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Alessandro Francesco Tommaso Antonio Manzoni[16] nacque a Milano, allora parte

dell'impero asburgico, al n. 20 di via San Damiano[17][N 3], il 7 marzo 1785 da


Giulia Beccaria e, ufficialmente, da don Pietro Manzoni[18]. Trascorse i primi anni
di vita prevalentemente nella cascina Costa di Galbiate, tenuto a balia da Caterina
Panzeri, una contadina del luogo[19][20]. Questo fatto è attestato dalla targa
tuttora affissa nella cascina. Sin d'ora passò alcuni periodi alla villa rustica di
Caleotto, di proprietà della famiglia paterna, una dimora in cui amerà tornare da
adulto e che venderà, non senza rimpianti, nel 1818. In seguito alla separazione
dei genitori[N 4], Manzoni venne educato in collegi religiosi.

L'educazione religiosa a Merate e a Lugano

Andrea Appiani, Ritratto di Giulia Beccaria e suo figlio Alessandro Manzoni


bambino, 1790. Il ritratto fu donato da Giulia al Verri, evento che rafforza la
supposta illegittimità di Alessandro[21].
Il 13 ottobre 1791[22] fu accompagnato dalla madre a Merate al collegio San
Bartolomeo dei Somaschi, dove rimase cinque anni: furono anni duri, in quanto il
piccolo Alessandro risentiva della mancanza della madre[N 5] e perché soffriva del
difficile rapporto con i suoi compagni di scuola, violenti[N 6] tanto quanto gli
insegnanti che lo punivano di frequente[23]. La letteratura era già una
consolazione e una passione: durante la ricreazione, racconterà lo scrittore, «…mi
chiudevo […] in una camera, e lì componevo versi»[24]. Nell'aprile del 1796 passò
al collegio di Sant'Antonio, a Lugano, gestito ancora dai Somaschi, per rimanervi
fino al settembre del 1798[22]. Nello stesso 1796, giungeva sul Lago di Lugano il
somasco Francesco Soave, celebre erudito e pedagogista. Per quanto sia del tutto
improbabile che Manzoni l'abbia avuto come maestro (se non per qualche giorno), la
sua figura esercitò sul bambino una notevole influenza[25]. Vecchio e prossimo alla
morte, l'autore de I promessi sposi ricordava: «Io volevo bene al padre Soave, e mi
pareva di vedergli intorno al capo un'aureola di gloria»[26].

Passò, alla fine del '98, al collegio Longone di Milano, gestito dai Barnabiti[27]
e quindi si trasferì a Castellazzo de' Barzi, dove l'istituto aveva stabilito
provvisoriamente la propria sede a causa delle manovre belliche[22] per poi
tornare, il 7 agosto 1799, a Milano[27]. Non è chiaro quanto l'adolescente
rimanesse dai Barnabiti, anche se l'ipotesi più accreditata lo fa supporre allievo
della scuola fino al giugno 1801[28]. Alessandro, nonostante l'isolamento cui era
costretto per colpa dell'ambiente chiuso e bigotto, riuscì a stringere alcune
amicizie che resteranno durature nel corso degli anni a venire: Giulio Visconti e
Federico Confalonieri furono suoi compagni di classe. Un giorno imprecisato
dell'anno scolastico 1800-1801, poi, gli scolari ricevettero una visita che suscitò
nel Nostro una grande emozione: l'arrivo di Vincenzo Monti, che leggeva avidamente
e considerava il più grande poeta vivente, «fu per lui come un'apparizione di un
Dio»[29].

La formazione culturale

Andrea Appiani, Vincenzo Monti, olio su tela, 1809, Pinacoteca di Brera.


La formazione culturale di Manzoni è imbevuta di mitologia e letteratura latina,
come appare chiaramente dalle poesie adolescenziali. Due, in particolare, sono gli
autori classici prediletti, Virgilio e Orazio[30]; notevole è anche l'influsso di
Dante e Petrarca[31], mentre tra i contemporanei, assieme al Monti, svolgono un
ruolo importante Parini e Alfieri[32][33][34][35]. Se si escludono gli esercizi di
stile precedenti[N 7], le sue primissime esperienze poetiche risalgono alla metà
del 1801, quando cominciò a stendere Del trionfo della libertà[36]. Tuttavia vi si
può riscontrare una vena satirica e polemica che avrà un ruolo non trascurabile nel
Manzoni adolescente, pur venendo mitigata già a metà del decennio. Ci restano le
traduzioni, in endecasillabi sciolti, di alcune parti del libro quinto dell’Eneide
e della Satira terza (libro primo) di Orazio, accanto a un epigramma mutilo in cui
attacca un certo fra' Volpino che, sotto mentite spoglie, raffigura il vicerettore
del collegio, padre Gaetano Volpini[37].

Un giovane scapestrato
Uscito dall'angusto mondo del Longone, visse dall'estate 1801 al 1805 con l'anziano
padre don Pietro, alternando la vita di città[38] con soggiorni alla tenuta di
Caleotto[30], e dedicando buona parte del suo tempo al divertimento e in
particolare al gioco d'azzardo, frequentando l'ambiente illuministico
dell'aristocrazia e dell'alta borghesia milanese. Giocava nel ridotto del Teatro
alla Scala, finché, sembra, un rimprovero del Monti lo convinse a rinunciare al
vizio[39]. Fu anche l'epoca del primo amore, quello per Luigina Visconti, sorella
di Ermes. Di questa esperienza sappiamo quanto il poeta stesso rivelò nel 1807 in
una lettera a Claude Fauriel. A Genova, infatti, l'aveva casualmente rivista, ormai
sposata al marchese Gian Carlo Di Negro, e l'episodio aveva risvegliato in lui la
nostalgia e il dispiacere di averla perduta[40]. Oltre a questi svaghi, la
giovinezza del Manzoni è contrassegnata anche da un soggiorno a Venezia
(dall'ottobre 1803 al maggio 1804[22][41]) presso il cugino Giovanni Manzoni,
durante il quale ebbe modo di conoscere la nobildonna Isabella Teotochi Albrizzi, a
suo tempo musa di Foscolo[41], e di scrivere tre dei quattro Sermoni[42]. Non è
chiaro il motivo del soggiorno veneziano, del quale Alessandro conservava anche ai
tardi anni un bellissimo ricordo[43], ma non sembrano avere avuto un ruolo ragioni
politiche: piuttosto vi entrò il desiderio del padre di allontanarlo da uno stile
di vita dissipato[41].

La Milano illuminista

Anonimo inglese, Alessandro Manzoni nel 1805, olio su tela, attualmente nella Casa
Manzoni di via del Morone, Milano. Natalia Ginzburg, con molta probabilità,
descrive questo ritratto, quando dice: «Altrove ha una folta chioma scompigliata,
gli occhi nuvolosi e rassomiglia a Ugo Foscolo»[44].
Il compiacimento neoclassico del tempo gli ispirò le prime composizioni di un
qualche rilievo, modulate sull'opera di Vincenzo Monti, idolo letterario del
momento. Ma, oltre questi, Manzoni si volge a Parini, portavoce degli ideali
illuministi nonché dell'esigenza di moralizzazione, al poeta Ugo Foscolo, a
Francesco Lomonaco, un esule lucano[45][N 8], e a Vincenzo Cuoco, assertore delle
teorie vichiane[46], anche lui esule da Napoli dopo la restaurazione borbonica del
1799 e considerato il «primo vero maestro del Manzoni»[47]. La vicinanza
all'ambiente neoclassico, e al suo campione Vincenzo Monti in particolare, spinsero
il giovane Manzoni a frequentare alcuni corsi di eloquenza tenuti dal poeta
romagnolo all'università di Pavia tra il 1802 e il 1803[11].Nei registri
dell'ateneo il nome di Alessandro non risulta, ma è quasi certo che egli seguisse
le lezioni montiane[11].

Oltre alla nota ammirazione per il Monti e all'opinione di illustri studiosi[48],


sembra convalidare l'ipotesi il carteggio del periodo. I corrispondenti di Manzoni,
infatti, sono quasi tutti studenti (o vecchi studenti) dell'università, da Andrea
Mustoxidi a Giovan Battista Pagani, da Ignazio Calderari a Ermes Visconti e a Luigi
Arese[11][N 9][49]. Il contesto accademico lo dovette mettere in contatto anche con
due professori giansenisti, Giuseppe Zola e Pietro Tamburini, docenti
rispettivamente di «storia delle leggi e dei costumi» e di «filosofia morale,
diritto naturale e pubblico»[N 10].

Le loro idee in difesa della morale lo influenzarono molto, oltre a introdurlo per
la prima volta al pensiero giansenista. Tamburini condannava la Curia romana per le
sue deformazioni ma vedeva nel cattolicesimo un imprescindibile modello. Per
l'elevatezza delle sue dissertazioni parve a Manzoni un punto di riferimento al
pari di Zola, definito «sommo» in una lettera al Pagani del 6 settembre 1804[50].
Dal punto di vista letterario, a questo periodo si devono Del trionfo della
libertà, Adda e I quattro sermoni che recano l'impronta di Monti e di Parini, ma
anche l'eco di Virgilio e Orazio.

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