qualcosa
di cui non sappiamo e non capiamo nulla! Noi conosciamo le fate
madrine e tanto ci basta.
— Molto bene, mio caro — disse la regina. — Spero comunque che ti
ricorderai di invitarle tutte, nessuna esclusa.
Il re scoppiò a ridere. — Pensi forse che sia uno sciocco?
Sia re Marcus che la regina Ermentrude avevano sentito molte storie in
cui si raccontava che una fata, offesa dal mancato invito, invariabilmente
si rivelava molto perfida e compariva inaspettatamente rendendo la vita
difficile al povero neonato. Si sarebbe portati a credere che a un re non
potrebbe mai accadere di dimenticarsi di invitare una strega malefica, ma
purtroppo si dà il caso che un fatto del genere sia piuttosto frequente.
Una tale evenienza, comunque, non sarebbe potuta mai accadere al re
Marcus e alla regina Ermentrude perché si premurarono di consultare il
Repertorio Ufficiale delle Fate del Regno e si assicurarono che lo scrivano
reale vergasse un invito per ciascuna di loro, nessuna esclusa.
Ma fu proprio questo il loro errore, perché in questo modo un invito
arrivò anche alla fata Pastrocchia. Se la coppia reale fosse stata più
informata, non c’è dubbio che avrebbe escluso questa fata dall’elenco
degli invitati alla cerimonia. Con questo non voglio dire che Pastrocchia
non fosse la fata madrina più dolce e cara del mondo, anzi lo era al punto
che, se si fossero dimenticati di lei, non si sarebbe sentita affatto offesa.
D’altra parte, una volta invitata, era altrettanto sicuro che sarebbe stata
l’anima della festa, sempre sorridente, sempre a raccontare storielle
divertenti e a cantare allegre canzoncine. Voi vi domanderete, che cosa
mai poteva allora sconsigliare tale invito? Il fatto è che, quando
presenziava a un battesimo, Pastrocchia non rinunciava di sicuro a fare un
regalo al bambino. E qui cominciavano i guai perché dovete sapere che,
anche se non lo faceva apposta, riusciva sempre a operare l’incantesimo
sbagliato.
E fu proprio così che andarono le cose. Una dopo l’altra, tutte le fate si
avvicinarono alla culla del piccolo principe — era davvero un maschio e
dopo la sua nascita la regina Ermentrude, riprendendo fiato, aveva detto
sottovoce, che non ce ne sarebbero stati altri – e una dopo l’altra gli
concessero i loro doni: grande fascino, bel portamento, intelligenza vivace,
senso dell’umorismo e così via.
Poi arrivò la fata Pastrocchia che, agitando la bacchetta sopra il bambino,
si dispose a pronunciare le parole magiche che avrebbero fatto di lui il
principe più aggraziato che mai fosse apparso sulla terra. Però, un attimo
prima di avvicinarsi alla culla, la bacchetta le cadde come al solito di
mano e questo fatto le procurò un tale imbarazzo — dio solo sa perché in
queste occasioni le succedeva sempre di far cadere la bacchetta – che la
raccolse a rovescio… e tutti sanno cosa questo significhi.
Una fata le si avvicinò e cominciò a dire: — Pastrocchia, mia cara, stai
tenendo la bacchetta per il verso… — Troppo tardi, Pastrocchia aveva già
pronunciato l’incantesimo, agitando l’estremità sbagliata della bacchetta
sulla testina del principino e, naturalmente, il fluido sortì l’effetto opposto
a quello desiderato.

I reali genitori si accorsero ben presto che qualcosa doveva essere andato
storto, perché il principe riuscì a fare qualche passo senza cadere solo
quando aveva ormai tre anni; non riusciva a prendere in mano niente
senza farselo sfuggire più volte e, quel che è peggio, le persone se lo
trovavano fra i piedi, tanto che faceva sempre inciampare il
maggiordomo reale, in particolare quando il pover’uomo stava per
servire il vino migliore.
Mai nessuno comunque perdeva la pazienza, perché il principe
possedeva tutti i doni che gli avevano concesso le altre fate. Aveva un
carattere solare, capiva al volo quello che gli dicevano, era ubbidiente,
intelligente, dolce… in una parola delizioso, a parte quella sua terribile
goffaggine.
Non deve quindi sorprendere se i genitori felici l’avessero chiamato
Principe Delizioso perché tale era agli occhi di tutti. Perfino quando
mandava in pezzi gli oggetti su cui metteva le mani, tutti lo trovavano
assolutamente delizioso.
Va da sé che fu interpellata la fata Pastrocchia a cui la regina chiese
cortesemente – è necessario essere sempre molto cortesi con le fate perché
alcune di loro hanno un pessimo carattere – cosa mai fosse andato storto.
Pastrocchia diventò tutta rossa e disse: — Mmm… dunque… credo di
aver tenuto in mano la bacchetta per il verso sbagliato.
— Ma allora, mia cara — disse la regina Ermentrude suadente — non
potreste prendere in mano la bacchetta per il verso giusto e provare di
nuovo?
— Sarei felice di poterlo fare — disse Pastrocchia. — Ma è contro le
regole magiche cercare di annullare il proprio incantesimo…
naturalmente se è stato fatto in buona fede.
— Se non lo farete — disse la regina — ci metterete in una situazione
terribile.
— Se lo facessi — ribatté Pastrocchia — sarei espulsa dall’Ordine delle
Fate. — Non c’è bisogno di dire che le sue parole posero fine alla
discussione.

La situazione continuò a peggiorare. Quando il Principe Delizioso ebbe


tredici anni, fu affidato a un maestro di danza, poiché uno dei primi doveri
di un principe era di partecipare ai balli reali. Ci si attendeva da lui che
ballasse con le dame ed eseguisse alla perfezione gavotte, minuetti e tutte
le danze alla moda.
Fu una vera disperazione. Le cose sarebbero andate forse meglio se gli
avessero chiesto di ballare sulle mani. Quando doveva avanzare il piede
destro, immancabilmente spostava il sinistro e viceversa; quando faceva
un inchino dava una testata alla sua dama; quando eseguiva una piroetta
andava a sbattere contro qualcun altro e non riusciva assolutamente a
tenere il tempo.
I maestri di danza, temendo di offendere il principe reale,
invariabilmente dicevano ai suoi genitori che il fanciullo danzava come
un angelo, anche se in cuor loro sapevano benissimo che ballava come
un marinaio ubriaco.
Le cose andarono ancora peggio quando il principe dovette imparare a
muovere le braccia. Negli esercizi con la spada, per quanti tentativi
facesse di evitarlo, invariabilmente il suo avversario si ritrovava a colpire
il principe con l’épée. Negli incontri di lotta, nonostante che il suo
avversario cercasse in tutti i modi di sorreggerlo. Delizioso riusciva
sempre a inciampare nei lacci delle scarpe e a crollare a terra.
Re Marcus era davvero disperato. — Mia cara — disse un giorno alla
regina Ermentrude. — Domani il nostro amato figlio, Principe Delizioso,
compirà vent’anni, ma non possiamo dare un ballo in suo onore, perché
non sa ballare… non possiamo organizzare un torneo, perché non sa
combattere… ho perfino timore di farlo partecipare al corteo perché temo
che faccia un ruzzolone.
— Potrebbe andare a cavallo — disse la regina Ermentrude poco
convinta.
— Vedo dalla tua espressione che sei dubbiosa… devi averlo visto anche
tu in groppa a un cavallo.
— L’ho visto — ammise la regina.
— Quindi ti sarai accorta che ballonzola su e giù senza riuscire a seguire
i movimenti naturali dell’animale.
La regina sospirò. — Che possiamo fare?
— Che possiamo fare?! Dobbiamo mandarlo in giro per il mondo in
cerca di fortuna.
— Oh no! — disse la regina. — È il nostro unico figlio!
— Che vuoi dire? Tutti sanno che in genere i re hanno tre figli e li
mandano uno dopo l’altro in giro per il mondo a cercare fortuna. Noi ci
limiteremo a mandarne uno… perché tu ti sei sempre rifiutata di averne
altri.
La regina scoppiò a piangere. — Le tue sono parole molto crudeli —
disse. — Non le avresti dette se fosse toccato a te avere bambini… vorrei
proprio vederti. Se pensi che sia così divertente! Vorrei vedere un uomo…
Re Marcus replicò precipitosamente: — Adesso non piangere, mia cara,
l’ho detto senza pensare. Sia come sia, dobbiamo mandare nostro figlio in
giro per il mondo perché l’uso è questo.
— Ma si farà male! Non potrà evitarlo perché è così goffo per colpa di
quella stupida Pastrocchia…
— Sssh, calmati mia cara — la interruppe Re Marcus. — Pastrocchia
potrebbe volare qui intorno, invisibile ai nostri occhi, e potrebbe sentirti.
Comunque, anche se goffo, Delizioso è pieno di virtù. Può darsi che
uccida un drago e sposi un bella principessa… potrebbe perfino riuscire a
sconfiggere i nemici di suo suocero e guadagnarsi un altro regno,
diventare un grande re e un grande conquistatore. Se leggessi la storia, ti
renderesti conto che avviene sempre così.
— Ma come potrà accadere tutto questo? Qui intorno non ho mai sentito
dire che ci siano draghi. Sono scomparsi da anni.
— È vero. I principi si sono dati da fare per ucciderli e adesso i draghi
sono una specie in estinzione. Anzi, ho sentito dire che tutti i regnanti
hanno deciso di mettersi d’accordo per impedire che vengano ancora
uccisi.
— Ah, davvero? Chissà come saranno contente le vergini! — replicò
indignata la regina. — Lo sanno tutti che sono il cibo preferito dai
draghi…
— Lo so anch’io, e so anche che il Sindacato delle Vergini si oppone con
forza. Ho letto che stanno per lanciare appelli per la raccolta di fondi con
lo slogan “Preferite avere a vostra disposizione una vergine o un drago?”
Penso che i principi potrebbero uccidere basilischi, chimere o idre,
purtroppo però anche queste sono specie in pericolo. Sono brutti tempi
davvero, ma c’è una speranza. Ho chiesto al mago di corte di controllare
le offerte di lavoro sulla Gazzetta dei Cacciatori di Draghi. Sembra che
nel regno di Poictesme ci sia un drago che tutti vogliono morto e
nell’annuncio è pubblicata anche una miniatura della principessa. La
fanciulla sembra piuttosto bella, ma il drago è grosso e crudele e non si
trovano principi disposti ad affrontarlo.
— Se è un drago grosso e crudele, non permetterò assolutamente che
Delizioso rischi la vita…
— Ma mia cara, ho già parlato con Delizioso. Può darsi che sia goffo, ma
è coraggioso e robusto come un leone ed è rimasto colpito dalle misure
della damigella che il re di Poictesme si è premurato di inserire
nell’annuncio.
— Non lo rivedrò mai più — piagnucolò la regina. — Comunque sono
sicura che quella sfacciata porta le protesi al silicone.
Ma per quanto le regine piangano, i principi non possono evitare di
compiere il loro dovere.
Delizioso preparò le bisacce, si rifornì di pezzi d’oro, studiò la strada per
Poictesme sulla mappa che gli aveva procurato il mago di corte, su cui
erano segnate tutte le superstrade. Prese con sé un paio di lance lunghe
venti spanne, la sua fida spada e un’armatura che il mago gli assicurò
essere leggera e antiruggine perché era stata fatta con un metallo magico
chiamato alluminio.
Delizioso partì e il re e la regina lo salutarono con la mano finché sparì
all’orizzonte. Lungo la strada alcuni sudditi gli fecero festa scommettendo
nel frattempo se sarebbe caduto prima di scomparire dalla loro vista… il
che puntualmente si verificò una o due volte.

Per raggiungere Poictesme il Principe Delizioso impiegò il tempo usuale:


un anno e un giorno.
In realtà era arrivato al confine qualche settimana prima, ma in quel
preciso momento giunse al palazzo del re Faraday di Poictesme.
Gli venne incontro un vecchio ciambellano che studiò i suoi documenti
di riconoscimento con molta attenzione, controllò su un atlante logoro
dove si trovava il regno da cui Delizioso proveniva e s’informò presso il
Registro dei Principi Accreditati per sapere a quale categoria appartenesse.
A questo punto il ciambellano sembrò soddisfatto perché annuì e disse: —
Sembra che tutto sia okay.
— Bene — disse Delizioso, inciampando in una leggera irregolarità del
pavimento per altro levigatissimo. — Dove prendo il numero?
— Che numero? Perché volete un numero, altezza?
— Per sapere quando è il mio turno… voglio dire quando toccherà a me
tentare di uccidere il drago.
— Oh, ma potete farlo in qualsiasi momento, visto che siete l’unico
principe straniero presente… purtroppo ultimamente abbiamo notato una
certa penuria di principi.
— Si tratta di un drago micidiale, eh?
— Chi può dirlo? Appena lo vedono, quei vigliacchi girano i tacchi e
scappano. Nessuno di loro ha avuto la decenza di farsi ammazzare prima
di andarsene.
Il principe fece una smorfia di disappunto. Lo rattristava sempre rendersi
conto di quanto fossero in decadenza le buone maniere. — Con me sarà
diverso. Chiedo solo licenza di fermarmi il necessario per incontrare il re,
chiedere la sua benedizione e dare una sbirciatina… ehm… offrire i miei
omaggi alla principessa. A proposito, come si chiama? Sull’annuncio non
c’era scritto.
— Laurelene, altezza.
— Porgere i miei omaggi alla graziosa principessa Laurelene. La mia
futura suocera vive ancora?
— Sì, ma si è ritirata in convento.
— Ah, capisco… probabilmente si tratta di una sistemazione gradita a
tutti, salvo naturalmente a quelli del convento.
— Infatti abbiamo ricevuto molte lamentele, altezza.

Re Faraday accolse il Principe Delizioso con un certo scetticismo,


specialmente dopo averlo visto appoggiarsi alla lancia e farsela scivolare
di mano.
— Siete sicuro di sapere come si fa a uccidere un drago? — chiese il re.
— Con la lancia — rispose Delizioso con un gesto un po’ troppo pieno di
entusiasmo tanto che la lancia gli sfuggì di mano e volò attraverso la
finestra frantumando una vetrata.
— Vedo che la vostra lancia vola da sola — disse Re Faraday ancor più
scettico e mandò un paggio a recuperarla.
Intanto la principessa Laurelene osservava le sembianze e i muscoli di
Delizioso sorridendo tutta soddisfatta. — State attento, principe, a non
farvi ammazzare, quando combatterete il drago — disse. — Da morto non
mi servireste.
— Voi rappresentate la miglior ragione che io possa desiderare per restare
vivo — disse Delizioso inchinandosi e togliendosi il cappello con un
ampio gesto e, così facendo, cacciò una piuma in un occhio del re.
Il mattino seguente ricevette le istruzioni dal mago di corte di re Faraday,
poi si mise in cammino salutando allegramente con la mano il re e sua
figlia.
Il re ricambiò il saluto e disse scuro in viso: — Potrebbe anche riuscire a
uccidere il drago con la sua lancia semovente o perfino col suo cappello
che considero ancor più micidiale.
— Pensate padre — disse Laurelene che era bella come il giorno e aveva
lunghi capelli biondi a cui doveva dare solo una ritoccatina ogni tanto —
se ucciderà il drago, tutte le vergini del regno saranno di nuovo al sicuro.
— Non solo loro, anche tu — disse Re Faraday.
A queste parole Laurelene disse: — Insomma Padre, cosa penserebbe il
Principe Delizioso se vi sentisse dire una cosa del genere? — e gli pestò
un piede sorridendo maliziosa.

Il principe seguì per una settimana e un giorno la strada indicatagli e si


ritrovò nel folto di una buia foresta. Cominciò a sospettare di trovarsi nelle
vicinanze del drago quando il suo cavallo drizzò le orecchie e dilatò le
froge.
Anche le orecchie di Delizioso si drizzarono appena si udì il suono rauco
di qualcuno che russava – un rumore proprio uguale a quello descritto nel
Manuale dei Cacciatori di Draghi, un rumore cavernoso che lasciava
presagire una bestia enorme – e le sue narici si dilatarono quando
percepirono l’inconfondibile odore muschiato del drago che non si poteva
definire certo un aroma piacevole.
Delizioso si fermò per studiare una strategia. Dal russare, era ovvio che
il drago stava dormendo e, in base al predetto Manuale, il suo sonno
doveva essere profondo e non sarebbe stato facile svegliarlo.
L’informazione era del tutto plausibile in quanto, non avendo nemici
naturali, eccezion fatta per i principi, i draghi potevano dormire sonni
tranquilli.
Delizioso giudicò che sarebbe stato corretto cominciare a punzecchiare il
drago con la lancia fino a che non si fosse svegliato per poi affrontarlo
lealmente, da sveglio a sveglio.
Ma questa strategia, pensò subito dopo, è davvero leale?
Dopo tutto, il drago era molto più grosso e forte di lui, anche contando il
cavallo, e poteva perfino volare e sputare fiamme.
Poteva considerarsi un comportamento leale il suo? No, pensò il Principe
Delizioso.
E se ne preoccupava forse il drago? No, pensò ancora il Principe
Delizioso.
Poiché aveva studiato logica con il mago di corte, il principe concluse
che, se il drago avesse continuato a dormire, allora sì che ci sarebbe stato
il giusto equilibrio di forze. Anzi, si disse, anche se dormiva e quindi non
poteva volare o sputare fiamme, essendo comunque più grosso e più forte,
il vantaggio sarebbe stato sempre suo.
Il Principe Delizioso spronò il cavallo e arrivò alla radura dove c’era il
drago addormentato che gli sembrò davvero enorme. Era lungo più di
cento spanne e ricoperto di grosse squame che, come diceva il Manuale,
non potevano essere trapassate da una normale lancia. L’unica cosa da fare
era mirare a un occhio che, per fortuna, era chiuso.
Delizioso sollevò la lancia e batté gli speroni contro i fianchi del cavallo.
Il fido destriero caricò e il principe tenne gli occhi fissi sull’occhio chiuso
del drago.
Sfortunatamente, mentre gli occhi del principe restarono fissi sul
bersaglio, la sua lancia no. Lo sforzo di tenere fermi sia gli occhi che la
lancia, era davvero troppo per la sua inveterata goffaggine. La lancia si
abbassò e si conficcò nel terreno obbligandolo a fare una giravolta in aria.
La lancia gli sfuggì di mano e Delizioso atterrò su qualcosa di duro e
squamoso. Istintivamente serrò le mani e si ritrovò a stringere il collo del
drago.
Il colpo svegliò il drago che sollevò la testa per almeno trenta spanne.
Istintivamente Delizioso urlò: — Ehi! Ehi!
Il drago si alzò dritto sollevando la testa di altre dieci spanne. Il cavallo,
accorgendosi che per il suo padrone ormai era finita, saggiamente decise
di tornare a casa. Si voltò e scappò via abbandonando il povero principe.
Il drago voltò la testa per capire chi fosse stato a emettere quei suoni
aggrappato al suo collo, ma naturalmente non riuscì a vedere nulla perché
non era capace di girare la testa di cent’ottanta gradi.
Alla fine disse con voce tonante: — Uhè! Chi ci essere lassù?
Il Principe Delizioso spalancò gli occhi. Mai nella vasta letteratura sui
draghi che aveva compulsato nel corso della sua principesca educazione,
aveva letto che i draghi potevano parlare, e con un accento così rozzo poi!
— Che diamine, sono io, il Principe Delizioso.
— Be’, cosa ci fare lassù? Sciò sciò. Mollare le squame.
— Preferirei di no, se hai intenzione di mangiarmi.
— Io no mangiare! Primo, io non tenere fame, secondo, chi ti avere detto
che tu essere buono? Scendere giù a parlare. Tu non tenere una lancia,
vero?
— Temo di averla persa.
— Meglio, sì sì. Venire qua che parlare da draghi inciviliti.
Abbassò il collo e la testa fino al livello del terreno e Delizioso scivolò
giù circospetto. Sul giustacuore c’era un piccolo strappo che si era
procurato con una squama.
Il principe indietreggiò fra gli alberi. — Sei sicuro di non avere
intenzione di mangiarmi?
— Uffa, avere detto di no, parola. Guardare che parola di drago essere
impegno, non come fare voi principi pidocchiosi. Perché ci dare sempre
fastidio? Uno di voi uccidere mia sorella, uno altro mio padre. Ma cosa vi
avere fatto mai?
— Be’, è vero o no che mangiate vergini?
— Questa essere grossa bugia. Io no toccare vergini. Si mettere tutte
profumi orribili. Quando ero piccoletto io leccare vergine in faccia. Puah!
Avere tutta polvere… cipria; vergini non essere buone da magnà.
— Ma allora cosa mangiate?
— Robetta… erba, frutta, nocciole, radici, e ogni tanto un coniglio o un
gatto. Voi ci dare caccia con lance, spade e cavalli, ma noi non vi avere
fatto niente.
— Tutti dicono che mangiate vergini.
— Oh no, essere vergini che si dare tante arie. Cavolo, mi fare venire i
nervi.
— Oh, oh, stai calmo! — esclamò il Principe Delizioso allarmato. — Non
è che adesso ti metterai a sputare fiamme, vero?
— Chi? Io?! — Il labbro inferiore del drago si piegò all’ingiù e in un
occhio gli brillò un lacrimone grosso così. — Io no sapere sputare fuoco,
essere unico drago al mondo che non lo fare.
— Davvero? E perché?
Il drago fece un lungo sospiro e un odore fetido riempì l’aria. Il Principe
Delizioso si tappò il naso, ma il drago sembrò non accorgersene.
Il drago disse: — Essere storia triste, la mia.
— Me la vuoi raccontare, ehm… qual è il tuo nome, a proposito?
— Nome? Bernard, ma tu mi potere chiamare Bernie. Miei guai essere
cominciati il giorno di battesimo.
— Il giorno del battesimo?— esclamò il Principe Delizioso con
veemenza.
— Che strana coincidenza, anche i miei guai sono cominciati quel giorno.
— Ah sì? Ma quali essere i guai di un principe? Tu ascoltare me: padre e
madre mio volere che io cominciare a vivere sotto buoni auspici e allora
mi chiamare Bernard, che essere di nome fortunato di famiglia, e invitare
tutte le fate al battesimo. Ci credere? Arrivare anche fata straniera.
— Una fata straniera?
— Sì. Stare vecchietta gentile, come mi avere raccontato, ma fuori tanto
di testa. Capire cosa volere dire? Lei stare tonta.
— Si chiamava forse Pastrocchia?
— Giusto, così si chiamare. Ma tu come sapere?
— Pastrocchia ha assistito anche al mio battesimo.
— E avere combinato pasticcio?
— Altro che!
— Uhè, allora noi essere compari! Dare me mano.
Il drago tese la zampa gigantesca e afferrò la mano di Delizioso. Poi
disse: — Sapere tu cosa mi avere fatto?
— No.
— Le altre fate mi avere fatto grosso e forte, bello e tutto coperto di
squame, allora lei essersi avvicinata per fare me capace di sputare fuoco
di bocca, solo che avere fatto pasticcio grosso, e niente fiamme.
— Non capisco, Bernie. Se non sputi fiamme, perché nessun principe si
vuole avvicinare a te per combattere? Mi hanno detto che, appena ti
vedono, scappano tutti.
— Questa essere storia: nessuno mai volere sta vicino, nemmeno
draghesse. Tu guardare me: io essere grosso, forte e bello, però in
settantacinque anni non ci essere stata una draghessa che si essere degnata
di me guardare.
— E perché?
— Be’, quando mi arrabbiare o mi eccitare… se tu capire cosa io volere
dire, io no sputare fiamme, ma fare altre cose.
— Che cosa?
— Tu volere vedere?
— Se non è pericoloso…
— Certo che no. Ma tu me lasciare concentrare, così mi arrabbiare…
Il drago restò qualche momento pensieroso, poi disse: — Stare pronto!
— Aprì la bocca, espirò e il principe cadde steso a terra turandosi il naso.
Quello che era venuto fuori dalle fauci del drago era l’odore più fetido e
nauseabondo che avesse mai sentito. Delizioso si rotolò a terra tossendo
come un dannato.
Il drago disse: — Tu stare tranquillo che puzza se ne andare presto, ne
avere tirato fuori poco. Da una parte essere meglio di fuoco perché
fiamme si possono schivare, il puzzo no. Tutti principi scappare quando
io buttare fuori fiato… però anche le draghesse fare così. Che vita!
Il drago scosse la testa.
Il Principe Delizioso si rimise in piedi a fatica. La foresta puzzava ancora
un po’, ma l’odore era sopportabile.
Delizioso disse: — Senti, Bernie, che ne diresti di venire a Poictesme con
me per essere presentato a re Faraday?
— Cosa?! Così io mi ritrovare in mezzo a un milione di principi e
cavalieri che mi ficcare lance in corpo?
— No, credimi, sarai trattato come un re. Potrai mangiare tutti i conigli
che vuoi e anche erbetta fresca.
— Tu dire vero?
— Vedrai. Fidati di me. Però devo salirti in groppa, perché il mio cavallo
se ne è andato.

Il Principe Delizioso si arrampicò sul collo di Bernie e si accomodò


proprio dietro la testa a circa trenta spanne di altezza.
Da principio tutti quelli che li incontravano scappavano via urlando di
paura, ma Delizioso continuava a gridare: — Amici, questo è un drago
domestico, è buono. Si chiama Bernie. Bernie, digli qualcosa.
E il drago gridava — Ciao, ragazzi. Essere noi, io e l’amico principe.
A un certo punto cominciarono ad andargli dietro alcuni villani, garzoni e
paggi di varie categorie più coraggiosi degli altri. Il drago procedeva con
grande cautela per non rischiare di schiacciarne qualcuno, facendo
ondeggiare il lungo collo di qui e di là mentre il principe salutava
maestosamente ora a destra, ora a sinistra.
Poi la notizia si diffuse e la popolazione si assiepò ai bordi della strada
tanto che, quando Bernie arrivò alla capitale del regno e imboccò il viale
principale, la popolazione festante era diventata una folla.
Il drago disse: — Ahò, a conoscerli bene l’omeni non so poi così gattivi,
vero principe?
— Sono quasi civili — disse Delizioso.
Re Faraday venne loro incontro per salutarli insieme a Laurelene che
gridò: — Rendiamo omaggio al coraggioso Principe Delizioso.
Arrivò anche il mago di corte che si stropicciò gli occhi e disse: — Ma
guarda, un apatosaurus. — Ma siccome gli capitava spesso di parlare in
maniera incomprensibile, nessuno gli fece caso.

Bernie fu alloggiato in una stalla il più possibile lontana dal palazzo,


sotto la supervisione di re Faraday che, terminata l’operazione, rientrò
nella sala del trono e disse al Principe Delizioso: — Devo ammettere che
tornare col mostro al guinzaglio è stata una bella impresa. Ma non vi
avevo ingaggiato per questo, il vostro compito era di ucciderlo.
— Ma un drago addomesticato è molto meglio di un drago morto. Se
permettete, maestà, adesso vi spiego.
— Vi ascolto.
— Tanto per cominciare, suppongo che, come tutti i monarchi che si
rispettano, voi avete un vicino che vi è nemico e contro il quale la vostra
casata ha combattuto per generazioni. Avete devastato le loro terre, loro
hanno devastato le vostre e molta gente è morta da ambedue le parti.
— Be’, certo. Questa è una terra civile e non possiamo che comportarci
così. In verità, da anni è in corso una guerra fra il mio regno e quello
barbaro e infedele di Lotharingia che si trova a est di Poictesme.
— In questo momento è il vostro esercito che sta attaccando o sono loro?
Re Faraday tossicchiò. — In questo momento, quelli di Lotharingia sono
riusciti a ottenere un lieve vantaggio su di noi e si trovano a dieci miglia
dalla città di Papeete.
— Non vorreste riuscire a sconfiggerli e imporre una pace di vostro
gradimento?
— Senza dubbio, ma chi sarà in grado di farlo?
— Io e Bernie, da soli.
— Lotharingia dispone di un migliaio di coraggiosi cavalieri armati fino
ai denti. Il vostro drago potrà ucciderne qualcuno, ma poi verrà ucciso e la
nostra gente sarà molto demoralizzata per questo fallimento.
— Non ci sarà nessun fallimento. Procuratemi una sella adatta al collo di
Bernie, e un paio di redini in modo che io non possa cadere. Dite al mago
di corte di escogitare qualcosa che io possa mettermi in testa per
purificare l’aria e concedetemi una piccola scorta che mi accompagni fino
al luogo dove è accampato l’esercito nemico.
— Una piccola scorta?!
— Sì, la scorta potrà tornare indietro non appena saremo in vista dei
lotharingiani. Io e Bernie affronteremo il nemico da soli. Comunque, fate
in modo che l’esercito resti in attesa pronto a tagliare la strada al nemico
per impedirgli la ritirata.
Re Faraday disse: — Mi sembra una cosa folle, ma farò come avete detto.
Dopo tutto siete riuscito a domare il drago, mentre tutti gli altri
scappavano.
In men che non si dica furono approntate sella e redini e il mago portò un
marchingegno dalla forma strana che si adattava alla testa di Delizioso.
Il mago disse: — Filtrerà l’aria… è una maschera antigas. — Come al
solito, nessuno si meravigliò delle sue parole.

Il Principe Delizioso e Bernard fecero la loro apparizione davanti alle


linee nemiche. I lotharingiani erano schierati in ordine di battaglia e
impugnavano lunghe lance acuminate.
Un fremito percorse le truppe alla vista del cavaliere sulla sella fissata al
collo del drago e col volto coperto da uno strano elmo che lo rendeva più
terribile del drago che cavalcava.
In fondo, non c’era Lotharingiano che non avesse visto un drago, almeno
in effige, ma nessuno aveva mai visto una maschera antigas, né sui libri né
nella realtà.
Comunque, il generale lotharingiano tuonò: — Si tratta solo di una
bestia a cavallo di un’altra, miei coraggiosi lotharingiani. Restate saldi e
comportatevi da uomini. Circondate il drago, evitate le fiamme e mirate
alla coda. Il dolore lo farà scappare.
I lotharingiani si rincuorarono e presero posizione in attesa che il drago
si facesse avanti. Ma il drago restò dov’era.
Il Principe Delizioso disse: — Li hai sentiti? Hanno intenzione di
rovinare la tua bella coda.
— Io avere sentito, sì, sì — brontolò il drago. — Ma adesso stare freschi
perché mi avere fatto arrabbiare tanto.
Spalancò le sue enormi fauci da cui, con rombo di tuono, fuoriuscì una
nube di gas nero e putrido che si espanse sulle forze di Lotharingia
asfissiandole. Gli uomini armati si dispersero in fuga, abbandonando lance
e spingarde, preoccupati solo di allontanarsi da quel lezzo orrendo.
Dopo una fuga di poche miglia, i lotharingiani, ormai ridotti a una massa
disordinata, s’imbatterono nell’esercito di Poictesme e furono pochi quelli
che riuscirono a scampare alla morte o alla prigionia.

— Vi concedo la mia bella e virginale figlia, Principe Delizioso — disse


re Faraday. — E poiché non ho figli maschi, alla mia morte erediterete il
mio regno e quello di Lotharingia, insieme al regno di vostro padre. Per
quanto riguarda il drago, potrà vivere fra di noi trattato come un eroe per
tutto il tempo che vorrà. Alloggerà in un bellissimo fienile e quando ne
avrà voglia gli serviremo tutti gli animaletti che desidera.
— Veramente gradirebbe anche la compagnia di una draghessa o due —
disse Delizioso, un po’ incerto.
— Anche questo è possibile — disse il re. — Ma dovrà imparare a
controllare in qualche modo i suoi impeti passionali.
Durante la cerimonia nuziale, il Principe Delizioso inciampò solo un paio
di volte ma, come disse a Bernie quando andò a trovarlo nella sua stalla:
— Non ha alcuna importanza perché in fondo è stato grazie alla fata
Pastrocchia che tutto è potuto accadere. La mia goffaggine mi ha fatto
atterrare sul tuo collo e il tuo fiato pestifero ha distrutto l’esercito nemico.
Ma adesso è tempo che raggiunga la mia bella sposa.
Delizioso non si comportò affatto in modo goffo durante la notte di
nozze e, insieme alla principessa Laurelene, visse per sempre felice e
contento.

Titolo originale: Prince Delighful and the Flameless Dragon


TERRY BROOKS
AMICI IMMAGINARI
M ANCAVANO solo dieci giorni al suo tredicesimo compleanno,
quando Jack MacCall si convinse di stare morendo. Anche se
non lo aveva detto a nessuno, da sei mesi aveva forti mal di
testa che duravano da dieci a venti minuti ed erano accompagnati da
parziale perdita della vista. Fino a che questo inconveniente gli era
capitato una volta ogni tanto, non ci aveva fatto molto caso, poiché
pensava che fosse conseguenza di un affaticamento oculare. Dopo tutto in
seconda media c’erano un sacco di compiti a casa da fare!
Ma dieci giorni prima del suo compleanno ebbe un attacco proprio
mentre stava uscendo per andare a scuola e, poiché in quelle condizioni
non poteva certo andare in bicicletta, né poteva restare a casa facendo finta
di niente, fu costretto a raccontare a sua madre quello che gli capitava. Sua
madre prese immediatamente un appuntamento col dottor Muller, il
pediatra di famiglia, per il pomeriggio stesso; fece sedere Jack fino a che
la vista gli si schiarì, poi lo accompagnò in auto a scuola chiedendogli
continuamente se si sentiva bene e chiamandolo “Jackie”, tanto da fargli
venire la voglia di urlare.
Lo venne a riprendere alla fine delle lezioni e lo condusse
all’appuntamento col medico. Mentre lo visitava, il dottor Muller si
dimostrò stranamente allegro e arrivò perfino ad arruffargli i capelli
dicendo che stava crescendo molto in fretta. Era lo stesso dottor Muller
che di solito non gli rivolgeva nemmeno una parola? Jack cominciò a
preoccuparsi.
Al termine della visita il dottore mandò Jack all’ospedale per farlo
sottoporre a una serie di analisi che comprendevano radiografie, esami del
sangue, l’elettrocardiogramma e altri accertamenti diagnostici che gli
furono praticati da un gruppo di giovani infermiere imbarazzantemente
giovani. Jack sopportò che gli applicassero sul corpo aggeggi metallici,
accettò di essere punzecchiato ripetutamente da vari aghi, di inspirare ed
espirare a comando, di stare disteso immobile, saltare su e giù ma, per la
maggior parte del tempo, fu costretto a restarsene in attesa da solo dentro
gli ambulatori. Quando le analisi furono completate, fu rimandato a casa
senza sapere nulla di più di quanto sapesse al suo arrivo in ospedale, salvo
il fatto che non se la sentiva di ripetere quell’esperienza in futuro.
Quella stessa sera, mentre Jack se ne stava al piano di sopra in camera
sua a gingillarsi con i compiti e lo stereo acceso, arrivò il dottor Muller. I
suoi genitori non gli chiesero di raggiungerli, ma Jack, curioso, scese
silenziosamente le scale fino al pianerottolo e si sedette al buio dall’altra
parte della parete divisoria del soggiorno dove i suoi genitori e il dottor
Muller parlavano fra loro sottovoce. Veramente chi parlava di più era il
dottor Muller; disse che gli erano arrivati i risultati dei primi esami, parlò
del corpo, delle cellule e di un sacco di altre cose usando termini medici
misteriosi che Jack non riusciva a comprendere.
Quando però il medico pronunciò le parole “malattia del sangue”,
“leucemia” e “cancro”, Jack comprese. Faceva solo la seconda media, ma
non era uno stupido.
Restò sulla scala fino a quando sua madre non scoppiò a piangere, allora
sgattaiolò in camera sua senza aspettare di sentire altro. Restò a fissare il
compito non ancora finito, cercando di decidere come doveva reagire,
perché non poteva non reagire in qualche modo. Sentì il dottor Muller che
se ne andava e i suoi genitori che salivano le scale per venire in camera
sua. In genere non venivano mai insieme e quando accadeva, si trattava
sempre di una cosa seria. Bussarono alla porta, al suo invito entrarono e
restarono sulla soglia chiaramente a disagio. Poi suo padre gli disse che
era malato e che avrebbe dovuto stare a riposo per qualche tempo, sua
madre riprese a piangere e ad abbracciarlo, chiamandolo “Jackie”.
All’improvviso Jack ebbe una gran paura.
Quella notte non riuscì a dormire. Ripensava a quello che aveva
scoperto, cercando di capire cosa significasse morire e se riteneva
possibile questa eventualità. Pensò soprattutto a suo zio Frank. Lo zio
Frank era stato il suo preferito, un uomo grande e grosso con due manone
e i capelli rossi, che gli aveva insegnato a giocare a baseball e lo portava a
vedere le partite la domenica pomeriggio. Poi, all’improvviso, si era
ammalato, era andato in ospedale e non ne era più uscito. I suoi genitori lo
avevano portato a trovarlo un paio di volte, ma di zio Frank non era
rimasto granché. Le sue manone, una volta così forti, erano diventate
talmente fragili che riusciva a malapena a sollevarle, gli erano caduti tutti i
capelli e sembrava un vecchio.
Poi era morto. Nessuno glielo aveva detto chiaramente, ma Jack aveva
capito cosa lo aveva ucciso e aveva sempre sospettato – nel profondo del
suo animo dove teniamo nascosti pensieri del genere – che quel qualcosa
avrebbe potuto uccidere anche lui.
Il mattino seguente Jack si vestì, divorò la colazione più in fretta che
poté e uscì di casa. I suoi genitori si muovevano come zombi, solo sua
sorellina Abby si comportava come se niente fosse, e non poteva essere
altrimenti visto che aveva solo otto anni e non sapeva nulla.
Era un venerdì, giornata interminabile all’istituto Roosevelt, mai
comunque come in quella occasione. Le lezioni sembravano non finire
mai e al termine, Jack non ricordava nulla di quello che era successo. Si
avviò stancamente verso la sala mensa, trovò un posto in un angolo dove
si poteva parlare tranquillamente e confidò quello che aveva scoperto al
suo migliore amico, Waddy Wadsworth. Il vero nome di Waddy era
Reynolds Lucius Wadsworth III, conseguenza della tradizione crudele che
durava da tre generazioni di dare questo nome ai figli primogeniti
maschi… ma nessuno, naturalmente, chiamava Waddy col suo vero nome.
A scuola si erano subito accorti che Waddy non aveva capacità atletiche,
era il tipo che non sapeva arrampicarsi alla corda o superare l’asta del
salto in alto nemmeno quando era solo a sessanta centimetri da terra. Non
che fosse grasso o qualcosa del genere, era solo — come dire — molto
“terrestre ”. Qualcuno cominciò a chiamarlo Waddy (batuffolo) e il
nomignolo gli era rimasto.
Waddy era un bravo ragazzo e a Jack piaceva perché non menzionava
mai il fatto che Jack era poco più alto degli idranti antincendio e molto più
basso della maggior parte delle ragazze.
— A me sembra che tu stia bene — disse Waddy dopo che Jack ebbe
finito di raccontargli che stava per morire.
— Lo so che sembra che io stia bene. — Jack lanciò al suo amico uno
sguardo irritato. — Non è una cosa che si vede.
— Ma anche la tua voce mi sembra normale. — Waddy dette un morso al
suo panino imbottito. — Ti fa male qualcosa?
Jack si strinse nelle spalle. — Certe volte ho mal di testa.
— Be’, ce l’avevi anche sei mesi fa e non mi sembra che sia aumentato,
vero?
— No.
— Non ti dura più di prima, vero?
— No.
Waddy s’infilò il resto del panino in bocca e continuò a masticare
pensieroso. — Be’, allora chi ti dice che stai per morire? Può essere una
situazione che andrà avanti all’infinito. Nel frattempo, può darsi che
trovino una cura… trovano sempre una cura per questo genere di cose. —
Continuò a masticare. — E poi, può darsi che il dottore si sia sbagliato. È
possibile, no?
Jack annuì dubbioso.
— Il fatto è che non puoi esserne sicuro, proprio sicuro. — Waddy piegò
la testa da un lato. — Poi c’è un’altra cosa da considerare. Capita spesso
che dicano a qualcuno che sta per morire e quello non muore per niente. E
succede anche che la gente stia bene perché è convinta di star bene. Certe
volte quello che ci vuole è proprio essere convinti di qualcosa.
Fece un sorrisetto. — E poi, sta’ a sentire, nessuno muore in seconda
media.
Jack voleva credergli e passò tutto il pomeriggio a convincersi che Waddy
aveva ragione. Dopo tutto lui non conosceva nessuno che fosse morto alla
sua età. Tutte le persone che erano morte erano molto più vecchie di lui,
compreso suo zio Frank. Lui era solo un ragazzino, come poteva morire
se non sapeva ancora nulla delle ragazze? Come poteva morire se non
sapeva ancora guidare l’automobile? La cosa gli sembrava impossibile.
Continuava però ad avere la sensazione di illudersi: quello che pensava
non cambiava nulla, non cambiava i fatti. Se aveva veramente il cancro,
credere di non averlo non lo faceva certo scomparire. Assistette alle
lezioni pomeridiane sentendosi sempre più depresso, impotente, eppure
con la voglia di riuscire a fare qualcosa.
Mentre tornava a casa in bicicletta, all’improvviso gli venne in mente
Pick.

La casa dei McCall era una grande costruzione bianca a pianta irregolare
che occupava quasi un acro di terreno lungo il confine settentrionale del
Sinnissippi Park. Il parco prendeva il nome dagli indiani aborigeni di
quella zona e sotto una macchia di aceri giganteschi nell’area recintata a
sudovest, erano disseminati alcuni tumuli funerari. Da un capo all’altro, il
parco misurava più di quaranta acri, quasi tutti coperti da boschi, salvo i
campi di baseball e i parchi gioco. Il parco era delimitato a sud dal Rock
River, a ovest dal Cimitero di Riverside e a nord e a est dalla zona
residenziale di Woodlawn. Il Sinnissippi Park era un’ampia riserva, piena
di sentieri stretti e serpentini, fitta di pini soffocati dal sottobosco e di
ombrose macchie di aceri, olmi e querce. Una cresta rocciosa correva
lungo quasi tutta la zona sud e dominava il Rock River.
Jack aveva avuto il permesso di andare nel parco da solo dopo la quarta
elementare, fino ad allora aveva avuto l’ordine di non oltrepassare i
cespugli che delimitavano il giardino sul retro della casa. Qualche volta
suo padre lo portava con sé a fare una passeggiata, e di tanto in tanto un
giro in bicicletta a cui, qualche rara volta, partecipava sua madre che non
veniva spesso perché era occupata a badare ad Abby. Ma suo padre
lavorava nella tipografia e di solito tornava a casa che era già buio, così il
parco era restato a lungo una zona inesplorata che sussurrava tentatrice
alla giovane mente di Jack parlandogli di avventure e di mistero.
A volte, quando la tentazione era troppo forte, Jack implorava che gli
permettessero di andare nel parco da solo. Appena qualche passo, appena
un minuto, diceva e univa il pollice e l’indice per far vedere quanto fosse
insignificante quello che chiedeva. La risposta di sua madre era sempre la
stessa: doveva restare nel giardino sul retro della casa.
Ma a volte succedono cose imprevedibili e durante l’estate prima
dell’inizio dell’anno scolastico in cui frequentò la seconda classe, a Jack
capitò di andare nel parco da solo nonostante il divieto dei suoi genitori.
Tutto accadde a causa di Pick.
In un caldo pomeriggio di luglio, Jack stava giocando nel cassone della
sabbia con i suoi camioncini e le sue macchinine, quando sentì Sam – Sam
era il cane di casa, un bastardino con il corpo a forma di barilotto — che
uggiolava e abbaiava dietro i cespugli come se avesse scovato un puma,
tanto che alla fine Jack si decise ad abbandonare le sue piste di sabbia e ad
avvicinarsi alla siepe divisoria per vedere cosa stesse succedendo. Quando
arrivò alla recinzione, si rese conto che non riusciva a vedere nulla perché
Sam stava dietro il tronco di un pino oltre i cespugli. Lo chiamò, ma il
cane non si mosse. Jack restò lì per qualche minuto continuando a lanciare
occhiate verso le finestre di casa. Nessun segno di sua madre. Mordendosi
il labbro con espressione testarda e determinata, Jack fece qualche passo
nella zona proibita.
Mentre si faceva strada fra i cespugli, troppo preoccupato per quello che
aveva alle spalle, inciampò e batté la testa contro un ramo. Sentì un dolore
acuto ma si rialzò subito in piedi e riprese ad avanzare.
Sam stava saltando intorno al tronco del pino e andava avanti e indietro
tutto eccitato. Intorno al pino cera un ammasso di arbusti e un pezzo di
stoffa attaccato ai rovi. Quando arrivò più vicino, Jack si rese conto che
quel pezzo di stoffa era in realtà un pupazzo e quando si avvicinò ancora
di più, vide che il pupazzo si muoveva.
— Non stare lì fermo! — gli gridò il pupazzo con una vocina rabbiosa.
— Richiamalo!
Jack afferrò il cane per il collare. Sam cercava di liberarsi dalla presa per
tornare alla sua preda, tanto che alla fine Jack fu costretto a dargli una
sculacciata e il cane si allontanò di corsa tra i cespugli. Allora Jack si
accucciò accanto al pino con gli occhi fissi sul pupazzo parlante. Era un
ometto piccolo con la barba rossastra, camicia e calzoni verdi, stivali e
cintura neri e un berretto fatto di aghi di pino intrecciati.
Jack ridacchiò. — Perché sei così piccolo?
— Perché sono così piccolo?! — gli fece eco quello mentre cercava
disperatamente di liberarsi dai rovi. — E perché tu sei così grande? Ma
non sai proprio nulla?
— Sei vero?
— Certo che sono vero! Sono un elfo!
Jack piegò la testa da un lato. — Come quelli delle favole?
L’elfo diventò più rosso della sua barba — No, non come nelle favole! Da
quando in qua le favole dicono la verità sugli elfi? Immagino che secondo
te gli elfi sono solo dei simpatici abitanti dei boschi che passano la vita a
far capriole al chiaro di luna, non è vero? Be’, non è affatto così. Noi
lavoriamo.
Jack si chinò per vedere meglio. — Che lavoro fate?
— Facciamo di tutto! — Sembrava che all’elfo stesse per venire un colpo
apoplettico.
— Sei proprio buffo — disse Jack accovacciandosi sui calcagni — Come
ti chiami?
— Pick. Mi chiamo Pick — borbottò l’elfo continuando a contorcersi per
liberarsi. — E tu?
— Jack. Jack Andrew McCall.
— Be’ stammi a sentire, Jack Andrew McCall, pensi di potermi aiutare a
venir fuori da questi rovi? Prima di tutto è colpa tua se mi trovo qui…
quello è il tuo cane, no? Be’ il tuo cane stava curiosando dove io lavoravo
e non l’ho sentito. Si è messo ad abbaiare così forte che ho avuto paura e
sono rimasto impigliato qua in mezzo, allora lui ha cominciato ad
annusarmi e a sbavarmi addosso e io mi sono ingarbugliato sempre di
più! — Pick fece un profondo sospiro per calmarsi. — Allora, mi vuoi
aiutare sì o no?
— Certo — rispose Jack di buon grado.
Allungò la mano e Pick gridò: — Sta’ attento con quelle manone, potresti
schiacciarmi! Non sei un tipo maldestro, vero? E nemmeno uno di quei
ragazzini che vanno in giro a calpestare formiche, spero.
Jack sapeva maneggiare bene le mani e in men che non si dica riuscì a
liberare l’elfo dai rovi senza grossi danni per nessuno dei due. Mise Pick
a terra e si sedette. Pick si spolverò i vestiti borbottando qualcosa che
Jack non riuscì a intendere.
— Vivi nel parco? — domandò Jack.
Pick alzò di nuovo gli occhi con espressione irritata e col berretto di
traverso. — Certo che vivo nel parco! Dove altro potrei fare il mio
lavoro? — Puntò un dito verso Jack. — Sai cosa faccio io, Jack Andrew
McCall? Mi prendo cura del parco! Di tutto il parco, da solo! È una
grossa responsabilità per un elfo!
Jack restò colpito. — E come fai?
Pick si aggiustò il berretto. — Sai cos’è la magia?
Jack si grattò il polso dove l’aveva punto un moscerino. — È quella cosa
che ha trasformato Cenerentola in una principessa — rispose dubbioso.
— Per la barba di Noè, raccontano ancora queste vecchie fandonie? Ma
quando si decideranno a dire le cose come stanno? Continuano a parlare
di quelle storie ridicole di matrigne cattive, aspiranti principesse e
scarpette di cristallo perse a corte… come se una scarpetta di cristallo
potesse durare più di cinque minuti su una pista da ballo! — Mentre
parlava continuava a saltare su e giù tanto che Jack si tirò indietro. —
Vorrei dirgli io un paio di cosette sulle vere favole! — proruppe. —
Potrei raccontargli certe storie che gli farebbero rizzare i capelli!
Si fermò di colpo accorgendosi dell’espressione costernata di Jack. —
Oh, non ti preoccupare! — sbuffò. — Questo è un argomento che mi fa
sempre saltare i nervi. Allora, Jack Andrew, parliamo del mio lavoro. Devi
sapere che la magia è in tutte le cose, nella quercia più grande e nel più
piccolo filo d’erba, nelle formiche e negli elefanti. Ma ci deve essere un
certo equilibrio, altrimenti sono guai. È proprio di questo che si occupano
gli elfi. Però non siamo molti e così ci concentriamo dove la magia è più
forte ed è più probabile che succedano pasticci… per esempio in questo
parco.
— Fece un gesto con la mano. — In questo parco ci sono forze magiche
che ci danno molto da fare.
Jack seguì il movimento della mano dell’elfo e annuì. — È davvero
molto grande.
— Troppo grande per la maggior parte degli elfi e te lo dimostrerò! —
esclamò Pick. — Vuoi vedere quanto è grande?
Jack fece cenno di sì e contemporaneamente scosse la testa per dire di
no. Lanciò un’occhiata preoccupata alle sue spalle pensando di nuovo a
sua madre. — Non ho il permesso di andare nel parco — spiegò. — Anzi,
non mi sarei dovuto nemmeno allontanare dal mio giardino.
— Oh — disse Pick piano. Si grattò la barba rossa e poi batté le mani. —
Be’ un pizzico di magia risolverà la questione e ti eviterà qualsiasi
problema. Ecco, prendimi in mano e tirami su. Piano, ragazzo! Ecco,
così! Fammi sistemare… apri la mano col palmo all’insù. Non ti
muovere, adesso chiudi gli occhi. Su, su, chiudi gli occhi, non aver
paura. Chiudi gli occhi e pensa al parco. Riesci a vederlo? Allora,
osserva…
Jack sentì qualcosa di caldo e sciropposo che gli scorreva lungo il corpo
a partire dagli occhi fino alla punta dei piedi. Sentì Pick che si muoveva.
D’improvviso si accorse di stare volando più in alto degli alberi e dei
pali del telefono, al di sopra della grande distesa verde del Sinnissippi
Park. Volava a cavalcioni di un grosso uccello dalle piume bianche e
marrone con due immense ali. Pick stava dietro di lui e, con sua grande
meraviglia, avevano tutti e due le stesse dimensioni. Jack batté gli occhi
incredulo, poi gridò di gioia. L’uccello scese lentamente verso terra,
planando di qui e di là per seguire la corrente del vento, ma il movimento
non dava fastidio a Jack, anzi, gli sembrava che niente potesse farlo cadere
da dove stava appollaiato.
— È così che mi sposto da un punto all’altro del parco — sentì Pick che
diceva e la sua voce gli giungeva chiara nonostante il vento. — Mi porta
Daniel… è un barbagianni molto bravo. Ci conosciamo da un bel po’ di
tempo. Se dovessi andare a piedi, mi ci vorrebbero settimane per
spostarmi da una parte all’altra e non riuscirei a combinare nulla!
— Mi piace! — gridava felice Jack ridendo e Pick rideva con lui.
Volarono in groppa a Daniel per ore - o almeno così sembrò a Jack – dal
Cimitero di Riverside lungo il versante est del massiccio roccioso fino alle
case di Woodlawn e ritorno. Jack osservava tutto con occhi spalancati
pieni di meraviglia: scoiattoli grigi e marroni, uccelli di tutte le specie e di
tutti i colori, topi di campagna, opossum e perfino un tasso. In un
boschetto lungo la riva del fiume intravide un cerbiatto con la sua mamma,
snelli e delicati, che si muovevano quasi invisibili contro il verde degli
alberi. C’erano vecchi pini grigi con i rami coperti di aghi intrecciati a
formare un’armatura che proteggeva il tronco segreto, querce e olmi
torreggianti che spuntavano dalla terra come tante lance possenti; profonde
cavità e gole in cui si raccoglievano foglie secche e ombre, ruscelli e
specchi d’acqua coperti di foglie di ninfee e pullulanti di ranocchie e
minuscoli pesci sfreccianti.
Ma c’era ben più di questo per un bambino pieno di immaginazione.
Dietro ogni vecchio tronco abbattuto c’erano castelli e fortini; c’erano
binari ferroviari su cui correvano locomotive a vapore che attraversavano
antichi ponti di legno nei punti in cui i corsi d’acqua erano troppo larghi
per rischiare il guado; c’erano covi di pirati e miniere piene di tesori; poni
selvatici che correvano più veloci del vento e coguari dal pelo morbido
come seta. Ovunque una storia diversa, un diverso racconto, il sogno di
un’avventura che aspettava di essere vissuta.
E c’era la magia.
— Laggiù, Jack Andrew, vedi? — gridò Pick mentre superavano
velocemente sulla sinistra il ponte di pietra che univa la spaccatura di
roccia in fondo alla quale scorreva il Rock River. — Guarda bene,
ragazzo!
Jack guardò e vide una forma scura e frastagliata che stava aggrappata
sotto l’arcata del ponte, appiattita contro la pietra e quasi invisibile
dall’alto.
— Quello è Wartag, il troll! — disse Pick. — Da queste parti sotto quasi
tutti i ponti c’è un troll, ma Wartag è quello che mi dà più da fare. Se c’è
qualche possibilità di portare scompiglio, lui trova il modo di farlo e così
finisce che la maggior parte del mio lavoro devo dedicarla a disfare il
suo!
Daniel si abbassò fino a sfiorare il ponte e Jack vide Wartag che
indietreggiava furtivo per nascondersi nell’ombra senza però riuscirci del
tutto: un corpo deforme coperto da chiazze di peli neri e gli occhi rossi e
maligni che risplendevano come catarifrangenti di bicicletta.
Daniel lanciò un grido acuto e Wartag si ritrasse.
— A Wartag non piacciono molto i barbagianni! — disse Pick e poi urlò
qualche dispetto al troll prima che Daniel si rialzasse in volo.
Sorvolarono una zona del parco che non avevano ancora visto, un bosco
fitto a est dell’area centrale dove la luce del sole non riusciva a penetrare e
dove tutto era avvolto nell’ombra. Daniel li condusse dentro l’oscurità,
una specie di foschia grigia immersa nel silenzio e nell’odore di legno
marcito. Pick indicò qualcosa davanti a loro e Jack seguì con lo sguardo la
direzione del suo dito. Laggiù c’era l’albero più grosso e ispido che avesse
mai visto, un mostro dagli arti contorti e la corteccia piena di crepe e
bitorzoli che sembrava pronto ad afferrare qualunque cosa passasse lì
vicino. Intorno all’albero non cresceva nulla, né altri alberi, né cespugli,
né erba.
— Che cos’è? — chiese Jack.
Pick gli lanciò un’occhiata reticente. — Quella, mio giovane Jack
Andrew, è la prigione… eterna si spera… del drago Desperado. Che ne
dici?
Jack era annichilito. — Un vero drago?
— Vero come me e te… e posso aggiungere, molto pericoloso. Troppo
pericoloso per essere lasciato libero, ma al medesimo tempo troppo
potente per poter essere distrutto. Non possiamo liberarci di tutto ciò che
ci mette paura o che ci preoccupa, ci sono cose che siamo costretti a
sopportare… come i draghi e i troll, per esempio. I troll, naturalmente,
non sono cattivi come i draghi… i troll combinano guai quando nessuno li
controlla, ma i draghi fanno veramente danno. Sono molto potenti. Jack
Andrew. Figurati che solo il loro fiato può appestare l’aria per miglia e
miglia e le impronte delle loro zampe avvelenano i campi! Certi draghi
sono peggiori di altri, naturalmente, e Desperado è uno di questi.
S’interruppe e guardò Jack battendo gli occhi. — Tutti i draghi procurano
guai, ma Desperado è il peggiore. Ogni tanto riesce a liberarsi e allora ne
succedono di tutti i colori. Per fortuna non accade spesso, ma quando
succede qualcuno lo deve rimettere sotto chiave. — Schiacciò un occhio
con espressione enigmatica. — E per fare questo ci vuole una magia
molto speciale.
Daniel puntò in alto e li portò lontano dalle ombre e dalla foschia grigia.
I raggi del sole colpirono gli occhi di Jack abbagliandolo.
— Jackie!
Gli sembrò che sua madre lo chiamasse. Batté le palpebre.
— Jackie dove sei?
Era proprio sua madre. Batté di nuovo le palpebre e si ritrovò a sedere
sotto il pino con una mano tesa a palmo insù. La mano era vuota e Pick
era scomparso.
Jack ebbe un attimo di esitazione, poi sentì sua madre che lo chiamava di
nuovo e si affrettò verso i cespugli che delimitavano il giardino di casa.
Arrivò troppo tardi per non essere sorpreso da sua madre che dapprima si
allarmò per il bernoccolo che aveva in fronte e poi si arrabbiò quando si
rese conto di quello che era successo. Gli mise un cerotto e lo spedì in
camera sua.
Durante il pranzo Jack parlò di Pick ai suoi genitori che lo ascoltarono
cortesi lanciandosi di quando in quando un’occhiata, poi gli dissero che
andava tutto bene, che la sua era una bellissima storia, ma che qualche
volta succedeva che una botta in testa facesse credere vere cose che in
realtà non erano accadute affatto. Quando Jack insistette nel dire che non
si era inventato nulla e che era tutto vero, i suoi genitori sorrisero di nuovo
e gli dissero che era una bella cosa che lui avesse tanta fantasia. Per
quanto facesse, Jack non riuscì a convincerli che parlava sul serio e alla
fine, dopo una settimana di paziente ascolto, una mattina sua madre si
sedette in cucina davanti a una tazza di latte e biscotti e gli disse che ormai
ne aveva abbastanza.
— Tutti i bambini hanno amici immaginari. Jack — gli disse. — Fa parte
del processo di crescita. Un amico immaginario è qualcuno a cui i
bambini possono parlare dei loro problemi quando nessun altro gli dà
ascolto, qualcuno a cui possono confidare i segreti che non vogliono dire
a nessun altro. Certe volte gli amici immaginari riescono perfino ad
aiutare un bambino a superare un periodo difficile. Pick è il tuo amico
immaginario, Jack, ma tu devi renderti conto che un amico come Pick
appartiene solo a te e a nessun altro, e così deve restare.
Jack cercò Pick per tutta l’estate e anche in autunno, ma non lo trovò più.
Quando suo padre lo portava nel parco, Jack cercava Wartag sotto il ponte
di pietra, ma non trovò mai nemmeno lui. Scrutava il cielo per vedere
Daniel, ma non riuscì mai a vedere nessun uccello che fosse più grande di
un pettirosso. E quando convinse suo padre a inoltrarsi nella parte più folta
del bosco - una fatica che fece dire a suo padre parole che non usava
spesso - non c’era alcun segno dell’albero che teneva prigioniero
Desperado.
A un certo punto Jack rinunciò a cercare. La scuola e i suoi amici
assorbirono tutta la sua attenzione, passò il giorno del Ringraziamento e
arrivò Natale. Quell’anno ricevette in regalo una bicicletta a due ruote e un
trenino elettrico. Di tanto in tanto gli venivano in mente Pick, Daniel,
Wartag e Desperado, ma piano piano il ricordo cominciò a offuscarsi.
Dimenticò molti particolari della sua avventura estiva nel parco e quello
che era accaduto prese i contorni delle favole che Pick detestava tanto.
Ben presto Jack aveva smesso del tutto di almanaccare sull’argomento e
non ci aveva pensato più fino a quel giorno.

Jack percorse in bicicletta il vialetto di casa, meravigliandosi che


all’improvviso potesse ricordare tutti i particolari che aveva dimenticato.
Erano nitidi nella sua mente, nitidi come lo erano stati il pomeriggio in cui
erano accaduti… se erano davvero accaduti… non ne era più tanto sicuro,
in fondo allora non era che un bambino. Forse i suoi genitori avevano
ragione: lui poteva aver immaginato tutto.
Ma allora perché adesso ricordava così chiaramente?
Salì in camera sua a pensare, scese per mangiare e ritornò subito di
sopra. Durante la cena, i suoi genitori lo avevano guardato con una strana
espressione negli occhi… forse per controllare se si vedevano i primi
segni della sua agonia, pensò Jack, e questo pensiero gli dette una strana
sensazione.
Si accorse che non riusciva a concentrarsi sui compiti e comunque, si
disse, era venerdì e aveva due giorni di vacanza. Spense lo stereo, chiuse i
libri e restò seduto. Gli arrivava alle orecchie il ticchettio leggero
dell’orologio sul comodino mentre riandava col pensiero a quello che era
accaduto quasi sette anni prima. Quello che poteva essere accaduto, si
corresse, per quanto, più ci pensava, più si convinceva che era accaduto
davvero. Il buon senso gli diceva che era matto, ma quando uno sta per
morire non ha molto tempo da perdere col buon senso.
Alla fine si alzò, scese nel seminterrato, prese in mano il telefono e
chiamò Waddy. Il suo amico rispose al secondo squillo, parlarono di
questo e quello per circa cinque minuti, poi Jack disse: — Waddy, credi
nella magia?
Waddy scoppiò a ridere. — Come quella delle canzoni?
— No, voglio dire gli incantesimi e roba del genere.
— Che specie di magia?
— Che specie?!
— Sììì… che specie? Ci sono diverse specie di magia, no? Magia nera e
magia bianca, la magia dei maghi e le pozioni delle streghe, le terribili
maledizioni del New England, le fate e gli elfi…
— Questa specie: fate e elfi. Pensi che possa esistere una magia di questa
specie da qualche parte?
— Mi stai chiedendo se credo nelle fate e negli elfi?
Jack esitò. — Be’… sì.
— No.
— Proprio no, no?
— Stammi a sentire, Jack, che ti sta succedendo? Non si tratterà della
storia che stai per morire, eh? Ti ho già detto che non ti devi preoccupare.
— Non mi preoccupo. Stavo solo pensando… — Si fermò, incapace di
dire a Waddy quello che stava pensando perché sarebbe suonato strano. E
poi, a parte i suoi genitori, non aveva raccontato a nessuno di Pick.
Dall’altra parte del filo ci fu un silenzio pensieroso. — Se mi stai
chiedendo se credo che ci sia qualche magia che salva le persone dalla
morte, allora ti rispondo di sì, credo che ci sia.
Non era esattamente quello che Jack aveva chiesto, ma la risposta lo fece
sentire meglio. — Grazie, Waddy. Ti spiegherò un’altra volta.
Riattaccò il ricevitore e salì le scale. Era arrivato al pianerottolo, quando
sentì suo padre che gli chiedeva di scendere. Suo padre gli disse che
aveva parlato col dottor Muller e che il dottore voleva che il lunedì
seguente Jack si ricoverasse in ospedale per essere sottoposto ad altri
esami. Forse sarebbe dovuto restare lì per qualche giorno. Jack sapeva
cosa voleva dire: avrebbe fatto la fine di zio Frank, gli sarebbero caduti i
capelli, avrebbe avuto sempre la nausea e si sarebbe consumato fino a
morire. Non voleva che succedesse. Lo disse a suo padre e, senza
aspettare risposta, corse nella sua stanza, chiuse la porta, si svestì, spense
le luci e s’infilò tremando nel letto.

Dormì qualche ora e si svegliò che era mezzanotte. Aveva sognato, ma


non ricordava cosa. Mentre stava sdraiato al buio, gli parve di sentire
qualcuno che lo chiamava. Si sollevò appoggiandosi su un braccio e
ascoltò il silenzio. Restò così a lungo, immerso nei pensieri.
Poi si alzò, s’infilò i jeans, la maglietta e le scarpe da ginnastica,
cercando di non far rumore. Raggiunse il portico sul retro, ma non si
accorse di Sam che dormiva sulla soglia, inciampò e cadde battendo la
testa sul bordo di un tavolo. La vista gli si oscurò per qualche istante, poi
riaprì gli occhi. Sam si era rannicchiato in un angolo mezzo morto di paura
e Jack fu sorpreso che non abbaiasse perché, se l’avesse fatto, i suoi
genitori si sarebbero svegliati. Riconoscente, accarezzò il cane sulla testa
per rassicurarlo, s’infilò la giacca a vento e scivolò oltre la porta
schermata.
Il silenzio lo avvolse. Jack attraversò a passi felpati il prato umido,
s’infilò fra i cespugli e si ritrovò nel parco. Era una notte calda e senza
vento, la luna piena brillava nel cielo terso e la sua luce argentea filtrava
attraverso i rami degli alberi cacciando le ombre. Jack respirò l’aria che
odorava di aghi di pino e di lillà. Non sapeva cosa avrebbe detto ai suoi
genitori se lo avessero trovato lì, sapeva solo che doveva trovare Pick.
Qualcosa dentro di lui gli sussurrava che doveva farlo.
Arrivò al grande pino e scrutò fra i rami spinosi. Nessuna traccia di Pick.
Fece qualche passo indietro e si guardò intorno, i grilli stridevano in
lontananza.
Davanti a lui a est verso il muro di alberi dove iniziava il bosco fitto si
stendevano i campi di baseball; a sud poteva scorgere la riva scoscesa del
fiume simile a una ferita slabbrata nel cielo notturno; il cimitero era
nascosto oltre l’altura a ovest. Tutto era immobile.
Jack si approssimò al bordo del campo di baseball più vicino. Si sentiva
ansioso e leggermente a disagio. Forse stava commettendo uno sbaglio.
Poi uno stridio ruppe il silenzio e Jack intravide un’ombra che
attraversava rapida il chiarore lunare sopra di lui.
— Daniel! — gridò.
Un brivido di eccitazione lo percorse e cominciò a correre. Daniel volava
in cerchio lungo la riva del fiume. Jack lo vide scendere e risalire verso il
cielo in direzione del vecchio ponte di pietra dove viveva Wartag.
Quando arrivò al ponte, Jack rallentò circospetto ricordandosi dello
sguardo maligno del troll, poi sentì qualcuno che lo chiamava e riprese a
correre. Scivolò lungo il pendio bagnato accanto al pilone ovest del ponte
e scrutò nell’ombra.
— Jack Andrew McCall, dove sei stato tutto questo tempo? — sentì Pick
che chiedeva senza nemmeno avere la cortesia di dirgli prima ciao. — Ti
ho aspettato per ore!
Da principio Jack non riuscì a vederlo e procedette a tentoni nel buio.
— Sono quassù, ragazzo!
Quando riuscì ad abituarsi all’oscurità, Jack intravide qualcosa appeso a
un gancio sotto l’arcata del ponte. Era una gabbia di pietra. Allungò la
mano e la sollevò per guardarci dentro.
Pick sembrava tale e quale a quello che era sette anni prima: un ometto
minuscolo con la barba rossastra, calzoni e camicia verdi, cintura e stivali
neri e quello strano berretto di aghi di pino intrecciati. Era troppo buio per
vedere se aveva la faccia arrossata, ma dal tono eccitato della sua voce si
sarebbe detto di sì. Continuava a saltellare prima su un piede e poi
sull’altro, su e giù, come se i suoi stivali stessero andando a fuoco.
— Che ci fai lì dentro? — gli chiese Jack.
— Che ti sembra che stia facendo… un bagno forse? — Il caratteraccio di
Pick era sempre lo stesso. — Adesso stammi a sentire, Jack Andrew, e fa’
molta attenzione perché non ho tempo di dirlo una seconda volta! — Pick
era eccitato e la sua voce sottile era diventata stridula. — Wartag mi ha
teso una trappola e io ci sono cascato. Ci prova spesso, ma in genere io
sono troppo furbo per lasciami prendere. Questa volta mi ha sorpreso
mentre dormivo, mi ha rinchiuso in questa gabbia e mi ha abbandonato al
mio destino. Adesso lui è nel folto del bosco a combinare guai… vuole
liberare Desperado!
Puntò il dito verso Jack. — Tu devi fermarlo!
Jack trasalì. — Chi? Io?!
— Sì, tu! Come vedi, io sono in trappola e non posso!
— Allora ti libero!
Pick scosse la testa. — Ho paura che non potrai farlo! Le trappole di un
troll non hanno né serrature né chiavi, uno deve aspettare che cadano a
pezzi. Non ci vuole molto tempo… un giorno o due al massimo. E poi
anche se tu riuscissi a liberarmi, non servirebbe a niente perché dopo
essere stato imprigionato in una gabbia di pietra, un elfo perde i suoi
poteri magici per una luna. Questo lo sanno tutti!
Jack deglutì. — Ma Pick, io non posso…
— Smettila di discutere! — lo interruppe l’elfo infuriato. — Prendi
questa! — Spinse qualcosa attraverso le sbarre della gabbia. Era una
minuscola spilla d’argento. — Appuntala sulla giacca. Fintanto che la
porterai, io potrò vedere quello che vedi tu e dirti cosa fare. Sarà come se
stessi con te. Adesso sbrigati! Inseguì quel dannato troll!
— Ma cosa ne sarà di te? — domandò Jack ansioso.
— Non ti preoccupare! Starò benissimo!
— Ma…
— Al diavolo, Jack! Sbrigati!
Jack fece quello che gli era stato detto, spronato dal tono incalzante della
voce di Pick. Si dimenticò della ragione che lo aveva portato fin lì, si
appuntò frettolosamente la spilla d’argento al colletto della giacca e corse
via. Si arrampicò su per la scarpata, superò di gran carriera la fila di alberi
che delimitava i campi di baseball e si lanciò come un razzo attraverso i
campi esterni verso la massa scura di alberi a est. Guardò in alto un paio
di volte per cercare di vedere Daniel, ma il barbagianni era scomparso.
Jack sentiva il cuore che gli balzava nel petto e il soffio rauco del proprio
respiro.
Udiva la vocina di Pick che gli parlava da qualche parte all’interno del
suo orecchio sinistro, incitandolo a far presto, ma quando tentò di
chiedergli qualcosa, Pick lo interruppe ammonendolo di concentrare la
sua attenzione sul compito che lo aspettava.
Jack raggiunse il limitare est del parco e scomparve fra gli alberi. I raggi
della luna erano schegge di luce che punteggiavano il folto baldacchino di
rami. Jack corse su e giù per le colline, scivolò lungo i pendii coperti di
foglie mentre gli alberi intorno a lui si facevano sempre più fitti.
Alla fine inciampò in una radice e cadde in ginocchio ansando. Quando
rialzò la testa, si accorse di due cose. Primo, il bosco intorno a lui era
silenzioso; secondo, c’era uno strano chiarore verdastro che turbinava
nell’oscurità.
— Siamo arrivati troppo tardi, Jack Andrew — sentì Pick che diceva
sottovoce. — Quel testone di un troll l’ha già fatto! Desperado è libero!
Jack si rialzò in piedi. — Che faccio adesso, Pick?
La voce di Pick era tranquilla. — Che fai, Jack? Devi fare quello è
necessario fare. Cattura Desperado!
— Io?! — Jack era senza parole. — Cosa dovrei fare?! Io non so niente
dei draghi!
— Quisquilie! Non è mai troppo tardi per imparare e c’è sempre da
imparare. Diamoci da fare, ragazzo. Avanti! Presto!
Jack prese ad avanzare e i suoi piedi si muovevano indipendentemente dal
suo cervello che in quel preciso momento gli stava dicendo di andarsene
di lì. Il chiarore verdastro cominciò ad addensarsi intorno a lui,
avvolgendolo e impregnando il bosco di un odore acre come di gomma
bruciata. Nell’aria notturna un sentore di morte e il sussurro di qualcosa di
antico e malefico che si riverberava da qualche punto in lontananza. Jack
ricacciò indietro la paura.
Superò un ammasso di cespugli e si ritrovò in una radura circondata di
pini. Si fermò. Qualcosa si aggirava sul terreno a una decina di metri da
lui, qualcosa di piccolo, nero e peloso che esalava una nebbiolina come
quella che aleggia nell’aria in un mattino d’inverno.
— Oh, cielo! — mormorò un invisibile Pick.
— Che cos’è? — gli domandò Jack in preda all’ansia.
Pick schioccò la lingua. — A quanto pare Wartag ha imparato a sue spese
cosa significa mettersi a scherzare con i draghi.
— Quello è Wartag?
— Più o meno. Dai, muoviti, Jack, non ti preoccupare del troll.
Ma a questo punto il cervello di Jack aveva ripreso il controllo dei piedi.
— Pick, non voglio avere più niente a che fare con questa storia. Non
posso combattere contro un drago! Io sono venuto perché… perché ho
scoperto che…
— Che stavi per morire.
Jack restò a bocca aperta. — Sì, ma come…?
— …come faccio a saperlo? — concluse Pick. — Perdindirindina,
ragazzo! Per quale ragione pensi di essere qui? Adesso stammi bene a
sentire. È tempo che affronti una verità piuttosto spiacevole: devi
combattere contro il drago che tu lo voglia o no. Lui sa che sei qui e se
cerchi di scappare ti inseguirà. Deve essere rinchiuso di nuovo, Jack. Tu
puoi farlo, credimi.
Jack sentiva il cuore battergli all’impazzata. — Ma come?
— Oh, è piuttosto semplice. Devi mandarlo via e ricacciarlo nella sua
prigione, ecco tutto! Allora, vediamo… ecco! Alla tua sinistra!
Jack fece qualche passo e si chinò. Era un vecchio coperchio di
pattumiera. — Uno scudo! — sentì Pick che esclamava. — E là… ecco!
— Jack si spostò verso destra e si chinò di nuovo. Era un bastone
abbandonato da qualche escursionista. — Una spada! — proclamò Pick.
Jack guardò prima il coperchio e poi il bastone e scosse la testa
preoccupato. — Ma è ridicolo! E io dovrei combattere il drago con
questi?
— Con questi e con quello che hai dentro di te — replicò Pick piano.
— Ma non posso…
— Sì che puoi.
— Ma…
— Jack! Devi farlo! Devi! — Pick pronunciò queste parole in un tono che
non ammetteva repliche. — Non capisci? Allora non sei stato a sentire!
Devi lottare non solo per salvare me e il parco! Devi lottare per salvare te
stesso!
Jack si sentiva confuso. Che centrava lui con tutto questo? Non aveva
senso. Ma qualcosa dentro di lui gli diceva che l’elfo aveva ragione.
Ricacciò indietro la paura e i dubbi, brandì la spada e lo scudo di fortuna e
si fece avanti. Camminava in fretta temendo che, se avesse rallentato, non
ce l’avrebbe fatta a proseguire. Si fece strada circospetto fra gli alberi in
mezzo alla foschia verdastra. Forse il drago non era così terribile come lui
immaginava, forse non era come i draghi delle favole. Pick non lo
avrebbe mandato a combattere un mostro del genere contro il quale non
poteva avere alcuna possibilità di vittoria.
Qualcosa si mosse davanti a lui.
— Pick? — sussurrò ansioso.
All’improvviso dalla foschia si sollevò un’ombra enorme e minacciosa
che oscurò la luce. Jack si voltò di scatto indietreggiando.
Era Desperado. Il drago sorse nella notte come una muraglia,
ondeggiando e sussultando, un ammasso di squame e scaglie lucenti, una
creatura dai lunghi artigli, un essere nato dagli incubi più terribili di Jack.
Aveva una forma ed era allo stesso tempo informe, era composto da pezzi
e brandelli delle paure e dei dubbi strappati a mille ricordi dimenticati.
Bloccava il sentiero con la sua mole, massiccio come l’albero contorto da
cui era stato liberato.
Jack si arrestò barcollando senza fiato. Due occhi di pietra lo
inchiodarono dove si trovava. Sentiva il calore del drago contro la sua
pelle e allo stesso tempo un freddo intenso alla bocca dello stomaco;
sudava e tremava e si sentiva mancare il respiro. Non riusciva più a
pensare e aveva solo delle reazioni istintive. Il sibilo di Desperado gli
risuonava nella bocca dello stomaco e gli diceva che non aveva né scudo
né spada, gli diceva che non c’era nessuno ad aiutarlo e che sarebbe morto.
In preda alla disperazione, sentì la paura penetrargli nelle ossa e
impregnarlo del suo orribile sapore. Fuori di sé Pick gli gridava
all’orecchio: — Svelto, Jack Andrew, svelto! Caccia via il drago!
Ma Jack stava già correndo alla cieca fra la foschia e gli alberi nel
tentativo di sfuggire a Desperado. Era più forte di lui, non riusciva più ad
ascoltare Pick, non riusciva più a ragionare. Tutto quello che riusciva a
fare era correre più forte che poteva per allontanarsi da quello che gli stava
di fronte. Aveva solo tredici anni! Era solo un ragazzo! Non voleva morire!
Si lasciò alle spalle il bosco e attraversò alla disperata i campi di baseball
in direzione del ponte dove Pick era prigioniero nella gabbia. Il cielo
aveva un aspetto strano, punteggiato di riccioli di nuvole e bagliori di luce
verdastra. Dappertutto, foschia e ombre. Jack chiamò a gran voce Pick
perché lo aiutasse, ma quando fu vicino al ponte, l’arcata di pietra sembrò
spalancarsi come una bocca gigantesca e il drago apparve davanti ai suoi
occhi. Jack si voltò e corse verso i tumuli dove gli spettri degli indiani
Sinnissippi danzavano nell’ombra al rullio di tamburi che solo loro
potevano sentire. Ma anche lì trovò il drago che lo aspettava. Lo aspettava
anche al cimitero strisciando come un serpente fra le file ordinate di pietre
tombali e le lapidi; lo aspettava fra le case immerse nel verde di
Woodlawn. Lo aspettava dovunque andasse. Jack corse da un capo
all’altro del parco e dovunque il drago era lì che lo aspettava.
— Pick! — invocò a gran voce. — Pick! — Nessuna risposta. Quando
finalmente cercò con lo sguardo la spilla d’argento, si accorse di averla
persa.
— Oh, Pick! — singhiozzò.
Alla fine smise di correre, esausto e si ritrovò di nuovo nel folto del
bosco da dove era fuggito: aveva corso in lungo e in largo, ma non si era
mai mosso di lì. Desperado era ancora davanti a lui, incubo mostruoso e
informe a cui non poteva sfuggire. Sentiva il drago intorno, sopra, sotto e
perfino dentro di sé. Il drago era all’interno della sua testa che lo
stritolava, lo accecava, gli rubava la vita…
Come una malattia.
La scoperta lo fece trasalire.
Come la malattia che lo stava uccidendo.
Devi lottare per salvare te stesso, aveva detto Pick. Gli tornarono in
mente le parole dell’elfo e il loro significato gli apparve chiaro e
inequivocabile. Cominciò a gridare sopraffatto da un’ondata di emozioni
confuse. Si liberò dalla paura come se si liberasse da una pesante cappa
che lo opprimeva e, incurante del pericolo, caricò Desperado senza badare
alla sua mole immensa. Con sua grande meraviglia, il bastone e il
coperchio della pattumiera fiammeggiarono trasformandosi nella spada e
nello scudo che gli erano stati promessi. Sentì una fiammata che lo
investiva e fu come se si trasformasse lui stesso in acciaio. Si gettò su
Desperado colpendolo con le sue armi. Ricaccialo indietro! Imprigionalo
di nuovo!
Le grandi sagome contorte del drago e dell’albero apparvero sovrapporsi
e la notte e la foschia s’infittirono. Jack nuotava in una nebbia di immagini
frastagliate; sentiva suoni che potevano provenire da qualunque parte e
dentro di sé qualcosa che si ritirava. Si slanciò ancora in avanti sentendo
che Desperado cedeva davanti ai suoi attacchi: la sensazione di calore,
l’odore di gomma bruciata, lo stridore delle squame e delle scaglie
divennero così intensi che quasi ne fu sopraffatto.
Poi Desperado scomparve. La spada e lo scudo tornarono a essere un
bastone e un coperchio di pattumiera, la foschia verdastra si dissolse nella
notte e Jack si ritrovò aggrappato al tronco curvo e rugoso del grande
albero che era la prigione di Desperado.
Fece un passo indietro, ammutolito.
— Pick! — urlò ancora, ma nessuno rispose.
Poi tutto si oscurò e Jack cadde a terra.

Quando si svegliò, era all’ospedale e la testa fasciata gli pulsava


dolorosamente. Chiese che giorno fosse e l’infermiera di turno lo informò
che era sabato. Disse che, la notte precedente, aveva fatto una brutta
caduta nel portico sul retro della casa, che i suoi genitori lo avevano
trovato solo al mattino e lo avevano portato all’ospedale. Poi aggiunse
enigmatica che doveva considerarsi un ragazzo fortunato.
Poco dopo arrivarono i suoi genitori, tutti e due visibilmente turbati, che
alternativamente lo abbracciavano stretto e lo rimproveravano di essere
stato così sciocco. Jack si sentiva ancora piuttosto stordito e non capiva
molto di quello che gli dicevano. Poi intervenne l’infermiera che li fece
allontanare e Jack si riaddormentò.
Il giorno seguente arrivò il dottor Muller. Visitò Jack emettendo grugniti
e borbottii, gli prelevò il sangue, lo mandò a fare una radiografia, emise
qualche altro grugnito e borbottio e se ne andò. Quando tornarono, i suoi
genitori gli dissero che per sicurezza sarebbe rimasto in ospedale ancora
qualche giorno. Jack replicò che non voleva essere sottoposto a nessuna
terapia e loro gli promisero che così sarebbe stato.
Lunedì mattina, i suoi genitori e il dottor Muller arrivarono insieme. Sua
madre piangeva e lo chiamava “Jackie” e suo padre sorrideva come il
gatto del Cheshire. Il dottor Muller gli disse che, mentre lui dormiva,
avevano completato tutti gli esami e che i risultati erano incoraggianti. La
malattia del sangue non era così grave come era sembrato in un primo
momento, l’avevano individuata in tempo e poteva essere curata.
— Devi capire. Jack, che ti dovrai sottoporre a una leggera terapia — lo
avvertì il dottor Muller. — Possiamo farlo qui… non c’è nulla di cui
preoccuparsi.
Jack sorrise. Non era preoccupato, sapeva di star bene. L’aveva saputo
nel momento preciso in cui aveva ricacciato Desperado dentro l’albero.
Era stato quello lo scopo della sua lotta contro il drago: ricacciare indietro
la sua malattia. Jack non era sicuro che quella notte Pick avesse davvero
perso i suoi poteri magici o se glielo avesse lasciato solo credere, ma era
sicuro di una cosa: l’elfo aveva voluto che lui tornasse nel parco per farlo
combattere da solo contro il drago. Era quella la magia speciale di cui gli
aveva parlato, la magia che gli aveva permesso di vivere.
Jack tornò a casa alla fine della settimana e riprese la scuola in quella
successiva. Quando informò Waddy Wadsworth del fatto che dopo tutto
non sarebbe morto, il suo amico lo abbracciò e gli ricordò che lui glielo
aveva sempre detto. Il dottor Muller gli consigliò di prendersela con calma
e lo sottopose a terapia durante tutti i mesi estivi. Ma non ci fu nessuna
caduta di capelli né calo di peso e i mal di testa con perdita della vista
scomparvero. Un certo giorno il dottor Muller gli disse che ormai era
completamente guarito e che non c’era più bisogno di alcuna terapia.
Jack non rivide più Pick. Una o due volte gli parve di vedere Daniel, ma
non ne era sicuro. Cercò l’albero che teneva prigioniero Desperado, ma
non riuscì a trovarlo e non cercò mai Wartag. Qualche anno dopo prestò
servizio al parco durante l’estate e gli sembrò così di ricambiare in qualche
modo quello che Pick aveva fatto per lui. Talvolta, quando si trovava solo
nel parco, poteva sentire la presenza del suo amico. Non poteva vederlo,
ma non aveva importanza, gli bastava sapere che era lì.
Naturalmente non raccontò mai a nessuno dell’elfo. Non avrebbe fatto
quello sbaglio una seconda volta.
Era proprio come gli aveva detto sua madre quando era piccolo. Un amico
come Pick apparteneva solo a lui e così doveva restare.
Titolo originale: Imaginary Friends
C.J. CHERRYH
GWYDION E IL DRAGO
C’ ERA una volta un drago e c’era una volta un principe che decise
di conquistare la mano della maggiore e più graziosa di due
principesse.
Non che il principe volesse realmente sposare una delle due - anche se si
diceva che Eri fosse saggia e gentile, dolce e bella quanto sua sorella
Glasog era crudele e sgraziata - la verità era che il principe avrebbe
sposato indifferentemente o luna o l’altra, se così facendo fosse riuscito a
salvare suo padre e il suo popolo, e nessuna delle due se fosse toccato a lui
decidere in merito. Il giovane si chiamava Gwydion ap Ogan ed era
l’ultimo dei principi di Dyfed.
Dovete sapere che essere un principe di Dyfed non significava certo
marciare accompagnato da stendardi e squilli di tromba, indossare
armature dorate e avere una folla di cortigiani. Il palazzo di re Ogan era
una casa di pietra dalla pianta irregolare al cui interno, dalle travi del
soffitto, pendevano pignatte e vecchie bardature di cavalli. Le ricchezze di
re Ogan erano rappresentate da mandrie di porci e prati a pascolo e lo
stesso valeva per tutti i suoi sudditi. Il cavallo da battaglia di Gwydion era
un castrato nero, con una macchia bianca e le zampe pelose, che aveva
combattuto contro i banditi scesi dai monti. La sua armatura, adatta a
quelle guerriglie continue, era fatta di pezzi di cuoio consunti e scalfiti, e
di maglia di ferro in cui le rappezzature spiccavano lucenti fra gli anelli
anneriti. Gwydion non aveva né lancia né stendardo perché nel regno di
Ogan i cavalieri cacciavano sui monti e fra i boschi, e non erano
equipaggiati come quelli delle pianure che avevano armature pesanti. Le
sue armi erano una spada leggera, un arco e un fascio di frecce con
l’impennaggio di piume grigie.
Il compagno che gli cavalcava accanto in sella a un pony di colore baio -
il fatto che fosse lì non dipendeva da Gwydion - era Owain ap Llodri,
figlio del capocaccia e suo buon amico, ma non il suo scudiero. Owain
aveva preso in prestito la giumenta baia e lo aveva atteso lungo la strada
perché dava per scontato di dover andare con lui, convinto altresì del fatto
che Gwydion non gliel’avrebbe mai chiesto per un senso di amicizia. Così
Owain aveva deciso di evitargli l’imbarazzo.
La vecchia cagna con le orecchie pendenti che trottava fra le zampe dei
cavalli si chiamava Mili. Mili, che lottava con accanimento contro i
banditi, non aveva dato retta né alle preghiere di Gwydion né agli ordini di
Owain di tornare indietro. Le pietre che le avevano lanciato erano riuscite
ad allontanarla per qualche momento, ma poi era ricomparsa. Mili era fatta
così e così era fatto Owain e Gwydion non sapeva dire di no a nessuno dei
due. Perciò adesso Mili ansimava per tenersi al passo con Blaze dalle
zampe pelose e con la giumenta baia dal muso tozzo che forse si chiamava
Swallow o forse no - i poeti non lo dicono - e mentre cavalcavano, Owain
e Gwydion parlavano fra loro di cani e di caccia.
Fu così - come riferiscono gli stessi poeti - che il principe Gwydion
penetrò nel regno di re Madog.
Nessuno a Dyfed sapeva da dove Madog fosse venuto. Alcuni dicevano
che fosse arrivato dal mare; altri che fosse figlio di un romano e di una
pitta e che avesse ereditato i poteri magici da sua madre. Altri ancora
dicevano che tali poteri gli venivano grazie a un patto che aveva stretto
con un drago. Doveva esserci sicuramente un drago perché, quando
Madog conquistava un territorio, avvenivano sempre devastazioni da un
capo all’altro di Dyfed.
Fonti attendibili dicevano che all’inizio Madog aveva chiesto aiuto a re
Bran - il cui regno era al di là delle montagne - per trovare rifugio presso
la sua corte e che Bran aveva messo gli occhi sulla sua figlia maggiore,
anzi aveva perso la testa per lei e aveva implorato Madog di dargliela in
sposa.
“Dammi tua figlia” aveva detto Bran a Madog “e potrai chiedermi
qualunque cosa.” Madog gli aveva confessato che Eri era già promessa a
un terribile drago che talvolta prendeva forma umana e che aveva gettato
un incantesimo su Madog e tutta la sua casa. Se Bran fosse riuscito a
sopraffare il drago, Madog gli avrebbe concesso Eri in sposa insieme alla
sua benedizione e Bran avrebbe potuto contare sulla sua gratitudine e sui
suoi poteri magici; ma se Bran fosse morto senza eredi, avrebbe dovuto
lasciare a lui tutti i suoi possedimenti.
Fu questo l’inizio del regno di Madog. Bran era talmente innamorato che
giurò solennemente, morì quel giorno stesso e Madog regnò al suo posto.
Madog aveva poi fatto la stessa proposta in successione a tre re suoi
vicini: sarebbero diventati suoi alleati e avrebbero unito i loro regni se il
loro figlio più giovane avesse conquistato Eri uccidendo il drago e avesse
avuto un erede. Ma nessuno era tornato da quelle spedizioni e dopo di loro
erano partiti i fratelli più grandi e così via fino a che tutti i figli di tutti e tre
i re erano morti e i vari regni erano caduti sotto il dominio di Madog.
Allora Madog aveva mandato i suoi messaggeri a re Bran e tutti i figli di
Bran — l’ultimo dei quali di nome Rhys era amico di Gwydion —
avevano perso la vita. Re Bran si era ammalato ed era morto.
Ormai si mormorava che in realtà il drago era al servizio di Madog e che,
grazie a lui, Madog era diventato potente, ma nessuno osava nemmeno
immaginare a quali condizioni. Si diceva anche che questo drago avesse
l’aspetto di un cavaliere vestito con una strana armatura e che sarebbe
diventato il marito di Eri se nessun altro fosse riuscito a conquistarla.
Qualcuno lasciava intendere - ma non si avevano prove sicure - che il
cavaliere-drago fosse venuto da una terra oltre il mare e che avesse
divorato i figli e le figlie di molti re poiché era questo il tributo
promessogli da Madog in cambio dei suoi poteri magici. Ma fosse vera o
no questa voce, il fatto certo era che il drago imperversava in lungo e in
largo sulle terre di Madog e non disdegnava di divorare anche i figli e le
figlie dei contadini e dei pastori. La sua ombra era devastatrice, il suo fiato
inaridiva gli alberi, ma nessuno che fosse riuscito a vederlo sotto un
aspetto diverso da quello di drago era mai tornato per raccontarlo, a
eccezione forse di Madog e - si mormorava - della sua figlia più giovane,
Glasog, che era una maga crudele come suo padre.
Alcuni dicevano che Glasog poteva prendere l’aspetto di una cornacchia
e volare per scegliere dall’alto le prede destinate al drago. Il popolo la
chiamava la Cornacchia di Madog e temeva il suo sguardo. Alcuni
dicevano che fosse solo lei la vera figlia di Madog il quale aveva invece
rapito Eri a sua madre, una fata che aveva poi consegnato al drago; altri
dicevano che le due erano gemelle e che Eri aveva preso tutte le
caratteristiche buone, mentre sua sorella Glasog…
“Il principe Gwydion” aveva detto Glasog a suo padre “sarebbe già
venuto l’anno scorso col suo amico Rhys, ma suo padre non gli ha dato il
permesso. Il principe Gwydion non farà mai entrare in guerra il suo regno
se esiste un’alternativa. Sono sicura che persuaderà suo padre.”
“Bene” aveva detto Madog. “Molto bene.” Il re aveva sorriso, ma Glasog
no, perché stava pensando al drago. Glasog non si faceva illusioni: il drago
aveva promesso a suo padre che lo avrebbe fatto re di tutto il Galles se
Madog fosse riuscito a impossessarsene in sette anni, e tale sarebbe
rimasto col suo aiuto per altri settantasette.
Ma se entro sette anni non fosse riuscito a conquistare tutti i regni di
Dyfed, se un solo re ostinato avesse resistito un solo giorno oltre i sette
anni assegnati e gli avesse impedito di impadronirsi della più piccola
roccaforte occidentale, allora l’accordo sarebbe stato nullo, Madog
avrebbe perso tutto e il drago avrebbe preteso un pegno di sua scelta.
Un dubbio tormentava Glasog: che in realtà il drago avesse sempre avuto
l’intenzione di impadronirsi di tutti i regni dell’ovest col minimo sforzo, e
avrebbe permesso a suo padre di conquistarli tutti meno uno, rendendo in
tal modo nullo l’accordo. C’è da aggiungere che tutti i generali degli
eserciti sconfitti erano dell’opinione che non sarebbe stato possibile
impadronirsi del regno di Ogan con la forza, perché il suo territorio era
montagnoso e offriva molte possibilità di resistenza, e nemmeno le fiamme
del drago potevano arrivare fin lassù. Ma soprattutto c’era la favoleggiata
Fortuna di Ogan, grazie alla quale non esisteva arma che potesse
sconfiggere i figli di Ogan.
“Vedrai” aveva detto Madog, e indubbiamente suo padre era molto abile
e astuto e sapeva come far cadere un uomo in trappola facendo leva sul
suo orgoglio. Esiste sempre un modo per riuscire a rompere un
incantesimo e anche questo aveva un punto debole. Infatti non c’è
incantesimo, per quanto potente sia, che non lo abbia.
Ogan aveva un figlio, il principe Gwydion.
“Lo faremo venire fin qui” aveva detto Madog a sua figlia “e vedremo
quanto vale la sua fortuna.”
I generali avevano detto: “Se vuoi avere la possibilità di vincere la
guerra, liberati di Gwydion.”
Ma, d’accordo con sua figlia, Madog aveva risposto che cerano altri
modi di trattare con Gwydion.

— Sembra che non sia cambiato nulla — disse Owain mentre


superavano la pietra di confine.
Era vero. All’apparenza non si notava alcun cambiamento e non si
avvertiva alcun sentore malefico o minaccioso. Avrebbe potuto essere una
di quelle giornate estive quando andavano a cacciare con Rhys. Ogni
estate avevano l’abitudine di andare a caccia insieme e l’anno precedente,
verso l’autunno, avevano seguito le tracce del bandito Llewellyn fino al
suo covo sorprendendolo con un gregge di pecore rubate. Ma durante la
primavera i figli di Bran erano partiti per conquistare la figlia di Madog e
uno dopo l’altro erano morti. L’ultimo, all’inizio dell’estate, era stato
proprio Rhys.
Se fosse dipeso da lui, Gwydion sarebbe partito da tempo e comunque
molto prima di Rhys. Fin dalla prima volta in cui il messaggero di Madog
era venuto a sfidare i re di Dyfed perché scendessero in guerra o
prendessero l’impegno nuziale, Gwydion si era recato da suo padre, re
Ogan, e da sua madre, la regina Belys, implorandoli di permettergli di
mettere alla prova la sua fortuna contro Madog. Da allora aveva di nuovo
tentato in varie occasioni, ma Ogan gli aveva sempre rifiutato il proprio
assenso sostenendo che gli altri principi, abituati alle guerriglie sui loro
confini, erano meglio armati e più adatti di lui a quell’impresa e che
c’erano molti principi a Dyfed, ma che Gwydion era il suo unico figlio.
Quando, però, Rhys si era cimentato nella prova e aveva fallito, e il suo
regno era passato nella mani di Madog, Gwydion, addolorato per la
perdita dell’amico, aveva detto ai suoi genitori: “Se ci fossi stato anch’io
con lui, forse avremmo potuto sconfiggere Madog; se fossimo scesi in
campo insieme, avremmo avuto la possibilità di vincere; se mi avessi
lasciato andare con Rhys, uno dei due avrebbe potuto avere la meglio e
salvare l’altro. Ora Rhys è morto e il regno di Madog è arrivato fino ai
nostri confini. Quando giungerà il messaggero, concedimi di partire per
mettere alla prova la mia fortuna cercando di ottenere la mano di sua
figlia. In caso di guerra, potremmo forse non essere sconfitti, ma non
possiamo certo sperare di vincere.”
Ogan non si era lasciato convincere. Il loro regno, aveva detto, era
protetto dalle montagne che nessun esercito avrebbe potuto attraversare
con facilità e fino a quel momento, aveva aggiunto, la loro fortuna li aveva
protetti ed era avventato prendere iniziative del genere.
La Fortuna di Ogan era concessa a queste condizioni: dei regni di Dyfed
quello di Ogan doveva restare il più piccolo e il più povero; non potevano,
inoltre, perdere né una sola guerra né un solo raccolto. Queste
raccomandazioni venivano dal bisavolo di Ogan, Ogan ap Ogan of
Llanfynnyd il quale, ignorandone l’identità, aveva dato rifugio a una fata.
Solo un atto di slealtà o la mancanza di fede potevano rompere questo
patto, così aveva detto Ogan il bisavolo. “La nostra fortuna sarà la nostra
difesa” aveva detto Ogan a suo figlio. “Aspettiamo che sia Madog a venire
qui. Combatteremo sulle montagne.”
“Combatteremo contro un drago? Anche se riusciremo a sconfiggere
Madog, che ne sarà delle nostre greggi, dei contadini e dei nostri
feudatari? Possiamo permettere che le nostre terre siano devastate e che il
drago si cibi della nostra gente, mentre noi restiamo nascosti sui monti ad
aspettare che la Fortuna di Ogan ci salvi? Ti sembra leale tutto questo?”
Questo aveva domandato Gwydion a suo padre, mentre il messaggero di
Madog era già nell’atrio: una cornacchia nera come un peccato non
confessato o come i propositi di un mago.
“Madog ordina che sappiate” aveva detto la cornacchia appollaiata su
una trave accanto a una cesta polverosa piena di aglio “che ha conquistato
tutti i regni di Dyfed a eccezione di questo. Offre a voi quello che ha
offerto agli altri: se re Ogan ha un un figlio capace di conquistare la figlia
di re Madog e avere un erede, re Ogan potrà regnare in pace sul suo regno
finché vivrà, il principe verrà insignito di onorificenze e gli sarà assegnato
un terzo del regno di Madog. Ma se il principe non vorrà o non riuscirà a
conquistare la principessa, allora Ogan dovrà nominare Madog suo erede
legittimo. Se si rifiuta, dovrà affrontare l’esercito di Madog che ora è
composto da quattro eserciti di altrettanti regni, ciascuno dei quali è più
vasto del suo. Quello che Madog domanda” aveva proseguito la
cornacchia fissando i presenti con il suo occhio nero e malevolo “non
richiede certo un grande sforzo, solo di conquistare la mano di sua figlia.
Volete forse che tanta gente muoia e che le terre siano devastate o preferite
che il principe Gwydion conquisti un reame più vasto? Un terzo delle terre
di Madog non è davvero una dote trascurabile, come non è un premio
insignificante ereditare il suo regno.”
Così aveva detto la cornacchia e Gwydion si era rivolto a sua madre
dicendo: “Dammi la tua benedizione” e a suo padre: “Fa’ il giuramento
che Madog chiede. Se la Fortuna di Ogan è dalla nostra parte, allora io mi
salverò e conquisterò la sposa, ma se mi abbandonerà vorrà dire che ci
avrebbe abbandonato in ogni caso.”

Forse, pensava Gwydion mentre attraversavano il confine, Owain era


parte integrante e necessaria della sua fortuna, e forse lo era perfino Mili.
Sentiva che non doveva rifiutare la compagnia di nessuno che gli volesse
bene e lo sostenesse, anche se tale compagnia poteva, in un caso, sembrare
ridicola o, nell’altro, spezzargli il cuore. La sua fortuna gli appariva
appesa a un filo sottile al punto che non osava discutere col destino.
— Nessuna traccia del drago — disse Owain girando lo sguardo verso le
colline ondulate.
Anche Gwydion si guardò intorno e alzò gli occhi verso il cielo dove
volava pigramente un solo uccello.
Era una cornacchia? Volava troppo lontano per riuscire a distinguere
cosa fosse.
— Pensavo che questi luoghi fossero molto più sinistri di quello che in
realtà sono — osservò Owain.
Gwydion ebbe un brivido come se all’improvviso avesse sentito una
folata di vento freddo. Ma Blaze continuava a procedere tranquillo sulle
sue grosse zampe e Mili trotterellava davanti a loro con la lingua
penzoloni, annusando di tanto in tanto qualche traccia che attraversava il
loro sentiero.
— A Mili non sfuggirebbe l’odore di un drago — disse Owain.
— Ne sei sicuro? — replicò Gwydion perché in verità lui non ne era
affatto convinto. Se la figlia minore di Madog poteva trasformarsi in una
cornacchia a suo piacimento, chissà in che cosa si poteva trasformare un
drago?
Quella sera mangiarono pane scuro e salsicce che la madre aveva dato a
Gwydion e bevvero la birra che Owain aveva con sé.
— La fanno mia madre e mio padre — disse Owain. Poi aggiunse con un
sospiro: — A quest’ora avranno capito che non sono andato a caccia.
— Non gli hai detto nulla? — domandò Gwydion. — Non hai chiesto la
loro benedizione?
Owain si strinse nelle spalle e dette un pezzetto di salsiccia a Mili che lo
inghiottì e restò ferma a guardarli con espressione adorante.
La mancanza di Owain preoccupò Gwydion. Immaginò che i suoi
genitori si sarebbero domandati dove fosse andato, poi avrebbero
indovinato e si sarebbero preoccupati per la vita del proprio figlio di cui
Gwydion si sentiva interamente responsabile. Al mattino disse: — Owain,
torna indietro. Ti sei allontanato abbastanza.
Ma Owain fece spallucce e disse: — No, non senza di te. — Grattò Mili
fra le orecchie e aggiunse: — Lo stesso farebbe Mili con me.
Gwydion non aveva la minima idea se quello di Owain fosse un atto di
lealtà o semplicemente un gesto dettato dall’orgoglio vanesio di un
giovane. La situazione era intricata, ma Owain non sembrava affatto
preoccupato.
— Arriveremo domani a mezzogiorno — disse.
Gwydion si domandava “Dov’è il drago?” e osservava con diffidenza le
rocce intorno a loro e il cielo sopra le loro teste. Avvertiva una presenza…
o pensava di avvertirla, ma Blaze e Swallow pascolavano tranquilli. Solo
Mili sembrava sulle spine e drizzava le orecchie - per quanto le sue lunghe
orecchie pendenti glielo permettevano - probabilmente domandandosi
quando avrebbero cominciato a dare la caccia ai banditi e dove si
sarebbero fermati a mangiare l’ultimo pezzetto di salsiccia.
— Sta per arrivare — disse Glasog. — Ha superato il confine.
— Bene — replicò Madog e, rivolto ai suoi generali, aggiunse: — Che vi
avevo detto?
I generali apparivano ancora preoccupati.
Glasog uscì e si fermò sugli spalti del castello che era stato di Bran a
osservare il paesaggio domandandosi cosa stesse pensando il drago e se
avesse previsto quello che stava accadendo e tutto il resto, o se gli tenesse
nascosto qualche segreto e stesse tramando per mandarli in rovina.
All’improvviso si slanciò dall’alto delle mura, sorvolò la corte e si librò
sui campi inariditi.
Probabilmente il drago era a conoscenza della Fortuna di Ogan, ma era
troppo scaltro per affrontarla e senza dubbio se ne stava nascosto nella sua
tana fra le colline.
Glasog volò in quella direzione, ma dalla grotta non vide uscire nulla,
salvo le solite spire di fumo, poi piegò verso ovest seguendo il nastro
della strada, incuriosita e scommettendo con se stessa che questa volta il
drago non si sarebbe nemmeno mosso.
Anche suo padre in quel momento stava scommettendo e lei sapeva cosa,
ah se lo sapeva! Inganno per inganno: se non potevano contare sull’aiuto
del vecchio serpente, allora avrebbero usato le loro doti di scaltrezza; se il
drago avesse tradito, allora gli avrebbero sottratto il premio finale.

Gwydion e Owain giunsero a una fattoria distrutta da un incendio. Mili


annusò le travi annerite e mostrò i denti, poi tornò indietro di corsa al
richiamo di Owain, non senza lanciare un’occhiata diffidente alle sue
spalle.
Non cerano altro che rovine annerite accanto a un frutteto carbonizzato.
— Mi domando — disse Owain — che fine hanno fatto il vecchio e sua
moglie.
— Io no — disse Gwydion preoccupato per i suoi genitori e vedendo
nello spettacolo che aveva davanti agli occhi la fine che li aspettava in
qualsiasi rifugio fra i monti avessero scelto di andare.
La fattoria bruciata fu il primo segno della presenza del drago che
avessero visto, ma non fu l’ultimo. Incontrarono molte altre rovine e
spettacoli tristi e terribili. Un altro fu un teschio infilato su uno steccato su
cui stava appollaiata una cornacchia.
— Era un uomo coraggioso — disse la cornacchia beccando il teschio
che risuonò cavo, poi piegò il capo verso il campo. — Quella era sua
moglie e laggiù c’è la sua giovane figlia.
— Non rivolgerle la parola — disse Gwydion a Owain. Proseguirono il
cammino al passo lento di Blaze senza guardare indietro. Ma la
cornacchia li superò svolazzando e li attese appollaiata su un muretto di
pietra. — Se morirai — disse — tuo padre non crederà più nella sua
Fortuna e così la Fortuna lo abbandonerà. È accaduta la stessa cosa a
tutti gli altri.
— C’è sempre una prima volta — rispose Gwydion.
Owain gli toccò un gomito. — La uccido?
Ma Gwydion rispose: — Uccidere il messaggero a causa del messaggio
che porta? No, è una creatura sciocca. Lasciala stare.
La cornacchia si allontanò. Gwydion la vedeva di quando in quando
volare nel cielo davanti a loro, ma non lo disse a Owain che aveva perso
tutta la sua allegria. Mili li seguiva da presso con le zampe doloranti
lanciando occhiate sospettose al minimo alito di vento.
Videro altri teschi e, in mezzo a un frutteto bruciato, forche e pali. L’erba
incenerita si disfaceva sotto gli zoccoli dei cavalli. Blaze, a cui piaceva
dare una brucatina qua e là lungo il cammino, procedeva a disagio
sbuffando disgustato per quell’odore e Swallow scartava di continuo.
Superata una curva della strada apparve un ruscello familiare e, oltre la
collina, la proprietà cintata che era stata di re Bran, un tempo una vallata
verde e ora solo una distesa di terra bruciata, pendii anneriti e siepi e alberi
da frutto ridotti a scheletri contorti. La prova che dovevano affrontare era
ormai vicina, pensò Gwydion e preoccupato prese l’arco e sfilò dalla
faretra, che portava appesa accanto al ginocchio, parecchie frecce. Owain
fece lo stesso.
Arrivarono alle mura della fortezza senza incontrare nessuno. Lì giunti,
videro la cornacchia che affilava il becco su una pietra e che fissandoli
disse in tono solenne: — Benvenuto, principe Gwydion. Hai conquistato la
tua sposa. Mi domando come ti comporterai.
Dal castello cominciarono a uscire a frotte uomini che si diressero
correndo verso di loro e poi altri, armati, a passo più lento.
— E adesso? — domandò Owain con l’arco appoggiato sulle ginocchia.
Gwydion alzò il suo e lo tese in direzione degli uomini più vicini.
La folla si fermò. Un uomo dai capelli neri, vestito di grigio, che
indossava la catena d’oro emblema regale, si fece avanti con le braccia
alzate in segno di benvenuto e di pace. Era Madog? si domandava
Gwydion mentre col braccio tremante tendeva la corda dell’arco. — Sei
Gwydion ap Ogan?
— domandò l’uomo. Solo Madog poteva indossare tanto oro! — Il mio
futuro genero! Benvenuto!
Con grande apprensione Gwydion allentò la corda e abbassò l’arco
imitato da Owain, mentre gli uomini di Madog spalancavano il portone. Al
loro ingresso qualcuno tra la folla lanciò grida di saluto, e altri si unirono
al coro come se avessero preso coraggio o avessero capito che era ciò che
ci si aspettava da loro. A quel frastuono Blaze e Swallow sbuffarono e
agitarono la testa, mentre Gwydion e Owain mettevano via le frecce,
disarmavano gli archi e li appendevano alle selle.
Quando smontarono da cavallo, Mili restò vicina alle gambe di Owain
ringhiando, e quando vide Madog avvicinarsi emise un breve latrato. —
Sssh — le ordinò Owain mettendosi in ginocchio, più che per rispetto
verso Madog per stringere con una mano il muso della cagna e con l’altra
il collare. Le sussurrò: — Sssh, sssh, fa’ la brava.
Gwydion fece a Madog l’inchino che un principe doveva a un re e
probabile futuro suocero, continuando tuttavia a pensare che doveva
esserci una trappola. Gli dispiacque molto vedere che i valletti portavano
via Blaze e Swallow e tenne costantemente d’occhio Owain e Mili, mentre
il re lo abbracciava. Poi la sua attenzione fu rivolta tutta a Madog che,
guardandolo fisso negli occhi, gli diceva: — Che giovane di bell’aspetto
sei, Gwydion. L’ultimo è sempre il migliore… e così sei riuscito a
uccidere il drago!
Gwydion pensò “In qualche modo dobbiamo aver superato la prova
senza accorgercene. Se dico no, Madog avrà il pretesto di respingermi e
ucciderà me, Owain e tutta la nostra gente.”
Ma suo padre gli aveva insegnato a non dire bugie, perché la lealtà era la
regola che guidava la casa di Ogan. Così Gwydion guardò il re dritto negli
occhi e disse: — Non ho incontrato nessun drago.
Madog si mostrò sorpreso. — Nessun drago?!
— Nemmeno l’ombra.
Madog sorrise, gli appoggiò una mano sulla spalla e, rivolto alla folla,
esclamò: — Ecco, questo è il vostro principe!
Allora la folla applaudì sinceramente e perfino Owain e Mili apparvero
rincuorati. Owain si alzò in piedi continuando a tenere ferma Mili per il
collare.
A bassa voce Madog disse a Gwydion: — Se avessi mentito, avresti
incontrato il drago qui e subito. Sai che sei il primo che sia riuscito ad
arrivare fin qui?
— Non ho visto nulla — ripeté Gwydion come se Madog non avesse
compreso. — Solo fattorie incendiate, teschi e ossa.
Madog gli fece un grande sorriso. — Allora il tuo destino era di vincere.
Non è così? — Madog lo fece voltare verso la porta del castello. — Figlia,
figlia, vieni fuori!
Gwydion si mosse titubante non sapendo cosa aspettarsi… forse il drago.
Guardò allarmato la porta, mentre i cavalli venivano portati via e Mili
abbaiava in preda all’agitazione… una snella figura, tutta bianca e dorata,
era apparsa sulla soglia. — La mia figlia maggiore — disse Madog. —
Eri.
Gwydion seguì docilmente il re, dicendo a se stesso che doveva essere
vero e che, dopo tutte le paure e tanti amici perduti, gli ostacoli per lui
erano caduti perché la Fortuna di Ogan funzionava ancora.
La giovane sposa che lo aspettava, cosi bella, così giovane e così…
gentile - fu la prima parola che gli venne in mente - sorrise e
immediatamente Gwydion si convinse che lei era innocente del dolore che
aveva provocato, innocente e buona tanto quanto sua sorella era crudele e
malvagia.
Le prese la mano e la folla acclamò, chiamandolo principe. Se qualcuno
fra loro era stato suddito di Bran, quegli auguri potevano davvero venire
dal cuore insieme alla speranza di riscatto. I suonatori di cornamusa
cominciarono a dar fiato ai loro strumenti mentre mani gentili li
spingevano all’interno, e in quella terra desolata una donna aveva perfino
trovato dei fiori da offrire a Eri.
— Owain? — gridò Gwydion guardando indietro e, non vedendo traccia
né di Owain né di Mili, si rifiutò di procedere fintanto che il suo amico
non riuscì a fendere la folla e ad arrivare al suo fianco tenendo ferma
accanto a sé Mili. Owain appariva frastornato e impaurito come
d’altronde lo era Gwydion stesso. Ma la folla si accalcava intorno a loro,
le cornamuse suonavano, la gente ballava e Gwydion e Owain si
ritrovarono nella sala che odorava di cibo e di birra.
Non poteva essere così semplice, continuava a pensare Gwydion, e
decise che nessuno lo avrebbe separato da Owain e da Mili e privato della
spada. Si guardò intorno frastornato: quella festa di nozze doveva aver
richiesto giorni di preparazione.
Come facevano a sapere che sarebbe arrivato? si domandava. Avevano
fatto la stessa cosa per tutti i pretendenti che avevano fallito e avevano
celebrato i loro funerali invece della festa nuziale?
A quel pensiero sentì un brivido di freddo corrergli per le ossa e perfino
la mano di Eri nella sua lo inquietò, ma il re li stava aspettando nella sala.
Congiunse le loro mani e pronunciò le parole che li facevano marito e
moglie, qualunque cosa potesse accadere…
— Per tutta la vita — disse Madog unendo le loro mani — Quando
nascerà un erede il principe Gwydion avrà un terzo delle mie terre e suo
padre regnerà in pace per tutta la vita.
Queste ultime parole non piacquero a Gwydion che pensò preoccupato:
“Purché viva”.
Ma il re stava dicendo: —…siete marito e moglie, siete marito e moglie,
siete marito e moglie — tre volte, come se fosse un incantesimo e poi: —
Bacia la sposa, genero mio.
Le esclamazioni di augurio salirono alle stelle. Stelle erano negli occhi
di Eri, azzurri e profondi. Gwydion sentì Mili che ringhiava mentre lui
baciava le labbra di Eri una, due, tre volte.
Le cornamuse suonavano, la gente applaudiva. Non pochi dei presenti
dovevano essere sudditi di re Bran, di Lugh o di Lughdan e forse, osò
pensare Gwydion, forse davvero lui aveva dato loro una speranza, forse
aveva davvero vinto e la terribile minaccia che incombeva su Dyfed era
scomparsa; forse Madog sarebbe stato solo un loro vicino, non peggiore
del peggiore che avevano avuto e, se ben disposto, forse migliore di un
paio di loro.
Forse, pensò mentre stava seduto alla destra di Madog con la sposa alla
sua destra e Owain davanti a lui, forse poteva davvero sperare di
andarsene di lì vivo, benché temesse di non poter trovare una
giustificazione per farlo quella notte stessa, visti i preparativi che erano
stati fatti, e visto che aveva accanto a sé una giovane sposa ansiosa e il re
Madog era deciso ad assecondare la sua bella figlia. Le donne correvano
di qui e di là con fiori e torce, tovaglie e piatti da portata; gli acrobati
volteggiavano; i ballerini danzavano e saltavano e uno di loro andò a
sbattere contro un servitore che portava i boccali di birra. Caddero tutti e
due a terra proprio davanti a Madog e nella sala si fece silenzio.
Ma Eri scoppiò a ridere battendo le mani, una risata così lieve e gentile
che anche suo padre rise, e risero tutti e Gwydion fece un respiro di
sollievo, mentre Eri gli stringeva il braccio e continuava a ridere
guardandolo con i suoi occhi azzurri come il mare.
— Ancora birra! — gridò Madog. — E a tutta birra!
Allora il terribile Madog sapeva scherzare, si disse Gwydion sollevato;
qualcuno gli riempì la coppa e lui bevve senza eccedere. Il suo sguardo
s’incrociò con quello di Owain. Intanto Mili aveva trovato un osso di suo
gradimento, ricco ancora di carne, e lo stava allegramente rosicchiando fra
la paglia sotto il tavolo.
Ci furono brindisi e benedizioni a ognuno dei quali si doveva bere;
Madog rideva e chiamava Gwydion amato genero, gli chiedeva delle sue
spedizioni contro i banditi e giurava che sarebbe stato felice se Gwydion
avesse fatto venire i suoi amici e la sua gente e chiunque volesse. Poi
Madog si alzò e batté una mano sulla spalla di Owain e gli chiese se era
sposato e, informato del fatto che non lo era, gridò a tutta la sala che c’era
un’altra bella preda e dove stavano le fanciulle che avrebbero riscaldato
Owain durante la notte di nozze del suo padrone?
Owain protestò imbarazzato cercando di alzarsi in piedi… ma aveva
bevuto troppo e ricadde a sedere con una mano sulla fronte. Gwydion
osservò la scena preoccupato, poi sentì che Madog gli toccava il braccio e
diceva: — Le donne sono pronte — invitandolo con un sorriso malizioso a
finire la birra che aveva davanti.
Gwydion si alzò e accompagnò la sua sposa dalle donne in attesa. —
Owain! — gridò e Owain scattò in piedi dicendo qualcosa che Gwydion
non riuscì a capire in mezzo a quel bailamme di grida e di suoni, ma si
accorse che Owain era inquieto. Gwydion oppose resistenza alle donne
che cercavano di trascinarlo via e attese che Owain lo raggiungesse rosso
per la birra e l’imbarazzo, mentre gli uomini lo circondavano urlando
brindisi osceni e offrendogli i boccali.
Sulle scale toccò a Gwydion di vedersi offrire i boccali di birra mentre
Madog lo abbracciava e gli diceva che era il genero che aveva sempre
desiderato e che a Dyfed ci sarebbero stati cento anni di pace, amicizia
sicura con suo padre e la sua gente… grandi cose, se avesse avuto
ambizioni…
La stanza cominciò a girare e le voci erano diventate un ronzio. Si sentì
spingere su per le scale, lontano da Owain e da Mili che continuava ad
abbaiare. Lo condussero fino al piano superiore e aprirono la porta della
camera nuziale.
Buio fitto.
Forse rifiutarsi di entrare sarebbe stato un atto di vigliaccheria, pensò
Gwydion, nel momento in cui gli uomini sghignazzando lo spinsero
dentro e si vergognò di chiamare Owain in suo aiuto. La porta si richiuse
dietro di lui.
Sentì un fruscio nell’oscurità e pensò subito a spire squamose che si
snodavano. La voce dolce di Eri disse: — Mio signore?
Un debole chiarore filtrava dalle imposte. Ora che la luce delle torce non
lo abbagliava più, i suoi occhi riuscirono a distinguere la mobilia. Quello
che sentiva era un fruscio dì lenzuola e nella penombra vide una spalla e
un braccio di donna spuntare dal letto.
Si avvicinò alla porta, trovò il saliscendi e socchiuse il battente. Owain,
appoggiato alla porta con il viso rivolto verso la parete illuminata, arrossì
vergognoso di guardarlo così da vicino.
— Sono qui, mio signore — sussurrò col fiato che odorava di birra.
Owain non lo chiamava mai signore, ma quella sera si sentiva molto
imbarazzato. — Se ne sono andati tutti, io resterò qui tutta la notte. Non
mi allontanerò da questa porta e non dormirò, lo giuro.
Gwydion gli lanciò un’occhiata preoccupata, desiderando che tutti e due
avessero il coraggio di fuggire lontano dalla benevolenza di Madog e di
correre a gambe levate fino a casa, ai luoghi della loro infanzia e ai
consigli dei genitori. Invece disse: — Bene — e riaccostò la porta
ripiombando nel buio. Fece ricadere il chiavistello.
— Mio signore? — disse Eri sottovoce.
Si sentiva uno sciocco al pensiero che lui e Owain cospiravano come
fanno due bambini accanto al muro di un orto, quando c’era una giovane
sposa che lo aspettava, innocente e probabilmente ansiosa quanto lui. Si
fece coraggio, si avvicinò alla stretta finestra e spalancò l’imposta su un
cielo notturno più chiaro dell’oscurità della stanza.
Ma il soffio freddo del vento gli fece venire in mente il drago, si chiese
se aprire l’imposta fosse stata cosa saggia e cosa stesse scivolando fuori
del letto con quel fruscio. La sua sposa gli strinse il braccio, intrecciò le
dita alle sue e si appoggiò a lui sussurrando come erano belle le stelle.
Forse era un invito a espressioni cortesi. Gwydion le mormorò e trovò
anche il coraggio di prendere fra le sue braccia la figlia di Madog e di
baciarla, poi…
Si risvegliò alla debole luce dell’alba nel letto, con la gamba avvolta
intorno alla spada e il braccio avviluppato da una massa di capelli sciolti…
Capelli corvini.
Saltò giù dal letto trascinando via le lenzuola, mentre una donna
sconosciuta si alzava a sedere trattenendo il copriletto davanti al corpo, i
capelli neri sciolti sulle spalle, gli occhi scuri, freddi e impenetrabili.
— Dov’è mia moglie? — gridò Gwydion.
Lei sorrise a labbra strette, si alzò dal letto avvolgendosi nelle lenzuola
come in una veste regale. — Ecco, sono qui, marito mio.
Gwydion corse verso la porta e sollevò il chiavistello. La porta non si
aprì nemmeno quando lui la scosse con tutta la sua forza. — Owain? —
gridò battendo i pugni. — Owain!
Nessuna risposta. Gwydion si voltò verso la donna, terrorizzato al
pensiero di quale aspetto poteva aver preso. Ma la donna sedeva avvolta
nelle lenzuola con un ginocchio sul letto disfatto e lo guardava. I suoi
capelli sparsi erano una ragnatela d’ombre. Quanto Eri era stata una
fanciulla innocente, quella che aveva davanti era una donna molto lontana
da quell’innocenza e perfino da quella di Gwydion.
— Dov’è Owain? Che ne è di lui?
— È ospitato altrove.
— Chi sei?
— Glasog — rispose la donna mentre il vento dell’alba le faceva
ondeggiare le ciocche di capelli sulle spalle. — O Eri, se preferisci. Sono
insieme la figlia maggiore e la figlia minore di mio padre che non ha altra
figlia che me.
— Perché? — domandò Gwydion. — Perché questa finzione, se eri tu la
sposa destinata?
— La gente ama Eri perché è bella e gentile.
— Cosa vuoi da me? Cosa vuole tuo padre?
— Il diritto sulle terre di Ogan, l’ultimo regno di Dyfed e tu sei venuto
per concederglielo.
Gwydion non ricordava nulla di quel che era accaduto durante la notte
appena trascorsa. Non ricordava nulla di quel che poteva aver sentito o
fatto a letto con Glasog la strega, la figlia di Madog dai capelli corvini. Si
sentì vuoto e freddo, disperato. Chiese: — Giura che Owain è in salvo.
— E tu crederesti al mio giuramento?
— Andrò a parlare con tuo padre — replicò secco Gwydion. — Inganno o
no, mi ha promesso un terzo del suo regno come tua dote. Che tu sia la
maggiore o la minore o tutte e due, ora sei mia moglie. Oserà tuo padre
rompere il giuramento e mancare alla sua parola?
Glasog disse: — Dagli un erede. Solo allora libererà te e il tuo amico, e
tuo padre potrà regnare in pace… per tutta la vita.
Gwydion si avvicinò alla finestra con gli occhi fissi sul cielo pallido e
ancora senza sole. Temeva di capire fin troppo bene a cosa si riferiva la
parola “liberare”… li avrebbero liberati dalla vita, mentre il bambino che
avrebbe generato sarebbe stato l’erede del regno di suo padre con Madog
a far rispettare questo diritto.
Purché suo padre fosse vissuto… purché quello sfortunato bambino fosse
riuscito a vivere, una volta che l’eredità e la Fortuna della stirpe di Ogan
fossero passate alla stirpe di Madog che avrebbe conquistato il regno di
suo padre senza combattere, grazie solo a una misera manciata di bugie e
al sacrificio di qualche vita.
Fissò lo sguardo oltre le colline inaridite verso una casa che non poteva
vedere e un padre che non poteva consigliarlo. Non osava sperare che
Owain fosse riuscito a fuggire per informare re Ogan. “Non mi
allontanerò” aveva detto Owain; dovevano averlo portato via con la forza
o con l’inganno e Mili con lui.
Era stato un incantesimo che lo aveva fatto dormire e gli aveva fatto
dimenticare la notte trascorsa. Doveva essere un incantesimo quello che in
quel momento gli faceva vedere Eri, rosea e dorata, che batteva la mano
sul lenzuolo accanto a lei e lo invitava a tornare a letto.
Rabbrividì, si voltò di scatto andando a sbattere con la mano sulla
sporgenza della finestra e facendosi male. Pensò di fuggire, perfino di
sfoderare la spada e uccidere la figlia di Madog prima che la principessa
potesse concepire e in tal modo soggiogare lui e i suoi genitori…
Sentì la voce di Glasog che parlava con le labbra di Eri. — Se tenterai di
attuare quell’idea avventata, mio padre non avrà più bisogno del tuo amico
e io non vorrei essere al suo posto. Anzi, non vorrei esserci nemmeno ora.
— Che gli avete fatto?
Eri si strinse nelle spalle e la voce di Glasog disse: — Marito caro…
— Il matrimonio non è stato consumato — disse Gwydion. — per quanto
io ricordi.
Questa volta fu Glasog a fare spallucce e i lunghi capelli neri
ondeggiarono. — Che differenza fa per una strega?
Gwydion guardò disperato la finestra e disse: — Non credi che anch’io
abbia qualcosa da dire in proposito?
— No. Anche se tu non volessi o non potessi, ormai le parole sono state
dette, i voti sono stati espressi, i giuramenti fatti. Anche se il figlio non
sarà tuo… andrà bene comunque, per quello che ne sanno gli altri!
Gwydion la guardò per rendersi conto se lei avesse detto veramente
quello che a lui era sembrato di capire. Glasog si arrotolò una ciocca di
capelli e se la buttò dietro le spalle.
— I giuramenti sono stati fatti — ripeté Glasog. — Qualsiasi bugia andrà
bene, qualsiasi bambino andrà bene.
— Sarà la mia parola contro la tua — disse Gwydion.
Glasog scosse lentamente la testa. — Per mio padre una bugia non
significa nulla, come non significa nulla una vita. — Si alzò in piedi,
scosse i capelli e si strinse le lenzuola al corpo. La luce dell’alba fu
crudele col suo volto, svelandone le guance scavate, la bocca dura e gli
occhi scuri dall’espressione torva che non facevano sperare in alcun
compromesso.
Perché? si domandò lui. Perché svelare questa parte di verità? Perché non
mantenere il volto di Eri?
Lei disse: — Che farai, marito mio?
— Te lo dirò domani notte — rispose Gwydion, sperando di prendere
tempo e di riuscire ad arrivare a una decisione.
Lei piegò la testa, si frappose fra lui e la finestra e sollevò le braccia
spalancate. Per un attimo il sole mattutino rivelò in controluce un corpo di
donna attraverso il lenzuolo. Poi - era forse un’allucinazione? — i capelli
neri si trasformarono in nere ali, qualcosa volò verso la finestra e il
lenzuolo cadde a terra.
E il drago? avrebbe voluto chiedere Gwydion, ma non vide più nessuno a
cui rivolgere la domanda.
Gwydion si avvicinò alla porta e cercò di aprirla sperando che la magia
fosse scomparsa. Ma la porta resistette ai suoi sforzi e a qualsiasi altro
tentativo. Tutto quello che riuscì a ottenere fu una spalla indolenzita; si
appoggiò al battente demoralizzato, ormai sicuro di aver commesso un
terribile sbaglio.
L’unico scampo che gli offriva la finestra era un salto a picco sulle pietre,
ma quando tentò di buttarsi non riuscì a far passare le spalle attraverso la
feritoia. Nella stanza non c erano né fuoco, né acqua da bere. Poteva
gettarsi sulla sua spada, ma si ricordò delle parole di Glasog: a Madog
interessava solo che il matrimonio fosse stato celebrato pubblicamente e
avrebbe tenuto nascosta la sua morte fino a che fosse arrivato il momento
di rivelarla. Tutti li avevano visti sposarsi e ritirarsi nella camera nuziale,
perfino Owain che, essendo onesto, avrebbe testimoniato solo quello che
aveva visto e quello che aveva intuito, ma mai avrebbe potuto immaginare
la verità di ciò che era accaduto o non era accaduto durante quella notte.
La tanto favoleggiata Fortuna di Ogan non lo aveva accompagnato, pensò
Gwydion, gettandosi sul letto con la testa fra le mani… quella famosa
Fortuna di Ogan che, a quanto diceva suo bisnonno, solo la slealtà
avrebbe potuto annullare.
Ma Glasog non era forse l’incarnazione stessa della slealtà? E non lo era
forse Madog?
Le raccomandazioni del suo avo avevano avuto come risultato di
consegnare Gwydion e la sua famiglia nelle mani di Madog. Ma era noto
che le fate avevano l’abitudine di fare doni molto ambigui che a volte
potevano apparentemente ritorcersi contro i beneficiari e tutto quello che
lui doveva fare era di attenersi alla linea di condotta che i figli di Ogan
avevano sempre seguito.
Gwydion era arrivato lì in buona fede ed era caduto in trappola. Se,
avendone l’opportunità, avesse aggredito Madog, il suo sarebbe stato un
atto sleale… proprio quello che non poteva permettersi, se aveva ancora
solo un barlume di fede nella Fortuna di Ogan.

— E il bambino? — domandò Madog e Glasog rispose: — Non ancora,


non ancora. Abbi pazienza.
— Non ancora — disse Madog irritato. — La pazienza non dura in eterno.
Ricordalo.
— Lo ricordo — replicò Glasog.
— Non ti starai affezionando… o diventando una povera sciocca, vero?
— Io?! — replicò Glasog inarcando un sopracciglio. — Io, affezionando?!
Non mi sto certo affezionando al drago, né alla miseria… né alla morte
prematura.
— Non falliremo. Se non sarà il suo…
— Pensi davvero che il drago ti concederà qualcosa se la tua richiesta non
sarà legittima? Io penso di no, penso proprio di no. Il bambino deve essere
figlio di Gwydion, deve esserlo secondo natura e deve volerlo Gwydion
stesso. È proprio qui che sta la difficoltà, non ti sembra?
— Tu possiedi poteri magici, quindi usali!
Glasog rispose fredda: — Quando e se sarà necessario. Ma sarà me che
Gwydion avrà, non Eri, e lo farà per me non per Eri. È questo ciò che
chiedo.
— Non essere sciocca.
Glasog sorrise gelida. — Quest’uomo gode di protezioni magiche. La
sua fortuna non è un’illusione e non può essere annullata. Io non lo
dimentico e non devi dimenticarlo neanche tu. Fidati di me, padre.
— Mi domando come ho fatto ad avere una figlia come te.
Sempre sorridendo Glasog disse: — Fortuna. Tu vuoi liberarti del drago,
vero? Non ti sono sempre stati utili i miei consigli?
L’espressione di suo padre s’incupì. — È la mia vita che stai mettendo a
repentaglio con le tue trame… maledetto sia il tuo gelido cuore. Una vita
per ogni regno di Dyfed, è questo il patto che abbiamo fatto. Adesso
abbiamo catturato Gwydion. Non possiamo tenere a bada il drago, figlia,
per i tuoi ghiribizzi e le tue stravaganze. Dammi un nipote… ricorri a
qualsiasi magia e dimentica queste stupidaggini. Uccidere il drago… pensi
che io non abbia tentato di farlo? Tutti i principi di Dyfed hanno tentato.
Glasog disse cupa: — Abbiamo in mano anche l’amico di Gwydion, non
è così? E non fa parte anche lui del regno di Ogan?
Gwydion passò tutta la giornata fino al tramonto soffrendo la fame, la
sete e non avendo altro da fare che fissare il paesaggio nero e desolato
fuori dalla stretta feritoia.
Continuava a domandarsi se Owain fosse ancora vivo e cosa ne era di
Mili.
Vide una cornacchia volare verso sud e più tardi, quando ormai il cielo
stava prendendo riflessi di rame, la vide ritornare, più lentamente gli
sembrò, e volare in cerchio verso destra.
Era Glasog? si domandò o semplicemente una cornacchia in cerca di
cibo?
Da rosso il cielo divenne scuro e l’aria si fece più fredda. Pensò di
chiudere le imposte, ma da quell’apertura sarebbe entrata Glasog. Così
continuò a misurare la stanza a lunghi passi lanciando di tanto in tanto
un’occhiata fuori della finestra o tendendo l’orecchio agli andirivieni
esterni, i soli rumori che gli dicessero che in quel luogo c’era della vita.
Forse, pensò, avevano deciso di farlo morire di sete e di fame e forse non
avrebbe più potuto vedere né parlare ad anima viva. Sperava che Glasog
sarebbe tornata al tramonto ma fu deluso, o al sorgere della luna, ma lei
non venne.
Alla fine, quando Gwydion si era ormai addormentato, un’ombra penetrò
dalla finestra battendo le ali nere e apparve Glasog avvolta solo dai suoi
capelli e illuminata dalla luce delle stelle.
Gwydion si scosse con la sensazione di stare sognando: — Ti aspettavo
più presto.
— Dovevo procurarmi delle informazioni — rispose lei e si avvicinò al
tavolo sul quale erano apparse — Gwydion non si rendeva conto come —
una brocca e una coppa che brillavano al chiarore delle stelle. Lei sollevò
la brocca, riempì la coppa… oh, che sete aveva Gwydion!… e gliela offrì.
Per quanto Gwydion ne sapeva, poteva essere veleno o quanto meno una
pozione magica, oppure essere colma solo di polvere lunare e di sogni.
Ma Glasog era in piedi accanto a lui con la coppa in mano, Gwydion
bevve e fame e sete scomparvero.
Glasog disse: — Posso esaudire un tuo desiderio, Gwydion. Uno solo e
poi tu dovrai esaudirne due per me. Acconsenti?
Lui si chiese cosa dovesse dire. Appoggiò la coppa sul tavolo, si avvicinò
alla finestra e fissò il cielo notturno. Aveva cento cose da chiedere: la vita
dei suoi genitori, quella di Owain, la salvezza della sua terra…. ma in
ognuna di queste richieste gli sembrava che ci fosse una pecca.
Finalmente scelse la più semplice: — Amami.
Per un lungo momento Glasog restò silenziosa, poi Gwydion la sentì
attraversare la stanza.
Si voltò. Gli occhi di lei lampeggiarono come quelli di un serpente mentre
diceva: — Ne avresti il coraggio? Prima bevi dalla mia coppa.
— È il tuo primo desiderio?
— Sì.
Gwydion esitò continuando a tenere gli occhi fissi su di lei, poi si
avvicinò al tavolo e allungò la mano verso la coppa, ma accanto alla
prima ne era apparsa un’altra, lucente e incrostata di pietre preziose.
— Quale preferisci? — domandò Glasog.
Sperando di aver compreso il significato della sua domanda, Gwydion
prese la coppa di semplice peltro e bevve.
Dietro alle sue spalle sentì Glasog che diceva: — Il tuo desiderio sarà
esaudito, Gwydion.
Sentì le ali sfiorargli il viso e una folata d’aria scompigliargli i capelli, poi
la sagoma di una cornacchia scomparve attraverso la finestra.

— Owain — disse una voce, la voce della cornacchia, e Owain si sollevò


dal letto dove era incatenato, benché sentisse la testa che gli girava e
dovesse appoggiarsi alla parete per non cadere. Quella non era la prima
visita della cornacchia. Owain chiese: — Dov’è il mio signore? Che gli è
accaduto?
La cornacchia, che all’improvviso non era più tale ma si era trasformata
in una donna dai capelli scuri, rispose: — Morirà, se il drago otterrà quel
che gli è dovuto…
— Glasog — disse Owain sentendo un brivido di freddo scorrergli nelle
ossa. Dal momento in cui gli uomini di Madog lo avevano strappato a
forza dalla porta di Gwydion, aveva sentito quel malessere che ora gli
stava tornando. Sentì le ginocchia che gli si piegavano e si scosse.
— Tu puoi salvarlo — disse Glasog.
— Perché dovrei fidarmi di te?
Le catene si sciolsero tintinnando e il chiavistello della porta si aprì.
— Perché sono sua moglie — disse Eri. Owain si strofinò gli occhi e vide
di nuovo Glasog. — E tu sei suo amico. Amicizia e matrimonio non
significano fiducia?
Owain si strofinò di nuovo gli occhi. La porta si era spalancata.
— Mio padre — continuò Glasog — dice che la morte del drago darà la
libertà al principe Gwydion. Puoi riprenderti il cavallo, il cane, la
armatura, le armi e tutto quello che vuoi, Owain ap Llodri. Ma per tutto
questo dovrai esaudire un mio desiderio quando lo esprimerò.

Gwydion stava guardando fuori della finestra senza sapere perché,


quando sentì un rumore di zoccoli e vide Owain che usciva a cavallo dal
portone e una cornacchia che volava accanto a lui.
— Owain! — gridò. — Owain!
Ma Owain non gli badò. Solo Mili si fermò e alzò gli occhi verso la torre
da cui Gwydion chiamava.
Gwydion pensò “Va’ con lui Mili, se Owain sta andando a casa. Avverti
mio padre. Non ho speranze.”
Owain non guardò mai indietro e Gwydion vide che, superato il portone,
si dirigeva verso sud, la parte opposta a quella di casa e immaginò dove
stesse andando.
— Torna indietro! — gridò. — Owain! No!
Stavano andando dal drago. Era dal drago che stava andando Owain e se
mai Gwydion in vita sua si era sentito disperato, lo fu vedendo Owain e
Mili andarsene in compagnia di sua moglie.
Tentò ancora una volta di passare attraverso la feritoia della finestra, poi
cercò di forzare la porta usando la spada per sollevare il paletto di ferro
che, ne era certo, sbarrava la porta dall’esterno.
Riuscì a trovarlo e a sollevarlo per un breve tratto, ma sentì che era
bloccato da una catena di ferro.

Incontrarono di nuovo il ruscello oltre la collina e la cornacchia si


abbassò per bere agitando un’ala per mantenersi in equilibrio.
Owain incitò Swallow a entrare in acqua. Non aveva nessuna ragione di
fidarsi della cornacchia, qualsiasi forma prendesse, ancor meno di quanta
ne avesse di credere a qualsiasi cosa aveva visto in quel luogo. Mili si
avvicinò circospetta alla cornacchia che all’improvviso era Glasog
inginocchiata nell’acqua e avvolta solo dai suoi capelli, con le spalle
rivolte verso di lui. Mili uggiolò disorientata.
Owain scese da cavallo e vide che alla mano destra di Glasog mancavano
due dita e che le ferite erano ancora sanguinanti. La donna teneva la mano
immersa nell’acqua e beveva usando la sinistra. Guardò Owain e disse: —
Hai detto di voler salvare Gwydion, ma non hai detto nulla di te.
Owain si strinse nelle spalle e circondò il collo di Mili con un braccio.
— Ora devi esaudire un mio desiderio — disse Glasog.
— Lo farò — rispose Owain temendo di sapere quale sarebbe stato.
Glasog disse: — Vicino a questo luogo c’è un dio che è stato sopraffatto
dal drago, ma che può ancora rispondere se qualcuno gli fa una domanda.
Molti dei lo fanno se gli si offrono sacrifici a loro graditi.
Owain disse: — Cosa devo chiedere?
La donna rispose: — Ho già fatto io le domande.
— E quale è stata la risposta?
— Primo, la vita e l’anima del drago risiedono nel suo occhio destro.
Secondo, nessun uomo può ucciderlo.
Allora Owain comprese. Grattò Mili sotto il collare e disse: — Mili è una
cagna leale. Se sei stanca di volare, mia signora, puoi posarti sulla mia
spalla.
Glasog disse: — È meglio che tu torni dal tuo re. Devi solo prestarmi il
tuo arco, la tua cagna e il tuo cavallo. È questo il mio desiderio, ap Llodri.
Owain accennò di sì, si alzò in piedi e fece una carezza sulla testa di Mili.
— Avrai tutto quello che desideri — disse Owain. — Ma io verrò con
loro.
— Sii prudente.
— Lo sarò — disse Owain e alzò una mano. — Mia signora?
La cornacchia si sollevò battendo le ali e andò a posarsi sul suo braccio.
Owain salì in sella e guidò Swallow fra le colline carbonizzate e coperte
di cenere verso la caverna che gli indicava la cornacchia.
A Swallow quel luogo non piaceva. Owain le accarezzò il collo e la incitò
dolcemente ad andare avanti. Mili procedeva davanti a loro
scodinzolando e ringhiando. Owain sollevò l’arco e prese una freccia
gridando — Mili! Attenta! — Alla vista della vampata di fuoco, Swallow
fece uno scarto.
Seguì un’altra vampata, Mili guaì indietreggiando davanti alle spire di
fumo e fuggendo alla vista di un’enorme sagoma serpentina che si
sollevava dalla caverna.
La cornacchia si slanciò in volo dalla spalla di Owain più veloce della
freccia che lui aveva scoccato.

Si sentì un clamore provenire dal salone. Era l’alba sulle colline e


Gwydion guardando fuori della finestra vide una striscia luminosa verso
sud, poi uno strano cavaliere che si avvicinava con indosso una
splendente armatura a scaglie.
— Il drago! — gridarono dagli spalti e Gwydion si sentì mancare il
cuore, tanto più quando vide che il cavaliere dall’armatura a scaglie
arrivava al portone e gli uomini di Madog gli spalancavano i battenti. Il
cavaliere-drago cavalcava Swallow che aveva la criniera strinata e Mili
gli zoppicava dietro con il pelo annerito di fuliggine e coperta di ferite.
La cagna camminava a capo basso e la coda ciondoloni, legata a una
corda che il drago tirava mentre una cornacchia stava appollaiata sulla
sua spalla.
Di Owain nessuna traccia.
Dal salone arrivò un rumore di zoccoli, poi un tintinnio di catene, il
paletto della porta si sollevò e sulla soglia apparvero alcuni uomini armati.
— Re Madog desidera vederti — disse uno.
— Madog dovrà mandare ancora qualcun altro a prendermi — rispose
Gwydion con la spada in mano.

Il drago arrivò a cavallo fino ai piedi della scala e la cornacchia si posò a


terra. Alcune donne in attesa si precipitarono per portare alla principessa
Glasog il suo mantello, nero come i suoi capelli e intessuto di incantesimi.
Le donne e i servitori avevano già visto quella trasformazione, come gli
uomini in armi alla porta, che avevano ricevuto ordini nel caso Owain
fosse tornato.
— Figlia — disse Madog scendendo quegli stessi gradini che Glasog
stava risalendo avvolta nel mantello nero e argento. Mili ringhiò col pelo
ritto, tirando il guinzaglio…
Il drago allentò la presa e Mili si avventò contro la gola di Madog che
cadde all’indietro bagnando i gradini del suo sangue, il collo rotto.
I servi fuggirono urlando, gli uomini armati restarono immobili al loro
posto, confusi come se avessero dimenticato quello che dovevano fare o
dove si trovassero e cosa li avesse portati lì, mentre gli uomini dei regni
conquistati si guardavano l’un l’altro domandandosi quale cosa terribile
li aveva trattenuti lì.
Glasog voltò loro le spalle e salì i gradini.
— Mia signora! — gridò Owain, perché era Owain che indossava
l’armatura, ma non era la voce di Owain che lei anelava di sentire.
Glasog lasciò cadere il mantello e saltò dagli spalti. La cornacchia volò
via lanciando un solo grido rauco contro il vento.
Durante il freddo inverno che seguì, quando la neve copriva la terra
come un manto e il vento sollevava turbini bianchi davanti alla porta,
Owain raccontò spesso di come Glasog aveva trafitto l’occhio del drago,
di come avevano trovato l’armatura e di quando Glasog gli aveva rivelato
l’ultimo segreto e cioè che, con la morte del drago, i poteri magici di
Madog erano scomparsi.
Fu durante quello stesso inverno che Gwydion trovò nel cortile una
cornacchia ferita a cui mancavano alcune penne da un’ala. Era molto mal
ridotta e aveva talmente sofferto la fame e il freddo che nessuno pensava
che sarebbe sopravvissuta. Ma Gwydion si prese cura di lei fino a che a
primavera le ridette la libertà.
Un giorno la cornacchia tornò sugli spalti del castello di Gwydion, re
Gwydion il signore di tutta Dyfed. — Hai ancora un desiderio da
esprimere — le disse Gwydion. — Un desiderio che io devo esaudire.
— Lo cedo a te — disse la cornacchia. — Esprimi tu un desiderio, re
Gwydion.
— Che tu sia quello che desideri essere — disse allora Gwydion.
E da allora in poi tutti parlarono della grande saggezza di re Gwydion
non meno che della grande bellezza di sua moglie.

Titolo originale: Gwydion and the Dragon


LESTER DEL REY
LA FATA MADRINA
N ON è così che si tratta una principessa! pensò Samanta per
l’ennesima volta. No di certo! E lei, principessa lo era davvero,
suo padre era un re. Forse il suo non era il più grande dei regni,
forse era addirittura il più piccolo, ma era pur sempre un re. E lei, sua
unica erede, un giorno sarebbe diventata la sovrana. Non pensate anche
voi che si dovrebbe mostrare un po’ di rispetto e di considerazione per una
vera principessa reale di dodici anni che va per i tredici? E invece no, per
niente!
I suoi genitori dovevano andare a un convegno tra re e lei avrebbe
dovuto accompagnarli, se voleva imparare qualcosa su come si governa un
regno. Invece la stavano mandando dalla severa e bisbetica vecchia zia
Hepzibah, per trascorrere un mese nella sua casa che sembrava un
mausoleo.
Samanta aveva tentato di convincere suo padre in tutti i modi: con dolci
richieste, con la ragionevolezza, perfino con le lacrime… ma lui non
aveva ceduto. Così aveva deciso sua madre! Sua madre decideva sempre il
contrario di quello che lei voleva.
E la sua fata madrina dov’era, nel frattempo? Perché doveva averne una,
anche se nessuno le aveva mai detto niente oltre al fatto che una creatura
simile esisteva davvero. Alle sue domande i servitori più anziani la
guardavano perplessi e i suoi genitori le dicevano di aspettare quando
sarebbe diventata grande… la stessa risposta per qualunque domanda.
Samanta aveva provato a invocare quella stupida creatura dozzine di
volte, inutilmente. Voglio una fata madrina!
Samanta camminava avanti e indietro nella sua camera, fissando gli
indumenti sparsi sul letto. Avrebbe dovuto fare i bagagli, ma non avrebbe
toccato quegli orribili stracci. Erano poco più che indumenti da lavoro, per
pietà, anche se erano appena stati cuciti dalle damigelle di sua madre. E
questo solo perché zia Hepzibah sosteneva che le ragazzine non devono
vestire in modo ricercato e devono imparare a fare tante piccole cose utili -
come lavorare nel giardino di zia Hepzibah, per esempio, al posto dei
giardinieri che la vecchiarda era troppo tirchia per assumere a ore.
Samanta sentì rumore di passi pesanti provenire dalle scale, che
annunciavano l’arrivo della vecchia dispotica Wanda, la sua governante
quando era bambina. La porta si aprì di colpo e la donna entrò guardandosi
intorno.
— Sammie, ti avevo detto di fare i bagagli. Non possiamo perdere la
giornata sognando a occhi aperti!
— Non chiamarmi così! — gridò Samanta. — Il mio nome è Samanta e
dovresti chiamarmi Altezza.
Non funzionava mai. Wanda borbottò tra sé poi tirò fuori una valigia
dall’armadio. — Mettiti seduta su quella sedia là, Sammie, e levati di
torno. Dobbiamo farci trovare pronte all’ingresso tra dieci minuti.
Osservando Wanda che preparava i bagagli, Samanta dovette ammettere
che la sua vecchia governante era più brava di quella nuova — della quale
si era ora appropriata sua madre, dato che la dama fissa della regina era
ammalata. Ma non aveva importanza, tanto zia Hepzibah non le avrebbe
mai permesso di portarsi dietro una cameriera.
Si avvicinò alla finestra e scostò i tendaggi per guardare il viale. — La
carrozza non è ancora arrivata — notò ad alta voce.
— Non preoccuparti, sarà qui quando ne avrai bisogno — rispose Wanda
chiudendo la valigia dopo avervi infilato l’ultimo orribile vestito. —
Bene, andiamo Sammie. — Wanda sollevò la valigia e seguì Samanta.
Sua madre e suo padre la stavano aspettando nell’androne e Samanta salì
i gradini per dare a sua madre il bacio previsto, ma la regina disse: —
Attenta a non spettinarmi, Samanta. — E baciò la figlia sulla fronte
facendo molta attenzione. — Divertiti mentre siamo via, cara.
Divertirmi, sì, certo, come no! Per quel che importava a sua madre. A
volte Samanta pensava che almeno su una cosa zia Hepzibah aveva
ragione. Una volta le aveva fatto qualche domanda sui suoi genitori, poi,
scuotendo la testa, aveva commentato: — Mi pare che tua madre sia dia
troppe arie, dimenticando che era solo la figlia di un cittadino benestante
prima che tuo padre la vedesse a un’esposizione floreale e decidesse di
sposarla. Vuole che la gente pensi che sia chissà chi!
Ma suo padre era già pronto, in una mano stringeva la valigia che aveva
preso a Wanda e porgeva l’altra a lei. — Su, Sammie… Samanta. Non
possiamo tenere fermi i cavalli.
Raggiunsero il portone e Samanta poté finalmente vedere la sua
“carrozza”. — Oh, no! — esclamò incredula. Era la vecchia carrozza che
era stata scoperchiata e che il cuoco usava per andare a fare provviste. E
alla guida c’era quell’ubriacone del vecchio John.
— Mi dispiace, Sam… manta, ma non c’è altro. La ruota della seconda
carrozza non è ancora stata aggiustata, e la terza è occupata dalla
damigella e dalla parrucchiera di tua madre. È quanto di meglio sono
riuscito a trovare.
Non era colpa sua e lei lo sapeva. — Non fa niente, papà — disse
mentendogli. Suo padre la sollevò perché potesse baciarlo e poi la sistemò
a sedere sul vecchio sedile consunto. Samanta lo vide preoccupato e si
sforzò di sorridergli.
— Fa’ la brava, piccola — le disse. — Non appena sarò di ritorno ti
manderò una bella carrozza.
— Avete finito? — brontolò il vecchio John. — Forza, arri! — E così
partirono, i due cavalli ancora inesperti si impennavano nervosi. Erano
migliori di quelli che usava di solito, e il vecchio John aveva qualche
problema a tenerli a bada.
Abbandonarono il viale della grande e vecchia casa che la gente
continuava a chiamare il palazzo e imboccarono la via maestra, ancora
abbastanza liscia, nonostante le rattoppature alle buche provocate dal gelo
invernale. Dopo alcune miglia il vecchio John guadagnò il controllo dei
cavalli e li fece rallentare a un passo che quella carcassa di carrozza
poteva sostenere. Poi tirò fuori una bottiglia da sotto il sedile e placò la
sete che aveva in gola. Il vecchio John aveva sempre la gola secca.
Non c’era gente in giro, grazie a Dio! Samanta si rannicchiò dietro,
accanto alla valigia, cercando di nascondersi per non farsi vedere da
nessuno. Ma in quella posizione era tutta un dolore e fu costretta a
rimettersi a sedere. La vegetazione rada e ben curata che cresceva intorno
al palazzo era ormai distante e ora Sammie si trovava in mezzo alla
boscaglia selvatica. Quand’era piccola, le damigelle le raccontavano
bellissime storie da far paura sulle creature che vivevano in quei boschi:
lupi che inghiottivano bambini in un sol boccone, streghe, spiritelli e
spiriti. In un certo qual modo quelle fiabe le sembravano più vere adesso
che scrutava l’oscurità nel folto di quei grandi alberi. Il fossato accanto
alla strada era secco e al posto dell’acqua era cresciuto un fitto groviglio di
erbacce.
Al di là della foresta l’attendeva zia Hepzibah con le sue prediche, per
non parlare delle sfacchinate in giardino o nella cucina piena di vapori…
poi altre prediche e piccole ricompense sotto forma di libretti i cui intenti
moralistici erano così pesanti da essere insopportabili. A quel pensiero,
sperò che la foresta non finisse mai.
Il vecchio John adesso sembrava più attento alla strada e ripose la
bottiglia sotto il sedile. Si guardava intorno a ogni curva, anche se non
c’era niente da vedere. All’improvviso si sentì uno sparo. Due uomini
saltarono fuori dalla boscaglia sul margine della strada e cavalcarono verso
di loro impugnando due enormi pistole. — Fermi o spariamo! — gridò il
più vecchio. John si alzò in piedi e tirò le redini per fermare i cavalli, ma il
più giovane dei due puntò la pistola e sparò. Il cavallo più distante si
impigliò nei finimenti e del suo orecchio restò un mozzicone sanguinante.
I due cavalli spaventati fecero per allontanarsi in direzioni diverse e la
carrozza slittò, scivolò nel fossato e si ribaltò. Samanta cercò di
aggrapparsi, ma era troppo tardi. La carrozza rimbalzò e si ribaltò su un
fianco nel fossato, scaraventandola fuori, in mezzo a un cespuglio
sull’argine opposto. Uscì fuori carponi e si nascose.
I cavalli erano riversi nel fossato, impigliati nei loro finimenti e nel
timone della carrozza; dimenavano le zampe e lanciavano nitriti
disperati. E il vecchio John…
Samanta ebbe un conato di vomito quando vide che il vecchio John
aveva battuto la testa contro una roccia e perdeva sangue e cervella. Riuscì
a trattenersi e si guardò intorno alla ricerca affannosa di un altro riparo, ma
non ne trovò.
— Maledizione, Peter, ti avevo detto di non sparare! — stava dicendo il
bandito più vecchio mentre i due scendevano da cavallo. — Taglia la
gola a quelle bestie così la smettono di nitrire. Dov’è finito il vecchio
John? Lascia perdere, eccolo là, lo vedo. È morto.
— Meglio per noi, uno in meno con cui dividere il bottino — ribatté il
più giovane intento a occuparsi dei cavalli che in un attimo finirono di
nitrire. — Dove la ragazza? Sta bene?
— Che mi venga un colpo se lo so. La stavo proprio cercando, ma
sembra scomparsa.
— Sarà nascosta sotto quel mucchio di vestiti. Ehi, quella non sembra
certo roba adatta a una principessa!
— Potrebbe essere quella di una cameriera… anche la ragazza sembrava
vestita così. Forse il vecchio John ha capito male, forse doveva
trasportare solo la cameriera della principessa. Quel vecchio imbecille
era mezzo ubriaco l’ultima volta che abbiamo parlato con lui. Capirai il
riscatto che riceveremo per una cameriera! Ma dov’è andata? Tra i
rottami non c’è, e nemmeno qui sotto.
E per di più, l’uomo stava guardando verso di lei. Pur essendo
nell’ombra di un albero, quelle esili fronde non potevano nasconderla
completamente. C’era forse lo zampino della sua fata madrina? Ma anche
questo non aveva senso. Ci voleva una fata madrina davvero stupida se
aspettava che si cacciasse in quella situazione prima di intervenire!
— Filiamocela. — Il giovane bandito scrutava nervosamente la strada.
— Lasciamola andare, sarà troppo spaventata per descriverci. E tra poco
arriverà gente.
— Già, mi sa che hai ragione — concordò il più vecchio di malavoglia.
— Maledizione! Vorrei solo sapere come ha fatto ad andarsene… ma sta
bene… andiamo!
Un attimo dopo erano in sella e si allontanarono al galoppo.
Samanta restò lì ferma a fissare gli uomini che se la battevano, finché
non scomparvero dalla sua vista.
Il suo brutto vestito era sporco e lacero, ma quando vide gli altri che
erano usciti dalla valigia, si accorse che erano in uno stato ancora peggiore
perché i banditi li avevano calpestati con i loro stivalacci. Tirò un sospiro e
ritornò a nascondersi dietro quel grande albero, cercando di pensare al da
farsi.
Si sarebbe dovuta incamminare verso la casa di zia Hepzibah oppure
ritornare al palazzo. Doveva trovarsi circa a metà strada. L’idea di
affrontare sua zia in quello stato e con quella storia non le andava giù.
Sarebbe ritornata al palazzo. Ma non poteva seguire la strada maestra, i
banditi potevano ripensarci e tornare indietro a cercarla. Non restava che
la foresta.
Dunque, la strada andava da nord a sud, nonostante le varie curve.
Perciò, se percorreva la foresta diretta a nord, avrebbe raggiunto i boschi
ben curati che circondavano il palazzo e ritrovato così facilmente la via di
casa. Guardò la foresta oscura e minacciosa e sentì la paura impadronirsi
di lei. Ma si sforzò di ricacciarla e si mise in cammino.
Vista in lontananza, la vegetazione del sottobosco le era parsa
impenetrabile, ma, mano a mano, intravedeva aperture e spazi dove
infilarsi e scoprì che poteva anche essere divertente, malgrado gli
innumerevoli graffi sulle braccia. La vista del sole era quasi sempre
nascosta dalle fronde degli alberi, ma una volta aveva sentito un
guardacaccia spiegare il modo in cui riusciva a mantenere la strada anche
al chiaro di luna… rivolgeva lo sguardo verso l’albero più lontano che
vedeva nella giusta direzione e vi si dirigeva tenendolo come punto di
riferimento, poi, una volta raggiunto, ne cercava un altro più lontano.
Lanciare di tanto in tanto occhiate al sole dimostrò a Samanta che quel
metodo funzionava davvero.
Cominciò a sentire fame e sete, ma non poteva porvi rimedio. Dopo
tanto pensare e ripensare capì che non avrebbe raggiunto la sua casa prima
del pomeriggio successivo e che doveva resistere fino a quel momento. Le
scarpe cominciavano a farle male ai piedi e quando le tolse scoprì di avere
i talloni pieni di vesciche. Camminare a piedi nudi non funzionò: i sassi e i
rovi spinosi le fecero presto capire che aveva bisogno delle scarpe.
Avrebbe dovuto prendere un altro paio di calze dalla borsa rovesciata,
indossarne due paia avrebbe attutito lo sfregamento. Ma adesso era troppo
tardi per recriminare.
Trovò un ruscelletto e poté così finalmente placare la sete. Si fermò per
un quarto d’ora, cercando di lavare via lo sporco dalle mani, dalla faccia e
dal vestito. Poi bevve di nuovo e controvoglia si incamminò.
Il cielo si stava oscurando di nubi e prima della fine del giorno cominciò
a cadere la pioggia. Si stava facendo buio in fretta e non poteva proseguire
oltre. Cercò un riparo per la notte intanto che la pioggia cadeva più fitta.
Grotte e alberi cavi abbondavano nelle fiabe, ma lei non ne trovò. Alla fine
vide un posto adatto sotto una vecchia quercia imponente. Là sotto non si
stava poi tanto male. Fece pulizia di legnetti e di sassi come meglio poté,
si distese e si coprì con un ramo carico di foglie che aveva trovato per
terra, per nascondersi e proteggersi un po’ dalla pioggia. Era così stanca
che tremava tutta.
Il sonno non voleva saperne di arrivare. La foresta era piena di rumori
strani: civette che gridavano come fantasmi dimenticati, creature che si
muovevano nella vegetazione del sottobosco e anche una risata, che più
probabilmente era il latrato di una volpe. Sammie trasaliva ogni volta che
lo sentiva, poi la stanchezza ebbe la meglio, anche se si svegliò varie volte
con la sensazione di qualcosa vicino e molesto.
Era già mattina quando infine si svegliò, non proprio riposata, ma
cosciente di dover proseguire. Sebbene più lievemente, la pioggia
continuava a cadere e il cielo era ancora coperto di nubi. La fame era una
morsa che le stringeva lo stomaco, ma c’erano pozze d’acqua dove poteva
placare la sete. Aveva le gambe indolenzite e il corpo sembrava una massa
dolorante per il letto duro e pieno di bitorzoli. Ma riprese il cammino,
cercando di ristabilire la stessa direzione. La visibilità era scarsa, ed era
costretta a fissare lo sguardo a una distanza minore di quella che avrebbe
voluto.
Proseguì zoppicando. Le vesciche scoppiarono, modificando la natura
del dolore e cominciò a sentire le gambe intorpidite. Ma si rifiutò
ostinatamente di rinunciare, di sedersi e di piangere… come avrebbe tanto
voluto farlo.
Finalmente raggiunse una piccola radura dove crescevano fragole
selvatiche… quelle che i contadini chiamavano fragole matte. Erano
deliziosamente dolci e profumate, e mangiò tutte quelle che trovò, per
quanto fossero comunque poche.
Quando s’incamminò di nuovo, le nubi si erano aperte e poteva vedere il
cielo… e la sua ombra, dritta davanti a lei e rimpicciolita, come se fosse
mezzogiorno. Quando vide verso quale direzione era rivolta, si spazientì.
Si era diretta a est, non a nord! La mattinata era andata perduta e si
ritrovava ancora più lontana da casa.
Ricacciò ancora una volta le lacrime, non c’era tempo per piangere. Il
cielo si stava rischiarando e avrebbe potuto scegliere la direzione giusta…
e forse perfino vedere qualche raggio di sole. Con molta attenzione, si
orientò verso l’ombra che proiettava, prese come punto di riferimento un
grande albero in lontananza e ripartì di nuovo, diretta a nordovest. Se
avesse sbagliato anche di poco, si sarebbe comunque ritrovata in una zona
conosciuta, almeno così sperava.
Al tramonto non riusciva più a muovere un passo. Aveva trovato acqua
lungo il cammino, ma niente che si fosse arrischiata di mangiare, ed era
indebolita dalla fame. Era piena di dolori e di graffi. Si sistemò nel primo
posto adatto per sdraiarsi a dormire, tolse il grosso dei sassi e dei
ramoscelli e si accucciò, senza neppure sfilarsi le scarpe logore. Questa
volta si addormentò di colpo.
Qualcosa la svegliò, intorno a mezzanotte, a giudicare dalla direzione
della luce della luna ormai quasi piena. Si sollevò a sedere in ascolto, tesa.
Sentì un debole fruscio provenire dal cespuglio alla sua sinistra, poi a un
tratto vide spuntare qualcosa. Sembrava un omuncolo scuro col volto di
una bestia ringhiante e avanzò verso il prato guardandosi intorno senza
dare segni di notarla, poi sollevò la testa e fiutò l’aria carica di odori.
Evidentemente era soddisfatto. Samanta, temendo di essere scoperta, era
pronta a scattare in piedi e a correre. Ma quell’essere non parve notarla,
nonostante girasse la testa a destra e a sinistra passando a non più di sei
metri da lei. Samanta lo vide attraversare il prato e scomparire nella
vegetazione del sottobosco.
Attese finché non fu sicura che fosse veramente scomparso, infine si
quietò.
Era una volpe, continuava a ripetere a se stessa, distorta dalla sua
immaginazione. Doveva essere una volpe! Ma non ci credeva.
Trovò un posto più riparato e cercò di riaddormentarsi. Era tutta
indolenzita per il giaciglio appena lasciato, oltre ai vari dolori precedenti.
Ma alla fine fu nuovamente sopraffatta dal sonno.
Al mattino, per la prima mezz’ora riuscì a malapena a muoversi, poi
lentamente i muscoli si sciolsero. Ma non si fermò. Se non si era del tutto
sbagliata, avrebbe raggiunto casa prima della notte seguente. O almeno
così sperava. Trovò acqua, ma niente cibo, e si sentiva sempre più debole.
Dopo un paio d’ore arrivò a un prato. E là, circondata da un muretto di
pietre con una scaletta, c’era una casa, anch’essa di pietre, e un orto!
Si arrampicò sulla scaletta. Aveva intenzione di avvicinarsi alla porta
della casa e bussare, ma fu attratta dalle carote nell’orto. Se solo avesse
potuto raccogliere qualche carotina fresca da mangiare…
Dalla casa si aprì una finestra e una voce di donna gridò: — Dico a te!
Ragazzina! Non muoverti finché non arrivo io. Non fare un passo!
La donna che uscì dal retro della casa era sui quarantacinque anni,
capelli grigi, bassa e ben piazzata. Indossava semplici abiti da lavoro e
sembrava arrabbiata.
Ma la rabbia svanì dal suo viso non appena si avvicinò e vide Samanta
bene da vicino. — Oh, povera bambina. Cosa ti è successo?
Samanta aveva cominciato a mettere insieme la storia non appena aveva
sentito la voce della donna alla finestra. Non poteva confessare chi era
veramente, il suo riscatto sarebbe stato abbastanza grosso da convincere
anche persone oneste a tenerla in ostaggio.
— Mi sono perduta. Mia madre e mio padre… mi hanno lasciata —
rispose, dicendo la verità, ma tra la gente delle classi povere era anche un
eufemismo per dire “sono morti”. — Dovevo andare a stare con mia zia,
ma quando sono arrivata là, lei non c’era più. Nessuno ha saputo dirmi
dove fosse e nessuno mi ha chiesto di restare. Mi hanno detto di andare
all’orfanotrofio del Re. Perciò me ne sono andata. Poi mi sono perduta
nella foresta per due giorni e due notti… è stato terribile!
Ebbe un brivido vero, come vere erano le lacrime che le scendevano
dagli occhi. La donna batté comprensiva una mano sulla spalla di
Samanta.
— Povera bambina, certo. Non hai mangiato niente?
— Ieri ho trovato qualche fragola matta.
— Devi essere morta di fame. Dai, vieni con me. Troveremo qualcosa da
mangiare e prepareremo un bel bagno caldo. Dopo ti sentirai meglio, te
lo garantisco. — Prese Samanta per un braccio e la condusse sul retro
della casa. — Che nome ti hanno dato i tuoi, bambina?
— Samanta.
— Poveri figli, cosa gli tocca subire. E perché ti hanno chiamata così?
— Era il nome della mia nonna materna — rispose sincera Samanta.
— Va bene, allora. Scommetto che i tuoi ti chiamavano Sammie, e così
farò io, se non ti dispiace. E tu puoi chiamarmi Bessy.
Samanta fece cenno di sì con la testa. Non era nella situazione giusta per
fare obiezioni. — Ma non dovrei chiamare per nome persone più grandi di
me. — Tranne la servitù, ma si guardò bene dal dirlo.
— Allora sei una bambina ben educata. Va bene, chiamami zia Bessy.
Era così che mi chiamavano i figli del nostro signore prima che lui
morisse e noi ci trasferissimo qui.
Stavano oltrepassando la porta sul retro e un uomo ancora più anziano le
porse una mano indurita dal lavoro con le nocchie gonfie per l’artrite.
— Questo è Jonathan, mio marito — lo presentò zia Bessy. — Ma credo
che sarà felice se lo chiamerai zio Jon, Sammie. Jonathan, questa è
Samanta.
L’uomo fece un inchino e le sorrise. Samanta li seguì in cucina e venne
fatta sedere a tavola. Zio Jon, che sembrava conoscere perfettamente le
intenzioni della moglie, portò dentro un secchio d’acqua, riempì un grande
bollitore e lo appese al gancio sul fuoco del caminetto. Poi ravvivò il
fuoco e trascinò dentro una vecchia tinozza di legno. Dopodiché se ne
andò.
— Abbiamo fatto colazione da ore — disse zia Bessy. — Ma dovrebbero
esserci ancora un paio d’uova, qualche fetta di pancetta, un po’ del pane
che ho cotto ieri e forse anche del caffè. Puoi bere il caffè, Samanta?
Fece cenno di sì con la testa. Beveva il caffè dall’età di dieci anni e si
sentiva già l’acquolina in bocca. E prima di quanto avesse potuto
immaginare, stava mangiando cibo vero. Masticò lentamente i primi
bocconi, perché così si era raccomandata zia Bessy, lasciando che il tepore
del caffè si diffondesse per tutto il corpo. Il bagno caldo era divino e
assorbì tutta la sua stanchezza e tutti i suoi dolori.
— Purtroppo non posso far molto con quel che resta di questo vestito —
constatò zia Bessy. — È tutto strappato e sporco di terra. Peccato che
non sei un ragazzo. Mmm… eppure sei più o meno della sua stessa
taglia. Ti dispiacerebbe indossare abiti da ragazzo, Sammie?
— Non lo so, non ho mai provato.
— Be’, allora prova adesso. Ci vorranno mesi prima che il venditore di
stoffe venga da queste parti, e ho usato l’ultimo taglio di stoffa per le
tende. Avvolgiti in quell’asciugamano e seguimi al piano di sopra.
Il piano di sopra era una specie di magazzino per tutti i generi che dava
direttamente nel sottotetto e in fondo c’era una camera da letto col soffitto
basso e una sola finestra. Zia Bessy si avvicinò a un cassettone accostato a
una parete e tirò fuori qualche vestito da ragazzo pulito e ben piegato. Li
provò a occhio su Samanta e sembrò soddisfatta.
— Erano di Billy… il nostro unico figlio. Aveva dieci anni ed era alto
per la sua età quando è morto. Difterite. L’aveva presa da un compagno
di giochi, morto anche lui. L’abbiamo sepolto nel suo posto preferito, là
fuori, sotto il grande olmo dove si arrampicava sempre. Se guardi fuori
puoi vedere dov’è sepolto, sotto l’albero. Jonathan ci sta ancora male,
ma io ho imparato ad accettarlo. E ora sdraiati sul letto e fammi dare un
po’ un’occhiata a quei piedi.
Dopo aver ripetutamente scosso la testa e schioccato la lingua, zia Bessy
completò l’ispezione. Spalmò l’unguento denso di un barattolo che aveva
estratto dal grembiule e infilò uno spesso paio di calze ai piedi di Samanta.
— Presto ti sentirai meglio. Forse le scarpe di Billy ti staranno un po’
grandi, ma tutto sommato dovrebbero andar bene. Non oggi però. Hai i
piedi pieni di vesciche. Forse Jonathan può aggiustare le tue scarpe, ci sa
fare in queste cose.
Dopo qualche istruzione per l’uso, Samanta era vestita come un ragazzo,
e quegli indumenti le calzavano meglio del suo brutto abito. Da principio
se li sentiva strani addosso, ma presto cominciarono a sembrarle normali.
— Avrei dovuto essere un ragazzo… sono abbastanza piatta quassù —
disse portandosi una mano al petto.
— Non preoccuparti per quelle — la rassicurò zia Bessy. — Arriveranno
a tempo debito. E insieme a loro anche qualcosa di più spiacevole.
— Lo so. Io… qualcuno me l’ha spiegato. — Per poco non nominava la
sua governante, doveva stare attenta.
Samanta fece qualche passo per prendere confidenza con i nuovi vestiti;
si avvicinò alla finestra sul retro e guardò fuori. La maggior parte del
terreno circostante era occupata dall’orto. La rimessa era sul retro e il
pozzo con la pompa a mano si trovava poco distante, sul margine della
collina, dove l’acqua era più limpida e incontaminata. Vide il vecchio
olmo sul retro, in un angolo, cinto da uno steccato.
— Non metteremo mai una lapide — disse zia Bessy. — Aveva inciso
sul tronco il suo nome col coltello ricevuto in dono per i suoi nove anni.
Abbiamo pensato che non ci volesse altro.
Poi si ritrasse dalla finestra e indicò il letto. — Faresti meglio a sdraiarti
fino all’ora di cena, Sammie. Non c’è molto da fare, e un po’ di riposo ti
farà bene. Dormi vestita così finché non ti avrò adattato una delle mie
camicie da notte. Va bene?
— Mi sembra fantastico, zia Bessy.
Ed era davvero fantastico. Lenzuola pulite e nessun bitorzolo nel
materasso di crine. Quando alcune ore dopo si risvegliò, si sentiva meglio
e più allegra di quanto non si fosse più sentita dal giorno in cui aveva
capito che avrebbe trascorso la parte migliore della primavera e dell’estate
con la vecchia zia Hepzibah.
Zia Bessy la chiamò e Sammie scese a piedi scalzi in cucina, dove la
cena era semplice, ma molto buona. Una volta lavati e riposti i piatti, si
trasferirono tutti e tre nel salotto, arredato con mobili rustici, ma
accogliente. Zia Bessy doveva cucire per lei e si mise subito al lavoro. Zio
Jon, che parlava sempre poco, stava seduto in silenzio.
— Siete sempre vissuti qui? — domandò Samanta.
— No. Io sono nata in una capanna circa a un miglio a nord da qui, che
adesso non c’è più, per fortuna. Jonathan invece era figlio del fabbro
carpentiere del nostro signore. Quando ci siamo incontrati per la prima
volta, eravamo tutti e due al suo servizio.
A quanto pare, zia Bessy era andata a cercare lavoro dal signore all’età di
quattordici anni. La governante l’aveva presa in simpatia e l’aveva messa
a lavorare in cucina, ma per un’ora al giorno l’anziana signora le
insegnava a parlare correttamente e a servire in tavola. Presto era passata
al grado di cameriera, poi di dama di compagnia. Fu allora che conobbe
zio Jon. A quell’epoca lui era secondo maggiordomo, di grado più alto di
lei, ma capì subito quello che voleva non appena la vide. Quando una delle
cameriere se ne andò, Bessy divenne la governante dei figli del signore,
che sembravano adorarla… come zio Jon, quando andava a trovarla. E in
breve, il signore li lasciò sposare.
Samanta capì che il loro signore era un uomo buono e saggio, molto
diverso da quelli di cui aveva sentito parlare Samanta. Quando era rimasto
ucciso in un incidente di caccia, si era venuto a sapere che aveva disposto
una piccola rendita per loro due che gli permetteva di ritirarsi per tutta la
vita.
— Io avevo in mente questo posto — disse zia Bessy. — L’avevo visto
da bambina e da allora avevo continuato a sognarlo. Perciò io e Jonathan
ci trasferimmo qui. La coppia che viveva qui era morta e la casa era
vuota. Il nuovo signore ce l’affittò per poco e ormai sono diciotto anni
che siamo qui. E credo che qui moriremo.
Nel frattempo, zio Jon aveva sistemato una scacchiera sul tavolino e
stava disponendo i pezzi. — Sai giocare a scacchi, Samanta? — le chiese.
Al suo cenno di assenso, sorrise radioso. — Neri o bianchi? Bianchi,
naturalmente, così sta a te la prima mossa.
Sammie si avvicinò con la sedia al tavolo e cominciò muovendo la
pedina del re. Il gioco ebbe così inizio. Era sempre stata una brava
giocatrice di scacchi, ma adesso doveva dimostrarlo. La partita si stava
concludendo con una sua sconfitta, quando in ultimo gridò: — Scacco
matto!
Zio Jon annuì e si alzò per riporre la scacchiera. — Giochi molto bene,
Samanta — disse. — Ti ringrazio, è la prima partita dopo molti anni.
Nel frattempo, era arrivata l’ora di andare a dormire. Samanta prese la
camicia da notte che zia Bessy aveva appena finito di accorciare per lei e
salì nella sua stanzetta. Riuscì a tenere gli occhi aperti giusto il tempo per
svestirsi e indossarla. Che sensazione incantevole infilarsi sotto le coperte!
Il giorno dopo era dedicato alle pulizie generali, almeno così le sembrò.
La casa che a Samanta era parsa immacolata venne messa completamente
sottosopra. Il bucato cominciò in cucina con l’acqua bollente, poi passò al
risciacquo sotto la pompa. Samanta non trovò nessuna difficoltà a farla
funzionare. Dopo, insieme a zia Bessy, appese i panni ai fili tesi, per farli
sbiancare e asciugare al sole.
E poi era tempo di cuocere e cucinare. Il carro della carne era arrivato al
mattino e zia Bessy mentre sceglieva la merce aveva continuato a
scherzare con l’autista del più e del meno con toni familiari. La carne
arrivava una volta alla settimana e non si conservava a lungo, perciò
doveva essere cucinata prima di essere riposta in fresco nella cantina sotto
casa.
Il giorno seguente era dedicato al giardinaggio, e Samanta poté essere
veramente d’aiuto, una volta che zia Bessy capì che sapeva distinguere un
seme quando ne vedeva uno e come usare una zappa senza tagliare le
piante buone. Non era molto diverso dalla cura dei fiori della vecchia zia
Hepzibah… ma molto più piacevole.
E poi c’erano le partite a scacchi con zio Jon, che una sera vinse per due
volte di seguito.
Sammie sembrava aver perso traccia dei giorni, ma doveva riflettere sul
da farsi. Nessuno aveva mai parlato di una sua partenza, ma non poteva
andare avanti così per sempre. Presto o tardi, sarebbe stata raggiunta dal
suo vecchio mondo. Non sapeva che nessuno avrebbe mai riferito di aver
visto i rottami della carrozza, perché ribaltandosi si era completamente
distrutta e i predatori avrebbero presto ridotto a un mucchio di ossa i due
cavalli e il vecchio John. Il resto sarebbe stato sommerso dalle acque
fangose delle piogge che avrebbero invaso il fossato. Nessuno osservava
da vicino i relitti nei fossati lungo le strade.
Si domandava cosa sarebbe successo se a un tratto avesse detto a zia
Bessy la verità. Il perché della sua bugia era stato un errore, adesso se ne
rendeva conto. Ma confessare di aver mentito non sarebbe stato facile.
Eppure, prima o poi doveva decidersi a raccontare tutto, ed era meglio
prima che poi.
Altri due giorni ancora, concedimi solo altri due giorni, pregava la sua
fata madrina. Non che alla creatura importasse granché, sempre che ne
avesse una.
E una volta confessata la verità, cosa sarebbe successo? L’avrebbero
perdonata, ne era certa. Ma come avrebbero potuto farne avere notizia al
palazzo? Non avevano un cavallo e nessuno dei due poteva affrontare il
viaggio insieme a lei. Avrebbero trovato una soluzione, in un modo o
nell’altro, di questo era certa.
Il giorno dopo era ancora dedicato al giardinaggio. Lei e zia Bessy
completarono le file di carote, di rape e di cavoletti prima di mezzogiorno
e si riposarono al termine dei filari, lasciando che la piacevole stanchezza
scivolasse via dalle braccia e dalla schiena. Samanta vide che la sua zappa
era carica di terra. Si chinò per pulirla con un legnetto e notò qualcosa di
vivace. Allora si avvicinò meglio.
— No, Sammie, NO! — gridò all’improvviso Zia Bessy. La donna
allungò il braccio per afferrare la mano di Samanta.
Quella cosa guizzò all’improvviso, sollevandosi da terra. Era un
serpente! e aveva affondato i suoi denti velenosi nella mano di zia Bessy!
Samanta la colpì con la zappa, ma il serpente non si staccò. Lei e zia
Bessy si misero a gridare.
A quel punto arrivò zio Jon, tutto trafelato. Con un colpo di falcetto
tagliò la testa al serpente e gli divaricò le fauci finché non cedettero.
Allora la schiacciò col tacco della scarpa.
Zia Bessy stava per svenire dallo shock, e Samanta e zio Jon l’aiutarono
a ritornare in casa. Zio Jon la fece accomodare su una sedia e incise una
piccola croce sulla pelle intorno ai morsi per far fuoriuscire il sangue, poi
preparò un impiastro da applicare sulla ferita, usando l’acqua più calda che
zia Bessy riusciva a sopportare.
— Sarà meglio portarla nella nostra stanza e metterla a letto — disse a
Samanta. — È meglio che si muova il meno possibile con quella roba nel
sangue.
Samanta stava piangendo. — È stata colpa mia — piagnucolava. —
Sono stata io ad avvicinarmi, e lei ha voluto salvarmi.
— Finiscila! — la interruppe bruscamente zio Jon. — Non è colpa di
nessuno se non sapevi di quei serpenti. Ora calmati e aiutami a metterla a
letto.
Restarono a vegliarla per tutta la giornata, cambiandole spesso
l’impiastro. Zio Jon preparò un brodo e la imboccò. Zia Bessy dormì per
ore e ore, poi cominciò ad agitarsi e infine si calmò di nuovo. Aveva il
braccio tutto gonfio e arrossato. Samanta lo toccò, era caldo. Il veleno si
era lentamente diffuso e il braccio ora sembrava tre volte più grande del
normale. Prima di sera zio Jon dovette legarla al letto per impedirle di
cadere.
Restarono a vegliarla insieme per tutta la notte. Ogni tanto Samanta si
ritrovava a dormire sulla sedia, ma non era un vero riposo.
Alle prime ore del mattino, zio Jon tirò un lungo sospiro e si alzò in
piedi. — Non va bene, Samanta. Senza altro aiuto che il nostro, morirà
entro domani. — Le ossa del viso in rilievo sui muscoli tesi lo fecero
sembrare più vecchio di anni.
— L’avevo immaginato — sussurrò Samanta.
— Non appena ci sarà abbastanza luce per seguire il sentiero, andrò a
Edona in cerca del dottore. Forse non potrà fare molto per lei, ma
dobbiamo almeno tentare.
— No, non tu. Ci andrò io — disse Samanta. — Io posso correre molto
più veloce di te. Dimmi dove trovare il dottore e andrò.
Zio Jon la fissò attentamente, poi accettò suo malgrado, convinto dalla
logica delle sue parole. Allo spuntare delle prime luci dell’alba, la fece
uscire dalla porta sul retro e le indicò il sentiero. — Cammina per
parecchie miglia e quando trovi il bivio, prendi il viottolo di destra…
arriverai al villaggio. Là chiunque ti saprà dire dove trovare il dottore.
Buona fortuna e che Dio ti benedica, Samanta!
Sapeva che non avrebbe potuto correre a lungo, anche con abiti da
ragazzo. Corse per un tratto, poi camminò, poi corse di nuovo. Sembrava
non dover mai arrivare al bivio e impiegò più di un’ora. Quando
finalmente lo raggiunse, il sole era già alto all’orizzonte.
C’era un uomo con un mantello e un cappuccio nero abbassato sul viso,
seduto su una roccia accanto al bivio. Samanta stava per passargli vicino
correndo, ma lui le tagliò la strada con un bastone da passeggio e la fece
fermare.
— Da cosa fuggi con tanta fretta, ragazzo? Stai correndo via dal tuo
padrone?
— Non sto correndo via da nessuno — rispose pronta Samanta con quel
poco di fiato che le restava in gola. — Sto correndo dal dottore per
portarlo da zia Bessy.
— Ammirevole, sempre che sia vero. E dal momento che le mie orecchie
mi dicono che sei una ragazza, cos’avrebbe da star tanto male quella
donna, fanciulla?
— Non sono affari che vi riguardano, ma se proprio volete saperlo, è
stata morsa da un serpente — rispose. — Ha il braccio gonfio fino alla
spalla e ha smesso di agitarsi e ora sta ferma immobile e le manca il
respiro. — E ora lasciatemi andare!
— E tu cosa c’entri in tutto questo? — chiese l’uomo. Sembrava un
rituale. — Se muore perdi l’ospitalità?
— No, niente di tutto questo. Presto dovrò andarmene, in ogni caso. Ma
è stata talmente buona con me e se muore, zio Jon non le sopravviverà a
lungo. Non sono i miei veri zii, ma… gli voglio bene. E ora posso
andare?
L’uomo vestito di scuro si alzò e ritrasse il bastone. — Sicuro, ma non
troverai il dottore… è fuori per un’altra chiamata. E da quello che mi dici
delle condizioni di tua zia, non hai bisogno di un dottore in medicina, ti
serve un dottore in metafisica.
Quello che aveva detto sul dottore era quello che anche lei temeva, ma
l’altro nome non l’aveva mai sentito. — Dove posso trovarne uno?
— Si dà il caso, mia cara fanciulla, che tu oggi sia proprio fortunata. Il
caso vuole che io sia un eccellente maestro in tale arte. Al tuo servizio,
mia cara.
Le fece un inchino, poi le prese la mano. — Dobbiamo fare in fretta —
disse. Ma l’uomo non sembrava avere fretta e lei non fece nessuna fatica a
stargli dietro sulla via di ritorno alla casa di zia Bessy. Eppure i campi
parevano scorrere accanto a loro a velocità impressionante.
Samanta si voltò e vide il sole tramontare… a est! — Ma… cosa sta
succedendo?
— Solo un po’ di metafisica applicata, mia cara. Non preoccuparti se
accadono cose strane, diciamo che le lancette dell’orologio sono tornate
indietro.
Proseguirono lungo il sentiero mentre le stelle apparivano in cielo e si
affrettavano verso est. Presto il sole si levò a ovest e attraversò il cielo
verso est. In un battito di ciglia era passato alla posizione del mezzogiorno
e loro si trovavano davanti alla scala del muro che circondava l’orto.
— Oggi non saremmo stati di nessun aiuto, perciò siamo tornati a ieri —
disse l’uomo vestito di scuro. — Non preoccuparti, per te sarà come se
fosse oggi. Non devi stupirti né spaventarti, qualunque cosa ti dirò di
fare. E non parlarne mai con nessuno. Me lo prometti?
Samanta fece cenno di sì e l’uomo continuò. — Ora arrampicati sulla
scala. Vedrai zia Bessy nell’orto, in buona salute. Non stupirti. E ci sarà
una bambina al suo fianco. Non guardarla. Io starò qui, ma quando farò
schioccare le dita, voglio che tu corra e afferri la zappa dalla mano di
quella bambina. Hai capito bene?
— Credo di sì, poi cosa devo fare?
— Fai solo quello che pensi di dover fare ora… — E fece schioccare le
dita.
Samanta saltò giù dalla scala e afferrò la zappa dalla mano della
bambina, ma non incontrò nessuna resistenza. Non c’era più nessun’altra
bambina. La zappa era nella sua mano e Samanta stava guardando
qualcosa di vivace che si muoveva nel terreno.
— Zia Bessy, c’è un serpente — disse.
La donna guardò a terra, fece allontanare Samanta e chiamò Jonathan
che, data un’occhiata, tornò indietro di corsa verso il capanno degli
attrezzi. E in un battito di ciglia il serpente si contorceva nella terra diviso
in sei pezzi.
Samanta si guardò intorno in cerca dell’uomo vestito di scuro, ma se
n’era andato, senza neppure presentarle il conto. E tutto sembrava
normale, come se niente fosse mai avvenuto. Zio Jon non mostrava alcun
segno di tensione e zia Bessy stava perfettamente.
Magia! Doveva essersi trattato di una specie di magia. Aveva promesso
di non parlarne mai con nessuno, ma se avesse visto ancora l’uomo vestito
di scuro - cosa improbabile quanto l’averlo incontrato la prima volta -
Sammie gli avrebbe detto quanto gli fosse grata per quello che aveva fatto.
Dopo pranzo ritornarono nell’orto. Zio Jon si sbarazzò dei pezzi del
serpente e cercò attentamente per accertarsi che non ce ne fossero altri.
Presto tutto tornò nuovamente normale e anche lei riuscì quasi a
dimenticarsi di quanto era successo.
Ma quella notte, sdraiata nel suo letto, decise che il mattino seguente,
durante la colazione, avrebbe detto tutta la verità su di sé. Sarebbe stato
difficile, ma non poteva più andare avanti.
Tuttavia non fu così che accadde.
Al mattino, zia Bessy fece irruzione nella sua stanza prima che lei avesse
finito di vestirsi. — Sammie! È qui! C’è il re! Ti sta cercando! Dice che
sei sua figlia, la principessa!
— È vero — ammise Samanta con aria colpevole.
Non aveva senso. Come poteva essere già di ritorno dal convegno? E
come aveva potuto sapere che lei si trovava lì, ammesso che fosse tornato
prima del previsto?
— E io che vi ho trattata come una ragazzina… come se foste una figlia,
per l’amor del cielo — stava dicendo zia Bessy. — Perdonatemi, vostra
Altezza, ve ne prego. E non rimproverate Jonathan.
— Per favore, zia Bessy, per favore. — Finì di allacciarsi le scarpe e si
alzò in piedi per baciare la donna che la guardava con espressione
preoccupata. — Voglio che tu e zio Jon continuiate a trattarmi proprio
come avete sempre fatto finora, vi prego. Mi avete riempito di gioia e ne
soffrirei altrimenti. Sono io che dovrei scusarmi per avervi mentito da
principio.
— Ma no! Io e Jonathan siamo stati felici di averti qui con noi. E se è
stato possibile grazie a una piccola bugia, benedetta sia quella bugia. Sei
una ragazza speciale, Sammie, e ci mancherai molto.
Quando discesero le scale, suo padre era seduto al vecchio tavolo della
cucina e stava spiegando qualcosa a Jonathan mentre finiva un piattone di
frittelle ricoperte di sciroppo. Quando il re la vide scattò subito in piedi.
— Sammie! — La strinse forte a sé, poi la allontanò un poco per
guardarla bene. — Che bello rivederti! Ci hai fatto preoccupare da
morire! stavamo cominciando a perdere ogni speranza.
— Come hai fatto ad arrivare qui, papà? E cos’è successo al convegno?
— Al diavolo il convegno! Stavamo appena lasciando la locanda a metà
strada per affrontare il secondo giorno di viaggio, quando è arrivato un
messaggero dal palazzo. Uno dei miei uomini che doveva portare a
termine una commissione per me aveva notato dei rottami e aveva
riconosciuto quello che restava della carrozza e del corpo del vecchio
John. Sapeva che tu saresti dovuta andare da tua zia. Dopo una ricerca
affannosa e senza avere trovato alcuna traccia di te, ritornò al palazzo per
fare rapporto. Anche le ricerche successive non portarono a nulla, perciò
tutti decisero che eri stata rapita dai banditi per ottenere un riscatto.
— Due banditi avevano progettato di rapirmi — lo interruppe Samanta.
— Erano d’accordo con il vecchio John in cambio di una parte del riscatto.
— L’abbiamo scoperto — disse il re. — Così ci hanno avvertiti e hanno
continuato le ricerche. Non appena tua madre è venuta a saperlo ha
mandato un valletto dal signore locale ad annullare la nostra presenza al
convegno.
— Mamma ha fatto questo?
— Certo, una figlia vale mille convegni. Mentre facevamo ritorno a
palazzo, il capo della sicurezza ha catturato i banditi, che dopo essere
stati interrogati a lungo, hanno confessato. Li ho fatti impiccare,
naturalmente, e ho mandato i miei uomini con la tua descrizione a
cercarti in ogni parte del regno. Nonostante due false piste, non hanno
trovato nessuna traccia di te. Poi ieri, a tarda notte, un uomo vestito di
nero con un cappuccio abbassato sul viso ha bussato alla porta posteriore
del palazzo sostenendo di sapere dove ti trovavi. Aveva perfino una
mappa per raggiungere il posto. Non ho fatto in tempo ad andargli
incontro che lui non c’era più. Mi è sembrata una cosa strana, perché
c’era una bella ricompensa, comunque ho deciso di partire
immediatamente. Ed eccomi qui. Ho portato con me alcuni dei tuoi abiti
migliori, scelti da tua madre. Partiremo non appena ti sarai cambiata. Tua
madre è molto preoccupata per te.
Quando il valletto portò dentro i vestiti, Samanta li prese e ritornò di
sopra per cambiarsi. Le sembravano strani, ora, e non più così facili da
indossare come lo erano stati quelli da ragazzo. Ma non vi badò granché.
Ancora l’uomo vestito di scuro! Chi era ma soprattutto cosa era
quell’uomo? Samanta aveva un sospetto, ma non riusciva a crederci fino
in fondo. Lei non gli aveva detto che era la principessa. Non poteva
trattarsi di lui. Ma chi altri sapeva che lei si trovava lì?
Discese di nuovo al piano terra, inciampando nel vestito mentre
scendeva le scale. Poi corse ad abbracciare e baciare le due persone che le
avevano dato accoglienza e riparo e l’avevano trattata come una figlia.
Avrebbe sentito tanto la loro mancanza. Stavano piangendo, perfino zio
Jon, e Anche lei sentì affiorare le lacrime.
Il re sorrise. — Non siate tanto tristi — disse il re a tutti e tre. — Non la
perderete per sempre, ve lo prometto. Le diamo sempre due settimane di
vacanza in autunno e un mese in primavera. Di solito va a stare con una
vecchia strega di una zia, che detesta. D’ora in poi sarà diverso. Cosa ne
dite se invece la mandassi qui? Ti piacerebbe, Samm… Samanta?
— Oh, papà, più di ogni altra cosa! Ma che dirà mamma?
— Credo che questo sia il momento buono per proporglielo, vedrai che
sarà d’accordo, puoi scommetterci. Da quello che ho visto e sentito,
questa è stata la cosa migliore che potesse capitare, e vorrei che
continuasse. E voi cosa ne dite Bessy? Jonathan? La terrete volentieri
con voi?
— Che Dio vi benedica, maestà — disse zia Bessy con un inchino,
seguita da Jonathan.
— Allora è deciso. E come vi ho detto prima, basta con queste inutili
riverenze. Ormai fate parte della famiglia.
Samanta li seguì con lo sguardo dal finestrino posteriore della carrozza…
e questa volta era la carrozza migliore! Bessy e Jon erano sull’uscio di
casa e la salutavano con la mano. Poi il viottolo si insinuò tra gli alberi e
Samanta scivolò a sedere al fianco del padre.
— Credo che dovremmo cominciare a trattarti in modo diverso, d’ora in
poi, Sam… manta — disse suo padre. — Chiunque resista due giorni
senza indumenti adatti e senza provviste in quella parte della foresta, non
è più una bambina. La mia miglior guardia forestale giurava che non
avresti resistito un solo giorno laggiù.
— In modo diverso? Come? — gli chiese. Non era sicura di essere
pronta ad affrontare subito un altro cambiamento. Andare a passare le
vacanze con zia Bessy e zio Jon anziché con la vecchia zia Hepzibah le
sembrava già un avvenimento straordinario per quel giorno.
— Penso che dovremo cominciare a insegnarti come si governa un
regno. Un giorno diventerai regina, ed è bene che impari come si fa. A
volte può essere noioso, ma è importante. Dovremo portarti con noi
quando andiamo a far visita ad altri re o ai nobili del nostro regno, così
potrai incontrare altri giovani come te… ragazze e ragazzi. Un giorno
dovrai prendere un consorte, ed è bene che tu ne sappia abbastanza per
sceglierne uno in gamba.
Sembrava tutto molto interessante, anche se le metteva un po’ paura. Ma
la sua mente era rivolta ad altro.
— Papà, sono abbastanza grande per conoscere la verità sulla mia fata
madrina? Ne ho davvero una?
— Certo! È con la nostra famiglia da almeno sette generazioni, e forse
più. Compare sempre al battesimo di ogni possibile erede al trono.
— Tu l’hai mai vista? Com’è?
Adesso stavano percorrendo una strada laterale, ma di gran lunga
migliore del viottolo che portava alla casetta di pietre con l’orto. Il re si
adagiò allo schienale pensieroso.
— L’ho vista una sola volta, al tuo battesimo. Subito dopo la cerimonia,
lei era là. Nessuno vide da dove fosse arrivata, ma era al tuo fianco. Me
l’ero sempre immaginata come una vecchia strega avvizzita dal tempo,
invece era giovane e bella. Lunghi capelli biondi, intrecciati e raccolti in
una corona intorno alla testa. Un incantevole abito azzurro. Era
circondata da un alone quando ti sfiorò la fronte e pronunciò i tuoi doni.
La descrizione non coincideva certo con quella dell’uomo vestito di
scuro, non c’era pericolo di sbagliarsi. Eppure a Samanta rimase un
sospetto.
A un tratto si rese conto di quello che aveva sentito. — Doni? Che
genere di doni, papà?
— Oh, i più insoliti, come sempre. Mmm… uno era il dono
dell’impercettibilità necessaria e un altro il dono del richiamo non
autoindulgente. Sai cosa significano?
— Posso immaginarlo, papà. Non essere visti quando è assolutamente
necessario e chiamare in aiuto qualcosa o qualcuno ma non per
assecondare un proprio capriccio.
Il re annuì. Samanta ripensò ai momenti passati, cercando spiegazioni
per tutto quello a cui non era riuscita a dare una risposta. I doni
spiegavano perché i banditi e l’omuncolo - o cos’altro fosse - non
l’avevano vista. Ed era stata veramente lei a chiamare l’uomo vestito di
scuro per aiutarla a risolvere un problema che non era personale né
insignificante? Sembrava possibile.
— E poi cosa accadde?
— Si volatilizzò. Non tra le fiamme e il fumo, come raccontano le
vecchie fiabe, e non volò neppure via. A un tratto spiegò le ali e
scomparve.
— Le ali?
— Oh, sì. Aveva le ali, come quelle di una farfalla, le spuntavano dalle
scapole. Sembravano iridescenti, mutavano colore a ogni suo movimento,
erano meravigliose.
E con questo, il sospetto di Samanta svanì del tutto. L’uomo vestito di
scuro non aveva ali sotto il suo mantello, non aveva spazio neppure per
tenerle piegate.
Erano ormai vicini alla strada maestra, quando Samanta lanciò uno
sguardo alla foresta sulla sua destra. Sembrava più minacciosa che mai.
Poi, poco più avanti, qualcosa si mosse sul ciglio della strada. Samanta
guardò meglio e aggrottò la fronte stupita. Era l’uomo vestito di scuro!
Fece per richiamare l’attenzione del padre, ma l’uomo vestito di scuro si
portò un dito dove avrebbe dovuto avere le labbra e scosse la testa.
Poi, mentre lei lo fissava in timoroso silenzio, l’uomo cominciò a sfilarsi
il mantello e il cappuccio scoprendo una chioma di lunghi capelli biondi
raccolti in una corona a incorniciare un volto di una bellezza abbagliante.
Indossava ancora l’abito azzurro, e il mantello si era trasformato in un
paio di ali iridescenti. Sorrise e soffiò un bacio verso Samanta. Poi
scomparve.
Samanta si appoggiò allo schienale provando una vera sensazione di pace
col mondo mentre svoltavano e imboccavano la strada maestra diretti al
palazzo.
Suo padre la guardò e le sorrise affettuoso. — Felice di tornare a casa,
Sammie… Samanta?
— Sì, papà. Con te. E… papà?
— Sì, piccola?
— Puoi chiamarmi Sammie, adesso mi piace.
Il re la strinse a sé. Sammie gli si rannicchiò accanto e da quel momento
non si sentì che il rumore delle ruote e degli zoccoli dei cavalli.

Titolo originale: Fairy Godmother


SUSAN DEXTER
CARDELLINO
P IENA estate. Le Fronde della foresta dispiegate, l’oscurità notturna
è assoluta. Nessun riflesso di luna piena né di stelle a screziare il
tappeto della foresta. Per coloro la cui vita dipende dall’oscurità,
la foresta è la promessa di un rifugio sicuro.
Un topo di campagna, i baffetti tremolanti in cerca di cibo tra le foglie
cadute e i germogli, alle radici di una quercia secolare. Il topo si irrigidisce
al latrato dei segugi in lontananza, a non più di una lega da lì, stando alle
orecchie del topo… sebbene un topo non calcoli le distanze in leghe.
Nessun pericolo imminente, quindi ritorna alla sua occupazione.
Rosicchiando rosicchiando, a un tratto si irrigidisce di nuovo e trattiene
perfino il respiro. Un raggio di luna guizza fra i tronchi degli alberi e
colpisce uno zoccolo fesso e argentato.
Ancora il latrato dei segugi. La femmina di unicorno si ferma, rivolge la
bellissima testa e il lungo collo aggraziato all’indietro. Dilata le narici
fiutando la brezza che fa oscillare le foglie. Resta ferma così per un
attimo, poi prosegue, avanzando ogni passo con una delicatezza che non è
dovuta solo al tentativo di dissimulare le proprie tracce.
Sul margine del bosco di querce ha un attimo di esitazione. Poco più in
là, la caduta di una quercia secolare ha lasciato posto a un praticello. La
luna imbeve di luce quel piccolo spazio erboso tanto che, per contrasto,
l’oscurità sotto gli alberi sembra più nera della pece. La femmina di
unicorno tasta delicatamente il terreno con la zampa anteriore. Un fremito
le percorre i fianchi e il ventre gonfio. Protende il corno argentato per
smuovere le foglie morte finché non scova una cavità nel tronco della
quercia caduta.
Si inginocchia e si abbassa lentamente sul tappeto di foglie. Il posteriore
teso per lo sforzo, si aiuta spingendo coi garretti; infine emette uno sbuffo
dalle narici e cede adagiandosi completamente sulle foglie.
Subito dopo partorisce. Ancora qualche fremito del ventre ed ecco
spuntare due piccoli zoccoli, le zampe anteriori e un muso esile e
allungato. Tra un respiro e l’altro, guizza fuori tutto intero il figlio, umido
e argentato, lucente tra le foglie come un pesce appena pescato.
La madre avvicina il muso al suo piccolo che si sforza di protendersi
verso di lei, le narici dilatate, fiutando l’aria. Le orecchie lunghe e piatte si
sollevano e ricadono pendule. La madre gli lecca il muso con la lingua e
annuserebbe anche il suo odore, ma quando nascono, gli unicorni non
hanno odore, solo così possono restare nascosti ai pericoli del mondo fino
a quando non sono in grado di difendersi.
Il latrato di un segugio… questa volta più vicino.
La madre tende le zampe anteriori e spingendo con forza si solleva da
terra, il suo piccolo con le zampe ancora piegate tenta di imitarla. La
madre lo spinge di nuovo con dolcezza tra le foglie e con un tocco del
corno argentato gli ordina di restare lì fermo. Il lamento dei segugi ora è
più assillante… hanno fiutato le tracce.
La femmina di unicorno indugia un ultimo pericoloso istante, sfiora col
naso il muso del suo piccolo, poi si allontana in fretta e scompare nella
foresta, senza muovere una foglia, senza emettere alcun suono.
Il piccolo di unicorno resta lì e nel prato i soffioni si aprono sfidando la
rugiada e l’oscurità, finché l’erba non è tutta punteggiata di piccoli globi
argentati. Tra gli alberi, l’aglio orsino e la tormentilla sbocciano fuori
stagione per dare il benvenuto al nascituro, che non li vede neppure perché
ha appoggiato la testa e si è addormentato.

Nella sua capanna fatta di paglia, fango e sassi di fiume levigati, retta
dalla parete di roccia della collina, Flax è tormentato da un incubo: una
muta di segugi guaisce e quelle creature spettrali sono tutte molto più
grandi e agili di lui. Al risveglio Flax sente ancora il loro fiato caldo sul
collo e si rende conto che malgrado il sogno sia finito, li sente ancora.
Adesso non latrano più così forte, ma il cuore gli batte ancora
all’impazzata, tanto che lo sente scoppiare nel petto e premere per uscire.
Dopo un’eternità, o forse due, non sente altro che qualche breve latrato
eccitato. Flax sprofonda nel suo giaciglio, mentre l’aria della notte viene
rotta da un altro suono. Limpido e acuto come le stelle d’inverno e come
loro senza tempo, quel suono è senza dubbio un grido di morte. Flax
trattiene il respiro come se quel grido sia il suo. Ma per quanto trattenga il
respiro, non c’è ormai più niente che le sue orecchie tese possano sentire.
La notte e il mondo sembrano congelati. Flax è sdraiato, gli occhi
spalancati, e non sa perché abbia così disperatamente voglia di piangere.

All’alba, Flax si alzò, il corpo indolenzito per la tensione e la mente


angosciata per la doppia paura del sogno e della realtà. All’esterno, l’aria
fresca placò il suo spirito e presto gli rilassò i muscoli. I cespugli di mirtilli
gli offrirono la colazione, ma non era la frutta che cercava quel giorno.
Flax vagava lungo il ciglio del sentiero che portava al villaggio di
Ylowfort raccogliendo le infiorescenze dei cardi nella sacca di yuta
allacciata alla cintura.
Non ce n’erano tanti maturi come aveva sperato… e presto avrebbe
incontrato gente lungo la strada. Flax non ci teneva a incontrare gli abitanti
del villaggio. La notte l’aveva sfinito e aveva bisogno di solitudine per
riprendersi, proprio come ne aveva bisogno sempre, semplicemente per
vivere. Qualche giorno prima aveva sentito cantare i cardellini oltre il
bosco di querce e aveva impresso quel luogo nella mente, perché i
cardellini scelgono spesso di fare il nido vicino ai cardi di cui prediligono i
semi. Flax costeggiò un campo d’orzo maturo e scomparve nella foresta,
dove dominava ancora la penombra.
Giunto a un ruscello, si inginocchiò per bere, poi deviò il suo percorso
per raggiungere l’estremità opposta del bosco per una scorciatoia. Una
chiazza bianca colpì il suo sguardo e Flax avanzò tra i cespugli per vederla
più da vicino, curioso di scoprire quale fiore sbocciasse nel profondo della
foresta in piena estate.
Era sbalordito, perché l’aglio orsino fiorisce prima di Beltane e quella
stagione era ormai finita da un pezzo. Il baldacchino di fronde era folto nel
pieno dell’estate e lasciava filtrare ben poca luce rispetto a quella di cui i
fiori avevano bisogno. E accanto all’aglio orsino… tormentilla? Quella
fiorisce ancora prima. Flax esplorò il prato con le mani ed ebbe conferma
di avere ragione quando trovò le radici. Le dita e la terra erano macchiati
di linfa rossa… che sgorgava dal terreno come da una ferita. Flax trasalì.
Per un istante, alla vista del sangue fu nuovamente sopraffatto dalla paura
del sogno, dal ricordo del grido che aveva udito al risveglio.
Si rialzò scuotendo la testa e vide qualcos’altro sotto gli alberi, sempre
qualcosa di bianco, ma non un fiore. E lo stava fissando.
Dapprima Flax lo prese per un puledro… gli zoccoli ancora teneri non
davano segni della loro natura fessa. Era un maschio. Il corpo slanciato
interamente ricoperto da un mantello bianco e morbido come i fiori di
cardo che Flax aveva appena colto.
Assomigliava più a un cervo che a un cavallo… la grazia innata, le
lunghe ciglia folte e scure. Aveva le narici di un cavallo in un muso di
velluto morbido, non il naso umido di un cervo. Aveva un bernoccolo in
mezzo alla fronte e Flax pensò che si fosse ferito.
…un unicorno? Flax allungò la mano convinto che sarebbe svanito come
un velo di foschia sopravvissuto alla notte.
Invece non aveva paura di lui e gli succhiò le dita. Flax sentì la sua bocca
calda e morbida e gli toccò i denti da latte che spuntavano dalle gengive.
Era appena nato… ma allora dov’era sua madre?
Il grido di quella notte risuonò nelle sue orecchie e Flax pensò che
avrebbe continuato a sentirlo fino alla fine dei suoi giorni. Provò una fitta
al cuore quando il sangue ritornò a pulsare dopo un battito mancato.
Guardò il piccolo di unicorno che continuava a succhiargli le dita. Aveva
la placenta attaccata al posteriore, sottile come una ragnatela. Non era
ancora in grado di reggersi sulle zampe e chiunque avesse impedito a sua
madre di ritornare da lui, non era riuscito a scovarlo. Forse perché alla
nascita era privo di odore, come un cerbiatto. O forse perché la madre
aveva voluto depistare le tracce per proteggerlo. Se i segugi si erano
accontentati della preda che avevano già ucciso, forse non ne avrebbero
cercate altre. Flax lo sperava, lo sperava davvero tanto.
Quando era arrivata a Ylowfort, la madre di Flax era una straniera per
tutti e lo era rimasta fino alla fine dei suoi giorni. Gli abitanti del villaggio
la chiamavano strega, puttana… l’ultima menzogna era un dispetto dovuto
al fatto che aveva rifiutato tutti i giovanotti del villaggio. Nessuno sapeva
dove vivesse, ma le notti d’estate non le passava sotto un tetto,
vagabondava per campi e foreste in cerca di erbe e di giorno vendeva il
suo raccolto per vivere. Aveva i capelli scuri, gli occhi azzurri, ed era muta
come la pietra.
Muta, con un unico cenno di assenso in presenza del prete, sposò il
guardiano di porci del duca Lionel, un giorno d’inverno in cui l’ululato del
vento rendeva preziosa una casa e il calore di un fuoco nel caminetto. Il
guardiano di porci era stato l’unico che non l’aveva additata, che non
l’aveva presa in giro e trattata male - a dire il vero era anche lui muto
come sua moglie e quasi emarginato quanto lei per colpa del suo mestiere.
Contro qualunque previsione, divenne una buona moglie… e presto una
buona madre.
Chiamarono il loro figlio Flax, come il lino, forse per via del colore
chiaro dei suoi capelli, che era così diverso da quello della madre, come se
non fosse suo. Ma per il resto era identico a lei e lo divenne ancor di più
dopo che una febbre si portò via suo padre. Quando Flax cominciò a
muovere i primi passi, sua madre riprese a vagabondare per boschi e
foreste portandolo con sé. Le creature selvatiche erano i suoi unici
compagni di giochi, gli alberi e i campi la sua scuola.
Ripresero a chiamare sua madre strega… muta come un serpente e il suo
marmocchio uguale a lei. Dicevano che non gli insegnava a parlare il
linguaggio degli uomini, ma solo arti oscure. Dicevano che aveva barattato
l’anima di suo figlio, o la sua intelligenza, o tutti e due.
Strega o no, erano stati zoccoli di cavallo ferrati a ucciderla, ed essendo
cosa risaputa che il ferro uccideva le streghe… la questione era stata
chiusa. Era stata travolta da uomini a cavallo lanciati al galoppo mentre si
affrettava verso casa durante un temporale improvviso. Da quel momento,
Flax era vissuto da solo al margine della foresta.

Flax si accovacciò e accarezzò l’unicorno, che si era accucciato nel letto


di felci che Flax aveva raccolto per lui e si era assopito al riparo
nell’oscurità della capanna. Dormì a lungo, era molto stanco.
L’unicorno aveva bisogno di nutrimento, Flax riusciva a contargli le
costole e a palpare la sua ossatura tanto da capire che in alcune parti
somigliava molto a un cavallo. Flax aveva il sospetto che la madre non
avesse avuto il tempo di allattarlo prima di lasciarlo e sapeva che se non
l’avesse convinto ad accettare presto un sostituto del latte, sarebbe
sprofondato nel regno dei morti, seguendo le orme della madre.
Aveva rifiutato il latte di mucca che Flax aveva rubato… lasciando che i
serpenti se ne prendessero la colpa quando alla sera la mucca era tornata
alla stalla con una mammella sgonfia di latte. Flax aveva riscaldato il latte
a temperatura corporea, aveva aggiunto del miele e quando l’unicorno si
era rifiutato di berlo, aveva versato il liquido in una borraccia e aveva
cercato di versarglielo direttamente in gola. L’unicorno aveva opposto una
resistenza inaudita e Flax aveva rinunciato temendo che perdesse tutte le
forze.
Una volta sceso il buio, aveva corso un rischio ben più grande,
intrufolandosi in un recinto di capre del villaggio. Le capre erano già state
munte una volta ed erano infastidite per le attenzioni clandestine che Flax
gli rivolgeva. L’unicorno si era rifiutato di bere le poche gocce che alla
fine era riuscito a mettere insieme, ma gli aveva leccato subito le dita non
appena Flax se le era ripulite dal latte.
Allora Flax si procurò il latte di una cavalla da tiro che aveva appena
partorito, poi raccolse erba tenera, piantine dolci, crescione, mele.
L’unicorno rifiutò ogni cosa e ricambiò Flax con sguardo sempre più fisso.
Allora gli offrì la farinata d’avena che era la sua cena abituale, senza
stupirsi quando il cucciolo si limitò ad annusarla prima di adagiare di
nuovo il muso sulle felci. Flax gli accarezzò il manto morbido, palpando le
ossa che si sentivano appena sotto pelle, poi consumò il suo pasto e col
cuore in pezzi si dedicò alle sue faccende serali.
Tolse i cardi dal sacco, scelse il più maturo e tirò via la parte soffice dalle
spine. Insieme alla lanugine uscirono anche tutti i semi. Flax li ripose in
una ciotola di terracotta. La sera era calda, il fuoco spento, ma il filo di
lino intrecciato si consumò insieme al lardo di maiale togliendo a Flax la
luce necessaria per concludere quel lavoro monotono. Avrebbe potuto
terminarlo al buio, oppure dormire.
Dopo un’ora aveva riempito la ciotola di semi alla sua destra, e aveva
ammucchiato un mucchietto di lanugine alla sua sinistra. Le spine la
tenevano ancorata al pavimento, ma qualche batuffolo venne sospinto
nella stanza dalla brezza che scendeva dalla canna del camino.
Uno di quei batuffoli si fermò vicino al muso dell’unicorno, trattenuto
dal suo debole respiro. Le narici umide si dilatarono, si contrassero e si
dilatarono di nuovo. L’unicorno aprì la bocca e prese il batuffolo di
lanugine. Masticò ciondolando le orecchie.
Flax se ne accorse solo quando, dopo il secondo batuffolo, l’unicorno si
sgranchì le zampe. Tirò via la lanugine dal cardo che aveva in mano, con
un barlume di speranza, e senza badare alle spine, allungò il boccone
all’unicorno. Labbra vellutate lo afferrarono dalle sue mani con una
delicatezza tale che Flax avvertì solo il calore del suo respiro.

Per un’ora Flax imboccò l’unicorno cercando di separare la lanugine dai


semi più in fretta che poteva. Poi, senza i primi goffi tentativi di tutti i
puledri e i vitelli che Flax aveva osservato, l’unicorno si alzò sulle zampe,
fece qualche passo nella stanza, si avvicinò in un angolo e con molta
grazia, liberò l’intestino.
Al mattino si reggeva sicuro sulle zampe e le sue ossa aggraziate erano
già lunghe quasi quanto quelle di un adulto. Quel giorno avrebbe
volentieri accompagnato Flax, ma lui lo chiuse nella capanna per
proteggerlo e andò in cerca di quanti più cardi riuscì a trasportare.
Ora l’unicorno aveva un nome, anche se solo nei pensieri di Flax:
Cardellino.

La luna calante divenne una falce sottile poi crebbe di nuovo. L’unicorno
cresceva ogni giorno di pari passo e in modo altrettanto percettibile. Oltre
ai cardi che gli avevano dato il nome, l’unicorno aveva scoperto altri tipi
di cibo e andava matto per le mele. Quando nel sicuro della notte Flax lo
portava fuori a giocare, Cardellino mostrava un’energia inesauribile e una
freccia scoccata da un arco non era più veloce di lui quando galoppava su
un prato. Nessuna freccia scoccata dalla mano di un uomo, nondimeno,
avrebbe potuto virare all’improvviso come faceva Cardellino per tornare
al fianco di Flax… per poi allontanarsi di nuovo, alzando gli zoccoli verso
la luna, scalciando e impennandosi per il puro piacere di muoversi, e
volteggiando come una foglia al vento.
Flax non era affatto così veloce, ma si univa al gioco con entusiasmo e
dopo dividevano insieme un sonno profondo e senza sogni sul letto di
felci. Cardellino perse la peluria vellutata da puledro e ben presto la sua
criniera si trasformò in una frangia che crebbe ritta fino a una spanna
prima di ricadergli ordinatamente sul collo.
Il corno gli spuntò dalla pelle, riflettendo nelle sue spire madreperlacee
tutti i colori dell’arcobaleno. Flax gli grattava il corno alla base con le dita
e con ciuffi d’erba secca e Cardellino gli dimostrava la sua gratitudine
accarezzandolo con la lingua.

— Lowise! Lowise! Che la peste ci colga, Dilys, dov’è la ragazza?


Dilys appoggiò il canestro pieno di lana e si spolverò le sottane. — Non
mi vorrai dire che ti sembra strano, Maude. Lowise sa benissimo che oggi
c’è da cardare la lana… e la nostra signorina detesta cardare la lana.
— Già. Come detesta filare, tingere, tessere, cuocere il pane, fare la birra,
insaccare le salsicce e controllare i conti! Dimmi un solo lavoro che
quella bambina abbia voglia di fare! Chissà perché lord Lionel l’ha
promessa in sposa al signorino Lothair…
— Nostro fratello Lionel l’ha promessa in sposa… ed è stata un’abile
mossa, come ricorderai, perché Lowise è l’erede delle terre del padre e di
quelle del nonno materno. Non poteva andar meglio al nostro Lothair, lo
sai anche tu. — Dilys si mise a sedere su una panca e prese in mano i
pettini per cardare. Tre ragazzine che avevano seguito le due sorelle nella
sala, sollevarono a loro volta i pettini e si misero all’opera sotto lo
sguardo vigile di Dilys.
Maude vagava per la stanza, assestando colpi a un arazzo convinta che
fosse un ricettacolo di tarme. — Sono dieci anni che quella ragazza è qui
con noi, l’abbiamo allevata e cresciuta fino all’età buona per sposarsi… e
non ha imparato una sola delle cose che deve sapere quando diventerà
signora di questo maniero! Non dimostra nessun interesse… tranne che per
quei suoi uccellini striduli!
— Forse Lothair la porterà a vivere a corte, Maude. Allora non avrà
bisogno di saper governare la casa. Ma qui o là, dopo le nozze Lowise
diventerà la Signora, quindi sarà meglio parlare a modo dei suoi uccellini
canterini… lei li adora e presto noi dipenderemo da lei.
Maude sbuffò contrariata. — Ti sbagli! Non l’hai sentita martedì scorso?
Ha detto al prete che non si vuole sposare e non ha nessuna intenzione di
perdere la vita durante il parto prima dei vent’anni. Che idee per una
bambina di dodici anni! Vorrei tanto sapere come pensa di sottrarsi al
fidanzamento. Non sarà facile come sfuggire ai lavori domestici.
Dilys chinò la testa sulla lana. — Non dev’essere facile per lei, povera
bambina… quando ha perso sua madre era così piccola che quasi non l’ha
conosciuta.
— D’accordo, d’accordo, ma questo non giustifica la sua pigrizia!
Lothair avrà un bel da fare con una moglie pigra e incapace di mandare
avanti le sue proprietà. Farà bene a dargli un erede il primo anno…
altrimenti avrà nostalgia di come la trattiamo ora — disse Maude
assestando un altro colpo all’arazzo. — Se non imparerà come si deve,
per te e per me non sarà tanto piacevole vivere qui.
Dilys si alzò in piedi. — Vado a cercarla, Maude. Bada che le ragazze
proseguano a cardare.
Quando usciva dalla sala, Dilys non alzava mai lo sguardo verso l’arco
d’ingresso, dove era appeso un triste trofeo. La testa di unicorno,
rozzamente imbalsamata, era completamente sfigurata e aveva perso la
magia che possedeva quando era in vita. Il corno a spirale era ricoperto di
polvere e la criniera era addobbata di ragnatele che non si notavano dal
basso. Le palpebre della creatura, che aveva ormai smesso di piangere,
erano state cucite con lunghi fili appositamente scelti per simulare le
lunghe ciglia.

Lady Lowise stava ferma al centro di una stanza circondata da file e file
di gabbiette di vimini; un uccello cantava appassionatamente appollaiato
sul suo dito indice che Lowise teneva sollevato davanti a sé. Il canarino
corteggiava la sua padrona con trilli e cinguettii, oscillando e battendo le
ali. La destinataria dello spettacolo era incantata dal canarino tanto quanto
lui lo era da lei. Aveva lunghi capelli neri come le piume sul capo del
canarino, per il resto interamente giallo, e avevano entrambi gli occhi scuri
e luminosi, ma quelli di Lowise erano molto più grandi e incorniciati da un
viso a forma di cuore.
Dalle gabbie, altri maschi cantavano facendo da contrappunto o
completando il canto del suo preferito. Flax allungò la testa, in ascolto, e
sentì le femmine dei canarini richiamare con minor impeto i loro
compagni o i loro piccoli.
— Adorano i semi del cardo! — sorrise Lowise radiosa. — E per voi
Flax trova sempre i più grandi e i più dolci, miei tesori. Hai portato la
lanugine fresca?
Flax restò perplesso. Quando Lowise aveva detto “lanugine”, lui aveva
pensato alla lana di pecora, e a un compito che detestava, e non riusciva a
collegarla in alcun modo agli uccellini. Infine si figurò il fiore di cardo
prima che le sue spine secche venissero usate per cardare, e imparò il vero
nome della sua peluria leggera. Flax scosse la testa. Le spine erano ancora
verdi e tenere, ornate di fiori violetti. Nessun seme matura così presto.
— Me ne porterai appena possibile?
Flax capì la domanda dall’espressione del suo viso e annuì solennemente.
— Allora adesso, per i semi di cardo che mi hai portato, ti spetta un
sacco di avena e magari anche un pezzetto di formaggio e… — Lowise
ritornò a guardare il canarino che aveva in mano e lo accarezzò con una
foglia di tarassaco. — E un pezzetto di salsiccia! La vuoi una salsiccia,
Flax? Seguimi nelle cucine e ti darò la tua ricompensa.
Ripose il canarino in una gabbia vuota e l’uccellino cominciò a
svolazzare sconsolato da un trespolo all’altro. — Non ti affliggere,
tesorino, torno subito. Canta per le altre tue mogli mentre sono via.

Flax prese la sua ricompensa e rimase sbalordito quando vide che aveva
ricevuto veramente la salsiccia promessa. La cuoca aveva concesso a
Lowise solo una salsiccia piccolina, una di quelle con l’impasto semplice,
che la muffa aveva leggermente irrancidito durante la stagionatura, ma era
molto più di quanto Flax era abituato a ricevere.
Si incamminò verso il cancello col suo carico, insieme a Lowise che
chiacchierava al suo fianco. Flax ascoltava le sue parole sui pregi dei
diversi semi così come ascoltava il canto degli uccelli, sapeva che non
doveva dare risposte, altrimenti avrebbe dovuto prestarle più attenzione.
Ma le chiacchiere della fanciulla coprivano altri rumori, e furono i piedi
di Flax, non le sue orecchie, ad avvisarlo che un gruppo di cavalli stava
risalendo la strada verso il maniero. Un attimo dopo nel cortile c era una
baraonda di cavalli, uomini, polvere, vessilli e cani da caccia che
annunciavano il ritorno del duca Lothair da corte.
Erano passati anni e anni dall’ultima volta che aveva prescelto Ylowfort.
Lothair vi risiedeva di rado, malgrado il suo nome fosse molto invocato al
maniero perché un giovane ha più possibilità di divertirsi a corte che non
sepolto nella sua dimora di campagna. Flax non era interessato all’evento,
l’unica cosa a cui pensava era di passare accanto alla calca di uomini e
cavalli e precipitarsi a casa prima che i cani del duca lo annusassero. Il
duca non lo avrebbe degnato della sua attenzione, ma i suoi segugi sì. Flax
prese verso sinistra, lontano dalle stalle dove si sarebbero diretti i cavalli e
i cani.
Sentì qualcosa sfiorargli il polpaccio destro e fiutarlo. Si voltò e vide un
cane lupo che perdeva bava dalla bocca proprio come nel suo incubo,
come se la sua paura l’avesse fatto materializzare. Il cane lo annusò ancora
per fiutare le tracce di un odore che Flax sapeva benissimo — come se
l’avesse impresso a fuoco nella mente — non essere né il suo, né della
salsiccia.
Terrorizzato, si immobilizzo, la testa bassa, le braccia alzate, la pelle
accapponata. Animale addestrato per la caccia, il cane lupo non aveva il
minimo interesse per un pezzo di salsiccia. Le sue narici stavano fiutando
ancora l’odore della preda. Odore di unicorno. Odore di Cardellino.
Così come sapeva richiamare i conigli e gli scoiattoli e far germogliare
presto i semi, Flax a volte riusciva anche a far dimenticare agli animali di
averlo visto. Era utile quando incontrava inaspettatamente un toro al
pascolo, o quando preferiva passare inosservato accanto a un cane del
villaggio legato alla catena e, a volte, riusciva perfino a evitare gli stessi
abitanti.
Ma con questo cane da caccia la cosa era diversa. Era spaventoso, era
l’incarnazione di tutte le paure di Flax, dei suoi incubi e dei suoi ricordi -
al punto da annullargli la mente e impedirgli di reagire con una delle sue
piccole magie. Era già tanto se Flax riusciva a stare fermo, pur sapendo
benissimo che al minimo movimento il cane sarebbe partito all’attacco.
Flax lo capiva da come teneva la coda, dalle orecchie abbassate e dallo
sguardo giallo e fisso, non aveva bisogno di sentire il suo ringhio soffocato
per sapere cosa sarebbe successo appena si fosse mosso.
Quando Lowise lo vide immobilizzarsi pallido come uno straccio mentre
il sudore gli colava dal viso, seguì lo sguardo di Flax, vide la ragione del
suo comportamento e restò senza parole.
— Resta fermo immobile, Flax. Non ti farà del male. — Lowise pensava
di afferrare il cane per il collare, ma fu intimorita dalle sue dimensioni e
ritrasse la mano. — Non preoccuparti — disse con minor sicurezza.

Corlinn si avvicinò alla scena che brillava nello specchio di cristallo. Le


immagini erano ferme, ma non statiche. Un ragazzo tremante di paura, un
segugio pronto a partire all’attacco… nessuno dei due avrebbe mantenuto
quella posizione a lungo. Il mago aggrottò la fronte pensieroso cercando di
decifrare il significato di quella scena. Il ragazzo… aveva già visto il suo
viso pallido, ne era certo.
— E quello cos’è? — Una testa pelosa, un paio di orecchie grandi e un
lungo naso si interposero tra il mago e lo specchio di cristallo. Il resto del
corpo snello del cucciolo era incuneato fra la sedia e il muro e la punta
bianca della coda solleticò la schiena del suo padrone, che si precipitò
per afferrare lo specchio prima che andasse in frantumi. — Questo è il
mio specchio di cristallo e non devi avvicinarci il naso per nessuna
ragione! Adesso levati di torno che ho da fare.
Gli occhi azzurri della cagna stavano fissando attentamente lo specchio
di cristallo. I peli lungo la spina dorsale si rizzarono percorsi da un fremito
ma le sue orecchie e la coda restarono bassi… non si sentiva tranquilla
davanti a quel cane lupo.
— Sdraiati a terra, sdraiati a terra — guaiva la cagna. — Svelto! Sta
facendo sul serio!
— Abbassa la voce, Mai — disse il mago. — Non possono sentirti.
— Chi è? — piagnucolò la cagna.
— Non ne sono sicuro. Lo specchio di cristallo me lo fa vedere di tanto in
tanto. L’ultima volta, aveva trovato un orfano di unicorno… e l’aveva
salvato.
La scena nello specchio ribollì e tremolò. La cagna dagli occhi azzurri
gridò ancora per mettere il ragazzo sull’avviso e batté le zampe sullo
specchio. Fu così svelta che il mago non fece in tempo a impedirglielo e
lo specchio scivolò dal suo sostegno.
Corlinn lo afferrò giusto un attimo prima che cadesse irreparabilmente a
terra. Lo rimise di nuovo a posto, col sudore che gli colava dalla fronte
per il disastro evitato per un pelo, poi lanciò un’occhiataccia alla sua
giovane aiutante magica. Ora lo specchio di cristallo non rifletteva altro
che il corpo acquattato di Mai e la punta delle sue dita che reggevano la
cornice.
— Allora? Credi che sia riuscito a scappare?
La cagna dagli occhi azzurri si accucciò, accostò la coda alla pancia e
abbassò le orecchie afflitta. Risposta esauriente.
Il mago tirò un lungo sospiro. — Immagino che tu possa saperlo meglio
di me. Peccato. Quel ragazzo era una promessa…
— Promessa di cosa? — domandò sottovoce la cagna che sperava di
distrarlo dalla sua malefatta.
— Oh, erbe e unicorni che appaiono spontaneamente in questo
specchio… sono segni e io credevo che volessero dirmi qualcosa. Ma
forse era solo un mio desiderio.
— Cercavi forse un apprendista?
— Un apprendista? — ripeté Corlinn inarcando le sopracciglia incredulo.
— Quando la mia aiutante magica non ha ancora perso i denti da latte e
non sembra avere intenzione di cambiare i suoi modi da cucciolo? Mi
credi forse matto?
La cagna dagli occhi azzurri nascose il muso dietro la zampa e cominciò a
scodinzolare. E il mago l’accarezzò.

Flax capì che Lowise cercava di rassicurarlo e avvertì una certa tensione
nel tono della sua voce. La fanciulla era a disagio, ma pensava che un po’
di pazienza sarebbe bastato a salvarlo. Flax non aveva modo di spiegarle
perché il segugio ce l’aveva con lui, qual era il vero pericolo. Cominciò a
tremare.
— Vado a cercare qualcuno che lo richiami, Flax. Non muoverti. Non
correre. Stai fermo immobile…
Flax si sentiva addosso il fiato caldo del segugio. Calcolò la distanza che
lo separava dal cancello, sapendo che l’odore della sua paura e l’odore
dell’unicorno avrebbero spinto il cane ad attaccare indipendentemente da
quello che lui avrebbe fatto. E improvvisamente scattò e il segugio gli fu
alle calcagna.
Flax era veloce, ma dopo tre falcate il cane gli era addosso, e lo azzannò
a un polpaccio. Flax si scagliò in avanti, contro il muretto di pietre del
pozzo. Non lottò per difendersi dalla morsa del cane e se gridava per il
dolore o per la paura, il suo grido era coperto dal ringhio di vittoria del
segugio.
Stremati dalla stanchezza del viaggio, i cavalli si agitarono per la
confusione. Lothair saltò giù dal suo cavallo imbizzarrito, che tirava con
furia selvaggia le redini e si precipitò verso Flax mentre il suo destriero
cercava di scappare. Una ragazza cominciò a strillare e quel suono stridulo
lo infastidì al tal punto che il giovane duca avrebbe voluto girarsi per darle
uno schiaffo e zittirla. Un palafreniere dette una frustata al segugio che si
rifiutò di cedere la preda.
Lothair avanzò a grandi passi, afferrò il segugio per il collare e lo
allontanò da Flax. Il cane s’impennò sulle zampe posteriori. Era alto quasi
come il duca che alla fine ebbe la meglio e con un ordine secco lo fece
allontanare.
Ancora ansimante, Lothair si chinò per valutare il danno.
Flax teneva gli occhi serrati, le sopracciglia ravvicinate fin quasi a
confondersi. Si ritrasse al tocco di Lothair e cominciò a tremare
violentemente.
Lothair serrò le labbra e afferrò Flax per la tunica.
— È finita! Quella bestia ti ha solo fatto cadere, ti sei fatto poco o niente.
Avrebbe potuto azzannarti alla gola… mai scappare da un cane da
caccia!
— Sollevò in piedi il ragazzo e attese che riacquistasse la forza delle
proprie gambe. Flax vacillò, si portò una mano alla testa e non emise alcun
suono.
Il duca riprese fiato ed ebbe così il tempo di dare un’occhiata al ragazzo.
Sporco, lacero e impaurito a morte. Non indossava livrea, doveva essere
del villaggio, non era uno dei suoi servitori… ma aveva bisogno di cure.
Perdeva sangue da una ferita alla tempia e le sue dita non riuscivano a
fermarlo. Lothair usò il mantello per asciugarlo.
Si voltò per chiedere erbe medicinali e bendaggi, col pensiero già rivolto
al suo cane… si rovina un segugio se lo si lascia cacciare prede a due
zampe. Era un’abitudine peggiore della caccia alle pecore.
Quando vide che la presa e l’attenzione si erano allentate, Flax si liberò e
corse via come se avesse il demonio alle calcagna.
Il cane lupo l’avrebbe inseguito, se il duca non lo avesse anticipato con
un ordine secco costringendolo a obbedire. Il segugio seguì la scena con
un guaito sconsolato, mentre Flax scompariva tra gli alberi.

— Duca Lothair, mio signore, benvenuto a casa.


Il Duca si prodigò in un inchino esagerato.
— Zie. È possibile di grazia sapere cosa sta succedendo? Chi era quel
lurido idiota che per poco non mi ha fatto calpestare dal cavallo nel
cortile di casa mia?
Lady Maude arrossì e scoppiò quasi in lacrime e lady Dilys non
sembrava molto più sicura di lei. Lothair osservò le sue zie che in preda
all’agitazione si scusavano e gli fornivano una spiegazione
incomprensibile sul ragazzo.
— Il marmocchio della strega? È ancora in giro? Ma come ha fatto a
sopravvivere?
Dilys notò una macchia di sangue sulla manica del nipote. — Saponaria,
presto!… prima che la macchia si fissi. — Sperava che Flax ne avesse
portata dell’altra più fresca. — Il ragazzo raccoglie per noi le erbe di
campo e il cibo per gli uccellini di Lowise. Si è fatto molto male?
— Sarebbe corso via così, zia? Quello è molto più in forma di me…
voglio vino, cibo e un bagno caldo… subito! — Il duca cominciò a
dettare ordini alla servitù, cosa di cui si sarebbero dovute occupare le sue
zie e custodi. — Tu… fa’ un po’ d’ordine. Sistema i cavalli e bada di
strigliarli bene prima di chiuderli nella stalla! E tu porta dentro i bagagli.
Subito!
Il cortile del maniero cominciò a fervere di nuovo di movimento, ma era
un movimento ordinato, non la confusione che aveva tanto irritato il duca.
Solo una persona rimase ferma in mezzo a quel brulichio attirando la sua
attenzione.
— Allora, ragazza? Sicura di non avere anche tu qualcosa da fare?
Lei gli lanciò un’occhiata gelida che lo colse di sorpresa. Stava per
piangere e aveva un’espressione apertamente ostile e per nulla servile.
— Stavo sistemando i conti con il ragazzo delle erbe, quando il vostro
cane maleducato ha cercato di ucciderlo sotto i miei occhi. — Il suo tono
lasciava intendere che il cane non era l’unica creatura presente a mancare
di buona educazione.
Lothair sbarrò gli occhi. Lowise? Ma se era una bambina! Poteva
veramente avere dodici anni ed essere pronta per sposarsi? Era rimasto a
corte per così tanto tempo? Ed era diventata così bella?
— Mia signora…
Ma lei gli aveva già voltato le spalle e se n’era andata.

Una volta giunto in salvo nella foresta, Flax avrebbe potuto smettere di
correre o quando non aveva più sentito il cane dargli la caccia, oppure
quando gli era passata un po’ di paura. Invece non volle rallentare, per
nessuna ragione. Aveva i polmoni in fiamme, il dolore alla testa era
accecante, ma non vi fece la minima attenzione. Quando infine si fermò
vacillante sulla soglia della capanna, senza più fiato, le gambe
continuarono a muoversi inutilmente mentre lui si accasciava a terra nel
buio.
Per fortuna cadde sul letto di felci di Cardellino. L’unicorno, che al suo
arrivo precipitoso si era rintanato nell’angolo più lontano, si ritrasse ancor
di più, spaventato, e infine lo accolse con un nitrito incerto.
Flax non rispose. Il suo respiro affannoso lentamente si calmò fino a
ritornare quasi impercettibile, ma lui non se ne accorse. Stava disteso
prono, col viso affondato nelle felci, e un rivolo di sangue formava una
piccola pozza accanto alla testa.
L’unicorno si avvicinò con molta cautela, dilatando le narici. Sfiorò con
il muso argentato la spalla di Flax, tentando di svegliarlo come era solito
fare alle prime luci del giorno o al levar della luna. L’odore del sangue lo
spaventò, ma vinse la curiosità. Cardellino annusò la ferita, poi la leccò,
lavando via il sangue salato. Flax non si mosse e la ferita continuò a
sanguinare.
Cardellino lanciò un nitrito disperato. Il sangue sgorgava, la pelle smorta
diventava ogni momento più fredda e il suo respiro sempre più debole. Le
orecchie appuntite dell’unicorno riuscivano a sentire bene il suo cuore
battere a singhiozzo, come un cavallo stremato che incespica spesso.
Cardellino tremava. Era guidato dall’istinto, ma non sapeva altro.
Dolcemente, come per immergerlo in una goccia di rugiada, sfiorò con la
sottile punta del corno la ferita di Flax. Il corno, leggermente conficcato
nella pelle del ragazzo, si macchiò di cremisi. Improvvisamente divenne
color salmone… un bagliore interno trasformava i colori.
L’unicorno nitrì per il dolore man mano che i colori mutavano, un
lamento che soltanto lui poteva sentire… ma non interruppe il contatto. Si
accovacciò sulle felci accanto a Flax, il collo piegato per premere il corno
contro la ferita. In questo modo la posizione era migliore… il corno
iridescente si era allungato e le spirali si erano fatte più profonde. La luce
che aleggiava intorno divenne bianca, crema e poi giallo lucciola…
dapprima flebile e tremolante, poi intensa e luminosa. Dopo un po’
cominciò ad attenuarsi nuovamente.
L’unico suono oltre il fruscio delle felci e i loro due respiri confusi, era
quello del vento notturno che faceva da contrappunto muovendosi tra le
fronde dei salici. Se uno dei cani del maniero stava ululando, per una volta
la notte non ne portava con sé il suono. Il rumore del vento seguiva il
movimento della luce e presto non si sentì altro che il respiro regolare dei
polmoni di Flax che si gonfiavano e si sgonfiavano, insieme al profumo di
fiori emanato dall’unicorno.

Flax si svegliò. Si sentiva bene e riposato. In un certo senso, quel


benessere gli sembrava irreale. Era rannicchiato accanto a Cardellino,
come era solito fare spesso quando il cucciolo era piccolo e aveva bisogno
del calore del suo corpo per scaldarsi. Dall’incidenza della luce, Flax capì
di aver dormito a lungo e ne fu sorpreso, non gli capitava mai di dormire
fino a tardi.
Probabilmente era stata la luce del sole a svegliarlo… che non era filtrata
dalla finestra rivolta a est, ma aveva trovato un pertugio nel tetto e un
raggio luminoso lo aveva colpito direttamente in viso. Flax si tirò su a
sedere, sbadigliò e si grattò il collo, dove una foglia di felce lo aveva
punto.
Cardellino lanciò un nitrito di benvenuto e gli strofinò il muso sul petto.
Flax gli grattò soprappensiero la base del corno, staccando i pezzetti di
pelle che la ricoprivano. Adesso il corno era lungo come la sua mano e
cresceva a vista d’occhio.
Cosa c’era che non andava? Flax aggrottò la fronte perplesso. La
giornata era calma. Cardellino sembrava in buone condizioni e anche lui si
sentiva bene. Non aveva notato la macchia di sangue rappreso sul
pavimento, mischiata alla terra e alle felci.
Non si ricordava niente. Era stato solo un brutto sogno, svanito, a parte
quel vago senso di malessere? Flax si sgranchì le braccia e la schiena… e
così facendo si accorse dei calzoni stracciati all’altezza del polpaccio,
dove l’aveva azzannato il cane.
Il ricordo tornò a galla con una violenza tale che per poco Flax non perse
di nuovo i sensi, senza bisogno di ricevere un colpo alla testa. Il cuore
cominciò a battergli furiosamente e i polmoni lo tradirono rifiutandosi di
respirare. La luce del sole svanì insieme a tutto il resto.
Cardellino emise un gemito preoccupato. Come se quel suono l’avesse
risvegliato da un incantesimo, Flax aprì gli occhi e si portò lentamente una
mano alla testa, alla ricerca di un ricordo tangibile della sua paura.
Ma non c era traccia di ferita alcuna.
Nessun graffio, nessuna sbucciatura, niente grumi di sangue rappreso, né
fitte di dolore e nemmeno la traccia di una cicatrice. Flax si esaminò
freneticamente con le dita, dubitando della sua memoria, ma le dita non
trovarono niente. Eppure si ricordava il dolore picchiargli forte in testa
come un martello, mentre correva a capofitto tra i campi e la vegetazione
con la morte alle calcagna. Si ricordava il sangue caldo colargli dal viso e
di quando aveva cercato di arrestare il flusso, aveva sentito le ossa come
un guscio d’uovo frantumato. Si ricordava che il mondo intorno a lui era
svanito a poco a poco, fino a precipitare nell’oscurità. Com’era possibile
che non ci fosse nessuna traccia, nessun segno di tutto questo?
Flax fissò i suoi occhi azzurri nel profondo di quelli nocciola
dell’unicorno. Cardellino sfregò il corno contro la mano di Flax, come a
chiedergli di alleviargli il prurito. Flax lo accontentò. Se le erbe più
semplici erano spesso anche quelle più efficaci… perché una creatura che
faceva miracoli non poteva avere le stesse esigenze di qualsiasi altro
animale?

La vegetazione era matura, sia nella foresta che nei campi cintati del
maniero. Il raccolto procedeva. Flax non si allontanava mai da casa:
durante il giorno stava attento a non incontrare nessuno e di notte lui e
Cardellino non si avventuravano mai troppo lontano dalla loro capanna.
Fece anche lui il suo raccolto che nessuna mano dell’uomo aveva
seminato, all’erta al minimo suono, al minimo odore, e portava Cardellino
a pascolare solo quando la luna era tramontata o nascosta dalle nuvole,
altrimenti Flax tagliava il foraggio e lo portava a casa. Cardellino accettò
le nuove restrizioni di buon animo, ma con molta perplessità.
Le foglie di quercia diventarono scarlatte e le bacche rosse della rosa
canina erano ormai mature. Il gelo ricoprì le nespole che Flax raccolse per
farle seccare e conservarle per l’inverno. Le foglie caddero dagli alberi,
tranne quelle delle querce e Flax stava attento a non fare scricchiolare
quelle secche adagiate per terra, cercando di muoversi il più
silenziosamente possibile.
Cadde la neve. Era più facile vedere di notte, ma era anche più
pericoloso. L’impronte degli zoccoli dell’unicorno erano diverse da quelle
di un cervo o di una pecora… e Flax poteva non essere il solo a saperlo,
perciò seguiva Cardellino e man mano che procedeva spazzava via le sue
impronte con un rametto di pino che usava come scopa.
A inverno inoltrato, quando le notti si fecero più fredde e il vento
infuriava gelido, Flax lasciava che Cardellino cavalcasse libero, perché
potesse fare tutto il movimento di cui avevano bisogno il suo corpo e il
suo animo irrequieto… certo che nessuno, oltre a loro e al vento, sarebbe
uscito con un tempo simile. Le loro tracce le cancellava il vento, e intorno
alla capanna ci pensava Flax.
Flax s’ingegnò per dissimulare il fumo prodotto dal fuocherello che si
concedeva di accendere nel focolare. Gli accorgimenti funzionavano con
gli abitanti del villaggio, che fino a Beltane non erano mai del tutto certi di
dove Flax fosse vissuto durante l’inverno… ma c’era un’altra persona che
non poteva essere tratta in inganno così facilmente.
Tre volte Lowise aveva cavalcato il suo palafreno pomellato oltre il
villaggio fino alla capanna deserta, era smontata di sella e aveva pregato
Flax di venire fuori… finché le parole e la voce non le erano venute a
mancare. Che la capanna sembrasse vuota come un nido d’uccelli migrati
non la dissuadeva minimamente. Che non avesse mai visto Flax di
persona, e che non lo avesse visto fin dal giorno in cui era scappato via
sanguinante dal cortile del maniero, non le aveva impedito di tornare.
Flax sapeva perché Lowise lo stava cercando così disperatamente… i
suoi uccellini canterini erano costretti a cibarsi di farina e grano macinato,
ma pur sapendolo, non si sarebbe mai convinto ad affrontare di nuovo il
maniero. Aveva imparato a dominare la sua paura, ma la causa di quella
paura esisteva ancora e Flax non poteva rischiare la vita di Cardellino. E
sapeva che prima o poi sarebbe successo.
A Candlemas, agli inizi di febbraio, quando gli uccelli canterini danno
inizio al corteggiamento, Lowise tornò per la quarta volta. Chiamò Flax,
poi gridò il suo nome e infine lanciò qualcosa contro la porta e corse via al
galoppo sulla neve. Flax non si preoccupò di vedere cosa fosse, lo sapeva
già, senza bisogno di vederlo. L’uccellino preferito di Lowise giaceva
morto sulla neve, le piume ancora brillanti ricoprivano il suo corpicino
denutrito. Flax comprese il suo dolore e la sua pena e si rendeva conto che
anche tutti gli altri suoi uccellini sarebbero morti.
Flax aveva sperato di poter aspettare la fine dell’inverno, quando i nuovi
germogli sarebbero spuntati tra l’erba secca… ma qualcosa nell’impeto del
vento gli diceva il contrario. Lui e Cardellino dovevano andarsene… e al
più presto.

Lothair afferrò il ciottolo bianco dalle mani della sua promessa sposa,
non tanto per un interesse verso l’oggetto, quanto piuttosto per scoprire
cos’è che trovava più interessante che conversare con lui davanti al
caminetto acceso.
— Lowise? Dove l’hai trovato?
Dal suo sguardo era evidente quanto poco desiderio lei avesse di parlare
con lui, ma Lothair era troppo irritato per desistere.
— Appena fuori dal villaggio — rispose Lowise di malavoglia, tra
l’infastidito e l’indifferente. Dubitava che Lothair sapesse dove si
trovava la capanna di Flax, ma era sicura che avrebbe avuto di che
obiettare se avesse saputo che si era recata là. Il duca aveva da obiettare
su tutto quello che la sua sposa promessa era, diceva o faceva. La sola
vista del duca la mandava su tutte le furie, specialmente da quando lui
aveva deciso che voleva conoscerla meglio e passare più tempo in sua
compagnia.
Lothair si allontanò dal caminetto e mandò a chiamare il suo capocaccia.
Il ciottolo bianco venne sottoposto all’esame dell’esperto.
— Allora?
— Feci di unicorno, mio signore. Fresche. Noti come il bianco non si ha
ancora preso i riflessi rosati.
— Sì… l’avevo immaginato! Avevo sentito dire che Gerard ne aveva
preso uno sulle sue terre la scorsa estate, ma credevo che fosse una delle
sue solite vanterie. Non avrei mai pensato di scoprire un altro esemplare
nei dintorni. — Il duca alzò lo sguardo verso la testa imbalsamata appesa
sulla porta d’ingresso. — Sono creature così solitarie… e non ne sono
state più viste dai tempi di mio padre. Un unicorno! — La voce di
Lothair tremava per l’eccitazione.
— Posso preparare subito una battuta di caccia, mio signore? Per
Beltane, diciamo?
— Una battuta di caccia, certo, ma sfidiamo la fortuna intanto che siamo
in tempo. Manca ancora troppo a Bel tane! È stato un inverno
deprimente… abbiamo tutti bisogno di un po’ di movimento, anche i
cani.
— Allora farò in modo di procurarmi l’esca, mio signore.
L’attenzione di Lothair era già altrove. — Non ce n’è bisogno, Raimund.
Lady Lowise andrà benissimo! Una preda così nobile merita un’esca più
nobile della figlia di un contadino comprata per denaro.

Un uomo, vestito con la divisa dei guardiacaccia, si avvicinò furtivo alla


soglia della capanna. Flax aveva avvertito la sua presenza dal momento in
cui si era allontanato dal villaggio e già da un’ora lo sentiva avvicinarsi
sempre di più fino a che, osservando la strada i campi e il bosco, l’uomo
non aveva individuato la capanna.
Nel frattempo, Flax si era sdraiato a terra, aveva già coperto di cenere il
fuocherello che avrebbe potuto ravvivare quando fosse stato di nuovo al
sicuro. Malgrado il gelo che aveva subito invaso la stanza, Flax sudava e si
sforzava di non trasmettere la sua paura a Cardellino. Si erano nascosti
sotto un tappeto di felci e di foglie di quercia, sul fondo del locale, dove la
capanna si appoggiava alla roccia della collina ed era più fredda, ma anche
più buia e quindi più sicura.
Flax temeva per la loro sicurezza. La porta era sbarrata ma… se aveva
trascurato di cancellare anche una sola impronta di zoccolo nella neve,
magari dove i rami bassi del biancospino gli impedivano di avvicinarsi?
Aveva raccolto tutti gli escrementi e li aveva gettati in un ruscello, ma le
feci di unicorno non hanno odore né colore finché non seccano e diventano
rosate e poteva aver confuso il loro candore con quello della neve. Flax
temeva di aver dimenticato anche una sola traccia che ora l’uomo del duca
stava cercando con tanta attenzione.
Finalmente Raimund se ne andò, ma quando Flax aprì la porta, il sole era
già tramontato. Nel cielo le stelle erano appuntite come i coltelli dei
cacciatori. Ma Flax non le notò, occupato com’era a cancellare con un
ramo di pino le sue tracce e quelle di Cardellino.

Quella stessa mattina, Lowise era stata informata dal suo promesso sposo
che avrebbe assistito alla caccia all’unicorno in qualità di esca… perché
questo era ciò che lui desiderava. In quel momento, Lowise si rese conto
chiaramente di quale sarebbe stata la sua vita oltre agli impegni della casa
e le gravidanze.
Questa rivelazione la sconvolse a tal punto che decise di non
acconsentire a sposarlo, cosa che Lothair non avrebbe mai immaginato lei
potesse fare. Lowise era rimasta chiusa nella sua stanza per tutto il giorno,
quindi il duca non sapeva della ribellione che stava covando nel suo
cuore… questa volta non ne aveva fatta parola con nessuno. Quella sera
Lowise non cenò nel salone. Mentre l’idromele e il vino scorrevano a
fiumi, lei era distesa sotto il copriletto di velluto, interamente vestita con i
suoi abiti più caldi — un po’ di calore in più avrebbe dato credito alla sua
scusa di avere la febbre, se mai qualcuno ne avesse dubitato.
E quando Lothair venne accompagnato a lume di candela nella sua
stanza ebbro di vino, covando il sogno di un trofeo che pochi a corte
Avevano anche solo la speranza di intravedere una sola volta nella vita,
Lowise era per strada, sotto la luce delle stelle. Aveva preferito non
rischiare d’incontrare uno stalliere e comunque non aveva mai sellato un
cavallo da sola, perciò era a piedi… ma libera. Per il momento, la sua
gioia era più grande di qualsiasi paura del buio e ripagava qualunque
morso del freddo.
Lowise non aveva nessuna meta, nessun progetto e niente cibo, a parte
un pezzo di pane che aveva portato via dalla sua stanza insieme a una
fiaschetta di vino. Quando arrivò al villaggio era senza fiato, aveva i piedi
zuppi e gelati e cominciava ad avere il sospetto che ci fosse una bella
differenza tra un romanzo cavalleresco e la realtà. Passò accanto alle
sagome scure delle capanne dei contadini, col timore di essere scoperta,
ma quando si lasciò alle spalle l’ultima, indugiò guardando con desiderio
la fessura luminosa che filtrava dalla finestra chiusa. Davanti a lei non
brillava nessun fuoco di benvenuto, ma solo il freddo bagliore della luce
delle stelle riflesso sulla neve.
Lowise proseguì a testa alta. Ritornare significava diventare la moglie di
Lothair, obbedire ai suoi ordini, portare in grembo i suoi figli fino a
morirne. Cos’era un po’ di freddo in confronto a tutto questo?
C’era un’altra capanna, laggiù dove la strada del villaggio si trasformava
in un sentierino di neve battuta. Lowise rimase stupita nel vedere impronte
di zoccoli. Chi, oltre a lei, poteva essere andato a cavallo a casa di Flax?
Chiunque fosse, ci era andato dopo di lei, perché la neve era caduta dopo
che lei era stata là.
Le tracce si fermavano davanti alla porta della capanna di Flax, ma
Lowise esitò un istante prima di entrare. Davanti a lei un sentiero portava
verso gli alberi dove lo strato di neve intatta non era molto spesso ed era
cosparso di sassi e di rami caduti. Lo seguì e presto uscì dal bosco in un
campo d’avena coperto di neve, che Lowise costeggiò per inoltrarsi ancora
fra gli alberi. Laggiù, pensava, poteva esserci una strada, comunque
sarebbe stato più facile camminare dove gli alberi avevano impedito alla
neve di ammassarsi.
Mentre si avvicinava al margine del bosco, un fremito tra i rami la fece
sussultare. Non appena il cuore cessò di batterle frenetico, vide che il
bagliore non era quello delle torce accese per cercarla, e nemmeno della
luce fatata, quindi non correva pericoli. La luce si muoveva e Lowise la
seguì con i piedi e con gli occhi. Un animale bianco, forse un cervo,
rifletteva la luce delle stelle e della neve sul suo mantello. Era snello e
bellissimo, e quella visione la spinse ad avvicinarsi.
Lowise lo seguì di albero in albero, scivolando sulle lastre di ghiaccio e
inciampando tra i rami caduti, cercando di non fare il minimo rumore. La
luce si faceva vicina, sempre più vicina, mano a mano che lei si
avvicinava.
A un tratto la perse di vista. Lowise si fermò di colpo, poi si guardò
intorno piangendo senza sapere il perché. Avrebbe dovuto vedere
l’animale allontanarsi. Come aveva potuto abbandonarla all’improvviso e
in silenzio? Lowise si appoggiò a un masso per non scivolare. La roccia si
mosse sotto la sua mano, si sollevò e si piegò verso di lei. Lowise lanciò
un grido.
Sarebbe fuggita, ma le gambe non obbedivano al suo comando. Pensava
di svenire, o di morire di paura, poi si rese conto, sbalordita, che quello
che stava guardando era il viso familiare di Flax e che lui era terrorizzato
quasi quanto lei! Lowise si aggrappò al ragazzo per non cadere, ma Flax
non era nelle condizioni adatte per sostenerla e barcollò come un albero in
mezzo alla tempesta, finché non caddero entrambi.
Lowise cominciò come al solito a investirlo di domande e come al solito
Flax non dava nessuna risposta. Quando Lowise si azzittì, ormai senza
fiato, una civetta bianca col muso a cuore, volò sopra di loro e fece
un’ultima domanda.
Come per risponderle, un cumulo di neve si sollevò sulle lunghe zampe,
allungò il collo e scrollò la criniera argentata intorno al corno d’avorio.
Diamanti di brina scintillarono sotto le stelle.
— Oh…! — esclamò Lowise a bocca aperta, paralizzata dalla
meraviglia. Dopodiché non ci furono altre domande, e lei proseguì con
loro.
La scomparsa di lady Lowise venne scoperta solo nella tarda mattinata
del giorno seguente - le cose sarebbero andate diversamente se si fosse
trattato del giorno previsto per la battuta di caccia - ma le zie pensarono
che volesse semplicemente evitare la tessitura e Lothair che volesse evitare
di incontrarlo. Passò molto tempo prima che qualcuno cominciasse
veramente a cercarla e altro ancora, prima che venisse stabilito che non si
trovava in nessuna parte del maniero. Il suo palafreno si trovava ancora al
caldo nelle stalle. Nessuno suggerì la teoria che lady Lowise potesse
essersi allontanata a piedi nella neve.
Raimund il cacciatore era uscito presto in cerca di una conferma della
presenza nei dintorni della favolosa preda. Non aveva ancora trovato
tracce fresche e la sua ricerca affannosa lo tenne impegnato per tutto il
giorno. Era passato da tempo il tramonto quando fece ritorno al maniero,
deluso e preoccupato per come avrebbe reagito il suo padrone. La ricerca
all’interno del maniero si era appena conclusa senza che si giungesse alla
scoperta di qualche traccia di lady Lowise, proprio come lui non aveva
trovato traccia dell’unicorno.
Nel salone ci fu fermento per tutta la notte. Solo al mattino a Raimund
venne in mente di aver notato tracce diverse da quelle del suo cavallo
appena oltre il villaggio, mentre si avvicinava alla zona dove si credeva
vivesse l’unicorno. Le impronte potevano appartenere a chiunque, ma
Lothair volle che gli venissero mostrate, e fu presto fatto.
I due uomini entrarono nella capanna di Flax. Era vuota, ma non da
molto, questo era evidente. Lothair ne rimase sorpreso, essendosi quasi
dimenticato dell’esistenza del ragazzo. Ma restò ancor più sbalordito
quando scovarono un ciottolo bianco sotto il letto di felci e scoprirono
l’impronta di uno zoccolo nella brace del caminetto.
— Lo teneva qui con sé… come una mucca?
— Così sembrerebbe, mio signore. — Il cacciatore non aveva mai sentito
niente di simile, ma la sua mente accettò quello che vedevano i suoi
occhi.
Lothair aggrottò la fronte pensieroso. — È scappata con lui, con quel
verme disgustoso!
L’opinione comune, in ogni modo, era che lady Lowise fosse stata rapita
da Flax… il marmocchio della strega, capace di qualunque malvagità.
Venne subito organizzata una ricerca. Ma una volta superato il campo
d’avena, gli uomini si diressero nella direzione opposta.

Nelle storie che i menestrelli cantano con voce melodiosa, una fanciulla
poteva avventurarsi nella foresta quale compagna casta e pura di un
qualche cavalleresco innamorato accusato ingiustamente, cibarsi di
nocciole, selvaggina e canzoni avvolta in una tunica di tessuto grezzo,
dormire coraggiosamente sulla terra nuda e fredda con la spada sguainata
al suo fianco. Lowise aveva sempre creduto ciecamente a queste storie e
malgrado Flax non fosse cavaliere e non avesse spada, entrò in quella loro
avventura con tutto il cuore. Non si preoccupava se la sua veste si bagnava
in mezzo alla neve, se si imbrattava di fango, strappata dai rovi mentre
procedevano seguendo l’unicorno ora dopo ora. Divideva felice con Flax
il pasto frugale di zuppa di piselli e tè di scorodonia. Quando il ragazzo si
distese per dormire al riparo delle fronde di un abete, Lowise fece
altrettanto, e si preparò a prender sonno.
Gli aghi secchi dell’abete da principio le sembrarono un materasso
soffice, ma non poterono mascherare a lungo la gelida durezza del terreno.
Lowise si girava e rigirava di continuo senza riuscire a prendere sonno,
confortata dal pensiero dei menestrelli che avrebbero intonato melodiosi il
suo nome. Sentiva gli aghi che la pungevano attraverso il mantello e il
vestito e si girò su un fianco per evitarli. Il freddo la stava torturando,
nonostante gli abiti di lana perciò si rannicchiò, le ginocchia al petto e le
braccia come cuscino. Così stava più calda e le guance erano al riparo
dalle punture degli aghi. Chiuse gli occhi.
Il grido di una civetta. Lowise scattò in piedi come una molla, il cuore in
tumulto, incapace di sentire altro suono oltre quello del sangue che le
pulsava forte nelle orecchie. Il fuoco si era spento, la foresta era nera come
una borsa di velluto, piena di rumori indecifrabili e paurosi. Lowise si
accovacciò sotto l’abete, tremante di stanchezza. Era così sfinita da
dimenticarsi della paura, ma quando infine tornò a sdraiarsi sul tappeto di
aghi, il terreno le sembrò più freddo e duro che mai e, dimenticandosi dei
menestrelli e delle coraggiose fanciulle, scoppiò a piangere.
Fin da quando era molto piccola e invocava sconsolata la sua mamma
morta, le lacrime non avevano mai mancato di aiutare lady Lowise a
ottenere quello che desiderava. Ma in quel momento, stanca e affamata,
infreddolita e spaventata, si rese conto che non sortivano alcun effetto.
Flax sembrava aver trovato subito il sonno che lei stava invano cercando, e
non c’era nessun altro che potesse sentirla.
Lowise sentì un respiro caldo dietro la nuca. Un lupo, pensò. Pronta a
essere divorata e troppo terrorizzata per mettersi a gridare, restò immobile
in attesa delle zanne. Invece un muso fresco e morbido le sfiorò le guance,
i peli le pizzicarono il naso e un alito profumato di fiori si confuse col suo.
Lowise aprì gli occhi. L’unicorno si inginocchiò accanto a lei, lucente
nell’oscurità. Aveva un piccolo ciuffo di aghi impigliati alla base del corno
e Lowise glieli tolse con dita incerte. La creatura sospirò, piegò le zampe e
si distese con delicatezza tra Lowise e Flax. Lowise adagiò la guancia
contro il suo fianco, che era più morbido del suo cuscino di satin al
maniero, e finalmente si addormentò.

Il duca non aveva sospettato neanche per un istante che Flax potesse aver
rapito Lowise con la forza. Lothair non conosceva il carattere di Flax, ma
aveva avuto modo di osservare quello della sua fidanzata durante il corso
dell’inverno e non appena era stata accertata la sua scomparsa Aveva
pensato che fosse fuggita per fargli un dispetto. Il fatto che Lowise se ne
fosse andata col ragazzo delle erbe significava che non sarebbe tornata se
avesse saltato un pasto o le fossero venute le vesciche ai piedi.
Cosa aveva fatto per scatenare in lei questa reazione doveva ancora
capirlo… bastava una sua parola o un gesto per contrariarla, Lothair
l’aveva notato. Ma che bel matrimonio di convenienza gli aveva preparato
suo padre!
A voler essere sinceri, suo padre non avrebbe mai desiderato né
immaginato la sua attuale umiliazione. Lowise era ancora una neonata
quando il negoziato aveva avuto inizio, e cominciava appena a muovere i
primi passi quando il contratto di fidanzamento era stato firmato ed era
stata portata in quella che sarebbe diventata la sua casa. Era stato suo padre
a organizzare l’unione dei loro beni, assicurando così un futuro d’oro al
suo erede. Poi era morto, ignaro di quello che sarebbe successo.
Le grida e le urla degli uomini impegnati nella ricerca innervosivano il
duca. Ma per cercare una fanciulla non potevano frustare i cespugli come
facevano per un cervo ed erano ore e ore che non vedevano più impronte
sul terreno, né d’uomo né di unicorno. Neppure l’occhio addestrato di
Raimund aveva individuato qualche traccia.
Gli uomini si erano sparpagliati a ventaglio, ma quando scese il
crepuscolo, non erano avanzati più di una lega. Decisero di ritornare al
maniero e riprendere le ricerche all’alba.
Lothair accettò l’idea senza esprimere le sue perplessità. Malgrado il
freddo che aveva sofferto per tutto il giorno, toccò appena il vino e
masticò silenziosamente il cibo che i servitori gli presentarono nel piatto. I
suoi uomini associarono a quel malumore la preoccupazione per la sua
fidanzata e si mantennero a debita distanza, lasciando il duca immerso nei
suoi pensieri, solo in mezzo alle loro chiacchiere.
Lowise lo aveva disonorato pubblicamente, quasi come se l’avesse
abbandonato davanti all’altare. Nessuno lo sospettava ancora, ma quando
alla fine della ricerca avrebbero trovato Lowise col suo contadino, la
spiacevole verità sarebbe venuta a galla. Lothair sentiva in cuor suo di
rifiutare quella conclusione. Non sarebbe servita a niente e a nessuno, men
che meno a lui.
Trascinata a casa come una criminale e rimessa al posto che doveva
occupare, Lowise non l’avrebbe mai perdonato, e il duca lo sapeva. Era
molto meglio se metteva a tacere le cose a modo suo, così avrebbe salvato
il suo onore e non avrebbe oltraggiato pubblicamente quello di Lowise.
Lowise era molto giovane e impulsiva e poteva essersi già pentita di quella
partenza precipitosa. Perché punirla più del necessario, quando lei avrebbe
potuto essere felice di tornare a casa, se lui si fosse preoccupato di
risparmiarle l’umiliazione? Poteva sforzarsi di essere gentile con lei e
sperare che, così facendo, si sarebbero lasciati alle spalle quell’atto
avventato.
E poi c’era l’unicorno. Una folla di persone avrebbe potuto spaventarlo e
farlo scappare fuori i confini del regno, oppure qualcun altro avrebbe
potuto centrare il colpo al suo posto e rivendicare il trofeo che Lothair
pensava già suo. Senza il suo seguito a interferire, avrebbe potuto portare a
casa la testa dell’unicorno e la sua fidanzata fuggitiva.
Il duca si fece preparare di nascosto delle provviste. Il cavallo su cui
caricò le bisacce non era il suo veloce destriero, ma un cavallo da battaglia
a riposo, temprato e avvezzo agli stenti dei viaggi invernali, che non si
infastidiva per le lance appuntite legate ai fianchi.
Il giorno seguente non incontrò nessuna difficoltà a separarsi dal resto
della folla impegnata nella battuta di caccia. A mezzogiorno prese un’altra
strada, senza essere notato, e scelse come direzione quella che nessun altro
aveva ancora tentato.

Lowise sapeva poco o niente di come cuocere il cibo. Glielo servivano


quando aveva fame o quando era ora di mangiare. Cucinare era un
compito della servitù. Se esprimeva il desiderio di assaggiare i lamponi
rossi che crescevano sotto la sua finestra, quel frutto veniva colto, lavato e
le veniva servito con panna di latte su un piatto d’argento. Sarebbe stato
inammissibile che lei lo assaggiasse in modo diverso… dopo il
matrimonio sarebbe diventata una duchessa. Lowise aveva solo una vaga
idea di quello che andava bene per i suoi beneamati uccelli canterini, con
pessimi risultati.
Era appena passata l’alba. La sua cameriera non l’aveva mai svegliata
tanto presto, ma la fame non badò a gentilezze. Lowise si sentiva
dolorante, intirizzita e piena di punture come un puntaspilli. Si mise a
sedere per sfilarsi gli aghi di abete dai capelli con un pettine di legno.
Flax ravvivò il fuoco e appoggiò il bricco sulla brace calda. Quando
l’acqua cominciò a bollire, aggiunse qualcosa e poi offrì a Lowise una
tazza di tè aspro. Il fascino dell’avventura si era un po’ sbiadito e Lowise
esitò prima di avvicinare alle labbra quella ciotola di terracotta grezza e
sporca, ma aveva troppa sete per essere schizzinosa. Il suo stomaco
reclamava con un brontolio e, una volta divisa, la pagnotta che Lowise
aveva portato con sé risultò scarsa e squisita.
Bevuto il tè, Flax infilò le dita nella tazza e tirò fuori i frutti rossi della
rosa canina. Avevano un sapore piacevolmente aspro, come i rari frutti di
limone che probabilmente Flax non aveva mai assaggiato. Lowise dette le
molliche di pane all’unicorno. Flax ripulì la tazza, spense il fuoco, si mise
il fagotto sulle spalle e uscì dal suo riparo sotto l’abete, seguito di corsa da
Lowise. Il cielo di quella giornata invernale era coperto e prometteva altra
neve. Quella già caduta era grigia alla debole luce dell’alba.
Procedendo al trotto con passo lieve, come se non volesse lasciare
traccia, l’unicorno si avvicinò a Flax e gli strofinò il muso sul fianco. Alla
luce del giorno, Lowise vide che l’unicorno non era ancora adulto e aveva
ancora la grazia goffa di un puledro. Accettò che lei gli accarezzasse la
criniera, e Lowise avrebbe continuato ad accarezzarla per sempre,
estasiata, fino a morire di fame e di sete, incurante di tutto. Quando
l’unicorno si allontanò da lei, Lowise batté le palpebre come qualcuno che
si sveglia d’improvviso nel mezzo di un sonno profondo. Si ritrovò a
camminare a fianco di Flax, in mezzo ad alberi che non erano lì un attimo
prima, per quanto ricordava. I rami erano spogli, tranne che per qualche
rara conifera o agrifoglio. Davanti a loro, appena più a sinistra, vide
ondeggiare dolcemente i fianchi lucenti di bianco dell’unicorno.
— Ha un nome, Flax? Certamente sì, vero? Non se ne vedono a dozzine
in giro, e sono sicura che avrai voluto dargli un nome. Io non ne avevo
mai visti prima, tranne che nelle immagini dei libri, mai, neanche uno…
Flax si chinò, colse un cardo e lo porse a Lowise.
— L’hai chiamato Cardo?! Ma Flax, i cardi sono brutti e pungenti, non
hanno niente a che vedere! Lui ha bisogno di un nome adatto…
Flax trovò un batuffolo di peluria e lo soffiò nell’aria, poi il vento pensò
a trasportarlo lontano.
— Oh…! — esclamò Lowise. — Allora è diverso, un cardo che vola…
Cardellino… questo sì che è un nome adatto, Flax. Certo un cardellino
non è candido come un unicorno, ma è altrettanto lieve e aggraziato.
Dopo restò un attimo in silenzio.
— Flax… da che parte sta andando?
Flax indicò prontamente Cardellino, che stava procedendo poco più
avanti di loro. Lowise sospirò.
— Intendevo dire dove lo stai portando? Non ti biasimo perché stai
scappando… Lothair vuole cacciarlo e ucciderlo. Ma dove andrete? E
poi cosa farete? Ci saranno anche altri unicorni laggiù? Come fai a
saperlo?
Dov’erano diretti? Era questo che Lowise voleva veramente sapere.
Se pure avesse potuto portare le parole alle labbra, Flax non avrebbe
saputo risponderle. Lontano, era tutto quello che aveva in mente. Non
sapeva nulla di come fosse il mondo oltre la foresta e i campi che
conosceva. Cardellino, tuttavia, si muoveva con determinazione, il suo
non era certo il vagare senza meta di un animale al pascolo. Flax l’aveva
capito non appena si erano lasciati la capanna alle spalle e in quel
momento aveva smesso di condurlo e aveva cominciato a seguirlo. Se
Lowise non era in grado di capirlo da sé, Flax non sapeva spiegarglielo,
perciò continuava a camminare. Lowise parve dimenticarsi delle sue
domande e iniziò a fare commenti su quanto era felice di non dovere
cardare la lana.
— Sto scappando anch’io, sai? Dovrei sposare Lothair, ma non voglio e
nessuno può costringermi.
Flax seguì con lo sguardo il volo di un corvo sopra di loro.
— In ogni caso non vedo perché ci si dovrebbe sposare. Prima fai dei
bambini e subito dopo muori, come mia madre. E quella di Lothair è
morta mentre lui nasceva. È quello che è successo anche a tua madre,
Flax?
Il corvo si appollaiò sul ramo di un pino spoglio, unendosi a un paio di
compagni che erano già lì. Flax capiva più il chiacchiericcio dei corvi che
non quello di Lowise, ma del resto lo seguiva anche con maggior
attenzione.

Camminarono tutto il giorno per i boschi. Il percorso che seguiva


Cardellino era tutt’altro che diritto… era più facile costeggiare un monte
che scavalcarlo e a volte un sentiero che si presentava come una
scorciatoia, portava solo a torrenti troppo impetuosi per essersi ghiacciati
in superficie e quindi troppo pericolosi da attraversare. Gli alberi si
diradarono, il terreno si spianò e ora si trovavano in una prateria. C’era
poca neve e Flax capì che il vento spazzava il terreno piegando l’erica.
Si ripararono dal vento dietro un mucchio di pietre. Flax accese un
fuocherello di rami secchi e lo ravvivò stando attento a non far cadere il
bricco che aveva messo a scaldare. Lowise non la smetteva mai di
parlare… in confronto a lei una cornacchia era addirittura silenziosa.
Accolse il tè storcendo il naso, cosa che non sorprese Flax. Erano gli
ultimi gelidi giorni dell’anno, e la sua piccola riserva di piselli secchi e di
avena non bastava per un pasto decente. Flax non aveva immaginato di
avere compagnia in quella fuga. Se il bosco poteva offrire la scorta di
nocciole di qualche scoiattolo, la prateria non offriva nessun tipo di cibo…
a meno che uno non brucasse l’erba come le pecore, ma anche una pecora
sarebbe potuta morire di fame in quel periodo dell’anno. Flax mise le erbe
nel bricco e mescolò tre volte in un senso e tre nell’altro.
Il suo stomaco si lamentò di ricevere solo tè, ma quando lo ebbe bevuto,
Lowise si stupì di sentirsi rincuorata e soddisfatta come se avesse
mangiato un vero pasto e non solo qualche bacca di rosa.

La notte seguente non trovarono alcun riparo. Flax cercò il punto più in
piano che riuscì a trovare, si seppellì nell’erica e aiutò Lowise a fare
altrettanto. Non c’era nessun posto sicuro dove poter accendere un fuoco,
perciò masticarono lentamente qualche ribes secco, dividendoli con
l’unicorno, e si prepararono a dormire ancora affamati.
Flax si sdraiò sul fianco di Cardellino, preoccupato più per la fanciulla
che per sé. Alla fine l’eterno monologo di Lowise si trasformò in un
mormorio che si perse nella criniera di Cardellino scompigliata dal vento.

Lowise quella notte sognò la madre morta… e sognò che aveva un figlio.
Lei avrebbe disperatamente voluto disfarsi di quel fagotto per liberarsi le
mani e abbracciare sua madre che credeva morta… ma non poteva. Aveva
le braccia cariche del bambino che pesava troppo per le sue poche forze e
diventava sempre più pesante. Eppure lei non riusciva a metterlo giù,
anche se aveva la schiena piegata da quel peso. Il bambino aveva il volto
di Lothair e quando Lowise cercò di farlo smettere di piangere, il neonato
l’azzannò con denti aguzzi come quelli di una volpe. Terrorizzata, cercò di
liberarsene, ma il bambino le si aggrappò. Sua madre non c’era più, come
sempre era stato, e Lowise era rimasta sola con un bambino mostruoso che
la stava uccidendo. Stava morendo, stava diventando incorporea tanto che
riusciva a vedere attraverso la carne che il bambino aveva addentato.
Lowise si svegliò singhiozzando, aggrappandosi disperata a Flax,
all’erica e all’unicorno.
— No! Non voglio sposarlo! Altrimenti morirò… lo so, lo so!
Infine soffocò le sue lacrime nel collo di Cardellino. Flax raccolse
qualche rametto d’erica e li attorcigliò insieme sotto lo sguardo incuriosito
di Lowise. Quando la ricoprì con quella coltre, Lowise la trovò calda e
morbida come la migliore delle coperte del maniero, ed era certa di stare
ancora sognando. L’avvolgeva proprio come una coperta, e questo era
impossibile. Lowise era confusa, perché perfino lei si rendeva conto che
quello che Flax aveva fatto non poteva dipendere solo dalla sua
conoscenza dei boschi.
— Come… come hai fatto?
Flax era altrettanto confuso, come se Lowise gli avesse chiesto come
faceva a respirare. Quella domanda era chiara nella mente di Lowise
quanto sulle sue labbra e Flax sapeva di averla capita bene… ma era
incapace di dare una risposta. Non sarebbe servito a nulla un cenno della
testa, niente avrebbe potuto esserle d’aiuto per capire. Flax porse a Lowise
l’ultimo sorso della sua fiaschetta di vino e la invitò a riprendere sonno.

Avevano raggiunto di nuovo la foresta, quando Lothair li trovò. Era il


posto adatto per un disastro simile… erano rientrati nella foresta di
malavoglia. L’unicorno sussultava al minimo rumore. Un groviglio di rami
scuri e spogli formava un orrendo merletto nero il cui aspetto non sarebbe
migliorato con le foglie. Era molto diversa dalla foresta di abeti o da
quella di querce di Ylowfort.
I rami erano neri, ma dopo averli osservati Flax si convinse che il loro
vero colore era rosso… dapprima vivace, poi cupo come quello del
sangue rappreso. Rabbrividì, anche se nella sua mente continuava a
ripetersi che il colore era dato solo dalla luce del sole riflessa sui rami
ghiacciati. Lowise per una volta rimase in silenzio. Cardellino
protendeva il muso e accelerava il passo.
Le tracce di un cervo li portarono lungo un pendio, un profondo burrone
si apriva alla loro sinistra e alla loro destra si alzavano a picco le
montagne. Proseguirono in fila indiana lungo il pendio in discesa.
Il nitrito di un cavallo, forte e molto vicino.
Lowise si voltò, vide Lothair in sella al suo cavallo proprio sopra di loro
in cima al pendio, una mano sull’elsa della spada e una promessa di
vendetta su ogni tratto del suo viso. Anche Flax lo vide e fece subito
quello che gli era possibile per opporsi al pericolo più immediato. Una
pacca decisa sul posteriore di Cardellino lo fece partire al galoppo giù per
la collina, in salvo. Flax non immaginava che l’unicorno non era la prima
preoccupazione del duca.
Lowise invece non aveva mai pensato che potesse esserlo.
— No! — gridò, con aria di sfida e con timore. — Non tornerò indietro!
Non verrò con voi! Non potete costringermi!
Rispondendo allo sprone del duca, il cavallo si avviò al galoppo finché i
suoi fianchi schiumosi di sudore non si interposero tra Flax e Lowise.
Allora Lothair sguainò la spada in segno di saluto. La gioia di rivederla
sana e salva lo sorprese, i suoi capelli scompigliati dal vento lo turbarono
e l’odio sul suo viso gli impedì quella gentilezza che si era prefisso.
— Mia signora. — Lothair smontò da cavallo e lasciò l’animale ad
aspettarlo a pochi passi di distanza. — Piacere di rivedervi, Lowise.
Anche te, marmocchio della strega. Che ne hai fatto del mio unicorno?
Flax non rispose.
— Richiamalo — gli ordinò Lothair impassibile.
Flax scosse la testa, gli tremavano le ginocchia. Avrebbe voluto correre
via come aveva fatto dal cane lupo, ma si ricordava le conseguenze e non
si mosse.
L’espressione del duca s’indurì. — Mi hai derubato due volte, contadino.
Pagherai per questo.
— Io non sono vostra — intervenne Lowise gridando.
Lothair inarcò un sopracciglio. — Siete in errore, mia signora, c’è un
contratto. Perfettamente legale. — Si voltò appena e puntò la spada alla
gola di Flax.
— Lothair, no! — Lowise non riusciva a credere che l’avrebbe fatto.
— Invece sì, mia signora. Anche se è un povero idiota, l’avete condotto
voi a questo quando avete deciso di fuggire con lui. Secondo la legge, voi
siete la mia promessa sposa e intendo vendicarmi per il disonore che avete
portato su di me. Dovreste essermi grata perché mi accontento di questo.
— Non è stata colpa di Flax! — gridò Lowise inorridita. — Non mi ha
rapita! Sono stata io a seguirlo… — Le avventure non finivano in questo
modo, nessun menestrello avrebbe mai scritto niente del genere.
Lothair si avvicinò a Flax a piccoli passi da schermitore, pronto a
centrare il bersaglio alla minima mossa.
— Richiama l’unicorno, ragazzo, e ti lascerò andare.
Flax aveva la sensazione che il duca non volesse ucciderlo. Ferirlo forse,
affermare l’autorità che Lowise aveva sfidato, darle una lezione, punirla…
tutto era così aggrovigliato che Flax lo avvertiva, ma non lo capiva. Il
duca non l’avrebbe ucciso… in fondo era una proprietà, anche se di ben
poco valore, ma per Cardellino Flax sapeva che non c’era scampo. Lothair
Aveva di continuo in mente l’immagine di se stesso che sollevava
vittorioso il sanguinante e prezioso trofeo… la testa mozzata
dell’unicorno.
Flax ebbe un brivido e lasciò cadere a terra il fagotto. Afferrò il ramo di
una quercia che si trovava proprio accanto ai suoi piedi. Era più lungo
della spada di Lothair, spesso come il suo braccio e quasi altrettanto
diritto.
Il duca sorrise cupo nel vedere Flax armarsi in quel modo.
— Tanto meglio, ragazzo. Prendi questa, allora! — E si lanciò
all’attacco. Dopo questa lezione Lowise avrebbe aperto gli occhi e la
faccenda si sarebbe sistemata una volta per tutte.
Flax fece un balzo indietro schivando per un pelo il fendente e strinse
ancor più saldamente il bastone. Cardellino era salvo? Presto sarebbe stato
abbastanza lontano e anche un cavallo veloce non avrebbe potuto
raggiungerlo… non in mezzo alla foresta. Il duca non aveva portato cani
con sé, notò Flax con piacere. Da principio non ne era stato sicuro.
Qualunque esito avesse avuto il combattimento, Cardellino sarebbe stato
libero. Questo pensiero lo riempiva di sollievo e lo aiutava a dominare la
paura.
Flax sollevò il ramo di quercia per parare il colpo successivo. Solo per
un istante sentì una strana forza attraversargli il braccio e passare al ramo,
una forza simile a quella del vento. Scintille azzurrine si liberarono
quando il legno incontrò il ferro della spada e il duca emise un grido di
sorpresa. Flax si ritrasse di colpo, altrettanto sbalordito, e si ritrovò in
mezzo a un groviglio di alberi abbattuti dal vento. Si arrampicò
istintivamente in cima a quei tronchi caduti guadagnando il vantaggio che
gli offriva l’altezza. Un fortunato colpo di bastone colpì il duca al petto.
Flax sì ritrasse di nuovo, incerto.
— Marmocchio della strega! — imprecò Lothair seguendolo, anche se
con meno slancio. Le cose non stavano andando come aveva previsto,
soprattutto se avesse lasciato che quel povero bifolco muto lo avesse
battuto di fronte alla sua promessa sposa. Il fendente successivo fu meno
azzardato, ma il ferro colpì il ramo di quercia con violenza e Flax non vi
sentì più fluire la forza di prima. Qualunque magia avesse guidato il
ramo, adesso era svanita e le scintille avevano lasciato posto alle schegge
di legno. Flax parò un colpo diretto alla sua testa e il ramo gli si spezzò
in due, una metà gli restò in mano e l’altra volò lontano.
Ma il fatto che fosse rimasto disarmato non suscitò nel duca nessuna
pietà. Flax fece un altro balzo indietro e la punta della spada gli sfiorò il
naso. I rami che aveva sotto i piedi erano ricoperti di ghiaccio. Flax
scivolò e il tentativo di fuggire si trasformò in una caduta. Batté la testa
contro un tronco e cadde tra i rami, privo di sensi.
Lothair, ansimante, si avvicinò con cautela all’ammasso di tronchi, la
punta della spada sempre rivolta contro Flax, e con la mano libera si
massaggiava le costole. La rabbia si mescolò al dolore e la spada vibrò con
forza nell’aria.
Un grido infranse l’aria gelida. Lothair si voltò di colpo. Non si stupì che
Lowise avesse gridato, ma vide che il suo cavallo stava correndo via al
galoppo su per la montagna, come se fosse inseguito dal demonio.
Lowise non era spaventata per Flax, non l’aveva neppure visto cadere.
Stava fissando un punto proprio davanti a sé, e gridò ancora. Quasi sotto i
suoi piedi, un ammasso di foglie ricoperte di neve si era sollevato quasi
alla sua altezza e si andava ingrossando. In mezzo agli alberi anneriti,
ammassi simili si dirigevano verso la ragazza.
Nel cuore di Lothair, la paura prese il posto dello spirito di vendetta. Ma
a differenza di Lowise, lui era ancora in grado di muoversi. Abbandonò
Flax e corse al suo fianco inciampando nei rami caduti riuscendo a
raggiungerla prima delle creature mostruose.
Sguainò la spada e la puntò contro quella cosa - qualunque cosa fosse -
non riuscendo ancora a credere ai suoi occhi. La creatura non si faceva da
parte, non sembrava aver paura di lui e nemmeno accorgersi della sua
presenza. Si avvicinò frusciando mentre Lothair proteggeva Lowise col
suo corpo e, in quel mentre, un altro ammasso spuntò proprio accanto ai
suoi piedi.
Lothair sferrò un colpo violento e la creatura mostruosa coperta di foglie
si avviluppò intorno alla lama e al suo corpo, accecandolo e soffocandolo.
Poi il duca riuscì a liberarsi, per essere nuovamente colpito da un altro
ammasso cresciuto dal tappeto di foglie della foresta, mentre un terzo lo
assaliva alle spalle. Le foglie volavano da tutte le parti, mentre lui menava
fendenti in ogni direzione, non tanto con l’intenzione di attaccare, quanto
di difendersi. Nessun colpo andava a segno e anzi non incontrava niente di
solido. Le creature mostruose continuavano a spuntare dal terreno, ma
Lothair non sapeva dire se fossero sempre le stesse o tante diverse. Alla
fine venne sopraffatto e restò a terra incapace di alzarsi.
Lowise, che era ancora in piedi grazie al tronco di faggio a cui si era
aggrappata, all’improvviso smise di gridare. Non sapendo come fare a
svenire, assisteva alla scena incapace di reagire, fissando con gli occhi
spalancati i mostri che si allontanavano dal duca e si dirigevano verso di
lei. Lowise non sapeva cosa le avrebbero fatto, non sapeva nemmeno cosa
avessero fatto a Lothair che era disteso immobile. Anche lei si sentiva
incapace di muoversi, e sapeva che non sarebbe riuscita a sfuggire a quei
mostri anche se avesse convinto le sue mani ad abbandonare la presa
dell’albero e le sue gambe a sostenerla per qualche passo.
Flax scosse la testa confuso e si rialzò lentamente in piedi, ma restò
impigliato tra i rami in mezzo a cui era caduto. Quando infine riuscì a
liberarsi, i mostri di foglie avevano accerchiato Lowise. Flax vide la scena
e vide il corpo del duca. Ma quelle cose orrende non avevano ancora
notato la sua presenza.
Lowise se ne accorse. — Flax, corri — lo supplicò. — Va’ via di qui!
Flax avrebbe tanto voluto darle ascolto. Si sentiva sopraffatto dalle
ondate di orrore emanate dagli ammassi di foglie. Il fluido maligno che
aveva avvertito entrando nella foresta era come l’odore di aria salmastra
per il mare, ma Flax capì che anche quelle creature avevano la stessa
natura malefica. Se si fosse messo a correre, avrebbe potuto
allontanarsene, perché forse quelle creature mostruose ricoperte di foglie
erano legate a quel pezzetto di foresta, in quella radura maledetta, sotto
quegli alberi contorti.
Ma questo non le rendeva meno pericolose e, una volta che si fossero
accorte della sua presenza, non sarebbe più potuto fuggire. Come poteva
sperare di riuscire a sconfiggerle, se il duca aveva fallito prima di lui?
A Flax girava la testa e gli sembrò che tutta la foresta si muovesse.
Quando gli si schiarì nuovamente la vista, stava ancora guardando il volto
pallido di Lowise, ma lei non guardava più verso di lui. Un coniglio
impaurito non avrebbe avuto uno sguardo più disperato del suo in quel
momento. Era proprio per quello sguardo che Flax non aveva mai teso
trappole ai conigli, malgrado avesse potuto catturarli con la sola volontà e
la carne fresca fosse molto richiesta dalla gente del villaggio…
Il corpo del duca era riverso appena fuori da quel cerchio, la spada
affondata nella neve. Flax la sollevò e… gridò per il dolore lancinante
lasciandola cadere di nuovo. Qualcosa gli aveva bruciato la mano. Non
riusciva a capire come facessero i cavalieri a usare armi che infliggevano
un dolore simile in coloro che le brandivano. Le foglie dove era caduta la
spada erano annerite e fumavano.
Flax fece per riprenderla, ma poi afferrò un ramo con decisione, anche se
con poca speranza. Si avvicinò alla creatura più vicina e malgrado non
avesse faccia né testa, senza sapere come capì che era rivolta verso di lui.
Il sole era tramontato e il cielo era velato dall’ultima tenue luce rosata.
Nonostante la poca luce, Flax intravide una di quelle creature di foglie
scagliarsi addosso a lui. Era stato un fruscio ad avvertirlo.
Sferrò una serie di colpi con il ramo, ripetendo senza saperlo le stesse
inutili mosse di Lothair. Il mostro si avventò contro il suo petto e la bocca
di Flax si riempì di foglie marce e fredde, mentre ramoscelli ghiacciati gli
colpirono gli occhi. Vacillò e cadde all’indietro su un altro cumulo di
foglie. Flax si dimenò in cerca d’aria e cercò di liberarsi dalle foglie.
Una sagoma bianca come la neve arrivò al galoppo in mezzo alla foresta,
superando agilmente i tronchi caduti. Lowise ebbe un tuffo al cuore ma
poi sprofondò nella disperazione. Doveva morire anche l’unicorno? La
canzone del menestrello lo prevedeva davvero?
Con un grido lo pregò di fuggire, ma Cardellino avanzò coraggioso e
affrontò la battaglia a capo chino. Il suo corno lucente spazzò via le foglie
che volavano dovunque… ma stavolta non si ricomponevano subito in
nuovi ammassi, si adagiavano sul tappeto della foresta liberando una scia
puzzolente che restava sospesa nell’aria. Flax riemerse in superficie e si
mise in ginocchio tossendo. Cardellino non si fermò, ma caricò la bestia ai
piedi di Lowise. Il suo corno era di una luminosità selvaggia tanto che lo
sguardo della fanciulla non riusciva a seguirlo se non come una scia di
movimento, come una saetta. Si sentì un rombo più forte del tuono e
Lowise cadde in ginocchio, in lacrime.
Altre due creature mostruose ricoperte di foglie stavano cercando di
sopraffarlo unendo le forze, ma l’unicorno virò a sinistra, e ritornò alla
carica da destra, più veloce del pensiero, scattante come una saetta. Il suo
corno era dovunque nello stesso momento, brillava in mezzo a nuvole di
foglie strappate, di mostri colpiti a morte. Lowise chiuse gli occhi e attese
che ritornasse il silenzio.
Quando li riaprì, Flax era in piedi, un braccio intorno al collo sudato di
Cardellino, e la luce del corno non era più luminosa di quella di una
lucciola. Singhiozzando per il sollievo, Lowise si precipitò a raggiungerli,
ma un suono rantolante la fece fermare d’improvviso tormentandole la
coscienza. Contro il suo volere, ritornò sui suoi passi nel punto in cui era
caduto il suo promesso sposo.
Era disteso prono e quando lo toccò, Lowise sentì le dita umidicce. Il
brontolio sommesso non cessava. Lowise ne scoprì la causa quando Flax
l’aiutò a mettere il duca supino. Lothair era stato ferito al petto, trafitto da
un ramo appuntito, di cui si riusciva a vedere ancora l’estremità. Perdeva
bolle d’aria insieme al sangue e quanto sangue… si stava sforzando di
parlare e Lowise, spinta da un imprevisto quanto imprevedibile moto di
pietà, si chinò per ascoltare. Lothair aveva il viso coperto di ghiaccioli,
come congelato.
— Ti hanno salvata… Hanno avuto… più pietà di quanta… ne ho avuta
io… con loro…
Lowise sentì i suoi occhi riempirsi di lacrime. Provava un grande senso
di colpa, era stata lei a non avere nessuna pietà. Le avevano sempre detto
che Lothair non era un uomo paziente, ma con lei lo era stato. Lei aveva
continuato a tormentarlo e alla fine l’aveva ucciso, solo per non obbedire a
un ordine. Nessuno poteva dirle cosa doveva fare! Di qualunque cosa si
trattasse, bastava solo un accenno e lei andava su tutte le furie. Lo
specchio della sua coscienza s’illuminò, mostrandole l’impotenza che
alimentava quella rabbia. Abbandonata da sua madre, venduta da suo
padre e destinata a una vita che l’avrebbe condotta solo alla morte, senza
la minima possibilità di una scelta o di una speranza.
Ma non aveva mai pensato che dovesse finire con la morte di Lothair. Per
la prima volta nella sua vita, lady Lowise si pentì di una sua azione.
Attraverso le lacrime, la luce del corno di Cardellino era un bagliore
luminoso. Lowise sentì il fianco caldo dell’unicorno da un lato e la mano
piena di conforto di Flax dall’altro. E li abbracciò entrambi, uno per volta.
La paura stava passando, ma il dolore e la colpa lacerante non erano così
facili da dominare.
Il duca guardò la bestia ferma accanto a lui, stupefatto. Che un unicorno,
un animale da cacciare, avesse raggiunto di sua spontanea volontà l’uomo
che voleva ucciderlo… Lothair era sbalordito. Gli esperti di caccia
dicevano che gli unicorni vanno spontaneamente solo dai puri e devono
essere attirati con l’inganno perché si avvicinino a un cacciatore. Eppure,
quell’unicorno era andato da lui. Anche in punto di morte, non poté fare a
meno di ammirare la sua bellezza. Non aveva mai immaginato che potesse
essere una creatura tanto bella… bianca come il cuore della fiamma, un
corno che sprigionava una luce simile ai raggi della luna e dell’arcobaleno.
Il corno splendente si avvicinò a lui come per offrirgli una carezza.
Lothair lanciò un urlo straziante e Lowise capì che era morto. Morto, e
lei non aveva avuto nemmeno la bontà di dirgli una parola gentile. Scoppiò
in lacrime.

Lothair capì di amarla, anche se ricordava a malapena la forma del suo


viso, quando non era nascosto dalle mani, né il colore preciso dei suoi
occhi. La sua risata - quasi mai sentita in sua presenza, ma spesso per caso,
attraverso una porta aperta - occupava la sua memoria e gli riscaldava la
mente e il petto diffondendosi per tutto il corpo. L’amava e soffrì al
pensiero che non fosse più sua, perché ora era libera, libera di scegliere,
libera di lasciarlo.
Quando il duca si mise a sedere, Lowise lo accolse con espressione
incredula e Flax preoccupata. Lothair sfiorò con le dita la cicatrice bianca
che aveva preso il posto della ferita, e guardò pieno di gratitudine
l’unicorno. Aveva il corno più lungo di quanto ricordava, lungo come una
spada e altrettanto brillante.

Quando Cardellino si avviò, Lothair lo seguì insieme agli altri senza dire
una parola, salvo insistere perché Flax prendesse un pezzo del pane e della
carne secca che il duca aveva aggiunto alla loro scorta di provviste. Flax,
masticando qualche nocciola appassita che aveva rubato a uno scoiattolo,
accettò con un po’ di diffidenza.
Se Lothair avesse fatto domande sulla loro destinazione, non avrebbe
ricevuto risposta. Avrebbe potuto proporre di tornare a Ylowfort, offrire la
sua protezione a Flax e all’unicorno… ma sapeva benissimo che non era
l’unicorno a essere guidato, e che per lui era un privilegio poterlo seguire.
Si sentì stranamente a proprio agio con Flax, e anche se la conversazione
non andava mai oltre una parola da parte sua e a un cenno da quella di
Flax, tra loro era nata una specie di amicizia.
I rapporti tra il duca e Lowise erano più distaccati, improntati a una
cortesia formale, ma il duca era contento di poter dividere con lei almeno
quella, e non insistette mai per farla parlare.
La foresta si diradò e cominciarono ad aprirsi distese di prati coperti di
nuova erba che spuntava fra gli steli di quella vecchia. Fragili fiori rosa
crescevano numerosi sul margine del bosco. Lowise ne colse a manciate e
li attorcigliò fra la criniera di Cardellino e fra i capelli neri.

— Maestro? — Una zampa interrogativa lasciò un’impronta di polvere


sulla manica finemente intessuta.
— Cosa c’è. Mai? Oh, no… ancora? Non puoi andare fuori, ora che fa
più caldo?
La cagna dagli occhi azzurri sembrava mortalmente offesa. — Sullo
specchio c’è un’immagine… ma non importa, magari tra poco scompare
— disse col tono di chi non gliene importa nulla.
— Un’immagine? Certo che mi interessa! — Corlinn si affrettò a
raggiungere lo specchio di cristallo. Poco dopo la cagna dimenticò le
offese e lo raggiunse.
Lo specchio non rifletteva più una parte della capanna del mago, c’erano
degli alberi adesso, su tutta la superficie. Ci volle un attimo prima che
Corlinn individuasse le tre figure che procedevano tra gli alberi.
Due uomini: uno dai capelli biondi e vestito di stracci, l’altro dai capelli
scuri e imbrattato di fango. Una ragazza, che a volte camminava al fianco
di uno, ma mai dell’altro.
Corlinn osservò a lungo l’uomo vestito di stracci… un ragazzo, a dire il
vero, non ancora adulto. — Allora sei sopravvissuto dopotutto! — disse
stupito. — E sei tornato nel mio specchio di cristallo. Perché, mi chiedo?
— Chi è l’altro? Quello con la faccia da falco?
— Il duca Lothair di Ylowfort, e la tua descrizione non gli fa onore.
La cagna fissava attentamente lo specchio, incurante del rimprovero.
— Mi capita spesso di incontrare il duca Lothair a corte. È un uomo
giovane, ricco di denaro e di terra… e se non mi sbaglio, quella ragazza
contribuirà ad aumentare la sua fortuna, quando si sposeranno.
La cagna dagli occhi azzurri sembrava scettica.
— Sono d’accordo con te, lei non sembra molto interessata a lui.
— Non lo guarda nemmeno!
— Be’… ma ti sei sbagliata anche a proposito del cane lupo, avremmo
dovuto scommettere.
Il terzetto si stava avvicinando sempre di più in mezzo agli alberi.
— Maestro? Che posto è?
— Quel bosco? — Corlinn si avvicinò meglio allo specchio. — Mi
sembra di conoscerlo… si trova a non più di un giorno di viaggio da qui,
direi.
— Verranno qui?
— Direi di sì. — Corlinn socchiuse leggermente gli occhi cercando di
mettere bene a fuoco le facce.
— Perché?
— Perché è qui che termina il sentiero che stanno seguendo.
— Ma perché vengono qui? — domandò la cagna drizzando le orecchie.
— Sfortunatamente, non sono onnisciente.
La cagna drizzò la testa. — Se non lo sai, dillo e basta.
— Te l’ho detto, cucciolo. Questo specchio di cristallo mi mostra enigmi
e verità insieme… domani va’ nel bosco e aspettali. Credo che sia
importante.
La cagna dagli occhi azzurri scodinzolò felice, poi fece due o tre salti
eccitata e ricadde con le zampe anteriori sulle spalle del mago, che
barcollò sotto il suo peso.
— Avremo compagnia!
— Sì, Mai, ma non prima di domani sera. Contieniti!
La cagna si liberò della sua presa e corse alla finestra, dove restò ferma, le
zampe sul davanzale, in attesa.
La cagna spuntò fuori dalle fronde all’improvviso, facendo allarmare e
indietreggiare la carovana guidata da Cardellino. Il suo aspetto creò
scompiglio come la sua comparsa… era alta e magra, le zampe lunghe
come quelle di un puledro. Il suo mantello color miele era punteggiato di
bianco come se fosse entrata in un barattolo di vernice e i suoi occhi
erano dello stesso azzurro del cielo d’inverno. Aveva un orecchio dritto e
l’altro ciondoloni.
— Uuups! — disse con chiarezza, la lingua di fuori. — Abbiamo
compagnia a cena! — Com’era apparsa scomparve tra gli alberi, offrendo
solo la punta bianca della coda per indicargli la direzione.
— La seguiamo? — chiese Lothair.
Cardellino sbuffò, chinò la testa e seguì la cagna oltre le felci.
Tra gli alberi c’era una capanna che sul retro si affacciava sulla riva
sinuosa di un ruscello argentato. Una spirale di fumo usciva dal
comignolo di pietra sistemato sul tetto di paglia. La cagna dagli occhi
azzurri era ferma sulla soglia e dimenava la coda per l’eccitazione.
— Vedi? Vedi? Te l’avevo detto! Compagnia! Sono loro quelli che vedevi
nello specchio?
— Sì — rispose il suo padrone. — Ma né tu né lo specchio di cristallo mi
avete parlato di un unicorno.
Le orecchie della cagna si abbassarono colpevoli. — Non ne avevo mai
visto uno prima, o no?
— No, credo proprio di no. Non ci sono più unicorni da queste parti da
molto tempo prima che tu venissi partorita. È davvero un ospite
d’eccezione, guarda di non fare pipì sul pavimento.

Vennero accolti con acqua calda per lavarsi, brande su cui riposare, un
pasto che gli fece ricordare di avere una pancia. Poi idromele dolce,
leggermente affumicato sulla lingua e infiammato in gola.
La bevanda era confortante, così come lo erano i modi gentili del loro
ospite. Per non parlare della cagna parlante e di un pasto la cui
preparazione doveva essere iniziata molte ore prima che la cagna scoprisse
il loro arrivo… e i diversi generi che prendevano forma a uno schioccare
di dita del loro ospite, fecero tacere perfino la lingua instancabile di lady
Lowise. Non aveva bisogno di rivelare che era un mago, come fece quando
gli chiese i loro nomi e disse che il suo era Corlinn.
Flax, nervoso per la compagnia e sospettoso verso la cagna - anche se
aveva un aspetto pacifico - si era spostato vicino all’ampio davanzale della
finestra subito dopo aver finito il pasto. Cardellino si era accovacciato ai
suoi piedi offrendogli la criniera come diversivo per passare il tempo. Le
dita impegnate, la testa china, Flax non faceva nessuno sforzo per seguire
la conversazione che si svolgeva a tavola. Sapeva che Lowise stava
raccontando la storia del loro viaggio e dal momento che quella storia
l’aveva vissuta, il suo racconto non lo interessava.
La sua attenzione era rivolta invece alla stanza. Cerano tante mensole
appese alle pareti bianche, e che miscellanea di oggetti… erbe medicinali
piantate nei vasi o conservate nei barattoli, pezzi di vetro colorato, ossa,
vecchi nidi d’uccelli. Sia sulle mensole che impilati per terra c’erano libri
in gran quantità. Flax sapeva cos’era un libro, anche se non ne aveva mai
toccato uno e men che meno letto. I libri erano preziosi… il prete del
villaggio ne possedeva due, e le loro copertine erano chiuse da sottili lacci
d’argento.
Flax non riusciva a capire perché Cardellino li avesse condotti in un
posto simile… certamente non per trovare un riparo, visto che ne avevano
avuto bisogno quando il tempo era peggiore, né per il cibo perché, anche
se erano affamati, non stavano certo morendo di fame. Ogni volta che si
erano accampati, Flax aveva avvertito l’urgenza di Cardellino di
proseguire, di rimettersi in cammino. Ora quella sensazione era svanita.
L’unicorno sembrava a suo agio, ma Flax era deluso.
Il viaggio era finito? Il mago sembrava gentile e forse quello era un
posto sicuro dove lasciare che l’unicorno vivesse la sua vita. Flax aveva
sentito parlare dei maghi nelle fiabe e sapeva che gli unicorni
appartenevano a quel mondo, molto di più che non al villaggio di
Ylowfort.
Non voleva lasciare Cardellino… ma Flax non nutriva nessuna speranza
di essere invitato anche lui a restare. Era molto triste, ma doveva essere
felice di aver portato in salvo l’unicorno. C’era un libro appoggiato sul
davanzale di fianco a lui. Flax lo sollevò con timidezza per vedere la
copertina.

— Gli unicorni sono creature solitarie per natura — disse Corlinn


accendendo la pipa con due parole, mentre la cagna dagli occhi azzurri
appoggiava il mento sul tavolo e lo osservava adorante. — Rifuggono
anche la compagnia dei loro simili. Sono sorpreso di vedere che questo si
sente a proprio agio in compagnia.
— Credo che Flax l’abbia trovato che era solo un cucciolo — disse
Lowise e il suo sguardo pensieroso si illuminò all’improvviso. Si voltò
di scatto verso Flax.
— Ecco cos’è che aveva fiutato il segugio! Odore di unicorno! Ecco
perché non volevi tornare a nessun costo…
Flax la guardò sconsolato al ricordo dei suoi uccellini affamati e annuì.
Lothair spostò lo sguardo dall’uno all’altra, forse aveva capito.
— Be’… — proseguì Lowise con molta gentilezza. — Non è stata colpa
tua.
— Non può parlare? — domandò il mago.
Lowise cercò di ricordarsi se avesse mai sentito Flax emettere un suono,
a parte i fischi con cui incantava i canarini. Non le venne in mente una
sola volta… a parte il grido che aveva lanciato toccando la spada di
Lothair.
Flax si era fatto coraggio e aveva aperto il libro abbastanza da poter
sbirciare le pagine. Sotto le sue dita c’era l’immagine vivace di una
digitale, dalla spiga di fiori purpurei alle radici nude.
— È un po’ tocco, signore. — Fu la spiegazione gentilmente offerta dal
duca.
Un lampo attraversò gli occhi scuri di Lowise. — Questo è quello che
dicono al villaggio! Che è mezzo stupido e maledetto! Non parlerei
neanch’io se dicessero di me queste cose!
Un sorriso sfiorò le labbra di Lothair al pensiero che lei potesse restare in
silenzio anche solo per un’ora, ma si guardò bene dal farglielo capire.
Flax li osservava entrambi, come se si aspettasse qualcosa da quella
discussione, ma non nutriva nessuna speranza di cavarne qualcosa di
buono per sé. Non sembrava possibile che, se interrogato, avrebbe potuto
rompere il silenzio per rispondere.
— Quello che dicono al villaggio… potrà non essere vero, comunque
dicono che sua madre era una strega. — L’idea di poter commettere una
scorrettezza nel ripetere una simile accusa al tavolo di un mago, metteva
Lothair in imbarazzo. — Dicono che questo le è costato la lingua, ma io
credo che non potesse neanche sentire.
— Cosa le è successo? — chiese Lowise piena di apprensione. — È
morta quando è nato Flax?
— No — rispose Lothair, sorpreso dalla sua conclusione affrettata.
Corlinn lanciò un’occhiata severa alla ragazza. — Bambina, a volte le
donne muoiono durante il parto… ma non tutte, in nessun modo. Io sono
l’ultimo di sette figli maschi, e dopo di me ho ancora due sorelle. E mia
madre è vissuta abbastanza per vederci crescere tutti.
Lowise lo ascoltava a occhi spalancati, perché inaspettatamente non
aveva più niente da dire, ma molto a cui pensare.
— È successo qualche tempo dopo — riprese Lothair. — C’ero anch’io,
a dire il vero. Stavo cavalcando con mio padre e i suoi uomini durante
una battuta di caccia, quando è sopraggiunto un temporale e ci siamo
diretti di nuovo verso casa. Il cielo era nero come la pece e pioveva a
dirotto. La donna è spuntata nel sentiero d’improvviso… un istante
prima non c’era nessuno e a un tratto c’era lei… e un cacciatore l’ha
travolta. Non aveva possibilità di fermarsi. Il latrato dei segugi, il
calpestio dei cavalli, il suono dei corni… quella donna pareva non
sentire niente. È rimasta uccisa. Calpestata. È stata… la cosa più orribile
che io abbia mai visto.
Lothair guardò Flax, certo che anche per lui fosse stata la cosa più
orribile che avesse mai visto, ma Flax non mostrava segni di angoscia,
sembrava che non avesse nemmeno seguito il discorso, come se non lo
riguardasse. Il libro era di nuovo chiuso, ma lui aveva infilato un dito in
quella pagina per tenere il segno e con l’altra mano accarezzava il garrese
di Cardellino, tracciando pigramente con le dita invisibili segni.
Quando il mago si alzò in piedi, tuttavia, Flax fece altrettanto, ed era
chiaro che sarebbe fuggito di corsa se la via per la porta fosse stata
sgombra.
— Come hai fatto a trovarmi? — chiese Corlinn. — Perché hai portato
con te l’unicorno?
Flax scosse ripetutamente la testa. Cercò anche di fare un passo indietro
e aveva uno sguardo disperato quando si accorse che alle sue spalle c’era
il muro. Era altrettanto evidente che stava calcolando la distanza che lo
separava dalla finestra.
— Per gentilezza — ricominciò Corlinn.
— Signore — intervenne Lowise, immaginando in che situazione si
trovava Flax. — Non è stato Flax a portare qui l’unicorno. Siamo stati
noi a seguire l’unicorno. È stato Cardellino a portarci qui… o per lo
meno là dove abbiamo incontrato la vostra cagna, e poi lei ci ha condotto
qui.
Una coda colpì ripetutamente il tappeto davanti al focolare lusingata da
quell’affermazione.
— Sì, Mai vi ha invitati a cena. Ma non vi ha incontrati per caso… sono
stato io a mandarla incontro alle persone che avevo visto nel mio
specchio di cristallo, ieri sera. Un’immagine ingannevole… non avevo
percepito la presenza dell’unicorno, e non riesco a capire chi di voi sia la
persona dotata di poteri magici a cui questo pasto avrebbe dovuto
rendere onore. È evidente che chiunque di voi abbia questo dono ne è
all’oscuro.
— Un dono? — ripeté Lowise stupita. Ma loro non avevano portato
nessun dono. Avrebbero forse dovuto? E come potevano saperlo?
— Questo spiega la vostra accoglienza — disse Lothair.
Corlinn sorrise. — Proprio così, mio signor duca. È sempre buona cosa
dare il benvenuto ai colleghi maghi… e potrebbe essere alquanto rischioso
non farlo. Ma lasciatemi scoprire se quel che suppongo è corretto.
Corlinn porse una mano a Flax che si ritrasse e si buttò addosso a
Cardellino. L’unicorno invece di accoglierlo, lo respinse. Flax e
Cardellino si fissarono con la coda dell’occhio, e alla fine Flax tornò a
guardare Corlinn e gli porse la mano. Dita fredde gli grattarono l’incavo
del polso.
Fu come se il cielo si fosse aperto all’improvviso diffondendo luce in
mezzo al temporale… come la luce del giorno improvvisa, senza un’alba a
precederla. Flax sentì ogni momento della sua vita, ogni pensiero della sua
mente, irrompere come un turbine fuori di lui, e altri penetrargli lottando
contro corrente. Domande, risposte… non più soffocate, non più intuite.
Era una sensazione meravigliosa e terrificante al tempo stesso. Flax
scoppiò in lacrime che gli colarono liberamente lungo il viso mentre il suo
silenzio interiore non si scioglieva. Fra i balbettii confusi, finalmente una
voce divertita disse: — Allora è così che stanno le cose… Povero ragazzo,
devi aver quasi dimenticato cosa si prova a essere veggente. Non starai
sempre così male.
— Cosa sta succedendo? — Lowise voleva saperlo, Lothair le si
avvicinò e questa volta lei non si spostò.
Piano, ora. C’è tempo, un mare di tempo.
Flax interruppe il contatto delle loro mani e gettò le braccia al collo di
Cardellino, affondando il viso bagnato di lacrime nella sua criniera.
Corlinn tirò un lungo respiro e fece un passo, più per non vacillare che per
spostarsi, poi sorrise tristemente alla sua cagna e aiutante magica che gli si
era fatta vicina con espressione preoccupata.
— Un contatto intenso e sconvolgente. Dev’essere stato uno shock anche
per lui.
— Vi ha parlato? — domandò Lothair, che non aveva capito, ma che
sentiva di esserci andato abbastanza vicino. — In che modo?
— In che modo? Come un torrente impetuoso che allo sciogliersi della
neve straripa dagli argini. — Corlinn sorrise di nuovo e allungò la mano
per toccare l’unicorno, che gliela leccò e poi ritornò a occuparsi di Flax.
— Ma… io non ho sentito niente…
— Nemmeno io. E nemmeno la madre di questo ragazzo. Come poteva
insegnargli a parlare, se non poteva sentire le sue parole? Perciò gli ha
insegnato a dialogare con la mente… un modo diffuso tra i maghi, come
anche lei doveva essere. Funzionava, ma lei è morta e lo ha lasciato solo
tra gente che non aveva nessuna possibilità di capirlo.
Lowise si avvicinò comprensiva a Flax e gli batté una mano sulla spalla.
— Imparerà a parlare… normalmente, intendo dire?
— Certamente, e anche molto in fretta, direi! È sano e intelligente. E poi
è la capacità di parlare con la mente che crea gli apprendisti ideali. Uno o
due crampi alla lingua per la disabitudine all’esercizio, questa sarà la cosa
peggiore che potrà capitargli. — Corlinn si mise a sedere e riaccese la
pipa. La cagna dagli occhi azzurri aveva colto la parola “apprendista” e
sorrideva sorniona.
Lothair si versò un altro po’ di idromele. — L’unicorno sarebbe al sicuro
nelle mie terre — disse giocherellando con la coppa. — Ma è meglio non
rischiare. Potete dare voi ospitalità all’animale?
— L’unicorno? Certo che starà qui… o dovunque sia Flax. È così che
vanno le cose tra un mago e il suo aiutante. — Si sentì una coda battere
sul pavimento. — Anche se ritengo anomalo che sia un aiutante a
scegliere il suo mago. Dovrebbe essere il contrario.
Aiutante? Apprendista? Parlare con la mente? Lothair appoggiò la coppa.
— State forse dicendo che Flax è un mago? — Rendersi conto che chi era
stato considerato fino allora quasi un idiota fosse un mago, era difficile da
accettare… anche se Flax era soltanto un mago in via di formazione. E a
proposito, non aveva mai pensato che i maghi dovessero studiare per
diventare maghi. Non nascevano già bell’e fatti?
Lowise, una mano sulla spalla di Flax e l’altra che giocherellava con il
ciuffo sulla fronte di Cardellino, ripensava alla coperta calda intrecciata
con l’erica, ai tè di erbe che sostituivano i loro pasti. Si ricordò delle
impronte sulla neve che svanivano a un tocco di Flax, al sogno scacciato
e al ramo di quercia trasformato in una spada di ferro.
— Certo che è un mago — disse.

Lothair sistemò le bisacce ed esitò qualche istante prima di parlare.


— Hai pensato a cosa farai adesso? Starai qui con loro?
— No — rispose Lowise senza guardarlo. — Non c’è posto per me qui.
Non ho poteri magici.
— Ma io credo che ti permetterebbero di restare.
Lowise non rispose. Da quando Flax aveva imparato a parlare, lei aveva
disimparato a farlo.
Lothair restò ancora un momento in silenzio, l’espressione del suo viso
tradiva uno sforzo. Alla fine si inumidì le labbra e parlò di nuovo.
— So che l’idea di sposarmi non ti è mai piaciuta. Non sapevi come
dirmelo anche quando non pensavi di avere altra scelta. Ma Lowise, io
voglio ancora sposarti. Lo voglio io, per mia scelta, e non per adempiere
al contratto che mio padre ha stipulato con il tuo! Eravamo entrambi
pronti ad accettare e a soffrire questa decisione… ma potrebbe essere
qualcos’altro! Potrebbe esserci un vero rapporto tra di noi! Non sei
d’accordo? Vuoi sposarmi?
Lowise osservò il viso cupo del duca. C’era ancora l’orgoglio - non
voleva che lei vedesse quanto l’avrebbe ferito un suo rifiuto — ma
l’arroganza che era stata fino allora la sua seconda pelle, era scomparsa da
tempo. Cercò d’immaginare di passare una vita con lui, avere da lui dei
figli, vederli crescere. E all’improvviso tutto questo le sembrò un futuro e
non una condanna.
— Non me l’avevi mai chiesto prima — disse. — Ora che l’hai fatto ti
rispondo… sì.
E mise la sua mano in quella di lui.

Titolo originale: Thistledown


WAYLAND DREW
COMPAGNI DI VIAGGIO
A scoltate! — disse il Mercante alzando la mano e facendo brillare al
sole gli anelli ornati di gemme. — Si sente di nuovo!
I viaggiatori si fermarono.
Per la seconda volta sentirono il richiamo lamentoso che proveniva dalle
paludi alla loro destra, dove si stavano già diffondendo le ombre della
sera. Il sangue gli si raggelò nelle vene come se fossero stati sfiorati dalle
ali di un pipistrello, si strinsero l’uno all’altro e si presero per mano.
Il Mercante ebbe la visione di un’onda che rotolasse all’infinito verso la
riva.
Il Dottore sentì il suono dei venti fra le montagne.
Il giovane Architetto pensò alla Bambina. — Come è vicino stanotte! —
sussurrò quando l’ultima eco si spense.
— Sarà meglio che ci accampiamo e accendiamo un fuoco — suggerì il
Dottore tranquillo e gli altri si dissero subito d’accordo.
Abbandonarono il sentiero e seguirono il Mercante attraverso le carici
ondeggianti fino alla spiaggia. A ovest si stendeva il mare grigio ferro - in
prossimità del quale avevano viaggiato per due giorni - illuminato dai
raggi del sole al tramonto. A nord e a sud la spiaggia si curvava a formare
due braccia che si allungavano scomparendo nella foschia. A vista
d’occhio, né abitazioni né anima viva.
Raccolsero pezzi di legno alla deriva e in men che non si dica stavano
mangiando intorno a un fuoco che scoppiettava allegro. Il vapore che
saliva dalle ciotole e il loro respiro condensato si alzavano avvolgendosi
alle spire di fumo. Di tanto in tanto, uno di loro smetteva di mangiare e
guardava il cielo cristallino e la brina scintillante sulle piante che
crescevano sulla spiaggia. Nessuno parlava.

Solo il Fato aveva fatto incontrare quegli improbabili compagni di


viaggio in quanto, se i loro programmi iniziali si fossero attuati, non si
sarebbero mai incontrati o almeno, lo avrebbero fatto semplicemente come
passeggeri sul ponte del vascello diretto alla capitale al di là della baia. Ma
per un ritardo, tutti e tre avevano perso l’imbarco. Il Mercante, che la sera
precedente aveva assaggiato troppo chiaretto, aveva indugiato a letto e il
cameriere non lo aveva svegliato; il Dottore, sprofondato nei suoi studi
esoterici, non si era reso conto del tempo che passava e l’Architetto,
tradito dalla sua giovinezza, si era gingillato troppo a lungo in compagnia
della sua dama preferita.
Così, il Fato li aveva fatti ritrovare tutti e tre sul molo a guardare le vele
del vascello gonfiarsi al vento mentre la nave prendeva il largo e
scompariva nella nebbia. Nessun’altra imbarcazione era disponibile e tutti
e tre avevano affari urgenti che li attendevano nella capitale. Ognuno di
loro aveva espresso a suo modo il proprio disappunto: il Mercante aveva
imprecato, il Dottore aveva alzato silenziosamente le braccia al cielo e
l’Architetto si era seduto con il viso fra le mani.
Alla fine il Mercante si era ripreso e, rivolto agli altri due, aveva
proposto di unire le forze e di raggiungere la loro comune destinazione via
terra. Da principio gli altri erano scoppiati a ridere increduli. Per quanto
fossero ansiosi di arrivare in città, l’idea di andare via terra gli era
sembrata del tutto assurda. Il viaggio si presentava carico di pericoli, molti
viaggiatori erano scomparsi lungo la vecchia strada che si snodava
tortuosa lungo la baia e si sussurravano molte storie su quel tratto di terra
desolata che correva tra il mare e le paludi. Si diceva che avventurarsi in
quei luoghi significava andare oltre il conosciuto e il conoscibile.
Tuttavia il Mercante aveva dichiarato che da giovane aveva percorso
quella strada molte volte senza incorrere in nessuna disavventura. Aveva
detto di conoscere molto bene il percorso e sul pontile assolato e alla
leggera brezza marina, si era preso gioco delle loro paure. Certo, la zona
era desolata, e con ciò? Non accadeva tutti i giorni che caravelle e
carovane affrontassero regioni simili a quella per tornare sane e salve? E
poi, loro tre non erano forse uomini robusti e pieni di buon senso?
Avrebbero forse affrontato il viaggio disarmati? Non si sarebbero forse
sostenuti a vicenda? Ma come! Se partivano subito e andavano di buon
passo, sarebbero potuti arrivare alla capitale anche prima della nave.
Il Mercante era stato così convincente e loro erano così ansiosi di andare
in città, che alla fine il Dottore e l’Architetto avevano aderito alla sua
proposta. Erano tornati a casa, avevano ordinato di sellare ed equipaggiare
il loro cavallo migliore e si erano incontrati di nuovo a mezzogiorno. Pieni
di speranze e di entusiasmo, avevano seguito il Mercante fuori dalle porte
della città diretti alla baia che si allungava nella foschia verso est.
Un osservatore distratto non avrebbe distinto questi tre viaggiatori dagli
altri, ma ad un esame più attento si sarebbe accorto che ciascuno di loro
teneva le briglie con una sola mano e con l’altra stringeva al petto un
oggetto prezioso. Nel caso dell’Architetto l’oggetto consisteva in un rotolo
di pergamene accuratamente avvolte in un fodero; nel caso del Dottore, in
un pesante fascio di manoscritti e in quello del Mercante, in qualcosa
nascosto fra le pieghe dell’abito, qualcosa di un valore tale da consigliargli
di non trarlo mai fuori dal nascondiglio.
Fino a sera il loro viaggio era proseguito senza inconvenienti. Per molte
leghe avevano cavalcato in fila attraverso la campagna abitata, dove il
fumo che fuoriusciva dalle capanne dal tetto di zolle, si addensava nelle
cavità umide. Erano passati attraverso campi coperti di stoppie, prati dove
pascolavano mandrie dal pelo ispido e declivi erbosi che scendevano verso
la riva del mare. Lentamente si erano lasciati alle spalle le terre coltivate,
il sentiero costeggiava una grande foresta che si stendeva all’infinito verso
est e poi curvava verso nord in mezzo a paludi limacciose intorno
all’estremità della baia.
Al tramonto avevano udito per la prima volta quel Suono. I cavalli erano
stati i primi ad avvertirlo, avevano scartato tremanti con gli occhi sbarrati,
le froge dilatate e le orecchie dritte. Poi lo avevano udito gli uomini — un
richiamo vibrante e insistente — e avevano trattenuto il respiro fino a che
non era svanita l’ultima eco.
Il Mercante si era passato la lingua sulle labbra secche. — Un alce —
aveva detto lanciando un’occhiata ai suoi compagni che erano impalliditi.
— Non c’è dubbio, è un alce.
— Può anche darsi che sia un orso — aveva suggerito il Dottore. — Uno
degli orsi primordiali del nord.
— O forse sono gli abitanti delle foreste — aveva detto l’Architetto. —
Ho sentito dire che costruiscono strani strumenti cavi per parlarsi a
distanza.
Si erano accampati e avevano acceso un fuoco. Avevano abbeverato i
cavalli a un ruscello, gli avevano dato da mangiare e li avevano legati per
la notte. Poi avevano cotto la cena e non avevano parlato più del Suono
che comunque non si era ripetuto.
Il Mercante aveva mangiato con avidità. Era un uomo alto e robusto, non
più giovane, e la fatica sopportata durante il giorno gli aveva stimolato
l’appetito. Aveva gettato l’ultimo osso nel fuoco, si era pulito le dita
sull’erba e aveva detto: — Amici, dato che dovremo viaggiare insieme
ancora per molti giorni in condizioni insolite, è opportuno che
approfondiamo la nostra reciproca conoscenza. Propongo perciò che
ciascuno di noi parli di sé e sveli la natura degli affari che lo portano alla
capitale con tanta urgenza. Che ne dite, signori?
I suoi compagni avevano acconsentito di buon grado.
Il Mercante aveva riso giovialmente e aveva proseguito. — Io sono un
uomo d’affari a cui piace scommettere. Perciò, per aggiungere gusto alla
nostra conversazione, quando avremo terminato il nostro racconto,
decideremo chi di noi deve svolgere la missione più urgente e
importante. — Aveva fatto un gesto in direzione dei cavalli che
dormivano impastoiati nel buio. — Supponiamo di avere una sola
cavalcatura e di dover decidere chi di noi abbia diritto più degli altri ad
usarla per raggiungere la città. Che ne dite?
Gli altri avevano sorriso. — Che strana idea! — aveva esclamato il
Dottore — Ma piuttosto divertente per far passare una notte lunga e
gelida. A voi la parola, signore.
Il Mercante aveva cercato una posizione più comoda, si era avvolto bene
nel mantello per difendersi dal freddo e aveva cominciato a dire: — Come
ho detto, sono un uomo d’affari e anche di un certo successo. Le mie
attività hanno portato prosperità alla mia famiglia e alla regione in cui
vivo. I miei tagliaboschi forniscono il legname di cui avete bisogno, i miei
minatori, i metalli. I miei operai trasformano le materie prime in beni di
consumo. Ma, amici miei, non è un caso che io sia un uomo di successo.
Lavoro sodo, mi assumo i rischi e ho lungimiranza. — Il Mercante aveva
elencato i suoi meriti con enfasi, enumerandoli uno alla volta con le dita.
— Ed è proprio la lungimiranza che mi ha fatto intraprendere questo
viaggio. Infatti, quantunque ora la situazione sia favorevole, verrà presto
il momento in cui le risorse si esauriranno. Legname, metalli, e perfino il
cibo dovranno essere importati dall’estero. È per questa ragione che ho
intrapreso il viaggio: desidero commissionare una flotta ai cantieri della
capitale a questo scopo.
Aveva sorriso e aveva fissato il mare - ora più argenteo che rosso - come
se fosse di sua proprietà e potesse già vedere i suoi galeoni solcare le
onde. Poi dalle pieghe dell’abito aveva estratto una sacca di camoscio
grossa quanto due pugni.
— Ma voi mi domanderete, dov’è l’urgenza? È qui, amici, in questa
sacca piena d’oro. Più tempo passo in viaggio, più a lungo sono esposto
al pericolo di essere derubato, e se dovessi perdere questa piccola
fortuna, andrebbe in fumo il mio sogno di possedere una flotta e di
conseguenza i vostri agi e le vostre comodità. — Aveva riso fiducioso,
sicuro della forza delle sue argomentazioni. — Perciò, dato che il
benessere di tanta gente dipende da me e dalle mie disponibilità
economiche, sono convinto che avrei diritto alla cavalcatura.
— Adesso, signore — aveva detto rivolgendosi al Dottore — parlateci
dei vostri affari che non devono essere di poco conto se hanno convinto
un così distinto gentiluomo a intraprendere un viaggio del genere.
Il Dottore, un uomo alto ed eretto, con penetranti occhi azzurri, aveva
sorriso e fatto un cenno con la testa. La sua barba bianca aveva brillato
alla fiamma mentre lui toccava il fascio di manoscritti che si teneva
vicino. — È vero, non sono affari di poco conto, signore. Assolutamente
no. A rischio di sembrare immodesto, devo dire che il valore di questi
manoscritti è incommensurabile. In base a queste formule - il lavoro di
tutta una vita — si possono preparare pozioni che curano le malattie e
allunga no la vita a tal punto che voi e io, signore, benché non siamo più
giovani, potremmo vivere ancora cent’anni sani nel corpo e nella mente
come siamo oggi.
Aveva sorriso nel vedere la sorpresa dell’Architetto e l’improvviso
interesse del Mercante per il fascio di manoscritti. — Pensate che io
esageri? Permettetemi allora di descrivervi i miei studi e di raccontarvi i
miei successi… — E aveva proseguito parlando di trent’anni di
approfondite indagini nei misteri della vita e aveva descritto le guarigioni
miracolose che i suoi medicamenti avevano procurato. Era stato un
racconto che aveva dimostrato, al di là di ogni possibile dubbio, il suo
dotto altruismo e la sua dedizione al bene dell’umanità.
— Così — aveva concluso — anche se il nostro non fosse un gioco, ho
fiducia che sarete d’accordo con me che avrei assoluto diritto a
pretendere la cavalcatura. Mi sto recando nella capitale per informare i
miei colleghi del mio lavoro e per pubblicare i miei manoscritti. Vi
domando: può esserci un progetto più degno di quello di allungare la vita
delle persone?
Con un lampo negli occhi azzurri, il Dottore aveva tratto fuori le lunghe
mani fino ad allora nascoste dalle maniche della tunica e le aveva allargate
in un gesto eloquente quasi a replicare a quella domanda che non
attendeva risposta.
— Proprio come sospettavo! — aveva esclamato il Mercante. — Sapevo
che la vostra non poteva essere una missione di poco conto, amico mio, e
sono felice per voi. Benché non sarete mai un uomo ricco, avrete molti
onori e grandi soddisfazioni per aver migliorato il destino dell’umanità.
Davvero, la vostra rivendicazione della cavalcatura è inoppugnabile.
— E ora, signore, quali sono gli affari che vi portano nella capitale? — Il
Mercante aveva sbirciato attraverso il fumo per guardare l’Architetto. —
Diteci cosa vi porta alla capitale, se vi aggrada. Non ho alcun dubbio che
riguardi quelle pergamene così gelosamente custodite e così ben riparate
dalle intemperie.
Il giovane aveva riso battendo la mano sul rotolo che teneva accanto a
sé. — In verità, quando avrete sentito quello che vi dirò, signori, se ci
fosse davvero un solo cavallo, mi chiedereste, anzi no, mi implorereste di
prenderlo e di partire perché la missione che devo compiere è di gran
lunga la più meritevole!
Aveva alzato le mani per fermare le risatine scettiche dei suoi compagni.
— Capisco allora che per prima cosa devo fare una premessa. Bene,
dunque ascoltatemi. Vi concedo che il commercio e la medicina sono
attività di grande importanza, ma vi chiedo di considerare se non sia l’arte,
fra tutte le attività umane, quella più sublime. Solo attraverso l’arte noi
comprendiamo ciò che siamo stati, comunichiamo i nostri sogni,
immaginiamo e scegliamo il nostro futuro. E quello che è vero per tutte le
arti, è vero per l’architettura… ma vi prego di considerare che, fra tutte le
arti, è l’architettura la più duratura, è l’espressione più possente della
volontà e della presenza umana sulla terra. Siete d’accordo?
Il giovane aveva fatto una pausa, avendo notato il silenzio pensieroso del
Dottore e il cenno riluttante del Mercante.
— Bene, io sono il più fortunato di tutti gli architetti perché sono stato
scelto per progettare il nuovo cuore della nostra capitale e della nostra
nazione… la nuova sede del governo, gli edifici della nuova banca, la
nuova cattedrale. — Aveva fatto un’altra pausa, soddisfatto per il nuovo
rispetto che si leggeva negli occhi dei suoi compagni più anziani. —
Questi sono appunto i miei progetti, frutto di molti anni di lavoro. Sono
le uniche copie e, benché avrei gran piacere a mostrarveli, non oso farlo
nel timore che si possano in qualche modo danneggiare. Invece, miei
degni amici, permettetemi di descrivervi la magnificenza di quello che
sarà il centro della capitale quando il mio lavoro sarà ultimato…
Aveva cominciato così una dettagliata descrizione degli edifici che aveva
in mente. Con le parole e con i gesti aveva dato forma alle costruzioni con
tanta vivezza che esse erano sembrate sorgere dal nulla - un insieme di
cupole e balaustre scintillanti, mura possenti e contrafforti, porticati e viali
spaziosi.
Erano lì, davanti ai loro occhi, immaginati eppure reali. E gli interni! Chi
non avrebbe desiderato entrarvi sentendo il giovane parlare? Chi non
avrebbe desiderato ammirare stupito quegli splendori? Gli immensi saloni
del consiglio destinati a nobili dibattiti, i giardini e la chiesa per le
meditazioni, le impenetrabili vaults della banca e della biblioteca dove i
tesori della nazione sarebbero stati conservati per sempre! Quale visione
trionfale! Quale monumento alla volontà umana!
— E così — aveva concluso l’Architetto — ho fiducia che non mi
giudicherete presuntuoso, se rivendico per me il possesso della
cavalcatura… se ce ne fosse davvero soltanto una. Perché cosa sono le
conquiste del commercio e della scienza di fronte agli splendori che vi ho
descritto?
Aveva taciuto e i suoi compagni erano restati silenziosi. Il Dottore si era
accarezzato la barba guardandolo pensieroso. Il Mercante aveva aggiunto
un pezzo di legno al fuoco. — In verità — aveva finalmente detto — non
posso oppormi alla vostra richiesta perché se io mancassi, e con me la mia
piccola fortuna, un altro prenderebbe il mio posto. Verrebbe raccolto altro
denaro e le navi potrebbero essere costruite. Ma se voi incorreste in
qualche disavventura - che dio non voglia! - come potrebbe avverarsi
questa splendida visione?
— È vero — aveva detto il Dottore. — Anch’io mi arrendo. Per quanto
mi addolori dover ammettere di non essere indispensabile, tutto il mio
lavoro potrebbe essere ricostruito dai miei colleghi in base alle note che
ho lasciato nel mio laboratorio, e col tempo questi manoscritti potrebbero
essere riscritti sillaba per sillaba. Molto più importante sarebbe, invece,
che ci fosse un luogo dove custodirli, e voi ci avete descritto questo
luogo. È dunque la vostra missione che deve compiersi e io sono
d’accordo che a voi toccherebbe la cavalcatura.
Il Mercante e il Dottore avevano stretto la mano all’Architetto e si erano
congratulati calorosamente con lui. Poi, soddisfatti del passatempo che li
aveva distratti dalle preoccupazioni e dalle incertezze del viaggio, si erano
ritirati per dormire.
Al mattino tutti e tre i cavalli erano scomparsi.
Le pastoie erano ancora assicurate ai tronchi, ma le cavezze pendevano
libere. — Ma come…? — si erano domandati i viaggiatori guardandosi
inebetiti. — Ma come è possibile?
Avevano riflettuto sull’unica alternativa che avevano: tornare sui loro
passi e rinunciare ai loro programmi o, più lenti e più vulnerabili di prima,
avventurarsi nel proseguire il viaggio. Alla fine, l’orgoglio li aveva portati
a fare la seconda scelta.
Nella fredda alba, alla luce pallida del sole che filtrava dalla nebbia,
avevano ripreso il viaggio. Ciascuno di loro portava con sé solo quello che
giudicava essenziale, a parte il cibo e le coperte: il Mercante l’oro, il
Dottore i suo manoscritti e l’Architetto i suoi progetti.
L’Architetto che aveva un difetto congenito a un piede, camminava più
lentamente degli altri due e così si era trovato ben presto indietro. Da
principio non aveva fatto altro che pensare alla loro sfortuna, ma col
passare del tempo si era ritrovato ipnotizzato dal ritmo del passo e stregato
dal paesaggio.
Nelle orecchie le grida dei gabbiani e il suono delle onde che si
frangevano sulla spiaggia e sul viso la carezza delle dita morbide della
nebbia, si era sentito sempre più sereno, fino a che nella foschia del
pomeriggio, gli era sembrato di aver lasciato il regno dello spazio e di
essere entrato in quello del Tempo, superando magicamente i millenni fino
all’epoca in cui la spiaggia giaceva ancora inviolata dai passi dell’uomo e
incontaminata dalle sue esigenze…
In verità, quando per la prima volta aveva visto la Bambina, non avrebbe
saputo dire quanto lontano fossero andati o da quanto tempo fossero in
cammino. All’inizio non era una bambina, ma solo un’ombra più scura nel
turbinio della foschia che ora si muoveva leggera lungo la spiaggia alla
loro sinistra, ora svaniva nelle nebbie più fitte che avvolgevano le paludi
alla loro destra. Ma lentamente l’Architetto si era reso conto che stava
guardando una persona, una bambina esile di otto o nove anni con i lunghi
capelli neri fluttuanti.
— Guardate!
— Che cos’è? Che cosa? — I suoi compagni gli si erano avvicinati e
guardavano il punto che lui stava indicando.
— Non vedo nulla — aveva detto il Mercante.
— Nemmeno io — aveva detto il Dottore.
— Laggiù! Una bambina!
— Impossibile — aveva mormorato il Dottore. — Si tratta solo
dell’inganno della fantasia. Questa nebbia gioca strani scherzi.
— No signore, non è impossibile. — Il Mercante aveva scrutato davanti
a sé. — Queste terre sono abitate da uomini e animali selvaggi. Perciò
stiamo attenti, il nostro compagno può aver visto una bambina selvaggia
e altri della sua specie potrebbero stare nascosti qui vicino.
Però non avevano visto nessun altro e, benché l’Architetto continuasse a
guardarsi intorno, la Bambina non era riapparsa. Per il resto della giornata
avevano camminato in silenzio. Al crepuscolo i raggi del sole morente
avevano arrossato gli ammassi di nuvole che s’innalzavano verso il cielo,
si erano riflessi sul mare tranquillo ed erano rimbalzati di nuovo in alto
illuminandole tutte.
Fu allora che il Suono era echeggiato per la seconda volta.
— Come è vicino questa notte! — mormorò l’Architetto quando l’ultima
eco si spense.
— Sarà meglio che ci accampiamo e accendiamo un fuoco — suggerì il
Dottore e gli altri si dissero subito d’accordo. Uno dietro l’altro
seguirono il Mercante fuori dal sentiero verso la spiaggia, dove
scaldarono la cena. Mentre mangiava, l’Architetto continuava a guardarsi
intorno e negli ultimi baluginii di luce gli sembrò che la Bambina fosse
riapparsa a qualche distanza, ma non ne fu certo. Forse era un tronco, un
masso, un’ombra fra le dune. Non disse nulla. Se è lei, pensò, forse sta
cercando un po’ di cibo e un po’ di calore. Forse si avvicinerà al fuoco.
Avevano appena finito di mangiare che sentirono dei passi avvicinarsi. Il
Dottore li udì per primo. — Sssh! — ordinò alzando una mano e scrutando
allarmato le ombre, perché quelli non sembravano i passi leggeri di una
bambina. Tutti e tre si alzarono lentamente in piedi e misero mano alle
armi.
Dall’oscurità venne una risata lieve e derisoria. — Signori, avete forse
paura di una vecchia che vi chiede solo di dividere con voi il calore di un
fuoco?
La vegliarda che comparve nel cerchio di luce non era solo vecchia, era
antica… nodosa e contorta come un vecchio cedro. Gli abiti le pendevano
indosso stracciati e sfilacciati come la corteccia di un albero. Un occhio
scintillava rosso, l’altro era bianco come un ciottolo levigato dal mare.
Una mano nodosa stringeva una cesta, l’altra un mazzo di radici che agitò
in direzione degli uomini che la osservavano dall’altra parte del fuoco. —
Bravi uomini, concedete a una vecchia un po’ di calore, perché la notte è
fredda e il mio viaggio è più lungo del vostro. — Si sentì di nuovo la sua
risata che risuonò come un’onda.
— Sedete, Madre — disse il Dottore indicandole un posto accanto al
fuoco. — C’è caldo e cibo per tutti.
— Mille grazie.
Lentamente la vecchia donna si sedette a terra e raccolse gli abiti intorno a
sé. Quando si fu accomodata, allungò le mani verso il fuoco e con un
gesto suscitò un nugolo di scintille che si sollevarono verso l’alto fino a
mescolarsi alle stelle. Gli uomini sentirono un brivido di freddo che non
era solo dovuto al gelo della notte. Alzarono i colletti e i cappucci e si
avvicinarono alla fiamma.
— Chi… chi siete, Madre? — domandò il Mercante. — E che volete da
noi?
— Chi sono, lo sapete — rispose guardandolo con l’occhio bianco. —
Sono una vecchia, una che chiamereste forse una selvaggia. Quello che
voglio da voi, come vi ho già detto, è solo la vostra compagnia e il calore
del vostro fuoco in questa notte fredda. Per la vostra gentilezza, signori, vi
ripagherò con… — aprì le mani e di nuovo le scintille crepitarono
sollevandosi verso l’alto — …un racconto.
— Un racconto! — esclamò il Dottore.
— Un racconto per bambini. Un racconto innocente. Una storia che può
aiutarvi a procedere più speditamente, ognuno per la propria strada.
Il Mercante rise nervosamente. — Ognuno per la propria strada? Vi
sbagliate. Madre. Noi viaggiamo insieme e abbiamo la stessa
destinazione.
— Così dite voi.
— Comunque stiano le cose — disse il Dottore — un racconto per
bambini… che sciocchezza…
— Sciocchezza? — la vecchia chiuse gli occhi e sorrise. — Non
prendetevi gioco del racconto, amico, perché anch’esso fa parte della vita,
come vedrete, e ha i suoi poteri.
— Cominciate — disse l’Architetto. — La notte promette di essere lunga
e io vi sarò grato se ci darete un po’ di divertimento.
— Certo che vi divertirete — promise la vecchia. — Voi più di tutti.
E cominciò:
Questa è la storia di un uomo molto vecchio e molto saggio che per tanti
anni non ha saputo di essere né l’uno né l’altro. Era un bambino come lo
siete stati voi, miei bravi gentiluomini, e come potreste esserlo ancora…
Si chiamava Eiver. La sua era una famiglia di persone semplici che
abitava nel folto della foresta e lavorava la terra per guadagnarsi da
vivere. Eiver era il loro unico figlio e crebbe abituato alla fatica fin
dall’infanzia. Mungeva la mucca, dava da mangiare al maiale e curava
l’orticello accanto al fiume. Tutto il suo tempo libero lo trascorreva nel
folto della foresta in solitudine e comunione con le creature selvatiche. Il
cervo e l’orso, la volpe e il lupo, la lontra e il coniglio… nessuno lo
temeva perché il suo silenzio era il loro silenzio e insieme a lui passavano
i pomeriggi nelle radure della foresta, o lungo gli argini del fiume.
Il loro linguaggio mite fu l’unico che imparò a parlare, perché era muto.
Come tutti i bambini, sognava. Era curioso di scoprire il mondo che si
apriva oltre la foresta. A volte di sera seguiva il sentiero che portava alle
montagne, a due leghe da casa. Là si arrampicava sulla cima più alta per
vedere in lontananza le mura dell’antica città di Govrina. A volte
risplendeva come l’oro alla luce del sole, a volte galleggiava sospesa
nella caligine purpurea come il galeone di una regina. A volte la foschia
la portava così magicamente vicina che Eiver credeva di poter realmente
vedere i suoi stendardi sventolare dai parapetti mossi dalla brezza leggera
e il riflesso delle finestre piombate, e le signore eleganti a passeggio nei
giardini fragranti.
Che magnifica città era Govrina, e come si moltiplicava il suo splendore
nell’immaginazione di Eiver! Come desiderava di potervi andare un
giorno! Spesso davanti al focolare dei suoi genitori aveva ascoltato con
gli occhi spalancati i viaggiatori che raccontavano storie di quel luogo
leggendario. Era così che aveva sentito parlare delle grandi carovane che
portavano le ricchezze del mondo ai mercati di Govrina… essenze rare e
tessuti di seta, spille d’oro e rubini, collane di zaffiri più brillanti delle
stelle in una nottata purpurea, statuette d’avorio puro e migliaia di
squisitezze dal mare d’Oriente per deliziare il palato e l’occhio.
Così aveva sentito parlare della saggezza e della sapienza degli eruditi
di Govrina, della ricchezza delle loro biblioteche, dell’eloquenza dei loro
discorsi, i più ricchi e nobili di tutti i regni.
E così, sempre dagli stessi viaggiatori, Eiver aveva sentito della tristezza
del principe di Govrina, che aveva perso da tempo il suo unico vero
amore. Come? Ah, questo era un mistero! Nessuno lo sapeva. Qualcuno
diceva che era stata incantata dagli spiriti del fiume e che aveva nuotato
con loro verso il mare d’Occidente la cui riva era la riva del mondo. Altri
sostenevano che gli spiriti della foresta l’avevano rapita mentre era
addormentata e che era ancora addormentata, in una montagna che solo
loro conoscevano. Tutti erano d’accordo che la principessa non se nera
andata da Govrina di sua volontà, perché mai avrebbe dovuto? Tutti
concordavano sulla sua natura rispettosa, la sua bellezza radiosa, la sua
splendida anima.
E tutti sapevano che il principe aveva offerto una ricompensa
straordinaria a chiunque l’avesse trovata: avrebbe esaudito qualunque
desiderio fosse in suo potere soddisfare. Non avete mai sentito —
chiedevano i viaggiatori — i banditori annunciarlo ogni giorno all’alba
nella piazza di Govrina, così che anche i cacciatori nelle foreste e gli
abitanti delle terre lontane ne fossero a conoscenza? Non aveva forse
ciascuno di loro pensato a quale desiderio avrebbe espresso se avesse
trovato l’amore perduto del principe?
Eiver conosceva bene quella storia che aveva alimentato anche in lui dei
sogni, proprio come aveva fatto in innumerevoli altre persone… Ma poi,
dopo quei sogni, ritornava a mungere, a zappare, a fare legna e a
trascorrere le sue lunghe silenziose ore con i suoi amici affettuosi nei
nascondigli segreti della foresta. A nove anni, tuttavia, una sera il suo
sogno di recarsi a Govrina venne esaudito, e in modo alquanto strano.
Stava affrettandosi verso casa più tardi del solito. La giornata era al
crepuscolo, non c’era un vero buio né una vera luce, quella parentesi
grigia tra il piccolo mondo della conoscenza e i regni sconfinati del
mistero. Quando superò l’ultima curva del sentiero andò a sbattere in
qualcuno che correva nella direzione opposta. E caddero entrambi per
terra. Quando Eiver scosse la testa e si riprese dalla botta, sentì un
lamento acuto, di dolore e di offesa insieme, che proveniva dai cespugli.
Si fece largo tra i rami nell’oscurità finché non trovò l’altro viaggiatore.
Eiver gli fece cenni con le mani per scusarsi e piccoli suoni animali per
esprimere la sua preoccupazione.
— Zoticone! Imbecille! Idiota! Mi hai rotto una gamba! Mi hai rotto
tutt’e due le gambe! Mi hai rotto il collo! Mi hai ucciso! — C’era un
omino disteso sul muschio, gli occhi strabuzzati. Era avvolto dalla
pelliccia morbida di qualche animale. Lì accanto c’era un cappuccio
della stessa pelliccia, decorato con disegni di perline colorate. Aveva le
mani e il viso scuri e coriacei e gli occhi azzurri e penetranti. I lunghi
capelli bianchi e arruffati gli incorniciava il viso e gli ricadevano fino
alle ginocchia.
Eiver lo aiutò con gentilezza a mettersi seduto.
— Non riesco a camminare! — si lamentò l’omino. —Prendimi in
braccio! Portami a casa! — Fece cenno a Eiver di voltarsi, poi gli saltò
in spalla. — Muoviti! Sta facendo buio! Non posso stare fuori col buio!
Civette! Occhi grandi, ali, zampe! Le civette ti prendono, sei buono da
mangiare! Da quella parte!
Eiver cominciò a trotterellare nella direzione che l’omino gli aveva
indicato, proprio quella che aveva appena percorso, finché non
raggiunsero un minuscolo sentierino che si diramava tra gli alberi.
— Volta qui!
E così, portando in spalla un abitante della foresta, Eiver abbandonò il
sentiero che conosceva e si addentrò nell’oscurità della boscaglia.
Ora, non dovete dimenticare che il mondo era diverso a quei tempi.
Prima di tutto era più selvaggio e quindi dimora ideale degli spiriti e
degli esseri della foresta, in secondo luogo, coloro che vivevano a quel
tempo sapevano che nel regno del mistero vivevano tante altre strane
creature. A volte li chiamavano spiriti, altre volte dei, oppure forze, o
ancora Altri, o Esseri della Foresta.
Per quanto tutti fossero a conoscenza della loro esistenza, erano pochi
gli esseri umani capaci di vederli. E Eiver era fra questi. Una volta
all’alba aveva scoperto certe impronte piccole e fresche nella sabbia sulla
riva del fiume, e quando le aveva seguite nella foresta aveva scoperto che
erano quelle di un ragazzo della sua età alto meno della metà di lui. Si
erano scambiati un’occhiata solenne, poi l’elfo aveva sorriso, aveva
battuto i piedi ed era scomparso. Un’altra volta ancora, al crepuscolo,
Eiver aveva visto un riflesso verde chiaro tra gli alberi, e quando si era
avvicinato silenziosamente, aveva visto dodici fate che danzavano in
cerchio sospese nell’aria. Una volta aveva sentito uno strano canto, e
un’altra volta una risata così acuta e stridula che lì per lì l’aveva presa
per il tintinnio di campane lontane. Avrebbe tanto desiderato raccontare
queste cose ai suoi genitori, ma non poteva. Le serbava nel suo cuore, ma
sapeva, con più certezza di chiunque altro ai suoi tempi, che il mondo era
un luogo magico e che la Vita era Mistero.
Pieno d’eccitazione trasportava il suo piccolo fagotto nell’oscurità,
sopportando di tanto in tanto qualche tirata d’orecchio o qualche pizzico
alla spalla.
— Così grande! E così goffo! — continuava a ripetere l’omino. — Volta
qui! Ho detto qui!
Ben presto raggiunsero una magnifica pineta di pini così secolari che a
ogni passo Eiver sprofondava fino alle ginocchia in un tappeto di muschio
e aghi, e così folti che le loro fronde nascondevano le stelle.
— Fermo! Aspetta qui! — L’omino scivolò agilmente giù dalla sua
schiena e scomparve nell’oscurità. — C’è qui il ragazzo! — lo sentì
gridare. — L’ho portato con me! L’ho incontrato lungo il sentiero!
Venite fuori… — La sua voce stridula riecheggiò tra gli alberi e Eiver
restò solo col suo profondo silenzio. Non sentiva altro che il battito del
suo cuore. Ma non attese molto prima di sentire anche altri suoni,
piccoli suoni… fruscii, mormorii, domande querule che riecheggiavano
in un labirinto di cunicoli sotterranei. Una luce verde e fatata illuminò
la radura man mano che i suoni diventavano più intensi, finché Eiver
non si accorse di essere circondato da una moltitudine di omini con
grandi occhi che facevano capolino fissandolo da dietro i tronchi degli
alberi e dai cespugli. Altri omini si avvicinarono affollando la radura, e
altri ancora, finché quelli davanti non vennero spinti a pochi centimetri
da Eiver, protestando striduli. Alcuni si erano appollaiati sui rami bassi
dei pini. Dal margine della folla Eiver sentì gridare: — Più avanti! Non
vedo! Lasciatemelo vedere!
Erano decine, centinaia, tutti piccoli e pelosi, e osservavano Eiver
attentamente. — Ma non sembra — disse un bambino prima che sua
madre lo zittisse. Molti lì vicino concordarono con lui. — Non sembra —
dissero a loro volta. — Non sembra!
Una luce calda e aranciata si diffondeva dalle lanternine che tenevano
sollevate, ma era pallida paragonata a un’altra luce, quella di un grande
fuoco verde che si era acceso tra gli aghi del baldacchino di pini e
irradiava ogni cosa sottostante. Eiver socchiuse gli occhi e vide qualcosa
muoversi all’interno… lo splendore di piccoli corpi sinuosi, la lucentezza
di ali leggere e sottili. Sentì il suono di risate dolci e la melodia eccitata di
una conversazione.
Poi, a un tratto, intorno e sopra di lui, tutto tornò calmo.
La folla si era ritratta lasciando uno spazio aperto al centro e là, a
gambe divaricate e con i pugni appoggiati ai fianchi, cera un ominino
vecchio con una tunica porpora che gli andava larga. Fissò Eiver con
sguardo truce. — Ah, eccoti! — disse. Aveva i capelli più bianchi e
arruffati degli altri, ed era molto più vecchio. Quando puntò l’indice
contro il ragazzo la sua mano tremava. — Sei tu, vero?
Eiver si strinse nelle spalle e allargò le braccia.
— Quello che si aggira per la foresta calpestando le piante, calpestando
le persone! Distratto! Disattento! Perché credi che ti abbiamo portato
qui? Ti abbiamo preso! Ti faremo un processo!
— No, no, Granach! Aspetta! Stai parlando con quello sbagliato! —
L’elfo che Eiver aveva trasportato si fece avanti e sussurrò qualcosa
nell’orecchio dell’anziano. Eiver sentì la parola Principessa e Govrina, e
Spirito Antico.
— Cosa? Cosa? E perché non me l’hai detto subito? — Granach si
schiarì la gola e si grattò la barba, guardando Eiver con più rispetto. —
Abbiamo capito che tu, ehm, vorresti andare a Govrina. Non è così?
Eiver annuì deciso.
— A dire il vero, abbiamo sentito dire che vuoi andarci. È possibile?
Eiver annuì di nuovo e insieme a lui annuirono anche tutte le testoline
affollate nella radura. — È così — sussurrarono l’un l’altro. — È così!
— Vuoi vedere le mura imponenti e gli splendidi edifici, eh? E i ricchi
nelle loro sete e nei loro gioielli? I marescialli in testa ai loro eserciti? —
Granach lo fissava con occhi spalancati.
Eiver annuì ancora.
— Gironzolare per il mercato di sera, respirare le fragranze del sandalo
e della mirra? Dell’incenso e dei saponi profumati che le carovane hanno
portato dall’Oriente, degli alberi in fiore i cui rami si arrampicano…
La folla si spazientì. — Finiscila, Granach! — mormorò qualcuno. —
Non abbiamo tutta la notte, lo sai. Ha già detto che ci andrà. E poi
dobbiamo metterci al lavoro!
— Bene, allora. — Granach si strofinò le mani e si avvicinò a Eiver. —
Abbiamo una proposta da farti. Noi ti porteremo a Govrina se tu porterai
il nostro messaggio… al principe.
Eiver rimase a bocca aperta per lo stupore. Ma subito dopo scosse la
testa e si strinse nelle spalle sconsolato, indicando la sua bocca muta.
— Oh, se è per quello… — disse Granach. — Non ti preoccupare. Vedrai
che al momento giusto non sarà un problema. Ci penseremo noi. La
domanda è, lo farai?
Eiver annuì deciso e l’assemblea espresse il suo entusiasmo battendo le
mani. La luce verde crebbe d’intensità fino a diventare luminosa come il
giorno.
— Allora ascolta il nostro messaggio — disse Granach. — Dì al
principe…
— Lascialo dire a me, Granach. — Si fece avanti una fanciulla. Era
talmente bella che Eiver capì subito che si trattava della principessa.
— Vostra altezza — disse Granach con un inchino. — Non è
necessario…
— No, voglio essere io a dare il nostro messaggio a questo emissario, e
anche il mio messaggio personale.
— Come preferite, vostra altezza.
La principessa si mise a sedere su una grande radice muschiosa e fece
cenno a Eiver di sederle accanto. Gli omini si riunirono intorno a loro e
il mormorio cessò. — Eiver, siamo lieti che sia tu a portare il nostro
messaggio al principe. Tu sei una persona speciale per noi. Ti
conosciamo da tutta la vita. Ti abbiamo protetto, protetto mentre crescevi.
Non è vero, amici?
— Sì, vostra altezza — sussurrarono. — È vero, è vero…
— Sei uno di noi — proseguì la principessa. — Di tutti gli uomini che
vivono nei dintorni, tu sei il solo che ha occhi per vedere la gente della
Foresta e orecchie per sentire quello che dicono. Sei uno spirito antico,
uno spirito molto antico. Sei più ricco degli uomini più facoltosi di
Govrina, hai più potere del principe in persona e sei più saggio nel tuo
cuore di tutti gli eruditi della città.
Sorrise davanti all’espressione incredula del ragazzo. — Riderai per tutta
la vita davanti a cose che gli altri non sanno vedere, piangerai delle
tragedie di cui loro non sapranno mai niente. Tu sei uno che non ha
perduto il contatto con la Terra e le sue creature, perciò ti aspetta un
grande compito. Si tratta, e si tratterà sempre, di riportare l’umanità alle
foreste e ai laghi, lontano dalla certezza, di nuovo al Grande Mistero.
Ecco perché vogliamo che sia tu a portare il nostro messaggio al
Principe… perché tu puoi capirlo e spiegarlo nel modo migliore. Sì,
potrai — gli disse prendendogli la mano quando Eiver cominciò a
protestare silenziosamente. — Al momento giusto, parlerai.
— È un messaggio semplice, Eiver. Prima digli che parli a nome di
coloro che amano il principe. Se li ricorderà dall’infanzia. Digli che
sono pochi adesso, per colpa di Govrina e di quello che lui ha permesso
di fare laggiù. Non possono vivere a Govrina e neppure nei dintorni
della città. Per loro è diventato un luogo di morte ed egli… — La
principessa non riusciva a parlare. — Ed egli sta diventando un
principe di morte. Perciò digli, chiedigli di ritrovare per favore il modo
di onorare ancora il Mistero, così che tutto questo possa continuare a
vivere.
Eiver annuì, sconcertato.
La principessa sorrise tristemente. — Per quanto riguarda me, dì al mio
amore che sto bene, e che quando si sarà liberato, quando non avrà più
potere, tornerò da lui. Glielo dirai?
Il ragazzo annuì ancora.
— Dagli questo. Capirà il suo significato. Per favore, dì al mio amore di
capire anche questo — disse ancora la principessa infilando una mano
tra le pieghe dell’abito e tirando fuori una piccola pietra bianca che
posò nella mano di Eiver, un comune ciottolo. — Digli che lo incontrerò
nel posto in cui questo ciottolo è stato fatto. — Si chinò e lo baciò sulla
fronte. — Addio, Eiver.
— Addio! — le fece eco in coro la folla di omini. — Ricorda il nostro
messaggio! Ricordalo bene! Ricorda tutto!
Poi Eiver venne circondato dalla luce verde e dal battito delle ali e
sollevato oltre la cima degli alberi nell’alba fresca. Si alzarono sempre
più in alto, finché la foresta non divenne un’immensa coltre verde e
morbida. In lontananza, le torri d’avorio di Govrina si ergevano nella
foschia della pianura.
Superò in un baleno quelle leghe che tante volte aveva sognato di
attraversare, ma era assillato da molte domande. Com’era possibile che
la principessa l’avesse chiamato uno “spirito antico”? Non era un
ragazzo qualunque, e per di più muto? Come avrebbe fatto a trasmettere il
messaggio? E cosa significava? Che significato aveva la pietra? Come
poteva il principe essere un “principe di morte”, e come poteva Govrina
essere qualcosa di diverso da una città magnifica?
— Lo capirai — sussurrarono le fate leggendo nei suoi pensieri. — Lo
capirai presto.
E infatti la terra sottostante aveva già cominciato a cambiare. I
taglialegna erano impegnati per molte leghe intorno alla città e la
morbida coltre della foresta era come bucata e via via quasi lacerata
mano a mano che si avvicinava di più alla città, finché non rimase che
qualche raro albero rinsecchito lungo le strade. La foresta era stata
sostituita da cicatrici di terra, alcune arate ma bruciate dal sole e spoglie.
Anche i fiumi mutavano quando scorrevano vicino alla città, diventavano
più marroni e fangosi. Perfino l’aria era pesante, resa acre dai vapori
esalati dal carbone bruciato in centinaia di comignoli e dalla polvere
prodotta dalle carovane dei viaggiatori.
Dapprima una alla volta, poi in piccoli gruppi, le sue accompagnatrici
fatate fuggirono via, ritornarono verso la foresta. Eiver cominciò ad
abbassarsi sempre di più. — Vedi? — disse una di loro, mostrandogli le
ali luminose annerite e polverose. — Ora capisci perché non possiamo
proseguire?
— Ci dispiace — disse un’altra. — Moriremo altrimenti.
— Va’ avanti da solo, Eiver — disse una terza. — Quando mi sarò
riposata… proverò a… — Ma quello che stava cercando di dire si perse
tra un colpo di tosse e l’altro.
Lo depositarono delicatamente in un boschetto accanto alla strada. —
Grazie — gli dissero. — Buona fortuna. Trasmetti il nostro messaggio per
intero.
— Parlavano con vocine fragili e si sollevarono lentamente muovendo le
ali a fatica. Ma non erano ancora lontane quando una di loro precipitò a
terra, il suo corpo fece un capitombolo come un semino di erba
calenzuola.
Eiver si avviò esitante verso la strada. L’aria era carica di grida e risa
rauche, del cigolio dei carri e dei lamenti disperati degli animali in
gabbia sulla via per il mercato. Eiver venne trascinato dalla calca oltre i
cancelli di legno di quercia e di ferro, sotto le possenti torri, dentro la
città leggendaria.
Govrina non era affatto come l’aveva sognata. Non era un posto
gioioso. Vista da lontano, la città appariva pulita e fresca, ma già ora,
nonostante il sole fosse appena comparso all’orizzonte, era calda in modo
soffocante e ogni cosa era ricoperta da uno spesso velo di polvere acre. A
parte il viale maestoso che conduceva dalla piazza del mercato al palazzo,
le strade erano strette, scure e sporche, e la piazza del mercato era
puzzolente e chiassosa. La gente gridava e bestemmiava, litigava e rideva
sarcastica. Mendicanti vestiti di stracci tiravano Eiver per la manica
elemosinando una moneta o un pezzo di pane. Anche i bambini gridavano
e si picchiavano tra loro. Tutte le abitazioni lungo le strade erano serrate
e quando Eiver vide le signore eleganti di cui aveva tanto sentito parlare,
anche loro sembravano desiderose di essere altrove, perché rivolgevano i
loro sguardi tristi oltre i loro giardini cintati e oltre la pianura, verso la
foresta.
Sbalordito e spaventato, Eiver si fece strada in mezzo alla confusione
diretto al palazzo che si ergeva intatto in cima a una collina al centro
della città, una villa scintillante circondata da terrazze e sormontata da
vessilli. Man mano che si avvicinava, la brezza che scendeva dai frutteti
reali lo rinfrescò portando via insieme al caldo anche il chiasso della
città.
Una volta giunto ai cancelli, venne fermato da una guardia e da un
uomo molto anziano che uscì fuori dall’ombra trascinando i piedi. La sua
barba bianca toccò terra quando si chinò per scrutare il viso di Eiver, e le
sue mani ossute tremavano quando gli toccò le spalle. — Sì! — esclamò,
spalancando improvvisamente gli occhi cisposi. — È lui! È
l’ambasciatore!
— Ambasciatore! — esclamò la guardia. — Ma se è solo un bambino!
— Ciò nonostante, è proprio lui. Fateci passare, perché deve recarsi
subito da sua altezza! — Così dicendo, l’uomo spinse Eiver oltre la
guardia, lungo un sentiero del giardino e attraverso il colonnato che
conduceva alla sala del trono. Pochi momenti dopo vennero ammessi
alla presenza del principe. — Ecco l’emissario che stavate aspettando,
vostra altezza — disse il vecchio, facendo un rispettoso inchino. — È
appena arrivato.
A un tratto tutte le conversazioni si zittirono. Il principe lasciò il gruppo
di eruditi venerabili con cui stava parlando e attraversò in fretta la sala
senza distogliere lo sguardo da Eiver. — Sì! — disse, sorridente. — Sì! È
proprio l’emissario.
Le storie raccontate dai viaggiatori descrivevano il principe come un
uomo giovane, dotato di grande saggezza nonostante l’età e con grandi
capacità nel governare. Eiver l’aveva sempre immaginato così, non
tenendo conto che una storia è senza tempo, mentre il mondo degli uomini
è il mondo del Tempo. Gli uomini mietono il Tempo, e si piegano sotto il
suo peso. Perciò, nonostante la principessa come per miracolo non fosse
invecchiata, il principe invece sì.
Ciocche di capelli grigi si confondevano insieme a quelle nere e il suo
viso era solcato dalle rughe. Ma era ancora affascinante e agile, e
quando Eiver lo guardò negli occhi vide bontà dietro un mare di
preoccupazioni.
— Ho fatto un sogno — disse il principe conducendo Eiver verso una
finestra. — E nel mio sogno una civetta, una civetta bianca, mi ha
parlato e mi ha detto di aspettarti. Mi ha detto che un messaggero mi
avrebbe portato le notizie che ho atteso per tutti questi anni. Poi, tu mi
sei apparso in sogno così come sei. Dimmi quello che hai da dirmi, amico
mio, perché non vedo l’ora di ascoltarti.
Eiver provò a parlare. Sentì ancora le parole della principessa: Al
momento giusto, troverai il modo… ma era arrivato il momento e Eiver
non aveva voce, non aveva parole. Provò ancora e ancora. Scosse
tristemente la testa e rivolse in alto i palmi delle mani.
— Parla, ragazzo! — disse uno dei tre vecchi eruditi con cui stava
conversando il principe al suo arrivo. — Quando sua altezza ti dice di
parlare, parla!
Ma il principe alzò una mano per chiedere silenzio, e attese.
Eiver distolse lo sguardo. Scrutò oltre il tumulto del mercato di Govrina e
oltre la foschia della pianura spoglia. Oltre tutto quello, molto oltre,
poteva vedere il verde pallido della foresta. Avrebbe voluto essere là.
Avrebbe voluto affondare un secchio nell’acqua fredda del ruscello,
guardare la nebbia che si alzava tra gli alberi, ascoltare il canto degli
uccelli. Provava vergogna, perché si era assunto un compito che non era
in grado di portare a termine.
Scosse di nuovo la testa.
Poi, all’ombra di un boschetto proprio sotto la finestra, vide una piccola
luce… pallida, tremolante, e verde… la luce di una fata, l’unica che si
era fatta forza nella calura soffocante della pianura e che ora giaceva
esausta su un rametto. Provaci, gli diceva quella luce. Continua a
guardarmi e provaci.
— Sai qualcosa… qualcosa di lei? Della principessa?
Eiver annuì.
— L’hai… l’hai vista?
Eiver annuì ancora.
— Parlami di lei — disse il principe. — Sta bene? Dove si trova? Cosa
devo fare per poterla rivedere?
Allora Eiver parlò.
Dapprima con voce incerta e man mano sempre più decisa. Ecco cosa
disse: — Vostra Altezza, non chiedo niente per me. Vi porto il saluto di chi
più vi vuole bene. Vive in pace con i sudditi che dimorano nel profondo
del vostro regno, lontano dai vostri confini.
— Cosa? — mormorarono i tre eruditi, avvicinandosi. — Che
sciocchezze sta dicendo il ragazzo?
— Dimorano nell’aria e nella Terra — continuò Eiver, senza perdere di
vista la lucina. — Nel profondo dei laghi e dei fiumi, e nel fuoco che
riscalda il vostro palazzo e l’accampamento del più povero dei
cacciatori. Sono una moltitudine, vostra altezza. Una volta, molto tempo
fa, avete sentito le loro voci nella tempesta, e nella brezza della sera, e
nelle pozze d’acqua delle cascate. Li avete visti nei pomeriggi più felici
della vostra infanzia. Vi ricordate? Li avete visti volare insieme
all’aquila, con le libellule, tuffarsi con il luccio fra le canne.
Il principe annuì tristemente. — Sì, sì.
— Anche loro lo ricordano. Allora capirete che il loro mondo non era il
vostro, non era il piccolo mondo, e nemmeno quello più piccolo ancora,
nessuna di quelle miriadi di mondi che ruotano eternamente nella danza
della vita. Loro ricordano quei giorni di tanto tempo fa che anche voi
ricordate, in cui vi uniste al loro canto e alla loro danza.
— Sì — disse il principe. — Prima del Tempo. Prima di essere
impegnato con gli affari di stato, prima di essere alla ricerca del
possibile…
— Loro vi vogliono bene, vostra altezza, e vi salutano calorosamente.
Per tanti anni hanno cercato di capire cosa si cela oltre i significati,
oltre la verità, nel cuore pulsante della vita. Ma voi vi siete rifiutato di
ascoltarli.
— Il Tempo, il Tempo — ripeté il principe aggrottando la fronte
pensieroso e scuotendo la testa. — Perché ora, perfino una cavalcata in
campagna…
— Per tanti anni sono stati pazienti, hanno atteso il ritorno di quella
saggezza che un tempo avevate.
— Saggezza! — Il principe ebbe una risata amara. — Ma non sono mai
stato saggio, solo innocente. Innocente del mondo reale, come ogni
bambino.
La lucina fatata divenne più intensa.
— Mi hanno chiesto di dirvi questo, vostra altezza, che il mondo… il
mondo reale… non è come voi lo immaginate.
I consiglieri si agitarono e borbottarono. — Che impudenza! — esclamò
uno di loro, ma il principe li zittì con un’occhiata. — Ho chiesto io al
ragazzo di parlare — disse con voce calma — e lo farà liberamente,
perché parla col cuore a nome dei piccoli abitanti della foresta e della
mia principessa, e quello che dice è vero. — Si rivolse di nuovo a Eiver
e gli fece cenno di continuare.
— Loro dicono, vostra altezza, che avete dimenticato il mondo reale e
l’avete trascurato. Con l’ignoranza, la disattenzione e la trascuratezza,
avete violato i suoi Misteri e messo in pericolo le vite dalle quali tutte le
vite dipendono.
Il principe era pallido. — È questo che dice lei? La principessa?
— Sì — rispose Eiver. Allora pose nella mano del principe la pietruzza
bianca e ripeté le parole esatte della principessa. — Spera che voi
capirete perché vi ha mandato questo e dice che se voi ritornerete nel
posto dove è stato fatto, là vi rincontrerete.
Per parecchi minuti il principe rimase seduto in silenzio, con la testa
china, tenendo il ciottolo nelle mani unite a coppa come se fosse un
diamante prezioso. Alla fine sorrise e parlò agli eruditi. — Gentiluomini,
per tutta la vita ho cercato il vostro consiglio e voi me l’avete dato. Ho
regnato seguendo il vostro giudizio e la vostra saggezza. Eppure, questo
emissario ora viene dal popolo della foresta per dirmi che ho usato male
il mio potere e messo in pericolo le vite da cui dipende la Vita intera.
Avvicinatevi, perché ho ancora una volta bisogno della vostra sapienza e
del vostro consiglio. Ditemi, qual è il significato di questa pietra? —
Porse la pietra al primo erudito, che la esaminò attentamente,
socchiudendo gli occhi.
— È una pietra comune, si trova su qualunque spiaggia, vostra altezza.
Non ha un significato particolare perché non è stata prodotta dalle mani
dell’uomo.
— È insignificante, vostra altezza — concordò il secondo — perché non
ha scopo né valore alcuno.
— Senza dubbio — disse il terzo — non si può nemmeno parlare di
significato in un simile oggetto, manca di sensibilità.
Eiver si era ritratto per lasciar spazio agli eruditi mentre esaminavano
la pietra. Ora il principe gli fece cenno di avvicinarsi ancora. — Amico
mio, conosci il significato di questa pietra?
Il ragazzo guardò fuori verso la fatina altruista appoggiata al ramo. La
lucina brillò di nuovo. Eiver si rivolse al principe e annuì.
— Parla.
— Sire — disse Eiver con voce bassa. — Significa che dovete ritrovare il
modo di onorare il Mistero.
A queste parole i tre eruditi non riuscirono più a trattenersi e
cominciarono a deriderlo e a protestare. Il principe sorrise. — Potete
fargli delle domande, ma uno alla volta.
Si consultarono brevemente l’un l’altro, poi il più anziano si rivolse a
Eiver.
— Onorare cosa, ragazzo? Onorare cosa?
— Il M-m-mistero, sire — balbettò Eiver.
— Ma di che cosa stai parlando! Onorare il mistero? Vorresti dirci di
smetterla di imparare, di frenare il nostro desiderio di sapere?
Eiver restò in silenzio.
— Porre fine alla sacra ricerca della verità? Eh? Eh? Parla!
Eiver rimase in silenzio, in attesa di vedere brillare ancora la lucina. Poi
disse: — Sire, io so solo che dobbiamo imparare a conoscere come gli
animali. Dobbiamo imparare cosa non dobbiamo imparare. Dobbiamo
crescere saggi nell’ignoranza.
L’anziano rimase a bocca aperta e indietreggiò, le mani sollevate e gli
occhi al cielo. Gli altri lo guardavano pieni d’ansia. — Ignoranza? —
esclamò non appena si riprese. Ma come? questo ragazzo è un idiota,
vostra altezza! Dice solo idiozie senza senso! — Fece una smorfia di
disgusto e si ritirò in un angolo vicino a una finestra, borbottando tra sé.
Il secondo erudito si avvicinò a Eiver, lo sguardo astuto e le mani
nascoste tra le braccia conserte. — E che altro ancora, ragazzo?
Cos’altro chiedi?
— Niente, signore.
— Ah! Certo che no, dal momento che hai già chiesto l’impossibile! Ma
non lo sai, ragazzo, che non è nella natura della specie umana di
rinunciare a conoscenze raggiunte a fatica e a lungo anelate? Non sai
che sapere è potere e che nel potere regna la salvezza? E poi, in che altro
modo potremo fare progressi? In che altro modo potremo migliorare il
mondo?
Eiver scosse tristemente la testa. — Io sono solo un ragazzo, sire.
Conosco poco della natura dell’uomo. Ma ho osservato le creature della
foresta vivere senza preoccuparsi del sapere o del potere. E per quanto
riguarda migliorare il mondo, non potremo mai migliorarlo, perché noi
non abbiamo avuto parte nella creazione della natura, e cosa c’è di più
perfetto della natura?
L erudito rise sarcastico. — Che stupidaggine! Il ragazzo è davvero uno
stupido! Non si può migliorare il mondo? — Fece un ampio gesto del
braccio per includere l’elegante salone, i giardini immacolati oltre la
finestra, e la città prosperosa e turbolenta. — Sciocchezze! Guardati
intorno! Questo palazzo non è migliore di una baracca puzzolente di
fumo? Eh? Questa città non è migliore di un accampamento?
— No, sire — disse Eiver.
L’erudito avvampò. Le mani gli tremavano come uccellini dentro le
maniche. — Baggianate! — disse raggiungendo il suo collega in fondo
al salone. — Corbellerie!
Si avvicinò il più piccolo degli eruditi. Era pieno di rughe e scuro in viso,
ma gli occhi azzurri brillavano penetranti. — Onorare il Mistero, hai
detto? Tornare indietro, hai detto? Ma, mio giovane amico, cosa dici
della curiosità? Quali dei tuoi interrogativi dissipa il nebuloso e
l’incerto? Non vorrai suggerire che rinunciamo proprio a quella, che si
cela nel cuore della Vita stessa?
La lucina fatata si stava ormai spegnendo. — Con rispetto, sire — disse
Eiver, seguendo con ansia il suo ultimo bagliore — non è la curiosità che
si cela nel cuore della Vita, ma l’umiltà e il coraggio.
L’erudito alzò le mani al cielo, senza distogliere lo sguardo da Eiver. —
La testa del ragazzo è piena di sciocchezze, vostra altezza, stupidaggini e
sciocchezze! Lasciatemelo per un anno e gli insegnerò la ragione!
Il principe sorrise e scosse la testa. Stava osservando una lucetta verde
che tremolava nel suo frutteto. Per parecchi minuti rimase seduto
pensieroso, rigirando la pietruzza bianca nella mano.
— E così — chiese infine agli eruditi — questa pietra non avrebbe
nessuna importanza?
— Nessuna! — dissero in coro.
— La sua esistenza non è di alcuna importanza per voi?
— La benché minima — disse il primo, e gli altri concordarono con lui.
Il principe si alzò in piedi. Sembrava vecchio e profondamente triste. —
È tutta qui, allora, la saggezza di Govrina? Non sapete dirmi il
significato di questa semplice cosa e allora rinunciate? La distruggete?
Temo di essermi sbagliato a fidarmi di voi. Ora capisco che la saggezza
non è quella che io credevo, perché è molto meglio rinunciare a ciò che
distrugge.
Gli eruditi cominciarono a protestare, ma il principe li zittì.
— Ascoltatemi. Tanto tempo fa ho promesso che chiunque mi avesse
restituito la principessa avrebbe ottenuto da me tutto ciò che desiderava.
Ora questo messaggero mi porta un ricordo della mia innamorata, un
ricordo che mi dice dove devo andare. Quindi è giunto il momento di
assegnare quel premio. Esprimi il desiderio, amico mio, e verrà
esaudito.
— Vostra altezza, vorrei solo tornare a casa, nella foresta.
— Sarà fatto — disse il principe, stringendo la mano di Eiver. Andrai
col mio cavallo e dirai alla principessa che ho capito. Dille che onorerò
ancora il Mistero e che allora ci incontreremo dove questa pietra è stata
fatta.
E così, dopo essersi riposato e dopo aver raccolto la fatina sofferente
dal suo rifugio in giardino, Eiver montò sullo stallone del principe e
cavalcò attraverso la pianura, scortato fino al margine della foresta da
una truppa della guardia reale. Nel folto della foresta, quasi a casa, la
luce fatata lo avvolse, il canto della natura lo circondò e decine di mani
sollevarono la fatina che lo aveva aiutato.
E lui proseguì, solo e contento. Quando arrivò a casa, i suoi genitori,
come per miracolo, non sembravano neppure essersi accorti della sua
scomparsa…
Fedele alla parola data, il principe trovò il modo di fare quello che
aveva promesso. Usò il suo potere per l’ultima volta, dando ordini che
segnavano la fine di Govrina. Si cessò di tagliare gli alberi, i fiumi
vennero ripuliti, le carovane che prima attraversavano la pianura vennero
destinate ad altre rotte e ad altre mete. Il baccano tra le bancarelle del
mercato si zittì, i cancelli rimasero aperti, i soldati depositarono le armi,
gli abitanti si dispersero. Nel tempo, man mano che l’esodo procedeva, i
beni abbandonati giacevano disseminati lungo la pianura. I fiori
impiantarono radici e crebbero, seguiti dai cespugli, e poi dagli alberi. Il
fresco e l’umore degli alberi, gli animali e le ombre, tutto questo riprese il
posto un tempo occupato da Govrina, e insieme a tutto questo, il
Mistero…
Il principe fu tra gli ultimi a lasciare la città morente, quel luogo rinato.
Montò da solo in sella al suo stallone bianco e attraversò al trotto le
strade deserte. Sulla pianura, lo stallone si lanciò al galoppo, e il principe
lo lasciò fare. Al margine della foresta, tolse le briglie e la sella al suo
cavallo e gli disse addio. Restò a guardarlo finché non divenne altro che
un puntino bianco in lontananza, poi aprì le bisacce, si tolse la tunica
reale e si infilò una camicia e un paio di calzoni qualunque. Con
quell’abito, disarmato, solo e vulnerabile, si addentrò nella foresta.
La sua principessa lo stava aspettando nel punto in cui il fiume faceva
un’ansa e diventava una rapida poco profonda, e l’acqua scorreva veloce
su un letto di ciottoli bianchi. Lì si abbracciarono, lì lasciò la pietra, e da
lì ripartirono insieme.
Dove andarono e cosa ne fu di loro solo la gente della foresta lo sa.
Per quanto riguarda Eiver, invecchiò nel luogo che amava, acclamato
dalla gente della foresta, con cui divise ogni giorno il linguaggio al di là
delle parole. Passeggiò con Granach, nuotò insieme agli spiriti
dell’acqua, danzò con le fate. Spesso camminava sul ciglio della foresta e
si arrampicava sulle montagne da cui un tempo Govrina gli era apparsa
dorata e meravigliosa. Per tanti anni la città subì cambiamenti
impercettibili poi, man mano che i rampicanti si insinuarono nella calce
dei suoi edifici, i giardini divennero selvatici e le piante spuntarono tra i
sentieri acciottolati, si trasformò in una collina che muoveva il paesaggio
piatto della pianura.
Eiver parlò ancora solo per una volta. Quando era ormai molto vecchio,
salì con un bambino in cima alla montagna e rivolto all’antica città,
disse: — Dimmi cosa vedi, perché la mia vista è annebbiata.
Il bambino rispose: — Vedo la grande pianura, nonno, e i suoi animali.
E il vento e le aquile che volano alte nel cielo.
Eiver fu soddisfatto, perché il cerchio di Govrina si era chiuso, come il
cerchio che racchiudeva il principe e la principessa, e il cerchio della sua
vita. E da quel momento, non parlò più.

Il fuoco si stava spegnendo. Nel silenzio freddo della notte si udì ancora
quel richiamo, un grido prolungato e ossessivo che provocò uno strano
turbamento nei cuori del Mercante, del Dottore e dell’Architetto. La
vecchia emise una risata roca, una risata che sembrava il rumore di
un’onda che si ritiri portando di nuovo con sé verso il mare i ciottoli della
spiaggia.
All’improvviso il Mercante gettò alcuni pezzi di legno sui tizzoni,
provocando un nugolo di scintille. — Un racconto da bambini — disse ad
alta voce fingendo uno sbadiglio. — Comunque è servito a far sembrare
più breve la notte.
— Davvero — disse il Dottore rabbrividendo nel suo giaccone di pelle di
pecora. — Mi è parso un racconto piuttosto sciocco che non ci ha
spiegato nulla di voi. E mi ha fatto perdere un’ora di sonno prezioso.
L’Architetto non aprì bocca.
La vecchia non parlò più. Restò immobile e sorridente fino a che tutti e
tre gli uomini non si ritirarono e si addormentarono profondamente, fino a
che il fuoco non si ridusse a un cumulo di brace ardente. Solo allora si alzò
lentamente in piedi, zoppicò fino ai carboni e sollevò le braccia. Dalle
braci si alzò una spirale di fumo che l’avvolse e fluì verso le stelle dalle
punte delle sue dita. Lei restò in attesa. Poi, quando dalle paludi echeggiò
di nuovo il richiamo, sospirò con espressione soddisfatta e trionfante e
svanì diventando tutt’uno con i suoni, l’oscurità e il fumo che si alzava dal
fuoco…

All’alba i viaggiatori ripresero il cammino. Tutti e tre avevano dormito


male ed erano molto irritabili. Da principio si scambiarono solo poche
parole, e nessuno di loro nominò la vecchia donna o fece notare la sua
assenza. Fu solo quando il sole divenne più caldo, che cominciarono a
parlare della sua comparsa misteriosa e della sua ancora più strana
sparizione.
— Pazza, completamente pazza — disse il Dottore a voce più alta del
necessario. — Questi territori desolati sono pieni di tipi del genere,
megere con la testa piena di fantasie. Vagano qua e là e muoiono
dimenticate da tutti.
— Davvero una povera creatura — convenne il Mercante serio. —
Eppure il suo racconto… — Si strofinò il mento guardando prima l’uno
poi l’altro dei suoi compagni. — Era un racconto sciocco, non c’è
dubbio, un racconto da bambini. Eppure… eppure ho provato… —
All’occhiata dell’Architetto e allo sguardo interrogativo del Dottore, il
Mercante diventò rosso e si azzittì.
Al crepuscolo nessun segno della meta verso cui erano diretti e nessuna
possibilità di calcolare quanta strada avevano fatto. Il paesaggio intorno a
loro era esattamente uguale a quello del giorno precedente: il sentiero si
snodava nella foschia, alla loro destra si stendevano le paludi coperte di
nebbia e il mare infinito alla loro sinistra. A peggiorare le cose, quel
misterioso richiamo si ripeté più volte durante il giorno, ogni volta più
insistente.
Questa incapacità di andare avanti, questa assenza di tempo, erano
preoccupanti, ma quello che turbava di più il Dottore e l’Architetto era il
fatto che il Mercante aveva cominciato a comportarsi in modo assai
strano. Sembrava che il Suono non lo impaurisse più e la loro situazione
non gli procurasse la benché minima preoccupazione. Di tanto in tanto
scoppiava a ridere da solo e due volte l’avevano sentito parlare fra sé.
— Guardate un po’, amico — disse l’Architetto sul tardo pomeriggio —
Temo che ci è sfuggita una deviazione del sentiero e ci siamo persi.
Il Mercante fece un gesto in direzione del mare — Ma come può essere?
Non stiamo seguendo la costa?
— Ma a quest’ora saremmo dovuti già arrivare! E sono sicuro che
abbiamo già percorso questo tratto di strada ieri e l’altro ieri e…
— No — rispose il Mercante — vedo un’imbarcazione laggiù che ieri
non c’era.
— Io non vedo nulla — disse l’Architetto.
— È la nebbia — intervenne il Dottore strizzando gli occhi. — Solo
nebbia e acqua.
— Credete a me — disse il Mercante — è laggiù, a mezza lega di
distanza. Prima di raggiungerla avrò tempo di salutarvi e parlarvi dal
profondo del cuore, cosa che non ho ancora fatto.
— Salutarci?!
— Sì. Vi confesso, amici, che il racconto di quella vecchia mi ha
profondamente commosso perché mi ha ricordato una vecchia avventura.
Tanto tempo fa, quando ero un ragazzo, andai a lavorare presso un
facoltoso commerciante e desideravo con tutta l’anima di diventare ricco
quanto lui. Fui imbarcato come marinaio su un vascello diretto a ovest
che trasportava merci preziose: sete, spezie, incenso fragrante ed essenze
rare. Il viaggio iniziò sotto i migliori auspici. Il sole splendeva caldo e
per due settimane un vento favorevole gonfiò le nostre vele.
“Ma poi il tempo cambiò. Grossi nuvoloni nascosero le stelle e noi
perdemmo l’orientamento. Le bufere che seguirono furono le peggiori che
io abbia mai visto. Il vento lacerò le vele e strappò il sartiame fino a che
capimmo di non avere più speranze. Mentre gli altri si abbandonarono al
mare e ai barili di vino del loro padrone, io mi arrampicai sulla sartia più
alta e riuscii ad assicurarmi all’albero maestro nonostante che il vascello
ondeggiasse violentemente tanto che temetti di venire catapultato fra le
fauci della tempesta. Così, quando la nave si arenò e l’albero, stroncato,
cadde in mare, io precipitai con lui. Ricordo solo il frastuono terribile della
chiglia che si frantumava, il fragore dei marosi e le urla dei miei
compagni.
“Quando ripresi i sensi, mi ritrovai sulla spiaggia. La tempesta era
passata e la sabbia, coperta di relitti, splendeva al sole. Ero ferito, ma
riuscii a slegarmi dall’albero prima che l’alta marea mi riportasse in alto
mare e m’inoltrai barcollando nella foresta dove persi di nuovo
conoscenza.
“Al mio risveglio, scoprii che le mie ferite erano state medicate e che
stavo sdraiato all’ombra. Mi dettero coppe di succo dolce da bere e cibo
nutriente. Ero stato salvato dagli isolani… selvaggi li avrei chiamati prima
di essere loro ospite. Selvaggi?! Erano le persone più gentili, più amabili e
sagge che avessi mai conosciuto e imparai molto da loro durante i mesi
che passai in loro compagnia: rispettare tutti gli aspetti della Vita, prendere
solo il necessario, dividere tutto con gli altri… in una parola, a vivere. Ma
soprattutto imparai a conoscere il mondo degli spiriti.
“Ah, mio giovane amico, leggo il dubbio nei vostri occhi. Pensate forse
che io sia impazzito? Credete che un insetto non abbia spirito? Che un
fiore o un albero non lo abbiano? Che gli spiriti non giochino nel sole, e
nelle polle d’acqua sotto le cascate? No, oh no! Ascoltatemi. Gli spiriti
sono presenti in tutte le forme di vita, in tutti i posti dove è consacrato il
potere della Terra. Assumono molte forme e hanno molti nomi, e l’umanità
non è da loro distinta perché è da loro che la nostra vita dipende. È questo
che ho imparato in quel mondo prima del Tempo, quel mondo
d’innocenza, e benché io mi nasconda dietro la maschera burbera
dell’uomo d’affari, in verità non ho dimenticato.
“Restai in quel luogo per venti mesi. Poi, per caso, un altro dei vascelli
del mio padrone si fermò a quell’isola per rifornimenti. Adesso mi rendo
conto che fui uno sciocco a rivelare la mia presenza, ma lo feci senza
pensarci. Mi avvicinai all’equipaggio e raccontai la mia storia. Loro
furono sorpresi perché ci avevano creduto tutti morti, ma lo furono ancora
di più quando li condussi alla caverna dove quella gente aveva raccolto le
merci recuperate dopo il naufragio. Caricarono tutto sulla nave senza
suscitare proteste da parte degli isolani che non erano affatto interessati a
quelle cose.
“Fu allora, amici, che feci la scelta fatale di tornare. Perché? Non lo so.
Forse ero ambizioso, forse pensavo di poter tornare lì un giorno, o forse
semplicemente volevo tornare a casa.
“Il mio padrone fu generoso e mi dette una grossa ricompensa che fu alla
base delle mie fortune. Da allora in poi sono stato un uomo ricco, un
cittadino conosciuto e rispettato. Eppure, nelle ore insonni quando rifletto
sullo scopo della mia vita, non sono né gli onori né le ricchezze a cui
anelo. Piuttosto alla bellezza che mi si è rivelata in quel luogo, una vita di
gioia, d’amore e di meraviglia. Una vita in armonia con lo Spirito. Una
vita che credevo ormai perduta col passare degli anni.
“Ora, dopo questo strano viaggio, dopo il racconto di quella vecchia
donna, credo di poter ritornare laggiù. Come voi, ho udito il Suono e come
voi, ho avuto paura di quello che mi sarebbe costato rispondere. Ma ora…
— Ecco la vostra imbarcazione, amico — disse il Dottore.
— Sì, che vi dicevo? — Con i movimenti agili di un giovane, il
Mercante si affrettò fra l’erba alta verso la riva dove lo stava davvero
aspettando una piccola imbarcazione.
L’Architetto fu preso dal panico, come se parte di sé gli venisse strappata
via. — Restate! — gridò zoppicando dietro il Mercante. — Non siate
sciocco! Queste strane idee s’impossessano di un uomo quando è più
vulnerabile… esaurito, ansioso o esposto ai pericoli, proprio come siamo
noi adesso. Fra un giorno o due saremo al sicuro e voi vi sarete lasciato
alle spalle questi fantasmi!
— Sicurezza… — disse il Mercante ridendo amaramente e accarezzando
la frisata della piccola imbarcazione. — È proprio questo che ho cercato
per tutta la vita. Sono diventato vecchio nella sicurezza, sempre timoroso
di non possedere abbastanza. Ma ora…? No, mio buon amico, lascio a
voi tutta la mia sicurezza in eccesso. Che il nostro comune amico ci sia
testimone. — Così dicendo trasse fuori dalle pieghe dell’abito la sacca di
camoscio piena d’oro e la dette all’Architetto. Poi salì sulla barca e si
mise ai remi. Dal mare che si andava coprendo di ombre lo sentirono
gridare: — Che vi porti fortuna!
— Dovremmo cercare di trattenerlo? — domandò l’Architetto. — Di
sicuro è impazzito. Di sicuro…
Il Dottore scosse la testa. — No, non dobbiamo farlo.
Insieme restarono a guardare il Mercante che remava verso il largo fino a
che alzò la vela.
— Morirà — disse l’Architetto.
— Ma si è riappropriato della Vita. — Il Dottore sorrise. — Ed è questo
l’importante. Per tutto il tempo che durerà il suo viaggio non ci sarà
uomo più felice di lui. Venite, signore. Accenderò un fuoco e cucinerò.
Ora che siete ricco devo trattarvi con tutti gli onori che vi sono dovuti.
Quella notte l’Architetto dormì male. Quando si girava da una parte, i
rotoli di cartapecora gli premevano un fianco, quando si rotolava
dall’altra, sentiva il duro della sacca piena d’oro. Per tutta la notte non
fece che voltarsi e rotolarsi.
Era ossessionato da oscuri presagi e assalito da frammenti di sogni che lo
ferivano come schegge di vetro. Tutte le volte che si svegliava da quel
sonno agitato, vedeva il suo compagno che, seduto accanto al fuoco,
fissava le fiamme avvolto nel pesante mantello. Per due volte sentì il
Suono, benché non fosse sicuro da che parte provenisse, se dall’esterno o
da dentro di sé.
All’alba ripresero il viaggio. La notte insonne aveva lasciato l’Architetto
indolenzito e preoccupato. Malgrado il dono generoso del Mercante si
sentiva tradito, come se in qualche modo l’uomo gli avesse tolto più di
quanto gli aveva donato. Per questo l’annuncio del Dottore gli arrivò come
un colpo inaspettato.
— Anch’io presto vi lascerò — disse il Dottore.
L’Architetto si fermò e lo fissò incredulo, stringendo fra le mani il rotolo
dei suoi progetti e la borsa d’oro.
— Anch’io, in quel Suono e nel racconto della vegliarda, ho udito un
richiamo lontano — proseguì il Dottore. — Anch’io ho un sogno. Fra
poco passeremo vicino alla foce di un grande fiume dove, oltre il guado,
vedremo un albero con tre falchi appollaiati sui rami. Lì vi lascerò.
— Ma — balbettò l’Architetto — pensate alla vostra posizione, signore!
Ai vostri doveri!
Il Dottore scoppiò a ridere e aprì il pugno come per liberare un uccello
immaginario. — I miei compiti verranno assunti da uomini ligi al dovere,
non c’è dubbio — disse. — Uomini responsabili. Come voi, forse.
— Ma siamo così vicini… Proprio ora che siamo vicini!
— Sì, eppure così lontani… Ma venite, amico mio, camminiamo. Il
fiume è ancora distante e ho tempo di raccontarvi la mia storia.
“Molto tempo fa, come il nostro amico, anch’io mi sono recato in una
terra lontana. Ma mentre il suo era un viaggio alla ricerca della ricchezza,
io cercavo la saggezza. Desideravo trovare quegli elisir che avrebbero
messo fine a tutte le sofferenze o avrebbero portato alla vita eterna,
oppure… Chi può dire cosa sognassi? Anelavo di compiere qualche nobile
azione al servizio dell’umanità e solo per l’umanità.
“Mi unii a una carovana diretta a est perché avevo saputo che là
esistevano luoghi dove erano raccolte le conoscenze più antiche e arcane.
Viaggiammo per settimane e per mesi, attraversammo paesi e
conoscemmo popoli davvero strani. Perfino oggi non potrei giurare che
fossero reali - almeno come viene intesa la realtà secondo la scienza —
perché dopo settimane di sete e di sole accecante, di vento incessante del
deserto e dello schiamazzo continuo dei cammelli, le certezze e le illusioni
s’intrecciavano a formare un solo filo. Compresi allora che, come
l’immaginazione fa apparire oasi lussureggianti e tende ombrose - fantasie
che appaiono reali alla mente di chi le anela - allo stesso modo altre
visioni possono apparire reali all’animo umano…
“Da allora ho conosciuto molte persone che andavano alla deriva da
questo mondo a un altro e lì sono rimaste, felici e noncuranti. Le
chiamavamo “povere anime afflitte”, eppure chi può dire che non fossero
a loro modo viaggiatori, nostri emissari che esploravano per la prima volta
qualche regione oltre i confini del mondo conosciuto?
“Passarono le settimane e i mesi. I giorni turbinavano fra tempeste di
sabbia, torrenti tropicali e foreste oscure. Lasciavo una carovana per
unirmi a un’altra, meno numerosa, e poi a un’altra ancora più esigua, fino
a che alla fine mi ritrovai solo ai piedi delle montagne.
“Fu là che sentii il Suono per la prima volta. Pensai che fosse quello di
un grande corno che chiamasse i monaci alla preghiera, i saggi al
consiglio, i sognatori ai loro sogni, unendoli gli uni agli altri come univa le
cime cristalline della Terra.
“Pieno di speranza iniziai la scalata.
“Ma non arrivai mai, o almeno, non trovai mai quello che avevo creduto
fosse lì ad attendermi. Ogni giorno che passava il richiamo diveniva
sempre più debole, e quando finalmente giunsi alla cima, non trovai né
saggi, né verità eterne, ma solo nudi crepacci spazzati dal vento, creature
della montagna e me stesso… solo.
“Allora, amico mio, scoprii gli abissi più orrendi che avessi mai visto,
più terrificanti di qualsiasi gola regno delle aquile. Ebbi paura e, mi
vergogno a dirlo, fuggii.
“Tornai alla mia terra, alla sicurezza. Mi feci coraggio accumulando
certezze, onori, imprese, ansie senza fine che io sostenevo essere per il
bene degli altri. Ma nel mio cuore ho sempre conservato il ricordo di quel
momento quando, se non fossi stato così debole, avrei potuto scoprire…
sarei potuto andare oltre…
“Ma ecco, siamo arrivati al luogo in cui ci dobbiamo separare… ecco il
guado, l’albero e i tre falchi. Tutto è come mi era stato predetto in sogno.
— Il Dottore si voltò e appoggiò la mano sulla spalla del giovane. —
Volete venire con me?”
— No! — esclamò l’Architetto ritraendosi. — Ho degli obblighi! Ho dei
doveri!
— Certo, certo. — Il Dottore sorrise. — Siete un uomo d’onore. E
poiché è così, permettete che io vi affidi i frutti della mia dottrina. Fatene
quel che credete. — Così dicendo, gli tese il fascio di manoscritti e si
allontanò fra i cespugli bassi verso la riva del fiume. Senza mai voltarsi,
attraversò il guado, risalì l’argine e scomparve fra la foschia che si
richiuse per accoglierlo.
Simultaneamente, i tre falchi spiccarono il volo silenziosi e lo seguirono.
L’Architetto aggiunse il fascio di manoscritti al suo carico e si affrettò ad
allontanarsi da quel luogo, spinto dalla paura e dalla delusione. Una punta
di invidia lo tormentava… perché a lui era negata la rivelazione che aveva
così profondamente commosso il Mercante e il Dottore?
Comunque, si disse, la città doveva essere vicina… forse appena oltre le
colline che s’intravedevano davanti a lui. Una volta al sicuro, di nuovo
preso dagli affari, avrebbe potuto dimenticare questo strano viaggio.
Avrebbe dormito di nuovo sonni tranquilli e visto i suoi progetti
realizzarsi.
E inoltre, adesso non era ricco?
Zoppicando sempre più per il carico aggiunto, riprese il cammino.
Però le colline risultarono più lontane di quel che gli era sembrato. Per
altri tre giorni arrancò in quella direzione, sospeso tra il mare e la palude.
Al crepuscolo del primo giorno abbandonò i manoscritti del Dottore.
Sono in un luogo sicuro, pensò, quando arriverò in città manderò
qualcuno a recuperarli. A mezzogiorno del secondo giorno, seppur
riluttante, lasciò la sacca piena d’oro del Mercante. È nascosta dove
nessuno la può trovare, pensò, in seguito ritornerò a prenderla.
Durante le notti si avvolgeva nel mantello, manteneva il fuoco acceso e
non osava addormentarsi. All’alba del quarto giorno di quel viaggio
solitario, la Bambina ritornò.

Aveva continuato a salire senza fare attenzione al paesaggio, quando si


accorse che era arrivato a varie centinaia di piedi sopra il livello del mare.
I gabbiani volavano molto più in basso, e i loro gridi acuti e lamentosi
sembravano gemiti di anime in pena. La riva e il sentiero si erano separati,
la costa formava una curva nella foschia dove le vele si muovevano Come
ali di falene. — Il porto! — esclamò a gran voce. — Sto per arrivare nella
capitale! Presto sarò al sicuro!
Mentre saliva, le ombre si allungavano. Una luminescenza verde si
muoveva accanto a lui nella foresta e il crepuscolo si addensava di suoni.
In lontananza, l’ululato di un lupo fu seguito dal latrato dei suoi cuccioli e
il grido delle civette risuonò interrogativo. Udì di nuovo quel Suono e,
questa volta, comprese che veniva dal suo interno.
Quando il Suono si smorzò, vide la Bambina. Sedeva su una roccia e
quando lo vide, si alzò e si allontanò nella foschia. Poi si voltò e gli fece
cenno: Vieni. Ripeté il gesto e, poiché lui esitava, gli corse incontro e lo
prese per mano.
— Chi sei? — le domandò il giovane.
Lei scosse la testa.
— Come ti chiami?
Lei scosse la testa.
Lui si lasciò guidare. In silenzio camminarono in salita per almeno un
quarto di lega attraverso la foresta, fino alla cima del monte da dove si
riusciva a vedere la capitale che appariva come una macchia grigia nella
distesa verdeggiante.
L’Architetto guardava in silenzio, col cuore e la mente in subbuglio. Si
sarebbe dovuto sentire sollevato per il fatto che il suo viaggio era giunto al
termine, ma non era così. Avrebbe dovuto provare eccitazione al pensiero
che i suoi progetti si sarebbero presto realizzati, ma non era così. Mentre
osservava, la città ondeggiò sotto la luce verdastra e ad essa si sovrappose
la visione di un’altra città. Gli edifici dei suoi sogni si ergevano al centro
della città, ma la loro vista non dava alcun piacere perché niente era come
lui aveva immaginato. Invece di giacere sonnolenta nella sera, la città
fiammeggiava di luci crudeli, più luminose del sole che brillava sul mare,
distruggendo il mistero della notte. Invece dei suoni ai quali era abituato,
la città era percorsa da un rombo che faceva tremare perfino la collina
sotto i suoi piedi. Ma, cosa ancora peggiore, da quel luogo non emanava
alcun profumo di orti, solo un puzzo orrendo che incombeva come un
sudario su tutta la pianura.
Gemendo per l’orrore, l’Architetto si coprì gli occhi. Quando li riaprì, la
visione era scomparsa e la capitale che lui conosceva gli apparve di nuovo.
Si voltò verso la foresta.
La Bambina aveva raccolto della legna e dell’esca. In silenzio accesero
un fuoco e consumarono un pasto frugale. Poi, sempre in silenzio,
restarono in attesa. Il giovane non fu sorpreso quando la Bambina si alzò e
venne verso di lui, e non fu sorpreso quando lei gli prese la mano fra le
sue, gliel’aprì e gli appoggiò sul palmo un ciottolo bianco e liscio.
— Sì — disse lui ridendo. — Capisco.
Un riso lieve gli rispose. Dapprima fu il riso innocente dell’infanzia, poi
si trasformò in quello di una giovane donna, un suono pieno di sorpresa e
di gioia, poi ancora nel riso doloroso e paziente di una donna anziana, e
ancora in quello di una matriarca, un riso pieno di saggezza primordiale,
un riso antico quanto la Terra. Alla fine non fu più solo un riso umano, ma
il riso della Natura, del Mistero oltre ogni umana comprensione.
— Capisco — disse lui di nuovo.
Accese un fuoco e lo alimentò con i suoi amati progetti, pergamena dopo
pergamena. Le fiamme si alzarono scintillanti consumando il frutto delle
sue conoscenze, consumando tutto il suo orgoglio e la sua ambizione.
La Bambina mutò. Dove prima c’era lei, un’aura verde vibrò come il
lampo improvviso delle Luci del Nord. Divenne più intensa e turbinò
trasformando l’oscurità in fulgore, l’immobilità in una danza scintillante
ed eterna. Erano gli Spiriti della Vita che danzavano e, guardandoli,
l’Architetto si sentì come un nuotatore esausto che tocchi la riva e si sdrai
al sole e al caldo della spiaggia. Finalmente la luce divenne la vecchia
donna che 1 aveva narrato la storia di Eiver. Un occhio pallido come un
ciottolo levigato dal mare, l’altro rosso come il fuoco, le sue dita radici
contorte, i suoi abiti ruvidi come la corteccia del cedro. — Dimmi cosa
hai imparato — disse.
Il giovane scosse la testa. — Non lo so.
— Pensaci.
Viaggio con molti compagni, amici che ancora non conosco. Ogni
momento può essere la nostra meta, pensò.
— Sì.
Quando ascolto, sento l’armonia. Capisco che è più importante della
bellezza. Quando sono silenzioso, ricordo che la saggezza è più
importante della conoscenza, più della verità.
Lei annuì. — Sì.
L’Architetto sedeva tranquillo accanto al fuoco. Poi pensò, sentendosi
come un seme che si andava schiudendo: Il mio compito è quello di
liberare l’umanità dalle sue piccole paure e dalle sue piccole certezze e
di farla tornare al Grande Mistero.
Con grande fatica la vecchia donna si alzò lentamente in piedi. — adesso
sei veramente uno di noi — disse. — Va’ in pace. — Si avvicinò al fumo,
se ne lasciò avvolgere, divenne tutt’uno con le sue spire e si sollevò verso
l’alto.

Quella notte l’Architetto dormì un sonno senza sogni.


Al sorgere del sole, stringendo in mano il ciottolo bianco e zoppicando
appena, discese verso la città seguendo un antico sentiero. Non sapeva
Come avrebbe compiuto la sua missione, ma era consapevole del grande
compito che lo attendeva.

Titolo originale: The Old Soul


BARBARA HAMBLY
LA BAMBINA MUTA
T UTTO ebbe inizio con il drago.
Brown Michael ne aveva temuto l’arrivo fin dalla prima volta che Grildon
Dan, signore dei territori del nord, lo aveva avvertito della presenza di
quella creatura e delle devastazioni avvenute nelle campagne in quel
freddo autunno. Michael convocò nel castello di Corfach i contadini e i
pastori delle White Marches - gente che aveva giurato di difendere e
guidare come avevano fatto suo padre e suo nonno prima di lui - e li
organizzò meglio che poté per fronteggiare la possibilità di
un’aggressione. In cuor suo sapeva però che quando fosse giunto il
momento, sarebbe toccato a lui affrontarlo.
Come Signore delle White Marches era sua responsabilità, assunta sette
anni prima quando suo padre era stato ucciso dai lupi durante un gelido
inverno. A quel tempo Brown Michael aveva diciotto anni e si era appena
sposato e, nonostante che in quelle terre l’ultimo avvistamento di un drago
risalisse a trent’anni prima, anche allora Michael aveva pensato a quella
possibilità.
Così quando Amaris, cugina di sua moglie, arrivò a spron battuto al
castello di Corfach proveniente dal villaggio, gridando che il drago aveva
aggredito le greggi e aveva ucciso tre mucche e un pastore, Michael si
preparò ad andare a caccia del mostro per ucciderlo, da solo.
Brown Michael aveva sentito dire da Grildon Dan che, quando avevano
cercato di sorprenderlo nella sua tana, il drago aveva avvertito il loro
arrivo da lontano e si era alzato in volo per attaccarli dall’alto con gli
artigli, le zanne e le vampate di fuoco. Michael che, quando i suoi impegni
glielo permettevano, era un appassionato cacciatore, immaginò che il
drago doveva aver sentito o annusato uno degli uomini di Grildon Dan o
forse uno dei cavalli e si era preparato ad attaccare.
Così, quando dopo una settimana di attente ricerche, riuscì a localizzare
la nuova tana del drago nelle profondità viscide di Firbolg Glen, oltre ad
avvolgere tutte le armi con pelli d’animale e stracci, si fece un bagno per
eliminare qualsiasi odore corporeo e passò la notte nel canile del castello
con grande felicità dei suoi segugi. Quando, in quell’ora buia che precede
l’alba, Brown Michael si accinse a partire, sua moglie Anne lo baciò
cercando di sorridere e, con un pizzico di ironia si disse sicura che il suo
trucco avrebbe funzionato.
Il viaggio a piedi per raggiungere il drago gli richiese una marcia di un
giorno e una notte.
Quando un uomo combatte contro un drago, la conclusione in genere è
molto rapida. I casi sono due: o l’uomo sorprende il drago nella sua tana,
gli trafigge le ali e lo uccide - di solito con una lancia o un giavellotto
avvelenato - oppure il drago si alza in volo prima che l’uomo sia
abbastanza vicino da colpirlo, e da quel momento la fine non si fa
attendere. Brown Michael uccise il drago all’entrata della Firbolg Glen,
una valletta dove gli alberi, benché anneriti e marciti per i veleni emessi
dal mostro, impedirono che prendesse il volo.
Semiasfissiato dai vapori pestiferi, coperto di ustioni, vesciche e qualche
leggera ferita provocata dalle squame affilate del drago, Michael restò a
lungo accasciato su un tronco caduto e annerito a fissare incredulo
l’enorme carcassa verde bronzo della creatura che aveva appena ucciso.
Era lunga quasi trenta piedi, a partire dalla stretta testa cornuta fino alla
punta acuminata della coda; il sangue nerastro che sgorgava dalle ferite
aveva impregnato il terreno e formava mulinelli scuri nelle pozze di
veleno ocra che trasformarono la valletta in una palude sudicia.
Il ruscello che scorreva sul fondo della valletta ne fu insozzato per molte
miglia, e guardando quella che un tempo era stata un’insenatura fresca e
ombrosa abitata da rane e succiacapre, Michael scoprì tra le spesse nuvole
di vapore che molti alberi erano morti e molti erano caduti, che la
vegetazione era stata distrutta e le pietre erano macchiate di giallo cromo,
il colore della bava del drago. Là in fondo si apriva una grotta, si ricordò,
scavata da una sorgente e forse era lì che il drago nascondeva il suo
bottino.
A quel pensiero sentì una stretta allo stomaco. Non si sapeva molto dei
draghi, ma Michael aveva letto in un libro di sua moglie Anne che i draghi
erano di natura accumulatori, benché nel loro caso il bottino non fosse
certo un tesoro. I draghi accumulavano nelle loro tane di tutto, comprese le
loro vittime ferite o moribonde per divorarle a loro piacimento. Brown
Michael sapeva che la settimana prima il figlio del mugnaio e una donna
della fattoria di Oakhill erano scomparsi, come era successo ad altre
persone nelle terre di Grildon Dan, per non parlare degli animali di vario
genere. Era difficile che una creatura vivente portata nella tana del drago,
fosse sopravvissuta, si disse Michael, nondimeno era suo dovere
controllare. Dolorante e preoccupato per quello che avrebbe potuto
trovare, si avviò barcollando verso il fondo della valletta.
Quella caligine giallastra non lo faceva respirare e le esalazioni fetide gli
bruciavano gli occhi. Trovò il corpo di una donna e ossa sparse di mucche
e di maiali, poi si addentrò ancor di più nella profondità della valletta
nascosta dagli alberi rinsecchiti e avvelenati. Da una cavità tenebrosa gli
arrivò un suono, un debole raspare seguito da una specie di tubare e da un
piagnucolio. Circospetto, Michael sfoderò di nuovo la spada noncurante
del dolore che lo sfregamento del cuoio gli procurava alla mano ustionata.
Nell’oscurità della grotta vide lampeggiare due paia di occhi e dietro di
loro aleggiare una leggera luminescenza.
Dall’entrata spuntò un animale che non era propriamente un daino, né un
segugio dalle lunghe gambe allevato per cacciare daini, benché avesse
qualcosa di ambedue. Era ricoperto da una morbida peluria simile a quella
di un pulcino, ma verde come l’erbetta primaverile; gli occhi della creatura
erano dorati come il miele, grandi e dolci e dall’espressione interrogativa.
Dietro a lui fluttuava un ammasso di minuscole luci, scintille rosse e
azzurre circondate da un leggero alone bianco che sussultava e si muoveva
e in qualche modo appariva vitale.
Per ultima, dall’oscurità della grotta del drago, venne fuori incespicando
una bambinetta di circa due anni, nuda e coperta di graffi, con i capelli
ramati sporchi di fango. Si diresse verso Michael con le braccine tese,
scossa da singhiozzi silenziosi e quando lui si slanciò per prenderla in
braccio, dimentico delle proprie ferite, il daino verde gli appoggiò la testa
su una coscia e la nube scintillante fluttuò sulla sua testa come se, anche
loro, pensassero che Michael gli aveva salvato la vita.

La chiamarono Kyah. — Dovrebbe essere in grado di dire il suo nome,


povera bambina — sussurrò Anne allungando la mano per accarezzare i
morbidi capelli rosso scuro della bambina. — Alla sua età Fiordirosa ne
era capace.
— Fiordirosa ha chiesto alla levatrice che l’ha fatta nascere cosa stesse
facendo e perché — replicò Michael con un sorriso guardando sua figlia
che stava dall’altra parte del focolare con i gomiti appoggiati su uno dei
vecchi libri di Anne che parlavano di animali e cercava qualche
immagine che somigliasse al daino verde o qualche riferimento a una
creatura a forma di piccole luci.
Fiordirosa disse in tono di rimprovero: — Ma papà, questa bambina è
proprio sciocca. Come ha fatto a dimenticare come si fa a parlare? È forse
colpa del veleno del drago?
— Può essere stata la paura — disse Anne dolcemente mentre i suoi due
figli - biondi come lei e che promettevano di diventare, come lei, alti e
robusti - si staccavano dal libro e si avvicinavano alla sua sedia per
osservare curiosi la trovatella.
— Vuoi dire che se faccio spaventare Marcus, lui si dimentica di come si
fa a parlare? — ridacchiò Fiordirosa.
— Niente affatto — affermò suo fratello.
— Scommetto di sì…
— Non spaventata… — intervenne Michael tenendo Kyah stretta a sé
come aveva fatto per tutta la strada di ritorno fino al castello. Il daino
verde, che avevano chiamato Fiocchetto per i ciuffetti bianchi sulle
orecchie e sulla coda, sollevò il muso morbido che teneva appoggiato sul
piede di Michael e batté gli occhi assonnato al suono delle loro voci.
Sotto la sedia, la nube luminosa emise uno scintillio, come di braci
ardenti.
— …terrorizzata — continuò Michael spostando lo sguardo da sua figlia,
che aveva nove anni, a suo figlio. — Il che è diverso. Talmente
terrorizzata da non riuscire a pensare, talmente terrorizzata da non
sopportare di essere viva… — Dalla loro espressione capì che i due
bambini avevano compreso e che provavano un senso di disagio, e negli
occhi di sua figlia lesse anche pietà e dolore. — È così piccola, più
piccola di voi. Naturalmente questo l’aiuterà a dimenticare.
Fiordirosa allungò la mano per toccare quella grassottella di Kyah e la
bambina la guardò con i suoi occhi seri e neri come l’ebano. — Imparerà
di nuovo a parlare? — domandò Fiordirosa con un fil di voce.
— Se le vorremo bene, sì — disse Anne.
Così la bambina trovata nella tana del drago fu accettata in famiglia, al
castello di Corfach, e trattata come un’altra figlia. Anzi meglio, perché
Fiordirosa evitò di fare la prepotente con lei come faceva con Marcus, e
impedì a suo fratello di essere violento come lo sono tutti i bambini di sei
anni quando giocano. Tuttavia, nonostante le attenzioni di Fiordirosa e
l’affetto di Anne, Kyah continuò a dimostrare la sua preferenza per
Michael, a seguirlo dovunque andasse nel castello e tendendo le orecchie
per sentire il rumore degli zoccoli del suo cavallo sul ponte levatoio
quando rientrava dopo aver pattugliato le paludi e i boschi infestati dai
lupi che era suo dovere proteggere. La prima volta che Michael era uscito
di pattuglia, Anne aveva dovuto fare di tutto per impedire a Kyah e ai suoi
inseparabili compagni, Fiocchetto e Lucciola, di andare con lui, e dopo
che in un’altra occasione, uno dei pastorelli aveva trovato la bambina che
trotterellava nei campi ghiacciati sulle tracce del cavallo di Michael,
seguita dal daino verde e dalla nuvoletta luminosa, Anne e Fiordirosa si
preoccupavano sempre di controllare dove stesse Kyah quando Michael
partiva.
Comunque, Kyah era molto affezionata a tutte le persone della casa.
Giocava con gli altri due bambini quando si divertivano con l’agile daino
verde, piccolo e grazioso e col turbine leggero di luci; seguiva tutta seria
Anne presa dalle sue faccende domestiche nelle cucine, nelle cantine e
nelle dispense. Ma non sorrideva mai e, benché fosse evidente che
ascoltava con attenzione gli altri quando parlavano e Fiordirosa quando le
insegnava i nomi delle cose, dalle labbra di Kyah non venne mai un suono.
Allo stesso modo ascoltava i cani che abbaiavano e gli uccelli che
cantavano e la grande varietà di suoni e trilli emessi da Fiocchetto. Imparò
presto che il suo nome era Kyah e quando la chiamavano si avvicinava -
altrettanto facevano Fiocchetto che arrivava saltando e sgambettando
come un gattino affezionato e Lucciola che fluttuava scintillando in attesa
- ma non dette mai a vedere di ricordare quale fosse il suo vero nome.
L’autunno sprofondò nell’inverno e le gelide nevi scesero sulle
brughiere. Michel percorse tutte le White Marches e i reami vicini e si
spinse nei rari insediamenti delle pianure rocciose chiedendo notizie di una
bambina scomparsa, una bambina con occhi scuri e i capelli del colore
delle castagne. Incaricò un mercante di chiedere perfino tra i selvaggi dei
monti Zaranian, ma nessuno sapeva nulla, come se Kyah fosse una
bambina abbandonata alla sua porta da una fata distratta.
— Non potrebbe essere proprio così? — gli domandò una sera Anne
mentre il nevischio portato dal vento fischiava intorno alle mura del
castello e faceva tremolare la fiamma delle lampade nelle minuscole
coppe di vetro rosso e oro. — In uno dei miei libri c’è scritto che i
bambini fatati non parlano.
Mentre pronunciava queste parole, Anne lanciò un’occhiata verso la
camera dei bambini contigua alla loro per assicurarsi che Fiordirosa e
Marcus dormissero tranquilli nei loro letti. Due macchie pallide di capelli
chiari spuntavano da sotto le coperte di pelliccia. Sul lato opposto, nel
lettino immerso nell’ombra, si notava solo un leggero rilievo della
trapunta; Fiocchetto era rannicchiato ai piedi del letto a formare un nodo
verde e morbido, e una tenue aura pulsante rivelava il punto in cui
Lucciola fluttuava profondamente addormentato.
— Non so — disse Michael attirando verso di sé sua moglie perché si
sedesse accanto a lui nella poltrona intagliata. La poltrona, costruita per
la corporatura corpulenta di suo padre, era sufficiente per tutte e due,
anche se Anne era alta — più alta di lui di almeno cinque centimetri — e
ambedue fossero muscolosi e piuttosto in carne. I suoi capelli biondi
fittamente ondulati, conseguenza delle trecce del giorno, scorrevano
come un fiume sulla camicia di pelle di lui mentre Anne appoggiava il
capo al suo. — Pensavo che le fate si curassero di più dei loro bambini e
non li lasciassero catturare dai draghi.
— Dicono che sono sventate e senza cuore — replicò Anne. — Prendono
e lasciano senza badare. Dicono che creano animaletti strani per
divertimento e poi li abbandonano a morire quando si stancano di loro…
— Aggrottò la fronte e una miriade di rughette le si increspò tra le
sopracciglia mentre i suoi occhi si volgevano di nuovo verso la camera
immersa nel buio.
— Fiocchetto sta cambiando il vello, l’hai notato? — disse Michael e i
suoi occhi marroni esprimevano un profondo affetto per quelle creature.
Era vero, anche appallottolato nel sonno, si notava che il pelo e le piume
di quello strano animale erano più lunghi e lisci di prima e stavano
cambiando colore, da verde smeraldo a un verde più scuro con striature
bronzee e dorate. — Certe volte fra le luci di Lucciola mi pare di vedere
una forma evanescente, come un fantasma luminoso.
— Mi domandavo se l’avessi notato anche tu — sospirò sua moglie. —
Si nota solo con una certa luce…. pensavo che fosse la mia
immaginazione. — Allungò una mano e si fece passare fra le dita una
ciocca dei capelli scuri di Michel, continuando a fissare lo strano
assortimento di creature addormentate nella penombra. A voce bassa,
proseguì: — In uno dei miei libri ho letto che i bambini fatati mal si
adattano al mondo dei mortali e non vivono a lungo. E, spesso, anche i
bambini allevati insieme a loro, soffrono.
— Lo so — replicò Michael. — Per quanto bene io le voglia… per
quanto bene io voglia a tutti e tre e anche se sentirei sicuramente la loro
mancanza… — Ebbe un brivido. — Credimi, l’idea di cercare di parlare
con gli Spiriti Magici la prossima volta che si ritroveranno sull’Isola
Desolata non mi entusiasma, ma penso che dovrò farlo.
L’Isola Desolata era a mezza giornata di cammino dal Castello di
Corfach, un tumulo appiattito in mezzo a uno stagno, da cui spuntavano
cinque pietre erette. Si diceva che lì danzassero gli spiriti magici in certe
stagioni dell’anno. A memoria d’uomo, nessuno aveva osato avvicinarsi a
quel luogo, eccezion fatta per un bambino del villaggio di Grildon che tre
giorni dopo era stato ritrovato a vagare completamente assente e che da
allora era rimasto un idiota dagli occhi vacui. Michael decise di recarsi
all’Isola Desolata la prossima notte di luna piena quando, secondo i libri di
Anne, gli spiriti magici avrebbero danzato. Ma quella notte si scatenò una
tempesta di neve e durante la luna piena seguente, nella stagione del
disgelo, ci furono delle piene che tolsero dalla mente di Michael l’idea di
una spedizione del genere.
Nel frattempo erano successe altre cose. Fiocchetto continuava a crescere
e, con la perdita della sua peluria morbida come quella di un pulcino, era
diventato più grosso e le gambe gli si erano allungate; si aggirava per i
campi induriti dal freddo a caccia di conigli selvatici e volpi. Poiché in
quella stagione i lupi talvolta si avventuravano fino alle mura del
villaggio, cercava di tenere rinchiusa dentro il castello quella creatura
avventurosa, non perché temeva che Fiocchetto non potesse correre più
veloce di qualsiasi lupo, ma perché Kyah e Lucciola tentavano sempre di
andare con lei e la bambinetta seguiva faticosamente le impronte leggere
di Fiocchetto. Per ben due volte Anne scoprì terrorizzata che Fiordirosa e
Marcus avevano seguito i tre birbanti senza avvertire né lei né il loro
padre. — Non volevamo che tu la sculacciassi — spiegò Fiordirosa mentre
Michael la faceva scendere di sella, accolta, insieme a Marcus e Kyah, fra
le braccia di Anne dopo che li avevano cercati a lungo nei boschi immersi
nell’ombra. Tutti e tre i bambini avevano i volti arrossati dal freddo ed
erano coperti di neve dalla testa ai piedi. Era cominciato a nevicare e i
fiocchi bianchi sembravano piume sulla pelliccia dei loro cappucci, sul
vello leggero di Fiocchetto e sulla criniera nera del cavallo. Al di là delle
mura si sentiva in lontananza l’ululato dei lupi dai boschi invernali.
Anne, che ancora tremava per la paura, rifletteva che una sculacciata non
sarebbe servita a nulla… la bambina non avrebbe capito perché non
poteva andare con i suoi compagni di giochi. Disse solo: — Hai fatto bene
ad andare con lei. Rosellina cara… ma per favore, un’altra volta dillo a
uno degli stallieri, oppure a me o a chiunque altro. Ti prometto che non
sculaccerò nessuno. — Dietro a Michael che teneva Kyah fra le braccia e a
Fiocchetto che gli saltellava intorno come un cagnolino, fluttuava
Lucciola, e nella luce del crepuscolo Anne si rese chiaramente conto che
nell’aura danzante di luci c’era una forma definita, una forma sinuosa e
lucente, come di salamandra fatta di vetro e d’acqua con gli occhi - benché
fosse difficile dire quanti - che luccicavano come stelle.
Anche Lucciola diventava sempre più grande. Gli piaceva giocare sulla
neve o, se la trovava, sull’acqua stagnante, e come Fiocchetto si
avventurava sempre più di frequente oltre le mura del castello quando
Michael era di pattuglia. In tali occasioni, Fiocchetto e Kyah si aggiravano
furtivi da un punto all’altro del castello cercando un’apertura sotto lo
sguardo preoccupato di Anne. Durante le lunghe serate, quando Michael
era assente - a caccia di lupi che predavano le fattorie o a controllare che
fosse fatta giustizia nelle corti delle due piccole contee che avevano loro
servi ma che dovevano obbedienza a lui - Anne sfogliava attentamente i
libri della sua piccola biblioteca cercando negli antichi bestiari, nelle
polverose storie naturali, nelle raccolte di racconti dei viaggiatori vecchie
di secoli, qualche menzione di creature, coperte di un pelame fluttuante,
che saltassero come daini sulla neve o che danzassero in un’aura di luci
scintillanti.
Ma non trovò mai nulla. Quando la luna era in fase crescente, Anne si
ritrovava sempre più spesso a pensare alle leggende degli spiriti fatati,
creature che vivevano in un’aura di magia e illusione… creature che forse
avrebbero saputo dare una risposta all’enigma di Kyah e dei suoi strani
compagni. Sapeva bene che per un mortale era pericoloso cercare di
incontrarli, ciò nonostante cominciò a preparare gli oggetti che si diceva
difendessero un umano dai loro incantesimi: una manciata di sale, un
sigillo di ferro inciso con simboli sacri, un pacchetto di certe polveri
mischiate con petali secchi di rose dicembrine. Tirò fuori la scatola di
legno che conteneva i denti e gli artigli del drago che Brown Michael
aveva ucciso, domandandosi se avessero qualche virtù protettiva, ma
nonostante fossero passati pochi mesi, erano diventati friabili e si stavano
riducendo in polvere, come sempre succede alle ossa di drago. Sapeva che
sarebbe stato pericoloso per Michael andare fino all’Isola Desolata per
cercare quegli esseri, ma il suo istinto gli diceva che le cose non potevano
continuare in quel modo.
Poi, due giorni prima della luna piena, a Corfach arrivò la notizia che
nelle White Marches era giunto un altro drago.

A Michael la notizia fu portata da uno dei pastori mentre era di pattuglia


oltre la palude di Goffin. Cavalcò in compagnia dell’uomo per tutta la
notte e arrivò a Corfach a metà mattino. Nei terreni a pascolo intorno al
villaggio, a dieci miglia dal castello, vide le prove della presenza del
drago: sangue sul terreno, assenza di qualsiasi impronta, ma nei boschi - a
circa un miglio di distanza - c’era un albero imbrattato di una sostanza
viscida dove il mostro si era appollaiato, i resti di una carcassa di animale
in una pozza di sangue e liquido velenoso.
Quella notte Michael si fece un bagno in acqua chiara e dormì di nuovo
nel canile, poi decise di scambiare i vestiti con Sam il guardiano, per
essere sicuro che, anche controvento, il suo odore sarebbe stato solo odore
di cane. — Vai a combattere contro il drago, paparino? — gli domandò
Fiordirosa spalancando i suoi grandi occhi azzurri.
Brown Michael scosse la testa. — Domani vado a vedere se si nasconde
dove stava l’altro, nella grotta di Firbolg Glen. E credimi, Rosellina, non
mi avvicinerò più del necessario. — Le scompigliò i capelli e così fece con
suo figlio. Ma dopo che i bambini furono a letto, Michael attirò a sé Anne
nel cortile all’esterno dei canili dove la neve della settimana precedente si
stava trasformando in una fanghiglia scura e disse sottovoce: — Tienili
d’occhio mentre sarò via. Assicurati che Rosellina e Marcus restino nel
castello…
S’interruppe nel vedere l’espressione preoccupata di lei e disse: — Che
succede?
— Niente — rispose Anne incerta. — Solo che… domani notte c’è la
luna piena.
Michael restò silenzioso comprendendo il significato delle sue parole.
Dopo qualche momento disse: — Kyah diventa sempre più agitata. Può
darsi che sia colpa della primavera, ma diventa sempre più abile nel
trovare la maniera di uscire dal castello, più audace… sembra che non
sappia cose la paura. Due giorni fa, mentre tu eri di pattuglia, ha tentato di
scappare aggrappandosi all’edera del muro settentrionale per seguire
Lucciola…
— E dove era andato Lucciola? — le domandò calmo Michael.
Anne si strinse nelle spalle. — Da qualche parte nei boschi, credo. Lo fa
sempre più spesso dall’arrivo della primavera.
Michael sospirò e le rughe che dall’inverno trascorso avevano iniziato a
segnare il suo viso, si fecero più profonde. — Sì — disse piano. — Lo so.
Anne si accigliò vedendolo preoccupato, ma quando si rese conto che lui
non parlava, continuò: — Ho paura per lei, Michael. Paura di ciò che potrà
accadere fra un mese. Se è davvero una bambina fatata, può darsi che tenti
di ricongiungersi alla sua gente, come un uccellino che cerchi di volare
prima di aver messo le penne. Se tu non puoi andare all’Isola Desolata,
penso che dovrò provarci io.
Michael le circondò la vita con un braccio e fissò lo sguardo in
lontananza verso il punto in cui alcuni guardiani stavano chiudendo i
grandi cancelli per la notte. Attraverso i riquadri scuri degli architravi il
fossato ghiacciato brillava pallido alla luce della luna sorgente; sul
ghiaccio vide Lucciola che stava giocando, scintillio turbinoso di luce
argentea all’interno del quale danzava e si contorceva una forma spettrale.
Guardò indietro e vide Kyah, minuscola nella sua camicia da notte, in
cima alla scala che portava al maschio del castello con una mano
appoggiata sul collo piumato di Fiocchetto.
— Sì — disse sottovoce. — Credo che dovresti andare. Ma prima metti
sottochiave Lucciola.
— Lucciola? — Anne lo guardò meravigliata, poi spostò lo sguardo sulla
spirale sinuosa di luce scintillante sul ghiaccio del fossato. Benché
fossero immersi nell’ombra, Michael vide passare un lampo negli occhi
di Anne. Aveva compreso.
— Non sono sicuro — disse abbassando la voce quando gli occhi di
Anne si posarono di nuovo su di lui pieni di doloroso stupore. — In
nessuno dei tuoi libri c’è scritto come sono i draghi da piccoli. Sono
creature magiche… chi può dire se alla nascita non siano incorporei?
Solo ora Lucciola sta sviluppando un corpo e ha bisogno di cibo oltre
l’acqua e la neve… e proprio in questo momento giunge notizia di altre
uccisioni nei dintorni.
— Ma l’abbiamo visto giocare. — La voce le tremava al pensiero di
quello che poteva significare. — Sta con i bambini… non solo con Kyah
e Fiocchetto, anche con Rosellina e Marcus, li segue. Sono convinta che
non gli farebbe mai del male.
— Anche un cucciolo di leone si comporta così — disse Michael — fino
a quando non diventa abbastanza grande da ricordarsi di essere un leone.
Fu così che il mattino seguente il giovane signore, accompagnato da
Anne, prima di accingersi a partire per Firbolg Glen, portò i tre piccoli
trovatelli nei sotterranei del castello - locali angusti che suo padre aveva
fatto scavare e che erano stati usati raramente - e li fece entrare in una
stanzetta senza finestre. Quindi fece uscire Kyah, Fiocchetto e Anne e per
ultimo anche lui scivolò fuori e chiuse la porta col chiavistello. Mentre
così faceva dette un’occhiata all’interno della stanza e alla luce della
lanterna gli parve di vedere che la forma che serpeggiava dentro l’aura
luminosa fosse inequivocabilmente quella di un drago: artigli, occhi e uno
scintillio di ali membranose.
Anne passò l’intera giornata con le orecchie tese, ma dal sotterraneo non
giunse alcun rumore. Kyah e Fiocchetto continuavano a battere alla porta
del cortile che portava al sotterraneo e ogni volta che allontanava la
bambina, la ritrovava lì qualche ora dopo, con gli occhi scuri pieni di
lacrime che le tirava la manica senza parlare cercando di farle aprire la
porta e liberare il suo amico. Quando calarono le prime ombre della sera,
Anne indossò calzoni, stivali e un giaccone di pelle di pecora, si riempì le
tasche con gli oggetti che aveva preparato per Michael - il sigillo di ferro,
la manciata di sale — prese l’arco e una corta alabarda per difendersi da
pericoli più terreni, s’intrecciò i lunghi capelli biondi e li coprì con un
berretto a maglia. Fece salire i bambini - Marcus, Fiordirosa e Kyah -
dietro di lei sulla grossa giumenta marrone, e si avviò verso la casa di sua
cugina Amaris nel villaggio di Corfach dove avrebbero passato la notte.
Quindi proseguì da sola sulla neve diretta verso l’Isola Desolata.
Il pensiero dei bambini l’aveva tenuta in agitazione perché, se i sospetti
di Michael erano esatti, non voleva lasciarli da soli nel castello con un
piccolo drago, anche se era un drago con cui avevano giocato per tutto
l’inverno. Amaris e suo marito erano ricchi, come si poteva essere ricchi
nelle White Marches, e la loro era una solida casa di pietra. Anche se non
era possente come il castello di Corfach, i bambini vi sarebbero stati al
sicuro.
Per tutto il tragitto Kyah non aveva fatto altro che voltarsi indietro
tentando di saltar giù e scappare. La fissava muta implorandola di non
separarla dal suo amico. Fiocchetto correva avanti e indietro dal cavallo
alle mura del castello, emettendo piccoli versi e fischiando ansioso, ma
alla fine era rimasto con Kyah. Anne sperava solo che la graziosa creatura
non riuscisse a trovare il modo di scappare durante la notte portando con
sé Kyah. — Te l’affido — aveva detto a Fiordirosa prima di risalire a
cavallo nel cortile di Amaris e la ragazzina aveva annuito seria, mettendo
un braccio intorno alle spalle esili di Kyah. — Non lasciarla nemmeno per
un secondo. — Poi, vedendo l’espressione seria di sua figlia, aveva sorriso
e aveva aggiunto: — Sarò di ritorno per colazione… vedrai.
In piedi dietro i bambini nella striscia di luce gialla che usciva dalla porta
della cucina, Amaris le aveva sorriso. — Staranno bene, li custodiremo
noi.
Anne aveva dovuto ritenersi soddisfatta.

Quando giunse all’Isola Desolata era notte fonda e l’aria gelida le


penetrava attraverso le narici come schegge di cristallo. La luna era alta
nel cielo nero e liquido come l’inchiostro, circondata da un anello
luminoso azzurrino. Il chiarore era così intenso che ogni tronco d’albero
nero e spoglio, ogni cespuglio contorto e ogni filo d’erba gettava
un’ombra leggera sulla neve indurita dal gelo. Eppure, l’isolotto davanti a
lei le appariva confuso. Una nebbiolina leggera saliva dallo stagno e le
cinque pietre erette sembravano muoversi e spostarsi nel vapore luminoso.
Le sembrava che si muovesse anche qualche altra cosa e che quando lei
cercava di metterla a fuoco, l’immagine si fermasse. La sua giumenta nitrì
inquieta e scalpitò con gli zoccoli pelosi. Anne tirò le redini e, scesa di
sella, legò la giumenta al ramo di un albero sperando che la presenza degli
spiriti magici che sconcertava l’animale tenesse lontani anche i lupi.
L’acqua dello stagno intorno al tumulo non era ghiacciata. In piedi sulla
riva, Anne si rese conto che sull’isolotto non c’era traccia di neve. Le
sembrò di sentire delle voci, acute e gelide come lo stridio di insetti e di
vedere delle ombre che si muovevano fra le pietre. Le parve di sentire
anche della musica. Tirò fuori il sale dalla tasca, se ne mise un po’ sotto la
lingua e — come aveva letto nei suoi libri - tenne il resto stretto nella
mano sinistra, mentre nella destra serrava il sigillo di ferro. Si approssimò
ancor di più al laghetto e gridò: — Spiriti Magici! Nel nome della vostra
Regina e di tutti i Principi dell’Aria, vi prego di parlarmi!
Era difficile distinguere qualcosa attraverso quella nebbiolina, ma la
musica - se di musica si era trattato - cessò e le ombre fra le pietre si
fermarono.
Anne gridò di nuovo: — Spiriti Magici! Non intendo farvi del male,
chiedo solo che voi non facciate del male a me. Ma nel nome della vostra
Regina, vi prego di parlarmi.
Ci fu di nuovo silenzio, come se l’oscurità trattenesse il respiro. Sentì la
sua giumenta nitrire terrorizzata e con l’angolo dell’occhio vide un
turbinio di neve mossa dal vento, solo che non c’era vento.
Per la terza volta gridò: — Spiriti Magici! Nel nome della vostra Regina,
vi prego di parlarmi perché ho trovato una bambina che può essere vostra
e senza di voi è sicuramente destinata a morire!
Le sembrò allora che le nebbie lungo la riva dell’isolotto tremolassero e
apparissero delle ombre: basse e larghe oppure sottili e lunghissime; teste
schiacciate coperte di ruvidi capelli marroni, orecchie appuntite da
animali, e occhi dai bagliori di fuoco. Una mano lunga con dita simili a
zampe di ragno spuntò dalla nebbia e una voce sottile disse: — Vieni,
donna mortale e parla con i Principi dell’Aria. — Abbassando gli occhi,
Anne vide che il ponte apparso sull’acqua davanti a lei era fatto solo di
qualche filo d’erba anche se, per un gioco di ombre, sembrava costruito
con tavole robuste e fornito di un parapetto, e che quelle che sembravano
lanterne appese lungo la balaustra non erano altro che i riflessi della luna
sull’acqua.
Se ad aprirgli gli occhi fosse il sigillo che teneva in mano o il sale sotto
la lingua, oppure fossero i libri che aveva letto — oppure fosse
semplicemente merito suo - Anne non poteva dire. Prudentemente rispose:
— Oh, miei Signori dell’Aria, non rischierei mai di trasgredire le vostre
regole venendo tra voi o mettendo piede sulla terra a voi consacrata.
Alle sue parole gli spiriti risero, un suono sottile e crudele che risuonò
nell’aria con la bellezza agghiacciante di un vetro in frantumi. Poi uno di
loro spuntò dalla nebbia, attraversando l’acqua su quello che sembrava un
ponte… il ponte che avevano fatto apparire per farla precipitare nel lago,
semplicemente per divertirsi in una notte d’inverno, senza curarsi del fatto
che si sarebbe gelata o ammalata, ma pensando solo, come era loro
abitudine, di come sarebbe stato divertente vedere una donna alta e robusta
dimenarsi e sguazzare nello stagno. Mentre l’essere si avvicinava, Anne
sentì lo scintillio dell’involucro caldo e mutevole che lo circondava e vide
l’acqua sotto i suoi piedi trasformarsi in vapore. Quando fu accanto a lei,
la bestia bassa e curva, dal muso appiattito si era trasformata in un
bellissimo uomo nudo, coperto di edera verde scuro, i capelli lunghi fino
alla vita intrecciati con rami di agrifoglio.
— Sei furba, Signora delle White Marches. — La creatura sorrise e nei
suoi occhi neri come il carbone, Anne vide il bagliore delle stelle
lontane.
— Troppo furba per essere ingannata da un po’ d’erba e dal riflesso dello
stagno — replicò Anne. Stranamente non provava rabbia verso quelle
creature, non più di quanta ne avrebbe provata nei confronti di una gazza
che le avesse rubato un anello. Erano quelli che erano e facevano quel
che facevano con l’innocenza crudele degli animali. — Anche la tua
apparenza è solo un’illusione? O era illusione la forma bestiale che avevi
prima?
— Qualsiasi forma è illusione — rispose lui allungando la mano per
toccarle il viso. Le sue dita erano calde, forti e ruvide come quelle di un
mortale. — Ma siamo solo noi e quelli come noi, a saperlo. Siamo figli
dell’aria e del fuoco, mentre voi siete figli dell’acqua e della terra. Voi
mutate aspetto lentamente, sia nel corpo che nel cuore, e talvolta il
vostro cuore non muta mai. Quando noi moriamo, perfino le nostre ossa
si polverizzano come gelo al sole, come fanno le ossa di tutte le creature
mutevoli. Dove hai trovato questa bambina da pensare che sia una
creatura fatata, una di noi?
— Mio marito, Brown Michael di Corfach, l’ha trovata nella tana del
drago che ha ucciso all’inizio dell’inverno — rispose Anne. — È bella,
come sei tu ora, e non parla, come dicono che accade ai vostri figli. Se è
una creatura fatata, vi preghiamo di riprenderla con voi, perché il nostro
mondo non è adatto per tali bambini che cadono ammalati e muoiono.
Il Principe dell’Aria sorrise. — Se è una creatura fatata, verrà da noi di
sua volontà, perché tutti col tempo scoprono qual è la loro vera natura.
Forse, se è una di noi, sua madre ha pensato che tu fossi una nutrice
migliore di lei o almeno più disposta a svolgere questa funzione… perché
ammetterai che è piuttosto noioso allevare un bambino. — Scoppiò a
ridere e i suoi denti mandarono bagliori nel buio. — Non aver paura,
piccola madre… se è una bambina fatata, sceglierà di essere quella che è e
allora tu lo saprai.
Anne fece un passo indietro, provando un senso di repulsione; con uno
scoppio di risa lui alzò le braccia verso l’alto e scomparve in una nube
scintillante di fuoco. La giumenta di Anne emise un gemito di terrore e,
voltandosi indietro, lei vide che numerosi spiriti fatati erano scivolati fuori
dello stagno e avevano sciolto le redini del cavallo che, terrorizzato, fuggì
nel folto del bosco invernale. Anne si girò di scatto, ma le nebbie che
circondavano l’Isola Desolata erano svanite e le cinque pietre si
stagliavano nette nel chiaro di luna, immobili. Nessuna traccia degli spiriti
fatati, a eccezione di alcune foglie di edera verde-nera ai suoi piedi.
Anne si rimise a tracolla l’arco e l’alabarda, rabbrividendo all’idea del
lungo cammino che l’aspettava per tornare a casa. Se Kyah era davvero
una di loro, pensò, forse per lei era stata una fortuna essere allevata in un
altro nido, come un piccolo di cuculo, perché lì almeno aveva potuto
ricevere amore. Ma se era una di loro, si domandò Anne, era capace di
comprendere tale amore? Adesso la creatura era affettuosa e tenera, ma se
il Principe dell’Aria diceva la verità, col tempo sarebbe forse diventata
come loro, crudele, egoista e infida? In verità si diceva che anche le
famiglie che accoglievano i bambini fatati soffrivano. E se la creatura che
amavano, da bambina affezionata che seguiva Michael dovunque andasse,
fosse diventata come loro?
Tutti col tempo scoprono qual è la loro vera natura, aveva detto il
Principe dell’Aria e un giorno Kyah avrebbe scelto di essere quella che
era.
Il pensiero di quale dolore avrebbe significato tutto questo opprimeva il
cuore di Anne mentre si allontanava dall’isola stregata. Alle sue spalle le
sembrò di udire nell’ombra il tintinnio irridente delle loro risate.

Brown Michael raggiunse Firbolg Glen in una fredda alba grigia, dopo
una notte passata a dormire avvolto nelle coperte che odoravano di cane.
Si avvicinò circospetto, avanzando fra l’erica e le pietre del pendio e
cercando di guardare dall’alto la gola ripida e rocciosa. L’aria sembrava
chiara e si vedevano ancora alcuni rami rinsecchiti e scoloriti come mani
di scheletro. Il puzzo del drago che aveva ucciso nell’autunno precedente
era scomparso, inghiottito dalla terra. Ciò nonostante, Michael continuò a
scendere cauto verso il fondo della valletta dove gli alberi caduti e
bruciati, le rocce macchiate intorno alla sorgente ghiacciata segnavano
ancora il luogo della sua battaglia. Le ossa del drago non c’erano più,
disfatte ancor più rapidamente degli artigli e dei denti che Anne aveva
conservato.
Sul fondo notò chiazze fresche di veleno che deturpavano le rocce,
quelle orribili macchie vermiglie e verdi. Sugli alberi caduti i segni recenti
di artigli dimostravano che il drago era stato lì. Altro veleno macchiava il
terreno davanti alla grotta e qualche osso dilaniato da poco spuntava dalle
pozze di liquido fetido.
All’interno della grotta altre tracce, perché il drago aveva iniziato ad
accumulare qualsiasi cosa gli sembrasse appetibile: il cranio sanguinolento
di una pecora, il giunto arrugginito di un carro, un paio di sassi verdi
levigati del letto di un torrente. Un mantello ricamato d’oro, tutto
macchiato, e una sacca da sella stracciata che conteneva un calice di vetro
e alcuni pezzi d’argento gli dissero che al drago andava imputata almeno
la scomparsa di un mercante viaggiatore. Nel fondo della grotta, il drago
aveva scavato con gli artigli nella catasta di oggetti accumulati dal suo
predecessore alla ricerca di qualcosa di interessante.
Così facendo, aveva portato in superficie qualcosa che - quando capì di
cosa si trattava — a Michael fece gelare il sangue nelle vene.
Non era rimasto quasi nulla, solo un pezzo non più grande della sua
mano. Erano bastati quei pochi mesi per ridurre la cosa in polvere, ma
osservandola bene nella semioscurità della grotta, Michael riuscì a
distinguere che si trattava del frammento di un guscio d’uovo.

— Se ne sono andati?! — Anne afferrò la briglia del cavallo di Amaris,


fissando inorridita sua cugina. Il bosco spoglio era coperto da un leggero
strato bianco e gelato.
Amaris si piegò verso di lei e le prese le mani. — Santo cielo, come sono
felice di vederti! Quando i pastori hanno trovato il tuo cavallo che vagava
da solo abbiamo temuto…
— Non ha importanza — la interruppe Anne che in quel momento aveva
del tutto dimenticato la sua irritazione per gli scherzi perfidi degli Spiriti
Fatati. — Vuoi dire che i bambini sono venuti a cercarmi?!
Amaris scosse la testa e le sue trecce bionde le danzarono sul corpetto
ricamato. — No… per quanto ne sappiamo sono partiti nel mezzo della
notte. Il primo sospetto ci è venuto quando i guardiani del castello ci
hanno avvertito che Lucciola era scappato…
Anne imprecò come una signora non dovrebbe mai fare.
— Ha sfondato la porta del sotterraneo, ci hanno detto — proseguì sua
cugina. — Da come abbiamo trovato le coperte e gli indumenti da notte
nella camera dei bambini, pensiamo che la piccola Kyah e il suo cucciolo
si sono alzati per primi e sono usciti dalla finestra… benché dio solo sa
come abbiano fatto a calarsi a terra senza rompersi il collo. Forse i tuoi
figli si sono svegliati più tardi, hanno visto che gli altri se ne erano andati
e li hanno seguiti. Li stiamo cercando dal sorgere del sole, ma potrebbero
essere andati dovunque…
— Non dovunque — disse Anne cupa. — È fresco il tuo cavallo? —
domandò mentre già stava agganciando la cinghia della sua faretra
all’arcione e sistemava l’alabarda. Amaris scese di sella e fece montare
Anne che emise un gemito di dolore… le gambe le facevano male dopo
la notte di cammino sulla neve. — Grazie — disse Anne facendo girare
in cerchio il cavallo sul fango indurito del sentiero. — Ce la fai a tornare
al villaggio a piedi?
— È poco più di un miglio di strada. Buona fortuna.
— Ne avrò bisogno. — Il cavallo partì al trotto che poi si trasformò in un
galoppo faticoso nel fango delle distese incolte fra il villaggio di Corfach
e Firbolg Glen. Mentre procedeva scrutando il paesaggio squallido di
neve e fango alla ricerca di un segno del mantello rosso di Fiordirosa,
Anne continuava a pensare alle parole del Principe dell’Aria: Col tempo
tutti scoprono qual è la loro vera natura. Lucciola lo aveva fatto e Anne
pregava tutti gli dei che ricordasse anche l’affetto e la gentilezza che gli
avevano dimostrato Fiordirosa, Marcus e anche Kyah, pur nel suo modo
silenzioso e selvatico, e sperava con tutte le sue forze che il ricordo si
rivelasse più forte del richiamo della sua natura di drago che diceva:
“Uccidi e divora”.
Era da tempo passato mezzogiorno e il sole, piccola sfera bianca e priva
di calore, era alto nel cielo sbiadito, quando Brown Michael avvistò il
drago. Sentì il sibilo delle sue ali mentre camminava verso sud attraverso
le distese squallide diretto verso il castello di Corfach. Alzò gli occhi e,
benché non vedesse niente che somigliasse alla creatura danzante
trasparente e luminosa, capì immediatamente che si trattava di Lucciola.
Piombò su di lui mentre si trovava in uno stretto avvallamento roccioso,
dove pochi alberi spogli spuntavano accanto a una sorgente ghiacciata.
Sottile e vigoroso, Lucciola non era lungo più di dodici piedi, aveva le
corna e gli artigli punteggiati d’argento e la folta criniera chiazzata di
rosso e di azzurro. Fece un cerchio nell’aria emettendo uno strido di gioia,
poi atterrò sulle rocce accanto alla sorgente e si voltò verso Michael
guardandolo con i suoi occhi scintillanti come diamanti.
Che fortuna, pensò Michael. Lucciola evidentemente era fuggito dal
sotterraneo dove l’aveva rinchiuso, forse proprio con l’intenzione di
venirlo a cercare. Benché la fiducia del piccolo drago lo colpisse
profondamente, Michael capiva che, se non l’avesse ucciso subito,
diventato adulto e più prudente, Lucciola non l’avrebbe fatto avvicinare.
Sentendosi un assassino sfoderò il pugnale e si avviò cauto verso Lucciola
che saltellava e piroettava come faceva sempre quando invitava Michael al
gioco.
Poi, sulla cresta della collina intravide un guizzo verde e un lampo
ramato. Si voltò inorridito e vide Kyah e Fiocchetto che correvano verso
di lui. Kyah, con le braccia tese, era raggiante e Fiocchetto sibilava e
tubava gioioso. Michael restò immobile in attesa, con il coltello in mano e
il cuore pieno di dolore. Inciampando nella neve Kyah gli si avvicinò e gli
circondò i fianchi con le braccine, poi abbracciò il collo squamoso di
Lucciola.
Avevano seguito Lucciola, pensò Michael, oppure tutti e tre avevano
deciso di seguire lui. Dovevano essersi allontanati durante la notte, dopo
che Anne era partita per andare all’Isola Desolata alla ricerca degli spiriti
fatati… Si frugò in tasca per trovare un pezzo di corda da mettere intorno
al collo di Lucciola, domandandosi se gli avrebbe permesso di riportarlo al
castello o se sarebbe stato costretto a ucciderlo lì davanti a Kyah e
Fiocchetto. Con gli occhi pieni di lacrime Michael imprecò sapendo che
Kyah non avrebbe mai capito e non l’avrebbe mai perdonato per quello
che era costretto a fare. Ma Michael ricordava i bambini uccisi e le
sofferenze e la carestia che devastavano le campagne dove imperversava
un drago. Gli oggetti trovati nella grotta gli dicevano che la creatura era
già un assassino. Nonostante quello che avrebbe significato per Kyah — e
per se stesso — non poteva permettere che questo succedesse alla sua
gente.
Mentre appoggiava la mano sul collo del piccolo drago, la luce del sole
si oscurò e, voltandosi, Michael vide stagliarsi contro il cielo pallido
l’ombra di ali gigantesche.
Era un drago, un maschio adulto, enorme e scheletrico, con una criniera
cremisi punteggiata di nero e le scaglie del colore del sangue raggrumato.
Il sole traspariva attraverso le membrane delle ali rivelando la ragnatela
delle vene e quando si precipitò su di lui i suoi artigli luccicarono come
falci. Michael sguainò la spada e allo stesso tempo spinse Kyah verso il
precario riparo di un albero spoglio, urlando — CORRI! — mentre cercava
di calcolare come il drago lo avrebbe attaccato, se con le fiamme o con gli
artigli e come doveva fare per schivarlo.
Ma con uno strido acuto Lucciola, simile a una freccia d’argento, si
scagliò verso l’alto contro l’enorme sagoma in picchiata. Rendendosi
conto che il piccolo drago stava cercando di dargli il tempo di mettersi in
salvo, Michael si slanciò verso Kyah per prenderla in braccio…
La bambina fece un passo indietro ed emise un grido acuto e stridulo, il
primo suono che lui avesse sentito uscire dalla sua gola da quando l’aveva
trovata nella valletta. Con i suoi grandi occhi marroni fissi sui due draghi
che volavano lenti sopra le loro teste, Kyah allargò le braccia…
…e si trasformò.
Dove un attimo prima c’era stata Kyah, ora c’era solo una chiazza calda
e scura che scioglieva la neve, mentre un altro piccolo drago saettava
verso il cielo, lucente come una daga di rame, e sputava spruzzi di veleno
cercando di aiutare suo fratello a difendere colui che amavano. Un attimo
dopo anche Fiocchetto la raggiunse scrollandosi di dosso il camuffamento
per prendere la sua vera forma: un corpo verde bronzo come quello di sua
madre che li aveva covati tutti e tre a Firbolg Glen.
Anche se avrebbe potuto dilaniarli tutti con qualche sferzata dei suoi
artigli affilati, il grande drago rosso indietreggiò davanti al loro attacco e si
sollevò in alto con una lenta impennata circolare senza tentare di usare né
le fiamme, né gli artigli, né i denti acuminati mentre tutti e tre i piccoli
draghi gli beccavano e graffiavano il muso e le ali. Il drago si era
allontanato, ma quando tutti e tre i piccoli tornarono verso Michael che era
rimasto immobile con l’inutile spada in mano, il mostro continuò a volare
in cerchio nel cielo senza colore.
Allora Michael comprese. Il drago era venuto al sud per cercarli
proveniente dalle distese del nord dove vivono i draghi, era venuto perché
aveva saputo che la sua compagna, la loro madre, era morta.
I tre piccoli si fermarono davanti a Michael — rame, argento e bronzo —
con le teste rivolte verso la sagoma silenziosa che volava in cerchio sopra
di loro come se, pur avendo lottato contro di lui per difendere qualcuno
che credevano essere il loro genitore, avessero infine compreso la verità.
Per qualche istante Michael fissò ancora i profondi occhi marrone di
Kyah, quelli ambrati di Fiocchetto e quelli di Lucciola che avevano il
luccichio delle stelle, poi i tre piccoli draghi voltarono le loro teste
allungate, simili a quelle di uccelli, all’estremità di colli serpentini e
guardarono la sagoma lontana del drago scarlatto che, a quella distanza,
non sembrava più grande di un’aquila, e per la prima volta dal momento
della nascita sentirono e compresero la loro natura.
Poi Kyah gli trotterellò accanto e gli appoggiò la testina squamosa sulla
spalla tanto che i due piccoli corni che aveva sulla fronte bucarono la
tunica di pelle. Anche Fiocchetto e Lucciola si avvicinarono e Michael
accarezzò la pelle morbida e coperta di scaglie dei loro musi, ricordando
tre creature che istintivamente avevano seguito, in cerca di protezione, il
primo essere che avevano visto, e che per un inverno avevano creduto che
lui fosse il loro genitore perché gli aveva dimostrato amore.
Poi, uno dopo l’altro, si allontanarono e si slanciarono verso il cielo.
Michael li osservò mentre volavano verso nord dove il grande drago
attendeva i suoi figli. Una voce alle sue spalle disse sottovoce: — E così è
questo che erano. — Voltandosi vide Anne in sella a un cavallo stremato
dalle froge fumanti che però, nonostante la stanchezza, scalpitava alla
vista dei draghi. Fiordirosa e Marcus, infangati dalla testa ai piedi, stavano
aggrappati all’arcione e alla groppiera.
— Nella caverna ho trovato frammenti di un guscio d’uovo — disse
Michael. — Ma, naturalmente, dato che si decompongono così in fretta,
le uova potevano essere state tre…
— Mutano aspetto come gli spiriti fatati — disse Anne — ma sembrano
di cuore più tenero e d’animo più sincero. Il Principe dell’Aria ha detto
che sarebbe giunto il momento in cui avrebbero capito chi erano. Il loro
padre li porterà con sé nelle terre del nord dove vivono i draghi e questo
è un bene per tutti.
Michael annuì, sapeva che Anne aveva ragione, ma continuò a guardare le
tre creature che volavano nella scia del drago cremisi verso nord, lontano
dalle terre degli uomini. Fu l’ultima volta che li vide e che vide un drago in
vita sua. Da allora mai nessun drago tornò nelle White Marches ad
affliggere l’umanità.

Titolo originale: Changeling


KATHERINE KURTZ
IL TINTINNIO
DELLE CAMPANELLE
D A principio fu attratta da un tintinnio di campanelle, identico alle
voci delle sue simili che da tanto tempo non udiva più. Lo
scampanellio gioioso, proveniente dalla costruzione in pietra al
limitare della foresta, le parlò di tempi felici, quando le sue simili
popolavano le campagne del Kent.
Ahimè, gli umani — o almeno molti di loro — non credevano più alle
fate. Da quando le Tuniche Bianche avevano portato la magia di un nuovo
dio in queste isole benedette, la fede nella vecchia magia stava
scomparendo e purtroppo l’incredulità degli uomini si era rivelata fatale
per la sua specie.
Eppure quel suono le sembrò un richiamo e lei si avvicinò. C’era
qualcos’altro ad attirarla: la sensazione che là dentro ci fosse qualcuno che
ancora credeva in loro, anche se la magia era diversa. Invisibile nel
chiarore del sole mattutino - lei non aveva un corpo fisico e poteva
manifestarsi solo come una sfera luminosa non più grande di una mano —
sbirciò attraverso la finestra ogivale che si apriva nel muro assolato e vide
gli umani che operavano la loro magia: un uomo con indosso una tunica
bianca si chinava su un tavolo di pietra dove un disco e una coppa d’oro
sprigionavano una luce non molto diversa dalla sua. Accanto a lui un
ragazzo, poco più di un bambino, era inginocchiato in una pozza di luce.
Era lui che teneva in mano e faceva tintinnare le campanelle, mentre
l’uomo sollevava la coppa d’oro, era sua l’anima che si librava per
accogliere una magia più antica e primitiva di quella che si svolgeva fra le
mura di pietra.
Nelle mani del ragazzo, le campanelle parlavano un linguaggio che a lei
sembrava quasi di comprendere, e sussurravano un peana di gioia
celebrando un Essere puro che in qualche modo trascendeva le nuove
credenze. Vivificata dall’entusiasmo del ragazzo e nonostante la sua forma
aliena, la magia aveva uno splendore che leniva la sofferenza; lei si beò
del calore che fluiva dal davanzale della finestra, confortata e sorretta dalla
sua energia.
Dopo quel giorno, cominciò a far visita alla cappella con una certa
regolarità, ma solo per osservare e non si spinse mai all’interno. Sentiva
che il ragazzo non se ne sarebbe meravigliato, ma l’uomo - come la
maggior parte delle Tuniche Bianche e, in verità, come la maggior parte
degli umani - aveva timore degli spazi aperti, del folto della foresta e
dell’antica magia che un tempo lì era fiorita. Le campanelle d’argento
sembravano promettere che la loro magia era offerta a tutte le creature del
mondo, tuttavia lei aveva il dubbio di non essere inclusa in quella
promessa in quanto, come gli umani sapevano, non era interamente di
questo mondo. Era meglio sopportare la solitudine e sopravvivere, che
rischiare di essere annientata. Per quanto benigna questa nuova magia
potesse apparire, lei sapeva che poteva uccidere e anzi, aveva ucciso altre
creature della sua specie che ancora praticavano l’antica magia sotto il
cielo aperto.
L’uomo divenne vecchio, il ragazzo divenne uomo e cominciò a
esercitare la magia all’interno delle mura di pietra, mentre un altro ragazzo
prese il suo posto per suonare le campanelle d’argento. Mano a mano che
il vecchio diventava sempre più vecchio e infermo, il giovane uomo prese
a esercitare la sua magia sia all’interno della cappella sia all’esterno,
scegliendo spesso a questo scopo una radura e avendo come fedeli gli
animali della foresta. Con sua grande meraviglia, lei si rese conto che
osservare così da vicino quello che avveniva stava trasformando la sua
curiosità in un attaccamento che non aveva mai sentito prima di allora.
Anche se lui era completamente ignaro della sua presenza, lei cominciò a
considerarlo il suo essere umano. Ben presto imparò che il nome di lui fra
gli umani era Peter e che la popolazione locale chiamava i suoi simili preti.
Di norma Peter era accompagnato dal nuovo ragazzo che scuoteva le
campanelle nel momento culminante del rito magico, ma in un luminoso
pomeriggio d’autunno il ragazzo non venne.
Piena di curiosità, lei osservava nascosta in un tronco cavo vicino al
punto in cui di solito stava il ragazzo - più vicina di quanto avesse mai
pensato di osare - domandandosi che cosa avrebbe fatto prete Peter quando
fosse arrivato il momento di suonare le campanelle. Come al solito, le
creature della foresta si erano radunate intorno a lui: gli scoiattoli
impertinenti dalla coda arruffata, i grassi conigli grigi, i lucenti topi
marrone e le lepri vellutate, mentre un gran numero di uccelli variopinti
punteggiavano i rami autunnali degli alberi. Quel giorno la magia aveva
attirato perfino un imponente cervo che si era avvicinato silenziosamente
sul tappeto di foglie e si era fermato al limitare della radura con le grandi
corna ramificate che si confondevano con i rami degli alberi.
Il momento si stava avvicinando. Cantilenando in quella lingua magica
— diversa da quella usata per parlare con i suoi simili — prete Peter
sollevò lentamente il disco luminoso il cui caldo splendore la riempì di tale
gioia che ebbe voglia di cantare. Non aveva mai avuto il coraggio di
rivelarsi nel timore di venire cacciata dal luogo della magia, ma quando lui
abbassò il disco e si chinò davanti al suo altare verde, lei osò emettere un
lieve suono tremolante, molto simile a quello delle campanelle che il
ragazzo faceva tintinnare, ma simile anche al rumore del vento che
frusciava tra le foglie degli alberi.
L’inchino di Peter fu un po’ più profondo del solito, ma quando il
giovane riprese a cantare la sua voce era ferma e sollevò la coppa d’oro
come aveva fatto con il disco. Quella vista le diede una sensazione così
dolce che non riuscì a contenersi e questa volta emise un tintinnio
inconfondibile, eppure abbastanza leggero che lui potesse imputarlo alla
propria immaginazione, ma argentino e gioioso. Mentre posava la coppa
sull’altare e si chinava di nuovo, le sue mani tremavano, poi Peter restò a
lungo con la testa appoggiata sulle dita intrecciate, gli occhi chiusi e le
labbra che si muovevano silenziose.
Timorosa di aver azzardato troppo, quel giorno non dette altri segni della
propria presenza, lasciando che lui terminasse in silenzio il rito e
radunasse i suoi strumenti magici per far ritorno alla costruzione di pietra.
Lo sentì rimuginare quello che pensava di aver udito, tentando di trovare
una spiegazione razionale, ma non lo seguì. Se lui si fosse confidato con
l’altro Tunica Bianca, il vecchio avrebbe potuto sospettare che quello che
era successo nella foresta non fosse dovuto solo alla nuova magia.
Quell’uomo esercitava le sue funzioni con molto rigore e per lei, assistere
alla sua magia troppo da vicino, poteva essere pericoloso. Per questa
ragione non era mai entrata nella piccola cappella di pietra. Quando si
effettuava il rito magico il vecchio era sempre là e, anche se non lo
esercitava più direttamente, continuava a mantenere su di sé il potere.
Perciò lei si contentava della magia che fluiva dalla finestra ogivale. Il
vecchio non avrebbe mai tollerato la sua presenza, nemmeno fuori della
finestrella e tanto meno all’interno dei sacri recinti dove si svolgevano le
pratiche magiche.
Il mattino seguente il vecchio prete era come al solito presente quando
Peter operò il rito magico nella cappella e il ragazzo suonò le campanelle.
Lei notò che mentre le campanelle tintinnavano, per un istante Peter
sembrò fermarsi. Sollevò la testa, tese le orecchie per un breve momento,
scosse il capo e proseguì la funzione come al solito. Lei pensò che quel
giorno la magia che fluiva dalla finestra fosse piena di malinconia e se ne
domandò il perché, ma quando vide che Peter non usciva all’aperto per
tutto il giorno, comprese che era a causa sua.
Il giorno seguente lui venne alla radura. Il ragazzo era assente, ma Peter
aveva portato ugualmente le campanelle che appoggiò delicatamente nel
punto in cui era solito inginocchiarsi il ragazzo, non lontano dal tronco
cavo dove lei si era nascosta. Quando tutti gli animali si furono radunati
intorno a lui, Peter iniziò le pratiche magiche come sempre faceva,
pronunciando le formule di rito. Lei mantenne la sua luminosità attenuata
perché il giorno era nuvoloso, ma quando Peter sollevò il disco, lei tentò
un debole, incerto tintinnio.
Le mani di lui tremarono leggermente mentre posava il disco e
s’inchinava, evitando ostentamente di guardare in direzione delle
campanelle e, quando sollevò la coppa d’oro, la sua voce era
impercettibile.
La limpida purezza di quel crescendo magico era quasi insostenibile e
traboccava dall’orlo della coppa d’oro bagnando le mani di colui che
l’aveva invocato. Travolta dalla gioia che zampillava dalla coppa e
incoraggiata dalla fermezza della fede di lui, lei cantò un peana senza
parole con un tintinnio di campanelle, breve inconfondibile e dolcissimo!
Peter restò immobile con il volto illuminato dalla gioia, le mani alzate e
tremanti, poi posò la coppa sull’altare e restò a lungo chinato.
Lei si trattenne e non intervenne più per tutta la durata del rito perché
non voleva disturbare oltre la sua magia o allarmarlo. Ma quando Peter
asciugò la coppa e chiuse il libro, lei osò emettere di nuovo il tintinnio,
questa volta un suono leggero, dolce e allegro mentre lui abbassava la testa
in segno di ringraziamento. Quando il giovane alzò lo sguardo
meravigliato, lei fece timidamente risuonare la sua voce nella mente di lui,
parlando con il tintinnio lieve e argentino di una campanella.
Io ti saluto, prete Peter.
Peter sbiancò e si guardò intorno furtivamente, e per un attimo sulle sue
emozioni prevalse la semplice razionalità. Poteva aver immaginato il
suono delle campanelle, ma mai una voce proveniente dal nulla lo aveva
chiamato per nome. Si strinse al corpo la tunica di ruvida lana bianca,
guardandosi intorno con le sopracciglia aggrottate e con gli occhi che
lampeggiavano senza riuscire a vedere nulla, se non l’ombra degli alberi e
gli animali che non sembravano affatto allarmati.
— Qualcuno mi ha chiamato? C’è qualcuno laggiù?
La curiosità stava lasciando il posto a una leggera apprensione, e lei
attenuò la sua luce nel cavo dell’albero per evitare che l’apprensione si
tramutasse in terrore.
Sono qui. Ti sono vicina da molto tempo, anche se tu lo ignoravi.
Le sembrò che lui non si aspettava una risposta alla sua domanda e
avendone ricevuta una, non era convinto che non ci fosse qualcuno,
nascosto da qualche parte fra gli arbusti per fargli uno scherzo.
— Adesso smettila! Sei tu, Johannes? Vieni fuori e fatti vedere. Ti
avverto, ragazzo, non è il momento di fare scherzi!
Lei si lasciò sfuggire un allegro tintinnio e la sua luminosità divenne più
intensa.
Non è il ragazzo. Ti prego, non arrabbiarti. Non voglio farti del male.
Sono stata attratta dalla tua magia, per questo sono venuta.
— La mia magia?! — mormorò lui voltandosi, impietrito con gli occhi
spalancati alla vista della luce che brillava nel tronco cavo. — Oh, mio
dio, un demone!
Un demone? Lei si fece piccola piccola comprendendo il senso, se non
proprio il significato delle sue parole. Tenebre? Male?
La luce lampeggiò brevemente rossa e arancio mentre lei rifletteva, poi
fluttuò fuori dell’albero, sfera colorata e abbagliante. Il suo movimento
improvviso suscitò nel giovane uomo una reazione ancor più incontrollata.
— No! Stai lontano da me! Non toccarmi!
A quella vista Peter aveva cominciato a tremare violentemente e girava
intorno all’altare facendo grandi gesti con le mani per allontanarla da sé.
Lei si fermò incerta quando vide l’uomo voltarsi verso il tronco di un
albero e coprirsi gli occhi con le mani. Lei non aveva un corpo fisico,
quindi, anche se avesse voluto, come poteva fargli del male? Lei non
voleva fare male a nessuno e soprattutto a lui!
Ti prego, non aver paura, lo implorò. Non sono quello che pensi, non
sono assolutamente un demone. E poi non potrei mai farti del male anche
se volessi. La mia unica forma è quella che vedi. Non posso nemmeno
toccarti.
Peter tolse una mano tremante dagli occhi e guardò nella sua direzione.
Lei riusciva a sentire che lui si stava convincendo di non essere in
pericolo. Quella strana apparizione non si era avvicinata e aveva la
consistenza di un raggio solare dagli strani colori. Ma se non era un
demone, cos’era?
— È proprio vero che non sei un demone? — azzardò Peter.
No dì certo rispose lei. Può la luce venire dalle tenebre? Sono stata
attratta dalla tua magia, che è magia di Luce. Guarda, io mi immergo in
essa!
Con la rapidità del pensiero si annidò nella coppa d’oro, trasformandosi
in un globo d’argento luminoso che s’intravedeva dal bordo.
Una creatura delle tenebre potrebbe forse fare questo?
Non avrebbe osato farlo se fosse stato il vecchio Tunica Bianca a
praticare la magia, invece quel che restava nella coppa della magia di Peter
aveva una dolcezza che dava conforto perché c’era anche qualcosa di lui.
Era questo ciò che gli umani chiamavano amore?
Peter fece un passo indietro con un grido soffocato e portò la mano dalla
fronte al petto nel segno della croce. Quando vide che la luce non
scompariva, ripeté il segno sulla coppa. Lei aveva sperato che non lo
facesse perché sospettava ancora della nuova magia e del potere che
poteva avere sugli esseri come lei, ma il segno fatto dalla mano di lui non
bruciava e non faceva male. Rincuorata, lasciò che la sua luce brillasse un
po’ più intensa prendendo una luminosità dorata.
— Che i Santi ci proteggano — mormorò Peter con un fil di voce. —
Nessuna creatura delle tenebre potrebbe resistere a questo segno e restare
nel sacro calice. Ma se non è un demone… — La mente di Peter andò
freneticamente alla ricerca di ciò che poteva essere quella presenza e alla
fine giunse all’unica soluzione possibile.
— Sei un angelo! — esclamò. — Sì, certo, deve essere così. Mi hai
sentito pregare e sei venuto. Sia ringraziato il Signore, sono in presenza
di uno dei suo angeli! Essere eccellentissimo, ti saluto!
Resistendo al desiderio di passare attraverso tutti i colori
dell’arcobaleno, lei si limitò a risplendere con un lampo radioso, mentre
Peter si gettava in ginocchio con le braccia alzate in segno di preghiera.
Lei notò che era passato di nuovo a usare il linguaggio magico che
generalmente riservava ai colloqui con e sul Creatore. Questo fatto la
divertì.
Sei una creatura che passa da un estremo all’altro, vero? osservò
riprendendo la sua luminosità dorata e tornando dentro la coppa. Prima
credevi che io fossi un demone, ora un angelo. Non sono né l’uno né
l’altro, Peter, io sono una …
— No, sei un angelo — insistette Peter ostinato scuotendo la testa. — Lo
so, ho letto molti libri. Cosa altro potresti essere se non un angelo?
Lei cercò di spiegarglielo, ma evidentemente lui non era ancora pronto,
anche se aveva accettato la sua presenza, e questo era di buon auspicio.
Va bene, allora, sono un angelo, se è questo che ti fa piacere che io sia,
replicò allegra. Il nome che mi dai non ha nessuna importanza. Se desideri
credermi un angelo, questo nome andrà bene.
— Tu sei un angelo — ripeté Peter. Poi la sua espressione s’incupì. —
Ma se sei davvero un angelo, perché sei venuto? Gli angeli portano i
messaggi di Dio ai mortali, ma anche la Sua collera sui trasgressori. —
Si accasciò a terra e alzò lo sguardo intimorito su di lei. — Gli ho forse
arrecato dispiacere?
I colori di lei passarono attraverso tutta la gamma degli azzurri-verdi e
per un istante presero una sfumatura turchese. Stai parlando del
Creatore? Non so se sia contento di te, Peter. Questo potete saperlo solo
tu e Lui. Io sono stata attratta dalla tua magia.
— Ma io non opero nessuna magia! — proruppe Peter indignato.
No? replicò lei. Allora, cos’è questo? Lasciò che la sua luce traboccasse
dalla coppa e si concentrasse anche sul disco. Se non si tratta di magia,
Peter, perché allora suonate le campanelle?
— Ma per chiamare i cuori dei fedeli al miracolo che si sta compiendo
— rispose lui. — Non si tratta di magia.
Ah no? disse lei tranquilla. Allora perché dà tanta gioia, prete Peter, che
perfino le creature della foresta si fermano in riverente timore? A quale
scopo se non quello di avvicinarsi all’Essere Unico? Le campanelle
annunciano l’Essere Unico e sono state le campanelle che mi hanno
attratto, prima verso la costruzione in pietra dove tu le suonavi come ora
fa Johannes e poi qui, in questo luogo. La gioia era in te, Peter fin
dall’inizio… per tutta la magia del Creatore, non solo per questa. I figli
della foresta lo sentono.
Fece tintinnare le campanelle e le creature del bosco si fecero più vicine,
uno scoiattolo rosso s’infilò sotto una mano di Peter per farsi accarezzare e
il cervo chinò il capo in segno di omaggio.
Lentamente Peter s’inginocchiò, fissando prima lo scoiattolo e il cervo
poi la luce. — Le campanelle sono magiche? — chiese dopo un momento,
ancora senza comprendere.
No, semplicemente la magia È. Oh, come posso spiegarti in che modo la
magia mi avvolge e mi dice di unire la mia voce a quelle delle
campanelle? Cosa posso fare perché tu capisca, senta e assapori tutto
questo?
— Forse — cominciò a dire Peter dopo un lungo silenzio — forse quello
di cui parli è l’amore di Dio per tutte le sue creature… un amore così
grande che ha sacrificato il Suo unico Figlio per redimere il mondo.
Le parole sul sacrificio non avevano alcun significato per lei che aveva
visto tanti dei apparire e scomparire lungo i millenni, sacrificare se stessi e
gli altri per gli scopi più diversi. Ma forse era la parola amore la chiave di
tutto. Certamente nessun altra parola umana arrivava così vicino a
esprimere l’essenza della sua magia e quello che lei provava per lui e che
si faceva sempre più intenso… o forse era pura gioia.
Io non presumo di conoscere la fonte della tua magia, Peter, rispose lei
lentamente. Mi limito ad accettare il fatto che esiste. Quello che so è che
gioia e amore traboccano dalla coppa quando operi la tua magia e che
gioia e amore risuonano nelle voci delle campanelle, siano esse realmente
presenti o no.
Questa è una verità che trascende la magia stessa, sia essa nuova o
antica. Capisci?
Lui la fissava… o fissava la coppa, lei non ne era sicura. Il suo volto
esprimeva speranza e desiderio, ma anche stupore. Peter scosse lentamente
la testa.
— Io… non sono sicuro. Il cuore vuole credere, ma la ragione dice…
Dimentica la ragione, lo implorò lei. Questa è. una verità che
appartiene al cuore, allo spirito. Apri il tuo cuore, Peter. Non devi fare
altro che alzare la coppa e bere per gustare l’incommensurabile
profondità di una gioia che dura per l’eternità!
Non era sicura che lui avesse compreso, ma le sue parole avevano
evidentemente toccato una corda nel suo cuore. Peter osò fidarsi, allungò
le mani tremanti e prese la coppa che traboccava di luce, se la accostò al
volto e la osservò con espressione di riverente timore per qualche istante,
poi l’avvicinò alle labbra. La luce era splendente e inebriante, come un
sorso d’acqua di sorgente purissima e la gioia esplose dentro di lui dalla
testa alla punta dei piedi con un tintinnio di campanelle.
Fu una fortuna che quella prima volta la coppa fosse vuota di sostanza
fisica, perché lui svenne. Non sentì la coppa sfuggirgli dalle dita molli
mentre perdeva i sensi nell’abbraccio del suo amore angelico. Si risvegliò
al calore dei raggi del sole che, filtrando tra le foglie, gli colpivano gli
occhi, al pungolo delicato del cervo che gli strofinava il muso contro la
guancia, e al ricordo dolce e seducente di una voce argentina confusa con
quella delle campanelle.
Ah, com’è dolce la tua magia, sussurrò la voce nella sua mente. Lascia
che sia io la voce della tua gioia quando operi la tua magia, lascia che sia
io la tua campanella e resterò con te per l’eternità…
Nei giorni seguenti Peter non tornò alla radura, e quando lo fece, lei non
osò manifestarsi nel timore di aver azzardato troppo. Con sua grande
delusione, quel giorno Peter non esercitò alcuna magia e il giorno seguente
non venne. L’indomani comparve puntuale come sempre e svolse la
funzione magica con grande impegno. Il ragazzo era con lui e lei non osò
parlargli direttamente, ma gli sussurrò la sua gioia con il tintinnio delle
campanelle e capì che lui aveva sentito. Dopo parecchi giorni, finalmente
Peter tornò di nuovo portando ancora le campanelle. Lei non si mostrò ma
cantò con grande trasporto e finalmente sentì che le vibrazioni di lui si
univano alle sue in un canto gioioso.
Dopo di allora, quando Peter veniva alla radura per esercitare la sua
magia, non portava con sé né le campanelle né il ragazzo che le suonava.
Non ne aveva bisogno perché, là sotto il cielo aperto, era lei la sua
campanella. Dapprima Peter fu attento a mantenere quello che considerava
un atteggiamento appropriato, comportandosi come se fosse in presenza di
un angelo quale pensava che lei fosse. Ma col tempo, arrivò ad accettarla
come una presenza amichevole, oltre che una custodia angelica, e spesso
si attardava con lei dopo la fine del rito magico.
— Penso che tu sia il mio Angelo delle Campanelle — le mormorò in un
dolce pomeriggio, seduto sotto un albero al termine della magia. —
Angelus Tintinnabulorum meus… o meglio, Angela Tintinnabulorum —
disse guardando la luce che fluttuava sopra un cespuglio di agrifoglio
accanto a lui. — Ma tu non capisci la sottigliezza delle desinenze latine,
vero?
Desinenze latine? domandò lei.
Sorridendo, lui scosse la testa e distolse lo sguardo. — Lo so. Anche per
me non ha senso, ma… — sospirò e restò silenzioso per qualche tempo,
poi riprese a parlare.
— Lo so, sono soltanto un povero mortale, ma ho riflettuto a lungo —
disse esitando. — Le sacre scritture dicono che gli angeli non hanno
sesso e sono incorporei, ma se tu avessi un corpo, penso che saresti una
bella fanciulla.
Lei sentì che i colori le si schiarivano fino a prendere una tonalità
argentea e capì che lui era sincero.
Ti farebbe piacere se lo fossi? domandò sottovoce.
Peter distolse lo sguardo tenendo fra le mani un ramoscello con cui
tormentava il tappeto di foglie.
— Se tu fossi una bella fanciulla, i miei voti m’impedirebbero di
avvicinarti. Eppure…
Eppure?
Scosse la testa con un sorriso amaro. — Non importa. Forse è meglio
così. Ho un angelo che mi assiste e canta le lodi a Dio…
Io non sono un angelo, Peter.
— L’ho capito — disse lui malinconico, senza osare di alzare lo sguardo.
— Ma devi esserlo, se vuoi che il nostro amore… se quello che proviamo
possa continuare. Se lo scoprisse, padre Bernard ti esorcizzerebbe, e io
sarei scomunicato.
Esorcizzare? Scomunicare? ripeté lei, non osando menzionare la parola
amore che lui aveva pronunciato.
Peter gettò via il ramoscello e sospirò. — Non importa, angelo mio. Non
permetteremo che ciò avvenga. Finché vivrà - e io non voglio affrettare la
sua fine perché a suo modo è un brav’uomo - finché vivrà, io continuerò a
essere un prete rispettoso come lui vuole, e tu sarai la mia campanella qui
nella foresta. — Sollevò la testa. — È questa la ragione per cui non hai
mai cantato nella cappella, vero? Hai paura di lui.
No, non paura, disse lei dopo un momento. Ma all’interno di quelle
mura la nuova magia è molto forte ed è guastata dal suo rigore
intransigente. La tua magia, invece, trascende la nuova e l’antica.
Quando lui non ci sarà più, io canterò per te anche nella cappella. Fino
ad allora, canterò qui e se lo vorrai, ti farò ancora gustare l’Unicità che
una volta abbiamo condiviso. Ho desiderato tanto di farlo, ma non volevo
presumere che tu…
— Ma la tua non era presunzione — sussurrò lui ansioso. — Ah, angelo
mio, se tu potessi sentire la gioia che provo ad averti vicina.
Lei poteva davvero sentirla come lui poteva sentire la sua. Peter mise le
mani a coppa per accoglierla e lei venne a lui come sfera di luce dorata. Le
sue mani erano carezzevoli mentre se la portava alle labbra e questa volta
l’unione dei loro spiriti fu ancora più dolce perché ambedue sapevano. Fu
una comunione che si ripeté spesso dando loro gioia e godimento negli
anni che seguirono.
Da quel giorno in poi, lei gli fu costantemente accanto, condividendone
la magia, ispirando la sua devozione e perfino - morto il vecchio prete -
partecipando ai riti all’interno della cappella dove trovò un rifugio nella
lanterna che bruciava sopra l’altare di pietra. Là cantava argentina quando
il rito giungeva al culmine, celebrando il proprio amore per lui e insieme
lodando il vero Maestro della magia. Nel tempo, la cappella di Peter al
margine della foresta ebbe fama di luogo santo. I fedeli arrivavano da
molto lontano per partecipare alla magia e ascoltare il dolce tintinnio delle
campanelle, senza mai immaginare la sua presenza. Il fervore di Peter
durante le funzioni fu considerato un’espressione della sua pietà e
lentamente la santità del luogo fu associata alla santità di prete Peter.
Così il suo amore per lui crebbe, e crebbe quello di lui per lei. E se
talvolta a Peter capitava di dolersi per l’inverosimiglianza di lei, se a volte
la sua coscienza si tormentava al pensiero di amare un angelo o qualche
altra entità troppo strana e meravigliosa perfino per pensarci, lei lo
perdonava. In questo mondo, gli ricordava, lui era votato a esercitare la
nuova magia e lei aveva compreso che gli uomini così votati non potevano
appartenere alle donne mortali. Si rallegrava quindi del caso fortuito che
non l’aveva fatta né mortale né donna, ma solo creatura tale da poter
presumere di condividere l’amore di lui per il suo Dio e restargli accanto
senza scandalo.
Per quanto riguarda Peter, lui non le fece mai domande dirette. Forse
temeva che un interrogatorio troppo stretto avrebbe potuto distruggere il
legame che lo univa a quella meravigliosa creatura che preferiva
considerare un angelo, benché nelle sue letture mai gli fosse capitato di
trovare cenni ad angeli che somigliassero al suo. Il pensiero di perderla o
di dover rinunciare a lei, era così terribile da essere impensabile e lui lo
scacciava dalla sua mente relegandolo in qualche incubo notturno che
fortunatamente non si avverò mai. Lei era il suo scudo contro la
mediocrità del mondo, il suo baluardo contro la meschinità e le tentazioni,
il suo legame con l’infinito… almeno così osava sperare. Per una tale
gioia sulla terra valeva la pena di rischiare di perdere il paradiso.
Gli anni passarono veloci. L’angelica compagna non mutò, ma il tempo
aggiunse rughe e peso al corpo di Peter mentre la sua fama di uomo santo
continuava a diffondersi. Divenne amico e collega di Augustine di
Canterbury, il primo vescovo inglese, che lo scelse per una missione a
Roma. Nessuno dei superiori di Peter immaginò che il suo compagno era
un angelo e Peter non li informò. Fece ritorno con un encomio del papa
per il suo zelo nell’assistere Augustine a diffondere la Vera Fede in
Inghilterra e poco tempo dopo fu nominato dallo stesso Augustine abate
della nuova chiesa e del monastero dei Santi Pietro e Paolo a oriente di
Canterbury. La fama di Peter giunse fino alla Corona e in un grigio giorno
d’autunno arrivò la nomina reale: Peter sarebbe dovuto andare in missione
in Gallia come ambasciatore del re.
Ma gli ambasciatori, perfino i preti ambasciatori con compagni angelici,
non sono immuni dai pericoli. Il giorno in cui Peter salpò da Dover, nel
mare del Nord si stava addensando una tempesta. Il vento ululava e i lampi
balenavano, le onde alte come montagne infuriavano sulla minuscola
imbarcazione e la sommersero con la loro furia devastatrice prima che
riuscisse a raggiungere un porto sicuro. L’equipaggio lottò con coraggio
contro i marosi, ma gli elementi erano più forti di loro. Al largo del
piccolo villaggio costiero di Ambleteuse, poche miglia a nord di
Boulogne, l’imbarcazione s’incagliò sulle rocce aguzze e cominciò a
sfasciarsi.
L’imbarcazione affondava e intorno a Peter, gli uomini finiti in mare,
annegavano o erano dilaniati dagli scogli. L’ululato della tempesta e il
rombo dei tuoni e delle onde coprivano le urla disperate degli uomini e il
tintinnio terrorizzato delle campanelle fatate. Le lanterne a bordo
dell’imbarcazione furono le prime cose a finire in mare e così, fra i lampi
e i tuoni, l’unica luce nell’oscurità era il tremolio di quello che i marinai
chiamavano il fuoco di Sant’Elmo che guizzava fra le sartie strappate.
Ma non era Sant’Elmo che Peter invocava, mentre il vento gli urlava
nelle orecchie e i fulmini si abbattevano intorno a lui accompagnati dal
cupo rimbombo dei marosi contro le rocce.
— Angelo mio! — gridava Peter.
Il vento gli strappava le parole dalle labbra prima che chiunque, eccetto
lei, potesse udirlo, ma non c’era nulla che lei potesse fare per evitare il
naufragio. Lei gemette quando un’onda lo strappò dal troncone di albero
maestro a cui stava aggrappato e lo fece affondare. Lei lo seguì sott’acqua
da dove lui risalì sputando e ansimando alla ricerca d’aria.
Ma non c’era nulla che lei potesse fare e per la prima volta nella sua
lunghissima esistenza desiderò avere un corpo per riuscire a tenere la testa
di lui fuori dell’acqua e ripararlo dalle rocce. Ma le mani di Peter si
richiudevano sulla luce senza consistenza che non poteva salvarlo.
Non ti lascerò mai! gridava lei. Non mi lasciare! Oh, non mi
abbandonare! Non puoi sentire il mio richiamo?
Ma lui non la poteva più sentire. Lo stava perdendo. Tutto quello che
poteva fare, mentre Peter e i suoi compagni affondavano nelle onde, era di
fluttuare ansiosamente, muta e luminosa incapace di competere con le
forze del fulmine, del vento e della pioggia.
All’alba il corpo di Peter si arenò in una baia chiamata Amfleat. Lei era
rimasta accanto a lui per tutta la notte, sola, tentando inutilmente di
mantenerlo a galla per proteggere la sua fragile forma umana dalle onde e
dalle rocce e continuò a fluttuare vicino alla sua testa mentre la marea lo
lasciava senza vita sulla riva sabbiosa.
Il mare lo aveva cambiato. Gli aveva tolto qualsiasi identità, gli aveva
sottratto l’essenza che lo aveva reso unico fra tutti i mortali. Gli occhi, un
tempo vivaci e luminosi, la fissavano opachi e ciechi nel sole mattutino e
non si mossero quando il vento soffiò sulla sabbia e filamenti di alghe
rigarono il suo volto.
Più tardi gli abitanti della vicina Ambleteuse lo ritrovarono e
trascinarono fuori dall’acqua il suo corpo appesantito insieme ad altri
corpi. Dalla tunica bianca che indossava immaginarono che fosse un prete,
ma da dove venisse e quale fosse il suo nome non potevano sapere e lei
non osò dirlo per paura della magia delle loro Tuniche Bianche. Tramortita
dal dolore, invisibile nel giorno luminoso, poteva solo osservarli mentre
facevano scivolare il corpo di Peter in una delle fosse appena scavate,
pronunciando parole di una magia che era sì uguale alla sua, ma non alla
loro, parole che il vento disperse.
Venne il crepuscolo e con esso la solitudine e un’onda di ricordi
dolceamari. Con grande calma accettò l’idea che lui fosse morto, ma ciò
che questo significava era al di fuori dell’esperienza di chi, come lei, non
sarebbe mai morto. Una volta Peter aveva tentato di spiegarglielo e le
aveva detto che, quando sarebbe morto, sperava di andare nel paradiso
promessogli dalla sua magia. All’epoca le sue parole non le avevano detto
gran che, ma poi era arrivata a capire che significavano una separazione,
un viaggio in cui lei non lo avrebbe potuto seguire. Adesso sentiva che
significava anche solitudine per chi restava, una solitudine che non aveva
mai provato in tutti i suoi vagabondaggi sulla terra.
Non c’era nessun rimedio. Tutto quello che poteva fare era di continuare
a tornare nell’ultimo luogo dove lui era stato: il corpo tumefatto deposto
nella fossa, anche se la sua essenza non era più là. Era tutto ciò che le
restava di lui, oltre i ricordi, e per onorare quei ricordi e il loro amore, lei
fece voto di custodire la sua tomba.
La sua devozione non passò inosservata. La gente notò che una luce
evanescente e misteriosa appariva ogni notte sulla tomba del prete
sconosciuto. Indicava un favore speciale di Dio? Chi era veramente
l’uomo sepolto in quella semplice tomba, così evidentemente prediletto da
Dio? Da dove veniva? Gli abitanti del luogo avevano fatto del loro meglio,
ma forse Quella luce celestiale significava che Dio desiderava un destino
diverso per il corpo del Suo servitore.
Dopo molte ricerche, giunse notizia dall’Inghilterra che un sant’uomo era
scomparso in mare mentre si stava recando in Gallia a capo di una
missione per conto del re del Kent: era l’abate Peter, compagno fidato
dell’arcivescovo Augustine di Canterbury. Subito dopo arrivò un legato
dall’abbazia di Canterbury per indagare e cadde in ginocchio in preda allo
stupore alla vista della luce celestiale. Ci furono rapide consultazioni che si
conclusero con una decisione immediata.
In un freddo mattino invernale, Tuniche Bianche provenienti dal
villaggio e dalla cattedrale di Boulogne giunte in grande pompa,
disseppellirono il corpo e lo deposero in una bara lucida. Nel limpido
chiarore del sole dicembrino nessuno notò la pallida luminescenza sospesa
sull’incensiere che accompagnò la processione fino a Boulogne.
Lei li seguì all’interno della grande cattedrale, fra le nuvole d’incenso e il
chiarore delle candele di cera d’api; si rifugiò in una lanterna sopra l’altare,
come aveva fatto tante volte nella cappella della foresta. Ignari della sua
presenza, fra canti e orazioni degne di un uomo di Dio, le Tuniche Bianche
operarono la magia per dare riposo all’abate Peter. La loro magia non le
recò danno perché il luogo era antico ed era ancora impregnato dell’antica
magia e la nuova era debole perché non c’era più lui a darle forza e vigore.
Lei alzò la voce unendola a quella delle campanelle per esprimere il suo
ricordo, il suo amore per lui, la sua passata gioia e il dolore presente. Nel
ragazzo che suonava le campanelle rivide un altro ragazzo e l’uomo che
era diventato, e che ora lei non poteva fare altro che piangere. La dolcezza
ineffabile del suo canto fece apparire le lacrime in molti occhi e negli anni
che seguirono coloro che erano stati presenti alla cerimonia dicevano di
ricordare una presenza angelica, pallida e malinconica che aleggiava
sull’altare al momento della consacrazione. Quando la magia ebbe
termine, le Tuniche Bianche sigillarono i resti mortali dell’abate Peter
sotto una lastra di marmo candido posta sul pavimento della cattedrale.
Lei pensò che non sarebbero mai andati via e quando finalmente si
allontanarono, scese sulla tomba inondandola di luce. Non fu un impulso
razionale che la spinse a cercarlo - anche se quando le campanelle avevano
tintinnato, sopraffatta dal dolore e dal desiderio, aveva pensato di sentire
una traccia della sua presenza, per la prima volta dopo quella terribile
notte di tempesta. Mentre si guardava intorno - oh, non osava sperare! -
sentì di nuovo quella presenza circondarla, come l’aroma dell’incenso o
l’eco lieve di una nota nel silenzio.
E d’improvviso Peter era lì accanto a lei, punto fiammeggiante di luce
celestiale e tintinnio di campanelle simili alle sue. La luce esplose in una
miriade di raggi abbaglianti di tutti i colori conosciuti dello spettro e poi di
colori ignoti all’occhio umano. Il tintinnio della sua risata si armonizzò col
suo, fondendosi e diventando un unico suono non più intralciato da parole
o limitazioni fisiche.
Per un momento si unirono a formare una sola sfera di luce dorata sopra
la tomba, troppo abbagliante per occhi umani, scintillante e splendida. Poi
in un lampo estatico di colori si sollevarono e si allontanarono, finalmente
insieme, passando attraverso la vetrata della finestra orientale come se
fosse immateriale, librandosi verso le foreste e i boschi lontani.
Abbandonate sul gradino dell’altare le campanelle che avevano suonato
nel momento culminante del rito magico, emisero un lieve tintinnio di
addio e mai più la loro musica sarebbe risuonata con tanta dolcezza come
in quel giorno.

Titolo originale: The Tinkling of Fairybells


ANNE MCKAFFREY
L’AVVENTURA
DI UN UOMO SENSATO
M OLTO tempo fa — quando i Giovani uomini partivano alla
ventura per dimostrare il loro spirito di iniziativa, il loro
coraggio e soprattutto il loro buon senso, qualità quest’ultima di
cui, al loro ritorno a casa, erano quasi sempre dotati - il principe Bieregard
di Mundesland stava vagando da quattro settimane alla ricerca di una
giumenta degna del suo stallone grigio pezzato, Vard, progenie diretta di
Pegaso. Per fargli compagnia, Bieregard aveva portato con sé il suo
segugio roano — una cagna dalla vista acutissima di nome Occhiolesto,
che viaggiava sistemata sulla sella dietro di lui - e Mixer, un gheppio che
volava in cerchio sopra il cavallo alato.
All’improvviso, nonostante il cielo fosse azzurro e limpido, furono
investiti da un vento capriccioso che annunciava una bufera. Dall’alto,
Bieregard vedeva case e fienili scoperchiati, abbandonati da tempo alle
intemperie e ormai in rovina, e decise saggiamente di far atterrare Vard al
limitare di una foresta insolitamente fitta e silenziosa che gli parve l’unico
rifugio possibile in quella vasta distesa d’erba. Spinti da violente folate di
vento, grossi nuvoloni neri rotolavano nel cielo sopra la pianura che
Bieregard aveva sorvolato fin dal mattino.
— Pascoli così ricchi non possono essere completamente abbandonati —
mormorò Bieregard rivolto a se stesso e ai suoi compagni di viaggio.
Osservò la bufera che si stava rapidamente approssimando alle sue spalle:
il vento gli sferzava i capelli sul viso e arruffava le piume grigie delle ali
di Vard. Una saetta lacerò il cielo dietro di loro. — Se i fulmini sono così
vicini, la bufera scoppierà presto.
La lunga falcata di Vard lo portò ben presto fino alla sommità di una
collina. Bieregard tirò le redini e si alzò sulle staffe scrutando in tutte le
direzioni le distese ondeggianti d’erba alta. Aveva buona vista ma, a parte
la foresta inquietante, non riuscì a vedere alcuna abitazione o un riparo
qualsiasi. Anche i cerchi concentrici di Mixer a grande altezza erano
indizio del fatto che il gheppio non aveva individuato niente.
— Bene, amici, anche se il suo aspetto non è dei più invitanti sembra che
l’unica scelta sia la foresta — disse Bieregard accarezzando il collo
eretto di Vard, umido di sudore per lo sforzo sostenuto. Occhiolesto
emise un ringhio di assenso e trotterellò lungo il fianco della collina,
Bieregard lanciò un fischio per richiamare Mixer.
Il principe incitò Vard al piccolo galoppo attraverso la distesa ondulata
d’erba dirigendolo verso il limitare della foresta. Bieregard si accorse che
più si avvicinavano al folto degli alberi, più Vard accorciava il passo,
anche Occhiolesto procedeva lentamente sulla scia del cavallo e
all’improvviso Mixer emise uno strido acuto che sembrò un avvertimento.
Bieregard, che aveva un sincero rispetto per l’intuito dei suoi compagni,
tirò le redini. — Che c’è?
Vard caracollò senza avanzare di un passo, nitrendo e agitando il capo
con le ali semiaperte, Occhiolesto uggiolava correndo in cerchio intorno
allo stallone, mentre Mixer si era abbassato fino a sfiorarli. Il vento
soffiava gelido e tagliente e cominciarono a cadere grosse gocce di
pioggia, preludio sicuro al torrente d’acqua in arrivo.
— Qualche pericolo? — Bieregard lisciò il collo possente di Vard con
mano carezzevole. — Non abbiamo scelta — aggiunse e premette con le
ginocchia contro i fianchi del cavallo. — Ammetto però che questa
foresta è la più strana che io abbia mai visto.
In verità la foresta sembrava ospitare solo due specie di alberi e non
aveva né sottobosco né arboscelli. L’albero più grande, simile a quello che
il principe aveva visto nelle paludi in occasione di un altro viaggio, aveva
una forma assolutamente particolare. Sembrava avere due tronchi separati
che a circa un metro e mezzo di altezza dal suolo si univano a formare un
tronco più grosso, la cui corteccia era coperta da una peluria che andava
dal grigio spento al marrone rossiccio.
I rami più alti erano spinosi, mentre da quelli più bassi con la corteccia
pallida, simile a quella delle betulle, spuntavano foglie variegate a forma
di guanto con cinque dita. A quanto poteva vedere i due alberi
crescevano appaiati, anche se in alcuni casi i tronchi più pallidi erano
intrecciati a quelli simili a mangrovie in un modo che accresceva il loro
aspetto grottesco.
Vard restò a lungo immobile, poi, all’improvviso, drizzò le orecchie,
sollevò la testa ed emise un nitrito possente come usa fare uno stallone
quando avverte la presenza di una giumenta in calore. Malgrado la sua
improvvisa voglia di andare avanti, Vard procedeva con circospezione
facendosi strada fra i rami intrecciati, Occhiolesto lo seguiva innervosita
con la coda fra le gambe, mentre Mixer esprimeva la sua protesta
stridendo e conficcando gli artigli nella spalla imbottita di Bieregard. La
bufera scoppiò alle loro spalle con un fragore di tuoni e un lampeggiare di
saette che non lasciavano dubbi sulla sua violenza, ma il silenzio compatto
della foresta era rotto soltanto dal suono degli zoccoli di Vard, come se la
bufera non potesse infrangere i suoi confini incantati.
— Incantati? — esclamò ad alta voce Bieregard. Vard emise un nitrito
sordo, Occhiolesto un leggero guaito e Mixer si rannicchiò ancor di più
sulla spalla. — Be’, sembra che la tempesta non ci danneggi, siamo
all’asciutto. Non vedo alcun sentiero che porti traccia di passi umani, ma
la foresta potrebbe rappresentare un buon rifugio in attesa che la bufera
si calmi. Dubito molto che la pioggia possa penetrare attraverso questo
baldacchino di rami.
Il lampo di un altro fulmine, caduto appena oltre il limitare della foresta,
gli ricordò la sua potenza distruttrice. Si sentì il rombo del tuono e Vard
continuò ad avanzare a piccoli passi nell’intrico protettivo degli alberi.

— Sta arrivando una bufera terribile — gridò Alav precipitandosi nella


cucina dove sua sorella Sendra impastava il pane per la cena. — Una
bufera davvero straordinaria!
Quasi a sottolineare le sue parole, le fiamme del focolare si abbassarono
e poi si alzarono di nuovo più alte, al soffio del vento proveniente dal
camino. Sendra badò che nessun tizzone rotolasse giù dalla grata perché
aveva messo la sedia a rotelle di suo padre lì vicino per farlo scaldare. Il
vecchio aveva sempre le mani e i piedi freddi.
— Credo che le giumente siano al sicuro nei giardini — disse Sendra. —
Non hai trovato nulla nella stanza delle bardature, vero?
— Non ancora — disse Alav facendo spallucce, il che fece sospettare a
sua sorella che non avesse guardato attentamente come le aveva
promesso di fare.
Si voltò verso di lui alzando le mani infarinate. — Alav dobbiamo
assolutamente trovare l’amuleto di Jessedra!
— Cosa ti fa pensare che ci riusciremo? Tu hai cercato dappertutto —
disse accennando col mento verso la pesante porta di legno che dava
sulle stanze principali del castello di Barnacane. — Quante volte ormai?
Non c’è stato giorno che la vecchia Bessie e Maia non abbiano frugato di
qui o di là, perfino Ferruk si è dato da fare. — Si strinse di nuovo nelle
spalle chiaramente sfiduciato.
— Ma non riusciremo ad andarcene di qui fino a che non l’avremo
trovato, Alav. Le giumente sono sterili da quando è morto Barnakka e, a
parte ogni altra considerazione personale, dobbiamo far sì che la stirpe
Barnacane non si estingua. Altrimenti perché mai tutto questo sarebbe
accaduto?
— È proprio quello che dico sempre, sorella — rispose Alav in tono
impudente. Al rombo lontano di un tuono la sua espressione divenne
ansiosa. Nonostante quel che diceva, il ragazzo teneva alle giumente
quanto Sendra. — Sarà meglio che mettiamo le giumente al coperto…
specialmente se ci sono fulmini.
Sendra cercò di mantenersi calma, ma le era capitato sempre più spesso
di avere momenti di vero panico da quando Ferruk, l’ultimo del fedeli
servitori del castello, era morto tre mesi prima. Ferruk era arrivato come
garzone di stalla ai tempi di suo nonno e dopo che era spuntata la foresta
non aveva mai tentato di fuggire come avevano fatto molti servi impauriti.
Il dolore per la morte dell’ultimo stallone di Barnacane aveva spezzato il
suo cuore forte e Ferruk era sopravvissuto solo una settimana,
aggravandosi di giorno in giorno. Voleva morire, aveva detto Alav pieno di
tristezza. Sendra non aveva nemmeno il coraggio di pensare a quanto
fossero ormai soli dopo la dipartita di Ferruk e per calmarsi riprese a
impastare il pane. Dopo tutto, dovevano mangiare e lo stomaco pieno
rallegra lo spirito, come diceva sempre la vecchia Bessie.
Quando ancora gli ultimi fedeli servitori del castello di Barnacane erano
in vita, Sendra aveva sempre saputo che non sarebbe mai riuscita a
convincerli a tentare di lasciare la zona protetta. Perfino Ferruk avrebbe
esitato, malgrado la sua devozione alle Giumente Barnacane. Spesso
Sendra intuiva che, essendo certi di non riuscire, i servitori non avrebbero
mai tentato. A diciassette anni, era troppo giovane per pretendere da loro
obbedienza come suo padre. Era lui adesso il suo pensiero più importante,
perfino più importate delle giumente. Qualcuno doveva pur occuparsi del
Signore di Barnacane ormai paralizzato, che riusciva a mala pena a usare
la mano destra e a emettere solo qualche suono intellegibile per i suoi
bisogni quotidiani. Quando Ferruk era ancora in vita, suo padre era stato
accudito con molta cura, adesso lei cercava di non far mancare cibo alla
loro tavola e, con l’aiuto di Alav, di custodire le ultime splendide giumente
Barnacane.
— Aspetta solo che faccia le pagnotte — disse Sendra — e le metta a
lievitare. — Cominciò a tagliare la pasta e a dare forma al pane. — Non
so come faremo con la farina quest’inverno. Finora abbiamo usato il
grano del raccolto abbondante di due anni fa.
— Sai Sendra, credo che dovrai permettermi di provare ad andar via. —
Alzò le mani in gesto di difesa. — Tutte le volte che sono andato nella
foresta non ho mai corso alcun pericolo.
— Grrr…! — Il grido rauco del padre li fece voltare di scatto.
— Guarda cosa hai fatto, Alav — gridò Sendra vedendo che gli occhi del
padre fiammeggiavano di rabbia e di paura e le dita ossute e contorte
della sua mano destra si tendevano verso Alav. Sendra tentò di calmare il
vecchio e Alav si buttò a sedere su uno sgabello sospirando disperato.
— Ma come facciamo a sapere se le cose sono cambiate, se… lui è
morto… se non andiamo al di là della Foresta? — domandò Alav.
— Sssh, Padre, Alav non se ne andrà — disse Sendra dolcemente
all’agitato Bijor e così facendo lanciò un’occhiataccia a suo fratello. —
Va’ a prendere la sua pozione. Certe volte non hai proprio un briciolo di
buon senso, fratello caro!
Trasalirono impauriti quando lo sportellino dei gatti si aprì verso
l’interno e due enormi gatti bianchi e neri entrarono precipitosamente
miagolando.
— Che hanno in corpo? — disse Alav mentre le due bestie si dirigevano
dritte verso Sendra.
— Oh, per tutti i santi, Batter… Knock… fate piano. Non vedete che sto
versando la medicina per mio padre? — Il gatto più grosso si arrampicò
sulla gamba destra di Sendra, mentre Knock, la femmina, le si avvolgeva
intorno all’altra continuando a miagolare come per riferirle una notizia
importante. — No, no! Insomma, Batter! — Con delicatezza, perché
Sendra non trattava male nessun animale, la fanciulla scosse la gamba
per liberarsi di Batter che arricciò il muso disgustato e sussurrò qualcosa
alla sua compagna. Insieme, uscirono di nuovo attraverso la loro
porticina.
— Come se lui li avesse inseguiti — mormorò Alav e lanciò un’occhiata
preoccupata nel timore che sua sorella o suo padre l’avessero sentito.
— Ecco, padre — disse Sendra dopo aver versato nel cucchiaio la giusta
dose del rimedio a base di erbe di Bessie. La pozione aveva l’effetto di
calmare suo padre quando era agitato, come spesso gli accadeva quando
tentava di lottare contro la sua minorazione per dare qualche ordine.
Sendra si obbligava ad ascoltarlo pazientemente se lui cercava di parlare
perché c’era sempre la probabilità che ricordasse qualcosa circa il
nascondiglio dell’amuleto magico di sua madre, senza il quale erano
relegati lì. Suo padre aveva cercato senza tregua, forzato pannelli, scalzato
pietre, scervellandosi per ritrovare il pendente che sfuggiva ogni ricerca.
Non c’era dubbio che la frustrazione era stata una delle cause del suo
collasso avvenuto cinque anni prima.
C’era un’altra cosa che Sendra doveva trovare il tempo di fare: preparare
altra pozione di Bessie perché quella era l’ultima bottiglia e lei temeva per
la salute di suo padre se non avesse avuto a disposizione il calmante.
Dovette usare molta fermezza perché lui aveva serrato le labbra davanti al
cucchiaio e Sendra riuscì a fargli inghiottire il liquido solo stringendogli le
narici.
— Certe volte, Alav, manchi assolutamente di buon senso — disse
Sendra mentre spingeva la sedia a rotelle di Bijor lontano dal focolare e
gli sistema va la coperta intorno alle gambe. Nonostante fosse una figlia
amorevole, fece finta di non vedere l’espressione implorante di suo
padre. — Lasciami finire quello che sto facendo — proseguì sempre
rivolta ad Alav e dette all’ultima pagnotta una manata che avrebbe
preferito assestare a suo fratello — altrimenti non avremo pane per la
cena. — Si pulì le mani infarinate sul grembiule e se lo sfilò. —
Dobbiamo andare a controllare le giumente, padre. — Avviandosi alla
porta afferrò uno scialle, se lo sistemò sulla crocchia di trecce nere e
seguì suo fratello.
Alle loro spalle si ergeva la mole massiccia del castello di Barnacane con
le grandi finestre serrate, le torri e le guglie rese dorate dalla luce
crepuscolare della bufera in arrivo. Quando Sendra e Alav erano bambini,
Bessie e Maia gli narravano le storie dei tempi in cui il Signore di
Barnacane era famoso per la sua ospitalità, quando le camere degli ospiti,
ora deserte, accoglievano cavalieri e dame provenienti da ogni parte del
mondo, portati fin lì dal desiderio di acquistare i favolosi destrieri di
Barnacane.
Verso occidente, alte sopra la foresta, Sendra vide le nubi rabbiose e
ribollenti che rotolavano nel cielo sospinte dalla burrasca. Non c’era da
meravigliarsi se le giumente nitrivano impaurite. Davanti a lei,
nell’oscurità crescente, Alav tentava di aprire il chiavistello più volte
riparato della pesante porta di ferro. Un tempo il chiavistello finemente
lavorato si sollevava al tocco di un dito e si apriva sui giardini geometrici
che circondavano il castello di Barnacane; ora i giardini servivano da
pascolo per le sei giumente, le ultime rimaste dell’immenso branco vanto
di Barnacane.
Di altezza al garrese raramente inferiore alle sedici spanne da adulti, i
destrieri di Barnacane erano stati la cavalcatura preferita di re, regine,
principi e capi di stato. Erano fieri come cavalli da battaglia, abili nella
caccia, resistenti e leali ai loro cavalieri più di qualsiasi altro animale
meno intelligente. Il Signore di Barnacane aveva ricambiato la loro lealtà e
non aveva mai venduto un esemplare a qualcuno che avrebbe potuto
abusare del suo grande cuore o maltrattarlo, oppure usare a scopi malvagi
le sue ali.
Così, quando lui aveva mandato per la prima volta i suoi tirapiedi con
l’offerta di ingenti somme di denaro per i cinque animali pronti per essere
venduti, il Signore di Barnacane aveva opposto un cortese ma fermo
rifiuto, poiché gli emissari gli avevano fatto una pessima impressione,
come d’altronde le loro cavalcature, nervose e in cattive condizioni. Una
seconda delegazione, che portava splendidi regali per il Signore di
Barnacane, per la Signora e per i loro figli appena sposati, fu accolta con
fredda cortesia e rimandata indietro con un rifiuto ancora più netto. La
borsa di denari offerta di nascosto all’istruttore, era stata da costui rifiutata
e accompagnata da un invito molto chiaro, ma irripetibile.
Allora era arrivato di persona lui e, avvertito della sua doppiezza, il
Signore di Barnacane era andato incontro all’ospite indesiderato fino alle
porte del castello, mentre i suoi cavalieri, gli stallieri e i garzoni si erano
allineati lungo le mura per dare forza alle sue intenzioni. Dopo che lui in
persona ebbe ricevuto un altro rifiuto, il Signore di Barnacane si sentì
sollevato nel vederlo allontanarsi attraverso la pianura, lasciando alle sue
spalle i campi, allora recintati, dove pascolavano le giumente e i puledri.
Quella stessa notte ci fu un grande subbuglio di puledri terrorizzati e
giumente ansiose, fino a che gli stalloni, fuggiti dai loro box, avevano
liberato i castrati dalle scuderie per andare in aiuto delle femmine e dei
piccoli, seguiti dagli uomini armati che si erano alzati dai loro letti per
difendere le loro proprietà.
All’alba tutti i cavalli di Barnacane erano stati radunati nei campi che
circondavano il castello. Gli stalloni e i castrati erano stati bardati e
montati da cavalieri in tenuta da combattimento, perfino le vecchie
giumente che non figliavano più erano state radunate e affidate a garzoni, a
stallieri e a chiunque prestasse servizio al castello. Il Signore,
splendidamente abbigliato, in sella a Pride di Barnacane, uno stallone alto
diciassette spanne, aveva affrontato l’impudente e imprudente tiranno che
rifiutava di accettare il suo “No”.
C’era stata una battaglia, pochi erano scampati per raccontarla e i suoi
uomini non osarono parlare di sconfitta. I cavalli di Barnacane furono
coraggiosi, intrepidi, infaticabili e abili, ciò nonostante alcuni di loro
persero i cavalieri per una lancia ben assestata, una freccia giunta a segno
o un colpo di spada. Quando il Signore di Barnacane fu ferito, venne
suonata la ritirata; il suo stallone lo riportò al castello perché fosse
soccorso mentre il resto dei difensori circondava il castello pronto ad
affrontare il massacro.
Furioso per la sconfitta, con le sue orde decimate, lui invocò le potenze
malefiche. I cieli si oscurarono, il tuono rombò e i venti soffiarono con
fetore infernale mentre lui operava il suo potente maleficio che abbatté
cavalli e cavalieri come fa un uragano con gli alberi. Jessedra, Signora di
Barnacane, che osservava la scena dalla torre più alta del castello,
intervenne trasformando ogni uomo e animale di Barnacane in albero a
formare una foresta fitta e impenetrabile. Da quel momento, né un uomo
né un cavallo del suo esercito riuscì mai a penetrare in quella barriera,
anche se per decenni, da un accampamento eretto nei pressi, continuarono
a partire spedizioni alla ricerca di un passaggio. Da allora molto tempo era
passato.

Non appena Sendra e Alav, sgusciati fuori del portone, si ritrovarono nei
giardini, le giumente li superarono al galoppo saltando lo steccato e,
raggiunto l’argine, si gettarono nel laghetto. Sendra si augurò che non
spaventassero le carpe che rappresentavano una gradita variante al
pollame, ora che i daini erano tutti morti.
— Hanno visto altre tempeste e non dovrebbero essere così impaurite —
disse Alav con una punta di irritazione nella voce. Adesso avrebbero
dovuto sudare sette camicie per radunarle. Allungò a sua sorella una delle
funi che portava arrotolate a tracolla. — Be’, vediamo se io riesco ad
avvicinarmi a Farlandra — che era la sua cavalla — o se tu riesci a
prendere Manarda — che era di Sendra. — Può darsi che le altre le
seguano.
Si divisero e cominciarono a gridare a gran voce nell’oscurità
incombente: — Farlandra! Manarda! Borisa! Sheela! Shanna! Lorna! —
Le giumente nitrirono, ma non a loro, pensò Sendra sorpresa.

Mentre insieme ai suoi compagni si addentrava nella foresta, Bieregard


notò che Occhiolesto correva qua e là fiutando e Mixer si aggrappava
sempre più saldamente alla sua spalla solleticandolo con le sue penne. Il
principe stava sempre all’erta perché Vard vagava senza meta cambiando
continuamente direzione e teneva le ali ripiegate sul dorso per evitare che
venissero rovinate dai rami. Bieregard gli fece una carezza
d’incoraggiamento sul collo possente e si stupì di sentirlo tremare. Il suo
procedere a piccoli passi denotava un certo nervosismo come se, non ci
fosse stata la foresta, avesse preferito andare al galoppo.
— Calma, amico, questa foresta non andrà avanti all’infinito e,
comunque, rappresenta un ottimo riparo contro la bufera. Nemmeno un
alito di vento riesce a passare fra le cime degli alberi. — Sotto la sua
tenuta di cuoio da cavaliere Bieregard cominciava a sudare.
All’improvviso Occhiolesto guai di sorpresa e Bieregard scrutò fra i rami
davanti a lui per riuscire a localizzare il suo pelame roano. La cagna
abbaiò di nuovo come a dire: “Guarda che ho preso!”
— Arriviamo, Occhiolesto, arriviamo. — In altre circostanze a sentire
quel segnale dal suo segugio, Bieregard avrebbe liberato Mixer per
lanciarlo in suo aiuto, ma adesso era impossibile. Il gheppio agitò le ali
incerto, consapevole che in così poco spazio non poteva comportarsi
come di solito era abituato a fare.
Occhiolesto ripeté il suo richiamo, questa volta in tono meno eccitato, e
il fatto sorprese Bieregard perché non riusciva a vedere assolutamente
nulla se non altri alberi. Vard, tuttavia, aveva avvertito qualcosa ed emise
uno strano nitrito.
Poi, proprio davanti a loro, vide Occhiolesto accucciata tranquillamente
fra due alberi, col naso per aria e le orecchie dritte. Vard si bloccò di colpo
e sollevò la testa. Solo quando lo stallone allungò il collo e puntò il naso
verso un grosso ramo, Bieregard si accorse di due musi di gatto bianchi e
neri.
— Oh, buongiorno! — disse Bieregard che aveva troppo rispetto per gli
animali per essere scortese con gli sconosciuti, specialmente di quelle
dimensioni.
Uno dei due gatti gli si avvicinò passando lentamente da un ramo
all’altro e si fermò solo quando uno più sottile cominciò a ondeggiare
pericolosamente, sollevò la coda tenendo gli occhi verdi e penetranti fissi
in quelli di Bieregard. Poi voltò leggermente la testa verso il suo
compagno ed emise un miagolio di commento.
Occhiolesto fece un verso rauco, che non era né un guaito né un latrato.
Il gatto abbassò gli occhi e fece un altro commento. Occhiolesto si alzò
sulle zampe posteriori e agitò la coda. Mixer emise uno strido smorzato,
mentre Vard fece un nitrito rauco e sollevò una zampa in un saluto formale
prima di rimetterla a terra.
— Allora, abbiamo superato l’esame? — domandò Bieregard ai due
gatti.
Non era preparato a vedere che, per tutta risposta, un gatto saltasse
leggero sulla groppa dello stallone, ma apparentemente sia Mixer che Vard
lo erano. Il secondo gatto balzò a terra accanto a Occhiolesto con la quale
scambiò un’annusatina. Occhiolesto non molestava mai un gatto al chiuso,
in una casa o nel castello, ma all’esterno era tutt’altra cosa, perciò il suo
comportamento apparve assolutamente eccezionale a Bieregard che
osservava la scena affascinato. Immediatamente Vard riprese ad avanzare
dietro a Occhiolesto e al suo improbabile compagno che aprivano la
strada.
Il primo indizio che stavano per arrivare al limitare della foresta furono
le folate di vento e gli spruzzi di pioggia da cui furono investiti. Bieregard
intravide qualcosa di alto e impenetrabile e poi notò un sentiero appena
segnato che correva diagonalmente alla sua sinistra. Occhiolesto e il gatto
si avviarono al trotto lungo il sentiero e Vard allungò il passo con le
orecchie puntate in avanti e soffiando per l’impazienza o per la
consapevolezza di arrivare a un riparo ormai vicino. Raggiunsero un
muraglione spesso e molto vecchio e, all’improvviso, Vard lanciò di nuovo
un nitrito, forte e imperioso.
— Dei del cielo, non è il momento per quel genere di cose, Vard! —
disse Bieregard riconoscendo nel nitrito il segnale dell’interesse eccitato
dello stallone. Alzò un braccio per proteggersi il viso dalla violenza della
pioggia. — Andiamo — aggiunse, quando un lampo illuminò un sentiero
abbastanza ampio perché Vard potesse procedere al galoppo verso il
luogo dove i gatti li stavano guidando.
Lo stallone si bloccò di colpo davanti ai due gatti che si erano fermati.
Occhiolesto corse a rifugiarsi fra le sue zampe e Mixer emise un grido
rauco mentre un fulmine lampeggiò sopra di loro colpendo una parte del
muro di pietre e riducendolo a un ammasso fumante di detriti.
— Bravo Vard! — Bieregard elogiò il suo stallone, ancora scosso da quel
salvataggio che aveva del miracoloso. Infatti, se Vard avesse fatto ancora
due falcate, adesso non sarebbero stati altro che carne arrostita.
Si sentì un acuto nitrito provenire da qualche punto oltre il muro in
rovina e Vard reagì con uno scatto che Bieregard non riuscì a impedire. Lo
stallone scartò prima a sinistra, poi si alzò sulle zampe posteriori, girò di
colpo verso destra e partì alla carica verso le macerie fumanti.
— Nooo! — urlò Bieregard, ma il cavallo stava già superando la barriera
con le ali appena aperte per sollevarsi e mantenere l’equilibrio. Intanto,
con tre balzi, Occhiolesto e i due gatti erano già al di là dell’ostacolo.
Dopo essere atterrato, leggero ed elegante, Vard si preparò a saltare di
nuovo o ad andare a sbattere contro una massa solida. Squilibrato dal
primo balzo che lo aveva colto di sorpresa, Bieregard era scivolato di sella
e, rendendosi conto dell’inevitabile, si rannicchiò su se stesso per non farsi
male cadendo. Vard atterrò al di là di un grosso pilastro, si voltò e nitrì in
tono interrogativo mentre Bieregard tentava di mettersi a sedere, coperto
di muschio ed erbacce appiccicose.
Alzò gli occhi per guardare Vard e ne vide tre. Scosse la testa per mettere
a fuoco l’immagine e lanciò un’esclamazione di meraviglia perché accanto
a lui si era materializzata una fanciulla.
— Uno stallone! Alav, uno stallone ha saltato il muro! — gridò la
fanciulla che doveva avere buoni polmoni. — Va tutto bene? — La
fanciulla s’inginocchiò accanto a Bieregard con espressione ansiosa e
lui, che era troppo sensato per corteggiare tutte le giovani donne graziose
come facevano i suoi fratelli, si scoprì a pensare che lei aveva un corpo
slanciato e un bel viso incorniciato da leggeri riccioli di capelli neri. Con
gesto distratto, la fanciulla si riannodò una treccia che era sfuggita dalla
crocchia.
— Un salto davvero magnifico. Manarda e Farlandra sono impressionate.
— Poi la fanciulla fece il più tenero e fiducioso dei sorrisi. — Come ci
siete riuscito?
— Non è merito mio, l’idea è stata di Vard — replicò Bieregard
alzandosi agilmente in piedi. Fece un leggero inchino alla fanciulla,
includendo nell’omaggio anche le due giumente ferme al di là del
pilastro, che stavano facendo delle timide avances a Vard. Lo stallone,
immobile, spostava gli occhi dall’una all’altra. — Va tutto bene, Vard.
Adesso mi spiego il tuo entusiasmo e la tua fretta.
Lo stallone sbuffò, alzando e abbassando due volte la testa alle parole
rassicuranti del suo cavaliere - dopo tutto uno stallone della sua esperienza
non avrebbe dovuto perdere il cavaliere qualunque balzo avesse fatto - poi
s’inchinò a sua volta, prima a una giumenta, Manarda, e poi all’altra,
Farlandra.
Sotto le zampe sentì il terreno vibrare per il rumore di altri zoccoli e si
voltò con un nitrito pronto ad affrontare l’arrivo di qualche rivale. Lo
stesso fece Bieregard.
— Per tutte le tuniche dei santi! Altre giumente!
— E mio fratello, Alav! — gridò felice la fanciulla indicando un ragazzo
in sella a una giumenta. Di colpo il suo viso si oscurò e saltò sul pilastro.
— Il mio pane! Oh presto, Manarda, portami a casa! — Prima che
Bieregard potesse fermarla, lei era già in sella alla giumenta più grossa e
si allontanava al galoppo attraverso i giardini incolti.
— Andiamo, signore — disse il ragazzo fermo sulla sua giumenta a
qualche passo dal principe. — Sarà meglio che seguiamo mia sorella
prima che la tempesta ritorni. Abbiamo abbondanza di spazio nelle
scuderie per ospitare il vostro splendido animale. Su, Batter! Knock! Vi
precedo.
Bieregard montò in sella e seguì il ragazzo. Le altre quattro giumente si
accodarono impazienti.
Per arrivare al coperto dovettero attraversare i vasti giardini e così,
quando entrarono nel massiccio edificio in pietra che una volta doveva
aver ospitato un esercito di cavalli, erano zuppi fradici.
— Qui il vostro stallone starà comodo, signore. C’è acqua abbondante
nell’abbeveratoio e nella mangiatoia fieno a sufficienza per tutti.
Nessuna delle giumente è in calore, ma con uno stallone come il vostro,
ci giurerei che lo saranno tutte presto. Avete bisogno di aiuto?
Con sua grande sorpresa Bieregard scoprì che lo strato di paglia sul
pavimento, spesso e odoroso, avrebbe soddisfatto qualsiasi capo stalliere
per quanto esigente. Vard era smanioso di liberarsi dei finimenti e di fare
migliore conoscenza con una così gradevole compagnia. Con uno squittio
di piacere, Mixer si appollaiò sulle travi facendo sloggiare i precedenti
inquilini.
— Il vostro gheppio potrà dare la caccia a qualsiasi roditore di suo
gradimento — disse il ragazzo sorridendo. — Batter e Knock fanno
quello che possono e saranno felici se qualcuno gli darà una mano. Il
vostro segugio può entrare in casa con noi.
— Grazie. Ancora non riesco a credere ai miei occhi — mormorò
Bieregard mentre toglieva la sella e le bisacce dalla groppa del cavallo
irrequieto e sganciava le briglie.
— Anch’io ho qualche problema a percorrere quel sentiero, signore —
disse Alav e, pur nella semioscurità della stalla causata dalla tempesta
che ancora imperversava, Bieregard notò una smorfia amara sul viso del
ragazzo.
Si sentì il rombo di un tuono preceduto dal lampo di un fulmine. Durante
il breve e intenso chiarore, Bieregard ebbe la visione di un ambiente molto
vasto, con grandi finestroni privi di imposte, riparati da portici in pietra
ornati di pinnacoli e torrette.
— È inutile che restiamo qui, in cucina ci aspetta un bel fuoco e una
zuppa calda. Volete seguirmi, signore? — Con un gesto aggraziato che
molti degli uomini di corte di Bieregard gli avrebbero invidiato, Alav
fece cenno di precederlo per poter serrare le pesanti porte della scuderia.
Erano tutti e due fradici di pioggia quando piombarono nella cucina e
furono accolti dal profumo del pane e di qualcosa altrettanto saporito.
— Potete sistemare qui i vostri finimenti, signore. — Alav gli indicò
alcuni ganci e rastrelliere adatti per appendere selle, briglie e attrezzi
vari.
— Un panno per asciugarvi? — domandò offrendogliene uno pulito e
delicatamente profumato che sarebbe stato il vanto di qualsiasi massaia.
— Lo stanzino da bagno è appena qui fuori, a destra nel corridoio — disse
aprendo una pesante porta di legno che dava su un corridoio illuminato
fino alla porta dell’indispensabile locale.
Pieno di gratitudine, Bieregard si ritirò seguito da Occhiolesto tutta
soddisfatta, e nel locale, pulito e immacolato, trovò tutto il necessario per
rinfrescarsi. Non resistette alla tentazione di sbirciare il corridoio immerso
nell’ombra, abbastanza ampio da poter essere il passaggio alle sale
principali del castello che aveva intravisto alla luce dei lampi. Una folata
d’aria proveniente da qualche parte nell’oscurità, portò con sé polvere e
sabbia e un odore di muffa e di stantio. Occhiolesto starnutì.
Quando aprì la porta per rientrare in cucina, Bieregard osservò la scena
che si presentava ai suoi occhi. La cucina, illuminata da numerose lanterne
appese ai travi del soffitto che spandevano un chiarore accogliente, era
lunga e ampia; una grande tavola, un tempo probabilmente posta al centro
della stanza, era stata spinta contro la parete interna e serviva a vari usi.
L’estremità vicina a lui era probabilmente usata come scrittoio perché vi
erano appoggiati alcuni libri, uno dei quali - un enorme volume, rilegato in
cuoio rosso - era aperto su una pagina riempita di una scrittura chiara e
regolare; un corno intarsiato d’argento fungeva da portapenne e un altro,
munito di coperchio, conteneva l’inchiostro. Un cestino da lavoro e un
mucchio di biancheria parlavano invece di occupazioni femminili. Al
centro della tavola erano appoggiate alcune strisce di cuoio, mentre
sull’estremità verso il camino, erano stati apparecchiati tre posti.
Nell’angolo della cucina accanto al focolare dove sfrigolava una lanterna,
a Bieregard parve di intravedere un letto con una figura sdraiata.
In quel momento la fanciulla, che stava rimestando qualcosa di
succulento nel paiolo, si voltò e avvertì suo fratello della presenza di
Bieregard.
— Siate il benvenuto nel castello di Barnacane, o meglio nella sua
cucina, signore… — disse la fanciulla con un sorrisetto ironico.
— Bieregard di Mundesland.
Lei fece una graziosa riverenza e suo fratello un leggero inchino. — Io
sono Sendra, figlia di Bijor e Belisa, e questo è mio fratello Alav… —
Stava per aggiungere qualcos’altro ma il ragazzo era già stanco delle
formalità.
— Il vostro stallone, Sir Bieregard, da quale linea di purosangue
Barnacane discende? — Si avvicinò alla tavola e cominciò a sfogliare le
pagine del grosso volume. — So a memoria tutte le ascendenze
principali…
— Suo padre era Fastor, figlio di Wheelock, figlio di Benefan, figlio di
Genthor, a sua volta figlio di Pelmet che era figlio di Lassiot…
— Lassiot! — A quel nome, il ragazzo saltò su e prese a sfogliare
indietro le pagine così in fretta che sua sorella lo ammonì di stare attento
a non sciuparle. — Ah, ecco! Qui… Lassiot è stato venduto dal mio
bisnonno, Busseler, a… al re di Mundesland! — Alav spalancò gli occhi
meravigliato.
— Io sono il suo bisnipote, giovane Alav — disse Bieregard con un
inchino.
— La progenie di Lassiot ha prosperato?
— Non c’è dubbio, come si può vedere da Vard!
— Sicuramente nessuno di voi due prospererà — intervenne Sendra
ironica — se non la smettete di parlare di ascendenze e venite a cenare.
Desinare semplice, principe Bieregard…
— Ho una tale fame che mi sembrerà un vero banchetto, mia signora.
A quell’appellativo, Sendra fece una smorfia divertita, staccò il paiolo dal
gancio e lo portò in tavola. — Allora venite e banchettate.
Bieregard fece cenno a Occhiolesto di accucciarsi sullo zerbino accanto
alla porta e sorrise ad Alav che friggeva dalla voglia di fargli altre
domande. Mentre si sedeva al posto che Alav gli aveva indicato,
Bieregard si rese conto che c’era davvero qualcuno sdraiato sul letto
d’angolo, avvolto in coperte.
— Nostro padre — disse Sendra con grande dignità, notando il suo
sguardo. — Dorme. È meglio non svegliarlo… nemmeno per dargli la
bella notizia che un uomo… e un potente stallone… sono arrivati fin qui
attraverso la foresta.
— Avete attraversato davvero la foresta? — Alav appariva stranamente
giubilante.
— Non abbiamo certo volato con questa tempesta — replicò Bieregard.
— Andiamo per ordine, Alav. Dunque, la discendenza è quella di Lassiot
— disse Sendra con un sorriso ironico verso l’entusiasmo di suo fratello.
— Mio fratello conosce davvero la genealogia di Barnacane a memoria!
— La stirpe di Barnacane gode ancora di molta considerazione? — chiese
Alav ansioso.
Bieregard annuì con la bocca piena di pane saporito e croccante come
piaceva a lui. — Moltissima, e chi è così fortunato da possedere un
esemplare purosangue se ne prende la massima cura. È questa la ragione
per cui mi trovo così lontano da Mundesland.
— Siete venuto per cercare Barnacane? — Alav spalancò gli occhi con
espressione di rispettosa sorpresa.
— Non proprio. — Bieregard si sentiva a disagio. — A essere sincero,
conoscevo i cavalli Barnacane, ma non sapevo che ancora esistesse… —
Esitò non sapendo come andare avanti senza recare offesa.
— La foresta? — domandò Sendra avvertendo la sua incertezza.
Bieregard annuì. — Mio padre mi ha mandato a cercare nuove giumente
per migliorare l’allevamento. Non osavo nemmeno sperare di trovare…
— Noi! — Alav terminò la frase. — Ma in qualche modo ci siete
riuscito. Forse, dopo tutto, non abbiamo bisogno di quello stramaledetto
amuleto.
— Alav!
Con una smorfia di disgusto, Alav proseguì imperterrito. — Non avete
mai sentito parlare della battaglia di Barnacane? La foresta che ha sconfitto
l’Orda Nera di…
— Non pronunciare il suo nome… — gridò Sendra allarmata, afferrando
suo fratello per una spalla e lanciando un’occhiata preoccupata alla figura
dormiente. — Ti potrebbe sentire.
— Non avete mai sentito parlare della Foresta di Barnacane?! —
domandò Alav incredulo.
— Conosco il nome di Barnacane come quello di una stirpe di cavalli
superiore a ogni altra in qualsiasi parte del mondo.
— Be’, allora sarà meglio che io vi racconti la storia — disse Alav
allontanando la mano di sua sorella. — Non lo nominerò, Sendra, ma
nemmeno lo stregone più potente può sfuggire alla morte! Giusto?
Bieregard annuì con enfasi. Era contento di lasciar parlare il ragazzo
perché aveva molta fame e lo stufato, i cui ingredienti non riusciva a
individuare, era di gran lunga il migliore che avesse assaggiato da quando
era partito ed era certamente più gustoso delle razioni da viaggio che aveva
nelle bisacce. Quando Bieregard arrivò alla fine della terza scodella - si era
assicurato che ne fosse a sufficienza per tutti — Alav stava terminando di
raccontare la sua strana e inquietante storia. Il principe rimpianse che
maghi e stregoni non abbondassero ai suoi tempi perché l’imprevisto
riusciva sempre a rendere le cose più eccitanti.
— Ma allora perché io sono riuscito a penetrare nella foresta? —
domandò Bieregard allungando la mano per prendere un’altra fetta di
pane.
— È sconcertante — ammise Alav. — Noi non siamo ancora riusciti a
trovare l’amuleto.
— E non sappiamo se lui sia ancora vivo — aggiunse Sendra. Bieregard
notò lo scatto del suo mento e il lampo orgoglioso nei suoi begli occhi
azzurri, e pensò che la sua cautela era necessaria per bilanciare
l’imprudenza di suo fratello. La fanciulla era davvero molto graziosa,
giudiziosa, premurosa e un’ottima cuoca.
— Scrivete il suo nome, allora, e saprò se l’ho sentito nominare. Detto fra
noi, non ho notizia di stregoni viventi in grado di invocare le potenze
malefiche di cui parlate.
Alav si chinò verso Bieregard e, con uno rapido sguardo verso l’angolo
del camino, formò sul tavolo tre lettere col dito indice.
— No, non ho mai sentito questo nome — disse Bieregard con sicurezza.
— Nemmeno in qualche canzone… eppure da noi arrivano molti
menestrelli e trovatori provenienti da ogni parte del mondo. I vostri
cavalli sono molto conosciuti e gli uomini sono disposti a tutto pur di
comprare una giumenta Barnacane, ma di lui non ho mai sentito parlare.
— Ne siete assolutamente sicuro? — chiese Sendra con voce incerta.
Bieregard le sorrise, allungò una mano e strinse la sua per rassicurarla.
La sua pelle era più ruvida di quella delle damigelle che gli presentavano i
suoi amici e suo padre, ma a lui piacque la forza di quelle mani operose.
— Allora possiamo finalmente andarcene? — domandò Alav.
Sendra lanciò un’occhiata in direzione del letto accanto al camino. —
Come facciamo a convincere nostro padre?
— Io sono arrivato fin qui, no? Non è prova sufficiente? — domandò
Bieregard allargando le braccia con un sorriso.
Sendra ricambiò il sorriso stringendosi nelle spalle. — È una prova a
metà.
— Parlate per enigmi, lady Sendra?
La fanciulla sospirò paziente. — Fino a oggi, principe Bieregard, la
foresta ha impedito a chiunque di entrare, ma ha anche impedito a noi di
abbandonare la sua protezione. È questa la mia esperienza… e anche la
tua, vero Alav?
Il ragazzo abbassò la testa e fece ricadere le spalle sconfitto. — Sì, riesco
ad arrivare solo… — sospirò in preda alla disperazione. — Insomma
continuo a girare in cerchio e non riesco a penetrare nella foresta. —
Colpì con un pugno una barriera impenetrabile.
Si sentì un tramestio all’estremità opposta della stanza che svegliò
Occhiolesto dal suo sonnellino. Due gatti bianchi e neri si diressero verso
il focolare, scuotendo dalla pelliccia grosse gocce d’acqua che fecero
sfrigolare il fuoco.
— Batter! Knock! Finirete col bagnarci! — esclamò Sendra in tono di
rimprovero, ma così dicendo prese un panno e, inginocchiatasi, cominciò
a strofinare i due gatti per asciugarli. — Sarete affamati, vero? — I gatti
risposero affermativamente. — E il vostro segugio, principe Bieregard?
— Senza aspettare risposta, Sendra prese tre piatti e li riempì di stufato.
Bieregard la ringraziò e chiamò Occhiolesto a mangiare.
— Davvero un magnifico segugio, signore — disse il ragazzo scuotendosi
dalla sua momentanea depressione.
— Una razza intelligente, fedele e antica quanto quella di Vard e del mio
gheppio. Mixer. Credo che la tempesta sia passata — disse rivolto ad
Alav.
— Vorrei andare a controllare Vard.
Il ragazzo balzò in piedi. — E io le giumente. Hanno galoppato di gran
carriera e voglio assicurarmi che non abbiano combinato qualche guaio.
— Un guaio lo combineranno presto col nuovo arrivato — disse Sendra
sorprendendo Bieregard con il suo spirito caustico.
— Questo mi fa ricordare che volevo chiedervi quale ascendenza hanno le
giumente, giovane Alav.
Il ragazzo avrebbe voluto snocciolare tutto immediatamente, ma Sendra lo
fermò. — Recita i nomi mentre controlli le giumente, Alav! Sai bene che
a loro piace sentirti.

— È un libro stupefacente — disse Bieregard al loro ritorno, mentre


sfogliava con mani riverenti la Genealogia dei Cavalli Barnacane.
— Contiene la genealogia della stirpe originale e inalterata dei Cavalli
Alati discendenti di Pegaso — disse Alav con una punta d’orgoglio, lo
stesso orgoglio che illuminava il bel viso di Sendra mentre posava una
lanterna sulla tavola. — Naturalmente, il responsabile dell’allevamento di
quei tempi era molto attento a scegliere le migliori giumente per Pegaso.
— Le sue scelte accurate hanno fatto la fortuna della stirpe — mormorò
Bieregard. Poi la sua attenzione si rivolse al volume. — Che splendido
manufatto! — Passò le dita esperte sulla rilegatura in cuoio e sui delicati
intarsi dorati. Uno splendido fermaglio ornato di pietre preziose
assicurava la chiusura delle pagine di cartapecora e quattro barrette
ingemmate ornavano il dorso del volume. Le gemme erano antiche e il
lungo uso aveva smussato la loro sfaccettatura.
— Ecco, questo è il fondatore della stirpe. — Alav, che era più
interessato a mostrargli il contenuto del libro, indicò l’illustrazione della
prima pagina. — Adesso l’immagine è un po’ sbiadita — aggiunse
afflitto — ma sembra quasi di sentirlo nitrire, vero Bieregard? — Fra
un’occupazione e l’altra per controllare garretti e zoccoli e preparare le
lettiere ai cavalli, avevano messo da parte qualsiasi formalità.
La silenziosa ammirazione di Bieregard non era una finzione perché
l’animale raffigurato sulla pagina era davvero magnifico. Pegaso era stato
ritratto eretto sulle zampe posteriori, con le ali piumate sollevate
all’indietro e le punte leggermente arcuate per mantenere l’equilibrio. I
suoi magnifici quarti, l’ampiezza del suo tronco e l’ossatura erano
stupefacenti. La conformazione dello stallone progenitore non aveva la
benché minima pecca. Perfino Vard, giudicato da tanti il migliore
esemplare dei suoi tempi, non reggeva il confronto.
— Naturalmente si tratta del Fondatore della Stirpe — osservò Bieregard
quasi a scusarsi con Vard.
— Il tuo è migliore del vecchio Barnakka, il nostro ultimo stallone —
disse Alav con generosità.
Pieno di ammirato stupore Bieregard passò le dita sull’immagine e
scosse la testa. — Ma non è come questo, non è come questo! — Chiuse il
libro e infilò la linguetta nel fermaglio ammirando ancora una volta la
lavorazione. — Se sono riuscito a passare attraverso la foresta, può darsi
che ci riesca di nuovo domani insieme a voi.
— Possiamo provarci! — esclamò Alav risoluto.
— Sì, possiamo farlo — disse Sendra un po’ dubbiosa.
— Be’, allora proviamo — disse Bieregard stringendole leggermente il
braccio in gesto di incoraggiamento.
La fanciulla fece un profondo sospiro e gli sorrise. Bieregard scoprì di
amare il suo spirito indomito.
— Non lo diremo a nostro padre fino a che non ci saremo riusciti —
concluse Alav con un cenno di intesa a sua sorella.
Sendra lanciò un’occhiata alla figura dormiente che era ancora all’oscuro
dell’arrivo del principe e del suo stallone. Se al suo risveglio avesse
scoperto che il loro problema era completamente risolto, la sua salute non
ne avrebbe forse ricevuto un netto miglioramento?
Il mattino spuntò chiaro e limpido, come spesso accade dopo una
tempesta. Bieregard si svegliò sentendo il naso umido di Occhiolesto su
una mano. Un attimo dopo ci fu un leggero colpo alla porta.
— Avanti!
Sulla soglia comparve Alav con in mano una tazza fumante e
l’espressione così allegra e vivace da lasciar intendere che l’eccitazione
doveva averlo fatto alzare molto presto quella mattina.
— Ho già dato da mangiare ai cavalli. — Poi Alav ridacchiò come fanno i
ragazzi della sua età. — Vard ha dettato legge, perfino con Manarda.
Anche Bieregard sorrise sorseggiando la bevanda bollente; non sapeva
cosa fosse, ma sicuramente gli dava una sferzata di energia.
— Sendra ha già preparato la colazione e nostro padre dorme ancora. —
Mentre chiudeva la porta alle sue spalle, Alav aveva un’espressione
preoccupata.
Bieregard si vestì in fretta, felice che ci fosse un’ultima camicia pulita nel
suo bagaglio. Fece una breve sosta nella stanza da bagno e si avviò verso
la cucina da cui, ancora una volta, provenivano odori stuzzicanti,
promessa di un pasto abbondante.
— Alav voleva precipitarsi fuori alle prime luci dell’alba — disse Sendra
con un sorriso indulgente. — Ma tu avevi bisogno di un buon riposo dopo
un viaggio così lungo e difficile e i cavalli dovevano avere il tempo di
digerire l’avena.
— Avete ancora avena da dargli?! — Bieregard era sorpreso.
— Ce la siamo sempre cavata bene, grazie — replicò Sendra e per la
prima volta nella sua voce c’era una nota altezzosa.
— Chiedo perdono, mia signora — disse Bieregard con un ampio gesto
della mano e un inchino.
— Oh, smettila, Bieregard. Il mio rango attuale è quello di cuoca… le
uova sono pronte.
Le servì con gesti rapidi e sicuri, aggiunse le patate fritte e dorate e si
preoccupò che pane, burro e marmellata fossero a portata di mano.
Indossava un costume da cavallerizza adatto al programma del giorno,
notò Bieregard, ricordando il lampo delle sue gambe abbronzate quando la
sera prima era saltata in sella alla giumenta.
Sendra non avrebbe mai permesso che Alav mettesse fretta al suo ospite,
anche se il ragazzo continuava a giocherellare con il fermaglio della
Genealogia di Barnacane con aria impaziente.
— Eccellente! — disse Bieregard alzandosi da tavola e facendo un
inchino verso la fanciulla. Poi prese il piatto, le posate e il boccale e li
portò nel lavandino come se nella sua vita lo avesse sempre fatto.
— Grazie, principe Bieregard — disse la fanciulla con un breve cenno
del capo e un sorriso scherzoso. Poi si avvicinò alla fiancata del letto e
toccò la mano del padre che, come poté vedere Bieregard, era adagiata
sulla trapunta. Restò a lungo china sulla figura dormiente, poi si sollevò
scuotendo la testa con espressione rattristata. — Dorme ancora. Non
posso avergli dato una dose eccessiva di pozione perché ce ne è rimasta
così poca!
— Sai bene che gli succede spesso di dormire tutto il giorno, Sendra —
disse suo fratello. — E pensa che bella notizia gli daremo al nostro
ritorno!
— Era balzato in piedi e correva verso la porta.
— Batter, Knock, restate qui e se mio padre si sveglia, uno di voi venga
ad avvertirmi.
Le reazioni vocali dei due gatti erano altrettanto irritate delle espressioni
sui loro musi bianchi e neri, mentre passeggiavano su e giù nervosamente
davanti al camino. Quando i tre giovani richiusero la porta della cucina
alle loro spalle, stavano ancora protestando.
Al suono dei passi di Bieregard sul lastricato, Vard emise un nitrito di
benvenuto a cui fecero seguito altri nitriti. Occhiolesto arrivò
scodinzolando, con il pelo bagnato di rugiada, di ritorno da qualche sua
spedizione nei giardini.
Quando i tre spalancarono le porte della scuderia, i cavalli era allineati.
Bieregard svegliò con un fischio Mixer e il gheppio gli rispose con uno
strido acuto. Ci volle solo qualche minuto per bardare i tre cavalli, ma
Alav mise le briglie anche alle altre quattro giumente.
— Vanno sempre tutte insieme — spiegò a Bieregard. — Osserva come
Manarda è sottomessa a Vard… lei è la giumenta più anziana.
— Non avrei mai pensato che l’avrebbe fatto — osservò Sendra un po’
contrariata. — Con Barnakka non succedeva spesso.
— Be’, non sapeva che farsene dopo aver figliato Sheela — replicò Alav
mentre faceva uscire Farlandra dalla scuderia. — Andiamo!
Il ragazzo guidò il gruppo fuori del cortile lastricato. Poi, attraverso un
passaggio coperto di ispido ligustro, che un tempo era stato un portale
decorato, seguirono l’argine battuto dagli zoccoli dei cavalli e
attraversarono un terreno erboso, punteggiato di fiori selvatici rossi e
azzurri; quindi, superata una siepe, arrivarono a uno spiazzo selciato che
Bieregard immaginò fosse la spianata davanti al castello di Barnacane. Il
sole mattutino illuminava le pietre del selciato e faceva brillare quel che
restava delle alte vetrate. Sendra e Alav sembravano non far caso alla
scena, ma Bieregard sentì una fitta di rammarico per la decadenza di
quella splendida dimora.
Farlandra superò con un balzo leggero i tre gradoni della scalinata e si
avvicinò al piccolo galoppo alla seconda rampa. Vard drizzò le orecchie e
la seguì agile, imitato da Manarda in tutta la sua maestosità e imponenza.
I grandi balzi eseguiti dai cavalli davano l’impressione che stessero
eseguendo un esercizio di equitazione, pensò Bieregard. La giumenta più
giovane era alla guida, mentre Vard e Manarda si muovevano all’unisono,
fianco a fianco, la staffa di Sendra che sfiorava la sua. Bieregard sorrise e
negli occhi di lei passò un lampo malizioso.
Se alla luce dei lampi della notte precedente, Bieregard era rimasto
impressionato dalla vastità del castello, la luminosità del giorno gli
mostrava in tutto il loro splendore i magnifici giardini racchiusi dalle alte e
spesse mura.
Vide gli orti, i recinti davanti alle cucine, e perfino una vasta radura -
dove probabilmente un tempo si praticava lo sport - coperta di germogli
d’avena. Come erano previdenti quei due giovani! Bieregard sentì
aumentare la propria ammirazione.
Poi all’improvviso, superata una siepe straordinariamente alta e
aggrovigliata, giunsero in vista di porte gigantesche. Bieregard giudicò
assurdo che non fossero state tirate le grandi spranghe di ferro, ma poi si
ricordò della foresta.
Dovettero mettersi in tre e aiutarsi con una fune legata all’anello della
sella di Vard, per riuscire ad aprire una delle grandi porte che protestò con
uno scricchiolio metallico mettendo in fuga Mixer. Col fiato sospeso,
Bieregard osservò il gheppio che volava in cerchio: niente ostacolava o
allarmava l’uccello.
Riuscirono a malapena a socchiudere il portale per procedere lungo il
sentiero che correva intorno alle mura, ma non furono in grado di
addentrarsi nella foresta, nemmeno a piedi.
— Non capisco, ieri ce l’ho fatta — disse Bieregard quando si
ritrovarono per la seconda volta accanto al muraglione colpito dal
fulmine. — Ho seguito il sentiero non lontano da qui.
— Ti hanno guidato i gatti? — domandò Sendra.
— Sì, ma io ero già nel folto della foresta quando si sono avvicinati — le
rispose sorridendo perché le sue parole non suonassero offensive.
— Non hanno nessun potere magico — disse Sendra. — Mia nonna
Jessedra non amava i gatti e non gli permetteva di entrare in casa. La
loro madre dava la caccia ai topi nella stalla di Barnakka e poi, dopo la
scomparsa di mia nonna, io li ho portati in casa.
— Questo significa che dobbiamo assolutamente trovare l’amuleto o non
riusciremo mai ad andarcene via di qui! — gridò Alav in preda alla
disperazione.
— Avete mai tentato di andar via volando? — domandò Bieregard.
— Proviamoci — suggerì il ragazzo. — C’è abbastanza spazio nel viale
d’accesso per tentare.
Bieregard guardò in alto verso il cielo dove Mixer era rimasto a
osservare i loro sforzi volando in ampi cerchi.
— Facciamolo — disse Bieregard con determinazione e fece voltare
Vard sulle zampe anteriori. Si sentì afferrare il braccio da Sendra che
aveva sul viso un’espressione ansiosa. — Oh, sarò prudente, mia signora
— disse e le baciò la mano.
Mentre Vard ritornava sui suoi passi verso la porta principale, Bieregard
non riusciva a dimenticare la sensazione delle sue labbra sulla mano della
fanciulla e quella delle dita di lei che stringevano le sue. Che follia
sentirsi così attratto da una fanciulla di cui conosceva solo il padre e il
fratello!
Quando Vard arrivò alla seconda rampa di gradini, le giumente, sia
quelle montate sia quelle senza cavaliere, si disposero sui due lati della
porta.
— Adesso andiamo, Vard — disse Bieregard e, sistematosi sulla sella,
sollevò il braccio destro stringendo tutte e due le gambe con i tacchi
dietro il sottopancia del cavallo.
A un suo ordine, Vard balzò in avanti con le ali spiegate parallele al suolo
e le punte piegate all’infuori per acquistare velocità. Dal culmine
dell’ultima rampa di gradini, si slanciò facendo leva sulle poderose zampe
posteriori e sollevò le ali in alto, quindi le abbassò con forza. Su, sempre
più su, al di sopra delle espressioni stupite, umane ed equine, e al di sopra
dell’alto muraglione. Farlandra lanciò un nitrito di avvertimento… Vard si
dibatté in aria, la testa spinta violentemente all’indietro per l’impatto
contro una barriera impenetrabile. Lo stallone s’impennò e Bieregard
avvertì, più che udire, i suoi zoccoli colpire qualcosa di resistente. Vard si
sbilanciò sul lato sinistro e solo la sua grande agilità gli evitò una caduta
disastrosa. Mentre si abbassava verso terra, dalla sua ala destra piovve una
cascata di soffici piume e lo videro agitare frenetico l’ala sinistra per
raddrizzarsi.
Atterrò con violenza e senza grazia appena al di là del muraglione,
perdendo altre piume e i peli della coda che si erano impigliati nei rami
degli alberi durante la discesa.
— Stai bene? — La prima ad arrivare fu Sendra e la sua giumenta ebbe
un nitrito di paura quando lei tirò le redini di colpo. Manarda si avvicinò
a Vard che stava in piedi con la testa bassa, l’ala destra che pendeva
inerte e la sinistra in condizioni appena migliori. Con una mano Sendra
strinse il ginocchio di Bieregard mentre con l’altra accarezzava il cavallo
pronunciando parole di incoraggiamento affettuoso indirizzate più
all’animale che al cavaliere. Se non fosse stato anche lui preoccupato per
lo stallone, Bieregard si sarebbe sentito geloso di Vard.
— Non ti preoccupare, forse si tratta solo della perdita di qualche piuma
e di una distorsione. Vard si è sempre ripreso in fretta tutte le volte che
siamo andati a cozzare contro qualche ostacolo. — Bieregard era
meravigliato per l’intensità della rabbia che provava contro quella forza
invisibile. Lanciò un’occhiata accusatoria verso Mixer che avrebbe
dovuto avvisarli, ma il gheppio era ormai lontano al di là della foresta,
ignaro di quanto era accaduto. Perché il gheppio sì e lo stallone no?
— Contro cosa sei andato a sbattere, Bieregard? — chiese Alav balzando
di sella e avvicinandosi al principe per controllare Vard. Anch’esse
preoccupate, le altre giumente emettevano leggeri nitriti di consolazione,
tenendosi a discreta distanza.
— Niente che io potessi vedere — rispose Bieregard serrando le mascelle.
— Ti è sembrato come… come se fosse una lastra di vetro molto spessa?
— domandò Alav e Bieregard capì che il ragazzo voleva da lui una
conferma alle sue personali esperienze.
— Sì, è così che descriverei l’ostacolo. Vard è andato a battere contro una
barriera e con gli zoccoli ha colpito qualcosa di molto solido! L’ho
sentito.
Alav annuì lentamente con gli occhi lucidi di lacrime e fece per
allontanarsi con la testa bassa, ma Bieregard gli mise una mano sulla
spalla.
— Avevi già fatto qualche tentativo? — gli domandò e quando Alav annuì
senza avere il coraggio di guardare sua sorella che lo fissava sbalordita
per la sua audacia, aggiunse: — Con le giumente?
— E una volta col vecchio Barnakka, quando poteva ancora volare.
— Questo non lo diremo a nostro padre — disse Sendra con enfasi e
indicò la gatta che arrivava a lunghi balzi lungo il sentiero facendo sentire
il suo richiamo. — Dobbiamo prenderci cura di Vard, spero che non abbia
perso troppe penne remiganti.
— Che importanza ha? — domandò Alav disperato. — Ero così sicuro
che Bieregard e Vard, non essendo del castello, potessero passare!
— Anch’io!
Bieregard riuscì appena a intendere il sussurro scoraggiato di lei.
Così parlarono solo del tentativo di Bieregard quando Bijor, seduto
comodamente nella sua sedia a rotelle, fu messo a conoscenza dei recenti
avvenimenti. Sendra pensò che quel mattino suo padre aveva davvero un
bell’aspetto, con le guance colorite e gli occhi lampeggianti mentre gli
presentavano l’ospite e gli parlavano di Vard. Gli occhi di Bijor si
riempirono di paura e la sua bocca si spalancò ad ascoltare il racconto del
tentativo di Bieregard. Alla fine, fissò i suoi occhi acquosi in quelli
dell’ospite - uno sguardo che per fortuna non scoraggiò il principe
abituato alle occhiate penetranti del suo regale padre — poi, con un
profondo sospiro, Bijor sollevò la mano destra e con grande sforzo indicò
col dito indice il pavimento.
— Restaaaate! — Il significato era inequivocabile ma inaccettabile per
Bieregard e per il figlio di Bijor.
— Ho capito, signore — replicò Bieregard alzandosi e facendo un
inchino di cortesia all’uomo sofferente, poi uscì nel pomeriggio assolato,
ma i suoi pensieri non erano altrettanto condiscendenti.
— Bieregard — gridò Alav correndogli dietro. — Non avrai intenzione
di obbedire!
Bieregard alzò un dito in un gesto d’impazienza. — Ho detto di aver
capito, non ho parlato di obbedire. — Si girò intorno guardando le
immense rovine del castello. — Non posso restare qui! Io… dov’è Mixer?
— Scrutò il cielo, facendosi schermo con la mano per evitare il sole alto,
poi fece un fischio lungo e ripetuto fino a che non vide una macchiolina
scura, il gheppio che ritornava.
— È andato! È riuscito a passare! — gridò Alav.
— Possiamo affidargli un messaggio! Anche solo le vostre giumente
valgono una spedizione, Alav! — gridò Bieregard. — Vedrai che
riusciremo ad andarcene di qui, mio giovane amico.
Dominando la loro eccitazione entrarono in cucina e si procurarono il
necessario per scrivere, senza disturbare Sendra che stava imboccando suo
padre.
Con dita abili assicurarono il messaggio alla zampa di Mixer usando un
filo sottile sottratto al cestino da lavoro. Il gheppio era abituato a queste
incombenze e quando Bieregard gli prese la testa fra le mani e lo
accarezzò dicendogli di cercare Dracklin a Mundesland, il gheppio aprì e
chiuse gli occhi due volte. Appena Bieregard lo lanciò, si diresse verso
occidente.
— Quanto tempo ci vorrà? — domandò Alav che era chiaramente
ansioso di arrivare a una rapida conclusione.
— Noi siamo arrivati per vie traverse — rispose Bieregard facendo
rapidi calcoli — ma con buone correnti ascendenti e bel tempo, Mixer
dovrebbe arrivare a casa domani verso il tramonto.
— E ritornare?
Bieregard fece altri calcoli. — Una settimana, dieci giorni. Nel
messaggio ho detto che è urgente.
— Dieci giorni?! — Alav era costernato.
— Nel frattempo ci metteremo a cercare l’amuleto — disse Sendra
raggiungendoli nella corte. — A quel tempo lui aveva ammassato le sue
orde contro la foresta e ha fallito… come è possibile, dunque, che altri,
per quanto abbiano intenzioni amichevoli, riescano nell’impresa se
l’incantesimo funziona ancora?
— Non hai torto — ammise Bieregard sinceramente, ma Alav scappò via
borbottando imprecazioni e facendo segni di diniego come un bambino
contrariato. — Ma prima ci sono molte cose da fare per assicurarci cibo e
riparo. Ai vostri ordini, mia signora!
Sendra lo guardò con gli occhi spalancati. — Ordinarti di sarchiare gli
ortaggi, lavare i panni o sbucciare le patate?
Bieregard fece un inchino togliendosi con un ampio gesto un
immaginario cappello piumato. — Puoi chiedermi anche di dare il
mangime alle galline e ai porci, se ce ne sono ancora. Devo anche lavarmi
un paio di camicie. — Non poté fare a meno di scoppiare a ridere al
pensiero di cosa avrebbe detto il suo valletto di camera se avesse saputo
che il principe si era lavato da solo la biancheria. Allungò la mano e
avvicinò a sé Alav. — Siamo tutti e due ai vostri ordini, mia signora! — E
così dicendo obbligò Alav a fare un inchino.
Con tre paia di mani volenterose, non ci volle molto tempo per portare a
termine quel che c’era da fare e Bieregard si dovette pulire le mani dallo
sporco delle patate per andare a controllare Vard prima del pasto a base di
pane e formaggio. Lo stallone stava tranquillo nella stalla silenziosa,
sistemato su un immenso letto di paglia con due robusti sostegni per tenere
sollevate le ali doloranti. Le giumente entravano e uscivano a loro
piacimento, ma sceglievano quasi sempre di restare accanto a Vard cosa
che fece sorridere Bieregard.
— Ditemi — disse Bieregard stendendo le lunghe gambe sotto il tavolo.
Lanciò un’occhiata prudente verso Bijor, signore di Barnacane, che
sonnecchiava di nuovo seduto nella sua poltrona. — Come esattamente
questo amuleto?
Sendra lo guardò incerta. Alav guardò sua sorella e poi Bieregard, poi lui
e Sendra si scambiarono un’occhiata confusa.
— Sai, non credo di sapere esattamente come sia — disse Alav. — So
solo che dovrebbe essere attaccato a una catenella e… molto vecchio.
Bieregard si voltò verso Sendra. — Tu l’hai mai visto?
La fanciulla batté gli occhi e fece una risatina. — No, ma Bessie e Maia
sì… e anche Ferruk. Quando Jessedra era regina, loro erano giovani.
— Quindi sarebbe a dire che loro sapevano cosa cercare, ma voi no?
Pensate forse che quando gli andrete vicino, salterà su e vi dirà:
fuochino, fuochino?
Alav sbuffò, ma Sendra apparve offesa e immediatamente Bieregard si
pentì delle sue parole, fatto che gli fornì una scusa per toccarla.
— Non avevo alcun diritto di dire ciò che ho detto, Sendra. Mi perdoni?
— Credo che avessi tutte le ragioni di dirlo, Bieregard — replicò lei e
Bieregard si rese conto che la fanciulla non lo aveva perdonato. — Ma
so per certo come possiamo rimediare. — Si alzò in piedi e controllò la
sacca con l’esca e l’acciarino appesa alla cintura. Poi prese una lanterna
dalla mensola del camino. — Venite!
Li guidò lungo il corridoio, oltre la stanza da bagno e attraverso una
pesante porta dai cardini scricchiolanti, fino a un’ampia galleria dalle
imposte chiuse e finalmente dentro un grande salone di ricevimento sulla
facciata anteriore del castello. Ci fu un tramestio di pipistrelli sulle travi
del soffitto e al loro passaggio un ondeggiare di grandi festoni di
ragnatele. Occhiolesto, alle calcagna di Bieregard, ringhiò. Non le
piacevano i ragni perché, quando era cucciolo, era stata morsa da un ragno
particolarmente velenoso.
Sendra li fece salire per una imponente scalinata e, attraverso una breve
rampa di gradini, arrivarono a un’altra galleria. Si lasciarono la galleria
alle spalle e giunsero a quella che doveva essere un’ala del castello ma
l’oscurità rendeva difficile l’orientamento. Sendra passò la mano sulla
parete alla ricerca di qualcosa, lo trovò e abbassò una leva, spingendo con
forza una porta.
— Gli appartamenti di re Rattaclan… ci deve essere un ritratto di mia
nonna — spiegò Sendra e Bieregard, cortese, prese la lanterna dalla sua
mano per alzarla più in alto. — Cioè ci dovrebbe essere, se non è stato
mangiato dai tarli. Sopra il camino… là!
Era un enorme ritratto a grandezza naturale, con una cornice che portava
ancora i segni della doratura, ma la parte superiore della figura era
immersa nell’ombra. Sistemarono un tavolo con sopra una sedia e
Bieregard riuscì a illuminare la parte superiore del ritratto di Jessedra.
— Ti somiglia — disse Alav con espressione riverente.
— Sciocchezze — replicò Sendra secca. — La regina era considerata
una delle donne più belle dei suoi tempi.
— E tu le somigli — disse Bieregard. — Al collo ha un pendente. — Lo
scrutò da vicino. — Ne devo aver visto uno proprio uguale… ma no, non
è possibile! Ecco, Sendra, ti aiuto a salire. — Aveva progettato di farlo
comunque, perché in tal modo avrebbe dovuto metterle una braccio
intorno alla vita per sorreggerla sulla sedia. Il viso di lei era vicinissimo
al suo mentre fissava attenta il pendente con le sopracciglia aggrottate.
— Anch’io l’ho visto — disse voltandosi verso di lui, il respiro lieve e il
viso sporco di polvere come quello del ritratto. — Ma non riesco a
ricordare dove — aggiunse irritata per il tradimento della memoria.
La sedia scricchiolò e il tavolo cominciò a traballare. Scesero tutti e due
a precipizio.
— Uffa, correrò il rischio — disse Alav e afferrando la lanterna si issò
sulla sedia per dare un’occhiata anche lui. — È vero sembra un oggetto
familiare, ma quante volte Bessie, Maia e Ferruk e chissà quanti altri
l’hanno cercato senza trovarlo!
— Però è strano che io mi ricordi di averlo visto — osservò Bieregard
lambiccandosi il cervello.
— Tutto quello che sappiamo — disse Sendra col tono paziente di chi
ripete la stessa cosa per la centesima volta — è che, subito dopo aver
creato la foresta, lady Jessedra lo ha messo, cito testualmente, “nel luogo
più sicuro di tutto il castello di Barnacane”.
— E nostro padre ha detto molte volte — Alav roteò gli occhi in modo
espressivo — che lei non lo aveva mai più ripreso fino alla sua morte,
perché i suoi uomini stavano ancora tentando di arrivare fino al castello.
Occhiolesto starnutì, poi lo fece Bieregard e quindi Sendra.
— Andiamocene di qui — disse Alav un attimo prima di starnutire a sua
volta.
— Abbiamo cercato nelle scuderie, nei finimenti, nei candelieri. Nostro
padre ha smontato metà dei pannelli delle sale del castello e il tesoro è
stato fatto passare oggetto per oggetto e ogni forziere controllato per
cercare qualche cassettino nascosto — gli raccontò Sendra mentre
tornavano sui loro passi.
— Abbiamo cercato nelle statue del suo giardino preferito — proseguì a
enumerare Alav — negli stagni delle carpe, nelle fontane, nei fregi
decorativi intorno al castello, nelle colonne, nelle siepi, perfino fra le
rose e i bulbi dei fiori.
— Nostra nonna non è mai stata vista negli orti sul retro del castello, ma
nostro padre ha detto che i giardinieri hanno rivoltato la terra anche lì.
Nelle cantine, nei sotterranei… che sono stati sempre poco usati —
aggiunse Sendra. — Nelle bordure dei tendaggi di broccato, nei divani,
nei cuscini - per un certo periodo non potevano andare al piano di sopra
perché c’erano piume dappertutto - e in ogni veste che lei aveva
indossato.
Erano arrivati nel cortile assolato e stavano seduti sul pozzo stanchi e
scoraggiati.
— Almeno adesso sappiamo com’è fatto — disse Bieregard nel tentativo
di sollevare il morale a tutti e tre.

Fu un bene che ci fossero le incombenze di tutti i giorni da svolgere e i


cavalli da curare. Bieregard stava volentieri in compagnia di Alav perché il
giovane era curioso di conoscere quel che avveniva al di là della foresta e
il principe, quando gli raccontava qualcosa del suo mondo, faceva in modo
che non trasparisse il suo desiderio che anche Sendra fosse presente.
Bieregard era riuscito perfino a scambiare qualche parola con Bijor che
appariva più vivace, fatto che il principe ascriveva più alla presenza dello
stallone che alla propria. Bijor aveva fatto intendere che desiderava vedere
questo campione e Alav aveva spinto la sedia a rotelle fino alle scuderie.
Ormai Vard si era rimesso in piedi anche se l’ala destra pendeva ancora
inerte. Bijor aveva cercato di dire qualcosa, ma nemmeno Sendra era stata
in grado di comprendere i suoi gorgoglii. Dopo di che Bijor aveva dormito
per tutto il pomeriggio, esausto.
Il cibo continuava a essere ottimo, benché al settimo giorno Bieregard
avesse voglia di mangiare un po’ di carne rossa. I giardinieri di re
Rattaclan dovevano essere stati molto esperti perché gli orti davano frutti
abbondanti e le serre rimaste fornivano frutta e verdure fuori stagione.
Sendra gli serviva piatti straordinari arricchiti da insolite salse e leccornie,
focacce e pane croccante. Per far onore al loro ospite, Alav si avventurò
nella cantina e ne riportò bottiglie polverose da cui versò un vino superbo
che rese allegre le loro serate e in qualche modo alleviò la delusione di
non riuscire a trovare l’amuleto.
All’ottavo giorno, Alav non riuscì a trattenere la sua impazienza e si
mise a pattugliare le mura per ritornare sempre al portone a scrutare fra gli
alberi come se, così facendo, potesse affrettare l’arrivo degli uomini di
Bieregard.
— È davvero insopportabile! — esclamò Sendra quella sera irritata dal
comportamento di suo fratello.
— È giovane e si sfoga a correre per i campi, desidera con tutto il cuore
potersi allontanare dal castello di Barnacane e vedere Il Mondo! — così
dicendo Bieregard disegnò nell’aria una I e una M maiuscole.
Sendra sospirò e si tolse un filo invisibile sulla manica. — E se non
venissero?
Bieregard le sollevò il mento con un dito e le sorrise con un nodo alla
gola nel vedere la sua disperazione silenziosa. — Verranno. Li ho mandati
a chiamare. Noi Mundes siamo gente leale!
Sendra non si allontanò e le sue labbra erano vicinissime a quelle di lui
che stava per baciarla, quando dalle scuderie giunse un grido terribile.
Videro Manarda precipitarsi fuori e Vard seguirla a breve distanza. In
verità, l’ala destra dello stallone non era completamente ripiegata, ma la
coda dritta della giumenta convinse Bieregard che quel piccolo
inconveniente non avrebbe fermato Vard.
— Oh, Manarda! — gridò Sendra balzando in piedi. — Perché proprio
lei?! Quella sgualdrina!
Bieregard stava soffocando per le risate. — Non è la capomandria?
— Ma è anche la più anziana! — Poi l’espressione indignata di Sendra si
fece interrogativa. — Che significa esattamente sgualdrina, Bieregard?
— Hai fatto davvero una vita ritirata, Sendra — disse Bieregard e la
strinse fra le braccia. La baciò e nessuno dei due udì il nitrito trionfante
dello stallone che si prendeva cura della sua signora.
Qualche tempo dopo Vard e Manarda pascolavano tranquilli fianco a
fianco e Bieregard e Sendra tornarono a casa per bere qualcosa di fresco.
Quando entrarono in cucina, Sendra vide il Libro della Genealogia di
Barnacane aperto e si fece tutta rossa.
— Dovrai ripetere di nuovo la genealogia di Vard così Alav può prenderne
nota.
— Figurati se riusciamo a distoglierlo dal suo lavoro di sentinella —
Osservò Bieregard prendendo una penna. — Ci penso io., dunque… —
Ma quando lei gli afferrò la mano con espressione allarmata, comprese la
sua silenziosa obiezione e concluse — Pretendevo troppo.
— È compito del Signore di Barnacane tenere aggiornata la Genealogia
— disse lei in tono solenne. — È sua responsabilità dal momento in cui
assume il titolo. Alav ha questo compito da quando mio padre non è più in
grado di svolgerlo. Certo, non dovremmo tenere il libro sul tavolo di
cucina, ma ci siamo solo noi e così lo abbiamo sempre sott’occhio.
— Naturalmente — disse Bieregard chiudendo con gesto pieno di rispetto
il fermaglio decorato, poi appoggiò il volume sulla tavola. Lo riprese
subito in mano e passò le dita sulle decorazioni aggrottando le
sopracciglia.
Batter si svegliò di colpo dal sonno soffiando e rizzando il pelo. Subito
dopo anche Knock si comportò allo stesso modo e i due gatti si
precipitarono miagolando nel cortile attraverso la porta aperta.
— Ma che gli ha preso? — gridò Sendra correndo verso la porta. — Oh,
Bieregard, si stanno dirigendo verso la breccia del muraglione! C’è un
falco nel cielo! No, due!
Bieregard la prese per mano e insieme corsero verso le scuderie, saltarono
in groppa a due giumente e arrivarono al muraglione prima dei gatti.
— Guarda! — Con la sua vista acuta Bieregard aveva intravisto un
lampeggiare di armature e il colore degli stendardi. Poi puntò il dito verso
il cielo: — Quello è Mixer con Arrow, il falco di mio padre!
— Non è possibile che stiano attraversando la foresta! — esclamò Sendra.
— Stanno arrivando, stanno arrivando! — Era la voce di Alav che correva
a rompicollo in groppa a Farlandra lungo il sentiero esterno. Agitava le
braccia con tale violenza che la giumenta aveva le ali semiaperte. —
Stendardi, uomini, cavalli, falchi e cani! Batter e Knock gli sono andati
incontro!
Alav fece voltare Farlandra e la diresse lungo il sentiero dietro i gatti. La
giumenta si fermò, con la testa bassa, poi prese a indietreggiare cauta.
— La barriera? — domandò Sendra con uno filo di voce.
Alav si girò verso di loro e sul suo viso lessero chiaramente la risposta.
— Torno subito — disse Bieregard sfiorandole la spalla in gesto di
comprensione. — Aspettami qui!
— E dove altro potrei andare?
Arrivò alla cucina del castello con la voce lamentosa di Sendra che gli
risuonava ancora nelle orecchie. Prese il Libro della Genealogia
esclamando: — Penso di aver ragione! — Risalì in groppa a Sheela e
tornò sui suoi passi fino alla barriera.
I visitatori si stavano avvicinando e i due gatti bianchi e neri li
precedevano.
— Non parlargli della foresta — disse Bieregard ad Alav in tono
pressante. — Conducili alle porte.
— Cosa ci fai con il Libro della Genealogia? — gli domandò il ragazzo.
— Te lo dirò quando saremo alle porte. Vieni, Sendra, dobbiamo andare a
prendere tuo padre. C’è un carro che possa essere trainato da una
giumenta?
— Sì… ma perché hai preso la Genealogia? — gli domandò la fanciulla
mentre faceva voltare Borisa e si avviava al piccolo galoppo accanto a lui.
— Qual è il posto più sicuro nel Castello di Barnacane, Sendra? — Girò il
libro verso di lei per mostrarle la chiusura decorata. — Ma ormai non ha
più importanza.
— Non capisco.
— Non so se ho ragione, ma penso di sì — replicò Bieregard enigmatico
mentre già gli zoccoli dei loro cavalli calpestavano il selciato del cortile.
— Dov’è il carro? Lo vado a prendere e tu fai uscire tuo padre. Vedrai
che assistere allo spettacolo gli farà bene.
— C’è una carrozza sotto quella tettoia, ci sono anche le bardature…
puoi attaccare Sheela.
Quando Sendra fece uscire suo padre, ben coperto per difenderlo dal
fresco primaverile, Bieregard aveva già bardato la docile giumenta e
l’aveva sistemata fra le stanghe polverose della carrozza.
— Col vostro permesso, signore — disse Bieregard e senza porre tempo
di mezzo accomodò con delicatezza il fragile corpo del vecchio sul
sedile. Gli pose sulle ginocchia la Genealogia, quindi con un gesto invitò
Sendra a cavalcare accanto alla carrozza, mentre lui la guidava lungo il
tortuoso sentiero che conduceva alla porta.
Là giunti, sentirono le voci eccitate degli uomini, le esclamazioni di
incitamento e il tintinnio delle briglie, poi apparve Alav. Farlandra
camminava di sghembo, eccitata perché la maggior parte dei cavalli erano
stalloni e lei sembrava voler seguire l’esempio di sua madre e andare in
calore da un momento all’altro. Alav, che cercava di trattenerla, spalancò
gli occhi nel vedere suo padre. Con un fischio Mixer atterrò sulla spalla di
Bieregard, mentre Arrow continuò a volare in cerchio emettendo strida di
gioia. Occhiolesto, che aveva sempre seguito il suo padrone nelle sue folli
corse su e giù per il sentiero, si riposava all’ombra.
Il primo degli ospiti comparve sulla porta.
— Padre! — gridò Bieregard alzandosi dritto sulle staffe e agitando la
mano. — Mickor! — Suo fratello maggiore si era affiancato alla destra
del padre. — Davildon! — suo fratello minore era comparso alla sua
sinistra. Alle loro spalle, i volti di molti nobili di corte — Non pensavo
che sareste venuti tutti!
Bieregard si sentì molto compiaciuto alla vista di un tale schieramento di
forze quando gli uomini si fermarono disponendosi su due file ai lati della
porta. Il responsabile delle salmerie guidò senza dare nell’occhio i suoi
uomini e gli animali verso il castello che s’intravedeva in lontananza. Poi
l’attenzione di tutti si rivolse verso il viale principale d’accesso dove Vard,
seguito da Manarda, Shanna e Lorna, si era fermato dietro alla carrozza.
— Signor Padre — disse Bieregard. — questi sono Bijor, signore di
Barnacane, sua figlia Sendra e suo figlio Alav… e queste sono le sei
giumente di Barnacane.
— Il signore di Barnacane? Per tutti i santi, signore, è per me un onore
inaspettato… il nome di Barnacane è da decenni una leggenda! —
Togliendosi il cappello piumato, Dracklin eseguì un inchino elaborato e
solo allora si rese conto che il signore di Barnacane non poteva
rispondergli. allora, con molto tatto, si rivolse ai due rampolli del castello
e chinò leggermente il capo. Dopo le formalità, re Dracklin rivolse la sua
attenzione alla ragione per cui suo figlio lo aveva mandato a chiamare. Il
suo sorriso fu sufficiente a cancellare qualsiasi dubbio Bieregard avesse
avuto sull’opportunità del messaggio che gli aveva inviato. — Animali
superbi, davvero superbi! Non ho mai visto giumente così ben
conformate e con un tale temperamento… e poi che ali piumate!
Incredibile! La tua ricerca ha avuto grande successo, figlio!
— Discendono tutte da Pegaso, mio signore! — esclamò orgoglioso Alav
facendo indietreggiare Farlandra e ordinandole di spalancare le ali in
tutta la loro ampiezza.
— Chiedo venia, padre… Alav — intervenne Bieregard. — Fratello -
proseguì rivolgendosi a Davildon a cui poteva dare ordini più che a
Mickor — abbi la compiacenza di tornare indietro per un tratto di
foresta.
— È stato un lungo viaggio, Bieregard, e a buon passo — rispose
Davildon, ma così dicendo stava già manovrando il suo possente stallone
sauro, Bast. Fu costretto a far chinare il capo al cavallo per superare i
primi alberi poi, fatti alcuni metri, si voltò e chiese: — È sufficiente? —
E quando fu di ritorno domandò: — Perché?
— Alav! — Bieregard ordinò al giovane principe di fare quel che aveva
appena fatto Davildon, consapevole del fatto che Sendra lo stava
fissando con gli occhi pieni di paura e di stupore. La fanciulla alzò una
mano per fermare Alav, lanciò un’occhiata ansiosa a suo padre i cui
occhi lampeggiavano sul viso segnato dal dolore, poi colse lo sguardo
rassicurante di Bieregard e, fiduciosa, si arrese. — Vai pure, Alav!
Con espressione decisa, nonostante tutti i dubbi che Bieregard
immaginava dovesse avere, Alav diresse Farlandra verso la foresta e, di
nuovo, la barriera impenetrabile lo fermò. Dette uno strattone alle redini
facendo girare la giumenta sulle zampe posteriori e in due falcate fu di
nuovo accanto alla carrozza con gli occhi che gli lampeggiavano.
— Che significa, Bieregard? Gli stranieri passano attraverso la foresta e
noi — si colpì il petto col pollice — noi di Barnacane no!
— Loro non sanno che la foresta è impenetrabile — rispose Bieregard.
— Né lo sanno i gatti, né Mixer. Anche mio padre, i miei fratelli e i loro
uomini non hanno mai sentito parlare della foresta di Barnacane che non
ha quindi alcun potere su di loro. Ma il rimedio è a portata di mano. Prendi
il libro dalle ginocchia dì tuo padre e osserva con attenzione la chiusura.
Guarda bene la decorazione e ricordati del ritratto di Jessedra.
Alav rigirò il libro fra le mani e se lo accostò al petto palpando le
decorazioni che aveva sempre visto fin da bambino. Scoppiò in una risata.
— Ma certo! Il luogo più sicuro non poteva essere che il Libro della
Genealogia… sempre in vista, il bene più prezioso che abbiamo. Ma come
è possibile che lui — Alav guardò suo padre — non sapesse?
— Forse, non voleva sapere — replicò Bieregard lanciando alla
stupefatta Sendra un’occhiata di scusa. — Adesso, Alav, poni termine
all’incantesimo di Jessedra.
— Dimmi come! — implorò Alav.
— Pronuncia il suo nome! Dì alla foresta che lui è morto! Solleva il libro
e l’amuleto e dì alla foresta che lui è morto! Le sue orde sono morte, e
perfino la sua memoria è morta. — Bieregard scese dalla carrozza e
balzò in groppa a Vard. — Sendra! Anche tu! — Bieregard incitò Vard, si
avvicinò ai due e con uno stivale toccò quello di Sendra e con l’altro
quello di Alav. — Pronunciate il suo nome, Alav… Sendra e mettete fine
all’incantesimo della foresta.
Incapace di opporsi all’esortazione di Bieregard e ansioso di credere alle
sue parole, Alav sollevò il Libro della Genealogia, alto sopra il collo della
giumenta e, con espressione risoluta, strinse le ginocchia per farla
avanzare. Sendra lanciò uno sguardo supplichevole a Bieregard, poi
ordinò a Bovisa di avanzare mentre Alav si riempiva i polmoni d’aria
pronto a gridare.
— FIR È MORTO! Le sue orde sono morte! La loro memoria è morta! Il
Castello di Barnacane è salvo! Le giumente sono salve! Fir è morto! —
Per una frazione di secondo Farlandra esitò nel punto in cui aveva
incontrato resistenza.
— FIR È MORTO! — risuonò allora la voce di Sendra. Fratello e sorella
gridarono all’unisono, mentre Farlandra, Borisa e Vard si addentravano
nella foresta. — Le sue orde sono morte! La loro memoria è morta! —
La voce baritonale di Bieregard si unì al coro. — FIR È MORTO! Le sue
orde sono morte! La loro memoria è morta!
Un rombo terribile, come se un vento poderoso facesse suonare migliaia
di flauti stonati, spazzò la foresta. Farlandra scartò all’improvviso per
evitare un albero che precipitava a terra… come stavano facendo tutti gli
alberi della foresta. Il rombo si trasformò in un sospiro mentre tutta la
foresta crollava e toccando il suolo si dissolveva in polvere soffiata via da
un vento leggero che spirava dai campi di Barnacane finalmente liberati.
Alav emise un grido, un urlo di pura gioia e di sollievo. Farlandra
s’impennò e le ali sollevarono una nuvola dì polvere che il vento soffiò
via. Poi la giumenta eseguì un’incredibile piroetta sulle zampe posteriori
prima di spiccare un balzo per rincorrere le nuvole di polvere che
fluttuavano dove prima sorgeva una foresta incantata.
Bieregard si sentì incredibilmente sollevato nel constatare che la sua
teoria — considerata appena sensata — si era rivelata esatta. Fece
avvicinare Vard a Borisa e vide che gli occhi di Sendra erano pieni di
lacrime. Le appoggiò la mano sulla spalla per dimostrare la propria
comprensione affettuosa alla sua reazione per la fine della prigionia.
Non appena l’esultanza si attenuò, re Dracklin guidò il suo cavallo fino
alla carrozza per congratularsi con il signore di Barnacane e
immediatamente chiamò a gran voce Sendra e Alav.
— Anche la vita di vostro padre ha avuto fine — disse e, chinandosi in
avanti, chiuse le palpebre del vecchio sugli occhi ormai ciechi. —
Speriamo che abbia visto la fine della foresta e capito che siete
finalmente liberi.
Con le guance rigate di lacrime il nuovo signore di Barnacane scosse
tristemente la testa. — Aveva sempre temuto che la fine della foresta
avrebbe rappresentato anche la sua fine. Non credo che sarebbe stato
capace di affrontare il mondo, ma questo significa la vita per me, per mia
sorella e per le nostre giumente. — Alav si raddrizzò e un sorriso
coraggioso gli piegò all’insù le labbra nel viso dall’espressione addolorata.
— Per tutti noi questo è un giorno molto importante, mio signore, e vi
siamo molto obbligati per il vostro aiuto, ma Barnacane non può offrire
l’ospitalità che il vostro rango e la vostra cortesia meriterebbero.
— Cosa? Con tutti questi splendidi prati dove accamparci? — Dracklin
indicò con un gesto del braccio l’estensione dei campi e delle distese
erbose. — Staremo benissimo, mio giovane signore.
— Negli orti c’è abbondanza di ortaggi e verdure — disse Bieregard
guardando Sendra e desiderando in qualche modo lenire il suo dolore.
Sendra alzò il mento. — Mandatemi i vostri cuochi, mio signore, e vi
assicuro che le nostre umili provviste vi forniranno pasti eccellenti.
— Nelle nostre cantine abbiamo vini superbi che addolciranno le vostre
gole secche per il viaggio — aggiunse Alav rincuorato.
— Certo! Procediamo! — Re Dracklin sorrise pregustando quel che lo
attendeva, perché aveva un debole per il buon vino. Fece un gesto a uno
dei suoi scudieri di prendere le redini e ai suoi nobili di seguirlo
formando un corteo. Il sentiero era abbastanza ampio da permettere al re,
al Signore di Barnacane, a lady Sendra e ai tre principi, di cavalcare
fianco a fianco dietro la carrozza che trasportava Bijor.
— Certo, procediamo — disse Mickor sottovoce spostandosi sulla sella
da cui non vedeva l’ora di scendere. — Benché ci conosciamo appena,
Alav, vi prego di farmi il favore di tenere mio fratello qui con voi. Perché
è chiaro che voi due… voi tre — disse chinando rispettosamente il capo
in direzione di Sendra — avete la stessa propensione a occuparvi di
cavalli. Io ne ho abbastanza a sentirne parlare da mio padre.
Bieregard lanciò un’occhiata riconoscente a suo fratello per aver cercato
di mettere a suo agio Alav.
— A proposito, Bieregard — disse Alav serio — quando sposerai mia
sorella non potrai certo avere per te tutte le giumente.
— Io voglio solo una giumenta adatta al mio Vard — replicò Bieregard
— e la sua padrona… se lei acconsente.
— Le due figlie di Manarda fanno anch’esse parte della mia dote —
disse Sendra con altrettanta calma, benché le sue gote fossero diventate
rosse mentre cavalcava orgogliosamente Borisa accanto al castrato di
Mickor.
— Chiederò a mio padre il permesso di custodire qui la vostra dote —
replicò Bieregard, non volendo, come lei, abbandonare Alav con
l’immane compito di ricostruire il castello di Barnacane e l’allevamento
dei cavalli pegasi perché ammirava e amava il ragazzo, non solo per le
prove di quei giorni. — È tradizione che il terzo figlio di un re possa
scegliere la sua strada nella vita — aggiunse lanciando al suo genitore
uno sguardo pieno di speranza.
— Un pensiero molto sensato, figlio mio — disse re Dracklin guardando
Bieregard con espressione fintamente severa, poi si rivolse ad Alav come
un esperto capo a un altro. — Se lady Sendra è consenziente, e vedo dal
suo rossore che lo è, mi sembra che qui ci sia abbondanza di spazio — e
allargò le braccia in tutte le direzioni — per costruire altre abitazioni,
adesso che la foresta è scomparsa. Poteva capitarvi di peggio, mio
giovane Alav, perché Bieregard è un esperto cavaliere e un ottimo
stallone. — Il re si schiarì la gola. — Sì, e poi non manca di buon senso,
come ben sapete. È un’ottima qualità per un uomo, di questi tempi!
Così era e così sarà per sempre!

Titolo originale: The Quest of a Sensible Man


LAWRENCE WATT-EVANS
RITRATTO DI UN EROE
I Ldrago in cima alla montagna incombeva sul villaggio come una lapide
su una tomba, Wuller lo guardò timoroso.
— Pensi che si avvicinerà? — sussurrò a sua zia.
Illuré scosse la testa.
— Non si può mai dire, con i draghi — rispose. — Soprattutto con quelli
così grossi. Uno di quelle dimensioni deve essere più esperto e furbo di
qualsiasi uomo mai vissuto su questa terra.
Nel tono della sua voce c’era qualcosa di strano. Wuller la guardò, e
l’espressione tirata gli disse che sua zia Illuré, che aveva affrontato un
cinghiale selvatico armata solo di un girarrosto, era terrorizzata.
Mentre la guardava, la sua calma apparente scomparve, sbarrò gli occhi e
spalancò la bocca. Wuller si girò di scatto giusto in tempo per vedere il
drago che spiccava il volo con le sue immense ali spalancate a prendere il
vento. Il mostro si sollevò, descrisse un cerchio e poi si diresse verso il
villaggio sfoderando gli artigli come un falco che piombi sulla preda.
Per un attimo Wuller pensò che si stesse dirigendo su di lui e si coprì il
viso con le mani, come fa un bambino.
Poi si ricordò di quanto fosse alta la cima della montagna e si rese conto
che le proporzioni dovevano essere diverse: il drago era più grosso e
molto più distante di quello che aveva creduto. Vergognandosi del suo
terrore, abbassò le mani e guardò di nuovo.
Il drago stava sorvolando il villaggio proprio sopra la sua testa. Wuller
sentì qualcuno che gli tirava una manica e capì che Illuré cercava di
trascinarlo via.
Wuller si lasciò tirare via e un momento dopo il drago atterrò sullo
spiazzo del villaggio, sollevando con le ali una nuvola di polvere grigia e
facendo piegare l’erbetta. L’odore del suo fiato caldo e sulfureo riempì le
strade del villaggio.
Raggiunto da un turbine di polvere, Wuller starnutì.
Il drago abbassò il lungo collo e fece ondeggiare la testa per guardare
Wuller dritto negli occhi da una distanza di sei o sette piedi.
Wuller restò a fissarlo impietrito dalla paura.
Il drago ritirò la testa, rialzò il collo e spalancò le fauci possenti.
Poi parlò.
— Chi parla a nome del villaggio? — disse con una voce che sembrava il
rombo di una valanga.
— Il drago parla! — disse qualcuno stupito e sgomento.
Il drago riabbassò la testa per fronteggiare l’oratore e parlò di nuovo.
— Sì, parlo — tuonò. — E tu?
Wuller si guardò in giro per vedere a chi si rivolgesse e vide un giovane
vestito d’azzurro. Era suo cugino Pergren, di pochi anni più grande di lui,
che possedeva da poco un gregge.
Pergren balbettò, incapace di rispondere mentre il drago strisciava verso
di lui con le fauci aperte… non per parlare, questa volta, ma per divorare.
Un uomo si fece avanti: Adar, il fabbroferraio, cugino del padre di Wuller.
— Sono io a parlare a nome del villaggio, drago — gridò. — Lascia stare
quel ragazzo e dì cosa vuoi da noi.
Wuller, che aveva sempre ammirato la forza e la maestria di Adar, ora si
trovò ad ammirare anche il suo coraggio.
Il drago si rizzò leggermente sulle zampe posteriori e a Wuller sembrò
che avesse un’espressione divertita. — Bene — disse. — Ecco uno di voi
abbastanza educato da rispondere… anche se in modo non troppo
garbato!
— Va’ avanti — disse Adar.
— Va bene, se sei tanto impaziente — replicò il drago. — Avevo
intenzione di procedere alle presentazioni prima di parlare di affari, ma
farò come vuoi tu. Ho scelto questo villaggio per abitarci e voi come miei
servi. Oggi sono venuto qui per stabilire le regole del vostro servizio. Ho
parlato abbastanza chiaro, amico?
Wuller tentò di capire che tono avesse usato il drago - per esempio se era
stato sarcastico — ma la sua voce era troppo diversa da quella degli umani
perché lui potesse riuscire a distinguere le sfumature.
— Noi non siamo servi di nessuno — proclamò Adar. — Siamo liberi
cittadini.
— Ora non più — disse il drago.

Wuller rabbrividì al ricordo della morte di Adar, poi tornò a prestare


attenzione alla riunione che si svolgeva alla luce dell’unica lanterna della
casa di suo padre.
— Non possiamo andare avanti così — stava dicendo suo padre. — Al
ritmo di una pecora al giorno, anche sperando che la primavera prossima
nascano più agnelli di quella passata, fra tre anni non ne avremo più
nemmeno una… nemmeno una coppia per farla figliare!
— Che cosa dobbiamo fare, allora? — lo apostrofò la vecchia Kirna. —
Hai sentito anche tu quello che ha detto il drago dopo aver divorato Adar.
Una pecora al giorno, o una persona… per lui fa lo stesso!
— Dobbiamo ucciderlo — disse il padre di Wuller.
— Fa’ pure, Wulran — gridò una voce. — Non ce ne importa niente se
lo ammazzi!
— Io non posso, come non puoi farlo tu — replicò il padre di Wuller. —
Ma sicuramente c’è qualcuno capace di farlo! Secoli fa, durante la
guerra, i draghi venivano usati in battaglia e ne sono stati uccisi molti.
Quindi si può fare, e sono sicuro che c’è qualcuno che ancora sa come…
— Io non ne sono tanto sicura! — lo interruppe Kirna.
— E va bene! — urlò Wulran. — Può darsi di no! Ma guardaci un po’!
Tutti insieme pigiati qua dentro al buio perché non abbiamo il coraggio
di tenere un consiglio intorno al falò come è tradizione, e tutto per paura
di quella belva! Il nostro bestiame va scomparendo, un animale alla
volta, un giorno dopo l’altro e quando saranno finite le pecore, toccherà
a noi… ha detto così! Siamo già senza fabbro e ci dobbiamo
accontentare di un apprendista per colpa di quel brutto coso in agguato
sulla montagna. Stiamo morendo lentamente, tutti… sarebbe forse
peggio morire alla svelta?
L’unica riposta fu un silenzio imbarazzato.
— Va bene, Wulran — borbottò alla fine qualcuno. — Che vuoi che
facciamo?
Wuller guardò suo padre con espressione ansiosa e fu deluso nel vedere
che Wulran abbassava la testa e rispondeva: — Non lo so.
— Forse se lo attacchiamo tutti insieme… — suggerì Wuller.
— Attaccarlo con che cosa? — domandò Pergren — Con le mani nude?
Wuller stava quasi per urlare: — Sì! — ma all’ultimo momento si
trattenne e restò in silenzio.
— Non possiamo usare qualche magia? — domandò esitante la piccola
Salla che aveva appena l’età per partecipare alla riunione. — Nelle storie,
gli eroi che combattono contro i draghi hanno sempre spade magiche o
un’armatura fatata.
— Noi non abbiamo nessuna spada magica — disse Illuré.
— Un momento! — disse Alasha. — Non abbiamo una spada, ma una
magia l’abbiamo… una specie di magia. — Data l’oscurità Wuller non
poteva esserne certo, ma gli sembrò che Alasha stesse guardando sua
sorella Kirna.
— Ma insomma, aspetta un momento… — cominciò a dire Kirna.
— Di cosa sta parlando, Kirna? — domandò Pergren.
— Kirna?! — la sollecitò Illuré perplessa.
Kirna guardò le facce illuminate dalla lanterna e tutte le altre immerse
nell’ombra.
— Va bene — disse. — Ma non servirà a niente. Non sono nemmeno
sicura che funzioni ancora.
— Di cosa parli? — domandò qualcuno.
— Dell’oracolo — rispose Kirna.
— Quale oracolo? — chiese un altro, esasperato.
— Ve lo faccio vedere — rispose lei alzandosi. — Sta a casa mia. Vado a
prenderlo.
— No — disse Wulran in tono che non ammetteva repliche. — Veniamo
con te… tutti. Spostiamo la riunione a casa tua.
Kirna stava per protestare, ma poi si guardò intorno e ci ripensò.
— Va bene.

Alla luce della lanterna la cosa brillava e Wuller la fissava affascinato.


Non aveva mai visto qualcosa di magico prima di allora.
L’oracolo era un blocco di pietra bianca levigata… o comunque,
qualcosa di levigato perché quel tipo di pietra Wuller non l’aveva mai
visto. Sulla pietra era inserito un disco di vetro finissimo color verde
chiaro e senza venature.
Kirna lo maneggiò con estrema attenzione e lo appoggiò con delicatezza
sulla tavola.
— È della mia famiglia fin dalla Grande Guerra — disse sottovoce. —
Uno dei miei avi lo ha preso a una maga del nord quando il Nuovo
Impero cadde e i vittoriosi ethshariti invasero queste terre cacciando il
nemico.
— Che cos’è? — sussurrò qualcuno.
— È un oracolo — disse Kirna. — L’oracolo di una maga.
— E c’è bisogno di una maga per farlo funzionare?
— No — disse Kirna con gli occhi fissi sul vetro e accarezzò con le dita
il blocco di pietra. — Mia madre mi ha insegnato come si fa.
Si fermò e alzò gli occhi.
— È molto vecchio, molto delicato e molto prezioso. Non sappiamo a
quante domande può ancora rispondere o addirittura se può rispondere…
perciò non fatevi troppe illusioni. Lo abbiamo custodito per più di cento
anni!
— Ve lo siete tenuto, vorrai dire!
— E perché no? — disse Alasha intervenendo in difesa di sua sorella. —
Era un’eredità della nostra famiglia, non del villaggio! Adesso che ce n’è
bisogno, l’abbiamo tirato fuori, no?
Nessuno ebbe niente da replicare.
— Va’ avanti, Kirna — Disse Wulran calmo. — Fa’ la domanda.
— Quale domanda esattamente?
— Chiedi chi ci salverà dal drago — disse Pergren. — Nessuno di noi sa
come fare a ucciderlo, chiedi chi ci libererà da lui.
Kirna si guardò intono e vide che molti annuivano. — Va bene — disse.
Si rivolse all’oracolo, appoggiò le mani sui due lati del blocco e fissò
intensamente il disco di vetro.
Wuller era abbastanza vicino da poter guardare al di sopra della sua spalla
sinistra, Illuré stava alla sinistra e Alasha e Wulran erano di fronte a loro,
dall’altra parte del tavolo. Tutti e cinque osservavano il disco luminoso,
mentre gli altri si tenevano indietro, chiaramente innervositi o peggio,
dallo strano aggeggio. In particolare, la madre di Wuller, Mereth,
appoggiata alla parete in fondo alla stanza, si tormentava il merletto della
blusa per placare il nervosismo.
— Pau’ron — disse Kirna. — Yz’raksis nyuyz’r, lai brinan allasis!
Di colpo il disco di vetro cominciò a emanare un tenue chiarore. Wuller
sentì un’esclamazione soffocata.
— È pronto — disse Kirna alzando gli occhi.
— Fa’ la domanda — le disse Wulran.
Kirna si guardò intorno, accavallò le gambe per stare più comoda, poi
fissò di nuovo il disco.
— Siamo tormentati da un drago — disse ad alta voce. — Chi ci può
liberare?
Wuller trattenne il respiro con gli occhi fissi sulle linee azzurrine apparse
sul disco, che cambiavano forma come fanno le nuvole in una giornata di
vento o come il fumo di una candela appena spenta. Alcune sembravano
formare rune che scomparvero prima che Wuller potesse decifrarle.
— Non riesco a vedere bene — gridò Kirna. — Mostraci più
chiaramente!
Le forme si fusero in una sola immagine, un ovale pallido con due occhi e
una bocca. I dettagli si fecero più chiari fino a che apparve un volto,
quello di una giovane donna, non molto più grande di Wuller; un volto
delicato, incorniciato da ciocche ondulate di capelli scuri. Gli occhi erano
verdi, verdi come il muschio che cresceva sulle montagne.
Wuller pensò che non aveva mai visto una creatura più bella.
Poi l’immagine svanì, la luminosità si attenuò e il disco di vetro andò in
frantumi.
Kirna emise un lungo gemito e Illuré gridò: — Trovatemi un pezzo di
carta! Devo disegnare quel viso prima di dimenticarlo!
Wuller osservò il ritratto. Illuré c’era andata molto vicina, pensò Wuller,
ma non era riuscita a catturare la vera bellezza del viso che era apparso
sul disco.
— Chi è? — domandò Pergren. — Non è una del villaggio, io non l’ho
mai vista.
— Chiunque sia, come è possibile che riesca a uccidere un drago lungo
cento piedi? — domandò Gennar, fratello di Pergren.
— Forse è una maga — suggerì Pergren.
— Nel Mondo ci devono essere maghi più potenti di lei, almeno credo —
obiettò Gennar. — Se ci vuole una magia, perché l’oracolo non l’ha detto
chiaramente? Perché non ci ha fatto vedere qualche stregone famoso?
— Forse lei non ucciderà il drago — disse Alasha. — Kirna ha chiesto
chi poteva liberarci dal drago, non chi poteva ucciderlo.
Gennar sbuffò. — Pensi che lo convincerà ad andarsene?
— Forse — disse Alasha. — O forse c’è un altro modo.
Pergren e Gennar si voltarono a fissarla. Wuller continuava a osservare il
disegno.
Illuré aveva molto talento, pensò, il ritratto a carboncino rendeva bene i
capelli soffici.
— Che vuoi dire? — domandò Pergren.
— Voglio dire che in certe antiche storie, si parla di sacrifici offerti ai
draghi e di belle vergini che si offrono volentieri al mostro e il mostro,
affascinato dalla loro purezza, muore o fugge via dopo averla divorata.
Pergren dette un’occhiata al disegno. — Allora è questo che pensi? Che
la fanciulla si debba sacrificare al drago?
Gennar sbuffo. — Che sciocchezza!
— No, è magia — ribatté Alasha.
— Perché non ti sacrifichi tu, se pensi che la cosa possa funzionare? —
domandò Gennar.
— Ho detto una vergine — puntualizzò Alasha.
— Hai detto anche bella — disse Pergren ridendo e Alasha gli tirò un
sasso.
— Qui ci sono un paio di vergini — disse Gennar. — O almeno credo.
— Vergine o no — disse Pergren indicando il ritratto che Wuller teneva in
mano — l’oracolo ha detto che ci avrebbe liberato dal drago.
— No — disse Alasha. — Ha detto che ci potrebbe liberare dal drago,
non che l’avrebbe fatto.
Queste parole calmarono i loro bollenti spiriti.
— Dove possiamo trovarla? — domandò Pergren. — Ce ne stiamo qui
seduti ad aspettare che lei arrivi e intanto il mostro si divora una pecora al
giorno?
— Vado io a cercarla — disse Wuller.
Gli altri tre si voltarono a guardarlo stupiti.
— Tu?! — domandò Gennar.
— Perché no? — replicò Wuller. — Sono abbastanza piccolo da potermi
allontanare senza che il drago se ne accorga e poi, qui io non faccio niente
di importante.
— Ma ti aspetti di riuscire a trovarla? — domandò Pergren. — Il Mondo
è grande.
Wuller alzò le spalle. — Non lo so — ammise. — Ma se l’oracolo ha
detto così, sicuramente ci sarà un modo per trovarla nelle città del sud.
Gennar lo scrutò con gli occhi socchiusi. — Sei sicuro di non avere
l’intenzione di squagliartela e, una volta in salvo, di dimenticarti di noi?
Wuller non si curò nemmeno di rispondere, si limitò a sferrargli un pugno
sul naso.
Ma Gennar schivò il colpo e Wuller riusci a sfiorargli solo la guancia.
— Va bene, va bene! — disse Gennar alzando le braccia. — Scusa!
Wuller lo fulminò con un’occhiata, poi riprese a osservare il ritratto.
— Penso che Wuller abbia ragione — disse Pergren. — Qualcuno deve
pur andare a cercarla… e poi ho sentito parlare tante volte degli stregoni
di Ethshar, forse l’unica cosa da fare è cercare lì.
— Ma perché deve andare proprio lui?
— Perché si è offerto volontario per primo — disse Pergren. — E poi ha
ragione, è piccolo e agile. Ti ricordi di quando ti ha rubato le stringhe e si
è nascosto in quel cespuglio e tu gli sei passato accanto una dozzina di
volte senza vederlo?
Gennar ammise il fatto con un gesto della mano.
— Però non tocca a noi decidere — disse. — Tocca agli anziani. Pensi
che il vecchio Wulran sia disposto a lasciar partire da solo il suo unico
figlio?
Alasha mormorò guardando Wuller: — Chissà.
Infatti Wulran non fu entusiasta dell’idea, quando la esposero al
consiglio quella notte stessa, e cominciò a fare obiezioni.
Sua moglie si chinò su di lui e gli mormorò qualcosa all’orecchio.
Wulran si azzittì sorpreso e restò ad ascoltarla. Poi guardò Wuller e vide
la sua espressione determinata, da quel momento non aprì più bocca e
restò lì seduto con espressione infelice, mentre gli altri discutevano. Il
mattino dopo, abbracciò Wuller e lo guardò mentre scompariva fra gli
alberi.
In realtà fu assai più facile di quanto Wuller avesse pensato e il drago
non dette segno di essersi accorto della sua partenza. Semplicemente
Wuller si allontanò senza nemmeno cercare di nascondersi, anche se si
mantenne al coperto degli alberi per non essere visto dall’alto.
Da principio, si limitò a camminare in direzione sudovest e a incidere
ogni pochi passi un ramo col suo coltello: verso sud perché in quella
direzione sorgevano tutte le città e verso ovest per allontanarsi dalla zona
montuosa. Non si preoccupò di andare verso una destinazione precisa o di
come fare a procurarsi cibo, acqua, o riparo per la notte. Sapeva che le
provviste che aveva portato con sé sarebbero bastate solo due o tre giorni
e che trovare un mago avrebbe richiesto molto più tempo ma,
nell’eccitazione di essersi lasciato alle spalle il villaggio e il drago, non
aveva proprio voglia di pensarci.
Tirò fuori dalla sacca lo schizzo a carboncino, lo srotolò e si mise a
osservarlo mentre procedeva sul sentiero fra i pini.
Chiunque fosse, la fanciulla era davvero bella, pensò. Si domandò
quanto tempo gli ci sarebbe voluto per trovarla.
Non dubitava che prima o poi ci sarebbe riuscito; aveva il suo ritratto e
con la magia si riesce a fare quasi tutto. Se un antico strumento magico
aveva potuto fornire la sua immagine, sicuramente la stregoneria moderna,
o qualche altra magia, gli avrebbe permesso di trovarla.
Dopo un’ora o due di cammino, si fermò per riposare e si sedette su uno
spesso tappeto di aghi di pino fra due grosse radici con le spalle
appoggiate al tronco che aveva appena inciso.
Aveva già appetito ma resistette alla tentazione di mangiare. Non aveva
portato con sé molto cibo e preferiva conservarlo.
Sicuramente poteva procurarselo nel bosco, o almeno era questo che
aveva progettato. Forse poteva trovare qualcosa lì intorno.
Guardò in giro e vide una famiglia di funghi. Si chinò per osservarli da
vicino. Conosceva quasi tutte le varietà locali e alcune erano molto
saporite, perfino mangiate crude.
Riconobbe immediatamente con un brivido di quali funghi si trattava e si
guardò bene dal toccarli. Forse erano anche saporiti, ma nessuno era
vissuto abbastanza a lungo per raccontarlo dopo averli mangiati. Illuré gli
aveva detto che questa specie, con il gambo sottile e bianco e una
minuscola escrescenza alla base, conteneva il veleno più potente che si
conoscesse al mondo.
Wuller decise che, tutto sommato, non aveva molta fame e si limitò a
prendere una sorsata d’acqua dalla borraccia… trovare l’acqua da bere
sarebbe stato facile! Continuando ad andare verso valle, prima o poi
avrebbe sicuramente trovato un ruscello.
Ma più importante che trovare da mangiare e da bere, era decidere dove
andare. Aveva detto che sarebbe arrivato fino a Ethshar, ma la città era
distante centinaia di miglia. Nessun abitante del villaggio era mai andato a
Ethsahr, sicuramente lui non aveva bisogno di andare così lontano!
Si guardò intorno pensieroso.
Sapeva che la sua casa si trovava nella regione di Srigmor che un tempo
era stata rivendicata dai Baroni di Sardiron. Poi la rivendicazione era stata
abbandonata perché le miniere del nord non valevano la fatica di scavarle,
in quanto quelle di Tazmor e Aldagmor erano molto più ricche e
accessibili. Srigmor non aveva nessun’altra ricchezza che potesse
convincere un barone a passare un inverno fra quelle montagne.
Sardiron era a sud.
A ovest si stendevano le foreste disabitate e senza nome, e Wuller non
voleva andare da quella parte. Certo, al di là delle foreste c’era la costa e
forse laggiù avrebbe trovato gente, ma era un viaggio lungo, difficile e
rischioso e non sapeva cosa avrebbe trovato.
In direzione sudovest si diceva che le foreste terminavano dopo tre giorni
di cammino e si aprivano sulla pianura di Aala. Se Srigmor faceva parte di
una nazione, allora faceva parte di Aala, però Wuller non aveva mai
sentito parlare di maghi che vivessero in Aala. Aveva la tendenza ad
associare i maghi con le città e i castelli, non con le fattorie e i villaggi, e
Aala non aveva né città né castelli.
Allora doveva andare a Sardiron.
Una volta suo nonno aveva visitato Sardiron, aveva fatto il lungo viaggio
fino alla città consiliare, Sardiron delle Acque. E se suo nonno c’era
riuscito, ci sarebbe riuscito anche lui.
Si alzò in piedi, si spazzolò via gli aghi di pino e si rimise in marcia
prendendo direttamente verso sud.
I corsi d’acqua erano più rari di quanto avesse pensato e non tutti erano
limpidi come avrebbe voluto. Dopo il primo giorno prese la decisione di
riempire la borraccia ogni volta che poteva, e di bere fino a sentirsi la
pancia gonfia.
Le provviste finirono il terzo giorno e Wuller scoprì che i funghi
commestibili erano meno frequenti di quanto si era aspettato — anche se
quelli velenosi abbondavano — e che conigli, scoiattoli e tamie erano
difficili da catturare. Spellarli e cuocerli richiedeva più fatica di quanto
avesse pensato, perché quando lo aveva visto fare ai cacciatori e ai cuochi
gli era sembrato tutto molto semplice.
Una volta che aveva preso uno scoiattolo e stava cercando di sventrarlo,
scivolò su una roccia e per poco non spezzò la lama del coltello. Aveva
battuto il polso e il coltello era caduto di taglio sulla pietra col rischio che
la lama si rovinasse.
Non era successo, ma da allora in poi fece molta attenzione perché il
coltello era uno strumento indispensabile. Rimpianse di non aver avuto il
buon senso di farsene prestare un altro per tenerlo di scorta.
I primi due giorni se l’era passata bene, ma in seguito fu costretto a
spendere tutte le sue energie per dare la caccia agli animali, cucinarli,
mangiarli e trovare un posto dove passare la notte. Il percorso coperto in
un giorno si ridusse, da sette o otto miglia, a quattro.
Si era aspettato di trovare lungo la strada villaggi dove chiedere cibo e
rifugio, ma non fu così. Sapeva che c’erano villaggi nel raggio di tre o
quattro miglia dal suo e altri sparsi per tutto il territorio di Srigmor, ma lui
non riuscì mai a trovarne nemmeno uno. Gli capitò varie volte di vedere in
lontananza del fumo, ma non riuscì mai a localizzare la provenienza.
Dopo la terza notte all’addiaccio, era stanco di dormire sulle foglie
secche o sugli aghi di pino avvolto nella coperta. Anche se la temperatura
era tiepida - la primavera era avanzata - le notti erano gelide, talmente
gelide che solo la grande stanchezza riusciva a farlo addormentare.
Nel tardo pomeriggio del quarto giorno, però, finalmente la fortuna gli fu
favorevole. Dall’alto del pendio vide uno spiraglio nella foresta e
s’incamminò in quella direzione. Spesso infatti quelle radure si formavano
per la caduta di alberi che marcendo diventavano la dimora di molte
creature commestibili.
Ma quella radura non era stata causata dalla caduta di un solo albero, ne
erano stati tagliati un’intera fila e il terreno era completamento privo di
detriti. Si era formato un lungo nastro di terra battuta delimitato dall’erba,
con due solchi poco profondi che correvano paralleli per tutta la sua
lunghezza. Wuller stupito si rese conto che doveva trattarsi di una strada.
Si sentì sollevato, controllò l’orientamento guardando il sole e si mise in
cammino lungo la strada diretto verso sud, certo che entro pochi minuti
avrebbe incontrato qualcuno con cui parlare. Fiducioso com’era, non si
preoccupò di procurarsi qualcosa per cena.
I minuti passarono, divennero ore, il sole scomparve dietro gli alberi alla
sua destra, ma non incontrò anima viva.
Alla fine, il buio era ormai fitto, decise di rinunciare. Cercò un piccolo
spiazzo sul ciglio della strada, srotolò la coperta e ci si avvolse.
Nonostante la gran fame, si addormentò.

Fu svegliato dal suono di una risata. Si mise a sedere, spaventato e


insonnolito e si guardò intorno.
Un carro trainato da due buoi lo stava superando. Un uomo e una donna,
seduti sulla panca davanti, stavano appoggiati uno all’altra, e la donna
rideva.
— Mi è piaciuta, Okko! — disse. — Ne sai un’altra?
— Sicuro — rispose l’uomo. — Hai mai sentito quella della strega, del
carradore e del tazmorite? Dunque, i tre stavano su una zattera che
galleggiava sul fiume quando la zattera ha cominciato ad affondare…
Wuller scosse la testa per far cadere i fili d’erba e le foglie dai capelli, si
alzò in piedi e gridò: — Ehi, sono qui!
L’uomo smise di raccontare la sua storia e si voltò per vedere chi aveva
chiamato, ma non fermò i buoi. La donna si chinò a guardare sotto la
panca come se stesse cercando qualcosa.
— Aspettate un momento! — gridò Wuller.
L’uomo sbuffò. — Non ci penso nemmeno! — disse e il carro continuò
ad avanzare lentamente verso nord.
Wuller lanciò un’occhiata ai suoi averi e un’altra in direzione sud, poi
rincorse il carro e lo raggiunse senza difficoltà.
Il conducente rifiutò di nuovo di fermarsi e Wuller vide che la donna, che
si era rialzata, teneva in grembo un arco con la freccia incoccata.
— Senti — disse Wuller affiancandosi al carro — mi sono perso, ho fame
e ho bisogno di aiuto. Il mio villaggio è tenuto in ostaggio da un drago e
io…
— Non raccontare a me i tuoi guai, ragazzo — disse il conducente. — Ho
anch’io i miei problemi.
— Ma non puoi aiutarmi? Devo trovare un mago così posso trovare
questa ragazza… — Si rese conto di aver lasciato il disegno dove aveva
dormito. — Se potessi darmi un passaggio fino a Sardiron…
L’uomo sbuffò di nuovo. — A Sardiron?! Ehi, dai un’occhiata da che
parte stiamo andando! Stiamo andando a Srigmor per fare affari con gli
abitanti di quella zona, non stiamo andando a Sardiron. E io non sono un
mago e non so proprio niente dei maghi. Non possiamo aiutarti, ragazzo,
mi dispiace.
— Io vengo proprio da Srigmor e…
L’uomo si voltò verso Wuller mentre i buoi continuavano ad andare.
— Vieni da Srigmor? — gli domandò.
— Sì e…
— C’è un drago lassù? Dove? In quale villaggio?
Un improvviso spiraglio di speranza rallegrò Wuller che allungò il passo.
— Non ha proprio un nome… non sta sulla strada…
— Oh! — disse l’uomo chiaramente sollevato. — Uno dei villaggi fra i
monti, eh?
— Penso di sì — ammise Wuller.
— Allora, non mi preoccupa — disse l’uomo. — Mi dispiace, ma non è
un problema che mi riguarda. Vai a sud e trova il tuo mago. — Spostò di
nuovo lo sguardo alla strada e disse alla donna: — Come ti stavo dicendo,
la zattera comincia ad affondare e i tre sono troppo lontani dalla riva per
raggiungerla a nuoto. Allora la strega va in trance e fa un incantesimo per
farla galleggiare, il carradore tira fuori i suoi attrezzi per riparare la falla e
calafatarla, invece il tazmorite se ne sta tranquillamente seduto…
Wuller si fermò e rimase a osservare costernato il carro che si allontanava
verso nord.
Non si sarebbe mai aspettato una reazione come quella.
Nelle rare occasioni in cui un forestiero arrivava al suo villaggio, che
fosse un uomo o una donna, era sempre il benvenuto, gli venivano offerti
il cibo, le bevande e il letto migliori. Lui si era aspettato di ricevere lo
stesso trattamento nel Mondo.
A quanto pareva si era sbagliato.
O forse, si disse, quella coppia ostile era un caso anomalo. Certo la
maggior parte delle persone sarebbero state più generose.
Si voltò e ritornò sui suoi passi, raccolse i propri averi, e si diresse verso
Sardiron, sicuro che la coppia sul carro fosse un’eccezione.

Quella coppia non era stata un’eccezione. La maggior parte delle persone
o non gli rivolgeva la parola o gli urlava di andarsene.
Non gli fu di aiuto nemmeno il fatto che tutti i mezzi che incontrava
andassero verso nord.
A mezzogiorno aveva già ricevuto una mezza dozzina di rifiuti e non
mangiava da ventiquattr’ore. Stava pensando se non fosse il caso di
abbandonare la strada per andare a cacciare qualcosa, quando in
lontananza vide un edificio e accelerò il passo.
Dopo un momento vide un altro edificio, poi un altro ancora… un
villaggio!
Quindici minuti più tardi stava in mezzo a una piazza selciata e si
guardava intorno affascinato.
Dalla piazza si diramavano strade in varie direzioni: nord, sud ed est. Lui
era arrivato da nord e a sud c’era Sardiron delle Acque, ma dove portava la
strada che andava verso est? Da quella parte si vedeva una catena di
montagne che apparivano meno alte di quelle di casa sua, ma sicuramente
dipendeva dal fatto che erano molto distanti. Perché mai qualcuno poteva
aver voglia di andare fra quelle montagne?
Anche la piazza lo stupiva. Non aveva mai visto un selciato prima
d’allora, l’unica pavimentazione al villaggio dove viveva era quella
d’ardesia della fucina. Qui invece quel grande cerchio — almeno un
centinaio di piedi di diametro - era completamente selciato. Chissà quanto
lavoro c’era voluto!
Al centro della piazza c’era una fontana. Che meraviglia! Si domandò
come avessero fatto a far schizzare l’acqua verso l’alto. Era una magia? E
se lo era, sarebbe stato prudente bere quell’acqua?
Intorno alla piazza case e botteghe. Le case, se non altrettanto
prodigiose, erano piuttosto insolite. Naturalmente erano costruite in legno,
ma l’estremità di ogni trave era intagliata in forme fantastiche: fiori, foglie
di felce, facce. Riconobbe immediatamente la fucina dalle aperture nelle
pareti e dalla forgia incandescente, e il fornaio dall’aroma allettante e dalla
vetrina ricolma di pani e focacce, ma altre botteghe lo lasciarono
perplesso. La più grande, attigua a una specie di tettoia, aveva un’insegna
senza diciture che mostrava solo l’immagine di un albero di pino
circondato dalle fiamme.
Incuriosito fece qualche passo in direzione dello strano edificio.
Dallo steccato che recintava la tettoia spuntò la testa di un animale
sconosciuto. A quella vista qualcosa scattò nella mente di Wuller.
Un cavallo! La tettoia era una stalla e l’edificio doveva essere una
locanda!
Wuller non aveva mai visto un cavallo, una stalla o una locanda prima di
allora, ma non ebbe alcun dubbio: la locanda significava cibo e un posto
dove dormire. S’incamminò deciso verso l’entrata.
Alla vista del ragazzotto di campagna, il proprietario del Pino Ardente
batté gli occhi. Il ragazzo dimostrava quindici anni e in genere i bifolchi
del nord non facevano allontanare i loro figli da casa fino ai diciotto anni,
quindi quello doveva essere scappato o era orfano.
Di norma sia gli orfani che i fuggiaschi non hanno molti soldi. — Che
cosa vuoi? — domandò il locandiere.
Colto di sorpresa, Wuller si voltò verso l’uomo grassoccio in grembiule.
— Ehm… mangiare, per prima cosa — disse.
— Hai soldi per pagare?
In vita sua Wuller non aveva mai usato denaro perché dalle sue parti si
usava lo scambio in natura. Tuttavia, suo zio Regran aveva insistito
perché gli venissero consegnate le poche monete che rappresentavano la
proprietà comune del villaggio.
Wuller s’infilò la mano in tasca e le tirò fuori… un pezzo più grosso e tre
più piccoli, di ferro.
Il proprietario sbuffò. — Maledetti bifolchi! Con questi ti posso dare un
cantuccio di pane e un posto nella stalla… per qualsiasi altra cosa ci
vogliono monete di rame.
Ricordi confusi di antiche storie… — Potrei lavorare — disse Wuller.
— Non ho bisogno d’aiuto, grazie — disse il locandiere. — Prendi il
pane, bevi l’acqua alla fontana e domani mattina te ne vai all’alba.
Wuller annuì, incerto su cosa dire. — Grazie — gli sembrò più di quanto
l’uomo meritasse.
Poi si ricordò della sua missione. — Oh, un momento! — esclamò e tirò
fuori lo schizzo. — Sto cercando qualcuno. L’avete mai vista?
Il locandiere prese il disegno e lo osservò alzandolo alla luce.
— Carina — osservò. — Bel ritratto, anche. Mai vista prima… almeno,
non è passata di qui quest’anno. — Gli restituì il disegno. — Che è
successo, ragazzo… la tua bella è scappata?
— No — rispose Wuller improvvisamente restio a dare spiegazioni. — È
una lunga storia.
— Bene — disse il locandiere voltandosi dall’altra parte. — Comunque
non mi interessa.

La mattina dopo Wuller se ne andò diretto a sud, non prima però di aver
ascoltato le chiacchiere nella sala comune della locanda e aver fatto
qualche domanda senza dare nell’occhio.
Venne a sapere che ormai era nel territorio delle Baronie di Sardiron, e
che la locanda del Pino Ardente era quella più vicina al confine, sulla
strada che portava a Srigmor. Durante la primavera e l’estate, i mercanti si
dirigevano a nord per portare ai srigmoriti sale, spezie e attrezzi da lavoro
e alla fine dell’estate e in autunno tornavano a Sardiron con lana, pellicce
e ambra.
A est c’erano i Passi che i viaggiatori potevano attraversare per superare
le montagne e arrivare alla Valle di Tazmor, il favoloso regno alla cui
esistenza Wuller non aveva mai creduto del tutto.
Dove si trovava di magia ce n’era ben poca, fatta eccezione per i soliti
erboristi e qualche strega e stregone piuttosto primitivi. Ma a sole quindici
leghe verso sud c’era Sardiron delle Acque dove abitava un gran numero
di maghi.
Nessuno degli avventori della locanda aveva riconosciuto la fanciulla del
ritratto o gli aveva dato qualche consiglio utile a rintracciarla.
Capì anche che un pezzo di pane stantio non era sufficiente a fermare il
gorgoglio allo stomaco o a calmare il morso della fame, ma non poteva
comprare niente altro, a meno che non si fosse procurato un po’ di
denaro… vero denaro di rame, d’argento o addirittura d’oro, non le
monete di ferro che usavano i bifolchi.
Si allontanò dal villaggio sospirando e decise di cacciare uno scoiattolo o
due, impresa più difficile, ora che si trovava in una zona abitata.
Guardò oltre gli alberi che fiancheggiavano la strada e vide quella che gli
sembrò una vasta radura. Sospirò di nuovo: gli scoiattoli preferivano il
folto degli alberi!
Frugò di qua e di là della strada, ma non riuscì a individuare nessuna
traccia di selvaggina. Quando sbucò nella “radura” si rese conto del suo
errore.
Non era una radura, lì finiva la foresta.
Davanti a lui c’era la campagna aperta, una distesa che Wuller non aveva
mai né visto né immaginato. Fino all’orizzonte si stendevano colline
ondulate coperte di campi appena arati e d’erba verde, e disseminate di
fattorie e fienili. La strada tracciava una curva lunga e morbida attraverso
il paesaggio non più nascosto dalla foresta.
Le colline erano punteggiate di alberi… piante ombrose accanto alle case
e macchie di alberi da frutto, file di alberi bassi a segnare i confini fra le
fattorie… ma gran parte dei terreni erano campi privi di alberi, come le
montagne dove pascolavano le pecore nei dintorni del suo villaggio.
Non avrebbe trovato scoiattoli, di questo era certo.
Ma mentre Wuller arrivava a questa conclusione, uno scoiattolo saltò
fuori dal suo nascondiglio e sfrecciò attraverso la strada. Wuller sorrise:
dove c’era uno scoiattolo, sicuramente ce ne erano altri.
Due ore più tardi bussava alla porta di una fattoria con un coniglio
appena spellato in mano.
In cambio di mezzo coniglio e della sua pelliccia, gli fu permesso di
cucinarlo sul focolare della cucina e di sedere a tavola a chiacchierare con
la padrona di casa, mentre due gatti e tre marmocchi giocavano sul
pavimento. L’acqua del pozzo accompagnò il pasto.
Rinfrancato, Wuller riprese il cammino verso sud.
Dopo poco attraversò un villaggio piuttosto vasto che a lui sembrò
enormemente grande e rumoroso, ma si rendeva conto che non poteva
trattarsi di nessun luogo di cui aveva sentito parlare, perché si trovava
ancora molto a nord di Sardiron delle Acque. A est, sulla cima di una
collina, sorgeva una grande struttura di pietra che incombeva sulla città e
sulla strada.
Con un brivido, Wuller capì che doveva essere un castello.
Poiché non aveva denaro, il ragazzo attraversò di buon passo l’abitato
senza fermarsi.
Un’ora dopo s’imbatté in un altro villaggio, e dopo ancora un’ora in un
altro e poi ancora in un altro, ma questi tre non avevano castelli. C’erano
locande, però Wuller non aveva soldi.
Al tramonto si ritrovò nei dintorni di un’altra cittadina. Come per il
villaggio del Pino Ardente e per quello con il castello, anche da lì si
dipartivano tre strade, ma diversamente dagli altri casi, le loro direzioni
non erano nord, sud ed est, ma nord, sud e nordest così che le strade
formavano il disegno di un forchettone.
Sulla piazza principale si aprivano almeno tre locande! Wuller era senza
fiato.
Stanco e affamato com’era, non si limitò a restare senza fiato, ma entrò
in tutte e tre le locande e domandò se poteva lavorare in cambio di un letto
e di qualcosa da mangiare.
Il proprietario della Spada Spezzata rispose di no, anche se in modo
gentile; quello del Paiolo d’Oro lo cacciò via, al Cigno Azzurro, invece, la
figlia del locandiere s’impietosì e gli fece pulire la stalla in cambio di pane
e formaggio e un po’ di birra, e gli permise di rosicchiare le ossa lasciate
dagli avventori dopo il pasto.
Poi gli trovò anche un letto dove passare la notte… il suo.

Nessuno al Cigno Azzurro riuscì a identificare la fanciulla del ritratto,


ma la figlia del locandiere gli consigliò, una volta che fosse giunto a
Sardiron delle Acque, di mettersi in contatto con Senesson il Mago che
aveva fama di essere molto bravo in questo genere di cose.
Nella città di Keron-Vir, gli disse la ragazza, c’erano molti maghi e
anche piuttosto capaci, ma difficilmente, aggiunse, gli potevano essere di
aiuto in quel frangente e, quel che era certo, non l’avrebbero fatto
gratuitamente.
Wuller esitò incerto, ma poi seguì il suo consiglio. Dopo tutto Sardiron
delle Acque distava ormai solo una giornata di cammino e lui aveva voglia
di vedere la capitale, visto che c’era arrivato così vicino. Inoltre, Teneria
conosceva bene i suoi concittadini e doveva fidarsi del suo giudizio.
Prima di partire, tuttavia, si fermò al Paiolo d’Oro e alla Spada Spezzata
per mostrare in giro il ritratto, ma come si era aspettato, nessuno gli seppe
dire chi fosse la fanciulla.
Wuller si strinse nelle spalle, raccolse le proprie cose e partì.
A metà pomeriggio avvistò le torri della città e prima del tramonto vide
le sue mura e udì il rombo delle cascate, ma raggiunse le porte solo a buio
fitto. Era una notte senza luna e Wuller fece la sua entrata a Sardiron delle
Acque al lume delle torce.
Anche al buio, il luogo lo impressionò. All’interno della cinta murata
tutte le strade erano pavimentate con mattoni, lastre di pietra o ciottoli,
nemmeno una era in terra battuta. Dove il fianco della collina era ripido, le
strade erano costruite a gradini, come tante scale giganti.
Gli edifici erano addossati gli uni agli altri e quando fra due case c’era
un vicolo stretto, era anch’esso pavimentato.
A ogni incrocio fiammeggiavano le torce e, nonostante fosse notte, le
strade non erano affatto deserte e la gente continuava a girare per i suoi
affari come se fosse pieno giorno!
Anche i suoni erano stupefacenti. Faceva da sottofondo il rombo
continuo del fiume, mentre al centro delle piazze - saranno state almeno
una decina! - scrosciavano i getti delle fontane. La città faceva davvero
onore al suo nome. Il vento fischiava senza tregua intorno alle torri di
pietra nera e su tutto si sentivano i suoni tipici di una grande città
indaffarata: scricchiolio di carri, muggito di buoi e le voci della gente.
Il grande castello, sede del Consiglio dei Baroni, dominava alto e scuro
la città dalla cima della collina.
Quella città era davvero un altro mondo, pensò Wuller, mentre si
guardava intorno confuso, domandandosi dove potesse mangiare o
dormire.
Notò un’insegna illuminata da una torcia. Non c’era nessuna scritta, solo
l’immagine sbiadita di un drago che sbucava da un uovo schiuso.
Quella deve essere una locanda, si disse, e forse l’insegna era di buon
augurio.
Non c’era nessuna vetrina che avesse in mostra barilotti di birra e boccali
di peltro, né una porta aperta che spandesse luce sulla strada, come in tutte
le locande che aveva visto in precedenza. In alto c’era solo una piccola
apertura protetta da sbarre e da una tenda di velluto nero, mentre la porta
d’entrata era dipinta in quattro sezioni triangolari - rosse quelle in alto e in
basso, e azzurre quelle laterali - e ricoperta di punte di ferro. La porta era
ermeticamente chiusa.
La maggior parte dell’architettura della città era altrettanto strana e
minacciosa. All’interno delle mura non aveva ancora visto né una porta né
una finestra aperta, ma questa doveva essere proprio una locanda.
Raccolse tutto il suo coraggio e bussò alla pesante porta di legno fra due
punte di ferro.
Una delle punte girò su se stessa, poi si ritirò verso l’interno e scomparve.
Stupito, Wuller guardò dentro il foro e vide un occhio che lo fissava.
Poi la punta tornò al suo posto e la porta si aprì.
— Non abbiamo letti liberi — annunciò la vecchia che aveva aperto,
prima che lui potesse aprir bocca. — Ma se hai soldi per bere, entra pure.
— Non ho nemmeno un soldo — spiegò Wuller. — Ma sarei felice di
lavorare per guadagnarmi da bere, da mangiare e da dormire, anche in un
angolo… non ho bisogno di un letto. — Intanto sbirciava al di sopra della
sua spalla nella sala comune, dove una folla di persone rideva e mangiava
seduta alle tavole disposte intorno a un focolare acceso.
— Non abbiamo bisogno… — cominciò a dire la vecchia.
Il grido soffocato di Wuller la interruppe.
— Aspettate! — disse il ragazzo. — Aspettate! — Si sfilò la sacca di
spalla e cominciò a frugarci dentro.
— Giovanotto — disse la donna. — Non ho tempo per le stupidaggini…
Wuller le fece un cenno con la mano. — No, aspettate! — ripeté. —
Lasciate che vi faccia vedere! — Tirò fuori lo schizzo a carboncino e
glielo mostrò.
— Signora, sono venuto a piedi da Srigmor — le spiegò Wuller — per
una faccenda che riguarda il mio villaggio… c’è un drago… non importa.
Ma guardate! — Le mise il disegno davanti agli occhi.
La donna lo prese e lo portò alla luce.
— Seldis di Aldagmor — disse. — Piuttosto somigliante. — Dette
un’occhiata nella stanza alle sue spalle dove la giovane donna che Wuller
cercava stava mangiando seduta da sola a un tavolo, poi guardò di nuovo
il disegno e quindi Wuller. — Che vuoi da lei?
Wuller decise che non era il momento di spiegare tutta la verità, ma di
raccontare qualcosa di più semplice.
— Devo parlarle — disse. — La veggente del nostro villaggio conosceva
il suo viso, ma non il suo nome e mi ha mandato a cercarla. Credevo di
doverla cercare ancora per sei notti o per mesi, invece lei si trova qui
nella vostra sala da pranzo! Vi prego lasciatemi entrare a parlarle!
La vecchia guardò di nuovo il ritratto, poi si voltò a guardare la giovane
che sedeva sola a tavola. Si strinse nelle spalle e restituì il disegno a
Wuller.
— Non sono affari miei — disse. — Però sta’ attento… se succede
qualcosa chiamo la guardia.
— Non succederà niente, signora — disse Wuller. — Glielo prometto!

Wuller si sistemò sulla sedia davanti alla fanciulla, ancora stupito per la
propria incredibile fortuna e per la sua bellezza. Né lo schizzo a
carboncino di Illuré, né l’immagine apparsa nell’oracolo le avevano reso
giustizia.
— Salve — disse. — Mi chiamo Wuller figlio di Wulran.
La fanciulla alzò gli occhi dal piatto e lo fissò senza parlare. Il viso era
indubbiamente quello che Wuller aveva visto nell’oracolo di Kirna, quello
che Illuré aveva disegnato, con gli scintillanti occhi verdi e i morbidi
riccioli castano scuro. Gli faceva una strana impressione vederla davanti a
lui come persona in carne e ossa - una macchiolina di unto sul mento -
invece che come semplice immagine.
Nonostante la macchiolina di unto, era più bella dal vivo.
— È tanto che ti cerco — disse Wuller.
Lei riabbassò gli occhi sul piatto dove restava ancora qualche patatina
fritta. Wuller fissò le patatine ricordandosi di quanta fame aveva, poi
rialzò lo sguardo.
— Sono venuto da Srigmor per cercarti. Mi hanno mandato gli anziani del
villaggio. — Tirò fuori il disegno e lo srotolò. — Vedi?
La fanciulla alzò la testa, si mise una patatina in bocca e cominciò a
masticare. Batté le palpebre, mise giù la forchetta e prese in mano il
disegno.
Lo fissò per un momento, poi guardò Wuller. — L’hai fatto ora? —
domandò. — È piuttosto buono.
— No — rispose Wuller. — L’ha disegnato Illuré sei notti fa.
— Sei notti fa io ero a casa mia a Aldagmor — replicò la ragazza
sospettosa.
— Lo so — disse Wuller. — Voglio dire, non lo sapevo, ma so che Illuré
non ti ha mai visto… voglio dire… realmente visto.
— Allora come… va bene, chi è questa Illuré? Come l’ha disegnato? Non
conosco nessuno con questo nome, che io ricordi.
— Non l’hai mai conosciuta. È mia zia e sta a Srigmor. Ha fatto questo
disegno perché era l’artista migliore fra tutti coloro che hanno visto il tuo
viso nell’oracolo.
— Quale oracolo?
— L’oracolo della famiglia di Kirna.
— Chi è Kirna?
— È una degli anziani del villaggio. Durante la Grande Guerra la sua
famiglia prese a uno stregone questo oracolo che poi è stato tramandato di
padre in figlio, e quando è arrivato il drago…
— Che drago? Uno di… voglio dire, che drago?
— Il drago che tiene prigioniero il mio villaggio.
La fanciulla lo fissò per un momento poi sospirò. — Credo che sarà
meglio se cominci dal principio e mi spieghi tutto per bene.
Wuller annuì, fece un profondo respiro, e cominciò a raccontare.
Descrisse il drago e come un giorno fosse arrivato senza preavviso. Le
raccontò come aveva ucciso Adar il fabbro e del suo ultimatum al
villaggio. Le spiegò della riunione nella casa di Kirna e di come l’oracolo
si fosse frantumato dopo aver mostrato il suo volto.
— Mi hanno mandato a cercarti — concluse — ed eccomi qui. E dire che
pensavo di dover ingaggiare qualche mago per riuscire a trovarti… solo
che non ho un soldo… e invece, per un colpo di vera fortuna ti ho
trovato!
— Non hai un soldo?
— No.
— Non c’è nessuno nel tuo villaggio che abbia soldi?
— Non più — rispose Wuller, leggermente preoccupato per la piega che
stava prendendo la conversazione.
Considerò cosa avrebbe potuto fare se lei si fosse dimostrata riluttante ad
aiutare il villaggio. Per quanto fosse piccolo per la sua età, era comunque
più alto e forte di lei e se si fosse arrivati al peggio, l’avrebbe rapita e
l’avrebbe portata a casa con la forza.
Sperò di non dover arrivare a tanto. — Vuoi aiutarci? — le domandò.
Lei guardò il ritratto che teneva ancora in mano.
— Be’ — ammise — il tuo oracolo non era del tutto insensato. Qualcosa
sui draghi la so, perché la mia famiglia… be’ mio padre è un cacciatore
di draghi. Questa è l’attività della mia famiglia da molto tempo ed è per
questo che, quando vengo qui, mi fermo in questa locanda, l’Uovo del
Drago. Adesso sono qui in città per vendere il sangue dell’ultimo drago
ucciso da mio padre agli stregoni locali che lo usano per i loro
incantesimi. Anche qualcuno dei miei zii dà la caccia ai draghi quando
causano guai. Ma di norma — aggrottò le sopracciglia — di norma, non
lavoriamo gratis. Il drago di cui mi hai parlato non somiglia a quelli di
cui ho sentito parlare, perciò la mia famiglia non centra… voglio dire,
non è uno di quelli a cui abbiamo insegnato a parlare. Almeno, non
credo.
Wuller insistette disperato: — Potremmo pagarti con pecore e lana.
La fanciulla fece un gesto di noncuranza. — Come potrei portare le
pecore da Srigmor ad Aldagmor? E anche se sopravvivessero al viaggio,
mi converrebbe sempre comprarle nel villaggio dove vivo. Lo stesso
discorso vale per la lana. Non ne abbiamo tanta quanto voi del nord, ma ne
abbiamo a sufficienza.
— Ma se non vieni — disse Wuller — il mio villaggio morirà. Anche se
il drago non ci mangia, moriremo di fame quando le pecore saranno
finite.
Lei sospirò. — Lo so — disse. Si guardò intorno come se sperasse che
qualcuno le potesse suggerire una soluzione, ma nessuno stava ad
ascoltare.
— Bene — disse — penso che dovrei venire.
Wuller non poté contenersi e un sorriso gli illuminò il viso.
— Ma la cosa non mi piace affatto — aggiunse lei.

Quando la fanciulla si rese conto che Wuller non solo era povero, ma non
aveva letteralmente nemmeno un soldo, gli pagò da mangiare e gli permise
di passare la notte nella sua stanza alla locanda. Wuller dormì sul
pavimento e lei sul letto, e il ragazzo non osò proporre niente di diverso né
con le parole né con le azioni.
Soprattutto perché si era accorto che sotto la tunica lei portava una corta
daga. L’impugnatura era consunta a dimostrazione che veniva usata spesso
e non era solo per bella mostra.
Al mattino fecero colazione e la fanciulla dette alla locandiera un
messaggio per suo padre perché qualcuno diretto ad Aldagmor glielo
portasse, radunò le sue cose e restò impaziente sulla porta ad aspettare che
Wuller finisse di mangiare e sistemasse la sacca.
Fatto questo, i due s’incamminarono fianco a fianco lungo le strade in
discesa verso la porta della città. Durante la notte era caduta molta pioggia
e i ciottoli erano ancora bagnati e sdrucciolevoli così furono costretti a
camminare lentamente.
Wuller vedeva Sardiron delle Acque per la prima volta alla luce del
giorno ed era troppo occupato a stupirsi degli strani edifici in pietra scura,
delle numerose fontane, dell’ampiezza del fiume e delle cascate che
scintillavano nel sole del mattino, per fare attenzione alla sua bella
compagna.
Quando furono fuori delle mura, però, il suo sguardo era sempre più
spesso attratto verso di lei. Seldis era davvero bella. Non aveva mai visto
nessuna fanciulla o donna come lei.
Immaginò che fosse maggiore di lui di uno o due anni. Il suo volto era
troppo perfetto per avere più di diciotto anni, pensò, ma la fanciulla aveva
un comportamento e una sicurezza che Wuller aveva raramente visto in
chiunque, di qualsiasi età.
Anche se la sera prima la sua bellezza gli era parsa evidente, pure
l’aveva colpito meno… forse per colpa della penombra, pensò. Si dice che
il lume di candela nasconda i difetti, non potrebbe dunque nascondere
anche la perfezione?
Quando il suono delle cascate non si sentì più e le torri del castello si
andarono rimpicciolendo alle loro spalle, Wuller ebbe il coraggio di
rivolgerle la parola per la prima volta dopo aver lasciato la locanda.
— Vieni da Aldagmor? — le domandò e subito si maledisse per una tale
banalità. Da quale altro posto poteva venire una che si chiamava Seldis
di Aldagmor?
Lei annuì.
— Vieni spesso qui?
Lei lo guardò stupita. — Qui?! — esclamò indicando con un gesto la
strada fangosa e le fattorie circostanti. — Non sono mai stata qui prima
d’ora!
— Volevo dire a Sardiron.
— Aldagmor fa parte di Sardiron — replicò la fanciulla. — Anzi, il nostro
barone è vicepresidente del consiglio.
— Volevo dire in città, a Sardiron delle Acque — spiegò Wuller sull’orlo
della disperazione.
— Oh! Allora perché dici qui? Sono ore che abbiamo lasciato la città. —
La sua era un’esagerazione, ma Wuller non gliela fece rilevare. — Vengo
in città circa due volte all’anno, di solito in primavera e in autunno. In
famiglia sono l’unica di cui possono fare a meno, perché sono donna e
non sono abbastanza forte per svolgere la maggior parte dei lavori… a
casa. Così vengo qui per vendere il sangue, la pelle e le scaglie di drago e
ordinare le provviste che ci servono.
Wuller non cercò di approfondire l’argomento, ma era preoccupato.
L’oracolo aveva detto che Seldis poteva liberare il villaggio dal drago e
Seldis stessa sembrava fiduciosa delle sue capacità, ma Wuller era
preoccupato lo stesso.
Si ricordò le parole di Alasha sulle vergini che sacrificano se stesse, e
spostò la sacca da una spalla all’altra un po’ a disagio. Seldis si sarebbe
sacrificata al drago?
A prima vista l’idea appariva sciocca perché la fanciulla non sembrava
proprio votata al suicidio. D’altra parte aveva accettato di fare il viaggio,
decisione che non poteva certo considerarsi egoista. Il problema era:
quanto era altruista la fanciulla?
Wuller le lanciò un’occhiata. Lei camminava tranquilla a lunghi passi e
seguiva con lo sguardo un’aquila che in lontananza volava in cerchio nel
vento. Non era proprio l’immagine di chi avesse l’intenzione di gettarsi
nelle fauci di un drago per il bene altrui.
Wuller scosse la testa. No, si disse, non era questo che aveva intenzione di
fare.
Però aveva un pensiero fisso: poteva darsi invece che fosse proprio questo
che intendeva l’oracolo.
Passarono la notte al Pino Ardente, nel villaggio di Laskros e, sdraiato sul
pavimento della stanza con gli occhi fissi al soffitto, Wuller si domandava
se stesse facendo la cosa giusta a portare Seldis al villaggio.
Perché mai lei doveva rischiare di andare lassù?
Perché mai lui doveva rischiare di tornarci?
Non sarebbe stato meglio per tutti e due se avessero dimenticato il drago
e il villaggio, e se ne fossero andati da qualche altra parte insieme… a
Aldagmor, per esempio? Wuller avrebbe potuto corteggiarla, anche se
non aveva soldi, nessuna prospettiva ed era senza famiglia…
La famiglia, era questo il punto dolente. La sua famiglia lo stava
aspettando a casa e aveva fiducia in lui. Non poteva abbandonarli al loro
destino senza fare nemmeno un tentativo. Ma come?! Aveva avuto la
grande fortuna di trovare quasi per magia quel che cercava e adesso stava
pensando di rinunciare?
No, doveva tornare a casa, portare con sé Seldis e fare tutto il possibile
per eliminare il drago. Guardò la fanciulla che dormiva sul letto — alla
luce delle due lune la sua pelle era bianca come il latte - poi si girò su un
lato e si sforzò di dormire.

— D’ora in poi non incontreremo più locande — le disse il mattino dopo.


— Verso sera lasceremo la strada e prenderemo per la foresta.
Seldis si voltò verso di lui. — Non avevi detto che ci voleva ancora
qualche giorno per arrivare?
— È così.
Lei guardò a est, verso la foresta che adesso costeggiava il lato della
strada.
— Se si cammina in direzione est per due giorni si finisce fra le montagne
— disse Seldis. — E dopo tre giorni si arriva in una zona arida e rocciosa,
non è così?
— Sì, se si prende quella direzione — ammise Wuller. — Ma io non ho
detto che andremo a est… andremo verso nord est.
— Per tre o quattro giorni hai detto?
Wuller annuì.
— Ma perché non seguiamo la strada, che va proprio a nord e, quando è il
momento, tagliamo verso est?
— Il fatto è — rispose Wuller riluttante — che quel sentiero io non lo
conosco. Posso ritrovare la strada solo osservando i tronchi che ho inciso
quando sono venuto.
— Oh!
Dopo qualche passo Seldis domandò: — Cosa pensi che potremo
mangiare, se abbandoniamo la strada?
Wuller si fermò di colpo. — Non ci avevo pensato — confessò.
La fanciulla lo guardò con espressione indecifrabile. — Che hai mangiato
quando sei venuto? — gli chiese.
— Quasi sempre scoiattoli.
Lei sospirò. — Allora credo che sarà meglio tornare al Pino Ardente per
comprare qualche provvista. Con i miei soldi, naturalmente.
Rosso di vergogna, Wuller acconsentì e tutti e due tornarono sui loro
passi.
Quando furono di nuovo a Laskros, Wuller notò un fornaio e un negozio
di carni affumicate. Perciò al Pino Ardente non comprarono cibo, ma solo
tre coperte. Wuller fu molto soddisfatto di sé per averci pensato e pensò
che in parte si era riscattato dalla sua precedente sventatezza.
Non ci furono altri intoppi, ma bastò quell’imprevisto ritorno a Laskros
per costringerli a dormire lungo il margine della strada prima di inoltrarsi
nella foresta, perché Wuller si era rifiutato di viaggiare dopo il calar del
sole nel timore di non ritrovare il sentiero. Così si accamparono a circa
dieci metri dalla strada, accesero un fuoco e mangiarono frittelle dolci e
carne di montone affumicata.
Chiacchierarono tranquillamente di vari argomenti - amici, famiglia,
racconti preferiti e cose del genere - senza mai nominare draghi o altre
cose spiacevoli. Quando si sentirono stanchi, si avvolsero nelle rispettive
coperte e si addormentarono.
Il giorno dopo camminarono lentamente, cercando di individuare le
tacche sugli alberi e verso mezzogiorno o poco dopo, Wuller trovò un
ramo di pino con la corteccia scalfita, il suo segnale.
In piedi accanto all’albero, riuscì a vedere quello seguente e da quello il
prossimo. Da un albero all’altro, Wuller e Seldis s’inoltrarono nella
foresta in direzione del villaggio.
Dormirono altre due notti nel folto del bosco e nel tardo pomeriggio del
giorno dopo, Wuller riconobbe il paesaggio familiare e Seldis notò fra gli
alberi il fumo dei fuochi del villaggio.
Restarono in attesa del buio e scivolarono silenziosi all’interno del
villaggio fino alla casa di Wuller.
Quando aprì la porta, Wuller sentì suo padre che gridava: — Chi diavolo
è a quest’ora?
Il ragazzo si guardò intorno e disse: — Sono io, Wuller. Sono tornato.
Senza parole, Wulran restò a fissare Wuller che entrava in casa e dava una
mano a Seldis per aiutarla a salire i gradini del portico.
I nuovi arrivati lasciarono cadere le sacche sul pavimento, poi Wuller
indicò una sedia a Seldis che si sedette con grazia e appoggiò i piedi
stanchi su un’altra.
— Credo che puoi dormire nella stanza di zia Illuré — le disse Wuller
girandosi verso suo padre per avere conferma e si meravigliò di vederlo
piangere silenziosamente, le lacrime che gli colavano lungo la barba.
Wuller e Seldis si alzarono tardi e passarono la mattina a riposare, con i
piedi a bagno per recuperare le forze. Nel frattempo la famiglia di Wuller
girava per il villaggio informando tutti del suo ritorno e del suo successo
nel ritrovare la fanciulla dell’oracolo. Fu convocata una riunione di
consiglio per quella sera stessa allo scopo di decidere il passo seguente.
Subito dopo pranzo, mentre Illuré faceva visitare il villaggio a Seldis,
Wulran fece cenno a Wuller di andare a sedersi accanto a lui.
Il ragazzo ubbidì un po’ preoccupato.
— Wuller — sussurrò il vecchio. — Tu sai quello che pensa Alasha, è
vero?
— Di che cosa? — domandò Wuller.
— Della fanciulla che hai portato e di come lei ci libererà dal drago.
Wuller pensò di capire a cosa alludesse il padre, ma esitò a rispondere.
— Deve essere sacrificata — disse Wulran. — È questo che Alasha
pensa. Dovremo darla in pasto al drago.
Wuller sentì la testa che gli turbinava, cercò di trovare le parole per dire
qualcosa, ma non ci riuscì.
— È necessario — disse Wulran. — Offrire una vita, quella di una
straniera, per salvarci tutti.
— Ma non possiamo esserne sicuri! — protestò Wuller. — Non sappiamo
se è davvero necessario!
Wulran si strinse nelle spalle. — È vero — replicò. — Non lo sappiamo,
ma riesci a pensare a qualche altro modo in cui quella fragile cosina ci
può liberare dal drago?
Da principio Wuller non rispose, perché in verità non sapeva cosa dire, e
alla fine disse con un filo di voce. — Conosce un sacco di stratagemmi,
segreti di famiglia.
— Forse conosce i rituali del sacrificio, immagino — disse Wulran.
Wuller non ce la fece più, si alzò e andò via.
Wulran lo guardò uscire e fu soddisfatto nel vedere che suo figlio non si
dirigeva verso la fanciulla di Aldagmor per avvertirla del suo destino.
In effetti Wuller voleva pensare prima di fare qualcosa di avventato.
Guardò la cima della montagna dove il drago se ne stava tranquillamente
a prendere il sole e poi fece scorrere lo sguardo sul villaggio dove i suoi
compaesani erano presi dalle faccende di tutti i giorni. Le pecore erano al
pascolo, la forgia del fabbro era silenziosa, i fuochi erano coperti di
cenere, ma gli abitanti del villaggio tiravano su l’acqua dai pozzi,
accatastavano la legna, o sedevano sulle panche a cardare la lana. A ovest
della fucina, dal lato sottovento, bruciava una catasta di legna per farne
carbone.
Wuller tirò fuori dalla manica il disegno a carboncino ormai piuttosto
sciupato e lo osservò.
Il volto di Seldis lo osservò a sua volta.
Arrotolò di nuovo il disegno e se lo rinfilò nella manica, poi si guardò
intorno.
Illuré e Seldis erano andate al torrente e stavano tornando con i secchi
pieni d’acqua. Wuller pensò di correr loro incontro, di afferrare Seldis e
fuggire con lei verso sud, lontano dal villaggio… ma non si mosse. Restò
lì in piedi a guardare, mentre la fanciulla e Illuré portavano i recipienti
alla cisterna e li rovesciavano dentro.
Seldis non era così sciocca da essere venuta fin lì per morire, si disse
Wuller. Sicuramente sapeva quel che faceva. Doveva conoscere qualche
modo per uccidere il drago, qualche segreto magico che le aveva
insegnato suo padre.
O almeno Wuller lo sperava.

Mentre gli abitanti del villaggio si radunavano nella sala di Wulran, il


degno uomo prese da parte suo figlio e gli sussurrò: — Adesso
ascolteremo quello che ha da dire la ragazza, poi sarà necessario
allontanarla per un po’… capisci? Quando sarà il momento, portala fuori
e assicurati che non senta nulla. Dopo ti faremo sapere dove condurla.
Wuller annuì con espressione infelice e prese posto in un angolo.
Aveva capito perfettamente. Lui sarebbe stato il traditore che doveva
condurre Seldis al massacro, se ce ne fosse stata la necessità.
Qualche minuto più tardi Wulran chiuse la porta e annunciò: — Credo
che ci siamo tutti.
Un improvviso silenzio pieno di aspettativa smorzò le chiacchiere.
— Credo che sappiate tutti quello che è successo — disse Wulran. — Mio
figlio Wuller è andato a sud a cercare la fanciulla che ci aveva mostrato
l’oracolo, e che io sia dannato se lui non l’ha trovata e l’ha portata qui in
meno di un mese! Gli dei devono averci cari se tutto è avvenuto così
facilmente!
Fece un largo sorriso e ricevette in risposta altri sorrisi.
— Adesso lei è qui — continuò. — Perciò facciamola entrare e
affrontiamo la questione. — Fece un cenno a Illuré che accompagnò
Seldis al centro della stanza.
Alla vista della fanciulla un mormorio corse per tutta la stanza.
— Io sono Seldis di Aldagmor — dichiarò la fanciulla. Parecchie persone
sembravano sorprese come se, Wuller pensò, non si fossero aspettate che
lei potesse parlare. Avevano pensato a lei come a una cosa, piuttosto che
come a una persona, immaginò Wuller… più facile sacrificarla al drago!
A quel pensiero Wuller represse un gemito. A che sarebbe servito
sacrificare qualcuno?
— La mia famiglia ha combattuto e ucciso draghi fin dai giorni della
Grande Guerra — proseguì Seldis — e io credo di essere in grado di
liberarvi da quello che vi minaccia. Per prima cosa, però, ho bisogno di
sapere tutto, compresi i tentativi che avete fatto finora. Wuller, il figlio di
Wulran, mi ha raccontato qualcosa durante il viaggio, ma io ho bisogno di
sapere proprio tutto.
Parecchie voci si alzarono per rispondere, e dopo un momento di
confusione Kirna raccontò dell’arrivo del drago, della morte di Adar il
fabbro, dell’antico oracolo e dell’immagine che era apparsa; sua sorella
Alasha intervenne per correggere alcuni dettagli e Wulran fece qualche
commento che ritenne appropriato.
Seldis ascoltava e ogni tanto faceva qualche domanda - quale pezzo del
corpo del fabbro aveva dato l’impressione di preferire il drago quando lo
aveva dilaniato?… usava tutte e due gli artigli delle zampe anteriori?… il
suo volo somigliava a quello di un’aquila o a quello di una cornacchia?
— …alla fine siamo stati tutti d’accordo sul fatto che Wuller dovesse
venire a cercarvi e così lui è partito il mattino seguente — concluse Kirna.
— Noi siamo rimasti qui ad aspettare. Adesso, signora, ne sapete più di
noi.
Seldis annuì. — Cosa avete fatto durante l’attesa? — domandò.
Tutti i presenti la guardarono e si guardarono l’un l’altro, sorpresi.
— Niente — disse Alasha. — Abbiamo aspettato.
Seldis batté le palpebre. — Non avete fatto alcun tentativo?
Parecchi dei presenti scossero la testa.
— E non avete tentato di fare nulla prima di parlare all’oracolo?
— No — disse Kirna. — Cosa potevamo fare? Abbiamo visto quello che
aveva fatto al povero Adar!
Seldis fissò i presenti e Wuller capì che faceva fatica a nascondere la sua
meraviglia.
Chissà cosa si aspettava che avessero tentato, si disse.
Seldis strinse le labbra e disse: — Be’ non mi siete stati di molto aiuto,
però io so quale è la prima cosa da fare e mi sembra impossibile che
nessuno di voi ci abbia pensato. Voi date in pasto al drago una pecora al
giorno, vero?
Tutti annuirono e Wulran disse: — Sì.
— Allora, ho bisogno di circa due dozzine di sacchetti — disse Seldis. —
Le vesciche di maiale sarebbero perfette, ma non vedo molti maiali qui in
giro, quindi mi dovrò accontentare di quelle di pecora. Possono andar
bene anche gli intestini dove insaccate le salsicce o perfino borsellini di
pelle, se sono cuciti con punti molto fitti. I sacchetti devono essere
abbastanza piccoli da poter essere infilati in gola a una pecora, ma non
troppo piccoli.
Un mormorio percorse tutta la stanza.
Wuller batté le palpebre. Lanciò un’occhiata a suo padre e vide che
Wulran lo guardava e gli faceva un gesto con un dito, come a dire che
Seldis doveva essere pazza.
La sua mente si ribellò a quell’idea. Aveva passato sei notti e sei giorni
con lei e sapeva che non lo era. Qualunque cosa intendesse fare, si
trattava certamente del trucco di un cacciatore di draghi e non della follia
di una pazza.
Qualunque cosa fosse, lui l’avrebbe aiutata.

Subito dopo la riunione ebbe termine. Poiché Seldis si era rifiutata di


spiegare cosa avesse in mente, la maggior parte delle persone pensava che
non avesse niente, ma tutti furono d’accordo nel concederle un giorno per
il suo tentativo.
Wulran riuscì a parlare ancora una volta di nascosto a suo figlio e gli fece
capire che era suo dovere tenere d’occhio Seldis per impedirle di
scappare.
Wuller accettò controvoglia di non perderla di vista.
Il mattino seguente, dopo colazione, Seldis si alzò da tavola, stirò le
braccia, e disse: — Vado a fare una passeggiata per raccogliere delle erbe.
Qualcuno può prestarmi un cesto? Uno grande?
Illuré gliene mostrò uno che andava bene e tutti e tre - Seldis, Illuré e
Wuller - se ne andarono nei boschi.
Camminarono insieme per parecchi minuti in silenzio, godendosi il tepore
primaverile. Wuller guardò Illuré, poi Seldis, poi di nuovo sua zia.
Non aveva nessuna voglia di fare la parte del traditore. Se fosse riuscito
ad allontanare Seldis da Illuré, l’avrebbe avvertita di quello che avevano
in mente gli anziani e le avrebbe dato la possibilità di fuggire.
In quel momento Seldis disse: — Non riesco a trovare quello che sto
cercando. Illuré, dove posso trovare delle piante di aconito e di belladonna
qui intorno?
— Trovare che cosa? — disse Illuré sorpresa. — Non le ho mai sentite
nominare… cosa sono?
Seldis guardò Illuré altrettanto sorpresa. — Ma come! Sono piante
piuttosto comuni. L’aconito ha quei fiorellini con un cappuccio… la
specie che fiorisce in questa stagione ha fiori gialli molto piccoli, altre
specie invece possono averli azzurri, porpora o bianchi.
— Mai sentito nominare — disse Illuré. — E non credo nemmeno di
averlo mai visto. Sei sicura che cresca da queste parti?
— Forse no — disse Seldis preoccupata. — E la belladonna?
— Che cos’è? — domandò Illuré.
— Be’, è una pianta che ha fiori simili a campanelle color rosso scuro e
piccole bacche nere.
Illuré ci pensò sopra un momento.
— Non mi sembra di averla mai vista — disse alla fine. — Ma se vuoi dei
fiori, ci sono le margherite.
— Non voglio fiori! — sbottò Seldis.
— Ma allora si può sapere che vuoi? — domandò Illuré.
— Non importa. Torniamo indietro. — La fanciulla si voltò e si diresse
verso il villaggio seguita da Wuller e Illuré, perplessi.
Wuller guardò Illuré, domandandosi se non fosse quella l’occasione
migliore per far fuggire Seldis, ma poi decise di attendere. L’aldagmorite
sembrava molto più preoccupata di quanto non lo fosse in precedenza, ma
non impaurita. Wuller pensò che sicuramente doveva avere in mente
qualche altra cosa che si poteva fare, anche senza le sue erbe magiche.
Al villaggio Wulran li accolse accigliato davanti casa. Accanto a lui
sedeva Kirna con un cesto pieno di involucri di salsicce e altra gente stava
ferma a guardare a distanza di sicurezza.
— Questi vanno bene? — domandò Kirna mostrandole il cesto.
Seldis scosse la testa. — Sarebbero perfetti — rispose — ma ho paura che
la mia idea non sia attuabile. Non sono riuscita a trovare quello di cui
avevo bisogno. Credo che dovrò pensare a qualcos’altro.
Wulran sbuffò. — Signora — disse — credo che lo dovrete proprio fare e
molto alla svelta. L’oracolo ha detto che ci potevate salvare dal drago, ma
non ci riuscirete certo andandovene a spasso per le colline e noi non
possiamo rischiare che ve la filiate. Da questo momento in poi, resterete
qui al villaggio, guardata a vista.
— Ma… — cominciò a dire Seldis.
— Niente discussioni! — urlò Wulran e gli altri emisero un leggero
mormorio.
Seldis non protestò. A un ordine di Wulran, fu condotta in casa e chiusa
dentro la stanza di Illuré la cui porta era stata rinforzata con una sbarra di
ferro.
Anche la finestra era stata sbarrata e Seldis si ritrovò prigioniera.
Senza che lo avesse chiesto, Wuller fu nominato suo carceriere.
— Quella ragazza è pazza e i pazzi sono pericolosi — gli spiegò suo
padre quando lei non lo poteva sentire. — Ma ha fiducia in te e resterà qui
se sarai tu a tenerla d’occhio. Se ci dirà come uccidere il drago, bene…
ma se non lo farà, domani la consegneremo al drago. Deve essere proprio
questo che intendeva dire l’oracolo.
Wuller non tentò nemmeno di discutere. Sapeva che Seldis non era pazza,
ma lui non aveva idea di cosa avesse in mente di fare, inoltre capì che suo
padre era furioso e pieno di paura e non avrebbe tollerato discussioni.
Doveva fare qualcosa, questo era evidente, ma non a parole.
Wuller si sistemò accanto alla porta della cella improvvisata e restò in
attesa.
All’inizio del pomeriggio, quando gli altri si erano ormai stancati e se ne
erano andati tutti, Wuller le chiese: — Che hanno di speciale quelle piante
che cercavi?
— Allora adesso mi è permesso di parlare! — replicò lei sarcastica.
— Certo che puoi. Ascolta, sono molto dispiaciuto per quello che è
successo. Non è colpa mia!
— Oh, lo so, ma è un comportamento così sciocco! Non ci vuole nessuna
magia per uccidere i draghi, basta un po’ di cervello. Ma tutta questa
gente è così spaventata che non riesce più a pensare! A che serve
chiudermi dentro?
— Ti impedisce di scappare — disse Wuller esitando.
— Ma è un’idiozia. Perché dovrei scappare dopo essere venuta a piedi fin
quassù?
— Perché… — cominciò a dire Wuller, poi s’interruppe.
Se Seldis ancora non sapeva che doveva essere sacrificata, sarebbe stato
bene dirglielo?
Forse no.
— Non pensare a questo, per ora — disse Wuller. — Che hanno di
speciale quelle piante?
— Sono velenose. Che mi stai nascondendo, Wuller? Che hanno in… oh
no! Non saranno così sciocchi e superstiziosi, vero? Il sacrificio di una
vergine, è questo che hanno in mente?
Wuller non rispose. La risposta di Seldis alla sua domanda sulle erbe gli
aveva aperto gli occhi. Ci pensò su per un momento e vide tutto chiaro…
non solo quello che aveva avuto intenzione di fare la fanciulla, ma anche
quello che potevano fare ora.
— Wuller? Ci sei ancora? — sentì che diceva.
— Sono qui — rispose. — Non ti preoccupare. Aspetta fino a stanotte.
Fidati di me.
— Fidarmi di te?! — replicò lei ridendo amara.

Quando le portò il pranzo, Seldis si rifiutò di parlargli e lo fissò in


silenzio. Lui mormorò una frase di scuse e si ritirò.
Più tardi, quando tutti si erano ormai addormentati, Wuller tolse la sbarra
dalla porta, lentamente per non fare rumore o andare a sbattere contro la
parete.
— Vieni — sussurrò.
Seldis uscì fuori subito. — Dove? — gli domandò. — Mi fai scappare?
Wuller scosse la testa. — No, no. Andiamo a uccidere il drago, come
avevi in mente di fare. Ho legato una pecora qui fuori e Kirna ha lasciato
la cesta piena di salsicce. È tutto pronto.
— Hai trovato l’aconito o la belladonna?
— No — rispose Wuller. — Non crescono da queste parti.
Seldis stava per protestare qualcosa.
— Sssh! Va tutto bene, davvero! So quel che faccio. Su, vieni e non fare
rumore!
Lei ubbidì.

La mattina seguente Wulran trovò suo figlio profondamente


addormentato accanto alla porta sbarrata della stanza di Illuré. Wuller era
più sporco e disordinato della sera precedente e Wulran lo guardò
sospettoso.
Speriamo che non abbia fatto qualche stupidaggine, pensò.
Si domandò se ci fosse qualcosa di vero nel fatto che i draghi
pretendevano il sacrificio di una vergine…
Ma come faceva un drago a spiegarlo?
Comunque stessero le cose, Wulran sperava che la fanciulla fosse ancora
rinchiusa nella stanza e non fosse fuggita durante la notte. E se Wuller
fosse coperto di fango perché l’aveva rincorsa nei boschi?
Toccò Wuller con un piede. — Svegliati.
Wuller batté le palpebre e si svegliò. — Buon giorno — disse, poi fece
uno sbadiglio e stirò le braccia.
— La ragazza è ancora là dentro?
Wuller guardò la porta, ancora chiusa e sbarrata, e poi di nuovo suo
padre. — Credo di sì — rispose. — L’ultima volta che l’ho vista, era lì
dentro.
— E ci sarà ancora quando verremo a prenderla per il sacrificio?
Wuller sbadigliò di nuovo. — Non potete sacrificarla — disse. — Ho già
dato da mangiare al drago prima dell’alba e adesso deve essere già morto.
— Vuoi dire morta! La pecora, vuoi dire? Gli hai dato da mangiare una
pecora?
Wuller annuì. — Sì, gli ho dato una pecora e naturalmente la pecora è
morta, ma quello che intendevo dire è che probabilmente è morto il
drago.
Suo padre lo fissò sbalordito.
— Che cosa?!
Wuller si alzò in piedi.
— Ho detto che ormai il drago sarà morto.
— Sei diventato pazzo anche tu? — esclamò Wulran. — Non sapevo che
la pazzia fosse contagiosa.
— Non sono pazzo — disse Wuller. Ma il tono di suo padre non gli
piaceva e decise di non dire altro.
— Fatti da parte, ragazzo — ordinò Wulran. — Voglio essere sicuro che
l’aldagmorite è ancora là dentro.
Wuller si fece da parte e non disse nulla quando suo padre tolse la sbarra
e trovò Seldis che dormiva tranquilla nel letto di Illuré.
Non disse nulla per tutto il mattino e non disse nulla nemmeno quando,
più tardi, arrivarono gli uomini e, trovandola ancora addormentata,
presero Seldis e la portarono a braccia sulla roccia piatta dove il drago
divorava i suoi pasti.

Seldis si era svegliata nel momento in cui l’avevano toccata, ma non


aveva gridato né aveva opposto resistenza, come non l’aveva fatto quando
l’avevano portata sulla roccia piatta chiazzata di sangue dove il drago
accettava i tributi. La deposero a terra con delicatezza, nel punto in cui
fino ad allora avevano messo le pecore, le legarono le caviglie con una
corda e annodarono un’estremità a uno spuntone di roccia lì vicino, poi le
legarono anche le mani.
Subito dopo gli uomini fecero qualche passo indietro lasciandola lì.
Seldis aprì gli occhi e si rivolse direttamente a Wuller.
— Speriamo che tu abbia ragione su quei funghi — disse.
Wuller guardò la cima della montagna e sorrise. — Guarda da sola — le
disse indicando un punto là in alto.
Seldis guardò dove lui le aveva indicato e vide la coda del drago che
ciondolava da una sporgenza come un enorme viticcio gonfio. Nessun
altro l’aveva notata, presi com’erano a guardare la prigioniera.
La coda era assolutamente molle.
— Vedi? — esclamò Wuller. — È morto, proprio come hai detto tu.
Tutti guardarono all’insù e restarono a bocca aperta.
— Sarà meglio che andiamo a vedere — disse Seldis. — Quei funghi non
li conosco… e se il drago si sente solo male? Sarà meglio che lo finiamo
mentre è ancora debole.
— Giusto — disse Wuller. S’inginocchiò accanto a lei, tirò fuori il
coltello e cominciò a tagliare la corda.
Wulran staccò gli occhi dalla coda inerte e penzolante e li posò sulla
giovane donna legata. — Cosa avete fatto?
— Abbiamo ucciso il drago, Wuller e io — rispose Seldis. — Avevo detto
che sapevo come fare. — Quando ebbe i polsi liberi, la fanciulla si mise a
sedere.
— Ma come? — domandò Wulran.
— È stato facile. La scorsa notte Wuller mi ha fatto uscire e insieme
siamo andati nei boschi. Abbiamo raccolto funghi… due ceste piene di
quei funghi sottili con i gambi bianchi e le piccole escrescenze alla base.
Qui non si trovano né piante di aconito, né di belladonna, ma qualcosa di
velenoso ci doveva pur essere e Wuller mi ha parlato dei funghi.
— Ma come… — provò a chiedere qualcuno.
Seldis lo ignorò e continuò a parlare.
— Abbiamo tritato i funghi e li abbiamo infilati in quegli involucri, poi
abbiamo infilato le salsicce di funghi in gola a una pecora e abbiamo
legato la pecora qui… oh! il suo sangue mi ha macchiato la camicia…
non vi siete accorti che la roccia era ancora bagnata di sangue fresco?
Wuller le sorrise mentre le allentava la corda intorno alle caviglie.
— Comunque — continuò Seldis — l’abbiamo legata qui, il drago l’ha
mangiata e questo è tutto.
— Funghi velenosi?! — domandò qualcuno. — Solo questo?
— Certo! — esclamò Seldis piccata. — Pensate forse che io sia una
dilettante? Ve l’avevo detto che sapevo come si fa a uccidere i draghi!
— Siete sicura che sia morto? — domandò Wulran. — Voglio dire, so che
quei funghi sono velenosi, ma quello è un drago…
Seldis fece spallucce. — Un drago è solo una bestia. Una bestia molto
particolare, forse magica, ma pur sempre una bestia, fatta di carne e
sangue. Il veleno lo uccide esattamente come uccide chiunque altro.
— Dobbiamo controllare — disse Wulran brusco. — Non possiamo
fidarci solo della vostra parola.
— Avete ragione — disse Seldis. — Se ho sbagliato dose, potrebbe
sentirsi solo male per qualche giorno. Dobbiamo andare a vedere e, se è
ancora vivo, dobbiamo finirlo finché è debole.
Tutti si guardarono l’un l’altro.
— Non c’è bisogno che andiate voi — disse Seldis. — Andremo io e
Wuller.
— Vengo anch’io — disse Wulran.
— Come volete. C’è però una cosa… qualcuno può andare a prendermi
un otre, il più grosso che avete?
Gli abitanti del villaggio si guardarono perplessi, ma nessuno osava più
discutere con lei.
Qualche minuto dopo, Wulran, Wuller e Seldis si dirigevano verso la
sporgenza dove era drappeggiata la coda del drago. Seldis portava un
enorme otre vuoto, quello che veniva appeso sullo spiazzo del villaggio
durante le feste, ma nessuno aveva ancora osato chiederle a cosa le
doveva servire.
Si arrampicarono sulla sporgenza, oltre la grossa coda penzolante, e
scesero nel crepaccio dove giaceva il drago, immobile e silenzioso.
— Sembra morto — sussurrò Wuller quando arrivarono all’altezza del
pancione.
Seldis annuì. — Le apparenze possono ingannare, però. — Tirò fuori il
coltello e strisciò lentamente verso la testa del drago.
— Cosa stai… — cominciò a dire Wuller.
— Stai indietro! — sibilò lei. — Devo assicurarmi che sia davvero morto.
Wulran afferrò Wuller per un braccio e lo tirò sul bordo della sporgenza
da dove, in caso di bisogno, avrebbero potuto scivolar via senza essere
visti.
Restarono in attesa per ore, o almeno così sembrò a Wuller, ma guardando
il sole si rese conto che erano passati solo alcuni minuti.
— Va tutto bene! — gridò finalmente Seldis. — È morto!
Wuller scese correndo lungo il crepaccio gridando: — Come fai a esserne
sicura?
Poi vide quello che aveva fatto. Seldis aveva infilato il coltello fino
all’impugnatura in un occhio del drago.
Se ci fosse stato solo un barlume di vita, il drago avrebbe sicuramente
avuto qualche reazione!
Dopo di che la fanciulla dispose l’otre e aprì una vena del drago per fare
in modo che il suo sangue lo riempisse. Wuller fissava il ruscelletto di
liquido purpureo.
— Questo coprirà le mie spese — disse la fanciulla quasi scusandosi. —
Gli stregoni fanno molto uso di sangue di drago.
— È proprio morto — disse Wuller. — Ce l’abbiamo fatta! Seldis, ti
dobbiamo molto di più di quanto potremo mai darti, soprattutto per come
ti abbiamo trattata. Sono sicuro che tutti saranno d’accordo con me.
Alle sue spalle comparve Wulran che disse: — Se non lo faranno subito,
ci penserò io, signora.
Seldis si strinse nelle spalle. — Fa niente. Questa volta è stato facile. Ma
che diamine, gente mia, avreste dovuto pensarci da soli! Conoscevate i
funghi e vedevate che mangiava una pecora al giorno… perché non avete
provato a fare qualcosa?
Wulran si strinse nelle spalle. — Avevamo sentito quella profezia…
l’oracolo aveva detto che sareste venuta voi a salvarci — disse con un
sorriso furbastro.
Seldis lo fissò.
— E così eravate pronti a sacrificarmi? Pensavate che questo vi avrebbe
salvato?
Wulran aprì la bocca per rispondere, poi la richiuse.
— Non è venuto in mente a nessuno di voi che, se il mio sacrificio non
avesse avuto esito, avreste ucciso l’unica persona che, come vi era stato
detto, poteva salvarvi?
A quelle parole Wulran batté le palpebre, ma non si provò nemmeno a
rispondere.
Wuller disse: — Non gliel’avrei permesso!
— Ah, ah! Non mi sembra che questa mattina ti sei dato troppo da fare
per fermarli!
— Ma avevamo già avvelenato il drago!
— E se il veleno non aveva funzionato?
Wuller aprì la bocca come suo padre, ma non ne uscì alcun suono.
Poi la richiuse. — Non gliel’avrei permesso, a meno che non mi avessero
ucciso prima.
Seldis lo guardò per un lungo momento, poi guardò il drago. Il rivolo di
sangue si era fermato, lei tappò l’otre e se lo mise in spalla. Poi si fece
strada fra i due, padre e figlio, e s’incamminò fuori del crepaccio.
Wulran e Wuller la guardarono andar via. Wulran lanciò a suo figlio uno
sguardo di scuse, ma Wuller non aveva voglia di accettarle e corse dietro
alla fanciulla.
Quando la raggiunse, non gli venne in mente niente da dire e così
camminarono in silenzio, fianco a fianco, fino al villaggio.
Quando arrivarono, Seldis gli disse: — Sono stanca, Wuller, siamo stati
svegli tutta la notte. Vado un po’ a dormire.
Wuller annuì. — Buona idea.
Dopo che lei fu entrata nella camera di Illuré - questa volta la porta restò
aperta — Wuller andò a sdraiarsi sul suo letto.
Quando nel tardo pomeriggio Wuller si svegliò, Seldis si era già alzata, si
era vestita e stava preparando la sacca. L’otre pieno del sangue del drago
era a terra ai suoi piedi.
— Adesso vado — disse senza guardarlo.
Wuller, fermo sulla soglia della sua stanza, si guardò intorno e posò gli
occhi sugli oggetti familiari: le mattonelle dipinte da sua madre alle
pareti, i tegami appesi in cucina, il focolare di pietra. I suoi genitori e sua
zia Illuré erano da qualche parte lì vicino; intorno alla casa, il villaggio –
tutto il mondo conosciuto fino a pochi giorni prima – la casa di tutti
coloro che conosceva.
Adesso che il drago era morto, non erano più in pericolo e non avevano
più bisogno di Seldis. Lei sarebbe tornata a casa sua, nella lontana
Aldagmor, laggiù nel mondo ostile e sconosciuto, il mondo dove Wuller
non conosceva nessuno e non aveva nulla.
— Aspettami — le disse afferrando gli abiti.
Con sua grande sorpresa, lei lo aspettò.

Titolo originale: Portrait of a Hero