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Storia dell’impresa industriale italiana

Capitolo 1 “La Storiografia”

Divisione in due fasi:


• Primi 2/3 del Novecento: industrializzazione paesi leader e ritardo latecomers con processi imitativi o fatto-
ri sostitutivi. Attenzione a struttura settoriale e performance comparata.
• Ultima parte del Novecento: analisi aspetti microeconomici, attori, strategie e formule organizzative adottate
• Fine Novecento: dibattito economico su mercato, impresa ed imprenditore

Storiografia dell’impresa italiana: approccio macroeconomico

L’impresa è stata quasi sempre considerata un attore omogeneo con obiettivi precisi → la grande impresa coincide
con l’intera classe sociale dei capitalisti (storiografia marxista)
Fattori di analisi: capitale finanziario, capitalismo monopolistico, arretratezza.
Due filoni:
• Sviluppo in età giolittiana grazie al primato universale del capitale finanziario, collegato strettamente al carat-
tere monopolistico della grande impresa italiana (Ilva, Ansaldo, Fiat, Breda)
• Lettura “riformista”: capitale finanziario considerato come rendita parassitaria, non forma finale del capitali-
smo → “Tare d’origine”: persistenza della rendita agraria tradizionale e del peso della speculazione nei settori
più moderni.
Valutazione controversa del potere monopolistico (diversità di fonti, periodi, metodi di misurazione):
1. Rossi-Toniolo: elevato potere di mercato (con funzione di produzione prezzi al di sopra dei costi
marginali del 40-150% fino al 1938)
2. Boni-Gros Pietro-Giannetti-Federico: livello modesto di concentrazione (censimenti industriali, No-
tizie statistiche)
3. Kuznets: teoria dello sviluppo economico (anni 60-70 crescita legata alla realizzazione di massicci
investimenti in impianti)
4. Romeo: oligopolio frutto necessario di un mercato limitato dall’arretratezza.
5. Bonelli: le strozzature della bilancia dei pagamenti ostacolano la crescita del mercato interno piutto-
sto che strategie di contenimento della produzione.
6. Ciocca-Filosa-Rey: Nel secondo dopoguerra la mancanza di adeguate politiche di sostegno della
domanda effettiva ha ostacolato l’attivazione del circolo virtuoso specializzazione-economie di scala.
7. Amatori e Colli: Limitatezza del mercato alla base del potere monopolistico, ma anche causa di de-
bolezza (mercato piccolo capace di sostenere solo poche imprese della taglia minima efficiente; in-
treccio di relazioni tra Banche, Stato ed imprese con apice negli anni Trenta: salvataggi bancari e
fondazione IRI nel 1933)
8. Vasta: inefficienza di un sistema istituzionale poco orientato all’istruzione tecnica che impiega risor-
se limitate in ricerca scientifica e teconologia
9. Gerschenkron: banche fondamentali per decollo industriale in età giolittiana sostenendo settori mo-
derni come siderurgia e meccanica pesante.
10. Fohlin: le banche miste non finanziavano in maniera privilegiata le imprese con elevato potenziale di
crescita quanto quelle già consolidate.
Fondamentale il ruolo dello Stato per gli effetti sul trend della crescita: intervento diretto tramite commesse pubbli-
che, tariffe e politica industriale, proprietà pubblica tra gli anni ’30 e ’90.
1. Bonelli: “capitalismo statale”
2. Amatori: “capitalismo politico”
3. Gualerni: “Stato industriale”
4. Zamagni: “Stato non letargico”
• Fase liberale ed interventista: sostegno ferrovie con concessioni e forniture militari per la Terni
• Anni Trenta: consorzi obbligatori e fusioni
• Secondo dopoguerra: diffusione impresa pubblica; prima con “americanizzazione” del sistema indu-
striale (ENI, Finsider, ENEL); poi con la politica dei “campioni nazionali” (FIAT, ENI, Montedi-
son)
Condivisa centralità ruolo dello Stato, ma controversi i giudizi sui suoi effetti, spesso i successi sono stati de-
terminati dalle capacità imprenditoriali dei singoli manager (Mattei, Sinigaglia)

Storiografia dell’impresa: approccio microeconomico

Attenzione al singolo caso dalla metà degli anni ’70 → nuovo “regime tecnologico” meno legato alla grande dimen-
sione. → la piccola impresa non è più considerata come residuale o subordinata alla grande impresa, ma se ne sotto-
linea la capacità dinamica ed adattativa, specialmente se organizzata in forma distrettuale. Essa è considerata come:
Letteratura di orientamento economico: sorpresa degli anni ’70 sviluppo dell’area NEC
(Nord-Est-Centro), si avvale della presenza di valori condivisi che minimizzano le tensioni
sul mercato del lavoro garantendo il controllo sociale → ricorso al lavoro “atipico”
De Cecco: origine dovuta al crollo del sistema a cambi fissi (Bretton Woods) e alle crisi pe-
trolifere con conseguente aumento dei costi energetici. → circolo vizioso con svalutazione
della Lira, inflazione, maggiore competitività nei confronti dei concorrenti
Ricerca storica: carattere “dualistico” delle imprese italiane → I) capacità della componente
“manchesteriana” di mantenersi competitiva senza promozioni dall’alto (ruolo dinamico di
lungo periodo della piccola impresa nei settori tradizionali) → II) Altra componente: Statali-
sta o oligopolistica, sopravvissuta solo grazie ai salvataggi dello Stato e della domanda pub-
blica.
Con la piccola impresa si forma una nuova borghesia industriale capace di estenderla sua attività dai settori tradizio-
nali a quelli più dinamici.
La Banca ha avuto un peso minore rispetto allo sviluppo della grande impresa nelle PMI, le cui limitate attività di
investimento sono di solito soddisfatte ricorrendo all’autofinanziamento.
→ Nel lungo periodo, però, le esigenze di credito delle imprese minori sono state sostenute da una rete di banche
locali (simile alla “geografia dei frattali”)
→ Familiy business: forma di allocazione finanziaria che non distingue tra finanza della famiglia e finanza
d’impresa, commistione considerata una delle cause principali della permanenza della piccola impresa.
Secondo alcuni autori lo Stato ha intrapreso politiche pubbliche insufficienti, se non inesistenti verso le PMI; questa
teoria è però messa in discussione dal fatto che proprio la legislazione del lavoro (preferenza per il “sommerso”) e
di politiche fiscali (scarso rischio di incorrere in sanzioni) potrebbe aver sostenuto di fatto la diffusione e la persi-
stenza di microimprenditorialità; altri fattori determinanti sono poi l’elevata offerta di lavoro e la scarsa dotazione di
risorse dell’Italia.

Declino Industriale

• Scomparsa o forte ridimensionamento di alcuni settori avanzati → sono venuti meno gli effetti di
spillover intersettoriali → circolo vizioso. [possibile causa: privatizzazione imprese oligopolistiche
che avevano seguito la frontiera tecnologica]
• Altra tesi: si sottolinea la capacità “creativa” dell’industria italiana di ritagliarsi nicchie di mercato in
un numero crescente di beni “leggeri”
• Altri studi: visione intermedia, mette in luce le difficoltà della fase attuale della crescita economica
nazionale → è eccessivo parlare di “declino”, meglio parlare di “problema di crescita” → aspetti po-
sitivi: maggiore accumulazione di capitali; innalzamento scolarità forza lavoro; aumento del grado di
apertura; miglioramento efficienza sistema finanziario. → Processo più ampio di crisi che investe
l’intera Europa.
Capitolo 2 “La Struttura Industriale”

Caratteristiche strutturali del sistema delle imprese italiane

L’industria nell’economia italiana

Il settore industriale in Italia nel 1881 raccoglieva poco più di 1/5 della popolazione attiva, oggi circa 1/3.
Il settore primario, fino al 1951 raccoglieva il 44%.
Il terziario è divenuto quello con il maggior numero di addetti dal 1981 (47%), rappresenta attualmente l’asse por-
tante del sistema economico italiano (come avviene in tutti gli altri paesi avanzati).
L’Italia segue il cammino tipico di un paese latecomer.
Il peso dell’industria manifatturiera calca l’andamento relativo al settore secondario nel suo complesso, rappresen-
tandone circa i ¾ degli occupati industriali.
Dagli anni ’90 si è verificato uno spostamento del baricentro industriale del paese: l’area del “triangolo industriale”,
motore del processo di industrializzazione del dall’inizio del Novecento al “miracolo economico” , lascia spazio alle
regione della NEC. Le regioni del Sud mostrano un andamento meno omogeneo, ma il peso del livello occupazio-
nali del Sud è certamente sottostimato (più lavoro “sommerso”).
Industrie leggere: inizio ‘900 2/3 dell’occupazione manifatturiera; 1951 <50%; 1971 43%
Industrie pesanti: inizio ‘900 1/3; 1951 44%; 1961 >50%
Esistenza di 2 modelli distinti (periodo 1996-2001)
1. Allargamento base occupazionale e forte mutamento strutturale [industria pesante]
2. Base occupazionale si contrae sensibilmente (crescita terziario) e specializzazione settoriale immutata (a dif-
ferenza dei principali paesi industrializzati) [industria leggera]

La dimensione delle imprese manifatturiere italiane

Due fasi:
1. fino al 1981: crescita costante dovuta all’aumento del peso delle grandi unità ed alla riduzione della classe in-
feriore.
2. dopo il 1981: la dimensione media complessiva si riduce in modo consistente (soprattutto nei settori
dell’industria pesante) a causa del calo marcato della classe superiore compensato parzialmente dallo spo-
stamento della classe inferiore (<10 addetti) a quella immediatamente superiore (10-49 addetti).
Nel 2001 si è registrata una forte riduzione della classe dimensionale più elevata e della microimpresa con meno di
10 addetti a vantaggio della classe dimensionale di 10-50 addetti → Ascesa delle imprese delle fasce dimensionali in-
termedie come nuove protagoniste dello sviluppo industriale del paese. È difficile comprendere quanto questo sia il
risultato della capacità delle piccole imprese di incrementare la propria dimensione o del ridimensionamento della
classe dimensionale maggiore oppure dell’effetto composto della dinamica di entrambe.
Struttura dimensionale molto diversa da quella dei principali paesi industrializzati.

Conclusioni

Seppure nel 2001 rappresenti ¼ degli occupati, l’industria manifatturiera riveste un’importanza centrale in Italia co-
me in ogni sistema economico avanzato.
1. Nella prima fase (fino anni ’70), Italia paese latecomer sviluppa tecnologie della II rivoluzione industriale
(fordismo), allarga la matrice settoriale ed aumenta l’occupazione industriale.
2. Nella seconda fase si assiste alla contrazione dell’occupazione del settore secondario ed all’espansione delle
nuove aree di industrializzazione del NEC; stabilità della specializzazione settoriale con espansione dei si-
stemi di piccola e media impresa; calo delle imprese di grandi dimensioni.
3. Divergenza rispetto ai paesi leader: la dimensione media delle imprese italiane risulta notevolmente ridotta
rispetto a tutti gli altri paesi sviluppati; arretramento molto consistente del peso della grande impresa.
Capitolo 3 “Concentrazione industriale e gruppi di imprese”

Il potere di mercato delle imprese è stato affrontato in riferimento ai temi dello sviluppo economico:
• Arretratezza relativa (costrizione ad adottare tecnologie dei paesi leader)
• Capitalismo monopolistico (influenza del capitale finanziario)
Toniolo: mercato italiano troppo piccolo ed avviluppato in una rete di relazioni tra banche, Stato ed imprese nata
alla fine del XIX secolo → limitazione delle possibilità di crescita economica attraverso la limitazione del mercato
(Sereni) o della capacità innovativa (Sylos Labini).
1. Alto grado di concentrazione dovuto alle imperfezioni di mercato ed alle economie di scala (Zama-
gni, Rossi, Toniolo)
2. La prevalenza della piccola e media impresa con analisi quantitative ha dimostrato bassi livelli di
concentrazione e forte divario dimensionale nei confronti dei paesi più sviluppati. (Boni, Gros Pie-
tro)
L’estrema varietà delle interpretazioni è riconducibile a:
− Eterogeneità fonti utilizzate
− Settori considerati
− Criteri adottati per la classificazione
− Indici di concentrazione utilizzati (Gini, Herfindahl, peso dei gruppi d’imprese, peso delle prime 3-4 impre-
se)

La concentrazione: metodologie e risultati

Misure di concentrazione più utilizzate (strettamente correlate tra loro):


− C4, dato dalla quota percentuale della variabile osservata delle prime 4 imprese
− Indice di Herfindahl, dato dalla somma dei quadrati delle quote di attivo di ciascuna impresa.
Fonte omogenea “Notizie Statistiche”; classificazione secondo un criterio standard “ATECO-ISTAT 1991” per le
industrie manifatturiere.
Risultati:
Il profilo dell’industria manifatturiera si presenta poco competitivo alla vigilia della I guerra mondiale
La situazione non cambia molto tra le due guerre mondiali
Nel 1951 permane una tendenza alla diminuzione della competizione
Tra il 1960 ed il 1971 aumenta decisamente la competizione
Il settore della gomma (Pirelli) è sempre il più concentrato
Il settore chimico è dapprima competitivo, poi semicompetitivo
L’unico settore che vede crescere sempre più il grado di monopolio è quello dei mezzi di trasporto (FIAT)
Il carattere della distribuzione delle imprese italiane è fortemente schiacciato (poche imprese molto grandi e
moltissime di dimensioni ridotte.
Nella maggior parte dei casi le imprese si fermano prima di raggiungere le classi dimensionali più elevate e
frequentemente retrocedono
Caratteristiche osservabili:
o Presenza anomala di microimprese in Italia rispetto all’Europa
o Diminuzione del peso della grande impresa
→ declino con prevalenza della specializzazione nei beni tradizionali ed omogeneità dimensionale delle imprese
negli stessi settori.

Il carattere “collusivo” del capitalismo italiano

Il carattere concorrenziale emerge dal quadro aggregato, mentre dalla storiografia risulta un quadro monopolistico
→ contraddizione causata dall’esistenza dei gruppi, che rappresentano una risposta all’imperfezione dei mercati ti-
pica dei paesi più arretrati → residuo del passato (Chandler) → tentativo di ricerca di forme di efficienza organizza-
tiva.
Assetto fortemente collusivo, situazione in cui i meccanismi di coordinamento tra agenti tipici del mercato operano
solo parzialmente e sono sostituiti da legami fiduciari o relazioni di potere → limitata contendibilità della proprietà
delle imprese + mancanza di concorrenza sui mercati di beni e servizi + effetto distorsivo dell’intervento pubblico.
Le relazioni tra le imprese sono ricostruite sulla base dell’esistenza di legami societari determinati dalla presenza di
“interloking directorates” (legami che si creano tra due imprese quando una stessa persona è membro dei cda di en-
trambe)
L’elevata tendenza alla collusione si estende oltre le società di vertice arrivando anche ad includere numerose impre-
se di piccole dimensioni. Le società di maggiori dimensioni rappresentano il nucleo di questa rete.
Ruolo centrale delle banche miste → 1936 “irizzazione delle banche miste”.
Ruolo chiave delle utilities, che conoscono il proprio apogeo nel 1960, quando si collocano nel core del sistema in-
sieme alle imprese del settore finanziario. Successivamente la loro collocazione muta radicalmente ed abbandona il
centro del sistema a favore delle imprese finanziarie.
Tre fasi distinte:
1. Fino al 1936, il sistema si regge su relazioni dirette tra imprese industriali e sul ruolo di poche banche miste
coadiuvati da un ampio numero di società assicurative e finanziarie di dimensioni più limitate.
2. 1952-1972, Venute meno le grandi banche miste, entrano nel sistema una pluralità di nuovi soggetti che raf-
forzano complessivamente il peso del comparto finanziario. Al centro di queste strutture di solito si posi-
ziona una holding che utilizza sovente anche delle sub-holding per la gestione delle partecipazioni non fi-
nanziarie
3. Anni ’90, unici elementi di novità: forte riduzione del settore pubblico, aumento dei soggetti esteri, migra-
zione delle holding di numerose imprese italiane, accorciamento della lunghezza delle catene di controllo

La concentrazione “consolidata”

Elevata collusione nella rete delle imprese → dall’analisi emerge un tessuto formato da numerosi gruppi formatisi
per motivazioni di integrazione produttiva.
Vasta: calcolo dell’indice C4 “consolidando l’attivo per le imprese collocate nel medesimo componente → la con-
centrazione complessiva dell’industria aumenta in misura abbastanza rilevante nella quasi totalità degli anni conside-
rati.
La forma del gruppo non è legata esclusivamente alla necessità di rafforzare l’integrazione verticale, ma rappresenta
un tratto trasversale del capitalismo italiano, con impatto rilevante anche sui settori tradizionali e che dipende anche
da fattori legislativi ed istituzionali.

Conclusioni

In generale il sistema italiano delle imprese manifatturiere appare relativamente poco concentrato. Più concentrati
sono quei settori nei quali sono maggiori le barriere all’entrata in termini di costi assoluti.
Esistono tre tipi di legami:
1. le relazioni intersettoriali mediate da alcuni settori chiave reciprocamente interconnessi
2. le relazioni reciproche tra le imprese più grandi
3. le relazioni interne tra i singoli settori o tra settori affini
Capitolo 4 “La grande impresa”

Secondo le analisi di Alfred Chandler la grande impresa risulta essere la forma organizzativa trainante di ogni siste-
ma economico sviluppato. Il big business sviluppa, attraverso il “triplice investimento” (Impianti, management e
marketing), l’accumulazione di capacità organizzative e di risorse. Tale accumulazione agisce in due direzioni:
producendo le innovazioni in grado di alimentare, attraverso meccanismi di spillover, la crescita per
l’intero sistema economico → il nucleo di oligopolistico di imprese rappresenta il motore dello sviluppo
economico
permettendo ad alcune imprese di mantenere, attraverso lo sfruttamento delle economie di scala e le at-
tività di R&S, il vantaggio competitivo → a partire dalla fine del XIX secolo un robusto gruppo di imprese
mantiene con continuità le posizioni di vertice nei principali paesi sviluppati (per più di 100 anni)

La struttura settoriale della grande impresa italiana

Il peso della grande impresa manifatturiera italiana rimane rilevante anche se in calo costante dall’inizio degli anni
’70 → Ritardo nella diffusione delle nuove tecnologie.
Comparando la struttura settoriale dell’industria italiana con quelle degli altri paesi leader (UK, USA, GER) risulta
che vi è relativamente una ridotta presenza di imprese metallurgiche, ma vi sono somiglianze per quanto riguarda il
peso della chimica e dei mezzi di trasporto. Si riscontra però in questi ultimi due settori una diversa specializzazione
tecnologica e produttiva (chimica) ed un ritardo nella diffusione di massa dell’automobile.
Primi decenni del Novecento: mix settoriale della grande impresa italiana non troppo dissimile rispetto a
quello di UK e GER
Dopo la II Guerra Mondiale: struttura grande impresa italiana mutata, ma non radicalmente → emergono
settori petrolifero, macchine elettriche e metallurgico
Golden Age (Fino al 1971): si contrae in modo consistente il peso dei settori tradizionali (tessile, abbiglia-
mento) → forte crescita di stampa, editoria, minerali non metalliferi (grazie allo sfruttamento delle econo-
mie di scala per produzione di carta e cemento); crescita del settore meccanico e delle macchine elettriche
Ultimo trentennio del XX secolo: terza rivoluzione industriale delle tecnologie dell’informatica e della tele-
matica (ICT) → forte crescita delle presenze delle imprese delle macchine elettriche (imprese informatiche e
delle tlc), mezzi di trasporto, alimentare e ricomparsa del settore della pelle (Prada, Gucci, Tod’s); le imprese
petrolifere si ridimensionano a causa delle riorganizzazioni societarie (privatizzazioni e spostamento
all’estero delle sedi come Europa Metalli)

La turbolenza della grande impresa italiana

Solo 4 imprese permangono nel ranking a partire dal 1921. Solo Fiat ed Ilva rimangono costantemente nelle primis-
sime posizioni. Peroni e Cirio appaiono in tutti gli anni, ma quasi sempre in una posizione inferiore alla centesima.
Breda, Eridania ed Italcementi sono registrate in posizioni piuttosto diverse ed altalenanti a seconda delle loro fasi
di sviluppo. L’Agip scala rapidamente i vertici del ranking consolidandosi nelle primissime posizioni.
Il fenomeno dell’entrata ritardata o dell’uscita precoce riflette il cambiamento strutturale dell’industria italiana, si os-
serva inoltre che le imprese che sopravvivono non sono capaci di migliorare il proprio ranking. Ciò è riconducibile
ad una scarsa e lenta capacità di crescita dimensionale di tutte le imprese italiane e non va interpretata come un con-
solidamento delle imprese permanenti.
I periodi in cui si registra una maggiore stabilità sono gli anni Venti e gli anni Cinquanta → confermata l’ipotesi se-
condo cui i momenti di maggiore stabilità nel sistema delle grandi imprese italiane coincidono con l’evolversi dei re-
gimi tecnologici, mentre le discontinuità del progresso tecnico offrono maggiori opportunità per le nuove imprese
determinando la ridefinizione delle gerarchie.

La turbolenza intrasettoriale: le dinamiche delle imprese “entranti”

Esiste differenza tra il cambiamento strutturale e la turbolenza intrasettoriale. Il valore assoluto dei cambiamenti in-
trasettoriale permette di evidenziare l’ampiezza delle dinamiche nei settori più importanti della struttura industriale
italiana.
1913-1921: alti livelli di turbolenza: settori con più di 10 entranti sono alimentare, tessile, abbigliamento,
chimica, metallurgia, mezzi di trasporto. Forte turbolenza legata all’evolversi delle tecnologie della seconda
rivoluzione industriale piuttosto che agli effetti di una nuova discontinuità tecnologica
Anni Venti e Trenta: minor livello di turbolenza: chimica (elevate barriere all’entrata). Apertura di nuove
opportunità tecnologiche
1936-1952: turbolenza dovuta ai mutamenti organizzativi derivanti alla fine della II guerra mondiale: metal-
lurgia, settore petrolifero, delle macchine elettriche e chimico
Anni Cinquanta: maggiore stabilità, nessun settore raggiunge il numero di 10 entranti. 9 il settore chimico
Anni Sessanta: consolidamento della crescita dei consumi, elevati livelli di turbolenza nei settori petrolifero e
della metallurgia
Anni Settanta: forte turbolenza nella metallurgia, nella chimica, nella meccanica e nel comparto delle mac-
chine elettriche. Pesante crisi comporta la riduzione della dimensione delle imprese e numerosi scorpori
Anni Ottanta: generale e marcata turbolenza: macchine elettriche, chimica (causata dal quito regime tecno-
logico con informatica e tlc)
Anni Novanta: turbolenza nei settori delle macchine elettriche (ingressi di imprese italiane del polo pubblico
e scorpori di imprese private) e della chimica (ondata di multinazionali)
→Le fasi di maturità tecnologica sono caratterizzate da minore turbolenza in termini assoluti per due cause:
1. dimensione media molto ridotta rende più facile l’entrata di nuove imprese
2. forte presenza dell’impresa pubblica, la cui instabilità finanziaria determina continue ristrutturazioni
con scorpori e riaccorpamenti dell’assetto organizzativo

Lo Stato e la grande impresa

Lo Stato ha avuto una forte influenza sulle dinamiche della grande impresa italiana per tutto il XX secolo con
commesse, aiuti e salvataggi.
La presenza dello Stato è divenuta più forte durante il Fascismo, quando un’ampia proporzione di grandi imprese
venne posta sotto il controllo dell’IRI. Questa presenza è rimasta anche negli anni Novanta, nonostante l’ampio
processo di privatizzazione, ancora all’inizio del XXI secolo numerose grandi imprese sono ancora a partecipazione
pubblica → intrecci societari e continui mutamenti della struttura proprietaria hanno però reso difficili gli studi em-
pirici.
ILVA, Ansaldo, Terni, Agip

Conclusioni

Si sono osservate in Italia:


• Dinamiche di un paese follower con ritardo di affermazione delle tecnologie della II rivoluzione industriale
e permanenza di imprese legate alle tecnologie della I rivoluzione industriale
• Riduzione del ritardo con diffusione di imprese attive nel regime tecnologico del petrolio, dell’automobile e
della produzione di massa
• La terza rivoluzione industriale è apparsa simultaneamente alla affermazione dei paesi leader
• Non si osserva la capacità delle imprese consolidate di diversificare nei settori nuovi e di migliorare sostan-
zialmente la propria posizione → le imprese capaci di sfruttare le nuove opportunità tecnologiche sono in
gran parte imprese “nuove”
• Incertezza della traiettoria di crescita (no trend lineari)
• Forte turbolenza intrasettoriale, frequente il ricambio delle imprese operanti all’interno degli stessi settori
industriali
• Notevole vivacità imprenditoriale, difficoltà di consolidamento della grande impresa italiana
Capitolo 5 “La piccola e media impresa”

Le grandi SpA sono considerate da Chandler come componenti necessarie per permettere ai paesi di incrementare i
propri tassi di crescita.
Galbraith considera la grande impresa come la fase finale del capitalismo destinata ad esaurirsi nella proprietà stata-
le.
L’Italia è il paese con la quota maggiore di piccole e medie imprese. Esistono varie teorie:
Le PMI caratterizzano le fasi iniziali dei nuovi regimi, quando i loro tratti sono ancora indefiniti e molte im-
prese simili competono → forme temporanee destinate a cedere il passo alla grande impresa fino alla suc-
cessiva rottura di regime tecnologico
La presenza delle PMI deriva dalle loro capacità di costruire nicchie di mercato o tecnologiche che ne assi-
curano l sopravvivenza anche in assenza di crescita dimensionale
Presenza di caratteristiche proprie delle tecnologie più o meno contraddistinte da economie di scala
Permanenza della piccola impresa dovuta alle capacità sociali di costruire sistemi locali di produzione com-
binando in maniera flessibile le tecnologie → moderni distretti industriali italiani
L’articolazione delle fasi del ciclo produttivo attorno ad imprese di differente dimensione ha permesso alle
PMI di sviluppare la crescente varietà e qualità di beni intermedi collegati all’attività di R&S delle grandi im-
prese.

La dinamica dimensionale delle imprese italiane: discontinuità e continuità

La dinamica dimensionale delle imprese italiane è caratterizzata da un “ciclo di vita”: dal 1927 al 1973 fase ascen-
dente; poi fase discendente con declino della dimensione media.
Valutando la dimensione media, per tutto il Novecento, la dimensione prevalente delle imprese italiane è certamente
piccola.
Le imprese italiane sono piccole perché la specializzazione produttiva è dettata dalla dotazione di fattori: risorse na-
turali scarse ed abbondanza di lavoro → orientamento verso settori leggeri: “Industria Naturale”
Se si osserva la dinamica nel tempo della distribuzione per classi dimensionali, la sequenza declino ed ascesa della
piccola impresa può essere interpretata alla luce della successione di regimi tecnologici → la fase di crescita fino al
1971 è legata all’affermazione delle tecnologie della seconda rivoluzione industriale (elettricità, chimica e siderurgia),
basate sulle economie di scala.
La piccola dimensione delle imprese italiane non dipende tanto dal vantaggio comparato del paese nel commercio
internazionale, quanto dalla possibilità di sfruttare le tecnologie per offrire prodotti nuovi.

Sistemi di imprese e distretti industriali

Negli anni Cinquanta e Sessanta la piccola impresa era stata considerata come una forma di impresa inefficiente e
residuale la cui esistenza era legata all’arretratezza economica o a fasi di espansione ciclica.
Con la crisi della grande impresa, negli anni Settanta, la piccola impresa riemerse come forma organizzativa diffusa
come risultato di due processi:
1. decentramento produttivo della grande impresa per aumentare la flessibilità della produzione di fronte ad un
rallentamento del tasso di crescita della domanda
2. ristrutturazione o chiusura di impianti da parte delle grandi imprese che spinse molti lavoratori in essi im-
piegati a dare vita a nuove imprese basate sulle competenze maturate ed in quel momento non sfruttate
Negli anni Ottanta crebbe una grande varietà di imprese collegate tra loro per fasi di produzione di prodotti omo-
genei → “sistema locale di produzione” [Bagnasco] → “Distretto industriale” [Becattini], accanto alla specializza-
zione produttiva ed al coordinamento di fase, vennero aggiunte caratteristiche sociali, civili e culturali, considerate
assai importanti per spiegarne l’efficienza e la competitività. Spiegare il successo di queste aree è cruciale il ruolo del-
le autonomie locali, dell’associazionismo e dei comuni, ma anche della politica e del sindacato → Capillare presenza
delle organizzazioni dei grandi partiti di massa: DC nel Nord-Est e Comunisti nel Centro.
Quattro requisiti per definire un Distretto:
− Sistema di valori comuni di etica del lavoro
− Presenza di una gran varietà di forme di lavoro, da quello salariato al lavoro a domicilio
− Presenza di imprenditori “puri” la cui motivazione di partenza è l’impresa come “progetto di vita”
− Possibilità di scomporre il processo di produzione in fasi spaziali e temporali precise.
Nei distretti la conoscenza tecnologica è tacita, complessa e sistemica, e richiede l’interazione continua tra le impre-
se; è probabile che in questo modo cresca il numero degli innovatori dal momento che questo tipo di conoscenza
viene appresa nella pratica quotidiana e richiede contatti personali informali → rapporti fiduciari tra imprenditori
che sviluppano capacità gestionali tacite ed informali.
La capacità competitiva dei sistemi locali deriva dall’”atmosfera sociale” [Becattini].
Si è osservata all’interno dei distretti la creazione di una gerarchia di imprese → si afferma un’impresa leader da cui
dipendono le altre imprese in una catena di subfornitura abbastanza stretta che si configura talvolta come vero e
proprio decentramento (Merloni, DeLonghi, Benetton)

Le imprese cooperative

Nacquero in Italia verso la metà del XIX secolo, presenti ovunque in Europa. Configurazione istituzionale a base
solidaristica che condivide con i distretti il legame con le realtà esterne in cui si collocano, che induce
comportamenti solidali, di appartenenza, capaci di creare un ambiente di lavoro migliore con adattamento ai cam-
Si basa sulla ridotta mobilità di lavoro e sulla ricerca di buone condizioni di lavoro attraverso soluzioni organizzative
biamenti.
e di investimento basate sulla partecipazione alle decisioni.
Punti critici:
− Prevalenza della forma cooperativa nella grande distribuzione e nei servizi alla persona
− Ridotta mobilità del lavoro e delle forme di partecipazione al capitale sociale dei lavoratori
− Competizione verso modelli basati sull’appartenenza politica e sull’azione lobbistica

Il “quarto capitalismo”

Negli anni Novanta si è assistito a trasformazioni importanti anche nel mondo della piccola impresa e dei distretti
industriali → acquisizioni effettuate da attori esterni ed evoluzione delle tecnologie produttive
Secondo alcuni la riaggregazione delle imprese intorno a gruppi strategici dipende in maniera prevalente dalla mino-
re competitività delle imprese organizzate in sistemi di piccole imprese in seguito all’adesione dell’Italia agli accordi
di Maastricht → non c’è più la possibilità di avere svalutazioni competitive.
Nuova configurazione del sistema delle PMI italiane definita come la forma italiana della Mittelstand tedesca: un in-
sieme di imprese medio-grandi attive sui mercati internazionali prevalentemente organizzate in forma di gruppo con
una holding, in genere a controllo familiare, che sta a capo di un ampio ventaglio di imprese commerciali, produtti-
ve o di servizi → Quarto capitalismo, per distinguerlo dai due maggiori (privato e pubblico) e dalle imprese dei di-
stretti. Si è sviluppato soprattutto nella NEC.
Si distinguono tre tipologie principali:
1. Pionieri, imprese di origine più antica che compaiono nel panorama industriale con la prima onda di indu-
strializzazione (fine XIX secolo). Origini artigianali e mercantili, escono dai confini nazionali nel periodo
della golden age.
2. Baby boomer, imprese nate nel secondo dopoguerra che hanno saputo approfittare dell’espansione dei set-
tori di base, edilizia, alimentare, beni per la casa e la persona.
3. Latecomer, imprese che si sviluppano a partire dagli anni Settanta ed Ottanta, raggiungendo in un decennio
dimensioni e fatturati considerevoli → griffes del made in Italy nel settore tessile, dell’abbigliamento e della
pelletteria. Gran parte delle imprese appartenenti a questa categoria è cresciuta sotto la guida del fondatore,
al cui talento è strettamente legato il vantaggio competitivo dell’impresa. → molte sono scomparse o si sono
ridimensionate in coincidenza del passaggio generazionale.
La forma di conduzione familiare è assolutamente prevalente → uso dello strumento del gruppo gerarchico, struttu-
ra verticale capeggiata da una holding finanziaria, in genere con sede all’estero, da cui dipendono, direttamente o in-
direttamente, varie società operative e commerciali. Le imprese del quarto capitalismo sono in grado di generare ri-
sorse sufficienti a sostenere progetti espansivi anche ambiziosi senza bisogno di diluire le quote di controllo attra-
verso la quotazione in borsa. Motivi della costituzione di holding:
Carattere fiscale
Natura familiare del controllo
Controversa è la valutazione dell’efficienza della forma del gruppo
→ [+] Efficienza della forma organizzativa del gruppo rispetto a strutture più rigide, come quelle multidivisionali,
dipende dalla natura della specializzazione settoriale di molte di queste medie imprese
→ [-] Ritardo della costituzione di un efficiente mercato della proprietà e contribuisce a mantenere centralità al si-
stema del finanziamento bancario, in controtendenza rispetto alla crescente integrazione dei mercati finanziari
Conclusioni

Il punto di forza delle PMI è rappresentato dalla capacità di adattamento e cambiamento di forma
→ [I tesi] Non vi sono discontinuità nelle diverse fasi della crescita economica, ma semplici cambiamenti di forma,
sistemi locali, distretti, quarto capitalismo del made in Italy, che condividono conoscenze contestuali ed un forte le-
game storico con il territorio e le comunità di riferimento.
→ [II tesi] Esistono delle fasi: fino al 1973 c’è un’evoluzione dimensionale delle imprese italiane dalla fase “infanti-
le” dell’industrializzazione di fine Ottocento – Dopo il 1973, declino del paese e diffusione della PMI forma
d’impresa propria di un nuovo regime tecnologico, come la flessibilità ed il ruolo centrale dell’imprenditore.
Capitolo 6 “L’innovazione tecnologica”

La centralità del cambiamento tecnologico nel determinare i processi di crescita economica è stata introdotta dalle
analisi di Schumpeter, Solow, Abramovitz e Denilson (Growth accounting, Total Factor Productivity → “residuo di
Solow”). L’attivazione di percorsi di convergenza (divergenza) da parte dei paesi latecomer dipende essenzialmente
dalla capacità (incapacità) di sfruttare a pieno le opportunità offerte dalle nuove tecnologie → capacità originata da
un insieme di social capabilities

Le misure del progresso tecnico

I metodi adottati per la misurazione delle performance di un sistema innovativo sono più rudimentali di quelli uti-
lizzati in altre aree dell’analisi economica.
Ne esistono di due tipologie:
Quelli di Input → misurano le quantità di risorse che un sistema nazionale dedica alle attività di ricerca; in-
dicatore standard è il volume di spesa in R&S sostenuta all’interno di un paese rispetto al PIL
Quelli di Output → numero di brevetti
Sono stati inoltre messi a punto altri due indici sintetici sulla base di indicatori sia di input che di output:
Innovation Index (Porter e Stern), si basa sulla stima di alcuni fattori che determinano la capacità di produr-
re innovazioni tecnologiche (disponibile a partire dal 1973)
Technology Achievement Index (TAI), introdotto dalle Nazioni Unite, tiene conto di un insieme di variabili
legate alla creazione ed alla diffusione di tecnologie, ed alla disponibilità di competenze.

Gli investimenti nelle attività di ricerca

Il sistema italiano della ricerca scientifica si caratterizza per scarsità di risorse.


Si notano due fenomeni:
o Nella seconda metà del Novecento la quota di spese per R&S rispetto al PIL si è quintuplicata
o Il processo di crescita ha avuto un andamento alterno crescendo fino alla fine degli anni Ottanta, per poi ri-
dursi nell’ultimo decennio considerato
Confrontando il livello di spesa con quello dei principali paesi industrializzati si nota come il distacco rimanga molto
forte anche se si riscontra fino al 1990 un lento processo di convergenza nei confronti dei paesi leader.

L’attività innovativa

Le differenze esistenti tra i diversi sistemi legislativi ostacolano le comparazioni internazionali.


La posizione relativa dell’Italia rispetto agli altri grandi paesi europei non muta radicalmente nel lungo periodo →
notevole ascesa del Giappone, che conquista la leadership fra i paesi più innovativi del mondo a partire dagli anni
Settanta → forte declino del Regno Unito
Quattro fasi per i brevetti italiani:
1. Fino all’inizio anni Venti: prima forte crescita
2. Avvento del Fascismo: periodo di arretramento dovuto al deterioramento dei rapporti con gli Stati Uniti
3. Golden Age: massimo storico nel 1963
4. Dagli anni Settanta: fase decrescente, calo costante della performance
Nel secondo dopoguerra specializzazione in alcuni comparti della chimica, della gomma, della meccanica, tessile,
pelletteria, alimentare.
I settori per i quali vi è una maggiore despecializzazione sono i settori ad elevata intensità tecnologica: nucleare,
computer, ottica, composti chimici. Le imprese italiane sono però anche presenti in molti settori la cui forza compe-
titiva deriva da capacità di design in cui raramente viene richiesta la protezione brevettale.

Conclusioni

Gli indicatori di performance mettono in luce lo scarso dinamismo di lungo periodo del sistema innovativo italiano
in cui i punti di debolezza prevalgono su quelli di forza. La base tecnologica di cui l’Italia dispone oggi non pare in
grado di poter garantire i livelli di crescita del passato.
Capitolo 7 “Lavoro e relazioni industriali”

La domanda di lavoro dell’impresa si rivolge al mercato del lavoro, dove incontra l’offerta, di cui il salario rappre-
senta il prezzo. Il salario può crescere o diminuire in relazione alla scarsità o all’abbondanza di offerta di lavoro pre-
sente sul mercato, nelle diverse circostanze storiche e geografiche. Affinché il salario rappresenti il prezzo di equili-
brio (piena occupazione), è necessario che non vi siano rigidità nel mercato del lavoro:
Legislazione
Presenza di organizzazioni sindacali
→ Il salario effettivo è al di sopra del prezzo di equilibrio e le imprese riducono la quantità i lavoro domandato cre-
ando disoccupazione.
Il salario contribuisce a configurare anche la forma della funzione di produzione adottata dalle imprese, ovvero la
combinazione di fattori meno costosa, data la tecnologia, l’istruzione, le caratteristiche tecniche ed organizzative
proprie dell’impresa o del settore in cui essa opera.
Il rapporto tra imprese e domanda di lavoro è condizionato dal ruolo dei salari come componente della domanda
aggregata → Variabili: consumi, investimenti.
I salari svolgono due funzioni:
o Effetto dinamico diretto sulla crescita del consumo
o Effetto indiretto sulla produttività aggregata dell’economia attraverso la specializzazione della produzione e
la diffusione delle economie di scala provocate dagli investimenti che la maggiore domanda innesca
I rapporti fra domanda ed offerta di lavoro sono regolati dalle relazioni industriali fra le associazioni imprenditoriali
ed i sindacati.

Lavoro, salari sviluppo economico

Il fattore produttivo + importante per la crescita economica è costituito dall’elevata offerta di lavoro non specializ-
zato (Romeo) → condizione favorevole per la crescita dei profitti e degli investimenti industriali → processo “dolo-
roso” ma inevitabile (Merli)
I bassi salari servono per accumulare il risparmio senza dipendere dalla finanza internazionale e per consolidare la
matrice industriale nazionale.
Approccio economico convenzionale: abbondante offerta di lavoro considerata come condizione per sviluppare i
vantaggi comparati del paese nella competizione internazionale attraverso la specializzazione nella produzione di
beni ad elevata intensità di lavoro (es. seta)
Approccio classico allo sviluppo: il basso livello dei salari e la crescita dei profitti non hanno dato luogo ad un au-
mento del prodotto e della produttività attraverso gli investimenti e l’innovazione → Protezionismo, cartellizzazio-
ne, sussidi provocarono solo la crescita delle rendite di posizione delle imprese inefficienti
Rey: la permanenza di lungo periodo di salari comparativamente più bassi e la disoccupazione sono solo
l’espressione di rigidità strutturali del mercato del lavoro.
Tre fenomeni cruciali:
1. Rapido declino della grande impresa,
2. Crescita della specializzazione nella produzione di beni tradizionali
3. Deregolamentazione del mercato del lavoro e contenimento dei salari
I bassi salari e la flessibilità dell’occupazione scoraggiano la crescita della produttività e l’innovazione di prodotto,
favorendo le imprese meno innovative a scapito di quelle innovative, considerate maggiormente in grado di genera-
re profitti elevati e di pagare quindi salari migliori.

I “mercati” del lavoro

Esiste una pluralità di mercati del lavoro → dualismo salariale tra il mercato della grande impresa esposta alla con-
correnza internazionale (più efficiente ed in grado di pagare salari più elevati), e quello delle piccole imprese, legate
al mercato interno, meno efficienti ed in grado di corrispondere sono salari più bassi.
→ dualismo del mercato del lavoro tra Nord e Sud. Se si esclude l’ondata migratoria degli anni Sessanta dal Sud
verso le grandi fabbriche del Nord, l’industrializzazione è caratterizzata dal reclutamento locale
→ distinzione per tipologia di manodopera utilizzata: nelle grandi imprese sono presenti lavoratori maschi in età
giovanile; le industrie tessili e meccaniche del Nord e del Centro occupano giovani donne e ragazze che in genere
continuano a vivere con le loro famiglie contadine di cui integrano il reddito.
I sistemi locali sono meno conflittuali e la mobilità dei lavoratori tra imprese sembra caratterizzata dai meccanismi
efficienti di mercato per quanto riguarda il lavoro specializzato.

Tecnologia, capitale umano e salari

Il lavoro entra nella funzione di produzione non solo come prezzo, ma anche in relazione alle sue caratteristiche in
termini di competenze ed abilità richieste dalle tecnologie incorporate nel capitale con il quale si combina.
L’introduzione di nuove tecnologie o la presenza di offerta di lavoro con nuove caratteristiche sono fattori che
cambiano le condizioni del funzionamento del mercato del lavoro stesso attraverso un processo di adattamento.
Combinazione:
1. scarso capitale
2. lavoro non qualificato
3. basso salario
→ contesto che si presta meglio alle caratteristiche della prima rivoluzione industriale ed al quarto regime tecnologi-
co (petrolio, automobile, produzione di massa)
Nel lungo periodo non emerge un ruolo positivo dell’istruzione secondaria nella crescita italiana → le caratteristiche
del capitale umano che hanno consentito all’Italia di crescere vigorosamente fino agli anni Novanta dipendono
dall’esperienza acquisita sul lavoro (sapere non formalizzato).
Mansioni e competenze relativamente complesse sono acquisite dal lavoratore sul posto di lavoro e talvolta sono
integrate con la formazione da parte di scuole interne all’impresa (FIAT).
Il punto critico è rappresentato dalla crescita troppo rapida della domanda che fa crescere i costi e soprattutto fa
aumentare il potere dei lavoratori sull’organizzazione del lavoro (es. crisi del 1963 e del 1969).

Le relazioni industriali

Le relazioni industriali influenzano direttamente le performance economiche dei paesi.


Prevalenza dell’offerta sulla domanda determina alti livelli di occupazione ed una modesta dinamica salariale
Elevata politicizzazione delle rappresentanze dei lavoratori (forte dipendenza dai partiti e dai movimenti po-
litici) che avanzano istanze proprie della politica economica piuttosto che limitare la propria azione alla tute-
la della forza lavoro

− La prima industrializzazione: Camere del lavoro nel Nord Italia → intermediazione tra offerta e domanda di
lavoro, tutelando gli interessi dei lavoratori su base locale / Federazioni dei mestieri, forme di rappresentanza
operaia organizzata per tipologia di lavoro svolto. / Commistione fra lotta economica e politica / Settembre
1904 primo sciopero generale a livello nazionale promosso dalla Camera di lavoro di Milano / Nel 1906 nacque
la Confederazione generale del lavoro (CGDL), primo sindacato unitario in cui confluirono monte Camere e
Federazioni.
− La prima guerra mondiale ed il Fascismo: più difficile il controllo e la gestione dell’organizzazione del lavo-
ro → corporativismo a base pluralistica in cui il sindacato e le rappresentanze imprenditoriali vennero coinvolte
direttamente nella gestione aziendale. / Scontro sociale / Le misure fasciste mirarono a smantellare le istituzioni
di tutela, le organizzazioni sindacali vennero emarginate dalle relazioni industriali con l’istituzione della Confe-
derazione Nazionale delle Corporazioni Sindacali (sindacato fascista), che con il patto di Palazzo Vidoni stipula-
to con la Confindustria conquistò il monopolio della rappresentanza dei lavoratori / Legge Rocco, abolito il di-
ritto di sciopero / Instaurazione del corporativismo → Carta del Lavoro 1927 fascistizzazione del movimento
sindacale / Crisi del 1929,concessione della gestione del collocamento e norme favorevoli sul cottimo.
− La diffusione del Fordismo: vuoto istituzionale, mercato del lavoro senza regole. Confederazione Generale
italiana del lavoro (CGIL) ricostituito il sindacato unitario, costituzione delle Commissioni interne e dei Consigli
di Gestione / 1948 collocamento sotto il controllo statale /disintegrazione dell’unità sindacale: componente cat-
tolica (CISL) e socialista (UIL) / Ritorno alla contrattazione collettiva, risultato di compromesso in grado di ac-
compagnare le prime fasi del “miracolo economico”.
− Primi anni Sessanta: fase nuova delle relazioni industriali, livelli di disoccupazioni più bassi dal dopoguerra,
recupero della coesione sindacale, ripresa delle rivendicazioni salariali che mirano a riequilibrare il modesto an-
damento salariale degli anni Cinquanta / Fase di intensa conflittualità che si aprì con l’”autunno caldo” del
1969.
− Conflitto e regolamentazione: notevole spostamento del baricentro a favore dei sindacati che consolidarono
la loro capacità di agire unitariamente / 1970 Statuto dei lavoratori, ampliamento dei limiti di applicabilità della
Cassa integrazione, introduzione del punto unico sulla scala mobile, istituzione di un collocamento speciale per i
giovani / Inizio degli anni Ottanta con la sconfitta sindacale della vertenza FIAT avviata dalla richiesta aziendale
di 14000 licenziamenti.
− Deregolamentazione e flessibilità: Sconfitta dei sindacati nel referendum del 1984 sulla scala mobile, diminu-
zione dei diritti sindacali, forte diffusione del lavoro nero. La perdita dei diritti venne in parte compensata dal si-
stema di coesione sociale / L’intero sistema del collocamento viene messo in discussione / Inizio anni Novanta
→ concertazione / Pacchetto Treu 1997, consentirono la mediazione privata, il decentramento alle regioni ed
alle province delle competenze in materia di collocamento e l’istituzione del lavoro interinale / Legge Biagi
2003, si basa sul rapporto di lavoro come rapporto di mercato individuale e si fonda sulla moltiplicazione delle
forme contrattuali → Innalzamento della precarietà dei lavoratori e della malaoccupazione, aumento del lavoro
sommerso senza risolvere i problemi di competitività dell’economia italiana.
Capitolo 8 “Il finanziamento delle imprese”

Gli strumenti finanziari, i loro mercati e le istituzioni che li gestiscono hanno lo scopo di attenuare gli effetti dei co-
sti di informazione e di transazione delle imprese nella raccolta delle risorse. I sistemi finanziari influenzano anche i
tassi di risparmio, le decisioni di investimento, l’innovazione tecnologica ed i tassi di crescita aggregata.
Quattro funzioni dei sistemi finanziari:
1. acquisizione informazioni sulle imprese
2. stabiliscono le condizioni alle quali i creditori esercitano il controllo sui debitori
3. elaborano sistemi di riduzione dei rischi di investimento
4. raccolgono ed aggregano il risparmio facilitano le transazioni
Banche, rispondono bene al problema del free riding dei mercati, stabiliscono legami a lungo termine
con le imprese e tra finanza ed imprese, possono sorvegliare meglio la gestione corretta del debito delle
imprese, sorvegliano la corporate governance, determinano una minore liquidità dei sistemi in cui pre-
valgono (riduzione free riding)
Mercati, operano al contrario delle banche, le quali possono estrarre rendite dalle imprese che finanzia-
no stabilendo legami privilegiati ed orientando la loro strategia, non sono in grado di introdurre forme di
gestione del rischio più sofisticate (proprie delle condizioni di incertezza), i banchieri possono agire nel
loro esclusivo interesse e colludere con le imprese contro altri creditori.

Sistemi finanziari “bank oriented” e “market oriented”

Regno Unito e Stati Uniti registrano la prevalenza del finanziamento attraverso la borsa, mentre i paesi dell’Europa
continentale ed il Giappone mostrano la prevalenza del finanziamento bancario. Il Regno Unito e gli Stati Uniti
hanno il valore più elevato delle attività di borsa. La golden Age fino al 1965, mostra una relativa convergenza dei
paesi europei verso il modello market oriented.
In Italia, il peso delle attività di borsa rispetto al credito al settore privato è molto modesto dal 2001 sembra eviden-
ziarsi un ritorno alla tradizione del sistema bank oriented.

La composizione del sistema bancario italiano

Esistono due tipologie di istituti


1. Banche di dimensioni medio-grandi, private o pubbliche a seconda dei periodi
2. Istituti di risparmio di dimensioni anche molto piccole e per lo più costituiti senza fini di lucro e su base so-
lidaristica come le casse di risparmio, le banche popolari e le casse rurali ed artigiane
Fino al 1992 il sistema bancario italiano è rappresentato in media leggermente più elevata dalle banche a base solida-
ristica. Le privatizzazioni e le trasformazioni in fondazioni degli istituti di diritto pubblico fecero convergere poi le
casse di risparmio e le aziende di credito ordinario in un’unica categoria. Le banche ordinarie si basano sulla centra-
lizzazione del credito ed hanno la loro fase di maggiore presenza nel finanziamento delle imprese fino al 1933 attra-
verso le banche universali o miste → Nel secondo dopoguerra prevalgono le banche pubbliche (1936 divieto di de-
tenere partecipazioni nelle imprese) → Dal 1992 ci fu il ritorno delle grandi banche universali (TUB 1933 consentì
nuovamente alle banche di operare nel finanziamento diretto delle imprese in una fase di rapida internazionalizza-
zione della finanza).

Le grandi banche e le grandi imprese

Il finanziamento dell’impresa privata nel XIX secolo era esercitato da poche banche: Banco di Roma, Banca Com-
merciale Italiana e Credito Italiano, più tardi la Società Bancaria Italiana. Queste erano definite banche universali
perché esercitavano ogni forma di raccolta e prestito: cambiali, avalli, sconti, aperture di credito, anticipazioni, col-
locamento di azioni.
Le banche miste operavano in modo da trasformare l’iniziale debito per il finanziamento in un debito obbligaziona-
rio o in mezzi propri.
Le due grandi banche milanesi (Credito Italiano e Banca Commerciale) utilizzando fiduciari incaricati di acquisire
informazioni fra la banca e le realtà aziendali.
Crisi della borsa del 1907 → Intervento della Banca D’Italia → 1913 divieto alle banche di coinvolgimenti diretti nel
mercato secondario (esclusione dalle negoziazioni dirette in borsa) → Riduzione dei flussi di finanziamento alle im-
prese.
Svolta deflazionistica e ritorno al gold standard 1926 quota 90 → banche ancora più impigliate nel finanziamento
alle industrie nelle difficoltà del mercato mobiliare collegate agli elevati tassi di interesse richiesti dalla stabilizzazione
del cambio → La crisi del 1931-33 mise fine all’esperienza delle banche universali private in Italia.
1936 legge bancaria, separazione dell’attività bancaria da quella di investimento, limitazione delle ex banche miste,
divenute pubbliche, al credito ordinario.
Nel dopoguerra il ruolo delle banche nelle attività di investimento era ormai molto ridimensionato. Le grandi im-
prese private organizzate in holding si finanziavano prevalentemente con i profitti, mentre l’intensa attività di inve-
stimento delle imprese pubbliche veniva finanziato con il meccanismo obbligazionario (doppia intermediazione)
L’inflazione degli anni Settanta provocò la crisi della domanda e ridusse drasticamente l’autofinanziamento →
l’aumento dei prezzi ampliò il peso del debito corrente rispetto al capitale sociale → crebbe il ruolo delle banche nel
finanziamento delle imprese attraverso l’esposizione a breve termine
Negli anni Ottanta vi fu la creazione delle autorities ISVAP e CONSOB.
Nel 1979 l’adesione allo SME creò la stabilizzazione del cambio con conseguente aumento dei tassi di interesse e
squilibrio ulteriore dei conti delle imprese.
Gli anni Novanta furono quelli della liberalizzazione finanziaria e dell’integrazione nell’unione monetaria europea
→ le banche ordinarie vennero di nuovo autorizzate (1993) ad esercitare il finanziamento diretto alle imprese ed a
svolgere attività sul mercato secondario dei valori mobiliari.

Le banche dei sistemi locali di impresa

Le banche locali italiane hanno una storia secolare di radicamento nel territorio ed hanno tradizionalmente accom-
pagnato la nascita e lo sviluppo dei sistemi locali di produzione fin dalla prima industrializzazione → mobilitazione
del piccolo risparmio verso iniziative locali, in grado di aggregare il contesto sociale di riferimento grazie ad iniziati-
ve di tipo filantropico.
Sostenevano in prevalenza operazioni immobiliari, concedevano prestiti ai piccoli imprenditori locali per i lavori
pubblici appaltati e le anticipazioni alle amministrazioni comunali.
Erano costituite in forma cooperativa e permettevano ai soci la responsabilità limitata. Il loro sviluppo fu partico-
larmente intenso alla vigilia della I guerra mondiale → rapporti di conoscenza e fiducia con il territorio, finanziava-
no iniziative di natura prevalentemente commerciale, di dimensioni limitate, intraprese da imprese costituite sotto
forma di accomandite semplici o addirittura ditte non registrate → finanziamento suddividendo i rischi sulla base di
garanzie patrimoniali personali dei soci.
Nel Mezzogiorno vi erano solo due banchi di emissione (Napoli e Sicilia), ciò favoriva la manovra di operatori fi-
nanziari non professionali che agivano attraverso mutui e cessione di garanzie o diritti sul patrimonio al credito-
re/avallante.
Nel 1953 le casse di risparmio poterono approfittare di ulteriori vantaggi realizzati a scapito della raccolta postale ed
ebbero accesso alla gestione dei fondi agevolati per le PMI.
Dal 1993 si è assistito alle fusioni, come l’agglomerazione delle grandi casse di risparmio nella Banca Intesa (Cariplo
e BCI).

Il finanziamento pubblico

Intervento diretto, salvataggi di banche, settori ed imprese → Enti Beneduce che consentivano di mettere in atto
un’espansione monetaria al di fuori dei canali ordinari (CREDIOP ed ICIPU), operavano nel finanziamento delle
opere pubbliche e delle infrastrutture ritenute necessarie alla modernizzazione del paese (successo parziale) → Tra-
sferimento all’IRI delle partecipazioni industriali, la ristrutturazione del sistema industriale e bancario dette alle auto-
rità monetarie gli strumenti per una direzione centralizzata della politica monetaria e creditizia mettendo fine alla
banca universale ed indirizzando le banche verso il solo credito commerciale.
Ruolo cruciale del finanziamento pubblico nel caso delle imprese pubbliche → l’espansione delle stesse nel secondo
dopoguerra fu massiccia con la creazione dell’ENEL e la crescita delle holding di settore. Nel 1962 gli enti pubblici
economici come l’ENEL si finanziavano attraverso due strumenti:
Emissione di obbligazioni attraverso il circuito della doppia intermediazione
Crescente ricorso ad apporti di capitale direttamente dallo Stato, in particolar modo dopo l’adesione
dell’Italia allo SME (1979)
Le imprese private erano escluse da questo circuito, ma usufruivano di varie compensazioni come i crediti agevolati,
i contributi alla produzione, agevolazioni fiscali.
La borsa

Il ruolo della borsa vede l’Italia costantemente in ultima posizione. Le emissioni di azioni hanno rappresentato una
quota della raccolta complessiva di mezzi finanziari per l’accumulazione da parte delle imprese.
Nel complesso il contributo della borsa italiana al processo di accumulazione è modesto ed appare per di più slegato
dalle vicende dell’economia.
Il processo di accumulazione passato attraverso la borsa è stato poco rilevante e la maggior parte degli investimenti
delle società quotate è stata effettuata attraverso l’autofinanziamento.
Le risorse raccolte dallo Stato con la fiscalità per finanziare le imprese pubbliche hanno in sostanza inaridito
l’afflusso al mercato finanziario delle risorse necessarie alla crescita delle imprese private.
Cinque fasi:
1. 1891-1907: valori ascendenti
2. periodo tra le due guerre: riduzione
3. 1948-1963: rapida ripresa
4. 1963-1978: rapida discesa
5. 1978-2001: ripresa
Capitolo 9 “La politica industriale”

La politica industriale è rappresentata da ogni forma di intervento statale che riguarda l’industria, inclusi i settori di
pubblica utilità.
Esistono 5 forme di intervento:
1. creare una struttura legale ed istituzionale
2. modificare la tecnologia
3. modificare i mercati dei prodotti
4. modificare i mercati dei fattori
5. modificare l’importanza relativa di industrie ed imprese

Le origini: la politica industriale nell’età liberale (1860-1880)

L’intervento più importante fu la realizzazione di una rete ferroviaria nazionale. Le ferrovie vennero costruite e ge-
stite da imprese private, alcune delle quali straniere, cui lo Stato assicurò un reddito minimo garantito. L’ispirazione
era che l’industria italiana sarebbe spontaneamente cresciuta in virtù della concorrenza e grazie all’opportunità di
espansione interna dalle comunicazioni in via di realizzazione.

Il protezionismo ed il sostegno al sistema militare-industriale (1880-1914)

Per sostenere l’industria nazionale in settori fondamentali per il potenziamento militare, nel 1878 vene stabilita una
tariffa protettiva piuttosto modesta su un piccolo gruppo di prodotti (tessili in particolare), venne poi aumentata nel
1887 ed allargata ad altre produzioni come grano, ghisa ed altri prodotti siderurgici. Questa tariffa conobbe il picco
intorno al 1895 per poi calare in seguito.
Il governo aiutò, direttamente o con l’aiuto delle banche miste, le imprese del complesso militare-industriale in diffi-
coltà (Es.Terni con anticipazioni su commesse future). La politica industriale è stata essenziale per la nascita ed il
successivo sviluppo del complesso, ma è difficile valutare la funzione dinamica in termini di sviluppo industriale
complessivo. Il complesso era infatti relativamente piccolo.

La politica industriale del Fascismo (1922-1940)

Novità nella politica industriale:


o Tariffe,
o Autarchia,
o Poli di sviluppo,
o Regolamentazione dei mercati dei beni e del lavoro.
Le leggi speciali si proponevano di stimolare l’insediamento di nuove attività produttive in alcune zone industriali
speciali, inoltre il regime ostacolò le migrazioni verso le città industriali del Nord.
La principale innovazione è rappresentata dai tentativi di pianificazione: a partire dal 1935: costruzione di nuovi sta-
bilimenti soggetta ad autorizzazione, esentati gli impianti di “preminente interesse nazionale”.
La politica salariale è di certo quella di maggior successo rispetto agli obiettivi ai quali viene subordinata: contribuì
in maniera determinante al successo di “quota 90” permettendo una stabilizzazione ad una parità di cambio decisa-
mente sopravvalutata.
Il più rilevante e duraturo degli interventi di politica industriale fu l’effetto di un episodio di salvataggio bancario: lo
Stato fu costretto ad assumere il controllo diretto di tutto il sistema, che fu trasferito ad un ente creato ad hoc, l’IRI,
reso permanente nel 1937.

Le politiche industriali nella Golden Age (1950-1973): impresa pubblica e sovvenzioni

Le forme di politica industriale di sostegno alle industrie private assunsero intenzioni non più dirigiste, il governo
fornì denaro per la ricostruzione degli impianti. Le industrie pubbliche conseguirono eccellenti risultati, l’IRI investì
ingenti somme nella modernizzazione dei servizi e delle manifatture.
Finsider, sub-holding dell’acciaio dell’IRI, con Sinigaglia conquistò una leadership indiscussa.
Dagli anni ’50 l’Agip divenne leader nel settore dell’energia industriale con Mattei, nel 1953 il controllo azionario
passò all’ENI, public company di nuova costituzione; nazionalizzazione dell’industria elettrica nel 1962: ENEL.
Le imprese pubbliche hanno avuto un ruolo importante nella modernizzazione del Paese in questi anni, ma il risul-
tato sembra essere dovuto alla capacità imprenditoriale dei singoli manager.
Svolta verso un sistema di libero scambio con l’adesione alla CECA (1951)

La strategia dei “campioni nazionali” negli anni Settanta ed Ottanta

La cooperazione tra il governo e le imprese private creò risultati deludenti (Es.Fiat-Alfa Romeo).
Negli anni Settanta le PMI e le regioni industriali progredirono, la loro crescita è stata considerata un’alternativa ra-
dicale alla strategia del campione nazionale.
La politica dei campioni nazionali fu affiancata, negli anni Ottanta, da una maggiore attenzione al sostegno della
R&S, per incrementare la competitività italiana nel mercato internazionale, la spesa governativa nella R&S aumentò
più che in altri paesi avanzati, ma l’efficacia di questo sforzo fu insidiata dalla mancanza di scopi precisi e dalle
complesse procedure burocratiche.

Le privatizzazioni degli anni Novanta

La politica di liberalizzazione dei mercati e di privatizzazione delle imprese pubbliche prese slancio negli anni ’90,
effetto congiunto di condizioni monetarie e finanziarie internazionali profondamente mutate → rigida disciplina per
i cambi. Si rese quindi impossibile il mantenimento di un’industria pubblica di proporzioni assai ampie, gravata da
enormi debiti e strettamente dipendente dai trasferimenti pubblici.
Prese quindi il via un’ampia politica di privatizzazioni del patrimonio pubblico industriale e bancario. Nel 1992 ven-
nero trasformati in SpA i grandi enti pubblici, trasferendone la proprietà direttamente al ministero del Tesoro. Fu-
rono poi istituite le Autorities, garanti della concorrenza. L’IRI ha cessato di operare il 31/12/2003.

Conclusioni

La politica industriale ha un posto di rilievo nella presenza pubblica dell’economia italiana. Non è però possibile
ravvisare in essa il segno della continuità e soprattutto della coerenza nella presenza di uno Stato “sviluppista”. Si è
trattato in genere di interventi assai diversi nel tempo, che hanno ottenuto risultati controversi.
Conclusioni

Il succedersi di diversi regimi tecnologici ha determinato cambiamenti nei sistemi di impresa dei diversi contesti na-
zionali. L’esperienza italiana ha messo in luce modalità originali nell’adattamento ai cambiamenti di “regime” rispet-
to agli altri paesi sviluppati.
Si evidenzia una difficoltà di costruire una capacità innovativa in grado di collocare l’Italia sulla frontiera tecnologica
dei diversi regimi, come è invece accaduto per Germania, Giappone e Corea.
L’inadeguatezza delle risorse, l’inefficienza dei meccanismi allocativi e la scarsa interazione tra i diversi soggetti ha
limitato il trasferimento tecnologico.
Le grandi imprese hanno seguito percorsi di apprendimento tecnologico determinati da una fase imitativa di combi-
nazione ed adattamento per il mercato locale.
Le piccole imprese tradizionali si limitano alla ricerca incrementale, quelle innovative hanno vita assai breve.
La traiettoria di crescita è incerta: sono rari i trend lineari.
La turbolenza intrasettoriale è definita da un frequente ricambio delle imprese operanti all’interno degli stessi settori
industriali.
Il finanziamento delle imprese è basato sulle banche, il ruolo della borsa è modesto.
Il sistema del finanziamento bancario è dato da due tipologie di banche:
1. grandi aziende di credito: con reti capillari di sportelli su base nazionale, che si rivolgono prevalentemente al
finanziamento delle imprese maggiori
2. istituti di credito: come le casse di risparmio e le banche popolari, rivolti alle imprese di piccole e medie di-
mensioni e legate ai sistemi sociali e territoriali in cui si trovano ad operare con pochi sportelli.
Lo Stato ha svolto un ruolo cruciale nel finanziamento attraverso trasferimenti pubblici a diverso titolo,la partecipa-
zione azionaria diretta, i conferimenti dal bilancio pubblico alle imprese pubbliche ed il tentativo di costruire i cam-
pioni nazionali.
La politica industriale ha assunto diverse forme: commesse pubbliche e protezionismo; salvataggi; programmazione
macroeconomica degli investimenti industriali con l’obiettivo di accrescere il tasso di crescita del reddito; i campioni
nazionali; la diffusa presenza dell’impresa pubblica.
La crescita economica di lungo periodo dell’Italia è caratterizzata dall’elevata offerta di lavoro non specializzato che
comporta bassi livelli salariali.
Le imprese che caratterizzano il sistema industriale sono ora le piccole imprese dei sistemi locali ed un segmento
non ben delineato in termini quantitativi di medie imprese, caratterizzate da una accentuata specializzazione
settoriale.

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