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Matteo Bordignon

Esercizio N.1
A)Impressioni generali dello scritto
Leggendo il testo di Guardini la prima impressione esteriore che ne ricevo è quella di una chiarezza
espositiva notevole,di una lettura personale del tema trattato fino al punto da poter coinvolgere il
lettore in una messa in gioco delle sue convinzioni religiose ed in un approfondimento della sua
relazione con la Divinità.Sin dall’inizio richiamano la mia attenzione le considerazioni di Guardini
sulla funzione dei segni.I segni o,come le chiama lui,le “cose”,sempre ci inviano a significati
diversi,cangianti,in una ricerca che per ciascuno ha delle caratteristiche differenti,però nella quale
siamo quello che siamo,viaggiatori e pellegrini,proprio grazie al fatto che costantemente
crediamo,interpretando,lì dove non sappiamo, e,d’altra parte,cerchiamo di conoscere le cose in cui
crediamo.Infatti non crediamo se sappiamo e se conosciamo una cosa non abbiamo bisogno di
credere.Così è vero che “funzioniamo”solo se abbiamo la capacità di guardare più in là della cosa
stessa.Mi invita a pensare anche al fatto che Dio parla.Non scende un libro dal cielo,ne un singolo
individuo riceve un’illuminazione privata,ne la divinità lascia delle tracce sotto forma di immagini o
disegni.Questo Dio parla e si suppone che il ricevente possa intendere il codice linguistico della
divinità.Si suppone anche che Dio parla per primo e che il ricevente ascolta.Anche se fisserà le
comunicazioni divine colla scrittura l’atto originario è quello della parola e dell’ascolto.La terza
cosa che credo interessante è la proposta di Guardini di leggere l’Antico Testamento non come una
narrazione storica di una determinata popolazione,ma sotto un altro livello di verità.Un altro ordine
di verità che non è quello dei dati storico-scientifici ma della specificità e della qualità singolare
della storia d’Israele:una chiamata che è un invito ad andare,a porsi in viaggio lasciando le
sicurezze,una chiamata ad una persona(Abramo)che potremmo essere ognuno di noi,aldilà del
contesto storico e dell’identità culturale e linguistica.Credo infatti che l’appello di Guardini a questi
differenti “livelli”di verità sia molto profondo e ci aiuti a valorare la logica particolare di ciascuno,il
funzionamento unico e specifico delle persone.La ultima cosa che mi colpisce è la domanda attorno
al significato dell’espressione “avere fede”.Credo che l’autore ci dica che quest’atteggiamento
dev’essere quello del seguimento e dell’imitazione di uno stile di vita,mentalizzandoci su quello che
avrebbe potuto essere il modo di relazionarsi di quelle prime persone che ricevettero il messaggio
religioso con il messaggio stesso:non accettazione dogmatica ed acritica di un insieme di leggi e
proposizioni ma messa in pratica nella vita di qualcosa che toccherebbe la vita stessa.Un cristiano
cerca la verità smascherando i falsi idoli,gli inganni delle interpretazioni ed in questa esposizione
lascia vivere e dona parola ai gesti della libertà individuale.Un cristiano che fa della teoria e delle
questioni speculative e teoretiche qualcosa che si iscrive nella sua stessa carne e tocca la sua stessa
vita:questa la missione.

B)Riassunto delle tesi principali trattate dall’autore nel testo


1.IMPORTANZA DELLE CARATTERISTICHE DELLA RIVELAZIONE COME
ACCESSO PRIVILEGIATO ALLA COMPRENSIONE DEL DIVINO
Non possiamo pretendere di tenere una relazione diretta con Dio senza tenere in considerazione la
forma della rivelazione nella quale ci è consegnata l’immagine di questo Dio che vorremmo
conoscere.Se è vero che la nostra disposizione personale e la nostra apertura sono importanti è
altrettanto vero che l’esperienza del sacro sarà mediata dal messaggio particolare contenuto nella
fonte storico-metaforica della rivelazione al popolo israeliano:non possiamo prescindere da essa
perchè è il modo determinato nel quale viene a noi una maniera,un modo di essere della
divinità.Dunque solo la rivelazione ci dice che cos’è l’uomo per Dio ed in che relazione stanno i
due termini.

2.IL CONTENUTO DELLA RIVELAZIONE ESISTE IN UNA FORMA


SPECIFICA:QUELLO DI UN’ELEZIONE “AFFILIANTE”
A Dio gli sarebbe piaciuto,una volta interpellati,che i suoi “figli-uomini”vivessero con lui senza la
mediazione di re,funzionari ed organizzazioni varie.Gli sarebbe piaciuto dunque tenere una
relazione la più strettamente personale possibile con ciascuno dei suoi figli:una relazione così
profonda che deborda e supera la chiarezza della comprensione di un concetto,qualcosa che sia di
più del capire colla ragione ed arrivare a spiegarsi coll’intelligenza che è tipico del nostro modo di
pensare concettuale.Quella chiamata,che esiste nella forma del “vieni,cammina e fai le cose con
me”non promette una definizione soddisfacente ed una soluzione teorica o una spiegazione
sull’essenza delle cose e della divinità stessa,ma promette una ricompensa al coraggio della fiducia
nella forma che è inspiegabile colle nostre rappresentazioni mentali.

3.L’ANTICO TESTAMENTO COME “AUTORIVELAZIONE DI DIO CON LA


PROPRIA VOLONTA’ RELIGIOSA DEL POPOLO EBREO”
L’Antico Testamento non è la vita religiosa naturale di un popolo,è la storia di questa
“autorivelazione”.Se,come abbiamo visto precedentemente(2.)l’uomo per Dio è figlio, Dio per
l’uomo è Padre,cioè si autorivela come tale nella sua caratterizzante umanità.Non possiamo leggere
le Sacre Scritture pensando alla storia di un popolo particolare:per l’autore la storia della rivelazione
è la storia dell’inseparabilità della volontà umana dalla volontà divina e questo Dio così umano
vorrebbe que capissimo e soffrissimo con Lui quello che Lui sopporta di noi stessi,in un altro
appello da parte dell’autore alla strettezza,personale e profonda relazione vivificante che vuole
avere Dio con noi,tanto da volerci fare partecipi delle sue stesse emozioni elevandoci alla possibilità
di condividere dei sentimenti per potere capire da dentro il significato delle cose

C)Aspetti più difficilmente comprensibili e che mi piacerebbe approfondire


Come scrivevo all’inizio a proposito delle piccole considerazioni “semiotiche”dell’autore fatte nella
prima parte del suo testo,mi interesserebbe approfondire questo,forse secondario e non troppo
rilevante,aspetto gnoseologico dell’interpretazione della rivelazione del monoteismo ebraico.Penso
che il funzionamento vivificante e proficuo della persona dipenda dal suo personale percorso
ermeneutico:il segno quanto più aldilà di se stesso mi rimanda nella catena delle significazioni,tanto
più arricchente sarà l’apporto all’intimità della mia individualità.Come aspetto gnoseologico
intendo l’interpretazione della rivelazione della divinità come Persona che invita a rompere la
barriera dell’oggetto creata grossolanamente ed in maniera mortifera da una tendenza
oggettivante.Questo Dio riletto come interessato al fatto che possiamo condividere le sue emozioni
e che ci affida il compito dell’intendimento fondandolo sul paradigma di non pensare l’oggetto
come qualcosa di estraneo ed esterno a noi mi sembra interessante.Degna di nota e meritevole di
approfondimento mi sembra anche la considerazione della autorivelazione come “metastorica”,nella
sua proposta di rileggere la verità nelle sue stratificazioni come verità in un ambito specifico(in
questo caso una narrazione metastorica che secondo l’autore dice di “una”verità fra le tante).Credo
infatti che la valorizzazione delle “verità individuali”possa arricchire il dibattito epistemologico
troppo spesso bloccato dall’ordine della verità scientifico-tecnologica intesa come “La Verità”.Se
c’è una cosa che mi rimane poco chiara e che non capisco molto bene è la considerazione che fa
l’autore a proposito del fatto che la parola rimarrebbe di più che un altro segno.Capisco la
specificità del “parlare”che caratterizza la modalità della rivelazione ma non capisco in che senso il
segno acustico darebbe più definitività o rimarrebbe più profondamente impresso che un altro.Forse
uno sguardo non ci lascia quell’impressione profonda e penetrante che la pur potentissima parola?
Forse un gesto od un segno fisico non marcano profondamente la nostra impressione?Però anche se
non fosse così il fatto veramente interessante è che Dio parla un linguaggio umano,e non il fatto in
sè che Dio parli,quanto il fatto che parli in modo a noi comprensibile.C’è poi un’ultima
considerazione che mi piacerebbe approfondire.Guardini parla della fe come modo di accesso al
contenuto della rivelazione così come ci è data a conoscere nella forma storica della chiamata.La
fede è un regalo.Una persona che ancora non l’ha ricevuto,come può accedere a questi contenuti
che potrebbero riempire,per così dire,quella conoscenza che colla ragione e coll’intelligenza si trova
incompleta,instabile,mai completamente soddisfacente.Ma poi la rivelazione esaurisce il contenuto
del mistero delle cose?Fino a che punto questo “regalo”può colmare la carenza delle nostre
conoscenze,e perchè solo alcuni potrebbero arrivarci,grazie a questo dono?