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ANALISI DI “FOE” DI COETZEE 

La  riscrittura  che  prendiamo  ora  in  considerazione  è  il  romanzo  Foe  dello  scrittore  bianco  sudafricano  J.  M. 
Coetzee.  Questo  testo  rappresenta  una  delle  più  importanti  riscritture postcoloniali del Robinson Crusoe di Daniel 
Defoe,  universalmente  riconosciuto  come  produzione  letteraria  emblematica  della  visione  moderna  coloniale 
dell'Europa  settecentesca.  Il  testo  di  Coetzee  non  solo  mette  in  luce  una  storia  diversa  da  quella  che  ci  viene 
narrata  da  Defoe,  ma  è  anche  impreziosito  dalla  presenza  dello  scrittore  stesso  -  Foe  nel  testo  -  all'interno  della 
vicenda.  Tali  caratteristiche  rendono  dunque  questa  riscrittura  estremamente  interessante,  sia  perché  viene  resa 
centrale la figura di Venerdì, sia perché emerge il ruolo di dominatore che lo scrittore ha nel costruire le sue storie. 
 
La  storia  inizia  con  il  naufragio  di  Susan  Barton su un'isola sconosciuta. Qui la donna incontra gli unici due abitanti 
dell'isola:  Cruso,  un  inglese  che  aveva fatto naufragio tanti anni prima, e Venerdì, il suo fedele servitore nero. Come 
prima  cosa  Susan racconta a Cruso la sua storia: dal viaggio in Brasile in cerca della figlia, fino al tentativo di ritorno 
in  Inghilterra  in  seguito  al  fallimento  della  sua  ricerca.  Dopo  aver  finito  di  narrare  le  sue  avventure,  tenta  di  farsi 
raccontare  il  passato  dei  due  isolani,  ma  non  vi  riesce  per  due  motivi:  in  primo  luogo  perché  Cruso  è  talvolta 
evasivo  sul  suo  passato,  talvolta  confuso;  poi  perché  Venerdì  non  può parlare in quanto gli è stata tagliata la lingua 
molto  tempo  prima. Susan cerca allora di indagare sul dramma di Venerdì per sapere chi siano gli autori di un gesto 
così  terribile,  ma,  dai  racconti  di  Cruso,  non  riesce  a  convincersi  che  a  mutilarlo  siano  stati  davvero  i  mercanti  di 
schiavi.  Susan  passa  così  intere  giornate  in  silenzio,  intervallate  solamente  da  rare  conversazioni  con  Cruso,  dalle 
quali  spesso  rimane  sconvolta  per  il  carattere  ed  il  modo  di  pensare  del  vecchio  naufrago.  La  donna infatti scopre 
che  l'uomo  non  solo  non  ha  mai  tenuto  un  diario  o  il  conto  degli  anni  passati  sull'isola,  ma  che  egli non sembra in 
nessun  modo  intenzionato  a  fare  ritorno  alla  civiltà.  L'emblema  di  questo  suo  rifiuto  emerge  dopo  che  una  nave 
casualmente  di  passaggio  li  imbarca  per  riportarli  in  Inghilterra.  In  quel  momento Cruso è malato, ha una di quelle 
febbri  che  ogni  tanto gli vengono, ma quando capisce che dei marinai lo stanno portando via dall'isola, si ribella con 
vigore,  pur  non  riuscendo  ad  opporsi.  Sulla nave Cruso, nonostante le cure del medico, non riesce a guarire e, a tre 
giorni dall'arrivo in Inghilterra, muore in mare aperto. 
 
Giunti a destinazione, Susan incarica lo scrittore Foe di raccontare la storia dell'isola, di lei, di Cruso e di Venerdì. In 
attesa  che  Foe  scriva  la  loro  storia,  Susan  vive  in  uno  stato  di  agitazione:  da  un  lato,  infatti,  ella  è  impietosita  da 
Venerdì  che  non  riesce  ad  ambientarsi  in  Inghilterra;  dall'altro,  sente  di  non  poter  trovare  pace  finché  non  avrà 
sotto  mano  la  propria  storia  e  soprattutto  quella  di  Venerdì.  Durante  questa  attesa,  Susan  cerca  in  tutti  i  modi  di 
comprendere  più  cose  sul  passato di Venerdì: prova a capire chi sia stato a tagliargli la lingua e tenta di comunicare 
con  lui  in  vari  linguaggi,  anche  attraverso  la  danza  e  la  musica,  ma senza mai riuscirci. Nel frattempo compare una 
strana  figura  femminile  che  si  spaccia  per  la  figlia  di  Susan,  ma  che  questa  non  riconosce  come  tale.  In  questa 
situazione,  data  anche  la  scomparsa  di  Foe  per  problemi  di  giustizia,  Susan  cerca  di  far  imbarcare  Venerdì  per 
l'Africa,  la  sua  presunta  terra  natia,  ma  vi  rinuncia  dopo  aver  compreso  che  la  vita  di  Venerdì  sarebbe  molto  più a 
rischio  una  volta  salpato.  Dopo  diverse  disavventure,  Susan  e  Venerdì  raggiungono  Foe  nella  sua  nuova 
casa-nascondiglio. Qui hanno luogo delle accese discussioni tra Susan e Foe sulla storia che deve essere raccontata: 
infatti,  mentre  la  storia  che  ella  desidera  è  in  primo  luogo  quella  dell'isola  e  di  Venerdì,  Foe  vede  l'isola  solo come 
una  piccola  parte  della  storia  di  Susan  alla  ricerca  della  figlia.  Secondo  lo  scrittore,  infatti,  la storia di Venerdì non 
può  essere  scritta,  almeno  fino  a  quando  non sarà in grado di raccontarla lui stesso. A questo punto, su consiglio di 
Foe,  la  donna  cerca  di  insegnare  a  Venerdì  a  scrivere,  nella  speranza  che  questi  possa  un  giorno  raccontare  la 
propria  storia  attraverso  la  scrittura;  ben  presto,  tuttavia,  è  costretta  ad  arrendersi  poiché  Venerdì  sembra  non 
comprendere.  La  storia  finisce  con  Foe  che  tenta  di  insegnare  a  Venerdì  le  lettere  dell'alfabeto,  un  tentativo  che 
ormai  agli  occhi  di  Susan  è  del tutto inutile: Venerdì non riuscirà mai a comunicare la propria storia, resterà chiuso 
per  sempre  nel  suo  silenzio. In realtà, però, il romanzo non finisce qui, ma si conclude con due bellissime immagini, 
due  rappresentazioni  onirico-allucinanti  di  cui  parleremo  più  avanti,  che  racchiudono  il  significato  profondo 
dell'opera di Coetzee. 
 
Il  Foe  è  dunque  una  riscrittura  che  presenta  numerosi  aspetti  di  critica  del  pensiero  coloniale,  ma  anche  del 
maschilismo  diffuso  nella  società  europea  settecentesca.  Coetzee,  infatti,  pone  al  centro  del  romanzo  due 
problematiche  diverse  ma  complementari:  da  un  lato  il  silenzio  di  Venerdì,  rappresentato  come  oggetto  che  non 
può  diventare  soggetto  se  non  autodeterminandosi;  dall'altro,  la  voce  di  Susan,  narratrice  che  si  sente  priva  della 
capacità  necessaria  per  scrivere,  ma  che  comunque  si  oppone  prima  alle  prepotenze  di  Cruso  e  poi alla storia che 
Foe  ha immaginato per lei. Tra questi due temi apparentemente antitetici (la silenziosa passività di Venerdì e l'attiva 
ribellione  di  Susan)  si  muovono  poi  altre  tematiche,  quali  il  ruolo  dello  scrittore  nel  determinare  le  storie  che 
costruisce e la figura di Cruso come esempio del pensiero coloniale europeo rivisto da una nuova prospettiva. 
 
Nel  suo  testo,  Coetzee  riscrive  radicalmente  la  figura  di  Cruso,  dipingendolo  in  maniera del tutto opposta rispetto 
al  protagonista  del  Robinson  Crusoe.  Infatti,  se  nella  storia  originale  Robinson  è  un  personaggio  attivo,  lavoratore 
instancabile  che  non  perde  mai  la  speranza  di  andar via dall’isola, Cruso ne è l’esatto contrario. Fin dai primi istanti 
emerge  in  maniera  stridente  questa  differenza:  Cruso,  infatti,  si  limita  a  costruire  il  minimo  necessario  per  vivere 
alla  giornata;  la  sua  dimora  viene  descritta  così:  “al  centro  del  pianoro  c’era  un  ammasso  di  rocce  alte  quanto una 
casa.  Fra  due  di  queste,  Cruso  si  era costruito una capanna di pali e giunchi […] Nella capanna Cruso aveva un letto 
angusto,  tutto  il  suo  mobilio.  Il  pavimento  era costituito dalla nuda terra. Il giaciglio di Venerdì era una stuoia sotto 
la  gronda”.  Inoltre,  Cruso  ha  anche  perso  il  desiderio di lasciare l’isola: quando Susan gli chiede perché non si fosse 
mai costruito una barca, questi risponde di non voler più andare via, e Susan trae le sue conclusioni: 
 
“Così  iniziai  a  capire  che  esortare  Cruso  a  mettersi  in  salvo era fiato sprecato. Invecchiare nel regno della sua isola 
senza  nessuno a dirgli mai di no aveva circoscritto il suo orizzonte a tal punto – per quanto l’orizzonte intorno a noi 
fosse  vasto  e  maestoso!-  che  Cruso era ormai persuaso di sapere tutto del mondo. […] Il suo cuore era determinato 
a  rimanere  fino  al  giorno  della  sua  morte  sovrano  di  quel  minuscolo  reame.  In  verità,  non  era  la  paura  dei  pirati o 
dei  cannibali  a  trattenerlo  dall’accendere  falò  o  dal  danzare  in  cima  alla  collina  sventolando  il  cappello,  bensì 
indifferenza a salvarsi, abitudine, e la cocciutaggine della vecchiaia”. 
 
A sconvolgere ulteriormente Susan è il fatto che Cruso non solo non abbia mai sentito l’esigenza di tenere un diario, 
ma  non  abbia  mai  neanche  conteggiato  il  tempo  trascorso  sull’isola:  “ho  cercato  tra  i  pali  che  sostentavano  il 
soffitto  e  tra  le  gambe  del  letto,  ma  non  ho  trovato  incisioni  nel  legno,  e  nemmeno  tacche  da  cui  desumere  che 
tenesse  il  conto  degli  anni  di  esilio  e  dei  cicli  lunari”.  Inoltre, alla domanda sul perché egli non scriva un diario così 
da  poter  narrare un giorno la propria avventura al resto del mondo dandogli credibilità, la risposta di Cruso è carica 
di  irremovibile  convinzione  nelle  proprie  idee:  “Nulla  si  dimentica,  nulla  di  ciò  che  ho  dimenticato  vale  il  ricordo. 
[…]  Lascerò  dietro  di  me  i  terrazzi  e  i  muretti,  saranno  sufficienti.  Saranno  più  che  sufficienti”.  In  effetti,  l’unica 
attività  che  occupa  Cruso  e  Venerdì  per  gran  parte del tempo è terrazzare il terreno: spostano montagne di pietre, 
ripuliscono  la  terra  dalle  erbacce,  senza  però che ciò possa mai essere loro di alcuna utilità poiché non dispongono 
di  semi  da  piantare.  È  proprio  in  questa  immagine  che  si  racchiude  il  Cruso  del  Foe:  arroccato  sulle  proprie 
convinzioni,  egli  non  vuole  allontanarsi  dall’isola  perché  lì  ha  creato  il  suo regno; non cerca di migliorare il proprio 
stile  di  vita  sull’isola;  non  tiene  memoria  della  sua  storia,  ma  si  impegna  invece  a  costruire  un  qualcosa  che  non 
servirà mai né a lui né a Venerdì. “Pianteranno coloro che verranno dopo di noi e avranno la lungimiranza di portare 
con  sé  le  sementi.  Io  mi  limito  a preparare il terreno e ad accatastare pietre”, afferma Cruso, uomo completamente 
privo  di  speranze  quanto  meno  per  se  stesso,  la  cui  unica  volontà  è  regnare  nell’isola  con  il  suo  unico  suddito, 
Venerdì.  Insomma,  se  il  Robinson  di  Defoe  poteva  a  tutti  gli  effetti  essere  considerato  il  modello  dell’uomo 
moderno,  capace  di  costruire  dal  nulla  una  vita  dignitosa,  il  Cruso  di  Coetzee  sembra  piuttosto  l’immagine  dello 
stesso  uomo  rivisto  dalla  prospettiva  postmoderna,  un  uomo  convinto  in  modo  erroneo  delle  proprie  idee  e  non 
disposto ad accettare sconvolgimenti nel suo piccolo mondo. 
 
La  notevole  differenza  che  emerge  tra  il  Cruso  di  Coetzee  e  il  Robinson  di  Defoe  trova  una  sua  giustificazione 
proprio  all’interno  del  Foe.  In  diversi  momenti  nei  dialoghi  tra  Foe  e  Susan,  quest’ultima  ha  la  sensazione  che  lo 
scrittore  voglia  modificare  la  storia,  aggiungendo  elementi  inventati.  Di  fronte  a  questa  volontà  dello  scrittore, 
Susan  da  un  lato  riconosce  la  necessità  di  aggiungere  nella  storia  alcuni  elementi  per  poter  accattivare  i  lettori, 
dall’altro  però  non  accetta  che  essa  venga  completamente  stravolta,  come  in  più  riprese  Foe  sembra  voler  fare,  e 
poi  effettivamente  farà  nel  Robinson  Crusoe.  Fin  dall’inizio  Susan  presagisce  che  Foe vorrebbe modificare la storia 
per  renderla  “meno  monotona”;  in  particolare,  sente  il  suo  personaggio  a  rischio  di  cancellazione.  Scrive  infatti  a 
Foe  in  una  lettera:  “Sarebbe  stato  meglio  se  ci  fossero  stati  solo  Cruso  e  Venerdì  –  mormorerete  –  Sarebbe  stato 
meglio  senza  la  donna”,  immaginando  già  di  essere  eliminata  dal  racconto.  In  realtà,  però,  Foe  nel  testo  nega 
sempre  questa  eventualità,  anzi,  per  lui  la  storia  da  raccontare  non  è  quella  dell’isola,  ma  quella  di  Susan,  La 
Naufraga, ovvero Susan alla ricerca di sua figlia: 
 
“In  tutto  abbiamo  cinque  parti:  la  scomparsa  della  figlia;  la  ricerca  della figlia in Brasile; l’abbandono della ricerca e 
l’avventura  sull’isola;  la  ripresa  della  ricerca  da  parte  della  figlia;  il  ricongiungimento  di  madre e figlia. È così che si 
fa  un  libro:  scomparsa, poi ricerca, poi ritrovamento; inizio, poi svolgimento, poi fine. […] Di per sé, l’isola non è una 
storia.  Possiamo  darle  vita  soltanto  inserendola  in  una  storia  più  ampia.  L’isola  manca  di  luci  e  ombre.  È  troppo 
uguale a se stessa”. 
 
Foe  quindi  mette  da  parte  la  storia  di  Cruso  e  dell’isola  (o  almeno  questo  è  quello  che  fa  intendere  a  Susan)  e 
afferma  di  voler  scrivere  la  storia  della donna. Così facendo si crea una scissione tra la storia realmente scritta, che 
verte  sul  rapporto  Uomo/Natura  e  colonizzatore/colonizzato,  e  la  storia  immaginata,  che  invece  si  dovrebbe 
concentrare  sulla  storia  madre/figlia. Rimane tuttavia da comprendere se l’intenzione di Foe di scrivere la storia de 
La  Naufraga  e  abbandonare  la  vita di Cruso sia reale o meno. Non c’è dubbio, in ogni caso, sul fatto che Foe si rifiuti 
di scrivere la storia di Venerdì: 
 
“La  storia  della  lingua  di  Venerdì  è  una  storia  che  non  si  può  raccontare, o che io non sono in grado di raccontare. 
Cioè,  si  possono narrare molte storie sulla lingua di Venerdì, ma la vera storia è sepolta dentro di lui, che è muto. La 
vera storia non si potrà ascoltare finché, grazie all’arte, non si troverà il modo di dare voce a Venerdì”. 
 
Foe  quindi  afferma  di  non  poter  scrivere  la  storia  di  Venerdì,  perché  non  sa  quale  storia  narrare.  In  questo modo, 
Coetzee  disegna  un  Foe che non vuole scrivere la storia di Venerdì poiché la ignora; che vorrebbe raccontare la vita 
di Susan sebbene lei non voglia; ma che alla fine scriverà le avventure di Cruso adattandole alle sue necessità. 
 
Emerge  così,  in  maniera  evidente,  il  ruolo  svolto  dallo  scrittore  nel  costruire  le  storie.  La  scrittura  viene  descritta 
come  un’arte  tirannica  e  mistificatoria,  che  però  è  necessaria  per  salvare  le  storie  dall’oblio.  Tale  pratica  è 
fondamentale  soprattutto  per  Susan,  che,  senza  la  propria  storia  e  quella  dell’isola,  non  riesce  più  a  sentirsi  se 
stessa:  “Rendetemi  la  consistenza  che  ho  perduto,  Signor  Foe:  è  questa  la  mia  supplica”,  scrive  Susan  in  una  delle 
sue  lettere.  Ella,  infatti,  sente  la  necessità di avere per iscritto il racconto dell’isola e dei suoi abitanti, lei compresa: 
inizialmente  si trattava soltanto della volontà di informare il mondo circa la loro avventura; successivamente questa 
necessità  si  modifica  in  un  bisogno  profondo  di  dare  senso  alla  loro  storia,  e  dunque  alle  loro vite. Mentre aspetta 
che  Foe  finisca  di  scrivere,  Susan,  non  sopportando  l’attesa  e forse immaginandosi di non ricevere dallo scrittore il 
testo  desiderato,  si  improvvisa  scrittrice  lei  stessa.  Pur  riconoscendo  la  sua  scarsa, se non nulla abilità di scrittura, 
Susan  scrive  la  sua  storia  e  lo  fa difendendo l’isola, analizzando i particolari sfuggiti alla prima stesura e demolendo 
le  obiezioni  di  monotonia  mosse  da  Foe.  Tuttavia,  è  consapevole  di  non  poter  controbattere  alla  conoscenza  e 
all’abilità  dello  scrittore  di  professione,  e  proprio  da qui nasce in lei la volontà di “far da padre” alla propria storia: è 
per  questo  che  rifiuta  ogni  proposta  di  Foe  di  modificare  il  racconto  o di mettere l’isola in secondo piano, ed è per 
questo che alla fine è lei la vera narratrice del Foe. 
 
È  così  dunque  che  Susan  diventa  scrittrice,  anche  se  solo  per  dare  informazioni  a Foe: in realtà, si tratta dell’unico 
modo  che  ha  per  preservare  il  senso  di  ciò  che  ha  vissuto.  Il  dramma  di  essere  cancellata  dal  racconto,  Susan  lo 
esprime  in  diverse  occasioni,  ma  è  nell’immagine  dell’infante  senza  vita  che  questa  paura  si cristallizza al massimo 
livello.  Mentre  Susan  e  Venerdì  si  dirigono  al  porto  di  Bristol,  la  donna  vede  un  fagotto  e  manda  Venerdì  a 
raccoglierlo;  aprendolo  vede  che  era  “il  corpo, nato morto o forse soffocato, tutto sporco di sangue e ancora con la 
placenta,  di  una  bambina,  perfettamente  formata,  i  pugnetti  vicini  alle  orecchie, il viso sereno, venuta al mondo da 
un  paio  d’ore.  Di  chi  era?”.  La  sua  risposta  è  emblematica:  “Chi  mai  poteva  essere  quella  bambina  se  non  io,  in 
un'altra  vita?”.  A  ben  guardare,  in  tale  risposta  è  racchiusa  la  consapevole  critica  alla  scomparsa  della  donna  dalla 
storia  di  Defoe.  È  proprio  in  questa  scena  così  dura  che  si  racchiude  infatti  il  dramma  dell’eliminazione  di  Susan 
dalle  vicende  del  Robinson.  È  come  se  la  donna  vedesse  la  sua  fine  nella  storia  di  Defoe:  quel  “nata  morta  o 
soffocata” sembra sottolineare null’altro che l'eliminazione e il silenziamento di Susan dal racconto dell'isola. 
 
La  presenza  di  una  donna  nel  Foe,  e  per  di  più  di  una  narratrice,  è  stata  indicata  da  diversi  critici  come  un 
espediente  che  Coetzee  ha  utilizzato  per  varie  ragioni.  Innanzitutto,  come  abbiamo  già  detto,  la  figura  di  Susan 
rappresenta  una  critica  alla  società  maschilista  dominante:  infatti,  nella  sua  volontà  di  far  da  padre  alla  propria 
storia  è  presente  la  consapevolezza  che  la  donna  non  è  riconosciuta  come  soggetto  dotato  della stessa autorità di 
cui  gode  l’uomo.  In  secondo  luogo,  la  donna  rappresenta  un  agente  di  rottura  rispetto  alla  narrativa  moderna.  La 
presenza  di  Susan  comporta  infatti  una  presa  di  distanza  dal  romanzo  originario:  ella  si  ribella  strenuamente  alla 
volontà  di  Foe  di  modificare  la  storia;  non  sopporta  che  essa  prescinda  dal  silenzio  di  Venerdì  o venga contornata 
da  elementi  di  cui  non  è  stata  testimone.  In  questo  modo  Susan  costituisce  il  veicolo  più  appropriato  per 
interrogare  le  strutture  di  potere  e  muovere  loro  obiezioni.  Susan  è  consapevole  della  propria  marginalità 
all'interno  della società inglese, ma è proprio tramite questo suo scontrarsi con la realtà che riesce ad opporsi a tale 
condizione,  arrivando,  grazie  alla  scrittura,  a  far  diventare  il  marginale  un  oggetto  di  conoscenza.  Susan è dunque 
l'esemplificazione  di  un  soggetto  interno  alla  struttura  di  potere  ma  allo  stesso  tempo  marginalizzato,  una 
condizione  che  assomiglia molto a quella di Coetzee, in quanto scrittore sudafricano bianco. Anche Coetzee, infatti, 
sa  di  non  essere  esterno  alle  relazioni  di  potere,  ma,  come  Susan,  vi  si  oppone  affinché  il  marginalizzato  divenga 
soggetto.  L'assunzione  della  prospettiva  femminile  è  infatti  presente  in  diverse  opere  di  Coetzee:  sia  in  Nel  cuore 
del paese che in Età di ferro lo scrittore assume il punto di vista femminile per criticare la struttura di potere bianca 
e  maschilista.  In  Foe,  è  proprio  Susan  l’eroina  che  riesce  ad  interrogare  il  potere,  che nel libro è rappresentato dal 
ruolo della penna di Foe, a cui si ribella opponendo la propria scrittura. 
 
Susan Barton, tuttavia, non rappresenta solamente una diversa prospettiva scelta da Coetzee per criticare la società 
moderna:  ella,  infatti,  è a sua volta riscrittura di un altro personaggio sempre dello stesso Defoe, Lady Roxana. I due 
personaggi  non  solo  condividono  il  nome  (anche  il  nome  di  Roxana  è  Susan),  ma  presentano  diverse  somiglianze. 
Entrambe  infatti  incarnano  dei  modelli  rivoluzionari  di  donna:  indipendenti  dal marito, si collocano al di fuori della 
rigida  struttura  della  famiglia  settecentesca,  vivendo  in  maniera  disinibita  la  propria  sessualità.  Similmente  a 
Roxana,  Susan  si  concede  agli  uomini  della  storia  ben  due  volte,  prima  con  Cruso,  poi  con  Foe,  e  non  mancano 
allusioni  ad  altri  rapporti.  Tuttavia, Susan Barton rappresenta in qualche modo un superamento di Lady Roxana, dal 
momento  in  cui  la  sua  autonomia  non  viene  più  dipinta come amorale, cosa che invece avveniva per il personaggio 
di  Defoe:  nel  Foe  ella  viene  descritta,  o  meglio  si  descrive,  senza  alcuna  accusa  di  immoralità.  Quando  infatti  il 
capitano  della  nave  che  li  ha  tratti  in  salvo  dall'isola  consiglia  a  Susan  di spacciarsi per la moglie di Cruso – perché 
altrimenti  “non  sarebbe  stato  compreso  che  genere  di  donna”  fosse  –  Susan  scoppia  a  ridere  e  si  chiede:  “Che 
genere di donna ero, in verità?”. 
 
Sebbene  Susan  sia  marginalizzata  dalla  società  in  quanto  donna  e  tuttavia  autonoma  e  indipendente  dalla  logica 
della  società  stessa,  ella  non  è  un  personaggio  completamente  avulso  dagli  atteggiamenti  e  dai  modi  di  pensare 
tipicamente  coloniali.  Inizialmente,  infatti,  Susan  diffida  di  Venerdì  e  riconosce di averlo considerato a lungo come 
uno  schiavo,  anche  se  dopo  aver  lasciato  l'isola  si  redime  nel  tentativo  di  restituirgli  la  voce  e  di  scoprire  la  sua 
storia.  Ciononostante  è  lei  stessa  ad  ammettere  che  quando  cerca  di  insegnargli  le  parole,  “ci  sono  volte  in  cui  la 
benevolenza  mi  abbandona  e  uso le parole solo come il modo più facile per sottometterlo alla mia volontà. In questi 
momenti,  capisco  perché  Cruso  preferisse  non  stuzzicare  il suo mutismo. Capisco, cioè, perché un uomo sceglie di 
possedere  degli  schiavi.  Avrete  minor  considerazione  di  me  dopo  questa  confessione?”,  chiede  a Foe, facendo così 
emergere  un  senso  di  colpa,  che  evidenzia  il  prevalere  delle  sue  buone  intenzioni.  A  riguardo  Spivak  analizza  il 
tentativo di Susan di insegnare a Venerdì a scrivere la parola Africa: 
 
“[…]  poi  cominciai a insegnargli a scrivere Africa. La raffigurai come una fila di palme con un leone che vi si aggirava 
in mezzo. La mia Africa era l'Africa di cui Venerdì conservava memoria? Ne dubitavo”. 
 
Proprio  circa  i  dubbi  e  il  tentativo  di  Susan,  Spivak  afferma  che  “il  suo  sforzo  è  colmo  di  significato  e  di  limiti. 
L'anti-imperialista  metropolitano  [Susan]  non  può  insegnare  al  nativo  il  nome  proprio  della  sua  nazione  o  del  suo 
continente”.  Tuttavia,  lo  sforzo  di  Susan  non  va  letto  come  tentativo  di  imporre  a  Venerdì  la  descrizione  della sua 
nazione,  ma  piuttosto  come  un  modo  per  ridargli  la  possibilità  un  giorno  di  diventare soggetto. All’inizio, infatti, la 
donna  è  convinta  che  sia  solo  imparando  a  comunicare  che  Venerdì  potrà  raccontare  la  sua  storia  e,  con  essa, 
conquistare  la  libertà  di  esprimersi  autonomamente. Poco dopo, però, Susan si rende conto che il vero problema di 
Venerdì  è  in  realtà  un  altro:  egli  non  potrà  mai  utilizzare  la  scrittura per diventare soggetto non perché non ne sia 
capace,  ma  perché  esistono  concetti,  come  la  libertà,  che  non  possono  essere  imparati  sui  libri:  “Come  potrà 
riavere  la  libertà,  se  per  tutta  la  vita  è  stato uno schiavo? […] Come può sapere cosa significhi la libertà, se a stento 
conosce  il  proprio  nome? […] Tutto ciò che urge nel cuore di Venerdì non troverà risposta in prendi o scava o mela, 
e  nemmeno  in  nave  o  Africa.  In  lui  ci  sarà  sempre  una  voce  che  sussurrerà  dubbi,  a  parole  o  tramite  suoni 
indefinibili,  motivi,  o  ancora  variazioni  di  toni”.  Per  Susan,  quindi,  Venerdì  non  riuscirà  a  conquistare  la  libertà 
perché  nella  sua  vita  non  l’ha  mai  vissuta  e  non  potrà  mai  imparare  il  suo  significato  solo  attraverso  delle  lettere 
scritte su una lavagnetta. 
 
Concentrandoci  ora  sul  personaggio  di  Venerdì,  possiamo  affermare che è lui il vero protagonista del Foe. Sebbene 
egli  sia  considerato  da  tutti  come  l'oggetto  che  non  riesce  e  non  può  diventare  soggetto,  tutta  la  storia  è  tesa 
attorno  alla  sua  figura,  al  suo  silenzio.  Anche  quando  non  si  fa  riferimento  a  lui,  si  sente  la  sua  presenza.  Susan 
afferma  che  quando  rimaneva  sveglia,  non  poteva  fare  a  meno  di  ascoltare “il pulsare del sangue nelle orecchie e il 
silenzio  di  Venerdì al piano di sotto, un silenzio che saliva su per le scale come fumo, come una voluta di fumo nero. 
Ben  presto  non  riuscivo  più  a  respirare,  mi  sembrava  di  soffocare  nel  mio  letto.  I  polmoni,  il  cuore,  la  testa  erano 
pieni  di  fumo  nero”. È proprio questa la sensazione che riempie il testo: anche quando Venerdì non è al centro della 
scena  il  lettore  è  portato  a  chiedersi  di  lui,  di  cosa  stia  facendo.  Ad  esempio,  durante  le  lunghe 
conversazioni/discussioni  tra  Susan  e  Foe,  Venerdì  scompare,  ma  il  suo  silenzio  aleggia  esattamente  come  “un 
fumo nero”. 
 
Il  Venerdì  descritto  nel  Foe  è  completamente  differente  da  quello  descritto  da  Defoe.  Infatti,  il  Venerdì  del 
Robinson è 
 
“il  prototipo  del  soggetto  coloniale  riuscito.  Impara  la  lingua  del  padrone,  fa  il  lavoro  del  padrone,  gli  giura 
felicemente  fedeltà,  crede  che  la  cultura  del  padrone  sia  migliore,  e  uccide  il  proprio  sé  altro  per  entrare  nelle 
ombrose pianure dell'Europa nordoccidentale”. 
 
Il  Venerdì di Coetzee è un personaggio ben diverso: è fedele a Cruso e dispiaciuto della sua morte, ma non riesce ad 
integrarsi  nella società inglese, il suo luogo rimane l'isola. Questo suo star male si riflette nella sua danza, una danza 
che  secondo  Susan  lo  allontana  da  se stesso, da lei, ma soprattutto dall'Inghilterra. Venerdì, quindi, non si inserisce 
affatto  nella  società  del  padrone,  rimane  sempre  l’altro,  sia dalla sua prospettiva che da quella della società inglese. 
La  ragione  di  tale  estraneità  sembra  consistere  in  un  insormontabile  problema  di  comunicazione:  non può parlare 
perché  è  muto;  Susan  teme  che  “dopo  tanti  anni  passati  senza  parlare,  abbia  perduto  la  nozione  stessa  di 
linguaggio”;  sembra  assente  e  distante  durante  i  tentativi  della  donna  di  comunicare  con  lui;  l'unico  rumore  che 
emette  è  un  mugolio,  e  l'unica lettera che pronuncia la lettera H, la consonante muta. Anche quando Susan tenta di 
insegnargli  a  scrivere  disegnando  un  oggetto  e poi scrivendo la parola corrispondente, non si capisce se scrive o se 
semplicemente  ripete  l'azione  fatta  da  Susan,  se  associa  il  termine  all'oggetto  ritratto  oppure  se  agisce in maniera 
meccanica.  Il  fallimento  della  comunicazione  si  manifesta  anche  nella  scena  finale,  quando  Venerdì  scrive  alla 
lavagna  solo  tante  lettere  O. Per Foe questo è l'inizio, “domani dovrete insegnargli la a”, dice a Susan; ma in realtà la 
O,  considerando  il  tentativo  fallimentare  di  Susan,  rappresenta  l'Omega,  ovvero  la  fine,  il termine di ogni tentativo 
di  aprire  una  via  di  comunicazione.  Bisogna  quindi  pensare  che  Venerdì  non  avrà  mai  voce?  che  non  sarà  mai  un 
soggetto?  Ovviamente  no:  il  finale  della  terza  parte  del  libro  non  è  che  la  fine  della  narrazione  di Susan e, forse, la 
fine  della  narrazione  di  Coetzee.  Infatti, il messaggio che emerge è l'impossibilità per Foe, per Susan, così come per 
Coetzee,  di  dare  la  voce  a  Venerdì  in  quanto  posizionati  dall’altra  parte  rispetto  a  lui.  Quindi,  sebbene  l'opera  sia 
incentrata  sulla  figura  del  “selvaggio”,  Coetzee,  in  quanto  scrittore  bianco,  riconosce  l'impossibilità  di 
sovradeterminare  la  storia  di  Venerdì,  di  ridargli  la  voce  attraverso  la  sua  voce.  Il  rischio,  effettivamente,  sarebbe 
quello  di  ricadere  nuovamente  nell'errore  di  imporre  a  Venerdì  una  voce  che  non  sia  la  sua; come afferma Foe nel 
testo:  “La  storia  della  lingua  di  Venerdì  è  una  storia  che  non  si  può  raccontare,  o  che  io  non  sono  in  grado  di 
raccontare.  Cioè, si possono narrare molte storie sulla lingua di Venerdì, ma la vera storia è sepolta dentro di lui”. In 
questo  modo  Coetzee  riconosce  i  suoi  limiti  e  in  qualche  modo  fa  emergere  quella  critica  che nella prima parte di 
questo  lavoro  abbiamo  esposto:  ovvero  che  non  sempre  è  legittimo  parlare  a  nome  dell’altro,  poiché  la  propria 
prospettiva  potrebbe  offuscare  la  sua  vera  voce.  Viene  così  rigettata  nuovamente  la  tesi  della  “teoria  dell'altro 
necessario”  di cui parla Adriana Cavarero, perché effettivamente in questo caso l'unico a poter veramente parlare di 
Venerdì  è  egli  stesso  e  nessun  altro.  È  dunque  impossibile per i narratori del Foe dare la voce a Venerdì, scrivere la 
storia  al  suo  posto,  esprimere  i  suoi  sentimenti  o  i  suoi  pensieri.  Si  osserva  qui  la  consapevolezza  da  parte  di 
Coetzee  di  non  poter  descrivere  correttamente  l’altro;  nonostante  ciò,  egli  cerca  comunque  di  far  emergere  il 
problema:  ovvero  che  Venerdì  non  ha  una  voce,  non  ha  la  libertà  di  autodeterminarsi  e  anzi,  per  lungo  tempo  ha 
parlato  con  una  lingua  che  non  era  la  sua ma che altri hanno scritto per lui. È in quest'ottica che bisogna leggere la 
vera conclusione del Foe. 
 
Nella  quarta  parte,  un  narratore  non  ben  definito  all'interno  di  uno  spazio  metafisico,  entra  nella  storia  del  Foe, 
vede  Susan  e  Foe,  “distesi  l'uno  accanto  all'altra  sul  letto,  senza  toccarsi.  Sotto  la  pelle  tesa,  secca  come  carta,  si 
intravedono  le  ossa”.  Poi  si  avvicina a Venerdì, il quale “sebbene la pelle sia calda” è “come se il cuore battesse in un 
posto  lontano”  (potremmo  chiederci:  l'isola?).  Venerdì  ha  denti  serrati  e  il  narratore  cerca  di  schiuderli;  quando vi 
riesce comincia a sentire… 
 
“[…]  un  tenue  mugghio:  il  mugghiare  delle  onde  in  una  conchiglia,  e  sopra  […]  il  gemito  del  vento  e  il  grido  di  un 
uccello.  Premo  ancora  di  più  per  ascoltare  altri  suoni:  il  cinguettio  dei  passeri,  il  tonfo  sordo  di  una  gravina,  il 
richiamo di una voce. 
 
Dalla sua bocca, senza un respiro, escono i suoni dell'isola”. 
 
In  questo  spazio  indefinito,  dalla  bocca  di  Venerdì  escono  i  suoni  della  natura:  la  sua  voce  è  quella  dell'isola.  La 
narrazione,  però,  continua,  e  scivoliamo  nell'acqua,  nelle  profondità  del  mare.  Entrato  in  un  relitto,  il  narratore 
vede  “nell'acqua  immobile  e  morta,  la  stessa  acqua  di  ieri,  dell'anno  scorso,  di  trecento  anni  fa,  Susan  Barton  e  il 
capitano  morto”.  Non  è  più  la  storia  del  Robinson,  né  quella  del  Foe,  ma  è  un'altra  storia.  Venerdì  ha  una  catena 
intorno al collo, e il narratore gli chiede: 
 
“«cos'è  questa  nave?».  Ma  questo  non  è  luogo  di  parole.  Ogni  sillaba,  mentre  esce,  viene  catturata,  si  riempie 
d'acqua e si propaga. È un luogo in cui i corpi sono segno di se stessi. È la casa di Venerdì. 
 
[…] Passo un'unghia tra i denti, cercando di trovare un varco. La bocca si apre. Da dentro esce un flusso lento, senza 
fiato,  ininterrotto.  Risale  il  suo  corpo  e  fuoriesce  su  di  me;  attraversa  la  cabina,  attraversa  il  relitto;  lambendo  le 
scogliere  e  le  rive  dell'isola,  scorre  verso  nord  e  sud  ai  due  capi  della  terra.  Morbido e freddo, oscuro e senza fine, 
mi batte contro le palpebre, contro la pelle del viso”. 
 
Con  questa immagine, quella della casa di Venerdì, in cui egli porta ancora una catena attorno al collo, si conclude il 
Foe.  Dalla  sua  bocca, però, stavolta esce “un flusso lento, senza fiato, ininterrotto”, una voce che tocca tutta la terra 
e “batte contro le palpebre e contro la pelle del viso”: forse, finalmente, la sua voce 
The Second Coming — W. B. Yeats  

Turning and turning in the widening gyre The falcon 


cannot hear the falconer; Things fall apart; the centre 
cannot hold; Mere anarchy is loosed upon the world, The 
blood-dimmed tide is loosed, and everywhere The 
ceremony of innocence is drowned; The best lack all 
convictions, while the worst Are full of passionate intensity.  
 
Surely some revelation is at hand; Surely the Second 
Coming is at hand. The Second Coming! Hardly are those 
words out When a vast image out of Spiritus Mundi 
Troubles my sight: somewhere in sands of the desert A 
shape with lion body and the head of a man, A gaze blank 
and pitiless as the sun, Is moving its slow thighs, while all 
about it Reel shadows of the indignant desert birds. The 
darkness drops again; but now I know That twenty 
centuries of stony sleep Were vexed to nightmare by a 
rocking cradle, And what rough beast, its hour come round 
at last, Slouches towards Bethlehem to be born?  

IL SECONDO AVVENTO 
 
Girando e girando nella spirale che si allarga 
il falco non può udire il falconiere; 
Le cose crollano; il centro non può reggere; 
Mera anarchia è scatenata sul mondo; 
La corrente torbida di sangue è scatenata, ovunque 
Il rito dell'innocenza è sommerso; 
Ai migliori manca ogni convinzione, mentre i peggiori 
Sono pieni di appassionata intensità. 
 
Di certo qualche rivelazione è vicina; 
Di certo il Secondo Avvento è vicino. 
Il secondo Avvento! Appena dette queste parole 
Una vasta immagine emergente dallo Spiritus Mundi 
Mi turba la vista: in qualche luogo tra le sabbie del deserto 
Una forma - corpo di leone, testa di uomo, 
Lo sguardo inespressivo e spietato come il sole - 
Si muove sulle sue lente cosce, mentre tutto all'intorno 
Turbinano le ombre degli sdegnati uccelli del deserto. 
Le tenebre scendono ancora; ma adesso io so 
che venti secoli di sonno pietroso 
Furono turbati fino all'incubo dal dondolar di una culla. 
E quale mai informe animale, giunta finalmente la sua ora, 
Si avvicina a Betlemme per nascere? 

 
Fern Hill 
by DYLAN THOMAS 

Now as I was young and easy under the apple boughs About the lilting house and happy 
as the grass was green, The night above the dingle starry, Time let me hail and climb 
Golden in the heydays of his eyes, And honoured among wagons I was prince of the 
apple towns And once below a time I lordly had the trees and leaves Trail with daisies 
and barley Down the rivers of the windfall light.  

And as I was green and carefree, famous among the barns About the happy yard and singing 
as the farm was home, In the sun that is young once only, Time let me play and be Golden 
in the mercy of his means, And green and golden I was huntsman and herdsman, the calves 
Sang to my horn, the foxes on the hills barked clear and cold, And the sabbath rang slowly 
In the pebbles of the holy streams.  

All the sun long it was running, it was lovely, the hay Fields high as the house, the tunes 
from the chimneys, it was air And playing, lovely and watery And fire green as grass. And 
nightly under the simple stars As I rode to sleep the owls were bearing the farm away, All 
the moon long I heard, blessed among stables, the nightjars Flying with the ricks, and the 
horses Flashing into the dark.  

And then to awake, and the farm, like a wanderer white With the dew, come back, the 
cock on his shoulder: it was all Shining, it was Adam and maiden, The sky gathered again 
And the sun grew round that very day.  

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So it must have been after the birth of the simple light In the first, spinning place, the 
spellbound horses walking warm Out of the whinnying green stable On to the fields of 
praise.  

And honoured among foxes and pheasants by the gay house Under the new made 
clouds and happy as the heart was long, In the sun born over and over, I ran my 
heedless ways, My wishes raced through the house high hay And nothing I cared, at my 
sky blue trades, that time allows In all his tuneful turning so few and such morning 
songs Before the children green and golden Follow him out of grace,  

Nothing I cared, in the lamb white days, that time would take me Up to the swallow 
thronged loft by the shadow of my hand, In the moon that is always rising, Nor that riding to 
sleep I should hear him fly with the high fields And wake to the farm forever fled from the 
childless land.  

Oh as I was young and easy in the mercy of his means, Time held me green and 
dying Though I sang in my chains like the sea.  

 
IL COLLE DELLE FELCI 
 
Ora io giovane e semplice sotto i rami del melo  
presso la casa sonora e felice come l’erba era verde,  
la notte sulla vallata radiosa di stelle, il tempo mi faceva esultare  
e arrampicare d’oro nel rigoglio dei suoi occhi, e venerato tra i carri ero principe  
delle città di mele e cerunavolta io, il signore, che alberi e foglie  
faceva scendere con orzo e margherite giù per i fiumi di luce  
donati dal vento. 
 
E com’ero verde e spensierato, famoso nei granai, nell’aia felice, 
cantando ché la fattoria era casa, nel sole che è solo una volta giovane,  
il tempo mi faceva giocare, e essere d’oro nella grazia dei suoi mezzi,  
e io ero verde e d’oro, cacciatore e pastore, i vitelli  
cantavano al mio corno, le volpi sui colli latravano nitide e fredde,  
e il sabba risuonava lentamente sui sassi dei sacri torrenti. 
 
E per tutto il sole erano corse, era bello, e i campi di fieno alti come la casa, 
i canti dei camini, era aria e un gioco bello e acqueo e fuoco verde come l’erba. 
E a notte, sotto le semplici stelle mentre cavalcavo nel sonno le civette portavano via la casa,  
e per tutta la luna sentivo, felice tra le stalle, i caprimulghi   
che volavano coi mucchi di fieno, e i cavalli che balenavano nel buio. 
 
E poi svegliarsi, e la fattoria, come un viandante bianco di rugiada,  
tornava col gallo in spalla: tutto era splendente, era Adamo e vergine,  
il cielo si componeva ancora e il sole cresceva tondo proprio quel giorno.  
così dev’essere stato dopo la nascita della luce semplice nel primo spazio roteante, 
gli incantati cavalli caldi al passo fuori dalla verde stalla nitrente  
sopra i campi della lode. 
 
E venerato fra le volpi e i fagiani presso la casa sotto le nuove nuvole  
e gioioso per tutto il tempo del cuore, nel sole che sorge in eterno,  
percorsi le mie strade spensierate, i miei desideri correvano per il fieno alto come la casa  
e nulla m’importava, nei miei traffici azzurro-cielo, che il tempo permette  
in tutte le sue sonore svolte solo poche canzoni del mattino  
prima che i bimbi verdi e d’oro lo seguano senza più grazia. 
 
Non m’importava, nei giorni bianco-agnello, che il tempo  
m’avrebbe condotto su nel solaio fitto di rondini per l’ombra della mia mano,  
nella luna che sempre sta sorgendo, né che cavalcando nel sonno  
l’avrei udito volare insieme ai campi alti  
e mi sarei svegliato nella fattoria scomparsa per sempre dalla terra senza bimbi.  
Oh quando ero giovane e semplice nella grazia dei suoi mezzi,  
verde e morente mi trattenne il tempo benché cantassi nelle mie catene, come il mare.