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Università degli Studi di Torino

Dipartimento di Cultura, Politica e Società


Corso di laurea in Antropologia Culturale ed Etnologia

L’OGGETTO COME
RELAZIONE
Etnografia di un laboratorio partecipativo tra
antropologia e design

Candidato: Nicolò Di Prima

Primo relatore: Prof. Carlo Capello


Seconda relatrice: Prof.ssa Valentina Porcellana
Dissertazione di laurea magistrale in Antropologia Culturale ed Etnologia,
Università Di Torino, Dipartimento di Cultura, Politica e Società.

Candidato: Nicolò Di Prima


Primo relatore: Prof. Carlo Capello
Seconda relatrice: Prof.ssa Valentina Porcellana

Torino, 13 luglio 2017

.
Indice


Introduzione ................................................................................................... 5
I. DESIGN E ANTROPOLOGIA.................................................................. 15
1. Studi di design. Fare il mondo ................................................................ 17
2. La svolta antropologica. Abitare il mondo ............................................ 27
3. Tra antropologia e design: connessioni aperte ...................................... 37
II. OGGETTIVAZIONE E DEPRIVAZIONE ............................................. 49
1. Spazi eterotopici e disuguaglianza ......................................................... 49
2. Persone sen za cose ................................................................................ 61
3. Prolegomeni di un laboratorio partecipativo ......................................... 71
III. IL LABORATORIO PARTECIPATIVO DI
COSTRUIRE BELLEZZA .......................................................................... 81
1. Posizionamenti imperfetti ........................................................................ 81
2. Campi, capitali e intersezioni ................................................................ 93
3. Il capitale pratico .................................................................................. 107
4. Tecnica e ritmo ...................................................................................... 115
5. Alla pari ................................................................................................ 127
6. Partecipazione collaborativa ................................................................. 145
7. L’oggetto come relazione ...................................................................... 159
CONCLUSIONE.
LIBERTÀ E LAVORO PRATICO ............................................................. 169
Bibliografia .................................................................................................. 175
Posso tutto confutare, in questo mondo che mi circonda,
mi urta o mi trasporta, salvo questo caos,
questo caso imperante e questa divina equivalenza,
che nasce dall’anarchia.
[…]
Io posso comprendere soltanto in termini umani.
Ciò che tocco e che mi resiste, ecco quanto comprendo.

ALBERT CAMUS, Il mito di Sisifo


Introduzione

Ho trascorso buona parte della mia infanzia a osservare mio padre che
costruiva oggetti. Stavo intere giornate al suo fianco, nell’officina che si era
costruito nel garage dove lavorava quando non era di turno in fabbrica. Non
gli ero di grande aiuto; al massimo, dopo aver imparato a riconoscere gli
utensili, potevo passargli l’attrezzo giusto prima che me lo chiedesse. Era già
una gran soddisfazione per me. Ogni tanto mi faceva provare a fare qualche
lavorazione più semplice per “sentire” come avveniva la trasformazione sulla
materia, ma più che altro passavo ore a osservare attentamente le sue mani
abili che plasmavano la materia diventando un tutt’uno con gli attrezzi. Ho
impressi nella memoria una quantità infinita di gesti tecnici, di odori e di
rumori che emanano i diversi materiali quando vengono lavorati, quando
resistono alla modificazione che gli si imprime.
Durante quel lungo tirocinio ho capito, più di ogni altra cosa, che il lavoro
dell’artigiano è un lavoro di paziente dialogo con la materia, che non è una
questione di forza ma, semmai, una questione di coordinamento di forze.
Lavorare con la materia significa avere cura e consiste nella capacità di
prendere accordi con essa. In qualche modo, durante il lavoro, non solo
l’artigiano trasforma la materia, ma anche la materia trasforma l’artigiano:
essa trasforma le sue percezioni, il suo modo di agire e di vedere le cose.
Come afferma Bruno Latour «l’attore ordinario afferma […] ciò che è
l’evidenza stessa, ossia che egli è leggermente superato da ciò che ha costruito»1.
Se siano gli uomini a fare le cose, o viceversa, è difficile da stabilire.

1
Bruno Latour, Il culto moderno dei fatticci (1996), Meltemi, Roma, 2005, p. 65.
Introduzione

Credo che, in buona parte, sia questa esperienza di bambino che mi ha


portato, qualche anno più tardi (un po’ più adulto), a scegliere di iscrivermi
al corso di laurea in design al Politecnico di Torino.
Design significa progettazione, ovvero scienza di trasformare la materia, o
meglio, scienza di trasformare i pensieri in cose. In quanto tale, l’elemento
scientifico della disciplina non risiede tanto nello studio delle forme finali,
quanto nello studio di tutti i processi complessi che l’uomo sviluppa e mette
in atto nel dare-forma. In questo senso, in quanto azione di uomini con altri
uomini, la progettazione è un atto culturale. Come afferma Roger Bastide, infatti,
«noi proponiamo di considerare i “progetti d’azione” come “opere culturali”
della stessa natura di tutte le altre opere dell’uomo, ad esempio del suo
sistema di parentela, della sua organizzazione in caste o in classi. Come nel
caso delle altre opere culturali, possiamo metterne in rilievo i fini, i valori
(nascosti o manifesti), le leggi di funzionamento, i legami fra le parti»2. In
questo senso, progettazione e produzione possono essere, certamente, un
campo di studio dell’antropologia. Bastide afferma che l’antropologia che
studia «l’azione progettata in vista dell’avvenire» può essere definita
antropologia applicata. «Il modello operativo di intervento o di innovazione è
un sistema di pensieri orientati verso l’azione. Ma tale sistema viene
manipolato da uomini, riunitisi inizialmente per elaborare il miglior modello
possibile, in seguito per trasformare le idee direttrici in forze sociali di
cambiamento. L’antropologia applicata ha il dovere di studiare i “progetti”, i
“piani”, in quanto raggruppamenti di individui reciprocamente
influenzantesi»3. Questo dovere antropologico è tanto più urgente dal momento
in cui − come dimostra il mio aneddoto iniziale ma soprattutto gli studi di

2
Roger Bastide, Antropologia applicata (1971), trad. it., Bollati Boringhieri, Torino, 1975,
pp. 162-182.
3
Ivi.

6
cultura materiale4 − nel dare forma agli oggetti i soggetti prendono, a loro
volta, forma. Questa reciprocità tra cose e persone fonda, sin dall’origine,
l’evoluzione dell’uomo sulla terra. Scavare sotto la superficie degli oggetti e
delle forme spaziali con questa prospettiva, significa dunque poter osservare
non solo come il vivente costruisce ma, soprattutto, come abita il mondo.

Nel luglio del 2014 un’antropologa dell’Università di Torino e un architetto e


designer del Politecnico (entrambi docenti) mi danno l’occasione di tornare a
lavorare, dopo molti anni, dentro un laboratorio artigianale e di poterlo
osservare, questa volta, attraverso lo sguardo trasformativo del design e quello
osservativo dell’antropologia. Uno sguardo un po’ più maturo di quando
passavo le giornate nel garage con mio padre, ma intriso della stessa curiosità
di capire.
Il laboratorio in questione si svolgeva, e si svolge tuttora, nella città di Torino
e vi partecipano i ricercatori stessi, alcuni studenti di design, di antropologia
e di scienze dell’educazione e persone senza fissa dimora.
Questo laboratorio è uno degli esiti del progetto di ricerca-azione “Abitare il
Dormitorio” condotto sui temi dell’homelessness dai due docenti che mi
avevano invitato a partecipare. Tra le altre cose, la ricerca si è concentrata
sull’analisi degli spazi di ospitalità delle persone senza fissa dimora e ha
dimostrato quanto questi luoghi, per lo più periferici e degradati, producano
un’incorporazione della disuguaglianza e alimentino l’emarginazione sociale.
All’interno di questi, infatti, gli abitanti sono impossibilitati a esprimere
pareri, giudizi, scelte. Essi sono costretti a vivere una modalità abitativa che
produce un abitante-ospite e che rende statico un processo in realtà molto

4
Si analizzeranno nei capitoli successivi, a tale proposito, gli studi di Tim Ingold, Jean-
Pierre Warnier, Daniel Miller, Bruno Latour (per citare solo i più noti). Per una disamina
completa sullo “stato dell’arte” di questo campo di indagine si veda anche il lavoro di F.
Dei, P. Meloni, Antropologia della cultura materiale, Carocci, Roma, 2015,

7
Introduzione

dinamico come quello dell’abitare. Questi luoghi depotenziano la capacità e


la libertà di azione degli individui.
Il laboratorio artigiano di Costruire Bellezza, questo è il nome del progetto,
intende interrompere questa condizione di stasi e impotenza ponendo la
progettazione e la produzione di oggetti e spazi di fronte all’attenzione dei
partecipanti.
Il lavoro artigiano si sviluppa, sin da subito, in maniera collaborativa. Ad
ognuno viene richiesto di partecipare attivamente e praticamente mettendo
in comune le proprie competenze, capacità e abilità con gli altri, alla pari.
Attorno alla produzione dell’oggetto, in questo modo, i soggetti intessono
relazioni fra loro e si conoscono reciprocamente al di là delle condizioni
sociali (più o meno di marginalità) di ognuno.
Lo spazio pratico del laboratorio mi ha permesso di pormi a metà fra oggetti
e soggetti, dandomi modo di osservare i processi in cui questi si danno
reciprocamente forma: tra i gesti pratici e le discussioni, fra i successi e gli
errori, fra le differenti storie di vita che emergono durante il lavoro. Il
rapporto con la materia obbliga a una negoziazione costante delle proprie
azioni con la risposta che essa fornisce, essa è uno strumento di mediazione
imparziale in cui si incontrano nello spazio fisico le capacità di tutti.
Progettare e produrre oggetti diventa, così, un’occasione di confronto,
attraverso la pratica e la materia, tra le diverse percezioni della realtà e fra i
diversi modi di affrontarla di ogni persona, che non sempre riescono a
emergere attraverso il solo linguaggio verbale. L’oggetto assume, dunque, un
ruolo disvelativo e di medium relazionale.
L’etnografia di laboratorio qui presentata, mi ha permesso di osservare,
inoltre, come opera il design in contesti di progettazione e produzione
collettiva. Gli strumenti operativi del design agevolano i processi di confronto
attraverso la scelta di lavorazioni artigianali semplici ed accessibili a tutti e
attraverso l’utilizzo di un linguaggio progettuale fatto di schemi, disegni,

8
prototipi, che riescono a tradurre in forma comprensibile a tutti i pensieri e
le idee. Gli strumenti tecnici agevolano i processi di produzione delle forme
e quelli creativi, invece, sono in grado di monitorare la qualità espressiva e
funzionale dei manufatti. Nel laboratorio, però, non è il designer a decidere la
forma finale degli oggetti prodotti. La forma finale è il risultato tanto delle
capacità di tutti, quanto dell’incontro delle diverse idee creative e dei diversi
concetti di bellezza che ogni partecipante esprime e mette in comune. L’idea
di bellezza, insieme a quella di forma, è dunque variabile ed è frutto del
continuo confronto e dialogo fra i partecipanti. È una bellezza decisa e
prodotta insieme.
Il processo artigianale collaborativo di Costruire Bellezza si fonda, dunque,
sulla relazione fra gli individui. Di conseguenza, fra gli individui si stabilisce
una modalità di interazione sociale che necessita di particolare attenzione alla
presenza all’altro, sia in termini di confronto creativo che in termini di
attenzione reciproca nel non farsi male.
Il contesto non autoritario del laboratorio e l’incontro attraverso la pratica
artigiana collaborativa producono uno spazio sociale egualitario che si rivela
in grado di realizzare oggetti riconosciuti dalla collettività come autentici e
belli.
Il laboratorio si configura, dunque, come un’esperienza che dà l’occasione od
ogni partecipante di vivere l’altro come una fonte di apprendimento di nuove
prospettive e nuove competenze, in virtù di uno scambio reciproco. Questa
modalità di interazione, che si fonda sull’uguaglianza di libertà di espressione
delle capacità di ognuno, produce un contesto produttivo in grado di
modificarsi e rispondere in modo variabile, ma storicamente coerente, alle
istanze e alle emergenti sensibilità del collettivo che lo abita.
Nei prossimi capitoli avremo modo di approfondire ognuno degli aspetti
appena accennati.

9
Introduzione

Nel primo capitolo si affronterà la disciplina del design in termini teorici,


ponendo particolare attenzione al tipo di rapporto che essa stabilisce fra
oggetti e soggetti. L’atto di progettare consiste nell’adottare una prospettiva
di tipo oggettivo-funzionale in cui la materia esiste in funzione dei viventi. La
materia viene oggettivata dal vivente per il vivente. Si rileverà come questo
tipo di prospettiva generi, nello stesso tempo, un processo di oggettivazione
del vivente.
La seconda parte del primo capitolo, attraverso le prospettive proposte dagli
studi di cultura materiale, consiste in una lettura antropologica del processo
di oggettificazione. La relazione fra soggetti e oggetti è fondamentale nel
caratterizzare culturalmente gli individui ed è determinante nel definire il
modo di abitare il mondo delle diverse società. Il caso delle persone-senza-
casa è in grado di rendere palese ed evidente questo processo di
oggettificazione che solitamente agisce senza che gli individui gli prestino
particolare attenzione.
L’ultima parte del capitolo intreccia l’antropologia e il design per
comprendere come le diverse prospettive e metodologie possano aiutare ad
osservare meglio i processi di produzione reciproca fra oggetti e soggetti.
Nella prima parte del secondo capitolo si osserverà come il funzionamento,
le regole e le caratteristiche fisico-spaziali dei dormitori di accoglienza
notturna tendano a produrre un’incorporazione della disuguaglianza sociale
negli individui che li abitano. Nella seconda parte verranno, quindi, analizzati
gli effetti dei processi di oggettivazione all’interno di contesti di marginalità
ed esclusione sociale. In particolare si osserverà come la privazione materiale
possa produrre effetti di de-soggettivazione e di diminuzione del potere di
azione da parte degli individui. L’ultima parte introduce al campo etnografico
qui presentato a partire dagli esiti della ricerca-azione “Abitare il dormitorio”.
L’ultimo capitolo, infine, è l’etnografia del laboratorio artigiano di Costruire
Bellezza. Nella prima parte sarà analizzato il mio posizionamento e, in

10
particolare, come sia stato possibile integrare il design e l’antropologia
direttamente sul campo. Verranno, inoltre, indicati il metodo e gli strumenti
attraverso i quali ho condotto la ricerca. Il resto del capitolo è dedicato
all’analisi vera e propria del contesto laboratoriale. Ci soffermeremo, in primo
luogo, sulle caratteristiche dei partecipanti in relazione alla loro diversa
condizione sociale; successivamente osserveremo come le attività pratiche
svolte permettano una relativa diminuzione della disuguaglianza. Dopodiché
verranno descritte le dinamiche relazionali che si stabiliscono fra i
partecipanti in relazione ai ruoli che ognuno assume all’interno del contesto.
Si analizzeranno, dunque, le potenzialità e i punti critici delle dinamiche
relazionali emerse dai processi collaborativi e partecipativi che si sviluppano
durante le attività pratiche. Infine, verranno descritti gli esiti tangibili e
intangibili prodotti dal laboratorio.

Ringraziamenti

Un solo appunto, prima di iniziare. Il laboratorio artigianale di Costruire


Bellezza, e soprattutto le persone con cui ho lavorato in questi tre anni, mi
hanno coinvolto sempre e prima di tutto come partecipante, come persona.
È anche vero, però, che se oggi quest’esperienza è scritta e fissata su un foglio
è perché sono stato anche osservatore, un po’ designer e un po’ antropologo.
Vorrei che questo non faccia di me un “ladro di storie” di fronte a loro.
Inoltre, vorrei sottolineare che se questo testo parla anche di persone senza
casa è unicamente perché spero che possa rivelarsi un contributo utile a una
maggiore comprensione di tale fenomeno.
Tutte le persone (più di cinquanta) con cui ho lavorato in questi tre anni
dunque, nonostante gli aggettivi che ho dovuto apporre di volta in volta nel
testo per rendere più chiaro il discorso, sono e restano persone, ognuno con

11
Introduzione

la sua storia, con i suoi drammi, con i suoi pregi e con i suoi difetti. È solo
grazie a loro, dunque, se ho potuto scrivere queste pagine.
Ringrazio in particolar modo, Ross, Mirko, Gino, Claudio, Francesco, Carmelo,
Salvatore, Ndiaga, Beppe, Gianni, Mustapha, Rossano, Antonio, Carlos, Mary,
Patrizia, Rossana, Alessandra, Renato, Daniele, Eucarpio, Franca, Marco,
Marius, Alfredo, Nico, Roberto, Rita, Giovanna, Jamal, Fabrizio.
Ringrazio le due persone che mi hanno permesso, e mi permettono tutt’ora,
di partecipare alla loro ricerca e di crescere con loro: la professoressa
Valentina Porcellana e il professor Cristian Campagnaro, due docenti
universitari che fanno ricerca con estrema professionalità e invidiabile
umanità insieme. Un grazie va anche al mio relatore, il professor Carlo
Capello, che mi ha supportato nella stesura di questo lavoro.
Ringrazio Giulio C. con il quale ho potuto confrontarmi, sin dall’inizio, con
una profondità senza pari; Sara C., fedele compagna di avventura, e Silvia S.,
Daniela L., Martina D. e Ada P.. Ringrazio Massimo P., un uomo la cui stazza
mai si direbbe possa sopportare così tante storie disgraziate di uomini e
donne.
Colgo l’occasione per ringraziare anche i miei genitori e mia sorella, il cui
affetto mi è sempre di conforto e di sostegno.
E infine, ringrazio tutti i miei amici che sicuramente non si sono dimenticati
di me in questo periodo di scrittura eremitica. Ringrazio Fabio C., perché con
lui è iniziato tutto questo; Matteo B., che mi ricorda che la vita è utopia e
libertà e Cesare B., che mi ricorda che la vita è caos. Ringrazio, infine,
Benedetta, che mi ricorda di vivere.

12
13
I. DESIGN E ANTROPOLOGIA

“Perché passare dal design all'antropologia?”. Questa domanda, dal tono


stupefatto e incredulo, mi viene fatta ogni volta che racconto che, dopo
essermi laureato come designer, ho iniziato a studiare antropologia. Come
ricorda Mary Douglas «quegli oggetti e quelle azioni che “attraversano” le
categorie, che non si adattano perfettamente al loro [degli esseri umani]
schema culturale, tendono ad essere considerati sporchi e impuri, addirittura
pericolosi»5. Ecco, allora, che “sporco, impuro e pericoloso” mi accingo a dare,
nel modo più esaustivo possibile, questa risposta.
Intanto, una premessa è doverosa: i confini tra le discipline, come tutti i
confini, sono convenzioni che rischiano di complicare il dialogo e di
intralciare il percorso, e questo accade, in particolar modo, quando i campi di
indagine tendono a sovrapporsi. In queste zone di sovrapposizione, le
metodologie e le epistemologie di ogni disciplina sono destinati ad
incontrarsi, quando non a scontrarsi, facendo così vacillare i rispettivi confini
in cui si aprono varchi di dialogo che è necessario saper cogliere.
E quindi, la premessa è che non sono passato da una parte all'altra (il che mi
rende ancora più pericoloso).

5
Quest'interpretazione del testo di Mary Douglas, Purezza e pericolo. Un'analisi dei concetti
di contaminazione e tabù, il Mulino, Bologna, 1993 è tratta da Richard R. Wilk, Economie e
culture. Introduzione all'antropologia economica, Bruno Mondadori, Milano, 2007, p. 202.
I. DESIGN E ANTROPOLOGIA

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1. Studi di design. Fare il mondo

Ho studiato al Politecnico di Torino laureandomi nel corso di laurea che,


all'epoca, recava il titolo “Disegno Industriale”. Lo stesso corso oggi utilizza
il termine design − mutuato dalla traduzione inglese di progetto − termine
ormai invalso per indicare la disciplina. Inoltre, «il termine design nella lingua
italiana indica sia il disegno industriale […] sia il suo effetto, cioè la
qualificazione estetica di oggetti»6.
É doveroso osservare che, negli ultimi anni, la disciplina ha allargato
parecchio i suoi orizzonti, non limitandosi al campo della produzione
industriale, ma riferendosi ad una incredibile molteplicità di sotto-campi
quali: il system design (che si riferisce all'analisi e alla progettazione dei sistemi
complessi con una particolare attenzione alla sostenibilità ambientale ed
economica), il communication design (che progetta la comunicazione applicata
ai media), l'interaction design (che si occupa dell'interazione fra uomo e
computer), il service design (ossia la progettazione di servizi, pubblici e non),
lo strategic design e l'innovation design (che hanno a che vedere tanto con i
processi economici che con quelli sociali), in un crescendo di infinite
specificazioni disciplinari di cui è arduo tenere il conto. In questo testo, i
termini design e progettazione, verranno alternati ma avranno lo stesso
significato.
Il corso di laurea, sia ieri che oggi, mira a formare gli studenti affinché siano
in grado di progettare. Per capire che cosa questo significhi propongo di
iniziare dall'incipit di un famoso libro sulla metodologia progettuale scritto
da Bruno Munari, forse uno dei più noti progettisti italiani del XX secolo:

6
Elena Dellapiana, Anna Siekiera, “Come scrivono i designer: note di letture comparate
per una linguistica disciplinare”, in Fiorella Bulegato, Maddalena Dalla Mura, Carlo Vinti
(a cura di), I designer e la scrittura, numero 6, AIS/Design storia e ricerche, Milano, 2015.
I. DESIGN E ANTROPOLOGIA

Progettare è facile quando si sa come si fa. Tutto diventa facile quando si


conosce il modo di procedere per giungere alla soluzione di qualche problema,
e i problemi che si presentano nella vita sono infiniti: problemi semplici che
sembrano difficili perché non si conoscono e problemi che sembrano
impossibili da risolvere. Se si impara ad affrontare piccoli problemi si può
pensare anche di risolvere poi problemi più grandi.7

Non c'è studente di design, credo, che non l'abbia letto. Il linguaggio è
semplice, lineare, sicuro. Il progettista è colui che deve saper risolvere un
problema con metodo. E il metodo è, ovviamente, quello progettuale che,
prendendo spunto dalle quattro regole del metodo scientifico di René
Descartes8, guida il progettista nell'organizzare i dati del problema –
scomponendolo dal più piccolo al più grande – per risolverlo con una
soluzione pratica il più possibile oggettiva, se non scientifica, appunto. Non a
caso, la progettazione (o design) è annoverata, tra le cosiddette scienze
applicate, ossia quelle discipline in grado di tramutare i risultati della ricerca
scientifica “dura” in prodotti che si possano maneggiare − proprio nel senso
di manu agere: trattar con mano9 − e utilizzare. C'è spazio, secondo Munari,
per un pizzico di creatività, ma a patto che questa stia “nei limiti del
problema”.
Lo schema della metodologia progettuale, proposto dal designer italiano, è una
linea che va dal problema alla soluzione, come un sentiero che il buon
progettista deve saper trovare e percorrere − come un attento cacciatore −
attraverso l'ambiente ricco e dinamico, ma anche insidioso, fatto di aziende,
committenti, utenti e materia da trasformare.
Dopo una prima parte teorica del libro − in cui l'autore spiega il metodo
progettuale e le fasi specifiche che lo caratterizzano − vengono riportati una

7
Bruno Munari, Da cosa nasce cosa, Laterza, Bari, 2011.
8
La premessa del libro consiste proprio nell'elenco delle quattro regole del metodo
scientifico di René Descartes (basato sull'evidenza, la scomposizione del problema in
parti più piccole, la risoluzione di queste a partire dalle più semplici fino alle più
complesse e sulla revisione continua).
9
Giovanni B. Bolza, Vocabolario genetico-etimologico della lingua italiana, Stamperia di
corte e di stato, Vienna, 1852.

18
1. Studi di design. Fare il mondo

serie di esempi pratici, legati al mondo della progettazione di oggetti


(industriali, per la gran parte), utili a dimostrare l'applicabilità del metodo.
Ogni cosa va razionalizzata e il progettista è colui che deve saper disporre con
ordine cause ed effetti, mezzi e fini, in modo logico e lineare senza lasciare
nulla al caso. Il metodo scientifico, attraverso la continua verifica sia dei dati
che dei modelli/prototipi, garantisce che non ci si stia dimenticando niente e
che si giunga a risposte certe e inconfutabili. A problema oggettivo
corrisponde soluzione oggettiva e tra i due, sembra dirci Munari, deve vigere
un rapporto di univocità.
Il metodo progettuale che ho appreso al Politecnico di Torino non si discosta
troppo dal metodo proposto da Munari, sebbene insista maggiormente sulla
fase di analisi preparatoria al progetto, ossia prima che la forma dell'oggetto
sia definita. Per capire meglio in che cosa consista questa fase, riprendiamo
brevemente lo schema delle quattro cause che Martin Heidegger utilizza nel
suo saggio “La questione della tecnica”10, per spiegare quale sia il fine della
tecnica, ossia quali cause la dominano.

[…] vi sono quattro cause: 1. la causa materialis, per esempio la materia con cui
si fa un calice d'argento; 2. la causa formalis, la forma o figura, in cui la materia
entra; 3. la causa finalis, lo scopo, per esempio il rito sacrificale per cui il calice
deve servire, e che lo determina nella sua materia e nella sua forma; 4. la causa
efficiens, che produce l'effetto, ossia il calice reale compiuto, e cioè l'orafo.11

Questo modello funziona bene anche per organizzare il pensiero progettuale.


Spesso vediamo gli oggetti che ci circondano come solo prodotto della causa
formalis − quella che determina, appunto, la forma dell'oggetto − ma l'oggetto,
nonostante qualche designer da rotocalco voglia darlo a pensare, non è
un'immagine chiara e limpida che si forma nella mente del

10
In Martin Heidegger, Saggi e discorsi, (a cura di Gianni Vattimo), Mursia, Milano, 1991.
Il testo di Heidegger è un'interrogazione metafisica sull'essenza della tecnica. L'analisi
che viene, qui, riproposta intende adattare alcune sue intuizioni al mondo della
progettazione.
11
Ivi, p. 6.

19
I. DESIGN E ANTROPOLOGIA

progettista/artigiano – la nostra causa efficiens − e che improvvisamente si


materializza. Dobbiamo intendere l'oggetto come prodotto complessivo della
tecnica che consiste nella relazione, non necessariamente consequenziale, tra
la materia che prende forma per un fine attraverso il progettista/produttore.
Sottolinea ancora Heidegger che spesso «si arriva addirittura al punto che la
causa finalis, la finalità, non è più in generale considerata come una causa»12.
Ed è, invece, proprio su questo aspetto che il metodo progettuale insegnato
al politecnico si sofferma maggiormente.
Possiamo dire che ciò che dà avvio alla progettazione, per il designer è,
solitamente, la necessità di rispondere a una mancanza, a una carenza o a
un’esigenza nuova che, nel caso molto comune in cui sia un'azienda a
generare la richiesta, si definisce commessa e che corrisponde, in qualche
modo, alla nostra causa finalis. La prima fase della progettazione è volta ad
indagare e analizzare con cura questa richiesta e non darla per scontata.
Munari, citando il professore britannico di design Leonard Bruce Archer,
scrive: «Molti designer credono che i problemi siano stati sufficientemente
definiti dai loro clienti. Ma questo è largamente insufficiente»13. Questa
postura è abbastanza nota anche all'antropologia, e ci sembra infatti di
leggere un passaggio di Claude Lévi-Strauss, il quale recita: «l'indigeno
interrogato [a proposito delle sue usanze e istituzioni] si contenta di
rispondere che le cose sono sempre state così, che quello fu l'ordine degli
dei, o l'insegnamento degli antenati»14. Sia l'antropologo strutturale che il
designer industriale interpretano le parole dell'indigeno, da un lato, e quelle
dell'imprenditore, dall'altro, come elaborazioni secondarie (per usare il termine
proposto da Lévi-Strauss). Entrambi sono alla ricerca di qualcosa che è

12
Ivi, p. 7.
13
Bruno Munari, op. cit., p. 38.
14
Claude Lévi-Strauss, Antropologia strutturale (1964), trad. it., Il Saggiatore, Milano, 2009,
p. 31.

20
1. Studi di design. Fare il mondo

soggiacente al linguaggio, come fossero in cerca di una verità15 non


direttamente espressa verbalmente e che solo attraverso la ricerca e l'analisi
scientifica può essere rivelata. Può sembrare inopportuno parlare di verità
per un designer ma è ancora Martin Heidegger ad insegnarci che la
produzione è qualcosa che ha profondamente a che vedere con la verità.
Secondo la tradizione filosofica l'insieme delle quattro cause succitate,
infatti, è ciò che fa «avvenire nella presenza ciò che non è ancora presente»16
e, per il filosofo,

ciò che – qualunque cosa sia – dalla non-presenza passa e si avanza alla presenza
è poiesis, pro-duzione. […] [Essa] conduce fuori del nascondimento nella
disvelatezza. […] Questo venire si fonda e prende avvio […] in ciò che chiamiamo
il disvelamento. […] I greci usano per questo la parola aletheia. I romani la
traducono con veritas.17

Heidegger, in realtà, arriva a dire questo interrogandosi sull'essenza della


tecnica, e scopre che questa è il dispositivo o instrumentum che informa la
produzione, la quale ha a che fare con il “disvelamento” della verità. Tutto
questo, attenzione, non significa dire che la tecnica sia la detentrice della
verità, e che quindi questa valga prima e sopra ogni cosa. Ma significa
prendere coscienza che la tecnica, e tutto quel che la costituisce, in quanto
ha proprietà “disvelative”, ha un enorme potere orientativo e “provocante”
nei confronti della vita degli uomini. Quindi, rilevare il fatto che il progettista
− la nostra causa efficiens − sia una delle quattro cause in gioco in questo
processo e che, perciò, la sua sia una posizione potenzialmente influente, ci
fa capire l'importanza del fatto che esso si interroghi quanto più possibile
sulla verità.

15
Lévi-Strauss ha le idee chiare rispetto a quale sia questa verità da ricercare, ed è
ovviamente la “struttura inconscia, soggiacente a ogni istituzione o ad ogni usanza”, (ivi,
p. 33). Ma, in questo frangente, non ci è utile proseguire oltre, insieme all'autore, in
questo tipo di ricerca.
16
Martin Heidegger, Saggi e discorsi, op. cit., p. 8.
17
Ivi, p. 9. (la traduzione dalle parole in greco è mia).

21
I. DESIGN E ANTROPOLOGIA

Ma in che cosa consiste praticamente, per il designer, questo “interrogare”.


Abbiamo detto che egli si trova a dover analizzare, smontare e ricomporre
questa sorta di causa finalis che gli si pone davanti. Nel campo della
progettazione quest'analisi della richiesta iniziale, consiste nel costruire
intorno ad essa uno scenario, ossia una

massa critica di dati e riferimenti intorno all'argomento da affrontare che


definiscono il contesto storico, sociale, culturale, produttivo, tecnologico,
ambientale in cui verrà inserito il prodotto/servizio per un progetto
consapevole. Lo scenario aggiunge informazioni indicando con chiarezza i punti
di vista, il contesto e le relazioni dei vari elementi che lo compongono.18

L'eterogeneità dell'analisi mira a far sì che il progetto proposto sia, nel


complesso, “consapevole”. Il termine, sebbene non faccia riferimento ad
alcuna presa di posizione di tipo etico-morale, ci pare che quantomeno la
suggerisca.
É da sottolineare, tuttavia, che questa estrema eterogeneità richiederebbe al
designer un lavoro di analisi che rischia di essere sproporzionato rispetto alle
competenze acquisite. In primo luogo il designer, nonostante le ottime
intenzioni, non è dotato di quegli strumenti di analisi che appartengono più
precisamente alle cosiddette “scienze sociali” che hanno maggiore efficacia
rispetto allo studio del “contesto storico, sociale, culturale”. In secondo luogo,
poiché al designer, tutto sommato, viene richiesto un lavoro più prettamente
trasformativo e produttivo, verosimilmente, egli si concentrerà maggiormente
sulla ricerca inerente al piano “produttivo, tecnologico, ambientale”, in
quanto è in grado di fornire maggiori dati oggettivi utili alla produzione vera
e propria. Questo discorso non vuole sostenere, in alcun modo, che ci debba
essere un confine fra le discipline − rischiando tra l'altro di contraddirsi
rispetto alla premessa iniziale − ma che all'atto pratico, alcuni limiti
emergono e che, semmai, proprio rispetto a questi ci sia necessità di

18
Silvia Barbero, “Scenario” in Claudio Germak (a cura di), Uomo al centro del progetto.
Design per un nuovo umanesimo, Umberto Allemandi & C., Torino, 2008.

22
1. Studi di design. Fare il mondo

interrogarsi. Ma riprenderemo la questione più avanti, perché ritengo che


possa essere utile a stabilire un contatto fra design e antropologia.
In ogni caso, la raccolta e messa in relazione di questi dati mira a ricostruire
con maggior consapevolezza quella che abbiamo chiamato causa finalis e
quindi ad informarlo nella definizione del progetto (ossia la risposta al
problema). Non ci inoltriamo ora nel racconto della seconda fase, quella
trasformativa, che porta il progetto a prendere forma nella materia. Da un
lato perché il discorso tenderebbe ad addentrarsi nei tecnicismi dei diversi
strumenti di modificazione della materia e dall'altro perché un particolare
tipo di processo trasformativo è raccontato in modo articolato nell'etnografia
di laboratorio che si proporrà più avanti.
Vorrei, invece, chiudere questa parte sul design e sulla progettazione
riprendendo ancora l'incipit di Munari. Il libro del designer è, di fatto, un
manuale di un maestro di bottega che spiega ai suoi apprendisti come
forgiare e istruire la materia all'interno del sistema economico industriale; è
un libro che si occupa di oggetti e che si muove all'interno di in una realtà
puramente oggettuale. E da un testo sulla progettazione non ci si
aspetterebbe, forse, niente di diverso; eppure egli afferma che progettare ha
a che fare con «i problemi che si presentano nella vita», ma, dopo aver
affermato questo, a ben vedere, i viventi, nel testo di Munari, non appariranno
quasi più. E, infatti, essi saranno continuamente dati per scontati in quanto
referenti ovvi e prevedibili degli oggetti presentati. Se è vero, quindi, che la
vita, e di conseguenza i viventi, stanno a fondamento dei problemi a cui il
designer deve rispondere, è vero anche che, subendo un trattamento di sconto,
di deprezzamento, essi vengono, in qualche modo, messi sullo sfondo, alienati.
Come avviene questo slittamento?
Si può affermare che alla base del lavoro di progettazione sta un punto di
vista che potremmo definire come oggettivo-funzionale, ossia: gli oggetti sono
oggettivi, in quanto portatori di dati oggettivi, e stanno in un rapporto di

23
I. DESIGN E ANTROPOLOGIA

subordinazione funzionale rispetto ai viventi. Ragionare in questi termini


significa affermare che l'oggetto, in rapporto al vivente, esiste in quanto
utilizzato. Ma questo ci obbliga ad assumere come conseguenza che il vivente,
in rapporto all'oggetto, esiste in quanto utilizzatore, esiste in quanto utente.
Chiamare in causa il vivente come utente, significa osservarlo come portatore
di quei dati (fisici, meccanici, oggettivi e scientifici) che sono utili a metterlo
in relazione con l'utilizzato. Ecco allora, che, anche il vivente, descritto
attraverso caratteristiche oggettive, viene a sua volta funzionalizzato in virtù
dell'oggetto. Il vivente subisce, così, un processo di oggettivazione a cui il
designer non può fare a meno.
Non è errato, dunque, affermare che viventi e oggetti si “indeterminano” sullo
stesso piano. Ed è in questo momento che il vivente, in quanto oggetto fra gli
oggetti, rischia di slittare sullo sfondo.
Tutto il lavoro progettuale precedente, di analisi e costruzione dello scenario,
produce delle linee guida per il progetto che hanno l'obiettivo di fissare e
preservare i punti salienti emersi, in modo che il progettista tenga a mente di
mantenere viventi e oggetti nella giusta relazione; ma resta il fatto che, almeno
nella fase centrale del lavoro di progettazione, il vivente debba
necessariamente passare attraverso la materia, sia in senso teorico che
pratico, per darle forma. Ciò significa che, nel dare forma alla materia, il vivente
si dà forma.
Quel che emerge è che il rapporto di subordinazione tra vivente e oggetto,
che si crede a fondamento del lavoro di progettazione, diventi in realtà
ambiguo e ambivalente, se non reciproco. Per definire il rapporto tra materia
e vivente dovremmo preferire, allora, a termini “subordinanti”, termini che
diano maggiormente l'idea di un'azione condivisa, di un lavoro fatto insieme,
di una co-azione, di una co-operazione. Questa sorta di reciprocità che

24
1. Studi di design. Fare il mondo

intercorre fra materia e vivente, per esempio, è definita dall'antropologo


inglese Tim Ingold con il termine “correspondence”19.
Questa tipo di prospettiva apre un'altra importante porta di comunicazione
fra design e antropologia in quanto, se tra oggetto e soggetto stabiliamo un
rapporto di poiesis reciproca, allora è possibile parlare di processi che,
filosofia e scienze sociali, definirebbero di soggettivazione.
La progettazione, leggendo la realtà attraverso il filtro della materia e degli
oggetti, fa subire un processo di oggettivazione necessaria al vivente. Ma,
come afferma ancora Martin Heidegger (nel tentativo questa volta di definire
quale sia l'essenza della cosa − “che è una cosa?”, si domanda) nell'ambito
dell'oggettività – ovvero nell'ambito di ciò che ha a che vedere con l'obiectum,
ossia ciò-che-è-gettato-di-fronte – «dimoriamo anche noi, i presunti soggetti»20,
cioè coloro che stan-di-fronte all'oggetto. L'oggetto sottintende il soggetto e
non è, in definitiva, possibile parlare di oggetti, e della loro presunta
oggettività, senza immediatamente e inevitabilmente riferirsi anche al
soggetto. Ed è proprio dei soggetti che l'antropologia intende occuparsi.

19
Il concetto di “correspondence” è ripreso da Tim Ingold, Making. Anthropology,
Archaeology, Art and Architecture, Routledge, New York, 2013.
20
Martin Heidegger, La questione della cosa (1962), trad. it., Mimesis, Milano, 2011, p. 34.

25
I. DESIGN E ANTROPOLOGIA

26
2. La svolta antropologica. Abitare il mondo

Se il design si occupa della produzione di oggetti attraverso i soggetti,


possiamo dire che l’antropologia studia, invece, come i soggetti sono prodotti.
L’antropologia della cultura materiale, nello specifico, osserva tutti quei
processi attraverso i quali sono proprio gli oggetti a produrre i soggetti.
La progettazione “oggettiva” il vivente al fine di metterlo in relazione
funzionale con l’oggetto e abbiamo definito questo tipo di approccio
oggettivo-funzionale. L’analisi del metodo progettuale ha messo, quindi, in luce
che fra oggetti e soggetti c’è una relazione di corrispondenza che definisce
entrambi allo stesso tempo.
L’antropologo inglese Daniel Miller giunge alla stessa conclusione
affermando che «sono gli oggetti a crearci all’interno del processo in cui noi
creiamo gli oggetti, e che non esiste separazione tra soggetto ed oggetto»21.
Prendendo spunto da una sua ricerca comparativa sull’abbigliamento tra
Trinidad, India e Inghilterra, egli dimostra come la distinzione netta fra
oggetto e soggetto sia, di fatto, inconsistente, infatti non è «possibile rivolgersi
ai vestiti come se fossero una forma di rappresentazione, un segno
significante così come viene inteso dalla semiotica, oppure ancora un simbolo
che rappresenta l’essere»22 in quanto come ha osservato Henrik Ibsen nel suo
Peer Gynt23: «siamo tutti delle cipolle. Se continuiamo ad eliminare i nostri
strati più esterni non troviamo assolutamente nulla all’interno. Non esiste
nessun vero sé al centro. […] se rimuoviamo gli abiti non esiste nessun cuore

21
Daniel Miller, Per un’antropologia delle cose (2009), trad.it., Ledizioni, Milano, 2013, p.56.
22
Ibidem, p. 37.
23
La traduzione del testo di Miller in questione, a opera di Elisabetta Costa, è imperfetta.
La traduzione originale del passaggio cita testualmente: «come ha osservato Ibsen’s Peer
Gynt etc.»
I. DESIGN E ANTROPOLOGIA

all’interno. Gli abiti non formano solamente la nostra superficie, sono in


realtà ciò che ci ha reso quello che pensiamo di essere»24.
In netto disaccordo con la ben nota teoria cartesiana della separazione fra
mente e corpo, l’oggetto è ciò che fa il soggetto e non si dà soggetto senza
oggetto25. Insomma, Miller afferma che non è possibile ragionare in termini
dicotomici ma dialettici. Il vivente si “oggettifica” producendo oggetti. Per
spiegare questo processo Miller, operando una rilettura di Hegel, afferma che
la “oggettificazione”26 è frutto di un processo dialettico che attraverso
continui aggiustamenti all’esistente, ovvero alla storia − di cui «noi siamo un
prodotto»27 − produce oggetti sempre più elaborati che ci caratterizzano. A
compendio di questo Miller, adottando l’impostazione teorica di Pierre
Bourdieu, scrive che «gli oggetti sono gli agenti chiave del processo che ci
rende caratteristici della nostra società»28. Il vivente emerge come soggetto
sociale proprio da questa relazione e, anzi,

imparando ad interagire con una grande quantità di diverse culture materiali,


l’individuo cresce adottando le norme che diventano ciò che viene chiamato
cultura. L’apprendimento del bambino non avviene attraverso l’acquisizione in
modo passivo di una serie di categorie, ma piuttosto attraverso le routine di tutti
i giorni che lo portano ad avere una interazione costante con gli oggetti,
supportando quella che Bourdieu ha chiamato teoria della pratica. […] Gli
oggetti […] ti aiutano gentilmente ad apprendere come si agisce con il mondo
circostante in modo appropriato. Questa teoria dà forma anche all’idea che
siano gli oggetti a creare le persone. Prima di avere la possibilità di creare degli
oggetti, cresciamo e maturiamo alla luce delle cose lasciate dalle generazioni
precedenti alla nostra. […] Bourdieu ha chiamato habitus questo ordine

24
Ibidem, p.12.
25
La concezione stratigrafica della realtà umana è confutata anche dalle analisi sulla
cultura di Francesco Remotti. Alla separazione tra uomo come sostanza organica e uomo
come portatore di cultura egli preferisce un modello interattivo secondo il quale non ci
sarebbe stata evoluzione dell’uomo senza cultura. Tra cultura (materiale e simbolica) e
organismo umano «vi è, insomma una circolarità di retroazione». La nota prospettiva
costruttivista dell’antropopoiesi di Remotti si fonda, perciò, proprio sul rifiuto del
dualismo cartesiano. Si veda: Francesco Remotti, Cultura, dalla complessità
all’impoverimento, Laterza, Roma-Bari, 2011,
26
Il termine originale in inglese usato da Daniel Miller in Stuff, Polity Press, 2009, è
“objectification”. Alcuni testi traducono lo stesso termine con “oggettivazione”, cfr.
Fabio Dei, Pietro Meloni (a cura di), Antropologia della cultura materiale, Carocci, Roma,
2015.
27
Ibidem, p.53.
28
Ibidem, p. 50.

28
2. La svolta antropologica. Abitare il mondo

organizzatore delle nostre azioni che agisce su di noi senza la nostra


consapevolezza. […] La cultura proviene soprattutto dagli oggetti.29

Miller utilizza la teoria della pratica di Bourdieu per affermare che il soggetto
è culturalmente definito dagli oggetti, ma sappiamo bene che il sociologo
francese è ben attento a non sottovalutare questo potere socialmente poietico
della pratica − che certamente si realizza attraverso gli oggetti:

Se tutte le società (e, cosa significativa, tutte le “istituzioni totalitarie”, come dice
Goffman, che intendono realizzare un lavoro di “deculturazione” e di
“riacculturazione”) attribuiscono un simile valore ai dettagli in apparenza più
insignificanti […] dei modi corporei e verbali, è perché, trattando il corpo come
una memoria, essi gli affidano, in una forma pratica e abbreviata, cioè
mnemotecnica, i principi fondamentali dell'arbitrarietà culturale. Ciò che viene
incorporato in questo modo risulta collocato al di fuori della coscienza, quindi
al riparo della trasformazione volontaria è deliberata così come dalla
esplicitazione: niente sembra più ineffabile, più incomunicabile, più
insostituibile, più inimitabile, e quindi più prezioso, dei valori incorporati, fatti
corpo, dalla transustanziazione operata dalla persuasione clandestina di una
pedagogia implicita, capace di inculcare tutta una cosmologia, un'etica, una
metafisica, una politica [... ] Tutta l'astuzia della ragione pedagogica risiede
precisamente nel fatto di saper estorcere l'essenziale sembrando esigere
l'insignificante: ottenendo il rispetto delle forme e le forme di rispetto che
costituiscono la manifestazione più visibile e insieme meglio nascosta, perché
più “naturale”, della sottomissione all'ordine stabilito, l'incorporazione
dell'arbitrarietà annienta ciò che Raymond Ruyer chiama “i possibili laterali”,
cioè tutti quegli atti che il linguaggio comune definisce delle “follie”.30

Miller rinforza il concetto di “oggettificazione” – processo storico e dialettico


– con la teoria bourdieusiana della pratica – ovvero il «prodotto della
relazione dialettica tra una situazione e un habitus»31 – che orienta e definisce
i soggetti. La pratica, soprattutto nel periodo di formazione del bambino,

29
Ivi.
30
Pierre Bourdieu, Per una teoria della pratica (1972), trad. it., Raffaello Cortina Editore,
Milano, 2003, p.245.
31
Ibidem, p. 211. Per quel che concerne il concetto di habitus così scrive Bourdieu: « Le
strutture che sono costitutive di un tipo specifico di ambiente ( per esempio, le
condizioni materiali di esistenza caratteristiche di una condizione di classe) e che
possono essere colte empiricamente sotto forma delle regolarità associate a un ambiente
socialmente strutturato producono degli habitus, sistemi di disposizioni durature,
strutture strutturate predisposte a funzionare come strutture strutturanti, vale a dire in
quanto principio di generazione e di strutturazione di pratiche e di rappresentazioni
che possono essere oggettivamente “regolate” e “regolari” senza essere affatto il
prodotto dell’obbedienza a delle regole, oggettivamente adattate al loro scopo, senza
presupporre l’intenzione cosciente dei fini e il dominio intenzionale delle operazioni
necessarie per raggiungerli e, dato tutto questo, collettivamente orchestrate senza
essere il prodotto dell’azione organizzatrice di un direttore d’orchestra» (ibidem, p. 207)

29
I. DESIGN E ANTROPOLOGIA

gioca un ruolo fondamentale nell’incorporare nell’individuo quella


“arbitrarietà culturale” che, come sappiamo, traccia il confine tra ciò che è
legittimo e ciò che non lo è in ogni società, rimuovendo tutti “i possibili
laterali” o, come scrive Francesco Remotti, sfoltendo, riducendo possibilità,
sfrondando,32 producendo un soggetto piuttosto che un altro. I racconti
etnografici dimostrano che gli “sfrondamenti” che le pratiche culturali
mettono in atto sugli individui, sono processi che segnano i corpi lasciando
tracce più o meno evidenti, più o meno dolorose, del proprio passaggio.
L’antropologia culturale ci aiuta, perciò, non solo a capire che tra oggetti e
soggetti intercorre una produzione dialettica reciproca e storicamente
influenzata ma anche come ciò avviene.

Nel 2011 mi laureo in Disegno Industriale con la tesi Progettare per senza fissa
dimora. Sistema di sicurezza per il caricamento di telefoni cellulari in ambienti
comuni. Il relatore, il Prof. Cristian Campagnaro, è un docente del corso di
laurea che si occupa di progettazione in contesti di marginalità sociale. Dopo
tre anni di studio ho la possibilità, così, di mettere in pratica il metodo
progettuale appreso durante il corso di laurea, in un dormitorio notturno
cittadino. La richiesta che mi viene fatta − il problema a cui devo rispondere
− riguarda una questione abbastanza limitata e definita: il caricamento dei
telefoni cellulari degli ospiti all’interno della mensa della struttura di
accoglienza. L’idea è che il tempo impiegato da ciascuno durante i pasti possa
essere utile per caricare la batteria del telefono. Il lavoro di tesi ha inizio con
l’invito, da parte dal responsabile del dormitorio33, a pranzare nella mensa
della struttura affinché abbia modo di osservare lo spazio e gli abitanti

32
Cfr. Francesco Remotti, Cultura, dalla complessità all’impoverimento, op. cit., p. 120.
33
Si tratta della struttura di accoglienza privata torinese in via Ormea, 119, Asili Notturni
Umberto I.

30
2. La svolta antropologica. Abitare il mondo

temporanei che lo animano. È la prima volta che entro in un dormitorio


notturno per persone senza casa della città di Torino.
A pranzo, mentre mi vengono spiegate le regole di accesso alla mensa e al
posto letto, la mia attenzione si focalizza sulle persone che usufruiscono del
servizio: uomini e donne con andature sommesse, che consumano il pasto
offerto seduti a tavoli comuni, tendenzialmente in silenzio. Altri uomini
regolano l’ingresso, servono il cibo, orientano gli spostamenti e scandiscono
i tempi. Lo spazio è dignitoso, ma spersonalizzato, risponde più che altro alle
necessità funzionali del servizio mensa.

Barboni, giovani e anziani privi di un tetto, lontani dalla terra natale e dalla
famiglia, sbandati, oppressi dalla fame e dal freddo, bussano ogni anno sempre
più numerosi alle porte dei nostri Asili. Domina nel loro animo un distacco da
tutto e tutti, specie dalla società da loro giudicata egoista, indifferente, inumana.

Così recita il sito web34 della struttura di accoglienza, e con lo stesso greve
tono, effettivamente, mi viene spiegato dal direttore a chi è rivolto il servizio.
Tralasciando i toni pietistici e le considerazioni, alquanto generalizzate,
rispetto allo stato d’animo e al giudizio nei confronti della società che chi è
senza casa avrebbe, mi colpisce come le persone che accedono alla mensa
siano descritte, in primo luogo, attraverso una relazione con una cosa.
Se infatti, come abbiamo appurato, l’oggetto produce e plasma il soggetto (e
viceversa), solitamente lo fa in modo impercettibile e silenzioso. In questo
caso, invece, la relazione oggetto-soggetto è messa in luce e verbalizzata, è
portata esplicitamente sul piano del linguaggio: soggetto (barboni, giovani,
anziani), relazione (privi), oggetto (di un tetto35). Anche gli apparati istituzionali
adottano lo stesso tipo di espressione: “persone senza fissa dimora”.

34
http://www.asilinotturni.org/chi-siamo-cosa-facciamo/, marzo 2017
35
Laddove “il tetto” è una sineddoche per indicare “la casa”. In altri termini, anche la
qualifica di “barbone” – «per metonimia, persona fornita di grossa barba»
(http://www.treccani.it/vocabolario/barbone/, marzo 2017) – descrive il soggetto attraverso
l’oggetto “barba”.

31
I. DESIGN E ANTROPOLOGIA

Perché la relazione fra oggetto e soggetto è, in questo caso, così determinante


nel definire l’individuo?

Seguendo le tesi di Miller e Bourdieu abbiamo osservato come il rapporto


produttivo e producente tra oggetto/pratica e soggetto agisce senza mai essere
esplicitato. Miller, riprendendo la teoria dei frames di Goffman – secondo la
quale «molto del nostro comportamento proviene dalle aspettative
determinate dalle cornici di significato che costituiscono il nostro contesto
di azione»36 − afferma, in questo senso, che «gli oggetti materiali creano il
contesto. Ci rendono consapevoli di ciò che è appropriato ed inappropriato.
[…] [E che, addirittura] svolgono questo compito con più efficacia se non li
osserviamo».37 Egli definisce questa proprietà delle cose umiltà degli oggetti:

gli oggetti sono importanti non perché sono evidenti e creano limiti o possibilità
fisicamente visibili, ma proprio per il motivo contrario. Accade così proprio
perché di solito noi non li vediamo. Meno siamo consapevoli della loro presenza,
più potentemente riusciranno a determinare le nostre aspettative [...]
Inaspettata capacità degli oggetti di scomparire dallo sguardo e di rimanere
periferici all'interno del campo visivo ma allo stesso tempo di essere così
determinanti nel definire il nostro comportamento e la nostra identità. […] Gli
oggetti sono riusciti a rendere invisibile il loro ruolo e ad apparire senza
importanza.38

L’umiltà degli oggetti, la loro presenza silenziosa, indica “ciò che è


appropriato ed inappropriato”, come se avesse un effetto normalizzante (e
normativo) sul contesto. Questo vuol dire che gli oggetti, semplicemente
stando al loro posto, producono negli individui un senso di familiarità con
l’ambiente, un senso di consuetudinaria normalità. Essi aiutano il vivente a
definire, decifrare e riconoscere l’ambiente nel quale si trovano.
Illuminante, in questo senso, è il racconto etnografico riportato da Ernesto
De Martino a proposito del palo kauwa-auwa, della tribù di aborigeni

36
Daniel Miller, op. cit., p.45.
37
Ibidem, p. 47.
38
Ibidem, p. 47-48.

32
2. La svolta antropologica. Abitare il mondo

australiani Aranda. Il palo, legato al mito fondativo della tribù, è eretto dalla
popolazione nomade ogni volta che questa, interrompendo il peregrinare,
stabilisce il proprio accampamento. Esso stabilisce il temporaneo “centro del
mondo”. Il racconto ripreso da De Martino narra l’episodio di un vecchio
capo tribù che spezza inavvertitamente il kauwa-auwa mentre è intento a
estrarlo dal terreno. Alla sosta successiva, evitando di erigere solamente
mezzo palo per vergogna, lui e la sua tribù, scrive De Martino, «si lasciarono
andare al suolo ammucchiandosi insieme e morirono»39. È come se l’oggetto-
palo e la tribù siano un tutt’uno. Il palo legittima la tribù a stare in un
determinato luogo e ad occuparlo temporaneamente, ed è tramite di esso che
la tribù esiste40 sulla terra.
Secondo lo storico del design, Maurizio Vitta, «l'essenza stessa dell'esistenza,
è il radicamento della vita nella realtà quotidiana»41. Esistere significa,
dunque, radicarsi, stabilirsi (e stabilizzarsi), ovvero abitare − frequentativo del
latino habere, ossia continuare ad avere, che suggerisce abitudine.
La «presenza del corpo dell’abitante [è] definita da una posizione nello spazio.
[…] Abitare è in qualche modo un fare coincidente con un farsi: è un darsi
forma dando forma alle cose»42. Dare forma alle cose, lo sappiamo, significa
costruire e, per Martin Heidegger, «l’essenza del costruire è [proprio] il “far
abitare”. Il tratto essenziale del costruire è l’edificare luoghi mediante il
disporre i loro spazi»43 dove per spazio intende «essenzialmente ciò che è

39
Ernesto De Martino, Il mondo magico. Prolegomeni a una storia del magismo (1973), Bollati
Boringhieri, Torino, 2007, p. 233.
40
Il racconto qui presentato è un’appendice de Il mondo magico (op. cit.) in cui de Martino
analizza il concetto dell’angoscia territoriale, una «forma particolare di quell’angoscia
esistenziale che altrove definimmo come una situazione storicamente individuata in cui
la presenza non è decisa e garantita, ma fragile labile, e quindi continuamente esposta
al rischio di non mantenersi di fronte al divenire» (ibidem, p.227). Gran parte del lavoro
di De Martino, ricordiamo, ruota proprio attorno ai concetti di crisi della presenza e
riscatto culturale Cfr., Ivi.
41
Maurizio Vitta, Dell’abitare. Corpi spazi oggetti immagini, Einaudi, Torino, 2008, p.8.
42
Ibidem, p. 12.
43
Martin Heidegger, Saggi e discorsi, op. cit., p. 103.

33
I. DESIGN E ANTROPOLOGIA

sgomberato, ciò che è posto entro i suoi limiti. Ciò che così è sgomberato vien
di volta in volta accordato […] e così disposto […], cioè raccolto da un luogo»44.
Disporre lo spazio significa, perciò, costruire un luogo (un’abitazione) e
quindi, abitare, ovvero esserci. Gli Aranda, con il loro palo kauwa-auwa,
dispongono lo spazio stabilendo il centro del mondo, cioè costruiscono il
luogo che riunisce attorno a sé la tribù e dà senso alla loro presenza nel
mondo.
Il mitico palo kauwa-auwa sembra racchiudere in sè quell’essenza delle cose
tanto ricercata da Martin Heidegger: «l’antica parola altotedesca “thing”»
scrive «significa il riunirsi»45 e l’essenziale della cosa consiste nell’«avvicinare
il mondo»46.
Possiamo dire che l’abitare, ossia l’essere presente nel mondo, consiste in
questo avvicinamento attorno ad un oggetto che riunisce. Lo “stare” al mondo
è quindi, in realtà, un movimento centripeto nello spazio: «il “nido” umano»
scrive Tim Ingold «è un punto fisso nei movimenti dei suoi diversi occupanti,
e un posto a cui essi tornano regolarmente»47.
Se costruiamo cose, quindi, è in quanto abitiamo e «cioè perché siamo in
quanto siamo gli abitanti»48. La dicotomia oggetto-soggetto risulta nuovamente
inopportuna e difficilmente sostenibile, in quanto l’assenza del primo
produrrebbe anche l’assenza del secondo. Tentare la separazione fra i due
significa immaginare un soggetto totalmente de-oggettificato, e questo, nel
caso delle persone che non hanno una casa, si traduce in una sorta di perdita
del soggetto (o omissione del soggetto). La persona senza casa è, infatti,
spesso indicata senza nemmeno utilizzare il sostantivo di “persona”, per cui
è facile sentir parlare di “senzadimora”, “senzatetto”.

44
Ibidem.
45
Ibidem, p. 120.
46
Martin Heidegger, Saggi e discorsi, op. cit., p. 121.
47
Tim Ingold, Ecologia della cultura, Meltemi, Milano, 2016, p. 130.
48
Martin Heidegger, Saggi e discorsi, op. cit., p. 98.

34
2. La svolta antropologica. Abitare il mondo

La casa − in quanto abitazione, ovvero luogo dell’abitare − nella nostra società


corrisponde, in qualche modo, al palo per gli Aranda: non è un oggetto fra gli
oggetti ma è l’oggetto che legittima il nostro “stare” al mondo, è il “nido” a
cui tornare, è ciò che riunisce e avvicina.
Quando, allora, il “nido”, l’abitazione − la casa, per noi − non c’è, quando non
è là dove ci si aspetterebbe che fosse, la silenziosa umiltà normalizzante, che
“radica nella quotidianità”, si tramuta in sonora e vivida anormalità. Questa
anormalità è in qualche modo incorporata nel soggetto e sappiamo bene che
ogni popolo ha i propri modi per ri-normalizzare l’anormalità. Uno di questi
consiste sicuramente nel denunciarla pubblicamente a gran voce
producendo uno stigma. Per la nostra società, “senzadimora” è chi non è
centrato, chi non abita, chi non è.

Questo tipo di lettura, che prende spunto da alcune considerazioni


antropologiche e filosofiche del rapporto fra soggetti e oggetti, ci ha portato
a intendere l’esistenza del vivente come abitante prima e costruttore poi. Da un
lato ci ha permesso di verificare la vitale importanza della casa – e le attuali
lotte per la casa continuano a dimostrarla – e dall’altro, in parte, di spiegare
lo stigma che l’assenza di questa produce.
Se è vero che esistiamo in quanto abitiamo, come afferma Valentina
Porcellana, «”abitare senza casa” non significa non abitare nessun luogo, [ma]
significa costruire la propria esistenza in rapporto a spazi diversi»49. Ma vivere
in dormitorio, per la nostra società, è un po’ come erigere soltanto mezzo palo
kauwa-auwa per gli Aranda. E non è raro che qualcuno preferisca lasciarsi
morire. Che questo sia legato a quella ”arbitrarietà culturale” incorporata cui
accennava Bourdieu, non è in dubbio, ma nonostante ciò, spostarsi nel campo
dei “possibili laterali”, quali sono i dormitori come quello in cui nel 2011 mi

49
Valentina Porcellana (a cura di), Sei mai stato in dormitorio? Analisi antropologica
degli spazi d’accoglienza notturna a Torino, Aracne, Roma, 2011, p. 9.

35
I. DESIGN E ANTROPOLOGIA

trovavo a fare pranzo, significa − nel caso in cui questo spostamento non sia
ricercato e voluto dal vivente − produrre un’enorme sofferenza.

Nel 2011, per la prima volta, entro in un dormitorio, e per la prima volta sento
anche io questa sofferenza. Mi accorgo che essere chiamato a progettare per
questo luogo “laterale” dell’abitare significa muoversi in un campo tanto
sconosciuto quanto poco desiderato dai suoi abitanti. Un luogo talmente
“laterale” che sembra non progettato né prodotto da nessuno, un luogo eretto
su un incerto spazio di confine. È come entrare in un spazio “altro” che
produce un’umanità ”altra”, e per farlo − gli antropologi lo sanno bene − è
necessario sospendere il giudizio, mettere in crisi le proprie sicurezze e
deporre i propri consueti attrezzi. La sicurezza trasformativa del design
oggettivante deve, ora, abbassare temporaneamente la guardia ed essere in
grado di mettersi in umile ascolto.
Grazie a questa esperienza conosco due persone (e docenti universitari) che
si trovano a lavorare50 insieme su questa soglia. Sono un architetto e
un’antropologa ed è per merito di entrambi che, qualche anno dopo la laurea,
decido di passare all’antropologia.

50
Si tratta del progetto di ricerca-azione interdisciplinare “Abitare il dormitorio” avviato
nel 2009 dall’antropologa Valentina Porcellana (Dipartimento di Filosofia e Scienze
dell’Educazione dell’Università di Torino) e dall’architetto Cristian Campagnaro
(Dipartimento di Architettura e Design del Politecnico di Torino). La ricerca è attiva in
diverse città italiane ed è patrocinata dalla la Fio.PSD – Federazione Italiana degli
Organismi per le Persone Senza Dimora. L’attività di ricerca-azione, attraverso una
riflessione estesa al complesso dei servizi di contrasto all’homelessness (abitare, lavoro e
formazione, cibo e salute) è finalizzata alla sperimentazione di nuove forme di contrasto,
nella direzione di una loro deistituzionalizzazione e personalizzazione secondo un
approccio su base comunitaria.

36
3. Tra antropologia e design: connessioni aperte

Abbiamo visto come «l’attenzione dell’antropologia si indirizza non sulle cose


o sugli oggetti in sé, ma sui processi di oggettivazione che governano la
costante interazione fra esseri umani e mondo materiale»51. Se per
l’antropologo la realtà è un dato che emerge da questa interazione, per il
designer, inteso come problem-solver, la realtà è un dato di cui disporre per
trasformare questa interazione. In particolar modo − facendo riferimento
principalmente alla mia esperienza − ho potuto osservare come spesso la
prospettiva del progettista tenda a considerare che, per mutare la relazione
fra vivente e materia, si debba agire sulla realtà materiale e mai sul vivente. Il
vivente, considerato come dato oggettivo, è posto strategicamente sul piano
degli oggetti in un rapporto di reciprocità con essi di tipo esclusivamente
oggettivo-funzionale. L’oggetto è sempre subordinato alle variabili e
multiformi esigenze del soggetto ed è, perciò, la materia che va adattata al
vivente. Si noti che questo assunto fa eco alla tanto assodata quanto criticata
idea che l’umano possa disporre della natura come meglio crede.
Ma cosa significa progettare per trasformare la realtà? Progettare (dal latino
pro-jectus, ossia “gettato avanti”) è anche proiettare, pre-vedere, pre-dire.
Progettare è, quindi, una predisposizione in avanti, al futuro. Un futuro che,
in qualche modo, si immagina come potenzialmente capace di accogliere la
proiezione fatta, un futuro malleabile, disponibile a prender la forma di ciò
che è stato pro-gettato. Progettare significa, allora, portare la forma pre-vista
nel futuro. Significa trans-formare − il prefisso trans in latino sta
letteralmente per “spingere innanzi” − ossia portare avanti nella realtà la
forma pre-vista. Progettare è trasformare la realtà nel futuro predetto. In questo

51
Fabio Dei, Pietro Meloni, Antropologia della cultura materiale, op. cit., p. 107
I. DESIGN E ANTROPOLOGIA

senso il design, non solo si fonda sull’idea di disponibilità della materia, ma


anche sulla disponibilità del futuro. Il designer problem-solver – ossia colui che
ha l’abilità di progettare per trasformare – è colui che dispone, è il disponente.
Ma “disporre di” significa anche “disporre a”, “disporre per” nel senso di
“regolare, determinare, subordinare all’ordine”. In questi termini,
l’apparente neutrale oggettività oggettivante della progettazione per la
trasformazione rischia di celare un potere fortemente direttivo che dispone –
nel suo doppio significato transitivo e intransitivo − della natura e del futuro.
Chi, secondo quale logica e per quale scopo, può disporre, diventerebbero, a
questo punto, domande necessarie da porsi, ma purtroppo lo spazio di questo
lavoro non permette di approfondire la questione. Optiamo per una
deviazione o, per meglio dire, per un ribaltamento teorico che prende le
mosse da una lettura critica proposta da Tim Ingold.
L’antropologo inglese sostiene, innanzitutto, che «la vita […] non è il
dispiegamento di una forma preesistente ma il processo stesso attraverso cui
la forma si genera e si mantiene»52. Quel che mette in discussione è
esattamente l’idea che il progetto sia una sorta di immagine mentale che il
costruttore ha impressa nella propria mente prima di mettere in pratica la
soluzione.53 Non tutti i designer sarebbero disposti a dissentire insieme ad
Ingold. La critica dell’antropologo inglese prende le mosse dal fatto che −
intendere il progetto come un’immagine mentale − significherebbe
riprodurre la distinzione fra «l’ambiente reale, dato indipendentemente dai
sensi, e l’ambiente percepito, ricostruito nella mente attraverso la messa in
ordine di dati di senso secondo schemi cognitivi acquisti»54, riproducendo,
così, il dualismo cartesiano fra interno ed esterno, fra mente e mondo, fra

52
Tim Ingold, Ecologia della cultura, op. cit., p. 113.
53
Cfr., Ibidem, cap. IV: “Abitare o costruire: come uomini e animali fanno del mondo la
propria casa”.
54
Ibidem, p. 121.

38
3. Tra antropologia e design: connessioni aperte

cultura e natura. L’ipotesi, dunque, è che – come abbiamo già potuto


constatare nel capitolo precedente – l’essere umano costruisce in quanto abita
e che quindi

non possiamo più dare per scontato […] che la forma è “l’oggetto ultimo del
design” come se l’una fluisse automaticamente e senza problemi dall’altro. Al
contrario una prospettiva dell’abitare ascrive la generazione della forma a quei
processi la cui creatività è negata da quella prospettiva che vede in ogni forma
la realizzazione concreta di una soluzione intellettuale a un problema di design.55

La nuova ecologia di Ingold – che mira a ripensare «gli organismi e le loro


relazioni con i loro contesti ambientali»56 − consiste nell’intendere il costruire
come «un processo che continua per tutto il tempo che un ambiente viene
abitato. Non comincia con un progetto preformato, per finire con un artefatto
finito. La “forma finale” non è che un momento passeggero nella vita di
ciascuna forma»57. Se l’obbiettivo del design, l’abbiamo visto, è quello di
risolvere i problemi della vita trasformando la realtà, non si può, dunque,
dimenticare che questo avviene in un contesto storico ed ecologico ben
definito e sempre in mutamento. Possiamo perciò affermare che, non solo gli
oggetti, ma anche la progettazione è frutto di un processo dialettico per cui

mettiamo ciò che troviamo attorno noi al servizio di obiettivi correnti, poi
procediamo a modificare queste cose secondo il nostro progetto in modo che
servano meglio questi obiettivi, ma allo stesso tempo i nostri obiettivi – o criteri
adattativi – cambiano a loro volta di modo che gli oggetti modificati vengano
successivamente cooptati per altri progetti, diversi da quelli per cui erano
risultati inizialmente adatti.58

Questo tipo di prospettiva antropologica del design intende i processi di


progettazione e produzione come un flusso continuo e circolare – imbricato,
direbbe Ingold − tra il già esistente e il nuovo, dove il nuovo, in nessun caso
può considerarsi assolutamente tale. Progettazione e produzione sono, infatti,

55
Ibidem, p. 135.
56
Ibidem, p. 112.
57
Ibidem, p. 138.
58
Ibidem, p. 117.

39
I. DESIGN E ANTROPOLOGIA

processi che emergono da una «modulazione nel tempo di un sistema totale


di relazioni»59.
Un ulteriore passaggio importante che suggerisce Ingold è, quindi, che il
design sia concepito come aperto (open-ended).

Design is about shaping the future of the world we live in. Yet in many ways it
seems a hopeless endeavor predicated upon the failure of our predecessors. Had
they succeeded in shaping a future for us, then we would have nothing left to
do save to fall in line with their imperatives. Likewise, were we to succeed in
shaping the future of our successors, then they in turn will become mere users,
confined to the implementation of designs already made for them. […] The very
history of design could be understood as the cumulative record of concerted
human attempts to put an end to it: an interminable series of final answers,
none of which turns out, in retrospect, to be final after all. Or to adapt a maxim
from architectural writer Stewart Brand: all designs are predictions; all
predictions are wrong […] Sustainability is not about projections and targets,
or about the achievement of a steady state; it is about keeping life going. Yet
design seems bent on bringing it to stop by specifying moments of completion
when the forms of things fall into line with what was initially intended for them.
“Form is the end, death” insisted artist Paul Klee in his notebooks “form-giving
is movement, action. Form-giving is life”60

Se è vero che la progettazione si occupa di “dare forma al futuro” questo non


significa che siano forme definitive. Se così fosse, è proprio in questo senso
che il progettista rischierebbe di porsi nella posizione di colui che intende
determinare il futuro degli altri, considerandoli come utenti ai quali non resta
che eseguire ciò che egli ha immaginato e prodotto per loro. Ma la storia
dimostra che nessun progetto sia mai riuscito ad essere quella “risposta
finale” e definitiva immaginata dal fiducioso progettista. La storia degli
oggetti potrebbe infatti essere letta come una serie infinita di fallimenti
progettuali. O, quantomeno, di una catena infinita di aggiustamenti. Se
nessun oggetto mantiene inalterata la sua forma nei secoli è perché, come
abbiamo appurato, gli oggetti sono in relazione di reciprocità produttiva con
i soggetti che sono storicamente situati. La lettura di Ingold, allora, −

59
Ibidem, p. 93. Ingold usa questa formula per spiegare quella che definisce come
concezione topologica dell’evoluzione, in contrapposizione allo studio statistico della
stessa.
60
Caroline Gatt, Tim Ingold, “From Description to Correspondence: Anthropology in
Real Time”, p. 144, in Wendy Gunn, Ton Otto, Rachel Charlotte Smith (a cura di), Design
Anthropology. Theory and Practice, Bloomsbury Publishing, Londra, 2014.

40
3. Tra antropologia e design: connessioni aperte

ribaltando una prospettiva più canonica − suggerisce che il design non


consiste nel progettare la forma in sé, ma, piuttosto, nel dare-forma. Ingold
intende il design come

an aspect of a process of life whose primary characteristic is not that it is


heading to a predetermined target but that it perdures. We want to argue that
the design, far from being exclusive preserve of a class of professional experts
tasked with the production of futures for the rest of us to consume, is an aspect
of everything we do, insofar as our actions are guided by hopes, dreams and
promises. That is to say, rather than setting the parameters for our habitation of
the heart, design is part and parcel of the very process of dwelling61

Progettare è qualcosa che “perdura” senza sosta; non si tratta di un’attività


impegnata a fissare dei parametri o delle forme, ma si tratta, piuttosto, di una
capacità legata al processo stesso dell’abitare (dwelling), che, potremmo dire,
è senza fine (e forse, anche, senza fini precisi).
Ecco in cosa consiste affermare che il design è da intendersi come aperto.

Design is not so much about innovation as about improvisation. This is to


recognize that the creativity of design is found not in the novelty of prefigured
solutions to perceived environmental problems but in the capacity of
inhabitants to respond with precision to the ever-changing circumstances of
their lives. […] Designing for life is about giving direction rather than specifying
end points.62

Progettare consiste nella capacità di “improvvisare”, di saper individuare


quelle direzioni che più si adattano alle continue variazioni delle circostanze
della vita. A questo proposito Ingold distingue fra predizione (prediction) e
lungimiranza (foresight):

It has long been the conceit of planners and policy makers to suppose that to
imagine the future is to predict: that is, to conjecture a novel state of affairs as
yet unrealized and to specify in advance the steps that need to be taken to get
there. To foresee, however, is to run ahead of things and to pull them along
behind you, rather than to project by an extrapolation from the present. Seeking

61
Ivi.
62
Ibidem, p. 145.

41
I. DESIGN E ANTROPOLOGIA

not to speculate about but to see into the future, it is to improvise a passage
rather than to innovate with the representations of the unprecedented.63

In un certo senso Ingold ci aiuta a de-costruire, a smontare, l’idea del designer


disponente: lo de-professionalizza facendo della progettazione una capacità
propria di tutta l’umanità, lo deride quando il suo lavoro si concentra sul dare
forma alla materia con l’obiettivo di produrre oggetti “perfetti” per il
consumo64 e, soprattutto, lo disarma ponendo in questione la sua presunta
capacità innovativa di ordinamento del futuro.
Le riflessioni dell’antropologo inglese potrebbero certo turbare qualche
designer, ma riescono a mettere la progettazione al riparo da quella deriva
subordinante e direttiva emersa all’inizio del capitolo. Ingold, in realtà, non
fa altro che proporre di leggere il lavoro del progettista come posizionato al
livello dei soggetti per i quali si trova ad operare. Ad un tipo di progettazione
per così dire discendente (top-down), dal singolo designer al gruppo, è qui
suggerita un’idea di progettazione emergente (bottom-up), che si genera
all’interno del gruppo stesso. Declinando un noto concetto di Ingold – rivolto
originariamente all’antropologia65 –, dovremmo occuparci non di una
progettazione per o di qualcosa, ma di una progettazione con qualcuno.
L’apertura del design proposta da Ingold è quindi un movimento verso il basso
e inclusivo, che meglio si adatta al concetto di corrispondenza (correspondence),
secondo il quale «persons and relations can only carry on or perdure in the
current of real time»66. Il design, per concludere, non trasforma il mondo ma,

63
Ivi.
64
Non è, infatti, ironico, ad esempio, come gli spot commerciali utilizzino una retorica
comunicativa che lascia intendere come l’oggetto proposto sia sempre il migliore mai
prodotto prima, quello definitivo?
65
Mi riferisco ad un concetto elaborato da Ingold in un’analisi che mette a confronto
etnografia e antropologia. Secondo l’autore, infatti, l’etnografia è uno studio di (of)
qualcuno di cui si apprende qualcosa a proposito (about), mentre l’antropologia è uno
studio con (with) qualcuno da (from) cui si apprende qualcosa (Tim Ingold, Making, op.
cit., cap. I).
66
Carolin Gatt, Tim Ingold, “From Description to Correspondence: Anthropology in
Real Time”, op. cit., p. 142.

42
3. Tra antropologia e design: connessioni aperte

semmai, è parte di un mondo che trasforma continuamente sé stesso, senza


inizio e senza fine67. La realtà non è un insieme di dati oggettivi di cui disporre,
ma un processo continuamente in atto che si com-pone, che si “pone insieme”
nella reciprocità che si genera fra oggetti e soggetti, fra materia e viventi.

È da sottolineare che alcune di queste prospettive sono già emerse anche


all’interno della disciplina stessa con l’obbiettivo di aggiornarla − e in
qualche modo emanciparla – rispetto alle origini “industriali” del design: si
veda, per esempio, il testo pioneristico del primo teorico del cosiddetto social
design Victor Papanek, Design for the real world. Human ecology and social
change e il più recente Design, when everybody design. An introduction to design
for social innovation di Ezio Manzini (uno dei più noti teorici del design a livello
internazionale), oltre ai lavori di Tomás Maldonado e Victor Margolin.
Alla luce di queste considerazioni è ora possibile intendere meglio la
connessione fra antropologia e design. Un primo collegamento teorico fra
design e antropologia è stato tentato da alcuni antropologi nordeuropei
(principalmente danesi e inglesi) i cui interventi sono raccolti in un testo
pubblicato nel 2013: Design Anthropology. Theory and Practice68. Nella
prefazione del libro è riportato quanto segue:

Design practices attempt to make connections (albeit partial) between past,


present and future. Ideally, in the present you have a vision of the past in order
to create a future out of the everyday. Practitioners of design anthropology
follow dynamic situations and social relations and are concerned with how

67
Cfr., ibidem, p. 146, (traduzione mia).
68
Wendy Gunn, Ton Otto, Rachel Charlotte Smith (a cura di), Design Anthropology.
Theory and Practice, Bloomsbury Publishing, Londra, 2014. Per un ulteriore contributo a
quest’indagine si veda anche Jonathan Ventura, Jo-Anne Bichard, “Design anthropology
or anthropological design? Towards ‘Social Design’” in International Journal of Design
Creativity and Innovation, Taylor & Francis, ottobre 2016, pp. 222-234.

43
I. DESIGN E ANTROPOLOGIA

people perceive, create, and transform their environments through their


everyday activities.69

La tensione verso il futuro, insita nella progettazione, secondo gli autori,


produce un’occasione in cui è possibile osservare come le persone
percepiscono, creano e trasformano il proprio ambiente relazionandosi fra
loro in pratiche di «collaborative future making»70.
Un elemento chiave, attorno al quale ruotano molte riflessioni presenti nel
libro, è il ruolo di uno degli strumenti fondamentali dell’antropologia:
l’etnografia. Da un lato, in alcune delle esperienze di campo esposte,
l’etnografia è intesa come uno strumento per ottenere dati più coerenti e
calzanti rispetto alla realtà in cui il designer si trova a progettare. È
un’etnografia che fornisce informazioni, che è “a servizio” del design (ricorda
lo stesso ruolo − amara considerazione – che l’etnografia ricoprì in altri
periodi storici per gli stati coloniali). Dal lato opposto, in altre esperienze,
l’etnografia è utilizzata come strumento di lettura dei processi di design
analizzati (generalmente si tratta di progetti multidisciplinari che vedono la
partecipazione diretta degli “utenti”). È un’etnografia che si interessa delle
pratiche e dei metodi utilizzati, un’etnografia del design.
Una terza modalità consiste nel mediare e sfumare il rapporto asimmetrico
fra le due discipline, provando a “fonderle” insieme. È il tentativo che più va
nella direzione di tracciare le linee teoriche e pratiche di una “nuova”
disciplina che prenderebbe il nome di design anthropology. Non ci
addentreremo, ora, nella discussione di questa ipotesi, nè intendiamo
collocarci apertamente in questo nuovo ipotetico “contenitore” disciplinare,
ma segnaleremo alcuni concetti e spunti di riflessione che sono utili a fornire
anche un primo accenno al metodo utilizzato durante l’esperienza di campo
proposta a partire dal prossimo capitolo.

69
Ibidem, p. XIII.
70
Ibidem, p. 3.

44
3. Tra antropologia e design: connessioni aperte

Seguiremo Tim Ingold, ancora una volta, per la sua capacità di sintesi. Egli
definisce l’antropologia come generosa, aperta, olistica, comparativa e critica:

It is generous because it is funded in a willingness to both listen and respond


− that is, to correspond – to what others have to tell us […].

It is open-ended because its aim is not to arrive at final solutions and that would
bring social life to a close but rather to reveal the paths along which it can keep
on going […].

Thus the holism to which anthropology aspires is the very opposite of


totalization. Far from piecing all the parts together into a single whole in which
everything is joined up, it seeks to show how we within every significant event
of social life is enfolded an entire history if relations of which it is the
momentary outcome […].

[It] is comparative because it acknowledges that no way of being is the only


possible one, and that for every way we find, or resolve to take, alternative ways
could be taken that would lead in different directions. Thus even as we follow a
particular way, the question of “why this way rather than that?” is always at the
forefront of our minds […].

It is critical because we cannot be content with things as they are.71

Queste cinque caratteristiche aiutano a spiegare come l’antropologia (e gli


antropologi) risponda allo scopo che la anima, ovvero quello di mettersi “in
dialogo” con l’umanità. Una delle modalità più note per fare questo è,
certamente, l’osservazione partecipante e l’etnografia72 è un prodotto
documentaristico e descrittivo che, solitamente, segue a questo periodo di
osservazione. Ingold puntualizza che l’orientamento temporale
dell’etnografia – ossia della descrizione etnografica – è, quindi, «retrospettivo
(retrospective)» 73. Lo sguardo etnografico legge il presente nel (e attraverso il)
passato.

71
Carolin Gatt, Tim Ingold, “From Description to Correspondence: Anthropology in
Real Time”, op. cit., p. 147, (traduzione mia).
72
Ingold tende a separare l’osservazione partecipante dall’etnografia, sebbene, com’è noto,
la prima sia uno degli strumenti fondamentali della seconda. La tesi di Ingold
meriterebbe di essere analizzata meglio, ma non è l’intento di questo testo, perciò non
intendiamo adottarla.
73
Ivi.

45
I. DESIGN E ANTROPOLOGIA

Il design, al contrario, legge il presente attraverso il passato ma gettando lo


sguardo nel futuro: la trasformazione, afferma Ingold, è «potenziale
(prospective)»74.

Our aim is to locate design in the transformational effects of participant


observation, in the real-time prospective correspondences with the people
among whom we work. Design, in this sense, comes before ethnography rather
than after75

L’idea, quindi, è che l’antropologia e il design si collochino insieme all’interno


dei di quei processi di trasformazione che hanno a che vedere con la
costruzione e quindi con l’abitare, ossia che hanno a che fare con
l’inscindibile e reciproco rapporto di continua produzione producente che
vige fra oggetti e soggetti. L’antropologia, più di ogni altra disciplina, è in
grado di tenere presente (di mantenere) questa relazione, questo dialogo. Il
design è continuamente impegnato ad innescare trasformazioni, a mettere-
mano nella realtà materiale (alle volte a manometterla, altre volte
semplicemente a riprodurla) e lo fa in un modo percettivamente molto
esplicito. Quando passa un designer le cose cambiano, si dice. E spesso è
proprio la percezione del cambiamento che rimane dopo questo passaggio.
Ma alle volte, dietro un apparente cambiamento, non cambia proprio nulla. È
bene, infatti, ricordare che − come abbiamo sostenuto riprendendo il
pensiero di Heidegger nella prima parte del capitolo – produrre, trasformare,
progettare, “cambiare”, consiste nel portare qualcosa dalla non-presenza alla
presenza, consiste nel disvelamento, in ciò che ha che fare con la veritas; e
abbiamo già verificato come questo non sia un passaggio da intendersi in
termini di causa-effetto ma piuttosto da leggersi come qualcosa di ambiguo e
provocante. La potenza trasformativa e provocante del design è un’arma di
potere. Stare nel processo stesso in cui “le cose cambiano” permette di

74
Ivi.
75
Ivi.

46
3. Tra antropologia e design: connessioni aperte

decidere attraverso il dialogo fra i soggetti (per il tramite degli oggetti), quale
verità “disvelare”.
Durante la mia esperienza di campo l’antropologia mi ha aiutato proprio a
presidiare il dialogo fra i soggetti all’interno dei processi trasformativi che il
design ha avuto il potere di attivare. Non si è trattato solo di un’osservazione
partecipante, ma di una partecipazione osservante o, forse meglio, di una
collaborazione dialogante.
«A tal proposito è importante riconoscere che quanto viene prodotto durante
il campo […] è dello stesso valore, se non maggiore, di quanto sia prodotto
nella forma etnografica scritta del documentario»76.
Quel che è stato prodotto durante il campo verrà narrato a breve, ma credo
che, non ce ne voglia Ingold, è solo attraverso lo sguardo retrospettivo della
scrittura etnografica che sarà possibile raccontare come, nella pratica,
antropologia e design possano davvero connettersi insieme.

76
Ivi. (traduzione mia)

47
48
II. OGGETTIVAZIONE E DEPRIVAZIONE

1. Spazi eterotopici e disuguaglianza

Come già anticipato, durante il lavoro per il mio progetto di tesi in Disegno
Industriale, nel 2011 entrai per la prima volta in contatto con il mondo
torinese dell’accoglienza delle persone senza fissa dimora. È stata
un’esperienza che mi ha lasciato più domande che risposte. L’obiettivo, come
accennavo, era quello di progettare un sistema di sicurezza per il caricamento
di telefoni cellulari in un dormitorio notturno della città di Torino. Si può
dire che il problema era posto sul piano della più semplice dialettica
mezzi/fini. Si trattava di implementare la funzione di uno spazio affinché
rispondesse ad una esigenza dei suoi fruitori non ancora soddisfatta. Mi era
stato detto dal direttore della struttura che fornire lo spazio di semplici prese
elettriche diffuse non sarebbe stato sufficiente, in quanto il rischio di furto
sarebbe stato troppo alto. Il progetto finale doveva perciò prevedere che il
proprietario del telefonino potesse lasciarlo in carica senza doversi
preoccupare di un eventuale furto, e avesse la possibilità di poterlo
comunque vedere e sentire, nel caso arrivassero chiamate importanti.
Progettai, alla fine, una sorta di contenitore a forma di piccola gabbietta che
era possibile appendere al muro integrandosi alle prese elettriche già
esistenti nelle stanze. Il progetto fu apprezzato ed fui soddisfatto di aver
ideato un oggetto in grado di adattarsi allo spazio e alle tecnologie di cui già
disponeva. Sebbene siano state le questioni tecniche e formali a occupare
buona parte della mia tesi, fu il fatto di lavorare all’interno di un “ambiente
II. OGGETTIVAZIONE E DEPRIVAZIONE

culturale” che non conoscevo che incuriosì maggiormente e che mi ha


permesso, in un certo senso, di “entrare” nel campo.
Durante la fase preparatoria del progetto, quella di scenario77, il mio relatore,
l’architetto Cristian Campagnaro, mi aveva suggerito di incontrare Valentina
Porcellana, un’antropologa ricercatrice all’Università di Torino, con la quale
stava collaborando da alcuni anni rispetto ai temi dell’homelessness.
Entrambi lavoravano − e lavorano tutt’ora − al progetto di ricerca
multidisciplinare “Abitare il dormitorio” che «nasce dall’incontro di diverse
prospettive teoriche tra cui il design sociale con approccio partecipativo, la
pedagogia degli adulti e l’antropologia pubblica aperta al coinvolgimento e
impegnata nel cambiamento, che cooperano all’interno della cornice teorica
della ricerca-azione partecipativa.»78 Il progetto collabora con «enti pubblici
e privati attivi rispetto alla questione dell’homelessness, in particolare con
fio.PSD, la Federazione Italiana degli Organismi per le Persone Senza
Dimora»79. Uno degli aspetti su cui si focalizza la ricerca «si inserisce nella
riflessione sulla capacità dei luoghi di determinare lo stato di benessere di
chi li abita»80 e in questo filone di ricerca si inseriva proprio il progetto a cui
ho lavorato per la tesi. In qualche modo è stata la mia prima occasione per
ragionare a proposito della relazione fra soggetti e oggetti, il tema proposto
nel capitolo precedente. L’analisi dei due ricercatori, infatti «si è interessata
alle modalità in cui gli spazi e gli oggetti interagiscono con le biografie degli
utenti e con l’attività di accoglienza degli operatori»81. Inoltre, «osservare i
dormitori nella loro fisicità, nelle loro dotazioni, nella loro collocazione

77
Cfr. cap. 1 di questo testo.
78
Silvia Stefani, “Antropologia in azione. Etnografia di un laboratorio partecipativo” in
Valentina Porcellana, Silvia Stefani (a cura di), Processi partecipativi ed etnografia
collaborativa nelle Alpi e altrove, Edizioni dell’Orso, Alessandria, 2016, p. 175.
79
Ibidem, p. 176.
80
Cristian Campagnaro, Valentina Porcellana, “Il bello che cura. Benessere e spazi di
accoglienza notturna per persone senza dimora” in Cambio. Rivista delle trasformazioni
sociali, anno III, numero 5, Firenze, 2013, p. 36.
81
Ibidem, p. 37.

50
1. Spazi eterotopici e disuguaglianza

spaziale rispetto alla città è servito a decifrare anche le politiche che stanno
alla base di questo servizio»82. La ricerca infatti si concentra tanto sugli spazi
che costituiscono il dormitorio (interni ed esterni), quanto sulla collocazione
− tendenzialmente periferica rispetto al centro città − dei dormitori stessi
all’interno del tessuto urbano. In generale, i dormitori sembrano
corrispondere a quelle che Michel Foucault definisce eterotopie:

dei luoghi reali, dei luoghi effettivi, dei luoghi che appaiono delineati
nell’istituzione stessa della società, e che costituiscono una sorta di contro-
luoghi, specie di utopie effettivamente realizzate nelle quali i luoghi reali, tutti
gli altri luoghi reali che si trovano all’interno della cultura vengono al contempo
rappresentati, contestati e sovvertiti; una sorta di luoghi che si trovano al di fuori
di ogni luogo, per quanto possono essere effettivamente localizzabili. […] Nelle
società cosiddette primitive, esiste una certa forma di eterotopia che chiamerò
eterotopia di crisi, ciò significa che vi sono luoghi privilegiati o sacri o interdetti,
riservati agli individui che si trovano, in relazione alla società, e all’ambiente
umano in cui vivono, in stato di crisi. […] Queste eterotopie di crisi [nella nostra
società] oggi scompaiono e sono sostituite da eterotopie che si potrebbero
chiamare di deviazione: quelle nelle quali vengono collocati quegli individui il
cui comportamento appare deviante in rapporto alla media e alle norme
imposte.83

Il dormitorio, in quanto eterotopia, è uno spazio ambiguo poichè mentre


sembra fornire una risposta alla crisi dell’individuo senza casa,
contemporaneamente contribuisce a etichettarlo come deviante. Sul piano
istituzionale, per appellare chi rimane senza casa, si utilizza una formula che
richiama chiaramente questo stato di crisi: “adulto in difficoltà”. Ma anche in
questo caso permane un alone di devianza. Ogni società infatti, afferma
ancora Foucault, «può far funzionare in modo molto diverso un’eterotopia
che esiste e non smette di esistere; in effetti, ogni eterotopia possiede un
funzionamento preciso e determinato all’interno della società e la stessa
eterotopia può, in base alla sincronia che possiede con la propria cultura,
sviluppare un funzionamento piuttosto che un altro»84. Il funzionamento

82
Ivi.
83
Michel Foucault, Spazi altri. I luoghi delle eterotopie, (a cura di Salvo Vaccaro), Mimesis,
Milano, 2011, p. 25, (corsivo mio)
84
Ibidem, p. 26.

51
II. OGGETTIVAZIONE E DEPRIVAZIONE

dell’eterotopia-dormitorio nella nostra società è fortemente influenzato dal


fatto che la situazione di crisi abitativa – l’assenza di casa – è letta come
deviante. Questo è determinato dal fatto che la perdita della casa è considerata
un fallimento dell’individuo legato, in prima battuta, all’aspetto economico.
La casa, infatti, è considerata un bene di consumo e il fatto di non possederne
una confligge, come afferma Porcellana, con uno dei fondamenti della nostra
società, ossia «il principio economico, che si basa sulla logica produzione-
consumo. Chi non produce non può accedere al mercato dei beni di consumo
[…] Questo comporta che, in assenza di mezzi per assicurarsi il ruolo di
consumatori, si vada incontro ad un processo di esclusione sociale. Chi non
rientra nel ciclo produttivo perché non può, non riesce ad inserirsi, o viene
escluso del processo lavorativo, non ha i mezzi per la sussistenza».85 In questo
senso la crisi rischia di assumere i caratteri della colpa.86
Per tracciare un breve quadro dello spazio-dormitorio è possibile seguire
Foucault nella descrizione delle caratteristiche che definiscono le eterotopie.
Egli afferma che

l’eterotopia ha il potere di giustapporre, in un unico luogo reale, diversi spazi,


diversi luoghi che sono tra loro incompatibili.87

Così il dormitorio vuole essere una casa ma senza esserlo − in quanto si è


sempre “ospiti” − è uno spazio di ristoro ma non è un ristorante88, è uno
spazio in cui si ricevono minime cure mediche ma non è un ospedale. Ne
risulta un luogo estremamente contraddittorio sia per chi lo abita che per gli

85
Valentina Porcellana (a cura di), Sei mai stato in dormitorio?, op. cit., p. 44.
86
A proposito del legame fra disoccupazione e homelessness si veda anche Bruce O’Neill,
“Cast Aside: Boredom, Downward Mobility, and Homelessness in Post-Communist
Bucharest” in Cultural Anthropology, Vol.29, Issue 1, pp.8–31, American Anthropological
Association, 2014.
87
Michel Foucault, Spazi altri, op. cit., p. 27.
88
Si noti che nelle case di accoglienza notturna il regolamento non prevede che si
consumi il pasto, nonostante questo nella pratica succede spesso che ci sia del cibo a
disposizione degli ospiti.

52
1. Spazi eterotopici e disuguaglianza

operatori che ci lavorano. Un altro elemento estremamente calzante che


descrive le eterotopie e di conseguenza, nel nostro caso, i dormitori è legato
al fatto che

Le eterotopie sono connesse molto spesso alla suddivisione del tempo, ciò
significa che aprono a quelle che si potrebbero definire, per pura simmetria,
delle eterocronie; l’eterotopia si mette a funzionare a pieno quando gli uomini si
trovano in una sorta di rottura assoluta con il loro tempo tradizionale.89

Il tempo della persona che vive il dormitorio viene riscritto in funzione delle
regole di accesso costituite da un lato dagli orari di ingresso e di uscita – in
linea di massima si esce dalla struttura di accoglienza tra le otto e le nove del
mattino e si rientra fra le sette e le otto di sera – e dall’altro dalle regole di
permanenza al suo interno – si può beneficiare del posto letto da un minimo
di una notte ad un massimo di qualche mese. Infine, afferma ancora Foucault

le eterotopie presuppongono sempre un sistema di apertura e di chiusura che,


al contempo, le isola e le rende penetrabili […] [A queste si accede se] o vi si è
costretti, è il caso della caserma e della prigione, oppure occorre sottomettersi
a riti e a purificazioni. Non è possibile entrarvici se non si possiede un certo
permesso e se non si è compiuto un certo numero di gesti.90

Il caso del dormitorio è emblematico, in questo senso. L’ingresso al


dormitorio non è libero, anzi, prevede una serie di “riti” e “purificazioni” non
da poco. Intanto nel dormitorio si deve entrare “puliti” nel senso che non è
possibile accedervi se si è alterati a causa dell’assunzione di alcol o da
qualsivoglia sostanza psicotropa illecita (secondo la legge). Non meno, è da
rilevare una sorta di rito dell’attesa, che chi vuole accedere è chiamato a
compiere insieme agli altri che in coda aspettano il loro turno per entrare –
che, tra l’altro, non è detto che arrivi quella sera. Inoltre, una volta ottenuto
il permesso di accesso al dormitorio, è necessario perseverare nell’osservare
le regole per fare sì che la “apertura” dello spazio nei propri confronti
rimanga tale. Il dormitorio è un’apertura esclusiva (e perciò escludente) per

89
Ibidem, p. 28.
90
Ibidem, p. 30.

53
II. OGGETTIVAZIONE E DEPRIVAZIONE

esclusi. Chi è senza casa rischia di essere così bandito. Come ci insegna il
filosofo Giorgio Agamben, infatti, colui che è messo al bando è colui che è
«rimesso alla propria separatezza e, insieme, consegnato alla mercé di chi
l'abbandona, insieme escluso e incluso, dimesso e, nello stesso tempo,
catturato».91 Un ulteriore “permesso” di ingresso consiste nella controversa
questione della residenza. Chi perde la casa, infatti, sul piano anagrafico
perde anche la residenza. Come sappiamo la residenza ci definisce in quanto
cittadini e ci dà accesso a tutti i servizi di welfare che il comune (e di
conseguenza la regione e lo stato) elargisce per i suoi abitanti. Poiché il
dormitorio è uno di questi servizi, la persona senza casa che volesse accedervi
non può rimanere sprovvista di residenza. Chi, dunque, rimane senza casa a
Torino, nel caso in cui non abbia altre alternative legate alla propria rete
sociale, sarà domiciliato in via della Casa Comunale: un luogo inesistente e
non raggiungibile fisicamente, uno spazio irreale e metaforico. Si noti
l’assurdità simbolica del fatto: l’accesso allo spazio eterotopico avviene
attraverso uno spazio utopico ossia «spazi privi di un luogo reale […] che
intrattengono con lo spazio reale della società un rapporto di analogia diretta
o rovesciata»92. La casa di chi è senza casa è il comune stesso, ma non vi si
può accedere in alcun modo.
Leggere la realtà del dormitorio come un’eterotopia significa svelarne le
ambiguità e le contraddizioni. Il dormitorio, come abbiamo già osservato, è
uno spazio “altro” che intrattiene un rapporto marginale (e marginalizzante)
con la “normalità” in cui è inserito e questo genera, nei confronti dei suoi

91
Giorgio Agamben, Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita, Einaudi, Torino, 2005, p.
122. Si noti che il concetto di bando, nel testo citato, è utilizzato principalmente in senso
giuridico. Secondo Agamben «la relazione di bando costituiva fin dall’origine la struttura
propria del potere sovrano». Su tale “eccezione” si fonda anche l’esistenza del “campo”
che «consiste nella materializzazione dello stato di eccezione» ovvero una «localizzazione
senza ordinamento». Andrebbero indagate meglio le possibili analogie teoriche fra il
“campo” e gli “spazi altri” di Foucault, ma questa comparazione avrebbe bisogno di
maggior spazio di quanto questo testo consenta.
92
Michel Foucault, Spazi altri, op. cit., p. 23.

54
1. Spazi eterotopici e disuguaglianza

abitanti, dei cortocircuiti difficili da risolvere che producono un’estrema


sofferenza fisico-psichica.
Proprio per questo, una delle domande ereditate dalla mia prima esperienza
di progettazione in un dormitorio riguarda il dubbio che il contributo del
progettista possa contribuire a riprodurre in maniera a-problematica
(addirittura migliorandolo) uno spazio di deviazione, evitando, in qualche
modo, di mettere in causa prima di tutto l’effettiva necessità della sua
esistenza. Per me è un quesito fondamentale e, tuttora, ancora aperto.
I dormitori, tuttavia, sono praticamente gli unici servizi di accoglienza che,
per quanto contraddittori e imperfetti, vengono forniti dalle strutture
istituzionali a chi rimane senza casa93. L’analisi della loro fisicità proposta da
Campagnaro e Porcellana dimostra, per di più, che generalmente siano luoghi
ben poco accoglienti. Afferma Porcellana che «nessuno dei dormitori della
città di Torino è stato pensato e progettato per accogliere adulti in difficoltà:
i dormitori trovano spazio in strutture edilizie di proprietà comunale,
mutuate da altri usi per i quali hanno cessato di essere impiegati. Alcuni
edifici erano scuole o fabbriche, altri sono prefabbricati che dovevano avere
una funzione di accoglienza temporanea e che, invece, in uso ormai da anni,
sono in stato di grave degrado»94. Alla luce di questo, una risposta per così
dire debole in merito all’intervento del design nei dormitori, riguarda il fatto
che − se questi sono l’unica, o quasi, soluzione scelta dalle istituzioni alla crisi

93
In realtà da alcuni anni, anche a Torino, si sta sperimentando un diverso approccio
all’accoglienza, di origini statunitensi, denominato “Housing first” «che si basa
sull’assunto principale che la casa è un diritto umano primario.»
(http://www.fiopsd.org/housing-first/, aprile 2017). Il programma di “Housing first”
promuove «l’accesso immediato a una residenza stabile e duratura, nonché la
separazione dell’assistenza abitativa dal trattamento [del caso]. In particolare, ai
beneficiari veniva offerta la possibilità di scelta rispetto all’abitazione, mettendoli in
condizione di poter determinare quali caratteristiche erano più importanti in relazione
alla realizzazione dei propri obiettivi, esigenze personali e di rappresentazione di sé.»
(Valentina Porcellana, Dal bisogno al desiderio. Antropologia dei servizi per adulti in difficoltà
e senza dimora a Torino, Franco Angeli, Milano, 2017, p.196)
94
C. Campagnaro, V. Porcellana, “Il bello che cura…”, op. cit., p. 37.

55
II. OGGETTIVAZIONE E DEPRIVAZIONE

abitativa − forse la progettazione può contribuire a far sì che non siano,


quantomeno, degradati e degradanti per chi, temporaneamente, li abita.
Dalla ricerca “Abitare il dormitorio” emerge, inoltre, che l’incuria di questi
spazi “altri” sia addirittura una scelta intenzionale da parte dei servizi sociali:
«nella collettività sociale è diffusa la credenza che l’inospitalità delle strutture
per persone senza dimora abbia una valenza educativa, in quanto evita che i
soggetti possono “sentirsi a casa” in tali spazi e smettano di cercare una
sistemazione migliore e autonoma»95. Questo tipo di approccio conferma
l’ambiguità di uno spazio spiazzante che invita ad entrare e a starne fuori
contemporaneamente. L’indagine sul campo dei ricercatori di “Abitare il
dormitorio” dimostra quanto l’inospitalità dei dormitori – degradati, ma
soprattutto non curati – sia controproducente per un superamento della crisi
dell’individuo: l’obiettivo di provocare una disaffezione al luogo stesso causa,
più che altro, una vera e propria «incorporazione della disuguaglianza»96 in
chi lo abita.
Questo tipo di incorporazione della disuguaglianza attraverso gli spazi e
quindi gli oggetti – che corrisponde a quel processo di “oggettificazione”
proposto da Miller97 – è un tipo di soggettivazione che avviene anche
attraverso un'altra dinamica che ho notato durante il mio periodo osservativo
nel dormitorio notturno di via Ormea a Torino98 – il luogo in cui dovevo
sviluppare il progetto di tesi.
Chi entra nelle case di accoglienza è considerato prima di tutto un
“bisognoso” e quindi un ospite, utente, beneficiario (del servizio), in un’ottica,
cosiddetta, assistenzialistica. Questo atteggiamento emerge chiaramente, per

95
Silvia Stefani, “Antropologia in azione…”, op. cit., p. 176.
96
C. Campagnaro, V. Porcellana, “Il bello che cura…”, op. cit., p. 42.
97
Cfr. Cap 1 di questo testo.
98
Si noti che questo dormitorio non è una delle 7 case di Ospitalità Notturna di
competenza dell’amministrazione comunale torinese ma dall’ente privato: Asili Notturni
Umberto I. È possibile tuttavia riscontrare molte similitudini nel tipo di gestione del
servizio e della struttura essendo questo un servizio di “prima accoglienza”.

56
1. Spazi eterotopici e disuguaglianza

quanto riguarda la mia esperienza, dai colloqui con il responsabile della


struttura – che si riferiva continuamente ad un generico “loro” per indicare
le persone accolte dalla struttura – e dalla pagina web di presentazione della
struttura di via Ormea, in cui si legge che l’obiettivo principale del servizio è
quello di “regalare” il cibo, una doccia calda, un letto, vestiti e perfino un
sostegno medico a chi ne ha bisogno, nell’ottica di una «rinascita del
“gratuito” in una società che, per altri aspetti, mira alla massimizzazione dei
redditi e monetizza i valori della vita»99.
Ho potuto rilevare gli effetti di questa “gratuità” mentre osservavo la coda che
si formava in via Ormea per accedere alla mensa. Gli operatori che regolavano
l’accesso stabilivano chi potesse entrare e chi no, chi prima e chi dopo, chi
potesse sedersi in attesa del suo turno e chi dovesse invece sostare in piedi,
e non mancavano le frasi di scherno nei confronti di chi si avvicinava per
entrare. Questo faceva sì che la coda si animasse di malumore, e non solo,
vien da pensare, per la fame. Gli operatori che pattugliavano l’ingresso
sembravano voler chiarire alle persone in attesa che anche la gratuità, in ogni
caso, era qualcosa che andava guadagnata.
L’approccio assistenzialistico di questo tipo100 produce così degli
atteggiamenti subordinanti che pretendono un “disciplinamento” dei
comportamenti delle persone che richiedono assistenza. Nell’ambito delle
risposte a bisogni primari − quali il cibo, il sonno, il non morir di freddo – la
gratuità genera un meccanismo disciplinante al quale nessun beneficiario –
affinché possa giovare delle offerte per lui vitali – può sottrarsi. Chi è ritenuto
non disporre di nulla non può che attenersi alle disposizioni di chi, invece,
di qualcosa dispone, senza mai mettere in discussione le leggi imposte dal
benefattore. A ben vedere, una gratuità di questo tipo è discriminante in

99
http://www.asilinotturni.org/chi-siamo-cosa-facciamo/, aprile 2017.
100
Per una critica della prospettiva caritatevole e compassionevole delle politiche
assistenzialistiche si veda anche Didier Fassin, “A contribution to the critique of moral
reason”, in Anthropological Theory, Vol.11, Issue 4, pp. 481-491.

57
II. OGGETTIVAZIONE E DEPRIVAZIONE

quanto decide delle possibilità d’azione da parte dell’individuo a seconda di


cosa egli possegga (o disponga) sul piano materiale.
Il fatto che l’atto gratuito non presupponga compenso, non esclude, quindi,
che esso possa essere prima discriminante e poi disciplinante:

Che l’aiuto possa essere offerto senza prima accertarsi esattamente della
persona cui è destinato, è un’idea che fa fatica a resistere ancora nella mente
dei contemporanei, tale è stata la trasformazione dell’aiuto in strumento per
l’imposizione altrui dell’obbligo della buona condotta. L’aiuto come strumento
disciplinare ha una lunga storia: chiunque desideri aiuto si sottopone allo
sguardo occhiuto di chi lo concede101

Considerare il beneficiario come “colui che è senza niente” significa disporlo


inevitabilmente alla subordinazione del benefattore. Non ha diritto di parola,
se non quella di rendere, a capo chino, grazie. Una gratuità di questo tipo
contribuisce, inoltre, a mantenere i rapporti sociali subordinati nel medesimo
status quo, se non addirittura a confermarli e a incorporarli.
Per invertire questo tipo di relazione fra benefattore e beneficiario – cioè fra
chi dispone e chi non-dispone, fra disponente e indisposto – è necessario de-
costruire il concetto di “senza-dimora” come colui che, per il fatto di non
avere temporaneamente niente, non vale niente, non è niente.
Secondo l’economista Luigino Bruni, «già Seneca aveva ben chiaro che il
beneficiario di doni può arrivare ad odiare il benefattore se si sente
dipendente da lui»102 e questo significa perpetuare l’asimmetria di potere e
quindi la disuguaglianza. In questo senso sembrerebbe più corretto sostituire
al concetto economico di gratuità il concetto antropologico di dono. Afferma
Marcel Mauss che «il dono non ricambiato rende tuttora inferiore colui che
lo ha accettato, soprattutto quando è accolto senza l’intenzione di restituirlo
[…] La carità ferisce ancora colui che l’accetta»103. Com’è noto, il meccanismo

101
Marianne Gronemeyer, “Aiuto” in Wolfganf Sachs (a cura di), Dizionario dello sviluppo,
Edizioni Gruppo Abele, Torino, 1998, p. 15.
102
Luigino Bruni, Il prezzo della gratuità. Passi di vocazione, Città Nuova, Roma, 2006, p.51.
103
Marcel Mauss, Saggio sul dono. Forma e motivo dello scambio nelle società arcaiche
(1950), trad. it., Einaudi, Torino, 2002, p. 117.

58
1. Spazi eterotopici e disuguaglianza

del dono ruota attorno alla possibilità/obbligo della restituzione (del contro-
dono), che può avvenire anche ad una certa distanza nel tempo. Certamente
anche questo meccanismo rischia di produrre dei rapporti di subordinazione,
per esempio nel caso in cui la sfumatura fra possibilità e obbligo di
restituzione si collochi maggiormente (a volte deliberatamente) verso la
seconda, producendo così delle relazioni fortemente vincolate al debito104. Ma
resta vero che il dono suggerisce, in prima battuta, che il beneficiario è colui
che, sebbene non immediatamente, ha comunque qualcosa da dare, da
scambiare.
La teoria del dono non fissa in maniera assoluta i parametri della qualità della
restituzione – ossia del tipo di relazione che lega i soggetti attraverso lo
scambio nel tempo – ma è interessante perché prevede che, in una certa
misura, ci sia un rapporto di parità in potenza fra donatore e beneficiario. Se
il concetto di dono non ci permette comunque di capire fino a che punto
questa parità sia garantita, quantomeno la colloca a fondamento della
relazione.
In ragione di questo emerge un’ulteriore domanda: in che modo è possibile
ristabilire questa possibilità di scambio fra i soggetti?

104
Si veda a questo proposito il testo di David Graeber, Debito. I primi 5000 anni, Il
saggiatore, Milano, 2012.

59
II. OGGETTIVAZIONE E DEPRIVAZIONE

60
2. Persone senza cose

Abbiamo appena osservato come, nel caso delle persone che rimangono
senza casa, si attuino almeno due meccanismi di esclusione. Da un lato la
persona, qualora decida di affidarsi ai servizi sociali, è spazialmente esclusa
poiché è destinata ad abitare lo spazio eterotopico, deviante, ambiguo,
eterocronico, escludente e poco accogliente del dormitorio. Dall’altro lato
essa risulta limitata, in parte ideologicamente (come succede nel caso
dell’approccio assistenzialistico105), in parte materialmente nella possibilità di
scambio con gli altri.
Nel nostro contesto storico, dove sia l’oggettivazione degli individui che le
relazioni di scambio fra di essi sono prevalentemente determinate dalla logica
economica che si regge sul binomio denaro-consumo106, è facile ridurre la
questione dell’esclusione ad un problema di tipo economico. Questo è
certamente vero ma vorremo provare ad osservare la faccenda dal punto di
vista della cultura materiale.
L’assenza di dimora in sé produce un effetto che abbiamo già anticipato.
Poiché la casa, nella nostra società, è il bene primario di oggettivazione, la
mancanza di questa genera, a cascata, l’idea che la persona senza dimora non
“abbia niente” del tutto, che sia, in qualche modo, completamente de-
oggettivata.
Sul piano pratico, effettivamente, l’assenza dello spazio-casa determina una
progressiva rinuncia alle cose. La strada e il dormitorio non sono luoghi in
cui è possibile ricollocare i propri averi. Per chi rimane senza dimora lo spazio
a disposizione si riduce al corpo stesso dell’individuo e alla sua capacità di
trasporto. Egli è costretto ad abbandonare molti dei propri oggetti. Tuttavia –

105
Riguardo il quale si rimanda alla prima parte del cap. II di questo testo.
106
Cfr., Jean-Pierre Warnier, La cultura materiale, Meltemi, Roma, 2005, cap. V.
II. OGGETTIVAZIONE E DEPRIVAZIONE

per quanto la disponibilità di cose, per chi non ha una casa, si riduca al
minimo – non è possibile affermare che il soggetto non abbia assolutamente
niente. Per quel che ho potuto osservare, le persone senza casa conservano
quasi sempre una dotazione minima di oggetti: non solo i vestiti e gli utensili
per l’igiene personale, ma anche i documenti personali (anagrafici e medici)
e alcuni oggetti-ricordo107 come fotografie, giocattoli, lettere, cartoline, sciarpe
delle squadre del cuore. In più, qualcuno riesce a conservare anche oggetti
più voluminosi (utensili da lavoro, mobilia) delegando la custodia di questi ad
amici e parenti che dispongono, nelle proprie case, di spazi di risulta come
garage o cantine. Insomma, chi è senza dimora non è mai completamente de-
oggettivato ma, semmai, è implicato in un processo che potremmo definire
di oggettivazione tramite deprivazione, un’oggettivazione con segno negativo
che, per quanto sembri tendere allo zero, non lo raggiunge mai
effettivamente.
Ciononostante, a proposito di de-oggettivazione, è interessante notare che
per essere presi in carico dai servizi sociali, al fine di ottenere una casa
popolare, è necessario davvero non possedere nulla: né una dimora, né un
deposito, né un terreno, né un mezzo di trasporto. Un signore che ho
conosciuto durante la mia esperienza mi ha raccontato che per poter
continuare il suo percorso con i servizi sociali doveva disfarsi legalmente di
alcune targhe di autoveicoli che aveva accumulato negli anni. «Quegli
autoveicoli non esistono più da un pezzo» mi ha detto, ma lui non aveva mai
avuto il denaro sufficiente per provvedere ad una regolare denuncia di
cessazione della circolazione al Pubblico Registro Automobilistico. Insomma,
per i servizi di assistenza sociale è necessario essere “nullatenenti” certificati.
Questo “etichettamento” ufficiale, volto ad appurare una sorta di uguaglianza

107
Il termine è ripreso da Pierluca Birindelli, “Costruzioni identitarie di «giovani adulti».
Il racconto di sé, la sfera privata e i suoi oggetti” in Rassegna Italiana Di Sociologia, a.
XLIV, n. 4, Il Mulino, ottobre-dicembre 2003, pp. 609-624.

62
2. Persone senza cose

nella disuguaglianza, contribuisce a costruire il concetto di un soggetto de-


oggettivato, senza casa e senza cose. Un soggetto che sia il più possibile solo
corpo. Una tabula rasa, forse, pronta per essere più facilmente ri-educata, ri-
socializzata, ri-acculturata e, finalmente, ri-inserita nella società?
In ogni caso, quel che ci pare rilevante è come l’esclusione del soggetto passi
attraverso il rapporto (in questo caso, il non rapporto) con gli oggetti. La
perdita di cose parrebbe generare una diminuzione di relazioni con le persone.
Questo caso specifico ci permette di capire che, in senso più generale, la
relazione del soggetto con gli altri soggetti è mediata dalla relazione di questi con
gli oggetti.
Durante il lavoro di progettazione per la laurea in Disegno Industriale ho
avuto modo di verificare questa tesi affrontando la questione del telefono
cellulare.
Tra i pochi oggetti “conservati” da chi aveva perso la casa risaltava, infatti,
proprio il telefono cellulare, l’unico oggetto con un valore economico medio-
alto. A che serve, mi chiedevo, un telefonino in una condizione in cui
mancano i soldi per mangiare? Nel 2011 il cellulare era, più di oggi,
considerato un oggetto status symbol ossia un oggetto in grado di elevare il
proprio status sociale. La sua funzione era, apparentemente, più simbolica che
pratica, ma per chi non aveva una casa questa motivazione reggeva davvero
poco. La breve indagine che feci durante quell’esperienza mi aveva fornito
due tipi di risposte più coerenti con il contesto. Il primo tipo di risposta aveva
a che fare con funzioni molto pratiche. Il telefono serviva per essere contattati
dal proprio assistente sociale, dagli operatori dei dormitori nel caso in cui si
liberasse un posto per dormire, da qualcuno che voleva offrire un lavoro. In
questo senso il telefono serviva più che altro a ricevere chiamate utili (nel
senso concreto e materiale del termine). Il secondo tipo di risposta
riguardava, invece, una sfera più prettamente relazionale privata: serviva a

63
II. OGGETTIVAZIONE E DEPRIVAZIONE

sentire i famigliari e qualche amico. Il telefono era il tramite per mantenere


attive le relazioni con le persone.
L’aspetto interessante emerso è, quindi, che chi rimane senza casa è
comunque disposto ad investire le poche risorse che possiede su questo
oggetto pur di poter preservare la relazione con l’altro e rinforzarla. Daniel
Miller, nel suo studio sull’utilizzo da parte di gruppi a basso reddito dei
telefoni cellulari in Jamaica108, giunge a conclusioni simili. Il telefono non è
uno mezzo che serve esclusivamente a tenere contatti utili a raggiungere dei
fini specifici, ma soddisfa la necessità in sé di mantenere le proprie reti sociali
e, più in generale di comunicare, di stare in relazione con l’altro. Questo
significa intendere l’oggetto come un potente mediatore di relazione fra i
soggetti. Se l’esempio del telefono cellulare, la cui funzione primaria è
esattamente quella di connettere i soggetti fra loro, può sembrare scontato,
facciamo un passo avanti.
L’importanza delle relazioni sociali rispetto all’evoluzione dei viventi è ben
nota. L’antropologo Jean-Pierre Warnier, per esempio, nei suoi studi
sull’ominazione attraverso la materia, pone la necessità di socialità fra i propri
simili proprio a fondamento del processo evolutivo. Egli afferma che
«l’ominazione […] si appoggia su un corpo a corpo con materie, oggetti e altri
soggetti sempre più umanizzati»109. Warnier − basandosi sugli studi di
primatologia comparata di Toshisada Nishida, il quale riscontra la presenza
di comportamenti “culturali” fra i primati – asserisce, rispetto alla bipedia
umana, che «essa non è inizialmente dovuta a una mutazione genetica
selezionata dalla pressione ambientale, ma a una innovazione
comportamentale, perfino “culturale”, confermata a cose fatte da anelli di
retroazione di tipo darwiniano»110. Secondo Warnier, dunque, in generale

108
Cfr. Daniel Miller, Per un’antropologia delle cose, op. cit., cap. IV.
109
Jean-Pierre Warnier, La cultura materiale, op. cit., p. 51.
110
Ibidem, p. 60.

64
2. Persone senza cose

la cultura materiale esula dal solo dominio delle tecniche […] se un’innovazione
gravida di conseguenze come la locomozione bipede promana non da
condizionamenti tecno-ambientali ma da una “scelta” comportamentale, chi
può dire che questa scelta sia di natura tecnica piuttosto che relazionale? È il
caso di ipotizzare che la gestualità e le posture del corpo rivelino in gran parte delle
relazioni sociali e affettive con i consimili […] L’essenziale del “lavoro” dei primati
e degli ominidi nel corso dell’evoluzione sarà stato probabilmente la
produzione del sociale, agendo su sé e gli uni sugli altri, elaborando delle
condotte motrici appoggiate su degli oggetti, piuttosto che la produzione di
mezzi di sussistenza mediante la strumentalizzazione degli oggetti la cui
destinazione ultima sarebbe stata quella di diventare degli utensili.111

Se la necessità di relazione fra i soggetti si colloca, dunque, all’origine stessa


dell’evoluzione dell’umano, allora è possibile intendere la progressiva
oggettivazione degli individui come, da sempre, strettamente intrecciata a (se
non derivante da) la relazione sociale stessa che i soggetti hanno
continuamente stabilito fra loro. Anche Tim Ingold, riferendosi alla tecnica
in quanto modalità di oggettivazione, conferma questa tesi in quanto, per
l’autore, «le relazioni tecniche sono imbricate in relazioni sociali, e possono
solo essere comprese all’interno di questa matrice relazionale, come un
aspetto della società umana»112.
Queste tesi ci dimostrano come gli oggetti (e le tecniche) abbiano da sempre
partecipato e mediato le relazioni sociali fra gli uomini. In generale, quindi, è
possibile intendere la materia come medium relazionale fra i soggetti. Questa
prospettiva ci dà la possibilità di penetrare nelle relazioni umane passando
attraverso la materia, ossia attraverso gli oggetti, gli spazi e le tecniche che li
producono, e ci fornisce un’ulteriore lente teorica (evidentemente non
l’unica).
È ora possibile rileggere, in senso “relazionale”, alcune considerazioni emerse
dalla ricerca “Abitare il dormitorio”, per capire se e quanto l’esclusione sul
piano materiale delle cose e degli spazi delle persone senza casa sia
effettivamente intrecciata all’esclusione dalle relazioni sociali. L’analisi degli

111
Ibidem, p. 63-64, corsivo mio.
112
Tim Ingold, Ecologia della cultura, op. cit., cap V, p. 144.

65
II. OGGETTIVAZIONE E DEPRIVAZIONE

spazi adibiti all’accoglienza delle persone senza casa, l’abbiamo già visto,
rileva un disagio diffuso da parte di chi vive il dormitorio, sia come ospite che
come operatore sociale. Riportiamo un breve estratto che descrive un
dormitorio-tipo del territorio torinese:

un unico, lungo, corridoio dà accesso alle camere, ai servizi igienici, alla sala tv,
al magazzino per il deposito dei bagagli e all’ufficio degli operatori. Le camere
sono da due o quattro posti. Ognuno a disposizione un letto in metallo, un
comodino, una sedia e un armadietto […] Le camere hanno finestre con le
inferiate, il pavimento è in linoleum. Le porte non sono dotate di chiavi,
neanche quelle dei bagni collettivi con le docce. Alle 23.00 viene chiusa la sala
tv che ospita qualche tavolo, sedie, un divano, a volte una libreria con qualche
libro. Un locale funge da deposito per i bagagli degli ospiti: si tratta soprattutto
di coperte per le notti che si passano all’aperto, riposte in sacchi neri di plastica
contrassegnati dal nome del proprietario. L’ufficio degli operatori ha una
scrivania, computer, telefono e armadi per i documenti di servizio […] Spesso la
pavimentazione cede, favorendo l’ingresso di topi e insetti […] Il riscaldamento
è sovente problematico, con notevoli escursioni termiche tra ambienti diversi e
nelle diverse stagioni. L’acqua calda è spesso […] insufficiente per tutti. Le tre
ore al giorno dell’addetto alle pulizie non riescono ad assicurare un’igiene
adeguata.113

La descrizione dello spazio-dormitorio sembra riprodurre quella che


abbiamo definito oggettivazione tramite deprivazione.
Un luogo al limite dell’abbandono, con strumenti abitativi minimi il cui unico
obiettivo è quello di fornire risposte puramente funzionali ai bisogni primari.
Uno spazio totalmente asettico e spersonalizzato. Le relazioni che si
producono in questi spazi sono minime, alcune persone con esperienza di
vita in dormitorio che ho incontrato in questi anni mi hanno raccontato che
a volte non sapevano nemmeno il nome dei propri compagni di stanza.
Oppure sono relazioni altamente conflittuali e, in ogni caso, per nulla
empatiche. La tv, l’unico oggetto onnipresente nei dormitori dal potere
aggregante, se produce relazioni, queste sono tendenzialmente negative
perché sono il risultato di lotte fra gli individui per il dominio sulla scelta del
programma da vedere. Il disinteresse per lo spazio e le persone che si hanno
attorno è totale. L’unica attenzione di tipo oggettuale è rivolta alle proprie

113
Michela Brignone, “Hai mai visto un dormitorio?”, in Valentina Porcellana (a cura di),
Sei mai stato in dormitorio?, op. cit.

66
2. Persone senza cose

poche cose. Il senso di appartenenza al luogo è nullo. Un altro signore che


abitava in dormitorio una volta mi ha confessato: “Il dormitorio fa uscire il
peggio di tutti noi”.
Quest’ultima frase sembra confermare l’idea proposta da Jean-Pierre
Warnier secondo la quale l’umano è caratterizzato proprio dalla capacità di
«memorizzare o d’incorporare delle condotte motrici perfettamente adattate
alla dinamica del rapporto con gli oggetti e con l’ambiente […] Il soggetto “fa
corpo” con l’oggetto»114. Il vivente incorpora continuamente la “cultura
materiale” in cui si trova ad agire apprendendo e rielaborando quelle che
l’autore chiama “tecniche del corpo” (un termine che Warnier riprende
dall’omonimo articolo115 di Marcel Mauss del 1936):

«la cultura materiale assolve a funzioni d’identificazione […] dal momento che
essa è in “presa diretta” col corpo, […] coinvolge l’individuo al grado più
profondo della sua soggettività, della sua azione, dei suoi investimenti sensorio-
motori e delle sue manifestazioni emotive […] Si tratta di un’attitudine
all’azione motrice coordinata e adattata all’ambiente […] È il risultato di un
tirocinio iniziato al momento della nascita e che prosegue e si mantiene lungo
l’intera esistenza del soggetto. [le tecniche del corpo segnalano] una grande
variabilità individuale, culturale e sociale, garantendo allo stesso tempo la
continuità del soggetto nel suo rapporto con il contesto e col suo proprio
corpo».116

Il concetto di “tecniche del corpo” sembra richiamare, secondo Warnier,


quelle che Foucault chiama “tecniche del sé”. È ben noto che l’ultima fase
della ricerca di Foucault si sia concentrata sullo studio del «modo in cui un
essere umano trasforma se stesso in soggetto»117. Le “tecniche del sé” sono, in
questo senso, «le procedure, come ne esistono probabilmente in ogni civiltà,
che vengono proposte o prescritte agli individui per fissare la loro identità,
per mantenerla o trasformarla in funzione di un certo numero di fini, e questo

114
Jean-Pierre Warnier, La cultura materiale, op. cit., p. 18.
115
Marcel Mauss, “Le tecniche del corpo” in Id., Teoria generale della magia (1950), trad.
it., Einaudi, Torino, 1991, pp. 383-409.
116
Jean-Pierre Warnier, La cultura materiale, op. cit., pp. 34-35.
117
Michel Foucault, “Perché studiare il potere: la questione del soggetto” in Herbert L.
Dreyfus, Paul Rabinow, La ricerca di Michel Foucault. Analitica della verità e storia del
presente, La casa Husher, 2010, p. 279-287.

67
II. OGGETTIVAZIONE E DEPRIVAZIONE

grazie a rapporti di padronanza di sé su se stessi o di conoscenza di sé da


parte di se stessi»118. Warnier, rileggendo il lavoro di Foucault, afferma che «si
costituisce come soggetto colui o colei che manifesta la sua preoccupazione
di sé e il suo desiderio di mettere in opera le “tecniche del sé”»119. Il soggetto,
afferma Warnier, è colui che desidera. Il desiderio è legato alle tecniche del
sé che «sono proposte o prescritte dalla società, e portano a stabilire rapporti
di assoggettamento accompagnati da regole morali»120. In questo modo il
desiderio «pone il problema morale all’individuo, nel momento dell’incontro
del suo proprio desiderio con quello dell’altro. […] Questo incontro pone la
domanda: “come governarsi”?»121. Foucault afferma che governare, «significa
strutturare il campo di azione possibile degli altri»122 ed è, quindi, un concetto
legato a quello di potere. Per il filosofo francese, infatti, il potere è «un insieme
strutturato di azioni che verte su azioni possibili; […] [esso] è sempre un modo
di agire su un soggetto, o su dei soggetti che agiscono in virtù del loro agire
o del loro essere capaci di azioni. Una serie di azioni su altre azioni. […]
L’esercizio del potere consiste nel guidare la possibilità di condotta, nel
regolare le possibili conseguenze»123. Il potere è quindi una questione di
condotta, di governo sugli altri, tra gli altri e con gli altri. Per Foucault le
relazioni fra gli individui sono delle relazioni di potere. Secondo il filosofo
francese «ciò che definisce una relazione di potere è un modo di azione che
non agisce direttamente e immediatamente sugli altri. Al contrario agisce
sulle loro azioni: una azione su un’azione, su azioni attuali, oppure su azioni

118
Michel Foucault, I corsi al Collège de France. I résumés (1989), trad. it., Feltrinelli, Milano,
1999, p. 97.
119
Jean-Pierre Warnier, La cultura materiale, op. cit., p. 134, corsivo mio. Warnier prende le
mosse dalla ricerca sulla storia della sessualità studiata da Foucault che mette in
relazione desiderio-soggettività-potere
120
Ivi.
121
Ibidem, p 134-137.
122
Michel Foucault, “Come si esercita il potere?” in Herbert L. Dreyfus, Paul Rabinow,
La ricerca di Michel Foucault, op. cit., p. 288-298.
123
Ivi.

68
2. Persone senza cose

eventuali, future e presenti»124. Non è possibile approfondire in questa sede il


vasto lavoro di ricerca che Foucault ha dedicato alla soggettivazione, ai
dispostivi e alle tecnologie di potere. Quel che si vuole sottolineare,
affidandoci alla rilettura operata da Warnier rispetto alle teorie foucaultiane,
è che la dinamica di relazione fra i soggetti attraverso il potere passi anche,
sempre, attraverso il corpo stesso dei soggetti, che a sua volta è sempre
implicato nella relazione con la materia.
Le tecnologie del sé sono frutto di tecniche “diciplinari”125 e di quello che
Foucault chiama dispositivo di “governamentalità”126 e questo significa che
esse sono fortemente influenzate dal contesto storico e dal regime di “sapere”
nel quale si trova l’individuo. Ma allo stesso modo le “tecniche del corpo”
sono continuamente immerse nella materia e in particolare nella “cultura
materiale” particolare entro la quale si abita. Detto questo, possiamo
affermare che il soggetto è il prodotto variabile delle tecniche del sé che si
materializzano attraverso le tecniche del corpo e viceversa, in un rapporto di
produzione reciproco informato dalle continue relazioni di potere con il
mondo e i suoi abitanti.
Ritornando alla nostra analisi, afferma ancora Warnier che, nel caso degli
“esclusi”,

«ciò che attira l’attenzione è la riduzione sempre più radicale della loro capacità
di azione di sé sul sé e di azione sugli altri, un restringimento delle tecniche del
sé a quelle che hanno come scopo di “mangiare e restare puliti”»127

Questo significa che l’oggettivazione tramite deprivazione del soggetto,


rinforzata dai parametri altrettanto deprivanti (e sempre disciplinanti) del
dormitorio (quando non della strada), produce una riduzione di potere di

124
Ivi.
125
Cfr. Michel Foucault, Sorvegliare e Punire. Nascita della prigione (1975), trad. it., Einaudi,
Torino, 2014.
126
Cfr. Michel Foucault, Sicurezza, territorio, popolazione, Feltrinelli, Milano, 2005.
127
Ibidem, p.171.

69
II. OGGETTIVAZIONE E DEPRIVAZIONE

azione dell’individuo su se stesso, sugli altri e, tanto più, sull’ambiente stesso,


determinando un circolo di impotenza trasversale e reciprocamente agente.
L’etnografia che verrà proposta intende indagare le relazioni fra i soggetti che
si stabiliscono esplicitamente attraverso l’azione sulla materia. Ribaltando la
tesi milleriana dell’umiltà degli oggetti, questi verranno esposti, tirati fuori
dal loro silenzio tanto normalizzante quanto, nel nostro caso, depotenziante,
nel tentativo di far detonare la situazione di stallo dei rapporti di potere (o
quasi non-potere) fra i soggetti coinvolti.
Non si vuole affermare, infatti, che la relazione sociale del soggetto
oggettivato tramite deprivazione determini una totale assenza di relazione
con l’altro (per quanto rischi di suggerirla), ma che questa si determini
attraverso modalità diverse di attuazione che è opportuno indagare.
Poiché, nel nostro caso, l’esclusione dal meccanismo economico denaro-
consumo è la ragione principale per cui il soggetto è progressivamente de-
oggettivato e de-potenziato, sarà necessario, in primo luogo, tentare di
osservare il rapporto con l’altro al di fuori di questo circuito. Ci proponiamo
di farlo nell’etnografia che seguirà.

70
3. Prolegomeni di un laboratorio partecipativo

Dopo la laurea in Disegno Industriale mi scontrai con il mondo lavorativo


degli studi di design. Questi sono principalmente orientati alla produzione di
merci destinate alla vendita oppure alla comunicazione commerciale. Le
proposte e le esperienze lavorative con le quali mi confrontavo sembravano
mettere la competenza progettuale a servizio di un unico obiettivo: la
produzione di denaro, di valore economico. Per usare le parole del pensatore
Jean Baudrillard, mi sono trovato davanti a una realtà di “simulacri” in cui
l’individuo scompare come “segno” fra i “segni”, implicato nella riproduzione
del “codice” della “legge strutturale del valore”, una realtà in cui viene meno
la finalità della produzione128. Nel tentativo di mettere in questione questa
prospettiva, iniziai un lavoro di ricerca autonomo e autofinanziato insieme a
un collega, anch’egli laureato in disegno industriale. Lo strumento che
scegliemmo fu quello dell’intervista in profondità. Iniziammo a contattare e
a intervistare alcuni affermati designer italiani129 a cui chiedevamo di riflettere
sullo stato attuale del design, sul suo rapporto con l’industria e l’economia e
sui suoi effetti sociali. Dalle interviste non emerse nulla di particolarmente
significativo e, anzi, molti dei designer intervistati si dichiararono
discretamente critici rispetto al ruolo del progettista, che spesso consiste nel
disegnare forme esteticamente apprezzabili per gli oggetti, affinché questi
siano maggiormente appetibili per il mercato. La ricerca mi convinse della
superficialità di questo tipo di design egocentrico e autoreferenziale. Esso era
in netta contrapposizione con l’esperienza di progettazione che avevo svolto
in dormitorio, la quale mi aveva dimostrato che le competenze progettuali

128
Cfr., Jean Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte (1976), trad. it., Feltrinelli, Milano,
2009.
129
Alcune trascrizioni di queste interviste sono state pubblicate nel blog on-line
http://pensieromanuale.tumblr.com/fronteliberazionedesigner , aprile 2017
II. OGGETTIVAZIONE E DEPRIVAZIONE

possono essere uno strumento critico e attivo rispetto al contesto sociale in


cui vengono applicate e non avere solamente un’utilità di tipo “ri-
produttivo”.
Il ciclo di interviste, inoltre, fece emergere molti argomenti che poco a poco
si delinearono come questioni di ordine primariamente sociale, politico e
culturale, più che progettuale. Mi resi conto in fretta che gli strumenti di
analisi a mia disposizione erano molto scarsi a tale riguardo. Se, da un lato, il
corso al Politecnico mi aveva insegnato parecchio rispetto alla progettazione
e alla produzione di oggetti, dall’altro lato mi aveva fornito ben pochi
strumenti per un’analisi che andasse al di là del mondo oggettuale.
Maturò in me la necessità di accostare a questo sguardo – per così dire,
prevalentemente tecnico-estetico-economico – uno sguardo che mi
permettesse di saper leggere maggiormente (e criticamente) le realtà sociale
che mi circondava.
Decisi così di iscrivermi al corso di laurea magistrale in Antropologia
Culturale ed Etnologia dell’Università di Torino, convinto che questa
disciplina, più di altre, mi potesse fornire quell’ampiezza di sguardo di cui
sentivo la necessità.

Nel frattempo ero rimasto in contatto con il mio relatore di tesi, il quale stava
proseguendo la ricerca “Abitare il dormitorio” all’interno del mondo
dell’homelessness.
Come abbiamo anticipato, il lavoro dei ricercatori si sviluppa attraverso il
dispositivo metodologico della ricerca-azione partecipativa. Silvia Stefani –
una ricercatrice attiva in “Abitare il dormitorio” – riprendendo il lavoro dello
psicologo Kurt Lewin, afferma che la ricerca-azione mira

a promuovere l’azione stessa, partendo da una situazione sociale problematica


per comprenderla e per incidere nella sua trasformazione attraverso il
coinvolgimento diretto dei soggetti interessati […] Parafrasando Lewin: il modo
migliore per cercare di comprendere qualcosa è cambiarlo. Le domande di
ricerca, le metodologie, gli interventi intrapresi sorgono a partire da una realtà
concreta ed è attraverso le azioni volte a modificare una situazione problematica

72
3. Prolegomeni di un laboratorio partecipativo

che il gruppo di ricerca attinge a una conoscenza approfondita e inedita della


stessa e del contesto in questione.130

A partire dalle considerazioni emerse durante il periodo osservativo rispetto


alla qualità degli spazi dei dormitori e a quanto questa influisca
negativamente sulle persone che li abitano, il gruppo di ricerca si era
occupato di promuovere alcuni laboratori (o workshop, in inglese) di
ristrutturazione partecipata degli ambienti di diversi dormitori ubicati sul
territorio nazionale131 .
I workshop prevedevano la partecipazione trasversale di tutti coloro che
gravitano intorno allo spazio-dormitorio: dai responsabili del servizio, agli
educatori e operatori sociali che lavorano al suo interno, alle persone ospitate
nella struttura di accoglienza. Essi coinvolsero, inoltre, alcuni studenti di
design del Politecnico e di scienze dell’educazione dell’Università, i quali
erano invitati a collaborare insieme all’intero gruppo. L’équipe di ricerca,
attraverso fasi di osservazione, analisi, proposta e verifica, conduceva il
processo di ri-progettazione degli spazi e degli arredi, ma tutte le attività, sia
progettuali che pratiche, erano sempre co-progettate e co-costruite insieme.
Una peculiarità di questi laboratori è la loro stra-ordinarietà. Per tutta la loro
durata (una settimana al massimo), interrompono la quotidianità del
dormitorio, ridefinendo temporaneamente i “ruoli” usuali dei partecipanti
coinvolti. Ognuno contribuisce secondo il suo punto di vista per cui è
necessario un estremo sforzo di mediazione fra i partecipanti da parte del
gruppo di ricerca132. Inoltre, afferma Valentina Porcellana:

La rapidità e l’intensità con cui si svolgeva il laboratorio agivano efficacemente


sulle resistenze al cambiamento che caratterizzano tutte le organizzazioni. […]
Attraverso il processo partecipativo si produceva quindi un movimento interno

130
Silvia Stefani, “Antropologia in azione…”, op. cit., pp. 173-174.
131
Le città interessate dalla sperimentazione, oltre a Torino, sono Agrigento, Milano e
Verona.
132
Cfr. C. Campagnaro, V. Porcellana, “Beauty, participation and inclusion. Designing
with homeless people” in S. Gonçalves, S. Majhanovich, Art and Intercultural Dialogue,
Sense Publishers, Rotterdam/Boston, 2016, pp.217-232.

73
II. OGGETTIVAZIONE E DEPRIVAZIONE

di consapevolezza e di professionalizzazione per i partecipanti, di


sperimentazione delle competenze. Il valore del processo stava proprio nella
moltiplicazione delle potenzialità di ognuno, poiché il workshop – denso di
persone, di relazioni, di pensieri – contribuiva ad attivare e ad accelerare i
processi.133

Il fatto di collaborare insieme per un obiettivo comune produce, dunque, un


coinvolgimento attivo che raramente si verifica all’interno del dormitorio e
che produce effetti positivi sia per gli operatori sociali, che per gli ospiti, che
per gli studenti impegnati nel laboratorio. I ricercatori, osservando alcuni
risultati prodotti dallo strumento metodologico-operativo del workshop,
affermano che:

It has permitted an improvement in the spaces of the dormitory and day centre
for homeless. It has supported the educational project in the production of
forms of self-management of the service. […] It has given a group of students
the chance to make use of untraditional forms of education, which have enabled
a direct engagement with reality.134

Un altro aspetto fondamentale osservato dai ricercatori concerne il concetto


di “bellezza”. Le considerazioni critiche rispetto alla fatiscenza dei dormitori,
che emergono continuamente dai focus-group proposti dai ricercatori – sia
con gli operatori che con gli ospiti – sono un argomento comune, un punto
di contatto attorno al quale è possibile instaurare la discussione e la
partecipazione fra gli abitanti. In questo modo l’idea della bellezza diventa
uno stimolo di cambiamento, condiviso da tutti coloro che sono chiamati a
prendersi cura degli spazi, diventa una meta alla quale tendere:

The solutions conceived and adapted, outline an idea of beauty that goes
beyond the contemplative dimension and tends towards that of a functional and
fruition-based nature, acting, also in terms of perceptive quality, to achieve a
reduction of the conflict, of the psychological and ergonomic load, facilitate the
use of a service, for the promotion of relationships. […] The beauty that wins is
the participative process. It is the project that becomes your own because you
have personally contributed to it by taking on responsibility […] It is the
assumption of a leading role, without delegations, without credits, without
debts. It is the ambition to achieve something that you thought you were not
entitled to. It is the request for an opinion. It is the rediscovery of long-forgotten

133
V. Porcellana, Dal bisogno al desiderio, op. cit., p. 166.
134
C. Campagnaro, V. Porcellana, “Beauty, participation and inclusion…”, op. cit.

74
3. Prolegomeni di un laboratorio partecipativo

emotions and deadened skills. It is a space, an opportunity to discuss and meet


someone who wants “to do something with you instead of for you”.135

Gli esiti positivi emersi da questi momenti di progettazione e costruzione


collettiva convinsero i ricercatori di “Abitare il dormitorio” che fosse utile
prolungare il tempo straordinario dei workshop per osservare meglio le
dinamiche e gli effetti che questi sono in grado di far emergere.
L’occasione si presenta nel giugno 2014, sul territorio torinese. L’antropologa
Valentina Porcellana racconta che «alla fine del mese di novembre 2012, una
procedura ristretta per l’affidamento di servizi di accoglienza per persone
senza dimora aveva messo in gara tre lotti per il periodo compreso tra marzo
2013 e marzo 2016»136. Nello specifico, rispetto al lotto numero 2, il comune di
Torino intende appaltare a una cooperativa il servizio e la gestione della Casa
di prima accoglienza notturna sita in via Ghedini 6, nel quartiere periferico
di Barriera di Milano, a nord della città. Negli anni, il gruppo di “Abitare il
dormitorio”, in merito al lavoro di ricerca svolto, aveva stabilito alcuni contatti
con i funzionari del Servizio Adulti in Difficoltà (SAD) – facente parte
dell’amministrazione comunale torinese – i quali si occupano dei servizi di
assistenza per le persone senza casa. Grazie a questi rapporti, scrive ancora
Porcellana:

in concomitanza con l’uscita del bando, il SAD ci aveva coinvolti in una sorta
di mappatura degli arredi conservati in alcuni depositi comunali per verificare
l’opportunità di “restaurarne” qualcuno per il dormitorio. […] l’ipotesi era
quella di coinvolgere in un nuovo progetto partecipativo i giovani designer del
Politecnico e gli ospiti del dormitorio. Oltre all’accoglienza notturna, infatti, per
la struttura di via Ghedini il bando prevedeva «attività occupazionali svolte in
base all’art. 3 del Regolamento dei tirocini di formazione e orientamento attivati
dalla Città di Torino per apprendere, riattivare o riacquisire abilità sociali,

135
Ivi.
136
Valentina Porcellana, Dal bisogno al desiderio, op.cit., p. 168.

75
II. OGGETTIVAZIONE E DEPRIVAZIONE

manuali e occupazionali spendibili in successivi processi di reinserimento


sociale.137

L’idea che sembra delinearsi, da parte del SAD, è quella di coinvolgere il


gruppo di ricerca torinese in questi “tirocini di formazione”, tecnicamente a
carico della cooperativa vincitrice del bando. È così che si prospetta, dunque,
la possibilità di replicare i workshop collaborativi già sperimentati, con una
prospettiva temporale di più ampio respiro.
Un’ulteriore spinta all’avvio dei workshop è consistita nel fatto che la Caritas
Italiana – noto ente operante nel terzo settore – attraverso il Comitato
promotore S-Nodi Gabriele Nigro138 si interessa al progetto e si propone di
co-finanziarlo, poiché in linea con il proprio obiettivo di sperimentare nuove
forme di contrasto alla povertà. I ricercatori propongono di chiamare il
progetto “Costruire Bellezza”, riassumendo al meglio la centralità dell’idea
che la bellezza – usualmente assente nei luoghi di accoglienza – possa essere
un obiettivo comune da raggiungere coinvolgendo non solo chi abita e lavora
in dormitorio – ossia le persone senza dimora, gli operatori sociali e gli
educatori – ma anche la cooperativa che gestisce il servizio, l’amministrazione
pubblica e gli assistenti sociali, gli enti del privato sociale e, non meno, le
istituzioni universitarie. Il finanziamento del Comitato S-nodi, inoltre,
avrebbe permesso ai ricercatori di ingaggiare alcuni designer e antropologi
per partecipare al progetto che nel mese di giugno del 2014 comincia a
prendere forma nell’edificio comunale di via Ghedini 6.

137
Ivi.
138
«Costituito nel 2013, S-NODI deriva dall’esperienza dell’Osservatorio delle Povertà e
delle Risorse della Caritas diocesana di Torino, di cui è ente strumentale. Fa parte del
programma di Caritas Italiana ‘Azioni di Sistema’. È promosso da Caritas diocesana di
Torino, Caritas Italiana, CREARE Foundation, prof. Luigino Bruni», http://s-nodi.it/,
aprile 2017.

76
3. Prolegomeni di un laboratorio partecipativo

Torino, Luglio 2014. Diario di campo

Sono alle prese con i miei primi esami di antropologia. Il 30 giugno ho ricevuto
una e-mail dal mio relatore di tesi del Politecnico di Torino. Mi propone di
incontrarci per raccontarmi di “un progetto di design sociale e
autocostruzione”, così recita la mail, al quale sta lavorando. Sono, a dir poco,
basito ed emozionato nello stesso tempo. Navigo nella corrispondenza
elettronica tra me e il mio professore e rileggo quante volte gli ho domandato
se ci fosse modo di partecipare a qualche progetto simile a quello in cui avevo
lavorato per la tesi di laurea. Il momento è arrivato, penso.
L’appuntamento è fissato per qualche giorno dopo dall’arrivo della mail. Devo
farmi trovare per l’ora di pranzo in via Ghedini 6, a Torino. L’edificio si trova
in una zona popolare a nord della città, è un palazzo di tre piani in muratura.
Per entrare si passa da una porta in legno un po’ scrostata. Sul muro esterno
c’è solo una targa blu con su scritto “Regione Piemonte, Azienda Sanitaria
Locale TO2. Dipartimento di patologia delle dipendenze”. Entro ugualmente.
Nell’ingresso c’è odore di alcool, sigarette e urina, credo. Una grossa targa in
bronzo recita, questa volta, “Casa dell’ospitalità. Ente comunale di assistenza”.
Sono nel posto giusto, penso. Devo salire al primo piano, non c’è l’ascensore.
Il vano scale è un po’ fatiscente, c’è dell’immondizia sul fondo e i muri sono
segnati da scritte tremolanti. Il palazzo però, mi pare ristrutturato da poco. Al
primo piano c’è un’unica porta tagliafuoco grigia e di fianco c’è un posacenere
e una panchina metallica. Ancora scritte sui muri. L’odore di sigarette è più
forte. Qualcuno viene ad aprirmi e appena entrato vedo, sulla destra, una
finestra ricavata in un muro con i doppi vetri antisfondamento. Lì dietro c’è
una scrivania con un computer, è l’ufficio degli operatori. Mi trovo dentro al
“ghedini”, mi spiega M., il responsabile della struttura, dopo avermi fatto
entrare. «È un dormitorio femminile da circa 40 posti letto». In quel momento
il dormitorio è chiuso alle ospiti ma sento comunque delle voci provenire dalla
mia sinistra. Ci dirigiamo in quella direzione. Entriamo in una piccola stanza
adibita a cucina in cui ci sono un tavolo ben apparecchiato da una dozzina di
posti e alcune persone affaccendate ai fornelli, due piastre elettriche. C’è odore
di buon cibo, stanno preparando degli gnocchi di patate. Inizio a salutare e a
presentarmi. Ci sono tre o quattro uomini adulti, tra i quaranta e i sessant’anni,
credo, e altrettante donne. Riconosco il mio professore e l’antropologa che mi

77
II. OGGETTIVAZIONE E DEPRIVAZIONE

ha fatto da co-relatrice per la tesi di laurea triennale. Ci sono poi due ragazze
più giovani, un’antropologa e una designer che ha studiato con me al
Politecnico. Il pranzo è presto servito, si è seduti tutti molto vicini. Si
chiacchiera del più e del meno e io chiedo, incuriosito, che si fa lì in “ghedini”.
Le signore mi raccontano che stanno confezionando delle tende, i signori
stanno ristrutturando delle sedie. «È un laboratorio per senzatetto» afferma
qualcuno. Una specie di silenzio involontario lascia spazio a sorrisi quasi
canzonatori, che sembrano chiedermi se non l’avessi ancora capito “che lì sono
tutti senzadimora”. Non c’è tensione però, anzi, il clima è disteso e conviviale.
G. tiene banco col suo accento palermitano e fa continuamente battute di
spirito. Qualche donna si interessa un po’ a me e forse mi chiede che faccio io.
Rispondo che sono un designer.
Capisco che il pranzo è il momento che chiude le attività che si sono svolte al
mattino nei laboratori. Il cibo è stato preparato da qualcuno dei partecipanti.
È ottimo. Mi propongo per fare il caffè. G. mi vuole dare una mano. «Lo sai
come si fa a mettere la quantità giusta di acqua?» mi chiede senza attendere
risposta. Poi prende il serbatoio della caffettiera, lo riempie d’acqua fino
all’orlo e ci pianta dentro il filtro. L’acqua in eccesso fuoriesce dai bordi del
serbatoio ma ne rimane ancora un po’ nel filtro. G. blocca il filtro al serbatoio
tra il pollice e l’indice e ruota il tutto per svuotare l’acqua di troppo nel
lavandino. Appoggia il serbatoio sul piano della cucina e batte un paio di colpi
con l’indice sul filtro. Zampillano fuori le ultime micro-gocce d’acqua in
eccesso. «Ora puoi mettere il caffè» mi dice soddisfatto. In effetti è un ottimo
modo per sfruttare al massimo la caffettiera. Mi do disponibile per lavare i
piatti insieme a R., un uomo non tanto alto ma possente, dalla schiena larga e
le mani forti. Ha un sorriso buono anche se gli manca qualche dente e un po’
di felicità. Ci stringiamo la mano prima di iniziare e mi stupisco che non
distrugga qualche piatto, vista la potenza della sua stretta. Parliamo, ma non
molto, siamo concentrati sul lavaggio e sulle questioni pratiche: chi lava? Chi
sciacqua? Dove mettiamo le stoviglie ad asciugare? Siamo decisamente
affaccendati. Nel frattempo gli altri commensali sparecchiano e puliscono la
stanza. Ci si saluta e qualcuno mi chiede se ci vediamo la prossima volta. Spero
di sì, rispondo.
L’ultima volta che ho mangiato in un dormitorio il cibo era servito da alcuni
operatori, le persone prendevano il proprio vassoio con il cibo e andavano a
cercarsi un posto libero al quale sedersi in silenzio. Questa volta è stato diverso,
mi è parso di essere stato ospitato a un tavolo di amici.

Questo è stato il mio ingresso nel campo.


Il professor Campagnaro e l’antropologa Valentina Porcellana mi
chiederanno di partecipare ai laboratori di “Costruire Bellezza” che si
tengono ogni martedì e giovedì mattina in via Ghedini. Il primo lavoro del
laboratorio a cui mi viene chiesto di partecipare consiste nella
ristrutturazione di alcune sedie recuperate da un magazzino comunale,

78
destinate alle stanze del dormitorio adiacente agli spazi in cui si svolge il
laboratorio. L’obiettivo è quello di lavorare insieme ai signori senza casa, in
carico ai servizi sociali del comune di Torino. I progetti delle sedie su cui si
sta lavorando sono stati elaborati da alcuni studenti del Politecnico al
secondo anno di design e a me viene chiesto di dare il mio supporto dal punto
di vista progettuale e realizzativo.
Come già evidenziato, il titolo della mia tesi di laurea triennale era “Progettare
per senza fissa dimora”, ma questa volta, l’idea dei due ricercatori suggerisce,
piuttosto, di progettare con, o meglio, di progettare insieme. Per il progettista,
inteso come problem-solver, è un cambio di prospettiva importante: non
produrre per l'altro ma produrre con l'altro. Non si tratta di rispondere a un
problema o a un bisogno di terzi, ma si tratta di entrare all’interno delle
dinamiche trasformative, decisionali e fortemente relazionali che si
stabiliscono durante il lavoro insieme.
Il 3 luglio 2014 accetto, curioso ed emozionato, di partecipare ai laboratori di
“Costruire Bellezza”. I miei compagni di viaggio saranno non solo i due
ricercatori, ma altri designer, antropologi e antropologhe, educatori ed
educatrici e, soprattutto, le persone che non posso definire attraverso una
professione e che non voglio definire attraverso una mancanza.
L’etnografia presentata nel prossimo capitolo intende indagare da vicino,
dall’interno, l’esperienza triennale nel laboratorio di auto-produzione
partecipativa di “Costruire Bellezza”. Attraverso lo sguardo osservativo
dell’antropologia e quello trasformativo del design − cercando di integrare i
due posizionamenti disciplinari − ci porremo a metà fra oggetti e soggetti,
indagheremo alcune dinamiche di reciprocità attraverso le quali cose e persone
prendono forma insieme.

79
II. OGGETTIVAZIONE E DEPRIVAZIONE

80
III. IL LABORATORIO PARTECIPATIVO
DI COSTRUIRE BELLEZZA

1. Posizionamenti imperfetti

Torino, via Ghedini 6, luglio 2014, Diario di campo

Le stanze del pian terreno di via Ghedini 6 sono vuote. Sono state ristrutturate
da poco. Il “laboratorio delle sedie” si svolge in una di queste stanze. Il
pavimento è piastrellato in un materiale simile al marmo lucido. Sembra molto
delicato. Le pareti sono verniciate di fresco e sono completamente spoglie. Le
grosse finestre hanno gli infissi nuovi e sono protette con delle inferriate. La
stanza è illuminata in parte dal sole del mattino, in parte da luci al neon
incassate nel controsoffitto a griglia, fatto di pannelli fonoassorbenti quadrati
e bianchi. Nessun attrezzo da laboratorio. Ci sono R., G. e M.139, tre signori di
mezza età. M. è un po’ più giovane. Ogni tanto si aggiunge C. al gruppo.
Solitamente faccio una discreta fatica a memorizzare i nomi delle persone. Ma
in questo caso mi pare sia meglio fare uno sforzo. Oltre a loro, nella stanza ci
sono le sedie originali che sono state recuperate, mi dicono, da un magazzino
del Comune di Torino. Sono sedie in legno dalla forma molto comune,
verniciate in castagno con finitura a cera. Sono instabili, la vernice è saltata in
molti punti, il piano di seduta in alcuni casi è sfondato. Insieme al professor
C. sfogliamo un catalogo cartaceo di proposte di ristrutturazione delle sedie
elaborate dagli studenti del corso di design in cui insegna il professore stesso.
Sono circa 40 progetti diversi. Li commentiamo insieme uno ad uno sfogliando
le singole pagine. Che cagata! è un’espressione frequente. Ogni tanto lo penso
anche io ma non lo dico. “Facciamo questa”, dice R. Rispetto ad altre sedie più
elaborate a livello tecnico, R. sta indicando la “metamorphosis” (il nome dato
dagli studenti al proprio progetto), una sedia la cui unica particolarità consiste
nell’avere delle farfalle disegnate sul piano di seduta. L’immagine pensata
dagli studenti mostra la trasformazione di un bruco in farfalla, una sfumatura
di colori accesi accompagna questa transizione. Mi pare che il progetto voglia
suggerire (un po’ forzatamente) una lettura di tipo simbolico: lo schiudersi
della crisalide in farfalla come metafora di libertà.

139
Le persone con cui ho lavorato saranno indicate con l’iniziale del loro nome.
III. IL LABORATORIO PARTECIPATIVO

Il mio giudizio estetico rispetto alla sedia in questione è molto negativo, ma


pare che la scelta di R. (anche gli altri sono abbastanza d’accordo) sia in linea
con quella di molte ospiti del dormitorio al piano superiore di via Ghedini 6.
Nei giorni precedenti, infatti, i progetti sono stati giudicati e “votati” da alcune
signore del primo piano, in quanto le sedie, una volta ultimate, arrederanno
proprio le loro (temporanee) stanze da letto.
Cercando di accontentare tutti scegliamo altri tre o quattro progetti da
sviluppare. Dopodiché tutti iniziano a fare alcune proposte pratiche delle
possibili lavorazioni utili a dare forma concreta ai progetti cartacei. Parlo poco
e ascolto molto. Alcune lavorazioni mi paiono improbabili se non del tutto
scorrette. La discussione si anima. Ognuno esprime le proprie idee con
ostentata sicurezza, come se sapesse esattamente di quel che sta parlando: serve

questa ‘cartavetro’, quella spatola o questo tipo di spazzola e poi quella


specifica vernice. Basandomi sulla mia esperienza pregressa, non riesco a non
mettere in dubbio la bontà di molte delle proposte che emergono. Nonostante
questo, sto sulle mie e annuisco con fare, il più possibile, accondiscendente:
non voglio rendere ancora più complessa la discussione.

La mia esperienza di ricerca nel laboratorio di Costruire Bellezza (CB) ha


avuto una durata di circa tre anni e continua ancora mentre scrivo.
Il mio ingresso sul campo è, di fatto, in medias res. Non solo perché il
laboratorio era già attivo (sebbene da pochissimo tempo) prima del mio
arrivo, ma anche perché le questioni di cui si occupano i partecipanti si
collocano proprio nel mezzo delle cose, o nelle cose a metà, ovvero nel
momento della loro definizione, appena prima che queste siano dotate di
statuto di oggetto. Il laboratorio procede esclusivamente grazie all’azione

82
1. Posizionamenti imperfetti

diretta di tutti i partecipanti sulla materia. Solo se questi agiscono, le cose


prendono forma.
Se si adotta una prospettiva interna al laboratorio, ossia la prospettiva dei
partecipanti stessi, la prima finalità del laboratorio è, infatti, la produzione
artigianale di manufatti e oggetti. Questo aspetto, fin dal primo momento del
mio ingresso in laboratorio, ha fatto sì che mi fosse richiesto un tipo di
partecipazione molto pratico. Da un lato, la mia stessa qualifica come designer
esplicitava agli altri che la mia presenza dovesse avere valore fattuale sulle
attività che venivano svolte. Dall’altro, solo attraverso il lavoro pratico avevo
la possibilità di stare, a pieno diritto, all’interno del gruppo.
In tre anni di ricerca, le persone con cui ho lavorato mi hanno sempre accolto
come “designer del Politecnico” e, nonostante abbia spesso cercato di
raccontare loro dei miei studi di antropologia, la cosa non ha mai destato
troppo interesse. «In fondo» mi è stato risposto «qui in laboratorio costruiamo
oggetti. A che serve uno che studia i popoli del mondo?». Nonostante sia posta
in modo un po’ ingenuo, questa domanda mi ha aiutato a chiedermi
costantemente a che servisse, davvero, il mio doppio “ruolo” di designer e
antropologo?
In realtà, durante tutta la mia esperienza, ho beneficiato di entrambe le
prospettive disciplinari e degli strumenti metodologici propri di entrambe,
senza che questo richiedesse un mio effettivo cambio di ruolo. Non si è
trattato di alternare un me-designer a un me-antropologo ma di farli
coesistere entrambi in modo coerente.
Fare questo è stato un’impresa ardua (e continua ad esserlo) quindi
procederò per punti presentando, così, anche il mio posizionamento
all’interno del campo e, più in generale, all’interno del gruppo di ricerca.

In itinere

83
III. IL LABORATORIO PARTECIPATIVO

Appena entrato nel progetto, insieme alle esperienze precedenti di “Abitare


il dormitorio” che mi sono state raccontate dai ricercatori che mi hanno
coinvolto, ha avuto grande influenza su di me il primo libro di cui mi è stata
suggerita la lettura: è il già citato Making di Tim Ingold140.
Nel primo capitolo, in un paragrafo intitolato “Participant observation”
l’autore afferma che l’antropologia

It is […] to open up a space for generous, open-ended, comparative yet critical


inquiry into the conditions and potentials of human life. It is to join with people
in their speculations about what life might or could be like, in ways nevertheless
grounded in a profound understanding of what life is like in particular times
and places.

Le caratteristiche di questa prospettiva sembravano fornirmi indicazioni


molto calzanti rispetto al mio posizionamento all’interno del laboratorio:
generoso, aperto, comparativo ma critico. Le attività di artigianato che
svolgevo con le persone senza casa prevedevano, in gran parte, un’intensa
relazione tra le persone attraverso la quale era possibile discorrere e
fantasticare su come le cose dovessero o potessero essere, senza dimenticarsi di
come le cose effettivamente stessero in quel preciso momento della loro storia,
nonché della mia.
Se le mie competenze pratiche e progettuali, fornitemi dal design, sono servite
da “biglietto di ingresso” o da “lasciapassare” per l’accesso al laboratorio, la
prospettiva antropologica aperta e non giudicante, sebbene attenta alle
specificità di ognuno, mi ha fornito un orizzonte metodologico utile per
partecipare al meglio.
I primi mesi della mia esperienza non sono stati altro che questo: una
partecipazione pratica e intensa ma più che altro attenta a far sì che il gruppo
non si disgregasse a causa di un mancato o errato dialogo fra i partecipanti.
Poiché ogni scelta operativa generava animate discussioni alternate a

140
T. Ingold, Making…, op. cit.

84
1. Posizionamenti imperfetti

momenti di stasi infiniti, in un primo momento ho preferito lasciare fra


parentesi il mio punto di vista pratico ed estetico lasciandomi trasportare
dalle scelte che venivano proposte dal gruppo: alle volte cercando di mediare
idee troppo difficili da realizzare; altre, esasperando le proposte; altre ancora
sbagliando, semplicemente, insieme agli altri. In questo periodo, è stata la
materia stessa ad insegnarci come procedere: a ribellarsi quando la
lavoravamo con gli attrezzi sbagliati, a spezzarsi quando usavamo troppa forza,
a dimostrarci sempre e comunque che un conto sono le idee e un altro è
tradurle in forma nella materia, che un conto è dire di saper fare qualcosa e
un altro è riuscire a farlo davvero.
In questa prima fase della ricerca non pensavo che ne avrei scritto, un giorno,
un’etnografia. Appuntavo i momenti più difficili su un diario, parlavo molto
con i ricercatori di “Abitare il dormitorio” e ancora di più con i giovani
colleghi di design e antropologia che lavoravano nel gruppo. Spesso chiedevo
consigli all’educatore della cooperativa che partecipava al progetto a
proposito di come reagire a situazioni relazionali più complicate. La storia
personale dei signori senza casa non influenzava in alcun modo lo
svolgimento delle attività di laboratorio ma alle volte non riuscivo a capire
alcuni loro atteggiamenti, allo stesso modo, credo, in cui loro probabilmente
non capivano i miei.
Racconterò meglio più avanti come si svolgessero effettivamente le attività
nel laboratorio. Quel che voglio sottolineare ora è che in questa fase il mio
posizionamento è propriamente ed esclusivamente interno al contesto. Le mie
azioni si intrecciano con quelle degli altri partecipanti senza la possibilità di
poter districare le une dalle altre. La mia partecipazione è una vera e propria
collaborazione: cum laboro, lavoro insieme agli altri, costruisco il campo con
loro attraverso decisioni e scelte operate collettivamente. La mia presenza
esige quella che la fisica e antropologa Elena Bougleux definisce

85
III. IL LABORATORIO PARTECIPATIVO

“partecipazione totale”141 e che io tradurrei, in virtù di quel che ho proposto


sopra, con collaborazione dialogante. Durante la collaborazione, non esiste
separazione fra osservatore e osservato. Il lavoro collaborativo mi costringe a
prestare attenzione esclusivamente ai processi di produzione dei manufatti
che vengono elaborati all’interno del laboratorio e alla necessità di
mantenere un dialogo aperto e positivo con le persone con le quali collaboro.
In questa fase l’unico oggetto di studio è ciò che viene di volta in volta
progettato e prodotto insieme. Durante questo periodo della mia esperienza
non sono stato in grado di osservare quel che succedeva all’interno del
contesto-laboratorio da una posizione esterna ad esso, né era mia intenzione.
Non ho potuto che vivere una realtà alla quale appartenevo pienamente, nella
quale le scelte e le azioni delle persone senza casa influivano sul contesto
tanto quanto le mie.

Ex post

A questa prima fase conoscitiva, legata principalmente al lavoro in


laboratorio, ne è seguita una maggiormente implicata nel lavoro di ricerca
scientifica condotto dai due ricercatori di “Abitare il dormitorio”. Dopo un
primo periodo di sperimentazione è emersa, infatti, da parte dei ricercatori,
l’esigenza di raccontare attraverso la scrittura ciò che l’esperienza di
“Costruire Bellezza” stava portando alla luce. Mi si è così prospettata l’ipotesi
che il laboratorio nel quale stavo lavorando potesse essere il tema di una
scrittura etnografica. Questa ipotesi ha fatto sì che alla mia partecipazione
“pura” e completamente immersa nel contesto abbia dovuto pian piano

141
Elena Bougleux, Costruzioni dello spazio tempo. Etnografia in un centro di ricerca
sulla fisica gravitazionale, Sestante Edizioni, Bergamo, 2006, p. 34.

86
1. Posizionamenti imperfetti

accostare un tipo di prospettiva maggiormente osservativa, con uno


slittamento progressivo verso una posizione esterna. Da partecipante “puro”
a osservatore partecipante.
Come nel caso dell’etnografia di laboratorio condotta da Bougleux, mi sono,
dunque, posto la questione di quale fosse «la distanza ‘esatta’ o ‘necessaria’
dell’osservatore dai suoi dati»142 al fine di produrre un’etnografia senza che,
in nessun caso − questo per me era fondamentale − i miei collaboratori si
tramutassero in dati. Durante il lavoro in CB, come abbiamo notato, non c’era
distanza tra me e gli altri partecipanti, per cui mi sono trovato ad essere un
osservatore che «in ognuna delle diverse fasi del lavoro sul terreno, è del tutto
indistinguibile dal contesto; non solo, ne è anche parte attiva e organicamente
integrata»143.
Come rilavato da Piasere144, il lavoro dell’etnografo corre il rischio di produrre
una certa distanza cognitiva e culturale rispetto ai soggetti che abitano il
terreno di studio. L’etnografia infatti, per usare le parole di Mario Cardano, è
una ricerca nella quale «l’osservazione partecipante ricopre un ruolo di primo
piano per la produzione della documentazione empirica».145 Dove con
osservazione partecipante, com’è noto, si intende

una tecnica di ricerca nella quale la prossimità all’oggetto [di studio] diventa
condivisione dell’esperienza delle persone coinvolte nello studio e nella quale
l’armonizzazione del metodo all’oggetto trova espressione in uno stile di ricerca
interattivo, grazie a cui il ricercatore coordina le proprie ‘mosse’ con quelle delle
persone che partecipano allo studio.146

La mia presenza nel laboratorio di CB, come sottolineato, era sicuramente


partecipativa, “armonizzata” e “interattiva” con il contesto e i suoi abitanti, fin

142
Ivi.
143
Ivi.
144
Cfr. Leonardo Piasere, L’etnografo imperfetto. Esperienza e cognizione in
antropologia, Laterza, Bari, 2006.
145
Mario Cardano, La ricerca qualitativa, Il Mulino, Bologna, 2011, p. 98.
146
Ibidem, p. 93.

87
III. IL LABORATORIO PARTECIPATIVO

troppo forse, tanto da pormi il problema che, qualora la mia partecipazione


avesse assunto una funzione troppo “osservativa”, questo avrebbe potuto
modificare negativamente la qualità della relazione fra me e le persone con
cui collaboravo, separandomi eccessivamente da esse.
Il metodo etnografico mi ha posto un ulteriore problema. Esso in genere
prevede che l’etnografo studi l’interazione sociale all’interno di quello che
viene definito “contesto naturale”, ovvero la realtà sociale entro la quale si
trovano immersi gli individui. Fare ricerca nel contesto naturale, secondo
Cardano

si distingue da tutte le tecniche di osservazione dell’interazione sociale che


hanno il proprio paradigma nell’esperimento di laboratorio, nel quale il
ricercatore ha sì modo di osservare nel suo farsi l’interazione sociale, ma al
prezzo di una pesante modifica del contesto entro cui prende forma.
L’interazione sociale osservata in un laboratorio ha come teatro un ambiente
artificiale che – per ragioni ora pratiche, ora etiche – non può che discostarsi
dai contesti di vita ordinari. L’interazione osservata, inoltre, manca di profondità
storica: vuoi perché di breve durata, vuoi perché coinvolge soggetti
reciprocamente e deliberatamente estranei.147

Questa prospettiva contrappone al contesto naturale (naturalmente) dato, il


laboratorio costruito ad hoc dai ricercatori. A livello temporale il contesto
naturale esiste prima che il ricercatore intervenga e continuerà ad esistere
dopo che egli se ne sarà andato. L’etnografia, anzi, descriverebbe la realtà
sociale in modo tanto più fedele quanto più l’etnografo è inutile al contesto.
I tempi di laboratorio, invece, sono stabiliti e controllati dai ricercatori.
L’esistenza stessa del contesto di laboratorio è determinata dalla presenza o
meno degli stessi. Cardano, quando si riferisce a esperimenti di laboratorio,
intende quelle ricerche in cui i partecipanti sono consapevoli di prestarsi ad
una sperimentazione in un set precostituito dai ricercatori. È il caso molto
noto, per fare un esempio, dell’esperimento condotto nel 1961 da Stanley

147
Ibidem, p. 94, corsivo mio.

88
1. Posizionamenti imperfetti

Milgram148 nel tentativo di studiare quanta autorevolezza e obbedienza sia in


grado di generare uno scienziato in camice bianco. Il contesto, in questi casi,
è volutamente “perturbato” dalla presenza del ricercatore che allestisce il set
relazionale al fine di verificare alcune ipotesi del proprio lavoro di indagine.
L’ambiente risulta, per l’appunto, “artificiale” rispetto ai “contesti di vita
ordinari”, in quanto le interazioni che si sviluppano al suo interno sono
governate/orientate dal ricercatore. Così facendo, la relazione fra ricercatore
e osservato non si gioca tanto sul piano orizzontale e paritario della
spontaneità ordinaria quanto sull’asse verticale del sapere in cui il primo sa
e il secondo no. Tuttavia, si noti, non si è al sicuro da questo differenziale di
sapere fra osservatore e osservato nemmeno nel cosiddetto “contesto
naturale”, in cui questo persiste, sebbene orientato nel verso contrario.
L’etnografo non sa esattamente chi sta osservando mentre gli osservati sanno
già tutto quel che devono sapere, ossia niente di più di quel che già sanno.
Anche il concetto di partecipazione rivela qualche ambiguità. Se nel
laboratorio l’osservatore, per poter osservare qualcosa, è necessariamente
partecipante (altrimenti l’esperimento non avrebbe luogo), rischiando, così,
di modificare eccessivamente il campo, nel contesto naturale egli potrebbe
perfino decidere se partecipare o meno, affidando, per esempio, la propria
ricerca a fonti scritte da altri osservatori. La partecipazione dell’osservatore
assume, in questo modo, i caratteri di una scelta più che altro strumentale e
strategica per lo studio del contesto.
Il ricercatore, in ogni caso, raramente appartiene realmente alla comunità del
campo che studia. Al massimo, come afferma Cardano, egli può “perturbare”
in gradi diversi la realtà sociale in cui si trova ad operare (e appuntarsi
opportunamente il fatto sul proprio taccuino). Quel che si rileva, dunque, è
che l’osservazione – sia che avvenga in un contesto naturale piuttosto che in

148
Cfr. Stanley Milgram, Obbedienza all’autorità. Uno sguardo sperimentale (1974), trad it.
Einaudi, Torino, 2003.

89
III. IL LABORATORIO PARTECIPATIVO

uno artificiale – esige che il ricercatore si trovi in posizione esterna al “contesto


etnografico”. È come se, per poter osservare correttamente, è preferibile che
egli non appartenga alla realtà sociale della quale si occupa. Se questa alterità
può agevolare in qualche modo il lavoro comparativo, essa genera, tuttavia,
una differenza sostanziale fra osservatore e osservato e produce una distanza
irrimediabile fra i due. In questo senso l’etnografo si trova giustamente in
una impasse: come ottenere la fiducia dai soggetti studiati? Scrive Cardano
che le relazioni di fiducia «per così dire, fanno abbassare la guardia dei
partecipanti, impegnati nel difendere la propria immagine dallo sguardo
indiscreto del ricercatore. […] [la fiducia] può contribuire ad attenuare quelle
forme di nascondimento e/o di alterazione delle rappresentazioni del sé che
dobbiamo considerare come ipoteca, tanto gravosa, quanto inevitabile di ogni
comunicazione fra il ricercatore e i partecipanti allo studio».149 Anche in
questo caso, esattamente come per il concetto di partecipazione, la fiducia
rischia di apparire come un mero obiettivo strategico cercato dall’etnografo,
attraverso il quale gli sia possibile svelare il vero soggetto che si nasconde
dietro rappresentazioni, secondo il ricercatore, non abbastanza vere.
Questa prospettiva, che propone una dicotomia un po’ troppo netta tra
naturale e artificiale, tra interno ed esterno, tra più-partecipante e meno-
partecipante, tra osservatore e osservato, mi aiuta poco a definire il lavoro di
ricerca svolto nel laboratorio di via Ghedini 6.
Innanzitutto, non è possibile definire il laboratorio né come contesto
artificiale né come contesto naturale. Il grado di governo e orientamento delle
interazioni fra i partecipanti da parte dei ricercatori è pressoché nullo
(vedremo più avanti in che modo) ed è sicuramente garantita la spontaneità
di interazione fra i partecipanti. Nello stesso tempo, però, il laboratorio è un
ambiente creato ex novo, come abbiamo già anticipato, grazie ad un accordo

149
Mario Cardano, La ricerca qualitativa, op. cit., p. 95-99.

90
1. Posizionamenti imperfetti

tra il SAD, la cooperativa che vince l’appalto del servizio di accoglienza e i


ricercatori di “Abitare il dormitorio”. Ha una durata regolata (dalle ore nove
alle quattordici di ogni martedì e giovedì) ma comunque prolungata nel
tempo (attualmente tre anni). CB ha dunque una sua “profondità storica” che
dà modo di osservare le interazioni su un periodo esteso. Che dire infine
dell’estraneità dei ricercatori? CB non avrebbe luogo senza la presenza delle
persone senza casa e dei ricercatori nel medesimo spazio e tempo. Inoltre i
ricercatori non si trovano nel contesto con l’unico fine di osservare i loro
“soggetti di studio” mentre operano ma, in primo luogo, per lavorare con essi,
partecipando alle medesime attività, vivendo gli stessi eventi, condividendo
gli stessi ritmi quotidiani. Senza gli uni non ci sono gli altri a tal punto che,
durante lo svolgimento pratico del laboratorio, diventa difficile operare delle
nette distinzioni categoriche.
Il lavoro osservativo, dunque, è stato ovviamente necessario, ma questo,
invece che essere esclusivamente orientato al recupero di dati utili per una
successiva scrittura etnografica, ha avuto anche un effetto immediato nel
contesto entro il quale agivo. Il lavoro di ricerca si è perciò basato
sull’osservazione dell’interazione che continuamente stabilivo con le persone
senza casa, osservando, così facendo, anche me stesso. L’antropologa Silvia
Stefani definisce questo aspetto di auto-osservazione come “dimensione
riflessiva” dei ricercatori che caratterizza, in realtà, tutti i lavori di ricerca-
azione.150 È un tipo di osservazione che si muove tra dentro e fuori il campo,
tra prima e dopo (in itinere ed ex ante) e che serve a informare e riorientare
continuamente i processi del laboratorio. Senza l’una non c’è l’altra. La
scrittura etnografica, perciò, non può che muoversi parallelamente a questa
continua variazione della realtà. Lo scopo dell’osservazione mira tanto ad
osservare la regola della quotidianità quanto le variazioni che si generano nel

150
S. Stefani, “Antropologia in azione…”, op. cit., p. 186-187.

91
III. IL LABORATORIO PARTECIPATIVO

contesto, laddove queste variazioni, questi continui aggiustamenti, sono il


frutto del dialogo continuo e costante fra ricercatori e partecipanti o, se
proprio vogliamo, fra osservatori e osservati. Descrivere il laboratorio di
Costruire Bellezza significa raccontare un luogo abitato che, in quanto tale,
viene continuamente costruito e modificato dai partecipanti stessi, non
importa se essi siano con o senza casa.
Lo strumento di indagine utilizzato sul campo, per questo motivo, oltre a
qualche pagina di diario, non è stato altro che il dialogo continuo, spontaneo
e per lo più informale con le persone con le quali ho lavorato, pronto a
captare ogni proposta e ogni incertezza, senza mai giudicarle a partire dalla
loro storia ufficiale − ossia quella scritta per loro dai servizi sociali − ma
basandomi solamente su ciò che ognuno, sia io che loro, aveva desiderio e
voglia di fare emergere di sé. In questo senso, mi sono ritrovato ancora una
volta nelle parole che Tim Ingold utilizza per descrivere in cosa consista
l’indagine etnografica (the art of inquiry):

in the art of inquiry, the conduct of thought goes along with, and continually
answers to, the fluxes and flows of the materials with which we work […] [it]
moves forward in real time, along with the lives of those who are touched by it,
and with the world to which both it and they belong. Far from answering to
their plans and predictions, it joins with them in their hopes and dreams. This
is to adopt […] the method of hope. To practice this method is not to describe the
world, or to represent it, but to open up our perception to what is going on
there so that we, in turn, can respond to it. That is to say, it is to set up a relation
with the world that I shall henceforth call correspondence. Anthropology, I
believe, can be an art of inquiry in this sense. We need it in order not to
accumulate more and more information about the world, but to better
correspond with it.151

151
T. Ingold, Making…, op. cit., pp. 6-7.

92
2. Campi, capitali e intersezioni

Torino, via Ghedini 6, novembre 2014. Diario di campo152

Abbiamo finito le sedie e siamo in un momento di stallo nel laboratorio. Ci


guardiamo un po’ attorno e ci chiediamo che fare. Mi viene in mente che c’è
una panca di legno nel cortile di ingresso di via Ghedini. È molto rovinata. In
alcuni punti il legno è marcito, ma propongo di portarla in laboratorio. Con
G., R., F. e C. iniziamo ad ispezionarla: «Questa panca è marcia. Totalmente
marcia. Cosa dobbiamo farne?». R. indispettito dice: «No, no. Questa la butti.
Fa schifo. È buona solo da bruciare. Questa non si tocca». Chiedo perché
buttarla, in fondo è un po’ danneggiata ma credo che possa essere recuperata.
È in legno massello, nei punti in cui non è marcita è ancora molto solida, ha
una forma accogliente, il legno della piano parallelo al terreno si è imbarcato
a conca come se avesse appreso, nel tempo, le forme anatomiche umane di
appoggio da seduti.
«Ma perché la vuoi buttare?» chiedo. «Ma perché fa schifo, è vecchia, è stata
fuori anni, è inutile. Solo da bruciare». R. si infervora. Insisto ancora un po’,
dicendo che potremmo provare a sistemarla e rimetterla in piedi, che sarebbe
una sfida ma che confido nel fatto che abbiamo le capacità per farlo. Borbottii.
Mi sembra di non essere stato convincente per cui sono pronto a lasciar
perdere. G. dopo un po’ mi dice: «Guarda che ho capito il discorso che fai:
partire da una cosa un po’ rovinata, abbandonata e cercare di metterla a posto
è più stimolante, più arricchente…». Mi stupisce la riflessione di G. e mi
stimola un pensiero che non avevo ancora razionalizzato: quanto è casuale il
fatto che in laboratorio lavoriamo con oggetti abbandonati e inutili, che
sembrano avere ben poche speranze di essere recuperati?
In ogni caso, sia io che G. sappiamo che R. ha un’influenza forte all’interno del
laboratorio, per cui se non è disposto a collaborare diventa difficile procedere.
Dopo qualche minuto, dopo che G. e R. si sono confrontati, R si avvicina a me
dicendomi: «allora dovremmo fare una foto alla panca come è adesso e poi
farne una alla fine».

152
Questo estratto è frutto di una rielaborazione del mio diario di campo unito ad alcuni
eventi che ho raccontato durante un’intervista che mi è stata sottoposta dall’antropologa
Silvia Stefani. Durante i primi due anni di sperimentazione di Costruire Bellezza, infatti,
essa ha collaborato al gruppo di ricerca nell’ambito del suo percorso di dottorato.
Durante questo periodo Stefani ha, tra le altre cose, condotto una serie di interviste in
profondità a tutti i partecipanti del laboratorio, compresi gli studenti e i ricercatori. Le
interviste non sono mai state pubblicate ma fanno parte del materiale ad uso interno del
gruppo di ricerca di “Costruire Bellezza”. Rispetto al lavoro di Stefani nel laboratorio di
CB si veda: S. Stefani, “Antropologia in azione…”, op. cit.
III. IL LABORATORIO PARTECIPATIVO

Quella panca non verrà mai ultimata. R. dopo qualche settimana verrà preso
in carico da un'altra istituzione, quella penitenziaria, a seguito dell’esito di
un processo a suo carico. L’allontanamento improvviso di R. aveva generato
un senso di tristezza all’interno di Costruire Bellezza, accompagnato da
qualche perplessità e un discreto senso di fallimento rispetto alle rigide
regole del sistema sociale. Il lungo lavoro con R., durato anni, da parte degli
operatori sociali e dagli assistenti del SAD, si era frantumato in un attimo, a
seguito di una sentenza di reato giunta dopo moltissimo tempo. R. dovrà
rimanere in carcere per anni. Di nuovo.
Durante il lavoro insieme, R. mi aveva raccontato qualcosa della sua vita e il
carcere era per lui motivo di vergogna e di vanto insieme: «non è che ne vado
fiero, ma il tempo passato in carcere serve a farmi una reputazione in
dormitorio. Fa capire agli altri che mi devono lasciare stare e che non mi
devono rompere i coglioni, perché io so come funziona dentro. Mi han messo

94
2. Campi, capitali e intersezioni

gli schiavettoni153 a me». Quest’atteggiamento difensivo e aggressivo nei


confronti degli altri era quasi del tutto smorzato all’interno del laboratorio.
«Io sono famoso nel giro dei dormitori, perché non sono come sono qui (in
laboratorio)». Spesso, durante questi anni di esperienza in CB, mi sono state
dette frasi con lo stesso significato da altre persone che vivono in dormitorio
con cui ho collaborato. Sovente, quando gli assistenti sociali delle persone
senza casa passano dal laboratorio, domandano agli assistiti se si stanno
comportando bene. Quando chiedo loro, a mia volta, il perché di questa
domanda da parte degli assistenti sociali, la risposta suona così: «perché
sanno come mi comporto fuori».
In laboratorio ci si comporta diversamente, apparentemente “meglio”,
rispetto a fuori; e in qualche modo, potrei fare un’affermazione simile anche
per quanto riguarda me stesso. Il contesto del laboratorio appare, dunque,
come un luogo a sé, relativamente distinto dal mondo esterno, in grado di
influenzare la qualità delle interazioni che si producono fra gli individui.
Non è importante, in questo momento, qualificare questa variazione del sé
rispetto agli altri come migliore o peggiore ma, principalmente, è
fondamentale capire i motivi per i quali questa si sviluppa. Per fare questo
indagheremo, in primo luogo, gli aspetti più “strutturali” che determinano
l’emergere di modalità comportamentali e relazionali diverse rispetto a un
dentro e un fuori il laboratorio, e successivamente procederemo ad
evidenziare qualitativamente il tipo di interazioni.
È possibile intendere il laboratorio di CB come uno specifico campo (champ),
adottando la definizione proposta da Bourdieu. Egli afferma che:

Un campo può essere definito come una rete o una configurazione di relazioni
oggettive tra posizioni. Queste posizioni sono definite oggettivamente nella loro

153
Tipo di manetta molto rigido oggi in disuso. Rispetto alle classiche manette formate
da due ovoidali in acciaio collegati da una catena, lo schiavettone è composto da un
tondino in ferro a E su cui scorre e si avvita un altro elemento in ferro che serve a
stringere il più possibile i polsi. È una sorta di morsa che impedisce il benché minimo
movimento.

95
III. IL LABORATORIO PARTECIPATIVO

esistenza e nei condizionamenti che impongono a chi le occupa, agenti o


istituzioni, dalla loro situazione (situs) attuale e potenziale all’interno della
struttura distributiva delle diverse specie di potere (o di capitale) il cui possesso
governa l’accesso a profitti specifici in gioco nel campo, e contemporaneamente
dalle relazioni oggettive che hanno con altre posizioni (dominio,
subordinazione, omologia…)154

Come si configurano, dunque, le “relazioni oggettive tra posizioni” che


condizionano i partecipanti del campo-laboratorio?
Come anticipato, nella costituzione del campo assume un rilievo importante
il piano istituzionale dell’assistenza sociale. Per il SAD, infatti, il laboratorio
è un luogo di “tirocinio di socializzazione in ambiente lavorativo”155 i cui
beneficiari sono le persone senza dimora in carico ai servizi sociali torinesi
che fanno parte di coloro che il Comune di Torino definisce “lavoratori
svantaggiati”156. Il tirocinio è, dunque, uno strumento per le politiche di
reinserimento lavorativo che viene attivato non solo in via Ghedini, ma anche
in altre strutture di accoglienza della città.157 «Il tirocinio viene, in ogni caso,
avviato in attuazione di uno specifico progetto individuale volto a facilitare
l’inserimento nel mondo del lavoro o a migliorare la personalità dell’individuo».158
In questo senso, il tirocinio è considerato dal SAD come un mezzo volto a
perseguire questa doppia finalità, che è poi una sola: adattare (o ri-adattare)

154
P. Bourdieu, L. J. D. Wacquant, Risposte. Per un’antropologia riflessiva, trad. it., Bollati
Boringhieri, Torino, 1992, pp-66-85.
155
«Per Tirocini di socializzazione in ambiente lavorativo si intendono le azioni
predisposte per soggetti non in grado di essere avviati al lavoro per mancanza dei pre-
requisiti di base. Tali inserimenti di socializzazione hanno finalità educative, socio-
culturali, terapeutiche, di mantenimento di abilità.» (Regolamento dei tirocini di formazione
e orientamento attivati dalla Città di Torino in attuazione dell'articolo 18 della legge 196/1997
a favore dei soggetti svantaggiati e disabili, deliberazione del Consiglio Comunale del 4
ottobre 2004).
156
«qualsiasi persona appartenente ad una categoria che abbia difficoltà ad entrare, senza
assistenza, nel mercato del lavoro, vale a dire qualsiasi persona che soddisfi almeno uno
dei criteri seguenti…» (Regolamento dei tirocini di formazione e orientamento…,
deliberazione del Consiglio Comunale del 4 ottobre 2004).
157
Altri tirocini di questo tipo sono attivi nella Casa di ospitalità di Via Carrera, 181 Casa
di ospitalità Via Carrera, 181 e in quella di Via delle Ghiacciaie, 68/A.
158
Art. 6, Regolamento dei tirocini di formazione e orientamento…, deliberazione del
Consiglio Comunale del 4 ottobre 2004. (Corsivo mio).

96
2. Campi, capitali e intersezioni

l’individuo al mondo del lavoro159. È la presenza dei “lavoratori svantaggiati”,


nonché persone senza casa, dunque, che pone in essere il laboratorio.
Parallelamente, come già osservato, è altrettanto rilevante la presenza
dell’istituzione universitaria, incarnata nel gruppo di ricerca “Abitare il
dormitorio”. I ricercatori universitari contribuiscono, infatti, a “produrre” il
campo e partecipano al laboratorio con l’obiettivo di approfondire i nodi
tematici di ricerca rispetto ai temi dell’homelessness, emersi durante le
sperimentazioni precedenti di progettazione e produzione partecipata.
Traducendo in modo molto schematico, è l’incontro degli obiettivi di queste
due istituzioni che governa l’accesso dei partecipanti al campo. Il SAD
introduce nel laboratorio le persone senza casa in tirocinio, e di conseguenza
gli assistenti sociali di ognuno di loro e tutto il sistema degli educatori e
operatori sociali – compresa la cooperativa che ha vinto l’appalto di gestione
della struttura di accoglienza – mentre il gruppo di ricerca universitario
definisce l’accesso dei ricercatori stessi, degli studenti di design, di
antropologia e di scienze dell’educazione e, lateralmente, degli artigiani che
partecipano saltuariamente al progetto.
Si può affermare che la partecipazione di ognuno è influenzata, in prima
battuta, dalla propria posizione relativa a questo sistema di relazioni
oggettive. La prospettiva bourdeusiana è di tipo relazionale (mode de pensée
relationnel) per cui «il reale è relazionale: ciò che esiste nel mondo sociale è
fatto di relazioni; non interazioni o legami intersoggettivi tra agenti, ma
relazioni oggettive che esistono “indipendentemente dalle coscienze e dalle
volontà individuali”, come diceva Marx»160. In altre parole, l’interazione tra gli
individui è immersa in una realtà sociale pre-esistente e storicamente definita
che è inestricabilmente relazionale, in quanto dipende da una molteplicità di
fattori (relazioni oggettive) che interagiscono costantemente fra loro. La forma

159
Altre finalità, non esplicitate dal regolamento, emergeranno nel corso dell’etnografia.
160
P. Bourdieu, L. J. D. Wacquant, Risposte…, op. cit., pp-66-85.

97
III. IL LABORATORIO PARTECIPATIVO

pratica della realtà sociale è il campo, o meglio, l’insieme relazionale di campi,


in cui l’individuo è, di volta in volta, immerso. Le interazioni fra gli individui
sono, dunque, «la risultante visibile, e puramente fenomenica,
dell’intersezione tra campi gerarchizzati»161, ossia delle regole che ogni campo
stabilisce in relazione agli altri. Questa prospettiva è utile per comprendere
gli aspetti che condizionano la partecipazione dei diversi soggetti al
laboratorio di Costruire Bellezza.
Non è ininfluente sottolineare che i partecipanti provengono da due campi
(quello universitario e quello dell’assistenza sociale) che hanno relazioni
gerarchiche con il campo-laboratorio nettamente differenti. Gli studenti, i
ricercatori e gli artigiani partecipano al laboratorio per diversi motivi, tra i
quali: la possibilità di condurre la propria ricerca scientifica, di svolgere il
proprio tirocinio formativo curriculare, oppure per lavoro, esperienza
professionale, formazione, etc. Il laboratorio è, in ogni caso, un luogo in cui
si ha l’opportunità di apprendere qualcosa di utile per i diversi percorsi di
vita di ognuno. È un campo che ha ovviamente particolarità specifiche, ma
che è in rapporto paritario (ossia non evidentemente gerarchico) rispetto alle
relazioni oggettive che esso stabilisce con gli altri campi di
apprendimento/lavoro in cui sono normalmente inseriti gli individui.
Per quanto riguarda le persone senza casa, invece, la partecipazione al
laboratorio è legata più specificamente al proprio percorso all’interno dei
servizi assistenziali. Il laboratorio è, per loro, una “tappa” importante
all’interno del percorso per l’ottenimento della casa popolare. Nel caso
torinese, infatti, la casa è il “traguardo” finale del percorso di “reinserimento”
sociale in cui le persone vengono guidate dai loro assistenti sociali. Il
reinserimento avviene attraverso il cosiddetto modello a gradini, secondo il
quale l’individuo inizia dalla strada, passa attraverso i dormitori di bassa

161
Ibidem, p. 206.

98
2. Campi, capitali e intersezioni

soglia, viene “agganciato” e preso in carico dai servizi, passa alle case di
accoglienza prolungata, successivamente alle “convivenze guidate in alloggi”
e, infine, alla casa.162 Come afferma Porcellana:

Se da una parte il modello a gradini sembrava essere funzionale per garantire


una graduale ripresa di autonomia da parte delle persone inserite nel percorso,
dall’altra richiedeva all’utente di essere sottoposto a continue valutazioni circa
le sue scelte, le sue azioni, le sue intenzioni. Gli obiettivi da raggiungere erano
fissati dal progetto educativo e non dalla persona e, anzi, in questa logica, il
“referente del caso” – educatore o assistente sociale – era tenuto a sanzionare
tutte le deviazioni dal percorso previsto, tanto che il passaggio ai gradini
successivi sembrava rispondere ad una logica premiale rispetto alla
riacquisizione progressiva dell’uso del denaro, della cura di sé, della
progettazione della propria vita.163

La partecipazione al laboratorio rientra pienamente in questo meccanismo.


Molte delle persone con cui ho lavorato non hanno esitato a confermarmi che
la loro presenza in laboratorio era dovuta esclusivamente al fatto che avessero
intrapreso questo lungo percorso assistenziale e che «non è che sono stato
obbligato a venirci qui, però non è che avevo altre scelte», come mi ha detto
A. una volta. Oppure, come ha sostenuto F. riferendosi al proprio assistente
sociale e ai funzionari del SAD: «Mah, mi hanno detto che dovevo venire qui
e ci sono venuto, che ne so io». La relazione oggettiva che il sistema
assistenziale stabilisce con il laboratorio è dunque fortemente gerarchica e
questo influenza necessariamente il comportamento delle persone senza casa
che partecipano al laboratorio. A queste persone è più o meno implicitamente
chiesto di “socializzare” con gli altri e soprattutto di “comportarsi bene”, di
rispettare le regole, affinché possano procedere nel percorso verso
l’ottenimento della casa popolare.
Oltre a questo, i tirocinanti inviati dal SAD ottengono un piccolo
riconoscimento economico per le ore di tirocinio (2 € l’ora, circa). Una cifra
troppo bassa perché questo tempo sia definito come lavoro, ma comunque

162
Per un’analisi dettagliata del “modello a gradini” si veda V. Porcellana, Dal bisogno al
desiderio, op. cit., cap. II.
163
V. Porcellana, Dal bisogno al desiderio, op. cit., cap. II.

99
III. IL LABORATORIO PARTECIPATIVO

utile (secondo i funzionari del SAD) a rendere regolare l’impegno di ognuno,


nonché a riavvicinarlo ai meccanismi del lavoro salariato. La questione del
compenso, in realtà, è foriera di malcontenti e generatrice, a volte, di
incomprensioni e incoerenze. In primo luogo, i frequenti ritardi
dell’amministrazione comunale (e delle circoscrizioni) nell’emettere gli
assegni per i tirocinanti, rischiano di creare non pochi malumori all’interno
del laboratorio. Secondo, perché il compenso (in ogni caso misero) è spesso
motivo di dibattito rispetto al valore che viene dato al tempo e alle
competenze di ognuno. Nonostante, come affermano molte persone senza
casa, “non ci siano troppe altre scelte” che partecipare al laboratorio, la cifra
che viene loro riconosciuta pone una sorta di limite al coinvolgimento delle
persone nelle diverse attività, soprattutto per coloro che hanno maggiori
capacità pratiche da spendere nel laboratorio. Insomma, non è raro che se le
attività del laboratorio diventano troppo riconoscibili come attività tecniche
e professionali (dare il bianco, aggiustare un rubinetto, riparare un letto rotto,
aggiustare una serratura, etc.) venga espressa la perplessità che ci si stia
prestando ad un banale lavoro sottopagato. Ritorneremo sulla questione.
Ad ogni modo, la spiegazione di questo meccanismo relazionale e gerarchico
fra i campi può fornire una prima motivazione per comprendere la diversità
di comportamento che gli individui adottano in dormitorio e in laboratorio,
ma non è sufficiente.
Un secondo aspetto è relativo al fatto che, ancora in accordo con Bourdieu,
«il cosmo sociale è costituito dall’insieme di […] microcosmi sociali
relativamente autonomi, spazi di relazioni oggettive in cui funzionano una
logica e una necessità specifiche, non riconducibili a quelle che regolano altri
campi»164. Bourdieu specifica, dunque, che ogni campo, pur non essendo per
nulla separato dagli altri campi, ha delle proprie specificità. Egli utilizza un

164
P. Bourdieu, L. J. D. Wacquant, Risposte, op.cit., pp-66-85.

100
2. Campi, capitali e intersezioni

esempio che rende più immediato il suo pensiero, accostando il concetto di


campo a quello di gioco (jeu):

In effetti il campo può essere paragonato a un gioco (sebbene, a differenza del


gioco, non sia il prodotto di una creazione deliberata e obbedisca a regole, o
meglio regolarità non esplicitate e codificate). Ci sono quindi delle poste in
gioco che sono in sostanza il prodotto della competizione tra i giocatori; un
investimento nel gioco, illusio (da ludus, gioco): i giocatori sono presi dal gioco, e si
contrappongono, talvolta anche aspramente, solo in quanto hanno in comune il
fatto di accordare al gioco, e alla posta in gioco, un credo, una convinzione
(doxa), un riconoscimento che sfugge alla messa in discussione (i giocatori
accettano che il gioco valga la pena di essere giocato, che il gioco valga la
candela, perché stanno al gioco, e non per un ‘contratto’) e questa intesa, questa
collusione è alla base della loro competizione e dei loro conflitti.165

Benché in rapporto di relazione oggettiva, il campo-dormitorio e il campo-


laboratorio sono definiti da regole ben diverse se non del tutto opposte. La
vita in dormitorio mi è stata spesso raccontata come una vita stressante volta
alla “sopravvivenza”. Ognuno deve badare a sé e alle proprie (poche) cose
affinché non gli vengano rubate dagli altri; deve farsi rispettare per
mantenere i propri spazi, i propri turni per l’utilizzo del bagno o della
lavatrice, per poter scegliere cosa guardare alla tv o se tenere la luce della
camera accesa o spenta, se aprire o chiudere la finestra, etc. La vita in
dormitorio è una “convivenza forzata” per cui il rapporto con l’altro è
impostato sul disinteresse reciproco, piuttosto che sulla paura o sul conflitto
e solo molto raramente sulla fiducia. L’unico fine comune che potrebbe
essere possibile rilevare è quello di passare indenni la nottata.
All’interno del laboratorio invece, com’è stato accennato, tutti i partecipanti
sono invitati a collaborare insieme per produrre oggetti e manufatti. In luogo
della sopravvivenza del singolo vi è una spinta al lavoro collettivo, in cui il
rapporto e l’interazione con gli altri costituisce la base imprescindibile su cui
si poggia l’intero svolgimento del laboratorio. Attraverso il lavoro sugli oggetti
si è obbligati a relazionarsi con gli altri in maniera positiva, si è spinti a
lavorare ad un obiettivo comune. È questa la regola non scritta del gioco-

165
Ibidem, pp. 66-85.

101
III. IL LABORATORIO PARTECIPATIVO

laboratorio. In questo consiste la posta in gioco, la collusione e anche il patto


rispetto al quale gli individui sono invitati a partecipare.
La teoria sociale di Bourdieu prevede che ogni individuo fornisca delle
risposte al contesto attingendo dal proprio capitale (economico, culturale,
sociale e simbolico)166 e sempre prodotte dal proprio habitus. Il fatto che i due
campi (dormitorio e laboratorio) abbiano regole diverse e mettano in gioco
poste differenti, non significa che questi producono individui diversi, ma
significa che la partecipazione ai differenti giochi richiede risposte e
“investimenti” alternativi. Gli individui:

possono avere i loro atouts, le loro carte vincenti, che possono avere maggiore o
minor valore a seconda del gioco; e come cambia il valore relativo delle carte a
seconda dei giochi, varia anche la gerarchia delle diverse specie di capitale
(economico, culturale, sociale, simbolico) nei diversi campi. In altre parole, ci
sono carte che sono valide ed efficienti in tutti i campi – le specie fondamentali
di capitale – ma il loro valore relativo di carta vincente varia a seconda dei campi
e anche a seconda degli stati successivi di uno stesso campo.167

Nel caso di R., per esempio, l’atout della propria esperienza in carcere (che fa
riferimento al proprio capitale culturale) assume un valore alto nel campo-
dormitorio e quasi nullo nel campo-laboratorio. Osserveremo nel prossimo
capitolo quali sono i “capitali” che vengono attivati nel laboratorio e
attraverso quali processi pratici emergono.
L’analisi sin qui proposta ha inteso definire, sebbene parzialmente, quali
siano le motivazioni che riuniscono, nello stesso luogo, le persone senza casa
e gli studenti e i ricercatori universitari. Se, nel caso di coloro che provengono
dal campo-università, la volontà di partecipare al laboratorio è
tendenzialmente la conseguenza di una libera scelta rispetto al proprio
percorso formativo o di vita, per quanto riguarda le persone senza casa, la
partecipazione – sebbene non possa considerarsi, a tutti gli effetti,

166
Per una sintesi delle diverse forme di “capitale” si veda P. Bourdieu, L. J. D. Wacquant,
Risposte. Per un’antropologia riflessiva, op. cit., cap. II.
167
Ivi.

102
2. Campi, capitali e intersezioni

obbligatoria – è frutto di una possibilità di scelta, quanto meno, limitata. Per


quanto riguarda questo secondo caso si è voluto, dunque, sottolineare che la
situazione di vita in sé influisce non poco sui modi di comportamento che le
persone senza casa sono portate a “performare” nel laboratorio. “Comportarsi
bene”, rispettare le regole del gioco della collaborazione, partecipare
mostrando interesse alle attività svolte, sono risposte che vengono prodotte
dall’individuo − quanto più o meno coscientemente e intenzionalmente è
difficile appurarlo − parzialmente in virtù della relazione che intercorre fra il
laboratorio e il sistema socio-assistenziale; relazione oggettiva che prende
forma al di fuori dell’esperienza di Costruire Bellezza. L’analisi delle relazioni
che si definiscono fra i partecipanti del laboratorio sarebbe parziale se non
si tenesse in considerazione che una parte dei componenti partecipa
nell’ottica di procedere, il più velocemente possibile, all’interno del percorso
per il raggiungimento della casa, dell’autonomia e per uscire dalla propria
condizione di marginalità. È importante, insomma, tenere presente che – per
chi si trova nella condizione di essere senza casa – partecipare al laboratorio
è più una necessità che una possibilità. È necessario partecipare al gioco e
rispettarne le regole, anche qualora il gioco non piaccia del tutto, perché il
raggiungimento degli obiettivi interni al gioco-laboratorio può essere
strategico e strumentale al raggiungimento di obiettivi che sono in realtà
esterni al laboratorio in sé.
La prospettiva bourdieusiana con la quale ci siamo confrontati può apparire
un po’ rigida e a tratti deterministica, oltre ad essere un tipo di analisi che −
soprattutto quando utilizza concetti come “investimento”, “profitto” e
“strategia” − sembra strizzare l’occhio all’idea di utilitarismo della teoria
economica classica. Bourdieu descrive la realtà sociale come una relazione fra
posizioni oggettive che, secondo l’autore, esistono a prescindere dalle “volontà
individuali” e che sembrano lasciare uno spazio limitato all’azione degli

103
III. IL LABORATORIO PARTECIPATIVO

individui. É per questo che Bourdieu, per non rischiare una lettura troppo
strutturalista della realtà, aggiunge che

il campo delle posizioni è metodologicamente inseparabile dal campo delle


prese di posizione, inteso come sistema strutturato delle pratiche e delle
espressioni degli agenti […] il che non vuol dire affatto che gli individui siano
delle pure ‘illusioni’, che non esistano […] gli agenti sociali non sono ‘particelle’
trainate e spinte meccanicamente da forze ‘esterne’. Sono piuttosto portatori di
capitale e, a seconda della loro traiettoria e della posizione che occupano nel
campo, in virtù della dotazione di capitale (volume e struttura) di cui
dispongono, possono avere una propensione a orientarsi attivamente, o verso la
conservazione della distribuzione del capitale, o verso la sovversione di quella
distribuzione.168

Questo significa, quindi, che il campo non è per nulla da intendersi come un
dato di fatto imperturbabile, ma anzi «il campo è luogo di rapporti di forza –
e non solo di senso – e di lotte mirate a trasformarlo, e di conseguenza è un
luogo di cambiamento costante.»169 Ed è proprio con queste istanze di
cambiamento che il campo-laboratorio si confronta costantemente e anzi, è
proprio a partire da esse che si alimenta e procede.
Non so che cosa G. e R. si siano detti in quell’occasione della panca, fatto sta
che, decidendo di procedere, si sono messi in gioco, si sono confrontati e
hanno deciso che valeva la pena provare a sistemare quell’oggetto insieme,
che ci si poteva investire qualcosa. È difficile dire se in quel dialogo siano
state prese in causa le regole che avevano a che fare con le loro posizioni
rispetto alle relazioni oggettive che il campo-laboratorio intrattiene con il
campo-dormitorio – e più in generale con quelle del campo dei servizi sociali
– o se invece sono state proposte delle regole nuove, delle prospettive
rivoluzionarie rispetto al lavoro artigianale da fare. In ogni caso, hanno optato
per una “distribuzione del capitale”, hanno deciso di mettere in campo, a
beneficio collettivo, le proprie capacità. In luogo del conflitto è stata stretta

168
Ivi. Corsivo mio.
169
Ivi.

104
2. Campi, capitali e intersezioni

un’alleanza. E questa è servita al gruppo per andare avanti, per iniziare


qualcosa di nuovo.

105
III. IL LABORATORIO PARTECIPATIVO

106
3. Il capitale pratico

Abbiamo osservato che la disposizione, la disponibilità e gli obiettivi con i


quali ogni soggetto partecipa al laboratorio differiscono in base alla posizione
rispetto al campo “di provenienza”. A questo si aggiunge che la presenza dei
singoli partecipanti ha una durata variabile e, quasi per tutti, limitata nel
tempo. Le persone senza casa – secondo le regole dettate dal SAD – possono
partecipare per un massimo di nove mesi; gli studenti universitari restano nel
laboratorio circa uno/due mesi, a seconda del loro progetto formativo. Fanno
eccezione il responsabile della cooperativa, i ricercatori universitari e i loro
collaboratori, la cui presenza è variata, nel corso della sperimentazione,
dall’anno ai (quasi) tre anni. La differenza sostanziale tra il primo gruppo e il
secondo consiste nel fatto che, mentre la presenza delle persone senza casa e
degli studenti ha una scadenza determinata (un limite massimo di durata),
per il secondo gruppo la durata varia in base a scelte e esigenze personali.
III. IL LABORATORIO PARTECIPATIVO

Queste due diverse prospettive temporali di partecipazione hanno una certa


influenza rispetto al coinvolgimento delle persone ma, in particolar modo, è
stato possibile osservare con una discreta ricorrenza una diminuzione di
adesione, una sorta di distaccamento quasi fisiologico dal progetto, in
prossimità della fine del percorso. La discriminante della durata è un fattore
importante che caratterizza Costruire Bellezza ma esso è relativamente
ininfluente rispetto al coinvolgimento quotidiano nel laboratorio. La
“provenienza” e il “tempo determinato”, in ogni caso, influiscono solo in parte
sugli investimenti che ognuno mette in campo all’interno del laboratorio.
Per spiegare schematicamente – e semplificando un po’ – il gioco-laboratorio,
si può affermare che esso pone un obiettivo e una regola espliciti ma non
normati: l’obiettivo consiste nel progettare/produrre/costruire manufatti; la
regola è di farlo insieme, ossia con il contributo di tutti i partecipanti.
Entrambi, obiettivo e regola, non sono scritti né sono stati decisi a priori dai
coordinatori, ma si sono configurati e definiti nel tempo. A tal proposito, fin
dal mio primo ingresso nel laboratorio, l’unica richiesta esplicita che mi
venne fatta dai coordinatori del progetto fu semplicemente quella di
partecipare alle attività del laboratorio, di stare nei processi. Fui sicuramente
contattato per le mie competenze progettuali e per le mie capacità artigianali,
che derivavano dalle esperienze scolastiche e lavorative precedenti, ma
queste dovevano più che altro essere messe a disposizione della collettività
dei partecipanti, più che guidare i processi progettuali e produttivi. Come già
accennato, si trattava, niente più che di collaborare con gli altri, di lavorare
insieme.
In tal senso, in accordo con Richard Sennett, è possibile intendere la
partecipazione come una collaborazione, ovvero «uno scambio in cui i

108
3. Il capitale pratico

partecipanti traggono vantaggio dall’essere insieme. […] Collaborano insieme


per realizzare ciò che non riuscirebbero a fare da soli»170.
Nel caso di Costruire Bellezza la collaborazione fra i soggetti si determina
attorno agli oggetti che di volta in volta vengono costruiti. È una
collaborazione materica che passa attraverso attività molto pratiche.
Questa implica, dunque, che l’incontro tra i partecipanti avvenga, in prima
battuta, sul piano delle competenze pratiche rispetto alla trasformazione della
materia.
Se si volesse utilizzare ancora il linguaggio di Bourdieu, si potrebbe ipotizzare
e definire un ulteriore tipo di capitale che emerge all’interno del laboratorio:
una sorta di capitale pratico. Questo ha a che fare con il campo particolare
della materia – della sostanza fisica e dei diversi materiali da cui è costituita
– che si esprime nel contatto e nell’azione diretti del soggetto con essa.
Questo tipo di capitale potrebbe anche essere inteso come l’insieme delle
competenze artigianali, ma sarebbe una definizione troppo legata alle diverse
tipologie di tecniche che vengono usualmente espresse attraverso le
professioni – intese nel senso che acquistano all’interno del sistema della
divisione del lavoro171. Non si vuole, quindi, intendere ciò che ha
specificamente a che fare con lo svolgimento di una mansione unica, ossia
con la professione172. Il capitale pratico riguarda, piuttosto, la capacità del

170
Richard Sennett, Insieme. Rituali, piaceri politiche della collaborazione (2012), trad.it.
Feltrinelli, Milano, 2014, p. 15.
171
Secondo Hannah Arendt, in realtà, non sarebbe corretto «confondere» la divisione del
lavoro «che si sviluppa direttamente dal processo lavorativo» e la specializzazione.
L’autrice, infatti, sottolinea che «mentre la specializzazione nel processo dell’operare è
essenzialmente guidata dallo stesso prodotto finito, la cui natura è di richiedere
differenti abilità che poi vengono messe in comune e organizzate insieme, la divisione
del lavoro, al contrario, presuppone l’equivalenza qualitativa di tutte le singole attività
per le quali nessuna speciale abilità è richiesta; e queste attività non hanno nessun fine
in se stesse, ma praticamente rappresentano solo certe quantità di forza-lavoro che
vengono sommate assieme in modo puramente quantitativo. […] Questa unificazione è
l’opposto esatto della cooperazione, indica l’unità della specie, rispetto alla quale ogni
singolo membro è identico e permutabile.» Hannah Arendt, Vita activa. La condizione
umana (1958), trad. it., Bompiani, Milano, 2012, pp. 87-88.
172
Una lettura interessante in merito alla professionalizzazione odierna del lavoro ci è
suggerita da Ivan Illich, il quale afferma che il sistema attuale si influenzato da una

109
III. IL LABORATORIO PARTECIPATIVO

soggetto di guidare la possibilità di condotta del materiale e di regolare le


possibili conseguenze che derivano dalla reazione di questo alle azioni su di
esso. Il capitale pratico è, dunque, da intendersi come l’insieme di tutte le
conoscenze, competenze, capacità e abilità pratiche che l’individuo ha
acquisito nel tempo e che definisce e orienta l’attività pratica dell’individuo
nel momento in cui si trova a fronteggiare la materia con l’obiettivo di
modificarla, plasmarla, trasformarla. Tale capitale si esprime, in definitiva,
nella capacità predittiva di rispondere e riorientare le proprie azioni a
seconda delle reazioni che le diverse variabili della materia esprimono. Il
capitale pratico rappresenta il diverso grado di abilità di instaurare un
rapporto dialogico con la materia all’interno dei diversi contesti materici.
Sapere come si adoperano diversi utensili, in questo senso, aumenta la
dotazione di capitale pratico, ma non lo definisce esclusivamente.
Per esempio, all’interno del laboratorio di Costruire Bellezza, R. affermava di
saper utilizzare un utensile che avevamo a disposizione: una smerigliatrice
angolare, anche detta moletta o flessibile piccolo173. È un attrezzo elettrico che
ha un impatto molto aggressivo sul materiale. Non è facile da utilizzare per
lavori di precisione se non si ha una competenza elevata nel maneggiarlo e
nel dosare la forza rotativa che sprigiona. R. propose di utilizzarlo per levigare
le sedie che stavamo ristrutturando. L’idea gli venne perché le tecniche che
avevamo utilizzato per quello scopo, fino a quel momento, si stavano
dimostrando molto lunghe in termini di tempo. I risultati emergevano in
modo lento e R. mostrava una certa impazienza nel vedere il lavoro ultimato.

“tirannia delle professioni”: «il potere professionale è una forma privilegiata di


prescrivere ciò che è giusto per i terzi e di cui essi hanno perciò bisogno […]
L’accettazione pubblica delle professioni dominanti costituisce un fatto essenzialmente
politico. La nuova professione crea una nuova gerarchia, nuovi clienti e nuovi esclusi.»
Ivan Illich, Disoccupazione creativa. Un nuovo equilibrio tra le attività svincolate dalle leggi di
mercato e il diritto all’impiego (1978), trad. it., red!, Cornareto (MI), 2015, pp. 43-47.
173
Macchina utensile di piccole dimensioni costituita da un motore che si trova
all’interno dell’impugnatura, il quale imprime un movimento rotatorio molto rapido a
un disco che si trova all’estremità dell’attrezzo. Il disco può avere utilizzi diversi tra cui
il taglio o la molatura.

110
3. Il capitale pratico

Senza troppe remore R., nonostante qualche perplessità, inizia a levigare la


sedia con la moletta. R. impugna bene l’utensile e si vede che l’ha già utilizzato
altre volte. Il materiale superficiale da rimuovere viene via con maggiore
facilità rispetto alla levigatura manuale o meccanica con cartavetro, ma R. non
è in grado di dosare la potenza dell’arnese, per cui asporta più materiale del
dovuto, lasciando solchi profondi e scuri sul legno.174

Il capitale pratico di R., quindi, nonostante conoscesse discretamente lo


strumento in questione, risultava relativamente basso. Egli non si rendeva
conto che stava utilizzando l’utensile in mondo non del tutto adatto rispetto
allo scopo e al materiale con il quale stava lavorando. Quando gli feci notare
la cosa si giustificò dicendo che non ci vedeva bene perché aveva problemi
di presbiopia. Solo dopo qualche tempo sono riuscito a convincerlo a portare
in laboratorio e indossare gli occhiali di cui si vergognava tanto. Questo
migliorò un po’ la qualità del lavoro, ma non troppo.
Il capitale pratico è, dunque, ciò che viene messo maggiormente in gioco in
laboratorio, è l’atout, la carta che sembra avere maggior valore nel campo-
laboratorio. Questo si nota anche a livello verbale. Il fatto che l’incontro fra i
partecipanti avvenga in un contesto artigianale fa sì che ciò che viene
raccontato di sé durante i primi giorni, spesso, abbia a che fare proprio con
le proprie competenze pratiche. La prima relazione consiste, quindi, in una
sorta di ostentazione delle proprie abilità e competenze che viene espressa
attraverso un elenco – il più ampio possibile – delle proprie esperienze
pregresse e nel mostrarsi abili riferendosi ad attrezzi e conoscenze tecniche
con sicumera. È come se si tendesse a “scoprire” subito tutte le carte e anche,
bluffando, quelle che non si possiedono davvero. Mi è capitato, a volte, di
interpretare questa “prima mano di gioco” – che nel linguaggio del gioco
delle carte corrisponderebbe ad un all-in, un punta tutto – come un’occasione
di sfogo da parte delle persone senza casa, collegandola al fatto che,

174
Diario di campo, ottobre 2014.

111
III. IL LABORATORIO PARTECIPATIVO

usualmente, vengano riconosciute loro dalla società ben poche abilità


pratiche – per non parlare di quelle logico-mentali – data l’attuale condizione
di indigenza e fallimento. L’ostentata sicurezza sembra rispondere alla
necessità individuale di essere riconosciuto abile e portatore di competenze;
un’occasione in cui è possibile mostrarsi, finalmente, ricco di qualcosa. Non
sempre accade questo, alle volte il proprio capitale pratico emerge
lentamente, viene giocato pian piano. Viceversa, però, nel caso in cui la
persona si senta sin da subito dotata di poco capitale pratico, o nullo, la
sicurezza lascia il posto ad una esplicita insicurezza: «io non so se sono in
grado di partecipare al laboratorio perché non ho mai fatto niente di
manuale». Spesso, inoltre, ho notato che questa frase viene rafforzata con
giustificazioni che chiamano in causa problemi legati alla propria salute. La
presa di distanza dalle attività del laboratorio avviene, in questo caso,
attraverso una sorta di auto-certificazione medica, una specie di attestato di
invalidità, una conclamata inabilità a svolgere lavori pratici: «vorrei
partecipare, ma non posso, non ce la faccio fisicamente».175 Alcuni oggetti,
come per esempio le stampelle, assumono, in questi casi, un valore più
esplicitamente simbolico. Lo sguardo dell’interlocutore viene orientato
volutamente su di essi da parte dell’ammalato. L’oggetto diventa una
sottolineatura della propria caratteristica deficitaria come a confermare,
anche simbolicamente, che si è veramente malati. Solo dopo un certo periodo
di frequentazione costante fra i partecipanti questi oggetti, pur rimanendo
ovviamente importanti per l’individuo, tornano a ricoprire un ruolo di
secondo piano.

175
Va da sé che non sempre ci si riferisce a queste cosiddette auto-certificazioni; spesso
il certificato medico esiste davvero. Il legame tra lavoro e salute, in ogni caso, è un
argomento ricorrente e ampio. Data la brevità del presente testo, non è possibile
addentrarsi nell’analisi di questo rapporto. Si noti di passaggio che, nel corso della mia
esperienza, ho osservato quanto, per esempio, sia importante l’ottenimento di
un’attestazione medica di disabilità – fisica e psichica. Esso è uno strumento molto
utilizzato dagli assistenti sociali per assicurare una pensione statale all’assistito, in
sostituzione, a volte, di un pieno e spesso difficile reinserimento lavorativo.

112
3. Il capitale pratico

Oltre alla carenza di capitale pratico che talvolta ci si attribuisce, ho osservato


altri due aspetti che tendono a giustificare una certa reticenza a partecipare
al laboratorio. Il lavoro artigianale, spesso, viene inizialmente considerato dai
tirocinanti del SAD come faticoso e sporco. Mi sento di affermare che queste
due caratteristiche non sono di poco conto per chi non ha una casa. Esse
rischiano, infatti, di complicare non poco la quotidianità delle persone senza
dimora. La fatica genera stanchezza e può, quindi, ridurre le energie fisiche
necessarie a proseguire la giornata in strada alla fine della mattinata di lavoro.
Inoltre la vita del dormitorio, come abbiamo già osservato, non si può
considerare del tutto riposante. Quindi capita spesso che, per chi abita in
dormitorio, la giornata di lavoro inizi già in debito di energia. In più, non
avere la possibilità di tornare a casa per cambiarsi e lavarsi, sporcarsi durante
le attività laboratoriali significa rimanere sporchi fino a sera e questo
influenza negativamente la propria “presentabilità” pubblica – un aspetto
molto importante per quasi tutte le persone con cui ho lavorato in questi
anni.
Nonostante questo, nel contesto di Costruire Bellezza la partecipazione alle
attività laboratoriali è centrale per cui non è prevista l’opzione di non-
partecipazione. Affinché le possibili resistenze – dovute al fatto che ci si
possa sentire inadatti per carenza di capitale pratico e per motivi contingenti
alla vita in strada rispetto alla fatica e, più lateralmente, allo sporco – non
impediscano la collaborazione (regola principale di Costruire Bellezza), esse
devono essere necessariamente tenute in considerazione nel definire il
funzionamento delle attività pratiche che vengono svolte. Piuttosto che essere
intese come confini e limiti escludenti, esse diventano caratteristiche
definitorie del gioco-laboratorio.

113
III. IL LABORATORIO PARTECIPATIVO

114
4. Tecnica e ritmo

In termini pratici, le questioni appena emerse influiscono su due aspetti


fondamentali del lavoro pratico: la tecnica e il ritmo. Per quanto riguarda
l’aspetto del capitale pratico, le tecniche di lavorazione utilizzate non possono
essere troppo complesse e richiedere l’utilizzo di utensili complicati. Rispetto
alla fatica, i tempi di lavoro non possono essere opprimenti e richiedere un
impegno prolungato eccessivo.
La modalità di lavoro, definita da tecnica e ritmo, non è, dunque, imposta né
regolata a priori, ma si definisce durante il lavoro e varia e nel tempo, in base
alle diverse specificità delle persone che compongono il gruppo.
Le scelte che riguardano i procedimenti trasformativi sono il risultato
dell’incontro fra i diversi capitali pratici di ognuno. In altre parole, si
preferisce l’uso di tecniche che già si conoscono, o meglio, che almeno una
persona all’interno del gruppo conosce ed è in grado di spiegare agli altri. Gli
III. IL LABORATORIO PARTECIPATIVO

oggetti su cui si lavora sono, nella maggior parte dei casi, di legno: tavoli,
sedie, credenze. Ma non solo. I materiali con cui si ha che fare sono variabili
e spesso si preferisce un materiale all’altro proprio a seconda di chi compone
il gruppo, ovvero a seconda delle conoscenze tecniche e materiche su cui
ognuno si sente più ferrato. Specificheremo più avanti in base a cosa vengono
scelti gli oggetti su cui si lavora. Le scelte operative, dunque, vengono
discusse attraverso il dialogo fra i partecipanti i quali propongono la tecnica,
lo strumento e il materiale che adotterebbero per realizzare il lavoro che deve
essere svolto in quel momento. Nel caso del lavoro di pulizia delle sedie, per
esempio, ognuno propose diverse tecniche, tra le quali: la levigatura
meccanica con cartavetro, a mano o con una levigatrice orbitale; la rimozione
dello strato cerato superficiale del legno con una pistola termica ed un
raschietto; una levigatura più incisiva e veloce con la smerigliatrice angolare.
Nel presentare le opzioni ognuno difende fortemente la propria idea, il
linguaggio è solitamente deciso e quasi perentorio: «si fa così, fidatevi». Con
chi si sente molto dotato di capitale pratico è molto difficile discutere insieme
sulla bontà della lavorazione proposta, per cui si procede con delle prove
direttamente sul materiale. Questa ostentata sicurezza non sempre risponde
ad un’effettiva validità in termini di qualità finale del lavoro, è il materiale
stesso a confermarlo in maniera quasi oggettiva. Quando si manipola un
materiale il corpo umano, soprattutto le mani e il viso, si trova molto vicino
ad esso. Soggetto e oggetto sono in rapporto di prossimità diretta e, se si
presta attenzione, è possibile percepire che il materiale è vivo e che mentre
cambia forma emette suoni, odori, vibrazioni sempre diversi che variano a
seconda dell’azione dell’uomo e dei movimenti che egli fa compiere
all’utensile che sta adoperando. È un rapporto di dialogo molto personale e
quasi intimo.

116
4. Tecnica e ritmo

Rispetto a questo, è possibile osservare, come fa Tim Ingold, che il tipo di


rapporto fra umano e non-umano, così come viene inteso in alcune società
non occidentali, può essere riscontrato anche nelle attività artigianali:

le relazioni con le persone umane non sono poi così diverse dalle relazioni con
altre entità e con altri agenti non umani nell’ambiente, ed entrambi i tipi di
relazione sono caratterizzate dalla qualità della mutua fiducia piuttosto che della
dominazione e dello sfruttamento. In questo contesto, l’idea di manipolazione
porta con sé una connotazione molto diversa, quella di raggiungere un risultato
non con la forza e l’inganno ma attraverso un mutuo dare e prendere che
caratterizza il coinvolgimento dell’operatore esperto con il suo materiale e la
sua opera.176

Questo “mutuo dare e prendere”, questo “coinvolgimento” consiste nel saper


sentire le variazioni della materia e aggiustare la propria azione in risposta a
queste, significa dialogare con essa piuttosto che forzarla brutalmente.
Questo significa, come abbiamo anticipato, avere una buona dotazione di
capitale pratico.
Il corpo umano successivamente, una volta ultimata la lavorazione, si
allontana dal materiale e rimane in contatto visivo con esso. L’azione lascia
spazio all’osservazione. L’occhio valuta la trasformazione materica appena
effettuata e giudica il risultato. Questo m0mento valutativo, all’interno del
laboratorio, si svolge collettivamente. È insieme che si decide se l’operazione
è andata a buon fine o se è da ripetere. Le sensibilità di ognuno, attraverso
uno scambio di occhiate e commenti fra i partecipanti, forniscono il verdetto
e, nel caso in cui risulti non del tutto positivo, si decide insieme come
procedere, se è possibile fare qualche aggiustamento e in che modo, o se è
tutto da rifare. Se l’operazione è stata, in qualche modo, fallimentare è
necessario capire insieme se siano la tecnica e lo strumento scelti ad essere
sbagliati o se sia l’azione pratica di chi ha svolto il lavoro a dover essere settata
diversamente. Alle volte entrambe le cose.

176
Tim Ingold, Ecologia della cultura, op. cit., p. 161.

117
III. IL LABORATORIO PARTECIPATIVO

Questa sorta di aleatorietà rispetto alla bontà o meno delle lavorazioni e


tecniche scelte – che viene verificata di volta in volta collettivamente tramite
l’oggettività materica – sembra favorire la condivisione della responsabilità.
Più il singolo si avvale della collaborazione del gruppo, più le competenze
vengono messe in comune e meno si rischia di sbagliare. In questo modo,
anche in caso di errore pratico, il singolo gode della protezione del gruppo.
L’errore non pesa sul singolo ma viene ripartito collettivamente. In caso di
palese esito positivo, invece, il singolo tende a personalizzare l’azione, ma a
questo punto è il gruppo a reclamare attenzione e ridistribuzione del
successo.
Nonostante questo, la fase valutativa condivisa resta un crinale incerto sul
quale muoversi poiché influisce fortemente sulla relazione interpersonale. È
molto facile scivolare e rischiare così di incrinare il rapporto con l’atro. Se le
parole utilizzate nei confronti di chi ha effettuato il lavoro non sono calibrate
bene rischiano di essere interpretate come un attacco diretto al singolo. In
più, se qualcuno emettesse un giudizio, in un certo senso, accusatorio si
troverebbe a doversi prendere in carico il lavoro. A questo punto sarebbe lui
a poter essere giudicato negativamente. Questa eventualità contribuisce,
insieme alla modalità di lavoro collaborativo, a far sì che il dialogo fra i
partecipanti si svolga in modo tendenzialmente mite: nessuno accusa
direttamente nessuno.
Un esempio, però, può essere utile a capire la complessità di questo scambio:

Stiamo lavorando alla credenza. Io e C. stiamo fissando con dei chiodi il piano
in alto che serve a chiudere la sommità del mobile. È C. a maneggiare il
martello. Il primo chiodo entra dritto nel legno per qualche centimetro ma poi
un colpo disassato lo storce. C. finisce comunque di piantarlo nel legno ma la
parte finale e la testa del chiodo sono evidentemente storti. Non appena C. ha
finito di martellare suggerisco di rimuovere il chiodo e di piantarlo dritto
perché rischia di non fornire la tenuta necessaria e perché lo giudico molto
antiestetico. C. sembra d’accordo. Lo asporta e ne mette un altro. Con un po’
di difficoltà e prestando una maggior attenzione nel direzionare i colpi del
martello, questa volta il chiodo affonda correttamente nel legno. Mi

118
4. Tecnica e ritmo

complimento con lui e concordiamo che può finire il lavoro da solo piantando
i chiodi che restano da mettere. Torno a vedere il lavoro dopo un po’ e vedo
che molti chiodi appena piantati sono storti. Chiedo a C., in maniera un po’
retorica, se credeva di lasciarli così sorti. «Oh, ma guarda che sto legno fa
schifo, i chiodi entrano male e quindi stanno così». Io dissento e gli chiedo se
è possibile riposizionarli e che, se vuole, possiamo farlo insieme. Mi guarda
interdetto, come se l’avessi offeso profondamente. «A sì? Se non ti piace come
ho fatto io, sai che c’è? Fattelo tu!» C. mi fissa di sbieco e trattiene altre parole.
Io ammutolisco e lui butta a terra il martello. Tira fuori una sigaretta dal
pacchetto, se la piazza in bocca, mi guarda e mi dice calmo, con espressione
stranamente distesa ma per nulla sorridente «Vado a fumarmi una sigaretta
che finisce che te lo tiro in testa sto martello».177

Anche C. aveva esperienza di carcere e in quel momento è riaffiorata


visibilmente; me l’ha confermato lo stesso C. dopo qualche ora. Con serenità
e con un po’ di ironia mi disse ridendo: «Ringrazia che siamo qui (in
laboratorio), perché se no per te finiva male». Sebbene nessuno dei due ne
fosse consapevole, durante il lavoro sulla credenza abbiamo giocato una
partita, ci siamo scontrati confrontando i nostri rispettivi capitali pratici e, in
qualche modo, secondo C. sono risultato vincitore. Ma la stessa partita non si
gioca mai con un solo capitale. Nello scontro, quando un capitale è carente,
si attinge automaticamente dagli altri. Come afferma Bourdieu, infatti,
facendo riferimento al rapporto tra habitus e campo: «Le azioni umane non
sono reazioni istantanee a degli stimoli; la minima ‘reazione’ di una persona
nei confronti di un’altra è carica di tutta la storia di entrambe»178. C. aveva ben
presente in che contesto il nostro rapporto stava avvenendo, per cui ha
adattato le sue azioni affinché risultassero, tutto sommato, coerenti rispetto
al campo; ma poiché, probabilmente, non gli andava di perdere la partita al
cospetto del gruppo, C. ha attivato un capitale che, per quanto non del tutto
appropriato, gli ha permesso comunque di andarsene a testa alta. Questo tipo
di antagonismo e competitività sono sempre presenti all’interno del

177
Diario di campo, ottobre 2014.
178
P. Bourdieu, L. J. D. Wacquant, Risposte, op. cit., p. 91. Corsivo mio.

119
III. IL LABORATORIO PARTECIPATIVO

laboratorio e possono essere nello stesso tempo linfa e veleno, a seconda di


come vengono dosati tra i partecipanti.
Come si può notare, il continuo confronto tra capitali pratici è complesso e
richiede tempo e questo influisce in modo decisivo non solo sulla qualità
delle relazioni e sulle tecniche che di volta in volta vengono preferite ad altre,
ma anche sul ritmo del lavoro. La collaborazione è tanto più inclusiva e
reciprocamente arricchente in termini di condivisione dei saperi, quanto più
si lascia il tempo a questi di emergere liberamente. Ad ogni proposta di
lavorazione segue una prova pratica e una valutazione qualitativa della stessa.
Questo fa sì che ognuno abbia modo di proporre quel che sa e di mostrarlo
agli altri, i quali possono semplicemente osservare e apprendere oppure, in
qualche caso, proporre delle immediate migliorie. I saperi non vengono
insegnati come nozioni finite, ma si apprendono collettivamente grazie al loro
intrecciarsi e modificarsi continuo attraverso la pratica179. In questo senso
non è possibile intendere queste acquisizioni pratiche in senso specialistico
e professionale, si tratta semmai, di un ampliamento del capitale pratico – nel
senso ampio che gli abbiamo dato finora – del singolo e dell’intero collettivo.
Come si accennava, tutto questo richiede molto tempo. Un tempo che viene
impiegato non solo per esporre le tecniche che ognuno intende proporre e
per la loro sperimentazione pratica, ma anche, e soprattutto, per lasciare
spazio alla relazione fra i partecipanti. Ogni evoluzione del lavoro e ogni
processo sono infatti negoziati insieme, discussi, valutati, spiegati e rispiegati.
Il gruppo non può procedere se rimane indietro qualcuno, perché questo
significherebbe impedirgli di poter continuare a dare il proprio contributo,
ovvero di vietargli la partecipazione. Questo significa, anche, che il gruppo
deve lasciare aperti degli spazi di sfogo. La relazione può essere pesante in

179
Per altri esempi etnografici di comunità di pratica si vedano i lavori di Cristina
Grasseni, Lo sguardo della mano, Sestante, Bergamo, 2003; Giulio Angioni, Il sapere della
mano, Sellerio, Palermo, 1986.

120
4. Tecnica e ritmo

alcuni momenti, le discussioni stancano, a volte, più del lavoro fisico. Brevi
allontanamenti dal gruppo da parte del singolo servono in realtà a restare
uniti: la telefonata, la sigaretta, l’andare fuori a prendere un po’ d’aria fanno
sì che si ritorni con maggior voglia di partecipare e di concentrarsi
nuovamente.
Un ulteriore elemento che detta il ritmo di lavoro è determinato dalla scelta
degli utensili. Date le diverse competenze tecniche dei partecipanti questi
non possono essere troppo complessi in quanto rischierebbero di far
desistere a partecipare chi non sa utilizzarli. Diventerebbero esclusivi, per chi
è competente e escludenti per chi non lo è.
Nel suo periodo di avvio il laboratorio si svolgeva in una stanza
completamente vuota. Solo pian piano si è dotato degli utensili che venivano
progressivamente indicati dagli stessi componenti. Questo significa che la
maggior parte degli attrezzi attualmente presenti in Costruire Bellezza non
solo sono stati voluti dagli stessi partecipanti, ma anche che, colui che aveva
fatto richiesta di acquisto si sia occupato, ogni volta, di “iniziare”
personalmente gli altri compagni all’utilizzo. Ogni strumento è, quindi,
entrato nel laboratorio con una storia e qualche partecipante ha perfino
deciso di contribuire portando i propri attrezzi personali.
Tuttavia, data la natura sperimentale del progetto e non sapendo quanto
sarebbe durato in termini di tempo, i primi acquisti furono fatti con molta
parsimonia. Le richieste di attrezzi più “professionali” non mancavano e, anzi,
per chi aveva competenze pregresse più solide, la semplicità e la scarsa qualità
degli utensili erano motivo di sconforto: «Ma perché dobbiamo lavorare con
‘questo coso’ se esiste ‘quello’ che andrebbe meglio?» Qualche volta qualcuno
ha anche collegato il fatto di avere attrezzi semplici all’idea che non si desse
abbastanza fiducia alle persone senza casa e, magari, all’idea che non ci fosse
la volontà di fornire attrezzi migliori perché «chi non ha la casa non si merita
niente di che, giusto?». Questi discorsi sono evidentemente frutto di quella

121
III. IL LABORATORIO PARTECIPATIVO

che abbiamo già definito “incorporazione della disuguaglianza”. In nessun


caso le scelte dei coordinatori del progetto si sono basate su questa idea
discriminante. Per ovviare a questo è stato utile esplicitare il problema della
contingenza economica a tutti i partecipanti, in modo che fosse chiaro che la
scelta degli acquisti era, in buona parte, dovuta a questo fattore. Una seconda
questione che orientava la scelta – forse ancora più importante della prima –
era quella della sicurezza individuale. Secondo gli accordi assicurativi presi
con il comune, infatti, non era possibile utilizzare macchinari industriali
all’interno del laboratorio.
In definitiva, l’insieme di tutti questi fattori pratici, economici e istituzionali
ha orientato la scelta di acquisto verso utensili tendenzialmente semplici. Il
primo acquisto, per esempio, era composto di: una sega a mano, un seghetto
alternativo, un martello, qualche cacciavite, due piccole levigatrici, un
trapano, una tenaglia, una pinza, cartavetro, due raschietti, qualche pennello
per verniciare il legno.
Come si accennava, sono strumenti che tutti sono in grado di utilizzare o,
comunque, di cui è facile apprendere l’utilizzo attraverso chi già ne conosce
il funzionamento ed è in grado di spiegarlo agli altri; in questo senso
l’introduzione di nuovi strumenti segue la stessa dinamica delle tecniche
operative scelte.
A livello pratico, la semplicità degli arnesi prevede un contatto molto
ravvicinato e diretto con il materiale e permette, perciò, di “sentirlo” meglio;
inoltre rallenta il ritmo della lavorazione e questo agevola una maggiore
attenzione alle operazioni che si svolgono, diminuendo la possibilità di farsi
male. Non solo, ma la penuria e la semplicità degli attrezzi comporta anche il
fatto che le lavorazioni si debbano svolgere almeno in due. Questo aumenta
l’occasione di scambio e di apprendimento reciproco poiché prevede che
mentre uno lavora l’altro lo supporti e quindi lo osservi, apprendendo così le
gestualità buone o aiutando a correggere quelle sbagliate; in tal senso, anche

122
4. Tecnica e ritmo

l’utilizzo di questa tipologia di utensili fa sì che l’errore come il successo siano


ripartiti. La vicinanza durante la pratica, il lavorare insieme sul medesimo
oggetto prevedono che si stabilisca una relazione pratica: la relazione tra
materia e persona e tra persona e persona attraverso la materia. La relazione
pratica permette di intendere l’altro come una fonte di apprendimento e di
aiuto. Questo non solo favorisce la conoscenza reciproca ma anche la fiducia
nei confronti dell’altro. Un’azione semplice come quella di tagliare un pezzo
di legno con la sega a mano, per esempio, prevede che ci sia una persona che
adopera la sega e l’altra che tiene fermo il pezzo di legno. Affinché
l’operazione vada a buon fine e nessuno si faccia male, l’azione di entrambi
deve essere coordinata. Questo prevede che tutti e due pongano estrema
attenzione non solo alla propria azione, ma anche a quella dell’altro. Essi
devono sentire la materia insieme, devono ascoltarsi e sincronizzarsi. Se uno
sbaglia ne risente anche l’altro. La relazione pratica richiede non solo che ci
sia fiducia reciproca ma anche che si impari ad avere cura di sé e dell’altro.
Anche nel caso in cui la componente di pericolo fisico sia più marginale, resta
il fatto che una non-coordinazione porterebbe comunque ad un fallimento.
Nella relazione pratica le azioni di uno si intrecciano a quelle dell’altro senza
poter essere in alcun modo scisse.
Se è vero che l’uso di strumenti semplici rallenta molto il lavoro, esattamente
come il processo di negoziazione delle tecniche, è pur vero che è solo in
questo modo che il laboratorio riesce ad essere totalmente inclusivo. Esso
sembra corrispondere a quella «società conviviale» che auspicava Ivan Illich,
ovvero quella «società in cui lo strumento moderno sia utilizzabile dalla
persona integrata con la collettività […] conviviale è la società in cui prevale
la possibilità per ciascuno di usare lo strumento per realizzare le proprie
intenzioni»180. La prospettiva di Illich prevede che la «struttura della tecnica

180
Ivan Illich, La convivialità. Una proposta libertaria per una politica dei limiti allo
sviluppo (1973), trad. it., red!, Cornareto (MI), 2014, p. 15.

123
III. IL LABORATORIO PARTECIPATIVO

di produzione dà forma alle relazioni sociali»181. Non è certo solo la “struttura


della tecnica di produzione” a influenzare le relazioni, ci permettiamo di
rettificare, ma sicuramente nel laboratorio di Costruire Bellezza la prospettiva
di Illich ha una notevole validità.

Come si è detto, infine, il ritmo lento – definito dalla relazione pratica che
avviene attraverso il lavoro di negoziazione delle tecniche, intrecciato
all’utilizzo di strumenti semplici e conviviali – si accorda bene anche alle
esigenze che riguardano la limitazione della fatica lavorativa.
Ma altri elementi contribuiscono a definire le modalità di lavoro e,
soprattutto, le relazioni fra i partecipanti. A tal proposito è importante
sottolineare che, all’interno del laboratorio di Costruire Bellezza, si
sperimenta un tipo di collaborazione che Richard Sennett definisce
«impegnativa e difficile», ovvero una collaborazione che «cerca di mettere
insieme persone che hanno interessi distinti o confliggenti, che non hanno
simpatia reciproca, che non sono alla pari o che semplicemente non si
capiscono tra loro»182.
Come abbiamo visto, infatti: i partecipanti hanno interessi individuali ben
distinti che sono influenzati – in parte – dai rispettivi campi di provenienza
(campo socio-assistenziale, campo universitario); la presenza delle persone
senza casa sottolinea che tra i partecipanti ci sia una evidente disparità
sociale, per cui essi non sono alla pari; non è detto che, date le differenze di
capitale culturale (soprattutto per quanto riguarda il livello di scolarizzazione
e la diversità generazionale) sia scontato che, pur parlando la stessa lingua,
sia facile capirsi.

181
Ibidem, p. 69.
182
R. Sennett, Insieme, op. cit., p. 16.

124
In questo tipo di collaborazione “impegnativa”, asserisce Sennett, «la sfida è
quella di rispondere all’altro a partire dal suo punto di vista»183. Se così non
fosse, infatti, in luogo della collaborazione avremmo nel migliore dei casi un
conflitto, nel peggiore una non-collaborazione, ovvero una assenza di
relazione.
Questi tre elementi (interessi distinti, disparità sociale, problematicità di
comunicazione) non sono in alcun modo evitabili. Essi sono i punti critici di
contatto che emergono durante il confronto. Attorno ad essi gli individui si
incontrano e dunque si scontrano durante la collaborazione. Poiché, in ogni
caso, tutti i partecipanti, più o meno coscientemente, si trovano a partecipare
al gioco-laboratorio – il cui obiettivo esplicito ma non normato è la
costruzione di manufatti in modo collaborativo – e accettano, quindi, che “il
gioco valga la pena di essere giocato” secondo le regole, essi sono obbligati a
trovare dei punti di accordo comuni per poter procedere insieme.
Vedremo ora in che modo questo succede nel laboratorio di Costruire
Bellezza.

183
Ivi.

125
III. IL LABORATORIO PARTECIPATIVO

126
5. Alla pari

Come abbiamo notato, il lavoro svolto all’interno del laboratorio è di tipo


collaborativo. Tuttavia, per portare a termine un lavoro artigianale, il modo
collaborativo non è assolutamente l’unico possibile né il più efficiente.
Hannah Arendt afferma persino che «non c’è niente di più estraneo, e anche
di più esiziale, all’abilità artigianale del lavoro di gruppo. […] Le forme
specificamente politiche dell’essere insieme con altri, agendo di concerto e
scambiandosi opinioni, sono completamente estranee al suo modo di
produrre»184. Com’è noto, la filosofa tedesca pone una netta distinzione fra
opera e lavoro − la prima è il risultato dell’attività delle mani mentre il
secondo è un’attività del corpo e costituisce la cosiddetta forza-lavoro

184
H. Arendt, Vita Activa, op.cit., pp. 115-116.
III. IL LABORATORIO PARTECIPATIVO

dell’animal laborans. L’opera, in particolare, attiene all’homo faber, l’artigiano.


Di costui Arendt afferma:

il costruttore del mondo e il produttore di cose, può stabilire relazioni con le


altre persone solo attraverso lo scambio dei rispettivi prodotti, perché questi
sono sempre prodotti nell’isolamento […] Questo isolamento dagli altri è la
condizione necessaria di ogni padronanza o maestria, che consiste nell’esser
soli con l”idea”, l’immagine mentale della cosa da creare. Questa maestria,
diversamente dalle forme politiche di dominio, è soprattutto signoria di cose e
materiali e non signoria di persone. Questa, infatti, è del tutto secondaria
all’attività artigiana.185

Questo tipo di considerazioni a proposito del lavoro artigiano – che


riguardano anche il design e più in generale il rapporto fra uomo e materia
interpretato tramite la distinzione cartesiana fra mondo delle idee e mondo
delle cose – sono già state discusse nella terza parte del primo capitolo; ma
richiamarle ora, con le autorevoli parole della Arendt, può servire a
comprendere quanto, non solo nell’antica Grecia e nel Medioevo – i periodi
storici a cui fa riferimento l’analisi della filosofa – ma ancora oggi, sia assodata
l’idea che il lavoro artigianale possa essere difficilmente concepito come
partecipato e collaborativo. «La sola compagnia che è associata direttamente
all’abilità artigianale è quella che deriva dalla necessità del maestro di avere
degli assistenti o dal suo desiderio di educare altri nella sua arte».186
Questa incompatibilità fra opera artigiana e lavoro collaborativo è dovuta
anche al fatto che, se è vero che l’incontro-scontro fra capitali pratici può
risultare fruttuoso in termini di arricchimento personale, nello stesso tempo
esso è alquanto dispendioso relativamente al tempo impiegato per
completare il lavoro. In questo senso, nei termini di una valutazione
puramente economica basata sul principio utilitaristico della
massimizzazione del guadagno, il lavoro collaborativo, molto probabilmente,
risulterebbe un processo in perdita. Non solo, questa modalità di lavoro è

185
Ivi.
186
Ivi.

128
5. Alla pari

anche molto esigente a livello relazionale. La prospettiva collaborativa, infatti,


stimola ma nello stesso tempo sottintende il fatto che fra i partecipanti ci sia
una certa disponibilità al confronto con l’altro, ma questa predisposizione al
confronto, fra gli individui, non è per nulla scontata. Mostrare qualcosa di sé
all’altro significa aprire uno spiraglio sensibile, significa rendersi disponibili
al giudizio dell’altro. Nel caso del laboratorio di Costruire Bellezza è il
contesto sperimentale stesso che induce, se non addirittura forza, questa
apertura reciproca.
Come abbiamo visto, per far sì che ognuno possa partecipare, ad ogni
individuo non viene richiesto niente di più di quello che sa già fare (o che si
sente di fare); in questo modo, in linea di massima, nessuno è formalmente
escluso dai processi. Questa non esclusione pone, di fatto, i partecipanti in
condizione di uguaglianza.
A questo proposito, però, sarebbe opportuno chiedersi, come sostiene
Amartya K. Sen, «uguaglianza di che cosa?»187. Il filosofo e economista indiano
afferma che «in termini pratici, l’importanza della domanda ‘uguaglianza di
che cosa?’ deriva dalla effettiva diversità degli esseri umani, di modo che la
richiesta di uguaglianza rispetto a una variabile tende a entrare in conflitto –
nei fatti, non soltanto in teoria – col desiderio di eguaglianza rispetto a un’altra
variabile»188. Secondo Sen, ogni teoria economica e politica si fonda sempre
su un’idea di uguaglianza di qualche cosa e dunque «il giudizio e la
misurazione della diseguaglianza dipendono in tutto e per tutto dalla scelta
della variabile (reddito, ricchezza, felicità, ecc.) sulla base della quale si
effettuano i confronti»189. Egli propone, dunque, che l’analisi dell’uguaglianza
(e di conseguenza della disuguaglianza) si basi, in primo luogo, sulla scelta di
quella che viene definita «variabile focale». Nel caso del laboratorio di

187
Amartya K. Sen, La disuguaglianza (1992), trad. it., Il Mulino, Bologna, 2010, p. 7.
188
Ibidem, p. 9.
189
Ibidem, p. 16.

129
III. IL LABORATORIO PARTECIPATIVO

Costruire Bellezza la risposta alla domanda proposta dall’economista


riguarderebbe, dunque, l’uguaglianza rispetto alla possibilità di accesso alle
attività del laboratorio. Questo tipo di uguaglianza si fonda, in realtà, sull’idea
che i molteplici e diversi capitali pratici di ognuno hanno uguale diritto di
espressione. Più precisamente, questo significa che ogni individuo gode della
stessa libertà di esprimersi, nonostante ogni capitale pratico, ovviamente, sia
qualitativamente e quantitativamente diverso all’altro. È un’uguaglianza,
dunque, che lascia libertà di espressione alla diversità. E anzi, come abbiamo
già notato, il gruppo stesso si nutre e si avvantaggia di questa diversità.
Per analizzare questo meccanismo di intreccio fra uguaglianza e diversità è
utile ricorrere alla prospettiva delle capacità di Sen, secondo cui «la posizione
di una persona all’interno di un assetto sociale può essere giudicata da due
diverse prospettive, e cioè 1) le effettive acquisizioni e 2) la libertà di acquisire.
Le acquisizioni hanno a che fare con ciò che riusciamo a mettere in atto, e la
libertà con la concreta opportunità che abbiamo di mettere in atto ciò che
apprezziamo»190. La prospettiva di Sen prevede, inoltre, che la misurazione
della disuguaglianza sia più corretta dal momento in cui si valuta la «capacità»
di star bene degli individui e la libertà di perseguire lo star bene attraverso le
«varie combinazioni di funzionamenti (stati di essere e fare) che la persona
può acquisire»191. Questo tipo di prospettiva si basa, dunque, sul concetto di
capacità, ovvero «cos’è in grado di fare e di essere questa persona? In altre
parole, esse sono […] ‘libertà sostanziali’, un insieme di opportunità
(generalmente correlate) di scegliere e agire […] Esse non sono
semplicemente delle abilità insite nella persona, ma anche libertà o
opportunità create dalla combinazione di abilità personali e ambiente
politico, sociale ed economico»192. Riconducendo questa prospettiva al caso

190
Ibidem, p. 53
191
Ibidem, p. 64.
192
Martha C. Nussbaum, Creare capacità, Il Mulino, Bologna, 2012, p. 28.

130
5. Alla pari

di Costruire Bellezza, si può osservare che ogni partecipante gode delle stesse
opportunità degli altri di fare ciò che sa/riesce e ciò che vuole/può, nei limiti,
ovviamente delle attività proposte all’interno del contesto e a patto che egli
sia disposto a discuterne con l’intero gruppo. In realtà, è proprio questo
costante confronto fra i componenti del gruppo a permettere ai coordinatori
del progetto, ma anche al gruppo stesso, di ricalibrare continuamente il
contesto e, di conseguenza, le capacità che esso è in grado di sviluppare e
fornire ai partecipanti. Il confronto costante permette, infatti, di rendersi
conto se il tipo di lavoro, l’oggetto che si è scelto, il progetto che si sta
portando avanti, non sono soddisfacenti – per esempio perché qualcuno non
è in grado di collaborare o perché non è interessato – e di riorientare le
attività.
La prospettiva delle capacità risulta, perciò, utile non solo come strumento
di analisi dei contesti sociali, ma anche come strumento per la progettazione
partecipativa poiché è in grado di orientare le scelte affinché il contesto
fornisca sempre un alto grado (o quanto meno, lo stesso grado) di opportunità
a tutti.
Un altro elemento che aiuta a mantenere una certa uguaglianza fra i
partecipanti è legato al fatto che la relazione fra gli individui sia di tipo pratico
collaborativo – ovvero che si stabilisce attraverso la trasformazione
partecipata della materia. Questo fa sì che molti tipi di disuguaglianza relativi
ad altre variabili focali (reddito, ricchezza, scolarizzazione o, più in generale,
classe, razza, genere, ecc.) abbiano un valore marginale nel definire i rapporti
relazionali all’interno del collettivo. Per fare un esempio, è interessante
osservare come si sviluppa all’interno del laboratorio la relazione fra i
generi193.

193
Poiché l’argomento della differenza sociale relativamente al genere è evidentemente molto ampio e

non può essere trattato in questa sede, mi concentrerò esclusivamente sulle evidenze che sono emerse
nel tempo all’interno del laboratorio.

131
III. IL LABORATORIO PARTECIPATIVO

I partecipanti di Costruire Bellezza sono sia uomini che donne, sia per quanto
riguarda le persone che provengono dal sistema socio-assistenziale che per
quelle che afferiscono all’università. Permettendomi una piccola
generalizzazione, il sistema di valori a cui fanno riferimento le persone che
hanno partecipato a Costruire Bellezza nel corso degli anni è maggiormente
quello patriarcale. Dai racconti che mi sono stati fatti, per quanto riguarda le
persone senza casa, è emerso che, molto spesso, una delle cause della loro
condizione attuale sia dovuta proprio a problemi legati alla loro precedente
situazione famigliare: separazioni, divorzi, affido dei figli, pagamento degli
assegni di mantenimento, litigi, abusi, violenze, maltrattamenti. La frase «Mi
ha rovinato la vita!», anticipata da un appellativo per nulla magnanimo nei
confronti dell’ex-coniuge, è una formula molto ricorrente nei racconti sia
degli uomini che delle donne. La storia personale di ognuno contribuisce a
farsi un’idea un po’ stereotipata del rapporto fra uomo donna e non è difficile
percepire, tra i discorsi e le battute, una certa misoginia e misandria.
Tendenzialmente, soprattutto quando in laboratorio si è fra soli uomini,
vengono espressi pensieri sessisti e volgari ad alta voce e in tutta libertà (alle
volte quasi con orgoglio) dando per scontato che gli uditori non possano che
trovarsi d’accordo. In questi casi, per me, chiedere ulteriori spiegazioni delle
frasi che vengono dette, cercando di stimolare argomentazioni un po’ più
elaborate, è un modo per addentrarmi nei racconti delle esperienze personali,
eludendo, in qualche modo, la corazza dello spaccone da spogliatoio.
Purtroppo però, sotto la corazza, se è vero che si celano storie amorose e
famigliari difficili e travagliate, ho ritrovato sempre ben intatto il buon
vecchio pensiero patriarcale. Per quanto riguarda le donne, invece, solo in
rari casi nei miei confronti c’è stata un’apertura, se vogliamo, intima rispetto
ai loro trascorsi. Collego questo fatto in parte alla differenza di genere

132
5. Alla pari

(appunto) tra me e le donne in tirocinio, in parte alla differenza di età, ma,


soprattutto, al fatto che le storie famigliari delle donne siano spesso legate a
violenze e abusi e quindi siano ben più traumatiche di quelle degli uomini.
Questo fa sì che ci sia una maggior reticenza, in generale, a esternarle. Le mie
fonti, in questo caso, non sono, dunque, le donne direttamente coinvolte, ma
le colleghe che hanno lavorato con me nel gruppo di ricerca194.
Oltre a tutto ciò è ben radicata, soprattutto negli uomini ma non solo, l’idea
che alcune mansioni domestiche (e più specificamente l’uso di alcuni
utensili) spettino alle donne e altre agli uomini. Quest’idea, non semplice da
confutare attraverso il confronto verbale, viene più facilmente smentita
attraverso il confronto pratico all’interno del laboratorio. L’utilizzo del
trapano elettrico è un esempio illuminante. Che le donne non sappiano (o
non debbano) usare il trapano è un’idea diffusa; il solo pensiero che una
signora (o una ragazza) possa utilizzarlo fa sorridere gli uomini e intimorisce
le donne. Il gioco-laboratorio permette invece che questo non succeda. Fare
un foro perpendicolare su un pezzo di legno, per esempio, non è semplice.
Bisogna fare in modo che la punta del trapano sia perfettamente in asse con
il piano da forare e per fare questo bisogna bilanciare il trapano
impugnandolo saldamente in modo che esso non scappi dalle mani. Solo chi
è dotato di un buon capitale pratico e chi già conosce lo strumento può
compiere da solo quest’azione. In laboratorio, quindi, un foro dritto si fa
almeno in due. Uno impugna il trapano e l’altro tiene bloccato il pezzo di
legno. Chi impugna il trapano deve occuparsi di tenerlo ben bilanciato e di
affondarlo nel legno premendo il pulsante che fa ruotare il mandrino su cui
è installata la punta elicoidale, ma poiché non è facile tenere il trapano

194
Voglio sottolineare che, pur non esistendo nessun codice deontologico, la riservatezza
delle confidenze − alle volte molto personali − è sempre stata mantenuta all’interno del
gruppo di ricerca. Le informazioni che ci siamo scambiati rispetto alle storie delle
persone sono di natura molto generale, oppure riguardano questioni direttamente legate
all’andamento delle attività di Costruire Bellezza.

133
III. IL LABORATORIO PARTECIPATIVO

perfettamente perpendicolare al piano, chi tiene il pezzo di legno aiuta chi


trapana a tenere lo strumento nella posizione corretta, attraverso un tocco
leggero direttamente sull’attrezzo, oppure dando delle indicazioni a voce
(“più a destra, più a sinistra, più verso di me, più verso di te”). In questo modo,
poiché il foro viene, di fatto, realizzato da entrambi, è abbastanza ininfluente
chi sia ad impugnare il trapano; non è una questione di forza ma di sensibilità,
precisione e coordinazione fra colleghi. Se, così, un uomo e una donna stanno
forando insieme, entrambi possono rendersi conto che attribuire l’uso del
trapano a un genere specifico non ha alcun senso. Attraverso la pratica
collaborativa è, dunque, possibile verificare che il genere non fa nessuna
differenza. Rispetto a ciò, la presenza di studentesse giovani, con qualche
preconcetto in meno riguardo alle differenze di genere e curiose di
sperimentarsi nell’utilizzo degli utensili artigianali, aiuta tutti i partecipanti a
non ragionare in termini di genere. Si può notare che la stessa dinamica
funziona anche nel caso di attività pratiche considerate maggiormente
femminili, come il cucito e il cucinare, che si svolgono all’interno di Costruire
Bellezza parallelamente al laboratorio artigianale qui presentato.
Anche rispetto alla differenza di capitale economico (un tipo di capitale
evidentemente carente per le persone senza casa) l’incontro fra le persone
attraverso la relazione pratica collaborativa favorisce il fatto che questo tipo
di disuguaglianza non abbia alcun valore discriminante. Se il capitale
economico, infatti, può essere banalmente e aritmeticamente equivalente allo
zero, chiunque è invece dotato di una certa quantità, seppur anche minima,
di capitale pratico. In ogni caso, la differenza di capitale economico fra i
partecipanti, all’interno del laboratorio, risulta davvero ininfluente.
Ovviamente, però, affermare che alcuni tipi di disuguaglianza influiscono
solo molto parzialmente sulle attività pratiche svolte nel laboratorio di
Costruire Bellezza e quindi sulle relazioni interpersonali, non significa
assolutamente dire che vi sia uguaglianza completa fra i partecipanti o che le

134
5. Alla pari

disuguaglianze misurate rispetto ad altre variabili focali spariscano. Anzi, non


si può non considerare che esse rimangano del tutto intatte e invariate al di
fuori del contesto laboratoriale.
M., per esempio, è una signora senza casa che ha svolto il tirocinio in
Costruire Bellezza nel 2015. Durante un’intervista condotta dall’antropologa
Silvia Stefani, in risposta ad una domanda che mirava ad indagare quali
fossero, secondo M., gli aspetti critici del laboratorio, M. risponde:

«M: Per esempio a me una cosa che non piace è che diciamo che siamo tutti
quanti uguali. Smettiamola. Qui nessuno è uguale a nessuno, anzi, siamo tutti
quanti diversi. Tutti completamente diversi.
S: Sì, dire che siamo tutti uguali è per dire che ognuno ha la stessa importanza.
M: Non è così! Silvia! Tu sei una ragazza che ha studiato, ha viaggiato, e quindi
nessuno è uguale a nessuno. Perdonate, ma io queste frasi fatte, sai… nessuno
è uguale a nessuno, se no non ci sarebbero dei capi, dei punti di riferimento…
anche qua! […] Noi stiamo dall’altra parte.»195

All’interno del laboratorio – per quanto riguarda strettamente le attività


pratiche – non è in dubbio che ci sia un’uguaglianza di libertà di azione che
si fonda sul rispetto della diversità delle capacità di ognuno. Questo
meccanismo, tuttavia, non è valido nella stessa misura all’esterno del
laboratorio. Come abbiamo già anticipato, la realtà di Costruire Bellezza ha
preso forma attraverso l’incontro fra due diverse realtà che abbiamo definito,
con Bourdieu, campi: quello socio-assistenziale e quello universitario.
L’affermazione di M. – “tu sei una ragazza che ha studiato, viaggiato…” – fa
esplicitamente riferimento a questa distinzione originale rispetto alla diversa
provenienza dei partecipanti, distinzione che conferma una profonda e
inevitabile disuguaglianza sociale. Dire che i partecipanti sono “uguali”
all’interno del laboratorio, nel senso che hanno la stessa libertà di parola e di
azione nonostante le diversità peculiari di ognuno, può essere vero, ma

195
Estratto dell’intervista a M. di Silvia Stefani, settembre 2015. Materiale ad uso interno
del gruppo di ricerca di “Costruire Bellezza”.

135
III. IL LABORATORIO PARTECIPATIVO

appena si fa un passo fuori dalla stanza in cui si svolgono le attività pratiche


questa uguaglianza, rischia di non essere altro che una “frase fatta”.
L’utilizzo del concetto di uguaglianza pone, dunque, qualche problema. È un
concetto che ha la capacità di mostrarsi come puro e onnicomprensivo; nello
stesso momento in cui viene pronunciato esso sembra avere il potere di
avvolgere tutto, ogni aspetto della vita degli individui e ogni loro caratteristica
peculiare. Come afferma Sen, però, questa «potente retorica
dell’”eguaglianza” degli uomini spesso tende a deviare l’attenzione da queste
differenze»196 ossia quelle che caratterizzano ogni individuo. Il fatto è che
l’uguaglianza è spesso, erroneamente, associata all’idea di non-diversità.

È il primo giorno che N., un uomo sulla quarantina in carico al SAD, partecipa
al laboratorio. Gli spiego che stiamo lavorando al progetto di una libreria.
Siamo ancora nella fase in cui si mettono insieme le idee per decidere come
dovrà essere realizzata. Gli chiedo se ha voglia di partecipare alla fase
progettuale e che può dire quel che vuole e, anzi, che ogni nuovo contributo
può essere utile. N., riferendosi agli altri partecipanti, mi risponde: «Cosa vuoi
che ne sappiano ‘sti qua di librerie?» Gli racconto che tutte le proposte emerse
finora sono state elaborate insieme. N. è scettico e ribatte che, comunque, «io
non sono come ‘loro’». Io rispondo che all’interno del laboratorio non è
importante il fatto che si viva in una casa o meno, ma che è importante lavorare
tutti insieme. «Ho capito» risponde «ma io non ci lavoro con sti individui, non
c’ho niente da spartire con sti qua.»197

N. non solo afferma di essere diverso, in assoluto, rispetto alle proprie capacità
e abilità, ma reclama anche la sua diversità e estraneità rispetto alla categoria
sociale con la quale è istituzionalmente etichettato, quella delle persone senza
dimora.
Da un lato egli fa riferimento alla diversità che è propria di ogni essere umano
confermando, in qualche modo, le parole di Sen: «gli esseri umani sono
completamente diversi. Siamo diversi fra noi non soltanto in caratteristiche

196
A. K. Sen, La diseguaglianza, op. cit., p. 15.
197
Diario di campo, novembre 2016.

136
5. Alla pari

esogene (ad esempio, nelle eredità ricevute, nell’ambiente sociale e naturale


in cui viviamo), ma anche in caratteristiche personali (ad esempio età, sesso,
predisposizione alle malattie, abilità mentali e fisiche)»198.
Dall’altro lato N. prende le distanze dalla categoria delle persone senza
dimora: non vuole essere assimilato a “loro”, non vuole essere come “loro”
né, tanto meno, vuole essere considerato uguale a “loro”. Non vuole far parte
di questa categoria stigmatizzata e marginalizzata. È interessante notare che
questo tipo di esternazione è stata rivolta ad una persona che chiaramente
non appartiene al “giro” delle persone senza dimora, ovvero, in questo caso,
a me. Questo è un chiaro segnale che N. interpreti in modo diverso la mia
presenza da quella delle persone senza casa presenti in Costruire Bellezza.
Così facendo egli, sottolinea, quindi, che all’interno del progetto le
disuguaglianze sociali siano ben visibili.
Il fatto che in laboratorio si lavori tutti insieme permettendo ad ognuno di
esprimere la propria diversità, ma a prescindere dalle disuguaglianze sociali
che comunque esistono fra i partecipanti, crea una certa confusione199.
Non è così facile pensare che uguaglianza e diversità possano coesistere nello
stesso ambiente senza produrre disuguaglianza.

Nei primi giorni N. si è mostrato molto sicuro delle proprie abilità pratiche e
afferma continuamente che gli altri partecipanti sono degli incompetenti e che
lavorare insieme è una perdita di tempo. Dopo qualche giorno di
partecipazione alle attività di laboratorio, mi pare che abbia capito il nostro
modo di lavorare insieme, ma che non lo condivida per niente. È
perennemente irrequieto, tende a isolarsi e a portare avanti dei lavori
completamente da solo come a sottolineare la propria autonomia. Si rivolge
esclusivamente a me, ma le decisioni le prende totalmente da solo. Non ha un
minimo di spirito collaborativo. Si lamenta per gli attrezzi poco adatti, per la
mancanza delle vernici giuste. «Fa tutto cagare qua dentro, come siete messi?».
Ogni scambio di opinioni rispetto al lavoro da portare avanti diventa uno

198
A. K. Sen, La diseguaglianza, op. cit., p. 15.
199
Mi riferisco ad N. perché è la persona che in questi anni ha fatto emergere la questione
della disuguaglianza in maniera più esplicita, ma non è l’unico partecipante con cui ho
discusso dello stesso tema.

137
III. IL LABORATORIO PARTECIPATIVO

scontro personale. Nonostante questo, insisto perché ci aiuti nel lavoro sulla
libreria. È un progetto impegnativo e l’aiuto di tutti può essere utile, inoltre N.
è molto preciso nella fase di verniciatura e quindi mi sembra che la
collaborazione possa produrre esiti positivi per tutti. Ad un certo punto si
avvicina a me e mi chiede cosa può fare di utile. Gli dico che sarebbe utile se
prima lo aggiornassimo sulle evoluzioni del progetto in modo che anche lui
capisca a che punto siamo e che gli sia chiaro il lavoro che stiamo facendo.
Resta di stucco, mi fissa e dice: «Non mi interessa niente del progetto. Dimmi
solo cosa devo fare e io lo faccio». Gli rispondo che non funziona così in
laboratorio, che nessuno lì dentro dice a qualcun altro cosa fare. N. si indispone
e comincio ad indispormi anche io. Risponde, strafottente, che se non ho
niente da fargli fare basta che lo dica e lui si trova qualcosa da fare per conto
suo. L’atmosfera ormai è tesa. In laboratorio gli altri trafficano ma si percepisce
che sono tutti attenti al siparietto che abbiamo messo su N. ed io. Finisce male.
Io gli dico che non sono in laboratorio per dare ordini a nessuno ma che se
proprio vuole farsi dire cosa fare, come fossimo in caserma, può prendere una
scopa e andare a pulire il cortile. N. va su di giri, i suoi occhi mi penetrano la
fronte. Avvicina la faccia alla mia e mi intima di seguirlo fuori dal laboratorio.
Esco dal laboratorio dietro ad N. e penso che mi sto per prendere, come
minimo, uno schiaffo. N. è infuriato, mi urla in faccia che non mi devo mai più
permettere di parlargli così davanti agli altri. Mi rendo immediatamente conto
di aver esagerato. Gli chiedo scusa ma gli domando a mia volta perché si è
comportato in quel modo. N. urla: «Perché qui dentro si cazzeggia. Lo vedi che
la gente non fa un cazzo, sono sempre a fumarsi le sigarette. Non c’è una guida,
non c’è una direzione, un capo che metta ordine e detti le regole. Che posto è
questo? Un posto per menomati mentali? Qua dentro si gioca, non si impara
niente. A che serve? Che ci sto a fare?»200

Dal primo giorno in cui sono entrato nel laboratorio di Costruire Bellezza la
modalità di lavoro è sempre stata di tipo collaborativo. Inizialmente, la
modalità collaborativa è stata banalmente il frutto della non-conoscenza
reciproca fra i partecipanti. Poiché tutti erano “nuovi” rispetto all’esperienza
è difficile immaginare che qualcuno potesse essere legittimato ad impartire
ordini agli altri. Inoltre, la natura sperimentale del progetto mirava, tra le altre
cose, proprio a capire come ci si potesse organizzare per lavorare insieme
avendo competenze e storie di vita diverse. Non era, in definitiva, previsto che
ci fosse spazio per un ruolo direttivo. L’unica figura che aveva, in qualche
modo, questo ruolo era il professore di design che coordinava il progetto di

200
Diario di campo, novembre 2016.

138
5. Alla pari

ricerca. Ma la sua presenza all’interno del laboratorio era liminare. Era lui a
proporre su cosa dovessero vertere i lavori, ma si trattava più che altro di
proposte e di suggerimenti operativi. Data la sua esperienza e autorevolezza
aveva, certo, un peso maggiore rispetto agli altri partecipanti ma si può
affermare che il suo posizionamento fosse, in ogni caso, più esterno che
interno al laboratorio. Tutti i processi di scelta, operativi e progettuali, si
svolgevano, come abbiamo già sottolineato, esclusivamente attraverso la
relazione fra i partecipanti.
Con il passare del tempo, ovviamente, la mia esperienza svolta in laboratorio
mi ha permesso di affinare alcune pratiche che agevolano la collaborazione
ma, di fatto, ancora adesso, nel laboratorio non c’è un capo. Mi rendo conto,
nello stesso tempo, di essere considerato una sorta di riferimento per i nuovi
partecipanti: alle volte vengo definito “responsabile” del laboratorio in
quanto mi sono state affidate le chiavi, so dove sono posizionati gli utensili,
so che materiali abbiamo a disposizione e, inoltre, il mio capitale pratico è
aumentato nel tempo. Ma in realtà non sono altro che un “anziano” che
conosce la storia del laboratorio e che, in qualche modo, non fa altro che
permettere che questa storia prosegua liberamente. Con questo voglio dire
che, oltre a continuare a mettere a disposizione il mio capitale pratico come
dal principio, cerco, niente più, di stimolare il meccanismo storicamente
definito dalla stessa realtà laboratoriale per cui ogni nuovo partecipante è
libero di collaborare secondo le proprie capacità, competenze e volontà.
L’assenza di un ruolo chiaro come quello del capo che guida, orienta, dirige
non significa che all’interno del gruppo non si stabiliscano relazioni di
potere. Come afferma Pierre Clastres, infatti, «non ci sono società senza
potere»201. Ma nel laboratorio, per quanto attiene alle attività pratiche, il potere
è, in un certo senso, diffuso fra i partecipanti. Esso non si concentra in

201
Pierre Clastres, La società contro lo stato. Ricerche di antropologia politica (1974), trad. it.,
Ombre Corte, Verona, 2013, p. 21.

139
III. IL LABORATORIO PARTECIPATIVO

un’unica persona. Permettendosi un parallelismo un po’ azzardato, il


laboratorio di CB pare funzionare un po’ come le società amerindiane del
Sudamerica studiate da Clastres, il cui tratto particolare della loro
organizzazione politica è «proprio la mancanza di stratificazione sociale e di
autorità del potere […] È la strana persistenza di un “potere” pressoché
impotente, di capi senza autorità, di una funzione che funziona a vuoto».
Questo tipo di potere politico si fonda sulla capacità di mediazione, sulla
generosità e sulla capacità oratoria (che paradossalmente consiste in un
parlare a vuoto202). Sarebbe errato non considerare che, dopo molto tempo, io
possa essere attualmente considerato una sorta di leader del laboratorio ma,
nonostante questo, un po’ come i capi amerindiani, rilascio continuamente il
potere che mi viene attribuito al gruppo.
Questo tipo di collaborazione alla pari senza capi non è un meccanismo
particolarmente diffuso nella nostra società (si pensi in particolare al mondo
del lavoro) e, tanto meno, nel sistema dei dormitori da cui gran parte dei
partecipanti di Costruire Bellezza proviene. A livello istituzionale, infatti, ogni
persona adulta è addirittura affidata a un assistente sociale che guida e
orienta le decisioni dell’assistito, ma anche nella vita pratica del dormitorio
l’individuo è costantemente sotto la sfera di controllo dell’operatore sociale.
Le relazioni che egli stabilisce con lo spazio fisico e con gli altri sono
continuamente monitorate.
Con queste affermazioni non si intende giudicare il difficile e complesso
operato del sistema socio-assistenziale, ma si vuole sottolineare che questo

202
«Nessun raccoglimento infatti, quando parla il capo, né silenzio, ma ciascuno continua
tranquillamente, come se niente fosse, ad attendere alle sue occupazioni. La parola del
capo non è detta per essere ascoltata. […] Perché il capo, nella sua prolissità, non dice
letteralmente nulla. […] Vuoto è il discorso del capo appunto perché non è discorso di
potere: il capo è separato dalla parola, perché è separato dal potere. Nella società
primitiva, nella società senza Stato, il potere non si trova presso il capo: perciò la sua
parola non può essere parola di potere, d’autorità, di comando. Un ordine è proprio ciò
che il capo non può impartire, il tipo di pienezza rifiutato alla sua parola». Ibidem, p. 115.

140
5. Alla pari

sistema tende a produrre nell’individuo una certa disabitudine alla scelta,


una diminuzione della capacità di decidere per sé.
«Dimmi cosa devo fare!» è una frase, dunque, che può essere interpretata sia
come una richiesta di delucidazioni rispetto ai ruoli “invisibili” all’interno del
laboratorio, e sia come una necessità di essere guidato: «dimmi cosa devo fare,
perché io non lo so (più)». La difficoltà di abbandonare l’abitudine ad essere
perennemente guidati e controllati203 è riscontrabile anche rispetto ad
un’altra questione che attiene al sistema dell’assistenza sociale. Per ogni
persona affidata al SAD viene, infatti, redatto un fascicolo personale in cui è
descritta la sua storia privata. Ogni volta che l’individuo cambia dormitorio o
partecipa a un tirocinio questo fascicolo viene inviato agli operatori del
servizio. La persona viene perciò definita attraverso un documento scritto,
nero su bianco; un documento che fissa la sua storia passata nel tempo. È un
documento a metà fra una cartella clinica e una fedina penale e definisce la
persona ancora prima che avvenga l’incontro diretto con gli operatori.
Questo fa sì che la persona sia considerata un “caso” da studiare, analizzare e
trattare in un certo modo rispetto al suo “progetto educativo”. Poiché
Costruire Bellezza è, di fatto, un tirocinio attivato in collaborazione con il
SAD, questi fascicoli circolano anche all’interno del gruppo di ricerca.
Eppure, sebbene ne abbia la possibilità, non ho mai voluto leggere questi
fascicoli, né prima, né durante, né dopo l’incontro con le persone con cui ho
lavorato. Accedere a questi documenti significherebbe, infatti, corrompere
l’uguaglianza relativa al fatto che non ci si conosca. Il rapporto fra me e gli
altri partecipanti, che come abbiamo notato è comunque intrinsecamente e
visibilmente diseguale, rischierebbe di essere ulteriormente sbilanciato: io

203
Per quel che mi è stato raccontato dalle persone che vivono in dormitorio, l’idea di
essere perennemente controllati non è certo accettata senza resistenze. Se da un lato il
fatto che ci sia sempre qualcuno preposto al controllo fa comodo, perché è anche colui
che media i conflitti fra le persone e ha la responsabilità, di fatto, dello spazio in cui si è
accolti; dall’altro ogni individuo sviluppa azioni e metodi (che sono quasi sempre dei
sotterfugi) per aggirare questo tipo di controllo.

141
III. IL LABORATORIO PARTECIPATIVO

saprei qualcosa di loro ma loro non saprebbero niente di me. Questo


influenzerebbe negativamente la libertà di confrontarsi senza che essi siano
già stati pre-giudicati. Inoltre, come già rilevato, la storia personale di ognuno
non è necessariamente rilevante rispetto alle attività pratiche che vengono
svolte in laboratorio. Lo spazio del laboratorio assume, quindi, i contorni di
uno spazio “franco” in cui ognuno ha la possibilità di mettersi in gioco come
più preferisce, senza che il proprio passato pesi in maniera decisiva nel
rapporto con l’altro.
Detto questo, le persone senza casa, soprattutto nel primo periodo di
tirocinio, sono diffidenti rispetto al fatto che io (e gli altri designer presenti in
laboratorio) siamo davvero all’oscuro della loro storia. Quando, per esempio,
si chiacchiera rispetto alle proprie esperienze passate, spesso mi si chiede con
incredulità: «Ma non hai letto la mia storia? Non fare il finto tonto.» Quando
confermo che non so nulla se non quello che ognuno ha voglia di raccontare
di sé lo sguardo rimane dubbioso e incredulo. L’abitudine a considerare la
propria storia come ormai già scritta e l’idea che non si stia parlando con un
operatore o un educatore è davvero difficile da scardinare.
Nel laboratorio di Costruire Bellezza ogni partecipante è, dunque, libero di
far emergere quel che ritiene più opportuno di sé, e questo dovrebbe essere
un ulteriore tassello che garantisce l’uguaglianza fra i partecipanti.
Per concludere, è importante rilevare un ultimo aspetto critico che rischia di
essere problematico rispetto alla relazione di uguaglianza discussa fin qui.
Questo riguarda esattamente il rapporto fra il gruppo di ricerca – con i loro
collaboratori che lavorano all’interno dei laboratori – e il sistema
dell’assistenza sociale. Per il SAD, Costruire Bellezza si è rivelato nel tempo
un contesto molto fruttuoso in termini di acquisizioni di dati relativi alle
persone senza casa a loro carico. Il contesto informale del laboratorio, il
costante lavoro che si svolge attraverso la prospettiva delle capacità, la
relazione di fiducia che si genera fra i partecipanti, permette alle persone di

142
5. Alla pari

esprimersi liberamente e di far emergere caratteri e storie personali che nei


contesti istituzionali fatti di uffici, appuntamenti, colloqui formali, scartoffie
e scrivanie, o nella quotidianità precaria dei dormitori fanno fatica ad
emergere. Grazie a queste informazioni, il lavoro educativo e di
“reinserimento sociale e lavorativo” dovrebbe risultare potenzialmente
migliorato poiché avrebbe a disposizione più elementi utili ad elaborare
progetti educativi maggiormente adatti al singolo individuo. Se questo può
essere considerato un elemento positivo, resta un problema da risolvere.
Ovvero, è necessario capire chi fa transitare queste informazioni personali
dall’interno del laboratorio al Servizio Adulti. In fase di sperimentazione i
coordinatori del progetto si sono avvalsi, a questo proposito, dell’aiuto dei
designer che lavoravano all’interno dei laboratori. Per fare questo, l’educatore
responsabile del servizio (a cui afferisce anche Costruire Bellezza) nel ruolo
di snodo con il SAD, ha condotto alcune riunioni senza la presenza delle
persone senza dimora, in cui chiedeva ai designer di riportare alcune
osservazioni rispetto ai loro colleghi. Senza entrare nel dettaglio delle
domande che venivano poste, è fondamentale osservare che in questo modo,
inevitabilmente, il rapporto di parità fra partecipanti designer e persone senza
casa viene bruscamente interrotto – sebbene non al cospetto di questi ultimi.
Così facendo, infatti, il designer assume un ruolo che non gli è proprio e,
inoltre, la sua strumentalizzazione rispetto agli obiettivi del SAD, rischia di
metterlo in una posizione di scorrettezza nei confronti dei propri colleghi di
laboratorio. Inoltre, questo meccanismo esplicita e rende nuovamente
operativa la disuguaglianza sociale fra i partecipanti che con tanto impegno
(ma forse nemmeno troppo) viene disabilitata grazie al lavoro pratico
collaborativo.

Abbiamo, dunque, osservato come sia possibile lavorare insieme alla pari
senza essere fra pari e quanto questo tipo di collaborazione non sia del tutto

143
III. IL LABORATORIO PARTECIPATIVO

scontata o semplice da accettare in una società che prevede, per lo più,


modalità relazionali e lavorative completamente diverse. Lavorare senza capi,
senza nessuno che dà ordini chiari, senza gerarchie e compiti ben definiti è
molto impegnativo in termini di coinvolgimento personale. Il gruppo non si
muove se ognuno non dà il suo contributo, non fa proposte, non esprime
preferenze ovvero se, in qualche modo, non è in grado di autodeterminarsi
trovando il modo di mettere in relazione e far coesistere le diversità di
ognuno. Questo significa intendere la diversità non come discriminante che
produce disuguaglianza, ma come opportunità di arricchimento reciproco.

144
6. Partecipazione collaborativa, bellezza negoziata e
scambi dialogici

Abbiamo sottolineato come, nel laboratorio, l’azione condivisa sulla materia


produce relazioni fra i partecipanti che sono, in primo luogo, relazioni
pratiche, ossia che si basano sullo scambio dei differenti capitali pratici di
ognuno. La materia – strumento per la misura di successi ed errori, limitato
ma comunque neutrale – si fa mediatrice dell’interazione fra gli individui.
L’attività pratica collaborativa influenza positivamente la libertà e la
possibilità di coinvolgimento di tutti i partecipanti invitandoli a mettere in
comune abilità e inabilità, sicurezze e insicurezze – ovvero le diversità varie e
non dicotomiche che caratterizzano ognuno – e di mettere fra parentesi le
disuguaglianze sociali (che pure permangono) che potrebbero dividere i
componenti del gruppo.
III. IL LABORATORIO PARTECIPATIVO

Se l’idea di pratica proposta finora in questo testo rischia di apparire


esclusivamente incentrata sull’azione “meccanica” che l’individuo applica
alla materia, può essere utile ampliare il concetto con le parole utilizzate dallo
studioso svizzero Etienne Wenger:

[La pratica] non affronta semplicemente la meccanica del fare una determinata
cosa, individualmente o in gruppi; non è una prospettiva meccanica. Include
non solo i corpi (benché coordinati), né solo i cervelli (benché coordinati), ma
anche ciò che dà significato ai movimenti dei corpi e ai meccanismi dei cervelli
[…] La pratica riguarda il significato come esperienza della vita quotidiana 204

Secondo l’autore, questo significato che viene di volta in volta attribuito con
e attraverso la pratica – ovvero «la dimensione ultima del nostro essere-nel-
mondo»205 come affermano Grasseni e Ronzon – emerge da un continuo
processo di negoziazione.

Il termine negoziazione dovrebbe dare un senso di interruzione continua, di


conquista graduale, e di scambio. Vivendo nel mondo, non costruiamo dei
significati indipendentemente dal mondo stesso; né è il mondo che ci impone
semplicemente dei significati. La negoziazione di significato è un processo
produttivo, ma negoziare un significato non significa costruirlo partendo da
zero. Il significato non è preesistente, ma nemmeno inventato. Il significato
negoziato è, a un tempo, storico e dinamico, contestuale e unico […] la
negoziazione di cui stiamo parlando modifica costantemente le situazioni a cui
dà significato e incide su tutti coloro che vi partecipano. Implica pertanto sia
l’interpretazione che l’azione […] Il significato non esiste né in noi, né nel
mondo, ma in quella relazione dinamica che è vivere nel mondo»206

Vivere nel mondo vuol dire, dunque, fare esperienza di negoziazione continua
di significato con il mondo, con l’ambiente e con gli altri.
Com’è noto, Etienne Wenger è il teorico delle comunità di pratica. In questo
senso, secondo l’autore «la pratica risiede in una comunità di persone e nelle
relazioni di impegno reciproco attraverso le quali esse fanno tutto ciò che
fanno»207. La comunità di pratica è essenzialmente informale (sebbene possa

204
Etienne Wenger, Comunità di pratica. Apprendimento, significato e identità (1998), trad.
it., Raffaello Cortina, Milano, 2006, pp. 63-67.
205
Cristina Grasseni, Francesco Ronzon, Pratiche e cognizione. Note di ecologia della
cultura, Meltemi, Roma, 2004, p. 16.
206
E. Wenger, Comunità di pratica, op. cit., pp. 64-67.
207
Ibidem, pp. 87-88.

146
6. Partecipazione collaborativa, bellezza negoziata e scambi dialogici

anche emergere in contesti molto ben organizzati come i luoghi di lavoro) e


si definisce principalmente attraverso tre dimensioni: l’impegno reciproco fra i
partecipanti (cioè lavorare insieme e stabilire relazioni); la negoziazione di
un’impresa condivisa (cioè il porsi degli obiettivi comuni e cercare di
conseguirli); il repertorio comune (cioè la condivisione di stili, azioni, storie,
discorsi, concetti).208
Quel che bisogna sottolineare è che l’idea di comunità (a cui è annessa,
ovviamente, anche quella di identità) che viene presentata da Wenger è
estremamente pratica, appunto, e quasi per nulla politica. La comunità di
pratica è una specie di formula sociologica neutra utile a interpretare la
composizione della realtà sociale e a indagare quali siano le dinamiche
pratiche che definiscono e sviluppano i gruppi sociali che la compongono. È
un concetto utile a far luce su quali siano gli elementi ricorrenti e dinamici
che definiscono i funzionamenti dei piccoli gruppi sociali. È una prospettiva
perlopiù materialista e che propone un posizionamento molto interno ai
contesti, il che rischia, a nostro avviso, di ridurre la complessità della realtà
sociale se non si intreccia, per esempio, con una lettura sociale di più ampio
spettro come, per esempio, quella dei campi di Bourdieu.209 Per quanto ci
concerne, abbiamo già provveduto ad analizzare il laboratorio di Costruire
Bellezza in questo senso nella seconda parte del capitolo III. Senza
dimenticare, dunque, la rilevanza fondamentale che assumono le relazioni
oggettive fra i campi nel definire la relazione fra i partecipanti, il lavoro di
Wenger risulta molto utile perché ci aiuta a leggere in maniera
incredibilmente chiara le dinamiche interne al laboratorio.

208
Cfr. ivi.
209
In realtà anche in E. Wenger, Comunità di pratica, op. cit., cap. 4-5, è presente una
breve tentativo di analisi del rapporto fra la comunità di pratica – comunque sempre
«locale» – e «il resto del mondo».

147
III. IL LABORATORIO PARTECIPATIVO

In questo senso, due elementi cardine (due ingranaggi, verrebbe da dire) che
danno forma alla comunità di pratica sono quelli che Wenger definisce
processi di partecipazione e di reificazione.
L’autore intende la “partecipazione” come

esperienza sociale di vivere nel mondo in termini di appartenenza a comunità


sociali e di coinvolgimento attivo in iniziative sociali. La partecipazione in
questo senso è sia personale che sociale. È un processo complesso che combina
il fare, il parlare, il pensare, il sentire e l’appartenere. Coinvolge l’intera persona
umana, con il corpo, la mente, le emozioni e le relazioni. Ciò […] che caratterizza
la partecipazione è la possibilità del riconoscimento reciproco.210

Il concetto sembra contenere una vasta gamma di elementi che caratterizzano


l’esperienza sociale, ma l’idea di fondo è, molto semplicemente, che si
partecipa a una comunità sociale nel momento in cui esiste una reciprocità
fra gli individui. Questo non implica tanto che fra loro vi sia «uguaglianza e
rispetto» quanto il fatto che «coloro che vi partecipano influenzano
vicendevolmente le esperienze di significato»211. Il concetto di partecipazione
risulta, così, molto ampio ma nello stesso tempo neutro rispetto all’idea, per
esempio, della partecipazione intesa nel senso di appartenenza politica. La
partecipazione per Wenger è contingente. Fare pratica insieme è già
partecipazione, che è come dire che la partecipazione sta nella pratica ovvero,
anche, che siamo quel che facciamo. In questo senso, la partecipazione produce
sempre una “reificazione”, che consiste in quel processo

con cui diamo forma alla nostra esperienza producendo oggetti che congelano
questa esperienza in una “entità materiale”. Così facendo creiamo punti di
focalizzazione intorno ai quali si organizza la negoziazione di significato […]
Qualunque comunità di pratica produce astrazioni, strumenti, simboli, storie,
termini e concetti che reificano un qualche aspetto di quella pratica in forma
consolidata. […] [Il] termine reificazione non presuppone una corrispondenza
intrinseca tra un simbolo e un referente, tra uno strumento e una funzione, o
tra un fenomeno e la sua interpretazione. Al contrario, il concetto di reificazione
suggerisce che le forme possono prendere una vita autonoma, al di là del
contesto da cui promanano […] La loro significatività è sempre potenzialmente
estesa e potenzialmente perduta. La reificazione come elemento costituente del

210
Ibidem, p. 68-70.
211
Ivi.

148
6. Partecipazione collaborativa, bellezza negoziata e scambi dialogici

significato è sempre incompleta, in divenire, potenzialmente arricchente e


potenzialmente fuorviante212

La pratica dunque è il prodotto dell’intreccio costante fra processi di


reificazione e partecipazione (ossia l’esperienza di negoziazione del
significato) che si producono reciprocamente e si influenzano in modo
interagente. E dunque

partecipazione e reificazione abbisognano l’una dell’altra e si rendono


vicendevolmente possibili. Da una parte, occorre la nostra partecipazione per
produrre, interpretare e usare la reificazione. Dall’altra, la nostra partecipazione
richiede l’interazione e quindi genera scorciatoie che conducono a significati
coordinati, i quali riflettono le nostre iniziative e le nostre visioni del mondo.213

Il che significa che «processi come l’esplicitazione, la formalizzazione o la


condivisione non sono mere traslazioni; sono vere e proprie trasformazioni:
consentono la produzione di un nuovo contesto sia di partecipazione, sia di
reificazione, in cui le relazioni tra il tacito e l’esplicito, tra il formale e
l’informale, tra l’individuale e il collettivo vanno rinegoziate»214.
Questa dinamica costantemente produttiva e riproduttiva è solitamente
implicita nelle comunità di pratica (tant’è che il lavoro di Wenger consiste
proprio nel suo disvelamento); nel laboratorio di Costruire Bellezza, invece,
essa è ben visibile ed esplicita. Costruire Bellezza è la bocca di un vulcano in
cui è possibile vedere con i propri occhi, attraverso la materia delle cose,
l’intimo e ribollente funzionamento della negoziazione del significato
attraverso la partecipazione e la sua effettiva solidificazione e reificazione.
Compreso questo processo funzionale delle comunità di pratica, bisogna ora
osservare come essa si caratterizza rispetto alle tre dimensioni proposte da
Wenger (impegno reciproco, impresa condivisa, repertorio comune).
Abbiamo già osservato come – grazie alla possibilità di libertà di scambio dei

212
Ibidem, pp. 72-82.
213
Ivi.
214
Ivi., corsivo mio.

149
III. IL LABORATORIO PARTECIPATIVO

diversi capitali pratici che avviene attraverso la relazione pratica definita da


tecnica e ritmo specifici – si sviluppa l’“impegno reciproco” fra i partecipanti;
ci resta da capire come i diversi obiettivi dei partecipanti possano convergere
nella negoziazione di una ”impresa condivisa” e come si caratterizza il
“repertorio comune”.
Gli obiettivi specifici di ognuno, più o meno coscientemente definiti, si
scontrano sin dal primo momento in cui ci si trova a lavorare insieme.
L’obiettivo del laboratorio, come abbiamo osservato, è quello di produrre
manufatti insieme (a partire dalle capacità e disponibilità di ognuno). In
questo senso i designer si trovano in un ambiente estremamente adatto a loro:
il loro capitale culturale (soprattutto scolastico) è valorizzato e può essere
arricchito da attività di questo tipo. Ma che dire delle persone senza casa, le
cui esperienze di vita sono variegate e non hanno avuto necessariamente a
che vedere con la progettazione e la produzione di oggetti? In altre parole, se
l’interesse dei designer per la materia produce un coinvolgimento
potenzialmente alto, non vale lo stesso per chi non si occupa o non si è mai
occupato di costruire cose. Questo, si noti, non ha molto a che vedere con il
capitale pratico: molti designer con i quali ho lavorato in questi anni avevano
una dotazione di capitale pratico molto inferiore rispetto ad alcune persone
senza casa – fatto dovuto, banalmente alla differenza di età e alle maggiori
esperienze dei secondi rispetto ai primi. Questo conferma, ancora, quanto sia
importante che all’interno del laboratorio ci sia la possibilità di uno scambio
reciproco di conoscenze e abilità fra i partecipanti.
In ogni caso, l’incontro fra i partecipanti è uno scontro dei diversi gradi di
interesse che ognuno ripone nell’attività di produzione di oggetti.

Racconto a B. che ci è stato proposto dal responsabile del dormitorio che si


trova nello stesso edificio in cui si svolge Costruire Bellezza – su richiesta di
un ospite che sta lavorando con noi – di costruire delle mensole per le stanze
da letto. «Le conosco bene quelle stanze» mi risponde «ci dormo anche io lì».
Bene, penso. «Allora puoi sicuramente aiutarci a capire come dobbiamo farle

150
6. Partecipazione collaborativa, bellezza negoziata e scambi dialogici

queste mensole». B., senza mostrare molto entusiasmo, mi risponde: «Ma per
me fa lo stesso, come volete farle voi va bene»215

Questo tipo di dialogo è molto frequente durante i primi incontri, e alle volte
si è svolto anche con parole che rendevano ben più chiaro il disinteresse.
Oltre a questo tipo di risposta, ne ho riscontrato un secondo che consiste nel
fornire soluzioni semplici, veloci e scontate per raggiungere l’obiettivo.
“Serve una mensola? Prendiamo un asse di legno, due staffe di ferro e siamo
a posto no?”. L’attenzione formale e la cura estetica per il progetto tendono a
essere, di primo acchito, quasi totalmente assenti. È stato inevitabile, per me,
collegare questo tipo di atteggiamenti allo stile di vita delle persone senza
casa all’interno dei dormitori. Come abbiamo già segnalato, i dormitori sono
luoghi puramente funzionali, arredati con oggetti anonimi ed essenziali.
Sarebbe perfino possibile riscontrare un’estetica ricorrente da dormitorio;
spazi asettici senza cura, contenitori temporanei di persone. Inoltre, come
abbiamo già notato, sono spazi la cui modificazione è totalmente inibita. Tutto
deve rimanere come si trova, in un’immobilità perenne. L’abitudine a fruire
di questi spazi depotenzia la capacità creativa (nel senso di potere di creare),
disabitua all’idea che le cose possano essere anche solo spostate. Il lavoro
collettivo in laboratorio insiste, in buona parte, proprio su questo aspetto: le
cose prendono la forma che il singolo, insieme al gruppo, desidera.
Certamente, non è soltanto la vita in dormitorio che produce un certo
disinteresse rispetto alla progettazione e produzione di oggetti. Le proprie
esperienze pregresse, soprattutto scolastiche e lavorative, influenzano molto
il grado di interesse e di coinvolgimento. Così, per esempio, risponde C.
durante un’intervista condotta da Silvia Stefani: «Per esempio: io non sono
creativo, non ho fantasia, pure a scuola in artistica andavo malissimo. Però ci

215
Diario di campo, giugno 2016.

151
III. IL LABORATORIO PARTECIPATIVO

sono altri che in quello sono bravi e allora ascolto loro in quel caso. Se una
cosa non la so fare chiedo a qualcun altro che è più bravo».216
L’interesse o meno per il lavoro creativo – e dunque estetico-formale – è
influenzato dalla storia personale di ognuno e dalla propria condizione
sociale attuale. Quest’affermazione pare confermare l’idea che per occuparsi
(o preoccuparsi) di estetica sia necessaria quella «distanza dal bisogno»217 di
cui parla Bourdieu e che caratterizza il gusto borghese, ovvero il gusto
“legittimo” della classe dominante.
Tuttavia, all’interno del laboratorio, è proprio sul concetto di legittimazione
estetica che si gioca il coinvolgimento dei partecipanti. La Bellezza a cui fa
riferimento il nome del progetto costituisce esattamente il fulcro attorno al
quale viene costruita l’impresa condivisa. Costruire Bellezza, come abbiamo
visto nella terza parte del capitolo II, è un progetto che prende avvio da
esperienze che si basano sull’idea che portare la bellezza dov’è assente (il
dormitorio, in questo caso) possa produrre benefici all’individuo e alle
relazioni sociali che esso stabilisce con gli altri, oltre ad essere un ottimo
strumento strategico per entrare nei meccanismi dei servizi di accoglienza e
conoscerli in maniera maggiormente approfondita. Anche nell’esperienza
laboratoriale la bellezza viene posta al centro delle discussioni fra i
partecipanti e consiste in qualcosa di esplicitamente negoziabile.
Certamente, l’input decisivo a ragionare in questi termini è dato inizialmente
dai designer, ma la bellezza prodotta non rimane in nessun modo una loro
prerogativa.
Così risponde, per esempio G. a Silvia Stefani a proposito della questione
relativa a prendere decisioni condivise: «Non è che se lo dici tu che sei un
architetto è bellissimo, ma se lo dico io che non sono un architetto non ha

216
Estratto dell’intervista a C. di Silvia Stefani, febbraio 2015. Materiale ad uso interno
del gruppo di ricerca di “Costruire Bellezza”.
217
Pierre Bourdieu, La distinzione. Critica sociale del gusto (1979), trad. it., Il Mulino,
Bologna, 2001, p.49.

152
6. Partecipazione collaborativa, bellezza negoziata e scambi dialogici

valore… è una mia opinione!»218. Dopo un certo periodo di lavoro collettivo,


infatti, viene accolta dal gruppo l’idea che le opinioni di ognuno abbiano lo
stesso valore nel definire “cos’è bello e cos’è brutto”. In questo senso è
possibile riscontrare un altro elemento che produce uguaglianza nonostante
la disuguaglianza: il concetto di bellezza non è una questione di gusto di
classe, ma un concetto variabile che viene legittimato dal gruppo stesso, un
significato continuamente negoziato attraverso le scelte puntuali che
vengono concordate insieme.
Soprattutto per quanto riguarda le persone senza casa, immaginarsi come
portatori di opinioni valide rispetto al valore estetico degli oggetti (in realtà
come portatori di opinioni valide in generale) è un processo non immediato.
Dare voce ai propri pensieri e alle proprie idee può generare inizialmente un
certo imbarazzo di fronte ai Designer. Quando ho conosciuto F., per esempio,
continuava ad affermare: «Ma sei tu che devi decidere, sei tu che hai studiato.
Siamo nelle tue mani».
Per far sì che il lavoro sia davvero collaborativo è necessario che il designer
smorzi questo tipo di autorità che gli viene attribuita. La collaborazione non
funziona se c’è qualcuno che decide cosa è giusto e cosa no. In questo caso,
si tratterebbe semmai di lavoro subordinato.
Un elemento decisivo, in questo senso, riguarda il linguaggio che viene
utilizzato all’interno del gruppo. Infatti, come afferma Bourdieu, non si può
dimenticare che

le relazioni linguistiche sono sempre rapporti di forza simbolica attraverso i


quali i rapporti di forza tra i locutori e i loro gruppi rispettivi si attualizzano in
forma trasfigurata […] Ogni scambio linguistico contiene la virtualità di un atto

218
Estratto dell’intervista a G. di Silvia Stefani, aprile 2015. Materiale ad uso interno del
gruppo di ricerca di “Costruire Bellezza”.

153
III. IL LABORATORIO PARTECIPATIVO

di potere, in misura tanto maggiore quanto più esso coinvolge agenti che
occupano posizioni asimmetriche nella distribuzione del capitale pertinente219

Utilizzare l’habitus linguistico del design all’interno del laboratorio – che fa


continuamente riferimento al metodo progettuale accademico e si avvale di
termini che possono essere molto tecnici e specialistici – significa
banalmente, da un lato, rischiare di non farsi capire da chi non conosce quel
vocabolario e dall’altro, di porsi in una situazione di dominio linguistico che
genera uno sbilanciamento di autorità influendo negativamente sulla
relazione collaborativa. Non si può dimenticare, infatti che «la sua autorità
giunge al linguaggio dall’esterno»220, ovvero che la legittimità del discorso è
data dal potere simbolico di cui viene rivestita la persona che lo pronuncia.
Questo significa che sono i partecipanti stessi che accettano (a livello
simbolico) che – per esempio nel caso del laboratorio – “chi ha studiato” è
più legittimato a parlare e più autorevole; questo rischia di essere tanto più
valido nel caso in cui ciò di cui si discute (gli oggetti) attiene esplicitamente
al “capitale pertinente” degli studiosi in questione (i designer).
Bourdieu definisce questa dinamica come un processo di violenza simbolica
ovvero «quella forma di violenza che viene esercitata su un agente sociale con
la sua complicità […] Chiamo misconoscimento il fatto di riconoscere una
violenza che viene esercitata proprio nella misura in cui non la si riconosce
come violenza […] Di tutte le forma di ‘persuasione occulta’ la più implacabile
è quella esercitata semplicemente dall’ordine delle cose».221
Bourdieu afferma che questa potenzialità del linguaggio «può essere messa
fra parentesi, come spesso succede in famiglia e nei rapporti di !"#ί%, in senso
aristotelico, in cui la violenza è sospesa in una sorta di patto di non

219
P. Bourdieu, L. J. D. Wacquant, Risposte, op. cit. pp. 108-112.
220
Ivi.
221
P. Bourdieu, L. J. D. Wacquant, Risposte, op. cit., p. 129-130.

154
6. Partecipazione collaborativa, bellezza negoziata e scambi dialogici

aggressione simbolica»222. È esattamente questo che succede all’interno del


laboratorio. Poiché il contesto richiede che ci sia collaborazione fra i
partecipanti, quando non è il designer stesso ad utilizzare un registro adatto,
sono le altre persone che lo invitano a farlo: «Parla come mangi, se no non
capisco». È questa richiesta esplicita che fa sì che il “patto di non aggressione
simbolica” non degeneri nel rischio che rileva Bourdieu, ovvero che «il rifiuto
di esercitare il dominio può essere una dimensione di una strategia di
condiscendenza o una maniera di portare la violenza a un grado più elevato
di negazione e di dissimulazione, un mezzo per rafforzare l’effetto di
misconoscimento e quindi di violenza simbolica»223.
Il ruolo del linguaggio è fondamentale durante la collaborazione, ma non solo
di quello verbale. Come afferma Sennett nei processi collaborativi è
indispensabile capire anche «i gesti e i silenzi e non solo le dichiarazioni»224
degli altri. Si tratta di stabilire uno “scambio dialogico” grazie a quelle che
Sennett definisce conversazioni dialettiche e dialogiche: ovvero
conversazioni che non tendono a far trionfare necessariamente la propria
tesi, ma che rispondono alle intenzioni e suggestioni dell’interlocutore nel
tentativo di cogliere i possibili punti di incontro; si tratta di imparare a
cogliere ciò che l’interlocutore presuppone e non dice e di esplicitarlo in
parole225 o, nel nostro caso, in esperimenti materici, schemi, disegni. Questo
tipo di scambio presuppone che ci sia una certa disposizione all’ascolto
reciproco e in questo senso, afferma Sennett, «l’ascolto è un’attività
interpretativa che funziona meglio se ci si concentra su elementi specifici»226.
Progettare significa fare scelte rispetto a infiniti dettagli, ed è proprio
l’insieme di questi a definire la forma finale. Le discussioni che si svolgono

222
Ibidem, p. 110.
223
Ivi.
224
R. Sennett, Insieme, op. cit., p. 25.
225
Cfr. Ibidem, pp. 29-31.
226
Ibidem, p. 35.

155
III. IL LABORATORIO PARTECIPATIVO

nel laboratorio riguardano esattamente questi dettagli, questi “elementi


specifici”. Il confronto è effettivamente più facile quando si parla di quegli
aspetti minuti che possono sembrare totalmente ininfluenti rispetto
all’oggetto nella sua completezza ma che in realtà lo caratterizzano in maniera
specifica. È più facile parlare di dettagli perché l’attenzione di tutti si focalizza
su un problema unico, su una scelta puntuale. In realtà già questo è molto
complesso. In un gruppo di lavoro di 5/6 persone per scegliere di che colore
dipingere la gamba di una sedia ci si può impiegare anche più di un’ora: si
discute sui colori possibili, si riduce la possibilità di scelta ai colori preferiti
di ognuno, si fanno delle prove colore sul legno, si osservano i provini e si
ridiscute insieme rispetto alla loro resa estetica; qualcuno ritratta tutto ciò
che è stato detto fino a quel momento; si vota (nel peggiore dei casi), si
ridiscute (di sicuro). In questo processo ogni proposta non solo viene
ascoltata e vagliata, ma può essere generativa di altre idee. Il confronto, le
discussioni e le scelte collettive rispetto ai dettagli, producono infine un
manufatto nel quale ognuno è in grado di riconoscere la sua volontà. Tra
parentesi, si noti che, per arrivare ad una scelta condivisa, solo raramente si
è dovuto ricorrere al sistema delle votazioni; e quando questo è successo, tra
l’altro, rimaneva sempre qualcuno che non si riconosceva appieno nella scelta
fatta. Il laboratorio di Costruire Bellezza può essere, in questo senso, un
esempio di spazio sociale in cui i partecipanti mettono in atto quelle pratiche
di democrazia partecipata, diretta e deliberativa, di cui scrive David Graeber,
basate sull’ascolto e la ricerca dell’unanimità; quindi non formale e basata
sulla maggioranza. Il sistema di voto non appartiene a questo tipo di modalità,
infatti, come conferma David Graeber, «se non c’è modo di obbligare chi
dissente ad adeguarsi alla decisione di una maggioranza, allora l’ultima cosa

156
6. Partecipazione collaborativa, bellezza negoziata e scambi dialogici

da fare è ricorrere a un voto, ovvero a una sfida pubblica in cui qualcuno


perderà pubblicamente»227.
Lo scambio dialogico è, quindi, un processo di continua mediazione (o
negoziazione) tra le proprie proposte e quelle degli altri, è un’apertura
all’altro e può essere agevolato da quelle che Sennett chiama “formule
dubitative” ovvero modalità di dialogo che prevedono formulazioni esitanti e
non perentorie caratterizzate dal condizionale attenuativo: “Scusate, ma…”,
“forse qui si potrebbe”, “che ne dite se…”228. Anche per chiedere aiuto a
qualcuno, nel laboratorio, non si utilizza mai l’imperativo che caratterizza
invece i luoghi di lavoro più direttivi. Per dire, per esempio, “passami il
martello!” si preferisce chiedere “hai voglia di passarmi il martello?”. Questo
contribuisce a creare un clima disteso e, in un certo senso, gentile, senza
scadere nella farsa teatrale.
Che fra i partecipanti ci sia uno scambio dialogico, però, non è del tutto
scontato.
Per esempio, in un’intervista condotta dalla mia collega antropologa a G.C.,
un designer che ha lavorato nel laboratorio insieme a me per molto tempo,
racconta che durante il laboratorio R. e C., due tirocinanti del SAD, «hanno
iniziato a litigare su che colore fare una sedia ed è stato un momento piuttosto
forte. Dicevano: ho il coltello in tasca, risolviamo fuori»229. Lo scambio
dialogico è qualcosa che si apprende nel tempo, mentre progressivamente si
comprende che questo è in grado di agevolare la collaborazione.
Lo scambio dialogico è, dunque, estremamente faticoso e richiede molto
tempo e pazienza reciproca, ma produce una relazione intensa e profonda
attraverso la quale si riesce a condividere visioni e decisioni. Questa modalità

227
D. Graeber, Critica della democrazia occidentale. Nuovi movimenti, crisi dello Stato,
democrazia diretta (2007), trad. it., Elèuthera, Milano, 2012, p. 56-57.
228
Cfr. R. Sennett, Insieme, op. cit., p. 34.
229
Estratto dell’intervista a G.C. di Silvia Stefani, settembre 2015. Materiale ad uso
interno del gruppo di ricerca di “Costruire Bellezza”.

157
III. IL LABORATORIO PARTECIPATIVO

di dialogo, insieme alla scelta condivisa delle tecniche e all’uso di utensili


conviviali che abbiamo già discusso, contribuisce a definire il ritmo di lavoro
e a favorire il coinvolgimento dei partecipanti.

158
7. L’oggetto come relazione

Una volta apprese le dinamiche collaborative del laboratorio, tutti i


partecipanti iniziano ad avere un estremo interesse nel vedere l’oggetto finito
e nel riconoscere in esso anche le proprie scelte. “Ci ho preso gusto, starei
qui tutto il giorno.” mi disse una volta R., a fine laboratorio, mentre insistevo
perché venisse a mangiare e smettesse di levigare un missile di legno che
serviva a finire un giocattolo per bambini che stavamo costruendo.
Ma quali sono gli oggetti che vengono prodotti all’interno del laboratorio? Le
proposte che sono state fatte ai partecipanti, negli anni, sono abbastanza
varie. Da oggetti di uso domestico quali tende, sedie, credenze, tavoli,
mensole, librerie, lampade, appendiabiti, carrelli porta vivande, letti, a oggetti
per uso esterno come panchine, vasconi per orti, bacheche per gli avvisi, a
lavori che avevano a che vedere con le decorazioni murarie, fino a giochi per
bambini, borse, anelli di legno e, per finire, anche alcune sculture artistiche.
III. IL LABORATORIO PARTECIPATIVO

Il meccanismo per cui si inizia a lavorare su uno specifico progetto si delinea


in questo modo: al gruppo viene proposto di realizzare un progetto da parte
dei coordinatori di Costruire Bellezza (sia i ricercatori universitari che il
responsabile del servizio), i quali propongono di lavorare su oggetti di cui
beneficerà lo spazio stesso che ospita Costruire Bellezza oppure gli spazi di
accoglienza notturna limitrofi. Sono proposte che provengono dall’interno
del servizio e che rimangono all’interno di esso. Altre proposte arrivano
dall’esterno e vengono filtrate dai coordinatori: possono provenire dal corso
di studi di design del Politecnico oppure da realtà che condividono la modalità
di lavoro del laboratorio e che ne conoscono la storia o da realtà vicine ai
servizi che ospitano le persone senza casa o che comunque hanno a che fare
con enti pubblici. Gli oggetti prodotti, in questo caso, verranno consegnati al
committente esterno.
I coordinatori basano le proprie scelte ponendo attenzione al fatto che ogni
proposta possa essere intesa come un’occasione di sperimentare le abilità e
le competenze del gruppo di lavoro nel rispetto dei ritmi che lo
caratterizzano. In nessun caso lo scopo finale degli oggetti è quello di essere
commercializzati. Essi possono venire esclusivamente scambiati con le
diverse realtà territoriali che co-progettano e co-producono il manufatto
partecipando fisicamente o economicamente o fornendo il materiale al
laboratorio.
Il fatto che gli oggetti, una volta ultimati, non vengano venduti è stato un
frequente argomento di confronto con le realtà esterne che sono entrate in
contatto con il laboratorio ma anche fra i partecipanti stessi.

C: Però, ti dico una cosa… io penso che dovremmo venderle. Non per noi, da
metterci in tasca dei soldi, ma potrebbero essere soldi per il progetto tipo per
comprare dei materiali, oppure, che ne so, per farci una bella mangiata di
pesce. Oppure potremmo darli alle signore sopra, o a delle famiglie povere del
quartiere. Che io penso sempre che sia la cosa più bella da fare. Poi se le vendi
vuol dire che sono belle.
S: è una gratificazione.

160
7. L’oggetto come relazione

C: Eh sì! Perché vuol dire che per qualcun altro sono belle.230

Come si evince da questo estratto di intervista, gli argomenti che


generalmente supportano l’idea della vendita sono due: il primo è che,
banalmente, ci si può guadagnare denaro da reinvestire nel progetto; il
secondo, è che gli oggetti sono riconosciuti come belli.
Certe volte si insiste molto sul primo aspetto. P., per esempio, una signora
sulla cinquantina, una volta ha insistito per occuparsi personalmente della
vendita: «Ma scusa, io non ho un lavoro, sai? Ve li vendo io ‘sti oggetti, magari
qualcosa me lo tengo io, ma vuoi mettere se li vendiamo quanti soldi ci tira
su il progetto. E magari posso continuare a venire qui e ne costruiamo altri e
diventa un lavoro vero e proprio per tutti, no?».
In realtà, la scelta di non vendere i manufatti è dovuta ad una serie di fattori
mai del tutto analizzati da parte del gruppo di ricerca, ma sicuramente il
disinteresse nei confronti di questa prospettiva può essere dovuta al fatto che,
entrare nel sistema di mercato, cambierebbe in maniera troppo drastica i
connotati del laboratorio. Non abbiamo modo, in questo testo, di
approfondire ulteriormente la questione, ma ci basti sottolineare che, già solo
l'efficienza e i ritmi che imporrebbe il mercato sarebbero troppo elevati per
permettere la relazione collaborativa – elemento fondamentale del
laboratorio – che, come abbiamo ampiamente osservato, prevede invece
tempi lunghi e pazienti. È interessante osservare, sebbene di passaggio, come
questa modalità che privilegia la relazione e la collaborazione fra le persone
produca degli oggetti in-utili al mercato, ovvero che non producono un utile
immediato.
In ogni caso, il fatto che gli oggetti non siano finalizzati alla vendita fa sì,
inoltre, che questi vengano dotati di uno statuto diverso da quello di merce,

230
Estratto dell’intervista a C. di Silvia Stefani, febbraio 2015. Materiale ad uso interno
del gruppo di ricerca di “Costruire Bellezza”.

161
III. IL LABORATORIO PARTECIPATIVO

inteso nel senso capitalistico (ovvero bene prodotto per essere venduto e
consumato)231.
Gli oggetti, come afferma Igor Kopytoff, sono dotati di una «biografia
culturale»232 che significa, molto brevemente, che gli oggetti cambiano il loro
statuto nel tempo e a seconda dell’ambiente culturale in cui sono collocati.
Nel caso di Costruire Bellezza, praticamente tutti gli artefatti su cui abbiamo
operato erano oggetti dismessi o abbandonati, oggetti il cui “processo di
mercificazione” si era concluso in un deposito, in una cantina o in un
cassonetto dell’immondizia. In rarissimi casi, infatti, i manufatti prodotti nel
laboratorio sono stati costruiti a partire da materiali grezzi o, per usare un
termine del mondo della progettazione, da semilavorati industriali acquistati
ex-novo.
All’interno del laboratorio, dunque, il processo produttivo consiste in un
recupero di oggetti estromessi dal circuito di scambio, in una “presa in
carico” degli stessi, in una riattivazione della loro biografia. Inizialmente
questa scelta, come per la scelta degli utensili, è stata una conseguenza di una
situazione contingente di limitata disponibilità di fondi, ma è
successivamente diventata un’opzione comunque privilegiata viste le
opportunità che gli oggetti usati forniscono. Vediamo in che senso.
Per il primo progetto del laboratorio, fu il comune di Torino stesso a mettere
a disposizione alcune sedie dismesse di sua proprietà. L’obbiettivo, in quel
caso, era di risistemarle per consegnarle al dormitorio femminile di via

231
Il concetto di merce, così inteso, è stato ampiamente criticato da diversi antropologi
e sociologi; ma resta vero che, all’interno del laboratorio, questa prospettiva sia adottata
dalla quasi totalità dei partecipanti. In ogni caso, per prospettive differenti da questa si
rimanda, tra gli altri, a Arjun Appadurai, “Le merci e la politica del valore” in Emanuela
Mora (a cura di), Gli attrezzi per vivere. Forme della produzione culturale tra industria e vita
quotidiana, Vita e pensiero, Milano, 2008; Matteo Aria, Fabio Dei (a cura di), Culture del
dono, Meltemi, Roma, 2008; Silvia Bernardi, Fabio Dei, Pietro Meloni (a cura di), La
materia del quotidiano. Per un’antropologia degli oggetti ordinari, Pacini, Pisa, 2011; Daniel
Miller, Per un’antropologia delle cose, op. cit.
232
Igor Kopytoff, “La biografia culturale degli oggetti: la mercificazione come processo”
in E. Mora (a cura di), Gli attrezzi per vivere, op. cit., p. 77.

162
7. L’oggetto come relazione

Ghedini 6. Come abbiamo già anticipato, furono gli studenti di design del
Politecnico a elaborare alcune proposte di progetto (circa quaranta) che poi
sarebbero state realizzate dai partecipanti di Costruire Bellezza. Il progetto
delle sedie è quello che ha dato l’avvio al progetto ed è durato più di un anno;
è l’esperienza che, più di altre, ha permesso ai partecipanti e ai coordinatori
di far emergere i primi risultati tangibili, sia in termini pratici che di analisi
teorica.
Durante i primi giorni di laboratorio, dopo aver scelto i progetti da realizzare,
l’obiettivo era quello di riportare le sedie al loro stato “originale” ovvero si
trattava, se così si può dire, di “denudarle” della loro storia. Venivano
carteggiate a legno eliminando le parti rovinate e la vernice superficiale e
venivano rese più solide sostituendo le viti vecchie con viti nuove e
aggiungendo colla e chiodi nei punti più instabili. Questi processi miravano
ad ottenere una sedia “vergine” da cui ripartire per “rivestirla” delle
caratteristiche che erano state disegnate nei progetti degli studenti.
L’obiettivo era quello di produrre un oggetto che rispecchiasse esattamente
il disegno scelto. Fin dalle prime prove, però, il risultato finale non
corrispondeva mai perfettamente al disegno. Questo era dovuto, in buona
parte, al fatto che nessuno dei partecipanti era fornito del sufficiente capitale
pratico. Il fatto che gli oggetti non corrispondessero fedelmente ai progetti
generava una certa sfiducia nelle proprie capacità e, perfino alcune
discussioni fra i partecipanti che si accusavano a vicenda per incompetenza.
Questo tipo di obiettivo rischiava di essere soffocante e, di fatto, irrealizzabile.
È stato dunque necessario impostare diversamente il lavoro, proprio a partire,
questa volta, dalle competenze che ognuno poteva mettere a disposizione e
cercando di capire che cosa ognuno si immaginava di fare per consegnare
alle signore delle sedie che fossero comunque belle. I progetti degli studenti
erano, infatti, abbastanza complicati e alcuni non erano per niente apprezzati
dal gruppo, ma in ogni caso avevano il vantaggio di mostrare, attraverso

163
III. IL LABORATORIO PARTECIPATIVO

schemi e progetti molto chiari, delle soluzioni al di fuori della norma. Una
volta che il gruppo si liberò dell’incombenza di produrre oggetti che
corrispondessero perfettamente ai progetti dei designer, rimase l’idea che le
sedie di cui ci stavamo occupando dovessero essere comunque all’altezza di
quelle stesse proposte. I disegni degli studenti servirono, in qualche modo,
da detonatore creativo. In breve tempo, il libro dei progetti fu accantonato e
venne aperto solo di tanto in tanto per trovare ispirazione. Quel che il gruppo
aveva capito era che dovesse lavorare con le forze che aveva a disposizione,
ma che non per questo si dovessero produrre degli oggetti brutti. In questo
senso, un elemento molto stimolante consisteva nel fatto che quelle sedie
sarebbero state utilizzate da qualcun altro (in quel caso dalle ospiti del
dormitorio) e che quindi sarebbero state viste all’esterno del laboratorio e
giudicate. Queste sedie, secondo i partecipanti, dovevano essere apprezzate e
si desiderava che fossero la testimonianza che nel laboratorio ci fossero
persone che “valevano qualcosa anche se non avevano la casa”. In questo
modo, il concetto di bellezza è divenuto un elemento capace di guidare gli
obiettivi del gruppo, diventando esso stesso l’”impresa condivisa” che
caratterizza il gruppo. La bellezza, sempre negoziata, costituisce, così, una
sorta di patto233 fra i partecipanti a lavorare al meglio, ad impegnarsi al
massimo, poiché ne va della reputazione dell’intero gruppo.
Una volta fatto detonare, il pensiero creativo di ognuno ha cominciato a
produrre idee perfino assurde e al limite del possibile. Ognuno si sentiva in
diritto di immaginare l'impossibile. Venivano proposte anche idee che non
avevano un collegamento diretto con ciò che ognuno era in grado di fare ma
che erano di pura fantasia. In questo modo il pensiero collettivo poteva
spostarsi su un piano quasi immateriale. Le fantasie di ognuno influenzavano
le fantasie degli altri. In alcuni momenti di climax una proposta relativamente

233
Ringrazio la mia collega Sara Ceraolo per quest’idea emersa durante un confronto
con lei.

164
7. L’oggetto come relazione

semplice di qualcuno poteva diventare la base dalla quale gli altri potevano
rilanciare all’infinito: «ma va, ma quest’idea è banale, dovremmo aggiungere
questo e quello»; «e che ne dite se uniamo due sedie insieme, per i culi grossi,
che so?»; «e poi al posto di una gamba ci mettiamo una specie di lampione
così si può usare per leggere»; «allora il piano di seduta può diventare tipo un
disegno della mappa di una città». Attraverso il lavoro sulle sedie si era
sviluppato un incredibile pensiero divergente collettivo, era possibile pensare
all’impossibile, immaginare le cose in modo diverso.
Nella fase di ideazione il clima si faceva vivace e nessuna assurdità era negata.
L’importante, però, era che ognuno riuscisse a farsi capire e che fosse in grado
di descrivere la propria idea agli altri. Se non riusciva attraverso le parole si
serviva di esempi più pratici, o disegni, o modellini. In questa fase, la capacità
progettuale e espressiva dei designer può essere ben spesa all’interno del
gruppo, in quanto può aiutare gli altri a trovare un modo di dare forma
immediata alle idee che vengono abbozzate.
In ogni caso, l’unico vincolo che andava rispettato era che tutti fossero
d’accordo e che riuscissimo, infine, a dare forma insieme alla materia. Il
nostro ultimo incontro era, quindi, con la materia; il confronto finale avveniva
attraverso di essa e a seconda della risposta che questa forniva si riprendeva
a progettare.
Non dobbiamo dimenticarci, infatti, che non è sufficiente avere un’idea per
realizzarla poiché «la forma emerge non da qualche modello ma da una serie
complessa di movimenti eseguiti con abilità. Più in generale, le forme degli
artefatti non si trovano iscritte dall’intelletto razionale sulla superficie
concreta della natura, ma sono piuttosto generate nel corso del
dispiegamento progressivo di quel campo di forze e di relazioni che si
stabilisce attraverso il coinvolgimento sensoriale e attivo dell’operatore […]

165
III. IL LABORATORIO PARTECIPATIVO

col materiale con cui lavora»234. Il manufatto finale è dunque l’esito di questa
corrispondenza prima fra i soggetti e poi fra i soggetti e gli oggetti. È un lavoro
di squadra ed un intreccio di storie. La forma finale non è definita, infatti,
solo dalle esperienze e dalle fantasie dei soggetti, ma dipende anche dalla
storia che l’oggetto con il quale si sta lavorando in qualche modo comunica,
dal suo colore precedente, dalle zone più o meno rotte e consumate, dalla sua
forma, dai pezzi di cui è manchevole, insomma da tutte le sue imperfezioni
storicamente acquisite.
La scelta di lavorare con oggetti già carichi di storia fa sì che fra gli artigiani
e l’oggetto si stabilisca una relazione più intima. Inoltre, lavorare a partire da
oggetti imperfetti, lascia più spazio non solo alla fantasia, ma anche a
considerare l’eventuale errore di lavorazione con meno timore.
L’imperfezione è più viva e stimolante e, inoltre, è maggiormente
corrispondente alla qualità fondamentalmente imprecisa del lavoro in
laboratorio. In ogni caso, dopo che il gruppo si è preso cura per giorni, se non
per mesi, dello stesso oggetto questo esce dal laboratorio con una nuova
storia. Ad ogni manufatto, durante il lavoro, viene attribuito una sorta di
nomignolo che lo caratterizza e che serve ai partecipanti per capire di quale
oggetto si sta parlando durante le discussioni. Prima che esso venga rilasciato
alla collettività esso viene, per così dire, ri-battezzato. L’artefatto finito riceve,
quindi, un nome ufficiale da parte del gruppo, come a simboleggiare questa
specie di lungo rito di passaggio compiuto della cosa per mano dei
partecipanti di Costruire Bellezza.
Può sembrare abbastanza retorico, ma il processo di valorizzazione creativa
che si compie sugli oggetti è stato letto dai partecipanti, più di una volta,
anche come una metafora sociale: nel laboratorio “ciò che non serve più a

234
T. Ingold, Ecologia della cultura, op. cit., p. 152.

166
7. L’oggetto come relazione

nessuno” gode di un estremo rispetto e cura perché è da questo “scarto” e


dall'attenzione alla sua storia che l'oggetto riacquista dignità.
Infine, a proposito di biografie degli oggetti, è interessante notare che le sedie
del primo progetto, a processo ultimato, non sono state né vendute, né
consegnate al dormitorio femminile. Queste si trovano ancora negli spazi che
ospitano i laboratori di Costruire Bellezza. L’affezione da parte del gruppo a
questi oggetti, dovuta alla loro capacità di esprimere così bene il processo
produttivo collaborativo che li ha generati, li ha resi dei veri e propri oggetti
inalienabili. Soprattutto durante il cambio dei partecipanti del laboratorio e
per tutte le persone che negli anni sono entrate in contatto con il progetto,
questi sono stati molto utili per far capire loro che cosa si producesse a
Costruire Bellezza. Inoltre, hanno svolto il ruolo di “monili di famiglia” in
quanto sono serviti come rappresentazione tangibile del capitale culturale e
sociale del laboratorio: “le sedie di Costruire Bellezza”, infatti, sono state
presentate in ben quattro mostre aperte al pubblico nella città di Torino.
Nessuno degli oggetti successivi ha più goduto di questo privilegio.
Abbiamo osservato, dunque, come ogni confronto operativo fra i partecipanti,
dall’ideazione alla realizzazione del manufatto, serve a fare in modo che
l’artefatto finale non sia il risultato della volontà di un singolo individuo (o di
un singolo desiderio) che sfrutta il gruppo per realizzarsi, ma sia l’espressione
reificata di una reciprocità che si instaura fra il manufatto e il gruppo che lo
produce: non solo il manufatto è del gruppo ma anche, il gruppo è attraverso
quell’artefatto. La collettività non solo si riconosce nelle pratiche adottate, ma
anche nel risultato reificato che essa produce.
L’oggetto è, perciò, non solo il risultato delle relazioni sociali che lo hanno
prodotto ma è anche l’occasione e il tramite delle relazioni stesse. Il caso di
Costruire Bellezza è in grado dunque di dimostrare come tra oggetti e soggetti
vi sia una relazione di reciprocità indissolubile.

167
CONCLUSIONE.
Libertà e lavoro pratico

L’esperienza di laboratorio presentata e la ricerca a margine di questa mi


hanno permesso di collocarmi a metà fra cose e persone. Questa è una buona
prospettiva dalla quale osservare come le une prendano forma attraverso le
altre e viceversa e come mentre si costruiscono le cose si costruiscono anche
le relazioni. In questo spazio di mezzo, che è relazionale e pratico insieme, è
possibile capire quali forze e quali resistenze vengono prodotte e quali libertà
hanno modo di esprimersi e quali, invece, vengono inibite da chi e da che
cosa. Il lavoro in laboratorio mi ha permesso di scavare sotto la superficie
formale e funzionale degli oggetti e di accedere al loro valore relazionale e
sempre sociale.
Quest’esperienza mi ha portato a interpretare lo spazio sociale anche come
spazio fisico e mi ha permesso di osservare come gli spazi in cui la
negoziazione di significato fra i suoi abitanti è repressa (socialmente,
politicamente o fisicamente), siano spazi che producono diseguaglianza. Mi
pare che la libertà dell’individuo consista, in buona parte, in questa
possibilità di negoziazione che prevede non solo la libertà di espressione, ma
anche la possibilità di essere preso in considerazione dagli altri che lo
circondano. È una libertà intrinsecamente relazionale e sociale. L’atto di
negoziare, infatti, è un processo (non facile e molto impegnativo) che prevede
il dialogo con l’altro, lo scambio, l’apertura al confronto. La negoziazione è
dunque un processo democratico – nel senso datogli da David Graeber – ovvero
Libertà e lavoro pratico

un processo di compromesso e sintesi volto a produrre decisioni che nessuno


troverà così radicalmente inaccettabili da doverle rifiutare. Questo vuol dire
anche che i due ambiti normalmente separati – quello in cui vengono prese le
decisioni e quello in cui vengono attuate – si sono di fatto dissolti. Non si tratta
di essere tutti d’accordo. Molte forme di consenso implicano una varietà di
forme sfumate di dissenso. Il punto è questo: bisogna garantire che nessuno se
ne vada con la convinzione che le sue prospettive siano state totalmente
ignorate235

In laboratorio nessuno mira a un fine unico, a un solo obiettivo, a un singolo


desiderio. Anche il fine è l’esito dei processi di negoziazione ed è dunque
perennemente variabile in quanto è definito dai fini variabili di ciascuno, che
a loro volta si alimentano di, e vengono alimentati da, esso. Non esiste un fine
unico, ma semmai unici fini in costante confronto (collaborativo) e scontro
(dialettico). Anche il fine può, dunque, essere collettivo.
Nello stesso tempo, però, non è possibile dire se gli individui vivono nel
mondo ponendo costante attenzione a quali sono i propri fini – anche perché
non è detto che questi siano sempre limpidi e chiari nella testa di ognuno.
Non si può, dunque, affermare che ogni esperienza sia vissuta nell’ottica di
raggiungere un fine. Per questo, mi pare che si possa considerare l’esperienza
in termini di opportunità. In questo senso, quante meno opportunità
un’esperienza è in grado di fornire tanto meno l’individuo riterrà opportuno
viverla. Detto questo, l’esperienza non è qualcosa di premeditato ma qualcosa
di emergente e processuale. Come afferma il filosofo statunitense John
Dewey

l’esperienza non è mai esperienza di un oggetto da parte di un soggetto, ma


interazione fra oggetto e soggetto, fra organismo e ambiente, o meglio
“transazione”, relazione in cui i termini non sussistono mai di per sé, ma solo
nei termini della relazione stessa […] L’esperienza rinvia sempre a situazioni di
precarietà e di problematicità radicali in cui l’uomo è coinvolto nel suo sforzo

235
David Graeber, Critica della democrazia occidentale, op. cit., p. 57.

170
di adattamento e di evoluzione, e ha quindi a che fare con bisogni e con interessi
vitali anche molto profondi.236

Vivere nel mondo (o anche, abitare il mondo) consiste nel fare esperienza di
negoziazione continua di significato (con l’ambiente e con gli altri) e questo
significa che ogni esperienza è anche un processo di conoscenza e
un’opportunità di apprendimento.
Il laboratorio non è altro che un’esperienza all’interno della quale gli
individui, nonostante le loro diversità, anzi, proprio grazie a queste,
apprendono gli uni dagli altri, poiché il contesto lo permette, perché
l’organizzazione non è gerarchica e autoritaria, perché i ritmi sono dettati
esclusivamente dai tempi necessari a costruire le relazioni (che per emergere
hanno bisogno di lentezza, di calma, di ascolto reciproco, di parità). Nel
laboratorio non si impara un mestiere in quanto non ci sono maestri e non
ci sono allievi, ma si apprende a collaborare, questo sì. Questo è possibile
grazie all’attività pratica poiché «quando si viene all’atto pratico si è costretti
dalle circostanze al compromesso»237. La pratica costringe a negoziare con la
materia, la pratica collaborativa con la materia e con gli altri. Il lavoro pratico,
inoltre, produce un’alienazione positiva che permette di concentrarsi sui
dettagli e “di distrarsi, di parlare d’altro, di non pensare per un po’ alla vita
di strada”. La trasformazione della materia pone dei limiti espliciti e chiari
che possono essere affrontati e risolti insieme al gruppo. Inoltre il lavoro
artigianale produce esiti tangibili e immediatamente visibili che danno
soddisfazione. Quando si finisce un manufatto lo si può ammirare, ci si fa i
complimenti a vicenda, si ricevono elogi dagli altri, ci si stringe la mano e ci
si dà una pacca sulla spalla ripensando a tutta la fatica che si è fatta insieme
per arrivare alla fine. Quest’esperienza dimostra, dunque, come i manufatti,

236
John Dewey, cit. in Francesco Cappa, “Introduzione” in John Dewey, Esperienza e
educazione (1938), trad. it., Raffaello Cortina, Milano, 2014, p. IX.
237
John Dewey, Esperienza e educazione (1938), trad. it., Raffaello Cortina, Milano, 2014, p.
3.

171
Libertà e lavoro pratico

gli oggetti, siano il risultato di un incontro fra individui e non tanto di


progetti “calati dall’alto”. Solo in questo caso ritengo si possa legittimamente
parlare di partecipazione, intesa nel senso di coinvolgimento autentico.
L’etnografia qui presentata, infine, attraverso lo sguardo antropologico – più
rivolto ai meccanismi relazionali fra le persone – e quello del design – più
attento alle attività pratiche di progettazione e produzione delle cose – sia in
grado di mostrare la potenzialità egualitaria della pratica collaborativa.
Ma che altro?
Costruire Bellezza è un esperimento che nasce anche con l’intento di capire
quali siano i meccanismi che governano il sistema assistenziale delle persone
senza casa e in questo senso si è rivelato uno strumento di indagine molto
potente, che ha fatto emergere alcuni elementi fragili di questo sistema
complesso. Servirebbe un’altra tesi per affrontarli uno ad uno. Uno fra tutti,
però, consiste nel rapporto problematico fra le persone senza casa e il lavoro.
Il laboratorio, come già sottolineato, viene inteso dal SAD come uno
strumento in grado di ri-abilitare al lavoro le persone senza casa, di ri-
attivarle, di ri-socializzarle, di scoprire le loro competenze “tacite” per poterle
ri-impiegare nel sistema lavoro. In quasi tre anni ho conosciuto più di 50
persone senza casa e di queste ho in mente due soli casi in cui la persona è
stata ri-collocata. Quel che ho potuto notare nel laboratorio, però, è che
nessuna di queste – nonostante le debolezze personali – in un contesto
ugualitario e collaborativo si può considerare incapace di lavorare
(nonostante il compenso davvero minimo). Emerge dunque, tra le altre
possibili, una domanda. Quant’è corretto individuare come cause del
problema del lavoro, e perciò dell’emarginazione sociale, la carenza di
capacità, di competenze, di certificati, di titoli, di abilità e di volontà dei
singoli individui?

172
Così mi ha detto una volta A., un buon saldatore ed ex-camionista: «Dimmi
te se uno, a quasi sessant’anni, si deve ancora mettere a fare un tirocinio per
trovare lavoro».

173
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Finito di scrivere:
Torino, 23 giugno 2017

I ristampa
Torino, novembre 2017

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