Sei sulla pagina 1di 128

STORIE DI FANTASMI

D al fantasma inesperto, descritto da H.G.


Wells, che non sa ancora bene come
apparire e scomparire, ed è obbligato a chie-
dere aiuto alle sue “vittime”; al tribunale in
cui lo spirito del morto diventa il tredice-
simo giudice per incastrare il proprio assas-
sino, in uno dei racconti più celebri di Char-
les Dickens; dall’apparizione che invita il
protagonista a visitare le stanze della Casa
del Passato di Algernon Blackwood; alle
Ombre sul muro dei cari estinti che spaven-
tano tutta la famiglia nella short story di
Mary Wilkins Freeman; fino allo spettro,
evocato da Poe, di Ligeia, moglie scomparsa
che ha portato il marito alla follia; per con-
cludere con un’altra donna perduta che per-
seguita, con il suo risciò fantasma, il bel
Jack di Rudyard Kipling, in sei storie clas-
siche dell’orrore che mettono alla prova la
capacità umana di credere o meno nel
sovrannaturale.
a
STORIE DI FANTASMI

Traduzione di Ilaria Tesei


Storia del fantasma inesperto

di H.G. Wells
Chiara mi torna alla mente la scena in cui Clayton raccontò la sua
ultima storia. Per tutto il tempo era rimasto seduto là, nell’angolo
della cassapanca accanto all’ampio camino, con Sanderson al
fianco che fumava la pipa d’argilla Broseley che portava il suo
nome. C’erano Evans e quell’attore fenomenale, Wish, che è
anche un uomo modesto. Eravamo scesi tutti al Mermaid Club
quel sabato mattina, tranne Clayton, che aveva passato lì la not-
te – cosa che, a dirla tutta, gli aveva dato l’occasione per la sua
storia. Avevamo giocato a golf fino al tramonto; avevamo cena-
to ed eravamo in quello stato d’animo di quieta bonarietà in cui
gli uomini possono tollerare una storia. Quando Clayton iniziò
a raccontarne una, naturalmente supponemmo che stesse men-
tendo. In verità, potrebbe essere che stava mentendo – cosa che
il lettore sarà velocemente in grado di giudicare quanto me. Ini-
ziò, è vero, con l’aria di chi sta riferendo un aneddoto reale, ma
pensammo che fosse soltanto un trucco.
«Sentite questa!» incominciò, dopo una lunga considera-
zione sulla crescente pioggia di scintille proveniente dal pezzo
di legno che Sanderson aveva colpito. «Sapete che ero qui da
solo la scorsa notte?».
«Esclusi i domestici» disse Wish.
«Che dormono nell’altra ala» precisò Clayton. «Sì. Be’…»
fece qualche tiro dal suo sigaro come se stesse ancora esitan-
do a fare questa confidenza. Poi disse, in modo abbastanza
tranquillo: «Ho incontrato un fantasma!».

7
«Incontrato un fantasma, sul serio?» disse Sanderson. «E
dov’è adesso?».
Ed Evans, che ammira immensamente Clayton ed è stato
quattro settimane in America, urlò: «Hai incontrato un fanta-
sma, davvero, Clayton? È incredibile! Raccontaci subito».
Clayton assicurò che lo avrebbe fatto, ma prima chiese di
chiudere la porta.
Guardò verso di me, come per scusarsi. «Ovviamente non
c’è nessuno in ascolto, ma non vogliamo infastidire la nostra ec-
cellente servitù con chiacchiere sui fantasmi del luogo… C’è
già fin troppa ombra e pannelli di quercia per scherzarci su. E
questo, sapete, non era un fantasma normale. Penso che non
tornerà più…».
«Intendi dire che non l’hai trattenuto?» disse Sanderson.
«Non ne ho avuto il coraggio» rispose Clayton.
E Sanderson affermò che era sorpreso.
Ridemmo, e Clayton sembrò dispiacersene. «Lo so» disse
con l’ombra di un sorriso «ma il fatto è che era davvero un
fantasma, reale quanto lo siete voi ora. Non sto scherzando.
So cosa dico».
Sanderson aspirò profondamente dalla sua pipa, con un
occhio un po’ arrossato rivolto verso Clayton, poi emise un
esile getto di fumo più eloquente di qualsiasi parola.
Clayton ignorò il commento. «È la cosa più strana che mi sia
accaduta in tutta la vita. Sapete, non ho mai creduto ai fanta-
smi o a cose simili, mai – e poi, ne trovo uno in un angolo, e
sono da solo a vedermela con lui…».
Meditò ancor più profondamente, e iniziò a bucare un se-
condo sigaro con un curioso coltellino.
«Ci hai parlato?» chiese Wish.
«Per un’ora circa».
«Un chiacchierone, quindi…» dissi, unendomi al gruppo
degli scettici.

8
«Quel povero diavolo si trovava nei guai» disse Clayton
con una quasi impercettibile nota di rimprovero, piegato sul-
l’estremità del suo sigaro.
«Piangeva?» chiese qualcuno.
Clayton emise un sospiro al ricordo. «Buon Dio» disse «sì».
E poi: «Poverino… Sì».
«Dove lo hai trovato?» chiese Evans, nel suo miglior ac-
cento americano.
«Non mi ero mai reso conto» disse Clayton, ignorandolo,
«quale povera creatura potesse essere un fantasma», e ci ten-
ne in sospeso un’altra volta, mentre cercava i fiammiferi nel suo
taschino e accendeva il sigaro.
«Ero in netto vantaggio» rifletté infine.
Nessuno di noi aveva fretta. «Un individuo» disse «rimane
esattamente lo stesso individuo anche se viene separato dal cor-
po. Questa è una cosa che troppo spesso dimentichiamo. Le
persone con una certa forza o tenacia negli obiettivi dovreb-
bero produrre fantasmi di una certa forza o stabilità negli
obiettivi… Sapete, la maggior parte dei fantasmi che infesta-
no i luoghi deve avere un’unica idea come i monomaniaci ed
essere ostinata come i muli per poter tornare più e più volte.
Ma questa povera creatura non era così». Improvvisamente
Clayton guardò in alto in modo piuttosto strano e i suoi occhi
girarono per tutta la stanza. «Non lo dico con cattiveria, è so-
lo la verità: anche a una prima occhiata mi parve debole» pun-
tualizzò con l’aiuto del suo sigaro.
«Sapete, l’ho incontrato nel corridoio. Mi dava le spalle e so-
no stato io a vederlo per primo. All’istante, ho capito che si trat-
tava di un fantasma. Era trasparente e biancastro, e attraverso
il suo torace potevo chiaramente vedere il barlume della pic-
cola finestra in fondo. E non solo il suo aspetto fisico, ma an-
che il suo atteggiamento mi pareva debole. Ecco, sembrava che
non avesse minimamente idea di che cosa fare. Una mano era

9
sul rivestimento a pannelli, l’altra volteggiava verso la bocca.
Come… così!».
«Com’era fisicamente?» chiese Sanderson.
«Magro… Avete presente il collo di un ragazzo che da die-
tro ha i tendini in evidenza, qui e qui… così! E una miserabi-
le testolina dai capelli cespugliosi… E orecchie abbastanza
brutte. Spalle cadenti, più strette dei fianchi; camicia col col-
letto e una corta giacca preconfezionata, pantaloni larghi e un
po’ logori in fondo. Ecco come mi si presentava. Salivo le sca-
le molto lentamente. Non avevo un lume, sapete – le candele
sono sul tavolo del pianerottolo e c’è quella lampada –, ero in
pantofole e lo vidi mentre salivo. Mi fermai come morto, e su-
bito realizzai la situazione. Non ero per niente spaventato. Pen-
so che nella maggior parte di casi come questo nessuno è mai
così spaventato o agitato come ci si immagina. Ero sorpreso e
incuriosito. Pensavo: “Buon Dio, finalmente un fantasma! Da
venticinque anni avevo smesso di crederci!”».
«Uhm» disse Wish.
«Non credo si aspettasse di trovarmi su quel pianerottolo.
Si voltò improvvisamente verso di me e vidi la faccia di un ra-
gazzo immaturo: naso sbozzato, un paio di baffetti, mento
sfuggente. Per un istante restammo fermi così a fissarci, con
lui che mi guardava da sopra la spalla. Poi parve ricordarsi
della sua alta vocazione. Si voltò, si avvicinò, mostrò il suo vi-
so, alzò le braccia e allargò le mani nella maniera propria di
un fantasma… E venne verso di me. Nel far ciò, la sua piccola
mascella cadde producendo un debole e prolungato “Buuu”.
No, non era spaventoso nemmeno un po’. Avevo pranzato, ave-
vo bevuto una bottiglia di champagne e, essendo tutto solo,
forse due o tre – forse anche quattro o cinque – bicchierini di
whisky, così ero solido come una roccia e impavido quanto lo
sarei stato al cospetto di una rana. “Buuu” dissi. “Stupidaggi-
ni. Non appartieni a questo luogo. Che cosa ci fai qui?”.

10
Lo vidi sussultare.
“Buuu” ripeté.
“Buuu… al diavolo! Sei un membro?” chiesi; e, giusto per
far vedere che non me ne importava niente, mossi un passo ver-
so di lui e feci per accendere la candela. “Sei un membro?” ri-
petei, guardandolo di traverso.
Si spostò un po’ come per stare alla larga da me e assunse un
aspetto mortificato. “No” disse in risposta all’insistente do-
manda del mio sguardo. “Non sono un membro. Sono… un
fantasma!”.
“Be’, ciò non ti dà l’accesso al Mermaid Club. Sei qui per in-
contrare qualcuno o qualcosa del genere?” e, muovendomi con
cautela per evitare che confondesse la sbadataggine dovuta al
whisky per disattenzione causata dalla paura, accesi la cande-
la. Mi girai verso di lui, reggendola. “Che cosa stai facendo
qui?” dissi.
Aveva abbandonato le mani lungo i fianchi e smesso di fare
“buuu”, e se ne stava là, imbarazzato e goffo, il fantasma di
un giovane debole, sciocco e inutile. “Sto infestando” disse.
“Non hai alcun motivo per farlo” risposi con voce calma.
“Sono un fantasma” disse in sua difesa.
“Potrebbe essere, ma non hai alcun motivo per infestare
questo posto. Questo è un rispettabile club privato; spesso la
gente si ferma qui con le tate e i bambini e, aggirandosi con
noncuranza come fai tu, qualche povero piccino potrebbe in-
contrarti e andare fuori di sé dalla paura. Presumo che a que-
sto non hai pensato, vero?”.
“No, signore” disse “non ci ho pensato”.
“Avresti dovuto farlo. Non hai alcun diritto su questo luo-
go, giusto? Non sei stato ucciso qui o qualcosa del genere?”.
“No, signore; ma ho pensato, dal momento che era vecchio
e con pannelli di quercia…”.
“Non è una giustificazione”, e lo fissai con fermezza. “Il tuo

11
arrivo qui è un errore” dissi in un tono di amichevole superio-
rità. Finsi di vedere se avevo i miei fiammiferi, poi lo guardai
francamente. “Se fossi in te, non aspetterei il canto del gallo…
Scomparirei subito”.
Sembrava imbarazzato. “Il fatto è, signore…” iniziò.
“Scomparirei” ribadii.
“Il fatto è, signore, che per qualche motivo non posso”.
“Non puoi?”.
“No, signore. C’è qualcosa che ho dimenticato. Sono qui
dalla mezzanotte della notte scorsa, nascosto negli armadi del-
le camere da letto vuote e via dicendo… Sono agitato. Non ho
mai infestato un luogo prima d’ora, e c’è qualcosa che non va”.
“Qualcosa che non va?”.
“Sì, signore. Ho provato e riprovato, ma non mi riesce.
Dev’essermi sfuggito un passaggio, ma non riesco a capire
quale”.
Rimasi alquanto sbalordito dalla sua risposta. Mi guardava
in modo così penoso che non fui più in grado di mantenere il
tono intimidatorio che avevo assunto fino ad allora. “È biz-
zarro” dissi, e mentre parlavo mi sembrò di sentire qualcuno
muoversi avanti e indietro al piano di sotto. “Vieni nella mia
stanza e raccontami di più” dissi. “Di certo non ho capito”, e
provai ad afferrarlo per un braccio. Ma naturalmente… vi sarà
capitato di provare a prendere una nuvola di fumo! Avevo di-
menticato il numero della mia stanza, per cui ricordo di esse-
re andato in diverse camere – era una fortuna che fossi l’unica
persona in quell’ala – finché non vidi la mia roba. “Eccoci” dis-
si, e mi accomodai in poltrona. “Siediti e raccontami. Mi sem-
bra che ti sei cacciato in una situazione davvero imbarazzante,
vecchio mio”.
Ebbene, disse che non si sarebbe seduto! Preferiva svolaz-
zare su e giù per la stanza, se per me era lo stesso. E così fece,
e in poco tempo ci immergemmo in una lunga e seria conver-

12
sazione. E in breve, sapete, l’effetto del whisky sparì e iniziai
appena a rendermi conto della situazione bizzarra e misterio-
sa in cui mi trovavo. Lui era là, semitrasparente – emblema
del muto fantasma convenzionale, se si esclude la sua voce
spettrale –, che svolazzava avanti e indietro in quella graziosa,
pulita, vecchia stanza tappezzata di chintz. Attraverso il suo
corpo vedevo il bagliore dei candelieri in rame, le luci sul pa-
rafuoco di ottone, le cornici dei quadri appesi alle pareti, e in-
tanto lui mi raccontava della piccola, miserabile vita che ave-
va vissuto e della sua recente fine. Non aveva un viso partico-
larmente onesto, sapete, ma essendo trasparente, di certo non
poteva evitare di dire la verità».
«Eh?» disse Wish, balzando improvvisamente sulla sedia.
«Cosa?» chiese Clayton.
«Essendo trasparente, non poteva evitare di dire la verità…
Non capisco» disse Wish.
«Neanche io, ovviamente» ribatté Clayton, con una certez-
za inimitabile. «Ciò nonostante posso assicurarvelo, è proprio
così. Non credo si sia allontanato di un pelo dalla pura verità.
Mi raccontò come era stato ucciso – era sceso in un sotterraneo
di Londra con una candela per sistemare una perdita di gas –
e si descrisse come un vecchio insegnante d’inglese in una scuo-
la privata di Londra, quando accadde l’incidente».
«Povero disgraziato!» dissi.
«Questo è quello che pensavo, più parlava e più lo pensa-
vo. Era là, inutile nella vita e anche dopo. Raccontò in una
maniera meschina di suo padre e di sua madre, del suo maestro
e di tutti quelli che gli erano stati vicini in questo mondo. Era
stato troppo sensibile, troppo nervoso; nessuno di loro lo ave-
va mai considerato in modo appropriato o lo aveva capito,
disse. Credo non avesse mai avuto un vero amico, né ottenuto
un successo. Aveva evitato lo sport e fallito negli esami. “È co-
sì per alcune persone” disse. “Ogni volta che mi presentavo a

13
un esame o in qualche altro luogo, tutto sembrava svanire”. Era
certamente fidanzato con un’altra persona ultrasensibile, sup-
pongo, quando la fuga di gas pose fine alla sua esistenza terre-
na. “E dove sei ora?” chiesi. “Non nel…?”.
Non fu affatto chiaro su questo punto. L’impressione che mi
diede fu quella di un vago stato intermedio, una riserva specia-
le per le anime incapaci di qualcosa di così netto come il pecca-
to o la virtù. Non so. Era troppo egocentrico e distratto per dar-
mi una spiegazione chiara del tipo di posto, del tipo di paese, che
sta sull’Altro Lato delle Cose. Ovunque si trovasse, pare avesse
incontrato un gruppo di spiriti affini: fantasmi di giovani, de-
boli cockney, che tuttavia cercavano di darsi un tono e parlava-
no di “andare a infestare” e cose del genere. Sì… andare a infe-
stare! Sembrava pensassero che infestare un luogo fosse un’av-
ventura pazzesca, e la maggior parte di loro lo ripeteva in
continuazione. E così preparato, sapete, lui era venuto».
«Ma davvero!» disse Wish rivolto al fuoco.
«In ogni caso, queste sono le impressioni che mi ha dato»
disse Clayton con modestia. «Probabilmente mi trovavo in uno
stato che mi rendeva poco critico, ma così stavano le cose. Con-
tinuò a svolazzare su e giù, con la sua vocetta smunta che par-
lava e parlava della sua miserabile personalità, senza mai una
parola di chiara e decisa affermazione, dalla prima all’ultima.
Era più debole, più sciocco e più inutile che se fosse stato vi-
vo e vegeto. Soltanto, sapete, non sarebbe stato qui nella mia
camera se fosse stato vivo. Lo avrei buttato fuori».
«Naturalmente» disse Evans «ci sono poveri mortali come
lui…».
«E ci sono le stesse probabilità che abbiamo noi di diven-
tare dei fantasmi» ammisi. «Sapete, il punto per lui era che
sembrava che in qualche modo avesse ritrovato se stesso. Il
casino che aveva combinato con le sue infestazioni lo aveva ter-
ribilmente depresso. Gli avevano detto che sarebbe stato uno

14
“scherzo”, e lui era venuto aspettandosi che fosse uno “scher-
zo”, ma ecco, nient’altro che l’ennesimo insuccesso da ag-
giungere alla sua storia! Si dichiarò un totale e completo falli-
mento. Disse, e non ho difficoltà a crederlo, che in tutta la sua
vita non aveva mai provato a fare qualcosa senza renderla un
completo disastro, e per tutta l’eternità non ci sarebbe mai
riuscito. Forse, se avesse ricevuto un po’ di affetto… A que-
sto punto fece una pausa e rimase a guardarmi. Ammise che,
per quanto strano potesse sembrarmi, mai nessuno gli aveva
mostrato affetto quanto me… Immediatamente capii cosa in-
tendeva e decisi di finirla lì. Potrei sembrarvi un bruto, sape-
te, ma essere l’Unico Vero Amico, colui che riceve le confi-
denze di uno di questi smidollati egocentrici, fantasma o uomo
che sia, va oltre la mia resistenza fisica. Mi alzai bruscamente.
“Smettila di arrovellarti su queste inezie” dissi. “Ciò che devi
fare è tirarti fuori, fuori da questa impasse… Datti un contegno
e provaci”.
“Non posso” disse.
“Provaci” replicai, e tentò».
«Provarci…» disse Sanderson. «E come?».
«Gesti» rispose Clayton.
«Gesti?».
«Una serie complicata di movimenti e gesti con le mani. In
quel modo era arrivato e in quel modo doveva andarsene. Si-
gnore, che storia!».
«Ma come potrebbe una serie di movimenti…?» cominciai.
«Mio caro» disse Clayton, voltandosi verso di me e met-
tendo una grande enfasi su alcune parole, «tu vuoi una spie-
gazione chiara, ma io non saprei davvero come dartela. Tutto
ciò che so, è che si fa, o perlomeno che lui lo fece. Dopo un
imbarazzante lasso di tempo, sapete, fece i movimenti giusti e
scomparve nel nulla».
«Hai osservato» disse Sanderson lentamente «i gesti?».

15
«Sì» rispose Clayton e sembrò riflettere. «Era estremamen-
te bizzarro» disse. «Eravamo là, io e una sottile animella indi-
stinta, in questa stanza silenziosa, in questa silenziosa locanda
vuota, in questa silenziosa città di venerdì notte. Nessun suo-
no, fatta eccezione per le nostre voci e un debole respiro affan-
noso che il fantasma emetteva nell’oscillare. C’erano solamen-
te due candele accese, una sul comodino e una sul ripiano del-
la toletta, tutto qua: ogni tanto l’una o l’altra divampavano in un
alto e sottile guizzo di meraviglia. E stavano accadendo cose
strane. “Non ci riesco” disse. “Non ce la farò mai”. Improvvi-
samente si sedette su una sediolina ai piedi del letto e iniziò a
piangere e singhiozzare. Signore! Che individuo straziante e
piagnucoloso!
“Datti un contegno” dissi e provai a dargli un colpetto sul-
la schiena ma… la mia mano gli passò attraverso! Da quel mo-
mento, sapete, non fui più così deciso come lo ero stato sul
pianerottolo. Avevo capito l’assoluta stranezza della cosa. Ri-
cordo che tentai, per così dire, di tirar fuori la mano da lui
con un piccolo brivido e mi avvicinai alla toletta. “Datti un con-
tegno” gli dissi “e provaci”. E, al fine di incoraggiarlo e aiu-
tarlo, iniziai anche io a provare».
«A fare cosa?» esclamò Sanderson stupito. «I gesti?».
«Sì, i gesti».
«Ma…» dissi, spinto da un’idea che subito dopo mi sfuggì.
«Interessante questa cosa» disse Sanderson, con un dito nel-
la cavità della sua pipa. «Intendi dire che questo tuo fantasma
ha abbattuto…».
«Ha fatto del suo meglio per abbattere quella maledetta
barriera… Sì».
«Non ci sarà riuscito» disse Wish. «Non avrebbe potuto.
Altrimenti saresti scomparso anche tu».
«Proprio così» dissi, trovando la mia vaga idea trasformata
in parole.

16
«Proprio così» ripeté Clayton con uno sguardo pensieroso
diretto verso il fuoco.
Per un po’ ci fu silenzio.
«E ce la fece alla fine?» chiese Sanderson.
«Alla fine sì. Dovetti stargli molto dietro, ma alla fine ci riu-
scì, abbastanza all’improvviso. Si disperò, fece una scenata, poi
a un tratto si alzò e mi chiese di rifare daccapo tutta la panto-
mima, lentamente, in modo da poter vedere. “Credo” disse
“che se potessi vedere individuerei all’istante cosa c’era di sba-
gliato”. E lo fece. “Ora ho capito” disse. “Che cosa?” chiesi.
“Ora ho capito” ripeté. Poi disse in modo stizzoso: “Non ci
riesco se mi stai a guardare, davvero; questo è uno dei proble-
mi. Ho un carattere talmente nervoso che tu mi disturbi”. Be-
ne, seguì una piccola discussione. Ovviamente volevo vedere,
ma lui era ostinato come un mulo e di colpo mi sentii stanco
morto, mi aveva sfiancato. “D’accordo” dissi “non ti guarderò”,
e mi girai verso lo specchio dell’armadio vicino al letto.
Iniziò molto velocemente. Cercai di seguirlo osservandolo
dallo specchio, per vedere cosa fino ad allora non era andato.
Le sue braccia e le sue mani giravano così, e così, e così, quan-
do arrivò con impeto all’ultimo movimento e poi se ne rimase
lì, dritto e con le braccia aperte, proprio così. C’era e poi… non
c’era più! Sparito! Mi girai dallo specchio verso di lui. Non c’e-
ra niente! Ero da solo, con il bagliore delle candele e la mente
confusa. Che cos’era accaduto? Era davvero accaduto qual-
cosa, o avevo sognato? E poi, con un’assurda nota di conclu-
sione, l’orologio del pianerottolo si accorse che era arrivato il
momento giusto per battere l’una. Così… Dong! E io ero al-
l’improvviso completamente sobrio, tutto quello champagne
e quel whisky si erano come dissolti. Mi sentivo strano, sape-
te, dannatamente strano! Strano… Buon Dio!».
Clayton osservò per un momento la cenere del suo sigaro.
«Questo è quanto è successo» disse.

17
«Poi sei andato a letto?» chiese Evans.
«Che altro c’era da fare?».
Guardai Wish negli occhi. Volevamo deriderlo ma c’era
qualcosa, forse nella voce o nell’atteggiamento di Clayton, che
ostacolava il nostro desiderio.
«E riguardo a quei gesti?» chiese Sanderson.
«Penso che potrei rifarli ora».
«Oh!» disse Sanderson, ed esibì un coltellino tascabile e si
mise a scavare i rimasugli di tabacco nella cavità della sua pipa.
«Perché non li fai ora?» chiese Sanderson, chiudendo il
suo coltellino con uno scatto.
«È quello che sto per fare» disse Clayton.
«Non funzioneranno» affermò Evans.
«Se funzionano…» insinuai.
«Sai, preferirei che non lo facessi» disse Wish, allungando
le gambe.
«Perché?» chiese Evans.
«Preferirei solo che non lo facesse» ripeté Wish.
«Ma non li conosce bene» disse Sanderson, inserendo trop-
po tabacco nella sua pipa.
«Preferirei lo stesso che non lo facesse» ribadì Wish.
Discutemmo con Wish. Egli disse che riprodurre quei mo-
vimenti era per Clayton come prendersi gioco di una cosa se-
ria. «Ma non crederai…?» dissi. Wish lanciò un’occhiata a
Clayton, che fissava il fuoco riflettendo su qualcosa. «Ci cre-
do… abbastanza, comunque ci credo» disse Wish.
«Clayton» dissi «sei in gamba a mentire. La storia funzio-
nava, ma quella sparizione… Dai, ammettilo, è una bugia».
Si alzò senza darmi retta, si mise al centro del tappeto da-
vanti al camino e ci trovammo faccia a faccia. Per un momen-
to si osservò i piedi, pensieroso, poi fissò lo sguardo sulla pa-
rete opposta, con un’espressione determinata. Sollevò le mani
lentamente, all’altezza degli occhi, e così iniziò…

18
Sanderson è un massone, un membro della loggia dei Quat-
tro Re, che si dedica con abilità allo studio e al disvelamento
di tutti i misteri della massoneria passata e presente, e tra gli
studiosi di questa loggia Sanderson non è il meno importante.
Seguì i movimenti di Clayton con un singolare interesse nel suo
occhio arrossato. «Non è male» disse, quando egli finì. «Sai
davvero imbastire un racconto, Clayton, nel modo più accat-
tivante. Ma manca un piccolo particolare».
«Lo so» rispose l’altro. «Potrei anche dirti quale».
«Ebbene?».
«Questo» disse Clayton, e fece una strana torsione, contor-
cendosi con una spinta delle mani.
«Sì».
«Questo, sapete, era quello che lui non riusciva a far bene»
continuò Clayton. «Ma come puoi…?».
«Non mi spiego la maggior parte di questa vicenda e, in par-
ticolare, come tu l’abbia inventata» disse Sanderson «ma que-
sta fase la capisco». Rifletté. «Si tratta di una serie di movimen-
ti connessi con un certo settore della massoneria esoterica. Pro-
babilmente lo sai. Altrimenti… Come?». Pensò ulteriormente.
«Non vedo che male ci sia a farti vedere la giusta torsione. Do-
potutto, una cosa se la sai, la sai; se non la sai, non la sai».
«Non so niente» disse Clayton «eccetto ciò che quel pove-
ro diavolo si è fatto sfuggire la scorsa notte».
«Bene, in ogni caso» disse Sanderson e pose con molta at-
tenzione la sua lunga pipa sulla mensola del caminetto. Poi fe-
ce dei rapidi gesti con le mani.
«Così?» chiese Clayton, ripetendo.
«Così» disse Sanderson, e prese di nuovo in mano la pipa.
«Bene» disse Clayton «adesso potrò fare l’intera sequenza
in maniera corretta».
Si alzò in piedi davanti al fuoco morente e sfoderò un timi-
do, esitante sorriso. «Se inizio…» disse.

19
«Io non lo farei» disse Wish.
«Va bene!» esclamò Evans. «La materia è indistruttibile. Non
crederete che uno stupido trucchetto del genere possa rapire
Clayton nel mondo delle ombre. Sarebbe folle! Per quel che mi
riguarda, Clayton, puoi provarci fino a farti cadere i polsi».
«Meglio di no» disse Wish, si alzò e mise un braccio sulla
spalla di Clayton. «In qualche modo sei riuscito a farmi crede-
re alla tua storia e non permetterò che tu faccia questa cosa!».
«Mio Dio» dissi «Wish si è spaventato!».
«Infatti» ammise Wish con una intensità reale o davvero
ben simulata. «Se ho capito bene, se farà bene questi movi-
menti, sparirà».
«Sciocchezze!» gridai. «Per gli uomini c’è solo un modo per
andarsene da questo mondo, e Clayton ne è lontano di trent’an-
ni. Inoltre… Un fantasma del genere! Pensate forse che…?».
Wish mi interruppe muovendosi. Oltrepassò le nostre sedie,
si fermò accanto allo stemma appeso al muro e rimase lì. «Clay-
ton» disse «sei un pazzo».
Clayton, con una luce spiritosa negli occhi, gli sorrise. «Wi-
sh» disse «ha ragione e tutti voi siete in torto. Scomparirò.
Completerò la sequenza di quei gesti e, quando l’ultimo fruscio
sibilerà nell’aria, puf! Questo tappeto sarà vuoto, l’intera stan-
za rimarrà a bocca aperta e un signore perbene di novanta chi-
li cadrà nel mondo delle ombre. Ne sono certo. E lo sarete an-
che voi. Mi rifiuto di discutere ulteriormente. Proviamo».
«No» disse Wish, fece un passo e si fermò, mentre Clayton sol-
levava di nuovo le mani per eseguire la sequenza dello spirito.
In quel momento, potete intuirlo da voi, eravamo tutti in uno
stato angoscioso, dovuto perlopiù al comportamento di Wish.
Stavamo tutti seduti con lo sguardo fisso su Clayton – io, alme-
no, con una sensazione di tensione, di rigidità, come se dalla nu-
ca fino alle ginocchia il mio corpo fosse diventato d’acciaio. E
là, con una gravità e una calma impassibili, Clayton piegò, fece

20
oscillare e agitò le mani e le braccia davanti a noi. Mentre si av-
vicinava alla fine, alcuni gli si accostarono, altri parevano strin-
gere i denti. L’ultimo movimento, ho detto, consisteva nel far
oscillare le braccia aperte, con la faccia rivolta in alto. E quan-
do infine Clayton si mosse in questo gesto finale, io smisi addi-
rittura di respirare. Era ridicolo, certamente, ma conoscete la
sensazione che danno le storie di fantasmi. Era dopo cena, in
una strana casa buia e vecchia. Clayton sarebbe forse…
Per un momento straordinario, egli rimase lì, con le brac-
cia aperte e il viso rivolto verso l’alto, sicuro di sé e quasi in esta-
si, nel bagliore del lampadario a bracci. Noi restammo sospe-
si in quel momento come per anni, quindi sbottammo in qual-
cosa che era per metà un sospiro di infinito sollievo e per metà
un rassicurante “No!”. Chiaramente, Clayton non stava scom-
parendo. Era tutta un’assurdità. Aveva raccontato un’inutile
fandonia, e noi ci eravamo quasi cascati, tutto qua! E poi in
quel momento il viso di Clayton cambiò.
Cambiò. Cambiò come cambia una casa illuminata quan-
do le luci vengono spente all’improvviso. I suoi occhi di colpo
divennero fissi, il sorriso gli si gelò sulle labbra, e rimase lì im-
mobile. Restò lì, a oscillare molto dolcemente.
Anche quel momento sembrò durare anni. Poi, sapete, le se-
die si rovesciarono, iniziarono a cadere degli oggetti e ci spo-
stammo tutti. Le sue ginocchia sembrarono cedere, lui cadde
in avanti ed Evans si alzò per prenderlo tra le braccia…
Tutti rimasero scioccati. Penso che per un minuto nessuno
abbia detto una cosa coerente. Lo credevamo, eppure non po-
tevamo crederlo… Mi ripresi da un confuso stupore e mi tro-
vai inginocchiato di fianco a lui, il suo gilet e la sua camicia
erano strappati e la mano di Sanderson era appoggiata sul suo
cuore…
Ebbene, la realtà dei fatti che avevamo di fronte agli occhi
poteva ben aspettare; non avevamo fretta di capire. Rimase lì

21
per un’ora, e si trova nella mia memoria un evento ancora oscu-
ro e sorprendente fino a oggi. Clayton era davvero passato nel
mondo che giace allo stesso tempo così vicino e così lontano
dal nostro, e lo aveva raggiunto attraverso l’unica strada che i
mortali possono prendere. Ma se sia passato di là grazie all’in-
cantesimo del povero fantasma o se sia stato improvvisamente
colpito da apoplessia nel mezzo di uno stupido racconto – co-
me avrebbe voluto farci credere la giuria del coroner – non è
affar mio giudicare; è soltanto uno di quei misteri inspiegabili
che devono rimanere irrisolti finché non arriverà la soluzione
finale di tutte le cose. Tutto quello che so per certo è che, pro-
prio in quel momento, proprio nell’istante in cui stava con-
cludendo quei movimenti, egli cambiò, barcollò e cadde da-
vanti a noi… morto!

22
Processo per omicidio

di Charles Dickens
Ho sempre riscontrato una certa mancanza di coraggio, an-
che tra persone colte e intelligenti, quando si tratta di condi-
videre le proprie esperienze psicologiche di natura insolita.
La maggior parte degli uomini teme infatti che quanto riferirà
in proposito potrebbe non trovare riscontro o somiglianze
nella vita interiore di chi ha di fronte, dando adito a sospetto
o a riso. Un onesto viaggiatore che avesse incontrato sul suo
cammino una straordinaria creatura sotto forma di serpente
marino, non avrebbe alcun timore a parlarne, ma nel caso que-
sto stesso viaggiatore avesse avuto un qualche insolito presen-
timento, impulso, un pensiero stravagante, un sogno o una “co-
siddetta” visione, o ancora altre vivaci impressioni mentali, esi-
terebbe non poco prima di ammetterlo. È a questo tipo di
reticenza che attribuisco molta dell’oscurità che ammanta ar-
gomenti di tal fatta. Non siamo soliti condividere le nostre
esperienze di natura soggettiva al pari di quelle oggettive – e
ne consegue che la gamma che esse ricoprono ci appaia ecce-
zionale, e a ragione, essendo essa gravemente misera.

In merito a quanto sto per raccontare, non ho intenzione


di formulare, contrastare o avvalorare qualsivoglia teoria. Co-
nosco la storia del Libraio di Berlino, ho studiato il caso – rac-
contato da Sir David Brewster – della moglie del defunto
Astronomo Reale, e ho seguito fin nei più minuti dettagli un ca-
so assai più rilevante di “Illusione spettrale” occorso nella cer-

25
chia privata dei miei amici – e in quest’ultimo caso devo sot-
tolineare che il soggetto in questione – una donna – non era
in nessun grado, neppure alla lontana, imparentato con il sot-
toscritto. Una simile, errata supposizione in tal senso potreb-
be fornire una spiegazione a una parte del mio caso – solo a una
parte, certo – che si dimostrerebbe priva di qualsiasi fonda-
mento. Il caso non può essere attribuito né al fatto che io ab-
bia sviluppato una qualche dote peculiare, né che abbia vissu-
to in passato, o da quel momento in poi, analoghe esperienze.

Non è rilevante sapere quanto tempo fa, se molto o poco,


questo famoso delitto sia stato commesso in Inghilterra. Ne ab-
biamo abbastanza delle storie dei vari assassini via via che le lo-
ro atrocità raggiungono le bocche di tutti, e dal canto mio pre-
ferirei seppellire il ricordo di questo particolare furfante così
come il suo corpo fu seppellito nella prigione di Newgate. Mi
asterrò quindi dal fornire qualunque indizio circa la sua identità.

Quando l’omicidio venne scoperto, nessun sospetto cadde


– o meglio, dal momento che non posso essere troppo preciso
riguardo ai fatti, non si fece mai pubblicamente cenno al fatto
che il sospetto fosse caduto – sull’uomo che in seguito fu por-
tato a processo. E poiché all’epoca egli non venne segnalato sui
giornali, è senza dubbio impossibile che una sua descrizione sia
stata fornita al tempo dalla stampa. È fondamentale tenere a
mente questo dettaglio.

Ero a colazione, e sfogliando il giornale del mattino che con-


teneva il resoconto di quella prima scoperta, mi scoprii profon-
damente interessato e lessi e rilessi l’articolo con attenzione –
due se non addirittura tre volte. La scena del delitto era una ca-
mera da letto e, quando misi giù il giornale, avvertii come un
lampo, una corrente, un flusso – non saprei come definirlo,

26
dal momento che nessuna parola mi sembra appropriata – al-
l’interno del quale mi parve di vedere quella camera attraver-
sare la stanza in cui mi trovavo, come un quadro che fosse sta-
to dipinto – impossibile! – su un fiume. Sebbene l’immagine
fosse durata un istante, era perfettamente nitida, al punto che
potei benissimo osservare, provando una nota di sollievo, che
sul letto non vi era un cadavere.

Questa curiosa esperienza non ebbe luogo in chissà quale


luogo romantico, bensì nel mio appartamento a Piccadilly, al-
l’angolo con St. James’s Street. Era una cosa assolutamente nuo-
va per me. Quella sensazione fu accompagnata da uno strano
brivido che smosse la poltrona sulla quale ero seduto (del re-
sto quella poltrona si sposta facilmente sulle sue rotelle). Mi
accostai a una delle finestre (ce ne sono due in quella stanza al
secondo piano) per ristorarmi gli occhi con gli oggetti in movi-
mento giù in strada. Era un luminoso mattino d’autunno, e la
strada era scintillante e viva. Mentre guardavo fuori, una vio-
lenta folata di vento trascinò via dal parco una gran quantità di
foglie morte, che presero a girare fino a formare un’alta spira-
le. Quando la spirale si affievolì e le foglie si dispersero, sul la-
to opposto della strada notai due uomini che si dirigevano da
ovest verso est. Camminavano uno dietro l’altro, e quello da-
vanti spesso si girava. Il secondo uomo lo seguiva a qualche
metro di distanza, con la mano destra sollevata in segno di mi-
naccia. Inizialmente mi colpì la singolarità e decisione di quel
gesto intimidatorio in una via tanto affollata, quindi mi stupii
dell’assurda circostanza per cui nessuno vi prestava attenzio-
ne. I due uomini avanzavano tra la folla che attraversava la stra-
da ancor più facilmente che se fossero su un marciapiede, e
non vidi un singolo individuo che si scansasse, li urtasse o si
soffermasse soltanto a guardarli. Quando i due passarono sot-
to la mia finestra, sollevarono lo sguardo su di me. Vidi distin-

27
tamente i loro volti, e all’istante seppi che avrei potuto ricono-
scerli ovunque. Eppure non avevo notato tratti particolari nel-
le loro facce, se non che l’uomo innanzi aveva un’espressione
stranamente cupa, mentre quello dietro aveva un colorito cereo.

Sono scapolo e il mio maggiordomo e sua moglie costitui-


scono tutta la mia servitù. Lavoro in una grande banca, e vor-
rei che i miei impegni come capo di un dipartimento fossero
davvero semplici come crede la gente. Quell’autunno dovetti
restare in città, mentre avrei avuto bisogno di un cambiamen-
to. Non ero malato, ma non mi sentivo comunque bene. Il mio
lettore dovrebbe tener nel giusto conto il mio stato di affatica-
mento, dovuto al peso di una vita monotona e al fatto che ero
“leggermente dispeptico.” Sono stato rassicurato dal dottore
che il mio vero stato di salute a quell’epoca non ha bisogno di
maggiori dettagli, come egli stesso scrive in risposta a una mia
richiesta al riguardo.
Mentre le circostanze del delitto, che venivano gradualmen-
te alla luce, catturavano sempre di più il pubblico, io me ne
tenni lontano cercando di saperne il meno possibile nel mezzo
dell’eccitazione generale. Ma sapevo che era stato emesso un
verdetto di omicidio volontario nei confronti del presunto as-
sassino e che questi era stato trasferito a Newgate per il pro-
cesso. Sapevo anche che il processo era stato rinviato ad un’al-
tra sessione del tribunale penale centrale, a causa del diffuso
pregiudizio presso l’opinione pubblica e la mancanza di tem-
po per preparare la difesa. Avrei anche potuto sapere, ma forse
no, più o meno la sessione a cui era stato spostato il processo.

Il mio soggiorno, la camera da letto e lo spogliatoio sono tut-


ti sullo stesso piano. Quest’ultima stanza è comunicante solo
con la camera da letto. In verità, c’è una porta, che una volta
dava sulle scale, ma una parte degli impianti del mio bagno –

28
ormai da molti anni – è stata messa proprio lì. In quello stesso
periodo, e come parte della stessa ristrutturazione, la porta è
stata chiusa e intonacata. Una notte sul tardi, ero in camera da
letto e stavo impartendo ordini al maggiordomo prima di an-
dare a dormire. La mia faccia era rivolta verso l’unica porta che
dà sullo spogliatoio, che era chiusa; il mio maggiordomo gli da-
va le spalle. Mentre gli parlavo, vidi che si apriva e un uomo si
affacciò nella stanza, facendomi un cenno con la mano in mo-
do serio e misterioso. Era l’uomo che aveva seguito l’altro lun-
go Piccadilly e la cui faccia aveva il colore della cera impura.
Dopo quel cenno, la figura si ritirò e chiuse la porta. Imme-
diatamente attraversai la stanza, aprii la porta dello spoglia-
toio e guardai dentro. In mano, avevo già una candela accesa.
Dentro di me sapevo di non avere alcuna speranza di vedere
quella figura nello spogliatoio, e infatti non c’era. Consapevo-
le del fatto che il mio maggiordomo era rimasto esterrefatto, mi
voltai verso di lui e dissi: «Derrick, credereste mai che io nel
pieno possesso delle mie facoltà abbia creduto di vedere
un…». A questo punto, misi la mano sul suo petto ed egli, con
un sussulto improvviso, tremò tutto e disse: «O Dio, sì, signo-
re! Un uomo morto che faceva un segno!».
Ora, io non credo che questo John Derrick, mio fidato e
devoto domestico per più di vent’anni, si fosse davvero accor-
to di cosa avevo visto finché non lo toccai. Il cambiamento in
lui fu così impressionante, quando lo sfiorai, che sono convin-
to che egli abbia ricavato quell’impressione da me in qualche
misteriosa maniera proprio in quell’istante.
Ordinai a John Derrick di portare un po’ di brandy e glie-
ne diedi un bicchierino, e fui felice di prenderne un po’ anche
io. Non gli dissi nemmeno una parola riguardo a ciò che era ac-
caduto prima di quel fenomeno. Riflettendoci sopra, ero asso-
lutamente certo di non aver mai visto quella faccia prima, tran-
ne quella volta a Piccadilly. Paragonando la sua espressione,

29
mentre mi faceva cenno dalla porta, con quella che aveva quan-
do ero alla finestra, arrivai alla conclusione che nella prima
occasione aveva cercato di restarmi impresso nella memoria, e
che nella seconda voleva essere sicuro di essere immediata-
mente riconosciuto.
Quella non fu una notte molto tranquilla, anche se ero si-
curo, difficile spiegare perché, che la figura non sarebbe ritor-
nata. All’alba, mi addormentai profondamente, ma fui sve-
gliato dall’arrivo di John Derrick di fianco al mio letto con un
foglio in mano. Quel foglio, così sembrava, era stato motivo
di un litigio sulla porta di casa tra l’uomo che lo portava e il mio
maggiordomo. Era il documento con il quale venivo convoca-
to a far parte della giuria nella prossima sessione del tribunale
penale centrale all’Old Bailey. Non ero mai stato convocato co-
me giurato, come John Derrick ben sapeva. Era convinto – a
questo punto non so se a torto o a ragione – che quella classe
di giurati era abitualmente selezionata su qualifiche inferiori al-
le mie, e all’inizio si era rifiutato di accettare la convocazione.
L’uomo che doveva consegnarla aveva preso la cosa con mol-
to distacco. Disse che a lui non interessava se io avessi accet-
tato o meno; quella era la convocazione, e io avrei deciso al ri-
guardo a mio rischio e non al suo. Per un giorno o due fui in-
deciso se rispondere a quella chiamata o ignorarla. Non avevo
il benché minimo pregiudizio, influsso o condizionamento, in
un senso o nell’altro. Di questo sono assolutamente certo, co-
me di ogni altra mia affermazione in questa sede. Alla fine de-
cisi, considerandolo una pausa dalla monotonia della mia vi-
ta, che sarei andato.
Il giorno stabilito era un rigida mattinata di novembre. C’e-
ra una densa nebbia marrone a Piccadilly, che divenne decisa-
mente nera e assolutamente opprimente a est di Temple Bar.
Trovai i corridoi e le scale del tribunale ampiamente illumina-
ti col gas, e anche l’aula era rischiarata allo stesso modo. Io pen-

30
so di non aver capito, fino a quando non fui condotto dagli
uscieri nell’aula affollatissima del vecchio tribunale, che l’as-
sassino sarebbe stato giudicato proprio quel giorno. Io penso
di non aver saputo, finché non fui accompagnato con una cer-
ta difficoltà nell’aula del vecchio tribunale, in quale delle due
sedute ero stato convocato. Ma questa affermazione non deve
essere presa come sicura, perché non sono del tutto convinto
su nessuna delle due cose.
Mi misi a sedere nel posto riservato ai giurati in attesa, e mi
guardai intorno come meglio potei attraverso la nuvola di neb-
bia e l’aria pesante. Notai il vapore nero sospeso come una cor-
tina scura all’esterno delle enormi finestre, e notai il rumore at-
tutito delle ruote sulla paglia o sulla corteccia di quercia che
era stata sparsa sulla strada; inoltre, il brusio della gente am-
massata lì dentro era sovrastato ogni tanto da un fischio pene-
trante o da una canzone o da un saluto a voce alta. Subito do-
po i giudici, che erano due, presero posto. Il brusio nell’aula fu
immediatamente interrotto. Fu dato ordine di condurre l’as-
sassino alla sbarra. Egli apparve. E subito riconobbi in lui il
primo dei due uomini che camminava lungo Piccadilly.
Se il mio nome fosse stato chiamato in quel momento, du-
bito che avrei risposto in modo udibile. Ma fu il sesto o il set-
timo della lista, e a quel punto fui in grado di dire: «Presente!».
Mentre salivo sul banco dei giurati, il prigioniero, che era ri-
masto a guardare attentamente, ma senza manifestare alcuna
preoccupazione, si agitò con violenza e fece un cenno al suo av-
vocato. Il desiderio del prigioniero di provocarmi era così evi-
dente che ci fu una pausa, durante la quale l’avvocato, con la
mano appoggiata alla sbarra, parlò a bassa voce col suo clien-
te, scuotendo la testa. In seguito mi fu riferito da quel genti-
luomo che le prime terrorizzate parole che il prigioniero gli dis-
se furono: «Mandate via quell’uomo, a ogni costo!». Ma ciò
non fu possibile visto che il suo cliente non diede alcuna spie-

31
gazione per quella richiesta e ammise che non conosceva nem-
meno il mio nome finché non mi aveva sentito chiamare e io
mi ero presentato.

Basandomi su ciò che ho già spiegato, ovvero che desidero


evitare di rievocare il ricordo terribile di quell’assassino, an-
che perché il resoconto preciso del suo lungo processo non è
indispensabile al mio racconto, mi limiterò soltanto a quegli in-
cidenti accaduti durante i dieci giorni e le dieci notti in cui
noi, la giuria, dovemmo stare insieme, e che hanno pesato di-
rettamente su quella curiosa esperienza personale. È su que-
sto e non sull’assassino, che cerco l’interesse del mio lettore.
Fui nominato presidente della giuria. La seconda mattina
del processo, dopo essere state raccolte testimonianze per due
ore (avevo sentito i rintocchi dell’orologio della chiesa), po-
sando per caso lo sguardo sugli altri giurati, trovai un’inspie-
gabile difficoltà nel contarli. Ci provai molte volte, ma sempre
con difficoltà. In breve, ce n’era sempre uno di troppo.
Toccai il giurato seduto vicino a me e gli sussurrai: «Vi sa-
rei grato se ci contaste». Egli sembrò stupito da quella richie-
sta, ma voltò la testa e contò. «Ebbene» disse improvvisamen-
te «siamo tredi… ma no, è impossibile. No, siamo dodici».
Secondo la conta che avevo fatto quel giorno, eravamo sem-
pre del numero esatto, ma nel complesso ce n’era sempre uno
di troppo. Non c’era nessuna presenza – nessuna figura – che
lo giustificasse, ma ora avevo il presentimento che la figura sa-
rebbe sicuramente arrivata.
La giuria era ospitata alla London Tavern. Dormivamo tut-
ti in uno stanzone su tavolacci separati, ed eravamo costante-
mente sotto la responsabilità e sotto la sorveglianza dell’uffi-
ciale incaricato della nostra sicurezza. Non vedo alcuna ragio-
ne per tacere il nome di quell’ufficiale. Era intelligente, molto
educato e cortese e (fui lieto di apprendere) alquanto rispetta-

32
to in città. Aveva un aspetto gradevole, occhi buoni, folte ba-
sette nere e una bella voce sonora. Il suo nome era Harker.
Quando la sera tornavamo ai nostri dodici letti, quello di
Harker veniva messo vicino alla porta. La seconda notte del se-
condo giorno, non avendo voglia di andare a dormire e ve-
dendo Harker seduto sul suo letto, andai a sedermi accanto a
lui e gli offrii una presa di tabacco. Come Harker toccò la mia
mano nel pescare dalla tabacchiera, uno strano brivido lo at-
traversò e chiese. «Chi è quello?». Seguendo lo sguardo di
Harker e guardando lungo la stanza, rividi la figura che aspet-
tavo – il secondo dei due uomini che camminavano lungo Pic-
cadilly. Mi alzai e avanzai di qualche passo; poi mi fermai e mi
girai a guardare Harker. Era piuttosto tranquillo, rise e disse di-
vertito: «Per un momento ho pensato che avessimo un tredi-
cesimo giurato, senza letto. Ma vedo che è la luce della luna».
Senza fare rivelazioni a Harker, ma invitandolo a fare una pas-
seggiata con me fino all’altro capo della stanza, osservai quello
che faceva la figura. Si fermava per pochi istanti accanto al letto
degli altri undici giurati, vicino al cuscino. Si metteva sempre
sul lato destro del letto, e si spostava passando ai piedi del letto
accanto. Dal movimento della testa, sembrava che si limitasse a
guardare le figure distese in modo pensieroso. Non prestò at-
tenzione a me o al mio letto, che era il più vicino a quello di
Harker. Sembrò andare via da dove entrava la luce lunare, at-
traverso un’alta finestra, come se fosse una scalinata eterea.
La mattina successiva, a colazione, sembrava che ognuno
dei presenti avesse sognato l’uomo assassinato durante la not-
te, tranne me e Harker. A quel punto fui sicuro che il secondo
uomo che camminava lungo Piccadilly fosse la vittima (per
così dire), come se ne fossi stato informato dalla sua diretta
testimonianza. Ma anche questo accadde, e in un modo per
cui io non ero affatto preparato.
Il quinto giorno del processo, quando la requisitoria del-

33
l’accusa stava per terminare, fu portata come prova una mi-
niatura della vittima, scomparsa dalla sua camera da letto do-
po la scoperta del fatto, e poi trovata in un nascondiglio dove
l’assassino era stato visto scavare. Poiché era stata identificata
dal testimone in esame in quel momento, fu portata al banco
e da qui girata alla giuria affinché la esaminasse. Mentre un
usciere in tonaca nera me la stava porgendo, la figura del se-
condo uomo che camminava lungo Piccadilly uscì impetuosa-
mente dalla folla, prese la miniatura all’usciere e me la diede
con le sue mani, dicendo, con voce bassa e cupa: «Ero più gio-
vane allora, e il mio volto non era esangue». Si frappose tra
me e il giurato a cui avrei dovuto passare la miniatura, e poi
tra lui e il giurato a cui questi avrebbe dovuto darla, in questo
modo fece il giro della giuria e tornò nelle mie mani. Nessuno
di loro, comunque, si accorse di nulla.

A tavola, e in generale quando eravamo rinchiusi tutti in-


sieme sotto la custodia di Harker, fin dall’inizio avevamo na-
turalmente discusso in modo approfondito gli eventi della gior-
nata. Il quinto giorno, conclusa la requisitoria dell’accusa, e
avendo davanti a noi quella parte del processo in forma com-
pleta, la nostra discussione si fece più animata e seria. Tra di noi
c’era un fabbriciere – il più grosso idiota che abbia mai visto
fino a quel momento – che mise in dubbio la prova più schiac-
ciante con le obiezioni più assurde, sostenuto in questo da
due grassi parassiti parrocchiali; tutti e tre selezionati da un
distretto così tormentato dalle epidemie che avrebbero dovu-
to essere processati per cinquecento omicidi. Quando queste
tre temibili teste di legno erano al culmine della loro discus-
sione, cioè verso mezzanotte, mentre alcuni di noi si stavano già
preparando per andare a dormire, vidi di nuovo la vittima.
Stava dietro di loro con un’espressione cupa e mi faceva dei
segni. Mentre mi avvicinavo a loro e mi univo alla conversa-

34
zione, si ritirò immediatamente. Questo fu l’inizio di una serie
di apparizioni, confinate a quella lunga stanza in cui eravamo
rinchiusi. Ogni volta che si formava un gruppetto di giurati, ve-
devo la testa dell’uomo assassinato tra le loro. Ogni volta che
il confronto delle opinioni era contro di lui, egli mi faceva so-
lennemente e irresistibilmente dei segni.
Si deve tener presente che finché non fu prodotta la minia-
tura, il quinto giorno del processo, io non avevo mai visto quel-
l’apparizione in aula. Quando fu il turno della difesa, si verifi-
carono tre cambiamenti. Per iniziare, due di questi li menzio-
nerò insieme. La figura ora era sempre in aula, e non si rivolgeva
mai a me, ma sempre alla persona che stava parlando in quel
momento. Per esempio: la gola dell’uomo assassinato era stata
tagliata da parte a parte. Nell’arringa iniziale della difesa, ven-
ne ipotizzato che l’uomo avesse potuto tagliarsi la gola da solo.
A quel punto la figura, con la gola nelle terribili condizioni ap-
pena dette (cosa che prima aveva nascosto), si mise accanto al-
l’oratore, facendo movimenti da una parte all’altra del collo, ora
con la mano destra, ora con la sinistra, suggerendo energica-
mente all’oratore l’impossibilità che una tale ferita fosse stata
auto inferta con una delle due mani. Un altro esempio: un te-
stimone, una donna, chiamata a deporre sul carattere dell’im-
putato, lo descrisse come il più amabile degli uomini. In quel-
lo stesso istante la figura si mise di fronte a lei, guardandola in
faccia, e indicando l’espressione malvagia dell’accusato con il
braccio e il dito tesi.
Il terzo cambiamento che ora va aggiunto mi impressionò
tanto come il più notevole e sconcertante di tutti. Non voglio fa-
re teorie, lo descriverò accuratamente e basta. Sebbene l’appa-
rizione non fosse percepita da quelli a cui si rivolgeva, la sua
vicinanza a quelle persone era invariabilmente accompagnata
da una qualche forma di trepidazione o un senso di disturbo
da parte loro. Mi sembrava che gli venisse impedito di rivelar-

35
si del tutto agli altri da una legge a cui io non ero sottoposto, e
che egli potesse tuttavia influenzare in modo inspiegabile le lo-
ro menti pur essendo invisibile e muto. Quando il capo del col-
legio di difesa suggerì l’ipotesi del suicidio e la figura si mise al
fianco di quel dotto gentiluomo, segandosi paurosamente la go-
la tagliata, è innegabile che l’avvocato iniziò a farfugliare, perse
per pochi secondi il filo del suo ingegnoso discorso, si asciugò
la fronte col fazzoletto e impallidì. Quando la testimone fu af-
frontata dall’apparizione, i suoi occhi seguirono davvero la di-
rezione indicata dal suo dito e indugiarono con grande incer-
tezza e disagio sulla faccia del prigioniero.
Due ulteriori esempi basteranno. L’ottavo giorno del pro-
cesso, dopo la pausa che veniva fatta ogni giorno nel primo po-
meriggio per qualche minuto di riposo e ristoro, tornai in aula
con il resto della giuria poco prima che rientrassero i giudici.
In piedi nel box della giuria e guardandomi intorno, pensai che
la figura non fosse lì, finché, sollevando per caso gli occhi verso
la galleria, la vidi piegarsi in avanti e sporgersi sopra una signo-
ra ben vestita, per assicurarsi che i giudici fossero tornati o me-
no al loro posto. Immediatamente quella signora urlò, svenne
e fu portata fuori. Lo stesso accadde con il venerabile, sagace e
paziente giudice che presiedeva il processo. Quando il proce-
dimento si concluse, ed egli iniziò a riordinare le idee e le sue
carte per tirare le somme, l’uomo assassinato, entrando dalla
porta dei giudici, avanzò verso il banco di Sua Signoria, si mise
alle sue spalle e guardò con ansia gli appunti che stava sfoglian-
do. Sul volto di Sua Signoria apparve un cambiamento, le sue
mani si fermarono, quel particolare brivido, che conoscevo co-
sì bene, lo attraversò; balbettò: «Signori, scusatemi un momen-
to. Mi sento piuttosto oppresso dall’aria viziata»; e non si sentì
meglio finché non ebbe bevuto un bicchiere d’acqua.
Durante la monotonia di sei di quegli interminabili dieci
giorni – gli stessi giudici e assistenti, lo stesso assassino sul ban-

36
co degli imputati, gli stessi avvocati al tavolo, gli stessi toni di vo-
ce per le domande e le risposte che risuonavano fino al soffitto
dell’aula, lo stesso scricchiolio della penna del giudice, gli stes-
si uscieri che entravano e uscivano, le stesse luci accese alla
stessa ora quando avrebbe dovuto esserci la luce naturale del
giorno, la stessa cortina di nebbia fuori dalle grandi finestre
quando era nebbioso, la stessa pioggia che picchiettava e goc-
ciava quando era piovoso, le stesse impronte di piedi dei se-
condini e del prigioniero sulla segatura, le stesse chiavi che apri-
vano e chiudevano le stesse pesanti porte – per tutta questa
noiosa monotonia che mi faceva sentire come se fossi stato il
presidente della giuria da tempo infinito, e che Piccadilly fosse
prosperata alla stessa epoca di Babilonia, la figura dell’uomo as-
sassinato non perse mai ai miei occhi nemmeno una traccia
della sua nitidezza, né fu mai nemmeno per un momento me-
no distinto di chiunque altro. Non posso neanche omettere il
fatto che non vidi neanche una volta l’apparizione che chiamo
con il nome dell’uomo assassinato guardare l’assassino. Mi so-
no chiesto più volte “Perché no?”. Ma non lo fece mai.

Né guardò me, dopo che fu portata la miniatura, finché arri-


varono gli ultimi minuti conclusivi del processo. Ci ritirammo
per deliberare, a sette minuti alle dieci di sera. Lo stupido fab-
briciere e i suoi due parassiti parrocchiali ci diedero così tanti
problemi che dovemmo ritornare due volte in aula e chiedere
di rileggerci alcuni estratti dagli appunti del giudice. Nove di
noi non avevano il minimo dubbio riguardo a quei passaggi, né,
credo, nessun altro in aula; quel triumvirato di zucconi, non
avendo alcuna idea se non quella di ostacolarci, contestava pro-
prio per questa ragione. Alla fine avemmo la meglio, e finalmente
la giuria rientrò in aula dieci minuti dopo la mezzanotte.
A quel punto l’uomo assassinato si mise proprio di fronte al
banco della giuria, sul lato opposto dell’aula. Mentre prende-

37
vo posto, i suoi occhi si fissarono su di me con grande atten-
zione; sembrava soddisfatto e lentamente agitò un grande velo
grigio, che teneva in mano per la prima volta, sulla testa e sul-
l’intera figura. Appena pronunciai il verdetto, “Colpevole”, il
velo cadde, ogni cosa sparì e il suo posto rimase vuoto.
Quando il giudice chiese all’assassino, secondo la tradizio-
ne, se aveva niente da dichiarare prima che fosse emessa la
sentenza di morte, questi mormorò appena qualcosa che fu de-
scritto dai maggiori giornali dell’indomani come “alcune pa-
role sconnesse, incoerenti e udibili a malapena, in cui fu inte-
so lamentarsi di non aver avuto un equo processo poiché il pre-
sidente della giuria era maldisposto nei suoi confronti”.
L’incredibile dichiarazione che fece davvero fu: «Eccellenza,
ho capito di essere un uomo condannato quando il presidente
della giuria è salito sul banco della giuria. Eccellenza, ho capi-
to che non mi avrebbe mai lasciato andare perché, prima che
fossi arrestato, non so come, venne vicino al mio letto durante
la notte, mi svegliò e mi mise una corda intorno al collo».

38
La Casa del Passato

di Algernon Blackwood
Una notte, mentre dormivo, mi apparve in sogno una figura
che aveva in mano una vecchia chiave arrugginita. Mi guidò
attraverso campi e dolci vicoli profumati dove le siepi sussur-
ravano fra loro nel buio primaverile, finché arrivammo davan-
ti a una enorme casa desolata con le finestre serrate e il tetto
torreggiante seminascosto nelle ombre del primo mattino. No-
tai che le tende erano di un pesante tessuto nero e la casa sem-
brava avvolta in una quiete assoluta.
«Questa» sussurrò la donna al mio orecchio «è la Casa del Pas-
sato. Vieni con me e attraverseremo alcune sue stanze e corri-
doi; ma facciamo presto, perché la chiave sarà mia solo per po-
co ancora e la notte sta per finire. Allora, forse, ti ricorderai!».
La chiave risuonò orribilmente mentre girava nella serratura,
e quando la grande porta si aprì e noi entrammo in una sala
vuota, si udirono sussurri e pianti, fruscii di vesti come di mo-
vimenti nel sonno di persone che stavano per svegliarsi. Poi
un senso di profonda tristezza mi travolse all’istante, bagnan-
domi fin dentro l’anima; i miei occhi iniziarono a bruciare e a
farmi male, e nel cuore avvertii una strana sensazione, come
se qualcosa che aveva dormito per anni si stesse srotolando. Il
mio intero essere, incapace di resistere, si arrese subito a quel-
la profonda malinconia; e il dolore nel mio cuore, mentre la Ca-
sa si muoveva e si risvegliava, divenne in un attimo troppo in-
tenso per poterlo esprimere a parole…
Mentre avanzavamo, le deboli voci e i pianti ci precedeva-

41
no e si ritiravano all’interno della Casa; allora mi accorsi che l’a-
ria era piena di mani che si alzavano, di indumenti che flut-
tuavano, di trecce pendenti e di occhi talmente tristi e pieni di
nostalgia che le lacrime, che sentivo ormai spuntare nei miei
occhi, si trattenevano per lo stupore di fronte a un simile, in-
tollerabile struggimento.
«Non lasciare che questa tristezza ti opprima» sussurrò al
mio fianco l’apparizione. «Non si svegliano spesso. Dormono per
anni e anni… Le stanze ne sono piene e, a meno che non arrivi-
no visitatori come noi a disturbarli, non lo farebbero mai per lo-
ro volontà. Ma, se uno si agita, il sonno degli altri viene disturba-
to e anche loro si svegliano, finché questo movimento passa da
una stanza all’altra coinvolgendo l’intera Casa… Qualche volta,
la tristezza è troppo grande da tollerare e la mente si sveglia. Per
questo la Memoria concede loro il sonno più dolce e più profon-
do possibile, e raramente usa questa vecchia chiave arrugginita.
Ma ora ascolta» aggiunse, alzando la mano, «non senti in tutta la
Casa un tremolio dell’aria come un lontano mormorio dell’ac-
qua mentre cade? E ora… forse… riesci a ricordare?».
Prima ancora che la presenza iniziasse a parlare, avevo già
colto debolmente l’inizio di un nuovo suono; ma ora, dalla
profondità delle cantine sotto i nostri piedi, e anche dai piani su-
periori della grande Casa, sentivo i sussurri e i fruscii, e l’inti-
mo agitarsi delle Ombre addormentate. Il suono saliva come un
accordo dolcemente prodotto da enormi corde invisibili tese da
qualche parte fra le fondamenta della Casa, e questo tremolio
si propagava gentile attraverso i muri e i soffitti. E io sapevo di
aver sentito il lento risveglio dei Fantasmi del Passato.
Ah, povero me, per via di quel terribile moto di tristezza
me ne stavo con gli occhi umidi, ascoltando le deboli voci mor-
te tanto tempo prima… Poiché, davvero, tutta la Casa si stava
svegliando e alle mie narici giungeva il lieve, penetrante pro-
fumo del passato: di lettere a lungo preservate, dall’inchiostro

42
sbiadito e dalla carta ingiallita; di trecce odorose bionde o bru-
ne, così teneramente riposte tra fiori secchi che mantenevano
ancora la dolcezza della loro fragranza di un tempo; la profu-
mata presenza di memorie perdute, l’incenso opprimente del
passato… I miei occhi piangevano, il mio cuore si contraeva e
si espandeva, mentre il mio essere cedeva senza riserve a que-
gli antichi, antichi influssi di suoni e di odori. Questi Fanta-
smi del Passato (perduti nel tumulto dei ricordi più recenti)
pulsavano intorno a me, afferravano le mie mani tra le loro e
sussurravano cose che avevo dimenticato da tanto tempo, so-
spiravano scuotendo dai loro capelli e dai vestiti gli odori in-
confondibili delle epoche morte, mentre mi guidavano attra-
verso la Casa di stanza in stanza, da un piano all’altro.
Non riuscivo a distinguere perfettamente tutti i Fantasmi.
Alcuni erano solo una debolissima presenza, e mi impressio-
navano così poco che lasciavano solo un’indistinta impressio-
ne nell’aria. Altri invece mi guardavano quasi con rimprove-
ro, con occhi sbiaditi, incolori, desiderosi di farsi riconoscere.
E poi, vedendo che questo non avveniva, galleggiavano all’in-
dietro, leggermente, nell’oscurità della loro stanza per addor-
mentarsi di nuovo indisturbati fino al Giorno Finale, quando
io non avrei mancato di riconoscerli.
«Molti di loro hanno dormito così a lungo» disse la mia ap-
parizione «che si svegliano con grande difficoltà. Una volta sve-
gli, però, essi sanno chi sei anche se tu non riesci a ricordare lo-
ro. In questa Casa del Passato la regola è che, in caso tu non rie-
sca a ricordarti precisamente chi sono, quando li hai conosciuti
e a quali particolari cause della tua passata evoluzione sono sta-
ti legati, essi non possono restare svegli. Se non li ricordi quan-
do guardi nei loro occhi, se lo sguardo di riconoscimento non è
ricambiato, allora essi sono obbligati a ritornare al loro sonno,
in silenzio e con dispiacere, a mani vuote, con le voci inespres-
se, per dormire e sognare, immortali, pazienti fino a…».

43
In quel momento le sue parole si persero improvvisamente
in lontananza e io fui invaso da una prepotente sensazione di
piacere e felicità. Qualcosa mi aveva toccato le labbra, e un for-
te, dolce fuoco mi illuminò il cuore e fece scorrere il mio san-
gue tumultuosamente nelle vene. Il mio polso batteva freneti-
camente, la pelle scottava, gli occhi si aprirono dolcemente e
la terribile tristezza di quel luogo si dissolse all’istante come per
magia. Voltandomi con un grido di gioia, che venne subito in-
ghiottito dal coro di pianti e sospiri intorno a me, guardai… e
istintivamente tesi in avanti le braccia in un raptus di felicità
verso… verso la visione di un Volto… capelli, labbra, occhi;
una stoffa d’oro avvolgeva il bel collo, e il vecchio, vecchio pro-
fumo dell’Oriente era nel suo respiro. Solo le stelle sanno quan-
to è passato… Le sue labbra erano di nuovo sulle mie; i suoi ca-
pelli sul mio viso; le sue braccia attorno al mio collo, e l’amo-
re della sua antica anima si riversava nella mia attraverso i suoi
occhi di stelle, non ancora velati… Oh! Il violento tumulto,
l’inesprimibile stupore, se solo io potessi ricordare!… Quella
lieve, evocativa fragranza di tanto tempo fa, una volta così fa-
miliare… prima che le colline di Atlantide fossero sopra l’az-
zurro mare, o le sabbie iniziassero a formare la culla della Sfin-
ge. Ancora l’attesa; ecco che ritorna indietro, e io incomincio
a ricordare. Tende su tende si sollevano nella mia anima, e io
posso quasi vedere al di là. Ma quella mostruosa distesa di an-
ni, terribile e sinistra, migliaia e migliaia… Il mio cuore trema
e ho paura. Un’altra tenda si alza e una nuova prospettiva, più
lontana delle altre, diventa visibile, infinita, verso un punto lon-
tano, fra la nebbia spessa. Adesso tutto si sta muovendo, si al-
za, si illumina. Finalmente potrò vedere… inizio a ricorda-
re… la pelle scura… la grazia dell’Oriente, gli occhi meravi-
gliosi che possedevano la conoscenza di Buddha e la saggezza
di Cristo prima ancora che essi avessero sognato di realizzar-
la. Come un sogno dentro un sogno, mi sorprende di nuovo,

44
si impossessa fortemente di tutto il mio essere… la forma più
esile… le stelle nel magico cielo orientale… le ali sussurrano fra
le palme… il mormorio delle onde del fiume e la musica delle
canne che si piegano e frusciano sulle acque basse tra la sab-
bia dorata. Migliaia di anni fa, al di là delle distanze siderali. Il
ricordo sbiadisce un poco e inizia ad allontanarsi; poi sembra
tornare di nuovo. Ah, povero me, quel sorriso di denti scintil-
lanti… quelle palpebre dalle lunghe ciglia. Oh, chi mi aiuterà
a ricordare, poiché è troppo lontano, troppo oscuro, e io non
riesco a portarlo alla memoria; anche se le mie labbra trema-
no ancora e le mie braccia sono aperte, tutto comincia a sbia-
dire. Giunge un senso di tristezza inesprimibile quando lei ca-
pisce che io non ricordo più… lei, la cui semplice vicinanza po-
teva, una volta, annullare tutto l’universo… e lei ritorna
indietro, lentamente, dolorosamente, silenziosamente, al suo
oscuro e terribile sonno, per sognare e sognare il giorno in cui
io dovrò ricordare e lei dovrà venire da chi le appartiene. Ella
mi guarda dal fondo della stanza dove le Ombre già la copro-
no e la riportano, con le braccia tese, al suo lungo, lungo son-
no nella Casa del Passato.
Tremante, con uno strano odore ancora nelle narici e il fuo-
co nel cuore, mi voltai e seguii la mia apparizione su per una
larga scala, in un’altra zona della Casa.
Come varcammo i corridoi, udii il vento che passava can-
tando sopra il tetto. La sua musica si impossessò di me finché
percepii il mio intero corpo come un singolo cuore, doloran-
te, teso, pulsante fino a spaccarsi; e solo perché avevo sentito
il vento cantare intorno alla Casa del Passato.
«Ma ricorda» sussurrò la mia guida in risposta a quello stu-
pore silenzioso «tu stai ascoltando la canzone che fu cantata
in epoche sconosciute a infiniti orecchi sconosciuti. La sua mu-
sica fa riemergere paure spaventose e, in questa semplice ne-
nia, profonda nella sua terribile monotonia, ci sono i legami e

45
i ricordi delle gioie, dei dolori e delle battaglie di tutte le esi-
stenze precedenti. Il vento, come il mare, parla alla memoria in-
teriore, ed ecco perché la sua voce possiede una così profon-
da tristezza spirituale. È la musica di ciò che resterà per sem-
pre incompleto, non finito, insoddisfatto».
Mentre passavamo attraverso le stanze a volta, notai che tut-
to era immobile. Non c’erano veri suoni, solo l’impressione di
un profondo respiro collettivo, simile al sospiro soffocato del-
l’oceano. Ma le stanze, lo capii subito, erano piene fino alle
pareti, affollate, file su file… E, dai piani inferiori, saliva an-
che il mormorio di Ombre piangenti che ritornavano al loro
sonno, e si coricavano di nuovo nel silenzio, nell’oscurità e
nella polvere. La polvere… Ah, la polvere che galleggiava nel-
la Casa del Passato, così spessa, così penetrante; così fine, riem-
piva la gola e gli occhi senza dolore; così fragrante, calmava i
sensi e il cuore sofferente; così soffice, inaridiva la lingua sen-
za irritare; e così silenziosa, cadeva, si raccoglieva, si posava
sopra ogni cosa, sospesa nell’aria come una nebbia sottile, e le
Ombre dormienti ne erano avvolte come dentro a sudari.
«Queste sono le più vecchie, quelle che hanno dormito più
a lungo» disse la mia apparizione, indicando le file affollate di
dormienti silenziosi. «Nessuna tra queste si è più svegliata da
moltissimi anni; e anche se si svegliasse, tu non potresti ricono-
scerla. Esse sono, come tutte le altre, le tue personalità, i ricordi
dei tuoi stadi primitivi lungo il grande Sentiero dell’Evoluzio-
ne. Un giorno, però, si sveglieranno, e tu dovrai riconoscerle e ri-
spondere alle loro domande, poiché non potranno morire dav-
vero finché non saranno consumate da chi le ha fatte nascere».
“Povero me!” pensai mentre ascoltavo il significato delle ul-
time parole. “Quali madri, padri, fratelli potrebbero esserci
in questa stanza; quali fedeli amanti, quali veri amici, quali
antichi nemici! E pensare che un giorno essi verranno avanti
e si confronteranno con me, e io dovrò incontrare ancora i lo-

46
ro occhi, ascoltare i loro diritti, conoscerli, perdonarli ed esse-
re perdonato… le memorie di tutto il mio Passato…”.
Mi voltai per parlare all’apparizione al mio fianco, ma essa
stava già svanendo nell’oscurità e, quando mi voltai ancora una
volta a guardare, l’intera Casa si fondeva con il rossore del cie-
lo dell’est. Sentii gli uccelli cantare e vidi le nuvole sopra di
me velare le stelle nella luce del nuovo giorno nascente.

47
Le ombre sul muro

di Mary E. Wilkins Freeman


«Henry ha discusso con Edward nello studio la notte prima
che Edward morisse» disse Caroline Glynn.
Caroline era una donna anziana, alta e magra, e aveva un’a-
ria rigorosa cui si univa un singolare pallore del volto. Parlò
senza astio, ma con severità solenne. Rebecca Ann Glynn, più
giovane di Caroline, più corpulenta e con il viso roseo incor-
niciato da ciuffi crespi di capelli grigi, si schiarì la voce in se-
gno di assenso. Nel suo ampio vestito di seta nera sedeva a
un’estremità del divano, e girava i suoi occhi terrorizzati da
sua sorella Caroline all’altra sorella, la signora Stephen Bri-
gham, che era stata Emma Glynn prima di sposarsi, la bella del-
la famiglia. Quest’ultima, ancora molto affascinante, di quella
bellezza splendida, piena e del tutto sbocciata, riempiva la
grande sedia a dondolo con la sua superba mole di femminilità,
ondeggiando piano avanti e indietro faceva frusciare la seta ne-
ra del suo abito e fluttuare le decorazioni nere della veste. Nep-
pure lo shock della morte – il cadavere di suo fratello Edward
giaceva ancora in casa – riusciva a disturbare l’apparente sere-
nità del suo contegno. Era addolorata per la perdita del fratel-
lo: era il più giovane della famiglia, e lei era molto orgogliosa
di lui. Ma Emma Brigham non perdeva il proprio aplomb nep-
pure in mezzo al mare più tempestoso. Stava sempre attenta a
mostrarsi equilibrata anche nelle difficoltà, a conservare co-
munque la sontuosità del suo portamento.
Ma persino l’espressione di placida maestà di Emma era

51
cambiata di fronte all’affermazione della sorella Caroline e al
gemito di terrore e di angoscia di Rebecca Ann in risposta.
«Penso che Henry avrebbe potuto controllare il suo tem-
peramento, quando il povero Edward era così vicino alla fi-
ne» disse Emma con una asprezza che increspò lievemente la
rosea curva della sua splendida bocca.
«Lui non lo sapeva di certo» mormorò Rebecca Ann con vo-
ce debole, che contrastava molto con il suo aspetto.
L’altra riguardò Rebecca d’istinto, come per sincerarsi che
il flebile suono provenisse proprio da quel petto prosperoso.
«Certo che non lo sapeva» aggiunse subito Caroline. Si girò
verso la sorella e le lanciò uno strano sguardo sospettoso. «Co-
me avrebbe potuto?» disse. Poi si voltò come per evitare una
sua possibile risposta. «Naturalmente tu e io sappiamo che lui
non poteva» disse per concludere, ma il suo volto divenne an-
cora più pallido di prima.
Rebecca sussultò di nuovo. La sorella sposata, Emma Bri-
gham, si era raddrizzata sulla sedia; aveva smesso di dondolare
e guardava le due sorelle con attenzione, accentuando tutt’in-
sieme i tratti di famiglia sul suo volto. La comune intensità emo-
tiva e i lineamenti così simili mostravano il legame di parentela
tra le tre donne.
«Cosa volete dire?» chiese a entrambe. Poi anche lei sem-
brò voler evitare una possibile risposta. Rise persino in modo
evasivo. «Suppongo che non intendete nulla» disse. Ma il suo
viso aveva ancora addosso un’espressione d’orrore contratto.
«Nessuno intende nulla» precisò Caroline fermamente;
quindi si alzò, attraversò la stanza e raggiunse la porta con se-
vera risolutezza.
«Dove stai andando?» chiese la signora Brigham.
«Devo controllare qualcosa» rispose Caroline. Le sorelle
compresero all’istante dal suo tono che doveva svolgere qual-
che solenne e triste compito nella camera mortuaria.

52
«Oh» disse la signora Brigham.
Dopo che la porta venne chiusa alle spalle di Caroline, Em-
ma si rivolse a Rebecca.
«Henry ha discusso molto con lui?» domandò.
«Parlavano a voce parecchio alta» ribatté Rebecca con aria
vaga, ma un chiaro luccichio di risposta attraversò i suoi mor-
bidi occhi azzurri.
La signora Brigham la guardò. Non aveva ripreso a dondo-
lare, sedeva ancora rigida mentre la fronte, lievemente incre-
spata e ben contornata dalle onde dei suoi capelli castani, ne
metteva in risalto la risolutezza.
«E tu… hai sentito qualcosa?» chiese a bassa voce occhieg-
giando la porta.
«Stavo attraversando l’ingresso del salone, la loro porta era
aperta e questa porta solo accostata…» rispose Rebecca leg-
germente rossa in viso.
«Allora devi aver…».
«Non ho potuto farne a meno».
«Tutto?».
«La maggior parte».
«E di che cosa parlavano?».
«La solita storia».
«Suppongo che Henry fosse furioso come sempre, perché
Edward stava vivendo qui nella nullafacenza da quando aveva
speso tutto quello che nostro padre gli aveva lasciato».
Rebecca annuì guardando preoccupata la porta.
Quando Emma tornò a parlare, la sua voce era ancora più
flebile. «So cosa pensava» disse. «Henry era molto preciso e la-
vorava con grande impegno: Edward invece non faceva che
spendere, spendere, sempre spendere. Deve aver pensato che
Edward campasse sulle sue spalle, anche se non era vero».
«Sì, non era vero».
«Papà aveva lasciato la proprietà di modo che tutti i suoi

53
figli avessero una dimora qui, e i soldi di che vivere una volta
tornati a casa».
«Già».
«Edward aveva diritto a stare qui, in accordo al testamento
di papà, ed Henry avrebbe dovuto ricordarlo».
«Sì, avrebbe dovuto».
«Ha detto qualcosa di pesante?».
«Parecchio pesante, per quel che ho potuto sentire».
«Per esempio?».
«L’ho sentito dire a Edward che non aveva nessun motivo
per restare qui, che avrebbe fatto meglio ad andare via».
«E Edward cosa ha risposto?».
«Che lui sarebbe rimasto qui sino alla sua morte, e anche
dopo, se voleva, e che gli sarebbe piaciuto vedere Henry cac-
ciarlo via; e poi…».
«E poi?».
«Poi si è messo a ridere».
«E Henry che ha detto?».
«Non ho sentito dire nulla, ma…».
«Ma cosa?».
«L’ho visto uscire dalla stanza…».
«Sembrava fuori di sé?».
«Sai com’è quando perde le staffe».
Emma annuì; la sua espressione d’orrore si fece più accen-
tuata.
«Ricordi quella volta che ammazzò il gatto perché lo aveva
graffiato?».
«Sì, ovvio».
Caroline rientrò nella stanza. Si avvicinò alla stufa dove bru-
ciava la legna – era un giorno d’autunno freddo e scuro e si
scaldò le mani, che erano diventate rosse dopo essere state
immerse nell’acqua fredda.
La signora Brigham la guardò esitante. Poi osservò la porta

54
leggermente aperta, che non si chiudeva mai facilmente per
colpa dell’umidità estiva. Quindi si alzò e la richiuse; il colpo
secco risuonò nella casa. Rebecca fece quasi un gemito di spa-
vento, e Caroline la guardò con disapprovazione.
«È tempo che impari a controllare i tuoi nervi, Rebecca»
disse.
«Non posso farci niente» rispose Rebecca quasi piangen-
do. «Sono nervosa. Dio sa se non ho ragione di esserlo».
«Cosa vorresti dire?» domandò Caroline con la sua solita
aria severa e sospettosa, qualcosa tra la sfida e il timore d’esse-
re stata sorpresa.
Rebecca si ritrasse.
«Nulla» disse.
«Allora evita di parlare in questo modo».
Emma, dopo aver chiuso la porta, disse con arroganza che
sarebbe stato il caso di sistemarla, visto com’era complicato
tenerla chiusa.
«Si asciugherà a sufficienza dopo un paio di giorni di fuo-
co acceso» rispose Caroline. «Se le facessimo qualcosa adesso
poi diventerebbe troppo fina e ci sarebbe dello spazio sullo
stipite».
«Penso che Henry dovrebbe vergognarsi di aver parlato in
quel modo a Edward» disse la signora Brigham in modo bru-
sco, ma con voce quasi inudibile.
«Fa’ piano!» intimò Caroline, guardando con timore la por-
ta chiusa.
«Nessuno ci può sentire con la porta chiusa».
«Deve averla sentita sbattere, e…».
«Be’, riuscirò a dire quello che voglio prima che scenda, e
poi non ho paura di lui».
«Non so chi possa aver paura di Henry! Perché uno do-
vrebbe aver paura di Henry?» chiese Caroline.
La signora Brigham tremò di fronte allo sguardo della so-

55
rella. Rebecca sussultò ancora. «Naturalmente non c’è moti-
vo. Perché dovrebbe essercene uno?».
«Allora evita di parlare così. Qualcuno potrebbe sentirti per
caso e pensare male. Miranda Joy sta cucendo di là, lo sai bene».
«Pensavo fosse salita a lavorare con la macchina per cucire».
«L’ha fatto, ma è scesa di nuovo».
«Be’, non ci può sentire».
«Io ribadisco che Henry dovrebbe vergognarsi. Non avrei
mai pensato che sarebbe arrivato a litigare con il povero
Edward proprio la sera prima della sua morte. Edward, nono-
stante i suoi difetti, aveva un carattere migliore di Henry. Io
per prima ho sempre avuto un’ottima opinione del povero
Edward».
La signora Brigham si passò un fazzoletto tutto stropiccia-
to sugli occhi. Rebecca singhiozzò senza ritegno.
«Rebecca» disse Caroline ammonendola, e chiuse la bocca
deglutendo con decisione.
«Non l’ho mai udito dire una parola sgarbata, a meno che
non sia stato sgradevole con Henry l’altra sera. Io non lo so, ma
pare l’abbia fatto, a sentire Rebecca» disse Emma.
«Non era così scortese, ma calmo e dolce seppur irritato»
disse Rebecca singhiozzando.
«Non alzava mai la voce» disse Caroline «ma aveva un suo
modo di fare».
«E ne aveva motivo in questo caso».
«Sì, è vero».
«Aveva lo stesso diritto di Henry a stare qui» riprese Re-
becca fra i singhiozzi «e, ora che non c’è più, non potrà torna-
re in questa casa che il povero papà gli aveva lasciato, come a
tutti noi».
«Di cosa pensi soffrisse Edward?» chiese Emma in poco più
che un sospiro. Non guardò sua sorella.
Caroline si sedette su una poltrona lì vicino stringendosi

56
convulsamente le braccia finché le sue unghie non divennero
bianche.
«Te l’ho detto» rispose.
Rebecca premette il suo fazzoletto sulla bocca e guardò en-
trambe con occhi terrorizzati e pieni di lacrime.
«Mi hai detto che aveva dei tremendi dolori di stomaco,
degli spasmi; ma non mi hai detto come mai».
«Henry li chiamava disturbi gastrici. Lo sai, Edward è sem-
pre stato dispeptico».
La signora Brigham esitò un istante. «Non si è mai parlato
di fare… degli esami?» chiese.
Caroline spostò gli occhi su di lei intensamente.
«No» disse con voce terribile. «No».
Le anime delle tre sorelle sembrarono incontrarsi, tramite i
loro occhi, su un comune terreno di terribile consapevolezza.
Si udì lo sferragliare della vecchia serratura, e un colpo prove-
niente dall’esterno fece tremare la porta invano. «È Henry» dis-
se Rebecca in un sospiro, più che in un sussurro. Dopo aver
attraversato rapida in silenzio la stanza, la signora Brigham si ac-
comodò sulla sedia a dondolo. Si stava muovendo avanti e in-
dietro con il capo comodamente poggiato sullo schienale, quan-
do finalmente la porta si aprì ed Henry entrò nella camera. Lan-
ciò uno sguardo rapido ma preciso alla signora Brigham e alla
sua studiata calma; a Rebecca, seduta in silenzio a un’estremità
del divano con il fazzoletto sul viso a lasciar scoperto solo un
orecchio arrossato, attento come quello d’un segugio e messo in
allerta dalla sua presenza; e a Caroline, che sedeva con forzata
compostezza nella poltrona accanto alla stufa. Quest’ultima
incontrò i suoi occhi con fermezza in uno sguardo di imper-
scrutabile paura, sprezzante della paura stessa e di lui.
Henry Glynn assomigliava di più a lei che alle altre sorelle.
Entrambi avevano la stessa rigida delicatezza di forme e linea-
menti, entrambi erano alti e piuttosto emaciati, entrambi ave-

57
vano radi ciuffi di capelli biondo cenere, ben lontani dall’alta
fronte intellettuale, entrambi sfoggiavano un pronunciato e no-
bile profilo aquilino. Si affrontarono con la spietata immobilità
di due statue di marmo dalle emozioni eternamente fissate nei
propri lineamenti.
Poi Henry Glynn sorrise, e quel sorriso trasformò il suo
volto. Sembrò d’improvviso più giovane di parecchi anni, e
gli si disegnò un’espressione di sconsideratezza e indecisione
quasi da ragazzo sul viso. Si lasciò cadere su una sedia con un
gesto in sorprendente contrasto con il suo contegno generale.
Reclinò la testa, accavallò le gambe e guardò sorridente la si-
gnora Brigham.
«Devo ammetterlo, Emma, diventi ogni anno più giovane»
disse.
Lei arrossì leggermente, e la sua bocca si curvò un poco
agli angoli. Era molto sensibile ai complimenti.
«I nostri pensieri, oggi, dovrebbero essere dedicati a colui fra
noi che non invecchierà mai più» disse Caroline in tono severo.
Henry volse a lei lo sguardo, sorridendo ancora. «Natural-
mente nessuno di noi lo dimentica» disse con voce profonda
e gentile «ma noi dobbiamo parlare con i vivi, Caroline, io da
tempo non vedevo Emma, e i vivi ci sono cari come i morti».
«Non per me» fece Caroline.
La donna si alzò e uscì bruscamente dalla stanza. Rebecca
la imitò, singhiozzando forte.
Henry volse lentamente lo sguardo verso di loro.
«Caroline è completamente esaurita» commentò.
La signora Brigham dondolava. Una specie di sicurezza ispi-
ratale dalle maniere del fratello la circondava e la fece parlare
con facilità e naturalezza.
«La sua morte è stata del tutto improvvisa» disse.
Le palpebre di Henry tremarono impercettibilmente, ma il
suo sguardo rimase incrollabile.

58
«Già» ribatté «proprio improvvisa. Non è stato malato che
per poche ore».
«Come l’hai chiamata?».
«Gastrite».
«Non hai pensato a far fare qualche accertamento?».
«Non era necessario. Sono certo delle cause della sua morte».
D’improvviso la signora Brigham sentì il brivido d’un qual-
che orrore incomberle sull’anima. La sua carne si raggelò, da-
vanti a un’inflessione della voce di Henry. Si alzò, barcollando
sulle deboli ginocchia.
«Dove stai andando?» chiese Henry con voce strana, quasi
senza respiro.
La signora Brigham disse qualcosa di incoerente circa un la-
voro di cucito che aveva da fare, qualcosa di nero per il fune-
rale, e uscì dalla stanza. Salì al piano superiore nella stanza
che occupava, sul davanti della casa. Caroline era lì. Le si av-
vicinò e le prese le mani: le due sorelle si guardarono.
«Non parlare, non farlo, non voglio sentire!» disse infine
Caroline in un terribile sussurro.
«Non lo farò» rispose Emma.
Quando scese il crepuscolo, quel pomeriggio le tre sorelle si
trovavano nello studio, la grande stanza al pianoterra dell’edi-
ficio, lungo il corridoio che veniva dal salone sud.
La signora Brigham stava cucendo l’orlo a un pezzo di stof-
fa nera. Sedeva vicino alla finestra a ovest per sfruttare la luce
che stava declinando. Alla fine posò il lavoro in grembo.
«Non c’è niente da fare, non posso più cucire finché non
avremo un lume» disse.
Caroline, che stava scrivendo alcune lettere sul tavolo, si
girò verso Rebecca, seduta al solito posto sul divano.
«Rebecca, faresti bene a prendere un lume» le disse.
Rebecca sussultò; persino nell’oscurità il viso mostrò la sua
agitazione.

59
«Non mi sembra che abbiamo già bisogno di un lume» rispose
con voce pietosa e supplichevole, come quella di un bambino.
«Sì, invece» ribatté la signora Brigham perentoria. «Ci ser-
ve un lume. Devo finire il lavoro questa sera o non potrò veni-
re al funerale, e non vedo abbastanza per cucire».
«Caroline riesce a vedere a sufficienza per scrivere le sue let-
tere, ed è più lontana di te dalla finestra» replicò Rebecca.
«Stai tentando di risparmiare cherosene o sei pigra, Rebec-
ca Glynn?» esclamò la signora Brigham. «Andrei da sola a
prendermi il lume, ma ho il lavoro in grembo».
Il pennino di Caroline si fermò interrompendo la scrittura.
«Rebecca, ci serve un lume» disse.
«Sarebbe meglio averlo qui, ne siete sicure?» ribatté Re-
becca flebilmente.
«Ma certo! Perché no?» esclamò Caroline severa.
«Sono sicura di non volermi trasferire con il mio cucito nel-
l’altra stanza, dove tutto è già stato pulito per domani» disse
la signora Brigham.
«Non ho mai sentito fare tante storie per accendere una
lampada».
Rebecca si alzò e lasciò la stanza. Rientrò poco dopo tenen-
do in mano una grande lampada – una di quelle con il paralu-
me di porcellana bianca. La posò sul tavolo, un antiquato tavo-
lo per il gioco delle carte, che si trovava vicino al muro opposto
alla finestra. Tale muro era privo di scaffali e libri, che erano in-
vece sugli altri tre lati della stanza, e l’intera parete era occupata
da tre porte e dalla nicchia riservata al tavolo. Sopra al tavolo, ab-
bastanza in alto, sulla vecchia tappezzeria in raso bianco e rilu-
cente – attraversata da una decorazione color verde –, era ap-
pesa una piccola immagine d’avorio dorata, circondata da una
cornice nera, che ritraeva la loro madre adolescente. Quando la
lampada venne posata lì sotto, il piccolo e grazioso viso dipinto
sull’avorio parve brillare d’uno sguardo intelligente.

60
«Perché hai messo la lampada lì?» chiese la signora Brigham
con impazienza maggiore rispetto al solito. «Perché non l’hai
semplicemente lasciata all’ingresso? Né Caroline né io riuscia-
mo a vedere se il lume sta sul tavolo».
«Ho pensato che magari vi sareste spostate» rispose Re-
becca con voce rauca.
«Se anche mi spostassi, non potremmo sedere entrambe al
tavolo lì nella nicchia. Caroline ha le sue carte sparpagliate
tutt’intorno. Perché non metti la lampada sul tavolino da let-
tura al centro della stanza? Così vedremo tutte».
Rebecca esitò. Il suo viso era molto pallido. Guardò con
un’aria chiaramente angosciata sua sorella Caroline.
«Perché non metti il lume sul tavolo, come ti ha detto lei?»
chiese Caroline quasi con veemenza. «Perché ti comporti co-
sì, Rebecca?».
«Sapevo che l’avresti notato anche tu» disse la signora Bri-
gham. «Rebecca non sembra per nulla in sé».
Rebecca prese il lume e lo mise sul tavolo nel mezzo della
stanza senza aggiungere nulla. Poi diede le spalle al lume rapi-
damente, si sedette sul divano e si mise una mano sugli occhi
come per fargli ombra, e così rimase.
«La luce della lampada ti fa male agli occhi? Per questo
non volevi il lume?» chiese gentilmente la signora Brigham.
«Mi è sempre piaciuto sedere al buio» rispose Rebecca con
voce soffocata. Poi tirò il fazzoletto rapidamente fuori dalla
tasca e cominciò a piangere. Caroline riprese a scrivere, e la
signora Brigham a cucire.
La signora Brigham alzò d’improvviso gli occhi al muro di
fronte, mentre cuciva. L’occhiata si trasformò in uno sguardo
fisso. Contemplò intensamente il muro, con il lavoro ormai so-
speso tra le mani. Poi distolse gli occhi, sistemò un paio di pun-
ti, tornò a guardare, ritornò al cucito. Alla fine ripose il lavoro
in grembo e guardò il muro con grande concentrazione. Poi

61
spostò lo sguardo dal muro al resto della stanza, scrutando i
vari oggetti presenti. Rimase a fissare il muro a lungo e intensa-
mente. Poi si voltò verso le sorelle e disse: «E quello cos’è?».
«Che?» fece Caroline con voce scocciata, mentre la sua pen-
na continuava a calcare le parole sulla carta.
Rebecca fece uno dei suoi convulsi gemiti.
«Quella strana ombra sul muro» spiegò la signora Brigham.
Rebecca nascose il viso, e Caroline affondò il pennino nel-
la boccetta dell’inchiostro.
«Perché non ti giri a guardare?» chiese la signora Brigham
in tono sorpreso e in qualche modo aggressivo.
«Devo sbrigarmi a finire questa lettera, se voglio che la si-
gnora Wilson Ebbit venga avvisata in tempo per partecipare
al funerale» tagliò corto Caroline.
La signora Brigham si alzò, il suo lavoro di cucito cadde
sul pavimento, e cominciò a camminare in giro per la stanza,
spostando dei mobili e tenendo d’occhio l’ombra.
Poi urlò all’improvviso: «Guardate quell’orribile ombra!
Cos’è? Caroline, Rebecca, guardate! Che cos’è?».
Tutta la trionfante placidità della signora Brigham era scom-
parsa. Il suo bel viso era livido d’orrore. Era in piedi, rigida, e
indicava l’ombra.
«Guardate!» disse con il dito puntato. «Cosa diavolo è?».
Allora Rebecca proruppe in un verso inquietante dopo una
timida occhiata al muro: «Oh! C’è di nuovo, Caroline! C’è di
nuovo!».
«Caroline Glynn, guarda!» disse la signora Brigham.
«Guarda! Cos’è quella terribile ombra?».
Caroline si alzò, si girò e rimase in piedi di fronte al muro.
«Come potrei saperlo?» disse.
«È stata là ogni sera da quando è morto» gridò Rebecca.
«Ogni sera?».
«Sì. Lui è morto giovedì, e oggi è sabato. Quindi tre sere»

62
disse Caroline rigidamente. Rimase immobile come se le fosse
necessaria tutta la sua forza di volontà per non perdere le staffe.
«Sembra… sembra come… come…» balbettò la signora
Brigham con profondo orrore.
«So bene cosa sembra» disse Caroline «ho ancora gli occhi
nelle orbite».
«Sembra Edward» proruppe Rebecca in una sorta di deli-
rio dato dalla paura. «Solo…».
«Sì, è vero» confermò la signora Brigham, la cui voce ter-
rorizzata faceva il paio con quella della sorella «solo… oh, è ter-
ribile! Ma che cos’ è, Caroline?».
«Te lo chiedo ancora una volta: come potrei saperlo?» rispo-
se Caroline. «Lo vedo là come te. Come posso saperne di più?».
«Deve essere qualcosa nella stanza» disse la signora Brigham
guardando in giro nella camera velocemente.
«Ho spostato ogni cosa, la prima notte che è apparsa» dis-
se Rebecca. «Non è qualcosa nella stanza».
Caroline si voltò verso di lei quasi come una furia. «Certo che
è qualcosa nella stanza» le disse. «Pensa bene a come ti com-
porti! Che vorresti dire? È ovvio che è qualcosa nella stanza».
«Certo che lo è» assentì la signora Brigham, guardando
Caroline con sospetto. «Certo, deve esserlo. È solo una coin-
cidenza. Un caso fortuito. Forse è la piega della tenda alla fi-
nestra che la crea. Dev’essere qualcosa nella stanza».
«Non è qualcosa nella stanza» ripeté Rebecca con orrore
ostinato.
La porta si aprì improvvisamente ed entrò Henry Glynn.
Iniziò a parlare, poi i suoi occhi seguirono la direzione di quel-
li delle sorelle. Rimase tranquillo mentre guardava il muro.
L’ombra aveva grandezza umana e si estendeva per metà sul
bianco parallelogramma di una porta, per metà sul muro
dov’era appesa la miniatura.
«Cos’è quello?» domandò Henry con una voce strana.

63
«Dev’essere causato da qualcosa nella stanza» disse debol-
mente la signora Brigham.
«Non è causato da qualcosa nella stanza» ripeté Rebecca
con la stridente insistenza della paura.
«Pensa bene a come ti comporti, Rebecca Glynn» disse
Caroline.
Henry Glynn rimase ancora per un lungo momento a fissa-
re il muro. Sul suo viso apparve una gamma di emozioni di-
verse – orrore, convinzione, poi furiosa incredulità. Improvvi-
samente prese a muoversi di qua e di là per la stanza. Spostò i
mobili con scatti nervosi, osservando l’effetto degli sposta-
menti sull’ombra del muro. Non venne intaccata neppure una
linea di quel terribile profilo.
«Dev’essere qualcosa nella stanza!» dichiarò con una voce
che parve lo schiocco di una frusta.
Il suo viso si trasformò. I più intimi segreti della sua natura
apparvero evidenti quasi fino a confonderne i veri lineamenti.
Rebecca si alzò in piedi vicino al divano guardandolo con oc-
chi afflitti e meravigliati. La signora Brigham prese la mano di
Caroline. Le due erano strette in un angolo, fuori dalla sua por-
tata. Per alcuni istanti Henry vagò per la stanza furioso come
una belva in gabbia. Spostò ogni mobile; e, quando il movi-
mento non aveva effetto sull’ombra, allora scagliava il mobile
a terra, le sorelle stavano a guardare.
Poi bruscamente desistette. Rise e cominciò a tirar su i mo-
bili che aveva gettato a terra.
«Che assurdità» disse tranquillamente. «Tutta questa con-
fusione per un’ombra».
«Infatti» concordò la signora Brigham, con una voce spa-
ventata che tentò di far sembrare naturale. Mentre parlava,
raddrizzò una sedia vicino a lei.
«Penso che tu abbia rotto la sedia a cui Edward era molto
affezionato» disse Caroline.

64
Terrore e collera lottarono per trovare espressione sul suo
volto mentre parlava. Caroline aveva la bocca serrata e gli oc-
chi in due fessure. Henry raddrizzò quella sedia mostrando ap-
prensione.
«Sta benone come sempre» disse affabile. Poi rise di nuo-
vo guardando le sorelle. «Vi ho spaventate?» disse. «Pensavo
che ormai vi foste abituate a me. Conoscete il mio desiderio di
andare a fondo d’ogni mistero, e quell’ombra sembra – stra-
na, direi – e ho pensato che se ci fosse stato un modo per giu-
stificarne l’esistenza, avrei voluto saperlo senza indugi».
«Sì, è vero».
Mentre attraversavano l’ingresso la signora Brigham affiancò
Caroline. «Sembra un demonio!» le sussurrò all’orecchio.
Henry camminava davanti alle sorelle con la cautela d’un
bambino, Rebecca veniva per ultima; faticava a procedere per
quanto le ginocchia le tremavano.
«Non posso sedere ancora in quella stanza stasera» bisbigliò
a Caroline dopo cena.
«Bene, ci siederemo nella stanza a sud» rispose Caroline.
«Penso che andremo a sederci nel salotto rivolto a sud»
disse quindi ad alta voce. «Non è umido come lo studio, e io
sono raffreddata».
Così tutte si sedettero nel salotto a sud con i loro lavori di
cucito. Henry leggeva il giornale, la sua sedia era vicina al lu-
me sul tavolo. Verso le nove si alzò bruscamente e percorse l’in-
gresso fino allo studio. Le sorelle si guardarono l’un l’altra. La
signora Brigham si alzò, tirò su leggermente gonna e sotto-
gonna per non fare rumore e camminò in punta di piedi verso
la porta.
«Cosa vuoi fare?» domandò spaventata Rebecca.
«Voglio vedere che combina» rispose la signora Brigham
cauta.
Parlando indicò la porta dello studio dall’altra parte dell’in-

65
gresso. La porta era socchiusa. Henry si era sforzato di chiu-
derla una volta entrato, ma questa si era gonfiata ancora di più
con strana rapidità. Era solo accostata quindi, e una striscia di
luce filtrava dallo stipite. La lampada dell’ingresso era spenta.
«Faresti meglio a rimanere dove sei» disse Caroline rigida
e guardinga.
«Voglio vedere» ribatté la signora Brigham decisa, quindi ri-
piegò talmente le sue gonne che le ampie curve del suo corpo
risaltarono evidenti, fasciate dalla seta nera. Poi si avviò con an-
datura lenta nel corridoio verso la porta dello studio. Lì si
fermò, con lo sguardo fisso sull’apertura.
Nel salotto sud, Rebecca smise di cucire e rimase seduta a
guardare con occhi spalancati. Ciò che la signora Brigham vi-
de, ferma sulla soglia dello studio, fu questo: Henry Glynn,
avendo ragionevolmente concluso che quanto causava quel-
l’ombra alquanto strana doveva essere tra il tavolo su cui era
la lampada e la parete, passo dopo passo stava sciabolando
stoccate in ogni più piccola porzione di spazio con un’antica
spada appartenuta a suo padre. Non ne risparmiò neppure un
centimetro. Sembrava quasi aver diviso l’area in sezioni geo-
metriche. Brandiva la spada con una sorta di furia gelida e cal-
colatrice; la lama riluceva, e l’ombra rimaneva immutata.
La signora Brigham, che guardava dalla fessura, rabbrividì
d’orrore.
Alla fine Henry rimase fermo con la spada in mano e la alzò
come per colpire, fissando l’ombra in maniera minacciosa. La
signora Brigham, a quel punto, attraversò lentamente l’ingresso
e chiuse la porta del salone prima di riferire cosa aveva visto.
«Sembrava un demonio!» ripeté. «C’è ancora un po’ di quel
vecchio vino in casa, Caroline? Mi sembra di non reggermi in
piedi».
Infatti, pareva sopraffatta. Il suo bel viso placido era esau-
sto, teso e pallido.

66
«Sì, ce n’è in abbondanza» disse Caroline. «Ne puoi avere
un po’ quando vai a letto».
«Penso sarebbe meglio se ne bevessimo tutte» disse la si-
gnora Brigham. «Oh mio Dio! Caroline, cosa…».
«Non fare domande e non dire nulla» rispose Caroline.
«Non intendevo farlo» replicò la signora Brigham «ma…».
Rebecca gemette ad alta voce.
«Cos’è ora questo verso?» domandò Caroline con asprezza.
«Povero Edward» rispose Rebecca.
«Solo di questo ti puoi lamentare» commentò Caroline.
«Non c’è nient’altro».
«Me ne vado a letto» disse la signora Brigham. «Non ce la
farò a partecipare al funerale se non dormo il giusto».
Presto le tre sorelle raggiunsero le camere da letto e il salotto
rimase deserto. Caroline disse a Henry, che era nello studio,
di spegnere le luci prima di salire di sopra. Si erano ritirate da
un’ora quando lui entrò nella sua stanza reggendo il lume che
era stato nello studio. Lo posò sul tavolo e aspettò alcuni mi-
nuti, passeggiando avanti e indietro. Il suo volto era orribile,
la bella carnagione era livida; i suoi occhi blu erano scure, vuo-
te pozze dai cupi bagliori.
Poi prese il lume e tornò nella biblioteca. Posò il lume sul ta-
volo al centro della stanza, e l’ombra si proiettò sul muro. Di
nuovo studiò i mobili e li spostò, ma questa volta con razioci-
nio, senza la precedente foga. Nulla modificava l’ombra sul
muro. Allora fece ritorno nel salone sud con il lume e di nuo-
vo attese. Poi, ancora, tornò nello studio e posò il lume sul ta-
volo. L’ombra si proiettò sul muro. Era mezzanotte quando salì
al piano superiore. La signora Brigham e le altre sorelle erano
sveglie e lo sentirono andare a letto.
Il giorno dopo ebbero luogo le esequie. La sera la famiglia
si riunì nel salone sud. Alcuni parenti erano con loro. Nessu-
no entrò nello studio finché Henry non portò un lume nella

67
stanza, quando gli altri si ritirarono. Vide l’ombra sul muro ri-
prendere tremendamente vita alla luce della lampada.
Il mattino dopo a colazione Henry Glynn annunciò che sa-
rebbe andato in città per tre giorni. Le sorelle lo guardarono
sorprese. Il fratello lasciava molto di rado la casa, e poi aveva
già trascurato le sue pratiche a causa della morte di Edward.
Henry era un medico.
«Come puoi abbandonare i tuoi pazienti?» chiese meravi-
gliata la signora Brigham.
«Non so come, ma non esiste altro modo» rispose semplice-
mente Henry. «Ho ricevuto un telegramma dal dottor Mitford».
«Per un consulto?» chiese la signora Brigham.
«Ho un affare da sbrigare» replicò Henry.
Il dottor Mitford era un suo vecchio compagno di classe che
viveva in una città vicina e che occasionalmente lo chiamava
in caso di bisogno.
Dopo che se ne fu andato, la signora Brigham disse a
Caroline che, in realtà, Henry non aveva detto che stava an-
dando a incontrare il dottor Mitford, e lo trovò molto strano.
«Tutto è strano» disse Rebecca con un brivido.
«Cosa intendi?» chiese Caroline.
«Niente» replicò Rebecca.
Nessuno entrò nello studio quel giorno, e nemmeno il giorno
successivo. Il terzo giorno Henry doveva tornare a casa, ma non
arrivò e l’ultimo treno proveniente dalla città era ormai passato.
«Lo definisco un affare bizzarro» disse la signora Brigham.
«L’idea di un dottore che lascia i suoi pazienti in un momento
simile, e l’idea di un consulto che dura tre giorni! Non ha alcun
senso, e adesso non è neanche tornato. Non lo capisco, per
quanto mi riguarda».
«Nemmeno io» disse Rebecca.
Erano tutte nel salone sud. Non c’era nessuna luce nello stu-
dio; la porta era socchiusa.

68
In quel momento nella signora Brigham nacque – non poté
dire perché; come se qualcosa la costringesse – un desiderio al
di fuori di lei. Uscì dalla stanza, ripiegando di nuovo le sue gon-
ne fruscianti in modo da poter passare silenziosamente, e ini-
ziò a sfondare la gonfia porta dello studio.
«Non ha un lume» disse Rebecca con voce tremante.
Caroline, che stava scrivendo delle lettere, si alzò di nuovo,
prese l’unico lume rimasto nella stanza, e seguì la sorella. Re-
becca si era alzata, ma restò in piedi, tremante, senza azzardarsi
a seguirle.
Suonò il campanello, ma le altre non lo sentirono: proveni-
va dalla porta sud, dall’altro lato della casa rispetto allo stu-
dio. Rebecca, dopo aver esitato fino a quando il campanello
suonò per la seconda volta, andò alla porta; ricordò che i do-
mestici non c’erano.
Caroline e sua sorella Emma entrarono nello studio.
Caroline mise il lume sul tavolo. Guardarono il muro, ed era-
no apparse due ombre. Le sorelle rimasero in piedi, aggrappate
l’una all’altra, fissando le orribili ombre sul muro. Poi entrò Re-
becca, con un telegramma in mano.
«Ecco qui, un telegramma» ansimò. «Henry è morto».

69
Ligeia

di Edgar Allan Poe


E la volontà giace in colui che non muore.
Chi conosce i misteri della volontà con il
suo vigore? Perché Dio è soltanto una
grande volontà che pervade tutte le cose
per la natura del suo proposito. L’uomo
non si arrende agli angeli né completa-
mente alla morte, salvato soltanto dalla de-
bolezza della sua fragile volontà.
JOSEPH GLANVILL

Non riesco, per quanto mi sforzi, a ricordare come, quando o


precisamente dove io abbia conosciuto per la prima volta lady
Ligeia. Da allora sono passati molti anni e la mia memoria è
debole per la troppa sofferenza. O, forse, non posso portare al-
la mente questi ricordi perché, in verità, il carattere della mia
amata, la sua rara cultura, il tipo di bellezza singolare eppure
calma, l’eloquenza emozionante e ammaliante del suo parlare
basso e musicale, si fecero strada nel mio cuore passo dopo pas-
so in modo così costante e furtivo da risultarmi inavvertiti e
ignoti. Tuttavia credo di averla incontrata per la prima volta e
poi molto di frequente in qualche grande e antica città deca-
dente vicino al Reno. Sicuramente l’ho sentita parlare della
sua famiglia, che di certo era di un’epoca antichissima. Ligeia!
Ligeia! Sepolto in studi utili soprattutto ad attenuare le im-
pressioni del mondo esterno, mi basta ripetere quella singola
parola – Ligeia – per evocare davanti ai miei occhi, nella fan-
tasia, l’immagine di lei che non c’è più. E ora, mentre scrivo, mi
sovviene d’improvviso che non ho mai conosciuto il nome del-
la famiglia di colei che fu mia amica e fidanzata, che diventò

73
la compagna dei miei studi e infine mia sposa. Fu una sfida
scherzosa da parte di Ligeia? O fu messa alla prova l’intensità
del mio affetto, affinché non le facessi nessuna domanda su
questo argomento? O fu piuttosto un mio capriccio – un’of-
ferta estremamente romantica al santuario della più appassio-
nata devozione? Ricordo solo in modo indistinto il fatto in sé
– bisogna forse stupirsi se ho completamente dimenticato le
circostanze che lo originarono e lo seguirono? E infatti, se mai
quello spirito chiamato Romantico, se mai la pallida Ashtophet
dalle ali scure, idolatrata in tutto l’Egitto, ha presieduto, co-
me loro dicono, ai matrimoni nefasti, allora certamente lei ha
presenziato al mio.

Tuttavia se c’è un argomento caro, sul quale la memoria non


mi inganna, è la persona di Ligeia. Era alta di statura, piutto-
sto esile e, negli ultimi giorni di vita, persino emaciata. Invano
tenterei di rappresentare la maestosità, la tranquilla disinvol-
tura del suo atteggiamento o l’incomprensibile leggerezza ed
elasticità del suo passo. Camminava come un’ombra. Non mi
accorgevo mai del suo ingresso nel mio studio privato se non
per l’adorata musica della sua dolce voce profonda, mentre po-
sava la mano marmorea sulla mia spalla. Mai nessuna ragazza
fu pari a lei per bellezza del volto. Era la radiosità di un sogno
d’oppio – una visione eterea che sollevava lo spirito in modo
ancor più divino delle fantasie che aleggiavano intorno alle ani-
me assopite delle figlie di Delo. Eppure i suoi lineamenti non
avevano quella regolarità che ci hanno falsamente insegnato a
venerare nelle opere classiche dei pagani. “Non esiste bellez-
za deliziosa” dice Bacone, barone di Verulamio, parlando con
precisione di tutte le forme e generi di bellezza “senza qual-
che stranezza nella proporzione”. Sebbene vedessi che le ca-
ratteristiche di Ligeia non rispettavano la regolarità classica,
sebbene mi rendessi conto che la sua bellezza era davvero “de-

74
liziosa” e sentissi che c’era molta di quella “stranezza” che si
diffondeva, tuttavia ho sempre provato invano a scoprire tale
irregolarità e a identificare la mia personale percezione dello
“strano”. Esaminavo il contorno della nobile fronte pallida, era
perfetto – a dir la verità quanto è fredda questa parola appli-
cata a uno splendore così divino! –, la pelle che poteva com-
petere con l’avorio più puro, l’imponente larghezza, la calma
e il delicato rilievo della regione sopra le tempie; e poi i riccio-
li nero corvino, lucidi, lussureggianti, naturalmente ondulati,
che esponevano la piena forza dell’epiteto omerico “giacin-
teo!”. Osservavo il delicato profilo del naso, e mai da nessuna
parte, se non negli eleganti medaglioni degli ebrei, vidi una si-
mile perfezione. C’era la stessa regale dolcezza dell’aspetto, la
stessa tendenza all’aquilino appena percettibile, le stesse nari-
ci armoniosamente ricurve che esprimevano il suo spirito li-
bero. Guardavo l’adorabile bocca. Qui c’era davvero il trionfo
di tutte le cose celesti: la curva magnifica del sottile labbro su-
periore, il sonnecchiare delicato e voluttuoso del labbro infe-
riore, le fossette che giocavano e il colore che parlava, i denti
che rispecchiavano, con una brillantezza quasi sorprendente,
ogni raggio della sacra luce che ricadeva su di loro nei sorrisi
sereni e tranquilli, ma sempre gioiosi e splendenti. Analizzavo
la forma del mento e anche qui trovavo la delicatezza nelle di-
mensioni, la morbidezza e la maestosità, la pienezza e la spiri-
tualità dei Greci – il profilo che il dio Apollo rivelò soltanto in
sogno a Cleomene, il figlio dell’ateniese. E poi osservavo i gran-
di occhi di Ligeia.
Per gli occhi non esistono modelli nell’antichità. Potrebbe
anche essere che negli occhi della mia amata ci fosse il segreto
a cui allude il barone di Verulamio. Erano, devo credere, mol-
to più grandi degli occhi comuni della nostra specie. Erano an-
che più pieni di quelli delle gazzelle della tribù nella valle del
Nourjahad. Eppure era soltanto a intervalli – nei momenti di in-

75
tensa eccitazione – che questa peculiarità diventava un po’ più
evidente in Ligeia. E in quei momenti la sua bellezza era – o
così forse appariva nella mia accesa fantasia – la bellezza degli
esseri superiori o non terreni – la bellezza di una splendida Urì
turca. Aveva gli occhi di un nero brillante e delle lunghissime
ciglia. Le sopracciglia, leggermente irregolari nel contorno,
erano dello stesso colore. La “stranezza”, comunque, che tro-
vavo negli occhi era di una natura diversa dalla forma, dal co-
lore o dallo splendore dei tratti, e, dopotutto, doveva dipende-
re dall’espressione. Ah, parola senza significato, dietro la cui va-
sta estensione di semplice suono delimitiamo l’ignoranza di
tante cose spirituali. L’espressione degli occhi di Ligeia! Quan-
to a lungo ho meditato su di essa! Quanto ho lottato, durante
una lunga notte di mezza estate, per comprenderla! Che cos’e-
ra quel qualcosa di più profondo del pozzo di Democrito che
si trovava nelle pupille della mia amata? Che cos’era? Ero pos-
seduto dalla voglia di scoprire. Quegli occhi! Quelle pupille lar-
ghe, splendenti, divine! Erano diventate per me le stelle gemelle
di Leda, e io per loro il più devoto degli astrologi.

Tra le molte anomalie incomprensibili della scienza della


mente, non c’è cosa più emozionante ed eccitante del fatto –
mai, credo, notato nelle scuole – che nei nostri tentativi di ri-
chiamare alla memoria qualcosa dimenticato da tempo, spes-
so siamo proprio sul punto di ricordare, senza essere capaci, al-
la fine, di farlo. E così quante volte, nell’esame minuzioso de-
gli occhi di Ligeia, mi sono sentito sul punto di comprendere
del tutto la loro espressione; l’ho sentita vicina – non ancora
completamente mia – per poi sparire! E (strano, oh, il mistero
più strano di tutti!) trovavo negli oggetti più comuni del mon-
do un insieme di analogie con quella espressione. Intendo di-
re che, nel momento in cui la bellezza di Ligeia penetrò nel mio
spirito, risiedendovi come in un santuario, traevo dalle nume-

76
rose esistenze nel mondo materiale un sentimento simile a
quello che sentivo sempre, intorno e dentro di me, vicino alle
sue grandi e luminose pupille. Tuttavia non sapevo mai defi-
nire quel sentimento, o analizzarlo, o persino valutarlo in mo-
do costante. A volte lo riconoscevo, fatemelo ripetere, nell’e-
same di una vite in crescita, nella contemplazione di una fale-
na, di una farfalla, di una crisalide, di un flusso d’acqua
corrente. L’ho sentito nell’oceano, nella caduta di una meteo-
ra. L’ho sentito negli sguardi di gente incredibilmente anzia-
na. E ci sono una o due stelle nel cielo (una in particolare, una
stella del sesto ordine di grandezza, doppia e mutevole, che si
trova vicino alla grande stella della Lira) che da un esame al
telescopio mi hanno reso consapevole di quel sentimento. Ne
sono stato riempito grazie ad alcuni suoni provenienti da stru-
menti a corda, e non di rado da estratti di libri. Tra innumere-
voli altri esempi, ricordo bene il passo contenuto in un volu-
me di Joseph Glanvill, che (forse soltanto per la sua stranezza
– chi potrebbe dirlo?) riuscì sempre a ispirarmi il sentimento:
“E la volontà giace in colui che non muore. Chi conosce i mi-
steri della volontà con il suo vigore? Perché Dio è soltanto
una grande volontà che pervade tutte le cose per la natura del
suo proposito. L’uomo non si arrende agli angeli né completa-
mente alla morte, salvato soltanto dalla debolezza della sua fra-
gile volontà”.

Il passare degli anni e una serie di riflessioni successive mi


hanno consentito, infatti, di rintracciare qualche remota con-
nessione fra i passi del moralista inglese e una parte del carat-
tere di Ligeia. Un’intensità nel pensiero, nell’azione, nel lin-
guaggio era forse in lei il risultato, o perlomeno un indizio, di
quella enorme volontà che, durante il nostro lungo rapporto,
non riuscì a dare un’altra e più immediata prova della sua esi-
stenza. Di tutte le donne che ho conosciuto, lei, calma este-

77
riormente, la Ligeia sempre tranquilla, era angosciata più vio-
lentemente dai tumultuosi avvoltoi della severa passione. E
non potevo valutare il tipo di passione, se non dall’ecceziona-
le espansione di quegli occhi che mi dilettavano e turbavano al-
lo stesso tempo, dalla melodia quasi magica, dalla modulazio-
ne, dalla precisione e dalla pacatezza della sua voce profonda,
e dall’intensa energia (resa doppiamente efficace dal contra-
sto con il suo modo di parlare) delle strane parole che diceva
per abitudine.

Ho già parlato della cultura di Ligeia: era immensa – quale


non ho mai visto in una donna. Era molto esperta delle lingue
classiche, e per quanto estesa fosse la mia conoscenza dei mo-
derni dialetti dell’Europa, non l’ho mai sentita sbagliare. A
dir la verità, ho per caso mai colto in fallo Ligeia su un qual-
siasi argomento dell’ammirata, astrusa e tanto erudita Acca-
demia? In che modo eccezionale ed emozionante questa uni-
ca caratteristica nella natura di mia moglie ha attirato la mia
attenzione in quest’ultimo periodo! Ho detto che il suo sape-
re era quale non avevo mai visto in una donna – ma dove vive
l’uomo che ha attraversato con successo tutte le ampie aree del-
le scienze morali, fisiche e matematiche? Allora non vedevo ciò
di cui adesso mi rendo chiaramente conto, cioè che le cono-
scenze di Ligeia erano enormi e sorprendenti; non ero ancora
del tutto consapevole della sua infinita superiorità per rasse-
gnarmi, con ingenua fiducia, alla sua guida attraverso il caoti-
co mondo dell’indagine metafisica, della quale mi occupavo at-
tivamente nei primi anni del nostro matrimonio. Con che im-
menso trionfo, con che intenso piacere, con quanto di ciò che
è etereo nella speranza sentivo, mentre si chinava su di me – oc-
cupato in studi un po’ ricercati, ma poco noti –, che si esten-
deva davanti a me quella piacevole vista, sulle cui strade lun-
ghe, splendide e non battute avrei potuto finalmente cammi-

78
nare fino alla meta della saggezza, troppo divina e preziosa
per non essere proibita.

E quanto intenso deve essere stato il dolore con il quale, do-


po alcuni anni, ho visto le mie aspettative ben fondate mettere
le ali e volar via! Senza Ligeia ero soltanto un bambino igno-
rante che brancolava nel buio. Bastavano la sua presenza e le sue
letture a rendere vividamente luminosi i molti misteri del tra-
scendentalismo nei quali eravamo immersi. Senza il radioso
splendore dei suoi occhi, la letteratura, scintillante e dorata,
diventava più pesante del piombo di Saturno. E ora quegli oc-
chi illuminavano sempre meno di frequente le pagine sulle qua-
li avevo studiato tanto. Ligeia si ammalò. I suoi occhi folli splen-
devano di una brillantezza troppo, troppo gloriosa; le pallide di-
ta divennero di un colore cereo, quasi trasparente, tipico della
morte; e le vene blu sulla nobile fronte si gonfiavano e sgonfia-
vano impetuosamente con l’impeto dell’emozione più dolce.
Capii che doveva morire e lottai disperatamente nello spirito
contro il cupo Azrael. E gli sforzi della mia sposa appassionata
furono, con mio stupore, anche più energici dei miei. Nella
sua rigida natura c’erano molti aspetti che mi portavano a cre-
dere che per lei la morte sarebbe giunta senza terrori; ma non
fu così. Le parole sono impotenti per dare anche solo un’idea
della feroce resistenza con cui lottò contro l’Ombra. Io geme-
vo per l’angoscia alla vista di quel patetico spettacolo. Avrei
voluto darle conforto, avrei voluto farla ragionare; ma nell’in-
tensità del suo desiderio sfrenato di vivere, di vivere, di vivere
soltanto, la consolazione e la ragione erano allo stesso modo il
massimo della follia. Eppure nemmeno nell’ultimo istante, tra
le convulsioni e gli spasmi del suo ardente spirito, la pacatezza
esteriore del suo aspetto fu scossa. La sua voce diventava più
dolce, più bassa – ma non desidero soffermarmi sul folle signi-
ficato delle sue parole dette sommessamente. Il mio cervello

79
vacillava mentre ascoltavo, come in trance, una melodia più
che mortale, supposizioni e aspirazioni che la mortalità non ave-
va mai conosciuto prima d’allora.

Non potevo dubitare che lei mi amasse; mi sarei facilmente


accorto che, in un cuore come il suo, l’amore non avrebbe re-
gnato come una normale passione. Ma soltanto nella morte
fui completamente colpito dalla forza del suo affetto. Per lun-
ghe ore, tenendomi la mano, riversò su di me lo sfogo di un
cuore la cui devozione più che appassionata giunse all’idola-
tria. Come potevo meritarmi di essere così fortunato da rice-
vere tali confessioni? Come potevo meritarmi di essere così ma-
ledetto dall’allontanamento della mia amata proprio nel mo-
mento in cui mi confessava ciò? Ma non riesco a sopportare
di dilungarmi su questo argomento. Fatemi soltanto dire che
nell’abbandono più che femminile di Ligeia a un amore, ahimè,
più che immeritato, più che indegnamente conferito, alla fine
riconobbi il principio del suo desiderio, della sua volontà così
sincera, per la vita che ora stava fuggendo via in modo così ra-
pido. È questo sfrenato desiderio, questo insaziabile impeto
per il desiderio di vita, soltanto di vita, che non ho il potere di
rappresentare – nessuna espressione è in grado di definirlo.

Durante la notte in cui morì, chiamandomi in modo peren-


torio al suo fianco, mi ordinò di ripetere alcuni versi scritti da
lei qualche giorno prima. Le obbedii. Erano questi:

Guarda! È una notte di festa


Tra gli ultimi anni di solitudine!
Una folla di angeli alati, avvolti
In veli e annegati nelle lacrime
Siedono in un teatro, per vedere
Uno spettacolo di speranze e paure,

80
Mentre l’orchestra sussurra in modo incostante
La musica delle sfere.

I mimi, che hanno la forma del Dio supremo,


Mormorano e borbottano piano,
E volano qua e là;
Semplici burattini che vanno e vengono
Su ordine di immense cose informi
Che spostano la scena avanti e indietro,
Sbattendo le loro ali da condor
Invisibile Dolore!

Che dramma variegato! Oh, siate certi


Che non verrà dimenticato!
Con il suo fantasma inseguito per sempre
Da una folla che non lo afferra,
Attraverso un cerchio che torna sempre
Nello stesso punto;
E molta Follia, e ancor più Peccato
E Orrore, l’anima della trama!

Ma vedete, tra la folla di mimi,


Una forma strisciante si intrufola!
Una cosa rosso sangue che si contorce
Fuori della scenica solitudine!
Si contorce! Si contorce! In spasimi mortali
I mimi diventano il suo cibo,
E i serafini piangono ai denti del predatore
Che si tingono di sangue umano.

Spente – spente sono le luci – tutte spente:


E su ogni forma tremante,
Il sipario, un drappo funebre,

81
Cala con il trambusto di una bufera
E gli angeli, tutti pallidi ed esangui,
In rivolta si presentano e affermano
Che l’opera è la tragedia Uomo,
E il suo eroe è il Verme conquistatore.

«O Dio!» quasi urlò Ligeia, balzando in piedi e stendendo


il braccio in alto con un movimento spasmodico, mentre io
portavo a termine queste righe. «O Dio! O Padre Divino! Tut-
to deve finire così? Questo conquistatore non sarà mai scon-
fitto? Non siamo parte integrante di Te? Chi – chi conosce i mi-
steri della volontà con il suo vigore? L’uomo non si arrende agli
angeli né completamente alla morte, salvato soltanto dalla de-
bolezza della sua fragile volontà».

E allora, come se fosse stanca per le emozioni, fece cadere


le sue bianche braccia e ritornò solennemente al suo letto di
morte. E mentre esalava i suoi ultimi respiri, insieme a questi
uscì un lieve mormorio dalle sue labbra. Avvicinai l’orecchio e
distinsi, di nuovo, le parole finali del brano di Glanvill: “L’uo-
mo non si arrende agli angeli né completamente alla morte, sal-
vato soltanto dalla debolezza della sua fragile volontà”.

Così morì: e io, fatto a pezzi dal dolore, non potevo più re-
sistere alla solitaria desolazione della mia casa nella nebbiosa e
decadente città sulle sponde del Reno. Non mi mancava ciò
che il mondo chiama ricchezza. Ligeia mi aveva dato di più,
molto di più, di quanto è dato di solito alla maggior parte degli
uomini. Pertanto, dopo un po’ di mesi di stanco e inutile erra-
re, acquistai e feci alcune riparazioni a un’abbazia, di cui non
farò il nome, in una delle zone più selvagge e meno frequenta-
te della bella Inghilterra. Il tetro e cupo splendore dell’edificio
e l’aspetto quasi selvaggio della tenuta, con le loro malinconiche

82
memorie radicate nel tempo, si trovavano molto d’accordo con
i sentimenti di totale abbandono che mi avevano spinto in quel-
la remota e solitaria regione del paese. Tuttavia, benché all’e-
sterno feci qualche piccola modifica all’abbazia, avvolta dalla
sua decomposizione verdeggiante, mi dedicai soprattutto agli
interni, con una perversione infantile, e forse con una vaga spe-
ranza di alleviare i miei dolori, in uno sfoggio di sfarzi più che
regali. Fin da piccolo avevo la propensione per una follia del ge-
nere, ed essa tornò in me come un intontimento dovuto al do-
lore. Ahimè, avverto come si sarebbe potuto scoprire un prin-
cipio di pazzia nei magnifici e fantastici drappeggi, nelle solen-
ni incisioni egiziane, nelle cornici e nei mobili strani, nella
baraonda di motivi sui tappeti tessuti in oro! Ero diventato
uno schiavo nelle catene dell’oppio, i miei sforzi e ordini ave-
vano preso il colore dei miei sogni. Ma non mi soffermo a elen-
care queste assurdità. Fatemi parlare soltanto di quella came-
ra, per sempre maledetta, dove in un momento di isolamento
mentale, portai all’altare come mia sposa – a succedere alla in-
dimenticata Ligeia – lady Rowena Trevanion di Tremaine, dai
capelli biondi e dagli occhi azzurri.

Non c’è una singola parte dell’architettura e della decora-


zione di quella camera matrimoniale che non sia ben chiara nel-
la mia mente. Dov’era l’altera famiglia della sposa, quando, per
sete di oro, permise a una fanciulla, una figlia tanto amata, di
superare la soglia di una stanza così stranamente decorata?
Ho detto che ricordo minuziosamente i dettagli della camera
– però purtroppo sono smemorato su argomenti di profonda
importanza; e in quel lusso fantastico non c’era alcun metodo,
alcun ordine che potesse rimanere impresso nella memoria.
La stanza si trovava in un’alta torre dell’abbazia merlata, era
di forma pentagonale e molto grande. L’intera facciata sud del
pentagono era occupata da un’unica finestra – un immenso

83
pannello di cristallo proveniente da Venezia, un singolo vetro
di tonalità plumbea in modo che la luce del sole e della luna
passasse attraverso di esso, ricadendo con un’agghiacciante
lucentezza sugli oggetti all’interno. Sulla parte superiore di
questa immensa finestra si estendeva l’intrico di una vecchia vi-
te che risaliva le solide pareti della torre. Il soffitto, di quercia
scura, era troppo alto, a volta, e intagliato in modo elaborato
con i più bizzarri e grotteschi esempi di una tecnica a metà tra
il Gotico e il Druidico. Dalla parte centrale di questa malinco-
nica volta pendeva, da una singola catena d’oro con lunghi
anelli, un enorme incensiere dello stesso metallo, di modello sa-
raceno, e con molte perforazioni così innaturali, tra le quali si
contorcevano, come se fossero dotate della vitalità di un ser-
pente, una continua successione di fiamme multicolori.

Qua e là vi erano alcuni divani e candelabri d’oro, di forma


orientale; e c’era anche il letto – il letto matrimoniale – di mo-
dello indiano, basso e scolpito in solido ebano, con una coper-
tura simile a un drappo funebre. In ogni angolo della camera si
alzavano dei grandi sarcofagi di granito nero, dalle tombe dei
re di Luxor, con gli antichi coperchi pieni di remote sculture.
Ma, ahimè, la principale fantasia era nelle tende della stanza! Le
nobili pareti, altissime – addirittura sproporzionate – erano ri-
coperte da cima a fondo da una tappezzeria pesante e massic-
cia con grandi pieghe – tappezzeria di un materiale che era si-
mile alla moquette sul pavimento, alla copertura dei divani e dei
letti d’ebano, al baldacchino del letto e alle splendide volute del-
le tende che ombreggiavano in parte la finestra. Era una stoffa
ricchissima d’oro, punteggiata qua e là, con intervalli irregola-
ri, da figure arabesche, del diametro di circa trenta centimetri,
lavorate sul tessuto in disegni del nero più intenso. Ma queste
figure condividevano il vero carattere dell’arabesco solo quan-
do venivano osservate da un unico punto di vista. Grazie a uno

84
stratagemma adesso molto in voga, ma attribuibile a un perio-
do davvero remoto dell’antichità, esse erano state rese mute-
voli alla vista. Per qualcuno che entrava nella stanza, sembra-
vano avere l’aspetto di semplici mostruosità; ma avanzando
appena, questo aspetto svaniva gradualmente; e, passo dopo
passo, mentre il visitatore si spostava nella camera, si trovava
circondato da un’infinita successione di figure spettrali che ap-
partengono alla superstizione dei Normanni o si manifestano
nei sogni colpevoli dei monaci. L’effetto fantasmagorico era
ancor più amplificato dall’introduzione artificiale di una conti-
nua corrente di vento forte dietro ai drappeggi, che dava al tut-
to un’animazione paurosa e inquietante.

In una sala del genere – in una camera matrimoniale come


questa – passai, con la signora di Tremaine, le sconsacrate ore
del primo mese di matrimonio, trascorse con molta ansia. Non
potevo fare a meno di accorgermi che mia moglie temesse la
violenza del mio umore mutevole, che mi evitasse e mi amasse
poco; ma ciò mi dava più piacere che altro. La detestavo con
un odio che apparteneva più a un demone che a un uomo. La
mia memoria tornava (oh, con quale intensità di rimpianto!) a
Ligeia, l’amata, l’augusta, la bella, la sepolta. Gioivo ai ricordi
della sua purezza, della sua saggezza, della sua nobile ed ete-
rea natura, del suo amore appassionato e idolatra. Allora il
mio spirito bruciava completamente di una fiamma più ar-
dente della sua. Nella frenesia dei miei sogni causati dall’op-
pio (poiché ero abitualmente incatenato alla droga), gridavo
forte il suo nome nel silenzio della notte o di giorno, tra gli
ombrosi recessi delle valli, come se, nello slancio selvaggio, con
la passione solenne, con l’intenso ardore del mio desiderio
per la defunta, avessi potuto riportarla sul sentiero che aveva
abbandonato – ah, poteva essere per sempre? – sulla terra.

85
Circa all’inizio del secondo mese di matrimonio, lady Rowe-
na fu aggredita da un’improvvisa malattia, dalla quale guarì
molto lentamente. La febbre, che la distruggeva, rendeva in-
quiete le sue notti; e nello stato agitato del dormiveglia parla-
va di rumori e di movimenti qua e là nella stanza della torre, che
io decretai provenissero dal turbamento della sua fantasia o,
forse, alle fantasmagoriche influenze della stanza stessa. Infi-
ne entrò in convalescenza e finalmente guarì. Tuttavia una se-
conda malattia, più violenta, la gettò di nuovo in un mare di
sofferenze; e da questa aggressione, la sua costituzione, da sem-
pre debole, non si riprese più del tutto. Da quel momento le
sue malattie furono di natura allarmante e di più allarmante
ricorrenza, tanto che sfidavano le conoscenze e i grandi sforzi
dei suoi medici. Con l’aumentare della malattia cronica, che,
a quanto pare, si era appropriata del suo corpo a tal punto da
non poter essere debellata da strumenti umani, non riuscivo a
non notare un analogo aumento del nervosismo nel suo tem-
peramento e dell’irrequietezza rispetto a paure assai banali.
Parlò di nuovo, e in modo più frequente e ostinato, dei rumo-
ri – dei leggeri rumori – e degli insoliti movimenti tra i pan-
neggi, ai quali aveva già accennato.

Una notte, verso la fine di settembre, spinse alla mia atten-


zione questo angosciante argomento con un’enfasi maggiore
del solito. Si era appena svegliata da un sonno irrequieto, io sta-
vo osservando, con sentimenti a metà tra l’ansia e il vago ter-
rore, i movimenti del suo volto emaciato. Ero seduto accanto
al letto d’ebano, su uno dei divani indiani. Lei si mise quasi
seduta e parlò, in un pressante sussurro, dei rumori che aveva
sentito, ma che io non potevo udire, e dei movimenti che ave-
va visto, ma che io non potevo percepire. Il vento sfrecciava ve-
loce dietro alle tappezzerie e speravo di mostrarle (cosa che, fa-
temelo confessare, non potevo del tutto credere) che quei so-

86
spiri quasi inarticolati e quelle dolci oscillazioni delle figure sul-
la parete non erano che gli effetti naturali della solita corrente
d’aria. Ma un pallore mortale, che ricoprì il suo viso, rivelò
che i miei sforzi nel rassicurarla sarebbero stati inutili. Sem-
brava stesse per svenire e non c’era nessun domestico nelle vi-
cinanze. Ricordai dove era stata messa una bottiglia di vino leg-
gero che le era stato prescritto dai suoi medici, e corsi dall’al-
tra parte della stanza a prenderlo. Ma, mentre passavo sotto la
luce dell’incensiere, due circostanze di natura sorprendente
catturarono la mia attenzione. Avevo sentito un oggetto pal-
pabile, anche se non visibile, passare delicatamente vicino a
me; e vidi sul tappeto d’oro, al centro dell’intensa luce prove-
niente dall’incensiere, un’ombra – un’ombra vaga, indefinita,
con un aspetto angelico – quale potrebbe essere immaginata
l’ombra di un’ombra. Ero però agitato a causa di un’eccessiva
dose di oppio e prestai poca attenzione a queste cose, tanto che
non dissi nulla a Rowena. Trovato il vino, riattraversai la stan-
za e riempii un calice che portai alle labbra della donna quasi
svenuta. Si era in parte ripresa e afferrò da sola il bicchiere,
mentre io sprofondai su un divano vicino, con lo sguardo fis-
so su di lei. Fu allora che mi accorsi chiaramente di un legge-
ro rumore di passi sul tappeto accanto al letto; e, poco dopo,
mentre Rowena portava il bicchiere alle labbra, vidi, o forse
ho sognato ciò che ho visto, cadere nel bicchiere, come da
un’invisibile sorgente nell’atmosfera della stanza, tre o quat-
tro grandi gocce di un liquido brillante, rosso vivo. Se è vero
che vidi questo, Rowena non se ne accorse. Bevve il vino sen-
za esitazione ed evitai di parlarle di una cosa che, dopotutto,
considerai, doveva essere stata soltanto la suggestione di una
vivida immaginazione, resa morbosamente reale dai terrori del-
la donna, dall’oppio e dall’ora.

87
Tuttavia non posso nascondere a me stesso che, subito do-
po la caduta delle gocce rosse, avvenne un rapido peggiora-
mento della malattia di mia moglie; tanto che, durante la terza
notte, i domestici la prepararono alla sepoltura e, durante la
quarta, sedevo da solo, con il suo corpo coperto dal sudario,
in quella stanza fantastica che l’aveva accolta come mia sposa.
Folli visioni, generate dall’oppio, schizzavano davanti a me
come ombre. Con sguardo fisso e inquieto osservavo i sarco-
fagi agli angoli della stanza, le mutevoli figure del drappeggio
e il contorcimento delle fiamme variopinte dell’incensiere in al-
to. Poi, quando mi tornarono in mente le circostanze di po-
che notti prima, il mio sguardo si posò sul punto sotto la luce
dell’incensiere dove avevo visto le vaghe tracce dell’ombra. Ma
l’ombra non c’era più; e respirando con maggior sollievo, spo-
stai lo sguardo sulla pallida e rigida figura nel letto. Allora si
riversarono su di me mille ricordi di Ligeia e tornò nel mio cuo-
re, con la tumultuosa violenza di un fiume, l’indicibile dolore
con cui avevo salutato lei, avvolta nel sudario. Passò la notte;
e ancora, con il cuore pieno di pensieri tristi rivolti all’unica e
suprema amata, rimanevo a fissare il corpo di Rowena.

Poteva essere mezzanotte, forse un po’ prima, o forse un po’


dopo, poiché non avevo fatto caso al tempo, quando un sin-
ghiozzo, basso, delicato, ma molto chiaro, mi colse di sorpre-
sa nel mio fantasticare. Sentii che proveniva dal letto d’ebano
– il letto di morte. Ascoltai in un’agonia di superstizioso ter-
rore – ma non vi fu altro suono. Sforzai la vista per notare un
qualche movimento nel cadavere – ma non c’era niente di per-
cettibile. Tuttavia non potevo essermi ingannato. Avevo senti-
to il rumore, anche se debole, ed ero pienamente cosciente.
Con risolutezza e perseveranza mi concentrai sul corpo. Pas-
sarono molti minuti prima che accadesse qualcosa che facesse
luce sul mistero. Finalmente divenne evidente che una legge-

88
ra sfumatura di colore, molto debole e a malapena visibile, ar-
rossì le guance e le infossate venuzze delle palpebre. In una
specie di indicibile orrore e stupore, per cui il linguaggio dei
mortali non possiede un’espressione sufficientemente energi-
ca, sentii il mio cuore smettere di battere e le membra irrigi-
dirsi. Tuttavia, alla fine, il senso del dovere riuscì a farmi ri-
prendere possesso di me. Non potevo più dubitare che fossi-
mo stati avventati nei nostri preparativi, poiché Rowena era
ancora viva. Era necessario far subito qualche tentativo; però
la torre era completamente separata dalle parti dell’abbazia oc-
cupate dalla servitù – non c’era nessuno nelle vicinanze –, non
avevo modo di chiamarli in mio aiuto senza lasciare la stanza
per parecchi minuti e non potevo rischiare di farlo. Quindi
lottai da solo nell’impresa di richiamare lo spirito che ancora
volteggiava. Dopo un po’ era certo, comunque, che c’era stata
una ricaduta; il colore sparì sia dalle palpebre che dalle guan-
ce, lasciando un pallore ancor più intenso di quello del marmo;
le labbra si seccarono e si strinsero nell’agghiacciante espres-
sione della morte; un freddo ripugnante e viscoso si estese ra-
pidamente su tutto il corpo; e subito sopravvenne la tipica ri-
gidità dei morti. Ricaddi con un brivido sul divano, dal quale
ero stato attratto in modo impressionante, e di nuovo mi arre-
si alle appassionati visioni diurne di Ligeia.

Così trascorse un’ora, quando (com’è possibile?) per la se-


conda volta mi accorsi di qualche indistinto rumore prove-
niente dalla parte del letto. Preso dal panico, ascoltai. Il rumo-
re giunse di nuovo – era un sospiro. Mi precipitai verso il ca-
davere, vidi – vidi chiaramente – un fremito sulle labbra. Un
minuto dopo si rilassarono, rivelando l’arcata luminosa dei den-
ti. Allora la meraviglia lottò nel mio petto contro il profondo
timore, che aveva regnato fino a quel momento. Sentivo che la
mia vista si annebbiava e la ragione si oscurava; e fu soltanto gra-

89
zie a un grande sforzo che alla fine mi apprestai coraggiosa-
mente a compiere il compito che il senso del dovere mi aveva
suggerito ancora una volta. Ora c’era un parziale rossore sulla
fronte, sulle guance e sulla gola; un calore percettibile si era
diffuso in tutto il corpo; c’era anche una debole pulsazione del
cuore. La donna era viva; e con un entusiasmo più grande mi
impegnai a riportarla in un buono stato. Sfregai e bagnai le
tempie e le mani e feci ogni sforzo che l’esperienza, non le let-
ture di medicina, potevano suggerirmi. Ma invano. Improvvi-
samente, il colore scomparve, il battito cessò, le labbra riprese-
ro l’espressione della morte e, un istante dopo, l’intero corpo
riacquistò la gelida freddezza, il colorito bluastro, l’intensa ri-
gidità, il profilo scavato e tutte le ripugnanti caratteristiche di
quello che è stato, per molti giorni, un abitante della tomba.

Sprofondai di nuovo nelle visioni di Ligeia – e di nuovo


(quale meraviglia mi fa rabbrividire mentre scrivo?), di nuovo
arrivò al mio orecchio un debole sussurro dal letto d’ebano. Ma
perché dovrei descrivere in modo meticoloso i grandi orrori
di quella notte? Perché dovrei fermarmi a raccontare come,
ripetutamente, fino all’alba, andò avanti questo spaventoso
dramma della rinascita; come ogni tremenda ricaduta era sol-
tanto una morte più rigida e apparentemente più irrimediabi-
le; come ogni sofferenza aveva l’aspetto di una lotta contro un
nemico invisibile; e come ogni lotta era seguita da non so qua-
le strano cambiamento nell’aspetto fisico del cadavere? Fatemi
giungere in fretta a una conclusione.

La maggior parte della terribile notte era trascorsa, e lei, che


era morta più volte, si mosse di nuovo – e ora in modo più ener-
gico, sebbene stesse passando dalla dissoluzione più spaven-
tosa alla sua natura definitiva. Avevo smesso da un po’ di lot-
tare o di muovermi e rimasi immobile sul divano, debole pre-

90
da di un turbine di emozioni violente, tra le quali l’estremo stu-
pore era forse la meno terribile, la meno divorante. Il cadave-
re, ripeto, si mosse e ora in modo più energico delle volte pre-
cedenti. I colori ravvivavano con inconsueta energia l’espres-
sione del viso – le membra erano rilassate – e, escluso il fatto
che le palpebre erano ancora serrate e le bende e i drappeggi
funerari davano un carattere sepolcrale alla figura, potrei aver
sognato che Rowena si fosse del tutto liberata dalle catene del-
la Morte. Ma se anche allora non potevo accettare questa idea,
non potei più dubitare quando, alzatasi dal letto, vacillando,
la cosa avvolta nei veli avanzava in modo evidente verso il cen-
tro della stanza con deboli passi, gli occhi chiusi e l’atteggia-
mento di chi è confuso in un sogno.

Non tremai e non mi mossi poiché, affluendo velocemente al


mio cervello, una moltitudine di indicibili fantasie connesse con
l’aspetto, la statura e l’atteggiamento della figura, mi avevano re-
so immobile e freddo come una pietra. Non mi mossi, ma con-
templai l’apparizione. C’era un disordine assurdo nei miei pen-
sieri – un implacabile tumulto. Poteva essere davvero la Rowe-
na vivente colei che mi stava davanti? Poteva essere davvero
Rowena, lady Rowena Trevanion di Tremaine, dai capelli bion-
di e dagli occhi azzurri? Perché, perché dubitavo? La benda
legava la bocca, ma non poteva dunque essere la bocca della
vivente signora di Tremaine? E le guance – rosee come nell’a-
pice della vita – sì, queste potevano essere davvero le belle guan-
ce della vivente signora di Tremaine. E il mento, con le sue fos-
sette, come quando era sana, non poteva essere il suo? Ma era
dunque diventata più alta durante la malattia? Quale indicibi-
le pazzia mi colse a quel pensiero? Un salto ed ero giunto ai
suoi piedi! Scostandosi al mio tocco, fece cadere dalla sua te-
sta il terrificante drappo funebre che l’avvolgeva ed ecco uscir
fuori nella turbinante atmosfera della stanza un’enorme massa

91
di lunghi capelli arruffati; erano più neri delle ali di un corvo.
Allora lentamente si aprirono gli occhi della figura che stava di
fronte a me. «Ecco, finalmente!» gridai ad alta voce. «Non po-
trei mai… mai, sbagliarmi: questi sono gli intensi occhi, neri e
selvaggi, del mio amore perduto… di lady… di lady Ligeia!».

92
Il risciò fantasma

di Rudyard Kipling
Che gli incubi non turbino il mio riposo.
E Oscure Potenze non mi tormentino!
INNO DELLA SERA

Tra i pochi vantaggi offerti dall’India rispetto all’Inghilterra,


vi è la grande facilità con la quale si possono conoscere nuove
persone. In cinque anni di servizio, un uomo finisce per cono-
scere, direttamente o indirettamente, i due o trecento funzio-
nari della sua provincia, tutti gli ufficiali di dieci o dodici reg-
gimenti e batterie, e circa altre millecinquecento persone che
non appartengono alla casta ufficiale. In dieci anni, tali nume-
ri raddoppiano, e in venti egli conoscerà all’incirca tutti gli in-
glesi dell’Impero e potrà viaggiare in lungo e in largo senza
dover ricorrere ad alberghi.
I turisti che vedono il divertimento come un loro diritto,
hanno, per lontano che risalgano i miei ricordi, smussato l’o-
spitalità propria del popolo indiano; tuttavia anche oggi, se si
appartiene a una “cerchia ristretta” e non si è né un orso né una
pecora nera, tutte le case sono aperte e il piccolo mondo è pie-
no di cortesie e di premure.
Rickett di Kamartha, quindici anni fa circa, fu ospite di
Polder di Kumaon. Voleva fermarsi soltanto due notti, ma si
prese una brutta febbre reumatica e restò per sei settimane,

95
creò confusione tra gli affari di Polder, interrompendone l’at-
tività, e quasi morì nel suo letto. Polder si comporta bene co-
me se avesse contratto un debito inestinguibile verso Rickett
inviando ogni anno regali e giocattoli ai figli dell’uomo. Acca-
de sempre così. Gli uomini che non si prendono il disturbo di
nascondervi che vi reputano un asino incompetente e le don-
ne che rovinano la vostra reputazione e fraintendono le di-
strazioni di vostra moglie, si faranno in quattro per venirvi in
aiuto, se vi ammalate o vi succede qualcosa di grave.
Il dottor Heatherlegh, oltre al suo studio, aveva una clinica
privata, che i suoi amici definivano scherzosamente “una com-
posizione di scatole cadenti per incurabili”, ma in realtà era
una sorta di capannone per riparare le barche danneggiate dal
tempo cattivo. Il clima dell’India è spesso torrido e, dal mo-
mento che la somma dei mattoni rimane sempre uguale e l’u-
nica libertà permessa consiste nel fare gli straordinari a lavoro
senza ricevere un ringraziamento per compenso, così spesso gli
uomini si stancano e diventano confusi come le metafore in
questa frase.
Heatherlegh è il più cortese dottore che mai vi sia stato e la
sua invariabile prescrizione a tutti i pazienti è: «Dorma con la
testa bassa, cammini lentamente e stia al fresco». Egli sostiene
che l’importanza di questo mondo non giustifica il fatto che la
maggior parte degli uomini muore per il troppo lavoro e af-
ferma che proprio l’eccesso di lavoro uccise Pansay, che morì
fra le sue braccia tre anni prima. Naturalmente egli ha le com-
petenze per parlare e ride alla mia teoria secondo cui Pansay
aveva una fessura nella testa e qualche influsso del Mondo Te-
nebroso passò attraverso quella crepa facendolo morire. «Pan-
say se ne andò di testa dopo lo stimolo di una lunga licenza in
patria!» dice Heatherlegh. «Forse si è comportato da mascal-
zone nei riguardi della signora Keith-Wessington, o forse no.
La mia opinione è che l’eccesso di lavoro a Katabundi lo di-

96
strusse, lo rese pensieroso e gli fece dare troppa importanza a
un comunissimo flirt sulla crociera P. & O. Quello che è certo
è che era fidanzato con la signorina Mannering e che fu lei
stessa a rompere il vincolo. Poi Pansay si prese le febbri e co-
minciarono in lui tutte quelle visioni di fantasmi. L’eccesso di
lavoro causò la malattia, la aggravò e finì per uccidere quel
povero diavolo. Bisogna dar la colpa al sistema: un solo uomo
fa il lavoro di due uomini e mezzo!».
Io non ci credo. Mi accadeva spesso di sedermi insieme a
Pansay, quando Heatherlegh era chiamato da qualche pazien-
te e io avevo del tempo libero. Il poverino mi rendeva triste
descrivendo con la sua voce fioca e monotona la processione
che continuava a sfilare ai piedi del suo letto. Aveva una pa-
dronanza del linguaggio tipica dei malati. Quando si sentì me-
glio, gli suggerii di scrivere tutta la sua storia, sapendo che
l’inchiostro sarebbe servito a distrarlo. Quando i bambini im-
parano una nuova parolaccia, non sono felici finché non la scri-
vono con il gesso su una porta. E anche questo è letteratura.
Era in preda a una febbre violenta quando si mise a scrive-
re e lo stile melodrammatico di cui si servì non lo calmò di
certo. Due mesi dopo, fu giudicato idoneo al lavoro; ma, seb-
bene la sua opera fosse necessaria per aiutare una commissio-
ne a corto di personale in difficoltà per un deficit, egli preferì
morire, giurando fino all’ultimo di essere posseduto da fanta-
smi. Mi consegnò il manoscritto prima di morire e questa è la
versione della sua storia, datata 1885, così come la scrisse:
Il mio dottore mi ha consigliato di riposarmi e cambiare
aria. Non è improbabile che io possa avere l’uno e l’altro tra non
molto… un riposo che niente e nessuno potrebbero turbare, e
un cambiamento d’aria ben superiore a quello che potrebbe
darmi un piroscafo in partenza per l’Inghilterra. Nel frattem-
po ho deciso di rimanere dove sono e di confidare le mie pene
all’universo intero, in piena sfida e contraddizione con gli or-

97
dini del mio medico. Che tutti apprendano la natura precisa
della mia malattia e possano giudicare se mai essere umano, su
questa stanca terra, sia stato tormentato quanto me.
Sto parlando come un condannato a morte che abbia il lac-
cio già al collo, e il mio racconto merita ogni sorta d’attenzio-
ne, per fantastico e orribile che possa apparire. Escludo com-
pletamente che qualcuno lo consideri veritiero. Due mesi fa, io
stesso avrei considerato pazzo o ubriaco l’uomo che avesse osa-
to raccontarmi una cosa del genere. Due mesi fa ero l’uomo
più felice dell’India. Oggi, da Peshawur fino al mare, non c’è
persona più infelice di me. Il mio medico curante e io siamo i so-
li a saperlo. Lui spiega il mio caso dicendo che si tratta di leggeri
disturbi cerebrali, digestivi e visivi, che darebbero origine a que-
ste mie frequenti e persistenti “allucinazioni”… Allucinazioni!
Proprio così! Per me è uno sciocco, ma egli continua a curar-
mi con lo stesso infaticabile sorriso, con le solite maniere piene
di dolcezza professionale e con le solite basette rosse ben cura-
te, tanto che comincio a temere di essere un invalido ingrato e
di pessimo carattere. Ma saranno gli altri a giudicare.
Tre anni fa, la mia fortuna, o meglio la mia sfortuna, volle
che, tornando in India da una lunga licenza, facessi il viaggio
da Gravesend a Bombay insieme ad Agnes Keith-Wessington,
moglie di un ufficiale residente nei pressi di Bombay. Poco può
interessare alla gente sapere che razza di donna fosse, basta che
io dica come, prima della fine del viaggio, ci eravamo perdu-
tamente e irrazionalmente innamorati. Dio solo sa che oggi
posso affermare ciò senza un briciolo di vanità! In questioni del
genere c’è sempre uno che dà e un altro che riceve. Fin dal
primo giorno della nostra fatale relazione mi resi conto che la
passione di Agnes era più profonda che dominante e – se pos-
so usare il termine – più pura della mia. Non so se anche lei se
ne accorgesse, allora, ma alla fine entrambi ne avemmo l’ama-
ra certezza.

98
Arrivati a Bombay in primavera, andammo ognuno per la
propria strada senza vederci per tre o quattro mesi, finché la mia
licenza e il suo amore ci fecero ritrovare a Simla, dove passam-
mo la stagione insieme. Il mio miserabile amore si consumò
come un fuoco di paglia, e si spense alla fine dell’anno. Non cer-
co di scusarmi, né pretendo di discolparmi. La signora Wes-
sington aveva già rinunciato a molto per me ed era pronta a ri-
nunciare a tutto. Nell’agosto del 1882, apprese dalle mie stesse
labbra che ero nauseato dalla sua presenza, stanco della sua
compagnia e stufo di sentire il suono della sua voce. Il novan-
tanove per cento delle donne si sarebbe stancato di me, come
io di loro, e di queste il settantacinque per cento si sarebbe af-
frettato a vendicarsi, seducendo in modo indiscreto altri uomi-
ni. La signora Wessington, fu proprio la centesima. Con lei né
l’antipatia apertamente espressa né la tagliente brutalità da me
usate nei nostri appuntamenti ebbero il minimo effetto.
«Jack, tesoro!» tubava continuamente. «Sono certa che è tut-
to un malinteso – un terribile malinteso; e un giorno torneremo
ottimi amici come prima. Ti supplico, caro Jack, perdonami».
Ero io ad aver torto, e lo sapevo, ma saperlo valse solo a
trasformare la mia pietà in resistenza passiva e infine in odio
cieco – lo stesso istinto che ci porta a calpestare ferocemente
il ragno che avevamo ucciso solo a metà. E con questo odio
nel cuore si chiudeva la stagione del 1882.
L’anno seguente ci ritrovammo di nuovo a Simla, lei con la
sua faccia monotona e i suoi timidi tentativi di riconciliazione,
io con l’odio che provavo per lei in ogni fibra del mio corpo.
Varie volte non riuscii a evitare di incontrarla da sola, e in ogni
occasione disse sempre le stesse parole: ancora l’irragionevole
lamento che fosse tutto un “malinteso” e ancora la folle spe-
ranza di “tornare amici” prima o poi.
Se mi fossi preoccupato al punto di osservarla, mi sarei ac-
corto che era solo questa speranza a tenerla in vita. Diventava

99
ogni mese più pallida e magra. Concorderete, almeno, che un
comportamento del genere avrebbe condotto chiunque alla di-
sperazione. Era ingiusto, puerile, indegno di una donna. So-
stengo che meritava tutto il mio biasimo. Eppure, a volte, du-
rante le nere notti di febbre, mi sono chiesto se non avrei do-
vuto mostrarmi più gentile con lei. Ma questa era davvero
un’“allucinazione”. Non avrei potuto continuare a fingere di
amarla quando non l’amavo più, non è vero? Sarebbe stato
ingiusto per entrambi!
L’anno scorso ci incontrammo ancora, ma i nostri rapporti
non cambiarono. Le stesse invocazioni disperate e le stesse ri-
sposte secche dalle mie labbra. Alla fine decisi di farle vedere
quanto fossero errati e senza speranza i suoi tentativi di ri-
prendere il vecchio rapporto. La stagione si andava inoltran-
do e ci fu una rottura tra noi – anzi, lei aveva difficoltà a in-
contrarmi e io avevo molti altri interessi più stimolanti.
Quando penso tranquillamente a tutto ciò nella mia came-
retta di malato, la stagione del 1884 mi appare come un incu-
bo confuso dove luci e ombre si mescolano in modo incredi-
bile: la corte che facevo alla piccola Kitty Mannering; le mie
speranze, le mie paure, i miei dubbi; le nostre lunghe cavalca-
te insieme; la tremolante dichiarazione d’amore; la sua rispo-
sta; e, qua e là, la visione di un volto pallido che si affacciava dal
risciò, con i jhampanies dalle livree bianche e nere che un tem-
po aspettavo con entusiasmo; il cenno di saluto della manina
guantata della signora Wessington; e le rare volte in cui mi in-
contrava da solo, la snervante monotonia delle sue implora-
zioni. Amavo Kitty Mannering; l’amavo sinceramente, con
tutto il cuore, e con l’amore per lei cresceva l’odio per Agnes.
In agosto io e Kitty ci fidanzammo. Il giorno dopo incontrai
quel dannato risciò alle spalle di Jakko e, mosso da un passeg-
gero sentimento di pietà, mi fermai per annunciare l’avveni-
mento alla signora Wessington. Era già al corrente di tutto.

100
«Dunque ho appreso che ti sei fidanzato, Jack caro». Poi,
senza una pausa: «Ma sono certa che è tutto un malinteso, un
terribile malinteso. Un giorno torneremo buoni amici come
prima, Jack caro».
La mia risposta avrebbe fatto trasalire anche un uomo.
Colpì in pieno la moribonda che mi stava davanti, come una
frustata. «Ti supplico, Jack, perdonami… Non volevo farti ar-
rabbiare; ma è la verità, la pura verità».
E questo segnò il crollo della signora Wessington. Mi allon-
tanai e la lasciai finire da sola la sua passeggiata, non senza pro-
vare l’impressione per un minuto o due di essere stato una in-
dicibile carogna. Mi voltai e vidi che aveva fatto cambiare dire-
zione al suo risciò, presumo con la speranza di raggiungermi.
La scena e i luoghi sono rimasti come fotografati nella mia
memoria. Il cielo spazzato dalla pioggia (eravamo alla fine del-
la stagione umida), i pini foschi e fradici, la strada fangosa, i
pendii nerastri spaccati in due, formavano uno sfondo cupo
su cui risaltavano chiaramente le livree bianche e nere dei jham-
panies, i pannelli gialli del risciò e la testa bionda e reclinata del-
la signora Wessington, che stringeva nella mano sinistra il faz-
zoletto e si abbandonava esausta sui cuscini. Feci girare il ca-
vallo in un sentiero laterale presso il serbatoio di Sanjowlie, e
fuggii letteralmente! Una volta mi sembrò di udire un debole
richiamo: «Jack!». Ma forse era dovuto alla mia immaginazio-
ne. Non mi fermai per accertarmene. Dieci minuti dopo mi
incontrai con Kitty, anche lei a cavallo, e, per il piacere di una
lunga passeggiata con lei, dimenticai rapidamente l’incontro.
Una settimana dopo, la signora Wessington morì, e l’ine-
sprimibile fardello della sua esistenza fu tolto dalla mia vita.
Tornai felicissimo in pianura. In meno di tre mesi mi sarei com-
pletamente dimenticato di lei, se non avessi trovato ogni tanto
qualche sua lettera che mi ricordava sgradevolmente la passa-
ta relazione. Per gennaio avevo finito di dissotterrare tutto ciò

101
che restava della nostra corrispondenza sparsa tra le mie cose
in disordine e l’avevo bruciata. All’inizio di aprile di quel me-
desimo anno 1885, mi trovavo di nuovo a Simla, una Simla se-
mideserta, ed ero completamente preso da lunghe chiacchie-
rate e passeggiate romantiche con Kitty. Decidemmo di spo-
sarci alla fine di giugno. Tutti comprenderanno quindi, che,
amando così profondamente la mia Kitty, mi ritenessi in quel
momento, l’uomo più felice dell’India.
Passarono così quattordici giorni piacevolissimi, senza qua-
si che me ne rendessi conto; poi, richiamato al rispetto delle
convenzioni che si impongono in tali occasioni, feci presente
a Kitty che un anello di fidanzamento sarebbe stato il segno
visibile della sua condizione di fidanzata; e perciò doveva ve-
nire con me da Hamilton, dove ne avrebbe misurato uno. Fi-
no a quel momento, ve lo giuro, ci eravamo dimenticati di un
particolare così banale. Il 15 aprile 1885 ci recammo dunque
da Hamilton. Si tenga presente che allora, qualunque cosa pos-
sa sostenere in contrario il mio dottore, io ero perfettamente sa-
no, con una mente bene equilibrata e con lo spirito del tutto
tranquillo. Io e Kitty entrammo nella bottega di Hamilton e lì,
senza preoccuparmi dei clienti, feci misurare a Kitty un anello
alla presenza del divertito commesso. L’anello aveva uno zaf-
firo e due diamanti. Quindi discendemmo a cavallo il pendio
che conduce al ponte di Combermere e al negozio Peliti.
Mentre il mio cavallo gallese avanzava prudentemente sui
ciottoli mobili e Kitty chiacchierava e rideva al mio fianco, men-
tre tutta Simla – la maggior parte degli abitanti veniva dalla pia-
nura – si riuniva nella libreria e sulla veranda di Peliti, ebbi l’im-
pressione che qualcuno mi chiamasse per nome da una distan-
za apparentemente enorme. Mi colpì il fatto che avevo già sentito
quella voce, senza però ricordare dove e quando. Nel breve tem-
po che mi occorse per coprire la distanza tra il negozio di Ha-
milton e il ponte di Combermere, pensai fosse stato qualcuno tra

102
quella mezza dozzina di persone che incontrai, ma infine mi
persuasi che mi dovevano aver fischiato le orecchie. Proprio di
fronte a Peliti, il mio sguardo venne attratto dalla vista di quat-
tro jhampanies in livree bianche e nere, che tiravano un risciò
dai pannelli gialli. Immediatamente il mio pensiero, con irrita-
zione e disgusto, corse indietro nel tempo fino alla passata sta-
gione e alla signora Wessington. Non bastava dunque che la don-
na fosse morta e sepolta: adesso i suoi portatori bianchi e neri do-
vevano ricomparire per rovinarmi la gioia di quella giornata?
Chiunque fosse la persona che li aveva assunti al suo servizio, ero
deciso ad affrontarla e a chiederle come un favore personale di
cambiare la livrea di quei jhampanies; ero disposto ad assumer-
li io stesso, se necessario, e a comprare le loro livree a peso d’o-
ro! È impossibile che riesca a rendere qui il flusso di ricordi spia-
cevoli che aveva evocato quella presenza.
«Kitty!» gridai. «Sono ricomparsi un’altra volta i jhampa-
nies della povera signora Wessington! Chi mai potrà averli pre-
si al suo servizio?».
Kitty aveva conosciuto appena la signora Wessington du-
rante la passata stagione, ma si era molto interessata a quella
donna malaticcia.
«Come? Dove?» chiese. «Non li vedo da nessuna parte!».
Proprio mentre parlò, il suo cavallo fece uno scatto per evi-
tare una mula pesantemente carica e si gettò addosso al risciò
che veniva innanzi. Ebbi appena il tempo di lanciarle una pa-
rola di avvertimento, che, con mio indicibile orrore, lei e il ca-
vallo erano passati attraverso gli uomini e il risciò, proprio co-
me se fossero fatti d’aria!
«Che c’è?» mi gridò Kitty. «Perché mi hai lanciato quel gri-
do angosciato, Jack? Anche se sono fidanzata, non voglio che
tutti lo sappiano! Vi era spazio più che sufficiente tra la mula
e la veranda; e poi, se si immaginasse che non so andare a ca-
vallo… Guarda!».

103
Dopo di che, la testarda Kitty ripartì al galoppo, rigettan-
do indietro la graziosa testolina, in direzione del chiosco per
la musica, aspettandosi, come mi disse più tardi, che l’avrei
seguita. Che stava succedendo? Nulla, a dir la verità. O ero
pazzo o ubriaco, oppure Simla era infestata da fantasmi! Trat-
tenni il mio cavallino impaziente e girai di colpo. Anche il ri-
sciò aveva svoltato e ora mi stava di fronte, vicino al parapetto
di sinistra del ponte di Combermere.
«Jack! Jack, tesoro!» (questa volta non c’era alcun frain-
tendimento delle parole: esse risuonavano nella mia testa come
se mi fossero gridate all’orecchio). «C’è un terribile malinte-
so, ne sono sicura! Ti supplico, perdonami, Jack, e lascia che
torniamo amici come prima!».
La cappotta del risciò si era rovesciata indietro e, quanto è
vero che spero e invoco durante il giorno quella morte che la
notte mi fa paura, dentro stava seduta la signora Keith-Wes-
sington che teneva un fazzoletto in mano e reclinava sul petto
la testa bionda!
Non so quanto tempo rimasi immobile. Alla fine venni ri-
svegliato dal mio stalliere, che aveva afferrato la briglia del
mio cavallo e mi chiedeva se mi sentissi male. Dall’orribile al
banale il passo è breve. Scesi dalla sella, mezzo svenuto, ed
entrai barcollando da Peliti per un bicchiere di cherry-brandy.
C’erano due o tre coppie intorno ai tavolinetti che discuteva-
no dei pettegolezzi del giorno. Le loro banalità mi rincuoraro-
no meglio di quanto non avrebbero potuto fare i conforti del-
la religione. Mi gettai subito nella conversazione, chiacchie-
rando, ridendo e gesticolando, con una faccia livida peggio di
quella di un cadavere (mi resi conto guardando di sfuggita al-
lo specchio). Tre o quattro uomini si accorsero delle mie con-
dizioni e, attribuendole evidentemente a troppi bicchierini
bevuti, tentarono caritatevolmente di trarmi in disparte; ma
mi rifiutai di lasciarmi condurre fuori. Avevo bisogno di tro-

104
varmi in compagnia dei miei simili proprio come un bambino
che fa irruzione durante la cena perché ha paura del buio. Do-
vevo aver parlato per una decina di minuti, sebbene mi fosse-
ro sembrati un’eternità, quando udii all’esterno la voce fresca
di Kitty che domandava di me. Un secondo dopo stava en-
trando nella bottega, pronta a rimproverarmi severamente per
avere osato venir meno in modo così sfacciato ai miei doveri.
Qualcosa sul mio volto la fermò.
«Ma come, Jack!» mi gridò. «Che stavi facendo? Che cosa
è accaduto? Ti senti male?». Spinto così a mentire, risposi che
forse avevo preso troppo sole. Erano già le cinque di un nuvo-
loso pomeriggio d’aprile e il sole era rimasto sempre nascosto
dietro le nuvole. Mi accorsi dello sbaglio quando già quelle
parole mi erano uscite di bocca; tentai di riprenderle, balbet-
tai confusamente e finii per seguire Kitty, fuori di me per la rab-
bia, tra i sorrisetti dei miei amici. Mi scusai in qualche modo
(non ricordo come) e trottai verso il mio albergo, lasciando
Kitty finire da sola la sua passeggiata.
Mi misi seduto nella mia camera e mi sforzai di ragionare
con calma su quanto mi era accaduto. Ecco che ero lì, io, Theo-
bald Jack Pansay, un funzionario civile del Bengala, ben edu-
cato, nell’anno di grazia 1885; presumibilmente sano di men-
te, godevo di ottima salute, ma ero stato costretto a piantare
in asso la mia fidanzata, terrorizzato dall’apparizione di una
donna morta e sepolta otto mesi prima! Era questo un dato di
fatto che non si poteva negare! Quando ero uscito con Kitty
dalla bottega di Hamilton, nulla era più lontano dalla mia men-
te quanto il ricordo della signora Wessington. Nulla era più
completamente banale del muro che era di fronte a Peliti. Inol-
tre era pieno giorno. La via era piena di gente; e tuttavia, mal-
grado ogni legge di probabilità, in pieno oltraggio a ogni leg-
ge della Natura, mi era apparsa una donna uscita dalla tomba.
Il cavallo arabo di Kitty era passato attraverso il risciò, in mo-

105
do che svaniva anche la mia prima speranza che qualche altra
persona, meravigliosamente simile alla signora Wessington,
avesse preso a noleggio il carrozzino e i portatori con la famosa
livrea. E pensai, pensai ancora, torturandomi il cervello invano
e mi sentii sempre più confuso e impaurito. Anche la voce mi riu-
sciva inesplicabile quanto l’apparizione. Mi venne perfino la
folle idea di confidare tutto a Kitty, di pregarla di sposarmi su-
bito, per sfidare meglio tra le sue braccia quell’apparizione spet-
trale del risciò. “Dopotutto” ragionavo “la presenza del risciò
costituisce da sola la prova che ho avuto un’allucinazione. Si pos-
sono vedere fantasmi di uomini e di donne, ma non certo quel-
li di carrozzini e di portatori! Tutto ciò è assurdo! Vedere il fan-
tasma di una donna della tribù della collina!”.
La mattina seguente, inviai a Kitty una lettera di scuse, im-
plorandola di perdonare lo strano comportamento che avevo
tenuto il giorno prima. La mia Dea era ancora molto in colle-
ra e fu necessario che mi scusassi con lei personalmente. Le
spiegai, con un’eloquenza dovuta alla lunga meditazione not-
turna che mi aveva dato modo di formulare la bugia più adat-
ta, che avevo avuto delle palpitazioni di cuore certo attribui-
bili a cattiva digestione. La scusa, assai plausibile, fece il suo
effetto e lo stesso pomeriggio uscii a cavallo insieme a Kitty, con
l’ombra della prima bugia tra di noi.
Nulla sarebbe piaciuto alla mia fidanzata più di una trotta-
ta verso Jakko. Con i nervi ancora scossi per la notte prece-
dente, protestai debolmente contro quell’idea, proponendo
di dirigerci verso la collina dell’Osservatorio, verso Jutogh o
la strada di Boileaugunge… dovunque, fuorché fare il giro di
Jakko. Ma Kitty era arrabbiata e un po’ offesa: così mi arresi,
temendo di provocare un nuovo malinteso e ci dirigemmo ver-
so Chota Simla.
Come d’abitudine, facemmo al passo la maggior parte del-
la strada, poi ci mettemmo al trotto a un paio di chilometri

106
dal convento, fino alla parte in piano della strada presso il ser-
batoio di Sanjowlie. I cavalli sembravano avere delle ali, e il mio
cuore batteva sempre più in fretta mentre raggiungevamo la
fine della salita. Per tutto il pomeriggio non avevo fatto altro
che pensare alla signora Wessington, e ogni passo sulla strada
di Jakko mi riportava alla mente le nostre passeggiate e i no-
stri incontri. Tutti i costoni delle colline mi parlavano di lei,
gli alti pini mi sussurravano il suo nome, i torrentelli gonfi di
pioggia ridevano dell’umiliante storia e il vento mi sibilava
nelle orecchie, come a rinfacciare la mia cattiva condotta.
Ero in questo stato d’animo quando, nel bel mezzo del retti-
lineo chiamato “Tratto delle Signore”, mi accorsi che l’orribile
incubo mi stava attendendo! Non c’erano in vista altri risciò,
ma solamente quello coi suoi jhampanies bianco e nero, dai pan-
nelli gialli, da cui si affacciava la testa bionda, proprio come li
avevo lasciati otto mesi e due settimane prima! Per un istante im-
maginai che anche Kitty dovesse vedere ciò che appariva ai miei
occhi – eravamo così meravigliosamente empatici in tutto. Ma
le sue parole mi tolsero ogni illusione. «Non c’è anima viva!
Avanti, Jack, vediamo chi arriva prima al serbatoio!». Il suo
atletico cavallo arabo partì con la leggerezza di un uccello, men-
tre il mio gallese lo seguiva da vicino, e in questo ordine cor-
remmo sul pendio. Pochi istanti di corsa ci portarono a meno
di cinquanta metri dal risciò. Diedi uno strattone al mio cavallo
e rimasi un po’ indietro. Il risciò stava proprio in mezzo alla
strada; di nuovo il cavallo arabo gli passò attraverso e il mio lo
seguì. «Jack! Caro Jack! Ti supplico, perdonami» risuonò con un
pianto nelle mie orecchie, e dopo una piccola pausa aggiunse:
«Si tratta di un malinteso, un terribile malinteso!».
Spronai la mia bestia come se fossi posseduto. Quando mi
girai verso il serbatoio, le livree bianche e nere stavano ancora
aspettando, in una paziente attesa, sul grigio pendio, e il ven-
to mi portava l’eco beffarda delle parole che avevo appena udi-

107
to. Kitty mi prese assai in giro per il mio silenzio durante il re-
sto della passeggiata. Fino ad allora avevo parlato molto e di un
po’ di tutto. Ma dopo quel momento non sarei più stato capa-
ce di parlare in modo naturale, nemmeno per salvarmi la vita,
e rimasi prudentemente zitto da Sanjowlie fino alla chiesa.
Quella sera avrei cenato dai Mannering, e avevo giusto il
tempo di correre a casa per cambiarmi d’abito. Sulla via della
collina dell’Eliseo udii per caso due uomini che parlavano nel-
la penombra: «È una cosa strana» diceva uno di essi «che tut-
to sia scomparso senza lasciare traccia! Lei sa che mia moglie
nutriva un affetto stravagante per quella donna (per quanto io
non vi trovassi nulla di speciale) tanto da chiedermi di andare
a prendere il risciò e i portatori se ciò fosse stato possibile per
amore o per denaro. Una sorta di desiderio morboso lo defi-
nii, ma ho dovuto fare quello che la signora mi diceva. Crede-
resti che l’uomo dal quale la defunta li aveva assunti mi ha
detto che tutti e quattro i fratelli erano morti di colera sulla
via di Hardwar, poveri diavoli, e che lui stesso aveva distrutto
il risciò. Faceva sempre così quando l’affittuaria moriva, per
timore che conservandolo si attirasse sul capo la sfortuna! Stra-
ne idee, non è vero? Si immagina lei che quella povera signora
Wessington potesse portare sfortuna tranne che a se stessa!».
A quel punto scoppiai a ridere; la risata mi suonava strana.
Così a questo mondo c’erano anche dei risciò e dei lavori fan-
tasmi! Quanto pagava la signora Wessington i suoi uomini?
Che orario facevano? E dove andavano?
Come a dare una visibile risposta alla mia ultima domanda,
vidi che la Cosa infernale mi sbarrava la strada alla luce del
crepuscolo. I morti viaggiano in fretta e usano scorciatoie sco-
nosciute ai portatori ordinari. Risi ancora a voce alta ma subi-
to mi trattenni perché avevo paura di diventare pazzo! E do-
vevo essere certo fuori di me in quel momento, perché ricor-
do di aver fermato il mio cavallo di fronte al risciò e di avere

108
educatamente augurato la buona sera alla signora Wessing-
ton. La sua risposta fu quella che conoscevo tanto bene. Ascol-
tai fino in fondo e risposi che non era la prima volta che udivo
tali parole e che sarei stato lieto se avesse avuto qualcos’altro da
dirmi. Davvero un demone maligno stava prendendo posses-
so di me quella sera, perché ho il vago ricordo di aver passato
cinque minuti a raccontare delle banalità alla Cosa che mi sta-
va di fronte.
«È matto come un cavallo oppure è ubriaco, povero diavo-
lo! Max, cerchi di portarlo via e di accompagnarlo a casa».
Certo quella non era la voce della signora Wessington! I due
uomini mi avevano sentito parlare all’aria e si erano avvicinati
per prendersi cura di me. Erano molto gentili e premurosi, e
dalle loro parole conclusi facilmente che mi ritenevano ubria-
co fradicio. Li ringraziai in modo confuso e tornai al trotto
nel mio albergo. Lì mi cambiai e giunsi dai Mannering con
dieci minuti di ritardo. Ma invano invocai a mia giustificazio-
ne l’oscurità di quella notte: Kitty mi rimproverò per il mio ri-
tardo, cosa che non si addice a una persona innamorata; e mi
misi a sedere.
La conversazione si era fatta generale e io ne approfittavo
per sussurrare delle paroline dolci alla mia fidanzata; ma ecco
che mi accorsi di un ometto basso e grasso, dalle folte basette
rosse, all’altra estremità della tavola, che raccontava con mille
dettagli e abbellimenti il suo incontro con uno sconosciuto fuo-
ri di sé, proprio quella sera.
Poche frasi mi dimostrarono che si riferiva a quanto mi era
accaduto non più di un’ora prima. A un certo punto, si guardò
intorno in attesa di un applauso, proprio come i narratori pro-
fessionali, poi incrociò il mio sguardo e rimase a bocca aperta.
Seguì un momento di silenzio imbarazzante, quindi l’ometto
con le basette mormorò qualcosa a mezza bocca, come con-
fessando di aver dimenticato il resto della storia e sacrificando

109
così la reputazione di buon narratore, edificata con mille sten-
ti attraverso sei stagioni. In cuor mio lo ricoprii di benedizioni
e ritornai a concentrarmi sul pesce che avevo nel piatto.
Il pranzo volse alla fine e io mi separai con sincero rimpianto
da Kitty, certo come della mia esistenza che la Cosa mi stava at-
tendendo di fuori. L’uomo con le basette rosse, che mi era stato
presentato come un certo dottor Heatherlegh di Simla, si offrì
di accompagnarmi per un pezzo e io accettai con gratitudine.
Il mio istinto non mi aveva ingannato: il fantasma mi stava
attendendo nel viale e, come in una sorta di diabolica irrisio-
ne, aveva perfino i fanalini accesi! L’uomo dalle basette rosse
entrò subito in argomento, con una decisione che mostrava ci
avesse pensato per tutta la durata della cena.
«Mi dica, Pansay, che diavolo aveva questa sera, quando ci sia-
mo visti sulla via dell’Eliseo?». La domanda fu così immediata
che suscitò una risposta della quale a malapena mi accorsi.
«Che avevo? Guardi!» e gli indicai la Cosa.
«Non può trattarsi d’altro che di delirium tremens o di al-
lucinazione. Ora, siccome l’ho tenuto d’occhio durante il pran-
zo e mi sono accorto che non è un bevitore, scarterei il delirium
tremens. Nel punto che lei indica non c’è proprio nulla, per
quanto lei tremi e sudi freddo dalla paura peggio di un caval-
lo spaventato. Pertanto penso si tratti di un’allucinazione, una
materia che credo di conoscere abbastanza bene. Venga fino a
casa mia. Abito nella parte bassa della strada di Blessington».
Con mia enorme gioia, mi accorsi che il risciò fantasma, in-
vece di attenderci, si teneva venti passi davanti a noi, sia che an-
dassimo al passo, al gran trotto o al piccolo trotto. Durante
quella cavalcata notturna, ebbi modo di riferire al mio com-
pagno quello che ho appena raccontato a voi.
«Ecco qua» mi disse «lei mi ha fatto sciupare uno dei più bei
racconti che mi fosse dato di narrare, ma la perdono volentie-
ri pensando ai guai che sta passando. Venga a casa mia e fac-

110
cia quanto le dico; e, quando l’avrò guarito, giovanotto, ciò le
serva da lezione per tenersi fino alla morte lontano dalle don-
ne e da ogni altro cibo indigesto!».
Il risciò continuava a precederci e il mio amico dalle baset-
te rosse sembrava provare un gran piacere dal mio racconto
pieno di dettagli.
«Allucinazioni, Pansay! Nient’altro che disturbi visivi, cere-
brali e digestivi, specialmente digestivi! Lei ha un cervello trop-
po in ebollizione, uno stomaco troppo piccolo, e degli occhi
tutt’altro che sani. Si curi lo stomaco e tutto il resto si rimet-
terà in ordine. Da questo momento mi costituisco come suo uni-
co medico curante! Il suo caso è troppo interessante perché io
possa ignorarlo!».
In quel momento ci trovavamo tra le tenebre della strada
bassa di Blessington e il risciò si fermò a un tratto di colpo,
pochi passi prima di un declivio coperto di pini. Anche io mi
fermai istintivamente. Heatherlegh lanciò un’imprecazione.
«Se pensi che ho intenzione di passare la fredda notte sul
pendio di una collina perché lei soffre di allucinazioni gastro-
cerebro-oculari! Dio mio! Ahhh! Che cos’è?».
Ci fu un boato improvviso, seguito da una nube accecante
di polvere, quindi un franare di terra e sassi, uno scricchiolio,
un rumore come di tronchi schiantati… Tutto il declivio albe-
rato di fronte a noi era franato di colpo, per una lunghezza di
molti metri, bloccando completamente la strada! Gli alberi sra-
dicati del ciglio rimasero un istante dritti, oscillando nell’o-
scurità come giganti ubriachi, poi franarono in basso sopra gli
altri, con un boato di tuono!
I nostri cavalli erano rimasti ritti sulle zampe, pietrificati dal-
la paura. Non appena il frastuono della frana si fu calmato,
Heatherlegh mormorò: «Amico mio, se fossimo stati solo po-
chi metri più avanti, in quest’istante saremmo cadaveri! Misteri
del cielo e della terra… Avanti, venga a casa mia, Pansay, e

111
ringraziamo il Signore… Brrr! Ho proprio bisogno di un bic-
chierino di whisky!».
Tornammo sui nostri passi fino alla salita della chiesa e ar-
rivammo a casa del dottor Heatherlegh poco dopo la mezza-
notte.
I tentativi per la mia guarigione cominciarono quasi imme-
diatamente e mi tenne d’occhio per una settimana intera.
Quante volte durante quei giorni mi ritrovai a benedire la for-
tunata combinazione che mi aveva fatto imbattere nel più cor-
tese e valente medico di Simla! Di giorno in giorno sentivo il
mio spirito più leggero ed equilibrato. E di giorno in giorno
mi sentivo anche più propenso a condividere la teoria di
Heatherlegh sulle apparizioni spettrali dovute a problemi del
mio stomaco, del mio cervello e dei miei occhi. Avevo scritto a
Kitty, dicendole che una leggera distorsione, causata da una ca-
duta da cavallo, mi obbligava a stare in casa per qualche gior-
no, ma che mi sarei rimesso prima ancora che lei potesse sen-
tire il vuoto della mia assenza.
Il sistema di cura di Heatherlegh era semplicissimo. Consi-
steva in pillole epatiche, bagni freddi ed esercizi violenti, ese-
guiti allo spuntare del giorno o dopo il calare della notte, per-
ché, come mi faceva notare saggiamente il dottore “un uomo
che si è prodotto una storta cadendo da cavallo non fa dieci
chilometri al giorno, e la sua graziosa fidanzata potrebbe me-
ravigliarsi se l’incontrasse!».
Alla fine della settimana, dopo un lungo esame del pazien-
te e lunghe auscultazioni del polso e del cuore, dopo avere
prescritto un regime di vita strettamente severo, una dieta al-
trettanto rigida e lunghe passeggiate a piedi, il dottor Heather-
legh mi rimandò a casa con modi altrettanto bruschi quanto
quelli con cui mi aveva preso in cura. Ecco la sua benedizio-
ne: «Amico, le assicuro che la sua mente è guarita, e ciò equi-
vale a dire che la maggior parte dei suoi disturbi fisici sono spa-

112
riti. Adesso se ne vada di qui più rapidamente che può e corra
a fare la corte alla signorina Kitty!».
Tentai di esprimergli la mia riconoscenza per la sua genti-
lezza, ma non mi lasciò finire.
«Non stia mica a immaginarsi che abbia fatto tutto ciò per
amor suo! Da quanto ho compreso, lei in questo affare si è
comportato in modo alquanto disdicevole… Tuttavia, il suo ca-
so mi interessa dal punto di vista scientifico, e tanto mi basta.
No…» fece poi interrompendosi una seconda volta. «No! Non
accetterò una sola rupia, la prego! Adesso vada, e veda se pro-
verà più quelle sue allucinazioni… Sono pronto a darle qua-
lunque somma, se dovessero ripresentarsi!».
Mezz’ora più tardi, stavo nel salotto dei Mannering in com-
pagnia di Kitty, ubriaco di quell’ebbrezza che mi dava la feli-
cità presente e la certezza di essermi sbarazzato di quelle lu-
gubri apparizioni. Forte di quella mia sicurezza nuovamente
acquisita, proposi alla mia fidanzata di fare una passeggiata a
cavallo e le dissi che sarei andato volentieri dalle parti di Jakko.
Mai come in quel pomeriggio del 30 aprile 1885 mi ero sen-
tito così in forma, pieno di energia e vitalità. Kitty era felice di
vedermi tanto bene, e se ne rallegrò con me nel modo franco
e simpatico che le era proprio. Ci allontanammo insieme da ca-
sa Mannering, ridendo e scherzando, e ci dirigemmo al picco-
lo trotto verso la strada di Chota Simla.
Non vedevo l’ora di giungere al serbatoio di Sanjowlie, per
ricevere la conferma della mia guarigione. I cavalli fecero del
loro meglio, ma sembravano troppo lenti per la mia mente im-
paziente. «Cos’hai, Jack?» mi gridò infine Kitty. «Ti comporti
come un bambino! Che stai facendo?».
Eravamo nei pressi del convento e, per pura bravata, face-
vo impennare e caracollare il mio cavallo, stuzzicandolo con
la punta del frustino.
«Che faccio?» replicai. «Ma niente, mia cara. Proprio un bel

113
niente! Se tu fossi rimasta bloccata a letto per una settimana in-
tera, saresti anche più agitata di me!».

Cantando e sorridendo nella sua rumorosa gaiezza,


Felice di sentirsi in vita,
Signore della Natura e della Terra visibile,
Signore di tutti e cinque i sensi…

Gli ultimi versi della canzone non erano ancora usciti dalle
mie labbra, che già stavamo per svoltare l’angolo del conven-
to; ancora qualche passo e il nostro sguardo si sarebbe potuto
spingere fino a Sanjowlie. Ed ecco che proprio al centro della
strada, là dove si faceva diritta e pianeggiante, stavano pianta-
ti i portatori dalle livree bianche e nere, il risciò dai pannelli
gialli e la signora Keith-Wessington! Tirai bruscamente le re-
dini, guardai, mi strofinai gli occhi e dovetti pronunciare qual-
che parola, credo. La prima cosa di cui ricordo, dopo, è che sta-
vo disteso faccia a terra sulla strada e che Kitty era inginoc-
chiata su di me in lacrime.
«Sono… andati… via?» ansimai. Ma Kitty singhiozzò ancor
più amaramente.
«Cosa… chi deve essersene andato, Jack caro? Cosa vuoi di-
re? Dev’esserci un malinteso, un terribile malinteso qua sotto,
caro Jack!». Quelle parole, pronunciate dalla mia fidanzata, mi
fecero saltare in piedi, fuori di me, in preda a un momentaneo
delirio.
«Sì, c’è sicuramente un malinteso!» ripetei. «Un terribile
malinteso! Seguimi e guarda…».
Ricordo confusamente di aver afferrato il polso di Kitty e
di averla trascinata per la strada fino al punto in cui stava l’ap-
parizione spettrale; di averla implorata di parlarle e di averla
supplicata di dirle che eravamo fidanzati; che né la morte, né
l’inferno avrebbero potuto spezzare questo nostro dolce lega-

114
me… e innumerevoli altre cose folli e stravaganti che solo Kitty
può ricordare. Ogni tanto mi appellavo direttamente alla “Ter-
ribile Creatura” nel risciò, prendendola come testimone della
verità di quanto affermavo, scongiurandola di smettere di per-
seguitarmi, perché altrimenti avrebbe causato la mia rovina.
Immagino che durante quei miei vaneggiamenti io abbia rive-
lato involontariamente a Kitty la mia precedente relazione con
la signorina Wessington, perché a un tratto vidi che mi ascol-
tava attentamente, con occhi indiavolati e pallida in volto.
«Grazie infinite, signor Pansay!» mi disse. «Quanto ho ap-
preso è sufficiente! Portate i cavalli!».
I nostri stallieri, impassibili alla maniera degli orientali, si
erano riavvicinati, dopo aver recuperato i nostri cavalli. Men-
tre Kitty saltava in sella, le presi le briglie, supplicandola di
ascoltarmi e perdonarmi. La risposta fu una frustata in piena
faccia, dalla bocca all’occhio, e qualche parola d’addio che pre-
ferisco non ripetere qui. Questo mi confermò l’idea che lei sa-
pesse tutto, e non sbagliavo; barcollai di fianco al risciò. Ave-
vo il volto tagliato e sanguinante e il solco lasciatovi dal frusti-
no era livido e gonfio. Inoltre mi disprezzavo tanto. Proprio
in quel momento, il dottor Heatherlegh, che ci doveva aver
seguito a distanza, si avvicinò al piccolo trotto.
«Dottore!» gli urlai indicandogli la mia faccia. «Ecco la fir-
ma della signorina Mannering al mio congedo e… la ringrazio
tanto per quella somma proprio utile».
Heatherlegh aveva fatto una faccia che, malgrado la mia
misera tristezza, mi fece scoppiare a ridere.
«Sono pronto a mettere in gioco la mia reputazione profes-
sionale…» cominciò.
«Non dica sciocchezze» mormorai. «Ho perso la felicità
della mia vita e lei farebbe meglio a ricondurmi a casa».
Mentre parlavo, il risciò fantasma era scomparso. Allora
persi ogni cognizione di ciò che accadeva e la cima di Jakko

115
sembrò ondeggiare e oscillare come il bordo di una nuvola e
volermi precipitare addosso.
Sette giorni dopo, e precisamente il 7 maggio, ripresi cono-
scenza e mi accorsi di essere in camera di Heatherlegh, debole co-
me un bambino. Il dottore mi stava osservando attentamente da
sopra il suo scrittoio. Le sue prime parole non furono davvero
incoraggianti per me, ma ero troppo spossato per commuovermi.
«La signorina Kitty le ha rimandato indietro le sue lettere.
A quanto pare avevate una fitta corrispondenza. Qui c’è un
pacchettino che sembra contenere un anello. È arrivata anche
una simpatica missiva di papà Mannering, che mi sono per-
messo di leggere e poi di bruciare. Quel vecchio signore non
sembrava entusiasta del suo comportamento».
«E Kitty?» chiesi cupamente.
«È persino più irritata del padre, almeno a giudicare dal mo-
do in cui si esprime. In quella malaugurata occasione, lei deve
essersi lasciato sfuggire un certo numero di strane reminiscen-
ze, prima che arrivassi io. La signorina Wessington dice che
un uomo che si è comportato così ignobilmente come ha osa-
to fare con lei, avrebbe il dovere di uccidersi, non fosse che
per rispetto al sesso maschile! È davvero una piccola strega e
una testolina calda! Sostiene che lei deve avere avuto un ac-
cesso di delirium tremens, quando ha dato in tali escandescen-
ze sulla strada di Jakko e giura che desidererebbe morire piut-
tosto che rivolgerle la parola!».
Feci un gemito disperato e mi voltai dall’altra parte.
«E adesso, amico mio, bisogna che si faccia coraggio. Il suo
fidanzamento deve essere assolutamente rotto, ma i Mannering
non si vogliono mostrare troppo duri con lei. La rottura deve
essere a causa di un suo attacco di delirium tremens o di una cri-
si epilettica? Sono spiacente, ma non le posso offrire altro mo-
tivo plausibile, a meno che lei non preferisca parlare di follia
ereditaria. Decida lei, la lascio un po’ di tempo. Si ricordi però

116
che tutta Simla è al corrente di quanto è accaduto al “Tratto
delle Signore”. Coraggio! Rifletta cinque minuti e mi faccia
sapere cosa ha deciso».
Credo di avere esplorato, durante quei cinque minuti, i più
profondi abissi dell’inferno permessi a un uomo sulla terra, e al-
lo stesso tempo stavo vacillando attraverso i cupi labirinti del
dubbio, della tristezza e della totale disperazione! Mi doman-
davo, come forse si chiedeva anche Heatherlegh seduto sulla
sua poltrona, quale orribile alternativa dovevo scegliere… Poi
mi sentii rispondere, con una voce che riconoscevo appena:
«Sono particolarmente difficili, in fatto di morale, da queste
parti! Heatherlegh, dica loro che ho avuto un attacco epiletti-
co e tanti saluti. Adesso mi lasci riposare un poco, la prego».
Poi i due me si ricongiunsero e, mezzo matto e posseduto,
mi gettai sul letto, ricordando a uno a uno tutti gli avvenimen-
ti dell’ultimo mese.
«Ma io sono a Simla…» mi andavo ripetendo. «Io, Jack
Pansay, sono a Simla e non vi sono fantasmi qui! È cosa irra-
gionevole da parte di quella donna il pretendere che ve ne sia-
no. Perché Agnes non avrebbe potuto lasciarmi in pace? Non
le ho mai fatto alcun male! Avrei potuto benissimo trovarmi
io al suo posto, e allora non sarei tornato per ucciderla! Perché,
perché non mi lascia in pace… in pace e felice?».
Era mezzogiorno suonato quando mi svegliai per la prima
volta; il sole era già basso sull’orizzonte prima che riuscissi ad
addormentarmi di nuovo, dormendo il sonno del criminale
sul suo cavalletto di tortura, troppo sfinito per sentire ancora
dolore.
Il giorno dopo non fui capace di lasciare il letto. Heather-
legh in mattinata mi disse che aveva ricevuto una risposta dal
signor Mannering e che, grazie al suo amichevole intervento
(quello di Heatherlegh), la storia della malattia aveva circola-
to in lungo e in largo per Simla e tutti mi compiangevano.

117
«È forse più di quanto lei meriti» concluse amabilmente
«benché solo Dio sa come sia stata grave e seria la prova che
ha dovuto subire! Non fa nulla, la cureremo ancora una volta
come si deve, malvagio fenomeno!».
Ma io rifiutai energicamente di essere curato. «Lei è stato
già anche troppo buono con me, dottore» dissi «e credo di non
poterla disturbare ancora».
In cuor mio sapevo che nulla di quanto Heatherlegh potes-
se tentare sarebbe valso ad alleviare il peso che gravava su di me.
A tale convinzione seguì un sentimento di rivolta, dispera-
ta, impotente, contro l’irragionevolezza di tutto ciò. C’era di
certo un’infinità di persone peggiori di me i cui castighi sono
rimandati a un altro mondo. Sentivo che era crudele, amara-
mente crudele e ingiusto, che proprio a me dovesse essere ri-
servato un destino talmente orribile. A questo mio stato d’a-
nimo, più tardi, ne seguì un altro per cui mi sembrava che il
risciò e io fossimo le sole cose reali in un mondo di ombre,
che Kitty fosse un fantasma, al pari di Mannering, Heatherle-
gh e tutti gli altri che avevo conosciuto, uomini e donne, che
perfino le colline grigie fossero ombre pure, create per tortu-
rarmi. Passavo da una sensazione all’altra, sballottato tra i va-
ri stati d’animo, per sette lunghi giorni; il mio corpo stava di-
ventando sempre più forte finché, una mattina, lo specchio del-
la camera mi fece rendere conto di essere rientrato nella vita
ordinaria ed ero ritornato un uomo come tutti gli altri. Cosa
strana, la mia faccia non recava tracce della lotta che avevo
dovuto affrontare; certo, era pallida, ma continuava a essere
priva di qualsiasi particolare espressione e banale quanto lo era
stata in passato. E io che mi aspettavo qualche alterazione per-
manente, come una prova tangibile del malessere che mi con-
sumava… ma non vidi nulla!
Il 15 maggio lasciai la casa di Heatherlegh alle undici del
mattino e un istinto di scapolo mi condusse al circolo. Mi ac-

118
corsi che lì erano tutti al corrente della mia storia data da
Heatherlegh, e si mostravano, in maniera goffa, eccezional-
mente gentili e premurosi. Mi resi conto però che per il resto
della mia vita sarei stato destinato a vivere tra questa gente,
ma senza essere più simile a loro, e invidiai amaramente i coo-
lies che ridevano sulla strada. Pranzai al circolo e, alle quat-
tro, gironzolavo senza meta per la strada, con la vaga speranza
di incontrare Kitty. Vicino al chiosco per la musica, le livree
bianche e nere mi raggiunsero, e udii la solita invocazione del-
la signorina Wessington. Ma mi aspettavo ciò fin dall’istante
in cui ero uscito; e perciò fui solamente sorpreso del suo ritar-
do. Io e il risciò fantasma continuammo a passeggiare in silen-
zio fianco a fianco, lungo la strada di Chota Simla. Proprio vi-
cino al bazar, Kitty, a cavallo, in compagnia di un altro uomo,
ci raggiunse e si mise davanti a noi. Ma non fece più attenzio-
ne a me di quanto non ne avrebbe fatta a un cane, e non mi
fece nemmeno l’onore di accelerare il passo, benché il pome-
riggio piovoso potesse giustificare un’andatura più veloce.
E così, Kitty con il suo compagno, e io col mio risciò fanta-
sma, ci dirigemmo a coppie verso Jakko. La strada era inondata
d’acqua, i pini sgocciolavano come grondaie sulle rocce sotto-
stanti e l’aria era sferzata da una pioggerellina fine. Due o tre
volte mi ritrovai a mormorare: «Sono Jack Pansay e mi trovo
a Simla… a Simla! Nella Simla di tutti i giorni. Non devo di-
menticarmene… non devo dimenticarmene!». Quindi tentai
di ricordarmi qualcosa dei pettegolezzi uditi al circolo: il prez-
zo dei cavalli di Tizio o di Caio e tutto ciò, in breve, che ri-
guardava la società anglo-indiana con la sua vita di tutti i gior-
ni che conoscevo tanto bene. Poi ripetei rapidamente con mia
soddisfazione la tavola pitagorica, per provare che la mia men-
te era calma e lucida, e ciò riuscì a sollevarmi e a impedirmi di
sentire per qualche tempo la voce della signorina Wessington.
Ancora una volta salii penosamente verso il convento e sboc-

119
cai sul “Tratto delle Signore”. Lì, Kitty e il suo compagno par-
tirono al trotto e io rimasi solo con l’ombra della signorina
Wessington. «Agnes…» le sussurrai «vuoi abbassare la cap-
potta e dirmi cosa significa tutto ciò?». La cappotta si abbassò
silenziosamente e io rividi i lineamenti delicati e i capelli bion-
di della mia amante morta. Indossava lo stesso vestito che le ave-
vo visto l’ultima volta che ci eravamo incontrati quando era
ancora in vita, e teneva lo stesso fazzolettino nella mano sini-
stra e un portabiglietti nella destra (una donna morta da otto
mesi che portava un oggetto simile!). Dovetti ripetermi la tavola
pitagorica e appoggiare le mani sul parapetto di pietra della stra-
da, per convincermi che almeno ciò era reale.
«Agnes» le ripetei «per pietà, dimmi che significa tutto ciò!».
La signorina Wessington si sporse in avanti con quella mosset-
ta vivace e strana del capo che conoscevo tanto bene e parlò.
Se la mia storia non avesse già oltrepassato nel modo più fol-
le i limiti di ogni credibilità umana, dovrei scusarmi ora. Ma sic-
come so che nessuno – nemmeno Kitty, per la quale scrivo que-
ste righe come una spiegazione al mio comportamento – mi
crederà, continuo la mia narrazione. La signorina Wessington
parlò, e io camminai al suo fianco dalla strada di Sanjowlie
fino alla villa del comandante, proprio come avrei potuto fare
con una donna viva, conversando animatamente con lei. Il se-
condo e più crudele dei miei morbosi stati d’animo si era di
nuovo impossessato di me e, simile al principe del poema di
Tennyson, “mi sembrava di muovermi in un mondo di fanta-
smi”. C’era stata una festa nella villa del comandante e io e il
risciò ci unimmo alla gente che tornava a casa. Quando guar-
davo costoro, avevo l’impressione che essi fossero delle om-
bre – ombre fantastiche e impalpabili – che si separavano per
lasciar passare il risciò della signorina Wessington. Di cosa par-
lammo durante quella nostra macabra conversazione non so
e, anzi, non oso ripetere. Il commento di Heatherlegh sareb-

120
be stato una risatina e il sottolineare che avevo avuto “un’allu-
cinazione cerebro-gastro-oculare”. Fu quella una conversa-
zione terrificante ma, in un certo senso, anche meravigliosa-
mente gradevole. Era mai possibile, mi domandavo, che io stes-
si facendo la corte, per la seconda volta, alla medesima donna
che avevo ucciso con la mia crudeltà e la mia trascuratezza?
Sulla strada verso casa incontrai di nuovo Kitty… un’altra
ombra tra le ombre.
Se dovessi descrivere, nell’ordine in cui si sono svolti, tutti
gli incidenti che ebbero luogo nei quindici giorni che seguiro-
no, la mia storia non finirebbe più e i miei lettori perderebbe-
ro la pazienza. Un mattino dopo l’altro, una sera dopo l’altra,
io e il risciò fantasma eravamo soliti errare insieme per Simla.
Dovunque andassi, i quattro portatori in livrea bianca e nera
mi seguivano e mi imponevano la loro compagnia fino al mio
rientro in albergo. Al teatro, li trovavo tra la ressa schiamaz-
zante dei jhampanies; li rivedevo fuori della veranda del circo-
lo, dopo una lunga serata passata a giocare a whist; mi atten-
devano sempre al grande ballo e anche alla luce del giorno,
quando uscivo. A parte il fatto che non proiettava ombre, il
risciò fantasma aveva l’aspetto di un risciò reale, costruito con
il legno e il ferro. Infatti più di una volta feci fatica a non gri-
dare a qualche amico, che veniva avanti al trotto, di stare at-
tento a non urtarvi contro! Quante volte ho passeggiato per il
corso, discutendo animatamente con la signorina Wessington,
con grande stupore di coloro che mi incontravano!
Dopo una settimana di questi miei andirivieni, appresi che
la motivazione di “attacchi epilettici” era stata scartata e sosti-
tuita con quella di “pazzia”. Ma non cambiai in nulla il mio
genere di vita. Facevo visite, andavo a cavallo e cenavo fuori
con la stessa libertà di prima. Provavo un desiderio per la com-
pagnia del genere umano che non avevo mai sentito prima di
allora: ero avido di trovarmi in mezzo alla realtà della vita e, nel-

121
lo stesso tempo, provavo come una vaga sensazione di males-
sere quando ero stato separato troppo a lungo dalla mia spet-
trale compagna. Mi riuscirebbe quasi impossibile descrivere i
miei vari stati d’animo dal 15 maggio a oggi.
La presenza del risciò fantasma mi riempiva di volta in vol-
ta di orrore, di paura cieca, di un certo strano piacere, di com-
pleta angoscia. Non osavo andarmene da Simla, e mi rendevo
conto che il rimanervi mi stava uccidendo. Ma sapevo pure che
il mio destino era quello di morire lentamente, un po’ per gior-
no. Unica mia preoccupazione era il giungere al termine del
mio castigo con la maggior calma possibile. Passavo dal desi-
derio ardente di rivedere Kitty al guardare, non senza un cer-
to divertimento, i suoi oltraggiosi tentativi di seduzione col mio
successore – o meglio con i miei successori. Kitty era uscita dal-
la mia vita come io ero uscito dalla sua. Durante il giorno pas-
seggiavo con la signorina Wessington ed ero quasi contento. Di
notte, imploravo il Signore di lasciarmi rientrare nel mondo
tale e quale ero abituato a conoscere. E, oltre a tutti questi sta-
ti d’animo, gravava su di me una sensazione di vago, torpido
stupore che il conoscibile e l’inconoscibile si fondessero così
stranamente su questa terra per inseguire una povera anima
umana fino alla tomba.

27 agosto

Heatherlegh è stato presente senza mai stancarsi, e solo ieri


mi ha consigliato di chiedere un prolungamento di licenza per
malattia. Una licenza per sfuggire alla compagnia di un fanta-
sma! Una domanda affinché il governo mi permetta di sba-
razzarmi di cinque spettri e di un risciò immaginario andan-
domene in Inghilterra! La proposta di Heatherlegh mi ha fat-
to scoppiare in una risata isterica. Gli ho risposto che dovevo

122
attendere in pace la mia fine a Simla; sono convinto che que-
sta fine non sia così lontana. E credetemi, la temo più di quan-
to possa essere espresso con delle parole, e di notte mi torturo
con migliaia di congetture sulla mia morte!
Morirò decentemente nel mio letto, come dovrebbe farlo
ogni gentiluomo inglese che si rispetti, oppure la mia anima
mi verrà strappata durante una passeggiata finale lungo il cor-
so, per andare a prendere posto in eterno accanto a questo
fantasma orrendo? Ritornerò all’antica fedeltà nell’altro mon-
do oppure incontrerò Agnes che mi detesterà e malgrado ciò le
sarò legato per l’eternità? Aleggeremo insieme sopra i luoghi
dove siamo vissuti fino alla fine? Man mano che si avvicina il
giorno della mia morte, cresce sempre più potente in me l’or-
rore profondo che ogni creatura vivente prova per degli spiri-
ti usciti dalle loro tombe. È terribile dover discendere ineso-
rabilmente tra i morti quando si è giunti a malapena alla metà
della propria esistenza! Ma è ancora più terribile attendere ta-
le fine prematura, in balia al terrore dell’ignoto. Abbiate tutti
pietà di me, compatitemi, non fosse altro che per il peso della
mia sofferenza, anche se non crederete a una singola parola
del mio racconto. Eppure, se mai vi fu un uomo condotto alla
morte dalle potenze oscure, quell’uomo sono io.
E se volete essere giusti, abbiate compassione anche per
lei, perché se mai donna incontrò la morte per colpa di un uo-
mo, sono io ad aver ucciso Agnes Wessington. Ed ecco che mi
appresto a scontare l’ultimo tratto della mia punizione.

123
Indice

Storia del fantasma inesperto


H.G. Wells 7

Processo per omicidio


Charles Dickens 25

La Casa del Passato


Algernon Blackwood 41

Le ombre sul muro


Mary E. Wilkins Freeman 51

Ligeia
Edgar Allan Poe 73

Il risciò fantasma
Rudyard Kipling 95
www.elliotedizioni.com

COVER DESIGN: IFIX


COVER LAYOUT: CHIARA MAMMÌ
EU
12
R 0O
,5
Con i racconti di:

H.G. Wells
Charles Dickens
Algernon Blackwood
Mary E. Wilkins Freeman
Edgar Allan Poe
Rudyard Kipling