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MEMORIA FIDEI IV

L’INQUISIZIONE ROMANA
E I SUOI ARCHIVI
A vent’anni dall’apertura dell’ACDF
a cura di
Alejandro Cifres

estratto dal volume

Atti convegno
estratto

MEMORIA FIDEI IV
L’INQUISIZIONE ROMANA E I SUOI ARCHIVI
A vent’anni dall’apertura dell’ACDF
Atti del convegno
Roma, Biblioteca del Senato della Repubblica
15-17 maggio 2018

Comitato organizzativo / scientifico

Mons. Alejandro Cifres


Direttore dell’Archivio della Congregazione
per la Dottrina della Fede

Dott. Marco Pizzo


Vicedirettore del Museo Centrale del Risorgimento
Istituto per la storia del Risorgimento italiano

Fr. Alvaro Cacciotti, O.F.M.


Direttore del Centro Culturale Aracoeli

Dott. Daniel Ponziani


Archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede

©
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and ebooks, are available in Italy
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ISBN 978-88-492-3740-5

In copertina: Veduta e prospettiva del teatro e palchi alzati per l’abiura di Miguel de Molinos nella chiesa di S. Maria sopra
Minerva (1687), incisione all’acquaforte (ACDF, S.O., Stanza Storica UV 38).
estratto

MEMORIA FIDEI IV

L’INQUISIZIONE ROMANA
E I SUOI ARCHIVI
A vent’anni dall’apertura dell’ACDF

Atti del convegno


Roma, 15 -17 maggio 2018

a cura di
Alejandro Cifres
estratto
estratto

Indice

Introduzione
Mons. Alejandro Cifres 11

— INTERVENTI ISTITUZIONALI

Francesco Pappalardo 29

Mons. Alejandro Cifres 31

S.E. Mons. Carlos Azevedo 33

S.E. Mons. Luis Francisco Ladaria Ferrer, S.J. 35

— VENT’ANNI DI STUDI E RICERCHE SULL’INQUISIZIONE ROMANA E I SUOI ARCHIVI

Vent’anni di studi sull’Inquisizione romana: risultati e attese 45


Andrea Del Col

Tavola Rotonda

Carlo Ginzburg 81

Albrecht Burkardt 83

Marina Caffiero 91

Marta Fattori 103

Massimo Firpo 119

Pilar Huerga Criado 123

Luciano Malusa 125

Silvana Seidel Menchi 129

Leen Spruit 137

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estratto
— INDICE

— LE FRONTIERE DELLA RICERCA I

«Non sapete che dalla guerra nasce l’eresia?»: sulle origini e la trasformazione 147
della proposta di santità dell’arciprete di Sondrio Nicolò Rusca (1563-1618)
Miguel Gotor

Lo strano caso delle lapidi abrase nel cimitero ebraico del Cardeto: 167
inquisitori, vescovi e neofiti ad Ancona nel primo Seicento
Germano Maifreda

I ‘cristiani nuovi’ di Pisa e il mondo Atlantico nelle carte del Santo Uffizio 177
durante il Granducato di Ferdinando de’ Medici
James Nelson Novoa

Un tesoro stimabile ma sepolto: le fonti dell’Archivio del Sant’Uffizio 193


e la giurisdizione globale della Santa Sede sulle missioni
Giovanni Pizzorusso

Il santo e l’eretico: attribuzione di santità e controversie teologiche nei documenti 203


di Sant’Ufficio e Indice. Il caso di Leonardo Lessio (XVII-XX secolo)
Eleonora Rai

La santità contesa. Il reperimento delle fonti nei procedimenti inquisitoriali 223


e nei processi di beatificazione e canonizzazione
Francesco Castelli

Prassi, poteri, affanni della Suprema Congregazione. Percorsi di ricerca 235


per un profilo del Sant’Ufficio nel primo Novecento
Benedetto Fassanelli

— LE FRONTIERE DELLA RICERCA II

Nell’ordine del Re Sole. Storiografia tra propaganda e censura nel tardo Seicento 245
Andreea Badea

Inquisitori Romani e ingegneri della salvezza nelle Fiandre: 255


la «Guerra dei confessionali» nel secondo Seicento alla luce della censura libraria
Bruno Boute

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estratto
— INDICE

La mente del censore: Girolamo Rossi, medico e censore per la Congregazione dell’Indice 269
Hannah Marcus

Volti santi e Trinità triformi. Ricerche in corso sullo statuto delle immagini 279
nei procedimenti del Sant’Uffizio
Chiara Franceschini

La storia all’Indice.Chiesa e opere storiche nel XIX secolo 303


attraverso la documentazione dell’ACDF
Davide Marino

Psicologie all’Indice. Uno studio esplorativo (XIX secolo) 339


Fernanda Alfieri

— LE INQUISIZIONI: LUOGHI E PERSONE

Centro e periferia dell’Inquisizione nelle ricerche prosopografiche 357


Vincenzo Lavenia

I rapporti tra le religioni nella Repubblica di Venezia: una questione di fonti 371
Giuseppina Minchella

Un tribunale bicefalo? Il caso dell’Inquisizione dello Stato di Milano tra Cinque e Seicento 387
Massimo Carlo Giannini

L’Inquisizione a Genova e in Liguria. Situazione degli archivi locali 413


e prospettive di ricerca sulla dissidenza religiosa nel tardo Settecento
Paolo Fontana

Gli archivi e la documentazione dell’Inquisizione in Romagna (XVI-XVIII). 429


Note di ricerca
Angelo Turchini

L’Archivio dell’Inquisizione di Malta (1561-1798): un patrimonio documentario 443


per la storia dell’Isola e il suo contesto mediterraneo
Mario Gauci

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estratto
— INDICE

— L’INQUISIZIONE FRA NARRATIVA, CINEMA E PUBBLICISTICA

L’Inquisizione maltese nei romanzi popolari del tardo Ottocento e del primo Novecento 469
William Zammit

Dostoevskij scrittore e filosofo: La Leggenda del Grande Inquisitore 483


Giuseppe Di Giacomo

Ritorno all’Indice? L’Inquisizione nel Novecento, 497


tra tentativi di riforma e sorpassi della politica
Matteo Brera

Le passioni e i pregiudizi. L’immagine dell’Inquisizione nei media negli ultimi vent’anni 537
Anna Foa

— CHIUSURA DEL CONVEGNO

Saluto finale 547


Mons. Alejandro Cifres

Immagini 549

Programma del Concerto 558

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estratto
estratto
estratto
~ Tavola Rotonda ~
Gli archivi dell’Inquisizione romana
e la storia degli ebrei
Marina Caffiero

M i ricollego alla ricca relazione introduttiva di Andrea Del Col per presentare
alcune riflessioni relative alle mie ricerche sulle minoranze, in particolare sulla storia
degli ebrei e dei musulmani e dei loro rapporti con l’Inquisizione romana. In questa
sede tratterò tuttavia solo dei primi. Non farò né una rassegna bibliografica delle
numerose pubblicazioni di questi ultimi dieci anni seguiti al bilancio precedente fatto
nel convegno del 2008,1 né una analisi di tematiche specifiche. Le questioni che vorrei
sottoporre all’attenzione, sia pur brevemente, sono generali e metodologiche e
riguardano aspetti storiografici più estesi, non limitati ai soli ebrei né ai soli aspetti
istituzionali dell’Inquisizione romana. Il mio intento è di segnalare le sollecitazioni e i
problemi sollevati dall’indagine su una delle prospettive che si è rivelata tra le più
innovative nello studio dell’Inquisizione romana: la storia degli ebrei.

La rimozione storiografica della storia ebraica

La prima questione riguarda il contributo fondamentale che la documentazione


archivistica dell’Archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede (ACDF) ha
dato non soltanto alla storia dell’ebraismo quanto alla messa in discussione dell’idea
(e della pratica) dell’irrilevanza di questa storia nella considerazione e nella collocazione
storiografiche in Italia: per gli altri paesi il discorso è ben diverso. Non che mancassero
prima del 1998 , quando l’Archivio fu reso disponibile, pubblicazioni importanti. Senza
risalire al classico libro di Attilio Milano, Storia degli ebrei, del 1963, basterà ricordare
i due tomi degli Annali 11 della Storia d’Italia Einaudi curati da Corrado Vivanti,

1 Se ne vedano gli Atti in A dieci anni dall’apertura dell’Archivio della Congregazione per la Dottrina della
Fede. Storia e Archivi dell’Inquisizione, Roma, Accademia Nazionale dei Lincei 2011 (Convegno, 21-23 febbraio
2008). Qui diversi saggi segnalavano le possibilità aperte dall’Archivio per lo studio degli ebrei in Italia.

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— L’INQUISIZIONE ROMANA E I SUOI ARCHIVI A VENT’ANNI DALL’APERTURA DELL’ACDF

usciti nel 1996 e nel 1997, proprio a ridosso dell’apertura dell’Archivio agli studiosi.
Quel che faceva difetto era però l’inclusione della storia dell’ebraismo come nodo
ineludibile del discorso storiografico e della sua divulgazione, non nel senso di una
storia aggiuntiva, un’appendice del cristianesimo dominante, ma al contrario come
componente strutturale della storia italiana, un pezzo intero della storia generale. Non
dunque una storia separata, e nemmeno due storie, ma una sola storia. Le ricerche
nei fondi specifici dell’Archivio, specie se intrecciate ad altra documentazione, hanno
contribuito fortemente a introdurre la contestualizzazione e l’inserimento, per nulla
scontati in passato, dell’ebraismo nella storia della società politica, religiosa e culturale
della penisola. Tuttavia, non sembra possibile sostenere che questa inclusione sia oggi
generalizzata, acquisita e definitiva, così come non è scomparsa del tutto, a mio parere,
la lunga rimozione su cui poco ancora si è riflettuto: ed è quanto dimostrano anche gli
studi più recenti.
Un esempio perfetto di tale rimozione è offerto dalle celebrazioni del Cinquecentenario
della Riforma in Italia, che ha prodotto numerosi convegni e studi ma in cui mi pare
che, ancora una volta solamente in Italia, l’ebraismo sia stato assente, sia dal punto di
vista dell’analisi delle reazioni degli ebrei alla Riforma che da quello delle confluenze
dottrinarie. Del nesso ebrei-Riforma si è discusso poco, così come è stata trascurata
l’inserzione degli ebrei, che erano sul piano dottrinale degli “infedeli”, nella categoria
degli “eretici”, principali soggetti perseguiti dall’Inquisizione. È vero che il termine
“eretici” è oltre modo generico, ma è pur vero che decreti e documenti applicano
continuamente agli ebrei tale categoria. Si è ignorata questa equivalenza e non se ne
sono tratte le conseguenze, che sono molteplici. Perché gli ebrei erano “eretici”? Cosa
pensavano i riformati degli ebrei e dei loro libri e viceversa? Ci sono stati scambi tra
di essi? Sarebbe stato importante approfondire da un lato l’esistenza di influssi del
mondo e della cultura ebraici tanto nelle concezioni teologiche dei riformatori nel loro
complesso (tedeschi, francesi, svizzeri e italiani) quanto perfino in quelle della Chiesa
romana cattolica; dall’altro lato analizzare, senza tralasciare le reazioni ebraiche alla
Riforma, l’utilizzo e la percezione dell’ebraismo all’interno della polemica religiosa e
teologica del Cinquecento e le loro conseguenze nella lunga storia dell’antisemitismo,
ma anche nella storiografia e nei suoi mutamenti.2

2 M. Caffiero, «La questione ebraica tra cattolici ed evangelici. Teologie antisemitiche, dottrine filogiudaiche e risposte
degli ebrei», in Atti del Convegno Internazionale Riforma/Riforme: continuità o discontinuità? Sacramenti,
pratiche spirituali e liturgia fra il 1450 e il 1600, a cura di F. Ferrario, E. López-Tello García, E. Prinzivalli,
Morcelliana, Brescia, in corso di stampa. Su Lutero e gli ebre si veda ora Th. Kauffmann, Luthers Juden, Philipp
Reclam jun. GmbH &Co. KG, Stuttgart 2014; edizione italiana Gli ebrei di Lutero, Claudiana, Torino 2016, da

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— VENT’ANNI DI STUDI E RICERCHE SULL’INQUISIZIONE ROMANA E I SUOI ARCHIVI

Non mi soffermerò se non brevemente — ma è un aspetto che chiederebbe un’analisi


articolata — sul ruolo fondamentale esercitato dalle correnti dei dotti umanisti interessati
allo studio della lingua ebraica, delle tradizioni letterarie, delle fonti veterotestamentarie,
della Kabbalah e perfino del vietatissimo Talmud, e che irrobustirono le fondamenta
dell’ebraistica cristiana di matrice ficiniana in area germanica e in Italia (Johannes
Reuchlin, Giovanni Pico).3 Fin dal Quattrocento, come è noto, gli umanisti coltivavano
l’idea che l’ebraismo fosse all’origine della sapienza umana in diversi campi e discipline,
dalla politica, alla filosofia, alla scienza, e in questo periodo la cultura europea accettò la
tradizione e la lingua ebraica come elementi costitutivi, anzi con un ruolo di primogenitura
nel campo di tutti i saperi e come via per interpretare la religione cristiana.4 A questo
si aggiunse l’interesse per la Kabbalah che studiava il senso nascosto delle Scritture e
sembrava costituire la prova della verità del cristianesimo. Indubbiamente, quella che
fu chiamata la Prisca theologia ebbe un ruolo di primo piano nella trasformazione
culturale del secondo Quattrocento e del Cinquecento in Italia e nel resto d’Europa e
influì sulle idee religiose: ad esempio spingendo verso un cristianesimo semplificato,
lontano dalle istituzioni ecclesiastiche e dai riti.5 In tal modo l’ebraistica cristiana
veniva ad intersecarsi e a intrecciarsi con le prime aspirazioni e manifestazioni della
Riforma, inducendo a ripensare la religione cristiana e i suoi dogmi e incontrando la
rivoluzione protestante che aveva posto al centro del dibattito europeo il testo biblico, il
cristianesimo delle origini a cui occorreva fare ritorno, il rapporto con le radici ebraiche.6
Una spiegazione tutt’altro che trascurabile, ma molto trascurata, del ruolo rilevante
dell’ebraismo nel dibattito della e sulla Riforma va ritrovata in un tratto comune
alla teologia e alla cultura di quei decenni di protestanti, cattolici, radicali, ebrei, ma
potremmo aggiungere anche di musulmani. Si tratta della dimensione millenaristica e
profetico-escatologica che prescinde dalle specifiche adesioni confessionali e da cui si
evince un’attesa diffusa e spasmodica di tempi nuovi, di rinnovamento palingenetico,

cui cito. Per la discussione in Germania cfr. almeno D.Ph. Bell – S.G. Burnett (ed.), Jews, Judaism, and the
Reformation in Sixteenth-Century Germany, Leiden-Boston, Brill 2006 (ristampato nel 2016).
3 Sulla storia dell’ebraistica cristiana rinvio al classico F. Secret, Les Kabbalistes Chrétiens de la Renaissance,
Dunod, Paris 1963; per una bibliografia, S.G. Burnett, Christian Hebraism in the Reformation Era (1500-1660):
Authors, Books, and the Transmission of Jewish Learning, Leiden – Boston, Brill 2012. Straordinaria fu l’azione
dell’orientalista e mistico francese Guillaume Postel (1510-1581), che nel 1552 scrisse un trattato messianico in
lingua ebraica rivolto a lettori ebrei, intitolato Ta’am HaTe’amim, unico esempio di testo in ebraico redatto da uno
studioso cristiano nella prima età moderna: cfr. G. Postel, Ta’am HaTe’amim, a cura di Judith Weiss, The Hebrew
University Magnes Press, Jerusalem 2018.
4 G. Bartolucci, Vera religio. Marsilio Ficino e la tradizione ebraica, Torino, Paideia 2017, p. 11.
5 Ivi, pp. 133-134.
6 Ivi, p. 136.

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— L’INQUISIZIONE ROMANA E I SUOI ARCHIVI A VENT’ANNI DALL’APERTURA DELL’ACDF

religioso e politico nello stesso tempo, ma anche di timore della fine dei tempi. Il
parallelo con le analoghe speranze messianiche dell’ebraismo, in piena ripresa nella
stessa epoca, e persino proiettate in un primo momento sullo stesso Lutero, è evidente.7
Del resto proprio la Riforma diede vita, o meglio rinnovò, correnti cristiane radicali
che assumevano pratiche e dottrine ebraiche (il sabbatismo, o osservanza del sabato,
l’aniconismo, l’anabattismo, l’antitrinitarismo e l’unitarismo) e che intendevano il
ritorno alla fonte biblica come riattivazione delle origini del cristianesimo. I riformatori
italiani studiarono l’ebraico e i testi ebraici, tradussero la Bibbia in italiano, nonostante
i divieti in proposito, la pubblicarono, per dimostrare la centralità del testo biblico nella
religione cristiana, collaborarono infine con eruditi ebrei e rabbini nelle traduzioni
e nella stampa. Recentemente i riformatori cosiddetti “radicali”8 sono ritornati al
centro dell’indagine storiografica in Italia, ma nonostante gli evidenti atteggiamenti
filo ebraici anche le nuove ricerche paiono avere sottovalutato il tema. Eppure occorre
domandarsi quanto abbia operato il nesso eresia/ebraismo nella condanna, non solo
di parte cattolica, di questi personaggi. Su questo aspetto l’Archivio dell’Inquisizione,
naturalmente non da solo, può offrire importanti squarci.

Una storia sociale e culturale di ebrei e cristiani

Un secondo dato da rilevare è quello relativo alla quantità e alla qualità di materiale
archivistico relativo agli ebrei conservato nell’Archivio: esso è di tali proporzioni da
potersi definire uno degli argomenti più rappresentati al suo interno. Sulla crescente
specializzazione antiebraica dell’Inquisizione romana, una volta debellata l’eresia, mi
sono soffermata altrove e non mi dilungo.9 Rilevo invece che non si tratta unicamente
di un archivio della repressione e che esso non ci parla soltanto di questo aspetto
(battesimi forzati, prediche coatte, procedure giudiziali contro ebrei per eresia, libri
proibiti, pratiche di magia ecc.). Usare i documenti dell’Inquisizione significa attingere la
storia sociale e economica delle diverse comunità ebraiche — mestieri e professioni ben
al di là della stracceria e del prestito su pegno, relazioni commerciali, licenze, mobilità,

7 Th. Kaufmann, Gli ebrei di Lutero, p. 41 e Id., «Luther and the Jews», in Bell – Burnett, Jews, Judaism and the
Reformation, p. 78.
8 Per la categoria oramai classica di Riforma radicale, opposta a Riforma magisteriale, G.H. Williams, The Radical
Reformation, Westminster Press, Philadelphia 1962 e 1992.
9 M. Caffiero, Battesimi forzati. Storie di ebrei, cristiani e convertiti nella Roma dei papi, Roma, Viella 2004 e
2009, p. 17 e ss.

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— VENT’ANNI DI STUDI E RICERCHE SULL’INQUISIZIONE ROMANA E I SUOI ARCHIVI

permessi ai medici ebrei, ma anche bigamia, concubinato, adulterio, rapporti carnali —


e ricostruire sia i modi con cui ebrei e cristiani vivevano insieme e si relazionavano sia i
conflitti tra di loro. Si ricavano inoltre notizie sulle ibridazioni culturali, sulla stregoneria,
sulla “contaminazione” derivata dal contatto con i cattolici, sul controllo della stampa e
sulla crescente ereticalizzazione di quasi tutti gli aspetti dell’ebraismo.
Anche sul piano della storia economica, come ha dimostrato la ricerca di Germano
Maifreda,10 la documentazione offre un apporto considerevole che va ben oltre
la questione degli ebrei. Ad esempio, ancora tutta da studiare è la ricchissima
documentazione sulle licenze e i permessi di commercio e di mobilità negli Stati concessi
dal Sant’Uffizio, scavalcando le competenze del Camerlengo, e in particolare le licenze
concesse ai medici ebrei di curare i cristiani o quelle di tenere in casa balie cristiane.
In sostanza, la documentazione inquisitoriale rivela una storia sociale, economica e
culturale non solo degli ebrei ma a tutto campo, con elementi importantissimi anche
per la storia dei cristiani.

I libri e la censura

Il settore della censura dei libri ebraici e delle sue modalità di applicazione offre
un contributo a lungo trascurato alla storia del libro e della sua circolazione, ma
è utile anche sul piano istituzionale per chiarire i rapporti generali esistenti tra la
Congregazione del Sant’Ufficio e quella dell’Indice. Si tratta di un tema molto
discusso tra gli storici.11 Nel caso dei libri degli ebrei l’Indice svolgeva un ruolo del
tutto secondario, a ulteriore dimostrazione della considerazione degli ebrei e dei
loro libri come eretici. Gli Indici dei libri ebraici da proibire o da espurgare furono
infatti redatti a cura e per commissione non della Congregazione dell’Indice, bensì
dell’Inquisizione romana che li elaborava finalizzandoli esplicitamente all’uso degli
inquisitori locali.12 Insomma, il dato su cui mi pare importante riflettere nel quadro
delle discussioni generali sulle gerarchie di rilevanza e sulle competenze delle diverse
Congregazioni romane, e sui rapporti centro/periferie che anche recentemente sono

10 G. Maifreda, I denari dell’Inquisitore. Affari e giustizia di fede nell’Italia moderna, Torino, Einaudi 2014
11 Mi limito a citare S. Wonderhost (ed.), The Roman Inquisition, the Index and the Jews: Contexts, Sources and
Perspectives, Leiden-Boston, Brill 2004 e in particolare Id., «The Roman Inquisition, The Index and the Jews: new
perspectives for research», Ivi, pp. 201-214 (versione italiana in A dieci anni dall’apertura, pp. 51-63).
12 M. Caffiero, Legami pericolosi. Ebrei e cristiani tra eresia, libri proibiti e stregoneria, Torino, Einaudi 2012 e
2013.

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— L’INQUISIZIONE ROMANA E I SUOI ARCHIVI A VENT’ANNI DALL’APERTURA DELL’ACDF

state considerati in un volume collettaneo,13 è che la censura dei libri ebraici fosse
gestita direttamente dall’Inquisizione romana e non dalla Congregazione dell’Indice.
Un fatto, questo, che non solo conferma l’intrinseca ereticità, come si è detto, di ogni
genere di testi di fattura ebraica, ma rivela anche come la distinzione spesso postulata
tra libri proibiti (di competenza del Sant’Uffizio) e libri espurgabili (di competenza
dell’Indice), dunque tra eresia e non eresia degli autori, non valesse per gli ebrei.14 Era
infatti l’Inquisizione che ordinava le periodiche perquisizioni nei ghetti per portarne
via i libri; era l’Inquisizione che si occupava di farli esaminare da fidati collaboratori,
per lo più neofiti e spesso domenicani; era l’Inquisizione, infine, che faceva redigere
gli Indici, manteneva i contatti con i revisori ed emetteva i decreti di proibizione che
solo successivamente, senza alcuna discussione in proposito, venivano trasmessi
alla Congregazione dell’Indice. L’iniziativa appare sempre del Sant’Uffizio. Non
sembra esserci dialettica, concorrenza o conflitto tra le due Congregazioni in materia
ebraica, un campo che, nel suo complesso, si rivela essere monopolio incontrastato
dell’Inquisizione e che resterà tale fino all’Ottocento.15
Nel recente volume The Roman Inquisition. Centre versus Peripheries, che
sostanzialmente conferma quanto già da tempo rilevato dagli studiosi e che è stato
in questa sede ribadito dalla relazione di Andrea Del Col, e cioè come sia da rivedere
e ridimensionare la categoria di centralizzazione, ci si occupa anche di ebrei. Nel
suo saggio Katherine Aron-Beller avvia un confronto tra le competenze delle due
Congregazioni — Indice e Sant’Uffizio — e conferma il dato, anche questo ben noto,
che l’Indice doveva controllare autori, stampatori, venditori e lettori, ma non doveva
occuparsi di questioni di eresia che andavano rimesse al Sant’Uffizio. E tuttavia, la
studiosa, pur all’interno del confronto avviato tra le sfere di pertinenza delle due
Congregazioni, non inserisce gli ebrei e i loro libri tra le attribuzioni dell’Inquisizione né
nella categoria di eresia. Occorre chiedersene la ragione che forse si può individuare
ancora una volta nella mancata acquisizione storica del nesso tra ebraismo e eresia e
delle conseguenze che esso comporta.16
All’interno di questo nesso, inoltre, ci si può interrogare con profitto anche sulla
differenza esistente, nelle modalità di redazione, tra gli Indici generali, a stampa, e
gli Indici specifici dei libri ebraici. Un tentativo che ho avviato in questa direzione si è

13 K. Aron-Beller – Ch. Black (ed.), The Roman Inquisition. Centre versus Peripheries, Leiden-Boston, Brill 2018.
14 La distinzione si trova ad esempio in V. Frajese, Nascita dell’Indice. La censura ecclesiastica dal Rinascimento
alla Controriforma, Brescia, Morcelliana 20016, p. 189.
15 Caffiero, Legami pericolosi, p. 29. Sulla censura dei libri ebraici, ivi, pp. 5-77.
16 K. Aron-Beller, «The Jewish Inquisitorial Experience in Seventeenth-Century Modena. A Reflection on Inquisitorial
Process», in Aron-Beller – Black, The Roman Inquisition, pp. 322-351.

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estratto
— VENT’ANNI DI STUDI E RICERCHE SULL’INQUISIZIONE ROMANA E I SUOI ARCHIVI

rivelato assai interessante soprattutto sul piano linguistico e della ostilità nei confronti
della Bibbia in ebraico, perfettamente simmetrica all’avversione verso la Bibbia in
volgare. Negli indici dei libri ebraici, nella seconda classe relativa ai libri tollerabili solo
se corretti, troviamo inserita anche la Bibbia ebraica, in teoria permessa. Il Talmud,
naturalmente, era del tutto vietato. La diffidenza e la cautela verso la Bibbia in ebraico,
come verso la Bibbia in volgare, sono da mettere in relazione con la polemica contro i
riformati e con la convinzione, spesso esplicitata, secondo cui gli “eretici” studiavano la
lingua sacra per poter leggere i libri e i commenti dei rabbini e da essi trarre ispirazione
e legittimazione per i loro errori.17 Non è certo un caso se negli Indici dei libri ebraici
proibiti, soprattutto di quelli in lingua ebraica, compaiano numerosi testi contenenti
critiche al dogma della Trinità e dispute a carattere antitrinitario tra ebrei e cristiani.
Come non pensare ai riformati? Proibire i libri ebraici significava anche contrastare
l’ “eresia” riformata nei punti in comune con l’ebraismo, tra cui l’uso della stessa lingua
ebraica. D’altro canto, si poneva un problema di controllo delle letture in ebraico
degli ebraisti cattolici e degli influssi che le teorie rabbiniche e cabbalistiche potevano
esercitare sugli autori cristiani. Il sospetto nei confronti delle Scritture in ebraico
era forte e analogo all’avversione per la Bibbia in volgare. Se questa finì per essere
assimilata agli scritti degli eretici, e anzi considerato fonte d’eresia, come ha dimostrato
Gigliola Fragnito, nel suo La Bibbia al rogo,18 sembra corretto ritenere che con ancora
maggiore immediatezza e facilità proprio il Libro sacro evocasse minacciosamente gli
scritti degli ebrei e i commenti dei rabbini. Nella valutazione negativa delle Scritture
presente nell’immaginario cattolico, con la possibile equivalenza tra Sacra Scrittura
(in ebraico) ed eresia, quanto operava insomma anche l’accostamento ovvio tra Sacra
Scrittura ed ebraismo? Si tratta di una domanda che mi pare che gli storici della
censura libraria non si siano ancora posti.

Magia e stregoneria

Attraverso i libri degli ebrei, e le relazioni istituite con i cristiani, passava anche
la questione della magia e della stregoneria. Gli studi sulla stregoneria, la magia e
i sortilegi in età moderna, pure recentemente rifioriti e rinnovati anche per l’Italia,
soprattutto sul piano dell’analisi delle procedure e delle competenze giurisdizionali,

17 Caffiero, Legami pericolosi, p. 72, sulle proibizioni parallele della Bibbia in volgare e in ebraico.
18 G. Fragnito, La Bibbia al rogo. La censura ecclesiastica e i volgarizzamenti della Scrittura (1471-1605),
Bologna, Il Mulino 1997, pp. 18 e 328.

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estratto
— L’INQUISIZIONE ROMANA E I SUOI ARCHIVI A VENT’ANNI DALL’APERTURA DELL’ACDF

non si sono, tranne poche eccezioni,19 soffermati sul nesso fra tali pratiche e l’ebraismo
e sulle ragioni dell’interesse evidente dei giudici nei confronti della magia e della
stregoneria ebraiche. Anche qui è possibile constatare una rimozione storiografica.
Nel campo del nesso ebraismo / magia / stregoneria, su cui non mi soffermo, avendolo
ampiamente trattato altrove,20 la separatezza quasi istituzionalizzata che ha a lungo
prevalso in Italia tra la storia degli ebrei e la storia generale della penisola — due
storie che dialogavano a stento — segnala innanzitutto un problema storiografico,
vale a dire la mancata consapevolezza storiografica dell’interazione storica tra le due
vicende e la persistenza di tale atteggiamento. Ne è un esempio la severa rassegna di
Giovanni Romeo del 2014 che, nel suo bilancio negativo di un quindicennio di studi
sull’Inquisizione romana, quanto agli ebrei parla di «pretesa complicità» e di «pretesa
influenza» sulle pratiche magico-diaboliche diffuse largamente nella società cristiana,
perché a suo dire non sarebbero dimostrabili.21 Tale sottovalutazione del tema induce
a una debolezza interpretativa che nasce dall’ignorare uno degli elementi in gioco
in materia di magia. Le pratiche magiche, vere o supposte, degli ebrei sembrano
costituire invece una variabile rilevante per la comprensione di quelle dei cristiani,
nonché delle scelte e delle modalità di persecuzione di entrambe. Insomma, nella
persistente attenzione dell’Inquisizione romana alla dimensione magico-rituale, una
volta debellata l’eresia della Riforma, quanto entravano la percezione diabolica della
magia ebraica e il timore nei confronti di un pericoloso connubio? E quanto influiva la
specializzazione in senso antiebraico assunta sempre più nel tempo dall’Inquisizione
stessa, come dimostra anche la mole documentaria in materia di controllo di questa
minacciosa “diversità” assimilata all’eresia conservata negli archivi del Sant’Uffizio?
Inoltre, in questo campo del nesso magia / ebraismo, la presa in considerazione
dell’influsso ebraico induce a ritenere riduttiva la spiegazione secondo la quale l’interesse
costante degli inquisitori per questi aspetti magici rispondesse prevalentemente
a finalità “pedagogiche”, antisuperstiziose e a curiosità quasi antropologica. Nel
corso dei procedimenti giudiziari sei-settecenteschi, di cui ampia documentazione è
rintracciabile nel fondo del Sant’Uffizio conservato nell’Archivio della Congregazione
per la Dottrina della Fede — ma anche negli archivi inquisitoriali locali —, gli aspetti
sopra segnalati di commistione, scambi e connubi tra ebrei e cristiani nel campo dei

19 F. Barbierato, Nella stanza dei circoli. Clavicula Salomonis e libri di magia a Venezia nei secoli XVII e XVIII,
Milano, Sylvestre Bonnard 2002.
20 Caffiero, Legami pericolosi, p. 125 ss.
21 G. Romeo, «L’Inquisizione romana e l’Italia nei più recenti sviluppi storiografici», Rivista storica italiana, CXXVI,
fasc. 1, 2014, pp. 186-204.

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— VENT’ANNI DI STUDI E RICERCHE SULL’INQUISIZIONE ROMANA E I SUOI ARCHIVI

sortilegi e delle magie risaltano con evidenza e sono sottolineati dai giudici. L’attenzione
rivolta alle pratiche magiche ebraiche e ai rituali espletati in complicità con i cristiani
o da soli non hanno, a mio parere, una fisionomia di residualità innocua e ininfluente,
soprattutto se processi, perquisizioni e delazioni vengono messi in relazione con la
dura trattatistica sulle superstizioni e sui riti diabolici praticati dagli ebrei e con il
montare della normativa antiebraica tra Sei e Settecento, in particolare di quella che
tentava di impedire ogni relazione con i cristiani. In definitiva, possiamo chiederci se
si può pensare che la condanna e la repressione di fenomeni di magia, di divinazione
e di sortilegi, ordinate dalle bolle papali, avessero a che fare anche con il sospetto di
giudaizzazione o comunque di pernicioso influsso ebraico sui cristiani. E, per altro verso,
e come ben emerge dai trattati di polemisti antiebraici coevi, quanto e in che modo
l’insistenza sulla maggiore esperienza e competenza magica degli ebrei era utilizzata
ai fini della demonizzazione della diversità religiosa e perfino del suo appiattimento
sull’eresia? Dunque ai fini dell’antisemitismo crescente?
Sono tutti interrogativi e questioni che la tesi storiografica prevalente secondo
cui, una volta abbandonata la caccia alle streghe, le autorità ecclesiastiche passarono
alla lotta alle “superstizioni”, a cui in realtà credevano assai poco, tende a non
sollevare, disegnando piuttosto lo scenario di un tribunale razionale e scettico che
però continuava a occuparsi attivamente di tali faccende. L’inserimento della variante
“ebraismo” all’interno dell’analisi dell’universo magico-stregonesco-superstizioso e
della valutazione dell’azione, teorica e pratica, degli inquisitori in questo campo può
dunque introdurre un’ottica nuova su tutta la questione della stregoneria in generale,
alla luce della crescente importanza della coeva repressione antiebraica; tale variante,
inoltre, condiziona anche il piano delle procedure a cui gli storici guardano oggi con
molta attenzione.

Le procedure giudiziarie applicate agli ebrei

Anche sul piano del funzionamento istituzionale e procedurale, partendo dall’ottica


dell’ebraismo e dalla documentazione inquisitoriale in materia, va considerato l’apporto
alla comprensione del funzionamento del tribunale oltre che delle credenze degli
accusati, come già a suo tempo hanno mostrato le ricerche di Carlo Ginzburg. In questo
modo è possibile uscire dall’impasse classica che oppone l’attenzione per le vittime
dell’intolleranza religiosa, ben radicata in una ininterrotta tradizione storiografica, a
un accresciuto interesse storico per l’organizzazione, il funzionamento e le strategie
dell’Inquisizione romana, tenendo insieme i due aspetti.
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estratto
— L’INQUISIZIONE ROMANA E I SUOI ARCHIVI A VENT’ANNI DALL’APERTURA DELL’ACDF

Quanto alle procedure, segnalo l’interesse di una ricerca che prenda in conto
l’applicazione, o meno, agli ebrei degli strumenti procedurali e giudiziari. Un esempio:
i giudici si posero esplicitamente il problema dell’estensione o meno agli ebrei dei
vantaggi e dei benefici di alcuni meccanismi giuridici, quali l’autodenuncia, la
spontanea comparizione, le denunce, da parte degli imputati; gli editti di grazia e
i processi sommari, da parte dei tribunali. Simmetricamente, gli ebrei conoscevano
benissimo tali meccanismi e ne facevano ampio uso con assoluta consapevolezza per
non incorrere nelle pene più severe. Gli editti di grazia di Giulio III (1550) erano stati
utilizzati per gli “eretici” e riguardavano sia i libri che le persone, ma una decretazione
del tutto simile era stata emanata, nel 1554, dallo stesso pontefice, per gli ebrei e i
loro libri, equiparati ancora una volta agli eretici e ai libri eretici. Tuttavia il problema
di non scarso rilievo relativo all’inserimento degli ebrei nei privilegi conseguenti alla
spontanea comparizione da parte dell’imputato non ha sollecitato l’attenzione degli
storici dell’istituzione e del suo funzionamento, nonostante le discussioni e i pareri
inquisitoriali reperibili in merito,22 sì che nel libro sopra citato, The Roman Inquisition.
Centre versus Peripheries, si sostiene per lo meno affrettatamente l’esistenza di una
fondamentale disparità nelle procedure inquisitoriali verso gli ebrei.
In realtà l’applicazione anche agli ebrei dei benefici previsti per cristiani “eretici” o
rinnegati, conferma proprio l’equiparazione tra eretici ed ebrei di fronte all’Inquisizione
che, sia pure non senza dubbi e incertezze, si era andata affermando. Il problema
dell’inclusione degli ebrei nella categoria degli “eretici” e quello delle competenze del
Sant’Uffizio su di essi risultano, come si vede, nodi centrali che tornano di continuo,
sia pure senza definitività, in mancanza di una normativa precisa: su ciò occorre
ancora lavorare e restano molte domande aperte. Nelle discussioni inquisitoriali si
trattava di stabilire i diritti degli ebrei sul piano giudiziario. Legato a questo è il tema
delle penitenze da infliggere, difficili da stabilire per gli ebrei, e che non consistevano
soltanto in multe o in pene pecuniarie. Anche l’abiura era diversa, detta “all’hebraica”
(giuramento sulla Torah), e altre punizioni, come digiuni e elemosine, erano definite
more haebreorum. È interessante notare come queste facessero cadere i giudici in
evidenti contraddizioni giuridiche e dottrinali, dal momento che erano essi stessi a
imporre pratiche ebraiche malviste o vietate.
Quanto agli interrogatori e alle risposte degli inquisiti, non mi pare si possa asserire
che si trattasse soltanto di repliche e reazioni quasi meccaniche di questi ultimi, che
risponderebbero alle domande con espressioni automatiche e senza libertà. Nella mia

22 Caffiero, Legami pericolosi, pp. 143-154.

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estratto
— VENT’ANNI DI STUDI E RICERCHE SULL’INQUISIZIONE ROMANA E I SUOI ARCHIVI

esperienza gli imputati ebrei, specie se rabbini, inserivano delle variabili importanti nel
discorso imposto, rispondevano agli interrogatori proponendo affermazioni e opinioni
che non rientravano nelle aspettative dei giudici, espresse direttamente e liberamente.
Spesso i membri del tribunale non capivano pienamente quanto gli ebrei rispondevano
loro e se lo facevano spiegare (ad esempio, relativamente alle pratiche magiche, alle
credenze e alle dottrine particolari), certo non per curiosità, ma per motivi dottrinali
e per cogliere e colpire eresie e teorie errate. Molte volte i giudici convocavano
rabbini non indiziati per chiedere delucidazioni su diversi punti.23 E gli imputati ebrei,
dal canto loro, quando si accorgevano di essersi messi nei guai con le loro risposte
cercavano liberamente di cambiare versione e/o dissimulare. Dunque erano attivi e
partecipavano all’interrogatorio, nel senso che potevano anche mutarne l’andamento
e persino la conclusione sul piano delle pene. La competenza teologica e canonistica
dei giudici spesso si arrestava di fronte alla dottrina ebraica che non conoscevano a
fondo, come ad esempio avveniva per le questioni delle anime dei morti, dei demoni,
dell’immortalità dell’anima, dell’inferno e del paradiso. Potremmo concludere che,
analogamente ai riformati e ai cosiddetti eretici, gli ebrei erano i soli che potevano
saperne di più dei giudici.
Il tema ebraico insomma sembra rappresentare una delle maggiori novità di questi
decenni e comincia ora, anche grazie alla ricca documentazione conservata in ACDF,
ad essere studiato in profondità.

23 Esempio rilevante di tale collaborazione è l’operato del celebre rabbino romano Tranquillo Vita Corcos (1660-1730),
più volte chiamato dall’Inquisizione come consultore su specifiche questioni ebraiche: cfr. M. Caffiero, Il grande
mediatore. Tranquillo Vita Corcos, un rabbino nella Roma dei papi, Roma, Carocci 2019.

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estratto

L’apertura nel 1998 dell’Archivio della Congregazione


per la Dottrina della Fede (ACDF) alla libera
consultazione degli studiosi diede avvio a una stagione
completamente nuova di ricerche sull’Inquisizione
romana. A quel tempo, l’evento fu celebrato con
una solenne Giornata di studio presso l’Accademia
Nazionale dei Lincei, conclusa dal suo principale
fautore, l’allora prefetto del Dicastero cardinale Joseph
Ratzinger, oggi pontefice emerito Benedetto XVI.
Nel ventennale dell’inizio di quell’avventura, si è tenuto
dal 15 al 17 maggio 2018 il convegno internazionale
L’Inquisizione Romana e i suoi Archivi. A vent’anni
dall’apertura dell’Archivio della Congregazione per
la Dottrina della Fede. L’appuntamento, il quarto
del ciclo Memoria Fidei, dedicato alla valorizzazione
degli archivi ecclesiastici, è stato ospitato dalla
Biblioteca del Senato, nella cornice dell’Insula
Dominicana di Roma, che comprende anche la
Biblioteca della Camera dei Deputati, la Biblioteca
Casanatense e lo storico convento dei Frati Predicatori
attiguo alla basilica di Santa Maria sopra Minerva.
Una quarantina circa di studiosi, fra pionieri della
prima ora e giovani ricercatori, si sono confrontati su
vent’anni di indagini condotte in Archivio, gettando al
contempo uno sguardo allo stato presente e all’avvenire
degli studi. Si è delineato così un panorama quanto
mai ricco di risultati: dalla storia delle idee religiose
alla censura della letteratura, dall’approfondimento
degli aspetti istituzionali al ruolo imprescindibile degli
archivi nella ricerca storica, dalla psicanalisi alla santità
canonizzata e non, dalla storiografia tra propaganda e
censura al ruolo delle immagini sacre nella trasmissione
della fede, dai rapporti fra Cristianesimo ed Ebraismo
alla questione dei “cristiani nuovi”, dall’immagine
infine dell’Inquisizione nella coscienza collettiva alla
letteratura e la pubblicistica intorno ad un argomento
che continua a suscitare ampio interesse e a produrre
risultati sempre nuovi e sorprendenti.

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