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Il fatto che esistano soggetti diversi che si mettono in competizione con i soggetti

produttori, comporta che si alzi la qualità (cinema vs Netflix). L’industria culturale


americana ha pesato e modificato tutta la politica estera dei vari paesi (industria pesante
in un’ottica di relazioni tra paesi). In tutta Europa, sui prodotti culturali, esistono delle
quote di prodotti: nel nostro paese siamo costretti a vedere il 60% di prodotti locali ed
Europei (60% di film, di musica). La questione delle quote nasce nel 1927 in Inghilterra,
prima che ci fosse un’invasione di prodotti stranieri sul mercato europeo. È una
alterazione e limitazione che gli stati applicano per difendere le industrie e l’identità
nazionali. tutela molto importante tra fine IIWW e anni ’70. Oggi le nostre identità sono
più europee che strettamente legate ai confini, per cui il confine nazionale ci risulta un po’
stretto. Le prime normative a tutela nazionale nascono in Gran Bretagna, perché è un
paese che ha abdicato e trascurato, fin da fine 800, alla propria produzione. Non si sono
preoccupati dell’esito che potesse avere l’invasione di contenuti legati alla cultura
culturale prodotti in America (usavano quelli americani perché la lingua è la stessa). Per
molti anni non ci sono stati prodotti culturali inglesi sui mercati internazionali e questo ha
alterato il senso di identità del paese fuori dallo stesso. Per un’incapacità di sviluppare
un’identità che si evolvesse nel tempo, è diventata una debolezza, anche perché per
molto tempo, pochi registi e autori riuscissero a svaligiare i confini nazionali. Pochi premi
vinti a festival internazionali. Nel corso del Novecento hanno sviluppato una debolezza
nell’industria ma hanno sviluppato la necessità di tutelarsi, accettando l’invasione di
prodotti altrui perché da un punto di vista commerciale è conveniente, cosa che non è la
cosa corretta.
La moneta descrive il valore dell’economia del paese che sta rappresentando.

Surrogati a basso costo: cosa accade se non sono in grado di sostenere lo sforzo (ad
esempio quello della preparazione degli esami). Ad esempio i metodi di lettura veloce
che seguono un processo cognitivo che esiste ma non possono essere applicati ad una
lettura approfondita. Non sono in grado di sostenere la fatica che il mio lavoro implica
(fatica di studiare qualcosa) e cerco un surrogato a base costo, ovvero un qualcosa che mi
faccia baipassare la fatica. L’esito di questo atteggiamento è l’ottenimento di un risultato
meno approfondito. Se accetto la lettura veloce perdo la conoscenza e mi accontento su
un qualcosa che mi permette di prendere un voto, ma vengo privata delle nozioni (non
conosco quella disciplina che avevo l’opportunità di apprendere). Mi accontento del
meno. Quelle nozioni potevano essermi utili e poteva essere interessante conoscere
quella materia. Si riduce il grado di soddisfazione e mi limito della possibilità di acquisire
una conoscenza che mi può aprire delle porte. Si tratta ovviamente di un costo inteso in
senso cognitivo, non economico. Se mi abituo a usare prodotti che hanno un costo
cognitivo baso, domanderò prodotti che hanno un costo cognitivo basso: si innesca un
meccanismo che influenza fortemente la domanda e la qualità dell’offerta. In economia si
chiama “market limon” . I produttori sono meno incentivati a produrre qualità. In un
mercato in cui la richiesta è sui prodotti di bassa qualità, si scacciano produttori di qualità
elevata. Rischio di andare ad alterare la qualità della produzione perché non trovo
persone che siano in grado di comprenderne i linguaggi e di conseguenza è un esito
sulla sostenibilità delle industrie che producono qualità e inoltre abbiamo una perdita
del benessere dei consumatori (minore senso di soddisfazione) e un’omologazione
del gusto dei consumatori. L’alternativa a questo esito negativo (spirale viziosa negativa
in cui la domanda e l’offerta si influenzano) è una competizione (l’aggiunta di un
elemento competitivo casuale e fortemente differenziato) che però è un elemento di
disturbo e di conseguenza viene osteggiato dal pensiero dominante e dall’industria e
soprattutto dal mainstream. Il mercato insegue per vendere e la legislazione insegue per
regolamentare. In questo inseguimento sta l’innovazione, perché anche la legislazione,
cercando di controllare un nuovo fenomeno, si evolve. Nel momento in cui individuo un
nuovo fenomeno, mi trovo a doverlo riconoscere e regolamentare. Il prodotto culturale
ha un impatto molto forte sulla normalizzazione di un fenomeno emergente: prima di
fare una normativa, dobbiamo riconoscere il fenomeno, che da eccezione diventa una
norma e a questo punto va solo normato. La legislazione rimane sempre indietro: arriva a
regolare una cosa che la società sta accettando da molto tempo perché la considera
normale, e la considera normale perché l’ha già vista, la conosce. In questo processo il
prodotto culturale è fondamentale (es. una serie tv mi aiuta a normalizzare un fenomeno e
di conseguenza la censura serve per evitare una normalizzazione ed è legata ad un
controllo dello sviluppo della personalità). Quindi i surrogati a basso costo sono una
minaccia alla sostenibilità del settore, porta una perdita del benessere e ad
un’omologazione dei contenuti.
Altre conseguenze:
- si entra in una forma di bulimia, in cui abbiamo la necessità di guardare molti contenuti
(come diverse serie tv, una dopo l’altra). Esigenza di avere contenuti sempre nuovi ma
di qualità scandente.
- infantilizzazione: il mio linguaggio si impoverisce perché si nutre di contenuti scadenti.
Non riesco ad avere un pensiero più sofisticato e quindi arrivo alla regressione.
Analfabetismo di ritorno e funzionale: forme di regressione dovute a questo
processo.
Nella collettività (collettivizzando il fenomeno) l’esito può essere molto pericoloso e porta
alla trappola della povertà cognitiva (la regressione è tale che qualsiasi tipo di politica
che può essere adottata non migliora la situazione. Condizione nella quale la maggior
parte delle persone non riesce a comprendere i concetti più semplici) e alla trappola
della liquidità (situazione nella quale l’impoverimento di un paese è tale per cui le
politiche monetarie espansive non hanno alcun effetto. È quanto successo in Europa nei
momenti di crisi. Quando l’unione è stat costituita diversi paesi avevano dei livelli di
inflazione molto elevati, per cui questa volatilità danneggia e debilita gli organismi, così
come l’economia. L’obiettivo è quello di creare un’area in cui i prezzi abbiano variazioni
minime e di conseguenza la Banca Centrale Europea stampano pochissima moneta,
proprio per non generare inflazione e non far perdere valore alla moneta già in
circolazione. Nella fase iniziale della crisi le banche non sono intervenute e di
conseguenza c’è stata una situazione generale di impoverimento. A quel punto le banche
hanno adottato una politica monetaria espansiva, acquistando debiti pubblici dalle
banche, alleggerendole da un peso dato da titoli non fruttiferi. Questo doveva
permettere alle banche di avere una liquidità da rimettere in circolazione. Nel momento
in cui la Banca Centrale lo ha attuato, lo stato di impoverimento era tale che si è rivelato
inefficace. La liquidità in circolazione è talmente basso che nessun intervento monetario
può essere efficace. Lo stesso accade nei paesi poveri, in cui nessuno strumento è così
efficace da migliorare la situazione). Da una condizione di trappola cognitiva arriviamo ad
una situazione di stallo tra libertà positive e libertà negative. Non sono in grado di
individuare nuovi diritti a cui posso aspirare, ambire a posizioni migliori e quindi agire un
cambiamento dalla condizione in cui mi trovo. Esito pericoloso a livello individuale ma
pericolosissimo a livello collettivo. Questo porta con sé un aumento nei costi di
assistenza, di educazione, di welfare, e quindi un carico sulle finanze pubbliche, ma
soprattutto ad una situazione di regressione. L’effetto sulla libertà è quello più grave: non
poter agire per la propria libertà. Un secondario effetto, di minore peso, è una rapida
obsolescenza dei contenuti culturali: vengono consumati velocemente e velocemente
dimenticati e allo stesso tempo una incapacità di creare dei contenuti di valore. L’esito
della riflessione di Sen era quello di dotare le persone della capacità di mettere in atto
stili di vita alternativi. L’idea della capacitazione è la possibilità di mettere in atto stili di
vita (modo di vivere) alternativi. Questo ci serve per pensare alle dinamiche di sviluppo
del territorio e alle politiche pubbliche, perché le identità culturali servono alla
costruzione delle identità individuali e collettive e di conseguenza le politiche sono volte
allo sviluppo delle identità. In che modo la riflessione centra con tutto questo? Riflettere
sui distretti industriali vuol dire pensare a modalità di agglomerazione tipicamente
italiane, nel senso che una delle caratteristiche del nostro sistema economico è la
frammentazione (viviamo in un territorio molto eterogeneo, in cui ogni porzione ha delle
tipicità di natura ambientale, territoriale e antropica): questa differenziazione, unita alla
povertà delle infrastrutture, fa si che sia difficile andare da una parte all’altra (ci vuole
un’ora e mezza tra Ravenna e Ferrara). Questo ha fatto si che si siano creati dei distretti,
ovvero degli agglomerati molto specializzati. Agglomerati di piccole o medie imprese, di
gestione familiare con una forte connotazione locale legate alla manifattura e una
difficoltà all’espansione venivano considerate positive per arricchire il territorio, questo
perché sono cambiate le modalità di produzione e dei prodotti realizzati. La caratteristica
dei ristretti è data dalla parte creativa (molte menti che pensano, innovano e creano).
All’interno di un contesto industriale è molto importante l’atmosfera che si crea quando
c’è una produttività, il pensiero che circola. Un sapere fare che impariamo lavorando e
trasmettendo conoscenze (non lo impariamo sui libri). La città di Prato è stata la prima a
perdere il titolo di “distretto”, perché prevedeva come requisito l’esistenza di una identità
sociale molto forte: è l’una città italiana in cui la percentuale di immigrati ha superato
quella dei nativi e di conseguenza si è sfaldato il legame sociale. Inoltre la qualità dei
prodotti non era più elevata. Da noi i distretti sono diminuiti perché non hanno superato
la competizione internazionale (laddove i prodotti erano di qualità medio bassa, la
competizione internazionale ha stra vinto, perché ci saranno sempre paesi in cui la
manodopera costa meno). Quelli che sono sopravvissuti alla competizione internazionale
sono quelli che producevano prodotti di alta qualità, o quelli che richiedevano particolari
competenze a livello di manodopera (prodotti che non possono essere replicati da altri
paesi, perché sono conoscenze che si tramandano). La logica del distretto è praticamente
nostra, perché avviene solo con la presenza della conoscenza diffusa e la tipicità del
territorio (io realizzo un prodotto in un territorio perché vi sono delle condizioni naturali e
sociali per cui lavoro meglio quel prodotto). In assenza di questi due fattori si parla di
cluster (agglomerato industriale che vado a costruire per opportunità logistiche. Per
esempio perché ho bisogno della vicinanza con gli svincoli stradali, mentre in Italia le
strade sono state costruite in funzione dei distretti. Un esempio è Hollywood, che è stato
scelto come luogo funzionale alla realizzazione del prodotto. agglomerato industriale che
ha come obiettivo la realizzazione di un prodotto culturale. in realtà Hollywood è un
cluster industriale e non culturale, perché realizza prodotti di cultura ma non fa cultura). La
produzione di cibo va tutelata perché rappresentazione del territorio stesso e di
conseguenza il marchio ha l’obiettivo di tutelare l’identità di tale territorio: norma che
serve a tutelare la differenziazione in un’unità (sistema europeo). È una forma di distretto
culturale quando attraverso il marchio riesco a tutelare questa forma di tradizione (es. i
formaggi nella loro fase di produzione non rispettano le norme igieniche europee, ma
vengono tutelati in quanto rappresentativi dell’identità del territorio). Distretto
metropolitano: forma di distretto culturale che si genera all’interno delle città in seguito a
processi di rigenerazione (es. quanto avvenuto a Valencia con la creazione di un museo).
Possono dare vita a forme di economia. Economie che si possono sviluppare all’interno di
un contesto urbano, anche in seguito a processi di rigenerazione. L’ultimo è il distretto
museale ed è dato dall’economia data dall’associazione di musei e di tutti gli elementi
del patrimonio storico e architettonico di una città. Logica del sistema economico
evoluto: possibile che si creino delle sinergie tra queste realtà che permettono di avere
un impatto su tutti il sistema economico. Inseriamo i vari distretti nei cerchi, a seconda del
prodotto che stiamo trattando e andiamo a vedere in che modo queste produzioni si
possono collegare tra di loro per generare un effetto di crescita sociale, umana ed
economica. Lo analizziamo attraverso una griglia che tiene in considerazione i fattori di
attrazione, risorse finanziare ecc, che possono aiutare il territorio a crescere.