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Il dibattito Koyré e Schuhl

Il problema dell’evoluzione del sapere tecnico, fatto di accelerazioni e rallentamenti di cui dobbiamo
tentare una spiegazione, porta a interrogarsi sui processi di cambiamento dei rapporti fra tecnica e scienza
(e sui suoi effetti nella società). In particolare, si tratta del problema dell’evoluzione del progresso tecnico e
del macchinismo1 (che è la base indispensabile per l’industrializzazione) e del mancato sviluppo di quelle
premesse, pure estremamente fertili, che affondano le loro radici nel mondo antico.
Le rivoluzioni industriali hanno profondamente modificato i quadri della vita umana, creando abitudini
di pensiero molto differenti da quelle del Medioevo e dell’antichità. La civiltà industriale ha sostituito
all’ambiente e al ritmo naturali della vita un ritmo meccanico, un quadro artificiale, un ambiente costruito.
Il pensiero moderno sostituisce allo schema biologico lo schema meccanico dell’esplicazione (Cartesio). Si
potrebbe dire che la tecnica preindustriale era una tecnica di adeguamento alle cose, mentre la tecnica
industriale è quella dello sfruttamento delle cose, o addirittura della creazione delle cose.
Il saggio di Alexandre Koyré Dal mondo del pressappoco all'universo della precisione (1961) completa
un’analisi già iniziata nel precedente scritto I filosofi e la macchina (1948), che a sua volta trae spunto da
un'opera di Pierre Maxime Schuhl intitolata Machinisme et philosophie (1947). Sulla questione dell'origine
del macchinismo, Koyré parte dalla domanda: perché la scienza antica non produsse la macchina? Ciò porta
a indagare l'origine della tecnica e della concezione che le culture delle diverse epoche hanno avuto di essa.
L'esistenza dell'homo faber pare da sempre legata a un certo sviluppo della tecnica. Ciò è vero al suo
livello più elementare: l'utensile, la cui origine, come per il linguaggio, si perde nella notte dei tempi. Le
cose cambiano con il passaggio al livello superiore delle macchine moderne, a sua volta preceduto dalla
costruzione di apparecchi (ruota del vasaio, telaio, forno, torchio) che, collocandosi ad uno stadio
intermedio fra utensile e macchina, caratterizzano alcune civiltà più evolute. E’ certo infatti che molte
civiltà, da quella egizia a quella greca e romana, conobbero senz'altro delle forme, anche solo rudimentali,
di macchine. La domanda sull'origine della macchina va quindi riformulata: perché la scienza antica non
conobbe lo sviluppo del livello superiore di tecnica?
Segnala Schuhl che nel I sec. d.C. Erone di Alessandria mise a punto la sua eolipila, un recipiente pieno
d’acqua da cui partono due cannelli convergenti che terminano in una sfera munita di due valvole orientate
in senso opposto. Il risultato è che quando l’acqua viene riscaldata fino a ebollizione, il vapore penetra nella
sfera e la fa ruotare sul suo asse, grazie alla spinta esercitata attraverso le valvole . Il commento di Schuhl è
il seguente: «curiosità, meccanismo divertente, senza dubbio, che però non è altro che una macchina a
vapore e una turbina (…) sarebbe bastato che il meccanismo dell’ eolipila venisse applicato all’odometro2,
perché la navigazione a vapore fosse inventata con un anticipo di molti secoli». La domanda iniziale va
trasformandosi: perché questi tentativi non hanno avuto un ulteriore sviluppo? E ancora: perché soltanto in
quei particolari momenti cose già note innescano delle rivoluzioni? Perché pur conoscendo l’innovazione
essa non va mai in quella direzione che a noi moderni sembra l’unica possibile, perché conveniente,
rispondente a utilità, a un miglioramento generalizzato delle condizioni di vita?
Nel dibattito tra Koyré e Schuhl sul macchinismo ripreso all’inizio degli anni ’60 (anche Schuhl, riprende i
suoi scritti precedenti e pubblica l’articolo Perché l’antichità classica non ha conosciuto il macchinismo? su
una rivista nel 1962), ormai classica è l’interpretazione offerta da Schuhl che, scavando nelle fonti
dell’antichità greca e romana, formula la sua teoria del blocco mentale, partendo dalla constatazione (e in
ciò i due studiosi convengono) che già prima del macchinismo sembrano essere presenti la maggior parte
delle premesse necessarie per uno sviluppo meccanico simile a quello avutosi negli ultimi secoli. Come nota

1
Per macchinismo si intende il processo di affermazione della macchina nel mondo moderno, compresi i suoi
remoti presupposti.
2
Sappiamo sempre da Erone (e anche da Vitruvio) gli odometri erano ruote a palette destinate a misurare le
distanze percorse dai veicoli, specialmente dalle navi: si trattava di una sorta di contachilometri. Fu al tempo di
Giustiniano che si ebbe l’idea di rovesciare l’uso degli odometri e di servirsene per la propulsione delle navi.
infatti anche Koyré, le macchine militari dell’antichità avevano raggiunto livelli di sofisticatezza e precisione
del tutto superiori anche ai cannoni del XVI e XVII sec. Sul punto Schuhl segnala, a sua volta, l’opinione di
Erone di Alessandria: «la costruzione di queste macchine ebbe origine dall’arco a mano. Per lanciare
proiettili più pensanti a distanze maggiori, si costruirono archi più grandi e se ne aumentò la tensione, cioè
la resistenza delle estremità dell’arco. Di qui venne che, essendo difficile tendere archi siffatti, si dovesse
impiegare una forza maggiore di quella del braccio». Commentando il passo di Erone, Schuhl fa emergere
con chiarezza come l’interpretazione dell’ingegnere ellenistico si incentri su un punto di vista prettamente
energetico: l’individuazione dell’esigenza di una energia superiore a quella umana potrebbe segnare (e
giustificare come fattibile) il passaggio dal semplice utensile alla macchina. Va poi rilevato come l’esigenza
sottesa a questo tipo di riflessione sia tutta pratica, spinta dalla necessità e votata all’utilità (in ambiti molto
sensibili: la sopravvivenza e la guerra). Da questa esigenza, così ben posta, richiamando il caso dell’ eolipila,
diventa chiaro il punto di partenza condiviso dai due studiosi (esplicitato da Koyré): il problema non è
spiegare perché non vi furono macchine in Egitto, in Grecia e a Roma, bensì spiegare perché vene furono
così poche. In sostanza, non si tratta di analizzare il progresso, bensì la stagnazione: rendere conto del
perché lo sviluppo della civiltà greca non fu né preceduto, né accompagnato, né seguito da uno sviluppo
tecnico di pari livello.
In prima battura, entrambi gli autori escludono le motivazioni evocate dalla storiografia con maggiore
frequenza, ritenendole di scarsa portata esplicativa:
- la povertà energetica e la sostituzione della fonte naturale o animale con l’energia umana 3;
- la mancanza di un’adeguata tecnica di lavorazione del ferro 4.
La tesi di Schuhl sul blocco mentale individua alcuni elementi:
 l’abbondanza di schiavi ha agito come deterrente, rendendo la macchina antieconomica 5 e
dunque la ricerca e il perfezionamento delle conoscenze tecniche già acquisite non necessaria;
 il disprezzo per il lavoro meccanico (che rovina il corpo6 e l’anima7) è una conseguenza del
ricorso alla manodopera servile e diventa parte integrante della gerarchia di idee e valori del
mondo antico, che privilegia l’ozio e la contemplazione e frena le spinte verso il macchinismo.
 l’opposizione tra natura e arte (l’arte imita la natura con procedimenti meccanici, ma la natura
non usa leve), ossia la percezione che l’intervento umano sulla natura sia mera imitazione che,
senza mai attingere la perfezione, genera surrogati.
Queste le tre facce della spiegazione psico-sociologica, che ponendo in relazione la struttura socio-
economica della società antica con le sue strutture concettuali sembra rispondere al problema. Eppure,

3
Schul segnala che Aristotele, stante l’incapacità di padroneggiare l’energia da fonti naturali e dunque
l’impossibilità della macchina, legittima l’utilizzo degli strumenti animati, giustificando così la schiavitù. Koyré richiama
altresì il passo della Politica in cui si afferma che gli schiavi cesserebbero di essere utili se le spole e i plectri potessero
mettersi in moto da sole. D’altra parte, precisa Koyré, non sono solo gli schiavi a lavorare, ma anche gli uomini liberi, di
povera condizione, fornendo manodopera a basso prezzo: se l’ipotesi della sostituzione del lavoro umano fosse vera si
sarebbe dovuto riscontrare in ogni caso un qualche interesse allo sviluppo di tecniche alternative alla fatica dell’uomo.
4
Fino al XVII secolo le macchine erano in legno, materiale utilizzato già nell'antichità: qui però si confonde la mera
possibilità tecnica di costruire macchine, anche di legno, con quella di costruire macchine di tipo moderno.
5
La sostituzione dell’energia umana con motori che ricorrono ad altre fonti di energia non è indispensabile in
un’età in cui si disponeva in abbondanza di schiavi. Paradossalmente, la situazione si autoalimenta con un circolo
vizioso: l’abbondanza di manodopera rende inutile la macchina e l’assenza della macchina rende indispensabile lo
schiavo.
6
Viene citato Senofonte: il lavoro manuale o meccanico deforma il corpo di coloro che vi si dedicano.
7
Secondo Aristotele e Platone, il difetto più grave del lavoro manuale è che esso genera un desiderio di ricchezza
che distoglie dalla ricerca teorica. Aristotele, nella Metafisica, giustifica la superiorità delle arti liberali con il fatto che
esse non hanno come fine l’utilità. Secondo Plotino, la contemplazione è il fine supremo dell’azione, mentre l’azione
non è che l’ombra della contemplazione. La separazione tra arti liberali (volte alla contemplazione) e arti meccaniche
(volte all’utilità e alla ricchezza) è netta.
sarà proprio Koyré a rendere più problematica la discussione, nel saggio del 1948 intitolato I filosofi e la
macchina: si tratta di concentrarsi sulla questione del ruolo dei sapienti nel creare il blocco mentale.
La logica di questa strada interpretativa prende avvio dalla ricerca di ciò che manca al mondo antico per
innescare quella sorta di effetto domino che si osserva nel mondo moderno, il che equivale a individuare il
motore propulsivo del macchinismo da un certo momento storico in poi. Si può già anticipare la soluzione:
la scintilla idonea ad avviare il processo consiste nel momento in cui scienza e tecnica si incontreranno,
dando luogo alla nascita di una tecnologia («scienza tecnica e tecnica scientifica»). Tale sinergia risultava
ostacolata dalla netta opposizione fra ciò che è servile (lavoro meccanico) e ciò che è liberale (vita
contemplativa). Tutto ciò conoscerà una prima inversione di tendenza nelle città europee a cavallo tra
medioevo e Rinascimento.
A questo punto però occorre riflettere ulteriormente, per verificare quanta incisività ricorre nel
disprezzo per il vile meccanico (βάναυσος, banausos)8. Koyré non è del tutto convinto della spiegazione
fornita dall’approccio psico-sociologico.
L’abbondanza di schiavi determinerebbe l’assenza di necessità nell’economizzare la manodopera,
scoraggiando la ricerca del risparmio di energia umana attraverso l’innovazione tecnologica e dunque
l’avvio del macchinismo (ma vale anche viceversa: l’assenza di macchine giustifica la schiavitù, innescando
un “circolo vizioso”). E però non necessariamente la schiavitù implica sovrabbondanza di manodopera e,
specularmente, non tutti gli uomini liberi dell’antichità erano dediti all’otium.
Per altro verso, le fonti antiche testimoniano che, essendo il lavoro manuale compito attribuito agli
schiavi, ne deriverebbe una gerarchia di valori che renderebbe disprezzabile anche il solo cimentarsi con le
problematiche del lavoro meccanico: l'etimo negativo del termine ασχολία (ascholìa, in latino negotium)
per indicare gli affari, il lavoro, si contrappone al suo positivo σχολή (scholìa, in latino otium), che esprime
l'esercizio del pensiero, la contemplazione. Analoga considerazione spregiativa è così riservata agli
ingegneri (civili e militari), pur riconoscendone l’utilità. Pertanto, ecco una prima conclusione: se il mondo
antico non ha portato avanti le tecniche che conosceva fino al macchinismo , è perché lo riteneva di scarsa
importanza.
In una società schiavistica e aristocratica, accantonato il fattore legato all'abbondanza di manodopera,
l’elemento che impedisce l’imporsi della macchina sembra focalizzarsi sul disprezzo per il lavoro manuale,
che viene ad estendersi anche al pensiero scientifico, tenendolo lontano dai fini pratici. La tensione verso la
vita contemplativa, che privilegia la ϑεωρία (theoria)9 sulla πρᾶξις (praxis), si convertirebbe in un fattore
frenante dello sviluppo di una scienza applicata. Questa concezione del sapere inizierà ad entrare in crisi
verso la fine del Medioevo e nel Rinascimento. La vita activa sembra prendere il sopravvento (ora è l’otium
che diventa qualcosa di negativo), ma, nonostante l'arte meccanica appaia perdere quell’inferiorità a cui
era stata confinata nell'antichità, permane la sua subordinazione alle arti liberali (resta la diffidenza verso
l’utilità e la ricerca della ricchezza). Sarà solo con la crescita delle città, del commercio, delle corporazioni,
che le innovazioni tecniche legate ai nuovi bisogni (dalla bardatura moderna dei cavalli all'invenzione del
timone per le esigenze di navigazione) porteranno alla penetrazione di un sapere sempre più efficace nella
società.
Tuttavia, non possiamo fermarci qui: le parole dei filosofi vanno senz’altro interpretate come
espressione dello spirito del tempo, ma anche intese in rapporto dialettico con la realtà. Sicché sarebbe un
errore accontentarsi di una semplice sovrapposizione dell’opinione dei filosofi a quella di tutto il resto della
società (la massa «di plebei, di theti, di gente che lavora, viaggia, fa affari e spesso fortuna»). Inoltre, vanno
distinte le varie epoche e i cambiamenti che si riflettono sul mondo delle idee (ad esempio, l’Impero

8
Si tratta di un termine peggiorativo, applicato alla classe dei lavoratori manuali o artigiani in Grecia antica.
9
Dal greco θεωρέω, theoréo (guardo, osservo), composto da θέα, thèa (spettacolo) e ὁράω, horào (vedo), indica,
nel linguaggio comune, un'idea nata in base a una qualche ipotesi, congettura, speculazione o supposizione, anche
astratte rispetto alla realtà.
Romano aveva bisogno per le sue opere pubbliche di ingegneri altamente qualificati, in un senso molto
vicino al moderno statuto scientifico della professione). Infine, va considerata l’importanza che nel mondo
greco rivestiva il commercio: il ceto mercantile è qualcosa di molto simile a quell’elemento borghese che
nel medioevo scardinerà il sistema feudale, dando vita alla città. Secondo Koyré, occorre evidenziare un
lento processo di dissociazione tra le figure del meccanico (μηχανοπιόν, mechanopión)10 e dell’ingegnere,
che appartiene al senso comune, ma emerge talvolta anche nei pensatori, già a partire dalla generazione
successiva a Platone.
Ritorna così la forza dell’utilità di cui parlava Erone. Ma allora, che cosa ha impedito l’innovazione?
Perché i marinai greci che solcavano il Mediterraneo non hanno mai sostituito il remo-timone col timone di
poppa? Perché né i conduttori dei carri da combattimento, né chi tirava l’alzaia lungo il Nilo si è mai accorto
che legando i cavalli al collo piuttosto che alle spalle si sfruttava solo una minima parte della potenza di cui
erano capaci? Perché Erone si accontenta di creare un giocattolo e non pensa a sfruttare il moto della sua
eolipila?
***
Nel saggio del 1961 Dal mondo del pressappoco all’universo della precisione, Koyré fa un passo avanti:
già dal titolo si intuisce che si vuole sciogliere i nodi. Pur riconoscendo alcuni pregi nella spiegazione psico-
sociologica, Koyré non la ritiene esaustiva. E’ necessario introdurre un ulteriore elemento: Il passaggio
epocale fra l'ingegneria antica e quella moderna ruota attorno all'idea di precisione, che porterà allo
sviluppo di una tecnologia. Di qui la formula usata da Koyré: dal mondo del pressappoco all'universo della
precisione. Sempre più incline a non voler spiegare tutto con una generica insufficienza della tecnica, egli
mette al centro l’assenza stessa di quell’idea: i tecnici e i sapienti dell’antichità non hanno nemmeno
tentato di sviluppare la tecnica. Anche se il mondo classico ha prodotto un sapere tecnico, il suo carattere
esperienziale, tramandato e applicato costantemente (nella costruzione di anfiteatri, basiliche, ponti,
strade, porti e navi) lo rende scarsamente innovativo. Anche le acquisizioni tecniche medioevali rientrano in
questo tipo di sapere. Ciò che è mancato al mondo antico è la concezione di andare oltre il senso comune, il
che è avvenuto solo con la creazione degli strumenti e il superamento dell’utensile: quest’ultimo, la cui
origine si perde nella notte dei tempi, è un mero attrezzo che «prolunga e rinforza l’azione delle nostre
membra, dei nostri organi sensibili»; lo strumento è una «materializzazione del pensiero», che in quanto
tale permette di superarci.
La tesi della stagnazione della scienza greca intesa come incapacità di dar vita a uno sviluppo tecnico
adeguato al livello di raffinatezza raggiunto dal sapere, conduce ad un'analisi dei limiti costitutivi di quella
scienza. Secondo Koyré, sarebbe stata possibile, in teoria, la nascita di un Copernico e di un Galileo, dopo
Euclide o Tolomeo. Ciò non è avvenuto: occorre capire quale blocco mentale abbia impedito tali sviluppi.
In primo luogo, bisogna constatare l'impossibilità del pensiero greco, di costruire una fisica moderna.
Condizione essenziale per uno sviluppo tecnico è l'elaborazione di questo tipo di fisica, che è diversa da
quella aristotelica, che riconduce la natura a un sistema concettuale qualitativo e a principi primi. Il
pensiero dell’antichità (e anche dell’epoca medievale), non poteva elaborare questo tipo di fisica perché
esso implica una matematizzazione della realtà: nel pensiero platonico e aristotelico, la matematica non
sembra avere nessun rapporto immediato con la realtà sublunare. Per Platone il sapere matematico, gli
oggetti della geometria si pongono ad un livello ontologico diverso dagli enti e dagli oggetti sensibili. Per
Aristotele, la matematica è un sapere astratto. Entrambe le visioni erano accumunate dal pregiudizio
sull'esistenza di due mondi ben distinti: l'eterno e perfetto mondo sovrasensibile e l’imperfetto mondo
sensibile. A queste realtà ontologiche corrisponde un dualismo cosmologico, la convinzione che esista un
mondo celeste e un mondo sublunare. In base a ciò la realtà terrestre è dominio dell'impreciso, del "più o
meno", del pressappoco. Per questo fu possibile avere un'astronomia matematica, ma non una fisica
matematica.
10
Il termine significa manovale o macchinista ed evoca il lavoro e non l’ingegnosità (ingegnere deriva da ingenium)
Il superamento di questo dualismo, la considerazione unitaria del cosmo, è la condizione di possibilità
per l'introduzione degli strumenti di precisione, delle misurazioni precise e univoche. Ma il cammino per il
superamento del "pressappochismo" e, contestualmente, la realizzazione di macchine efficienti fu lungo.
Ancora nel XVI e XVII secolo, i progetti meccanici erano elaborati secondo lo spirito del pressappoco. La
svolta fondamentale della tecnica moderna si lega alla capacità di “calcolare” il funzionamento delle
macchine, che solo la fisica da Galileo in poi riuscì a fornire. La mancanza di esattezza, ha un suo preciso
corrispettivo nell'assenza di una nomenclatura "chiara e ben definita" (ne è un chiaro esempio l’alchimia
medioevale). Secondo Koyré, l'aspetto fondamentale non è dunque l'insufficienza tecnica, ma l’assenza di
un'idea specifica: quella dell'utilizzo di strumenti in grado di fornire una misurazione univoca dei fenomeni.
L’esempio di Galileo che trasforma il cannocchiale olandese in telescopio è chiarissimo: «la lente
olandese è un apparecchio pratico: essa ci permette di vedere, a una distanza che supera quella della vista
umana, ciò che le è accessibile a una distanza minore. Essa non va e non vuole andare al di là (…). È, al
contrario, per bisogni puramente teorici, per attingere ciò che non cade sotto i nostri sensi, per vedere ciò
che nessuno ha mai visto, che Galileo ha costruito i suoi strumenti, il telescopio e poi il microscopio». Anche
se parlare di invenzione può sembrare paradossale, nella misura in cui l'arte ottica era già nella condizione
di realizzare quello strumento (Galileo non fece altro che utilizzare il principio del cannocchiale, allora già in
uso, per osservare i fenomeni astrali), la svolta sta nell’ipotizzare un diverso uso delle lenti (non al livello
della tecnica).
Il principio che guida Galileo è la necessità di utilizzare uno strumento, non più un semplice utensile.
L’utensile è un mero potenziamento della nostra capacità di rapportare i nostri sensi al mondo circostante ,
mentre l'essenza dello strumento è altro: rappresenta una necessità della teoria. L'amplificazione (e dunque
la precisione) che garantisce costituisce un potenziamento della nostra mente, della nostra capacità di
comprendere la realtà. Ecco aprirsi una strada fra quei due mondi separati nell’antichità: il mondo celeste
(regno della perfezione) e quello terrestre (regno del divenire), dove non si può avere scienza e a cui
possiamo solo adattarci con l'approssimazione della τέχνη (tèchne). Ed ecco che si assiste all’unificazione fra
fisica celeste e fisica terrestre.
Ma non basta. A differenza dello spazio, il tempo si è sempre presentato all’uomo come realtà già
suddivisa in porzioni naturali (albe, tramonti, lune e stagioni). Finché le esigenze della vita civile non hanno
richiesto altro, queste frazioni, pur imprecise, sono state sufficienti. Fino alla prima metà del XVI secolo,
l’orologio da tasca ha una diffusione molto ristretta: molti uomini non conoscono nemmeno la propria età.
A partire dalla seconda metà dello stesso secolo, la situazione cambia. Si assiste alla diffusione di orologi da
tasca sempre più precisi e funzionali. Tuttavia, l'orologio di precisione non è frutto autonomo della tecnica
degli orologiai. Come il telescopio, fu ancora una volta un’esigenza della teoria a migliorare l'efficienza degli
orologi, trasformandoli in strumenti di misurazione scientifica, ossia in cronometro. La cronometria
scientifica fu un'esigenza della fisica e dell'astronomia. In particolare, lo sviluppo della fisica non sembrava
poter posticipare oltre questa scoperta: la conferma sperimentale delle leggi sul moto richiedeva strumenti
di precisione. Galileo affrontò personalmente la questione, sfruttando sull'oscillazione del pendolo, la cui
ripetizione isocrona è idonea a fornire un'unità costante di misura del tempo. Koyré evidenzia come sia
stata questa deduzione razionale, non un’elaborazione empirica, l'origine dell’intuizione galileiana.
Descrivendo abilmente come l’uomo arrivi a sentire l’esigenza impellente di misurare il tempo, non
potendo più soddisfare i propri bisogni con la mera scansione naturale, Koyré rinviene nel processo di
perfezionamento dell’orologio la penetrazione della precisione nel mondo del pressappoco, dando altresì a
questo movimento una direzione precisa: è la scienza che si cala nella tecnica, non viceversa. Questo
perché è la scienza ad avere bisogno dello strumento, a sentire l’esigenza di precisione: i sapienti si vedono
costretti a cimentarsi con la tecnica, a «mettere le mani in pasta». Si trattava di insegnare ai tecnici a fare
qualcosa che non avevano mai fatto e di inculcare al mestiere, all’arte, alla τέχνη (tèchne)11, regole nuove:
le regole della precisione portata dalla ἐπιστήμη (episteme)12.
Ecco la scintilla che innesca la modernità: l’incontro tra scienza e tecnica, tra teoria e pratica, un
procedimento verticale che parte dalla scienza e permette al pensiero tecnico di elevarsi, di superare quelle
barriere che lo incatenavano al suo stadio primitivo attraverso la ϑεωρία (theoria), ossia regole che non
sono più frutto dell’abitudine e dell’empirismo.
L’esempio dell’orologio è davvero molto significativo, perché apre a quella precisione che Koyré vuole
evidenziare: attribuendo un significato nuovo al calcolo del tempo, esso penetra nel profondo della vita
delle città europee, agendo a livello collettivo e individuale, ponendo le basi per l’autonomia temporale,
ossia dando la possibilità ai singoli di organizzare il proprio tempo e le proprie attività sociali, prima fra tutte
il lavoro. Qui si innesca quella rivoluzione scientifica e tecnologica che porterà dapprima alla realizzazione di
strumenti di misurazione sempre più perfetti e poi alla costruzione di macchine sempre più autonome.
Ciò che manca al mondo antico è proprio una dimensione ben definita della produttività come la si
conosce nella modernità. Tale chiave di lettura, presente in Koyré in forma solo accennata, si segnala già
all’inizio del saggio I filosofi e la macchina: «il problema filosofico del macchinismo [nell’antichità] non si
pone in funzione della macchina nella produzione, ma in funzione della sua influenza sulla vita umana », il
che, come precisa Zambelli nell’introduzione alla versione italiana, «equivale in sostanza a dire che solo in
epoca recente i filosofi hanno saputo problematizzare la sfera della produzione, distinguendone la rilevanza
per la vita umana». Insomma, l’eolipila, in un mondo in cui l’attenzione primaria non è rivolta
all’incremento della produttività, per quanto possa sembrarci strano, non può che rimanere un giocattolo
curioso e divertente.

11
τέχνη (tèchne) significa «arte» (nel senso di perizia, saper fare, saper operare), ossia l'insieme delle norme
applicate e seguite in un'attività. Tali norme possono essere acquisite empiricamente in quanto formulate e trasmesse
dalla tradizione (nel lavoro artigianale), oppure applicando conoscenze scientifiche specializzate e innovative, quando
si verifica il passaggio dalla manifattura alla produzione industriale. La tecnica implica l'adozione di un metodo e di una
strategia nell'identificazione precisa degli obiettivi e dei mezzi più opportuni per raggiungerli.
12
ἐπιστήμη (episteme) è composto dalla preposizione ἐπι, epì- (su) e dal verbo ἵστημι, histemi (stare, porre,
stabilire): quindi, «che si tiene su da sé». Esso indica la conoscenza certa e incontrovertibile delle cause e degli effetti
del divenire, un sapere che si stabilisce su fondamenta certe, al di sopra di ogni possibilità di dubbio sulle ragioni degli
accadimenti. Il termine episteme viene spesso tradotto semplicemente come "scienza" o "conoscenza" e in epoca
moderna con epistemologia viene inteso lo studio storico e metodologico della scienza sperimentale e delle sue
correnti.

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