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WILLIAM HJORTSBERG

ANGEL HEART — ASCENSORE PER L’INFERNO

(Falling Angel, 1978)

Le firme dei sette demoni.Da sinistra a destra e dall'alto in bas-so, sono Lucifero, Belzebù, Satana,
Astarotte, Leviatano, Elimi e Ballberith. Si trovano in un patto stretto nel 1616 tra Lucifero e Urbain
Grandier, parroco di Saint-Pierre, a Loudun, in Francia.

Per Bruce, Jada, Ellen e Nick,

«ragazzi e ragazze insieme...

Sui marciapiedi di New York».

E per Bob

«Che se la spassò».

Ahimè, quant'è terribile la saggezza quando non giova a chi è saggio!

Sofocle,Edipo Re
1

Eravenerdì 13, la nevicata del giorno prima si attar-dava per le vie, come un rimasuglio di maledizione.
Fuori il pantano arrivava alle caviglie. La Settima Avenue era attraversata dalla marcia incessante dei
titoloni che le lampadine facevano sfilare monotoni intorno alla facciata della torre delTimes: ...votato
l'ingres SO DELLE HAWAII NELL'UNIONE, COME CINQUANTESIMO STATO;
APPROVAZIONE DEFINITIVA DA PARTE DELLA CAMERA, 232 VOTI CONTRO 89; È
SICURO CHE EISENHOWER FIRMERÀ LA LEGGE... Le Hawaii, dolce terra degli ananas e
dell'hakelopi: strim-pellare di ukulele, sole e onde, gonnellini d'erba flut-tuanti alla brezza tropicale.

Compii un giro con la poltrona e guardai verso Ti-mes Square. Sopra il Claridge il grande tabellone
del-le Camels soffiava grassi anelli di fumo sul traffico convulso. L'azzimato signore dell'insegna, con la
bocca eternamente atteggiata in un tondo O di stupore, era per Broadway annunciatore di primavera.
All'inizio del-la settimana squadre di pittori appesi a impalcature trasformavano lo scuro cappello
invernale di feltro delfumatore e il suo cappotto con il bavero di velluto in un cappello di paglia e in un
abito leggero: questo non era poetico come le rondini di Capistrano, ma comuni-cava ugualmente il
messaggio.

Il mio edificio, costruito alla fine del secolo scorso, era una pila, alta quattro piani, di mattoni tenuti
insie-me da fuliggine ed escrementi di piccione. Sul suo tetto sventolava un cappellino pasquale di
cartelloni che fa-cevano pubblicità a voli per Miami e a svariate marche di birra. All'angolo c'era un
venditore di sigarette, un salone di pokerino, due bancarelle di panini imbottiti; nel mezzo dell'isolato,
c'era il teatro Rialto. L'ingresso era nascosto tra un negozio per guardoni e uno di cu-riosità, con le
vetrine ingombre di cuscini variopinti e di cacche di cane fatte di gesso.

Il mio ufficio era due piani più su, nello stesso cor-ridoio di Olga, Depilazioni e di Ira Kipnis, contabile
di-plomato. Lettere d'oro alte più di venti centimetri mi mettevano in vantaggio sugli altri:agenzia
investigati-va crossroads, nome che avevo acquistato, insieme con l'avviamento, da Ernie Cavalero, il
quale mi aveva as-sunto come galoppino tanti anni fa, quando ero arriva-to a New York durante la
guerra.

Stavo per andare a prendere un caffè, quando suo-nò il telefono. «Il signor Harry Angel?» squittì una
lon-tana segretaria. «Herman Winesap dello studio McIntosh, Winesap e Spy desidera parlarle.»

Grugnii qualche parolina gentile e la segretaria mi passò la linea.

La voce di Herman Winesap era untuosa come la sporcizia dei capelli dei bambini contro cui amano
met-terci in guardia i fabbricanti di brillantina. Si presen-tò dicendo di essere un legale. Questo significava
che il suo compenso era altissimo. Chi si definisce avvocato costa sempre molto meno. Winesap parlava
così bene che glielo lasciai fare il più del tempo.

«Le telefono, signor Angel, allo scopo di appurare se in questo momento è disponibile per un contratto.»

«Si tratterebbe della sua ditta?»

«No. Parlo a nome di uno dei nostri clienti. È libe-ro, possiamo avvalerci dei suoi servigi?»

«Dipende dal lavoro. Dovrà fornirmi qualche partico-lare.»


«Il mio cliente preferirebbe discuterne con lei di per-sona. Propone di incontrarla a pranzo oggi. All'una
in punto al Top of the Six.»

«Non le rincrescerebbe darmi il nome di questo clien-te? Oppure dovrò cercare un tipo con un garofano
ros-so all'occhiello?»

«Ha una matita sottomano? Glielo detto lettera per lettera.»

Scrissi sul blocchetto della mia scrivania Louiscyphre e chiesi come si pronunciava.

Herman Winesap se la cavò a meraviglia, arrotando la erre come un insegnante della Berlitz. Gli chiesi se
il cliente era straniero.

«Il signor Cyphre ha passaporto francese. Non cono-sco con precisione la sua vera nazionalità. Senza
dub-bio sarà felice di rispondere a qualunque domanda vo-glia porgli durante il pranzo. Posso dirgli che
vi an-drà?»

«Ci sarò, all'una in punto.»

Herman Winesap, legale, pronunciò le sue ultime un-tuosità e si congedò. Riagganciai e mi accesi uno
dei sigari di Natale per festeggiare l'avvenimento.

Ilnumero 666 della Quinta Avenue era un'infelice com-binazione dello Stile Internazionale e della nostra
svet-tante tecnologia casalinga. Era sorto due anni prima tra la Cinquantaduesima e la Cinquantatreesima
Stra-da: centinaia e centinaia di metri quadri di uffici in-guainati in pannelli di alluminio in rilievo.
Sembrava una grattugia alta quaranta piani. Nell'atrio c'era una cascatella, ma non era di grande aiuto.

Presi un ascensore che fermava solo all'ultimo pia-no, accettai uno scontrino dalla guardarobiera e
ammi-rai la vista mentre il capocameriere mi scrutava dalla testa ai piedi come un funzionario dell'ufficio
d'igiene che esaminasse un mezzo bue. Trovare il nome di Cyphre nel libro delle prenotazioni non lo rese
affatto amichevole. Lo seguii tra un cortese mormorio di uo-mini d'affari fino a una piccola tavola vicino a
una fi-nestra.

Lì seduto c'era un uomo che poteva avere tanto qua-rantacinque anni quanto sessanta, vestito di un
abito su misura blu a righine, con un bocciolo di rosa colorrosso sangue all'occhiello. Aveva capelli neri e
folti, pettinati all'indietro, che scoprivano una fronte molto alta, ma una barbetta quadrata e dei baffi
appuntiti bianchi come un ermellino. Era abbronzato ed elegan-te; aveva gli occhi di un azzurro etereo e
dallo sguar-do distante. Sulla cravatta di seta color marrone splen-deva una minuscola stella d'oro
capovolta. «Sono Harry Angel», dissi mentre il capocameriere mi offriva una sedia. «Un avvocato che si
chiama Winesap dice che lei vuole parlarmi di una certa faccenda.»

«Mi piacciono gli uomini che vengono subito al dun-que», disse Cyphre. «Beve qualcosa?»

Ordinai subito un doppio Manhattan; Cyphre pic-chiettò sul suo bicchiere con un dito curato e disse che
voleva il bis. Era facile immaginare quelle mani, capo-lavoro di una manicure, nell'atto di stringere una
sfer-za. Nerone aveva certamente mani simili. E anche Jack lo Squartatore. Erano mani da imperatore o
da assas-sino: languide ma letali, con crudeli dita affusolate, perfetti strumenti del male.

Quando il cameriere si allontanò, Cyphre si sporse in avanti e mi fissò con una smorfia da cospiratore.
«De-testo occuparmi di banalità, ma vorrei vedere un suo documento prima di cominciare.»

Tirai fuori il portafoglio e gli mostrai la mia licen-za e il distintivo di capo onorario. «Qui dentro ho
an-che il porto d'armi e la patente.»

Cyphre diede una scorsa agli involucri di celluloide dei documenti e, quando mi rese il portafoglio, il suo
sorriso era di dieci gradi più gelido. «Preferisco crede-re alla parola della gente, ma i miei consiglieri legali
hanno insistito su questa formalità.»

«Di solito non correre rischi conviene.»

«Ma come, lei mi delude, signor Angel, credevo proprio che fosse un giocatore d'azzardo.»

«Solo quando è necessario.» Ascoltavo con tutta l'at-tenzione possibile in cerca di una piccola traccia
d'ac-cento; ma la sua voce era come metallo levigato, liscio e pulito quasi fosse stata lucidata con
banconote fin dal giorno della nascita. «E se venissimo subito ai fat-ti?» dissi. «I convenevoli non sono il
mio forte.»

«Un'altra ammirevole caratteristica.» Cyphre estras-se dal taschino interno della giacca un portasigarette
d'oro e di cuoio, lo aprì e scelse un sottile sigaro ver-dastro. «Ha voglia di fumare?» Rifiutai l'astuccio che
mi porgeva e stetti a osservarlo mentre spuntava l'e-stremità del sigaro con un temperino d'argento.

«Ricorda per caso il nome Johnny Favorite?» mi do-mandò Cyphre, scaldando il sottile sigaro alla
fiamma del suo accendino al butano.

Ci meditai su. «Non cantava con un'orchestra di swing, ancora prima della guerra?»

«Proprio lui. Un successo dall'oggi al domani, come amavano dire gli agenti pubblicitari. Nel 1940
cantava con l'orchestra di Spider Simpson. Io, personalmente, provo ripugnanza per la musica swing e
non ricordo i titoli dei suoi dischi di successo: a ogni modo ce n'e-rano tanti. Due anni prima che
qualcuno avesse senti-to parlare di Sinatra, provocò al teatro Paramount un mezzo tumulto. Lei
dovrebbe ricordarsene, il Para-mount è dalle sue parti.»

«Johnny Favorite è di prima dei miei tempi. Nel 1940 io ero appena uscito dalla scuola secondaria ed
ero un poliziotto alle prime armi a Madison, nel Wisconsin.»

«Lei è del Midwest? L'avevo preso per un vero newyorkese.»

«Non esiste questa specie animale, almeno non oltre Houston Street.»

«Verissimo.» Cyphre, con il viso avvolto in un fumo cilestrino, tirava sul suo sigaro. Il profumo del
tabac-co era eccellente. Mi pentii di non averne accettato uno quando ne avevo avuto l'opportunità.
«Questa è una cit-tà di gente che viene da fuori», disse. «Come me.»

«Da dove viene?» gli domandai.


«Diciamo che sono un viaggiatore.» Cyphre scacciò con la mano una voluta di fumo, facendo luccicare
uno smeraldo che persino il papa avrebbe baciato.

«D'accordo. Perché mi ha chiesto di Johnny Favo-rite?»

Meno importuno di un'ombra di passaggio, il came-riere posò sul tavolo i nostri bicchieri pieni.

«Tutto sommato, una voce piacevole.» Cyphre solle-vò il suo bicchiere al livello degli occhi, in un
silenzio-so brindisi all'europea. «Come dicevo, non ho mai sop-portato la musica swing: troppo forte e
spasmodica per i miei gusti. Ma Johnny, quando voleva, sapeva essere dolce come se cantasse canzoni
natalizie. Agli inizi del-la sua carriera lo presi sotto la mia protezione. Era un impudente ragazzo del
Bronx, tutto pelle e ossa. Orfa-no di padre e di madre. Il suo vero nome non era Fa-vorite, ma Jonathan
Liebling. Lo cambiò per motivi professionali: Liebling non avrebbe fatto un buon effet-to nelle insegne
luminose. Sa che cosa gli capitò?»

Non ne avevo la minima idea.

«Fu chiamato alle armi nel gennaio del 1943. Data la sua professione, fu assegnato ai servizi speciali che
provvedevano a divertire le forze armate; in marzo fa-ceva parte di uno spettacolo per le truppe in
Tunisia. Non conosco i fatti in ogni particolare. Un pomeriggio, durante una rappresentazione, ci fu
un'incursione ae-rea. La Luftwaffe mitragliò il palco dell'orchestrina, uc-cidendo quasi tutta la compagnia.
Johnny, per un ghiribizzo della sorte, se la cavò con ferite alla faccia e al-la testa.Sela cavò non sono le
parole giuste. Non ri-tornò mai più come prima. Non me ne intendo di me-dicina, perciò non posso
spiegarle con esattezza le sue condizioni. Si tratta, credo, di una forma di psicosi traumatica.»

Gli dissi che personalmente sapevo qualcosa della psicosi traumatica.

«Davvero? Ha fatto la guerra, signor Angel?»

«Per qualche mese, all'inizio. Fui uno dei fortunati.»

«Be', Johnny Favorite non fu tra i fortunati. Quando lo rispedirono a casa, era un vero e proprio
vegetale.»

«Che peccato», dissi, «ma io che c'entro? Che cosa desidera che faccia per lei?»

Cyphre spense il sigaro schiacciandolo nel portacene-re e giocherellò con il bocchino d'avorio ingiallito
dal-l'uso, intagliato a forma di serpente arrotolato, con la testa di un gallo che canta. «Dia prova di
pazienza, si-gnor Angel. Sto arrivando al punto, anche se per vie traverse. All'inizio della sua carriera
avevo dato un po' di aiuto a Johnny. Non fui mai il suo agente, ma sep-pi usare la mia influenza in suo
favore. Avevamo un contratto che riconosceva il mio non trascurabile ap-poggio. Era prevista una certa
garanzia, che in caso di morte avrei incassata. Mi rincresce di non poter esse-re più esplicito, ma i termini
del nostro accordo spe-cificavano che i particolari dovessero rimanere segreti.

«A ogni modo, il caso di Johnny era disperato. Fu mandato in un ospedale per reduci nel New
Hampshire. Sembrava destinato a passare il resto della sua vi-ta in una corsia d'ospedale, uno dei tanti
disgraziati re-litti della guerra. Ma Johnny aveva amici e denaro, un'enorme quantità di denaro. Anche se
per natura era uno scialacquatore, i suoi guadagni nei due anni precedenti il reclutamento erano stati
notevoli: più di quanto chiunque fosse in grado di sperperare. Una par-te di quel denaro era investito e
l'agente di Johnny ave-va la procura.»
«La storia va facendosi complicata», dissi.

«Certamente, signor Angel.» Con aria assente, Cyphre picchiettò il bocchino d'avorio sull'orlo del suo
bic-chiere vuoto, facendo suonare il cristallo come distan-ti campane. «Alcuni suoi amici lo fecero
trasferire in una clinica privata a nord, dove lo sottoposero a chi sa quali cure radicali. Secondo me, tipici
raggiri psichia-trici. I risultati finali furono gli stessi, Johnny rimase un morto vivente. Solo che le spese
furono pagate con soldi suoi invece che del governo.»

«Sa il nome di questi amici?»

«No. Mi auguro che lei non mi giudichi un individuo molto venale se le dirò che continuo a interessarmi
di Jonathan Liebling soltanto per i nostri accordi contrat-tuali. Dopo la sua partenza per la guerra, non ho
mai più rivisto Johnny, mi importava soltanto sapere se era vivo o morto. Una volta o due ogni anno i
miei legali si mettono in contatto con l'ospedale e si fanno conse-gnare una dichiarazione autenticata che
Johnny è an-cora tra i vivi. Queste circostanze non cambiarono si-no all'ultimo fine settimana.»

«Che cosa capitò in quei giorni?»

«Un fatto molto curioso. L'ospedale di Johnny si tro-va nei dintorni di Poughkeepsie. Trovandomi per
affa-ri da quelle parti, decisi di fare visita alla mia vecchia conoscenza, lì per lì. Forse desideravo vedere
come ri-ducano una persona sedici anni di letto. All'ospedale mi dissero che le visite erano permesse
soltanto nei po-meriggi dei giorni feriali. Siccome insistevo, comparve il medico di turno, il quale mi
comunicò che Johnny in quei giorni era sottoposto a cure speciali e che non po-teva essere disturbato
fino al lunedì successivo.»

Dissi: «Secondo me la menavano per il naso».

«Infatti. Qualcosa nel modo di fare di quell'individuo non mi piacque.» Cyphre infilò il bocchino nel
taschi-no del panciotto e giunse le mani sulla tavola. «Mi fer-mai a Poughkeepsie fino a lunedì e ritornai
all'ospeda-le, facendo attenzione di arrivare durante le ore di vi-sita. Non rividi affatto il dottore, ma
quando diedi il nome di Johnny, la ragazza al banco della ricezione mi domandò se fossi un parente.
Naturalmente dissi di no. La ragazza dichiarò che soltanto i famigliari erano am-messi a visitare i
pazienti.»

«Non avevano fatto parola di questo la prima volta che si era presentato?»

«Neanche per sogno. Mi indignai moltissimo. Pur-troppo feci una specie di scenata. E fu un errore. La
ragazza minacciò di chiamare la polizia se non me ne fossi andato immediatamente.»

«E lei che cosa fece?»

«Me ne andai. Che altro potevo fare? È un ospedale privato. Non volevo cacciarmi nei guai. Proprio
per questo sto assumendola al mio servizio.»

«Lei desidera che io mi rechi fin là e controlli come stanno le cose?»

«Esatto.» Cyphre fece un gesto amichevole delle mani con le palme rivolte in alto, come chi vuol
dimostrare di non avere niente da nascondere. «Per prima cosa, ho bisogno di sapere se Johnny Favorite
è ancora vivo: questo è essenziale. Se è vivo, mi piacerebbe sapere do-ve si trova.»

Frugai nel taschino interno della giacca e ne tirai fuori un libriccino con la rilegatura di cuoio e una ma-tita
automatica. «Sembra una cosa piuttosto semplice.

Mi dia il nome e l'indirizzo dell'ospedale.»

«Si chiama Emma Dodd Harvest Memorial Clinic e si trova a est della città, su Pleasant Valley Road.»

Presi nota e domandai il nome del dottore che ave-va menato per il naso Cyphre.

«Fowler. Mi pare che il nome fosse Albert o Alfred.»

Me lo segnai. «Favorite è registrato con il suo vero nome?»

«Sì. Jonathan Liebling.»

«Questo dovrebbe bastarmi.» Ritirai il taccuino e mi alzai. «Come farò per mettermi in contatto con lei?»

«È meglio che si serva del mio legale.» Cyphre si li-sciò i baffi con la punta dell'indice. «Ma non vuole
mi-ca andarsene? Credevo che avrebbe pranzato con me.»

«Detesto rinunciare a un pranzo gratis, ma se parto subito riuscirò a essere a Poughkeepsie prima che
chiu-dano.»

«Gli ospedali non fanno gli orari degli uffici.»

«Però gli impiegati sì. Con qualunque pretesto mi presenti, devo tenerne conto. Le costerà molti soldi se
aspetterò fino a lunedì. Prendo cinquanta dollari il giorno, più le spese.»

«Sembra un prezzo ragionevole per un lavoro ben fatto.»

«Il lavoro sarà eseguito. Garantisco che ne sarà sod-disfatto. Telefonerò a Winesap appena capiterà
qual-cosa.»

«Magnifico. È stato un piacere conoscerla, signor Angel.»

Il capocameriere aveva ancora un sorriso beffardo, quando mi fermai a ritirare il cappotto e la cartella e
mi avviai all'uscita.

Lamia Chevrolet, vecchia di sei anni, era posteggiata nell'autorimessa Hippodrome, sulla
Quarantaquattresima Strada, vicino alla Sesta Avenue. Rimaneva solo quel nome a ricordare il posto
dove sorgeva il leggen-dario teatro. La Pavlova aveva danzato al teatro Hip-podrome. John Philip Sousa
aveva diretto la sua orche-stra. Adesso puzzava di gas di scarico e l'unica musi-ca proveniva dalla radio
portatile dell'ufficio, tra i col-pi di mitraglia spagnoli dell'annunciatore portoricano.

Alle due ero già diretto a nord lungo l'autostrada del West Side. L'esodo per il fine settimana non era
anco-ra cominciato, anche sulla superstrada di Saw Mill River il traffico era leggero. Mi fermai a
Yonkers e mi comprai una pinta di bourbon perché mi tenesse com-pagnia. Quando oltrepassai Peekskill
la bottiglia era a metà vuota; la riposi nel vano portaoggetti, per il viag-gio di ritorno.

Guidai in un silenzio alticcio nella campagna coper-ta di neve. Era un bel pomeriggio, così bello che non
volevo guastarlo con una sfilza di canzoni di successo cantate alla radio della macchina da ritardati
adenoidei. Dopo la neve infangata della città, tutto aveva l'a-spetto bianco e pulito, come un paesaggio
dipinto da nonna Moses.

Giunsi nella periferia di Poughkeepsie un po' dopo le tre e trovai Pleasant Valley Road senza vedere una
sola ragazza del Vassar College. A circa otto chilometri dal-la città arrivai a una tenuta recintata, con un
ornatissimo cancello ad arco di ferro battuto. A grandi lette-re di bronzo sulle colonnine di mattone stava
scritto:emma dodd harvest memorial CLINIC. Svoltai nella stra-da privata coperta di ghiaia e gironzolai
per oltre mez-zo chilometro tra fitti abeti, emergendo infine davanti a una costruzione di mattoni in stile
georgiano, di sei piani, che aveva l'aspetto di una casa per studenti più che di un ospedale.

All'interno era invece un vero ospedale, con i muri del tradizionale color verde pallido e con il pavimento
di linoleum grigio così pulito che avrebbe potuto ser-vire da tavolo operatorio. Il banco della ricezione,
con il piano di vetro, era inserito in un vano lungo una del-le pareti. Di fronte al banco pendeva un grande
ritrat-to a olio di una vecchia signora dalla faccia minaccio-sa. Indovinai che si trattava di Emma Dodd
Harvest anche senza leggere la targhetta avvitata alla cornice dorata. Davanti a me si apriva un lucido
corridoio do-ve un inserviente vestito di bianco, che spingeva una carrozzella vuota, girò l'angolo e
scomparve alla mia vi-sta.

Detesto gli ospedali, perché vi passai troppi mesi di convalescenza durante la guerra. C'è qualcosa di
op-pressivo nell'efficiente sterilità di questi luoghi. Il pas-so silenzioso delle suole di gomma lungo luminosi
cor-ridoi che sanno di lisolo. Inservienti anonimi e indistinguibili in bianche uniformi inamidate. Un trantran
tan-to monotono che persino il cambio della padella assu-me un'importanza rituale. I ricordi di corsia si
risve-gliarono dentro di me con un orrore soffocante. Visti da dentro gli ospedali sono tutti uguali, come
le pri-gioni.

La ragazza seduta al banco della ricezione era giova-ne e bruttina. Era vestita di bianco e aveva un
picco-lo cartellino nero che dicevar. fleece. Il vano dava su un ufficio dalle pareti ricoperte di schedari.
«Posso fa-re qualcosa per lei?» La voce della signorina Fleece era dolce come il fiato degli angeli. La
luce fluorescente si rifletteva sui suoi occhiali spessi, dalla montatura a giorno.

«Spero proprio di sì», risposi. «Mi chiamo Andrew Conroy; vado in giro a raccogliere dati per l'Istituto
Nazionale della Sanità.» Posai la mia cartella di vitel-lo nero sul vetro del banco e le mostrai qualche falso
documento d'identità che tengo in un secondo portafo-glio fasullo. L'avevo preparato scendendo in
ascensore al 666 della Quinta Avenue, cambiando la prima carta dietro la finestrella trasparente.

La signorina Fleece mi guardò con sospetto, i suoi occhi deboli e acquosi guizzarono dietro le spesse
len-ti come pesci tropicali in un acquario. Indovinai che non le piacevano né il mio abito spiegazzato né le
mac-chie di minestra sulla cravatta, ma la borsa di cuoio Mark Cross ebbe la meglio. «Desidera vedere
qualcu-no in particolare, signor Conroy?» mi domandò tentan-do un flebile sorriso.

«Forse potrà rispondere lei stessa a questa domanda.» Infilai di nuovo il portafoglio fasullo nel taschino
interno e mi appoggiai al piano del banco. «L'istituto ha cominciato un'indagine sui casi di traumi
incurabili. Il mio lavoro consiste nel raccogliere dati sulle vit-time ancora in vita che si trovano al momento
in ospe-dali privati. Mi è stato detto che avete qui un pazien-te che corrisponde alla descrizione.»

«Per favore, come si chiama il paziente?»


«Jonathan Liebling. Qualunque informazione possia-te darmi rimarrà strettamente confidenziale. Anzi, nel
rapporto ufficiale non si faranno nomi.»

«Un momento, prego.» La ragazza bruttina dalla vo-ce celestiale si ritirò nell'ufficio interno e aprì il
cas-setto in basso di uno degli schedari. Non mise molto tempo a trovare ciò che cercava. Quando tornò
aveva in mano una cartella aperta, che spinse sul vetro fino a me. «Abbiamo effettivamente avuto questo
paziente, ma, come può vedere, Jonathan Liebling è stato trasfe-rito anni fa all'ospedale per reduci di
guerra di Albany. Ecco la documentazione. Tutto quel che sappiamo di lui è qui dentro.»

Il trasferimento era debitamente registrato sul modu-lo e accanto c'era la data, 5/12/45. Tirai fuori il
taccui-no e feci la commedia di prendere nota di alcune sta-tistiche. «Lei sa chi è il medico che si
occupava del suo caso?»

La ragazza allungò la mano per girare la cartella in modo da poterla leggere. «Il dottor Fowler.» Batté
sul nome con l'indice.

«Lavora ancora in questo ospedale?»

«Eccome. È di servizio in questo momento. Le piace-rebbe parlargli?»

«Se non disturbo.»

La ragazza fece un secondo tentativo di sorriso. «Te-lefonerò per sapere se è libero.» Si avvicinò al
centra-lino e parlò a bassa voce in un piccolo microfono. La sua voce amplificata rimbombò lungo un
distante corridoio. «Il dottor Fowler alla ricezione, prego... Il dot-tor Fowler alla ricezione.»

«Lei era in servizio lo scorso fine settimana?» le do-mandai mentre aspettavamo.

«No, sono stata via qualche giorno. Mia sorella si è sposata.»

«È toccato a lei il mazzolino della sposa?»

«Non mi toccano mai fortune simili.»

Il dottor Fowler comparve all'improvviso, silenzioso come un gatto sulle sue scarpe dalla suola di para.
Era un uomo alto, uno e ottantacinque almeno; cammina-va curvo, tanto da sembrare lievemente gobbo.
Indos-sava un abito stropicciato di spinato marrone, di parec-chie misure troppo grande per lui. A
occhio e croce gli diedi settant'anni. Quei pochi capelli che gli restavano erano color del peltro.

La signorina Fleece mi presentò come signor Conroy. Gli propinai la storia dell'Istituto Nazionale della
Sa-nità, aggiungendo: «Qualunque cosa mi possa dire a proposito di Jonathan Liebling, l'apprezzerò
moltis-simo».

Il dottor Fowler prese in mano la cartellina. Poteva essere una forma di paralisi quella che gli faceva
tre-mare le dita, ma io avevo molti dubbi.

«Sono passati tanti anni», disse. «Prima della guer-ra faceva il cantante. Un caso tristissimo. Pur non
es-sendoci segni fisici di lesioni neurali, non reagiva alle cure. Non c'era motivo di tenerlo qui, con tutto
quel che costa la clinica, quindi fu trasferito ad Albany. Era un reduce di guerra e aveva diritto a un letto
per il re-sto della sua vita.»
«E potrò trovarlo là ad Albany?»

«Direi di sì. Se è ancora vivo.»

«Bene, dottore, non le farò perdere altro tempo.»

«Non si preoccupi. Mi rincresce di non aver potuto aiutarla di più.»

«La ringrazio, lei mi è stato di grande aiuto.» Ed era vero. Era bastato guardarlo negli occhi per capire
tut-ta quanta la storia.

Ritornaia Poughkeepsie e mi fermai al primo bar con rosticceria che incontrai. Per prima cosa telefonai
al-l'ospedale per ex combattenti di Albany. Ci volle un po' di tempo, ma ebbi conferma di quanto già
sapevo: non vi era mai stato trasferito un ammalato di nome Jonathan Liebling. Né nel 1945 né in un altro
anno. Li rin-graziai e lasciai penzolare la cornetta mentre cercavo il dottor Fowler sulla guida. Annotai sul
taccuino il suo indirizzo e numero telefonico e chiamai il buon dotto-re. Nessuna risposta. Lasciai suonare
una dozzina di volte prima di riagganciare.

Buttai giù un bicchierino e chiesi al barista indica-zioni per recarmi al 419 di South Kittridge Street.
Que-sti mi tracciò una rozza cartina su un tovagliolo di car-ta e osservò, con studiata indifferenza, che la
via era in una zona elegante della città. Le doti cartografiche del barista si rivelarono ottime. Per
soprammercato, vi-di persino qualche ragazza di Vassar.

South Kittridge Street era una piacevole via albera-ta, a pochi isolati dai terreni dell'università. La casa
del dottore era di legno, costruita in stile gotico vitto-riano, con una torretta circolare su un lato e grandi
quantità di volute ornamentali elaboratissime che pen-devano sotto le gronde, come pizzi dal colletto di
una vecchia signora. L'edificio era circondato da un'ampia veranda con colonne doriche, alte siepi di lillà
nascon-devano ogni lato del giardino dalle case dei vicini.

Passai davanti al 419 guidando lentamente e control-lando ogni cosa, poi posteggiai la Chevrolet su una
strada perpendicolare, davanti a una chiesa dai muri di pietra. Il cartello esposto sul portone annunciava il
sermone di quella domenica:la salvezza è dentro di voi. Mi avviai a piedi verso il 419 di South Kittridge
Street portando la mia valigetta di cuoio nero. Non ero che uno dei tanti venditori di assicurazioni a
caccia di provvigioni.

La porta d'ingresso principale incorniciava un ovale di vetro molato, che lasciava intravedere un atrio
oscu-ro rivestito di pannelli di legno e una rampa di scale coperte di tappeto che portavano al primo
piano. Suo-nai due volte il campanello e attesi. Non venne nessu-no. Suonai di nuovo e provai ad aprire
la porta: era chiusa a chiave. La serratura aveva almeno quarant'an-ni e io non possedevo nessuna chiave
adatta.

Percorsi la veranda laterale tentando invano di for-zare una delle finestre. Sul retro c'era la porta
incli-nata della cantina. Era chiusa con un lucchetto, ma l'intelaiatura di legno non verniciato era vecchia e
de-bole. Tirai fuori della mia valigetta un piede di porco e feci leva sulla cerniera.
I gradini erano bui, con festoni di ragnatele. La mia minuscola lampadina tascabile mi impedì di rompermi
il collo. Al centro della cantina era acquattata una cal-daia a carbone, simile a un idolo pagano. Trovai le
scale e incominciai a salire lentamente.

La porta in cima non era chiusa a chiave. Entrai in una cucina che, durante la presidenza Hoover,
sareb-be stava un miracolo di modernità. C'erano un fornel-lo a gas con le gambe ricurve e un frigorifero
il cui motore circolare era appollaiato in alto come una cap-pelliera. Se viveva solo, il dottore era un
uomo ordina-to. I piatti della colazione erano lavati e disposti a sco-lare sulla rastrelliera. Il pavimento di
linoleum era ce-rato. Lasciai la mia cartella sulla tavola di cucina co-perta di tela cerata ed esplorai il
resto della casa.

Mi sembrò che la sala da pranzo e il salotto sul da-vanti non fossero mai usati. I massicci mobili scuri,
di-sposti con la precisione d'una sala d'esposizione, era-no impolverati. Al piano di sopra c'erano tre
camere da letto. Gli armadi di due stanze erano vuoti. Nella più piccola, con un lettino di ferro e un
semplice cassetto-ne di legno di quercia, viveva il dottor Fowler.

Esaminai i cassetti, non trovandovi altro che la soli-ta collezione di camicie, fazzoletti, maglieria intima di
cotone. Nell'annesso sgabuzzino pendevano parecchi abiti di lana antiquati, accanto a un armadietto per
le scarpe. Frugai nelle tasche senza sapere perché e non vi scovai nulla. Sul tavolino da notte, accanto a
una piccola bibbia con rilegatura di cuoio, c'era una Webley Mark calibro 455, una pistola in dotazione
agli uf-ficiali britannici durante la prima guerra mondiale. Le bibbie erano facoltative. Controllai
l'otturatore, ma la pistola non era carica.

Nella stanza da bagno ebbi fortuna. Sul lavabo fuma-va uno sterilizzatore. Dentro vi trovai una mezza
doz-zina di aghi e tre siringhe. L'armadietto dei medicina-li non mi offrì niente di più della normale
provvista di aspirina e di bottiglie di sciroppo per la tosse, di tubetti di dentifricio, di collirio. Esaminai
parecchie boc-cette contenenti pillole su ricetta, ma tutte mi sembra-rono legali. Non trovai droga.

Convinto che da qualche parte doveva esserci, ridi-scesi le scale e diedi un'occhiata all'antiquato
frigori-fero. Era sul ripiano del latte e delle uova: morfina. A dir poco, venti fiale da cinquanta cc,
contando all'in-grosso. Quanto basta per sballare per un mese una dozzina di drogati.

Unpo' per volta, fuori, si fece buio; gli alberi nudi del giardino davanti alla casa si trasformarono in
sagome nere contro il cielo di cobalto, prima di confondersi del tutto nell'oscurità. Fumai una sigaretta
dopo l'altra, riempiendo di cicche un portacenere d'altri tempi. Po-chi minuti prima delle sette i fari di
un'automobile gi-rarono nel vialetto privato e si spensero. Aspettai i pas-si del dottore sul porticato, ma
non udii nulla finché la chiave non girò nella serratura.

Il dottor Fowler accese un lampadario, un rettango-lo di luce fece breccia nel buio del salotto,
illuminan-do le mie gambe allungate, fino alle ginocchia. Non fa-cevo altro rumore oltre a quello di
respirare, ma mi aspettavo che sentisse l'odore del fumo. Mi sbagliavo. Il dottore posò il cappotto sulla
ringhiera della scala e si avviò verso la cucina con passo strascicato. Quan-do accese le luci, riattraversai
la sala da pranzo.
Il dottor Fowler sembrò non accorgersi della mia cartella posata sulla tavola. Aveva aperto lo sportello
del frigorifero e si era piegato per frugarci dentro. Mi appoggiai al passaggio ad arco tra la sala e la
cucina e lo osservai.

«È l'ora del buco serale?» dissi.

Si girò di colpo tenendo stretta con le due mani con-tro il petto una bottiglia di latte. «Come ha fatto a
en-trare?»

«Sono entrato dalla fessura della buca delle lettere. Non vuole sedersi a bere il suo latte? Intanto ci
fare-mo una bella, lunga chiacchierata»

«Lei non è dell'Istituto Nazionale della Sanità. Chi è?»

«Mi chiamo Angel. Sono un investigatore privato di New York.» Gli avvicinai una delle sedie di cucina e
il dottore vi si lasciò cadere stancamente, stringendo il latte come se fosse l'unica cosa rimastagli a questo
mondo.

«L'effrazione è un reato grave», disse. «Penso lei sap-pia che se chiamassi la polizia perderebbe la
licenza.»

Girai una sedia all'altro capo della tavola e mi sedet-ti a cavalcioni, con le braccia incrociate sullo
schiena-le di legno ricurvo. «Tutti e due sappiamo che non ri-correrà alla legge. Sarebbe molto
imbarazzante, se tro-vassero il nascondiglio dell'oppio nel frigorifero.»

«Sono medico. Ho tutti i diritti di tenere una prov-vista di medicinali in casa mia.»

«La smetta, dottore, ho visto i suoi arnesi che bolli-vano nella stanza da bagno. Da quanto tempo si
buca?»

«Non sono... un tossicodipendente! Non sopporterò che lei tragga simili conclusioni. Soffro di una forma
grave di artrite reumatica. A volte, quando il dolore è intollerabile, uso un blando analgesico narcotico.
Ades-so le consiglio di andarsene di qui, altrimenti chiame-rò davvero la polizia.»

«Avanti», dissi. «Farò io stesso il numero per lei. Si ecciteranno non poco quando le faranno l'esame del
sangue.»

Il dottor Fowler si afflosciò dentro le pieghe del suo abito troppo grande. Sembrò restringersi sotto i
miei occhi. «Che cosa vuole da me?» Spinse da parte la bot-tiglia del latte e si sostenne la testa con le
mani.

«La stessa cosa che volevo in ospedale», dissi. «Infor-mazioni su Jonathan Liebling.»

«Le ho detto tutto quanto ne so.»

«Dottore, parliamo seriamente. Liebling non fu mai trasferito a un ospedale per reduci di guerra. Lo so
perché ho telefonato io stesso ad Albany e ho control-lato. Non è una mossa abile inventare una storia
che non regge come questa.» Scossi il pacchetto per farne uscire una sigaretta e me la ficcai in bocca, ma
senza accenderla. «Ha compiuto un secondo errore, quando si è servito di una penna a sfera per
registrare il fal-so trasferimento sulla cartella clinica di Liebling. Le bi-ro non erano di moda nel 1945.»
Il dottor Fowler gemette e mosse la testa tra le brac-cia appoggiate al piano della tavola. «Seppi che era
fi-nita quando finalmente qualcuno venne a trovarlo. In quasi quindici anni non c'erano mai state visite,
nep-pure una.»

«Una persona davvero benvoluta», dissi, girando con il pollice l'accendino e inclinando la sigaretta verso
la fiamma. «E adesso dov'è?»

«Non lo so.» Il dottor Fowler si raddrizzò sulla se-dia. Si sarebbe detto che aveva chiamato a raccolta
tut-te le sue forze per farlo. «Non l'ho più visto, da quan-do lo curavo durante la guerra.»

«Dev'essere pur andato da qualche parte, dottore.»

«Non ho la minima idea di dove sia. Una notte, mol-to tempo fa, arrivarono delle persone, Liebling salì
in macchina e partì con loro. Da allora non l'ho mai più rivisto.»

«Salì in macchina? Credevo d'aver capito che fosse una specie di vegetale.»

Il dottore si fregò gli occhi e sbatté le palpebre. «Quando arrivò da noi era in coma. Ma reagì bene al-le
cure e dopo un mese era in piedi. Di pomeriggio gio-cavamo insieme a ping-pong.»

«Quando se ne andò era normale?»

«Normale? Normale è una parola odiosa. Non ha al-cun significato.» Le dita con cui il dottor Fowler
tam-burellava sulla cerata stinta si strinsero a pugno. Alla mano sinistra aveva un anello d'oro con sigillo,
sul quale era incisa una stella a cinque punte. «Per rispon-dere alla sua domanda, Liebling non era come
lei o co-me me. Dopo avere riacquistato conoscenza, la parola, la vista e l'uso degli arti, continuò a
soffrire di amne-sia acuta.»

«Intende dire che non ricordava niente?»

«Niente di niente. Non aveva idea di chi fosse o di dove venisse. Neppure il suo nome aveva per lui
qual-che significato. Sosteneva di essere un'altra persona e che con il tempo se ne sarebbe ricordato. Ho
detto che se ne andò con amici, ma ho solo la loro parola che lo erano. Jonathan Liebling non li aveva
riconosciuti. Per quel che lo riguardava, erano degli estranei.»

«Mi parli di questi amici. Chi erano? Come si chia-mavano?»

Il dottore chiuse gli occhi e premette le dita tremanti contro le tempie. «È passato tanto tempo. Anni e
an-ni. Ho fatto del mio meglio per dimenticarmene.»

«Non finga amnesia con me, dottore.»

«Erano due», disse Fowler, pronunciando molto len-tamente parole strappate a una grande distanza e
filtrate attraverso strati di rimpianto. «Un uomo e una donna. Della donna non posso dirle niente: era buio
e rimase in macchina. In ogni caso, non l'avevo mai vi-sta prima. L'uomo mi era noto. L'avevo incontrato
pa-recchie volte. Era quello che aveva combinato tutto.»

«Il suo nome?»

«Diceva di chiamarsi Edward Kelley. Non ho modo di sapere se corrispondesse o no alla verità.»
Presi nota del nome nel mio libriccino nero. «Che co-sa aveva combinato? Quale fu l'accordo?»

«Denaro.» Il dottore sputò fuori la parola come se fosse un pezzo di carne marcia. «Non si dice che
cia-scuno di noi ha un prezzo? Ebbene, io avevo il mio. Quel tizio, Kelley, un giorno venne da me e mi
offrì molti soldi...»

«Quanti?»

«Venticinquemila dollari. Forse oggi non sembra più una cifra enorme, ma durante la guerra era più di
quanto avessi mai osato sognare.»

«Ancora oggi potrebbe ispirare qualche dolce sogno», dissi. «Che cosa voleva Kelley in cambio del
denaro?»

«Quel che lei probabilmente già sospetta: che dimet-tessi Jonathan Liebling senza registrazioni ufficiali.
Che distruggessi ogni prova della sua guarigione. E, quel che più importava, che continuassi a fingere che
era ancora un paziente della clinica.»

«Proprio quel che fece.»

«Non fu molto difficile. Se si esclude Kelley e l'agen-te teatrale o amministratore (ho dimenticato quali
fos-sero le sue funzioni) Liebling non riceveva mai visite.»

«Come si chiamava l'agente?»

«Mi sembra che il cognome fosse Wagner, il nome non lo ricordo.»

«Era in combutta con Kelley?»

«Che io sappia, no. Non li vidi mai insieme. Non mi sembra che sapesse della partenza di Liebling. Per
un anno o poco più telefonò ogni qualche mese per do-mandare se ci fossero stati miglioramenti, ma non
ven-ne mai a fargli visita. Dopo un po' di tempo cessò di telefonare.»

«E l'ospedale? L'amministrazione non sospettò mai d'avere perso un ammalato?»

«E perché avrebbe dovuto? Tenevo aggiornata la car-tella medica, una settimana dopo l'altra; e tutti i
mesi arrivava un assegno dal fondo fiduciario di Liebling, per le spese. Purché si paghino i conti, nessuno
mai fa-rà tante domande. Inventai una storiella per soddisfa-re le infermiere, le quali però avevano altri
ammalati cui pensare. Quindi non è stato gran che difficile, in realtà. Come ho già detto, Liebling non
aveva mai ri-cevuto visite. Dopo qualche tempo non mi rimase da fare altro che compilare il modulo di
una dichiarazio-ne ufficiale che mi arrivava ogni sei mesi, con perfet-ta regolarità, da uno studio legale di
New York.»

«McIntosh, Winesap e Spy?»

«Sì.» Il dottor Fowler alzò gli occhi tormentati che finora aveva tenuti fissi sulla tavola e sostenne il mio
sguardo. «I soldi non erano per me. Voglio che lei lo sappia. A quei tempi era viva mia moglie, Alice.
Ave-va un carcinoma. Non avevamo mezzi per l'operazione che le occorreva. Il denaro servì per
l'intervento e per un viaggio alle Bahamas. Ma Alice morì lo stesso. Non ci volle nemmeno un anno. Non
si fanno tacere le sof-ferenze, neppure con tutti i soldi di questo mondo.»
«Mi parli di Jonathan Liebling.»

«Che cosa vorrebbe sapere?»

«Qualsiasi cosa le venga in mente: quisquilie, abitu-dini, lo svago preferito o, se preferisce, come gli
piacevano le uova. Di che colore erano gli occhi?»

«Non me ne ricordo.»

«Mi dica quel che sa. Cominci con una descrizione fi-sica.»

«Impossibile. Non ho la più pallida idea di che aspet-to avesse.»

«Non cerchi d'imbrogliarmi, dottore.» Mi chinai ver-so di lui e gli soffiai negli occhi acquosi una boccata
di fumo.

«Sto dicendo la verità», rispose il dottore tossendo. «Il giovane Liebling venne qui dopo avere subito
inten-se cure facciali.»

«Chirurgia plastica?»

«Sì. Per tutto il tempo del suo soggiorno qui, la sua testa rimase avvolta in bende. Dato che non gli
cambia-vo io le fasciature, non ebbi occasione di vedergli la faccia.»

«So perché la chiamano chirurgia 'plastica'», dissi palpandomi il naso simile a una patata lessa.

Il dottore studiò i miei tratti con sguardo professio-nale. «Cera?»

«Un ricordo di guerra. Per un paio d'anni sembrò in regola. Il tizio per cui lavoravo aveva una casa al
ma-re nel Jersey, a Barnegat. Un giorno d'agosto mi addor-mentai sulla spiaggia al sole; quando mi
svegliai, la ce-ra si era fusa all'interno.»

«Non si usa più la cera a questo scopo.»

«Così mi hanno detto.» Mi alzai e mi appoggiai alla tavola. «Mi dica tutto quanto sa di Edward Kelley.»

«È passato tantissimo tempo», disse il dottore. «E la gente cambia.»

«Quanto, dottore? A che data Liebling lasciò la cli-nica?»

«Nel 1943 o nel 1944. Durante la guerra. Non riesco a ricordarmene con maggior precisione.»

«Ha un altro attacco di amnesia?»

«Sono passati più di quindici anni. Che cosa può pre-tendere?»

«La verità, dottore.» Cominciavo a perdere la pazien-za con il vecchio.

«Sto dicendo la verità, faccio del mio meglio per ri-cordarmene.»

«Che aspetto aveva questo Edward Kelley?» gli do-mandai con un ringhio.
«Allora era giovane, direi sui trentacinque. In ogni caso adesso ha passato i cinquanta.»

«Dottore, lei sta menando il can per l'aia.»

«Incontrai quell'uomo solo tre volte.»

«Dottore.» Allungai la mano e lo afferrai per il no-do della cravatta, stringendolo tra indice e pollice.
Non ci misi molta forza, ma, quando sollevai il braccio, il dottore venne verso di me con la facilità di un
guscio vuoto. «Si risparmi qualche guaio. Non mi obblighi a cavarle con la forza la verità.»

«Le ho detto tutto quanto so.»

«Perché protegge Kelley?»

«Non lo proteggo. Lo conoscevo appena. Io...»

«Se non fosse un verme decrepito, la stritolerei co-me un biscottino.» Quando il dottore cercò di
allonta-narsi da me, diedi uno strattone un briciolino più for-te al nodo. «Perché dovrei fare tanta fatica,
quando c'è un metodo tanto più comodo?» Gli occhi arrossati del dottor Fowler proclamarono il suo
spavento. «Suda freddo, eh, dottore? Non vede l'ora di liberarsi di me per potersi iniettare la droga che
ha in frigorifero?»

«Tutti hanno bisogno di qualcosa che li aiuti a di-menticare», bisbigliò.

«Non voglio che lei dimentichi. Voglio che lei ricordi, dottore.» Lo presi per un braccio e lo guidai fuori
della cucina. «Per questo saliremo nella sua camera, dove potrà sdraiarsi e riflettere, mentre io andrò
fuo-ri a mangiare un boccone.»

«Che cosa vuole sapere? Kelley aveva i capelli neri e quei baffi sottili che Clark Gable fece diventare di
moda.»

«Non basta, dottore.» Lo costrinsi a salire le scale te-nendolo per il bavero della giacca di tweed. «Un
paio d'ore senza droga dovrebbero rinfrescarle la memoria.»

«Portava sempre abiti costosi», disse il dottor Fowler con voce implorante. «Vestiva in modo
tradiziona-le, non aveva mai niente di vistoso.»

Gli diedi uno spintone che lo fece cadere sul letto, ol-tre la stretta porta della sua spartana cameretta.
«Ci rifletta su, dottore.»

«Aveva una dentatura perfetta. Un sorriso simpaticis-simo. La prego, non se ne vada.»

Richiusi la porta alle mie spalle e girai nella serra-tura la chiave dal lungo cannello: il tipo di chiave che
mia nonna usava per proteggere i propri segreti. Me la lasciai cadere in tasca e scesi le scale ricoperte di
tap-peto, fischiettando.

6
Quandotornai dal dottor Fowler, era passata la mezza-notte. Una sola luce era accesa, quella della
camera al primo piano. Questa notte il dottore non riusciva a dor-mire. Ma la coscienza non mi rimorse.
Avevo divorato un'eccellente grigliata mista ed ero andato a un cine-ma dove proiettavano due pellicole.
Le avevo viste tutte e due, senza il minimo scrupolo. La mia è una profes-sione crudele.

Entrai dalla porta principale e percorsi l'atrio scuro fino alla cucina. Il frigorifero ronzava al buio. Presi sul
ripiano alto una fiala di morfina per usarla come esca e mi avviai al piano di sopra, guidato dal filo di luce
della mia lampadina tascabile. La porta della camera da letto era chiusa a chiave.

«Sarò subito da lei, dottore», gli urlai, frugando nelle tasche in cerca della chiave. «Le ho portato un
assag-gino.»

Girai la chiave nella serratura e aprii la porta. Il dot-tor Albert Fowler non aprì bocca. Sedeva sul letto
ap-poggiato ai cuscini, ancora vestito del suo abito marrone spinato. Con la mano sinistra stringeva al
petto la fotografia incorniciata di una donna, nella destra tene-va la Webley Mark calibro 5. Il colpo gli
era entrato dall'occhio destro. Dalla ferita scaturiva un sangue den-so, simile a lacrime di rubino. Lo
scoppio aveva spin-to l'altro occhio per metà fuori dell'orbita, conferendo-gli lo sguardo stralunato, di un
pesce tropicale.

Gli toccai il dorso della mano. Era freddo come ciò che pende dai ganci in una vetrina di macelleria.
Pri-ma di toccare qualche altra cosa, aprii sul pavimento la mia valigetta e mi infilai un paio di guanti di
gom-ma da chirurgo, presi nella tasca interna della parte superiore.

C'era qualcosa che non quadrava nell'intera faccen-da. Spararsi in un occhio poteva sembrare uno
strano modo di comportarsi, ma è presumibile che i medici siano più informati a questo proposito. Cercai
di imma-ginarmi il dottore mentre teneva la sua Webley all'ingiù, con la testa piegata all'indietro, come per
metter-si le gocce negli occhi. Non aveva senso.

La porta era chiusa a chiave, io avevo la chiave in ta-sca. L'unica spiegazione logica era il suicidio. «Se il
tuo occhio ti offende», borbottai, cercando di capire che co-sa fosse fuori posto. La stanza sembrava
perfettamen-te uguale a prima: la spazzola militare e lo specchio sull'attenti sopra il comò, l'assortimento
di calzini e di biancheria intima indisturbato nei cassetti.

Presi in mano la bibbia dalla rilegatura di cuoio che si trovava sul comodino da notte e una scatoletta
aper-ta di cartucce rotolò sullo scendiletto. Il libro era fin-to, vuoto all'interno. E io ci ero cascato, non
avevo tro-vato prima le pallottole. Le raccolsi sul pavimento, cer-cai a tentoni sotto il letto se ce ne
fossero altre, le ri-misi dentro la bibbia vuota.

Girai per la stanza strofinando con il fazzoletto tut-to ciò che avevo toccato la prima volta che vi avevo
frugato. La polizia di Poughkeepsie non avrebbe ap-prezzato molto il fatto che un investigatore privato
ve-nuto da fuori avesse spinto al suicidio uno dei suoi più importanti cittadini. Pur dicendomi che,
trattandosi di suicidio, non avrebbero cercato impronte digitali, con-tinuai a pulire.

Strofinai la maniglia e la chiave, poi chiusi la porta, ma non a chiave. Al piano di sotto svuotai il
portace-nere nella tasca della giacca, lo portai in cucina dove lo lavai e lo misi ad asciugare con i piatti
sulla rastrel-liera. Rimisi la morfina e il latte nel frigorifero e gi-rai per tutta la cucina con il fazzoletto,
strofinando con cura. Rifeci al contrario il mio percorso nello scanti-nato pulendo ringhiere e maniglie.
Non potei fare nul-la riguardo alla cerniera della porta da cui ero entra-to. La rimisi a posto e spinsi le viti
nel legno molle. Qualsiasi poliziotto indagando se ne sarebbe accorto subito.
Guidando sulla via del ritorno ebbi molto tempo per pensare. Non mi piaceva l'idea di avere spinto un
vec-chio a uccidersi. Fui turbato da vaghe sensazioni di af-flizione e di rimorso. Chiuderlo a chiave in una
stan-za con una pistola, come avevo fatto, era stato un gra-ve errore. Grave per me, perché il dottore
aveva anco-ra tantissime cose da dirmi.

Cercai di fissarmi bene in testa la scena, come in una fotografia. Il dottor Fowler sdraiato sul letto con un
buco in un occhio e il cervello sparpagliato sulla coperta. Sul comodino, vicino alla bibbia, una lampa-da
elettrica ancora accesa. Nell'interno della bibbia le pallottole. Il ritratto incorniciato che prima era sul
co-mò, stretto nella mano ormai fredda del dottore. Il dito appoggiato al grilletto della pistola.

Per quante volte ripassassi la scena, continuava a mancare qualcosa, un pezzetto del rompicapo era
spa-rito. Ma quale pezzetto? E qual era il suo posto? Non potevo basarmi su nient'altro che l'istinto. Ero
tormen-tato da un sospetto che non mi lasciava in pace. Ma-gari soltanto perché non volevo trovarmi a
faccia a fac-cia con il mio senso di colpa: ma ero sicuro che il dot-tor Albert Fowler non si era ucciso.
Era stato assassi-nato.

Lunedìmattina faceva bello e freddo. Quel che era ri-masto della nevicata era stato portato via e gettato
nel porto. Dopo una nuotata all'YMCA, che era di fronte al mio alloggio al Chelsea Hotel, mi avviai in
macchina verso nord, posteggiai la Chevrolet all'autorimessa Hippodrome e andai a piedi in ufficio,
fermandomi a com-prare una copia delPoughkeepsie New Yorker del gior-no prima all'edicola che si
trova all'angolo nord di Ti-mes Square e che non vende solo giornali di New York. In nessun punto si
parlava del dottor Albert Fowler.

Erano passate da poco le dieci quando aprii la por-ta del mio studio. Dall'altra parte della strada
scorre-vano le solite brutte notizie: ... SIritiene che l'iraq ab-bia DI NUOVO ATTACCATO LA
SIRIA... IN UNA SCORRERIA DI FRON-TIERA UNA BANDA DI TRENTA UOMINI FERISCE
UNA GUARDIA... Telefonai allo studio legale di Herman Winesap in Wall Street e la segretaria mi mise
in linea senza indugi. «Che cosa posso fare per lei oggi, signor Angel?» mi domandò premurosamente
l'avvocato, con la sua voceinsinuante, untuosa come un cardine ben oliato.

«Ho cercato di parlarle durante il fine settimana, ma la cameriera mi ha detto che lei era fuori città, a Sag
Harbor.»

«Ho là una casa dove vado a rilassarmi. Non c'è te-lefono. È venuto fuori qualcosa d'importante?»

«Le informazioni sono per il signor Cyphre. Non so-no riuscito nemmeno a trovarlo sull'elenco.»

«Il suo tempismo è perfetto. Il signor Cyphre è sedu-to davanti alla mia scrivania in questo preciso
momen-to. Glielo passo.»

Ci furono i rumori indistinti di qualcuno che parla con la mano sul trasmettitore, poi udii la voce raffina-ta
di Cyphre ronzare all'altro capo del filo. «Molto gen-tile da parte sua telefonarmi, signor Angel», disse.
«So-no impaziente di sapere che cosa ha scoperto.»
Gli raccontai gran parte di quanto ero venuto a sa-pere a Poughkeepsie, tralasciando la morte del dottor
Fowler. Quando finii di parlare, sentii solo respirare af-fannosamente all'altro capo. Aspettai. Cyphre
borbottò: «Incredibile!» a denti stretti.

Dissi: «Ci sono tre possibilità: Kelley e la ragazza vo-levano togliere di mezzo Favorite e lo fecero fuori,
nel qual caso è morto da un pezzo. Potrebbe anche darsi che lavorassero per qualcun altro, con il
medesimo ri-sultato. Oppure Favorite finse l'amnesia e architettò lui stesso tutto l'imbroglio. In ogni caso,
ci troviamo da-vanti a una scomparsa perfettamente riuscita».

«Voglio che lei lo trovi», disse Cyphre. «Non m'im-porta quanto tempo occorrerà, non m'importa
quanto costerà, voglio che quell'uomo sia trovato.»

«Questa è una pretesa assurda, signor Cyphre. Quin-dici anni sono molti. Se si dà a qualcuno un
vantaggio simile, le sue tracce saranno impossibili da trovare. La cosa migliore sarebbe rivolgersi
all'ufficio delle perso-ne scomparse.»

«Non voglio la polizia. Questa è una faccenda priva-ta. Desidero che non sia data in pasto al pubblico
fa-cendo intervenire funzionari ficcanaso in gran quanti-tà.» La voce di Cyphre era acida di aristocratico
di-sprezzo.

«Ho dato questo consiglio perché l'ufficio dispone di tanti uomini per questo lavoro», dissi. «Favorite
potreb-be essere in qualsiasi posto di questo paese o all'este-ro. Io sono solo e lavoro per conto mio.
Non si può pretendere che ottenga gli stessi risultati di un'organiz-zazione con una rete internazionale di
informazioni.»

L'acido nella voce di Cyphre si fece più corrosivo. «Signor Angel, non perdiamo tempo in chiacchiere:
vuole o non vuole questo incarico? Se non le interes-sa, assumerò qualcun altro.»

«Oh, certo che m'interessa, signor Cyphre, ma da parte mia non sarebbe onesto, nei confronti di un
cliente, sottovalutare la difficoltà dell'incarico.» Perché mai Cyphre mi costringeva a sentirmi bambino?

«Sicuro. Mi rendo conto tanto della sua onestà in proposito, quanto dell'enormità dell'impresa.» Ci fu
una breve pausa. Sentii lo scatto dell'accendino, sentii Cyphre aspirare mentre accendeva uno dei suoi
costo-si sigari. Riprese a parlare, con un tono alquanto ad-dolcito dal buon tabacco. «Desidero che lei
cominci su-bito. La lascio libero d'incominciare da dove vuole. Fac-cia quanto le parrà meglio. La parola
d'ordine di tut-ta l'operazione, però, è una sola: discrezione.»

«So essere discreto come un confessore, quando mi ci metto», dissi.

«Sono sicuro che ne è capace, signor Angel. Darò istruzioni al mio legale perché le stacchi un assegno di
cinquecento dollari come anticipo. Sarà impostato og-gi stesso. Se le occorressero altri soldi per le
spese, si metta in contatto con il signor Winesap, per favore.»

Dissi che cinquecento dollari mi avrebbero portato lontano. Interrompemmo la conversazione. Non
avevo mai provato una tentazione così forte di scolarmi la bottiglia dell'ufficio in un brindisi di
autocongratulazio-ni, ma seppi resistere e mi accesi invece un sigaro. Be-re prima di pranzo porta
sfortuna.

Cominciai con il telefonare a Walt Rigley, un croni-sta delTimes che conoscevo. «Che cosa sapresti
dirmi di Johnny Favorite?» gli domandai dopo il meccanico scambio degli sbrigativi e indispensabili saluti.
«Johnny Favorite? Ma vuoi scherzare? Perché non mi chiedi il nome degli altri tipi che cantavano con
Bing Crosby nella banda degli A & P Gypsies?»

«Parlo sul serio, non potresti scovarmi qualcosa su di lui?»

«Sono sicuro che in archivio c'è uno schedario. Dam-mi cinque o dieci minuti e avrò pronte le notizie che
mi chiedi.»

«Ti ringrazio, amico. Sapevo di poter contare su di te.»

Il cronista borbottò un saluto e la conversazione ter-minò. Finii di fumare il mio sigaro e intanto esaminai
la posta del mattino, per lo più conti e circolari. Chiusi l'ufficio. Le scale di sicurezza sono sempre più
veloci dell'ascensore stretto come una bara e senza manovra-tore, ma non avevo nessuna fretta. Premetti
il pulsan-te e aspettai, ascoltando Ira Kipnis, contabile diploma-to, picchiare una cifra dopo l'altra sulla
sua addiziona-trice, nella camera accanto.

Il palazzo delTimes sulla Quarantatreesima era ap-pena girato l'angolo. Vi andai a piedi, sentendomi
facoltoso. Salii in ascensore alla redazione, che si trova-va al terzo piano, non senza aver prima
scambiato sguardi di disapprovazione con la statua di Adolph Ochs nel vestibolo di marmo. Diedi il nome
di Walt al vecchio seduto al banco della ricezione e aspettai un minuto o due, finché Walt arrivò da una
stanza inter-na: era in maniche di camicia e aveva la cravatta al-lentata, proprio come i cronisti del
cinematografo.

Dopo una stretta di mano, mi condusse in sala reda-zione dove un centinaio di macchine per scrivere
riem-pivano del loro ritmo staccato l'aria fumosa.

«Dal mese scorso, quando morì Mike Berger, questa stanza è tetra come l'inferno», disse Walt,
accennando con il capo a una scrivania vuota in prima fila, sulla quale una rosa rossa appassiva in un
bicchiere d'acqua posato sopra la macchina per scrivere coperta di un telo.

Lo seguii tra il ticchettio delle macchine dei giorna-listi, fino al suo tavolo al centro della sala. Nel
ripia-no superiore della cassetta metallica sulla scrivania, c'era una cartellina gonfia di fogli. La presi in
mano e diedi un'occhiata agli ingialliti ritagli di giornale che conteneva. «Va bene se me ne tengo
qualcuno?» do-mandai.

«Il nostro regolamento dice di no.» Walt infilò un di-to nel collo della giacca di lana pettinata appesa allo
schienale della sua sedia girevole. «Esco per andare a mangiare. Nell'ultimo cassetto troverai qualche
grossa busta. Cerca di non perdere niente, così la mia coscien-za sarà tranquilla.»

«Ti ringrazio, Walt. Se mai potrò farti un favore...»

«Sì, sì! Per essere uno che legge ilJournal-American, quando cerchi informazioni vieni all'indirizzo
giusto.»

Lo seguii con gli occhi mentre si muoveva dinoccolato tra le file di scrivanie scambiando battute con gli
altri cronisti e usciva facendo un cenno di saluto a uno dei redattori nello spazio aperto loro riservato.
Sedu-to al suo tavolo, esaminai l'incartamento su Favorite.

Gran parte dei vecchi ritagli non venivano dalTimes, ma da altri quotidiani di New York e da un certo
nu-mero di riviste nazionali. Riguardavano soprattutto gli spettacoli di Favorite con l'orchestra di Spider
Simpson. C'era qualche servizio su di lui, che lessi da cima a fondo con attenzione.
Era un trovatello. Lo aveva scoperto un poliziotto dentro una scatola di cartone, con un biglietto
appun-tato sulla coperta d'ospedale, che ne dava soltanto il nome e la data di nascita, 2 giugno 1920.
Aveva passato i primi mesi di vita nel vecchio brefotrofio della Sessantottesima Strada est, poi era
cresciuto in un orfa-notrofio del Bronx. Lasciato a se stesso a sedici anni, era andato a lavorare come
aiuto cameriere in una se-rie di ristoranti. Meno di un anno dopo suonava il pia-no e cantava in posti di
ristoro lungo le strade a nord di New York.

Nel 1938 fu 'scoperto' da Spider Simpson, poco do-po era già famoso e cantava con un'orchestra di
quin-dici suonatori. Batté ogni primato di pubblico nel 1940, durante una settimana di concerti al teatro
Paramount, primato uguagliato soltanto durante gli entusiasmi per Sinatra nel 1944. Nel 1941 vendette
più di cinque mi-lioni di dischi; si diceva che guadagnasse più di sette-centocinquantamila dollari l'anno.
C'erano parecchi ser-vizi sul suo ferimento in Tunisia; in un articolo si scri-veva che era 'creduto morto'.
E tutto finiva qui. Non c'erano notizie sul suo ricovero in ospedale o sul suo ritorno negli Stati Uniti.

Feci una cernita tra quanto rimaneva e misi da parte in un mucchietto ciò che volevo tenermi. C'erano
due fotografie. Una, su carta lucida, opera di un foto-grafo professionista, rappresentava Favorite in un
abito da sera, con i neri capelli impomatati per formare un'onda lucida di brillantina. Il nome e l'indirizzo
del-l'agente erano stampigliati sul retro:warren wagner, AGENTE TEATRALE, 1619 BROADWAY
(PALAZZO BRILL). WYNDHAM 9-3500.

L'altra foto ritraeva l'orchestra di Spider Simpson nel 1940. Johnny, in piedi su un lato, teneva le mani
giunte come un piccolo corista. Sulla foto erano scrit-ti i nomi di tutti gli orchestrali.

Presi in prestito tre altri pezzi, tre ritagli che attira-rono la mia attenzione, perché non mi sembrarono
qua-drare con tutto il resto. Il primo era una fotografia pubblicata daLife, scattata nel bar di Dickie Wells
a Harlem, in cui Johnny, appoggiato a un pianoforte a mezza coda, cantava tenendo in mano un
bicchiere, con l'accompagnamento di un pianista negro che si chiama-va Edison Toots' Sweet. Il secondo
era un articolo diDownbeat, che parlava delle superstizioni del cantante e sosteneva che Favorite,
quand'era a New York, si re-cava una volta la settimana a Coney Island per farsi leggere la mano da una
veggente zingara, una certa madame Zora.

L'ultimo ritaglio era un paragrafo della rubrica di Walter Winchell, del 20/11/1942, in cui si annunciava
che Johnny Favorite aveva rotto, dopo due anni, il suo fidanzamento con Margaret Krusemark, figlia di
Ethan Krusemark, l'armatore miliardario.

Raccolsi tutti quei pezzi di carta e li ficcai dentro una grossa busta che presi dall'ultimo cassetto. Poi mi
venne un'ispirazione, tirai fuori la fotografia di Favo-rite, sollevai il ricevitore del telefono e feci il numero
del palazzo Brill stampigliato sul retro.

«Warren Wagner e Soci», rispose un'impertinente vo-ce femminile.

Le diedi il mio nome e chiesi un appuntamento per mezzogiorno con il signor Wagner.

«Ha un impegno per pranzo alle dodici e mezzo, può solo concederle pochi minuti.»

«Li accetto», dissi.

8
«Senon sei a Broadway, tutto il resto è come Bridgeport.» Questa battuta intellettualoide fu fatta nel
1915 a George M. Cohan da Arthur 'Bugs' Baer, di cui lessi la rubrica sulJournal-American ogni giorno
per anni. Può darsi che fosse vera nel 1915. Non posso saperlo, perché non c'ero. Quelli erano i tempi
di Rector e Shanley e del New York Roff. La Broadway che cono-scevo io era Bridgeport: una strada
da fiera, piena di tiri a segno e di Howard Johnson, di sale da gioco e di baracche che vendevano panini.
Tutto quanto rima-ne dell'età dell'oro ricordata da 'Bugs' Baer sono due vecchie signore, la torre del
Times e l'hotel Astor.

Il palazzo Brill era sulla Quarantanovesima all'angolo con Broadway. Arrivando dalla Quarantatreesima,
cer-cai di ricordare l'aspetto della piazza la sera in cui la vidi per la prima volta. Erano cambiate tante
cose. Era l'ultimo giorno del 1942. Un intero anno della mia vi-ta era svanito. Ero appena uscito da un
ospedale mili-tare, con una faccia nuova di zecca e le tasche vuote, a parte qualche monetina. Qualcuno,
nelle prime ore della sera, mi aveva rubato il portafoglio con tutto ciò che possedevo: patente, foglio di
congedo, piastrine, in-somma, ogni cosa. Nella stretta dell'enorme folla, cir-condato dalla pirotecnica
elettrica dei cartelloni pubbli-citari, sentivo il mio passato abbandonarmi come la pelle di un serpente
durante la muta. Non avevo docu-menti d'identità, non avevo soldi, non avevo abitazione, sapevo
soltanto di essere diretto verso il sud della città.

Ci volle un'ora per spostarmi dal marciapiede di fronte al teatro Palace fino al centro della piazza, tra
l'Astor e l'Abbigliamento Bond, sede del 'completo con due paia di calzoni'. A mezzanotte ero lì in piedi
e vi-di il globo d'oro scendere sulla torre del Times, un punto di riferimento cui arrivai solo dopo un'altra
ora. A quel punto vidi le luci dell'agenzia Crossroads e se-guii un'ispirazione che mi portò a Ernie
Cavalero e a un lavoro che non ho mai più lasciato.

A quei tempi una coppia di gigantesche statue nude, un uomo e una donna, erano due specie di reggilibri
a un capo e all'altro della cascata, lunga come l'intero isolato, sul tetto dell'Abbigliamento Bond. Oggi al
loro posto giganteggiavano due enormi bottiglie di Pepsi Co-la, identiche. Mi domandai se le due statue
di gesso fossero ancora lì, imprigionate all'interno delle bottiglie di sottile lamiera, come bruchi
sonnecchianti dentro il loro bozzolo.

Fuori del palazzo Brill un vagabondo in uno sbrindel-lato cappotto militare andava avanti e indietro
borbot-tando «sacco di merda, sacco di merda» a chiunque en-trasse. Studiai l'elenco degli uffici in
fondo allo stret-to atrio a forma di T e vi trovai Warren Wagner & So-ci in mezzo a dozzine di società
per la pubblicità di canzoni e per l'organizzazione di incontri di pugilato, oltre a screditati editori di musica.
L'ascensore mi por-tò scricchiolando all'ottavo piano; vagolai per un cor-ridoio mal illuminato, finché
trovai l'ufficio in un an-golo del palazzo. Era un insieme di conigliere tra loro comunicanti.

Quando aprii la porta, la segretaria stava lavorando a maglia. «Lei è il signor Angel?» mi domandò
biasci-cando le parole con l'impaccio di un tampone di gom-ma da masticare.

Dissi di sì ed estrassi dal mio secondo portafoglio un biglietto da visita. C'era su il mio nome, però
risulta-vo un agente della Società d'Assicurazioni sulla Vita e Infortuni. Un mio amico, che aveva una
stamperia a Greenwich Village, me li fabbricava con una dozzina di professioni: da azzeccagarbugli a
zoologo.

La segretaria attanagliò il biglietto da visita tra un-ghie verdi e lucenti come ali di scarafaggio. Aveva
gros-se mammelle e fianchi sottili, messi in evidenza da un maglione rosa di lana d'angora e da una gonna
nera aderentissima. I suoi capelli erano color platino con tendenza al bronzo. «Aspetti qui un attimo, per
piace-re», disse sorridendo e nello stesso tempo masticando. «Si sieda o faccia come vuole.»

Mi passò vicino di sghimbescio, picchiò una sola vol-ta con le nocche a una porta con la scrittaprivato,
en-trò. Di fronte a questa c'era un'altra porta identica e altrettanto privata. Fra le due le pareti erano
ricoper-te di fotografie incorniciate a centinaia, ritratti i cui sorrisi sbiaditi erano conservati sotto vetro
come fale-ne; guardandomi intorno scoprii lo stesso lucido Johnny Favorite 20x25 che mi portavo dietro
nella busta sotto il braccio. Era in alto sulla parete di sinistra, da una parte aveva la fotografia di una
ventriloqua e dal-l'altra quella di un grassone che suonava il clarinetto.

La porta alle mie spalle si aprì e la segretaria disse: «Il signor Wagner la riceve subito».

Dissi grazie ed entrai. Il secondo locale era grosso la metà del primo bugigattolo. I ritratti alle pareti
sem-bravano più nuovi, ma i loro sorrisi erano altrettanto sbiaditi. La scrivania di legno bruciacchiata
dalle siga-rette occupava quasi completamente l'ufficio. Seduto alla scrivania, un giovane in maniche di
camicia si fa-ceva la barba con un rasoio elettrico. «Cinque minuti», disse sollevando una mano con il
palmo verso di me, in modo che potessi contarne le dita.

Posai la mia cartella sul logoro tappeto verde e fis-sai il ragazzo mentre finiva di radersi. Aveva capelli
ricci color ruggine e lentiggini. La faccia nascosta da-gli occhiali con montatura di corno non poteva avere
molto più di ventiquattro o venticinque anni.

«Il signor Wagner?» gli domandai quando spense il rasoio.

«Sì?»

«Il signor Warren Wagner?»

«Proprio così.»

«Lei non può certo essere stato l'agente di Johnny Favorite.»

«Lei parla di mio padre. Io sono Warren junior.»

«Allora vorrei parlare con suo padre.»

«Le va male. Mio padre morì quattro anni fa.»

«Capisco.»

«Di che cosa si tratta?» Warren Jr. si appoggiò allo schienale della poltrona di similpelle e si allacciò le
mani dietro la testa.

«John Liebling è il beneficiario della polizza di uno dei nostri clienti. Sulla polizza si dà come suo
indiriz-zo questo ufficio.»

Warren Wagner Jr. si mise a ridere.

«Non ci sono di mezzo grandi cifre», dissi. «Forse si tratta del bel gesto di un vecchio ammiratore. Mi
può dire dove potrò trovare il signor Favorite?»

Il ragazzo stava ora ridendo come un matto. «Formi-dabile», sbuffò. «Davvero formidabile. Johnny
Favori-te, l'erede scomparso.»

«A dire la verità, non riesco a capire che cosa ci sia da ridere.»

«Davvero? Bene, lasci che glielo spieghi. Johnny Fa-vorite è disteso su un letto in un manicomio del
nord. È nient'altro che un vegetale da quasi vent'anni a que-sta parte.»

«Certo, la barzelletta è magnifica. Ne sa qualche al-tra buona come questa?»

«Lei non capisce», disse il giovane, togliendosi gli oc-chiali per asciugarsi le lacrime. «Johnny Favorite
do-veva fare la fortuna di mio padre, che aveva speso fi-no all'ultimo centesimo che possedeva per
comprare il suo contratto da Spider Simpson. Poi, mentre era al culmine della carriera, Favorite fu
chiamato alle armi. C'erano contratti cinematografici e tutto quanto si può immaginare. L'esercito
spedisce beni del valore di un milione di dollari in Nordafrica e tre mesi dopo riman-da a casa un sacco
di patate.»

«Un bel disastro.»

«Fu un bel disastro, certo. Un po' troppo, per il mio papà. Non si rimise mai. Per anni e anni pensò che
ma-gari Favorite sarebbe guarito, che avrebbe avuto un grande rilancio e lo avrebbe rimesso sulla via
della for-tuna. Povero illuso.»

Mi alzai. «Mi potrebbe dare il nome e l'indirizzo del-l'ospedale dov'è ricoverato Favorite?»

«Chieda alla mia segretaria. Deve tenerlo da qualche parte.»

Lo ringraziai d'avermi concesso un po' del suo tem-po e me ne andai. Nell'anticamera feci tutta la
comme-dia e aspettai che la segretaria cercasse l'indirizzo della clinica dedicata alla memoria di Emma
Dodd Harvest e me lo scrivesse.

«Lei è mai stata a Poughkeepsie?» le chiesi, infilan-do il pezzetto di carta ripiegato nel taschino della
ca-micia. «È una bella cittadina.»

«Scherza? Non sono mai neppure andata nel Bronx.»

«Nemmeno allo zoo?»

«Lo zoo? E che me ne faccio di uno zoo?»

«Non lo so», dissi. «Se ne misuri uno, potrebbe an-darle bene.»

La mia ultima visione della segretaria mentre varca-vo la porta fu quella di una rossa bocca spalancata in
un grande cerchio che faceva da cornice a un informe tampone di gomma da masticare sulla punta della
sua lingua rosea.

9
Alpianterreno del palazzo Brill c'erano due bar, che davano su Broadway ai due lati dell'ingresso. Uno
era il Jack Dempsey e dissetava una folla di amanti del pu-gilato. L'altro, il Turf, all'angolo con la
Quarantanovesima, era un luogo di ritrovo per musicisti e autori di canzoni. La sua facciata di specchi
azzurri gli dava un aspetto fresco e invitante come quello della grotta di Capri.

All'interno non era altro che uno dei tanti spacci di alcol. Feci un giro del bar e trovai proprio la persona
che speravo d'incontrare, Kenny Pomeroy, accompagna-tore e arrangiatore sin da prima che io nascessi.
«Che mi dici, Kenny», bisbigliai arrampicandomi sullo sga-bello accanto al suo.

«Bene, bene, Harry Angel, il famoso segugio. Non ci vediamo da tanto tempo, amico.»

«Sì, da un po'. Il tuo bicchiere mi sembra vuoto, Ken-ny. Stai buono e fermo, che te ne offro un altro.»
Feci se-gno al barista e ordinai un Manhattan per me e un altro dello stesso per Kenny.

«Alla tua salute, bimbo», disse Kenny alzando il bic-chiere, quando i liquori furono di fronte a noi.
Kenny Pomeroy era un uomo grasso e calvo, con un naso a forma di lampadina e una serie di menti
impilati l'u-no sull'altro come pezzi di ricambio. Aveva tendenza a portare giacche a scacchi e anelli di
zaffiro asteria al mignolo. L'unico posto dove l'avessi mai visto, oltre che in una sala di prove, era al
banco del Turf.

Chiacchierammo per un po' sui vecchi tempi, poi Kenny mi domandò: «Che cosa mai ti porta da questa
parte della strada? Stai inseguendo qualche malfat-tore?»

«Non proprio», dissi. «Sto lavorando a qualcosa in cui tu potresti essere in grado di aiutarmi.»

«Ti aiuterò sempre e dappertutto.»

«Che cosa sapresti dirmi di Johnny Favorite?»

«Johnny Favorite? Parliamo del Parco della Rimem-branza?»

«L'hai conosciuto?»

«No. Prima della guerra avevo assistito a qualche suo spettacolo. Se ben ricordo, l'ultima volta fu a
Trenton, alla Starlight House.»

«Non l'hai più visto da nessuna parte, diciamo negli ultimi quindici anni o giù di lì?»

«Ma scherzi? È morto, no?»

«Non proprio. È in un ospedale del nord.»

«E allora, se è in ospedale, come potrei vederlo in giro?»

«Entra ed esce», dissi. «Senti, da' un'occhiata a que-sta foto.» Tirai fuori dalla grossa busta la fotografia
dell'orchestra di Spider Simpson e gliela passai. «Quale di questi tipi è Simpson? Sulla foto non è
scritto.»

«Simpson è il batterista.»

«Che cosa fa adesso? Ha ancora un'orchestra?»


«No. I batteristi non sono molto bravi a metterne su una.» Kenny sorseggiò il suo bicchiere e prese
un'aria assorta, corrugando una fronte che gli andava senza in-terruzioni fino al cocuzzolo. «L'ultima volta
che ne ho sentito parlare, lavorava in uno studio sulla costa ovest. Potresti provare a telefonare a Nathan
Fishbine al palazzo Capitol.»

Presi nota del nome e domandai a Kenny se cono-scesse qualcuno degli orchestrali.

«Tanti anni fa lavorai per un certo periodo in Atlan-tic City con il suonatore di trombone.» Kenny puntò
sulla foto un dito tozzo. «Questo qui, Red Diffendorf. Adesso suona con Lawrence Welk.»

«Sai qualcosa degli altri? Hai idea di dove potrei tro-varli?»

«Be', riconosco molti dei nomi. Sono ancora in atti-vità, ma non so dirti con chi suonino. Dovresti
andare in giro a chiedere, oppure rivolgerti al sindacato.»

«Sai qualcosa di un pianista negro che si chiama Edison Sweet?»

««Toots? È il più grande di tutti. Ha una mano sini-stra simile a quella di Art Tatum. Molto raffinato. Non
dovrai andare a cercarlo molto lontano. Suona da cin-que anni a Harlem, al Red Rooster, nella
Centotrentottesima Strada.»

«Kenny, sei una miniera di informazioni utili. Che ne diresti di mangiare qualcosa?»

«Non lo faccio mai. Ma non direi di no a un altro whisky.»

Ordinai altri due bicchieri e un panino di carne e formaggio con patate fritte per me. Mentre aspettavo,
trovai un telefono pubblico e feci il numero della Fe-derazione Americana Musicisti. Dissi di essere un
gior-nalista indipendente, che aveva ricevuto daLook l'incarico di intervistare i membri ancora in vita
dell'or-chestra di Spider Simpson.

Mi misero in comunicazione con la ragazza incaricata di tenere il registro degli iscritti. Indorai la pillola
pro-mettendo di fare pubblicità al sindacato nel mio arti-colo e le diedi il nome degli orchestrali della foto,
con lo strumento che suonavano.

Rimasi al telefono per dieci minuti, mentre la ragaz-za consultava il suo schedario. Dei quindici musicisti
originari quattro erano morti e sei erano stati esclusi dai registri del sindacato. Diffendorf, quello che
suona-va il trombone con Lawrence Welk, viveva a Holly-wood. Anche Spider Simpson abitava nella
zona di Los Angeles, nella Valley, a Studio City. Gli altri erano a New York.

C'era un sassofonista dal nome di Vernon Hyde nel-l'orchestra fissa degli spettacoli del Tonight', con
in-dirizzo presso gli studi della NBC; e due ottoni, Ben Hogarth, tromba, con indirizzo nella Lexington
Avenue, e un secondo trombone, Carl Walinski, che viveva a Brooklyn.

Scrissi il tutto sul mio taccuino, ringraziai la ragaz-za dal più profondo del cuore e feci invano i numeri di
New York. La tromba e il trombone non erano in casa e al centralino della NBC non potei fare altro che
lasciare il mio numero d'ufficio.

Cominciai a sentirmi vittima di uno scherzo, il pove-ro babbeo che aspetta tutta la notte nei boschi
tenen-do in mano un sacco vuoto per catturare un immagi-nario animale, mentre gli altri se la svignano.
C'era una probabilità su un milione, o ancora meno, che uno dei vecchi compagni d'orchestra di Johnny
Favorite si fosse imbattuto in lui dopo che era partito per la guer-ra. Ma erano le uniche probabilità che
avevo a New York e dovevo quindi accontentarmene.

Ritornato al banco, mangiai il mio panino e rosic-chiai qualche avvizzita patatina fritta. «La vita è bella,
vero, Harry», disse Kenny Pomeroy, facendo tintinna-re il ghiaccio nel bicchiere vuoto.

«L'unica e la migliore.»

«Ci sono dei poveri idioti che devono lavorare per mantenersi.»

Raccolsi le monete del resto dal banco. «Non cacciar-mi fuori del circolo se vado a lavorare anch'io.»

«Non te ne vai mica, Harry?»

«Devo proprio farlo, vecchio amico, anche se mi pia-cerebbe rimanere ad avvelenarmi il fegato con te.»

«Fra poco sentirò dire che timbri regolarmente il cartellino. Sai dove trovarmi, se avessi ancora bisogno
della mia consulenza.»

«Ti ringrazio, Kenny.» M'infilai il cappotto. «Il nome Edward Kelley ti dice qualche cosa?»

Kenny si concentrò corrugando tutta la cupola della fronte. «C'era un Horace Kelly una volta a Kansas
Ci-ty», disse. «Più o meno quando Pretty Boy Floyd fece fuori quei soldati a Union Station. Horace
suonava il piano al Reno Club, all'angolo della Dodicesima Stra-da con Cherry Lane. Nei ritagli di tempo
faceva anche l'allibratore. Sarebbe per caso un suo parente?»

«Spero di no», dissi. «Ci rivedremo.»

«Magari, se avrai di nuovo bisogno di me.»

10

Presila metropolitana della Settima Avenue per il bre-ve tratto fino a Times Square per risparmiare la
suo-la delle scarpe e aprii la porta dell'ufficio proprio men-tre il telefono suonava. Lo afferrai a metà
squillo. Era Vernon Hyde, il sassofonista di Spider Simpson.

«Molto gentile da parte sua chiamarmi», dissi, rifilan-dogli la storia dell'incarico ricevuto daLook.
Vernon Hyde la bevette tutta quanta. Proposi d'incontrarci per un bicchierino, quando gli facesse
comodo.

«Adesso sono in studio», disse. «Cominceremo le pro-ve tra venti minuti. Sarò libero soltanto dopo le
quat-tro e mezzo.»

«Per me andrebbe benissimo. Se ha una mezz'ora li-bera, perché non trovarci oggi? Dov'è il suo
studio?»

«Nella Quarantacinquesima Strada. Al teatro Hudson.»


«Benissimo. Hickory House è solo a un paio di iso-lati. Che ne direbbe di darci appuntamento per le
cin-que meno un quarto?»

«Una buona idea. Porterò con me lo strumento, quindi non avrà difficoltà a riconoscermi.»

Riattaccammo. Mi levai il cappotto e sedetti alla scri-vania. Diedi un'occhiata alle fotografie e ai ritagli di
giornali che mi ero portati dietro. Li ordinai sulla carta assorbente come pezzi da museo e fissai l'untuoso
sor-riso di Johnny Favorite fino alla nausea. Dove si va in cerca di un individuo che in fin dei conti non è
mai esistito?

Il tempo aveva reso la rubrica di Winchell fragile co-me i rotoli del Mar Nero. Rilessi il paragrafo sulla
rot-tura del fidanzamento di Favorite e feci il numero di Walt Rigley alTimes.

«Ciao, Walt», dissi. «Sono di nuovo io. Ho bisogno di qualche informazione su Ethan Krusemark.»

«Il pezzo grosso, l'armatore?»

«Proprio lui. Vorrei tutto quel che sapete di Kruse-mark, più il suo indirizzo. Sono soprattutto
interessa-to alla rottura del fidanzamento tra sua figlia e John-ny Favorite, dopo il 1940.»

«Di nuovo Johnny Favorite. Si direbbe l'uomo del momento.»

«È il protagonista dello spettacolo. Puoi aiutarmi?»

«Indagherò nel settore femminile», disse Walt. «So-no loro che si occupano del bel mondo e di tutti i
suoi sporchi fattacci. Ti richiamerò fra pochi minuti.»

«Che tu sia benedetto.» Lasciai ricadere la cornetta sulla forcella. Mancavano dieci minuti alle due. Tirai
fuori il taccuino e chiesi due intercomunali per Los Angeles. Il numero di Diffendorf a Hollywood non
rispo-se, ma quando provai quello di Spider Simpson mi ri-spose la cameriera messicana. Benché il mio
spagnolo non fosse migliore del suo inglese, riuscii a lasciarle il mio nome e il numero del mio ufficio, oltre
a una va-ga impressione che si trattasse di faccenda importante.

Posai la cornetta e il telefono suonò di nuovo prima che staccassi la mano. Era Walt Rigley. «Ecco i
fatti», disse. «Ora Krusemark è importantissimo: feste di be-neficenza, fior fiore della società, tutte
quante le cose di questo genere. Il suo ufficio è nel grattacielo Chry-sler. Risiede al 2 di Sutton Piace, il
numero del tele-fono è nell'elenco. Ti sei scritto tutto?»

Dissi che ogni notizia era nero su bianco. Walt pro-seguì. «Bene. Krusemark non è sempre stato così
alto-locato. Tra il 1920 e il 1930 era marinaio nella mari-na mercantile, corre voce che si sia fatto i primi
soldi contrabbandando liquori illegali. Non fu mai dichiara-to colpevole da un tribunale, quindi ha la
fedina penale pulita, anche se la coscienza sporca. Cominciò a costi-tuirsi la flotta durante la crisi,
naturalmente tutta sotto bandiera panamense.

«La fortuna cominciò con la costruzione di scafi di cemento per lo sforzo bellico. La sua ditta fu
accusa-ta di usare materiali da costruzione di pessima quali-tà, molte delle sue navi Liberty si sfasciarono
nelle tempeste, ma un'indagine del Congresso lo prosciolse da ogni accusa e non se ne parlò più.»

«E sua figlia?» domandai.


«Margaret Krusemark; nata nel 1922; padre e madre divorziati nel 1926. Poco dopo, in quello stesso
anno, la madre si uccise. Margaret incontrò Favorite a un ballo studentesco. Johnny cantava con la
banda. Il lo-ro fidanzamento fu lo scandalo del 1941 nell'alta socie-tà. Pare sia stato lui a rompere,
benché nessuno ne co-nosca il perché. La ragazza era comunemente giudica-ta una specie di pazza,
quindi questa potrebbe esser-ne la ragione.»

«Una pazza di che tipo?»

«Del tipo con visioni. Aveva l'abitudine di predire il futuro nei ricevimenti. Andava dappertutto con un
maz-zo di tarocchi nella borsetta. Per un po' alla gente par-ve una cosa spiritosa, ma poi, quando
Margaret comin-ciò a fare incantesimi in pubblico, la cosa irritò i loro aristocratici nervi.»

«Ma è vero?»

«Certo che sì. La chiamavano la 'Strega di Wellesley'. Era il frizzo più diffuso tra i giovani nababbi delle
grandi università.»

«Dov'è adesso?»

«Nessuna delle persone con le quali ho parlato lo sa. Chi cura la colonna dell'alta società dice che non
vive con suo padre e che non è tipo da essere invitata ai balli del Waldorf, perciò qui non ne sappiamo
niente. L'ultima volta che si parlò di lei sulTimes fu quando partì per l'Europa dieci anni fa. Potrebbe
essere anco-ra là.»

«Walt, mi sei stato di grande aiuto. Mi metterei a leggere ilTimes, se pubblicasse fumetti.»

«Cos'è tutto questo interesse per Johnny Favorite? C'è qualcosa che potrebbe servire a me?»

«Per ora non posso parlare, amico, ma quando sarà il momento saprai tutto per primo.»

«Ti sono riconoscente.»

«Anch'io, Walt. Ci vedremo una volta o l'altra.»

Tirai fuori da un cassetto l'elenco telefonico e feci correre il dito su una delle pagine dei nomi comincianti
per K. C'era il numero di Krusemark, Ethan e un al-tro per Krusemark, Linee Marittime, S.p.A., oltre a
Krusemark, M., Consultazioni astrologiche. Mi sembrò che meritasse tentare quest'ultimo. L'indirizzo era
881, Settima Avenue. Feci il numero e lasciai suonare. Mi rispose una donna.

«Un amico mi ha dato il suo nome», dissi. «Personalmente non concedo molta fiducia alle stelle, ma la
mia fidanzata ci crede ciecamente. Pensavo di farle una sor-presa regalandole i nostri due oroscopi.»

«Faccio pagare quindici dollari per oroscopo», disse la donna.

«Accetto.»

«E non do consulenze per telefono. Dovrà prendere un appuntamento.»

Dissi che mi andava benissimo e le chiesi se avesse un posto libero per quel giorno.

«L'agenda sulla mia scrivania è completamente vuo-ta per oggi pomeriggio», disse la donna. «Quindi
ven-ga quando le fa più comodo.»

«Che ne direbbe se venissi subito? Diciamo fra mez-z'ora?»

«Sarebbe magnifico.»

Le diedi il mio nome. La donna giudicò magnifico an-che quello e mi disse che il suo appartamento era in
Carnegie Hall. Dichiarai che sapevo come trovarlo e at-taccai la cornetta.

11

Presila metropolitana in direzione nord fino alla Cinquantasettesima Strada e salii le scale che uscivano
al-l'angolo presso Nedick al Carnegie Hall. Mentre mi av-viavo all'ingresso dello Studio, un barbone si
avvicinò e mi spillò dieci centesimi. Dall'altra parte della Setti-ma Avenue, a un isolato di distanza, un
corteo di scio-peranti sfilava davanti al Park Sheraton.

L'atrio degli studi del Carnegie Hall era piccolo e spoglio. A destra, ai lati di una cassetta delle lettere
alimentata da un piano inclinato di vetro, c'erano le porte di due ascensori. Di lì si poteva entrare dal
re-tro nella Carnegie Tavern, situata all'angolo con la Cinquantaseiesima Strada. C'era anche un elenco
murale. Cercai Krusemark, M., Consultazioni astrologiche, che trovai tra gli inquilini dell'undicesimo
piano.

L'indicatore di ottone sopra l'ascensore di sinistra descrisse un arco discendente attraverso un


semicer-chio di numeri di piani, come un orologio che andas-se all'indietro. La freccia sostò al sette e di
nuovo al tre, prima di fermarsi in posizione orizzontale. Il primo che uscì fu un grosso cane danese che si
trascina-va dietro una donna impellicciata. Li seguì un barbu-to che portava un astuccio per violoncello.
Entrai e die-di il numero del piano a un vecchio manovratore, so-migliante al veterano di un esercito
balcanico nella sua uniforme trasandata. Fissò le mie scarpe senza aprire bocca. Dopo un momento
chiuse con uno spintone la porta metallica e partimmo.

Non ci fermammo fino a quando scesi all'undicesimo piano. Il corridoio era lungo e largo, tetro come
l'atrio al pianterreno. Lungo le pareti erano appese a interval-li regolari manichette di canapa antincendio
arrotola-te. Dietro le porte chiuse parecchi pianoforti avviava-no discussioni discordanti. In lontananza
una soprano provava la voce; la udii eseguire le scale.

Trovai l'appartamento di M. Krusemark. Il suo nome era dipinto a lettere d'oro sulla porta. Sotto il
nome c'era uno strano simbolo che assomigliava a una lettera M terminante in una freccia che curvava
verso l'alto. Suonai il campanello e attesi. Dall'interno giunse un rumore di tacchi alti picchiettanti sul
pavimento. Una chiave girò nella serratura, la porta si aprì di quel tan-to che la catenella di sicurezza
consentiva.

Un occhio mi scrutò dall'ombra. La voce che gli ap-parteneva domandò: «Chi è?»

«Sono Harry Angel», dissi. «Ho telefonato poco fa e lei mi ha dato un appuntamento.»

«Certo, certo. Un minuto solo, prego.» La porta si chiuse, sentii la catena scorrere e staccarsi. Quando il
battente si riaprì, risultò che l'occhio faceva parte di un paio d'occhi verdi da gatto posti su una faccia
pallida e angolosa, che ardevano dentro incavi sbiaditi, all'om-bra di sopracciglia scure e spesse. «Entri
pure», disse la donna, facendosi da parte per lasciarmi passare.

Era tutta vestita di nero, come un'artista della dome-nica in un caffè di Greenwich Village: gonna e
maglio-ne di lana nera, calze nere, persino gli spessi capelli neri tenuti insieme in una crocchia da un paio
di ba-stoncini d'ebano. Secondo Walt Rigley aveva all'incir-ca trentasei o trentasette anni, ma sembrava
molto più vecchia, non essendo truccata. Era magrissima, quasi macilenta, le sue scarne mammelle erano
a mala pena accennate sotto le pieghe pesanti del maglione. Suo unico ornamento era un medaglione
d'oro appeso al collo con una catenella molto semplice: una stella a cinque punte, capovolta.

Nessuno di noi pronunciò parola. Stavo fissando il ciondolo. «Vai, afferra una stella cadente...» Il primo
verso della poesia di Donne mi rimbombò nella men-te, insieme con un'immagine delle mani del dottor
Al-bert Fowler. Per un attimo ebbi la visione dell'anello d'oro a un dito, mentre il dottore tamburellava
con la mano sul tavolo. Sull'anello che il dottor Albert Fow-ler non portava più quando ne avevo trovato
il cada-vere chiuso a chiave nella camera del primo piano, era incisa una stella a cinque punte. Ecco il
pezzo mancan-te del rompicapo.

La rivelazione mi fece l'effetto di un clistere d'acqua ghiacciata. Un brivido gelido mi percorse la spina
dor-sale e mi fece rizzare i capelli sul capo. Che cos'era successo all'anello del dottore? Poteva magari
essere in una tasca, dato che non gliele avevo rovistate: ma per-ché mai se lo sarebbe tolto prima di farsi
saltare le cervella? E, se non se lo era tolto lui, chi mai l'aveva fatto?

Sentii gli occhi fosforescenti della donna puntati su di me. «Lei dev'essere la signorina Krusemark», dissi
tanto per rompere il silenzio.

«Sì», rispose lei senza sorridere.

«Ho visto il suo nome sulla porta, ma non ho rico-nosciuto il simbolo.»

«È il mio segno», disse la donna, chiudendo la por-ta e dando un giro di chiave. «Sono uno Scorpione.»
Mi fissò per un lungo momento, come se i miei occhi fos-sero spioncini aperti su una scena interiore. «E
lei?»

«Io?»

«Di che segno è?»

«Non lo so affatto», dissi. «L'astrologia non è il mio forte.»

«Quand'è nato?»

«Il 2 giugno 1920.» Le avevo detto la data di nascita di Johnny Favorite. Per una frazione di secondo mi
parve di scorgere un lontano fremito nel suo sguardo intenso e impassibile.

«Gemelli», disse. «Strano, una volta conoscevo un ra-gazzo nato nello stesso giorno.»

«Davvero? E chi era?»

«Non ha importanza», disse. «Era tanto, tanto tem-po fa. Ma come sono scortese con lei, tenendola in
pie-di nell'ingresso. La prego, entri e si sieda.»
Lasciai con lei l'entrata buia e la seguii in uno spa-zioso salone-studio dall'alto soffitto, arredato con
un'in-descrivibile collezione di mobili comprati a una vendi-ta dell'Esercito della Salvezza, rallegrata da
fodere di stoffe stampate e da una gran quantità di cuscini rica-mati sparsi dappertutto. L'ardita geometria
di parecchi bellissimi tappeti del Turkestan controbilanciava l'ar-redamento da rigattiere. C'erano felci
d'ogni sorta e palme che salivano al soffitto, dal quale dondolavano altre piante verdi in vasi appesi con
cordoni. Foreste tropicali in miniatura vegetavano dentro terrari chiu-si nel vetro.

«Una bella sala», dissi, mentre la donna mi prende-va il cappotto e lo ripiegava su un divano.

«Sì, è magnifica, vero? Vi ho passato momenti mol-to felici.» Fu interrotta da un fischio acuto e lontano.
«Vuole un po' di tè?» domandò. «Avevo appena messo l'acqua a bollire, quando lei è arrivato.»

«Solo se non le è di disturbo.»

«Non mi disturba affatto. L'acqua sta già bollendo. Che tè preferisce, Darjeeling, al gelsomino o tè
cinese?»

«Decida lei. Non sono un conoscitore di tè.»

M. Krusemark mi lanciò un debole mezzo sorriso e uscì in fretta per spegnere l'insistente sibilo. Io mi
guardai intorno più attentamente.

Ninnoli esotici si pigiavano su ogni superficie dispo-nibile: cose come flauti sacri e ruote della preghiera,
feticci Hopi e statuette indiane di cartapesta di Visnu che usciva dalla bocca di pesci e di tartarughe. Su
uno scaffale scintillava un pugnale azteco d'ossidiana inta-gliato a forma di uccello. Esaminai i libri disposti
qua e là e vi scopriiIChing, una copia diOaspe e parec-chi volumi della serie tibetana di Evan-Wentz.

Quando M. Krusemark tornò portando un vassoio d'argento e il servizio da tè, ero in piedi accanto a
una finestra e pensavo all'anello sparito del dottor Fowler. La donna posò il servizio su un tavolino basso
accan-to al divano e mi si avvicinò. Dall'altra parte della Set-tima Avenue un palazzo in stile federale con
bianche colonne doriche era appollaiato sul tetto di una casa d'abitazione, come una corona nascosta.
«Qualcuno ha comprato la casa di Jefferson e l'ha fatta trasportare lì?» dissi scherzando.

«È di Earl Blackwell, che dà magnifici ricevimenti. A ogni modo, è divertente osservarli.»

Ritornai con lei al divano. «Quella è una faccia nota», dissi accennando con la testa al ritratto a olio di un
vecchio pirata in abito da sera.

«È mio padre, Ethan Krusemark.» Il tè turbinò nel-le tazze di porcellana trasparente.

Le labbra piene di determinatezza accennavano un sorriso bricconesco, gli occhi verdi come quelli della
fi-glia avevano un guizzo di astuzia spietata. «Non è l'ar-matore? Ho visto la sua fotografia suForbes.»

«Detesta questo ritratto. Dice che equivale a uno specchio che si è inceppato. Latte o limone?»

«Né l'uno né l'altro, grazie.»

La donna mi porse una tazza. «Fu dipinto l'anno scorso. A me la somiglianza sembra magnifica.»

«È un bell'uomo.»
La donna annuì. «Ha più di sessant'anni, ci credereb-be? Gli hanno sempre dato dieci anni in meno di
quelli che ha. Il suo sole è in trigono con Giove: un aspetto molto favorevole.»

Ignorai l'incomprensibile gergo e dissi che assomi-gliava a un capitano fanfarone delle pellicole di pirati
che vedevo nella mia infanzia.

«Verissimo. Quando ero all'università tutte le ragaz-ze del mio dormitorio lo credevano Clark Gable.»

Sorseggiai il mio tè. Sapeva di pesche fermentate. «Mio fratello, quand'era a Princeton, conosceva una
ra-gazza che si chiamava Krusemark», dissi. «Frequenta-va Wellesley e gli aveva predetto il futuro a una
festa da ballo.»

«Quella era mia sorella Margaret», mi fu risposto. «Io sono Millicent. Siamo gemelle. Lei è la strega di
fa-miglia, io mi do alla magia bianca.»

Mi sentii come uno che si sveglia da un sogno di ric-chezze per scoprire che i suoi tesori gli svaniscono
tra le dita come nebbia. «Sua sorella vive qui a New York?» domandai, continuando nel mio tono
leggero. Conosce-vo già la risposta.

«Oddio, no. Maggie andò a stare a Parigi più di die-ci anni fa. Sono secoli che non la vedo. Come si
chia-ma suo fratello?»

L'intera pantomima si afflosciò intorno a me, come l'involucro di un pallone sgonfiato. «Jack», dissi.

«Non ricordo che Maggie avesse mai nominato un Jack. Certo, nella sua vita c'erano talmente tanti
gio-vanotti, a quei tempi. Ho bisogno che lei risponda a qualche domanda.» Allungò la mano verso il
tavolo per prendere un portacarte di cuoio e una serie di matite. «In modo da permettermi di fare il suo
oroscopo.»

«Cominci pure!» Feci uscire di scatto una sigaretta dal pacchetto e me la infilai in bocca.

Millicent Krusemark mi sventolò una mano davanti alla faccia, come per asciugare lo smalto delle
unghie. «No, la prego. Sono allergica al fumo.»

«Certo.» Mi cacciai la cicca dietro l'orecchio.

«Lei è nato il 2 giugno 1920», disse la donna. «Que-sto solo fatto mi rivela un sacco di cose su di lei.»

«Mi dica tutto quel che sa di me.»

Millicent Krusemark mi fissò addosso quel suo sguardo felino. «So che lei è un attore nato», disse.
«Recitare una parte le viene con tutta facilità. Lei cambia per-sonalità istintivamente, senza fatica, come i
camaleon-ti cambiano colore. Benché scoprire la verità la interessi profondamente, le menzogne escono
dalle sue labbra senza esitazioni.»

«Ben azzeccato. Continui.»

«La sua capacità di recitare tante parti ha un suo la-to oscuro e presenta un problema quando lei si trova
a faccia a faccia con la duplice natura della sua per-sonalità. Direi che lei è sovente vittima di dubbi.
'Come mai ho fatto una cosa simile?' è il suo cruccio più costante. Le capita facilmente di essere crudele,
eppu-re secondo lei questa sua abilità a fare del male agli altri è inconcepibile. Da un lato lei è metodico e
tena-ce, ma all'opposto dà molto peso all'intuizione.» Sorri-se. «Quanto a donne, le preferisce giovani e
brune.»

«Dieci con lode», dissi. «Ha fatto centro.» Ed era ve-ro. Non aveva compiuto nemmeno un errore. Uno
psi-canalista che sapesse scandagliare tali segreti varreb-be certo i suoi venticinque dollari all'ora per le
sedu-te. Un unico problema: la data di nascita sbagliata. Millicent Krusemark leggeva il mio carattere sui
dati di Johnny Favorite. «Lei sa dove potrei incontrare qual-che donna giovane e bruna?»

«Sarò in grado di dirle molto di più quando avrò quel che mi occorre.» La maga bianca fece qualche
sca-rabocchio sul suo notes. «Non posso garantirle la don-na dei suoi sogni, ma posso essere più
specifica. Ecco, sto annotando i dati della posizione degli astri per que-sto mese, in modo da vedere che
influsso abbiano sul suo oroscopo. In realtà non sul suo, ma su quello del ragazzo al quale ho accennato
poco fa. I vostri oroscopi sono senza dubbio simili.»

«Sono pronto.»

Millicent Krusemark, studiando i suoi appunti, ag-grottò la fronte. «Questo è un periodo di grande
peri-colo. Recentissimamente, questa settimana, lei è rima-sto coinvolto in una morte. Non conosceva
bene il de-funto, tuttavia è rimasto molto scosso dal suo decesso. C'entra la professione medica. Lei
stesso probabilmente entrerà presto in un ospedale: gli aspetti sfavorevoli so-no molto forti. Si guardi
dagli estranei.»

Fissai quella strana donna in nero e mi sentii cinge-re il cuore da invisibili tentacoli di paura. Come mai
sapeva tanto così? Avevo la bocca secca, le labbra si in-cepparono mentre parlavo: «Che cos'è quel
medaglione che porta al collo?»

«Questo?» La mano della donna si fermò un attimo alla gola, come un uccello che si riposa in volo.
«Non è altro che un pentacolo. Porta fortuna.»

Il pentacolo del dottor Fowler non gli aveva portato molta fortuna, ma effettivamente non lo aveva
addos-so quand'era morto. Oppure qualcuno aveva tolto al vecchio l'anello dopo averlo ucciso?

«Ho bisogno di altri dati», disse Millicent Krusemark tenendo sospesa come un dardo la matita di
filigrana. «Dove e quando nacque la sua fidanzata? Mi occorro-no l'ora e il posto esatti. In modo da
poterne determi-nare latitudine e longitudine. Inoltre lei non mi ha det-to dov'è nato.»

Improvvisai date e posti fasulli e compii il gesto ri-tuale di dare un'occhiata all'orologio prima di posare la
tazza sul tavolino. Ci alzammo insieme, come in un ascensore. «Grazie per il tè.»

Mi accompagnò alla porta e mi disse che gli orosco-pi sarebbero stati pronti la settimana seguente.
Rispo-si che sarei passato a prenderli. Ci stringemmo la ma-no con la meccanica compassatezza di
soldatini a molla.

12

Scendendoin ascensore trovai la sigaretta dietro l'orec-chio e l'accesi appena arrivato in strada. Il vento
di marzo mi diede una sensazione di pulizia. Mancava quasi un'ora al mio incontro con Vernon Hyde,
perciò camminai lentamente lungo la Settima Avenue cercan-do di dare un senso all'indicibile paura che
mi aveva colto nell'oscuro appartamento dell'astrologa. Sapevo che non poteva essere altro che una
truffa, un gioco di prestigio verbale, come saper vendere di porta in por-ta un'enciclopedia. Attenzione
agli estranei. Una di quelle cretinate che ti danno per pochi soldi insieme con il tuo peso. Quella donna mi
aveva fatto fesso con la sua voce da oracolo e con i suoi occhi da ipnotizzatrice.

La Cinquantaduesima Strada aveva un aspetto sgan-gherato. A due isolati verso est, il '21' conservava il
ri-cordo di eleganti spacci clandestini durante il proibi-zionismo, ma una lunga serie di locali di spettacoli
di spogliarello avevano sostituito quasi tutti i club dove si suonava il jazz. L'Onyx Club era sparito,
soltanto il Birdland teneva acceso il fuoco sacro del be-bop in Broadway. La Famosa Porta era chiusa
per sempre. Il Jimmy Ryan e Hickory House erano gli unici soprav-vissuti in una strada le cui case di
pietra avevano ospi-tato durante il proibizionismo più di cinquanta betto-le illegali.

Mi diressi verso est, oltrepassando ristoranti cinesi e irascibili prostitute con borsette rotonde di
similpelle chiuse da una cerniera lampo. Il trio di Don Shirley dava spettacolo alla Hickory House, ma la
musica sa-rebbe cominciata fra molte ore e il bar, quando entrai, era tranquillo e buio.

Ordinai un whisky con succo di limone e presi posto a un tavolo da cui potevo tenere d'occhio la porta.
Ave-vo già bevuto due bicchieri, quando vidi un tizio che portava l'astuccio di un sassofono. Indossava
un giub-botto di pelle scamosciata marrone su un maglione ir-landese a collo alto color crema. Aveva i
capelli briz-zolati e tagliati corti. Gli feci cenni con le mani. Si av-vicinò.

«Vernon Hyde?»

«Sono proprio io», disse con un ghigno contorto.

«Posteggi il sassofono e beva qualcosa.»

«Magnifico.» Posò l'astuccio del suo sassofono con precauzione sul tavolino e tirò a sé una sedia.
«Dun-que, lei è uno scrittore. Che genere di cose scrive?»

«Scrivo più che altro per le riviste», dissi. «Profili, articoli su certi personaggi.»

La cameriera si avvicinò, Hyde ordinò una bottiglia di Heineken. Chiacchierammo del più e del meno
fino a quando la donna ebbe portato la birra e l'ebbe ver-sata in un alto bicchiere. Hyde bevve un lungo
sorso e venne al punto. «Dunque, lei desidera scrivere sull'or-chestra di Spider Simpson. Be', ha scelto la
strada giusta. Se il cemento potesse parlare, quel marciapiede le racconterebbe la storia della mia vita.»

Dissi: «Senta, non voglio ingannarla. Il mio articolo citerà l'orchestra, però il mio interesse è diretto
soprat-tutto a Johnny Favorite».

Il sorriso di Vernon Hyde si contorse tanto da diven-tare una smorfia di disgusto. «Quello là? Che
bisogno c'è di scrivere su quel coglione?»

«Ne deduco che non era un suo grande amico!»

«E, per giunta, chi mai si ricorda ancora di Johnny Favorite?»

«Un redattore diLook se lo ricorda quanto basta per avermi proposto l'articolo. E i suoi ricordi mi
sembra-no piuttosto vividi. Com'era?»
«Quell'individuo era un bastardo. Ciò che fece a Spider fu di una bassezza inaudita.»

«Che cosa fece?»

«Lei deve tenere presente che Spider lo scoprì, lo tol-se da non so quale localaccio in un posto del
diavolo.»

«Questo lo so.»

«Favorite aveva un enorme debito di riconoscenza verso Spider. Riceveva anche una percentuale sugli
in-cassi, non solo uno stipendio come il resto dell'orchestra. Quindi non capisco di che cosa potesse
lamentarsi. Il suo contratto con Spider era valido ancora per quattro anni, quando si separò da lui. Per
colpa di quel piccolo mascalzone ci annullarono degli spettacoli prenotatissimi.»

Tirai fuori il taccuino e la matita automatica e finsi di prendere appunti. «Favorite si è mai messo in
con-tatto con qualcuno dei vecchi orchestrali di Simpson?»

«Forse che i fantasmi vanno a spasso?»

«Scusi?»

«Ha tirato le cuoia, amico, da un bel po' di anni ormai. L'hanno fatto fuori in guerra.»

«Ma è vero?» dissi. «A me hanno raccontato che si trova in un ospedale nel nord.»

«Può darsi, ma mi pareva di ricordare che fosse morto.»

«Mi dicono che era superstizioso. Lei ricorda qualco-sa a questo proposito?»

Vernon Hyde sorrise il suo sorriso storto. «Certo che sì, girava sempre in cerca di sedute spiritiche e di
sfe-re di cristallo. Una volta, mentre eravamo in viaggio, mi pare che fossimo a Cincy, pagammo la
puttana del-l'albergo perché fingesse di essere una chiromante. Quella gli disse che stava per prendersi lo
scolo, tan-to che Favorite non guardò più una sola ragazza sino alla fine della tournée.»

«Non aveva un'amica dell'alta società che prediceva il futuro?»

«Sì, qualcosa del genere. Non incontrai mai la polla-strella. A quei tempi Johnny e io giravamo su orbite
di-verse.»

«Quando Favorite cantava con voi, l'orchestra di Spider Simpson era segregazionista, vero?»

«Certo, eravamo tutti bianchi. Mi sembra che un an-no ci fosse stato un cubano al vibrafono.» Vernon
Hy-de finì la sua birra. «Neppure Duke Ellington, a quei tempi, superava la discriminazione razziale, se lo
ri-cordi.»

«È vero.» Scribacchiai sul taccuino. «Ma frequenta-re negri dopo il lavoro era, naturalmente, un'altra
fac-cenda.»

Il sorriso di Hyde non era quasi più storto, al ricor-do di quelle sale fumose. «Quando la banda di Basie
era in città, qualcuno di noi si riuniva e improvvisava-mo tutta la notte.»
«Favorite partecipava a quelle riunioni?»

«Nient'affatto. A Johnny i negri non piacevano. Do-po il lavoro, le uniche persone di colore che era
dispo-sto a vedere erano le cameriere degli attici di Park Avenue.»

«Interessante. E io che credevo fosse un amico di Toots Sweet.»

«Può darsi che un giorno gli avesse chiesto di lucidargli le scarpe. Glielo ripeto, Johnny aveva i negri in
antipatia. Ricordo di averlo sentito dire che Georgie Auld era un tenore migliore di Lester Young.
Imma-gini!»

Dissi che superava la mia capacità di comprensione.

«Credeva che portassero scalogna.»

«I pianisti con voce da tenore?»

«I negri, amico. Per Johnny erano come i gatti neri, non per fare un gioco di parole.»

Gli chiesi se Johnny Favorite fosse stato intimo di qualcuno dell'orchestra.

«Credo che Johnny non avesse un solo amico al mon-do», rispose Vernon Hyde. «E se vuole mi può
citare. Era un solitario. Si teneva quasi sempre in disparte. Oh, scherzava con tutti e aveva sempre un
gran sorri-so sulla faccia, ma ciò non significava niente. Johnny aveva il dono di essere simpatico. Se ne
serviva come di uno scudo per tenere tutti a distanza.»

«Che cosa mi potrebbe dire della sua vita privata?»

«Non lo vedevo mai se non sul palco dell'orchestra oppure durante un viaggio in autobus durante la
not-te. Spider lo conosceva meglio di tutti noi. È a lui che dovrebbe parlare.»

«Ho il suo numero di telefono sulla costa occidenta-le», dissi. «Ma non l'ho ancora trovato. Un'altra
birra?»

Hyde disse perché no. Ordinai di nuovo. Passammo l'ora successiva scambiandoci fandonie sulla
Cinquantaduesima Strada dei vecchi tempi. Il nome di Johnny Favorite non fu più pronunciato.

13

VernonHyde partì per mete sconosciute poco prima delle sette, io percorsi due isolati in direzione ovest
fi-no da Gallagher, dove servono la migliore bistecca del-la città. Verso le nove terminai la seconda tazza
di caf-fè e un sigaro, pagai il conto e salii su un tassi in Broadway per fare gli otto isolati fino alla mia
auto-rimessa.

Guidai su per la Sesta Avenue, seguendo il traffico diretto a nord.

Attraversai Central Park, oltrepassai il reservoir e Harlem Meer. Uscii dal parco al Warrior's Gate, tra la
Centodecima Strada e la Settima Avenue, entrando in un mondo di casamenti popolari e di oscure strade
se-condarie. Non ero più stato a Harlem dall'anno prece-dente, quando avevano abbattuto la sala da
ballo Savoy, ma tutto aveva l'aspetto di prima. A questo capo della città Park Avenue passava sotto le
rotaie del New York Central, perciò la Settima, con i suoi spartitraf-fico di cemento che la dividevano in
due corsie, era di-ventata la via da frequentare.

Quando attraversai la Centoventicinquesima Strada, tutto era illuminato come Broadway. Più avanti
Small's Paradise e il locale di Count Basie mi parvero pieni di vita e in buone condizioni. Trovai posto per
la macchi-na davanti al Red Rooster ma sull'altro lato della via e aspettai che il semaforo mi lasciasse
passare. Un gio-vanotto color caffè con una piuma di fagiano sul cap-pello uscì da un gruppo che
indugiava a un angolo e mi chiese se volessi comprare un orologio. Tirò su en-trambe le maniche del suo
attillato soprabito e me ne mostrò una mezza dozzina per braccio. «Ti posso fare un buon prezzo,
fratello. Davvero buono.»

Gli dissi che avevo già un orologio e attraversai al verde.

Il Red Rooster era lussuoso e buio. Le tavole intor-no al palco dell'orchestra erano affollate delle
celebri-tà di Harlem, di spendaccioni accanto alle loro donne splendenti in uno sfoggio multicolore di abiti
da sera a lustrini e di braccia e spalle nude.

Trovai uno sgabello libero al banco e ordinai un bic-chiere di Rémy Martin. Il trio di Edison Sweet era
im-pegnato sul palco, ma da dove sedevo si vedeva soltan-to la schiena del pianista piegato sulla tastiera.
Gli al-tri strumenti erano una viola da gamba e una chitar-ra elettrica.

L'orchestra suonava un blues, la chitarra scattava dentro e fuori della melodia come un colibrì. Il piano
fremeva e tuonava. La mano sinistra di Toots Sweet era davvero agilissima, come aveva affermato
Kenny Pomeroy. Il gruppo non aveva affatto bisogno di un batterista. Sui ritmi malinconici e mutevoli
della vio-la Toots inseguiva un intricato lamento; quando canta-va, la sua voce era dolce e amara di
sofferenza:

Ho dentro quei blues vudu

Quei cattivi blues del malocchio.

Petro Loa non mi lascia in pace;

Ogni notte sento gemere gli zombi.

Signore, ho dentro quei maligni vecchi blues vudu.

Zu-Zu era una mambo, amava un uomo hungan;

Andare con Erzuli non faceva parte dei suoi piani.

L'incantesimo del tam-tam la trasformò in schiava,

E ora il barone Samedi balla sulla sua tomba.

Sì, lei ha dentro quei blues vudu,


Quei brutti blues del malocchio...

Quand'ebbero finito, i musicisti risero e chiacchiera-no e si asciugarono le facce sudate con grandi
fazzo-letti bianchi. Dopo un momento si avviarono al banco. Dissi al barista che desideravo pagare da
bere al grup-po. Il barista prese i loro ordini e fece un cenno nella mia direzione.

Il chitarrista e il violinista presero in mano il loro bicchiere, mi lanciarono un'occhiata e si confusero con
la folla. Toots Sweet afferrò uno sgabello a un'estremi-tà del banco e si appoggiò all'indietro in modo da
po-ter vedere la sala, con la grossa testa grigia appoggia-ta alla parete. Presi il mio bicchiere e mi feci
strada verso di lui.

«Volevo soltanto ringraziarla», dissi arrampicandomi sullo sgabello vicino al suo.«Lei è un artista, signor
Sweet.»

«Chiamami Toots, figlio. Non mordo.»

«Come vuoi, Toots.»

Toots Sweet aveva una faccia larga, scura e rugosa come tabacco conciato. I suoi fitti capelli avevano il
co-lore della cenere di sigaro. Scoppiava dentro un vesti-to lucido di saia blu, eppure aveva piedi piccoli
e de-licati come quelli di una donna, racchiusi in scarpette di vernice a due colori, bianco e nero.

«Mi è piaciuto il blues che hai suonato alla fine», dissi.

«Quello l'ho scritto un giorno a Houston, tanti anni fa, su un tovagliolino di carta.» Rise. L'improvviso
biancore del sorriso divise in due la sua faccia scura, come la fine di un' eclisse di luna. Uno dei suoi
inci-sivi aveva una capsula d'oro, sotto la quale lo smalto bianco luccicava da un intaglio a forma di stella
a cin-que punte, capovolta. Era una cosa che si notava su-bito.

«Sei nato in quella città?»

«A Houston? Oddio, no, ero solo di passaggio.»

«Di dove sei?»

«Io? Sono un ragazzo di New Orleans, ci sono nato e cresciuto. Hai davanti ai tuoi occhi una delizia
degli antropologi. Suonavo nei bordelli di Storyville prima di avere quattordici anni. Conoscevo tutta la
cricca, Bunk e Jelly e Satchelmouth. Risalii il fiume, arrivai a Chicago. Ah, ah, ah!» Toots scoppiò a
ridere rumorosa-mente dandosi manate sulle grosse ginocchia. Gli anelli nelle sue dita tozze lanciarono
guizzi nella penombra della sala.

«Mi prendi in giro», dissi.

«Forse, ma poco poco, figlio mio. Forse solo un po-chino.»

Sghignazzai e annusai il mio bicchiere. «Dev'esseresplendido avere tanti ricordi così.»

«Stai scrivendo un libro, figlio mio? Riconosco uno scrittore a prima vista, proprio come la volpe sente
odor di gallina.»

«Hai azzeccato, vecchia volpe. Sto preparando un ar-ticolo per la rivistaLook.»

«Un articolo su Toots inLook? Proprio lì, in compa-gnia di Doris Day? Ahah!»

«Be', non voglio burlarmi di te, Toots. L'articolo sa-rà su Johnny Favorite.»

«Su chi?»

«Su un cantante. Una volta cantava con l'orchestra swing di Spider Simpson. Poco dopo il 1940.»

«Sì, ricordo Spider. Suonava il tamburo come due martelli pneumatici che scopano.»

«Che cosa ricordi di Johnny Favorite?» gli domandai.

La faccia nera di Edison Sweet assunse l'espressio-ne innocente di uno studente che non sa rispondere a
un'interrogazione d'algebra. «Di lui non ricordo nien-te; eccetto che forse cambiò nome e diventò Frank
Sinatra. Vic Damone durante i fine settimana.»

«Forse mi hanno informato male», dissi. «Mi ero fat-to l'idea che foste buonissimi amici.»

«Figlio mio, tanto tempo fa Favorite registrò su di-sco una delle mie canzoni e gli sono riconoscente per
gli assegni dei diritti d'autore, da tempo spariti, ma questo non fa di noi degli amici.»

«Ho visto una foto di voi due che cantate insieme. Era suLife.»

«Sì, sì, ricordo esattamente quella serata. Eravamo nel bar di Dickie Well. L'avevo visto da queste parti
una volta o due, ma non veniva certamente a Harlem a trovare me.»

«Chi veniva a trovare qui?»

Toots Sweet abbassò gli occhi fingendo ritrosia. «Mi fai fare la spia, figlio mio.»

«Che importanza ha, dopo tutti questi anni?» dissi. «Arguisco che venisse a trovare una signora.»

«Era una vera signora, dalla punta dei piedi ai capel-li, non metterlo in dubbio.»

«Dimmi il suo nome.»

«Non è un segreto. Tutta la gente che girava da que-ste parti prima della guerra sa che Evangeline
Proudfoot frequentava Johnny Favorite.»

«Si direbbe che nessun giornalista bianco lo sa-pesse.»

«Figlio mio, a quei tempi, se sconfinavi tra i negri, non andavi in giro a vantartene.»

«Chi era Evangeline Proudfoot?»

Toots sorrise. «Una donna bella e forte delle Indie Occidentali», disse. «Aveva dieci o quindici anni più
di Johnny, ma era ancora una tale bellezza che chi ci sfi-gurava era lui.»
«Sai dove potrei trovarla?»

«Sono anni che non vedo Evangeline. Si era amma-lata. Il negozio c'è ancora, quindi può darsi che ci sia
ancora anche lei.»

«Che specie di negozio era?» Feci del mio meglio per evitare che il tono della mia domanda fosse quello
di un poliziotto.

«Evangeline aveva un'erboristeria sulla Lenox. La te-neva aperta fino a mezzanotte tutti i giorni, esclusa
la domenica.» Toots mi diede una strizzatina d'occhio molto teatrale. «È ora di suonare di nuovo. Rimani
qui per un altro tempo, figlio mio?»

«Ritornerò», gli dissi.

14

«Prodotti Farmaceutici Proudfoot»era un negozio si-tuato all'angolo nord-occidentale di Lenox Avenue


con la Centoventitreesima Strada. Il nome era appeso nel-la vetrina, scritto a caratteri cubitali di neon
azzurro. Lasciai la macchina a un mezzo isolato di distanza ed esaminai la bottega. La vetrina metteva in
mostra og-getti inpolverati immersi in una vaporosa luce azzur-ra. Su piccoli ripiani circolari di cartone
disposti ai due lati c'erano scatolette stinte di medicine omeopatiche. Attaccato alla parete di fondo c'era
uno schema anatomico multicolore del corpo umano, con la carne e i muscoli sollevati per lasciar vedere
un pasticcio di visceri intrecciati. Ciascuno dei ripiani di cartone era unito all'appropriato organo interno
da un festone di nastro di raso. Il rimedio collegato al cuore si chiama-va 'Benifico estratto di belladonna
della ditta Proud-foot'.

Sopra la parete di fondo della vetrina intravidi una parte del negozio. Luci fluorescenti pendevano dal
sof-fitto decorato; antiquati ripiani di legno chiusi dietrovetri correvano lungo la parete di fronte.
L'oscillare del pendolo di un orologio sembrava l'unica attività.

Entrai. Un odore pungente di incenso bruciato era nell'aria. Mentre chiudevo la porta, delle campanelle
tintinnarono sulla mia testa. Diedi un rapido sguardo intorno a me. Su un espositore girevole di metallo
vi-cino all'entrata una serie di 'libri dei sogni' e opusco-li che trattavano dei vari problemi dell'amore si
dispu-tavano l'attenzione del cliente con le loro copertine vi-stose. C'era una piramide fatta di polveri
portafortuna contenute in alti cilindri di cartone: spargetevi sull'a-bito un po' di questa sostanza al mattino
e sicuramente il numero che troverete sul libro dei sogni vi farà vin-cere una grande somma.

Stavo esaminando le candele profumate e colorate il cui uso continuo avrebbe di sicuro portato fortuna,
quando una graziosissima ragazza dalla pelle color mo-ka arrivò dal retrobottega e prese posto dietro il
ban-co. Portava sul vestito un grembiule bianco e sembra-va avere diciannove o vent'anni. I capelli, color
moga-no lucido e ondulati, le arrivavano alle spalle. Al pol-so esile tintinnavano numerosi anelli d'argento
sottili. «Che cosa desidera?» mi domandò. Appena nascosta sotto la sua modulata dizione rimaneva la
melodiosa cadenza del calipso dei Caraibi.

Risposi a caso, senza pensarci: «Ha per caso una ra-dice di mandragora?»
«In polvere o intera?»

«La voglio intera. Non è meglio per l'incantesimo?»

«Non vendiamo incantesimi, signore. Questa è un'er-boristeria.»

«E come la chiama lei la merce in vetrina?» doman-dai. «Specialità farmaceutiche?»

«Teniamo qualche curiosità. Da Rexall, che è una farmacia, vendono cartoncini di auguri.»

«Scherzavo. Non avevo intenzione di offenderla.»

«Non sono offesa. Mi dica quanta mandragora desi-dera e io gliela peso.»

«C'è la signorina Proudfoot?»

«La signorina Proudfoot sono io.»

«La signorina Evangeline Proudfoot?»

«Io sono Epiphany. Evangeline era mia madre.»

«Ha detto era?»

«La mamma è morta l'anno scorso.»

«La notizia mi addolora.»

«Era ammalata da molto tempo, è stata per anni im-mobile a letto. È meglio così.»

«Le ha lasciato un nome grazioso, Epiphany», dissi. «È adatto a lei.»

Sotto la carnagione caffelatte, la ragazza arrossì leg-germente. «Mi ha lasciato molto più del nome.
Questo negozio prospera da quarant'anni. Era un cliente del-la mamma?»

«No, non l'ho mai conosciuta. Avevo sperato che po-tesse rispondere a qualche mia domanda.»

Gli occhi color topazio di Epiphany Proudfoot si oscurarono. «Che cos'è lei, una specie di poliziotto?»

Sorrisi. Avevo pronta sulla punta della mia eloquen-te lingua la scusa diLook; ma, pensando che
Epipha-ny fosse troppo intelligente da prenderla per buona, dissi invece: «Investigatore privato. Posso
farle vedere la tessera».

«Lasci perdere la sua copia fotostatica da due soldi. Perché avrebbe voluto parlare con la mamma?»

«Sto cercando un tale che si chiama Johnny Favo-rite.»

La ragazza improvvisamente si irrigidì. Come se qual-cuno le avesse toccato la nuca con un cubetto di
ghiaccio. «È morto», disse distogliendo lo sguardo.

«No, non è morto, anche se quasi tutti lo credono.»


«Per quanto mi riguarda, è morto.»

«Lo conosceva?»

«Non l'ho mai visto.»

«Edison Sweet dice che era amico di sua madre.»

«Questo succedeva prima che io nascessi», disse Epiphany.

«Sua madre non le ha mai parlato di lui?»

«Signor... chiunque lei sia, non pretenderà certo che io tradisca le confidenze di mia madre. Si vede
lonta-no un miglio che lei non è un gentiluomo.»

Non vi feci caso. «Potrebbe almeno dirmi se lei o sua madre hanno mai più visto Johnny Favorite,
diciamo in questi ultimi quindici anni o giù di lì?»

«Le ho già detto che non l'ho mai visto. Eppure mia madre mi presentava sempre atutti i suoi amici.»

Tirai fuori il portafoglio, quello in cui tengo i soldi. Le diedi il cartoncino dell'agenzia Crossroads. «Va
be-ne», dissi. «Io ci ho provato, se non altro. Qui in bas-so c'è il numero di telefono dell'ufficio. La prego
di te-lefonarmi, se le verrà in mente qualcosa o se sentirà qualcuno dire di avere visto Johnny Favorite.»

Epiphany sorrise, ma il suo sorriso era privo di ca-lore. «Per che motivo gli dà la caccia?»

«Non 'gli do la caccia', voglio semplicemente sapere dov'è.»

La ragazza infilò il mio biglietto nel vetro del regi-stro di cassa, un oggetto di ottone riccamente
decora-to. «E se fosse morto?»

«Sono pagato in tutti e due i casi.»

Questa volta la risata fu quasi vera. «Spero che lo trovi due metri sottoterra», disse.

«A me andrebbe benissimo. La prego, si tenga stretto il mio biglietto da visita. Non si sa mai che cosa
po-trebbe succedere.»

«È vero.»

«La ringrazio del tempo che ha perso con me.»

«Se ne va senza la sua mandragora, vero?» Spinsi indietro le spalle. «Ho l'aria di averne biso-gno?»

«Signor Crossroads», disse la ragazza, con una risa-ta profonda e piena, «ha l'aria di avere bisogno di
tutto l'aiuto che potrà procurarsi.»

15
Quandotornai al Red Rooster avevo perso tutto il se-condo tempo e Toots era di nuovo seduto sullo
stesso sgabello al banco. Vicino al suo gomito frizzava un bic-chiere di champagne. Mentre mi facevo
strada tra la folla, mi accesi una sigaretta. «Hai trovato quel che cercavi?» mi domandò con indifferenza
Toots.

«Evangeline Proudfoot è morta.»

«Morta? Questo è un vero peccato. Era una donna eccellente.»

«Ho parlato con sua figlia. Non mi è stata di gran-de aiuto.»

«Sarebbe magari meglio che ti scegliessi qualcun al-tro per farci su un articolo, figlio mio.»

«Non credo. La cosa comincia a interessarmi.» La ce-nere della sigaretta mi cadde sulla cravatta e,
quando la cacciai via, lasciò un segno vicino alla macchia di minestra. «Si direbbe che tu abbia
conosciuto piutto-sto bene Evangeline Proudfoot. Che cosa puoi ancora raccontarmi sulla sua relazione
con Johnny Favorite?»

Toots Sweet si alzò rumorosamente sui suoi piccoli piedi. «Non ti posso dire niente, figlio mio. Sono
trop-po grosso per nascondermi sotto il letto. E poi è ora che torni a lavorare.»

Mi lanciò un sorriso che mise in mostra la stella e si avviò verso il palco dell'orchestra. Lo seguii da
vi-cino come un avido cronista. «Ti ricordi forse di qual-cun altro dei loro amici? Di gente che li
conosceva quando stavano insieme?»

Toots sedette sul panchetto del piano e scrutò la sa-la in cerca degli accompagnatori che tardavano ad
ar-rivare. Mentre i suoi occhi balzavano da un tavolo al-l'altro, parlava con me. «Penso che mi calmerò la
men-te con un po' di musica. Magari qualche ricordo torne-rà a galla.»

«Non ho fretta. Posso ascoltarti suonare per tutta la notte.»

«Va' a sederti durante questo tempo, figlio mio.» Toots sollevò il ricurvo coperchio del pianoforte a
mez-za coda. Una zampa di gallina era posata sulla tastie-ra. Toots chiuse di botto il coperchio. «Smettila
di star-mi alle spalle!» borbottò rabbioso. «Adesso devo suo-nare.»

«Che cos'era?»

«Non era niente. Non è affare tuo!»

Ma non era affatto niente. Era una zampa di gallina che copriva un'ottava, dall'appuntito artiglio giallo di
un dito squamoso fino al punto sopra la giuntura, an-cora sanguinante, dov'era stata tagliata. Sotto quel
che rimaneva di un ciuffo di penne bianche, era annodato a fiocco un pezzo di nastro nero. Era molto, ma
mol-to più di niente.

«Che cosa sta succedendo, Toots?»

Il chitarrista venne a sedersi e accese l'amplificato-re. Diede un'occhiata a Toots e si gingillò con il
volume. Aveva problemi di retroazione.
Toots sibilò. «Non sta succedendo niente che tu deb-ba sapere. Non mi caverai più di bocca una sola
paro-la. Neppure dopo questo tempo. Mai più!»

«Chi ti perseguita, Toots?»

«Vattene di qui.»

«Che cosa c'entra Johnny Favorite con tutto questo?»

Toots parlò molto lentamente, senza badare al suo-natore di viola che era apparso alle sue spalle. «Se
non te ne vai subito di qui, intendo sul fottuto marciapie-de, ti augurerai di non essere mai nato, carogna
bianca.»

Incontrai lo sguardo implacabile del suonatore di vio-la e diedi un'occhiata intorno. La sala era piena. Mi
fe-ci un'idea di come si fosse sentito Custer sulla collina a Little Big Horn.

«Non ho da fare altro», aggiunse Toots, «che dire una parola.»

«Quante scene, Toots, ho capito.» Buttai la cicca sul pavimento della pista da ballo, la schiacciai con il
tac-co e me ne andai.

La mia macchina era al suo posto dall'altra parte della Settima Avenue. Quando il semaforo divenne
ver-de mi avviai. I fannulloni all'angolo erano andati altro-ve, il loro posto era preso da una magra
donnina negra, che indossava una malandata pelliccia di volpe. Oscillava avanti e indietro sui suoi tacchi a
spillo, ina-lando rapidamente con narici da cocainomane dopo tre giorni di droga. «Un po' di
divertimento, signore?» mi domandò mentre passavo. «Un po' di divertimento?»

«Questa sera no», dissi.

Sedetti al volante e mi accesi un'altra sigaretta, pren-dendo tempo. La donnina magra mi sorvegliò per
un momento, poi si allontanò con passo malfermo lungo la Settima. Non erano ancora le undici.

Verso mezzanotte rimasi senza sigarette. Calcolai che Toots non se la sarebbe svignata prima di finire il
con-certo. Avevo un sacco di tempo a mia disposizione. Per-corsi un isolato e mezzo della Settima fino a
una bot-tiglieria aperta tutta la notte, dove mi comprai due pacchetti di Lucky Star e una pinta di Early
Times. Tornando indietro, attraversai la strada e rimasi un momento fermo davanti all'ingresso del Red
Rooster. Dentro rimbombava quel misto di Beethoven e di jazz che era la musica di Toots.

La notte era fredda. Ogni tanto accendevo il motore per vincere il gelo. Poi spegnevo perché, stando al
cal-do, avrei corso il pericolo di addormentarmi profonda-mente. Alle quattro meno un quarto, quando
l'ultimo pezzo finì, il portacenere del cruscotto era pieno e l'Early Times vuoto. Mi sentivo in forma.

Toots uscì dal club cinque minuti circa prima della chiusura. Abbottonò il pesante cappotto e scherzò
con il chitarrista. Al suo fischio acuto con due dita, un tas-si di passaggio si fermò facendo stridere i freni.
Girai la chiavetta e accesi il motore della Chevrolet.

Il traffico era scarso. Volendo tenermi ad almeno due isolati di distanza, non accesi i fari e sorvegliai
nello specchio retrovisivo il tassi che invertiva la dire-zione di marcia nella Centotrentottesima Strada e
ri-partiva sulla Settima Avenue verso di me. Li lasciai ar-rivare davanti alla bottiglieria notturna, prima di
ac-cendere i fari e staccarmi dal marciapiede.
Seguii il tassi fino alla Centocinquantaduesima Stra-da, dove svoltò a sinistra. A metà dell'isolato la
mac-china rallentò e si fermò davanti a una delle case del complesso Harlem River. Passai oltre e,
superata Macomb's Piace, cambiai direzione tornando sulla Settima all'estremità nord del gruppo di
edifici.

Vicino all'angolo, vidi il tassi che aspettava davanti a una delle case, con la porta aperta e la luce del
tet-to spenta. Sul sedile posteriore non c'era nessuno. Toots stava correndo su per le scale per liberarsi
del-la zampa di gallina. Spensi i fari e mi fermai in dop-pia fila in un punto da cui potevo sorvegliare il
tassi. Pochi minuti dopo Toots era di ritorno. Aveva in ma-no una borsa da bocce di tela scozzese rossa.

A Macomb's Piace il tassi prese a sinistra e continuò verso sud sull'Ottava Avenue. Rimanendo indietro
di tre isolati, lo tenni d'occhio lungo tutto il percorso fi-no al Frederick Douglas Circle, dove svoltò in
direzio-ne est sulla Centodecima Strada e seguì la cinta setten-trionale di Central Park fin dove la St.
Nicholas e la Lennox Avenue hanno inizio e si biforcano. Mentre sor-passavo il tassi, vidi Toots che con
il portafoglio in ma-no aspettava il resto.

Curvai stretto a sinistra e mi fermai sulla St. Nicho-las Avenue. Tornai indietro di corsa fino alla
Centode-cima Strada, in tempo per vedere il tassi che riparti-va e la sagoma lontana di Toots Sweet,
un'ombra che spariva furtivamente tra le ombre del mondo buio e si-lenzioso del parco.

16

Tootsseguì il sentiero che corre lungo la riva occiden-tale di Harlem Meer, attraversando i coni di luce
sot-to una serie di lampioni. Mi tenevo su un lato, nella zo-na d'ombra; ma Toots non si voltò mai a
guardare. Per-corse in fretta i margini del Meer e passò sotto l'arco di Huddlestone Bridge. Un tassi
rombò sulle nostre te-ste seguendo la East Drive in direzione di Harlem.

Di là dalla Drive c'è il Loch, la zona più appartata di Central Park. Il sentiero scende serpeggiando in un
profondo avvallamento, ingombro di alberi e di cespu-gli e del tutto isolato dalla città. Vi faceva molto
buio. Tutto taceva. Per un momento credetti di avere perso Toots. Poi udii i tamburi.

C'erano baluginii di luce, nella boscaglia, come luc-ciole. Muovendo con precauzione tra gli alberi, giunsi
al riparo di un pietrone. Quattro candele bianche tre-molavano su piattini posati a terra. Contai quindici
persone in piedi nella fioca luce. C'erano tre batteristi, ciascuno dei quali suonava uno strumento di
dimensio-ni diverse. Il più grosso sembrava un conga. Un uomo magro dai capelli grigi lo percuoteva con
una mano nu-da e con un martelletto di legno.

Una ragazza vestita di bianco, con un turbante bian-co in testa, eseguiva disegni complicati sul suolo tra
le candele. Servendosi di manciate di farina, come gli Hopi che dipingono sulla sabbia, tracciava
turbinanti fi-gure intorno a una buca circolare scavata nella terra dura. Quando si voltò, il suo viso fu
illuminato dalla fiamma delle candele: era Epiphany Proudfoot.

Gli spettatori ondeggiavano da un lato all'altro, can-tilenando e battendo le mani al ritmo dei tamburi.
Pa-recchi uomini scuotevano sonagli di zucca, una delle donne produceva un ossessivo ritmo staccato
con un paio di battagli di ferro. Osservai Toots Sweet mentre brandiva le sue maracas come Xavier
Cugat davanti a un'orchestra di rumba. La vuota borsa scozzese da boc-ce era floscia ai suoi piedi.
Nonostante il freddo, Epiphany era scalza e danzava al ritmo pulsante, facendo volteggiare manciate di
fa-rina bianca della migliore qualità fino a terra. Quan-do il disegno fu terminato, la ragazza saltò
all'indietro, intrecciando le mani di fantasma bianco sulla testa, co-me per invitare a tragici applausi. La
sua danza spa-stica presto trascinò al ballo l'intero gruppo.

Le ombre si spostavano grottesche nella traballante luce delle candele. Il ritmo demoniaco dei tamburi
tra-sportò i ballerini nel suo vibrante incantesimo. I loro occhi non mostravano più altro che il bianco; le
loro labbra cantilenanti erano piene di bava. Gli uomini e le donne si strusciavano gli uni contro le altre e
geme-vano, i loro bacini si univano e staccavano in un'esta-tica approssimazione dell'atto sessuale. Il
bianco dei lo-ro occhi luccicava come opale nelle facce coperte di su-dore.

Avanzai con circospezione tra gli alberi per vedere più da vicino. Qualcuno stava suonando un fischietto.
Quell'acuto zufolio pugnalava la notte coprendo il dis-sonante clamore dei battagli di ferro. I tamburi
rin-ghiavano e brontolavano, con ritmo insistente come febbre, deliranti, estasianti. Una donna cadde a
terra e si contorse come una serpe, con la lingua che guiz-zava dentro e fuori con rapidità di rettile.

Il vestito bianco di Epiphany le aderiva al giovane corpo bagnato. La sua mano si allungò verso una
ce-sta di vimini e vi prese un gallo legato per le zampe. La bestia teneva dritta la testa con fierezza, la sua
cre-sta color rosso sangue era vivida alla luce delle cande-le. Danzando, Epiphany strofinò le penne
bianche con-tro il proprio petto. Serpeggiando tra la folla, accarez-zò a turno ciascuno degli altri. Un
lacerante chicchiri-chì fece tacere i tamburi.

Avvicinatasi a passo di danza alla buca circolare, Epiphany si chinò e, con un'abile rasoiata, tagliò la
go-la del gallo. Il sangue zampillò nella buca scura. Il can-to spavaldo si tramutò in un grido rantolante.
La be-stia morente sbatteva selvaggiamente le ali. I danzato-ri gemevano.

Epiphany posò accanto alla buca il gallo dissangua-to, che ebbe ancora qualche frenetico sobbalzo, con
le zampe legate che si contraevano insieme, finché le ali si aprirono in un ultimo fremito e lentamente si
ripie-garono. A uno a uno i danzatori si avvicinarono oscil-lando e lasciarono cadere offerte nella buca.
Manciate di monetine, un pugno di granturco, biscotti assortiti, caramelle, frutta. Una donna versò sul
gallo morto una bottiglia di Coca-Cola.

Poi Epiphany raccolse la flaccida bestia e l'appese a testa in giù ai rami di un albero vicino. Più o meno
da quel momento la gente cominciò a disperdersi. Parec-chi partecipanti, in piedi, con la testa china e le
mani intrecciate, bisbigliavano al gallo penzolante. Altri in-tanto ritiravano i loro strumenti. Dopo essersi
stretta la mano, prima la destra poi la sinistra, un braccio sul-l'altro, tutt'intorno al circolo, sgusciarono via
scompa-rendo nell'oscurità. Toots, Epiphany e due o tre degli altri si avviarono per rientrare lungo il
sentiero che porta a Harlem Meer. Nessuno parlò.

Li pedinai nell'oscurità, evitando il sentiero e rima-nendo tra gli alberi per non lasciarmi vedere. Accanto
al Meer il sentiero si divideva. Toots girò a sinistra. Epiphany e gli altri presero quello di destra. Feci
men-talmente testa o croce e venne Toots, che si dirigeva verso l'uscita sulla Settima Avenue. Anche se
non fos-se andato dritto a casa, c'erano molte probabilità che vi arrivasse fra non molto. Mi proposi di
essere lì pri-ma di lui.

Camminai chino tra i cespugli, scalai il muro di pie-tre rozze e attraversai di corsa la Centodecima
Strada. Quando arrivai all'angolo con la St. Nicholas Avenue, mi voltai e vidi Epiphany e il suo vestito
bianco all'in-gresso del parco. Era sola.

Resistetti alla tentazione di tornare sulla mia decisio-ne e corsi alla Chevrolet. Le strade erano quasi
vuote, guidai velocemente lungo la St. Nicholas, attraversai la Settima e l'Ottava senza fermarmi a un solo
semaforo. Svoltai in Edgecomb Avenue, seguii Broadhurst lungo il fianco del Colonial Park, fino alla
Centocinquantunesima Strada.

Posteggiai la macchina vicino all'angolo con Macomb's Piace e feci a piedi il resto della strada,
attra-verso il complesso edilizio di Harlem River. Le case erano piacevoli costruzioni a quattro piani,
disposte intorno a cortili e a zone pedonali piene di negozi. Era-no state progettate durante la crisi e
rappresentavano una soluzione molto più civile per abitazioni popolari dei monoliti disumani dei nostri
giorni, cari alle auto-rità municipali. Trovai l'ingresso all'edificio di Toots sulla Centocinquantaduesima e
cercai il numero del suo appartamento sulla fila di buche delle lettere d'ot-tone disposte sul muro di
mattoni.

La porta d'ingresso non mi procurò difficoltà. L'aprii in meno di un minuto con la lama del temperino.
Toots abitava al terzo piano. Feci le scale ed esaminai la ser-ratura. Non potevo forzarla senza la mia
valigetta, per-ciò sedetti sugli scalini della rampa che saliva al quar-to piano e aspettai.

17

Nondovetti attendere a lungo. Lo sentii ansimare su per le scale e spensi la cicca schiacciandola contro
la suola della scarpa. Toots non mi vide e posò la borsa da bocce sul pavimento, mentre cercava in tasca
le chiavi. Nel momento in cui aprì la porta, entrai in azione.

Aveva allungato il braccio per prendere la borsa scozzese, quando lo aggredii da dietro, afferrandolo
con una mano per il bavero e con l'altra spingendolo all'in-terno. Toots inciampò e cadde sulle ginocchia,
la bor-sa volò nel buio con gran frastuono, come un sacco pieno di serpenti a sonagli. Accesi il
lampadario e chiu-si la porta alle mie spalle.

Toots si alzò in piedi sbuffando e ansando come un animale braccato. La sua mano destra sparì dentro
una tasca della giacca e ne uscì un lungo rasoio. Spostai il peso da una gamba all'altra. «Non voglio farti
del ma-le, vecchio.»

Toots borbottò qualcosa che non afferrai e avanzò pesantemente, brandendo il rasoio. Gli presi il
bracciocon la mano sinistra e feci un passo avanti, sollevan-do con forza il ginocchio e colpendolo dove
si ottiene il massimo effetto. Toots si afflosciò e sedette per ter-ra con un debole grugnito. Gli storsi
leggermente il polso, Toots lasciò cadere sul pavimento il rasoio, che spedii con un calcio contro il muro.

«Una stupidaggine, Toots.» Raccolsi il rasoio, lo chiu-si e me lo misi in tasca.

Toots sedeva reggendosi il ventre con tutte e due le mani, come temendo che, se l'avesse mollato,
qualcosa si sarebbe allentato. «Cosa vuoi da me?» gemette. «Non sei uno scrittore.»

«Stai facendoti furbo. Quindi, risparmiami le tue fes-serie e dimmi che cosa sai di Johnny Favorite.»

«Mi hai fatto male. Mi sento tutto rotto dentro.»

«Guarirai. Vuoi sederti su qualcosa?»


Fece segno di sì. Trascinai fin dietro a lui un pouf di cuoio marocchino nero e rosso e lo aiutai a sollevare
la sua mole dal pavimento. Toots si lamentò e si affer-rò la pancia.

«Ascoltami, Toots», dissi. «Ho assistito al casino che avete fatto nel parco. All'esibizione di Epiphany
Proudfoot con il gallo. Di che cosa si trattava?»

«Magia obi», gemette. «Vudu. Non tutti i negri sono battisti.»

«E la giovane Proudfoot? Che c'entra?»

«È una mambo, come sua madre prima di lei. Per bocca di quella ragazza parlano spiriti potenti. Viene
alle riunioni humfo da quando aveva dieci anni. È di-ventata sacerdotessa a tredici.»

«Questo fu quando Evangeline Proudfoot si amma-lò?»

«Sì, qualcosa di simile.»

Offrii una sigaretta a Toots, che però scosse la testa.

Me ne accesi una e domandai: «Johnny Favorite parte-cipava ai riti vudu?»

«Se la faceva con la mambo, no?»

«E veniva alle riunioni?»

«Certo che sì. Era un hunsibosal.»

«Un cosa?»

«Era stato iniziato, ma non battezzato.»

«Come vi chiamano quando siete battezzati?»

«Hunsi-kanzo.»

«E tu cosa sei? Un hunsi-kanzo?»

Toots fece sì con la testa. «Sono battezzato da mol-to tempo.»

«Quand'è l'ultima volta che hai visto Johnny Favori-te a uno dei vostri convegni ammazzagalline?»

«Te l'ho detto, non l'ho più visto da prima della guerra.»

«Come mai la zampa di gallina? Quella nel piano, con una cravatta a fiocco.»

«Per dirmi che parlo troppo.»

«Su Johnny Favorite?»

«Su ogni cosa in genere.»


«La risposta non è sufficiente, Toots.» Gli soffiai in faccia un po' di fumo. «Hai mai provato a suonare il
piano con una mano ingessata?»

Toots fece per alzarsi, ma si afflosciò di nuovo sul-lo sgabello, con una smorfia. «Non mi faresti una
co-sa simile, no?»

«Farò quel che devo, Toots. Posso rompere un dito come se fosse un grissino.»

Gli occhi del vecchio pianista si riempirono di pau-ra. Feci scricchiolare le articolazioni della mia mano
destra per accentuare la minaccia. «Chiedimi tutto quel che vuoi», disse Toots. «Tutto quel che ti ho
racconta-to finora è vero.»

«E non hai visto Johnny Favorite negli ultimi quin-dici anni?»

«No.»

«Ed Evangeline Proudfoot? Non ha mai detto di aver-lo visto?»

«Che abbia sentito io, no. L'ultima volta che ha par-lato di lui è stato otto, dieci anni fa. Me ne ricordo
perché era quando un professore universitario ci ave-va avvicinati volendo scrivere in un libro qualche
co-sa sull'obi. Evangeline gli aveva detto che i bianchi non erano accettati nelle riunioni. E io le avevo
detto, 'me-no quelli che sanno cantare', capisci, per prenderla in giro.»

«E lei che cosa disse?»

«Ci arrivo. Non aveva riso ma non si era arrabbia-ta. Aveva detto, Toots, se Johnny fosse vivo, sarebbe
un potentissimo hungan, ma questo non significa che devo aprire la porta a tutti gli scribacchini color rosa
che si mettono in testa di farmi visita'. Vedi, per quan-to la riguardava, Johnny Favorite era morto e
sepolto.»

«Toots, correrò il rischio di crederti. Come mai por-ti una stella sul dente?»

Toots fece una smorfia. La stella incisa scintillò al-la luce del lampadario. «Così la gente è sicura che
so-no un negro. Non mi piace che facciano errori.»

«E perché è capovolta?»

«È più bella così.»

Posai sopra il televisore uno dei biglietti dell'agenzia Crossroads. «Ti lascio un cartoncino con il mio
nume-ro di telefono. Se senti qualcosa, chiamami.»

«Ma come no, ho già guai fin sopra i capelli e ades-so mi metto anche a telefonare.»

«Non si sa mai. Potresti avere bisogno di aiuto, la prossima volta che riceverai qualcosa come una
zampa di gallina per corriere espresso.»

Fuori l'alba chiazzava il cielo notturno come rosset-to sulle guance di una ballerina di fila. Camminando
verso la macchina, lasciai cadere il rasoio dal manico di madreperla in un bidone della spazzatura.
18

Quandofinalmente andai a letto, il sole splendeva, ma riuscii a dormire fino a mezzogiorno, nonostante i
brut-ti sogni. Fui tormentato da incubi più angosciosi di qualsiasi pellicola dell'orrore trasmessa a tarda
sera. I tamburi del vudu pulsavano mentre Epiphany Proudfoot tagliava la gola al gallo. I danzatori
ondeggiavano e gemevano, ma questa volta il gallo non smise di san-guinare. Uno zampillo cremisi
sgorgava dalla bestia che si dibatteva, infradiciando ogni cosa come una pioggia tropicale, annegando i
ballerini in un lago di sangue. Vidi Epiphany esserne sommersa e mi allontanai di corsa dal mio
nascondiglio, mentre coaguli di sangue mi inzaccheravano i calcagni.

Cieco di terrore, correvo nelle deserte strade nottur-ne. Le pattumiere erano ammucchiate le une sulle
al-tre a formare piramidi; ratti grossi come bulldog mi guardavano dalle fogne. L'aria era putrida di
decompo-sizione. Correvo e correvo, diventando chi sa come l'in-seguitore e non più l'inseguito, dando
la caccia a una distante figura lungo sconosciute strade senza fine.

Per quanto forte corressi, non riuscivo a raggiunger-lo. L'inseguito mi sfuggiva. Quando le strade
lastrica-te finirono, la caccia continuò lungo una spiaggia co-sparsa di rottami. Pesci morti coprivano la
sabbia. Una conchiglia enorme, alta come un grattacielo, si ergeva più avanti. L'uomo vi entrò di corsa.
Io lo seguii.

L'interno della conchiglia era alto, a volta, come una cattedrale opalescente. I nostri passi rimbombavano
lungo gli anelli della spirale. Il passaggio si fece stret-to e, dopo un'ultima curva, trovai il mio avversario
bloccato dall'enorme, tremolante parete carnosa del mollusco stesso. Non c'era via d'uscita.

Afferrai per il bavero l'uomo e lo feci girare su se stesso, spingendolo di nuovo nella fanghiglia. Era mio
gemello. Mi parve di vedermi allo specchio. L'uomo mi strinse in un abbraccio fraterno e mi baciò sulla
guan-cia. Labbra, occhi, mento: ogni sua fattezza era inter-cambiabile con le mie. Mi rilassai, sopraffatto
da un'on-data di affetto. In quel momento sentii i suoi denti. Il suo fraterno bacio divenne selvaggio, mani
di strango-latore si allungarono verso la mia gola.

Lottai, caddi insieme con lui, cercai a tentoni con le dita i suoi occhi. Ci dimenammo sul duro pavimento
madreperlaceo. La sua stretta si allentò mentre gli ca-vavo gli occhi con i pollici. Durante la lotta, l'uomo
fu silenzioso. Le mie mani sprofondarono nella sua carne, mentre le sue fattezze familiari mi colavano fra
le di-ta come farina bagnata. La sua faccia era una poltiglia senza forma, priva di cartilagini e di ossa;
quando le ritrassi, le mani rimasero impantanate nella polpa, co-me quelle di un cuoco in un budino di
grasso di rogno-ne. Mi svegliai urlando.

Una doccia calda mi calmò i nervi. Dopo venti minu-ti, rasato e vestito, ero in macchina diretto all'ufficio.
Lasciai la Chevrolet nella mia autorimessa e andai a piedi fino al giornalaio che teneva i giornali delle
al-tre città, vicino alla torre delTimes. SulPoughkeepsie New Yorker di lunedì, in prima pagina, c'era la
foto-grafia del dottor Albert Fowler. Il titolo dicevanoto dottore trovato morto. Lessi tutto l'articolo
facendo colazione da Whelan all'angolo del palazzo della Paramount.

Si dava come causa della morte il suicidio, anche se non era stato trovato nessuno scritto. Il corpo era
stato scoperto lunedì mattina da due colleghi del dottor Fow-ler, che si erano preoccupati quando non si
era presen-tato a lavorare e non aveva risposto al telefono. Il gior-nale dava con esattezza quasi tutti i
particolari. La donna nel ritratto incorniciato che il morto si stringe-va al petto era sua moglie. Non si
accennava né alla morfina né alla scomparsa dell'anello. Non si dava un elenco degli oggetti contenuti
nelle tasche del morto, perciò non ebbi modo di sapere se lui stesso si fosse tolto l'anello oppure no.

Bevvi un'altra tazza di caffè e andai in ufficio, per vedere la posta. C'era il solito ciarpame senza
impor-tanza e la lettera di una tale della Pennsylvania che of-friva un corso per corrispondenza, costo
dieci dollari, sull'analisi della cenere di sigaretta. Spinsi tutto quan-to nel cestino e studiai le mie
possibilità. Avevo pen-sato di andare fino a Coney Island in cerca di mada-me Zora, la zingara che
prediceva il futuro a Johnny Favorite, ma decisi di fare un tentativo disperato e di tornare prima a
Harlem. C'era un sacco di cose che Epiphany Proudfoot non mi aveva detto la sera prima.

Presi la mia valigetta nella cassaforte dell'ufficio. Stavo abbottonandomi il cappotto quando il telefono
squillò. Era un'intercomunale a carico del destinatario, da Cornelius Simpson. Dissi alla centralinista che
ac-cettavo di pagare.

Una voce maschile disse: «La cameriera mi ha fatto la commissione. Mi ha detto che la cosa le è
sembra-ta urgente».

«Lei è Spider Simpson?»

«L'ultima volta che mi sono guardato lo ero.»

«Mi piacerebbe farle qualche domanda a proposito di Johnny Favorite.»

«Che genere di domande?»

«L'ha mai rivisto negli ultimi quindici anni, per co-minciare?»

Simpson rise. «L'ultima volta che vidi Johnny era il giorno dopo Pearl Harbor.»

«Che cosa c'è di tanto divertente?»

«Non è divertente. Niente che toccasse Johnny fu mai divertente.»

«E allora perché tutto questo ridere?»

«Rido sempre, se penso a quanti soldi perdetti per-ché mi piantò in asso», disse Simpson. «Fa molto,
mol-to meno male che piangere. A ogni modo, di che si tratta?»

«Sto scrivendo un articolo perLook sui cantanti di jazz dimenticati degli anni Quaranta. In testa alla lista
c'è Johnny Favorite.»

«Non in testa alla mia, fratello.»

«Benissimo», dissi. «Se parlassi soltanto con i suoi ammiratori, non ne caverei un articolo molto
interes-sante.»

«Gli unici ammiratori che Johnny abbia mai avuto erano estranei.»

«Che cosa può dirmi dei suoi amori con una donna delle Indie Occidentali che si chiamava Evangeline
Proudfoot?»

«Un cavolo di niente. Ne sento parlare per la prima volta.»


«Sapeva che Favorite partecipava a riti vudu?»

«Piantando spilli in bambolette? Be', la cosa quadra: Johnny era uno strambo, sempre dietro a fare
qualco-sa di misterioso.»

«Per esempio?»

«Oh, vediamo. Una volta lo scoprii che acchiappava piccioni sul tetto del nostro albergo. Eravamo in
viag-gio, non so più dove; e lui era lassù, con una grossa re-te, come quegli accalappiacani dei cartoni
animati. Pen-sai che magari non gli piaceva quel che ci davano da mangiare in quel posto. Ma più tardi,
dopo lo spetta-colo, passai dalla sua stanza ed eccolo lì con quel dan-nato piccione sventrato sulla
tavola. Johnny frugava con una matita tra le interiora.»

«Ma perché mai?»

«È proprio quel che gli chiesi. 'Che cosa stai combi-nando?' dissi. E lui pronunciò una parola che non
ri-cordo. Quando lo pregai di tradurmela in inglese, mi disse che stava predicendo il futuro. Disse che i
sacer-doti dell'antica Roma erano soliti fare così.»

«A quanto pare, la vecchia magia nera l'aveva stre-gato», osservai.

Spider Simpson rise. «Ha ragione, amico. Se non era-no intestini di piccione, era qualche altra maledetta
scemenza, foglie del tè, chiromanzia, yoga. Portava un anello d'oro massiccio con scritte ebraiche sopra.
E, per quanto ne so io, non era ebreo.»

«Che cos'era?»

«Non ne ho la minima idea. Rosacroce o qualche al-tra fottutissima setta. Aveva un teschio nella
valigia.»

«Un teschio umano?»

«Tanto tempo fa era stato umano. Favorite dicevache proveniva dalla tomba di un tale che aveva
assas-sinato dieci persone. Sosteneva che gli dava potere.»

«A me sembra che vi prendesse per il fondello», dissi.

«Può darsi. Aveva l'abitudine di stare seduto per ore a fissarlo, prima degli spettacoli. Se era uno
scherzo, era maledettamente ben fatto.»

«Conosceva Margaret Krusemark?» domandai.

«Margaret chi?»

«La fidanzata di Johnny Favorite.»

«Ah sì, quella ragazza dell'alta società. L'avevo incon-trata qualche volta. Che cosa vuole sapere?»

«Com'era?»
«Assai carina. Non parlava molto. Lei conosce il ti-po, un sacco di messaggi con gli occhi, ma
conversa-zione zero.»

«Ho sentito dire da qualche parte che prediceva il fu-turo.»

«Può darsi. Non ha mai predetto il mio.»

«Perché ruppero il fidanzamento?»

«Non so.»

«Può darmi il nome di qualcuno dei vecchi amici di Johnny Favorite? Di persone che magari sono in
gra-do di aiutarmi per il mio articolo?»

«Fratello mio, escluso il cranio nella valigia, Johnny non aveva l'ombra di un amico.»

«E allora che ne dice di Edward Kelley?»

«Non l'ho mai sentito nominare», rispose Simpson. «Conoscevo un pianista di nome Kelly a Kansas
City, ma questo anni prima che mi imbattessi in Johnny.»

«Be', la ringrazio per le informazioni», dissi. «Mi è stato di grande aiuto.»

«Sempre a sua disposizione.»

Riagganciammo tutti e due.

19

Evitandole pozzanghere della West Side Highway ar-rivai alla Centoventicinquesima Strada e mi diressi
a est lungo il Rialto di Harlem, oltre l'hotel Teresa e il teatro Apollo, fino alla Lenox Avenue. Nella vetrina
dei Prodotti farmaceutici Proudfoot l'insegna al neon era buia. Una lunga tenda verde era completamente
cala-ta dietro la porta d'entrata, attaccato con nastro ade-sivo al vetro c'era un cartello con la scrittaoggi
chiu-so. Il negozio era sprangato.

Trovai un telefono alla parete di una bettola nell'iso-lato successivo e cercai il numero. Epiphany
Proudfoot non era nell'elenco, ma il negozio sì. Feci il numero ma non ottenni risposta. Sfogliai le pagine e
trovai quello di Edison Sweet. Ne feci le prime quattro cifre, ma ag-ganciai, convinto che una visita
inaspettata avrebbe avuto più effetto. Dieci minuti dopo fermai la macchi-na nella Centocinquantaduesima
Strada, di fronte a ca-sa sua.

All'ingresso una giovane massaia che aveva fra i pie-di due bimbetti urlanti era alle prese con il borsone
della spesa e con la borsetta in cui frugava in cerca della chiave. Le offrii il mio aiuto e le tenni il borso-ne
mentre apriva la porta d'entrata. Abitava al pianter-reno e mi ringraziò con un sorriso stanco quando le
ri-consegnai la spesa. I piccoli, appesi al suo cappotto, ti-rando su dal naso, alzarono verso di me i loro
grandi occhi scuri.
Salii le scale fino al terzo piano. Sul pianerottolo non c'era nessuno. Quando mi chinai per vedere di che
marca fosse la serratura dell'appartamento di Toots, mi accorsi che la porta non era ben chiusa. La
spalan-cai completamente con un piede. Un vivido schizzo ros-so macchiava la parete di fronte come
una chiazza del test di Rorschach. Sarebbe potuta essere vernice: ma non era vernice.

Chiusi la porta dietro di me, appoggiando la schiena contro il battente, finché la serratura scattò.

La stanza era a soqquadro, i mobili erano stati sca-raventati in ogni direzione sul tappeto pieno di grinze.
Qualcuno si era battuto con disperazione. Una menso-la con i suoi vasi fioriti era rovesciata in un angolo.
L'asta delle tende era piegata a V, le tende si erano af-flosciate come le calze di un'adescatrice dopo una
set-timana di sbornie. Fra quelle macerie, il televisore era intatto al suo posto, acceso. Sullo schermo
l'infermie-ra di uno dei tanti sceneggiati discuteva di adulterio con un medico interno molto interessato.

Badai a non toccare nulla mentre scavalcavo sedie e poltrone capovolte. In cucina non c'erano segni di
lot-ta. Sul tavolo coperto di formica era posata una tazza di caffè nero ormai freddo. Spirava una
tranquilla aria casalinga, purché uno non si voltasse a guardare ver-so il salottino.

Dietro il vociferante televisore si apriva un breve corridoio scuro che conduceva a una porta chiusa.
Presi nella mia valigetta dei guanti chirurgici di gomma e me li infilai prima di girare la maniglia. Una sola
oc-chiata dentro la camera da letto mi fece desiderare con tutte le mie forze qualcosa di alcolico.

Toots Sweet, supino sul piccolo letto, aveva le mani e i piedi legati alle spalliere con pezzi di corda del
bu-cato. Più morto di così non poteva essere. Una vesta-glia di flanella spiegazzata e intrisa di sangue gli
co-priva il pancione. Sotto il suo corpo nero le lenzuola erano dure di sangue.

Il viso e il corpo di Toots erano coperti di brutte contusioni. Il bianco degli occhi sporgenti e sbarrati era
ingiallito, come l'avorio di antiche palle da biliar-do; nella bocca spalancata era infilato qualcosa che
so-migliava a un grosso pezzo di salsiccia. Morte per asfissia. Lo sapevo senza che occorresse aspettare
l'au-topsia.

Guardai più da vicino ciò che sporgeva dalle sue lab-bra tumefatte e di colpo non mi sarebbe più bastato
un bicchiere solo. Toots era morto soffocato dai suoi ge-nitali. Sotto in cortile, a tre piani di lì, sentii
allegre risate di bambini.

Nessun potere di questo mondo sarebbe riuscito a farmi sollevare quella vestaglia malridotta. Sapevo da
dove veniva l'arma del delitto, senza che mi occorres-se sbirciare. La parete sopra il letto era
scarabocchia-ta di disegni infantili tracciati con il sangue di Toots: stelle, spirali, lunghe linee a zigzag per
rappresentare serpenti. Le stelle erano tre, avevano cinque punte, era-no capovolte. Le stelle cadenti
stavano diventando un'a-bitudine.

Mi dissi che era ora di fare i bagagli e partire. Non c'era niente da guadagnare rimanendo più del
necessario. Ma i miei istinti da ficcanaso mi costrinsero a fru-gare nei cassetti del comò e a esaminare
l'armadio pri-ma di andarmene. Ci vollero dieci minuti per perqui-sire la stanza, ma non trovai nulla che
meritasse un se-condo sguardo.

Dissi addio a Edison Sweet e ai suoi occhi sporgen-ti che fissavano senza vedere. Chiusi la porta della
ca-mera da letto. La bocca mi dava una sensazione di sec-co e di pesantezza ogni volta che pensavo a
quanto era stato ficcato nella sua. Avrei voluto esaminare il salot-tino prima di andarmene, ma ebbi paura
di lasciarvi le impronte delle mie scarpe, dato che era cosparso di su-diciume. Il mio biglietto da visita
non era più sopra il televisore. Non l'avevo trovato tra le cose di Toots e mi augurai che fosse sparito
insieme con la spazzatura, perché avevo dedotto, dal sacchetto nuovo e vuoto della cucina, che fosse
stata già raccolta.

Sbirciai dallo spioncino prima di aprire la porta d'in-gresso. La lasciai socchiusa come l'avevo trovata.
Mi sfilai i guanti di gomma e li chiusi nella valigetta di cuoio. Rimasi fermo sul pianerottolo e ascoltai il
silen-zio dei piani sottostanti. Nessuno stava usando le sca-le. Probabilmente la massaia del pianterreno
si sareb-be ricordata di me, ma non potevo farci niente.

Riuscii a scendere le scale senza essere visto. Quan-do lasciai la casa, in giro c'era solo un gruppetto di
bambini che giocavano alla settimana in cortile. Non alzarono gli occhi al mio passaggio.

20

Trecicchetti lisci mi misero a posto i nervi e mi ridie-dero un po' di calma. Ero in un tranquillo bar di
quar-tiere, che si chiamava il Posto di Freddie o il Punto di Teddy o il Nido di Eddie o qualcosa del
genere, sedevo con la schiena al televisore e riflettevo sull'accadu-to. Ora avevo due morti sulle braccia.
Tutti e due co-noscevano Johnny Favorite e avevano addosso stelle a cinque punte. Mi domandai se
l'incisivo di Toots fosse sparito come l'anello del dottore, ma la mia curiosità non era così impellente da
convincermi a tornare indie-tro a guardare. Le stelle erano magari una coinciden-za: sono un disegno
comune. Ed era magari solo un ca-so che un dottore tossicomane e un pianista di blues conoscessero
entrambi Johnny Favorite. Poteva darsi. Ma nel mio intimo avevo la sensazione che tutto ciò fosse
collegato a qualcosa di molto grave. A qualcosa di enorme. Raccolsi il resto dall'umido piano del ban-co
e mi rimisi a lavorare per Louis Cyphre.

Guidare fino a Coney Island fu un piacevole diversi-vo. Mancavano ancora una novantina di minuti
all'ora di punta e il traffico si muoveva senza intoppi lungo la F.D. Roosevelt Drive e sotto la galleria della
Battery. Arrivato alla Shore Parkway, abbassai il vetro del finestrino e respirai la fredda aria marina che
soffia-va dai Narrows. Quando arrivai in Cropsey Avenue l'o-dore di sangue era ormai sparito dalle mie
narici.

Seguii la Diciassettesima Strada Ovest fino a Surf Avenue e lasciai la macchina accanto a una pista di
au-toscontro chiusa da assi. Fuori stagione Coney Island dava la sensazione d'essere una città fantasma.
Le scheletriche rotaie delle montagne russe mi sovrastava-no come ragnatele di legno e di metallo, ma
mancava-no le urla, solo il vento gemeva tra le strutture, soli-tario, come il fischio di un treno.

Poche anime vagavano qua e là per Surf Avenue in cerca di qualcosa da fare. Il vento faceva rotolare
fo-gli di giornale come erba mobile lungo le strade am-pie e vuote. Sulla mia testa si librava una coppia di
gabbiani che scrutavano il terreno in cerca di avanzi di cibo. Lungo tutto il viale le bancarelle che vendono
zucchero filato, le baracche da fiera, i giochi d'azzar-do erano chiusi da imposte, come pagliacci senza
trucco.

Nathan's Famous era aperto al pubblico come sem-pre. Mi fermai a mangiare un panino e a bere una
bir-ra in un bicchiere di carta, sotto la vistosa scritta del cartellone pubblicitario della facciata. L'uomo al
ban-co aveva l'aspetto di uno che era lì dai tempi del Lu-na Park. Gli chiesi se avesse mai sentito parlare
di una veggente di nome madame Zora.

«Madame che cosa?»


«Zora. Intorno al 1940 era una grande attrazione di questi posti.»

«Non so risponderti, amico», disse. «Lavoro qui da meno di un anno. Domandami qualcosa sul traghetto
di Staten Island. Per quindici anni ho gestito il posto di ristoro notturno sulGold Star Mother. Avanti,
chiedi-mi qualcosa.»

«Perché te ne sei andato?»

«Non so nuotare.»

«E allora?»

«Avevo paura di annegare. Non volevo abusare del-la mia fortuna.» L'uomo sorrise, mostrandomi un
bu-co al posto di quattro denti. Mi ficcai in bocca l'ulti-mo pezzo di panino e mi allontanai sorseggiando
la birra.

La Bowery, posta tra Surf Avenue e il Boardwalk, era un corridoio in mezzo a una fiera, più che una
strada. Oltrepassai i silenziosi baracconi e mi doman-dai che cosa fare. La comunità zingara era più
chiusa di tutti i Ku Klux Klan della Georgia, quindi sapevo che da quella parte nessuno mi avrebbe dato
aiuto. Do-vevo lavorare di gambe. Battere i marciapiedi finché avessi scoperto qualcuno che si ricordava
di madame Zora e che era disposto a parlarne.

Mi sembrò che cominciare da Danny Dreenan fosse una buona idea. Era un truffatore in pensione, che
ge-stiva un cadente museo delle cere vicino all'angolo tra la Tredicesima Strada e la Bowery. L'avevo
conosciu-to nel '52, quando era appena uscito da Dannemora, dove aveva scontato quattro anni. La
polizia federale aveva cercato di incastrarlo per una truffa di opzioni azionarie, ma Danny non era altro
che il capro espia-torio di una coppia di imbroglioni di Wall Street, che si chiamavano Peavey e Munro.
Lavoravo per conto di una terza persona, rimasta pure lei vittima del loro im-broglio, e avevo dato una
mano a risolvere il caso. Danny era ancora in debito con me per questo fatto, quindi mi informava
quando mi occorreva qualche no-tizia in confidenza.

La Galleria delle Cere era dentro una stretta costru-zione a un piano, schiacciata tra un venditore di
pizze e una sala da gioco a buon mercato. Sul davanti una scritta cremisi diceva a lettere cubitali:

VENITE A VEDERE:

IL SALONE DEI PRESIDENTI AMERICANI

CINQUANTA FAMOSI ASSASSINI

DILLINGER ALL'OBITORIO

ASSASSINIO DI LINCOLN E DI GARFIELD

FATTY ARBUCKLE AL PROCESSO

EDUCATIVO! REALISTICO! SCONVOLGENTE!


Un'arpia dai capelli tinti di rosso, non di un giorno più vecchia della vedova del presidente Grant, stava
se-duta alla biglietteria e faceva un solitario come una delle indovine meccaniche della mostra da due
soldi della porta accanto.

«Danny Dreenan è da queste parti?» le domandai.

«Nel retro», borbottò la vecchia, prendendo furtiva-mente il fante di picche dal fondo del mazzo. «Sta
la-vorando a una vetrina.»

«Le dispiace se entro e vado a parlargli?»

«Le costerà lo stesso un quarto di dollaro», disse lei indicandomi con la vecchia testa un cartello su cui
sta-va scritto:ingresso... 25 cents.

Estrassi i venticinque centesimi dalla tasca dei cal-zoni e li feci scivolare sotto il vetro munito di sbarre.
Entrai. Il posto puzzava come un riflusso di fogna. Grosse macchie color ruggine chiazzavano il soffitto di
cartone a gobbe. Il pavimento di legno deformato scricchiolava e gemeva. Dietro le vetrine della mostra,
di-sposte lungo entrambe le pareti, le figure di cera era-no rigide sull'attenti, come un esercito di quei
camerie-ri di cartone che vediamo davanti a qualche ristorante.

Prima veniva il salone dei presidenti americani: diret-tori generali dalle identiche fattezze, vestiti di roba
but-tata via da un negozio di costumi per i varietà. Dopo Franklin Delano Roosevelt veniva la fila di tutti
gli as-sassini. Camminavo in un labirinto di mutilazioni. Hall-Mills, Snyder-Gray, Bruno Hauptmann,
Winnie Ruth Judd, gli uccisori dei Cuori Solitari: c'erano tutti, bran-divano contrappesi e seghe da
macellaio, ficcavano in bauli arti smembrati, alla deriva in oceani di vernice rossa.

In fondo trovai Danny Dreenan a quattro gambe den-tro una vetrina. Era un ometto vestito di una
camicia da fatica di color azzurro stinto e di calzoni di grisa-glia di lana. Il naso all'insù e i radi baffetti
biondi gli conferivano l'espressione di un criceto spaventato. L'a-bitudine di aprire e chiudere
velocemente gli occhi quando parlava non gli giovava affatto.

Bussai sul vetro. Danny alzò gli occhi su di me e mi sorrise nonostante avesse la bocca piena di chiodini.
Mormorò qualcosa d'incomprensibile, posò per terra il martello e strisciò fuori attraverso una bassa
fessura sul dietro. Stava lavorando all'uccisione di Albert Anastasia, il Gran Carnefice della società per
azioni Crimi-ne, in una bottega di barbiere. Due sicari mascherati puntavano le pistole contro la sua effigie
seduta in pol-trona, avvolta in un asciugamano, mentre, in piedi sul-lo sfondo, il barbiere aspettava con
calma un altro cliente.

«Come va, Harry» gridò allegramente Danny Dree-nan, arrivandomi alle spalle inaspettato. «Che cosa te
ne pare del mio ultimo capolavoro?»

«Si direbbe che siano tutti presi da rigidità cadave-rica», dissi. «Albert Anastasia, vero?»

«Offrigli un sigaro. Non è poi così male, se hai indo-vinato subito.»

«Ieri sono passato vicino al Park Sheraton, quindi l'assassinio è fresco nella mia memoria.»

«Sarà la mia grande attrazione per la stagione pros-sima.»


«Sei in ritardo di un anno. I titoloni sono ormai fred-di come il suo cadavere.»

Danny ammiccò nervosamente. «Harry, le poltrone da barbiere sono care. La stagione scorsa non
avevo soldi per fare migliorie. Di', quell'albergo si presta dav-vero a faccende del genere. Sapevi che nel
'28 Arnold Rothstein è stato fatto fuori là? Soltanto che in quei giorni lo chiamavano Park Central. Vieni,
ho anche quello in una vetrina, te lo faccio vedere.»

«Un'altra volta, Danny. Ne vedo tanti in carne e os-sa, che basta e avanza.»

«Già, capisco, hai ragione. E allora, qual buon ven-to ti porta da queste parti? Come se non lo sapessi
già.»

«E dimmelo, visto che sai tutto.»

Gli occhi di Danny si muovevano come semafori im-pazziti. «Non so un fico di questa faccenda»,
balbettò. «Ma immagino, se Harry viene a trovarmi, avrà biso-gno di qualche informazione.»

«Hai immaginato giusto», dissi. «Che cosa mi raccon-ti di un'indovina che si chiama madame Zora?
Intorno al 1940 o poco dopo lavorava qui nella fiera.»

«Oh, Harry, sai bene che in questo non posso aiutarti. A quei tempi avevo in piedi una truffa immobiliare
in Florida. Le cose erano facili, allora, per Danny Dreenan.»

Scossi il pacchetto di sigarette per farne uscire una. La offrii a Danny, che la rifiutò con un cenno. «Non
pensavo che tu potessi indicarmela, Danny», dissi ac-cendendomela. «Ma ormai sei in questi paraggi da
un bel po'. Dimmi chi è qui da molto tempo. Dammi il no-me di qualcuno che conosce il giro.»

Danny si grattò la testa perché capissi che stava pen-sando. «Farò quel che posso. Il problema è, Harry,
che quasi tutti quelli che sono in grado di pagarsele, pas-sano le vacanze alle Bermude o in qualche altro
posto. Anch'io sarei sdraiato su una spiaggia, se non mi fos-si infognato nei debiti. Ma non mi lamento,
dopo uno spinello, Brighton Beach è bella quanto le Bermude in qualsiasi momento.»

«Deve pur esserci qualcuno in giro. Il tuo non è l'u-nico baraccone aperto al pubblico.»

«Sì, adesso che me ne parli, conosco giusto la gente dove mandarti. Nella Decima Strada, vicino al
Board-walk, c'è un baraccone di mostri. In questa stagione, normalmente, la maggior parte dei fenomeni
farebbe parte di uno spettacolo viaggiante; ma ormai sono tutti vecchi. Si potrebbe quasi dire che sono in
pensione. Non vanno in vacanza. Per loro, farsi vedere in pubbli-co non è il massimo del divertimento.»

«E come si chiama 'sto posto?» gli domandai.

«Il Congresso delle Meraviglie di Walter. Però è man-dato avanti da uno che si chiama Haggarty. Non
puoi sbagliarti. È tutto coperto di tatuaggi, sembra una car-ta stradale.»

«Ti ringrazio, Danny. Sei una miniera di informazioni preziose.»

21
IlCongresso delle Meraviglie di Walter si ergeva nel-la Decima Strada, vicino alla rampa che saliva sul
Boardwalk. Ancora più di tutti quelli che lo circonda-vano, aveva l'aspetto di un baraccone da fiera
d'altri tempi. La facciata del basso edificio aveva festoni di bandierine, sotto i quali erano appesi grandi
quadri primitivi che rappresentavano i fenomeni in mostra al-l'interno. Semplici come disegni umoristici,
queste va-ste tele dipingevano la deformità umana con un'inno-cenza che mascherava la loro insita
crudeltà.

acci se è grassa!diceva la legenda sotto il ritratto della donna cannone, che reggeva un minuscolo
para-sole sulla testa delle dimensioni di una zucca. L'uomo tatuato(la bellezza è solo a fior di pelle) aveva
ai lati ritratti di Jo-Jo, il Ragazzo Faccia di Cane, e della Prin-cipessa Sofia, La Donna Barbuta. Altri
rozzi dipinti raf-figuravano un ermafrodita, una ragazzina avvolta da serpenti, l'uomo foca e un gigante
vestito da sera.

aperto solo sab.&dom., annunciava un cartello nella vuota biglietteria presso l'ingresso. Una catena
sbarrava la porta aperta, come i cordoni di velluto nei loca-li notturni. Ma mi chinai, passai sotto ed
entrai.

L'unica luce veniva da un lucernario incrostato di sporcizia, eppure bastava a rivelare una quantità di
piattaforme imbandierate disposte lungo entrambi i lati della sala deserta. L'aria sapeva di sudore e di
tristez-za. Dalla parte opposta all'ingresso appariva un filo di luce sotto una porta chiusa. Attraversai la
sala e bus-sai.

«È aperto», urlò qualcuno.

Girai la maniglia e vidi uno stanzone nudo, reso ac-cogliente da molti vecchi divani scalcagnati e da
alle-gri cartelloni di fiere che ravvivavano le pareti ammuf-fite. La donna cannone riempiva un divano
come fos-se stato una poltrona. Una minuscola donnina con una barba riccia e nera che le copriva il
modesto corpetto rosa era tutta presa da un rompicapo messo insieme a metà.

Sotto un polveroso paralume a frange quattro bizzar-ri esseri umani deformi erano intenti al familiare rito
del poker. Un uomo privo di braccia e di gambe, ap-pollaiato su un grosso cuscino a mo' di enorme
uovo, teneva le carte in mani che spuntavano direttamente dalle spalle, come pinne. Seduto vicino a lui
c'era un gigante, tra le cui massicce dita le carte da gioco era-no ridotte alle dimensioni di francobolli.
Quello che da-va le carte aveva una malattia della pelle che gliela screpolava tutta, facendolo
assomigliare a un cocco-drillo.

«Giochi o passi?» domandò al giocatore alla sua si-nistra uno gnomo avvizzito che indossava una
canottie-ra. Aveva braccia, spalle e collo talmente tatuati che sembrava portasse chi sa quale esotico
indumento ade-rente alla pelle. Diversamente dai vistosi disegni epidermici raffigurati sulla tela esposta
fuori del baraccone, la sua pelle era sbiadita e sbiancata, una confusa co-pia carbone dell'immagine
pubblicitaria.

Il tatuato osservò la mia valigetta. «Se vendi qualco-sa, non ne abbiamo bisogno», abbaiò.

«Non sono un commesso viaggiatore», dissi. «Né as-sicurazioni né parafulmini, oggi.»

«E allora, che cosa vai cercando, uno spettacolo gra-tuito?»

«Lei dev'essere il signor Haggarty. Secondo un mio amico qualcuno di voi dovrebbe potere aiutarmi con
qualche informazione.»

«E chi è mai questo amico?» pretese di sapere il multicolore signor Haggarty.

«Danny Dreenan. Quello del museo delle cere, appe-na girato l'angolo.»

«Sì, conosco Dreenan, un truffatore da quattro sol-di.» Haggarty tirò su un bel po' di catarro e
scaracchiò in un cestino della carta straccia ai suoi piedi. Poi sor-rise per farmi capire che non parlava sul
serio. «Tutti gli amici di Danny mi vanno bene. Dimmi che cosa vuoi sapere. Ti dirò subito tutto quel che
so, se possi-bile.»

«Posso sedermi?»

«Accomodati.» Con un piede, Haggarty allontanò dal tavolino da gioco una sedia pieghevole libera.
«Posteg-giati qui, amico.»

Sedetti tra Haggarty e il gigante accigliato, che in-combeva sulle nostre teste come Gulliver tra i
Lillipu-ziani. «Sto cercando una veggente zingara, chiamata madame Zora», dissi, posando la valigetta tra
i piedi. «Era una grande attrazione prima della guerra.»

«Non so di chi parli», disse Haggarty. «E voi, com-pagni?»

«Io ricordo una che leggeva le foglie del tè e si chia-mava Luna», disse con un fil di voce quello che
aveva pinne al posto delle braccia.

«Era una cinese», grugnì il gigante. «Ha sposato un banditore di aste ed è andata a vivere a Toledo.»

«Perché la stai cercando?» volle sapere l'uomo dalla pelle di coccodrillo.

«Perché conosceva una persona che devo trovare. Speravo che Zora potesse darmi una mano.»

«Sei un investigatore?»

Annuii. Negandolo adesso avrei solo peggiorato le cose.

«Un segugio, eh?» Haggarty sputò di nuovo nel cesti-no. «Non ce l'ho con te. Tutti dobbiamo
guadagnarci da vivere.»

«Io non ho mai digerito i ficcanaso», borbottò il gi-gante.

Dissi: «Mangiare investigatori ti dà l'indigestione, vero?»

Il gigante si arrabbiò. Haggarty rise e batté il suo pugno, ricamato di rosso e azzurro, sul tavolo,
rove-sciando tutt'intorno le pile di gettoni ben ordinate.

«Conoscevo Zora.» Aveva parlato la donna cannone, con una voce delicata come la più fine porcellana.
Ma-gnolie e caprifoglio ingentilivano il suo accento melo-dioso. «Era zingara tanto quanto me e voi.»

«Ne sei sicura?»

«Certo che lo sono. Al Jolson si dipingeva di nero la faccia, ma non per questo era un negro.»
«Dove posso trovarla adesso?»

«Non saprei dirtelo. Ne ho perso le tracce da quan-do ha chiuso la sua tenda da indovina.»

«E questo, quando successe?»

«Nella primavera del '42. Un bel giorno non era più lì. Aveva piantato in asso i suoi affari senza dire una
sola parola.»

«Che cosa potresti dirmi di lei?»

«Non tantissimo. Una volta ogni tanto bevevamo in-sieme una tazza di caffè. Cianciavamo del tempo e
di cose di questo genere.»

«Non parlava mai di un cantante che si chiamava Johnny Favorite?»

La donna cannone sorrise. Chi sa dove, sotto quei metri cubi di grasso, si nascondeva una ragazzina con
un vestito della festa tutto nuovo.

«Uno con un paio di tonsille d'oro, vero?» La donna cannone sorrise radiosa e canticchiò un'aria di molti
anni prima. «Era il mio favorito, senza dubbio. Una volta lessi in un giornale scandalistico che Favorite
consultava Zora, ma quando lo chiesi a lei, ammutolì. Secondo me, come un prete che ascolta una
confes-sione.»

«Che altro potresti raccontarmi? Va bene qualsiasi cosa.»

«Mi dispiace. Non eravamo così amiche. Sai chi po-trebbe forse aiutarti?»

«Chi?»

«Il vecchio Paul Boltz. A quei tempi era la sua spal-la. Bazzica ancora da queste parti.»

«Dove posso trovarlo?»

«Su a Steeplechase Park. Adesso è guardiano là.» La donna cannone si fece vento con una rivista
cinemato-grafica. «Haggarty, non puoi far qualcosa con il riscal-damento a vapore? Qui sembra di essere
nel locale del-le caldaie. Sto per fondere!»

Haggarty rise. «Se fondessi, faresti la più grossa poz-zanghera di questo mondo.»

22

IlBoardwalk e Brighton Beach erano deserti. Dove su-dava la folla estiva, sdraiata come un tappeto di
triche-chi, pochi spazzini improvvisati cercavano indefessi tra la sabbia le bottiglie buttate via. Dietro di
loro l'Atlan-tico era color della ghisa, le ondate si spezzavano con-tro i frangiflutti con spruzzi plumbei.
Steeplechase Park si estendeva su venticinque acri. Il salto con il paracadute, un resto della Fiera
Mondiale del '39, torreggiava sopra il padiglione di vetro grosso come una fabbrica e sembrava
l'intelaiatura di un om-brello alto sessanta metri. Sull'insegna della facciata era scrittoil posto divertente ed
era disegnata la fac-cia sghignazzante del fondatore George C. Tilyou. In questa stagione il tutto era
divertente come una barzel-letta priva della battuta finale. Alzai gli occhi sul ghi-gno del signor Tilyou e mi
domandai su che cosa ci fosse da ridere.

Entrai attraverso un conveniente buco aperto nel re-ticolato e picchiai sul vetro incrostato di salino
accan-to all'ingresso principale, chiuso a chiave. Il rumore echeggiò nel vuoto del campo divertimenti,
come una spettrale baldoria di dozzine di fantasmi. Svegliati, vec-chio! E se una banda di ladri fosse
intenta a rapire la torre dei paracadute?

Cominciai a circumnavigare la vasta struttura, bat-tendo la mano di piatto sul vetro. Girato un angolo, mi
trovai a faccia a faccia con la bocca di una rivoltella. Era una Colt automatica calibro 38 speciale della
po-lizia, ma dalla mia particolare posizione sembrava più o meno delle dimensioni della grossa Berta.

Chi teneva la pistola senza un tremito era un vec-chietto vestito di una divisa color mattone e avana. Un
paio di strabici occhi porcini mi squadravano dall'al-to di un naso a forma di martello con la penna
roton-da. «Non muoverti!» disse il vecchio. Sembrava che la sua voce arrivasse di sott'acqua. Non mi
mossi. «Lei dev'essere il signor Boltz», dissi. «Paul Boltz?»

«Non importa chi sono io. Chi cazzo sei tu?»

«Mi chiamo Angel. Sono un investigatore privato. Ho bisogno di parlarti di un caso di cui mi sto
occu-pando.»

«Fammi vedere qualcosa che lo dimostri.» Quando mossi la mano per prendere il portafoglio, Boltz mi
piantò energicamente la calibro 38 nel bel mezzo della pancia. «Con la mano sinistra», disse.

Passai la valigetta nella destra e con la sinistra tirai fuori il portafoglio.

«Lascialo cadere e fa' due passi indietro.»

«Chi non passa dal Via non guadagna duecento dol-lari.»

«Che cosa dici?» Boltz si chinò e raccolse il portafo-glio. La sua automatica della polizia rimase puntata
al mio ombelico. «Niente. Parlavo solo tra me e me. Apri e vedrai subito la copia fotostatica della mia
licenza.»

«Questo distintivo onorario non vale una cicca», disse Boltz. «A casa ho un pezzetto di latta proprio
come questo.»

«Non pretendo affatto che abbia valore, guarda solo i documenti.»

Il custode dagli occhi porcini sfogliò tutte le tessere contenute nel portafoglio, senza commenti. Pensai di
aggredirlo in quel momento, ma rinunciai. «E va bene, sei un poliziotto privato», disse Boltz. «Che cosa
vuoi da me?»

«Sei Paul Boltz?»

«E se lo sono?» Boltz lanciò il portafoglio per terra ai miei piedi.


Lo raccolsi con la mano sinistra. «Senti, ho avuto una giornataccia Metti via la pistola. Ho bisogno del
tuo aiuto. Non lo capisci, quando una persona ti chie-de un favore?»

Boltz fissò la rivoltella per un momento, come se stesse pensando di mangiarla a cena. Poi alzò le spal-le
e la infilò di nuovo nella fondina, lasciando sbotto-nata la patta, con chiara allusione.

«Sono Boltz», ammise. «Sentiamo quel che hai da dire.»

«Non c'è un posto al riparo da tutto questo vento?»

Boltz, con un segno della sua testa deforme, mi fe-ce capire che dovevo precederlo. Mi tenne dietro a
mezzo passo di distanza. Scendemmo una breve ram-pa di scalini fino a una porta con la scrittaproibito
l'ingresso. «Entra», disse. «È aperta.»

I nostri passi rimbombavano come colpi di cannone nel vuoto edificio. Quel posto era così grande che
avrebbe potuto contenere due capannoni per aerei, la-sciando ancora spazio per una mezza dozzina di
campi di baseball. Vi erano rimasti divertimenti che risa-livano a giorni non meccanizzati. Un grande
scivolo on-dulato di legno brillava a distanza come una cascata di mogano. Un altro scivolo, chiamato
'Vortice', scendeva a spirale dal soffitto, andando a finire sul 'Biliardo umano', una serie di lucidi dischi
rotanti incorporati nel pavimento di legno duro. Era facile immaginarsi ra-gazze fine Ottocento con le
maniche a sbuffo e giova-notti azzimati che portavano la mano alla paglietta mentre l'organo suonava
'Portami a giocare alla palla'.

Ci fermammo davanti a una fila di specchi da barac-cone, le cui immagini deformi ci trasformarono tutti e
due in mostri. «Avanti, poliziotto», disse Boltz. «Sputa il rospo.»

Dissi: «Sto cercando una veggente, una zingara di no-me madame Zora. Mi dicono che tu lavoravi per
lei tanto tempo fa, intorno al 1940».

La risata catarrosa di Boltz si sollevò fino alle travi costellate di lampadine sulle nostre teste, come i
latrati di una foca ammaestrata. «Poveretto», ridacchiò con voce chioccia. «Cominci male, non andrai
lontano.»

«E perché?»

«Perché? Il perché te lo dico io. Prima cosa, non è una zingara, ecco perché.»

«L'avevo sentito dire, ma non ero sicuro che la noti-zia fosse giusta.»

«Invece è così. Non conoscevo forse il suo lavoro co-me le mie tasche?»

«Se lo dici tu.»

«E va bene, sbirro, te lo dirò chiaro e tondo. Non era una zingara e il suo nome non era Zora. Si dà il
caso che io sappia chi era: una ragazza bene della Park Avenue.»

Il calcio di un mulo mi sarebbe sembrato il bacio di un angelo, in confronto a quella bomba. Mi ci volle
un momento per rimettere in moto la lingua. «Sapevi il suo vero nome?»

«Per cosa mi prendi, un cretino? Si chiamava Mag-gie Krusemark. Suo padre possedeva più navi della
ma-rina britannica.»

La mia immagine allungata si stendeva sulla super-ficie ondulata dello specchio come quella dell'Uomo
Serpente. «Quando l'hai vista per l'ultima volta?» do-mandarono le mie labbra da investigatore.

«Nella primavera del '42. Un bel giorno è scompar-sa, lasciandomi con la boccia di cristallo in mano, si
potrebbe dire.»

«L'hai mai vista con un cantante che si chiamava Johnny Favorite?»

«Certo, un sacco di volte. Aveva una cotta per lui.»

«Cosa diceva di lui, te lo ricordi?»

«Potere.»

«Che cosa?»

«Diceva che lui aveva potere.»

«E nient'altro?»

«Ascolta bene. Non ho mai fatto molta attenzione. Per me era solo un lavoro alla fiera. Non lo prendevo
sul serio.» Boltz si schiarì la voce e inghiottì. «Per lei era diverso. Lei ci credeva.»

«E Favorite?» gli domandai.

«Anche lui ci credeva. Potevi leggerglielo negli oc-chi.»

«L'hai mai più rivisto?»

«Non l'ho mai rivisto. Per quel che mi riguarda, po-trebbe anche essere volato sulla luna con la sua
sco-pa. E lei pure.»

«Non nominava mai un pianista negro, un certo Toots Sweet?»

«No.»

«Non ti viene in mente altro?»

Boltz sputò sul pavimento tra i suoi piedi. «E perché mai? Quei giorni sono morti e sepolti.»

Non rimaneva gran che da dire. Boltz mi scortò fuori e mi aprì con la sua chiave il cancello. Dopo un
atti-mo di esitazione, gli porsi uno dei biglietti dell'agenzia Crossroads e lo pregai di telefonarmi se si
fosse ricor-dato di qualcosa. Boltz non disse che l'avrebbe fatto, ma neppure stracciò il cartoncino.

Cercai di telefonare a Millicent Krusemark dalla pri-ma cabina che trovai, ma nessuno rispose. Tanto
me-glio. La giornata era stata lunga, persino gli investiga-tori privati hanno diritto a un po' di riposo.
Lungo la via del ritorno, mi fermai a Brooklyn Heights e mi rim-pinzai di frutti di mare da Gage & Tollner.
Dopo il sal-mone in umido e una bottiglia di Chablis freddo, la vi-ta non mi sembrò più una gita su una
barca a fondo di vetro lungo le fognature di New York.
23

Lanotizia della morte di Toots Sweet comparve sulla pagina numero tre delDaily News. Non una parola
sul-l'arma del delitto nell'articolo intitolatobrutale assas-sinio vudu. Era riprodotta una fotografia dei
disegni tracciati con il sangue sulla parete del letto; in una se-conda foto Toots suonava il piano. Il corpo
era stato scoperto dal chitarrista del trio, che era passato a prendere il suo capo prima del lavoro. Lo
avevano in-terrogato e poi rilasciato. Non c'erano indiziati, sebbe-ne fosse comunemente risaputo a
Harlem che Toots da molto tempo apparteneva a una setta segreta vudu.

Lessi il giornale del mattino sulla metropolitana, per-ché avevo lasciato la Chevrolet in un posteggio
vicino a Chelsea. La mia prima fermata fu alla biblioteca pub-blica, dove, dopo parecchie indicazioni
sbagliate, feci la domanda giusta e ottenni un elenco telefonico di Pari-gi dell'anno in corso. C'era il
numero di una M. Krusemark che abitava in Rue Notre Dame des Champs. Me lo scrissi sul taccuino.

Sulla via dell'ufficio mi fermai in Bryant Park, sedetti su una panchina il tempo di fumare una dopo l'al-tra
tre sigarette, rimasticando i fatti recenti. Mi senti-vo all'inseguimento di un'ombra. Johnny Favorite era
immischiato in un sinistro mondo clandestino di vudu e di magia nera. Dietro le quinte viveva una vita
segre-ta, completa di teschi nella valigia e di fidanzate indo-vine. Era un iniziato, un hunsi-bosal. Toots
Sweet era stato ucciso perché aveva parlato. Chi sa come, il dot-tor Fowler c'era dentro anche lui.
Johnny Favorite proiettava la sua ombra molto molto lontano.

Era quasi mezzogiorno quando aprii la porta inter-na del mio ufficio. Esaminai la posta, trovandovi un
as-segno di cinquecento dollari dallo studio di McIntosh, Winesap e Spy. Tutto il resto era roba senza
importan-za che archiviai nel cestino della carta prima di ascol-tare la segreteria telefonica. Non c'erano
comunicazio-ni, benché una donna che non aveva voluto lasciare né il suo nome né il suo numero avesse
chiamato tre vol-te nella mattinata.

Subito dopo cercai di parlare con Margaret Krusemark a Parigi, ma il centralinista delle comunicazioni
intercontinentali non ottenne risposta, dopo venti mi-nuti di tentativi. Feci il numero di Herman Winesap a
Wall Street e lo ringraziai dell'assegno. Mi chiese co-me procedesse il caso. Gli dissi benissimo,
accennando alla necessità di mettermi in contatto con il signor Cyphre. Winesap disse che l'avrebbe visto
più tardi nel pomeriggio per questioni d'affari e che glielo avrebbe fatto sapere. Dissi che mi andava bene,
cinguettammo entrambi i nostri addii e attaccammo.

Stavo rimettendomi il cappotto quando il telefono suonò. Lo afferrai al terzo trillo. Era Epiphany
Proudfoot. Sembrava senza fiato. «Devo vederla subito», disse.

«Di che si tratta?»

«Non voglio parlarne per telefono.»

«Lei dov'è adesso?»

«Al negozio.»

Dissi: «Faccia con comodo. Vado a mangiare qualco-sa, la riceverò qui in ufficio all'una e un quarto. Sa
co-me trovarlo?»

«Ho il suo biglietto da visita.»

«Ottimo. Arrivederci fra un'ora.»

Epiphany Proudfoot agganciò senza salutare.

Prima di andarmene, chiusi l'assegno di Winesap nel-la cassaforte dell'ufficio. Ero inginocchiato lì davanti
quando udii il sibilo asmatico della molla della porta d'ingresso. I clienti sono sempre i benvenuti, per
que-sto motivo, sotto il nome della ditta, è scrittoentrare. Ma di solito i clienti bussano alla porta interna.
Quan-do qualcuno irrompe senza una parola si tratta di un poliziotto o di un guaio. A volte di tutti e due
d'un col-po solo.

Questa volta era un poliziotto in borghese che por-tava un impermeabile grigio di gabardine stropicciato,
sbottonato sopra un abito marrone di mohair, compra-to a un saldo, con i risvolti dei calzoni
sufficientemente intimiditi dalle scarpacce a buchi da offrire un'antepri-ma improvvisata dei suoi atletici
calzini bianchi.

«Lei è Angel?» latrò il poliziotto.

«Proprio così.»

«Sono il tenente Sterne della polizia. Questo è il mio aiutante, il sergente Deimos.»

Accennò con la testa verso la porta di comunicazio-ne spalancata, dove un tale dall'enorme torace,
vestito da scaricatore di porto, aspettava accigliato. Deimos portava un berretto di maglia di lana e una
giacca da boscaiolo a scacchi bianchi e neri. Era sbarbato, ma i suoi peli erano così fitti e scuri che la
pelle sembrava scottata dalla polvere da sparo.

«Che cosa desiderano i signori?» dissi.

«Vogliamo che risponda a qualche domanda.» Sterne era alto e macilento, con un naso che sembrava la
prua di un rompighiaccio. Spingeva avanti aggressivamente la faccia sopra le spalle curve. Parlava
muovendo a ma-lapena le labbra.

«Volentieri. Stavo giusto uscendo per mangiare un boccone. Potremmo andarvi insieme.»

«Si parla meglio qui», disse Sterne. Il suo compagno chiuse la porta.

«A me va benissimo.» Feci il giro della scrivania e ne trassi fuori una bottiglia di whisky canadese e i miei
sigari di Natale. «Quel che posso offrire come padro-ne di casa è tutto qui. I bicchieri di carta sono
vicino al refrigeratore dell'acqua.»

«Non beviamo mai in servizio», disse Sterne serven-dosi di una manciata di sigari.

«Allora non pensate a me. Questa per me è l'ora di pranzo.» Portai la bottiglia vicino al refrigeratore,
riem-pii un bicchiere a metà, aggiunsi un dito d'acqua. «Al-la vostra salute.»

Sterne infilò i sigari nel taschino della giacca. «Do-v'era ieri mattina intorno alle undici?»
«In casa. Dormivo.»

«Com'è bello non avere padroni», disse Sterne rivol-to verso Deimos con voce acida e a bocca
semichiusa. Il sergente rispose solo con un grugnito. «Come mai lei se la dorme mentre il resto del mondo
è al lavoro, Angel?»

«La notte prima ho lavorato fino a tardi.»

«E dove mai è stato?»

«A Harlem. Di che cosa si tratta, tenente?»

Sterne tirò fuori della tasca dell'impermeabile qual-cosa che sollevò perché potessi vedere. «Riconosce
que-sto?»

Feci sì con il capo. «È uno dei miei biglietti da vi-sita.»

«Magari sarà così gentile da spiegarmi come mai è stato trovato nell'appartamento della vittima di un
omi-cidio.»

«Toots Sweet?»

«Mi racconti com'è andata.» Sterne sedette sullo spi-golo della scrivania e si ricacciò sulla fronte il
cappello grigio.

«Non ho gran che da raccontare. Il motivo per cui ero andato a Harlem è proprio Sweet. Avevo
bisogno di chiedergli informazioni riguardanti un incarico che mi è stato dato. La pista che seguivo è
risultata sba-gliata, ma più o meno me lo aspettavo. Gli ho dato il mio biglietto, in caso gli fosse venuto in
mente qual-cosa.»

«Non mi basta, Angel. Ci riprovi.»

«E va bene. L'incarico che mi hanno dato è di cer-care una persona sparita. Questa persona si è
dilegua-ta una dozzina d'anni fa. Uno dei miei pochi indizi era una vecchia fotografia di quel tale in
compagnia di Toots Sweet. La sera scorsa sono andato a Harlem per chiedere a Toots se poteva darmi
una mano. In prin-cipio, quando gli ho parlato al Red Rooster, ha fatto il furbo. Allora l'ho pedinato nel
parco quando il locale ha chiuso. Toots è andato a una specie di cerimonia vudu dalle parti del Meer.
Hanno ballato in circolo e ucciso una gallina. Mi sono sentito un turista.»

«Chi ballava? Chi uccideva la gallina?» domandò Sterne.

«Una quindicina di uomini e di donne, tutti di colore. Non avevo mai visto nessuno di loro prima di quel
momento, eccetto Toots, naturalmente.»

«E che cos'ha fatto?»

«Niente. Quando Toots ha lasciato il parco, era solo. L'ho pedinato a casa e fatto cantare. Ha detto che
non aveva visto quel tizio che sto cercando dal giorno in cui fu presa la fotografia. Gli diedi il mio biglietto
e

lo pregai di telefonarmi se gli fosse venuto in mente qualcosa. Le piace di più questa volta?»
«Non molto.» Sterne fissava le sue spesse unghie con poco interesse. «Di che cosa si è servito per farlo
par-lare?»

«Psicologia», dissi.

Sterne aggrottò la fronte e mi guardò con lo stesso disinteresse prodigato alle sue unghie. «E allora, chi è
il famoso tizio scomparso? Quello che si è dileguato?»

«Non posso darle questa informazione senza il con-senso del mio cliente.»

«Tutte balle, Angel. Lei non aiuterà affatto il suo cliente, se alla Centrale di polizia, dove la porterò, non
vuoterà il sacco.»

«Perché dice cose spiacevoli, tenente? Lavoro per un avvocato che si chiama Winesap. Questo mi
conferisce lo stesso diritto al riserbo di cui gode lui. Se mi met-tesse dentro, uscirei di prigione entro
un'ora. Faccia ri-sparmiare alla città le spese di trasporto.»

«Mi dia il numero di questo avvocato.»

Lo scrissi sul notes della scrivania insieme con il no-me completo, strappai il foglietto e lo porsi a Sterne.
«Le ho detto tutto che quel che so. Da quanto ho letto sul giornale, sembrerebbe che Toots sia stato
ammaz-zato da uno dei suoi compagni della setta ammazzapolli. Se arresterà qualcuno, sarò felice di
venire a iden-tificarlo.»

«Molto leale da parte sua, Angel», mi schernì Sterne.

«Che cos'è?» La domanda veniva dal sergente Deimos. Stava vagolando per l'ufficio con le mani in
tasca, esaminando tutto. La sua domanda riguardava la lau-rea in legge a Yale di Ernie Cavalero,
incorniciata e ap-pesa alla parete sullo schedario.

«È una laurea in legge», dissi. «Apparteneva al tizio che ha fondato questa ditta. Adesso è morto.»

«Sentimentale?» mormorò Sterne attraverso le labbra strette da ventriloquo.

«Dà un po' di stile.»

«Che cosa dice?» desiderò sapere il sergente Deimos.

«Supera le mie capacità. Non so il latino.»

«Allora ecco che cos'è. Latino.»

«Sì, è latino.»

«E che cosa cambierebbe se fosse ebraico?» disse Sterne. Deimos si strinse nelle spalle.

«Altre domande, tenente?» gli chiesi.

Sterne mi rivolse di nuovo i suoi occhi morti da po-liziotto. Dal suo sguardo s'indovinava che non
sorride-va mai. Neppure durante un interrogatorio di terzo grado. Faceva il suo lavoro e nient'altro.
«Nessuna. Lei e il suo 'diritto al riserbo' possono andare a pranzo. Forse le telefoneremo, ma non stia ad
aspettare con il fiato sospeso. È soltanto un altro pellenera morto. A nessuno frega un cazzo.»

«Mi chiami se ha bisogno di me.»

«Ma certamente. Un vero signore, che ne dici, Dei-mos?»

Ci incastrammo tutti e tre nel minuscolo ascensore e scendemmo senza aprire bocca.

24

Ilristorante Gough era dall'altra parte della Quarantatreesima Strada rispetto al palazzo delTimes. Il
lo-cale era affollatissimo quando vi entrai, ma m'infilai in un angolo presso il bancone. Non avendo molto
tempo, ordinai una fetta d'arrosto con pane di segale e una bottiglia di birra. Nonostante la marea di
gente, il ser-vizio fu svelto. Ingurgitavo la birra, quando Walt Rigley, che stava uscendo, mi scorse e si
avvicinò per fa-re due chiacchiere. «Che cosa ti porta in questo covo di scribacchini, Harry?» urlò per
farsi sentire in mez-zo al baccano delle ciance giornalistiche. «Credevo che tu mangiassi da Downey.»

«Cerco di non essere un abitudinario», risposi.

«Una sana filosofia. Che cosa bolle in pentola?»

«Pochissimo. Grazie per avermi lasciato razziare l'ar-chivio. Sono in debito con te.»

«Lascia perdere. Come proseguono le tue misteriose indagini? Hai dissotterrato qualche panno
sporco?»

«Più di quanti me ne occorrono. Pensavo di seguire un'ottima pista. Ieri sono andato a trovare la figlia
indovina di Krusemark, ma mi sono imbattuto nella fi-glia sbagliata.»

«Che cosa intendi per figlia sbagliata?»

«Una fa la strega, l'altra magia bianca. La figlia che cercavo vive a Parigi.»

«Non ti seguo, Harry.»

«Sono gemelle: Maggie e Millie, le prodigiose ragaz-ze Krusemark.»

Walt si grattò la nuca e aggrottò la fronte. «Qualcu-no ti sta prendendo in giro, amico. Margaret
Kruse-mark è figlia unica.»

La birra mi andò per traverso. «Ne sei sicuro?»

«Certo che ne sono sicuro. Proprio ieri ho indagato per te. Ho tenuto la storia della famiglia sulla
scriva-nia per tutto il pomeriggio. Krusemark ha avuto una figlia da sua moglie. Soltanto una, Harry. Il
Times non fa errori nel settore delle statistiche demografiche.»
«Che imbecille sono stato!»

«Nulla da ridire a questo proposito.»

«Avrei dovuto capire che me la dava a bere. Tutto fi-lava troppo a puntino.»

«Va' più piano, amico, corri troppo per me.»

«Mi dispiace, Walt. Stavo pensando a voce alta. Se-condo il mio orologio sono le una e cinque, è
giusto?»

«Più o meno.»

Mi alzai, lasciando sul banco il resto. «Devo andar-mene di corsa.»

«Non perdere tempo per me», disse Walt Rigley con il suo sorriso sbilenco.

Epiphany Proudfoot aspettava nell'anticamera del mio ufficio, quando vi arrivai tre minuti dopo.
Indos-sava una gonna scozzese e un maglione azzurro di ca-chemire: sembrava una studentessa delle
medie.

«Mi rincresce d'essere in ritardo», dissi.

«Non è il caso. Ero io in anticipo.» La ragazza si li-berò di un numero arretrato e molto logoro diSports
Illustrated e disincrociò le gambe. Persino la mia sedia di seconda mano faceva bella figura con lei
sopra.

Aprii con la chiave la porta della parete divisoria di vetro opaco e la tenni spalancata. «Perché vuole
ve-dermi?»

«Come studio non è gran che.» Dal tavolino su cui era sparpagliata la mia collezione di riviste arretrate,
Epiphany Proudfoot prese la borsetta e il cappotto che vi aveva piegato sopra. «Lei, come investigatore,
non deve guadagnare molto.»

«Tengo basse le spese generali», dissi facendola en-trare. «I clienti mi pagano perché eseguisca bene un
la-voro e non perché arredi elegantemente il mio ufficio.» Chiusi la porta e appesi il cappotto
all'attaccapanni.

La ragazza, in piedi accanto alla finestra con le cu-bitali lettere dorate, stava fissando la strada. «Chi la
paga perché vada in cerca di Johnny Favorite?» doman-dò alla sua immagine riflessa nel vetro.

«Non posso dirglielo. La discrezione è compresa nei miei servigi. Non vuole sedersi?»

Le presi il cappotto e lo appesi accanto al mio, men-tre Epiphany si sedeva con grazia nella poltrona
imbot-tita di cuoio di fronte alla mia scrivania. Era l'unico sedile comodo del mio ufficio. «Non ha ancora
rispo-sto alla mia domanda», dissi appoggiandomi allo schie-nale della mia sedia girevole. «Perché è
qui?»

«Edison Sweet è stato assassinato.»

«Uhm! Leggo i giornali. Ma non dovrebbe esserne molto stupita, dato che l'ha tradito lei.»
La ragazzastrinse la borsetta che aveva in grembo. «Lei dev'essere impazzito.»

«Può darsi. Ma non sono stupido. Solo lei sapeva che avevo parlato con Toots. Non può essere stata
che lei ad avvertire gli individui che gli hanno mandato la zampa di gallina in confezione regalo.»

«Lei ha capito tutto sbagliato.»

«Davvero?»

«Non l'ho detto a nessun altro, solo a mio nipote. Gli ho telefonato appena lei ha lasciato il negozio. Vive
vi-cinissimo al Red Rooster ed è stato lui che ha nasco-sto la zampa dentro il piano. Toots era un
ciarlone. Oc-correva ricordargli di tenere la bocca chiusa.»

«Avete fatto un bel lavoretto. Adesso la sua bocca è chiusa per sempre.»

«E pensa che sarei qui se avessi avuto le mani spor-che?»

«Secondo me lei è una ragazza capace, Epiphany. La sua esibizione nel parco era molto convincente.»

Epiphany si morsicò la mano e aggrottò la fronte, di-menandosi sulla poltrona. Era l'immagine perfetta di
una ragazzina che ha marinato la scuola, torchiata dal preside. Se recitava, era un'ottima commediante.

«Lei non ha il diritto di spiarmi», disse Epiphany sen-za incontrare il mio sguardo.

«L'ufficio dei Parchi municipali e quelli della Prote-zione animali non sarebbero d'accordo con lei. La sua
è una religioncina raccapricciante.»

Questa volta Epiphany mi guardò dritto negli occhi, con uno sguardo livido di rabbia. «Obi non ha
bisogno di appendere un uomo alla croce. Non c'è mai stata una guerra santa per Obi, oppure
un'inquisizione Obi!»

«Sì, sì, certamente. Bisogna pur ammazzare la galli-na per fare il brodo, vero?» Accesi una sigaretta e
sof-fiai un pennacchio di fumo sino al soffitto. «Ma non mi turbano le galline morte; ciò che mi turba sono
i pia-nisti morti.»

«E crede che non ne sia turbata anch'io?» Epiphany si chinò in avanti dalla poltrona, i capezzoli delle sue
giovani mammelle si puntarono contro la maglia sottile del corpetto azzurro. Era un bel bocconcino, come
si usa dire; non mi fu difficile immaginare di sfamarmi con la sua carne color del bronzo.

«Non mi raccapezzo», dissi. «Lei mi telefona dicen-do che deve vedermi subito. E adesso che è qui si
com-porta come se stesse facendo un favore a me.»

«Può darsi che le stia davvero facendo un favore.» La ragazza si appoggiò allo schienale e incrociò le
lunghe gambe: uno spettacolo per nulla sgradevole. «Lei va in giro a cercare Johnny Favorite e il giorno
dopo un uo-mo viene ucciso. Non è pura coincidenza.»

«Che cos'è, allora?»

«Senta. I giornali van facendo un gran baccano su vudu qui e vudu là, ma posso dirle subito che la
mor-te di Toots Sweet non ha niente che fare con Obi, nien-te di niente.»
«Come lo sa?»

«Ha visto le foto sui giornali?»

Annuii.

«Allora sa che definiscono 'simboli vudu' quegli sca-rabocchi fatti con il sangue sulle pareti?»

Un altro cenno silenzioso.

«Ebbene, i poliziotti s'intendono di vudu non più di quanto ne sappiano di sanscrito! Quei segni
pretendo-no di sembrare vé-vé, ma non è affatto vero.»

«Che cos'è vé-vé?»

«Sono segni magici. Non ne posso spiegare il signi-ficato a chi non è iniziato. In ogni caso, quelle
danna-te insulsaggini stanno al vero vé-vé come Babbo Nata-le sta a Gesù. Da anni e anni sono una
mambo. So di che cosa parlo.»

Spensi il mozzicone della sigaretta schiacciandolo in un portacenere dello Stork Club, l'unico avanzo
rima-sto di un amore da molto tempo defunto. «Non ne ho il minimo dubbio, Epiphany. Dice che quei
disegni so-no fasulli?»

«Non tanto fasulli quanto, diciamo, sbagliati. Non so in che altro modo spiegarmi. Come chi volesse
descri-vere una partita di baseball usando i termini del rug-by. Capisce che cosa voglio dire?»

Piegai il numero delNews mettendo in mostra la pa-gina numero tre. Tenendolo in modo che la ragazza
po-tesse vederlo, indicai gli zigzag serpeggianti, le spirali e le croci spezzate della fotografia. «Sta
affermando che sembrano disegni vudu, vé-vé o che altro, ma che non sono usati correttamente?»

«Proprio così. Vede lì quel cerchio, in cui il serpen-te ingoia la propria coda? Quello è Damballa, senza
dubbio un segno vé-vé, simbolo della perfezione geome-trica dell'universo. Però nessun iniziato lo
disegnereb-be mai in questo modo, accanto a Babako.»

«Quindi, chiunque abbia disegnato queste figure, s'in-tende di vudu quanto basta per sapere almeno che
aspetto hanno Damballa o Babako.»

«È proprio quel che cerco di dirle da quando ne par-liamo», disse Epiphany. «Sapeva che un tempo
Johnny Favorite era coinvolto con Obi?»

«So che era un hunsi-bosal.»

«Toots parlava davvero troppo. Che cos'altro sa?»

«Soltanto che Johnny Favorite in quei giorni bazzica-va sua madre.»

Epiphany fece la smorfia di chi assaggia qualcosa di agro. «È vero.» Scosse la testa come per negarlo.
«John-ny Favorite è mio padre.»

Rimasi seduto immobile, afferrato ai braccioli della mia sedia, mentre la rivelazione mi sommergeva e
pas-sava oltre, come un'ondata gigantesca. «Chi altri lo sa?»

«Nessuno, tranne lei, me e la mamma, che è morta.»

«E Johnny Favorite?»

«La mamma non glielo disse mai. Era arruolato e lontano di qui molto prima che io avessi un anno. Le ho
detto la verità quando ho affermato di non averlo mai conosciuto.»

«E come mai mi fa tutte queste rivelazioni adesso?»

«Sono spaventata. Nella morte di Toots c'è qualcosa che ha a che fare con me. Non so come o perché,
ma me lo sento fin nelle midolla.»

«E pensa che Johnny Favorite vi sia in qualche mo-do coinvolto?»

«Non so che cosa pensare. Il compito di pensare do-vrebbe essere suo. Ho deciso che lei doveva
esserne in-formato. Magari le servirà in qualche modo.»

«Magari. Se mi nasconde altro, è questo il momento di parlare.»

Epiphany fissò le proprie mani intrecciate. «Non ho nient'altro da dire.» In quel momento si alzò, svelta
ed efficiente. «Devo andarmene. Senza dubbio lei ha da la-vorare.»

«Lo sto facendo ora», dissi levandomi in piedi.

Epiphany prese il cappotto dall'attaccapanni. «Mi au-guro che parlasse sul serio un momento fa,
capisce, circa la discrezione.»

«Tutto quanto mi ha detto è strettamente confiden-ziale.»

«Lo spero.» La ragazza allora sorrise, di un sorriso genuino, che non si riprometteva di ottenere risultati.
«Chi sa perché, a dispetto di tutto, ho fiducia in lei.»

«Grazie.» Quando la ragazza aprì la porta, girai in-torno alla scrivania.

«Non si disturbi», disse Epiphany. «So trovare da so-la l'uscita.»

«Ha il mio numero?»

La ragazza annuì. «Le telefonerò se sentirò qualcosa.»

«Mi telefoni anche se non sente niente.» Epiphany fece di nuovo un cenno del capo e se ne andò. Rimasi
in piedi vicino allo spigolo della scriva-nia e non mi mossi finché non udii la porta dell'anti-camera
chiudersi alle sue spalle. Con tre passi afferrai la mia valigetta, strappai il cappotto dall'attaccapanni e
chiusi a chiave l'ufficio.

Ascoltai con l'orecchio alla porta esterna, aspettando di sentire la porta dell'ascensore aprirsi e chiudersi,
prima di uscire. Il corridoio era vuoto. Gli unici rumo-ri venivano da Ira Kipnis che batteva una tarda
denun-cia dei redditi e il ronzio elettrico di madame Olga che eliminava peli indesiderati. Feci un balzo
verso le sca-le di sicurezza e scesi tre scalini alla volta.
25

Arrivaigiù almeno quindici secondi prima dell'ascen-sore e attesi nella tromba delle scale, con la porticina
di sicurezza socchiusa. Epiphany mi passò davanti e uscì in strada. Le fui subito dietro e la seguii quando
svoltò l'angolo e scese nella sotterranea.

Prese un treno locale diretto a nord. Io salii sul va-gone subito dietro il suo e, quando il convoglio
comin-ciò a muoversi, uscii e rimasi in piedi sulla traballan-te piattaforma di metallo sopra l'attacco delle
carroz-ze, di dove la sorvegliai attraverso la porta a vetri. La ragazza sedeva tutta compita, con le
ginocchia unite, fissando la serie di cartelli pubblicitari sopra i finestri-ni. Scese due fermate dopo, a
Columbus Circus.

Camminò verso est lungo Central Park South, passò davanti al Maine Memorial, sormontato dal
cocchio trainato dal cavallo marino fuso con il metallo dei can-noni ricuperati dalla corazzata affondata.
C'erano po-chi pedoni. Mi tenni lontano da lei tanto da non senti-re il ticchettare dei suoi tacchi sulle
mattonelle esago-nali di asfalto che delimitano il parco.

Arrivata alla Settima Avenue, Epiphany girò verso sud. Fingendo di leggere i numeri degli edifici, la
ten-ni d'occhio mentre oltrepassava in fretta l'Athletic Club e il caseggiato, fittamente coperto di sculture,
di Alwyn Court. All'angolo con la Cinquantasettesima Strada laragazza fu fermata da un'anziana signora
che trascina-va un pesante borsone della spesa. Mentre Epiphany le indicava la via puntando il dito
indietro verso il par-co senza vedermi, indugiai nell'ingresso di un negozio di biancheria.

Rischiai di perderla quando si buttò ad attraversare la strada a doppio senso un attimo prima che il
sema-foro diventasse rosso. Rimasi impegolato sul marciapie-de, ma Epiphany rallentò il passo per
studiare i nume-ri dei negozi situati lungo i fianchi di Carnegie Hall. Ancora prima che il segnale per
pedoni diventasse ver-de, la vidi sostare all'altro capo dell'isolato ed entrare nell'edificio. Conoscevo già
l'indirizzo: il numero 881 della Settima Strada. Lì abitava Margaret Krusemark.

Nell'atrio, seguii la freccia d'ottone sopra l'ascenso-re di destra, che si fermò all'undici, mentre quello di
sinistra scendeva. Quando la porta della cabina si aprì, ne uscì un intero quartetto di archi, con l'astuccio
dei loro strumenti in mano. L'unica altra persona che en-trò nell'ascensore fu un fattorino di Gristede, che
por-tava a spalla uno scatolone di generi alimentari. Il fat-torino salì fino al quinto piano. Al manovratore
dissi: «Il nono, per piacere».

Salii fino al piano di Margaret Krusemark per le sca-le di sicurezza, lasciandomi alle spalle il ritmo
frene-tico di un corso di tip tap. In lontananza la soprano era ancora intenta ai suoi acuti; percorsi il
corridoio deserto e arrivai davanti alla porta su cui era inciso il segno dello Scorpione.

Aprii la valigetta sul tappeto logoro. Una pila di mo-duli e di documenti fasulli nel primo scompartimento
le conferiva un aspetto ufficiale, ma sotto un falso fon-do vi tenevo gli arnesi del mestiere. Uno strato di
po-liuretano espanso teneva ogni cosa al suo posto. Lì, ben nascosti, c'erano una serie di attrezzi
cementati da scassinatore, un microfono a contatto e un registrato-re miniaturizzato, un binocolo Lietz a
dieci ingrandi-menti, una macchina fotografica Minox con un caval-letto per fotografare documenti, una
collezione di chia-vi universali che mi era costata cinquecento dollari, manette di acciaio al nichelio, una
Smith and Wesson Centennial speciale calibro 38, con il corpo di lega leg-gera.
Tirai fuori il microfono a contatto e inserii l'aurico-lare. Era uno splendido arnese. Se tenevo il microfono
contro la superficie della porta, udivo tutto quel che succedeva dentro l'appartamento. Se fosse arrivato
qualcuno, avrei nascosto lo strumento nel taschino del-la camicia; l'auricolare aveva l'aspetto di un
apparec-chio acustico per sordi.

Ma non passò nessuno. L'eco dei gorgheggi della so-prano si confondeva con lontane lezioni di
pianoforte lungo il corridoio vuoto. Dentro l'alloggio, sentii Margaret Krusemark dire: «Non eravamo
grandi amiche, ma provavo molto rispetto per sua madre». Non riuscii a udire la risposta appena
mormorata di Epiphany. L'astrologa proseguì: «Prima che lei nascesse, la fre-quentavo molto. Era una
donna di potere».

Epiphany domandò: «Per quanto tempo durò il suo fidanzamento con Johnny?»

«Due anni e mezzo. Latte o limone, mia cara?»

Evidentemente era di nuovo l'ora del tè. Epiphany scelse limone e disse: «Per tutta la durata del vostro
fidanzamento, mia madre era la sua amante».

«Cara la mia bambina, crede che non ne fossi infor-mata? Tra Johnny e me non c'erano segreti.»

«Il fidanzamento fu rotto per questo motivo?»

«La nostra separazione fu per il solo uso e consumo della stampa. Avevamo le nostre ragioni private per
an-nunciare di avere rotto. Anzi, non fummo mai così vi-cini come durante quegli ultimi mesi prima che
John-ny partisse per la guerra. I nostri rapporti erano stra-ni, non lo nego. Mi auguro che lei sia
abbastanza mo-derna da non lasciarsi travolgere dalle convenzioni bor-ghesi. Sua madre non lo fece
mai.»

«Che cosa di più borghese di unménage à trois?»

«Non era unménage à trois!Che cosa pensa che avessimo formato? Un sordido, meschino pornoclub?»

«Non ne ho la minima idea, non so che cosa faceste. La mamma non mi ha mai parlato di lei.»

«E perché avrebbe dovuto parlarne? Per quel che la riguardava, Jonathan era morto e sepolto. L'unico
le-game fra noi era lui.»

«Ma non è morto.»

«Come fa a saperlo?»

«Lo so.»

«Qualcuno è venuto a ficcare il naso nelle sue faccen-de e a chiederle di Jonathan? Su, risponda; può
darsi che tutte quante le nostre vite dipendano da questo.»

«Come?»

«Non importa come. È venuto qualcuno che chiede-va di lui, vero?»


«Sì.»

«Che aspetto aveva?»

«Era un uomo. Tutto lì. Aspetto comune.»

«Un po' appesantito? Non proprio grasso ma di pe-so superiore al normale? Sciatto? Con questo
intendo vestito in modo trasandato, con un abito blu stropic-ciato e scarpe cui occorrerebbe una ripulita.
Grossi baffi neri, capelli cortissimi che cominciano a diventare grigi?»

Epiphany disse: «Degli occhi azzurri gentili. Si nota-no per prima cosa».

«Ha detto che si chiama Angel?» La voce di Margaret Krusemark rivelava nel tono stridulo un bisogno
pressante di sapere.

«Sì, Harry Angel.»

«Che cosa voleva?»

«Sta cercando Johnny Favorite.»

«Perché?»

«Non mi ha detto il perché. È un investigatore.»

«Un poliziotto?»

«No, un investigatore privato. Di che cosa si tratta?»

Dopo un leggero tintinnio di porcellana, Margaret Krusemark disse: «Non lo so con certezza. È stato
qui. Non mi ha detto di essere un investigatore. Ha finto di essere un cliente. So che le sembrerò molto
maleduca-ta, ma devo chiederle di andarsene. Devo uscire an-ch'io. È urgente, ho paura».

«Lei pensa che siamo in pericolo?» La voce di Epi-phany si spezzò pronunciando quest'ultima parola.

«Non so che cosa pensare. Se Jonathan è ritornato, potrebbe succedere qualsiasi cosa.»

«Ieri a Harlem è stato ucciso un uomo», spifferò Epi-phany. «Un mio amico. Conosceva anche la
mamma e Johnny. Il signor Angel lo aveva interrogato.»

Una sedia raschiò contro il pavimento di legno. «Devo andarmene adesso», disse Margaret Krusemark.
«Venga, vado a prenderle il cappotto, scenderemo in ascensore in-sieme.»

Al rumore dei passi che si avvicinavano, strappai dalla porta il microfono a contatto e con uno strattone
mi tolsi l'auricolare, ficcando il tutto nella tasca del cap-potto. Con la valigetta stretta sotto il braccio,
percor-si a gran velocità il lungo corridoio, come un giocato-re di rugby che ha ricevuto la palla e non ha
nessuno tra i piedi. Appeso alla ringhiera per mantenere l'equi-librio, scesi le scale di sicurezza a quattro
o cinque scalini per volta.

Essendo troppo pericoloso aspettare l'ascensore al nono piano, dato che c'erano molte probabilità di
en-trare nella stessa cabina delle due donne, percorsi le scale di sicurezza sino all'atrio vuoto. Ansimando
mi fermai il tempo necessario a controllare i numeri so-pra le porte degli ascensori. Quello di sinistra era
in salita, l'altro stava scendendo. In un modo o nell'altro, le due sarebbero state lì a momenti.

Corsi fin sul marciapiede, attraversai incespicando la Settima Avenue senza fare la minima attenzione al
traf-fico. Arrivato dall'altra parte, indugiai vicino all'ingres-so del caseggiato Osborn, respirando a fatica
come un ammalato d'enfisema. Una bambinaia che spingeva una carrozzina bofonchiò la sua simpatia
mentre mi passa-va vicino.

26

Epiphanye la Krusemark uscirono insieme dall'edificio e percorsero a piedi un mezzo isolato fino alla
Cinquantasettesima Strada. Io camminai tranquillo sul lato opposto della Settima, precedendole.
All'angolo, Margaret Krusemark baciò affettuosamente Epiphany sulla guancia, come una zia zitella che
saluta la nipotina fa-vorita.

Quando il semaforo divenne verde, Epiphany si mi-se ad attraversare la Settima Avenue nella mia
direzio-ne. Margaret Krusemark fece cenni frenetici ai tassi di passaggio. Un tassi si stava avvicinando a
me con la lu-ce sul tetto accesa. Lo fermai con un cenno e vi salii prima che Epiphany si fosse accorta di
me.

«Dove?» mi chiese il tassista dal viso rotondo, men-tre spegneva la luce.

«Ha voglia di guadagnare molto di più di quanto di-rà il tassametro?»

«In che modo?»

«Con un inseguimento. Si fermi un minuto davanti al Russian Tea Room.» Il tassista fece come gli avevo
chiesto e si voltò per esaminarmi. Gli lasciai intrave-dere il distintivo puntato al mio portafoglio e gli dis-si:
«Vede la signora con il cappotto di tweed che sta entrando in quella macchina davanti al Carnegie Hall?
Non la perda».

«Sarà uno scherzo.»

L'altro tassi fece un'improvvisa inversione di marcia sulla Cinquantasettesima. Eseguimmo la stessa
mano-vra cercando di non essere troppo cospicui e ci tenem-mo alla distanza di un mezzo isolato,
mentre gli altri svoltavano sulla Settima verso sud. Visotondo incontrò il mio sguardo nello specchietto
retrovisore e sogghi-gnò. «Ha promesso un bigliettone da cinque, vero, capo?»

«E cinque saranno, se non si lascerà vedere.»

«Faccio questo lavoro da troppo tempo perché non me la cavi, capo.»

Continuammo lungo la Settima fino a Times Square e passammo davanti al mio ufficio, poi l'altro tassi
svoltò a sinistra e si avviò a est sulla Quarantaduesima Strada. Zigzagando abilmente tra una macchina e
l'altra, continuammo a tenerci vicini senza metterci in evidenza. Il guidatore accelerò un momento per
passare prima del rosso all'incrocio con la Quinta, quando sem-brò che potessimo essere seminati.
Nei due isolati tra la Quinta e la Terminal Grand Central il traffico era congestionato e lentissimo, qua-si
fermo. Visotondo disse a mo' di spiegazione: «Avreb-be dovuto vedere queste vie ieri, con il corteo della
fe-sta di Saint Patrick. C'è stata confusione tutto il pome-riggio».

Il tassi di Margaret Krusemark cambiò di nuovo di-rezione all'angolo con Lexington Avenue. Lo vidi
fer-marsi davanti al grattacielo Chrysler. La luce sul tetto si riaccese: la donna si apprestava a lasciarlo
libero.

«Va benissimo qui», dissi. Visotondo frenò davanti al grattacielo Chanin. Il tassametro segnava un
dollaro e mezzo. Gli diedi sette biglietti da un dollaro, dicendo-gli di tenere il resto. Se li era meritati,
anche se era un imbroglione.

Presi ad attraversare la Lexington Avenue. L'altro tassi era partito, Margaret Krusemark era sparita al-la
vista. Non mi crucciai. Sapevo dov'era diretta. Var-cai la porta girevole, studiai il quadro con l'elenco
de-gli uffici nell'atrio tutto marmo e cromature. Le Linee Marittime Krusemark, S.p.A. erano al
quarantacinquesimo piano.

Uscendo dall'ascensore, però, cambiai idea e rinun-ciai ad affrontare i Krusemark. Non era ancora il
mo-mento di mostrare le mie carte, tanto più che non ave-vo in mano niente che meritasse di puntarci
sopra. La figlia aveva scoperto che stavo cercando Johnny Favo-rite ed era corsa difilato dal padre.
Qualunque cosa avesse da dirgli, era tanto scottante che non poteva passare per il centralino dell'ufficio:
altrimenti la don-na avrebbe telefonato. Stavo pensando a quanto avrei pagato per poter ascoltare la
conversazioncella al tavo-lo delle riunioni di famiglia, quando vidi un lavafinestre che si avviava al suo
lavoro.

L'uomo era calvo e di mezz'età, con un naso rico-struito da pugile a riposo. Si avvicinava lento lungo lo
splendente corridoio zufolando la canzone di moda del-l'estate scorsa, 'Volare', di mezzo tono più bassa.
Indos-sava una lurida tuta verde, con l'imbracatura di sicu-rezza che dondolava come un paio di bretelle
slacciate.

«Hai un minuto, amico?» Le mie parole lo fecero smettere nel mezzo di una nota. Mi guardò con le
lab-bra ancora socchiuse, come se aspettasse un bacio. «Ci scommetterei che non sai dirmi di chi è il
ritratto su un biglietto da cinquanta dollari.»

«Di che cosa si tratta? C'è una telecamera nascosta?»

«Nemmeno per sogno. Sono semplicemente pronto a scommettere che non sai di chi è la faccia su un
bi-glietto da cinquanta dollari.»

«Va bene, sapientone; è Thomas Jefferson.»

«Sbagli.»

«Davvero? E allora? Insomma, che cosa vuoi?»

Tirai fuori il portafoglio e presi il bigliettone ripie-gato che tengo in serbo per ogni evenienza e per certe
mance; lo sollevai in modo che ne vedesse il valore. «Secondo me potresti avere voglia di scoprire qual è
il fortunato presidente.»

Il lavafinestre si schiarì la voce e batté le palpebre. «Dai i numeri o che altro?»


«Quanto ti pagano?» gli domandai. «Avanti, puoi dir-melo. Non è mica un segreto di stato!»

«Quattro e cinquanta l'ora, grazie al sindacato.»

«Ti piacerebbe guadagnare dieci volte tanto? Grazie a me.»

«Sì? E che cosa dovrei fare per tutta quella grana?»

«Affittarmi per un'ora la tua attrezzatura e andare a spasso. Scendere a comprarti una birra.»

L'uomo si lisciò il cocuzzolo, benché non ci fosse bi-sogno di lucidarlo oltre. «Sei una specie di matto,
ve-ro?» Nella sua voce c'era una traccia di genuina am-mirazione.

«Che cosa cambia? Desidero affittare il tuo equipag-giamento e basta, senza domande. Tu ti fai un
cinquantone, soltanto per stare seduto un'oretta sul tuo poste-riore. Che cosa c'è di meglio?»

«Bene, affare fatto, amico. Visto che non sai che far-tene, dallo pure a me.»

«Sei intelligente.»

Il lavafinestre mi accennò con la testa di seguirlo e mi fece tornare indietro lungo il corridoio fino a una
porticina vicino all'uscita di sicurezza. Era uno sgabuz-zino di servizio. «Quando hai finito di usare i miei
at-trezzi, lasciali tutti qui dentro», disse sganciando la sua imbracatura e togliendosi la lurida tuta.

Appesi cappotto e giacca sopra un manico di scopa e mi infilai la tuta. Era rigida e puzzava leggermente
di ammoniaca, come un pigiama dopo un'orgia.

«Sarà meglio toglierti la cravatta», disse l'uomo. «Se non vuoi sembrare un candidato alle elezioni
sinda-cali.»

Cacciai la cravatta in una tasca della giacca e mi feci spiegare dal lavafinestre in che modo usare
l'imbraca-tura di sicurezza. Mi sembrò affatto semplice. «Non hai mica l'idea di andare all'esterno, vero?»
mi domandò.

«Per chi mi prendi? Voglio soltanto fare uno scher-zo a un'amica. È la segretaria di questo piano.»

«A me va benissimo», disse il lavafinestre. «Purché mi lasci la roba nello sgabuzzino.»

Ficcai il bigliettone piegato nel taschino della sua ca-micia. «Vai a far festa con Ulysses Simpson Grant.»
Il suo sguardo rimase privo d'espressione, come quello di un bue abbattuto. Gli dissi di guardare il ritratto
sul biglietto. Se ne andò lentamente, fischiettando.

Prima di nascondere la valigetta sotto l'acquaio di ce-mento, ne tolsi la calibro 38. La Smith & Wesson
Centennial è una pistola maneggevole. La canna, lunga po-co più di cinque centimetri, entra
comodamente in una tasca; essendo a cane interno, questa pistola non ha nulla che si agganci alla stoffa
quando entri in azione. Una volta dovetti scatenarmi con la rivoltella ancora in tasca. Un brutto scherzo
per il mio guardaroba, ma sempre meglio che provare uno di quei completi sen-za schiena delle pompe
funebri.

Infilai la piccola cinque colpi in una tasca della tu-ta e nell'altra misi il microfono a contatto. Con il
sec-chio e la spazzola in mano mi avviai con calma lungo il corridoio, verso l'imponente ingresso di
bronzo e di vetro delle Linee Marittime Krusemark, S.p.A.

27

Lasegretaria, quando attraversai il tappeto dell'antica-mera tra modellini di petroliere sotto vetro e
stampe di velieri, mi ignorò. Le strizzai l'occhio e lei mi voltò la schiena ruotando sulla poltrona. La porta
di vetro smerigliato che portava al sancta sanctorum aveva, al posto delle maniglie, ancore di bronzo. La
varcai can-ticchiando sottovoce una canzone di mare.

Di là dalla porta c'era un lungo corridoio sul quale, da un lato e dall'altro, si aprivano vari uffici. Lo
per-corsi lentamente, dondolando il secchio e leggendo i no-mi sulle porte. Erano tutti nomi che non
m'interessa-vano. Alla fine del corridoio c'era un salone dove un paio di telescriventi ticchettavano come
segretarie au-tomatiche. A una parete era appoggiato un timone di legno, altri velieri erano appesi alle
altre. C'erano pa-recchie comode poltrone, una tavola sul cui piano di vetro erano sparpagliate molte
riviste; e c'era una vi-vace bionda che apriva lettere con un tagliacarte, die-tro una scrivania a forma di L.
Su una parete si apri-va una porta di lucido mogano. All'altezza degli occhi, lettere di bronzo in rilievo
dicevano: ETHAN KRUSEMARK.

La bionda alzò gli occhi e mi sorrise, trafiggendo una busta come un d'Artagnan in gonnella. La pila di
let-tere accanto a lei era alta mezzo metro. La mia speran-za di rimanere solo con il mio microfono a
contatto cadde nel vuoto: avrei presto rimpianto questa espres-sione.

La bionda, intenta al suo semplice lavoro, mi ignorò. Agganciai il secchio all'imbracatura, tirai su una
fine-stra a saliscendi e chiusi gli occhi. Mi battevano i den-ti, ma non per l'ondata d'aria fredda.

«Ehi! Faccia in fretta, per piacere», gridò la bionda. «I miei fogli svolazzano per tutta la stanza.»

Tenendomi forte, mi chinai sotto la sbarra inferiore e sedetti all'indietro sul davanzale, con le gambe
anco-ra al sicuro dentro l'ufficio. Allungai un braccio per ag-ganciare una cinghia dell'imbracatura
all'intelaiatura esterna. Mi separava dall'interno solo lo spessore del vetro, ma mi sembrò che la bionda
fosse a un milione di miglia di distanza. Cambiai mano e agganciai l'altra cinghia.

Mettermi in piedi richiese tutto il coraggio che pos-sedevo. Cercai di pensare alla guerra e ai miei
compa-gni delle truppe aviotrasportate che uscivano indenni da centinaia di lanci, ma non ne trassi
conforto. Anzi, l'idea del paracadute peggiorò le cose.

Sulla stretta sporgenza c'era appena posto per la punta dei piedi. Spinsi giù la finestra e il rumore
con-fortante delle telescriventi all'interno si perse nelle raf-fiche di vento. Mi dissi di non guardare giù. E
fu la prima cosa che feci.

Sotto di me si spalancava il canyon in ombra della Quarantaduesima Strada, brulicante di pedoni e di


vei-coli grandi come puntolini di formiche e scarafaggi metallici. Guardai a oriente verso il fiume, oltre le
strisce verticali marrone e bianco dell'edificio delDaily News e il luccicante lastrone verde del Palazzo di
Vetro del-le Nazioni Unite. Un rimorchiatore giocattolo viaggia-va sul fiume trascinandosi dietro una fila
di chiatte nella sua scia argentea.

Un ventaccio gelido mi pungeva mani e faccia, mi sbatacchiava i vestiti, sventolava i larghi risvolti dei
miei calzoni come bandiere in battaglia. Avrebbe volu-to strapparmi dalla faccia del grattacielo e spedirmi
in volo sui tetti, oltre i piccioni volteggianti e i camini con i pennacchi di fumo. Le gambe mi tremavano
per il freddo e la paura. Se il vento non mi avesse portato via, le vibrazioni mi avrebbero presto staccato
dall'ap-piglio che tenevo con mani intorpidite. All'interno la bionda apriva imperturbabile le buste. Per
quel che la riguardava, io ero già partito.

All'improvviso la cosa mi sembrò divertente: Harry Angel, la Mosca Umana. Ricordai lo stentoreo
annun-cio di un direttore di circo equestre «... dove neppure gliangeli osano andare», e scoppiai in una
gran risa-ta. Spingendomi piano piano all'indietro con il sostegno delle cinghie dell'imbracatura, scoprii
con grande gioia che queste tenevano. Non era poi così terribile. I lavafinestre lo fanno tutto il giorno.

Mi sentivo un rocciatore durante un'incredibile pri-ma. Parecchi piani sopra la mia testa doccioni a
for-ma di tappo di radiatore sporgevano dagli angoli del grattacielo; e oltre a questi la guglia di acciaio
inossi-dabile andava restringendosi verso il sole, luccicante come la cima rivestita di ghiaccio di una
montagna non ancora conquistata.

Era ora di entrare in azione. Sganciai la cinghia di destra dell'imbracatura, la spostai e l'attaccai allo
stesso punto che teneva l'altra. Poi, muovendo a poco a po-co lungo il davanzale, sganciai la cinghia
interna e al-lungai il braccio nel vuoto fino all'intelaiatura della successiva finestra. Tastai alla cieca la
parete finché trovai un gancio e vi fissai la mia cinghia.

Assicurato alle due finestre, feci un passo con il pie-de sinistro. Staccai, agganciai, spostai il piede
destro: fatto. L'intera traversata non mi prese che qualche se-condo, ma a me sembrò di averci messo un
decennio.

Mentre agganciavo la cinghia di sicurezza di sinistra all'intelaiatura più lontana della finestra di Ethan
Krusemark, diedi un'occhiata dentro l'ufficio: una vasta sa-la d'angolo con altre due finestre su questa
facciata e tre dalla parte di Lexington Avenue. La scrivania era un'enorme lastra di marmo pentelico
completamente sgombra, se si eccettuava un telefono presidenziale con sei bottoni e una statuetta di
bronzo patinato che rap-presentava Nettuno nell'atto di brandire sopra i flutti il suo tridente. Un mobile
bar in una nicchia vicino al-la porta scintillava di cristalleria. Alle pareti erano ap-pesi impressionisti
francesi. Niente stampe di velieri per il padrone.

Su un lungo divano color crema, posto contro la pa-rete di fronte a me, sedevano Krusemark e sua
figlia. Su un basso tavolino di marmo luccicavano due bic-chieri di acquavite. Krusemark assomigliava
molto al suo ritratto: un vecchio dalla faccia rubiconda, incor-niciata da una folta chioma di ben pettinati
capelli d'argento. A mio parere, era più somigliante a un pi-rata che a Clark Gable.

Margaret Krusemark aveva rinunciato al suo solen-ne abbigliamento nero e indossato una camicetta
cam-pagnola e un gonnone ricamato, ma portava sempre il pentacolo d'oro capovolto. Di quando in
quando uno dei due guardava di fronte a sé, direttamente verso la mia finestra. Cosparsi di acqua
insaponata il vetro da-vanti alla mia faccia.

Tirai fuori della tuta il microfono a contatto e inse-rii l'auricolare. Dopo avere avvolto lo strumento in un
grosso straccio, lo premetti contro il vetro e finsi di la-vare la finestra. Le loro voci mi giunsero chiare e
net-te, come se mi fossi seduto accanto a loro sul divano.

Krusemark stava dicendo: «... e sapeva la data di na-scita di Jonathan?»

Margaret giocherellava inquieta con la stella d'oro. «La conosceva con precisione», rispose.
«Non ci vuole molto per scoprirla. Sei sicura che sia un investigatore privato?»

«L'ha detto la figlia di Evangeline Proudfoot. È ab-bastanza informato su Jonathan da essere arrivato
fi-no a lei per farle domande.»

«Che ne è del dottore di Poughkeepsie?»

«Morto. Suicidio. È successo all'inizio di questa set-timana. Ho telefonato alla clinica.»

«Quindi non sapremo mai se l'investigatore gli ha parlato o no.»

«La cosa non mi piace, papà. Per di più dopo tutti questi anni. Angel sa già troppo.»

«Angel?»

«L'investigatore. Ti prego, fa' attenzione a quel che ti dico.»

«Lo sto assimilando tutto, Meg. Dammene il tempo.» Krusemark bevve un sorso della sua acquavite.

«Perché non ci liberiamo di Angel?»

«Che vantaggio ne avremmo? Questa città formicola di investigatori privati da quattro soldi. Non
dobbiamo preoccuparci di Angel, ma di chi lo ha assunto.»

Margaret Krusemark afferrò una mano di suo padre nelle sue. «Angel tornerà da me. Per l'oroscopo.»

«Preparaglielo.»

«L'ho già preparato. Era uguale a quello di Jonathan, cambiava solo il luogo di nascita. Avrei potuto
farlo a memoria.»

«Bene.» Krusemark finì il suo bicchiere. «Per poco che conosca il suo mestiere, quando ritornerà da te
per ritirare l'oroscopo Angel avrà già scoperto che non hai sorelle. Fallo parlare. Sei una ragazza in
gamba. Se non riesci a tirargli fuori con qualche trucco le infor-mazioni, mettigli di nascosto qualcosa nel
tè. Ci sono tanti modi per far cantare una persona. Dobbiamo sa-pere il nome del suo cliente. Non
possiamo far mori-re Angel prima di avere scoperto per chi lavora.» Kru-semark si alzò. «Per questo
pomeriggio ho un mucchio di riunioni importanti, Meg, perciò, se non c'è nient'al-tro...»

«No, non c'è altro.» Margaret Krusemark si alzò in piedi e si lisciò la gonna.

«Bene.» Ethan Krusemark mise un braccio intorno alle spalle della figlia. «Telefonami appena si farà
vi-vo l'investigatore. Ho imparato l'arte della persuasio-ne in Oriente. Vedremo se ho perso o no la
mano.»

«Grazie, papà.»

«Vieni. Ti accompagno fuori. Che progetti hai per il resto della giornata?»

«Oh, non so. Pensavo di andare magari da Saks a fa-re qualche compera. Dopo...» Il seguito del
discorso non mi arrivò, perché la pesante porta di mogano si era chiusa alle loro spalle.
Mi ficcai in tasca il microfono a contatto avvolto nel-lo strofinaccio e provai ad aprire la finestra. Non
era sbarrata e riuscii a farla scorrere con poco sforzo. Sganciai una cinghia dell'imbracatura e cacciai
all'interno le mie gambe tremanti. Un attimo dopo avevo staccato anche l'altra ed ero in piedi nella
relativa si-curezza dell'ufficio di Krusemark. Correre quel rischio mi aveva reso bene: lavare vetri era una
bazzecola in confronto a saggiare di prima mano le arti orientali di Krusemark.

Chiusi la finestra e mi guardai intorno. Per quanto forte fosse il desiderio di curiosare, sapevo di non
aver-ne il tempo. Il bicchierino di acquavite di Margaret Krusemark era sul tavolo di marmo, quasi
intatto. In quello non erano state messe gocce di nessun genere. Annusai il profumo aromatico e ne presi
un sorso. Il liquore scivolò sulla mia lingua come velluto infuoca-to. Lo bevvi tutto in tre veloci boccate.
Era vecchio e costoso, meritava un trattamento migliore, ma io ave-vo molta premura.

28

Lasegretaria bionda mi diede appena un'occhiata, quando chiusi con forza la porta di mogano. Forse era
abituata a lavafinestre che scorrazzavano per l'ufficio del suo capo. Andai a sbattere contro Ethan
Krusemark in persona, che tornava a grandi passi lungo il corridoio, petto in fuori, come se avesse una
fila di me-daglie invisibili appese alla sua giacca grigia di flanel-la. Passando, grugnì. Suppongo si
aspettasse le scuse più umili. Invece dissi: «Va' 'a farti fottere'!», ma le mie parole non lo scalfirono e
scivolarono via come uno sputo su un'anatra.

Mentre mi dirigevo all'uscita, mandai un bacione al-la segretaria che aveva ingoiato un palo. Contrasse la
faccia come se avesse in bocca una manciata di budella di bruco, ma due commessi viaggiatori che
facevano anticamera su due eleganti sedie uguali pensarono che la cosa fosse davvero spiritosa.

Nello sgabuzzino delle scope mi cambiai con una ra-pidità che avrebbe suscitato l'invidia di Superman.
Non avendo tempo di rifare la valigetta, ficcai il microfono a contatto e la Smith & Wesson nelle tasche
del cap-potto e lasciai la tuta e l'imbracatura stipate dentro il secchio ammaccato. Mi ricordai della
cravatta in ascen-sore e, goffamente e alla cieca, me la annodai intorno al colletto della camicia.

Per strada non c'era traccia di Margaret Krusemark. Aveva parlato di acquisti da Saks, quindi
immaginai che fosse salita su un tassi. Stabilii di lasciarle il tem-po di cambiare idea. Attraversai la
Lexington e arrivai al Grand Central Terminal, dove entrai da un ingres-so laterale.

Scesi la rampa fino al banco delle ostriche e ne or-dinai una dozzina di Blue Point su mezza conchiglia.
Scomparvero in fretta. Sorseggiai il sugo dalle conchi-glie vuote e ne ordinai un'altra mezza dozzina, che
man-giai senza premura. Venti minuti dopo allontanai il piat-to e mi diressi a una cabina telefonica. Feci il
numero di Margaret Krusemark e lasciai suonare dieci volte prima di appendere la cornetta. La donna
era al sicuro da Saks. Magari sarebbe anche passata da Bonwit e da Bergdorf prima di avviarsi verso
casa.

Il treno navetta trasportò la mia pellaccia imbottita di molluschi fino a Times Square, dove presi un
loca-le fino alla Cinquantasettesima. Feci il numero dell'al-loggio di Margaret Krusemark dalla cabina
telefonica dell'angolo e di nuovo non ottenni risposta. Oltrepas-sando l'ingresso dell'881 della Settima
Avenue, vidi tre persone che aspettavano l'ascensore e proseguii fino al-l'incrocio con la
Cinquantaseiesima. Mi accesi una si-garetta e tornai indietro. Questa volta l'atrio era vuo-to. Andai dritto
alle scale di sicurezza. Non conviene farsi riconoscere dal manovratore degli ascensori.
Salire fino all'undicesimo piano va benissimo per chi è allenato a correre la maratona, ma non è affatto
divertente per chi ha una dozzina e mezzo di ostriche che fanno acrobazie nella pancia. Me la presi con
calma, ri-posandomi ogni due piani, circondato da un misto ca-cofonico di una dozzina di disparate
lezioni di musica.

Quando arrivai alla porta di Margaret Krusemark an-simavo e il mio cuore martellava come un
metronomo in tempo di presto. Il corridoio era deserto. Aprii la mia valigetta e ne estrassi i guanti di
gomma da chi-rurgo. La serratura era di un modello comune. Suonai il campanello parecchie volte prima
di passare in rivi-sta la mia serie di costose chiavi false in cerca della chiave appropriata.

La terza che provai girò nella serratura. Raccolsi la mia valigetta, entrai nell'alloggio, chiusi la porta
die-tro di me. L'odore di etere era insopportabile. Aleggia-va nella stanza, volatile e aromatico,
riportandomi ri-cordi di corsia. Tirai fuori del cappotto la mia calibro 38 e camminai di fianco lungo la
parete dell'ingresso scuro. Non ci voleva uno Sherlock Holmes per capire che qualcosa era andato
storto.

Margaret Krusemark aveva cambiato idea e rinuncia-to alle compere. Giaceva sulla schiena nel salone
inva-so dal sole, stesa di traverso sul basso tavolino all'om-bra di tutte quelle palme nei vasi. Il divano sul
quale ci eravamo seduti a prendere il tè era stato spinto con-tro la parete, in modo che la donna era tutta
sola al centro del tappeto, come una statua sull'altare.

La sua camicetta da contadina era aperta e lacerata, le sue piccole mammelle erano pallide e nient'affatto
spiacevoli alla vista, se si eccettua la rozza incisione che divideva il petto da un punto sotto il diaframma
fin su a metà dello sterno. La ferita traboccava di san-gue, rivoletti rossi scorrevano lungo le costole e
forma-vano pozze sul piano del tavolino. Per fortuna i suoi occhi erano chiusi; fatto per cui provai non
poca gra-titudine.

Riposi la pistola e appoggiai la punta delle dita su un lato della gola di Margaret Krusemark. Attraverso
la gomma sottile sentii che era ancora calda. La sua espressione era serena, come se stesse solo
dormendo; qualcosa di assai simile a un sorriso indugiava sulle sue labbra. Dall'altra parte della sala un
orologio sul-la mensola del caminetto batté l'ora: erano le cinque del pomeriggio.

Trovai l'arma del delitto sotto il tavolino: un coltel-lo azteco per i sacrifici, proveniente dalla collezione di
Margaret Krusemark. Non lo toccai, la lama di lucida ossidiana era appannata dal sangue che andava
seccan-dosi. Non c'erano segni di lotta. Il divano era stato spo-stato con cura. Era facile ricostruire il
delitto.

Margaret Krusemark aveva cambiato idea e rinuncia-to a fare acquisti. Era invece venuta direttamente a
ca-sa. L'assassino o l'assassina l'aspettava dentro l'appar-tamento, l'aveva colta di sorpresa da dietro e le
aveva tappato bocca e naso con un batuffolo intriso di etere. La donna aveva perso conoscenza prima di
avere tem-po di difendersi.

Un tappetino spiegazzato vicino all'ingresso indicava su che cosa Margaret Krusemark era stata
trascinata in salone. Cautamente, quasi affettuosamente, l'assas-sino l'aveva sollevata fin sul tavolo e
aveva allontana-to gli altri mobili in modo da avere molto spazio per agire.

Esaminai a lungo la stanza. Mi sembrò che non fos-se stato rubato nulla. La collezione di oggetti occulti
pareva intatta. Soltanto il pugnale di ossidiana non era al suo posto; e quello sapevo dove si trovava. I
casset-ti non erano stati aperti, gli armadi non erano stati saccheggiati. Nessun tentativo di far credere a
un furto.
Accanto a una delle grandi finestre, tra un filoden-dro e un delphinium, feci un'unica piccola scoperta.
Dentro il bacile di un alto tripode ellenico di bronzo rosseggiava un pezzo di carne sanguinolenta, più o
me-no delle dimensioni di una palla da tennis deformata. Sembrava un rifiuto portato in casa da un cane.
Lo fis-sai a lungo prima di capire che cos'era. Il giorno di san Valentino non mi avrebbe mai più fatto lo
stesso effetto. Quel pezzo di carne era il cuore di Margaret Krusemark.

Un oggetto così semplice, il cuore umano. Continua a pompare, un giorno dopo l'altro, un anno dopo
l'al-tro, finché arriva qualcuno a strapparlo via e finisce con l'assomigliare a un boccone per i cani. Voltai
le spalle al cuore della Strega di Wellesley, sentendo tutte e diciotto le ostriche in fuga precipitosa verso
l'uscita.

Dopo avere frugato un po' dappertutto, trovai uno straccetto imbevuto di etere in un cestino di vimini
del-l'ingresso. Lo lasciai lì per gli uomini della squadra omicidi. Si divertissero pure con quello, lo
portassero pure alla Centrale in compagnia del pezzo di carne e lo esaminassero pure nei loro laboratori.
Ci sarebbero stati rapporti in triplice copia da archiviare. Quello era compito loro, non mio.

In cucina c'era ben poco d'interessante. Era una cu-cina qualsiasi. Libri di ricette, pentole e casseruole,
tanti vasetti di spezie, un frigorifero pieno di avanzi. Un sacchetto di Bloomingdale conteneva la
spazzatura, ma era proprio solo spazzatura: fondi di caffè e ossa di pollo.

La camera da letto sembrava più promettente. Il let-to era sfatto, le lenzuola in disordine erano
macchiate di sperma. La strega non si privava di stregoni. In una piccola stanza da bagno adiacente
trovai l'involucro di plastica del suo diaframma. Era vuoto. Se quel matti-no Margaret Krusemark era
andata a letto con qualcu-no, doveva ancora averlo addosso. Gli uomini della po-lizia avrebbero trovato
anche quello.

L'armadietto dei medicinali si prolungava in alti scaf-fali che incorniciavano ciascun lato dello specchio
so-pra il lavabo. Aspirina, dentifricio, latte di magnesia e fialette di medicine contendevano lo spazio a
barattoli di polverine puzzolenti contrassegnate da oscuri simbo-li alchemici. Una svariata quantità di erbe
aromatiche era sigillata in scatolette di metallo assortite. La men-ta fu l'unica che riconobbi dall'odore.

Dal coperchio di una scatola di Kleenex sogghignava verso di me un teschio ingiallito. Sul ripiano vicino
ai Tampax c'erano un mortaio e un pestello. Sul coper-chio della vaschetta del gabinetto erano stipati un
pu-gnale a doppio taglio, un numero diVogue, una spaz-zola e quattro grosse candele nere.

Dietro un barattolo di crema di bellezza trovai una mano umana recisa. Scura e avvizzita, era simile a un
guanto smesso. Quando la soppesai era così leggera che quasi la lasciai cadere. Non trovai neppure un
occhio di tritone, ma certo non perché non l'avessi cercato.

Dalla camera da letto si apriva uno studiolo dove Margaret Krusemark aveva svolto il suo lavoro. Uno
schedario zeppo di oroscopi dei clienti non mi disse nulla. Cercai sotto gli 'F' per Favorite e sotto gli 'L'
per Liebling, ma invano. C'erano una breve fila di libri di consultazione e un globo. I libri erano appoggiati
a un cofanetto di alabastro sigillato, più o meno delle di-mensioni di una scatola da sigari, con serpente a
tre teste inciso sul coperchio.

Scorsi i libri sperando di trovarvi nascosto qualche pezzetto di carta, ma non scoprii nulla. Frugando tra i
fogli in disordine sul piano della scrivania, fui attrat-to da un piccolo cartoncino stampato, con i margini
ne-ri. In cima, circondata da un cerchio, era stampata una stella a cinque punte capovolta. Sovrimposta
all'inter-no del pentacolo c'era una testa di capra con le corna. Sotto il talismano era scrittomissa niger in
elaborate maiuscole. Anche il testo era in latino. In fondo c'era-no le cifre: XXII. II. MCMLIX.Era una
data. La domenica delle Palme, fra quattro giorni. C'era la busta del car-toncino, indirizzata a Margaret
Krusemark. Vi rimisi dentro il biglietto e la ficcai nella la mia valigetta.

La maggior parte degli altri fogli erano calcoli astrali e oroscopi non ancora finiti. Li guardai senza gran
in-teresse e ne trovai uno con il mio nome in testa. Chi sa come sarebbe piaciuto al tenente Sterne
mettervi su le mani! Avrei dovuto bruciarlo o buttarlo nel gabinet-to e tirare l'acqua. Invece, da vero
imbecille, lo cacciai nella mia valigetta.

Il ritrovamento dell'oroscopo mi diede l'idea di esa-minare l'agenda sulla scrivania di Margaret


Kruse-mark. Ed eccomi segnato lì, il lunedì 16. «H. Angel, 13,30.» Strappai il foglio e lo riposi con tutto
il resto nella valigetta. Dalla pagina di quel giorno dell'agenda risultava un appuntamento per le cinque e
mezzo. Il mio orologio correva di qualche minuto, ma rimanere oltre le cinque e venti era piuttosto
rischioso.

Uscendo, lasciai la porta socchiusa. Qualcun altro avrebbe scoperto il corpo e chiamato la polizia. Non
volevo avere a che fare con quel pasticcio. Che illusio-ne! C'ero dentro fino al collo.

29

Nonscesi di corsa le scale di sicurezza. Avevo fatto ab-bastanza esercizio per un solo giorno. Quando
arrivai nell'atrio non mi diressi in strada ma percorsi lo stret-to passaggio che conduce alla Carnegie
Tavern. Mi of-fro sempre da bere dopo che ho scoperto un cadavere. È una vecchia abitudine di
famiglia.

Nel bar, affollato perché era il momento in cui le be-vande costano meno, mi aprii un varco a gomitate e
or-dinai un doppio Manhattan con ghiaccio. Quando arri-vò, ne bevvi una lunga sorsata e ripercorsi
faticosa-mente la sala con il bicchiere in mano, pestando mol-ti piedi, fino al telefono pubblico.

Feci il numero di Epiphany Proudfoot e finii di be-re mentre ascoltavo gli ininterrotti trilli. C'era
qualco-sa di sinistro nel non ricevere una risposta. Attaccai, pensando a Margaret Krusemark, squartata
come un cappone di Natale undici piani più su. Il suo numero era stato l'ultimo che non aveva risposto.
Lasciai il bic-chiere vuoto sul ripiano sotto il telefono e a forza di spallate uscii in strada.

Qualcuno scendeva da un tassi a mezzo isolato da me, di fronte al City Center Theatre, a forma di
mo-schea. Urlai e il tassista mi aspettò con la porta aper-ta, ma dovetti correre per battere una donna
risoluta che arrivava di fretta dall'altra parte della via, bran-dendo un ombrello chiuso.

Il tassista era un negro che non batté ciglio quando gli dissi di portarmi all'angolo tra la
Centoventitreesima e la Lenox. Probabilmente pensò che erano fattac-ci miei ed era ben contento di
prendersi la mia ultima mancia. Lasciammo il centro senza le solite chiacchie-re. Un transistor sul sedile
anteriore era sintonizzato ad alto volume su un disc-jockey che parlava ritmico e veloce alla rete WOV:
«la stazione emozione con la trasmittente potente».

Scesi dal tassi davanti ai Prodotti farmaceutici Proudfoot venti minuti dopo. La macchina si allontanò a
gran velocità in una cadenza di rhythm and blues. Il negozio era ancora chiuso agli avventori, la lunga
tenda verde pendeva dietro il vetro come una bandiera abbassata do-po una sconfitta. Bussai, scossi la
maniglia, ma senza ri-sultati.
Epiphany aveva parlato di un alloggio sopra il nego-zio. Mi avviai verso l'ingresso dello stabile lungo la
Le-nox e lessi i nomi sulle cassette delle lettere nell'atrio. Sulla terza partendo da sinistra c'era:proudfoot,
2-d. La porta delle scale non era chiusa a chiave. Entrai.

Il corridoio, stretto e piastrellato, puzzava di urina e di zampetti di maiale bolliti. Salii i vecchi scalini di
marmo scheggiato fino al secondo piano e sentii in qualche alloggio sopra di me tirare l'acqua del
gabinet-to. L'appartamento 2-D era al capo opposto del piane-rottolo. Per precauzione suonai
ripetutamente il cam-panello, ma nessuno aprì la porta.

La serratura non presentò difficoltà. Avevo una mez-za dozzina di chiavi che facevano al caso. Infilai i
miei guanti di gomma e aprii la porta, istintivamente annu-sando per scoprire odore di etere. Il grande
salone d'angolo aveva finestre sia sulla Lenox Avenue sia sulla Centoventitreesima Strada. Era arredato
di mobili fun-zionali comprati a rate e di sculture lignee africane.

In camera il letto era fatto con precisione. Un paio di maschere sghignazzavano ai due lati di un tavolino
da toeletta di acero marmorizzato. Passai in rivista i cassetti del comò e l'armadio senza trovarvi altro che
vestiario e oggetti personali. Sul tavolino accanto al let-to erano appoggiate parecchie fotografie con
cornice d'argento, tutte della stessa donna altera e dai linea-menti fini. C'era qualcosa di Epiphany nella
curva ap-passionata della bocca; ma il naso era più piatto, gli occhi erano selvaggi e sbarrati come quelli
di un'osses-sa. Stavo fissando Evangeline Proudfoot.

Aveva educato la figlia a essere ordinata. La cucina era pulita, niente era fuori posto, non c'erano piatti
nell'acquaio né briciole sulla tavola. La verdura fresca nel frigorifero era l'unico indizio che la casa era
stata abitata di recente.

L'ultima stanza era scura come una caverna. L'inter-ruttore della luce non funzionava, perciò usai la mia
minuscola lampadina tascabile. Non volendo inciampa-re in qualche cadavere, esaminai prima il
pavimento. Una volta, ma molto molto tempo fa, quel locale dove-va essere stato un'altra camera da
letto. I vetri della finestra erano dipinti dello stesso blu notte che copri-va pareti e soffitto. Sopra tutto
questo si snodava uno sgargiante arcobaleno di graffiti. Lungo una parete s'in-trecciavano foglie e fiori.
Un'altra era attraversata dalle capriole di pesci e sirene rozzamente disegnati. Il soffitto era un trionfo di
stelle e di mezzelune.

Quella stanza era un tempio vudu. Contro la parete opposta alla porta si alzava un altare in muratura.
Sul-l'altare erano allineati in tante file, come una bancarel-la del mercato, brocche di terracotta coperte.
Mozzico-ni di candela erano posati a dozzine su piattini davan-ti a litografie a colori dei santi cattolici
affisse sul mu-ro. Di fronte all'altare era infilzata nel pavimento di le-gno una sciabola arrugginita. Su un
lato pendeva una stampella di legno. Tra le brocche si ergeva una croce di ferro battuto molto ornata,
che reggeva un cappel-lo a cilindro di seta tutto ammaccato.

Vidi su uno scaffale parecchi sonagli fatti con zucche e un paio di battagli di ferro. Vicino a questi erano
raggruppati svariati barattoli e botticini colorati. Gran parte della parete sopra l'altare era occupata dal
dise-gno infantile di una nave da carico.

Pensai a Epiphany nel suo vestito bianco, mentre sal-modiava e gemeva, i tamburi pulsavano e le zucche
bi-sbigliavano come serpenti che si muovano nell'erba sec-ca. Ricordai l'abile mossa del polso e il lucore
dello sprizzo di sangue di un gallo nella notte. Uscendo dall'humfo cozzai con la testa contro un paio di
tamburi conga fatti di legno e pelle decorati, che pendevano dal soffitto.

Esaminai l'armadio dell'ingresso senza risultati, ma ebbi fortuna in cucina, dove trovai una rampa di stretti
scalini che portavano al negozio sottostante. Frugai nel retrobottega, rovistai tra le scorte di radici
essiccate e foglie, tra le polverine, senza sapere di che cosa andas-si in cerca.

Il negozio era oscuro e vuoto. Sul piano di vetro del banco c'era una pila di posta non aperta. La
esaminai alla luce della lampadina tascabile: un conto del telefono, parecchie lettere da grossisti di erbe
medicinali, un messaggio a stampa del deputato Adam Clayton Powell, una richiesta di soldi per
beneficenza. In fondo c'era un manifesto di cartone. Il mio cuore sussultò d'improvviso. La faccia sul
manifesto era quella di Louis Cyphre!

Cyphre aveva in testa un turbante bianco. La sua pel-le sembrava brunita dal vento del deserto. In alto e
di traverso era scritto:elÇ IFR,signore dell'ignoto. Sul fondo era stampato il seguente messaggio:
«L'Illustre e Onnisciente elÇ ifr parlerà alla congregazione del Nuovo Tempio della Speranza al 139 della
Centoquarantaquattresima Strada Ovest, sabato 21 marzo 1959, ore 20,30. Il pubblico è cordialmente
invitato a inter-venire. INGRESSO LIBERO».

Cacciai il manifesto nella mia valigetta. Chi mai sa rinunciare a uno spettacolo gratis?

30

Dopoaver chiuso a chiave l'appartamento di Epiphany Proudfoot, andai a piedi fino alla
Centoventicinquesima e presi un tassi davanti al Palm Café. Durante il viag-gio verso il centro sulla West
Side Highway ebbi mol-to tempo per pensare. Fissavo dal finestrino l'Hudson, più scuro del cielo
notturno, sul quale numerosi piro-scafi di lusso splendidamente illuminati sembravano fiere galleggianti tra
le baracche della banchina.

Una fiera di morte. Venite subito a vedere la cerimo-nia vudu di morte! In fretta, spicciatevi! Non
perdete-vi il sacrificio azteco! La prima volta in assoluto! Que-sto caso era uno spettacolo da fiera.
Streghe e indovi-ne, un cliente che si vestiva da sceicco arabo e si an-neriva la faccia. Io ero lo zoticone
in mezzo a questo macabro parco divertimenti, abbagliato dalle luci e dai giochi di prestigio. I fatti che
apparivano come in un gioco delle ombre nascondevano manovre che riuscivo a malapena a percepire.

Mi occorreva un bar vicino a casa mia. Il Silver Rail all'angolo tra la Ventitreesima Strada e la Settima
Avenue faceva al caso. All'ora di chiusura strisciai carpo-ni fino a casa? Non me lo ricordo. Come avessi
trova-to il mio letto al Chelsea rimane un mistero. Solo i so-gni mi sembrarono reali.

Sognai che uno strepito di urla provenienti dalla strada mi aveva svegliato. Andai alla finestra e scostai le
tendine. Una folla inferocita fremeva da un marcia-piede all'altro, incoerente e ululante come un'unica
be-stia infida. In mezzo a questa folla avanzava lento un carretto a due ruote, tirato da un vecchissimo
ronzino malandato. Sul carretto c'erano un uomo e una donna. Presi dalla mia valigetta il binocolo e li
esaminai. La donna era Margaret Krusemark. L'uomo ero io.

In un magico momento del sogno fui improvvisamen-te sul carretto, aggrappato alla sua sponda di rozzo
le-gno, mentre una folla senza volto ondeggiava tutt'intor-no come un mare furioso. Dall'altra parte del
carretto traballante Margaret Krusemark sorrideva d'un sorri-so seducente. Eravamo così vicini da
essere quasi ab-bracciati. Era forse una strega diretta al rogo? E io ero forse il boia?

Il carretto procedeva. Sopra le teste della gente vidi l'inconfondibile sagoma della ghigliottina sorgere
sopra una scalinata. Il regno del terrore. Condannato ingiu-stamente! Il carretto si fermò di scatto ai piedi
del pa-tibolo. Mani rudi si alzarono a sollevare Margaret Kru-semark dal suo precario sedile. Mentre la
folla taceva, la donna fu lasciata salire senza aiuto la scalinata.

Un rivoluzionario attrasse la mia attenzione. Era nel-le prime file di spettatori, vestito di nero e armato di
picca: Louis Cyphre. Portava un berretto frigio sulle ventitré, ornato di un baldanzoso nastro tricolore.
Quando mi vide, brandì la picca e mi fece un inchino burlesco.

Non vidi la scena sul patibolo. I tamburi rullarono, la lama calò di schianto; quando alzai gli occhi, il
car-nefice mi voltava la schiena e sollevava la testa di Margaret Krusemark davanti a una folla adorante.
Mi sen-tii chiamare per nome e scesi dal carretto per fare po-sto a una bara. Louis Cyphre sorrise. Se la
spassava un mondo.

L'impalcatura era viscida di sangue. Per un pelo non sdrucciolai mentre mi giravo a faccia a faccia con la
folla. Un soldato mi prese per il braccio e mi guidò quasi gentilmente verso la tavola. «Devi stenderti,
figlio mio», disse il prete.

M'inginocchiai per un'ultima preghiera. Il carnefice era in piedi accanto a me. Una raffica di vento
solle-vò la parte anteriore del suo cappuccio nero. Riconobbi i capelli impomatati e il sorriso beffardo. Il
boia era Johnny Favorite!

Mi svegliai urlando più forte dei trilli del telefono. Mi lanciai sulla cornetta come chi sta per annegare si
butta su un salvagente.

«Pronto... pronto! Lei è Angel? Harry Angel?» Era Herman Winesap, il mio legale prediletto.

«Qui parla Angel.» Mi sembrò che la lingua mi fos-se cresciuta a dismisura dentro la bocca.

«Santo cielo, Angel, dov'è stato? La cerco da ore e ore nel suo ufficio.»

«Stavo dormendo.»

«Dormendo? Ma sono quasi le undici.»

«Ho lavorato fino a tardi», dissi. «Gli investigatori privati non fanno l'orario dei legali di Wall Street.»

Se le mie parole l'avevano offeso, Winesap ebbe il buon senso di non darlo affatto a vedere. «Me ne
ren-do conto. Lei deve svolgere il suo lavoro come le pare e piace.»

«Non poteva lasciarmi un messaggio? Che cosa c'è di tanto importante?»

«Ieri non aveva accennato al desiderio di incontrar-si con il signor Cyphre?»

«Esatto.»

«Bene, il signor Cyphre propone di pranzare con lui oggi.»

«Lo stesso posto dell'altra volta?»

«No. Il signor Cyphre pensa che potrebbe piacerle mangiare al Le Voisin. È al 575 di Park Avenue.»
«A che ora?»

«All'una. Farà in tempo, se non si riaddormenta.»

«Ci sarò.»

Winesap agganciò senza i suoi abituali ed elaborati addii. Trascinai il mio dolente corpo fuori del letto e
mi avviai con passo malfermo alla doccia. Dopo venti minuti d'acqua bollente e tre tazze di caffè nero mi
sentivo di nuovo quasi umano.

Vestito di un completo marrone di lana ben stirato, con una camicia bianca fresca di lavanderia e una
cra-vatta senza macchie, ero pronto per il più pretenzioso dei ristoranti francesi. Percorsi in macchina
Park Ave-nue, attraversai la vecchia galleria ferroviaria sotto Murray Hill e il sovrappassaggio che
scavalca sui due lati il Grand Central Terminal, come una strada di montagna divisa in due. Quattro isolati
più in là la ci-ma della cupola del New York Central Building si er-geva da Park Avenue come un punto
esclamativo in go-tico fiorito. La rampa all'interno riversava il traffico sulla Park Avenue superiore, una
via che si trasforma da canyon uniforme di muri e mattoni in un'asettica cordigliera di torri dalle pareti di
vetro.

Trovai un posto per la macchina vicino alla Christian Science Church, all'angolo della Sessantatreesima
con Park Avenue, che attraversai a piedi. Le Voisin vanta-va un indirizzo sulla Park Avenue, ma in realtà
l'ingres-so era sulla Sessantatreesima. Entrai e consegnai il cappotto e la valigetta. Tutto in quel posto
faceva pen-sare alla smisuratezza dei redditi dei suoi clienti.

Il capocameriere mi salutò con riservatezza diploma-tica. Pronunciai il nome di Louis Cyphre e lui mi
con-dusse, oltre il carrello dei dolci, a un tavolo vicino a una parete. Vedendoci arrivare, Cyphre si alzò.
Indos-sava pantaloni di flanella grigia, una giacca sportiva blu marina e aveva al collo un fazzoletto di seta
rosso e verde. Sul taschino della giacca era ricamato lo stem-ma di un circolo di tennis. All'occhiello
risaltava una piccola stella d'oro. Capovolta.

«Felice di rivederla, Angel», disse stringendomi for-te la mano.

Sedemmo e ordinammo da bere. Per rispetto verso i miei postumi di sbornia, ordinai una bottiglia di
birra importata; Cyphre chiese un Campari e soda. Nell'at-tesa chiacchierammo del più e del meno.
Cyphre mi raccontò delle sue intenzioni di fare un viaggio all'este-ro durante la Settimana Santa: Parigi,
Roma, il Vatica-no. Definì davvero splendide le cerimonie della dome-nica di Pasqua in San Pietro.
Aveva in programma un'udienza del papa. Lo fissavo con indifferenza e cer-cavo di immaginarmi quella
sua faccia aristocratica in-corniciata da un turbante. ElÇ ifr, Signore dell'Ignoto, incontra Sua Santità il
Sommo Pontefice.

Quando ci portarono da bere, ordinammo il pranzo. Cyphre parlò in francese al cameriere e non riuscii a
seguire quel che si dicevano. So di questa lingua quan-to basta per compitare una lista e ordinare
tournedos Rossini e insalata d'indivia.

Appena fummo soli, Cyphre disse: «E ora, signor Angel, la prego, un rapporto esauriente fino a oggi».
Sor-rise e sorseggiò il suo bicchiere color rosso rubino.

«Ho un sacco di cose da raccontare. È stata una set-timana molto lunga e non è ancora finita. Il dottor
Fowler è morto. Ufficialmente si tratta di suicidio, ma io non ci scommetterei su.»

«E perché no? Quell'uomo era stato smascherato, la sua carriera era rovinata.»
«Ci sono state altre due morti, entrambe per assas-sinio, entrambe collegate con questo caso.»

«Ne deduco che lei non ha ritrovato Jonathan?»

«Non ancora. Ho scoperto un mucchio di cose su di lui, nessuna che lo renda simpatico.»

Cyphre fece girare un bastoncino nel bicchiere del Campari e soda.

«Secondo lei è ancora vivo?»

«Sembrerebbe di sì. Lunedì sera sono andato a Harlem per intervistare un vecchio pianista jazz, che si
chiamava Edison Sweet. Avevo visto una sua foto con Favorite, presa anni fa, che mi aveva interessato.
Fic-cando il naso nei suoi affari, avevo scoperto che Sweet apparteneva a una setta vudu di Harlem.
Non vi man-cava niente: tam tam, sacrifici cruenti, tutto quanto. In-torno al 1940 a questa setta
apparteneva anche Johnny Favorite. Andava a letto con una sacerdotessa vudu, una certa Evangeline
Proudfoot e aveva la mania di queste cerimonie. Tutto ciò l'ho saputo da Sweet. Il giorno dopo è stato
ucciso. Chi l'ha ucciso avrebbe vo-luto far passare la sua morte per un rito vudu, ma, chiunque fosse, non
era molto ferrato nel vé-vé.»

«Vé-vé?» Cyphre sollevò un sopracciglio.

«Sono i simboli mistici vudu, che hanno scaraboc-chiato con il sangue su tutta la parete. Una persona
che se ne intende ha scoperto che sono falsi. Erano destinati a metterci su una pista sbagliata.»

«Lei ha parlato di un altro delitto.»

«Ci arrivo subito. Seguivo una seconda pista. Incurio-sito dall'amica di Favorite che apparteneva all'alta
so-cietà, sono andato a scavare in quella direzione. Mi ci è voluto un po' di tempo per scovarla, anche se
l'ave-vo sempre avuta sotto il naso. Era un'astrologa dal no-me di Margaret Krusemark.»

Cyphre si chinò verso di me con la curiosità di una massaia pettegola. «La figlia dell'armatore?»

«La sua unica e sola figlia.»

«Mi dica che cosa è successo.»

«Be', sono più che convinto che lei e suo padre fos-sero la coppia che portò via dalla clinica di
Poughkeepsie Favorite. Sono andato da lei fingendomi un cliente desideroso di un oroscopo. Margaret è
riuscita a man-darmi a caccia di fantasmi facendomi perdere tempo. Quando finalmente ho avuto le idee
chiare, sono torna-to nel suo appartamento per vedere che cosa potessi trovarvi e...»

«Ha sfondato la porta?»

«No, ho usato una comunella.»

«Una che cosa?»

«Una chiave falsa.»

«Capisco», disse Cyphre. «La prego di continuare.»


«Bene. Mi sono introdotto nel suo appartamento, con l'intenzione di setacciarlo tutto minuziosamente;
ma le cose sono andate diversamente. Margaret Krusemark era nel salone, morta come un quarto di bue
dal ma-cellaio. Qualcuno le aveva strappato il cuore. Ho tro-vato anche quello.»

«Rivoltante.» Cyphre si pulì le labbra con il tovaglio-lo. «Sui giornali di oggi non si parlava del cuore.»

«Gli uomini della squadra omicidi preferiscono omettere qualche particolare, per avere modo di
smasche-rare tutte le confessioni che ricevono dai mitomani.»

«Ha chiamato la polizia? In quel che ho letto non si parlava di lei.»

«Nessuno sa che vi sono andato. Ho tagliato la cor-da. Non era la cosa più intelligente che potessi fare,
ma, siccome la polizia ha già scoperto un collegamen-to tra me e la morte di Sweet, non volevo metterla
sul-le mie tracce anche per questo delitto.»

Cyphre corrugò la fronte. «Che collegamento c'è tra lei e l'uccisione di Sweet?»

«Gli avevo dato il mio biglietto da visita. I poliziotti lo hanno trovato nel suo alloggio.»

Cyphre sembrava poco soddisfatto. «E quella Krusemark? Aveva dato anche a lei un biglietto da
visita?»

«No, questa volta sono a posto. Ho trovato il mio no-me sull'agenda della scrivania e l'oroscopo che mi
ave-va preparato, ma li ho portati via.»

«Dove sono adesso?»

«Al sicuro, non si preoccupi.»

«Perché non li ha distrutti?»

«La mia prima idea era quella. Ma l'oroscopo potreb-be darmi qualche indizio. Quando Margaret
Krusemark mi chiese la data di nascita, le dissi quella di Favo-rite.»

A questo punto il cameriere arrivò con quanto ave-vamo ordinato. Scoperchiò i piatti di portata con
gesto da prestigiatore, mentre l'addetto ai vini si presentava con una bottiglia di Bordeaux. Cyphre eseguì
la ceri-monia di annusare il tappo e di rigirare in bocca un sorso prima di fare un cenno d'approvazione.
Ne furo-no versati due bicchieri, poi i camerieri si allontanaro-no silenziosi come borsaioli al lavoro tra la
folla.

«Château Margaux '47», disse Cyphre.«Annata eccellente per un Haut-Médoc. Mi sono preso la libertà
di ordinare un vino che andasse bene con il mio pranzo e il suo.»

«Grazie», dissi. «Non m'intendo molto di vini.»

«Questo le piacerà.» Cyphre alzò il bicchiere. «Alla continuazione dei suoi buoni risultati. Sono convinto
che è riuscito a tacere il mio nome, quando la polizia si è rivolta a lei.»

«Quando sono passati alle maniere forti, ho dato lo-ro il nome di Winesap e ho detto che lavoro per lui.
In questo modo ho diritto a tacere esattamente come un avvocato.»
«Una mossa intelligente, signor Angel. E quali sono le sue conclusioni?»

«Conclusioni? Non ho tratto conclusioni.»

«Secondo lei Jonathan ha ucciso tutte quelle per-sone?»

«Nemmeno per sogno.»

«E perché?» Cyphre trafisse una forchettata di pàté.

«Perché tutto quanto sembra eseguito su ordinazio-ne. Secondo me Favorite è destinato a fare da capro
espiatorio.»

«Un'ipotesi interessante.»

Sorseggiai una boccata di vino e incontrai il suo sguardo di ghiaccio. «Il guaio è che non ne capisco il
perché. Le risposte sono sepolte nel passato.»

«Le disseppellisca. Lavori di vanga, amico.»

«Il mio lavoro sarebbe molto, ma molto, più facile, signor Cyphre, se lei smettesse di avere segreti con
me.»

«Che cosa dice?»

«Lei non mi è stato affatto d'aiuto. Tutto quanto so di Johnny Favorite ho dovuto scoprirmelo per conto
mio. Non mi ha mai fornito un indizio. Eppure lei ebbe a che fare con lui. Aveva un accordo in atto. Lei e
questo semplice orfanello che squarta piccioni e va in giro con un teschio nella valigia. C'è un sacco di
cose che lei non vuole spiegarmi.»

Cyphre incrociò le posate sul piatto. «La prima vol-ta che lo incontrai, Jonathan faceva l'aiuto cameriere.
E se nella sua valigia c'erano teschi io non ne sapevo nulla. Sarò più che felice di dirle tutto quel che si
prenderà la briga di chiedermi.»

«Va bene. Perché porta all'occhiello una stella rove-sciata?»

«Questa?» Cyphre diede un'occhiata al bavero della giacca. «Certo, ha ragione, l'ho messa alla
rovescia.» La raddrizzò con cura facendola girare nell'occhiello. «È la decorazione dei Figli della
Repubblica, una delle tan-te zelanti associazioni patriottiche. Mi elessero membro onorario quando li
aiutai in una campagna per racco-gliere fondi. Giova sempre dimostrarsi patriottici.» Cyph-re si chinò
verso di me, con un sorriso più bianco di una pubblicità di dentifrici. «In Francia, porto sempre il
tri-colore.»

Mentre fissavo quel suo abbagliante sorriso, Cyphre mi fece l'occhiolino. Una gelida fitta di terrore
ango-scioso mi percosse il corpo come una scossa elettrica. Mi sentii raggelato, impossibilitato a
muovermi, ipno-tizzato dall'immacolato sorriso di Cyphre. Era il sorriso visto ai piedi del patibolo.In
Francia porto sempre il tricolore.

«Si sente bene, signor Angel? Mi sembra un po' pallido.»


Giocherellava con me come il gatto con il topo e in-tanto mi sorrideva sardonico. Intrecciai le mani in
grembo perché Cyphre non potesse vedere come mi tre-mavano. «Un boccone che ho inghiottito mi è
andato di traverso», dissi.

«Deve fare più attenzione. Una cosa come questa po-trebbe soffocarla.»

«Sto bene. Non c'è da preoccuparsi. Niente m'impe-dirà di scoprire la verità.»

Cyphre allontanò da sé il piatto, con il raffinato pà-té mangiato a metà. «La verità, signor Angel, è una
preda molto difficile da afferrare.»

31

Rinunciammoal dolce in favore di brandy e sigari. I si-gari di Cyphre erano buoni tanto quanto il loro
profu-mo. Non parlammo più del caso. Tenni viva la conver-sazione come meglio seppi, mentre la
sensazione di paura mi scendeva nel ventre in un groppo durissimo. Avevo immaginato
quell'ammiccamento beffardo? Leg-gere nella mente è la più antica truffa di questo mon-do, ma il saperlo
non impediva alle mie dita di tre-mare.

Uscimmo insieme dal ristorante. Accanto al marcia-piede aspettava una Rolls Royce grigio argento.
L'au-tista in divisa aprì a Louis Cyphre la porta posteriore. «Ci terremo in contatto», disse Cyphre
stringendomi la mano prima di entrare in macchina. Lo spazioso inter-no brillava di legno e di cuoio
lustro, come un esclu-sivo circolo maschile. In piedi sul marciapiede, li vidi allontanarsi silenziosi e
svoltare l'angolo.

La Chevrolet aveva un che di misero, quando girai la chiavetta e mi avviai verso il mio ufficio. L'interno
puz-zava come la sala di un cinematografo della Quarantaduesima Strada: tabacco rancido e ricordi
svaniti. Se-guii la Quinta Avenue lungo la striscia verde lasciata dal corteo di due giorni prima. Arrivato
alla Quarantacinquesima, girai verso ovest. C'era un posto per la macchina nel mezzo dell'isolato tra la
Sesta e la Setti-ma e lo presi subito.

Nell'anticamera del mio ufficio trovai Epiphany Proudfoot addormentata sul divano marrone. Indossava
un completo di lana color prugna e una camicetta di raso grigio con un ampio colletto. Il cappotto blu
scuro era ripiegato sotto la testa a mo' di guanciale. Per terra era posata una costosa borsa da viaggio di
cuoio. Con il corpo adagiato in una graziosa posizione a Z, le gam-be piegate sotto di sé e le braccia
intorno al cappotto blu, aveva la leggiadria di una polena di veliero.

Le toccai piano una spalla, le sue ciglia sbatterono.

«Epiphany?»

La ragazza spalancò gli occhi, che brillarono della lu-centezza dell'ambra levigata. Alzò la testa. «Che
ora è?» domandò.

«Quasi le tre.»

«Così tardi? Ero tanto stanca.»


«Da quanto aspetta qui?»

«Dalle dieci. Lei non ha un orario d'ufficio molto re-golare.»

«Ho avuto un incontro con il mio cliente. Dov'era ieri pomeriggio? Sono venuto in negozio, ma non c'era
nes-suno.»

Epiphany si mise a sedere, appoggiando i piedi sul pavimento. «Ero da un'amica. Avevo paura di stare in
casa.»

«Perché?»

La ragazza mi guardò come se fossi un bambino stu-pido. «Perché, secondo lei?» disse. «Prima
uccidono Toots. Poi sento alla radio che hanno assassinato la donna che era stata la fidanzata di Johnny
Favorite. Per quel che ne so, la prossima sono io.»

«Perché la chiama la donna che era stata la fidan-zata di Johnny Favorite'? Non lo sa, il suo nome?»

«E perché mai dovrei sapere il suo nome?»

«Non faccia la furba con me, Epiphany. Ieri, quan-do è uscita da questo ufficio, l'ho seguita fino
all'ap-partamento di Margaret Krusemark. Ho ascoltato di nascosto quel che vi dicevate. Mi sta
trattando da im-becille.»

Le sue narici si dilatarono, i suoi occhi, incontrando la luce, risplendettero come gemme. «Sto cercando
di salvarmi la vita!»

«Imbrogliare le carte non è il metodo migliore per farlo. Che cosa esattamente ha tramato con Margaret
Krusemark?»

«Un bel niente. Fino a ieri non sapevo nemmeno chi fosse.»

«Questa non la bevo, Epiphany. Trovi qualcosa di meglio.»

«Ma che cosa? Devo inventarmi tutto?» La ragazza girò intorno al basso tavolino e mi si avvicinò. «Ieri,
dopo avere chiamato lei, ho ricevuto una telefonata da questa Margaret Krusemark. Mi ha detto di
essere sta-ta, molti anni fa, amica di mia madre. Voleva venire da me, ma le ho detto che dovevo andare
in centro; allo-ra mi ha invitata a passare da casa sua appena ne avessi avuto tempo. Finché non ci siamo
viste, Johnny Favorite non è mai stato nominato. E questa è la ve-rità.»

«D'accordo», dissi. «Crederò alle sue parole. Del re-sto non c'è nessuno che possa smentirle. Posso
alme-no sapere dove ha dormito la notte scorsa?»

«Al Plaza. Ho calcolato che un albergo di lusso sareb-be stato l'ultimo posto dove può venire in mente a
qualcuno di cercare una ragazza negra di Harlem.»

«Ha tenuto la camera?»

Epiphany scosse la testa. «È troppo cara per me. E poi, in realtà, non mi sentivo al sicuro. Non ho
chiuso occhio.»
«Qui deve proprio sentirsi al sicuro», dissi. «Quando sono entrato dormiva come un ghiro.»

Epiphany sollevò una delle sue mani delicate e acca-rezzò il bavero del mio cappotto. «Mi sento molto,
ma molto più al sicuro adesso che lei è arrivato.»

«Io grosso coraggioso investigatore?»

«Non si sminuisca.» Epiphany afferrò entrambi i ri-svolti e mi venne molto vicino. I suoi capelli sapevano
di pulito e di fresco, come biancheria asciugata al so-le. «Lei deve aiutarmi», disse.

Le sollevai il mento, finché i nostri occhi si incontra-rono. Passai la punta delle dita sulla sua guancia.
«Può andare a dormire in casa mia. È molto più comoda del-l'ufficio.»

Epiphany disse grazie con molta solennità, come se ringraziasse un maestro di musica che l'aveva appena
elogiata per i risultati di una bella lezione.

«La porterò là subito», dissi.

32

Posteggiai la Chevrolet vicino all'angolo dell'Ottava Avenue con la Ventitreesima Strada, di fronte al
vec-chio Grande Teatro dell'Opera, un tempo quartier ge-nerale delle ferrovie Erie: una cittadella dove
'Jubilee' Jim Fisk si barricò per difendersi dai suoi furibondi azionisti e dove la sua salma fu solennemente
esposta al pubblico, dopo che Ned Stokes gli ebbe sparato sulle scale di servizio dell'hotel Grand
Central. Adesso ospi-tava una sala cinematografica.

«Dov'è l'hotel Grand Central?» mi domandò Epiphany mentre chiudevo a chiave la macchina.

«Nella Lower Broadway, sopra Bleecker Street.Ades-so si chiama Broadway Central. Un tempo il suo
nome era La Farge House.»

«Lei la sa lunga su New York», disse Epiphany, pren-dendomi il braccio mentre attraversavamo la
strada.

«Gli investigatori sono come i tassisti; mentre lavo-rano imparano la geografia.» Sottoposi Epiphany a un
ininterrotto imbonimento da giro turistico per tutto il tempo che camminammo. Mi sembrò che la ragazza
si divertisse nella parte della turista; infatti incoraggiava di tanto in tanto la mia pedanteria con qualche
do-manda.

La facciata di ghisa di un vecchio edificio industria-le nella Ventitreesima le colpì la fantasia. «Penso di
non essere mai stata prima d'ora in questa parte del-la città.»

Oltrepassammo il ristorante Cavanaugh. «Lì dentro Diamond Jim Brady faceva la corte a Lillian Russell.
Verso il 1890 questo era un quartiere molto elegante. Madison Square era il centro di New York, nella
Se-sta Avenue c'erano tutti i grandi negozi alla moda, Stern Brothers, Altman, Siegel-Cooper, Hugh
O'Neill. Adesso le vecchie costruzioni sono usate come alloggi, ma hanno ancora lo stesso aspetto. Ecco
dove abito io.»

Epiphany allungò il collo e alzò gli occhi sul Chelsea, bizzarria vittoriana di mattoni rossi. Il suo sorriso mi
disse che era affascinata dalle delicate ringhiere di fer-ro che abbellivano ogni piano. «Qual è il suo
apparta-mento?»

Glielo indicai con un dito. «Al sesto piano, sotto l'arco.»

«Entriamo», disse la ragazza.

Eccettuato il caminetto con i suoi grifoni neri scol-piti, l'atrio era poco interessante. Epiphany non vi
fe-ce caso, come non aveva badato alle targhe di bronzo all'esterno. Si finse molto stupita quando una
donna dai capelli bianchi uscì dall'ascensore con un leopardo al guinzaglio.

Abitavo in due stanze e cucinino, con un piccolo bal-cone che dava sulla strada. Non molto grandioso
secon-do i criteri di New York ma, a giudicare dall'espressio-ne sul volto di Epiphany quando aprii la
porta, sarebbe potuto essere il palazzo di J.P. Morgan.

«Mi piacciono i soffitti alti», disse la ragazza, aggiu-stando il cappotto sullo schienale del divano. «Mi
fan-no sentire importante.»

Presi il suo cappotto per appenderlo con il mio nel-l'armadio. «Sono più alti di quelli del Plaza?»

«Più o meno uguali. Queste stanze sono più grandi.»

«Però al pianterreno non c'è il Palm Court. Posso darle qualcosa da bere?»

La ragazza disse che era una buona idea, perciò ri-tornai nel cucinino e preparai per ciascuno un whisky
e soda. Quando tornai con i bicchieri in mano, Epiphany, appoggiata allo stipite della porta, stava
fissando il letto matrimoniale dell'altra stanza.

«Le attrezzature sono quelle», dissi porgendole un bicchiere. «Risolveremo in qualche modo il problema
della sua sistemazione.»

«Sono sicura che troveremo una soluzione», disse Epiphany, con una voce roca, carica di insinuazioni.
Bevve un sorso, dichiarò perfetta la bevanda e sedette sul divano accanto al camino. «Tira bene?»

«Sì, quando mi ricordo di comprare la legna.»

«Glielo ricorderò io. È un delitto non usarlo.»

Aprii la mia valigetta e le feci vedere il manifesto di elÇ ifr. «Sa qualcosa di questo individuo?»

«ElÇ ifr?È una specie di maestro indù. Gira per Harlem da anni, almeno da quando ero piccola. Ha una
sua piccola setta, ma predica dovunque lo invitino: Daddy Grace, Father Divine, i musulmani, chi più ne
ha più ne metta. Una volta predicò persino dal pulpi-to della chiesa battista abissina. Ricevo i suoi
manife-sti per posta un paio di volte l'anno e li appiccico nel-la vetrina del negozio, proprio come faccio
con quelli della Croce Rossa e di sorella Kenny. Capisce, anche questo è un servizio per il pubblico.»

«Non lo ha mai visto di persona?»


«Mai. A che scopo vuole informazioni sulÇ ifr? C'en-tra in qualche modo con Johnny Favorite?»

«Potrebbe darsi. Non posso dirlo con sicurezza.»

«Il che vuol dire che non ne ha voglia.» Dissi: «Stabiliamo fin dall'inizio qualche regola. Non cerchi di
strapparmi notizie».

«Scusi. Pura curiosità. In fondo sono in ballo an-ch'io.»

«C'è dentro fino al collo. Proprio per questo starà meglio se di certe cose sarà tenuta all'oscuro.»

«Ha paura che le racconti a qualcun altro?»

«No», dissi. «Ho paura che qualcun altro pensi che lei ha qualcosa da raccontare.»

Il ghiaccio tintinnò contro il vetro del bicchiere vuoto di Epiphany. Le preparai un'altra bevanda e una
anche per me, poi mi sedetti accanto a lei sul divano. «Alla sua salute», disse la giovane mentre
avvicinavamo i bic-chieri.

«Sarò onesto con lei, Epiphany», dissi. «Da quella se-ra in cui ci siamo conosciuti, non ho fatto un passo
avanti nelle ricerche di Johnny Favorite. Era suo pa-dre. Sua madre deve avergliene parlato. Cerchi di
ricor-dare qualunque cosa possa averle detto, per quanto in-significante le sembri.»

«Non lo nominava quasi mai.»

«Deve pure averle raccontato qualcosa.» Epiphany giocherellava con un orecchino, un picco-lo cammeo
montato su oro. «La mamma diceva che Fa-vorite era una persona dotata di grande forza e pote-re. Lo
definiva un mago. Obi era una soltanto delle molte vie che esplorava. La mamma diceva che le ave-va
insegnato un mucchio di cose sulla magia nera, molto più di quanto desiderasse sapere.»

«Che cosa vuole dire?»

«È probabile che chi scherza con il fuoco rimanga scottato.»

«Sua madre non si interessava di magia nera?»

«La mamma era una donna buona, il suo spirito era puro. Una volta mi disse che Johnny Favorite era
vici-nissimo al vero male, vicino come lei non avrebbe mai voluto essere.»

«Quello doveva essere il suo fascino», dissi.

«Può darsi. Di solito il cuore di una giovane donna batte più in fretta per un individuo crudele.»

Il tuo sta battendo più in fretta? mi chiesi. «Riesce a ricordare qualche altra cosa che sua madre le
disse?»

Epiphany sorrise. Il suo sguardo era impassibile co-me quello di una gatta. «Be', c'è ancora qualcosa.
Mi disse che faceva l'amore favolosamente bene.»

Mi schiarii la voce. Epiphany si appoggiò ai cuscini del divano aspettando che facessi la prima mossa.
Mi scusai e andai in stanza da bagno. La donna di servi-zio aveva lasciato la scopa e il secchio
appoggiati al lungo specchio, per evitarsi la fatica di andare fino al ripostiglio quando aveva finito la
pulizia. Il suo floscio grembiule grigio pendeva dal manico della scopa come un'ombra fuori posto.

Mentre mi abbottonavo i calzoni, fissai la mia imma-gine nello specchio. Mi dissi che una tresca con
un'indiziata era una stupidaggine, insensata, immorale, an-che pericolosa. Bada agli affari e dormi sul
divano. L'immagine riflessa mi rispose con un'occhiata malizio-sa, in modo del tutto irragionevole.

Quando tornai nella sala, Epiphany sorrise. Aveva tolto le scarpe e la giacca. Il suo collo sottile
scompa-riva dentro il colletto aperto della camicetta con una grazia che mi ricordò i falchi in volo. «Le
riempio di nuovo il bicchiere?» Allungai la mano verso il suo bic-chiere vuoto.

«E perché no?»

Svuotai la bottiglia e preparai due whisky con po-chissima acqua. Quando ne porsi uno a Epiphany,
no-tai che i primi due bottoni della camicetta erano aper-ti. Appesi la mia giacca allo schienale di una
sedia e mi allentai la cravatta. Gli occhi color topazio di Epi-phany seguirono ogni mia mossa. Il silenzio ci
avvolse in una campana di vetro.

Quando appoggiai un ginocchio accanto a lei sul di-vano, mi sentivo martellare le tempie. Le tolsi il
bic-chiere non ancora vuoto e lo posai sul tavolino presso il mio. Le labbra di Epiphany si socchiusero.
Quando le misi una mano dietro la nuca e l'attirai a me, udii un rapido sospiro.

33

Laprima volta sul divano fu un frenetico aggrovigliarsi di vesti e di membra. Tre settimane di astinenza
non avevano certo giovato alle mie capacità amatorie. Pro-misi di dare miglior prova nel caso avessi
avuto una seconda possibilità.

«Il caso non c'entra affatto.» Epiphany si sfilò dalle spalle la camicetta sbottonata. «Il sesso è il nostro
mo-do di parlare agli dei.»

«Andiamo a continuare la conversazione in camera?» dissi scalciando per liberarmi del groviglio di
calzoni e mutande.

«Parlo seriamente», disse bisbigliando Epiphany, men-tre mi toglieva la cravatta e mi sbottonava


lentamente la camicia. «C'è un racconto più vecchio di Adamo ed Eva: il mondo cominciò dal coito degli
dei. Quando noi ci uniamo siamo uno specchio della Creazione.»

«Non diventare troppo seria.»

«Non è una cosa seria, è allegria.» Epiphany lasciò cadere il reggipetto sul pavimento e aprì la cerniera
della stropicciatissima gonna. «La femmina è l'arcobaleno; il maschio, tuono e lampo. Qui. Così.»

Vestita solo delle calze e del reggicalze, la ragazza si piegò ad arco all'indietro con l'agilità e la facilità di
un maestro di yoga. Il suo corpo era flessuoso e forte. I muscoli delicati incresparono la sua pelle color
fulvo. Era fluida come un volo di uccelli.
O, diciamo pure, come un arcobaleno: le mani tocca-rono il pavimento dietro di lei, la schiena formò una
curva perfetta. Il suo muoversi lento e facile fu, come tutte le meraviglie della natura, uno spiraglio sulla
per-fezione. Epiphany si abbassò ancora, finché si resse unicamente sulle spalle, i gomiti e le piante dei
piedi. Era la posizione più sensuale che mai avessi vista as-sumere da una donna. «Sono l'arcobaleno»,
sussurrò Epiphany.

«Il fulmine colpisce due volte.» Mi inginocchiai da-vanti a lei e, zelante discepolo, afferrai l'altare delle
sue cosce aperte. Ma la musica cambiò quando Epipha-ny si avvicinò come una danzatrice limbo e mi
inghiot-tì. L'arcobaleno si trasformò in tigre. Il suo ventre te-so pulsò contro di me. «Non muoverti»,
bisbigliò, contraendo muscoli nascosti con ritmo battente. Mi fu dif-ficile trattenere un urlo, quando venni.

Epiphany si appoggiò sul mio petto. Le accarezzai la fronte madida con le labbra. «Con i tamburi è
meglio», disse.

«Lo fai in pubblico?»

«Ci sono momenti in cui gli spiriti si impadronisco-no di me. Nel banda oppure a un bambouché.
Momenti in cui posso ballare e bere tutta la notte, sì, anche sco-pare, fino all'alba.»

«Che cosa vogliono dire banda e bambouché?»

Epiphany sorrise giocherellando con i miei capezzo-li. «Banda è una danza in onore di Guédé. Molto
selvaggia, furiosa e sacra, sempre eseguita nello hounfort della société. In quello che chiameresti un
tempio vudu.»

«Toots lo chiamava 'humfo'.»

«Stessa parola, dialetto diverso.»

«E bambouché?»

«Bambouché non è altro che una festa. Gli abitanti della société vi trovano uno sfogo.»

«Qualcosa come una festa parrocchiale?»

«Sì, sì, ma molto, molto più divertente.»

Passammo l'intero pomeriggio come bambini nudi, ri-dendo, facendo docce, saccheggiando il frigorifero,
con-versando con gli dei. Epiphany trovò alla radio una sta-zione portoricana; danzammo finché il sudore
formò ri-voletti sui nostri corpi. Quando proposi di andare fuori a cena, la mia mambo mi condusse
ridacchiando nel cucinino e insaponò i nostri genitali di panna monta-ta. Fu un banchetto più dolce di
quelli che Canavaugh serviva a Diamond Jim e alla sua prosperosa Lil.

E quando si fece buio, raccogliemmo da terra i no-stri abiti e ci ritirammo in camera da letto,
accenden-do parecchie candele scoperte tra le cianfrusaglie di un cassetto. Alla loro pallida luce il corpo
di Epiphany splendeva come un frutto maturato sull'albero. Veniva voglia di assaggiarla tutta quanta.

Tra un assaggio e l'altro, chiacchieravamo. Domandai a Epiphany dove fosse nata.

«All'ospedale ginecologico della Centodecima Strada. Ma fui allevata da mia nonna a Bridgetown, nelle
Barbados, fino ai sei anni. E tu?»
«In un posticino del Wisconsin che non hai mai sen-tito nominare. Poco lontano da Madison. Ormai farà
probabilmente parte della città.»

«Si direbbe che tu non ci vada molto sovente.»

«Non sono tornato laggiù da quando entrai nell'eser-cito. E questo avvenne una settimana dopo Pearl
Harbor.»

«Perché non ci torni? Non può essere tanto brutto.»

«Laggiù per me non c'è più nulla. I miei genitori mo-rirono tutti e due mentre ero in un ospedale militare.
Sarei potuto andare a casa per il funerale, ma non ero in grado di viaggiare. Quando fui congedato, il mio
paese non era altro che un mazzetto di ricordi sbia-diti.»

«Eri figlio unico?»

Feci segno di sì. «Adottato. Ma questo per loro fu so-lo un motivo di più per volermi bene.» Dissi
queste pa-role come un boy-scout che giura fedeltà. Credere nel loro affetto teneva per me il posto del
patriottismo. Questa credenza era durata negli anni che avevano cor-roso persino i loro lineamenti. Per
quanto cercassi, i miei ricordi del passato erano soltanto istantanee sfo-cate.

«Wisconsin», disse Epiphany. «Non per niente parli delle feste parrocchiali.»

«C'erano anche quadriglie, vecchie auto con motore truccato, circoli salutisti, vendite benefiche di dolci
fat-ti in casa e bisbocce da liceali degne del bambouché.»

Epiphany si addormentò tra le mie braccia. Rimasi a lungo sveglio e la osservai. Le mammelle rotonde si
alzavano e abbassavano con i teneri palpiti del suo respito, i capezzoli, al lume di candela, era dolci baci
al cioccolato. Le ciglia, quando le ombre di un sogno pas-savano dietro le palpebre, tremolavano.
Sembrava una fanciullina. La sua espressione innocente non aveva al-cuna somiglianza con la smorfia
estatica che le ma-scherava i tratti del volto quando si arcuava sotto di me ululando come una tigre.

Essermi compromesso con lei era stata una follia. Quelle dita sottili sapevano maneggiare un coltello.
Quella ragazza sacrificava animali con indifferenza. Se aveva ucciso Toots e Margaret Krusemark, mi ero
cac-ciato in grossi guai.

Non ricordo quando mi addormentai. Mi lasciai an-dare mentre cercavo di dominare i miei sentimenti
d'affetto per una ragazza che avevo tutte le ragioni di credere pericolosissima. Individuo pericoloso,
come di-cono le scritte sotto le foto dei ricercati.

I miei sogni furono un incubo dopo l'altro. Violente immagini distorte si alternarono a scene di immensa
desolazione. Ero smarrito in una città il cui nome non sapevo. Le vie erano deserte, i cartelli stradali,
quan-do giunsi a un incrocio, erano tutti vuoti. Nessuna del-le costruzioni mi appariva familiare. Erano
prive di fi-nestre e altissime.

Vidi in lontananza qualcuno che appoggiava un tabel-lone a un muro cieco. Mentre costui vi incollava
stri-sce a caso, un'immagine cominciò a prendere forma. Dal tabellone la faccia di Louis Cyphre mi
squadrò sog-ghignando. Il suo ghigno buffonesco era largo tre me-tri, come quello del sorridente signor
Tilyou a Steeplechase Park. Chiamai ad alta voce l'operaio, che si vol-tò, tenendo in mano il suo
spazzolone dal lungo mani-co. Era Cyphre. E rideva.
Il tabellone si divise e si aprì come il sipario di un teatro, lasciando vedere una distesa senza fine di
on-dulate colline boscose. Cyphre lasciò cadere la spazzo-la e il pentolino della colla e corse dentro.

Lo inseguii da presso, schivando come una pantera gli ostacoli del sottobosco che mi si materializzavano
davanti. Chi sa come, lo persi di vista; e questo fatto mi rivelò che anch'io mi ero smarrito.

Seguii un sentiero tracciato da animali selvatici, che serpeggiava tra parchi e prati. Mi fermai a bere a un
ruscello e sulle sue rive trovai l'impronta di un tacco nel muschio. Qualche attimo dopo un grido lacerante
interruppe la pace.

Lo udii una seconda volta e mi misi a correre in quella direzione. Un terzo urlo mi guidò ai margini di una
breve radura. Sull'altro lato del praticello un or-so aggrediva una donna. Corsi verso di loro. L'enorme
carnivoro scuoteva la sua vittima floscia come una bambola di pezza. Ne vidi la faccia sanguinante: era
Epiphany.

Mi scaraventai contro la belva, senza pensare. L'or-so si alzò su due zampe e mi buttò a terra. Non era
possibile non riconoscere quei tratti belluini: nonostan-te le zanne e il muso bavoso, l'orso aveva l'aspetto
di Cyphre.

Quando guardai di nuovo, c'era Cyphre sdraiato qual-che metro più in là. Era nudo nell'erba alta e,
invece di malmenare Epiphany, faceva l'amore con lei. Mi but-tai in avanti e lo presi per la gola,
strappandolo dalla ragazza gemente. Lottammo accanto a lei nell'erba. Cyphre era più forte, ma io lo
stavo strozzando. Pre-metti finché il suo volto si fece scuro di sangue. Epi-phany urlò alle mie spalle. Le
sue grida mi svegliarono.

Ero seduto sul letto, le lenzuola mi avvolgevano co-me un sudario. Ero a cavalcioni sui fianchi di
Epipha-ny. I suoi occhi spalancati erano pieni di terrore e di sofferenza. La tenevo per la gola, le mie
mani erano chiuse in una stretta mortale. La ragazza non gridava più.

«Oh, cielo! Come stai?»

Epiphany respirava a fatica. Quando mi sollevai e la liberai del mio peso, si trascinò al sicuro in un
angolo del letto. «Devi essere pazzo», disse tra colpi di tosse.

«Qualche volta ho paura di esserlo.»

«Che cosa ti è successo?» Epiphany si fregò il collo nei punti in cui i segni scuri lasciati dalle mie dita
de-turpavano la sua perfetta carnagione.

«Non lo so. Vuoi un po' d'acqua?»

«Sì, grazie.»

Andai nel cucinino e tornai con un freddo bicchiere di acqua e ghiaccio. «Ti ringrazio.» Epiphany sorrise
mentre glielo porgevo. «Tratti così tutte le tue ami-chette?»

«Non sempre. Stavo sognando.»

«Che sogno facevi?»


«Qualcuno stava facendoti del male.»

«Qualcuno che conosci?»

«Sì. Lo sogno tutte le notti. Sogni violenti, pazzeschi. Incubi. E quello stesso uomo continua ad apparirmi
e a burlarsi di me. A procurarmi sofferenza. Questa not-te ho sognato che ti malmenava.»

Epiphany posò il bicchiere e mi prese la mano. «Si direbbe che qualche boko ha lanciato contro di te un
potente wanga.»

«Parla in modo comprensibile, bambola.»

Epiphany rise. «Sarà meglio che ti istruisca in fret-ta. Il boko è un hungan cattivo, che pratica solo
ma-gia nera.»

«Un hungan?»

«Un sacerdote di Obi. Una mambo, come me, è una sacerdotessa, l'hungan è un uomo. Wanga è quel
che voi chiamereste una maledizione o un incantesimo. Ca-pisci, un malocchio, un maleficio. Quel che mi
raccon-ti dei tuoi sogni mi fa pensare che uno stregone ti ab-bia in suo potere.»

Sentii accelerare i battiti del mio cuore. «Qualcuno sta facendo stregonerie contro di me?»

«Si direbbe di sì.»

«E sarebbe l'uomo che vedo in sogno?»

«Molto probabilmente. Lo conosci?»

«In un certo senso. Diciamo che ho avuto a che fare con lui negli ultimi tempi.»

«È Johnny Favorite?»

«No, ma ci sei vicina.»

Epiphany mi afferrò il braccio. «Mio padre era im-mischiato in questo genere di magia nera. Era un
ado-ratore del diavolo.»

«E tu no?»

Epiphany si allontanò da me, offesa. «La pensi così?»

«So che sei una mambo vudu.»

«Io sono una mambo di qualità superiore. Lavoro per il bene, ma questo non significa che non conosca il
ma-le. Quando il tuo avversario è potente, è meglio stare in guardia.»

La cinsi con un braccio. «Pensi di poter fare un in-cantesimo che mi protegga nei sogni?»

«Sì, se tu ci credessi.»
«Sto acquistando la fede di minuto in minuto. Mi spiace averti fatto male.»

«Non importa.» Epiphany mi baciò sull'orecchio. «Co-nosco un modo per mandare via tutto il dolore.»

E così fece.

34

Apriigli occhi. Atomi di pulviscolo danzavano in una stretta fettina di luce mattinale. Epiphany mi giaceva
accanto, le coperte scostate rivelavano un braccio sot-tile e una spalla color cannella. Mi misi a sedere e
al-lungai una mano verso le sigarette, appoggiato al guan-ciale. Il raggio di sole divideva in due il letto,
percor-rendo la topografia dei nostri corpi come una sottile strada dorata.

Quando cominciarono a bussare alla porta d'ingres-so, mi ero chinato e stavo baciando le palpebre di
Epi-phany. Solo uno sbirro poteva annunciarsi picchiando a quel modo. «Avanti! Apra, Angel!» Era
Sterne.

Gli occhi di Epiphany si spalancarono, pieni di pau-ra. Tenni un dito sulle labbra. «Chi è?» Usai una
voce rauca da persona assonnata.

«Il tenente Sterne. Su, Angel, non possiamo perdere tutto il giorno.»

«Arrivo subito.»

Epiphany si alzò a sedere, con gli occhi sbarrati, sup-plicanti, chiedendo una spiegazione con mimica
impaurita. «È la polizia», le bisbigliai. «Non so che cosa vo-glia. Probabilmente solo parlarmi. Resta di
qui.»

«Si spicci, Angel!»

Epiphany scosse la testa, balzò giù dal letto e uscì dalla camera a lunghi passi. Sentii chiudersi piano
pia-no la porta della stanza da bagno. Mi alzai e con un calcio spedii gran parte dei suoi indumenti sotto il
let-to. Sterne continuava a bussare senza interruzione. Por-tai nello sgabuzzino la valigia aperta di
Epiphany e la cacciai sull'ultimo ripiano sotto le mie valigie vuote.

«Arrivo, arrivo», urlai infilandomi una vestaglia stro-picciata. «Non c'è bisogno di buttare giù la porta a
calci.»

Nel salottino trovai una delle calze di Epiphany ben distesa sulla spalliera del divano. Me la legai in vita
sotto la vestaglia e aprii la porta d'ingresso.

«Era ora», sbuffò Sterne spingendomi da parte con una spallata. Il sergente Deimos lo seguì dappresso,
ve-stito di un completo verde oliva di materiale sintetico e di un cappello di paglia con un nastro a vivaci
colo-ri. Sterne aveva lo stesso abito di mohair, ma senza l'impermeabile grigio.

«Ragazzi, mi portate un soffio di primavera», dissi.


«Dormiva come il solito fino a tardi, Angel?» Sterne spinse indietro il cappello macchiato di sudore ed
esa-minò il disordine della stanza. «Che cos'ha combinato? C'è stata una battaglia, qui dentro?»

«Mi sono imbattuto in uno che ho conosciuto in guerra, immagino di avere fatto un po' di bisboccia, ie-ri
sera.»

«Fa decisamente una bella vita, che ne pensi, Dei-mos?» disse Sterne. «Fa festa tutta la notte, beve in
uf-ficio, dorme fino a tardi tutte le volte che ne ha voglia. Siamo proprio degli stupidi a stare nella polizia.
Come si chiama questo suo compagno d'armi?»

«Pound», improvvisai. «Ezra Pound.»

«Ezra? Ha un nome da contadino.»

«No. Ha una carrozzeria nell'Idaho, a Hailey. Questa mattina presto ha preso un aereo a Idlewild. È
anda-to direttamente di qui all'aeroporto, alle cinque.»

«Davvero?»

«Non le direi mai una bugia, tenente. Senta, ho un atroce bisogno di caffè. Lei e il suo compagno hanno
qualcosa da ridire, se ne metto su un bricco?»

Sterne si sedette su un bracciolo del divano. «Faccia pure, se non ci piace lo getteremo nel gabinetto.»

Come in risposta alla battuta, dal bagno venne un forte tonfo. «C'è qualcuno là dentro?» Il sergente
Deimos fece segno con il pollice verso la porta chiusa.

La porta del bagno si aprì e comparve Epiphany, che aveva in mano il secchio e lo spazzolone. Si era
mes-so il grembiule grigio della fantesca, aveva nascosto i capelli sotto uno straccio sporco. Entrò in sala
strasci-cando i piedi, curva come una vecchia megera.

«Ho finido il bagno per oggi, signor Angel», disse con voce frignosa, con un accento nasale degno del
più zo-tico dei negri. «Vedo ghe ha gombagnia, ridornerò a fi-nire la bulizia, se lei è d'aggordo.»

«A me va benissimo, Ethel.» Ricacciai indietro un sorriso, mentre Epiphany se ne andava ciampicando.


«Fra poco uscirò, quindi entri pure con la sua chiave quando le fa comodo.»

«Lo farò. Farò gosì, gerdamende.» Epiphany schioc-cò le labbra come una vecchia che sta per perdere
la dentiera e si avviò alla porta. «Zaludi, zignori. Sbero di non avere disdurbado drobbo.»

Sterne la fissava con la bocca spalancata. Deimos ri-mase impalato, grattandosi la nuca. Mi domandai
se si fossero accorti che Epiphany era a piedi nudi e tratten-ni il fiato finché la porta d'ingresso non si
chiuse.

«Animali della giungla», borbottò Sterne. «Non avreb-bero mai dovuto lasciarli uscire dalla loro
capanna.»

«Oh, Ethel è una brava donna», dissi riempiendo il bricco nella nicchia del cucinino. «È un po' scema, ma
mi tiene l'alloggio pulito e in ordine.»

Il sergente Deimos ridacchiò. «Ahah, tenente, qualcu-no deve pur pulire il cesso.»
Sterne guardò il suo collega con nauseato disgusto, come se la pulizia dei gabinetti fosse l'incarico più
adatto per il sergente. Regolai la fiamma del mio for-nello a due fuochi. «Per che cosa desideravano
veder-mi, lorsignori?» Infilai una fetta nel tostapane.

Sterne si alzò dal divano e venne nel cucinino, appog-giandosi al muro vicino al frigorifero. «Il nome di
Margaret Krusemark le dice qualcosa?»

«Non molto.»

«Che cosa sa di lei?»

«Solo quel che ne ho letto sui giornali.»

«Cioè?»

«Era figlia di un miliardario e si è fatta uccidere l'al-tro giorno.»

«Che altro?»

Dissi: «Non posso tenermi informato di ogni assassi-nio in città. Devo pensare al mio lavoro».

Sterne spostò il peso da una gamba all'altra e fissò un punto del soffitto sulla mia testa. «Quando pensa
al suo lavoro? Quando non ha bevuto?»

«E questo cos'è?» Il sergente Deimos aveva parlato a voce alta dalla seconda stanza. Lo guardai. Era
dal-l'altra parte dell'ingresso, in piedi, con un'espressione del tutto trionfante, vicino alla mia valigetta
aperta e teneva sollevato il cartoncino stampato che avevo trovato sulla scrivania di Margaret
Krusemark.

Sorrisi. «Quello? È l'annuncio di cresima di mio ni-pote.»

Deimos guardò il biglietto. «Perché è in lingua stra-niera?»

«È latino», dissi.

«Con lui tutto è latino», disse Sterne a denti stretti.

«Che cosa significa quel segno in cima?» Deimos in-dicò il pentacolo rovesciato.

«Si vede subito che lorsignori non sono cattolici», dissi. «Quello è l'emblema dell'ordine di sant'Antonio.
Mio nipote è un chierichetto.»

«Si direbbe lo stesso segno che aveva al collo quella Krusemark.»

La mia fetta tostata era pronta, la spalmai di burro. «Forse era anche lei cattolica.»

«Quella non era cattolica», disse Sterne. «Semmai pa-gana.»

Masticai il mio pane. «Tutto questo c'entra come i cavoli a merenda. Credevo che steste indagando sulla
morte di Toots Sweet.»
Gli occhi inespressivi di Sterne incontrarono il mio sguardo. «Ha ragione, Angel. Si dà il caso che
l'esecu-zione dei due assassinii sia molto simile.»

«Crede che ci sia un nesso fra i due delitti?»

«Quello forse dovrei chiederlo a lei.»

Il caffè cominciò a passare e io abbassai la fiamma. «A che cosa le servirebbe? Tanto varrebbe
chiederlo al tipo che sta in guardiola al pianterreno.»

«Non faccia il furbo, Angel. Il pianista negro era in-vischiato nel vudu. Questa donna, la Krusemark, era
un'astrologa e, a giudicare dalle apparenze, a tempo perso si occupava di magia nera. Tutti e due
vengono fatti fuori la stessa settimana, a distanza di un giorno, in circostanze molto ma molto simili, da
uno sconosciu-to, o da sconosciuti.»

«In che cosa si assomigliano le circostanze?»

«Queste sono faccende riservate della polizia.»

«E allora, come posso aiutarvi, se non so che cosa volete?» Presi tre tazze nell'armadio e le misi in fila
sul banco.

«Ci nasconde qualche cosa, Angel?»

«E perché mai non dovrei nascondervi i miei affari?» Spensi la fiamma del fornello e versai il caffè. «Non
la-voro mica per la città.»

«Ascoltami, furbastro. Ho telefonato a quel magnac-cia del tuo azzeccagarbugli di Wall Street. Secondo
me ci state fregando. Tu puoi cucirti la bocca e noi dob-biamo girare alla larga. Ma se scoprirò che hai
com-messo la benché minima infrazione, anche solo posteg-giando in zona proibita, calerò su di te come
un batti-palo. Non riuscirai più a ottenere un permesso in que-sta città, neppure per vendere noccioline.»

Sorseggiai il mio caffè, aspirandone il vapore profu-mato. «Tenente, io sono sempre ligio alla legge.»

«Balle! I tipi come te giocano a nascondino con la legge. Un giorno o l'altro, prestissimo, pianterai uno
scivolone e io sarò lì pronto ad aspettarti a braccia aperte.»

«Il suo caffè si sta raffreddando, tenente.»

«Ficcatelo in quel posto!» ringhiò Sterne. Arricciò il labbro scoprendo denti ingialliti e storti e con il
dor-so della mano spazzò dal banco le tazze, che andaro-no a rompersi contro il muro opposto e
rimbalzarono sul pavimento. Sterne, meditabondo, osservò gli schiz-zi color marrone, come un
frequentatore di mostre d'arte della Cinquantasettesima studierebbe un quadro di Pollock. «Ho
combinato un pasticcio», disse. «Ma non è grave. Quando me ne sarò andato, la negra pu-lirà.»

«E questo quando succederà?» mi informai.

«Quando mi pare e piace.»

«Per me va benissimo.» Ritornai con la mia tazza in sala e sedetti sul divano. Sterne mi guardò come se
fossi qualcosa di molto sgradevole da lui appena pesta-to. Deimos fissò il soffitto.

Reggevo la tazza con le due mani e li ignoravo. Dei-mos prese a fischiettare, ma smise dopo quattro
note discordanti. Gli sbirri sono le mie bestiole favorite, ne tengo sempre in casa un paio, avrei detto se
fossero ve-nuti degli amici a trovarmi. Mi fanno più compagnia di un pappagallo e, se sono addestrati a
non sporcare, non danno fastidio.

«E va bene, togliamo l'incomodo», latrò Sterne. Dei-mos lo oltrepassò a passettini, come se l'idea fosse
sta-ta sua.

«Tornate presto», dissi.

Sterne abbassò la tesa del cappello. «Starò ad aspet-tare che tu commetta quella famosa infrazione,
stron-zo.» E sbatté la porta con tanta furia, che una litogra-fia si staccò dal muro dell'ingresso.

35

Sulvetro del quadro si formò una crepa, saetta immo-bile che zigzagava tra i pugni nudi di due pugili del
Settecento, Great John L. e Jake Kilrain. Mentre lo riappendevo alla parete, udii bussare piano alla porta
d'ingresso. «Entra, Ethel. È aperto.»

Epiphany, ancora con il fazzoletto stracciato in testa, sbirciò dentro. «Sono andati per sempre?»

«Probabilmente no. Ma per oggi non ci daranno più fastidio.»

Epiphany portò secchio e spazzolone nell'entrata e chiuse la porta. Vi si appoggiò e cominciò a


ridacchia-re. Nella sua risata c'era una punta d'isterismo. Quan-do la presi tra le braccia, sentii il corpo
tremare sot-to il sottile grembiule di cotone. «Sei stata magnifica», dissi.

«Aspetta di vedere come ho pulito bene il gabinetto.»

«Dove ti eri nascosta?»

«Sono rimasta sulle scale antincendio finché li ho sentiti partire.»

«Hai fame? C'è un bricco di caffè già pronto, ancora caldo, e ci sono uova in frigorifero.»

Ci preparammo la colazione, un pasto che di solito salto. Portammo i piatti in sala ed Epiphany intinse il
pane tostato nel rosso d'uovo.

«Hanno trovato qualcosa di mio?»

«No, in realtà non hanno nemmeno cercato. Uno di loro ha frugato nella mia valigetta, trovandoci
qualco-sa che avevo preso all'alloggio di Margaret Krusemark, ma che non sapevo cosa fosse. Al
diavolo, ignoro per-sino di che si tratti.»

«Posso vederlo?»
«E perché no?» Mi alzai e le feci vedere il carton-cino.

«missa niger»,lesse Epiphany.«Invito te venire ad clandestinum ritum...»

Epiphany reggeva il cartoncino come un asso di pic-che. «Questo è l'invito a una messa nera.»

«A che cosa?»

«A una messa nera. È una specie di cerimonia ma-gica, dove si adora il diavolo. Non ne so gran che.»

«E come fai a saperlo con tanta sicurezza, allora?»

«Perché sta scritto qui.Missa niger in latino vuol di-re messa nera.»

«Sai leggere il latino?»

Epiphany sorrise compiaciuta. «E che altro s'impara andando per dieci anni a scuola dalle suore?»

«Dalle suore?»

«Certo. Ho frequentato il Sacro Cuore. La mia mam-ma non aveva molta fiducia nelle scuole pubbliche.
Credeva nella disciplina. 'A forza di frustate, quelle mo-nache ficcheranno un po' di buon senso in questa
tua testa dura', aveva l'abitudine di dire.»

Risi. «La principessa vudu al Sacro Cuore. Mi piace-rebbe vedere le fotografie della classe.»

«Una volta o l'altra te le mostrerò. Ero capoclasse.»

«Ci credo bene! Puoi tradurmi tutto quanto?»

«Non è difficile.» Epiphany sorrise. «Dice: Siete in-vitati ad assistere a una cerimonia segreta in gloria del
signore Satana e del suo potere. È tutto. Poi c'è la da-ta, 22 marzo. E l'ora, le nove di sera. E qui sotto è
scritto 'Trasporti Rapidi Urbani', Quartieri Est, stazio-ne della Diciottesima Strada.»

«E l'intestazione? Quella stella capovolta con la testa di caprone? Hai idea del suo significato?»

«In ogni religione di cui so qualcosa le stelle sono un simbolo importante: la stella islamica, la stella di
Betlemme, la stella di Davide. Dentro il talismano di Agove Royo ci sono delle stelle.»

«Agove Royo?»

«Obi.»

«Questo invito c'entra con i riti vudu?»

«No, no. Questi sono riti satanici.» Epiphany soffri-va della mia ignoranza. «Il caprone è simbolo del
ma-le. Una stella capovolta porta sfortuna. Probabilmente è anche un simbolo satanico.»

Afferrai Epiphany e la strinsi fra le braccia. «Vali tanto oro quanto pesi, bambina mia. Anche Obi ha un
diavolo?»
«Ne ha tanti.»

Epiphany mi sorrise e io le diedi una pacca sul culetto. Un culetto delizioso. «È ora di dare una
ripassa-ta alle mie cognizioni di magia nera. Vestiamoci e an-diamo in biblioteca. Mi potrai aiutare a
studiare la le-zione.»

Era una bella mattinata, abbastanza tiepida da invi-tare a togliere il cappotto. Il sole brillante faceva
luc-cicare i puntolini di mica del marciapiede. Ufficialmen-te mancava un giorno all'inizio della primavera
eppure non avremmo forse più avuto una giornata tanto bella fino a maggio. Epiphany, con il suo
maglioncino e la gonna scozzese, aveva l'invitante aspetto di una scolaretta. Mentre guidavo sulla Quinta,
le chiesi quan-ti anni avesse.

«Diciassette, compiuti il sei gennaio scorso.»

«Cielo, non hai neppure l'età per comprarti una be-vanda alcolica.»

«Non è vero. Quando mi metto in ghingheri, mi ser-vono senza difficoltà. Al Plaza non mi hanno
nemme-no chiesto la carta d'identità.»

Le credetti. Con l'abito a giacca color prugna dimo-strava cinque anni di più. «Non sei un po' giovane
per mandare avanti il negozio?»

Il suo sguardo divertito aveva una traccia di disprez-zo. «Ho la responsabilità dei conti e dell'inventario
da quando si ammalò mia madre», disse. «Solo la sera sto al banco. Di giorno ho due commessi.»

«E che cosa fai di giorno?»

«Per lo più studio. Frequento i corsi. Sono matrico-la al City College.»

«Bene. Dovresti intendertene di biblioteche. Lascerò a te le ricerche.»

Aspettai nella sala di lettura principale, mentre Epi-phany consultava gli schedari. Studiosi d'ogni età
sede-vano in file silenziose alle lunghe tavole di legno, sul-le quali paralumi allineati con precisione
portavano nu-meri come prigionieri in corteo. Il salone aveva soffit-ti alti come quelli di una stazione
ferroviaria, con enor-mi lampadari che pendevano a mo' di torte nuziali al-la rovescia nell'immenso
spazio. Solo qualche colpo di tosse soffocato disturbava di tanto in tanto quel silen-zio da cattedrale.

Trovai un posto libero in fondo a uno dei tavoli di lettura. Il numero sul paralume corrispondeva al
nume-ro inciso su un ovale d'ottone avvitato al piano del ta-volo al quale sedevo: 666. Ricordai
l'altezzoso capocameriere al Top of the Six e cambiai posto; il 724 mi sembrò molto più comodo.

«Aspetta, guarda che cosa ti ho trovato.» Epiphany lasciò cadere una bracciata di libri, con un tonfo
pol-veroso. «Di questi, qualcuno non vale molto, ma c'è un'edizione delGrimoire du Pape Honorius,
stampato privatamente a Parigi nel 1754.»

«Non leggo il francese.»

«È in latino. Te lo tradurrò. Qui ce n'è uno nuovo, tutto illustrato.»

Presi l'enorme e costoso volume e lo aprii a caso. C'era un disegno medioevale a piena pagina di un
mo-stro cornuto, con scaglie da lucertola e artigli al posto delle zampe. Dalle orecchie e tra le file di
zanne a sta-lattite che mettevano in evidenza le fauci spalancate, uscivano fiamme. La legenda diceva:
satana, principe DELL'INFERNO.

Sfogliai parecchie pagine. Una xilografia elisabettiana rappresentava una donna in guardinfante
inginoc-chiata dietro un diavolo nudo con la corporatura di un bagnino. Aveva ali, testa da caprone,
unghie sudice. La donna gli abbracciava le zampe, con il naso posato pro-prio sotto la coda sollevata: e
sorrideva.

«Il bacio abominevole», disse Epiphany, sbirciando dietro le mie spalle. «In questo modo per tradizione
le streghe suggellavano il loro patto con il diavolo.»

«Suppongo che a quei tempi non avessero pubblici notai.» Girai ancora qualche pagina, facendo
apparire una serie di demoni e loro famigli. Nel paragrafo sui talismani c'era abbondanza di stelle a cinque
punte. Trovai la cifra 666 stampata al centro di un amuleto e la indicai a Epiphany. «Un numero che non
mi pia-ce affatto.»

«È preso dall'Apocalisse.»

«Da che cosa?»

«Dalla bibbia: 'Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia; perché è un numero d'uomo. E il suo
nu-mero è seicentosessantasei'.»

«È vero?»

Epiphany aggrottò la fronte sopra i suoi occhiali da lettura. «Ma non sai proprio niente?»

«Non so molto, ma sto imparando in fretta. Qui c'è una donna che ha il nome del ristorante dove ho
pran-zato ieri.» Mostrai a Epiphany la figura di una paffu-ta matrona che portava una tonaca con
cappuccio da contadina.

«Voisinvuol dire vicino in francese», disse Epiphany.

«Quelle monache, bisogna riconoscerlo, ti hanno fat-to entrare in testa un bel po' di sapere. Ecco, leggi
quel che è scritto sotto.»

Epiphany prese il libro e decifrò in un bisbiglio le minuscole lettere sotto l'incisione: «Catherine Deshayes,
detta La Voisin, indovina e maga dell'alta società. Or-ganizzò messe nere per la marchesa di Montespan,
amante di re Luigi XIV, oltre che per altre persone im-portanti. Arrestata, torturata, processata e
giustiziata nel 1680».

«Ecco il libro che ci occorre.»

«Questo è divertente, ma le cose essenziali sono qui:Malleus Maleficarum, La scoperta della


stregoneria di Reginald Scott eMagick di Aleister Crowley e iSegre-ti di Alberto Magno e...»

«Fantastico. Voglio che tu vada immediatamente a casa mia e ti raggomitoli sul divano con un bel libro.
Segna tutti i punti che secondo te dovrei leggere, specialmente quanto riguarda le messe nere.»

Epiphany cominciò a fare una pila dei libri. «Non vieni con me?»
«Devo lavorare. Starai benissimo. Ecco la chiave del mio alloggio.» Tirai fuori il portafoglio e le passai
un biglietto da venti. «Questo servirà per pagare il tassi e tutto quanto pensi ti possa servire.»

«Ho soldi miei.»

«Tienteli stretti. Magari avrò bisogno di un prestito.»

«Non voglio stare sola.»

«Metti la catena alla porta. Non ti succederà niente.»

Feci salire Epiphany su un tassi di fronte alla biblio-teca, facendo una pila di libri vicino a lei sul sedile.
Aveva paura e questo la faceva somigliare a una bambinetta. Il nostro bruciante bacio a lingue intrecciate
ci valse lo sguardo sprezzante di due uomini d'affari che passavano e molti applausi e fischi da un monello
che aveva marinato la scuola per lustrare scarpe e che stava seduto alla base del leone di destra.

36

Lasciaila Chevrolet nell'autorimessa e tornai a piedi nella Broadway camminando sul lato assolato della
Quarantaquattresima. Andavo con calma, godendomi il bel tempo, quando avvistai Louis Cyphre che
usciva dalla porta principale dell'Astor. Aveva un berretto marrone chiaro, una giacca di tweed, calzoni
alla zua-va di saia e alti stivali da cavallerizzo lucidi. Nella ma-no inguantata teneva una borsa da viaggio
di cuoio lo-goro.

Lo vidi rifiutare con un cenno l'offerta del portiere di chiamargli un tassi. Si avviò verso Times Square a
passi svelti, oltre il palazzo della Paramount. Pensai di raggiungerlo ma, immaginando che fosse diretto
all'a-genzia Crossroads, decisi di risparmiare fiato. Non ave-vo intenzione di pedinarlo: gli ero troppo
vicino. Ma quando arrivò davanti all'ingresso del mio edificio e continuò senza esitazione, istintivamente
rallentai e in-dugiai davanti a una vetrina, con la curiosità a tutto gas. Cyphre attraversò la
Quarantaduesima e si dires-se a ovest. Lo sorvegliai dall'angolo, poi tenni la sua stessa andatura,
seguendolo dal lato opposto della strada.

Cyphre spiccava tra la folla. Cosa poco difficile in mezzo ai magnaccia, alle prostitute, ai drogati e agli
avanzi di galera che si accalcano nella Quarantaduesima, se si è vestiti come per andare a un concorso
ip-pico al Madison Square Garden. Supposi che la sua meta fosse la stazione di autobus di Port
Authority. In-vece Cyphre mi colse di sorpresa infilandosi, nel bel mezzo di un isolato, dentro il Museo e
il Circo delle Pulci di Hubert.

Scansai come meglio potei quattro corsie di traffico nei due sensi come Hirsch 'Gambe Pazze' evitava i
gio-catori della difesa, per poi trovarmi di colpo immobi-le davanti a un cartello all'ingresso. A lettere
dagli or-li luccicanti si annunciava:lo sbalorditivo dottor cipher. Fotografie venti per venticinque
mostravano il mio cliente con cappello a cilindro e in frac come il mago Mandrake.posti limitati, si diceva.

Il pianterreno di Hubert era un salone con giochi da pochi soldi, il palcoscenico era un piano più giù.
En-trai, comprai un biglietto e trovai posto al buio vicino alla barriera di compensato che arrivava più in
alto della cintola e che scoraggiava il passaggio del pubbli-co. Sul piccolo palcoscenico, fortemente
illuminato, una prosperosa fanciulla eseguiva la danza del ventre al rit-mo lamentoso di una musica araba.
Oltre a me, contai cinque ombre di spettatori.

Che cosa diavolo faceva l'elegante Louis Cyphre in un posto di bassa lega come quello? I trucchi con le
car-te in un baraccone non procurano a nessuno automo-bili di lusso e legali di Wall Street. Forse
provava gu-sto a esibirsi in pubblico. Oppure era una manovra, un'iniziativa per far capire qualcosa a me.

Quando il disco scricchiolante si fermò, qualcuno die-tro le quinte tirò su la puntina e lo rimise in moto.
La danzatrice assunse un'espressione annoiata. Fissò il sof-fitto. Aveva la testa ad altro. Dopo otto
battute della terza ripetizione dello stesso disco, il grammofono fu spento e la donna se la svignò alla
svelta dietro le quinte. Nessuno applaudì.

Tutti e sei fissammo il palcoscenico vuoto senza pro-testare, finché comparve un vecchietto bislacco con
un panciotto rosso ed elastici alle maniche. «Signore e si-gnori», disse ansimando, «con grande sgomento
e tre-pidazione vi presento lo sbalorditivo, misterioso, indi-menticabile dottor Cipher. Tributiamogli una
calorosa accoglienza.» Il vecchietto fu l'unico che battesse le ma-ni mentre se ne andava strascicando i
piedi.

Le luci si abbassarono, si spensero. Soffocati colpi e bisbigli dietro le quinte, come nelle recite di
dilettan-ti, furono seguiti da un lampo accecante di luce fosfo-rescente. Le lampade si riaccesero
immediatamente, ma i miei occhi stentarono per qualche secondo a rimetter-si a fuoco. Una confusa
immagine ritmica verdazzurra si attardò intorno alla figura sul palcoscenico, oscuran-done i tratti.

«Chi di noi sa come finiranno i nostri giorni? Chi può affermare se per lui ci sarà un domani?» Louis
Cyphre, in piedi e solo al centro del palcoscenico, era circondato di sottili volute di fumo e dell'odore di
ma-gnesio bruciato. Indossava un abito nero da sera di ta-glio edoardiano con lunghe code di rondine e
un pan-ciotto a due bottoni. Una cassetta incernierata, grossa come una scatola del pane, era posata su
un tavolo di fianco a lui. «Il futuro è un testo non scritto, colui che osa leggere quelle pagine vuote lo fa a
proprio rischio e pericolo.»

Cyphre si tolse i guanti bianchi e, schioccando le dita in aria come un prestigiatore, li fece sparire. Prese
sul-la tavola una bacchetta d'ebano intagliata e fece un ge-sto verso le quinte. La danzatrice fece il suo
ingresso in modo sottomesso; il suo vasto corpo era avvolto fi-no a terra in un manto di velluto.

«Il tempo dipinge un ritratto che nessuno può igno-rare.» Cyphre descrisse con una mano un piccolo
cer-chio sulla testa della danzatrice. A questo ordine la donna cominciò a piroettare. «Chi di noi
vorrebbe da-re uno sguardo alla sua opera compiuta? Diverso è os-servare lo specchio un giorno dopo
l'altro: così i lievi cambiamenti passano inosservati.»

La schiena della danzatrice era rivolta verso gli spet-tatori. Il riflettore mise in risalto la lucentezza della
sua cascata di capelli neri. Cyphre puntò la bacchetta d'ebano come una spada verso il pubblico di sei
per-sone. «Coloro che vorrebbero mirare il futuro, conside-rino con terrore questo spettacolo!»

La danzatrice si voltò di fronte: era una megera sen-za denti e sparuta. Le ciocche flosce di capelli lisci
co-lor cenere incorniciavano le sue fattezze rovinate. Un occhio cieco brillò a un raggio di luce come
ceramica vetrosa. Non l'avevo vista infilarsi la maschera, l'effetto della sua trasformazione fu
stupefacente. L'ubriaco ac-canto a me ansimò nell'oscurità e si fece passare di colpo la sbornia.

«Amici miei, la carne è mortale», cantilenò il dottor Cipher. «E la lascivia sfrigola e muore come una
candela al vento invernale. Cari spettatori, ecco a voi i piaceri un momento fa immaginati dal vostro
sangue caldo.»
Mosse la bacchetta e la danzatrice scostò le pieghe del suo pesante mantello. Indossava ancora il
costume infiocchettato, ma il suo petto raggrinzito cascava, sgonfio sotto le coppette a lustrini. Il suo
ventre, po-co prima opulento, pendeva molle tra gli scheletrici fianchi angolosi. Era un'altra donna,
interamente. Non c'era modo di contraffare quelle ginocchia gonfie e artritiche, quelle cosce macilente.

«Che cosa sarà di noi?» Il dottor Cipher sorrise co-me un medico che fa una visita a domicilio. «Grazie,
mia cara; molto istruttivo.» Congedò con una bacchet-tata la vecchia, che uscì di scena zoppicando. Ci
fu un tentativo di applausi.

Il dottor Cipher alzò la mano. «Vi ringrazio, amici miei.» Fece un grazioso cenno con il capo. «Alla fine
di ogni sentiero si trova la tomba. Soltanto l'anima è im-mortale. Custodite bene questo tesoro. Il vostro
guscio che deteriora non è altro che un vascello provvisorio in un viaggio senza fine.

«Lasciate che vi racconti una storia: quand'ero gio-vane e appena all'inizio dei miei viaggi, attaccai
discor-so con un lupo di mare a riposo in un bar del porto di Tangeri. Questo marinaio era un tedesco,
nato nel-la Slesia, che passava i suoi ultimi anni al sole del Ma-rocco, svernando a Marrakech e
passando le sue esta-ti nei bar dei porti che gli prendeva la vaghezza di fre-quentare.

«Osservai che si era trovato una comoda cuccia.

«'Navigo in acque tranquille ormai da quarantacin-que anni', mi rispose.

«'Sei un uomo fortunato', gli dissi, 'dato che non hai mai dovuto affrontare le burrasche della vita.'

«'Fortuna?' rise il vecchio navigatore. 'Fortuna, la chiami? E allora considerati fortunato. Quest'anno
de-vo passarla a qualcun altro.'

«Lo pregai di spiegarsi. Mi raccontò questa storia più o meno come io adesso la racconto a voi.
Quando quel marinaio aveva la mia età ed era al suo primo viaggio, aveva incontrato a Samoa un vecchio
vagabondo, che gli aveva dato una bottiglia contenente l'anima di un ti-moniere partito, ai tempi che
furono, con l'Armada di re Filippo. Tutti i malanni o le disgrazie che avrebbe-ro potuto colpirlo si
sarebbero invece abbattuti su que-sto tormentato prigioniero. Non sapeva in che modo l'anima dello
spagnolo fosse entrata nella bottiglia, sa-peva però che, arrivato a settant'anni, doveva conse-gnarla al
primo giovane che l'avrebbe accettata, altri-menti sarebbe stato condannato a prendere il posto dello
sfortunato conquistador al suo interno.

«A questo punto il vecchio tedesco mi guardò triste-mente. Non mancava che un mese al suo
settantunesimo compleanno. 'È ora', mi disse, 'di provare le vicis-situdini della vita.'

«Mi diede la bottiglia. Una bottiglia da rum, di vetro soffiato, del colore dell'ambra, che poteva davvero
ave-re centinaia d'anni. Era turata da un tappo d'oro.»

Il dottor Cipher allungò il braccio e prese, dietro la cassetta nera posata sul tavolo, la bottiglia. «Mirate.»
La mise sulla cassetta. La descrizione era stata esatta, eccettuata l'ombra che si agitava frenetica
all'interno.

«Ho vissuto una lunga vita felice; ma ascoltate...» Tutti e sei allungammo il collo per sentire meglio.
«Ascoltate...» La voce di Cyphre sfumò in un bisbiglio. Dal silenzio che seguì, arrivò una specie di
debole, la-mentoso scampanellio, simile al rumore di una catenel-la leggera passata su un calice di
cristallo. Tesi le orec-chie per distinguere quel fragile suono: sembrava pro-venire dall'interno della
bottiglia color ambra.

«A-yu-da-me... a-yu-da-me...»Senza interruzione, la stes-sa, tormentata, frase melodica.

Cercai di scoprire se le labbra di Louis Cyphre si muovevano. Il suo sorriso si allargò smisuratamente
dietro le luci della ribalta. L'uomo esultava di un pia-cere puro e manifesto.

«Un destino misterioso», disse. «Perché mai io dovrei vivere una vita scevra di dolore, mentre un'altra
ani-ma umana è condannata a un'eternità di sofferenze dentro una bottiglia da rum?» Cyphre estrasse da
una tasca un sacchetto di velluto e vi cacciò dentro la bot-tiglia. La chiuse stretta con le fettucce e la posò
in ci-ma alla cassetta. Il suo sorriso rifletteva le luci della ribalta. Silenzioso, il dottor Cipher girò con
grazia su se stesso e vibrò al sacco una stoccata con la bacchetta d'ebano. Non si udì rumore di vetri
rotti. Il sacco vuoto, volato in aria, fu afferrato con destrezza da Louis Cyphre che ne fece una palla e se
lo infilò in ta-sca, accettando l'applauso con un breve cenno del capo.

«Desidero mostrarvi qualche altra cosa», disse. «Ma prima di farlo voglio sottolineare che non sono un
ad-domesticatore di animali, ma semplicemente un colle-zionista di cose strane.»

Batté sulla cassetta nera con la sua stecca. «Comprai il contenuto di questa scatola a Zurigo, da un
mercante egiziano che anni prima avevo conosciuto ad Alessandria. Sosteneva che quanto ora vedrete
sono anime vit-time di un incantesimo operato alla corte di papa Leo-ne X: un divertimento per la
fantasia di quel Medici. Sembra una pretesa assurda, vero?»

Il dottor Cipher fece scattare i ganci di metallo che tenevano chiusa la cassetta e l'aprì in modo da
formare un trittico e rivelare un teatrino in miniatura, il cui scenario e il sipario dello sfondo erano dipinti
con la meticolosa prospettiva del Rinascimento italiano. Il pal-coscenico era popolato di topolini bianchi,
tutti vestiti dei costumi di seta e di broccato delle maschere della Commedia dell'arte. C'erano Pulcinella
e Colombina, Scaramuccia e Arlecchino. Ognuno camminava sulle zampine posteriori in un'elaborata
pantomima. Il tin-nire argentino di un carillon accompagnava le loro complicate acrobazie.

«L'egiziano sosteneva che non sarebbero mai morti», disse Cyphre. «Una vanteria esagerata,
probabilmente. Posso solo affermare che in sei anni non ne ho perso neanche uno.»

I minuscoli attori camminavano sulla fune e su pal-le di vivaci colori, brandivano spade e ombrellini
grossi come fiammiferi, facevano salti mortali e ruzzoloni da pagliaccio, con la massima precisione.

«Si suppone che le vittime di un incantesimo non ab-biano bisogno di viveri.» Il dottor Cipher si chinò
sul-la cassetta e osservò deliziato la rappresentazione. «In-vece do loro ogni giorno da mangiare e da
bere. Han-no un incredibile appetito, potrei aggiungere.»

«Giocattoli», borbottò nel buio il mio vicino. «Devo-no essere per forza giocattoli.»

Come se l'avesse sentito, Cyphre abbassò un braccio: Arlecchino saltellò sulla manica della sua giacca e
si appollaiò sulla sua spalla, annusando l'aria. L'incanto si ruppe. Non si trattava che di un roditore vestito
di un minuscolo costumino a rombi. Cyphre prese tra le dita il codino roseo e depositò di nuovo sul
palcosce-nico un Arlecchino a zampe larghe, che qui ricominciò a pavoneggiarsi sulle zampette anteriori,
in maniera nient'affatto da topo.

«Come vedete, a me non occorre la televisione.» Il dottor Cipher ripiegò i lati del suo palcoscenico in
mi-niatura, chiuse la scatola e mise i ganci. In cima c'era un manico, che gli servì per alzarla come una
valigia. «Tutte le volte che apro la scatola, i topolini si esibiscono. Anche l'industria dello spettacolo ha il
suo pur-gatorio.»

Cyphre si mise la bacchetta sotto il braccio e lasciò cadere qualcosa sul tavolino. Si produsse un lampo
di luce bianca, che per un attimo mi accecò con il suo momentaneo splendore. Chiusi gli occhi e me li
strofi-nai. Quando li riaprii, il palcoscenico era vuoto. Un semplice tavolo di legno era solo e nudo alle
luci del-la ribalta.

Da un invisibile altoparlante uscì la voce ampliata e incorporea di Cyphre:«Zero, il punto intermedio


tra po-sitivo e negativo, è la porta attraverso la quale ognuno di noi dovrà alla fine passare».

Il vecchietto con gli elastici nelle maniche venne in scena e, strascicando i piedi, portò il tavolo dietro le
quinte, mentre un logoro disco di 'Treno di notte' pia-gnucolava dall'invisibile altoparlante. Ricomparve la
ballerina della danza del ventre, paffuta e rosea, che ri-cominciò le sue mosse erotiche, macchinali come
la musica degli strumenti a pistoni. Risalii brancicando le scale cadenti. Quel pizzicorino di paura che
avevo pro-vato al ristorante francese mi era tornato. Il mio clien-te si burlava di me, faceva giochetti con
la mia men-te, come il mazziere di un gioco d'azzardo che spenna i gonzi.

37

All'esternoun giovanotto vestito di una camicia rosa, calzoni color cachi e scarpe bianche sporche stava
to-gliendo le fotografie lucide esposte sotto il vetro del ta-bellone. Un drogato irrequieto vestito di una
giubba mimetica militare e scarpe da tennis stava a osservare.

«Un magnifico spettacolo», dissi al grassone. «Quel dottor Cipher è una meraviglia.»

«Eccezionale», confermò.

«Questo è l'ultimo spettacolo?»

«Credo di sì.»

«Vorrei congratularmi con lui. C'è modo di andare dietro le quinte?»

«È appena uscito.» Il grassone staccò dal cartellone una foto del mio cliente e la infilò in una grossa
bu-sta. «Non gli piace soffermarsi dopo una rappresenta-zione.»

«Appena uscito? È impossibile.»

«Alla fine dello spettacolo si serve di un registrato-re. Questo gli dà un vantaggio sul pubblico. Non si
to-glie il costume e non si cambia.»

«Aveva in mano una valigetta di cuoio?»

«Sì, anche la grossa cassetta nera.»

«Dove vive?»
«E come faccio a saperlo?» Il giovane grassone bat-té le palpebre. «Lei è un poliziotto o qualcosa del
ge-nere?»

«Io? Nient'affatto. Volevo solo dirgli che ha acquista-to un nuovo ammiratore.»

«Lo dica al suo agente.» E mi porse una delle foto venti per venticinque. Il perfetto sorriso di Louis
Cyphre era ancora più splendente della lucida superficie. Voltai la foto e lessi quanto era stampigliato sul
rove-scio:

WARREN WAGNER & SOCI

WY. 9-3500

L'inquieto drogato volse l'attenzione a un biliardino appena dentro l'ingresso. Restituii la foto al
giovanot-to grasso. «Grazie», gli dissi scomparendo tra la folla.

Presi un tassi che mi lasciò sulla Broadway davanti al teatro Rivoli; dall'altra parte della via si ergeva il
palazzo Brill. Il barbone con il cappotto militare era fuori servizio. Presi l'ascensore fino all'ottavo piano.
La segretaria ossigenata, oggi, aveva unghie d'argento. Non si ricordò di me.

Le mostrai il mio biglietto da visita. «Il signor Wagner è in ufficio?»

«In questo momento è occupato.»

«Grazie.» Feci il giro della sua scrivania e con uno spintone aprii la porta con la scrittaprivato.

«Ehi!» La segretaria, alle mie spalle, mi afferrava con artigli da arpia. «Non può entrare in...»

Le chiusi la porta in faccia.

«... il tre per cento delle entrate lorde è un insulto», piagnucolava con un filo di voce un nanerottolo che
in-dossava un collo alto rosso. Sedeva sul divano sganghe-rato, dal quale i piedini sporgevano come
quelli di una bambola.

Warren Wagner Jr. mi fissò furibondo dalla sua scri-vania segnata dalle bruciature. «Che cosa diavolo
crede di fare, irrompendo nel mio studio in questo modo?»

Dissi: «Ho bisogno che lei risponda a due domande e non ho tempo di aspettare».

«Lei sa chi è quest'uomo?» domandò il nanerottolo nel suo rauco falsetto. Lo riconobbi, apparteneva a
tut-ti gli spettacoli del sabato pomeriggio della mia infan-zia, la sua vecchia faccia grinzosa era la stessa di
quand'era giovane, ma i suoi capelli irsuti tagliati a spazzola erano ora bianchi come una pubblicità di
de-tersivi.

«Non l'ho mai visto prima d'ora», ringhiò Warren Jr. «Batti in ritirata, farabutto, prima che chiami la
poli-zia.»
«Lei mi ha visto lunedì», dissi cercando di non tra-dire la mia rabbia con il tono di voce. «Mi ero
spac-ciato per un altro.» Tirai fuori il portafoglio e gli mo-strai il documento.

«Dunque, lei è un segugio. Bella roba. Questo non le dà nessun diritto di intrufolarsi in un incontro
pri-vato.»

«Perché non risparmia tutta quell'adrenalina e non mi dice quel che ho bisogno di sapere? Le toglierò il
disturbo in trenta secondi.»

«Johnny Favorite significa meno di niente, per me», disse. «Allora ero solo un bambino.»

«Johnny Favorite non c'entra. Mi parli di un suo cliente che si fa chiamare dottor Cipher.»

«Ebbene? Ho firmato con lui un contratto solo la set-timana scorsa.»

«Qual è il suo vero nome?»

«Louie Seafur. Dovrà farsi spiegare dalla segretaria come si scrive.»

«Dove abita?»

«Janice può dirglielo», rispose. «Janice!»

Unghie-d'argento aprì la porta e fece timidamente ca-polino. «Sì, signor Wagner?» squittì.

«Dia al signor Angel le informazioni che desidera.»

«Sì, signor Wagner.»

«La ringrazio molto», dissi.

«La prossima volta bussi.»

Janice dalle unghie d'argento non mi concesse uno dei suoi sorrisi a scatti di masticatrice di gomma, ma
cercò l'indirizzo di Louis Cyphre nel suo schedario gi-revole. Me lo scrisse persino. «Lei stesso fa parte
di uno zoo», disse mentre mi porgeva l'appunto. Aveva te-nuto in serbo quella battuta per tutta la
settimana.

L'hotel 1-2-3 era sulla Quarantaseiesima tra la Broadway e la Sesta, nome e indirizzo una cosa sola:
123 Quarantaseiesima Ovest. Elaborati pinnacoli, timpani e abbaini incoronavano una costruzione di
mattoni per il resto senza pretese. Entrai e diedi al portiere il bigliet-to da visita avvolto in una banconota
da dieci. «Ho bi-sogno del numero della camera di un certo Louis Cyph-re», dissi compitandogli il nome.
«E non occorre che lei ne parli alla guardia dell'albergo.»

«Me lo ricordo. Aveva la barba bianca e i capelli neri.»

«È proprio l'individuo che cerco.»

«Ha pagato il conto più di una settimana fa.»

«Ha lasciato un indirizzo per rispedirgli la posta?»


«No.»

«E la sua stanza? È già occupata?»

«Non le servirebbe a niente. L'hanno pulita da cima a fondo.»

Ritornai alla luce del sole e mi diressi verso Broadway. Era una bella giornata per camminare. Un trio
dell'Esercito della Salvezza, tuba, fisarmonica e tambu-rello, faceva una serenata al venditore di
caldarroste davanti al cinematografo Loew's State che prometteva poltrone reclinabili per la grande
riapertura della do-menica di Pasqua. Assaporai suoni e profumi, tentan-do di ricordare il mondo reale di
una settimana prima, quando non esisteva ancora una cosa come la magia.

All'Astor usai un metodo diverso con il portiere. «Mi scusi, vorrei sapere se può aiutarmi. Avrei dovuto
in-contrare mio zio al ristorante venti minuti fa. Vorrei telefonargli, ma non so il numero della sua
camera.»

«Come si chiama suo zio, signore?»

«Cyphre. Louis Cyphre.»

«Sono spiacentissimo. Il signor Cyphre è partito que-sta mattina.»

«Come? È tornato in Francia?»

«Non ha lasciato nessun indirizzo.»

In quel momento avrei dovuto rinunciare a tutta la faccenda e portare Epiphany a fare il giro in battello
intorno a Manhattan. Invece telefonai a Herman Winesap a Wall Street e pretesi di sapere che cosa
stesse succedendo. «Cosa diavolo fa Louis Cyphre al Circo delle Pulci di Hubert?»

«Perché ficca il naso nelle faccende altrui? Lei non è stato assunto per pedinare il signor Cyphre. Le
con-siglio di badare al lavoro per cui è pagato e a nient'al-tro.»

«Lei sapeva che è un prestigiatore?»

«No.»

«E questo fatto non la sconcerta, Winesap?»

«Conosco il signor Cyphre da molti anni e apprezzo moltissimo la sua raffinatezza. È un uomo con una
va-sta gamma di interessi. Non mi stupirebbe affatto se fra questi ci fossero anche i giochi di prestigio.»

«Al Circo delle Pulci di Hubert?»

«Forse è un suo pallino, una forma di rilassamento.»

«Non ha senso.»

«Signor Angel, il mio cliente, potrei aggiungere, il mio e suo cliente, per cinquanta dollari il giorno può
sempre trovare qualcun altro che lavori per lui.»
Dissi a Winesap che avevo capito l'antifona e aggan-ciai.

Andai dal venditore di sigarette per farmi dare altre monetine e composi altri tre numeri. La prima
telefo-nata, alla mia segreteria telefonica, mi fornì il messag-gio di una signora di Valley Stream che aveva
perso una collana di perle. Nutriva sospetti su qualcuno del suo circolo di bridge. Non presi nota del
numero.

La telefonata successiva fu alle Linee Marittime Krusemark, S.p.A.; mi fu detto che il presidente della
so-cietà e del consiglio d'amministrazione era in lutto e che era impossibile parlargli. Provai il numero di
ca-sa e mi rispose un lacchè che prese il mio nome. Non. dovetti aspettare a lungo.

«Lei, Angel, che cosa ne sa?» latrò il vecchio masna-diere.

«Qualcosa. Non parliamone adesso. Ho bisogno di ve-derla. Un momento vale l'altro, ma meglio prima
che poi.»

«Va bene. Avvertirò la portineria di aspettarla.»

38

Alnumero due di Sutton Piace viveva Marilyn Monroe. Una strada privata si staccava in curva dalla
Cinquantasettesima, il mio tassi mi lasciò sotto una volta di pietra calcarea rosa. Dall'altra parte della via
una fila di palazzine a quattro piani di mattoni erano condan-nate da rozze croci di calcina crudamente
tracciate su ogni finestra, come un disegno infantile di cimitero.

Un portiere guarnito di più galloni dorati di quanti ne abbia un ammiraglio accorse in mio aiuto. Gli die-di
il mio nome e chiesi dove risiedessero i Krusemark.

«Certo, signore», disse. «L'ascensore a sinistra.»

Uscii al quindicesimo piano e mi trovai in un ingres-so severo rivestito di pannelli di noce. Alti specchi
con cornici dorate da una parte e dall'altra provvedevano un'infinità di ingressi. C'era soltanto un'altra
porta. Suonai due volte il campanello e aspettai.

Un uomo bruno con un neo sul labbro superiore mi aprì la porta. «Signor Angel, la prego di entrare. Il
si-gnor Krusemark l'aspetta.» Indossava un abito grigio con righini marrone e aveva l'aspetto di cassiere
più che di maggiordomo. «Da questa parte, prego.»

Mi guidò attraverso saloni lussuosamente arredati, con vista sull'East River e sulla Sunshine Biscuit
Company in lontananza, a Queens. Oggetti antichi ordina-tamente disposti ricordavano le mostre del
Metropoli-tan Museum dedicate a un particolare periodo. Questi erano saloni dove firmare trattati con
penne d'oca.

Arrivammo davanti a una porta chiusa. La mia gui-da dall'abito grigio bussò una volta e disse: «Il signor
Angel è qui, signore».
«Fallo entrare, che possa vederlo.» Anche attraverso lo spessore della porta, il rauco grugnire di
Krusemark riverberava autorità.

Fui fatto entrare in una piccola palestra senza fine-stre. Le pareti erano coperte di specchi, attrezzature
per rafforzare il corpo moltiplicavano senza fine in ogni direzione le loro lucenti immagini di acciaio
inos-sidabile. Ethan Krusemark, in calzoncini corti da pu-gile e maglietta, giaceva sulla schiena sotto una
di quelle scintillanti macchine e faceva sollevamento pe-si con le gambe. Per un uomo della sua età,
smuoveva un bel po' di ferraglia.

Quando sentì il rumore della porta che si chiudeva, si mise a sedere e mi squadrò. «La seppelliremo
doma-ni», disse. «Mi butti quella spugna.»

Gli lanciai un asciugamano con cui Krusemark si tol-se il sudore dalla faccia e dalle spalle. Aveva una
cor-poratura robustissima. Sotto le vene varicose, spunta-vano nodi di muscoli. Questo era un vecchio
con cui non veniva voglia di scherzare.

«Chi l'ha uccisa?» ringhiò nella mia direzione. «Johnny Favorite?»

«Quando lo troverò glielo chiederò.»

«Quel mantenuto d'un cantante da strapazzo. Avrei dovuto stendere quel bastardo quando ne avevo
l'op-portunità.» Si lisciò e aggiustò con cura i lunghi capelli d'argento.

«E quando ne ebbe l'occasione? Quando lei e sua fi-glia lo strapparono da quella clinica del nord?»

I suoi occhi fissarono i miei senza vacillare. «È fuo-ri strada, Angel.»

«Non credo. Quindici anni fa lei pagò al dottor Al-bert Fowler venticinquemila dollari per uno dei suoi
pazienti. Si fece passare per un certo Edward Kelley. Fowler ebbe il compito di far credere che Favorite
con-tinuasse a vegetare in qualche corsia dimenticata. E fi-no a una settimana fa svolse l'incarico in
maniera per lei soddisfacente.»

«Chi la paga per rovistare in tutto questo?»

Tirai fuori una sigaretta e la rigirai tra le dita. «Lei sa benissimo che questo non glielo dirò.»

«Potrei farle offerte vantaggiosissime.»

«Non lo metto in dubbio», dissi, «ma lo stesso, niente da fare. Disturbo se fumo?»

«Faccia pure.»

Accesi, espirai e dissi: «Senta. Lei vuole la persona che ha ucciso sua figlia. Io voglio Johnny Favorite.
Ma-gari l'individuo che ci interessa è lo stesso. Non lo sa-premo finché non lo troveremo».

Le grosse dita di Krusemark si piegarono a pugno. Un enorme pugno, con cui colpì il palmo dell'altra
ma-no: un rumore come di un'asse che si spacca echeggiò nella stanza luccicante. «E va bene», disse.
«Edward Kelley ero io. I venticinquemila dollari li pagai io al dottor Fowler.»

«Perché si servì del nome Kelley?»


«Voleva forse che usassi il mio vero nome per una simile operazione? La faccenda del nome Kelley fu
un'idea di Meg, non mi chieda il perché.»

«Dove fu portato Favorite?»

«A Times Square. Era la vigilia del Capodanno 1943. Lo lasciammo tra la folla e lui uscì dalle nostre
vite. O almeno così credevamo.»

«Ricominciamo daccapo», dissi. «Lei pretende che io beva questa storia? Dopo avere sborsato
venticinquemi-la dollari per Favorite, lei lo avrebbe lasciato libero di perdersi tra la folla?»

«Andò proprio così. Lo feci per mia figlia. Le ho sem-pre dato tutto ciò che desiderava.»

«E sua figlia desiderava che Favorite scomparisse?»

Krusemark s'infilò un accappatoio di spugna. «Credo fosse qualcosa che avevano architettato insieme
prima che Favorite lasciasse l'America. Una qualche sorta di stregoneria in cui erano immischiati a quei
tempi.»

«Intende parlare di magia nera?»

«Nera, bianca, che cosa cambia? Meg è sempre sta-ta una strana ragazza. Giocava con i tarocchi prima
an-cora di saper leggere.»

«In che modo cominciò?»

«Non lo so. Una bambinaia superstiziosa, una delle nostre cuoche europee. Non si sa mai che cosa
passa per la testa della gente che si assume.»

«Sa che, tempo fa, sua figlia faceva la veggente in un baraccone di Coney Island?»

«Sì, glielo avevo messo su io, anche quello. Meg era tutto quanto avevo, perciò la viziavo.»

«Nel suo appartamento ho trovato una mano umana mummificata. Ne era informato?»

«La Mano della Gloria. È un talismano che si pensa apra ogni porta: la mano destra di un assassino
con-dannato a morte, tagliata mentre il suo collo è ancora nel cappio. Quella di Meg è autentica. Era
appartenuta a un bandito del Galles, un certo capitano Silverheels giustiziato nel 1786. L'aveva comprata
a Parigi tanti anni fa, da un rigattiere.»

«Nient'altro che un ricordino del viaggio in Europa, come il teschio che Favorite teneva in valigia. Si
direb-be che avessero gli stessi gusti.»

«Sì. La sera prima di partire per la guerra, Favorite diede quel teschio a Meg. Gli altri ragazzi offrivano
alla loro fidanzata l'anello con la data del corso o un maglio-ne con il nome della loro università, o
qualcosa del ge-nere. Favorite aveva preferito regalare un teschio.»

«Credevo che sua figlia, quando Favorite partì, non fosse più fidanzata con lui.»

«Sì, ufficialmente era così. Probabilmente si trattava di un loro gioco.»


«Perché dice questo?» Scossi la sigaretta facendo ca-dere sul pavimento due centimetri di cenere.

«Perché nei loro rapporti non era cambiato niente.»

Krusemark premette un bottone vicino alla porta. «Vuole bere qualcosa?»

«Un po' di whisky mi farebbe piacere.»

«Uno scotch?»

«Bourbon, se ne ha. Con ghiaccio. Sua figlia non le nominava mai una certa Evangeline Proudfoot?»

«Proudfoot? Il nome non mi dice niente. Potrebbe darsi.»

«Che cosa sa dei riti vudu? Sua figlia le parlava di vudu?»

Fu bussato una sola volta alla porta, che si spalan-cò. «Il signore desidera?» domandò l'uomo in grigio.

«Il signor Angel berrà un bicchiere di bourbon, con ghiaccio. Per me un brandy. Ah, Benson!»

«Sì, signore?»

«Un portacenere per il signor Angel.»

Benson fece un cenno del capo e chiuse la porta al-le proprie spalle.

«È il maggiordomo?» domandai.

«Benson è il mio segretario particolare. Cioè un mag-giordomo che ragiona.» Krusemark salì su una
biciclet-ta da ginnastica e prese a percorrere con metodiche pe-dalate miglia immaginarie. «Che cosa
stava dicendo dei riti vudu?»

«Ai tempi in cui regalava teschi, Johnny Favorite era invischiato a Harlem in riti vudu. Mi domandavo se
sua figlia gliene avesse mai parlato.»

«Gli unici che Meg non praticava erano i riti vudu», rispose Krusemark.

«Il dottor Fowler mi disse che Favorite, quando lo portaste via dall'ospedale, soffriva di amnesia.
Riconob-be sua figlia?»

«No. Si comportò da sonnambulo. Quasi non parlò. Tenne lo sguardo fisso nel buio oltre il finestrino.»

«In altre parole, vi trattò da estranei?»

Krusemark pedalava mettendocela tutta. «Meg volle che le cose andassero così. Pretese che non lo
chiamas-simo Johnny e che non parlassimo dei loro precedenti rapporti.»

«E questo non la colpì per la sua stranezza?»

«Tutto ciò che Meg faceva era strano.»


Udii un debole tintinnio di cristalli fuori della porta un attimo prima che Benson bussasse. Il
maggiordomo ragionante entrò con un carrello. Mi versò il whisky, riempì di brandy il bicchiere del
padrone e chiese se occorreva altro.

«Va benissimo», disse Krusemark tenendo il calice a forma di tulipano sotto il naso, come un fiore. «La
rin-grazio moltissimo, Benson.»

Benson uscì. Scoprii un portacenere vicino al secchio del ghiaccio e vi spensi dentro la sigaretta.

«Un giorno la sentii dire a sua figlia di mettermi qualcosa nel bicchiere. Diceva anche di avere impara-to
in Oriente l'arte della persuasione.»

Krusemark mi lanciò uno strano sguardo. «Non c'è niente lì dentro», disse.

«Mi convinca.» Gli porsi il mio bicchiere. «Lo beva lei.»

Krusemark buttò giù parecchie sane sorsate e mi ri-diede il bicchiere. «È troppo tardi per fare giochetti.
Ho bisogno del suo aiuto, Angel.»

«E allora giochi pulito con me. Dopo quella vigilia di Capodanno, sua figlia rivide qualche volta Johnny
Fa-vorite?»

«Mai.»

«Ne è sicuro?»

«Certo che ne sono sicuro. Ha ragione di dubitarne?»

«Il mio mestiere consiste nel mettere in dubbio quel che mi dicono gli altri. Come fa a sapere che non lo
ri-vide mai?»

«Non c'erano segreti fra noi. Non mi avrebbe nasco-sto una cosa simile.»

«Si direbbe che lei non conosca le donne bene come conosce il mestiere di armatore», dissi.

«Conosco mia figlia. Se mai rivide Favorite, lo rivi-de il giorno in cui fu uccisa.»

Sorseggiai il mio whisky. «Tutto risolto», dissi. «Un tizio affetto da amnesia totale, che non ricorda
nemme-no il suo nome, si allontana tra la folla di New York quindici anni fa, svanisce senza lasciare
tracce e d'im-provviso rispunta dal nulla e si mette ad ammazzare gente.»

«Chi altri ha ammazzato? Fowler?»

Sorrisi. «Quello del dottor Fowler è suicidio.»

«È piuttosto facile far passare per suicidio un omi-cidio.»

«Davvero? Signor Krusemark, lei come farebbe?»

Krusemark mi fissò con il suo freddo sguardo da fi-libustiere.


«Non cerchi di mettermi in bocca parole che non ho pronunciate, Angel. Se avessi voluto togliere di
mezzo Fowler, l'avrei fatto uccidere molti anni fa.»

«Ho i miei dubbi. Finché teneva il becco chiuso sull'af-fare Favorite, Fowler per lei era meglio vivo che
morto.»

«Avrei dovuto far eliminare Favorite, non Fowler», grugnì Krusemark. «In tutti i casi, su quale omicidio
lei sta investigando?»

«Non sto investigando su nessun omicidio», risposi. «Sto cercando un uomo affetto da amnesia.»

«Mi auguro di tutto cuore che lo trovi.»

«Ha parlato alla polizia di Johnny Favorite?»

Krusemark si accarezzò il mento tondo. «È stato du-ro. Desideravo metterli sulla strada giusta senza
com-promettermi.»

«Sono convinto che ha trovato una storiella convin-cente.»

«Ne ho scovata una eccellente. Mi hanno domanda-to se sapevo con che tipo di persone Meg avesse
ro-mantiche amicizie. Ho fornito alla polizia il nome di un paio di individui che ricordavo di avere sentito
nomi-nare da Meg, ma ho detto che l'unico vero grande amo-re della sua vita era stato Johnny Favorite.
Natural-mente, hanno voluto sapere altro su Johnny Favorite.»

«Naturalmente», dissi.

«Così ho raccontato del fidanzamento, di com'era strambo Johnny e di tutto il resto. Cose che non erano
mai state pubblicate sui giornali.»

«Ci scommetterei che è andato giù deciso.»

«Non cercavano di meglio. Rifilare alla polizia tutta la storiella è stata una bazzecola.»

«E dove ha detto che potevano trovare Favorite?»

«Non l'ho detto. Ho dichiarato di non averlo visto da quando finì la guerra. Ho affermato che le ultime
no-tizie su di lui erano quelle del suo ferimento. Se non riescono a rintracciarlo da quel punto, sarebbe
meglio che cambiassero mestiere!»

«Ne seguiranno le tracce sino a Fowler», dissi. «Di lì cominceranno le loro difficoltà.»

«Lasci perdere le difficoltà della polizia. Parliamo piuttosto delle sue. Che cosa ha scoperto, dal
Capodan-no del 1943 in poi?»

«Niente.» Vuotai il bicchiere e lo posai sul carrello. «Il suo passato è buio come la notte. Se Favorite è
qui a New York, riemergerà presto. E questa volta sarò pronto.»

«Secondo lei, la prossima vittima dovrei essere io?» Krusemark scese dalla bicicletta.

«Lei che ne pensa?»


«Non intendo perdere i miei sonni per questo.»

«Sarebbe una buona idea tenerci in contatto», dissi. «Se ha bisogno di me, il mio numero è sull'elenco.»
Non avevo intenzione di elargire il mio biglietto da vi-sita a un altro potenziale cadavere.

Krusemark mi diede una manata sulla spalla e fece lampeggiare il suo sorriso da un milione di dollari.
«Lei la sa più lunga della polizia, Angel.» Mi accompa-gnò fino alla porta d'ingresso, emanando fascino
come un maiale sprizza sangue. «Avrà presto mie notizie, ci può contare.»

39

Ilricordo dell'energica stretta di mano di Krusemark mi durò fino a quando arrivai in strada. «Tassi,
signo-re?» mi domandò il portiere, portando una mano al berretto ultragallonato.

«No, grazie. Farò qualche isolato a piedi.» Avevo bi-sogno di pensare, non di discutere di filosofia o del
sin-daco o di baseball con un tassista.

Quando uscii dal palazzo, due uomini erano in atte-sa all'angolo. Uno, basso e corpulento, vestito di una
giacca a vento azzurra di rayon e di calzoni di tela ne-ri, sembrava un allenatore di football americano
delle scuole medie. Il suo compagno era un giovane sui ven-t'anni con i capelli lunghi pettinati all'indietro e
gli oc-chi umidi e imploranti di un Gesù da immaginetta. La sua giacca di rigido tessuto verde, a due
bottoni, con risvolti a punta e spalle imbottite, sembrava di parec-chie taglie troppo grande per lui.

«Ehi, amico, hai un minutino?» disse ad alta voce l'allenatore, avvicinandosi con ostentata lentezza le
ma-ni affondate nelle tasche della giacca. «Ho qualche cosa che mi piacerebbe farti vedere.»

«Un'altra volta», dissi.

«In questo momento.» La bocca rotonda di un'auto-matica fece capolino, puntata su di me, dalla V della
giacca a vento dell'allenatore, la cui cerniera lampo era a metà aperta. Se ne vedeva solo il mirino: era
una ca-libro 22, il che significava che quel tale era in gamba o credeva di esserlo.

«Stai pigliando un granchio», dissi.

«Non mi sbaglio. Sei Harry Angel, vero?» L'automa-tica scomparve di nuovo alla vista dentro la giacca
a vento.

«Perché me lo chiedi se lo sai già?»

«Dall'altra parte della strada c'è un parco. Adesso an-diamo a farci una passeggiata, così possiamo
parlare tranquillamente in privato.»

«E quello lì?» Feci un cenno verso il ragazzo dal ve-stito verde che ci guardava inquieto con i suoi occhi
li-quidi.

«Viene anche lui.»


Il ragazzo si mise a camminare dietro di noi. Attra-versammo Sutton Piace e scendemmo gli scalini che
portano a uno stretto parco sulle sponde dell'East River. «Un'idea furba», dissi, «quella di tagliar via le
ta-sche della giacca a vento.»

«Funziona bene, vero?»

Un sentiero segue la riva del fiume, separato dall'ac-qua, che scorre tre metri più in basso, da una
ringhie-ra di ferro. All'altro capo del giardinetto un uomo dai capelli bianchi, con una giacca di maglia,
portava al guinzaglio un terrier dello Yorkshire. Veniva nella no-stra direzione, ma procedeva all'andatura
dei passettini del cane. «Aspetta qui finché quel tipo se ne va», disse l'allenatore. «Goditi la vista.»

Il ragazzo con gli occhi da stigmate appoggiò i gomiti alla ringhiera e fissò una chiatta che affrontava la
cor-rente del canale all'altezza di Welfare Island. L'allenatore era dietro di me, in equilibrio sugli
avampiedi, come un pugile. Un po' più in là il terrier dello Yorkshire alzò la zampa contro un cestino della
spazzatura. Aspettammo.

Alzai gli occhi verso la complicata intelaiatura del Queensborough Bridge e verso il cielo azzurro e
sere-no impigliato in quel groviglio di travature. Goditi la vista. Una giornata così limpida. Non era
possibile chiedere di morire in un giorno più bello: quindi goditi la vista e non fare storie. Rimani fermo a
fissare il cie-lo finché l'unico testimone andrà fuori dei piedi, cer-ca di non pensare all'iridescente ondulare
del fiume sporco di petrolio ai tuoi piedi, fino a quando ti but-teranno di là dalla ringhiera con una
pallottola nell'oc-chio.

Strinsi con forza la mano intorno al manico della va-ligetta.

Dentro c'era la mia tozza Smith & Wesson, che mi era d'aiuto come se l'avessi lasciata a casa in un
cas-setto. L'uomo con il cane era a meno di venti passi da noi. Spostai il peso del corpo e diedi uno
sguardo al-l'allenatore, aspettando che facesse uno sbaglio. Un ra-pido guizzo dei suoi occhi per
giudicare a che veloci-tà si avvicinasse il padrone del cane mi offrì l'occasio-ne sperata.

Dondolai con tutta la mia forza la valigia e la dires-si all'interno delle sue gambe aperte. L'allenatore urlò
con vera schiettezza e si piegò in due. Dalla pistola partì un colpo che lacerò la giacca a vento e schizzò
sul marciapiede. Non fece più rumore di uno sternuto.

Il cane diede strattoni al guinzaglio, abbaiando a tut-to spiano. Afferrai la valigetta con entrambe le mani
e la menai contro la testa dell'allenatore, che grugnì e cadde a terra. Diedi un calcio al suo gomito e una
Colt Woodsman dal manico di madreperla rotolò sul la-strico.

«Chiami la polizia!» urlai al signore con la giacca di maglia, che guardava a bocca aperta mentre il
ragaz-zo con gli occhi da Cristo mi veniva addosso con una corta mazza coperta di cuoio nella mano
ossuta. «Que-sti qui vogliono uccidermi!»

Servendomi della valigetta come di uno scudo, rice-vetti il primo colpo del ragazzo sulla sua preziosa
su-perficie di pelle. Gli menai un calcio e il giovane bal-zò all'indietro. La Colt con il suo lungo tamburo
era a terra, vicinissima: una vera tentazione. Ma non potevo rischiare di chinarmi per prenderla. Anche il
ragazzo la vide e cercò di tagliarmi fuori, ma non fu abbastan-za svelto. Con un calcio spedii l'automatica
nel fiume, facendola passare sotto la ringhiera.

Questo mi lasciò scoperto. Il ragazzo mi colpì di fian-co sul collo con la sua mazza appesantita. Adesso
toc-cò a me urlare. Il dolore mi fece lacrimare, mentre tos-sicchiavo tentando di respirare. Mi riparai la
testa il meglio possibile, ma ormai il ragazzo era a cavallo. Vi-brò un rapido colpo sopra la mia spalla. In
quel mo-mento sentii esplodere l'orecchio sinistro. Mentre ca-scavo a terra, vidi l'uomo con la giacca di
maglia rac-cogliere tra le braccia il cagnolino latrante e correre su per gli scalini del parco, chiamando a
gran voce.

Osservai la sua fuga mentre ero a quattro gambe, in una caligine rosa di sofferenza. La testa rombava
co-me un treno espresso in fiamme. Il ragazzo mi colpì di nuovo e il treno entrò in una galleria.

Nell'oscurità brillavano puntolini di luce. Il ruvido cemento sotto la mia guancia era appiccicoso e
viscido. Sarei potuto rimanere incosciente per vent'anni, ma, quando aprii l'occhio che ancora funzionava,
scorsi il ragazzo aiutare l'allenatore a tirarsi in piedi.

L'allenatore l'aveva vista brutta. Si teneva l'inguine con le mani intrecciate. Il ragazzo lo tirava per la
ma-nica e gli faceva premura, ma lui se la prese con cal-ma, venne zoppicando dove giacevo e mirò un
calcio al-la mia faccia. «Questo è per te, minchione», lo sentii dire prima che me ne assestasse un
secondo, dopo il quale non ascoltai più.

Ero sott'acqua. Annegavo. Però non era acqua, era sangue. Un torrente di sangue mi travolgeva e mi
fa-ceva rotolare e rotolare. Annegavo in questo sangue, non potevo respirare. Aprii la bocca in cerca di
aria e inghiottii dolciastre sorsate di sangue.

La marea di sangue mi depose su una remota spiag-gia. Ne udii le ondate fragorose e mi strascinai per
evi-tare di essere riportato sott'acqua. Le mie mani tocca-rono qualcosa di freddo e metallico. Era la
gamba ri-curva di una panchina del giardino.

Nella nebbia che mi circondava, si avvicinarono vo-ci. «Eccolo, agente. Ecco quell'uomo. Oddio!
Guardi che cosa gli hanno fatto.»

«Stai tranquillo, amico», disse un'altra voce. «Ades-so tutto è a posto.» Braccia robuste mi sollevarono
dal-la pozzanghera sanguinolenta. «Appoggiati all'indietro, compare. Te la caverai. Senti quel che ti
dico?»

Quando cercai di rispondergli, feci un rumore da gargarismo. Mi tenni stretto alla panchina, salvagente
nel mare in tempesta. Le turbinose nebbie rosse si squarciarono e vidi una seria faccia quadrata
circonda-ta di blu. Una doppia fila di bottoni d'oro splendeva-no come soli nascenti. Misi a fuoco lo
sguardo sul di-stintivo, tanto da riuscire quasi a leggerne i numeri.

Quando cercai di ringraziare, mi uscì di nuovo il rumo-re di un gargarismo.

«Rilassati, amico», disse il poliziotto dalla faccia qua-drata. «Ci faremo mandare subito aiuti.»

Chiusi gli occhi e udii l'altra voce dire: «È stata una cosa orrenda. Volevano sparargli».

Il poliziotto disse: «Stia qui con lui. Vado in cerca di un telefono per chiamare un'ambulanza».

Il sole era tiepido sulla mia faccia maciullata. Ciascu-na ferita pulsava separatamente e batteva come se
vi palpitasse dentro un minuscolo cuore. Alzai una mano ed esplorai i tratti del mio volto. Nulla mi
sembrò fa-miliare. Era il volto di un estraneo.

Quando mi giunse il suono di altre voci, dovetti ri-conoscere che nel frattempo ero di nuovo svenuto. Il
poliziotto ringraziò il padrone del cane, chiamandolo si-gnor Groton e dicendogli di recarsi quando
voleva al-la stazione di polizia, per firmare una dichiarazione. Il signor Groton promise di andarvi nel
pomeriggio. Gar-garizzai la mia riconoscenza e il poliziotto mi disse di non affannarmi. «Stanno arrivando
i soccorsi, amico.»

Mi sembrò che gli infermieri fossero arrivati in quel preciso momento, ma certamente avevo avuto un
altro svenimento. «Fate piano», disse uno degli infermieri. «Prendilo per le gambe, Eddie.»

Dissi che potevo camminare, ma quando cercai di mettermi in piedi le ginocchia cedettero. Mi distesero
su una barella, l'alzarono e mi trasportarono. Non ave-va molto senso prestare attenzione a quanto
succede-va. L'interno dell'ambulanza puzzava di vomito. Più for-ti del lamento sempre più lacerante della
sirena, udii le risate del guidatore e del suo compagno.

40

Ilmondo ridiventò nitido al pronto soccorso dell'ospe-dale Bellevue. Uno zelante giovane medico ripulì e
ri-cucì il mio cuoio capelluto e disse che avrebbe fatto del suo meglio con quanto rimaneva del mio
orecchio. Grazie al Demerol, tutto mi sembrò facile. Regalai al-l'infermiera un sorriso dai denti rotti.

Un poliziotto della vicina stazione comparve proprio mentre mi portavano ai raggi. Camminò di fianco
alla mia carrozzella e mi domandò se conoscevo gli uomi-ni che avevano tentato di derubarmi. Non feci
niente per smentire le sue deduzioni che si era trattato di una rapina e se ne andò con la descrizione
dell'allenatore e del ragazzo.

Appena ebbero finito di fotografare l'interno della mia testa, il dottore disse che secondo lui sarebbe
stata una buona idea farmi riposare un po'. Non avevo nien-te in contrario. Fui messo in un letto nel
reparto infor-tuni. Mi fecero un'altra iniezione sotto la camicia da notte. Non ricordai più nulla fino a
quando un'infer-miera mi svegliò per la cena.

A metà del passato di carote scoprii che mi avrebbero tenuto in osservazione tutta la notte. I raggi X non
ave-vano rivelato fratture, ma c'era ancora il rischio di una commozione cerebrale. Stavo troppo male
per piantare grane. Così, dopo il pasto da neonato, l'infermiera mi ac-compagnò a un telefono nel
corridoio. Chiamai Epiphany per dirle che non sarei andato a casa.

In principio sembrò preoccupata, ma scherzai con lei, dicendole che dopo una bella dormita sarei stato
benis-simo. Finse di credermi. «Sai che cosa ho fatto con i tuoi venti dollari?» mi domandò.

«No.»

«Ho comprato un carico di legna da ardere.»

Le dissi che avevo moltissimi fiammiferi. Rise e ci salutammo. Stavo innamorandomi. Una bella disgrazia
per me. L'infermiera mi ricondusse a letto, dove mi at-tendeva un'iniezione.

Il mio sonno fu quasi senza sogni. Eppure lo spettro di Louis Cyphre scostò la pesante cortina di
sonniferi e si burlò di me. Gran parte dei sogni si dispersero al risveglio, ma me ne rimase un'immagine: un
tempio azteco che si ergeva a picco su una piazza affollata e i cui scalini erano viscidi di sangue. Dalla
cima Cyphre, vestito della sua marsina come al Circo delle Pulci, guardava giù verso i nobili piumati,
rideva e lanciava alto in aria il cuore gocciolante sangue della sua vitti-ma. La vittima ero io.

La mattina seguente stavo finendo la colazione quan-do il tenente Sterne fece una visita inaspettata al
re-parto. Era vestito dello stesso abito di mohair marro-ne, ma la camicia azzurra di lanetta e la
mancanza di cravatta mi dissero che era fuori servizio. La faccia pe-rò era ancora essenzialmente
sbirresca.

«Si direbbe che qualcuno l'abbia conciato per le feste», disse con tono piuttosto acido.

Gli dedicai un bel sorriso. «Le rincresce non essere stato lei a conciarmi così, vero?»

«Se fossi stato io, non uscirebbe di qui per una set-timana almeno.»

«Si è dimenticato i fiori», dissi.

«Li tengo in serbo per la sua tomba, imbecille.» Ster-ne si accomodò sulla sedia bianca accanto al letto e
mi fissò come un avvoltoio che tiene d'occhio un opossum schiacciato sulla strada. «Ieri sera ho cercato
di par-larle a casa e la sua segreteria telefonica mi ha detto che lei era in ospedale. Non mi hanno
permesso di par-larle fino a questo momento.»

«Che cosa la preoccupa, tenente?»

«Pensavo che le interessasse qualcosa che abbiamo trovato nella casa della Krusemark, visto che lei non
conosceva quella donna.»

«Sto tenendo il fiato.»

«Proprio quel che fanno nella camera a gas», disse Sterne. «Tengono il fiato, ma non serve a niente.»

«Che cosa fanno invece a Sing Sing?»

«Quel che faccio io, è di turarmi il naso, dato che si sporcano i calzoni l'attimo che l'elettricità li colpisce.
E c'è una puzza orribile di merda.»

Con un naso come il tuo, pensai, ti occorreranno tut-te e due le mani. Dissi: «Mi dica che cos'ha trovato
nel-l'appartamento della Krusemark».

«Che cosa non ho trovato. Non ho trovato la pagina del 16 marzo sul calendario della sua scrivania. Era
l'unica pagina mancante. Nel mio mestiere si notano fatterelli come questo. Ho mandato la pagina
sottostan-te in laboratorio, perché cercassero se vi erano rima-sti dei segni. Indovini che cos'ho
trovato?»

Dissi che non ne avevo la minima idea.

«L'inizialeH, seguita dalle lettereA-n-g.»

«Si leggehang.»

«La consegnerò al boia, Angel. Lei sa benissimo co-me si legge.»

«Coincidenza e prova sono due cose molto diverse, tenente.»


«Dov'era mercoledì pomeriggio intorno alle tre e mezzo?»

«Grand Central Terminal.»

«Aspettava un treno?»

«Mangiavo ostriche.»

Sterne scosse quel suo testone. «Non basta.»

«L'uomo alla cassa ricorderà. Ci sono rimasto a lun-go. Ho mangiato moltissimo. Ci abbiamo scherzato
su. Lui diceva che le ostriche sembrano grumi di sputo. Io dicevo che sono ottime per le prestazioni
sessuali. Può controllare.»

«Ci scommetta pure la testa che andrò a controllare in tutti i modi possibili.» Sterne si tirò in piedi. «Sa
che cosa le dico? Quando la legheranno alla sedia elet-trica, sarò lì con il naso turato.»

Sterne allungò la sua tozza manona. Prese dal vas-soio un bicchiere intatto di sugo di pompelmo in
sca-tola, lo tracannò d'un solo fiato e se ne andò.

Quando tutti gli incartamenti furono pronti, era qua-si mezzogiorno. Anch'io varcai la porta
dell'ospedale.

41

Davantial Bellevue, la Prima Avenue era tutta sossopra, ma essendo sabato nessuno vi lavorava.
Barrica-te di cavalletti di legno decorati di scrittedobbiamo sca-vare circondavano i lavori e
rinchiudevano mucchi di terra e ciottoli impilati. In questa parte della città so-lo un sottile strato di
catrame ricopriva la vecchia pa-vimentazione. Qua e là rimanevano tratti dell'acciotto-lato di un secolo
prima. Altri rimasugli di un passato caduto nell'oblio erano i lampioni di ghisa a forma di vincastro e di
quando in quando lastre di marciapiedi di arenaria bluastra.

Mi aspettavo di essere pedinato, ma non scorsi nes-suno quando mi avvicinai a un posteggio di tassi
fuo-ri dell'aerostazione della Trentottesima Strada. Il tem-po era ancora tiepido, il cielo si era però
coperto. A ogni passo la pesante calibro 38 che tenevo nella tasca della giacca urtava contro il mio
corpo dolorante.

La mia prima meta fu il dentista. Gli avevo telefona-to dall'ospedale e lui aveva accettato di aprire lo
stu-dio nel palazzo Graybar per il tempo necessario a mettermi capsule provvisorie. Parlammo di pesca.
Il den-tista disse che gli rincresceva non essere andato a Sheepshead Bay a buttar vermi in acqua.

Intontito dagli analgesici, corsi per arrivare in tem-po a un appuntamento che avevo per l'una nell'atrio
del grattacielo Chrysler. Arrivai con un ritardo di die-ci minuti, ma Howard Nussbaum mi stava
paziente-mente aspettando all'ingresso della Lexington Avenue.

«Harry, questo è un ricatto puro e semplice», disse stringendomi la mano. Era un ometto dall'aspetto
cruc-ciato, vestito d'un abito marrone.

«Non lo nego, Howard. Ringrazia che non pretendo soldi.»

«Con mia moglie avevamo deciso di partire presto per il Connecticut. Ha dei parenti a New Canaan.
Ap-pena ricevuta la tua telefonata, ho avvertito Isobel che saremmo partiti un po' in ritardo. In fondo,
che cosa sono poche ore, le ho detto.»

Howard Nussbaum aveva la responsabilità delle chia-vi di un certo numero di grandi palazzi di uffici, la
cui sicurezza era garantita dalla società che lo impiegava. Doveva questo lavoro a me, o meglio al fatto
che ave-vo omesso il suo nome in un rapporto che avevo pre-sentato alla sua ditta circa una chiave
comunella ritro-vata nella borsetta di una prostituta minorenne. «L'hai portata?» gli domandai.

«Sarei venuto se non l'avessi con me?» Mise la ma-no nell'interno della giacca e mi consegnò una
piccola busta marrone non sigillata. Ne feci uscire sul palmo della mano una chiave nuova di zecca, che
aveva l'a-spetto di qualsiasi altra chiave.

«È una comunella?»

«Dovrei forse fidarmi di te al punto di consegnarti una comunella che apra tutto il grattacielo Chrysler?»
La fronte di Howard Nussbaum si aggrottò ancora di più. «È una chiave che serve per il
quarantacinquesimo piano. In tutto il piano non c'è una serratura in cui non entri. Non vuoi dirmi di chi ti
stai occupando?»

«Non farmi domande, Howard. In questo modo non sarai accusato di complicità.»

«Sono un complice, invece», disse. «Sono stato un complice per tutta la vita.»

«Divertiti in Connecticut.»

Salii in ascensore, esaminando la piccola busta mar-rone e ficcandomi le dita nel naso in modo che il
ma-novratore guardasse dall'altra parte. La busta era af-francata e aveva già l'indirizzo. Howard mi
aveva pre-gato di mettervi dentro la chiave e di sigillarla appe-na avessi finito, poi di impostarla nella
prima buca che trovavo. Ci sarebbe magari stata la probabilità di sco-vare, chi sa dove in mezzo al mio
mazzo da cinquecen-to dollari, una chiave che poteva farmi lo stesso uso. Ma per le chiavi false ci
vogliono serrature con mec-canismi logorati dall'impiego di duplicati, mentre la ditta di Howard
Nussbaum preferiva cambiare serra-tura e non risparmiare soldi facendo rifare tre volte le chiavi.

Dietro i vetri smerigliati della Società per azioni Li-nee Marittime Krusemark, le luci erano fioche.
Dall'al-tro capo del corridoio giungeva un lontano e irregola-re ticchettio di macchina per scrivere. Mi
infilai i guan-ti da chirurgo e inserii la chiave nella prima di molte serrature: era davvero un talismano che
apriva ogni porta, in concorrenza con la mummificata Mano della Gloria di Margaret Krusemark.

Ispezionai l'intero ufficio, passando per stanze piene di macchine per scrivere coperte di teli e di telefoni
si-lenziosi. Questo sabato non c'erano giovani direttori che per esagerata ambizione avessero rinunciato
alla loro partita di golf. Persino le telescriventi avevano il sabato e la domenica liberi.

Sulla scrivania a forma di L preparai la Minox e il cavalletto per la copiatura. Accesi le luci fluorescenti.
Il mio temperino e una clip piegata bastarono per for-zare gli schedari e i cassetti della scrivania chiusi a
chiave. Non sapevo che cosa stessi cercando, ma Krusemark desiderava nascondermi qualcosa, lo
desidera-va tanto da mandarmi dietro due sicari.
Il pomeriggio si protrasse senza scoperte. Sfogliai centinaia di schedari, fotografando tutto ciò che
sem-brava promettente. Parecchie note di carico modifica-te e una lettera che citava un deputato
disposto a es-sere comprato furono quanto di meglio trovai in fatto di attività criminose. Questo non
significava che non esistessero. Se si sa dove cercare c'è sempre qualche scheletro nascosto negli armadi
di una società.

Scattai quindici rullini. Ogni faccenda importante in cui le Linee Marittime Krusemark avevano messo lo
zampino passò sotto il mio cavalletto e fu fotografata. Chi sa dove, annidati dietro tutte quelle statistiche,
c'e-rano tanti imbrogli da tenere occupato l'ufficio del pro-curatore per mesi e mesi.

Esaminati tutti gli schedari, mi introdussi con la mia chiave nello studio privato di Ethan Krusemark e mi
offrii da bere dal mobile bar pieno di specchi. Portai con me il bicchiere di cognac di cristallo, mentre
stu-diavo il rivestimento delle pareti e guardavo dietro tut-ti i quadri. Non trovai tracce né di una
cassaforte né di pannelli mobili.

A parte il divano, il mobile bar, la scrivania fatta di una lastra di marmo, la stanza era spoglia e non
con-teneva né schedari, né cassetti, né scaffali. Posai il bicchiere vuoto al centro della luccicante
scrivania. La sua lustra superficie non era disturbata da carte o da let-tere, nemmeno da penne e matite.
La statuetta di bron-zo di Nettuno si ergeva all'altro capo, in equilibrio sul-la sua immagine perfettamente
riflessa.

Guardai sotto la lastra di marmo. Invisibile dall'al-to, un cassetto d'acciaio poco profondo vi era
incassa-to e abilmente nascosto. Non era chiuso a chiave. Una levetta sul fianco fece scattare un gancio,
molle segre-te lo mandarono avanti come il cassettino di un regi-stratore di cassa. Dentro c'erano
parecchie penne sti-lografiche di valore, una fotografia di Margaret Krusemark in una cornice ovale
d'argento, un pugnale lun-go venti centimetri con un manico d'avorio dalla mon-tatura d'oro e un certo
numero di lettere.

Presi in mano una busta familiare e tirai fuori il car-toncino. In alto un pentacolo rovesciato era stampato
in rilievo. Le parole latine non erano più un problema per me. Ethan Krusemark aveva il suo invito
persona-le alla messa nera.

42

Rimisitutto in ordine come l'avevo trovato e ritirai la macchina fotografica. Prima di andarmene,
risciacquai il bicchiere nel bagno presidenziale e lo rimisi accura-tamente in fila sul ripiano apposito del
mobile bar. Avevo avuto intenzione di lasciarlo sulla scrivania di Krusemark per dargli qualcosa cui
pensare lunedì mat-tina; ma ormai non mi sembrava più un'idea molto furba.

Quando arrivai in strada, pioveva. La temperatura era scesa di otto gradi. Tirai su il bavero della giacca
e, schivando l'acqua come meglio potevo, attraversai la Lexington e arrivai al Grand Central Terminal.
Chiamai Epiphany dalla prima cabina telefonica libera. Le do-mandai quanto tempo le occorreva per
prepararsi. Mi rispose che era pronta da ore.

«Sei invitante, dolcezza», dissi, «ma parlo di lavoro. Prendi un tassi. Trovati nel mio ufficio tra mezz'ora.
Ceneremo e poi andremo a una conferenza.»
«Che conferenza?»

«Può darsi che sia una predica.»

«Una predica?»

«Portami l'impermeabile che è nel primo armadio e non tardare.»

Prima di dirigermi alla ferrovia sotterranea, trovai un negozio che rifaceva chiavi e ordinai una copia della
co-munella di Howard Nussbaum. Sigillai l'originale nella piccola busta già indirizzata e la infilai in una
buca, vi-cino a una fila di armadietti per il deposito dei bagagli.

Presi il treno navetta fino a Times Square. Quando uscii dalla metropolitana pioveva ancora, i riflessi
delle insegne al neon e dei semafori si contorcevano sul sel-ciato come serpenti di fuoco. Corsi da un
portone al-l'altro cercando di non bagnarmi. Magnaccia, spaccia-tori di droga e prostitute giovanissime si
ammucchia-vano nei negozi di alcolici e nelle sale da gioco, scon-solati come gatti inzuppati di pioggia.
Mi riempii le ta-sche di sigari al negozio d'angolo e alzai gli occhi per vedere attraverso le goccioline
d'acqua i titoloni che scorrevano sulla torre delTimes... Itibetani lottanoCONTRO I CINESI A
LHASA...

Quando, alle sei e dieci, arrivai in ufficio, Epiphany mi aspettava sulla poltrona. Elegante nel suo
comple-to color prugna, aveva un aspetto meraviglioso. Al tatto e al gusto, era ancora meglio.

«Ho sentito la tua mancanza», bisbigliò. Le sue dita seguirono con leggerezza la fasciatura che mi copriva
l'orecchio sinistro e si attardarono sul punto dove mi avevano rasato. «Oh, Harry, come stai?»

«Sto bene. Forse non sono più bello come prima.»

«I punti su un lato della tua testa ti fanno somiglia-re a Frankenstein.»

«Finora ho evitato gli specchi.»

«E la tua povera, povera bocca.»

«Com'è il naso?»

«Più o meno uguale, solo un po' più grosso.»

Mangiammo da Lindy. Dissi a Epiphany che, se qual-cuno ci avesse fissati, gli altri clienti ci avrebbero
cre-duti delle celebrità. Nessuno ci fissò.

«Quel tenente è venuto a trovarti?» Epiphany immer-se un gamberetto in una scodella di salsa circondata
di ghiaccio tritato.

«Ha rallegrato il momento della mia colazione. Sei stata in gamba a farti passare per la segreteria
telefo-nica.»

«Sono una ragazza in gamba.»

«Sei una brava attrice», dissi. «Hai fatto fesso Ster-ne due volte nello stesso giorno.»
«Non sono un'unica donna, ma tante. Proprio come tu sei più d'un solo uomo.»

«È una teoria vudu?»

«No, è buon senso.»

Alle otto eravamo già in macchina diretti a Harlem e attraversavamo Central Park. Mentre passavamo
vi-cino al Meer, domandai a Epiphany perché lei e il suo gruppo quella notte avessero fatto sacrifici sotto
le stel-le, invece di rimanere a casa nel suo humfo. La ragaz-za disse qualcosa circa i loa degli alberi.

«Loa?»

«Spiriti. Manifestazioni di Dio. Molti, molti loa. Ra-da loa, petro loa: bene e male. Damballa è un loa.
Ba-de è il loa del vento; Sogbo, il loa lampeggiante; Baron Samedi, il guardiano del cimitero, signore del
sesso e delle passioni; Papa Legba protegge le case e i luoghi delle riunioni, i cancelli e gli steccati. Maître
Carrefour è il custode di tutti i crocevia.»

«Allora è il mio loa protettore», dissi.

«È il protettore degli stregoni.»

Il Nuovo Tempio della Speranza sulla Centoquarantaquattresima Strada era stato anni prima una sala
ci-nematografica. La vecchia tenda sporgeva sul marcia-piede con ELÇ IFRa lettere cubitali su tutti e tre
i la-ti. Posteggiai più in là nello stesso isolato e presi il braccio di Epiphany per tornare indietro verso la
bril-lante illuminazione.

«Perché ti interessi aÇ ifr?» mi domandò.

«È il mago dei miei sogni.»

«Çifr?»

«Il buon dottor Cipher in persona.»

«Che cosa vuoi dire?»

«Questa del maestro indù è una delle tante parti che gli ho visto recitare. È come un camaleonte.»

La stretta di Epiphany si fece più forte sul mio brac-cio. «Sii prudente, Harry, ti prego.»

«Cerco di esserlo», dissi.

«Non scherzare. Se quest'uomo è come tu dici, deve avere un potere immenso. Non è tipo da prendere
al-la leggera.»

«Entriamo.»

Una fotografia ritagliata su cartone a grandezza na-turale di Louis Cyphre nel suo costume da sceicco
era appoggiata alla biglietteria vuota e invitava con un braccio teso i fedeli. L'atrio era di gesso dorato,
con decorazioni orientaleggianti. Al posto delle caramelle e del granturco soffiato, il chiosco dei rinfreschi
vende-va una serie completa di letteratura ispirata.

Trovammo posto di fianco al corridoio laterale. Un organo mormorava dietro il sipario chiuso, color
ros-so e oro. La platea e la balconata si riempirono al mas-simo della capienza. Nessuno, a parte me,
sembrò ac-corgersi che ero l'unico bianco in vista.

«Che setta è questa?» bisbigliai.

«Essenzialmente battista, con qualche fronzolo.» Epiphany intrecciò in grembo le mani guantate. «Questa
è la chiesa del reverendo Love. Non venirmi a dire che non lo hai mai sentito nominare.»

Confessai la mia ignoranza.

«Be', la sua automobile è all'incirca cinque volte più grande del tuo ufficio», disse Epiphany.

Le luci della sala si affievolirono, la musica dell'or-gano salì di volume, il sipario si aprì per rivelare un
coro di cento voci raggruppato a forma di croce. La congregazione balzò in piedi cantando «Gesù era un
pe-scatore». Mi unii agli applausi e lanciai un sorriso a Epiphany che osservava quel modo d'agire con il
seve-ro distacco di una vera credente in mezzo ai barbari.

Mentre la musica andava progressivamente aumen-tando d'intensità, un ometto color marrone, vestito di
raso bianco, apparve sulla scena. Dalle due mani i bril-lanti lanciavano sprazzi. Il coro ruppe le file mentre
l'ometto stava immobile e, marciando con precisione militare, si dispose intorno a lui formando file e file
di abiti bianchi, come i raggi di luce irradiati dalla luna nascente.

Incontrai lo sguardo di Epiphany e mossi silenziosa-mente le labbra: «Il reverendo Love?»

Epiphany annuì.

«Vi prego di sedervi, fratelli e sorelle», disse il reve-rendo Love parlando dal centro del palcoscenico.
Ave-va una voce comica, alta e acuta. Parlava con un tono da imbonitore, come il presentatore al
Birdland.

«Fratelli e sorelle, vi do con amore il benvenuto al Nuovo Tempio della Speranza. Mi rallegrano i gioiosi
suoni che producete. Come sapete, questo non è uno dei nostri normali incontri. Questa sera siamo
onorati dalla presenza, qui con noi, di un santone, dell'illustre elÇ ifr. Questo è un uomo che, sebbene non
apparten-ga alla nostra fede, io rispetto, un uomo di grande sag-gezza che ha molto da insegnarci. Sarà
di beneficio a tutti noi ascoltare con attenzione le parole del nostro stimato ospite, elÇ ifr.»

Il reverendo Love si girò e protese le braccia spalan-cate verso le quinte. Il coro intonò: «Sorge un
nuovo giorno». La congregazione, quando Louis Cyphre entrò impetuosamente in scena come un
sultano, batté le mani.

Frugai nella valigetta in cerca del mio binocolo a die-ci ingrandimenti. Ammantato nelle sue vesti
ricamate e con il capo avvolto in un turbante, elÇ ifr sarebbe potuto essere qualsiasi altra persona, ma
quando misi a fuoco le sue fattezze nel binocolo, diventò indiscuti-bilmente il mio cliente con la faccia
annerita. «È il Mo-ro, conosco la sua tromba», bisbigliai a Epiphany.

«Cosa?»

«Shakespeare.»
«?»

ElÇ ifr salutò il suo pubblico con un salam fantasio-so. «Possa la prosperità sorridere a tutti voi», disse
in-chinandosi profondamente. «Non sta forse scritto che il Paradiso è aperto a coloro che osano
entrare?»

Qualche 'amen' uscì qua e là dalla congregazione.

«Il mondo appartiene ai forti, non ai miti. Non è for-se così? Il leone divora il gregge inerme; il falco
ban-chetta con il sangue del passero indifeso. Chi nega questo nega l'ordine stesso dell'universo.»

«È vero, è vero», disse qualcuno ad alta voce, con ca-lore, dalla balconata.

«Si direbbe il rovescio del Discorso della Montagna.» Epiphany lanciò il frizzo parlando con la bocca
storta.

ElÇ ifr andava avanti e indietro sul proscenio. Tene-va le mani giunte come un supplice, ma i suoi occhi
brillavano di pura furia. «Il carro è spinto avanti dal-la mano che tiene la frusta. La carne del cavaliere
non sente il tormento degli sproni. Essere forti in questa vi-ta esige un atto di volontà. Scegliete di essere
lupi, non gazzelle.»

La congregazione reagiva a ogni consiglio battendo le mani e urlando la sua approvazione. Le sue parole
era-no ripetute in coro come brani delle Sacre Scritture. «Siate lupi... siate lupi...» gridava il pubblico.

«Guardatevi qui intorno in queste strade affollate. Forse che i forti non dominano?»

«I forti dominano. I forti dominano.»

«E i miti soffrono in silenzio!»

«Amen. I miti soffrono certamente.»

«Là fuori c'è il deserto e soltanto i forti sopravvive-ranno.»

«Soltanto i forti...»

«Sii leone e lupo, non agnello. Altri siano sgozzati. Non ubbidire all'istinto di viltà del gregge. Tuffa il tuo
cuore in imprese ardimentose. Se può esserci un solo vincitore, siilo tu!»

«Un solo vincitore... imprese ardimentose... sii un leone...»

Mangiavano dalla sua mano. Cyphre volteggiava sul palcoscenico come un derviscio, con gli abiti
ondeg-gianti, mentre la sua voce melodiosa esortava i fedeli: «Siate forti. Siate arditi. Sperimentate sia lo
stimolo dell'attacco sia la saggezza della ritirata. Quando si presenta l'occasione, afferratela, come il leone
afferra il cerbiatto. Trasformate la disfatta in vittoria; libera-tela e squarciatela; divoratela. Siete la bestia
più peri-colosa di tutto il pianeta. Di che cosa avete paura?»

Louis Cyphre danzava e salmodiava, declamando di potenza e di forza. La congregazione ululava una
fre-netica litania. Persino i ragazzi del coro sbraitavano rabbiosi versetti e scuotevano i pugni in aria.
Caddi in un sogno a occhi aperti e non prestai più attenzione a tutta quella retorica. Ma di colpo il mio
cliente disse qualcosa di inaspettato, che risvegliò bru-scamente il mio interesse.

«Se il tuo occhio ti offende, strappatelo», disse elÇ ifr, guardando dritto verso di me, o almeno così mi
parve. «Questa è una bella frase, ma io dico anche, se l'occhio di qualcuno ti offende, strappaglielo.
Dilania-lo con i tuoi artigli! Cavaglielo con una pallottola! Oc-chio per occhio!»

Le sue parole mi trapassarono come una fitta di do-lore. Sedetti in avanti sulla mia poltroncina, il più
pos-sibile vigile e attento.

«Perché porgere l'altra guancia?» continuò elÇ ifr. «Perché, anzi, lasciarsi schiaffeggiare? Se un cuore è
saturo di odio per te, estirpalo. Non aspettare di esse-re tu la vittima. Colpisci il nemico per primo. Se il
suo occhio ti offende, sparagli contro. Se una parte qual-siasi del suo corpo ti offende, tagliala e
cacciagliela in bocca.»

ElÇ ifr urlava per coprire i ruggiti del suo pubblico. Mi sentii intorpidito, paralizzato. Era solo la mia
im-maginazione, oppure Louis Cyphre aveva appena de-scritto tre delitti?

Alla fine elÇ ifr alzò entrambe le braccia in alto in un saluto vittorioso. «Siate forti», sbraitò.
«Promette-temi di essere forti!»

Il pubblico era impazzito. «Saremo forti... lo promet-tiamo», urlavano tutti. ElÇ ifr scomparve dietro le
quinte mentre il coro si raggruppava di nuovo sul palcosceni-co e intonava un vivace arrangiamento di 'Il
forte brac-cio del Signore'.

Afferrai la mano di Epiphany e la trascinai con me nel passaggio tra le poltrone. C'erano altri davanti a
noi. La tirai facendomi strada a spallate e mormoran-do: «Mi scusi, prego». Attraversato in fretta l'atrio,
ci trovammo fuori.

In strada la Rolls Royce grigio argento aspettava. Ri-conobbi l'autista in divisa, appoggiato pigramente al
parafango anteriore, che scattò sull'attenti quando si aprì una porta con la scrittauscita di sicurezza e una
striscia rettangolare di luce si distese sul marciapiede. Ne uscirono due negri vestiti di completi a tre
botto-ni e con gli occhi coperti da occhiali neri, i quali stu-diarono la situazione. Sembravano solidi come
la Gran-de Muraglia cinese.

ElÇ ifr li raggiunse sul marciapiede e insieme si av-viarono alla macchina, affiancati da due altri pesi
mas-simi. «Un minuto solo», dissi forte e mi avvicinai. Fui immediatamente assalito dal capo dei gorilla.

«Non fare niente che magari rimpiangeresti», disse bloccandomi la strada.

Non discussi. Un secondo viaggio in ospedale non era in programma. Mentre l'autista apriva la porta
posterio-re, incontrai lo sguardo dell'uomo inturbantato. Louis Cyphre mi fissò con occhi inespressivi,
sollevò l'orlo del-le sue lunghe vesti e salì sulla Rolls Royce. L'autista chiuse lo sportello.

Li guardai allontanarsi sbirciando oltre la mole della guardia del corpo, rimasta lì in piedi, impassibile
co-me una statua dell'isola di Pasqua, in attesa che ten-tassi di fare qualcosa. Epiphany si avvicinò alle
mie spalle e mi prese sottobraccio. «Andiamo a casa ad ac-cendere il fuoco», disse.

43
LaDomenica delle Palme fu sonnolenta e sensuale, con la novità di svegliarmi accanto a Epiphany unita
alla scoperta che giacevo per terra, rannicchiato tra i cusci-ni del divano e un groviglio di lenzuola. Nel
caminet-to rimaneva un solo frammento bruciacchiato. Misi al fuoco il bricco del caffè e ritirai i giornali
della dome-nica che aspettavano sullo zerbino. Epiphany si svegliò prima che avessi finito i fumetti.

«Dormito bene?» sussurrò la ragazza, raggomitolan-dosi in braccio a me. «Nessun brutto sogno?»

«Neppure l'ombra di un sogno.» Feci correre la ma-no sul suo liscio fianco scuro.

«Una bella cosa.»

«Che si sia rotto l'incantesimo?»

«Potrebbe darsi.» Il suo fiato caldo mi alitava sul col-lo. «Sono stata io a sognare di lui questa notte.»

«Di chi? Di Cipher?»

«Cipher,Ç ifr, o con quanti altri nomi lo chiami. Ho sognato di essere al circo e che lui era il direttore. Tu
eri uno dei pagliacci.»

«Che cos'è successo?»

«Poca roba. È stato un bel sogno.» Epiphany si mi-se a sedere dritta. «Harry! Cosa c'entra Cipher con
Johnny Favorite?»

«Non lo so con certezza. Mi sembra di essere immi-schiato in una specie di lotta fra due maghi.»

«Çifr è l'uomo che ti ha ordinato di cercare mio pa-dre?»

«Sì.»

«Harry, sii prudente. Non fidarti di lui.»

Posso fidarmi di te? pensai cingendole le spalle sot-tili. «Me la caverò.»

«Ti amo. Non voglio che adesso ti succeda qualcosa di brutto.»

Soffocai il desiderio di fare eco alle sue parole, di ri-peterle ti amo ti amo ti amo. «È soltanto una cotta
da scolaretta», dissi con il cuore che batteva forte.

«Non sono una bambina.» Mi guardò sino in fondo agli occhi. «Offrii la mia verginità a dodici anni,
sacri-ficandola a Baka.»

«Baka?»

«Un loa del male; molto pericoloso e cattivo.»

«E tua madre lasciò fare?»


«Era un onore. Il rito fu celebrato dal più potente hungan di Harlem. E aveva vent'anni più di te, perciò
non dirmi che sono troppo giovane.»

«Mi piacciono i tuoi occhi quando ti arrabbi», dissi. «Luccicano come brace.»

«Come potrei arrabbiarmi con qualcuno dolce come te?» Epiphany mi baciò. Le resi il bacio. Facemmo
l'a-more seduti sulla poltrona imbottita, circondati dai fu-metti della domenica.

Più tardi, dopo colazione, portai la pila di libri del-la biblioteca in camera da letto e mi sdraiai con la
lezione da studiare. Epiphany s'inginocchiò sul letto vi-cino a me, con il mio accappatoio e gli occhiali da
let-tura. «Non perdere il tuo tempo guardando le figure», disse togliendomi di mano un libro e
chiudendolo. «Qui.» Me ne porse un altro, non molto più pesante di un voca-bolario. «Il capitolo che ho
segnato è tutto sulla mes-sa nera. Descrive la liturgia in ogni particolare; tutto, dal latino alla rovescia alla
vergine deflorata sull'al-tare.»

«Non sembra diverso da quel che è successo a te.»

«Sì. Ci sono analogie. Sacrificio. Danze. Si suscitano passioni violente, come nell'Obi. Di diverso c'è che
s'in-coraggia la forza del male invece di placarla.»

«Credi veramente che esista qualcosa come la forza del male?»

Epiphany sorrise. «Qualche volta mi sembri un bam-bino. Non la palpi di notte quando dormi eÇ ifr ti
os-sessiona in sogno?»

«Certo preferisco palpare te», dissi allungando una mano verso la sua vita flessibile.

«Sii serio, Harry, questo non è un gruppo di imbro-glioni come ce ne sono tanti. Questi sono uomini di
po-tere, di un potere demoniaco. Se non riesci a difender-ti, sei perduto.»

«Insinui che sarebbe ora di attaccare con i libri?»

«È bello sapere contro chi si lotta.» Epiphany pic-chiettò con l'indice sulla pagina aperta. «Leggi questo
capitolo e il successivo sulle invocazioni. Poi, ho segna-to dei punti interessanti nel libro di Crowley. Puoi
evi-tarti Reginald Scott.» Epiphany mise i libri uno sull'al-tro in ordine d'importanza: una gerarchia
dell'inferno. E mi lasciò ai miei studi.

Lessi sinché si fece buio, seguendo un corso autodi-dattico sulle scienze sataniche. Epiphany preparò un
fuoco e rifiutò un invito a cenare da Canavaugh, facen-do magicamente apparire una bouillabaisse da lei
pre-parata mentre ero in ospedale. Mangiammo alla luce del caminetto, mentre le ombre danzavano sulle
pare-ti intorno a noi come folletti. Non ci scambiammo mol-te parole, i suoi occhi dicevano tutto. Erano
gli occhi più belli che avessi mai visto.

Anche i momenti più piacevoli devono finire. Verso le sette e mezzo cominciai a prepararmi per andare
al lavoro. Mi infilai calzoni di tela, un maglione a collo al-to blu scuro e un robusto paio di scarponcini
con la suola di gomma. Caricai la mia Leica nera con pellicole Tri-X e tolsi dalla tasca dell'impermeabile
la calibro 38. Epiphany, con i capelli scarmigliati, mi osservò in si-lenzio, avvolta in una coperta davanti al
fuoco.

Posai tutto in fila sulla tavola: macchina fotografica, due rullini di riserva, la rivoltella, le manette prese
dal-la mia valigetta, i miei indispensabili grimaldelli. Ag-giunsi al mazzo la chiave comunella di Howard
Nussbaum. In camera da letto trovai sotto le camicie una scatola di cartucce, ne avvolsi cinque di riserva
in un fagottino fatto con un angolo del fazzoletto. Appesi la Leica al collo e infilai una giubba di cuoio, da
aviato-re, che avevo ancora dai tempi della guerra. Vi avevo tolto tutti i distintivi militari: niente di
luccicante che riflettesse la luce. Era foderata di pelliccia, adattissi-ma da indossare d'inverno per gli
appostamenti nottur-ni. La Smith & Wesson finì nel taschino destro con i colpi supplementari; le manette,
i rullini e le chiavi in quello di sinistra.

«Dimentichi l'invito», disse Epiphany mentre allunga-vo le mani sotto la coperta e la stringevo a me
un'ul-tima volta.

«Non mi occorre. A questa festa parteciperò senza in-vito.»

«E il portafoglio? Pensi di non averne bisogno?»

Aveva ragione. Era rimasto nella giacca che avevo la sera prima. Cominciammo a ridere e nello stesso
tem-po a baciarci, ma Epiphany si staccò con un brivido e si avvolse nella coperta. «Va' via», disse. «Più
presto parti, più presto torni.»

«Cerca di non stare in ansia», dissi.

Epiphany sorrise per dimostrarmi che tutto andava bene, ma i suoi occhi erano spalancati e umidi. «Sii
prudente.»

«È il mio motto.»

«Ti aspetterò.»

«Tieni la catenella alla porta.» Presi il portafoglio e un berretto di maglia della marina. «È ora di andare.»

Epiphany corse nell'atrio, liberandosi della coperta come una ninfa esce dall'acqua. Mi baciò a lungo e
ap-passionatamente sulla porta. «Ecco», disse, cacciando-mi in mano un oggettino. «Tienilo sempre con
te.» Era un dischetto di cuoio, sul quale, dalla parte scamoscia-ta, era disegnato rozzamente a inchiostro
un albero cir-condato di fulmini zigzaganti.

«Che cos'è?»

«Una mano, uno scongiuro, un mojo: lo chiamano in tanti modi. Un talismano. Questo amuleto è simbolo
di Grand Bois, un loa di enorme potenza. Sconfigge ogni malasorte.»

«Un giorno mi hai detto che mi occorreva tutto l'aiu-to che potevo procurarmi.»

«Ti occorre ancora.»

Intascai l'amuleto. Ci baciammo di nuovo, in modo piuttosto casto. Non aprimmo più bocca. Sentii
scorre-re l'uncino della catena. Mi avviai all'ascensore. Perché non le avevo detto che l'amavo quando ne
avevo avu-to la possibilità?

Presi un treno della metropolitana dall'Ottava Avenue fino alla Quattordicesima Strada, di qui un altro
fino a Union Square; corsi giù per le scale di ferro, arrivan-do alla banchina mentre partiva un accelerato
in dire-zione nord. Ebbi tempo di mangiarmi un cartoccio di arachidi, valore un centesimo, prima che
giungesse un altro treno. Il vagone era quasi vuoto, ma non mi se-detti. Mi appoggiai alla porta a due
battenti e guardai sfilare le luride piastrelle bianche, mentre la stazione si allontanava.

Il treno, dopo essere entrato in galleria, affrontò una curva. I fari lampeggiarono, il metallo delle ruote
stri-dette contro le rotaie, come un'aquila ferita. Mi affer-rai a un sostegno per tenere l'equilibrio e
guardai nel-l'oscurità. Acquistammo velocità. Un attimo dopo, ec-cola lì.

Bisognava fare molta attenzione per vederla. Solo le luci del nostro treno che passava, riflettendosi sulle
piastrelle fuligginose, rivelarono il fantasma della sta-zione abbandonata della Diciottesima Strada. La
mag-gior parte dei passeggeri che viaggiavano su quella li-nea due volte al giorno, tutti i giorni lavorativi
della lo-ro vita, probabilmente non la notavano mai. Non esi-steva, stando alla cartina ufficiale delle
ferrovie sotter-ranee.

Riuscii a distinguere le cifre a mosaico che decora-vano ogni colonna piastrellata e vidi contro la parete
una pila indistinta di pattumiere. Poi rientrammo in galleria e la stazione sparì, come un sogno che non si
ricorda più.

Lasciai il treno alla fermata successiva della Ventitreesima Strada. Salii le scale, attraversai la via, discesi
e sborsai quindici centesimi per un altro biglietto. Sulla banchina c'erano parecchie persone che
aspetta-vano il treno diretto a sud, perciò rimasi lì ad ammi-rare la nuova miss che pubblicizzava una
birra, con i baffi fatti con una biro e, a matita sulla fronte, la scrit-ta FATE OFFERTE PER LE CURE
MENTALI.

Un treno con il cartello 'Brooklyn Bridge' si fermò, tutti salirono eccettuati me e una vecchia che
indugia-va all'estremità della banchina. Mi diressi senza fretta verso di lei, guardando i cartelloni
pubblicitari alle pa-reti e fingendo d'interessarmi all'uomo sorridente che aveva trovato lavoro grazie alle
inserzioni sulNew York Times e al grazioso bimbetto cinese che sgranoc-chiava una fetta di pane di
segale.

La vecchia mi ignorò. Portava un logoro cappotto ne-ro cui mancavano molti bottoni e aveva in mano
una borsa della spesa. Con la coda dell'occhio la vidi ar-rampicarsi su una panchina di legno, allungare la
ma-no sopra la testa per aprire la gabbia di fil di ferro in-torno alla luce e svelta svitare la lampadina.

Quando mi avvicinai a lei, aveva già la lampadina nella borsa della spesa ed era scesa dalla panca. Le
sorrisi. «Si risparmi la fatica», le dissi. «Quelle lampa-dine non servono a niente. Hanno tutte il filetto alla
ro-vescia.»

«Non capisco di che cosa parla», disse la vecchia.

«Il dipartimento dei trasporti usa lampadine specia-li, diversamente filettate, che non si adattano ai
porta-lampade normali. Per scoraggiare i ladri.»

«Non ho la minima idea di quel che sta dicendo.» La vecchia si allontanò in fretta da me lungo la
banchina, senza mai voltarsi a guardare. Aspettai che fosse ben chiusa nei gabinetti per signore.

Mentre mi avviavo giù per la stretta scala di metallo all'estremità della banchina, passò rombando un
tre-no espresso. Una passerella che costeggiava i binari si allontanava nell'oscurità. Sulla parete della
galleria un debole bagliore di lampadine di pochi watt segnava a lunghi intervalli la via nelle tenebre. Tra
un treno e l'altro la galleria era molto silenziosa. Spaventai parec-chi topi che scapparono tra le scorie sul
letto dei bi-nari di fianco a me.
La galleria sotterranea era come una grotta senza fi-ne. L'acqua sgocciolava dal soffitto, le sudice pareti
erano viscide di fanghiglia. Quando passò un treno ac-celerato diretto a sud, mi schiacciai contro il muro
vi-schioso, fissando i vagoni illuminati che guizzavano a pochi centimetri dalla mia faccia. Un ragazzino
inginoc-chiato sul sedile mi scoprì, l'espressione blanda del suo volto si trasformò in una di stupore. Il
vagone sparì proprio mentre il bambino cominciava a puntare il dito.

Mi sembrò di percorrere un tratto molto più lungo di cinque isolati cittadini. Incontravo di quando in
quando delle nicchie con tubazioni e scalette metalliche che portavano verso l'alto. Continuai a
camminare in fretta, con le mani in tasca. L'impugnatura rigata del-la calibro 38 era ruvida e confortante
al tatto.

Vidi la stazione abbandonata solo quando fui a tre metri dalla scala. Le piastrelle sudice di fuliggine
luc-cicavano come un tempio in rovina alla luce della lu-na. Rimasi molto fermo e trattenni il respiro,
mentre il cuore batteva contro la Leica appesa al collo, sotto il giubbotto. Sentii in lontananza un pianto di
bambino.

44

Ilsuono echeggiò nelle tenebre. Ascoltai a lungo, pri-ma di convincermi che veniva dalla banchina
opposta. Attraversare quattro binari non mi sembrò il massimo del divertimento; ponderai sul rischio di
usare la mia piccola lampadina tascabile, prima di ricordare che l'a-vevo lasciata a casa.

Le luci distanti della galleria baluginavano lungo i nastri gemelli delle rotaie. Nonostante l'oscurità,
riusci-vo a distinguere le travature di ferro, come confusi tronchi d'albero in una foresta a mezzanotte.
Non ve-devo invece i miei piedi. E sentivo in agguato la minac-cia della terza rotaia, letale come un
serpente a sona-gli nascosto nelle tenebre.

Udii un treno che si avvicinava e guardai alle mie spalle lungo la galleria. Niente in vista sul mio bina-rio.
Era un accelerato diretto a nord. Quando il convo-glio attraversò la stazione abbandonata, approfittai del
riparo che mi offriva per scavalcare due serie di terze rotaie, mettendo i piedi tra una trave e l'altra. Seguii
il letto dei binari dell'espresso in direzione sud, facendo passi lunghi come la distanza tra le traversine.

Allarmato dal rumore di un altro treno, mi guardai alle spalle e sentii aumentare l'adrenalina. Il convoglio
arrivava veloce lungo la galleria. Con un passo fui tra le travi che separavano i binari dell'espresso e mi
do-mandai se il macchinista mi avesse scorto. Il treno pas-sò rombando come un drago rabbioso,
sputando scin-tille dalle ruote sferraglianti.

Scavalcai l'ultima terza rotaia. Il rumore assordante coprì qualunque rumore avessi fatto arrampicandomi
sulla banchina opposta. Quando i quattro fanalini ros-si dell'ultimo vagone sparirono alla vista, ero già
ap-piattito contro le fredde piastrelle della parete della stazione.

Il bambino non piangeva più. O almeno non piange-va così forte da coprire il ronzio dei canti. Questi
sem-bravano ripetitivi e pomposi; sapevo, dalle ricerche del pomeriggio, che erano latino alla rovescia.
Ero arriva-to alla funzione in ritardo.

Presi dalla tasca la calibro 38 e camminai rasente il muro. Nell'aria davanti a me pendeva una debole,
ef-fimera cortina di luce. Poco dopo riuscii a distinguere il dondolio di sagome grottesche, in quella che
un tem-po era la rientranza dell'ingresso della stazione. I can-celli e le barriere rotanti erano stati tolti da
molti an-ni. Dall'angolo vidi le candele: candele grosse, nere, di-sposte lungo la parete interna. Se tutto
era secondo le regole, erano fabbricate con grasso umano, come quelle che avevo viste nella stanza da
bagno di Margaret Krusemark.

La congregazione indossava lunghe vesti e maschere animalesche. Capre, tigri, lupi, bestie cornute d'ogni
qualità, tutte cantavano una litania alla rovescia. Infi-lai la pistola in tasca e tirai fuori la Leica. Le candele
circondavano un basso altare ricoperto di un drappo nero. Sopra, appesa capovolta alla parete di
piastrelle, c'era una croce.

Il prete officiante era grassottello e roseo. Indossa-va una pianeta nera ricamata di simboli cabalistici con
una profusione di fili d'oro, aperta anteriormente da ci-ma a fondo. Sotto la pianeta il prete era nudo, la
sua erezione tremolava alla luce delle candele. Due giova-ni accoliti nudi sotto le loro sottili cotte di
cotone, in piedi ai due lati dell'altare, scuotevano i turiboli. Il fu-mo aveva la dolce acredine dell'oppio
bruciato.

Feci due o tre fotografie del prete e dei suoi grazio-si giovincelli. La luce non era sufficiente per
scattar-ne in altre direzioni. Il prete recitava le sue preghiere alla rovescia e la congregazione rispondeva
con schia-mazzi e grugniti. Mentre passava sferragliando un espresso diretto a nord, contai i presenti alla
luce vacil-lante: diciassette, prete e chierichetti compresi.

A quanto potevo giudicare, tutta la congregazione era nuda sotto le cappe volteggianti. Mi parve di
riconosce-re il duro corpo da vecchio di Krusemark. Aveva una maschera da leone. Scorsi uno sprazzo
dell'argento dei suoi capelli, mentre batteva i piedi e ululava. Prima che il treno sparisse, scattai altre
quattro fotografie.

A un cenno del prete uscì dall'ombra un'incantevole adolescente. I capelli biondi le arrivavano alla cintola
e cascavano sulla cappa luttuosa come la luce del so-le che scaccia la notte. La ragazza rimase immobile
mentre il prete le slacciava il manto, che silenziosa-mente scivolò a terra, scoprendo le sue spalle esili, le
sue mammelle in boccio e una chiazza di lanugine pu-bica come oro filato alla luce delle candele.

Scattai altre foto, mentre il prete la conduceva all'al-tare. I suoi movimenti languidi e pigri facevano
pensare che fosse sotto l'effetto di un potente sedativo. La ragazza fu coricata sul drappo nero e rimase lì
supi-na, a braccia aperte, con le gambe dondolanti. In ognu-no dei palmi rivolti all'insù il prete posò una
tozza can-dela nera.

«Accetta la purezza senza macchia di questa vergi-ne», intonò il prete. «O Lucifero, ti imploriamo.»
S'in-ginocchiò per terra e baciò la fanciulla tra le gambe, lasciandovi impigliate luccicanti perle di saliva.
«Pos-sa questa casta carne onorare il tuo divino nome.»

Uno dei chierichetti porse una scatola d'argento aper-ta al prete, che si alzò, vi prese un'ostia
sacramenta-le, poi rigirò la scatola e sparse i dischi traslucidi ai piedi della congregazione. Ci fu dell'altro
latino a mar-cia indietro, mentre i fedeli calpestavano le ostie. Pa-recchi urinarono rumorosamente sul
lastrico.

Uno degli accoliti consegnò al prete un alto calice d'argento; l'altro si chinò a raccogliere da terra
pezzet-tini di ostie, che mise dentro il calice. La congregazio-ne biascicò e grugnì come maiali in fregola,
mentre il prete posava il calice in equilibrio sul ventre perfetto dell'adolescente. «O Astarotte, o
Asmodeo, principe del-l'amicizia e dell'amore, ti prego di accettare questo san-gue che versiamo per te.»

Gli strilli vigorosi di un neonato coprirono i bestiali grugniti. Il chierichetto uscì dalle tenebre tenendo in
mano un lattante che si contorceva. Il prete lo prese per una gamba e lo tenne alto sulle teste, scalciante e
urlante. «O Baalberith, o Belzebù», gridò il prete. «Que-sto bambino è offerto nel tuo nome.»

Successe con la massima rapidità. Il prete consegnò il bambino a un accolito e in cambio ricevette un
col-tello. La lucente lama colse la luce della candela e lan-ciò bagliori, mentre tagliava la gola del
bambino. La creaturina annaspò, le sue urla divennero un gorgoglio soffocato. «Ti sacrifico al Divino
Lucifero. Che la pa-ce di Satana sia sempre con te.» Il prete tenne il cali-ce sotto il fiotto di sangue. Finii
il rullino mentre il bambino moriva.

I gemiti gutturali della congregazione si fecero più forti del frastuono crescente di un treno in arrivo. Mi
appoggiai contro il muro e ricaricai la macchina foto-grafica. Nessuno mi prestava la minima attenzione.
L'accolito scosse il bambino senza vita per recuperare le ultime preziose gocce di sangue. Vivide chiazze
luc-cicarono sulle luride pareti e sulla pallida carne della ragazza sull'altare. Desiderai che ogni foto che
scatta-vo fosse una pallottola e che altro sangue macchiasse le piastrelle dimenticate.

Arrivò strepitando un treno, che gettò una luce sfac-ciata sulla scena. Il prete bevve dal calice e scagliò
sui partecipanti quanto vi rimaneva. Le maschere ulularo-no deliziate. Il bambino morto fu gettato via. Gli
acco-liti, in piedi, si masturbavano a vicenda, ridendo con la testa piegata all'indietro.

Buttata via la pianeta, il prete roseo e grassottello s'inginocchiò sopra la vergine imbrattata di sangue e la
penetrò con brevi colpi, a mo' di cane. La ragazza non reagì. Le candele rimasero dritte nelle sue mani
di-stese. Gli occhi sbarrati fissavano ciecamente l'oscurità.

La congregazione impazzì. Gettati via maschere e manti, i fedeli si accoppiarono frenetici sul lastrico.
Uo-mini e donne in ogni combinazione possibile, compre-so un quartetto. La nuda luce di un treno che
passava lanciò le loro ombre deliranti contro la parete della metropolitana. I loro ululati e i loro gemiti
erano più forti del violento sferragliare delle ruote.

Vidi Ethan Krusemark inculare un ometto peloso e panciuto. Erano in piedi presso l'entrata dei gabinetti
per uomini e sembravano, alla luce traballante, un film pornografico muto. Riempii un intero rullino
dell'arma-tore in azione.

La festa continuò per una mezz'oretta. Non di più. La stagione era ancora fredda per orge nella
metropo-litana. L'aria gelida e umida finì con l'indebolire gli ar-dori persino dei più fanatici adoratori del
diavolo. Pre-sto tutti si misero alla caccia del vestiario smarrito, borbottando sulla difficoltà di trovare le
scarpe al buio. Io tenni d'occhio Krusemark.

L'armatore chiuse il suo costume in un borsone e aiutò qualcuno degli altri a fare pulizia. Tolsero il
drappo nero dell'altare e la croce rovesciata, usarono stracci per eliminare il sangue, infine spensero le
can-dele. Il gruppo cominciò a disperdersi. I fedeli si allon-tanarono, soli o a coppie, diretti chi verso
nord, chi nell'altro senso. Alcuni, muniti di lampade tascabili, at-traversarono i binari fino al lato opposto.
Uno di loro portava un sacco pesante e gocciolante.

Krusemark se ne andò tra gli ultimi, dopo essere ri-masto a bisbigliare con il prete per alcuni minuti. La
ragazza bionda, dietro di loro, stava rigida come uno zombie. Poi i due si salutarono e si strinsero la
mano come parrocchiani alla fine della messa. Krusemark mi passò davanti a un braccio di distanza,
mentre si av-viava verso nord lungo la banchina deserta.

45
Krusemarkentrò in galleria, camminando svelto lungo la stretta passerella. Non era certo la prima volta
che faceva una passeggiata nella sotterranea. Lo lasciai ar-rivare fino alla prima nuda lampadina, poi lo
seguii. Presi il suo ritmo, un passo dopo l'altro, silenzioso co-me un'ombra sulle mie scarpe dalla suola di
gomma. Se per caso si fosse voltato, il piano sarebbe fallito. Pe-dinare un uomo in galleria equivale a
voler risolvere una faccenda di divorzio nascondendosi sotto il letto della camera d'albergo.

L'avvicinarsi di un treno nella direzione opposta mi fornì l'occasione che mi occorreva. Mentre il sordo
bron-tolio del convoglio in arrivo si trasformava in un rim-bombante sferragliare, mi misi a correre con
tutto il fia-to che avevo in corpo. Il frastuono del treno coprì il ru-more dei passi. Avevo in mano la
calibro 38. Krusemark non udì niente di niente.

Mentre l'ultimo vagone passava veloce, Krusemark scomparve. Un attimo prima era ad appena dieci
me-tri da me, adesso non c'era più. Com'era possibile perderlo in una galleria? Feci cinque lunghi passi e
vidi la porticina aperta: una specie di uscita di servizio. Krusemark cominciava a salire una scaletta
metallica fissata al muro di fronte.

«Fermo!» Tenevo la Smith & Wesson a braccia diste-se e con tutte e due le mani.

Krusemark si girò, battendo le palpebre nella semio-scurità. «Angel?»

«Girati faccia alla scala. Metti le due mani su un pio-lo sopra la testa.»

«Sia ragionevole, Angel. Possiamo discuterne un mo-mento.»

«Muoviti!» Abbassai la mira. «La prima pallottola ti attraverserà la rotula. Camminerai con un bastone
per il resto della tua vita.»

Krusemark ubbidì, lasciando cadere il borsone di cuoio a terra. Mi avvicinai e da dietro lo perquisii.
Non aveva armi. Presi i braccialetti dalla tasca del giubbot-to e feci scattare una manetta al suo polso
sinistro e l'altra al piolo cui si teneva. Krusemark si voltò verso di me. Gli sferrai un manrovescio sulla
bocca con tut-ta la forza della mia sinistra.

«Lurida canaglia!» Premetti la bocca della calibro 38 contro il suo mento, dal basso, facendogli piegare
la te-sta all'indietro. I suoi occhi erano spalancati come quelli di uno stallone in trappola. «Mi piacerebbe
co-spargere tutto il muro delle tue cervella, brutto frocio.»

«Sei imp-p-pazzito?» balbettò Krusemark.

«Impazzito? Cazzo se sono impazzito! Sono furioso da quando mi hai mandato dietro i tuoi sicari.»

«Ti sbagli.»

«Balle! Non dire stronzate! Magari, facendoti un bel lavoretto ai denti, ti aiuterò a ricordare.» Aprii la
boc-ca in un bel ghigno, mettendo in mostra la mia dentatura provvisoria. «Come hanno fatto a me i tuoi
assas-sini.»

«Non so di cosa parli.»


«E invece lo sai benissimo. Mi hai ingannato e ades-so cerchi di salvarti la pelle. Mi hai mentito dal
primo momento che ci siamo visti. Edward Kelley è il nome di un mago elisabettiano. Ecco perché l'hai
usato co-me pseudonimo, non perché secondo tua figlia era tan-to carino.»

«Si direbbe che la sappia lunga.»

«Ho sgobbato sui libri. Ho fatto un ripasso di magia nera. Quindi risparmiami cazzate sulla cameriera
che, quando tua figlia portava ancora i calzettoni al ginoc-chi, le ha dato di nascosto i tarocchi. Sei
sempre sta-to tu. Sei tu l'adoratore del diavolo.»

«Se non lo fossi sarei uno stupido. Il Principe delle Tenebre protegge i potenti. Anche tu dovresti
pregar-lo, Angel. Rimarresti sbalordito delle belle cose che ti capiterebbero.»

«Per esempio tagliare la gola ai neonati? Krusemark, a chi l'avete rapito, quel bambino?»

Krusemark mi rise in faccia. «Non c'è stato nessun rapimento. Quel piccolo bastardo l'abbiamo pagato
fior di dollari. Una bocca di assistito in meno da sfamare per i contribuenti. Anche tu paghi le tasse, vero,
An-gel?»

Gli sputai in viso. Non l'avevo mai fatto a nessuno prima di quel momento. «Vicino a te, uno scarafaggio
è l'eletto di Dio. Non sento niente quando ne schiaccio uno, perciò schiacciare te dovrebbe essere un
vero pia-cere. Cominciamo dall'inizio. Voglio sapere tutto su Johnny Favorite. Tutto ciò che hai sentito o
visto.»

«E perché dovrei farlo? Non mi ucciderai. Sei trop-po debole.» Si asciugò la saliva dalla guancia.

«Non ho bisogno di ucciderti. Posso andarmene la-sciandoti qui appeso. Quanto tempo pensi che
passerà prima che qualcuno ti trovi? Due giorni? Una settima-na? Due settimane? Potresti ingannare il
tempo contan-do i treni che passano.»

Krusemark divenne color della cenere, ma continuò a fare il bullo. «E che cosa ci guadagneresti?» Il
resto delle sue parole fu coperto dal frastuono di un treno che passava.

«Qualche bella risata», dissi dopa che il convoglio si fu allontanato. «E quando queste foto saranno
svilup-pate, avrò nel mio album qualcosa che mi aiuterà a ri-cordarmi di te.» E sollevai, in modo che
potesse veder-lo bene, il rullino giallo di una pellicola. «La mia pre-ferita è quella dove scopi l'ometto
grasso. Potrei per-sino farmela ingrandire.»

«Stai bluffando.»

«Davvero?» Gli mostrai la mia Leica. «Ho scattato due rullini da trentasei. È tutto nero su bianco, come
si suol dire.»

«Non c'è luce sufficiente per fare fotografie quag-giù.»

«Basta per Tri-X. La fotografia non deve essere uno dei tuoi passatempi. Appenderò alcuni degli
ingrandi-menti più piccanti nella bacheca del tuo ufficio. Anche i giornali si ecciteranno, vedendo queste
foto. Non par-liamo poi della polizia.» Mi voltai per andarmene. «Ar-rivederci. Perché non provi a
pregare il diavolo? Ma-gari verrà a liberarti.»

Il ghigno beffardo di Krusemark si trasformò in una smorfia di profondo turbamento. «Angel, aspetta.
Di-scutiamone.»

«Proprio quel che mi ripromettevo, signore mio. Tu parli e io ascolto.»

Krusemark allungò la mano libera. «Dammi la pelli-cola. Ti dirò tutto quel che so.»

Scoppiai a ridere. «Niente da fare. Prima canta. Se poi la musica mi piace, avrai il rullino.»

Krusemark si fregò la sella del naso e fissò il luri-do pavimento. «Va bene.» Gli occhi gli guizzarono
co-me yo-yo quando mi vide lanciare in aria il rullino e riacchiapparlo. «Conobbi Johnny nell'inverno del
'39. Era la vigilia della Candelora. C'era una festa in casa di, be', il suo nome non ha importanza; ormai è
mor-ta da dieci anni. Possedeva un palazzo sulla Quinta, vi-cino al punto dove stanno costruendo quel
brutto mu-seo di Frank Lloyd Wright. Ai vecchi tempi quel posto era famoso per i balli dell'alta società:
la signora Astor, i Quattrocento, cose del genere. Ma, quando lo vidi io, il gran salone da ballo era usato
solo per le cerimonie dell'Antica Fede.»

«Messe nere?»

«A volte. Non partecipai mai a messe nere da lei, ma certi miei amici vi andavano. A ogni modo,
incontrai Johnny quella sera. Mi fece subito, fin dall'inizio, una grande impressione. Non aveva certo più
di dicianno-ve o vent'anni, ma in lui c'era qualcosa di speciale. Si sentiva il potere scorrere da lui come un
fluido elettri-co. I suoi occhi erano più vivi di quelli di chiunque al-tro avessi mai visto prima d'allora in
vita mia, eppu-re ho girato non poco.

«Lo presentai a mia figlia. Andarono d'accordo fin dal primo momento. Meg, che era più versata di me
nelle arti nere, riconobbe subito in Johnny quello spe-ciale non so che. Favorite era appena agli inizi della
sua carriera ed era affamato di gloria e di ricchezza. Il potere era una dote che possedeva già in
abbondan-za. Lo vidi evocare Lucifero Rofocale, proprio nel salotto di casa mia. Ed è un procedimento
molto compli-cato.»

«Pretendi che io beva questa storiella?» domandai.

Krusemark si appoggiò all'indietro sulla scaletta, con un piede sul primo piolo. «Mandala giù, sputala
fuori: e a me che cazzo importa? È la verità. Johnny si era addentrato nelle arti magiche molto più in là di
dove io avevo avuto il coraggio di arrivare. Ciò che faceva avrebbe portato alla pazzia qualsiasi uomo
normale. Johnny voleva sempre di più. Voleva tutto. Per questo strinse un patto con Satana.»

«Che genere di patto?»

«Il solito accordo. Vendette l'anima per la celebrità.»

«Castronerie!»

«È vero.»

«È una baggianata e tu lo sai. Che cosa fece, firmò un contratto con il sangue?»

«Non conosco i particolari.» Lo sguardo altezzoso di Krusemark era impaziente e sprezzante. «Johnny
andò solo, a mezzanotte, per l'invocazione, nel cimitero di Trinity Church. Angel, non dovresti prendere
tanto al-la leggera quel che dico, specialmente quando ha a che fare con forze che non puoi dominare.»
«Va bene, diciamo che ci credo: Johnny Favorite fe-ce un patto con il diavolo.»

«Il Signore Satana in persona salì dalle profondità dell'Inferno. Dovette essere magnifico.»

«Sembra alquanto rischioso vendere l'anima. L'eter-nità è lunga.»

Krusemark sorrise. Ma in lui era piuttosto un ghi-gno. «Orgoglio», disse. «Il peccato di Johnny era
l'or-goglio. Pensava di poter essere più furbo del Principe delle Tenebre in Persona.»

«E come?»

«Devi tenere presente che non sono un erudito, sol-tanto un credente. Partecipai al rito come testimone,
ma non posso dirti niente circa la natura magica del-le invocazioni o circa quanto avvenne durante la
lun-ga settimana di preparativi che lo precedettero.»

«Arriva al punto.»

Prima che potesse cominciare, Krusemark fu inter-rotto da un espresso in direzione sud. Sorvegliai i
suoi occhi e lui incontrò il mio sguardo. Neppure un batte-re di ciglia lo tradì mentre, in attesa che
scomparisse fragorosamente l'ultimo vagone, completava e rifiniva la propria storia.

«Con l'aiuto di Satana, Johnny trionfò subito. Un suc-cesso veramente clamoroso. Dalla sera alla mattina
bal-zò in prima pagina, in un paio d'anni divenne ricco co-me Fort Knox. Secondo me, questo gli diede
alla testa. Cominciò a pensare di essere lui la sorgente del pote-re e non l'Oscuro. Poco dopo cominciò a
vantarsi di avere trovato la maniera di non rispettare il patto.»

«Ci riuscì?»

«Tentò. Aveva una biblioteca ben fornita e s'imbatté in un oscuro rito nel manoscritto di un alchimista del
Rinascimento. C'entrava la trasmutazione delle anime. Johnny si fece l'idea di poter scambiare identità
psichi-ca con qualcun altro. Insomma, di diventare l'essenza di un'altra persona.»

«Continua.»

«Dunque, doveva trovare una vittima. Qualcuno del-la sua età, nato sotto lo stesso segno. Johnny scovò
un giovane soldato appena tornato dall'Africa settentriona-le. Uno dei nostri primi feriti. Aveva un
congedo nuo-vo di zecca del medico miliare ed era in giro a festeg-giare la vigilia dell'anno nuovo.
Johnny lo trovò tra la folla di Times Square, lo trascinò in un bar dove gli fece bere un narcotico. Poi lo
portò a casa sua, dove av-venne la cerimonia.»

«Che genere di cerimonia?»

«Il rito della trasmutazione. Meg gli fece da assisten-te. Io fui il testimone. Johnny aveva un
appartamento al Waldorf, dove teneva vuota una camera che gli ser-viva per le cerimonie. Alle cameriere
aveva detto che lì si esercitava a cantare.

«Le finestre erano nascoste da tendoni di velluto ne-ro. Il soldato, nudo e legato, era supino su un
tappeto di gomma. Johnny gli marchiò a fuoco un pentacolo sul petto. In ogni angolo fumava un braciere
d'incen-so, ma l'odore di carne bruciata era molto più forte.

«Meg sfoderò un pugnale vergine, mai usato prima. Johnny lo benedisse in ebraico e in greco. Quelle
pre-ghiere mi erano nuove, non ne capii una sola parola. Quand'ebbe finito, Johnny purificò la lama al
fuoco dell'altare e fece una profonda incisione sul petto del soldato, da un capezzolo all'altro. Immerse il
pugnale nel sangue della vittima e con questo tracciò un cer-chio sul pavimento, intorno al suo corpo.

«A quel punto ci furono altri canti e altri sortilegi. Non riuscii a seguirne neppure uno. Ricordo soltanto
gli odori e le ombre danzanti. Meg buttava sul fuoco manciate di prodotti chimici, le fiamme cambiavano
co-lore, verde, azzurro, viola, rosa. L'effetto era sopori-fero.»

«Sembra uno spettacolo di varietà. E che cosa suc-cesse al soldato?»

«Johnny mangiò il suo cuore. Lo estrasse con tanta rapidità che batteva ancora quando lo trangugiò.
Que-sta fu la fine della cerimonia. Può darsi che si fosse impossessato dell'anima di quel tale; a me
sembrava ancora sempre Johnny.»

«E che cosa ricavò dall'uccisione del soldato?»

«Aveva progettato di scomparire appena ne avesse avuto l'occasione e di riemergere nelle vesti di quel
sol-dato. Da qualche tempo ammucchiava soldi in nascon-digli segreti. Il Signore Satana, probabilmente,
non si sarebbe mai accorto della differenza. Il guaio fu che Johnny non aveva previsto tutto. Fu arruolato
e spedito in guerra prima che fosse riuscito a fare lo scambio; ciò che di lui tornò indietro non riusciva a
ricordare il proprio nome, altro che incantesimi ebraici.»

«E a questo punto entrò in scena tua figlia.»

«Proprio così. Era passato un anno. Meg voleva a tut-ti i costi aiutarlo. Sborsai il denaro per comperare
il dottore. Lasciammo Johnny libero a Times Square al-la vigilia di Capodanno. Meg fece in modo che
andas-se così. Era il punto d'avvio, l'ultimo posto che il sol-dato ricordava prima che Johnny lo
drogasse.»

«E il cadavere? Che fine fece?»

«Lo tagliarono a pezzi e lo diedero in pasto ai cani da caccia del mio allevamento, su nel nord.»

«Che altro ricordi?»

«Nient'altro. Solo Johnny che rideva quando tutto fu finito. Si burlò della vittima. Disse che quel povero
ba-stardo non aveva proprio avuto fortuna. L'avevano mandato oltremare per l'invasione di Orano e chi
mai gli aveva sparato addosso? Quei fottuti di francesi! Se-condo Johnny questo fatto era davvero
divertente.»

«Io ero a Orano!» Afferrai Krusemark per la cami-cia e lo sbattei contro la scala a pioli. «Come si
chia-mava quel soldato?»

«Non lo so.»

«Eri lì nella stessa stanza.»

«Non ne seppi nulla fino a un momento prima che succedesse. Ero solo un testimone.»

«Tua figlia te l'avrà detto.»


«No, non me lo disse. Non lo sapeva neppure lei. Fa-ceva parte della magia. Soltanto Johnny poteva
cono-scere il vero nome della sua vittima. Qualcuno in cui aveva fiducia doveva custodire il segreto per
lui. Sigillò le piastrine di riconoscimento del soldato in un antico canopo, un'urna egizia che consegnò a
Meg.»

«E che aspetto aveva quell'urna?» Stavo per soffocar-lo. «L'hai mai vista?»

«Molte volte. Meg la teneva sulla sua scrivania. Era d'alabastro, d'alabastro bianco; aveva, scolpito sul
co-perchio, un serpente a tre teste.»

46

Avevofretta. Premendo la calibro 38 contro le costole di Krusemark, aprii le manette e me le ficcai nella
ta-sca del giubbotto. «Non fare il minimo movimento», gli dissi allontanandomi all'indietro verso l'ingresso
della stazione e puntandogli la rivoltella alla cintola. «Non respirare nemmeno.»

Krusemark si strofinò il polso. «E il rullino? Me lo hai promesso.»

«Spiacente. Ti ho detto una bugia. Prendo cattive abi-tudini frequentando mascalzoni come te.»

«Devo avere quel rullino.»

«Eh, lo so. È quanto di meglio possa sognare un ri-cattatore.»

«Se vuoi denaro, Angel...»

«Ti puoi pulire il culo con quel tuo puzzolente de-naro.»

«Angel!»

«Arrivederci, filibustiere.» Mentre un accelerato diret-to a nord passava rombando, scesi sulla
passerella. Non m'importava niente che il macchinista mi vedesse o no. Il mio unico errore fu ricacciarmi
in tasca la Smith & Wesson. Tutti a volte facciamo stupidaggini.

Non sentii Krusemark avvicinarsi. Mi afferrò alla go-la. Me l'ero immaginato tutto diverso. Era come un
animale selvaggio, pericoloso e forte. Incredibilmente forte, data la sua età. Il suo respiro usciva in sbuffi
brevi e rabbiosi. Di noi due, era l'unico che respirasse.

Neppure con tutte e due le mani riuscivo a liberar-mi della stretta che mi soffocava. Spostando il mio
pe-so, passai un piede tra le sue gambe e gli feci perdere l'equilibrio. Cascammo insieme contro il fianco
del tre-no che passava; l'urto ci strappò l'uno dall'altro come fantocci di pezza, scagliandomi indietro
contro la pa-rete della galleria.

Krusemark riuscì a rimanere in piedi. Io non ebbi si-mile fortuna. Lungo disteso sulla passerella
polverosa, scomposto come un ubriaco, stetti a guardare le ruo-te di ferro passare rapide a pochi
centimetri dalla mia faccia. Il treno scomparve veloce. Krusemark mirò un calcio alla mia testa. Gli
afferrai il piede e lo feci ca-dere con uno strattone violento. Avevo già ricevuto una dose di calci
sufficiente per una settimana.

Mi mancò il tempo di afferrare la calibro 38. Kruse-mark era seduto di fronte a me sulla passerella. Gli
saltai addosso, gli sferrai un pugno sul collo, di fian-co. Il vecchio fece una specie di grugnito, come
po-tremmo aspettarci da un rospo che abbiamo pestato. Lo colpii di nuovo, forte, sentii il suo naso
cedere co-me un frutto marcio. Krusemark mi prese per i capelli, sbatté la mia testa contro il suo petto.
Lottammo ab-bracciati l'uno all'altro sulla stretta passerella, scalcian-do e cercando di cavarci gli occhi.

Non ci fu niente di leale nel nostro combattimento. Il marchese di Queensberry non avrebbe dato la sua
approvazione. Krusemark mi tirò giù e mi strinse la gola tra le sue mani dure. Quando non riuscii a
libe-rarmi della sua presa da sollevatore di pesi, gli misi il palmo della mano destra sotto il mento e gli
spinsi in-dietro la testa. Non servì a nulla. Allora gli ficcai il pollice in un occhio.

Questa mossa fu efficace. Sentii l'urlo di Krusemark, anche se un accelerato stava percorrendo la
galleria con il solito frastuono. La stretta si allentò, mi liberai contorcendomi e aspirando tutta l'aria
possibile. Schi-vai le sue mani che mi cercavano a tentoni, ricomin-ciammo a lottare, rotolando insieme
sui binari. Finii con il trovarmi sopra Krusemark e udii la sua testa sbattere contro una traversa di legno.
Per maggior si-curezza, gli assestai una ginocchiata all'inguine. Non ri-maneva più molto spirito
combattivo nel vecchio.

Mi alzai e misi la mano in tasca per prendere la Smith & Wesson. La pistola non c'era più, era andata
persa nella lotta. Uno scricchiolio di detriti mi avver-tì. La sagoma oscura di Krusemark si alzò
barcollan-do. Il vecchio si avvicinò traballante e mi sferrò un po-tente e selvaggio destro. Lo evitai e lo
colpii due volte alla cintola. Krusemark era duro e solido, ma mi ac-corsi di avergli fatto male.

Ricevetti un sinistro sulla spalla, in un punto poco sensibile. Gli assestai un pugno in faccia, incontrando la
cresta dell'osso sopra l'occhio. Mi sembrò d'avere colpito un muro di pietra. La mano s'intorpidì per il
dolore.

Quel pugno non rallentò affatto Krusemark, che con-tinuò ad avanzare vacillando, sferrando abili, duri,
bre-vi diretti. Non mi fu possibile pararli tutti. E, mentre frugavo in tasca in cerca delle manette, ne
incassai pa-recchi. Usando i braccialetti come una frusta, lo colpiisulla faccia. Lo schioccare dell'acciaio
sull'osso fu mu-sica per le mie orecchie. Quando gli menai un ultimo colpo sopra l'orecchio, Krusemark
cadde all'indietro con un grugnito.

Il suo urlo improvviso echeggiò e si spense nella gal-leria gocciolante, come il rumore prodotto da chi
ca-de da una grande altezza. Un ronzio metallico di elet-tricità crepitò nelle tenebre. La terza rotaia.

Non volli toccare il corpo. Era troppo buio per ve-derlo chiaramente; indietreggiai e mi misi al sicuro
sul-la passerella. Alla luce di una lontana lampadina, riu-scii a distinguere la sua forma oscura, lunga
distesa di traverso sui binari.

Ritornai nella rientranza della stazione e frugai den-tro il borsone di cuoio ai piedi della scala a pioli. La
maschera da leone di cartapesta mi offrì il suo ghigno. Sotto la cappa nera stropicciata trovai una piccola
lam-pada portatile di plastica. Mi bastava. Entrai di nuovo in galleria e l'accesi. Krusemark era un
mucchio ingar-bugliato di vecchi abiti, la sua faccia era contorta nel-l'ultima agonia. Gli occhi senza
sguardo fissavano le ro-taie, la bocca spalancata era ferma in un urlo muto. Un filo di fumo dall'odore
pungente si arricciava sopra la carne bruciacchiata.

Ripulii delle mie impronte il manico della borsa, che poi lanciai vicino a lui. La maschera uscì e cadde sui
detriti. Illuminando avanti e indietro la passerella con la lampadina tascabile, scoprii la mia calibro 38 a
terra contro il muro, a pochi passi di distanza. La raccolsi e la rimisi in tasca. Le nocche della mano
destra mi dolevano forte. Le dita si muovevano, quindi non era-no rotte. Questo non valeva per la Leica.
Gli obiettivi erano decorati di una ragnatela di minuscole, profon-de crepe.

Esaminai le tasche. C'era tutto, meno il talismano portafortuna di cuoio che mi aveva dato Epiphany.
L'a-vevo perso durante la lotta. Mi guardai rapidamente in-torno, senza trovarlo. Avevo cose molto più
importan-ti da fare. Tenni la lampadina di Krusemark e corsi lungo la passerella, lasciando il ricco
armatore diste-so sui binari, pronto a essere smembrato dal prossimo treno. I ratti avrebbero banchettato
la notte prossima.

Uscii dalla sotterranea alla stazione della Ventitreesima Strada e presi un tassi diretto a sud, all'angolo di
Park Avenue sud. Diedi al tassista l'indirizzo di Margaret Krusemark e dieci minuti dopo scendevo di
fron-te al Carnegie Hall. Un vecchio poveramente vestito era in piedi all'angolo e strimpellava Bach su un
violino te-nuto insieme da nastro adesivo.

Presi l'ascensore fino all'undicesimo piano, senza preoccuparmi se l'avvizzito operatore mi riconoscesse
o no. Era troppo tardi per simili sottigliezze. La porta dell'appartamento di Margaret Krusemark aveva i
sigil-li della polizia. Una striscia di carta gommata era sta-ta messa di traverso sulla serratura. La strappai,
tro-vai la chiave giusta e mi introdussi, ripulendo la ma-niglia con la manica.

Accesi la lampadina di papà ed esaminai con il suo raggio di luce il salone. Il basso tavolino su cui era
di-steso il cadavere era stato tolto. Anche il divano e il tappeto persiano. Al loro posto rimanevano linee
pre-cise tracciate con nastro adesivo. Il disegno delle braccia e delle gambe di Margaret Krusemark, che
sporge-vano a ogni capo della forma rettangolare del tavolino, sembrava la vignetta di un uomo che porta
un barile.

In salone non c'era niente d'interessante per me. Continuai lungo il corridoio fino alla camera da letto
della strega. Tutti i cassetti della sua scrivania e tutti gli schedari portavano il sigillo del dipartimento di
po-lizia. Passai la luce da un capo all'altro della scrivania. Il calendario e le carte sparpagliate erano
spariti, ma la fila di libri da consultazione era intatta. A un capo, il canopo d'alabastro luccicava come
osso levigato.

Quando presi l'urna, mi tremavano le mani. Armeg-giai per parecchi minuti, ma il coperchio con la
scul-tura del serpente a tre teste rimase chiuso. Disperato, scagliai a terra il vaso, che si frantumò come
vetro.

Scorsi un luccicore di metallo tra i cocci e afferrai la lampadina dalla scrivania. Una coppia di piastrine
militari baluginava tra i giri di una catenella. La rac-colsi e tenni la piccola piastra oblunga sotto la luce.
Un brivido involontario si diffuse in tutto il mio cor-po. Feci scorrere le dita gelide lungo le lettere in
rilie-vo. Oltre al numero di serie e al gruppo sanguigno c'e-ra un nome inciso a macchina:angel, harold r.

47

Lepiastrine tintinnarono nella mia tasca durante tut-ta la discesa. Fissavo le scarpe del manovratore e
fa-cevo scorrere il pollice sulle lettere intagliate nel me-tallo, come un cieco che legga un testo in braille.
Le mie ginocchia erano deboli, ma la testa lavorava a rit-mo veloce, nel tentativo di risolvere il
rompicapo. C'e-rano troppi punti oscuri. Dovevo per forza essere vit-tima di una macchinazione, le
piastrine erano un tra-nello. C'era lo zampino di uno dei Krusemark, o di tut-ti e due; Cyphre era il
cervello. Ma perché? Che cosa volevano?

In strada il freddo pungente dell'aria notturna mi svegliò dallo stato ipnotico in cui ero piombato, lasciai
cadere la lampadina portatile di Krusemark in un ce-stino dei rifiuti e chiamai un tassi che passava.
Sape-vo che, prima d'ogni altra cosa, dovevo distruggere le prove che avevo chiuso in cassaforte. «Mi
porti all'an-golo fra la Quarantaduesima e la Settima Avenue», dis-si al guidatore, accomodandomi con i
piedi sullo stra-puntino mentre percorrevamo difilato la via, trovando, uno dopo l'altro, tutti semafori
verdi.

Nuvole di vapore uscivano a spirale dai coperchi dei tombini, come nell'ultimo atto delFaust. Johnny
Favo-rite aveva venduto la sua anima a Mefistofele, poi ave-va provato a tirarsi indietro sacrificando un
soldato che aveva il mio nome. Pensai all'elegante sorriso di Louis Cyphre. Che vantaggi sperava di
trarre da que-sta sciarada? Ricordavo la vigilia del Capodanno 1943 in Times Square con grande
chiarezza. Come se fosse la prima notte della mia vita. Ero sobrio, freddamen-te sobrio, in una marea di
ubriachi, con le piastrine al sicuro nel comparto delle monete del mio portafoglio, quando questo mi era
stato rubato. Sedici anni dopo le ritrovavo nell'appartamento di una morta. Che cosa diavolo stava
succedendo?

Times Square fiammeggiava come un purgatorio al neon. Mi tastai l'impossibile naso e cercai di
ricorda-re il passato: in gran parte era sparito, spazzato via da un tiro dell'artiglieria francese a Orano.
Me ne rima-nevano frammenti vari. Gli odori sovente me li fanno riaffiorare. Maledizione, sapevo chi ero.
So chi sono.

Quando ci fermammo di fronte al negozio di curio-sità, nel mio ufficio le luci erano accese. Il tassametro
segnava settantacinque centesimi. Gettai un dollaro al-l'autista e borbottai: «Tenga il resto». Mi augurai di
es-sere ancora in tempo.

Presi le scale di sicurezza fino al terzo piano, in mo-do che il rumore dell'ascensore non mi tradisse. Il
cor-ridoio era buio, idem la mia sala d'aspetto, ma la lu-ce proveniente dall'ufficio si rifletteva sul vetro
smeri-gliato della porta d'ingresso. Tirai fuori la rivoltella e mi infilai dentro. La porta interna dell'ufficio
era spa-lancata e riversava la luce sul mio tappeto logoro. Aspettai un momento, ma non udii nulla.

L'ufficio era a soqquadro: la mia scrivania era sot-tosopra, i cassetti rovesciati, il loro contenuto sparso
sul pavimento. Lo schedario verde ammaccato giaceva sul fianco, le fotografie di ragazzi fuggiti da casa si
ar-ricciavano in un angolo come foglie autunnali. Quando raddrizzai la mia poltroncina girevole
rovesciata, vidi penzolare, aperto, lo sportello d'acciaio della cassafor-te dell'ufficio.

In quel momento la luce si spense. Non nell'ufficio, ma dentro la mia testa. Qualcuno mi aveva assalito
alla sprovvista e colpito con qualcosa che mi fece l'effetto di una mazza da baseball. Sentii lo schianto
contro il mio cranio proprio nell'attimo in cui precipitavo nell'o-scurità.

Acqua fredda schizzata sulla mia faccia mi fece rin-venire. Mi sedetti, farfugliando e sbattendo le
palpebre. La testa mi doleva. Louis Cyphre, in piedi sopra di me, in abito da sera, mi versava addosso
l'acqua da un bic-chiere di carta. Nell'altra mano teneva la mia Smith & Wesson.

«Ha trovato quel che cercava?» gli domandai.

Cyphre sorrise. «Sì, grazie.» Schiacciò il bicchiere di carta e lo aggiunse ai papiri sparsi sul pavimento.
«Un uomo che fa la sua professione non dovrebbe nascon-dere segreti in scatolette di latta come quella.»
Estras-se dalla tasca interna della giacca l'oroscopo che mi aveva fatto Margaret Krusemark. «Immagino
la gioia della polizia quando consegnerò loro questo.»

«Non la farà franca.»

«Ma, signor Angel, ci sono già riuscito.»

«Perché è tornato indietro? Ormai aveva l'oroscopo.»

«Non me ne sono mai andato. Ero nell'altra stanza. Lei mi è passato davanti.»

«Una trappola.»

«Davvero, un'ottima trappola. Lei ci è caduto con la massima prontezza.» Cyphre si rimise in tasca
l'orosco-po. «Chiedo scusa per quel brutto colpo. Ma avevo bi-sogno di alcune delle sue cose.»

«Per esempio?»

«Della sua rivoltella. So come impiegarla.» Mise la mano in tasca e lentamente tirò fuori le piastrine di
ri-conoscimento, facendomele dondolare sulla faccia con la catenella. «E di queste.»

«È stata una bella trovata», dissi. «Nasconderle nel-l'appartamento di Margaret Krusemark. Come ha
fat-to a costringere suo padre a collaborare?»

Il sorriso di Cyphre divenne più largo. «E come sta il signor Krusemark, tra parentesi?»

«Morto.»

«Che peccato.»

«Vedo che le si spezza il cuore alla notizia.»

«La perdita di uno dei fedeli è sempre deplorevole.» Cyphre giocherellava con le mie piastrine,
attorciglian-do la catenella tra le dita affusolate. L'anello d'oro del dottor Fowler con la stella incisa
splendeva sulla sua mano ben curata.

«La pianti di dire stronzate! Avere un nome d'arte non la rende più genuino.»

«Mi preferirebbe con gli zoccoli biforcuti e la coda?»

«Ci sono arrivato soltanto questa sera. Lei ha giocato con me. Pranzo da Voisin. Avrei dovuto capire,
quando appresi che 666 è il numero della Bestia nell'Apocalisse. Non ho più la prontezza d'un tempo.»

«Lei mi delude, signor Angel. Credevo che le sareb-be stato facilissimo decifrare il mio nome.» Cyphre
ri-dacchiò forte del suo zoppicante gioco di parole.

«Incastrare me per i suoi omicidi è da furbo», dissi. «C'è solo un inconveniente.»

«E che cosa mai potrebbe essere?»

«Herman Winesap. Nessuno sbirro mi crederebbe se gli raccontassi di un cliente che finge di essere
Luci-fero... solo un pazzo tirerebbe fuori una storia simile. Ma ho Winesap che è in grado di
confermarla.»

Cyphre si appese al collo le piastrine di riconosci-mento con un ghigno bestiale. «L'avvocato Winesap è
perito ieri in un incidente di barca, a Sag Harbor. Una grande disgrazia. Il corpo non è stato ricuperato.»

«Ha pensato a tutto, vero?»

«Cerco di fare un lavoro accurato», disse Cyphre. «Adesso deve scusarmi, signor Angel. Per quanto
gra-devole sia questa conversazione, devo purtroppo accu-dire a certe faccende. Sarebbe davvero una
stupidaggi-ne da parte sua tentare di fermarmi. Se si farà vede-re prima che me ne sia andato, sarò
costretto a spa-rarle.» Cyphre si fermò sulla soglia, come un attore che sfrutti al massimo la sua battuta
finale. «Per quan-to ansioso io sia di riscuotere ciò che mi spetta, per lei sarebbe un vero peccato essere
ucciso dalla sua rivol-tella.»

«Vaffanculo», dissi.

«Troppo tardi, Johnny», disse Cyphre sorridendo. «Tu hai già baciato il mio.»

Cyphre chiuse piano alle proprie spalle la porta ester-na dell'ufficio. A quattro gambe strisciai sul
pavimento ingombro di cartacce fino alla cassaforte aperta. Sul ri-piano inferiore, in una scatola vuota di
sigari, tenevo una seconda pistola. Mentre spingevo da parte un mazzo di documenti che la
nascondevano, il mio cuore batteva il tam-tam. Era ancora lì. Aprii il coperchio e tirai fuori una Colt
Commander calibro 45. Tenere in mano la gros-sa arma automatica mi sembrò l'avverarsi di un sogno
bellissimo.

Mi cacciai in tasca un secondo caricatore e corsi al-la porta esterna. Con l'orecchio contro il vetro,
aspet-tai il rumore delle porte dell'ascensore che si chiude-vano. Nell'attimo in cui le sentii sbattere, spinsi
indie-tro il castello della pistola, armai il cane e introdussi velocemente i colpi nella camera di
caricamento. Men-tre mi dirigevo di corsa alle scale di sicurezza, vidi il tetto dell'ascensore sparire dietro
il vetro rotondo dello sportello.

Scesi le scale a quattro gradini per volta, stringendo-mi alla ringhiera per mantenere l'equilibrio. Stabilii
un nuovo primato nella gara tra me e la cabina. In fondo alla tromba delle scale, ansimante, tenni aperta la
por-ticina con un piede e l'automatica con entrambe le ma-ni, appoggiandola allo stipite. Il cuore mi
batteva nel-le orecchie a mo' di strumento di percussione.

Mi augurai che Cyphre avesse ancora in mano la mia rivoltella quando si sarebbe aperta la porta
dell'ascen-sore. Così sarebbe stata autodifesa. Vediamo un po' quanto gli gioverà la sua magia contro il
colonnello Colt. Immaginai i pesanti proiettili che lo trapassava-no e lo sollevavano da terra, mentre scure
macchie di sangue apparivano sullo sparato di pizzo della sua ca-micia da sera. Atteggiandosi a diavolo
poteva truffare pianisti vudu e astrologhe di mezz'età, ma con me non attaccava. Aveva scelto l'uomo
sbagliato per addossar-gli tutte le colpe.

La finestrella rotonda della porta esterna si riempì di luce al rumoroso arrivo della cabina. Aggiustai la
mira e tenni il fiato. La satanica sciarada di Louis Cyphre era arrivata alla fine. La porta metallica rossa si
spalancò. La cabina era vuota.

Barcollai in avanti come un sonnambulo, senza cre-dere ai miei occhi. Cyphre non poteva essere sparito.

Non ne aveva avuto modo. Avevo sorvegliato l'indicato-re sopra la porta e visto i numeri accendersi
man mano che la cabina scendeva senza fermate. E, se la cabina non si era fermata, Cyphre non era
potuto uscirne.

Entrai in ascensore e premetti il bottone dell'ultimo piano. Mentre la cabina partiva, mi arrampicai sulle
ringhiere di ottone, con un piede contro la parete da una parte e dall'altra. Spinsi la botola d'emergenza
del soffitto e l'aprii.

Infilai la testa nell'apertura e mi guardai intorno. Cyphre non era sul tetto della cabina. I cavi ingrassa-ti e
i volani che giravano non lasciavano spazio per un nascondiglio.

Dal quarto piano salii le scale di sicurezza fino al tet-to. Cercai dietro camini e sfiatatoi, mentre la carta
ca-tramata piena di gobbe cedeva sotto i miei piedi. Cyph-re non era sul tetto. Mi chinai oltre la
sporgenza del cornicione e guardai giù verso la strada, prima lungo la Settima Avenue, poi, dall'angolo,
lungo la Quarantaduesima. I passanti della domenica sera erano pochi. Soltanto uomini e donne di
malaffare indugiavano sui marciapiedi. L'elegante figura di Louis Cyphre non era visibile.

Cercai di confutare con la logica la mia confusione. Se Cyphre non era né in strada né sul tetto, se non
era uscito dall'ascensore, doveva ancora essere, chi sa do-ve, nell'edificio. Era l'unica spiegazione
possibile. Era nascosto chi sa dove. Per forza.

Nella successiva mezz'ora frugai in tutta la casa. Guardai dentro tutte le toelette e dentro tutti i riposti-gli
delle scope. Usando la mia collezione di grimaldel-li, mi introdussi in ogni buio ufficio vuoto. Rovistai le
stanze di Ira Kipnis e quelle di Olga, Depilazioni, sen-za risultati. Esplorai le misere sale d'aspetto di tre
dentistidalle tariffe basse e il locale, grande come uno sgabuzzino, di un negoziante di monete antiche e di
francobolli. Non c'era nessuno.

Ritornai smarrito nel mio ufficio. Questa faccenda non aveva senso. Non aveva per niente senso.
Nessuno può svanire nel nulla.

Doveva esserci un trucco. Mi lasciai cadere sulla pol-trona girevole, tenendo ancora in mano la Colt
Commander. Dall'altra parte della strada continuava la marcia inesorabile delle notizie del giorno: ...la
piog-gia RADIOATTIVA DELLO STRONZIO-90 RISULTA ALTISSIMA NEGLI U.S. ... GLI
INDIANI PREOCCUPATI PER IL DALAI LAMA... Quando pensai di telefonare a Epiphany era
ormai troppo tar-di. Imbrogliato di nuovo dall'Imbroglione più grande di tutti gli imbroglioni.

48

Neglisquilli interminabili vibrava una nota di dispera-zione uguale a quella della solitaria voce del marinaio
spagnolo dentro la bottiglia del dottor Cipher. Un'altra anima persa, come me. Rimasi lì a lungo, con la
cor-netta all'orecchio, circondato dal desolato sfacelo e dal mucchio di rottami del mio ufficio. La mia
bocca era secca e sapeva di cenere. Ogni speranza era svanita, ab-bandonata. Avevo varcato la soglia
della perdizione.

Dopo qualche momento mi sollevai in piedi e barcol-lai giù per le scale, fino in strada. Ritto all'angolo del
Crocicchio del Mondo, mi domandai da che parte an-dare. Ormai per me era tutto uguale. La mia corsa
era stata lunga e mi aveva portato fin troppo lontano. Ave-vo finito di correre per sempre.

Vidi un tassi che passava in direzione est lungo la Quarantaduesima e lo fermai.


«Vuole andare da qualche parte?» Il sarcasmo del guidatore interruppe un lungo e cupo silenzio.

Le mie parole mi parvero venire da lontano, come pronunciate da qualcun altro. «Hotel Chelsea, sulla
Ventitreesima.» Anche la mia voce mi era estranea.

«Tra la Settima e l'Ottava?»

«Esatto.»

Svoltammo sulla Settima e proseguimmo verso sud. Rannicchiato in un angolo, fissai fuori del finestrino
un mondo che era morto. Delle autopompe fischiavano in lontananza come demoni infuriati. Passammo
davanti alle enormi colonne di Pennsylvania Station, grigia e te-tra alla luce dei lampioni. Il tassista non
parlava. Can-ticchiavo sottovoce una canzone di Johnny Favorite, di moda durante la guerra. Era stato
uno dei miei succes-si più strepitosi.

Povero, vecchio Harry Angel, dato in pasto ai cani come degli avanzi di cucina. L'avevo ucciso, ne
avevo divorato il cuore, ma io ero morto lo stesso. Questo non potevano mutarlo neppure la magia e il
potere. Vi-vevo una vita presa in prestito e i ricordi di un altro: ero una creatura corrotta, un ibrido che
tentava di sfuggire al passato. Avrei dovuto saperlo, che era im-possibile. Non importa con quanta
destrezza tentiamo di guardarci allo specchio di soppiatto, la nostra imma-gine riflessa ci fissa sempre
dritto negli occhi.

«Da queste parti stasera c'è agitazione.» Il tassista si fermò dall'altra parte della strada. Di fronte al
Chelsea erano posteggiate in doppia fila tre pantere e un'ambu-lanza della polizia. Il guidatore sollevò la
leva per fer-mare il tassametro. «Un dollaro e sessanta, per favore.»

Pagai con i cinquanta dollari che tenevo per ogni eve-nienza e gli dissi di tenere il resto.

«Questo non è un biglietto da cinque, signore. Ha fat-to un errore.»

«Molti errori», dissi attraversando di corsa il lastri-co del colore delle pietre tombali.

Nell'atrio un poliziotto parlava al telefono della portineria, ma mi lasciò passare senza neppure
guardar-mi. «... tre neri, cinque normali, un tè con limone», dis-se mentre la porta della cabina si
chiudeva.

Uscii al mio piano. Una barella su ruote aspettava nel pianerottolo. Due inservienti erano appoggiati alla
parete. «Perché tanta furia?» si lamentò uno dei due. «Sapevano sin dal principio di trovarsi di fronte a un
cadavere.»

La porta del mio appartamento era spalancata. Den-tro fu scattata una foto al flash. L'aria era piena
del-l'odore di sigari da poco prezzo. Entrai lentamente sen-za parlare. Tre sbirri in uniforme andavano
avanti e in-dietro con niente da fare. Il sergente Deimos sedeva al tavolo voltandomi la schiena e dava la
mia descrizio-ne alla persona all'altro capo del filo. In camera da let-to scattò un altro flash.

Diedi un'occhiata dentro la stanza. Una mi bastò. Epiphany era sdraiata supina sul letto, vestita solo
del-le mie piastrine, con i polsi e le caviglie legati alle spalliere da quattro brutte cravatte. La mia Smith &
Wesson a cane interno sporgeva in mezzo alle sue gam-be spalancate, la canna tozza la penetrava come
un amante. Il sangue del suo ventre luccicava sulle cosce aperte sgargianti come rose rosse.
Il tenente Sterne era uno dei cinque poliziotti in bor-ghese e stava a guardare con le mani nelle tasche del
cappotto, mentre il fotografo si inginocchiava per pren-dere un primo piano. «Chi diavolo sei?» mi
domandò uno sbirro in divisa sopraggiunto alle mie spalle.

«Abito qui.»

Sterne guardò verso di me. Gli occhi gli si spalanca-rono. «Angel?» L'incredulità gli incrinò la voce. «È
lui. Acciuffatelo.»

Lo sbirro dietro di me mi inchiodò le braccia. Non opposi alcuna resistenza. «Risparmiatevi il


melodram-ma», dissi.

«Controllate se è armato», abbaiò Sterne. Gli altri sbirri mi guardarono come se fossi un animale dello
zoo.

Un paio di manette mi strinse i polsi. Il poliziotto mi perquisì ed estrasse la Colt Commander dalla cintola
dei pantaloni. «Artiglieria pesante», disse porgendola a Sterne.

Sterne fissò la rivoltella, controllò la sicura e la po-sò sul tavolino da notte. «Perché è tornato indietro?»

«Non ho nessun altro posto dove andare.»

«Chi è?» Sterne indicò con il pollice il corpo di Epiphany.

«Mia figlia.»

«Cazzate!»

Il sergente Deimos arrivò alla camera da letto. «Be-ne, bene, ma chi si vede!»

«Deimos, telefona alla centrale e di' loro che abbia-mo arrestato l'indiziato.»

«Subito», disse il sergente uscendo dalla stanza sen-za molta fretta.

«Ricominciamo daccapo, Angel. Chi è quella ra-gazza?»

«Epiphany Proudfoot. Tiene un'erboristeria all'ango-lo tra la Centoventitreesima Strada e Lenox


Avenue.»

Uno degli altri investigatori prese appunti. Sterne mi spinse in salotto. Sedetti sul divano. «Da quanto
tem-po andava a letto con lei?»

«Da un paio di giorni.»

«Quanto basta per poi ammazzarla? Guardi che co-sa abbiamo trovato nel caminetto.» Sterne raccolse
il mio oroscopo semibruciato prendendolo per l'angolo ri-masto intatto. «Vuole parlarcene?»

«No.»

«Non cambia niente. Abbiamo tutto quanto ci occor-re, a meno che la calibro 38 infilata dentro di lei
non sia la sua.»
«È mia.»

«Arrostirà sulla sedia elettrica per questo, Angel.»

«Arrostirò all'inferno.»

«Può darsi. Per esserne certi, la faremo partire av-vantaggiato da un carcere nel nord.» La bocca da
squa-lo di Sterne si aprì in un sorriso malvagio. Fissai i suoi denti giallastri e ricordai la faccia
sghignazzante dipin-ta a Steeplechase Park, una smorfia buffonesca che ema-nava malevolenza. Un solo
altro sorriso somigliava a quello: il maligno, beffardo ghigno di Lucifero. Mi par-ve quasi di udire la Sua
sghignazzata diffondersi per la stanza. Questa volta rideva di me.

Fine