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Parte X–I Piastre, Membrane e Gusci

Piastre

Cosa sono le piastre? Sono un segnale della nostra insufficienza.


Abbiamo studiato le travi, l’uomo ha immaginato questa struttura nel dominio elastico lineare
scrivendo tutte quelle “belle” equazioni che conosciamo. Ora si tratta di applicarle.
Ha preso un elemento di tipo particolare, ha idealizzato questo elemento e l’ha chiamato trave.
Io ho a che fare con un elemento che chiamo trave quando una delle dimensioni è prevalente
rispetto alle altre due. È nata in questa maniera tutta la teoria della trave della quale siete maestri.

Passiamo ora a generalizzare. Se pensiamo ad un solido tridimensionale qualsiasi non abbiamo


niente da dire, dobbiamo utilizzare le equazioni di equilibrio e le equazioni di congruenza nelle loro
forme generali e le dobbiamo risolvere, non c’è niente di particolare da dire.
Ci potrebbe essere qualcosa di interessante nello step intermedio.
Nella trave, una dimensione è prevalente rispetto alle altre due, nel tridimensionale nessuna
dimensione è prevalente rispetto alle altre, rimane quella nella quale due dimensioni sono prevalenti
rispetto alla terza oppure una trascurabile rispetto alle altre due. Qualsiasi elemento che corrisponde
a questa idea noi lo chiamiamo piastra.
Vogliamo che sia piana, ma non diciamo nient’altro.

Il problema è più complicato di quella di una trave? No, teoricamente no, la cosa che cambia è
invece di avere una variabile quella sulla lunghezza della trave, ne avremo due una sulla lunghezza
e una sulla larghezza, avremo una x ed avremo una y. Apparentemente il problema è questo, e
quindi sembra assolutamente inesistente, in pratica il fatto che ci siano delle variabilità anche in
direzione trasversale fa sentire la propria influenza sullo stato di sollecitazione all’interno e
soprattutto sullo stato di deformazione a secondo che siano infiniti o meno gli spostamenti
trasversali la cosa diventa più complicata.
Tanto più complicata che a mio sapere, soluzioni chiuse sulle piastre non esistono.
Il metodo principe di soluzione delle piastre è lo sviluppo in serie di Fourier doppia una in una
direzione ed una in un'altra direzione, questo fa si che diventa odioso l’impiego, lo studio delle
piastre.
Proprio per le piastre sono stati dedicati metodi numerici tipo quello alle differenze finite, che da
sempre è stato utilizzato per l’analisi di paratie di setting ed eccetera. Adesso tra gli elementi finiti
ed eccetera, l’efficacia delle differenze finite si va perdendo.
In ogni caso quello che dobbiamo tenere presente, che sostanzialmente noi ci mettiamo a parlare
stamattina di un nuovo elemento, questo elemento è un elemento comunissimo nella pratica.

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Il tavolo è una piastra, il solaio è una piastra, la pista di atterraggio di un aeroporto è una piastra il
tetto di una casa è una piastra, qualsiasi elemento bidimensionale è una piastra, sarà una piastra
sottile, sarà una piastra spessa, è una piastra! Nemmeno i civili hanno a che fare con travi e piastre
una continuazione, noi abbiamo normalmente a che fare con una sottospecie cioè con qualcosa che
è ancora più complicato cioè le piastre curve.

Allora vi illustrerò stamattina quali sono i modi di reagire usati per le piastre, poi in realtà vi dirò
qualcosa in merito al metodo di Navier, che è molto semplice e vi fa capire qualcosa, il metodo di
Levy non ve lo illustro proprio, mi interessa molto più il problema fisico che le peculiarità di tipo
analitico.

Esistono due trattazioni per le piastre:


1. la trattazione delle piastre circolari
2. la trattazione delle piastre rettangolari
Sono le stesse, cambia solo il sistema di riferimento che utilizziamo, parliamo in termini di
coordinate polari o in termini di coordinate rettangolari, è ovviamente lo stesso problema.
Utilizziamo come riferimento un riferimento che abbia l’origine nel piano x-y coincidente con il
piano medio della piastra, abbiamo lo spessore della piastra h ci mettiamo ad h/2 e abbiamo quello
che chiamiamo il piano medio.

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La piastra avrà due lati a e b, l’asse z sarà perpendicolare al piano medio e diretto in modo tale da
rendere nevrogila la terna x-y-z.
Le ipostesi di base che noi utilizziamo per lo studio di una piastra e come la solito che il materiale
sia isotropo omogeneo lineare elastico, poi abbiamo delle idea che ci provengono dalla teoria delle
travi, per esempio nella teoria flessionali delle travi noi abbiamo che l’asse baricentrico era l’asse
neutro della trave, cioè era indeformato, poteva cambiare la sua configurazione ma l’ ε era nulla,
non c’era nessuna deformazione, allora, in questo caso, noi diciamo che il piano medio resta
indeformato flessionalmente, per flessione, poi potremmo avere degli sforzi normali che me lo
deformano, ma altrimenti agli effetti flessionali è indeformato.

Nella trave di Bernoulli, le sezioni rette dopo la deformazione continuavano ad essere normali
all’asse neutro, solo con la trave di Timoschenko che abbiamo la presenza del taglio. In questo caso
vale Bernoulli, diciamo che sono nulli, sono trascurabili gli effetti del taglio trasversale, cioè
diciamo che il taglio trasversale ci può essere però il suo effetto è praticamente trascurabile.
Nella trave le tensioni erano tutte nella sezione o perpendicolari alla sezione, ma
perpendicolarmente al piano neutro non avevamo tensioni, qua diciamo la stessa cosa, ovviamente,
diciamo perpendicolarmente al piano medio non abbiamo tensioni e quindi lo stato tensionale è
piano, questo ci induce a ritenere che lo spessore più è piccolo e meglio è, questo ci porta verso la
teoria delle piastre sottili.
In realtà c’è un’altra considerazione che noi facciamo, cioè riteniamo che lungo lo spessore della
piastra non ci siano variazioni nello spostamento normale, nello spostamento lungo z, in modo tale
da dire che non ci sono assottigliamenti, né variazioni di spessore perché lo spessore è sempre lo
stesso. Questo fa si, è molto importante, ci consente agli effetti dell’abbassamento di calcolare
soltanto quello che avviene sul paino neutro, perché tutto quello che avviene al di fuori del piano
neutro, per quello che riguarda lo spostamento lungo l’asse z è insignificante.

Questa relazione vale soltanto per quello che riguarda lo spostamento lungo z, non possiamo
trascurare invece l’intensità dello spostamento per quello che riguarda le altre due componenti dello
spostamento, la u e la v.

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Infatti se abbiamo un punto che si trova a distanza z dal piano medio che è deformato, questo piano
medio cosa fa? Si abbassa e si deforma, e quindi finché si abbassa soltanto è ancora diretto
verticalmente, poi se il piano z si deforma, poiché gli effetti del taglio trasversali sono trascurabili,
quindi le sezioni rette continuano ad essere perpendicolari alle deformazioni, si ha anche una
rotazione.
Allora supponiamo che la rotazione sia di φ nel piano x-z e sia α nel piano y-z, noi abbiamo la
doppia deformazione, procedendo per sezioni, nel piano x-z e nel piano y-z, in direzione
longitudinale e in direzione trasversale.
È facile vedere, io avrò uno spostamento trasversale che sarà

e uno spostamento longitudinale pari a

Come spostamenti paralleli alla superficie media.


Se poi lungo la superficie media, nella superficie media agiscono dei carichi da sforzo normale o da
altro che mi producono uno spostamento omogeneo per tutto il piano u 0 e v0 ecco che le componenti
di spostamento saranno:
[u0] da sforzo normale [– z senφ] da sforzo flettente, taglio, tutte le caratteristiche varie che non
giacciono nel piano medio e lo stesso nell’altra direzione.

Quindi possiamo definire tutte quante le tre componenti di spostamento

Di solito queste relazioni sono relazioni che non utilizziamo, perché in realtà esprimiamo un legame
con la w, cioè esprimiamo la φ e la α come una funzione di w.
Infatti è facile vedere che

Per cui la forma abituale con la quale studiamo le componenti di spostamento è questa:
, componenti di deformazione membranali

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, componente di deformazione flessionale

00:17:30

Vediamo che noi prevalentemente non saremo assolutamente interessati a u0 e v0, la presenza di
sforzi nel paino medio mi determina uno sforzo normale, mi determina un allungamento uniforme
in una direzione o nell’altra direzione, quello che mi interessa sono gli effetti flessionali. Vediamo
che tutti gli effetti flessionali sono esprimibili in termini della sola w, dell’unica componente di
spostamento perpendicolare, in direzione perpendicolare alla iniziale configurazione del piano
medio. Infatti una volta note le componenti di spostamento posso, evidentemente, ricavarmi le
deformazioni.
Allora


x   u     u0     z w  e chiaro che

 z  0 perché siamo in un riferimento
x x x  x  x
cartesiano ortogonale
e quindi

Allo stesso modo per la deformazione lungo y

Per la deformazione lungo z, io me la devo calcolare tenendo conto che ci troviamo in uno stato
piano di tensione, quindi

Ovviamente le stesse ε me le potrei calcolare in maniera geometrica, ricorrendo alla solita


definizione del raggio di curvatura e quindi ecco la dimostrazione che utilizzando la definizione di

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Ed ecco che la

Ovviamente è una fatica inutile perché non ci interessa.

Lo stato è tensionale piano per cui avremo le seguenti relazioni tra le componenti di deformazione e
le componenti di tensione

Invertendo queste relazioni, ed esprimendo le componenti di deformazione in funzione della w, e


delle derivate di w, ottengo queste che sono le classiche rappresentazioni delle tensioni nel caso di
una piastra.
Come vedete esprimo le componenti di tensione attraverso le derivate degli spostamenti.

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Il motivo, come vedremo tra poco, è che operando in questa maniera le equazioni di equilibro
diventano una equazione in w, e quindi lo studio dell’equilibrio della piastra si riduce allo studio di
una equazione differenziale del quarto ordine in w (w componente di deformazione).
Questo è il motivo per cui esprimo le tensioni in funzione degli spostamenti, cosa che di solito non
facciamo, qua ne abbiamo una utilità particolare.

Adesso dobbiamo introdurre quella che sostanzialmente è una notazione, è una notazione dovuta a
Timoshenko, che ha fatto tante cose belle, qualcuna la sgarrata, secondo me questa è una di quelle
che ha sgarrato alla grande, però grazie alla sua personalità e quella che si utilizza sempre.
Ha sgarrato perchè ha creato una tale confusione di notazione che è contraria a quello che
spontaneamente saremmo portati ad utilizzare.
In realtà sappiamo benissimo che le componenti di sforzo interno, sforzo normale, taglio, momenti
ed eccetera, si ottengono semplicemente integrando il diagramma delle tensioni corrispondenti, in
modo per esempio, da ottenere risultante il momento risultante delle forze elementari dovute alle
componenti elementari.
Allora, la prima cosa che Timoschenko ha detto è stata molto giusta, normalmente noi abbiamo a
che fare con piastre di spessore costante, ho una piastra e in tutti i punti della piastra lo spessore è
costante, allora se abbiamo devo fare un integrale, per esempio di una forza elementare σdA, lo
dovrò fare esteso a una superficie, e siccome se io prendo la piastra tutte queste tensioni agiscono
nella sezione retta della piastra, cioè una sezione rettangolare che ha per altezza lo spessore che è
uniforme e per larghezza ha la larghezza del lato della piastra. È inutile quindi che io mi porto
dietro le tensioni che poi devo integrare, io mi faccio direttamente l’integrazione delle tensioni
rispetto allo spessore, perché quella parte dell’integrazione sarà sempre la stessa, poi ci sarà una
variazione di questo sforzo lungo il lato, però metà problema già me lo sono risolto.
Allora per esempio nel momento in cui, io ho la σx, la σx agirà su una faccia che sarà h per Δy, mi
sembra che l’abbiamo chiamata B il lato lungo y.
Allora lo sforzo normale non è altro che la risultante delle forze elementare σdA, dA sarebbe h per
dx, e quindi praticamente H tutta quanta sarebbe dz per dy. Allora mi incomincio a fare l’integrale
di σ in dz e pi rimane ancora l’integrazione rispetto alla y.
Cosa vuol dire questo? io sto dicendo che lo sforzo normale che è applicato su quella faccia è pari
Nx in una striscietta unitaria.
Allora Nx non lo posso chiamare sforzo normale, perché? Facciamo l’analisi dimensionale,

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[N/mm^2 per mm] non hanno dimensioni di Newton ma di N/mm. In questa maniera mi lascio
aperta la possibilità di avere una Nx che varia lungo y.
Allora queste quantità, che si ottengono utilizzando le risultanti e i momenti risultanti delle forze
elementari lungo solo lo spessore, non posso chiamarle caratteristiche degli sforzi interni e le
chiamo risultanti delle tensioni.
Allora questo dovuto a Timoschenko ha permeato la cultura planetaria, per cui quando si parla di
piastre, ben difficilmente sentiremo parlare di tensioni ma normalmente sentiremo parlare di
risultante delle tensioni.
Chi mi ha insegnato la costruzione di macchine era un grande nemico di questo, per cui ci insegno
gusci e piastre tutto in termini di tensione, appena uscimmo dalle aule non capivamo niente perché
tutto il resto del mondo parlava un’altra lingua, parlava in termini di risultante delle tensioni.

Allora questa idea di Timoschenko è stata sicuramente buona, ma questa è la prima parte dell’idea,
dove se scese è stato sulla seconda parte dell’idea. Perché sulla seconda parte dell’idea lui ha detto
come li rappresento come notazione tipica le grandezze che mi sono calcolato? Le rappresento con
lo stesso pedice delle tensioni dalle quali sono partito e qui ha fatto uno di quegli imbrogli forti,
brogli nel senso di confusione.
Perché se io considero per esempio Nx, allora questa σx che è per perpendicolare alla sezione retta
y-z ed è diretta lungo x, Nx è diretta lungo x. Ok!

Andiamo sui momenti. Perché sulle forze non lo vediamo.

Mx non è altro che il momento della σx rispetto al piano medio e questo momento è un vettore che
è diretto lungo y però io lo chiamo Mx, facendo riferimento non alla sua direzione ma alla
componente di sollecitazione che lo ha determinato. Questo finchè uno non si abitua è un incubo!

Sostanzialmente abbiamo

Che sono entrambi flettenti, ed abbiamo

Che è un momento torcente, nell’una e nell’altra direzione; in questo caso i due momenti sono
uguali, perché la tauxy e la tauyx sono uguali. Quando ci troveremo a parlare delle piastre curve,
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poiché le sezioni sono diverse anche se tauxy e tauyx sono uguali, Mxy e Myx non sono uguali
perché sono riferiti a sezioni di tipo diverso. 00:30:40
Evidentemente la prima cosa che dobbiamo fare è scrivere le condizioni di equilibrio di questa
piastra, per cui prendiamo una rappresentazione del piano neutro

E andiamo a rappresentare non le tensioni, ma andiamo a rappresentare direttamente le risultanti


delle tensioni, in modo tale da non pensare più all’influenza dello spessore.
Allora avremo due tagli che da una parte saranno Qxz e Qyz e dall’altra parte saranno per
l’equilibro

Perché devo considerare l’incremento che debbo avere lungo il lato


00:31:30
E così sia per i tagli che per i momenti

Ovviamente anche per gli sforzi normali, però in generale gli sforzi normali in questi casi noi non li
prendiamo mai in considerazione, li trattiamo separatamente, perché non danno un contributo
notevole allo stato tensionale, non hanno nulla di particolare da dire: Nx mi dà una σx che è un εx
moltiplicato per E modulo di Yang, o è trave o è piastra, non è cambiato assolutamente niente.
Allora siccome non si hanno termini di accoppiamento tra sforzi normali e momenti mentre li
abbiamo tra tagli e momenti, allora noi tutto quello che è sforzo normale chiamiamo sforzi nel
piano medio, poi vedremo che a un certo punto noi li chiameremo sforzi membranali, cioè nel piano
del momento, e consideriamo soltanto la strizione. Lo stesso avviene quando abbiamo a che fare
con gli elementi finiti, negli elementi finiti esistono gli schell e i plane, la differenza tra i due che
uno resiste a sforzi nel piano e il plane resiste agli sforzi taglianti. Ricordo quando uscì il Nastran,
aveva gli elementi membranali, gli elementi flessionali e poi aveva la somma dei due quindi
reagivano sia nel piano medio sia a flessione e a taglio.
Dopodichè io dovrò evidentemente scrivere le equazioni di equilibrio di questa piastra elementare
per ottenere le equazioni indefinite dell’equilibrio della piastra, cioè le equazioni di equilibrio che
devono essere valide in qualunque punto della piastra con riferimento ad una superficie elementare
ad un volume elementare.
Allora potrò scrivere l’equazione di equilibrio lungo z,

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Le equazioni di equilibrio lungo x e lungo y è inutile scriverle, significa scrivere Nx=-Nx e Ny=-Ny
Quindi dovrò scrivere le equazioni di equilibrio alla rotazione, una la posso scrivere intorno all’asse
baricentrico parallelo ad x

L’altra intorno all’asse baricentrico parallelo all’asse y

È molto semplice scrivere queste equazioni, ovviamente l’equazione di equilibrio lungo z mi


compariranno anche i carichi esterni che io ritengo essere normali alla superficie, quindi se mi
danno un carico per unità di superficie pari a p, sull’elementino agirà una pdxdy
Alla fine io ottengo tre equazioni di equilibrio, queste sono le tre equazioni indefinite dell’equilibrio
relative ad una piastra di spessore h caricata normalmente.
Ho un equazione di equilibrio alla traslazione lungo z, che come vedete, comprende soltanto i tagli
e il carico esterno e poi due equazioni di equilibrio alla rotazione nelle quali compaiono un
momento flettente, un momento torcente ed un taglio, sia l’una che l’altra.
Noi mi interessa portarmele appresso tutte e tre, preferisco ridurla ad una sola. Mi ricavo una
componete Q, da

E analogamente farò per questa

E me le vado ad inserire nella prima equazione di equilibrio alla traslazione lungo z

In questo modo ottengo un'unica equazione di equilibrio alla traslazione lungo z che
automaticamente soddisfa le altre due equazioni di equilibrio alla rotazione e che è espressa in
termini delle risultanti delle tensioni che danno luogo a momenti

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Si parla di momento unitario, tenendo presente che ciascuna di queste grandezze ha anche taglio
unitario, ciascuna di queste grandezze in realtà potrebbe avere per unità di lunghezza, per una
lunghezza unitaria, in realtà parliamo di momenti per lunghezza unitaria.
Allora qui compaiono sia i carichi esterni, sia i due momenti flettenti, sia i momenti torcenti.
Come possiamo trasformare questa equazione?
Prendiamo per esempio Mx,

Mx è il momento unitario che proviene dalla σx e quindi è diretto lungo y, la σx io lo già espressa
attraverso le componenti di spostamento

Quindi w non cambia lungo lo spessore, è uguale alla w0, l’integrale di w dx non influenza la
derivata, e la variazione lungo la derivata me la da z che sta fuori quindi viene
h h
 
2
z3 2 h3
h  
2
z
3 
h 12
 2
2

Per cui ogni volta che voi avete a che fare con una piastra comportamento flessionale vi compare
questo termine:

E/(1-ν^2) da questo

h^3/12 dall’integrale

questo è un gruppo che quando avete a che fare con le piastre vi trovate sempre davanti.
Contiene già lo spessore, l’effetto dello spessore già sta lì.
Praticamente come altrove vi appuntate su un pezzo di carta il modulo di Young, quando abbiamo a
che fare con le piastre ci appuntate su un pezzo di carta il valore di D.
Allora l’integrazione si fa sentire solo fuori, con la comparsa di D

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Ecco allora che Mx risulta pari a D per il contenuto della parentesi tonda.

My che è diretta lungo x sarà

Mxy conterrà la derivata mista

E poi posso ancora considerare i tagli, i tagli che non contengono la z sono pari a zero

Quindi a questo punto cosa posso fare, se io sono capace di esprimere i momenti rispetto alle w, io
introduco i valori trovati nella

Ed ottengo una equazione in w

E diventa l’equazione risolvente dell’equilibrio delle piastre sottoposte a flessione

Purtroppo non è nemmeno bi-armonica perché c’è un termine noto.


In alcuni casi si tenta di semplificare la soluzione di questo problema, ponendo il legame che esiste
tra la somma dei momenti flettenti e il laplaciano secondo di w

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E allora si spezza il problema in due problemi

Si calcola un equazione di secondo ordine che lega la somma dei momenti flettenti al carico esterno
e poi si integra la soluzione per ottenere w, questo non lo faremo mai, ci riferiremo direttamente alla
soluzione diretta.
Questa equazione differenziale deve essere soddisfatta sempre quando abbiamo a che fare con una
piastra soggetta a flessione, in ogni punto. Rappresenta, quindi, l’equazione di equilibrio che noi
dobbiamo integrare, alla presenza di determinati carichi esterni, per ottenere la soluzione in termini
di spostamento.
Noi otteniamo, direttamente, come soluzione la deformata della nostra struttura.
Però, ovviamente, siamo già in condizione di operare questa integrazione o dobbiamo fare qualche
altra cosa?? Per risolvere un equazione differenziale devo prima dare le condizioni al contorno, se
non so esprimere le condizioni al contorno di una piastra io non risolverò mai nulla.

Le condizioni al contorno dipenderanno da come è realizzato il vincolo, dovremmo fare diverse


ipotesi, io farò tre ipotesi che sono i tre casi più comuni:
1 Bordo appoggiato
2 Bordo incastrato
3 Bordo libero

Per quanto riguarda il bordo appoggiato, se io ho una trave quali sono le caratteristiche del mio
appoggio?
Lo spostamento è nullo e il momento è nullo.
Quindi se il bordo è appoggiato x=a bordo parallelo ad y io dirò che w per x uguale ad a e per y
qualsiasi deve essere uguale a zero e che Mx (quella legata alla σx) per qualsiasi valore di y per
questo valore di x deve essere uguale a zero.

Ma Mx è uguale a

Se ho che w=0 sul bordo allora

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Perché sono tutti fissati allo stesso valore (sul bordo x=a e y e variabile.)

Se è nullo a maggior ragione sarà nullo anche

Quindi dire che Mx uguale a zero significa dire

cioè praticamente quello che deve andare a zero è la derivata seconda di w in direzione
perpendicolare alla frontiera perché quello parallelo alla frontiera è automaticamente soddisfatto dal
fatto che w è uguale a zero.
Quindi se io devo esprimere la condizione di bordo appoggiato x=a io dirò che per x=a,

BORDO INCASTRATO
Se ho un bordo incastrato, ovviamente la cosa è ancora più semplice, perché lo spostamento deve
essere uguale a zero e l’inclinazione perpendicolare all’incastro deve essere uguale a zero. Quindi
praticamente

La differenza tra le due condizioni al contorno presentate consta solo nell’ordine di differenziazione
che li separa.

Come risulta spesso, la condizione al contorno che risulta più difficile da imporre e quella che è più
facile concettualmente. La condizione di bordo libero è quella più complicata.
Perché? Condizioni di spostamento non le posso imporre, se il bordo è libero lo spostamento può
essere qualsiasi, quello che posso dire che non ci devono essere carichi applicati perché non
avrebbero con chi andarsi ad equilibrare.
Quali sono i carichi che io ho su di un bordo?? Un momento ed un taglio.
Infatti i primi ricercatori mettevano il momento uguale a zero, non si trovavano mai; perché non si
può dire che il momento doveva essere nullo, bisogna dire che l’effetto combinato di momento e
taglio deve essere uguale a zero.
L’effetto combinato di momento e di taglio lo si esprime con V.
Se vediamo la sezione di estremità, io guardo lo spessore e posso schematizzarlo in tante celle, in
ciascuna celletta mi compare un certo momento torcente
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Potrò discretizzare la distribuzione del momento torcente ricorrendo a questo criterio delle celle.

Per di più, queste coppie, se io non vado a vedere cosa succede nella cella ma voglio considerare la
compatibilità di ciascuna cella con quella che segue o con quella che viene prima, potrò dire che
questo momento Myx dx è una coppia ed è dovuta alla presenza di due forzette alle estremità della
cella, queste forze saranno pari al momento Myx dx diviso il braccio dx. Quindi metterò due forze
pari a Myx. Non vi fate imbrogliare questa è una coppia per unità di lunghezza cioè una forza,
anche se la indichiamo con M, il solito discorso della simbologia.

M yx
Quindi in una cella abbiamo Myx ed in quella successiva avremo M yx  dx , un dx è
x
somparso per la riduzione.

Se consideriamo la zona di confine tra le due celle avremo, una forza verso il basso ed una verso
M yx
l’alto, la risultante sarà pari a dx . Questa forza deve farsi equilibrio con il taglio che è Qyz
x
dx

00:50:30

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Allora se io considero il momento il momento torcente Myx che già conteneva la derivata seconda
mista lo vado a derivare rispetto ad x mi viene una derivata terza mista, poi ci vado a mettere
l’espressione di Qyz ed ecco qua cosa esce:

Allora dire che si annulla l’effetto combinato del momento torcente e del taglio significa che deve
essere soddisfatta questa equazioni differenziale

Dire che perpendicolarmente deve essere nullo il momento flettente, perché non ci sono carichi
applicati, significa che deve essere rispettata quest’altra condizione

Vediamo che esprimere una condizione di bordo libero è tutto tranne che semplice.

Sono le equivalenti di

Che abbiamo visto prima, soltanto che qui compaiono derivate terze, compaiono derivate miste,
quindi praticamente è di solito seccante realizzarle.

Allora a questo punto io vi faccio vedere semplicemente la soluzione di Navier, sulla soluzione di
Levy non ci stiamo molto perché, sostanzialmente, ci rimane poco tempo alla fine del corso.

Allora Navier ha lasciato la soluzione per serie di un problema molto particolare, cioè di una piastra
rettangolare di lati a e b, poggiata su tutti i bordi e assoggettata, un solaio praticamente, e caricata
da un carico uniforme.
Allora ovviamente abbiamo

come equazione di equilibrio e abbiamo le otto condizioni al contorno che sono queste che voi
vedete

E corrispondono alla condizione di bordo appoggiato che abbiamo visto.

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Allora, Navier partì da una distribuzione del carico uniforme e poi ampliò le sue analisi ad un carico
qualsiasi purchè fosse esprimibile in una serie doppia di Fourier e quindi in altri termini se ho un
carico qualsiasi lungo x potrò esprimerlo in serie di Fourier, siccome il problema è bidimensionale,
è chiaro che viene fuori una serie doppia, vuol dire che ho infinite armoniche lungo x e infinite
armoniche lungo y, in corrispondenza di una qualsiasi coppia di numeri di armoniche n ed m io avrò
un coefficiente che mi rappresenta l’ampiezza di questa armonica superficiale, non più lungo una
sola dimensione, che indico con n e m.

Qual’è l’unica condizione che questo carico deve rispondere? L’unica condizione che deve
rispondere è che per x=0 ad a e per y=0 a b deve andarsene a zero, perché all’esterno non
dobbiamo avere una prosecuzione di questo carico.
00:54:50
Questa è l’espressione di una serie doppia che soddisfa questa condizione

E dallo studio delle serie doppie, in totale analogia con quelle che sono le serie semplici di Fourier,
il valore della generica ampiezza dell’armonica si può ottenere una volta nota complessivamente
l’andamento della funzione p(x,y)

Allora Navier prese questo valore di p e lo mise nell’equazione di equilibrio delle piastre e disse;
scusate, io ho al primo membro tutte le derivate di una funzione al secondo membro ho una
funzione p

che è espressa in funzione di una serie doppia di Fourier con l’ipotesi che vada a zero sui bordi, w
deve andare a zero sui bordi.

È possibile ritenere che la w sia esprimibile attraverso la stessa serie di Fourier doppia ovviamente
con coefficiente diversi? Allora lui pose w(x,y) in questa forma

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Avendo derivate quarte e derivate miste seconde avremo sempre seno-seno in ciascuno dei termini,
allora vuol dire che io avrò seno seno sia al primo che al secondo membro e quindi potrò utilizzare
il principio di identità.
Allora se io faccio le varie sostituzioni ho

Allora io posso ricavarmi Wmn come:

Naturalmente Amn era pari a quell’integrale doppio in funzione del diagramma spaziale della p,
allora io volendo mi posso ricavare Amn direttamente dalla distribuzione delle p.

Tutto questo è molto bello, ma andate a calcolare abbiamo delle serie doppie; il problema è che se
una serie doppia converge molto rapidamente, voi i problemi non li avete, subito terminate i vari
calcoli. Ma se avete una serie doppia che converge lentamente, sono cavoli; una volta capitò che
volevo utilizzare un metodo del genere per risolvere le iterazioni tra un disco ed una corona che
stava attorno, per effetto della forza centrifuga volevo capire qual’erano l’andamento delle tensioni
li attorno. Ricordo che me la portai al mare, presi una casa la mare, d’estate in rima al mare con mia
moglie e i bambini ed io da lontano che lavoravo al a mano per trovare una soluzione, non
convergeva assolutamente ho perso tutto il mese di agosto, poi lo feci con un calcolatore, anni 70’, e
vidi che se non prendevo almeno 70 – 80 armoniche lungo x e lo stesso lungo y non potevo mai
avere una soluzione degna di questo nome.

Il problema è un problema di convergenza! Il problema di convergenza mi dice quante armoniche


mi devo portare appresso, è inutile dire che se aumentiamo di uno l’armonica, aumenta non solo il
tempo, ma la possibilità che possiamo fare degli errori, questo è uno dei motivi per i quali il metodo
degli elementi finiti è molto più utilizzato! la realtà e che i conti non li facciamo noi.

Allora questa che vediamo è la deformata della piastra di Navier

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È una piastra appoggiata su tutte e quattro i bordi e caricata da un carico uniforme, avete in questa
maniera i diagrammi che vi danno i momenti nelle diverse sezioni, io ho fatto questi diagrammi
costruendoli per sezioni

Abbiamo l’andamento del momento che parte da zero arriva ad un massimo e poi ritorna a zero
un’altra volta che è il momento lungo y; dall’altra parte va a zero e parte da zero, l’andamento del
momento, ma per la maggior parte della lunghezza rimane costante.
Quindi valori tutti nulli lungo il bordo ovviamente e valori massimi al centro ovviamente.

Naturalmente l’idea di Navier non è cosi limitata perché ci consente anche di analizzare quello che
accade per un carico distribuito su di una parte della piastra, la soluzione ovviamente è la stessa. Il
problema è che dobbiamo, semplicemente, quando andiamo a scrivere Amn che era l’integrale
esteso alla piastra di p(x,y) per in seno eccetera, stavolta l’integrale non va esteso alla piastra ma va
esteso soltanto alla zona nella quale è applicato il carico.
Quindi se per esempio il carico è uniforme nella zona di ampiezza c per d

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Evidentemente, l’integrale lo possiamo fare molto facilmente e quindi abbiamo la possibilità di
costruirci le varie ampiezze della risposta e come al solito ci stanno i termini che contengono il
baricentro della zona caricata e la lunghezza lungo le due direzioni della zona caricata

Possiamo divertirci, possiamo fare tendere d e c a zero, quindi le due larghezze a zero in modo tale
da capire cosa succede quando il carico è concentrato.

Ed otteniamo una soluzione di questo genere.

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Questo è quello che ci consente l’analisi di Navier.

L’analisi di Levy è un analisi sicuramente più completa, che vi invito a leggere, a parte la
pesantezza matematica sulla quale potete sorvolare, ma praticamente mostra come è possibile
esprimere delle condizioni al contorno completamente diverse l’una dall’latra.
Quindi per esempio potete risolvere problemi con le condizioni al contorno più varie, incastrata da
due parti, libera dall’altra eccetera.
Cosa ha fatto Levy? Non ha fatto altro che prendere, è stato un secolo dopo Navier, l’equazione

Ha detto: questa è un’equazione differenziale a derivate parziali del 4 ordine avrà un omogenea
associata con un suo integrale generale e poi avrà un integrale particolare dell’equazione completa

Capiamo quale debba essere la soluzione dell’omogenea associata, soluzione dell’equazione bi-
armonica quindi già nota.

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Andiamo a calcolarci quelle che devono essere le condizioni per la soluzione dell’integrale
particolare ed otteniamo una equazione simile a quella che abbiamo ottenuta nel metodo precedente,
della forma

E le andiamo a risolvere.

L’idea che si utilizza quando si impiega il metodo di Navier assomiglia tanto al coumpading.
Qui abbiamo appoggio, appoggio, incastro e libero

Somiglia tanto al prendere dei casi simili a quelli, o per meglio dire, simili come geometria, non
simili come condizioni vincolari e sovrapporre le soluzioni fino ad ottenere queste condizioni al
contorno.
Allora per esempio qui abbiamo tutte le parti appoggiate

Le successive sono delle condizioni dove sono applicati determinati sforzi al contorno che sono
quelli che mi devono annullare quelli che provengono dal caso precedente per ottenere le condizioni
al contorno della mia piastra

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Nel secondo caso devo annullare le tensioni che mi vengono dal caso precedente per realizzare una
condizione libera
Nella terza ho libera, appoggiata, appoggiata, devo applicare quei carichi che mi devono rendere
incastrato il bordo. Quei carichi che mi devono impedire gli abbassamenti e le inclinazioni.
Quindi il caso che devo esaminare me lo sto costruendo per sovrapposizione.

Abbiamo visto che gli sforzi normali noi li trascuriamo, e lavoriamo sempre sui momenti flettenti e
i momenti torcenti, in realtà se w=0, teoricamente, la condizione di equilibrio nel piano medio è
questa:

Io sto prendendo in considerazione le εx e le εy le du/dx e le dv/dy , cioè sarebbero

Se io non voglio far comparire l’accoppiamento con il comportamento flessionale devo dire che mi
trovo in un caso in cui w=0 o comunque è trascurabile.

Se è trascurabile, passando alle risultanti delle tensioni

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Io ottengo due equazioni differenziali che contengono soltanto le risultanti da sforzo normale e le
risultanti da taglio che vanno a confrontarsi con i carichi, px e py che agiscono in direzione parallela
al piano, quindi non sono carichi normali sono carichi radenti la superficie superiore e per essa
quella media della piastra.

Se invece w non è trascurabile, allora sostanzialmente mi comparirà



x   u     u0     z w  un accoppiamento con la w.
x x x  x 

Utilizzando quest’accoppiamento si può far vedere che l’equazione di equilibrio flessionale della
piastra che noi abbiamo scritto come

È uguale a

Dove oltre il carico applicato ci sono anche gli sforzi agenti sul piano medio.

Questo è un fatto molto importante, in merito alla stabilità.


In realtà quello che è interessante da questo è che allora sulla deformazione flessionale di una
piastra gioca un ruolo importantissimo qualsiasi carico parallelo al piano medio.

Per esempio questo è il caso del carico uniformemente distribuito sulla piastra, soluzione di Navier,
nell’ipotesi in cui ci sia una Nx.

Allora vedete che una trazione nel piano medio, come è intuitivo, mi riduce gli abbassamenti
flessionali, quando si fà quel gioco con il lenzuolo con quel tipo che saltella noi stiamo facendo
proprio questo, applichiamo un carico di trazione sul bordo del lenzuolo e abbassiamo, in quel caso
di fa anche per cercare di molleggiare, però praticamente quello che importa è che l’abbassamento
si va riducendo. Quello che succede nella instabilità dei pannelli e che questa N è di compressione
allora w diventa più grande e tende ad andare ad infinito quando il denominatore della precedente
relazione va a zero e li si scatena l’instabilità della piastra sottoposta a flessione.

La prossima volta parleremo di gusci.

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