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Analisi del panorama sportivo nazionale1

Il quadro generale

Per analizzare la situazione dello sport italiano, comprenderne le dinamiche e ipotizzarne una
linea di sviluppo, occorre completare la nostra analisi e guardare oltre le discipline sin qui
esaminate.
Il calcio, il ciclismo e l‟atletica rappresentano una parte significativa dello sport ma, oltre ad essi,
altri “mondi sportivi” sono radicati e rappresentativi. Questo capitolo2 si propone di analizzare la
situazione generale nella quale si trovano “altri sport”, cioè discipline sportive che occupano un
posto rilevante nella pratica e nell‟attenzione da parte del pubblico a livello nazionale ma che si
collocano, in base agli stessi parametri, in posizioni immediatamente successive a quelle degli
sport trattati nei capitoli precedenti. Alcune di queste discipline hanno inciso sulla storia e nella
cultura della nostra Nazione, anche ben oltre lo sport.
Obiettivo del capitolo è valutare lo stato di salute o eventuali situazioni di crisi delle singole
discipline. Le considerazioni proposte tengono conto della situazione attuale così come è vissuta
sia dalle varie discipline, intese come bacino di praticanti autonomi, sia dal sistema sportivo, inteso
come gruppo degli enti preposti alla gestione del fenomeno sportivo organizzato. Si tratta di una
situazione segnata dall‟abbandono giovanile e dalle carenze impiantistiche, ma anche dalla crescita
della pratica sportiva de-strutturata, da nuovi modelli di pratica, e da significative ricadute socio-
economico-culturali generate da singole discipline.
Il capitolo presenta un quadro sinottico della situazione dei mondi sportivi presi in
considerazione, pur tenendo conto, ovviamente, che vi sono percorsi e attività che hanno storie
radicalmente differenti tra loro e pochi elementi comuni. Tuttavia con queste pagine vogliamo
consegnare al lettore gli strumenti per elaborare una propria riflessione, la più attuale e
consapevole possibile su ciascuno di questi “altri sport”.
Anche lo sport in questi tempi di crisi è specchio di incertezze e di scarsa fiducia nel sistema
economico e negli investimenti. Eppure anche questa volta, lo sport è capace di anticipare i bisogni
e di cogliere, della crisi, le tensioni positive, la spinta alla sopravvivenza e, possibilmente, allo
sviluppo. I campionati si riducono all‟osso e le preoccupazioni dello stipendio alla fine del mese
diventano una realtà concreta per molti atleti professionisti o agonisti. Aumentano gli sponsor che
non rinnovano i contratti e, sempre più spesso, anche quelli che non riescono neanche a onorare gli
impegni presi, con effetti critici sulle società sportive. Ma lo sport e il sistema sportivo hanno le
potenzialità per tirarsi fuori dalla crisi. I contenuti valoriali, la pratica di base e la sua forza
aggregativa da una parte, la grande esposizione mediatica e i milioni di appassionati dall‟altra,
sono fattori che aiutano a superare le fasi critiche. La ricetta per uscire dalla crisi è alla portata del
sistema. Ma si può ottenere solo analizzando con spirito davvero critico l‟iter storico-sociale che ha
portato ciascuna pratica sin qui e rimettendo in discussione molti elementi, comportamenti, regole.
Il futuro non è, ovviamente, governabile. Tuttavia si possono ipotizzare strategie che prendano
coscienza del fatto che la natura stessa di fare e intendere lo sport è mutata; che non esistono sport
“minori”; che quelli che a lungo sono stati considerati “nemici” oggi, forse, sono “alleati”.
Se si metterà in atto questa evoluzione, se si vorranno tentare nuove soluzioni, allora uscire dalla
crisi sarà naturale, com‟è stato esserne investiti.
La formula vincente sta proprio nell‟ossimoro: “nuove idee per vecchi valori”.

1
Capitolo III, “Gli altri sport”, scritto da Fabio Poli con Michele Uva.
2
Paragrafi sul nuoto e pallanuoto sono stati curati da Roberto Perrone; quello sulla ginnastica è da Erika Veschini; quello
sullo sci da Luca Vitale.
L’analisi valoriale degli sport

Il processo che ha guidato, nel corso degli ultimi anni, l‟affermazione o la regressione di uno sport,
inteso sia come pratica che come spettacolo mediatico, è stato governato dall‟immagine che il
singolo sport ha saputo proiettare di sé in funzione di una strategia condivisa e preordinata, o si è
trovato a proiettare di sé in base ad una serie di condizioni non del tutto previste.
L‟aspetto emozionale 3 generato da ogni disciplina sportiva ha assunto, una rilevanza
fondamentale nella scelta della disciplina stessa, tanto in termini di pratica quanto di seguito
mediatico. Se riconosciamo che lo sport di vertice ha integralmente compiuto il processo di
trasformazione in fenomeno mediatico e che lo sport di base è passato dalla dimensione
competitiva a quella aggregativa, allora dobbiamo concludere che uno degli aspetti di maggiore
rilevanza per ogni disciplina è costituito proprio dai valori che essa riesce a suscitare nei praticanti
e nei tifosi. Questi valori, infatti, porteranno a preferire una singola disciplina rispetto alle altre,
determinandone così il successo.
L‟analisi valoriale rappresenta, pertanto, un elemento di forte attualità nell‟analisi di tutte le
discipline ed, in particolare, di quelle cosiddette “minori”. Una disciplina sportiva è tanto più “in
salute” quanto più rappresenta valori positivi e, soprattutto, coerenti con la domanda di sport del
singolo momento storico.
Ogni disciplina ha un suo modo tipico di essere percepita, modo differente da quello delle altre
discipline, che deriva dall‟immagine che essa proietta di sé, dai risultati dei suoi migliori atleti e da
caratteristiche specifiche legate alle sue peculiarità nel momento storico in cui si effettua l‟analisi.
Dal confronto4 tra le varie discipline emerge che ciascuna ha delle punte di identificazione che
corrispondono a valori/emozioni specifiche. Tali punte di identificazione, utili a “conoscere” la
disciplina, possono risultare fondamentali per analizzarne lo “stato di salute”, per prevederne un
trend di sviluppo o di decrescita e, persino, per pianificare gli investimenti di sponsorizzazione.
Ad esempio, la disciplina della maratona (separata dal bacino di percezione dell‟intero mondo del
running e del jogging) appare fortemente rappresentativa della dimensione della “resistenza”. Tale
deduzione, che potrebbe sembrare intuitiva, può contribuire a comprenderne il successo in termini
di praticanti nella fascia d‟età over 40; quella fascia che ricerca occasioni per verificare la propria
capacità di endurance e performance con sempre maggiore insistenza, considerati anche il
miglioramento generale della qualità della vita e l‟incremento dell‟aspettativa media di vita.
Significativi anche i dati relativi alle discipline dei tuffi, della ginnastica artistica e della scherma,
molto vicine alla massima identificazione con il concetto di agilità. Il rugby, invece, si propone
come sinonimo di forza e potenza, rimanendo molto distante dal concetto di benessere.
Vi sono, infine, discipline come il golf che non suscitano nella maggior parte degli intervistati
alcuna identificazione spiccata. Questa “equidistanza” dai valori più alti, che potremmo definire
“basso impatto emozionale”, rappresenta appunto la principale motivazione di pratica nei riguardi
della disciplina stessa.
Se entriamo nel merito di ogni singola “emozione-suscitata” possiamo più agevolmente
comprendere e motivare alcune dinamiche che le singole discipline sportive stanno vivendo, in
termini di percezione ma anche e soprattutto di successo pratico e mediatico, nel nostro Paese.
Non tutti i fenomeni pertinenti alla disciplina sono, ovviamente, riconducibili a questo approccio
di analisi; purtuttavia esso ci consente, in poche pagine, di formulare alcuni ragionamenti
propedeutici a quanto argomenteremo dopo.

3
Possiamo definire “aspetto emozionale” l‟insieme delle emozioni e sensazioni provocate da una singola
disciplina nella media degli utenti. Ogni disciplina sportiva si caratterizza per un “percepito”, ossia per un
gruppo di emozioni/valori/sensazioni che vengono suscitate nel pubblico. Tali emozioni/valori/sensazioni
non vengono rilevate esclusivamente nella community dei praticanti (che, spesso, nutre una visione
settoriale della disciplina praticata) ma nell‟intera popolazione nazionale.
4 Analisi condotta dallo Studio Ghiretti & Associati, aggiornata al mese di giugno 2011, con interviste dirette

ad un campione rappresentativo di tutta la popolazione italiana.


Partiamo dal concetto di “benessere”, un concetto fortemente contemporaneo, in quanto
rappresentativo di un nuovo bisogno primario avvertito dalla maggior parte della popolazione,
sempre più avvezza a stili di vita sedentari e non salutari.
Naturalmente è il nuoto, considerato il suo rapporto ineliminabile con l‟elemento acqua, ad
avvicinarsi maggiormente alla dimensione del benessere, assieme al golf (uno dei valori più alti
ottenuti da questa disciplina).

Interessante, nella stessa prospettiva valutativa, la percezione suscitata dalle discipline in relazione
al concetto di “leggerezza”. Il nuoto conferma la sua predominanza di disciplina associata ai temi
della salute e del benessere, ma si propongono anche discipline quali la pallavolo e,
inaspettatamente, la scherma. Tennis, golf, ciclismo e sci ottengono una buona valutazione in
termini di assimilazione alla dimensione di leggerezza, grazie presumibilmente alle specifiche
modalità di pratica.
È Il rugby a proporsi come sport identificativo della “forza”, assieme al ciclismo e, sempre, al
nuoto. Molto lontani la scherma ed il golf. Tutti gli altri restano attorno a valori medi e non
significativi.
La “potenza” è identificata in maniera chiara e netta con la disciplina del rugby, che totalizza il
valore più alto nella valutazione. Interessante tuttavia il valore ottenuto dal nuoto che si propone
come disciplina capace di coniugare percezioni legate all‟area del benessere ma non in contrasto
con l‟area della forza. Come anticipato il golf, ad esempio, ottiene un posizionamento molto
distante dal concetto di “potenza” e di “forza”, come mostrato dal grafico successivo.

Differente situazione per il concetto di “equilibrio”. Come mostra l‟area complessivamente molto
estesa del grafico, le discipline sportive vengono generalmente considerate vicine al concetto di
equilibrio dal campione analizzato. Tranne il nuoto (che risente della presenza dell‟elemento
“acqua” necessario all‟espletamento della performance), unitamente al basket ed al rugby le cui
percezioni sono polarizzate verso altre aree di percezione.
Proprio il basket, considerate le specifiche peculiarità della disciplina, ottiene un valore
significativo in termini di percezione dell‟area legata alla “agilità”. La complessità del gesto tecnico
incide in questa prospettiva di analisi, proponendo alle prime posizioni le discipline sportive che
prevedono una maggiore complessità per l‟espletamento del gesto: sci, calcio, tennis, pallavolo e,
naturalmente, scherma.
Ginnastica
La Federazione Ginnastica Italiana – la più antica Federazione italiana, costituita nel 1869 – conta
92.000 tesserati, distribuiti nelle circa mille società affiliate: numeri tondi, che nascondono al loro
interno una grande diversificazione di atleti e discipline.
Sono quattro le sezioni Olimpiche della FGI: la ginnastica artistica maschile, la ginnastica artistica
femminile, la ginnastica ritmica e il trampolino elastico. A farla da padrone qui sono le donne
(anche se nella ritmica sono in fase di sperimentazione prove eseguite in coppia mista), che fra
artistica e ritmica sfiorano le 7.000 agoniste: ragazze molto giovani, allenate sin da bambine ad
esibirsi a corpo libero, trave, volteggio e parallele asimmetriche (nell‟artistica), piuttosto che con
fune, cerchio, palla, clavette e nastro (nella ritmica).
L‟età media rimane piuttosto bassa anche nell‟artistica maschile, che conta circa 1.700 agonisti in
5grado di esibirsi a corpo libero, cavallo con maniglie, anelli, volteggio, parallele e sbarra, e nel

trampolino elastico. Questa disciplina è l‟ultima nata in casa FGI e solo pochi anni fa è stata
riconosciuta dal CIO (Comitato Internazionale Olimpico). Gli esercizi del trampolino – usato anche
come attrezzo propedeutico per l‟addestramento di base per tutti gli sport che contengono
elementi acrobatici – sono composti da salti, doppi e tripli, raggruppati e tesi con rotazioni attorno
all‟asse longitudinale, che vengono eseguiti da uomini e donne ad un‟altezza che arriva anche ad 8
metri.
Le quattro discipline olimpiche raccolgono meno del 10% degli Italiani che praticano ginnastica.
Fatta eccezione per coloro che praticano l‟aerobica – meno di 2.000 agonisti fra maschi e femmine –
, tutti gli altri ginnasti sono compresi in quella sezione non olimpica che la FGI chiama, in modo
estremamente semplice ed appropriato, “Ginnastica per tutti” (che comprende anche Salute e
Fitness), che rappresenta la base di tutte le attività motorie, ed è facilmente praticabile da tutti per i
bassi costi d‟accesso, l‟alta diffusione nelle scuole e il grande numero di palestre sparse sul
territorio nazionale.
La “Ginnastica per tutti” è la disciplina che esercitava, con dedizione ed amore, anche Yara
Gambirasio, tragicamente divenuta il simbolo di uno sport pulito, lontano dagli eccessi propri
dell‟agonismo, facilmente praticabile nella palestra dietro casa.
Parlare della ginnastica in Italia obbliga quindi a distinguere molto chiaramente fra il fitness e la
ginnastica generale e la ginnastica olimpica.
In Italia di ginnastica olimpica si parla sostanzialmente poco, fatta eccezione per le imprese di Jury
Chechi, il più grande atleta italiano dell‟era moderna della ginnastica, ritiratosi nel 2005 dopo aver
dominato gli anelli per più di un decennio, per lo storico oro che Igor Cassina ha conquistato alla
sbarra nelle Olimpiadi di Atene e per le medaglie conquistate negli ultimi anni dalla Nazionale di
ritmica.
A portare prepotentemente l‟attenzione dei media sul mondo della ginnastica è stato il fenomeno
Ferrari: non quello della rossa di Maranello, ma quello di Vanessa Ferrari, semi sconosciuta
ginnasta bresciana che nel 2006 ai Campionati del mondo di ginnastica artistica di Aahrus in
Danimarca ha vinto l‟oro e ha portato alla luce, con la sua storia, le tante debolezze del sistema
italiano. La storia di Vanessa Ferrari è la punta di un iceberg: rivela una preoccupante carenza di
strutture, già molto ben raccontata da Ilaria Leccardi (ex ginnasta, oggi giornalista) nel suo libro
Polvere di magnesio, nel quale narra vicende di ragazzi obbligati ad allenarsi in condizioni difficili,
sotto le tribune di uno stadio, in ex piscine, o ancora in vecchi cinema e chiese sconsacrate
riadattate a templi vivi dello sport.
Vanessa Ferrari, avendo iniziato giovanissima la carriera agonistica come ogni ginnasta, ha dovuto
per anni frequentare una scuola privata: è la Brixia che ha finanziato la sua atleta per anni, fino al
gennaio 2006 quando Vanessa, finalmente, riesce ad entrare nel programma del Team Italia.
«Vanessa Ferrari è il concentrato dello sport italiano che si inventa grande con le pezze al sedere» scriveva
su «La Stampa» Marco Ansaldo all‟indomani dell‟oro di Aarhus, quando tutta l‟Italia scoprì, per la
prima volta, una campionessa che International Gymast, la più autorevole rivista di ginnastica al
mondo, aveva già piazzato in copertina e che, soprattutto, aveva già vinto pochi mesi prima l‟oro a
squadre e l‟argento individuale al corpo libero ai Campionati europei di Volos in Grecia. Il più
grande talento femminile, che la ginnastica italiana ha mai espresso, si è allenata per molti anni in
una vecchia piscina dove le vasche sono state riempite di gomma piuma, dove è impossibile
provare l‟esercizio al corpo libero dell‟oro mondiale, perché la “palestra” è larga solo 10 metri e la
pedana regolamentare ne misura 12 più 1 di contorno. Vanessa Ferrari, appena scesa dal podio di
Aarhus, lanciò una richiesta: una nuova palestra. Così, un anno più tardi, l‟11 ottobre 2007, è stato
inaugurato a Brescia il nuovo PalAlgeco, palestra d‟avanguardia realizzata interamente grazie a
sponsor privati, Algeco e Iveco in testa, e al Comune di Brescia.
Il caso della palestra di Brescia offre lo spunto per analizzare il grave problema della ginnastica
italiana, quello delle strutture. L‟attuale modello della FGI, che prevede dei Centri federali dove
centralizzare l‟attività, non sembra adattarsi bene alla ginnastica artistica italiana, quella femminile
in particolar modo. Portare delle ragazze di 13 o 14 anni ad allenarsi a centinaia di chilometri di
distanza da casa può rivelarsi controproducente: la ricerca dell‟equilibrio non solo fisico, ma anche
psichico delle atlete deve prevalere su logiche economiche e politiche.
Discorso diverso può essere fatto per la ritmica, che in Italia è sinonimo di eccellenza a livello di
squadra, come dimostra anche lo storico oro (terzo consecutivo) conquistato ai recenti Mondiali
2011 di Montpellier dalle Farfalle allenate da Emanuela Maccarani.
Ben venga dunque in questo caso il centro federale di Desio, sede d‟allenamento della Nazionale
azzurra.
Sembra dunque necessaria una razionalizzazione delle strutture per garantire unità e sicurezza –
che significa anche non essere mandati via alla scadenza del contratto d‟affitto -, ed elasticità e
mobilità.
L‟attenzione al problema delle strutture diventa fondamentale anche se si vuole garantire un vero
ricambio generazionale nella ginnastica italiana. Trainate dall‟effetto Ferrari, negli ultimi anni
centinaia di ragazzine sono tornate ad affollare le palestre, segnando un boom di tesserati: +19,4%
sul biennio 2008-20096. Un vivaio da coltivare con cura, incoraggiare e non rischiare di disperdere,
soprattutto in ambito maschile dove ci sono preoccupanti segnali di mancanza di avvicendamento.
Altra curiosa storia è quella di Igor Cassina, che si è appena trasferito a New York, dove, per un
anno insegnerà educazione fisica agli allievi della scuola d‟Italia Guglielmo Marconi.
Al di là del valore che quest‟esperienza avrà per l‟olimpionico di Atene – che ha saputo
rivoluzionare la ginnastica al punto di creare un movimento tecnico che ha preso il suo nome –, c‟è
da chiedersi se la notizia sia davvero una good new per la ginnastica italiana.
Perché se è vero che la ginnastica italiana diventa così l‟ennesimo prodotto di eccellenza del Made
in Italy da esportare nel mondo, è altrettanto vero che perde un pezzo preziosissimo della sua
storia, che molto avrebbe da dare e insegnare anche qui.
La storia della ginnastica italiana evidenzia che questo antico sport ha ancora molto da dare al
nostro Paese, soprattutto grazie al lavoro faticoso, silenzioso di tanti atleti, non tutti di successo, e
dei loro tecnici.
La ginnastica è ancora emblema di sacrificio, coraggio, dedizione e quindi è componente essenziale
di ogni modello educativo attraverso lo sport. È la più spontanea e nello stesso tempo complessa
delle attività motorie, patrimonio della storia sportiva italiana.

6 Fonte: I Numeri dello Sport Italiano. La pratica sportiva attraverso i dati CONI e ISTAT, 27 aprile 2011.
Golf

La dimensione del golf rappresenta in Italia una tipicità non soltanto sportiva, per tanti versi
assimilabile a quella del tennis. La diffusione della disciplina e il suo bacino di praticanti e di
percezione è stato, sino a pochissimi anni or sono, fortemente influenzato dalla struttura
organizzativa che il “sistema golf” ha scelto: il circolo.
Vero e proprio luogo di aggregazione sociale, ben oltre lo sport e la sua pratica, il circolo ha
conferito alla disciplina del golf una connotazione fortemente elitaria che ne ha limitato l‟accesso
alla pratica sino almeno agli anni ‟80. Per praticare il golf in Italia, oltre al costo per l‟acquisto
dell‟attrezzatura, era prassi l‟iscrizione nella qualità di socio ad un circolo.
Pur essendo possibile praticare liberamente, il numero dei praticanti è stato fortemente
condizionato dalla limitata disponibilità degli spazi di pratica e dalla consolidata prassi
dell‟iscrizione ad un circolo. I numeri dei circoli ed i costi correlati alla pratica hanno, quindi,
rappresentato la vera e più concreta barriera all‟ingresso di una disciplina che ha, comunque,
conosciuto una crescita di praticanti, dalla fine degli anni ‟20 del secolo scorso ad oggi.
Quando, nel corso degli anni ‟90, le prime trasmissioni televisive degli eventi hanno determinato
un sensibile aumento dell‟esposizione mediatica della disciplina, il golf ha subito una crescita di
attenzione anche in Italia e sono nati i primi appassionati-non-praticanti.
L‟arrivo ai primi posti del ranking internazionale di personaggi rappresentativi – uno su tutti:
Costantino Rocca – ha saputo sollecitare l‟interesse del pubblico sportivo, avvicinandolo alle regole
ed alla dimensione del golf. Grazie anche a questi successi e alla conseguente esposizione
mediatica è cresciuto anche il numero dei circoli, passando dai 17 dei primi anni della Federazione
agli oltre 300 del 2011.
Il “tesseramento libero”, dal 2007, ha rappresentato una scelta della Federazione Italiana Golf (FIG)
per invertire una tendenza che voleva il golf come sport fortemente elitario. Questa forma di
tesseramento è, difatti, pensata per favorire lo sviluppo dei praticanti in maniera completamente
distaccata dalla dimensione e dai costi del circolo, anche se rimane molta alta la quota da sostenere
per giocare (60-120 euro per le 18 buche).
Tuttavia questa modalità di tesseramento, che non è ancora sufficientemente nota al grande bacino
dei praticanti potenziali, non può bastare da sola a modificare il target della disciplina né ad
abbattere le barriere all‟ingresso alla pratica che sono e restano ancora alte, soprattutto dal punto
di vista economico.
Di certo la costruzione di numerosi nuovi impianti di pratica, su tutto il territorio nazionale, ha
ulteriormente contribuito alla crescita del movimento. Il golf, difatti, anche in ragione delle
particolari condizioni climatiche che in alcune regioni della nostra Nazione ne permettono il gioco
durante tutti i mesi dell‟anno, è stato utilizzato come strumento di marketing territoriale per
attrarre sul territorio bacini di praticanti stranieri in periodi destagionalizzati, anche se siamo in
ritardo rispetto a Portogallo e Spagna.
In molte località, quindi, sono stati realizzati campi da golf come vere e proprie “attrazioni
turistico-sportive”, alla stregua di parchi tematici e piuttosto staccati da una vera e propria
programmazione strategica a lungo termine che riguardasse tutto il territorio circostante.
Tuttavia, la diffusione degli spazi di pratica, a prescindere dalle motivazioni che hanno portato alla
loro realizzazione, ha contribuito all‟ulteriore incremento di una pratica che già si trovava a vivere
un momento di auge.

Punti di forza

Gli ultimi anni, dopo l‟exploit, mediatico e sportivo, piuttosto isolato dell‟italiano Costantino Rocca,
hanno visto la crescita e l‟affermazione di giovani atleti del golf nazionale che hanno saputo
proporsi come atleti vincenti, rendendosi riconoscibili al grande pubblico anche grazie alla
crescente esposizione mediatica e alle campagne di comunicazione ben congeniate.
Il dato significativo sta nel fatto che molti di questi personaggi sono arrivati alla ribalta sportiva in
età piuttosto giovane: Edoardo e Francesco Molinari, rispettivamente al 53° e 34° posto nel ranking
mondiale e Matteo Manassero arrivato al successo internazionale ben prima dei 18 anni e nel 2011
numero 38 al mondo. Per non parlare di Diana Luna, che nel 2011 ha vinto già due tornei europei
ed è fra le prime 50 al mondo. Sono loro che rappresentano il nuovo corso di una disciplina che si
sta avvicinando sempre più alle donne (rappresentano attualmente il 28% dei tesserati) e ai più
giovani, pur mantenendo una dimensione di pratica adulta.
È uno sport che, se giocato nell‟ambito del professionismo, distribuisce grandi montepremi e attira
sponsor di alto livello.
Lo swing si propone come un gesto adatto per giovani e meno giovani. La disciplina è capace di
coniugare l‟agonismo pronunciato (chi ha detto che il golf è uno sport per vecchi?) alla tranquillità
di un giro di campo in compagnia.
Una chiave interessante è vedere il golf come lo sport che allunga la vita sportiva di un individuo.
A 65 anni è più facile fare qualche chilometro e qualche tiro in un ambiente salubre che giocare a
calcio, a rugby o anche a tennis.
Grazie al necessario contatto con la natura e agli aspetti tipici di concentrazione e abilità, il golf ha
assunto una connotazione valoriale che ha suscitato l‟attenzione dei media e degli investitori
privati. Nel processo che lo ha avvicinato al grande pubblico, il golf ha saputo superare il limite
dell‟esclusività senza, però, abbandonarlo completamente. È restato – ed in questo va riconosciuta
una delle ragioni del suo attuale successo – una disciplina per pochi ma aperta a tutti, con ritmi e
riti del tutto tipici che lo distinguono dalle altre pratiche.
La propensione di personaggi noti (atleti ed ex-atleti di altri sport, ma anche personaggi politici e
dello spettacolo) a praticare il golf, anche a livelli di discreto agonismo, ha contribuito alla sua
diffusione anche per spirito di emulazione e di moda.
In considerazione dell‟affermazione mondiale del golf come fenomeno sportivo di massa,
supportata dalla nascita di numerosi impianti di pratica in tutto il mondo, il CIO (Comitato
olimpico internazionale) ha stabilito che dai Giochi Olimpici di Rio 2016 il golf tornerà ad essere
disciplina olimpica, come era stato nelle edizioni del 1900 e del 1904.

Punti di debolezza

La pratica al femminile è in crescita ma, al momento, è ancora limitata e di scarso interesse per i
media nazionali. L‟affermazione di Diana Luna potrebbe, presumibilmente, contribuire allo
sviluppo della componente femminile.
Uno dei limiti più forti alla diffusione del golf sta proprio nella limitata disponibilità di campi
pratica e nei costi, ancora alti, da sostenere per giocare. Il costo di una attrezzatura completa, per
quanto diminuito nel corso degli anni grazie alla competizione tra più produttori, resta alto e non
comparabile con quello della maggior parte delle altre discipline. Il golf è, peraltro, diventato un
fenomeno di moda, tanto nel settore dell‟abbigliamento quanto in quello degli accessori.
Il circolo e il relativo costo di affiliazione sono stati e restano una prassi cui difficilmente il
praticante assiduo può sottrarsi, così come “l‟affitto del campo” (green fee) giornaliero. Questo
incide in maniera sostanziale sul costo della pratica e ne limita, conseguentemente, la diffusione.
La concomitanza di tutti questi elementi contribuisce a mantenere il golf una disciplina dal target
medio-alto: i praticanti e gli appassionati hanno un‟età media alta, anche se – come abbiamo visto
– i recenti successi di giovani atleti stanno favorendo lo sviluppo di una fascia di praticanti più
giovane e devono avere una capacità di spesa medio-alta, il che coincide solitamente con un alto
livello di scolarizzazione.
In ultimo, la difficoltà che il golf ha ad essere praticato in ambienti scolastici non favorisce certo la
crescita della pratica. Tuttavia la FIG ha di recente dato inizio a progetti rivolti alla pratica da parte
dei giovani, anche a livello scolastico, sostenuta da sponsor, molto attenti e interessati ad
aumentare la propria presenza in un segmento nuovo e con grandi prospettive.
Nuoto
In Italia si è sempre nuotato tantissimo, ma, come Benito Mussolini commise l‟errore di
considerare la penisola una portaerei (con esiti disastrosi, come sappiamo), forse per molti decenni
si è creduto che si potesse imparare a nuotare in senso sportivo, agonistico, senza impianti, senza
piscine, in mare. Errore. È in piscina che si costruiscono i campioni. Forse è per questo che,
praticamente fino alla fine degli anni ‟80 solo Novella Calligaris, lo scricciolo di Padova allenata da
Bubi Dennerlein, era riuscita a salire su un podio olimpico: 1 argento e 2 bronzi all‟Olimpiade di
Monaco 1972. Il nuoto italiano, ai tempi di Novella, non era ancora entrato nella dimensione
professionistica attuale. Paradossalmente – e contrariamente al giudizio negativo che normalmente
noi italiani, per primi, abbiamo su noi stessi – solo quando c‟è stato bisogno di far diventare il
nuoto un mestiere, di allenarsi in modo sistematico, di fare sacrifici, insomma di crescere
veramente o di lasciar perdere, solo allora abbiamo cominciato a creare degli atleti olimpionici,
capaci cioè di eccellere a livello mondiale. Prima avevamo avuto tanti buoni atleti, da Fritz
Dennerlein, ottimo giocatore di pallanuoto e buon nuotatore, a Carlo Pedersoli che, prima di
ottenere uno straordinario successo internazionale come attore con lo pseudonimo di Bud Spencer,
fu il primo nuotatore italiano a scendere sotto il minuto nei 100 stile libero.
La grande stagione del nuoto italiano è cominciata con Stefano Battistelli (primo italiano a
conquistare una medaglia olimpica, bronzo nei 400 misti a Seul 1988), con Giorgio Lamberti
(primatista e campione mondiale dei 200 stile libero) e con il grande tecnico Alberto Castagnetti,
prematuramente scomparso nel 2009, come simbolo di una Federazione che ha saputo creare
un‟organizzazione al passo con i tempi. Dalla riforma degli anni ‟90 sono nati i successi olimpici di
Domenico Fioravanti, Massimiliano Rosolino, Federica Pellegrini e la migliore stagione del nuoto
italiano.
Fino agli anni ‟90, infatti, non esisteva l‟attuale politica di scouting capace di individuare e
valorizzare i talenti. Rispetto al passato, infatti, ora se nasce un talento in Sicilia, in Toscana o in
Veneto, questo viene individuato e protetto, sia aiutandolo ad allenarsi a casa sua, se ha uno staff
valido (è il caso di Fabio Scozzoli doppio argento ai Mondiali 2011 nei 50 e nei 100 rana che si
allena a Imola) o viene portato dove si può valorizzare il suo talento (come Luca Dotto, argento nei
50 sl ai Mondiali che dal Veneto è sceso a Roma, alla scuola di Claudio Rossetto, specialista della
velocità). Anche Federica Pellegrini, la nostra primadonna, capace di oltrepassare il confine tra
sport e gossip, dopo una brutta esperienza venne affidata alle cure di Castagnetti che ne ha fatto la
straordinaria campionessa capace di vincere un oro olimpico (2008) e quattro titoli Mondiali (2009
e 2011). Ed è proprio la copertura mediatica dell‟ultimo decennio, dall‟Olimpiade di Sydney 2000
con il boom in piscina (tre ori, un argento, due bronzi) che ha aiutato il nuoto a crescere
ulteriormente. Il nuoto, con quasi 3 milioni e mezzo di praticanti, è secondo solo al calcio.

Punti di forza
Il nuoto, rispetto a trenta, quaranta anni fa, è entrato nella vita degli italiani. Il nuoto in piscina,
quello serio, non il nuoto in quattro metri di spazio, davanti alla spiaggia. Molti dei grandi
nuotatori italiani dell‟ultimo ventennio, infatti, hanno cominciato l‟attività su suggerimento dei
medici, per battere la scoliosi o l‟asma o perché, semplicemente “il nuoto fa bene”. Il benessere
sociale, la possibilità di accedere ai corsi e alle scuole nuoto ha allargato la base dei ragazzi che si
sono avvicinati a questo sport. Per cui è più facile trovare chi ha talento e valorizzarlo. Il valore dei
tecnici è cresciuto anche grazie all‟ausilio di stranieri che sono venuti in Italia e hanno portato la
loro esperienza. Inoltre la copertura mediatica, il successo dei nuotatori anche come uomini e
donne “immagine” ha scatenato l‟istinto di emulazione.
Punti di debolezza
Il principale punto di debolezza è rappresentato dagli impianti. Mancano soprattutto piscine
coperte con la vasca da 50 metri, nota come “vasca olimpica”. Nel centro federale Alberto
Castagnetti di Verona, ad esempio, dove si allena la nostra star, Federica Pellegrini, la vasca da 50
metri è all‟aperto e quindi disponibile solo nei mesi primaverili-estivi. Il problema di Verona è
abbastanza comune nel centro-nord dove si trovano la maggioranza delle piscine. Per questo gli
agonisti, i campioni, devono dividere le piscine con signore e signori attempati o bambini. La
copertura mediatica, poi, se positiva da un punto di vista, è diventata, in alcuni casi
controproducente.
Pallacanestro

Il basket è il secondo sport in Italia per numero di spettatori e fatturato diretto. Il terzo per numeri
di tesserati.
Diffuso in Italia come disciplina “importata” dagli Stati Uniti, nel periodo che intercorre tra la
prima e la seconda guerra mondiale, la sua affermazione in Italia rappresenta un chiaro esempio di
influenza storico-sociale che si concretizza in un modello di “life style” molto caro ai giovani.
Tuttavia, prima degli anni „60 non si può parlare di una vera e propria affermazione di questa
disciplina nel nostro Paese. In quegli anni prende vita il movimento organizzato del basket che,
pochi anni dopo, aprirà le porte dei propri campionati ai giocatori stranieri, in una strategia di
crescita basata sull‟attrazione di giocatori di scuole tecnicamente più evolute.
Il basket è stata una delle prime discipline a sperimentare e a mettere in discussione le sue regole
per rendere il gioco più spettacolare e interessante per gli spettatori. A livello internazionale, ad
esempio, è stato il primo fra tutti gli sport in Europa a introdurre la formula dei playoff che assegna
titoli, promozioni, retrocessioni con incontri spettacolari che si giocano al termine della regular
season.
La spettacolarità di un gioco che, in Italia, ha sempre avuto una matrice fortemente americana e
“aspirazionale”, e una certa dimensione di moda, hanno connotato il movimento cestistico italiano
per molti anni. Questa attenzione ha portato alla nascita dei primi personaggi sportivi del basket,
negli anni „80. In quegli anni nasce anche la Lega di Serie A con l‟obiettivo di fare sistema e tutelare
gli interessi dei club di fascia più alta. In questo quadro, nel pieno degli anni ‟80, arriva
l‟inaspettata medaglia d‟argento ai Giochi Olimpici, dopo la vittoria contro la Russia, padrona di
casa.
Seguono gli anni di Milano e Bologna, i fantastici anni ‟90 del basket italiano ai vertici europei.
Virtus e Fortitudo, tra tutte ma non sole, vincono e gareggiano per i primissimi posti nelle
principali competizioni per club, un momento di auge e di successi che traina, nel Paese, un nuovo
interesse per la pallacanestro. Almeno sino agli anni 2000 che segnano, invece, un‟inversione di
tendenza per il movimento. La generale perdita di competitività internazionale, sia a livello di club
che delle nazionali, corrisponde ad un periodo difficile per la Federazione, che passa attraverso la
fase del commissariamento.
La figura di un presidente carismatico e competente, come Dino Meneghin, sembra aver favorito
l‟acquisizione di un equilibrio per il sistema federale e ha avviato un processo di ripresa e rilancio
del movimento, anche se i risultati tardano a venire. Poi vi è il difficile rapporto con la Lega di
Serie A e la Lega Due che stenta a decollare. Entrambi i campionati poi, devono fare i conti con lo
status professionistico.
Due grandi scandali hanno minato la credibilità del movimento. Il primo è stato “baskettopoli” che
ha visto coinvolta la Benetton basket e la Lega serie A e il secondo ha travolto l‟intero settore
arbitrale con la denuncia per i reati di abuso d‟ufficio e frode in competizioni sportive, da parte
della Procura di Reggio Calabria, di 53 arbitri e i vertici del settore. Il tutto nel periodo 2007-2009.
Successivamente abbiamo assistito al pasticcio di un improbabile sistema di “wild card” inventato
dalla Lega di Serie A che ha portato ad avere nel campionato 2011-2012 17 squadre in A e 15 in
Lega Due. Il numero dispari, nei campionati, è sempre un segnale negativo.
Inoltre la pallacanestro dovrà superare, in termini di immagine, l‟addio del gruppo Benetton, che
ha rappresentato la storia di questo sport in Italia.
Nel corso di questi ultimi dieci anni va anche registrata la mancata assegnazione di due eventi
internazionali ai quali la Federazione si era candidata: i Mondiali del 2014 e gli Europei del 2013.
Sconfitte che, lungi dal poter essere spiegate in poche righe, sono sintomo di una limitata fiducia
da parte dell‟ambiente internazionale, di una mancanza, ormai cronica, di impianti di alto livello,
nonché al debole sostegno garantito dalle forze politiche al sistema sportivo in occasione di queste
candidature. Gli ultimi anni hanno visto la Nazionale maggiore restare fuori dai Giochi Olimpici
(sia per il 2008 che per il 2012), con evidenti ricadute sul movimento di base, che saranno
pienamente misurabili solo nel lungo termine. Il basket italiano rischia, insomma, di subire una
contrazione in termini di visibilità mediatica, il che si potrebbe tradurre in una diminuzione
dell‟attenzione da parte dei giovani, degli sponsor e delle Amministrazioni locali. Proprio queste
ultime rappresentano, difatti, gli interlocutori di riferimento di società di vertice sempre più
radicate nei territori di centri medio-piccoli.
Ancora da valutare, infine, la scelta del campionato italiano di abbandonare il rapporto con SKY
per tornare in chiaro sul La7 e, su Rai Sport per il digitale terrestre. Gli effetti della scelta saranno
misurabili nel medio-lungo termine, anche se i primi segnali sono positivi: la Supercoppa 2011
giocata fra Siena e Cantù ha fatto registrare un ascolto medio di 250.000 spettatori con l‟1,7 di share
con un picco di 1 milione e 5,37% al momento topico della gara. Certamente le partite in diretta
passano da 3 a 2 nel week end. Altrettanto certo è che SKY potrebbe aver considerato basso il dato
medio degli ascolti del weekend (la gara 5 della finale scudetto 2010-2011 fra Siena e Cantù è stata
seguita da appena 135.000 spettatori in prime time), influenzato dal palinsesto sempre più
“spalmato” del calcio nazionale. Questo deve, presumibilmente, aver indotto la televisione del
gruppo Murdoch a pensare di lasciare il campionato, dopo averlo fatto un anno prima con
l‟Eurolega.
Segnaliamo anche la scomparsa di una legenda di questo sport in Italia: nel 2011 è scomparso
Cesare Rubini, membro della Hall of Fame insieme a Meneghin e pluricampione, anche nella
pallanuoto, amato da tutti gli sportivi.

Punti di forza

La pratica sportiva del basket è legata, in Italia, alla dimensione della pratica scolastica. Buona
parte delle palestre scolastiche è, difatti, dotata di spazi sportivi (anche non regolamentari) per la
pratica della pallacanestro, le cui regole sono adeguatamente diffuse e comprese dai ragazzi in
fascia scolare.
Il largo accesso alla pratica di base, grazie alla spinta assicurata dal sistema scolastico, dalla pratica
del mini-basket e dai campi all‟aperto (i play ground), lo rendono la terza disciplina per pratica in
Italia, alle spalle del calcio, in perenne alternanza con la pallavolo. Mentre il volley si caratterizza
come un fenomeno di ampia partecipazione femminile, il basket è fortemente legato alla pratica
maschile.
Il suo carattere internazionale, la diffusione dei diritti del campionato NBA e le regole attuali
rendono il basket uno sport televisivamente gradevole non legato, promozionalmente, al solo
campionato italiano.
Il recente accesso di alcuni giocatori italiani nel campionato NBA ha fatto da traino ulteriore al
movimento, contribuendo a dare nuova linfa alla pratica di base ed all‟esposizione mediatica delle
attività della Nazionale, soprattutto quando questi giocatori sono in campo. Inoltre, le capacità
promozionali e la politica di espansione mondiale dell‟NBA stanno contribuendo a coinvolgere
nuovi appassionati verso il basket. Dal 2006, ben tre volte l‟NBA Live Europe Tour è approdata in
Italia. La prima volta a Roma.
Se un grande gruppo, Benetton, è uscito dal sistema, uno ne è entrato con grande forza e progetti
importanti non solo sulla squadra, ma soprattutto sui giovani e sull‟impiantistica: è Armani.
Speriamo che possa rappresentare una svolta positiva con il recupero di una grande piazza storica.
Una parola va spesa per la Montepaschi Siena: è una società ben organizzata, vincente e con
visione, sicuramente un importante punto di riferimento per il sistema.
Punti di debolezza

La pallacanestro è un fenomeno sportivo prettamente maschile. La componente di pratica


femminile è limitata, sia a livello di vertice che di base, anche se la storia sportiva del basket
femminile per club ha vissuto periodi vincenti e importanti grazie alle 11 Coppe Campioni con il
record del Vicenza con cinque successi fra gli anni ‟80 e ‟90.
Già da alcuni anni, nei campionati di Serie A militano club provenienti da centri medio-piccoli. La
presenza delle grandi città e dei loro club è sensibilmente diminuita, in favore di altre discipline.
Questo ha determinato una flessione nella competitività generale, in quanto una città medio-
piccola non è generalmente in grado di attrarre investimenti importanti. Di contro la forte
territorialità, che è di per sé un fenomeno molto positivo, non porta proventi adeguati a sostenere i
club nella competitività europea.
Sull‟impiantistica vale il discorso fatto per il calcio. C‟è bisogno di impianti nuovi e sostenibili.
Anche perché, per partecipare all‟Eurolega, occorre – tranne deroghe temporali minime – una
capienza di almeno 10.000 posti.
Molti dei club lamentano una generalizzata situazione di crisi, derivata sia dalla contrazione del
mercato sia dalla scarsa propensione a rinnovarsi e a ricercare nuove fonti di ricavo dimostrata nel
corso degli ultimi anni. Lega e club sono, dal punto di vista manageriale deboli e destrutturati, se
confrontati con i campionati top di altri Paesi europei.
Le recenti esperienze negative di alcuni club che hanno fatto la storia della pallacanestro, come ad
esempio il caso Fortitudo, devono servire da esempio per il futuro di tutto il movimento.
Pallanuoto
La pallanuoto è uno degli sport olimpici di squadra più antico. È presente nel programma dei
Giochi fin dal 1900, a Parigi. Inventato (obviusly) dagli inglesi, che furono anche i vincitori della
prima medaglia d‟oro della storia, nel corso del XX secolo si è diffuso in modo quasi globale. I
successi delle principali competizioni sono stati raccolti in modo predominante dalle squadre
europee e soprattutto balcaniche, Jugoslavia (Serbia e Croazia dopo la frantumazione del paese) e
Ungheria. Tra queste si sono inserite Nazioni come Russia, Spagna e, soprattutto, l‟Italia con il
“Settebello”, soprannome che la Nazionale azzurra ha derivato dalla Rari Nantes Napoli nel
secondo dopo guerra. I giocatori campani, nelle lunghe trasferte in treno verso la Liguria,
giocavano a scopa e “Settebello” divenne il loro soprannome poi passato alla Nazionale di cui
formavano l‟ossatura. Infatti la pallanuoto, in Italia, a parte qualche inserimento di realtà non
“marinare”, su tutte la Florentia (9 scudetti) ma anche Milano e recentemente Brescia, è sempre
stata dominata dalle grandi scuole ligure e campana, con una presenza del Pescara negli anni ‟80 e
‟90: la Pro Recco ha conquistato 25 scudetti, il Posillipo 11. Sono le due rivali dell‟ultimo decennio.
Questa bella tradizione ha contribuito alla creazione di un movimento che ha prodotto alcune
generazioni di “fenomeni” che hanno dominato tre Olimpiadi (1948, 1960, 1992) e sono arrivate a
tre titoli Mondiali (1978, 1994, 2011), solo per citare i successi più importanti. Malgrado la sua
diffusione a macchie lungo la penisola, la pallanuoto è riuscita, negli anni, a trovare sempre un
ottimo ricambio e a conquistare spazi a livello internazionale spesso superando, con la velocità,
l‟organizzazione e lo studio della tattica (la Nazionale italiana è stata la prima a sfruttare gli
strumenti tecnologici per migliorare il gioco) la distanza data dalla diversa conformazione fisica
rispetto ai giganti dell‟Est. La pallanuoto maschile è stata affiancata, dagli anni ‟90, dalla
pallanuoto femminile, il Setterosa, che ha dominato per una decina d‟anni le scene mondiali
conquistando due titoli Mondiali (1998-2001) e la medaglia d‟oro olimpica del 2004 che, in pratica,
ha chiuso il grande ciclo vincente. Come per la pallanuoto maschile anche nel caso delle ragazze i
Mondiali di Shanghai del 2011 hanno segnato un importante momento di risalita (quarto posto).
Negli ultimi anni il campionato è stato dominato dalla Pro Recco (sei scudetti consecutivi) che,
grazie al suo presidente Gabriele Volpi, può contare su importanti risorse e ingaggia i giocatori
migliori.

Punti di forza
La tradizione e la scuola italiane sono tra le migliori del mondo. I settori giovanili delle società
sono organizzati e i successi dei ragazzi nei tornei a loro dedicati sono numerosi. La pallanuoto
può contare su un buon bacino di giovani che si avvicinano a questo sport e il ricambio è
assicurato. I tecnici italiani sono molto preparati e poi, grazie anche all‟esempio di Ratko Rudic,
l‟allenatore serbo-croato che ha rifondato la pallanuoto italiana negli anni ‟90, il livello medio è
salito notevolmente. L‟esempio migliore è Sandro Campagna, il commissario tecnico del Settebello
che in questi ultimi due anni (2009-2011) ha rifondato il Settebello portandolo al trionfo Mondiale
di Shanghai e accreditandolo di una medaglia per l‟Olimpiade di Londra 2012.

Punti di debolezza
Alla pallanuoto italiana in questi anni è successo un po‟ quello che è accaduto al calcio a cavallo
degli anni ‟50 e ‟60, quando l‟invasione di stranieri, molti dei quali naturalizzati (oriundi),
bloccarono la crescita dei giovani italiani. Infatti la Federnuoto si oppone all‟utilizzo di più di due
stranieri nel campionato italiano (molti stranieri ottengono però il passaporto italiano e diventano
“oriundi” per potere evitare questo sbarramento). La Pro Recco, poi, dai tempi di Eraldo Pizzo, “il
caimano”, in cui si giocava in mare, è diventata uno dei club più forti d‟Europa e ha praticamente
il monopolio sul campionato, vincendo le ultime sei edizioni. La Pro Recco ha acquistato tutti i
migliori giocatori del continente, ha quasi tre squadre e ha cominciato a disputare, oltre a
campionato ed Eurolega, anche la Lega Adriatica, un torneo che raccoglie le migliori squadre serbe
e croate. L‟altro grande problema, oltre a quello degli impianti che la pallanuoto divide con il
nuoto, è quello di una difficoltà di sfruttare mediaticamente i successi del Settebello. La pallanuoto,
vista alla Tv (che trasmette sempre in diretta una partita di campionato, appare uno sport difficile
da capire e da analizzare.
Pallavolo
La pallavolo è una delle discipline che meglio rappresenta la storia socio-sportiva dello sport
italiano negli ultimi anni: dalla dimensione prettamente “dopo-lavoristica”, ambiente nel quale la
disciplina è nata, sino allo sviluppo degli anni ‟50 e ‟60, e alla crescita di praticanti; dai grandi
successi mondiali, sia per i club che per le Nazionali, al sorpasso sul basket quanto a numero di
tesserati, passando per lo sviluppo di progetti importanti sulle nazionali giovanili (squadre sia
maschile che femminile che partecipano a campionati per club), e alla crisi economica che grava su
alcuni club e influisce sul livello di credibilità dei campionati di vertice.
Grazie alle prime vittorie internazionali degli anni ‟70 e al concomitante passaggio a una
dimensione pienamente nazionale dei campionati, è stata tra le prime discipline a strutturarsi
secondo un modello manageriale e a rivolgersi alle aziende in maniera credibile, sistematica e
professionale. Infatti nei primi anni ‟90 grandi gruppi aziendali, come Benetton, Mediolanum,
Gardini solo per citarne alcuni, hanno scelto di investire nel mondo della pallavolo entrando a far
parte della gestione societaria, e non come semplici sponsor. Hanno, però, creato concreti problemi
di gigantismo, danneggiando l‟intero movimento.
Quarant‟anni di crescita costante, che hanno accompagnato il movimento ai massimi livelli
mondiali. Passando attraverso i successi degli anni ‟80, ‟90 e 2000, le esperienze di Velasco, Montali
e Anastasi, i personaggi della nazionale maschile e il loro sogno mancato in extremis del successo
olimpico. Ormai la pallavolo italiana è uno sport di alto profilo, con una buona esposizione
mediatica, ma con i problemi propri dello sport di vertice: l‟aumento esponenziale dei costi per la
gestione dello spettacolo sportivo e un progressivo allontanamento degli sponsor. In questo
contesto e per queste esigenze nascono le leghe, con l‟obiettivo di guidare una gestione autonoma
del vertice del movimento, sulla base di esigenze ormai troppo differenti dalla base e dall‟intero
movimento che resta sotto l‟egida della competente Federazione italiana pallavolo.
Alcuni fenomeni, a metà tra lo sport e la moda-tendenza, hanno saputo alimentare l‟interesse del
pubblico dando nuova linfa all‟intero movimento. È il caso del beach volley, esploso negli anni ‟90
sulle spiagge italiane, favorito dall‟appeal dei giocatori e delle giocatrici nonché dalla semplicità
delle regole e dalla disponibilità degli spazi di pratica. Ha rappresentato, difatti, uno dei primi
esempi di pratica sportiva destagionalizzata utilizzato anche per la promozione dei territori.
Il vero successo è l‟esplosione della pratica del volley al femminile, nel corso dei primi anni ‟90. I
successi assoluti della Nazionale femminile e dei club, che proseguono in questi anni, alimentano
ulteriormente l‟attuale situazione della pallavolo come pratica sportiva anche orientata al
femminile. Anche le Nazionali giovanili hanno regalato e regalano grandi soddisfazioni: è il caso
della medaglia d‟oro vinta ai Campionati Mondiali Juniores Femminili nel 2011.
Sempre nel 2011, nei Campionati europei, la Nazionale maschile è arrivata seconda, dopo sei anni
dalla vittoria di Roma nel 2006 con Andrea Anastasi in panchina.

Punti di forza

A livello internazionale la pallavolo ha saputo cambiare le regole per rendersi più moderno e
televisivo, o meglio business oriented. Ha modificato nel 1998 il sistema di conteggio dei punti,
adottando il “rolling point system”. Di fatto è stato abolito il cambio palla e ogni azione è un punto.
Risultato? Le gare sono più brevi e il range di durata si è decisamente ristretto, per la felicità delle
televisioni che prima, talvolta, erano costrette a interrompere la diretta perché sforava i tempi dei
palinsesti.
Poi la seconda modifica regolamentare che sembra aver generato influssi positivi sulla disciplina:
l‟introduzione del ruolo del “libero”. Tutto parte dalla necessità di proporre un gioco anche alle
persone di piccola statura. Entrambe intuizioni del “super presidente” Ruben Acosta, messicano
che ha letteralmente regnato per quasi venticinque anni sulla Federazione mondiale, conferendo
una precisa linea politica al movimento mondiale della pallavolo, sul modello applicato da Blatter
nel mondo del calcio. Le modifiche regolamentari che si sono succedute proprio sotto la sua
presidenza hanno, infatti, favorito la dimensione televisiva della pallavolo, rendendo il gioco e lo
spettacolo sempre più affascinante. La nuova dinamicità del gioco ha garantito la presenza di
pubblico nei palazzetti, favorendo il forte radicamento delle società di vertice con le community di
tifosi dei propri territori.
Ha un‟ampia diffusione scolastica per molteplici fattori: regole semplici, attrezzature non costose e
facili da montare, adatto a entrambi i sessi e perché è uno sport che non prevede il contatto fisico,
quindi con pochi rischi di incidenti.
La distribuzione omogenea e capillare degli impianti di pratica su tutto il territorio nazionale,
unita alla diffusione dei campi outdoor nelle aree sportive attrezzate e sulle spiagge, hanno reso la
pallavolo uno degli sport maggiormente praticati in Italia.
La presenza di praticanti donne, proprio a partire dalla fascia scolastica, si attesta ad oltre il 70%
del totale e questo garantisce al vertice del movimento femminile un bacino di praticanti dal quale
attingere costantemente nuovi talenti.
Innovativo e lungimirante è il progetto della Federazione che ha predisposto centri federali
ramificati su tutto il territorio (nel 2011 sono 281) coprendo tutte le regioni per facilitare
l‟avviamento al gioco della pallavolo e mettendo a disposizione il sito internet
(www.federvolley.it) per trovare il centro più vicino alla propria residenza. Una bellissima
iniziativa. Menzione anche per altri due progetti “1,2,3.. minivolley” studiato per le scuole
primarie e “1,2,3… volley” per le scuole secondarie.

Punti di debolezza

A fronte dello sviluppo della pratica della pallavolo femminile, si registra un sensibile calo di
quella maschile, con una sostanziale inversione degli equilibri di pratica registrati negli ultimi
decenni, nei quali la pallavolo poteva essere considerata un fenomeno sportivo sostanzialmente
maschile, sia a livello di base che di vertice.
Il movimento non ha saputo capitalizzare appieno gli straordinari successi sportivi, sia maschili
che femminili, sia delle Nazionali che dei club. Un impatto sui tesserati c‟è stato, ma non è
cresciuta la sua importanza e portata economica, soprattutto se lo confrontiamo con il suo
“acerrimo” concorrente, il basket.
La diminuzione degli spazi mediatici “in chiaro” ha, inoltre, provocato un concreto e avvertibile
decremento nell‟attenzione riservata dai media al volley. Questo processo, iniziato agli inizi degli
anni ‟90 con il passaggio dalle Tv generaliste alle pay Tv, non sembra essersi ancora arrestato.
Gli impianti sportivi dei club hanno un numero importante di spettatori presenti, ma non vi è una
crescita significativa.
Il sistema ha prodotto veri e propri personaggi nel passato, disperdendo, in seguito, il loro grande
valore mediatico e culturale. Nulla invece è stato fatto per le donne, forse con la sola eccezione
della Piccinini.
La situazione economica e finanziaria di molti di club di vertice, sia a livello maschile che
femminile, è complessa: negli ultimi anni abbiamo assistito a rinunce, fallimenti, ripescaggi, che
spesso hanno creato disaffezione e confusione fra i tifosi di questo bellissimo sport.
Rugby
Il rugby sarà per la prima volta ammesso a partecipare ai Giochi Olimpici di Rio de Janeiro, nel
2016. Per la precisione, sarà ammesso a partecipare il “rugby seven”, ovvero la disciplina che
prevede che le partite si disputino con sette giocatori per squadra (non è questa la disciplina più
diffusa nel nostro Paese, ma le regole possono essere considerate assimilabili).
Questo inserimento rappresenta una conferma del momento positivo e di crescita che il
movimento della palla ovale sta vivendo a livello mondiale e in Italia.
Nel nostro Paese il rugby vive un momento di forte esposizione mediatica, favorito principalmente
dalla partecipazione della Nazionale maggiore ad uno dei principali tornei internazionale: il “Sei
Nazioni”. La partecipazione a questo torneo genera per la Federazione introiti di notevole portata,
sia in termini assoluti, sia se commisurati al ridotto numero di tesserati. Questa sovraesposizione
mediatica, unita alla polarizzazione nella percezione della disciplina, la rende particolarmente
appetibile per le strategie di comunicazione di molte aziende.
Il rugby è considerato in Italia, difatti, il massimo sinonimo di potenza, aggressività e forza nello
sport.
Queste premesse concorrono a fare del rugby una delle pratiche sportive maggiormente
“valoriali”. Gli elementi fondamentali di questo successo sono da ricercare nella matrice
anglosassone della disciplina, apprezzata nella nostra cultura, e l‟imprinting di correttezza di cui
questa pratica è intrisa. Il momento del “terzo tempo”, in particolare, rappresenta un elemento di
sostanziale novità ed interesse che ha saputo attrarre l‟attenzione mediatica del grande pubblico.
La pratica del rugby nasce, in Italia, negli ambienti universitari, legati ai singoli CUS che offrivano
disponibilità di spazi per la pratica di questa disciplina che venivano “sacrificati” a quella ben più
diffusa del calcio. Questo è alla base di uno degli aspetti tipici della pratica del rugby nel nostro
Paese: la forte localizzazione in alcune aree, in particolare Veneto, Emilia-Romagna e Abruzzo.
Negli anni ‟90 ha inizio uno sviluppo della pratica e degli eventi che conduce il rugby a essere un
fenomeno sportivo rilevante a carattere nazionale. Questo sviluppo porta alla fondazione di una
Lega per la gestione degli interessi e del campionato delle società di vertice: la LIRE, Lega Italiana
Rugby d‟Eccellenza.
La vera svolta del movimento, a livello promozionale, economico e conseguentemente di pratica, è
però determinata dalla Federazione e dall‟ingresso della Nazionale italiana nel torneo Sei Nazioni,
che riunisce le squadre europee di maggiore prestigio in un appuntamento annuale capace di
generare business e importanti numeri di spettatori.
Dal 2010 l‟ingresso di due franchigie italiane nella Celtic League (due club nati dalla fusione di più
società, che sono entrati a far parte di una lega internazionale) sta contribuendo a trainare
l‟ulteriore sviluppo del movimento rugbistico nazionale in termini mediatici e di livello medio dei
praticanti. Le vicissitudini e le polemiche che hanno accompagnato l‟assegnazione delle franchigie
e i risultati sin qui poco incoraggianti stanno minando l‟ottenimento degli effetti sperati. Resta
l‟idea, certamente condivisibile e lungimirante, di concentrare i talenti italiani e le risorse
disponibili in un numero ristretto di realtà capaci di crescere a livello internazionale trainando la
crescita dell‟intero sistema, a partire dalla pratica giovanile, anche se questo ha determinato la
totale perdita di “appeal” del Campionato nazionale.

Punti di forza

Anche il rugby, come la pallavolo, può essere considerato uno sport dagli spiccati caratteri
televisivi, anche se per ragioni sostanzialmente differenti.
Il “Sei Nazioni” ha generato un vero e proprio boom mediatico negli ultimi anni, legato forse più
allo spettacolo e al “clima” che alla disciplina stessa e ai risultati, ancora scarsi, ottenuti dalla
nostra Nazionale.
Di questa crescita dell‟attenzione mediatica e soprattutto dei diritti televisivi ha beneficiato la
Federazione Italiana Rugby (FIR) che ha investito molto sui giovani, poco sulla propria struttura
organizzativa.
La presenza mediatica degli eventi di rugby sta, inoltre, contribuendo alla crescita della pratica
sportiva a livello giovanile. Gli effetti di questa crescita, che possono oggi essere considerati ancora
trascurabili, saranno misurabili nel corso dei prossimi anni. Anche in previsione di ciò, la FIR ha
investito nella creazione di centri giovanili federali nei quali allenare i migliori talenti sportivi del
nostro Paese nell‟ottica di una crescita guidata e coerente del movimento.
L‟ingresso del rugby (a 7) dal 2016 nelle discipline olimpiche conferirà certamente ancora
maggiore linfa al movimento a livello mondiale. Con la diffusione della pratica anche nei Paesi in
via di sviluppo, la palla ovale avrà l‟opportunità di diventare una pratica worldwide e questo
genererà vantaggi anche in tutti quei Paesi in cui essa è già diffusa, ivi compresa l‟Italia.
Infine il rugby rappresenta, come già detto, una delle discipline a maggiore contenuto valoriale in
questo momento storico e da ciò derivano tangibili vantaggi in termini di opportunità di
sponsorizzazione per l‟intero sistema.

Punti di debolezza

Presumibilmente a causa della sua percezione di sport “maschio” e duro in alcuni contrasti, il
movimento non riesce a sviluppare il dato di pratica sportiva al femminile. Lo stesso problema di
percezione ne ha sino ad oggi limitato lo sviluppo a livello scolastico-giovanile, nel momento in cui
la scelta della pratica è ancora demandata ai genitori o ai professori che possono,
immotivatamente, temere per l‟incolumità del bambino.
Questa errata percezione di sport “violento” e la difficoltà di comprensione delle regole per un
neofita possono aver contribuito a limitarne la crescita nel nostro Paese.
Come già detto, la diffusione della pratica del rugby appare fortemente localizzata e legata ad
alcuni territori nei quali esso si è sviluppato in passato, a livello universitario: la Regione Veneto
(con particolare riferimento alla zona di Treviso, Padova e Rovigo), l‟Emilia (con Parma come
epicentro rugbistico nazionale) e le città di Catania, Roma e L‟Aquila. A questo si unisce una
limitata diffusione degli impianti di pratica motivata, peraltro, in Italia dalla concomitanza tra
esigenze del rugby e del calcio.
Se non miglioreranno i risultati della Nazionale, sin qui modesti (anche il Mondiale 2011 in Nuova
Zelanda non ha portato i risultati attesi e sperati), il movimento potrà subirne un impatto negativo
in termini di seguito e di praticanti, limitandosi ad essere identificato come solo un fenomeno di
moda.
La Nazionale da sola non può bastare ad alimentare una passione sportiva che coinvolga tutto il
Paese. Il Campionato nazionale maschile deve crescere e raggiungere un livello significativo di
appeal. Questo potrà accadere se si arresterà il fenomeno della scomparsa di molti club (ad esempio
una società storica di Roma è scomparsa dopo 81 anni di storia) e se si troverà una giusta
dimensione nell‟ottica della crescita del movimento a livello nazionale.
L‟utilizzo di oriundi e la massiccia presenza di giocatori stranieri ha rappresentato una strategia
utile per la prima fase di crescita del movimento, ma oggi bisognerebbe puntare sui talenti italiani,
sulle scuole di rugby e sulla pratica di base.
Scherma

Dai Giochi Olimpici di Parigi 1900 a quelli di Sydney 2000 la scherma italiana è salita cento volte
sul podio. Cento medaglie in cento anni esatti di gare olimpiche. Con i Giochi di Atene e Pechino,
il numero complessivo delle medaglie olimpiche è salito a 114. A questi successi vanno, poi,
sommate le 94 vittorie nei Campionati Mondiali, per un totale di 275 podi complessivi in tutte le
discipline, sia a titolo individuale che di squadra. Prima nella classifica per Nazioni e nel
medagliere negli ultimi tre Mondiali (nel 2011 abbiamo eguagliato il record di 11 medaglie del
1949), nessuna disciplina sportiva azzurra può vantare un numero così rilevante di medaglie e
successi internazionali come la scherma. Tutti i risultati concorrono a dimostrare che questa scuola
sportiva italiana rappresenta una delle tradizioni sportive di maggiore successo per il nostro
sistema.
La scherma ha portato e continua a portare un contributo fondamentale al prestigio internazionale
di tutto lo sport italiano anche come sport nobile e antico. Una dimensione che è fatta di grandi
personaggi, di sudore e di fatica, come tutte le altre discipline, ma che può vantare in più eleganza,
leggerezza e concentrazione: dimensioni delle quali la scherma è archetipo da sempre.
Uno sport vincente, il più vincente in Italia, che combatte con le altre due grandi scuole europee:
Francia e Germania che vivono una realtà sostanzialmente simile alla nostra. Una disciplina fatta
di maestri e grandi allievi, che vive su questo stretto rapporto e su un grande rispetto di ruoli.
Un mondo sportivo che non è ancora riuscito a operare il passaggio a una dimensione economica e
manageriale; ma che è rimasto fondato sul volontariato del singolo e su una classe dirigenziale
prettamente tecnico-sportiva.
La pratica della scherma richiede una disponibilità economica superiore a quella richiesta da altri
sport: l‟attrezzatura di base può facilmente arrivare a costare più di 1.000 euro. La presenza degli
sponsor è legata esclusivamente ai grandissimi campioni, i soli in grado di ottenere una
esposizione mediatica anche al di fuori del periodo delle Olimpiadi. Tutti gli altri atleti, anche di
rilievo nazionale, sono costretti a far fronte personalmente a tutti i costi legati alla partecipazione
agli allenamenti e alle competizioni. Almeno sino a quando non vengono tesserati dai gruppi
sportivi militari. Con il loro ingresso si è allargato il numero degli atleti “profesisonisti”. Ora se ne
contano 20/25 per ogni arma e il numero dei convocati per i ritiri è passato dai 5 ai 12 atleti, con
conseguente innalzamento del tasso tecnico degli allenamenti, quindi con un impatto positivo
anche sui risultati sportivi.

Punti di forza

Una disciplina assolutamente trasversale, praticata in egual misura e con eguali risultati di alto
livello da atleti uomini e donne. Oltre 18mila tesserati (58% uomini, 42% donne). Nel 2005 erano
12mila. Un movimento in crescita.
Questo aspetto, unito ad una forte radice storica, la rende una delle discipline sportive
maggiormente note e riconosciute dal grande pubblico, malgrado un numero di praticanti
decisamente poco significativo. La storia della scherma italiana è, inoltre, costellata dalla presenza
di grandi atleti che sono riusciti a diventare anche personaggi mediatici “puliti”, in uno sport che
impone disciplina e concentrazione.
L‟aspetto valoriale dello sport (sia per le discipline singole che per quelle di gruppo) appare
fondamentale e ne garantisce anche un buon appeal mediatico, malgrado le regole della scherma
non siano conosciute dalla maggior parte della popolazione.
Proprio i valori rappresentati, la storicità della disciplina e il legame con aspetti ancestrali della
dimensione umana contribuisce a rendere gli schermidori dei personaggi interessanti per il grande
pubblico. La Vezzali ne è un bellissimo esempio.
Punti di debolezza

Di contro, il movimento dei praticanti della scherma appare numericamente poco significativo. La
pratica è fortemente localizzata in alcune zone del territorio nazionale in cui si sono sviluppate
scuole di altissimo livello nelle quali si allenano i campioni italiani e non solo.
Stupisce, in quest‟ottica, il numero talmente significativo di medaglie conseguite in rapporto alla
limitata base dei praticanti.
La spiegazione di una tale inconsueta quantità di successi sportiva può, presumibilmente, essere
ricercata anche nel fatto che la pratica sportiva della scherma è limitata a pochi Paesi ma che,
d‟altro canto, le medaglie disponibili costituiscono un numero proporzionalmente molto alto. È
prevista, per le prossime edizioni dei Giochi Olimpici, una riduzione delle medaglie della scherma
in favore di altre discipline.
Proprio le sue radici storiche e la complessità delle regole, accumulata in anni di modifiche e
adeguamenti dei regolamenti, rende la scherma una disciplina “anziana”, “criptica”, di difficile
comprensione per il grande pubblico e, persino, per buona parte degli addetti ai lavori.
Questo e la limitata disponibilità di spazi e di strumenti per la pratica, fanno della scherma una
disciplina sportiva poco diffusa all‟interno delle scuole italiane; senza contare che il personale
docente, malgrado un generale buon livello di preparazione, non ne conosce approfonditamente le
regole e non potrebbe farla praticare in maniera tradizionale, considerato il divieto di utilizzo delle
armi all‟interno degli istituti scolastici.
Sci

La disciplina dello sci è l‟esempio più rappresentativo del legame che intercorre tra lo sport ed il
territorio, una forma antesignana e non codificata di turismo sportivo o, meglio, di “sport
turistico”. Lo sci alpino, difatti, si è diffuso in Italia agli esordi del 1900, importato dai Paesi
confinanti con le Alpi, ma dal punto di vista agonistico sono stati gli Appenini e in particolare
l‟Abetone a sfornare i primi due campioni negli anni ‟40 e ‟50: Zeno Colò e Celina Seghi. Sono stati
questi due sciatori toscani che, con le loro imprese, quasi da pionieri, hanno contribuito a
diffondere la conoscenza di questa disciplina sportiva. La Valtellina ha invece prodotto due
famiglie che si sono distinte vincendo le gare più prestigiose e contribuendo a scrivere la tecnica
dello sci alpino e dello sci nordico: i fratelli Giacinto e Stefano Sertorelli di Bormio per la discesa e i
fratelli di Valfurva Aristide, Severino e Ottavio Compagnoni per il fondo.
Sino agli anni ‟70 – ‟80 lo sci è restato strettamente connesso al target delle storiche località di
villeggiatura alpine: un target economicamente alto, si pensi ai costi della “settimana bianca” e a
quelli dell‟acquisto o del noleggio dell‟attrezzatura di pratica. Solo negli anni ‟70 lo sci si trasforma
da sport d‟elite a pratica sportiva di massa. I successi di Thoeni, della “valanga azzurra” (tra gli
altri: Gross) e della “valanga rosa” (Quario e Giordani) lo rendono un sport seguito
televisivamente e di interesse per il grande pubblico. Tutto questo è favorito dal fatto che le
competizioni si svolgono in un periodo dell‟anno in cui molte altre discipline sono in fase di
allenamento.
Sono questi gli anni che sanciscono lo sviluppo della pratica su larga scala, anche grazie
all‟introduzione delle settimane bianche scolastiche, molto diffuse nelle scuole del centro-nord, che
favoriscono la diffusione della pratica tra i giovani, anche non necessariamente nella fascia di
target medio-alto, sin qui legata alla disciplina.
Lo sci di fondo rappresenterà, poi, uno strumento per l‟ulteriore sviluppo della pratica, grazie al
legame con la dimensione dell‟endurance ed all‟adattabilità a spazi di pratica innevati ma non
attrezzati.
Negli anni ‟90 i successi dei grandi campioni maschili e femminili portano lo sci italiano a un
eccellente livello di notorietà. Alberto Tomba, Cristian Ghedina, Deborah Compagnoni, Isolde
Kostner, Manuela di Centa e Stefania Belmondo, solo per citarne alcuni, dominano le classifiche
delle singole discipline e avvicinano definitivamente il bacino dei praticanti allo sci alpino e
nordico. Questa sovraesposizione mediatica è alla base dell‟ingresso delle grandi aziende come
sponsor della Federazione, delle singole competizioni e degli atleti.
L‟aumento della domanda di pratica in questi anni è favorito dall‟abbattimento delle barriere
economiche all‟accesso (grazie all‟impegno delle case produttrici degli accessori per la pratica
sempre più interessate ad allargare il bacino d‟utenza dello sci) ed alla nascita di nuovi e più
attrezzati comprensori sciistici in tutta Italia. Anche se non sono poche le stazioni sciistiche
costrette a chiudere o ridimensionarsi a causa dei costi sempre più alti da sostenere per rinnovare
gli impianti di risalita o installare gli impianti di innevamento programmato (la c.d “neve
artificiale”) in grado di salvare, a patto di sostenere grandi spese, le stagioni invernali in assenza di
grandi precipitazioni nevose.
Malgrado questo quadro storico positivo, il mondo dello sci italiano vive una fase complessa della
sua lunga vita politico-sportiva, da circa trent‟anni a questa parte. La Federazione Italiana Sport
Invernali (FISI), ha subito due commissariamenti nel corso degli ultimi quattro anni. Nel 2007
Riccardo Agabio e nel 2011 Franco Carraro sono stati nominati commissari straordinari, per far
fronte ad una situazione di difficoltà dovuta a differenti motivazioni.
Questa frequenza al cambiamento, analizzata oggettivamente, propone un quadro poco stabile
della gestione politica dell‟ultimo trentennio della storia della Federazione. La situazione non
sembra essere cambiata con le recentissime vicende relative all‟elezione del presidente Morzenti.
L‟Alta Corte di giustizia ha, difatti, annullato per irregolarità sulle deleghe e sui poteri 5.621 voti
dell‟assemblea FISI del 24 aprile 2010, rendendo nulla la sua elezione. Ne è seguita una polemica
tra l‟ex Presidente ed il Governo, in particolare un Ministro, polemica che non ha certamente
giovato all‟immagine del sistema.
Nonostante questa situazione di instabilità politica, gli sci club federali hanno continuato a
produrre, dopo il ritiro dell‟accoppiata storica Tomba-Compagnoni, buoni campioni. Solo per fare
qualche esempio ricordiamo: Giorgio Rocca (bronzo ai mondiali di Saint Moritz 2003 e vincitore
Coppa del Mondo slalom nel 2006), Giuliano Razzoli (oro alle recenti Olimpiadi di Vancouver
2010), Patrik Staudacher (oro mondiale 2007), Christof Innerhofer (oro mondiale 2011). In campo
femminile vale la pena di ricordare Karen Putzer (più di una medaglia tra mondiali e olimpiadi),
Denise Karbon (vincitrice Coppa del Mondo di gigante nel 2008) e la giovane promessa Federica
Brignone, figlia di Ninna Quario.
L‟evidenza di questi risultati, certo meno eclatanti di quelli targati dai due fuoriclasse Tomba e
Compagnoni, dimostra che nonostante la pessima gestione della Federazione, il sistema degli sci
club e dei comitati regionali se affidati ad allenatori capaci (che, con umiltà, svolgono un lavoro
duro e al freddo) continua a reggere. D‟altronde la tradizione della Scuola sci italiana e del suo
insegnamento è da sempre riconosciuta a livello internazionale, con tecnici in grado di “fare
scuola” a partire dai noti e indimenticati allenatori della Valanga Azzurra, i valtellinesi Mario
Cotelli e Oreste Peccedi.
I Giochi Olimpici invernali di Torino, nel 2006, hanno segnato il ritorno in Italia di un grande
evento sportivo di disciplina, a più di cinquant‟anni da Cortina. A distanza di alcuni anni si può
cominciare a tracciare un bilancio di questo evento e si può constatare come l‟evento non possa
essere considerato un esempio in termini di legacy e lungimiranza gestionale. A distanza di pochi
anni, difatti, alcuni degli impianti risultano già inadeguati alle esigenze di pratica “quotidiana” se
non, addirittura, demoliti o chiusi.

Punti di forza

Una disciplina storica, con una grande tradizione di successi per la nostra Nazione e una scuola
tecnica riconosciuta a livello internazionale.
Una nota positiva è, senza dubbio, la crescita di nuove discipline (come, ad esempio, lo snowboard)
che sono passate dall‟iniziale fase di “tendenza” a vere e proprie realtà capaci di contrastare la
naturale contrazione nei dati di pratica di una disciplina antica.
Larga disponibilità di impianti sportivi, pur se fortemente localizzati in alcune aree geografiche del
Paese (Alpi e, in misura decisamente minore, Appennini).
Proprio per questo lo sci è, inoltre, fortemente legato alla dimensione del turismo sportivo. Quasi
tutti i praticanti legano il momento di pratica ad un momento di turismo. Questa propensione
rende lo sci una delle pratiche sportive più capaci di sviluppare un indotto economico collegato
soprattutto al turismo che un tempo interessava inverno ed estate con le scuole di sci che, nei mesi
più caldi, si trasferivano sui ghiacciai del Passo Stelvio o della Marmolada.

Punti di debolezza

Attualmente il fenomeno estivo si è notevolmente ridimensionato con alcune stazioni (come lo sci
estivo del Casati sul Cevedale) che hanno chiuso i battenti e i ghiacciai sempre più ridotti, tanto
che al Presena Tonale nel mese di agosto per conservare quello che resta delle storiche piste di un
tempo devono coprire il manto nevoso con dei costosi teli termici.
Lo sci estivo quindi (particolarmente florido fino agli anni ‟80) non esiste praticamente più come
fenomeno turistico e le presenze sui ghiacciai sono in costante ritirata, eccetto che per sci club e
squadre nazionali, ma in questo caso si parla di allenamenti e agonismo e non di turismo.
Come anticipato, la minore presenza di grandi atleti rispetto al passato ha determinato un calo di
attenzione mediatica verso lo sci nel nostro Paese. I recenti successi di alcuni atleti, arrivati nel
corso degli ultimi anni ma con una sporadicità superiore a quella degli anni di auge, non hanno
sufficientemente contrastato il calo.
È facile prevedere, infine, che l‟attuale momento di esposizione mediatica negativa per la FISI
produrrà un calo in termini di credibilità per l‟intero sistema e, presumibilmente, di tesserati e
praticanti.
Osservazioni generali

Il capitolo ha preso in considerazione nove discipline, individuate in funzione della loro notorietà,
dell‟impatto economico, dei tesserati, della diffusione sul territorio nazionale e di altri criteri
significativi.
Oltre alle discipline analizzate in questo testo, esistono numerosi altri sport altrettanto importanti
in termini di pratica, seguito, passione e risultati di alto livello. È sufficiente, ad esempio, osservare
il medagliere delle ultime edizioni dei Giochi olimpici per comprendere che la provenienza dei
successi italiani è decisamente variegata.
Ai Giochi di Pechino 2008, ad esempio, medaglie olimpiche sono arrivate da atleti delle discipline
della canoa-kayak, del canottaggio, del judo, della lotta, del pugilato, del taekwondo, del tiro, del
tiro con l‟arco e della vela. Questi sport hanno rappresentato una parte rilevante del risultato
complessivo dell‟Italia se è vero che le medaglie conseguite in queste competizioni sono state 15 su
un totale di 28.
Tutte le discipline analizzate nel testo, pesano meno della metà sul totale delle medaglie olimpiche
conseguite a Pechino dall‟Italia. Se, poi, dall‟analisi escludessimo la scherma (che da sola ha
riportato 7 medaglie) la situazione sarebbe di 15 medaglie da discipline considerate “minori”, su
21.
Analizzando le medaglie vinte nell‟edizione precedente dei Giochi, quella di Atene, scopriamo che
sono state 11 le medaglie, su 32, che sono arrivate da discipline differenti da quelle analizzate in
questo testo. L‟atletica, il ciclismo, la scherma (sempre la disciplina italiana più prolifica, con ben 7
medaglie), il nuoto (1 medaglia d‟oro per la pallanuoto femminile), la ginnastica, il basket, il volley
ed il calcio avevano portato in Italia 21 medaglie su 32.
Decisamente una tendenza che deve farci riflettere.
Tutte le discipline sportive contribuiscono in modo rilevante alla vita e alla crescita dello sport e
della sua cultura. Nessuna di esse può essere considerata propriamente “minore”. Lo abbiamo
scritto nelle prime pagine: le medaglie sono un segnale di salute importante, ma non l‟unico che va
valutato.
Parlando di canottaggio, canoa, pugilato, vela, judo, tiro, lotta, parliamo di sport che non vivono di
particolari stimoli e riscontri di natura economica, mediatica e di business. Questi sport, queste
medaglie sono frutto di grandi sacrifici individuali prima e poi di sistema. Atleti straordinari,
allenatori dediti e spesso presidenti illuminati. Ci viene in mente il canottaggio che da sempre
arricchisce il nostro medagliere. I campioni sono spesso aiutati e supportati dai gruppi militari, che
garantiscono loro uno stipendio e un futuro.
Le discipline sportive prese in analisi non devono, quindi, essere analizzate soltanto dal punto di
vista della loro “rilevanza olimpica”. Questo perché i Giochi rappresentano, oggi, un esempio di
evento mediatico-sportivo mondiale che segue, però, logiche differenti da quelle dello sport, per
così dire, disputato durante gli anni non olimpici.
Un‟altra considerazione attiene, invece, proprio ai Giochi e alla distribuzione del medagliere che,
presumibilmente, non è più perfettamente rappresentativa delle reali situazioni di pratica sportiva
a livello mondiale. La scherma, per rimanere al caso analizzato ad esempio, è praticata da
comunità decisamente non proporzionate al numero di medaglie disponibili; mentre altre
discipline, ormai diffuse a livello mondiale, non sono ancora state inserite nel palinsesto dei
Giochi.
Queste considerazioni ci conducono a un‟ulteriore riflessione: lo sport, qualunque esso sia, è un
“diritto della cittadinanza”, come recita la Carta Europea dello Sport sin dal 1976, un diritto che si
esplica in varie tipologie di pratica. Quella strutturata tramite le Federazioni, che permette ai 4,3
milioni di italiani tesserati di praticarlo sotto il controllo qualitativo dei tecnici e dei programmi
federali. Poi quella affidata agli Enti, che riescono a recepire e coinvolgere sempre un numero più
alto di persone che fuoriescono dalla pratica scolastica e da quella strutturata, soprattutto nel
periodo 14-24 anni, riuscendo a svolgere attività negli oratori, nei campetti e nei piccoli centri. Un
vero valore per lo sport italiano. Infine la pratica autonoma, programmata e gestita dal singolo
secondo modi e tempi differenti rispetto al passato.
Cresce il numero di coloro che praticano sport, ma percentualmente e proporzionalmente crescono
di più quelli che lo praticano “dentro” il sistema sportivo delle Federazioni. Fra il 2008 e il 2009, i
praticanti continuativi sono aumenti dello 0,2%, mentre gli atleti tesserati sono cresciuti del 4,8%,
favoriti anche dalla politica di abbassamento dell‟età minima dei tesserati che ha permesso, alle
discipline che l‟hanno adottata, di aumentare i propri numeri in maniera repentina e poco
dispendiosa.

Il proliferare dei tesseramenti degli Enti di promozione sportiva – spesso legati a singoli eventi
della durata di una sola giornata, ma considerati tesseramenti annuali – ha anche un effetto
positivo.
Nella realtà la pratica sportiva si sta sviluppando però anche verso un modello “de-strutturato”,
che non presuppone il tesseramento né alcuna forma di rapporto con il sistema sportivo. La
proliferazione degli spazi di pratica a libero accesso, come i parchi urbani, le aree sportive
attrezzate, le piste ciclabili e la diffusione ormai capillare delle palestre costituisce una alternativa
sempre più appetibile allo sport cosiddetto “organizzato”.
Lo sport ha l‟eccezionale e “tipica” capacità di aggregare. L‟impianto sportivo è, dunque,
l‟archetipo della nuova piazza reale, che si contrappone alla virtualità dei social network e degli
strumenti di aggregazione mediatica che rappresentano lo standard relazione in via di sviluppo.
Lo sport consente di “toccarsi”, confrontarsi, misurarsi o, quando si tratti di sport “tifato”,
consente di condividere opinioni, di interagire sulla base di una passione.
Di fronte alla crescita del sistema dello sport, sembra arrivato il momento di porsi domande nuove
e profonde. È ancora il caso di tendere tutti, necessariamente all‟eccellenza agonistica? È ancora
attuale la ricerca della performance, da sviluppare all‟interno di classifiche e categorie pre-
organizzate?
La pratica sportiva e le singole discipline non sono affatto al tramonto, anzi. Esse hanno assunto un
valore cui fino ad oggi non hanno neanche potuto aspirare: sono divenuti strumenti per il
raggiungimento del benessere del singolo, diritti fondanti della persona intesa come cittadino.
Dall‟altra parte, in una dicotomia che appare sempre più evidente, lo sport è diventato un
fenomeno mediatico. Ma, per quanto sembri paradossale, anche questa forma di sport è
strettamente legata alla base dei praticanti.
È la teoria che potremmo chiamare del “doppio binario”. La pratica di base e lo sport-mediatico di
vertice corrono paralleli. Allo svilupparsi della prima segue, nel giro di pochi anni, la crescita del
secondo. Purtuttavia essi hanno, ormai, logiche e obiettivi completamente diversi. Soprattutto, e
questa conclusione alcuni anni or sono sarebbe apparsa eclatante, non è più detto che tutti i
movimenti sportivi debbano avere un campionato di vertice.
La crisi ha messo e sta mettendo in seria difficoltà i vertici delle singole strutture piramidali di ogni
sport. I club dei campionati di vertice dei cosiddetti sport minori faticano a trovare opportunità di
remunerazione. Questo è frutto di una mancanza di precisa caratterizzazione della singola
disciplina. D‟altronde la crisi ha questo effetto in tutti i settori: polarizza.
Anche alla luce di questo fenomeno, il sistema sportivo deve domandarsi se sia il caso di
mantenere questa struttura, alle volte farraginosa, radicata sul territorio e fortemente stratificata.
Una struttura basata sul “volontariato” (anche se il termine è utilizzato in maniera del tutto
improprio, dato che la maggior parte dei volontari, non di rado, viene rimborsata per il proprio
impegno) e governata da professionisti sempre più specializzati.
Al termine delle considerazione fatte, la domanda naturale è: qual è, se esiste, un modello di
organizzazione sportiva che può essere definito vincente?
Non esiste, è evidente, un modello unico e vincente di organizzazione sportiva. Tuttavia, tutti gli
elementi dell‟analisi concorrono a indicare il modello “poli-sportivo” come più adeguato alle
esigenze di pratica contemporanea. Ciò contribuisce a sottolineare la capacità dello sport di essere
strumento di socialità. Questo ragionamento ci conduce verso la dimensione della società sportiva,
dell‟oratorio, del circolo sportivo, come veri luoghi di aggregazione che ruotano intorno allo sport
ma anche “attorno” al desiderio di fare comunità, che lo sport interpreta.
La domanda è, dunque, se esiste un esempio di organizzazione polisportiva che risponda alle
caratteristiche individuate. Un soggetto operante nel panorama sportivo nazionale, che sia capace
di coniugare la dimensione aggregativa e un‟offerta poli-sportiva adeguata tanto alla pratica di
base quanto al risultato sportivo di eccellenza. Un esempio che rappresenta concretamente tale
impostazione, a nostro giudizio, esiste e lo illustriamo nelle pagine che seguono.
Circolo Canottieri Aniene 1892- Collare d‟oro e stella d‟oro al merito sportivo.

È una realtà poli-sportiva, dinamica, che ha cresciuto e allena atleti vincitori di medaglie ai Giochi
Olimpici e, nel contempo, offre sia ai bambini la possibilità di avviarsi allo sport che ai propri soci
la possibilità di praticarlo, incontrandosi nel centro di una grande città come Roma.
L‟Aniene, che oggi conta più di 1.200 soci, interpreta, dunque, il modello di sport contemporaneo
fondato sulla capacità di aggregazione dello sport “dentro” il territorio, sulla pratica strutturata e
sui risultati di vertice nei grandi eventi.
Un Consiglio Direttivo rinnovato composto in massima parte da giovani soci, ciascuno con compiti
e responsabilità chiare e distinte, gestisce un bilancio annuale attorno ai 10 milioni di euro, facendo
riferimento ad uno statuto che rende, di fatto, il Circolo un soggetto senza scopo di lucro. La
presidenza di Giovanni Malagò, uomo carismatico e socialmente noto, ha favorito e favorisce
l‟acquisizione di quella dimensione di circolo di spirito anglosassone, di “centro di relazioni” del
territorio” locale e nazionale e al tempo stesso di pratica dello sport.
Il Circolo coniuga efficacemente le sue due “anime”: da una parte la tradizione di club sportivo,
con oltre 120 anni di storia ed una propensione ad essere luogo d‟incontro di professionisti e
opinion leader di tutti i settori della vita sociale, dall‟altra la poli-sportività che si esplica in tre
settori principali di attività:
l‟attività delle scuole di sport, aperte a tutti, con particolare riferimento ai giovani;
l‟attività sportiva amatoriale dei soci;
l‟attività sportiva agonistica degli atleti di alto livello.
Oltre ad una connotazione sportiva, l‟Aniene ha saputo crearsi un ruolo rilevante nella vita sociale
della città e non solo, a riprova del fatto che lo sport è un fenomeno di aggregazione sociale,
“attorno” al quale possono essere create relazioni costruttive e progetti.
Inoltre un impegno particolare viene riservato dal Consiglio Direttivo al Terzo Settore e nello
specifico al mondo della solidarietà.
Dalla fondazione nel 1892 alle prime vittorie ai Giochi Olimpici di Los Angeles del 1932, dalle
medaglie della Pellegrini a Pechino verso Londra 2012, il Circolo ha saputo interpretare la storia
sportiva, sociale e culturale del nostro Paese, tra gli alti e bassi delle crisi economiche, delle guerre
e degli avvenimenti storici, vissuti in prima persona dai soci del Circolo e dagli atleti.
Una struttura sportiva con impianti per la pratica di alto livello e di base. Un club aperto alla città,
come dimostrano le scuole di sport con più di tremila bambini iscritti distribuiti nei due sessi (metà
alle attività di nuoto e metà ai corsi delle altre discipline).
Una lunga tradizione di sport anche ad alti livelli. Già nel 1960, ad esempio, l‟Aniene fu la sede
stabile di allenamento della Nazionale di pallanuoto italiana, il mitico Settebello che, di lì a poco,
avrebbe trionfato nelle Olimpiadi di Roma del 1960.
Da allora ad oggi, una tradizione sportiva di alto livello, con un palmeres straordinario fatto di
medaglie d‟oro olimpiche e mondiali, che si rinnova grazie ad atleti di livello mondiale che
vestono i colori dell‟Aniene. Nel nuoto Pellegrini, Boggiatto, Cleri, Gemo, Consiglio; aggiungerei; nel
tennis Pennetta, Cipolla, Bolelli, Starace, Santopadre; ma anche Paola Sensini per la Vela alla 6° olimpiade
consecutiva, oltre al fortissimo gruppo dei Canottieri, vero vanto del circolo in cui troviamo Joesfa Idem, i
fratelli Mornati, Leonardo, Porzio, Capelli e Palmisano.
Proprio ai Giochi Olimpici si concretizza la funzione del Circolo di costruire le condizioni per il
successo del talento sportivo. L‟Aniene, caso unico nello sport e alla stregua con i Gruppi sportivi
militari più rappresentativi, ha mandato ben 21 atleti agli ultimi Giochi di Pechino, che hanno
conseguito tre ori, un argento e sette quarti posti nelle discipline del nuoto, della canoa, del
canottaggio e degli sport paralimpici.
L‟obiettivo per Londra 2012 è migliorare quantitativamente e qualitativamente la rappresentatività
ed il bottino di medaglie, considerando che, già ad oggi, il Circolo ha già qualificato 11 atleti tra
Olimpiadi e Paraolimpiadi.
In questi anni il Circolo ha investito nella sua dotazione di impianti, spazi sportivi di eccellenza a
disposizione dei soci e di tutta la città che lo rendono davvero un esempio di poli-sportività, con
l‟affiliazione a 13 Federazioni Sportive, 6 per l‟attività di vertice e 7 per quelle amatoriali.

Replicabilità del modello

Il modello realizzato dal Circolo Aniene è tanto più positivo quanto più si comprende la difficoltà
di coniugare insieme le diverse anime sportiva e sociale, in una realtà complessa e mediaticamente
esposta come quella della città di Roma.
La concomitanza di una serie di elementi, non da ultimo le posizioni sociali dei suoi soci, lo
rendono certamente un modello di riferimento. La domanda, allora, è: se e quanto questo modello
è replicabile? Ma, soprattutto, se replicandolo vi siano davvero opportunità che questo modello
porti a risultati altrettanto positivi.
Proviamo a partire da un presupposto generale e tracciamo una regola che ci è stata suggerita da
Malagò in tema di progettualità nel campo dello sport: “innovare qualcosa e mutare parecchio”.
Potrebbe essere questo il segreto per la replicabilità del modello.
La forza del successo dell‟Aniene sta, come abbiamo evidenziato, nel connubio tra tradizione e
passione per lo sport, che deve significare attenzione e dedizione alla pratica a tutti i livelli.
Una filosofia unica che è condivisa dal sistema del circolo e che è coerente con tutte le sue scelte.
L‟attenzione ai giovani atleti, con il programma di formazione scolastico e universitario (modello
università americane), e l‟attenzione verso la qualità delle strutture, con investimenti strutturali
per le piscine, i galleggianti e per la foresteria degli atleti. Ma anche un modello complesso, frutto
di una serie di anni di piccoli assestamenti e di una strategia condivisa che si crea nel tempo. Con
investimenti mirati e sostenibili.
Il modello è senz‟altro replicabile. Ma bisogna tener presente che la realtà dall‟Aniene è stata
costruita in 120 anni di storia, di esperienza e di investimenti. Quindi la replicabilità richiede non
solo tempo, ma impegno e coerenza su alcuni pilastri di riferimento che sono centralità del
territorio, modello polisportivo, capacità di aggregare “attorno” alla passione per lo sport,
attenzione alla pratica sportiva tanto di base quanto di vertice. Allo stesso tempo, bisogna saper
adattare la tipicità del “modello Aniene” al proprio territorio di riferimento.